"VIENI E SEGUIMI"

P. Stefano Maria Manelli - Casa Mariana Editrice

INDICE

Prefazione

Quale vocazione

Segni e sogni

Le due vocazioni

Il dono più grande

Sacerdote di Gesù

Chi può essere chiamato da Gesù

Che significa «seguire Gesù»?

Perché Gesù chiama alcuni a seguirlo?

Perché Gesù chiama soltanto alcuni?

Come chiama il Signore?

Quando rispondere alla chiamata di Gesù?

Genitori buoni... e non buoni

Preghiera e vocazioni

Chiamata alla santità e pericoli nel mondo

Vocazione attiva e contemplativa

Vocazione missionaria

La Madonna e la vocazione

Domande spicciole... risposte utili...

Appendice

 

PREFAZIONE

«Vieni e seguimi» (Mc 10,21).

«Ecco, vengo, o Signore!...» (Eb 10,7).

La vita dell'uomo è chiusa in queste due battute, di cui la prima è di Dio, la seconda è dell'uomo. Doman­da e risposta.

Ove la domanda rimanesse senza risposta che vita sarebbe quella dell'uomo?

Sarebbe una vita fallita e triste.

Il Vangelo riferisce, appunto, la mancata risposta del giovane ricco alla chiamata di Gesù, e conclude che il giovane si allontanò da Gesù «triste» (Mt 19,22).

Gesù è amore, è gioia, è vita. Quando Lui sceglie «i suoi» è per comunicare a loro in esclusiva tutto il suo amore, la sua gioia, la sua vita. Chi non risponde, chi non l'accetta, si condanna da sé, come il giovane ricco, alla «tristezza» della vita.

Forse a questo punto può venire in mente qualche riflessione feconda. Ad esempio: la presenza di tanta «tristezza» nella vita degli uomini - al di là della fatua appariscenza dei loro paradisi artificiali - non dipen­derà forse dalla mancata risposta di molte creature alle chiamate del Signore? Sembra proprio di sì.

Un'altra riflessione. L'amore verginale, la consa­crazione a Dio, la vita religiosa, sono sorgenti di pace, di gioia, di virtù nell'uomo e fra gli uomini. Il giovane ricco che non corrispose alla chiamata di Gesù se ne andò «triste» e portò la sua «tristezza» fra gli uomini. Chi invece risponde e «segue Gesù» si riempie di gioia, e porta con sé, e dona agli uomini la sua gioia Pensiamo a S. Francesco d'Assisi, S. Filippo Neri, S. Teresina... Per questo la Chiesa tripudia per gli «eletti», per i consacrati, e il suo tripudio si spande su tutta la terra.

Giovane che leggi, ragazzo e ragazza che sei, a te sono offerte queste pagine, alla tua «vocazione», al tuo destino. Non a caso il Signore ti fa capitare questo libretto fra le mani: esso ti può condurre alla «sco­perta» di un tesoro forse sepolto nel campo inesplora­to del tuo cuore: il «tesoro nascosto» della sacra voca­zione. Se lo scoprirai, non indugiare, non perdere tempo, ma affrettati a «vendere tutto» per possedere quel tesoro (Mt 13,44). E quanta ricchezza e gioia, al­lora, sgorgheranno dal tuo cuore e dalla tua vita, al­lietando tutta la Chiesa terrestre e celeste!

La Madonna sia la stella che ti guidi sui passi di Ge­sù.

 

QUALE VOCAZIONE?

Qual è la tua vocazione?

Ai ragazzi e alle ragazze capita ogni tanto di sen­tirsi rivolgere questa domanda. E si vede subito che, quasi sempre, è una domanda a sorpresa, che li mette in qualche imbarazzo per rispondere; intuiscono con rapidità che è una domanda seria, ma di solito non sanno che cosa rispondere e cercano di cavarsela con un evasivo «chi lo sa?», «ci penserò», «vedrò in segui­to» ...

Forse non hanno mai riflettuto seriamente sulla parola «vocazione», e a sentirsela dire così, di colpo, sembra loro una parola piuttosto strana e misteriosa. Che cos'è la vocazione?

La parola «vocazione» deriva dal latino vocare, che significa chiamare. Perciò diciamo che ogni voca­zione è una chiamata fatta all'uomo. Da chi viene questa chiamata?

Questa chiamata viene da Dio, che è il Padrone della vita e della morte dell'uomo, è Colui che ci dona l'essere e ci conserva nell'essere, per cui noi «in Dio viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).

A che cosa ci chiama Dio?

Dio chiama ogni uomo anzitutto alla vita, e poi a una missione da compiere nella vita per santificarsi in modo da meritarsi il Paradiso.

Scriveva molto bene S. Ignazio di Loyola: «L'uo­mo è stato creato per lodare, prestare ossequio e servire Iddio nostro Signore, e così, salvare l'anima sua; le altre cose che sono sulla faccia della terra sono create per l'uomo e per aiutarlo al conseguimento del fine per cui è stato creato».

Questa vocazione alla vita e alla santità è la voca­zione universale, è la vocazione di ogni uomo che vie­ne alla luce sulla terra.

In quanto «chiamata» a una missione santificatri­ce, da realizzare lungo l'arco dell'esistenza, la voca­zione determina quindi il giusto stato di vita che ogni uomo deve far suo. Perciò, chi si sente chiamato al matrimonio ha la vocazione a sposarsi e deve vivere nello stato matrimoniale; chi si sente chiamato al Sa­cerdozio deve vivere la sua vocazione nello stato Sa­cerdotale; chi si sente chiamato alla vita consacrata deve rispondere abbracciando lo stato religioso; chi si sente chiamato alla vita missionaria deve far sua la vita missionaria

In senso molto più largo, inoltre, si può conside­rare «vocazione» anche la chiamata a una delle tante professioni o attività degli uomini specialmente per coloro che, pur senza consacrarsi a Dio, rimangono celibi e nubili dedicandosi interamente ed esclusiva­mente alla loro professione di medico, insegnante, ar­tista, contadino, meccanico...

Tutti i ragazzi e le ragazze hanno la loro persona­le «vocazione» da realizzare nella vita per raggiunge­re il Regno dei cieli. Tutti hanno una chiamata da Dio a cui rispondere e corrispondere fedelmente per sal­varsi.

Certo non è facile discernere la vera vocazione, per una giusta scelta da fare. Ma è necessario farlo, perché è cosa che riguarda il destino temporale ed eterno di ogni uomo.

Il papa Giovanni Paolo II ci ammonisce con la sua solita saggezza paterna: «Ognuno, specialmente se giovane, deve porsi con consapevolezza la doman­da fondamentale della propria esistenza cristiana: "A che cosa mi chiama Dio?"».

Forse non sono per niente pochi coloro che que­sta «domanda fondamentale» non se la pongono affat­to e vivono alla giornata, come si dice, affidandosi al caso, avanzando a casaccio, con una superficialità che fa paura.

Quanti sono coloro - ad esempio - che prima di sposarsi hanno riflettuto sulle parole di S.Paolo: «Sposarsi è bene; non sposarsi è meglio» (1 Cor 7,38)? Quanti fidanzati e sposati si sono preoccupati di verificare se Dio ha donato loro ciò che è «meglio» (consacrarsi) anziché ciò che è solo «bene» (sposarsi)?

Un giorno non lontano, forse, si troveranno con una vita insignificante addosso e si sentiranno spinti tormentosamente - ma troppo tardi - a chiedersi che cosa Dio voleva veramente da loro. Somigliano a quella buona e anziana signora che, durante il viag­gio, in pieno oceano Atlantico, chiede finalmente al­l'ufficiale di bordo: «Scusi, per favore: è proprio questa la nave per l'America ?».

Quanti amari rimpianti spesso si sentono fare sul grave sbaglio di non aver considerato bene la strada da scegliere! Quante vite sciupate per quella mancata «domanda fondamentale» o da farsi a tempo giusto! Aveva ragione Seneca di affermare che tanti uomini «una parte della vita la sciupano a fare il male; la parte maggiore la sciupano a non far niente; il resto lo sciupano a fare tutt'altro di quel che si dovrebbe fare...». Perciò S. Alfonso, riferendo in un suo scritto il pensiero del Padre Granata che definisce la scelta dello stato di vita «la ruota maestra di tutta la vita», così commenta saggiamente: «Come negli orologi, gua­stata la ruota maestra, è guastato tutto l'orologio, co­sì nell'ordine della nostra salvezza, sbagliata la scelta dello stato, sarà sbagliata tutta la vita».

Ogni ragazzo e ragazza mediti seriamente su que­sta esortazione di S. Paolo: «Vi esorto, fratelli.., non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma tra­sformatevi rinnovando la vostra mente, per poter di­scernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gra­dito e perfetto» (Rm 12,2).

Attenti, quindi a porsi seriamente quella «doman­da fondamentale» che esige una risposta altrettanto «fondamentale» capace di farmi vivere gli anni di vita terrestre in ascesa verso il Regno dei cieli, qualunque sia lo stato di vita che Dio abbia stabilito per me. Scultoreamente, S. Agostino scriveva: «Viviamo inu­tilmente la nostra vita, se non la utilizziamo a merita­re la vita eterna».

Ricordiamo l'esempio di S. Francesco Saverio. Era studente a Parigi. Era un giovane brillante. Aspi­rava con passione a restaurare la grandezza del suo nobile casato decaduto. Viveva solo per questo. Un giorno incontrò S. Ignazio di Loyola, che fu suo com­pagno di camera e di studio. Da S. Ignazio il giovane Francesco Saverio sentì ripetersi a più riprese queste parole vigorose del Vangelo: «Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l'anima sua?» (Mt 16,26). Questa frase sull'inizio lasciò indif­ferente il brillante Francesco Saverio. Ma via via gli scavò nel cuore e fecondò in lui la scelta di Dio e il ri­fiuto del mondo con tutte le sue seduzioni. Anziché re­staurare un casato decaduto, si dedicò alla costruzio­ne del Regno di Dio nelle anime degli infedeli, lavo­rando con passione incredibile nella lontana Asia, di­venendo il celeste Patrono delle missioni d'oriente.

Giovane che leggi, rifletti su te stesso. Non la­sciarti abbagliare dalle seduzioni delle creature o da­gli impulsi dei sensi: Guarda innanzi, guarda lonta­no, pensa all'eternità. «Che giova all'uomo guada­gnare il mondo intero, se poi perde la sua anima?» (Mt 16,26). E’ un segno di chiamata capire il valore dell'anima da salvare e da santificare, andando là dove si può garantire meglio la propria crescita spiri­tuale fino alla misura di Cristo (cfr Ef 4,13).

 

SEGNI E... SOGNI

Non raramente i segni di una vocazione appaiono molto presto, fin dalla prima infanzia. Ne abbiamo esempi belli e convincenti, come leggiamo in questa piccola raccolta di testimonianze, fatta da uno studio­so contemporaneo.

S. Paolo della Croce, fin da piccolo, riuniva nella casa sua a Ovada i fratellini e le sorelline; poi predica­va con tanta unzione la Passione di Gesù che tutti ne piangevano di commozione. Preludeva al Predicatore appassionato di Gesù crocifisso, al Fondatore, all'A­postolo che convertì una moltitudine di peccatori.

S. Teresa di Gesù, da bambina faceva alle mona­che con le fanciullette della sua età: insegnava loro i punti della meditazione, il modo di stare raccolte, di fare il ritiro... E le compagne seguivano puntualmen­te i suoi avvisi. In tal modo passò la prima giovinezza della grande Riformatrice del Carmelo.

S. Giuseppe Cottolengo, ancora fanciullo, fu sor­preso un giorno dalla mamma, mentre misurava in lungo e in largo le stanze della casa. - Che cosa vuoi fare ? - gli chiese.

- Sto calcolando quanti letti per malati ci possono entrare...

Più tardi Iddio si servì di lui per fondare la «Pic­cola Casa della Provvidenza».

E non si sa che Napoleone, da ragazzo faceva alle barricate di neve coi coetanei, formava due squadre e le disponeva in battaglia; e che la vittoria era sempre del gruppo comandato da lui?

Lacordaire, fanciullo di quattro anni, saliva so­pra una sedia in casa, e si dava a predicare con tanta foga, da impensierire i genitori. - Non posso calmar­mi! - diceva - Si fanno troppi peccati, troppi peccati!

Don Luigi Guanella (1915), Fondatore dei «Servi della Carità», dediti alla cura dei derelitti e de­gli scemi, si divertiva un mondo con la sorellina Cateri­na, a raccogliere del terriccio in una cava della roccia che essi avevano riempito di acqua. Rimescolando ac­qua e terra per farne una poltiglia, dicevano: - Quando saremo grandi, faremo così la minestra ai poveri. Giuseppe Verdi, a sette anni, restava estatico nel sentire sonare il violino da un cencioso ambulante. Questi disse un giorno ai genitori: - Fategli studiare la musica: non v'accorgete che la sente?...

Guglielmo Marconi, da giovinetto, passava gior­nate intere a comporre e scomporre macchine, spe­cialmente quelle elettriche». (FR. REMO Di GESÙ, Virtù in esempi v. 1, p. 966).

Possiamo dire che tali ragazzi sono veramente fortunati, forse più privilegiati degli altri e di solito destinati a compiti o imprese eccezionali.

Ma ciò non è di tutti, è certo. Ordinariamente i segni di una vocazione maturano e appaiono via via con la crescita degli anni. I sogni dorati della fanciul­lezza e quelli audaci dell'adolescenza cedono il posto alla ricerca e alla verifica paziente di un ideale, di un modello di vita da realizzare con dedizione e sforzi costanti. Quante volte, allora si scopre... il contrario di ciò che si pensava o si desiderava prima! Si pensi, ad esempio, a S. Francesco d'Assisi, giovane brillante, già incamminato sulla strada della gloria umana e del­le ricchezze terrene, trasformato poi dalla chiamata di Dio in un uomo tutto evangelico, povero, umile e crocifisso come Gesù Cristo.

Il papà e la mamma di S. Teresina invece, prima di incontrarsi, amarsi e sposarsi, credevano sincera­mente di essere fatti per la vita religiosa in monastero. Fecero la domanda di ingresso al monastero, furono esaminati in profondità, e furono rimandati a casa perché seguissero la strada comune del matrimonio, nel quale si santificarono, donando alla Chiesa quel fiore celestiale di bimba che divenne S. Teresina

In altri casi, poi, c'è chi fin da piccolo scarta espressamente l'ideale di seguire Gesù, ma tale ideale si fa poi deciso e potente.

Fu il caso di S. Andrea Fournet. Da ragazzo, egli ricevette molte raccomandazioni dalla mamma di pen­sare al Sacerdozio e di orientarsi su quella strada. Ma il ragazzo, quasi per tacita protesta, scrisse sulla co­pertina di un suo libro: «né prete, né frate».

Che cosa avvenne, però?

Egli diventò un bravo militare, e avrebbe conti­nuato la carriera militare se, nella fedeltà alla pre­ghiera quotidiana e conservando la bontà dei costumi non avesse avvertito sempre più imperiosa dentro di sé la «chiamata» di Dio. Allora depose la divisa mili­tare, affrontò gli studi, diventò prete, e diventò Santo, morendo a 80 anni, dopo aver compiuto eroismi di bene che solo Dio poté enumerare.

Per la vocazione sacra in particolare, bisogna guardarsi dai «fuochi di paglia» di un entusiasmo oc­casionale e dalle infatuazioni passeggere, che possono avere tutta l'apparenza di una vocazione ardente.

Interessante, a questo proposito, fu ciò che suc­cesse a S. Bernardino da Siena, prima di diventare francescano.

Quando egli conobbe gli Eremiti di S. Agostino, ne rimase così colpito che decise lì per lì di dedicarsi alla vita eremitica, trasportato dall'entusiasmo giova­nile. Ma era solo un sogno. Egli stesso ne parlò in una predica, dicendo: «Mi venne la volontà di vivere come un angelo, non più come un uomo... Mi venne il pen­siero di vivere di acqua e di erbe e pensai di andarme­ne in un bosco... E così deliberai di fare e, per vivere secondo Iddio, deliberai anche di comperare una Bib­bia... e di cominciare a provare la vita che volevo te­nere. E me n'andai fuori di Porta Follonica, e comin­ciai a cogliere una insalata di cicerbita e altre erbucce e non avevo né pane, né sale, né olio... E, col nome di Gesù benedetto, cominciai con un boccone di cicerbi­ta e messamela in bocca cominciai a masticarla.

Mastica, mastica, essa non poteva andare giù. Non potendola ingoiare, io dissi: "Cominciamo a bere un sorso d'acqua".

Mieffe! l'acqua se n'andava giù, e la cicerbita ri­maneva in bocca. In tutto io bevvi parecchi sorsi d'acqua con un boccone di cicerbita, e non la potei ingoiare. Sai che ti voglio dire? Con un boccone di cicer­bita io allontanai ogni tentazione; perché certamente io conosco che quella era tentazione».

Ben diverso, invece, fu ciò che accadde a Santa Francesca Saverio Cabrini, quando era piccina. Un giorno ascoltò un missionario che parlava della vita missionaria in Cina. Quel discorso accese nel cuore della bimba l'ideale missionario, che le resterà im­presso nel cuore fino alla morte. Spontaneamente la piccina cominciò e continuò a orientare i suoi giochi, i suoi sacrifici, le sue preghiere, tutto per la vita mis­sionaria. Le piaceva giocare alle bambole - come ad ogni bambina -, ma le vestiva tutte da monacelle. Le piaceva giocare alle barchette di carta, e le riempiva di tante violette che raffiguravano tante suore missio­narie in partenza per le terre infedeli. Aveva saputo che in Cina non c'erano i... dolci italiani, e allora de­cise di abituarsi subito a non mangiarli più. Nelle sue preghiere, il ricordo e la supplica per le missioni non potevano mancare mai. Così maturò, fin dall'infan­zia, costante e armoniosa, la vocazione religiosa di questa grande apostola.

Bisogna stare attenti, però, a non cadere nell'al­tro eccesso: ossia quello di evitare i «sogni» e i «fuochi di paglia», pretendendo di provare costantemente il trasporto sensibile, l'entusiasmo, il fervore bruciante per la vita consacrata a Dio.

Al contrario ascoltiamo ciò che insegna, con la sua grande saggezza, S. Francesco di Sales: «Per ave­re un segno di una buona vocazione, non è necessaria una costanza che sia sensibile, ma che sia nella parte superiore dello spirito; perciò non si deve giudicare falsa la vocazione se capita che il chiamato non provi più quei sentimenti sensibili che ebbe al principio, e anzi senta tali ripugnanze e raffreddamenti, che è portato talvolta a vacillare, parendogli che tutto sia perduto; basta che la volontà resti costante nel non abbandonare la divina chiamata; e basta che vi ri­manga qualche affezione verso di quella. Per sapere se Dio vuole che uno sia frate o suora, non bisogna aspettare che Dio stesso gli parli o gli mandi un Ange­lo dal cielo a significargli la sua volontà. Né è necessa­rio un esame di dieci Dottori per vedere se la vocazio­ne si debba seguire o no: ma bisogna corrispondere e coltivare il primo moto dell'ispirazione, e poi non pi­gliarsi fastidio, se vengono disgusti e raffreddamenti; perché facendo così non mancherà Iddio di far riusci­re tutto a gloria sua».

Giovane che leggi, osserva e ascolta attentamen­te. Forse in te ci sono segni di una «scelta» da parte di Dio, ma tu li tieni nascosti, sepolti sotto una crosta di attrazioni diverse, che ti propongono un cammino nel mondo. Forse tu aspetti segni straordinari di chiamata da parte di Dio, mentre il Signore vuole chiamarti alla maniera ordinaria, delicata e soave. Sta attento! Ripeti spesso come S. Paolo, come S. Francesco d'Assisi: «Signore, che vuoi che io fac­cia?», e metti in ascolto il tuo cuore, aperto a compie­re incondizionatamente il suo Volere.

 

LE DUE VOCAZIONI

Le vocazioni fondamentali per l'uomo sono due: la vocazione al matrimonio e la vocazione alla consacra­zione a Dio (sacerdozio, vita religiosa, vita missionaria).

Scriveva già a suo tempo il grande S. Attanasio: «Due sono gli stati di vita e gli orientamenti fonda­mentali: quello comune e adatto alle tendenze della vi­ta umana, ed è il matrimonio; l'altro angelico e apo­stolico, incomparabilmente più elevato: lo stato di verginità e di vita monastica».

Potremmo dire senz'altro, però, che il termine «vocazione» nel suo senso più stretto esprime la chia­mata speciale di Dio al Sacerdozio e alla vita religio­sa. Quando si parla di «vocazione», cioè, si intende sempre parlare della vocazione sacra. Perché? Per la semplice ragione che la chiamata al matrimonio è chiamata nativa, ordinaria, comune, essendo iscritta nella carne e nel sangue dell'uomo; si può dire che è data già per scontata e ha via libera nella vita dell'uo­mo. La vocazione sacra, invece, esige un intervento speciale di Dio che sospinge dall'alto e verso l'alto, che conduce espressamente sulla strada della consa­crazione. «Non a tutti è dato» - disse Gesù, parlando appunto della consacrazione a Dio - ma solo a quelli che Dio sceglie e chiama espressamente (Mt 19,11).

Del resto, l'esempio della chiamata di Gesù espli­cita, diretta, personale, noi la troviamo nel Vangelo solo riguardo agli Apostoli («Seguitemi») e al giovane ricco («Vieni e seguimi»), ed è sempre una chiamata alla consacrazione, una chiamata che in un certo sen­so si inserisce a sorpresa nel corso ordinario della vita di un uomo, una chiamata voluta espressamente da Gesù: «Non voi avete scelto Me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16).

Ogni ragazzo e ragazza, ogni giovane, ogni uomo in cerca della sua strada, prima della scelta di uno stato di vita, deve esaminare attentamente quale delle due vocazioni ha ricevuto dal Signore: «Rendetevi conto della vostra vocazione», ammonisce S. Paolo (1 Cor 1,26).

Non si può andare alla leggera o alla cieca in una cosa così importante, come la scelta dello stato di vita. Giustamente S. Gregorio Nazianzeno affermava che «sbagliata la vocazione, tutto è sbagliato nella vita, tutto va male». E S. Filippo Neri raccomanda con saggezza che «per eleggere lo stato di vita ci vuole tempo, consiglio e orazione».

Quanta incosciente superficialità, invece, è evi­dente in molti giovani che si decidono al matrimonio, senza capire letteralmente nulla della «chiamata» di Dio alla grande missione da svolgere nel matrimonio! E così abbiamo tanti matrimoni di lacrime e rovine. Di solito, inoltre, non si esamina pressoché mai se la propria vocazione possa essere quella sacerdotale o religiosa. Sono in tanti, purtroppo, quelli che esclu­dono per principio ogni possibilità di essere chiamati da Dio alla vita consacrata a Lui. Molti poi hanno persino... orrore e terrore di una eventuale vocazione sacra. Vogliono solo i beni terreni e le creature da go­dersi in questo mondo, e basta. Non vedono, né am­mettono altro.

Eppure lo Spirito Santo ammonisce proprio i gio­vani con forza: «Dico a voi giovani... il mondo passa con le sue concupiscenze», mentre solo «chi fa la vo­lontà di Dio rimane in eterno» (1 Gv 2,17).

Quanti giovani che si sposano (magari a 18 anni) sono sicuri di fare la volontà di Dio ? Quanti di loro, invece, si sono fatti travolgere dalle concupiscenze della carne, mentre erano chiamati da Dio a una vita superiore, alla consacrazione?...

S. Giovanni Bosco, con la sua straordinaria espe­rienza di vita in mezzo ai giovani poteva affermare che «un terzo dei giovani porta in germe la vocazione sacerdotale e religiosa».

E allora.., come mai i sacerdoti, i religiosi, i con­sacrati sono così pochi nel mondo? Si vede che l'in­corrispondenza alla chiamata di Dio è davvero gran­de. Ma che cosa sarà al giudizio di Dio, quando tanti scopriranno di avere sbagliato vocazione e di non es­sersi neppure accorti del dono sublime della chiamata di Dio alla vita consacrata?

Bisogna finirla con i falsi e puerili pregiudizi con­tro la vocazione. Si teme che la vita sacerdotale e la vita religiosa siano vita da... prigionieri per i vincoli sacri con cui la creatura si lega al suo Signore, e non ci si accorge - incredibilmente - che maggiori e più nu­merose sono le schiavitù nella vita secolare (lavoro, famiglia, sesso, divertimenti, fumo, sport...) a servizio non di Dio, ma di padroni spesso tutt'altro che meritevoli. S. Paolo si gloriava - giustamente - di esse­re «prigioniero di Cristo»; ma come potrebbe qualcu­no gloriarsi di essere «prigioniero» del suo ufficio o del padrone di fabbrica o del direttore di lavoro, degli interessi materiali o degli impulsi sessuali?...

A S. Francesco di Assisi, mentre correva verso le Puglie per combattere a servizio di Gualtiero di Brienne, il Signore chiese: «Francesco... che cosa è meglio, seguire il servo o il padrone?». « I1 Padrone» - rispose S. Francesco -. «E allora, perché corri die­tro al servo?»- riprese il Signore. Francesco capì, e chiese subito di rimando: « Signore, che vuoi che io faccia ?...» «Torna ad Assisi» - gli disse il Signore.

Sia ben chiaro, quindi: chi ha la vocazione è chia­mato a seguire e servire il Padrone, è scelto da Lui e viene legato a Lui con i vincoli della consacrazione. Vincoli benedetti e fecondi! Vincoli di puro amore, di infinito amore, perché è infinito Colui che ci ama e che ci assicura: «il mio giogo è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,28-30).

Se proprio vogliamo, ecco la testimonianza di due grandi «prigionieri»: un prigioniero di Cristo, S. Leo­nardo da Porto Maurizio, francescano, celebre predi­catore; un prigioniero della carne e delle creature, Wolfango Goethe, celebre poeta tedesco.

«Ho 72 anni - esclamava S. Leonardo da Porto Maurizio - e non sono mai stato infelice neppure un'o­ra... » (nonostante i travagli di un apostolato infatica­bile).

«Ho 72 anni - esclamò pure Wolfango Goethe - e non sono stato mai un'ora felice...» (nonostante tutte le coppe di piaceri e voluttà carnali).

Diceva molto bene un altro umile e santo france­scano, S. Serafino da Montegranaro: «Non darei un palmo del mio cordone per tutti i beni del mondo»; e ciò perché, come afferma S. Bernardino da Siena: «Quando un'anima comincia a gustare Gesù, si di­sgusta necessariamente del mondo». Ma già il Salmi­sta cantava e profetava a suo tempo: «Gustate e vede­te quanto è buono il Signore...» (33,9), «Quanto sono amabili le tue dimore, o Signore...» (83,1), «Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi!» (83,5).

Giovani, attenti a non sbagliare!

«La vocazione - diceva il papa Paolo VI - e una gra­zia che non è di tutti; ma può essere ancora oggi di molti. Di molti giovani forti e puri, di molte anime che hanno l'ansia della bellezza superiore della vita, l'ansia della perfezione, la passione della salvezza dei fratelli».

Preghiamo che sia così. Forse qualcuno che ora ode questa nostra umile voce di fuori, sente la voce regale di Gesù?

Preghiamo che sia così: la nostra benedizione è su quanti «ascoltano la parola di Dio e la custodisco­no».

 

IL DONO PIU’ GRANDE

Quando gli Apostoli dissero schiettamente a Gesù che, se il matrimonio impone i doveri così gravi del­l'unita e dell'indissolubilità è meglio non sposarsi, Ge­sù rispose senza mezzi termini che la vita consacrata a Dio non è possibile a chiunque, ma solo «a coloro a cui è concesso» (Mt 19,11).

La vocazione alla vita consacrata per il Regno dei cieli, quindi, è un dono speciale, un dono personale, un dono privilegiato concesso da Dio non ai più, ma ai me­no. E nessuno può darselo da sé, perché «non voi avete scelto Me - dice Gesù - ma Io ho scelto voi» (Gv 15,16). Anche S. Paolo avrebbe desiderato che tutti gli uomini vivessero come lui nello stato di consacrazione a Dio. Anch'egli arrivò a scrivere: «Non sei sposa­to?... Non cercare di sposarti!» (1 Cor 7,27), e altro­ve dice che «sposarsi è bene, non sposarsi è meglio» (1 Cor 7,38). Perché? Perché con la vita verginale il cuo­re è «indiviso» nell'amare Dio, nel piacere a Lui e nel dedicarsi alle cose divine conservando «la santità del corpo e dello spirito» (1 Cor 7,34).

Tuttavia lo stesso S. Paolo deve concludere che «ognuno resti in quella vocazione a cui è stato chia­mato» (1 Cor 7,20), proprio perché i doni più alti non sono per tutti, ma solo per coloro che «Egli stesso vuole» (Mc 3,13).

Gesù, inoltre, ha magnificato il dono della voca­zione alla vita verginale consacrata come una realtà del Paradiso, una ricchezza del Regno dei cieli, un anticipo in questo mondo della vita celeste, una incar­nazione di vita angelica sulla terra: «I figli di questo mondo si sposano e si maritano... I figli della resur­rezione, invece, saranno come gli Angeli di Dio» (Lc 20,34-5).

Ha ragione perciò S. Ambrogio di esclamare: «Se gli Spiriti beati sono i vergini del cielo, i vergini sono gli Angeli della terra»... E ancora: «La verginità che rende l'uomo simile agli Angeli è quel che vi ha di più bello nella natura umana. Ma nei vergini c'è qualcosa che non si trova negli Angeli: questi non hanno corpo, mentre nei vergini è proprio il corpo che diventa lo strumento del trionfo».

E S. Cipriano con pari ardore scrive: «Custodite, o vergini, custodite ciò che siete. Custodite quello che sarete... Voi avete già in questo mondo la gloria della resurrezione».

E questa la realtà di grazia sublime della vita con­sacrata a Dio, della vita religiosa: le creature diventa­no «come gli Angeli di Dio nel cielo» (Mt 22,30). E questa angelicità noi la vediamo realmente splendere in figure come S. Francesco d'Assisi, S. Chiara, S. Antonio, S. Caterina, S. Luigi, S. Bernardetta, S. Giovanni Bosco, S. Teresina, S. Gemma, S. Massimi­liano M. Kolbe... Quanto «candore di luce eterna» (Sap 7,26) in queste figure di nostri fratelli e sorelle consacrati a Gesù!

Perciò chi ha il dono eccelso della vocazione religio­sa non esiti a lasciare tutto per consacrarsi a Dio, per donarsi a Gesù in totalità di se stesso, con il cuore «in­diviso», in santità «di corpo e di spirito» (1 Cor 7,34). Gesù stesso ci assicura: «Chi avrà abbandonato la casa... avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29). Chi si consacra a Dio, chi si dona a Gesù lascian­do tutto per Lui è come chi lascia le apparenze per la realtà, secondo la parola di S. Paolo: i beni visibili (casa, lavoro, padre, madre...) sono caduchi; i beni invisibili (Dio, la grazia, le anime, il Regno dei cieli) sono la realtà perenne.

Quando S. Francesco d'Assisi riuscì a disfarsi di ogni bene terreno e di ogni creatura (anche del papà), potette esclamare con ardore estatico: «Dio mio e mio tutto». Si era liberato di alcune creature, e ora posse­deva il Tutto. Così è la vita religiosa, questo è lo stato dei consacrati nei monasteri e nei conventi, negli ere­mi e nelle case religiose.

S. Basilio commenta: «In questo stato privilegiato si fa un felice e ammirabile scambio: si danno le cose della terra per quelle del cielo; le cose passeggere per quelle eterne; beni di nessun valore per beni inesti­mabili». E il grande S. Agostino confessa candida­mente che «le parole umane non possono celebrare degnamente la vita religiosa. Quando mi provo a far­lo, mi sento costretto al silenzio, perché sono incapa­ce di esaltare una vita tanto sublime e angelica».

In più c'è da riflettere su di una realtà di grazia legata alla verginità consacrata: ossia, ogni anima vergine consacrandosi diventa «Sposa di Cristo», co­me canta la Liturgia della Chiesa. Gesù stesso si è chiamato Sposo delle vergini prudenti nella parabola delle dieci vergini (cfr Mt 25,Iss). Il profeta Isaia scri­veva già a suo tempo: «Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo Creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, cosi per te gioirà il tuo Dio» (Is 62,5).

Verginità e sponsalità divina, verginità e gioia di­vina, verginità e maternità spirituale: vanno tutte in­sieme. L'angelica S. Teresina scriveva con la sua soli­ta grazia: «Essere tua sposa, Gesù..., essere, per l'u­nione con Te, madre delle anime». Quale incanto di amore celestiale nella vita di una vergine consacrata!

Questo ha insegnato sempre la Chiesa. Il papa Pio XII nella splendida enciclica sulla «Sacra Vergi­nità» e nei discorsi alle anime consacrate ha svolto meravigliosamente questi temi, chiamando le vergini consacrate «vere spose del Signore», sulla scorta dei SS. Padri che hanno considerato le vergini «spose di Cristo» nel senso più vero e più alto. S. Metodio d'O­limpo, ad esempio, così fa pregare una vergine consa­crata: «O Cristo tu sei tutto per me. Io mi conservo pura per Te e, portando una lampada splendente, vengo incontro a Te, o Sposo mio».

A questo punto credo che non diremo più esage­rata S. Maria Maddalena de' Pazzi, la mistica del Carmelo, quando afferma che «la vocazione religiosa è la grazia più insigne che Dio possa fare a un'anima dopo il santo Battesimo».

Né di conseguenza, è esagerato il B. Orione quan­do scrive: «Avrei a grande grazia se Gesù volesse concedirmi, per le vocazioni, di andare mendicando sino all'ultimo della mia vita».

Inoltre, a questo proposito, sarà bene rivolgere ai genitori cristiani le ispirate parole del papa Pio XII: «Qualora Iddio vi facesse un giorno l'insigne onore di ricercarvi uno dei vostri figli o delle vostre figlie per il suo servizio, sappiate dunque apprezzare il valore e il privilegio di tanta grazia, per il figlio o per la figlia eletta, per voi e per la famiglia vostra. E un gran do­no del cielo che entra nella vostra casa...». Quando il papà di S. Teresina sentì dirsi dalla figlia Celina che anch'ella voleva consacrarsi tutta a Gesù nella vita verginale del Carmelo, disse commosso alla figlia: «Vieni, andiamo a ringraziare Gesù Sacramentato dei favori che concede alla nostra famiglia e dell'onore che mi fa scegliendosi delle spose in casa mia! Si, il buon Dio mi fa un grande onore prendendosi le mie figlie».

Tu, giovane che leggi, entra nel tuo cuore, racco­gliti in preghiera, ascolta, ascolta, ascolta... Forse Gesù ti ha scelto, ti ha prediletto, ti chiama, ti sta chiamando - «vieni! seguimi!» (Mt 19,21) - ti sta fa­cendo il dono più grande che ti renderà come un «Angelo di Dio nel cielo» (Mt 22,30).

 

SACERDOTE DI GESU’

Se la vita religiosa è una vita angelica - «come gli Angeli di Dio nel cielo» (Mt 22,30) - la vita sacerdota­le deve essere vita più che angelica, perché il Sacerdo­te ha il potere e la missione di compiere ciò che nep­pure gli Angeli possono fare. Dopo Dio, infatti, solo il Sacerdote ha il potere e la missione di trasformare il pane e il vino nel Corpo e Sangue di Gesù, di rimette­re i peccati ad ogni peccatore pentito.

Con il Sacerdozio l'uomo supera ogni vertice di potere e di grandezza creata. Entra nell'increato, nel divino, nella stessa Persona divina di Gesù: diventa Gesù che transustanzia il pane e il vino, che toglie i peccati da ogni anima, che ammaestra, guida e con­duce a salvezza.

Forse per questo il Sacerdote è venerato dallo stesso suo Angelo Custode, che sta alla sua sinistra anziché alla sua destra, e gli dà la precedenza, come ci assicura S. Francesco di Sales. Il Sacerdote ripro­duce Gesù, continua e prolunga la stessa missione sal­vifica di Gesù, ha lo stesso destino pasquale di Gesù: crocifissione e resurrezione.

Così parla Gesù ai suoi primi sacerdoti: «Venite, vi farò pescatori di uomini...» (Mt 4,19). «Come il Padre ha mandato Me, così Io mando voi» (Gv 20,21). «Prendete... questo è il mio Corpo... que­sto è il calice del mio Sangue» (Mt 26,26). «A chi ri­metterete i peccati, saranno rimessi, a chi non li rimetterete non saranno rimessi» (Gv 20,23). «Andate, ammaestrate tutte le genti...» (Mt 28,19). «Chi ascol­ta voi, ascolta Me, chi disprezza voi, disprezza Me» (Lc 10,16). «Hanno perseguitato Me, perseguiteran­no anche voi» (Gv 15,20). «Voi non siete di questo mondo, come Io non sono di questo mondo... Perciò il mondo vi odia...» (Gv 17,14; 15,19).

Noi non possiamo che smarrirci se pensiamo alla realtà sovrumana del Sacerdozio. Possiamo forse in­tuirla riflettendo che S. Francesco d'Assisi, tutto se­rafico e celestiale, non ebbe il coraggio di ricevere il Sacerdozio, e volle restare Diacono. E dalla storia dei Santi Padri sappiamo che anche S. Efrem restò sem­pre e solo Diacono, che S. Agostino pianse amare la­grime il giorno dell'Ordinazione sacerdotale, che S. Giovanni Crisostomo e S. Ambrogio si andarono a na­scondere e si resero irreperibili per non farsi consa­crare vescovi.

Nel suo celebre Dialogo, S. Caterina da Siena scrisse che, riguardo ai sacerdoti, un giorno l'Eterna Sapienza le disse: «Apri l'occhio dell'intelletto tuo, e riguarda in me, sole di giustizia. Allora vedrai i glo­riosi ministri, i quali, avendo mirato il sole, hanno preso la condizione del sole!».

Il S. Curato D' Ars diceva che se Dio ci illuminas­se sul valore del Sacerdozio, nessuno oserebbe farsi consacrare Sacerdote. Ugualmente, se si conoscesse il valore della S. Messa, né il Sacerdote oserebbe cele­brarla né il fedele ascoltarla. «Tutte le buone opere unite insieme - cercava di spiegare il S. Curato – non valgono quanto il Sacrificio della Messa, perché quel­le sono opere di uomini, mentre la Messa è opera di Dio. Anche il martirio non è nulla in confronto: il martirio è il sacrificio dell'uomo a Dio, mentre la Messa è il sacrificio di Dio per l'uomo!...».

Celebrare la S. Messa, rimettere i peccati, donare il Corpo e Sangue di Gesù alle anime, spezzare il pane della Parola di Dio a ogni uomo: tutto ciò costituisce una missione di somma importanza per tutto il Corpo Mistico di Cristo. Anche l'ultimo e più sconosciuto Sacerdote della terra - come poteva apparire S. Gio­vanni Maria Vianney, allorché si recò nel paesello di Ars - è artefice di opere prodigiose nel dispensare «i misteri divini» (1 Cor 4,1), incrementando la vitalità delle membra del «Corpo di Cristo che è la Chiesa» (Col 1,24).

Ad ogni Sacerdote, in verità, si possono applicare le parole divine del salmista: «Ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra» (2,8). E pro­prio così. Due esempi più recenti fanno comprendere la verità di queste parole in maniera luminosa. S. Massimiliano Maria Kolbe, l'umile e ardente figlio di S. Francesco, non è forse diventato una figura di Sa­cerdote amato e venerato da tutto il mondo? Non ha forse egli fondato due meravigliose cittadelle dell'Im­macolata, una in Polonia e una in Giappone? Non è stato forse proclamato dal papa Giovanni Paolo Il «Protettore speciale dei nostri tempi»? Il Venerabile, P. Pio da Pietrelcina non meno umile e ardente figlio di S. Francesco, non ha forse avuto una «clientela

mondiale», come disse il papa Paolo VI? Non è stato forse vero che le genti «andavano a lui da ogni parte» (Mc 1,45), sul Gargano? Non ha forse egli dato vita a due mirabili opere, la Casa Sollievo della soffe­renza e i Gruppi di Preghiera? I poteri più divini, le realtà più sublimi si trovano nel cuore e nelle mani di ogni Sacerdote.

Leggiamo che cosa scriveva sul Sacerdozio, nel suo diario personale un santo Sacerdote, Don Giusep­pe Canovai, nostro contemporaneo, morto a soli 34 anni: «Sento fremere, palpitare in me immenso, au­gusto, celeste, il potere del Sacerdozio; lo sento trava­licare i limiti della mia anima, giungere fino ai cieli, cui dona la pace del perdono e la parola della vita, spingersi fino alle soglie della morte, ove salva nella effusione universale della misericordia crocifissa.

Esso sboccia come un albero secolare che ha le sue chiome nei cieli, ai piedi della Croce dalle zolle bagnate dal sangue di Dio; e le anime redente lo ralle­grano con le gioie della vita».

I sacerdoti sono le creature più indispensabili della terra, le più salutari e benedette. Per quanto deboli e difettosi essi hanno sempre il potere di dona­re la grazia, di donare il Pane di vita eterna, di dona­re la Parola del Signore, di confortare gli ammalati, di sostenere i moribondi, di illuminare e guidare gli erranti. Senza la grazia, senza l'Eucaristia, senza la Parola del Signore come potremmo noi vivere retta­mente e salvarci per l'eternità?

«Lasciate un paese per vent'anni senza sacerdote - diceva giustamente il S. Curato d'Ars - e gli uomini adoreranno le bestie!».

E vero. E talmente vero, che non può esserci di­sgrazia o castigo peggiore per una nazione, per una Diocesi, quanto la diminuizione dei Sacerdoti; non può esserci calamità maggiore per la cristianità e per la società che la diminuizione dei Sacerdoti. E se non si arriva a comprendere questo è segno che il processo di scristianizzazione marcia a vele spiegate accecando le menti, ottenebrando ogni ideale specialmente nei giovani, i quali preferiscono restare masse enormi di disoccupati e scalmanati, anziché chiedersi seriamen­te se non siano chiamati dal Signore in un campo ben più fecondo e prezioso: il campo del Regno di Dio nei fratelli, specialmente in quelli più poveri, oppressi, disperati...

È veramente doloroso constatare come tanti gio­vani disoccupati si consumano nell'infelicità e nell'o­zio vagabondo, mentre potrebbero essere portatori di Dio agli uomini, degli uomini a Dio e di Dio a Dio. «Il Sacerdozio - scrive splendidamente S. Efrem - è nella Chiesa come un volo d'aquile, che lasciano la terra e salgono audacemente verso Dio. Nei potenti loro arti­gli portano le cose sacre dell'umanità e le depongono ai piedi del trono della maestà divina. Di là riportano sulla terra le cose sacre di Dio, per santificare le ani­me che vorranno accostarsi ai venerandi misteri di cui è dispensatore».

Giovane che leggi, sappi riflettere: nell'Italia dell'800, con parecchi milioni di abitanti in meno, erano oltre 150.000 Sacerdoti. Nell'Italia di oggi, con parecchi milioni di abitanti in più, i Sacerdoti sono poco più di 30.000, e le conseguenze evidenti sono l'ateismo di massa, il calo pauroso della pratica dei Sacramenti, l'ignoranza religiosa più crassa, la corru­zione galoppante, l'approvazione di leggi degradanti e assassine (divorzio, aborto, droga... ).

Giovane che leggi, rifletti. Mancano «operai nella messe». Entra dentro di te. Prega, e ascolta, ascolta, ascolta il Signore. Forse Egli ti chiama, ti ha scelto, ti vuole rendere «sale della terra e luce del mondo» (Mt 5,13), ti vuol fare «pescatore di uomini» (Mc 1,17). Forse, meditando queste pagine, potrai sentirti dire nel cuore: «Il Maestro è qui e ti chiama» (Gv 11,28).

 

CHI PUO’ ESSERE CHIAMATO DA GESLI?

«Parroco, io voglio farmi suora... ».

«Oh bella!... proprio tu, Maria Bertilla che sei buona a nulla?..»

«Ma io mi sforzerò di imparare a fare qualcosa». «Va' va', piccola «gnocca», cosa vuoi che se ne facciano di te le suore? ...».

Così andò il primo incontro fra il Parroco e la ra­gazzetta Maria Bertilla Boscardin, quando questa mani­festò la sua vocazione a diventare suora.

Qualche giorno dopo, però, il Parroco, preso dallo scrupolo, fece richiamare Maria Bertilla e le chiese: «Dimmi con sincerità: sei proprio decisa a farti suora?». «Sì, Parroco».

«Senti proprio che Gesù ti chiama a diventare per sempre sua sposa?».

«Sì, Parroco».

«Ma tu sai almeno pelare le patate? ...». «Si, Parroco».

«Ebbene, vuol dire che andrai in convento a pela­re le patate».

Così Maria Bertilla poté entrare fra le Suore Do­rotee, in convento, e la povera «gnocca», entrata per pelare le patate, diventò una splendida santa tutta candore e sacrificio.

Dopo questo esempio, se ci chiediamo: «chi può essere chiamato da Gesù?», dobbiamo rispondere: tutti possono essere chiamati, perché non c'è categoria di persone che non possa ricevere la grazia della vocazione. Il Signore conosce tutti e può chiamare chiunque. «Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome» (Sal 146,4).

Il Vangelo, infatti, ci dice che Gesù chiamò a se­guirlo giovani e adulti, pescatori e operai, impiegati e disoccupati.

S. Giovanni Evangelista era giovane. S. Pietro era adulto maturo. Ambedue erano pescatori. S. Mat­teo invece era impiegato all'ufficio delle imposte. S. Paolo lavorava le stuoie. C'è poi da ricordare gli ope­rai disoccupati, quelli chiamati all'ultim'ora di cui parla Gesù nella parabola (Mt 20,1-16).

Lungo i secoli di storia del Cristianesimo, Gesù ha chiamato a seguirLo anche i ragazzi e gli anziani, uo­mini e donne, innocenti e peccatori, fra tutte le cate­gorie di ogni ceto sociale.

Erano ragazzi S. Benedetto, S. Tommaso d'Aqui­no, S. Luigi Gonzaga, S. Pio X, S. Massimiliano M. Kolbe, S. Agnese, S. Bernardetta, S. Teresina...

Erano adolescenti S. Antonio di Padova, S. Ge­rardo Maiella, S. Gabriele dell'Addolorata, S. Gio­vanni Berchmans, S. Giovanni Bosco, S. Caterina da Siena, S. Veronica Giuliani S. Maria Bertilla...

Erano giovani S. Antonio Abate, S. Bernardo, S. Francesco d'Assisi, S. Francesco Saverio, S. Alfonso de' Liguori, S. Scolastica, S. Chiara, S. Margherita Alacoque...

Erano adulti gli Apostoli (eccetto S. Giovanni Evangelista), S. Agostino, S. Ignazio di Loyola, S. Camillo de Lellis, S. Maria Maddalena, S. Maria Egizia­ca. S. Margherita da Cortona, la Beata Angela da Fo­ligno...

Gesù non fa riserve per nessuno. Chiama con so­vrano amore e libertà; chiama chi vuole, quando vuo­le e come vuole.

E solo Lui che «ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri... » (Ef 4,11).

E’ Lui che ha chiamato alcuni a diventare celebri Pontefici, come S. Gregorio Magno e S. Leone Magno, o celebri Dottori della Chiesa come S. Tommaso e S. Bonaventura; ha chiamato altri ad essere umili e mi­rabili fraticelli come S. Felice e S. Crispino; ha chia­mato alcune ragazze ad essere geniali fondatrici come S. Teresa d'Avila e S. Giovanna Antida o ad essere dolci e angeliche suore come S. Bernardetta e S. Ma­ria Bertilla.

Se proprio volessimo scoprire una certa sua pre­ferenza, dovremmo dire che Gesù preferisce gli umili, gli indotti, i deboli, secondo quel pensiero di S. Pao­lo: «Non sono molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili» (1 Cor 1,26).

Ma è soprattutto nel cuore dei ragazzi e dei giova­ni che ordinariamente Dio depone il germe della voca­zione, perché «a dodici anni - afferma Alfonso Gratry - si capiscono le cose sublimi e generose che a qua­rant'anni non sì capiscono più».

Anche il papa Giovanni Paolo II, in un discorso sulla vocazione, afferma che «Dio chiama tutti a una missione, chiama a tutte le età, chiama in modo spe­ciale i giovani», e con accento vigoroso continua: «Giovani, adesso è la vostra ora! Tocca a voi rispon­dere. La vita è un dono di Dio. Se Cristo vi chiama a essere suoi collaboratori non esitate un attimo a dire il vostro generoso Sì. Se vi parlo di consacrazione to­tale a Dio nel sacerdozio, nella vita religiosa, nella vi­ta missionaria, è perché Cristo chiama a questa straordinaria avventura molti tra voi!».

Alcuni esempi splendidi del nostro tempo confer­mano, ancora di più, questa verità della chiamata dei giovani alla vita consacrata a Dio.

S. Massimiliano Maria Kolbe, figura splendida di santo francescano e mariano, aveva poco più di dieci anni quando studiava privatamente, per andare avanti negli studi. Un giorno, ascoltando una predi­ca, sentì l'annuncio dell'apertura di un seminario francescano, per ragazzi aspiranti a seguire S. Fran­cesco d'Assisi. Illuminato interiormente, chiese subito di poter entrare in quel seminario. Fu accontentato. Entrò in seminario, andò avanti, e divenne figlio di S. Francesco, cavaliere folle d'amore all'Immacolata, martire della carità nel campo della morte di Au­schwitz, dove offrì la sua vita in cambio di quella di un papà di famiglia nel 1941.

Il Venerabile P. Pio da Pietrelcina, altra figura gigantesca di santo francescano, anch'egli, poco più che decenne, durante una predica sentì la spinta a consacrarsi a Dio e si impegnò a fare tutti gli studi con lezioni private, per poter entrare a quindici anni nel Noviziato dei cappuccini diventando talmente si­mile al Padre Serafico da essere insignito anch'egli delle sacre stimmate di Gesù, che tenne per 50 anni, fino alla morte, avvenuta nel 1968.

Santina Campana, questo delizioso gioiello di fan­ciulla, possiamo dire che fin dal Battesimo sia cre­sciuta talmente «tutta di Gesù» che ben merita di sta­re accanto a S. Teresina e a S. Gemma Galgani. La sua vocazione è stata il naturale sboccio di una rosa e di un giglio, dal profumo fragrante intensissimo. A di­ciotto anni è novizia, vero angelo di amore e di cando­re. Ma non concluderà il suo noviziato che in Paradi­so, dopo tre anni di dolori lancinanti, morendo come una piccola e ardente Sentinella della Croce, nell'an­no santo 1950.

Considerando i giovani, inoltre, e la predilezione di Gesù per essi, dobbiamo anche dire che c'è in loro una generosità e un ardimento non riscontrabile in al­tre età della vita. Essi sanno essere generosi nell'ama­re con totalità, sanno essere ardimentosi nel voler fa­re anche eroismi. Certamente, quando sono sinceri e decisi, non gradiscono né ammettono mezze misure o compromessi nella fedeltà agli impegni d'amore. Essi intuiscono con lucidità che l'amore grande e forte è legato al sacrificio grande e forte. Gesù ci ha amato con la sua totale immolazione cruenta. E noi?

Leggiamo su di una rivista sacerdotale che una vol­ta «una Superiora Carmelitana descriveva a un gruppo di giovani giapponesi convertite, la vita del Carmelo: lunghe preghiere, rigidi digiuni, vita dura...».

Gli occhi di quelle figliuole brillavano di gioia. Tuttavia la Superiora disse, a un certo punto, che la rigorosa regola carmelitana sarebbe stata un po' attenuata per loro, non abituate a simili penitenze.

La luce si spense negli occhi di quelle giovani, che si guardarono l'un l'altra molto deluse.

Poi una si fece coraggio e, a nome di tutte, disse: «Madre, saremmo tanto contente di seguire la Regola senza attenuazioni perché vogliamo amare molto il Si­gnore».

Per questo il papa Paolo VI in un discorso ai gio­vani rivolgeva loro parole forti e rigorose come que­ste: «Giovani, sapete che Cristo ha bisogno di voi? Sa­pete che la sua chiamata è per i forti, è per i ribelli al­la mediocrità e alla viltà della vita comoda e insignifi­cante?».

Giovane che leggi, rifletti e medita. Anche tu, proprio tu, puoi essere chiamato da Gesù. Vorrai preferire alla sua chiamata le lusinghe di una crea­tura o dei beni terreni? Non essere insensato. Chi può amarti di più, il Creatore o la creatura? Se Gesù ti chiama, avrai l'infinito bene nel tuo cuore, tua proprieta e ricchezza.

 

CHE SIGNIFICA «SEGUIRE GESU’?

Significa vivere la stessa vita di Gesù. Ossia una vita verginale, povera, obbediente.

Questa è la vita di consacrazione a Dio, che si vi­ve soprattutto nei luoghi consacrati a Dio: seminari, monasteri, conventi, case religiose sia di uomini che di donne.

S. Benedetto e S. Teresa, S. Gerardo e S. Bernar­detta, vissero la vita di Gesù nelle loro case religiose, dopo aver lasciato tutto, proprio tutto per Gesù.

Lo stesso fecero i santi Preti, che non vissero in convento, ma imitarono Gesù con la loro vita splen­dente di virtù: tali furono, ad esempio, il S. Curato d'Ars, S. Giuseppe Cafasso, S. Pio X.

«Seguire Gesù», quindi, non è un linguaggio astratto, ma è un'espressione che significa concreta­mente menare la stessa vita di Gesù vergine, povero e obbediente fino alla morte; corrisponde, cioè, a«vive­re Gesù», e a viverlo totalmente, unicamente, esclusi­vamente.

Nella vita di S. Paolo della Croce leggiamo che questo giovane ardente e puro dovette sostenere dure battaglie, per difendere la sua vocazione a «seguire Gesù».

Specialmente uno zio parroco voleva che il nipote si sposasse. Gli promise, per questo, tutti i suoi beni in eredità. Gli trovò lui stesso una giovane brava, bel­la e ricca. D'accordo con i familiari, gli presentarono questa giovane come fidanzata, sperando finalmente che il giovane cedesse e accettasse di sposarsi.

Ma il giovane Paolo non intendeva assolutamente rinunciare a «seguire Gesù » per una creatura. Di fronte al pericolo, si attaccò ancora più al Crocifisso con preghiere e lacrime ardenti. E quando lo zio, un giorno, volle portarlo a visitare la ragazza, Paolo si ricordò dell'esempio di S. Francesco di Sales, e di fronte alla ragazza rimase con gli occhi bassi, muto e assorto nell'orazione del cuore.

Lo zio parroco morì, e realmente gli lasciò in te­stamento tutti i suoi beni, purché si sposasse. Ma Paolo fece subito la rinunzia legale all'eredità dello zio, tenendo con sé solo il Breviario per recitare la preghiera della Chiesa. Significativa fu, in quella oc­casione, la sua preghiera di rinuncia ad ogni bene per seguire Gesù e possedere Lui solo: «Signor mio Croci­fisso, io mi protesto che di questa eredità non voglio altro che questo Breviario. Tu solo mi basti. Tu solo sarai il mio amore ora e sempre».

Ancor più drammatico, in questo senso, fu ciò che accadde a S. Francesco d'Assisi. Giovane ardente e brillante, egli era partito da Assisi per andare nelle Puglie a combattere al seguito di Gualtiero di Brien­ne, aspirando a diventare cavaliere e a passare nella categoria dei nobili.

Ma a Spoleto, Francesco ebbe una visione, e sentì rivolgersi questa domanda cruciale: «Francesco, Francesco, che cosa è meglio: seguire il servo o il pa­drone?». Francesco non ebbe esitazioni e rispose: «seguire il padrone». «E allora - continuò la voce - perché lasci il padrone per seguire il servo?». A que­sto punto, Francesco, illuminato, chiese: «Signore, che vuoi che io faccia?».

Ecco che cosa significa «seguire Gesù». Significa «seguire il Padrone», anziché il servo. Ogni uomo, qualunque uomo non può essere che un «servo» ri­spetto al «Creatore», e si capisce allora quale diffe­renza sterminata ci sia fra il seguire, donarsi, legarsi a un «servo», e il seguire, donarsi, legarsi al «Creato­re», al «Padrone».

Una buona mamma di famiglia una volta, così parlava alla figlia adolescente: «Figlia mia, se ti con­sacri a Gesù, sarai la Sposa di Gesù; se sposi un uo­mo, sarai la serva di un uomo». Questo è il linguaggio della sapienza cristiana. Ogni giovane e ogni ragazza dovrebbero rendersi conto di questa realtà, prima di decidere il proprio avvenire. Ogni giovane e ogni ra­gazza dovrebbero ricordare e proporre a se stessi l'in­terrogativo fondamentale: «E’ meglio seguire il servo o il Padrone?». E meglio donarsi a una creatura o al Creatore? E meglio seguire un uomo o seguire Gesù?

Nella vita di S. Vincenzo Maria Strambi leggiamo che un giorno questo giovane, per comunicare al pa­dre la sua decisione di entrare fra i Passionisti, si pre­sentò e gli disse: «Papà, voglio prendermi la mia ere­dità». Il padre rimase sorpreso a tali parole che suo­navano strane sia perché Vincenzo era il figlio unico, sia perché non c'era nessun motivo che le giustificas­se. Gli disse, quindi, che, essendo unico erede, tutto il patrimonio della famiglia era già esclusivamente suo. Ma Vincenzo non si diede per convinto, e ripeté la domanda: «Papà, voglio la mia eredità». Nel ripete­re queste parole, però, si inginocchiò davanti a un Crocifisso e disse al padre: «Ecco, padre mio, l'ere­dità che vi domando di prendermi. Io non voglio ave­re altra eredità che Lui, Gesù Crocifisso. Lui solo vo­glio seguire, per Lui vivere e morire».

A questo punto, il papà pianse di consolazione, abbracciò il figlio e lo esortò a prendersi quell'eredità per seguire Gesù in vita e in morte.

Pensiamo anche alle moltissime ragazze, piene di vita e di grazia, a volte piene anche di doti e di ric­chezze terrene, che rinunciano generosamente a tutto per «seguire Gesù», per essere totalmente di Gesù, con il cuore «indiviso», con l'anima e il corpo vergi­nali, vere spose angeliche del Verbo Incarnato.

Ricordiamo, ad esempio, S. Veronica Giuliani, energica lottatrice contro gli allettamenti dei beni ma­teriali della famiglia e contro le lusinghe delle creatu­re che volevano distoglierla dal «seguire Gesù». I gio­vani che la corteggiavano la seguirono fin sulla porta della clausura, nell'estremo tentativo di fermarla: ma la giovane intrepida, sulla porta della clausura, si voltò e gettò il fascio di fiori che portava esclamando: « A te, mondo seduttore, questi fiori che presto appas­siscono!». Lei, vergine piena di grazia, si donava tut­ta a Gesù, per unirsi e identificarsi a Lui, fino alla mistica crocifissione cruenta dell'anima e del corpo, per la salvezza delle anime. Anch'ella portò per lunghi anni le stimmate di Gesù nel corpo, crocifissa d'a­more per l'Amore crocifisso.

A questi ideali, a queste altezze vertiginose dell'a­more divino sono chiamati gli eletti a «seguire Gesù». E che cosa ci può essere di più alto sulla terra? Gesù è tutta la vita, la perfezione, la santità. Chi se­gue Gesù, vivendo la sua stessa vita verginale, povera e obbediente, può riempirsi di tutta la vita divina, elevarsi a ogni perfezione, trasfigurarsi in pienezza di santità. Basta guardare, ad esempio, a S. Francesco di Assisi, S. Chiara, S. Caterina, S. Luigi, S. Alfonso, S. Giovanni Bosco...

Signore Gesù, come dobbiamo ringraziarTi di aver chiamato molti a seguirti! Come dobbiamo rin­graziarTi perché continui a chiamare molti a seguirti, senza guardare né a meriti, né ad altro: scegli perché vuoi dare all'uomo anche l'onore di imitarti in tutto. E sappiamo che chiami molti, nonostante la mancata risposta di tanti. Che tristezza! Si preferisce seguire la propria testa e la testa di un'altra creatura, anzi­ché «seguire Gesù»! Si preferisce vivere come i poveri uomini, si preferisce imitare la vita ordinaria delle creature, anziché vivere Gesù, imitare e riprodurre la Sua vita, come ha fatto un S. Francesco di Assisi e ogni altro santo. Quanta stoltezza, Signore! Ma conti­nua a chiamare: ti preghiamo...

Giovane che leggi, rifletti attentamente. Vale an­che per te l'interrogativo fondamentale che tra­sformò il giovane Francesco nel sublime S. Francesco d'Assisi: «Signore, che vuoi che io faccia?». Non evi­tare questo interrogativo, perché sarà sempre vero che solo «servire a Dio è regnare», e se Gesù vuole chiamarti a «seguirlo» per farti «regnare» già su que­sta terra, sarebbe vera pazzia non volerne sapere per legarti alla servitù di una creatura, sapendo be­ne che «sono un soffio i figli di Adamo, una menzogna tutti gli uomini...» (Sal 61,10).

«Seguire Gesù», invece, è seguire Colui che è «la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6).

 

PERCHÉ GESU’ CHIAMA ALCUNI A SEGUIRLO?

Gesù chiama per amore.

Gesù ama con infinito amore. Egli è infinitamente felice perché è infinito amore. E vuole che anche noi arriviamo alla sua felicità infinita dice S. Bernardo.

Ma come arrivare a questa felicità d'amore divi­no, se non possedendo l'amore divino in pienezza di vita d'amore illimitato e totale?

Ecco perché Gesù chiama i «suoi » a seguirlo sulla strada dell'amore verginale, totalitario, senza riser­ve. Questa strada è la sua stessa vita, è la sua stessa Persona, è Gesù stesso: «Io sono la via » (Gv 14,6).

Consacrarsi a Gesù, quindi, significa amare e imi­tare perfettamente Lui, assimilandolo in misura tale da trasformarsi in Lui, identificarsi a Lui.

Pensiamo a S. Paolo quando arriva a dire: «Il mio vivere è Cristo » (Fil 1,21), e «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).

Pensiamo a S. Francesco d'Assisi che seguì e si conformò talmente a Gesù, da arrivare alla somiglian­za anche fisica con Lui Crocifisso. E come S. France­sco, ci furono S. Veronica Giuliani, S. Gemma Galga­ni, P. Pio da Pietrelcina. Ma ogni santo è una copia perfetta di Gesù, come apparve evidente, ad esempio, in parecchi episodi della vita di S. Caterina o del S. Curato d'Ars. Una volta capitò a S. Antonio di Pado­va di apparire con il volto acceso e straziato del Cro­cifisso, facendo un'impressione terribile su chi lo vide. Quel volto del Crocifisso rivelò anche esternamen­te, per attimi, come S. Antonio fosse nell'intimo tra­sfigurato in Gesù, «configurato alla sua morte» (Fil 3,10).

Vivere vergine come Gesù, povero come Gesù, ob­bediente come Gesù: questa è la chiamata alla vita re­ligiosa, a una vita d'amore divino, così radicale e to­tale come quello vissuto dall'umanità di Gesù, a cui tutti dobbiamo conformarci, perché è questo il nostro sublime destino, voluto da Dio Padre: «diventare conformi all'immagine del Figlio suo» (Rm 8,29).

Se poi il Signore chiama al Sacerdozio, gli eletti diventano anche Sacerdoti come Gesù, altri Gesù, con i suoi divini poteri di consacrare, di amministrare la grazia, di dispensare i misteri divini, di annunciare la Parola di Dio.

Quale grandezza e potenza d'amore in Gesù che chiama i suoi consacrati! Solo l'amore spiega l'esi­stenza della vita religiosa e del sacerdozio sulla terra. Ogni altra spiegazione dipenderà sempre da questa. E la risposta dei «chiamati», ugualmente, dovrebbe es­sere anzitutto una risposta d'amore riconoscente e ge­neroso, ardente e fedele.

Che dire, invece? Bisogna purtroppo ammettere che, oggi soprattutto, sono parecchie le defezioni fra i consacrati. Non solo diminuiscono le vocazioni, ma ci sono parecchi che hanno rinnegato la loro consacra­zione a Dio. Non possiamo nasconderci che c'è stata una vera ecatombe di vocazioni sacerdotali e religio­se, su cui pesano le tremende parole di Gesù: «Chi

mette mano all'aratro e si volge indietro non è degno del Regno dei cieli» (Le 9,62). Il demonio, il mondo, la carne - i tre nemici mortali dell'uomo - hanno tra­volto e distrutto un numero impressionante di consa­crati, con grande scandalo e gravi scompigli tra i fe­deli.

La prima reazione, al solito, di fronte allo scan­dalo di un consacrato che tradisce l'amore di Gesù, è una critica amara e spietata. A volte si impreca e si maledice, restando con la fede scossa e minacciando persino di perderla.

Ma non è giusto tutto questo. Perché? Perché do­vremmo anzitutto farci un esame di coscienza. Di fronte alle critiche rivolte ai sacerdoti fuori strada, S. Nicolao della Fliie, Patrono della Svizzera, così ribat­teva con coraggio e lealtà: «E tu, quante volte hai pregato per la santità dei sacerdoti?... E dimmi: che cosa hai fatto per ottenere alla Chiesa buone voca­zioni?... ».

Si potrebbe anche rispondere come rispondeva il celebre oratore e statista cattolico, Donato Cortes, a chi gli parlava delle defezioni fra i sacerdoti: «Di fronte alle eccezioni (i sacerdoti fuori strada), vedo . uno stuolo immenso di anime coerenti a prezzo di sangue; e mi rifiuto di perdere la confidenza negli apostoli, per il fatto che tra essi ci fu un Giuda».

Si rifletta, inoltre, che i consacrati sono la parte più preziosa di tutta la Chiesa perché sono chiamati da Gesù a essere l'ossatura della Chiesa. Senza di es­si, la Chiesa non può reggersi, e per questo tutti siamo tenuti a sostenerli con le nostre preghiere e con i nostri sacrifici, perché essi non ci manchino, perché non vengano meno, perché ci siano sempre di guida e di aiuto a salvarci, perché siano sempre «sale della terra e luce del mondo» (Mt 5,13).

Il celebre Bing Crosby, diventato fervente cattoli­co, scrisse una volta un articolo in cui espresse queste convinzioni che certamente fanno onore ad una fede leale e coraggiosa: «Nel mio libro queste sono le mie stelle: il sacerdote, le suore, i religiosi. Sono essi che fanno la storia. Quanto a noi, gente del cinema e di Hollywood, facciamo i nostri affari e guadagnamo de­naro; dopo un po' di tempo ce ne andiamo, il denaro svanisce, e di noi non resta niente. Ma questi altri fabbricano i regni spirituali, edificano e rafforzano le idee che influenzeranno le generazioni per molti an­ni».

Una bimba entra in una chiesa con la mamma, vede una grande grata e sente le monache che prega­no in coro. Domanda alla mamma: «Che cosa fanno le monache?». «Le monache - risponde la mamma - pre­gano per noi, affinché non sbagliamo la strada che ci porta in Paradiso».

E proprio così. I consacrati, gli eletti del Signore sono i battistrada per il Regno dei cieli. Se vengono meno loro, se essi non vogliono più «seguire Gesù», noi ci troveremo sbandati, come «pecore senza pasto­re» (Mc 6,34), in pericolo serio di smarrirci lontani dalla via della salvezza.

Realizzare «l'amore sommo a Dio», come insegna anche il Concilio Vaticano II, e per questo amore a Dio operare all'edificazione della Chiesa e alla salvez­za eterna dei fratelli: ecco il «perché» Gesù chiama alcuni a seguirlo più perfettamente su una strada spe­ciale, intima, riservata solo ai «suoi», a quelli che «egli stesso volle » (Mc 3,13).

E gli «eletti» hanno svolto nella Chiesa e per la Chiesa il compito loro assegnato di incarnare Gesù nei suoi vari aspetti. Ad esempio, Gesù Sommo Ponte­fice, in S. Pietro e S. Pio X; Gesù Pastore, in S. Alfonso de' Liguori; Gesù Sacerdote, nel S. Curato d'Ars; Gesù Maestro, in S. Agostino e S. Tommaso; Gesù che predica in S. Antonio e S. Bernardino; Gesù contemplativo, in S. Bernardo e S. Teresa; Gesù fra gli ammalati, in S. Camillo e S. Maria Bertilla; Gesù fra i ragazzi, in S. Giovanni Bosco e S. Maria Mazza­rello; Gesù fra i poveri, in S. Vincenzo de Paoli e nel B. Luigi Orione; Gesù che rimette i peccati, nel B. Leopoldo e in P. Pio da Pietrelcina; Gesù che ama sua madre, in S. Luigi Grignion di Montfort e in S. Massi­miliano M. Kolbe; Gesù che ama la Chiesa, in S. Gre­gorio VII e S. Caterina.

Giovane che leggi, rifletti nel tuo cuore. Non ami tu la perfezione dell'amore? Ma dove la troverai? Non certo in una creatura, anch'essa fragile e limita­ta. Ascolta Gesù che dice «Se vuoi essere perfetto, va', vendi tutto..., vieni e seguimi» (Mc 10,21). Ascol­ta in profondità queste parole divine. Le ascoltarono gli Apostoli e dopo di loro schiere di santi e sante in ogni tempo: S. Benedetto e S. Scolastica, S. Bernar­do e S. Geltrude, S. Francesco e S. Chiara, S. Anto­nio e S. Caterina, S. Ignazio e S. Teresa, S. Giovanni Bosco e Santa Bernardetta, fino a S. Massimiliano M. Kolbe, a P. Pio da Pietrelcina, a Madre Teresa di Calcutta...

Vuoi trovarti in loro compagnia?

 

PERCHÉ GESU’ CHIAMA SOLTANTO ALCUNI?

Non c'è che una risposta: Gesù chiama soltanto alcuni, per una misteriosa predilezione d'amore. Ogni altra risposta cadrebbe nel vuoto.

Perché Gesù ha prediletto i dodici Apostoli? Per­ché ha prediletto S. Giovanni fra i dodici? Perché ha amato particolarmente Lazzaro, Maria e Marta?

La risposta è sempre una sola: per una misteriosa predilezione d'amore.

Al giovane del Vangelo, che chiese a Gesù quale fosse la via della perfezione, Gesù, prima di rispon­dergli, «guardatolo, lo amò», e poi gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi tutto..., poi vieni e seguimi» (Mc 10,21).

Prima di chiamare, quindi, Gesù guarda e ama colui che vuol chiamare. Questo sguardo e questo amore sono un mistero del suo Cuore.

Il papa Paolo VI ha definito appunto «un mistero» la scelta di alcuni da parte di Gesù. Ed è ve­ro. Non sappiamo e non possiamo dire altro.

C'è un ragazzo timido e fragile: Gesù lo predilige e lo sceglie fra tanti ragazzi. E S. Domenico Savio. C'è un giovane ardente, proteso verso l'avvenire: Gesù lo vuole per la sua gloria, e lo chiama a Sé. E S. Gabriele dell'Addolorata.

C'è una ragazza spensierata e pura, che pensa al suo futuro sognando: Gesù la predilige e la sceglie per Sua sposa e madre di molte anime. E S. Chiara d'As­sisi.

C'è un uomo maturo, navigato negli affari e nelle vicende di questo mondo: Gesù lo chiama a navigare sulla barca di Pietro, per essere «pescatore di uomi­ni» (Mt 4,19). E S. Ignazio di Loyola.

C'è un operaio, un contadino, uno studente, un professionista.. che sembrano andare sicuri per la lo­ro strada: Gesù li ferma, li ama, li invita, li sollecita: «se vuoi esser perfetto...». E S. Felice da Cantalice, S. Camillo de Lellis, S. Francesco Saverio, S. Alfonso de' Liguori.

C'è una donna che porta avanti un gran lavoro dentro e fuori casa: Gesù l'attira al suo Cuore, le sve­la l'amore infinito, le offre una vita di carità nell'im­molazione della pura contemplazione o dell'attività apostolica. E S. Giovanna Francesca di Chantal, S. Margherita Alacoque, S. Francesca Saverio Cabrini.

Gesù ha i segreti del suo amore, che per noi resta­no misteri; ma sono sempre amore, amore di predile­zione, amore di eccezione, amore di intimità e di pie­nezza d'amore con la creatura amata.

Per questo la risposta di chi è chiamato dovrebbe essere ardente e generosa, piena di interminabile gra­titudine, a imitazione di quei santi che anche da vec­chi baciavano le mura del convento, benedicendo e ringraziando il Signore del dono sublime della voca­zione.

Il giorno della sua Professione religiosa S. Mar­gherita M. Alacoque, in un impeto di incontenibile gratitudine e di ricambio d'amore a Colui che l'aveva tanto prediletta, scrisse queste parole con il suo san­gue: «Suor Margherita Maria, morta al mondo. Tut­ta di Dio e niente mia. Tutta a Dio e niente a me. Tut­ta per Iddio e niente per me ».

Devono aver compreso, o almeno intuito, il valo­re straordinario di questa «scelta d'eccezione », come dice il Vaticano II, tutti coloro, grandi e piccoli, che hanno affrontato gravi ostacoli e sopportato dure tri­bolazioni, pur di non perdere un tesoro cosi prezioso. Pensiamo alle intrepide ragazze S. Chiara d'Assi­si e S. Teresa d'Avila che non temettero di scappare letteralmente di casa, per poter entrare in monastero. Lo stesso dovettero fare S. Tommaso d'Aquino, inse­guito dai fratelli, S. Stanislao Kostka, S. Gerardo Maiella. Questi sono esempi belli ed eroici, che testi­moniano la potenza dell'amore divino e l'energia in­vincibile dei cuori vergini.

Non meno belli sono gli esempi di chi ha dovuto affrontare difficoltà economiche e prove di varie spe­cie, per realizzare la sua vocazione.

Nella vita di S. Pio X leggiamo questi particolari edificanti sulla sua fedele e coraggiosa corrisponden­za alla chiamata di Dio.

A dodici anni, Giuseppe Sarto chiese ai genitori di poter studiare, per diventare sacerdote. L'altare lo attirava fortemente. Gli piaceva tanto servire la S. Messa. La figura del sacerdote che celebrava la S. Messa lo affascinava, lo faceva sognare.

I genitori poverissimi, ma ricchi del santo timor di Dio e della fiducia nella Provvidenza, non esitaro­no a concedergli di studiare per entrare in Seminario. Ma come fare? Decisero di mandare il ragazzo a scuola a Castelfranco Veneto, un paese a sette chilo­metri da Riese. A sera, al ritorno, sarebbe andato a lezione di latino dal Parroco del paese.

Ebbene, ogni giorno, per tre anni, il ragazzo an­dava a scuola a piedi sotto il sole o la pioggia, e per non consumare le scarpe, appena fuori paese, le por­tava a tracollo, legate a uno spago, insieme all'involti­no con un pezzo di pane per mangiare.

A scuola, però, Giuseppe Sarto era il più bravo e il più buono. Vinceva tutti i premi. Era allegro e cari­tatevole. I maestri lo guardavano ammirati.

A pensarci, quanti dovettero essere gli eroismi di questo ragazzo, per corrispondere alla chiamata di Gesù? Quattordici chilometri a piedi nudi, sotto il so­le o la pioggia, per più anni, con un tozzo di pane... Ragazzo mirabile!

Entrato finalmente in Seminario, cosa avvenne qualche anno dopo? Morì il papà, lasciando una ve­dova con otto teneri figlioli. Il momento fu drammati­co. Che cosa fare? Tornare a casa per lavorare e aiu­tare la famiglia? No, Giuseppe e sua mamma si affida­rono più alla provvidenza: «Affida al Signore la tua via ed egli compirà la sua opera» (Sal 36,5). Proprio così. Giuseppe continuò a studiare in seminario, ri­portando sempre i risultati più brillanti, con la nota di «eminentemente distinto». E così andò avanti, sem­pre povero, ma sempre bravissimo.

Per riferire un altro esempio, ricordiamo le prove non meno dure, che dovette superare S. Maria Giu­seppina Rossello nel corrispondere alla chiamata di Gesù.

«Maria Giuseppina Rossello, figlia di un modesto artigiano ligure, un giorno fu interrogata dal padre:

- Ma perché sei sempre così seria e pensierosa?

- Papà, vorrei farmi suora - rispose essa.

- Figlia mia - rispose il buon padre, che mantene­va la famiglia intrecciando vimini e giunchi per far ca­nestri, e impagliando sedie - sai bene che ci vuole una dote, come per chi va sposa; e noi siamo poveri...

Maria si rassegnò a entrare come domestica presso due coniugi anziani e senza figli i quali ben presto le si affezionarono talmente, da offrire la loro vistosa ere­dità, ma a una condizione: che non si facesse suora..

Fu una grossa tentazione: diventare ricca con la possibilità di aiutare i genitori, specialmente il padre, che ancora intrecciava e impagliava, sebbene molto malato.

Maria rifletté a lungo sulla lusinghiera proposta; ma alla fine rinunciò a quell'offerta, per seguire l'i­deale lungamente vagheggiato (Fr. REMO DI GESÙ, Ca­techesi in esempi, III, p. 1090).

Per la rinunzia a una ricca eredità terrena, l'umi­le Maria Giuseppina si consacrò a Gesù e divenne una grande santa e fondatrice di una Congregazione di Suore.

Non dimentichiamoci che le parabole del Vangelo, più direttamente riguardanti il dovere della corrispondenza alla grazia della vocazione, sono quelle del «tesoro nascosto nel campo » (Mt 13,44) e della «per­la preziosa» (Mt 13,45). In tutte e due le parabole è identico il comportamento dei due fortunati scoprito­ri del tesoro e della perla: ambedue vendono tutto per possedere il tesoro e la perla.

La vocazione è un tesoro, la vocazione è una per­la preziosa. Chi la riceve sa come deve comportarsi secondo la parola di Gesù: vendere tutto.

Giovane che leggi: se fossi anche tu uno dei chia­mati da Gesù? Vorresti rifiutare questo «tesoro», questa «perla preziosa» della vocazione? Ti rendi conto della responsabilità che avresti per un simile rif uto? Rifletti bene e ascolta il Signore nel tuo cuo­re. Forse Egli ti sta guardando, ti sta amando, sta dicendo anche a te: «Se vuoi essere perfetto, va', ven­di tutto.... poi vieni e seguimi!» (Mc 10,21).

 

COME CHIAMA IL SIGNORE?

Di solito Gesù chiama i «suoi » nella maniera più semplice e naturale. Depone nel cuore del ragazzo o della fanciulla una sottile aspirazione, una tensione dolce alle cose di Dio, all'amore di Gesù, all'imitazio­ne dei Santi e delle Sante, alla santità anche la più eroica.

Per convincerci basta pensare a quando erano ragazzi, ad esempio, S. Giovanni Bosco, S. Pio X, S. Massimiliano, P. Pio da Pietrelcina - per citare solo alcuni più vicini a noi -. Pensiamo anche a quando erano fanciulle S. Bernardetta, S. Teresina, S. Gem­ma, S. Bertilla, Santina Campana...

Scopriamo che, in tutti questi cuori di fanciulli e di fanciulle, era presente e in azione, fin da allora, quel filo d'oro della vocazione, sviluppatosi poi sem­pre più consistente e più fulgido.

Dobbiamo subito dire, però, che ogni cuore uma­no è un piccolo mondo a sé stante, anzi è un piccolo mistero noto solo a Dio; perciò in ognuno vi sono ca­ratteristiche e sfumature particolari incomunicabili. Ciò nonostante, però, il modo comune, in certo senso universale, di sentirsi chiamato da Gesù sta in quel­l'attrazione e tendenza spontanea verso le realtà sa­cre e divine.

Sarà poi la guida spirituale - sempre necessaria - a discernere e determinare sia la presenza di una rea­le vocazione, sia la eventuale giusta maturazione per una risposta pronta e sollecita. Il Parroco, il Confes­sore, il Direttore o consigliere spirituale hanno questa gravissima responsabilità, perché ad essi principal­mente è dato il compito di suscitare, coltivare, far maturare la vocazione e far corrispondere ad essa il più presto possibile.

Nei giovani e negli adulti, invece, la vocazione si manifesta con aspirazioni più riflesse e meditate. Salvarsi l'anima dai pericoli del mondo, santificarsi, espiare i peccati propri e altrui, imitare perfettamen­te la vita di Gesù, voler essere apostolo per salvare le anime dei fratelli: sono tutte ispirazioni queste, e aspirazioni soprannaturali, l'una o l'altra delle quali si radica nella mente e nel cuore, sospingendo alla ri­nuncia al mondo per donarsi a Gesù e seguire Lui.

Quando S. Gerardo Maiella scappò di casa, ca­landosi giù da una finestra, alla mamma che gli grida­va «che fai?... dove vai? ...», rispose con decisione: «Mamma, vado a farmi santo!».

S. Francesco d'Assisi lasciò tutto, per imitare Ge­sù povero e crocifisso. S. Chiara scappò di casa, per immolarsi nella contemplazione e nella penitenza. S. Alfonso lasciò la carriera di avvocato del Regno di Napoli, per consacrarsi all'evangelizzazione dei più poveri. S. Francesca Saverio Cabrini sacrificò tutto, per diventare l'apostola degli emigranti.

E così di seguito. Ogni vocazione ha una segreta molla ispiratrice, che configura la vita del «chiamato» a quella di Gesù, con il potere di incarnare Gesù nelle sue virtù e nelle sue opere, in crescendo continuo di conformità d'amore trasformante, fino al punto di ri­petere con S. Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).

A volte, poi, Gesù chiama in modo imprevisto, oc­casionale, si direbbe quasi strano.

S. Giovanni di Dio, ad esempio, era ne più ne me­no che uno scapato. Ex soldato, ex pastore, ex vendi­tore ambulante, ex rilegatore di libri... Vagava da un posto all'altro, da un mestiere all'altro, a casaccio, senza testa. Ebbene, una sera entrò in una chiesa e ascoltò una predica di S. Giovanni d'Avila. Ascoltò con attenzione. Rimase colpito. Rientrò in se stesso. Rifletté profondamente sul suo stato miserevole, e de­cise con tutte le forze di donarsi subito a Dio. Fu così rapido e concreto il suo cambiamento che lo presero per pazzo: e invece stava diventando santo.

Anche la B. Maria De Mattias, Fondatrice delle Suore del Preziosissimo Sangue, sentì prepotente la voce di Gesù nel cuore, ascoltando una predica di S. Gaspare del Bufalo e si impegnò subito a realizzare il dono totale di sé a Dio.

Ricordiamo S. Ignazio di Loyola costretto all'im­mobilità da una ferita alla gamba; voleva leggere ro­manzi, com'era solito fare; ma in quel luogo c'era so­lo un libro sulla vita di Gesù e alcune vite di Santi. Per vincere la noia, S. Ignazio si mise a leggere questi libri. E avvenne la sua radicale trasformazione.

Lo stesso capitò a Fratel Carlo De Foucauld: Ge­sù lo scosse e lo chiamò per mezzo di un libro spiri­tuale, che gli folgorò la mente e il cuore.

Nelle cronache dei Gesuiti si legge che S. France­sco Borgia, duca di Caudia, decise di abbandonare i fasti del mondo e il suo ricco ducato, allorché assistet­te allo spettacolo ben triste del cadavere in decompo­sizione della regina Isabella. Quella meditazione sulla morte lo portò ad abbandonare il mondo e ad entrare fra i Gesuiti, insieme a molti altri nobili spagnoli.

Un caso, ancora più strano di scoperta della vo­cazione, è questo. Un papà di famiglia cerca un giova­ne istruttore per i suoi figli. Ne incontra uno che gli appare molto buono, anche se molto povero, al punto che porta avanti gli studi fra continui stenti. Lo pren­de in casa, e rimane molto ammirato dalle sue doti non comuni, tanto che gli parla del Sacerdozio e gli promette ogni aiuto.

Il giovane, però, è esitante perché gli sembra una cosa troppo grande e sublime. Accetta, comunque, di consigliarsi con persone esperte e prudenti. I consigli che riceve sono tutti favorevoli. Allora si decide ed entra in Seminario: diventerà il grande S. Vincenzo De' Paoli.

Il Servo di Dio Don Calabria, quando era ragaz­zo, figlio di povera famiglia veronese, riuscì a trovare un posticino di lavoro come garzone in una chinca­glieria. Per disattenzione involontaria, un giorno im­brattò un diploma mentre lo incorniciava. Il padro­ne, irritatissimo, lo licenziò su due piedi gridandogli: «Va' a farti prete, perché non sei buono ad altro!...». Il povero ragazzo lo guardò con occhi di pianto, e poi rispose: «Sicuro, signor padrone, mi faccio prete!».

Aiutato dalla carità di un buon sacerdote, pur stentando ogni giorno la vita riuscì a frequentare il Seminario e a raggiungere il Sacerdozio. In seguito di­venne Fondatore dei Poveri Servi della Divina Prov­videnza e il papa Pio XII lo definì «campione di evan­gelica carità».

Per qualcuno, infine, come per S. Paolo aposto­lo, la chiamata del Signore è travolgente, si direbbe violenta: «La sua voce era simile al fragore di grandi acque» (Ap 1,15).

Per ogni eletto, comunque, la chiamata del Signo­re è personale, tutta intima e segreta. E operazione d'amore divino. Esige apertura di cuore nell'accoglie­re il dono. Esige gratitudine umile e gioiosa: «Che co­sa renderò al Signore per quanto mi ha dato?» (Sal 115,12), «Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia» (Sal 125,3). Esige generosità e prontezza della risposta a Colui che ama alcuni con amore di predilezione: «Presentatevi a lui con esul­tanza... Varcate le sue porte con inni di grazie, i suoi atri con canti di lode... » (Sal 99,2-4).

Giovane che leggi, rifletti. Forse Gesù ti ha già fatto sentire l'attrazione verso di Lui, verso la sua vi­ta povera, verginale, obbediente. Ma forse, tu hai permesso alle tue passioni di soffocare quell'attrazio­ne, per soddisfare le voglie dei sensi e le tendenze del­la natura verso le creature terrene. Apri gli occhi e il cuore. Non fare un cambio del genere. È fatale! Fai ancora in tempo, prima che il Signore «si sdegni, e tu perdi la via» (Sal 2,12). Se corrisponderai alla sua chiamata «sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio» (1s62,3).

 

QUANDO RISPONDERE ALLA CHIAMATA DI GESÙ?

Bisogna rispondere s u b i t o.

Subito: questo avverbio di tempo sta scritto due volte nel Vangelo, proprio quando narra la risposta di S. Pietro e S. Andrea, di S. Giacomo e S. Giovanni alla chiamata di Gesù.

Narra il Vangelo che Gesù incontrò i due fratelli Pietro e Andrea, mentre gettavano le reti in mare. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomi­ni». I due fratelli non ebbero un attimo di indugio, ma «s u b i t o, lasciate le reti, lo seguirono» (Mt 4,18-9).

Poco oltre Gesù incontrò altri due fratelli pescato­ri, Giacomo e Giovanni, che stavano rassettando le reti nella barca, con il loro padre. Gesù chiamò anche loro, ed essi «s u b i t o, lasciata la barca e il padre, lo seguirono» (Mt 4,22). «Subito»: così bisogna ri­spondere alla chiamata di Gesù. Lasciare senza indu­gi ogni cosa, staccarsi con prontezza anche dalle cose più care - genitori, casa, lavoro - per donarsi a Gesù. Non può e non deve esserci altro modo di corrispon­dere alla divina chiamata.

S. Paolo, rovesciato da cavallo, accecato da luce misteriosa, sente il lamento del Signore (« Saulo, Sau­lo, perché mi perseguiti? ... ») e gli chiede con prontez­za: «Signore, che vuoi che io faccia?». Alla risposta di Gesù egli, l'ardente e terribile persecutore, diventa docile e mite, pronto a fare quello che Gesù gli ha chiesto, a farsi condurre dove Lui ha detto.

Del resto, che cosa ci può essere di più bello della chiamata a essere interamente di Gesù, suo ministro o sua sposa? Non è forse questo il più grande onore che Dio fa a una creatura, che tanti vorrebbero, ma non l'hanno?

«Quando Cristo chiama - ammonisce S. Giovanni Crisostomo - esige da noi un'obbedienza così pronta, che non dobbiamo indugiare neppure un istante».

Ogni indugio o rimando non può venire che dal maligno, e può essere fatale, come Gesù stesso fece capire a quel giovane che voleva ritardare un poco a seguirlo, per andare prima a salutare i parenti: «Chi mette, mano all'aratro e si volta indietro, non è atto al Regno dei cieli » (Le 9,66).

A un altro giovane, poi, che chiese di poter andare almeno a seppellire suo padre, prima di seguirlo, Ge­sù disse queste dure parole: «Lascia che i morti sep­pelliscano i loro morti!» (Lc 9,62).

Non si può scherzare con la vocazione. E’ un dono immenso. Ci viene offerto e ci può essere ritirato an­che al primo indugio, con gravi conseguenze per noi e con grande dispiacere del Signore. Per questo S. Alfonso de' Liguori dice che «quando Dio chiama a uno stato più perfetto, chi non vuole mettere in gran rischio la sua salvezza eterna, deve obbedire ed obbe­dire subito»; e ancora: «Le chiamate divine a vita più perfetta certamente sono grazie speciali, e molto grandi, che Dio non fa a tutti: per questo ha molta ra­gione, poi, di sdegnarsi con chi le disprezza».

Ma a quale età conviene lasciare la propria casa? Orientativamente, l'età dei 15-16 anni è ottima sia per i ragazzi che per le ragazze, purché siano consi­gliati da una guida spirituale saggia e soprannaturale. Meglio prima, magari, anziché dopo.

A una madre che stava per accompagnare il figlio quindicenne al Noviziato, un'amica volle dare questo consiglio: «Rimanda un po' di tempo: lasciagli prima conoscere e godere un poco il mondo...».

«Ah, che razza di consiglio mi dai! - rispose la ma­dre - Così poi offrirò a Dio un frutto guasto...». Saggia e santa risposta. Ma sono molti, purtroppo, a ragionare da insensati quando affermano che i loro figli innocenti, chiamati da Dio, debbono prima cono­scere il mondo, rendersi conto del male, e poi decide­re. Questa è solo follia! Sentite questo episodio tratto dalle Cronache giudiziarie di Anversa: «Una ragazza era stata sempre una giovane buona e pia. Un giorno, anzi, manifestò al padre il desiderio di farsi suora; ma egli, per stornarla da tal proposito, le donò libri osceni: - Leggi prima questi libri; poi decide­rai - . Quei libri pervertirono in breve tempo la giova­ne, la quale arrivò all'orrendo delitto di uccidere il pa­dre... La Corte di Assise di Anversa condannò a 10 anni di lavori forzati Maria Smolders, rea di parrici­dio... (Su Via Verità Vita, sett. 1954, p. 429).

Non c'è chi non comprenda che sarebbe davvero brutta ingratitudine se, a un dono di predilezione così prezioso e raro, anziché rispondere subito e con gioia, si rispondesse con l'indugio e con il rimando che possono anche compromettere tutto.

S. Tommaso d'Aquino, il Dottore Angelico che tan­to dovette soffrire per poter subito «seguire Gesù», ci spiega il dovere della prontezza nel rispondere alla chiamata di Gesù, dicendo che i lumi speciali del Si­gnore di solito non sono permanenti, ma passeggeri; per questo «l'invito a una vita più perfetta deve esse­re seguito senza ritardo», altrimenti la voce del Signo­re passa oltre, e chiama altri.

Quando S. Francesco d'Assisi ebbe quel sogno-vi­sione a Spoleto, in cui il Signore gli chiese perché mai lasciasse il padrone, per correre dietro al servo (a combattere nelle Puglie), S. Francesco rispose an­ch'egli al pari di S. Paolo: «Signore, cosa vuoi che io faccia?». E il Signore a lui: «Torna nella terra che ti ha visto nascere...». S. Francesco obbedì prontamen­te all'invito e lui, il re della gioventù di Assisi, brillan­te e ardimentoso come pochi, dovette affrontare con non minor coraggio il disonore del ritorno ad Assisi quasi come un vile disertore, senza che nessuno po­tesse spiegarsi quella apparente diserzione.

Proviamoci ora a immaginare e a chiederci: che co­sa mai sarebbe stato di S. Francesco se non avesse su­bito corrisposto all'invito del Signore, ma avesse pro­seguito per le Puglie?...

Se la vocazione è un dono straordinario, viene da sé che, lungi dall'indugiare, è necessario affrettarsi per non rischiare di perdere un bene così grande e per non tardare neppure di un giorno a vivere nella casa dello Sposo.

Aveva compreso bene tutto ciò l'angelica S. Teresi­na quando rifiutò il dono di un viaggio in Terra San­ta, solo perché le avrebbe fatto ritardare di un mese l'entrata al Carmelo.

Avevano compreso bene tutto ciò le intrepide vergi­ni S. Chiara d'Assisi e S. Teresa d'Avila, quando or­ganizzarono la fuga dalla loro casa paterna, per non tardare oltre a consacrarsi totalmente al Signore.

Quando S. Francesca de Chantal, rimasta vedova, ebbe sistemato i figli e la casa, decise di abbandonare tutto per consacrarsi a Dio nella vita religiosa, sotto la guida di S. Francesco di Sales. Il figlio Celso Beni­gno, però, non voleva assolutamente questo distacco e, per impedire alla mamma l'uscita dalla casa, si di­stese a terra sul vano della porta. L'eroica madre, a quella vista, pianse lacrime amarissime, ma poi passò sopra al figlio, per seguire la voce di Gesù.

La fuga ardimentosa, lo strappo violento..., tutto bisogna essere pronti a fare per Colui che «mi ha amato e ha immolato se stesso per me» (Gal 2,20), per Colui che ora mi chiama fra «i suoi», perché io sia interamente, esclusivamente, suo, senza il cuore «diviso» (1 Cor 7,33), tutto consacrato alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime. Se penso a tutto que­sto, mi affretterò davvero e correrò alla chiamata del Signore, così come si affrettò e corse il piccolo Samue­le quando sentì chiamarsi nel sonno dal Signore, a cui subito rispose: «Eccomi» (1 Sam 3,5).

Giovane che leggi, forse una punta di rimorso ti brucia dentro? Se pensi ai tuoi rimandi a catena, per esaminarti seriamente sulla tua vera vocazione, com­prenderai come stai rischiando brutto. Entra in te, ascolta, rifletti e medita. Fa presto a dire «eccomi, Signore». Non indugiare e non temere. Confida nel Signore come faceva S. Paolo che scriveva: «Tutto posso in Colui che mi sostiene» (Fil 4,13). Ciò che adesso ti può sembrare difficile e forse tifa ritarda­re, ti sarà reso via via più facile appena ti muoverai, come dice il Salmista: «Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio... Cresce lungo il cammino il suo vigore»(83,6 e 8).

 

GENITORI BUONI E... NON BUONI

«Quando Peppino Sarto, a undici anni, il giorno della Prima Comunione, confidò ai genitori: - Voglio farmi prete! - la mamma sorrise di gioia; ma il padre, Giovan Battista Sarto che guadagnava trenta lire al mese e doveva mantenere otto figli, pensando di non poter pagare per mantenere il figlio in Seminario, re­stò turbato e trepidante.

Rincorato dal Parroco che gli faceva notare le di­sposizioni straordinarie del ragazzo per il Sacerdozio, chinò il capo e, da cristiano dello stampo antico, ri­spose tra il rassegnato e il contento: - Se Dio lo vuole, se lo prenda! E suo... -. (FR. REMO DI GESÙ, Virtù in esempi, 1, p. 843).

Ecco un esempio bellissimo di genitori santi che hanno avuto un figlio santo.

E insieme ai genitori di S. Pio X, dobbiamo ricor­dare i genitori di S. Giovanni Bosco, di S. Teresina, di S. Gemma, di S. Massimiliano, del B. Luigi Orione, di Santina Campana, di P. Pio da Pietrelcina. Figure di cristiani robusti, adamantini nella fede, esemplari nella vita.

Più indietro nel tempo, ricordiamo soprattutto le sante mamme come S. Monica, mamma di S. Agosti­no; S. Silvia, mamma di S. Gregorio Magno; Macrina, mamma di S. Basilio; Antera, mamma di S. Giovanni Crisostomo.

Nella vita di S. Giovanni Bosco leggiamo questo esempio di una mamma cristiana meravigliosa: «La se­ra di Ognissanti 1851, Don Bosco tenne la predica nel­la Parrocchia di Castelnuovo d'Asti, suo paese nativo. Lo guidò al pulpito un chierichetto che attirò la sua attenzione.

Ritornato in sagrestia, lo interrogò su che cosa pensava di fare nella vita.

- Vorrei venire a Torino con lei per farmi prete! - Bene! Sentiamo tua madre -

La madre venne: - È vero, Teresa, che voi con­sentireste a vendermi vostro figlio?

- A vendervelo? Oh, no! Da noi i ragazzi si danno in regalo; ma non si vendono...

Don Bosco guardò quell'umile contadina, che de­notava una grandezza d'animo non comune; poi disse risoluto: - Accetto il regalo! -.

Le vere mamme cristiane non solo donano volen­tieri i figli al Signore, ma trepidano e pregano perché i figli siano fedeli alla chiamata di Dio. E quante volte proprio le mamme hanno salvato la vocazione dei figli in momenti cruciali? Così capitò a S. Massimiliano Maria Kolbe. Alla vigilia della vestizione religiosa, una brutta suggestione del demonio l'aveva convinto ad andare dal Superiore, per rifiutare la vestizione dell'abito di S. Francesco. Proprio mentre stava an­dando, però, arrivò la mamma per una visita: subito la mamma si rese conto dello stato d'animo del figlio, e bastarono poche parole per fugare quella brutta suggestione, ridonando la serenità al giovane.

Che cosa dire della mamma di S. Giovanni Bosco? Per far studiare il figlio come seminarista, ella si to­glieva letteralmente il pane di bocca; ma era contenta della povertà e non esitava ad ammonire il figlio: «Quando sarai prete, se per tua disgrazia diventassi ricco, io non verrei a farti nemmeno una visita! ».

Gli esempi dei genitori che hanno saputo donare con gioia i loro figli a Dio, premurosi della loro voca­zione, sono davvero commoventi. Soprattutto perché è garanzia, questa, che essi non hanno generato e al­levato i loro figli solo fisicamente, ma anche spiritual­mente, formandoli alla pietà, alla visione cristiana della vita. Talvolta hanno saputo creare, in seno alla famiglia, un'atmosfera impregnata molto più di cielo che di terra.

Sentiamo, ad esempio, che cosa dice S. Teresina della sua famiglia che ogni sera recitava il S. Rosario e ascoltava le parole del papà e della mamma: «Uden­do i nostri genitori parlare di eternità e di cose sante, ci sentivamo disposte a considerare le cose del mondo come tante vanità, quantunque avessimo ben pochi anni di età...».

La vocazione è un seme d'oro. Forse il Signore getta qualche seme in ogni famiglia cristiana. Ma che terreno è la famiglia?... È terreno simile alla strada? E’ terreno pietroso? E’ terreno spinoso? O è terreno fertile e fecondo? (Lc 8,4-15). Quale responsabilità per ogni famiglia cristiana, e in primo luogo per i ge­nitori.

Ma il primo grande bene, per i genitori veramente cristiani, è quello di avere una bella famiglia numero­sa. I genitori veramente cristiani sanno accettare co­me doni di Dio tutti i figli che Dio manda loro, abor­rendo giustamente ogni mezzo che possa soffocare il cammino della vita di una creatura, sia prima che do­po il concepimento. Ed è proprio alle famiglie nume­rose che si deve, in primo luogo, la fioritura delle vo­cazioni nei tempi passati. Non solo, ma quanti Santi e Sante (oltre che tanti geni dell'arte e della scienza) noi non avremmo mai avuto senza le famiglie numerose? Da una statistica, sia pure molto limitata, abbiamo questo elenco di Santi e Sante appartenenti a famiglie numerose:

5 figli: S. Giovanna d'Arco, S. Vincenzo de' Paoli, S. Margherita M. Alacoque.

6 figli: S. Carlo Borromeo, S. Tommaso d'Aquino, S. Curato d'Ars.

7 figli: S. Bernardo, S. Alfonso de' Liguori.

8 figli: S. Vincenzo Ferreri, S. Luigi Gonzaga, S. Roberto Bellarmino, S. Luigi Grignion, S. Bernardetta, S. Pio X, il Ven.le P. Pio

9 figli: S. Teresa di Gesù Bambino, S. Raffaella del S. Cuore, Santina Campana.

10 figli: S. Giovan Battista De La Salle.

11 figli: S. Luigi Re, S. Teresa d'Avila, S. Caterina Labourè.

13 figli: S. Ignazio di Loyola.

15 figli: S. Giuseppe Benedetto Labre. 16 figli: S. Paolo della Croce.

17 figli: S. Francesco Borgia.

22 figli: S. Caterina da Siena.

Le famiglie numerose sono normali vivai di sante vocazioni. Come non capiscono ciò i genitori di oggi? Bisogna constatare, purtroppo, che molti genitori, ri­tenuti cristiani seri all'esterno, sono capaci solo di gridare che la società va male e che il mondo è corrot­to, mentre anche essi profanano il matrimonio perché non vogliono più di due (o tre) figli, e sono pronti a qualsiasi vergognosa degradazione dei rapporti co­niugali, per anni e anni, pur di impedire l'arrivo del­la vita, del dono di Dio. Quanto a dare, poi, uno dei due figli a Dio... mai sia!... I due figli devono servire solo all'egoismo dei genitori.

Diceva giustamente il papa Pio XII: «Noi credia­mo di non andare errati, se consideriamo il disordine che sconvolge largamente a fondo il matrimonio e l'i­stituto della famiglia, come il cancro della società mo­derna e la rovina per la salvezza delle anime».

Ma che cosa direbbe lo stesso papa Pio XII oggi che la famiglia ha ogni libertà legalizzata di usare la contraccezione, di ricorrere all'aborto, di frantumar­si con il divorzio?... In ogni famiglia, oggi, sono facil­mente operanti la bestialità (con la contraccezione), l'assassinio (con l'aborto), l'autodistruzione (con il divorzio): tutto con l'aiuto e con la protezione dello Stato!

Che realtà desolante!

E non è finita. Bisogna anche parlare di tutti quei genitori che, anziché accettare la vocazione di un fi­glio - una volta accertata tale vocazione -, la ostacola­no e la combattono in tutti i modi.

A questo riguardo, diciamo anzitutto, con i gran­di maestri di spirito, fra i quali primeggiano S. Tom­maso d'Aquino e S. Alfonso de' Liguori, che i propri parenti, se non siano persone di fede a tutta prova (come quelli di S. Teresina o di S. Pio X, ad esempio), non sono mai i migliori consiglieri riguardo alla voca­zione e anzi, quasi sempre, sono i primi nemici (anche nel senso - rarissimo - che vogliano per forza un figlio prete o una figlia suora).

La carne e il sangue accecano facilmente e irra­gionevolmente le menti e i cuori dei parenti, pronti anche a giurare e a spergiurare che non si tratta per nulla di vocazione, ma che il loro figlio (o figlia) è sta­to influenzato, è stato plagiato, è stato soggiogato da questo o quel sacerdote (o suora). Farneticano anzi­ché ragionare. Parlano solo secondo la carne e il san­gue, anziché parlare secondo la fede, da veri cristia­ni.

Si arriva talvolta al punto che, dopo aver fatto ogni sforzo possibile per ottenere il consenso dei geni­tori prima di abbandonare la famiglia, quando questi si mostrassero ingiustamente ostinati e inflessibili, il figlio o la figlia non possono più obbedire a loro su questo punto e sarà lecito, anzi doveroso, abbando­narli anche con la fuga dalla casa paterna, come fece­ro, ad esempio, S. Francesco e S. Chiara, S. Teresa d'Avila e S. Gerardo Maiella.

«Bisogna obbedire prima a Dio che agli uomini» (At 5,29). È ovvio. E se lo strazio dell'abbandono del­la famiglia sarà ancora più violento per la lotta e per la fuga, Gesù ha previsto anche questo con le sue fiammeggianti parole: «Non sono venuto a portare la pace, ma la guerra. Perché sono venuto a dividere il figlio dal padre...» (Mt 10,34).

Come non ricordare qui la vicenda terribile e le sofferenze laceranti di S. Francesco d'Assisi e del suo papà? Infelice padre,! Deluso nei suoi sogni terreni sul figlio, si scatena contro di lui con furore misconoscen­dolo come figlio, diseredandolo come erede, facendolo cacciare dalla sua terra. E Francesco, povero e nudo, può ripetere col cuore in alto in alto: «Padre nostro che sei nei cieli .... ».

S. Alfonso de' Liguori confidò che la prova più dolorosa da lui sostenuta in vita, fu quella che patì quando comunicò al padre la decisione di lasciare il mondo, per consacrarsi a Dio. Appena il papà conob­be la decisione del figlio, se lo strinse fra le braccia e piangendo lo tenne così per tre ore, ripetendogli di continuo:«Figlio mio, non mi abbandonare! O figlio, figlio mio, io non merito questo trattamento!».

Ma S. Alfonso, con il cuore non meno straziato, si tenne forte fino all'ultimo, pensando alle divine paro­le di Gesù: «Chi ama il padre o la madre più di Me, non è degno di Me» (Mt 10,37).

Anche S. Teresa d'Avila, ragazza meravigliosa per bontà e per doti, mise tutta la sua volontà a con­vincere il buon papà perché la lasciasse entrare in Monastero. Ma il papà rimandava e rimandava, inca­pace di privarsi di quel fiore di figlia primogenita, conforto e sostegno della numerosa famiglia. Alla fine Teresa dovette scappare di casa, con una sofferenza tale, che, sulla porta del Monastero, si sentiva slogare tutte le ossa! Il papà, dapprima amareggiatissimo, fu poi sempre più felice.

Stiano attenti i genitori che ostacolano la vocazio­ne dei loro figli! Ripetiamo qui la frase di S. Gregorio Nazianzeno: «Sbagliata la vocazione, tutto è sbagliato nella vita, tutto va male». Quando si ostacola la voca­zione a un figlio o figlia, lo si costringe a sbagliare strada, a essere un infelice, a diventare uno spostato. Non si scherza con la volontà di Dio. E ogni castigo è possibile, prima o poi, sui genitori e su chi non corri­sponde.

Valga per tutti i genitori questo episodio impres­sionante, tratto dalla vita di S. Giovanni Bosco.

«Un giorno si recò a visitare Don Bosco la contes­sa D... L..., accompagnata dai suoi quattro figliuoli e lo pregò di volerli benedire. Poi chiese:

- Mi dica, Don Bosco, che cosa sarà dei miei figli?

- L'avvenire lo sa solo Iddio!

- Capisco, - replicò la nobil donna-, ma mi dica qualche cosa, almeno come augurio...

Allora il Santo, scherzando, passò in rassegna i quattro ragazzi dicendo:

- Questi diverrà un generale; di quest'altro faremo un grande uomo di stato; Enrico sarà dottore di grido.. La donna gongolava per sì felici pronostici.

Ora veniva il turno del quarto figlio.

- Di questo faremo un ottimo sacerdote - disse S. Giovanni Bosco.

A queste parole, la madre si esasperò di colpo, perché piena di pregiudizi sulla vocazione sacerdotale ed esclamò:

- Giammai! Prete?... Lo vorrei piuttosto veder morto!

Don Bosco si ritirò freddo, freddo.

Alcuni mesi dopo, Don Bosco fu chiamato d'ur­genza nella casa della signora, perché il figlioletto era gravemente ammalato. Vi andò molto a malincuore, giusto per le reiterate istanze.

Il piccolo, ormai spacciato dai medici, ricordò al­la mamma le parole dette quel giorno a Don Bosco, il quale confermò:

- La sua parola, signora, è stata da Dio fissata, quando fu pronunciata!

Il decreto divino fu irrevocabile.

Giovane che leggi, rifletti e renditi conto delle tue responsabilità. Ascolta il Signore nel tuo cuore, e se. ti fà sentire, la sua chiamata alla consacrazione, non farti prendere dalla paura né temere gli ostacoli che potrebbero venirti dai genitori contrari alla tua vo­cazione. Ricorda S. Francesco e S. Chiara d'Assisi nella loro eroica e vittoriosa fuga, per andare incon­tro al Signore. Abbi coraggio, e non indugiare a imi­tarli, se necessario. Quando il Signore chiama sa rendere le anime aquile che svettano nei cieli.

 

PREGHIERA E VOCAZIONI

«Pregate il Padrone della messe perché mandi ope­rai nella sua messe» (Mt 9,38).

Dalle parole divine di Gesù appare evidente che il dono delle vocazioni è legato alla preghiera, è frutto della preghiera. Si può dire senz'altro che la preghie­ra è la genitrice delle vocazioni. Ogni altro mezzo, ogni altra industria, ogni altra cura e premura per ot­tenere vocazioni, non valgono né possono mai sosti­tuire la preghiera, la vera genitrice di ogni vocazione.

Si può anche dire, senz'altro, che là dove ci sono vocazioni è segno che c'è preghiera, mentre là dove non ci sono vocazioni è segno che non c'è preghiera o non ce n'è a sufficienza.

Nelle famiglie, nei seminari, nei conventi, nei mo­nasteri, negli Ordini e nelle Congregazioni, se non ci sono vocazioni o ci sono soltanto con il contagocce, è segno che la preghiera è poca o insufficiente, e segno che l'orazione ha ceduto il posto all'azione, con il ri­sultato di perdere solo tempo; è segno che, anziché pregare, si preferisce battere le vie dell'attività cosid­detta vocazionale (piani, centri, studi, ricerche, espe­rienze.. ).

Quanto si è ingenui! Vogliamo forse saperne noi più di Gesù? Se Lui ci ha raccomandato solo la preghiera per ottenere; vocazioni, non è forse evidente che la preghiera è sostanziale, mentre tutto il resto è solo marginale?

S. Massimiliano M. Kolbe diceva: «L'attività è buo­na cosa, ma rispetto alla preghiera è secondaria e ancora meno che secondaria...». E proprio lui dimo­strò la fecondità primaria della preghiera edificando due Città dell'Immacolata con schiere foltissime di frati.

Con la preghiera al primo posto, con la preghiera intensa, lunga, sofferta, si possono anche usare altri mezzi, per aiutare le vocazioni; ma senza la preghiera o con la preghiera a scartamento ridotto, tutti gli altri mezzi faranno solo fiasco più fiasco.

Non per niente, uno specialista in materia, il Servo di Dio P. Annibale di Francia, fondò l'Istituto «Roga­te», ispirandosi appunto alla frase di Gesù: «Pregate il Padrone della messe...». La fioritura di vocazioni apparve evidente, in rapporto immediato con l'ab­bondanza della preghiera.

Vogliamo altri esempi della fecondità dell'orazione in fatto di vocazioni ?

Chiediamoci: perché i grandi Patriarchi e Fondato­ri - S. Benedetto e S. Bernardo, S. Francesco e S. Chiara, S. Domenico e S. Ignazio, S. Teresa e S. Alfonso, Madre Teresa di Calcutta - hanno avuto tan­te vocazioni? Come hanno fatto?... La risposta fonda­mentale è una sola: si sono messi anzitutto in ginoc­chio a pregare, essi e i loro compagni: pregavano a lungo, per ore e ore ogni giorno, sempre ardenti e pe­nitenti. Era anzitutto vita di preghiera la loro vita. «Le ore più importanti nelle mie comunità - diceva Madre Teresa di Calcutta - sono le quattro ore di preghiera comunitaria ogni giorno». E i frutti della pre­ghiera sono le vocazioni.

Ma chiediamoci ancora: come hanno fatto molte fa­miglie cristiane ad avere una e anche più vocazioni? La risposta è ancora la stessa: molta preghiera ge­nera vocazioni.

Al principio del secolo scorso, ogni giorno una gio­vane signora faceva un'ora di adorazione al SS. Sa­cramento, per ottenere che almeno qualcuno dei figli che le nascevano - e ne nacquero dieci - si consacrasse a Dio. Perseverò per anni e anni in questa ora di ado­razione giornaliera. Ebbene: su dieci figli, nove si con­sacrarono al Signore e tra essi ci fu colui che divenne celebre cardinale, e scrittore, il Card. Nicola Patrizio Wiseman, autore dello splendido libro Fabiola.

Un'altra signora, anch'essa inglese, fece ugualmen­te, per venti anni, un'ora di adorazione al SS. Sacra­mento, perché il Signore le concedesse figli e figlie consacrati a Lui. Sapeva bene che ogni vocazione è una sorta di miracolo, e per questo perseverava con coraggio nella preghiera giornaliera.

Quali i frutti? Le cinque figlie si fecero suore della carità; sei degli altri otto figli divennero sacerdoti, dei quali due furono Vescovi e uno Cardinale di Londra, il Card. Umberto Vaughan, venerato anche dagli angli­cani. Il figlio cardinale, parlando della mamma, rivelò che era un modello di sublimi virtù, innamorata parti­colarmente del S. Cuore, dell'Eucaristia, della Ma­donna. Egli stesso ricordava di averla vista in ginoc­chio, per ore intere, davanti al SS. Sacramento: e questo esempio edificava profondamente tutta la famiglia. Chi può dire, inoltre, a quante preghiere nascoste, ignote, non si debbano tante vocazioni sbocciate qua e là, anche dove nulla sembrava favorirle? Potenza della preghiera che opera invisibilmente là dove Dio vuole!

A questo proposito, sull'Osservatore, Romano del 24 maggio 1929 apparve una testimonianza impressio­nante su Mons. Ketteler, Vescovo di Magonza: «Cele­brando la S. Messa in un monastero, Mons. Ketteler, vescovo di Magonza (1811-87), rimase stranamente colpito, nel distribuire la S. Comunione, alla vista di una suora. Quel sembiante gli era apparso altre volte, ma in circostanze diverse.

Finita la Messa, espresse il desiderio di parlare alla Comunità: tutte le religiose si adunarono in coro; ma il Vescovo non vi ritrovò quella che tanto l'aveva im­pressionato. Chiese se tutte fossero presenti, e seppe che mancava una vecchia suora, che lavorava in cuci­na, e desiderava essere dispensata dalle visite.

Venne chiamata, e comparve quando le altre si era­no già allontanate. Interrogata come potesse rendersi ancora utile alle anime, rispose che il lavoro di cucina l'assorbiva tutta: ma che offriva a Dio le sue azioni e sofferenze: un'ora per il Papa, una per il Vescovo, una per le Missioni; e che, a notte inoltrata, dedicava un'ora per la conversione di quei giovani intelligenti che sarebbero stati chiamati al sacerdozio, ma che trascurano la loro vocazione.

Ancora più impressionato, il Vescovo esorta la Suo­ra a continuare il suo meritorio apostolato e la conge­da, benedicendola. Poi narra alla Superiora: - «Io debbo la mia conversione da una vita frivola a que­sta Suora. Una notte, nella foga della danza e del­l'eccitazione, vidi improvvisamente dinanzi un volto che mi fissava con intensa pietà. Ne rimasi sbalordi­to. Meditai su quella strana apparizione, compresi la leggerezza del mio operare, e cambiai vita entrando in seminario. Stamane, nel distribuire la Comunione, ho riconosciuto inaspettatamente le sembianze, ap­parsemi in quella notte, proprio nell'ora nella quale essa prega per i giovani leggeri, che trascurano la lo­ro vocazione. Lasciamola nell'ignoranza del gran be­ne che mi ha fatto. Essa non ha bisogno di incorag­giamenti, per continuare nel suo fruttuoso apostola­to».

Quanto è importante, quindi, pregare per le voca­zioni, anche senza sapere a chi gioverà la nostra ora­zione!

Qualcuno potrebbe chiedere: chi non ha la vocazio­ne, può pregare per ottenere la vocazione a se stesso? Certamente. Se la vocazione è un dono speciale, Dio può farlo in ogni momento, a qualunque età. Ba­sti pensare a tutti coloro che hanno cominciato a se­guire Gesù da adulti più che maturi.

In particolare, però, c'è da pensare a tutti quei gio­vani (anche già maturi) incerti e vacillanti, che non si risolvono mai a prendere una decisione, perché dico­no di non riuscire a sapere con sicurezza quale via prendere, quale stato di vita abbracciare: sposato? Prete? Monaco? Frate? Suora? Contemplativa? Mis­sionaria?... Che confusione, e che martirio! E un'al­talena di stati d'animo tutti incerti. Che cosa tare? E necessario liberarsi presto da tale situazione, perché altrimenti si corre davvero il grave rischio di restare per tutta la vita in quell'altalena perenne. Ma come liberarsi ?

Si ascolti il suggerimento di un grandissimo maestro di vocazioni, S. Alfonso de' Liguori. Egli consiglia a questi tali di ritirarsi in un monastero o in un conven­to, per otto o dieci giorni di intensa preghiera.

Nel raccoglimento e nella meditazione, innalzino ogni giorno ferventi suppliche al Signore e alla Ma­donna. «Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini» (Sal 85,11), «Fammi conosce­re la strada da percorrere... Insegnami a compiere il tuo volere» (Sal 142,8,10).

Alla fine dei giorni di preghiera prendano una riso­luzione, quale che sia, e la mantengano perché è frut­to della preghiera, e il Signore non permette che si re­sti ingannati dalla preghiera.

«Se non sei chiamato, fa' in modo che tu sia chia­mato», insegna S. Agostino. E così. La lunga preghie­ra può ottenere questo, e talvolta lo ottiene anche in maniera sorprendente, come avvenne a un giovane americano, di cui parlò l'Osservatore Romano del 31 luglio 1954: «Un giovane americano sulla ventina, già capitano dell'esercito, laureato della Scuola di Com­mercio di Fordham, con una buona posizione alla Ceneral Motors ove percepiva uno stipendio molto allet­tante, frequentò un piccolo ritiro spirituale presso i Padri Trappisti.

Il primo giorno disse a un compagno: - Questo non è certo posto per me.

Il secondo giorno fece questa osservazione: - Beh, dopotutto, non è mica tanto male!

Il terzo: - Bisogna che vada a trovare l'Abate.

Il quarto giorno venne da me. Gli spiegai la vita del convento e specificai: - Caro Enrico, per dormire la notte, posso offrirti un solo materasso di paglia, collocato su due tavole di legno. Noi ci corichiamo al­le 7 di sera, per alzarci all'1 e mezzo di notte. La do­menica ci alziamo prima, perché cantiamo tutti i re­sponsori alle lezioni di Mattutino.

Come religioso di coro passerai 6-7 ore al giorno in chiesa, per l'Ufficio cantato e la Messa conventuale... C'è poi un tempo dedicato alla lettura spirituale e alla preghiera privata. Anche se diventi Sacerdote, dovrai sbrigare il lavoro manuale nei campi o nell'of­ficina, come l'Operaio di Nazaret. In altre parole, do­vrai fare un olocausto completo di te stesso a Gesù.

E conclusi: - Vedi, Enrico: non si tratta di dare il 95% e neppure il 99,50%, ma il 100%.

Enrico rispose: - Voglio darmi al cento per cento: voglio dare tutto. Questo pensiero ferve nell'anima mia. Tornerò qui fra sei mesi -.

Tornò dopo tre mesi».

Infine, dobbiamo anche aggiungere che la preghie­ra è necessaria, è indispensabile per un'altra cosa, ossia per conservare la vocazione fino alla morte. « Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona» (Ap 3,11). Ma da chi può venire la «saldez­za» se non dal Signore? «Sulle tue vie - prega il Salmi­sta - tieni saldi i miei passi e i miei piedi non vacille­ranno... » (Sal 16,4).

Se tanti consacrati avessero perseverato nella fe­deltà alla lunga preghiera quotidiana, non avrebbero mai tradito il loro Signore.

L'amore si nutre d'amore. L'amore personale si nu­tre di amore personale. La vocazione è amore perso­nale da parte di Gesù che sceglie. La preghiera è l'in­contro, il rapporto di amore personale con Gesù da parte dell'eletto. Se manca questo rapporto, l'amore si esaurisce, si spegne, la vocazione non può più reg­gersi.

Per questo si può ben dire che la celebre massima di S. Alfonso de' Liguori: «Chi prega si salva - chi non prega si danna», va applicata particolarmente ai consacrati, così: «Chi prega conserva la vocazione­chi non prega la perde».

Con la preghiera la vocazione è al sicuro non solo, ma diventa sempre più solida, come vuole e ci racco­manda S. Pietro: «Fratelli, cercate di rendere sempre, più sicura la vostra vocazione e la vostra elezione» (2 Pt 1,10).

Giovane che leggi, rifletti nel tuo cuore. Perché non fai una prova anche tu? Forse non l'hai mai fat­ta. Mettiti a pregare con intensità. Magari cerca un luogo di raccoglimento e impegnati in un'esperienza di preghiera eccezionale, perché tu possa ricevere la luce dall'alto e veder chiara la tua via. Ricordati che è necessario pregare il Signore «perché ci indichi le sue vie e noi possiamo camminare per i suoi sentieri» (Is 2,3). Solo Gesù è la Via al Regno dei cieli. «Guar­date a Lui e sarete raggianti» (Sal 33,6). Nella pre­ghiera potrai scoprire la tua anima radiosa come «eletta del Signore».

 

CHIAMATA ALLA SANTITA’ E PERICOLI NEL MONDO

Lo sai tu che su cento Santi, settanta sono monaci, frati e suore; venti sono Papi, Vescovi e Preti; cinque o sei sono laici consacrati nel mondo; tre o quattro so­no sposati?

I veri vivai di Santi sulla terra, quindi, sono i mo­nasteri, i conventi, le case religiose.

Ricorda e rifletti bene: il 70% dei Santi viene da quelli che hanno la vocazione religiosa, che ascoltano la chiamata di Gesù:... «va', vendi tutto... vieni e se­guimi!» (Mc 10,21).

Non ci vuol molto a concludere, allora, che chi «se­gue Gesù» diventa Santo più facilmente che se resta nel mondo come laico o come sposato. P. Pio da Pie­trelcina diceva saggiamente che «nel mondo poco si raccoglie e poco si conclude».

Con questo, sia chiaro, non si vuole assolutamente negare la possibilità di diventare santo nel mondo, da semplice laico o nello stato matrimoniale. Basti pen­sare ai molti Santi laici e sposati. Per fare qualche nome, ricordiamo qui S. Luigi Re di Francia, S. Eli­sabetta Regina d'Ungheria, il B. Colombini, la B. An­na Maria Taigi: figure splendide di sposi e spose, di padri e madri di famiglia.

Resta però vero che deve essere maggiore e molto più grave la difficoltà di santificarsi nel mondo, se si pensa che su cento Santi solo tre o quattro sono di quelli sposati. D'accordo, proprio perché non è im­possibile, resta vero che per sé tutti gli sposi cristiani potrebbero e dovrebbero santificarsi. Di fatto, però, la maggior parte fa naufragio in quanto a santità, an­che se c'è chi raggiunge gradi notevoli di bontà, e sen­za escludere che tutti possano almeno salvarsi dall'in­ferno.

In ogni caso, comunque, la realtà della condizione dei cristiani nel mondo deve impegnare la riflessione di chi ha da interrogarsi sulla sua vocazione, e quindi sul­la strada da scegliere. La cosa è veramente grave e me­rita una seria presa di coscienza, se si riflette che la santificazione di ogni cristiano non è... a libertà o a piacere, ma è un preciso dovere, un dovere universale.

Ho detto dovere, universale di santificarsi. Difatti è proprio questo il volere universale di Dio, come dice luminosamente S. Paolo: «Questa è la volontà di Dio, la vostra santifcazione» (1 Ts 4,3). Nessuno è escluso da questo dovere nobilissimo, e sarebbe solo colpevo­le puerilità sfuggirlo con il pretesto che non si è né prete, né frate, né suora, come se solo i consacrati fossero tenuti a santificarsi.

Il bello, o il brutto, sta proprio qua: anche io, sem­plice cristiano che vivo nel mondo, anche io sposato, anche io impegnato nelle vicende di questo mondo, anche io, insomma, che non ho avuto nessuna chia­mata alla consacrazione a Dio..., anche io ho lo stes­so, identico dovere di farmi santo, perché «questa è la volontà di Dio, la vostra santifcazione» (1 Ts 4,3). Tale dottrina è stata fortemente ribadita dal Concilio Ecumenico Vaticano II in un intero capitolo della Costituzione sulla Chiesa.

A questo punto, considerando le miserie enormi del mondo, verrebbe proprio da scoraggiarsi, non soltan­to, ma il solo parlare di santificarsi nel mondo appare pressoché follia, dal momento che è già un... miracolo quando nel mondo si riesca a stare senza il peccato mortale nell'anima! Insomma, guardando il mondo così come è - scandaloso, seduttore, ingannatore - il vero assillo di chi ci vive dentro non è certo quello di santificarsi, ma è quello di non dannarsi.

E’ ben vero tutto questo purtroppo. E solo così, for­se, si comprende perché il giovane S. Bernardo, spa­ventato dai pericoli del mondo, lasciò le grandi ric­chezze della famiglia e si ritirò nell'Abbazia di Ci­teaux, attirando con l'esempio e con le parole anche i suoi cinque fratelli, lo zio, altri trenta parenti e ami­ci, e infine anche il settantenne papà.

Adesso forse si può comprendere meglio perché il famoso «re dei versi», Guglielmo Divini, incoronato poeta in Campidoglio, quella volta che si imbatté in S. Francesco d'Assisi e lo sentì predicare sulle vanità in­sensate del mondo, al termine della predica si gettò ai piedi di S. Francesco, pregandolo con trasporto: «Conduci anche me lontano dagli uomini, e consacra­mi a Dio. Toglimi questa veste del mondo e ricoprimi con quella del paradiso». S. Francesco gli fece presto indossare il saio, lo cinse di ruvida corda, e lo chiamò fra Pacifico perché - finalmente - gli aveva fatto tro­vare la vera pace del cuore.

Guardando «il mondo con le sue concupiscenze» (1 Gv 2,17), si può comprendere tanto meglio la prezio­sità della vocazione religiosa e sacerdotale, della con­sacrazione a Dio che favorisce al massimo lo sforzo della santificazione, ossia il compimento del dovere universale di santificarsi.

Per usare un'immagine di S. Giuseppe Cafasso, la vita sacerdotale e, ancor più, la vita religiosa di chi lascia il mondo può essere paragonata al fiume, che se ne sta tranquillo nel suo letto e conserva le sue acque limpide e pure. La vita nel mondo, invece, è parago­nabile al fiume che straripa e corre furioso per le campagne: le acque limpide si trasformano in acque torbide e fangose, che trascinano con sé immondizie e rovine d'ognisorta.

Nella vita di S. Francesca Saverio Cabrini si legge che la Santa, considerando le brutture del mondo «posto tutto sotto il maligno» (1 Gv 5,19), riteneva co­sì grande il dono delle vocazioni religiose, che si pren­deva somma cura di salvarle tutte, anche quelle che potevano essere considerate vocazioni «mediocri» e di scarto», bisognose di tanta più pazienza nella for­mazione. La Santa arrivò al punto di ottenere, anche da altri Istituti di Suore, di mandare a lei le novizie «da scartare»; e, quasi sempre, la Santa stessa le for­mava e le portava a grande perfezione.

A questo punto bisognerebbe rivolgersi soprattutto a quei giovani, uomini e donne, che tentennano nella loro risposta al Signore o sono incerti della loro sacra vocazione, concludendo, magari con troppa faciloneria: «In fondo, si può essere nel mondo un buon papà di famiglia, una buona mamma di famiglia».

Si può: è vero, è giusto dire così. Ma si faccia atten­zione, per carità. Anzitutto, se si è chiamati al matri­monio, non bisogna diventare «buon papà» e «buona mamma», ma «santo papà» e «santa mamma». La santità è ben di più che la semplice bontà. Inoltre, si può diventare «santo papà» e «santa mamma» se si è chiamati al matrimonio; ma se il matrimonio non è la strada segnata da Dio, allora sposandoci si è fuori strada, e sarà perciò ben più difficile pensare di poter diventare neppure un «buon papà» e una «buona mamma». Infine è da ingenui rifugiarsi nel «si può» diventare santi nel mondo, quando si sa che, purtrop­po, di santi sposati contemporanei ce ne sono talmen­te pochi che se ne desidererebbe davvero qualcuno, almeno uno!

Ecco che cosa scrive S. Alfonso con la sua solita sa­pienza: «Gli uomini del mondo non si fanno scrupolo di dire ai poveri giovani chiamati allo stato religioso che, in ogni parte, anche nel mondo, si può servire Dio. E la meraviglia è che simili frasi escono alle volte anche dalla bocca di Sacerdoti, e persino di Religiosi ma di quelli che o si saran fatti Religiosi senza voca­zione o che non sanno più che cosa sia la vocazione. Sì, è vero, in ogni luogo può servire Dio colui che non è chiamato alla Religione; ma non già chi è chiamato e vuol restare nel mondo per suo capriccio; costui diffi­cilmente farà buona vita e servirà Dio».

Chi è tentato di vacillare o di essere a lungo incerto sulla sua vocazione, consideri bene che cosa rischia di perdere per sempre, restando nel mondo: il «tesoro del campo», la «perla preziosa», beni evangelici di inestimabile valore, che collocano la creatura privile­giata nella via regale della santità.

Giovane che leggi: forse sei anche tu del numero degli indecisi e vacillanti nella vocazione? Il mondo, le creature ti seducono? È vero, tu non pensi di usar­ne male, né del mondo né delle creature. Ma intanto sai bene che, nel mondo e fra le creature, ti sarà for­se più facile dannarti che santificarti. Perché correre questo rischio? Supera l'incertezza guardando in al­to: Dio ti vuole Santo, come Gesù.

 

VOCAZIONE ATTIVA E CONTEMPLATIVA

Voglio consacrarmi totalmente a Dio. In quanti modi potrei farlo?

Parrebbe una domanda quasi superflua. E invece non è così. Non basta consacrarsi a Dio in una qua­lunque maniera. E’ necessario consacrarsi a Lui come egli gradisce. C'è un discernimento delle caratteristi­che di ogni sacra vocazione, a cui è per lo meno peri­coloso rinunziare. Se Dio mi vuole consacrato nel mondo, non faccio bene a consacrarmi in una Trap­pa. Se Dio mi vuole consacrato in una Trappa non faccio bene a consacrarmi nel mondo.

Per avere un piccolo quadro sintetico delle possi­bili maniere di consacrarsi a Dio, seguiamo questo or­dine che appare il più semplice.

l. Nella misura minima tutta intima la prima for­ma di consacrazione è quella del voto privato di ver­ginità o di castità, restando laici nel mondo, con il proprio lavoro domestico o professionale. Fu il caso questo, ad esempio, di S. Gemma Galgani e di S. Giu­seppe Moscati.

2. La seconda forma di consacrazione a Dio, più impegnativa e stabile, è quella dei cosiddetti Istituti se­colari di perfezione, maschili e femminili, in cui si fan­no i tre voti di Obbedienza, Povertà e Castità, pur re­stando nelle proprie famiglie, con gli impegni di lavoro dentro e fuori casa. Sono gli Istituti approvati dal papa Pio XII quale, ad esempio, quello della Regalità.

3. La terza forma di consacrazione è quella sacra­mentale del Prete diocesano che vive con i familiari o da solo in Parrocchia, con il sacro celibato e l'obbe­dienza al Vescovo, ministro di Dio, dispensatore dei misteri divini.

4 . La quarta forma di consacrazione è quella del Religioso e della Religiosa di vita mista, ossia di vita contemplativa e attiva, vissuta con i tre voti comuni­tariamente, nel proprio Convento o Casa religiosa con possibilità anche della vita missionaria.

5. La quinta forma di consacrazione è quella del Monaco o della Monaca di vita pura contemplativa (o di vita prevalentemente contemplativa), vissuta nei Monasteri, con i tre voti e con una forma di vita comu­nitaria più austera e forte, fino alle punte massime del­la vita Trappista, della vita degli Eremiti camaldolesi o della vita in una Certosa. Alla vita pura contemplativa appartiene anche la vita strettamente eremitica.

A questo punto possono apparire sufficientemen­te abbozzate le diverse forme di vita dei consacrati, nelle linee generali.

Scendendo ai particolari, però, bisogna dire che, a parte la vita consacrata nel mondo (Istituti laicali e voto privato) e quella del Prete diocesano, - che ap­paiono più semplici e visibili per la loro stessa forma o struttura, l'orientamento e la scelta vocazionali di­ventano più laboriosi per quanto riguarda le due for­me di vita attiva-contemplativa (vita religiosa) e vita solo contemplativa (vita propriamente monastica).

Gli Ordini e le Congregazioni sono davvero tanti!

Per citarne solo alcuni: Benedettini, Francescani, Domenicani, Carmelitani, Serviti, Gesuiti, Lasalliani, Camilliani, Passionisti, Salesiani..., buona parte dei quali hanno anche il ramo femminile. Le Congrega­zioni solo femminili, poi, sono una vera miriade, da S. Vincenzo de' Paoli in poi. Più recenti sono le fami­glie (maschili o femminili o ambedue) che si ispirano a Charles de Foucauld, e quelle fondate da Don Albe­rione, dal B. Orione, B. Guanella, Madre Speranza, Madre Teresa di Calcutta...

Per gli Ordini monastici di pura contemplazione, si pensi ai Benedettini Trappisti, Certosini e Camaldo­lesi (eremiti), alle Benedettine, alle Clarisse, alle Car­melitane, alle Monache della Visitazione, Passioniste... Inutile dire che questa fioritura non solo non distur­ba, ma arricchisce la vita di consacrazione nella Chiesa. C'è davvero posto per tutti e per tutte le aspirazioni!

Chi sente l'attrazione per la vita evangelica di S. Francesco d'Assisi, di S. Antonio di Padova, di S. Pasquale Baylon, di S. Massimiliano M. Kolbe, entri fra i francescani.

Chi sente la passione per gli ammalati, i sofferenti e bisognosi, si rivolga ai figli di S. Camillo de' Lellis o di S. Giovanni di Dio o del B. Guanella...

Chi sente l'attrazione per i giovani e i ragazzi, en­tri fra i Salesiani o i Lasalliani, grandi maestri della gioventù.

Chi cerca le mirabili ascensioni dello spirito nel silenzio, nella solitudine, nel nascondimento, ricorra a una Trappa o ad una Certosa.

Chi vuole una forma di vita religiosa più impegna­ta nello studio e nelle lotte della Chiesa si accosti ai Domenicani e ai Gesuiti.

Chi aspira alle Missioni entri là dove gli venga of­ferta la possibilità di andare in terra di missione.

Le ragazze che siano incantate dalla vita religiosa di S. Bertilla e della B. Agostina Pietrantoni, vergini dolcissime di carità e di candore fra gli ammalati, en­trino nella Congregazione che offre loro simile vita di servizio agli ammalati.

Quelle che preferiscono dedicarsi ai piccoli e alla gioventù da educare, si rivolgano a una delle tante Congregazioni impegnate in tale campo.

Chi sente il fascino della vita missionaria e vuole raggiungere le terre pagane, scelga una Congregazione missionaria che assicuri tale possilità.

Chi vuole condividere la condizione dei più poveri e assisterli e confortarli scelga Le Piccole Sorelle di Gesù e, soprattutto, le Suore Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta.

Le ragazze, infine, che sentono l'attrazione poten­te all'immolazione d'amore più intima e totalitaria nella «vita nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3), co­me quella di S. Chiara, di S. Veronica, di S. Teresina, chiedano di entrare nei monasteri di perfetta clausura (Clarisse, Carmelitane...).

Una cosa però, si raccomanda a tutti e a tutte: non entrare dove non si è sicuri che si viva la perfetta fedeltà ai Fondatori e alle regole, che hanno fatto i Santi di quell'Ordine. Oggi questa raccomandazione è più che mai dolorosa, ma tanto più doverosa. E in­sensatezza entrare là dove si vive nell'infedeltà, nel­l'inosservanza, nel rilassamento che distrugge la so­stanza stessa di una vita, votata per natura sua al sa­crificio e all'immolazione quotidiana. Meglio cercare altrove, dice S. Alfonso de' Liguori, meglio non entra­re: il Signore custodirà la grazia della chiamata nei cuori retti e fedeli, in attesa di trovare una famiglia religiosa fedele e feconda.

Altra raccomandazione: la scelta della vita pura contemplativa esige maggiori cure e particolare pru­denza. Si tratta di una vita religiosa da vertice, da «anticamera del Paradiso», come dice S. Teresina del Carmelo; una vita menata sulle vette delle virtù cristiane e religiose; una vita d'amore celestiale che costituisce il cuore della Chiesa intera. Qui l'immola­zione è radicale: di anima e di corpo. Qui nulla è con­cesso all'umano, perché tutto diventi sovrumano nel­l'eroismo costante quotidiano. La preparazione e le disposizioni interne debbono essere quelle di chi af­fronta un martirio d'amore a fuoco lento, diurno e notturno.

Giovane che leggi: rifletti e medita con attenzio­ne. Se, il Signore ti chiama, sappi scegliere con gene­rosità e prudenza la famiglia religiosa, che dovrà aiutarti a santificarti presto. Non scegliere alla leg­gera! Ogni vita consacrata deve essere capitalizzata in amore e sacrificio eroico.

 

VOCAZIONE MISSIONARIA

Negli Atti degli Apostoli, leggiamo che una volta S. Paolo in una visione notturna vide un pagano ma­cedone che gli gridò: «Venite fino a noi e aiutateci!» (At 16,9).

Dalle terre di missione, dai popoli pagani, dalle genti infedeli, noi cristiani dovremmo costantemente sentirci arrivare quello stesso grido: «Venite fino a noi e aiutateci!».

Essi hanno diritto di chiamarci, perché a noi è stato comandato dal Signore di andare da loro: «An­date in tutto il mondo e predicate il Vangelo a tutte le genti...» (Mc 16,15). E la Chiesa non si stanca di esortare a rispondere con generosità alla chiamata di Dio che spinge ad andare a «far conoscere Cristo do­ve non è ancora conosciuto e piantare la Chiesa dove ancora non esiste» (Ad Gentes, 6).

Purtroppo anche in questo caso le chiamate del Signore molto spesso cadono nel vuoto, non sono ascoltate, non vengono corrisposte.

Una volta S. Francesco Saverio, dopo aver predi­cato ai giapponesi sull'immenso amore di Dio nel do­narci il suo Unigenito Figlio, sentì farsi questa grave obiezione: «Come mai Iddio, se è così buono come tu dici, ha aspettato tanti anni a farci conoscere i misteri del Cristianesimo?».

A questa domanda, S. Francesco Saverio gemette nel cuore, poi si fece coraggio e rispose: «Volete saperlo?... Ecco: Iddio aveva incaricato molti cristiani di venire ad annunziarvi la Buona Novella; ma molti di essi non hanno voluto obbedire...».

E’ proprio così. Noi lo sappiamo bene: «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi e conoscano la verità» (1 Tim 2,4), e per questo non può mancare di chiama­re gli annunciatori del Vangelo a salvezza dei fratelli senza fede, e anzi, le sue chiamate non possono essere che sovrabbondanti, perché, come dice S. Giovanni Crisostomo, «nessuna cosa sta tanto a cuore a Dio, e nessuna gli fa più piacere quanto la salvezza delle anime».

Molti chiamati, però, «non hanno voluto obbedi­re», disse con tristezza S. Francesco Saverio. E que­sta disobbedienza è gravida di responsabilità.

La vocazione missionaria è una delle più alte vo­cazioni della Chiesa. E paragonata, giustamente, al martirio, ed è in sostanza una vocazione al martirio. Basti pensare, ad esempio, ai missionari martiri nel Marocco, nel Giappone, nelle Filippine, in Turchia, in Uganda... E se oggi è meno facile essere martirizza­to, la vocazione missionaria, però, conserva sempre l'aspirazione e la disposizione all'immolazione totale, il missionario può sempre ripetere con S. Paolo: « io sarò speso tutto per le anime vostre» (2 Cor 12,15), disposto anche a morire da solo su un'isola, come S. Francesco Saverio; o a reclinare il capo su una pietra come S. Giustino De Jacobis; o a essere strangolato come i Beati Francesco Clet e Gabriele Perboyre; o a essere crocifisso, come i martiri del Giappone; o a essere decapitato per mano dei tagliatori di teste delle Filippine o come il B. Teofano Venard, nel Tonchi­no...

La vocazione missionaria è la vocazione degli ar­diti, dal cuore grande e coraggioso, di fede intrepida e incrollabile, perché il Regno dei cieli si conquista e si fa conquistare con la forza! (Mt 11,12).

Per questo è anch'essa una vocazione di elezione e non è di tutti, anche se il problema missionario è un problema che deve interessare tutta la Chiesa, «luce e salvezza delle genti».

In ogni tempo, dopo gli Apostoli, la Chiesa ha avuto grandissimi missionari che hanno evangelizzato interi popoli e nazioni, come S. Remigio che evange­lizzò la Francia, S. Martino la Svizzera, il monaco S. Agostino l'Inghilterra, S. Bonifacio la Germania, i Santi Cirillo e Metodio la Boemia e l'Illiria, S. Adal­berto la Russia e la Polonia, senza dire dei grandi Santi laici che aiutarono l'evangelizzazione, come S. Stefano per l'Ungheria, S. Venceslao per la Boemia.

In seguito, gli Ordini e le Congregazioni religiose, dai Francescani in poi - con S. Francesco per breve tempo in Siria; con S. Antonio di Padova che non poté raggiungere la Mauritania, per un naufragio - hanno mandato missionari in ogni continente, dall'A­frica, all'Asia, dal medio all'estremo Oriente, con fi­gure splendide di primo piano come quelle più recenti di P. Damiano Veuster, apostolo fra i lebbrosi nelle isole Molokai, il Card. Massaia, S. Giustino De Jaco­bis, il B. Daniele Cornboni, e tanti altri.

Bisognerebbe leggere gli Annali della Fede o delle Congregazioni Missionarie per conoscere qualcosa dello sforzo missionario della Chiesa, con episodi spesso commoventi, a volte eroici e magari incredibili. Ricordiamo, ad esempio, la richiesta che la Fon­datrice delle Suore Francescane Missionarie di Ma­ria, Suor Maria della Passione, fece a tutte le sue Suore, di mandare nei lebbrosari della Birmania un gruppetto di sei Suore. Chi si offriva?...

Oltre mille Suore risposero all'appello, desidero­se di partire! Mille cuori nobili e generosi. Fu una consolazione immensa per la Fondatrice, che mise in­sieme quelle mille risposte, e ripeteva spesso: «E’ il mio libro d'oro!».

Si legga ora questa stupenda lettera di un missio­nario morto martire nell'Amman, il B. Teofano Venard. Scrive qualcosa delle sue incredibili vicende al­la sorella Melania, poco tempo prima del martirio.

«Mia diletta sorella, quest'anno abbiamo avuto un'inondazione straordinaria. L'acqua è entrata nel­la mia casa fino all'altezza d'un piede. Ho veduto pe­sci, rospi, rane, granchi, serpenti, trastullarsi nella mia stanza, mentre io stavo seduto sopra alcuni assi, sollevati di tre o quattro centimetri sull'acqua...

Tu fremi di sicuro, sorella mia, ma devi sapere che c'è stato di peggio: i topi sono venuti a dormire sulla mia stuoia, e una notte ne schiacciai disgraziata­mente uno; il poverino mi ha fatto sobbalzare, ma mi ha anche salvato da un gran pericolo, perché nello smuovere la coperta, ho scoperto una vipera velenosa a strisce bianche e nere, che, senza far rumore era sa­lita sul mio lettino, accovacciandosi proprio nell'an­golo, dove io allungavo i piedi... » .

Questa breve lettera è un magnifico saggio delle vicende, dei rischi, delle avventure, dei timori e delle grazie del missionario. Non si può fare a meno di commuoversi di fronte a questi arditi dell'amore di Cristo che sembrano giocare a ogni passo con la mor­te e con la gloria del martirio, per salvare le anime dei fratelli. Di quale sublime grandezza essi hanno aureo­lato la vocazione missionaria!

Eppure, la nota triste che risuona nella Chiesa, oggi ancora più di ieri, è questa: i missionari sono po­chi, troppo pochi, e stanno diminuendo, anziché au­mentando! Con grande amarezza, nell'Anno Santo 1975, il papa Paolo VI si lamentava del «fenomeno doloroso, che è da qualche tempo sotto gli occhi di tutti. Intendiamo il diminuito numero delle vocazioni missionarie, che si verifica proprio nel momento in cui più necessario è l'apporto di forze nelle nostre missioni... ».

Risuonano tanto più opportune e drammatiche oggi le gravi parole che il papa Pio XI, il Papa delle Missioni, rivolse una volta ai Dirigenti delle Opere Missionarie Pontificie: «Un grande - disse il Papa - che, durante l'ultima guerra occupava un posto non di altissimo comando, ma di una certa responsabilità, con molti uomini ai suoi ordini, ebbe a dirmi: "Lei non può immaginare che pena, che desolazione, che quasi disperazione dover comandare degli uomini, portarli avanti, sapendo che non si può avanzare, perché mancano le munizioni, manca l'attrezzatura, perché la produzione che dà il paese non è sufficien­te ...".

Di queste frasi, dette con terribile realtà di san­gue e di morte, mi rimane la più penosa impressione che si rinnova ogni qualvolta mi viene ricordato quel colloquio. Orbene: da esso bisogna trarre un insegna­mento. Che cosa vi può essere di più penoso, di più tragico, per il Missionario che deve arrestarsi o retro­cedere, perché mancano le risorse? ...».

Bisogna scuotersi, una buona volta. Se si è cri­stiani, bisogna farsi coscienti del grave problema mis­sionario. Ci sono masse sterminate di uomini da evan­gelizzare, da nutrire con il pane della verità e della vita eterna, ma «non c'e chi glielo spezzi» (Lam 4,4). E necessario pregare molto. «La messe è molta, gli operai sono pochi. Pregate il Padrone della messe perché mandi operai alla messe» (Lc 10,2). È urgente supplicare il Signore perché voglia donare molti mis­sionari alla sua Chiesa.

Se poi si è chiamati da Dio alla vita missionaria, non si faccia i sordi, non ci si tiri indietro, non si ri­fiuti una vocazione sublime, tutta forza e sangue d'a­more divino.

E non si dica che la prima missione è quella da fa­re nel proprio paese. Si pensi, piuttosto, che neppure il cinque per cento di tutte le forze della Chiesa sta operando all'evangelizzazione di miliardi di non cri­stiani. E inconcepibile, perciò, che si possa arrivare a sottrarre anche una sola vocazione al piccolo gruppo dei missionari impegnati a salvare i quattro quinti dell'umanità, mentre una sola quinta parte degli uo­mini è curata da quasi mezzo milione di sacerdoti!

Diceva bene S. Francesco Saverio nel suo appello ai giovani universitari: «Come vorrei giungere alle università di Parigi e della Sorbona per fare conosce­re a tanti uomini più ricchi di scienza che di zelo, il grande numero di anime che, per loro negligenza, so­no prive della grazia e forse vanno all'inferno. Sono milioni di infedeli che forse si farebbero cristiani se ci fossero missionari».

Ricordiamo le accorate parole di Gesù: «Ho altre pecore che non sono di questo ovile: anche quelle de­vo condurre, perché si faccia un solo ovile con un so­lo Pastore» (Gv 10,16). Meditando su queste parole di Gesù si comprendono tutti gli eroismi dei missiona­ri, si comprendono le aspirazioni di fuoco dei due ce­lesti Protettori delle Missioni: «Salpare per mari infi­di, salvare un'anima e poi morire!» (S. Francesco Sa­verio); «Vorrei essere stata missionaria dalla creazio­ne del mondo, e continuare ad esserlo fino alla consu­mazione dei secoli» (S. Teresina).

Giovane che leggi ascolta e medita. Non avverti la grandezza di una vita consacrata alla salvezza dei fratelli infedeli? Se fossi tu al loro posto, quanto bra­meresti l'arrivo e l'incontro con un missionario che annunci la Buona Novella! Eppure, forse il Signore ti chiama, ma tu non rispondi, e preferisci essere un cristiano «disoccupato», anziché andare a lavorare nella vigna del Signore (cfr Mt 20,1ss).

Rifletti nel tuo cuore. Sta attento a queste splen­dide parole di Gesù, che possono valere come ultimo richiamo proprio a te e a molti giovani come te: «Al­zate i vostri occhi e mirate i campi che già biondeggia­no per le messi» (Gv 4,35).

 

LA MADONNA E LA VOCAZIONE

Quando S. Massimiliano Maria Kolbe era fanciul­lo di sette anni aveva l'argento vivo in corpo. Era molto buono e laborioso, ma era vispo e anche bollen­te di vivacità. Un giorno dovette combinare una gros­sa birichinata, se la sua buona mamma gli rivolse queste accorate parole: «Figlio mio, che sarà di te se continui così? ...». Inaspettatamente, queste parole della mamma fecero presa così dolorosa sul fanciullo che, da quel momento, egli divenne triste e silenzioso, ci pensò sopra ci pianse, ci pregò. Ai piedi dell'altare, il ragazzo chiedeva alla Madonna di rispondere Lei alla domanda angosciosa della mamma.

A quelle preghiere innocenti, la Madonna rispose di persona. Apparve al piccolo Raimondo (così si chiamava Massimiliano quando era a casa) e gli ap­parve con due corone in mano, una bianca e una ros­sa facendogli capire che la corona bianca significava la vita verginale consacrata mentre la corona rossa si­gnificava il martirio. La Madonna chiese al piccolo quale delle due corone volesse, ma il fanciullo protese le manine per prenderle tutte e due. La Madonna gli sorrise e scomparve.

Queste furono le radici mariane della vocazione di S. Massimiliano, ossia di questo affascinante cava­liere dell'Immacolata suo apostolo ardente, capace di «marianizzare» tutto ciò che pensava e faceva, auda­ce nel servirsi di ogni mezzo lecito, grande o piccolo,

per portare dovunque l'Immacolata come aurora di salvezza per ogni anima, come Genitrice di Gesù in ogni cuore che batte sulla terra.

Per la sua splendida esperienza, S. Massimiliano potrà affermare e confermare con forza che la Ma­donna è la Madre delle vocazioni, è la Madre dei consacrati, è la Madre dei Sacerdoti, è la Forma­trice dei Santi.

Noi non conosciamo direttamente la nascita di ogni vocazione, ma sappiamo che la Madre della gra­zia è veramente Madre di questa grazia elettissima, e nessuna «chiamata» può avvenire senza la diretta partecipazione della Madonna.

Se potessimo scoprire i particolari più segreti del­la nascita della vocazione in ogni Santo, in ogni «chia­mato», vedremmo sempre l'azione materna di Maria che opera con ogni cura.

Sappiamo, ad esempio, che S. Francesco d'Assisi scoprì la sua più genuina vocazione evangelica nella chiesetta di S. Maria degli Angeli. Da quella chiesetta mariana, come dal Cuore dell'Immacolata, si diffuse l'Ordine francescano per tutto il mondo, e in quella culla mariana S. Francesco volle concludere la sua missione serafica sulla terra.

Tante volte la Madonna ha suscitato e poi ha ac­compagnato il cammino di una vocazione, salvandola da sicura perdita. E il caso di S. Gabriele dell'Addo­lorata, di questo giovane ardente che stava rischiando di perdere il «dono» di Dio. Ebbene, durante una processione dell'icona della B. Vergine, a Spoleto, il giovane si sentì guardato, fissato dagli occhi materni di Maria, e udì queste parole scandite da Lei nel suo cuore: «Francesco, Francesco, il mondo non è per te; ti aspetta la Religione». Questo richiamo materno scosse Francesco Possenti, lo illuminò sul suo cammi­no pericoloso nel mondo, lo spinse a una decisione ri­soluta: entrare fra i Passionisti. Vi entrò, e in pochi anni divenne S. Gabriele dell'Addolorata.

E come non ricordare lai salvezza della vocazione sacerdotale del Santo Curato d'Ars ? Per quanto stu­diasse con impegno, il S. Curato d'Ars era poco pre­parato scolasticamente, e, quando si presentò agli esami per l'Ordinazione sacerdotale, non soddisfece per nulla i professori di teologia che lo ritennero ina­datto al Sacerdozio. Ma il Padre Rettore conosceva una cosa molto importante di questo candidato: cono­sceva che amava molto la Madonna e recitava molto bene il S. Rosario.

Parlò di questo ai professori e ottenne che il can­didato fosse ammesso al Sacerdozio proprio per que­sto: perché amava la Madonna e recitava bene il S. Rosario.

Non meno dolorosa fu la vicenda di S. Stanislao Kostka per salvare la sua vocazione religiosa, e altret­tanto evidente fu la presenza della Madonna, che lo guidò nei momenti più critici. Fu la Madonna ad ap­parirgli, una volta, e a ordinargli di non attendere ol­tre, ma di recarsi da Vienna a Roma, per entrare nel­la Compagnia di Gesù. Lungo la via, Ella lo protesse dall'inseguimento del fratello che voleva impedire, a tutti i costi, quell'entrata di Stanislao fra i Gesuiti. Per gratitudine filiale, S. Stanislao fu innamoratissi­mo della Madonna negli anni di vita religiosa. E la Madonna lo santificò e lo chiamò presto in Paradiso proprio il 15 agosto, giorno solennissimo della sua As­sunzione in Cielo.

Altro esempio di salvezza della vocazione da parte della Madonna è quello che leggiamo nella vita di S. Pietro Chanel, martire dell'Oceania. A quindici anni, Pietro studiava con impegno nel Seminario, ma non rendeva. Stava ormai per scoraggiarsi di fronte agli insuccessi scolastici, e pensava già di rinunciare agli studi per far ritorno alla casa paterna. Si confidò, per caso, con una pia persona che gli chiese con premura: «Prima di abbandonare, hai consultato la Madon­na?». Pietro rispose di no. «Ebbene, gli disse quella. va' prima in chiesa a pregare la Madonna?». Pietro ascoltò il consiglio, si recò in chiesa, e pregò a lungo ai piedi della Madonna. Poi tornò da quella persona tut­to sereno e ardente. Le disse: «Ho pregato la Madon­na, e resto!». La Madonna aveva salvato la sua voca­zione al Sacerdozio e al martirio. San Pietro fu sem­pre così grato alla Madonna, che una volta si fece uscire una goccia di sangue, vi bagnò la penna e scris­se: «Amare la Madonna e farla amare!».

Talvolta la grazia della vocazione viene insieme a quella della conversione da una vita disordinata. La Madonna converte e chiama al servizio di Dio nello stesso tempo. Così successe a S. Camillo de' Lellis, che menava una vita scapata, senza riuscire a mettersi a posto una volta per sempre. Ma un giorno, tor­nando da S. Giovanni Rotondo a Manfredonia a metà strada sul Gargano, fu colpito improvvisamente da una luce folgorante, che lo illuminò interiormente sul suo stato pietoso di peccatore e gli provocò un penti­mento così bruciante che egli si fermò a lungo a pian­gere lacrime cocenti. Da quell'ora risolse di cambiare vita radicalmente e di consacrarsi tutto a Dio. Ma vol­le chiedersi come mai proprio quel giorno avesse rice­vuto una grazia così straordinaria, e si ricordò che quel giorno era il 2 febbraio, festa della Purificazione di Maria SS.. Allora esclamò fuori di sé dalla commo­zione: «Adesso so chi mi ha impetrato tanta grazia!».

La Madonna vegli su tutti i suoi figli, ma in modo speciale su quelli che Gesù vuole scegliere come «suoi». Se i «chiamati» sono i prediletti di Gesù, non possono non essere anche i prediletti di Maria. E chi mai potrà dire le cure materne e delicate della Ma­donna verso gli «eletti» di Dio, i «ministri» del Signo­re, le «spose» di Gesù?

Concludiamo con gli esempi dolcissimi di due an­geliche vergini consacrate, S. Bernardetta e S. Teresi­na, coltivate dalla Madonna come due gemme di subli­me bellezza.

La vocazione di S. Bernardetta non è forse tutta segnata e illuminata dalla presenza dell'Immacolata? Perché Bernardetta si sentì spinta all'immolazione della vita religiosa? Solo perché «quando si è vista la Madonna non si desidera più nulla della terra».

E sufficiente la visione della Madonna per accendere in un cuore il bisogno di consacrarsi a Dio. Così avvenne anche alla piccola Melania, veggente di La Salette; così è avvenuto anche alla veggente di Fatima Suor Lucia.

Lo stesso avvenne a S. Teresina, quando a dieci anni vide il sorriso celestiale della Madonna che la guarì da un male inesorabile. Da quel «sorriso» della Madonna S. Teresina ebbe anche la rinnovata certez­za che la Divina Madre vegliava con premura sul suo «piccolo fiore» ed era attenta a «raddrizzarlo e forti­ficarlo in modo tale che, cinque anni dopo, questo si apriva sulla fertile montagna del Carmelo».

A questo punto possiamo anche aggiungere che la Madonna non solo veglia su ogni vocazione, ma è stata Ella stessa la celeste ispiratrice di Ordini e Istituti re­ligiosi che si gloriano, giustamente, di essere «maria­ni». I Carmelitani e i Serviti, ad esempio, affondano le loro origini direttamente in Maria ed esistono per Lei. E del resto, è all'Immacolata che ogni anima con­sacrata deve rifarsi come alla sua radice, perché Ella è stata la «piena di grazia»(Lc 1,28) per tutti noi, co­me dice S.Bernardo, Ella è stata la prima eletta, la prima consacrata, la prima seguace di Gesù, la prima religiosa di Dio, la prima «ministra» della Redenzio­ne, la prima Sposa di Dio, la prima Vergine Madre di Dio e dell'umanità.

Giovane che leggi, ascolta e medita. Se vuoi la vocazione perché non ce l'hai, ricorri alla Madonna. Se hai la vocazione e vuoi custodirla perfettamente, affidala alla Madonna. Se sei in pericolo di perdere la vocazione, ricorri subito alla Madonna: Ella farà anche miracoli per salvarti il «dono» di Dio, purché tu ricorra a Lei con fiducia e affetto di figlio. Su Lei riponi ogni speranza, perché ti faccia raggiungere il Paradiso per la sua stessa strada: la consacrazione a Dio.

 

DOMANDE SPICCIOLE... RISPOSTE UTILI

- A chi bisogna rivelare per primo l'aspirazione a «seguire Gesù» come sacerdote, o frate, o suora?

Di solito, bisogna rivelarla al proprio Confessore o Direttore spirituale. Non ai genitori o ai parenti, a meno che non si sia del tutto certi della loro buona di­sposizione riguardo alla vocazione sacerdotale e reli­giosa.

- Se il sacerdote Confessore si manifestasse subito e sempre contrario, è lecito andare a consigliarsi da un altro?

Con molta prudenza, sì, spiegando, però, gli eventuali motivi contrari dell'altro. In casi particola­ri, è chiaro, si può anche cambiare del tutto il Confes­sore, andando da chi voglia prendere in esame e aiu­tare a discernere la vocazione.

- Quale è il periodo di età migliore per seguire la chiamata di Dio ?

L'arco di tempo migliore è il decennio che va' dai 15 ai 25 anni di età. Prima dei quindici anni c'è molta incertezza in più per il futuro. Dopo i venticinque an­ni c'è molta difficoltà in più di modificarsi e lasciarsi plasmare.

- Allora, chi ha 30 anni, o più, deve rinunciare in partenza a consacrarsi a Dio?

Non deve affatto «rinunciare in partenza». Esi­stono ed esisteranno sempre eccezioni alla regola, né sono tanto pochi i trentenni consacrati a Dio e diven­tati grandi Santi. Ma da 30 anni in poi si fanno sem­pre più gravi le difficoltà di inserimento in un impian­to diverso di vita, di assimilazione di una visione di­versa delle cose. L'immagine classica più espressiva è sempre quella della pianta che quando ha preso una direzione diversa, finché è ancora virgulto si può pie­gare e raddrizzare, quando invece è diventata tronco, si può più facilmente... spezzare che piegare. In effet­ti, chi entra in età avanzata deve essere disposto a più grandi rinnegamenti, se vuole davvero santificarsi.

- Se la vocazione comincia a manifestarsi quando si frequenta il primo liceo classico o il primo anno di università, che cosa conviene fare?

Tocca alla guida spirituale decidere la migliore scelta di tempo per seguire la chiamata di Dio abban­donando tutto. Di solito, per chi si trova al primo li­ceo si potrà aspettare l'esame di maturità, sia per da­re tempo di approfondimento e solidità alla vocazio­ne, sia per completare un corso di studi già avviato.

Per chi si trova al primo anno di università, inve­ce, bisogna considerare più cose: anzitutto, l'effettiva maturazione tempo degli anni di università; inoltre, il tipo di con­sacrazione scelta, che può avvantaggiarsi o meno degli studi universitari: altro è il sacerdozio, altro è la vita pura contemplativa; altro è un Ordine religioso impe­gnato nel campo degli studi, altro un istituto missiona­rio o caritativo; infine, senza aspettare il termine de­gli studi universitari, può convenire entrare subito, quando ci sia la possibilità di continuare l'università anche dall'interno dell'Istituto, posto che i superiori richiedano ciò per la missione da svolgere.

- Quali sono le qualità morali che si richiedono per consacrarsi a Dio ?

a) Rettitudine di intenzione: non si entra in semi­nario o in convento per paura, per interessi, per siste­mazione, per delusione, per avventura.

b) Onestà di costumi: non si tratta di essere «in­nocenti», ma di avere una virtù che dia garanzie di perseveranza e di crescita.

c) Buona coscienza morale: una coscienza che non solo eviti gli estremi (scrupolosità e rilassatezza), ma che si dimostri equilibrata e assennata negli impe­gni.

d) Discrete capacità mentali: almeno! Non un'in­telligenza geniale, ma un'intelligenza capace di ap­prendere le cose essenziali sul senso e sul valore della consacrazione a Dio, sui doveri da osservare, sui com­piti da svolgere. Per il Sacerdozio, è ovvio, si esige la capacità di portare avanti gli studi filosofici e teologici.

- Quali condizioni di salute si richiedono per en­trare in seminario o in convento ?

E’ necessaria una buona salute ordinaria. I pesi della vita sacerdotale o religiosa non sono certamente trascurabili. La buona salute è necessaria per essere fedeli ai propri doveri e per svolgere la propria mis­sione. Ma non è certo necessaria la salute di... Sanso­ne!

- Ci sono malattie che costituiscono impedimento preciso alla vita del prete, del frate, della suora? Almeno qualche esempio.

Qualche esempio. Le malattie mentali - ovviamen­te di natura grave, inguaribili. L'equilibrio psico-fisi­co è di primaria importanza per una vita consacrata al servizio di Dio e dei fratelli.

Ci sono poi le altre malattie, quali la cecità, la pa­ralisi, l'epilessia, la sifilide, e ogni altro malanno in­guaribile di organi vitali dell'organismo.

- E grave controindicazione morale alla vita sa­cerdotale o religiosa l'inversione di tendenza sessuale sia di uomini che di donne? O forse potrebbe essere uno dei modi più adatti per guarire l'anomalia?

La Chiesa ha sempre ritenuto grave controindica­zione quella dell'omosessualità e del lesbismo. Le ra­gioni sono intuitive, e basterebbe pensare al pericolo di scandali forse irreparabili.

Un grande medico e psicologo disse che la pretesa di guarire un giovane omosessuale in un istituto ma­schile è identica a quella di guarire un donnaiolo met­tendolo in un istituto femminile.

- A chi bisogna rivolgersi per poter entrare in Se­minario ?

Di solito, al proprio Parroco, il quale potrà dare tutte le indicazioni pratiche necessarie per l'entrata. Oppure, ci si rivolge direttamente al Rettore del Se­minario.

- Quale titolo di studi è necessario, e quanti anni di studio si fanno per il Sacerdozio?

Di norma il titolo di studi per accedere ai corsi fi­losofici e teologici, indispensabili al Sacerdozio, è il diploma di scuola media superiore (licenza liceale, di­ploma di magistrale, di ragioneria, di geometra, ecc.): in effetti, è necessario lo stesso titolo richiesto per ac­cedere all'università statale.

Gli anni di studio filosofico e teologico per il Sa­cerdozio sono sei.

- Per entrare in convento, a chi bisogna rivolger­si e quali «carte» bisogna presentare ?

Bisogna chiedere anzitutto al Sacerdote che fa da guida spirituale. Potrà provvedere lui stesso a parla­re direttamente o potrà dare le indicazioni per andare a parlare con il Superiore o la Superiora dell'Isti­tuto religioso che si è scelto.

Quanto ai documenti, di solito occorrono: certi­ficato di nascita, di Battesimo, di Cresima, di resi­denza, di stato libero, di buona salute (medico), di buona condotta (Parroco o Padre Spirituale), il tito­lo di studio, il foglio di congedo dal servizio di leva già prestato.

- Quanto agli Istituti di vita religiosa, c'è diver­sità di gradi nell'approvazione da parte della Chie­sa?

Sì: ci sono gli Istituti religiosi approvati solo dal Vescovo della Diocesi, e quelli approvati dalla Santa Sede. I primi si dicono Istituti di diritto diocesano; i secondi, di diritto pontificio. Ogni Istituto religioso che si sviluppa con rigoglio diventa più facilmente di diritto pontificio.

- Quali sono, e quando si fanno i «voti» nella vita religiosa?

I voti sono tre: obbedienza, povertà, castità.

I voti - si emettono di solito in due tempi: a) al ter­mine dell'anno di noviziato - e si chiama Professione temporanea; b) al termine del periodo di voti tempo­ranei che va da un minimo di tre anni a un massimo di nove anni -, e viene chiamata Professione perpe­tua.

- E’ necessario qualche titolo di studio per entrare in convento come fratello converso?

Di norma si richiede la licenza media. Ma capita che non sempre ciò sia possibile, per ragioni di età o di altro. In tal caso, è richiesta una maturazione ade­guata.

- Chi è figlio unico o figlia unica, può abbando­nare i genitori per entrare in seminario o in conven­to?

Può, certamente: purché i genitori siano ambe­due d'accordo. Il caso è serio, e la Chiesa, appunto, esige il consenso dei genitori, altrimenti non ritiene di dover accettare il candidato o la candidata. Sono così pochi, però, i genitori coraggiosi che sanno offrire a Dio il loro unico figlio o figlia!

- Come fare per avere la sicurezza di essere chia­mato o chiamata da Dio?

Bisogna seguire la strada stabilita dalla Chiesa, ossia, farsi guidare e confermare dal P. Spirituale, dopo accurato esame. Di solito, non c'è nessuno mi­gliore di lui in questo campo. Non serve andare a de­stra e a sinistra, di qua e di là, da questo o da quello: quasi sempre si perde tempo e si guadagna in confu­sione.

Tanto meno bisogna aspettarsi segni miracolosi o rivelazioni straordinarie. Molta preghiera, un certo tempo di riflessione e la guida del P. Spirituale, sono la migliore garanzia della chiamata di Dio.

- E se i genitori sono decisamente contrari e vo­gliono impedire a tutti i costi l'entrata di un figlio o di una figlia in convento?

Basti ricordare gli esempi di S. Francesco e di S. Chiara di Assisi, che dovettero fuggire di casa per consacrarsi a Dio. Anche S. Tommaso d'Aquino e S. Teresa d'Avila dovettero fuggire dalla casa paterna.

Quando i genitori si oppongono ostinatamente, chi è chiamato deve ricordare le parole di S. Pietro e S. Giovanni: «Bisogna obbedire prima a Dio che agli uo­mini», e le altre parole di Gesù: «Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me».

- Quale pensiero dominante nel cuore dovrebbe avere chi veramente vuole «seguire Gesù»? Può indi­care almeno qualche pensiero?

A me piace moltissimo questo pensiero vigoroso e sublime di S. Paolo apostolo: «Quello che poteva esse­re per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato per­dere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,7-8).

- Dove consiglia di entrare in convento, a me, giovane di venti anni?

Se ti attrae l'ideale di S. Francesco vissuto da S. Massimiliano M. Kolbe, puoi entrare da noi, in una delle comunità dei frati o delle suore Francescani del­l'Immacolata. Puoi venire per diventare sacerdote, fratello religioso o suora. Troverai una comunità ma­riana e francescana, composta quasi tutta di giovani frati o suore, e camminerai sui passi di S. Francesco e di S. Massimiliano, sotto gli occhi materni di Maria Immacolata.

- Che cosa devo fare per venire in una delle vo­stre comunità?

Devi cominciare a scrivere o a telefonare. Poi ver­rai e vedrai la nostra vita per un certo periodo di tem­po. Infine, dopo aver' deciso, verrai accettato definiti­vamente e farai prima il postulandato e poi il novizia­to per diventare frate o suora nella nostra Famiglia religiosa, sui passi del Serafico Padre S. Francesco.

Vieni! Non indugiare. Gli indirizzi e i numeri te­lefonici delle «Case Mariane» e delle «Case dell'Im­macolata» in Italia sono i seguenti:

FRATI FRANCESCANI DELL'IMMACOLATA

Via Monte delle Guardie 82100 BENEVENTO - Tel. 0824/311182 Noviziato - Casalucense 03049 SANTELIA F.R. (FR) - Tel. 0776­350272

Santuario BVM del Buon Consiglio 83040 FRIGENTO (AV) Tel. 0825/444122-444272

"Cristo al mondo", Via Propaganda 1/( 00187 ROMA Tel. 06-69880158

Via Santuario, 86090 CASTELPETROSO (IS) - Tel. 0865-936110 Via Roma, 16 80045 POMPEI (NA) - Tel. 081-8632326

Chiesa SS. Andrea e Biagio, Via G. Pascoli, 5

06153 CIVITELLA BENAZZONE (PG) - Tel. 075-6940347 SUORE FRANCESCANE DELL'IMMACOLATA Via Falconella, 24 - 00040 FRATTOCCHIE (Roma) - Tel. 06-9311268 Via Santuario, 40 - 86090 CASTELPETROSO (IS) - Tel. 0865-936090 Via Roma - 82020 PIETRELCINA (BN) - Tel. 0824-991158

Via Montecassino, Km. 5 - 03043 CASSINO (FR) - Tel. 0776-302372 C/O Palazzo vescovile Piazza della Libertà, 23 - 83100 AVELLINO - Tel. 0825-74601

Via dell'Immacolata - 83040 FRIGENTO (AV) Tel. 0825-444015 Via XXIV Maggio - 83040 FONTANAROSA (AV) - Tel. 0825-475040 Via S. Stefano, 2 - 50047 PRATO Tel. 0574-31979

Parco Auricarro 73 - 70027 PALO DEL COLLE (BA) - Tel. 080-627501 Viale Roosvelt,4 - 67039 SULMONA (AQ) - Tel. 0864-51722 anche fax Via Pradelle 63 - 37034 S. FIDENZIO NOVAGLIE (VR)

Tel. 045-557696

Chiesa SS. Annunziata - Via Belenzani, 53 - 38100 TRENTO Tel 0461-230344

Via De Nunzio, 12 - 71013 SAN GIOVANNI ROTONDO (FG) Tel. 0882-456589

Colle •io San Carlo - Via del Corso, 439 - 00186 ROMA Tel. ( 6-6867601

 

Appendice

FRATI FRANCESCANI DELL'IMMACOLATA Casa Mariana «Maria SS. del Buon Consiglio» SUORE FRANCESCANE DELL'IMMACOLATA Casa dell'Immacolata «Madre del Buon Consiglio» FRIGENTO due comunità religiose di frati e di suore che vivono che propongono ai giovani d'oggi ideali ardimentosi di vita evangelica francescana vissuta «nella luce dell'Immacolata» sui passi di S. Francesco d'Assisi e di S. Massimiliano Maria Kolbe

 

Progetto d'amore divino

Frigento si trova in provincia di Avellino su un al­topiano dei monti irpini, a vista di Montevergine e del Cervialto, dominando la piana attraversata dal fiume Calore.

Su questo altopiano si trovano la Casa Mariana «Maria SS. del Buon Consiglio» dei Frati Francescani dell'Immacolata, e la Casa dell'Immacolata, «Madre del Buon Consiglio», delle Suore Francescane del­l'Immacolata.

In queste due Case religiose vivono un gruppo di giovani Frati Francescani dell'Immacolata e un grup­po di giovani Suore Francescane dell'Immacolata, sempre pronti all'accoglienza di altri giovani e ragaz­ze che vogliono trascorrere giornate di ritiro e di esperienza vocazionale.

 

Brevi note storiche

La storia di questa famiglia religiosa dei frati e delle suore Francescani dell'Immacolata è quella stes­sa del piccolo seme che cresce e si sviluppa divenendo spiga dorata nel vasto campo della messe di Dio. Que­sta famiglia religiosa iniziò in Italia il 2 agosto 1970 con un'esperienza particolare di due frati sacerdoti: padre Stefano Maria Manelli e padre Gabriele Maria Pellettieri.

Questi due frati si erano sentiti provocati a que­sta esperienza dal Decreto conciliare Perfectae chari­tatis che richiamava tutti i religiosi a un concreto «ri­torno alle fonti» (PC 2) da far rivivere oggi, con la «più esatta osservanza della regola e delle costituzio­ni» (PC 4).

I due frati prepararono un regolamento di vita chiamato Traccia mariana di vita francescana e ot­tennero il permesso di avviare l'esperienza di una vi­ta francescana più vicina alle fonti e perciò più ma­riana, perché più vicina a S. Maria degli Angeli, culla del francescanesimo.

Essi scelsero come Casa Madre un piccolo con­vento-Santuario dedicato alla Madonna del Buon Consiglio, situato sui monti, in luogo aspro e solitario,

a Frigento (AV), uno dei molti paesi della zona di sot­tosviluppo del sud-Italia.

Il 2 agosto 1970, festa di S. Maria degli Angeli, la «Porziuncola» di S. Francesco d'Assisi, i due frati presero dimora in quel convento povero e dimesso di Frigento, con un Santuario tutto dissestato dal terre­moto del 1962.

I due frati, padre Stefano Maria Manelli e padre Gabriele Maria Pellettieri, non solo non si persero d'animo, ma, al contrario, esultarono, perché aveva­no trovato ciò che cercavano: un luogo davvero fran­cescano, adatto per un'esperienza rude e forte. E fin dall'inizio, imponendosi un'orario di vita molto au­stero, essi si sforzarono di modellare la loro vita reli­giosa su quella delle primitive comunità francescane e delle comunità più recenti create da S. Massimiliano M. Kolbe sia in Polonia che in Giappone.

Per ogni francescano dell'Immacolata, frate o suora che sia, S. Francesco d'Assisi con S. Maria de­gli Angeli costituisce la radice sempre viva e feconda della vita evangelica tutta serafica e tutta mariana.

S. Massimiliano M. Kolbe, poi, con le sue «Città dell'Immacolata» costituisce uno dei frutti più genuini di quella radice tutta serafica e tutta mariana. Le «Case Mariane» e le «Case dell'Immacolata» dei frati e delle suore Francescani dell'Immacolata vogliono sforzarsi di realizzare la continuità e la fioritura più vitale delle comunità di S. Maria degli Angeli e delle «Città dell'Immacolata».

Questo è l'ideale ardimentoso da realizzare con dedizione e passione sempre ardenti, sotto la guida dell'Immacolata Mediatrice di salvezza e di ogni gra­zia, nella fedeltà pura e costante alla santa Regola, al­la Traccia mariana e alle Costituzioni dell'Istituto, che formano il «Libro della santificazione» di ogni membro delle comunità dei frati e delle suore France­scanidell'Immacolata.

Per questo la vita di preghiera, di povertà, di pe­nitenza, di lavoro e di apostolato, in queste novelle comunità di frati e di suore Francescani dell'Immaco­lata, trae i suoi motivi spirituali conduttori dalla vita e dagli insegnamenti di S. Francesco d'Assisi e di S. Massimiliano M. Kolbe, nella docilità costante al Ma­gistero della Chiesa e alle direttive del Vicario di Cri­sto, sforzandosi di mantenere sempre un livello ben alto di testimonianza viva che non scada mai nella mediocrità e si protenda, piuttosto verso quell'eroi­smo che fa camminare sui crinali della piena confor­mità a Gesù «povero e crocifisso», nel rinnegamento di ogni tentazione di compromesso o di rilassamento sempre in agguato.

 

Una preziosa novità

Una preziosa novità di questa famiglia religiosa dei frati e suore Francescani dell'Immacolata è costi­tuita dal Voto mariano della consacrazione illimitata all'Immacolata. Questo è il primo dei voti che i frati e le suore fanno nella loro Professione religiosa. Insie­me al Voto mariano essi fanno gli altri tre voti di ob­bedienza, povertà e castità, che sono comuni a tutti gli altri Ordini e Istituti religiosi.

Il Voto mariano riveste e riempie di «marianità» tutta la vita evangelica francescana e porta ad assimi­lare ogni «Casa Mariana» e ogni «Casa dell'Immaco­lata» a S. Maria degli Angeli, la «Porziuncola» di As­sisi, dove i frati con S. Francesco, sotto gli occhi ma­terni di Maria, vivevano una «vita veramente angeli­ca», come scrive il primo biografo di S. Francesco, il B. Tommaso da Celano. Il Voto mariano porta, ancor più, a trasformare i frati e le suore nell'Immacolata ' Mediatrice, per essere Sua presenza di grazia dapper­tutto, impegnandoli a cooperare alla stessa missione di Mediatrice universale dell'Immacolata.

 

Missionarietà su tutta la terra

Uno dei frutti primari del Voto mariano è la mis­sionarietà a tutto campo per raggiungere ogni uomo a cui donare Colei che è la Genitrice di Cristo in ogni cuore che batte sulla terra.

E appassionante questa aspirazione e tensione a salvare tutte le anime attraverso l'Immacolata Media­trice, magari spostandosi da un continente all'altro per aprire nuove stazioni missionarie di frati e di suo­re Francescani dell'Immacolata.

Per questo i frati e le suore hanno già aperto di­verse case missionarie nelle Isole Filippine e in Brasi­le, negli Stati Uniti e in Africa, in Australia e in Rus­sia; e sono in progetto nuove Case missionarie in Cina e in Terra Santa, in Messico e in India, senza dimenti­care i diversi paesi dell'Europa così bisognosa di rie­vangelizzazione.

Se vieni anche tu, ragazzo o ragazza, vivrai nelle nostre comunità e sarai anche tu, come S. Francesco d'Assisi e S. Massimiliano M. Kolbe, costruttore del Regno di Dio nel cuore degli uomini attraverso l'Im­macolata!

 

Cinque punti fermi

1. La vita mariana

La «marianità» è la caratteristica singolare di queste comunità di frati e suore Francescani dell'Im­macolata. La marianità è l'eredità di S. Maria degli Angeli donataci da S. Francesco d'Assisi, è il patri­monio spirituale lasciatoci da S. Massimiliano M. Kol­be. L'Immacolata è l'aurora di ogni salvezza per il singolo e per l'umanità intera. Far vivere l'Immacola­ta in noi e portare l'Immacolata «in ogni cuore che batta sulla terra»: questo era l'ideale di S. Massimi­liano M. Kolbe e questo è l'ideale di ogni Casa Maria­na e di ogni Casa dell'Immacolata, con le comunità dei frati e delle suore segnate dal mirabile dono del Voto mariano.

2. La vita di preghiera

La preghiera è l'alimento primario e indispensa­bile della comunità dei frati e delle suore. Special­mente la preghiera in comune. In ogni Casa Mariana

e in ogni Casa dell'Immacolata la preghiera comuni­taria deve essere ben solida e ben curata. Cinque ore al giorno di preghiera comunitaria: sono la norma. Si inizia, ogni giorno, dalle prime ore del mattino (tra le quattro e le cinque). Il silenzio e il raccoglimento, poi,

vengono salvaguardati dalla clausura e dall'esclusio­ne di ciò che può introdurre il chiasso e le dissipazio­ni del mondo (in specie, la radio e la televisione).

3. La vita di povertà

La povertà evangelica, la povertà di spirito deve essere vissuta dai frati e dalle suore anche nella sua concretezza visibile (nelle celle, nelle suppellettili, nel vestiario, negli strumenti da lavoro). Deve essere vis­suta nell'insicurezza economica con l'esclusione di qualsiasi rendita fissa e di ciò che sia solo voluttuario (particolarmente il fumo). La vita di povertà va ani­mata di fiducia illimitata nella divina Provvidenza e nella materna assistenza della Madonna, che non ven­gono mai meno. Fin dagli inizi, nelle Case Mariane e nelle Case dell'Immacolata si cerca di mangiare solo ciò che manda la Provvidenza, senza acquisto di cibo.

4. La vita di penitenza

La penitenza deve essere sia interiore che esterio­re, vera e forte, come quella del Serafico Padre S. Francesco e dei suoi figli migliori. La vita francescana non può essere tale se non è modellata sul Padre Se­rafico, «immagine perfettissima di Gesù Crocifisso», come lo chiama la Chiesa nella Liturgia.

La penitenza della fedeltà pura alla vita comunitaria, la penitenza del dovere compiuto con ogni per­fezione, la penitenza nelle forme francescane più ca­ratteristiche e concrete: digiuno, disciplina, piedi nu­di, abito sempre indosso, capelli corti, niente vacanze né altri comforts: questa deve essere la penitenza vis­suta nelle comunità dei frati e suore Francescani del­l'Immacolata.

5. La vita di apostolato

Apostolato e lavoro debbono impegnare le nostre energie senza riserve, per cooperare con lo zelo del Serafico Padre all'«edificazione del corpo di Cristo che è la Chiesa» (Ef 4,12). Alla scuola di S. Massimi­liano che volle servirsi, per l'apostolato, di ogni mez­zo grande o piccolo (stampe, radio, televisione, arte, cultura medaglia miracolosa, volantini, arte, cultu­ra...), ogni frate e suora è impegnato a donarsi all'a­postolato attivo in ogni campo di lavoro apostolico e senza esclusione di mezzi, privilegiando, possibilmen­te, i mass-media, per affrettare l'avvento del Regno di Cristo nel mondo «attraverso l'Immacolata Mediatri­ce».

 

Comunità in crescita

Sulle basi solide di una vita religiosa attiva e con­templativa, povera e penitente, le comunità dei frati e delle suore Francescani dell'Immacolata crescono via via in numero di vocazioni e di attività apostoliche a raggio sempre più vasto, aperti all'evangelizzazione missionaria nelle terre degli infedeli di ogni continente.

Nella Chiesa, intanto, la comunità dei frati, cre­sciuta nei suoi membri, è stata canonicamente eretta, «per decisione del Santo Padre», prima in Istituto re­ligioso di diritto diocesano il 23 giugno 1990, festa del Cuore Immacolato di Maria, e poi in Istituto religioso di diritto pontificio il 1 gennaio 1998, solennità della Madre di Dio.

La comunità delle suore, invece, ha avuto la pri­ma erezione in Istituto religioso di diritto diocesano il 2 agosto 1993, festa di S. Maria degli Angeli, e il rico­noscimento come Istituto di diritto pontificio il 9 no­vembre 1998, festa della dedicazione della Basilica Lateranense.

 

Vocazioni... vocazioni...

Verrebbe subito da chiedersi come mai molti gio­vani e ragazze chiedono di entrare nelle nostre comu­nità, da dove vengono questi giovani e che cosa li at­tragga particolarmente, sapendo bene che ai nostri tempi la crisi delle vocazioni religiose si fa sentire dolorosamente nella Chiesa soprattutto dell'occidente. Rispondiamo subito e confessiamo candidamente che i nostri frati e suore non si sono mai affidati alle propagande vocazionali, anzi si può dire che ignorino tutte le cosiddette tecniche della pastorale vocaziona­le messe in atto da molti istituti maschili e femminili. Eppure, tra frati e suore, si è quasi in cinquecento! Già fin dagli inizi, nella Casa Madre «Madonna del Buon Consiglio» alla spicciolata, di tanto in tanto, qualche giovane veniva a visitare i frati, chiedendo di condividere la stessa forma di vita. Una volta, più volte, e poi magari la decisione di entrare in comunità per sempre. E così sono venuti parecchi giovani, e an­che alcuni meno giovani. Si accettano a uno, a due, o a tre per volta, per un po' di giorni, in ogni periodo dell'anno.

Condividendo in tutto la vita della comunità, di solito i giovani, con i frati, e le ragazze, con le suore, restano colpiti dalla vita comunitaria compatta e se­rena, dalla vita di preghiera intensa e raccolta, dalle austerità della penitenza, della povertà, del silenzio, pur tra le attività a ritmo serrato per i lavori interni e per l'apostolato nei vari campi di evangelizzazione (stampa, catechesi, emittente radio, stazione televisi­va, animazione liturgica, assistenza ai gruppi, aiuto ai Parroci, attività caritativa...).

 

Apostolato... apostolato...

L'apostolato delle nostre comunità deve essere proporzionato alla preghiera. Se si prega molto, si de­ve fare anche molto apostolato. Così è stato e così e, difatti. E la Madonna aiuti a conservare sempre que­sta armonia di proporzione che è grazia veramente vi­tale e feconda di frutti salutari per i membri delle co­munità e per le anime.

L'apostolato è iniziato dal poco ed è cresciuto via via in misura gigante nei diversi campi di lavoro. Da un iniziale volantino mariano, nella Casa Madre del Buon Consiglio, fin dai primi anni, l'attività stampa dei frati in tipografia è arrivata alla produzione di li­bri, opuscoli, quaderni e riviste, con tirature anche altissime. Attualmente i frati e le suore in Italia hanno una «Casa Editrice» dislocata in diverse sedi e con un catalogo proprio. Nelle Isole Filippine e negli Stati Uniti le suore hanno la Libreria mariana.

Ugualmente, da poche medaglie miracolose, ai primi tempi, si è passati via via alla confezione e di­stribuzione di milioni di medagline plastificate con cartoncino scritto in più lingue.

Ancora più importante, poi, è il lavoro apostolico delle radio religiose e delle stazioni televisive che i frati e le suore gestiscono in Italia e nelle Isole Filippine, in Brasile e in Africa, con grandi frutti di apostolato e di carità fraterna verso i molti fratelli emarginati che stanno in attesa di una parola di speranza e di soste­gno.

 

Unità nell'ideale

La comunità dei frati è costituita da sacerdoti, chierici studenti, fratelli religiosi, novizi, postulanti. In tanta varietà, l'unità nell'ideale soprannaturale e nella spinta d'insieme verso la santificazione crea l'armonizzazione dei membri radunati in una sola fa­miglia, sia tra i frati che tra le suore.

Chi entra in una comunità dei frati o delle suore Francescani dell'Immacolata non tarda molto a com­prendere che la vocazione è chiamata a una comunio­ne di vita con Dio e con i fratelli, è chiamata all'inse­rimento in un corpo vivo nel quale si è compaginati, per la vita e per la morte, con Cristo Gesù Capo e con i fratelli o le sorelle che sono le membra del Corpo Mi­stico. La presenza della Madonna, poi, Madre e Regi­na della comunità a Lei consacrata illimitatamente con il Voto mariano, serve magnificamente a creare un'atmosfera di famiglia che spesso incanta di dentro e di fuori.

In sostanza, si può affermare che è sempre il ri­chiamo alle cose forti che smuove gli animi dei giovani rimasti ardimentosi, ragazzi o ragazze che siano. La santità, le vette mistiche, i sacrifici eroici, le conquiste apostoliche: tutto questo appare luminoso dalla vita dei santi di ogni tempo, incarnazione viva di Gesù e del suo Vangelo. Ebbene, tutto questo colpisce i giova­ni e le ragazze che vogliono donarsi a Dio e li spinge al­la ricerca di una forma di vita capace di far sprigiona­re le loro energie in slancio e audacia d'amore divino.

La vita di S. Francesco d'Assisi e dei Santi fran­cescani, la vita di S. Massimiliano M. Kolbe, in parti­colare, esercita oggi un fascino potente sui cuori gio­vani, sui cuori delle vergini, desiderosi di compiere imprese spirituali e apostoliche. Nelle comunità dei frati e delle suore Francescani dell'Immacolata, con il Voto mariano, si è provocati costantemente a seguire questa «traccia» eroica così alta e nobile.

 

«L'arnia dell'Immacolata»

Con una splendida immagine S. Massimiliano M Kolbe volle definire un giorno la sua «Città dell'Im­macolata», chiamandola «arnia dell'Immacolata». In essa i frati (o le suore) sono le api industriose e labo­riose nel produrre il dolcissimo miele dell'amore alla Madonna da donare alle anime bisognose di vera feli­cità: «L'Immacolata vi farà felici!» - esclamava S. Massimiliano.

Anche le Case Mariane dei Frati Francescani del­l'Immacolata e le Case dell'Immacolata delle Suore Francescane dell'Immacolata si sforzano, pur nella loro pochezza e con le loro debolezze, di rendersi «ar­nie dell'Immacolata». Così voleva S. Massimiliano M. Kolbe; così speriamo che ci faccia diventare proprio lui, «patrono speciale di questi tempi difficili», come dice il papa Giovanni Paolo II, e protettore specialis­simo di queste Case Mariane dei frati e delle Case del­l'Immacolata delle suore.

A queste «arnie dell'Immacolata» siete forse chiamati anche voi giovani e voi ragazze che legge­te queste pagine. La grazia di leggere queste parole può essere già un segnale, un richiamo, un'occasio­ne per scoprire il «dono» speciale della vocazione alla vita verginale, alla vita consacrata, che produ­ce il miele dell'amore divino, dell'amore all'Imma­colata, da donare a tutti per la loro salvezza e feli­cità.

Se l'Immacolata ti chiama, affrettati e corri! Ella ti attende e ti accoglie nelle comunità di questi frati e di queste suore, che sono sua predilet­ta «proprietà» d'amore sulla terra e nei cieli!