ADORAZIONE EUCARISTICA_29

L'Eucaristia non sopporta il sacrilegio

Riprendendo la riflessione sul discorso "eucaristico" di Luca (22,21-28) vogliamo presentare i singoli brani nei due momenti: il materiale narrativo utilizzato dall'Evange­lista e l'uso che egli ne fa in un nuovo contesto, che è pro­prio il contesto eucaristico. Sarà bene rileggere attenta­mente e con calma il brano indicato.

Il materiale narrativo riguarda innanzitutto la losca figu­ra di Giuda e il suo tradimento del Maestro. I vangeli con­cordano nel riferire che fu proprio uno dei dodici a conse­gnare Gesù alle autorità giudaiche; uno chiamato Giuda che ha lasciato un sinistro ricordo di stupore e di scandalo nella Chiesa apostolica. Negli elenchi che gli evangelisti fanno degli apostoli, Giuda lo collocano sempre all'ultimo posto e gli affibbiano il titolo di "traditore".

Matteo e Marco parlano ancora di lui nell'ultima cena, quando riferiscono che Gesù, prima di istituire 1'Eucaristia, denuncia apertamente il tradimento che Giuda sta per compiere (Mt 26,21-25 e Mc 14,17-21). Giovanni - che, come ben sappiamo, non riferisce l'istituzione dell'Eucari­stia- presenta Gesù che preannuncia il tradimento, che of­fre il boccone a Giuda, che chiede a questi di fare presto ciò che vuole fare; e Giuda esce dal Cenacolo e dalla co­munione con Gesù; "ed era notte" annota Giovanni.

Passando ora al nuovo contesto di Luca notiamo che, di­versamente da Matteo e Marco, egli denuncia il progetto criminale di Giuda non prima ma subito dopo l'istituzio­ne dell'Eucaristia. Immediatamente dopo l'istituzione Ge­sù dice: "Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell'uomo dal quale è stato tradito!". Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi fosse (Lc 22,21-23). Luca, facendo seguire la denuncia all'istitu­zione eucaristica fa pensare che il traditore sia nel Cenaco­lo, ancora dopo l'istituzione eucaristica; che "è con me, sulla tavola", la stessa tavola che aveva accolto il pane e il vino trasformati in corpo e sangue di Cristo.

Quindi Luca contrappone la duplice "consegna": da una parte, Gesù che consegna se stesso ai suoi mediante i segni sacramentali; dall'altra, Giuda che consegna Gesù ai suoi nemici.

Ci troviamo di fronte a un contrasto tanto orrendo e tra­gico, tra amore infinito ed egoismo totale, che, come ci di­ce Giovanni riferendosi forse alla stessa circostanza, scos­se Gesù nello Spirito (Gv 13,21).

Ma Luca, il solo che riferisce la morte umiliante e dram­matica di Giuda (At 1,18) sa che Giuda, in realtà, non muore!

C'è sempre qualcuno che calpesta il "per voi" del corpo e del sangue di Cristo. Per cui l'evangelista fa una duplice esortazione. Esorta caldamente i credenti a non tradire la commensalità ("è con me, sulla tavola") che Cristo offre nella sua infinita bontà, donando la sua persona di Redento­re. In fondo Luca non fa altro che riportare e ripetere, usando altre parole, quelle stesse esortazioni che venivano fatte spes­so nelle comunità apostoliche; erano esortazioni riguardanti la fedeltà alla propria vocazione e la fuga del peccato.

Se il trasgressore della legge di Mosè viene messo a morte (cfr Dt 17,6) "di quanto maggior castigo allora pensate che sarà ritenuto degno chi avrà calpestato il Figlio di Dio e rite­nuto profano quel sangue dell'alleanza dal quale è stato un giorno santificato lo Spirito della grazia?" (Eb 10,29).

Luca esorta, poi, a esaminare attentamente la propria co­scienza prima di ricevere il corpo di Cristo per non man­giare e bere la propria condanna (1 Cor 11, 27-29).

 

Cari amici, occorre fare spesso un serio esame di co­scienza e ripetere gli interrogativi che probabilmente risuo­navano di frequente nel Cenacolo e che Luca soltanto rife­risce: "Allora essi cominciarono a domandarsi a vicen­da chi di essi avrebbe fatto ciò" (Lc 22,23).

Occorre anche tener presente che i sacramenti del Batte­simo e dell'Eucaristia, da soli, non rendono automatica­mente l'individuo gradito a Dio!

Allora sarà certamente cosa gradita al Padre guardare Gesù Crocifisso che ci ripete: "Ti ho amato e ho dato la mia vita per te!", e pregarlo con le parole ispirate di Mons. Angelo Comastri:

"O Gesù, mi fermo pensoso ai piedi della Croce: an­ch'io l'ho costruita con i miei peccati! La tua bontà che non si difende e si lascia crocifiggere, è un mistero che mi supera e mi commuove profondamente.

Signore, tu sei venuto nel mondo per me, per cercarmi, per portarmi l'abbraccio del Padre.

Tu sei il Volto della bontà e della misericordia: per que­sto vuoi salvarmi.

Dentro di me ci sono le tenebre: vieni con la tua limpida luce.

Dentro di me c'è tanto egoismo: vieni con la tua sconfi­nata carità.

Dentro di me c'è rancore e malignità: vieni con le tua mitezza e la tua umiltà.

Signore, il peccatore da salvare sono io: il figlio prodigo che deve ritornare sono io!

Signore, concedimi il dono delle lacrime per ritrovare la libertà e la vita, la pace con Te e la gioia in Te. Amen!

A cura di p. Franco Nardi

 

Ha preso su di sé i nostri peccati

Introduzione

Almeno due motivi devono ispirare la nostra preghiera di adorazione in questo tempo di quaresima:

- il bisogno sempre più vivo di ascoltare la Parola di Dio per compiere con decisione il distacco del cuore dal pec­cato e per realizzare una più stretta e intima comunione di vita con il Signore;

- il desiderio di sentirci maggiormente solidali con tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito. Per essi of­friamo il nostro cammino e impegno potenziale.

Ora, davanti a Gesù Eucaristia, invochiamo con since­rità di cuore la misericordia di Dio per noi e per i nostri fratelli.

- Signore, pietà di tutti coloro che sono provati dal dolore. Signore pietà!

- Cristo, pietà di noi che abbiamo peccato. Signore pietà!

- Signore, pietà di coloro che non sanno chiedere perdono, di coloro che non conoscono il valore della comunione, di coloro che non sanno comprendere il valore della sof­ferenza e della penitenza. Signore pietà!

 

Preghiamo

Concedi, Signore, che i tuoi fedeli, formati nell'impegno delle buone opere e nell'ascolto della tua parola, ti servano con generosa dedizione liberi da ogni egoismo e nella comune preghiera a te, nostro Padre, si riconoscano fratelli sempre bisognosi di conversione e di misericordia. Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

LETTURE BIBLICHE

Ascolteremo due brevi letture bibliche. La prima è rica­vata dalle profezie di Isaia: vi è descritta la sofferenza del Servo di Dio, in cui noi riconosciamo la persona di Gesù, che dovrà patire per i nostri peccati. La seconda è un trat­to di lettera di san Paolo ai Corinzi: Gesù, l'innocente, si è fatto" peccato", perché noi, che siamo peccatori, potes­simo diventare "giusti".

 

Prima lettura

 

Dal libro delle profezie di Isaia 53,4-10)

Egli, si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.

Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità.

Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravam sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada;

il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti.

Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca;

era come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca.

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;

chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,

per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte.

Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo,

sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca.

Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione,

vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.

Parola di Dio.

 

Salmo responsoriale dal salmo 102)

Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.

Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici. Il Signore perdona tutte le nostre colpe.

  Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie;

salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e misericordia. Il Signore perdona tutte le nostre colpe.

   Buono e pietoso è il Signore, lento all'ira e grande nell'amore.

Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. Il Signore perdona tutte le nostre colpe.

   Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono. Il Signore perdona tutte le nostre colpe.

 

Seconda lettura

 

Dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinzi (5,17-21)

Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da amba­sciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconcilia­re con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio. Parola di Dio

 

(pausa di riflessione e meditazione)

 

Meditiamo

 

Il duplice aspetto della conversione di un cristiano

La nostra conversione consiste innanzitutto nel fatto che dobbiamo guardare a Cristo, ritrovare Cristo. '*Guarderan­no a colui che hanno trafitto" (Gv 19,37). Non è possibile parlare di conversione cristiana se si prescinde da questo riferimento, da questo "guardare"; il nostro sguardo deve essere rivolto a Cristo e a Cristo Crocifisso.

Guardiamo a Lui per andare a Lui. E, mentre andiamo a Lui ci ritroviamo nella situazione di fede di chi cammina verso il Signore e lo accoglie; ma insieme misura la distanza e dice: "Signore, sono ancora lontano, sono ancora in stra­da". Potremmo dire che siamo sempre abbastanza "mondo", abbastanza di "dura cervice"; siamo sempre uomini dal "cuore di pietra", e il "cuore di carne" è ancora un traguar­do. Il nostro cuore è come la pietra su cui si scolpisce; ab­biamo bisogno di dirci questo, e divenirne consapevoli. Ab­biamo bisogno di misurare la distanza del traguardo: che è l'essere carità come Gesù Cristo, non più schiavi della leg­ge, ma liberi della libertà dei figli di Dio.

 

Se la legge è ancora il nostro pedagogo, se il nostro cuo­re è di "pietra", siamo sempre nell'Antico Testamento. E il traguardo è ben lontano.

Ma lo raggiungeremo nella docilità piena: non con il col­lo eretto e duro" (pubblicano al tempio), ma quando il col­lo si piegherà docile al Signore, obbediente alla sua parola; quando impareremo a diventare discepoli, ad accogliere la nuova Alleanza.

Certo, la dialettica tra l'antica e la nuova Alleanza è reale

nella nostra vita: come è reale la presenza, in noi, dell'antico Adamo, di Caino. Noi siamo ancora così. E ci scopriamo di essere in questo modo quando ci mettiamo di fronte a Gesù Crocifisso.

 

Non possiamo non avvertirci così. Ma, nella misura in cui ci scopriamo in questa maniera, comprendiamo che dobbiamo convertirci al Signore, che abbia­mo estremo bisogno di Lui, e che a Lui dobbiamo rivolgerci: perché soltanto Lui può cambiare un cuo­re di pietra in un cuo­re di carne, può tra­sformarci da Adamo in Gesù Cristo. Credo che potremmo rime­

ditare nella preghiera di adorazione e contemplazione da­vanti al santissimo Sacramento dell'altare queste espres­sioni, risentendole cariche di una densità religiosa capace di aiutarci a ritrovare la profondità e la serietà della con­versione come qualcosa che è dentro di noi, fra noi e Gesù Cristo.

Dobbiamo necessariamente passare da qui e non possia­mo farci sostituire da nessuno. Non possiamo demandare neppure a una comunità, a un gruppo. Il discorso sulla conversione non può non scendere nella profondità perso­nale di ciascuno.

 

(pausa di riflessione personale)

 

Ma c'è anche un altro aspetto che riguarda la nostra conversione ed è precisamente l'aspetto ecclesiale di essa.

Essere in cammino verso Cristo è impegno che ci coin­volge personalmente ma non individualmente, isolatamen­te dagli altri; siamo una comunità cristiana. Siamo sempre - come dice Atti degli Apostoli - "aggregati ai credenti". Questa espressione ci aiuta a capire che la conversione fondamentale, per cui un uomo si decide per Cristo, è quella che lo aggrega ai credenti.

La fede, il Battesimo lo aggrega ai credenti; lo immette nella comunità della Chiesa, lo rende appartenente alla Chiesa. Allora, il nostro convertirci, come cristiani, va det­to alla Chiesa; il nostro ritornare a Gesù Cristo è un essere riaccolti e un riaccoglierci nella Chiesa.

 

Il cristiano, in quanto peccatore, si pone al di fuori della comunità che è una comunità di salvezza, di grazia. E lo stile della vera comunità cristiana è quello di chi non di­sprezza il piccolo, non si scandalizza di chi è debole nella fede, perdona i piccoli debiti, perché il Signore perdona a noi cose enormi.

Questo stile implica tanta misericordia, tanto senso della comunione; e l'impegno della carità fraterna, della corre­zione fraterna, del perdono reciproco. Bisogna che ci edu­chiamo e convertiamo progressivamente alla misericordia, alla carità. Poiché confrontarsi con Gesù Cristo camminare verso di Lui è imparare ad assumere, ciascuno di noi e tut­ta la comunità cristiana, i suoi atteggiamenti di misericor­dia; è tendere a trasformare il nostro cuore, così che da cuore di pietra diventi cuore di carne.

 

Gli esempi illuminano il cammino della nostra conver­sione.

Madeleine Delbrél, ha trovato il senso della Chiesa e del Papa in un momento difficilissimo della sua esperienza.

Veniva dal marxismo, ed era il tempo dell'esperienza dei preti-operai francesi, disapprovati da Roma. La sua giovi­nezza era stata segnata dalla

perdita della fede e scon­volta da una lunga batta­glia, che l'aveva condotta          ' ' a una radicale conversione.

Ebbene, proprio nel mo­mento della condanna di Roma, aveva fatto un viag­gio-lampo, da Parigi a Ro­ma, per restare un giorno intero in San Pietro a pre­gare e per scoprire "il cuo­re della Chiesa". Davanti alla statua di san Pietro commenta: "Questa è pietra; il Signore ha detto che è " la pietra"; eppure a questa pie­tra è chiesto di amare, è chiesto di diventare un cuore vi­vente". E, confessando di aver scoperto in quella occa­sione, a Roma, il Papa e i Vescovi, aveva poi scritto: "Bisogna guardare la Chiesa negli occhi, come i figli la loro madre, e tendere la mano..."; e ancora, parlando del Papa, aveva detto: "Mi sembra che il meglio sia credere che Egli è anzitutto il Padre e agire nella semplicità di questa fede".

Espressioni di una fede molto profonda che ritrova gioiosamente e meravigliosamente il senso della Chiesa e del Papa. E tale fede si fa preghiera, perché la Chiesa di­venti, a tutti i livelli "cuore vivente", "cuore di carne".

 

Dovrebbe essere così per tutti noi. Nessuno può dire: 'Io non centro". Nessuno può dire: "Tocca agli altri". Dovreb­be essere così, per noi e per tutta la Chiesa, il cammino

verso Cristo: che esige conversio­ne, penitenza, continuamente. Cerchiamo di rifiutare l'atteggia­mento del fariseo. Certo, c'è molta verità, molta carità, molto senso cristiano anche quando diciamo: "Preghiamo per i "poveri peccato­ri"; ma c'è anche molta ambiguità nella misura in cui i "poveri pec­catori" sono gli altri, e noi siamo sempre fuori, siamo sempre "i pri­mi della classe". Questo non do­vrebbe mai succedere: perché siamo noi chiamati a convertirci davanti a Gesù Cristo, chiamati a restare in atteggiamento di continua penitenza

perché ci riconosciamo peccatori, ci riconosciamo "mondo".

Allora ci sentiamo solidali con gli altri peccatori; solidali nel nostro ritornare a Cristo, nella volontà di conversione, nella penitenza: ritrovando un mo­tivo di più per essere misericordiosi gli uni verso gli altri, per perdonarci reciprocamente, per accoglierci; così come il Signore ci ha perdonato e ci ha accolto.

 

PER SCENDERE IN PROFONDITÀ

Quando sperimentiamo di aver fatto qualcosa che inter­pretiamo come peccato, perché fuori dalla comunione di Dio, alla prospettiva cristiana, partiamo da lì per dire: "Devo convertirmi, devo cambiare, devo ritornare a Gesù Cristo".

Ed è giusto che sia così: perché nulla di ciò che tocca la nostra vita è estraneo alla comunione; e la comunione con Dio è vitale, determina comportamenti conseguenti sul piano pratico, morale. Noi non serviamo Dio, non siamo in comu­nione con Lui, se non viviamo in un certo modo, se non tra­duciamo certi valori, se non realizziamo certe cose. Allora, se ci capita di non vivere coerentemente a certi valori, ricono­sciamo di essere in peccato. Proprio questa consapevolezza può diventare il punto di partenza della conversione.

 

Ma vi è anche un secondo livello di profondità della no­stra conversione. Pur accettando che il peccato originale non esiste più come entità dentro di noi, tuttavia ricono­sciamo che c'è in noi una situazione obiettiva che ci rende bisognosi di essere guariti da Cristo.

Qual è la verità del nostro dirci peccatori e del nostro ripe­tere: "Signore, abbi pietà"? Siamo peccatori soltanto per gli atti che commettiamo, o lo siamo molto più profondamente?

Credo proprio che il cammino della conversione dovreb­be essere così profondo da farci un po' male: perché ci mette continuamente di fronte alla verità: "Tu hai fatto questo, tu sei quell'uomo" (2 Sam 12,7).

La parola di Natan a David è anche per noi, cioè dovrem­mo imparare a ripetere spesso con Isaia: "Sono perduto, per­ché un uomo dalle labbra impure io sono" (Is 6,5).

 

I Santi hanno questa lucida coscienza di sé di fronte a Dio. Ricordiamo un'espressione molto forte e molto bella di santa Caterina da Genova che, quando tenta di descrivere la sua esperienza di Dio, lo definisce così: "Dio è nettezza".

Anche santa Teresa d'Avila, al termine della sua Auto­biografia, scrive: "...e vidi che Dio è verità". Coglie la ve­rità di Dio; e insieme sente che tutto quello che non è Dio, che non è rapporto con Lui, è soltanto una menzogna.

Dio solo è l'autenticità. Gesù Cristo è l'autenticità e ci sta dinanzi. Ci è sempre davanti.

Cari amici, bisogna che preghiamo molto, in questa ora di adorazione perché il bisogno della conversione sia vero, ci tocchi veramente dentro, arrivi al livello più profondo della nostra vita. Dobbiamo convertirci avvertendo dinanzi a Dio presente nel santissimo Sacramento, nella nostra vocazione alla comunione, il desiderio di lasciarci ferire dalla comu­nione. Perché siamo noi, non le strutture o i riti, a doverci convertire. Siamo noi che dobbiamo decisamente verifica­re dentro il nostro cuore la dissonanza con Dio, con Gesù Cristo, per implorare e ottenere la sua salvezza.

È una grazia immensa poter dire con verità: 'Figlio di Dio, abbi pietà di me, sono un peccatore; ho bisogno di es­sere salvato da Te; Tu solo sei il Salvatore".

Se non sappiamo dire questo, che tipo di uomo o donna siamo? Siamo ancora cristiani?

Che Dio è quello in cui diciamo di credere? È ancora la misericordia? È ancora il Dio salvatore?

E che tipo di comunione tra noi e Dio portiamo avanti? Oggi, è assolutamente importante recuperare il senso profondo della nostra conversione nella prospettiva della co­munione. Ma se lo recuperiamo, prima nella fede ma anche a livello di esperienza vissuta, se il Signore ci dà questa grazia, allora recuperiamo in profondità che cosa significa essere cristiani e, di conseguenza, essere anime eucaristi­che riparatrici.

 

Preghiera conclusiva

Il Signore santo e misericordioso è il nostro Dio, e noi siamo il suo popolo, Chiesa che edifica e anima con il suo Spirito di santità. Invochiamo il suo aiuto, per essere santi secondo la sua Parola, dicendo: Donaci il tuo Spirito di santità.

- Per il Papa che visita la Chiesa sparsa in tutto il mondo: lo Spirito di Dio lo renda forte contro la violenza e 1'oppressione, instancabile nell'an­nuncio missionario del van­gelo, solidale con i poveri. Preghiamo: Donaci il tuo Spirito di santità.

- Per i governanti e le classi politiche: illuminati dai comandamenti che sono spirito e vita, operino per la diffusione degli autenti­ci valori dell'uomo e per il consolidamento del be­ne comune. Preghiamo. Donaci il tuo Spirito di santità.

- Per le persone che soffro­no e muoiono di fame, se­te, freddo, malattie, violen­za, guerre, droga: la loro speranza di vita possa contare sempre sul nostro amore. Preghiamo: Donaci il tuo Spirito di santità.

- Per la nostra Chiesa locale: la sua sollecitudine pastorale per i poveri sia condivisa nella comunità e nelle famiglie cristiane. Preghiamo: Donaci il tuo Spirito di santità.

- Per noi, che nell'Eucaristia celebriamo il sacramento del­la fratellanza cristiana: la nostra vita sia eucaristia per gli altri, amando il prossimo come noi stessi. Preghiamo: Preghiamo: Donaci il tuo Spirito di santità.

 

O Dio, onnipotente ed eterno, nella tua bontà, non hai voluto permettere che noi, tuoi figli, distruggessimo l'ope­ra della tua sapienza e della tua bontà. Il tuo amore ha su­perato la nostra malizia, la tua potenza ha soccorso la no­stra debolezza, la tua misericordia ha distrutto i nostri pec­cati. E noi, mossi dalla tua grazia, ti adoriamo e ti ringra­ziamo. A Te, onore e gloria nei secoli, per Cristo nostro Si­gnore. Amen.

 

LA MISSIONE DEI TABERNACOLI

Va’ sono tue le mie prigioni

I ° parte

Beato chi abita la tua Chiesa: sempre canta le Tue lodi!

Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio Salmo 84 (83)

"Vieni a passare un po' della notte sveglia nei miei Ta­bernacoli, nelle mie Prigioni. Sono tue e Mie. Ciò che mi portò là fu l'amore".

La vita di intima unione con Gesù, porta Alexandrina a partecipare degli stessi sentimenti e condizioni che sono proprie dell'Amato, ed in tal senso i Tabernacoli, le prigio­ni d'amore di Gesù, diventano anche le prigioni d'amore e di dolore di Alexandrina.

Il fine è di consolare l'Amato offeso dal peccato dell'in­differenza verso la Sua Presenza Eucaristica; conseguenza benefica della riparazione è il perdono dei peccatori e quindi la loro salvezza: la più grande consolazione e gioia di Gesù, e della Santissima Trinità.

"Sei un canale per il quale", le dice Gesù, "devono passare le grazie che dovrò distribuire alle anime e per il quale le anime dovranno venire a Me.

Per mezzo tuo saranno salvi molti, molti peccatori: non per i tuoi meriti, ma per Me che cerco tutti i mezzi per salvarli.

"Vieni figlia mia a rattristarti con Me partecipando alla Mia prigionia d'amore e riparando tanto abbandono e oblio".

Alexandrina:

`...Ore della notte sveglia in continua unione con Gesù. Le sue Prigioni d'amore sono le mie prigioni, sempre con­sumata in ansie di amarlo. Tutto in silenzio, io con Lui.

- Non sei solo, mio Amore: io sto con te, Ti amo, sono tua tutta...­

- Mio Gesù, dissi con la mente, da ogni palpito del mio cuore voglio strappare un'anima dagli artigli del demo­nio e voglio tanti atti d'amore per i vostri Tabernacoli, quanti granelli di sabbia ha il mare...­

Gesù triste...

"... Vuoi consolarmi? Vuoi consolare il Santificatore del­la tua anima? Sai chi è? È il tuo Gesù!

Va' ai Tabernacoli! Va' a praticare opere di Misericordia. Va' a con­solare i tristi. Io sono tanto triste! Sono tanto offeso! Va' al tuo com­pito: soffrire, amare, riparare".

Alexandrina:

"Contemplavo il cielo e le stelle. Chiedevo a Gesù di moltiplicare milioni e milioni di volte più del numero delle stelle, i miei atti d'amore versi i Tabernacoli.

Non lo volevo solo e volevo che la' avesse solo amore".

Gesù carcerato e schernito.... "Non hai compassione di Me? Sono nei Tabernacoli tutto solo. Tanto schernito, abbandonato e tanto offeso... Va' a conso­larmi e a riparare: ripara tanto abbandono.

Visitare i carcerati e consolarli è opera buona. lo sono carcerato e carcerato per amore. lo sono il Carcerato dei carcerati.

Alexandrina:

"Vorrei, mio Gesù, stare alla Vostra Presenza giorno e notte, ad ogni ora stare unita a Voi e non lasciarvi, mio Gesù, tutto solo; vorrei non assentarmi neppure un istante e darvi tutto quanto posseggo e che appartiene tutto a Voi: il mio cuore, il mio corpo con tutti i suoi sensi: è tutta la mia ricchezza".

Gesù invita ora Alexandrina ad essere presente spiri­tualmente con maggior assiduità nei Tabernacoli più abbandonati:

"Sono tanti, tanti e tanti quelli in cui sono lasciato solo: per giorni e giorni le anime non Mi visitano, non Mi ama­no, non riparano; quando vanno, lo fanno per abitudine, per un obbligo.

Sai che cosa non manca colà? Un torrente di peccati e di crimini. Sono i loro atti di amore, così Mi consolano, così Mi riparano, così Mi amano".

Alexandrina:

"O mio caro Gesù, io mi unisco in spirito, in questo istante e da questo momento per sempre a tutte le Sante Ostie della terra in ogni luogo dove abitate Sacramentato. Lì voglio trascorrere tutti i momenti della mia vita, conti­nuamente, di giorno e di notte, allegra o triste, sola o ac­compagnata, sempre a consolarvi, ad adorarvi, ad amarvi, a lodarvi, a glorificarvi".

Pochi giorni dopo Gesù gliene indica altri:

"Ciò che mi portò nelle Prigioni fu l'amore. E per tanti, per che cosa? Non credono alla Mia esistenza, non credo­no che lo abito là! Bestemmiano contro di Me. Altri credo­no, ma non Mi fanno visita: vivono come se lo non fossi presente là.

Vieni qui, sono tue e Mie. Ti ho scelta per farMi compa­gnia in questi piccoli rifugi: tanti sono così poverelli .... ma là dentro tanta ricchezza! Vi è la ricchezza del Cielo e del­la Terra".

Alexandrina:

"Mio Gesù, Vi offro la mia tristezza, le mie nostalgie, il desiderio che ho di riceverVi, per coloro che Vi dimentica­no, che Vi disprezzano e che vivono come se voi non esiste­ste nella Santissima Eucaristia".

Maria Rita Scrimieri

 

 

MIRACOLI EUCARISTICI

Quel 24 maggio 1608 a Faverney

Faverney è una cittadina dell'Alta Saóne, a una venti­na di Km da Vesoul, e nel 1600 era famosa per un'abbazia benedettina che attirava molta gente della Borgogna, data la presenza di un'immagine miracolosa della Madonna Bianca, celebre per avere risuscitato centinaia di bambini morti senza battesimo. Naturale che i monaci organizzassero festeggiamenti solenni, soprattutto in concomitan­za con la Pentecoste. Così fecero anche quel 24 maggio 1608, nonostante nel monastero fossero ri­masti soltanto sei religiosi e due novizi che pensavano solo alla manutenzione dell'orto (per sopravvivere), tra­scurando- Dio li perdoni!- la chiesa, le suppellettili sacre, la bi­blioteca e tutto quanto distingue una casa comune da una casa del Signore.

Erano i tempi della diffusione del calvinismo, che aveva attec­chito non solo nelle "intelligenze" laiche, ma anche in quelle di qualche membro della Chiesa. Tuttavia la festa della Pentecoste aveva "retto", se non altro perché si temeva la reazione della gen­te, devotissima della "sua" Madonna. Il sacrestano don Jean Gar­nier quell'anno preparò quindi il solito altare per l'esposizione del SS.mo Sacramento, un altare posticcio con tabernacolo, ostenso­rio, due candelieri, due lampade ad olio, un baldacchino di raso rosso, e naturalmente la miglior tovaglia bianca, sulla quale aveva attaccato con uno spillo il "Breve" di Papa Clemente VIII che rin­novava le indulgenze concesse dai suoi predecessori all'abbazia, unito alla lettera del vescovo che autorizzava la pubblicazione del rescritto pontificio.

La sera della vigilia si fece la solita esposizione solenne che si protrasse fino a notte inoltrata e che si ripeté la sera della festa con la partecipazione di una folla superiore a quella degli anni prece­denti. 1 monaci si stupirono e si chiesero se non fosse un segno che li richiamava a un'osservanza più fedele dei loro impegni.

La notte del lunedì don Jean Garnier si svegliò all'improvviso con uno strano presentimento e corse in chiesa, ma non poté en­trarvi perché respinto da un acre odore di fumo che gli toglieva il respiro. Diede l'allarme e accorsero i confratelli, uno dei quali si attaccò alle campane, svegliando il paese. Quando si riuscì a en­trare ci si rese conto della tragedia: il fuoco aveva bruciato tutto. Mentre si guardavano attorno sgomenti, rimproverandosi di non aver pensato all'eventualità di un incendio, un novizio gridò al miracolo. L'ostensorio era sospeso nel vuoto, leggermente piega­to e con le ostie intatte (siccome era piuttosto grande, ve ne erano state messe due) e luminose. Erano intatti anche il Breve del Pa­pa e la lettera del vescovo. La notizia valicò i muri dell'abbazia e la gente si buttò dal letto, mentre l'abate mandò subito un mona­co al convento dei Cappuccini di Vesoul perché venissero imme­diatamente e redigessero un resoconto di quanto era successo. Il monaco arrivò a Vesoul con una folla di curiosi, perché per strada raccontava a tutti quello che stava accadendo nell'abbazia. 1 Cap­puccini arrivarono, osservarono e fecero un resoconto dettagliato con l'ostensorio sempre lì, sospeso nel vuoto come una visione. Mentre celebrava Messa il parroco di Menoux, si sentì un suono improvviso, simile a quello della vibrazione d'una lastra di metallo, e si vide l'ostensorio raddrizzarsi e scendere lievemente sul corpo­rale, "come se fosse stato deposto con rispetto da un uomo di Chie­sa", scrissero i Cappuccini nella relazione.

Il miracolo era durato 33 ore.

Molti calvinisti si convertirono insieme alle rispettive famiglie e i monaci "riscoprirono" il valore della loro consacrazione.

Le ostie fecero altri miracoli, salvarono Faverney da incendi e varie epidemie. Oggi esse non esistono più: una sparì nel 1794, distrutta probabilmente da un profanatore, l'altra si è disintegrata col tempo. Il miracolo fu comunque riconosciuto dall'autorità ec­clesiastica che autorizzò una festa e che fu solennemente ricorda­to nel 1908 con un Congresso Eucaristico nazionale.

Egidio Picucci

Tratto da : “Riparazione Eucaristica” 3/2001