ADORAZIONE EUCARISTICA_31
Adoriamo l’Eucaristia che è cibo e presenza
Giovanni
Paolo Il e un teologo commentano questa significativa frase di sant'Agostino:
"Nessuno mangia questa carne se prima non l'ha adorata". Il Papa in
un'omelia a Dublino ebbe a dire: "L'Eucaristia, nella Messa e fuori della
Messa, è il corpo e il sangue di Gesù Cristo; di conseguenza l'Eucaristia è
degna dell'adorazione che in essa è resa al Dio vivente e a lui solo
(29.9.1979).
Jean
Galot spiega così: "Affinché il pasto sia preso secondo il suo
autentico valore, la presenza richiede fede e adorazione. Coloro che partecipano
al banchetto eucaristico devono riconoscere la persona di Cristo presente sacramentalmente,
e adorarlo come persona divina".
Il
pasto eucaristico e la presenza sono intrinsecamente congiunti, e l'adorazione
fa accogliere il valore del pasto. L'Eucaristia quindi ci dice sempre: qui c'è
il tuo Signore; adoralo! Adorare l'Eucaristia con l'atteggiamento interiore, che
si traduce in comportamenti appropriati, significa riconoscere e accogliere, nel
segno sacramentale, così povero e umile, la presenza reale e personale di
Cristo, Figlio di Dio. Il segno povero e umile è tale, sia nel venire sacrificale
di Cristo, nella celebrazione eucaristica, come nel suo rimanere.
La
Chiesa parla di "vari modi secondo i quali il suo Signore le è
presente" che sono esposti diffusamente da Paolo VI in una pagina
divenuta ormai classica della Enciclica Mysterium Fidei (nn. 17-20): preghiera,
opere di misericordia, evangelizzazione, storia degli uomini.
Al
di là di queste presenze di Cristo, "ben altro è il modo veramente
sublime - continua Paolo VI - con cui il Cristo è presente alla sua Chiesa nel
sacramento dell'Eucaristia, che ... contiene lo stesso Cristo ed è quasi la
perfezione della vita spirituale e ilfine di tutti i sacramenti".
Di
conseguenza, non c'è nessuna realtà sacramentale che richieda da noi un
atteggiamento di adorazione più alto e più forte. Infatti "Rimanendo in
silenzio dinanzi al Santissimo Sacramento, è Cristo, totalmente e realmente
presente, che noi scopriamo, che noi adoriamo e con il quale stiamo in rapporto.
Non è quindi attraverso i sensi che lo percepiamo e gli siamo vicini. Sotto
le specie del pane e del vino, è la fede e l'amore che ci portano a riconoscere
il Signore".
Davanti
al SS.mo Sacramento dove la fede, che sì fonda sulla parola di Gesù, ci dice:
qui c'è Cristo, vero Dio e vero uomo, crocifisso, risorto, presente, qui c'è
il Dio della vita, il Dio del mistero; è decisivo dunque coltivare lo spirito
di adorazione. Uno che, come Carlo Carretto, ha fatto l'esperienza nel deserto
del Sahara, in solitudine per moltissimo tempo davanti all'Eucaristia, sì era
reso conto che davanti a tale sublime mistero o si diventa atei, o si diventa
pazzi o si diventa credenti, santi.
Si
può diventare atei, perché dopo essere stati in contatto con questo Dio
silenzioso, muto, che credo presente ma solo per pura fede, la grande tentazione
è concludere che non è vero niente, che posso tranquillamente prendere questo
pezzo di pane e gettarlo nella sabbia del deserto come fecero gli assassini di
Charles de Foucauld.
Oppure
uno si tortura alla ricerca di tutte le spiegazioni filosofiche di questo mondo
per capire l'Eucaristia, e alla fine diventa pazzo.
Oppure
si apre al mistero e diventa credente. Allora dice: "Io credo in te, e
perché credo in te, credo anche nella tua parola, e perché credo nella tua
parola ascoltata, letta e vissuta nella Chiesa, credo che tu sei qui".
Allora
il mistero si apre davanti a noi e proprio perché nell'Eucaristia è presente
tutto il mistero di Cristo crocifisso e risorto, chi adora l'Eucaristia entra
nell'adorazione stessa di Gesù, vero Dio e vero uomo, e con Gesù adora il
Padre nello Spirito Santo.
La
vera adorazione deve portare al desiderio di celebrare e mangiare la cena del
Signore e, nello stesso tempo, chi è stato commensale desidera di tornare ad
adorare e di sostare in preghiera.
Quali
gli effetti che l'Eucaristia produce nel cristiano che adora? Ce li presenta il
documento «Eucharisticum Mysterium» (n.50): "Trattenendosi presso
Cristo Signore, (i cristiani) godono della sua intima familiarità e dinanzi a
lui aprono il loro cuore per loro stessi e per tutti i loro cari e pregano per
la pace e la salvezza del mondo".
Dio
vuole una vita di famiglia ("intima familiarità") con l'uomo e in noi
deve crescere la consapevolezza di essere
suoi
figli, di doverlo diventare ogni giorno di più, di doverci dedicare a
migliorare la qualità del nostro rapporto con Dio. Lo stesso documento collega
la ‘familiarità’ con l'aumento delle virtù teologali: "Offrendo
tutta la loro vita con Cristo al Padre nello Spirito Santo, attingono da quel
mirabile scambio un aumento di fede, di speranza e di carità. Alimentano
quindi così le disposizioni giuste per celebrare, con la devozione conveniente,
il memoriale del Signore e ricevere frequentemente quel pane che ci è dato
dal Padre".
Non
è errato dire che fede, speranza e carità sono la specificazione di questa
familiarità, cioè di questa vita di famiglia con Dio.
Ora
un consiglio: perché non riprendere in mano questo importante documento sul
culto eucaristico e farne oggetto di catechesi sulla vita di grazia e i
sacramenti?
a
cura delle Carmelitane di Loreto
Eccomi
Signore. Sono qui.
Forse
solo con il corpo, con la volontà...
Il
mio cuore è nell'ansia, la mente distratta.
Mi
porto dietro tutte le mie tribolazioni, i problemi di casa, del lavoro, che mi
martellano dentro e non mi danno riposo.
Tu
mi comprendi, vero? lo ora non so dirti nulla, ma tu, tu puoi darmi una parola,
un messaggio, per acquietare la mia mente, per far riposare il mio cuore, per
riportarmi sereno fra le tue braccia come un bimbo in braccio a sua Madre...
Parlami
o Signore, ti prego, parlami!
Dà
pace all'anima mia.
Potenza,
resto stupito, meravigliato, muto.
"Gesù
pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito
nel deserto, dove, per quaranta giorni fu tentato dal diavolo".
Perché
o Signore?
Perché
nel deserto 40 giorni? Non ci andasti di tua iniziativa, ma lo Spirito ti
condusse, ti sospinse.... Perché?
Ho
pensato a Noè, chiuso nell'Arca per 40 giorni, vagando in mezzo alle acque che
avevano inghiottito la terra facendone un deserto.
Il
diluvio durò 40 giorni! Anch'esso, come una forza del male che si abbatté
sull'Umanità... Ma tu, o Dio desti, al giusto Noè il modo di salvarsi
costruendosi l'arca. Tu sei retto Signore, leale, con chi ha il cuore integro:
Chissà quante volte mi hai aiutato
a
costruire un'arca per difendermi dal diluvio; quante volte mi hai salvato da
tante umane tempeste, e io, forse, non me ne sono accorto...
Se
il Signore non fosse stato con noi, - lo dica Israele se il Signore non fosse
stato con noi, quando uomini ci assalirono, ci avrebbero inghiottiti vivi, nel
furore della loro ira.
Le
acque ci avrebbero travolti, un torrente ci avrebbe sommersi, ci avrebbero
sommersi
acque
impetuose....
E
poi ho pensato a Mosè, al popolo di Israele, costretto a vagare 40 anni nel
deserto. Perché?
Fu
tempo di prova, di crescita, di formazione, di purificazione; fu tempo di
preparazione per entrare nella Terra Promessa...
Quanto
cammino in quei 40 anni! Un cammino che sembrava fine a se stesso, ma che tu
conducevi con la tua paterna mano sopportando lamentele, infedeltà, e dando in
cambio una legge vera e il pane della vita....
Fece
partire come gregge il suo popolo e li guidò come branchi nel deserto. Li
condusse sicuri e senza paura, e i loro nemici li sommerse il mare. Li fece
salire al suo luogo santo al monte conquistato dalla sua destra. Scacciò
davanti a loro i popoli facendo dimorare nelle loro tende le tribù d'Israele.
Forse
ora comprendo, Gesù; forse comprendo qualcosa del senso profondo di questi 40
giorni trascorsi da te nel deserto...
Tu
che ti facesti uomo nella pienezza dei tempi per portare a compimento tutte le
cose...
Tu
volesti cominciare l'opera tua entrando, penetrando nel deserto profondo
dell'esistenza umana, per lottare corpo a corpo con le forze del male, per
poterle sconfiggere e liberare noi, tue creature.
Ti
amo, Gesù, condottiero valoroso, venuto a legare tutti i fili della storia, a
unificare passato e presente, dove tutto, in fondo, esprime una sola verità:
L'uomo è fallibile, l'uomo è debole, ma il tuo amore infinito crea sempre una
salvezza nuova, crea una nuova via di comunione con te...
Non
mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati ebbe fame. Allora il
diavolo gli disse: "Se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che
diventi pane". Gesù gli rispose: "Sta scritto: non di solo pane vivrà
l'uomo".
Il
demonio voleva spingerti a questo, o Gesù: cercare il proprio nutrimento fuori
di Dio.
Ma
tu eri venuto a riparare l'ingordigia degli Israeliti quando rimpiangevano le
cipolle d'Egitto, e mormoravano perché volevano la carne, e la manna era per
loro un cibo troppo leggero...
Tu,
Gesù, eri venuto a smascherare l'insidia del maligno combattendo contro la tua
fame, una fame naturale, ma che in noi uomini, spesso diventa ingordigia...
Oh!
Mio Dio!
Tu
sei venuto a riparare la mia ingordigia! Arrossisco, pensando a quante volte
vado alla ricerca di tutto ciò che più mi piace; e ce la metto tutta per
soddisfare il mio gusto spendendo tempo e denaro.. Mentre la mia anima muore di
fame e di sete... Poco tempo per nutrirla di letture e meditazioni, della tua
Santa Parola!
Il
diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della
terra, gli disse: "Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi
regni perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti
prostri davanti a me tutto sarà tuo" Gesù gli rispose: "Sta scritto:
Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, Lui solo adorerai ".
Ah!
Satana ingannatore...
Tu
sei il principe di questo mondo e di tutte le sue follie di potenza.. Principe
della superbia
che
vorresti essere adorato al posto di Dio ingannando l'uomo... Incominciasti con
Eva, mettendole nel cuore il desiderio di "essere come Dio"; mettesti
nella sua mente il tuo veleno, e così inganni tanti, TANTI!
E
spesso anche me... Ma tu, Gesù, sei venuto a riparare tutte le follie di
grandezza; le hai ingoiate facendoti da Dio semplice uomo, e Ostia piccola e
nascosta!
Signore,
Padre mio, salvami quando il peccato sta accovacciato alla mia porta, e io cerco
potere, affermazione, la carriera, e perdendo la pace mi faccio stolto tra gli
stolti...
Te
solo voglio adorare, come quest'oggi.
Sia
prostrata davanti a te tutta la mia volontà...
(Satana)
lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse:
"Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù. Sta scritto infatti: "Ai suoi
angeli darà ordine per te perché essi ti custodiscano" e anche:
"essi ti sosterranno con le mani perché il tuo piede non inciampi in una
pietra". Gesù gli rispose, sta scritto anche: "Non tenterai il
Signore tuo Dio": È sciocco tentare Dio, provocarlo con segni e
pretendendo prodigi...
Non
è forse falsare un rapporto, agire senza rettitudine, senza giudizio?
Lui
che cerca solo l'AMORE, che fin dalla creazione del mondo cerca di spiegarci
questo... Perché noi non comprendiamo?
Perché?
E
perché io spesso non comprendo e mi creo tanti sciocchi problemi?
Dopo
40 giorni passati nel deserto, a tu per tu con Dio, a disposizione con Padre,
nella solitaria esperienza di Lui, hai voluto esperimentare anche tu la
tentazione quella di tutti gli uomini, rigurgito di una umanità che si fa
concorrente di Dio. Hai voluto parteciparmi la tua vittoria, quella dell'umiltà,
che è il frutto più prezioso del deserto. Hai voluto insegnarmi che il deserto
è autentico quando ne esco sempre più convinto che solo Dio è Dio, e assaporo
la felicità di appartenergli.
Hai
voluto darmi coraggio per affrontare il deserto e le sue tentazioni. Permettimi
di starti accanto, Gesù tentato, per imparare da te a saper restare nella
solitudine. Quella a cui mi chiami per arrivare a te non è il rifugio, il lusso
o il privilegio beato che io talvolta sogno.
È
l'impegno fermo della vita, mentre la natura si impenna.
È
il sapere patire, accettare di avere paura, di sentirmi tribolato dal timore di
Dio, dal peso della sua grandezza, della sua verità. Signore Gesù, dammi la
nudità dello spirito, la semplicità del cuore.
La
tua presenza irrompente faccia dilagare in me la luce della tua verità,
tu
che hai voluto passare per questa sconfinata esperienza del tuo essere uomo
davanti a Dio nell'esperienza più desolata della fame che è grido, palpito di
un terribile vuoto: sete di Dio, fa che anche per me ogni esperienza, magari la
più desolata,
si
traduca in uno slancio ardito, in fame e sete di Dio.
Anastasio
Ballestrero Card.
E’
uno dei miracoli più noti e spettacolari (ammesso che ci siano miracoli non
spettacolari). Parliamo di quello avvenuto a Torino nel giugno del 1453, quindi
550 anni fa, durante la guerra tra la Francia e il Ducato di Piemonte-Savoia
(matrimonio che il re non voleva), ma in realtà perché Renato D'Angiò,
volendo riconquistare il Regno di Napoli, voleva passare per la Savoia.
Mentre
Renato attraversava le Alpi con duemila uomini e cinquecento cavalieri (i
trasporti aerei erano di là da venire!), le truppe piemontesi intervennero in
massa e si impadronirono di Exilles, un villaggio della Valle d'Oulx,
saccheggiando tutto. Chiaro che l'esercito del D'Angiò passò ugualmente, ma
ormai il saccheggio era avvenuto, e fu miracolo che le sue truppe non aggiunsero
danno a danno, come generalmente avviene quando gli uomini perdono la testa
e "fanno la guerra per stabilire la pace" (almeno così dicono).
Il
saccheggio non risparmiò la chiesa, da cui fu asportato tutto, compreso un
ostensorio con l'ostia consacrata. I ladri buttarono tutto nei sacchi portati
intenzionalmente e si diressero a Torino, dov'era più facile piazzare la
"merce". Oltrepassate Susa, Avigliana e Rivoli, arrivarono a Torino il
6 giugno, ottava della festa del Corpus Domini. Nessuno si sarebbe accorto di
nulla se un mulo non avesse incespicato e non fosse caduto, rifiutandosi di
rimettersi in piedi, nonostante le grida e le bastonate dei ladri, ma
soprattutto se dal sacco legato sul basto del mulo non fosse caduto a terra
l'ostensorio e l'ostia consacrata non ne fosse uscita, sollevandosi e rimanendo
sospesa nel vuoto, luminosa come un sole in miniatura. Poveri ladri! In un
attimo si trovarono circondati da mezza Torino con a capo il vescovo, accorso
non appena seppe quanto era accaduto.
Mentre
alcuni dicevano sottovoce "gli sta bene", riferendosi ai ladri che
non riuscirono neppure a fuggire, altri pregavano dicendo "Resta con noi,
Signore", in estasi davanti a quello spettacolo da paradiso. Finalmente un
sacerdote alzò un calice verso l'ostia, quasi invitandola a posarvisi. Avvenne
proprio così, perché pian piano essa si abbassò come il sole quando tramonta
e si fermò sul calice che fu portato in processione nella Cattedrale di
S.Giovanni.
La
prima testimonianza del miracolo, firmata da undici testimoni, è andata
perduta, ma ne rimane un riassunto, conservato nell'archivio municipale in una
cassetta di cipresso costruita appositamente per questo.
Sul
luogo del miracolo, prima fu innalzata una colonna, poi fu costruita l'attuale
basilica del Corpus Domini. L'ostia non si conserva più: venerata per una
quarantina d'anni, fu consumata per ordine della Santa Sede "per non obbligare
Dio - si legge nei documenti - a fare un continuo miracolo, conservandola
intatta."
Peccato!
Ma il ricordo del miracolo è vivo, sia perché i Santi del sec. XIX che fecero
del Piemonte la regione più "santa" del mondo (si pensi a don Bosco,
al Cottolengo, al Cafasso e via dicendo), attinsero dal miracolo ispirazione per
le loro Opere, sia perché il Congresso Eucaristico nazionale del 1953 (a cui
intervenne il futuro Papa Giovanni XXIII) si tenne proprio a Torino. La città
più indicata per onorare il "Pane disceso dal cielo"!
Madre
CAROLINA ORSENIGO, fondatrice delle "SUORE DELLA RIPARAZIONE",
nacque a Milano il 15 Novembre 1822 da Giuseppe e Giovannina Chiesa, dai quali
apprese un concreto senso di fede e di pietà e attenzione fattiva ai bisogni
altrui. Già all'età di nove anni, per la sua precoce preparazione, le venne
affidato l'insegnamento del Catechismo alle comunicande nella sua parrocchia di
San Marco e da qui ebbe inizio tutto lo sviluppo del suo agire futuro.
Gli
anni dell'adolescenza furono spesi nelle attività parrocchiali, nel soccorso ai
poveri, nella preparazione culturale, che le permise di dedicarsi anche
all'insegnamento.
Maturò
presto in lei il progetto di farsi religiosa presso le Clarisse di Lovere, ma
quando stava per partire fu fermata, con autorità quasi profetica, dal suo
stesso prevosto don Luigi Bosisio, che intuì per lei una diversa missione.
Le disse infatti: "Fermati, per un'opera grande che da te vuole il
Signore", parole ancora più autorevolmente ripetutele dall'Arcivescovo
Romilli: "Non temete, sarete madre di molte figlie e l'Istituto che
fonderete getterà ben lontano le sue radici, e sarà di grande vantaggio alla
Chiesa e alla società".
Carolina
obbedì ed, in attesa di conoscere il disegno di Dio su di lei, si dedicò alle
opere di carità rivolte alle categorie più bisognose: aprì una scuola di
carità, si preoccupò di migliorare le condizioni morali delle operaie della
fabbrica di tabacchi, dei piccoli spazzacamini che scendevano a Milano durante
l'inverno, raccolse le giovani lavandaie, diresse l'oratorio festivo in San
Marco, aprì una scuola civile, che fosse anche di sostegno economico a quella
di carità, che era gratuita. Soprattutto diffuse l'adorazione eucaristica non
solo nella sua Parrocchia di San Marco, ma anche in altre parrocchie, con
l'approvazione e il sostegno dell'Arcivescovo Romilli.
Ben
presto altre due compagne si associarono a lei, formando una piccola comunità
sotto la sua direzione. La Provvidenza dispose che incontrasse il Sacerdote
Carlo Salerio, missionario del P.I.M.E., rientrato a Milano dalla missione in
Oceania, stremato dalle fatiche e minato dalla tubercolosi, così che a
trent'anni era già registrato negli annali della diocesi con la qualifica di
"quiescente". Si era, tuttavia, dedicato ad attività religiose e
caritative, rispondenti alle necessità più urgenti, mosso dal desiderio di
servire Dio nei fratelli, con l'ideale dell'adorazione-riparazione.
Dalla
reciproca conoscenza di Carolina Orsenigo e Carlo Salerio prese forma il
progetto di dare inizio ad un Istituto che unisse insieme i loro ideali:
adorazioneriparazione-servizio ai più bisognosi. Questo avvenne il 2 Ottobre
1859 e Carolina e le prime compagne assunsero il nome di "Pie signore
riparatrici", dando origine a quello che si chiamerà poi "Istituto
Suore della Riparazione".
Scopo
principale del nuovo Istituto fu la riparazione mediante l'adorazione
eucaristica e l'assistenza ai più poveri e bisognosi, in particolare alle
ragazze in qualsia-
si
modo "derelitte". La nuova casa prese il nome di "Casa di
Nazareth", divenendo ben presto centro di recupero di tanta gioventù
femminile in difficoltà.
L'adorazione
riparatrice a Gesù nel Tabernacolo fu e resta l'opera per eccellenza delle
Suore della Riparazione ed è la missione dell'Istituto, che perciò avrebbe
ragion d'essere anche se venissero meno le sue attività apostoliche.
Nelle
Esortazioni alle sue Figlie Madre Carolina Orsenigo non si stancava di
ripetere che la Riparatrice deve dimostrare il suo amore a Gesù adorandoLo nel
Tabernacolo e riparando, con Lui, le offese che si fanno a Dio da noi e dagli
altri. "L'adoratrice davanti a Gesù Sacramentato - diceva - avrà
l'ufficio di ringraziarLo per tutte le grazie ed i benefici fatti a lei ed a
tutti gli uomini e a Gesù chiederà perdono per sé e per tutti (...).
L'adoratrice riparatrice si offre in sacrificio al suo Gesù e cercherà di
avere purezza di cuore, adorandoLo e amandoLo anche per chi non Lo ama".
Consumata
dalla fatiche, dopo aver visto espandersi il suo Istituto, Madre Carolina
Orsenigo mori l'8 Luglio 1881.
Se
ne è avviata la Causa di Beatificazione.
L'Istituto
delle "Suore della Riparazione" presente in Italia, Birmania e
Brasile, continua il suo impegno di riparazione, che consiste principalmente:
nell'adorazione perpetua a Gesù Sacramentato, in cui le Riparatrici si
uniscono a Gesù Cristo Vittima nel suo Sacramento per riparare l'onore del
Divin Padre e pregare per la salvezza del mondo;
nel promuovere il culto a Gesù Eucaristico;
nel permeare di spirito adoratore e riparatore ogni attività.
Tratto
da: “Riparazione Eucaristica” 3/2003