La consacrazione a Maria nelle sue radici bibliche
di
Carlo Squeri
È
notorio che, sul piano teologico, sussistono molte riserve, a volte ferme
contestazioni, sul concetto della Consacrazione a Maria.
Tali
riserve e contestazioni si basano principalmente sulla tesi secondo la qualo
alla Consacrazione a Maria mancherebbe la possibilità di un ancoraggio
diretto nella Rivelazione biblica.
Trattasi
di un problema non esaurientemente chiarito a livello teologico. È fondata
l'ipotesi che il Papa, pur personalmente favorevole al concetto della
Consacrazione mariana, sia stato costretto per non inasprire il problema, a
ripiegare, nella relativa preghiera ufficiale da lui formalizzata, su quello,
non contestato, dell'Affidamento a Maria.
C'è chi tenta di superare l'ostacolo equiparando il senso dei due termini e scrive: "Consacrazione ed Affidamento si equivalgono". Non mi pare corretto.
Pur
prescindendo dalla problematica teologica, opportunamente molto rigorosa circa
il significato etimologico delle parole, sta di fatto che nella cultura corrente
di senso religioso i due termini assumono significati non perfettamente
equiparabili.
Affidamento
consente una interpretazione passiva, gerarchicamente poco impegnativa, di
prevalente sapore devozionale, mentre consacrazione presenta uno spessore di
dinamismo e di impegno, ben più rigorosi, sostanzialmente non coincidenti.
Sembra
opportuno un approfondimento di tale tematica. Le presenti riflessioni intendono
portare un contributo in tale direzione dall'ottica di chi si schiera con
convinzione a favore della tesi che la Consacrazione a Maria poggia su sicure
basi bibliche.
Alcuni
cercano di dimostrarlo impostando e risolvendo il problema nei seguenti termini:
la Consacrazione fondamentale, quella battesimale che ci fa appartenere a Dio in
Cristo, contiene potenzialmente tutte le altre consacrazioni che possono
sottoscriversi nella vita (Confermazione, Ordine sacro, Matrimonio, vita
religiosa con voti); fra esse viene ascritta quella al Cuore Immacolato di
Maria.
E
si afferma: "La Consacrazione a Maria germoglia sulla Consacrazione
battesimale; essa è la risposta umana di amare Dio attraverso la Madre; è
l'impegno a vivere la volontà divina seguendo le tracce della Serva del
Signore; è il più consono processo di configurazione a Cristo attraverso Colei
che, sola, ha potuto amarlo come Dio e come Figlio naturale". Tutti
argomenti validi e condivisibili ma non esaurienti da un'altra ottica
rigorosamente biblica. Essi si valgono di una analisi interpretativa,
trascurando riferimenti diretti inequivocabili.
A
me pare infatti che sia possibile ricorrere ad altri supporti, resi
praticabili proprio in forza di un approfondimento più attento e più
penetrante delle fonti bibliche. Vorrei tentare di dimostrarlo con quanto segue.
Mi
pare incontestabile l'identificazione in Maria di Nazareth con la
"Donna" di cui parla la Genesi al cap. 3, vers. 15: "Io porrò
inimicizia tra te (Satana) e la Donna, tra la tua e la sua stirpe: questa ti
schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno".
Da
sottolineare che a schiacciare la testa di Satana, avendone insidiato il
calcagno, non dovrà essere personalmente "la Donna" ma "la sua
stirpe" che, per altro viene plasticamente identificata con Essa.
E
ovvio che non è possibile dare alla voce "stirpe" un senso
fisicamente generazionale. Maria di Nazareth infatti non ha avuto altri figli
che Gesù; da Essa non è originato nessun filone genealogico.
Esattamente
come "la stirpe" contrapposta che, pure specularmente identificata
in Satana (puro spirito),, da lui originata non può che assumere una identità
del tutto spirituale. Dato per scontato che il requisito di fondo (potrebbe
forse essere correttamente definito "il requisito istituzionale") di
appartenenza alla "stirpe della Donna", non può che essere quello
di essere membri della Chiesa apostolica, di cui Ella è Madre, mi pare non
condivisibile la tesi secondo cui appartenere alla "stirpe della
Donna" non può avere altro significato, tout-court, che quello
dell'appartenenza istituzionale alla Chiesa.
In
generale non si può accettare che tale requisito di fondo escluda
caratterizzazioni più marcate, livelli di identità che configurano
differenziazioni di intensità, di ruoli e di priorità nelle diverse possibili
fonti di spiritualità evangelica e quindi di cammini vocazionali.
Ma
nel caso nostro detta tesi non può essere condivisa soprattutto quando viene
utilizzata (e accade) come giustificazione basilare per escludere o
mortificare istanze tese a spiritualità più consapevoli, più impegnate,
idealmente più incandescenti.
Basterebbe
comunque l'equiparazione "Stirpe della donna" = "Chiesa" per
rendere non più sostenibile la linea di chi, come teologo o come pastore,
tende a scoraggiare o, quantomeno a sfumare l'esigenza di una ascesi mariana,
retrocedendola a livello di devozionismo non essenziale.
Una
obiettiva valutazione dello stato di fatto nel quale vive ed opera il Popolo di
Dio, consente di pensare che chi si arrocca sulla tesi generica: "Chiesa =
Stirpe della "Donna" normalmente impersona come posizione
spirituale, l'arco allentato di cui il salmista sancisce il fallimento (Salmo
78, 57). Mentre chi acquista consapevolezza di appartenere alla "stirpe
della Donna", secondo i ruoli e l'intensità di impegno precisati e
sanciti nel testo biblico, normalmente vive un insperato passaggio di
conversione che lo porta ad una spiritualità più luminosa, più penetrante ed
anche più concretamente produttiva.
Quasi
che l'arco di cui parla il salmista solo così riuscisse a mantenersi teso ed
anzi ad aumentare con la perseveranza la sua tensione.
Non
mancano significativi riferimenti "storici": basterebbe richiamare il
carisma di Don Bosco (caratterizzato da una singolare tensione verso Maria) e
quello di Massimiliano Kolbe il prestigioso martire di Auschwitz (incentrato
su una mariologia, circa il mistero del Cuore Immacolato di Maria, per la
sua profondità ancora tutta da esplorare).
Se
si completa il quadro approfondendo alcune specifiche componenti non secondarie
del messaggio di Lourdes, di Fatima ed, oggi, di Medjugorje se ne ricavano lumi
ed indicazioni ben più importanti e convincenti.
Ma,
recuperando il filone biblico, sono possibili ben altre riflessioni. La Genesi e
l'Apocalisse rappresentano le due teste di ponte su cui poggia l'arco millenario
della Rivelazione. Non certo senza significato proprio nella Genesi (cap. 3) e
nella Apocalisse (cap. 12) viene menzionata "la Donna". Nella prima
come previsione profetica, nella seconda nella sua identità storica di Madre
del Messia.
Anche
la "stirpe della Donna" preconizzata nella Genesi, con l'Apocalisse
viene storicamente identificata come "Discendenza" costituita da
"quelli che osservano i Comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza
di Gesù" (Apoc. 12, 17). Questa affermazione racchiude un principio -
constatazione la cui rilevanza sembrerebbe sfuggire ancora a molti: per
"osservare i Comandamenti di Dio ed essere in possesso della
testimonianza di Gesù" è indispensabile appartenere alla
"discendenza della Donna". Senza di lei la verità e la pratica cristiana
non sono autentici.
Evidentemente
non ha per niente ceduto ad enfasi sentimentale o retorica chi ha sostenuto
(col pieno consenso della fede popolare) che la Chiesa cattolica ha potuto
mantenersi indenne, nel suo travagliato corso storico, dagli errori e dalle
deviazioni eretiche grazie a Maria. Quale profonda sapienza ha dimostrato la
fede popolare nell'erigere santuari mariani sulla linea di demarcazione
geografica tra l'area protestante e quella cattolica e nel considerarli come insormontabili
bastioni per arginare il dilagare delle diserzioni! E così chi ha rilevato
che la spiritualità dei grandi santi, soprattutto ma non solo dell'era moderna,
è sempre stata caratterizzata da un attaccamento particolare a Maria. Non
come componente devozionale di supporto ma come un fattore primario della loro
santificazione.
Se
ne possono anche ricavare non insignificanti ragioni di conferma di quanto sia
fondato il convincimento di chi sostiene che nella storia delle vocazioni
tradite (particolarmente frequenti negli ultimi tempi e forse assimilabili
anche quantitativamente "al terzo delle stelle trascinate giù dal cielo
e precipitate sulla terra" dal drago (Apoc.12, 3) emerge sempre un
preoccupante affievolimento della ascesi mariana, come conseguenza anche di
un'esasperato intellettualismo teologico e pastorale. Significativa questa
risposta di un donna del popolo rimproverata da un sacerdote di badare più a
Maria che a Gesù: "Ebbene? Cosa temete? Noi non arriveremo mai ad amarLa
più di quanto l'abbia amata Lui".
Sembra
evidente l'urgenza di rimuovere molti equivoci ed incertezze.
Le
due "stirpi" Andrebbe definitivamente chiarito che la Consacrazione a
Maria si fonda su sicure basi bibliche e teologiche; che essa germoglia
necessariamente dalla Consacrazione battesimale che è l'unica ed autentica
Consacrazione, quella della Alleanza rivelata la quale ci rende partecipi
della vita di Dio in Cristo; che la Consacrazione a Maria corrisponde e
promuove una piena consapevolezza e coerenza rispetto agli impegni battesimali;
che essa ne è la ottimale traduzione in concreta vita cristiana; che essa è
l'impegno a vivere la volontà di Dio, a realizzare in pienezza su di sé il
progetto di Dio, seguendo le tracce della Serva del Signore; che essa è il
perfezionamento del processo di configurazione a Cristo, da Nazareth al
Calvario, come ed insieme a Colei che, ne è stata la Madre terrena e che,
secondo lo spirito, è la Madre di ogni suo discepolo e quindi della Chiesa.
Alla
configurazione a Cristo attraverso l'appartenenza alla "stirpe della
Donna" si contrappone la configurazione a Satana per chi apppartiene alla
"stirpe del serpente".
San
Bernardo di Chiaravalle, grande apostolo mariano,non certo per intuizione peregrina
colloca le due "stirpi" di cui alla Genesi, in due regioni
contrapposte: la "Regio similitudinis" (la regione della somiglianza a
Dio) e la "Regio dissimilitudinis" (la regione della dissomiglianza
da Dio e quindi della somiglianza a Satana).
Se
l'uomo si inserisce, come vita e testimonianza, nella "stirpe della
Donna" opera secondo il mistero della salvezza"(Giov. 13, 16-17) che
corrisponde al "Mistero della Pietà" di Paolo (Tim. 3, 16), se ne
resta fuori opera, più o meno consapevolmente, secondo il "Mistero di
iniquità" (2 Tess. 2, 7) nel quale domina il principe di questo mondo.
Si
può aggiungere che la Chiesa insegna che Maria, per la sua intima comunione di
vita e di destino con il Cristo e la sua missione unica ed universale voluta
dal Padre e realizzata dallo Spirito Santo, fin dal suo primo esistere (per
essere stata concepita Immacolata) e nella sua coerente testimonianza di
vita (per essersi offerta esistenzialmente, sotto la guida dello Spirito
Santo, alla Parola del Signore, a servizio totale della persona e dell'opera
del Figlio) appare come collocata nel Mistero trinitario e ne riflette,
comunicandola, la sostanza ineffabile. Il che riconosce ulteriormente alla
sostanza dell'appartenenza alla Stirpe ed alla Discendenza della Donna una
dimensione trinitaria.
Secondo
inequivocabili attestazioni bibliche in due sole "stirpi" o
"Discendenze" ha la possibilità di collocarsi l'uomo, nella
proiezione della verità e del progetto trinitario sulla vicenda umana: o
quella della Donna o quella di Satana. Non è possibile ipotizzarne nessuna
altra, secondo le proprie propensioni di comodo, culturali o di vita.
Quanto
agli errori che si sono diffusi negli ultimi tempi anche nell'interno della
Chiesa, sotto l'influsso di un dilagante razionalismo positivista, merita di
rilevare che i più gravi, spesso con una contestuale ambivalenza
significativa, si incentrano - non certo senza ragioni profonde - su una
abusiva mariologia di nuovo conio e sulla realtà di Satana che non pochi
vorrebbero ridurre a puro simbolismo.
Verrebbe
da pensare ad una occulta, insidiosa strategia tesa ad intaccare l'identità
ed i ruoli dei due capi delle opposte "Stirpi" per offuscare i
caratteri di distinzione tra le rispettive opposte "discendenze", il
che inevitabilmente produce confusione e smarrimento.
Ed
è quanto sta accadendo.
In
nome di una integrità Cristologica da salvaguardare con gelosa preoccupazione,
sulla quale si costruisce una sorta di culturalmente gratificante aristocrazia
teologica, si tende a rilevare la realtà di Maria nei bassi livelli di una
ingenua, acritica tradizione popolare.
Mentre
per effetto dell'efficacissimo slogan di comodo: "non si deve vedere
Satana dappertutto", Satana non lo si vede più in niente. Né lui né la
sua discendenza di cui si sono smarriti i connotati di identificazione.
Sta
di fatto però che nella storia dell'uomo (e le conseguenze sono talmente
evidenti che non vale dimostrarle) la discendenza del serpente è sempre stata
ed oggi lo è più che mai maggioritaria. Il mistero del male ci avvolge. Anche
l'anima che vorrebbe mantenersi nella luce di Dio, in concreto, si trova immersa
nella sua dimensione e deve lottare, come un nuotatore nell'acqua, per evitare
di esserne inghiottita.
La
Consacrazione a Maria appare come una scala lanciata dall'alto a dei naufraghi
che stanno per essere travolti dai marosi.
San
Giovanni Damasceno, l'ultimo Padre della Chiesa greca ed uno dei più insigni ha
scritto: "Il Verbo... si costruì una scala viva la cui base affonda
nella terra e la cui cima raggiunge il cielo... Di essa Giacobbe ha visto
l'immagine. Cristo, per mezzo di essa, è sceso e si è manifestato sulla
terra..." (Omelia sulla Natività, 2).
Per
certi sofismi teologici la scala di cui si è servito Cristo non dovrebbe
servire anche per noi! Lo stesso Damasceno (nella Omelia 1 sulla Dormizione,
14) ha così pregato Maria: "Anche noi ti restiamo vicino, o Sovrana,
Madre di Dio e Vergine, legando le nostre anime alla tua speranza, come ad una
àncora solidissima e del tutto infrangibile, consacrandoti (anathemenoi)
mente, anima, corpo e tutto il nostro essere".
Il
che conferma che la Consacrazione a Maria non si radica soltanto nella Scrittura
(come più consapevole appartenenza alla sua "Discendenza") ma ha
avuto tra i Padri della Chiesa degli assertori senza riserve.
Ma
la coltre di caligine, oggi, è così densa e così estesa che ne ha offuscato
la luce. Come avviene per il sole nelle giornate di nebbia che sono però
destinate a passare e che, comunque, non riescono ad impedire al sole di
svolgere la sua funzione vitale.