“PRIMA DELLA SUA PASSIONE”

ORA DI ADORAZIONE EUCARISTICA DEL GIOVEDI’ SANTO

 

"Si esortino i fedeli a dedicare un po' di tempo nella notte (del giovedì santo) all'adorazione davanti al Santissimo Sacramento nel tabernacolo"

Messale romano

Cena del Signore-Reposizione del SS. Sacramento

 

PRESENTAZIONE

MONS. CARMELO CASSATI

ARCIVESCOVO DI TRANI - BISCEGLIE TITOLARE DI NAZARETH 

Benedico di cuore il Sac. Felice Simini e quanti vorran­no utilizzare questo suo sforzo, inteso a trascorrere con raccoglimento le ore notturne del Giovedì Santo.

È la notte dell'addio ai Discepoli che Gesù aveva amato e che "amò fino alla fine" (Gv 13,1); la notte del dono di se stesso in cibo e bevanda per le nostre anime; la notte dell'istituzione del Sacerdozio.

Auguriamo un colloquio benedetto e proficuo con Ge­sù Sacramentato a tutti coloro che vorranno approfittare di questo sussidio, affinché il Giovedì Santo trascorra in intimità con Nostro Signore Gesù Cristo, che in questa notte "si commosse profondamente" e ci raccomandò, col cuore in mano, di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati. 

Trani, 23 Febbraio 1992

Mons. Carmelo Cassati

 AVVERTENZE

- Questa "Veglia eucaristica" ; che si suppone comuni­taria, può essere usata anche in forma privata e, al posto dei canti, si può leggere qualche versetto salmodico o fare una pausa di silenzio.

- I canti sono puramente indicativi e possono essere sostituiti da altri testi adeguati.

- Nelle intercessioni si possono aggiungere altre inten­zioni o sostituire alcune di quelle indicate.

 

* * * * * * *

 Canto d'inizio: Genti tutte proclamate 

PRELUDIO

Con lo spirito umiliato e con il cuore contrito, eccomi, o mio Gesù, sono qui, prostrato davanti a te, presente nella Eucarestia, solennemente esposta nel tabernaco­lo, nel giorno anniversario della sua istituzione. Questo sacro silenzio che mi circonda, reso più pro­fondo dal calare delle ombre che hanno coperto la terra, mi dispone maggiormente a tenerti dolce compagnia e meditare, con il dovuto raccoglimento, quella che fu la tua ultima ora di quaggiù, che, senza dubbio, ti appar­tenne esclusivamente e per la quale dal cielo tu venisti in mezzo a noi mortali.

S. Giovanni, il tuo discepolo prediletto, non esita infatti a dirci che per te «era giunta l'ora di passare da questo mondo al Padre» (13,1), e che tu la conoscevi benissimo, che anzi la desideravi ardentemente.

Mi chiedo: e perché?

Perché quando si ama davvero si è in grado di dare la prova dell'amore con i fatti. Così infatti leggo nel Van­gelo: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». (Gv 13,1).

O Gesù, Tu solo hai saputo amarmi così!

Domani, venerdì santo, ti vedrò confitto in croce e allora si verificherà in pieno quanto tu stesso avevi asserito: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). In questa ora però fammi comprendere come questo tuo corpo e questo tuo sangue, che tu hai sacrificato per me e per tutti sulla croce, tu oggi lo dai a me e a tutti nell'ostia e nel calice; tu oggi lo consegni a me e a tutti nel mistero dell'Eucarestia.

Ora comprendo pienamente il senso di due espres­sioni che, in questo giorno anniversario dell'istituzione dell'Eucarestia, acquistano il loro vero significato. Oggi, Giovedì santo è il giorno natalizio del Calice, "dies natalis Calicis", di quel calice di benedizione di cui parla l'Apostolo Paolo nella 1 Cor 10,16: «Il calice della bene­dizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il colpo di Casto?»

Oggi, Giovedì santo, è il giorno della consegna (tra­ditio) che, oltre a significare il consegnare te stesso nelle mani dei Giudei, sta anche e soprattutto ad indicare l'offerta che tu di te stesso hai fatto al Padre ed esprime bene il dono che hai fatto a noi nel sacrificio e nel sacramento eucaristico.

Meravigliosa liturgia di questo tramonto, quanto sei rimasta impressa dentro di me! Vorrei non restare ai margini del grande mistero che s'è compiuto e che continua a compiersi, nella cornice del rito.

Mistico profumo d'incenso, che pervadi ancora tutta l'aula di questo Tempio, e che sembri esprimere miste­riosamente la preghiera dell'intera comunità raccolta e partecipante, agisci sul mio sentimento, sul mio animo, come suadente impulso a pregare silenziosamente, ad adorare profondamente, a contemplare lungamente. 

Pausa di silenzio 

canto: O sacro convito, di Gesù Cristo ci nutri; sei viva memoria della sua passione; all'anime nostre doni la vita divina e il pegno della gloria futura.

 

I - STORIA E MISTERO DI QUESTO GIORNO

O Gesù, permettimi di rivivere momento per momen­to quanto accadde 20 secoli or sono in questo giorno. Scrive s. Luca (22,47): «Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la vittima di Pasqua», e tu, o Gesù, mandasti Pietro e Giovanni dicendo loro: «An­date a preparare perché possiamo mangiare la Pasqua». Era giovedì, come oggi, verso mezzogiorno e tu ci tenesti a mandare Pietro, perché nei secoli stesse ad esprimere la fede ardentissima nel dono che stavi per fare, e Giovanni, perché nei secoli stesse a indicare l'amore purissimo verso di te da parte di quanti t'avreb­bero accolto nella mente e ospitato nei cuori. E nell'in­viarli tu, esigesti che avessero preparato un cenacolo grande, preparato a festa. Ma ecco il testo per intero: alla domanda di Pietro e Giovanni «Dove vuoi che pre­pariamo la Pasqua?» Tu rispondesti: «Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d'acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà e direte al padrone di casa:" Il Maestro ti dice: Dov'è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?"Egli

vi mostrerà una sala al piano superiore, grande e addob­bata; là preparate».

Essi andarono e trovarono tutto come aveva loro detto e prepararono la Pasqua (Lc 22,9-13).

Mi chiedo: perché tanta premura e tanta insistenza? C'è una sola risposta: unicamente in vista dell'istituzio­ne della Eucarestia.

Tu allora pensavi non solo alle grandi Basiliche nelle quali avresti dimorato per essere adorato negli artistici e preziosi tabernacoli, ma soprattutto pensavi ai nostri cuori, veri tabernacoli viventi, per fare della vita un sacrificio da offrire incessantemente per l'avvento del tuo regno.

E perché poi scegliesti l'ultimo giorno della tua vita, o Gesù, per istituire l'Eucarestia? L’angelico dottore S. Tommaso risponde con tre motivi: tu volesti compensa­re gli Apostoli col farti presente sotto le specie sacra­mentali in quello stesso momento in cui stavi per privarli della tua visibile presenza.

Tu volesti mostrare ad essi e a tutti noi di quale valore fosse il dono che ci facevi con lo scegliere il momento più solenne della vita, la, tua ultima ora per lasciarcelo in dono gratuito.

Tu volesti collegare l'Eucarestia con la tua Passione e Morte di cui essa è vivo memoriale.

Giunta l'ora rituale, tu, o Gesù, di ritorno da Betania verso il tramonto, ti mettesti a tavola seduto sul divano insieme ai dodici.

Con lo sforzo della mia fantasia, cerco di immaginare quella grande tavola a semicerchio con i divani intorno e tu, o Gesù, al centro di essa, come un buon padre di famiglia. Intorno a te gli Apostoli, sdraiati sui divani e appoggiati col gomito sulla tavola.

Ecco Pietro al secondo posto nel grado onorifico; ecco Giovanni accanto a te da poter poggiare il suo capo al tuo petto; ecco Giuda verso il quale, senza difficoltà, stendesti il braccio per porgergli un boccone di cibo.

Come suonano belle ed espressive le parole che pro­nunziasti quando, come ci dice Luca, prendesti posto a tavola e gli apostoli con te: «Ho ardentemente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio» (22,15-16).

In questa, che poi fu l'ultima tua Pasqua, tu volesti conformarti al solito rito della cena pasquale con le quattro coppe rituali di vino, con il pane azzimo, le erbe amare e l'agnello arrostito. Tu quindi con gli Apostoli mangiasti l'agnello con le lattughe selvatiche, in osse­quio alla legge, e poi preso un calice di vino rosso, ne sorbisti alquanto e lo passasti agli apostoli dicendo loro: «Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio» (Lc 22, 17-18).

Eppure in quel clima di familiarità, dove tu fungevi da capo di famiglia, che aduna i suoi figli intorno ad uno stesso banchetto, si faceva sentire un'aria d'indifferenza mista ad egoismo e a vanità da parte di alcuni discepoli che sedevano a mensa. Sempre l'evangelista Luca ci riferisce che: «Sorse anche una discussione, su chi di loro poteva esser considerato il più grande» (22,24).

Quanta sofferenza al tuo cuore così divinamente e umanamente delicato, o mio caro Gesù! Tu, eterno Figlio di Dio, e della sua stessa sostanza, sei lì pronto a realizzare questo progetto d'amore col diventare cibo e bevanda per tutti gli uomini; e gli uomini, fatti di terra, lì pronti a nutrire pensieri di orgoglio, di vanità con impressionante ostinazione. In te la volontà di annien­tarti e negli uomini la folle brama di primeggiare.

Tu, o Gesù, prevedesti tutti i peccati di presunzione, di compiacenza, di propria stima che nel corso dei secoli si sarebbero commessi da tutti noi, miseri figli di Eva.

Ma ciò che affliggeva maggiormente la tua anima era il pensiero che tutte queste mancanze ed ingratitudini sarebbero state compiute anche da anime consacrate, da quelle anime, cioè, impegnate a tenere assiduamente sgombro il proprio cuore da ogni forma d'attaccamento e di ricerca egoistica.

E fu proprio per dare una lezione di profonda umiltà e, al tempo stesso, di sincero amore, che volesti lavare i piedi dei tuoi apostoli. 

Pausa di silenzio. 

Canto: Pane del cielo.  

Intercessioni

Abbiamo qui presente 1'Emmanuele, Dio con noi, sotto le specie eucaristiche.

Preghiamo con viva fede perché, per Lui, con Lui e in Lui la nostra vita sia un canto di offerta al Padre con rendimento di grazie e di amore ai fratelli. Preghiamo insieme e diciamo: Ascoltaci, o Signore.  

Perché la presenza eucaristica diventi per tutti un invitò continuo al sacrificio e ci aiuti maggiormente a vivere della Messa, preghiamo: Ascoltaci, o Signore. 

Perché la partecipazione al sacrificio eucaristico ci collochi nella missione di salvare il mondo in unione vitale a Cristo mediatore, sacerdote e vittima, preghiamo: Ascoltaci, o Signore. 

Perché gli ammalati, i sofferenti e gli agonizzanti, chiedendo Gesù in sacramento, vivano questo loro particolare momento offrendo se stessi al Padre con cuore libero e docile, preghiamo: Ascoltaci, o Signore. 

Padre nostro. 

O Dio, che nel mistero eucaristico ci dai il pane vero disceso dal cielo, fa' che viviamo sempre di Te per la forza di questo cibo spirituale e, nell'ultimo giorno risorgiamo gloriosi alla vita eterna. Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

II - LA LAVANDA DEI PIEDI

Compito riservato agli schiavi, quello di lavare i piedi ai commensali, ma tu, o Gesù, volesti compierlo volen­tieri, prima di renderti alimento per gli uomini.

Seggono i tuoi dodici sui divani come padroni e tu, o Gesù, cinto di grembiule, dopo aver deposto la veste, prostrato dinanzi ad essi, con quelle Tue mani sante, lavi e poi asciughi i loro piedi baciandoli umilmente, secon­do una bella e commovente tradizione riferita da S. Ambrogio.

Meraviglia delle meraviglie: gli apostoli sono lì senza parola, quasi storditi e pur consapevoli di trovarsi di fronte al loro Maestro e Signore. Di essi solo Pietro, con la sua indole impetuosa e semplice al tempo stesso, esclama: «Signore, Tu lavi i piedi a me?» (Gv 13, 6) quasi per dire: hai dimenticato che sono una debole creatura? Merito forse io d'essere trattato così da Te?

O Gesù! È di ogni momento questo stridente contra­sto tra la mia vita, indegna per le tantissime debolezze, e il tuo costante e tenero amore. Come Pietro io dovrei ripetere: "Tu a me?". Tu ci tieni tanto a preoccuparti di me e non t'accorgi che sono un peccatore che torna ad offenderti, incapace di perseverare nei buoni propositi?

Eppure io so, o Gesù, che tu "fai festa" (Lc 15) quando t'accorgi di questa mia consapevolezza, di questa mia umiltà per cui i miei errori e le mie fragilità diventano senza dubbio il trono della tua misericordia. E qui mi tornano in mente le parole di un bel canto: "Io non sono degno di ciò che fai per me, tu che ami tanto uno come me. Vedi, non ho nulla da donare a te, ma se tu lo vuoi, prendi me":

Ed ora che ho riconosciuto quello che sono e tu mi hai teneramente accolto, irrobustisci questa mia confi­denza in te, questa mia fiducia nella tua bontà; preser­vami dalla timidezza e dall'orgoglio, di cui spesso divento vittima, per non cessare di credere al tuo grande amore.

Ma quale fu la risposta che ti degnasti dare a Pietro? Comprendendo il suo stato d'animo gli dicesti dolce­mente: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo» (Gv 13,7). Quanta luce di verità in questa affermazione: tu, o Pietro, sarai posto a capo del Colle­gio apostolico e condividere la mia stessa missione e per questo non puoi ostinarti a rifiutare la mia azione puri­ficatrice: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13,8).

E la lezione non è solo per l'apostolo Pietro, ma per ogni tuo seguace, o Gesù. Ogni cristiano è chiamato a cooperare al mistero della Redenzione, che sempre esige sofferenza, umiliazione, calunnie, distacco dalle proprie vedute, fallimento completo di qualche impresa che appariva sbalorditiva.

L’apostolo Pietro ritrattò il suo rifiuto consapevole che ogni disobbedienza alla divina volontà è senz'altro esclusione dal Regno. Da qui balza fuori il vero volto del cristiano: bere fino in fondo il calice della passione per essere una sola cosa con Cristo, per aver parte con Cristo. «Quando a me - scrive Paolo apostolo - non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14). 

Pausa di Silenzio 

Canto: Se Tu m'accogli; oppure: lo non sono degno.  

Intercessioni

Giunta l'ora di passare da questo mondo al Padre, il Signore Gesù volle lasciare il testamento del suo amore nell'umile gesto di lavare i piedi agli Apostoli. Consapevoli che il Padre ha posto tutto nelle sue mani rivolgiamo a Lui la nostra preghiera. Preghiamo insieme. e.diciamo: O Gesù, Maestro e Signore, ascoltaci. 

Per il Vescovo e i sacerdoti della nostra Arcidiocesi: perché vivano il loro sacerdozio come servizio instancabile e donazione senza limiti a te che sei presente nei Tuoi fratelli, preghiamo: O Gesù, Maestro e Signore, ascoltaci. 

Per tutte le nostre comunità ecclesiali: perché la piena partecipazione ai divini misteri le stimoli a vincere l'egoismo e la mancanza di trasparenza per vivere così nella verità e nella donazione al prossimo, preghiamo: O Gesù, Maestro e Signore, ascoltaci. 

Per i cristiani divisi: perché in te, che lavi i piedi agli Apostoli e promulghi ufficialmente il precetto dell'amore, sappiano avvertire il Tuo ardente appello all'unità, preghiamo: O Gesù, Maestro e Signore, ascoltaci. 

Padre nostro. 

Signore Gesù, in quest'ora suprema ci chiami come amici a mangiare la Pasqua con te, rendici degni di essere e commensali della gloria nel banchetto eterno. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

 

III - LA NOTTE DI GIUDA

Chiamato da te, o Gesù, a far parte del Collegio apostolico, Giuda non rifiutò il tuo invito. Ti seguì dovunque, memore di aver avuto la vocazione come tutti quanti gli altri. Ricordiamo le parole stesse di Gesù riportate da Giovanni: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (15,16). Anche Giuda quindi è qui nel Cenacolo a far Pasqua con Te, allo stesso ban­chetto come gli altri.

Quanta improntitudine...

Tu sapevi fin da principio che t'avrebbe tradito (Gv 13,11) eppure manifestasti tanto amore per lui e tanti sforzi facesti per farlo ricredere.

Il francescano E. Otto Hophan scrive: "Tutti gli Apo­stoli, indubbiamente, non soltanto Giuda, avevano le loro debolezze e anzi meschinità: Pietro era instabile; Giacomo, ambizioso, Giovanni, impaziente; Tommaso, diffidente; ma alla fine essi tutti maturarono in Cristo, così che il Signore, nella sua preghiera pontificale, poté pregare con l'animo pieno di riconoscenza: «Nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione» (Gv 17,12). Con questa considerazione però il mistero di Giuda diventa più inquietante: se tutti gli altri in Cristo divennero buoni, come poté capitare che solo Giuda accanto a Gesù e anzi in Cristo, sia diventato cattivo? Giacché, se al momento della elezione non era cattivo, dovette dive­nirlo e precisamente - chi mai avrebbe voluto crederlo - nella compagnia del Signore, accanto a Lui. Ed è appunto questo, che in Giuda ci spaventa più profondamente d'ogni altra cosa: possiamo divenire un demonio... accan­to a Gesù.

Ed ora ti vedo, o Gesù, nell'atto di lavare e poi asciugare i suoi piedi: quanta delicatezza nei suoi riguar­di, quanta compassione per la sua anima traviata!

Avrai forse pianto, o Gesù, per lui? Le tue lacrime allora si saranno mescolate all'acqua che tu versavi sui suoi piedi e forse in quel momento tu avrai sperato in un suo immediato ravvedimento.

L’avrai forse guardato con uno sguardo pieno d'ango­scia misto a supplica? Ma in quel momento gli occhi di lui non vollero fissare i tuoi, capaci di strappare alla perdizione l'anima peccatrice così come avverrà per Pietro nell'atrio del Pontefice.

Giuda rimase insensibile! Lo stesso tuo tentativo, o Gesù, nell'affermare: «... e voi siete mondi ma non tutti» (Gv 13,10) non sortì effetto alcuno. Giuda, vittima della sua stessa passione, ha un solo pensiero e un solo desi­derio: portare a termine - da pessimo trafficante - l'impresa e consegnarTi ai Giudei.

Fallito questo tuo primo tentativo d'amore, o Gesù, ne escogitasti un altro per un suo possibile salvataggio. Giovanni infatti che ti era accanto, ricorda queste tue parole: «Non parlo di tutti voi io conosco quelli che ho scelto, ma si deve adempiere la Scrittura: colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno» (13,18). Eppure dopo questa affermazione, sia pure di natura generica, Giuda, l'unico dei dodici in colpa, avrebbe dovuto confessare il suo peccato e ritornare a te ravveduto e pentito. Ma anche questa volta volle respingere il tocco della grazia confondendosi nell'ano­nimato.

Fu allora che tu, o Gesù, «Ti commovesti profonda­mente» (Gv 13,21). S. Agostino, commentando questo passo, dice che tu, pur potendo comprimere la terribile emozione del turbamento, volesti in tutto renderti simi­le a noi, vittima dello smarrimento, della perplessità e della infermità.

Momenti terribili: proprio in quell'ora, così solenne e così familiare, parlare di tradimento? Non era un controsenso, una vera follia?

Ecco allora il logico e sincero risentimento degli Apo­stoli che, fissandosi l'un l'altro, facevano trasparire dai loro volti sconcertati tutta la loro innocenza e, quasi per darti una mano nel rintracciare il colpevole, Ti chiede­vano profondamente addolorati: «Sono forse io, Signo­re?» (Mi 26,22).

Tu allora, o Gesù, mettendo in risalto un gesto parti­colarissimo del traditore, pur senza nominarlo, così di­cesti: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto. quello mi tradirà » (Mt 26,23).

Ma anche quest'ultima indicazione cadde nel vago; solo Giuda era in grado di farla sua.

Fu questo il tuo vero tormento, o Gesù, sì che la passione del tuo cuore divino ti spinse ad aggiungere ai precedenti tentativi un altro ancora, che sembra come la più terribile maledizione sull'uomo peccatore: «Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di Lui ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Bene per quell'uomo se non fosse mai nato» (Mc 14,21).

Indescrivibile ipocrisia di Giuda! Accecato e quindi schiavo della passione, ardì anche lui chiedere: «Rabbi sono forse io?» Gli rispondesti: «Tu l'hai detto» (Mt 26,25). Risposta che tu, o Gesù, pronunciasti con tanta cautela da farla passare inosservata dal resto dei commensali. Solo a Giovanni non sfuggì, per la sua particolare posi­zione a tavola, sdraiato com'era sul divano con la testa poggiata sul tuo petto, o Gesù.

Giovanni allora, sollecitato dallo stesso Pietro che non riusciva a sopportare la penosa incertezza, ti fissò negli occhi e con tanta semplicità di cuore e in tono di filiale confidenza ti chiese con un fil di voce: «Signore, chi è?» (Gv 13,25). E tu, o Gesù, non ti rifiutasti di rispondere. La domanda veniva da colui che nei secoli passerà come il discepolo dell'amore e tu non potevi negargliela: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò» (Gv 13,26). E così facesti.

A questo punto il Vangelo di Giovanni diventa lapi­dario, incisivo: «E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui». E tu, o Gesù, gli dicesti «quello che devi fare fallo al più presto». Nessuno dei commensali capì perché tu gli dicesti così; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, tu gli avessi detto di comprare quello che occorreva per la festa, oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. «E Giuda, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte» (Gv 13,27-30).

Giuda deliberatamente uscì in fretta dal cenacolo per tradirti, o Gesù, quando era già notte. E S. Agostino commenta: era notte anche colui che era uscito... 

Pausa di silenzio 

Canto: Purificami, o Signore.  

Intercessioni

Chiediamo al Padre celeste la sapienza dello Spirito che ci guidi per i sentieri della giustizia e dell'amore, perché, in un'impegno continuo di conversione, ci liberiamo dalle contraddizioni e dal peccato per restare nel suo amore. Preghiamo insieme e diciamo: Crea in noi, o Dio, un cuore nuovo. 

Per quanti sono sulla via dell'indurimento del cuore: perché la nostra preghiera e la nostra fraternità facciano rifiorire in essi la fiducia e la volontà di far ritorno nella casa del Padre, preghiamo: Crea in noi, o Dio, un cuore nuovo. 

Per gl'indifferenti, gli atei e i senza speranza: perché trovino in noi seguaci di Cristo l'umile testimonianza di una fede che svela il senso dell'uomo e della vita, preghiamo: Crea in noi, o Dio, un cuore nuovo. 

Per coloro che sono prigionieri della cupidigia e della violenza: perché avvertano l'immenso amore del Padre che ha dato il suo Figlio, Agnello immolato, mansueto e consumato per la salvezza del mondo, preghiamo: Crea in noi, o Dio, un cuore nuovo. 

Padre nostro 

O Padre, che nel volto del Tuo Figlio, dimostri quanto ci sei vicino e fedele, donaci occhi e cuore nuovi perché sappiamo riconoscerlo e accoglierlo in ognuno dei nostri fratelli. Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

IV - LA LEZIONE DI CARITA’

Questa lezione di carità, o Gesù, mi viene, dal Tuo eloquente esempio, appena meditato.

Tu sapevi fin da principio che Giuda t'avrebbe tradito, eppure quanta pazienza, quanti sforzi per portarlo sulla via del ravvedimento.

C'è da fare un vero e lungo esame di coscienza sulla virtù della carità, di cui, forse, mi vanto di sapere la più ricca definizione e tesserne poi un componimento lau­dativo e in iscritto e a parole. In pratica è solo un bistrattare, con l'aggravante di non essere più in grado di valutare la gravità della colpa, tanto m'è diventato abituale il peccato contro di essa.

L’Apostolo Paolo, che ti vide sulla via di Damasco e ascoltò le Tue parole: «Saulo, Saulo, perché mi persegui­ti», proprio per essersi liberato di se stesso, delle sue debolezze, divenne oggetto della divina misericordia sì da poter gridare a tutti i venti: «Dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rom 5,20). Non si finirà mai di affermare che la conversione di Saulo resta un mistero e un miracolo della grazia. Non si finirà mai di affermare che Paolo resta l'appassionato di te, o Gesù, per aver nutrito i tuoi stessi sentimenti e per aver innalzato, dietro il tuo esempio, il più grande inno alla carità (1 Cor 13,4-8). Più cresce l'aridità del cuore, è stato scritto, più l'uomo diventa meno uomo e il cristiano creatura spregevole. Se non ravvivata dalla carità, anche la preghiera più lunga e più intensa non ha valore, non raggiunge alcuno scopo. Anche la castità più nobile diventa gelida situazione di vita, se non è infiammata dalla carità. Anche le grandi opere della filantropia diventano centri di freddezza, se non sono fermentati dal fervore della carità.

Siamo ancora nel Cenacolo. Tu, o Gesù, hai sotto gli occhi colui che ti tradisce e intanto ci tieni a promulgare ufficialmente questo tuo nuovo comandamento.

Con divina industria colleghi questo nuovo precetto della carità con l'istituzione della Eucarestia, per cui giustamente viene chiamato il PRECETTO DELLA CENA, perché proprio nella Cena ricevette la solenne promul­gazione. Così Giovanni (15, 12-14): «Questo è il mio co­mandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, sefarete ciò che io vi comando».

Tutta la mia vita dovrà ispirarsi al modo tutto nuovo con cui tu mi hai amato: amore gratuito il tuo, senza alcun mio merito; amore generoso il tuo, senza riserva alcuna; amore instancabile il tuo, sino al sacrificio totale; amore universale il tuo, senza distinzioni di classi, di condizioni, di razze. Tu infatti sei morto per tutti, o Gesù.

Se amassi veramente coloro che sbagliano, come do­vrei preoccuparmi di salvare il buon nome davanti agli altri, non rivelandone i difetti, comprendendoli, giusti­ficarli.

Di fronte al male che il fratello ha commesso, la mia posizione non dovrà essere mai quella di erigermi a giudice severo e insindacabile ma di pregare per lui e scusarlo. Luca, l'evangelista della misericordia, al cap. 23,34 del suo Vangelo, riporta le ultime parole di Gesù agonizzante: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che, fanno».

La mia posizione nei riguardi del fratello che pecca dovrà porsi in una costante attesa d'un suo ritorno, d'una sua conversione, così come tu ti sei comportato nei riguardi di Giuda. Di fronte al suo delitto, hai mol­tiplicato tutte le industrie dell'amore, come un buon medico, di fronte alla gravità del male, tenta le ultime risorse della scienza per strappare il suo paziente agli artigli della morte. Tu, o Gesù, non cessasti d'amare Giuda, per quanto ributtante fosse la sua ingratitudine.

Tu non lo allontanasti al pensiero che, da questo tuo modo d'agire, lui avesse preso pretesto per condurre a termine il suo crimine. E non allontanandolo, lo tratte­nesti alla tua mensa, finché non uscì di sua spontanea volontà.

Alla luce del tuo esempio, o Gesù, io dovrei per sempre cancellare queste parole: odio, vendetta, anti­patia, compiacenza del male altrui, sdegno, permalosità, critica spietata e velenosa.

Crea in me, o Gesù, un cuore nuovo perché non torni ad amare me stesso con affetto disordinato fino a pre­ferirmi a te. Tu invece mi hai amato di amore eterno e per questo mi hai riservato la tua bontà. 

Pausa di silenzio 

Canto: Dov'è carità e amore. 

Intercessioni

Nella luce del grande mistero della Pasqua di morte e di risurrezione, rivolgiamo al Padre, principio di unità, la nostra preghiera perché non sia vano il sacrificio del suo diletto Figlio immolatosi per raccoglierci in unità. Noi ti preghiamo: ascoltaci, Signore. 

Per la santa Chiesa diffusa su tutta la terra: perché Dio la riunisca intorno al Pane di vita, noi ti preghiamo: ascoltaci, Signore. 

Perché nella piena partecipazione al sacrificio eucaristico noi diventiamo banditori del comandamento nuovo e testimoni della carità stessa di Cristo, noi ti preghiamo: ascoltaci, Signore. 

Per i poveri, gli affamati e i perseguitati: perché trovino conforto e coraggio nelle parole del Vangelo e l'aiuto disinteressato da parte di tutti noi, noi ti preghiamo: ascoltaci, Signore. 

Padre nostro 

O Dio, che in questo sacramento della nostra redenzione ci comunichi la dolcezza del Tuo amore, ravviva in noi l'ardente desiderio di partecipare al convito eterno del Tuo Regno.  Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

V - IL MISTERO EUCARISTICO

Ecco, o Gesù, finalmente il grande momento, da te atteso con divina impazienza, di donarti completamente a noi come cibo e bevanda.

Rileggo Luca al cap. 22,15-16: «Ho desiderato arden­temente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio».

Dammi tu stesso di riviverla in tutta la sua gamma di luce, di contemplazione e d'interiorità.

Era parso a tutti quei tuoi commensali che il banchet­to volgesse alla fine, quando tu, o Gesù, volesti compiere un'azione non prescritta, mai fatta, del tutto insolita: su quel pane rimasto davanti a te e su quella coppa di vino, tu pronunciasti delle parole che oggi, a distanza di due­mila anni, suonano di una chiarezza così categorica da escludere ogni altra interpretazione.

Il racconto della istituzione dell'Eucarestia è riporta­to nei Vangeli sinottici e nella I lettera di Paolo ai Corinti al cap. 11, 23-27. Luca (22,19) scrive: «Preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: "questo è il mio corpo che è dato per voi, fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice, dicen­do: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi».

Questo tuo modo di esprimerti veramente non ammette equivoci o dubbi. Tu infatti dicendo «QUESTO È IL MIO CORPO - QUESTO IL CALICE DEL MIO SANGUE», non volesti dire: questo che ho nelle mani significa il mio corpo, questo vino che è nel calice significa il mio san­gue; d'altra parte a nessuno viene in mente di prendere del pane e del vino e dire: questo pane e questo vino rappresentano la mia persona, prendeteli in memoria di me.

Permettimi però di gridare al mistero, al più grande dei misteri e ripeterti con Pietro: «Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,69).

Se non mi è dato di penetrare la profondità di questo augusto mistero, non mi resta che chiederTi: cosa hai voluto che accadesse sotto lo sguardo di coloro che sedevano con te a mensa?

Tu hai voluto, o Gesù, che in forza di quelle tue divine parole, quel pane si cambiasse nel tuo corpo e quel vino nel tuo sangue.

Ma c'è di più.

Proprio in forza di quelle tue parole, tu t'immolasti in un vero e proprio sacrifico. Non compisti così un gesto che veniva ad inserirsi nella serie di azioni ordinarie, ma tu, o Gesù, sapendo imminente la tua passione e morte, in quel preciso momento offrivi ciò che apparentemente era pane e vino; ma in realtà anticipavi la tua immola­zione. Tu così inauguravi nel cenacolo il SACRIFICIO: circondato dai tuoi Apostoli, sotto le apparenze del pane e del vino, compivi realmente l'offerta del tuo corpo che avresti sacrificato il giorno dopo. Quelle tue espres­sioni: «Prendete e mangiate: questo è il mio corpo che è dato per voi - Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti in remissione dei peccati», collocano senza dubbio l'istituzione eucaristica in un contesto sacrificale perché autenticamente sacrificale era la tua intenzione. Tu infatti parli di «corpo che è per voi» cioè spezzato, e di «vino versato per voi» (Lc 22,20). Quel pane e quel vino, transustanziati nel tuo corpo e nel tuo sangue, diventano cibo e bevanda degli Apostoli e di tutta la Chiesa.

Ed è proprio nel Convito che il tuo sacrificio trova la sua naturale consumazione. D'altra parte la massima rivelazione dell'amore sta nella completa donazione.

In pratica però nessuno finora s'è fatto cibo e bevan­da per la persona amata anche se ha gridato a tutti i venti il suo grande amore. Solo tu, o Gesù, hai potuto fare questo, ciò che fa dire all'Apostolo Paolo nella lettera ai Galati (2,20): «Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me». Tu allora, divenendo mio alimento, entri nel più profondo di me stesso a condividere tutte le mie ansie, le mie debolezze, le mie speranze, tutta la mia personalità. Velando la tua gloria, nascondendo la tua divinità ed umanità, tu intendi camminare con me per­ché non soccomba durante il viaggio, perché non vacilli sotto la croce della quotidianità, sotto il peso delle mie incertezze e tensioni.

O Gesù, tu conosci la mia complessa psicologia, le mie amarezze interiori, le mie vane illusioni e le mie tante sconfitte: tu solo puoi comprendermi e darmi coraggio e forza.

A contatto di te sarò più forte per stroncare le tante mie leggerezze e quell'ostinata, persistente pigrizia che attarda la mia liberazione dai diversi idoli.

Se tutta la Chiesa vive e cresce con te, è perché tu continuamente la purifichi dal peccato, la irrori di gra­zia, la raccogli in unità.

Che io avverta continuamente, o Gesù, l'urgenza a lasciarmi trasformare; che io riesamini il mio modo di partecipazione al sacrificio eucaristico. Solo allora sarà gradita al Padre la mia partecipazione al tuo sacrificio: se in me ci sarà lo spirito di perfetta sottomissione alla sua volontà, di umile servizio degli ultimi, di autentica condivisione dell'intera tua vita che fu croce e martirio. 

Pausa di silenzio 

Canto: Il Signore è il mio pastore  

Intercessioni

L’Eucaristia è il memoriale della morte del Signore che si rinnova sui nostri altari.

Lui si offrì per primo al Padre, vittima di salvezza, e comandò agli Apostoli di riattualizzare nei segni la sua immolazione sacrificale.

Chiediamo che da questo grande mistero attingiamo la pienezza della carità. Noi ti preghiamo: ascoltaci, Signore. 

Cristo, sacerdote della nuova ed eterna alleanza, che sulla croce hai offerto al Padre il sacrificio perfetto, insegna anche a noi ad offrirlo degnamente insieme a te, noi ti preghiamo: ascoltaci, Signore. 

Cristo, che hai conferito agli Apostoli la potestà di celebrare i divini misteri, fa' che i sacerdoti non si scoraggino a causa delle tentazioni, che sorgono dalla debolezza della natura o che provengano dagli uomini. Noi ti preghiamo: ascoltaci, Signore. 

Cristo, che nutri la tua Chiesa con il sacramento del tuo corpo e del tuo sangue, fa' che coloro che hai voluto dispensatori dei divini misteri si rendano consapevoli in prima persona della dignità profetica, sacerdotale e regale. Noi ti preghiamo: ascoltaci, Signore. 

Padre nostro 

O Padre, che nella morte e risurrezione del tuo Figlio, hai redento tutti gli uomini, custodisci in noi l'opera della tua misericordia, perché nell'assidua celebrazione del mistero pasquale riceviamo i frutti della nostra salvezza. Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

VI - IL SACRAMENTO DELL'ORDINE

O Gesù, sono ancora qui, prostrato davanti a te vivo e vero nel Sacramento, in un colloquio d'amore con te in quest'ora commemorativa della tua ultima Pasqua quaggiù.

Nel condividere le tue ansie di redentore, soprattutto con l'impegno a lasciarmi attrarre in una più intima partecipazione al mistero pasquale, offrendo con te tutta la mia vita al Padre nello Spirito Santo, sento ora la mia anima effondersi in sentimenti di ammirazione e di riconoscenza. E questa ammirazione e questa ricono­scenza stanno man mano crescendo nel considerare l'ultimo grande dono di quella vigilia: IL SACERDOZIO.

Avevi appena cambiato il pane nel tuo corpo e il vino nel tuo sangue che immediatamente ci tenesti ad ag­giungere: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19; I Cor 11,24).

Tu, o Gesù, istituisti il sacrifico del tuo corpo e del tuo sangue per perpetuare nei secoli, nelle mani e per le mani della Chiesa, il tuo primo, unico, grande sacrificio del Calvario. Sei tu, o Gesù, il sommo sacerdote del Nuovo Testamento e di questo tuo sacerdozio hai voluto fare partecipe tutto il popolo santo di Dio. Ma nel Cenacolo hai voluto investire i tuoi Apostoli della tua stessa missione di Maestro, di Sacerdote e di Pastore perché formassero e reggessero la comunità redenta.

In questa veglia eucaristica, tutta particolare, non posso non riflettere sul sacerdozio ministeriale attraver­so il quale tu, o Gesù, intendesti conferire agli Apostoli e ai loro successori il potere di rinnovare il tuo stesso sacrificio. Certo, non dovrò dimenticare che la funzione fondamentale del servizio sacerdotale resta l'annunzio della Parola salvatrice (Mt 28,19; Mc 16,15; Lc 24,47).

Poveri, semplici, indegni come erano, quei tuoi Apo­stoli che facevano Pasqua con te, entrarono immediata­mente a far parte della tua stessa missione redentrice, divenendo così glorificatori del Padre e salvatori delle anime.

Ed io vedo, intorno a quella tavola della tua ultima Pasqua, tutti i sacerdoti ai quali, come agli Apostoli, un giorno dicesti: «Io ho scelto voi» (Gv 15,16).

Esultate di gioia sovraumana, o sacerdoti sparsi in tutto il mondo! Tutti eravate nel cuore di Gesù in quella notte di venti secoli fa, nessuno escluso.

Fu Lui che vi prescelse senza nessun vostro merito: voi siete quindi degli eletti, degli esseri trasfigurati. Investiti degli stessi poteri di Gesù, voi non v'apparte­nete più, voi siete di Lui.

Per questo i poveri vi riconoscono per la strada e vi cercano qualcosa; i traviati nello spirito corrono a tro­varvi, desiderosi di pace; i fanciulli non si staccano da voi, chiamandovi col dolce nome di Padre.

La vostra presenza, o sacerdoti, è segno di Cristo per coloro che hanno fede.

E per chi non crede?

È dolorosa ed agghiacciante la risposta: siete degli esseri non graditi. Siete come Gesù: «occasione di rovina e risurrezione di molti... segno di contraddizione» (Lc 2,34). Il vostro passaggio provoca tutta una serie di reazioni che si ripercuotono nelle anime.

Cari e buoni sacerdoti, nati in quello storico giovedì santo, in quel primo Tempio della rinata umanità che è il Cenacolo, voi soprattutto all'altare personificate Ge­sù. Ricordiamo però che è Lui e solo Lui, Gesù, che compie il sacrificio, nel suo unico ed esclusivo sacerdo­zio. Voi lo rendete presente mediante la vostra parola consacrante, resa efficace dalla sua potenza divina.

Cari e buoni sacerdoti che vivete in mezzo a noi, voi sapete che tutta la vostra vita è legata a Cristo in una totale, trasformante e perenne consacrazione; che tutta l'azione liturgica sacrificale, operantesi per il vostro ministero, va completata nella vostra quotidianità, in tutte le espressioni della vostra vita. Per tutto questo la vostra vita esige distacco completo.

Una volta consacrati, voi, pur vivendo con noi, non siete più fatti per una famiglia umana, anche se in ogni famiglia voi portate il servizio della luce della fede e indicate la via delle virtù.

Una volta consacrati, voi non siete più padroni di nutrire naturali affezioni, anche se siete chiamati a ca­pire e regolare gli umani sentimenti.

Così vi ha pensato Gesù.

Fatti di terra, se per disgrazia potrà capitare anche a voi il momento di debolezza, ricordatevi che continua­te ad essere sempre sacerdoti: Gesù continua, per noi, a farsi presente nelle vostre mani al momento centrale della liturgia eucaristica, nella Messa, appunto.

O Gesù, a te li raccomandiamo! Aiuta questi Tuoi ministri, sui quali un giorno effondesti il tuo Spirito. Che tutti i sacerdoti siano sempre dispensatori della Parola di Dio, continuatori della tua opera santificatri­ce, o Signore Gesù e, in subordinata comunione con il proprio vescovo, per riunire la famiglia di Dio come fraternità animata nell'unità, per condurla al Padre per mezzo di te, o Cristo, nello Spirito Santo.

O Gesù, accetto con fede viva le Tue parole: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), soprattutto nel sacrificio eucaristico. Questa fede nella tua presenza mi fa partire questa notte da questo Tempio con la volontà di seguirti e così restare nel piano di salvezza del Padre tuo. Che io accetti la logica della Croce e del servizio.

O Maria, mamma di Gesù e mamma mia, che vegliasti il giovedì santo con maggior fervore di quello da me avuto in questa veglia, resta vicino a me e a tutti gli altri tuoi figli a vivere secondo tutto quanto il tuo Gesù ha fatto e ha detto e che tu hai vissuto ed attuato in pienezza di fede, sempre. Amen. 

Pausa di silenzio 

Canto: Il pane del cammino  

Intercessioni

Cristo nella Cena pasquale ha donato il suo Corpo e il suo Sangue per la vita del mondo. Riuniti nella preghiera adorante invochiamo: Cristo, pane del cielo, da' a noi la vita eterna. 

Cristo, Figlio del Dio vivo, che ci hai comandato di celebrare l'Eucarestia in tua memoria, fa' che vi partecipiamo sempre con fede e amore a beneficio di tutta la Chiesa. Cristo, pane del cielo, da' a noi la vita eterna. 

Cristo, unico e sommo sacerdote, che hai affidato ai tuoi sacerdoti i santi misteri, fa' che essi esprimano nella vita ciò che celebrano nel sacramento. Cristo, pane del cielo, da' a noi la vita eterna. 

Cristo, che nell'Eucarestia ci dai la grazia di annunziare la tua morte e risurrezione fino al giorno della tua venuta, rendi partecipi della tua gloria i nostri fratelli defunti. Cristo, pane del cielo, da' a noi la vita eterna. 

Padre nostro 

O Dio, che per la tua gloria e per la nostra salvezza, hai costituito sommo ed eterno sacerdote il Cristo tuo Figlio, concedi a noi, divenuti tuo popolo, mediante il suo sangue, di sperimentare, nella partecipazione al Sacrificio Eucaristico, la forza redentrice della Croce e della Redenzione.  Per Cristo, nostro Signore. Amen.