Ora di Adorazione Eucaristica_17

5. Memoriale della Pasqua

Canto eucaristico introduttivo:

Adoro te devote, oppure T àdoriam, Ostia divina

Esposizione dell'Eucaristia

Adorazione in silenzio

 

1. Parola di Dio

Ogni volta che mangiate di questo pane, annunciate la morte del Si­gnore (1 Cor 11,17-34).

Non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio.

Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assem­blea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. È necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti di mezzo a voi. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l'altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e far vergognare chi non, ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!

Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Que­sto è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicen­do: «Questo calice è la nuova Alleanza nel mio sangue; fate que­sto, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta in­fatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.

Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pa­ne e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza ri­conoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria con­danna.

È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attenta­mente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non essere condan­nati insieme con questo mondo.

Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspetta­tevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le si­stemerò alla mia venuta.

Meditazione

Nell'atto di istituire l'Eucaristia come Sangue della Nuova Alleanza, Gesù conclude: «Fate questo, tutte le volte che lo ber­rete, in memoria di me». L'apostolo Paolo, che racconta il fatto nella lettera ai Corinti, commenta: «Ogni volta dunque che voi mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunzia­te la morte del Signore fino a che egli venga» (1 Cor 11,25-26). Anche l'evangelista Luca riporta le parole di Gesù: «Fate questo in ricordo di me» (22,19).

1. Il senso di questo «ricordare» va interpretato nel contesto della promessa (Gv 6) e dell'istituzione dell'Eucaristia come pre­senza reale di Gesù in mezzo a noi sino alla fine dei tempi. Non si tratta di una semplice rievocazione mnemonica di Gesù e del­la sua morte, ma di una memoria che rende attuale la presenza. È ciò che la Chiesa esprime con il termine memoriale: memoriale di Gesù, memoriale della morte di Cristo, o, in senso più esteso, memoriale della Pasqua, come si deduce dalle formule liturgi­che poste a conclusione della consacrazione: «Annunciamo la tua morte, o Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'atte­sa della tua venuta» (anamnesi, reminiscenza).

2. L'Eucaristia è posta quindi in relazione con i fatti centrali della Redenzione come loro «ricordo»: ricordo della passione, della morte, della risurrezione di Gesù, della sua venuta alla fi­ne dei tempi.

Il Vaticano Il, riportando le stesse parole del Concilio Tri­dentino, afferma: «Il nostro Salvatore, nell'ultima cena, la notte in cui fu tradito, istituì il Sacrificio Eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue al fine di perpetuare nei secoli, fino al suo ritor­no, il Sacrificio della Croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memorràle della sua morte e della sua risurrezio­ne (SC 47).

Nei confronti della morte del Signore, però, la Chiesa affer­ma una relazione tutta particolare. Pio XII, nell'enciclica Media­tor Dei, afferma; «L'augusto Sacrificio dell'altare non è una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolando­si incruentemente, il Sommo Sacerdote fa ciò che fece una volta sulla croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissi­ma».

E Paolo VI dice: «Nel mistero eucaristico è rappresentato in modo mirabile il Sacrificio della Croce consumato una volta per sempre sul Calvario: vi si richiama perennemente la memoria e ne viene applicata la virtù salvifica in remissione dei peccati che si commettono quotidianamente» (Mysteriúm fidei).

«In questo Sacramento - dice ancora Giovanni Paolo II - si rinnova continuamente, per volere di Cristo, il mistero del Sa­crificio che Gesù fece di se stesso al Padre sull'altare della Cro­ce» (Redemptor homini's).

3. Questa dottrina viene più accuratamente precisata in nu­merosi documenti della Chiesa, tra i quali ci piace ricordare il discorso del Card. Montini nella festa del Corpus Domini del 1962 (v. pag. 104).

Adorazione in silenzio

Salmo 18

 

Grazie, o Signore, per la tua gloria immensa!

La legge del Signore è perfetta, rinfranca l'anima;

la testimonianza del Signore è veràce, rende saggio il semplice.

Gli ordini del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore;

i comandi del Signore sono limpidi, dànno luce agli occhi.

Il timore del Signore è puro, dura sempre; i giudizi del Signore sono tutti fedeli e giusti, più preziosi dell'oro.

Ti siano gradite le parole della mia bocca, davanti a te i pensieri del mio cuore.

Signore, mia rupe e mio redentore.

V. Annunziamo la tua morte, Signore!

R. Proclamiamo la tua risurrezione!

Preghiamo. Accogli, Dio misericordioso, questo memoriale della no­stra redenzione, sacramento del tuo amore, e fa' che sia per tutti noi segno di unità e vincolo di carità. Per Cristo nostro Signore.

Canto: O sacro Convito, oppure Inni e canti, o altro.

 

2. Magistero della Chiesa

Memoriale della Morte e della Risurrezione di Cristo (Concilio Va­ticano II).

Il nostro Salvatore nell'ultima Cena, la notte in cui fu tradito, istituì il Sacrificio Eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, al fine di perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il Sacrificio della Croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua Morte e della sua Risurrezione: Sacra­mento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasqua­le, nel quale si riceve Cristo, l'anima viene ricolma di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura (SC 47).

Cristo ha inviato gli Apostoli perché attuassero, per mezzo del Sacrificio e dei Sacramenti, sui quali si impernia tutta la vita liturgica, l'opera della salvezza che annunziavano (SC 6).

Ogni volta che il Sacrificio della croce, col quale Cristo no­stro agnello pasquale è stato immolato, viene celebrato sull'alta­re, si rinnova l'opera della nostra redenzione (LG 3).

Ogni volta che i cristiani mangiano la cena del Signore, ne proclamano la morte fino a quando verrà (SC 6).

 

L’Eucaristia rinnova il mistero della Redenzione (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 20).

Nel mistero della Redenzione, cioè dell'opera salvifica opera­ta da Gesù Cristo, la Chiesa partecipa al Vangelo del suo Mae­stro non soltanto mediante la fedeltà alla Parola ed il servizio al­la verità, ma parimenti mediante la sottomissione, piena di spe­ranza e di amore; partecipa alla forza della sua azione redentri­ce, che Egli ha, espresso e racchiuso in forma sacramentale, so­prattutto nell'Eucaristia. Questo è il centro e il vertice di tutta la vita sacramentale, per mezzo della quale ogni cristiano riceve la forza salvifica della Redenzione iniziando dal mistero del Batte­simo, in cui siamo immersi nella morte di Cristo, per diventare partecipi della sua Risurrezione, come insegna l'Apostolo. Alla luce di questa dottrina, diventa ancor più chiara la ragione per cui tutta la vita sacramentale della Chiesa e di ciascun cristiano raggiunge il suo vertice e la sua pienezza proprio nell'Eucaristia. In questo Sacramento, infatti, si rinnova continuamente per vo­lere di Cristo il mistero del sacrificio che Egli fece di se stesso al Padre sull'altare della Croce: sacrificio che il Padre accettò, ri­cambiando questa totale donazione di suo Figlio, che si fece «obbediente fino alla morte», con la sua paterna donazione, cioè col dono della nuova vita immortale nella risurrezione, perché il Padre è la prima sorgente e il datore della vita fin dal principio. Quella vita nuova che implica la glorificazione corpo­rale di Cristo crocifisso, è diventata segno efficace del nuovo dono che è lo Spirito Santo, mediante il quale la vita divina, che il Padre ha in sé e che dà al suo Figlio, viene comunicata a tutti gli uomini che sono uniti con Cristo.

L'Eucaristia è il Sacramento più perfetto di questa unione. Celebrando ed insieme partecipando all'Eucaristia, noi ci unia­mo a Cristo terrestre e celeste, che intercede per noi presso il Padre; ma ci uniamo sempre mediante l'atto redentore del suo sacrificio, per mezzo del quale Egli ci ha redenti, così che siamo stati «comprati a caro prezzo».

 

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Il «caro prezzo» della nostra redenzione comprova, parimen­ti, il valore che Dio stesso attribuisce all'uomo, comprova la no­stra dignità in Cristo. Diventando infatti «figli di Dio», figli di adozione, a sua somiglianza noi diventiamo al tempo stesso «re­gno di sacerdoti», otteniamo «il sacerdozio regale», cioè parteci­piamo a quell'unica e irreversibile restituzione dell'uomo e del mondo al Padre, che Egli, Figlio eterno e insieme vero uomo, fece una volta per sempre. L'Eucaristia è il Sacramento, in cui si­

esprime più compiutamente il nostro nuovo essere, in cui Cristo stesso, incessantemente e sempre in modo nuovo, «rende testi­monianza» nello Spirito Santo al nostro spirito che ognuno di noi, come partecipe del mistero della Redenzione, ha accesso ai frutti della filiale riconciliazione con Dio, quale Egli stesso ave­va attuato e sempre attua fra noi mediante il ministero della Chiesa.

 

L’Eucaristia ricordo e presenza di Cristo (Card. Giovanni Battista Montini, Corpus Domini 1962).

L'Eucaristia è sgorgata dal cuore di Cristo nella chiaroveg­genza e nella imminenza della sua morte per vincere l'effetto che la morte produce nei superstiti, e possiamo dire nella so­cietà e nel tempo, che è l'oblio. Il Signore ha voluto sostituire al suo aspetto visibile sperimentale il suo aspetto sacramentale, mi­sterioso, ma non meno reale; il Signore ha voluto rimanere, ha voluto sopravvivere, non in una scena temporale sua propria, ma nel ricordo dei suoi, cioè nella vita spirituale della società nata da Lui, nella Chiesa, e mediante la Chiesa nel mondo. Ge­sù, sapendo di essere alla fine della sua presenza naturale sulla terra, ha fatto in modo che gli uomini non si dimenticassero di Lui. L'Eucaristia è appunto il memoriale perenne di Gesù Cri­sto. Celebrare l'Eucaristia vuol dire celebrare la sua memoria.

La Liturgia ben sa e ben ci insegna questa finalità del mistero eucaristico; e le dà un nome, che nel suono greco ed arcaico del vocabolo dice come sempre nei secoli, fin da principio, fin dal Vangelo, così fu onorata, l'Eucaristia, e cioè il nome di anamnesi; che vuol dire appunto reminiscenza, e che trova il suo posto ri­tuale immediatamente dopo la consacrazione del pane e del vi­no nel Corpo e nel Sangue di Cristo, in connessione, e quasi a sviluppo e commento, delle parole citate dal Signore stesso: «Fate questo in memoria di me»; «Ogni volta che questo farete, lo farete in mia commemorazione». È a questo punto ineffabile che la liturgia della Messa aggancia la storia del Vangelo con le famose parole «Unde et memores.., perciò noi ricordando...».

... Ma il nostro ricordo di Cristo ci offre la presenza reale di Cristo. È un ricordo che coincide con la realtà. Non si riferisce soltanto al passato; attualizza quel passato; nel presente, non è soltanto un atto soggettivo, uno sforzo di rappresentazione mne­monica e fantastica, non è soltanto una nostalgia di Cristo che ha lasciato questo mondo e ci ha privati della sua inebbriante visione e della sua sensibile conversazione; non è soltanto la «dulcis memoria» d'un'esperienza religiosa spiritualmente rievo­catrice e consolante; è un ricordo realtà; è una memoria sogget­tiva con la presenza oggettiva e viva di chi è ricordato; è un fat­to stupendo che inserisce il Cristo celeste ed eterno sotto i segni simbolici della sua morte sacrificale nell'esperienza profana e transeunte della nostra vita quotidiana...

La nostra religione è col «Dio dei viventi, non dei morti». Il senso realistico della nostra fede non si deve mai oscurare nel nostro spirito, sostenuto in ciò dal ricordo esistenziale dell'Eu­caristia.

Preghiera in silenzio

 

O Cuore amatissimo del mio Gesù, perché ti sei fatto squar­ciare da lancia crudele, se non per mostrarmi l'eccesso dell'a­mor tuo e per essere l'abitazione dell'anima mia? E quando en­trerò io in te e solennemente protesterò: «Questo è il mio eter­no riposo; qui abiterò perché mi sono scelto io stesso questa di­mora»? Gesù mio dolcissimo, introduci dalle prime ore del gior­no quest'anima mia attraverso la ferita dell'aperto costato nel se­greto del tuo amabilissimo e amantissimo Cuore, affinché essa si purifichi, si abbellisca e tutta si infiammi nella tua carità; in mo­do che, dimentica delle terrene sollecitudini, pensi solo ad ama­re te, mio Dio crocifisso.

O Cuore aperto di Gesù, il ferro che ti ha ferito fu temprato nel crudele mio cuore; e tu rivolgilo contro di lui in modo che , resti ferito dall'amore in eterno (S. Bonaventura).

 

Preghiera per i Sacerdoti.

O Gesù, Sommo ed Eterno Sacerdote, conserva i tuoi servi nel sicuro rifugio del tuo Cuore, dove nessuno ardisca toccarli. Custodisci senza macchia le loro mani consacrate che ogni giorno toccano il tuo sacro Corpo.

Conserva immacolate le loro labbra imporporate dal tuo pre­zioso Sangue.

Mantieni puro ed innocente il loro cuore segnato col sublime carattere del tuo Sacerdozio.

Il tuo santo Amore li circondi e la tua santa Madre li difenda da ogni mondano contagio.

Benedici il loro apostolato, rendilo fecondo di abbondanti frutti e fa' che coloro a cui essi hanno amministrato i mezzi di salvezza siano la loro gioia e consolazione quaggiù, e la loro glo­riosa ed eterna corona in cielo. Così sia.

 

Preghiera per le vocazioni (Mons. G. Romeo).

Abbiamo bisogno di preti, Signore, ma di preti fatti sul tuo stampo: non vogliamo sgorbi, non vogliamo «occasionali», ma preti autentici, che ci trasmettano Te senza mezzi termini, senza ristrettezze, senza paure.

Vogliamo preti «a tempo pieno», che consacrino ostie, ma so­prattutto anime, trasformandole in Te; preti che parlino con la vita, più che con la parola e gli scritti; preti che mostrino santità, più che titoli accademici; preti che spendano il loro sacerdozio anziché studiare di salvaguardarne la dignità.

Sai bene, Signore, che l'uomo della strada non è molto cam­biato da quello dei tuoi tempi: ha ancora fame, ha ancora sete; fame e sete di Te, ché solo Tu puoi appagarlo.

Allora donaci preti stracolmi di Te, come un Curato d'Ars, preti che ci diano Te. Di questo, solo di questo noi abbiamo bi­sogno.

Perdona la mia impertinenza: tienti i preti dotti, tienti i preti specializzati, i preti eloquenti, i preti che san fare schemi, inchie­ste, rilievi.

A noi, Signore, bastano i preti dal cuore aperto, dalle mani forate, dallo sguardo limpido. Cerchiamo preti che sappiano pregare più che organizzare, preti che sappiano parlare con Te, perché quando un prete prega, il popolo è al sicuro.

Oggi si fanno inchieste, si fanno sondaggi su come sarà, su come la gente vuole il prete. Non ho mai risposto a queste in­chieste, ma a Te, Signore, posso e voglio dirlo: il prete io lo vo­glio impastato di preghiera.

Donaci, Signore, preti dalle ginocchia robuste, che sappiano sostare davanti a Te, preti che sappiano adorare, impetrare, espiare; preti che non abbiano altro recapito che il tuo Taberna­colo.

E, dimenticavo: rendici degni di avere tali preti.

Inno liturgico (da Adoro te devote) (recita a cori alterni)

Ti adoro devotamente o Dio nascosto, che sotto queste specie ti celi veramente; a te si assoggetta tutto il mio cuore, perché contemplando te tutto vien meno.

O ricordo della morte del Signore, pane vivo che dai la vita all'uomo, fa' che la mia mente di te viva,

e gusti sempre la tua dolcezza.

Pio pellicano, Gesù Signore, monda me impuro con il tuo sangue, del quale una sola stilla può salvare tutto il mondo da ogni delitto.

O Gesù, che ora miro velato,

fa' che avvenga ciò che tanto desidero:

che contemplando il tuo volto a faccia a faccia sia beato alla vista della tua gloria. Così sia.

Canto. Venate al Signore, oppure O sacrum Convivium, o altro.

 

3. Testimonianze dei santi

Il Cottolengo e la Messa.

S. Giuseppe Cottolengo diceva: «Se la Chiesa permettesse di celebrare dieci Messe al giorno, vorrei celebrarle tanto volentie­ri senza lasciarne una sola».

Alla Messa si preparava con ore di preghiera e non consenti­va che lo si disturbasse prima e dopo la celebrazione. Diceva al­lora: «Prima Dio, poi il resto». La cosa capitò anche con la mar­chesa Faustina, dama di corte venuta a parlargli in nome del re: mostrandosi essa di cattivo umore per l'attesa, il santo se ne scu­sò dicendole che era in udienza presso la Maestà di Dio.

E quando celebrava, piangeva di commozione, tanto che il suo fratello Ignazio espresse le sue meraviglie alla mamma. Que­sta rispose: «Lascia pure che pianga: lui sa il perché. All'altare si piange bene».

Faceva confezionare ostie consistenti perché le Specie non si consumassero presto in lui.

Un giorno il £ Placido lo pregò di dispensare i sordomuti dalla Messa perché non capivano nulla. E il santo: «Non impor­ta: capiranno in avvenire, e intanto partecipano al Sacrificio di Gesù».

A tutti - insegnanti, infermiere, medici, genitori - racco­mandava la Messa quotidiana, e a chi diceva di non aver tempo rispondeva: «Cattiva economia, cattiva economia del tempo!».

 

I Santi e la Messa.

- La venerabile Caterina Vannini vedeva in estasi gli Angeli che durante la Messa circondavano le mani del Sacerdote e le sostenevano al momento dell'elevazione dell'Ostia e del Calice.

- S. Giuseppe Cottolengo sorvegliava personalmente la confe­zione delle ostie per la Messa e per le Comunioni, e alla suora addetta aveva ordinato espressamente. «Le ostie per me fatele grosse, perché ho bisogno di intrattenermi a lungo con Gesù, e non voglio che le sacre specie si consumino presto».

- E SantAlfonso De' Liguori riempiva di vino il calice quasi fino all'orlo per possedere più a lungo nel suo corpo Gesù.

- Il vescovo Mons. Sarto, futuro Pio X, nel 1888 fu a Roma in S. Pietro per il giubileo di Leone XIII. Vedendo che il vesco­vo Mons. Radini Tedeschi attendeva l'inserviente per la Messa, volle servirla lui stesso, benché vescovo e più anziano di lui.

 

La messe è molta, gli operai sono pochi! Pregate dunque il Signore della messe che mandi operai nel suo campo (Gesù, in Mt 9, 37).

Adorazione in silenzio

Invocazioni

 

Cristo nella Cena pasquale ha donato il suo Corpo e il suo Sangue come memoriale della sua morte e risurrezione per la vita del mondo. Riuniti nella preghiera di lode invochiamo il suo nome:.

O Cristo, pane del cielo, donaci la vita eterna.

Cristo Figlio del Dio vivo, che ci hai comandato di celebrare l'Euca­ristia in tua memoria, fa' che vi partecipiamo sempre con fede e amore a beneficio di tutta la Chiesa.

Cristo, unico e sommo sacerdote, che hai affidato ai tuoi sacerdoti i santi misteri, fa' che essi esprimano nella vita ciò che celebrano nel sa­cramento.

Cristo, che riunisci in un solo corpo quanti si nutrono di uno stesso pane, accresci nella nostra comunità la concordia e la pace.

Cristo, che nell'Eucaristia ci dai il farmaco dell'immortalità e il pe­gno della risurrezione, dona la salute agli infermi e il perdono ai pecca­tori.

Cristo, che nell'Eucaristia ci dai la grazia di annunziare la tua morte e risurrezione fino al giorno della tua venuta, rendi partecipi della tua gloria i nostri fratelli defunti.

V. Annunziamo la tua morte, Signore, e proclamiamo la tua risurre­zione

R. Nell'attesa della tua venuta.

Preghiamo. Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento del­l'Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa' che adoria­mo con viva fede il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue, per sentire sempre in noi i benefici della redenzione. Tu sei Dio, con il Pa­dre e lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli.

Canto: Padre nostro o Pater noster

 

4. Spiritualità Cristiana

Ciò che vale la Messa.

- Negli uomini Cristo non trovò nulla di mondo da potere offrire a vantaggio degli stessi uomini; allora offrì se stesso come vittima pura, vittima felice, vittima vera, sacrificio immacolato. Non offrì cose che noi gli avevamo date; o meglio offrì cose pre­se da noi ma che lui stesso aveva purificato. Offrì, infatti, la car­ne che aveva presa da noi. E da chi la prese? Dal seno della Vergine Maria. Essendo pura, la offrì per chi era impuro. Egli dunque è re e sacerdote. Rallegriamoci in lui (S. Agostino, Enar­ratio in Ps. 149,6).

- Il Pane vivo è disceso per avere fame. La Via è discesa per stancarsi del cammino. La Fonte è discesa per avere sete.

E tu vorrai rifiutare la tua sofferenza? (S. Agostino, Serm. 78).

- Mosè innalzò le sue mani al cielo, e ne fece discendere il pane degli angeli, la manna. Con le sue mani alzate al cielo, il nostro Mosè ci dà il pane della vita eterna. Mosè colpì la roccia e ne scaturirono fiumi d'acqua. Egli, invece, tocca la mensa spi­rituale e ne fa scaturire le sorgenti vive del suo Spirito. Ecco perché, allo stesso modo che una sorgente, la Mensa sta al cen­tro affinché vi affluiscano per abbeverarsi delle sue acque appa­ganti i greggi provenienti da ogni parte.

Invitati a simile Mensa allietata di mille delizie, avviciniamoci con cuore umile e puro a questa fonte e sorgente di vita per la­sciarci inondare di favori spirituali e ricevere grazie e misericor­dia (Giovanni Crisostomo, Cat. bapt.11126, 27).

- Nella Messa il Signore ci dà ciò che chiediamo, e più an­cora, spesso ci dà ciò che non chiediamo (S. Girolamo).

- O meravigliosa altezza e degnazione che dà stupore! O umiltà sublime e sublimità umile che il Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, abbia ad umiliarsi così da nascondersi sotto la piccola figura del pane per la nostra salute! Guardate, fratelli, l'abbassamento di Dio. Quindi non tenetevi nulla di voi stessi, affinché interamente vi accolga colui che tutto si dà a voi (S. Francesco d'Assisi).

- Tanto vale la celebrazione della S. Messa quanto vale la morte di Gesù in croce (S. Tommaso d'Aquino).

- La S. Messa è l'opera in cui Dio ci mette sotto gli occhi tutto l'amore che ci ha portato; è in certo modo la sintesi di tutti i suoi benefici (S. Bonaventura).

- Nessuna lingua umana può enumerare i favori dei quali è sorgente il sacrificio della Messa: il peccatore si riconcilia con Dio, il giusto diviene più giusto, sono cancellate le colpe, an­nientati i vizi, alimentate le virtù e i meriti, confuse le insidie diaboliche (S. Lorenzo Giustiniani).

- Con l'orazione noi domandiamo a Dio le grazie; Messa costringiamo Dio a darcele (S. Filippo Neri).

- Tutte le volte che una persona assiste con devozione alla Messa, Dio Padre la mira con la medesima compiacenza che la santa Ostia che gli viene offerta; ed essa diviene risplendente come colui che, venendo dalle tenebre alla luce, incontra un raggio di sole (S. Geltrude).

- La Santa Messa è il sole dei cristiani, l'anima della fede, il centro della religione cattolica, dove convergono tutti i riti e tut­ti i sacramenti. Insomma è il compendio di tutto il buono e il bello che si trova nella Chiesa di Dio (S. Leonardo di Porto Maurizio).

- Non si può separare la Santissima Eucaristia dalla Passio­ne di Gesù (S. Andrea Avellino).

- Dio stesso non può fare che vi sia un'azione più santa e più grande della celebrazione di una S. Messa (S. Alfonso Maria de' Liguori).

- Ascoltando e celebrando devotamente la Messa si merita più che distribuendo ai poveri i propri beni, che peregrinando per tutta la terra (S. Bernardino da Busto).

- Placato da questa oblazione il Signore, concedendoci la grazia e il dono del pentimento, perdona delitti e peccati anche enormi (Conc. di Trento).

- La Messa è l'atto più santo della Religione: tu non potresti far niente di più glorioso a Dio, né di più vantaggioso alla tua

nella S. anima che di ascoltarla piamente e il più sovente possibile (S. Pier Giuliano Eymard).

- Il martirio non è nulla in confronto della Messa, perché il martirio è il sacrificio dell'uomo a Dio, mentre la Messa è il sa­crificio di Dio per l'uomo! (S. Giovanni Maria Vianney).

- Tutte le opere buone riunite insieme non possono valere una S. Messa, perché esse sono opere degli uomini, mentre la S. Messa è opera di Dio (S. Giovanni Maria Vianney),

- Nella Messa offriamo a Dio più di quello che riceviamo da lui (S. Teresa di Gesù Bambino).

- L'altare delle nostre chiese non è diverso dall'altare del Golgota: anch'esso è un monte sormontato dalla croce e dal cro­cifisso, dove si attua la riconciliazione fra Dio e l'uomo (Pio XII).

- Mi sembra che quando sono all'altare l'Eterno Padre non mi possa negare nulla; e quindi, confidando nella vittima che of­fro, mi riempio di magnanimo coraggio. Nella Messa provo ogni allegrezza, consolazione e sollievo in mezzo alle più grandi affli­zioni (P. Bernardino de Hoyos),

- La Santa Messa è infinita come Gesù. Chiedete ad un An­gelo cosa sia una Messa ed egli vi risponderà con verità: capisco che cos'è e perché si fa, ma non comprendo però quanto valore abbia. Un Angelo, mille Angeli, tutto il cielo sanno questo e così pensano (P. Pio da Pietrelcina).

- Se gli uomini comprendessero il valore della S. Messa, ad ogni Messa ci vorrebbero i carabinieri per tenere in ordine le folle di gente nelle chiese (P. Pio di Pietrelcina).

- Giulio II presentò al figlio di Bramante un mucchio di monete dicendogli: «Prendine quante ne vuoi». Questi rispose: «Prendetene voi, che avete la mano più grossa». Facciamo noi pure così con Dio durante la Messa.

e Perché non manchino sacerdoti, preghiamo per le vocazioni (Paolo VI).

La vita dev'essere consacrata a qualcosa di grande. Non si può rimanere inerti e insensibili, quando si pensa che tante ma­ni si alzano dai cinque continenti verso chi, rappresentando Cri­sto in mezzo a loro, possa colmare le loro aspettative e rispon­dere alle loro speranze.

Sono mani di bambini e giovani, che attendono chi insegni loro la via della verità e della giustizia; mani di uomini e donne, a cui l'asprezza dura della vita quotidiana fa sentire più acuto il bisogno di Dio; mani di anziani, di sofferenti, di ammalati che aspettano chi si interessi di loro, si chini sulle loro tribolazioni, ne consoli le amarezze, schiudendo all'anima stanca la speranza del Cielo: mani di affamati, di lebbrosi, di reietti della società, che chiedono aiuto.

Per questo sono necessari Sacerdoti e religiosi, sono necessa­rie anime consacrate negli istituti secolari: e purtroppo spesso essi mancano proprio là, dove il bisogno è più grande, e si fa più tragico di giorno in giorno. Per questo noi ci indirizziamo al Po­polo di Dio: a ognuno il Signore può far sentire la sua voce; e saranno retribuiti con lo stesso salario d'amore eterno gli operai della prima, come dell'ultima ora (Mt 20,9-16).

Ma è soprattutto ai giovani che ci rivolgiamo, perché, oggi co­me ieri, sono essi che Gesù di preferenza sceglie e chiama ad es­sere sacerdoti secondo il suo cuore, ai quali si rivolge come ai suoi «amici» (Gv 15,15); essi Egli sceglie e chiama ad essere te­stimoni della sua carità assetata di anime, nei vari stati della vita religiosa e della spiritualità consacrata.

Il mondo di oggi, come ha bisogno di pastori, così ha altret­tanto bisogno di quei simboli viventi, in cui brilla di più viva lu­ce il mirabile disegno di Dio sull'umanità: ha bisogno di quelle vite, quali lo Spirito Santo ha suscitato fin dall'origine della Chiesa e che, in forza di una consacrazone totale al Signore e di una immolazione integrale di sé- a servizio di Dio e dei fratelli, manifestano agli occhi di tutti ciò che Dio attende da ciascuno e che Egli prepara per tutti: il suo regno di amore.

La nostra difficile epoca esige anche dei religiosi e delle reli­giose. Tutti i giovani di cuore generoso devono interrogarsi per sapere se il Signore Gesù non «stia parlando proprio al loro cuore» (cfr. Os 2,16). Non ci sono confini a questa generosità e a questo dono di sé: al di là della patria di ciascuno si aprono alla evangelizzazione i campi illimitati, dove crescono le messi del Signore. Non di parole vi è bisogno oggi, ma di opere.

Non di velleità, ma di generosità concreta, che paghi di per­sona. Non di contestazioni sterili, ma di sacrificio personale che, impegnandosi direttamente, trasformi il mondo fatiscente.

"Tutto il popolo cristiano è invitato a contribuire, ognuno per la sua parte, allo scopo di offrire al Signore questi pastori e que­ste anime consacrate, di cui lo stesso popolo cristiano ha biso­gno per vivere e per crescere.

Tutti hanno il dovere di cooperare alla edificazione del Cor­po mistico di Cristo.

Il Concilio Vaticano II ha sottolineato vigorosamente questo dovere: «Se nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno avuto in sorte la stessa fede in virtù della giustizia di Dio» (cfr. 2 Pt 1,1).

È tutto il popolo di Dio che deve preparare, nelle sue fami­glie esemplari, il buon terreno dove la semente possa germoglia­re e produrre. È tutto il popolo cristiano che deve manifestare la sua attesa e la sua stima verso il sacerdote, il religioso, la reli­giosa, creando così il clima favorevole al dischiudersi dei giova­ni alle cose di Dio.

È tutto il popolo cristiano che deve domandare a Dio umil­mente ciò che Dio solo può dare, pregando secondo il comando del Maestro perché Egli mandi operai nella sua messe (Mt 9,38).

Tutto il popolo, ma primi fra tutti gli stessi sacerdoti e i reli­giosi, all'esempio, al fervore, alla fedeltà dei quali è sospeso l'in­tero avvenire della Chiesa.

 

«Pregate il padrone della messe».

- Padre Guido Del Toro, missionario dei giapponesi in Bra­sile, lasciò scritto: «Quando affermavo che sarebbe stato possibi­le avere vocazioni giapponesi in Brasile, sentivo dire segreta­mente: Padre Del Toro è già vecchio. E io dicevo tra me: O ot­tengo vocazioni, oppure dovrò vedere dissolversi la missione che ho fondato».

Fin dal 1924 egli aveva nella chiesa di S. Gonzalo una buona Crociata Eucaristica. Disse a quei piccoli: «Dovete recitare rosa­ri su rosari perché i giapponesi in Brasile abbiano i loro sacer­doti». E impegnò nella preghiera anche un gran numero di altri ragazzi. Quanti saranno stati i rosari recitati? Forse centinaia di migliaia.

Uno dopo l'altro si presentarono per il seminario tre bravi giovani giapponesi; ma tornarono dal seminario dicendo al pa­dre: «Non voglio più essere prete». Fu una prova dura. Ma alla fine altri giovani affrontarono il seminario.

Nel 1952 P. Del Toro fu in grado di consegnare la sua mis­sione dei giapponesi in Brasile a 25 gesuiti giapponesi! ("Noti­zie" dicembre 1961).

- Nella parrocchia di S. Cirillo e Metodio di Sheboygan da quarant'anni non c'era vocazione. Il parroco L. Koren il 1 no­vembre 1949 organizzò un'incessante campagna di preghiera per le vocazioni. In pochi anni si ebbero 51 vocazioni per semi­nari, noviziati e conventi.

- A Lu Monferrato nel 1870 mancava il parroco. Le madri di famiglia per ovviare la penosa assenza del sacerdote, si accor­darono per una novena allo scopo di ottenere che il Signore scegliesse uno tra i loro figli. Si accese una nobile gara, e... pochi anni dopo il paese contava una cinquantina di sacerdoti. Verso il 1930 il 30% della popolazione di Lu erano preti, frati, suore!

- Le vocazioni non mancano: muoiono. Si ha tanta preoccu­pazione di lasciare ai giovani la libertà di non diventare sacerdo­ti, che si toglie loro la libertà di diventarlo (C. Garrone).

 

Le vocazioni nascono nel cuore delle madri.

- Ringraziando Dio per il figlio sacerdote, una madre gli confida la storia misteriosa della sua vocazione con questa ma­gnifica lettera confidenziale: «La tua vocazione la chiesi alla Ma­donna quando io avevo 15 anni, nel fare il corredo a P. M., mis­sionario. Poi, a tre mesi, eri moribondo, e rinnovai la richiesta. A nove mesi avevi la broncopolmonite, e io ti offersi ancora alla Madonna, per qualunque momento trovasse opportuno chia­marti. Quando partisti per il seminario attraversavamo momenti molto duri, ma ero convinta che Dio non mi abbandonava. E ne fui molto felice...».

Adorazione in silenzio

Prefazio (Messa per la consacrazione dell'altare)

 

È, veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, renderti grazie, o Dio di infinita potenza.

Cristo Signore nostro, vero sacerdote e vera vittima, ci ha comandato di rinnovare in sua memoria lo stesso sacrificio a te offerto

sull'altare della croce.

Così il tuo popolo ha costruito questo altare, che da noi con gioia è stato dedicato.

In questo luogo sublime

si eleva a te continuamente nel mistero il sacrificio di Cristo, si rende a te la lode perfetta

e si celebra la nostra redenzione.

Qui si prepara la mensa del Signore, attorno alla quale i tuoi figli, rinvigoriti dal corpo di Cristo,

si raccolgono nella Chiesa una e santa. Qui i tuoi fedeli attingono lo Spirito, effuso dal Redentore risorto, e diventano essi stessi

offerta gradita e altare vivente.

Per questo dono della tua misericordia uniti agli Angeli e ai Santi

innalziamo esultando l'inno di lode:

Canto: Santo, Santo, Santo ( o Sanctus, Sanctus, Sanctus)

Benedizione eucaristica o Santa Messa