ORA
DI ADORAZIONE EUCARISTICA_27
Voce
del cuore:
Come
si sta davanti a un Re? Io non lo so, Sìgnore.
Re
della terra non ne ho mai incontrati. Tu sei il Re!
Sei
il Re dei re...
Il
fatto che non ti veda non dovrebbe cambiare nulla; perciò non vorrei
circondarti di meno onore. Sei il mio Re.
A
te levo i miei occhi; umilmente levo il mio sguardo in cerca del Tuo, o mio
Signore per dirTi ancora eccomi: il tuo servo ti ascolta...
Voce
del Vangelo:
S.
Giovannî racconta: "Quando sentirono che Gesù stava per arrivare a Gerusalemme,
presero rami di palma e gli andarono incontro. E gridavano:
OSANNA,
GLORIA A DIO BENEDETTO COLUI CHE VIENE NEL NOME DEL SIGNORE BENEDETTO IL RE D'ISRAELE".
(12,12-13)
Voce
del cuore:
Signore,
oggi sono io per te Gerusalemme; Tu mi vieni incontro E, anch'io, ECCOMI, voglio
accoglierti da Re osannando e proclamando la mia fede: benedetto il re
d'Israele, benedetto Colui che viene nel nome del Signore.
Guarda
Gesù:
Tu
vedi trasformati i rami di palma nelle mie mani nei miei sentimenti, nei miei
pensieri,
nelle
azioni di questo giorno che ti presento come dono di tutto me stesso.
Sono
poca cosa, forse niente, ma a un Re Onnipotente cosa può importare il valore
delle cose?
O
tu vuoi che io sia triste perché sono povero mentre tu sei il Re?
Voce
del Vangelo:
S.
Matteo racconta:
"Gesù
mandò avanti due discepoli. Disse loro: `Andate nel villaggio che è qui di
fronte a voi, e subito troverete un'asina e il suo puledro, legati. Slegateli e
portateli a me. E se qualcuno vi domanda qualcosa, dite così: il Signore ne ha
bisogno, ma poi li rimanda indietro subito'.
E
così si realizzò quel che Dio aveva detto per mezzo del profeta:
Dite
a Gerusalemme: guarda il tuo re viene a te. Egli è umile,
e
viene seduto su un asino, un asinello, puledro d'asina.
I
discepoli partirono e fecero come Gesù aveva comandato. Portarono l'asina e
il puledro, gli misero addosso i mantelli e Gesù vi montò sopra."
(21,1-7)
Voce
del cuore:
Signore
Ti
adoro.
Dai
miei occhi
sgorgano
lacrime di commozione: tu RE del cielo e della terra nascondi la tua maestà
sulla
groppa di un semplice asinello per venirmi incontro da amico, da fratello.
Tu
non vuoi farmi vergognare, non vuoi farmi arrossire, non vuoi mettermi a
disagio...
Tu,
il RE...
Ci
può essere una cortesia, una finezza più squisita della tua?
Tu
hai rispetto della mia povertà e per questo te ne stai pure in un'Ostia.
Per
rispettare la mia cecità che non potrebbe resistere davanti al tuo splendore.
Voce
della Chiesa:
Tutti
Acclama il tuo re Gerusalemme viene a te su un umile asinello
Lodate
il Signore del cielo; dall'alto del cielo lodatelo!
Lodatelo
angeli tutti Voi sue schiere lodatelo!
Tutti
Acclama
il tuo re Gerusalemme viene a te su un umile asinello
Lodatelo
sole e luna
Voi,
splendide stelle, lodatelo!
Lodatelo
altissimi spazi E anche voi, acque del cielo!
Tutti
Acclama
il tuo re Gerusalemme viene a te su un umile asinello
Lodate
tutti il nome del Signore A un suo comando foste creati Vi rese stabili per
sempre
Fissò
una legge che non passerà
Tutti
Acclama
il tuo re Gerusalemme viene a te su un umile asinello
Lodate
il Signore della terra Mostri e abissi del mare
Fuoco
e grandine, neve e nebbia Uragani docili alla sua parola.
Tutti
Acclama il tuo re Gerusalemme viene a te su un umile asinello
Lodatelo
montagne e colline alberi da frutto e foreste animali selvatici e domestici
rettili e uccelli dell'aria.
Tutti
Acclama
il tuo re Gerusalemme viene a te su un umile asinello
Lodatelo
re della terra lodatelo nazioni tutte principi e governanti del mondo.
Ragazzi,
ragazze, vecchi e bambini lodate tutti il nome del Signore. (Salmo 148)
Voce
del Vangelo:
S.
Matteo ancora racconta:
'I
maestri della legge videro le cose straordinarie che aveva fatto, sentirono i
bambini che gridavano: `Gloria al figlio di Davide!' e si arrabbiarono. Dissero
a Gesù:
-
Ma senti che cosa dicono?
Gesù
rispose: - Sì, sento. Ma voi non avete mai letto nella Bibbia queste parole:
`Dalla bocca dei fanciulli e dei bambini ti sei procurata una lode?'
-
Poi li lasciò e se ne andò via. Uscì dalla città e passò la notte a Betania."
(21,15-17)
-
Chi sono io dei figli di Gerusalemme: un dottore della legge o un bambino?
-
Cosa faccio più spesso: critico o lodo Dio?
-
Mi dà fastidio il successo degli altri o ne godo con semplicità?
-
Come mai Gesù passò la notte a Betania? Dove erano i suoi acclamatori? Nessuno
si offri ad ospitarlo dopo la gloria?
Voce
del cuore:
Signore
Dammi un cuore di fanciullo
Per
farmi testimone fedele e semplice, tuo servitore e cantore
Tutti
O re mite e umile noi ti preghiamo Signore liberami dalla grettezza della
superbia invidiosa dei doni altrui; apri i miei occhi alla Tua grandezza e il
mio cuore alla stima dei fratelli.
Tutti
O re mite e umile noi ti preghiamo Nessuno degli abitanti di Gerusalemme Ti
diede ospitalità dopo averti acclamato;
che
la mia fede non sia l'entusiasmo di un momento ma un sì senza ripensamenti.
Voce
della Chiesa
FRATELLI,
adoriamo Cristo nostro Re. Facciamoci aiutare da Maria modello della nuova
Gerusalemme.
Il
suo canto di esultanza e di gratitudine risuoni ancora sulle nostre labbra.
Dall'unione verticale con Cristo mediante la comunione, Paolo passa all'unione orizzontale, o ecclesiale, mediante "l'unico pane" e "il solo corpo". Dice infatti: "Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane" (1Cor 10,17).
L'apostolo insiste in modo quasi martellante su "un solo", ripetuto ben tre volte, che mette in rapporto con "molti", o "tutti", che vengono ricondotti a unità. Egli esprime e sviluppa il suo pensiero in tre momenti logicamente ben collegati fra di loro:
1.
C'è un solo pane
2.
Noi partecipiamo all'unico pane
3.
Pur essendo molti siamo un corpo solo.
Quindi
l'unico pane fa sì che i molti cristiani - di Corinto e di ogni luogo -
formino un solo corpo. Giovanni Damasceno riferendosi a 1Cor 10,17, si esprime
così:
"Proprio perché partecipiamo a un solo pane, diventiamo tutti un solo corpo di Cristo, un solo sangue e membri gli uni degli altri, essendo stati fatti concorporei con Cristo".
Vogliamo
ora rapidamente soffermarci sul significato di ogni frase.
C'è
un solo pane.
È "il pane che noi spezziamo", cioè il pane eucaristico. Non è
necessario pensare che a Corinto si celebrasse con una sola pagnotta di pane,
perché dietro l'unicità del pane c'è il Cristo unico, che si rende presente
nel pane consacrato a Gerusalemme, ad Antiochia, a Triade.
Pur
essendo molti siamo un solo corpo.
La molteplicità dei cristiani è ridotta a unità, "un solo corpo".
Ma qui qual è il significato di "corpo"? Ha un valore simbolico,
metaforico o sacramentale? Si tratta di sapere se qui "corpo" indica
la comunità cristiana oppure se è il corpo eucaristico di Cristo.
Gli studiosi propendono sempre più per il valore sacramentale: un solo corpo è il corpo di Cristo reale e individuale, datore di Spirito Santo e redentore che si rende presente nell'Eucaristia.
Ma
una volta che si è affermato che si tratta del "corpo" eucaristico
si deve prendere in considerazione il valore che si aggiunge a tale
"corpo", in quanto la frase in cui si trova suona letteralmente così:
"Un corpo siamo in molti" (10,17). Inversamente da quanto avviene per
il cibo naturale, il corpo eucaristico unisce intimamente a sé coloro che lo
ricevono in nutrimento; in Giovanni Gesù dirà: "Chi mangia me, vivrà per
me" (Gv 6,57).
Tutti
infatti partecipiamo dell'unico pane.
La partecipazione all'unico pane eucaristico fa sì che i comunicanti si
uniscano all'unico Cristo che è presente nel pane consacrato e di conseguenza
si ritrovano in unità fra di loro.
In
conclusione Paolo, sottolineando l'unione del tutto particolare che
l'Eucaristia realizza con il comunicante, vuole raggiungere un molteplice
scopo: tenere lontani i corinzi dall'idolatria, ammonire i forti perché non
danneggiano i deboli sul fatto degli idolotiti (10,22-33), portare tutti a
vivere nell'unità e nella fedeltà alla loro vocazione. Con questo stretto
legame di causa ed effetto tra Eucaristia e Chiesa, per quello che riguarda
l'esistenza e l'unità della Chiesa, Paolo indica nello stesso tempo la natura
eucaristica della Chiesa. Dice che la Chiesa è tale mediante l'Eucaristia.
Dunque
la Chiesa stessa non può non mettere al primo posto della sua vita e della sua
missione la Celebrazione eucaristica e il culto eucaristico. A proposito della
venerazione al santissimo Sacramento il Papa afferma: "Al di fuori della
celebrazione eucaristica, la Chiesa si prende cura di venerare l'Eucaristia che
deve essere conservata come il centro spirituale della comunità religiosa e
parrocchiale".
Cosa
fa il cristiano quando adora il santissimo Sacramento dell'altare? E il
Pontefice stesso che risponde con estrema chiarezza, fugando ogni dubbio circa
l'efficacia dell'adorazione stessa: "Attraverso l'adorazione, il cristiano
contribuisce misteriosamente alla trasformazione radicale del mondo e alla
diffusione del Vangelo. Ogni persona che prega il Salvatore trascina dietro di sé
il mondo intero e lo eleva a Dio.
Coloro che si incontrano con il Signore svolgono dunque un eminente servizio; essi presentano a Cristo tutti coloro che non lo conoscono, o che sono lontani da lui, in loro nome".
Charles
de Foueauld (1858-1916)
Charles-Eugène de Foucauld nacque a Strasburgo il 15 settembre 1858 da una famiglia fieramente aristocratica. Per proseguire un'autentica tradizione di famiglia accettò d'iscriversi, senza grande interesse, all'accademia militare di Sannt-Cyr. Da qui venne trasferito ad una scuola di cavalleria leggera, dove si diplomò nel 1879, all'ottantaseiesimo posto in una classe di ottantasette alunni. L'ispettore generale lo descrisse come "una persona la cui unica preoccupazione era quella di divertirsi".
Inviato
in missione in Nord Africa, fece l'esperienza della religiosità mussulmana.
"Il contatto con questa fede - scrisse - e con gli spiriti che vivevano
sempre alla presenza di Dio mi aiutò a capire che c'era qualcosa di più grande
e di più reale dei piaceri di questo mondo".
Una
forza nuova e irresistibile lo stava attirando a sé, ma non sapeva dove. In
preghiera ripeteva: "Mio Dio, se esisti, rivelami la tua esistenza".
Nell'autunno del 1886 decise d'affidarsi alla guida spirituale del reverendo parigino
Huvelin, determinante per la sua conversione e per il desiderio di consacrarsi
totalmente a Dio. Più tardi scriverà: "appena credetti che Dio esisteva,
compresi che non potevo fare altro che vivere per lui. La mia vocazione
religiosa nacque insieme alla mia fede".
Dopo
un pellegrinaggio in Terra Santa, entrò nell'ordine dei Trappisti. Vi passò
sette anni e tuttavia non ne restò soddisfatto, in quanto il rigore che vi
regnava era ancora ben lontano dai suoi ideali di povertà. Tornò in Terra
Santa e trovò impiego come inserviente presso un convento di Clarisse, deciso
ad emulare la "vita nascosta" di Gesù. Ma la sua santità era così
palese da attirare l'attenzione della Superiora. Ella riuscì a convincerlo
che aveva una missione più importante da compiere nel mondo e lo invitò a
diventare sacerdote. Pur sentendosi indegno dell'ordinazione, il sogno di
fondare una comunità di fratelli che condividessero il suo stile di vita lo
rallegrava.
Subito
dopo la sua ordinazione nel 1901, Charles tornò in Nord Africa. Decise che per
attuare la sua nuova missione non occorreva vivere nella città di Nazaret.
Nazaret poteva essere qualsiasi altro luogo. Così fece ritorno in Algeria,
nell'oasi di Beni-Abbès al confine con il Marocco. Beni-Abbès era una
colonia prevalentemente araba e sede di una guarnigione francese. La sua
missione era divisa tra l'assistenza agli arabi e il servizio pastorale alle
truppe. Era l'unico sacerdote nell'arco di quattrocento chilometri. Si
considerava l'avamposto di una comunità di "Piccoli Fratelli" che
vivessero tra i poveri, in spirito di servizio e solidarietà. Ma seguaci non vi
giunsero mai: all'epoca non erano molti quelli disposti a comprendere il suo
nuovo metodo missionario; meno ancora coloro che avrebbero sopportato uno
stile di vita così austero, estremo e quasi impossibile.
Nel
1905, alla ricerca di un ambiente più remoto, Charles mosse verso il Sahara
interno, nella remota regione dell'Hoggar. Stabilì la sua nuova residenza a
Tamanrasset, piccolo villaggio di circa venti famiglie della tribù dei
Tuareg. Costruì una casa di pietre e canne, un piccolo parlatoio, un refettorio
e una serie di cellette, sperando sempre nell'arrivo di nuove reclute che però
non accolsero mai il suo appello. Per raggiungere Tamanrasset, ci volevano
sessanta giorni di viaggio nel deserto!
Due
anni dopo, ottenne dal Vaticano una dispensa per costruire un tabernacolo e dire
messa da solo. In quell'oasi desolata, la presenza dell'Eucaristia era la
presenza di Cristo tra i più abbandonati e dimenticati. Trascorreva lunghe
ore in adorazione silenziosa: il suo motto era: diventare contemplativo.
"Non soffro affatto di questa solitudine - scriveva - ma la trovo
dolcissima: ho il Santissimo Sacramento, il migliore degli amici, al quale
parlare giorno e notte... Amiamo Gesù, perdiamoci davanti al Santissimo
Sacramento: là c'è tutto, l'Infinito, Dio... Oh! Potessimo perderci e
inabissarci, fino alla morte, nell'oceano dell'amore del nostro beneamato Gesù...".
Così
si preparava alla chiamata che piacque al Signore di fargli ascoltare la sera
del 1° dicembre 1916, per mano di un ribelle Tuareg. Già nel 1897; mentre
viveva a Nazaret, annotava nel suo diario: "Pensa che prima o poi morirai
martire, privato di ogni cosa, accasciato nudo per terra, a malapena
riconoscibile, coperto di sangue e ferite, violentemente e penosamente
ucciso... Augurati che ciò accada oggi... Pensa spesso a questo tipo di
morte, preparati a essa e giudica le cose nel loro giusto valore".
Liberamente tratto da: Robert Ellsberg, PER UNA FRATERNITÀ UNIVERSALE (Scritti scelti di Charles de Foucauld)
N.B.:
Dopo la morte di fratel Charles, sorgeranno discepoli in tutte le nazioni del
mondo. Oggi, si contano una dozzina di istituti di vita consacrata, cinque
istituti religiosi e una quarantina di movimenti che si ispirano al suo
carisma.
Questa fu l'ultima preghiera del nostro Maestro, del nostro Amato. Possa anche essere la nostra. E possa essere non solo quella dell'ultimo istante, ma anche di ogni momento:
"Padre,
mi consegno nelle tue mani; Padre, io mi abbandono a te, mi affido a te.
Padre, fa' di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me, ti
ringrazierò! Ringraziandoti per ogni cosa, sono pronto a ogni cosa, accetto
ogni cosa, ringrazio per ogni cosa. Purché la tua volontà si compia in me, mio
Dio, purché si compia in tutte le tue creature, in tutti i tuoi figli, in tutti
quelli che il tuo cuore ama, non desidero nient'altro, mio Dio. Rimetto la mia
anima nelle tue mani. Te la dono, mio Dio, con tutto l'amore del mio cuore,
perché ti amo. Ed è per me un'esigenza di amore il donarmi. Metto me stesso
senza riserve nelle tue mani, con infinita confidenza, poiché tu sei il Padre
mio".
Tratto
da: “Riparazione Eucaristica”