ADORAZIONE EUCARISTICA_26

«Io sono con voi sino alla fine del mondo»

Introduzione

Gesù è risorto!

Vive in mezzo a noi… Vive con, noi… Vive in, noi… sempre, giorno e notte, fino alla fine dei secoli, fino alla consumazione del tempo.

Dovunque andiamo, dovunque ci rechiamo, qualsiasi cosa facciamo, pensiamo… Lui è con noi!

Ad ogni Santa Messa, si immola, per noi, per riparare il peccato dell’uomo, davanti al Padre…

Ad ogni Santa Messa, Gesù-Dio, si fa Pane per noi, si fa Vino per noi, per farci vivere di Lui e, in Lui e, con Lui, fino la fine dell’ultimo giorno…

Si umilia, sotto le eucaristiche specie del pane e del vino, per stare assieme a noi.

Mangiamo di questo Pane, beviamo di questo Vino, per avere sempre con noi Gesù-Vita, l’Amore, la Sapienza, la Carità, per poterne dare a tutti gli uomini, per potere testimoniare a tutto il mondo la Potenza di Dio.

 

Preghiera

Gesù Eucaristia, permettici di cantarti il nostro Alleluia "per la strada" in questo pellegrinaggio terreno, per alleggerire il nostro fardello, mentre confidiamo dalla tua bontà che un gior­no verremo a cantarlo "nella patria" con Maria, gli Angeli e i Santi che ti fanno corona.

Tutto è per noi Cristo.

 

Dal Vangelo secondo Matteo

Gli undici discepoli, poi, si recarono in Galilea, sulla montagna che Gesù aveva loro indicato.

Quando lo vide­ro, gli si prostrarono davanti, benché alcuni avessero dubi­tato.

Gesù si avvicinò e parlò loro dicendo: «A me fu dato ogni potere in cielo e sulla terra.

Andate dunque, istruite tutte le genti; battezzatele nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Insegnate loro a praticare tut­to ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo».

 

Pausa di silenzio

 

Gesù si rivela

« Gesù si avvicinò e parlò loro dicendo: "A me fu dato ogni potere in cielo e sulla terra"». Gesù si rivela dunque come il "Figlio dell'uomo "intravisto da Daniele (7, 14), cioè quel misterioso personaggio, simbolo celeste del popolo per­seguitato, che sulle nubi del cielo riceve il potere riservato a Dio, il potere del giudizio. Nel momento supremo della sua vita, quando, alla fine, sapendosi ormai condannato, Gesù decide di affermare, davanti al Sinedrio, chi egli è, dichiara: « Ormai vedrete il Figlio dell'uomo sedere a destra della Mae­stà divina e venire sulle nubi del cielo » (26, 64).

Da qui Gesù si presenta come il Signore glorificato e stabili­to fin da adesso come Giudice supremo sul mondo intero. Per questo si può « avvicinare » ad essi, con un titolo del Dio della fine dei tempi: «Colui che viene» (Ap 1, 4).

 

La Chiesa in missione nel mondo

L'invio in missione dei discepoli è l'invio della comunità cristiana, in tutta la sua storia, è il nostro invio in missione.

La comunità di Matteo appare tanto simile alla nostra. Ric­ca di duemila anni di tradizione, è la nostra comunità stretta attorno al suo Signore, che proclama e serve nella Liturgia. Da Lui ha ricevuto un insegnamento che si sforza di « com­prendere », di cui cioè vuole scoprire tutte le implicazioni, per viverlo pienamente e compiere così « ogni giustizia ». Con­tinuamente tentata di chiudersi in se stessa, riesce però a ca­pire che è una « Chiesa per il mondo », in marcia verso la Ga­lilea dei pagani.

 

Preghiamo per la Chiesa: Ave Maria…

 

Essa non è il Regno, ma sa di essere il segno nel mondo, del Regno di Dio, di essere cioè il « luogo » in cui il Figlio dell'uomo deve poter esercitare con pienezza la sua signoria e, di qui, irradiarla su tutti gli uomini.

 

Preghiamo per la Chiesa: Ave Maria…

 

La Chiesa deve vivere nella vigilanza, poiché l'attesa, prolungandosi, rischia di appannare il suo zelo.

 

Preghiamo per la Chiesa: Ave Maria…

 

Deve essere una comunità di discepoli, cioè di persone che «seguono il Cristo» e vivono in conformità con il loro Maestro, nel vicendevole servizio, sapendo come le uniche consegne che egli ha lasciato non siano, insieme con l'amo­re, se non la misericordia e il perdono.

 

Preghiamo per la Chiesa: Ave Maria…

 

Infine, la missione della Chiesa è universale. Il coman­do di Gesù è esplicito: «Istruite tutte le genti». Fa meravi­glia sentire così sulle labbra del Risorto, il mattino di Pasqua, ciò che i discepoli impiegheranno degli anni per scoprire. Ri­leggiamo gli Atti: Pietro e gli altri sanno sì di essere stati in­viati in missione, ma per anni la portano avanti secondo le direttive di Gesù prima della Pasqua: « Non prendete la via dei pagani... Andate piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele» (Mt 10, 5-6).

Ci vorrà tutta la potenza dello Spirito per forzare, prima gli Ellenisti (Atti 6 ss) e poi Pietro (Atti 10 - 11), a battezzare i pagani, e tutto il dinamismo della Chiesa di Antiochia (Atti 11, 19 ss) per farli predicare rettamente ai non ebrei. Que­sta universalità della missione diventerà chiara solo dopo l'as­semblea di Gerusalemme verso il 50 (Atti 15).

 

Preghiamo per la Chiesa: Ave Maria…

 

A volte con angoscia, la Chiesa scopre di essere imbar­cata su una navicella che fa acqua da tutte le parti, che è con­tinuamente minacciata dal « terremoto » delle forze del ma­le. Ma sa pure che, se persevera nella fede e nella preghiera, quel «terremoto » è anche ciò che manifesta la vittoria di Dio sulla morte. E la sua certezza ultima è che, in Gesù, Dio è definitivamente EMMANU-EL: DIO-CON-NOI.

 

Riflessione

Quando lo videro, gli si prostrarono davanti, benché alcu­ni avessero dubitato.

Dinanzi a Gesù i discepoli « si prostra­no». Nella liturgia greca è ancora oggi il verbo dell'adora­zione. Ma questa Chiesa che nel suo culto adora il Signore, rimane una Chiesa di peccatori: « alcuni dubitavano ». Già nel momento stesso in cui lo proclamava Messia, Figlio di Dio, Pietro lo tentava (16, 22).

 

«A me fu dato ogni potere in cielo e sulla terra» «A me fu dato... »:

sottinteso, dal Padre. Gesù parla qui in quanto è stato "stabilito Figlio di Dio con potenza, per la sua Risur­rezione dai morti..." (Rm 1, 4; cf Fil 2, 11). Dio ha delega­to a Gesù di Nazaret la sua autorità e il suo governo sull'in­sieme della creazione. Gesù è veramente Signore, Domina­tore e Padrone dell'Universo. Dio creatore, che viene rivela­to dai profeti e dal suo Figlio, salva e santifica l'umanità.

 

«Andate dunque, istruite tutte le genti, battezzatele nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».

Prima del suo trionfo pasquale, Gesù non aveva mai insegnato la necessità del Battesimo (secondo i sinottici; vedi tuttavia Gio­vanni 3, 5), ma unicamente l'obbligo di accogliere il suo mes­saggio e di conformarvi la vita, se si voleva essere tra i suoi discepoli. Dopo la Risurrezione, Gesù promulga la necessità del Battesimo. Il fatto è che il Sacramento del Battesimo, che significa e realizza la comunione col Cristo morto e risusci­tato (cf Rm 6, 3-5) equivale alla professione di fede nel Cri­sto morto e risuscitato. Evidentemente una tale professione non poteva essere fatta che dopo la Risurrezione.

La formula battesimale trinitaria: "nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" testimonia l'uso liturgico e chia­rifica la formula "in nome di Gesù" usata dalla comunità primitiva (cf Atti 2, 38; 8, 16; 10, 48; 19, 5). Le due formu­le si saldano in questo senso: la fede cristiana "nel nome di Gesù", include l'adesione al Padre che l'ha mandato, e allo Spirito da Lui promesso ai suoi (cf Lc 24, 49; Atti 1, 4 e 2, 38; Gal 3, 14; Ef 1, 13).

 

«Insegnate loro a praticare tutto ciò che vi ho comanda­to».

Triplice ordine agli apostoli: «Istruite tutte le genti; bat­tezzatele nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito San­to; insegnate loro a praticare tutto ciò che vi ho comanda­to ». Gli Undici Apostoli sono i continuatori di Gesù. Come Lui, insegnano e fanno discepoli, basandosi sui pieni poteri e secondo le istruzioni ricevute da Gesù.

 

«Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo».

Rimanendo con i suoi sino "alla fine del mondo", Gesù realizza definitivamente la promessa dell'Emmanuele (Is 7, 14; Mt 1, 23).

 

Questo «Io sono» è molto forte: come in Giovanni, è possibile vederci dietro il « lahvè » dell'Antico Testamento.

All'annuncio fatto a Giuseppe, l'Angelo dice: «Ecco, la ver­gine concepirà e darà alla luce un figlio, e lo chiameranno Emmanuele, cioè Dio con noi »... e Giuseppe gli dà il nome Gesù! Ma adesso il Risorto si chiama « Io-sono-con-voi ». La Chiesa non ha perciò da temere: ecco la sua garanzia ultima per tutto il tempo della missione, il tempo della Chiesa, in­quadrato dalle due promesse del suo Signore: « Ormai rive­drete il Figlio dell'uomo... » (26, 64) e: «Io sono con voi, si­no alla fine dei tempi ».

 

« Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mon­do ». Sarà con loro in tutte le circostanze in cui i discepoli si troveranno e per il compito che vien loro affidato. E que­sta presenza durerà sino alla fine del mondo. Chiesa univer­sale, Chiesa formata dall'insieme dei discepoli, ordine di Bat­tesimo e di insegnamento, presenza del Signore che agisce: tutto è immerso nell'escatologia perennemente in vista. Ge­sù, sempre vivo, prolunga la sua esistenza terrestre nella sua condizione di Signore, di Risorto.

La sua azione costruisce la Chiesa, popolo di Dio, di cui gli Apostoli furono i servitori; essi lasciarono ai loro successo­ri, con la loro missione di insegnamento, di culto e di servi­zio, gli stessi compiti e gli stessi obblighi. Dove essi sono, dove essi operano, là è il Signore.

 

Preghiamo assieme

Se desideri medicare le tue ferite, egli è medico.

Se bruci di febbre, egli è la sorgente ristoratrice.

Se sei oppresso dalla colpa, egli è la giustizia.

Se hai bisogno di aiuto, egli è la forza.

Se temi la morte, egli è la vita.

Se desideri il cielo, egli è la via.

Se fuggi le tenebre, egli è la luce.

Se cerchi il cibo, egli è il nutrimento.

Gustate, dunque, e vedete quanto è buono il Signore; felice l'uomo che spera in lui.

(Sant'Ambrogio, La Verginità, 16)

 

Canto finale

 

 

MIRACOLO EUCARISTICO DI ALATRI

Se tutti conoscono i Sabini, se non altro perché li hanno incontrati nella storia romana, là dove si dice che furono vittime poco invidiate di un "ratto" furto - (a quanto si legge furono derubati delle loro donne), non sono molti a conoscere la Sabina, la zona dove essi vivevano. È già molto se qualcuno sa che si trovava nel Lazio. Una parte di essa, quella meridio­nale, confinava con quattro fiumi, il Liri, l'Aniene, il Sacco e il Cosa. I villaggi formavano una confederazione di sedici canto­ni, fra i quali si distinguevano quelli di Alatri, Ferentino, Veroli e Anagni, la capitale. Anche questa città è finita sui libri di sto­ria, se non altro per via di quello schiaffo (se di schiaffo vera­mente si trattò) che l'otto settembre 1303 Guglielmo di Nogaret avrebbe dato o fatto dare al Papa Bonifacio VIII che voleva far giudicare deporre da un concilio. Alatri, l'altra città più in vista fra quelle della confederazione, non è potuta entrare invece nella storia civile, ma in compenso è entrata in quella dell'arte per via delle sue mura poderose che l'avvolgono come una sciarpa pesante, e in quella religiosa a motivo di un miracolo eucaristico che avvenne prima che il Papa fosse così volgar­mente umiliato. La notizia ci viene nientemeno che dallo scritto di un Papa, Gregorio IX, grande amico di San Francesco d'Assisi, al quale il vescovo di Alatri si rivolse per chiedere come doveva comportarsi con due donne che avevano avuto a che fare con un'ostia consacrata. Stando a quanto è detto nella "Bolla", alla fine del 1227 o agli inizi del 1228 una ragazzina che aveva pianto tutte le lacrime per un amore perduto, si rivol­se a una fattucchiera di grido per uno di quei filtri che nella mentalità della gente son capaci anche di richiamare in vita un morto. La fattucchiera fiutò l'occasione e capì che avrebbe potuto chiedere qualsiasi cosa: quella ragazzina, pur di riavere l'amore perduto, avrebbe fatto qualsiasi pazzia. "Va' in chiesa - le disse - e fa' la comunione; però non inghiottire l'ostia, ma toglila delicatamente dalla lingua, mettila in un fazzoletto e portala qui. Mi raccomando: nessuno si accorga di niente, per­ché altrimenti il tuo ragazzo scomparirebbe per sempre". La ragazzina nascose il viso fra le mani e fuggì. Avrebbe voluto raccontare tutto alla mamma o a qualche altra persona di fami­glia, ma non ebbe coraggio. Dopo qualche giorno di lotta con se stessa e di bugie con gli altri per nascondere la causa del suo strano mutismo, decise di fare quello che le era stato chiesto. Un mattino si alzò di buonora, si mise in testa uno scialle scuro e andò in chiesa. Si fermò sull'ultimo banco, come se avesse paura che qualcuno potesse leggerle in viso quello che stava per fare e si guardò attorno, nel timore che qualcuno la stesse spiando. Man mano che si avvicinava il momento della comu­nione sentiva il cuore scalpitare come un puledrino selvaggio e chiudeva il viso nello scialle. Ebbe la "tentazione" di uscire e di rinunciare a tutto, ma pensò al ragazzino che voleva recuperare e tenne duro.

Al momento della comunione si inginocchiò in un angolino della balaustra (a quel tempo ci si comunicava inginocchiati sulla balaustra) a occhi chiusi e aspettò che il sacerdote arrivas­se da lei. Non c'era molta gente, ma ebbe l'impressione che ce ne fosse come il giorno di Pasqua. Finalmente il sacerdote arrivò, le depose l'ostia sulla lingua e tornò dall'altro capo della balaustra. Lei allora buttò il viso fra le pieghe dello scial­le, cavò delicatamente l'ostia dalla bocca e l'avvolse in un faz­zolettino di bucato.

La cosa era stata tanto discreta nella sua tragica realtà che nessuno si accorse di niente, ma la ragazzina tornò al suo posto con la persuasione che l'avesse vista tutta Alatri. Uscì prima della benedizione e corse a casa col cuore in tempesta; però riu­scì a darsi un contegno e nessuno sospettò niente. Nell'attesa di tornare dalla "maga" nascose l'ostia nella madia di casa, pane del ciclo fra il pane degli uomini.

Fece passare qualche giorno, poi, approfittando dell'assenza dei familiari, decise di portar l'ostia dall'amica. Andò alla madia e trovò il fazzolettino come l'aveva messo. Buon segno; tutto era andato come la maga aveva chiesto. Tuttavia volle controllare anche l'interno. Tirò fuori il fazzolettino, lo posò sul tavolo, lo sciolse con delicato tremore e cadde in ginocchio:

l'ostia era diventata carne! Ma carne vera, fresca e palpitante, "che tutti e ognuno - scrive il Papa nella Bolla - potevano vede­re con i propri occhi". Invece di andare dalla maga, la ragazzi­na corse dal sacerdote che le aveva dato la comunione e rac­contò tutto: dove non arrivò con le parole ci arrivò con le lacri­me. Il sacerdote portò l'ostia al vescovo e il vescovo fece sape­re tutto al Papa, che in quel tempo doveva trovarsi ad Anagni, chiedendogli come doveva comportarsi. Gregorio IX dispose di essere benevoli con la ragazzina, più vittima che rea, ma di essere severi con la maga, la quale doveva fare il giro dei vescovi della zona, confessando la propria colpa e facendo la debita penitenza. L'ostia diventata carne si conserva nella catte­drale di Alatri, in un prezioso reliquiario, ma non è più come al tempo del miracolo. Oggi è ridotta alle dimensioni di un grano da rosario, di colore scuro, conservato fra due tamponi di ovatta disposti dentro un tubo di vetro. Perché? Nel 1700 il vescovo del tempo, mons. Giuseppe Guerra ebbe l'infelice idea di dona­re al concittadino cardinal Cybo una parte dell'ostia. Il cardina­le; a sua volta, la diede ai monaci Certosini che facevano servi­zio nella chiesa di S. Maria degli Angeli a Roma, dove egli fu sepolto. I monaci la portarono con loro quando lasciarono la basilica e così se ne è persa ogni traccia.

Della parte rimasta ad Alatri se n'è fatta una ricognizione nel 1866 e un'altra nel 1960. Nel 1978, poi, in occasione del 750° anniversario del miracolo fu abbellita la cappella in cui si conserva la preziosa reliquia e fu coniata una medaglia comme­morativa.

La processione per ricordare il miracolo, che un tempo si faceva nella festa della SS.ma Trinità, oggi si fa nel giorno del Corpus Domini ed è sempre seguita da una folla considerevole di gente. Altra gente, ma questa volta proveniente da fuori, si vede in cattedrale soprattutto durante l'estate, quando i frequen­tatori delle terme di Fiuggi arrivano ad Alatri per venerare i "resti" di un miracolo indimenticato e che, unico nella storia, ci è stato raccontato da un Papa, con tutte le conseguenze che la sua testimonianza comporta. E cioè, autenticità, importanza e valore.

Egidio Picucci

 

 

L’EUCARISTIA E I SANTI

FRATEL GIUSEPPE MACCAGNO (1862-1929)

Nato a Monale d'Asti il 23 aprile 1862, entra a 44 anni nella Congregazione degli Oblati di San Giusep­pe, fondata il 14 marzo 1878 ad Asti dal Venerabile Giuseppe Marello.

Nel luglio 1915 parte con il primo gruppo di Mis­sionari Oblati per le Isole Filippine. Qui termina i suoi giorni a 53 anni dopo 4 anni di intenso e profi­cuo apostolato.

"Il suo spirito di pietà - attesta il Maestro del No­viziato - era eccezionale. Sentiva un vero bisogno di pregare, e le aspirazioni gli venivano spontanee, an­zi le viveva: il suo stesso occhio aveva uno sguardo pietoso di supplica.

Aveva ottenuto di passare i tempi liberi in chiesa, e dovetti moderarlo molto. Però gli permisi col con­senso del sig. Rettor Maggiore di passare varie ore della notte a vegliare presso Gesù Eucaristico, cioè dalla mezzanotte fino al mattino all'ora della S. Mes­sa e della Comunione.

Questo spirito di preghiera e di pietà gli meritò di avere delle visioni che stimo vere (come pure le stimò vere il rev.mo Rettor Maggiore), perché le rac­contava quasi costretto dal timore di essere ingannato, e accettava volentieri i consigli che gli davo e li eseguiva puntualmente".

Vedeva la volontà di Dio in tutti gli eventi, onde si trovava e appariva sempre contento, anche in certe giornate di aridità spirituale.

"Passeremo il mare e andremo lontano", disse un giorno ad un confratello Sacerdote. Nessuno aveva parlato ancora di Missioni fino ad allora.

Qualche anno dopo partirono per le Filippine pro­prio lui e il Confratello al quale aveva annunciato "Noi due passeremo il mare".

Talvolta fu sentito parlare con voce chiara con Ge­sù Sacramentato... un fratello sullo stampo di Marti­no de Porres, di Pasquale Baylon ed altri.

Un amore così sentito e vissuto esige necessaria­mente una profonda stima e venerazione per il Sacer­dote e Fratel Giuseppe la mostra in mille piccole at­tenzioni.

Un solo esempio: a qualunque ora del giorno o del­la notte giungesse una chiamata di assistenza ad in­fermi o moribondi, il Sacerdote, preso l'occorrente per l'occasione, era sicuro di trovare alla porta fratel Giuseppe già pronto sul cavallo pulito e sellato, co­me il più puntuale dei palafranieri.

Dall'amore dell'Eucarestia, l'amore per il Sacerdo­te, l'amore per ogni uomo e per tutti gli uomini.

P. Gennaro Citera da: "Passeremo il Mare"