ORA DI ADORAZIONE EUCARISTICA_18

6. L'Eucaristia Sacrificio di salvezza

Canto eucaristico introduttivo: Adoro te devote,

oppure Tàdoriam, Ostia divina

Esposizione dell'Eucaristia

Adorazione in silenzio 

1. Parola di Dio

Il sangue della Nuova Alleanza (Mc 14, 12-25).

Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo e là dove entrerà di­te al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi». I discepoli andarono, ed entrati in città trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pa­squa.

Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l'altro: «Sono forse io?». Ed egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!».

Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell'al­leanza, versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel re­gno di Dio».

 

Il valore del Sangue di Cristo (dalla Bibbia).

- Cristo ci ha prosciolti dai nostri peccati in virtù del suo sangue (Ap 1, 5).

- Dai vostri futili costumi aviti foste riscattati non a prezzo di cose corruttibili, ma col prezioso sangue di Cristo, quale agnello senza difetto e senza macchia (1 Pt 1, 19 s).

- Gesù per santificare col proprio sangue il popolo, fuori della porta soffrì la morte (Eb 13, 12).

- In lui (Gesù) per il suo sangue abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati, secondo le ricchezze della sua grazia, da lui profusa su di noi con ogni dono di sapienza e intelligenza (Ef 1, 7 s).

- Dio dimostra il suo amore per noi proprio in questo, che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo morì per noi. A più forte ragione, dunque, adesso che siamo giustificati nel suo san­gue, saremo per mezzo di lui salvati dall'ira divina (Rm 5, 9).

- Se infatti il sangue di capri e di tori e la cenere di una gio­venca spruzzata sopra gli inquinati li santifica purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che in virtù di uno spirito eterno offrì se stesso vittima senza macchia a Dio, monderà la vostra coscienza dalle opere morte per darvi al culto del Dio vi­vente! (Eb 9, 13 s).

- Sangue asperso, che parla meglio di quello di Abele (Eb 12,22s).

- Egli (Gesù) è anche il capo del corpo, che è la Chiesa; egli è il principio, il primogenito dei redivivi, affinché in tutto abbia lui il primato; poiché a Dio piacque di far risiedere in lui tutta la pienezza, e per mezzo suo riconciliare a sé ogni cosa, sia in terra, sia in cielo, stabilendo la pace per il sangue della croce di lui (Col 1, 18 s).

- Essi (gli eletti) lo hanno vinto (Satana) grazie al sangue del­l'Agnello (Ap 12, 11).

- Beati quelli che lavano le loro vesti nel sangue dell'Agnel­lo, perché avranno diritto all'albero della vita (Ap 22, 14).

 

Meditazione

Certe correnti di pensiero tendono a relegare l'idea di sacrifi­cio tra i residuati di culti ancestrali a divinità vendicative ostili all'uomo. L'idea esatta di sacrificio è invece legata al concetto di riparazione salvifica, e si ha riflettendo sull'intero patrimonio re­ligioso umano e in particolare su quello ebraico.

Il sacrificio costella tutta la storia con dimensioni universali, talvolta fino a sacrifici umani, che la Scrittura ha sempre decisa­mente riprovato. Il sacrificio esprime la pietà personale e collet­tiva. Gli scrittori dell'Antica Alleanza non concepiscono la vita religiosa senza sacrificio.

- Il sacrificio nell’Antica Alleanza. All'epoca più lontana della storia biblica il rituale del sacrificio è caratterizzato da una so­brietà rudimentale: erezione di altari, invocazione del nome di Dio, offerta di animali o di prodotti del suolo. Non c'è posto fis­so, né ministri specializzati; solo con la costruzione del tempio si delinea il sacerdozio adibito all'offerta di sacrifici, con un ri­tuale che si fa preciso e complesso.

Il sacrificio assume allora varie forme: l'olocausto, in cui la vit­tima viene interamente bruciata; il sacrificio di comunione, in cui parte della vittima (sangue, grasso) viene offerta a Dio e parte viene consumata in pasto sacro come segno di comunione con Dio stesso; l'offerta di cibo ecc.

Il sacrificio in sostanza esprimeva la consacrazione (sacri ficium da sacrum facere) del popolo a Dio, e assumeva il significato dai sen­timenti interiori che ispiravano l'offerta: adorazione, ringrazia­mento, espiazione, desiderio di purificazione, di intimità e co­munione con Dio stesso, ecc. Contro la tentazione di attaccarsi al rito trascurando il significato, i profeti insorgevano a richia­mare la necessità delle giuste disposizioni del cuore nei confron­ti di Dio.

Di fronte all'inadeguatezza dei sacrifici offerti nel tempio, Isa-

ia interviene con altri profeti ad annunciare che il Servo di Jahvè offrirà la sua stessa vita in sacrificio di espiazione per tutti (Is 53; cfr. Zac 12, 9 s): la sua offerta senza difetti sostituirà i sacrifi­ci dell'antica alleanza (Mal 1, 11).

- Il Sacrificio della Croce. Gesù riprende l'idea profetica del primato dello spirito sul rito, e assume nel suo linguaggio il vo­cabolario sacrificale dell'antica alleanza: egli «dà la sua vita», muore «in riscatto», a vantaggio della «moltitudine», stabilisce un rapporto tra la sua morte e il sacrificio dell'agnello pasquale, facendo propria la formula di Mosè per il «sangue della nuova alleanza».

Il triplice riferimento, all'agnello, al sangue dell'alleanza, al Ser­vo di Jahvè, conferisce alla morte di Gesù il carattere sacrificale: essa procura alle folle la remissione dei peccati, consacra l'Alle­anza definitiva e la nascita del popolo nuovo, assicura la reden­zione.

La morte di Cristo sarà fonte di vita per tutti.

- Il Sacrificio Eucaristico. Per rendere perennemente operan­te anche in modo sacramentale il sacrificio della croce, Gesù istituisce l'Eucaristia, che assomma in sé il valore di olocausto, di offerta espiatrice, di sacrificio di comunione.

La nuova Alleanza sancita nel sangue di Cristo rende ormai vana l'antica: Gesù, con la sua offerta, si fa Mediatore universale tra Dio e gli uomini, ristabilendo la pace infranta con il peccato.

Tramite il Sacrificio Eucaristico, che rende attuale quello del­la Croce, i cristiani hanno ormai accesso presso Dio come figli, e comunicando con il Corpo e il Sangue di Cristo sono fatti un corpo solo.

Anzi, uniti in comunione vitale con il loro Signore, essi for­mano «un sacerdozio santo» allo scopo di offrire sacrifici spiri­tuali bene accetti a Dio per mezzo di Gesù Cristo (1 Pt 2, 5).

- Sotto simboli distinti. Illustrando il rapporto che esiste tra il sacrificio della croce e il sacrificio eucaristico, Pio XII precisa: «Sul­la croce Gesù offrì a Dio tutto se stesso e le sue sofferenze, e l'immolazione della vittima fu compiuta per mezzo di una morte

cruenta liberamente subita; sull'altare invece, a causa dello stato glorioso della sua umana natura, "la morte non ha più dominio su di lui", quindi non è possibile l'effusione del sangue. Ma la divina sapienza ha trovato il modo mirabile di rendere manife­sto il sacrificio del nostro Redentore con segni esteriori che so­no simboli di morte. Poiché, per mezzo della transustanziazione del pane in corpo e del vino in sangue di Cristo, come si ha re­almente presente il suo corpo, così si ha il suo sangue; le specie eucaristiche poi, sotto le quali è presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e del sangue. Così il memoriale della sua morte reale sul Calvario si ripete in ogni sacrificio del­l'altare, perché per mezzo di simboli distinti si significa e si di­mostra che Gesù è in stato di vittima» (Mediator Dei).

- La nostra partecipazione al Sacrificio. A questo ricordo-pre­senza con il quale Gesù ha sfidato tutti i rischi dell'incoscienza e dell'ingratitudine umana pur di rimanere con noi, rispondia­mo con la nostra presenza al Santo Sacrificio, soprattutto quan­do ci è imposto dalla Chiesa come precetto festivo.

Che cos'è questa nostra fatica settimanale in confronto di tanto amore?

 

Adorazione in silenzio

Salmo 39

Il tuo Sangue scenda su di noi!

Quanti prodigi hai fatto, Signore Dio mio, quali disegni in nostro favore:

nessuno a te si può paragonare.

Se li voglio annunziare e proclamare sono troppi per essere contati.

Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto.

Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: «Ecco io vengo».

«Sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere.

Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore».

Ho annunziato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi, non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai.

Non ho nascosto la tua giustizia in fondo al cuore,

la tua fedeltà e la tua salvezza ho proclamato.

Esultino e gioiscano in te quanti ti cercano, dicano sempre: «Il Signore è grande»

quelli che bramano la tua salvezza.

Dio ci ha dato un Pane che scende dal cielo.

Un Pane che dà forza e letizia!

Preghiamo. O Dio che nel mirabile Sacramento dell'Eucaristia rin­novi il mistero pasquale della tua morte e risurrezione, fa' che ci nu­triamo del tuo Corpo e del tuo Sangue in modo da cogliere i frutti del­la tua redenzione. Tu che vivi e regni in eterno.

Canto: Quanta sete nel mio cuore, oppure Guarda quest'offerta, o altro.

 

2. Magistero della Chiesa

La Messa rinnova il Sacrificio della Croce (Pio XII, enc. Mediator Dei).

Il Cristo Signore, «sacerdote eterno secondo l'ordine di Mel­chisedec» «avendo amato i suoi che erano nel mondo», «nell'ul­tima cena, nella notte in cui veniva tradito, per lasciare alla Chiesa sua sposa diletta un sacrificio visibile - come lo esige la natura degli uomini - che rappresentasse il sacrificio cruento da compiersi sulla Croce, e perché il suo ricordo restasse fino alla fine dei secoli e ne venisse applicata la salutare virtù in re­missione dei nostri quotidiani peccati,... offri a Dio Padre il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino e ne diede agli Apostoli allora costituiti sacerdoti del Nuovo Testa­mento, perché sotto le stesse specie lo ricevessero, mentre ordi­nò ad essi e ai loro successori nel sacerdozio, di offrirlo».

L'augusto Sacrificio dell'altare non è, dunque, una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cri­sto, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi in­cruentemente, il Sommo Sacerdote fa ciò che fece una volta sul­la Croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima.

«Una... e identica è la vittima; quello stesso che adesso offre per ministero dei sacerdoti, si offrì allora sulla Croce; è diverso sol­tanto il modo di fare l'offerta».

Identico, quindi, è il sacerdote, Gesù Cristo, la cui sacra persona è rappresentata dal suo ministro. Questi, per la consacrazione sacerdotale ricevuta, assomiglia al Sommo Sacerdote, ed ha il potere di agire in virtù e nella persona di Cristo stesso; perciò, con la sua azione sacerdotale, in certo modo «presta a Cristo la sua lingua, gli offre la sua mano».

Parimenti identica è la vittima, cioè il Divin Redentore, secon­do la sua umana natura e nella realtà del suo Corpo e del suo Sangue. Differente, però, è il modo col quale Cristo è offerto. Sulla Croce, difatti, Egli offrì a Dio tutto se stesso e le sue soffe­renze, e l'immolazione della vittima fu compiuta per mezzo di una morte cruenta liberamente subita; sull'altare, invece, a causa dello stato glorioso della sua umana natura, «la morte non ha più dominio su di Lui» e quindi non è possibile l'effusione del sangue; ma la divina sapienza ha trovato il modo mirabile di rendere manifesto il sacrificio del nostro Redentore con segni esteriori che sono simboli di morte. Giacché, per mezzo della transustanziazione del pane in Corpo e del vino in Sangue di Cristo, come si ha realmente presente il suo Corpo, così si ha il suo Sangue; le specie eucaristiche poi, sotto le quali è presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e del sangue. Così il memoriale della sua morte reale sul Calvario si ripete in ogni sacrificio dell'altare, perché per mezzo di simboli distinti si significa e dimostra che Gesù Cristo è in stato di vittima.

Identici, finalmente, sono i fini.

 

I fini del Sacrificio Eucaristico (Pio XII, enc. Mediator Dea).

1. Il primo fine del Sacrificio Eucaristico è la glorificazione di Dio. Dalla nascita alla morte, Gesù Cristo fu divorato dallo zelo della gloria divina, e, dalla Croce, l'offerta del sangue arrivò al cielo in odore di soavità. E perché questo inno non abbia mai a cessare, nel Sacrificio Eucaristico le membra si uniscono al loro Capo divino e con Lui, con gli Angeli e gli Arcangeli, cantano a Dio lodi perenni, dando al Padre onnipotente ogni onore e gloria.

2. Il secondo fine è il ringraziamento a Dio. Soltanto il Divin Redentore, come Figlio di predilezione dell'Eterno Padre di cui conosceva l'immenso amore, poté innalzargli un degno inno di ringraziamento. A questo mirò e questo volle «rendendo grazie» nell'ultima cena, e non cessò di farlo sulla Croce, non cessa di farlo nell'augusto Sacrificio dell'altare, il cui significato è appun­to l'azione di grazie o «Eucaristia»; e ciò perché è «cosa vera­mente degna e giusta, equa e salutare».

3. Il terzo fine è l'espiazione e la propiziazione. Certamente nessuno al di fuori del Cristo poteva dare a Dio Onnipotente adeguata soddisfazione per le colpe del genere umano; Egli, quindi, volle immolarsi in Croce «propiziazione per i nostri pec­cati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo». Sugli altari si offre egualmente ogni giorno per la no­stra redenzione, affinché, liberati dalla eterna dannazione, siamo accolti nel gregge degli eletti. E questo non soltanto per noi che siamo in questa vita mortale, ma anche «per coloro che riposa­no in Cristo, che ci hanno preceduto col segno della fede e dor­mono il sonno della pace»; poiché sia che viviamo, sia che mo­riamo, «non ci separiamo dall'unico Cristo».

4. Il quarto fine è l'impetrazione. Figlio prodigo, l'uomo ha male speso e dissipato tutti i beni ricevuti dal Padre celeste, per­ciò è ridotto in somma miseria e squallore; dalla Croce, però, Cristo «avendo a gran voce e con lacrime offerto preghiere e suppliche... è stato esaudito per la sua pietà», e sui sacri altari esercita la stessa efficace mediazione affinché siamo colmati d'o­gni benedizione e grazia.

Si comprende pertanto facilmente perché il sacrosanto Con­cilio di Trento affermi che col Sacrificio Eucaristico ci viene ap­plicata la salutare virtù della Croce per la remissione dei nostri quotidiani peccati.

L'Apostolo delle genti, poi, proclamando la sovrabbondante pienezza e perfezione del Sacrificio della Croce, ha dichiarato che Cristo con una sola oblazione rese perfetti in perpetuo i santificati. I meriti di questo Sacrificio, difatti, infiniti ed immen­si, non hanno confini: si estendono alla universalità degli uomini di ogni luogo e di ogni tempo, perché, in esso, sacerdote e vitti­ma è il Dio-Uomo; perché la sua immolazione come la sua ob-

bedienza alla volontà dell'Eterno Padre fu perfettissima, e perché Egli ha voluto morire come Capo del genere umano: «Considera come fu trattato il nostro riscatto: Cristo pende dal legno: vedi a qual prezzo comprò...; versò il suo sangue, comprò col suo sangue, col sangue dell'Agnello immacolato, col sangue dell'unico Figlio di Dio... Chi compra è Cristo, il prezzo è il san­gue, il possesso è tutto il mondo» (S. Agostino).

 

La Messa esige la nostra collaborazione (Pio XII, enc. Mediator Dea).

Il riscatto (della Croce), però, non ebbe subito il suo pieno ef­fetto: è necessario che Cristo, dopo aver riscattato il mondo col carissimo prezzo di se stesso, entri nel reale ed effettivo posses­so delle anime. Quindi, affinché, col gradimento di Dio, si com­pia per tutti gli individui e per tutte le generazioni fino alla fine dei secoli la loro redenzione e salvezza, è assolutamente neces­sario che ognuno venga a contatto vitale col Sacrificio della Croce, e così i meriti che da esso derivano siano loro trasmessi ed applicati. Si può dire che Cristo ha costruito sul Calvario una piscina di purificazione e di salvezza che riempì col sangue da Lui versato; ma se gli uomini non si immergono nelle sue onde e non vi lavano le macchie delle loro iniquità, non possono cer­tamente essere purificati e salvati.

Affinché, quindi, i singoli peccatori si mondino nel sangue dell'Agnello, è necessaria la collaborazione dei fedeli. Sebbene il Cristo, parlando in generale, abbia riconciliato col Padre per mezzo della sua morte cruenta tutto il genere umano, volle tut­tavia che tutti si accostassero e fossero condotti alla Croce per mezzo dei Sacramenti e per mezzo del Sacrificio della Eucari­stia, per poter conseguire i frutti salutari da Lui guadagnati sulla Croce. Con questa attuale e personale partecipazione, siccome le membra si configurano ogni giorno più al loro Capo divino, così anche la salute che viene dal Capo fluisce nelle membra, in modo che ognuno di noi può ripetere le parole di S. Paolo: «So­no confitto con Cristo in Croce e vivo non già io, ma vive in me Cristo». Come, difatti, in altra occasione abbiamo di proposito e concisamente detto, Gesù Cristo «mentre moriva sulla Croce, donò alla sua Chiesa, senza nessuna cooperazione da parte di essa, l'immenso tesoro della redenzione; quando invece si tratta di distribuire tale tesoro, egli non solo partecipa con la sua Spo­sa incontaminata a quest'opera di santificazione, ma vuole che tale attività scaturisca in qualche modo anche dall'azione di lei».

L'augusto Sacrificio dell'altare è un insigne strumento per la distribuzione ai credenti dei meriti derivati dalla Croce del Di­vin Redentore: «Ogni volta che viene offerto questo Sacrificio, si compie l'opera della nostra Redenzione». Esso, però, anziché diminuire la dignità del Sacrificio cruento, ne fa risaltare, come afferma il Concilio di Trento, la grandezza e proclama la neces­sità. Rinnovato ogni giorno, ci ammonisce che non c'è salvezza al di fuori della Croce del Signore nostro Gesù Cristo; che Dio vuole la continuazione di questo Sacrificio «dal sorgere al tra­montare del sole» perché non cessi mai l'inno di glorificazione e di ringraziamento che gli uomini debbono al Creatore dal mo­mento che hanno bisogno del suo continuo aiuto e del sangue del Redentore per cancellare i peccati che offendono la sua giu­stizia.

 

Rinnovamento del Mistero Pasquale (Conc. Trid., Sess. 22).

Iddio e Signore Nostro Gesù Cristo, sebbene fosse per im­molare al Padre se stesso una sola volta sull'altare della Croce, rendendosi accetto con la morte, per effettuare in tal modo una perpetua redenzione, poiché con la sua morte non doveva estin­guersi il suo sacerdozio, durante l'ultima cena nella notte del tradimento, allo scopo di lasciare alla sua diletta sposa, la Chie­sa, un sacrificio visibile (proprio secondo la natura dell'uomo), istituì una nuova Pasqua; lasciò cioè se stesso, affinché con se­gni visibili fosse immolato dalla Chiesa, per mezzo dei sacerdoti, in memoria del suo transito da questo mondo al Padre, quando appunto ci redense, effondendo il suo sangue (...). Una e identica è la vittima, lo stesso è ora l'oblatore per mano dei sacerdoti, che allora offrì se stesso sulla Croce; rimanendo solo diverso il modo col quale l'oblazione si compie.

 

La transustanziazione (Conc. Trid., Sess. 13).

In seguito alla consacrazione del pane e alla conversione del vino, tutta la sostanza del pane diviene sostanza del corpo di Cristo Nostro Signore, e tutta la sostanza del vino si fa sostanza del suo sangue.

 

Ciascuno esamini se stesso (Giovanni Paolo Il, Redemptor Homi­nis, 20).

Non possiamo mai dimenticare le seguenti parole di S. Paolo: «Ciascuno esamini se stesso, e poi mangi di questo pane e beva di questo calice».

Questo invito dell'Apostolo indica, almeno indirettamente, lo stretto legame fra l'Eucaristia e la Penitenza. Difatti, se la prima parola dell'insegnamento di Cristo, la prima frase del Vangelo­Buona Novella, era «Convertitevi e credete al Vangelo» (meta­noéite), il Sacramento della Passione, della Croce e Risurrezione sembra rafforzare e consolidare in modo del tutto speciale que­sto invito nelle nostre anime. L'Eucaristia e la Penitenza diven­tano così, in un certo senso, una dimensione duplice e, insieme, intimamente connessa dell'autentica vita secondo lo Spirito del Vangelo, vita veramente cristiana. Cristo, che invita al banchetto eucaristico, è sempre lo stesso Cristo che esorta alla penitenza, che ripete il «Convertitevi».

Senza questo costante e sempre rinnovato sforzo per la con­versione, la partecipazione all'Eucaristia sarebbe priva della sua piena efficacia redentrice; verrebbe meno, o comunque sarebbe in essa indebolita, quella particolare disponibilità di rendere a Dio il sacrificio spirituale, in cui si esprime in modo essenziale e universale la nostra partecipazione al sacerdozio di Cristo.

In Cristo, infatti, il sacerdozio è unito col proprio sacrificio, con la sua donazione; appunto perché è illimitata, fa nascere in noi - uomini soggetti a molteplici limitazioni - il bisogno di rivolgerci verso Dio in forma sempre più matura e con una co­stante conversione sempre più profonda.

Negli ultimi anni è stato fatto molto per mettere in evidenza - in conformità, del resto, alla più antica tradizione della Chie­sa - l'aspetto comunitario della penitenza e, soprattutto, del sa­cramento della Penitenza nella pratica della Chiesa. Queste ini­ziative sono utili e serviranno certamente ad arricchire la prassi penitenziale della Chiesa contemporanea. Non possiamo, però, dimenticare che la conversione è un atto interiore di una pro-

fondità particolare, in cui l'uomo non può farsi «rimpiazzare» dalla comunità.

Benché la comunità fraterna dei fedeli, partecipanti alla cele­brazione penitenziale, giovi grandemente all'atto della conver­sione personale, tuttavia, in definitiva, è necessario che in que­sto atto si pronunci l'individuo stesso, con tutta la profondità della sua coscienza, con tutto il senso della sua colpevolezza e della sua fiducia in Dio, mettendosi davanti a Lui, come il Sal­mista, per confessare: «Contro di te ho peccato». La Chiesa, quindi, osservando fedelmente la plurisecolare prassi del sacra­mento della Penitenza - la pratica della confessione individua­le, unita all'atto personale di dolore e al proposito di corregger­si e di soddisfare - difende il diritto particolare dell'anima umana.

 

Chi nega sia scomunicato (Concilio Tridentino, Sess. 13).

Se qualcuno negherà che nel santissimo sacramento dell'Eu­caristia si contenga veramente, realmente, sostanzialmente il corpo, il sangue insieme con l'anima e la divinità di Nostro Si­gnor Gesù Cristo, e perciò tutto Cristo, ma dirà che in questo sacramento vi è soltanto in segno e figura, o in potenza, sia sco­municato.

 

Sacramento dell'unione con Cristo (Concilio Fiorentino).

Effetto di tale sacramento, ch'esso produce nell'anima di chi lo riceve degnamente, è l'unione dell'uomo con Cristo. Questo sacramento opera, rispetto alla vita spirituale, ogni effetto del ci­bo e della bevanda materiale rispetto alla vita del corpo, col so­stenerla, accrescerla, guarirla, riempirla di diletto.

 

Preghiera in silenzio

Dio sovrano, degnatevi di accettare questo sacrificio per la vostra santa Chiesa e per il popolo che avete acquistato col vo­stro sangue.

lo non sono che un peccatore, e voi trovate in me nulla di buono. Ma ricordatevi che mi avete dato la responsabilità dei miei fratelli, e non permettete che la mia indegnità renda loro inutile questo sacrificio di cui voi avete voluto essere la vittima, voi nostro Salvatore e Redentore.

Io vi presento, o Signore, l'insicurezza dei popoli, l'instabilità delle nazioni, l'angoscia dei prigionieri, la miseria degli orfani, le necessità dei viaggiatori, la indigenza dei poveri, la disperazione dei malati, la infermità dei vecchi, le lacrime delle vedove.

Di tutti voi avete pietà, Signore, poiché voi amate tutti quelli che sono l'opera delle vostre mani.

Ricordatevi di quel che siamo. Voi, nostro Padre e nostro Dio, non irritatevi contro di noi: lasciate traboccare sopra di noi l'amore del vostro cuore.

Ve ne preghiamo, Dio tanto buono, riguardate con benevo­lenza la vostra famiglia: che nessuno di noi veda respinti i suoi voti e sterile la sua preghiera.

Voi stesso suggeriteci le preghiere che gradite, ed esauditele col vostro favore. Così sia (Jean de Décamp).

 

Signore Gesù Cristo, io ti riconosco per Re universale. Tutto ciò che è stato fatto, fu creato per te. Esercita su di me tutti i tuoi diritti.

Io rinnovo le mie promesse battesimali rinunciando a Satana, alle sue vanità, alle sue opere, e prometto di vivere da buon cri­stiano. In modo particolare mi impegno a far trionfare secondo i miei mezzi i diritti di Dio e della tua Chiesa.

Cuore divino di Gesù, ti offro le mie povere azioni per otte­nere che tutti i cuori riconoscano la tua sacra sovranità e perché il regno della tua pace si stabilisca nel mondo intero.

e O mio amato e buon Gesù, io mi prostro alla tua presenza, e col massimo ardore dell'animo ti prego e scongiuro di imprime­re nel mio cuore vivi sentimenti di fede, di speranza e di carità, di vero dolore dei miei peccati e fermissima volontà di emen­darli, mentre con grande affetto e dolore dell'animo vado in me considerando e contemplando con la mente le tue cinque pia­ghe, avendo presente quello che già poneva sulle tue labbra il profeta David di te, o buon Gesù: «Hanno forato le mie mani e i miei piedi; hanno contato tutte le mie ossa».

 

O dolcissimo Gesù, fa' che il tuo santissimo corpo e il tuo sangue siano per la mia anima dolcezza e soavità, salvezza in ogni tentazione, gioia e pace in ogni tribolazione, luce e forza in ogni parola e azione, e suprema tutela al momento della mia morte (S. Tommaso dAquino).

 

O Santo N., in onore del quale ho offerto l'incruento Sacrifi­cio del Corpo e Sangue di Cristo, per la tua potente intercessio­ne presso Dio fa' che io, avendo partecipato a questo mistero, partecipi ai meriti della passione e morte del nostro Salvatore Gesù Cristo; e accostandomi con frequenza a questo mistero, aumenti sempre in me la grazia salutare. Così sia (Mess. Rom., Ringr. S. Messa).

 

Inno liturgico (dal Pange langua) (recita a cori alterni)

Canta o mia lingua, il mistero del corpo glorioso e del sangue prezioso, che il Re delle genti, frutto di un nobile seno, ha versato a riscatto del mondo. A noi dato nascendo dalla Vergine purissima, sparse come seme la sua parola durante la sua esistenza terrena, che concluse secondo un meraviglioso disegno. Nella notte dell'ultima cena, a tavola con i suoi fratelli, dopo aver pienamente attuata riguardo ai cibi la Legge, con le proprie mani si offrì ai Dodici come nutrimento. Il Verbo incarnato con la sua parola muta il pane vero in carne,

e il vino puro diventa il sangue di Cristo; soltanto la fede, di fronte alla insufficienza dei sensi, può dar certezza a un'anima sincera.

Canto: Il tuo popolo in cammino, oppure Mistero della cena, o altro.

 

3. Testimonianze dei Santi

I Santi e la Messa.

- S. Matilde, pregando durante la Messa per tutti quelli che desiderano di vedere il volto di Dio, vide il Signore in piedi in mezzo al coro. Il suo volto brillava come il sole e lanciava su ciascuno dei presenti un raggio luminoso. E poiché la Santa si domandava perché la faccia del Signore presentasse l'aspetto del sole, egli disse: «Il sole ha tre proprietà che gli danno qual­che rassomiglianza con me: esso riscalda, feconda, illumina. Il sole riscalda: così quelli che s'accostano a me si scaldano d'amo­re e, come cera davanti al fuoco, i loro cuori si fondono alla mia presenza. Il sole feconda: così la mia presenza rende l'anima vir­tuosa e feconda di tutte le buone opere. Illumina: così io ri­schiaro ogni anima che viene a me, col lume della scienza di­vina.

- S. Geltrude ammalata, prima di comunicarsi si lamentava col Signore che egli non le permettesse di assistere alla santa Messa, al fine di disporsi a questo grande atto.

Il Signore le disse: «Poiché tu accusi me stesso, ascoltami: io ti canterò dei cantici nuziali pieni di dolcezza e di amore. Sappi dunque da me che tu sei ricomprata col mio sangue, e conside­ra che i trentatré anni che io faticai in questo esilio per te, non furono altro che un'ambasciata per venire alle tue nozze; ecco quanto alla prima parte della Messa. Sappi ancora da me che tu fosti dotata del mio spirito e se, come ti dicevo, il mio corpo sof­frì molto durante trentatré anni nel cercarti in sposa, l'anima mia gustò una gioia ineffabile per questo connubio contratto con te: questo sarà per la mia seconda parte della Messa. Poi ap­prendi da me che tu fosti riempita della mia divinità, e riconosci che la mia divinità può, in mezzo alle afflizioni esterne del cor­po, far gustare le più dolci e più squisite delizie spirituali inter­ne; e questo ti serva per la terza parte della Messa. Apprendi inoltre da me che tu sei stata santificata dal mio amore e ricono­sci che non hai assolutamente nulla da te, ma che solo da me tu ricevi di che potermi piacere; e questo sia per te la quarta parte della Messa. Apprendi finalmente da me che questa intima unione con me ti ha sollevata in regioni superiori, e riconosci che, in virtù della potenza universale che mi_,fu data in cielo e sopra la terra, nulla può impedirmi dal comunicarti là mia gloria secondo i miei desideri, come a colei che è unita al re coi sacri vincoli del matrimonio non si può rifiutare il glorioso titolo di regina e gli omaggi dovuti alla maestà della sua persona; conso­lati dunque nella meditazione di questi favori e non ti lamenta­re più d'aver mancato alla Messa.

Una volta S. Geltrude aveva appena ricevuta la santa Comu­nione, e il Signore le apparve sotto la figura d'un pellicano, che col becco si apriva il cuore per nutrire del suo sangue i suoi pic­coli.

- O Signore, che volete insegnarmi con questa visione? - disse la Santa rapita d'ammirazione.

- Voglio questo: considera che se il pellicano, fì zampillare il sangue dal suo cuore per dar la sua vita ai piccoli; io pure ti nutro della mia carne e del mio sangue per vivificarti della mia vita, vita che mai avrà fine».

- S. Giuseppe Cottolengo garantisce una santa morte a chi partecipa spesso alla S. Messa.

- Anche S. Giovanni Bosco considera un segno. di predestina­zione l'ascoltare molte Messe.

- Gesù disse a S. Geltrude: «A chi ascòl-ta.dìSvotatnente la S. Messa, io manderò negli ultimi istanti della sua vita tanti dei miei Santi per confortarlo e proteggerlo, quante saranno state le Messe da lui ascoltate».

- S. Giovanni Maria Vianney diceva: «Il Figlio di Dio si è fat­to uomo, prese un Cuore per amarci, e dal suo Cuore emana ta­le misericordia da sommergere ogni peccato.

Ma è mai possibile che Dio ami tanto le nostre anime? Eppure quando Dio volle dare un cibo alla nostra anima, per soste­nerla nel pellegrinaggio della vita, girò attorno uno sguardo sul creato, e non trovando nulla di degno guardò se stesso e ci si donò.

Sì, cibo dell'anima è il Corpo e il Sangue di Dio. Ma non ab­biamo fede per comprendere la nostra dignità.

Siete in me, ci dice! Sì, viviamo in Dio. Tutto sotto i suoi oc­chi, tutto per piacere a Lui. Tu lavorerai ed Egli benedirà il tuo lavoro, camminerai e sarà presso di te, soffrirai e asciugherà le tue lacrime.

Ripetiamo ogni giorno: «Tutto per piacere a Te, mio Dio; ogni mia azione con Te! Procuriamo di aver un solo pensiero, uno solo, ma fervido, generoso, attivo, indefesso: amare e far amare Dio».

 

I Santi e la Messa quotidiana (raccolta di S. Manelli).

- S. Agostino ci ha lasciato questo elogio di sua madre S. Monica: «Non lasciava passar giorno senza essere presente al Divin Sacrificio davanti al tuo altare, o Signore».

- S. Francesco d’Assisi ascoltava di solito due Messe ogni giorno; e quando era ammalato pregava qualche confratello sa­cerdote di celebrargli la Messa in cella, pur di non restare senza Messa!

- S. Tommaso d’Aquino, ogni mattina, dopo aver celebrato la sua Messa, serviva un'altra Messa per ringraziamento.

- S. Pasquale Baylon, piccolo pastorello, non poteva recarsi in chiesa ad ascoltare tutte le Messe che avrebbe desiderato, perché doveva portare le pecore al pascolo. E allora, ogni volta che udiva la campana dare il segnale della S. Messa, si inginoc­chiava sull'erba fra le pecorelle, davanti a una croce di legno fat­ta da lui stesso, e seguiva così, da lontano, il Sacerdote che sta­va offrendo il Divin Sacrificio. Caro Santo, vero serafino d'amo­re eucaristico! Anche sul letto di morte egli udì la campana del­la Messa, ed ebbe la forza di sussurrare ai confratelli: «Sono contento di unire al Sacrificio di Gesù quello della mia povera vita». E morì alla Consacrazione!

- S. Giovanni Berchmans, ancora ragazzo, usciva ogni giorno alla prima aurora per recarsi in chiesa. Una volta la nonna gli chiese perché mai uscisse così presto. Il santo ragazzo rispose: «Per attirare le benedizioni di Dio, ho ottenuto di servire tre Messe prima di recarmi a scuola».

- S. Pier Giuliano Eymard già da piccolo trovava la sua deli­zia nel servire le Sante Messe. L'usanza del tempo, al suo paese, era quella di far servire la S. Messa al ragazzo che al mattino presto andava per un quarto d'ora a suonare il campanello attra­verso il paese, per avvertire i fedeli. Ebbene, quante volte il pic­colo Piergiuliano nascondeva il campanello, la sera, in modo che al mattino era sicuro di servire lui la Messa!

- Una mamma di otto figli, S. Margherita, regina di Scozia, si recava e conduceva con sé i figli a Messa tutti i giorni; e con ma­terna premura insegnava loro a considerare come tesoro il mes­salino, che ella volle adornare di pietre preziose.

- S. Venceslao, re di Boemia, soleva ascoltare più Messe in ginocchio per terra, e si sentiva onorato di servirle. Si dilettava a coltivare un campo di frumento per confezionare le particole di propria mano.

- S. Carlo da Sezze faceva delle Messe le tappe dei suoi viag­gi. Fu in una di queste che al momento dell'elevazione ricevette il dardo di amore.

- S. Giovanni Berchmans interrompeva volentieri lo studio quando veniva chiamato a servire la Messa.

- I santi Luigi Gonzaga, Alfonso Rodriguez, Gerardo Maiella, p. Pio e altri ascoltavano più Messe che potevano. S. Francesco di Paola si intratteneva in chiesa per ascoltare tutte le Messe che vi si celebravano.

- S. Leonardo esortava le folle: «O popoli ingannati, che fate voi? Perché non correte alle chiese per ascoltare quante Messe potete? Perché non imitate gli Angeli, che, quando si celebra la S. Messa, scendono a schiere dal Paradiso e stanno attorno ai nostri altari in adorazione, per intercedere per noi?».

- S. Giovanni Bosco esortava: «Abbiate grande premura di andare alla S. Messa, anche nei giorni feriali, tollerando a tal fine anche qualche incomodo. Con ciò otterrete dal Signore ogni sorta di benedizioni».

 

Necessità della Messa.

- Che sarebbe di noi senza la S. Messa? Tutto perirebbe quaggiù, perché soltanto essa può fermare il braccio di Dio (S. Teresa di Gesù).

- Tutta la collera e l'indignazione di Dio cade davanti a questa offerta (S. Alberto Magno).

- Senza la Messa la terra sarebbe da molto tempo annienta­ta per i peccati degli uomini (S. Alfonso Maria de' Liguori).

- Sarebbe più facile che la terra reggesse senza sole anziché senza la Messa (P. Pio da Pietrelcina).

- Se non ci fosse la Messa, a quest'ora il mondo sarebbe già sprofondato sotto il peso delle sue iniquità. È la Messa il pode­roso sostegno che lo regge (S. Leonardo da Porto Maurizio).

 

Adorazione in silenzio

Invocazioni

 

Invochiamo con fede Gesù, il buon Pastore che sull'altare della Croce ha immolato se stesso per la salvezza degli uomini.

Diciamo insieme: O O Redentore del mondo, ascolta la nostra preghiera. Signore Gesù, Verbo del Dio vivente, guidaci alla conoscenza e al­l'amore del Padre, sorgente della vita.

Signore Gesù, tu sei la risurrezione e la vita: effondi lo Spirito santo su tutti gli uomini perché abbiano in sé la carità e la vita divina. 11 Signore Gesù, tu sei la via, la verità la vita: orienta verso te il nostro spirito, la nostra volontà, il nostro cuore. O

Signore Gesù, che riveli l'infinita misericordia di Dio, sempre pron­to a sollevare e a perdonare, abbi pietà dell'uomo peccatore e liberalo da ogni male. FI

Signore Gesù, che hai restituito all'uomo la somiglianza con Dio, donaci di comprendere e di vivere degnamente l'ineffabile mistero della nostra adozione a figli del Padre. n

Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione.

Salvaci, o Salvatore del mondo.

Preghiamo. Guarda benigno, Padre santo, questo sacrificio in cui of­friamo l'Agnello pasquale, che morendo ha aperto agli uomini le porte del paradiso, e introduci noi tutti nella gioia della Pasqua eterna. Per Cristo nostro Signore.

Canto: Padre nostro o Pater noster

 

4. Spiritualità cristiana

Il Testamento di Cristo non lascia dubbi (S. Roberto Bellarmino, Sermone 37).

«Prendete e mangiate: questo è il mio corpo». Considerate at­tentamente, cari fratelli, la forza di queste parole. Certamente leggi e decreti dovrebbero essere promulgati in termini chiari, precisi, semplici e non in maniera oscura e ambigua. Altrimenti ognuno potrebbe addurre come scusa l'ignoranza e dire: «Parli il legislatore con chiarezza, se vuole che le sue leggi siano osser­vate».

Ora quale cristiano dubitò mai che il Signore nell'istituire questo Sacramento non fece una legge in cui prescrisse la sua rinnovazione in perpetuo nella sua Chiesa? «Fate questo - dis­se - in memoria di me». Poiché quindi queste parole di Cristo sono l'espressione di una legge o comando, leggervi dentro figu­re e metafore vuol dire far di Dio Onnipotente il più impruden­te e incompetente dei legislatori.

Ancora, l'ultima volontà e testamento di un uomo dovrebbe­ro certamente essere redatti nel chiaro linguaggio della vita di ogni giorno. Nessuno al di fuori di un pazzo, o di uno che inten­desse suscitare fastidi dopo la sua morte, avrebbe usato metonì­mie e metafore in un documento simile. Quando uno che fa te­stamento dice: «Lascio la mia casa a mio figlio Giovanni», c'è o ci sarà mai qualcuno che intenderà le sue parole nel senso: «La­scio a mio figlio Giovanni, non la mia vera casa quadrangolare, ma un bel quadro di essa»? Supponete ancora che un principe abbia promesso a uno di voi 1000 monete d'oro e per mantene­re la sua parola vi spedisse un disegno delle monete, io mi chiedo: che cosa voi pensereste della sua liberalità? E supponete che alle vostre rimostranze, il donatore dicesse: «Signore, il vo­stro stupore è del tutto fuori posto, poiché le monete dipinte che avete ricevute devono essere realmente considerate come vere in forza di quella figura letteraria che si chiama metonì­mia», non si renderebbe ognuno conto che egli si stava pren­dendo gioco di voi? Ora il Signore promise di darci la sua carne per nostro cibo. «Il pane che vi darò - disse - è la mia carne per la vita del mondo». Se deducete che il pane può essere con­siderato come una figura della sua carne, voi ragionate come quel principe e vi fate beffe delle promesse di Dio. Sarebbe dav­vero un dono meraviglioso quello mediante il quale l'Eterna Sa­pienza, Verità, Giustizia e Bontà ingannasse noi, suoi indifesi sudditi, e schernisse così le nostre più care speranze?

Per mostrarvi quanto giusta e retta sia la posizione che tenia­mo, supponiamo di trovarci all'ultimo giorno e che la nostra dottrina sull'Eucaristia si riveli falsa e assurda. Se Nostro Signo­re ci chiedesse in tono di rimprovero: «Perché avete voi creduto in questo modo al mio Sacramento? Perché avete adorato l'O­stia?», non potremmo noi rispondergli con verità: «Ah, Signore, se in questo ci siamo sbagliati, è stato perché tu ci hai ingannati. Noi udimmo la tua parola: Questo è il mio Corpo, e fu per noi un delitto credere in te? Fummo inoltre confermati nel nostro errore da una quantità di segni e prodigi che potevano avere avuto soltanto te per loro autore. La tua Chiesa unanime ci dis­se che stavamo nella verità, e nel credere come abbiamo fatto abbiamo solo seguito le orme di tutti i tuoi santi»...

Non dobbiamo permettere che si dica che questo santissimo e salvifico Sacramento fu istituito invano per noi. Il pane di fru­mento che è il cibo dei nostri corpi non fu fatto crescere nei campi, mietuto, macinato e cotto nel forno soltanto per essere guardato, ma perché fosse mangiato, e sostenesse la nostra vita e le nostre forze. Così il pane degli Angeli non fu dato unicamen­te per la nostra venerazione, ma anche per nostro nutrimento, affinché, partecipando molte volte di esso, noi possiamo rinfre­scare e fortificare le nostre anime.

Ci sono molti uomini in questa città che parlano del Santissi­mo Sacramento nei termini più belli e più riverenti. Essi compe-

tono anche l'un l'altro per vedere chi gli può rendere più onore. Ma credetemi, onorano meglio il Santissimo Sacramento quelli che cercano di riceverlo spesso con cuore puro e retto. Perché, vi domando, la carità è diventata così fredda tra noi? Perché le nostre vite e il nostro comportamento rassomigliano così poco a quello dei primi cristiani, tanto che accanto ad essi noi sembria­mo soltanto dei discepoli dipinti, o dei cristiani da esser posti come ninnoli sulla mensola del caminetto, che non muovono mai un piede o alzano una mano? Non è forse, per dirla con le parole del Salmista, perché abbiamo dimenticato di mangiare il nostro pane? Essi, invece, impararono dagli Apostoli a nutrirsi ogni giorno di questo cibo benefico e donatore di vita, e così di­ventarono forti, robusti, energici soldati di Cristo pronti e ag­guerriti per ogni fatica, e per l'ultimo eroico conflitto del marti­rio. Sforziamoci dunque di essere come essi qui sulla terra, af­finché possiamo meritare di essere loro compagni nel Cielo.

 

Gli atteggiamenti esteriori nella celebrazione eucaristica (Magrassi M., Vivere l’Eucaristià, p. 65 s).

Capirà la necessità di associare il corpo all'anima nella pre­ghiera solo chi avrà compreso che l'uomo è una unità vivente e che dunque tutto l'uomo deve pregare.

Perché i diversi atteggiamenti che si assumono durante il rito non si riducano a un formalismo o a una «ginnastica» occorre comprenderli come espressione esterna di un atteggiamento in­teriore di preghiera.

Prendiamo ad esempio le tre posizioni più comuni: in piedi, in ginocchio, seduti.

Spesso nella Messa ci teniamo ritti in piedi: è l'attitudine litur­gica per eccellenza. Che cosa esprime? Talora una adesione fer­ma ed energica: al Credo, per esempio. Quando si dà solenne­mente la propria adesione a qualcuno «io credo sulla vostra pa­rola», si prende istintivamente questo atteggiamento:

È anche una attitudine di rispetto al Signore dei cieli che esprime il «senso del sacro». Quando al Parlamento, ad esem­pio, si commemora un uomo illustre, l'assemblea si alza in piedi per rendergli omaggio. Lo stesso vogliamo esprimere noi quan-

do ci teniamo ritti davanti al Signore. Il Signore - diceva P. Se­meria - bisogna trattarlo da Signore; proprio perché è «il Si­gnore».

Chi sta in piedi, inoltre, è pronto ad entrare in azione. È dun­que anche un atteggiamento di disponibilità attiva. Come dire a Dio: «Comanda, sono ai tuoi cenni».

E quando ci inginocchiamo, allora? Questo atteggiamento evo­ca parecchi sentimenti: quello di una supplica più intensa: ad esempio durante le Litanie dei Santi nelle Ordinazioni.

Ma soprattutto evoca l'idea di penitenza e di umiltà: in Qua­resima. Si rinuncia a stare in piedi davanti a Dio, ci si fa piccoli, ci si diminuisce a metà: il ginocchio si piega; se non basta anco­ra, il corpo si inchina: «Mio Dio, tu sei grande e io non sono nulla». Ma bisogna che col corpo si inchini e si pieghi anche l'anima: allora soltanto il gesto è umiltà e verità, è umile adora­zione.

Altrettanto si dica dello stare seduti: significa assai più di una posizione confortevole: è attitudine dell'attenzione raccolta e ri­spettosa, e la si adotta quando si tratta di non parlare noi a Dio, ma di ascoltare quello che ci dice Lui nella Divina Scrittura.

Si potrebbe continuare per tutti gli altri gesti liturgici.

Il segno di croce, per esempio, non esprime solo il grande mi­stero del Calvario che ci ha salvati (= gesto), ma è anche «me­moria» del nostro battesino che ci ha innestati nella Pasqua di Cristo e ci ha messi «in società» con le tre Divine Persone (_ formula trinitaria).

Quando avremo capito bene tutti questi gesti e atteggiamenti, essi non saranno più ritenuti superflui e compiuti in maniera abitudinaria, ma saranno giudicati e stimati per quello che sono: un modo, connaturale alla nostra psicologia umana, di associare il corpo ai sentimenti dell'anima, e di esprimere gli stessi senti­menti in stile comunitario.

 

Le mani dell'uomo toccano Dio (Frammento liturgico antico).

Un miracolo incredibile si compie adesso davanti a noi, suoi credenti: l'Inesprimibile, l'Ineffabile viene ad offrirsi a noi, tutto intero, accettando una dimora di carne. Le mani dei suoi fedeli portano il Dio dell'universo. Il sangue che gronda da lui scorre nel calice. Il sacerdote del culto nuovo ne fa un'offerta sacra; i fedeli lo ricevono in espiazione dei peccati.

 

L'opera più fruttuosa (P. W. Ledòchowski).

La Messa è un perfettissimo riconoscimento della nostra sog­gezione a Dio, una pienissima soddisfazione per tutti i peccati del mondo, una somma glorificazione di Dio, un amplissimo ringraziamento, e nello stesso tempo una efficacissima ímpetra­zione di grazie; poiché non è la nostra voce che sale al cielo, ma è la voce del Sangue stesso di Dio. Per lo scopo dei nostri lavo­ri, in nessun altro luogo possiamo compiere tante e così grandi cose come all'altare. Fra tutte le opere compiute o da compiere nel mondo, è la più grande, la più santa e la più fruttuosa.

 

La Messa di S. Ignazio di Loyola (Giovanni Paolo II, Lettera a P. Kolvenbach, 31 luglio 1990).

Nella parte decima delle Costituzioni, dove si tratta della ma­niera di conservare e sviluppare la Compagnia (di Gesù) per conseguire il suo fine, Sant'Ignazio ha scritto che «i mezzi, che congiungono lo strumento con Dio e lo dispongono a lasciarsi guidare dalla sua mano divina, sono più efficaci di quelli che lo dispongono verso gli uomini..., perché sono le doti interne che devono rendere efficaci quelle esterne in vista del fine che si persegue».

Prima di fissarla nelle Costituzioni, Sant'Ignazio visse in sé stesso questa verità fin dal tempo di Manresa, subito dopo la sua conversione. Lunghe ore di orazione occupavano la sua giornata e anche parte della notte; in esse, sotto l'influsso della grazia e con il favore di speciali doni mistici, si compì quella sua trasformazione interiore, che si riflette nel mirabile libretto degli «Esercizi Spirituali», di cui egli fu il primo esercitante così da divenire un uomo veramente spirituale.

Se negli anni seguenti, impegnato negli studi e poi nell'atti­vità apostolica, dovette limitare il tempo della preghiera quoti­diana, sappiamo che sempre riservò ad essa un congruo spazio della sua giornata. Da quanto ci resta del suo «Diario spirituale» appare infatti che, essendo Generale della Compagnia, soleva ogni mattina premettere un periodo di orazione alla celebrazione dell’Eucaristia, alla quale seguivano abitualmente due ore di orazione, durante le quali non voleva essere disturbato.

La celebrazione dell'Eucaristia costituiva il centro della sua orazione, era il tempo privilegiato per le sue più intime comuni­cazioni con Dio, spesso accompagnate da doni mistici. All'Euca­ristia egli portava le sue intenzioni e preoccupazioni, che non mancavano nel governo della Compagnia; in essa riceveva illu­minazioni ed ispirazioni che lo guidavano al fedele adempimen­to dei disegni divini.

È naturale che, dopo questo tempo consacrato alla celebra­zione eucaristica e all'orazíone, egli vivesse tutta la giornata in costante unione con Dio, ne sperimentasse la presenza, lo ve­desse in ogni cosa e in ogni evento lieto o triste. Lo attestavano quanti con lui trattavano, constatando l'incredibile facilità con cui nel disbrigo degli affari sapeva raccogliersi spiritualmente, formulare giudizi e prendere decisioni in una luce soprannatu­rale. Realizzava quello che il P. Girolamo Nadal sintetizzò in una significativa espressione della spiritualità ignaziana: «essere contemplativi nell'azione».

Sant'Ignazio non fu soltanto uomo di orazione, ma maestro di orazione allo scopo di iniziare anche gli altri ad «essere con­templativi nell'azione».

L'itinerario da percorrere è quello descritto nei suoi Esercizi Spirituali, che riflettono la sua personale esperienza e di cui si serviva per formare gli altri, cominciando dai suoi primi compa­gni. Volle pertanto che il primo esperimento, per chi chiedeva di entrare in Compagnia, consistesse negli esercizi spirituali di un mese, al fine di porre un solido fondamento alla spiritualità di ciascuno.

 

Adorazione in silenzio

Prefazio (Giovedì Santo)

 

È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.

Con l'unzione dello Spirito Santo hai costituito il Cristo tuo Figlio Pontefice della nuova ed eterna alleanza, e hai voluto che il suo unico sacerdozio fosse perpetuato nella Chiesa.

Egli non soltanto comunica il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti, ma con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fratelli e mediante l'imposizione delle mani li fa partecipi

del suo ministero di salvezza. Tu vuoi che nel suo nome rinnovino il sacrificio redentore, preparino ai tuoi figli la mensa pasquale, e, servi premurosi del tuo popolo, lo nutrano con la parola e lo santifichino con i sacramenti.

Tu proponi loro come modello il Cristo, perché donando la vita per te e per i fratelli, si sforzino di conformarsi all'immagine del tuo Figlio, e rendano testimonianza di fedeltà e di amore generoso.

Per questo dono del tuo amore, o Padre, insieme con tutti gli Angeli e i Santi, cantiamo con esultanza la tua lode:

Canto: Santo, Santo, Santo (o Sanctus, Sanctus, Sanctus)

Benedizione eucaristica o Santa Messa