ORA DI ADORAZIONE EUCARISTICA_16
4.
L'Eucaristia Mistero della Fede
Canto
eucaristico introduttivo: Adoro te devote,
oppure
T àdoriam, Ostia divina
Adorazione
in silenzio
1.
Parola di Dio
L'opera
di Dio è che crediate (Gv
6, 22s).
Il
giorno dopo (la moltiplicazione dei pani) la folla, rimasta dall'altra parte del
mare, notò che c'era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi
discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi discepoli erano partiti. Altre barche
erano giunte nel frattempo da Tiberiade, presso il luogo dove avevano mangiato
il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che
Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si
diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. Trovatolo di là dal mare,
gli dissero: «Rabbi, quando sei venuto qua?».
Gesù
rispose: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete
visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati.
Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e
che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il
suo sigillo».
Gli
dissero allora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». Gesù
rispose: «Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato».
Allora
gli dissero: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti?
Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come
sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo».
Rispose
loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal
cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è
colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora
gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose: «Sono io il
pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà
più sete».
«Questa
è l'opera di Dio, che crediate in colui che egli ha mandato», dice Gesù.
La
fede è dunque opera di Dio: «Nessuno viene a me se non gli è dato dal Padre»,
dice ancora Gesù (Gv 6, 65). La fede in Gesù è un dono immenso, che non viene
«dalla carne e dal sangue», ma dal Padre che rivela ai piccoli e nasconde ai
superbi (Mt 16, 17; 11, 25).
Dio
offre a tutti la sua grazia, perché «vuole che tutti gli uomini si salvino e
giungano a conoscere la verità» (1 Tm 2, 4), ma occorre aprirsi alla grazia,
aprirsi alla fede che è la disposizione indispensabile per ottenere la grazia.
«Senza la fede è impossibile piacere a Dio» (Eb 11, 6).
L'azione
di Dio in noi e la nostra corrispondenza, ossia il rapporto tra la grazia e il
libero arbitrio, è un mistero profondo che non possiamo investigare. Possiamo
solo affermare i capisaldi del mistero: che Dio vuole la salvezza di tutti,
offre a tutti la sua grazia, ma rispetta la nostra libertà. Se noi ci apriamo,
egli non ci nega i suoi doni.
È
arduo credere che nel Pane e nel Vino dell'Eucaristia sia presente Gesù stesso,
vivo e reale. La difficoltà si presentò al momento stesso della promessa
dell'Eucaristia: la proposta scatena la discussione tra gli uditori: «Come può
costui darci da mangiare la sua carne?» (Gv 6, 52). E la discussione si
conclude con l'abbandono di Gesù: «Molti dei suoi discepoli dissero: Questo
parlare è duro, e chi lo può sentire?... E da allora molti dei suoi discepoli
si trassero indietro e non andarono più con lui» (Gv 6, 59s). Tra gli
increduli c'era anche Giuda (Gv 6, 64), apostolo di Gesù, perché la fede non
viene «dalla carne e dal sangue», dalle forze naturali, dall'intelligenza
umana, ma dalla grazia di Dio. Il mistero non è contro l'intelligenza, ma al di
sopra di essa.
La
defezione dei discepoli mette in evidenza il significato preciso, concreto,
realistico, inequivocabile del discorso di Gesù sul Pane di Vita: i giudei e
i discepoli capirono molto bene la proposta sconvolgente di Gesù. Se si fosse
trattato di un linguaggio puramente simbolico, i presenti non avrebbero avuto
difficoltà ad accettarlo, pensando ad esempio - come i protestanti - che
l'Eucaristia sia solo un richiamo mnemonico della presenza di Cristo.
Gesù
non deflette dalla sua promessa e provoca una scelta di fede, a costo di perdere
gli stessi suoi apostoli. Dice loro: «Volete andarvene anche voi?».. Solo in
forza del dono della fede Pietro rispose a Gesù: «Signore, da chi andremo
noi? Tu hai parole di vita eterna, e noi crediamo e sappiamo che tu sei il Santo
di Dio» (Gv 6, 67).
Anche
per noi l'Eucaristia è un mistero di fede. Ci uniamo con amore e gratitudine
immensa alla professione di Pietro! Credo, o Signore! Fa' che io creda più
fermamente!
Adorazione
in silenzio
Salmo
83
L'anima
mia languisce e brama gli atri del Signore.
Il
mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente.
Anche
il passero trova la casa, la rondine il nido,
dove
porre i suoi piccoli, presso i tuoi altari,
Signore
degli eserciti, mio re e mio Dio.
Beato
chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi!
Beato
chi trova in te la sua forza:
cresce
lungo il cammino il suo vigore.
V.
I discepoli riconobbero Gesù,
R.
Nell'atto di spezzare il pane.
Preghiamo.
Santifica e rinnova, o Padre, i tuoi fedeli che hai convocato alla tua mensa,
e nel mistero mirabile della Chiesa estendi a tutti i popoli la fede nella
salvezza che ci ha meritato, morendo sulla croce, il tuo Figlio e nostro Signore
Gesù Cristo, che vive e regna nei secoli dei secoli.
Canto:
In te crediam, oppure Credo in te Signor, o altro.
2.
Magistero della Chiesa
Mistero
di fede (Paolo VI, Mysterium
fidei , 3 sett. 1965).
Anzitutto
vogliamo ricordare una verità, a Voi ben nota, ma assai necessaria a respingere
ogni veleno di razionalismo, verità che molti cattolici hanno suggellato col
proprio sangue e che celebri Padri e Dottori della Chiesa costantemente hanno
professato e insegnato, che cioè l'Eucaristia è un altissimo mistero, anzi
propriamente, come dice la Sacra Liturgia, il mistero di fede «In esso solo
infatti - come molto saggiamente dice il Nostro Predecessore Leone XIII di f. m.
- sono contenute con singolare ricchezza e varietà di miracoli, tutte le
realtà soprannaturali» (Lett. Enc. Mirae
caritatis; Acta Leonis XIII, vol. XXII,
19021903, p.12).
È
dunque accostiamo con umile ti, che devono tacere, velazione.
S.
Giovanni Crisostomo, il quale, come sapete, trattò con tanta elevatezza di
linguaggio e con tanto acume di pietà, del mistero eucaristico, istruendo una
volta i suoi fedeli intorno a questa verità, si espresse in questi appropriati
termini: «Inchiniamoci a Dio senza contraddirgli, anche se ciò che egli dice
possa sembrare contrario alla nostra ragione e alla nostra intelligenza; ma
prevalga sulla nostra ragione e intelligenza la sua parola. Così anche
comportiamoci riguardo al Mistero [eucaristico], non considerando solo quello
che cade sotto i sensi, ma stando alle necessario che specialmente a questo
mistero ci ossequio, non seguendo umani argomenma aderendo fermamente alla
divina Risue parole: poiché la sua parola non può ingannare» (In Mattb. hom.
82, 4; PG 58, 743).
Identiche
affermazioni han fatto spesso i dottori Scolastici. Che in questo Sacramento sia
presente il vero Corpo e il vero Sangue di Cristo, «non si può apprendere coi
sensi - dice S. Tommaso - ma con la sola fede, la quale si appoggia all'autorità
di Dio. Per questo, commentando il passo di S. Luca 22, 19, Hoc est corpus meum
quod pro vobis tradetur, Cirillo dice: Non mettere in dubbio se questo sia
vero, ma piuttosto accetta con fede le parole del Salvatore: perché essendo
Egli la verità, non mentisce» (Summa Theol. III, q. 75, a. 1).
Pertanto,
facendo eco al dottore Angelico, il popolo cristiano canta frequentemente: «La
vista, il tatto, il gusto in tesi ingannano, ma l'udito dd certezza di fede.
Credo tutto ciò che disse il Figlio di Dio. Nulla è più vero di questa verità».
Ma
c'è di più: gli stessi Dottori Scolastici asseriscono che il Mistero
Eucaristico non solo tra gli altri sacramenti, ma anche tra i misteri della fede
è «il più difficile a credere» (S. Bonaventura, In IV sent. D.4, q. 1, a. 2;
Opera omntà V, 418). Del resto la stessa cosa accenna 1'Evangelo quando
racconta che molti dei discepoli di Cristo, udito il discorso della carne da
mangiare e del sangue da bere, voltarono le spalle e abbandonarono il Signore
dicendo: «Questo discorso è duro e chi può ascoltarlo?». E domandando Gesù
se anche i dodici volessero andarsene, Pietro affermò con slancio e fermezza la
fede sua e degli Apostoli con mirabile risposta: «Signore, da chi ce ne
andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6, 61-69).
È
logico dunque che noi nell'investigare questo Mistero seguiamo come una stella
il Magistero della Chiesa, a cui il Divin Redentore ha affidato la parola di Dio
scritta o trasmessa oralmente perché la custodisca e la interpreti, convinti
che «anche se non si indaghi con la ragione, anche se non si spieghi con la
parola, rimane tuttavia vero ciò che fin dall'antichità con verace fede
cattolica si predica e si crede in tutta la Chiesa» (S. Agostino, Contra
Iulianum, IV, 5, 11; PL 44, 829).
Ma
non basta. Salva infatti l'integrità della fede, è necessario anche serbare un
esatto modo di parlare, affinché usando parole incontrollate non ci vengano in
mente, che Dio non permetta, false opinioni riguardo alla fede dei più alti
misteri. Torna a proposito il grave monito di S. Agostino quando considera il
diverso modo di parlare dei filosofi e del cristiano: «I filosofi - egli
scrive - parlano liberamente senza timore di offendere orecchi religiosi in cose
molto difficili a capirsi. Noi invece dobbiamo parlare secondo una regola
determinata, per evitare che la libertà di linguaggio ingeneri qualche
opinione empia anche intorno al significato della parola» (De Ci'vit. Dei, X,
23; PL 41, 300).
La
norma di parlare dunque, che la Chiesa con lungo secolare lavoro, non senza
l'aiuto dello Spirito Santo, ha stabilito, confermandola con l'autorità dei
Concilii, norma che spesso è diventata la tessera e il vessillo della
ortodossia della fede, dev'essere religiosamente osservata; né alcuno,
secondo il suo arbitrio o col pretesto di nuova scienza, presuma di cambiarla.
Chi mai potrebbe tollerare che le formule dommatiche usate dai Concilii
Ecumenici per i misteri della SS. Trinità e dell'Incarnazione siano giudicate
non più adatte agli uomini del nostro tempo ed altre siano ad esse
temerariamente surrogate?
Allo
stesso modo non si può tollerare che un privato qualunque possa attentare di
proprio arbitrio alle formule con cui il Concilio Tridentino ha proposto a
credere il Mistero Eucaristico. Poiché quelle formule, come le altre di cui
la Chiesa si serve per enunciare i dommi di fede, esprimono concetti che non sono
legati a una certa forma di cultura, non a una determinata fase di progresso
scientifico, non all'una o all'altra scuola teologica, ma presentano ciò che
l'umana mente percepisce della realtà nell'universale e necessaria esperienza:
perciò tali formule sono intelligibili per gli uomini di tutti i tempi e di
tutti i luoghi.
Invero
quelle formule possono fruttuosamente spiegarsi più chiaramente e più
largamente, mai però in senso diverso da quello in cui furono usate, sicché
progredendo l'intelligenza della fede rimanga intatta la verità di fede.
Difatti
il Concilio Vaticano I insegna che nei sacri dommi «si deve sempre ritenere
quel senso, che una volta per sempre ha dichiarato la Santa Madre Chiesa e mai
è lecito allontanarsi da quel senso sotto lo specioso pretesto di più profonda
intelligenza» (Cost. dogm. De
fide cathotfca, c. 4).
La
duplice mensa della Parola e dell’Eucaristia
(Imitazione di Cristo 4, 11).
Due cose, o Signore, sento necessarie in questa vita, senza le quali essa mi sarebbe insopportabile. Due cose confesso di aver bisogno in questo corpo in cui sono imprigionato: il cibo e la luce.
Per
questo hai dato a me che sono infermo il tuo sacro Corpo come refezione della
mente e del corpo, e hai posto come lucerna ai miei passi la tua Parola.
Senza
di essi non potrei vivere: la tua Parola infatti è per me luce, il tuo
Sacramento è pane di vita.
Queste
due cose possono dirsi due mense, poste da una parte e dall'altra nel cuore
della tua Chiesa. La prima mensa è quella del sacro altare, che contiene il
Pane santo, il Corpo prezioso di Cristo; l'altra è il ciborio della dottrina
santa, della legge divina, che istruisce sulla retta fede e conduce con
sicurezza fino all'interno del velo, ove sta il Santo dei Santi.
Ti
rendo grazie, o Signore Gesù, per la mensa della sacra Dottrina, che ci hai
offerto per mezzo dei tuoi servi, profeti, apostoli e santi dottori.
Ti
ringrazio, Creatore e Redentore degli uomini, perché per manifestare a tutto il
mondo il tuo amore, ci hai preparato la grande cena nella quale ci offri come
nutrimento non l'agnello simbolico, ma il tuo santissimo Corpo e Sangue, e
rallegri tutti i fedeli col sacro convito inebriandoli col calice che salva, nel
quale sono tutte le delizie del Paradiso. Anche i santi angeli si uniscono a noi
con soavità più felice della nostra.
Quanto
devono essere pure le mani e la bocca, santo il corpo e immacolato il cuore del
sacerdote che tante volte vengono a contatto con l'Autore della purezza! Dalle
labbra del sacerdote non devono uscire se non parole sante, oneste e utili, dato
che riceve tanto spesso il Sacramento di Cristo. 1 suoi occhi devono essere
semplici e puri, dato che vedono spesso il Corpo di Cristo; pure ed elevate al
Cielo devono conservarsi le mani che toccano il Creatore del cielo e della
terra. Nella Legge infatti è detto particolarmente a loro «Siate santi perché
sono santo io, il Signore Dio vostro» (Lv 19, 2).
O
Signore Dio mio, previeni il tuo servo con le benedizioni della tua dolcezza,
affinché io meriti d'accostarmi degnamente e devotamente al tuo magnifico
Sacramento. Eccita il mio cuore verso di te e scuotimi dal mio grave torpore.
Visitami con la tua grazia salutare, perché io assapori spiritualmente la tua
soavità, che si cela tutta, come in sua fonte, in questo Sacramento.
Rischiara
anche i miei occhi, affinché possano contemplare sì grande mistero, e dammi
forza di crederlo con certissima fede. Esso è opera tua, non di umana potenza:
è tua divina istituzione, non invenzione degli uomini.
Infatti
non si troverebbe alcuno che fosse idoneo a concepire e intendere da sé tali
cose, trascendenti perfino l'intuito degli angeli. Che cosa quindi potrò io,
peccatore indegno, polvere e fango, investigare e capire di così alto arcano?
Signore,
nella semplicità del mio cuore e nella mia retta e ferma fede, m'accosto a te
- perché tu me lo comandi - con riverenza e fiducia, e credo veramente che
qui nel Sacramento tu sei presente, Dio e Uomo.
Tu
vuoi dunque che ti riceva e mi unisca a te in ardore di carità. Ebbene, io
prego la tua clemenza e imploro a tal fine una grazia speciale, per struggermi
tutto in te, e traboccare d'amore, sì che mai più m'ingolfi in diletti
profani.
Poiché
questo altissimo e augustissimo Sacramento è salute dell'anima e del corpo,
medicina d'ogni spirituale infermità; in esso sono curati i miei vizi, domate
le passioni, vinte o scemate le tentazioni; per esso ci viene infusa in più
alto grado la grazia, la virtù incipiente progredisce, la fede si consolida, la
speranza si rafforza, la carità avvampa e si dilata. Molte sono le grazie che
tu hai dispensato e che tuttora spesso dispensi nel Sacramento ai tuoi cari, che
si comunicano devotamente, o Dio mio, protettore dell'anima mia, restauratore
dell'umana fragilità e largitore d'ogni interna consolazione.
Veramente
tu ad essi concedi grandi consolazioni in mezzo alle più diverse sofferenze, e
dal fondo della loro depressione li sollevi alla speranza del tuo aiuto; col
dono di una grazia novella interiormente li illumini e li ricrei. Cosicché
mentre prima della Comunione versavano nell'affanno e nell'aridità, dopo ricevuto
il cibo e la bevanda celeste, si trovano mutati in meglio.
In
tal modo tratti liberamente con i tuoi eletti, perché vedano chiaro e
sperimentino sensibilmente quanta debolezza hanno di per se stessi, e quanta
bontà e grazia ricevono da te.
Da
se stessi sono freddi, indolenti e arídi; per te invece meritano di diventare
fervorosi, alacri e devoti.
Infatti chi mai s'accosta umilmente per bere a una soavissima fonte, e non ne riporta un po' di soavità? Oppure chi, stando vicino a un gran fuoco, non ne risente un po' di calore? Tu sei la fonte sempre viva e traboccante, sei il fuoco sempre ardente che mai si spegne. Se non mi è consentito attingere in pienezza e bere fino a sazietà, accosterò tuttavia le mie labbra alla celeste fontana per attingerne almeno qualche goccia a ristoro della mia sete. E se non sono tutto celeste e ardente come un cherubino o un serafino, mi sforzerò di riscaldarmi un poco presso sì accesa fornace (Imitazione di Cristo, IV, 4).
Inno
liturgico
(da Sacris sollemnits) (recita a cori alterni)
La
nostra gioia accompagni questa sacra solennità;
le
nostre acclamazioni risuonino dal profondo del cuore; via tutto ciò che è
vecchio, tutto dev'essere nuovo: pensieri, parole, opere.
Vien fatta memoria dell'ultima cena compiutasi nella notte, quando Cristo, come noi crediamo, diede ai suoi fratelli l'agnello e gli azzimi, seguendo la Legge data agli antichi patriarchi.
Dopo
l'agnello tipico, finito il banchetto, noi confessiamo che egli diede con le sue
mani il suo corpo intero a tutti e ai singoli suoi discepoli.
A
loro deboli diede il suo corpo come cibo; a loro mesti diede il suo sangue come
bevanda, dicendo: Prendete il calice che io vi consegno e bevetene tutti.
Così
istituì questo sacrificio, affidando il compito di rinnovarlo ai soli
sacerdoti, così che essi ne possano prendere e donare agli altri.
Canto:
Noi crediamo in te, oppure Mistero della Cena, o altro.
3.
Testimonianze dei santi
«Nell'Eucaristia
avete tutto!
(Maria SS. a Medjugorje).
-
«Mistero di fede»: con queste parole il Papa Paolo VI ha voluto intestare la
sua enciclica eucaristica, proprio perché le realtà divine non hanno fonte di
verità e di certezza più alta della fede teologale. Era per questa fede che
i Santi vedevano Gesù nell'Ostia e non avevano bisogno di altre prove. Il Papa
Gregorio XV ebbe a dire che S. Teresa di Gesù (da lui canonizzata) «vedeva
così distintamente, con gli occhi dello spirito, nostro Signore Gesù Cristo
presente nell'Ostia, che affermava di non invidiare per nulla la felicità dei
Beati, che contemplavano nel cielo il Signore faccia a faccia». E S. Domenico
Savio scrisse una volta nel suo quaderno di diario: «Per essere felice non mi
manca nulla in questo mondo: mi manca solo di vedere in cielo Gesù, che ora con
occhio di fede miro e adoro sull'altare».
-
Quando S. Pier Giuliano Eymard arrivò a Parigi, venne alloggiato in
una casa poverissima, in cui mancavano molte cose necessarie. Ma se qualcuno si
lamentava e lo commiserava, il Santo rispondeva: «C'è il SS. Sacramento: è
tutto quel che mi abbisogna». E quando le persone si rivolgevano a lui per
ottenere grazie, aiuti e conforti, il Santo rispondeva: «Troverete tutto
nell'Eucaristía: la parola di fuoco, la scienza e i miracoli. Sì, anche i
miracoli». E sul letto di morte a un religioso che gli chiedeva un ultimo
pensiero-ricordo disse: «Non ho più niente da dirvi. Avete l'Eucaristia: che
volete di più? ...».
-
Quando a S. Tommaso d’Aquino, il Dottore Angelico, venne portato il
S. Viatico, egli si sollevò dalla cenere, su cui si era fatto distendere, si
inginocchiò e disse: «Anche se esistesse una luce mille volte più splendente
di quella della fede, io non crederei con maggiore certezza che Colui che sto
per ricevere è il Figlio dell'eterno Dio».
-
S. Francesco d’Assisi lasciò scritto: «Perché non riconoscete la
verità e non credete nel Figlio di Dio? Ecco, ogni giorno egli si umilia, come
quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno viene a
noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l'altare
nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli apparve in vera carne, così
ora si mostra a noi nel pane consacrato; e come essi con lo sguardo fisico
vedevano solo la sua carne ma, contemplandolo con gli occhi della fede,
credevano ch'egli era Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi
del corpo, fermamente crediamo che il suo santissimo corpo e sangue sono vivi e
veri. E in tale misura il Signore è sempre presente con i suoi fedeli così
come egli dice: "Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo"»
(Ammonizioni).
-
Dio disse a S. Caterina da Siena: «Il mezzo principale per vedere
l'Eucaristia dev'essere l'occhio dell'intelletto, perché esso non può essere
ingannato. Con esso dunque dovete guardare questo Sacramento. E come dovete
toccarlo? Con la mano dell'amore. Con questa mano si tocca quello che l'occhio
ha veduto e conosciuto in questo sacramento; l'anima tocca con la mano
dell'amore, come per assicurarsi di ciò che essa vede per fede e conosce
intellettualmente. E come lo gusta? Col gusto del santo desiderio. Il gusto del
corpo gusta il sapore del pane, e il gusto dell'anima, cioè il santo desiderio,
gusta l'Uomo Dio. Tu vedi che dovete ricevere e vedere questo sacramento non
solo coi sensi del corpo, ma coi sensi spirituali, disponendo tutte le potenze
dell'anima a contemplarlo, a riceverlo, a gustarlo con amore» (Dialogo cap. CVI).
-
S. Pio X dice: «La devozione all'Eucaristia è la più nobile, perché
ha per oggetto Dio; è la più salutare, perché ci dà l'Autore della grazia;
è la più soave, perché soave è il Signore».
La fede alimenta l’amore.
-
S. Margherita Maria, impedita di comunicarsi, esclamava: «Ho un tale
desiderio della santa Comunione, che se fosse necessario camminare a piedi
nudi sopra una strada di fuoco per giungervi, lo farei con indicibile gioia».
Un giorno Gesù le disse: «Mi è talmente caro il desiderio di un'anima di ricevermi, che io mi precipito in essa ogni volta che mi chiama coi suoi desideri». Vedendo l'amore di questa sua serva fedele, Gesù giunse a dirle: «Se non avessi istituito l'Eucaristia, la istituirei per te!». Queste parole di Gesù furono dette anche a suor Maria del Divin Cuore e a suor Benigna Consolata Ferrero. A quest'ultima Gesù disse: «Io conto le ore e i minuti che mancano alla tua Comunione».
-
A santa Veronica Giuliani assetata della Comunione, Gesù disse: «Tu mi
cerchi in cielo, e io sono qui con te, tutto unito a te. Tu desideri di
ricevermi per unirti a me; e io bramo ardentemente di unirmi a te» (25 giugno
1792).
-
Trovandosi gravemente infermo, S. Filippo Neri al mattino non aveva
riposo e dava in smanie: «Ho un tale desiderio di ricevere Gesù - diceva -,
che non posso darmi pace ad attendere».
-
S. Gerardo Maiélla impedito, per calunnia, di comunicarsi, si rifiutò
di servire la S. Messa, perché - disse - «Al vedere Gesù tra le mani del
Sacerdote, non resisterei e glielo strapperei di mano».
O
Amore, o Amore!
(S. Caterina da Siena).
L'amorosa
sollecitudine dei discepoli raccolse, almeno negli ultimi anni, alcune delle
meravigliose preghiere ed elevazioni che traboccavano dall'anima della venerata
amatissima «Mamma» nelle estasi che seguivano la Comunione eucaristica. Sono
fra le pagine più belle che abbiamo di lei.
«Vídi arcana Dei» continuava a ripetere Caterina dopo una visione eucaristica che non poteva, che non sapeva riferire al suo confessore. Ma qui, in questi mirabili squarci del suo colloquio intimo con Dio, noi siamo in qualche modo introdotti a toccare con mano come la contemplazione dei divini misteri e della Verità increata fattasi Uomo nutrisse in Caterina l'amore per il suo Dio, mentre la carità rendeva in lei più perspicace e sfavillante l'occhio della fede nella intelligenza della divina Verità.
«O
Amore, o Amore! - esclama Caterina in una preghiera raccolta dal Caffarini -. Tu
sei la più dolce cosa che sia: tu fai a noi gustare un principio de' beni e de'
gaudii, che speriamo di godere con sazietà non mai sazia nell'eterna vita».
Nella
lode alla misericordia, riportata al c. 30 del Dialogo, l'Eucaristia sta al
sommo della enumerazione ascendente dei beni di cui Caterina loda e ringrazia
Dio.
Nella
lettera 127 al beato Dominici e ad altri discepoli scrive: «Il canale è aperto
e versa; onde noi, avendo bisogno di fornire la navicella dell'anima nostra,
andiamo a fornirla a quello dolcissimo canale, cioè il cuore e l'anima e '1
corpo di Gesù Cristo. Ivi troveremo versare con tanto affetto, che agevolmente
potremo empire l'anime nostre».
Dammi,
Signore, il rispetto che nasce dall’amore
(S. Ignazio di Loyola).
- A tutti i frettolosi e distratti bisognerebbe ricordare con fermezza le parole di D. Luigi Guanella: «La Chiesa non può mai diventare né un corridoio, né un cortile, né una via, né una piazza». E S. Vincenzo de' Paoli raccomandava con tristezza di non fare davanti al SS. Sacramento certe genuflessioni da «marionette».
-
I santi esigevano la modestia e il pudore dalle donne. Questa severità si trova
costantemente riaffermata da S. Paolo Apostolo (1 Cor 11, 5-6) a S. Giovanni
Crisostomo, a S. Ambrogio ecc., fino a P. Pio da Piétrelcina che non ammetteva
mezze misure, ma esigeva sempre abiti modesti. Il Beato Leopoldo da
Castelnuovo cacciava fuori di Chiesa le donne in abiti poco modesti
chiamandole «carne da mercato». Cosa direbbe oggi che tante donne, anche
dentro le chiese, fanno strazio del pudore e della decenza? Esse continuano,
persino nei luoghi sacri, la diabolica arte seduttrice di Eva verso la
concupiscenza dell'uomo, come dice lo Spirito Santo (Qo 9, 9). La giustizia di
Dio non lascerà impunita tanta stoltezza e immondezza, perché come dice
l'Apostolo: «è soprattutto per questi peccati (della carne) che si scatena
la collera di Dio» (Col 3, 5-6).
Così
pure i Santi hanno sempre raccomandato, con l'esempio e con la parola, la
compostezza nell'entrare in Chiesa, il segnarsi devotamente con l'acqua santa,
la genuflessione, e, prima di ogni altra cosa, adorare Gesù nel Sacramento (S.
Manelli).
-
S. Filippo Neri vide un uomo passare davanti alla Chiesa senza levarsi il
cappello. Gli chiese allora: «Signore, che è quel chiodo?». «Quale chiodo?»,
fece l'altro sbalordito. «Sì, quel chiodo lì, sul vostro cappello...». Il
signore si tolse il cappello, lo guardò...: nessun chiodo. «Scusate - disse
allora S. Filippo con amabilità - mi pareva di vedere un chiodo che fermasse il
vostro cappello, perché non vi siete scoperto passando davanti alla chiesa».
Da
chi andremo noi, o Signore? Tu solo hai parole di vita eterna, e noi crediamo e
sappiamo che tu sei il Santo di Dio.
Insieme
ti preghiamo: O Accresce, o Signore, la nostra fede.
È
scritto che senza la fede è impossibile piacere a Dio. Noi ti preghiamo.
Tu
hai insegnato: «L'opera voluta da Dio è che crediate in colui che egli ha
mandato». Noi ti preghiamo.
Tu
ci hai insegnato: «Cercate prima di tutto il regno di Dio, e il resto vi sarà
dato in sovrappiù». Il regno di Dio è la comunione con te, Pane di Vita. Noi
ti preghiamo.
Tu dicesti ai farisei: «Come potete credere voi, che andate in cerca della gloria gli uni dagli altri?». Non permettere che rimaniamo schiavi delle misere glorie umane. Noi ti preghiamo.
Tu
ci hai insegnato che la fede sposta i gelsi e anche le montagne, e che «tutto
è possibile a chi crede». Noi ti preghiamo.
Chi
crede ha la vita eterna. Noi ti preghiamo.
Tu sei il Pane della Vita, e hai promesso: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell'ultimo giorno». Noi ti preghiamo.
Nell'Eucaristia
è Dio stesso che si fa nostro Pane. Di più c'è solo il Paradiso! Noi ti
preghiamo.
V.
La fede è sostanziata di speranza.
R
Essa va oltre le apparenze e vede Dio.
Preghiamo:
O Signore, che hai fatto di Abramo il padre dei credenti, e ci hai dato in Maria
il modello più insigne della fede, per la loro intercessione fa' che
ascoltiamo con fede la tua parola e nell'Eucaristia gustiamo la primizie della
vita terna. Per Cristo nostro Signore.
Canto:
Padre nostro o Pater noster
4.
Spiritualità cristiana
Nessuno
può riceverlo se non crede
(S. Agostino).
- Noi, dopo aver effettuato il lavacro di chi ha creduto e acconsentito, lo conduciamo dove sono adunati quelli che siamo soliti chiamare fratelli, e lì devotamente preghiamo sia per noi stessi sia per l'illuminato, come anche per tutti gli altri dovunque sparsi, perché, conosciuta la verità, meritiamo di essere trovati probi nella vita, osservanti dei comandamenti, sì da conseguire l'eterna salvezza.
Finite
le preghiere, ci salutiamo scambievolmente con un bacio. Quindi a colui che
presiede ai fratelli si porta del pane e un calice d'acqua e di vino. Egli, dopo
averlo preso, innalza lode e gloria al Padre comune, nel nome del Figlio e dello
Spirito Santo, e lo ringrazia a lungo per averci fatti degni di questi suoi
doni.
Quando
egli ha terminato le preghiere del ringraziamento, tutto il popolo presente
acclama «Amen», che in lingua ebraica significa «Così sia».
Quando
colui che presiede ha fatto il ringraziamento e tutto il popolo ha acclamato,
quelli che noi chiamiamo diaconi danno a ciascuno dei presenti una porzione di
pane, del vino e dell'acqua fatti Eucaristia, e ne portano agli assenti.
Questo
cibo si chiama fra noi Eucaristia, e a nessuno è lecito parteciparne se non
crede le verità della nostra dottrina e non si è lavato nel lavacro destinato
a rimettere le colpe e a rigenerare, e se non vive come Cristo ha insegnato.
Noi
infatti non lo prendiamo come un pane o una bevanda comune; ma come il Salvatore
nostro Gesù Cristo, in virtù del verbo di Dio, si incarnò, ebbe carne e
sangue per la nostra salvezza, così noi crediamo che quell'alimento,
consacrato per virtù della preghiera che viene da lui, è Corpo e Sangue di
quell'incarnato Gesù, del quale il sangue e le carni nostre si nutrono per
essere trasformate.
Gli
Apostoli, nelle memorie da loro stese che si chiamano Evangeli, insegnarono che
era stato dato loro questo comandamento: che cioè Gesù, dopo aver preso del
pane e aver reso grazie, disse: «Questo è il mio corpo; questo è il mio
sangue», e ne distribuì ad essi soli.
-
Nel giorno detto del sole convengono tutti nello stesso luogo, sia quelli della
città sia quelli della campagna. E, finché il tempo lo permette, si leggono le
memorie degli Apostoli oppure gli scritti dei profeti; poi, quando il lettore ha
cessato, chi presiede parla ammonendo ed esortando a imitare sì begli esempi.
Quindi ci alziamo insieme in piedi e facciamo preghiere, e terminata la
preghiera, come già si disse, si offre pane, vino e acqua.
Chi
presiede, con tutto il fervore di cui è capace, eleva preghiere e azioni di
grazie: il popolo acclama, dicendo: «Amen». Si fa quindi la distribuzione e si
dà a ciascuno parte delle offerte, su cui si sono celebrate le azioni di
grazie, e se ne mandano agli assenti per mezzo dei diaconi.
I
ricchi che ne abbiano volontà danno a proprio piacimento quello che vogliono, e
quanto così viene raccolto si depone davanti a chi presiede. Questi soccorre
orfani, vedove, chi è nel bisogno per malattia o altra causa, chi è in
prigione e gli ospiti che vengono da altri paesi; insomma, prendiamo a cuore
quanti si trovano in necessità.
Mistero
della fede.
-
Fratelli miei, anche voi troverete oggi il bambino avvolto in fasce e deposto
nella culla dell'altare. State attenti che la povertà delle fasce non
scandalizzi o non turbi lo sguardo della vostra fede, mentre contempla la
verità del Corpo adorabile sotto le specie d'altre realtà. Infatti, come
Maria, sua madre, avvolse il bambino di comuni pannilini, così la grazia, pure
essa madre, copre ai nostri occhi le realtà di questo stesso corpo sacratissimo
con specie adatte (S. Agostino).
-
Ciò che vedete sull'altare di Dio non è quanto avete visto la notte
precedente. Che cosa è successo? Che significa tutto questo? Quale mistero si
nasconde? Voi ancora non lo sapete.
Che
vedete? - vi ripeto -. Un pane e un calice? I vostri occhi sono appagati, ma
la vostra fede vuole saperne di più: questo è il Corpo di Cristo, questo
calice è il Sangue di Cristo (S. Agostino, Serm., 272, PL 38, 1246-1248).
-
Questo corpo era disteso in una culla e i magi gli offrirono la loro
venerazione. Uomini barbari, senza fede, lasciarono il loro paese, la loro casa.
Quale lungo viaggio fecero per potere adorarlo, con timore e tremore! Noi
cittadini del cielo imitiamo almeno i barbari! Questi uomini vedevano solo una
culla, una capanna, nulla di quanto possa assomigliare a ciò che voi vedete.
Eppure essi vi si sono avvicinati con grande rispetto e tremore. E voi non lo
vedete in una culla, ma nel suo stesso santuario! Non più una donna lo tiene
fra le braccia, ma il sacerdote, mentre lo Spirito si posa sul sacrificio con
l'abbondanza dei suoi doni (S. Giovanni Crisostomo, In I Cor. Hom. 24, PG 61,
204).
-
Mediante questo mistero la terra stessa diventa cielo. Aprite, dunque, le porte
del cielo e guardate... Vi mostrerò giacente in terra quanto i tesori del
cielo custodiscono di più altamente prezioso. Se è vero che in un palazzo di
re ciò che è più ammirevole non sono i muri o i rivestimenti d'oro ma il re
sul trono, così anche in cielo il più ammirevole è il Re. Ebbene, potete
vederlo adesso sulla terra. Non vi mostro angeli o arcangeli, né cielo dei
cieli, ma il Padrone e il Signore di tutto questo. Capite perché voi vedete
sulla terra quanto l'universo ha di più prezioso? E non solamente lo vedete, ma
anche lo toccate. E fate ancora di' più: ve ne nutrite, lo ricevete, lo
portate a casa vostra! (S. Giovanni Crisostomo, In 1 Cor. Hom., 24, PG 61,
205).
-
Nessuno e niente ti può contenere, eppure ti fai piccolissimo e ti lasci
vedere sulla mia palma e sulle mie labbra come un grembo luminoso e una profonda
dolcezza inebbriante. O paradossale mistero!
Donati
a me fin d'ora in maniera così piena che possa baciare e abbracciare la tua
gloria ineffabile, la luce del tuo volto. Riempimi così che irradi la tua
luce sugli altri e, portato da te, ti raggiunga immerso nella tua gloria
(Simeone il Nuovo Teologo, Inno, 28, 180).
-
I beni eterni che occhio non ha visto, che orecchio non ha inteso e cuore d'uomo
non ha mai contenuto, che Dio ha preparato per coloro che lo amano, non si
trovano su un'altura fortificata, non sono circoscritti in un luogo, nascosti in
qualche abisso, confinati all'estremità della terra o del cielo, ma sono alla
tua portata e davanti ai tuoi occhi. Quali sono? Oltre ai beni riservati nei
cieli, il Corpo e il Sangue di nostro Signore Gesù Cristo, che ogni giorno
vediamo, mangiamo e beviamo, costituiscono a detta di tutti questi beni
(Simeone il Nuovo Teologo, Trattati etici III, 430, SC 122).
-
Oggi si sente dire dappertutto. «Come vorrei vedere il Corpo del Signore, il
suo volto, le sue vesti, i suoi sandali!». Ma quello che voi vedete e toccate
è proprio Lui! Desiderate vedere le sue vesti? Ecco Egli stesso che si lascia
non solamente vedere ma anche toccare, mangiare, che si lascia ricevere dentro
di voi! (S. Giovanni Crisostomo, In Mt. Hom., 82, 4; PG 57, 739).
-
Ciò che tu vedi viene operato in un dato momento, ma la realtà che porta non
passa ma rimane. Riceviamo, mangiamo, consumiamo questa realtà. Ma il Corpo di
Cristo si consuma forse? Si consuma forse la Chiesa di Cristo? Le membra di Cristo
si consumano forse? Assolutamente no! Qui si purificano, là ricevono la loro
corona. In questo modo la realtà profonda rimarrà eternamente, nonostante
sembri passeggera (S. Agostino, Serm., 227, PL 38, 1100).
-
1 fedeli, per manifestare il loro rispetto e la loro fede, adorano benedicendo
e proclamando la divinità di quel Gesù che il loro spirito riconosce presente
sotto le sacre specie (Nicolas Cabasilas, Div. Lit., 39, 2).
-
Voi invidiate la sorte della donna che toccò le vesti a Gesù, della
peccatrice che bagnò i piedi con le sue lacrime; delle donne di Galilea che
ebbero la felicità di seguirlo nelle sue peregrinazioni, degli apostoli e dei
discepoli con i quali conversava familiarmente; della popolazione del tempo
che ascoltava le parole di grazia e di salvezza che uscivano dalle sue labbra.
Voi chiamate felici coloro che lo videro... Ma venite all'altare, e voi lo
vedrete, lo toccherete, gli donerete baci santi, lo bagnerete con le vostre
lacrime, lo porterete dentro di voi come Maria Santissima (S. Giovanni
Crisostomo).
-
Obbediente alla prescrizione liturgica, il pontefice deve supplicare Dio
d'inviare lo Spirito Santo sul pane e sul vino, affinché questo memoriale
d'immortalità risulti veramente il corpo e il sangue di nostro Signore. In un
primo momento il corpo naturale di nostro Signore era mortale, come il nostro,
ma con la resurrezione divenne immortale e immutabile. Il pontefice, quando
dichiara che questo pane e questo vino sono il corpo e il sangue di Cristo,
rivela senza equivoci che sono diventati tali mediante la venuta dello Spirito
Santo e che, per l'opera di questo Spirito, sono diventati immortali. La
stessa cosa era avvenuta al corpo naturale di Cristo quando ricevette lo Spirito
e la di lui unzione. Quando ora sopraggiunge lo Spirito, crediamo che il pane e
il vino ricevono una specie d'unzione della grazia. Conseguentemente, crediamo
che essi sono il corpo e il sangue di Cristo, immortali, incorruttibili,
impassibili e immutabili per natura, come avvenne del Corpo di nostro Signore
mediante la risurrezione (Teodoro di Mopsuestia, Seconda omelia
sull’Eucaristia).
-
La volontà è portata a desiderare tanto più ardentemente di vedere la cosa in
se stessa, quanto più tale cosa è nascosta sotto dei veli, perché desidera
penetrare questo stesso fatto, questo «più» che i veli le nascondono. La
ragione risiede nel fatto che la stessa oscurità della conoscenza (procurata
dalla fede) manifesta che nella cosa si trova nascosto molto più di quanto è
rivelato dalla conoscenza. E proprio questo più che è nascosto la volontà
desidera tanto insistentemente, mentre l'affetto tende a unirvisi, superando
ciò che l'intelletto è incapace di dimostrare...
La
fede, nella sua oscurità, raggiunge Dio, ma lasciandolo in un certo senso a
distanza, in quanto la fede si riferisce all'invisibile. Ma la carità
raggiunge Dio in se stesso immediatamente, e s'unisce intimamente proprio a ciò
che è nascosto nella fede... La carità, infatti, penetra e conosce che
nell'oggetto della fede rimane nascosto più di quanto la fede stessa possa
manifestare. Essa vi trova più spazio per amare e più cose da gustare nell'amore;
cosicché l'intelligenza, in ragione di questo «più» che l'amore le fa
scoprire ivi nascosto, s'inoltra più lontano nella percezione delle realtà
divine, in virtù d'un istinto speciale dello Spirito Santo (Giovanni di S.
Tommaso, I doni dello Spirito Santo, IV, 13s).
-
Questo cibo si chiama fra noi Eucaristia... Noi infatti non prendiamo questo
come un pane e una bevanda comune. Ma come il salvatore nostro Gesù Cristo, in
virtù del Verbo di Dio, s'incarnò, ebbe carne e sangue per la salvezza nostra,
così noi crediamo che quell'alimento, consacrato per virtù delle parole. di
preghiera, istituite da lui, è Corpo e Sangue di quell'incarnato Gesù del
quale il sangue e le carni nostre si nutrono per l'assimilazione (S. Giustino,
Apol, I, 66, 1).
-
Una volta in Cana di Galilea (Gesù) con un semplice cenno ha mutato l'acqua
in vino; e perché non dovremmo credergli quando cambia il vino in sangue? (S.
Cirillo di Gerusalemme).
•
La fonte che sgorga nella notte della Fede (S. Giovanni della Croce, Cancun
VIII, composta nel carcere di Toledo).
Oh,
so ben io la fonte che sgorga e scorre, anche se è notte! Quella eterna fonte
sta nascosta: oh ben so io dov'essa ha la sua dimora. Anche se è notte.
La
sua origine, io non la so, perché non ha origine; ma so che ogni origine viene
da essa. Anche se è notte.
So
che non può esserci cosa tanto bella, e che cielo e terra bevono da essa. Anche
se è notte.
Ben
so che fondo in essa non si trova e che nessuno può guardarla. Anche se è
notte.
La
sua chiarità mai è oscurata, e so che ogni luce è venuta da essa. Anche se è
notte.
So
che son tanto copiose le sue correnti, che bagnano inferni, cieli e le genti.
Anche se è notte.
La
corrente che nasce da questa fonte, io so bene che è altrettanto capace e
onnipotente. Anche se è notte.
Codesta
eterna fonte sta nascosta in questo vivo pane per darci vita. Anche se è notte.
Quiví
sta, chiamando le creature; e di quest'acqua si saziano, anche se nell'oscurità,
perché è notte.
Codesta
viva fonte che desidero, in questo pan di vita io la vedo. Anche se è notte.
Questo
Corpo è un sole
(S. Caterina da Siena, Dialogo, 110. Voce di Dio Padre).
Questo Corpo è un sole, perché è una cosa sola con me, vero Sole. Né vi può essere dato il Corpo senza che vi sia dato il Sangue, né il Sangue senza l'Anima di questo Verbo incarnato, né l'Anima e il Corpo senza la Divinità di me, Dio eterno, perché l'una non si può separare dall'altra. Poiché la natura divina non si partì mai dallaTatura umana, non potendosi separare né per morte né per altra causa. Sicché voi ricevete tutta l'essenza divina in quel dolcissimo Sacramento, sotto la bianchezza del pane.
E
come il sole non si può dividere, così tutto Dio e uomo non si può dividere
in questa bianchezza dell'Ostia. Poniamo che si divida l'Ostia: anche se fosse
possibile farne migliaia di pezzettí, in ciascuno è tutto Dio e tutto uomo.
Come si divide lo specchio, ma non si divide l'immagine che si vede, così,
dividendo quest'Ostia, non si divide né Dio né l'uomo, ma in ciascuna parte
vi è tutto.
Non
diminuisce in sé medesimo, come succede del fuoco. Se tu avessi un lume, e da
tutto il mondo si venisse ad accendere da questo lume, esso non verrebbe a
diminuire per l'accensione, e nondimeno ciascuno l'avrebbe tutto. È vero che c'è
chi partecipa più e chi partecipa meno di questo lume, poiché riceve tanto
fuoco quanto è la materia che porta. L'uomo porta la sua candela, che è il
santo desiderio, col quale riceve e si prende questo Sacramento...
-
La nostra salvezza non è un'apparenza, non è per il corpo solo ma per tutto
l'uomo, anima e corpo, e tale salvezza è venuta dallo stesso Verbo. Pertanto
chi è nato da Maria era uomo per natura, secondo le Scritture, e il corpo del
Signore era un vero corpo; un vero corpo, ripeto, poiché era identico al
nostro. Maria, infatti, è nostra sorella perché discendiamo tutti da Adamo
(S. Agostino, In 1 Joan. 1, 2).
L'utero
della Vergine fu la sua stanza nuziale perché è là che si sono uniti lo sposo
e la sposa, il Verbo e la carne. Poiché sta scritto: I due saranno una sola
carne (S. Agostino, In 1° Joan. 1, 2).
-
Chi è dunque costui che ci fa entrare in una comunione di nutrimento? Non è
forse l'Emmanuele che è nato dalla Vergine, che ha mangiato burro e miele?
(Ireneo di Lione).
Prefazio
(festa del Corpus Domani)
È
veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie
sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno,
per il nostro Signore Gesù Cristo. Nell'ultima cena con i suoi Apostoli, egli
volle perpetuare nei secoli il memoriale della salvezza e sulla Croce si offrì
a te, Agnello senza macchia, lode perfetta e sacrificio a te gradito. In questo
grande mistero tu nutri e santifichi i tuoi fedeli, perché una sola fede
illumini e una sola carità riunisca l'umanità diffusa su tutta la terra.
E
noi ci accostiamo alla mensa di questo grande sacramento, perché l'effusione
del tuo Spirito ci trasformi a immagine della tua gloria. Per questo mistero di
salvezza il cielo e la terra si uniscono in un cantico nuovo di adorazione e di
lode, e noi con tutti gli Angeli del cielo proclamiamo senza fine la tua gloria:
Canto:
Santo, Santo, Santo (o Sanctus, Sanctus, Sanctus)
Benedizione
eucaristica o Santa Messa