ADORAZIONE EUCARISTICA

L'Eucaristia è comunione con Cristo

L' apostolo Paolo nella sua Prima Lettera ai Corinti (10,14­ 22) invita i suoi cristiani ad essere fedeli alla vocazione e di­ce loro che in virtù dell'Eucaristia essi possono entrare in co­munione con il corpo e il sangue di Cristo. Ora la partecipa­zione consapevole all'Eucaristia porta il cristiano di Corinto, che era di provenienza quasi solo pagana, a tenersi lontano dal pericolo di ricadere nell'idolatria dalla quale si è liberato da poco. Poi presentandosi con parole accattivanti, Paolo enuncia all'inizio del brano, una ragione di fondo che deve convincere i corinzi a fuggire l'idolatria: l'Eucaristia è "co­munione" (koinonia) con Cristo. Sviluppiamo allora questa riflessione sulla "koinonia" dal momento che Paolo usa que­sta parola all'inizio della lettera (1 Cor 1,9) e in questo brano (1 Cor 10,16) dove il termine ricorre due volte. 

1. La comunione con Cristo come meta della vocazione cristiana (1 Cor 1,9).

Dopo l'indirizzo e i saluti, Paolo ringrazia Dio a riguar­do dei corinzi per i tanti doni di grazia che Dio stesso ha dato ad essi "in Cristo Gesù" fin dall'inizio dell'annuncio evangelico; poi per l'arricchimento successivo di tutti i do­ni; infine per la meta ultima alla quale li vuole condurre.

Proprio qui abbiamo il testo che ci riguarda: "Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Si­gnore nostro Gesù Cristo: fedele è Dio dal quale siete stati chiamati alla comunione (koinonia) del Figlio suo Gesù Cristo Signore nostro" (1 Cor 1, 8-9).

Non possiamo fermarci a lungo su questo testo dove la pa­rola koinonia ha un valore eccezionale; ci limitiamo a rile­vare alcune frasi che ne mettono in luce l'importanza. "Fe­dele è Dio", in quanto realizza quanto ha promesso e porta a termine ciò che ha iniziato. "Siete stati chiamati", perché, secondo Paolo, è solo Dio che chiama; e la chiamata divina è efficace, in quanto dà la grazia di rispondere mediante il credere, nel senso di obbedire. "La koinonia del Figlio suo Gesù Cristo" è la meta ultima che Dio assegna al cristiano. Si tratta della comunione che si instaura con il Figlio, con la sua Persona, cioè nella beatitudine che il Figlio dà mediante la sua persona gloriosa. Dio assegna al cristiano questa meta sublime, di comunione, di rapporto interpersonale col "Fi­glio suo Gesù Cristo, Signore nostro".

La comunione con il Figlio è gia posseduta ma non nella sua pienezza che viene riservata nella gloria celeste col "Si­gnore nostro". Mediante questa comunione col Figlio e con lo Spirito Santo si raggiunge la comunione col Padre. Paolo, in fondo, è in grado di riassumere con il termine "comunio­ne" tutto il messaggio cristiano. 

2. La comunione con il corpo e il sangue di Cristo (1 Cor 10,16)

Subito dopo aver esortato i corinzi a fuggire l'idolatria, Paolo comincia a parlare esplicitamente dell'Eucaristia. Egli si rivolge direttamente ai lettori invitandoli a giudicare da se stessi ciò che lui dice: "Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo non è forse comu­nione con il corpo di Cristo?" (Cor 10, 15-16). È ovvio che l'apostolo si attende risposta affermativa alle due domande che formula. Per i cristiani di Corinto la comunione col sangue e il corpo di Cristo era la celebrazione eucaristica. Era fare memoria di quanto Gesù aveva compiuto nell'Ul­tima Cena, celebrando per suo volere e con eguale effica­cia; era la ripresentazione della passione redentrice da par­te del risorto mediante il pane e il vino consacrati.

Alla luce di questo contesto di istituzione è dunque pos­sibile rendersi conto del significato di "comunione". Non si può dare a questo termine un valore solo orizzontale, di semplice unione fraterna della comunità cristiana, comu­nità che Paolo definirebbe "corpo di Cristo". Una tale let­tura fa violenza al contesto e disconosce il fondamento paolino del tema "Chiesa = corpo di Cristo". Si tratta, in­vece, di comunione al corpo di Cristo morto e risorto, co­munione che si ha mediante il sacramento.

Scrive uno studioso di Paolo: "Questa dottrina di Paolo ci autorizza ad affermare che Paolo trova una realizzazione della chiamata alla koinonia con il Figlio nell'Eucaristia. Questa è un modo concreto e tangibile di rispondere alla chiamata alla koinonia con il Figlio".

Accogliere nella verità questa "comunione sacramenta­le" vuol dire annullare le divisioni, rifuggire dalla fornica­zione, riscoprire la centralità del mistero eucaristico. 

Il Signore doni a tutti noi di riscoprire esistenzialmente la comunione al corpo e al sangue del Signore. Fare la co­munione non è soltanto accogliere il Signore dentro di noi per una visita, ma significa sentirsi inseriti nel grande mi-

stero che c'è in quel banchetto. E in quel banchetto c'è la Croce e la Risurrezione. Quindi con la comunione anche noi siamo inseriti in questo grande dramma salvifico. E questo discorso è molto impegnativo. Accogliere una visi­ta, dopo tutto, non esige molto! Basta mettere un mazzo di fiori sul tavolo e fare un po' di pulizia.

Ma essere inseriti nella Pasqua è un'altra cosa. Si tratta di una solidarietà totale con Cristo. Egli viene in me per offrirsi in me e con me al Padre, per ripetere dentro di me e nel mio cuore quello che lui ha fatto sul Calvario.

Tutto questo ci impegna totalmente: bisogna essere pronti a morire per poter risorgere con lui. S'immerge in lui il nostro morire di ogni giorno, la sofferenza e il sacrifi­cio perché diventi vita, energia fresca di donazione: Pa­squa, Risurrezione. Si tratta di morire per Cristo per risor­gere e vivere con lui. A cura di P Franco Nardi 

AMARE DIO IN UMILTA’ E PENTIMENTO

di Giovanni Merlotti

"Gli uomini sono organi bizzarri, cangianti, variabili le cui canne emettono suoni irregolari. L'uomo è, per natura, credulo e incredulo, timido, temerario. Quello che mi meraviglia è di vedere che nessuno si meraviglia della propria debolezza. La grandezza dell'uomo è grande in quanto conosce di essere miserabile". (Blaise Pascal, 1623-1662, Pensieri, 111, 125, 374, 397)  

"Grazie, mio Dio, per averci dato questa divina preghiera del Miserere; questo Miserere che è la pre­ghiera umana e quotidiana per eccellenza: quella che fa salire con estrema naturalezza l'uomo verso Dio. Diciamo spesso questo salmo, facciamone spesso il soggetto delle nostre orazioni. Esso racchiude il com­pendio di tutte le nostre preghiere: adorazione, amo­re, offerta, azioni di grazie, pentimento, domanda. Es­so parte dalla considerazione dei nostri peccati e sale sino alla contemplazione di Dio passando attraverso il prossimo e pregando per la conversione di tutti gli uomini. (Charles De Foucauld, 1858-1916, Meditazioni sui Salmi) 

Ascolto della Parola

Piccolezza dell'uomo

"Rivelami, Signore, la mia fine; quale sia la misura dei miei giorni e saprò quanto è breve la mia vita. Ve­di, in pochi palmi hai misurato i miei giorni; la mia esistenza davanti a te è nulla.

Solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l'uomo che passa; solo un soffio che si agita, accumu­la ricchezze e non sa chi le raccolga" (Salmo 38,5-7).

"Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli al­tri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un'idea troppo alta di voi stessi" (Romani 12,16).

"Se uno pensa di essere qualcosa mentre non è nul­la, inganna se stesso" (Galati 6,3). 

Cattiveria e iniquità dell'uomo

"Lo stolto pensa: "Dio non esiste". Sono corrotti, fanno cose abominevoli; nessuno fa il bene.

Dal cielo Dio si china sui figli dell'uomo per vedere se c'è un uomo saggio che cerca Dio. Tutti hanno tra­viato, tutti sono corrotti; nessuno fa il bene, neppure uno" (Salmo 52,2-4).

"Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù dicen­do: `Signore, allontanati da me che sono un peccato­re` (Luca 5,8).

"Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi" (1 Giovanni 1,8). 

La dottrina del Concilio

"Che cos'è l'uomo?... Spesso o si esalta così da fa­re di sé una regola assoluta, o si abbassa fino alla di­sperazione, finendo in tal modo nel dubbio e nell'an­goscia" (Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mon­do contemporaneo, 12).

"La Chiesa che comprende nel suo seno i peccato­ri, santa insieme e sempre bisognosa di purificazio­ne, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento" (Costituzione dogmatica sulla Chiesa, 8). 

Riflessione sulla Parola

Sono due gli abissi che creano in noi vertigini di sgomento o di ebbrezza. L'irraggiungibile trascenden­za di Dio genera uno stupore ora muto, ed ora osan­nante. E l'insondabile contrasto fra miseria e grandez­za che ritroviamo in ciascuno di noi, ci pone interro­gativi ora di inquietudine ed ora di esaltazione.

Pensatori di tutti i tempi hanno portato su questo mistero dell'uomo la loro riflessione, espresso i loro sentimenti, offerto le loro soluzioni.

"L'uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna pensante. Non occorre che l'universo intero si armi per schiacciarlo; bastano un vapore, una goccia d'acqua per ucciderlo. Ma anche quando l'universo lo schiacciasse, l'uomo rimarrebbe ancora più nobile di quello che lo uccide, perché sa di morire; mentre l'universo non sa di ucciderlo!" (Blai­se Pascal, Pensieri, 347).

Ma è la Bibbia che ci presenta l'esatto volto dell'uo­mo. È la Parola di Dio che tratteggia di noi un'imma­gine autentica e veritiera che ci permette di evitare i due scogli ugualmente pericolosi dell'avvilimento e della esaltazione.

Dell'uomo la rivelazione ci offre questo identikit: è un essere piccolo e grande, capace di virtù e di nefan­dezze, aggredito dal peccato e raggiunto, salvato dalla grazia. Sono connotazioni primarie e fondamentali che assicurano ai nostri rapporti con Dio serenità ed equilibrio.

Gli antichi pagani si prostravano dinnanzi agli idoli, schiacciati dalla loro presenza cieca e capric­ciosa. Il credente invece sta davanti al Signore in piedi; desideroso di essere da lui illuminato e perdo­nato. Anche quando proclama a voce alta di essere cenere e polvere, come hanno fatto Abramo (cfr. Genesi 18,27) e Giobbe (cfr. Giobbe 42,6), egli sa di poter contare sulla misericordia sconfinata del suo Signore e Salvatore. 

Nei primi capitoli dell'Apocalisse Giovanni riceve messaggi da trasmettere agli angeli, ai responsabili delle varie comunità cristiane. Essi contengono denunce, mi­nacce, inviti ad una conversione pronta e risoluta. Ci imbattiamo anche in espressioni di una severità che quasi ci atterrisce come quella rivolta all'angelo della Chiesa di Laodicea: "Conosco le tue opere; tu non sei né freddo, né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo, né caldo, io sto per vomitarti dalla mia bocca" (3,15-16).

Però alla fine di ogni messaggio troviamo sempre un invito e un motivo di speranza: la perseveranza sarà pre­miata (cfr. 2,7); il vincitore riceverà una corona (cfr. 2,11); c'è per tutti una manna nascosta (cfr. 2,17); brilla sempre la stella del matti­no (cfr. 2,28); Cristo ci riconosce come suoi (cfr. 3,5); siamo segna­ti per sempre dal nome di Dio (cfr. 3,12); in caso di cecità c'è un collirio che guari­sce (cfr. 3,18). Questa è una con­ferma che in Dio so­pra la giustizia predo­mina la misericordia; per cui in noi dalle ce­neri del rimorso e dello sgomento deve accendersi la fiamma dell'abbandono, della fiducia e dell'amore.

L'umiltà evangelica non ha nulla dell'amarezza che caratterizza lo scoramento di chi non ha fede. Essa guida i nostri passi a conversione e pentimento; un cammino che viene segnato dalla fatica e dalle lacri­me e si conclude con l'abbraccio del padre che acco­glie, perdona, riammette nella dignità primitiva, di­fende dalle lamentele del figlio maggiore.

Quando è vera, l'umiltà è apertura, anelito e ricerca.

E il pentimento religioso ripercorre l'esperienza esal­tante di Pietro che parte dalle lacrime nel cortile di Anna. "Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: `Prima che il gallo canti, oggi mi rinne­gherai tre volte'. E uscito, pianse amaramente!" (Luca 22,62); e arri­va alla triplice professione di amore sulle rive del la­go di Tiberiade: "Gesù gli disse per la terza volta: 'Si­mone di Giovanni, mi vuoi bene?'. Pietro rimase ad­dolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi be­ne? E gli disse: `Signore, tu sai tutto; tu sai che ti vo­glio bene!` (Giovanni 21,17). 

- Pausa silenziosa per l'interiorizzazione personale  

La Parola si fa preghiera

In prossimità della sua passione Gesù per esprimere i sentimenti del suo animo si è rifatto alle parole del salmista: "Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora?" (Giovanni 12,27).

E negli eventi del venerdì santo si riscontra più di un punto d'incontro fra l'autore del Salmo 68 e il Sal­vatore. Entrambi conoscono lo spasimo di un forte grido; entrambi sono ingiuriati dai loro stessi intimi, chiedono perdono per i loro stessi oppressori, fanno salire al cielo un lamento pressante e insieme fiducio­so. Preghiamolo anche noi questo salmo (2-9. 17-18), in fondo, il peccato è la vera tragedia nella quale può partecipare l'uomo e la divina misericordia rimane la nostra unica ancora di salvezza. 

"Salvami, o Dio: l'acqua mi giunge alla gola. Affondo nel fango e non ho sostegno;

sono caduto in acque profonde e l'onda mi travolge. Mio Dio: ascolta, perdona e salva! 

Sono sfinito dal grida­re, riarse sono le mie fau­ci;

i miei occhi si consumano nell'attesa del mio Dio. Mio Dio: ascolta, perdona e salva! 

Più numerosi dei capelli del mio capo sono coloro che mi odiano senza ragione.

Sono potenti i nemici che mi calunniano: quanto non ho rubato lo dovrei restituire? Mio Dio: ascolta, perdona e salva! 

Dio, tu conosci la mia stoltezza e le mie colpe non ti sono nascoste.

Chi spera in te, a causa mia non sia confuso, Signore, Dio degli eserciti;

per me non si vergogni chi ti cerca, Dio d'Israele. Mio Dio: ascolta, perdona e salva! 

Per te io sopporto l'insulto e la vergogna mi copre la faccia; sono un estraneo per i miei fratelli, un forestiero per i figli di mia madre. Mio Dio: ascolta, perdona e salva! 

Rispondimi, Signore, benefica è la tua grazia; volgiti a me nella tua grande tenerezza.

Non nascondere il volto al tuo servo, sono in pericolo: presto rispondimi!". Mio Dio: ascolta, perdona e salva! 

- Altre invocazioni 

La Parola sia fa revisione di vita

- Che cosa penso dell'uomo, di me in particolare e dell'umanità in generale?

- Nutro comprensione e perdono per le umane debo­lezze o condanno con durezza?

- Riconosco i miei limiti; so chiedere scusa con sem­plicità a Dio e ai fratelli? 

MIRACOLI EUCARISTICI

Stelle e colombe sull'argine del fiume

Ponferrada è una cittadina spagnola situata nei pressi di Leon e deve il nome a un ponte di fer­ro che il vescovo d'Astorga fece costruire per como­dità dei pellegrini che si recavano a Santiago de Com­postela. La città è sotto la protezione de "la Virgen de Encina" (la Madonna della quercia), una piccola sta­tua trovata nell'incavo di una quercia dai Templari mentre costruivano una fortezza nei dintorni.

Ma Ponferrada è famosa per un mirabile miracolo eucaristico, avvenuto tra il 1533 e il 1536. Protagoni­sta fu un certo Juan De Benavente, allevatore di cani e cristiano "a modo suo". Frequentava assiduamente la chiesa, dove passava ore e ore, ma lasciava volen­tieri il cuore vicino al "suo" tesoro, cioè la cassaforte di casa. Con la differenza che in chiesa lo vedevano tutti, e vicino al tesoro, invece, lo vedeva solo sua moglie; per cui era ritenuto così buon cristiano che il sacrestano, stanco di aspettare che finisse le sue "de­vozioni", alla sera gli lasciava la chiave della chiesa e se le faceva portare a casa.

Un giorno Juan si portò dietro il cuore e lo "posò" dentro il tabernacolo, sopra una pisside d'argento. "Signore, tu sei più ricco di me", disse, e, desiderando essere ricco quanto Lui, portò via tutto, tabernacolo e pisside. Avrebbe voluto liberarsi del primo gettandolo nel fiume, ma non ci riuscì. All'ultimo momento lo trovò infatti così pesante che non riuscì a staccarlo da terra.

Portò tutto a casa, ma il "peso" gli passò dalle brac­cia sul cuore. Non riuscì a dormire e a un certo punto "Andiamo", disse uscendo col tabernacolo nella notte. Camminò lungo il fiume, trovò un cespuglio di canne e di spini: lasciò tutto lì e rincasò strisciando lungo le mura come un ramarro.

Quando il furto fu scoperto, nessuno pensò a lui, "così pio, così devoto, così di chiesa!" Anzi, tutti apprezzarono le sue deprecazioni sull'accaduto, batten­dogli le mani quando diceva che "l'au­tore d'un simile misfatto andava im­piccato". Intanto sul cespuglio che nascon­deva tabernacolo e pisside avveniva­no fatti strani. Di notte c'era un tal baluginìo di stelle che sembrava un blocco d'oro; di giorno era come un'alveare su cui volteggiavano colom­be "numerose, continue, delicate" e d'un candore immacolato. Non po­tendo far nulla contro le stelle, si fe­ce di tutto per allontanare le colom­be, ma non ci si riuscì. Resistettero perfino alle armi dei balestrieri che si allenavano lì vicino: le corde delle balestre si spezzavano; le frecce non partivano; le armi andavano in frantumi.

"Ma che succede...?!", si chiedevano gli uomini con le balestre frantumate in mano. Finalmente qual­cuno si avvicinò al cespuglio e scoprì il perché delle luci e delle colombe: fra gli spini le ostie brillavano come stelle cadute.

Allora si mise mano alle campane che fecero accor­rere le autorità che organizzarono una processione per riportare tutto in chiesa tra canti, scampanii festosi e il volo radente del­le colombe, che poi scomparvero.

C'era anche Juan, a mani giunte e ca­po chino. Alla fine della processione ripeté con tanta cattiva insistenza la necessità di "impiccare" il ladro, che si cominciò a sospettare di lui. Allora capitolò: confessò tutto e chiese l'im­piccagione.

Sul luogo del ritrovamento fu costruita una cappella in cui si è visto per molti anni un dipinto che ricordava la scena: il cespuglio, le stelle, le colombe e Juan con l'indice della destra puntato sulle ostie e la sinistra appoggiata sul cuore.

Come a dire che il suo cuore, ormai, era lì. Egidio Picucci

 

TESTIMONI DELL’EUCARISTIA

Santa Katharine Drexel

Nata in Philadelphia, Pennsylvania, negli Stati Uniti d'America, il 26 novembre 1858, Katharine Drexel era la seconda figlia di Francis Anthony Drexel ed Hannah Langstroth Drexel. Suo padre era un famoso banchiere e filantropo. Entrambi i genitori istillarono nelle loro fi­glie l'idea che la ricchezza era data loro da Dio in pre­stito e doveva, perciò, essere divisa con altri.

Tre volte la settimana, infatti, le porte di casa Drexel venivano aperte ai poveri bisognosi d'aiuto. Vestiario, medicinali, danaro venivano generosamente distribuiti dalla signora Drexel con grande bontà.

Se, per la grazia di Dio, Katharine Drexel attuò poi nella sua vita ed attività il più importante comandamen­to, l'amore per Dio sopra tutte le cose e l'amore del prossimo come se stessi, ciò è anche dovuto al fatto che ella seguì l'esempio datole dalla mamma, che era in questo coadiuvata dal marito.

Di pari passo con la sana e veramente cristiana educa­zione che Katharine riceveva in famiglia, l'azione che Dio che esercitava nel suo cuore stava sviluppando in lei una speciale attrazione verso l'Eucaristia. Il 3 giugno 1870, all'età di undici anni, essa ricevette per la prima volta il Signore Gesù presente nell'Eucaristia.

Da allora in poi, la realtà dell'Eucaristia e la fede in Gesù acquistarono importanza sempre crescente fino a divenire il fulcro della vita della Drexel e quindi della sua attività missionaria.

Durante un viaggio della famiglia nell'Ovest degli Stati Uniti, Katha­rine, da giovane donna, notò lo sta­to abietto e degra­dante dei nativi americani. Fu que­sta un'esperienza che risvegliò il de­siderio di fare qualcosa di specifi­co per alleviare la loro condizione.

Contemporanea­mente veniva cre­scendo in lei la con­vinzione di essere chiamata da Dio a darsi interamente a Lui: Katharine sentiva attrazione per la vita contempla­tiva allo scopo di poter contribuire, con la preghiera e la penitenza, all'espandersi delle missioni; essa cercò allo­ra una comunità religiosa in cui poter attuare tale ideale.

In seguito però (nel 1887), durante un'udienza in Ro­ma con Papa Leone XIII, al quale la Drexel chiedeva missionari per alcune missioni tra gli indiani da lei fi­nanziate, con sua sorpresa il Papa le suggerì che dive­nisse missionaria lei stessa. Dopo essersi consultata con il suo direttore spirituale, il vescovo James O'Connor, prese la decisione di donarsi totalmente a Dio, insieme con la sua eredità, attraverso un impegno di servizio a favore degli indiani e degli afro-americani.

La sua ricchezza diventava ora la povertà di spirito: e cioè non tenere nulla per sé, per dare tutto agli altri, spe­cie ai più bisognosi, proprio come Gesù Cristo fa nel­l'Eucaristia. Questa fu per lei una realtà vissu­ta costantemente in un'esistenza in cui per il sostentamento c'era il minimo necessario. Il 12 febbraio 1891, fece la prima professione re­ligiosa, fondando anche le Suore del Santissi­mo Sacramento, il cui scopo doveva essere quello di diffondere il messaggio evangelico e la vita eucaristica in mezzo agli indiani e agli afro-americani. Donna d'intensa pre­ghiera, Katharine trovò sempre nell'Eucaristia la sorgente del suo amore per i poveri e gli oppressi e l'ansia di combattere gli effetti del razzismo: senza dubbio l'Eucaristia costituì il nucleo centrale della sua spiritualità. Il suo amore e la sua devozione verso il Signore presente fra noi trovarono espressione, nella vi­ta d'ogni giorno di Katharine Drexel, nella sintesi e mu­tualità fra adorazione del SS.mo Sacramento e servizio attivo per il bene altrui con la donazione di tutto ciò che essa era ed aveva.

Proprio per questo, l'attaccamento al Signore presente sotto i veli eucaristici non la condusse a ritirarsi in soli­tudine, all'opposto l'adorazione della Presenza di Dio nell'Eucaristia la spinse al servizio concreto del Signore che si rende presente nella persona dei più bisognosi: "Lo spirito dell'Eucaristia - così essa scrisse - consiste nella donazione del proprio essere".

Durante l'intera sua vita ella aprì, dotandole l'inse­gnanti e finanziandole direttamente, circa 60 scuole e missioni, specialmente nell'Ovest e Sud-Ovest degli Stati Uniti. Ciò che costituì l'apice dei suoi sforzi nel campo dell'educazione, fu l'erezione, nel 1925, della Xavier University della Louisiana, l'unica istituzione d'istruzione superiore negli Stati Uniti destinata preva­lentemente ai cattolici di colore. Educazione religiosa, servizio sociale, visite alle famiglie, negli ospedali, nelle prigioni, facevano parte del mistero di Katharine e delle sue consorelle.

L'Eucaristia era la sorgente del suo amore e della sua preoccupazione di combattere gli effetti del razzi­smo. Per indicare quale fosse il nucleo centrale del carisma della Congregazione, da lei fondata come veicolo per rispondere a chi era abbandonato ed emarginato e da lei denominata Suore del SS.mo Sa­cramento, scrisse per le sue consorelle: "Alzati dal­l'aver ricevuto la Santa Comunione per incontrarLo nella gente... Tutto ciò che avrete fatto a loro, lo fa­rete a Lui".

Tratto da: P. Paolo Molinari, S.J. Katharine Drexel, Eucaristia, Santità e santificazione.