NOVENA DI NATALE PER I BAMBINI

Introduzione

Questo libretto ha una struttura semplice e tra­dizionale ed è rivolto a tutti gli animatori e catechi­sti che vogliono riscoprire con i bambini la Novena di Natale, come momento particolare di catechesi e di fede. Gli elementi che costituiscono ogni celebrazione sono: 1. Il tema. Ogni incontro ruota intorno ad uno dei grandi temi della liturgia di preparazione al Natale. La liturgia sembra sovente lontana dalla menta­lità e dalla cultura dei bambini e dei ragazzi di oggi. Per questo alcuni dei suoi aspetti vengono margina­lizzati. Molti ragazzi la subiscono o la vivono come un ambiente estraneo. Non possiamo dimenticare pe­rò che la liturgia è la «vita» della Chiesa. Si tratta quindi di qualcosa di vibrante, coinvolgente sul piano emotivo, reale e capace di modificare la persona gra­zie ad una autentica forza educativa. La liturgia non è sinonimo di cerimonia o prati­ca religiosa, ma è immersione nella spiritualità ec­clesiale a partire da simboli e sentimenti. Il proble­ma di molti adolescenti consiste proprio nel «non sentire» la liturgia. Aiutare i bambini e i ragazzi ad «entrare» nel mondo liturgico non è certo facile, ma assolutamente necessario. Senza partecipazione reale alla vita litur­gica molto difficilmente cresce la vita spirituale e interiore che proprio dalla liturgia riceve sostegno e nutrimento. Il primo intervento concreto in questa linea può essere «riempire di senso» le grandi parole e concet­ti della liturgia. Anche i Catechismi suggeriscono interventi di questo tipo. Per esempio: «Lo svolgimento catechi­stico fa perno sugli atteggiamenti di attesa, prepa­razione e accoglienza di Maria, Madre del Figlio di Dio fatto uomo, e degli altri personaggi presenti nel Vangelo dell'infanzia perché i fanciulli in famiglia e nella comunità cristiana siano guidati ad una au­tentica celebrazione del Natale. Pertanto sono aiu­tati... a maturare atteggiamenti di attesa, accoglienza, gioia e gratitudine come valori cristiani... » (Venite con me, p. 36). 2. La storia. Un racconto che serve a suscitare interesse e a trovare il «canale» giusto per entrare in sintonia con i bambini. Deve essere «raccontato», non letto, ar­ricchito ed attualizzato. Tocca all'animatore mette­re in evidenza la «verità» profonda (e talvolta na­scosta) di quanto racconta. 3. La riflessione. Una chiave di lettura, tra le tante possibili. As­solutamente facoltativa. Può venire prima, duran­te, dopo la storia. 4. La preghiera. Semplice e breve, per poter essere scritta su un foglietto o ripetuta in modo litanico. 5. Il gesto. Un suggerimento minimo per arricchire di fan­tasia l'incontro. ~ qualcosa da portare a casa (e at­taccare sul diario), qualcosa da fare, qualcosa da di­re. La creatività degli animatori ne troverà certamen­te dei nuovi. 6. Il fioretto. Il tradizionale impegno per insegnare ai bambi­ni a testimoniare ciò che credono e pregano nella vita quotidiana.

Lo svolgimento dell’incontro.

E’ importante curare l'ambiente fisico e l'atmo­sfera. I bambini devono sentirsi a loro agio e avere un posto comodo. Può essere significativo comple­tare, un pezzo ogni giorno, il presepio della chiesa durante la Novena. E’ necessario che l'incontro abbia un ritmo discre­to, senza alcuna pausa che provochi noia. In apertura, i bambini intonano un canto nata­lizio, che può essere il medesimo per tutta la Nove­na. Al termine del libretto sono riportati alcuni canti tradizionali. Dopo il canto, l'animatore racconta la storia. Ad essa fa seguire la riflessione che, molto più opportunamente, può far scoprire ai bambini stes­si, stimolandoli con qualche domanda. Ma senza lun­gaggini. Il gesto serve a rinforzare il senso della narra­zione e a farla ricordare. Se i bambini hanno un al­bum o un quaderno, quando si tratta di elementi con­creti possono incollarli. La preghiera può essere scritta su un cartellone che tutti possono vedere oppure recitata in forma litanica: l'animatore dice una frase e i bambini la ripetono. Il fioretto deve essere trovato ogni volta come una sorpresa: venir fuori da uno scrigno, da un an­golino vicino alla Grotta del presepio, dal cappello del Parroco, cadere dall'alto, essere portato da un angioletto, ecc. Un canto chiude l'incontro.

   

PRIMO GIORNO

Tema: Aspettare.

La storia: Una luce alla finestra

 

La strana epidemia si abbatté sulla città all'im­provviso. Iniziava come un raffreddore: i colpiti co­minciavano a starnutire, poi prendevano uno stra­no colore grigiastro, finché la malattia esplodeva in tutta la sua virulenza e i colpiti diventavano prima avidi, poi prepotenti e arraffatori, perfino ladri. E tremendamente sospettosi gli uni degli altri. Il pen­siero del denaro intaccava e annullava tutti gli altri pensieri. «Ciò che conta, nella vita, sono i soldi. Con i sol­di si fa tutto», sostenevano. Insieme al pensiero dei soldi arrivava anche la paura. I venditori di casseforti e porte blindate non riuscivano a star dietro agli ordini. In certi alloggi la porta d'ingresso arrivava ad avere diciotto serrature a prova di tutto, anche di bazooka. Nelle famiglie, i papà e le mamme ruba­vano i soldi dai salvadanai dei bambini. I bambini rispondevano solo più: «Quanto mi dai?». Non so­lo per asciugare i piatti o per fare i compiti; anche per andare nei giardinetti a giocare. E i bambini di prima elementare imparavano a scrivere sul conto in banca. Il farmacista provò a distribuire ai malati libri che parlavano di generosità e bontà. Ma quelli scuo­tevano il capo e correvano a vendere i libri sulle ban­cherelle. Un sabato pomeriggio, nella via principale, scop­piò un tremendo tafferuglio per una moneta da cin­quecento lire. Perfino il dottore fu contagiato e cominciò a ven­dere le medicine scadute, che prima buttava via con molta attenzione. La vita in città divenne insopportabile. Quasi tutti viaggiavano armati e i più ricchi si pagavano le guar­die del corpo. I malati avevano lo sguardo torvo ed erano in­felici. E soprattutto rendevano infelici tutti quelli che vivevano con loro. Si sentivano solo più parlare di soldi, cambi, tassi di interesse e azioni che andavano su o giù. Nessu­no voleva più pagare le tasse. Il sindaco e i suoi con­siglieri decisero di recarsi per un consulto dal famo­so Barbadoro, che era un po' eremita (…), per chiedere una medicina o almeno un consiglio.

Il virus «Sgrinfiacchiappa»

L'eremita dalla lunga barba bianca li ascoltò con attenzione, poi lisciandosi la barba disse: «Conosco la malattia che ha colpito il vostro villaggio. E’ do­vuta ad un virus che si chiama "sgrinfiacchiappa" ed è terribile, perché chi è colpito diventa sempre più insensibile, il suo cuore si indurisce fino a diventare di pietra e al posto del cervello si forma un pallotto­liere. Si può sfuggire al contagio per un po' di tem­po compiendo atti di bontà e di generosità, ma per debellare veramente la malattia c'è un solo rimedio: l'acqua della Montagna-Che-Canta. Dovete trova­re un giovane forte e coraggioso, completamente di­sinteressato. Deve affrontare questo impegno solo per amore della gente. Perché l'acqua della genero­sità funziona solo se è veramente voluta, aspettata, accolta. E logico, no? Perciò se troverete il giovane adatto in grado di affrontare le difficoltà dell'im­presa (e non è cosa da poco) la medicina farà effet­to solo se ci sarà qualcuno ad aspettarla». «Noi aspetteremo. Tutti», giurarono il sindaco e i consiglieri. «Dobbiamo assolutamente uscire da questa epidemia che rende infelice la nostra città». «...e vuota le casse comunali», aggiunse l'assessore alle finanze, che aveva la pelle grigia di chi veni­va colpito dalla malattia del virus «sgrinfiacchiappa». Il giorno dopo su tutti i muri della città era af­fisso un bando: «Cercasi giovane coraggioso per im­presa eroica». Si presentarono in duemila. Ma appena gli aspi­ranti eroi venivano a sapere che non ci avrebbero guadagnato niente, si ritiravano. Tutti, meno uno. Era un giovane robusto e simpatico, preoccupato dal­la malattia che colpiva i suoi concittadini e che ren­deva infelici tante persone. Si chiamava Giosuè. Il sindaco e i consiglieri spiegarono a Giosuè quel­lo che doveva fare, anche se non avevano alcuna idea di dove si trovasse la Montagna-Che-Canta. «La cercherò», disse tranquillamente Giosuè. «Noi ti aspetteremo», promise la gente. «Mette­remo una luce sulla finestra tutte le notti, così sa­prai che ti aspettiamo». Giosuè mise un po' di biancheria e pane e for­maggio in una bisaccia, baciò la mamma e il papà, abbracciò Mariarosa, la sua fidanzata, che gli sus­surrò: «Anch'io ti aspetterò». Salutò tutti e partì.

Il gigante Soffione

Per tre giorni Giosuè camminò risolutamente ver­so le montagne, che tremolavano nella luce azzurri­na dell'orizzonte. «Una volta là, mi basterà cercare la Montagna-Che-Canta. Non deve essere difficile», pensava. Ma si illudeva. Dopo dieci giorni di marcia, le montagne continuavano ad apparire lontane, come profili di giganti dormienti, all'orizzonte. Ma Gio­suè non si fermava. Pensava agli abitanti della città che certamente si ricordavano di lui e lo aspettava­no, ai suoi genitori e a Mariarosa e, ogni mattina, anche se i piedi gli dolevano ricominciava la marcia. Passarono altri dieci giorni, poi dieci mesi. Nella città, le prime notti erano state un vero spet­tacolo. Sui davanzali di quasi tutte le finestre brilla­va una luce. Era il segno della speranza: aspettava­no l'acqua della generosità portata da Giosuè. Ma con il passare del tempo, molte lampade si spense­ro. Alcuni se ne dimenticarono semplicemente, al­tri, colpiti dalla malattia, si affrettarono a spegner­le per risparmiare. La maggioranza dei cittadini, do­po qualche mese, scuoteva la testa dicendo: «Non ce l'ha fatta. Non tornerà più». Ogni notte, c'era qualche luce in meno alle finestre. Ma Giosuè, dopo un anno, arrivò alle montagne. Le prime erano montagnole da poco e le valli che le dividevano larghe e facili. Poi si fecero sempre più aspre, rocciose, disseminate di ostacoli. Giosuè stava con le orecchie tese per individua­re la Montagna-Che-Canta. Qualche picco, grazie al vento, fischiava. Qualche montagna, grazie ai ghiacciai e ai torrenti, rombava. Ma nessuna cantava. In una piccola baita, aggrappata al fianco di una montagna, incontrò un vecchio pastore e gli chiese qualche informazione. Il pastore gli regalò una scodella di latte fresco e poi gli disse: «La Montagna-Che-Canta? Certo che so dov'è. Non mi fa dormire quando porto le mie pecore a pascolare da quelle parti. Ma è un acciden­ti di montagna! Ripida e levigata come un obelisco e con il gigante Soffione». «Chi è?». «Un gigante burlone che si diverte a soffiare giù chi cerca di salire sulla montagna». «Pazienza, ma io devo salire lassù», disse Giosuè. Il vecchio pastore lo accompagnò fino ai piedi della montagna e lo salutò: «Buona fortuna!». La montagna cantava davvero, con un vocione allegro e un po' stonato. Giosuè cominciò subito ad arrampicarsi. Le pareti della montagna avevano po­chi appigli e il povero giovane si ritrovò presto con le mani rovinate dalla roccia. Era quasi a metà del­la salita, quando un soffio di vento violento lo stac­cò dalla parete e lo fece rimbalzare in giù per parec­chi metri. Mentre cadeva sentiva la risata del gigante Sof­fione, felice per lo scherzo che gli aveva giocato. Neanche questa volta Giosuè si scoraggiò. Si riempì le tasche e la camicia di sassi e ricominciò a salire. Pesante com'era, ogni centimetro gli costava una fa­tica terribile, ma il gigante Soffione aveva un bel sof­fiare. Non riusciva neanche a farlo vacillare. Dopo un po' il gigante cominciò a tossire e infine smise di soffiare. Quando Giosuè arrivò sulla vetta e vide la sor­gente cristallina dell'acqua della generosità, la mon­tagna intonò l'Alleluia di Hàndel a quattro voci.

Tutto inutile?

Il ritorno di Giosuè fu molto più rapido. Aveva compiuto la missione che gli era stata affidata e il suo cuore era leggero e lieto: la gente della città sa­rebbe tornata felice come prima. Portava sulle spalle una botticella della preziosa acqua. Se non fosse ba­stata per tutti, ormai sapeva la strada. Una notte senza luna e senza stelle, Giosuè arri­vò sulla collina da cui si vedeva la città. Guardò giù ansimando perché aveva fatto di corsa gli ultimi me­tri. Quello che vide gli riempì gli occhi di lacrime e il cuore di amarezza. La città era completamente avvolta dal buio. Non c'erano luci sui davanzali delle finestre. Nessuno lo aveva aspettato. «E’ stato tutto inutile... Se nessuno mi ha aspettato, l'acqua non farà effetto... Tutta la mia fatica è stata inutile». Si avviò mestamente. Aveva voglia di buttar via l'acqua che gli era costata tanto. Stava per farlo, quando qualcosa lo fermò. C'era una luce, laggiù! Un lumino, piccolo, tremante, lottava con la notte, in mezzo ai muri neri delle case. «Qualcuno mi ha aspettato!». Giosuè rise forte per la felicità e partì di corsa. Riconobbe la finestra e la casa. In fondo al cuo­re non ne aveva mai dubitato. Bussò forte e chia­mò: «Mariarosa! ». I due giovani si abbracciarono. «Io ti ho sempre aspettato», disse Mariarosa, semplicemente.

La riflessione

L'acqua della generosità che può guarire la cit­tà, caduta in preda all'egoismo, ha effetto soltanto se è veramente attesa. Chi non si aspetta nulla, di solito non riceve nulla. Sono le nostre attese che ci tengono vivi e ci danno la forza di sperare e orien­tano la nostra vita. Mariarosa è stata l'unica a con­tinuare ad aspettare Giosuè, perché gli voleva bene. Bisogna amare qualcuno per aspettarlo davvero. Che cosa si aspettano gli uomini di oggi? Atten­dono ancora la salvezza che Dio vuole donare? O vivono nella loro città buia accontentandosi di quello che trovano? In questi giorni che cosa attendiamo? Le vacanze, i regali, le feste, i veglioni, la tredice­sima? Qui, nella nostra città, ci sono persone che at­tendono Gesù, proprio lui, e il suo messaggio? Attendere una persona importante e amata signi­fica prepararsi all'incontro. Come ci stiamo prepa­rando all'incontro con Gesù?

La preghiera

Vieni, Signore Gesù! Forse molti non ti aspettano più, non hanno posto nel loro cuore; eppure tu, Signore, Immenso Padrone dell'Universo, ti sei fatto così piccolo. Vieni tranquillo, anche se non ci fosse nessun altro, ci sono io qui ad aspettarti. Vieni, Signore Gesù!

Il gesto

Tutti i bambini ricevono un lumino o le istruzioni per costruirlo. Durante la notte lo lasceranno sulla finestra della loro stanza. Per proclamare: «Qui c'è uno che ti aspetta, Gesù».

Il fioretto

Aspettare, con un saluto o qualche piccolo ge­sto significativo, la mamma o il papà quando tor­nano dal lavoro.

   

SECONDO GIORNO

Tema: Cercare.

La Storia: Le tre chiavi del cielo.

 

C'era una volta un grande re, il più grande del suo tempo. Un tempo nel quale gli uomini conosce­vano ancora il posto dove si trovava il cancello del Cielo. Il re aveva conquistato tutto quello che c'era da conquistare, ma voleva ancora una cosa, la più im­portante: voleva le chiavi che aprivano il cancello del Cielo. Ma nessuno riusciva ad accontentarlo. Il re aveva speso gran parte del suo enorme te­soro per pagare gente che esplorasse ogni angolo della Terra per trovare quelle benedette chiavi, ma senza esito. Aveva inviato i suoi coraggiosi paladini nelle zone più nascoste. Invano. Così un giorno, il re arrivò a cavallo davanti al cancello, che sembrava sfidarlo, solido, inaccessibile. Agitò il pugno verso gli angeli che facevano la guar­dia e gridò: «Non avrò pace, finché non avrò le chiavi che aprono questo cancello!». Un angelo lo guardò con una luce divertita negli occhi, perché i re della Terra non sono poi così im­portanti per un angelo del Cielo, e rispose: «Sulla Terra ci sono migliaia di chiavi che possono aprire il cancello del Cielo, fioriscono proprio sotto i loro piedi, ma gli uomini continuano a calpestarle. Le po­trai trovare anche tu, se le saprai cercare. Sono tre quelle destinate a te. Se le troverai, potrai aprire il cancello del Cielo». Il re scese da cavallo e cominciò immediatamen­te la ricerca. Per parecchi anni frugò con gli occhi il suolo dove posava i piedi, ma nessuna chiave fio­rì mai sotto i suoi piedi.

La prima chiave

Un giorno, mentre camminava, quasi inciampò in un alberello rachitico e quasi secco. Gli anni tra­scorsi nella ricerca della chiavi del Cielo lo avevano reso meno orgoglioso e più attento alle cose piccole e deboli. Raccolse l'alberello e lo portò a casa. Pre­parò un letto di terra soffice, piantò l'alberello e lo innaffiò con cura. Poi provvide a sostenere i piccoli rami e il tronco con dei tiranti. Un passante che assisteva alla scena gli disse: «La­scia perdere quello sgorbietto d'albero. Anche se lo salvi, sei troppo vecchio per poter godere della sua ombra e dei suoi frutti. Che te ne importa?». «Un giorno qualcuno si siederà qui e benedirà l'ombra di questo albero e i suoi frutti e quindi un po' anche me», rispose il re. «Posso esserne felice già adesso». In quel momento vide la prima chiave. Era pro­prio sotto il suo piede destro e sembrava spuntata dalla terra. Era una chiave forgiata in uno strano metallo: verde come lo smeraldo.

La seconda chiave

Passò dell'altro tempo. Il re continuò la sua ri­cerca. Un pomeriggio d'inverno, durante un forte temporale, vide una bambina lacera e scalza, che tre­mava rannicchiata in un portone della città vecchia. Il re si fermò, si tolse il mantello e lo avvolse attor­no alla bambina, poi la prese in braccio e la portò nel palazzo reale. Le preparò un pasto caldo e cercò dei vestiti che le andassero bene. Proprio in quel mo­mento si accorse che sotto il suo piede sinistro c'era la seconda chiave. Era anche quella una chiave for­giata in un metallo speciale, color rosso rubino.  

La terza chiave

Passarono altri anni. Il re era diventato un pel­legrino vecchio e stanco. Camminava a fatica, ap­poggiandosi ad un bastone, ma non aveva smesso di cercare la chiave che gli mancava. Giunse, una notte, in una piccola città dell'Orien­te. Cercava un posto per riposare, quando una strana animazione tra la gente lo incuriosì. Vide un curio­so corteo di persone eccitate che uscivano dalla città. «Che ci vanno a fare in campagna a mezzanot­te?», si chiese il re. E li seguì. Arrivò davanti ad una baracca malandata che fungeva da stalla. La gente che aveva camminato più in fretta di lui se stava già tornando in città, quando lui si affacciò alla stalla. Alla scarsa luce di una fiaccola fumosa, scorse una giovane mamma che cullava il suo bambino. In quel momento il bambino aprì gli occhi. Il vecchio re si sentì tutto illuminato da quello sguardo e, per la pri­ma volta nella sua vita, piegò le ginocchia davanti a qualcuno. Mentre il suo cuore si riempiva di gioia, perché davanti a lui, fiorita dal nulla, c'era la terza chiave. Una chiave tutta d'oro. Aveva trovato le tre chiavi e ora poteva aprire il cancello del Cielo.

La riflessione

Il re del nostro racconto trovò le chiavi del Re­gno dei Cieli non con la ricchezza, la forza o il po­tere, ma quando cominciò a vivere concretamente la Fede, la Speranza e la Carità, simboleggiate dal­la chiave d'oro, verde e rossa. Tutti noi vorremmo trovare le chiavi del Cielo, la soluzione a tutte le domande più importanti. Tutti abbiamo dentro il desiderio di trovare Dio. La prima domanda che Gesù rivolge ai due di­scepoli di Giovanni Battista che l'hanno seguito è: «Chi cercate?». Il Natale ci dice che Dio è venuto ad abitare la nostra terra e che si fa trovare da chi lo cerca con sincerità. Cercare significa che si è per strada, che si cam­mina verso una mèta. Cercare è sempre un atto di fiducia e di coraggio. Per questo sono pochi quelli che cercano veramente le chiavi del Cielo. Cercare è anche fatica, forza di volontà, prezzo da pagare, com'è accaduto al re della nostra storia. «Cercare Dio» significa soprattutto incomincia­re dall'attenzione verso ciò che è piccolo, debole, na­scosto. Il Natale ci vuole insegnare proprio che è il che si trovano le tracce capaci di portarci a Dio. Molti non riescono a trovare Dio, che per gran parte dei nostri contemporanei rimane uno scono­sciuto. «In mezzo a voi sta uno che non conosce­te», ammonisce Giovanni Battista. Perché cercano in modo sbagliato o non cercano affatto.

La preghiera

Gesù, ti prenderò per mano come un amico aspettato da tanto tempo. Anche se sarai di un altro colore, anche se verrai da un paese straniero, anche se si burleranno di te, anche se sarai solo, anche se piangerai, io ti riconoscerò.

Il gesto

Se l'ambiente lo consente si chiede ai bambini di cercare delle piccole chiavi di cartone che  sono state nascoste antecedentemente. Se l'ambiente non lo con­sente ad ogni bambino vengono consegnate le tre chiavi del cancello del Cielo. Questo può avvenire anche durante il racconto e la riflessione.

Il fioretto

Mettere in ordine la propria cameretta e le pro­prie cose.

 

 TERZO GIORNO

Tema: Vigilare

La storia: Arrivarono solo in tre

 

Come tutti sanno, un tempo, quando non esiste­vano i computer, tutto il sapere del mondo era con­centrato nella mente di sette persone. Erano i famosi Sette Savi. I sette sapienti che conoscevano le gran­di ragioni, i perché, i come, i quando e i rimedi di tutto quello che accadeva. Erano così importanti che erano considerati re del paese in cui si trovavano, anche se in effetti molti non lo erano. Per questo i Sette Savi, erano anche chiamati Re Magi. Ora, nell'anno O, studiando le loro pergamene segrete, tutti e sette i Magi giunsero ad un'unica stra­biliante conclusione. Proprio in una notte di quel­l'anno sarebbe apparsa una stella straordinaria che li avrebbe guidati alla culla del Re dei Re. Da quel momento, passarono ogni notte febbril­mente a scrutare il cielo e ogni giorno a fare prepa­rativi per la spedizione. Finché, una notte, sul vel­luto nero del cielo apparve la stella diversa da tutte le altre. Senza esitare, dai sette angoli del mondo dove abitavano, i Sette Savi partirono. La stella indicava loro la strada. Tutto quello che dovevano fare era non perder­la mai di vista. Ognuno dei re Magi cavalcava in testa al proprio seguito. Tutti e sette tenevano gli occhi fissi sulla stel­la, che essi solo potevano vedere di giorno e di not­te. Indossavano mantelli di panno dorato e ogni man­tello valeva un tesoro. Dietro di loro venivano i lo­ro emiri, i loro paladini, i loro scudieri, i loro sulta­ni. I cavalli e i cammelli erano carichi di molti abiti, molte vettovaglie e, soprattutto, di doni preziosi per il Divino Bambino. Lentamente le sette carovane si mossero verso il Monte delle Vittorie, dove la stella aveva stabilito che i Sette Savi si dovevano incontrare, per formare una sola carovana.

Sette destini

Olaf, re della fredda e inospitale Terra dei Fiordi, attraversò l'immensa steppa e le catene dei monti di ghiaccio, e arrivò in una valle calda e verde, dove gli alberi erano carichi di frutta squisi­ta e il clima dolce, carico di profumi. Olaf e i suoi uomini non avevano mai visto nulla di più bello e decisero di fermarsi per un po' di tempo. Invano la stella, dal cielo, palpitava e lampeggiava per invita­re il saggio re a riprendere la marcia. Olaf nuotava nell'acqua tiepida dei laghi della valle incantata e si abbronzava al sole e cominciò a costruirsi un grande castello. Si dimenticò completamente della stella. Igor, re Mago del Paese dei Fiumi, era un gio­vane forte e baldanzoso, abile con la spada e gene­roso. Era partito al primo apparire della stella e ca­valcava circondato dai suoi paladini, biondi e con gli occhi azzurri come lui. Tutti indossavano elmi d'argento ornati di piume rosse e armature intarsia­te di rame e di bronzo dorato. Avevano attraversato le pianure e i campi arati, finché erano arrivati nel regno del re Rosso, un so­vrano malvagio e crudele. I suoi sgherri frustavano e giustiziavano senza pietà i sudditi, che erano ri­dotti come schiavi. Il nobile cuore di Igor e dei suoi paladini si acce­se d'ira contro le ingiustizie che avvenivano ad ogni angolo di strada e decisero di intervenire. Un matti­no incontrarono uno squadrone di guardie del re che trascinavano una dozzina di poveri contadini, lace­ri, affamati e coperti di catene. Igor sguainò la spa­da e si gettò sulle guardie seguito dai suoi paladini. E fu la guerra. Una guerra lunga e sanguinosa. Igor divenne il difensore dei poveri e dei deboli, ma per­se di vista la stella e, dopo un po', non la cercò più. Yen Hui era il re del Celeste Impero. La sua mente era nitida come un diamante e tagliente come una lama d'acciaio. I suoi compagni di viag­gio erano tutti scienziati e filosofi. E, mentre cam­minavano guidati dalla stella, discutevano di matematica e risolvevano indovinelli difficilissimi. Arrivarono in una splendida città, ricca di mo­numenti di marmo, di giardini, stadi e una famosa università dove insegnavano celebri maestri. Yen Hui non seppe resistere. «Mi fermerò solo qualche ora», si disse. Proprio quel giorno uno scienziato di gran fama teneva una lezione sulle origini dell'Universo. Yen Hui lo sfidò ad un dibattito pubblico, che fu memorabile. Durò un'intera settimana, durante la quale, Yen Hui e lo scienziato si confrontarono su tutti i campi del sa­pere e terminò con una partita a scacchi che ancora oggi viene analizzata dagli esperti per la genialità delle mosse del re mago Yen Hui. Fu proprio lui il vinci­tore, ma quando si ricordò della stella era troppo tardi: non riuscì più a ritrovarla. Lionei era un principe e poeta, veniva dalle terre dell'Ovest, e seguiva la stella insieme ai suoi amici più cari, che non portavano armi ma solo stru­menti musicali. Lionei aveva composto un canto dol­cissimo in onore della stella e del Re dei Re venuto sulla terra a portare amore e pace per tutti gli uomi­ni. Tutti coloro che lo sentivano si commuovevano fino alle lacrime. La carovana di Lionel attraversò due grandi fo­reste, e, una sera, chiese ospitalità alla gente di un popoloso villaggio di contadini sereni e operosi. Il giovane re e i suoi compagni furono invitati ad un banchetto offerto dal borgomastro. Al termine del banchetto, la figlia del borgomastro, una graziosa fanciulla, danzò e cantò per gli invitati. Fu così che Lionei se ne innamorò perdutamen­te. Invano i suoi compagni gli ricordarono la impor­tante missione che aveva intrapreso. Tutti i pensieri di Lionei erano assorbiti dalla figlia del borgoma­stro. Nel suo cielo, lentamente la stella miracolosa impallidì e scomparve. Melchior, re dei Persiani, cavalcava in testa al suo corteo, senza perdere mai di vista la stella. Era abituato alla fatica e ai sacrifici, e non diede riposo ai suoi occhi né di giorno né di notte. Non voleva correre il rischio di perdere di vista la stella che gli segnava il cammino. Gaspar re degli Indi, aveva con sé pochi uomi­ni fidati, il suo viaggio era lunghissimo, e non vole­va mancare all'appuntamento. «Lo so con certez­za, non posso ingannarmi. E’ nato un uomo del tut­to simile a noi, che sarà Signore di tutta la terra e regnerà eterno attraverso i secoli. Con animo trepi­dante mi getterò ai suoi piedi... E’ la cosa più gran­de della mia vita», pensava. Balthasar, re degli Arabi, era già anziano, viag­giava su un cammello che con la sua andatura don­dolante lo faceva assopire. Per questo era affianca­to da un paggio che aveva il compito di tenerlo sve­glio, anche con qualche brusco strattone, perché non gli accadesse la disgrazia di perder di vista la stella che lo guidava.

Il Monte delle Vittorie

All'appuntamento al Monte delle Vittorie, così, giunsero soltanto tre re Magi. Scesi dalle loro caval­cature videro aprirsi nel cielo un'immensa porta, ed apparire angeli splendenti, i quali reggevano nelle loro mani la stella cometa, e tutto il monte ne splen­deva. Al piedi del monte si unirono per purificarsi pres­so una fonte, che stava alle sue falde, e intorno alla quale si levavano sette alberi: olivo, vite, mirto, ci­presso, limone, cedro, abete. Ma quattro alberi sta­vano seccando e Melchior, Gaspar e Balthasar ca­pirono che gli altri quattro Savi non sarebbero mai arrivati. Dopo la purificazione, formarono una sola ca­rovana. «E’ tempo di mettersi in marcia», disse Bal­thasar, che dei tre era il più vecchio e il più saggio. E la stella ricominciò a precederli, indicando loro il cammino. Verso Betlemme.

La riflessione

Soltanto i re Magi che hanno davvero vigilato non hanno perso l'appuntamento più importante della loro vita. Il cristiano, come una sentinella, deve stare all’erta e non lasciarsi prendere dal torpore e dalla pigrizia. Essere cristiani richiede anche attenzione e ca­pacità di resistere alle tentazioni. Celebrare la vigilanza significa vivere ben coscien­ti e desti. Significa rimanere padroni della propria vita, senza lasciarsi sempre trasportare dalle decisioni degli altri. Vivere è un 'avventura importante. Per questo dobbiamo essere vigili e attenti e non rischiare di per­dere ciò che conta veramente nella vita: quello che Gesù è venuto a dirci e a portarci. In questo tempo gli uomini partecipano a tante veglie e veglioni, ma corrono il rischio di mancare la veglia più importante: quella di chi aspetta Gesù.

La preghiera

Tu sei grande, Signore, e sei venuto in mezzo a noi come un fratello, come uno uguale a noi. Sei venuto a cercarci, a chiamarci uno per uno. Io ti seguirò e a tutti i miei amici dirò: È venuto Colui che il nostro cuore aspettava!

Il gesto

Una piccola cometa di cartoncino con una pic­cola sveglia disegnata al centro della stella.

Il fioretto

Saltar giù dal letto prontamente all'ora stabilita.

 

QUARTO GIORNO

Tema: Vedere.

La storia: L’antenna ribelle

 

C'era una volta, sui tetti rossi di un grande condominio, un'antenna della televisione che faceva con molta diligenza il suo dovere. Era un'antenna cen­tralizzata e doveva quindi trasmettere le immagini sui televisori di tutti gli alloggi. Erano anni che si trovava lassù e ormai cono­sceva tutti. Ogni giorno mandava nei televisori del condominio le immagini che catturava nell'aria, quel­le immagini che lei sola vedeva e sentiva. Era infatti circondata da un turbinio continuo di colori e suoni invisibili a tutti, ma non a lei. Li ordinava e li trasmetteva agli apparecchi televisivi. La sua giornata cominciava prestissimo. Il com­mendator Bepoli del secondo piano si svegliava alle sei e voleva vedere un telegiornale. Nico e Mario, i fratellini del terzo piano volevano i cartoni animati alle otto e li guardavano standosene beatamente a letto. Quanto li invidiava la buona antenna! Special­mente d'inverno, quando fischiava un vento gelido e i ghiaccioli l'appesantivano e doveva aggrapparsi con tutte le sue forze alle tegole per rimanere ben dritta e non rovinare le immagini. Poi venivano i telefilm e le telenovele che com­muovevano tanto anche lei. «Matrimonio proibito» per le sorelle Bellotti del terzo piano, «Perla Nera» per l'abbondante signora Sirano del piano terra e «Dolore, lacrime e sconquassi» per il ragioniere in pensione Russo, che guardava le telenovele, ma non voleva farlo sapere a nessuno. Poi Beautiful e Karaoke per Lilli, la figlia ven­tenne dei signori Dolcetti del quinto piano. E così via, per tutto il giorno e buona parte della notte: par­tite, film, documentari, videoclip, varietà, e perfi­no «tribune politiche» (le più pericolose, perché rischiava sempre di addormentarsi).

La più bella trasmissione della vita

Ogni volta che c'era un televisore acceso, l'an­tenna entrava in un appartamento e non si limitava a mandare le immagini richieste, ma approfittava de­gli occhi elettronici del televisore per dare una sbir­ciatina all'interno. Molti lasciavano il televisore ac­ceso mentre facevano altro e la nostra antenna im­parò a conoscere le persone del suo palazzo, anche oltre i gusti televisivi di ciascuno. Così si accorse che c'erano tante cose che non andavano. «E se non ci penso io», si disse «non troveranno mai un rimedio. Non se ne accorgono neppure, que­sto è il vero guaio!». Prese la sua decisione. Raccolse tutte le forze, si concentrò fino a cigolare come una banderuola arrugginita, e realizzò la più bella trasmissione del­la sua vita. Invece di prendere le immagini all'ester­no, cominciò a prenderle in un appartamento e a tra­smetterle in un altro. Con un suo progetto.

La vecchietta del quarto piano

Cominciò dalle sorelle Bellotti. Invece della telenovela preferita videro improvvisamente sullo schermo del loro televisore una vecchietta, che fis­sava una fotografia, con infinita tristezza. «Sarà una nuova telenovela», disse la sorella maggiore. «Ma quella è la vecchietta del quarto piano!», esclamò la minore. «E’ una diva della tv?». «Ma no, quella è proprio la sua casa. Guarda le finestre». Si misero a guardare con attenzione. La vecchiet­ta aveva gli occhi pieni di lacrime. Si asciugò gli oc­chi con un angolo del grembiule. Mangiò qualche cucchiaiata di minestrina, controvoglia, sempre guar­dando la fotografia appoggiata alla bottiglia dell'ac­qua. «Io non l'ho mai neanche salutata», disse la mag­giore delle sorelle Bellotti. «Deve essere tremendamente sola», fece eco la minore. «Perché non la invitiamo a prendere il caffè?», disse la maggiore. «E due biscotti», aggiunse la minore. «Andiamoci subito», disse la maggiore. Le due sorelle si alzarono e per la prima volta in tanti anni dimenticarono la loro telenovela.

In quattro si litiga meglio

Nico e Mario si stavano dedicando al loro sport preferito che consisteva nel litigare per tutto. Il te­levisore trasmetteva un documentario sugli animali, che improvvisamente si interruppe. «Guarda», disse Nico. «C'è una nuova pubbli­cità». Cominciò dalle sorelle Bellotti. Invece della te­lenovela preferita videro improvvisamente sullo sul teleschermo erano apparsi due ragazzini che giocavano nella loro stanza. «Ma... ma...», balbettò Mario. «Quelli sono i figli del portinaio!». «E quello è il gioco rotto che abbiamo buttato nella spazzatura ieri». «E quelli sono i miei giornalini vecchi». Nico e Mario rimasero in silenzio. «Giocano con quello che noi buttiamo via...», disse Nico.«Chiamiamoli a giocare con noi!», replicò Mario. «In quattro si litiga meglio che in due», conclu­se Nico. «Mamma, saremo in quattro a merenda», gri­darono insieme e uscirono.

Un amico per il pranzo di Natale

La graziosa Lilli si pettinava e sospirava per Fio­rello, il divo della tv che le faceva battere il cuore. Insieme a Ridge di Beautiful. Com'erano scintillan­ti loro, altro che quei brufolosi ragazzi del gruppo parrocchiale. Così noiosi. Meglio zitella che sposa­re uno di quelli. Ma ecco che la sua trasmissione preferita si in­terruppe e sui teleschermo apparve una stanzetta sem­plice ma ordinata. Con qualche cosa di familiare. Chino sul tavolo, un ragazzo con i capelli cespu­gliosi studiava su un grosso libro di giurisprudenza. Si intuiva chiaramente che cascava dal sonno, ma stringeva i pugni e leggeva e rileggeva. «Oh cielo!», fece Lilli. «Quello è il ragazzo del quinto piano, che fa il fattorino all'UPIM... Di gior­no... Mi saluta tutte le volte che lo incrocio sulle sca­le... e io non l'ho mai degnato di uno sguardo... Ma quanto sono stupida... Mamma», gridò all'improv­viso «posso invitare un amico per il pranzo di Na­tale?». In tutti gli appartamenti del condominio succe­deva la stessa cosa. Persone che vivevano nella stes­sa casa, che si incrociavano tante volte al giorno su scale, pianerottoli e ascensori, che magari vivevano nello stesso appartamento, improvvisamente «si ve­devano» per la prima volta. E in alto sul tetto, l'antenna spossata, ma felice, gongolava, preparandosi a fare di nuovo il suo do­vere e trasmettere la a puntata di «Sentieri».

La riflessione

C'è una malattia misteriosa che colpisce molte persone. Si chiama la «Sindrome dell'uomo invisi­bile». Ci sono delle persone che vivono con noi, man­giano con noi, stanno con noi magari tutto il gior­no, eppure «non le vediamo». Quante persone sof­frono proprio perché «non sono viste», sono come la tappezzeria dei muri o dei mobili, sono lì, ben vi­sibili, ma non ci interessano. L'antenna ribelle ci insegna a vedere l'«invisibi­le». Si vede bene solo con il cuore e con l'anima. Ma gli uomini che non sanno vedere neppure chi sta tutto il giorno sotto il loro naso, sapranno vede­re Dio nel Bambino di Betlemme?

La preghiera

Tutto ci parla di te, Signore, da quando sei venuto in mezzo a noi. Aiutaci a vedere la tua immagine nel volto degli altri.

Il gesto

L'animatore può realizzare, a sorpresa e con estrema semplicità, un video che abbia per soggetto i bambini partecipanti ripresi nella loro quotidiani­tà e proiettarlo o farlo vedere durante la celebrazione. Qualcosa di simile si può realizzare con delle fo­tografie.  

Il fioretto

Scrivere gli auguri di Natale a qualcuno della città che probabilmente non se l'aspetta o a qualcuno che quasi certamente non ne riceverà.

 

 QUINTO GIORNO

Tema:  Preparare la via.

La storia: Peppino e la montagna nera

 

C'era una volta un villaggio costruito in una valle lunga e stretta, in mezzo a montagne alte e roccio­se, che si spalancavano qua e là in distese di prati e di pascoli. Gli abitanti del villaggio erano mode­ratamente soddisfatti: le loro mucche e le loro pe­core erano ben pasciute, latte e formaggio si vende­vano bene, anche se il mercato era lontano. Ma sul­la loro felicità aleggiava un'ombra nera. L'ombra nera della Torre Maledetta. La Torre Maledetta era una ruvida formazione rocciosa che chiudeva la valle e incombeva sul vil­laggio impedendogli di essere illuminato dal sole, se non pochi minuti all'alba e altrettanto pochi al tra­monto. Per il resto del giorno il sole illuminava so­lo i fianchi più alti dei fianchi della valle. Così il vil­laggio passava la sua giornata all'ombra. Per colpa della Torre Maledetta.

Un villaggio senza fiori

A Peppino, un giovane dall'aria sveglia e dal ca­rattere aperto e deciso, la cosa non andava proprio giù. Gli sarebbe tanto piaciuto avere un giardino da­vanti alla casa, con i fiori e un ciliegio e due albi­cocchi e un melo. Ma non sbocciavano fiori nel vil­laggio, né ortaggi, perché c'era troppo poco sole. Chi voleva un orto doveva andare a coltivarlo lontano dal villaggio. Per questo molti andavano ad abitare altrove e, piano piano, il villaggio perdeva abitanti. Il villag­gio rischiava di morire per colpa della Torre Male­detta. Era l'unica cosa che riusciva a guastare il buo­numore di Peppino. Ogni mattino, mentre si stira­va sul balcone della sua camera e si lasciava acca­rezzare dai raggi del sole, prima che fossero inghiot­titi dall'ombra, fissava la superba roccia nera con gli occhi che mandavano lampi di dispetto. «Accidenti, accidentaccio», brontolava. «Un vil­laggio senza fiori, senza farfalle e senza canzoni è un villaggio senza bambini, un villaggio che muo­re...». Girava gli occhi sui tetti d'ardesia che avevano riflessi d'argento e sui camini che con il loro fumo facevano propaganda alla fragrante polenta che bor­bottava nei paioli di rame, pensava agli abitanti che conosceva tutti per nome, cognome e soprannome e si diceva: «Devo assolutamente fare qualcosa... So­no il più giovane del villaggio e quindi tocca a me!». Un mattino, appena il sole si nascose dietro la parete nera della Torre prese la decisione. Si mise sulle spalle il piccone nuovo che aveva comprato alla fiera e si incamminò, con passo risoluto verso la montagna. «Dove vai?», gli chiese la mamma. «Vado a buttare giù la Torre Maledetta», rispo­se semplicemente Peppino. «Ma cosa dici? Sei diventato matto? Non ce la farai mai!». «Qualcuno deve incominciare una buona volta!», ribadì caparbio. Arrivato ai piedi della Torre, alzò lo sguardo ver­so l'immensa parete scura che incombeva su di lui con un vago senso di minaccia. «A noi due!», disse Peppino. Gli rispose un rombo cupo, come una grassa ri­sata sussultante, che terminò nel sibilo maligno del vento. «Comincerò dall'alto», si disse e cominciò a salire. La vetta della Torre aveva qualche chiazza di ne­ve, ma Peppino non degnò di uno sguardo il pano­rama. Alzò il piccone e lo abbatté con tutte. le sue forze contro la roccia. «Tò, beccati questo!». Con un po' di sorpresa, si accorse che il suo col­po di piccone aveva staccato un grosso blocco di pie­tra che lentamente rotolò giù dalla vetta, trascinan­dosi dietro un corteo di sassi più piccoli. «Allora si può!», esultò. Moltiplicò i colpi, con rabbia, con gioia. «Aprirò la strada al sole!». Dopo qualche ora si buttò a terra, sudato, spos­sato. E guardò il risultato della sua opera. Aveva buttato giù un bel po' di sassi, ma non aveva abbas­sato la Torre neanche di un millimetro. «Dovessi impiegarci tutta la vita ce la farò!», si disse.

Una vocina nella roccia

Ma gli sembrò di riudire il rombo sussultante che era la risata di scherno della Torre. Si rialzò e riprese a picchiare con il piccone. «Bec­cati questo! E anche questo!», gridava sbrecciando, scheggiando, frantumando le rocce della vetta. Passò quel giorno e quello dopo. Così per un mese. Ogni mattina, Peppino rinnovava la sua sfida alla Torre Maledetta. Ma il risultato non era granché: l'immane picco sembrava più alto e saldo che mai. «Lascia perdere», gli dicevano i concittadini, che cominciavano a crederlo un po' matto. «Tanto ci sia­mo abituati». Scuotendo la testa, Peppino insisteva: «Farò ar­rivare il sole sul vostro balcone tutto il giorno... E sbocceranno i fiori nella piazza». Tornava lassù e ricominciava a picconare. Dopo qualche mese, il «pic... pic...» del suo pic­cone divenne un rumore familiare per le pecore e le mucche degli alti pascoli. Ma era così grande e solida quella roccia... Un mattino, però, successe una cosa straordina­ria. Peppino stava spingendo giù dalla Torre un gros­so masso che aveva appena staccato, quando udì chiaramente una vocina che lo chiamava. «Peppino, Peppino». Si guardò intorno sorpreso. La voce riprese a chiamare. La cosa più strana era che la voce prove­niva da dentro la montagna. «Dove sei?», chiese Peppino.«Qui, sotto i tuoi piedi, dentro la roccia!». Peppino si inginocchiò e scrutò con attenzione nel buco lasciato dal masso. Sul fondo si apriva una fessura e, dentro la fessura, piccola piccola si agita­va una manina bianca. «Liberami», implorò la vocina. Impugnò il pic­cone e in poco tempo scavò fino ad arrivare alla ma­no, poi continuò con attenzione e infine si trovò da­vanti una bambina dagli occhi color lago alpino e vestito color spuma di torrente. «Grazie», disse la bambina, mentre Peppino la guardava con l'aria stralunata. «Sono la fata delle sorgenti, ma il maligno architetto della Torre mi ha imprigionata. Ma ora che mi hai liberata, il tuo de­siderio si avvererà». «E come farai? Sei così piccola e fragile». «Con la pazienza, un po' di tempo e la forza del­l'acqua», sorrise la fatina. Alzò la mano, come fos­se il cenno di attacco di un direttore d'orchestra. Mil­le gorgoglii, saltelli, risatelle, sciacquii riempirono l'aria. Mille sorgenti sbocciarono sulla Torre Male­detta. Piccole all'inizio, si riunirono a formare ru­scelli, torrenti, cascate. E ognuno di essi incideva, smerigliava, scavava, trasportava a valle ghiaia, sassi, detriti. «Stanno facendo a pezzi la Maledetta!», gridò Peppino e fece volare in aria il cappello. Voleva rin­graziare la fata delle sorgenti, ma quella non c'era più. Corse a dare la notizia al villaggio, che adesso era fiancheggiato da un torrente giovane e forte che scendeva dalla Torre Maledetta. Oggi quel villaggio è inondato dal sole dal mat­tino alla sera, ed è pieno di fiori, farfalle e bambi­ni. Al posto della Torre c'è una serie di roccette smoz­zicate, coperte dal muschio e dai cespugli. Ci vanno i vecchietti a cercare i funghi.

  La riflessione

Che tristezza vivere nell'ombra! Se ci fosse qual­cosa che impedisce al sole di arrivare fino a noi, fa­remmo come Peppino: cercheremmo di abbattere l'o­stacolo, perché il sole è importante: è la vita. Anche per l'arrivo di un personaggio importan­te, per la visita di un capo di stato, si fanno tanti preparativi: si studiano i percorsi, le soste, gli incon­tri. Vengono tolti tutti i possibili intralci. Giovanni Battista ci invita a fare altrettanto per la venuta di Gesù, che è più importante del sole e di qualsiasi altro personaggio. Ma gli ostacoli che dobbiamo togliere e abbattere sono dentro di noi: le cattive abitudini, i peccati, le pigrizie, le parole cattive. Sono tutte queste cose che fanno ombra nella nostra anima. Peppino è riuscito nella sua impresa perché si è fatto aiutare dalla fata delle sorgenti. Anche noi dob­biamo farci aiutare dalla Grazia, cioè dalla forza che Dio dona a tutti coloro che decidono davvero di ac­coglierlo nella loro vita. Per questo esistono i Sacramenti e, in modo par­ticolare il Sacramento della Riconciliazione.  

La preghiera

Vieni, Signore, non ci sono ostacoli sulla strada che porta al mio cuore. Risplendi come luce nelle mie tenebre, le mie labbra proclameranno il tuo nome; tutta la terra conoscerà il tuo amore e tutti gli uomini la tua salvezza.

  Il gesto

Durante la riflessione alcuni bambini e l'anima­tore formano un «muro» di cubi di polistirolo o osta­coli vari. Ogni «mattone» ha il nome di una man­canza. Al termine della celebrazione i bambini sono invitati ad abbatterlo.

Il fioretto

Eliminare per una giornata ogni tipo di capriccio.  

   

SESTO GIORNO

Tema. Donare.

La storia: Il pacchetto misterioso.

 

Alla piccola Elena piaceva tantissimo andare a far commissioni con la nonna. Specialmente nei gior­ni prima di Natale. Soprattutto perché la nonna era molto sensibile alle sue richieste. Così ogni volta che usciva con la nonna, Elena tornava a casa con un bel regalo: un nuovo libro, un album da colorare, l'ovetto kinder con la sorpresa. Ad Elena sarebbe piaciuto tanto giocare con gli altri bambini, mentre la nonna faceva la spesa dal panettiere e dal droghiere, ma tutti i bambini che in­contrava avevano la faccia annoiata e nessuna vo­glia di giocare. Perfino la nonna finiva in fretta di fare la spesa, perché nei negozi non c'era nessuno di buon umore che si fermasse a scambiare due chiac­chiere, proprio nessuno che avesse tempo per qual­che parola gentile. Sulla strada del ritorno, nonna e nipote taceva­no, tenendosi per mano, mentre lemme lemme co­minciava a scendere la neve. «Uno solo basta» A casa, la nonna si sedette nella sua poltrona pre­ferita. La chiamava il suo pensatoio. Rimase a ri­flettere un po', poi si alzò decisa e andò nello sga­buzzino. Tornò dopo un po' tenendo in mano un magnifico pacchetto-regalo avvolto in carta dorata e legato con un nastro rosso. Elena avrebbe voluto aprirlo per sapere che co­sa c'era dentro, ma la nonna le fece capire che il pac­chetto era in realtà un segreto. Il mattino dopo, nonna e nipote uscirono presto di casa portando il pacchetto luccicante per la carta dorata e il nastro rosso. Il primo che incontrarono fu Pasquale, la bur­bera guardia con i baffoni a manubrio. Era un tipo che non dava confidenza a nessuno e viveva da so­lo. La nonna gli si avvicinò e gli porse il pacchetto. «Che debbo farne?», domandò Pasquale colto di sorpresa. «E’ per lei», disse Elena. La guardia era piena di stupore. «Che cosa con­tiene?», chiese. «Amicizia e felicità», disse la nonna e gli strinse la mano. «Hai visto com'era contento, nonna?», disse Ele­na. «Torniamo a casa a preparare altri pacchetti da regalare?». La nonna scosse la testa: «No, Elena», spiegò, «uno solo basta». «Finalmente ho anch'io degli amici in paese», pensò Pasquale, e riprese il cammino con più bal­danza e il cuore più caldo. Per la strada incontrò Sebastiano, l'operatore ecologico, che poi significa spazzino. Sebastiano era timido e i bambini lo prendevano in giro. Quando vide arrivare la guardia, lo spazzino si nascose die­tro al carrettino. Ma Pasquale gli porse il pacchetto dicendo: «E per te!».«Grazie», mormorò Sebastiano incredulo e felice. Così la guardia e lo spazzino divennero amici. Ma Sebastiano non aprì il pacchetto. «Farò un regalo a Dolores», pensò. Dolores era una bambina magra magra con le treccine bionde, l'unica che gli diceva sempre «Buongiorno». Dolores era a letto con l'influenza e, un po' imbarazzato, Sebastiano affidò il regalo alla mamma di Dolores, che gli offrì il caffè. Quando Dolores ebbe il bellissimo pacchetto, si sentì subito meglio. Accarezzò la bella carta dorata e il nastro rosso e pensò: «Deve essere un regalo bellissimo. Lo man­derò a Susi, per fare la pace». Susi era la migliore amica di Dolores, ma a scuola due giorni prima avevano litigato e si erano dette «strega» e anche «antipatica-smorfiosa-peggio di Ambra di Non è la Rai». Quando Susi ebbe il pacchetto, corse da Dolo­res e l'abbracciò, poi insieme decisero che un regalo così bello poteva far felice la maestra, che da un po' di tempo sembrava così triste. La maestra si illuminò quando trovò sulla catte­dra il pacchetto scintillante e quel giorno non le pe­sò far scuola e le ore passarono una più radiosa del­l'altra. Tornando a casa, la maestra portò il regalo alla signora Ambrosetti, che aveva i figli lontani e pian­geva spesso. Neanche la signora Ambrosetti si ten­ne il regalo, ma lo portò a Lucianone, che era sensi­bile e garbato, ma, siccome faceva il macellaio, tut­ti lo credevano senza cuore. Neanche Lucianone si tenne il pacchetto... Che continuò così a passare di mano in mano e tutti quelli che se lo scambiavano si sorridevano e si parlavano. Qualche giorno dopo, quando Elena e la nonna tornarono a fare le commissioni, si sentivano chiac­chiere allegre venire dai negozi, mentre i bambini ave­vano voglia di giocare. Un uomo salutò la nonna e le raccontò che cosa era successo qua e là e di come la gente da qualche tempo era più felice grazie ad un misterioso pac­chetto. Mentre la nonna trafficava nella borsa alla ricerca delle chiavi della porta del suo appartamento, le ven­ne incontro la signora Amalia, che abitava al piano di sotto, e che non le aveva mai rivolto la parola. «Vorrei augurarle Buon Natale», disse e le of­frì... il bellissimo pacchetto con la carta dorata e il nastro rosso. «Grazie», rispose la nonna sorridendo. «Perché non viene dentro a far due chiacchiere di tanto in tanto?». «Evviva», gridò Elena, quando furono soli in ca­sa. «Il pacchetto è tornato da noi! Ma ora mi dici cosa cìè dentro?». «Niente di particolare», rispose la nonna. «Solo un po' d'amore»  

La riflessione

Saper donare è la capacità più importante che possiamo imparare: è come imparare a diventare seminatori di felicità. In questi giorni c'è un dono per tutti, anche per coloro che sembrano dimenticati. Ma ogni festa o ricorrenza possono essere occasione per fare un do­no a coloro che amiamo. Non si regalano solo cose: si può donare vita, gioia, bontà, un sorriso, una pa­rola... Possiamo così sperimentare ciò che afferma la Bibbia: «C'è più felicità nel dare che nel riceve­re» (At 20,35). Un dono fatto col cuore è gratuito, non ha se­condi fini. Dice all'altro il nostro amore, il nostro desiderio di entrare in comunione con lui. Così diventa segno della bontà di Dio che, ogni giorno, fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e non aspetta nulla in cambio. I regali che in questi giorni ci facciamo sono se­gno che c'è una sorgente all'origine di ogni dono: il cuore di Dio, che ha voluto donare tutto se stesso a noi nel mistero del Natale e continua a farlo ogni giorno nell'Eucaristia.

La preghiera

Tu ci hai donato tutto te stesso, Signore, e quel dono meraviglioso che è la vita. Per ricambiarti voglio viverla alla grande ed essere anch'io un dono di bontà per tutti quelli che metterai sulla mia strada.

Il gesto

Tutti si scambiano un dono che sia davvero «una cosetta da niente», con poco o nessun valore in de­naro, per riscoprire insieme che l'atto del donare è più importante della cosa in se stessa.

Il fioretto

Impegno e attenzione nelle ore di scuola.

   

SETTIMO GIORNO

Tema: Accogliere.

La storia: Nel paese dei coccoloni

 

«Stai dritto con la schiena. Quante volte te lo de­vo dire?», gli disse il papà. «Muoviti o facciamo notte!», gli disse la mamma. «E piantala di far domande su tutto: sei stres­sante», gli disse la sorella. «Guarda come hai ridotto lo zainetto! Se lo do­vessi pagare tu...», continuò il papà. «Non mi stare sempre intorno», continuò la mamma. «Sei un mentecatto», continuò la sorella. Matteo credeva di essersi abituato alle parole che scandivano le sue giornate. Si svegliava di solito al suono di: «Sbrigati, sei in ritardo, lavati bene, hai messo tutto nello zaino? Ma quanto sei imbrana­to...». Finiva le giornate al suono di: «Hai gli occhi che ti cadono nel piatto: ora te ne vai a dormire e non far storie come tutte le sere! Quanto hai preso di italiano? E spegni subito la luce!». Ma quel giorno tutto prese una cattiva piega. Alessandro, il suo migliore amico, gli aveva but­tato in faccia: «Ma sei diventato scemo?». Che poi significa: «Ti stai comportando come uno scemo». Titti, la maestra, l'aveva definito un «poltronac­cio» e, durante la partita, Walter l'aveva chiamato «schiappa». Così quella sera due grossi lacrimoni gli corsero lungo le guance e finirono nel puré. «Uh, ué la lagna…», fece la sorella. Matteo corse nella sua cameretta e si buttò sul letto. Almeno lì poteva singhiozzare in pace.

Dolce come biscotti e Nutella

Un discreto picchiettare alla finestra attirò la sua attenzione. Corse a vedere e si trovò di fronte una creatura stranissima, ma piacevolissima. Non si ca­piva bene come era fatta, ma tutto in lei era soffice, morbido, luminoso, sorridente e carezzevole. «Chi sei?». La risposta sbocciò come un trillo di campanel­li, dolce come biscotti e Nutella: «Sono un coccolone... E ho visto che hai biso­gno di noi. Dammi la mano e vieni con me». Matteo si mosse come in un sogno. La morbida creatura lo prese per mano e lo fece volare oltre la finestra nel cielo. «Dove mi porti?», chiese Matteo. «Nel paese dei coccoloni». «Dov'è?». «Dietro l'arcobaleno». Dopo un volo leggero attraversarono tutti i co­lori dell'arcobaleno, che hanno un gusto squisito (il verde è alla menta, l'arancione sa di aranciata, l'in­daco è tamarindo e così via), atterrarono in un pae­se fiorito e pieno di allegria. Matteo vide che c'era­no i bambini coccoloni e i genitori coccoloni, i non­ni coccoloni e perfino i maestri coccoloni, natural­mente nelle scuole coccolone. I bambini coccoloni furono i primi a invitarlo a giocare.

 «L'importante è volersi bene e... dirselo»

Matteo ci si mise d'impegno, anche perché l'at­mosfera era piacevole e amichevole. E decisamente diversa da quella a cui era abituato. Quando qual­cuno sbagliava, c'era sempre qualcun'altro che di­ceva: «Coraggio. La prossima volta andrà meglio», e quando Matteo riuscì a fare gol, perfino il portie­re avversario gli disse: «Bravo!». Matteo, invece di esultare, constatò amaramen­te che probabilmente quello era il primo «bravo» del­la sua vita. Dopo la partita, i suoi nuovi amici coccoloni fe­cero a gara per invitarlo nelle loro case. Matteo ac­cettò l'invito del portiere avversario, quello che gli aveva detto «bravo». Era una famiglia come la sua: mamma, papà, so­rella e fratellino. Solo che questi erano tutti cocco­bui... A tavola, Matteo ebbe il posto d'onore. La mamma coccolona lo baciò e Matteo si sentì venire le lacrime agli occhi, perché era tanto tempo che la sua mamma non lo baciava più e lui non sapeva co­me fare a dirglielo. «Ho anch'io una sorella più grande», disse Matteo. «Allora sai anche tu che cos’è una rottura», dis­se il piccolo coccolone: «Ma è così comoda per i com­piti e per giocare». Tutti risero. Poi tutti fecero il gioco «Racconta la tua gior­nata». Il papà, la mamma, la sorella e il fratellino raccontarono quello che avevano fatto, gli avveni­menti belli e meno belli della loro giornata. Matteo fu colpito soprattutto da una cosa: nella famiglia coc­colona tutti si ascoltavano. Si ascoltavano davvero, non si interrompevano a vicenda, non dicevano: «Smettila un po', mi fai venire il mal di testa». Si ascoltavano semplicemente. Poi tutti gli occhi si puntarono su Matteo. «E la tua giornata com'è stata?», disse papà coc­colone. Matteo raccontò tutto quello che aveva dentro e che fino a quel momento aveva confidato solo al cuscino. Lo ascoltarono comprensivi. Alla fine il papà coccolone gli disse: «Vedi, l'im­portante è volersi bene e... dirselo». Gli diede un sacchetto di polvere rosa. «Quando sarai a casa prova con questa polveri­na. Soffiane un po', qua e là. E polvere coccolo­na...», gli spiegò. In quel momento Matteo si svegliò. «Che razza di sogno ho fatto», pensò. Ma... Spalancò gli occhi e si rizzò a sedere sul letto. Perché il suo pugno stringeva una manciata di polvere rosa. «Ma allora è vero!». Mise la polverina dentro una scatoletta e poi si alzò. «Voglio provare se funziona». Vide sul tavolo di cucina il caffè del papà. Fur­tivamente fece cadere nella tazzina un pizzico di pol­verina. Il papà, come al solito, era di corsa. Bevve il caffè e poi disse soddisfatto: «Buono!». Questo non l'a­veva mai fatto. Anche la mamma se ne accorse. Poi, incredibilmente, prima di uscire il papà fece una ca­rezza affettuosa sulla testa di Matteo: «Passa una bella giornata, ometto! E dacci dentro a scuola per­ché stasera ti sfido a Scarabeo». «Urrà, funziona!», pensò Matteo, felice. «Ne metterò una razione doppia nel caffè della maestra».

La riflessione

Quanta polvere coccolona avremmo bisogno an­che noi? E così facile far soffrire quelli che ci stan­no intorno. E così facile essere sgarbati, prepotenti, sbraitoni. E così facile dare spintoni, insultare, es­sere volgari, rispondere di malagrazia, essere maleducati. Il messaggio del Natale è un altro. Il Natale è la manifestazione della tenerezza di Dio. Nel Bambino di Betlemme si manifestano la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini. Gli uomini hanno bisogno di tenerezza come gli alberi hanno bisogno di acqua e di luce. Senza di essa appassiscono e muoiono. I cristiani sono chiamati a imitare Dio proprio in questo: portare la tenerezza, che è la delicatezza dell'amore, in mezzo agli uomini.

La preghiera

Dio, tu ci hai affidati gli uni agli altri, aiutaci ad essere fedeli a questa fraternità. Donaci la tua tenerezza per essere gli uni per gli altri luce, calore, speranza, amore, grazia, perdono.

Il gesto

All’ingresso, prima della celebrazione, l'anima­tore scrive i nomi dei partecipanti su un foglio di car­ta. Al termine, legge i nomi a voce alta e dopo ogni nome tutti i bambini proclamano ad alta voce: «Ti voglio bene!».

Il fioretto

Sotto il piatto di ogni familiare un bigliettino con la scritta: «Grazie, perché ci sei» e la firma.

   

OTTAVO GIORNO

Tema: Povertà.

La storia: Perché alla grotta c'erano l'asino e il bue

 

Mentre Giuseppe e Maria erano in viaggio verso Betlemme, un angelo radunò tutti gli animali per sce­gliere i più adatti ad aiutare la Santa Famiglia nella stalla. Per primo, naturalmente, si presentò il leone. «Solo un re è degno di servire il Re del mondo», ruggì. «Io mi piazzerò all'entrata e sbranerò tutti quelli che tenteranno di avvicinarsi al Bambino!». «Sei troppo violento», disse l'angelo. Subito dopo si avvicinò la volpe. Con aria furba e innocente insinuò: «Io sono l'animale più adatto. Per il Figlio di Dio ruberò tutte le mattine il miele più profumato e il latte più ricco di panna. Porterò a Maria e Giuseppe, tutti i giorni, un pollo grasso!». «Sei troppo disonesta», disse l'angelo. Tronfio e sfolgorante arrivò il pavone. Dispiegò la sua magnifica ruota color dell'iride e proclamò: «Io trasformerò quella povera stalla in una reggia più bella del palazzo di Salomone!». «Sei troppo vanitoso», disse l'angelo. Passarono, uno dopo l'altro, tanti animali. Cia­scuno magnificava il suo dono, invano. L'angelo non riusciva a trovarne uno che andasse veramente bene per il compito delicato di custodire e aiutare il Re dei Re. Si accorse però di un paio di animali che conti­nuavano a lavorare, con la testa bassa, nel campo di un contadino, nei pressi della stalla di Betlemme. Erano l'asino e il bue. L'angelo li chiamò: «E voi non avete niente da offrire?». «Niente», rispose l'asino e afflosciò mestamen­te le lunghe orecchie. «Noi non abbiamo niente ol­tre l'umiltà e la pazienza. Tutto quello che abbiamo in più sono le bastonate!».  Ma il bue, timidamente, senza alzare gli occhi, disse: «Però potremmo di tanto in tanto cacciare le mosche con le nostre code». L'angelo finalmente sorrise: «Voi siete quelli giu­sti!».

  La riflessione

Ormai tutti abbiamo fatto il presepio. Chi rap­presentano le statuine che abbiamo collocato intor­no alla grotta? Gesù è nato nella povertà, tra gente semplice e generosa. Perché questa scelta? Anche Maria e Giuseppe erano poveri e sempli­ci, proprio per questo sono totalmente disponibili alla chiamata di Dio. Coloro che hanno l'anima soffocata dal peso del­le ricchezze e del potere, come Erode, non sentiran­no mai la voce del Signore. Sono troppo occupati a difendere quello che hanno. Così rischiano addi­rittura di intralciare i piani di Dio. I ricchi e i superbi hanno tutto, i poveri invece non hanno niente. Per questo sanno attendere dagli al­tri e da Dio. Sono capaci di ricevere e quindi di dare. Sono gli occhi dei poveri e dei semplici che ve­dono Gesù Bambino e soltanto le loro orecchie sen­tono il canto degli Angeli. Se vogliamo sentire e vivere il messaggio eterno del Natale dobbiamo anche noi liberarci dalle trop­pe cose che ci distraggono e impediscono la nostra vita spirituale.

La preghiera

Signore Gesù, riempi tu il nostro cuore. Con Maria, con gli angeli e con i pastori noi ti adoriamo. Ti sei fatto povero per farci ricchi con la tua povertà: concedi a noi di non dimenticarci mai dei poveri e di tutti coloro che soffrono.

Il gesto

Se è possibile si può organizzare per la cornice dell'intera celebrazione odierna un presepio viven­te. In questo caso, la storia potrebbe essere facilmente sceneggiata, aumentando il numero degli animali. O anche, durante la riflessione, far arrivare in cor­teo dei bambini che portano le statuine del presepio tradizionale, con un posto d'onore per il bue e l'asi­nello.

Il fioretto

Rinunciare a qualcosa per darlo a qualcuno più povero, o fare un'offerta alla Caritas parrocchiale prendendo il denaro dal proprio salvadanaio.

   

NONO GIORNO

Tema: Gioia.

La storia: La leggenda del pastore cattivo.

 

C'era una volta un pastore che aveva un gran brutto carattere e due cagnacci anche peggiori di lui. Viveva da solo con le sue pecore e i suoi cani, per­ché anche gli altri pastori lo temevano. Era un uomo ringhioso e vendicativo, perennemente arrabbiato contro qualcuno o qualcosa. I suoi occhi erano solitamente accesi d'ira e la sua barba incolta e irsuta. Le sue parole erano sempre amare e nessuno lo aveva mai visto sorridere. I mendicanti che bussavano alla sua porta dove­vano scappare di corsa, inseguiti dai cani e dalle mi­nacce del pastore. Quando, nella notte santa, agli altri pastori ap­parve l'angelo che annunciava la nascita del santo Bambino, il pastore burbero brontolò: «Uno stupi­do trucco per i gonzi», e si avvolse con rabbia nel suo mantello, nero come il suo cuore. Ma proprio quella notte avvenne qualcosa di straordinario. Uno straniero nella notte poco lontano di là, un uomo camminava nella notte per cercare del fuoco. Bussava a tutte le porte. «Aiutatemi, brava gente», diceva, «mia moglie ha appena avuto un bambino e io devo accendere un fuoco per riscaldarli, lei e il piccolo». Ma era notte fonda, tutti dormivano e nessuno gli rispondeva. L'uomo cercava e cercava. Era San Giuseppe. Il buio lo avvolgeva da tutte le parti, ma ad un tratto vide il bagliore di un fuoco. Si avvicinò quasi correndo. Era il fuoco del pastore scontroso e iracondo che faceva la guardia al suo gregge. I cani dormivano accucciati ai suoi piedi e tutt'intorno le pecore dor­mivano una addossata all'altra. Quando San Giuseppe arrivò, i cani si destaro­no. Aprirono le fauci per abbaiare, ma non ne uscì nessun suono. Il pastore li incitò ad attaccare l'in­truso. Con il pelo ritto e le zanne appuntite che luc­cicavano ai bagliori del fuoco, i cani si scagliarono su San Giuseppe, ma quando gli arrivarono vicino, come costretti da una mano invisibile, si accuccia­rono uggiolando ai suoi piedi. Il pastore sorpreso e contrariato strinse più for­te il suo nodoso bastone, poi, con un impulso im­provviso lo lanciò con tutta la sua forza contro lo straniero. Ma il bastone, arrivato davanti allo straniero, de­viò dalla sua traiettoria e sibilando finì lontano nel campo. Il nuovo arrivato aveva l'aria mite e inoffensiva e si avvicinò al pastore camminando tranquillamente sulle pecore addormentate, sfiorandole appena, senza svegliarle. «Amico, dammi un po' di fuoco per scaldare il mio bambino e la sua mamma», chiese San Giu­seppe. Il pastore stava per rispondere malamente, quan­do si ricordò che i cani non avevano morso, il ba­stone non aveva colpito e le pecore non si erano sve­gliate. Un po' inquieto, non osò rifiutare. «Prendine quanto ne vuoi!», fece brusco.

Come una manciata di mele rosse

Non c'erano quasi più fiamme, rami e tizzoni era­no completamente consumati. C'era solo un muc­chio di braci e lo straniero non aveva né secchio né pala per portarle via. Il vecchio pastore se ne accorse e malignamente ripeté: «Prendine quanto ne vuoi... Se puoi». San Giuseppe si chinò, prese con le mani un po' di braci ardenti, le avvolse in un lembo del suo man­tello e, dopo aver ringraziato, se ne andò. E il fuo­co non bruciò nè le sue mani nè il suo mantello. Se lo portò via come fosse una manciata di mele rosse. Il pastore era rimasto di sasso. «Ma che notte è mai questa», pensava «che i cani non mordono, i bastoni non colpiscono, le pecore non si spaventa­no e il fuoco non brucia?». Richiamò lo straniero, a voce alta: «Che notte è questa? Perché sono tutti buoni?». L'uomo rispose con la sua voce gentile: «Lo devi capire da solo. Con il cuore. Io non posso dirtelo». Il vecchio pastore decise di non perdere di vista lo straniero e incominciò a seguirlo da lontano. Così scoprì che quell'uomo non aveva neppure una baracca per ripararsi e che sua moglie e il bam­bino stavano in una specie di grotta, senza difesa per il freddo. Quando il pastore vide il bambino, il suo cuore freddo e inacidito si riscaldò un po'. Il buio, cupo e scontroso, che abitava la sua anima improvvisa­mente cominciò ad illuminarsi. Aprì la sua bisaccia ed estrasse un vello di peco­ra, bianco e morbido, e lo porse alla donna perché avvolgesse il bambino. Poi prese pane e formaggio e li offrì ai due sposi. In quel momento i suoi occhi si aprirono e vide ciò che prima non aveva potuto vedere e udì ciò che prima non aveva potuto udire. Si accorse di essere circondato da schiere di an­geli che cantavano in coro che il Messia era nato in quella notte, il Messia che avrebbe liberato il mon­do intero dal male. Allora comprese perché in quella notte di gioia niente e nessuno poteva fare del male. E gli angeli non erano soltanto intorno a lui ma dappertutto, nel­la grotta e sulle rocce, nel cielo e sulle colline: avan­zavano in processione per contemplare il Divino Bambino. Dappertutto si respirava felicità, gioia, canti e danze. E il pastore vide tutto questo in quella notte che gli era sembrata nera e vuota prima che i suoi occhi fossero davvero aperti. Allora un'ondata di felicità lo travolse e una gioia incontenibile vibrò in tutto il suo essere, fibra per fibra. Come se tutto in lui si fosse trasformato in una di quelle arpe che suonavano gli angeli. Si buttò in ginocchio e ringraziò il Signore. E per la prima volta nella sua vita, i suoi occhi si riempi­rono di lacrime di felicità.

La riflessione

Non dimenticatelo mai, perché tutto questo è ve­ro. Questa è la notte dei miracoli. Non sono le candele e le lampade che contano, nè la luna o il sole. Ciò che importa, è che noi ab­biamo degli occhi capaci di vedere la gloria di Dio. E in questa grande notte gli occhi degli uomini, anche di quelli che hanno dentro rabbia e amarez­za, si possono aprire a contemplare quello che dalla notte dei secoli gli uomini volevano vedere: il volto di Dio. Dio ha deciso di farsi conoscere. Lui, l'Onnipo­tente Creatore del cielo e della terra, si è mostrato in Gesù. Possiamo toccarlo, parlargli, mangiare con lui e scaldarci alla sua amicizia. Dio è vicino: si è fatto uomo! Annunciate questa incredibile notizia! Dio è con noi. Ditelo a tutti i vostri amici, ai vostri genitori riuniti intorno al presepio o all'albero. Questa è una notizia da diffondere, perché nel cuore degli uomi­ni si metta a brillare una gioia luminosa più di tutti i soli dell'Universo. Perché si faccia strada anche ne­gli angoli più bui della nostra storia questa sconvol­gente certezza: Dio vive in mezzo a noi.

La preghiera

Oggi la notte è luminosa e il giorno risplendente. Perché lui è il bambino che cambia il mondo. Sul suo viso danza il sorriso di Dio. Egli c'è e resta con noi e la gioia degli uomini diviene la gioia di Dio. Egli c'è e resta con noi e la sofferenza degli uomini diviene la sofferenza di Dio. Egli si chiama Emmanuele. Dio con noi.

Il gesto

Una danza intorno al presepio, insieme agli an­geli, cantando il «Gloria» o un canto natalizio.

 Il fioretto

Una preghiera con tutta la famiglia davanti al presepio o a un'immagine natalizia.

 

 

CANTI NATALIZI

 

Questi canti si trovano anche nella musicassetta «Nato per noi» (63038) della editrice Elle Di Ci.

 

Che magnifica notte

Che magnifica notte di stelle

t'irradia il cammino!

Quale pace divina e solenne

hai prescelto,

Bambino!

 

Implorato per secoli eterni, con lungo dolore

a redimere scendi i mortali,

divin Redentore.

 

Ninna nanna, ninna nanna!

Oh, riposa nel queto dormir,

bambinello venuto a soffrir.

Ninna nanna, ninna nanna!

O celeste Bambino,

il tuo amor tutto avvampa il mio cuor.

 

Nel lontano mistero dei tempi

Tu amavi,

Signore,

questa fragile nostra natura

di un tenero amore.

Or con gli Angeli anch'io, nel presepe,

Ti adoro, o Messia,

ed offrire Ti voglio il fervore dell'anima mia.

 

Ninna nanna, ninna nanna!

Oh, riposa nel queto dormir,

bambinello venuto a soffrir.

Ninna nanna, ninna nanna!

O celeste Bambino,

il tuo amor tutto avvampa il mio cuor.

   

Ninna nanna

Narrano i cieli la dolce armonia

 cantando Maria la nanna a Gesù.

Con voce divina la Vergine bella,

più vaga di stella, diceva così: (2 volte.)

 

«Dormi, dormi: fa' la ninna nanna, Gesù!»

Ninna, nanna ninna, Oh.

 

 

Nato per noi

Nato per noi, Cristo Gesù

Figlio dell'Altissimo:

sei cantato dagli angeli,

 sei l'atteso dai secoli.

 

Vieni, vieni, Signore!

Salvaci, Cristo Gesù! (2 volte)

 

Nato per noi, Cristo Gesù,

Figlio della Vergine:

sei fratello dei deboli,

sei l'amico degli umili.

 

Vieni, vieni, Signore!

Salvaci, Cristo Gesù (2 volte)

 

Nato per noi, Cristo Gesù,

Figlio nello Spirito: 

sei presenza fra i poveri,

sei la pace fra i popoli.

 

Vieni, vieni, Signore!

Salvaci, Cristo Gesù! (2 volte)

   

Tu scendi dalle stelle

Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo

e vieni in una grotta al freddo e al gelo. (2 volte)

 

O Bambino mio divino,

io Ti vedo qui a tremar.

O Dio beato!

Ah, quanto Ti costò

l'avermi amato. (2 volte)

 

A te, che sei del mondo il Creatore,

mancano panni e fuoco, o mio Signore. (2 volte)

 

Caro eletto pargoletto,

quanto questa povertà

più m'innamora:

giacché ti fece amor povero ancora. (2 volte)

   

In notte placida

In notte placida un grande mister:

dall'alto dei cieli scese l'Amor,

per tutti i fedeli il Redentor.

 

Nell'aura un fremito, gran gioia nei cuor:

del nuovo Israele nato è il Signor,

il fiore più bello dei nostri fior. (2 volte)

 

Cantate, popoli, gloria all'Altissimo,

l'animo aprite a speranza ed amor. (2 volte)

 

Triste e deserta la terra quaggiù:

ancor dal tuo cielo porta, Signor,

conforto e speranza a tutti noi.

 

Il freddo è rigido, il gelo crudel:

Signor, la tua vita vieni a donar,

del mondo i fratelli vieni a salvar. (2 volte)

 

Cantate, popoli, gloria all'Altissimo,

l'animo aprite a speranza ed amor. (2 volte)