UN CONFESSORE ... SI CONFESSA ...

Don Enzo Boninsegna

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“Forse la Penitenza e il Sacramento della Confessione non sono mai stati così in crisi come nel nostro tempo” (Giovanni Paolo II)

VALE ANCHE PER TE L'APPASSIONATO INVITO DI SAN PAOLO:

“Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5; 20

PRESENTAZIONE

Dall'alto del suo cielo Dio rivolse lo sguardo sulla terra; l'aveva fatta come splendido giardino in cui collocare le sue creature più amate. Che ne era di quel giardino e dei suoi figli che lo abitavano?

Dense nuvole coprivano la terra, in quel giardino non c'erano più l'armonia e i colori che Lui gli aveva dato intingendoli da Sé.

Tutto era così diverso dal suo sogno: sterpaglie senza fiori e sen­za frutti dilagavano ovunque... e insieme... disperazione e morte. L'uomo gli appariva sfigurato, troppo diverso da come l'aveva pensato: nel suo cuore non c'era più la confidenza col Padre che gli aveva dato la vita, non più un palpito di amore, non più fiducia in Lui, non più la gioia di una vita vissuta come incanto.

Laggiù sulla terra tutto si era fatto triste e grigio: l'uomo vagava smarrito e confuso, senza il conforto di una Presenza di paradiso. Viveva senza più sapere perché... senza sapere per Chi.

"Poveri figli miei! Che avete fatto?". Il suo cuore di Padre sangui­nava vedendo ridotte in quel modo le sue creature più care.

Che fare? Punirle? Non ce n'era bisogno: a punirsi l'uomo aveva provveduto da solo, perché la punizione è già dentro il peccato. "Gli uomini non sono puniti per le loro colpe, ma dalle loro colpe" (El­bert Hubbard).

La tristezza che gli soffocava l'anima, l'uomo non l'ha vista piove­re dal cielo di Dio come un castigo, ma l'ha fatta germogliare lui stesso dalla terra con la sua stoltezza e con la sua ribellione.

Peccando, l'uomo non solo ha distrutto il rapporto di amore e la sua somiglianza con Chi lo aveva creato, ma anche ha tolto alla sua vita la possibilità della gioia.

Ha reso la terra selvaggia: dell'amore ha fatto uno sconosciuto; del fratello un nemico; della gioia un sogno infranto che torturava il suo cuore con una struggente nostalgia, quasi una segreta tortura; e di se stesso... un orfano e un disperato.

"Rifarò nuova ogni cosa. - disse il Signore - Busserò al cuore delle mie creature per dire loro che le amo ancora e che le voglio salvare. Sì, cercherò di salvarle mandando loro mio Figlio, perché si cali, con un cuore come il mio, nei loro abissi di peccato. Sarà ponte fra Cielo e terra, fra le loro miserie e la mia misericordia." Ed ecco la promessa: "Verrà una donna tutta splendente, tutta pie­na di paradiso e dal suo grembo purissimo spunterà, come un germo­glio, il Salvatore".

Ma l'uomo peccatore è sconvolto in tutto il suo essere: non solo la sua mente non sa vedere e il suo cuore non sa amare, ma anche la sua memoria è indebolita e non ricorda.

Il Padre aveva promesso... ma i suoi poveri figli sulla terra ave­vano dimenticato presto la sua promessa.

All'uomo il Cielo sembrava chiuso e lontano, ostile e inaccessibi­le, ma il Padre di chi non voleva più essergli figlio stava preparando la terra per la venuta di Gesù.

Ai tempi di Noè aveva fatto balenare tra cielo e terra un arcoba­leno di colori; era un segnale che Dio era all'opera, quasi a dire: "Figli miei, non mi sono dimenticato di voi. La riserva del mio amore è senza limiti. Basta che voi lo vogliate, il Cielo si riaprirà. Verrà mio Figlio tra voi, verrà per voi. Accoglietelo, amatelo, ascoltatelo. In Lui e grazie a Lui, sarete perdonati".

Finalmente, nella pienezza dei tempi, quel Figlio è venuto, ci ha trattato da fratelli, da amici. Si è fatto Maestro di verità e Medico delle nostre piaghe. Non solo: si è fatto nostro servo e vittima per noi, tra tormenti indicibili, su una croce infame.

Compiuta la sua missione, ha riaperto il Cielo, perché la sua Santissima Umanità entrasse nella gloria che ha meritato.

Ma non ci ha lasciati soli: "Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 20).

Gesù è ancora sulla terra, più vivo di un tempo perché risorto, contemporaneo di ogni generazione, unico Salvatore di tutti coloro che cercano salvezza.

"Egli è qui - disse il vecchio Simeone - per la rovina e la risurre­zione di molti... segno di contraddizione..." (Lc 2, 34).

Per la salvezza di chi lo accoglie, dunque, ma anche per la rovina di chi lo rifiuta.

È Gesù la zattera che il Padre ha preparato per i suoi figli nau­fraghi in questo mare in tempesta.

Non c'è altra possibilità di salvezza che in Lui.

Negare che esista la tempesta del peccato, attorno all'uomo e nel cuore dell'uomo, é negare l'evidenza: è il primo passo sbagliato. Credere che esista il peccato, ma voler salvarsi dalla tempesta cercando altre zattere di salvezza, è il secondo passo per la rovina. Come gli Apostoli sulla barca nel mare in burrasca, gridiamo an­che noi: "Salvaci, Signore, siamo perduti!" (Mt 8, 25).

E Gesù, che non sarebbe più Salvatore se non accogliesse questa supplica, ci dirà:

"Figli miei, andate dalla mia Sposa, la Chiesa... dove è Lei sono anch'Io, perché siamo una cosa sola. Là mettetevi in ginocchio davanti a un mio ministro e chiedete umilmente perdono delle vostre colpe. Datemi le vostre miserie e Io vi darò la mia misericordia. Ridiventere­mo amici e fratelli, un cuore solo e un'anima sola. Donerò grazia alle vostre anime e gioia ai vostri cuori. Vi risusciterò alla vita del Padre mio e riaprirò per voi le porte del mio paradiso."

Questa è la promessa di Gesù... questa è la nostra certezza, la no­stra speranza, la nostra consolazione!

Ho scritto questo libro, che portavo nel cuore da diversi anni, perché almeno quei cristiani che se lo troveranno tra le mani si ri­concilino... col Sacramento della Riconciliazione, perché conoscano un po' meglio e nella giusta luce la Confessione, che è, in assoluto, il dono più grande che il Signore ci ha fatto, perché vedano questo do­no e lo cerchino, lo ricevano e lo amino per ciò che dà, ma anche di­sposti a dare ciò che chiede.

È questa l'unica zattera di salvezza che ci è data nel mare in tem­pesta in cui ci troviamo.

Dalla decisione che prenderemo (salire sulla zattera, o restare in acqua) dipenderà non solo la qualità della nostra vita qui sulla ter­ra, ma anche e soprattutto la nostra salvezza eterna.

E proprio il caso di non sottovalutare questo dono di Dio!

Don Enzo Boninsegna Verona, 4 marzo 1999

 

UN RICORDO LONTANO

Devo il mio Sacerdozio alla Confessione

Ero intorno ai sedici anni quando il mio parroco mi ha proposto, in Confessione, di andar a Messa tutti i giorni.

Non avendo il coraggio di dirgli di no, ho pensato: "Ci vado qualche giorno per buttargli un po' di fumo negli oc­chi e poi basta. Inoltre, non andrò più a confessarmi da lui, se no tirerà fuori la stessa storia un'altra volta".

Per diversi mesi mi sono confessato da altri preti. Poi, illudendomi che il parroco si fosse ormai dimenticato di quella cosa, ho commesso l’”imprudenza” di ritornare da lui. Ancora una volta... la stessa musica: "Come mai non ti ho più visto? Sai, penso che ti farebbe bene venir a Messa tutti i giorni! ".

Ho pensato: “Ma questo mi perseguita... si e preso una fissazione!!!”. Comunque, sempre per soggezione, ci sono andato e stavolta... per tutta la settimana.

Visto che non mi pesava molto... perché non provarci per un'altra settimana? Tra l'altro, avendo poca voglia di studiare, la Messa poteva servire come pretesto per uscire di casa: "Sempre meglio che perdere tempo sui libri".

È stata la mia "rovina "... : il Signore ha cominciato a parlare al cuore... Da allora non è più mancata la Messa quotidiana e Gesù ne ha "approfittato" per far sentire al­la mia "sordità" proprio ciò che io non volevo sentire.

Terminati gli studi superiori, sono entrato in semina­rio. Da tanti anni ormai sono prete... e senza alcun rim­pianto, certo e felice di trovarmi al posto giusto.

Se il mio parroco di allora non avesse approfittato di quelle Confessioni per farmi quella "strana" proposta... che ne sarebbe oggi della mia vita... ? Dove sarei ora... ? Dio solo lo sa! D. E. B.

 

1 – LA MALATTIA: IL PECCATO

IL COGNOME DI DI FAMIGLIA DI TUTTI I MALI

Fin che una bomba riposa immobile in qualche arsenale non si può immaginare quale potenziale distruttivo contenga. Solo con i morti e i crolli che provoca esplodendo si può capire quale pericolo rappresenti.

Ricordo che, quand'ero piccolo, vari cartelli raffiguranti delle bom­bette-giocattolo sparpagliate qua e là nell'ultima guerra, erano affissi ai muri di tutte le aule della scuola. Era un modo per raccomandare a noi bambini di non raccogliere alcun oggetto da terra. Più di qualcuno, infatti, ha perso un occhio, una mano o ha avuto altri guai.

La stessa cosa si può dire del peccato: è un "giocattolo-bomba". Sembra un giocattolo... infatti, con quante promesse di gioia ci lu­singa! Sempre ha sibilato nel cuore dell'uomo che la gioia era lì a por­tata di mano, in questa o in quella scelta, ma nel nostro tempo il pecca­to è uscito allo scoperto, senza più alcun pudore, e grida al mondo in­tero, apertamente, a squarciagola e in modo ossessivo: "Uomini, solo in me troverete il segreto della gioia!".

È questa la menzogna più pericolosa del nostro tempo. È questo aver "perso il senso del peccato" (Pio XII) la vera droga del 2000. Che invece sia una bomba, e la più terribile, lo si vede dai disastri che provoca.

Come nelle nostre famiglie ogni membro ha il suo nome, ma il co­gnome è comune a tutti, così nella "famiglia" dei mali morali, ognuno ha il proprio nome, ma il cognome è lo stesso per tutti: "Peccato".

- Un'alluvione di bestemmie inonda l'Italia? Chi ne sarà respon­sabile? Una signora di nome "Ira" e i suoi fratelli di nome "Odio" e "Orgoglio", tutti e tre di cognome "Peccato".

- Troppi agonizzano in una vita senza senso? Chi ne sarà respon­sabile? Un signore di nome "Ateismo" e di cognome "Peccato".

- È stata legittimata la macellazione di carne umana innocente con l'aborto? Chi ne sarà responsabile? Un signore di nome "Odio alla vita" e di cognome "Peccato".

- Troppe famiglie si sfasciano con gravissime conseguenze mo­rali, sociali ed eterne? Chi ne sarà responsabile? Alcune signore di nome "Lussuria", "Superficialità", "Immaturità", "Impazienza", "Poca Fede" e un signore di nome "Scarso Amore", ma il cognome di questa masnada di responsabili è sempre lo stesso: "Peccato".

- Mezzo mondo crepa di fame? Chi ne sarà responsabile? Un si­gnore di nome "Egoismo" e di cognome "Peccato".

- Guerre assurde sconquassano la terra? Chi ne sarà responsabi­le? Una signora di nome "Sete di potere" e di cognome "Peccato".

- Il nostro mondo è diventato una porcilaia? Chi ne sarà respon­sabile? Una signora di nome "Lussuria" e di cognome "Peccato".

- Una morte prematura stronca i nostri figli? Chi ne sarà respon­sabile? Una signora di nome "Droga" e di cognome "Peccato".

E questo è ancora niente...

- Ci sono inquilini all'inferno? Certo, e con l'impossibilità eterna di fare trasloco. Chi ne sarà responsabile? Il cognome dei vari imputati è sempre lo stesso... "Peccato"; i nomi cambiano, ma questo non con­ta niente. E pensare che il Figlio di Dio è morto su una croce perché l'inferno non avesse inquilini!

Povero Gesù! Fin dove arriva la stoltezza dell'uomo: non solo ti abbiamo condannato a soffrire, ma anche sputiamo sul tuo dolore, invece di usarlo come salvagente.

 

MISTERO DI INIQUITÀ

Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, il Salvatore, l'unico Giu­sto, Colui del quale il mondo non era degno... è stato massacrato su una croce come fosse un delinquente. A farlo uccidere, storicamente, è stata la crudeltà di alcuni ebrei e l'autorità di Roma, ma misticamen­te siamo stati tutti noi, con i nostri peccati.

Guarda a Cristo straziato in croce se vuoi capire qualcosa, appena qualcosa del peccato... di quel peccato di cui il mondo ha cancellato perfino il nome, illudendosi di cancellarne la realtà.

Scrive Albert Gärres: "Gesù ha solo perdonato i peccati, Freud ha fatto di più: li ha aboliti".

Senza un chiaro e preciso riferimento a Dio tutt'al più si può parla­re di "reato", che è violazione di qualche legge degli uomini, ma non di "peccato", che è violazione della legge di Dio.

Il mondo non parla più di questa tragica realtà che è all'origine di tutti i mali e non ne parla perché non ci crede. Ma anche se l'uomo si dimentica del peccato, il peccato non si dimentica dell'uomo e ricopre la terra come un pesante cielo grigio stracarico di nubi, che a ma­lapena lasciano filtrare qualche spiraglio di sole.

Qualcuno ha detto: "Una volta c'era l'artigianato del peccato, ora c'è l'industria."

L'esperienza parla chiaro e ancora più chiaro parla la Bibbia: solo nel Nuovo Testamento sono elencati ben 173 peccati, 33 dei quali direttamente contro Dio e 140 contro il tessuto sociale ed ecclesiale.

 

IL VOLTO DEL PECCATO

C'è chi ha provato a tracciarne i connotati.

Per Sant'Agostino "Il peccato è un'azione, una parola, un desi­derio contro la legge eterna di Dio che comanda di conservare l'or­dine naturale e proibisce di perturbarlo".

Sempre Sant'Agostino lo definisce anche come "un'avversione dal Creatore e una conversione alle creature... un voltar le spalle alla Fonte dell'essere, della verità, dell'amore, della gioia e un rivolgere la mente, il cuore, gli occhi verso le cose".

Con linguaggio meno teologico, ma più poetico, Benedetta Bianchi Porro dice: "I peccati sono le nuvole dell'anima: oscurano il sole, oscurano Dio ".

Il peccato è ribellione a Dio e lontananza da Lui, è stoltezza, è im­poverimento della vita, è miseria, è anticipo di morte. “Il peccato è l'assassino della gioia” e della grazia, è il boia di ogni virtù.

Il peccato è falsa libertà, lo dice l'apostolo Giovanni: "Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato" (Gv 8, 34). Sì, di fatto "per molti, la libertà è la facoltà di scegliere la propria schiavitù" (Gustave Le Bon).

Il peccato è lo scivolo per l'inferno, che è uno dei due sbocchi possibili per la vita dell'uomo.

 

EREDITA’ DI TUTTI

Concepiti e nati con la lebbra del peccato originale, tutti gli uomini, compresi i battezzati, portano ancora, e in certa misura porteranno sempre, per tutta la vita, il peso di quella "eredità", sia come inclina­zione al male, sia come malattia che ogni tanto affiora e guasta la loro esistenza, più o meno gravemente.

"Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi" (1Gv l, 8).

Siamo più o meno peccatori, ma pur sempre peccatori. Tutti, senza alcuna eccezione, tolta l'Immacolata, la “piena di grazia”, la Madre di Dio e nostra, Maria Santissima.

 

CONDIZIONI PERCHÉ CI SIA IL PECCATO

Per commettere una colpa non è necessario che a motivarci in una scelta sbagliata, sia l'odio verso Dio; è sufficiente che ci sia una di­sobbedienza alla sua legge.

Si può parlare di peccato solo se c'è la compresenza di tre elementi:

a) - la materia... pensieri, desideri, parole, opere od omissioni con­tro la volontà di Dio;

b) - la consapevolezza... cioè il rendersi conto di ciò che si fa e che la cosa è contro il volere di Dio;

c) - il consenso... cioè la libera decisione di fare quella certa scelta. Perché ci sia il peccato mortale dev'esserci la materia grave, la consapevolezza piena e il consenso del tutto libero.

C'è invece solo peccato veniale se la materia non è grave, o la con­sapevolezza non è piena, o non è del tutto libero il consenso.

Non c'è nemmeno peccato veniale se anche uno solo di questi tre elementi manca del tutto.

Una delle ragioni per cui Gesù ci ordina di "non giudicare" (Mt 7, 1) è che noi, pur vedendo l'azione sbagliata di una persona (cioè la ma­teria), non possiamo soppesare esattamente la sua consapevolezza e meno ancora possiamo conoscere il suo livello di consenso.

 

PECCATO MORTALE E PECCATO VENIALE

Per quanto riguarda la gravità, va precisato che c'è "un peccato che conduce alla morte" e un “peccato che non conduce alla morte” (1Gv 5, 16-17).

È partendo da queste parole che la Chiesa ha coniato le due formu­le: "peccato mortale" e "peccato veniale".

Il primo stronca il rapporto con Dio e, se non c'è il perdono, prepa­ra l'inferno. Il secondo ferisce quello stesso rapporto e, se non è tolto di mezzo per tempo e riparato, prepara il purgatorio.

Se poco o niente è considerato oggi il peccato mortale, è facile im­maginare come, da troppi, non sia nemmeno preso in considerazione il peccato veniale... eppure "è sempre grossolanità, sgarberia col Si­gnore, che ci ha educato con tanta finezza" (Giovanni XXIII).

In un rapporto di amore anche la più piccola indelicatezza non può essere programmata.

E se questo vale nei rapporti tra gli uomini, vale ancor più nei no­stri rapporti col Signore.

Non si dimentichi che se il peccato mortale è lo scivolo per l'infer­no... il peccato veniale è lo scivolo per il peccato mortale...

"Dio è paziente con i peccatori, ma è impaziente con i suoi ami­ci" (Ernest Hello). "Impaziente", nel senso di "esigente". Chi ha la sen­sibilità, la forza e la grazia di non vivere impantanato nei peccati mor­tali, non si accontenti di sguazzare nella palude della mediocrità, ma cerchi di dare vita al suo amore, perché il Signore, essendogli Padre e anche amico, vuole vederlo crescere, crescere, crescere... fino alla san­tità: "Siate perfetti - dice Gesù - com'è perfetto il Padre vostro che è nei cieli" (Mt 5, 48).

Del resto, se ci teniamo alla perfetta salute del corpo, perché non dovremmo desiderare anche la perfetta salute dell'anima?

 

CONCUPISCENZA, TENTAZIONE E PECCATO

Trattando del peccato non si può non parlare anche della concupi­scenza e della tentazione.

Peccato, concupiscenza e tentazione non sono la stessa cosa, ma sono strettamente imparentati tra loro.

A causa del peccato originale, è rimasta nell'uomo la concupiscen­za, una situazione stabile di debolezza e di più o meno marcata incli­nazione al male, che è come la parte sommersa di un iceberg: non si vede, ma c'è e rappresenta per tutti un serio pericolo.

La tentazione, invece, è la spinta a cedere al male, che si avverte in un certo momento, in una precisa situazione.

Il peccato è il vero e proprio cedimento.

La concupiscenza è in noi, ma non viene da noi (è una triste eredi­tà lasciataci da nostro padre Adamo e da nostra madre Eva); possiamo però accrescerne il peso e l'influenza sulla nostra vita nella misura in cui diamo spazio al peccato, passando da singoli atti peccaminosi al vizio, che è un atteggiamento abituale di ribellione e di lontananza da Dio. Scrive Cicerone: "L'abitudine è quasi una seconda natura". La tentazione non abita stabilmente in noi, affiora ogni tanto e può venire da noi stessi, ma anche dal diavolo e da altre persone.

Ci sono alcuni, gli scrupolosi, che per il solo fatto di sentire una tentazione, credono di aver peccato. No, senza il consenso non c'è pec­cato!

Sull'altra sponda, altri, faciloni e presuntuosi, visto che la tenta­zione non è peccato, ci sguazzano dentro allegramente e irresponsabil­mente, senza rendersi conto dei rischi che corrono.

Il peccato, invece, può entrare nella nostra vita solo e nella misura in cui noi gli spalanchiamo le porte.

Premesso questo, ne deriva che dalla concupiscenza non potremo mai liberarci del tutto; dalla tentazione possiamo in buona parte libe­rarci preventivamente, se evitiamo certe situazioni e coltiviamo inten­samente la vita spirituale, ma dal peccato (almeno dal peccato morta­le) possiamo e dobbiamo sempre restare immuni: dipende solo da noi. Non è facile, ma è possibile.

Già nel 1944, diceva Pio XII: "Per respirare nell'aria corrotta delle grandi città moderne e vivere in esse cristianamente senza as­sorbirne il veleno, occorre un profondo spirito di fede e la forza di resistenza propria dei martiri".

Dunque, difficile ma possibile. Vale anche per te e per me ciò che il Signore ha detto a San Paolo: "Ti basta la mia grazia" (2Cor 12, 9).

"Pochi accetterebbero di vivere con un cadavere nella sala da pranzo o da letto. Eppure, troppi tengono in se stessi un'anima morta. " (Rodolphe Plus)

 

2 - LA CURA: LA CONFESSIONE

LE TERAPIE DEL SIGNORE

L'ideale sarebbe che non ci fossero malattie, ma poiché ci sono, sa­rebbe una catastrofe se mancassero le cure. La realtà della vita si colloca tra questi due estremi: ci sono delle malattie, ma, grazie a Dio, per molte di queste ci sono anche le cure.

Trasferiamo il discorso dal mondo dei corpi al mondo dello spirito. L'ideale sarebbe che non ci fossero peccati, ma poiché ci sono, sa­rebbe una catastrofe se mancassero le cure. Anche in questo campo la realtà si colloca tra questi due estremi: i peccati ci sono, ma, grazie a Dio, non solo per molti, ma per tutti i peccati ci sono anche le cure. E parlo di "cure" al plurale perché non c'è solo la terapia d'urto del­la Confessione, ma ci sono anche altri rimedi.

In questa vita... uno dei rimedi più efficaci è la carità, che "copre una moltitudine di peccati" (1Pt 4, 8). La carità, intesa ovviamente non solo come offerta di denaro, ma nel senso più ampio, di donazione di sé agli altri, per amore di Dio, in qualsiasi opera di misericordia spi­rituale o corporale.

E poi c'è la preghiera, e poi la penitenza (cfr. Tb 12, 8-9), e poi le indulgenze. E oltre la morte... c'è il purgatorio.

Ma non è questa la sede per illustrare tali argomenti. Visto dunque che le malattie che insidiano il nostro corpo ci sono, sarebbe da stupidi non riconoscerlo e licenziare medici e infermieri e chiudere ospedali e farmacie: sarebbe una forma di suicidio collettivo.

Per la stessa ragione, visto che i peccati ci sono, è da stupidi non ricorrere alle cure che il Signore ha messo a nostra disposizione.

C'è chi non vi ricorre perché non ci crede... peggio per lui! C'è chi non vi ricorre perché non ci pensa... peggio per lui!

C'è chi non vi ricorre perché, impestato dall'orgoglio, o non si sente malato, o si crede medico di se stesso... peggio per lui!

C'è, infine, chi non vi ricorre... per timore. A questi non dico: “peggio per voi”, ma a ognuno rivolgo un caldo invito: Fermati davanti a Gesù crocifisso... guardalo... è finito là sopra, su quella croce, perché tu toccassi con mano quanto ti ama e per acquistarti dal Padre suo e tuo la grazia del perdono... Come fai a dirgli di no e a non consegnarti a Lui perché ti guarisca? Se ti ri­fiuti di accogliere il suo perdono gli fai un'offesa peggiore di tutti gli altri peccati che hai commesso. Va' da Lui, dagli questa gioia e digli: "Gesù, non posso accettare l'idea che Tu sia morto inutil­mente, stringimi tra le tue braccia come ha fatto il padre col figlio prodigo...". E Gesù, pur tra spasimi di dolore, ti sorriderà e ti dirà: "Grazie, figlio mio, per questa gioia che mi dai. Credimi: Io ti amo più della mia stessa vita, è per questo che l'ho donata e l'ho lasciata spegnersi fra strazianti dolori su questa croce".

 

IL POTERE DI PERDONARE

In ogni peccato il principale offeso è Dio, pertanto solo Dio può perdonare le colpe degli uomini. Di questo ne erano cosi convinti gli ebrei che, considerando Gesù un semplice uomo, l'hanno accusato di aver bestemmiato quando si è arrogato il diritto di perdonare il parali­tico: "Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati" (Mt 9, 2).

Ma Gesù non era e non è solo Uomo, è anche Dio e come Uomo-­Dio ha il potere di perdonare i peccati. Per darne una dimostrazione palpabile, dopo aver detto quelle parole ha fatto un miracolo: "disse al paralitico: alzati... e va' a casa tua" (Mt 9, 6).

"Fin qui si può anche accettare", dicono i critici.

L'ostacolo si trova un gradino più in giù: che Dio possa perdonare, d'accordo; che l'Uomo-Dio possa perdonare, d'accordo; ma che anche un semplice uomo, anzi, un pover'uomo qual è talvolta il sacerdote possa perdonare i peccati... questo è troppo!

Chi ragiona in questo modo trascura un particolare importante: se Dio e l'Uomo-Dio Gesù Cristo, possono perdonare, possono anche trasferire questo loro potere ad altri. Altrimenti, che potere sarebbe? Dunque, Gesù poteva dare questa facoltà a dei semplici uomini.

A questo punto, l'unico problema che resta aperto è vedere se que­sto benedetto potere di perdonare i peccati lo ha di fatto trasmes­so, sì o no.

Risponde il Vangelo. Apparendo risorto agli Apostoli, Gesù disse: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi... Dopo aver det­to questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, re­steranno non rimessi" (Gv 20, 21-23).

Più chiaro di così si muore! Per cui, chi non accetta queste parole, non può più rifarsi al Vangelo in nessun'altra sua parte; perché se si arriva a cincischiare sul significato di questo esplicito comando­-dono, che è abbagliante come il sole, di nessun'altra parola di Gesù possiamo dire di sapere con certezza che cosa intendesse.

Per il cristiano il problema semplicemente non esiste: la Confessio­ne, come gli altri sei Sacramenti, è stata istituita da Gesù e non dal­la Chiesa. Il Concilio di Trento parla chiaro: "Chi nega che la Con­fessione sacramentale sia stata istituita o sia necessaria alla salvez­za per diritto divino, oppure afferma che il modo- di confessarsi se­gretamente solo al sacerdote, che la Chiesa cattolica ha sempre pra­ticato fin dall'inizio e continua a praticare, non corrisponda alla isti­tuzione e al mandato di Cristo e sia un'invenzione umana, sia sco­municato".

II potere che Gesù ha dato agli Apostoli non era riservato esclu­sivamente a loro, ma era destinato anche ai Vescovi, loro successori, chiamati a continuare nei secoli la sua opera di salvezza. Se così non fosse, Gesù avrebbe fatto una preferenza inspiegabile: perché dare ai suoi contemporanei la possibilità di ricevere il perdono dei peccati da un uomo e non dare la stessa possibilità alle generazioni successive?

A loro volta i Vescovi, in ciò fedeli al mandato di Gesù, rendono partecipi i sacerdoti di questo loro potere.

Parlando un giorno con un protestante del potere che il Signore ha dato agli Apostoli di assolvere i peccati, mi son sentito dire che questo non risulta dal Vangelo. Gli ho risposto: “Guardi che le parole di Ge­sù: A chi rimetterete i peccati saranno rimessi...” non si trovano solo sulle versioni cattoliche dei Vangeli, ma anche sulle vostre versioni protestanti. Come spiega lei queste parole?".

Il suo imbarazzo era palpabile: non ha saputo cosa rispondermi.

 

UNA DELICATEZZA DI GESÙ

Nel dare ad alcuni uomini il potere di perdonare i peccati dei loro fratelli, Gesù ha voluto fare un "dono" all'umanità, non certo in­fliggerle un "castigo". Eppure, purtroppo, è così che molti vedono la Confessione.

E’ davvero strana la sorte di questo Sacramento che, offerto da Gesù come uno dei "doni" più grandi, di fatto da alcuni viene visto come "rogna"! Anche questa è ingratitudine!

Sarebbe certamente più imbarazzante dover confessare i propri peccati guardando negli occhi Gesù, che è perfezione assoluta, o guar­dando negli occhi un angelo, che è perfezione riflessa.

La povertà del sacerdote, anche lui peccatore e sempre bisognoso di perdono, aiuta a sentirsi capiti e rende più facile vuotare il sacco. Inoltre, risponde ai bisogni del cuore umano buttar fuori le proprie colpe. Infatti, noi non siamo angeli, ma creature sensibili, fatte anche di corpo e pertanto bisognose di rivestire con la materialità delle parole tutto quello che ci gorgoglia nell'anima, sia in bene che in male.

Basta vedere quante confessioni "laiche" vengono fatte sui settima­nali nostrani. E sono, tra l'altro, le pagine più lette da molti lettori.

C'è anche chi, macchiatosi di un grave delitto, e non essendo stato scoperto, dopo anni sente il bisogno di parlare: si autoaccusa, viene processato e va a finire in galera. "Meglio dentro, ma col rospo fuori - pensa - piuttosto che fuori, col rospo dentro".

Che qualcuno arrivi a tanto è la prova che se può essere un disagio confessare i propri peccati a un prete, a gioco lungo produce un disa­gio ancora più grande il confessarli solo a un Dio lontano, senza volto e senza voce, perché di fatto... ci restano dentro, a fermentare e... a farci compagnia!

Se tu avessi bisogno di un grosso intervento chirurgico per salvarti la vita, che faresti? Pur senza la certezza assoluta della buona riuscita, accetteresti. E daresti il tuo consenso anche se l'intervento ti costasse diversi milioni, anche se fosse piuttosto doloroso e anche se richiedesse una lunga convalescenza.

Nella Confessione il Signore fa molto di più: non ti regala qualche anno di vita, ma la vita eterna e non ti chiede soldi, non ti fa soffrire e non ti impone alcuna convalescenza.

In poche parole: Gesù può dare alla tua anima molto di più di quanto un medico può dare al tuo corpo... molto di più, a molto meno...!!! Grazie, Signore Gesù, di averci fatto un dono così grande, senza il quale saremmo perduti in eterno!

 

COMUNIONE SENZA CONFESSIONE?

Mi sento chiedere spesso, soprattutto da persone anziane: “Padre, posso fare la Comunione senza confessarmi? Mi sono confessata do­menica scorsa e da allora non ho commesso nessun peccato. Le chiedo questo perché quand'ero giovane i nostri preti ci dicevano che prima di comunicarsi ci si deve confessare”.

Che cosa dicessero i sacerdoti di allora non lo so, ma resta che o al­cuni non si spiegavano bene, o a non capire bene erano i fedeli.

1°) - Per legge divina è doveroso confessarsi ogni volta che si è persa la grazia di Dio con qualche peccato mortale.

Se un non-cattolico, che sia tale in buona fede, senza sua colpa, po­trà salvarsi per vie straordinarie che solo il Signore conosce e che è li­bero di percorrere per arrivare a quell'anima, un cattolico che, essen­do in peccato grave e potendo confessarsi si rifiuta di farlo, non può salvarsi, perché la Confessione, per lui che è credente, non è un optional, ma l'unica via offerta da Cristo per la sua salvezza!

2°) - Per una legge ecclesiastica è doveroso confessarsi almeno una volta all'anno.

3°) - Anche se non si sono fatti peccati mortali è ottima cosa con­fessarsi spesso, meglio se con regolarità.

4°) - Se però una persona desidera ricevere Gesù Eucaristia ed è in grazia di Dio, perché ha commesso solo colpe veniali, e non c'è un sacerdote per la Confessione, o comunque non si sente disposta in quel momento a confessarsi, chieda perdono al Signore e faccia pure la Comunione. L'Eucaristia ci è stata data dal Signore anche come medicina per le nostre piccole magagne spirituali.

5°) - Ma chi, rifiutando il perdono che gli sarebbe offerto nella Confessione, va a ricevere Gesù in peccato grave, ricordi le parole se­verissime di San Paolo: "Chi mangia il corpo del Signore indegna­mente, mangia la propria condanna" (cfr. 1Cor 11, 27-29). Sì, per lui, il Pane di vita eterna diventa veleno di morte!

"È umano commettere peccati, diabolico persistervi, cristiano odiarli, divino abbandonarli." (Friedrich Logau)

 

3 - IL MEDICO: IL CONFESSORE

UN PRETE... NON VALE L'ALTRO

Nel sacerdote grandezza e povertà convivono stabilmente; talvolta convivono anche grandezza e miserie.

La grandezza... per i poteri che Dio gli ha dato e la povertà o alcu­ne gravi miserie, quando ci sono... per i suoi limiti di uomo o di pove­r'uomo.

La dimensione umana del sacerdote, coi suoi pregi e i suoi di­fetti, nella Confessione ha un peso notevole, più che in qualunque altro Sacramento.

Ogni sacerdote, che ne ha ricevuto facoltà dalla Chiesa, può assol­vere validamente un peccatore che, pentito, gli confessa le sue colpe, ma spesso il penitente non ha bisogno solo del perdono.

Può anche aver bisogno di luce per sbrogliare qualche groviglio di coscienza, può aver bisogno di stimoli forti e di una mano ferma per non continuar a cullarsi nel peccato, può aver bisogno di una parola di incoraggiamento che lo rassereni e lo aiuti a credere che con l'aiuto di Dio può farcela a cambiare vita, può aver bisogno di una parola di conforto in un momento di dolore o di una presenza amica che gli dia sicurezza e calore umano in un momento di disperazione; può aver bi­sogno di queste e di tante altre cose...

E tutto ciò un confessore può darlo solo nella misura della sua ma­turità umana, della sua formazione cristiana e della sua esperienza e disponibilità sacerdotale.

Il carattere che si è formato come uomo non può non entrare, nel bene e nel male, nel suo rapporto col penitente.

Così pure la sua sensibilità e spiritualità come cristiano. In quanto peccatore, che ha bisogno come gli altri del perdono di Dio, come ve­de, come sente, come vive la sua Confessione? Se la vive come rigene­razione e ristoro della sua anima, allora è in grado di capire quale teso­ro il Signore gli ha messo nelle mani a favore dei suoi fratelli.

E come sacerdote che formazione spirituale, culturale e pastorale si è fatto? Se Cristo è la sua prima passione e se il bene dei suoi fratelli (soprattutto quello spirituale ed eterno) è la sua seconda passione, inscindibilmente legata alla prima, allora ci sono i requisiti perché quel sacerdote sia un buon confessore.

 

UN COMPITO NON FACILE

Esercitare il ministero delle Confessioni è uno dei compiti più difficili e logoranti per il sacerdote, perché, pur con tutti i condizio­namenti che gli vengono dalla sua storia passata e dal suo presente, deve rapportarsi con persone il più delle volte sconosciute e diverse tra loro... e spesso ha solo pochi minuti per sbrogliare dei "groppi" piutto­sto complessi, sui quali gli stessi penitenti molte volte fanno ben poco per aiutarlo a vederci chiaro.

Deve avere antenne sensibili per intuire situazioni di fragilità, di ansia, di dolore, o situazioni di superficialità, di spavalderia, di super­bia... che spesso il penitente non manifesta chiaramente.

Inoltre, con ogni persona che ascolta, il sacerdote deve sapersi sve­stire del suo stato d'animo personale, o di quello assorbito da chi si è confessato qualche attimo prima, per sintonizzarsi con chi gli sta davanti in quel momento.

Questo continuo svuotarsi e riempirsi, questo passare da uno stato d'animo all'altro, esige un'elasticità che nessuno possiede come dote di natura e che porta facilmente a una spossatezza interiore.

Pertanto, meritano grande stima e riconoscenza quei sacerdoti che affrontano regolarmente e per ore la "fatica" del confessionale.

E va anche data comprensione a quei sacerdoti che talvolta, pur senza volerlo, lasciano trapelare, da una parola o dal tono di voce, qualche segno di stanchezza o di tensione. In questo caso non è tanto la disponibilità o la generosità che manca, forse si tratta solo di "batterie scariche", cioè di stanchezza e nulla più.

Ma in alcuni sacerdoti ci sono atteggiamenti che non vengono da uno stato d'animo particolare o da un momento di tensione e che sono quindi molto più preoccupanti: in questi casi il penitente non deve af­fatto sorvolare.

 

ALCUNE "COLPE"... DI CERTI CONFESSORI

LA FRETTA - Per "non perdere troppo tempo", qualche confes­sore se la sbriga con i penitenti più in fretta che può, talvolta impedendo loro perfino di concludere l'accusa dei peccati, o comunque senza dedicare ad essi l'attenzione e la calma che sarebbero neces­sarie.

Chi desidera confessarsi bene avverte la fretta del sacerdote con sofferenza e ne resta deluso, tanto più se, oltre a confessare i suoi pec­cati, desiderava prospettare al sacerdote qualche problema.

Altri penitenti, invece, i "filibustieri", sono ben contenti di sbrigare le cose in fretta, perché così se la cavano senza tante rogne, senza es­sere invitati a guardarsi dentro e, soprattutto, senza alcun impegno di conversione.

Sia i primi, i delusi, che i secondi, i contenti, restano comunque gravemente danneggiati da questo comportamento del sacerdote: i primi... perché se ne escono senza quella luce di verità o senza quella parola di conforto che speravano di trovare; i secondi... perché posso­no continuar a vivere tranquillamente nelle loro colpe, non disturbati, né tanto né poco, da quella stessa luce di verità che desideravano... non ricevere.

LA NOIA - Qualche confessore può dare ai penitenti l'impressione di essere altrove con la mente.

In questo caso chi si confessa avverte una sensazione di distacco, quasi di indifferenza da parte del sacerdote, si sente trattato più come un "numero" che come una persona e questo certamente non facilita l'apertura.

LA SCARSA DISPONIBILITA - La comunità cristiana ha biso­gno di sapere quando, come e dove trovare il sacerdote per le Confes­sioni, ma sono piuttosto poche le parrocchie che danno indicazioni precise di tempo e di luogo perché i fedeli possano andare a colpo si­curo.

E così, persone che hanno il bisogno e il desiderio di "scaricare" il loro fardello se ne restano con la loro "zavorra" e con la loro sofferen­za interiore per chissà quanto tempo.

LA DUREZZA - Forse, credendo di servire la verità e di fare il bene delle anime, qualche confessore usa un linguaggio duro anche senza motivo, dimenticando che la Confessione è essenzialmente il sa­cramento della misericordia. Una certa durezza è utile e necessaria con i falsi pentiti, con coloro che più che convertirsi vorrebbero "convertire" il sacerdote e convincerlo che i loro vizi... non sono vizi, ma virtù. È una situazione, questa, che sempre più spesso capita oggi di vivere nel confessionale.

Ma con chi pecca per debolezza e riconosce il proprio peccato e vorrebbe liberarsene, occorre tutta la bontà, tutta la comprensione, tut­to l'incoraggiamento possibili.

Per la verità, questo atteggiamento della durezza oggi non è più molto frequente...

LA DEBOLEZZA - Con i tempi che corrono è invece molto più facile trovare nel confessore una "dolcezza" fuori posto, una specie di bontà mielosa che non è vera bontà e che non viene dalla miseri­cordia, ma dalla paura di doversi scontrare col penitente.

E così, si regalano "tranquillanti" anche a chi avrebbe bisogno di "stimolanti", si dicono parole "buone" anche a chi avrebbe bisogno di una parola forte... si evita di valutare in tutte le sue problematiche la situazione di un'anima, anche se sarebbe il caso di farlo... si sottolinea a dismisura la bontà del Signore, fino a dare di Lui non l'immagine di un "Padre", ma di un "Babbo Natale" un po' rimbambito che tutto dà e nulla chiede.

Questo "befanismo" oggi tanto di moda, impastato di debolezza e di cedimento, non solo non porta ai penitenti alcun beneficio spirituale, ma, al contrario, ne deforma la coscienza.

Chi si confessa ha bisogno di trovare un uomo nel sacerdote, o meglio: un uomo di Dio, non un mollusco!

IN CONFESSIONALE VESTITI IN BORGHESE - Giusta­mente la Chiesa vuole che il sacerdote sia sempre chiaramente rico­noscibile anche nel modo di vestire e, a questo riguardo, stabilisce norme precise.

Quando poi un sacerdote compie un'azione liturgica, la Chiesa gli fa obbligo, ancora più fermamente, di indossare abiti sacri e cioè delle vesti che aiutino i fedeli a percepire più facilmente la sa­cralità dell'azione che sta per compiersi.

Non solo: le vesti volute dalla Chiesa contribuiscono a ridimensio­nare la personalità umana del sacerdote, quasi a farlo sparire come persona, perché appaia con maggior risalto la maestà di Colui che il ministro rappresenta: Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore.

Quando un sacerdote confessa, è Gesù che agisce in lui, è Gesù che ascolta l'umile manifestazione che il penitente fa delle sue colpe ed è sempre Gesù che assolve.

Al sacerdote che confessa, la Chiesa impone di portare la veste (non il clergyman, tanto meno un vestito qualsiasi) e, su questa, la stola. Salvo casi urgenti che possono capitare in situazioni impreviste, ogni variante rispetto a ciò che vuole la Chiesa. è un arbitrio del tutto ingiustificato, una scelta che non facilita, ma ostacola il ricorso dei fedeli al sacramento della Confessione, perché più difficilmente ve­dono Gesù in un prete in blue-jeans e "dolce-vita", o comunque vestito in borghese e magari "targato Valentino".

Come può un sacerdote educare i penitenti all'obbedienza a Dio (perché non solo, ma anche a questo mira la Confessione), se semina il cattivo esempio della disobbedienza alla Chiesa?

I fedeli farebbero bene a tener conto di questo e a non confessarsi dai preti che si ostinano in questa "bravata".

 

COLPE PIÙ GRAVI

INUTILITÀ DELLA CONFESSIONE? - Non è raro sentirsi di­re: "Sono andata a confessarmi e il sacerdote, vedendo che non avevo commesso alcun peccato mortale, un po' seccato mi ha detto: Per queste sciocchezze faccia a meno di venire a confessarsi!'.

Una mamma recentemente mi ha confidato che la stessa cosa l'ha detta un sacerdote ai suoi due bambini (12 e 10 anni): "Per queste co­se da niente fa' a meno di venire a confessarti'.

I primi a restarne sorpresi sono stati quei due bambini, che hanno poi confidato alla mamma le loro piccole colpe.

Non bastano dei piccoli peccati veniali per chiedere e ricevere il perdono? Bisogna forse aver ammazzato qualcuno, o aver bestemmiato o rubato per andar a confessarsi?

Secondo questi pastori "illuminati", la Confessione non ha alcun senso e alcuna utilità per chi non ha commesso delle colpe gravi.

Ma ne sono proprio convinti? O che non sia invece un modo per as­secondare la loro pigrizia...?

Trattandosi dunque di "vecchiette" e di bambini, per qualche pre­te la Confessione sarebbe praticamente inutile: per i bambini... perché, essendo piccoli, "non sono ancora in grado di far dei peccati morta­li", dice qualcuno, (ma è proprio vero questo?) e per le "vecchiette"... "perché non sono più in grado di farli', (come se la vecchiaia ren­desse rincitrulliti e facesse perdere la libertà e quindi la possibilità e la capacità concreta di peccare). Che direbbero quei "saggi" pastori d'anime se in casa loro la donna di servizio facesse solo le pulizie più grosse e non spolverasse anche i mobili? Sarebbero contenti? E sarebbero disposti a pagarla?

Si parla tanto di igiene del corpo, ma l'igiene dell'anima certi pa­stori non sanno nemmeno cosa sia!

E non si rendono conto che con questi metodi fanno perdere ai fe­deli il senso del peccato e li allontanano sempre più dal Sacramento del perdono, così che, pian piano, non andranno più a confessarsi, con la conseguenza che:

a) - chi è in peccato mortale ci resta, magari per anni e anni, o fi­no alla fine della vita, con quello che può seguirne per l'eternità;

b) - e a chi ha solo delle colpe veniali viene negato il più valido aiuto per correggere le sue inclinazioni meno buone e l'aumento di gra­zia che potrebbe ottenere con la Confessione.

 

LA PIGRIZIA - Portare ogni mese l'Eucaristia ai malati nelle loro case è un compito di estrema importanza, un dovere di giustizia e di carità, ma è non poco impegnativo: può costare fatica e spesso non si ha molto tempo a disposizione.

E così, alcuni sacerdoti, in qualche caso anche per pigrizia, fan­no ricorso in modo un po' troppo disinvolto ai ministri straordina­ri dell'Eucaristia, che vanno senza rendersi conto (come sembra non se ne rendano conto i sacerdoti che li mandano) che anche un malato può aver bisogno di confessarsi.

In qualche caso sono i malati stessi che minimizzano la situazione della loro anima: 'Padre - ti rispondono talvolta quando li inviti a confessarsi - che peccati posso avere? Del male non ne faccio, sono sempre qui in casa!" (... come se in casa non si potesse peccare!).

Ma poi, insistendo un po', dolcemente, più di qualcuno accetta di confessarsi e talvolta saltano fuori delle "croste" che parcheggiavano in quell'anima da decenni.

Se invece il malato volesse confessarsi perché ha commesso qual­che colpa grave, che deve fare?

O rimanda indietro il ministro straordinario dell'Eucaristia, dicen­dogli che non può far la Comunione perché si trova in peccato mortale (umiliandosi davanti a un laico che ascolta così, indebitamente, una implicita confessione), oppure riceve l'Eucaristia senza aver prima ri­cevuto il perdono di Cristo dalla Chiesa.

È sapienza e carità pastorale creare problemi di coscienza a chi, per motivi di età e di salute, di problemi ne ha già abbastanza?

In questo modo "moderno", comodo, sbrigativo e arruffolone di af­frontare la Confessione degli ammalati, non viene a mancare inoltre, o prima di tutto, il doveroso rispetto verso Gesù Eucaristia?

 

NIENTE PENITENZA - Più di qualche persona mi ha chiesto come deve regolarsi se il sacerdote che ha ascoltato la sua confessio­ne non gli ha assegnato una penitenza da fare. "Forse si è trattato di una svista e si è dimenticato: può capitare a chiunque; - rispondo - in questo caso la chieda lei". "No, padre, non è stata una svista: anche se gliel'ho chiesta non me l'ha voluta dare; mi ha risposto che Gesù ha già pagato abbondantemente per tutti noi".

Conosco più di qualche sacerdote che si comporta così e inganna i fedeli, fingendo di ignorare le parole di San Paolo: "Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo" (Col 1, 24).

In questo caso il penitente scelga di sua iniziativa una penitenza equivalente a quelle che di solito gli vengono assegnate, meglio se è un po' più consistente... e stia sereno perché l'assoluzione è valida; ma faccia il proposito di non tornare mai più da quel "confessore" con la manica larga e... la coscienza distorta.

Vien da chiedersi: con quale diritto un sacerdote tralascia la peni­tenza che non è un optional, ma è parte integrante del Sacramento della Confessione?

Chi lo autorizza a fare questa stupida e grave amputazione, que­sto sconto fuori posto e a comportarsi da padrone e non da servo nei confronti di un Sacramento?

Non si rende conto che, anche con questa "trovata", pian piano fa perdere ai penitenti il senso del peccato?

 

ASSOLUZIONE GARANTITA COMUNQUE! - Ancora stu­dente in seminario, a circa un anno dall'ordinazione, pensando a quan­do anch'io mi sarei trovato in confessionale, chiesi a un sacerdote come ci si dovesse comportare nei casi in cui il penitente manifestasse di non aver alcun proposito di cambiare condotta in cose molto gravi. La ri­sposta è stata secca: "L'assoluzione non si nega a nessuno. Siamo ministri di misericordia, non di durezza. Se uno viene a confessarsi vuol dire che in qualche modo è pentito! ".

Pensando alle parole di Gesù: "A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20, 23), i conti non mi tornavano: Gesù, infatti, ha ipotizzato il rifiuto del perdono e non certo pensando a un possibile capriccio del confessore, ma perché sapeva, meglio di noi, che possono esserci ragioni gravi e obiettive per negare l'assoluzione.

Già, ora capisco...! Gesù o non era "aggiornato", o non era miseri­cordioso come quel prete di manica larga.

Siamo ministri di misericordia! Certo. Ma è misericordia ingan­nare un peccatore e fargli credere che si è messo a posto col Signore anche se continua a voler peccare come prima? E non siamo anche e prima di tutto ministri di verità e non ministri di menzogna?

 

ASSOLUZIONI INVALIDE - Un giorno un uomo maturo e ben formato nella fede mi ha chiesto di confessarsi e, senza che io glielo chiedessi, mi ha detto anche il perché: "Mi sono confessato un'ora fa da un altro sacerdote, che, per l'assoluzione, ha usato parole diver­se da quelle fissate dalla Chiesa. Mi ha detto semplicemente: 'Nel suo grande amore Dio ti perdona i tuoi peccati, ma non ha fatto al­cun riferimento alle tre Persone della SS. Trinità, al Padre, al Fi­glio e allo Spirito Santo e io non mi sento perdonato".

Quell'uomo aveva perfettamente ragione.

Come il battesimo dato dai Protestanti è valido, perché è ammini­strato "nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (secon­do la formula fissata da Gesù), mentre non è valido il battesimo dei Testimoni di Geova, appunto perché impartito nel nome di "Geova" (Dio), senza alcun riferimento alle tre Divine Persone, così è invalida l'assoluzione impartita nel nome di un Dio vago ed "ecumenico" che non è certo il Dio di Gesù Cristo.

Di questa "furberia" di qualche prete, che si crede particolarmente "aggiornato", ho avuto conferma anche da un sacerdote che si è con­fessato occasionalmente in un santuario; anche in quel caso la solita "brodaglia": "Nel suo grande amore Dio ti perdona i tuoi peccati. Va' in pace". E il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo?... Dov'erano finiti per quel prete? O erano andati in pensione... o provvisoriamente erano assenti per ferie!

 

UN VANGELO STRAVOLTO E TRADITO - Il massimo dello stravolgimento, del tradimento e del danno si ha quando qualche prete rassicura in modo ingannevole il penitente, parlandogli cioè non della vera bontà di Dio: "Coraggio, il Signore ti perdona", ma ribaltando la verità, come dice il profeta Isaia, chiamando "bene il male e male il bene" (Is 5, 20): "Di che ti preoccupi, quello che mi dici di aver fatto non è peccato".

E così, grazie a qualche sacerdote di questo stampo, che da "porta­tore di salvezza." si trasforma in "corruttore di coscienze", in qualche confessionale vengono "battezzati" come leciti i rapporti prema­trimoniali, la contraccezione, l'adulterio per il coniuge tradito, una nuova convivenza dopo il divorzio, le relazioni omosessuali e tante altre miserie del cuore umano.

Più di qualche volta mi è capitato che delle persone siano venute a riconfessare dei peccati mortali, deluse.nel vedere che da un altro sa­cerdote non erano considerati tali.

Se da una parte commuove la delicatezza di coscienza di quelle per­sone (che, peraltro, non sarebbero state tenute a riconfessarsi), dall'al­tra fa tremare il pensiero della responsabilità di quei preti bugiardi, as­sassini di anime, nemici di Dio e traditori del Vangelo. Come se la ca­veranno quegli imbroglioni nel giorno del giudizio?

E a quali conseguenze spirituali andranno incontro quei penitenti che abboccano all'amo (non però senza colpa!) e credono a quei preti? Che ne sarà di loro?

 

CONFESSORI ESTERNI

Soprattutto nelle parrocchie dove c'è un solo prete, i fedeli potreb­bero provare disagio nel confessarsi sempre e solo dal loro parroco. Pertanto, è bene provvedere, con una certa regolarità, a far venire qualche altro confessore da fuori. Dei sacerdoti vicini potrebbero concordare tra loro di rendersi disponibili, gli uni per le parrocchie de­gli altri, magari una volta al mese, in un giorno e in un'ora stabiliti, e di ciò è opportuno informarne per tempo le rispettive comunità.

Può essere anche opportuno ricordare ogni tanto quali sono le chiese della città, in genere rette da religiosi, in cui è sempre possibi­le trovare confessori disponibili in molte ore di tutti i giorni feriali. Anche questa è carità pastorale verso i fedeli!

 

SOLO I PRETI CONFESSANO? E I VESCOVI?

I veri titolari del potere di perdonare i peccati sono i Vescovi che, come successori degli Apostoli, hanno ricevuto la pienezza del sacer­dozio; è da loro che i sacerdoti ricevono l'autorità di assolvere dai pec­cati. Di fatto, però, per le molte altre mansioni che hanno, i Vescovi non confessano mai o quasi mai e forse è anche per questo che troppi di loro non conoscono a fondo la loro gente (soprattutto se quando erano semplici sacerdoti non hanno mai svolto il loro ministero in cura d'anime) e di ciò... ovviamente ne risente la pastorale.

Se anche il Papa si è messo a confessare... i Vescovi farebbero be­ne a imitare il suo esempio e penso che sarebbe ottima cosa se trovas­sero un'ora al mese per ascoltare le confessioni dei loro fedeli!

 

IL CUORE DEL CONFESSORE

Quello che Gesù è stato per i peccatori che ha incontrato sul suo cammino, deve cercare di esserlo anche il sacerdote... Il penitente ha diritto di vedere in lui non solo i poteri, ma anche il Cuore di Gesù.

 

PADRE - Il confessore deve avere grande capacità di accoglienza e di amore verso ogni penitente e soprattutto verso i figli "perduti" che tornano da molto lontano. Il padre del 'figlio prodigo" insegna.

È vero padre perché rigenera o accresce nell'anima del penitente la vita della grazia e questa sua paternità, che è come l'ombra della pa­ternità di Dio, deve trasparire chiaramente dai suoi modi di fare.

Il confessore è pienamente "padre" se rigenera i fedeli pentiti non solo con la grazia che piove dall'alto, ma anche col suo contributo di buon esempio, di preghiera e di espiazione.

 

GIUDICE - Non come i giudici di questo mondo, che si accertano se negli imputati ci sono delle colpe da punire con la condanna, ma giudice che valuta se in un'anima ci sono le condizioni per ricevere il perdono del Signore; un giudice che fa la giustizia di Dio applicando la misericordia.

 

MEDICO - "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati" (Mt 9, 12). L'uomo è malato nel profondo del suo essere e gli effetti si vedono spesso nel suo agire.

Il vero e unico medico è Gesù. Anche il sacerdote lo è, ma solo per sua delega, con i suoi poteri e con le sue terapie. O, se vogliamo, Gesù... è il primario... e il sacerdote... il suo assistente.

 

MAESTRO - "... ammaestrate tutte le nazioni... insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (Mt 28, 19-20). Dunque, maestro di verità è e dev'essere il sacerdote anche in confessionale, un maestro che ripropone l'insegnamento di Gesù su ciò che è bene e su ciò che è male, senza alcun potere di confondere le carte.

 

FRATELLO - "Se il tuo fratello commette una colpa... ammoni­scilo... " (Mt 18, 15). Dunque, nessuno ti è più fratello di chi ti am­monisce, ti richiama e ti corregge per liberarti dal peccato che è il peg­giore dei mali. In questa luce bisogna vedere il sacerdote, sempre, ma soprattutto in confessionale.

Tutto questo dev'essere un sacerdote verso un fratello che gli con­fessa i suoi peccati. E se non lo è? Saranno guai seri per lui!!!

E verso Dio deve avere il senso della dipendenza assoluta, senza al­cuna pretesa di reinventarsi lui le condizioni per concedere il perdono. Fedeltà a Dio, dunque, nel servire i reali bisogni spirituali di chi gli chiede il perdono dei propri peccati.

 

GRANDEZZA DEL SACERDOTE

La grandezza di un sacerdote si misura con i criteri della fede, cioè valutando non tanto quello che appare in lui, ma ciò che si nascon­de in lui: la presenza misteriosa e i poteri di Gesù.

La storia della Chiesa brilla della luce di santi sacerdoti che hanno consumato la vita in un confessionale. Penso al Santo Curato d'Ars, a San Giuseppe Cafasso, a San Leopoldo Mandic, al Beato Pio da Pietrelcina, e a tanti altri che solo il Signore ha conosciuto. Tempo perso il loro? La risposta ci viene dal flusso di persone che hanno mes­so in movimento e che hanno riportato tra le braccia del Padre.

È lì, nella penombra di un confessionale, che hanno riacceso il de­siderio di Dio in tante anime e hanno risvegliato alla vita divina tanti cristiani in letargo. È lì che hanno ottenuto conversioni strepitose e pla­smato altri santi. Solo nell'altra vita conosceremo quali miracoli del­la grazia sono avvenuti in tutti i confessionali di questo mondo.

"Cristo è presente nel suo sacerdote come in nessun santo, per quanto grande, come in nessun angelo, per quanto vicino al volto di Dio. È l'altissimo privilegio del sacerdote e insieme la sua tremenda responsabilità, di essere, nel momento che esercita il suo ministero, in un certo senso, Cristo stesso. " (Robert Ugo Benson).

"Se io incontrassi un prete e un angelo, saluterei prima il prete e poi l'angelo... Andate a confessarvi dalla Madonna o da un angelo. Potranno darvi l'assoluzione? No! Potranno darvi il Corpo e il San­gue di Nostro Signore? No! La Madonna non può far scendere nel­l'ostia il suo Figlio divino. Se aveste vicino duecento angeli, non po­trebbero darvi l'assoluzione. Un prete, per quanto meschino egli sia, lo può fare; egli può dirvi: Andate in pace: io vi assolvo'. " (San Giovanni Maria Vianney).

"L'ufficio del confessore è grande oltre ogni dire: è di vantaggio immenso al prossimo e sorgente di meriti abbondantissimi per chi lo esercita... - ... Il confessore con una parola chiude l'inferno e apre il paradiso... - ... Per capire i meriti di un confessore, pensate al va­lore di un'anima e a ciò che Dio ha fatto per salvarla... - ... Se Dio ha fatto tante minacce a chi gli strapperà un'anima, immaginate, per contrasto, quale premio viene riservato al sacerdote che si sacrifica per salvarle nel confessionale. " (San Giuseppe Cafasso).

Ma "sembra che i preti non sappiano ciò che sono e ciò che pos­sono farmi Mosè non è nulla in confronto ad uno di essi... L'uomo che ha ricevuto il Sacramento dell'Ordine riveste un carattere parti­colare: è doppio. Qualcuno si è aggiunto a lui e questa persona mi­steriosa lo lavora incessantemente. Nel più stolto e nel più vile dei preti resta ancora qualcosa di strano e di sovrumano di cui non riesce a disfarsi; è una specie di santità confinante con l'ignominia. Questo elemento sconosciuto, la natura umana non può avvilirlo, perché è fuori della sua portata e risplende agli occhi di coloro che vedono. " (Julien Green).

"Datemi buoni confessori e rinnoverò dalle fondamenta tutta la cristianità. " (San Pio V)

 

4 – IL MALATO: IL PENITENTE

L'ETÀ DELIA PRIMA CONFESSIONE

Da qualche tempo sta andando sempre più in ribasso la Confes­sione dei bambini; in un certo senso si ripete quanto è riferito dal Vangelo: "Furono portati a Gesù dei bambini... ma i discepoli li sgridavano" (cfr. Mt 19, 13).

Qualcuno sostiene che "non sono in grado di far dei peccati mor­tali fino a circa 13 anni".

Prima di tutto, questo non è vero! Chi l'ha detto? La psicologia? Sappiamo fin troppo bene che "certa psicologia", tronfia di orgoglio, spara fesserie e produce conseguenze in certi casi anche spaventose!

E, in secondo luogo, anche avessero solo dei peccati veniali, perché sarebbe un bene tenerli lontani dalla Confessione? La Chiesa ha sem­pre insegnato che anche un solo peccato veniale è materia sufficien­te per chiedere e ottenere il perdono del Signore.

Gesù ha detto: "Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite... " (Lc 18, 16).

Un giorno, una bimba di sei anni, vedendo che altri bambini di qualche anno più grandi si stavano confessando, mi ha chiesto di poter­lo fare anche lei.

- Ma sai cosa vuol dire confessarsi?

- Sì, vuol dire chiedere perdono a Gesù dei peccati.

- Ma tu sei troppo piccola: sicuramente non hai fatto alcun pecca­to! (ho voluto fare il "tentatore" per verificare il livello di coscienza di quella bambina).

- Non è vero: ho fatto alcune cose che dispiacciono a Gesù! - (Ed ha iniziato a dirmi i suoi piccoli peccati...). Come avrei potuto negare a quella bimba il perdono del Signore? Chi ero io per privarla di un dono tanto grande e per privare Gesù del­la gioia di quell'incontro? Avrei forse dovuto farla aspettare tre o quattro anni, fino all'età della prima Confessione "ufficiale"?

E chi l'ha detto che i bambini debbano fare la prima Confessione, tutti in truppa, a nove anni? La Chiesa insegna diversamente e cioè che ogni cristiano che sia arrivato all'uso di ragione ha il diritto-dovere di confessarsi. E l'uso di ragione non è fissato da nessuno ai nove anni, ma varia da caso a caso.

Se si vuol mantenere la prima Confessione "ufficiale" per tutti i bambini di una certa classe (e questo può essere utile anche come testi­monianza per la comunità), almeno non si privino di questo Sacramen­to quei bambini che desiderano riceverlo prima dell'età "stabilita".

Anzi, si cerchi di sensibilizzare i genitori perché preparino i loro bambini a ricevere il perdono di Gesù man mano che affiora in loro un sufficiente uso di ragione.

Purtroppo, lo spostamento della prima Confessione comporta anche lo spostamento della prima Comunione... e questo è un altro gravissimo danno che si reca ai prediletti del Signore. Non appro­fondisco il discorso solo perché, per quanto scottante sia l'argomento, non è questa la sede per trattarlo.

 

UN OSTACOLO PER MOLTI

Molte persone trovano, come ostacolo sul loro cammino verso la Confessione, un certo disagio psicologico ed è comprensibile: non è facile, soprattutto in certi casi, "vuotare il sacco" e mettere a nudo la propria anima davanti a un uomo, anche se è un "uomo di Dio".

Solo un buon livello di fede e di umiltà può aiutarci a superare ab­bastanza serenamente questo ostacolo:

- la fede... perché ci fa conoscere e quasi sentire quanto è grande in Dio il desiderio di perdonarci e ci fa intravvedere, dietro il volto del sa­cerdote, il volto misericordioso di Gesù;

- l'umiltà... perché, rendendoci consapevoli della nostra pochezza e fragilità, ci porta a non meravigliarci dei nostri peccati.

Ma anche il sacerdote può far molto per riconciliare il fedele con un Sacramento non facile come quello della Confessione.

Il modo con cui imposta il suo rapporto col penitente, la sua atten­zione, la sua discrezione, la sua capacità di ridare fiducia e speranza, in qualche caso il proclamarsi anche lui un povero peccatore bisognoso del perdono di Dio, il sottolineare le cose positive che nota nella vita del penitente... tutto ciò può portare questi a sentire non più il peso del­la Confessione, ma la gioia e il desiderio di ricorrere più spesso al Sa­cramento del perdono.

Solo se il penitente, più che il "dovere", sente il "bisogno" e il "desiderio" di confessarsi, il suo rapporto con la Confessione sarà bene impostato e comincerà a funzionare. Altrimenti questo Sacramento apparirà più o meno come una "tassa" da pagare, un "fastidio" a cui ci obbliga la Chiesa e allora... o non ci si va, o si va e ci si confessa male.

 

MOTIVAZIONI DIVERSE

PER SFOGO - L'incomunicabilità così diffusa nel nostro tempo può portare in confessionale una persona non tanto per accusarsi dei suoi peccati e ottenere il perdono del Signore, ma per parlare di un suo dolore, per trovare qualcuno che l'ascolti.

Questo tipo di penitente cerca un consolatore più che un confessore, cerca una difesa contro il dolore più che una liberazione dalle proprie colpe. In questo caso, anche se "consolare gli afflitti" non è il com­pito specifico della Confessione, è importante che il sacerdote sap­pia ascoltare e rasserenare.

Solo dopo, con delicatezza, cercherà di portare l'attenzione sulla Confessione vera e propria. E in genere, questi penitenti, sentendo il sacerdote sinceramente vicino e partecipe delle loro sofferenze, più fa­cilmente lo seguiranno quando farà la proposta di guarire le loro anime con la misericordia e il perdono del Signore.

PER PARLARE - Qualcun altro viene in confessionale perché non sa da chi andare per chiarire dei dubbi di fede, o per chiedere dei consigli. Anche queste motivazioni non costituiscono lo specifico del Sacramento del perdono, ma può essere che il trovare un sacerdote di­sponibile a trattare questi argomenti che creano qualche angustia, pre­disponga la persona alla Confessione, o già in quel momento o dopo qualche tempo.

 

MOTIVAZIONI SBAGLIATE

"PERCHÉ... È NATALE, PERCHÉ... È PASQUA" - Che pe­na certe confessioni "nataline" o "pasqualine"! Più di qualcuno viene a confessarsi non "in occasione" del Natale o della Pasqua, ma solo "perché" è Natale o "perché" è Pasqua.

In molti di questi casi è un disastro l'esame di coscienza, un disa­stro l'accusa, del tutto o quasi assente il dolore dei peccati, inesistente il proposito, tanto che non si nota alcuna intenzione di cambiare con­dotta di vita: dalla domenica successiva (e lo sanno bene ed è già deci­so anche mentre si confessano!) continueranno a disertare la Messa e a fare o non fare tutto il resto come prima.

"È un brutto confessare. Mi diceva un Padre cappuccino: 'Io rin­grazio Dio di essere vescovo, a volte, per un unico motivo, per il re­sto no. Il motivo è che non ho più da confessare a Pasqua, con quei casi così dolorosi... Non si convincono e non si sa che cosa dire'. Non si può certo negare che per i confessori è un vero martirio" (Mons. Albino Luciani - futuro Papa Giovanni Paolo 1).

PER L'INSISTENZA DI QUALCUNO - Qualche papà o qual­che mamma, vedendo che un figlio si sta allontanando dalla pratica re­ligiosa, talvolta insiste perché vada a confessarsi. La stessa cosa fan­no certe mogli con i loro mariti o viceversa. L'intenzione è certamente buona, ma spesse volte i risultati sono disastrosi.

La persona in questione, pur di mettere fine a quella fastidiosa at­tenzione sulla "sua" vita, rischia di "cedere" e di fare una confessione (intesa come accusa dei peccati) senza un'ombra di conversione, cioè senza pentimento. E così la sua situazione peggiora.

Non ha alcun senso proporre la confessione scavalcando a pie' pari la conversione del cuore.

PER FAR PIACERE A UNA PERSONA DEFUNTA - Un uo­mo da anni non va in chiesa, convive con una donna che non è sua mo­glie e non si comporta da cristiano in tante altre cose.

Alla morte della madre, convinta cristiana, si rende conto di averla addolorata per molti anni con la sua indifferenza religiosa e con la sua condotta immorale.

Durante il funerale si presenta in confessionale, non tanto per avere il perdono di Dio, di cui non sente bisogno (tant'è vero che non ha al­cuna intenzione di rettificare la sua vita), ma quasi per pagare un de­bito alla madre defunta, per darle ora quella gioia che le ha negato fin che era in vita.

Poiché della sua fede di un tempo (se mai c'è stata) gli resta ben po­co, appena un'ombra confusa, non riesce a capire che, se non si pente e se non propone di cambiar vita, non avviene alcuna riconciliazione tra lui e Dio e quindi non può essere perdonato.

Può nascere in questi casi una forte tensione tra il sacerdote e il presunto penitente: c'è da aspettarsi che questi accusi il confessore di essere duro di cuore... sia perché non si mostra "generoso" con lui in questo momento di dolore... sia perché, negandogli il perdono, nega a sua madre, nell'aldilà, la gioia di vedere quel figlio finalmente riconci­liato con Dio.

PER LA PRIMA COMUNIONE DI UN FIGLIO - E che pena certe confessioni fatte da alcuni genitori alla prima Comunione dei loro figli!

Per far contenti i loro bambini decidono, magari dopo anni, di rice­vere il Signore e pensano che per far bene la Comunione basti con­fessarsi.

Come poi sia fatta la Confessione, con o senza dolore dei pecca­ti, con o senza proposito... questo non conta.

E così, nello stesso giorno di grazia in cui i loro figli ricevono Ge­sù Eucaristia per la prima volta, loro sputano su Cristo profanando due Sacramenti: la Comunione e la Confessione e regalando alle loro anime la peggiore delle disgrazie: un doppio sacrilegio!

IN VISTA DEL MATRIMONIO - E che senso hanno certe con­fessioni prima del matrimonio?

Visto che il fidanzamento viene vissuto dalla stragrande maggio­ranza dei giovani in peccato mortale, se non altro per i rapporti pre­matrimoniali che ormai non sono più l'eccezione ma la "regola", e visto che questi rapporti non solo sono praticati, ma anche giustificati... quanti sono i fidanzati in grado di accedere alla Confessione con un sincero dolore dei loro peccati? Se potessero tornar a rivivere il loro fi­danzamento, come lo imposterebbero? Come vuole il Signore o come vogliono... le loro voglie?

Per molti sarebbe meno grave non confessarsi e non comuni­carsi in questa occasione, almeno profanerebbero solo (!!!) il Sacra­mento del Matrimonio e non anche la Confessione e l'Eucaristia!!!

PER SCARAMANZIA - Un tale deve affrontare un grosso rischio o un problema di un certo rilievo (un'operazione chirurgica, un viaggio pericoloso, un esame...) e, nella sua fede annebbiata, "sa" che "è me­glio mettersi a posto col Padreterno. Un'assicurazione contro l'in­ferno, o contro qualche disgrazia, o contro una bocciatura - pensa - tutto sommato, è sempre utile".

Il rapporto di questo tipo di penitenti col Signore è gravemente compromesso, perché è fatto quasi solo di timore e ben poco di amore.

Hanno fede quanto basta per temere l'inferno, ma troppo poca per provare dolore dei loro peccati.

La Confessione è vista come un... "baratto": "Signore, io ti do questo e tu mi devi dare quest'altro!"... e per "quest'altro" non s'in­tende il suo perdono, la sua grazia, la sua amicizia, ma qualcosa di materiale e di immediato. Dunque... una Confessione senza conversio­ne! Una vera "buffonata"!

In genere sono penitenti difficili da trattare, perché pensano che ba­sti, come "prezzo", l'accusa dei peccati, anche senza il dolore di averli commessi e senza alcun proposito.

UN'OPERAZIONE DIABOLICA - Certi "penitenti", pur sapen­do benissimo che la loro condotta è gravemente peccaminosa, non han­no alcuna intenzione di voltar pagina e cambiare vita.

Più che accusarsi dei loro peccati, li giustificano con un'abilità dia­lettica che sembra (ed è, di fatto) ispirata dal demonio.

Ma allora perché vengono a confessarsi?

Sanno di essere in peccato e sanno anche che le strade che hanno davanti sono due: o cambiar vita... (ma questo è troppo difficile, per­ché dovrebbero lottare contro se stessi e contro le loro passioni), o continuare nella loro vita di peccato... (ma questo è piuttosto scomo­do, perché genera rimorsi).

Tentano allora di trovare una terza strada: restare nel peccato, ma senza il disagio che nasce dai rimorsi.

Con mille false argomentazioni cercano di convincersi che questa via è lecita e percorribile anche per un cristiano, ma, nonostante gli sforzi che fanno per arrivare a questa conclusione, resta in loro una qualche ombra di dubbio.

È per cacciare questo dubbio che cercano complici autorevoli: "Se non sono più io solo, ma c'è anche qualche prete a dirmi che la mia condotta è lecita, allora posso esserne certo e non sentire più quel residuo di inquietudine che mi fermenta infondo all'anima".

A questo punto, comincia la "caccia" al prete "buono", "com­prensivo", "misericordioso" e... "di manica larga".

Come "anime in pena" girano di qua e di là fin che lo trovano e, trovatolo, lo esaltano come se fosse un "illuminato", un "supersag­gio", un "vicepadretemo", un "quasi-Messia" le cui "sentenze" non si toccano, un modello che tutti gli altri preti dovrebbero imitare.

Se però il prete che incontrano non risponde a questi requisiti, cer­cano di "convertirlo", nella speranza perversa che proclami virtù, o quanto meno leciti, i loro vizi, senza rendersi conto che diventano, nei suoi confronti', dei "demoni tentatori".

Cercano di convincere il prete che è la Chiesa che sbaglia, perché Gesù, che era amico dei peccatori, non farebbe tante storie come sta facendo la Chiesa.

Dimenticano che Gesù Cristo e la Chiesa, sua Sposa, sono indisso­lubilmente uniti e "nessuno ha il diritto di separare quello che Dio ha congiunto" (cfr. Mt 19, 6).

Non potendo manipolare in alcun modo l'insegnamento della Chiesa, che è qui... ora... a distanza ravvicinata, presente con la sua parola viva e bruciante, incarnata o resa visibile nel prete che hanno davanti, cercano di manipolare l'insegnamento di Gesù, la cui paro­la, essendo lontana duemila anni, è più facilmente reinterpretabile. Cercano di separare il confessore dalla Chiesa, che secondo loro sa­rebbe in errore, per riportarlo al "vero" insegnamento di Gesù, che sa­rebbe quello che fa comodo a loro.

E se, dopo tanti sforzi, trovano finalmente un disgraziato di pre­te disposto a ingannarli... a loro sta bene: non si sentono più in col­pa, perché non è più soltanto la loro coscienza che li assolve.

Ma se sono proprio convinti, fin nel profondo della loro coscienza, che quel loro peccato... non sia peccato, perché si accusano di quella certa cosa in Confessione? Tacciano... invece di accusarsi!

Eh, no! Tacendo, resterebbero ancora da soli ad assolvere le loro colpe e un po' di dubbio resterebbe...

Vogliono un prete "spazzino" che elimini anche quel tanto o quel poco che resta del loro dubbio!

Non cercano un prete che li liberi dai loro peccati, ma solo dal ri­morso causato da quei peccati. Non vogliono la verità che salva e li­bera, ma la menzogna che, ingannando, tranquillizza. Non si sforzano di liberarsi dal male, ma di farsi narcotizzare la coscienza per non do­ver convivere con lo scomodo disagio di sentirsi peccatori.

Più di qualche prete si presta a questo "sporco gioco", traden­do Cristo e la Chiesa e con gravissime conseguenze per le anime. Con queste "furberie"... davanti a Dio non viene ad esserci un pec­catore in meno, ma un peccatore in più: il prete.

Non solo il penitente non viene liberato dai suoi peccati, ma ne commette un altro gravissimo: quello di associare alle sue colpe il confessore da cui ha voluto farsi ingannare.

Anche in questo caso è proprio il prete che ha la colpa maggiore, perché è stato investito da Gesù e dalla Chiesa del ruolo di maestro per far luce alle coscienze... non per chiamare luce le tenebre; per guarire dal peccato... non per liberare da salutari rimorsi che è bene sopravvi­vano fin che sopravvive il peccato; per rendere testimonianza alla veri­tà di Cristo... non per benedire le voglie malsane dell'uomo!

"Ciechi e guide di ciechi. - disse Gesù - E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!" (Mt 15, 14).

 

IL CUORE DEL VERO PENITENTE

Se il sacerdote che siede in confessionale deve avere il cuore del pa­dre di cui ci ha parlato Gesù nella parabola del 'figlio prodigo" (Le 15, 11-32), il penitente deve avere il cuore di un figlio...

- Deve accettare, anzi cercare e amare la verità che fa luce sulle sue miserie. Chi va dal medico per una visita, per quanto sia grande il suo desiderio di sentirsi dire che non ci sono grossi problemi, non lo in­fluenza in alcun modo per avere un responso rassicurante, perché sa che le bugie pietose del medico peggiorerebbero il suo stato di salute.

- Provare sincero dispiacere per ciò che ha fatto o non fatto. E per far germogliare il dolore, pensi che i suoi peccati hanno inchiodato Gesù sulla croce e danneggiato la Chiesa tutta. In aggiunta a questo... pensi ai danni diretti che può aver causato a qualche persona.

- Tornare, ma per restare, come ha fatto il ”figlio prodigo”, da quel Padre che lo aspetta a cuore aperto... Considerando la propria fragilità, può prevedere e deve temere altre cadute, ma non può certo programmare altre "fughe da casa"... anzi, deve fare il possibile perché ciò non avvenga.

Solo a queste condizioni ha senso confessarsi!

"Se tu ti scusi, Dio ti accusa; se tu ti accusi, Dio ti scusa. " (San Francesco di Assisi)

 

5 - IL TEMPO

UN GIORNO PER LE CONFESSIONI

Ricordo benissimo il primo sabato pomeriggio del mio ministero sa­cerdotale. Ore 15,30: entro in chiesa e vedo una settantina di bambini e di ragazzi venuti per la Confessione.

Da diverso tempo il parroco, don Egidio Baietta, aveva stabilito questo punto di riferimento settimanale per chi desiderava il perdono del Signore. Quel sabato, sono stato "recluso" per quasi tre ore, senza alcuna interruzione, e altrettanto il parroco.

Per me, che ero alle prime armi, è stata una "fatica", ma ho provato anche gioia per quelle tre ore spese bene!

Bambini e adolescenti erano "clienti" fissi, ma alla spicciolata veni­vano anche giovani e adulti. Il giorno e l'ora fissati erano i più indicati: essendo vigilia della domenica, quasi tutti gli adulti erano liberi dal la­voro e i bambini dalla scuola.

È una grande carità spirituale dare ai fedeli la possibilità di prov­vedere al bene delle loro anime, nella calma necessaria e in tempi pre­fissati.

Da quel mio primo sabato in confessionale è passato l'arco di una generazione e... tante cose sono cambiate: ora, anche di sabato, non ci sono più le frotte di ragazzini e il numero degli adulti è diminuito pa­recchio; e questo, per almeno due motivi:

1°) - La Confessione è crollata vertiginosamente. In quegli anni, nella mia diocesi, circa il 60% dei fedeli partecipava alla Messa do­menicale; oggi il numero delle presenze è sceso a circa il 15%. È chia­ro che il crollo della partecipazione alla Messa comporta anche il crol­lo del ricorso alla Confessione: alla perdita del senso di Dio segue inevitabilmente la perdita del senso del peccato e viceversa.

2°) - Molti dei... pochi che ancora si confessano hanno preferito di­rottare dal sabato alla domenica: trovano infatti più comodo confes­sarsi durante la Messa... così prendono "due piccioni con una fa­va"... tutto tempo risparmiato!

 

DURANTE LA SANTA MESSA...?

Quella di confessarsi durante la celebrazione della Messa è una brutta piega presa da molti cristiani, una comoda abitudine che non è facile correggere.

Infatti, non si possono far bene due cose contemporaneamente. Se si considera che il tempo passato dai fedeli in confessionale è tempo sottratto alla celebrazione eucaristica, o che la partecipazione attenta alla S. Messa impedisce di prepararsi bene alla Confessione, non si può non considerare inopportuna questa usanza.

Ma dal punto di vista pastorale emergono altre considerazioni che rendono più complesso il problema e più difficile la soluzione. Certamente si deve fare tutto il possibile per rieducare i fedeli a non confessarsi durante la S. Messa.

Ma questa è la meta a cui tendere. Il problema è: come arrivarci? Eliminando di punto in bianco la presenza del sacerdote in confes­sionale nell'orario delle celebrazioni eucaristiche si può correre il ri­schio che la gente non si confessi più, né tanto, né poco: né durante la Messa, né fuori della Messa.

Al contrario, mantenendo la possibilità di confessarsi durante la ce­lebrazione eucaristica, si corre il rischio di assecondare nei fedeli la tendenza al "comodismo", cioè a non fare alcun sacrificio per il bene delle loro anime e quindi a non maturare spiritualmente.

Come si può parlare di conversione vera in una persona che si con­fessa solo perché può farlo senza alcun incomodo, durante la S. Messa domenicale, ma che non sarebbe disposta a fare alcuna rinuncia per cercare in un altro momento, diverso da quello, il perdono del Signore?

Chi ci tiene alla propria salute, in caso di serio pericolo fa cercare il medico a qualunque ora. E perché se uno ama davvero, oltre al Signo­re, anche la salute della propria anima non dovrebbe cercar di trovare un po' di tempo per confessarsi anche fuori della Messa domenicale?

Davanti a questo bivio, quale strada può imboccare un pastore d'anime? Nessuno, penso, ha la soluzione in tasca.

Per i problemi pastorali spesso non è facile individuare la scelta più opportuna: se si cerca di salvare un valore si corre il rischio di comprometterne un altro e viceversa.

Un tentativo può essere questo: in attesa che maturino i tempi e un po'... anche i cristiani, si può mantenere la possibilità di confes­sarsi durante le Messe e, contemporaneamente, ricordare spesso che c'è un giorno in cui i sacerdoti sono disponibili per questo servizio.

Si può provare... e in alcune parrocchie si è già provato, ma il risul­tato è stato scarso, sempre per la ragione che, tra due possibilità, la stragrande maggioranza tende a fare la scelta più comoda. Dunque... una soluzione, questa, che ha risolto ben poco!

Un altro tentativo, forse la cosa migliore, è di rendersi disponibili per le confessioni tra una Messa e l'altra, ma anche questa iniziativa, già provata in più di qualche parrocchia, purtroppo dà pochi frutti.

Sarebbe bene che, tra sacerdoti, ci si comunicassero idee e proposte concrete per affrontare, tra gli altri, anche questo problema.

 

UN PROBLEMA DIFFICILMENTE EVITABILE

L'accettare, sia pur dolorosamente e come ripiego, di confessare du­rante le Messe domenicali comporta anche qualche altro problema. Cerco di essere concreto. Un gruppetto di persone si prepara da­vanti al confessionale, sperando di cavarsela in fretta per poter fa­re la Comunione durante la Messa. Entra una persona che da anni non "vuota il sacco". In un caso simile non possono bastare pochi mi­nuti come nelle confessioni ordinarie.

Vedendo che il penitente non sa da che parte cominciare (si incon­trano casi in cui la conoscenza della legge di Dio è ridotta quasi a ze­ro!), il sacerdote passa in rassegna i dieci Comandamenti per mettere a fuoco i punti fondamentali della volontà di Dio. Su ognuno di questi punti, o quasi, ci sarebbe da soffermarsi a lungo, perché il penitente, avendo ormai perso confidenza col linguaggio cristiano, rischia di non capire il senso esatto delle domande che gli vengono rivolte.

Si arriva al 5° comandamento: "Non uccidere". Considerando che quasi il 70% degli italiani qualche anno fa si è espresso in favore dell'aborto, il sacerdote non può non chiedere che posizione ha il peni­tente su una questione così scottante.

Spesso la risposta è: "Io sono contrario, ma in certi casi... ". A questo punto che si fa? Si tenta un abbozzo di catechesi sul valore e la sacralità di ogni vita.

Se quella persona comprende e accetta il pensiero di Dio... bene! Ma se non accetta e torna a insistere sui casi pietosi: "Se mia figlia venisse violentata... ", o "Se si prevede che nasca un bambino han­dicappato... ", ecc... ecc... ecc...???

Con tanta pazienza si cerca di approfondire le ragioni di Dio. Dopo di che?... Dopo di che, se la persona non accetta incondizionatamente il rispetto dovuto ad ogni vita, che è parte integrante della visione cri­stiana, con bontà, ma anche con fermezza le si dice che non è pron­ta a ricevere il perdono del Signore.

"Come? Non mi dà l'assoluzione solo per questa cosa? Io non ho mai fatto l'aborto! Ho detto solo che in alcuni casi particolari... ". Altra discussione per convincere quella persona che la sua posizione su questo punto, già da sola, è cosa grave e dimostra la non avvenuta conversione. E avanti col braccio di ferro del "botta e risposta '...

E se si supera lo scoglio del 5° comandamento, spesso c'è poi il 6° che fa da ostacolo.

Intanto è passata quasi mezz'ora... e gli altri che aspettano da­vanti al confessionale s'impazientiscono con chi si sta confessando e soprattutto col prete, "colpevole" di tirarla per le lunghe.

Qualcuno, che pensa si possa fare in tempi brevi per tutti, come se la Confessione fosse una catena di montaggio, è arrivato a crono­metrare la permanenza in confessionale di chi lo precedeva. In altre oc­casioni c'è stato chi ha bussato violentemente alla porta del sacerdote, accompagnando i colpi con un commento velenoso. Fantasie? No! Co­se successe al sottoscritto.

Se poi la persona la cui Confessione va un po' per le lunghe non è una persona anziana o di mezza età, ma una donna giovane, allora le faccende si complicano, perché la cosa si presta molto bene come ar­gomento di calunnia. E questo dà la misura del pentimento e della con­versione del cuore di qualcuno che sta aspettando di confessarsi.

Mio Dio... quanto sono angosciose certe situazioni! Si è come stritolati da una morsa: da una parte si cerca di non far aspettare troppo chi desidera confessarsi per poter fare la Comunione, dal­l'altra non si può liquidare in fretta un caso complicato...

 

CON CHE FREQUENZA CONFESSARSI?

Se sei caduto in qualche colpa grave, sapendo per fede che hai perso la grazia, cioè la vita divina che era in te e, di riflesso, l'amicizia e la somiglianza con Dio, in cuor tuo chiedi immediatamente perdono al Signore per il tuo peccato, col proposito di confessarti al più presto. Non aspettare che l'occasione di "vuotare il sacco" ti venga incontro, cercala tu questa possibilità.

A farci cadere in una pozzanghera può bastare una svista, ma chi decidesse di restarci dentro tranquillamente dimostrerebbe una grave forma di superficialità. Chi, caduto nel peccato, decide di restarci e non fa nulla per uscirne, dimostra non solo di non amare il Signore, ma nemmeno di saper amare se stesso.

"Dopo ogni caduta risollevati e corri a Dio con fiducia illimita­ta: digli che sei polvere e che la mano, l'aiuto, può venire solo da Lui. " (Benedetta Bianchi Porro).

Considerando però che la Confessione non serve solo per libe­rarci dalle colpe gravi, ma anche dalle colpe più piccole, dai peccati veniali, e considerando che fa crescere in noi la grazia di Dio e ci dona nuova forza contro le immancabili tentazioni future, la Chiesa ci rac­comanda di confessarci spesso.

"Ma come? La Chiesa non dice di confessarsi almeno una volta all'anno? Dunque, confessandomi due o tre volte all'anno faccio più di ciò che la Chiesa mi chiede". È un'obiezione che si sente spesso.

Il precetto della Chiesa di confessarsi "almeno una volta all'anno" indica un livello minimo, sotto il quale un cristiano, per quanto retto e buono, è certo di danneggiare in modo serio la sua vita spirituale.

Ma perché limitarsi al minimo? Se la Confessione è inutile... perché confessarsi anche solo una volta all'anno? Se invece è utile... perché farlo solo così raramente?

Se un datore di lavoro dicesse ai suoi dipendenti: "Almeno una volta all'anno vi obbligo a ritirare lo stipendio mensile, ma, per chi vuole, c'è anche la possibilità di avere la tredicesima, la quattordi­cesima, la quindicesima... ", chi sarebbe così sciocco da ritirare solo lo stipendio di un mese e da privarsi di tutto l'altro denaro che è messo a sua disposizione?

Se siamo così solleciti quando è in gioco la ricchezza di questo mondo, perché non dovremmo essere ancor più solleciti quando è in gioco una ricchezza immensamente più grande, che avrà riflessi eterni? "Se riconosciamo i nostri peccati, egli... ci purificherà da ogni colpa. " (1Gv 1, 9)

 

6 . IL LUOGO

Il luogo in cui ordinariamente va amministrato il Sacramento del perdono è la chiesa e il posto è il confessionale.

La sacralità della Confessione e il rispetto dovuto a chi vi si ac­costa esigono che i confessionali siano allestiti secondo alcuni criteri.

 

ISOLAMENTO ACUSTICO

Capita spesso che vengano a confessarsi persone deboli di udito. In questi casi, per farsi capire, il sacerdote dovrebbe alzare la voce; o, se ad essere scarso di udito fosse il sacerdote, sarebbe il penitente a dover parlare più forte, col rischio, in entrambi i casi, che altre persone sentano ciò che i due si stanno dicendo.

Perché ciò non avvenga, nel rispetto del segreto dovuto a chi si sta confessando, al sacerdote non resta che un doloroso ripiego: tagliar corto e dare l'assoluzione, rinunciando a dire quelle parole di esor­tazione, o a dare quei consigli che sarebbero opportuni.

In questo modo è tutelato il segreto, ma è danneggiato il peniten­te, che viene così privato di quella parola di luce o di conforto di cui potrebbe aver bisogno e a cui ha diritto come figlio di Dio.

Tra l'altro queste persone, per la loro quasi sordità, vivono abi­tualmente piuttosto isolate anche in famiglia. Pertanto vedono e atten­dono la Confessione come uno dei pochi momenti in cui possono uscire dalla loro penosa solitudine.

Ma, visto che neanche col sacerdote possono parlare in santa pace, pur desiderando confessarsi più spesso, vengono raramente, restando prive così anche di quell'aumento di grazia che potrebbero ricevere.

Sono cresciuti in questi ultimi tempi la sensibilità e il rispetto ver­so gli handicappati: nelle nuove chiese, ad esempio, si provvede a evi­tare le barriere architettoniche.

Anche la sordità o la quasi-sordità è una forma di handicap e inte­ressa un buon numero di persone, soprattutto tra gli anziani.

Cosa si fa concretamente per salvaguardare la possibilità che il sa­cerdote e il penitente, se l'uno o l'altro sono scarsi di udito, possano parlarsi tranquillamente, senza dover troncare il loro dialogo e senza che sia compromesso il segreto?

Il problema non può essere accantonato: lo esigono il rispetto dovu­to al Sacramento e la giustizia e la carità che sono dovute al penitente. Anche i vecchi confessionali, per quanto apprezzabili per il valore artistico, lasciano aperto il problema: il sacerdote è al centro e i due penitenti sono uno per parte, a poco più di un metro di distanza l'uno dall'altro: uno può sentire ciò che dice l'altro, o può indovinare i pec­cati dell'altro sentendo le esortazioni che fa il sacerdote, soprattutto se anche questi, anziano e scarso di udito, tende a parlare a voce alta.

Va detto inoltre che essendo i confessionali collocati in chiesa, se non sono abbastanza isolati acusticamente, capita spesso che il peni­tente e il sacerdote, pur essendo normali di udito, non riescano a sentir­si a vicenda, soprattutto quando la comunità esegue dei canti.

Anche questo problema è da mettere sul conto delle Confessioni fatte durante la celebrazione delle Messe domenicali.

 

LA GRATA

- Padre, l'ultima volta che mi sono confessato, non ho detto tutti i miei peccati.

- E come mai? Piuttosto, se non se la sentiva di dire certi peccati, poteva far a meno di confessarsi; era sempre meglio, o meno peggio che confessarsi male.

- Certo, padre, ma è perché sono stato colto di sorpresa. - In che senso?

- Non desiderando confessarmi dal mio parroco, ero andato in pellegrinaggio a un santuario; appena entrato in confessionale, vi­sto che non c'era la grata, che io pensavo di trovare, la vergogna mi ha bloccato e non ho avuto il coraggio di dire tutto.

Un dialogo simile mi è capitato più volte.

Due cose vorrei dire: la prima al penitente e la seconda ai preti, so­prattutto ai frati dei santuari.

Al penitente direi: "Se le capitasse ancora una situazione del ge­nere, cerchi nel Signore il coraggio di dire, con tanta umiltà e fidu­cia, tutti i suoi peccati. La può aiutare il pensiero che anche il con­fessore è un uomo, un peccatore che ha bisogno, come lei, del perdo­no di Dio. E inoltre, i confessori, abituati ormai a sentire di tutto, non si meravigliano più di niente",

E ai sacerdoti che si ostinano nel 'faccia a faccia" vorrei dire: "L'espediente della grata è un segno della delicatezza materna della Chiesa verso i suoi figli. Conoscendone la fragilità, anche psicologi­ca (e questo da sempre... prima ancora che la psicologia nascesse co­me scienza!), la Chiesa ha voluto andar incontro ai fedeli nelle loro difficoltà. Aldilà delle nuove 'tendenze, il valore primario da salvare è che quei figli le aprano il cuore, non che le mostrino il volto. Questo è amore vero e solo allora il penitente si sente capito e soc­corso nella sua fragilità ed è facilitato nell'accusa dei suoi peccati".

Con questa loro mania di novità e di modernità, i non pochi preti e frati che "inchiodano" di sorpresa i penitenti davanti alle loro facce, non si rendono forse corresponsabili, e più responsabili dei penitenti, se alcune Confessioni vengono fatte in modo sacrilego?

E non è forse colpa loro se altri si allontanano dalla Confessione? In data 16 marzo '94 ho ricevuto una lettera anonima da una signo­ra che, da quanto ho potuto capire, si era confessata da me qualche giorno prima (un anonimato, in questo caso, perfettamente compren­sibile e giustificabile). Eccone il contenuto:

"Rev. Padre,

dopo aver letto il Suo libretto: 'La Con­fessione e la Comunione - Due pilastri della vita cristiana', mi sono accorta di essere stata in crisi per diversi anni. Non parlo di crisi per aver perso la fede, o perché non viva più da cristiana, ma parlo di una vera e propria crisi da Confessione.

Sono una cristiana convinta, credo in Dio e in tutto quello che la Chiesa ci ha sempre insegnato.

Abito nella Sua parrocchia da poco tempo, ho trenta­due anni e vengo da una famiglia di veri cristiani in cui ho respirato la fede e, tra le altre cose, l'attaccamento alla Confessione. Ma ora siamo seccati, veramente sec­cati e non accettiamo più che il sacerdote confessi fac­cia a faccia, senza l'uso della grata. Per questo motivo mi sono allontanata, e un po' si sono allontanati anche i miei familiari, dal Sacramento della Confessione.

Arrivata a Verona, dopo quasi un anno che non mi confessavo, ho potuto accostarmi finalmente al Sacra­mento del Perdono perché ho visto che nella Sua chiesa si continua ancora alla vecchia maniera.

Con questa lettera spero di aiutare molti altri fedeli, che hanno il problema di accostarsi al Sacramento del­la Confessione per colpa dei sacerdoti che complicano le cose, illudendosi di semplificarle.

Saluti da una Sua parrocchiana."

Di solito i confessionali moderni vengono allestiti in modo tale da rendere possibili le due soluzioni: o dietro la grata, o faccia a faccia col confessore. Ma sia il penitente a scegliere, non il prete!

"Non si deve far pesare sul penitente il proprio gusto, ma rispet­tare la sua sensibilità per quanto concerne la scelta della modalità della Confessione, cioè se faccia a faccia o attraverso la grata del confessionale" (Giovanni Paolo II).

Eppure anche in questo caso, pur essendo possibile rispettare il de­siderio dei fedeli, qualche confessore "ostinatamente moderno" in­vita con tono perentorio (cioè di fatto obbliga!) il penitente che si era posto dietro la grata a scegliere l'altra soluzione e a mettersi di fronte a lui faccia a faccia: "Cosa fai lì, vieni da questa parte!".

Per rispetto verso chi si confessa, la Chiesa ribadisce anche oggi l'uso della grata: "Relativamente alla sede per le confessioni, le nor­me vengano stabilite dalla Conferenza Episcopale, garantendo tut­tavia chi sempre i confessionali (siano) provvisti di una grata fissa, cosicché i fedeli che lo desiderano possano liberamente ser­virsene" (can. 964 - § 2).

Dunque, se neanche ai Vescovi e nemmeno alle Conferenze Episco­pali è consentito far togliere la grata o allestire nuovi confessionali che ne siano privi, con quale autorità certi preti e frati si arrogano il diritto di far quel che vogliono e di creare dei problemi ai penitenti? Si credo­no degli "illuminati", ma sono solo dei ribelli alla Chiesa, che mancano di carità e di giustizia verso i fedeli, privandoli di un loro diritto.

"Ogni confessionale e uno spazio privilegiato e benedetto dal quale nasce un uomo riconciliato. " (Giovanni Paolo II)

 

UN’OMBRA MOLESTA

C'era una volta un uomo che si irritava così tanto alla vista della sua ombra, e per questo era così triste nella vita, che decise di separarsene.

Disse a se stesso: "Riuscirò a staccarmene".

Così, si alzò e corse via, ma ogni volta che posava il piede a terra, rivedeva la sua ombra.

Disse allora a se stesso: "Devo correre più forte". Così cominciò a correre più veloce, sempre più veloce, e corse così a lungo fino a quando cadde a terra, sfini­to, e morì.

Non aveva pensato che poteva liberarsi senza alcu­na fatica da quell'ombra tanto fastidiosa, andando semplicemente all'ombra di un albero... (Thomas Merton)

L'OMBRA CHE SALVA Un uomo che cerca di liberarsi dai suoi peccati da solo peggiora la sua situazione.

Con meno fatica si può ottenere infinita­mente di più: basta anda­re dove ci portano la fede e l'umiltà, cioè all'ombra di Cristo. All'ombra di Lui, spa­riranno le nostre ombre.

 

7 - L'ESAME DI COSCIENZA

Il figlio prodigo "rientrò in se stesso ". (Lc 15, 17)

GUARDARSI DENTRO

Leggiamo nella Bibbia: "Prima di ogni azione è bene riflettere" (Sir 37, 16).

La Confessione, come ogni altro Sacramento, è un'azione di gran­dissima importanza, è azione di Dio e dell'uomo, un incontro che porta salvezza all'uomo da parte di Dio.

Per confessarsi bene, perciò, è necessario prepararsi e riflettere in un clima di silenzio, con sentimenti di umiltà per le proprie colpe e di fiducia nel Signore.

Ottima cosa se... si chiede aiuto alla Madonna e al proprio An­gelo custode!

Se dobbiamo farci vedere da un medico, ci soffermiamo prima a pensare ai nostri malanni, perché non ci succeda poi di dimenticarne qualcuno. Vogliamo che sappia tutto, il più esattamente possibile, per­ché possa valutare nel migliore dei modi il nostro stato di salute.

E per la stessa ragione che l'apostolo Paolo ci esorta, in riferimento alla salute delle nostre anime: "Ciascuno esamini la propria condot­ta... " (Gal 6, 4). È doveroso, dunque, guardare attentamente le condi­zioni in cui si trova la propria anima.

Ma per sapere il più esattamente possibile quante e quali piaghe ci siamo procurati, è necessario rientrare in noi stessi, come ha fatto il "figlio prodigo", e una volta là... guardarci con gli occhi di Dio.

 

DUE CRITERI SBAGLIATI

1°) - Se, nell'esaminare la propria condotta di vita, un uomo usa come criterio la condotta media degli altri, fa presto a non sentirsi peccatore, anzi, vedendosi un po' migliore di tanti, corre il rischio di con­siderarsi un mezzo santo.

Il criterio del "lo fanno tutti... ", porta solo a impantanarsi sem­pre più in tante miserie e non certo a lasciarsi modellare come vuo­le il Signore.

2°) - Come criterio nell'esaminare la propria condotta, è del tutto sbagliato anche usare i desideri suscitati in noi dalle nostre passioni. Dice l'apostolo Paolo: “Il Vangelo da me annunziato non è mo­dellato sull'uomo; infatti io non l'ho ricevuto né l'ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo” (Gal 1, 11-12).

Che, tradotto in parole più semplici, significa: "Cari cristiani di oggi e di sempre, non è l'insegnamento di Gesù che deve adattarsi alle vostre voglie, ma è la vostra vita che, nonostante le resistenze in­terne derivanti dal turbinio delle vostre passioni, deve adattarsi alla sua volontà. Se sarà il Vangelo a modellarvi secondo i gusti di Dio, allora sentirete nel cuore e sulla terra aria di paradiso. Se invece sarete voi a stravolgere il Vangelo secondo i vostri gusti, allora avrete nel cuore e sulla terra tanfo da inferno!".

E non è proprio ciò che sta avvenendo, da quando anche i cristiani hanno cominciato a mettere le mani sul Vangelo per non sentirsi rim­proverare certi loro vizietti?

E non è sempre questo aver messo gli artigli sul Vangelo che ha portato così tanto sconquasso, non solo nelle coscienze, ma anche nella Chiesa?

Dunque, a ogni cristiano che non voglia prendersi in giro e farsi del male, San Paolo dice: "Giù le zampe dal Vangelo! Prendere o la­sciare! Se prendi... sei salvo! Se lasci... sei rovinato!".

 

IL CRITERIO GIUSTO

Il termometro per provare la febbre della nostra anima e conoscere il suo stato di salute o di malattia è solo l'insegnamento di Gesù. Tutto il suo insegnamento, senza sconti. "Passeranno il cielo e la ter­ra, ma le mie parole non passeranno" (cfr. Mt 5.18).

Esaminarsi solo su alcune cose e non su tutto ciò che vuole da noi il Signore è falsificante, perché può darci l'illusione di essere abbastanza a posto.

- Padre, ho bestemmiato e ho perso Messa.

- Non ricorda altro?

- No, nient'altro!

- Quanto è che non si confessa?

- Un anno.

Una Confessione di questo genere è la riprova che è stato fatto ma­lissimo l'esame di coscienza: chi si accusa in questo modo ha preso in esame, e tra l'altro sommariamente, solo il 2° e il 3° comandamento. E riguardo agli altri otto, è proprio sicuro di essere a posto su tutto?

E impossibile infatti che, a un anno di distanza dall'ultima Confes­sione, non ci siano altre "magagne"!

E, fatto male l'esame della propria condotta, vien fatta male tut­ta la Confessione, perché non può esserci un dolore sincero per i pec­cati di cui non si è preso coscienza; non può esserci proposito di cam­biare là dove non ci si rende nemmeno conto di aver peccato; non può essere fatta bene, in maniera completa, l'accusa delle proprie colpe e non si è disponibili a coltivare uno certo spirito di penitenza, se si cre­de di aver così poco da riparare.

Se, dovendo andare a una riunione importante, un tizio non esamina tutto della sua persona, ma solo le mani, può arrivare a credersi in or­dine solo perché ha visto che le mani sono pulite e non si accorge che è spettinato, che ha la barba in arretrato di qualche giorno, che ha indos­so abiti non stirati e le scarpe sporche... e quindi nemmeno sospetta quale pessima figura farà andando tra certa gente bardato in quel mo­do.

È solo un esempio, ma aiuta a comprendere che anche l'esame della nostra condotta di vita deve essere completo e cioè che non può sorvo­lare su nulla di ciò che il Signore espressamente vuole da noi.

Per giungere a questa visione a 360 gradi si possono usare diversi metodi, ma quello che sembra dare più frutti e che nella Chiesa è col­laudato da secoli è il seguente:

1°) - passare in rassegna i dieci Comandamenti,

2°) - confrontarsi con lo spirito del Vangelo,

3°) - chiedersi se, abbiamo praticato i precetti della Chiesa.

Per facilitare l'uso di questo metodo propongo, come schema, i die­ci Comandamenti, integrati dallo spirito del Vangelo e da quanto ci im­pone la Chiesa.

 

SCHEMA DI ESAME DI COSCIENZA

Quanto tempo è passato dall'ultima Confessione? Mi sono confessato bene l'ultima volta?

1°COMANDAMENTO

- Ho trascurato l'istruzione religiosa?

- Ho avuto dei dubbi sulla fede che non ho cercato di chiarire?

- Ho fatto affermazioni contro la fede?

- Ho avuto vergogna di professare la mia fede?

- Ho pregato tutti i giorni?

- Ho pregato con poco impegno?

- Prego anche per le anime dei defunti?

- Ho fatto, potendolo, qualche visita in chiesa al Signore?

- Ho chiacchierato in chiesa?

- Ho mancato di rispetto a persone o cose sacre?

- Ho fatto la Comunione in peccato mortale?

- Ho prestato fede a qualche superstizione?

- Credo all'oroscopo e nella magia? Vi faccio ricorso?

- Ho partecipato a sedute spiritiche?

- Ho approfittato o disperato della misericordia di Dio?

- Cerco di amare il Signore, o sono freddo nei suoi confronti?

- Ho incolpato Dio di qualche cosa?

- Ho avuto il cuore troppo attaccato alle cose di questo mondo?

- Ho avuto più cura del corpo che dell'anima?

- Ho mancato di fiducia nella bontà e nella provvidenza di Dio?

- Riconosco i diritti di Dio anche sulla società civile?

- Cerco di comprendere cosa vuole il Signore da me?

 

2°COMANDAMENTO

- Ho nominato invano Dio, Gesù, la Madonna, i Santi?

- Ho bestemmiato?

- Ho dato ad altri occasione di bestemmiare?

- Ho corretto chi bestemmiava?

- Ho fatto giuramenti falsi?

- Ho giurato senza che fosse necessario?

- Ho tralasciato l'adempimento di voti fatti?

- Ho invocato Dio perché faccia del male a qualcuno?

 

3°COMANDAMENTO

- Ho tralasciato per mia colpa la S. Messa festiva?

- Sono andato in ritardo?

- Seguo attentamente e partecipo attivamente alla S. Messa?

- Ho fatto perdere la S. Messa domenicale ai figli o ai dipendenti?

- Ho lavorato nei giorni di festa senza gravi motivi?

- Ho obbligato altri a lavorare di festa senza vera necessità?

- Ho fatto qualche opera buona nei giorni di festa?

- Ho dedicato un po' più di tempo alla preghiera?

 

4° COMANDAMENTO

- Prego per i miei familiari?

- Ho rispetto, amore e obbedienza verso i miei genitori?

- Ho avuto pazienza e comprensione con loro?

- Prego per i miei genitori, sia in vita che dopo la morte?

- Ho rispetto e amore per mia moglie (o per mio marito)?

- Do tempo e affetto ai miei familiari?

- Ho dato loro gravi dispiaceri?

- Ho cercato di educare, anche religiosamente, i miei figli?

- Li ho esasperati con una intransigenza fuori posto?

- Ho rispetto e obbedienza per i miei legittimi superiori?

- Ho trattato male i miei dipendenti?

 

5° COMANDAMENTO

- Ho dato scandalo, danneggiando la vita spirituale del mio prossimo?

- Ho coltivato pensieri di odio o di vendetta verso qualcuno?

- Ho contagiato altri con sentimenti di odio e di vendetta?

- Mi sono lasciato prendere dall'ira?

- Ho gioito del male degli altri?

- Ho offeso qualcuno con parole ingiuriose?

- Ho mormorato del mio prossimo?

- Ho mancato di rispetto verso i poveri, gli handicappati, gli anziani?

- Ho esagerato nel mangiare, nel bere o nel fumare?

- Ho trascurato o danneggiato la mia vita?

- Sono favorevole all'aborto o all'eutanasia, anche solo in certi casi?

- Ho rischiato la mia vita o quella degli altri sulle strade?

- Ho mancato di rispetto all'ambiente?

 

6° COMANDAMENTO

- Ho fatto discorsi volgari?

- Ho ascoltato discorsi maliziosi senza dir niente?

- Ho guardato giornali o spettacoli immorali?

- Ho mancato di pudore nel modo di vestire?

- Ho peccato contro la purezza da solo?

- Ho peccato contro la purezza con altre persone?

- Vivo il fidanzamento con purezza di cuore?

- Ho mancato contro la purezza nel matrimonio?

- Sono favorevole ai metodi contraccettivi? Li ho usati?

- Sono stato fedele a mia moglie (o a mio marito)?

- Ho scandalizzato qualcuno insegnandogli il male?

 

7° COMANDAMENTO

- Ho danneggiato le cose degli altri, pubbliche o private?

- Ho rubato?

- Se ho rubato o danneggiato qualcuno, ho risarcito come potevo?

- Ho rischiato o sprecato denaro nel gioco?

- Ho comprato cose rubate?

- Ho pagato i debiti?

- Ho restituito le cose che mi erano state prestate?

- Ho imbrogliato negli affari?

- Nel commercio mi sono comportato onestamente?

- Ho fatto il mio dovere come datore di lavoro o come dipendente?

- Ho cercato di corrompere qualcuno per interessi personali?

- Ho fatto indebite raccomandazioni a danno di altri?

- Ho sperperato in cose inutili o gettato via cibo o medicinali?

- Coltivo l'amore ai bisognosi anche con l'elemosina, o sono avaro?

 

8°COMANDAMENTO

- Ho detto delle bugie?

- Qualche volta sono stato ipocrita?

- Ho calunniato qualcuno violando la giustizia e la verità?

- Ho coltivato sospetti e giudizi infondati?

- Ho svelato dei segreti che mi erano stati confidati?

- Con la parola o con l'esempio ho insegnato a mentire?

- Ho volutamente ascoltato i peccati di qualcuno che si confessava?

 

9°COMANDAMENTO

- Ho acconsentito a dei pensieri contro la purezza?

- Coltivo desideri impuri verso qualche persona?

- Ho favorito in altri il sorgere di pensieri e desideri impuri?

- Ho finanziato i pornografi pagando per films o riviste osceni?

- Mi sono messo in situazioni pericolose?

 

10°COMANDAMENTO

- Sono stato invidioso?

- Ho desiderato in modo disordinato cose non mie?

 

ALTRE DOMANDE

- Faccio spesso un esame di coscienza sul mio comportamento?

- Sono fedele agli insegnamenti della Chiesa?

- Sono vanitoso e superbo?

- Sono paziente nelle contrarietà della vita?

- Sono permaloso?

- Sono pigro?

- Sono curioso? - Sono goloso?

- Sono disponibile con chi ha bisogno di me?

- Tratto con mitezza il mio prossimo?

- Cerco di capire le ragioni di chi la pensa diversamente da me?

- Frequento cattive compagnie?

- Ho compiuto bene i doveri del mio stato?

- Ho cercato di conoscere e di seguire la mia vocazione?

- Do testimonianza della mia fede negli ambienti che frequento?

- Ho trascurato i miei doveri di cittadino?

- Perdo tempo in cose inutili o di poca importanza?

- Coltivo lo spirito di penitenza?

- Lotto contro i miei difetti?

 

PRECETTI DELLA CHIESA

- Ho fatto le penitenze stabilite dalla Chiesa nei vari giorni dell'anno?

- Sono disponibile a fare dell'apostolato secondo le mie possibilità?

- Ho aiutato la Chiesa nelle sue necessità, anche materiali?

 

QUALCHE PRECISAZIONE

1°) - Quanto sopra è soltanto uno schema che non esaurisce tutte le domande che potremmo farci. Se davvero desideriamo conoscere lo stato della nostra anima, mettiamoci in ascolto, in un clima di silen­zio, di quanto il Signore ha da dirci. Lo Spirito Santo non mancherà di aiutarci a conoscere altre piaghe meno visibili che ci portiamo dentro.

2°) - Non ogni volta che ci confessiamo dobbiamo passare in rassegna tutte queste domande. Questa traccia può andar bene per chi non "vuota il sacco" da parecchio tempo. Chi invece si confessa frequentemente e vive normalmente in grazia di Dio, saprà a quali do­mande restringere il suo esame di coscienza.

3°) - Nel fare l'esame di coscienza vanno evitati due pericoli con­trapposti: da una parte la superficialità, che porta a sorvolare su trop­pe cose e dall'altra un eccessivo e quasi ossessivo spidocchiamento che potrebbe portare agli scrupoli e che rischia di far perdere di vista, o di passare in secondo piano, ciò che nella Confessione è più importante e cioè il dolore dei peccati e il proposito di dare una svolta alla propria vita secondo i desideri di Dio.

4°) - Essendo i genitori i primi maestri nell'educazione dei loro figli, anche in materia di fede, sarebbe bene che, prima della Confes­sione, li aiutassero un po' nell'esame di coscienza. Ovviamente, non potendo usare con dei bambini lo schema riprodotto sopra, valuteran­no col loro buonsenso quali domande fare: nessuno li conosce me­glio di loro. Certamente sarebbe dannoso frugare nella loro coscienza con domande sproporzionate alla loro età.

"Aveva la coscienza pulita. Infatti... non la usava mai. " (Stanislaw J. Lec)

 

8 - IL DOLORE DEI PECCATI

Il figlio prodigo disse: "Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame". (Le 15, 17)

PRIMA E DOPO

A scuola un ragazzino, per scherzo, fa lo sgambetto a un compa­gno, per ridere con gli amici alle sue spalle. Quel compagno cade male e resta ferito seriamente alla testa. D'urgenza lo portano all'ospedale... Non si sa come andrà a finire. In quale stato d'animo si troverà il ra­gazzino che ha causato questo dramma? Prima dello "scherzo", rideva; dopo lo "scherzo", piange ed è molto preoccupato. È la stessa azione, ma, vista prima... genera gioia, vista poi... genera dolore.

Lo stesso avviene per il peccato: visto prima... appare come fonte di gioia, visto poi... appare qual è veramente: fonte di dolore.

Un povero diavolo, "idolo" di tanti giovani d'oggi che "bevono" la sua "sapienza", in una sua canzone dice: "Potremo essere felici, fare un mucchio di peccati... " (Luca Carboni).

È lo stesso pensiero del figlio prodigo", che se n'è andato di casa col cuore colmo di speranze... false speranze: illusioni! Questo, però, l'ha capito solo dopo aver visto il raccolto che ha ottenuto con la semi­na del suo peccato: solitudine, fame, disprezzo e disperazione.

Diamo uno sguardo ai momenti più bui del nostro passato: forse anche noi, almeno qualche volta, siamo corsi incontro al peccato col cuore in tumulto, credendo di tuffarci in un paradiso di gioie. E inve­ce? Invece... quanta tristezza ci siamo ritrovata dentro!!!

 

C’E’ VERA GIOIA NEL PECCATO?

C'è anche chi, pur dopo un diluvio di peccati, dice di non avvertire alcun dolore. È possibile? Io lo dubito, perché non può non esserci dolore dove c'è devastazione. Forse è solo questione di tempo: prima o poi la verità verrà a galla e presenterà il conto.

"Non ho mai avuto un attimo di gioia in tutta la mia vita di pia­cere... Come tutti i fiumi sboccano nel mare, così ogni voluttà sboc­ca nell'amarezza". Parola di Gabriele D'Annunzio, un esperto, un "professionista" del peccato.

"Non essendoci più alcun Dio, la solitudine non è più soppor­tabile... Bisogna aver visto questa sventura da vicino, bisogna averla sperimentata su di sé, bisogna esserne stati quasi distrutti, per non trovarvi più alcun aspetto divertente". Parole che il filosofo Nietzsche ha confermato col suicidio.

Col suo romanzo "La nausea", il filosofo ateo francese Jean Paul Sartre mostra come non ci sia e non possa esserci spazio per la gioia in una vita guastata dal peccato più radicale, che è il licenziamento di Dio e la sua cancellazione dalla vita dell'uomo.

"Ho raggiunto la piena abiezione morale", scrive nel suo diario ("Il mestiere di vivere"), Cesare Pavese e poco sotto precisa che gli piace “fare il porco-ogni tanto”. A poche righe di distanza scrive: “per sempre sono condannato a pensare al suicidio davanti a ogni imbarazzo o dolore. È questo che mi atterrisce il mio principio è il suicidio, mai consumato, che non consumerò mai, ma che mi carezza la sensibilità”. Quattordici anni dopo l'ha fatta finita con la vita.

La letteratura straripa di personaggi, illusi e venditori di illusioni, che hanno cercato di far fiorire la gioia senza Dio o contro Dio. Dive­nuti orfani di quel Padre, invece della gioia si son trovati tra le mani e nel cuore dolore, disperazione e morte.

Perché? Semplice! Lo spiega Johannes Joergensen: "Io pure ho vo­luto essere felice, ma la felicità non l'ho trovata. Allora pensai con Ibsen: 'La menzogna non può far felici'."

E tutto ciò che si fa per negare l'esistenza di Dio o il suo ruolo gui­da nei nostri confronti è la peggiore e più radicale delle menzogne. "Uccidere" Dio significa spegnere la luce e trovarsi nel buio più fitto, là dove certamente la gioia non può stare di casa. "Non ogni gioia porta a Dio, ma Dio porta sempre alla gioia" (Proverbio tedesco).

Ma se anche esistesse in circolazione un peccatore "allegro", ciò non significherebbe che il peccato generi gioia, ma solo che il diluvio di peccati annega la coscienza, al punto tale da non aver più la capa­cità di percepire come malattie le proprie colpe e le conseguenze che ne derivano. Un po' come un malato in coma: e in una situazione gravis­sima, eppure... non sente alcun dolore.

 

VARI TIPI DI DOLORE

DOLORE FALSO - Se il dolore consistesse "solo" nel dispiacere di dover pagare le conseguenze delle proprie colpe, non sarebbe vero. Un assassino che fosse addolorato "solo" per il rischio di finire in galera e non anche e soprattutto per il male che ha fatto alla sua vitti­ma e ai suoi congiunti, mostrerebbe un dolore senza amore e quindi falso, perché il dolore è vero solo quando è espressione di amore.

DOLORE DEBOLE - C'è invece un dolore vero, ma debole, e perciò chiamato "imperfetto", quando la prima preoccupazione che emerge (non la sola, però) è per quello che si dovrà pagare per le pro­prie colpe: "Desidero confessarmi, perché non voglio rischiare di fi­nire all'inferno".

Non è molto; ma se è unito al Sacramento della Confessione, questo dolore è sufficiente per ottenere il perdono, perché, anche se in maniera larvata, è presente un certo dispiacere di aver offeso Dio.

Senza il Sacramento della Confessione, invece, questo livello di dolore non basta.

DOLORE PIENO - Quando invece si arriva alla sofferenza per aver offeso Dio, per aver contribuito a crocifiggere Gesù e per aver danneggiato la Chiesa con le nostre colpe, allora siamo in presenza di un dolore "perfetto", che è la massima espressione di amore, per­ché privo anche solo della più pallida ombra di egoismo.

In ordine di tempo però può affiorare per prima la sofferenza per essersi fatti del male e solo dopo la sofferenza di aver offeso Dio. Co­m'è avvenuto per il "figlio prodigo" che, partendo dalla sofferenza che sentiva per la fame, per la sua vita randagia e fallita, è arrivato a in­travvedere e capire la sofferenza di suo padre e a voler mettere fine a tanto assurdo dolore.

Chi arriva a questo tipo di dolore non usa Dio per ridare a se stes­so la gioia, ma "torna a casa" per ridare a Dio la gioia di aver ri­trovato un figlio perduto.

Un esempio tra i più alti di questo tipo di dolore, tutto impastato di amore, ci viene dal "buon ladrone".

Sforzandosi di ignorare le proprie sofferenze, che considerava pie­namente meritate, tanto da dire all'altro ladrone: "noi soffriamo giusta­mente", si è preoccupato solo per le sofferenze immeritate di Gesù: "Egli invece non ha fatto nulla di male" (Lc 23, 41).

 

IL DOLORE DI ALCUNI PECCATORI

Ci riferisce la Bibbia che il re Davide, dopo aver commesso adulte­rio e aver fatto uccidere il marito dell'amante, avendo compreso grazie al profeta Natan la gravità del suo peccato, disse: "Pietà di me, o Dio... Riconosco la mia colpa... Contro di te, contro te solo ho pec­cato... " (Sal 50, 3. 5-6).

Sentiva così acutamente il torto commesso contro Dio, da non prendere quasi in considerazione le altre conseguenze derivate dalla sua doppia e gravissima colpa.

Per mancanza di coraggio, l'apostolo Pietro ha rinnegato Gesù per tre volte, ma poi, presa coscienza del suo peccato, "uscito all'aperto, pianse amaramente" (Mt 26, 75).

Di una prostituta, a tutti nota in città, il Vangelo riferisce che, dopo aver trovato Gesù, "stando dietro, presso i piedi, piangendo cominciò a bagnarli di lacrime" (Lc 7, 38).

Il pianto non è il dolore, tanto che ci può essere un dolore senza pianto e un pianto senza dolore. È comunque, nel caso dell'apostolo Pietro e della donna che ha bagnato di lacrime i piedi di Gesù, il segno di un dolore profondo.

 

IL NOSTRO DOLORE

A noi, per la validità della Confessione, non sono richieste le lacri­me, ma un dolore sincero, questo sì! Il dispiacere di aver offeso il Si­gnore, di aver contribuito in modo decisivo a far morire Gesù sulla croce, di aver rovinato l'opera di Dio in noi stessi, di aver danneg­giato seriamente la Chiesa e tutto questo anche se il nostro peccato è rimasto nascosto agli occhi degli uomini ed è noto solo a Dio.

Se poi abbiamo fatto del male a qualche persona, il dolore deve estendersi, ovviamente, anche a questo aspetto.

Non servono le lacrime per la sincerità del dolore. D'accordo! Ma almeno si abbia il buon senso e la dignità di non ridere nel confes­sare le proprie colpe. "Padre, ho bestemmiato"... qualcuno lo dice ri­dendo. Sarà un risolino di imbarazzo, più che di leggerezza? Mah?! Misteri del cuore umano!

Penso comunque non sia proprio il caso di ridere quando ci si accu­sa di aver sputato in faccia a Dio qualche offesa o di aver fatto qual­che altro peccato grave.

Chi, dovendo comunicare di aver investito un bambino sulla strada, andrebbe a dirlo ai genitori con dei risolini... sia pure di imbarazzo?

 

UN DOLORE IMMENSO, MA NON VERO

Se c'è chi ride, c'è anche chi si dispera per i propri peccati, fino a pensare che Dio non lo voglia o non lo possa perdonare.

Questo dolore, che non può piacere al Signore e che fa da ostacolo alla Confessione e al perdono, sembra nascere da un amore sincero e da una grande umiltà, ma viene invece da un grande orgoglio: il peccatore pensa che la sua colpa sia più grande della bontà di Dio; di fatto si mette più in alto del Signore: si crede più capace lui nel pro­durre del male che Dio nel produrre del bene, più capace lui nel pecca­re che Dio nel perdonare.

Capostipite e "santo patrono" di tutti i disperati è Caino: "Trop­po grande è la mia colpa per ottenere perdono!" (Gn 4, 13).

Un ottimo discepolo, che ha superato il suo maestro di disperazio­ne, è stato Giuda: ha riconosciuto la sua colpa: "Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente", ma, non credendo che l'amore di Gesù fosse più grande del suo peccato... "andò ad impiccarsi" (Mt 27, 4-5). Se si fosse lasciato rinnovare dal perdono, sarebbe diventato, come gli altri Apostoli, un pilastro su cui si regge la Chiesa, e invece...

Chi finirà all'inferno, ci andrà non per il grande numero o per la gravità del suoi peccati, che potevano essere perdonati, ma per la man­canza di pentimento: per non aver voluto riconoscere le sue colpe o per averle credute imperdonabili.

Ci dice infatti il Signore: "Lavatevi, purificatevi... cessate di fare il male... Su, venite... Anche se i vostri peccati fossero color rosso scar­latto, diventeranno bianchi come la neve... Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana" (cfr. Is 1, 16. 18).

Gesù sulla croce non solo ha perdonato ai suoi assassini, ma, as­sumendo a loro vantaggio il ruolo di avvocato difensore, li ha scusati davanti al Padre suo: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Le 23, 34).

Santa Teresa di Lisieux diceva: "Se anche avessi sulla mia co­scienza tutti i peccati, di tutti gli uomini, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, ancora andrei piena di fiducia ai piedi di Gesù, certa che mi perdonerebbe". A chi credere: a Caino e a Giuda?... o a Dio, a Gesù e a Santa Teresa di Lisieux?

 

MANIFESTAZIONE DEL DOLORE

Prima di ricevere l'assoluzione il penitente è invitato dal sacerdote ad esprimere il dolore per le sue colpe.

Non è un atto facoltativo e tanto meno inutile.

Nella Confessione, tutto ciò che è nascosto deve emergere e manife­starsi sensibilmente: emergono e si manifestano i peccati svelati dal pe­nitente, emerge e si manifesta il perdono di Dio con le parole pronun­ciate dal sacerdote e deve emergere anche il dolore con parole appro­priate.

La formula più usata è 1"'Atto di dolore"; un'altra molto usata, so­prattutto in certe zone, è "O Gesù d'amore acceso... ". Altre formule sono: il "Padre nostro... ", il "Confesso a Dio onnipotente... ", l"'Agnello di Dio... ".

Forse sarebbe il caso di proporre tutti la stessa preghiera, per la semplice ragione che qualche fedele, che proviene da un'altra parroc­chia, davanti all'imbeccata che gli si dà: "Dica l'Atto di dolore". op­pure qualche altra formula, non capisce e bisogna star lì a chiedere quale preghiera dice normalmente.

Purtroppo, qualcuno risponde che nella sua parrocchia non gli viene richiesto di dire alcuna preghiera... Evidentemente là ci sono preti con "più fantasia" e... più "buoni" ... perché fanno gli sconti. Non faccio altri commenti...!!! Li lascio immaginare.

"Non c'è che una sola tristezza: quella di non essere santi. " (Leon Bloy)

 

9 - IL PROPOSITO

Il figlio prodigo disse: "mi leverò e andrò da mio padre... ". (Lc 15, 18)

DUE FRATELLI SIAMESI

Se un amico si scusasse con te per averti offeso e tu sapessi che in cuor suo medita di offenderti ancora... come ti comporteresti?

È facile capire l'assurdità di un simile modo di fare. Nei rapporti tra persone, nessuno premediterebbe un simile comportamento. Chi vuol tenersi aperta la possibilità di future offese verso qualcuno, ha quanto meno la decenza di non chiedere scusa per quelle passate.

Ebbene, ciò che non si fa nei rapporti tra persone, capita a volte nel nostro rapporto con Dio: c'è qualcuno che gli chiede perdono (così al­meno crede lui) per le colpe commesse e già premedita di continuare sulla stessa strada.

Manca il proposito per il futuro e perciò non può essere vero nem­meno il dolore per le colpe passate.

Dolore dei peccati e proposito di non commetterne più vanno sem­pre di pari passo, sono come 'fratelli siamesi": se c'è l'uno c'è anche l'altro e se manca l'uno manca anche l'altro.

E questo perché, più che due diverse realtà, sono due facce della stessa medaglia. Se di una moneta mancasse una faccia... sicuramente mancherebbe anche l'altra, per la semplice ragione... che manca la mo­neta: non può esistere una moneta con una faccia sola.

Dolore e proposito guardano la stessa realtà, ma da due diverse po­sizioni: il dolore guarda al peccato come fatto già avvenuto, il pro­posito guarda al peccato come possibilità futura da evitare.

Pertanto, ho la certezza che il mio dolore per le colpe passate è ve­ro, se e nella misura in cui ho anche il proposito di far sì che il mio fu­turo sia diverso dal mio passato, e cioè conforme alla volontà di Dio.

I miei peccati passati vorrei cancellarli, come non fossero mai av­venuti, ma non posso. È per questo che ne provo dolore.

Ma ciò che non posso io lo può il Signore e questo mi rasserena.

Se i peccati passati solo Dio può cancellarli, quelli futuri dipende da me far sì che non avvengano. Certo non potrei evitarli con le mie sole forze: mi è necessaria la grazia del Signore. Ma questa grazia Dio sicuramente non me la farà mancare. In questo senso dipende solo da me che non si ripetano in futuro le colpe del passato.

Trent'anni di esperienza mi hanno insegnato che non sono poche le persone che si confessano senza proposito. Purtroppo, questa mia af­fermazione trova piena conferma nelle parole di San Giovanni Bosco: "Scrivo con le lacrime agli occhi e con la mano tremante e vi dico: molti vanno all'inferno per le confessioni malfatte".

Infatti, "non sono penitenti, ma derisori della penitenza, tutti co­loro che si confessano senza il proposito di cambiare condotta" (Sant'Isidoro).

L'apostolo Paolo ci mette in guardia: "Non fatevi illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato" (Gal 6, 7).

Se non c'è il proposito, dunque, non ci si deve assolutamente confessare, perché, facendolo, si aggraverebbe la propria situazione: ai peccati di prima, che resterebbero (! ! !), se ne aggiungerebbe uno peggiore, un gravissimo sacrilegio: la profanazione di un dono di Dio! Stabilito che si vuol chiudere col peccato, c'è qualcos'altro da dire.

 

PROPOSITO E RIPARAZIONE

Dicevo sopra che il proposito guarda al futuro; certo, ma senza di­staccare l'occhio dal passato.

Chi è sinceramente pentito sente in sé il dovere di riparare il male che ha fatto. Se ha calunniato, deve ritrattare quanto ha detto. Se ha rubato o danneggiato qualcuno, deve risarcire secondo le sue possibili­tà. Se ha dato scandalo bestemmiando, deve scusarsi del cattivo esem­pio con chi lo ha sentito. E gli esempi potrebbero continuare.

 

PROPOSITO E... OCCASIONI PROSSIME

Un "Tizio", che ha "pascolato" più e più volte con una prostituta, compreso il male che ha fatto, decide di dare una svolta alla sua vita. Ma... ma... ma...

"Non voglio più peccare! - dice a se stesso - Ma vorrei rivedere quella ragazza, sia perché ormai si è stabilito tra noi un rapporto di amicizia, sia anche per esortarla a ravvedersi come ho fatto io. An­drò a cercarla. La inviterò a salire in macchina, le parlerò del mio proposito di non approfittare più di lei, le pagherò come sempre la parcella' perché non abbia rogne con i protettori, andremo in una stanza di albergo come le altre volte e lì parleremo tranquillamente. Se ci starà e ci sarà tempo potremo anche dire il rosario, litanie comprese. "

Sono quasi sicuro che se anche arrivassero al quinto mistero, dif­ficilmente riuscirebbero a finire le litanie...!

Qui il tizio in questione avrà anche il proposito di non peccare più: certo, non vuole peccare, ma si ostina a tenere in piedi le occasioni prossime del peccato, cioè quelle situazioni che quasi sicuramente spianeranno la via ad altre colpe.

Basta questo a far franare il proposito.

Un bambino, sportosi un po' troppo dalla ringhiera del balcone, è caduto e si è rotto una gamba. Ingessatura, qualche giorno di convale­scenza e poi, guarito, ricomincia col solito gioco pericoloso. Alla mamma che lo richiama e gli impone di non sporgersi più dalla rin­ghiera risponde che non gli succederà più nulla, perché starà più atten­to dell'altra volta. Può star tranquilla quella mamma? Novantanove volte su cento potrà anche andar bene, ma la centesima volta potrebbe essere fatale.

Si legge nella Bibbia: "Chi ama il pericolo, nel pericolo perirà" (Cfr. Sir 3, 25).

Il proposito di evitare il peccato è buono, ma non basta; è neces­sario, ma non sufficiente: per star in piedi dev'essere puntellato dal proposito di evitare anche le occasioni prossime.

 

I MEZZI NECESSARI

Dopo un "Tizio" entra in scena un "Caio". Questo signore ha sotto­valutato finora, con serie conseguenze, un suo problema di salute. Qualcuno gli fa notare che questo può essere un peccato. Decide allora di non trascurarsi più. Vuole guarire e star bene, cerca di star più at­tento nel mangiare e nel bere, ma si rifiuta di sottoporsi alle cure indi­cate dal medico, le uniche che, senza alcun pericolo e senza particolari sofferenze, potrebbero guarirlo perfettamente.

Adotta sì qualche mezzo, ma insufficiente per arrivare alla perfetta guarigione. In altre parole, vuole il fine, ma non i mezzi proporzio­nati per arrivarci. Pertanto, il proposito di tutelare la sua salute non è del tutto vero e lascia in piedi tutte le sue responsabilità davanti a Dio.

È solo un esempio, ma vale in tutti i campi lo stesso criterio: non basta voler il fine, bisogna anche volere i mezzi proporzionati per arrivarci.

 

IL PROBLEMA OPPOSTO

Come si è visto sopra, c'è chi il proposito non ce l'ha e si illude di averlo; ma c'è anche chi ce l'ha davvero e pensa di non averlo: "È inu­tile che mi confessi, già tanto so che peccherò ancora",

Paralizzato da questa quasi-certezza, qualcuno non va più a confes­sarsi o se va, perché esortato da una persona amica, teme di profanare la Confessione e di commettere un sacrilegio.

Il Signore non pretende che siamo "certi" di non peccare più: commetteremmo un peccato di orgoglio se pensassimo questo. Vuo­le semplicemente che cerchiamo di porre tutte le premesse per evitare possibili future ricadute.

Prendiamo il caso di un bestemmiatore incallito: è così radicata in lui l'abitudine alla bestemmia che teme possa succedergli ancora di of­fendere il Signore. Ebbene, se non lo temesse, che motivo avrebbe di attuare tutte le strategie per evitare la bestemmia? Se invece teme di poter ricadere in quella pessima colpa starà attento e farà tutto il pos­sibile perché ciò non avvenga.

Prevedere non significa volere! Io prevedo la mia morte, anzi so­no certo che avverrà, ma non per questo sarò io a causarla e quindi, pur prevedendola e temendola, non ne sono responsabile.

Sperando in una bella giornata, ho programmato una gita con degli amici, ma purtroppo c'è brutto tempo all'orizzonte e temo che venga la pioggia. Prevedo, ma non voglio quella pioggia e perciò non ne sono per niente responsabile.

"Il proposito può essere vero anche quando a livello emotivo si sente ancora l'attrattiva del male... " (Sebastiano Mosso).

Sento il fascino del peccato, ma lo considero come una realtà nega­tiva a cui non voglio assolutamente cedere.

È il dramma che San Paolo ha vissuto in se stesso: "Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io tro­vo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?... Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato. " (Rm 7, 18-25).

San Paolo non si riferiva a qualche sua colpa realmente commessa, ma alla tendenza al peccato (la concupiscenza) che nemmeno lui, cer­tamente più santo di noi, è mai riuscito a eliminare del tutto.

 

ASTUZIE INFERNALI

Il demonio è abile nel confondere le carte: fa credere ai non pen­titi di essere a posto col dolore e col proposito, così che, dopo aver profanato la Confessione, profanino anche la Comunione.

A chi invece è sinceramente pentito fa credere che mancano in lui le condizioni per avere il perdono, ottenendo così di tenere quella persona lontana dalla Confessione e dalla Comunione, che sono le principali di­fese contro il peccato e i principali pilastri di ogni virtù.

Nel libro dell'Apocalisse Dio strappa la maschera al diavolo e ce lo presenta come "l'accusatore": "è stato precipitato l'accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte" (Ap 12, 10).

Ma com'è possibile? Lui che spinge l'uomo al peccato, lo accusa poi delle colpe commesse? Certo!

Dio ci fa apparire grande il peccato prima che lo commettiamo, per aiutarci a non cadere nella tentazione, ma poi, una volta che è stato commesso, nell'alone della sua infinita misericordia, ce lo fa apparire "piccolo", cioè perdonabile.

Il diavolo, invece, fa esattamente il contrario: prima ce lo fa appa­rire piccolo, o inesistente, per facilitarci la caduta, ma poi ce lo fa ap­parire disperatamente grande, perché non andiamo a rimetterci in pace col Signore.

Il diavolo non solo ci accusa davanti a Dio perché non abbia a perdonarci, ma ci accusa anche davanti alla nostra coscienza, perché, sentendo smisuratamente il peso delle nostre colpe, non an­diamo a confessarci.

Ci fa scambiare come voce di Dio il suo sibilo infernale.

Ci fa apparire come delicatezza di coscienza il fatto di sentire così acutamente il peso delle nostre colpe.

Ci fa apparire come zelo della nostra anima quello che è solo un perfido imbroglio della sua cattiveria.

Astuzie infernali... in cui non dobbiamo cadere...!!!

Ma come il Signore non tiene conto delle accuse che il diavolo ci fa, perché non ha bisogno di suggeritori e sa Lui se e quanto siamo colpe­voli, così anche noi, lasciamo pesare la gravità dei nostri peccati solo a Dio e mai al suo e nostro nemico.

Il diavolo non è contrario né alla Confessione né alla Comunio­ne, anzi le vede come due ottimi mezzi per far commettere altre colpe, le più gravi in assoluto: un doppio sacrilegio, una doppia profa­nazione dei doni del Signore.

Vuole che vadano i "porci", ma tiene lontani i "santi"; spinge verso questi due Sacramenti i peccatori non disposti a cambiare, ma fa di tutto perché non vadano i peccatori sinceramente pentiti.

È per questo che in certe anime suscita l'illusione di essere a posto, anche se non lo sono, e in altre insinua la sensazione di non essere a posto, anche se lo sono.

Bisogna credere a Dio, non al diavolo. Pertanto se si ha il dubbio di non aver il proposito, si vada a confessarsi e se ne parli al sacerdote il più chiaramente possibile.

"Se detesti il tuo peccato, abbi fiducia: come potrà condannarti Colui che è morto per non condannarti?" (Padre Francesco Bersini)

 

10 - L'ACCUSA DEI PECCATI

Il figlio prodigo disse: "Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te... "

(Lc 15, 1 s)

UN TRIBUNALE CHE NON CONDANNA

A differenza di quanto avviene nei tribunali civili, dove nessun im­putato si reca per sua libera scelta e dove sono altri ad accusarlo, al "tribunale" della Confessione il "colpevole" va liberamente e per accu­sarsi. Potrà non essere assolto, ma certamente non sarà condannato.

I tribunali degli uomini sono comprensibilmente temuti per le pene anche gravi che possono comminare; il "tribunale" della Con­fessione può e dovrebbe essere amato perché, basta che noi lo vo­gliamo, ci offre il perdono, e, col perdono, la grazia di Dio, un rappor­to vitale con la Chiesa, la salute spirituale, la pace interiore, la gioia, la libertà, e nuova forza e respiro per l'anima, per affrontare le tentazioni che non mancheranno mai e per poter crescere nella vita spirituale.

 

DIO SA GIA’ TUTTO, MA...

Dice un proverbio arabo: "Dio vede anche una formica nera, su una pietra nera, nella notte più nera"... dunque, nella Confessione dobbiamo dire i nostri peccati non per manifestarli a Lui, che già li co­nosce in tutti i particolari, attenuanti e aggravanti comprese, ma...

1°) - per svelarli a noi stessi col coraggio della piena verità,

2°) - per svelarli alla Chiesa nella persona del sacerdote,

3°) - per compiere, davanti a Dio e alla Chiesa, un doveroso atto di umiltà dopo l'orgoglio del peccato.

Il Concilio di Trento dice chiaramente che, nell'accusa, è dovero­so precisare il numero e la specie dei propri peccati. E questo per volontà divina, non semplicemente per una legge ecclesiastica! Esage­razioni di altri tempi? Per qualcuno sì... cose ridicole, ormai superate! Se non ché, anche oltre quattro secoli dopo, la Chiesa "si ostina" a dire la stessa cosa: “Il fedele è tenuto all'obbligo di confessare secon­do la specie e il numero tutti i peccati gravi commessi dopo il batte­simo e non ancora direttamente rimessi mediante il potere... della Chiesa, né accusati nella confessione individuale, dei quali abbia co­scienza dopo un diligente esame” (C.J.C. - can. 988 - § 1).

E come non bastasse, anche il Papa Giovanni Paolo II ha insistito più volte sulla stessa "esigenza di una morale completezza, irrinun­ciabile per i peccati mortali, quanto alla specie, alle circostanze de­terminanti per la specie stessa, e al numero".

Dunque... bisogna dire, a partire dall'ultima Confessione ben fatta, tutti i peccati sicuramente mortali, sicuramente commessi e sicura­mente mai confessati e darne al sacerdote un'idea esatta.

E i peccati veniali? Non si è obbligati a confessarli, ma è molto utile farlo, sia come atto di umiltà, sia per la propria crescita spiri­tuale. Auguriamoci che, se non è già venuto, venga presto il tempo in cui nelle nostre Confessioni, ci siano da dire solo dei peccati veniali. Sarebbe, quello, davvero un gran giorno!

 

SPECIE E NUMERO DEI PECCATI

Non basta dire: 'Padre, ho peccato gravemente contro Dio, con­tro il mio prossimo e contro me stesso"; bisogna specificare in che co­sa si è peccato.

Non basta dire: "Ho offeso il Signore". L'hai offeso trascurandolo per pigrizia, per poco amore, o perché hai avuto verso di Lui una tota­le indifferenza, o peggio ancora perché hai partecipato, pieno di odio e di disprezzo, a dei riti satanici? Sono specie diverse di peccato, anche se un po' imparentate tra loro.

Non basta dire: "Ho detto delle parole non tanto belle". Ma si tratta si parole contro la fede, contro la Chiesa... o di parole di offesa verso qualcuno... o di parolacce volgari e maliziose... o addirittura di bestemmie...? Si noti come ci sia la tendenza a rendere vellutati i pro­pri peccati, a dirli in modo così felpato da diminuirne in misura consi­stente la gravità... “Parole non tanto belle”: così alcuni si esprimono per dire che hanno bestemmiato. Con questo criterio, chi ha ucciso una persona potrebbe dire: “Padre, ho fatto un'azione non tanto bella...”

E perché un'azione sia definita non più "non tanto bella", ma "brutta" che cosa bisognerebbe aver fatto? Forse una strage?

Non basta dire: "Ho bestemmiato". L'hai fatto una volta, poche volte, molte volte, o lo fai abitualmente? L'hai fatto quasi per svista, o perché accecato dall'ira (altro peccato, quasi mai confessato), o per il desiderio sadico di offendere Dio? E ancora: l'hai fatto da solo o da­vanti ad altre persone?... (perché allora si aggiunge lo scandalo). E tra queste persone c'erano dei bambini?... (scandalo più grave). E quei bambini erano i tuoi figli?... (nel qual caso da educatore ti sei trasfor­mato in corruttore di quelle creature che il Signore ti ha affidato).

Non basta dire: "Ho perso la Messa". L'hai persa una volta, alcu­ne volte, quasi sempre o non ci sei più andato da molto tempo? E per­ché? Solo per pigrizia, o per totale menefreghismo verso il Signore?

Non basta dire: "Ho offeso una persona". Si tratta di una persona qualsiasi, o è tua madre, o tuo padre? E successo in un momento di ir­ritazione, o succede normalmente?

Non basta dire: "Ho fatto l'aborto". È successo una sola volta, o sei un medico o una mammana che pratica aborti in serie come su una catena di... "smontaggio"?

Non basta dire: “Mi sono drogato”. L'hai fatto una sola volta, o poche volte, magari per spavalderia, o ti droghi da anni? E hai anche spacciato? Perché in questo caso hai venduto morte!

Non basta dire: "Sono stato impuro". Lo sei stato solo a livello di pensieri e di desideri, o anche nelle letture, nelle parole, nelle azioni? Bisogna precisare se si è dato scandalo ad altri, peggio ancora se a dei bambini, con le parole, o passando certi giornali, o insegnando certi comportamenti peccaminosi. Sei stato impuro...: ma da solo o con al­tri? I desideri impuri che hai coltivato erano rivolti verso una persona libera... sposata... o consacrata a Dio? E questi desideri sono stati ma­nifestati, creando una tentazione anche all'altra persona?

Non basta dire: "Sono stato con una donna". Ma tu sei sposato? Sì? E anche lei è sposata? Sì?... Allora c'è stato un doppio adulterio. È stata una cosa occasionale, o la "storia" va avanti da parecchio tempo?

Non basta dire: "Ho rubato". E quanto? Se hai rubato un milione ad Agnelli hai fatto male, ma se hai rubato centomila lire a chi arriva a stento a fine mese hai fatto ancora più male. O hai rubato in chiesa?

Non basta dire: "Ho mentito". La tua bugia ha creato qualche danno a qualcuno? O, peggio ancora, si è trattato di una gravissima calunnia che ha tolto la reputazione a una persona onesta? E, per caso, quella persona che hai diffamato, è un sacerdote? Perché allora la cosa è ancora più grave, avendogli tolto quell'onore di cui ha assolutamente bisogno per svolgere in modo proficuo la sua missione.

 

CIRCOSTANZE AGGRAVANTI

- Se a consigliare l'uso dei contraccettivi o a proporre l'aborto a una ragazzina, magari poco più che adolescente, fosse la madre... sa­rebbe una circostanza aggravante!

- Se a decidere di far morire un paziente fosse un infermiere, che è pagato proprio per prestare servizio alla salute di quella perso­na... sarebbe una circostanza aggravante!

- Se un sacerdote, durante la Confessione, invece di dire parole di verità e di salvezza facesse al penitente proposte peccaminose... sa­rebbe una circostanza aggravante!

- Se un direttore dei lavori, pagato dal proprietario dell'edificio che viene costruito, non vigilasse o coprisse le malefatte dell'impresa per intascare la "stecca"... sarebbe una circostanza aggravante!

E gli esempi potrebbero continuare.

- Se un prete o un religioso vanno a confessarsi occasionalmente da un sacerdote che non li conosce, devono dirgli che sono dei consa­crati, perché ogni loro peccato può avere maggior gravità proprio per lo stato di vita in cui si trovano.

 

CIÒ CHE NON SI DEVE DIRE

Nel parlare dei suoi peccati il penitente...

1°) - non si dilunghi in particolari inutili, sia per non perdere tem­po, che può essere prezioso per altri penitenti, sia per evitare il rischio di cadere negli scrupoli;

2°) - non si soffermi assolutamente su particolari scabrosi, che non aggiungerebbero nulla alla specie, cioè alla qualità, al tipo di pec­cato che ha commesso,

3°) - deve dire se ha avuto dei complici, tanto più se li ha spinti lui al peccato, ma non deve assolutamente fare il loro nome o dire altre cose che potrebbero far capire di chi si tratta.

 

E SE UNO TACE ALCUNI PECCATI?

1°) - Se tace dei peccati veniali, non c'è alcuna colpa, perché non c'è l'obbligo, ma solo il consiglio e l'opportunità di confessarli; resta però che ne ricava meno profitto e minor aumento di grazia.

2°) - Se tace qualche peccato mortale, ma solo per dimentican­za? Non c'è da inquietarsi. Si può fare la Comunione e la prossima volta si dirà al sacerdote: "Nella precedente Confessione mi sono di­menticato questo peccato... ".

3°) - Se non ha il coraggio di confessare tutte le sue colpe, piut­tosto che combinare pastrocchi, che aggraverebbero la sua situazione davanti a Dio, dica al sacerdote: “Padre, non me la sento di finire l'accusa. Vorrei interrompere qui la Confessione”. Ma se, cosciente di aver ingannato il sacerdote per non aver detto tutti i peccati mortali che ha fatto, accetta l'assoluzione, commette una colpa gravissima.

Nella prima stagione della Chiesa, al tempo degli Apostoli, due sposi, Anania e Saffira, avevano tentato di apparire migliori di quel che erano, facendo credere a Pietro che l'offerta consistente che gli avevano dato per i poveri era tutto ciò che avevano ricavato dalla ven­dita di un podere. Non era vero, perché avevano guadagnato di più.

Non hanno peccato di poca generosità, perché hanno offerto a Pie­tro del denaro che non erano obbligati a dare; hanno peccato per aver voluto apparire più generosi di quanto non fossero. La loro carità era inquinata dalla superbia, una colpa che rende "falsa" ogni altra virtù.

"Tu - disse Pietro ad Anania - non hai mentito agli uomini, ma a Dio". Come sia finita quella triste vicenda è noto: Anania e Saffira so­no morti all'istante "e un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose" (At 5, 1-11).

Se, come disse l'Apostolo Pietro, è un "mentire a Dio" il far "ap­parire più grande" il bene che si è fatto, è un "mentire a Dio" anche il far "apparire più piccole" le colpe che si sono commesse. E tanto peg­gio se questo avviene nella Confessione!

Chi, coscientemente, tace una colpa grave, non solo non ottiene il perdono di quella colpa, ma neanche di tutti gli altri peccati di cui si è accusato. Anzi, alle colpe precedenti aggiunge un sacrilegio: la profa­nazione di un Sacramento. Perciò, nella prossima Confessione deve dire di aver taciuto e confessare, oltre al peccato omesso, tutti gli altri che, nonostante siano stati accusati, non sono stati perdonati.

 

COME TROVARE IL CORAGGIO DI PARLARE?

A proposito del... “proposito di non peccare più”, parlavo di un'a­stuzia infernale che il diavolo usa per tenerci lontani dalla Confessio­ne: quella di farci credere che la nostra volontà di invertire la "rotta" non sia sincera, solo perché sentiamo ancora viva in noi l'attrattiva del peccato e abbiamo il timore e la fondata previsione che possa acca­derci ancora di offendere il Signore.

Un'altra astuzia infernale è quella di suscitare in noi uno smisura­to senso di vergogna quando dobbiamo accusarci delle nostre colpe. Qualcuno ha detto che "Il demonio ci toglie il disagio e la vergogna prima del peccato, perché possiamo più facilmente commetterlo e ce li restituisce quando dobbiamo confessarlo, per impedirci di dirlo ". Ebbene, se hai assecondato il diavolo nel peccare, non assecondarlo ancora una volta nel tacere qualche peccato grave!

1°) - Ti dia coraggio la tenerezza con cui Gesù ha trattato tutti i peccatori pentiti che gli chiedevano perdono: l'adultera (che i farisei volevano uccidere), Maria Maddalena (era una prostituta ed è stata la prima a vedere Gesù risorto; non ti dice niente questa "preferenza" così delicata usatale dal Signore?). L'Apostolo Pietro (riconfermato capo della Chiesa dopo il suo triplice rinnegamento), il buon ladrone (sicu­ramente ladro e forse anche assassino... eppure è stato il primo santo a entrare in paradiso) e tanti altri...

Ti diano coraggio le tre più belle parabole di Gesù: quella del "Figlio prodigo" (Le 15, 11-32), quella del "Fariseo e del pubblica­no" (Le 18, 9-14) e quella della "Pecorella smarrita" (Le 15, 4-7).

Ti dia coraggio il pensiero che Gesù, quando perdona, non na­sconde i tuoi peccati ai suoi occhi, come sosteneva Lutero; cioè non fa finta di non vederli anche se sa che, annidati, nascosti nel profondo della tua anima, ci sono ancora. No! Gesù non nasconde né ai tuoi oc­chi né ai suoi le tue colpe: semplicemente le polverizza, le cancella, le azzera, le ricaccia nel nulla. La stessa onnipotenza che, nella creazio­ne, ha fatto esistere ciò che prima non c'era, nel perdono dato con la Confessione fa sì che non esista più ciò che prima esisteva... una creazione alla rovescia, che solo Dio (e Gesù è Dio!) vuole fare, può fare e fa... ogni volta che gli dici: "Signore, abbi pietà di me". Se il tuo pentimento è vero, la tua anima ridiventa splendente come dopo il Battesimo... Gesù resta commosso alla vista di tanto splendore e con Lui gioisce tutto il paradiso; per questo ha detto: "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione" (Lc 15, 7).

La durezza, Gesù l'ha usata solo contro i peccatori che non voleva­no riconoscere i loro peccati e che, nella loro accecante superbia, ne aggiungevano spavaldamente di nuovi credendo di piacere a Dio.

2°) - Ti dia coraggio il pensiero che il sacerdote che ora ascolta la tua Confessione, a sua volta si inginocchia umilmente davanti a un altro sacerdote per chiedere perdono delle sue colpe.

Anche il Papa si confessa. Anche quelli che noi chiamiamo "santi" si sono confessati.

Mi sia consentita una confidenza: in trent'anni di sacerdozio ho sen­tito di tutto dai molti penitenti che son venuti a confessarsi da me; ep­pure... mai... mai... mai... mi ha anche solo sfiorato la tentazione di sentirmi migliore di chi si stava confessando!

Man mano che sento snocciolare dai vari penitenti i loro peccati, vedo scorrere davanti alla mia coscienza i miei peccati, che Gesù ha perdonato, e mi sento peccatore e povero come il povero peccatore che ho davanti, pronto a gioire del perdono che il Signore gli darà tra poco per mezzo mio. Il Cielo farà festa dopo l'assoluzione, ma io comin­cio a far festa prima, appena intravvedo in quella persona il penti­mento sincero delle sue colpe!

 

PAROLE DI ESORTAZIONE

Terminata l'accusa da parte del penitente, il confessore, attingendo al suo cuore di padre, di medico e di maestro, dovrebbe dire qualche parola per chiarire eventuali dubbi, per far luce su eventuali conoscen­ze distorte, per incoraggiare, per rasserenare, per dare fiducia e slan­cio, perché quel fratello possa essere e sentirsi davvero rinnovato nel più profondo del cuore e dell'anima.

Spesso è proprio da queste parole e da come il sacerdote le dice che dipende il futuro rapporto di quella persona con la Confessione.

Il silenzio o lo sbrigare troppo in fretta "la faccenda" lascia comprensibilmente delusi alcuni penitenti, mentre la delicatezza e la partecipazione interiore del sacerdote alla situazione spirituale di chi ha appena confessato le sue colpe, può aiutare quella persona a sentirsi immensamente amata da Dio. Può essere l'inizio di una storia di a­more, dagli sviluppi imprevedibili, tra quel figlio e il Padre suo.

 

L'OBBLIGO DEL SEGRETO PER IL SACERDOTE

La Chiesa è sempre stata custode gelosissima del segreto a cui è te­nuto ogni confessore, al punto tale da comminare automaticamente la scomunica al sacerdote che, con piena consapevolezza, svelasse dei peccati che ha sentito in Confessione.

Nel meraviglioso arcobaleno acceso da tanti martiri nel cielo tene­broso che grava sull'umanità, c'è posto per tutti i "colori": ci sono i martiri della fede (San Pietro da Verona...), i martiri della carità (San Massimiliano Kolbe...), i martiri della giustizia (Gabriel Garcia Moreno...), i martiri della purezza (Santa Maria Goretti...), i martiri del matrimonio (San Giovanni Battista...), le martiri della maternità (Gianna Berretta Molla...) e... tanti altri...

Ci sono anche i martiri della Confessione.

Il più noto è San Giovanni Nepomuceno che fu fatto annegare dal re Venceslao, nel 1383, per non aver voluto rivelare i peccati della re­gina, Giovanna di Baviera, di cui era il confessore.

La Chiesa lo venera come martire del sigillo sacramentale e pa­trono dei confessori. All'esumazione dei suoi resti, avvenuta nel 1719, tra le sue ossa fu trovata la lingua perfettamente conservata: un segno supplementare dato da Dio per ribadire l'importanza del segreto relati­vo alla Confessione.

Il sacerdote è tenuto al segreto anche col penitente, nel senso che nemmeno con lui può più tornare su peccati confessati in passato, a meno che non ci sia un rapporto di direzione spirituale, nel qual caso il penitente dà implicita autorizzazione al sacerdote di tener presente, ol­tre alla sua attuale situazione, anche al suo passato, per guidarlo in un cammino di crescita spirituale.

 

L'OBBLIGO DEL SEGRETO VALE PER TUTTI

1°) - Un penitente che non parla la lingua del confessore, può chie­dere 1'intervenio di un interprete (purché si tratti di persona fidata e non corra il rischio di riceverne scandalo). In questo caso, anche l'in­terprete è tenuto al rispetto assoluto del segreto, con tutti e per tutta la vita, su quanto ha sentito in Confessione.

2°) - È tenuto al segreto anche chi è venuto a conoscenza, acci­dentalmente, di qualche peccato detto da altri in Confessione.

Questo può capitare se, stando vicino al confessionale si sente il sa­cerdote o il penitente parlare a voce un po' alta.

3°) - Infine, e questo pochi lo sanno, anche il penitente è tenuto al segreto, per cui nessuno può dire ad altra persona: "Il tal prete, in Confessione, mi ha detto questo, questo e questo... ".

E se va a confessarsi da un altro sacerdote e vuole chiedere dei chiarimenti su quanto si è sentito dire in una precedente Confessione da un altro prete? Basta che dica: "Un sacerdote mi ha detto... ", ma non deve assolutamente farne il nome.

Quanto sia saggia questa norma della Chiesa l'ho sperimentato per­sonalmente.

Un giorno un amico mi ha detto: "C'è una persona che non verrà mai più a confessarsi da te, perché sostiene che sei troppo duro nel dare la penitenza. Mi ha detto che ti ha confessato dei peccati di or­dinaria amministrazione e tu le hai imposto, per penitenza, di dire una decina di Rosari".

Io non so chi sia quella persona e non mi interessa saperlo; so di non aver mai dato come penitenza "una decina di Rosari". Ricordo che, essendo nel mese di maggio, raccomandavo ad alcuni penitenti di dire "una decina del Rosario".

Talvolta il pregiudizio, la poca attenzione o lo scarso udito giocano brutti scherzi... la lingua poi... fa il resto!

L'obbligo del segreto al penitente lo ha giustamente imposto il Papa Paolo VI intorno al 1970, in occasione dell'uscita di un libro che ripor­tava i dialoghi "rubati" col registratore da due giornalisti, che hanno finto di confessarsi per sentire cosa avrebbero detto vari sacerdoti da­vanti a certe situazioni.

Una decina d'anni fa anche lo storico e giornalista Giordano Bru­no Guerri, volto noto della televisione, ha fatto vigliaccamente la stes­sa operazione: ha pubblicato un libro di false confessioni "rubate" in varie città d'Italia col registratore. Basta questo per fare di lui più che un uomo di cultura, un losco e squallido personaggio!

 

UNA NUOVA "TROVATA"

Dalla sarabanda a cui stiamo assistendo da alcuni decenni, salta fuori, tra le altre "novità", una "trovata" originale, che resta condan­nata dalla Chiesa perché pericolosissima.

Nel matrimonio gli sposi mettono tutto in comune, tutto, tranne... l'accusa dei peccati, che resta personale e segreta. Questa è sempre stata, e resta anche oggi, la saggia prassi della Chiesa. Eppure... qual­che prete "innovatore" "educa" delle coppie di sposi a confessarsi assieme, cioè a confessarsi davanti a lui in presenza l'uno dell'altro.

Immaginiamo un caso possibile. Da diverso tempo ormai due spo­sini portano avanti questa "solfa" del "triangolo" nella Confessione. Un bel giorno, o meglio: un brutto giorno il maritino in questione pren­de una "sbandatina" per una "cara" collega di lavoro. Tra l'altro, c'è scappato un "cornetto Algida", un po' veloce per la verità, ma comun­que suscettibile di altri futuri "allegri" sviluppi. Insomma, si sta dise­gnando un "triangolo" di altro genere.

Un giorno la mogliettina dice al maritino: "Caro, sai che oggi don Marcantonio ci aspetta per la Confessione".

Che farà l'Orso Yoghi? Semplice: una, due, tre volte potrà dire alla mogliettina: "Cara, telefona a don Marcantonio e digli che oggi non possiamo andare perché sono occupato".

Ma, prima o poi, andranno dal loro saggio e amato "padre", che li aspetta a braccia aperte e là... che farà il maritino in questione?

O non dice che sta "lavorando" a un altro "triangolo"... (e, per la mancanza del dolore e del proposito e per l'omessa accusa di un pec­cato grave è profanata la Confessione!); o lo dice... (e in questo caso è facile immaginare quali fuochi d'artificio esploderanno!). Salterà in aria comunque un Sacramento: o la Confessione, o il Matrimonio.

Complimenti, cari preti "innovatori", complimenti per la vostra fantasia senza limiti! Anche qui si vedono i frutti della vostra saggez­za: a forza di "brodo di volpe" siete diventati furbi davvero! Più furbi di Gesù Cristo, più furbi della Chiesa!

Se non volete proprio convertirvi, almeno... vergognatevi!!! "Ho detto: 'Confesserò al Signore le mie colpe' e tu hai rimesso la malizia del mio peccato. " (Sal 31, 5)

 

11 - LA PENITENZA

Il figlio prodigo disse: "Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni". (Lc 15, 19)

CHI ROMPE... NON PAGA

"Chi sbaglia paga", è questa la logica umana; la logica divina è un po' diversa e infinitamente superiore: "Lo sbaglio, cioè il peccato, va pagato, ma se il colpevole non può pagare, basta che un Altro sia di­sposto a pagare per lui".

Questo Altro che ha accettato di pagare per noi, il Padre l'ha trova­to in suo Figlio Gesù, che 'portò i nostri peccati nel suo corpo sul le­gno della croce" (1 Pt 2, 24).

Ma allora, essendo che Gesù è Uomo e Dio e avendo il suo sacrifi­cio un valore infinito, possiamo pensare che tutto sia già stato pagato da Lui? ... e dunque che a noi non resti più nulla da pagare per le nostre colpe? ... Niente affatto!

"Cristo patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguia­mo le orme" (cfr. 1 Pt 2, 21), cioè perché anche noi paghiamo qual­cosa per i nostri peccati.

Grazie ai meriti infiniti di Gesù, nella Confessione il peccato è perdonato, ma non riparato, o è riparato, da parte nostra, solo in mi­nima parte con l'atto di umiltà che facciamo accusandoci delle nostre colpe davanti al ministro di Cristo e della Chiesa.

Anche se i meriti di Gesù sono infiniti, noi non attingiamo a quel mare di meriti in misura infinita, ma nella misura limitata della no­stra partecipazione alle sue sofferenze.

D'altra parte se pretendessimo di vivere di rendita e cioè di godere i benefici derivanti dal sacrificio di Cristo, senza alcuna partecipazione da parte nostra alle sue immense sofferenze, saremmo degli immaturi nell'amore, degli approfittatori, dei parassiti indegni di ricevere il suo perdono.

 

LA PENITENZA NELLA VITA

La prima esortazione fatta da Gesù all'inizio della sua vita pub­blica è stata: "Convertitevi e credete al vangelo" (Mc l, l5). "Conversione"... una parola che si è sentita molte volte e con forza sulla sua bocca.

Ma questo ribaltamento di mentalità non avverrà senza "opere de­gne della conversione" (Le 3, 8). In altre parole: convertirsi non è so­lo cambiare modo di pensare, ma anche cambiare modo di vivere!

E le opere di cui parla Gesù non sono solo quelle relative al male da evitare e al bene da fare, ma anche vere e proprie opere di penitenza.

1°) - Con la penitenza si offre a Dio un doveroso risarcimento dopo il "furto" perpetrato con i nostri peccati; è un risarcimento limita­to, ma certamente gradito al Signore.

2°) - Con la penitenza si risarcisce anche la Chiesa, danneggiata dalle nostre colpe. L'apostolo Paolo, che viveva questa grande verità, ci ha detto: "completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa" (Col l, 24).

3°) - Con la penitenza, da una parte prendiamo le distanze dalle creature, dall'altra, avvicinandoci di più al Creatore, sentiamo più fortemente il fascino delle sue perfezioni e la gioia di essere suoi.

4°) - Con la penitenza ci prepariamo un futuro migliore. Dopo un periodo di ingessatura, una gamba rotta ha bisogno di rieducazione. La stessa cosa vale anche per la nostra volontà.

Col peccato qualcosa si è rotto nell'anima dell'uomo.

Il perdono che viene dato con la Confessione guarisce, ma non riabilita: per ridare forza a una volontà indebolita dal peccato c'è biso­gno di rieducarla.

Una volontà che sa dire un "No!" a qualcosa di lecito (questo è la penitenza...!!!), ha anche la capacità, a maggior ragione, di dire "No!" a qualcosa di illecito.

Chi sa dare al Signore qualcosa che il Signore non pretende, ha una maggior capacità di dargli ciò che esige in modo tassativo.

5°) - Dice il Signore: "Figlio, non ti impigliare due volte nel pec­cato, perché neppure di uno resterai impunito" (Sir 7, 8).

Sappiamo per fede che ciò che non si sconta di qua, lo si sconta di là, oltre la morte, in purgatorio.

Perciò: "Accetta i tuoi dolori in riparazione delle tue colpe... me­glio pagare qui, con poco e con merito, ciò che dovresti pagare nel­l'altra vita con molto e senza merito" (Padre Francesco Bersini).

"Il fuoco dell'amore - dice Santa Teresa di Lisieux - è più santifi­cante di quello del purgatorio. "

Spesso noi sacerdoti, in Confessione e fuori, raccomandiamo la preghiera, anche come fonte di forza per superare le inunancabili diffi­coltà spirituali. Ma la preghiera, da sola, non supportata da un cer­to spirito di penitenza, non cambia nulla: è come lo zero, che vale... zero se non ha davanti una cifra diversa... è come un'ala che, da sola, senza l'altra, non rende possibile il volo.

Il Signore vorrebbe e potrebbe fare di ognuno di noi un'aquila; se siamo solo polli ruspanti, incapaci di decollare, è perché sbattiamo so­lo un'ala, quella della preghiera (e anche'questa poco e male), mentre l'altra, quella della penitenza, è praticamente atrofizzata per lo scarso uso che ne facciamo.

Preghiera e penitenza...!!! Questo dobbiamo vivere noi sacerdoti per primi e questo dobbiamo proporre spesso ai fedeli.

Penitenze anche piccole piccole, ma frequenti. Allora la volontà riacquisterà forza e diventeremo padroni di noi stessi e saremo capaci di adeguare la nostra vita agli altissimi ideali proposti dalla fede.

Diversamente, saremo sempre in balia di una debolezza mai total­mente vinta e che, di fatto, sarà la vera padrona della nostra vita.

Se ha fatto penitenza Gesù, che non aveva peccati suoi da riparare, quanto ne abbiamo bisogno noi, che siamo in debito col Signore per tante e tante colpe commesse! Uno sguardo sia pur veloce alla vita dei Santi, primo tra tutti San Giovanni Battista, ci mostra che non si vola alto nel cielo di Dio senza un forte spirito di penitenza. Dunque...

 

LA PENITENZA NELLA CONFESSIONE

Nei primi secoli della sua storia la Chiesa comminava ai peccatori penitenze pubbliche e durissime e il perdono veniva dato solo alla fi­ne di queste.

Oggi, per varie ragioni, la Chiesa ha scelto una via di maggior mi­tezza: le penitenze che vengono assegnate, anche per colpe molto gravi, sono di fatto piuttosto ridotte, non certo proporzionate alla gravità dei peccati.

Questo fa trasparire maggiormente la misericordia del Signore, ma rischia di portare i fedeli a una sottovalutazione del peccato. Perciò, essendo in genere leggere le penitenze che danno i confes­sori, è opportuno che i penitenti facciano qualcosa in più a loro scelta. E bene, e questo va detto ai sacerdoti, che la penitenza abbia un qualche riferimento al peccato o ai peccati compiuti, in modo da fa­vorire, nel penitente, un atteggiamento che lo aiuti ad andare in direzio­ne opposta alle colpe commesse.

Come penitenza sacramentale resta opportuna anche la preghie­ra, perché, favorendo un dialogo più intenso col Signore, pone le pre­messe per una rinascita spirituale.

Sono anche consigliabili varie opere di carità verso i bisognosi e qualche penitenza corporale, ecc...

È scontato che non avrebbe alcun senso la penitenza assegnata dal sacerdote se non ci fosse, in chi si confessa, la disponibilità a ripara­re il male compiuto.

 

12 - L'ASSOLUZIONE IL DONO PIÙ GRANDE

Tutto ciò che ha fatto e che farà il penitente (esame di coscienza, dolore, proposito, accusa dei peccati e penitenza) non è il "prezzo" che dà diritto al perdono: è solo la "condizione" ! per poterlo ricevere.

Il perdono dei nostri peccati non è un dono tra i tanti che il Signore ci fa, ma "il dono", il più grande in assoluto.

Più grande anche dell'Eucaristia, che può solo aumentare la gra­zia e perfezionare la nostra amicizia con Dio, mentre l'assoluzione, se ci sono dei peccati mortali, risuscita in quell'anima la grazia e, col per­dono che offre, riapre un rapporto di amore che era stato distrutto.

L'assoluzione che il sacerdote ci dona nel nome e col potere della Chiesa, e questa nel nome e col potere di Cristo, ci risuscita dalla morte spirituale causata anche da un solo peccato mortale, ricrea o aumenta la nostra intimità col Signore, ci rende dimora della Santis­sima Trinità, ci rende più simili a Gesù come adoratori e figli del Pa­dre e nella capacità di amare i nostri fratelli, medica in noi le ferite causate dai peccati veniali, tonifica le nostre debolezze, dona pace in­teriore, rivitalizza la Chiesa, rende la terra meno selvaggia, e dona gioia alla nostra Madre Maria e a tutto il paradiso.

Profondamente consapevole di questo, un grande confessore france­se, l'Abbé Henri Huvelin, disse: "Non posso guardare una persona senza desiderare di darle l'assoluzione".

La risurrezione di un'anima alla vita di Dio è quanto di più grande possa avvenire sulla faccia della terra, più grande degli stessi miracoli compiuti da Gesù.

 

IL POTERE DELLE CHIAVI

1°) - Per poter assolvere validamente un peccatore è necessario, ma non sufficiente, aver ricevuto la consacrazione sacerdotale con il Sacramento dell'Ordine. Oltre a ciò è indispensabile la facoltà, cioè l'autorizzazione che solo il Vescovo può concedere.

Un Vescovo può dare a un sacerdote la facoltà di ascoltare le Con­fessioni dei fedeli e di assolvere solo nella sua diocesi.

Ma, attualmente, per decisione della Conferenza Episcopale Italia­na, ogni sacerdote italiano, che nella sua diocesi ha avuto dal Vescovo la facoltà di assolvere, vede estesa questa facoltà a tutta l'Italia.

2°) - In casi estremi, quando cioè una persona è in punto di morte e non c'è alcun altro prete disponibile, ogni sacerdote, anche spretato o scomunicato, ha dalla Chiesa la facoltà di assolvere.

3°) - Solo in un caso il sacerdote viene automaticamente privato della facoltà di assolvere, ed è nei confronti di un eventuale complice in peccati da lui compiuti contro il 6° comandamento.

4°) - E se un sacerdote assolve pur trovandosi in peccato morta­le, è valida l'assoluzione? Certo, perché l'eventuale peccato non gli to­glie né la consacrazione, né la facoltà ricevuta dal Vescovo. Se così non fosse, il penitente potrebbe sempre dubitare di aver ricevuto il per­dono dei suoi peccati... Un dubbio, una tortura che Gesù non vuole.

"Ex opere operato", è la formula usata dal Magistero della Chiesa e dai teologi per indicare che, aldilà della condizione spirituale in cui si trova il sacerdote, la grazia giunge comunque al fedele che riceve un Sacramento, perché è Cristo che opera nei suoi ministri e la grazia di Cristo resta acqua pura di sorgente e non viene sporcata neanche se il canale attraverso cui passa, cioè il prete, fosse "inquinato".

Questo criterio vale non solo se il sacerdote si trova in peccato mortale, ma, a maggior ragione, anche se il confessore liquida il peni­tente in modo troppo sbrigativo e arruffolone.

Il prete protagonista del "Diario di un curato di campagna" di Georges Bernanos, davanti alla salma di una donna che aveva riconci­liato col Signore il giorno prima, pensando allo stato miserevole della sua anima, si guarda le mani e dice: "Tremendo potere quello di dare agli altri ciò che non si ha... dolce miracolo delle nostre mani vuote. La speranza che moriva nel mio cuore è rifiorita nel suo".

5°) - E se una persona è in stato di incoscienza, perché è in coma, può essere assolta? In questo caso l'assoluzione viene impartita "sot­to condizione" e se quel penitente un po' speciale, quand'era cosciente non aveva una volontà di rifiuto verso il perdono del Signore, l'assolu­zione è valida ed efficace.

6°) - E se un sacerdote assolve un penitente... non pentito? Penso in particolare, pur con tutto il rispettò e la partecipazione do­vuti alla loro sofferenza, ai divorziati risposati, a chi non solo ha ten­denze omosessuali (il che non è una colpa), ma anche giustifica e pra­tica rapporti omosessuali, o ad altre situazioni delicate e difficili... Forse in nessun caso come in situazioni simili vale l'esortazione del Signore a proporre "la verità nella carità" (Ef 4, 15).

Davanti a casi complicati e di fatto irrisolvibili da parte del sacer­dote, si affacciano due tentazioni opposte, che possono sfociare in due scelte entrambe sgradite al Signore e sempre dannose ai fedeli.

La prima: la tentazione (più presente in passato che oggi) di dire la verità senza carità, senza tener conto dell'impatto che una verità "bru­tale" può avere sull'anima già ferita di un fratello. E la seconda: la ten­tazione (particolarmente forte oggi!) di offrire una carità senza verità, una carità fatta di sconti che non siamo autorizzati a concedere. Certamente i penitenti hanno bisogno della comprensione umana del sacerdote, ma hanno ancor più bisogno della verità di Dio sulla loro situazione spirituale. La comprensione fraterna del confessore, per quanto preziosa, è solo un dono umano; ben più preziosa è la verità di Gesù, che è un dono divino. E se non devo dare la verità di Dio senza la mia comprensione di uomo, meno ancora posso dare la mia comprensione di uomo senza la verità di Dio.

La comprensione del confessore non può spingersi fino a chiamare "bene il male e male il bene" (Is 5, 20). L'inganno, sia pur fatto con le migliori intenzioni, non è mai compatibile con la carità!

I preti che danno l'assoluzione abusivamente (e quindi invalida­mente!) a penitenti che non hanno le condizioni per essere assolti, pec­cano di orgoglio (!) perché si mettono al di sopra di Dio, di Gesù Cri­sto e della Chiesa, peccano di menzogna e di ingiustizia (!) verso le persone che ingannano e peccano per mancanza di carità (!) verso i sacerdoti che, fedeli al loro dovere di non assolvere, vengono conside­rati, per colpa del loro lassismo, come preti duri e senza cuore.

Scrive il Vescovo San Cipriano: "Malgrado il rigore del Vangelo e della legge del Signore, alcuni sono così temerari nell'accordare la Comunione a degli imprudenti! Quella non è che una falsa ricon­ciliazione! Essa non ha alcun valore. È piena di pericoli per coloro che la concedono e vana per coloro che la ricevono... Essi credono che la pace che qualcuno si vanta di aver loro falsamente donato sia la vera pace... No, questa non è pace, ma guerra! Perché chi si se­para dal Vangelo, non può essere unito alla Chiesa!".

L'apostolo Paolo ha chiara coscienza di non aver "alcun potere contro la verità, ma per la verità" (2Cor 13, 8).

E noi sacerdoti, abbiamo una coscienza altrettanto chiara dei li­miti della nostra autorità? O ci crediamo dei "mini-padreterni"? Siamo consapevoli che l'assoluzione data con la "licenza di pec­care" non solo non assolve il penitente, ma pesa sul confessore come una colpa gravissima di cui renderà conto nel giorno del giudizio?

7°) - Altro argomento: l'assoluzione generale data ai fedeli senza la confessione dei loro peccati.

Questa possibilità la Chiesa l'ha sempre prevista in casi di reale e grave necessità. Si pensi a un elevato numero di soldati chiamati improvvisamente a una battaglia: un solo sacerdote disponibile e troppi che vorrebbero confessarsi; manca il tempo e il pericolo è gravissimo.

Recentemente la Chiesa ha allargato i casi in cui si può impartire l'assoluzione generale senza l'accusa dei peccati (can. 961 - 963), ma tocca al Vescovo, e non ai preti, valutare se ci sono le condizioni per farlo. E inoltre i fedeli devono poi accostarsi, al più presto, alla confes­sione individuale per accusarsi dei loro peccati.

Purtroppo, anche su questo punto ci sono oggi gravissime viola­zioni. Lo denuncia giustamente Giovanni Paolo II: "L'abuso delle as­soluzioni collettive contro le prescrizioni della Chiesa, fissate con chiarezza nel nuovo Codice di Diritto Canonico, è in realtà un atten­tato contro la vera dignità del sacramento della Penitenza".

So di un prete che dà l'assoluzione generale al suo gruppo scout, circa venti ragazzi, tra l'altro senza avvertirli che poi dovranno fare la Confessione individuale. Un solo commento. Bravissimo! Laureato in "Pastorale dello sconto e del consenso"... con 110 e lode...!!!

8°) - Pochi fedeli sanno che a un penitente in punto di morte, oltre all'assoluzione, ogni sacerdote può impartire la "benedizione papale" con la possibilità dell'indulgenza plenaria. Purtroppo, solo pochi preti offrono questo dono ai morenti... e qualcuno addirittura ci ride su!

"Beato l'uomo a cui e rimessa la colpa e perdonato il peccato. " (Sal 31, 1)

 

13 - HANNO DETTO

San PIO X - La negligenza per la propria anima giunge fino a tra­scurare lo stesso sacramento della penitenza, del quale nulla ci diede Cristo, nella sua estrema bontà, che fosse più salutare alla fragilità umana.

GIOVANNI PAOLO II -Sarebbe insensato, oltreché presuntuoso, voler prescindere arbitrariamente dagli strumenti di grazia e di salvezza che il Signore ha disposto e, nel caso specifico, preten­dere di ricevere il perdono facendo a meno del Sacramento, istituito da Cristo proprio per il perdono. II rinnovamento dei ri­ti, attuato dopo il Concilio, non autorizza alcuna illusione e alte­razione in questa direzione.

San GIOVANNI MARIA VIANNEY - Non c'è niente che offende tanto il buon Dio quanto il disperare della sua misericordia. C'è chi dice: "Ne ho combinate troppe; il buon Dio non può perdo­narmi ". È una grande bestemmia. E mettere un limite alla miseri­cordia di Dio, mentre essa non ne ha perché è infinita.

Mons. GIUSEPPE ROSSINO - Senza il pentimento la Confessione è uno scheletro senza vita, poiché il pentimento costituisce l'ani­ma di questo sacramento.

San GIOVANNI CRISOSTOMO - Il potere di rimettere i peccati supera quello di tutti i grandi della terra e persino la dignità de­gli Angeli: esso è esclusivamente proprio del sacerdote a cui sol­tanto Dio ha potuto concederlo.

MARCIAL MACIEL - L'accostarsi frequentemente al sacramento della riconciliazione, raccomandato dalla Chiesa, favorisce la conoscenza di se stessi, fa crescere nell'umiltà, aiuta a sradicare le cattive abitudini, aumenta la sensibilità della coscienza, evita di cadere nella mollezza o nell'indolenza, rafforza la volontà e conduce l'animo ad un'identificazione più intima con Cristo.

EPISCOPATO FRANCESE - La Confessione frequente dei fan­ciulli è un dovere di prim'ordine del ministero pastorale. Il sacer­dote metterà una cura paziente e illuminata in questo ministero che è essenziale per la formazione delle coscienze.

HANS SCHALK - La Confessione non è un colloquio umiliante di un uomo con un altro, durante il quale uno ha paura e si vergo­gna mentre l'altro possiede il potere di giudicarlo. La Confessio­ne è un incontro di due persone che confidano pienamente nella presenza del Signore tra di loro, da Lui promessa là dove anche solo due uomini sono riuniti nel suo nome.

GILBERT K. CHESTERTON - Quando la gente chiede a me o a qualsiasi altro: "Perché ti sei unito alla Chiesa di Roma", la pri­ma risposta è: "Per liberarmi dai miei peccati; poiché non c'è nessun altro sistema religioso che dichiari veramente di liberare la gente dai peccati... Ho trovato solo una religione che osi scen­dere con me nelle profondità di me stesso".

Sant'ALFONSO M. DE' LIGUORI - Se in tutti i confessori si ritrovasse la scienza e la bontà convenienti a tanto ministero, il mondo non sarebbe così infangato di peccati, né l'inferno così ri­pieno di anime.

LEONE XII - Il confessore che omette di aiutare il penitente ad avere le debite disposizioni non è più disposto ad ascoltare le confessioni di quanto non siano i penitenti a confessarsi.

GEORGE BERNANOS - Siamo un popolo di cristiani in cammino. La superbia è il peccato di coloro che si credono arrivati al tra­guardo.

MARCIAL MACIEL - Difficilmente il sacerdote sarà un buon con­fessore se non fa frequentemente e profondamente l'esperienza personale del sacramento della riconciliazione.

San LEOPOLDO MANDIC - Quando confesso e do consigli, sento tutto il peso del mio ministero e non posso tradire la mia coscien­za. Come sacerdote, ministro di Dio, ho la stola sulle spalle, non ho paura di nessuno. Prima e soprattutto la verità.

Don GIOVANNI BARRA - Confessarsi vuol dire iniziare una vita nuova, vuol dire tentare e ritentare ogni volta l'avventura della santità.

Padre BERNARD BRO - Chi di fronte al nostro peccato ci dice che è bene, chi ci fa credere, con qualsiasi pretesto, che non c'è più peccato, costui coopera alla peggior forma di disperazione.

Padre UGO ROCCO S. J. - Se il confessionale potesse parlare, certo avrebbe da deplorare la miseria e la cattiveria umana, ma più ancora dovrebbe esaltare l'inesauribile misericordia di Dio.

GIOVANNI PAOLO II - Dall'incontro con la figura di San Gio­vanni M. Fîanney trassi la convinzione che il sacerdote realizza una parte essenziale della sua missione attraverso il confessiona­le, attraverso quel volontario 'farsi prigioniero del confessiona­le ".

SEBASTIANO MOSSO - Il Concilio di Trento ha asserito che quando il sacerdote assolve, compie davvero un atto simile a quello del giudice: ossia non constata solo che Dio ha già perdo­nato il penitente, ma perdona, assolve, qui e ora il penitente, agendo di responsabilità propria, in nome di Gesù Cristo.

BENEDETTA BIANCHI PORRO - Quando sono tentata anch'io mi confesso subito: si scaccia via così il male e si attinge forza. Sant'AGOSTINO - Uomo peccatore! Ecco due diverse parole: uo­mo e peccatore. Uomo è una parola, peccatore un'altra. E in que­ste due parole subito comprendiamo che 1 "uomo' lo ha fatto Dio, il 'peccatore' lo ha fatto l'uomo. Dio creò l'uomo, che ha fatto di sé un peccatore. Dio ti dice questo: "Distruggi ciò che hai fatto tu e anch'io conserverò ciò che ho creato".

JOSEF BOMMER - Come l'occhio reagisce alla luce, così la co­scienza reagisce per sua natura al bene. Essa consiste in un giu­dizio dell'intelligenza umana sulla qualità morale di un'azione che si sta per compiere o di un'azione già compiuta. Una coscien­za retta si forma questo giudizio partendo da una norma supe­riore, da una legge generale assoluta.

Padre FRANCESCO BERSINI - Cristo non vuole rimettere i tuoi peccati senza la Chiesa, né la Chiesa può rimetterli senza Cristo. Non c'è pace con Dio senza la pace con la Chiesa.

ALPHONSE RETTÉ - O Santa Chiesa Cattolica, dispensiera della verità del buon Dio, sei ammirabile, quando, con tutta mansuetu­dine, accogli il figlio prodigo che, soggiogato dalla grazia, viene a prostrarsi davanti ai tuoi altari... Man mano che confessavo le mie colpe, mi sembrava che nostro Signore stesso fosse presente e, con mano carezzevole e imperiosa ad un tempo, staccasse i pec­cati dall'anima mia e li sparpagliasse in polvere davanti ai suoi piedi. Contemporaneamente sentivo la mia povera anima, curva sotto il peso del male, raddrizzarsi a poco a poco, riprendere la dirittura e poi prorompere in ondate di amore e di riconoscenza. Dopo la confessione camminavo per strada leggero leggero e di­cevo a me stesso: "Quale felicità...!". Cento alleluja mi cantava­no in cuore; mi sembrava di essere ringiovanito di vent'anni.

GILBERT K. CHESTERTON - La psicanalisi è un confessionale senza le garanzie del confessionale.

MICHEL QUOIST - La Confessione è uno scambio misterioso: tu fai dono di tutti i tuoi peccati a Gesù Cristo, Egli tifa dono di tut­ta la sua redenzione.

Sant'AGOSTINO - Colui che non crede che nella Chiesa siano rimessi i peccati, disprezza la grande generosità di questo dono divino; e se chiude il suo ultimo giorno in questa ostinazione del­la mente, si rende colpevole del peccato irremissibile contro lo Spirito Santo, mediante il quale Cristo perdona i peccati.

GIOVANNI PAOLO II - Proprio nel confessionale la paternità del sacerdote si realizza nel modo più pieno. Proprio nel confessio­nale ogni sacerdote diventa testimone dei grandi miracoli che la misericordia divina opera nell'anima che accetta la grazia della conversione.

GIUSEPPE A. NOCILLI - Non c'è assolutamente niente che possa precedere il sacramento della Confessione nella preoccupazione e nella sollecitudine di un sacerdote.

JOSEF BOMMER - Due grandi pericoli minacciano la Confessio­ne attuale: l'abitudine e la superficialità.

PIO XII - Raccomandiamo sommamente quel pio uso, introdotto dalla Chiesa per ispirazione dello Spirito Santo, della Confessio­nefrequente, con cui si aumenta la retta conoscenza di se stesso, cresce la cristiana umiltà, si sradica la perversità dei costumi, si resiste alla negligenza e torpore spirituale, si purifica la coscien­za, si rinvigorisce la volontà, si procura la salutare direzione del­le coscienze e si aumenta la grazia in forza dello stesso sacramen­to. Quelli dunque che fra il giovane clero attenuano o estinguono la stima della Confessione frequente, sappiano che intraprendo­no cosa aliena dallo spirito di Cristo e funestissima al Corpo mistico del nostro Salvatore.

SOREN KIERKEGAARD - Credere alla remissione dei peccati è la crisi decisiva per cui un uomo diventa spirito; chi non ci crede non è spirito.

GIOVANNI PAOLO II - II sacerdote, nel ministero della Peniten­za, deve enunciare non le sue private opinioni, ma la dottrina di Cristo e della Chiesa. Enunciare opinioni personali in contrasto col Magistero della Chiesa, sia solenne sia ordinario, è, perciò, non solo tradire le anime, esponendole a pericoli spirituali gra­vissimi e facendo subire loro un angoscioso tormento interiore, ma è contraddire nel suo stesso nucleo essenziale il ministero sa­cerdotale.

ENRICO MEDI - Senza la confessione, pensate a quale pauroso cimitero di morte sarebbe ridotta l'umanità.

Padre BERNARD BRO - Non c'è salvezza senza liberazione, né li­berazione senza Confessione, né Confessione senza conversione. Beato PIO da PIETRELCINA - Io tremo ogni qualvolta devo scendere al confessionale, perché lì devo amministrare il Sangue di Cristo.

Don GIOVANNI BARRA - La Chiesa, disponendo del potere di perdonare, dispone della gioia.