TRIPLICE ATTENTATO AL RE DIVINO

P. Matteo Crawley S.S. C.C. 1922

PREFAZIONE

SALVE REGINA

Salve Regina dei cuori dedico queste pagine scritte col sangue del mio povero cuore, diritti del Re d'Amore, tuo Figlio.

Salve Regina!... Tu, che nella notte del primo Natale, vegliasti tra le sofferenze, senza poter tro­vare né un tetto che ti ricoprisse, né una porta aper­ta che ti ricevesse... Tu, la grande Riparatrice, aiu­tami a restaurare la sovranità di Gesù nelle famiglie e nella società, batti Tu stessa alle porte dei cuori e delle famiglie cristiane, chiedendo un trono di gloria per il Cristo-Re!

Salve Regina!... Tu la sola bella, santa, immaco­lata, aiuta la nostra impotenza nelle lotte contro le iniquità di un mondo senza Dio; aiutaci a distrug­gere il vituperio di un cristianesimo falsato, aiutaci a far risplendere nei focolari che ti sono devoti l'an­tica austerità dei costumi ed il sole del tuo purissimo Cuore tra i fanciulli, le vergini, le spose, le madri cristiane; oh! Madre senza macchia! che il Cuore di Gesù troneggi nel tabernacolo delle fami­glîe, adornato del giglio della purezza e della mode­stia. Che il Vangelo in tutta la sua integrità sia l'u­nica legge di dignità sociale e di virtù cristiana. Dis­sipa, o Regina di purezza, le nubi dei pregiudizi pa­gani, delle convenienze assurde, e vigliacche per le quali Gesù vien flagellato. Uh! fa ch'Eglí diventi nuovamente, nelle famiglie e nella società, il Cristo­Re!...

Salve Regina!... Tu sei la Regina del Cenacolo della Chiesa, Tu la dolce Sovrana del clero e dei chiostri, Tu comunichi ai preti ed alle spose consa­crate una parte della tua divina maternità, molti­plicando per mezzo di essi i Gesù che daranno Ge­sù alle anime ed al mondo. Grazie!... ma, ohimè! Tu sai, o Maria, che il mondo che odia Gesù, vorrebbe anche spegnerne la discendenza più che nobi­le, inaridendo la sorgente degli apostoli, distruggen­do gli altari e spogliando i giardini fioriti dei chio­stri.

Sii, o Regina del Cuore di Gesù, più forte di una armata schierata in battaglia, dà Tu stessa il grande assalto e noi avremo certamente la vittoria.

Oh! per assicurarla alla Chiesa dacci dei sacerdo­ti, dei sacerdoti-apostoli, e degli apostoli-ostie!.... Maria, Mediatrice, esaudiscici non tardare più, la Chiesa piangendo ti tende le braccia... Ritorna sulla terra, benedici le famiglie, spargi tra di esse una se­menza divina, fa che in esse fioriscano i germi di santità sacerdotale, fiori di santità verginale per gli altari, fiori benedetti per i chiostri... Dà, o Regina d'amore, subito la vittoria al Cristo-Re!...

Salve Regina!

P. Matteo Crawley

Braine-le-Comte, 22-12-1922.

 INTRODUZIONE

Nisi Dominus aedificaverit do­mum, invanum laboraverunt qui aedificant eam. (P. 126, I).

Se il Signore non edifica la casa, invano lavorano coloro che la edificano.

V'è un male morale, vera cancrena della vita pri­vata e sociale, l'estensione ed i danni del quale, pa­lesatisi attraverso gli avvenimenti, ci spaventano.

Dopo il conflitto armato, dopo le epidemie, mor­tifere più ancora della stessa guerra, questo flagello, terribile come una epidemia morale, angoscioso co­me una malattia mortale, triste come una lotta inte­riore, implacabile come un'offensiva vittoriosa che distrugge ed abbatte qualunque barriera, questo fla­gello, dico, ci opprime e sembra spingerci nell'a­bisso.

Non intendo far qui allusione all'effervescenza ri­voluzionaria, né allo squilibrio politico delle nazioni, né all'incoerenza delle folle che si sollevano, deside­rose di far nascere e stabilire una comunanza univer­sale. Limito invece le mie osservazioni esclusiva­mente al piccolo, ma nello stesso tempo grande regno che è la famiglia, a questa sorgente di vita e d'azione sociale, - il focolare - così profonda­mente sminuito e pervertito da questo male.

Ohimè! La morale sociale e privata, messa dalla guerra a sì dura prova, non ne è uscita nè purifi­cata nè rinnovellata. E tuttavia, questo male, o me­glio, questo groviglio di mali sì gravi, che alcuni immaginano nuovi, e di cui anche i più noncuranti si lamentano, è proprio un frutto della guerra? Si, in una certa misura. Per la sua stessa natura, la guerra, che è un disordine, non ha potuto che con­tribuire al disordine generale ed al rilassamento dei principi. E se alcuni sono stati veramente rigene­rati dalle sofferenze, quanti altri invece ne sono stati sfiorati soltanto superficialmente. La guerra ha aperto degli abissi nella società!

Ma noi crediamo tuttavia che la maggior parte di tali mali, di cui un giorno potremo dolerci, non sono stati che svelati e caratterizzati dalla guerra. Questa è stata come una bomba caduta in un giar­dino pubblico, la cui esplosione ha messo allo sco­perto dei cadaveri in putrefazione e delle ossa dis­seccate. Non si sapeva più ciò che quel terreno fiorito ricoprisse; e si danzava su quel tappeto di terra verdeggiante la dinamite ha messo in luce il vec­chio cimitero che vi giaceva sotto.

Un triplice male, estremamente grave, male mortale, rodeva intanto nascostamente le viscere della società moderna, senza che essa volesse rendersene conto. Aveva paura di constatarlo? La sua noncu­ranza, in ogni modo, non faceva che accentuarlo.

1.° Era un rnale di raffinato orgoglio, ossia una corruzione dello spirito. Due manifestazioni tipiche e tormentose ce ne rivelarono l'esistenza: una pro­fonda ignoranza religiosa sempre più sistematica, in certe categorie apparentemente intellettuali e diri­genti; quindi, come logica conseguenza, un disprez­zo orgoglioso del divino; e infine, l'odio, crescente come un'onda di rabbia settaria, e che minacciava di sommergere le istituzioni del diritto pubblico, cristiano ed ecclesiastico.

2.° Era un male d'apatia rapidamente trasforma­tosi in un male di indifferenza e di disgusto per l'idea e le cose religiose, perchè la corruzione della coscienza cristiana segue da vicino la corruzione dello spirito.

Com'è grande, tra la gente onesta, il numero di coloro che sono completamente indifferenti ad un regime, qualunque esso sia, religioso o laico! L'agi­tarsi dei problemi dell'educazione dell'infanzia, del matrimonio o della legislazione cristiana, tutto quel­lo insomma che non tocca da vicino l'interesse ed il piacere, non riesce a smuovere la loro calma e beata indifferenza...

3.° Era soprattutto un male di voluttà, una febbre spaventosa, un delirio intensa dei piaceri sensuali.

Questa corruzione dei sensi già esisteva adunque, ed era un orribile tumore che il coltello della guerra ha aperto, rivelando agli occhi attoniti degli stessi grandi maestri di sociologia, nuovi abissi d'infamia.

Allorchè scoppiò la guerra, questi grandi mali, e tutti gli altri, che come dal loro naturale focolaio, sono da essi scaturiti, erano molto più profondamen­te radicati di quello che la società nostra, così fiera della sua cultura e della sua civiltà, non credesse. Precisamente questa società, che si crede cristiana, che si vanta di esserlo, e soprattutto di sembrarlo, era contaminata dai suoi vizi mortali, molto più di quel che si pensasse.

Soltanto quando il sangue ira zampillato, si è con­statato con sorpresa ch'esso si corrompeva o... che era già corrotto.

La crudele e spaventosa amputazione fatta dalla guerra non è stata soltanto una provocazione nefa­sta, ma anche una rivelazione benefica di tanti mali. E la Provvidenza che tutto guida, l'ha permesso perchè si facesse la luce; e con la luce, la guari­gione delle famiglie e della società.

E' ovvio che alcuni istinti perversi, alcune malat­tie morali e profonde, non potevano essere facil­mente guarite; anzi, la guerra, nel rivelarle, le ha acutizzate. Essa ha fatto conoscere il punto debole e gli abissi latenti della nostra società, più cristiana all'epidermide che nello spirito, e piuttosto pagana nei costumi.

Ascoltate S. S. Pio XI:

« Molto prima che la guerra incendiasse l'Europa, la principale causa di queste grandi agitava » (1).

(1) Enciclica Ubi arcano Dei.

 

Si dormiva, ed anche più, un abisso. Veder oggi tutto spaventa; esaminarlo a due esso suona accusa per colpevoli, e per tanti gente onesta. Ma questa visione d'orrore, questo risveglio di soprassalto al rombo del cannone, sarà per molti la tavola di salvezza.

Parliamo francamente e cristianamente.

E' meglio certo fare, anche contro la volontà del malato, la diagnosi della malattia, per portare il necessario rimedio, che far l'autopsia del cadavere, per constatare il male che ne causò la morte.

Che i mali immensi, del resto, di cui ci lamen­tiamo, siano o non siano frutto nefasto della guerra, non importa; quel che ci preme è che essi son là, come una voragine aperta, che minaccia d'inghiot­tire quello che non è stato ancora distrutto dal con­flitto mondiale.

Noi attraversiamo una crisi morale e sociale, ec­cezionalmente acuta; tuttavia io sono e resto otti­mista, perchè credo.

 

CAPITOLO PRIMO

L'AUTORITA' DEL RE DEI RE DIMINUITA

CRISI D'AUTORITA' DIVINA E CRISI D'ORDINE E DI PACE NELLE FAMIGLIE

Nolurnus hunc regnare super nos. Non vogliamo che costui regni su di noi. (Luc., XIX, 14).

I – Il GRANDE MALE MODERNO

Io non ho mai avuto gran timore degli attacchi rabbiosi dei settari che combattono contro la Chiesa e i suoi altari. La loro potenza aggressiva é limitata in virtù della misericordia di Gesù, che conosce la nostra miseria e che non permette che noi siamo tentati al di là dalle nostre forze; del resto, la collera dell'inferno é una prova che sta tutta a favore degli apostoli e delle anime.

Più della potenza dei nemici, io temo la debolezza degli alleati, e l'indifferenza dei buoni. Se Nostro Signore, infatti, ha affermato a santa Margherita Ma­ria, in un modo così sicuro, che Egli regnerà a no­nostante ì suoi nemici », non ha con questo affatto contraddetto un'altra affermazione, che é indispen­sabile per completare l'interpretazione dello spirito della sua promessa: Egli regnerà soprattutto in misura della fedeltà dei suoi amici, e giammai mal­grado coloro che Egli si é degnato eleggere per suoi amici ed apostoli del suo cuore. Il Re d'Amore re­gnerà nonostante l'inferno ed i suoi seguaci, si. Ma Egli non regnerà se vi sarà tiepidezza e fiacchezza in coloro che sono la sua falange di destra; non re­gnerà malgrado i figli della sua luce e gli eletti del suo amore.

Uno dei mali rilevati ed aggravati dagli avveni­menti, riguarda precisamente una cerchia di persone cristiane e cattoliche, dominata in parte dallo spi­rito mondano.

Un insieme di massime perniciose, un andazzo di vita mondana e pagana, si sono in esso infiltrate, smovendo gli amici del Maestro, inquinando soprat­tutto i costumi, le abitudini e l'educazione della fa­miglia cristiana. E tutto questo con una grande abi­lità, senza toccare l'esteriorità cristiana, senza pro­fanare, con manifesta empietà, le tradizioni sacre.

Si é sempre cattolici di nome, si possiede l'amore proprio del titolo di cattolico e se ne conserva l'ap­parenza, ma l'anima di questo cattolicismo si eva­pora a goccia a goccia.

Che distanza immensa tra lo spirito, la mentalità, il costume, le abitudini, l'educazione di due successive generazioni! Che eredità dì nobiltà morale e cristiana dilapidata dalle esigenze assurde ed ini­que di una società che, di fatto se non di diritto, condanna come cosa fuor di moda il Vangelo, la sua morale ed il suo spirito.

In questo studio sommario, terrò lungi dal mio pensiero coloro che sono veri e propri mondani, i frivoli per educazione, gli indifferenti e gli irreligio­si, ma tratterò esclusivamente di quello ch'io chia­merei mondo cattolico, ove la società e la famiglia cristiana si manifestano profondamente contaminate da alcune idee stravaganti e pericolose, e soprattutto per i costumi troppo liberi e paganeggianti.

Alle famiglie credenti soltanto rivolgeró il lamento che ad essi fece il Cuore di Gesù quando disse: “Io sono stato ferito in casa dei miei e fra i miei”.

Costretto per debito di coscienza ad aprire gli oc­chi altrui, vorrei avere il tono persuasivo di un con­vinto, e nello stesso tempo l'accento afflitto d'un cuore sacerdotale. Lungi da me il pensiero ed il tono di una critica sferzante, che non s'addice mai alla penna del sacerdote. Il mio linguaggio é consa­crato unicamente a sradicare il anale, mostrando il bene, certamente con la piena sincerità di una co­scienza sacerdotale, ma anche con la delicatezza e la dolcezza ineffabile del Vangelo che area e ri­spetta il malato che bisogna guarire.

 

II. - GESU' E' SEMPRE RICEVUTO IN CASA DI SIMONE

Una lettera molto gentile mi invita a fare 1'Intro­nizzazione del Cuore di Gesù in una cospicua e grande famiglia. Dico grande, perchè è nobile e ric­ca, e perchè ha un nome molto cristiano. Mi si fissa il giorno e l'ora; mi si prega anche, arrivando in casa, di fermarmi in portineria per farvi la stessa ce­rimonia. Io vado. Fin dalla soglia della portineria, l'intera famiglia del portiere, piena di gioia e di ri­conoscenza si prepara a ricevermi. La piccola stanza da pranzo è adornata di fiori e risplende di luci. Quante preziose economie sono state impiegate per la bella immagine del Re, amico di Betania, che spicca nella gran cornice dorata, in un'armonia di semplicità e di decoro! I fanciulli sono stati dispen­sati dalla scuola, e di buon mattino tutta la fami­glia s'è inginocchiata alla Sacra Mensa. Ed ora canta, prega e piange di gioia.

Io pronuncio poche parole, poi benedico i fan­ciulli, i genitori da parte dell'Amico che rimane a presiedere il focolare, e vuol partecipare alle sue gioie ed ai suoi dolori...

Ma prima di lasciarli, bisogna ch'io firmi alcune immagini ricordo, e prometta loro una Messa di ringraziamento, per l'onore e la grazia che il Re Gesù ha concesso, e perchè essi si mantengano de­gni dell'amicizia di Lui.

Ed ora, toccate con mano qual doloroso contrasto!

Tutto pieno ancora di commozione per l'amore semplice e forte di questi poveri, per il Povero divi­no, salgo in ascensore, e dopo qualche secondo, vengo introdotto nella sontuosa dimora della fami­glia X... E' mezzogiorno. La padrona di casa mi riceve, e dopo qualche parola di ringraziamento, mi invita a cominciare la cerimonia... Guardo attorno a me e cerco l'altare, o almeno l'immagine del Sa­cro Cuore. La signora X... indovina il mio desiderio e mi conduce in fondo al salone. Là, trovo, confuso tra cento ninnoli cinesi, una piccola e minuscola statua. Non un fiore, non una piccola lampada. I candelabri di bronzo restano spenti. Essi conser­vano la loro luce per altri, e non per Gesù! Doman­do con discrezione: - La famiglia assisterà a questa funzione ufficiale? - II marito ed il figlio maggiore sono ancora in letto, perché son tornati dal teatro molto tardi; e le due giovani figlie sono appena uscite per fare a tempo, se sarà possibile, ad ascol­tare l'ultima Messa.

Dunque dinanzi a Madama X... e a due domesti­ci si rinnova il banchetto di Simone!

Con brevi parole commento la scena evangelica, mi lamento di una accoglienza tanto fredda, e la biasimo: il Maestro è stato invitato, è vero, ma ahimè, è stato ricevuto senza onori; Gesù, conosciuto forse, ma senza amore, quasi come detronizzato!...

Questo quadro rappresenta tutta una mentalità, tutto uno spirito di cristianesimo convenzionale, an­cora sincero, ma anemico, diluito, sfigurato. Il po­sto d'onore, voglio dire il trono vivente di gloria e di regalità d'amore, che Nostro Signore desidera e reclama, Egli non lo trova più, in generale, nella casa dei suoi, cioè nella sua casa.

La famiglia cristiana, salvo alcune belle eccezioni, venendo a patti con le esigenze mondane, lo misco­nosce di fatto. Non si vorrebbe tuttavia che Egli se ne allontanasse; e che, all'esterno, si creda o si dica questo; tuttavia, il posto intimo che gli spetta per diritto divino, nell'anima dei genitori, e per conse­guenza in quello dei figli, non è più il suo. Per una conseguenza logica, se nella coscienza e nei cuori, Gesù non è più il Re che governa, il Padrone che comanda, non potrà esserlo, del pari, nella vita pubblica della società.

Se per Lui c'è rimasto soltanto il protocollo di etichetta cattolica, si deve al fatto che nostro Signore non è più se se non un Re, un Sovrano che si riceve in incognito, con estrema prudenza.

In qualunque casta sociale, questo male è pene­trato; e dovunque, i timorosi e i pavidi si piegano, sotto il giogo del paganesimo moderno.

Si adora furtivamente il Divino Crocifisso, aspet­tando che i tempi cambino, per alzare il suo labaro ed elevare il suo Vangelo e la sua Legge agli onori della vita sociale.

Nostro Signore è sempre più allontanato dallo sguardo e dal cuore della società; Egli non è più il Maestro! La migliore prova di questa affermazione è il fatto concreto, eloquente e costante di una vita familiare e di una vita collettiva soprattutto, in aper­ta contraddizione coi più elementari principi dì una coscienza cristiana. Quel che dicono le labbra, in Chiesa, la domenica; quel che mormora il cuore, sempre in segreto, è sconfessato dagli atti della vita pubblica, tanto è vero che non si può servire due padroni in una volta. Onde bisogna tristemente con­cludere che, se si seguono i mondani, non si ha di cristiani che il nome; e la fede allora è debole a tal punto, che non ha più il potere di arrestare sulla soglia del cuore e del focolare domestico, il flutto invadente e fangoso del piacere proibito.

 

III. - QUAL'E' LA CONSEGUENZA PIU' IMMEDIATA DI QUE­STA APOSTASIA LATENTE?

E' la mancanza d'autorità nella famiglia, con tutti i suoi effetti funesti. La gerarchia dei diritti e dei doveri è tale, che quando se ne toccano le fonda­menta, tutto l'organismo resta scossa. Così, nella misura in cui la famiglia elimina la sovranità sociale di Nostro Signore, perde il suo prestigio ed il suo equilibrio; l'autorità dei genitori ne risente, e la fe­licità familiare crolla fatalmente, presto o tardi.

“ Venga a casa, presto, Padre mio”, mi supplica un giorno un signore, in preda a viva commozione. Gli domando perchè, ed egli cerca di spiegarsi; ma poichè i singhiozzi lo soffocano, lo faccio sedere e aspetto. « Ecco - mi dìce, dopo qualche minuto; - Lei conosce il mio figlio maggiore, e sa quali sa­crifizi abbiamo fatto per la sua educazione ed il suo avvenire. Ma Lei sa, pure, che sei mesi fa egli partì in cattiva compagnia, e, dopo d'allora, siamo rimasti senza sue notizie. Ecco che arriva all'improvviso, va diritto in camera sua, senza neanche salutare nè sua madre nè me. Indignati, andiamo verso di lui, rim­proverandogli la sua condotta, chiedendogli donde: viene e cosa ha fatto... Ebbene, sa Lei quale è stata la sua risposta? Ha insultato me, suo padre, ed ha alzato la mano sulla madre sua! Oh, che ingrato!... Venga Padre, venga con me a parlargli ». - « Ca­ro signore, non vengo ». - « Ma io non comprendo perchè non vuol cercare di parlargli e di convertir­lo».  - « No, no, mi scusi, non posso venire assolutamente ». - « Padre, perchè dunque? Mi spie­ghi almeno la sua condotta, tanto contraria alle sue predicazioni? » - « Sì, signore, lo farò in poche parole ».

E, avvicinandomì, prendo affettuosamente la manto dell'infelice padre, e gli dico gravemente, ma col cuore commosso di tenera pietà: « Ecco, da tan­to tempo, che sua moglie ed io la supplichiamo di piegare i ginocchi e di compiere i suoi doveri di cri­stiano; ebbene, dimenticando lei il primo comandamento, ha insegnato a suo figlio a dimenticare il quarto. Non è questo logico? Se suo padre disobbe­disce agli ordini di un Dio, egli può bene discono­scere l'autorità di suo padre, che, dopo tutto, non è che una creatura. Lei è stato buono con la sua sposa e i suoi figli, buono con i suoi amici ed i suoi domestici; ma è stato crudele verso Nostro Signore; Egli è il solo che Lei abbia misconosciuto; Suo figlio è stato buono per i suoi amici; troppo buono e con­discendente con tutti, forse, eccetto che con Lei, suo padre. Si metta in ginocchio, riconosca l'auto­rità del Maestro, confessi le sue colpe, ed allora, sì, noi andremo a casa, vi condurremo Gesù, e con­vertiremo il giovane ».

La sua confessione fu ammirabile di sincerità e di pentimento, e la conversione del figlio, che ne se­guì, fu non meno bella e vera. Ecco l'equilibrio ri­stabilito nell'ordine e per l'ordine del Vangelo. La pace non ne è che una logica conseguenza.

Non si dirà mai abbastanza che il gran male mo­derno non è la guerra, la rivoluzione o il caro prezzo della vita. No, il male radicate trascendente, sta nel focolare domestico scosso, perchè totalmente o in parte scristianizzato.

Non bisogna ragionare da fanciulli e giudicare la importanza di un fenomeno dal fracasso prodotto, dalle sue remote ripercussioni. Per i semplici, un colpo di cannone è più spaventoso di un microbo o di un libro. Ora, noi sappiamo che tutti i cannoni non hanno fatto tanto male quanto un microbo, dal pianto di vista fisico, e quanto un libro, dal punto di vista morale. I tre quarti di male che devastano l'Eu­ropa, radendo fino alle radici quel che la guerra a­veva lasciato ancora in piedi, sono la conseguenza d'un male che è alla sorgente stessa della umanità della famiglia.

Leggete questa frase uscita dal cuore angosciato del Papa Pio XI: « Si è decretato che Dio, che il Cristo Signore non presiederebbe più alla costitu­zione della famiglia! » (1).

(I) Enciclica citata.

 

 Ecco il male radicale. che lo stesso S. S. Benedetto XV denunziava nella sua lettera del 25 aprile 1915, preconizzando la crociata dell'Intronizzazione del Cuore di Gesù nelle famiglie.

Noi dimentichiamo troppo ingenuamente che la famiglia è scuola per eccellenza, di virtù o di vizio, di santità o di delitto, e trascurando di purificare questa sorgente, ci lamentiamo sterilmente di mali che ci vengono a colpire per nostra negligenza. Le famiglie mondane si trasformano rapidamente in pa­gane, per divenire addirittura laicizzate. Non si ca­povolgono impunemente i principi del Vangelo; l'edifizio della Redenzione è fondato su Nazareth, ed è la famiglia cristiana che dovrà sempre perpe­tuare il frutto del Calvario.

A misura dunque che la tempesta satanica neu­tralizza l'esempio di Nazareth, vale a dire l'influen­za del santuario domestico, per eccellenza cristia­na, essa compromette i frutti della Redenzione.

Questo è un principio positivo di legge divina. Il Signore avrebbe potuto procedere altrimenti, ma Egli tracciò questa legge, e vi si sottomise Lui stesso; fondò la famiglia e la divinizzò elevando il matrimonio alla dignità ed alla sublimità di un sa­cramento.

 

IV. - L'APOSTASIA SOCIALE, DOLOROSA E LOGICA CONSE­GUENZA DELL'APOSTASIA FAMIGLIARE

Si potrebbe forse trovare, tanto tra i saggi ed i ricchi, quanto fra la folla degli avventurieri, dei semplici e dei poveri, un tale esercito di gente senza fede nè legge, che dirige la cosa pubblica, che in­fluisce potentemente sui destini dei popoli, che la­vora con pertinacia a laicizzare la società, che stu­dia con passione i mezzi di sopprimere Dio ed il suo Cristo da tutte le attività della vita; si potrebbe, dico, trovare un'armata tanto formidabile, se la fa­miglia cristiana fosse rimasta una cittadella di verità e di morale cristiana? No, mille volte no! Confesso, certo, che qualche unità di questo immenso esercito possa essere formata da vili apostati di qualche focolare cristiano, ma noi siamo obbligati a consta­tare che la immensa maggioranza è il frutto naturale d'una società neo-pagana.

Questo male non è stato improvvisato dal recente conflitto d'armi. La barca navigava già senza bus­sola: andava alla deriva, quando fu urtata da que­sta mina subacquea che fu la guerra.

La famiglia cattolica era già stata colpita mortal­mente dal Giansenismo, (nota)

Giansenismo Movimento teologico cattolico sorto in Francia nel XVII secolo; prende il nome dal vescovo fiammingo Giansenio, che nel trattato Augustinus si ispirò al pensiero di Sant’Agostino per teorizzare una dottrina della predestinazione assoluta. La stretta connessione di questa teoria con i principi del calvinismo indusse la gerarchia cattolica ad accusare di eresia i seguaci di Giansenio, che tuttavia proclamarono la loro appartenenza al cattolicesimo, sostenendo che non vi è possibilità di salvezza al di fuori della Chiesa cattolica. Diffusosi in Francia soprattutto a opera dell'abate Jean Duvergier de Hauranne, il giansenismo assunse i caratteri di una forma di devozione austera e rigorosa supportata da una rigida visione morale, in polemica con il lassismo etico e il fasto cerimoniale praticato da alcune correnti della Chiesa dominate dall'influenza dei gesuiti.

 

eresia più pericolosa di qua­lunque altra, perchè la più ipocrita e la più astuta nel suo sistema d'attacco, e nelle sue tendenze di distruzione. Conservare, come insegna, il blasone di un cristianesimo scrupoloso ed integrale, che abi­lità satanica! Servirsi della Croce, per avvelenare il focolare domestico, con un veleno ad azione lenta, profonda, mortale, quale potente fortuna di diabolico successo!...

 

Il Giansenismo è il monaco apostata, diventato, per orgoglio, un novello Satana, ma un Satana che conserva l'abito, l'aspetto, la dignità esteriore del religioso.

Accentuato, per principio, la sua apparenza di virtù austera e penitente, gravemente, con l'aureola d'un anacoreta, d'un uomo di preghiera e dì disci­plina, è penetrato nel santuario familiare, infiltran­dovi uno spirito tanto più forte e penetrante, quanto la forma estetica di questo mentitore corrispondeva ad un ideale dì austerità, vagheggiato da talune fa­miglie cristiane.

I1 Giansenismo non si fermò ai rigoristi, ai fer­venti dell'osservanza alle leggi divine, ma invase abilmente e risolutamente tutto il fiore della cristianità, non già per predicare, come il protestantesimo un rilassamento, ma per reagire contro i rilassati e i noncuranti.

Da principio, il Giansenismo non avvelenò tanto le folle, quanto un nucleo di famiglie, influenti per la loro situazione sociale, o per il credito della loro virtù cristiana. Predicando in questo ambiente, una crociata di terrore, col suo rigorismo ad oltranza; sostituendo il timore alla carità, facendo agire arbi­trariamente la giustizia divina da inesorabile, là do­ve il Vangelo e la Chiesa predicano la misericordia, esso provocò in un gran numero di famiglie cri­stiane, e perfino nelle istituzioni religiose, dopo un focoso assalto alle austerità, una profonda nevra­stenia morale, quasi sempre inguaribile perché ba­sata sulla rivolta dello spirito, sull'orgoglio.

La religione di cotesti seminatori di terrore non poteva reggersi lungamente. Un cristianesimo fatto soltanto di timore e di spavento, non poteva for­mare che una casta di farisei e di formalisti. Questa religione di costrizione, che confondeva il rispetto col servilismo, che condannava l'espansione del cuore cristiano, il suo canto d'amore e di confiden­za, come un'insolenza contro il Cielo, questa tre­menda deformazione del Vangelo, cadde a poco a poco, ma lasciò dietro di sè la fatica, il malessere profondo, la nausea dell'idea religiosa.

Quando la corda troppo tesa si ruppe, non restò nelle anime che un tetro silenzio: si sentirono delu­se, e si vendicarono della lunga e dura quaresima che si era loro fatta subire, passando quasi furiosa­mente da questo esasperante rigore, al carnevale sociale in cui anemizza e muore la coscienza cri­stiana.

Fu un poco quel che potemmo vedere anche noi, durante la guerra europea: il timore formidabile dei primi mesi, ernpì le chiese di folle rigurgitanti, e non mancarono gli ingenui che credettero ad una conversione repentina, splendida. Tuttavia, siccome la vittoria si fece attendere l'entusiasmo cessò, e seguì il rilassamento.

Il più gran delitto del Giansenismo fu di spegnere la fiaccola d'amore che ardeva per Gesù Cristo, nel santuario familiare. Il Cristianesimo è sostanzial­mente carità, poichè il suo Fondatore non è che amore e sopprimere questo carattere dal cuore e dal focolare domestico è proscriverne il suo Re; è calpestare il primo dei suoi diritti sovrani, quello d'essere appassionatamente amato; è impedire la intimità di Betania col suo amico divino Gesù “ Voi, amici mici “, aveva detto Egli stesso.

Il Giansenismo commetteva questo delitto di sof­focare il cuore del cristiano, sotto il pretesto del ri­spetto per la maestà di Dio. Di questo Dio, che lasciò nel cielo la sua gloria per dirci, abbassandosi immensamente ed immensamente amandoci, quelle parole:  “Venite tutti!” sotto il pretesto, dico, del rispetto per quel Dio che chiama e rassicura: « Ve­nite tutti... son io... non temete... ».

Inconcepibile aberrazione!

Credere che la confidenza escluda il rispetto, che l'avvicinarsi a Gesù, il desiderio di andare a Lui, di vederlo, significhi misconoscere la nostra indegnità e la nostra miseria... prendere per orgoglio, il deside­rio che ognuno dovrebbe avere, e la dolce realtà di essere amico di Lui... non poterlo servire in ginoc­chio, cantando con amore il suo amore, senza avere dinanzi l'ossessione di un inferno minaccioso... te­mere mille volte di più essere castigato, che il non essere amato e non amare... è questo l'orribile Gian­senismo. Ahimè! Sì, conservare la pace, nonostante la propria miseria, credere con immensa fede alla pietà di un Salvatore che ci conosce e ci ama come noi siamo, abbandonarsi alla sua misericordia, al suo Cuore, riconoscendo le proprie colpe, era, dicevano essi, provocare infallibilmente una sentenza di vin­dice giustizia.

Pertanto Gesù-Ostia, il Dio fatto uomo, prigioniero per amore, assetato dell'amore dell'uomo, rin­chiuso per sempre, dal Giansenismo, nel Taberna­colo, come in una fortezza inespugnabile. Non è un fosso soltanto che si scava, ma un abisso immenso, insuperabile, fra il Cuore di Gesù, che fa sua delizia l'abitare fra i figli degli uomini, e il cuore dell'uomo, la cui debolezza aspira alla forza, e la sua tenerezza tende all'unione divina dell'amore.

« No - dice l'eretico - il Dio del Tabernacolo non si può avvicinare nella sua santità. Il Dio di penitenza è vendicatore nella sua giustizia. Il Dio della Croce schiaccia, più ancora del peccato, i po­veri peccatori. Il Dio del Paradiso è terrificante nella sua maestà e nella sua gloria... tenetevi lon­tani da Lui! »

Così tutta la economia redentrice e vivificante del Vangelo viene impugnata. Il terrore religioso regna sulle anime. Noi raccogliamo ancora la messe avvelenata che questa abominevole dottrina ha seminato nel fior fiore delle famiglie cristiane d'Europa. L’educazione puramente formale, artificiale, vana e fittizia che si dà ai nostri giorni, è in parte la con­seguenza del veleno del Giansenismo. La mancan­za di carità grande, ardente, vigorosa non poteva produrre che frivolezza. Non essendo Gesù più il Re, ed il centro della famiglia, è stato sostituito dall'idolatria « del proprio io » nelle due manifesta­zioni che sono le più pericolose: la vanità e la sen­sibilità. Ed ecco come, mentre rimane la veste su­perficiale di cristiani, gli idoli domestici, gli Dei lari sono riapparsi nel focolare.

Difatti, la mondanità che infesta le famiglie cri­stiane è divenuta tanto ai giorni nostri il peccato di ricorda che non ha ormai neppure più il triste privi­legio di essere uno scandalo.

Che dissipazione di tempo, di gioventù, di ric­chezza e soprattutto di tesori spirituali e morali, in questa vita mondana, non solamente vana ed inuti­le, ma pericolosa per l'esempio, quando questo esempio viene dall'alto, da coloro che sono ancora considerati i conservatori della morale evangelica.

E non si creda che questa frivolezza sia soltanto una forma esteriore, che questa mondanità sia sola­mente un abito sconveniente, ma che nasconde in­vece un'anima sana ed in fondo onesta e cristiana. Se essa si rivela attraverso una spaventosa immode­stia esteriore e di conseguenza attraverso manifesta­zioni di vanità, essa penetra molto al di là dall'epi­dermide; entra nel cuore, succhia a poco a poco tutta la potenzialità morale, dovuta all'educazione, all'atavismo, alla tradizione cristiana. Essa distrug­ge moralmente il senso soprannaturale e la conce­zione cattolica delle migliori famiglie.

Così è avvenuto in casa della signorina X..., gio­vanetta di nobile stirpe, di educazione e di modi distinti, e la cui famiglia è molto cristiana di nome, molto mondana di fatto. Ella parla al suo fidanzato con sincerità, come essa stessa racconta, due setti­mane prima del matrimonio. Gli dichiara la felicità che prova nell'aver trovato in lui il giovane di spirito superiore, indipendente nelle sue opinioni, fiero delle sue convinzioni personali, libero dai tanti pre­giudizi della religione e della razza. Egli é proprio il marito che aveva sognato e che certamente non le imporrà, nella pienezza della gioventù, il giogo crudele ed altrettanto ridicolo di una famiglia... ? fanciulli toglierebbero la libertà di godere e di viag­giare... “non ho mai avuta lo vocazione di nutrice o di istitutrice”, conclude essa in uno scoppio di riso...

Io lo ripeto (escludendo completamente dal mio pensiero quell'ambiente che si considera come e­mancipato da quelli che si chiamano i ceppi della religione, e dove non si conosce appena il Nome di Nostro Signore), Gesù Cristo non comanda quasi più in mezzo ai suoi.

Si tratta di una rivoluzione sociale segreta che pervade i salotti e si insinua fino nell'intimità dei santuari familiari per seminarvi la menzogna e la sventura. E’ nel suo sistema raffinato e sapiente, fa opera di morte, con maggiore efficacia forse del fer­mento rivoluzionario, che agita le popolazioni dei trivi e delle bettole.

Se si conoscessero le sventure innumerevoli di questa mondanità! Esse non si esibiscono, ahimè, come i gioielli o i broccati, ma quante gioconde commedie dissimulano tremende agonie... Pax; pax ! Et non erat pax ! (IER., VI, 14). Se si sapesse che quella tale famiglia tanto ricca, non è esteriormente che il lussuoso sepolcro imbiancato di tutte le spe­ranze e di qualche bagliore di felicità svanita.... Il capo é quasi sempre assente dal focolare domestico, e quando c'è, si fa servire in camera sua... La mo­glie rimane spesso nella tetra solitudine che le sue tre figlie giovanette le creano, vivendo fuori una vita, malsana quasi certamente, ma che sollevi dal silenzio mortale e dalla opprimente tristezza della casa ch'esse chiamano, con ironico disgusto, “il catafalco”. Ci si ritrova tuttavia “ufficialmente”, nelle visite che conviene rendere o ricevere insieme, o al teatro... ma altrove, ci si sfugge reciproca­mente, non ci si saluta nemmeno. L'intesa di questa disunione è fatta da lunghi anni. Si dorme sotto io stesso tetto; ci si rimane per forza, quando si è ammalati... e questo è tutto, e anche troppo...

Oh, se almeno questa famiglia fosse unità nella sua infelicità! Ahimè! migliaia e migliaia dì foco­lari domestici, quel bandito elegante, forsennato, crudele che si chiama mondo, saccheggia spietata­mente. Egli ne scaccia invariabilmente il suo eterno rivale, il Maestro crocifisso; ma lascia prudente­mente, al posto della « Divina Realtà », per soddi­sfazione dì una coscienza falsata e soprattutto per salvare le apparenze di una vita cristiana, per la dissimulazione dell'apostasia, esso lascia - l'ingan­natore - il blasone cattolico. La grande ricetta del secolo: salvare le apparenze! Mancando il Re, il suo labaro continua a sventolare, per coprire, con la sua gloria, le molteplici disfatte della morale.

Questa vita vertiginosa, che si chiama vita del gran mondo, non è che una morfinomania, una ri­cerca di narcotici che addormenti per un'ora tanti intimi rimorsi. Non posso paragonarla ad altro che a un banchetto in cui nessuno gode tranquillamente degli alimenti che sono serviti, ma nel quale i convitati assistono ad una sfilata di vivande che assaggiano appena, per alzarsi da tavola tediati, stanchi e ancora affamati.

Stordirsi così, andando da un salone a una spiag­gia, da un teatro ad un ballo; stordirsi, cambiando maschera, in questo carnevale apparentemente ele­gante e di buon gusto; stordirsi ricercando nuove distrazioni e nuove raffinatezze del piacere, non è forse la più eloquente dichiarazione di una pro­fonda infelicità.

In mezzo alle più belle feste, fra due sorrisi men­daci, si soffocano talora dei singhiozzi... E l'ama­rezza mortale di questi mondani per debolezza e per moda, viene dall'assenza di Gesù Cristo. « Si­gnore, si potrebbe dire con Marta, se Tu fossi stato qui, il nostro fratello non sarebbe perito... ».

Le croci di disperazione che li schiacciano, sono tanto differenti da quelle che dà il Re d'amore. Il calice che il mondo offre ai suoi amici, pieno di a­marezza e di torbido, è molto diverso da quello del Getsemani, a cui il Maestro ci invita a partecipare.

Tuttavia, Gesù-Re, bandito da quelle famiglie e da quei cuori, non varcherà mai, contro la loro vo­lontà, la soglia della loro porta. Ma aspetterà pa­ziente, perchè è il salvatore, che il dolore li obblighi a ricordarsi di Lui: « Signore... colui che tu ami è malato! »

Quanto a noi, il nostro compito, dinanzi a questa terribile crisi familiare, é quello di ripetere cori tutte le nostre forze: “Il Maestro è là... Batte alla porta vostra... Vi chiama: apritegli!” Il suo scettro è di luce e di pace, il suo giogo è dolce e lieve, Lui solo può promettere la felicità vera delle anime, senza opprimere peraltro la sorgente delle lacrime, ma di­vinizzando e fecondando ogni pena ».

“Apparisce chiaramente”, dice l'Enciclica di S. S. Pio XI, “che non vi ha alcuna pace di Cri­sto fuori di Cristo, e che in conseguenza noi non possiamo cooperare più efficacemente a ristabilire la pace, se non restaurando il Regno di Cristo”.

Ricostituiamo dunque integralmente i diritti del Maestro, del solo Re delle anime, della famiglia, della società; intronizziamo profondamente in ma­niera vitale e vissuta, Gesù Cristo, il solo Libera­tore, il solo Salvatore, ed avremo restaurato in Lui ogni cosa, e con Lui. l'ordine e la pace individuale e sociale.

Affrettiamo il suo Regno sociale, il suo Regno d'amore: adveniat! Per la nostra salute eterna Egli deve regnare: Domine, salva nos, pcrirnusl (Mt, VIII, 25).

 

CAPITOLO SECONDO

LA SAN'I'ITA' DEL RE D'AMORE SOCIALMENTE OLTRAGGIATA

Pilatus autem volens populo sa­lisfacere, dimisit illis Barabbam et iradidit Jesum flagellis caesum.

Pilato, volendo compiacere il popolo, restirtuì libero Barabba, e dopo aver fatto flagellare Gesù, le rilasciò. (Mc XV, 15.)

 

I. - MODESTIA E MORALITA'

Il profeta Isaia, indirizzando ai Pastori negligenti le minacce del Signore, li chiama, nel suo linguaggio ardito, dei cani muti che non sanno abbaiare (IS., 56, 10). Guai infatti alla sentinella che non dà l'al­larme, e il cui silenzio porta alla rovina coloro che il cielo le ha affidati! E dovere gravissimo e ur­gente, quelli di denunziare il pericolo.

Ora, sembra evidente che una delle epidemie Mo­rali tremende, se non la più tremenda, in forza del suo carattere di provocazione pubblica e contagio­sa, sia l'assenza di pudore che manifesta oggi la società.

Ma per stigmatizzare i termini di questa passione scatenata, bisogna usare nello stesso tempo una su­prema delicatezza, con chiarezza persuasiva. Non bisogna ometter nulla, irta neanche dir niente che possa offendere le coscienze cieche ed innocenti, che tuttavia l'aspetta esteriore accusa. Numerose infatti sono quelle - avremo l'occasione di dirlo - per le quali il candore eccessivo non permette di comprendere il perchè delle severe prescrizioni della Chiesa; eppure la loro disobbedienza le conduce ad un abisso.

L'affare della moda, checchè se ne dica, implica una seria questione di coscienza, poichè, dopo il peccato originale, una relazione molto intima esiste fra il vestiario e la purità.

Il pudore che obbliga a coprirsi modestamente, è una virtù tanto delicata quanto il candore dei gigli... tanto sensibile quanto la limpidezza d'uno specchio. cui un leggero soffio offusca.

Che la natura in se stessa sia buona, che possa e­sercitare i suoi diritti, tutto ciò sarebbe stato vero di­fatti... senza il peccato originale. Che si usi un simile linguaggio nei paesi non per anco illuminati dalla fulgida bellezza del Vangelo e del Cristianesimo può, a rigore, concepirsi; ma che si senta procla­mar questo, nel nostro mondo, è inammissibile.

Il Signore Gesù ha permesso che, per le circo­stanze eccezionali del mio ministero, nei centri di vita intensa, potessi convincermi della gravità di tale questione, della sua importanza per il Regno sociale del Cuore di Gesù.

Oh, come vorrei comunicare tutta la convinzione dell'anima mia, a quelli e soprattutto a quelle che leggeranno queste pagine! Vorrei dir loro tutto ciò ma con il grande, l'immenso rispetto alla squisita delicatezza che avrei per mia madre, se mi trovassi nella dura necessità di farle una lezione indispen­sabile, un doloroso e pesante richiamo.

Possano esse essere accettate con una docilità ed una sommissione dolcemente illuminate e dirette dalla grazia.

Più che mai vorrei aver la soavità di Gesù, per dire tutto quel che debbo dire in suo nome, a delle anime belle, trascinate dalla vertigine d'un mondo seduttore.

Quando il sole cade dietro le montagne, sembra che porti con sè la bellezza delle cose, l'armonia delle linee e dei colori. I più bei quadri della na­tura, i sommi, come i minimi capolavori della crea­zione, si cancellano, ingolfati in un impenetrabile abisso di tenebre.

V'è un Sole che non si contenta di render sensi­bile al nostro sguardo la beltà intrinseca delle cose, ma che è esso stesso la sorgente di ogni bellezza morale e spirituale: questo Sole è Gesù. Chiunque non gravita attorno alla sua Legge ed al suo Cuore, non può percepire le sublimi altezze d'un'anima cristiana, la sua nobiltà, la dignità sua, i secreti te­sori di uno splendore intimo che rapisce gli Angeli; e vive allora necessariamente nelle tenebre.

Nell'ordine della natura, vi sono le stelle che di notte brillano di luce propria, come per vendicarsi dì essere state eclissate dallo splendore del sole.

Ma nell'ordine morale, le stelle, voglio dire le anime che possono esser luminose e belle per se stesse, senza Gesù Cristo; radiose fuori di Lui, caste e nobili, disconoscendolo, di queste stelle, dico, non ne possono esistere.

Noi potremmo, parlando di bellezze morali, di­stinguere due categorie: una, fatta di quei fiori il cui succo; avvelenato dal peccato nel Paradiso ter­restre, é stato come guarito sul Calvario dal Sangue del Cristo; l'altra fatta di fiori, per così dire, creati dalla Legge Evangelica, nati nel Cuore di Gesù, fiori squisiti dell'umiltà, e soprattutto della castità, della purezza e della modestia.

Il miracolo d'amore della Risurrezione fu corona­to da un altro miracolo, unico nella storia, quello di una verginità feconda. Sembra che Dio abbia vo­luta inaugurare l'era cristiana in un'atmosfera fino allora sconosciuta, quella della purezza. Da allora, la castità personificata e incarnata, rimarrà il pro­totipo della bellezza celestiale. Essa è, nel suo splen­dore, una creazione di sublimità divina e inconcepibile: Maria Immacolata. Il naturalismo fu il rimo serpente schiacciato dal suo piede verginale. Lo splendore immacolato della Regina dell'amore, non é che il riflesso della santità del Re, suo figlio; ora, chiunque ama Gesù e l'adora, deve anche rassomigliare a Maria, il suo spirito, il suo cuore, come la sua carne, devono tendere a raggiungere la ver­ginale purezza di Lei. Soltanto i cuori puri vedranno Dio e riceveranno Gesù dalle mani della Vergine Maria.

Ecco la dottrina, il principio cristiano. Ma quando consideriamo la società, noi constatiamo che siamo ritornati al paganesimo immondo della antica Roma e di Atene.

L'affermazione non é ardita nè personale: ma si appoggia su testimonianze evidenti; si basa su fatti innegabili.

Questo ritorno ad un passato che non aveva cono­sciuto Gesù, dopo venti secoli di cristianesimo, non é tuttavia un fenomeno anormale, ma una logica conseguenza della « scristianizzazione ». Le tene­bre, le bruttezze morali ci avviluppano come una fitta nebbia, perché la famiglia e la società allontanano da sé il Sole Divino che feconda e conserva ogni bellezza morale; quella del fanciullo, quella della madre.

V'è peraltro qualche cosa di strano e di allarmante nella evoluzione nefasta del costume e delle mode; è la larga parte che vi occupa, da qualche tempo l'ambiente cristiano, il mondo cattolico. Sì e tutta l'amarezza delle nostre riflessioni sorge da questa dolorosa constatazione: con grande e felice sorpresa dei rilasciati che ci spiano e ci criticano, un certo numero di famiglie che credono, pregano e hanno l'etichetta di cattolici sono, da qualche tempo, tocche e contaminate da questo naturalismo degradante ed estremamente pernicioso.

Si è sempre visto, in ogni tempo, lavorare il male alla sua opera di seduzione: ma i suoi operai naturali non erano, fin qui, che gli amici d'un mondo basso e volgare, la cui influenza era mediocre. Vi sono state in ogni tempo delle mostre destinate al'ufficio di diffondere l'immoralità, di far la “ré­clame” alle novità perniciose (con le quali si riesce spesso a far fortuna) L'inferno ebbe, ed avrà sem­pre, i suoi agenti di perdizione: lasciamoli passare, ed abbassiamo gli occhi, con la pietà nell'anima. Questo male, troppo comune, ahimè, noi lo sor­voliamo per fermare lo sguardo sull'evidente rilasciamento esteriore dell'ambiente sinceramente cristiano.

Non vogliamo analizzare la vita interiore del cristiano; ma condannare una pubblica manifestazione di collettiva spudoratezza; ma elevarci contro una licenziosità di abitudini, di costumi, di mode il cui credito è dovuto alla malaugurata debolezza delle famiglie cristiane. Siamo ancora a tempo ad arginare questa cor­rente di fango, prima che essa abbia invaso tutti i salotti ed avvelenate tutte le manifestazioni della vita sociale moderna.

Non è veramente doloroso veder vestite come persone frivole la Signora X... e le sue figliole? Eppure esse si comunicano spesso e fanno il loro ritiro annuale eppure sono delle eccellenti persone.

Illuminale Tu, Gesùl

Non è da meravigliare che un'altra madre cristia­na abbia condotto le sue figliole ad una rappresen­tazione teatrale scabrosa, ove siano scene disgustose per la loro cruda realtà, scandalose per la loro indecenza? Ne son rimaste forse sorprese e dispia­centi? No, perchè avevan già letta la produzione disonesta! E domani, nonostante quel po' di scan­dalo, nonostante l'errore della loro presenza al cat­tivo spettacolo, esse probabilmente andranno alla Comunione...

Forma tu stesso la loro coscienza, Gesù!

Non è forse cristianamente inesplicabile veder su quella spiaggia mondana, adagiate nei liberi atteg­giarnenti dei bagni di sole, le signorine tali e tali?

La loro conversazione è molto animata. Le frasi vive e leggere come delle palle di tennis, si scambiano col gruppo dei giovanotti che le circondano le loro toilettes, che sarebbero al massimo per messe sott'acqua, appartengono a un pubblico che si chiama rispettabile.

La mattino quasi tutte sono andate in chiesa, ed hanno protestato il loro amore a Gesù-Ostia. E se si fosse presentato ora là, questo Gesù, Dio di Santità?... Novelle Eve colpevoli, come sarebbero fuggite vergognose e confuse, per sottrarsi allo sguardo divino che condanna ogni impudicizia...

Che pensare d'un'aberrazione talmente inquali­ficabile? Non è forse un segno dei tempi? La fiac­cola del male entra nelle case dei buoni; e ciò comunemente; qui, là, dovunque... Gesù ne ha il Cuore ferito. La Chiesa geme e protesta invano... Per quel certo mondo, le tavole della Legge giac­ciono in pezzi... e non è davvero la Chiesa che le ha spezzate, come Mosè...

“Ci vorrebbero, scrive un polemista cristiano, molta più unità e logica tra il pensiero e la vita”. E' vero, e perchè noi non abbiamo nell'insieme quella coesione e questo modo di ragionare profonde, dobbiamo assistere ad una resurrezione della Roma pagana. Ma essa non consiste tanto nelle diverse manifestazioni dell'arte, pittura, scultura, e ­quanto nella vìta sociale e questo è peggio.

Niente da meravigliare, certo, che questa rina­scita furiosa del paganesimo si ripeta in differenti epoche, come il cratere di un vulcano infernale che si riapra; ma è assai preoccupante constatare che i suoi gas, mortalmente asfissiantì, abbiano penetrato fino alle porte chiuse dei focolari cristiani.

Qual'è dunque la spiegazione plausibile di questa ibrida mescolanza di pietà e di vita sociale frivola; di buona volontà intima, e di scandalo esteriore. di comunioni frequenti e di costumi licenziosi?

Per rispondere, torno ad un'affermazione del capitolo precedente, che qualcuno può aver trovato strana. Il Giansenismo disseccò l'amore di Dio nei cuori e soppresse, nel focolare domestico, l'impero di Gesù. Bandì il Re d'Amore e lo sostituì con un Cristo severo, con un Dio terribile, schiacciante, tonante come Giove.

Per molto tempo, un certo nucleo di cattolici ha vissuto dì Giansenismo. Questa camicia di forza doveva cadere e cadde finalmente. Noi assistiamo da qualche tempo agli eccessi della libertà, alla sfrenata licenza di una società, che vuole inconsa­pevolmente rivalersi d'aver vissuto troppo lungamente sotto la pressione d'un terrore religioso pseu­do-cristiano.

La menzogna non è mai un elemento di educazione morale.

Io dicevo anche che la mancanza forte, vigorosa, in quelle famiglie avvelenate dal Giansenismo, aveva provocato una educazione arti­ficiale, formalista, che non poteva durare.

Convenzioni religiose d'un rigorismo assurdo e troppo spinto, educazione senza base, senza vera conoscenza del Vangelo, senza l'Anima ed il Cuore di questo Gesù evangelico ed eucaristico, ecco dun­que, almeno in parte, la ragione d'essere di queste famiglie, cattoliche di titolo, ma pagane di costu­me, di abiti e di godimenti, nella vita sociale. I cat­tivi vi sono forse in piccolo numero, ma i deboli, i profondamente ammalati vi abbondano.

Noi risentiamo soprattutto della mancanza di Eu­caristia, nel sangue di molte generazioni cristiane, istruite nel Catechismo, ben imparato a memoria, ma mai vissuto nello spirito, per amore.

Lo sappiamo: senza Gesù-Ostia, nessuna vita in­teriore, nessuna energia morale per la lotta; nes­suna castità possibile, nè della carne nè nello spi­rito. Che l'acqua scorra sulle fronti, ma che il Sangue Divino scorra anche nelle vene! La forma religiosa non esiste senza essere animata da un amore ardente. Esso è l'anima della nostra anima, ed è la grande carità che civilizza, non già la super­ficie, ma il cuore degli individui e delle società.

Con la cittadella cattolica così minata, non era difficile farla diventare la preda dei mondani e met­terla, dopo qualche sforzo combinato di prudenza e d'audacia, alla stregua del secolo dissoluto.

Non ci manca davvero molto, fra noi, per giun­gere all'apoteosi di Venere. Essa è l'idolo vivente verso il quale la sommissione è cieca alle sue leggi, tanto nelle vie, quanto nella famiglia e nel mondo. I1 gesto rituale alla dea, non è ancora compiuto di fatto; ma il culto è già reale.

Eravamo ad una funzione di riparazione. In una tribuna di chiesa che loro era riservata, in conside­razione della casta e della condizione sociale che occupavano nelle opere cattoliche della città, io vidi un gruppo di signore molto raccolte, ma il cui assieme sarebbe stato francamente scorretto anche fuori di chiesa. Siccome la cerimonia si prolungava, esse si ritirarono per assistere ad un ballo in un albergo, il cui scandalo degli abiti e della danza era quanto mai notorio, ed era stato, per parte della autorità ecclesiastica, il tema obbligato della cen­sura dei quaresimalisti...

Non è questa una penosa disfatta per Gesù e per l'Immacolata, che delle donne cristiane, cioè, esca­no calme e soddisfatte da una festa di riparazione, per andare senza indugio, senza apparente rimorso, ancora fragranti dell'odore dell'incenso, a parte­cipare ad una riunione, dove si sa che il Maestro sarà flagellato? E non è anche un fenomeno morale degno di studio?

Non si può supporre « a priori », che tutte le persone che agiscono così, vogliano volontariamern­te, consapevolmente il male, e che vogliano accre­scerlo con lo scandalo: no.

E non si dica peraltro che il dovere di piacere al marito sia ordinariamente la causa del contegno e dell'atteggiamento frivolo e mondano. Nell'am­biente sinceramente retto di cui parliamo, si po­trebbe, la maggior parte delle volte, metter sulle labbra dei mariti quel che mi diceva uno di loro, riguardo a certe conferenze che dovevo fare alle signore: « Dica loro, Padre mio, dica loro ben chia­ramente che i mariti, anche quelli che son poco religiosi, ratificano la legge divina che vuole che le nostre spose fuggano il lusso, la vanità, la spudo­ratezza. Noi lo vogliamo per interesse di onore umano e sociale, molto più che per interesse eco­nomico. Insista, faccia loro questa grande ed urgen­te carità. Ne conosco qualcuna che ha già com­preso... Lei non perderà certo il suo tempo... »

Sono rari i mariti che non hanno questa menta­lità.

L'assenza di una vera e profonda carità nella educazione cattolica, ci ha condotti a questo stato di paganesimo.

Si è vigilato con diligenza alla formazione dello spirito, si é stabilita la conoscenza speculativa dei grandi principii, ma si è troppo trascurato di formare il cuore all'amore del Salvatore. Si è considerato come un accidente quel che è una sostanza; si è mostrato il Vangelo e dettato la Legge, ma non s'è abbastanza diretto il cuore nella via dell'amore, e della confidenza verso il Legislatore di luce e di carità, verso l'adorabile persona di Nostro Signore, soprattutto nel Santo Sacramento. Senza questo amore, senza la sua potenza morale, si possono sapere molte cose senza viverle. La conoscenza della teoria non fa che rendere più colpevoli quelli che non vi si uniformano nella vita pratica.

Bisogna amare Gesù Cristo per osservare piena­mente la sua Legge ed il suo Vangelo.

Infatti nella vita sociale, in moltissime circostanze, è quasi impossibile resistere alla corrente mondana e frivola, senza la base di un amore serio, intimo, fervente. Bisogna rendersi conto del tempo e delle circostanza, per apprezzare il dono di forza morale che suppone spesso, in una persona del mondo, il fatto di opporsi al disordine della società seducente che lo circonda. Ecco perchè in questo caso, più che criticare, compatisco. Rendersi indipendente è spesso, senza che ce ne avvediamo, un eroismo se­greto. Ma questo eroismo non sarà mai se non il frutto di una santa passione d'amore per il Maestro adorabile. Solamente col possesso del suo Cuore, si possono sfidare il mondo ed i suoi sarcasmi: non altrimenti.

Guardate i meravigliosi sacrifici di dignità morale cristiana, che la fidanzata ottiene dal fidanzato, quando essa sia una giovanetta consapevole dei propri doveri e della responsabilità cui va incontro nell'avvenire. Guardate reciprocamente, quel che il giovane ottiene da lei, in omaggio alla loro affezione: l'a­stensione da certe riunioni mondane e dall'avvicinar persone frivole e volgare: un cambiamento di abi­tudini e di contegno... e così via. Il cuore comanda ed è obbedito.

Oh, se il Cuore di Gesù avesse questa sovranità vittoriosa!

L'applicazione di questo metodo, in un ordine molto più elevato, trattandosi d'amor divino, fareb­be dei Santi nelle schiere dei più eletti cristiani.

E nello stesso modo che il Dottor Angelico « ha potuto dire che la pace più autentica e reale, si raggiunge più che con la carità che con la giusti­zia » così si può affermare che l'insieme della vita cristiana si incoraggia e si vivifica molto più che dalla conoscenza dei diritti di Dio e delle sue Leggi, dalla carità, dall'amore che ci porta verso Colui che ha stabilito questi principi e che ne è il fondamento irremovibile e la indefettibile sorgente. E' vero che il meraviglioso sforzo soprannaturale di grazia che è il movimento verso il Cuore di Gesù, trascina a poco a poco le famiglie cristiane in questa via del verace amore, ma la vittoria sulla immensa maggioranza non è ancora compiuta.

 

III. - PROFONDITA' DEL MALE

Entriamo adesso in uno studio concreto di questo male di spudoratezza collettiva che diventa sempre più di una regola convenuta, e di cui non si arrossi­sce più, di cui non ci si può neanche meravigliare di non arrossire, senza esporsi a passare per ingenui... o maliziosi od eccentrici. Non perdiamo di vista che il nostro studio riguarda coloro che son ritenuti, e non senza ragione, cattolici convinti e praticanti.

Nell'età d'oro del nostro tempo, il pudore era considerato come un angelo vigilante e venerato; come una vergine di celestiale bellezza, ed era am­bito fra le più belle virtù. Poi divenne, con la sven­turata evoluzione dei tempi e con l'indifferenza religiosa, una semplice vestale che le famiglie meno cristiane tolleravano con freddezza.

Nel periodo di rinascimento pagano in cui vivia­mo, Venere regna senza rivali... Il pudore non è più ai giorni nostri, la vergine cristiana, e neppure la degna vestale. La si tratta come una « vecchia zitella » decaduta, antiquata, le cui ridicole esigenti pretese non si adattano più alla nostra epoca di emancipazione, che intende liberare la donna da pregiudizi assurdi e caduchi.

I1 vecchio adagio cristiano diceva che la donna deve essere onesta e deve anche mostrarlo. Se ai nostri giorni ella deve esserlo nello stesso modo, non ha però più bisogno di mostrarlo, per essere ri­cevuta, stimata e ammirata. Il fondo intimo della coscienza è un affare privato, si dice; quanto alla fama esteriore, modesta, pudica, questo non ha nulla che vedere con la coscienza. Che triste aber­razione!

Povera morale, tanto lontana dal Vangelo. L'immodestia non è più un peccato: così ha decretato un certo mondo, (e qual mondo!) Essa è snobismo, eleganza, igiene! Così parlava Venere... e la sui corte s'è allargata con grande scapito della virtù.

Questa bruttura ed abiezione morale ostentate, erano prima le caratteristiche di una certa catego­ria di persone assai poco rispettabili, ahimè, e che certo, allora, non dettavano legge. Oggi invece esse dettano il contegno nella via, nei ricevimenti, nei teatri, nell'estate e nell'inverno. Costoro hanno, con forbici diabolicamente malefiche, diminuito, tagliato, soppresso, come hanno voluto, dispotica­mente, costantemente, determinando le dimensioni e le fantasie della moda.

Una parte dell'elemento onorato e cristiano, si piega alle loro pagane novità, e spoglia inconsape­volmente Gesù della sua tunica, di quel Gesù già flagellato dai suoi nemici, per flagellarlo un'altra volta e più crudelmente, con le mani dei suoi stessi amici.

Le frivole lanciano la moda... ma troppo nume­rose sono le virtuose e le serie che la pagana e l'accreditano dinanzi alla società.

I fatti che stanno a mostrare l'inesplicabile acce­camento, hanno provocato, a più riprese, gli anà­temi del Papa e dell'Episcopato del mondo intero. In Polonia, come in America, nel Belgio come nella Spagna, in Germania come nella Svizzera, e in Au­stria, ed in Francia, i Vescovi hanno parlato tanto forte e chiaramente, come l'avevano fatto in Italia; ora, sarebbe insensato credere che tale uniformità di riprovazione non abbia altra base che una fan­tasia eccitata, o degli scrupoli da disprezzare. Se i nostri Pastori, i Vescovi hanno dovuto imporre regole di modestia, anche alle persone pie, che fre­quentano la Chiesa e s'accostano alla Comunione, ciò significa che le leggi generali di convenienza non bastano più!... E queste regole di modestia devono essere applicate anche un po' largamente, per non creare costantemente dei seri inconvenienti nella casa di Dio...

Noi siamo dunque in questa crisi di pudore, in presenza di uno squilibrio morale collettivo. Poiché la legge cristiana obbliga tanto alla modestia este­riore, quanto alla interiore purezza, e la mancanza della prima, aggiunge alla colpabilità, la terribile responsabilità dello scandalo: la provocazione al male.

Ecco una testimonianza schiacciante del potere del peccato d'impudicizia. Un giovane di buona fa­miglia si trova convalescente dopo la grave malattia che lo ha trattenuto, a letto in una clinica, per oltre tre mesi. Quanto prima, dunque, esso potrà ritor­nare a casa sua. Il medico primario, grande amico della famiglia, ha il diritto, e sente il dovere di fargli una lezione di morale. Come medico, ha una autorità incontestata, e ne approfitta per parlare chiaramente al giovanotto: « Lei conosce già, per dolorosa esperienza, ove conducano le mondanità pericolose; adesso, si tenga in guardia; prenda delle ferme risoluzioni ».

Ascoltate la risposta sfolgorante di verità del po­vero convalescente: « Dottore, grazie! Ma perchè Lei, medico, non può salire in cattedra e dire anche alle signore e alle signorine che si chiamano oneste e che lo sono forse nell'intimo, di esserlo molto, molto di più anche all'esterno! Perchè an­ch'io, senza uscire dall'ambiente rispettabile della naia famiglia e della cerchia delle mie relazioni, io trovo già ad ogni passo, fra quelle che sono, senza dubbio, le migliori, il fuoco che brucia le vene... e che finisce un giorno per irrompere nella foga della passione. Grazie, dottore; ma poichè Lei è cattolico, parli ai Sacerdoti, dica che non si con­tentino delle buone intenzioni delle persone virtuose, una che fustighino e condannino la loro immo­destia nel vestire, nel contegno, inconsapevole, vo­glio crederlo, ma pericoloso per chi le avvicina o deve viver con loro. Esse forse andranno in para­diso, ma senza pensarlo, lanciano noi, talora, nel­l'abisso ».

Tale quale il coscienzioso dottore me lo ha tra­smesso, io, predicatore ed apostolo, lo ripeto a quelle che, essendo rette dinanzi a Dio, non sem­brano altrettanto di esserlo dinanzi alla società, ed incorrono perciò in tremende responsabilità.

Non dimentichino esse che la modestia è, nello stesso modo che una virtù privata, una inestimabile ed imperiosa virtù sociale.

Dobbiamo forse contribuire e possiamo farlo im­punemente, alla caduta del nostro fratello? Ora, la immodestia per sè stessa, come ho già detto, è una eccitazione del male più pericoloso, perchè più se­ducente; e questo non è soltanto vero per le per­sone pervertite, ma anche, starei per dire, soprat­tutto per quelli, più numerosi che non si creda, la cui natura, nonostante i loro sforzi, è anemizzata, malaticcia, propensa al male. Tutti portiamo il te­soro della virtù in un vaso prezioso, ma fragilissi­mo: coloro che affermano il contrario, mentono. Questo vaso, bisogna portarlo e farlo portare con una prudenza e una delicatezza di carità veramente cristiana, perchè la carne è debole.

Noi viviamo sotto un regime cristiano, nel quale la modestia è un principio stabilito da intima virtù e di dignità sociale esteriore. La società dunque ha il diritto di reclamare quando, mancando a certi elementari riguardi, si fa mostra di brutture morali che non sono lezioni di onestà e di virtù, soprattut­to per la generazione che cresce, che formerà la società di domani. D'altronde, noi sappiamo troppo bene che questo male è una fiamma che divora rapidamente il più bell'edificio morale.

Ricordate l'orribile battaglia dei laghi Masuriani? Migliaia e migliaia di russi, caduti in un'imboscata, perirono nei pantani simulati, affogando nel fango, e divorati dai rettili. Lo spettacolo di quei reggi­menti incalzati dalle baionette fino al fondo del l'abisso, annegantisi sotto il peso delle loro stesse armature, dovette esser terribile.

Questa stessa battaglia, senza molta resistenza, ahimè, si continua ancora, purtroppo. Il mondo spinge con le sue critiche pungenti, l'elemento ri­spettabile cristiano che il rispetto umano travolge. Da tutte le parti, sono le paludi fangose che minac­ciano d'inghiottire i reggimenti delle giovani ge­nerazioni.

E' tutto un piano strategico, mirabilmente ed ac­curatamente elaborato da Satana, in perfetto ac­cordo con gli uomini del progresso, i grandi lumi­nari e superuomini del secolo. Guardate come sono strette le maglie di queste reti inondane! Guardate come la battaglia pagana continua, spietatamente nei vortici del rilasciamento.

La Chiesa porta ai giorni nostri il grande lutto dei suoi migliori perduti.

Studiamo dunque brevemente le insidie ed i pe­ricoli della mondanità moderna.

 

IV. - LA MODA

Essa è un'autorità ordinariamente nefasta, arbi­traria, molto spesso immorale.

I protestanti avevano inventata la papessa Gio­vanna, un essere di finzione detestabile, una favola mille volte assurda.

Io credo di aver scoperto una papessa reale, di una autorità mondiale, infallibile per i suoi adepti e che facendo fronte ai Pontefici ed ai Vescovi, distrugge, con un solo suo decreto, una parte della legislazione cristiana: è la papessa - Moda.

Io le riconosco tutta la sua indiscutibile e triste autorità, che sopravvive in grazia a coloro che sono inclini all'imitazione per la propria stessa natura e per un vano rispetto umano. Tuttavia, nonostante quelli che dicono che, il parlare contro di esso, sia una perdìta dì tempo, più di una volta, con la grazia di Gesù, credo di essere riuscito a far distruggere i suoi decreti di ignominia. -

La moda siede di diritto in due o tre grandi capitali, ma di fatto, percorre il mondo, assoldando le sue vittime per l'inferno, in tutti i paesi.

La condizione attuale, indispensabile per otte­nere i suoi favori, con il titolo di elegante, è di ab­bigliarsi appena dell'indispensabile e più ancora... per produrre l'impressione che si è vestiti, senza esserlo. San Girolamo lo diceva già, quando rim­proverava questa licenza alle patrizie convertite “i vestiti di seta tessuti d'oro coprono i corpi vestirli”.

Io concepisco l'esistenza della moda ed ammetto che per ragioni di estetica e d'igiene essa cambi e vari i suoi modelli secondo le stagioni, i gusti, i paesi. Comprendo come essa faccia spendere dei milioni, quando essa stessa li divora.

Io mi rendo conto delle esigenze del secolo e della raffinatezza che esso ha potuto apportare in tutto. Ma è cosa biasimevole e inaccettabile che la Moda si faccia un veicolo per l'inferno; che sacri­fichi al culto di Venere, il candore, la modestia, la bellezza morale delle famiglie cristiane.

Signore Gesù, tu ami talmente i fiori di giglio, che ne hai affidato la cura a tua Madre irnmacolata!

Come ne restano pochi di questi fiori ai giorni nostri! Come è facile il contare le giovinette pie, quelle cioè che santamente pure, rifiutano di bru­ciare l'incenso della loro delicatezza e della loro dignità di cristiane, davanti alla Dea!

Tuttavia, le regine non dovrebbero vestirsi come le schiave... Eppoi, quando le figlie di Maria han­no perduto il valore di questo fiore di neve, di questa beltà caratteristica della Madre loro, di que­sto celestiale riflesso di candore, chi potrebbe ren­derle mai piú rassomiglianti agli angeli?

Ahimè! se in una festa data da gente scelta e cri­stiana si presentassero due regine: Maria Immaco­lata e... Venere, io credo pur troppo che la Vergine Purissima non potrebbe riconoscere le sue figliole...

“Regina dei gigli, Santissima Madre oh! fa ve­dere a quelle che ti proclamano il loro amore, men­tre che non te lo confermano sempre con le loro azioni, fa vedere che v'è una virtù tanto cara al tuo Cuore, che non sarà mai abbastanza praticata: la modestia.

“Conserva il loro candore e la loro purezza”.

La moda comanda con tale audacia e le si ob­bedisce con tale sottomissione che il conflitto fra i diritti di Dio e quelli che essa si arroga, giunge fi­nanche ai piedi dell'altare.

Molti giornali si occupano di questo, il che prova che molte donne pie, pur senza essere cattive, sono spesso incoscienti.

Ad X... si parla molto, in società, d'un incidente avvenuto nella Chiesa del G...

Il giorno della festa di S. I. il Cardinale B. cele­brava in quella Chiesa una Messa solenne alla quale molte nobili signore erano venute per ricevere la S. Comunione dalla mano del Porporato. Ma esse ave­vano dei vestiti piuttosto da teatro che da Chiesa.

Al momento di scendere dall'altare, per dare la Comunione, il Cardinale se ne accorse, e rivoltan­dosi verso l'altare, ripone il Ciborio nel Taberna­colo. Poi, nuovamente rivolto verso il pubblico, cominciò a parlare. Che cosa disse?... Quelle si­gnore avranno lungamente nella memoria la sua veemente apostrofe. Quel che egli disse, lo disse in tono tale, ch'esse lasciarono immediatamente la Chiesa, inseguite fino alla porta dalla parola del Cardinale, indignato che delle donne osassero venire ad inginocchiarsi all’altare, con un vestiario da con­certo, da teatro o da ballo...

E veramente non troviamo eccessiva l'indigna­zione del Prelato.

Ho detto: autorità nefasta, tirannica, della moda; ed aggiungo, dispotismo. Essa non nasconde più - ed é molto meglio - le sue tendenze pagane e scandalose, essa confessa chiaramente la vera ra­gione dei  vestiti troppo corti, delle stoffe trasparenti.

Io mi permetto ancora di stralciare da una rivista elegante e diffusa, sfogliata a caso nel parlatorio di un istituto d'educazione, questo brano suggestivo « Alcuni ballerini entusiasti hanno organizzato, l'estate passato, dalle undici a mezzogiorno, sulle spiaggie di moda, il tango-aperitivo che si ballava in costume” E’ naturale che le sarte si siano occupate

della creazione di abiti da ballo « sensationnels » « deshabillants ». Il tango, che si ride degli anàterni, continua la sua carriera brillante, ma esige un ve­stiario appropriato al ritmo lascivo della sua caden­za ». Considerate il cinismo di queste parole!

La pubblicazione citata, é fatta per un ambiente onesto... Notate questo, famiglie cattoliche, e rileg­gete: il tango si ride degli anàterni... Ora voi sapete benissimo che i Vescovi hanno elevato all'unanimità la loro voce per condannare e proibire il tango, il fox-trott, ecc. Il Santo Padre stesso ha avuto delle parole severissime. Ridetevene, dice il mondo, ac­clamate la Venere trionfante!...

Autorità nefasta che altera i cuori e falsa la co­scienza.

Ascoltate questo strano incidente:

Dopo aver assistito ad una Messa solenne in onore della Santissima Vergine, patrona di una confrater­nita molto in onore nell'aristocrazia della città, una signora e la sua bambina di quattordici anni vanno in un grande negozio di mode. La madre esamina molti modelli e infine ne sceglie uno, ma al momen­to di provarselo, sente in sé un rimorso molto giusto: quello di scandalizzare la figliuola. Allora, piuttosto di rinunziare al modello, le dice: « Vai in fondo alla sala, figlia mia, e voltati verso il muro ». Oh! che una fanciulla non possa vedere sua madre, senza essere turbata, e che la madre lo riconosca senza rimediarvi! Che deviazione inaudita del più profondo senso morale, che, negli umili come nei grandi, è dappertutto una luce di natura! A quale cataclisma morale siamo per arrivare?

Un sintomo di questa allarmante decadenza è, da qualche hanno, la profanazione del candore delle fanciulle da 7 a 15 anni già vestite con delle accon­ciature in completo disaccordo con le regole elemen­tari della morale e della modestia. La moda aveva per molto tempo rispettato l'innocenza verginale delle piccole; questo rispetto oggi non c'è più.

Eppure si son viste arrossire di sé stesse, queste piccole innocenti, in presenza di persone rispetta­bili; cercare istintivamente di coprirsi, e restare confuse di non averne la possibilità materiale.

E' crudele e disgustoso, certamente, perchè l'in­fanzia è sacra. Ora l'abuso può diventare scandaloso e “guai a colui che scandalizza uno di questi pic­coli che sono miei”, dice sempre Nostro Signore.

Il grave peccato non consiste solamente nel fatto, tuttavia tanto condannabile, dei vestiti troppo corti, ma nella perdita del pudore, della delicatezza fem­minile, per l'abitudine contratta della nudità. Dove saranno, ohimè!, le nostre piccole Agnesi tredicenni, che soffrono il martirio, che versano il loro sangue per conservare il loro fiore verginale?

Come le norme fisiche, così quelle della morale si apprendono dalla prima infanzia. Come sono felice di poter dichiarare ai cattolici elle leggeranno queste pagine, che S.S. Benedetto XV si è degnato, non sol­tanto benedire, ma di incoraggiare risolutamente la campagna che difende la purezza delle famiglie cristiane, contro le audacie dell'odierno paganesimo.

Ecco un estratto dell'autografo pontificio. E' an­cora la voce di Gesù che difende i suoi piccoli « Il formidabile torrente di vizi, che inonda la so­cietà che é la moda indecente. E questa moda, per la negligenza, o peggio ancora per la vanità col­pevole di tante madri di famiglia, si estende ma­lauguratamente alle fanciulle, esponendo ad un gran pericolo il candore della loro innocenza.

« Tuttavia, se simili calamità contrîstano il nostro cuore paterno, siamo confortati d'altra parte nel vedere sorgere felici iniziative, il cui scopo é di combattere questa frenesia di licenza nel modo di vestire ».

Se qualcuno, poco rispettoso dell'autorità supre­ma, osa discutere le parole sagge ed opportune del Papa, io gli rispondo con il seguente fatto che dà una lezione chiara e severa.

Un venerabile curato incontra un fanciulla di tredici o quattordici anni, vestita secondo la moda attuale, senza calze, con una veste estremamente corta e leggera.

La fanciulla, accompagnata dalla sua governante, va a fare la sua passeggiata in tale acconciatura. Il Curato é un vecchio amico della famiglia ed ha an­che preparato la piccola alla sua prima Comunione. Egli la ferma infatti, e le dice: « Va a dire a tua madre da parte mia di allungarti il vestito almeno fino al ginocchio ed anche di più, perché tu non sei più una bimbetta. E le dirai che sono rimasto molto impressionato di vederti in una acconciatura così poco cristiana ».

La fanciulla, che é molto intelligente e molto buo­na, fa, tutta commossa, l'ambasciata del Curato. In­siste, perché é perfettamente convinta che egli ha ragione: « Ho vergogna di uscire vestita come se andassi al bagno », dice lamentandosi. Ma la madre risponde: « che il Curato s'occupi dei suoi affari in chiesa, io m'occupo dei miei in casa mia ». La ri­sposta viene riferita al Curato dalla fanciulla, dopo la lezione di catechismo. Ma ecco che qualche gior­no più tardi la madre, da buona cristiana (!) va a comunicarsi, come era sua abitudine, alla Messa del Curato. Quando questi giunge davanti a lei, per la Comunione passa appresso... Distrazione?... una seconda volta lo stesso... una terza egualmente... Oh! allora? La Messa é finita, la signora si preci­pita furente in Sacrestia ed investe violentemente il buon Curato, rimproverandogli il suo sorprendente modo di agire. Ma le parti erano cambiate: « Si­gnora, vogliate pensare ai vostri affari, come é vo­stro desiderio, in Chiesa io mi occupo dei miei ». Infatti, se il prete che ha il diritto di assolvere, non ha anche quello di indicare ciò che è contrario alla Legge del Signore, perchè andare da lui confessarsi ?

Termino con questa lettera che Sua Eminenza il Cardinale Mercier volle indirizzarmi, per riaffer­mare il suo appello lanciato alle famiglie cristiane per invitarle alla modestia

« Si, Lei ha ragione: l'andazzo oggi in voga per cui le madri imprudenti subiscono la tirannia della moda e denudano le loro figliolette, col pretesto dell'eleganza o dell'igiene. è colpevole e giustifica la sua riprovazione.

« Noi ci uniamo a Lei per supplicare le madri cri­stiane di ascoltare gli avvertimenti del nostro bene amato Pontefice, Benedetto XV, Vicario di Gesù Cristo, supremo interprete della morale cristiana. Educatori ed educatrici dell'infanzia e della gio­ventù, considerate le vostre responsabilità.

« Noi decliniamo la nostra, indicandovi il vostro dovere; voi non vi sottraete alla vostra, rifiutando di obbedirci ».

Ascoltate il lamento di Gesù: « Misericordia di me! Abbiate pietà di me e delle vostre anime, voi che vi piegate a tutte le esigenze pericolose della moda e che vi mettono in condizioni tali di pro­vocare il male con condannabili sfrontatezze.

« Misericordia di me: abbiate pietà di me, mam­me, spose e figliuole cristiane che io amo tanto. Non offuscate la vostra bellezza morale, facendovi ingan­nare da un miraggio di vanità mondana. Perchè mi flagella, calpestando la mia legge Divina?... »

 

V. - GLI SPETTACOLI.

Roma pagana reclamava il pane... e gli spettacoli del circo. La società pseudo cristiana dei nostri giorni invoca anche essa o gran voce gli spettacoli. Essa non potrebbe farne a meno, ne è febbrilmente assetata. Io non condannerei, certamente, un teatro sano ed idealista, che potrebbe essere, a rigore, una scuola di virtù e di pensieri nobili, ma questo genere di teatro, ancora ricordato dai nostri anni, non esista quasi più. Il teatro moderno, invece, non dà che il quadro di passioni smodate e scandalose, e lo dà con una seduzione tentatrice. Che questi filtri diabolici esso abbellisce il peccato. La società moderna vi sì è assuefatta. Chi, oggi, si astiene da una rappre­sentazione, perchè scabrosa e indecente? Una cer­chia ben ristretta di cristiani. Contro tale astensione vi è un rispetto umano molto più potente della delicatezza di coscienza. Far vedere di essersi pri­vati, per scrupolo, da una rappresentazione, signifi­cherebbe essere indicati a dito da tutti.

Quelli che osano affrontare la critica e che si permettono di farlo valorosamente, quando se ne pie­senta l'occasione, sono una minoranza molto pic­cola.

La mentalità attuale, d'altra parte, non permette pìù la critica sana. Qualche tempo fa si discuteva, in un salotto cristiano, intorno ad una scena vera­mente scandalosa. Un'artista insolente si era per­messa di presentarsi in modo che io non posso dire. Ebbene, il pubblico l'aveva applaudita.

Qualche famiglia indignata aveva abbandonato il teatro ed aveva attirato l'attenzione della polizia in proposito. Colui che raccontava il fatto era indignato contro un tale attentato al pudore. Ma di comune accordo gli si fece osservare che la cosa in sè stessa non poteva avere nulla di speciale per essere additata alla censura, se nel teatro non vi fossero state che persone di età matura!

Ciò significava dire chiaramente che tali spettacoli potevano essere permessi. Significava dire, in un modo molto farisaico, che la licenza, il peccato di impudicizia, la seduzione, la provocazione non esi­stono più, quando si sono varcati i venticinque anni! Dopo questa età che cosa se ne fa, l'uomo, del sesto e nono comandamento, e dì tutto quello che essi contengono, come la purezza dello spirito, dei desi­deri, dei pensieri, ecc.? E ad eccezione di una sola persona, tutti in un salotto cristiano, pensavano ugualmente e qualcuno portava anche come esempio il fatto che in Grecía, ai tempi dei famosi tragici, l’abuso di cui si parlava , era diventato un’abitudine…

Che modo di pensare veramente cattolico, quello di cercare, dopo venti secoli di cristianesimo, come scusa alle licenze della nostra epoca, quelle licenze maledette ed abominevoli in uso in Grecia e a Roma! Dopo venti o venticinque anni, è permesso di veder tutto, di sentir tutto... si è confermati nella grazia!...

Quale bene immenso si potrebbe fare con le in­genti somme, sacrificate dai buoni in tanti spetta­coli più che leggeri, frivoli e mondani.

Bisogna reagire con coraggio ed ottimismo cristia­no. Ma questa reazione deve cominciare dalla classe dirigente, perchè il male, come il bene, discende quasi sempre. Nel dire classe dirigente, voglio in­dicare soprattutto il fior fiore delle famiglie cri­stiane. Ad esse sta il decidere il gran conflitto morale dei nostri giorni, se il Maestro Gesù dovrà cioè subire ancora per molto tempo l'ignominioso flagello di cui la impudicizia lo rende vittima.

“Misericordia di me: abbiate misericordia di me, voi. che affollate gli spettacoli, davanti ai quali, secondo voi, tutto è permesso. Cessate di ridervi del sesto comandamento che io v'ho dettato. Fer­matevi, figli miei! Oh! guardate alla luce del Taber­nacolo; che torrente di fango, di frivolezza, di odiosa immodestia giunge come un insulto, quasi fino ai miei piedi divini!

Esso minaccia la fede, i costumi del focolare l'innocenza dei vostri fanciulli. Perché mi battete calpestando la mia Legge Divina? ».

 

VI. - DIVERTIMENTI MONDANI - DANZE

La vera vita sociale, vale a dire lo scambio sin­cero di relazioni degne, semplici e cortesi fra le famiglie, è un elemento di moralità, di educazione, nello stesso tempo che una barriera che regola, in una vita rettamente onesta, la legittima espansione dei nobili sentimenti di cristiana solidarietà.

La vita sociale ben compresa, cristianamente vis­suta, intensifica la vita di famiglia, e le impedisce di esser travolta dalla vertigine d'una vita mondana diametralmente opposta. La mondanità, con i suoi incalcolabili pericoli, nasce da una corruzione della vita sociale.

Nella cerchia quando non si trova più l'onesto riposo e la gioia legittima, il teatro, il casino’ il club offrono al­lora, con successo, i loro frutti proibiti.

Ai giorni nostri si vede un eccesso spaventoso di vita mondana a detrimento della vera vita sociale e di famiglia. Ecco perchè le riunioni che vengono chiamate di società, sono nella maggior parte dei casi, delle riunioni mondane, ove la frivolezza e della famiglia e delle relazioni, strane libertà comandano, procurando malsani di­vertimenti.

Donde vengono questi balli “i zoologici”, come li chiama uno scrittore molto liberale? No, certo, la salotti distinti ed aristocratici. Le sale da ballo di alcuni casini ed alberghi molto volgari li hanno messi in voga. E conce il vento fa penetrare negli altri più eleganti i detriti e le lordure della strada, così essi sono penetrati negli ambienti più distinti hanno dovuto ben fare il giro di « halls » poco detenti e poco morali per ottenere il lasciapassare; ma si finisce sempre per concedere qualche cosa alle invenzioni dell'inferno... perchè Satana è più tenace ad attaccarci, che noi a difenderci.

La sconvenienza di tali balli è così sfacciata e il loro uso s'è così radicato, anche tra le persone ri­spettabili, che lo stesso Santo Padre ha dovuto pro­testare energicamente e riprovare con indignazione can tale andazzo. Ecco l'anàtema del Sovrano Pon­tefice: « Noi non deploreremo mai abbastanza l'ac­cecamento di tante donne d'ogni età e di tutte le condizioni: invasate dal desiderio di piacere, esse non vengono fino a che punto l'indecenza del loro vestire turba l'uomo il più onesto ed offende Dio. La maggior parte avrebbero in altri tempi arrossito, come di un fallo molto grave contro la modestia cristiana: ed oggi non è per loro abbastanza l'esi­birsi in tal modo nelle pubbliche vie; ma non si peritano neanche di oltrepassare le soglie delle Chiese, di assistere al Santo Sacrificio della Messa, di accostarsi alla Comunione, portando là ove si riceve il Celeste Autore della purezza, l'alimento seduttore di vergognose passioni. E non parliamo di quelle danze esotiche e barbare, recentemente importate nei circoli mondani, una più indecente dell'altra: non si saprebbe immaginare niente di più adatto a bandire ogni residuo di pudore ».

Bisognava che l'abuso ed i pericoli fossero ecces­sivamente gravi, perchè il Sovrano Pontefice fosse obbligato a precisare l'anàtema contro l'insieme delle mode e dei costumi e particolarmente contro queste danze « esotiche e barbare ». Sembra vera. mente che Roma e l'antica Grecia, sepolte da secoli sotto la polvere dei loro idoli, rialzino la testa, e minaccino, con una rinascenza pagana, il Cristia­nesimo che aveva condannato inesorabilmente le passioni delle loro deità.

Ed ecco che il nuovo Pontefice gloriosamente regnante, S. S. Pio XI, leva anche la sua autorevole voce: « Nessuno ignora come le frontiere del pu­dore siano state varcate, soprattutto nelle accon­ciature e nelle danze, dalla frivolezza delle donne e delle fanciulle, i cui abiti lussuosi eccitano l'in­dignazione dei poveri » (1).

(1) Enciclica: Ubi arcano Dei Consilio.

 

« Le porte dell'inferno non prevarranno contro la Chiesa », è certo; ma si direbbe che in ogni crisi come quella che subiamo attualmente, l'anima cristiana, vale a dire il fondo cattolico dei popoli, è straziata dalle perfide tanaglie di questo modo, che crocifisse Gesù, e tende a rinnovare costante­mente la sua Passione in mezzo a noi.

Il peggio di tale sventura, non è il compito dei carnefici ufficiali di questo moderno calvario, ma l'inconcepibile cooperazione, ed il servile consenso dei buoni, degli amici... tolleranti e rilasciati...

Che pensare ad esempio del seguente episodio? Dopo la lettura, nella Chiesa parrocchiale di una spiaggia elegante, degli anàtemi del Papa, e d'un vigoroso commento del Vescovo, lo zelante Curato dichiara chiaramente che i cristiani che non si asterranno da quei divertimenti, non potranno ri­cever la assoluzione.

Qualche giorno dopo, una combinazione è tro­vata, di un gruppo di pie (?!) danzatrici che vo­gliono, nondimeno, comunicarsi per la festa della Madonna.

Si farà un'escursione, la vigilia della solennità, andando un po' lontano. fino alla città di X... in un'altra diocesi. Là ci si confesserà, sfuggendo così all'anàtema; si tornerà un po' tardi, per potersi facilmente scusare di mancare alle danze serali, e la mattina... comunione!... E dopo la festa, si rico­mincerà a ballare, e così... fino alla prossima festa!

Non si chiama questo, prendersi giuoco della pro­pria coscienza e dei giudizi di Dio? Non è voler procedere con alla destra l'Immacolata e alla sinistra il serpente del male, in un'alleanza impossibile quan­to quella del peccato grave con lo stato di grazia?

« Miseremini mei! Abbiate pietà di me, e anche delle anime vostre, voi che prodigate follemente ii vostro danaro, la vostra giovinezza, la vostra salute!

« Miseremini mei! Pietà di me, delle anime vo­stre, voi che perseguite i piaceri d'un'ora fuggevole, e vi stordite nella vertigine della passione sfrenata!

« Perché mi colpite, calpestando la mia Legge Divina? ».

 

VII. - COSTUMI E LIBERTA' ALLA MODERNA (1)

(1) “Che libito fe' licito in sua legge”, (INF., V, 56). N. d. T.

 

Ebbi ultimamente occasione di incontrarmi con un uomo di raro talento, reduce da un viaggio di studio nel Giappone.

Aveva vissuto lunghi mesi laggiù, studiando ed osservando i costumi. Vi aveva trovato cose note­voli, ma mi esprimeva, nonostante la sua ammi­razione per una tale civilizzazione, questo ramma­rico: “Peccato che quel paese sia ancora tanto profondamente pagano!”. E mi enumerava dei fatti e mi spiegava i costumi...

Quando ebbe finito, io lo meravigliai dall'appli­cazione che a mia volta poteva disgraziatamente fare, delle sue critiche, ai costumi parimenti pagani dei grandi centri europei, delle spiagge e delle sta­zioni mondane, frequentate da un pubblico eletto e creduto cristiano.

Forse che il Giappone è più pagano, e soprat­tutto più colpevole nel suo paganesimo, delle nostre società convenzionalmente cristiane? Ahi­mè! Se i paesi del Levante son capaci di pro­gresso, si direbbe che i paesi d'Occidente siano davvero, dal punto di vista del costume cristiano, i paesi del « sole che tramonta ».

Noi non possiamo ripetere in queste pagine, quel che moltissimi dei giornali più in vista annunziano in grossi caratteri e raccontano con particolari mo­struosi... La leggerezza con la quale si pubblicano quei grandi e piccoli scandali di costumi, l'inav­vertenza con cui si leggono e se ne parla, provano che si tratta di fatti abituali, quotidiani, generali, ai quali non si dà importanza, nella vita morale della società moderna. Ma per non citare che una manifestazione di questo paganesimo, parliamo di quello delle spiagge di moda.

Se qualche anno prima della guerra ci avessero fatto il quadro di una di queste spiagge, con i re­lativi bagni di sole, le animate conversazioni sulla sabbia, e le banze « barbare » in maglia, avremmo immediatamente pensato alle tempi infami di Roma e di Atene. E tutti avremmo condannato con in­dignazione tali costumi.

In pochi anni appena, i tempi sono cambiati, e lo spavento annienta, pensando a questa giovane generazione formata nella frivolezza, e in conse­guenza capace di produrre, quanto prima, frutti di sventura morale.

Convenite che se vi è una misura di dignità, e delle forme di convenienza e di virtù, per il con­tegno e l'acconciatura della donna, nelle vie o nei salotti, esse sono da applicarsi soprattutto alla spiag­gia, o per una delicatezza che dovrebbe essere elementare, sembra che siano più necessarie sulla sabbia che altrove.

Il pudore, è esso una virtù cristiana, o una sem­plice convenzione sociale, come quella di salutare con la mano destra, o di vestirsi di nero quando si è in lutto? convenzione che si può dunque abolire o cambiare col tempo o per il capriccio di una so­cietà?...

Non è più adunque un immutabile principio di evangelica virtù, che la donna cristiana debba es­sere pura e che debba anche apparir tale, sempre e dovunque?

Ma allora, come chiamare questa libertà che de­nuda e fa il gioco della più volgare immodestia, sotto il pretesto della moda o dell'igiene? Da quando in qua, la delicatezza femminile cristiana, e da considerarsi come una esagerazione di spregevole bigottismo, della quale si possa disimpegnarsi e prendersi gioco? Il paganesimo non ha il diritto di rinascere e la convenzione e la morte non han di­ritto che al sepolcro!

Aspettando il Conte di... nella splendida sala della sua dimora, io guardavo le incisioni di una ri­vista reputata seria: ed ecco che trovo nel numero di agosto, una, due, tre vedute di una spiaggia mon­dana molto frequentata. Che indecenza di costumi! Che vergognosa licenziosità!... Si leggeva, sotto quelle fotografie: « Scene deliziose della spiaggia di X... - Bagni di sole e di « flirt ». « Un istante di ri­poso dopo il tango in maglia ». Prove pratiche che i vecchi pregiudizi scompaiono! « Pietà Gesù!... ».

Leggo qualche rigo della cronaca mondana e trovo, fra le altre prove di audacia anti-cristiana, questo: « Quando fa molto caldo, si torna al bagno per la seconda o terza volta, la sera, sul tardi, quando le ombre del crepuscolo avvolgono già la spiaggia. Inutile dire che i giovani soprattutto aspet­tano con impazienza le ombre per godere di una legittima libertà, che nessuno, ai giorni nostri, ose­rebbe criticare. Qualche anno fa ci si sarebbe me­ravigliati delle cose che s'impongono all'epoca no­stra, e che fanno il loro cammino come frutto d'una civilizzazione più raffinata. Questa promiscuità senza scrupoli, è piena felice innovazione che attira un mondo elegante alla spiaggia di X..., come lo provano d'altronde le istantanee che riproduciamo più su ». Ancora una volta, pesate le parole insul­tanti e il cinismo delle affermazioni scandalose.

Ma il Conte entra; gli manifesto il mio stupore di vedere in una rivista che gode credito di onestà, delle fotografie di persone i cui atteggiamenti ren­dono certamente la loro moralità assai dubbia. Ed egli di rimando: « Oh, non lo dica, Padre mio; queste sono fotografie d'una società distintissima ed elegante. Ecco in quest'altro numero le mie tre figlie, mentre prendono il loro bagno di sole. Quei giovani che lei vede presso di loro, sono il fiore della nostra società! » Pietà, Gesù!

Il suo Cuore adorabile avrà trovato, io spero, una riparazione nell'angoscia, nello stringimento di cuo­re che provai sentendo un cristiano in così per­fetto accordo col cinico cronista, vedendo un padre tanto cieco e noncurante della bellezza morale delle proprie figlie e delle loro virtù.

Le spiaggie mondane son luoghi malefici che hanno pervertito tanto le coscienze, quanto i cattivi spettacoli. Esse sono spesso il teatro sconve­niente in cui gli attori sono proprio gli stessi cristia­ni. Leggete questa osservazione d'un giornalista, tanto intelligente quanto coscienzioso: « Ero, qual­che giorno fa, in una delle più eleganti stazioni bal­neari. Vidi passare a centinaia, donne giovani e adolescenti. Quante, fra loro, erano appena uscite da istituti di educazione fra i più rispettati dei paese? Quasi tutte m'hanno fatto arrossire; molte m'avrebbero fatto piangere...». Così constata e parla un giornalista!

Ma è anche il Vicario di Cristo che denunzia, co­sternato, questa disfatta morale: « In molti luoghi », dice S. S. Pio XI, « non si trovano più costumi de­gni di un cristiano, a tal punto che non solamente la società umana non progredisce verso questo pro­gresso universale di cui ci si glorifica abitualmente, ma sembra addirittura ricondurci alla barbarie ».

« Miserimi mei! Abbiate pietà di me, anime vostre, voi che vivete inebriati dai piaceri d'una malsana sensualità! ».

« Miseremini mei! Abbiate pietà di me delle anime vostre, voi che vivete la vita spensie­ratamente folle dei circoli, dei salotti e delle spiag­ge mondane ».

« Perché mi batti, calpestando la mia Legge Di­vina? ». Pietà del nostro Re! Non castigate come uno schiavo. Colui che è il nostro Dio!

 

VIII. – RIMEDI.

E’ per chiudere questo capitolo tanto penoso a scriversi, eppure tanto necessario per essere letto e meditato, noi faremo, in forma di corollari, al­cune riflessioni importanti.

La prima sarà per scusare in parte, un gran nu­mero di questi colpevoli. Come spiegarsi infatti, la resistenza d'un nucleo tanto vasto di cristiani alle prescrizioni della chiesa, relativa alla immodestia delle mode e ai divertimenti disonesti?

La donna cristiana, in generale, tanto casta e non vede e non può vedere quel che non comprende. Essa ha ghi occhi limpidi e giudica con questa limpidezza il cuore e lo sguardo altrui.

L'innocenza è una celestiale beltà; ma essa è un grave rischio senza la docilità. La disobbedienza alle severi leggi della modestia, nasce dunque talora dal fatto che la donna e la giovanetta non compren­dono il perchè di tal severità, e la giudicano una « pia esagerazione ». Esse cedono alla vanità, al rispetto umano; fanno come le altre, forse con qual­che piccolo rimorso, ma alle volte senza la minima malizia.

Questo è evidente: Ma non è meno evidente che il male cagionato da questa infantile incoscienza, da questa mancanza di sommissione alla Chiesa, immenso e positivo, intorno ad esse e loro malgrado. Per discrezione, è impossibile dimostrarlo loro; si può entrare in certi particolari che offende­rebbero la loro delicatezza. Ma occorre affermar loro decisamente, in nome di un'autorità divina, che esse debbono obbedire in coscienza ed integral­mente.

Io posseggo la copia di una lettera curiosissima e molto interessante. E' firmata da una persona cono­sciuta ed è scritta da una giovanetta dall'anima molto onesta e retta: « Io sono giovane, ho venti anni; sono molto gaia ed amo pazzamente la moda ed i balli. Ho sempre considerato fino a questo momento le condanne lanciate contro i balli mo­derni e le mode attuali, come invettive esagerate e ridicole di gente bacchettona, di vecchie zitellone e di persone maliziose. Avendo sentito commentare la pastorale dell'Arcivescovo, sull'immoralità dei nostri odierni divertimenti, ho voluto leggerla, per curiosità. Questo le proverà che io non sono una cattolica praticante; non ho ancora fatto la prima Comunione. Ho dunque letto la Pastorale. Mi pa­reva molto strano che un prelato reputato così sag­gio e santo, potesse condannare severamente quel che si diverte tanto comunemente. Ebbene, tutto quel che afferma questa Pastorale, è profondamente vero. Le dirò come ne sia stata pienamente con­vinta, in modo semplice e assolutamente inatteso.

« Ero in viaggio: sentendomi poco bene, andai nel corridoio e là, in un vicino compartimento di lusso, sentii la conversazione di un gruppo di gio­vani della nostra società. Essi si scambiavano le loro riflessioni e le loro impressioni sopra i nostri balli, le nostre acconciature vaporose, le nostre mode poco modeste. Ho ascoltato sì, coi miei stessi orecchi, quel che non avrei mai creduto, se me lo avessero raccontato in che modo, cioè, essi inter­pretavano e giudicavano maliziosamente le nostre maniere, i nostri atteggiamenti, le nostre innocenti famigliarità, la nostra libertà. Parlavano e ridevano forte, designando e nominando di quando in quan­do l'una o l'altra delle mie amiche. Con mio stu­pore, sentii nominare e giudicare ed accusare an­che me, mentre la coscienza non mi aveva mai nulla rimproverato.

“ Quel viaggio decise del mio avvenire. Non sol­tanto non ballerò più e mi terrò discosta da una so­cietà di cui là, in quel vagone, era raccolto il fior fiore... ma da oggi decido d'istruirmi nella dottrina della Chiesa che veglia tanto amorosamente sul bene spirituale e l'onorabilità dei figli suoi. Sì, io mi avvicinerò ad essa, e diventerò la sua figlia som­messa e riconoscente per sempre. Ho compreso a che cosa portano le leggerezze; ho sentito cosa si poteva pensare di noi, ed eccomi convinta. Ah, se potessi mettere in guardia altre fanciulle impru­denti, candide, spensierate e incredule come me! “

Insistiamo sulla risoluzione finale: “ Diventerò una figlia sottomessa e riconoscente alla Chiesa “. Ecco il solo rimedio, poichè la saggezza e l'amore della nostra Santa e dolce Madre, la Chiesa, fanno della sua direzione, una regola sicura e indefettibile di onore, di pace, di salute.

Se la Chiesa, ed essa sola, ha il potere di dar l’assoluzione, essa solo in conseguenza è giudice nella determinazione di quel che é immorale e pe­ricoloso.

Ma se essa potesse, rompendo il suggello del segreto sacerdotale, divulgare le abominevoli con­seguenze quotidiane prodotte dalla licenza sempre crescente!

Se i Sacerdoti potessero dire tutto, come confon­derebbero i più incuranti, i più increduli, i più in­genui di questa questione estremamente grave e delicata dei costumi e delle mode anticristiane.

« Io vi faccio i complimenti per la vostra sincerità apostolica » mi diceva il dottore di una grande clinica, « ma se io dovessi giudicare, io direi tre volte di più, senza violare il segreto professionale ».

Crediamolo: coloro che gridano contro la mali­zia, quando noi tocchiamo questa questione, sono ordinariamente i più grandi, i più raffinati mali­ziosi!...

Essi vogliono godere con disonestà a detrimento delle anime candide, in cui cercano provocare la rivolta contro l'autorità, a loro profitto.

Ipocriti! Si scandalizzano essi, gli scandalosi, della nostra indignazione e perché noi vogliamo prevenire lo scandalo di cui essi godono e appro­fittano!... Ecco sempre coloro che accusano la Ca­sta Susanna... per vendicarsene.

Un Cardinale Arcivescovo, cosciente dei suoi doveri e delle sue responsabilità, parlava molto chiaramente di questa questione in una recente or­dinanza. Un giornale poco degno, nonostante, o forse a cagione della sua grande popolarità, osò rispondere, domandando in tono ironico, come mai il Cardinale poteva essere al corrente degli abusi e dei misfatti condannati. In verità bisogna essere o molto povero di spirito o disonesto più che altro per fare questa domanda.

Come mai noi siamo al corrente degli abusi scan­dalosi, se viviamo lontani dagli scandali?

La risposta è semplicissima. Ad ogni istante, i feriti gravi, raccolti sotto l'infuriar delle mitraglie, vengono condotti dai portaferiti, nell'ospedale più vicino al campo di battaglia.

Il capo dell'ospedale, un grande chirurgo, dopo lunghe e penose ore di lavoro, esclama sfinito “ Che orribile battaglia! che sanguinoso combatti­mento “. Un ufficiale gli dice: “ che ne sa Lei dot­tore? Noi veniamo dal campo di battaglia e po­tremmo dirlo, ma lei, come può affermarlo?

Ohimé risponde tranquillamente il chirurgo, io lo so meglio di lei. Lei non ha visto forse che le sue ferite e quelle di coloro che le sono caduti vicino; mentre che centinaia di poveri resti umani sono pas­sati per le mie mani... mutilati dalla mitraglia... alberi sradicati dalla spaventosa tempesta. Per tutto questo, per il fatto di essere sempre occupato e dover pensare a curare orribili ferite, io posso giudicare meglio di lei del furore... dell'uragano dell’asprezza della battaglia.

E' il nostro caso: meglio dei mondani distratti, storditi, troppo abituati alle malsane mondanità, noi siamo in condizione di comprendere a distanza, dal numero delle vittime curate nelle nostre « am­bulanze e cliniche morali » quale è la potenza in­fausta e mortale dell'immortalità del nostro secolo.

Nessuno meglio di noi è in istato di portare un giudizio equo sulla moralità sociale. Noi siamo la riva, dove approdano tanti poveri malati morali, tanti naufraghi, di tutte le età e di tutte le condizio­ni! Si viene a noi, con l'anima straziata, la confes­sione sincera sulle labbra, e con la lagrime che bru­ciano il cuore e gli occhi. Ma non si viene a noi mai troppo tardi, lasciatemelo dire! Non che il male deplorato non sia molto grave, ma perchè il Cuore di Gesù è l'Onnipotenza di resurrezione morale.

Dopo quello di perdonare, noi abbiamo sempre il dovere di prevenire tanti mali, comunque dispiac­cia al mondo, predicandone coraggiosamente i ri­medi. Questo nostro dovere è tanto più urgente, quanto più ovunque si soffre, per mancanza di lune soprannaturale. Difatti è questo un segno evidente che si impone in questa crisi di pudore.

Il senso morale della modestia e della purezza si affievolisce di giorno in giorno, diventa pressoché nulla. Gli occhi del cristiano, ed a poco a poco la sua coscienza, s'abituano allo spettacolo del male, fino al punto di non esserne più turbati. Il pericolo è grave: insinuandosi nel cuore, può prenderci tutti. Già molti dei buoni blandamente addormen­tati dall'abitudine della rilassatezza sociale e degli spettacoli immorali, sono giunti all'indifferenza. Io ho anche trovato delle scuole cattoliche dove si era abituati a vedere i fanciulli con i loro vestiti poco modesti, la cui indecente acconciatura, non urtava più le maestre cristiane...

Se mancano i controllori della virtù, le sentinelle deste e zelanti, noi toccheremo il fondo dell'abisso. Non è vero, per esempio, che alcune mode, che qualche anno fa sarebbero state condannate, sol­tanto se viste in figurino, sono oggi accettate, ge­neralizzate, a cagione dì una tolleranza che dege­nera in abitudine?

Uno dei più sicuri e caratteristici sintomi della lebbra è l'insensibilità degli organi. L'insensibilità morale è un sintomo reale della lebbra morale che ci invade vittoriosamente.

« Guai! » ha detto il Signore, « a colui  che scandalizza! ».

Se con piena giustizia, noi abbiamo osservato che una parte delle donne e delle giovinette hanno una scusa, quella della loro ignoranza del male, sottolineiamo però molto chiaramente che le loro responsabilità restano gravi, dal momento soprat­tutto che esse hanno per guidarle la materna difesa della Chiesa. Esse non potranno, con questo, scu­sarsi interamente. delle loro colpe davanti al Tri­bunale del Dio di ogni pigrezza e di ogni giustizia, che ha affidato appunto alla Chiesa la cura delle nostre anime.

Quante cristiane deplorano i deviamenti e la mancanza di sottomissione nei loro mariti?

Quante donne si lamentano della libertà di pensiero, della politica pericolosa degli uomini? Quante si indignano, perché i consigli della Chiesa non sono ascol­tati nella scelta delle letture, nelle direttive delle idee filosofiche e sociali!

Ora che fanno esse del resto, per provare que­sta sottomissione alla Santa Chiesa, ch'esse vorreb­bero invece tanto trovare nei loro fratelli? Ricono­scono esse questa autorità, che i loro mariti misco­noscono?

Tuttavia, se la Chiesa esagera nel condannare le mode indecenti, perché non esagera nel proibire alcune letture o nel respingete alcune dottrine di filosofia pericolose? Le donne non agiscono in modo diverso dagli uomini. La Chiesa non ha due misure: questi e quelle debbono ubbidire.

Una signora di eleganza tutta moderna, e poco modesta, mi viene. a visitare, per confidare la sua pena: « Come, come convertire mio marito? » « Col convertire se stessa, Signora », le rispondo... Com­prese? Lo spero; ma perchè lamentarsi della colpa altrui e portare inconsideratamente in sè il peccato? « Perchè » mi dice una giovanetta, bianca come un fiocco di neve, ma molto dedita per vanità a se­guire tutte le mode, « Perché Lei ha predicato così severamente contro le mode attuali? Non veggo dove sia il gran pericolo, ne per me, nè per gli altri. Voglia compiacersi spiegarmelo più chiaramente, e le prometto, uniformerò la mia linea di condotta alla sua risposta ». « Mi promette Lei » le rispondo, « di accettare una sola osservazione molto grave, che io le farò come risposta definitiva ai suoi dubbi e alla sua curiosità? ». « Gielo prometto, padre ».

Ascolti: « Se in un'acconciatura poco modesta, con vesti troppo corte ed una scollatura esagerata, lei fa una passeggiata di molte ore, nel centro della città, volendo, per semplice vanità, attirar l'atten­zione sulla sua persona, creda pure che, tornando a casa sua, lei avrà probabilmente la responsabilità di qualche peccato grave, forse di molti, che lei avrà fatto commettere...

« Voglio rispettare il suo candore, ma le debbo questa risposta severa; e ora, da fanciulla veramen­te pia, sia docile, e bandisca ogni frivolezza este­riore ».

Ella ne fu molto colpita, e si mantenne, nonostan­te il suo ambiente, di una modestia ammirabile. Bisogna far cadere le scaglie, senza aprire gli occhi.

Molte cristiane, come questa giovinetta, peccano per vanità, cedendo alla sconvenienza della moda.

La loro responsabilità rimane, a motivo dei reiterati ed imperativi avvertimenti della Chiesa, alla quale Nostro Signore ha detto: « Chi ascolta voi, ascolta me ». E nello stesso modo che i genitori comanda­no, senza spiegare ai loro figli, le ragioni degli ordini che danno: così la Chiesa, nostra Madre, non è obbligata a dirci il motivo delle sue prescrizioni.

Veramente, noi ci domandiamo d'altronde, come una donna o una fanciulla intelligente, e cristiana possa credere che l'insieme della Chiesa docente, che tutti i Vescovi, assolutamente d'accordo, su questo punto, col Nostro Santo Padre, il Sommo Pontefice, s'ingannino ed esagerino tutti, parlando unanimemente in favore della modestia, condannan­do decisamente gli abusi e la licenziosità moderna.

Non è dunque, se non per la via della sommis­sione perfetta, che si otterrà una coscienza tranquil­la, in tutti gli atti della vita e soprattutto nelle ore angosciose dell'agonia.

Meditate questa fine infinitamente triste d'una donna mondana. Nella sua giovinezza, e durante i lunghi anni della sua vita, la signora *** è stata frivola e leggera, nonostante la sua educazione, e la tradizione della sua famiglia; ed ha sempre sorriso degli anàtemi della Chiesa. Ma quando l'età e so­prattutto la malattia l'hanno paralizzata, essa fece di necessità virtù, e nel suo letto, sernbró almeno a riparare le sue follie. Non le si è nascosta la gravità del suo male, tanto che s'è spesso confessata, ha avuto qualche scrupolo, ed ha ricevuto gli ultimi Sa­cramenti. Ma ecco che una sera, ella si ridesta di soprassalto da un sonno leggero, e, spalancando gli occhi con spavento, mostra il Croficisso a quelli che la circondano e grida: « Guardate! Oh, guardate come il Cristo è coperto del sangue della flagella­zione che io gli ho fatto subire con le mie monda­nità!... Guardate come questo sangue gronda... e cade sopra di me!... Ascoltate come questo Cristo mi maledice!...

Le si fa osservare che si è confessata, ma ella insiste: « Egli mi maledice, perchè ho scandalizzato le mie figliole le quali, mondane come me, forme­ranno i loro figli alla scuola del peccato. E queste responsabilità sono mie, e mi schiacciano. Guardate, oh, guardate il sangue di Cristo, flagellato dalle mie follie! Che orrore! Ho tradito l'educazione delle mie figliole, scandalizzandole col cattivo esempio. Guardate, il Cristo, mi maledice, e il suo Sangue cade sopra di me... ». E si abbattè, estenuata. Vorreste voi pure provare tal rimorso?

 

IX. - CONCLUSIONE

Privilegiate del Cristianesimo, non parlate d'esa­gerazione. Voi sapete gli abusi incalcolabili delle grandi città, i delitti sociali; i delitti d'immoralità che amareggiano da ogni parte il Cuore di Gesù, con un oceano di fiele e di orribile ingratitudine; ma a voi Che siete gli amici, incombe di gridare alla riparazione e fare un’ammenda onorevole  piena di amore, piuttosto che trovare nelle proteste dei vostri Vescovi e nei loro insegnamenti, un tema di critica. Babilonia, oggi, sembra sventuratamente rinascere dalle sue ceneri più che secolari. E se l'abuso dei sorsi pervertiti provocò il diluvio, quale ora do­vrebb'essere oggi la collera della giustizia vendi­catrice che l'indecenza dei costumi moderni am­massa sul nostro capo, senza un assalto prodigioso d'amore misericordioso e redentore?

Questi molteplici Babilonesi che irritano il Cielo e gli gettano una sfida, di sacrilega insolenza, do­vrebbero accorare i fedeli: l'ardore e la sincerità della loro fede dovrebbe provocare in essi una re­crudescenza d'amore, che a sua volta dovrebbe tra­dursi in una vita più casta, più austera, più profon­damente e socialmente cristiana.

Amici del gran Re oltraggiato e flagellato, non osiamo chiedervi di portare il cilicio, ma vi chie­diamo, meglio ancora, un cuor contrito, un’anima penitente, una vita sociale purificata dall’infetto paganesimo che ci avvelena.

Fate della vostra vita, cattolici praticanti, riparazione d'amore.

Madri e spose cristiane, giovanette pie, pregate con cuore sincero e con coraggio Maria, il cui titolo più radioso e prezioso è quello d'Immacolata.

Non dimenticate che è Lei che vi ha riscattate: con la sua vittoria: è per Lei che voi avete questa dolce regalità sociale della Chiesa cristiana, di cui voi godete. Non dimenticate che Gesù ve l'ha voluta dare come Madre, la sua Vergine Madre!

Conservate dunque la santa e legittima fierezza della vostra dignità e della vostra beltà cristiana, di­fendete questi tesoro con una santa collera nell'a­nima.

Rassomigliate per amore e purezza, per candore e modestia, a colei che ha potuta dire a Bernar­dette: “ Io sono l'Immacolata Concezione “. Non fate arrossire vostra Madre.

Pensate a Lei, nel salotto e sulla spiaggia, nella strada e a teatro. Non velate di lagrime il suo sguar­do, che vi segue sempre con materna tenerezza. Non l'obbligate ad allontanarsi con dolore da una figlia poco delicata e poco pudica? Dimostrate a Maria che voi siete le sue figlie di gloria. Ella vi mo­strerà che è la Regina potente e fedele.

“O Regina dell'amore, copri con un manto di giglio e di neve, quelle fanciulle che il serpente del mondo cerca strapparti”.

 

II. - IL LAMENTO DEL CUORE DI CESU'

« Voi siete tutti puri, oggi, ma non lo siete sem­pre. Tra coloro che seggono alla mia tavola, che mangiano al mio banchetto, che bevono nel mio calice, che sono perciò i miei figli, i miei amici, i miei fratelli, i miei cari discepoli, ve ne sono di quelli che mi straziano e mi trafiggono crudelmente il Cuore.

Nell'ascoltarmi, non guardate gli stolti, gli igno­ranti che non sanno quel che si fanno, quando be­stemmiano il mio nome. Non sono essi i più colpe­voli. Sono quei disgraziati che si dicono cristiani, ma che m'oltraggiano odiosamente nelle manifesta­zioni della loro vita nel mondo. Oh! come sono do­lorosi i colpi che io ricevo da questi cattolici mon­dani, che riaprono tutte le mie ferite e mettono le mie ossa allo scoperto.

Come potrebbero non flagellarmi queste anime cristiane, che di mattina si comunicano, profes­sandomi la loro fedeltà e di sera osano condurmi nel fango?...

Dimenticano dunque che io sono la Santità?... Sì, voi vi ingannate, miei piccoli figlioli, nel pro­clamare, contro ogni principio della coscienza cristiana, che l'immoralità é autorizzata dall'arte; del­l'igiene... scusando così le indecenze della moda, e lo scandalo del teatro moderno.

Io ho schiacciato Venere ed il paganesimo, ho maledetto ogni impurità, ho maledetto ogni licenza, tutte le provocazioni al male Io le maledico sem­pre. Io sono l'Eterno Presente!

Il mio Cuore é amaramente angosciato da tutti quelli che amo e che discutono la mia Legge, di­sprezzando i consigli miei e della Chiesa e condannandoli come un'esagerazione di scrupoli troppo puerili.

Io piango per i miei figli, i miei amici, che contri­buiscono con il loro talento, con il loro denaro, colla loro bellezza, allo sviluppo di questa moda rila­sciata, di queste lubricità provocanti, e che sono stimolo alle passioni. Essi adducono come pretesto i loro obblighi sociali, le esigenze moderne!...

Che fanno essi della mia Legge Divina con i suoi obblighie i suoi doveri, assunti verso di me, col battesimo?

Non disprezzate i carnefici del Calvario, perché questi infedeli mi hanno eretto un nuovo calvario di cui essi sono i carnefici. Non parlate della vi­gliaccheria dei soldati che sono di guardia alla prigione; altri mi flagellano più crudelmente ancora e mi sputano sul viso. Non pensate al tradimento di Guida. Guardate piuttosto tutti questi nuovi Gìuda, che abbandonano il loro Maestro ed Amico, per la soddisfazione dei loro sensi.

Tutto quel denaro che essi lasciano alla porta dei teatri, é per il mio Cuore, come i trenta denari di un continuo tradimento.

Il vostro Gesù, tradito, il vostro Gesù flagellato e crocifisso; il vostro Gesù col Cuore trafitto dalla im­pudicizia sociale, vi supplica di aver pietà di Lui.

Abbiate pietà di Lui, voi che vivete nel fasto e nel piacere e nelle raffinatezze dei sensi! Abbiate pietà di Me, voi che col vostro nome, colla fortuna, col credito, coll'esempio reagite contro lo scatenarsi delle passioni. Fate servire alla mia gloria l'influenza che voi esercitate nella società! Respingete come illegittimo, ogni basso e indegno divertimento, ogni abitudine anti-Cristiana, ogni trovata del raffinato sensualismo, ogni piacere equivoco e pericoloso. Guardatevi, guardatevi, che la vostra responsabilità un giorno non vi schiacci.

Gesù, flagellato dall'impudicizia della società, vi supplica di aver pietà di Lui.

Abbiate pietà di Me, voi i cui salotti non dovreb­bero mai tollerare libertà di vestiti, di balli, di lin­guaggio! Io ho fatto in pezzi gli idoli pagani. Voi che vi accostate alla Comunione, oserete restaurarli? I tempi cambiano. - dite voi - Io che sono la Legge ed il Giudice, io non cambio mai.

Gesù flagellato dall'impudicizia della società, vi supplica di aver pietà di Lui.

Abbiate pietà di Me, voi madri e spose che io ho nobilitato!

La vostra influenza è grande e spesso decisiva sull'animo dei vostri, per lo spirito che potete far regnare nel vostro focolare. Se vi ho riscattate, era mio intento di fare di voi, col senso più delicato che avete di ogni dovere e di ogni diritto, un centro di luce. Diventereste voi invece una sorgente di scan­dalo e di tenebre? Conservate: oh! conservate la mia legge di purezza, con il riflesso della bellezza immacolata della Madre mia, la vostra Regina! Vigilate sulla modestia cristiana dei vostri fanciulli e delle vostre fanciulle. Non desiderate per essi che la splendente e radiosa libertà del candore. Difen­dete, dal mondo perverso e corruttore, la soglia della vostra dimora.

Il Maestro, il solo Maestro in casa vostra sono Io, il vostro Dio tutto amore, il vostro Re-Amico. Non lo dimenticate, lottare con Me, Per Me, io sono lo stesso Gesù, il supremo e giusto Legislatore della vita privata e della vita sociale.

Gesù flagellato dall'impudicizia del mondo, vi supplica di aver pietà di Lui.

E voi, i gaudenti della vita, anime affievolite, facilmente sedotte dalle sirene del piacere, dalla dea volubile e menzognera, la vanità; anime malaticce, assetate di sensazioni, prese dalle vertigini del mon­do, cuori buoni, ma che un facile carattere ed una virtù troppo solida, rendono così compiacenti; co­scienze troppo facili e sensibili ad ogni mutamento della moda e delle dottrine, arrestatevi nella vostra corsa verso l'abisso. Questo mondo corruttore, che vi attira e vi piace, è il vestibolo dell'inferno; arrestatevi!

Il mio Vangelo non vi inganna. La vostra salva­guardia è la mia Legge. La vostra saggezza é la sag­gezza della Chiesa, dii grazia, arrestatevi! Non cal­pestate con la vostra vita mondana, la mia Croce sanguinante!

Nessuno, fuori di rne, vi ama di un amore vero. Io vi tendo le braccia. Dimentico i vostri traviamenti: amatemi alla vostra volta, di un amore intero e leale! Perché voi entriate nell'intimità del mio Cuore, vi apro la ferita del mio Costato. Entrate, prendetevi tutto per voi, il Cuore di un Dio ardente di voi!

Venite, abbiate pietà di Me! Gesù tradito, Gesù flagellato, Gesù crocifisso, Gesù dal Cuore trafitto, vi supplica di aver pietà di Lui!

 

CAPITOLO TERZO

L'ONORE DEL RE DELLA GLORIA DISDEGNATO
Crisi di vocazioni sacerdotali e religiose

Die ut sedeant hi duo filii mei, unus ad dexteram tuam et unus ad sinistrarn in regno tuo.

Di' che seggano questi due miei figlioli uno alla tua destra, l'altro alla tua sinistra del tuo trono. (Mt, XX, 21).

 

I. - LO SPIRITO CONTEMPORANEO RIGUARDO AL SACER­DOZIO ED ALLA VITA RELIGIOSA.

Come siamo lontani dal tempo in cui la madre degli Zebedei, credendo alla Regalità temporale di Gesù e spinta dal suo amore materno, chiedeva al Maestro che si degnasse “far sedere i suoi due figliuoli, l'uno alla destra, l'altro alla sinistra nel suo Regno!”.

C'era un errore, nello spirito di questa donna, sulla natura del Regno Messianico; e c'era forse anche un sentimento reprensibile di vanità; e tut­tavia nobile e previdente cuore d'una madre! Essa non chiede nulla per sè: non pensa che alla gloria dei suoi figli; e li vede già nel suo pensiero, ministri del Re-Gesù, e forse forti d'una potenza eguale a quella di Giuseppe, in Egitto.

La razza delle madri che si dimenticano, offrendo i loro figli a Nostro Signore, minaccia di estinguersi. Era un meraviglioso linguaggio, a traverso i secoli cristiani; perchè non continua in tutta la sua santa nobiltà e la sua feconda bellezza?

L'onore d'essere scelti e preferiti dal Re d'Amo­re, l'onore immenso di servir Gesù e di darlo alla terra, con la potenza del Sacerdozio e il sacrificio della vita religiosa, non è più oggetto d'ambizione, ma di timore e di disdegno. Perché? E' la risposta inquieta e negativa alla grave domanda di nostro Signore: “ Potete bere il calice che io bevo? “.

In ogni tempo, il Sacerdozio e la vita religiosa sono stati una via dolorosa per quelli che le hanno seguite, ed hanno avuto la grazia di comprendere la gloria sanguinante del Calvario e le pesanti respon­sabilità legate a questa gloria.

Ma con le idee di libertà sfrenate che corrono come un uragano devastatore, con lo spirito ragiona­tore e orgoglioso, conseguenza di questa falsa li­bertà, nell'atmosfera satura del sensualismo raffinato dell'epoca nostra, le vocazioni sacerdotali e religiose diventano spesso un eroismo. E gli eroi sono pochissimi, specialmente quando l'eroismo è intimo, segreto, e che non deve contare nè sulla benevo­lenza, nè sugli applausi umani, ma sullo staffile terribile delle critiche e del disprezzo sociale.

Era più facile, una volta, alle famiglie cristiane di conformarsi alla volontà divina e di accordare ai loro figlioli la libertà santa di seguire le chiamate del Signore. I campi erano molti più divisi allora non si incontravano gli ebrei e i samaritani. Non era stata stretta l'alleanza fra i figli di Dio e i figli degli uomini. Negli ambienti cattolici si godeva di una maggiore indipendenza, e l'influenza delle critiche era molto diminuita dalle distanze reciprocamente stabilite e rispettate.

La società moderna ha spezzato gli ostacoli; e i mondani più audaci hanno rumorosamente invaso, con la loro dottrina, lo spirito, l'educazione e i co­stumi della vita familiare e sociale dei cristiani.

Le emanazioni malefiche delle loro teorie hanno soffocato la gran deferenza e l'ammirazione simpa­tica che si aveva, sempre per tradizione, per gli eletti al chiostro e all'Altare, tanto negli ambienti cristiani e ferventi, che tra le persone semplicemente oneste. La persecuzione ha fatto il resto. Confusi tra la folla, relegati negli ultimi posti, carichi di obbro­bri, spogliati, spesso scacciati, siamo il rifiuto di una società deformata.

La confidenza delle famiglie persino, in cui si trasmettevano le tradizioni di venerazione verso di noi, ha ceduto  a delle ragioni spiegabilissime di prudenza. Quanto all'immensa maggioranza delle famiglie - dominate dal rispetto umano, e scosse da questa mondanità, il cui cammino sempre facile, conduce all'indiffe­renza religiosa - essa si rifiuta con sempre mag­giore energia, di dare i propri figlioli ad una isti­tuzione sconosciuta e criticata.

Questa indifferenza delle famiglie, più nefasta d'una persecuzione odiosa, è la prima causa della sterilità deplorevole della nostra società, in relazione alle vocazioni.

La fede è diminuita, il credito del religioso e del sacerdote è finito, a causa dell'attentato del mondo al suo prestigio soprannaturale, alla sua aureola evangelica... Ed ecco che questi due stati son di­venuti, per una falsa concezione moderna, delle comuni carriere, apprezzabili, cìoè, unicamente nella misura in cui esse possono dare un certo av­venire al giovane o alla fanciulla, e far conseguire alle loro famiglie, qualche vantaggio materiale.

Le persecuzioni recenti e le condizioni critiche che traversano lo stato ecclesiastico e gli ordini re­ligiosi, non promettono più quell'avvenire splendido e sicuro che poteva non produrre, ma facilitare al­meno in altri tempi le vocazioni. Da allora, quale decisa opposizione non offre la nostra società, ma­terialista e indifferente, all'aspirazione d'un ragazzo che si dica chiamato al seminario o al convento! Si chiedevano onori alla Chiesa, quando essa poteva darne attraverso la sua potenza e il suo trionfo so­ciale. Tutti l'amavano nell'ora del Thabor; quanta differenza coll'attitudine ingrata d'adesso, che è l'ora del Pretorio. Si dimentica che la gloria di essere al bando per Iddio, è una gloria che sorpassa tutti gli onori.

Se sono poche le madri, ammirabili nella loro ambizione, le quali vogliono vedere i loro figlioli consacrarsi a Gesù-Re, ciò avviene perché non si riconosce l'onore che questo Re fa ridondare sui suoi ministri e sulle sue spose.

Cos'è un principe o un re della terra, in confronto di un sacerdote? Misurate la loro potenza; il prin­cipe firmerà forse, migliaia di. sentenze di morte; il sacerdote, con l'assoluzione, emetterà migliaia di sentenze di vita eterna, compresa quella dello stes­so principe. Egli battezza, assolve e sotterra i Re!

Che cos'è una regina, in confronto di una religio­sa? Meno di una portinaia, in confronto della sposa d'un re! Un'umile religiosa, che insegnava il catechi­smo alle figliuole di Luigi XV, dette in proposito una simile risposta, quando una di esse, urtata da un'osservazione della sua maestra, disse fieramente: “Pensate voi che parlate alla figlia del vostro Re?” E la religiosa: “Non dimenticate neanche, Signora. che siete dinanzi alla sposa del Dio di vostro padre e del vostro Dio!

 

Il secolo nostro, pieno di se stesso, e tanto lontano da qualsiasi idealismo, soprattutto da quello che s'ispira al Vangelo, misconosce e rifiuta le grandi idee ed i nobili sentimenti delle precedenti genera­zioni. Esso ha sostituito, al concetto ereditario della dignità cristiana, un criterio molto più elastica e comodo, nel senso morale, e molto più egoista nelle risultanze pratiche.

Non c'è da meravigliarsi, dunque, che si consideri il Sacerdozio come una carriera qualunque, molto umile, poco rispettabile, e molti meno sicura e red­ditizia di tante altre.

Ed il mondo fa presto a giudicare i motivi di que­sta inferiorità. La religiosa, oh, essa non ha potuto pensare al chiostro che per puntiglio o in un momen­to d'inesplicabile stordidezza ammenoché non vi abbia trovato il rifugio ad una impotenza fisica o morale, o la manifestazione d'un forte egoismo.

Numerose famiglie cristiane pensano oggi come il mondo e dicono: « Oh, no, Signore, sei tu, che chiami il mio figliolo: é lui che si inganna» Oppure: « la nostra figliola crede vocazione, ciò che e un'illusione, essa non deve lasciare i suoi genitori, se non per maritarsi, ma giammai per consacrarsi a Te ».

La madre degli Zebedei non si incontra quasi più… Ma il Maestro buono, che non è mutevole co­me noi, continua a passare fra gli uomini, affasci­nando con uno sguardo, trascinando con unga partola « Lascia tutto, vieni e seguimi! » Nonostante il mondo e la bufera di modernità che ha investita la società cristiana, l'esercito degli apostoli e delle spose di Cristo rimane. Ed é meno numeroso, é però meglio agguerrito, nello spirito della sua sublime vocazione.

Se il mondo si affretta tanto a giudicare e a valutare quel che gli é superiore, può essere permesso anche a noi di scoprire e di abbattere l'incoerenza dei ragionamenti, per i quali esso si vanta di essere saggio.

Guardate: nella misura in cui la famiglia si disfà, a poco, a poco, dell'autorità del Maestro, i genitori reclamano per se un aumento di autorità la virtù di essa, che costoro dichiarano sacra, inviolabile, si op­pongono alla scelta che i loro figli hanno fatto della vocazione religiosa o sacerdotale. Pertanto essi di­cono di lasciarli liberi, oh, assolutamente liberi. di scegliere la loro via... a meno che la scelta non cada proprio sul solo stato decisamente escluso. E’ forse logico tutto questo.

Si può aspirare a tutte le carriere degne e onore­voli; si può sposare o restar celibi; si può tentare la fortuna, esponendo la propria salute e anche la vita ma non si ha il diritto di indossare l'abito talare o religioso.

La chiamata intima, l'attrazione potente, irresisti­bile, il diritto di cercare la felicità secondo ciò a cui spinge la propria coscienza, possono essere invoca­ti... invano. Temporeggiare, provar a piegare la mentalità degli oppositori, tutto è inutile: non si ha il diritto di consacrarsi a Dio. Si può dare tempo, gioventù, cuore ad cena società frivola; si può darlo con giuramento ad una creatura che, buona oggi, capace di darci disinganni orribili domani.

Sì può consacrarsi alla salvezza della patria, mostrarle un ancore eroico, offrirle il proprio sangue... Tutto questo è bello, é buono... eccettuato servire il Signore e consacrargli la propria vita.

Ora bisogna che il Signore disprezzato accordi questi diritti. Cerca l'uomo di vendicarsi. della sua impotenza, rifiutandosi di riconoscere, nel Creatore, la sorgente divina da cui emanano tutti i diritti e quello, inviolabile, di far primeggiare il suo onore e il suo servizio?

Se si fosse veramente logici, non si dovrebbe il titolo di “ padre” per opporsi al Padre per eccellenza, Giudice divino dei genitori, fedeli o infedeli rappresentanti di Lui. La gerarchia dei di­ritti e dei doveri è spezzata, quando Dio non ha più l'autorità suprema, e non può dire ai genitori quel che disse ad Abramo: “Offrimi il figlio tuo in olo­causto alla mia gloria”.

La famiglia può chiedere a buon diritto dei sacrifici ai membri che la compongono, per il bene ge­nerale del focolare.

La società può imporre alle famiglie, per il bene sociale, dei veri sacrifici.

La Nazione può esigere, anche per forza, delle grandi immolazioni per il bene pubblico e naziona­le. Ed è nell'ordine naturale delle cose accettare tutto questo.

Non vi sarebbe che Dio, il Signore di ciascun uo­mo, il Padrone assoluto delle famiglie, il Re Sovrano della società e delle nazioni, che non potrebbe re­clamare, imperiosamente e con pieno diritto, le sue proprietà, prestate temporaneamente ai genitori?

Per l'onore, per il denaro, per la pace, per l'umanità, i genitori possono e debbono cedere tutti i giorni parte del loro relativo diritto. E Gesù Cristo avrà meno diritto degli avvenimenti che Egli stesso conduce, e delle creature che vivono del suo soffio?

Il Sacerdozio e la vita religiosa, doni sublimi del Signore, sono talmente al disopra di tutti i beni, di tutti gli Stati, di tutti gli onori della terra! Vale a di­re che, quando Egli chiama al suo seguito è giusto lasciar tutto e passare, se fosse necessario, su un braciere ardente. Perchè nulla, sulla terra è così no­bile e così bello; e pertanto le sofferenze più inaudite non possono comprare l’onore, l'amore, la feli­cità che il Cuore di Gesù riserbata questi prede­stinati

Noi siamo convinti che la maggior parte delle famiglie, che lasciano bussare invano alla porta loro il Re dei re, lo fanno in un momento di timore del sa­crificio, in un pensiero spiegabilissimo, cioè, d'egoi­smo. Esse non si rendono conto del bene inapprez­zabile, dei tesoro senza pari che esse rifiutano, del torrente di benedizioni celesti di cui esse si privano e del giusto pentimento che ne avranno un giorno, forse troppo tardi!

Il sacerdote e la religiosa sono tanto poco e male conosciuti, che é ben facile spiegarsi i mille pregiu­dizi diffusi contro il loro nobile stato. Allontanati più o meno da ogni relazione con le creature esclusi­vamente mondane, spesso separati dalla vita pub­blica sociale, essi non possono essere compresi dal mondo, che hanno lasciato, d'altronde, con ragionevole disdegno.

E, il mnondo risponde a questa indifferenza giusti­ficata, accentuando la sua diffidenza verso questi “eccentrici”, la cui vita seria e felice é una con­danna alla loro, vana, molle e inquieta.

Aggiungiamo a questa diffidenza generale, a que­sta misconoscenza, tutte le calunnie che sono state diffuse dall'ignoranza e dalla malizia, tutti gli oltrag­gi fatti loro, ed avremo una spiegazione più che suf­ficiente di questa atmosfera ostile alle vocazioni. Questo é antimilitarismo contro l'esercito del Si­gnore.

Oh, se le famiglie cristiane, i focolari veramente onesti e fedeli conoscessero il “dono di Dío”, il se­gno d'onore, il valore della grazia, la distinzione so­prannaturale, il beneficio inaudito, la preferenza gra­tuita e gloriosa che suppone l'appello di Gesù, tanto per gli eletti che per loro stesse, oh, come tratterebbero il Signore alle porte loro: direbbero prese da santa confusione: “Allontanati da noi, Signore, che siamo peccatori! O Maestro, non siamo degni che Tu entri sotto il nostro tetto!”

Ahimè! il gesto che ferma su tante soglie il Re di gloria, che va in cerca di apostoli e di vergini, non è mai ispirato ad umiltà, forma delicata d'adorazione! Esso è provocato dalla misconoscenza  dei diritti divini di Gesù Cristo!

 

II. - I FIGLIOLI APPARTENGONO A DIO.

A chi appartengono i figli, e quale è il loro de­stino?

Ecco adunque la vera soluzione della questione: della vocazione. Sono, i genitori, i padroni o i semplici depositari, incaricati d'interpretare una volontà e un comandamento divino? Essi sono stati gli stru­menti per la vita naturale, ma il diritto cristiano non riconosce loro alcuna autorità assoluta, sull'avvenire dei loro figlioli.

Il quarto comandamento è sempre subordinato al primo. I genitori devono andare a Dio, poichè essi sono da Dio; i figli, attraverso i genitori, devono ten­dere a Dio, poichè anche essi sono da Dio.

Se la società, e soprattutto la Patria, hanno dei diritti che i genitori debbono rispettare, e a quali sa­crificano le loro più legittime affezioni, in un grado infinitamente superiore, il Signore s'è riservato il pieno diritto di disporre della vita e della morte delle creature affidate, temporaneamente e condizio­natamente, alla cura affettuosa, alla custodia cristia­na di altre creature.

E come il potere civile, anche più legittimo e me­glio stabilito, non può assolutamente misconoscere i sacri diritti dell'individuo, e questi, quando si tratta di difendere la sua coscienza cristiana, per esempio, é obbligato a disubbidire alla autorità umana oppo­sta alla divina, così la patria podestà, fondata sulla natura e confermata dalla legge evangelica, non può contrariare il diritto del figlio, chiamato dal suo Dio.

Il figlio é del Creatore, passando attraverso i geni­tori che l'han ricevuto per Lui, e che debbono renderglielo, non solo all'ora della sua morte, ma anche quando il Signore lo sceglie e lo chiama, lo trae die­tro a sé e lo fa camminare pel sentiero stretto, ma glorioso, dei consigli evangelici.

Se neanche un sol capello del nostro capo può ca­dere senza il permesso del Maestro, se ogni uccello e ogni fiorellino é nutrito e rinfrescato per ordine di Lui, che pensare dell'autorità divina e della Provvi­denza amorosa che vegliano sull'esercizio dei suoi sovrani diritti, e sull'avvenire temporale ed eterno dei figli?...

D'altra parte, chi ha il segreto di questo avvenire? Dio solo, nessuno all'infuori dì Lui, ed Egli se lo riserba gelosamente. Non vediamo forse tutti i gior­ni, per esperienza, fallire le previsioni così prudente­mente calcolate, così ben combinate? E quando noi crediamo aver raggiunto lo scopo, con un piano sa­pientemente elaborato, sopravvengono avvenimenti imprevisti, malattie improvvise, agitazioni materiali o morali, che distruggono immediatamente le nostre previsioni. Anche la morte ci prova che l'avvenire delle creature non è che nelle mani del Creatore.

Chi può tracciare all'uomo la sua via, se non Co­lui che conosce l'uomo? Ora, chi conosce veramen­te, intimamente e profondamente l'uomo, se non Dio?

La vocazione è un problema troppo grave per af­fidarne la soluzione al corso delle circostanze, delle velleità o degli interessi umani.

Il legame fra l'avvenire temporale e l'avvenire e­terno è molto stretto. La vocazione è la strada, l'e­ternità è la mèta cui questa strada deve condurre. Vi è un ingranaggio fatto da una sapienza increata; guardiamoci dallo spezzare una molla della catena, che comincia dalla culla e, che, intrecciata da una mano provvidenziale, conduce all'eternità. Quando spesso il fermarsi d'un'anima, per colpa sua o di altri, una deviazione definitiva dalla diretta via, ha delle fatali conseguenze quaggiù e nella sua vita av­venire.

Se è vero che le stelle hanno la loro via, invaria­bilmente tracciata, non l'avrà forse l'anima cristiana, più preziosa di tutte le costellazioni?

Da ciò sembra che il cristiano, soprattutto se ha la responsabilità della paternità, non dovrebbe osare, per nessun pretesto, far deviare un'anima di fan­ciullo dalla via divina verso cui é spinta. Ahimè! il numero di questi audaci incoscienti aumenta, ma non negli ambienti irreligiosi, dove le vocazioni sono un'eccezione straordinaria, ma nelle famiglie in cui si riversa la misericordia del Cuore di Gesù.

Questo gesto, quanto mai pericoloso, è un atten­tato contro la Sapienza e l'assoluta Sovranità di Dio, e tanto più grave in quanto esso é commesso pro­prio da coloro che sono ufficialmente incaricati da Dio d'educare i loro figlioli in modo che essi siano sempre pronti ad ascoltare la Sua voce, e ad ubbidi­re alle Sue chiamate. Di conseguenza, si rende vana l'attesa divina, si sviano i disegni di Lui, si arresta la corrente della Sua Misericordia, si assume un'enor­me responsabilità morale.

Privare così il Signore della sua gloria non può da­re la felicità. Un sacerdote di meno - calcolate, se potete, il bene immenso che sarebbe stato compiuto e che non lo sarà mai!... Un sacerdote di meno, vuol dire 365 messe di meno; e supponete che questo sia soltanto per 25 anni e così potremo calcolare, se si aggiunge l'amministrazione dei Sacramenti la grazia delle predicazioni e le iniziative di zelo?... Potremo mai farci un'idea di questo bene immenso, incalco­labile, che sorpassa ogni previsione, e a cui ci si è opposti?

Un religioso o una suora dì meno, una sposa cioè, una lampada una particella d'ostia di meno sull'altare, é la soppressione di tutta una vita di lavoro, di preghiera, di sacrificio, la distruzione di grazie, di vita divina, di fecondità spirituale.

E' forse permesso di rifiutare impunemente il man­tello di porpora con cui Gesù stesso avvolge un fan­ciullo predestinato? di togliere il diadema regale ch'Egli pone sulla fronte di una giovinetta?

Si può forse privare impunemente di tante glorie, il Re dei re? E' possibile, esporre migliaia di anime alla loro perdita eterna, soffocando delle vocazioni chi sacerdoti, di contemplativi, di spose, zelatrici del­la gloria sua, senza provocare la giusta collera di Dio? Poiché non si tratta soltanto ciò principalmen­te, di rifiutare, questo onore che Dio decreta e office gratuitamente, ma di sconvolgere l'ingranaggio della salvezza, di rompere la rete meravigliosa destinata ad una meravigliosa pesca. E’, il sangue di Gesù é versato inutilmente per migliaia di creature, che pe­riranno per mancanza, di ministero sacerdotale, e del ministero nascosto dell'umile religiosa.

Se a causa dell'astensione di un uomo onesto, di uno solo, dalle elezioni, il paese può subire dei gran­di disagi politici. e nazionali, cosa sarà nei piano della Redenzione se, per colpa d'una famiglia cristiana, un sacerdote o una suora mancano, nel tor­riversare, con il loro zelo e col sacrificio loro, sul mondo intero?

Nel mondo morale come nel fisico, un cataclisma spaventoso delle disgrazie irreparabili, possono essere la conseguenza d'una lacuna, apparentemente leggera ed isolata.

Così ragionava un gran Vescovo, col Marchese de B... qualche anno prima della guerra. Il figlio minore del Marchese, giovane di 19 anni, manifestava il desiderio di farsi sacerdote. Il padre si opponeva: “ Rifletta, diceva Monsignore, all'enorme responsa­bilità di fronte a Dio e di fronte alla Chiesa. Un sa­cerdote di meno, specialmente alla nostra epoca così sterile di vocazioni ecclesiastiche, porta gravi conse­guenze!” E poichè il Marchese si ostinava ed espri­meva freddamente un'irrevocabile volontà, Monsi­gnore, congedandosi, disse con triste gravità: «Chie­do a Nostro Signore di illuminarvi su una questione così seria e delicata, e, in ogni caso, desidero since­ramente che questo sacerdote di meno nella diocesi, già tanto provata dal numero esiguo delle vocazioni, non manchi proprio a Lei, all'ora della sua morte!

La guerra scoppia. I due sacerdoti del paese pros­simi al castello del Marchese partono come soldati portaferiti. Tre anni dopo, il Marchese vien colpito da apoplessia, e chiede un prete. Il curato del vil­laggio più vicino è vecchio ed infermo, e deve assistere molti parrocchiani. Si deve cercare altrove un altro prete, e quando questo giunge, il malato è morto. Il prete che è di meno nella diocesi è forse quel­lo che manca al capezzale dell'agonizzante.

E notare che la guerra ha reso ancora più acuta questa crisi, alla quale S. S. Pio XI allude nella sua Enciclica con queste parole: « Come è per noi dolo­roso il vedere che il contingente dei preti diminuisce dappertutto ». Il Papa se ne duole!

 

III. - SACRIFICI MONDANI - SACRIFICI CRISTIANI

I genitori possono di buon diritto temere gli onori che vengono dal mondo. Essi darebbero prova di una grande saggezza, nel tener lungi alcune ambi­zioni di gloria e di ricchezza, suscettibili di essere un giorno la causa della infelicità dei loro figlioli. Essere grande nel mondo, non significa sempre es­sere onesto e felice.

Il sacerdozio e la vita religiosa non offrono onori pericolosi. Nostro Signore riversa, sopra quelli che Egli sceglie, le sue grazie in sovrabbondanza. D'al­tra parte l'esser tentati dall'onore sacerdotale e dalla gloria di una vita monacale, non può generare l'or­goglio e il sensualismo, perchè costituisce l'attrat­tiva intima di una vocazione di sacrificio dello spi­rito, del cuore, dei sensi.

« Io voglio essere prete! », diceva un fanciullo al suo curato.

E questi di rimando

- Ma i preti sono disprezzati, nella strada li chia­mano « pretonzoli ».

- Proprio perchè li insultano, io voglio essere prete. Li insultano, perchè sono buoni.

- Ma si combatte la religione, caro fanciullo, e la si perseguita nei suoi ministri.

- Ragione di più, signor Curato; io la difenderò: - Ma allora, perchè vuoi essere prete? Tu puoi formarti un brillante avvenire, seguendo la carriera di tuo padre.

- Perchè? perchè il buon Dio non è amato e tut­ti Lo abbandonano. Voglio legarmi a Lui, e andrò a farlo conoscere ed amare. Io sarò l'avvocato di Gesù. -

Bisogna convenire che la carne ed il sangue non parlano questo linguaggio, e che l'immensa maggio­ranza dei buoni non è spinta a sacrificare tutto e per la gloria di una Croce e per il piacere di un diade­ma di spine.

« Che orribile sacrificio impone ai genitori la vo­cazione religiosa! », si lamentava una madre cristia­na, che aveva proprio allora sentito suo figlio di ven­ti anni, dirle di essere francamente risoluto a farsi sacerdote e religioso.

Oh! siamo rispettosi e giusti verso Nostro Signore! Sì, certo, c'è un sacrificio, un sacrificio reciproco e doloroso, mai orribile. E questa parola ferisce il Cuo­re di Gesù. Lo dice mai qualcuno, quando dona i suoi figli al mondo? L'aveva forse detto quella stes­sa madre, quando la sua figlia maggiore s'era mari­tata ad un uomo d'affari, destinato a restare, forse per sempre, lontano dal suo paese, e che conduceva la fanciulla ad una distanza di oltre due settimane di viaggio? Aveva essa esitato ad unire la sua se­conda ad un diplomatico, parimenti lontano dal suo paese e dalla sua famiglia? Aveva essa ostacolato la vocazione del primogenito, ufficiale di marina; del più piccolo, già iniziatosi alla carriera militare a di­ciott'anni appena?

Ma quando il buono, il dolce, l'adorabile Gesù, che rende il mille per uno, che permette la ferita, ma la cosparge di balsamo, e di una gloria che non si può calcolare; quando il Re dei re tende la mano al suo fanciullo, gli offre un magnifico destino di bellezza, di onore e di fecondítà; quando il Maestro del mondo vuol sollevarlo fino al suo trono, oh, al­lora, la vocazione diviene un orribile, un impossibile sacrificio!

Allora soltanto tutta l'influenza efficace e potente della madre agirà per fare desistere il giovane dalla sua aspirazione.

Quale illogica incomprensione, e che ingiustificabile contegno!

Il sacrificio imposto dalla vocazione religiosa, é veramente più penoso e meno compensato di quello che esigono le carriere del mondo e i matrimoni?

E' una perniciosa ed errata illusione il crederlo. Ascoltate questa storia, dolorosamente vissuta: una signora di ventisette anni, distinta e buona, vuol essere religiosa: ha avuto questo desiderio dalla sua prima Comunione fatta ad otto anni. La madre vi si oppone risolutamente e le dichiara che finché essa vivrà non le darà mai il consenso.

Dopo una resistenza quasi eroica, esaurita dai quotidiani rimproveri e dalle più pressanti solleci­tazioni, si rassegna a maritarsi a ventisette anni, con le labbra sorridenti, ma col cuore dolorante.

Tre anni dopo la morte di suo padre, le esecuzioni testamentarie portano delle complicazioni imprevi­ste. Il giovane marito è esigente, ambizioso; egli è attaccato con esagerazione a quello che egli consi­dera diritti di sua moglie. Vi sono altri figli interes­sati, le cose non sono chiare.

Ora un giorno, il tribunale cita la Signora X... per abuso di beni di minorenni e per falso, in una di­chiarazione che le si era fatta fare.

Uno scritto firmato da sua figlia l'accusa. La po­vera madre, nel ricevere la notifica della citazione grida: " Sono giustamente castigata! E' mai possibi­le che mia figlia, la quale avrebbe rinunziato a ogni sua fortuna per il convento, tratti ora sua madre dì ladra e spergiura?”.

Il caso è tipico. Se non è per il denaro, è per mil­le altre cose inattese che le madri hanno sofferto e soffriranno sempre per i loro figlioli, che stanno nel mondo. Senza che questi arrivino a pervertirsi, i loro nuovi doveri ed i loro interessi provocano spesso tali conflitti familiari, che arrivano ad essere dei veri cal­vari intimi, tragedie penose e accoranti.

Per seguire suo marito, la figliola abbandona sua madre: per creare un nuovo focolare, il figlio lascia il focolare paterno: questa è la legge ineluttabile del matrimonio. E' il sacrificio dei genitori che danno i loro figlioli al mondo; è spesso qui il duro e orribile sacrificio!

Certo, la separazione imposta dalla vocazione sa­cerdotale e religiosa ha il suo lato penoso, ma essa mille volte compensata e più dolce, in seguito, per i genitori. La ragione è semplice: i preti e i religiosi non dividono i loro cuori; nel darsi a Dio essi non hanno dimenticato la loro famiglia.

« Il più caro dei miei fanciulli, il più mio il più vicino al cuore mio, nonostante la distanza che ci ha sempre separati, sei tu, il figliolo apostolo » mi ha scritto più di una volta mia madre, col pericolo di rendere gelosi gli altri otto figli che le vivono intorno.

Le distanze sono relative, quando le anime restano unite! Oh! vi sono ben altri ostacoli che dividono, oltre gli oceani e le montagne. Si è delle volte vicina e così lontani...

Guardate un po' voi, madri che leggete queste ri­ghe, guardate intorno a voi e troverete che troppo spesso il matrimonio dei figlioli non è una conferma della affezione figliale. Al contrario invece, voi non troverete mai la prova che il seminario od il conven­to abbiano soffocato nei giovani il quarto coman­damento o ne abbiano diminuita la forza.

Altra cosa è il separarsi, ed altra è il dimenticare l'attaccamento nobile del figlio verso i suoi o di rinunciarvi. E non è certo il mondo che può invitare i sacerdoti od i religiosi ad intendere dalla sua bolla, le lezioni di dignità, di gratitudine, di affezioni fi­liale.

Genitori cristiani, se voi sapeste, per esperienza, il compenso che il Signore vi riserva, voi non avre­ste abbastanza lacrime per riparare la diffidenza, forse la ribellione, con le quali avete ricevuto le sue proposte di gloria.

Qual'é dunque quello stato di vita in cui non vi sia in gran parte il sacrificio, e tanto più crudele, quanto più siano allontanati i sacri doveri, per es­sere esenti dalla croce?

Si sarebbe veramente tentati a credere che alcune delle famiglie cristiane non temano che la Croce del Mastro Gesù, tante esse sono coraggiose nel sacrificio che la vita o la società impongono loro.

Così durante le grande guerra, quale eroismo patriottico nel cuore delle madri!

I figli partivano, le madri dicevano loro addio piangendo, sì ma le loro lacrime erano calme e fie­re. Giammai esse avrebbero pensato di arrestare il figlio sì caro, da quel glorioso cammino d'immolazione alla Patria! E se per disgrazia egli avesse avu­to una esitazione, una debolezza la virtù materna avrebbe rinvigorito lo spirito vacillante del giovinet­to e l'avrebbe tenuto fermo nella via dell'onore e del dovere. Un plauso per queste patriote ammirabili!

Ma ove sono esse mai, le grandi cristiane che mo­strano tanta nobiltà e tanto volere nella vocazione dei loro figlioli, quando questi entrano nel cammino infinitamente più glorioso, del seminario o del con­vento ?

Si era a Ginevra, durante il governo dell'illustre Monsignore Mermillod. La tempesta morale imper­versava su di lui. Una notte, la folla malvagia aveva urlato per lunghe ore: « a morte il Vescovo a mor­te! » Di buon mattino Monsignore riceveva la visita della sua vecchia madre. « Sembra » diceva essa, « che vogliano uccidere il Vescovo di Ginevra; io l'ho saputo ieri sera molto tardi e mi sono affrettata a venirti a supplicare di non fuggire. Il tuo dovere è di restare qui. Se tu morrai per la fede, quale onore sarà per la famiglia! »

Se le famiglie cristiane avessero delle madri di questa forza, e di questo spirito, la Chiesa sarebbe sempre glorificata e vittoriosa.

La crisi di autorità nelle famiglie e quella di pudore nella società, sono certamente in gran parte dovute alla crisi di vocazioni.

 

IV. - IL SACERDOZIO E LO STATO RELIGIOSO IN CONFRONTO ALLE ALTRE CLASSI DELLA SOCIETA'.

E’ il Maestro Divino non regna più nel focolare, se la sua Legge è compromessa, se vi è del rilasciamento e si constatano delle libertà pericolose nelle relazioni sociali, se lo spirito mondano ha profanato il santuario della famiglia, è forse da meravigliarsi che non vi giunga più la voce della chiamata Divina, che la semenza della verginità e del sacrificio non vi si sviluppi, e che il frutto benedetto e sacro delle vo­cazioni non vi si maturi più? Non si raccoglie il fru­mento dalla sabbia, nè l'uva squisito fra i cespugli di un sentiero battuto.

La crisi delle vocazioni è il segno più sicuro della mancanza inquietante delle virtù cristiane e sociali. Dal frutto si giudica l'albero ed il terreno.

La necessità assoluta dì un ambiente molto ricco di virtù, perchè vi nasca e vi si sviluppi una voca­zione è un argomento indiretto per dimostrar come sia eminente e nobile la vita sacerdotale e religiosa. Gli eletti debbono vivere casti: il loro nido deve es­sere dunque casto. Essi debbono essere obbedienti ed umili, vale a dire che non si produrranno in un ambiente orgoglioso. Essi debbono vivere di sacrifi­cio; epperò il lusso e la mollezza arresteranno il loro manifestarsi.

Si vuol sapere che cosa vale una società ed un paese?

La statistica del clero e delle comunità religiose sarà la migliore regola per giudicare. Perchè? perchè gli eletti del Signore sono la più bella, la più pura, la più nobile espressione della moralità e dell'idealismo cristiano di una Nazione,

Molto meno delle milizie nazionali, molto meglio delle istituzioni di diritto pubblico, il sacerdozio e la vita religiosa sono di diritto e di fatto una norma vi­vente per giudicare l'elevatezza intima della coscien­za, quella della società e della nazione.

Nessun altra istituzione fa della virtù eroica un sistema di vita, mantenuto ed amato fino alla morte. E' dunque una vera gloria l'esservi assunto.

A coloro che non si meritano di parlare di cose che ignorano e di pubblicare che i sacerdoti ed i re­ligiosi hanno cercato la pace in un ritiro egoista e facile, che sono i fuggiaschi della battaglia, i disertori della vita, noi potremmo dare la risposta che dette un buon monaco, pieno di spirito ad un signore su­perbo che era andato a visitarlo: “Se la nostra vita è così dolce, così comoda, se noi siamo vigliacca­mente barricati, dietro queste mura, ebbene... non faccia penitenza restando nel mondo, venga a prova­re la nostra vita fatta di sonnolenza e di torpore, così Ella potrà parlare, non con prevenzione, ma da uo­mo onesto e convinto”.

Abbracciare l'ignominia redentrice della Croce di Gesù Cristo, è diventata un'ignominia sociale.

Le classi dirigenti non vollero più prendere la par­te che loro spettava di diritto al servizio del Re dei re. Altri tempi, altri costumi! Avviene tristemente per il sacerdozio, quello che avviene per le mode femminili. Una casa famosa per l'audacia ed il tremito delle sue mode, disegna alcuni modelli, dichiara che la forma e le linee che costituiscono durante la stagione l'ultima eleganza, ed il pubblico che si dice intelligente e ragionevole, accetta, paga caro, e critica chiunque osi criticarli.

« Rivoluzione e liberalismo » è come quella casa di mode, come la società di tutti quegli individui pervenuti alla sommità della scala sociale, in grazia della loro audacia, resa possibile dall'indifferenza degli ambienti cattolici: questa società ha lanciato la sua opinione, e questa opinione fa legge contro di noi.

Ed ecco che anche la gente onesta ci considera ora con disprezzo, e quando ci avvicina è convinta, da parte sua, di farci l'onore di una vera e propria concessione.

Eppure la nobiltà, la vera nobiltà é la nostra; ed ogni dignità o tradizione, qualunque essa sia, irnpal­lidisce dinanzi alla dignità dell'abito sacerdotale o religioso. Bisognerebbe convincere di nuovo, il fior fiore delle famiglie, di questa grande e bella verità.

Così la concepiva una nobile signora, presentata dal suo curato al nuovo Vescovo: « Non. dica: « si­gnora Duchessa », signor Curato, dica piuttosto, in­terruppe ella durante la presentazione, « la madre del Sacerdote X... Ecco il titolo glorioso di cui sono fiera, e di cui resterò fiera. anche in cielo ».

Qualche giorno dopo l'elezione di Pio X, diman­darono a questi, quale titolo di nobiltà avrebbe accordato alle sue sorelle: “Il titolo di nobiltà, risponde il Sovrano Pontefice, l'hanno già; sono sorelle del Papa”.

I Principi che hanno rinunziato ad alcuni loro pri­vilegi e diritti per diventare sacerdoti, non sono di­scesi di grado, essi hanno fatto, per una grazia mise­ricordiosa e gratuita, un'ascensione immensa, per cingere la più bella corona, la corona sacerdotale, Tutti i beni ed i poteri a cui rinunziano, non sono nulla, in confronto di un calice pieno del Sangue Divino.

Luisa di Francia, nel lasciare la Corte di suo pa­dre, Luigi XV, per scambiarla con una cella di car­melitana, a San Dionigi, aggiunse al suo blasone un nuovo titolo di nobiltà. Ella sorpassò le sue sorelle e lasciò di gran lunga dietro di sé, il lignaggio reale della famiglia, quando il velo di Regista del Gran Re del cielo e della terra venne a coprirle la- testa, non più soltanto circondata di pietre preziose, ma consacrata dal Sangue di Gesù che la chiamava –­ Oh! titolo ineffabile - Sponsa mea! Sposa rnia! proprio questo in complesso che io dicevo con una convinzione al di sopra di ogni eloquenza du­rante la professione di una giovane Suora, che lasciava la famiglia, una buonissima condizione socia­le, un brillante avvenire, una immensa ricchezza « Ella cambia, sorella mia, l'oasi di un deserto, i suoi pochi fiori, la sua ombra, e la sua scarsa sorgen­te, con un giardino di gioia immortale

« Ella dona un granellino di sabbia e riceve un fulgido dono; ella si priva d'una goccia, ed un ocea­no infìnito la inonda; rinunzia ad essere la regina di un focolare o di un salotto, per essere regina fra gli angeli, per divenire la sposa del Creatore. I suoi be­ni l'avrebbero un giorno, forse, riempita d'amarez­za: li avrebbe dovuti ad ogni modo lasciare; mentre che la ricchezza divina che oggi possiede sarà un bene eterno.

Sorella, ecco quello che il linguaggio delle crea­ture chiama « sacrificio » e che nel linguaggio del Vangelo io chiamo « esaltazione e gloria divina ».

Che cosa è, infatti, la vera nobiltà, se non una tradizione d'onore, di dignità morale, di coraggio, di devozione, di alta virtù? Questa nobiltà è legata ad un nome che impone il rispetto.

Non è dunque una posizione improvvisata, nè una vincita alla lotteria. La nobiltà à una bellezza che tende all'immortalità.

Ma qual'è la nobiltà più legittima di quella del sacerdote, che è erede della grandezza, della potenza redentrice del Re-Salvatore, ed il cui ministero e la cui vita debbono essere infatti, di valore e di devozione eroica? Che cosa sono le più ricche tra­dizionì dì nobiltà, le più alte cariche sociali, paragonate a questa discendenza del Cristo-Gesù, che è il sacerdozio, di origine divina e antico di venti secoli? vicino al sacerdote, primo principe tra i prin­cipi, la religiosa, creazione splendida della Chìesa, di una bellezza che sorpassa, in un certo senso, la beltà angelica, santuario vivente del Signore, la re­ligiosa, dico, non ha sopra di sè che il sacerdote ed il Cielo.

Nella misura in cui il gran mondo disprezza e di­sdegna la gloria del sacerdote e della religiosa, la rivoluzione, più logica di quel che si pensi, vendica incoscientemente il Dio così oltraggiato. Perchè del­le distinzioni e delle caste fra gli uomini, quando es­si non accettano i titoli conferiti da Dio stesso? I demagoghi ritorcono contro i signori, il loro stesso linguaggio.

Come l'aristocrazia, la borghesia, a sua volta, non ha più confidenza nel Signore e gli lesina i suoi figli, L'esempio delle classi alte trascina il discredito gettato dagli uni, provoca il rispetto umano negli altri. Il sacerdozio non attira più. Esso appare come una casta in decadenza. E si cerca sempre per i fan­ciulli, quand'essi hanno talento e carattere, una edu­cazione atta ad elevarli al disopra del comune, un piedestallo che li renderà grandi, e nello stesso tem­po onorerà la famiglia intera.

Rettifichiamo qui, senza pietà, un termine che im­plica in sè un'idea fissa. Si dice: la carriera sacer­dotale, il sacerdozio non è una carriera propria­mente detta, è uno stato unico a parte ed al di sopra di tutte le carriere, anche delle più nobili. E se vi fu un tempo in cui la sua nobiltà fu tanto ambita nella società, da provocare in essa delle ambizioni, le cui conseguenze furono tanto dolorose, oggi ohimè! essa è caduta: il sacerdozio è discreditato, abbandonato, da tutte le classi sociali.

Se uno dei figli di un gran signore ha ricevuto il rifiuto formale da suo padre, alla domanda di farsi prete, perchè gli si è fatto osservare « ché non deve abbassarsi », perchè il figlio del dottore o del notaio dovrebbe andarsi a chiudere in seminario, quando tutto gli sorride nell'avvenire, quando ha la speranza di elevarsi nella società, e di lasciare alla stia famiglia, un nome ch'egli avrà reso illustre?

L'onore offerto da Nostro Signore è miscono­sciuto e disprezzato... che dolore! Si sarebbe fieri di avere un figlio ministro o alto personaggio ai servizi di un re della terra, e si tenie di farne un mi­nistro del Re immortale? Una giovinetta molto ricca della borghesia, può aspirare a un nobile parentado e ciò avviene frequentemente, perchè i milioni com­prano tutto. Ma è raro, molto raro ch'ella non incontri opposizioni, se pretende di diventare « re­gina » consacrandosi a Dio, un castello potrebbe diventare la sua dimora; il monastero, il palazzo del Re Crocifisso... è una follia!

Ma gli umili, rispondono essi almeno generosa­niente all'appello divino? Ne sono essi onorati? Ohime! Essi risentono della mentalità anzidetta, per quanto in un grado minore. Essi sanno che i tempi sono duri, che il sacerdote è povero e che per lui la lotta é aspra. Niente li attira adunque verso il seminario od il convento. Bisogna, per con­seguenza, che la fede degli umili sia ben radicata, perchè il divino mietitore scelga tra di essi alcune belle spighe, che frutteranno mille per uno nel canapo della Chiesa.

Ma sembra che il Dio di Betlemme abbia voluto, come compenso, mettere nell'anima del povero e dell'umile una nobiltà di sentimenti ed un istinto del Divino, che noi riscontriamo sempre meno nella classe superiore. Io conosco una povera domestica. già avanzata in età malaticcia, che dette tutte le sue economie per le spese necessarie all'educazione in un seminario, di un fanciullo più povero di lei “lo servirò fino alla morte, diceva ella, ma voglio offrire un sacerdote al mio Dio”.

Il barone di... è vittima di un grave accidente di caccia. Per molto tempo ha dimenticato i suoi doveri religiosi: altezzoso e poco amico dei sacerdoti, egli agonizza tuttavia nella povera stanza di una chiesa di campagna. Il giovane sacerdote ha, egli stesso, deposto il ferito nel proprio letto, ed ha fatto con abilità e delicatezza, i primi medicamenti. Quando la famiglia piangente arriva, il ferito è calmo. Egli riposa tra le braccia dello zelante sacer­dote, che lo ha confortato, ed ora lo conforta e lo prepara al supremo distacco.

Dopo la prima esplosione di dolore, la madre e le figlie si provano a ringraziare; la loro riconoscenza è ben grande per quel sacerdote, che il ferito vuole accanto a sè, chiamandolo il suo miglior amico, il suo ammirabile benefattore. Esse chiedono: « il Suo nome Reverendo? » Sentendolo, il barone tur­bato si solleva ed esclama: « Ma come, Ella sa­rebbe il figlio di X... il nostro antico portiere?... » « Si, risponde il giovane sacerdote, timidamente. Ma non parliamo di questo, aggiunge egli, rivol­gendosi alle signore, preghiamo piuttosto per il caro malato. Io le ho attese per dargli il Viatico ».

La sera stessa il barone rendeva la sua anima a Dio, fra le braccia dell'umile sacerdote, figlio di un portiere, di cui ecco la storia. A undici anni, per sua richiesta, i genitori lo misero in Seminario. Il barone, scontento e dimentico dei lunghi anni di ser­vizio e di fedeltà del suo servitore e di sua moglie, che era stata nutrice di due sue figlie, congedò la famiglia, quando apprese questa notizia.

Qualche tempo dopo, il buon servitore, minato dal dolore, morì, ma il fanciulla continuò gli studi, e Dio voleva che il giusto pentimento, la misteriosa espiazione, la santa vendetta, la riconciliazione ca­ritatevole fosse fatta nelle sue mani sacerdotali.

In quell'ora solenne, in quel quadro illuminato già dalla luce dell'Eternità, chi era realmente il grande, il vero personaggio di dignità morale, e di potere superiore a tutta la potenza terrena?

Vi è anche il peggio della diffidenza delle classi la mentalità dei giovani educati nella frivolezza, per il piacere. E come la sconfitta d'un esercito è certa, per l'educazione effeminata e per la leggerezza di costumi d'una razza, così lo spirito di sacrificio e di dedizione, la vocazione di rinunzia a sè stessi del sacerdote e della vita religiosa, non possono svilup­parsi in una gioventù assetata di comodità e deli­rante di piacere.

Il principio antimilitarista non è soltanto e prin­cipalmente un principio d'orgoglio rivoluzionario essa è, prima di tutto, un principio di sensualismo eccessivo. Si aborre l'esercito più per egoismo che per umanità.

Nel seminario e nel chiostro si forma ugualmente una milizia, più forte, più disciplinata, più rigida nella santa austerità, più virile nella resistenza di carattere, più provata non solo in atti isolati, ma in una vita intera di eroismo. Ora, i giovani vogliono scuotere ogni giogo di disciplina. Tanto si è parlato loro di libertà, di indipendenza, di diritto alla po­tenza senza limiti, che sembra loro impossibile, an­che se cresciuti in famiglia cristiana, d'abbracciare la vita sacerdotale o religiosa.

Nella crisi di vocazione vi è una crisi acuta di carattere, vi è anche una crisi di sensualismo. La mancanza di sobrietà, di freno, di pudore, crea una atmosfera carica di passione, che la vita sociale. l'abitudine del teatro malsano e degli abiti provo­canti rende più densa ed asfissiante. La virtù dei giovani, anche dei migliori, è scossa.

 

V. - IL VITTORIOSO APPELLO DEL SIGNORE.

Sopra tutte le opposizioni, restano i diritti del Maestro che ha fatto, del sacerdote, lo strumento indispensabile delle sue grazie. Egli si riserba il diritto sovrano di regnare, nella numerosa falange dei suoi amici predestinati, quelli ch'Egli ha guardato con sguardo di predilizione: i Giovanni e le Ma­rie... Egli li prende dove vuole; fra gli umili, fra i grandi, fra i santi e fra gl'indifferenti. E a volte, per far risplendere la sua potenza, Egli va a cercarne anche più lontano. Egli designa, chiama sotto mille diverse forme, insiste con la sua grazia, fra dolce pressione, pur lasciando a ciascuno la libertà, il merito di seguirlo; si può sempre preferire a Lui, le reti e la barca del mondo, e rifiutare la missione gloriosa d'essere « pescatori d'uomini ».

Avviene qualche volta che il giovane, la fanciul­la restano esitanti, confusi, turbati. E allora comin­cia la grande e delicata missione dei genitori cristia­ni. Dio, che ha loro partecipato l'autorità sua, ri­chiede da essi un gesto di fede, una condotta che sia d'accordo con la loro coscienza cristiana, e che non soltanto non contraddica, ma sia conforme faccia eco alla sua volontà suprema. La loro mis­sione d'educatori e di maestri continua, con lo stret­to dovere, di secondare l'appello della grazia, senza precipitare le soluzioni, ma circondando soavemente e fortemente e prudentemente l'anima del fanciul­lo. E la santa decisione può nascere dal cuore della madre e delle figlie, del padre e del fanciullo come un unico stesso cuore. Oh, che santa unione!

Se ancora, dopo di questo, resta qualche dubbio la preghiera, i savi consigli. d'un direttore e una sottomissione perfetta alla volontà di Dio, provo­cheranno certamente la luce.

Una famiglia, per quanto nobile e cristiana, non può meritare la grazia di questa visita di Gesù Cristo, che passa da Re in cerca d'un ministro, da Fidanzato che vuol scegliersi una sposa. Certo, le vocazioni possono essere talora titoli di nobiltà di­vina, onde Nostro Signore vuol ricompensare unita, la fedeltà di molte generazioni... Ma l'onore di possedere un sacerdote o una suora é talmente superiore a ogni merito personale, ch'esso rimane una delle grazie più gratuite che il Signore possa accordare ai suoi amici. Così pensava il sig. Mar­tin, il babbo avventurato della piccola Teresa, quando diceva: « Io non merito che il Signor venga a prendere le sue spose a casa mia ».

Il numero sempre crescente, delle famiglie cri­stiane, insensibili e refrattarie a questo onore incomparabile, è uno dei sintomi più inquietanti della decadenza del senso sociale cristiano.

Supponete questa dolorosa inversione d'una delle più belle scene evangeliche: la sera del Giovedì Santo Gesù, venuto a Betania, per il supremo addio, è fermato sulla soglia della casa, congedato colla sua Madre Divina, da coloro che Egli aveva chiamato suoi amici: Lazzaro, Marta e Maria, e questo perch'Eglí li invitava a partecipare alla sua crocifissione, e a seguirli fino al Calvario!

Ahimè, come questa scena si ripete troppo spes­so, per il Cuore Divino, nelle famiglie amate, ove Egli viene ad invitare qualcuno al suo seguito! Ep­pure è Lui il solo padrone, che avendoci tutto dato, può anche liberamente riprendere e scegliere quel che è suo.

Non è dunque mai l'intruso, meno ancora il la­dro, quando chiama con un amore che potrebbero invidiarci gli angeli.

Ho visto molto spesso scacciare insolentemente l'Amico di Betania! Ho visto questo dolce Maestro, bandito dal focolare, solo perchè osava rivendicare un bene che solo temporaneamente aveva confi­dato alla custodia dei genitori.

Queste famiglie così degne, così cortesi, di edu­cazione così fine, io le ho viste, soffocate dalla collera. Io le ho intese pronunciare parole che, per rispetto alla sua miseria, non avrebbero detto ad un mendicante impertinente.

“Io ho otto figlie”, mi diceva una signora, « tut­te son fisse nella mia mente: sei saranno per il mondo; esse si mariteranno facilmente. Quanto a Luisa, la più piccola, è così poco graziosa, così poco simpatica e intelligente che farà bene ad entrare in convento. E' la sola alla quale permetterò di essere religiosa » ed abbassando la voce, « il pic­colo cencio della famiglia: non é buona a nulla ».

Il Signore dispose altrimenti, e prese, nonostante il volere della madre, le due figlie preferite per il monastero, e una terza per il cielo. Un rovescio di fortuna cambiò crudelmente la posizione. Le tre figliole che restarono dovettero lavorare per vivere e far vivere la madre e la sorella malata. La povera madre, in uno stato quasi di miseria, dovette assog­gettarsi a mangiare nel parlatorio di un convento, ove una delle sue figliole era divenuta superiora. Ella aveva spesso detto: « E' una provvidenza che vi siano dei conventi, perché essi sono il rifugio degli spiriti miseri e insopportabili, delle malatic­cie, di coloro che una famiglia di un ceto rispetta­bile non potrebbe, convenientemente sistemare », e in altri termini: Gesù é il mendicante al quale si gettano i rifiuti del mondo, gli esseri deboli nel fisico e nel morale.

Ho potuto spesso ammirare la debolezza infinita, la pazienza instancabile, la divina pietà del Mae­stro adorabile, il cui Cuore resiste a tutti gli oltraggi per conquistare un'anima d'apostoli, un'anima di sposa!

La lotta é crudele anche per gli eletti, tanto più, in quanto sentono che il seguire Colui che li chia­ma, é un loro pieno diritto. Essi veggono la libertà di cui godono i loro fratelli, libertà di cui questi possono abusare a volte, mentre essi menano una vita di oppressione e di diffidenza insopportabile. Tutti li allontanano da tutta ciò che potrebbe fa­vorire quello che viene preso per una “esaltazio­ne”. Non si accorda loro che il minimo di espan­sione, di pietà e s'impongono loro le più odiose restrizioni.

Conosco il caso di un giovane che, per arrivare a intrattenersi con il suo direttore, non trovava altro mezzo che di fingere una innocente relazione amo­rosa, per la quale veniva approvato in famiglia. Egli vedeva a teatro, a passeggio, una giovinetta... e tutti e due parlavano di vocazione, perchè tutti e due si trovavano nella stessa insostenibile e do­lorosa situazione. Essi dunque complottavano in favore di Nostro Signore.

Aiutandosi a frustare le opposizioni, che le famiglie entusiaste della loro unione avrebbero fatto alle loro vocazioni, essi si vedevano al teatro ed a passeggio, ma... dopo qualche momento di mistico conversare, si separavano, ed andavano a compiere il loro piano d'avvenire, coi loro confessori.

Egli a ventun anni e lei a ventitrè, partivano realizzavano infine la santa ambizione, per la quale avevano sofferto per lunghi anni, una vera tortura morale.

Non è un'enorme ingiustizia di questo caso, vissuto, che questi due giovani, che pur avendo ogni libertà di vedersi e d'incontrarsi, non potessero avvicinare i loro maestri e direttori nean­che una volta al mese?

Quanti casi come questi, ed anche più penosi, si verificano in seno alle migliori famiglie!

Ci si difende con accanimento contro il Volere Divino, e giovani anime si veggono tristemente obbligate di lottare contro i loro parenti. Una con­vinzione di coscienza fatta contro l'affezione ed il rispetto filiale.

« Se lei sapesse - mi diceva una giovane - come il mio cuore batte quando debbo incontrare i miei cari parenti, per difendere la mia vocazione, i diritti contestati del mio Gesù! ».

« Io spero che tu non ci darai mai questo grande dolore », diceva la Contessa X... a sua figlia di venti anni, che parlava continuamente a voler essere reli­giosa, rinunciando ai più brillanti partiti e dando prova in tutti i modi della serietà della sua deci­sione. « Tutto, mia cara, tutto eccetto questo -­ diceva la madre con veemenza - questo sarà un sacrificio al disopra delle mie forze. E poi pensa al tuo stato! ».

Dai venti ai ventotto anni, la povera fanciulla subì gli assalti terribili. Infine, dopo una scena di disperazione da parte della madre, ella si sente vinta e dichiara di acconsentire a maritarsi.

« Ma brava - esclama la madre consolata tu finalmente hai pensato all'onore dei tuoi parenti; il cielo ti benedica ».

Il Cielo avrebbe presto risposto dell'onor suo! Due anni dopo, poche persone intime, accompa­gnate dagli agenti di polizia, bussavano alla porta dell'albergo ove abitava la contessa. Esse ricondu­cevano presso la madre, la giovane figlia, vacillan­te, tutta atterrita dallo spavento, con gli abiti por­tanti ancora tracci di sangue... Ella si era maritata con un « viveur », che aveva considerata questa unione soltanto come un mezzo per dare, con i mi­lioni della sposa, un lustro al suo blasone scolorito.

Era stata molto infelice, e quella notte, il marito, che non l'amava affatto, era rientrato tardi ed ubriaco, ed aveva cercato di batterla perchè essa lo aveva rimproverato; e mentre lei si difendeva, egli perduta la testa per la collera e per i fumi del­l'alcool, si era ucciso con quello stesso colpo che voleva dirigere alla povera donna.

Se i genitori hanno il diritto di mettere a prova prudentemente e delicatamente la vocazione dei loro figlioli; se anche, in certi casi, per essi un do­vere, non debbon tuttavia opporvisi per partito preso. Vi è un'enorme distanza tra la discrezione del silenzio, dell'osservazione, dell'attesa, ed il Si­stema della biasimevole opposizione di cui ab­biamo parlato.

E perchè tante esigenze, tante prove, fatte fare prematuramente, tante precauzioni per questa va­cazione di sacrificio; ed invece tanta felicità, tante strade aperte per le carriere del mondo, ove i pericoli che minacciano l'onore, la coscienza dei gio­vani, sono così numerosi?

Si direbbe che i genitori siano nati, e vissuti nel mondo, come in un paradiso terrestre, circondati di virtù e di delizie, talmente preme loro che i propri figlioli vi rimangano, nonostante la voce della loro coscienza.

Noi concepiamo chiaramente la lotta del cuore in un padre e in una madre; la perplessità dovuta ad una esitazione istintiva, ad una ripugnanza na­turale al sacrificio che loro chiede Gesù, ma non comprendiamo il perchè, nelle famiglie cristiane, il mondo sia preferito alla vita religiosa.

Poichè di fatto, su cento eletti del Signore, si può con certezza affermare che, in generale, tutti e cento siano molto felici, mentre che quelli che hanno l'esperienza del secolo, sanno quale sia, all'’opposto, la spaventosa proporzione dei felici tra coloro che vivono nel mondo.

Se i genitori avessero incontrato, prima del loro matrimonio, le diffidenze, le opposizioni nascoste e palesi, i fastidi di ogni genere che tante giovi­nette hanno, per attuare la loro sublime vocazione, avrebbero considerato quelle giuste, legittime, ra­gionevoli? No! essi sanno bene a quali pericoli, a quali scandali frequenti, a quali sofferenze condu­cono le opposizioni matrimoniali fondate, per esempio, su l'ineguaglianza del patrimonio o di stato, quando i cuori che si amano superano qualunque ostacolo, pur di raggiungere la loro felicità. Forse qualcuno, leggendo queste righe, ricorderà le amarezze provate per il rifiuto e l'opposizione sistematica, che essi risparmino ai loro figlioli, di fronte a una via ben più alta e sublime, queste angustie, che sono un'agonia del cuore.

Mi preme di esporre qui un'idea molto seria, che potrebbe far riflettere molte famiglie cattoliche. Da che dipende lo strano, inesplicabile svilup­parsi d'indifferenza, d'irreligiosità, e a volta anche l'assenza assoluta di pietà, in un fanciullo nato ed educato in un focolare cristiano?

Questa anomalia può avere, secondo il mio umile giudizio, più spesso di quanto non si pensi, la sua causa non soltanto nel singolo individuo, ma nella catena che lega le famiglie e le generazioni.

La legge della grazia, come la legge della na­tura, stabilisce questo stretto legarne, questa comu­nione di beni e di infermità morali e materiali. Mi é sembrato constatare, che quando si estingue la sorgente di grazia, che é il pozzo divino dì una vocazione, non soltanto ne patiscono le anime degli estranei assetati dell'acqua della grazia, ma la fa­miglia stessa ne soffre, o ne soffrirà nelle succes­sive generazioni. Quel pozzo divino, quelle messe, quelle immolazioni, quelle preghiere, quella vita d'olocausto erano destinate prima di tutto ad ar­ricchire la vita soprannaturale del giardino familiare. Tutti gli alberi questo giardino vivono colle radici nello stesso suolo, tutte le anime sono in stretta comunione spirituale; vi è una partecipa­zione più o meno abbondante di tesori, di luce, di forza, di amore.

E che non si vada a cercare un'altra spiegazione a questi strani problemi morali, a questi enigmi an­gosciosi che si incontrano in alcune famiglie: la chiave non ne è, spesso, che il rifiuto delle grazie di una vocazione. Si è rinunciato ad un patrimonio misteriosamente, un male latente ed insanabile ne farà lungamente sentire la privazione, per diverse generazioni.

Il Signore è geloso del suo onore; è facile avve­dersi di ciò. Egli che, per estrema umiltà, provocata dal suo amore, lascia il trono, lo scettro ed il suo cielo di gloria per salvare il mondo, non vuol essere disprezzato nelle sue chiamate. Di quest'oltraggio, che lo ferisce infinitamente, Egli si vendica - pare portando via, con violenza, il tesoro rifiutato alla Maestà sua.

Non dimenticherò mai questa eloquente lezione di giustizia divina, inflitta a una madre ostinata, da Nostro Signore. La Signorina di X... supplicava in­vano i suoi per ottenere l'autorizzazione d'entrare in convento. Essendo maggiorenne avrebbe potuto farne a meno, ma le sembrava preferibile d'aspet­tare che il suo affetto, le sue pene, la tenacia nel suo desiderio, piegassero l'opposizione di sua ma­dre. Questa, da parte sua, sperava in una evolu­zione nell'animo della figlia. La situazione diveniva pertanto sempre più penosa, e la madre, esasperata, finì per esclamare un giorno: « Ebbene, se doves­si scegliere fra vederti religiosa e contemplarti morta, preferisca e chiedo la seconda cosa ». Ed ella insistè su questo terribile augurio. Ma per dis­sipare la dolorosa impressione prodotta sulla gio­vane, essa aggiunse: « Preparati, domani partiremo. I viaggi ti distrarranno; staremo in giro due mesi, e avrai, senza dubbio, la fortuna di dimenticare, in viaggio, le tue fantasticherie ». Esse partirono, e la mamma non risparmiò nè denaro, nè fatica per distrarre con passeggiate, teatri, serate e spiag­ge, i desideri deprecati della docile figliola che, nonostante tutto, conservava intimamente il tesoro della sua vocazione.

Un giorno, mentre il treno espresso su cui erano montate arrivata alla grande stazione di X..., la fan­ciulla dette un leggero grido, mormorando convul­samente: « Gesù mio » e... cadde morta ai piedi della madre costernata. Qualche minuto dopo il cadavere era calato dalla vettura e steso sopra un banco d'una sala d'aspetto.

Al posto del velo di sposa di Nostro Signore, era spiegato un lenzuolo funebre; la povera madre pagava a duro prezzo la sua triste preferenza...

 

VI. - RISPOSTE AD ALCUNE OBIEZIONI

Come conclusione di questo studio, esamineremo ora brevemente una serie d'obiezioni, che si tro­vano sulle labbra di alcuni genitori, altrettanto buoni cristiani, quanto temibili nemici delle vocazioni. Contraddizione inesplicabile! Essi adorano Gesù Cristo in ginocchio, ma sono terrificati al pensiero che uno dei loro figli divenga un altro Cristo o una sposa del Re d'Amore.

Ridurremo a sette, questa serie purtroppo lunga, e risponderemo con tutta la santa e triste veemen­za, che l'onore disprezzato del nostro Divino e ado­rabile Maestro, mette in un cuore d'apostolo e di sacerdote.

1°) Per l'amore di Nostro Signore, per obbedire cioè al quarto comandamento, che i nostri figlioli rinunzino alla vocazione loro, e non ci impongono questo sterile sacrificio!!

Salvo il caso del figlio unico che debba sostenere dei genitori poveri o malati, caso ben chiaro in ge­nerale, e che non si discute, l'obiezione or ora for­mulata non regge.

Nostro Signore stesso ne ha dato la risposta nel Vangelo: "Chi preferisce suo padre o sua madre a Me, non è degno di Me”.

Del resto, anche umanamente parlando, perché gli eletti del Signore sarebbero i soli a rinunziare alla loro sublime vocazione, mentre i fratelli e le sorelle possono, con ogni libertà sposare, lanciarsi negli affari, allontanarsi dal tetto, paterno, in una parola: scegliere liberamente la loro vita?

Quante volte abbiamo dovuto constatare simile in­giustizia! Essa é ornai tanto comune, da diventare quasi una regola stabilita. Quelli che desiderano consacrarsi a Dio, debbono aspettare la morte dei genitori; devono essere i fedeli infermieri dei loro ultimi giorni, mentre tutti gli altri, per fondare una famiglia ed assicurare il loro avvenire, possono pren­dere il volo a loro piacimento. Cento volte m'è capi­tato di vedere questo: Gesù può attendere, i fidan­zati terreni, no! Certamente non li condanniamo se hanno proceduto con prudenza; ma reclamiamo almeno gli stessi diritti per il Fidanzato Divino. Giac­ché, se la vocazione del matrimonio crea, ad una certa età, ed in circostanze normali, un diritto, rea­le, questo diritto é, almeno lo stesso, se non più formale e più imperioso, quando si tratta della vo­cazione religiosa.

Il quarto comandamento obbliga indistintamente tutti i figli di una stessa famiglia. Un fratello non può, senza ingiustizia, disimpegnarsene a danno del proprio fratello.

V'è una gerarchia dei doveri che elimina qualun­que conflitto.

Il primo comandamento precede il quarto e tutti, genitori e figli, debbono rispettare questa priorità. Tale è l'ordine stabilito da Dio stesso.

Questi genitori che reclamano il sacrificio d'una vocazione, avrebbero essi stessi, in simili circostanze spezzato al loro avvenire, ritardato il loro matri­monio?

Quanto al sacrificio che fate, non dite che sia ste­rile. Oh! No! Benedetti, mille volte benedetti, i geni­tori che offrono il glorioso sacrificio che Nostro Si­gnore chiede loro, per la sua causa. Essi saranno colmati di felicità, e la loro ultima tappa quaggiù sa­rà più radiosa d'un meriggio, poichè Dio si com­piace di vincere in generosità la creatura.

Essi avranno la loro parte meravigliosa nella fe­condità sacerdotale o religiosa dei loro figli. L'onore e l'abbondanza empiranno la loro casa, come fu colmata quella del vecchio Giacobbe per la gloria e la potenza del suo figlio Giuseppe.

“Pensa ai diritti di tua madre, non dimenticare che tu sei mia figlia!", diceva con indignazione una madre alla sua figliola, che già maggiorenne, libera ormai di attuare il suo ideale, che aveva accarezzato ormai da quattro anni, sollecitava dalla madre una ultima benedizione prima d'entrare in convento.

Con le lacrime agli occhi, con un tono dolce e ri­spettoso, la ragazza replicò: “Mamma, tu non hai mai parlato così alle mie due sorelle minori già ma­ritate, nè al mio fratello maggiore tanto lontano da noi. Mamma, pensa ai diritti di Gesù”.

2°) Faccio ostacolo alla sua vocazione, per la sua felicità.

Fu l'obiezione di un padre al suo figlio maggiore, diventato dottore in diritto, e brillante avvocato, me­no per convinzione propria che per compiacere i suoi. Alle istanze reiterate del giovane, il padre ri­sponde: « Tu non conosci il mondo; come puoi dire che non sarai felice? Aspetta, osserva, esci di più, tu sei in una età in cui puoi godere ».

Quante volte, triste ed inquieto, il giovane rispon­deva: « Sento che sarà un grande infelice nel mondo e un cattivo. Sarò debole e ne soffrirete anche voi... Lasciatemi partire... » Tutto era inutile. Trascorsero molti anni. Il giovane avvocato diventò quello che a­veva previsto: « un grande infelice » e fu veramente uno dei deboli che il mondo perverte.

La sua fede fu sommersa in una palude di passioni scatenate. I suoi disordini procurarono vergogna alla sua famiglia, che dovette ritirarsi in campagna. Il vecchio padre fu improvvisamente colpito da apo­plessia in seguito ad una grande discussione col fi­glio, che reclamava imperiosamente denaro... sem­pre denaro!

Chiese un sacerdote, il curato del villaggio accor­se, ma il figlio snaturato gli impedì di accostarsi al malato per assolvere la sua missione... « No, signor curato, no: se non volle in casa sua il figlio prete, non ha certo bisogno d'un sacerdote estraneo ».

Disputare un figlio a Dio, è addossarsi la sventu­ra; se non sempre la sventura materiale, almeno quella intima e morale.

E nello stesso modo che non sarebbe giusto nè ra­gionevole spingere verso il seminario od il chiostro un giovane o una fanciulla aspiranti legittimamente al matrimonio, allo stesso modo sarebbe odioso e pericoloso di trattenere per forza nel mondo, co­loro che desiderano sortirne. Noi reclamiamo questa libertà per la felicità del tempo e dell'Eternità.

Ma paragonare la pace interiore, la calma, la di­gnità e la felicità della vita religiosa e sacerdotale, con la umana felicità, è fare ingiuria alla saggezza del Signore, fare un onore insensato ai capricci e alle invenzioni degli uomini.

Se i genitori comprendessero la felicità inesprimibile che provano gli eletti dell'altare e del chiostro, essi cederebbero generosamente ai loro desideri.

Ma come potrebbero essi farsene una idea esatta, essi che vivono in un ambiente completamente di­verso? a poco a poco tuttavia, quando é dato loro di penetrare nella pace e nella luce di cui sono inon­dati i loro figli consacrati, quale sorpresa e quale gioia per essi!

Tale fu lo stupore profondo di Luigi XV, quando vide la sua figlia Luisa nella sua angusta cella di Carmelitana, vivente di silenzio, di mortificazione e di soggezione e cantando, nonostante questo, la sua felicità! Il re frivolo ebbe una lezione che dovette ricordarsi un giorno.

Creder di lavorare alla felicità dei figlioli, oppo­nendosi alla loro vocazione, non è d'altronde che una conseguenza logica dello spirito del mondo. Di­fatti, quando si è ricco, giovane e libero, come cre­dere che si possa vivere felici nella povertà, la ca­stità e l'obbedienza? Questa follia della croce è ben lungi dall'esser l'ideale anche per dei buoni cristiani. Ma ciò non deve impedirci di predicar loro questa filosofia sublime, e di persuaderli lentamente e soa­vemente, in difesa della Divina Sapienza della Cro­ce e dei diritti del Crocifisso.

Sì, quelli che si sono consacrati a Gesù sono feli­ci; sono anzi i soli pienamente felici, giacchè si sono spogliati spontaneamente e con gioia di tutto. Essi sono stati padroni della loro natura, hanno voluto vivere della grazia. Quanti desideri repressi o nobili tali! Quante torture eliminate dal sacrificio delle pas­sioni; quanti piccoli interessi sostituiti dall'unico e supremo interesse: la gloria di Dio!

Essi hanno lavorato aspramente per spezzare le loro catene, ma in ricompensa, allorchè i legami so­no stati rotti, volano con sicurezza oltre ogni bruttura e miseria del mondo. Essi respireranno l'aria pura delle grandi altezze. Oh! che santa libertà, che no­bile indipendenza, che umile fierezza, quella di cui si gioisce al servizio del Signore!

E soprattutto, quale pace immensa e divina che nessuno può rapirci! Noi lottiamo, certamente, anzi noi facciamo della immolazione, un sistema di vita soprannaturale, e del dolore, un mezzo di gioia per l'amore divino; ma nella nostra vocazione di sacrifi­cio, la croce, lungi dall'éssere un patibolo, è il trono di gloria che abbracciamo con amore.

E questo, perchè noi possediamo la sorgente, per eccellenza, della gioia e della forza, il Cuore di Gesù!

In Lui, e con il soccorso della sua Madre Imma­colata, noi godiamo anticipatamente del Cielo, noi abbiamo tutto.

Genitori cristiani, che non desiderate per i vostri figli una felicità artificiale, seducente ed ingannatri­ce, ma una felicità reale, pura, senza fine, donate i vostri fanciulli al Maestro adorabile, Re dei cuori sacerdotali e sposo delle anime vergini.

Egli non cambia, non mente, non muore mai!

3°) I nostri figlioli hanno delle illusioni, la loro pretesa vocazione non è che momentanea esaltazio­ne religiosa... essi non hanno ancora l'età.

E' vero che ci si può cullare nell'illusione, e senza dubbio, il pericolo d'ingannarsi esiste dappertutto; tuttavia è molto meno là che altrove. Perchè?

In primo luogo, perchè la vocazione sacerdotale e la vita religiosa sono essenzialmente vie di sacrificio, ed il sacrificio non seduce, nè esercita alcun fascino come il piacere. In secondo luogo, perchè tutte e due hanno un tirocinio, una prova, un noviziato, che il matrimonio non ha e non può avere.

Il tempo del fidanzamento è lungi dal dare una idea reale della vita coniugale, con i suoi doveri e le sue responsabilità; mentre la vita del seminario ed il tempo del noviziato sono, per se stesse, la vita che condurranno gli eletti dopo l'ordinazione e la profes­sione. Il sacerdote dunque e il religioso sono infini­tamente più coscienti nella loro scelta, del più intelligente e più ponderato candidato al matrimonio. L'esperienza conferma eloquentemente quest’affer­mazione, là, dove la nefasta legge del divorzio ha alzato le barriere, s'è potuto fare una statistica di focolari infelici. Invece le persecuzioni subite in cer­ti paesi hanno provato che le anime consacrate non erano state disingannate nella loro vocazione. Il co­raggio eroico, con cui esse hanno affrontato l'esilio, la povertà e le sofferenze di tutti i generi, per restare fedeli, prova ben chiaramente la felicità intima in cui esse vivono sempre, nonostante l'uragano.

Dunque, se è permesso avere dei dubbi riguardo alle intime disposizioni, alla capacità o alla salute di coloro che si sentono chiamati dal Maestro, questi dubbi saranno certamente dissipati, prima del su­premo impegno; ciò fa, della vocazione religiosa, la via più sicura e più provata; per conseguenza la più lontana da ogni illusione.

Ciò è come dire che gli inconvenienti dell'età non sono che apparenti, e poichè noi tocchiamo questa questione dell'età, ci preme di far constatare la dif­ferenza ingiusta delle misure ordinariamente usate dalle famiglie, secondo cui si tratti di matrimonio o di convento. Sono rari i genitori che rifiutano il permes­so di fidanzarsi ad una fanciulla dai 18 ai 21 anni, quando il pretendente offre delle brillanti garanzie materiali e delle sicure doti morali. Ma quanti gio­vani di questa età otterranno l'autorizzazione bene­vola dei loro, io non dico per professare, no, ma semplicemente per diventare aspiranti in un semina­rio o in un noviziato?

Nostro Signor Gesù Cristo è dunque meno degno di essere accolto dalle povere creature umane? Non può Egli dare sufficienti garanzie di felicità, alla fi­danzata che Egli chiama nel suo palazzo di sacri­ficio e di povertà? Perchè, questa parzialità oltrag­giosa pel suo Cuore?

Evidentemente i genitori possono e debbono esa­minare e studiare soprannaturalmente la serietà del­la chiamata ma, consultando coloro che ufficialmen­te sono maestri e specialisti nella questione come si fa per ogni altra materia. L'affezione naturale di­venta una formidabile ingiustizia, e i genitori s'in­gannano spesso, quantunque in buona fede, quando giudicano da soli, delle aspirazioni dei loro figli.

Un fanciullo vivace, monello, fanatico delle pas­seggiate e dei giuochi, diventa spesso un religioso eccellente; una giovinetta apparentemente leggera, vanitosa, dissipata dalla mondanità, può diventare una santa Carmelitana. Lo spirito del Signore soffia dove vuole, e vince quando trova la buona volontà. Al contrario, non è rado vedere la più pia e seria delle fanciulle, maritarsi e diventare un'eccellente madre di famiglia.

Che sia necessario conoscere il mondo per rinunziarvi, è un ragionamento assolutamente falso. Non si deve cercare la menzogna, per amare la verità, e dare ad essa il suo giusto valore.

Si dovrebbe dunque tentare di rovinar la salute, di provocare una malattia, per apprezzare meglio il dono della sanità? O sprecare una ricchezza, per meglio apprezzare il benessere materiale?

Allora, perchè non imporre, con la stessa teoria, sei mesi di convento a coloro che sono chiamati al matrimonio, perchè conoscano anch'essi e conside­rino meglio, in cambio, quello che pretendono tro­vare nel mondo?

4°) Guardate quel giovane che voleva essere sa­cerdote, guardate quella fanciulla che pensava tanto risolutamente al convento; hanno sposato, e sono fe­lici. Se non si fossero trattenuti a tempo!

Andiamo piano, in una affermazione tanto delica­ta; essa potrebbe trascinarci ad errori fatali. Quel giovane e quella ragazza, dite voi, volevano decisa­mente consacrarsi a Dio; ora, la prova che si ingan­navano sta nel vederli sposi felici.

Questo può succedere, nulla di più semplice e di più umano; ma allora noi potremo dire che la risolu­zione e il desiderio di quei giovani, non erano così sicuri come si poteva credere; questo sarebbe so­prattutto vero, se la vostra opposizione non fosse stata un ingiusto rifiuto, ma una prova ragionevole e prudente che voi potete, del resto, sempre esigere„ come poco sopra fu detto.

In ogni caso, non si può assolutamente concludere che il cambiamento avvenuto stia a provare in favo­re dell'opposizione; che cioè, tutti quelli che hanno cambiato, si ingannassero e sbagliassero strada; nè che tal cambiamento fosse voluto dal Cielo, sebbene li abbia resi felici; poichè le cose non sono sempre in realtà, come appariscono a prima vista.

Una guerra di opposizione, abile e delicata, op­pure un sistema di soffocamento tenace, prolungato, crudele, possono pur condurre alla rovina, non sol­tanto di una qualunque debole aspirazione, ma della più sicura e più eccellente vocazione.

La più forte salute, la più bella voce, la migliore delle memorie possono perdersi ad un tratto, in una crisi acuta; ma la perdita del tesoro, non prova affatto che non lo possedevano.

Così per la vocazione. I cedri del Libano possono essere sradicati dalla tempesta; e che sarà delle anime da cui chiamate, esposte al vento della dissipa­zione, per provarne la vitalità? Quali genitori, per giudicare dei sentimenti della loro figlia fidanzata, metterebbero a continuo contatto con altri preten­denti che se la disputino? Quale mai fidanzato potrebbe tollerare un simile sistema? E se, alla fine, la fanciulla, invaghita del fascino e della ricchezza d'un altro, cambiasse un giorno la sua scelta, tutto ciò, potrebbe forse dimostrare che la prima simpatia non fosse esistita seria e verace? Non si deve scher­zare col cuore. Ed il fatto che un povero cuore pren­de fuoco, passando sui carboni ardenti del mondo, non dimostra che due cose: la debolezza del can­didato, e la colpevole responsabilità del tentatore.

Bando dunque, all'iniquo sistema che consiste nel mostrare il mondo in quel che ha di più seducente, ossia di ingannevole, non già per provare la serietà di una vocazione, ma per soffocarla.

Nondimeno, non giudicando che dalle apparenze, affermare che il cambiamento di strada ha dato la felicità, é temerario.

Quelli che si erano veramente ingannati, possono essere felici, ma tutti gli altri appariscono tali, e nel fondo del cuore non lo sono in realtà.

Fui chiamato presso una giovane signora moren­te: creatura dotata delle più belle qualità di spirito e di cuore, essa era capace di render felice il più esi­gente marito.

Aveva già ricevuto gli ultimi sacramenti, ma volle, prima di morire, confidarmi un segreto.

“Padre - disse. - Lei ha conosciuto il mio de­siderio di farmi religiosa; e come gli sia rimasta fedele lungamente. Vinta dalle lacrime di mio padre, già vecchio ed infermo, e da quelle di mia madre, consentii a maritarmi. Ebbene, padre, io muoio col desiderio mio vivo e insoddisfatto di essere religiosa, e con una profonda amarezza nell'anima, per aver vissuto questi tre anni di matrimonio fuori della mia vita. Ho fatto l'impossibile per render felice il mio ottimo marito, com'era mio dovere; ma non ci sono riuscita. Egli ha sentito che v'era in mezzo a noi un mistero che egli non comprendeva... Il mondo mi ha creduto felice... eppure, ahimè, io muoio profonda­mente infelice. Che Dio mi perdoni d'aver tradito i suoi diritti!”

Il giorno della sua morte, il marito, giovane ecce­zionale, mi confidava fra i singhiozzi “Non sono mai riuscito a dissipare un'ombra di tristezza che oscurava l'anima sua!... Ella non è stata felice con me, lo sentivo! Ha portato con sè nella tomba, chi sa quale segreto di dolore e di angoscia!”

Oh, queste anime disorientate, più da compiange­re che da biasimare, son più numerose che non si creda! Se i loro cuori si aprissero, come smentirebbero spesso, il sorriso delle labbra, ed accuserebbe­ro di folle imprudenza coloro che vollero radicare alla terra anime che sentivano la nostalgia delle altezze celesti!

Ho ancora sotto gli occhi lo spettacolo spaventoso d'un giovane dell'aristocrazia, che moriva idiota e roso dal male in un ospedale popolare.

La sua storia: fino ai 25 anni voleva esser sacer­dote e religioso. Avendo vasta intelligenza e talento non comune, la famiglia volle lanciarlo nel mondo per farne un piccolo superuomo moderno.

Quante volte egli aveva dichiarato alla madre: “Conosco il mondo e conosco me stesso. Se esso riesce a sedurmi, mi trascinerà fino in fondo all'abis­so non voglio”.

Ma lo tentarono in mille modi. Hanno complottato veramente per distoglierlo dalla sua vocazione e non posso raccontare quel che ha osato fare, per allontanarlo dall'altare, la sua sciagurata famiglia, consi­derata come cristiana!... Essa riuscì oltre quello che s'aspettava, ed io rivedo sempre quel povero caro amico mio piombare una sera nella mia stanza e sentendosi preso dalla voragine, dirmi piangendo: “Mi salvi Padre, salvando la mia vocazione. Nel mondo io mi perderò certamente!”

Le oscure previsioni del povero giovane si avve­rarono: onore, costumi, salute, la stessa ragione, tutto naufragò in pochi anni!... Invece del piccolo eroe mondano che s'era vagheggiato, invece soprat­tutto del buon Sacerdote che si sarebbe potuto dare a Nostro Signore, se ne fece un dissoluto e un'idiota.

La famiglia, spaventata, dovette assistere alla fa­tale caduta sul tremendo pendìo che essa stessa ave­va voluto; nel baratro che essa stessa aveva spa­lancato ai suoi piedi...

Quanti altri poveri sviati come lui! Quante anime, soprattutto vegetanti in una vita volgare e senza inti­ma felicità, che soffocano, nello stretto orizzonte che le opprime, conservando la nostalgia d'un cielo perduto! I genitori ignorano, ordinariamente, l'ultima parola di queste deviazioni. E la dolorosa angoscia dei figli ha un solo rimedio: far delle loro sofferen­ze una penitenza per essi e per i propri sacrificatori.

5°) Perchè farsi sacerdote, perchè essere religiosa quando si può fare altrettanto e più bene nel mondo?

“Ci mancano proprio dei cattolici convinti, ci mancano delle famiglie veramente cristiane”. Cattolici convinti e famiglie cristiane, ci mancano, ed è vero, ma il piccolo numero degli eletti, che sa­crificassero perciò la loro vocazione, non li aumenterebbe davvero! E pensate forse sinceramente di accrescere il numero dei veri focolari domestici cat­tolici, se rifiutate di fare, nel vostro stesso focolare, la volontà del Signore, se evitate l'onore di dargli un sacerdote, un a alter Christus?”

Far del bene nel mondo, praticarvi la virtù, è ne­cessario. Ma il primo bene, la virtù primordiale è quella di fare la volontà di Dio, e di assicurare con ciò la propria eterna salute.

Nessuno può occupare in nostra vece l'ufficio al quale Cristo ci chiama. Ora, soltanto a questo dato posto, il Maestro deve venire a cercarci e a chiederci il nostro rendiconto.

Per acquistare la virtù e il talento di fare un vero bene, un bene divino, intorno a sè, bisogna aver ob­bedito al Signore; e con tale obbedienza possedere in sè un tesoro traboccante di grazia.

Il soldato disciplinato è più forte del più ardito, quando costui sia indocile e indipendente.

Non dimentichiamo soprattutto questo: le anime consacrate si accostano alle anime, avvicinandosi a Dio; e contribuiscono maggiormente alla altrui san­tificazione. Esse sono il canale delle grazie divine.

Il bene intimo non si fa soltanto e soprattutto con la parola o con la sola attività esteriore, ma con la profondità della vita divina, in un intimo contatto con Gesù, che è l'Autore della grazia.

Non si abbandonano gli interessi della società, quando non si rinunzia che a ciò che essa ha di terrestre. E' dunque un errore che suppone una man­canza assoluta di senso soprannaturale, il credere a un più fecondo avvenire di un giovane che avesse rinunziato al seminario per far del bene nel mondo E' una concezione troppo umana della vocazione di­vina, quello di pensare che una giovinetta, per dedicarsi altrove, possa, con vantaggio proprio ed altrui, sacrificare la chiamata divina.

Vi sono casi eccezionalissimi e rari, in cui questo si è dovuto consigliare, ma il principio rimane tut­tavia di fare il bene là dove il Signore ci chiama. La­sciare l'adempimento della Divina Volontà, per glo­rificarlo, è illogico.

E se la fede nella fecondità della vita religiosa è morta presso molti cristiani, non esitiamo pertanto a ripeter loro: i sacerdoti e le religiose hanno per spe­ciale missione il bene soprannaturale delle anime, e che questa è la loro ragione di essere. Essi sono i messaggeri ufficiali del Re dei re, i suoi « plenipotenziari » ed hanno una luce, una potenza di suc­cesso, una grazia di stato che è loro propria.

Per le anime dunque, per il vero bene della fami­glia, della nazione, della società, non bisogna esita­re a lasciare tutto ed a lasciare se stessi: « Signore, eccòmi: cosa vuoi ch'io faccia? »

Il primo dei beni da compiere, il più urgente, il più grave, è quello di far la volontà di Dio, di seguir la sua voce.

6°) Ci si può salvare e santificare in tutti gli stati.

E' evidente. Noi sappiamo che la vocazione allo stato ecclesiastico o religioso, non è imposta da Dio come un comandamento: è piuttosto un consiglio, un invito misericordioso del Maestro. Se non si se­gue il suo consiglio, se non si risponde al suo invito, non ci si priva, perciò delle grazie necessarie alla salvezza eterna. Ci si priva soltanto di una facilità molto maggiore a salvarci, che si sarebbe trovata in questo stato di perfezione; ci si priva della speciale ed incomparabile gloria promessa ai ministri del Si­gnore e alle spose del Cristo.

Ma che deriva da ciò? Voi potete concludere che se il giovane o la fanciulla non rispondono all'invito del Maestro, non peccano per questo semplice fatto, poiché non disobbediscono ad un rigoroso precetto di Dio. Non si può negare tuttavia che essi commettono una grandissima imprudenza agendo in tal modo. Ma potete concludere che se i figli vostri deside­rano rispondere all'appello divino, se son decisi a sacrificare tutto, per abbracciare quello stato, a cui la grazia li sollecita, potete concludere, dico, che voi avete il diritto di opporvi?

Strana conclusione questa! Il vostro figliolo non é obbligato, sotto pena di peccato, a sceglier la via che gli sarà più facile e più gloriosa e più merito­ria; sia pure. Ma se vuol seguirla, avete voi il diritto di impedirglielo, di distrarlo, di gettarlo o di tratte­nerlo, suo malgrado, nel cammino tanto rischioso del mondo, dove egli si salverà più difficilmente o si perderà con più facilità?

Non vi provate a dire che le grazie di eterna sal­vezza e di santificazione si trovano allo stesso grado nel mondo che nel convento: sarebbe andar contro il Vangelo.

Rileggete la pagina di San Matteo: “Maestro buono, che cosa devo fare per guadagnar la salute eterna?” E Gesù indica la via più larga e più age­vole dei comandamenti. Ma il giovane insiste: « Per esser perfetto, cosa debbo fare? Che cosa mi man­ca? » « Se tu voi essere un tesoro più grande nel Cielo, vieni e seguimi! »

Seguir Gesù sulla terra, è conquistare una sovrab­bondanza di grazie che prepara un'eternità di gloria inconcepibile. In relazione alla salvezza e alla perfe­zione morale, non è indifferente essere sacerdote, come sarebbe, più o meno, essere avvocato, profes­sore, ingegnere o architetto. E se per degli ostacoli involontari od imprevisti, sia inevitabile a taluno di restar nel mondo, il Cielo dà grazie speciali che sup­pliscono a quelle che si sarebbero ricevute nel con­vento.

« Padre - mi diceva una signora - io sono col­pevole d'aver abbandonato la mia vocazione. Ero convintissima che Nostro Signore mi voleva per se solo. Sono stata tentata ed ho vilmente ceduto. Es­sendomi maritata, Lei sa come espio la mia colpa e come debba non solamente lottare per santificarmi, ma per salvarmi. Mi trovo a casa mia, come in un angoscioso labirinto morale; la mia sventura mi sembra senza rimedio ».

Senza rimedio umano, intendiamoci bene; che per la misericordia di Gesù, l'espiazione indispensabile compirà l'opera della salvezza. Ma tutti i sacrifici della vita religiosa, sarebbero stati dei fiori, in para­gone delle torture morali di quest'anima e delle tri­stezze del suo focolare. Non c'è che una strada sola che conduce con sicurezza alla perfetta felicità ed alla pace: è quella che il Nostro Divino Maestro ci invita a seguire con generosità, quand'anche non ce lo imponga.

7°) La vocazione religiosa indebolisce l'amore fi­liale dei nostri figli e li rende indifferenti alla loro famiglia naturale.

Credo di aver quasi distrutta questa obiezione fin dalle prime pagine di questo studio, quando ho det­to che il cuore del sacerdote o della suora, in alcun modo non occupato da altre affezioni umane, con­servava, al contrario, divinizzate e nobilitate dalla grazia, la delicatezza, la purità e la freschezza delle sue ed uniche affezioni terrene.

Ma per essere più pratico opporrà, a tale osserva­zione, il fatto costante, universale, reiterato, del fi­glio sacerdote, che diventa il sostegno, il consigliere, il benefattore in tutte le crisi morali e spesso anche economiche della propria famiglia.

A un empio che attaccava e metteva in dubbio i sentimenti di carità dei cattolici, fu risposto, chie­dendogli di spiegare perchè i bisognosi, i mendican­ti, si aggruppano sempre, come per istinto, attorno ai monasteri e alle porte delle chiese.

A coloro che pretendono che la vocazione sacer­dotale o religiosa indebolisca la pietà filiale, si po­trebbe parimenti domandare perchè i genitori, col­piti da sventure, o ridotti, dalle circostanze, all'in­digenza e alla miseria, ricorrono tanto spesso, di preferenza, al figlio sacerdote o alla figlia suora. Se i loro figli o i superiori di essi, fossero degli egoisti, degli indifferenti al benessere dei parenti, come av­verrebbe ciò?

No! La vita soprannaturale, l'amore di Gesù, l'au­sterità dell'ordine religioso, o la natura stessa dello stato sacerdotale, possono certamente esigere delle distanze, imporre dei sacrifici sensibili, ma non e­stinguono, tuttavia, i più nobili sentimenti del cuore umano. Nessuno ebbe mai, alla pari di Gesù, la più squisita delicatezza della nostra natura.

Il ministro di Dio e la religiosa, a misura che si liberano dai « convenzionalismi » mendaci, e che si affinano nella loro vita spirituale, divengono più alti e più schietti nei loro sentimenti filiali.

Nessuno ama meglio, di chi ha conservato un cuo­re puro e non ha conosciuto la passione e l'interesse; ora il sacrificio della separazione, non fa che ravvi­vare ed approfondire l’affezione.

Quale esempio commovente di questa bellezza in­teriore di carità, nelle relazioni della piccola Teresa con suo padre. In memoria della sua infanzia in cui egli soleva chiamarla la sua « reginetta », essa lo chiama il suo « venerando re » e bisogna leggere le sue lettere, per sentire come, dietro le inferriate del Carmelo, il cuore della fanciulla palpitasse forte­mente d'amore e di tenerezza filiale!

Quale figlia maritata é mai rimasta tanto profon­damente legata al proprio padre, tanto vibrante ad ogni ricordo del nido familiare, come questa giova­netta carmelitana così risoluta a santificarsi? Il dolore della separazione era stato immenso da una parte e dall'altra; mai due cuori erano restati uniti e inse­parabili, nei Cuori del Re e della Regina del Car­melo !

Ah, si, protesto con tutta l'indignazione del mio cuore di figlio, di sacerdote e religioso, che manten­go tanto intimamente la presenza e l'affezione di mia madre e delle mie sorelle come un culto, il qua­le, lungi dall'essere a detrimento dell'amore che ho per il Cuore di Gesù e di Maria, lo abbellisce col sacrificio reciproco, costantemente rinnovato.

Se il fatto di lasciar la famiglia per Iddio è una prova di disamore filiale, che dire allora di coloro che la lasciano per le creature o per gli affari? Essi stessi, i genitori, non lasciarono un giorno la propria famiglia; e perciò furono forse dei figli ingrati?... Siamo giusti e consideriamo il dovere e il cuore, co­me si conviene. L'affezione non è mai stata in con­traddizione col sacrificio.

Il soldato che lascia la famiglia per il campo di battaglia, è forse un figlio ingrato? Non si può fare dunque, al Signore adorabile della patria terrena, le immolazioni che la celeste patria reclama legittima­mente da tutti?

Come gli eroi delle battaglie, e, in un grado infinitamente superiore, gli eroi dell'altare e del chio­stro, coloro che hanno avuto il più sublime coraggio, conservano anche, infallibilmente, l'altezza dei più. nobili amori.

 

CONCLUSIONE IN ALTO I CUORI!

Il bene, per natura, è piuttosto intimo e segreto; il male, invece, è fragoroso e facile a constatarsi; spes­so, anzi, si rende manifesto.

La guerra non fece che del male; ma la Provvi­denza se n'è servita misericordiosamente per un be­ne che non è stato di facile ed immediata constata­zione, ma la cui realtà non ammette alcun dubbio.

E' nello stile di Dio, che è la Sapienza e l'Amore, di trarre dai mali che l'abuso della nostra libertà ha provocato, beni immensi e profondi. Così, nella storia la vita sembra scaturire ad ogni pagina dalle ce­neri della morte. La moltitudine non vede questa azione della Provvidenza; non medita, nè compren­de questi divini ripieghi, questi magistrali ritocchi del Signore.

Quelli che mi leggeranno, saran capaci di elevare i loro cuori, e di seguire con me i motivi della nostra confidenza.

Abbiamo dichiarato, all'inizio di questo lavoro, che la guerra aveva rivelato molti mali occulti, e ne aveva provocati di nuovi; chiuderemo ora con qualche considerazione completamente propria a inco­raggiar la nostra fede. Il peggiore dei mali, sarebbe peraltro il pessimismo, che prova sempre un'anemia di carattere, una diminuzione di fede.

La guerra ha anche rivelato delle bellezze morali che credevamo scomparse. Siamo rimasti talora pro­fondamente sorpresi di trovare, nei centri nei quali non si supponeva più vita, ma soltanto vegetazione, grandi energie, slanci di devozione e di eroismo; ge­sti di vera nobiltà d'animo. Quali campi di valore e di resistenza morale, intravisti tra i bagliori della guerra, e che oggi rimangono profondamente dis­sodati e seminati da allora!

Quanto risveglio meraviglioso di spirito vibrante, cavalleresco, disinteressato, là dove si sarebbe sup­posto che la materia avesse soffocato la più nobile razza!

Quanti maestri avevano scritto l'epitaffio d'una tomba che racchiudeva, secondo loro, le ultime reli­quie di una grandezza estinta! Ed ecco che la con­vulsione delle catacombe rianima queste reliquie; e che tra i sinistri bagliori della guerra, appariste una eletta schiera di viventi, dal sangue generoso e fe­condo, dalla vita morale, grande e bella.

Anche durante la guerra abbiamo avuto rivelazio­ni inattese e benefiche. A misura che il tempo passa ed il Cielo si rasserena, noi siamo felici di consta­tare ancora le divine, misericordiose tracce del Sal­vatore, che ricostruisce la sua opera redentrice e luminosa sulle rovine fumanti accumulate dagli uo­mini.

Mosè fece scaturire dalla roccia una sorgente, che salvò la vita naturale del suo popolo.

I carnefici del Calvario fecero sgorgare una sor­gente di vita immortale dalle vene e dal Cuore San­tissimo del Salvatore. Che cosa è tutta la Redenzio­ne di Gesù, se non la manifestazione meravigliosa di una bontà che è la Sapienza infinita, e che incessan­temente si riversa per noi? C'è forse nella vita del­l'uomo, come nella storia dell'umanità, un solo av­venimento che sfugga a questa azione costante e re­dentrice?

La sua bontà si serve della follia umana e della morte, per fare opera di sapienza e di vita. E' la sto­ria delle anime, della società, dei popoli, dalla colpa dei rostri progenitori, e soprattutto dopo il “fiat” di Maria. E poichè in Dio tutto è ordine ed equili­brio perfetto, la giustizia e la potenza si completano, nell'opera divina, con la sapienza e la bontà.

Io credo ancora al bene prodotto dalla guerra, perchè credo alla reale fecondità del sacrificio del sangue cristianamente versato. Dopo il Calvario, ed in virtù di esso, il sangue ha la fecondità dell'apo­stolato più sublime, della più ardente preghiera.

E chi può dubitare dell'infinito valore delle soffe­renze, delle torture d'ogni sorta, delle agonie pegg­iori della morte, offerte con pace, gioia, rassegna­zione ed amore al Dio Crocifisso? Questo fiume di sangue e di lacrime che scorre dal campo di batta­glia alla famiglia, non ha irrorato invano il popolo nostro; ma vi ha deposto un fertile limo che fecon­derà la semente di domani. L'albero della morte ri­fiorisce sotto l'azione benefica del Cuore di Gesù.

Quel che ogni soldato cristiano, ogni madre, ogni sposa ed ogni orfano hanno seminato per la Vita E­terna, per la prosperità della Santa Chiesa, la fecon­dità dell'Apostolato, la conversione dei più grandi peccatori, il Divino Seminatore solo lo sa. Lo sapre­mo anche noi, ed il torrente di lacrime, convertito in un oceano di eterno giubilo, ci ricorderà perpe­tuamente il sublime cantico della Chiesa, nel Sabato Santo: “O felix culpa!”

Esponendo questi principii di fede, ho sotto gli occhi dei fatti che provano il rinnovamento sopran­naturale di grazia, succeduto immediatamente al cal­vario della guerra.

1° Le conversioni nei centri indifferenti, liberali, ma onesti e degni, nei quali l'assenza della vita reli­giosa era piuttosto dovuta all'ignoranza, ad un difet­to di educazione, che ad avversione formale e volon­taria. In questi ambienti, e particolarmente nella classe colta e intelligente, il movimento di conversio­ne è un fatto reale.

Potrebbe farsi una lunga lista di nomi, in cui figu­rerebbero le migliori personalità della giovane gene­razione intellettuale. La falange di coloro, che la tempesta della guerra ha sradicato da un suolo in­grato e sterile, per piantarli nel campo della Chiesa, aumenta ogni giorno. Spiriti fini e delicati, cui la ragione non aveva soddisfatto, e che la luce invase e trasformò in credenti convinti, perchè furono docili ed umili.

Al contrario, la tribù degli ipocriti e dei superbi, là razza degli Erodi e dei Pilati, non è aumentata nella prova; ma è rimasta chiusa alla verità, lungi dalla sorgente della misericordia. La razza delle vi­pere non si converte.

2° Le nostre schiere migliori si sono rafforzate. - Questo prova che gli elementi; anteriormente me­diocri e comuni, sono stati migliorati dalla Croce, e tendono risolutamente a salire, lavorando per diven­tare ferventi e generosi.

Un indizio importante è il movimento d'apostolato provocato da questa schiera. Non ci si contenta più d`esser buoni e pii; si sente l'imperiosa necessità di esser seminatori e operai della causa divina; coope­ratori modesti, ma zelanti, in questa reazione reli­giosa. Difatti, una schiera di giovani e di vecchi, di grandi e di piccoli, intellettuali e ignoranti, uomini e donne, lavorano oggi alla gloria di Dio, tutti con­vinti, tutti posseduti dal desiderio e dal dovere più urgente nell'ora che volge, quello dell'apostolato.

Si può realmente affermare che noi assistiamo ad una meravigliosa Pentecoste, dinanzi a queste falangi apostoliche, irresistibilmente sospinte alla conqui­sta della società, alla restaurazione del Regno So­ciale del Cuore di Gesù.

Questo Cuore adorato diviene sempre più il Re e il Centro di ogni azione e di ogni vita. E' il labaro che riassume tutti gli entusiasmi, accentra ed unifica tutte le energie, riceve tutte le vittorie, genera e feconda tutti i sacrifizi.

3° Finalmente le creature d'elezione di prima del­la guerra, si sono ancora perfezionate, santificandosi nel crogiuolo della sofferenza. - Esse hanno inten­sificato la vita soprannaturale, lasciandosi affasci­nare dalla bellezza Divina e la fecondità unica dell'immolazione e della Croce.

Quelli che son pastori d'anime, direttori, predica­tori di ritiri, ecc., potrebbero testimoniare quale spi­rito veramente eroico, quale sete di sacrificio, quali innumerevoli vocazioni di apostolato, e d'apostolato nel silenzio e nella sofferenza, si incontrino a ogni tratto, potrebbero attestare tante segrete agonie del Getsemani, tanto profondamente, serenamente vis­sute per amore.

Si direbbe che la guerra abbia provocato una sete insaziabile d'amore crocifisso, che sia una energia di restaurazione morale; una promessa di una più grande sovranità sociale di Nostro Signor Gesù Cristo.

Ecco dunque la legione sacerdotale che si accresce ogni giorno di vocazioni tardive, notevoli e com­moventi. Certo, nulla è nuovo nella Chiesa: in ogni tempo, in ogni luogo si son visti grandi guerrieri mu­tar la loro uniforme con un saio monacale, gentiluo­mini, lasciare il loro castello per ridursi in un semi­nario; giovani sposi separarsi, per darsi rispettiva­mente al Signore. Ma forse mai tanto frequentemen­te, quanto ai giorni nostri, queste sante follie d'a­more divino diventarono quasi grazie ordinarie.

Così si fa l'opera misericordiosa del Cuore di Ge­sù! Egli ci ricolma di grazie, ripara i nostri torti dalle nostre sofferenze, divinizzate dalle Sue, Egli trae dei torrenti di vita, e trionfa della morte, con la morte stessa.

Tutto questo era già scritto, e pronto per essere dato alle stampe, quando ci è arrivata l'Enciclica încomparabile del grande e provvidenziale Pontefice Pio. XI : lasciate che io la citi un'ultima volta, alla fine di questo lavoro.

Mi preme di trascrivere un paargrafo, che sembra rivolto agli apostoli della crociata del Regno Sociale del Cuore di Gesù: “A questa pietà, Noi attribuia­mo lo spirito d'apostolato, più diffuso di una volta, in tutte le opere di zelo e di carità, perchè l'Amore, il Culto e il Comandamento, ai quali Egli ha diritto, siano restituiti al Divin Cuore del Cristo Re, sia nel­la società domestica, sia nella società civile”.

Ed ora, tutti all'opera di restaurazione sociale cri­stiana. Stringiamoci attorno ai nostri pastori, secondiamo i nostri sacerdoti. Noi viviamo in un'ora gra­ve, decisiva, un'ora come la Provvidenza non ha for­se data dopo la prima Pentecoste, e che i più grandi apostoli e pontefici, i più grandi artefici dell'edificio cristiano non hanno vissuto. Il Cielo si piega verso di noi con infinita condiscenza. Noi viviamo come il popolo ebreo, quando fu liberato dalle catene e traversò il Mar Rosso seguendo il Liberatore. Noi abbiamo traversato un mare di sangue senza perirvi, dopo aver traversato il mare tormentoso delle odiose persecuzioni dei Faraoni moderni. Non ci spaventia­mo dei loro complotti, delle loro armi, del loro nu­mero: crediamo, con fede ardentissima, alla onnipo­tenza dell'amore di Gesù Cristo. Cooperiamo, dedi­candoci con confidenza all'estensione del Suo Re­gno sociale, e noi vedremo un giorno risplendere la magnificenza del suo Cuore, nell'onnipotenza vitto­riosa dell'amor suo infinito...