ADORAZIONE EUCARISTICA

Dove compreremo il pane?

Monache Clarisse - Poverelle di Santa Chiara - San Severino Marche

Canto iniziale 

L'itinerario che vogliamo percor­rere è quello proposto dal vangelo di Giovanni nel cap. 6. Dopo aver mo­strato come la Parola, diventata car­ne, rinnova alleanza e tempio, fa na­scere dall'alto e offre l'acqua che fa camminare nella libertà del Figlio, qui si rivela da dove viene e qual è il pane che mantiene questa esistenza nuova. È un pane che si mangia sen­za denaro e senza spesa, che sazia e fa vivere: questo pane è Gesù stesso, il Figlio che si dona ai fratelli e li mette in comunione col Padre. Il pa­ne prefigura il corpo di Gesù dato per noi: l'Eucaristia è il modo di vivere proprio del Figlio, il cibo che nutre l'uomo e il pane di cui vive la chiesa, il centro della sua vita.

Giovanni vuol chiarire che questo pane, il solo che sazia la fame dell'uomo, è la vita filiale e fraterna; ne mangia chi accoglie Gesù, il Figlio amato dal Padre che ama i fratelli. Ciò che sazia è la relazione con Lui, ciò che fa morire è la sua assenza. 

In ascolto della Parola 

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,1-15)

"Dopo un po' di tempo, Gesù attraversò il lago della Galilea, detto anche di Tiberíade.

Molta gente gli andava dietro, perché vedevano i segni miracolosi che faceva guarendo i malati. Mancavano pochi giorni alla festa ebraica della Pasqua.

Gesù salì sulla montagna, e si sedette con i suoi discepoli. Poi si guardò in­torno, vide tutta la gente che era venuta. Allora disse a Filippo: Dove potremo comprare il pane ne­cessario per sfamare questa gente? Gesù sapeva benissimo quello che avrebbe fatto, ma diceva cosí per mette­re alla prova Filippo.

Filippo rispose: duecento monete d'argento non ba­sterebbero neppure per dare un pezzo di pane per tutti.

Un altro discepolo, Andrea che era fratello di Simon Pietro, disse: - C'è qui un ragazzo che ha cinque pagnotte d'or­zo e due pesci arrostiti. Ma non è nulla, per tanta gente!

Gesù ordinò: - Dite alla gente di sedersi per terra. Il terreno era erboso, e tutti si sedettero in terra. Erano circa cinquemila.

Gesù prese il pane, fece una preghiera di ringraziamento, poi cominciò a distribuire a tutti pane e pe­sce a volontà.

Quando tutti ebbero mangiato a sufficienza, Gesù disse ai suoi discepoli: Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto.

Essi li raccolsero, e riempirono dodici cesti con gli avanzi delle cinque pagnotte.

La gente, vedendo il segno miracoloso che Gesù aveva fatto, diceva: Questo è veramente il profeta che deve venire al mondo. Gesù allora, sapendo che vole­vano prenderlo per farlo diventare re, se ne andò di nuovo verso la monta­gna, tutto solo". 

Pausa di meditazione 

"Dove possiamo comprare il pane per­ché costoro abbiano da mangiare?" La domanda di Gesù a Filippo serve ad aprire la mente al mistero di ciò che sta per compiere, al mistero dell'origine e della natura del pane che sta per dare. Si tratta di un pane che il discepolo an­cora non conosce, come la samaritana non sa da dove viene l'acqua, Nicode­mo da dove viene il vento e il maestro di tavola da dove viene il vino.

Gesù ha già parlato ai discepoli del suo cibo, che è fare la volontà del Padre e compiere l'opera sua. Egli vive di questo cibo che è l'amore del Padre da comunicare ai fratelli, perché passino dalla morte alla vita. Il suo pane è amare com'è amato; la sua opera è dare la vita ai fratelli. Il testo manifesta da dove viene questo pane, solo allora si capisce cosa è, come lo si mangia e cosa produce. È difficile capire che il pane è segno del dono della sua vita di Figlio di Dio. Non si tratta né di com­prarlo, né di fare i conti con la pro­pria insufficienza, bensí di accogliere Colui che solo ha parole di vita eterna. "Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li di­stribuí": "Prendere il pane", "rendere grazie" e "distribui­re" sono le parole dell'Eucaristia, che restituiscono ad ogni pane la sua realtà più profonda. Queste parole trasformano in vita eterna ogni pane: l'Eucaristia fa di ogni briciola di pane la pienezza di vita. L'uomo ha la vita, ma non è la vita. La sua vita non è sua: viene da un altro e si mantiene con l'altro da sé, con il pane. L'uomo prende il pane, la vita. Si può prendere come Adamo, che rapí per possedere in proprio: allora il pa­ne è avvelenato di morte, ci divide dal Padre e dai fra­telli. Gesù prende in modo diverso da Adamo: prende "avendo reso grazie", letteralmente "avendo fatto eucaristia", cioè prende come il Figlio che tutto, anche il proprio io, riceve come dono dell'amore del Pa­dre. Si può prendere con il pugno chiuso nel posses­so, oppure con la mano aperta che riceve e dona, permettendo il fluire della vita. Il Figlio non è uno che riceve passivamente perché è capace di distri­buire ai fratelli ciò che ha ricevuto. È nel distribuire che si vede concretamente come uno prende, se co­me dono o come possesso. 

Canto 

"Gesù, sapendo che stavano per venire a prender­lo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo": il racconto inizia con Gesù che va oltre il mare fin sul monte, chiara allusione all'esodo definitivo che si compie con Lui dalla schiavitù della morte al monte dove si riceve la Parola che diventa pane di vi­ta, e termina con Gesù che abbandona la folla, si ritira da solo sul monte e sfugge alla tentazione di chi vuole farlo re. Come si rapisce il pane, si rapisce Colui che lo dà, per avere le mani sulla sorgente della vita. Il re è uno che ha le mani su tutto e su tutti, Gesù invece, è il re, il Figlio uguale al Padre, perché si mette nelle mani di tutti, come il pane appena distribuito.

Non domina nessuno, anzi pone la sua vita a servi­zio di ciascuno, perché sia libero. Gesù vince la tenta­zione di diventare re, ritirandosi sul monte, in intimità con il Padre. Cerca la Sua gloria, non la propria. E la gloria di Dio è l'uomo libero, a sua immagine e somi­glianza. 

Pausa di riflessione 

Preghiera corale 

Non basta solo fare spazio al Signore Gesù nella propria vita per poter dire di credere. La sua presenza ci provoca all'accoglienza e all'umile riconoscimento del nostro bisogno di Lui.

Da lui, infatti, dipende la nostra vita; senza di lui non possiamo far nulla.

Ad ogni invocazione ripetiamo: Nelle tue mani è la mia vita, o Signore; aiutami a credere in te. 

Tu ci sei necessario per vivere in comunione con Dio Padre; per diventare suoi figli adottivi con Te che sei Figlio unico e Signore Nostro; per essere rigenera­ti nello Spirito Santo. Nelle tue mani è la mia vita, o Signore; aiutami a credere in te. 

Tu ci sei necessario, o solo e vero Maestro delle verità recondite e indispensabili della vita, per cono­scere il nostro essere e il nostro destino, e la via per seguirlo. Nelle tue mani è la mia vita, o Signore; aiutami a credere in te. 

Tu ci sei necessario, o redentore nostro, per scopri­re la nostra miseria e guarirla; per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità; per de­plorare i peccati e per averne il perdono. Nelle tue mani è la mia vita, o Signore; aiutami a credere in te. 

Tu ci sei necessario, o fratello primogenito del gene­re umano, per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori del­la carità e il bene sommo della pace. Nelle tue mani è la mia vita, o Signore; aiutami a credere in te. 

Tu ci sei necessario, o vincitore della morte, per li­berarci dalla disperazione e dalla negazione; per avere le certezze che non tradiscono in eterno. Nelle tue mani è la mia vita, o Signore; aiutami a credere in te. 

Tu ci sei necessario, o Cristo Dio con noi, per impa­rare l'Amore vero e per camminare nella gioia e nella forza della tua Carità, lungo il cammino della nostra vita faticosa, fino all'incontro finale con Te amato, con Te atteso, con Te, benedetto nei secoli. Nelle tue mani è la mia vita, o Signore; aiutami a credere in te. 

Davanti al mistero dell'Eucaristia, Francesco pre­ga e insegna a pregare cosí:

"Il nostro pane quotidiano, il tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, dà a noi oggi: in memoria, comprensione e venerazione dell'amore che Egli ebbe per noi e di tutto ciò che per noi disse, fece e patí ". Chiara con amore e con gioia partecipa all'Eucaristia; di lei, tra l'altro si dice: "Un giorno aveva ricevuto l'o­stia santa, levati gli occhi al cielo e giunte le mani a Dio, disse piangendo alle sue sorelle: «Lodate il Signore, figlie mie, perché Cristo oggi si è degnato di concedermi un dono tale che il cielo e la terra non ba­sterebbero per ricompensarlo. Oggi ho ricevuto Lui stesso, l'Altissimo... ". 

Questo dono che ha saziato la folla sul monte e ha scaldato il cuore di Francesco e Chiara è oggi davanti a noi e apre i nostri occhi per riconoscere la fame che ci abita e la sazietà gustata. Poniamoci in atteggiamento riconoscente per il dono del Pane della vita.  

Riflessione personale 

Ringraziamo e lodiamo Dio Padre, dicendo insieme con fede: Padre nostro... 

Orazione conclusiva: "Onnipotente,. Santissimo, Altissimo e sommo Iddio, ogni bene, sommo bene, tutto il bene, che solo sei buono, fa' che noi ti rendiamo ogni lode, ogni gloria, ogni grazia, ogni onore, ogni benedizione e tutti i beni. Fiat! Fiat! Amen ".  

Canto finale 

Testimoni dell'Eucaristia
"L'amore di San Giovanni Grande per la SS. Eucaristia"

Nelle bibliografie di alcuni santi dob­biamo includere la loro famiglia cri­stiana, come il segreto della retta via che seguirono per tutta la vita.

E' il caso di San Giovanni Grande, un santo di straordinaria bontà, che l'ap­prese in un ambiente cristiano e in una parrocchia attenta all'educazione della fede dei propri figli. Nacque a Car­mona, in Spagna, il 5 marzo 1546.

Il padre morí quando il bambino aveva undici anni, la madre era donna pia, assidua agli offici religiosi. Riversò tale religiosità sul figlio, che entrò in sintonia con lei. Il padre di Giovanni era vivente, quando il bambino entrò nel coro della Parrocchia di San Pedro, dove era stato battezzato. I bambini vi ricevevano l'istruzione, e, in cambio aiutavano nelle cerimonie religiose. In parroc­chia, Giovanni trovò un clima di pietà. Il sacrestano maggiore, un sacerdote, a cui spettava il compito di gui­dare i bambini, lo istruí sulla pietà, aprendo il suo cuore alla devozione eucaristica e mariana. Qui si avvicinò per la prima volta alla sacra mensa e prese l'abitudine di comunicarsi spesso, nutrendo la propria anima con la Santa Eucaristia.

Bisogna ricorrere a questo sacro alimento per spie­gare l'insigne purezza che Giovanni mantenne nella sua adolescenza, quando, già morto il padre, fu portato a Siviglia dove, sotto la tutela di un maestro - pennaio­lo, imparò il commercio delle stoffe per quattro anni. Tornò a Carmona puro come era partito, poiché non aveva guastato la sua anima a Siviglia, che allora era una grande metropoli. L'Eucaristia che spesso udiva e riceveva, gli serví da antidoto contro possibili contagi dello spirito del mondo, e il fatto che il suo maestro - pennaiolo, lo trattasse come un padre prolungò la buo­na influenza della sua famiglia e della sua parrocchia. Per allora Giovanni aveva già imparato a pregare nel sagrario. Da piccolo il parroco di San Pedro, vedendolo tanto puro e pio, gli propose di farsi sacerdote; sarebbe stato cosí per tutta la vita al servizio dell'Eucaristia, ce­lebrata e amministrata. Il bambino fu chiaro: non senti­va la chiamata interiore al ministero sacerdotale. Nella sua anima nacque però una grande crisi: si può essere commerciante senza mentire, senza offendere Dio? Giovanni Grande portava questa inquietudine nelle pre­ghiere di fronte al tabernacolo. La sua vita quindi si centrò sulla pietà. Inginocchiato ai piedi del taberna­colo, ascoltando la messa quotidiana, comunicandosi spesso, chiedeva a Dio luce per conoscere la volontà divina e forza per poterla seguire. Un giorno lasciò la città di Carmona e si diresse verso il vicino villaggio di Marchena, nella cui chiesa si abbandonò alla preghiera. Lí, insieme al tabernacolo, dove riposa l'Amore, l'anima di Giovanni si turbò nella sua preghiera umile e sincera: "Signore, cosa vuoi da me? ".

Del tutto devoto all'Eucaristia, lo era anche alla Santissima Vergine. Giovanni ricorse a Lei. La pregò di indicargli il cammino e lo fece con la fiducia che meri­ta Colei che è Madre e Signora. Il segno della sua dedizione sarebbe stata una tonaca imbastita, attaccata alle carni, come mortificazione continua, senza scarpe e senza cappello in penitenza corporale e spirituale per­manente, non dando al proprio corpo nient'altro che il necessario per vivere. Il pavimento fu il suo letto, il suo pasto frugale al massimo, la sua povertà quella del Vangelo e la sua mortificazione quella che porta nel suo corpo il marchio di Cristo. Imitò gli atteggiamenti di nascondimento, distacco e umiltà che caratterizzano Cristo nell'Eucaristia. L' Eucaristia è amore, carità, servizio, dedizione e dono di sè. Giovanni decise an­che di dare se stesso completamente; d'ora in poi tutta la sua vita sarebbe stata un esercizio continuo di mi­sericordia e carità.

Aveva imparato bene le lezioni di Gesù nell'Eucari­stia. Quante ore ai piedi del Tabernacolo! Ore che mai pensò di sottrarre al servizio attivo ed efficace che pre­stava ai malati; al contrario le aggiungeva. Queste ore erano il nutrimento spirituale di cui Giovanni aveva bi­sogno per esercitare il suo duro mestiere di infermiere ed elemosiniere, di servo dei poveri.

Quando giunse a Jerez, alla fine del 1565, la prima cosa che fece fu di entrare nella Chiesa dei Padri fran­cescani; il primo abitante di Jerez che visitò fu Gesù Sacramentato. Dal Tabernacolo passò al confessionale, si avvicinò ed espose al confessore le sue intenzioni: "Sono venuto a Jerez per servire i poveri, quali sono i poveri più bisognosi?". Il confessore gli rispose: "Nel­le carceri ci sono alcuni detenuti che mancano di ogni assistenza. Sarebbe bene soccorrerli". Tornò al Taber­nacolo per recitare la penitenza e, da lí, si recò al carce­re Reale. Ottenuto il permesso, Giovanni cominciò a recarsi al carcere ove portava cibo, vestiti, medicine, aiutando effettivamente i prigionieri poveri. C'erano molte Messe a Jerez, la prima era quella della Colleg­giata alle quattro della mattina. Giovanni si alzava al­l'alba e vi si recava. Poneva il suo cuore nell'Ostia di­vina e si destava offrendosi con essa al Padre perché compisse la sua volontà. Nel dolce prigioniero del sa­crario, Giovanni vedeva in tutti i detenuti che visitava e assisteva, il prigioniero del tabernacolo che nel vangelo si identifica con i poveri e con coloro che soffrono.Va detto senza tanti giri di parole che Giovanni era, tutta­via, un contemplativo. Dedicava molte ore alla preghie­ra con un' intensità totale. La maggior parte del tempo di preghiera lo passava davanti al tabernacolo, luogo prefe­rito del suo cuore. Ad esempio, nella chiesa di San Fran­cisco restava totalmente assorto di fronte al Signore sa­cramentato che i religiosi decisero di mettergli un ingi­nocchiatoio perché avevano compassione di vederlo ore ed ore inginocchiato sul pavimento senza appoggio né ri­poso, anche se non lo usava. Ascoltare messa, comuni­carsi, adorare Gesù nel sacramento, era questa la forza segreta di questo apostolo della misericordia nel suo continuo consumarsi per i poveri e gli ammalati. Gio­vanni celebrava il giorno del Giovedí Santo con una devozione esemplare. Assisteva pieno di emozione ai santi uffici, e, dopo aver adorato il Signore, compiva un duplice rito di servizio: si recava nell' infermeria, e imitando l'atteggiamento del Signore Gesù, durante l'ultima cena, lavava i piedi dei malati e li baciava con rispetto e riverenza. Mentre celebrava questo atto, un confratello della comunità leggeva un libro in cui si narrava la lavanda dei piedi realizzata da Cristo. Ricor­dando Gesù e i suoi apostoli, egli serviva loro un buon pasto, rallegrandosi dell'istituzione del sacerdozio e ringraziando di questo grande dono del Signore alla sua Chiesa. Al termine di questi riti, quel giorno man­giava soltanto verdure lessate, senza sale nè aceto, si recava di fronte al Monumento e lí trascorreva ore in preghiera. Non possiamo non segnalare che il Giovedí Santo, in onore del SS. Sacramento, dava speciali ele­mosine ai poveri della strada e, inoltre le chiedeva a tutti coloro che visitavano l'ospedale, segnalando che non c'era miglior maniera di celebrare i giorni santi se non facendo l'elemosina ai poveri di Gesù Cristo. Non meno fervore poneva nella celebrazione della festa del Corpus Domini, che in tutta la città di Jerez veniva ce­lebrata con uffici divini. Non mancava alla processio­ne, dando testimonianza della sua fede viva nel Signore sacramentato. Giovanni Grande non si rassegnava ad essere un devoto assoluto del Santissimo Sacramento, ma cercava di contagiare gli altri, non soltanto con il suo esempio ma anche con le sue parole. Il suo primo interesse quando un malato entrava in ospedale era che confessasse i suoi peccati e, pulito dalle colpe, si avvi­cinasse alla sacra mensa; per questo stava attento che nell'ospedale ci fosse il servizio religioso. Oltre agli ammalati il suo apostolato eucaristico aveva come de­stinatari i bambini; li riuniva nella piazza e insegnava loro catechismo; li preparava a ricevere i santi sacra­menti. Con il conforto di ricevere Cristo sacramenta­to, Giovanni affidò la propria anima a Dio il tre giu­gno del 1600, contagiato dalla peste per avere assisti­to gli appestati. La sua devozione eucaristica lo con­dusse all'incontro definitivo. San Giovanni Grande è patrono della diocesi di Jerez de la Frontera

a cura di Maria Teresa Eusebi

Tratto dalla rivista: “Adorazione Eucaristica”