SULLE ALI DEL
DOLORE
Preghiera
per la glorificazione della Serva di Dio Alexandrina Maria da Costa.
O
Trinità Santissima, Ti adoro e Ti ringrazio perché ci hai donato l’esempio
di Alexandrina, scintilla purissima del tuo amore. Ti prego di aiutarmi ad
imitarla: che io mi consumi in un anelito sempre più ardente a dedicarmi a Te e
ai fratelli. Ti chiedo umilmente di glorificarla con la Beatificazione e di
concerdermi, per la sua intercessione, la grazia che ardentemente ti chiedo.
DOLORE TRASFIGURATO
Su
questa terra, chi ama soffre. Ogni anima sensibile che ama non può fare a meno
di soffrire partecipando alle tribolazioni dei suoi cari e contemplando lo
stato in cui si trova la povera umanità. Dice Alexandrina nel diario del
16-2-51: "Amavo e, poiché amavo, soffrivo". E molti anni prima,
nell'estasi del 2-12-44, Gesù le aveva detto, riferendosi al suo dolore morale:
"Il dolore è figlio dell'amore. È
con il dolore e
con l'amore che tu dai la vita ai figli miei". È connaturato con la natura umana questo binomio inscindibile: amore-dolore.
Chiunque lo vive, indipendentemente dal suo credo religioso, o dal suo
stato di non-credente. Ma nel cristiano c'è una forza in più: vedremo.
Il cristiano crede nella Redenzione operata da Cristo mediante la Croce.
Non possiamo certo noi, piccole creature seminate su una "particella"
dell'immenso universo e dotate di una intelligenza tanto limitata, pretendere di
capire perché il Sacrjficio di Cristo, così atroce, sia stato scelto
per la Redenzione umana, per rimediare ai danni di un "pasticciaccio"
avvenuto alle origini, a causa di quella zizzania seminata dal nemico. Non
possiamo capire. Ma il cristiano crede in una Rivelazione che presenta il
Verbo incarnato, Gesù, Vittima offerta alla giustizia dell'Eterno Padre per
riparare i mali dell'umanità. Un Gesù che è morto, ma è anche risorto, che
è tuttora vivo, costantemente presente ed operante lungo il cammino
della storia, attraverso i membri del suo Corpo Mistico. Poiché nell'umanità
il male continua a sussistere, anche la Redenzione deve continuare, quindi la
sofferenza. È giustamente
famosa la frase di Paolo: "Completo nella mia carne quello che manca alla
Passione di Cristo". (Col
1,24)
Non che la
Passione di Cristo fosse incompleta: essa continua nei secoli in Cristo
stesso operante nei Suoi membri, come abbiamo detto. Merita attenzione anche
un'altra frase, più forte: "Sono stato crocifisso con Cristo; dunque non
sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me". (Gal 2,19-20) Alexandrina sente Gesù che le dice: "Tu soffri,
ma sono io che soffro in te. Tu soffri, ma io mi sono rivestito del tuo corpo,
perché tu potessi camminare con la tua croce e salire il tuo calvario. Tu
vinci con la forza divina. L (27-8-40) Nel
libro Le montagne delle spezie, di Hanna Nurnard (grande teologa
secondo padre Gasparino), troviamo questa affermazione di Gesù: "Nessuno
è solo a soffrire il suo male: Io ho creato, Io mi carico, Io espio". È
questo Cristo la forza del cristiano. È Cristo
che, operando la Redenzione proprio mediante la Croce, ha dato un senso
nuovo alla sofferenza umana. Il nostro Papa dice: "La sofferanza umana ha
raggiunto il suo culmine nella Passione di Cristo. E contemporaneamente essa
è entrata in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine: è
stata legata all'amore, a quell'amore che crea il bene ricavandolo
anche dal male, ricavandolo per mezzo della sofferenza, così come il bene
supremo della Redenzione del mondo è stato tratto dalla Croce di Cristo e
costantemente prende da essa il suo avvio. La Croce di Cristo è diventata una
sorgente, dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva. In essa dobbiamo anche
riproporre l'interrogativo sul senso della sofferenza, e leggervi sino alla fine
la risposta a questo interrogativo". Padre Gasparino scrive: "Se nei momenti tremendi della croce siamo
capaci di essere tanto padroni della situazione da proiettare la croce nella
luce della bontà di Dio, allora sperimentiamo nel profondo che la croce
è la salvezza, perché Gesù l'ha santificata". E Paolo VI, quando era
ancora cardinale a Milano, aveva invocato: "Fa', o Cristo, che nella
certezza del Tuo amore io trovi la risposta a quelle domande che superano
questo mistero umano. Fa' che io senta sulla mia strada dolorosa il Tuo passo
sicuro che non mi abbandona!". Gesù dice ad Alexandrina: "Avanti,
figlia mia, l'amore vince, l'amore trionfa nel dolore. Il Calvario e la
Croce hanno redento il mondo, furono la chiave che aprì le porte del Paradiso.
La tua crocifissione continua ad essere la salvezza e la pace dell'umanità".
L (8-11-40)
Ancora in Le
montagne delle spezie leggiamo: "Stima ogni pena una gioia, stima ogni
spina una rosa. Poiché tutto fa parte della meravigliosa opportunità che ti
viene offerta di vincere il male con il bene e di partecipare alla vittoria
dell'Amore". (p. 48) Passando poi a considerare le varie opere caritative
nate in soccorso dei sofferenti, il nostro Papa scrive, nella stessa enciclica:
"Nel programma messianico di Cristo, che è insieme il programma del Regno
di Dio, la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore, per
far nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà
umana nella «civiltà dell'amore»".
"Dio
è amore", e il vero cristiano deve vivere esclusivamente di amore. Questo
progetto si concretizza in diversi modi e sotto diverse forme, a seconda della
personalità, dell'ambiente, della missione che l'individuo sente di essere
chiamato a realizzare. In Alexandrina, crocifissa in un letto per oltre 30 anni,
questo amore si esplica nell'unica forma possibile: quella di anima-vittima che,
ardente nella fiamma del duplice amore a Gesù e ai fratelli - che in sostanza
è l'unico amore a Dio - si vota al dolore immolandosi, offrendo tutta se
stessa, corpo, cuore, anima, alla giustizia divina per la salvezza dei
"compagni d'esilio". Ma, chi è mai "un'anima vittima"?
Risponde Gesù ad Alexandrina in estasi: "Io, per salvare i peccatori,
scelgo delle anime, metto sulle loro spalle la croce e mi assoggetto ad
aiutarle. Felice quell'anima che comprende il valore della sofferenza! La mia
croce è soave, se portata per amore a me". L (10-1-35) E ancora Gesù, ad
un'altra mistica che ha voluto restare anonima, rivolge la famosa Supplica:
"La
supplica d’amore urgente e viva”
Per
salvare il mondo, ho bisogno di anime consacrate che mi siano vere spose
corredentrici. Non ne ho abbastanza, me ne mancano. Datemi queste anime. Siate
nel numero di queste anime. Il mio Cuore vi attende. Il mio Cuore vi supplica.
Ma sappiate bene questo: Sposo crocifisso, io sposo crocifiggendo. Un vero cuore
di sposa è la preda dello Sposo, amando tutto ciò che Egli ama. Perciò le
anime a me consacrate devono perdersi in me, lasciarsi prendere e consumare da
me e per me. Devono, come me, avere una sete ardente della salvezza delle anime
e della gloria del Padre mio; amare come me la croce e le sofferenze redentrici.
Non volete essere tutte di questo numero? Posso dimostrarvi maggior amore che
chiedendovelo? Per voi mi sono fatto vittima: siatemi anche voi ostie
interamente consacrate!"
Amare
la croce e
le sofferenze redentrici": come le sofferenze possono essere rendentrici? Non comprendiamo: Pio XII
afferma questa realtà come
un mistero: «...
mistero tremendo, certo, e che non si potrà mai meditare abbastanza: la salvezza di un grande numero [di anime]
dipende dalle preghiere e dalle mortificazioni volontarie, compiute a questo
fine dai membri del Corpo Mistico di Gesù Cristo". Meditiamo anche sul
fatto che la Madonna a Fatima ha esortato i pastorelli a soffrire per i
peccatori. E quei piccoli santi, con quanto slancio hanno accolto l’invito!
Sentiamo ora che
cosa dice il nostro Papa: «Man mano che l'uomo prende la sua croce, unendosi
spiritualmente alla Croce di Cristo, si rivela davanti a lui
il senso salvifico della sofferenza. L’uomo non
scopre
questo senso al
suo livello umano, ma al
livello della sofferenza di Cristo. Al tempo
stesso però, da questo livello di Cristo,
quel senso salvifico della sofferenza scende a livello dell’uomo e
diventa, in qualche modo, la sua risposta personale. E allora l'uomo trova nella
sua sofferenza la pace interiore e persino la gioia spirituale". Teniamo
presente che queste parole non sono state scritte da chi parla in astratto del senso cristiano della sofferenza,
senza mai averla sperimentata. Questa
enciclica è stata scritta nel 1984 dal nostro Papa, dopo che aveva vissuto le
sofferenze conseguenti all'attentato del 1981, aggravate dalle molte altre dovute
al suo ruolo di Capo della Chiesa cattolica. Dunque, per comprendere almeno un
poco, dobbiamo superare la sfera strettamente umana. Nella stessa
enciclica leggiamo: "Coloro che partecipano alle sofferenze di Cristo
conservano nelle proprie sofferenze una specialissima particella dell'infinito
tesoro della redenzione del mondo, e possono condividere questo tesoro con
gli altri... La Chiesa sente il bisogno di ricorrere al valore delle
sofferenze umane per la salvezza del mondo". E prima, Pio XI,
nell'enciclica Miserentissimus Redemptor, aveva scritto: "Quanto
poi sia urgente, specialmente nel nostro secolo, la necessità di espiazione o
riparazione, non può ignorare chi, sia con gli occhi che con la mente,
considera questo mondo tutto sottomesso al maligno (I Gv 5,19)". A
proposito di anime-vittime, San Pio X, nel 1910, rifletteva: "È
ardua la vocazione di vittima, poiché il luogo
della vittima è sul Calvario con Gesù e non nelle dolcezze dell'amore". (AAS)
Sarà ben
difficile trovare anime tanto generose ed eroiche da offrirsi vittime! Ma la
stessa enciclica di Pio XI prosegue dicendo: "Mentre cresce senza sosta la
malizia degli uomini il soffio dello Spirito Santo moltiplica meravigliosamente
il numero dei fedeli, dell'uno e dell'altro sesso, che generosamente cercano di
riparare per tante ingiurie fatte al Cuore divino e che persino non esitano ad
offrire se stessi a Cristo come vittime E, credete, di queste anime lo Spirito
Santo ne suscita veramente. Se ci limitiamo alla nostra epoca e all'Italia,
tutti abbiamo nella mente e nel cuore il fulgido esempio di San padre Pio. Ma
meritano di esser ricordate qui, oltre a Luisa Piccareta (1865-1947) e Teresa
Musco (1943-1976), altre due anime-vittime meno note: il cappuccino padre
Daniele da Samarate e il carmelitano padre Maurizio di Gesù Bambino. E chissà
quante altre ve ne sono, nascoste, che nessuno conosce... Padre Daniele,
missionario e apostolo dei lebbrosi, morto di lebbra nel 1924, a soli 48 anni,
26 dei quali passati in missione nel Brasile. Ecco alcune "perle"
tratte dal suo diario: "È caduta l'unghia del dito mignolo della mano
destra. Dio sia lodato". (4-6-18) "È caduta
l'unghia [la seconda] del dito indice della mano destra. Deo gratias".
(12-6-18) "Ho sparso lacrime abbondanti, che ho offerto al mio Buon Gesù.
Sono sempre più prostrato e abbattuto dalla malattia, colpito soprattutto negli
occhi, che ormai vedono ben poco. Dio sia lodato per tutto quello che fa.
Amen". (15-7-19) "Sto provando anche profonda afflizione di spirito, e
grande è la mia prostrazione.
Ma «Io ho sperato in Te, Signore, non sarò confuso in eterno...»"
(4-9-19) "Mi sento molto prostrato. La malattia mi maltratta in tutte le
forme, con piaghe, infiammazioni, dolori di ogni specie. Mio Cuore di Gesù,
tutto soffro per Vostro amore. Datemi sempre pazienza e gioia. «Servite il
Signore nella gioia»": (31-1-21) "Il mio stato di salute è a pezzi!
Oltre alla vista, sembra che stia perdendo anche la voce: ci sono giorni in
cui sono rauco e penso che sia un effetto della malattia. Se così fosse, non c'è
rimedio che tenga. «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia benedetto
il nome del Signore». Ho parlato molto durante la mia vita, ho parlato anche
troppo; non è male che adesso sia ridotto al silenzio, benché forzato.
Sopporterò contento questa prova per riparare le molte parole inutili,
offensive e peccammose che ho detto durante la mia vita. O mio Dio,
accendetemi con il fuoco del Vostro amore divino!". (15-10-21) Seguono un
piccolo brano di una sua lettera e alcune testimonianze: "Vivo separato ed
isolato dal consorzio dei miei confratelli, in conseguenza della malattia che
Dio volle darmi [mancano ancora 8 anni alla morte!]. Tutti i giorni però
ringrazio Iddio della grazia che mi ha fatto, perché riconosco che mi ha fatto
un favore speciale, né mi sono mancate finora consolazioni spirituali, quali
non avrei mai creduto di avere". (2-2-16) "Il morale di padre Daniele
è sostenuto da una ammirabile serenità di spirito. Non un lamento dal suo
labbro... e dico di più: è a Dio grato di questa infermità che riconosce pure
come una grazia speciale. Non una sola volta abbiamo raccolto dalle sue labbra
queste parole: «Sia mille volte benedetto il Signore che mi ha premiato con
questa malattia»". (padre Eliodoro da Inzago, 5-2-24) "Padre Eliodoro mi ripeteva a non finire: «Padre Daniele ha
portato la sua croce pesantissima con amore. Io l'ho sentito pronunciare parole
di gioia e di ringraziamento. Parlava a stento, con grande fatica, ma gioiva
sotto quel peso. Sai? Faceva venire addosso una santa invidia: potessimo fare
altrettanto!»". (padre Paolino Pegurri, 1924) "Chi vedeva padre Daniele rimaneva
edificato per la sua letizia francescana e perfetta conformità al volere di
Dio. Mai nessuno ha lasciato la sua compagnia senza portar via una parola, un
pensiero dell'Ammalato come ricordo per elevarsi a Dio e alle cose
superiori". (madre Josefa de Aquiraz) "Più di una volta sono andata a
visitarlo e mi meravigliava vederlo pieno di piaghe, con le dita cadute... non
aveva più forma umana e mi faceva pietà; e lui possedeva nel suo animo pace
e tranquillità, fra i dolori; ancora diceva che la lebbra che Dio gli ha data
la considerava una grazia, simile a quella della ordinazione sacerdotale".
(suor Anna Felicita
Rivolta, 15-6-24) "E là, nascosto al mondo... sotto lo sguardo di Dio e vicino al
cuore di questi poveri lebbrosi, che il santo Religioso chiama così teneramente
«suoi figli», padre Daniele sta morendo... muore sorridendo, consolando
gli altri". (padre Giulio Maria da Lombaerde, 1924) Padre Maurizio, colpito
da una forma di tumore (mesotelioma), morì tra i dolori più lancinanti rifiutando l'uso della
morfina, per un'accettazione cosciente del suo patire da unire a quello
redentore di Cristo, "per la Chiesa, per le vocazioni, per la Pace".
Aveva accolto la diagnosi del suo male come un dono per il 25° di
ordinazione sacerdotale! Proponiamo brevi stralci dal suo diario, intitolato L’ostrica
perlacea (prossimamente su questo sito…). La spiegazione del titolo, da
lui scelto, rivela a quale alta vetta di amore, espressa con accenti poetici
sublimi, lo abbia portato la sofferenza: non una sofferenza supinamente subita
come una violenza, ma accolta "come dono di Dio" "Io oso dire
che Tu sei per me come «l'ostrica perlacea», perché, se rimango in Te almeno
nel pentimento, sai impreziosire tutto di me. Appunto come l'ostrica, tua
creatura, la quale, raggiunta entro i suoi gusci da un sassolino,
un insetto,
un granello di sabbia, o comunque da un corpo estraneo, si affretta ad
avvolgerlo con la sua bava fino a farne il nucleo di una perla preziosissima.
Come è vero che Tu sei la mia preziosità! Gioisco immensamente, Signore, di
esser l'anima nera della Tua svelata grandezza. O Dio, mia ostrica perlacea, mio
avvolgente amore, mio unico valore, mia opalescente bellezza... Tu che hai
dato all'ostrica un riflesso del Tuo delicato amore, finisci la Tua opera in me!
Rendi smaltata di Te la mia vita... nascondimi nel cuore della Tua bellezza... e
da' un prezzo al mio nulla, Tu che sei stato svenduto per me (pp. 40-41) "Ed eccolo [il mesotelioma], preciso
segno dell'Amore che mi vuole partecipe, in qualche modo, della sofferenza
di Gesù. Assomigliare a Te, Gesù, è sempre stato il mio desiderio, e non solo per quello che mi hai dato,
ma anche per quello che continui a prendere da me e che volontieri Ti
dono". (p. 79) "Quando sento insistente il grido dell'umanità [di
notte],le sue lacrime, il tormento delle sue pene, il suo pianto in una
struggente nostalgia di bene, io mi alzo e con affetto mi piego sulla umanità
sofferente, cullandola nella preghiera e attendendo che in Dio ritrovi la sua
pace (p. 341) "Uno
degli aspetti che più mi ha meravigliato è come il dolore sia un fuoco
divorante e trasformante. Quando ti aggredisce, se ne vanno le solite passioni
dell'uomo... si annullano i progetti, tutto viene ridotto all'essenziale".
(pp. 189-190) "Prego Gesù che, quando avrò finito di stendere le
braccia sulla croce, possa gettargliele al collo, una volta per sempre, per i
secoli eterni". "Soffriamo insieme, Gesù mio, ancora questi attimi di
attesa! [è l'ultimo diario, a meno di un mese dalla morte, avvenuta il
14-12-97]". (16-11-97,
p. 547) "Il
comune penare non è già il primo atto di comunione piena? Come
mi piacerebbe contemplarti direttamente al di là del velo della vita terrena,
per misurare con cura i battiti del Tuo Cuore, i fremiti di tutto il Tuo essere,
la tensione composta e appena trattenuta del Tuo amore, la fibrillazione dei
Tuoi sentimenti! Li vorrei conoscere per annunziare ai miei fratelli Chi sei
realmente e quale potente eco hanno in Te le nostre condizioni terrene".
(p. 547)
IL MAGNIFICAT DI ALEXANDRINA
In mezzo ai miei grandi dolori e tribolazioni, la
pregbiera cbe più mi sorride è il «Magnificat» Alexandrina L (16-3-36)
"Tutti
i giorni, dopo la S. Comunione, prego il Magnifrcat per ringraziare dei
dolori e delle gioie di ogni giorno, ancora prima che arrivino". S (25-1-46)
"Ebbi gioie
che subito morirono e spine che sempre rimasero a ferirmi. Tutto ricevetti come
doni di Gesù. Tutto Gli offersi ringraziandolo di cuore: «Molte grazie, mio
Gesù: le umiliazioni mi fanno bene all'anima»". S (1-8-47) "Vennero
ancora spine molto acute a ferirmi. Benedissi per tutto il Signore e, come coronamento, pregai il Magnificat!".
S (30-3-45)
"Siate benedetto, mio Gesù, il mio eterno «grazie!» sempre, notte e giorno.
Grazie, grazie, Gesù, nella consolazione e nel
dolore, nella vita e nella morte". S (3-4-53) "Grazie, grazie, mio Gesù, per tutto il dolore
e per tutto l'amore che mi date". S (13-11-53) Ma come può nascere tanto
ringraziamento nel dolore?! Certo che è difficile! Padre Gasparino ammette:
"Chi riesce a ringraziare sotto la croce arriva al punto di sperimentare la
vetta più alta della sapienza umana". Forse due sono le fonti a cui bisogna
attingere per cercare di arrivare in cima:
III
IMPAREREMO ANCHE NOI A CANTARE SEMPRE IL MAGNIFICAT?
Gesù, aumenta il nostro
amore e, con la Tua grazia, riusciremo!
Dopo
questa breve meditazione sul dolore umano, una fredda logica potrebbe arrivare a
concludere: allora non devo invocare di essere liberato da questa tribolazione
che mi attanaglia, non devo chiedere la grazia che cessi questo dolore, ma
solo la grazia di aiutarmi a cambiare il mio modo di viverlo, per offrirlo come
mezzo di redenzione... Eh, no! Questo ragionamento può essere fatto solo da chi
non conosce il dolore e non conosce la nostra natura umana. Dobbiamo iniziare
a chiedere secondo il nostro desiderio, rivolti a Dio come ad un padre
che ci ama, che ci ascolta; e chiedere anche con insistenza, soprattutto se
sappiamo che la nostra richesta non è contraria al bene delle anime. Pensiamo ai tanti esempi che troviamo nel Vangelo:
tutte le richieste cli guarigione fisica accolte col miracolo operato da Gesù! Solo
se, dopo l'insistenza
nell'invocare, comprendiamo che la volontà di Dio non è secondo quel nostro desiderio,
solo allora: "Padre, non sia fatta la mia, ma la Tua volontà" (Lc
22,42). Questo
disse il nostro divino Modello durante l'agonia nell'Orto degli ulivi. Allora,
caro amico lettore che ti dibatti nell'angoscia del tuo dolore, fa' uno
sforzo, con l'aiuto della preghiera: esci da te stesso, dal tuo ristretto
mondo e contempla il dolore universale dell'intera umanità; associati a tutti
coloro che sono riusciti ad unire i loro patimenti a quelli di Cristo, entra
anche tu nel fiume che continua la Redenzione! Armati di pazienza, perché è
difficile quel "tuffo" e ci vuole del tempo per prepararlo; ma insisti
e ci riuscirai. Tieni presente che Gesù aiuta. (…)
Maria,
nostro aiuto, preghi per te!