SOTTO IL CIELO DI BALASAR

Profilo biografico della Beata Alexandrina M. da Costa

UMBERTO M. PASQUALE POSTULAZIONE CASA GENERALIZIA SALESIANA ROMA 

Capitolo I

MATTUTINO

« Mi chiamo Alexandrina Maria da Costa. Sono nata nella parrocchia di Balasar, provincia di Oporto (Por­togallo) il 30 marzo 1904. Era il mercoledì santo. Fui battezzata il 2 aprile, sabato di alleluia ».

Ecco l'inizio, in chiave di semplicità, del racconto personale di Alexandrina.

Il comune di Balasar conta più di mille abitanti; è for­mato da ventidue frazioni tuffate tra pinete, su pendii, o sommerse da pergolati di viti nei campi. Le case sono piccole e di pietra grezza, ma pennellate a smaglianti colori.

La chiesa parrocchiale sorge alle falde di un'altura sulla riva del torrente Este. In un avvallamento si in­contra una cappella, costruita nel 1832 sul luogo dov'era apparsa una croce.

A pochi minuti da quella chiesetta, sul pianoro della frazione Calvario, visse Alexandrina. 

La prima ombra

« Sarebbe mio desiderio vedere la mia vita piena di bellezze spirituali e di amore per Dio; invece vi trovo subito, all'inizio, difetti e colpe ». Così scrisse Alexan­drina.

A tre anni, la prima ombra.

A letto con la mamma, nel riposo del pomeriggio, Sandrina scorse su una mensola un vasetto di pomata; la mamma dormiva. Cheta la piccina si alzò, si aggrap­pò alla spalliera del letto e si protese ad afferrare il barattolo. In quel momento la mamma, destatasi, chia­mò la bambina. Sorpresa, la piccola lasciò scivolare a terra il vasetto, che andò in frantumi; perduto l'equili­brio, cadde anche Sandrina ferendosi all'angolo destro della bocca. Ne portò la cicatrice per tutta la vita.

Strilli inconsolabili! La portarono d'urgenza dal far­macista, le offrirono dolci per acquietarla. Nulla. San­drina rispondeva a calci e a graffì. « Questa la mia prima cattiveria! » scrisse con rammarico. 

Civettuola?

In chiesa si soffermava a contemplare affascinata le statue dei santi, specialmente quelle della Madonna del Rosario e di San Giuseppe perché vestite riccamente: sognava di vestire altrettanto bene. Un po' di civette­ria? « Non so - scrisse nelle memorie - se fosse già una manifestazione della mia vanità ».

Più grandicella, ebbe in dono dalla mamma un paio di zoccoletti: che gioia! Salì in camera e tutta sola si vestì a festa, come per andare a Messa; calzò gli zocco­letti e passeggiò felice per la stanza, pavoneggiandosi; poi si inginocchiò sul pavimento, seduta sulle calcagne, con gli zoccoletti poggiati davanti a sè come usano le donne nelle chiese dei villaggi portoghesi. 

Vinsi la pura

Racconta ancora di sè: « Al tempo della spagnola morì un nostro zio. Dio­linda, mia sorella, ed io rimanemmo in compagnia dei suoi familiari fino al settimo giorno dalla morte, per assistere alla S. Messa in suo suffragio. Un mattino mi pregarono di andare a prendere un po' di riso da un sacchetto depositato nella camera dove lo zio era morto. Arrivai fino alla porta ma non ebbi il coraggio di entrare. Avevo paura. Dovette andarvi la nonna. Quella stessa sera mi ordinarono di andare a chiudere la fi­nestra di quella camera: giunta alla porta, mi sentii tremare le gambe e mi soffermai sulla soglia senza forze per proseguire. Allora dissi a me stessa: "Devo vin­cermi, devo superare la paura". Aprii e, volutamente, con passo lento, passai da dove era stata la salma dello zio fino alla camera in cui era morto. Da allora non ebbi più paura: mi ero vinta ». 

Irrequieta come una monella

Nelle riunioni di famiglia Alexandrina contagiava tut­ti con la sua allegria.

Frasi spiritose e barzellette vivaci le fiorivano sulle labbra; imbastiva scherzi con rara prontezza di spirito. Diolinda, più anziana e, per temperamento, più posata, ne era quasi sempre la vittima.

Un giorno alzò e lasciò cadere con forza il coperchio di un gran cassone della biancheria, mettendosi a stril­lare per far credere di essersi schiacciata la mano. Dio­linda accorse spaventatissima.

La biricchina scoppiò in un trillo di risa.

In chiesa legò, per le frange, gli scialli ad alcune don­nette mentre seguivano attente la funzione.

Qualche volta, nascosta dietro i muriccioli, prendeva a sassate le buone donne che tornavano dalle prediche. Una volta sottrasse alla sorella una camicia da uomo appena fatta, la indossò sopra gli abiti e uscì a zonzo per la strada a far ridere la gente.

La mamma definì Alexandrina: « una capretta: si arrampicava dappertutto ».

Per le strade ad Alexandrina piaceva camminare sui muri di cinta piuttosto che a terra. La mamma le prono­sticava: « Benedetta figliola, tu morrai, qualche giorno, fatta a pezzi come un'anfora! ».

Nel gennaio del 1911 per poter frequentare un po' di scuola (fece solo la prima elementare), fu messa in pensione insieme alla sorella presso una famiglia di conoscenti a Pòvoa do Varzim.

Anche lì, portò con sè la sua irrequietezza. Seguiva i tram a cavallo, li rincorreva come una monella per farsi portare gratis per lunghi tratti; poi balzava a terra con elasticità. Smise solo quando i conduttori la denun­ziarono alla padrona di casa.

Uscì un giorno con due cugine per una passeggiata fino a una pineta. Trovarono alcuni somarelli al pasco­lo. Alexandrina ne approfittò per una cavalcata. Dopo poche galoppate, fu scaraventata dal somarello in un cespuglio spinoso. Se la cavò con qualche sbucciatura alla pelle. 

Che cosa l'attirava lassù

Da bimba immaginava che, sovrapponendo casa a casa e alberi su alberi e arrampicandosi su gomitoli di filo e di corda, le sarebbe stato facile dare la scalata al cielo. « Non so dire - racconta Alexandrina - che cosa mi attirasse lassù ».

A sette anni fece la prima comunione. « Il padre Alvaro Matos mi esaminò in catechismo, mi confessò e mi diede Gesù. Durante la comunione, ho voluto star­mene sempre in ginocchio, sebbene molto piccola, guar­dando la particola: mi rimase incisa nell'anima. Mi parve di unirmi a Gesù in modo inseparabile. Egli legò a sè il mio cuore. La gioia che provai non la so espri­mere ». 

Non ci voglio andare

« Avevo nove anni quando, con Diolinda e una cu­gina, andammo a una predicazione in un paese vicino, tenuta da frate Emanuele delle Sante Piaghe. A lui feci la mia prima confessione generale. Rimanemmo colà tutto il giorno per ascoltare anche la predica del pome­riggio. Preso posto a fianco dell'altare del Sacro Cuore, io collocai i miei zoccoletti tra le colonnine della ba­laustra.

« Ascoltai con molta attenzione le parole del Padre che, a un certo punto, ci invitò a scendere col nostro spirito in un luogo di pene eterne: l'inferno. Incapace di comprendere il senso giusto di quell'invito e persuasa che il Padre fosse un santo, mi convinsi che ci avrebbe portato davvero laggiù da un momento all'altro. A quel pensiero mi ribellai e dissi a me stessa: "All'inferno io non ci voglio andare. Se gli altri ci andranno col Padre, io no, me la svignerò".

« Senz'altro ripresi i miei zoccoletti per essere svelta a fuggire. Quando vidi che nessuno si muoveva, mi tran­quillai. un poco... Ma gli zoccoletti non li deposi più ».  

Rispetto per i sacerdoti

« Ho sempre avuto molto rispetto per i sacerdoti. A Pòvoa do Varzim, quando stavo a sedere sulla soglia di casa vedevo spesso dei sacerdoti transitare nella via. Fossi sola o mi trovassi in compagnia, mi alzavo al loro passaggio ed essi, da lontano si toglievano il cappello al mio atto di ossequio; da vicino mi rispondevano con il consueto: "Dio ti benedica".

« Notai più di una volta che le persone mi guarda­vano mentre compivo quell'atto. Talora mi sedevo di proposito per aver occasione di alzarmi a tempo oppor­tuno e mostrare la mia venerazione per i sacerdoti ». 

Il mio cuore mi suggeriva così

« A Pòvoa do Varzim, mi affezionai molto alla si­gnora della nostra pensione. Ero molto cattiva, a quel tempo; ma quando mi regalavano qualche cosa buona correvo subito a fargliene parte. Il mio cuore mi sugge­riva così ».

« Avevo quattordici anni. Arrivò, un giorno, la noti­zia che il padre di una nostra amica stava per morire. Corsi in fretta e lo trovai raccolto in un mucchio di stracci. Ritornai subito dalla mamma che mi consegnò (in prestito, si capisce) tutta la biancheria necessaria per preparargli un letto. Il moribondo visse ancora dodici giorni e io rimasi sino alla fine a far compagnia alle figlie angosciate dal dolore ».

« Un'altra volta una vicina ci avvisò che una vec­chietta era in letto moribonda. Mia sorella prese con sè il libretto delle preghiere e l'acqua benedetta, e uscì. L'accompagnarono due alunne di cucito. Io le seguii. Sulla porta trovai una nipote dell'ammalata che non aveva il coraggio di assisterla. Diolinda cominciò a leg­gere le preghiere dell'agonia. Io che stavo alle sue spalle mi accorsi, dalle frange dello scialle, che mia sorella tremava come una foglia. Quando terminò di leggere, entrò la figlia della moribonda, ma la vecchietta esalò l'ultimo respiro senza riconoscerla.

« Diolinda, accomiatandosi, disse: - Ho fatto tutto quello che potevo; non ho più il coraggio di restare. « Nel vedere la figlia della defunta in tale angoscia non ebbi cuore di lasciarla sola. Decisi di rimanere e l'aiutai a lavare e a rivestire la salma che era tutta coperta di piaghe. Che odoraccio sentii esalare quando la sollevai per vestirla! Ebbi l'impressione di cadere sve­nuta. Non dissi nulla; ma una persona sopraggiunta se ne accorse e andò a prendere un ramoscello di geranio perché lo odorassi. Ringraziai riconoscente, ma non interruppi il mio servizio. Me ne andai soltanto dopo che la defunta fu composta nella camera ardente ».  

Che bel sogno!

Un giorno fece un sogno.

Le pareva di essere ai piedi di una scala altissima che toccava il cielo, con gradini così stretti che a stento vi poteva poggiare la punta del piede. Doveva salire. Ma come fare? Non v'era nulla a cui appoggiarsi. Ai lati della scala, qualcuno la confortava in silenzio.

In cima vide un trono su cui era assiso il Signore; al suo fianco la Madonna. Il cielo era gremito di santi. Si struggeva di gioia nel contemplare quello spettacolo. Ma dovetti ridiscendere a terra. 

Cercava di adescarla

Quando Alexandrina ebbe 12 anni un contadino del vicinato la chiese come serva.

« Io vi cederò mia figlia - rispose la madre - sol­tanto a questo patto: che la mandiate a Messa ogni domenica e alla confessione ogni mese. Dovrete inoltre lasciarla venire in famiglia ogni pomeriggio festivo per­ché possa rimanere sotto il mio controllo, e possa an­dare alle funzioni del pomeriggio. E non dovrete la­sciarla uscire di notte, mai, in modo assoluto ».

Il contratto fu sciolto presto: il padrone, uomo col­lerico, esigeva dalla fanciulla un lavoro troppo superiore alle sue forze e, per di più, davanti a lei parlava in modo sboccato. 

Un dolore alla spina dorsale

La casa dei Costa è situata ai margini del paese, sul dorso di una collina chiamata Calvario. È una casetta colonica, di un solo piano, col semi-interrato che serve da cantina, legnaia e stalla. Attorno alla casa, si stende un piccolo appezzamento di terreno con vigneto, orti­cello e poche aiuole. Un alto muro lo recinge.

Dalle finestre delle tre camerette situate a nord si domina una parte del paesello a ridosso di un'altra colli­netta e si intravvede la guglia del campanile parroc­chiale.

Diolinda a quei tempi lavorava da sarta, aiutata da qualche allieva.

Alexandrina (aveva 14 anni) durante la convalescenza da una febbre intestinale, passava le ore in loro com­pagnia.

« Mi trovavo - racconta - con mia sorella e una ragazza più anziana di noi a lavorare di cucito, quando vedemmo tre individui dirigersi verso casa nostra. Dio­linda, con un certo presentimento, mi ordinò di chiu­dere la porta della stanza. Alcuni istanti dopo, udimmo i loro passi su per le scale e poi alcuni colpi alla porta.

- Chi è? - domandò mia sorella. Uno di essi, che era stato mio padrone, ordinò senz'altro di aprire.

- Non c'è lavoro per voi, perciò non si apre - rispose Diolinda.

« Dopo alcuni istanti di silenzio, sentimmo che il medesimo saliva la scaletta che dal semi-interrato por­tava in stanza attraverso una botola. Spaventate trasci­nammo, sopra la botola, la macchina da cucire.

« Quel tale accortosi che la ribalta era chiusa, sferrò colpi con una mazza fino a spezzare le assi, riuscendo a praticare una apertura per cui si introdusse nella stanza. Diolinda, a quella vista, aprì la porta e riuscì a sfuggire sebbene gli altri due giovinastri appostati tentassero di trattenerla per le vesti. L'altra ragazza seguì mia sorella, ma fu afferrata dai due. A quella scena io mi vidi perduta. Mi guardai attorno, mi ag­grappai disperata alla finestra aperta e mi lanciai nel vuoto, cadendo pesantemente in giardino dall'altezza di quattro metri. Volli alzarmi subito, ma non mi fu pos­sibile; un dolore acuto mi trafiggeva la spina dorsale. Nervosa, appena riuscii ad alzarmi, strappai dal suolo un palo della vigna e corsi in difesa della sorella alle prese con i due più anziani, mentre la nostra amica lot­tava in corridoio col terzo. Non pensai che a difenderle. - Via di qui. - Fu un lampo. Il giovanotto del corri­doio intimorito lasciò la ragazza. Fu allora che mi ac­corsi d'aver perduto nella caduta il mio anellino d'oro! - Cani... mi avete fatto smarrire l'anello... - Uno di essi si sfilò un anello dal dito... - Prendi questo, ma non serbarmi rancore... - Non lo voglio, va' via!... via!...

« Se ne andarono e noi, emozionate e sfinite, tornam­mo al lavoro. Dell'accaduto mia sorella ed io non par­lammo mai per evitare ogni tragedia, ma la mamma fu informata dalla nostra amica.

« Poco tempo dopo fui presa da forti dolori e fui costretta a starmene a letto per lunghi periodi, alternati a brevissimi intervalli di discreto benessere ».  

L'avvoltoio ritorna all'assalto

Alcuni anni dopo, quando Alexandrina era già in­chiodata al suo letto di martirio, narra di sè: « Siccome mi piaceva stare da sola con Gesù, specialmente la do­menica quando in parrocchia esponevano il Santissimo, io insistevo perché tutti i miei andassero in chiesa. Un giorno, appena usciti, mi misi a pregare; udii aprirsi il portone del cortile e un passo svelto salire la scaletta, mentre una voce ripeteva forte: - Aprimi la porta! - Conobbi subito chi fosse e tremai dallo spavento... Strin­si fiduciosa nella mano il mio Rosario, terrorizzata, pen­sando ciò che poteva accadere. Sentivo spingere con forza la porta e manovrare la serratura: tremavo senza respiro, sapendo che la porta non era chiusa a chiave... Ma non so come, la porta non si aprì... Dopo vani tentativi l'uomo desistette e se ne andò. Da allora pro­posi di non rimanere più sola in casa. Attribuisco a Gesù e alla Madonna celeste l'avermi liberata da quel cattivo incontro ».

L'uomo che voleva farle del male, trovandosi più tardi in una situazione critica, fu beneficato da Alexan­drina con molti aiuti: non entrava mai nella camera dell'ammalata, senza uscirne profondamente scosso. Con le lacrime agli occhi, confidò un giorno al confessore di Alexandrina: « È su quel letto per colpa mia ». 

Capitolo II

LA STAGIONE DEI RAMI FIORITI

« Sotto la morsa del dolore ebbi momenti di scorag­giamento, ma neppure uno di disperazione », lasciò scritto Sandrina. Le rimase un'acuta nostalgia dei fiori e della chiesa. Quando vi era lezione di canto in par­rocchia, le due sorelle si facevano tristi: Diolinda per dover lasciare Alexandrina, e Alexandrina per non po­tere accompagnarla.

All'inizio l'ammalata cercò di distrarsi: invitava le amiche a giocare a carte con lei.

Pregava Dio per ottenere la guarigione: promise di regalare tutto il suo oro, di vestirsi a lutto per tutta la vita, di recidersi la bellissima capigliatura.

La mamma, la sorella, le cugine alternarono novene e promesse per strappare la grazia. Ma Alexandrina peggiorò; più di una volta le amministrarono gli ultimi Sacramenti. 

Ripiegò sul dolore

Con la perdita progressiva delle forze, rinunciò ai futili passatempi con cui cercava di passare i giorni. Sentì crescere in sè l'amore alla preghiera e il desiderio di unirsi a Gesù Sacramentato.

Nel 1928, fu organizzato un pellegrinaggio parroc­chiale a Fàtima; in quell'occasione Alexandrina sentì rispuntare il desiderio di guarire e la volontà di parte­cipare a quel pellegrinaggio. Ma il medico e il parroco le si opposero in modo assoluto: impossibile muoverla per un viaggio così lungo. Già il toccarla e il voltarla sul lettino le causava dolori lancinanti.

A quel diniego lasciò spuntare le lacrime ma pregò ancora per ottenere la guarigione.

Promise che, guarita, si sarebbe fatta missionaria. Nell'illusione di ottenere la grazia, diceva a quelli che venivano a trovarla: - Vedrete. Se un giorno sentirete cantare per le strade, sappiate che sarò io a ringraziare la Madonna per il dono della salute.

Vedendo che nonostante le molte preghiere non ot­teneva ciò che così intensamente chiedeva, a poco a poco ripiegò nell'accettazione della volontà di Dio. Spense ogni desiderio e si volse ad amare il dolore e a pensare solo a Dio. 

« Mia cara Mammina »

Voleva possedere una statuetta della Madonna che fosse tutta sua.

Incominciò a raggranellare i centesimi, privandosi di varie cosette; alcune persone l'aiutarono; una le offrì due polastrelle. Diolinda le allevò finché diedero uova bastanti per la spesa. Così comperò una statuetta della Vergine di Fàtima, chiusa in una campana di vetro e una mensola a forma di altarino.

Durante il mese di maggio su quell'altarino, che fian­cheggiava il letto, volle che straripassero i fiori e, quan­do i mezzi glielo consentirono, accese anche le candele.

Scriveva di suo pugno i fioretti giorno per giorno. Consistevano in un'offerta di tutta la giornata secondo particolari necessità. Estendeva la sua preghiera alla par­rocchia e alle popolazioni degli ultimi confini della terra.

A fine maggio riuniva i bigliettini e scriveva un'af­fettuosa lettera alla Madonna. Poi dopo aver deposto tutto ai piedi della statua, bruciava la lettera e i fioretti.

Una letterina del 1935, sfuggita alle fiamme, fu con­servata. Eccola:

« Mammina! Vengo umilmente ai tuoi piedi a deporre i fiori spirituali che ho raccolto durante questo mese. Sono confusa e piena di rossore: che miseria! In che stato te li offro! Sono appassiti e sfogliati! Ma tu, Mamma Celeste, puoi farli rinvenire.

« Mamma cara, nell'ultimo giorno del tuo mese san­to, dato che non ho nulla da offrirti, ti dono tutto il mio corpo e ti chiedo di custodirlo e di prenderlo sul­le tue soavissime braccia, come prenderesti quello di una figlia prediletta.

« Benedicimi. Chiedi a Gesù Eucaristico che mi be­nedica; che la SS. Trinità mi benedica.

Ciao, Mamma, e scusami di tutto ».

All'inizio di maggio faceva alla Madonna la seguen­te consacrazione:

« Madre di Gesù e Madre mia, ascolta la mia pre­ghiera. Io consacro il mio corpo e tutto il mio cuore a te. Purificami, Madre Santissima; riempimi del tuo santo amore. Collocami presso i tabernacoli di Gesù per servire da lampada finché durerà il mondo. Bene­dicimi, santificami, o cara Mamma mia del cielo ». 

Amore ai Tabernacoli

Un giorno era sola nella cameretta. C'era pace e silenzio. Il suo pensiero volò al tabernacolo. Per espri­mere il suo affetto a Gesù, scarabocchiò su un foglio questa aspirazione d'amore: « Mio buon Gesù, tu sei prigioniero e anch'io lo sono. Siamo prigionieri tutti e due. Tu sei prigioniero per mio amore; io lo sono delle tue mani. Sei il Re

e il Signore di tutto; io invece sono un vermiciattolo della terra. Ti ho lasciato in abbandono pensando solo a questo mondo, che è la rovina delle anime. Ma ora, pentita di tutto cuore, voglio quello che vuoi tu; vo­glio soffrire con rassegnazione. Non privarmi, o Gesù, della tua protezione ».

Sulla copertina di un vecchio libro, fatta di carta rozza da imballaggio, tracciò queste parole: «Con lo spirito ai Tabernacoli. O mio caro Gesù, vorrei visitarti nei tuoi Tabernacoli, ma non posso perché la malattia mi inchioda nel mio caro letto di dolore. Sia fatta la tua volontà, Signore; ma almeno, mio Gesù, fa' che non trascorra neppure un momento senza che io venga in spirito alle porticine dei tuoi Tabernacoli a dirti: "Mio Gesù, ti voglio amare! Vo­glio incendiarmi tutta nelle fiamme del tuo amore; vo­glio supplicarti per i peccatori e per le anime del Purgatorio" ».

Le sfuggiva questa dolce implorazione: «O Soave Melodia (Maria SS.), conforto dei pec­catori, ti scongiuro per i tuoi dolori: porta la mia ani­ma a Gesù ». 

Un salmo poetico

Nel settentrione del Portogallo è diffusa l'associa­zione religiosa « Le Marie dei Tabernacoli », corrispon­dente alle « Lampade Viventi » sorte in Italia. Alle due associazioni, portoghese e italiana, Alexandrina si iscrisse con entusiasmo. Ne era felice.

A questo scopo ogni mattina recitava una preghiera di sua composizione. Ha il ritmo di un salmo ed è punteggiata di slanci poetici.

« O Gesù, eccoti qui la Mamma. Ascoltala. È lei che ti parla per me; e tu, cara Mamma, va' a dare baci ai Tabernacoli, un'infinità di baci e di abbracci, un'infinità di tenerezze e di carezze. Tutto per Gesù Eucaristico, tutto per la Trinità Santa, tutto per te, Mamma cara. Moltiplicali, moltiplicali, dalli pieni di un amore puro e santo, di un amore incommensura­bile, di sconfinata nostalgia, per chi non può muoversi né recarsi ai Tabernacoli.

« O mio Gesù, io voglio che ogni mio dolore, ogni palpito, ogni respiro, ogni attimo di questo giorno sia­no atti di amore per i tuoi Tabernacoli.

« Io voglio che ogni movimento dei miei piedi, del­le mani, delle labbra, della lingua, degli occhi, ogni lagrima e sorriso, ogni gioia e tristezza, ogni tribola­zione, distrazione, contrarietà o dispiacere siano atti di amore per i tuoi Tabernacoli.

« Voglio che ogni sillaba delle orazioni che dirò o sentirò recitare, ogni sillaba che pronunzierò o udirò pronunziare, ogni parola che leggerò o udirò leggere, che scriverò o vedrò scrivere, che canterò o udirò can­tare siano atti di amore per i tuoi Tabernacoli.

« Voglio che ogni bacio che darò a te nelle tue im­magini, o in quelle della tua e mia Madre amata, op­pure in quelle dei tuoi santi e sante siano atti di amo­re per i tuoi Tabernacoli.

« O Gesù, io voglio che ogni goccia di pioggia che scende dal cielo alla terra, e tutta l'acqua del mondo frazionata in gocce, tutta la sabbia del mare e tutto ciò che il mare racchiude siano atti di amore per i tuoi Tabernacoli.

« Ti offro le foglie degli alberi, e i frutti che vi pos­sono maturare; i fiori sfogliati, petalo per petalo; i chicchi di semi che sono nel mondo; tutto ciò che rac­chiudono i giardini, i campi, le valli e i monti; tutto ti offro come atti di amore per i tuoi Tabernacoli.

« O Gesù, ti offro le piume degli uccelli e il loro cinguettio, i peli e le voci di tutti gli animali come atti di amore per i tuoi Tabernacoli.

« O Gesù ti offro il giorno e la notte, il caldo e il freddo, il vento, la neve, la luna e i suoi raggi, il sole, le tenebre, le stelle del firmamento, il mio dormi­re il mio sognare come atti di amore per i tuoi Ta­bernacoli ».

Quando scrisse questo « inno di lode » Alexandrina contava 27 anni: la stagione dei rami in fiore nell'ani­ma sua.

Tre anni dopo, nel 1934, Gesù le parlava e le di­ceva: « La missione che ti ho affidato sono i miei Ta­bernacoli e i peccatori: sono stato io a elevarti a così alto grado. È stato il mio amore! ». 

Capitolo III

« METTIMI SULLE LABBRA UN SORRISO »

Io pregavo per lui

Diolinda in un corso di esercizi per Figlie di Ma­ria, dopo l'istruzione, aveva scelto il predicatore come suo Direttore spirituale. Era un religioso che predicava spesso nelle parrocchie dell'Archidiocesi: Padre Ma­riano Pinho, gesuita.

In quella circostanza il Sacerdote ebbe le prime no­tizie di Alexandrina e, per mezzo di Diolinda, le chiese preghiere promettendole un contraccambio. Talvolta le inviava qualche immaginetta.

Due anni dopo Alexandrina seppe che Padre Ma­riano era ammalato. La notizia la fece piangere. Subito Diolinda le chiese: - Ma perché piangi se non lo conosci nemmeno? - So che pregava per me e io pregavo per lui.

Il 16 agosto 1933 Padre Mariano venne a Balasar per un triduo di predicazione; visitò Alexandrina che a sua volta gli chiese di dirigerla spiritualmente.

All'inizio Sandrina non gli parlò della sua offerta di amore ai Tabernacoli, della forza misteriosa che l'at­traeva, né delle parole di Gesù apprese come un in­vito. «Non capivo nulla di tutto ciò (raccontava Ale­xandrina), anzi pensavo che fosse una cosa comune a tutti».

Fu allora che Gesù le disse: « Ubbidisci in tutto al tuo Padre spirituale. Non l'hai scelto tu; sono stato io a mandartelo ». 

Radiografia di un'anima

Incominciò così una fitta corrispondenza tra lei e Pa­dre Mariano.

Scorrendo le sue lettere al Direttore, si ha subito un'idea, benché vaga, dei dolori fisici che la tortura­vano e del suo amore alla sofferenza per la salvezza dei peccatori.

Ecco uno stralcio: « Due paroline appena perché le forze non mi con­sentono di più. Ho passato male la notte. Non tro­vavo alcuna posizione...

« Molto spesso domando: - O mio Gesù, cosa vo­lete che io faccia? - E ogni volta invariabilmente questa risposta: - Soffrire, Amare, Riparare.

« La mia sofferenza è cresciuta assai; adesso pren­do solo liquidi; non riesco a masticare per un gonfiore in bocca. Può darsi che il gonfiore, come è venuto, se ne vada. Diversamente con la debolezza in cui mi tro­vo mi sarà impossibile vivere... Sento molto la man­canza del poco che mangiavo; i soli liquidi mi causa­no spesso vomiti.

« Mi è impossibile tener ferma la penna in mano almeno per qualche minuto... tanti sono i dolori. Non mi hanno mai raschiato le ossa, ma ho l'impressione che il dolore mi strazi così...

« ... Ho l'impressione che le costole del petto si sal­dino a quelle della schiena; mi causano sofferenze così lancinanti che non so come stare. Quando i dolori di­ventano più forti, resto per alcuni minuti con metà corpo sul letto e con l'altra metà sul grembo di Dio­linda. Ciò obbliga mia sorella a passar le notti in mia compagnia. Mi costa molto anche il parlare ».

Alexandrina rivelava le sue sofferenze soltanto al suo Direttore e, in parte, a Diolinda che era la sua confidente. Agli altri non raccontava nulla. Sua mamma rimase all'oscuro di gran parte delle cose che av­venivano in quella cameretta.

Dal giorno in cui si offrì vittima, Alexandrina ri­peté sempre questa preghiera: « O Gesù, mettimi sul­le labbra un sorriso ingannatore, così che io possa na­scondere agli altri tutto il martirio della mia anima; basta che tu solo conosca il mio patire ». 

Crollo finanziario

Nel 1933 la sua famiglia ebbe un crollo finanziario. Sandrina ricorda bene la data perché la sciagura fu contemporanea a una grazia grandissima: il permesso cioè che venisse celebrata la Messa nella sua stanzetta.

Da quel giorno il Signore accrebbe le sue tenerezze, ma fece pesare di più la sua croce; le scarse risorse familiari sfumarono. La madre di Alexandrina, con troppa generosità, si era resa garante di alcune per­sone bisognose.

« A quel tempo - riferisce Alexandrina - non ave­vo più alcun attaccamento alle cose di questo mondo; tuttavia soffrivo assai nel vedere che tutto ciò che noi si possedeva non bastava a estinguere i debiti di cui mia madre si era resa fiduciaria. Io dissi subito ai miei che preferivo perdere tutto, fino all'ultimo cen­tesimo, pur di pagare la somma. Mi venne spesso a mancare il vitto sostanzioso di cui avevo bisogno, ma soffrivo in silenzio. Io non chiedevo mai quello che sapevo che non c'era in casa; così i miei familiari era­no persuasi che tutto fosse di mio gradimento e non si rattristavano.

« Se mi regalavano qualche cosa, la cedevo subito a mia sorella, che in quel tempo era assai malaticcia, facendo questo ragionamento: "Se non posso guarire io, che almeno possa star meglio Diolinda".

« Trascorsero così sei anni di strettezze e di lacri­me. Nella famiglia non vi fu un momento di serenità. Alla fine Gesù ascoltò la mia preghiera. Una buona signora giunse da lontano a dar sollievo alle nostre pene; se le prove non terminarono completamente, fu solo per la mia timidezza. Non ebbi il coraggio di sve­lare tutto il nostro debito, ma la signora ci donò una somma tale che ci permise di non vendere la nostra casa ». 

Primi colloqui

Cominciarono intanto i primi Colloqui di Gesù con Alexandrina.

Il fatto si verificò nel 1934, e precisamente il gior­no 6 e poi 1'8 settembre, quando il parroco portò ad Alexandrina la santa Comunione. Alexandrina si sentì apatica, fredda, addirittura incapace di dirgli grazie.

« Ma il buon Gesù - scrive nel diario - non guar­dò alla mia indegnità e freddezza. Mi parve di udirlo parlare ».

Quel primo colloquio la rese preoccupatissima per­ché non poteva scrivere e d'altra parte non voleva confidare il suo segreto a nessuno, neppure alla sorella.

Lottò con se stessa per due giorni. Alla fine timi­damente chiese alla sorella: - Diolinda, un favore. - Dimmi. - Vorresti scrivere quanto ti detto? - Subito.

Era notte; Diolinda si sedette sul pavimento davanti a uno. sgabello e incominciò a scrivere.

Alexandrina non alzava gli occhi per l'umiliazione; Diolinda non osava guardare la sorella per l'impres­sione che le cose udite le facevano.

Alexandrina dettava: « Mi parve che Gesù mi dicesse: - Dammi le tue mani perché le voglio inchiodare con me; dammi i tuoi piedi che li voglio inchiodare con me; dammi la tua testa che la voglio coronare di spine come hanno fatto a me; dammi il tuo cuore che lo voglio tra­passare con la lancia come hanno trapassato me; con­sacrami il tuo corpo; offriti tutta a me che ti voglio possedere totalmente ».

Più tardi, Don Umberto, suo secondo Direttore, chie­se ad Alexandrina di confidargli quello che soleva di­re a Gesù nel suo ringraziamento della Comunione. Alexandrina sorrise e rispose: « Gli dico così: O Ge­sù, dammi fuoco, dammi amore: amore che mi bruci, amore che mi uccida. Voglio vivere e morire di amore ».

A quella preghiera Gesù rispose: « Sì, tu morirai di amore poiché vivi di amore ». 

La S. Messa nella cameretta

Da parecchio tempo Alexandrina sognava di poter avere la S. Messa nella sua cameretta. Le pareva una cosa bella, ma tanto difficile da ottenere; non osò mai farne parola con alcuno. Nel 1933 venne a sapere che Padre Mariano sarebbe arrivato in paese per una pre­dicazione. Manifestò allora a Diolinda il vivo deside­rio riguardo alla S. Messa.

Combinarono di farne parola al Padre, ma poi, al­l'atto pratico, tacquero per evitargli un sacrificio.

Fu Padre Mariano che in una lettera, qualche tem­po dopo, domandò a Sandrina se le sarebbe piaciuto assistere alla S. Messa. La risposta gli giunse redatta con delicatezza: « Se si può ottenere, sarebbe per me una gioia inesprimibile: Ma mi costa assai il grande sacri­ficio che lei dovrebbe imporsi nel venire digiuno con mattinate tanto rigide... ».

Il 20 novembre Alexandrina ebbe la grazia di par­tecipare alla Messa nella sua cameretta. Il Signore la aveva ascoltata. 

Lui in me

Aveva un'anima sensibile e affascinante. Amava Dio nella natura. A nove anni, quando si alzava all'alba per i lavori nei campi, uscendo da sola si soffermava a contemplare i colori sfumati o accesi dell'aurora, il sorgere del sole; ascoltava trasalendo il gorgheggio degli uccelli, il mormorio delle acque... Si sentiva così rapita, da dimenticare quasi di essere in questo mon­do. Un pensiero la sommergeva: « Com'è grande Dio! ».

Sulla spiaggia si smarriva dinanzi alla immensità del­l'oceano; a notte, i fuochi delle stelle le strappavano brividi di ammirazione.

Spesso dalla sua cameretta fissava il cielo, ascoltava il lontano fruscio del torrente e si struggeva al pen­siero della grandezza di Dio.

Il 6 settembre 1944 parlando con Don Umberto si lasciò sfuggire questa frase: « Il canto, la natura, il mare mi obbligavano a rientrare in me e a dimenti­carmi ».

Quella struggente ammirazione per il creato era co­me un colpo d'ala verso il Creatore. Raccontò: « Dopo una visita al Santissimo che non avevo potuto fare di giorno per i molti dolori e per un gran malessere e che non avrei fatto perché sentivo molto, molto son­no, avvertii all'improvviso ciò che sento di solito quan­do il Signore viene a parlarmi. Avevo l'impressione che un'onda del mare si rovesciasse su di me. Mi in­clinai senz'altro sul lato sinistro e subito mi parlò il Signore ».

« Alcune volte, prima ancora che il Signore mi par­li, io sento come dei forti abbracci; altre volte li sento alla fine; mi invade improvvisamente un calore così forte, così scottante che non mi so spiegare. Ta­lora mi sento carezzare dal Signore. Io non so come corrispondere a tanti benefici ».

Chiese a Gesù perché si abbassasse fino a lei, così piccola e peccatrice. Gesù le rispose: « Non faccio così solo alle anime sante. Mi comunico anche alle ani­me peccatrici come te, per infondere in loro fiducia; anch'esse possono amare il Signore e divenire sante. Se non facessi così, avrebbero motivo di disperarsi ». 

Capitolo IV

VOGLIO ESSERE UN GRAPPOLO SPREMUTO

Sono io che ti abbellisco

Il Signore le dice con tenerezza nel 1935: - Mia figlia... sono sempre con te. Se tu sapessi quanto ti amo, moriresti di gioia.

Un anno dopo, Alexandrina avverte qualche cosa di soverchiante dentro di sé.

« Il cuore mi batteva con tanta forza! Mi pareva che lo stessero ritoccando ».

Gesù le spiega: - Sono io che ti abbellisco. Alexandrina, confusa, un giorno reagisce e Gesù le risponde: - Che importa a te? Ti ho scelta così. Sot­to la tua miseria e i tuoi peccati io nascondo la mia grandezza, la mia onnipotenza, i raggi della mia glo­ria... - Fa una specie di contratto con lei: « Conso­lami e amami e io ti consolerò in tutte le tue afflizionî ». Le sollecitazioni dell'amore divino incalzavano: « Dammi il tuo cuore per collocarlo nel mio, in mo­do che tu non abbia altro amore se non il mio ».

Le rivela ancora: « Ho stabilito in te la mia dimora... sei un taberna­colo costruito non da mano d'uomo ma da mani di­vine... Abito in te come se tu sola esistessi al mondo e io avessi soltanto te da beneficare ».

Nel 1938, il 14 marzo, Gesù le rompe le tenebre con un bagliore di luce. Le mostra la sua anima di­ventata abitazione di Dio. Sandrina esclama abbagliata di stupore: « Era tutta illuminata; anche a grande di­stanza era tutta luce ». 

Ti voglio più brillante degli angeli

Gesù le è sempre accanto e in altra occasione le di­ce: « Tu hai vissuto sempre nelle mie mani benedette e in quelle della tua e mia Mamma del cielo. Ti ab­biamo accompagnata per i cammini duri e difficili che hai superati; non sei caduta perché ti abbiamo soste­nuta. Anche adesso non cadi perché continuiamo a sostenerti.

La prima lezione che Gesù Maestro dà ad Alexan­drina è semplice: « Dimenticare il mondo e donarsi tutta a Lui ». Insiste con lei: « Morire al mondo e che il mondo muoia per te... Gesù è il mondo per cui devi vivere, a cui devi pensare, che devi amare e imitare; un mondo in cui si trovano tutti i tesori ».

L'anima affascinata da Gesù « vive nel mondo, ma non è più del mondo ». Il Maestro concretizza le sue esigenze nel seguente consiglio: « Ama la solitudine ».

In un altro colloquio la istruisce sul come dev'es­sere il suo abbandono in Lui: « Coraggio, figlia mia. Costa assai essere trattata così, lo so bene. Ma ciò che costa, consola di più il tuo Gesù. Il mio Cuore si fa violenza nel vederti soffrire così... Ti voglio nelle mie braccia con la stessa semplicità di una bimba in quelle della mamma sua. Voglio toglierti ogni ombra che tu possa avere ancora. Ti voglio più brillante degli angeli. Sì, perché gli angeli sono brillanti per natura; ma tu lo sei perché ti conservasti così, perché permetti a Gesù di lavorare in te liberamente, e di arricchirti delle virtù più belle ». 

Tabernacoli e anime

L'ideale di Alexandrina si profila nettamente: Ta­bernacoli e anime. Gesù glielo conferma:

« Come Maria Maddalena, hai scelto la parte mi­gliore. Hai scelto di amarmi nei Tabernacoli, dove mi puoi contemplare non con gli occhi del corpo, ma con quelli dell'anima e dello spirito. Io mi trovo lì col Cor­po, Anima e Divinità come in cielo. Hai scelto quello che vi è di più sublime ».

Ritorna insistente l'invito di Gesù: « Ama la solitudine; va' ai miei Tabernacoli: è là dove impari, è là dove la solitudine è maggiormente praticata da anni, da secoli ».

Alexandrina prediligeva sempre il giovedì: « Che bel giorno il giovedì! - lasciò scritto 1'11 ottobre 1934 -. E’ il giorno in cui il Signore ha istituito il SS. Sacramento ».

Preferisce scrivere le lettere e il diario di giovedì perché, costandole molto sia lo scrivere di proprio pu­gno che il dettare a Diolinda, aveva modo di provare coi fatti il suo affetto a Gesù Eucaristico.

Spesso le esce dall'anima un grido: « È un giove­dì: il mio giorno ».

Gesù insiste: « Oggi è il tuo giorno, il grande gior­no, la tua pazzia: il giorno del mio Sacramento. Fa' che si trovino anime che mi amino nel mio Sacramento di amore, e diano il cambio a te quando tu partirai per il cielo ».

Alexandrina vibra di questo ideale eucaristico: « Mi appartiene questa missione: dare anime a Gesù, vivere all'erta nell'Eucaristia, all'erta sempre, all'erta con Ge­sù. Come una farfalla che vola alla fiamma, come un pastore che è preoccupato dell'agnello ».

Vuole « amare con amore puro » e non trovandolo in sé e parendole troppo esiguo si rivolge al Cuore di Colei che è Madre del Divino Amore: « Mammi­na, - le sussurra filialmente - solo da te mi può venire questo amore: dammelo ».

Parla a se stessa: « Cuore mio, non arrestarti, va' incontro alla tua Celeste Mamma, va' a tuffarti in quell'amore puro, va' a profumarti con gli aromi delle più eroiche virtù, va' a rivestirti, va' ad arricchirti dei tesori della tua Madre celeste ». 

Ti ho scelta per farmi compagnia

« Vuoi consolarmi? - le suggerisce Gesù - Vuoi consolare il santificatore dell'anima tua? Va' ai Taber­nacoli!... Va' a praticare opera di misericordia. Va' a consolare chi è triste. Io sono tanto triste! Sono tanto offeso! ».

Le parole di Gesù le bruciano l'anima.

« Non hai compassione di me? - le dice Gesù. - Sono nei Tabernacoli da solo: schernito, abbandonato e offeso... Va' a consolarmi e a riparare a tanto ab­bandono... Visitare i carcerati e consolarli è opera buona. Io sono carcerato, e carcerato per amore. Io sono il carcerato dei carcerati ». 

I suoi lamenti la straziano­

« Gli uomini non credono alla mia esistenza; non credono che io abito là! Mi bestemmiano. Altri cre­dono, ma non mi amano e non mi visitano; vivono come se io non ci fossi. Va', sono tue le mie prigioni. Ti ho scelta per farmi compagnia in quei piccoli ri­fugi: molti di quei rifugi sono così miseri... Ma den­tro che ricchezza! Vi è la ricchezza del cielo e della terra ».

Gesù si lamenta della povertà dei suoi Tabernacoli: « Io son là come un povero mendicante, sporco e strac­ciato. Facciano le anime che io sia pulito e decoroso ».

Nel giorno dell'Annunciazione, Sandrina scrive una lettera alla Madonna. Le dice: « O Mammina del cie­lo, o mia amabile Signora, dammi un amore che sia capace di soffrire tutto per amore tuo e del mio caro Gesù; sì, del mio Gesù che è il tutto dell'anima mia perché è la luce che m'illumina, è il Pane che mi ali­menta, la sola via per la quale io voglio camminare.

« Ma io, mia Sovrana, mi sento tanto debole per tante contrarietà della vita: che sarebbe di me senza di te e senza il mio Gesù? ».

Qualche volta le balena alla mente lo scopo delle sue sofferenze. « Mi dice Gesù - ella scrive - che si serve di me perché, per mezzo mio, molte anime vengano a lui e molte siano stimolate ad amarlo nella Santissima Eucaristia ».

Gesù dolcemente insiste: « Fa' che io sia amato da tutti nel mio Sacramento di amore, il maggiore dei Sacramenti, il più grande miracolo della mia sapienza ».  

Sii la mia vittima

Gesù le spiega come l'Eucaristia sia la sua Passio­ne perpetuata e come, in unione con l'Eucaristia, lei possa soffrire efficacemente.

« Mia sposa fedele, va' col tuo cuore e con la tua riparazione a guarirmi le ferite che mi sono aperte dai peccati. I dolori sono più orribili di quelli del Cal­vario. Quanti chiodi, quante corone di spine e quante lance! Va' a passare parte della notte nei miei Taber­nacoli con molto amore e fervore. Sono con te nel tabernacolo del tuo cuore e tu sei nei miei in tutto il mondo.

« Mia figlia, la sofferenza è la chiave del cielo. Ho tanto sofferto per aprire il cielo all'umanità; ma per molti, inutilmente. Dicono: "Voglio godere; son ve­nuto al mondo soltanto per godere". Dicono: "Non esiste l'inferno". Io sono morto per loro e dicono che non me l'avevano chiesto, e contro di me scagliano eresie e bestemmie. Per salvarli io scelgo delle anime e metto sulle loro spalle la croce e mi assoggetto ad aiutarle. Felice l'anima che comprende il valore della sofferenza! La mia croce è soave se portata per amor mio ».

In diversi colloqui Gesù le dice: « Non ricusarmi nessuna sofferenza e sacrificio ».

« Se mi ami, se sei tutta mia, non rifiutarmi ciò che ti chiedo; sii la mia vittima ». La stimola ad offrirsi, perché « tutto ciò che gli adoratori mi chiedono nella Santissima Eucaristia sarà concesso; è la medicina per tutti i mali... Preghiamo per gli infelici peccatori che, schiavi delle passioni, non si ricordano di avere un'ani­ma da salvare e che un'eternità li aspetta tra breve ».  

Mia figlia, angelo bello

Riconoscente verso la Madonna, a cui attribuisce la grazia dell'amore che la brucia e della forza nel resi­stere al dolore, nella lettera a fine maggio del 1938 le scrive: « Voglio essere una pallina nelle tue mani, voglio essere frumento nella macina, voglio essere grap­polo spremuto. Soffrire e amare, Mammina, ecco il mio sogno: essere un nulla, un puro nulla ».

« Ti ho scelta per la felicità di molte anime » le ri­pete Gesù. « Scrivi che io voglio che si predichi la devozione ai Tabernacoli; voglio che si accenda nelle anime la devozione verso queste Prigioni d'amore; non son rimasto quaggiù soltanto per amore di coloro che mi amano, ma per tutti. Anche immersi nel lavoro tut­ti mi possono consolare ».

Gesù ha una specie di sospiro: « Io vorrei molte guardie fedeli, prostrate davanti ai Tabernacoli per impedire tanti e tanti crimini ».

E poi rivolge a Sandrina una serie di espressioni stupende: « Mia figlia, angelo bello, perla splendente, stella ful­gida che fai brillare la corona del tuo Sposo, di' al tuo Direttore che lo voglio che egli conosca bene l'amo­re con cui tu mi ami per farlo conoscere al mondo ». 

Capitolo V

« VOGLIO FARTI SIMILE A ME »

Il dolore è ciò che vi è di più saggio

Un giorno Alexandrina sentì il suo cuore attanagliato nella morsa di una forza misteriosa, tanto che fu co­stretta a mantenere il capo reclino dallo stesso lato per lo spazio di un'ora; l'invadeva un'immensa tristezza.

Ed ecco, Gesù le parlò: « Candido giglio, pazze­rella d'amore, eroina sempre combattente, io voglio che tu soffra senza consolazioni nell'anima... Tu ti senti chiusa in prigione: sono io a invitarti a vivere così... Raramente sentirai conforto, molto raramente, sino al­la fine della vita. Voglio che il tuo cuore viva nel do­lore, nella tristezza e nell'amarezza, ma col sorriso sulle labbra... Io non ebbi consolazione in tutta la mia Pas­sione... Io ti amo di un amore particolare con un amore del tutto riservato; per questo ti faccio simile a me ».

Il dolore intride la vita di Alexandrina. Ma il do­lore è un maestro sapiente. Il primo marzo 1946, Ale­xandrina detta nel suo diario: « Il dolore è ciò che vi è di più saggio; il dolore è la scuola più sublime; nulla più del dolore ci insegna ad amare Gesù; il do­lore ci guida e ci incammina a lui ». 

Ti preparo per cose sublimi

In un colloquio Gesù le dice: « Pensa solo a me, dal momento che tanto generosamente ti offri come vittima per i peccatori del mondo. Io collocherò in te quasi un canale per cui fluiranno le grazie alle anime ». « Non so cosa provai in me, - racconta Sandrina a commento di quelle parole - non so spiegarmi bene: sentivo un gran peso, tanto grande da darmi la sensa­zione che io stessa (ma specialmente il cuore) diven­tassi così grande, da sembrare il mondo ». Qualche giorno dopo Gesù le spiega: « Sto modellandoti; ti preparo per cose sublimi ». 

Quale orrore sentivo in me

Il primo invito a una crocifissione totale Alexandri­na lo ebbe da Gesù il 6 settembre 1934. Con rilut­tanza, ne dette notizia al suo Direttore il giorno 8, compleanno della Madonna.

Gesù aggiungeva che le avrebbe dato la sofferenza della sua Passione quale segno esterno della sua volon­tà che si consacrasse il mondo al Cuore Immacolato di Maria.

Passano i giorni. Le tenebre e le sofferenze si accu­mulano come la neve in un inverno glaciale.

« Il mattino del 2 ottobre 1938 il Signore mi disse che mi avrebbe fatto passare attraverso tutta la sua Passione, dall'Orto al Calvario, ma che non sarei arri­vata al Consummatum est. Mi affermava che avrei incominciato il giorno 3 e che in seguito l'avrei sof­ferta tutti i venerdì, subito dopo il mezzogiorno, fino alle tre pomeridiane.

« Io non dissi di no al Signore. Avvisai il mio Pa­dre spirituale, in attesa angosciosa del giorno e del­l'ora, perché né lui né io potevamo immaginare ciò che sarebbe avvenuto.

« Durante la notte sul 3 ottobre, se fu grande l'ago­nia dell'anima, fu pure grande la sofferenza del corpo; incominciai a rimettere sangue e sentii trafitture orrende. Ciò si ripeté ancora per vari giorni; non potevo prendere alcun alimento. Fu nel colmo di queste soffe­renze che io entrai nella mia prima crocifissione. Qua­le orrore sentivo in me!... Che indicibile afflizione! ».  

Rivive la passione di Gesù

Così Alexandrina incominciò a soffrire la Passione di Gesù.

Durante tutte le manifestazioni rimaneva ininterrot­tamente in estasi, per tre ore e mezza: non vedeva, non udiva, non soffriva se non ciò che si rinnovava nella sua anima e nel suo corpo della Passione di Gesù.

I dolori del Signore si ripercuotevano in lei a uno a uno: dall'Orto degli ulivi all'ultimo respiro sulla croce.

Il misterioso martirio si manifestava esternamente, da mezzogiorno alle ore quindici.

Una cosa sorprendente: anche nell'estasi ubbidiva al suo Direttore o a chi egli avesse delegato; non so­lo a ordini espliciti dati a viva voce, ma anche a quelli rivoltile soltanto mentalmente. Il medico curante, dr. Emanuele Augusto de Azevedo, fu dal 1941 tra i più assidui testimoni di quelle estasi; osservava e prende­va appunti.

Altri medici, inviati dall'Autorità ecclesiastica, per verificare se ci fosse frode o trucco oppure se fosse un fenomeno dovuto a forze misteriose di ordine na­turale, fecero diversi esami e controlli. Durante l'estasi punsero violentemente Alexandrina; non reagì mini­mamente. Un altro particolare: Alexandrina in qual­siasi movimento, anche brusco, come nello scendere dal letto, nel rotolarsi, nello strisciare e trascinarsi fa­ceva tutto con una tale compostezza e modestia che non fu mai necessario ricomporle una sola piega della lunga veste. « Avevamo l'impressione che avesse ac­canto un Angelo a tenerle aderenti gli abiti », diceva­no tutti i testimoni.

Sorprendono anche certe spiegazioni date da Ale­xandrina. Per esempio, spiegava che circa la corona di spine non si trattava di una corona attorno al capo, ma di un casco di spine che copriva tutta la testa di Gesù. Il volto di Gesù della Sindone di Torino era, a suo parere somigliantissimo a quello che lei tante volte vedeva; non poteva fissare la Sindone senza commuoversi.

Il dott. Azevedo invitò un giorno un sacerdote pre­sente ad alzare dal pavimento Alexandrina, che in quel momento riviveva il cammino verso il Calvario con la Croce in spalla. Il sacerdote, assai robusto, la prese alle ascelle, ma tutti i suoi sforzi furono inutili. Mor­morò: « Con tutta la mia forza non ci riesco ». Ep­pure normalmente Alexandrina pesava meno di 40 chi­logrammi. 

La mia croce ha un peso mondiale

Un giorno era presente un celebre psichiatra, il dott. Elisio de Moura; un uomo che faceva testo in fatto di psichiatria. Si tolse la giacca e afferrò, coi suoi mo­di bruschi e volitivi Alexandrina sotto le ascelle. Su­dava. Non la mosse di un centimetro; anzi a un mo­vimento improvviso dell'agonizzante nell'Orto, lo psi­chiatra cadde riverso.

Vari uomini, amici di casa dei Costa, prepararono una bilancia, per verificare il peso della croce di Gesù. I loro sforzi per alzare Alexandrina non valsero a nulla.

Il suo Direttore, durante la salita al Calvario, si ricordò una volta di chiederle, per obbedienza, il pe­so della croce.

L'estatica ubbidì: semplice e solenne, rispose nel­l'estasi: « La mia croce ha un peso mondiale ». Rispo­sta profondamente teologica e sconcertante: sulla cro­ce di Gesù pesavano infatti tutti i peccati dell'umanità. Lo stesso « peso mondiale » essa lo risentiva nell'ago­nia dell'Orto; le pareva di essere schiacciata e strito­lata tra il cumulo dei peccati e il peso della giustizia divina, come se si trovasse tra i cilindri di un rullo, o di un torchio. 

Travolti dalla commozione

Interrogata sul formato della croce spiegava che non era quello delle croci solite, ma constava di un tronco verticale sormontato da altri due, disposti a forma di V maiuscolo. (Più o meno come una Y greca). Richia­mava esattamente la « furca », usata come supplizio per gli schiavi.

Le fu chiesto anche perché, mentre la inchiodavano sulla croce, allungasse dolorosamente le dita per toc­carsi i polsi e non il palmo delle mani. Sandrina rispo­se: « Perché Gesù non fu inchiodato nelle mani, ma nei polsi ». Qualcuno tentò di staccarle un braccio dal pavimento dopo che era stata inchiodata sulla croce: non ci riuscì.

Appena inchiodata, veniva girata per alcuni istanti bocconi, e poi rimessa supina. Interrogata sul motivo di quel movimento spiegava: « Perché in quel mo­mento voltano la croce per ribattere i chiodi come han­no fatto con Gesù ». Quella scena le rimase così do­lorosamente impressa che d'allora in poi si guardò be­ne dal tenere rovesciato il piccolo crocefisso che por­tava sempre, nascosto sotto le coltri, sul petto.

Tutti quelli che assistevano a questi fatti, trattenen­do quasi il respiro, venivano travolti dalla commozio­ne; nel silenzio più profondo si asciugavano gli occhi bagnati di lacrime; pareva di assistere visibilmente al­la morte di Gesù.

Le contusioni causate dalle cadute sotto la croce e le macchie paonazze, visibili in molte parti del corpo di Alexandrina e prodotte dai supplizi, scomparivano dopo l'estasi, in breve tempo. Alexandrina, disposta a soffrire tutto, pregò sempre il Signore di non lasciarle stigmate o altri segni visibili delle sue mistiche sof­ferenze. 

Capitolo VI

«VOGLIO LA CONSACRAZIONE DEL MONDO ALLA MIA MADRE IMMACOLATA»

L'alba della devozione mondiale al Cuore di Maria

Nell'immediato dopoguerra, ci fu un intenso risve­glio religioso, un « grande ritorno » a Dio per mezzo della cosiddetta « peregrinatio Mariae ».

La Peregrinatio aveva, oltre tutto, uno scopo imme­diato: consacrare il mondo al Cuore Immacolato di Maria. E si proponeva la conversione degli uomini at­traverso la preghiera e una vita cristiana più fervente.

Quando si parla del Cuore Immacolato di Maria, il pensiero si riallaccia a Fatima. Fu a Fatima che la Madonna mostrò il suo Cuore ai pastorelli nel giugno del 1917. Il 13 luglio seguente la Madonna parlò così ai tre pastorelli: « Avete visto l'inferno dove vanno a finire i poveri peccatori? Per salvarli il Signore vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se si farà quello che io vi dirò, molte anime si salveranno e si avrà la pace.

- La guerra (1915-1918) sta per finire; ma se gli uomini non cesseranno di offendere il Signore, non passerà molto tempo e nel prossimo pontificato (di Pio XI) ne incomincerà un'altra peggiore.

- Per impedire questi castighi io verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immaco­lato e la Comunione riparatrice nei primi sabati del mese. Se si darà ascolto alle mie domande, la Russia si convertirà e si avrà la pace.

- Altrimenti una propaganda empia diffonderà nel mondo i suoi errori, suscitando guerre e persecuzioni contro la Chiesa; molti buoni saranno martirizzati; va­rie nazioni saranno annientate, il Santo Padre avrà molto da soffrire; ma finalmente il mio Cuore Imma­colato trionferà ».

Poi la Madonna aveva soggiunto: « Non dite questo a nessuno ».  

La richiesta della Madonna a Lucia

« La Vergine ha detto che sarebbe ritornata a chie­dere la consacrazione della Russia. Venne realmente? - fu chiesto in una intervista (rigorosamente trascrit­ta) a Suor Lucia. Suor Lucia, la veggente di Fatima, rispose:

- Sì, venne.

- Quando?

- Nel 1925, nel mese di dicembre: la Madonna mi apparve col Bambino Gesù.

- Dove?

- Nella mia stanza a Pontevedra.

- E che le disse la Vergine?

- Mi disse: « Guarda, figlia mia, il mio Cuore cir­condato di spine: gli uomini mi trafiggono di spine a ogni istante con le loro bestemmie e ingratitudini ».

Fecero notare a Lucia che Gesù aveva chiesto qua­si negli stessi termini la devozione al suo Sacro Cuore.

- Posso io prescrivere alla Santa Vergine il modo di esprimersi? - replicò Suor Lucia.

- La Santa Vergine - insistette l'interlocutore - le chiese di propagare la devozione dei primi sabati?

- No, ma che la rendessi pubblica.

- E lei avvisò subito il Vescovo di Leiria perché realizzasse il desiderio della Santa Vergine riguardo ai primi sabati?

- Sì. Anzi ho anche insistito.

- Perché ha insistito? La Vergine apparve, forse, di nuovo?

- No, io soffrivo di non veder soddisfatto il desi­derio della Madonna.

- Lei non parlò forse con qualcuno riguardo ai primi sabati del mese?

- Ebbi cura di propagandare questa pratica attor­no a me, senza però lasciar trapelare nulla sull'appari­zione della Madonna e sul segreto.

- La Santa Vergine, nell'apparizione del 1925, par­lò anche della consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato?

- No.

- Quando dunque venne a chiedere questa con­sacrazione?

- Nel 1929.

- Dove ebbe luogo questa apparizione?

- In Tuy, nella cappella.

- Che cosa le domandò la S. Vergine?

- Chiese la consacrazione della Russia al suo Cuo­re Immacolato, per mezzo del Papa, in unione con tutti i Vescovi della terra.

- Non parlò della consacrazione del mondo?

- No.

- Fece lei conoscere al Vescovo di Leiria il desi­derio della Santa Vergine?

- Sì.

- E lei chiese fin dal 1929 che il Papa consacrasse il mondo, o soltanto la Russia?

- Fin dal 1925 chiesi si propagasse la comunione riparatrice con la confessione, la recita del Rosario e un quarto d'ora di meditazione nei primi sabati di cin­que mesi consecutivi...

Nel 1929 al Padre Francesco Rodríguez rivelai la richiesta della Madonna sulla con­sacrazione della Russia. Confidai la stessa cosa anche alle mie Superiore. Nella lettera che nel 1940 indiriz­zai al Santo Padre, per ordine dei miei direttori spi­rituali, esposi il testo esatto della richiesta della Ma­donna e chiesi la consacrazione del mondo con una menzione speciale per la Russia. Il preciso desiderio della Madonna era che il Santo Padre facesse la con­sacrazione della Russia al Suo Sacro Cuore Immacolato, ordinando che, nel medesimo tempo e in unione con lui, la fecessero tutti i Vescovi del mondo cattolico ». Fin qui il dialogo. Si deduce che:

- La Vergine riapparve nel 1925, come aveva pro­messo nel lontano 13 luglio 1917.

- Mostrò il suo Cuore circondato di spine, sim­bolo delle bestemmie e delle ingratitudini degli uomini.

- Chiese che fosse propagandata la devozione dei primi sabati.

- Nel 1929 la Madonna riapparve e chiese la con­sacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato.

- La Madonna non chiese a Lucia la consacrazio­ne del mondo.

- Lucia solo nel 1940 espose il testo esatto della richiesta della Madonna, il cui desiderio era che il Papa facesse la consacrazione della Russia. Vi aggiun­se il proprio personale desiderio della consacrazione del mondo. 

A Balasar Gesù sceglie la messaggera del Cuore di Maria

A Fatima la Madonna aveva detto: « Per salvare i peccatori il Signore vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato ».

Diciott'anni dopo, a Balasar, il Signore si rivela ad Alexandrina, vittima volontaria ed eroica per i peccatori del mondo intero, e le affida il messaggio di sal­vezza: « Come a Margherita Maria chiesi che l'uma­nità venisse consacrata al mio Cuore Divino, così io chiedo a te che il mondo sia consacrato al Cuore Im­macolato della Madre mia ».

Il risultato fu che la Santa Sede sollecitò informa­zioni sul caso di Balasar dall'Arcivescovo di Braga. In seguito la Nunziatura di Lisbona ordinò, nel 1937, che fosse esaminato il caso dell'ammalata.

« Il 31 maggio 1937 - scrive Alexandrina - ebbi la visita del padre Antonio Durào gesuita, il quale ve­niva, in nome di Roma, per esaminare il caso della "Consacrazione del mondo al Cuore di Maria" ».

« Il mio desiderio era di vivere nascosta senza che si sapesse nulla di ciò che mi succedeva. Il reverendo Sacerdote consegnò a mia sorella un biglietto del mio Direttore perché me lo leggesse. All'udire le parole: "Eccole il Rev. Padre Durào; gli parli con tutta li­bertà, e risponda a tutto ciò che egli le domanderà", rimasi afflitta e chiesi a Diolinda che cosa mai avrei dovuto dirgli. Io, in verità, non sapevo che fossero necessari esami per casi del genere.

« Mia sorella m'incoraggiò con queste parole: "Gli dirai ciò che il Signore t'ispirerà" ».

« Il Sacerdote fu introdotto e m'interrogò sulle co­se di Gesù. Rimasi subito sorpresa perché, senza esi­tazioni di sorta, incominciai a rispondere alle sue do­mande.

« Egli mi osservò che voleva solo sapere le cose principali perché, vedendo il mio stato di salute, non voleva stancarmi.

« Gli obiettai che non sapevo davvero quale fosse la cosa principale. Senz'altro entrò egli stesso nell'ar­gomento della "Consacrazione del mondo al Cuore Im­macolato di Maria".

« Dopo varie indagini, con buone maniere mi disse: - Non s'ingannerà? -. A quelle parole mi misi a piangere perché, molte volte, ero tormentata da dubbi circa le cose che succedevano in me. La sua domanda ridestò la tempesta nel mio cuore. Il buon Sacerdote non mostrò alcuna sorpresa, anzi aggiunse: - Queste cose costano molto, vero? -. Risposi: - Costano, sì, e mi fanno soffrire -. Egli mi chiese preghiere e mi assicurò che mi avrebbe ricordata nel Santo Sacrificio della Messa.

« Poi s'inginocchiò, recitò tre Ave Maria e alcune giaculatorie, mi salutò e se ne andò. Dopo quella vi­sita piansi molto e rimasi triste nel vedere diventare pubblico ciò che da tanto tempo avveniva in segreto.

« Ne scrissi al mio Direttore. Mi rispose immedia­tamente per tranquillizzarmi dicendomi "che tutto era per la gloria del Signore" ». 

Capitolo VII

NELL'ORBITA DI FATIMA

Un dono del cielo alla Famiglia Salesiana

Quando il salesiano accettò la direzione spirituale di Alexandrina, Gesù le disse: « Dì al mio caro P. Um­berto che lo trassi qui per difendere la mia divina Causa. Non fu lui a scegliere di venire. Con coraggio e tutta la fermezza lotti insieme ai miei amici; con quelli che già lottavano per me » (2-12-1944). Coloro che lottavano erano alcuni Padri della Compagnia in­sieme a P. Pinho, ormai proibiti di interessarsi del caso di Balasar.

Fu il salesiano che impose alla Beata di det­tare i suoi diari. Alla morte di lei ne fu il primo bio­grafo. Ne impostò, nel 1965, il processo di beatifica­zione su invito dell'arcivescovo di Braga, perché pro­fondo conoscitore della sua figlia spirituale ed instan­cabile studioso di tutti i documenti riguardanti Ale­xandrina.

Dopo la rivelazione del Cuore di Maria, giugno del 1917, la Vergine ritornò a chiedere a suor Lucia la pratica dei primi sabati. Fu nel 1925. In quell'anno, a Balasar, nella diocesi di Braga, rimaneva inchiodata nel letto, per una mielite alla spina dorsale, Alexan­drina M. Da Costa, cooperatrice salesiana, e ormai serva di Dio. Per trenta anni avrebbe sofferto un do­loroso martirio. Volò al cielo il 13 ottobre 1955, anni­versario dell'ultima apparizione a Fatima.

La sua vita si inserisce negli avvenimenti della Con­ca di Iria. Lei stessa scrisse al suo primo direttore spi­rituale esule in Brasile: « Il cardinal patriarca Cerejeira mi ha inviato parole di conforto, dicendomi che inaugurando la Basilica di Fatima ha pensato a Balasar e mi ha collocata sulla patena, offrendomi come vitti­ma dei peccatori insieme a Gesù ad arricchimento mio e di tutta la Chiesa ».

Lo stesso cardinale al salesiano, secondo direttore della Beata che gli aveva inviato il suo volu­metto "Fatima e Balasar, celeste gemellaggio" scriveva: « Grazie dell'opuscolo. Lo lessi già d'un fiato e non mi stanco nella contemplazione di questo mistero che associa e mutuamente conferma i due centri della pre­senza divina. A lei fu data la parte preponderante nella sua diffusione. Il cielo lo aiuterà » (12-10-1975).

Dopo uno studio più approfondito degli scritti di Alexandrina possiamo arricchire l'argomento con par­ticolari storici molto preziosi. 

Eucaristia, peccatori e consacrazione a Maria

Verso il 1930 Alexandrina si offrì vittima per i Ta­bernacoli abbandonati e per la salvezza dei peccatori tramite la Madonna di cui era devotissima.

Il 30 luglio 1935, dopo la Comunione Gesù le di­ce: « Per l'amore che hai verso la mia Madre bene­detta, comunica al tuo direttore che come ho chiesto a Margherita Maria la devozione al mio Cuore divino, così chiedo a te che si consacri il mondo alla mia Ma­dre benedetta ».

Da quel giorno la Beata si offrì vittima a questo scopo.

Nel settembre 1936, P. Mariano si decide di inol­trare al card. Pacelli la domanda per ottenere dalla Santa Sede questa grazia per il mondo minacciato dal­le guerre. Si era deciso perché tra l'altro Gesù aveva comunicato: « Ti rivelo come avverrà la consacrazione del mondo alla Madre degli uomini e mia. Sarà fatta prima dal Santo Padre a Roma, poi dai sacerdoti in tutte le Chiese. Sarà invocata Regina del cielo e della terra, Signora della Vittoria. Se il mondo si conver­tirà Ella regnerà e, per mezzo suo, si otterrà la vit­toria... ».

La Santa Sede, nel maggio 1937 e poi ancora nel 1939 manderà ad esaminare la ammalata di Balasar e la questione della consacrazione del mondo.

Il 5 maggio 1938 mentre P. Mariano, a Fatima, si preparava per predicare gli esercizi a tutto l'episco­pato portoghese, Alexandrina gli scriveva: « Gesù mi ha detto - ...Ti dono i tesori del mio Cuore. Tra­bocca di amore: distribuiscilo - ». Alexandrina gli domandò: - Posso darli al mio padre spirituale affin­ché li distribuisca a chi vuole?... - Oggi il mio cuo­re è una fornace! Tutto il resto mi pare morto: pa­zienza! Sono carezze di Gesù. Le offro tutto per il buon esito degli esercizi dei vescovi che non riesco a togliermi dalla mente. Non so come, ma lo aiuto con le mie sofferenze del corpo e dell'anima che sono molte ».

Alla fine degli esercizi i vescovi portoghesi, su pro­posta di P. Mariano, si rivolsero al Santo Padre: « ... Umilmente prostrati ai piedi di Vostra Santità chie­diamo istantemente, appena lo giudichi opportuno, che l'Orbe intero sia consacrato al Cuore purissimo di Ma­ria, affinché venga liberato dai molti pericoli che da ogni parte lo minacciano, per mediazione della Madre di Dio ».

Il testo fu redatto in lingua latina dallo stesso P. Mariano. Una frase soltanto fu attenuata dal servo di Dio Mons. Manuel Mendes, arcivescovo di Evora e grande cooperatore salesiano.

Nel settembre dello stesso anno, il Signore diceva ad Alexandrina: « Come segno che è volontà mia che si consacri il mondo al Cuore Immacolato della Madre mia ti farò soffrire la mia Passione ». Il fenomeno ini­ziò il tre ottobre. Più tardi le dirà: « Soffrirai questo fino a che il Papa consacri il mondo a Maria ». 

Ella è la mia Regina

Verso la fine del 1938, il santo Ufficio diede inca­rico al canonico Emanuele Pereira Vilar, del Seminario portoghese in Roma, di esaminare l'ammalata di Balasar.

L'insistenza da parte di Alexandrina per la Consa­crazione si spiega con l'insistenza di Gesù.

In un'estasi della notte dal 24 al 25 aprile 1938, il Signore le disse:

« Io voglio la Consacrazione del mondo alla mia Ma­dre Immacolata. Ma voglio che tutto il mondo sappia la ragione della Consacrazione: perché si faccia peni­tenza e preghiera ».

« È per questo che ti faccio soffrire così. E dovrai soffrire molto ancora finché egli (il Papa) lo consacri ». Nella stessa estasi Gesù le presenta una scena spa­ventosa di una guerra che sta per scatenarsi in molte nazioni. Alexandrina riferisce: « Vedevo una distruzio­ne tanto grande: case che crollavano e in poco tempo sembravano come sommerse in un mare di fumo. Il Signore mi disse: - Quello che tu vedi è il castigo preparato per il mondo.

- E se il mondo sarà consacrato alla Mamma del cielo, tu, o Gesù, non lo castigherai? - domandò Sandrina.

Il Signore rispose: - Soltanto per lei potrà essere salvo, e solo se il mondo farà penitenza e si convertirà. Ella è la mia Regina; è la Regina del Cielo e della Terra ».

Già nel 1937 Gesù le aveva confidato: « Non vo­glio venire a prenderti prima che sia fatta la Consacrazione del mondo alla mia Madre Santissima. È per tuo mezzo che ella sarà glorificata; allora sarà mag­giore anche la tua gloria. La tua corona sarà più glo­riosa, più brillante, più splendida. Sarai coronata da lei ». A queste parole Alexandrina interloquì: « O mio Gesù, il Santo Padre sembra che non ci ascolti: ritar­da tanto ». E il Signore: « Tranquillizzati, rasserenati, figlia mia. Egli ascolta; arriverà il giorno della glori­ficazione ».

L'anno seguente Gesù le confidava: « Io voglio che, subito dopo la tua morte, la tua vita sia conosciuta; e lo sarà; farò in modo che sia così. Arriverà agli ultimi con­fini del mondo così come arriverà la voce del Papa, quando consacrerà il mondo alla mia cara Madre. Vo­glio che tutto si sappia perché vedano come io comu­nico con le anime che mi vogliono amare ».

Ancora l'anno dopo Gesù le dice: « Mia figlia, ven­go a parlarti per testimoniarti la follia di amore che io e la mia Madre Immacolata abbiamo per te. Ella vede l'onore che per mezzo tuo le sarà tributato e si china così dolcemente su di te perché ti vuole ele­vare alla sovrana altezza di sposa fedele, di sposa ama­ta, di sposa tutta di Gesù. Confida; Gesù non ti in­ganna; è la tua forza e lo sarà sino alla fine ». 

I miei desideri saranno realizzati

Alexandrina faceva l'impossibile perché il mondo fosse consacrato alla Madonna. Ma Roma, dopo gli esami di controllo, si chiuse in un silenzio persistente; il 10 febbraio 1939 moriva PIO XI.

Il 2 marzo 1939 veniva eletto PIO XII al trono di Pietro.

Durante un'estasi del 20 marzo (diciotto giorni do­po l'elezione di Pio XII) Gesù, ancora una volta, le chiede di insistere presso il Santo Padre per il compimento dei suoi desideri; poi rivela ad Alexandrina: « Sarà questo il Papa che farà la Consacrazione ». Nello stesso anno Gesù le ripete: « Il Cuore della mia Madre benedetta è tanto ferito dalle bestemmie che contro di lei si proferiscono! Tutto ciò che ferisce il suo Cuore viene a ferire anche il mio, perché i nostri Cuori sono uniti. È per questo che la consacrazione del mondo le darà molto onore e gloria ».

Intanto l'orizzonte politico internazionale si sta oscu­rando e si prospetta minacciosa la guerra mondiale. Il canonico Vilar attraverso persone influenti può fa­re pervenire al Santo Padre le informazioni su Alexan­drina e la sua insistente richiesta per la consacrazione del mondo.

Il 4 febbraio le scrive da Roma: « Ho battuto a mac­china ciò che mi ha mandato e consegnai tutto a chi di diritto. Da parte nostra facciamo quanto possiamo per la realizzazione dei disegni del Signore ».

Il 5 luglio le comunica ancora: « A principio di giugno vi è stato chi parlò al santo Padre della con­sacrazione del mondo alla Madonna; ma l'ora è tanto incerta e difficile che solo Dio sa ciò che avverrà ».

Poco dopo mons. Vilar si ammala. Deve rimpatria­re. Morirà di cancro. Aveva offerto le sue sofferenze e la vita per i sacerdoti e per ottenere la grazia della consacrazione a Maria di tutta l'umanità. 

Da documenti ufficiali

Verso la fine di marzo del 1942 Alexandrina non soffre più la Passione. Era il segno esterno che Gesù aveva dato perché si credesse che era Lui a volere la consacrazione del mondo al Cuore Immacolato. Lo po­té documentare P. Pinho nel 1938 durante la prima Passione e il canonico Vilar, incaricato dal santo Uffi­cio, il 13 gennaio 1939: «Vogliono prove? – disse Gesù durante l'estasi presente il canonico -. Eccola, È questa ed è ben chiara ». Era il fenomeno della Passione.

Nel maggio 1942, Gesù annuncia ad Alexandrina in tono di gioia: « Gloria a Maria! A lei sarà consacrato il mondo. Esso appartiene a Gesù ed appartiene inte­ramente alla Madre di Gesù! ».

Il 31 ottobre Pio XII, farà l'atto di consacrazione del mondo, in lingua portoghese e lo ripeterà in lin­gua italiana l'otto dicembre.

Nella formula di consacrazione il Pontefice usa i ti­toli già rivelati ad Alexandrina: « Regina del mondo, Regina della pace, Signora della Vittoria cioè Vinci­trice delle grandi battaglie, Madre dell'Universo ».  Quando, finita la guerra Pio XII invierà il card. Ma­sella come suo Legato ad incoronare la Madonna di Fatima, dirà a lui e al suo seguito: « Oh, sì, andate ed annunziate che incoronate la Regina dell'universo! ».

Altri particolari profetici richiamano il nome di Ale­xandrina: Gesù le aveva predetto in un periodo che pareva ormai moribonda: « Il tuo calvario terminerà, ma prima devono compiersi le profezie di Gesù ». E le spiega: « Come ho ordinato di chiudere tutto nel­l'arca di Noè, così voglio chiudere il mondo intero nel­l'arca santissima del suo Cuore! ».

I Documenti della Sacra Congregazione per la Ca­nonizzazione dei Santi correggono gli errori storici e sfatano i dubbi circa l'origine dell'atto di Consacra­zione del mondo a Maria. Nel profilo biografico uffi­ciale della Beata, la Sacra Congregazione dice espressamente: « Nel 1936, per ordine di Gesù, essa chiese al Santo Padre, per mezzo di P. Pinho, la Con­sacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria. Questa supplica fu più volte rinnovata fino al 1941, per cui la Santa Sede interrogò tre volte l'Arcivescovo di Braga su Alexandrina: e alla fine la Consacrazione fu fatta da Pio XII a Roma (via Radio in lingua por­toghese) il 31 ottobre 1942 ». 

Anche Suor Lucia

Il 13 luglio 1917 la Vergine aveva detto a Fatima: « Ritornerò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato ». E ritornò nella notte dal 1.3 al 14 giugno 1929 dicendo alla protagonista di Fa­tima: « È arrivato il momento in cui Dio chiede che il santo Padre, con tutti i vescovi del mondo, consacri la Russia al mio Cuore Immacolato. Vuole salvarla con questo mezzo ». La richiesta fatta attraverso il ve­scovo non fu accolta.

Suor Lucia la ripresentò con una lettera imposta dal confessore, il vescovo di Gurza, il 2 dicembre 1940. Vi si legge: « Chiedo umilmente la consacrazione del mondo con menzione particolare della Russia per ab­breviare i giorni della tribolazione e le sofferenze di vostra Santità ».

Padre Mariano informato dal vescovo di Gurza del­la lettera di suor Lucia, ne parlò ad Alexandrina, con­cludendo: « Certamente verrà attribuita la consacra­zione alla veggente di Fatima ». La Beata con tutta semplicità commentò: « Sono contenta; così non si farà il mio nome! ».

La previsione di P. Pinho era di facile congettura in quanto, mentre nel 1941 egli, in nome di Alexandri­na, faceva l'ultima richiesta della consacrazione al santo Padre a ricordo del suo 25° di episcopato, che coincideva con quello delle apparizioni di Fatima, i vescovi portoghesi facevano la loro seconda petizione per chiudere in maggior solennità i festeggiamenti del­le apparizioni stesse.

Di qui l'errore degli scrittori e predicatori ignari di quanto vi era sotto la decisione del sommo Pontefice.

Pio XII lo ha detto, l'otto novembre 1942, a P. Roschini.

Trascriviamo dal Diario personale del medesimo: - ...Ero pregato da varie parti a compiere l'atto di consacrazione della Chiesa e del genere umano al Cuo­re Immacolato di Maria... Ultimamente poi ero stato pregato dai vescovi portoghesi... Mi si è presentata l'oc­casione delle feste di Fatima e l'ho fatto. E credo di aver fatto bene!... ».

Fatima quindi è « occasione »; non è « origine » del­la consacrazione!

Pio XII dice: « Ero pregato da varie parti a com­piere l'atto di consacrazione ».

P. Pinho, primo direttore di Alexandrina, nel suo libro « No Calvario de Balasar », a pag. 179, scrive: - Come direttore nazionale delle Congregazioni Ma­riane, mi sono rivolto in nome delle medesime al Pri­mate di Spagna, della Colombia e dell'Inghilterra sol­lecitandoli a fare la stessa domanda al Papa che ave­vo già sollecitato ed ottenuto dall'episcopato porto­ghese nel 1938 dopo avergli esposto i fatti di Ale­xandrina.

In piena guerra, il 31 luglio 1941, scrissi diretta­mente a Pio XII narrando i fatti di Balasar.

Per mezzo della Vicaria generale della Congregazione di S. Giuseppe di Cluny, ottenni che molte Congrega­zioni religiose del Portogallo e straniere, facessero per­venire al santo Padre la stessa richiesta per la consa­crazione del mondo a ricordo del suo venticinquesimo di consacrazione episcopale. Coincideva proprio con quello delle apparizioni di Fatima. 

La testimonianza di suor Lucia

D. Umberto ha voluto chiarire l'avvenimento an­dando alle fonti.

Il 5 agosto 1978, nel Carmelo di Coimbra, ebbe un lungo colloquio con la veggente di Fatima.

« Sorella - disse alla veggente - vorrei farle una domanda. Se non può rispondermi, pazienza. Se lo può ne sarei contento e grato per chiarire la storicità di un fatto non troppo chiaro per molti ».

Suor Lucia lo fissa, serena come sempre.

« La Madonna le ha parlato qualche volta della con­sacrazione del mondo al suo Cuore Immacolato? ». « No, no, P. Umberto, mai!... Nel 1917, nella Con­ca di Iria, ci aveva promesso: - Ritornerò a chiede­re la consacrazione della Russia con i particolari or­mai noti: per evitare la diffusione dei suoi errori nel mondo, le guerre tra molte nazioni, le persecuzioni alla Chiesa... Nel 1929, a Tuy, come aveva promesso, la Madonna è ritornata per dirmi che era l'ora di chie­dere al santo Padre la consacrazione di quella nazione. E sua Santità Pio XII, nel 1942, quando consacrò il mondo, in un inciso che si può leggere nella preghie­ra da Lui fatta, ha accolto la richiesta della Madonna ».

Qui termina la testimonianza di suor Lucia. L'inciso di Pio XII dice: « ... Stendi la tua prote­zione... ai popoli separati dall'errore e dalla discordia, nominalmente a quelli che ti professano particolare devozione, ove non vi era casa che non avesse esposta la tua veneranda icone, oggi forse nascosta in attesa di giorni migliori. Dà loro la pace e riconducili al­l'unico ovile di Cristo sotto l'unico e vero Pastore». Che la missione della veggente di Fatima sia rivolta principalmente alla Russia lo si deduce da molti do­cumenti.  E’ assai probativo lo stralcio di questa let­tera alla mamma dell'undici giugno 1930. La scrisse in una dolorosa prova in famiglia: « ... Cara mamma mia... Ti comprendo ed accompagno in tutti i tuoi patimenti, sia fisici che morali. Il sacrificio di non po­ter abbracciare tutti i tuoi figli ti fa soffrire più che per mali fisici. Ma ci chiede questo sacrificio Colui che lo può chiedere; e Chi prima di noi, per nostro amo­re, si separò dalla sua Mamma santissima e in modo assai più doloroso: con la sua morte sulla croce. Dinanzi a questo Modello, abbracciamo con amore la cro­ce, cercando di aiutarlo a salvare il mondo. E adesso, in modo speciale, offriamo le nostre sofferenze per la conversione della povera Russia... ».

Questi sono i fatti. Su di essi deve costruirsi la storia! 

Alexandrina, segno del soprannaturale

Gara stupenda delle anime di Dio! Mentre scrivia­mo questo capitolo (6-6-1977) la veggente di Fatima ci scrive: « Voglia il Signore che la causa di beatifi­cazione di Alexandrina avanzi sempre più per la glo­ria di Dio. È tanto necessario che il mondo tanto ma­terialista veda che vi sono ancora anime che sanno elevarsi alle sfere del soprannaturale ».

Dal 27 marzo 1942 fino alla morte (13-10-1955) an­niversario dell'ultima apparizione di Fatima visse in completo digiuno e totale anuria. Suo unico alimento fu la Comunione Eucaristica. Gesù le spiegò: « Ti ho tolta l'alimentazione. Ho fatto e ti faccio vivere solo di me per provare chiaramente agli uomini il mio po­tere, la mia esistenza » (13-10-1953).

« Vengo a chiederti ciò che in mio nome, la mia Madre benedetta venne a chiedere a Fatima: penitenza, preghiera, emendamento di vita... Dammi il tuo dolore. Lo esigono i peccati di lussuria, le iniquità dei co­niugi e delle anime pie a me consacrate: lo esigono i peccati di vanità e di sperpero. Questo grida al cielo perché ciò che si sperpera in vanità e ingordigia estin­guerebbe la fame a tanti denutriti, vestirebbe tanti ignudi » (5-5-1954).

Pochi mesi dopo (29-10-1954) Gesù le dice: « A somiglianza di santa Margherita Maria, voglio che tu accenda nel mondo l'amore per me tanto spento nel cuore degli uomini. Accendilo, accendilo! Voglio esse­re amato. Voglio dare il mio amore. Voglio che per mezzo tuo questo amore si accenda in tutta l'umanità come per mezzo tuo fu consacrato il mondo alla mia Madre benedetta... Soltanto con il dolore le anime ri­mangono avvinte alle fibre della tua anima e poi si lasceranno incendiare nel mio amore... Tieni nelle tue mani la Croce; stringila forte al tuo cuore. L'umanità rimarrà avvolta dal Rosario. Parla alle anime del Ro­sario e dell'Eucaristia: ecco la salvezza del mondo ». 

Capitolo VIII

SETE TORTURANTE E NAUSEA DI TUTTO

Penitenza e riparazione

Il 6 maggio 1955 (ultimo mese mariano nella vita di Alexandrina) le appare il Cuore Immacolato di Ma­ria. Su quel Cuore Alexandrina aveva spesso poggiato il capo, in atteggiamento di filiale tenerezza.

Ecco il racconto di Alexandrina: « Mi mostrò il suo Cuore aperto; unito al suo era quello, pure aper­to, di Gesù. Dopo di avermi accarezzata mi disse: "Figlia mia, figlia mia, Gesù chiede (e io lo chiedo con lui) penitenza e riparazione. Sono i peccati che ci straziano così. Fra poco verrò a prenderti e a por­tarti con me in cielo. Unisco il tuo cuore ai nostri due perché tu viva le nostre sofferenze". Gesù allora si avvicinò e fece dei tre cuori un solo cuore, iniettando nel mio una goccia del suo sangue divino: "Ricevi questa vita: è vita divina, vita di grazia, di fortezza e di amore" ».

Sette mesi prima della morte Gesù le promette: « Dal cielo arricchirai l'umanità, tu che hai attinto con tanta fedeltà ai Cuori di Gesù e di Maria ». 

Sono la tua vittima

Via via che i preavvisi di prossimi cataclismi e di guerra imminente si facevano più insistenti, Alexan­drina si offrì vittima a Dio per la pace del mondo.

Ma la sua offerta non era sufficiente. Gesù in quel tempo si lamentò molte volte con Sandrina di non trovare sulla terra altre anime vittime che si offris­sero a espiare.

Il 20 gennaio del 1939 (pochi mesi prima dello scoppio della guerra) nell'estasi della Passione, Gesù le rivelò che il mondo era sospeso a un filo sottilissi­mo e fragile. La bilancia stava per traboccare. Un anno prima Gesù le aveva detto: « Giglio mio, profu­mato di fragranza d'angelo, la tua generosità fa ritar­dare la giustizia già prossima ad abbattersi sui pecca­tori, in attesa della loro conversione ».

Un colloquio significativo ebbe luogo 1'11 settem­bre. Sandrina supplica Gesù: « O mio Gesù, voglio soffrire tutto, tutto; voglio essere triturata da te. Sono la tua vittima. Ma non castigare il mondo. O mio Gesù, voglio essere il tuo parafulmine posto su ogni luogo dove tu abiti; si scarichino su di me le nefandezze dei peccatori ».

Allora il Signore le fa balenare dinanzi agli occhi la devastazione della guerra. Sandrina accetta di sof­frire qualsiasi cosa pur di salvare il mondo. Gesù la consiglia di prepararsi per « cammini più dolorosi ». La chiama con un appellativo soave: « Mia cara eroi­na » e l'assicura: « Ho accettato alla lettera la tua offerta e tutte le tue parole. Sei vittima; ho bisogno che tu soffra perché i peccatori non possano offen­dermi di più. Per effetto delle tue sofferenze essi ver­ranno a lavarsi alla fonte pura, alla fonte cristallina di Gesù ». 

La mia medicina fu Gesù

Il Signore intanto la colma d'ineffabili dolcezze. In un colloquio le dice:

- Tu sei il tutto del mio Cuore e io il tutto del tuo. Ti porto nel mio Cuore, nel posto più sublime. Sei l'ornamento mio più bello. Io ho adornato il tuo cuore con le mie virtù. Vuoi fare un contratto con me? E Sandrina gli risponde:

- O mio Gesù, io lo voglio; ma mi sento sempre più confusa. Tu vedi la mia miseria. Sono un nulla, un immenso nulla.

- Che importa? Sono stato io a sceglierti in tanta nullità. Tu mi hai dato tutto. Io, in cambio, mi dono tutto a te. Ti do i tesori del mio Cuore. Prendili: so­no tuoi. Dalli a chi ti pare. Il mio Cuore trabocca di amore.

Gesù le usa un'altra squisita delicatezza. Alexandrina racconta:

« Attribuisco a una grazia speciale la decisione del mio parroco di portarmi la Comunione ogni giorno. Lo avevo chiesto a Gesù; con me glielo chiedevano anche altre persone. Sarebbe stato per me una delle gioie maggiori: quella di alimentarmi del Pane degli Angeli.

Ma non potevo trattenere nulla nello stomaco. Un mattino o pomeriggio (non ricordo) entrò in camera mia il parroco. Lo riconobbi e gli dissi: - Vorrei ri­cevere il Signore -. Mi rispose: - Sì, figlia mia, va­do a prendere una particola da consacrare; se non la rigetterai, ti porterò Gesù -. Così fece; ma appena ebbi inghiottito quella particola, la vomitai immediata­mente. Il parroco voleva ritirare la sua promessa, ma qualcuno gli osservò: "Signor parroco, un'ostia non consacrata non è Gesù". Egli allora decise di andarlo a prendere. Lo ricevetti e lo tenni. Da quel giorno non mi lasciò più senza Comunione, nonostante i vomiti.

Quante volte il parroco entrava in camera mia ed io ero tormentata da conati fortissimi! Appena rice­vevo Gesù, i vomiti cessavano subito; non riprendevano mai se non mezz'ora dopo. Da allora il parroco non esitò a darmi la Comunione ». 

Il fetore dei peccati

Nel 1938, dopo aver sofferto, per la prima volta, la Passione, Alexandrina ebbe dolori atroci. Ripresero i vomiti di sangue; fu torturata da una sete tale, che non c'era acqua che la dissetasse. Non poteva inghiot­tire una goccia; passava giorni e notti con una cannuc­cia che lasciava scorrere continuamente l'acqua nella sua bocca. Ne rimaneva sfinita e stancava le persone che l'assistevano. Eppure continuava a supplicare: « Da­temi acqua, acqua, acqua ».

Oltre a questa sete, misteriosamente, si aggiunse il lezzo atroce dei peccati in cui si sentiva come tuffata e inzuppata.

« Incominciai - racconta - a sentire odori incre­dibilmente ripugnanti. Non sopportavo nessuna per­sona vicino a me, perché tutte esalavano un fetore di carne in putrefazione. Mi avvicinarono al naso viole e profumi, ma io allontanavo tutto perché mi tormen­tava sempre lo stesso odoraccio. Sentivo nausea: tutto emanava esalazioni pestifere. Quanto avrei da dire su questo punto, se potessi descrivere tutto. Penso però che mi mancherebbe il coraggio; il solo ricordo di queste cose mi fa soffrire ». 

Le parole « peccato e peccatore »

Alexandrina non poteva sentire le parole « pecca­to » o « peccatore », senza che la sua anima rabbri­vidisse; il suo corpo tremava e sobbalzava come sotto scariche elettriche.

« Il 26 dicembre 1938 - scrisse - fui visitata dal prof. Moura. Mi trattò con asprezza; mi volle mettere a sedere su una sedia costringedomi con tutta la violenza di cui fu capace. Non potendolo ottenere, mi buttò come un corpo morto sul letto, tentando su di me una ginnastica che mi fece soffrire orribilmente; poi mi turò la bocca, mi rigirò, parecchie volte sul letto facendomi battere il capo contro il muro ».

In quell'occasione, nel salotto dei Costa, Padre Ma­riano, Direttore di Alexandrina, quando il medico gli riferì di non aver trovato nulla di anormale nell'am­malata, espose lo strano fenomeno che avveniva in Sandrina quando udiva pronunciare le parole « pec­cato » o « peccatore ». Il prof. Moura, di scatto, rien­trò nella camera di Sandrina.

« Di' con me: Ave, Maria... » le ingiunse. E recitò con lei tutta la preghiera. Ma lo strano tremito non sì verificò. Le diede allora sulla guancia uno schiaffetto e aggiunse: « Vedi che stavolta ti ho colta in fallo? Ho detto "peccatori"... e tu!... ». Ma gli si mozzò la frase in gola perché vide Sandrina tremare convulsa­mente come scossa da una forza misteriosa. Il profes­sore le si buttò addosso, la chiuse nella morsa delle sue mani, tentando di tenerla ferma; ma non ci riuscì. Anzi fu scaraventato in alto. Dovette desistere.

Padre Mariano gli spiegò in seguito che quando Alexandrina si metteva nel numero dei peccatori, reci­tando nell'Ave Maria le parole « prega per noi pec­catori », lo strano fenomeno non succedeva. Prima di lasciare la casa, dalla porta socchiusa della camera, con la mano alzata verso Alexandrina in segno d'ad­dio, il dott. Moura le disse affettuosamente: « Ciao, Alexandrina, e prega anche per me ». 

Capitolo IX

« SONO SATANA E TI ODIO »

Infestazioni diaboliche

Per due anni 1937-1938, il Signore permise che il demonio agisse su Alexandrina con una certa qual libertà.

« Ho avuto giorni - dichiarò Alexandrina - in cui il demonio mi tentava tanto da sembrare che l'in­ferno fosse piombato su di me ».

Ed ecco un resoconto lucido, stralciato da varie let­tere al suo Direttore, di ciò che erano quelle infesta­zioni diaboliche.

« Il demonio mi suggerisce di uccidermi; dice che per farlo mi darà un mezzo che non costa; che sto a soffrire inutilmente per nessuna ricompensa; che il Si­gnore non mi vuole affatto bene; che lei (il Direttore). non crede nulla di ciò che le scrivo; che quello che io sento in me quando il Signore mi parla è un effetto del tempo e della malattia ».

« Fu nel luglio del 1937 che "zoppino" (il demo­nio), non soddisfatto di torturarmi la coscienza e di dirmi cose oscene, incominciò a scaraventarmi sotto il letto, sia di notte che in qualsiasi ora del giorno. Da principio nascosi tutto alle persone di casa; eccetto che alla sorella. Ma poi il male aumentò e mi vidi costretta a informare la mamma e la ragazza che aveva­mo in casa ».

« Chi vedeva i miei lividi dopo le cadute, rimaneva triste ma non supponeva nemmeno lontanamente di che cosa si trattasse. Passavano i giorni e io andavo di male in peggio. Diolinda fu obbligata a dormire su un materasso steso vicino al mio letto; una notte il demonio mi scaraventò contro il muro, sorvolando il giaciglio di mia sorella.

« Diolinda si alzò, mi afferrò e mi ordinò imperio­samente: "Su, a letto" e mi coricò; ma nello stesso temo, con una rapidità che non so spiegare, mi solle­vai e mandai un fischio acutissimo. Compresi subito il male fatto e cominciai a piangere esclamando: "Po­vera me, che cosa ho fatto!" ».

« Diolinda mi tranquillizzò: "Non affliggerti, non sei stata tu!". Ma la notte seguente avvenne la stessa cosa, e quando la sorella volle mettermi a letto, gri­dai: "Non voglio" e l'allontanai da me. Quanto piansi appena rientrata in me stessa! ».

« Una notte, in cui il demonio mi sbatté per i vari angoli della camera, senza che mia sorella riuscisse ad afferrarmi, continuarono a turbinare nella mia men­te parole da non poter fare la comunione senza pri­ma confessarmi ».

« Questa tribolazione fu quanto mai dolorosa e si ripeté ancora varie volte in modo assai furioso: rima­nevano sul mio corpo i segni paonazzi delle percosse, e le tracce di sangue delle morsicature.

« Vorrei che molta gente potesse assistere a queste scene perché si convincesse dell'esistenza dell'inferno e non offendesse più il Signore. Solo per questo lo vor­rei. Se non racconto di più è perché l'anima mia non regge al ricordo di queste sofferenze ». 

Si faccia la volontà di Dio

Ed ecco una testimonianza di Padre Mariano: « Da molto tempo il demonio tormentava Alexandrina in molti modi, ma non l'aveva mai toccata ».

« In seguito, però, dopo aver minacciato che l'avreb­be rovinata, arrivò a eccessi tremendi ».

« Non vi era ora del giorno, per modo di dire, che essa non si sentisse perseguitata da lui, soprattutto da mezzogiorno alle tre e, di notte, dalle nove in avanti ».

« In quei due attacchi giornalieri, si aveva non solo l'ossessione diabolica, ma anche istanti di vera pos­sessione.

« Qualche volta ero presente anch'io; per esempio, il 17 ottobre 1937. In quelle lotte, lei, paralizzata ed esausta di forze (pesava appena 33 chili) tentava vio­lentemente di scagliarsi contro i ferri del letto, di mor­dersi; quattro persone non riuscivano affatto a immo­bilizzarla completamente ».

« Così accadde in quel 17 ottobre: il demonio le faceva dire bestemmie e parole oscene, il cui signifi­cato lei ignorava, come poi mi dichiarò ».

« In uno di quei momenti spaventosi io interrogai, in latino, il demonio che mi dicesse chi fosse. Mi ri­spose immediatamente e senza esitazioni: "Sono Sa­tana e ti odio" ».

« Per maggiore sicurezza, variai la frase, sempre in latino; e la risposta immediata fu questa: "Sono io, sono io, non dubitare" ».

« Ricordo che in quel momento celebrai la Messa nella cameretta mettendo come prima intenzione la li­berazione di Alexandrina da quel tormento, senza aver detto nulla all'ammalata».

« Alla fine della Messa, mi avvicinai ad Alexandri­na che senz'altro mi dichiarò:

- Il Signore mi disse che non può concederle quanto ha chiesto, perché ha bisogno di queste mie soffe­renze per aiutare i peccatori».

« Allora l'interrogai:

- Ma che cosa ho chiesto al Signore? ». « Lei mi rispose:

- Che mi liberi da questi attacchi del demonio.

- E lei non vuole che io chieda questa grazia e che il Signore le dia altre sofferenze al posto di queste?

- No, Padre, preghi piuttosto che si faccia in tutto la volontà di Dio ».

Le tenebre cadevano su di me

Qualche volta lo sforzo fisico di Sandrina, per rea­gire a scacciare certe immaginazioni e scene abomi­nevoli, era così grande che scivolava giù dai guanciali, i familiari dovevano rimetterla a posto; talvolta era un angelo, specialmente di notte quando non era pre­sente Diolinda, che la riassettava.

Nel 1945 Satana ricorse ad altre persecuzioni oltre l'azione sulla sua fantasia.

Un pomeriggio, i familiari videro il letto di Ale­xandrina avvolto da un fumo denso e fetido.

Don Umberto, il secondo Direttore, testimone di quegli assalti e impietosito per lo stato dell'ammalata diede facoltà a Diolinda di ordinare in nome di lui al demonio di ritirarsi, usando l'acqua benedetta. Molte volte Sandrina, senza che se ne accorgesse, fu in tal modo liberata all'istante.

Spesso il letto di Alexandrina subiva scossoni for­midabili. A chi le chiedeva spiegazioni, Sandrina ri­spondeva con un sorriso rasserenante.

Racconta: « Quanto più Gesù aumentava verso di me le sue grazie e i suoi favori, tanto più crescevano i dubbi e i timori d'ingannarmi e d'ingannare il mio Direttore spirituale e coloro che vivevano con me. Il mio mar­tirio aumentava di momento in momento. Mi pareva che tutto fosse falso e inventato da me ».

« Mio Dio, che strazio per il mio cuore! Le tene­bre cadevano su di me: non vi era nessuno che mi mo­strasse il cammino ».

Tenebre, odore di zolfo bruciato, e lividure: erano i segni del furore demoniaco che si accaniva contro di lei. 

Capitolo X

TREDICI ANNI DI ASSOLUTO DIGIUNO

Non ti alimenterai più

Un giorno di marzo del 1942, quando gli alberi met­tevano i primi fiori, Alexandrina volse la testa verso la chiesa parrocchiale e indirizzò questa preghiera incan­descente a Gesù nel Tabernacolo: « O mio Amore Eu­caristico, non posso vivere senza di te! O Gesù, tra­sformami nella tua Eucaristia. Mammina, mia cara Mammina, voglio essere di Gesù, voglio essere tua ».

Il Signore accettò la richiesta e le rispose: « Non ti alimenterai più sulla terra. Il tuo cibo sa­rà la mia Carne; il tuo sangue sarà il mio Sangue di­vino; la tua vita sarà la mia vita; tu la ricevi da me quando io unisco il tuo cuore al mio Cuore. Non vo­glio che tu abbia a usare medicine, eccetto quelle a cui non si possa attribuire valore di alimentazione ».  

Io sono dentro di te

Incominciò allora lo straordinario digiuno che durò esattamente tredici anni e sette mesi, sino alla morte. Alexandrina era un'anima che si struggeva di amore eucaristico. Soleva pregare così la Vergine: « O Mam­mina, vorrei andare da tabernacolo a tabernacolo a chiedere favori, come l'ape sciama di fiore in fiore a succhiare il nettare. O Mamma, vorrei costruire una roccaforte d'amore, in ogni luogo dove abita Gesù Sacramento, perché nulla possa penetrarvi a ferire il suo Cuore Sacratissimo. Mammina, parla tu nel mio cuore e nelle mie labbra; rendi più vibranti le mie preghiere e più efficaci le mie domande ».

Aveva espressioni di tenerezza per la Madonna. La festa dell'Annunciazione del 1934, in una letterina alla Madonna, la ringraziò così: « Di tutto cuore ti dico grazie per aver acconsentito che Gesù prendesse carne nel tuo Seno purissimo, a redenzione dell'umanità ».

Era solita pregare la Madonna che le preparasse l'anima nei minuti che la separavano dalla Comunio­ne. Un giorno dopo questa solita preghiera - rac­conta Alexandrina - « mi sentii in pace. Stavo ad occhi aperti; ed ecco cominciai a vedere davanti a me una folla di angeli che formavano un grande arco. Di fronte vi era un trono con colori tanto belli; di lì uscivano raggi dorati ».

Era in dubbio se parlarne al Direttore. Le giunse questo invito: « Di' tutto, tutto. Ti ho presentato quel­la visione per mostrarti che le tue preghiere sono ac­cettate in cielo. Erano la Vergine e gli Angeli miei, Cherubini e Serafini, che scendevano a preparare la tua anima; mi hanno ringraziato e lodato come in Cielo. Io sono su un trono dentro di te ». 

O mio Dio, che sete!

La settimana santa del 1942 fu dolorosissima per Alexandrina. In paese si dava per scontata la prossi­ma morte dell'ammalata: si diceva che Alexandrina non sarebbe arrivata a Pasqua. Nausee, conati di vo­mito, sete rovente, sintomi di morte, la torturavano. Sandrina si sentiva morire. Quando le portavano alla bocca qualche sorso d'acqua esclamava: « O mio Dio, la mia sete può essere saziata solo da te! Sulla terra non c'è rimedio ».

Durante le nausee insopportabili gemeva: « Oh, che nausee! Sono quelle dei dannati dell'inferno. Non pos­sono che essere frutto del peccato ».

Il Giovedì santo disse: « Non sento la solita paura per la Passione di domani ». A chi gliene chiese il motivo, rispose: « Non lo saprei dire; ma penso che il Signore non me la darà ».

Il Venerdì santo effettivamente non soffrì la Pas­sione. Il Signore le parlò tre volte: « Non temere, fi­glia mia; non sarai più crocifissa come in passato. La crocifissione che incomincerà ora, sarà la più dolo­rosa. Poi ti porterò in cielo con me. Verrai dritta dritta con me e ti accompagnerà la Mamma Celeste ».

In quel venerdì santo, 3 aprile 1942, Alexandrina entra per la seconda volta nella morte mistica che du­rerà due anni. Ella sente il suo corpo ridotto a cenere. Santa Teresa dice in proposito che quando l'anima giunge a questo punto risorge a nuova vita a guisa di fenice che, secondo la favola rinasce dalle proprie ceneri.

Il 20 ottobre del 1944 la Beata incomincia a soffrire la passione intima di Gesù. Assai più dolo­rosa della passione fisica. 

Ho nostalgia di cibo

Già dal 27 marzo di quell'anno 1942, sino alla mor­te, Alexandrina si cibò solo di Eucaristia. Se tentava di ingerire qualche sorso, lo vomitava con dolori atro­ci. Eppure la tormentava una sete terribile che le fa­ceva esclamare: « Che sete bruciante! Questa sete si estinguerà solo in cielo ».

Le pareva che il suo corpo non avesse ossa, ma fosse un'unica poltiglia. « Sono come una statua di cre­ta, che non si può toccare, altrimenti la si riduce in briciole ».

I medici esaminarono scientificamente il caso.

« Per desiderio dell'Arcivescovo, - racconta Ale­xandrina - il 27 maggio 1943 mi assoggettai a un consulto medico.

« Il giorno fissato vennero a casa nostra il mio me­dico curante, il dott. Enrico Gomes de Araújo, e il dott. Carlo Lima. Io ero serena e calma; il Signore mi aveva esaudita.

« Uno dei medici mi chiese se soffrivo molto, per chi offrivo le mie sofferenze, e se soffrivo volentieri. Mi chiese se sarei stata contenta se il Signore da un momento all'altro mi avesse liberata dai miei dolori.

« Risposi che in verità soffrivo molto, che offrivo tutto per amore di Gesù e per la conversione dei pec­catori ».

« Mi chiesero quale fosse la mia aspirazione più grande. Risposi: "Il Cielo". Mi domandarono se vole­vo diventare santa, come S. Teresa, come S. Chiara, ecc. e arrivare sugli altari lasciando, come quelle, un nome celebre nel mondo. Risposi: "Celebrità? E’ ciò che mi interessa di meno" ».

- Se per salvare i peccatori fosse necessario per­dere la sua anima, che farebbe?

- Confido che anche la mia sarà salva. Se dovessi perderla, direi di no; ma il Signore non mi chiederebbe mai una simile cosa.

- E perché non mangia?

- Non mangio perché non posso; mi sento sazia, non ne ho necessità. Però ho desiderio di cibo.

« Dopo questo colloquio, i medici incominciarono la visita, che sopportai serenamente. Furono molto rigo­rosi, ma nello stesso tempo ebbero delicatezza e ri­guardo per il mio corpo ». 

Controllata all'ospedale

Il 10 giugno la portarono per un controllo più rigo­roso all'ospedale della Foce del Douro. « Il viaggio fu penoso - racconta con semplicità Alexandrina. - Mi sembrava che il cuore non reggesse. Ogni tanto guardavo mia sorella che mi era accanto e la vedevo tanto desolata. Per grazia di Dio, potei conservare il sorriso sulle labbra... Il medico mi diceva che non era difficile viaggiare con ammalati così; Gesù solo però vedeva l'amarezza del mio cuore e le torture del mio povero corpo. A ogni scossa dell'autolettiga mi sentivo torturata; ma ripetevo sovente: "Tutto per tuo amore, mio Gesù; che il buio della mia anima serva a dar luce alle altre anime" ».

« Mentre si usciva dal paese, vicino alle ultime case di Balasar, un gruppo di bimbi lungo la strada lanciò fiori alla nostra macchina. Mi prese un'onda di com­mozione; a stento potei trattenere le lacrime. Arrivati a Matozinhos, il medico alzò le tendine perché po­tessi contemplare il mare. Uno stupore e un silenzio enorme invasero il mio spirito. Osservai il moto per­petuo delle onde; chiesi a Gesù che anche il mio amore fosse ugualmente perenne e operante, senza al­cuna interruzione ».

I controlli furono severissimi: segregazione assoluta, camera blindata, sorveglianza rigorosa. « Il sedicesimo e poi il trentesimo giorno venne a visitarmi la mam­ma. Avevo tanto desiderio di vederla. Ma lei si fer­mò pochissimo e sempre sotto lo sguardo indagatore di chi mi sorvegliava. La mamma piangeva; m'imposi invece di sorridere e scherzare, nascondendo sotto quel sorriso tutto il mio dolore ».

« I giorni passavano in questa lotta costante, tra il succedersi e l'alternarsi delle infermiere, secondo la volontà del medico. Con alcune ho sofferto di più che con altre, perché oltrepassavano il limite dei loro do­veri e dei loro diritti ». 

Giorni di sofferenza

« Più tardi il medico permise che mia sorella mi venisse qualche volta accanto, pur senza consentirle di toccarmi, e sempre sotto lo sguardo delle infermiere ».

« Al ventunesimo giorno permise alle suore dell'ospe­dale di farmi una breve visita. Noi pensavamo già di poter comunicare alla famiglia il giorno del nostro ritor­no al paese, ma impreveduto capitò un altro ostacolo ».

« Una delle signore incaricate di sorvegliarmi aveva parlato del mio caso a un altro medico. Questi che non mi conosceva né sapeva nulla del mio digiuno, sollevò nuovi dubbi sul mio conto ».

« Giunse ad affermare che le persone che mi sor­vegliavano si erano certamente lasciate ingannare e che ne sarebbe rimasto convinto soltanto se glielo testimoniasse un'infermiera di sua fiducia. Il dott. Araújo, pur indignato che fosse messa in dubbio la serietà del suo studio, accettò che quel dottore man­dasse una sorvegliante di sua scelta. Venne infatti una sua sorella e, mentre noi credevamo di aver terminato il nostro esilio, fummo obbligate a un altro periodo di controllo. Fu il più triste e doloroso. La nuova prova durò dieci giorni. Quanta diffidenza! ». 

Ressa di popolo

Dopo tutti quegli esami, i medici permisero che Alexandrina fosse riportata a casa.

« Alla vigilia della mia partenza - racconta - sfi­larono a vedermi tutti i bimbi dell'ospedale. Vennero anche oltre 1500 persone; si dovettero chiamare i carabinieri per mantenere l'ordine. Un carabiniere, in­vece di fare servizio, si limitò a mettersi al mio fian­co; ci rimase tutto il tempo, accontentandosi di dire di tanto in tanto alla folla che si assiepava presso il letto: "Avanti, avanti...". Che impressione quella ressa di popolo! Non valsero le suppliche di mia sorella, non valsero i carabinieri a frenare quell'afflusso. Lo stesso medico dovette imporsi alla folla che assiepava l'entrata dell'ospedale e riempiva la mia camera per­ché non mi soffocassero. Rimasi umiliata, schiacciata, stanchissima e con la nausea di me stessa, al vedere le lacrime dei visitatori e al ricevere tanti baci, che non merito e non voglio ». 

L'attestato medico

Quel controllo medico sul digiuno di Alexandrina era durato quaranta giorni e quaranta notti. Alla fine il dott. E. Gomes de Araújo, della Reale Accademia di Medicina di Madrid, specialista in malattie nervose e artritiche, firmò una relazione che portava il titolo: « Un caso eccezionale di astinenza e di anuria ».

Scrisse: « È per noi assolutamente certo che, durante quaranta giorni di degenza, l'ammalata non ha man­giato né bevuto ».

Aggiunse che in quello strano caso vi erano par­ticolari « i quali per la loro importanza fondamentale di ordine biologico (come la durata dell'astinenza dai liquidi e l'anuria) ci lasciano perplessi, in attesa che una spiegazione porti la luce necessaria ».

« Attestiamo pure che si conservò immutato il pe­so di Alexandrina, la temperatura, la respirazione, la pressione, il polso, il sangue; che le sue facoltà men­tali furono riscontrate evidentemente normali, costanti e lucide... ».

« L'ammalata, durante quel tempo, rispose ogni gior­no a molti interrogatori e sostenne moltissime conver­sazioni, mostrando un'ottima disposizione e la miglior lucidità di spirito. Riguardo ai fenomeni osservati nei venerdì, più o meno alle ore 15, pensiamo che appar­tengano alla mistica, la quale dovrà pronunciarsi in proposito ».

Fin qui la scienza medica. Più oltre non sapeva rac­capezzarsi. 

Capitolo XI

PREFERENZE NEL DOLORE E NELLA PREGHIERA

Mio Dio, non sono più sola!

Alexandrina fu privata del suo direttore che la gui­dava da nove anni.

Era il giugno del 1944; alcune persone, mosse a pietà per l'abbandono in cui era lasciata Sandrina, pregarono un sacerdote salesiano, don Umberto, di recarsi a Balasar.

- Ci vada. Vedrà...

Fin allora don Umberto aveva sempre rifiutato di recarsi a visitare l'ammalata. Quella volta accettò, sol­lecitato anche da Padre Mariano che ormai era stato allontanato da Balasar da due anni.

Lo portò in macchina il medico curante di Alexan­drina, a cui aveva chiesto, in antecedenza, il permesso scritto di farsi ricevere da Alexandrina.

Ci si recava per portare un po' di conforto a un'ani­ma in pena; nient'altro.

Rimase due giorni a Balasar; comprese subito che in quell'anima vibrava qualcosa di eccezionale. Rima­se però spaurito di fronte a problemi che causavano perplessità, ed esigevano prudenza, studio e molta pre­ghiera.

Per una relazione in difesa di Alexandrina, la Curia proibì assai presto a don Umberto ogni ministero sa­cerdotale nella diocesi di Braga.

In sua difesa insorsero tutti i salesiani di Mogo­fores, suoi confratelli, supplicando l'ispettore perché si interponesse presso l'arcivescovo.

In quell'occasione Alexandrina scrisse ai salesiani la seguente lettera, colma di gratitudine:

« Dio solo è grande!

Balasar 30-10-1944

Rev.di Padri Salesiani,

per tutti l'amore più bruciante di Gesù e di Mam­mina e tutte le ricchezze del cielo. Ho presenti tutte le intenzioni che mi avete raccomandato e li faccio par­tecipi delle mie povere orazioni e sofferenze. È un do­vere di gratitudine da parte mia. Non posso fare al­tro. Mi sento tanto felice e tanto ricca con l'appoggio loro. O mio Dio, non sono più sola. Ho chi mi aiuta a salire il mio così doloroso calvario. Con tutto cuore e con tutta l'anima dico: - Gesù e la cara Mam­mina li contraccambi di tutto e concedano tutte le ricchezze del cielo: ricchezze di virtù, di grazie per attrarre con esse le anime al Cuore divino di Gesù.

Non ne posso più (NB. Ad Alexandrina causava do­lori acutissimi il tenere la penna in mano). Sempre uniti sulla terra e in cielo! La benedizione e il per­dono per questa che implora orazioni, molte orazioni. La povera Alexandrina

L'ispettore salesiano ponderata ogni cosa, prese la difesa di D. Umberto: « Nessuno può proibirti di vi­sitare un'ammalata. Tu potrai dirigere Alexandrina per scritto e fuori di confessione ».

Non vincolato dal segreto sacramentale, nel proces­so di beatificazione poté così essere il testimone prin­cipale. Provvidenza sapiente del buon Dio!

Un giorno don Umberto chiese ad Alexandrina di farlo partecipe delle sue preghiere e sofferenze. Si sentì rispondere: - Come non lo devo fare se è il mio secondo Direttore?

- Direttore?... -. Don Umberto non sapeva rac­capezzarsi.

Chiese un colloquio con Padre Mariano e l'ebbe. In quel brevissimo incontro, Padre Mariano, primo Di­rettore di Sandrina, rassicurò don Umberto e gli fece coraggio. Poi con un senso di conforto, gli disse: « È sua, gliel'affido. Il Signore darà luce per guidarla ».

P. Pinho Mariano nel suo libro « No Calvario de Balasar », stampato in Brasile, scrive: « Fin dalla pri­ma visita in quel figlio di D. Bosco (Alexandrina) sentì come un angelo di conforto che veniva e infonderle coraggio per salire il suo doloroso calvario. Gli aprì la sua anima con facilità, cosa che non avveniva con altri sacerdoti che la visitavano. Confesso che fu per me, suo primo Direttore, un grande sollievo, nel vede­re come la Provvidenza suppliva in modo competente, nella persona di P. Umberto Pasquale - maestro dei novizi salesiani, predicatore e scrittore - la mancan­za che, in circostanze dure e difficili, faceva all'Am­malata una direzione assidua e illuminata ». 

Scrivi tutto

L'8 settembre 1944, don Umberto assunse ufficial­mente la direzione di Alexandrina. Si preoccupò di un'unica cosa: continuare il lavoro prudente e sag­gio, svolto da Padre Mariano. Era delicatissima la mis­sione di guidare un'anima così straordinariamente do­tata.

Fu allora che dette ad Alexandrina l'ordine di scri­vere, settimana per settimana, tutto quello che succe­deva, una specie di diario, almeno riassuntivo, una specie di « promemoria ».

Si accumularono così oltre 4.000 pagine di dattilo­scritto. Alexandrina dettava e Diolinda, doppiamente sorella, scriveva.

In un'estasi del 20 settembre 1944, Gesù approvò l'obbedienza di Sandrina alle disposizioni di don Um­berto; anzi le disse così: « Scrivi tutto e consegna tutto a chi si interessa di te e della mia causa. Questo è sufficiente ».

Gli scritti di Alexandrina sotto l'aspetto teologico lasciano stupiti. Toccano anche punte di lirismo; non presentano correzioni di sorta e contano pochissimi er­rori di ortografia. Vi corrono vibrazioni di poesia pura e immagini smaglianti; il contenuto è denso, di una po­tenza espressiva eccezionale.

L'azione del Direttore Spirituale con anime elevate a questi stati mistici è un'azione di guida, una specie di segnalazione stradale. C'è una frase di Gesù ad Alexandrina nel 1945, che lo fa capire: « Senza un direttore rimarresti peggio dei ciechi che mai conob­bero la luce: essi non ci vedono, ma credono che la luce esiste... Tu rimarresti come se non credessi nulla. Hai bisogno di appoggio continuo e di chi ti dica che la luce esiste, che i tuoi cammini sono i miei, i più spinosi: un calvario difficile da salire ». 

Prego per il Santo Padre

Gesù le chiedeva anche di pregare per coloro che so­no incaricati di condurre e guidare le anime: « Voglio che tu mi offra una parte delle tue sofferenze per i Sacerdoti: per quei sacerdoti che possiedono la luce divina e capiscono la mia vita nelle anime, perché l'abbiano a possedere di più e non abbiano altra vita che la mia; e per quei sacerdoti che non la compren­dono, perché la studino e non tentino di spegnere ed estinguere quella vita; e per tutti quelli che mi offen­dono gravemente ».

Le sofferenze e le preghiere di Alexandrina ebbero sempre queste preferenze: i sacerdoti e, in testa, il Papa.

Nell'estasi del 6 dicembre 1940, Alexandrina sup­plicò Gesù di dare la pace al mondo e di salvare il Papa. Il Signore le rispose: « La pace verrà, ma a prezzo di molto sangue. Il Santo Padre sarà risparmiato; il dragone superbo e rabbioso, che è il mondo, non oserà toccare il suo corpo. Ma la sua anima ne sarà lacerata ».

C'è una frase commovente di Alexandrina: è uno spioncino che lascia intravedere l'orientamento delle sue preghiere.

« Fin da piccola prego per il Santo Padre; ma da molto tempo in qua prego assai di più perché provo tanta pena per le sue sofferenze ».

Commoventissima una sua lettera a Pio XII in cui gli predice che gli uomini avrebbero congiurato per fargli del male (si era durante la grande guerra); ma che non li temesse perché non sarebbero arrivati a tanto; che lei si era offerta vittima per lui è che Gesù aveva gradito la sua offerta: « Padre santo, il vostro pontificato continuerà a trionfare; ma la vostra anima dovrà molto soffrire ». 

Quel sacerdote non cadde nell'inferno

Ed ecco un episodio sconcertante.

In una lettera a Padre Mariano, Alexandrina gli scrisse: « Entrai (durante l'estasi) nelle sofferenze del­l'Orto degli Ulivi, piena di coraggio e di luce. Fu cosa di pochi istanti. Improvvisamente Gesù mi chia­mò: "Figlia mia, c'è a Lisbona un sacerdote prossi­mo a perdersi eternamente; sta offendendomi in modo grave. Chiama il tuo Direttore e chiedigli il permesso che io ti faccia soffrire molto, durante la Passione, per quel sacerdote". Ubbidii e, ottenuta l'autorizzazione, piombai nell'Orto degli Ulivi e soffrii in modo tremendo. Sentivo tutta la gravità con cui quell'anima offendeva il Signore. Subii il castigo di Dio. Gesù mi ripeteva: "Inferno! Inferno!...". Provavo la sensazione che ci stavo andando davvero... e allora supplicavo: "All'inferno no, Gesù! Egli pecca, ma io sono sua vit­tima; e non solo per il tempo che pecca, ma finché tu vorrai". Il Signore continuava: "Egli inganna la gente: tutti lo credono buono, e invece mi offende mol­to". Io rispondevo: "E’ vero; inganna gli altri, ma non te. Dimentica, Gesù. Abbi compassione". Gesù mi disse il suo nome: è il reverendo N. N. Quanto ho sofferto in quella Passione! Acute spade tagliuzzavano il mio cuore; anche il mio corpo fu stritolato orribil­mente; ma quel sacerdote non cadde nell'inferno ».

Padre Mariano in una lettera a don Umberto così commentava: « Così per assicurarmi, scrissi a una suo­ra, superiora a Lisbona, che facesse ricerche e mi sa­pesse riferire se l'Arcivescovo fosse amareggiato e preoccupato di qualche sacerdote. La superiora eseguì la mia commissione e n'ebbe risposta positiva e anche il nome. Era precisamente il sacerdote nominato da Alexandrina.

« Mesi dopo, mi visitò un sacerdote, don Novais, che ritornava dagli esercizi spirituali a Fatima. A quel corso di esercizi aveva preso parte un signore che si era comportato in modo edificante, ma che per dormire usciva dalla casa di esercizi ».

« Una sera, dopo l'ultima meditazione, che mi pare fosse sulla morte, quel signore si ritirò nel suo alber­go. Poco dopo, qualcuno corse a chiamare urgente­mente un sacerdote perché quel signore era stato col­pito da un attacco cardiaco e stava morendo. Gli fu­rono amministrati i sacramenti e cessò di vivere. Era un sacerdote in abito borghese, uno spretato ». Particolare commovente: era esattamente quel sacerdote per il quale Alexandrina aveva tanto sofferto e pregato. 

Non posso pensare al peccato

Alexandrina aveva orrore del peccato. Diceva a don Umberto: « Non posso pensare né parlare del pecca­to. Sento in me quasi un senso di annientamento; mi sento sfasciare, distruggere. Eppure queste parole non dicono ancora nulla di quello che sento in realtà ».

Le sfuggiva questo sospiro: « Che cosa è mai tutto il dolore umano per riparare il più piccolo peccato?... Nulla! ».

Arrivava all'audacia di scrivere: « Se vi fossero mille inferni e io avessi mille corpi, ne darei uno per ogni inferno, ad ardervi eternamente; ma non vorrei, o Gesù, darti il minimo dispiacere con il più piccolo peccato ». 

Capitolo XII

« SEI UNA VIOLA NASCOSTA »

È il profumo delle tue virtù

Don Umberto, un giorno, accompagnò la sorella, che era andata a trovarlo dall'Italia a visitare Ale­xandrina. Ancora sotto una profonda emozione per aver assistito all'estasi del venerdì, la signorina fu messa a dormire nella cameretta attigua a quella di Sandrina. Non riuscì a chiudere occhio. Vegliò tutta la notte, sempre perseguitata e avvolta da effluvi di profumi finissimi e delicati che parevano immergerla in un mondo paradisiaco.

« Che profumo! » ripeteva e aspirava con le narici e i polmoni dilatati. Provava una vertigine di soavità. Il mattino seguente domandò al fratello quale pro­fumo venisse usato per la toeletta di Sandrina. Don Umberto, per tutta risposta, la consigliò di girare la domanda a Diolinda: « Come posso chiederlo, se non so parlare portoghese? » interloquì la sorella. Chia­marono Diolinda e don Umberto fece da interprete. Tradusse parola per parola la richiesta della sorella.

- Vorrei sapere la marca del profumo che date ad Alexandrina.

- Noi non usiamo profumi. Le pare che questa povera casa di campagna sia una profumeria?

- Eppure io ho sentito profumi, subito dopo il mio arrivo, quando mi sono avvicinata al letto di Ale­xandrina. Stanotte poi nelle lunghe ore di insonnia, sono stata avvolta da effluvi di profumo. Non era un profumo come gli altri; era un profumo fine, gradevole, vario; non lo percepivo sempre, ma solo a tratti intermittenti.

Diolinda e don Umberto risero. La signorina, stu­pita e confusa, avvampò di rossore e non osò più ol­tre parlare. Il fratello le spiegò allora lo strano feno­meno che si constatava da anni.

Attorno ad Alexandrina alitava spesso un profumo soavissimo.

Centinaia e centinaia di persone, uomini e donne, più volte avevano avuto la stessa impressione e l'ave­vano controllata.

Anche don Umberto nella sua prima visita a San­drina era stato toccato dall'onda di profumo. Per que­sto, anzi, raccomandò a Diolinda di non ornare l'al­tarino nella cameretta con fiori odorosi.

Le stesse ondate di profumo acuto si erano fatte sentire molto lontano, a 150 chilometri, nel noviziato salesiano dove abitava don Umberto; erano penetrate nella chiesa, nei cortili; si erano fatte sentire a tutta la comunità.

Alexandrina, il 27 settembre del 1944, scriveva nel suo quaderno queste parole di Gesù: « Di' a don Um­berto che fu scelto da me per venire qui a studiare, ad appoggiare e a difendere la mia causa. Digli che il profumo è fragranza divina; è il profumo delle tue virtù. Dico questo perché lui ne ha bisogno per lo studio che ha tra mano ». 

Come si sta male sulla terra

Nella settimana di passione del 1942 cessarono le manifestazioni della Via Crucis e incominciarono le estasi, alle tre pomeridiane di ogni venerdì e nei pri­mi sabati del mese.

Durarono fino al 1955.

Il 26 agosto 1955, poco prima che Sandrina morisse, Gesù venne a dirle: « I miei colloqui saranno d'ora in poi come l'incontro di due amici che ricor­dano la loro trascorsa amicizia ».

La durata delle estasi pubbliche si aggirava sulla mezz'ora. Nello stato di rapimento Alexandrina par­lava in modo chiaro e perfetto: si poteva scrivere tutto quel che diceva e che Gesù, attraverso le sue labbra, diceva. Qualche volta cantava, su musica ispirata, con uno sbalzo bellissimo di voce.

Durante l'estasi ubbidiva anche agli ordini semplice­mente mentali che le dava don Umberto.

Come la rugiada rinvigorisce e rinfresca l'arbusto riarso, così Sandrina emergeva da quei colloqui cele­stiali rafforzata nel fisico e tonificata nello spirito.

Soleva dire: « Al termine delle estasi mi sento sa­zia... ma ciò dura poco ».

Il suo emergere dall'estasi pareva il risveglio di un bimbo da un sonno calmo e profondo. Ricordava esat­tamente tutto ciò che era avvenuto, correggeva o retti­ficava quanto fosse stato scritto sbagliato da chi ave­va assistito all'estasi.

In quei colloqui era come soggiogata dalla visione del suo Signore. Ripeteva frasi incandescenti: « Amia­mo Gesù. Oh se potessimo amarlo!... Come si sta male sulla terra!... Non posso più vivere sulla terra ».

Il volto trascoloriva in un rosso acceso; le mani le scottavano come per la febbre.

Le estasi vertevano su un unico argomento o « Mo­tivo-Conduttore »: la riparazione. Parlavano di Gesù che soffre, che invita i peccatori, di Gesù che ha bi­sogno di vittime, della Madonna che sollecita Alexan­drina a immolarsi, che vuole salvare il mondo.

Eppure Alexandrina sentiva un'avversione istintiva alle estasi, a queste rivelazioni eccezionali che la strap­pavano a forza dalla sua vita umile e nascosta.

Scrisse infatti: « Vorrei amarti molto, o Gesù, non offenderti mai; ma non vorrei udire sulla terra la tua voce dolce e soave, non vorrei vedere il tuo Volto di­vino, né sofferente né raggiante di gloria. Avrò tutta un'eternità per contemplarti e per udirti... ».

Il tema è sempre lo stesso. Dio chiede anime e ri­parazione; Alexandrina, la vittima, ripara e offre pre­ghiere e immolazioni per la salvezza delle anime.

Gesù le rivolge parole delicatissime e incompara­bili. Pare di rileggere il Cantico dei Cantici. Ecco al­cune schegge di luce: « Unisco il mio cuore al tuo... Abito in te e tu in me... Ricevi, ricevi, mia piccina, l'amore di Gesù. Ricevilo, arricchisciti; è per distri­buirlo alle anime... Ho sete, ho sete, figlia mia, ho sete di amore... Le anime non conoscono la mia follia, colomba mia bella!... Sono sempre pronto ad acco­gliere le anime; do loro e offro loro il mio Cuore; vo­glio possederle ». 

Nel suo giardino dalla aiuole profumate

A sua volta Alexandrina sentiva le anime « avvin­ghiarsi alle fibre della sua carne, fameliche; succhiarla fino a spremerla all'inverosimile ».

II Signore, negli ultimi mesi di vita, le diceva: « Tu sei la vittima di tutte le categorie di peccati. Non te­mere: le tue tenebre dànno luce, la tua morte dà vi­ta; sono stato io a prepararti a questa grande ripara­zione. Se tu sapessi che cosa è la vita di Dio nelle anime! Mi sono care le anime umili e piccole. Io so­no la loro grandezza ».

In un'estasi, Alexandrina vide Gesù con un annaffia­toio in mano, come un giardiniere, innaffiare aiuole e fiori di straordinaria bellezza; un'immagine iridescente. Gesù commentò: « Il tuo cuore è un mondo. Tu mi ami per tutta l'umanità ». Poi lo vide camminare tra i fiori.

Sembra una variazione del capitolo sesto del Can­tico dei Cantici: « Il mio Diletto è sceso nel suo giardino, dalle aiuole profumate, per cogliere gigli.

Io sono del mio Diletto e il mio Diletto è tutto mio.

Egli pasce il suo gregge tra i gigli ».

Verso la fine della vita il Signore le spiegò: « Guar­da, osserva il Giardiniere divino... Sta inaffiando i fiori del tuo giardino, in terreno da me coltivato. Voglio che in ogni momento, di giorno e di notte, sboccino fiori che esalino profumo per deliziarmi ».

Poi le sussurrò: « Sei una viola nascosta... Le vere grandezze, l'ope­ra mia, il lavoro divino in te, tutte queste meraviglie saranno comprese in pieno solo dopo la tua morte e nella luce dell'eternità ». 

Capitolo XIII

POSSEDEVA IL CIELO

Fuoco di Gesù

Qualche tempo prima che morisse, Gesù disse ad Alexandrina: « Tu non hai più una tua vita; la vita che tu vivi è mia ». Prima le aveva detto: « Vivi, mia figlia, vivi la mia vita divina. Tu sei sulla terra, ma non sei più della terra ». Alexandrina si struggeva nell'attesa e diceva di voler « vivere solo nell'Infinito ».

« Vuoi vedere come ti brucio? » le diceva Gesù e irrompendo in lei l'avvertiva: « Fuoco, fuoco, fuoco di Gesù! Purezza e candore! Fuoco, fuoco, fuoco di Gesù e rugiada che feconda, manna divina! Gesù vuole ri­posare nei cuori puri! Gesù vuole riposare nelle ani­me vergini ». 

Mi sazio di Lui

Gesù chiamava Alexandrina « palazzo, tabernacolo, paradiso della Trinità Divina ». Il 22 luglio del 1955, nel periodo delle tenebre più fitte e delle tentazioni più scoraggianti, Gesù le rivela: « Fin dal tuo Batte­simo possiedi in te questo Cielo Divino (la SS. Tri­nità), sebbene tu non lo senta ».

A don Umberto, Alexandrina confidava: « Mi sa­zio completamente nel Gloria Patri. Non posso con­centrarmi troppo in questo pensiero perché verrei me­no; il cuore non sopporterebbe ».

Poi con un linguaggio poetico e ricco di immagini descrive il misterioso lavoro dello Spirito Santo nel cantiere dell'anima: « Sento lo Spirito Santo nel suo trono, nel trono del mio cuore, tra il Padre e il Figlio; sopra di essi, egli batte le ali bianche quasi a risve­gliarmi e a dirmi che i Tre sono presenti. Mi irra­dia col suo amore, mi dà lampeggiamenti e bagliori di fuoco divino... Oh, se tutte le anime conoscessero e sentissero in se stesse la presenza del Padre, del Fi­glio e dello Spirito Santo ».

Quando il demonio la tormentava, Alexandrina rien­trava in sé, il più intimamente possibile, e quivi ba­ciava il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, « il più ric­co tesoro che possiedo ».

Ecco un'altra pennellata di colore: « Lo Spirito San­to batte le ali nella parte più intima dell'anima mia. Tratta con me come gli uccelli con i loro piccoli im­plumi che sono nel nido. Col suo becco di fuoco di­vino, alimenta il mio cuore e tutto il mio essere. Sento una nuova vita. Così, posso amare e servire il mio Gesù ». 

Il nido del mio cuore

In un'altra occasione dettò questa descrizione ab­bagliante: « Alla vigilia della Pentecoste, festa della Pentecoste, festa dello Spirito Santo, sentivo svolaz­zare attorno a me un Colomba Bianca e con un frullo d'ali posarsi sul mio capo; nelle mie orecchie udivo un frusciare, come se fossero molte a fendere l'aria. Dico Colomba Bianca, non perché l'abbiano vista gli occhi del mio corpo, ma perché la videro parecchie volte gli occhi dell'anima.

« Il giorno di Pentecoste, la Colomba si posò su me, mi volò intorno e mi fece pensare alle rondinelle ve­loci e laboriose che costruiscono il nido. Costruiva, abbelliva, perfezionava. Io non sentivo alcuna vita; mi sentivo morta. Ogni tanto quella Colombella muo­veva il suo becco nelle mie labbra o l'affondava nel mio cuore come se fosse per darmi alimento. Quando faceva così, sentivo che essa era la mia vita... Da al­cuni giorni, è qui nel mio nido; non svolazza, non lo abbandona; sta come a riposarvici, col capo sotto l'ala. Ogni tanto dà segno che è lì, muovendo le zampette o stendendo le ali bianche, e lascia scoperto il nido del mio cuore. Fa questo, con estrema dolcezza e amore. Sembra che sia imprigionata e avvinghiata al mio nido ». 

Nascosto in te

Alexandrina più di una volta sentì Gesù che le cavava fuori il cuore e lo impastava col suo; « Gesù faceva del mio cuore e del suo una medesima cosa, un'unica massa... Non era più il mio cuore né quello suo: erano due cuori in uno ».

Gesù apparendo nel marzo del 1945 le disse: « Vo­glio, figlia mia, dilatarti il cuore; voglio farlo grande, grande come l'umanità, grande come il mio divino amore ».

In una lettera a don Umberto, Alexandrina scrisse: « Ho sentito molte volte Gesù dentro di me lavorare e ritoccare con estrema finezza il mio corpo. Alcune volte si comportava come un pittore, ma con quale arte e perfezione! Faceva il suo autoritratto in me; io ero tutta Lui. Gesù era lo stampo; col mio corpo ne modellava un altro che si fondeva in uno solo ».

E Gesù le spiegava: «Ecco: anche nascosto io abito in te. Guarda: scende il Cielo su di te...».

« Com'è bello! - gridò allora Alexandrina al colmo della gioia -. Vale la pena, mio Gesù, soffrire tutto per possedere il Cielo ». 

Capitolo XIV

COME UNA SBARRA ALLE SOGLIE DELL'INFERNO

Lo sguardo di Gesù

Nell'autunno del 1944, un sacerdote, terminato un colloquio con Alexandrina, si alzò per benedirla e le presentò la propria mano a baciare, con un gesto usuale in Portogallo.

Nel ritirare la mano, mentre rivolgeva una parola di incoraggiamento ad Alexandrina, all'improvviso quel sacerdote non scorse più il viso dell'ammalata sul guan­ciale bianco, ma il volto dolorante di Gesù.

« Non fu un'impressione illusoria - raccontò in seguito il sacerdote - fu una visione che durò qual­che minuto ». Rimase folgorato; sentì un nodo alla gola e uno strazio immenso nel cuore.

Poi riapparve il sorriso di Alexandrina. Ma il sa­cerdote partì sconvolto.

Appena poté trovarsi solo, come Pietro pianse ama­ramente i propri peccati.

Lo sguardo di Gesù! Pareva che gli avesse lacerato l'anima, come a Pietro. 

Non vivi tu! Vivo io

« Da alcuni giorni - scriveva Alexandrina - sento nei miei occhi uno sguardo che non mi appartiene. È uno sguardo tenero: ha dolcezza, incanti, amore. Que­sto sguardo ha lacci spirituali, penetra tutto, dà luce: è come uno specchio che tutto riflette; nulla gli si può nascondere ».

Alexandrina subisce una trasformazione totale. Ne parla confusa e ammirata nella pagine del diario e scrive: « Il sorriso delle mie labbra non è più mio ».

Gesù le spiega: « Nel tuo corpo è Cristo; Cristo nei tuoi sguardi e nei tuoi sorrisi » e soggiunge con soave tenerezza: « Tu sei la conca e Io l'acqua che scorre in essa, che lava e che purifica ».

« Mentre Gesù diceva questo - racconta Alexan­drina - mi pareva che egli si cavasse tutte le vene dal suo corpo e le infilasse nel mio corpo; tutto il mio essere diventava un altro. Sentivo fluire in me un sangue che non mi apparteneva, pulsare una vita che non era la mia ».

Gesù le confida: « Quando le tue labbra si muovono per parlare, sono io che le muovo e parlo in te...

« Sei ricca di me, è per questo che i tuoi sguardi attirano; hanno attrazioni, dolcezze, fascino, amore... « È per questo che il tuo sorriso ha finezze di cielo ». « Non sei tu che vivi, sono io; le meraviglie che io compio in te sono mezzi di salvezza e di richiamo per le anime ». 

Non posso soffrire di più

In tal modo Gesù realizzava un segreto desiderio di Alexandrina che gli aveva chiesto: « Mettimi, o Gesù, quale sbarra alle soglie dell'inferno ».

Per parecchio tempo, Alexandrina sentì l'inferno in se stessa e se stessa nell'inferno. L'inferno delle ani­me cominciò a premere e schiumare contro di lei co­me le acque del mare contro uno scoglio. Sotto i colpi di maglio di quelle sofferenze, scrisse: « Non posso soffrire di più ».

« Che il Cielo sia con me - raccontò nel 1945 -. Mi sento come condannata all'inferno. La mia anima soffre orribili supplizi. Con gli occhi dell'anima vedo i demoni che tormentano. In tutto il corpo mi pare di sentire il fuoco che consuma. I miei orecchi odono il ringhio dei demoni e l'urlo della disperazione infer­nale. Talvolta rimango come chi trasalisce spaventato lungo la strada. Non so cosa fare. Mio Dio, che ter­ribile essere condannata all'inferno! Spero per la tua bontà infinita che non sia così.

« In quell'esilio eterno, sento sopra di me il peso della giustizia divina. Desiderare Dio e non poterlo avere, è milioni di volte più straziante di qualsiasi tor­mento. L'anima mia trema e teme spaventata. Quanti dolori indicibili mi torturano! ». 

Non peccare

Più tardi, su un foglietto scrisse la sua « lettera aperta » ai peccatori. Eccola:

« Ho passato la mia vita a soffrire e passerò il mio Cielo ad amare e a pregare Gesù; per voi, peccatori. Convertitevi e amate Gesù; amate la Mamma del cielo ».

« Venite, andiamo tutti in cielo ».

« Se conosceste l'amore di Gesù, morireste di do­lore per averlo offeso ».

« Non peccate, non peccate! Gesù ci ha creati; Ge­sù è Padre ».

La scrisse nel luglio del 1947.

Terminava con una firma umilissima: « Sono la po­vera Alexandrina Maria da Costa ». 

Capitolo XV

« MI SONO SPREMUTA PER I PECCATORI »

Cooperatrice Salesiana

Nell'anno 1944 Alexandrina si iscrisse alla Pia Unio­ne dei Cooperatori Salesiani. Volle collocare il suo di­ploma di Cooperatrice « in luogo da poterlo avere sem­pre sotto gli occhi », per fruire di tutte le Indulgenze annesse e, col suo dolore e con le sue preghiere, col­laborare coi Salesiani alla salvezza delle anime, soprat­tutto giovanili. Pregò e soffrì per la santificazione dei Cooperatori di tutto il mondo.

I Salesiani in contraccambio le fecero dono di un giglio di raso bianco, confezionato nel Carmelo di Fa­tima (quel giglio le fu infilato nelle mani dopo la morte).

Quando Alexandrina lo ricevette scrisse: « Sono tan­to contenta del giglio per quando sarò morta. Io non lo merito; ma cosa devo fare? Se guardassi ai miei meriti, non dovrei ricevere nulla ».

Sui petali di quel giglio, appena morta, furono scritti alcuni suoi pensieri, stralciati dal diario, in cui Ale­xandrina esprimeva il suo desiderio di riparazione euca­ristica e di immolazione per i peccatori; nel nastro di seta, legato allo stelo, si leggevano queste parole: « I Salesiani alla loro Cooperatrice ». 

Vi ho tutti nel cuore

In una letterina, scritta ai Novizi Salesiani alla vi­gilia di una vestizione, Alexandrina si esprime così: « Miei cari Novizi e Salesiani di così santa casa, desidero che occupiate nel Cuore divino di Gesù il posto che già occupate nel mio perché così potrete ricevere tutto.

« Vi porto tutti nel mio cuore ».

« Vi voglio avere tutti nel Cuore di Gesù e di Maria ».

Sono parole che sembrano echeggiare quelle di S. Paolo ai primi cristiani: « Vi porto tutti tenerissima­mente nel mio cuore ».

Ai Salesiani inviava un'immaginetta con questi sug­gerimenti:

« Essere fra tutti il più umile. Ubbidienza cieca. Non peccare mai. Soffrire in silenzio. Amare Gesù. Amare, soltanto amare ». 

La mia felicità nella sofferenza

Il 5 febbraio 1946, in una conversazione con don Umberto, Alexandrina gli confidava: « Mi sento as­sai unita con i Salesiani e con i Cooperatori salesiani del mondo intero. Quante volte fisso con gli occhi il mio diploma di Cooperatrice e offro le mie sofferenze unita a tutti loro per la salvezza della gioventù! Amo la Congregazione Salesiana; l'amo tanto e non la di­menticherò più né in terra né in cielo ».

Alexandrina aveva una maniera elegante di fare apo­stolato. Diceva: « Mi mostro felice e allegra; la mia felicità è nella sofferenza e nel fare la volontà di Dio ». E Gesù di rimbalzo le rispondeva: « Tu vivi la mia vita pubblica. Parla, parla alle anime ». 

« Il Signore ha voluto schiacciarla con la sofferenza »

Nel marzo del 1947, Sandrina scrisse al suo Diret­tore don Umberto: « Non so che cosa mi succede: perdo la vista e non posso parlare ». Dovette rassegnarsi a vivere quasi sempre nel buio; non riusciva a sopportare un raggio di luce. Parlando in quel tempo della sua cameretta la definì « la mia nera prigione ».

Dal 1953 in poi, le sue fragili ossa parvero disgiun­gersi: per mantenerla sui guanciali fu necessario ri­correre a due sostegni a forma di S, foderati di stoffa e affissi alla spalliera del letto, che la reggevano sotto le ascelle come degli uncini.

Nel diario degli ultimi tempi, si lasciò sfuggire una frase che è come un colpo di sonda nel segreto delle suo sofferenze: « Mi sono spremuta per i peccatori ».

Oltre ai dolori che le causavano la mielite e le fre­quenti coliche renali, dal 1946 Alexandrina dovette essere collocata su delle assi, perché non sopportava più il letto soffice: il suo corpo era come sfasciato.

Ciò nonostante, la bruciava una sete continua di sofferenze.

Nella letterina del Natale 1946 (che porta questa delicata intestazione: « Al mio caro Gesù nel presepio: Mittente - La tua figlioletta Alexandrina che vuole imparare le tue lezioni. Sii il mio maestro! »), si leg­gono queste commoventi parole:

« Mio dolce e caro Gesù. Prostrata umilmente da­vanti al tuo presepio, vengo ad adorarti e a darmi interamente a te per morire proprio qui, in questo mo­mento, a me stessa e al mondo.

« Ascolta, Gesù. Ascolta, mio Amore! ».

« Per poter ottenere ciò che tanto brama il mio cuo­re, fa' che i miei occhi non vedano altro che te; che le mie orecchie non odano se non le cose del cielo; che la mia lingua e le mie labbra non si muovano se non per parlare di te, delle tue cose e delle tue lodi; che il mio cuore non abbia altri sentimenti se non di amore e di dolore: amore per amarti, dolore per con­solarti e riparare ».

« Sì, mio Gesù, fa' che tutto quanto si dirà di me, in lode o in disprezzo, io lo prenda come se non fosse per me, che io rimanga come un cadavere che non parla, che non ode, che non sente ».

« Anzi, mio Gesù, ti voglio dire qualche cos'altro. Voglio fare un atto di rassegnazione alla morte e un atto di rinuncia. Se i medici con le loro esperienze mi abbrevieranno i giorni della vita, io accetto contenta e perdono di tutto cuore ».

« Rinuncio anche al desiderio di veder realizzate le tue divine promesse. Non voglio sapere né pensare se esse si compiranno o no; e neppure se il mio Di­rettore verrà o no presso di me prima della mia par­tenza per il cielo ».

Quello che tu vuoi, lo voglio anch'io, mio Gesù. Tu sai bene quanto tutto ciò costi al mio cuore; me lo sento come ridotto a brandelli. Però mi lascio gioio­samente schiacciare e annientare, solo per tuo amore ».  

« Come una pecora muta davanti a chi la tosa »

Alla fine del 1948 il Signore le infisse una nuova spina: la partenza di don Umberto che la dirigeva spi­ritualmente dal 1944.

Sandrina nel diario descrive con parole commoventi il dolore aperto nella sua anima da questo « secondo colpo » (il « primo » era stato il distacco dal prece­dente Direttore spirituale).

« Sentivo come se il cuore e l'anima dessero sangue per salvare il mondo... ».

«Alcune ore dopo, ecco il mio secondo taglio spi­rituale: colui che Gesù, sul mio cammino spirituale, aveva collocato al secondo posto come guida e aiuto dell'anima mia, mi lasciava».

« Non avevo ancora ricevuto la Comunione. Don Umberto andò a prendere il mio Gesù per darmi forza nel colpo che avrei ricevuto ».

« Pochi minuti dopo, prese commiato. Egli, scor­gendomi piangere, mi disse:

- Sia fatta la volontà di Dio.

Risposi: - Sta bene, ma la volontà di Dio non ci toglie il cuore... Sì, lo so che Dio dà forza; se in ore come queste mancasse la forza di Gesù ci sarebbe da dispe­rarsi.

- Pensi che ha Gesù nel cuore.

- È vero; ma Gesù non si rattrista per le mie lacrime... ».

Il giorno dopo, venerdì, Gesù le parlò; Alexandrina verso la fine del colloquio chiese al Signore: « Tu mi dici che mi ami tanto ma io non so come amarti né soffrire perfettamente per te. Non ti rattristano le mie lacrime di ieri? ».

- No, figlia mia, - le rispose Gesù. - Le la­crime rassegnate sono lacrime d'amore.

« Non ho forse pianto anch'io presso il tumulo di Lazzaro e sulla città di Gerusalemme? Ci poteva es­sere in me della imperfezione? Fatti coraggio. Confida ».

« Tutto rientra nei miei piani divini. Sono queste le vie degli eletti del Signore. Gli uomini facciano o no la mia volontà, io scrivo diritto su linee che sono storte. Nella tua vita permetto tutto per maggior splen­dore e grande gloria mia! ».

La partenza di don Umberto per l'Italia renderà pos­sibile un giorno far conoscere, senza ostacoli, la vita della Beata in tutto il mondo; e in Portogallo stesso ove Alexandrina ebbe molti nemici. 

« Intercedeva per i peccatori »

« Vorrei scomparire nell'amore di Dio in modo tale che quando gli uomini mi cercassero non mi trovas­sero più ». Queste parole erano sfuggite ad Alexandrina nel corso di una conversazione avuta un giorno con don Umberto.

Eppure, pur desiderando la solitudine, sentiva per le anime peccatrici una compassione inesprimibile: « Quando mi raccontano le loro miserie vorrei abbrac­ciare quelle anime e accarezzarle ».

Un giorno, le si presentarono venuti da lontano, due giovani sposi con tre bimbi.

1 tre piccini erano apparsi, nel casolare di quei due sposi, uno dopo l'altro, a breve distanza. La conver­sazione di Alexandrina, a un certo punto, si orientò delicatissimamente sul peccato che macchiava le rela­zioni di quegli sposi. I due l'ascoltarono impassibili, senza lasciar trapelare nulla. Apparentemente impas­sibili.

Appena partiti, Alexandrina entrò in agitazione. Giunse, per fortuna, il Direttore spirituale. Lei gliene parlò per chiedergli una parola tranquillante: « Non so perché io abbia parlato ai due sposi in quel tono, - diceva. - Fu una forza superiore a costringermi ».

Alcuni giorni dopo, riecco lo sposo che si presenta per ringraziare Sandrina dei suoi provvidenziali am­monimenti. Le assicura che, con la confessione, ha mes­so in pace la sua coscienza e si dichiara risoluto di non offendere più il Signore con il peccato. 

Capitolo XVI

«DONNA, DONNA, CRISTIANA, CRISTIANA... »

« Amiamoci in Dio e col suo amore »

Titolo di questo capitolo è la definizione che ha dato di Alexandrina il provinciale dei Missionari del­lo Spirito Santo.

Dopo tanti doni mistici con cui il Signore ha arric­chito la Beata, il lettore si sarà fatto il con­cetto di un'anima più da ammirare che da imitare. Errore di prospettiva!

È vero che ella giunse ad altezze mistiche eccezio­nali, ma solo perché ha corrisposto alle grazie abbon­danti di Dio e perché il Signore l'aveva destinata ad una missione singolare.

Il bagliore celeste che da lei emana non deve ingan­nare. Ella visse giorno per giorno le vicende comuni di ogni mortale, dovette risolvere i problemi fami­liari come qualsiasi creatura, ha condiviso con rara saggezza quelli di centinaia di persone che a lei ricor­revano di presenza o per scritto. Lo documentano le sue 371 lettere raccolte per il suo processo di beatificazione.

Alexandrina ha incarnato i doni celesti e li ha irradiati attorno a sé.

Come gli autentici e grandi mistici cristiani ella non fu mai chiusa in se stessa. Perché l'indifferenza si oppone in modo radicale alla carità cristiana: vir­tù fondamentale.

La totale donazione di Alexandrina alle migliaia di persone che bussavano alla sua porta, specialmente negli ultimi dieci anni di vita, e che ricevevano i suoi aiuti spirituali e materiali, a costo di una conti­nua rinuncia, ne sono la prova più eloquente.

Il suo sorriso perenne, tanto accogliente e rasse­renante, anche nei suoi dolori atroci, faceva subito pensare al Cuore di Cristo che si dilata a dismisura, che abbraccia tutto, che per tutto si commuove e si immedesima in tutto con tutti.

Alexandrina vibrava di fronte alle più ordinarie necessità del suo prossimo.

« Voglio praticare il bene. Voglio che tutti i miei atti siano imbevuti di bontà e di dolcezza. Non sop­porto il pensiero che i poveri siano affamati o non abbiano con che vestirsi. Mi tormenta il pensiero del prossimo in gravi angustie. Il mio cuore, benché cat­tivo, soffre, muore per non potersi trasformare in pa­ne, vestiti, conforto e gioia per quanti soffrono... O Ge­sù, amo tutti e voglio consolare tutti per tuo amore ».

Sentiva che ogni apostolato mette radici tra i bi­sognosi se unito al soccorso materiale.

« Poveri uomini e povere anime se ci preoccupas­simo soltanto del Cielo! Quanti morirebbero di fame e di freddo! Quante anime cadrebbero nella dispera­zione ». E volgendosi al suo Signore: «Non sei stato tu, o Gesù, a predicare e ad insegnare la carità?».

In una sua lettera consiglia: « Amiamo Gesù senza limiti e poi amiamoci in Lui con il suo amore. La sti­mo molto, le voglio molto bene nel Signore, ma que­sta stima è disinteressata: è motivata dal posto che Gesù ha riservato per lei nel mio cuore ».

« Che peccato non vedere nel prossimo un altro Cristo, un altro io per non indisporci con tutti e per tutto. Gesù non è morto per tutti? ». 

Mamma dei bisognosi

Nella sua carità Alexandrina assomigliava alla mam­ma di cui il parroco affermò parecchie volte « quan­do morirà questa donna lascierà un grande vuoto nel­la parrocchia ». Imitò la mamma e la superò di gran lunga perché attingeva all'unica fonte dell'amore auten­tico: Dio.

La giovane domestica ha testimoniato: « Si sarebbe fatta a pezzi per gli altri; ma faceva tutto col desi­derio di piacere al Signore ».

Fin da piccola Alexandrina « amava gli anziani e i piccoli e si offriva ad aiutarli ».

Un povero batte alla porta? Ella corre subito e in­forma la mamma che più volte ribatte di avergli già dato l'elemosina. Ma lei aggiunge: « Dagli anche un po' di minestra. Nella pentola ce n'è ancora! ».

Catechista della parrocchia è informata di una bim­ba gravemente ammalata. Accorre subito. Le sta vicino durante tutta la malattia dispensandole quelle tenerez­ze che la mamma, assai occupata e disperata dal do­lore, non aveva più forza e coraggio di darle. L'assiste fino alla morte ed anche dopo, fino alla sepoltura.

Narrano due sorelle poverissime accolte in casa sua: « Dormivamo nella stanza attigua a quella di Alexan­drina. Nella parete divisoria c'era una piccola fine­stra. Il gatto veniva spesso a dormire sul nostro letto e io, ancor piccola, avevo tanta paura. Mi pare an­cora di vedere la mano bianca di Alexandrina, attra­verso quella finestruola, a scacciare il gatto e di udire la sua voce buona ad incoraggiarci. Ella, avendo sa­puto che i nostri genitori avevano perduto tutti i loro beni, ci accolse nella sua casa e con la sua inesauribile carità, ci provvedeva di tutto... Sovente ci chiamava presso il suo letto per controllare se la merenda era sufficiente ».

La maestra Maria Amelia racconta: « Con la collega Concettina andavo ogni anno a chiederle preghiere per gli esami dei nostri alunni. Informata che qualcuno non era sufficientemente preparato, Alexandrina sup­plicava: « Presentateli tutti all'esame affinché non ri­mangano tristi. Potranno così aiutare le loro famiglie. lo pregherò; andrà tutto bene. La sua predilezione per i bimbi era evidente. Li proteggeva aiutandoli con cibo e vestiti. In occasione di escursioni scolastiche, ella pagava il viaggio ai più poveri, affinché tutti fossero contenti! ».

Troppe volte l'infanzia è vittima innocente della so­cietà egoista e corrotta.

Alexandrina se ne occupava per difendere e prepa­rarla alla vita con gli studi, l'apprendimento di un mestiere e una educazione valida.

In un suo fioretto di maggio si legge: « Pregherò e soffrirò perché non rubino l'innocenza ai fanciulli ». Al suo secondo direttore spirituale scriveva: « Il latore di questo biglietto è Saverio, il bambino di cui le parlai giorni or sono. Abbia la bontà di inviarmi il numero di matricole e la lista del corredo necessario ». « È stata Alexandrina - testimonia una mamma - a fare accettare una mia figlia ritardata anormale nel collegio di Lisbona diretto dalle Figlie di Maria Ausi­liatrice ».

Sono oltre una decina le pratiche di questo genere e da lei inoltrate a vari istituti.

« Alexandrina - scrive D. Davide Novais - ave­va una carità senza limiti. Parecchie volte mi racco­mandò ragazze di Balasar. Venni io stesso a prele­varne qualcuna di quasi vent'anni per la nostra opera di assistenza alle giovani in pericolo morale ».

« Alexandrina - testimonia la maestra Maria Alice - fu per me mamma spiritualmente e materialmente. Ero orfana e lei mi pagò la retta del collegio, il corredo e i libri. Se oggi vivo senza preoccupazioni lo devo a lei a cui va tutta la mia venerazione e rico­noscenza ». 

Un coro di gratitudine

Nell'inchiesta, in preparazione del processo sulle sue virtù e fama di santità si levò una sfilata di beneficati a narrare i benefici ricevuti dalla Beata.

Quanti hanno dato la loro testimonianza con com­mozione nostalgica e calde lacrime.

Alcune voci di questo coro armonioso: « Durante una mia malattia e per mantenere i miei cinque figli Alexandrina mi soccorse parecchie volte ».

« Ella si rese garante per una somma da me chie­sta in prestito per comprare una casetta ».

« Degente in ospedale, ella soccorse la mia fa­miglia. Incaricò sua sorella a visitarmi parecchie volte e a portarmi sempre un aiuto in denaro ».

« Sapendoci in strettezze finanziarie ci pagò la quota per gli esercizi spirituali due o tre volte. In oc­casione del Natale e Pasqua ci mandava il vino di nascosto ».

« Mi prestò denaro per affrontare gravi necessità di famiglia e non volle mai l'interesse. Vestì parecchie volte i miei figli. In varie feste mi regalava pane e carne. Fu Alexandrina che trovò lavoro per mio ma­rito in una fabbrica ».

« Durante uno mio ricovero all'ospedale provvi­de sempre il cibo ai miei due figli. Finché non potei riprendere il lavoro, mi aiutò sempre con denaro ».

« Intimato dal tribunale a sloggiare con la fami­glia, Alexandrina si interessò per farci avere gratuita­mente uno casa da una sua amica. Poi organizzò un comitato per la raccolta del denaro sufficiente per costruirci una casa. Iniziò lei stessa la sottoscrizione con 500 scudi».

Avevo nove figli e rimasi vedova ancora assai gio­vane. Venne subito in mio soccorso dicendomi: - Non fare la fame; quando hai bisogno vieni. Ti darò sem­pre quanto ti è necessario! ».

« A Natale e a Pasqua distribuiva vestiario, cal­zature e carne a tutti i bisognosi della parrocchia ». o « Vestiva gli orfani perché non sentissero la man­canza dei genitori. Su loro riversava, dal suo letto di dolore, tante attenzioni e affetto ».

« Un giorno - afferma una ricca signora - vi­sitai Alexandrina, com'ero solita fare nel bisogno di sfogarmi per averne conforto. Ero avvilita perché mio marito voleva costruire una scuola e mi negava altre cose indispensabili. Alexandrina mi disse con gravità: - Alle scuole deve provvedere il governo. Sarebbe meglio costruire case per i poveri. "Ma come con­vincere mio marito?". E lei: - Rivolgiamoci al Si­gnore! - Pochi giorni dopo dovevano iniziare i lavori per la scuola. Mio marito improvvisamente cambia idea e mi dice: "Ho pensato che è meglio destinare la somma per la costruzione di case per i poveri". Fece costruire un villaggio dove oggi abitano alcune decine di famiglie. Ultimate le case dissi a mio marito: "Non penserai mica di dare il nostro nome al villaggio? Il nome spetta ad Alexandrina". Gli spiegai il motivo e allibito mi rispose: "Fa' come vuoi!" ». 

Un paese in lutto

E’ impossibile sapere tutta la carità esercitata da Alexandrina. Ella non rivelava mai le elemosine che elargiva.

Giuseppe Nogueira ci confidava: « Avendo fidu­cia in me, mi aveva scelto come latore di elemosine ad alcuni poveri miei vicini di casa. Nel consegnarmi le somme, sempre avvolte in carta e sigillate, mi diceva: « So che N. N. vive in difficoltà; portagli questo de­naro, ma ti raccomando il segreto ».

Era questo il suo stile anche per non umiliare nes­suno. « Soleva dirmi - così hanno testimoniato pa­recchi - ringraziate la Provvidenza e nessun altro lo sappia! »,

« Ero sicura di trovare in Alexandrina un cuore somigliante a quello del mio Dio: faceva prodigi di carità ». Così afferma una nobile decaduta. E una mae­stra: « Aveva un'anima grande fino all'inverosimile! ».

È significativo il fatto che quando morì tutti i com­paesani, senza alcuna intesa, vestirono a lutto per un mese. Nei campi non si cantò più. « È morta la mam­ma dei poveri! ».

Il parroco nel gennaio del 1956 pubblicava nel gior­nale della regione: « In molti casolari di questa par­rocchia non è entrata la gioia del Natale. L'inverno lasciò senza lavoro molti capi famiglia e la scomparsa di Alexandrina privò molta gente di indumenti e di generi alimentari per i quali ella investiva somme rile­vanti ricevute da amici ed ammiratori ». 

« Amate chi vi fa del male »

La Beata ebbe anche dei nemici? Sì, e non pochi. Li ebbe in paese, nell'ambito della curia e del­la stampa.

Nel suo diario scrive: « Amo chi mi ama; amo i giusti e i peccatori; amo chi mi ferisce perché vedo Gesù in tutti e amo tutti per amore di Gesù ».

Vi fu dapprima chi tramò per privarla del suo pri­mo direttore spirituale. La notizia gliela comunicò egli stesso.

Alexandrina ricorda il fatto: « Alle sei pomeridiane mi consegnarono la posta e vidi subito la sua lettera (di Padre Pinho). Appena l'ebbi in mano, le mie brac­cia parvero spezzarsi e il sangue congelarsi nelle vene. Non avevo forza per aprirla. Pensai fra me: "Venga ciò che vuole. Avanti! Mio Gesù, accetto tutto per amore". Nel mio intimo dicevo: "Perdono a tutti co­loro che mi hanno causato questa morte". È vero che Diolinda mi aveva dato, goccia a goccia, il veleno che la lettera racchiudeva, ma ora giungeva l'ultima stil­la. Le mie lacrime e la mia preghiera a Gesù di perdonare a tutti: ecco la mia vendetta » (23-2-1942).

« Mi sento sola. Mi hanno rubato il mio sostegno sulla terra. Perdona, Gesù a chi mi ha causato tutto questo. Per tutti chiedo compassione; chiedo luce alla loro cecità ».

Due anni dopo, ricoverata in ospedale per il con­trollo del suo digiuno totale e completa anuria, vi fu una infermiera miscredente che la bistrattava in mo­do cinico e Alexandrina commenta: « Fu un carne­fice durante tutta la mia degenza. Ella non immagina quanto mi ha fatto soffrire. Che il Signore la perdoni! ».

Maria Teresa, amica della Beata, le disse un giorno: « Io avrei accettato tutto ma a quelle infer­miere ne avrei dette due! ».

Alexandrina ribatté: « Oh no! È proprio allora che sentiamo presso di noi il Signore, cioè quando si perdona! ». 

Tre nemiche del paese

Anche in paese vi furono tre donne che l'accusaro­no ad un sacerdote della curia: che la Beata si atteggiava a santa a scopo di lucro. L'accusa fu raccolta e fatta propria dalla commissione dei teologi, incaricati dall'arcivescovo di esaminare il caso di Ba­lasar.

In una relazione, elaborata da P. Pinho nel 1945, si legge: « Altra accusa per denigrarla è che Alexan­drina escogitò un modo di vivere molto redditizio e che, col molto denaro accumulato, ha comprato vari appezzamenti di terreno. Si tratta di autentiche insinua­zioni calunniose ».

Don Umberto, nel suo lavoro di impostazione del processo, dovette chiarire le cose. Scoprì che l'appi­glio delle tre donne si basava sulla donazione di un orticello e di un piccolo campo da parte di due per­sone amiche per evitare che la mamma e lo zio doves­sero lavorare sotto padrone, lontani da casa e dalla ammalata bisognosa di assidua assistenza.

Alexandrina commenta: « Soffrissi almeno da sola. Mi costa tanto che soffrano coloro che mi sono cari e a cui devo tanto!».

Un'altra accusa delle tre donne di Balasar fu che la Serva di Dio era una fattucchiera, una isterica, una autentica imbrogliona. Anche questa accusa fu accolta, senza indagini da parte dei teologi di Braga, a cui fece eco anche qualche articolo di stampa cattolica.

Stralciamo dal diario di Alexandrina: « O dolore che uccidi il dolore! O dolore che può essere compreso solo da te, o Gesù! Con lo sguardo in te, le calunnie, le umiliazioni, i disprezzi, gli odii, la dimenticanza, hanno tutta la dolcezza del tuo amore. Venga tutto ciò che ti piace. Muoia il mio nome, come sento che morirono il corpo e l'anima purché viva il tuo di­vino amore nei cuori, la tua grazia nelle anime. Ecco perché mi lascio immolare... Gesù, vieni! Aiuto! Aiuto! Vogliono privarmi di tutto; mi minacciano di lasciar­mi senza Comunione, proibendo al parroco di venire da me se non in pericolo di morte... Mi hanno messa in pubblico senza il mio consenso; non sapevo nulla!

Ed ora vogliono, a spese del mio dolore, raccogliere le pene che il vento furioso disperse! » (1-8-1944). Il dott. Azevedo avvisò subito don Umberto che da un solo mese visitava Alexandrina: « Se non fossi cer­to, certissimo della perseveranza dell'Ammalata, avrei passato giorni nella massima amarezza per il timore che ella si perdesse di coraggio. Quest'ultima soffe­renza è stata molto acuta. Il parroco poi diede la no­tizia in modo tale che se Alexandrina non fosse quella che noi riteniamo, sarebbe piombata nello scoraggia­mento almeno per qualche ora. Invece, eroica com'è, vince sempre insieme al Signore ».

Fu in questa occasione che don Umberto si senti in dovere di prendere le difese di Alexandrina. Inviò all'Arcivescovo una lunga relazione, mettendo in evi­denza l'infondatezza delle accuse fatte senza interro­gare chi poteva dare prove di ogni cosa che avveniva in casa dei Costa. Prese forte posizione contro la grave ingiustizia che ebbe risonanza nazionale perché pro­pagata dai pulpiti della diocesi e da vari giornali.

Don Davide Novais ricorda quel periodo amaro: « Alexandrina accettò le disposizioni con rassegnazione e fiducia illimitata. Non ho mai udito dalle sue labbra un lamento né il nome di questo o di quello. La tro­vai sempre rassegnata e con espressioni di scusa! ». 

A tu per tu con una delle tre

Colei che fu lo strumento della dolorosa vicenda, manovrata dalle due più astute e maligne oppositrici della Beata, due anni dopo, rientrò in sé e chie­se un incontro con la medesima.

Alexandrina, senza farne il nome, ne parla nel dia­rio: « Deolinda mi annunziò che quella giovane chie­deva di farmi una visita. Io aspettavo ansiosamente questa riconciliazione. Non perché mi rimordesse la coscienza per qualcosa, ma perché capivo che, soprat­tutto tra persone pie, non devono esistere contrasti del genere, motivo di cattivo esempio e di dispiacere per Gesù!

Fino allora, quando mi balenava il pensiero che un giorno mi fosse ritornata davanti, dopo i dispiaceri causati, mi pareva che sarebbe come darmi una pu­gnalata da togliermi la vita. Desideravo che ciò avve­nisse ma temevo di non resistere.

Quando Deolinda mi trasmise la commissione Gesù trasformò l'anima mia. Non sentii più il colpo che la presenza della giovane pareva dovesse causarmi.

Rimasi indifferente come fosse cosa che non mi ri­guardasse.

Nella Comunione raccomandai al mio Gesù di risol­vere la questione secondo il suo volere... Temevo di non fare la volontà del mio Dio. Avvicinandosi l'ora di quella visita mi rivolsi al Cuore di Gesù: "Fa' ch'io la riceva con la bontà e l'amore del tuo Cuore divi­no. Dammi la tua umiltà. Fa' che dimentichi le sof­ferenze causatemi come voglio che tu dimentichi le ingratitudini e dolori che io ho causato a te".

Venne e l'accolsi sorridente, con tutta la dolcezza possibile. Per vincermi dovetti farmi molta violenza; il cuore, a volte, pareva soffocarmi il respiro e la parola.

Cercai di farle capire il suo comportamento e quan­do mi chiese perdono le dissi: "Se il Signore non ti castiga senza che io glielo chieda, puoi stare certa che non ti castigherà. Io voglio dimenticare tutto come vo­glio che Gesù dimentichi la mia ingratitudine e quella del mondo intero".

Il mio cuore si riempì di compassione per lei e le perdonai con tutta l'anima. Ho visto in lei il Signore! ». Quella giovane era stata accolta in casa della Beata quando, ancor piccola, i suoi genitori erano caduti nella più squallida miseria. Con lei fu anche accolta la sorellina più giovane a cui Alexandrina prov­vide il corredo per entrare più tardi in una congrega­zione religiosa.

« Chi dice di amare Dio e non ama il prossimo, costui è un bugiardo ». È l'insegnamento di Giovanni l'evangelista. 

Capitolo XVII

« VADO IN CIELO »

Viene per te la scomparsa lenta

Il 7 gennaio 1955 Gesù, che l'aveva tenuta in vita in modo straordinario, le sussurra: « Per te non vi sono più sofferenze da inventare ».

Poi l'avverte: « Mia figlia, è il tuo anno. Confida in me. Non manco a ciò che prometto. Le mie pro­messe di Signore supremo e onnipotente, stanno per realizzarsi. La tua missione sulla terra terminerà assai presto: confida. Il cielo è tuo. Lassù continuerai la tua missione ».

Il 25 marzo festa dell'Annunciazione, la preavvisa: « Non manca quasi più nulla per arrivare alla vetta. Dirai il tuo Consummatum est e volerai in cielo ».

Gli avvertimenti di Gesù incalzano.

Nell'aprile le parla ancora « dell'ultima fase della sua vita » e le rivela che non potrebbe essere più dolo­rosa... Ma aggiunge: « Il tuo cielo è vicino ».

Il 13 maggio, l'incoraggia: « Avanti, coraggio! Ag­grappati a me, figlia mia. Vieni, sono il tuo Gesù ». Il 26 agosto 1955 Gesù le rivela: « I miei collo­qui con te saranno come un incontro di amici che ri­cordano la loro amicizia antica. Viene per te la scom­parsa lenta ».

Il 2 settembre, nell'ultima brevissima estasi, la con­sola: « Non mi hai detto tante volte che volevi con­sumarti e scomparire nel mio amore? Coraggio, corag­gio! Ho preso alla lettera tutto ciò che mi dicevi ».

In due venerdì consecutivi del mese di settembre, mancando il sacerdote in Parrocchia, Alexandrina ri­ceve la Comunione per mano degli Angeli. La prima volta gliela portarono in tre Angeli; la seconda volta erano una schiera. Delicatezze divine. 

Mi sono consunta per le anime

Il 2 ottobre Alexandrina si volge all'improvviso alla sorella Diolinda: « Oggi è la festa degli Angeli. Stamane ho sentito qualcuno toccarmi una spalla e ho udito contempora­neamente queste parole: « Chi canterà con gli Ange­li? Tu... tu... tu... Fra poco, fra poco ».

Il 12 ottobre alle due di notte, mentre Diolinda le ricompone il lettuccio, Alexandrina le chiede di chia­marle il suo confessore, don Alberto Gomes, per rin­graziarlo e ottenere il permesso di fare un atto di ri­nuncia a tutto.

Alle sette riceve la S. Comunione per mano di Mons. Mendes do Carmo, della Diocesi della Guarda, che celebra nella cameretta.

Gesù le parla: « Vieni in cielo, vieni in cielo! ». Alle ore 15 entrano il parroco, il confessore, Mons. Mendes, il dottor Manuel Augusto Dias de Azevedo e tutti i familiari. Si inginocchiano.

Alexandrina recita il suo atto di rinuncia: « O Gesù Amore, o Divino sposo dell'anima mia, voglio, nel­l'ora della mia morte, farti un atto di rinuncia a tutto e a tutti ».

Vi aggiunse subito l'atto di accettazione della morte: « Mio Dio, come ti ho consacrato sempre la mia vita, ti offro ora la mia fine, accettando rassegnata la morte e tutte le circostanze che ti daranno maggior gloria ».

Poi con voce chiara, chiede perdono e ringrazia. Pro­mette a ciascuno di ricordarli in cielo.

Il parroco le amministra l'Estrema Unzione. Per tre volte Sandrina lascia balenare un dolce sorriso con uno sguardo colmo di gioia.

Poi si volge ai presenti che vede piangere e dice: « Non piangete perché io vado in cielo ».

Sussurra: « O Gesù, non posso più stare sulla terra... Ho sof­ferto tanto, in questa vita, per le anime ».

« Mi sono spremuta, mi sono consumata in questo letto fino a dare il mio sangue per le anime... O Gesù, perdona il mondo intero!... Mi sento tanto felice per­ché vado in cielo ». Gli occhi dolcissimi son volti in alto, trasfigurati da un luminoso sorriso.

Il medico curante le si avvicina, prima di lasciarla. È la sera del giorno 12; Alexandrina gli parla: « ... Dottore, come aveva ragione. Che luce! Le te­nebre non sono più. Tutto è scomparso. È luce... ».  

Sono felice

La notte sul 13 fu di agonia.

All'alba Alexandrina chiede a Diolinda che le dia da baciare il Crocifisso e la medaglia dell'Addolorata. Ha un lampo di sorriso.

- A chi hai sorriso adesso? - le chiede Diolinda. - Al cielo.

Alle otto riceve ancora la Comunione. È l'ultima.

Nella mattinata vengono in molti a visitarla. A un gruppo di persone raccomanda: « Non peccate. Il mondo non vale nulla. Fate spesso la Comunione. Re­citate il Rosario ogni giorno. Addio, arrivederci in cielo ».

Verso le 11 si volge al medico curante e con gioia: « Manca poco! ».

Sembra che faccia lei la cronaca della sua morte. Alle 11,25: « Sono felice perché vado in cielo ». Il medico le raccomanda: « Non si dimentichi... Pre­ghi molto per noi ». Alexandrina fa cenno di sì. Diolinda, alle 19,30 le sussurra: « Sì, in cielo, ma non adesso ». Alexandrina ha un sospiro e mormora con un soffio: « Sì, in cielo. Vado in cielo... Presto... Adesso ».

Alle ore 20 da un bacio lunghissimo al Crocifisso. Ventinove minuti dopo, senza un tremito, senza un sussulto, spira. 

Sepolta col viso rivolto al Tabernacolo

Tredici anni prima aveva dettato il suo Testamento: « E’ mio desiderio che il mio funerale sia povero. La mia bara non sia molto bella né molto scadente per non attirare l'attenzione di nessuno. Voglio che mi sia messo addosso l'abito di Figlia di Maria, ma molto modesto.

« Se non è proibito dalla Chiesa, amerei avere nella mia bara tanti fiori, non perché li meriti, ma perché li amo molto. Se si tenesse conto del mio merito non avrei né potrei avere nulla. È mio desiderio essere inu­mata nella terra, senza cassa di zinco.

« Non voglio neppure l'Ufficio funebre perché la mamma non possiede i mezzi per affrontare questa spesa ».

« Desidero essere sepolta, se sarà possibile, con il viso rivolto verso il Tabernacolo della nostra Chiesa. Come in vita ho desiderato sempre di unirmi a Gesù Sacramento e di guardare quanto più spesso possibile il mio Tabernacolo, così voglio dopo la mia morte con­tinuare a vegliarlo tenendomi rivolta verso di quello.

« So che con gli occhi del mio corpo non vedrò più Gesù, ma voglio essere collocata in quella posizione per dimostrargli l'amore che nutro per la Divina Eu­caristia ».

« Voglio che la mia tomba sia attorniata da passi­flore per dire che, in vita ho amato il dolore e conti­nuerò ad amarlo dopo la mia morte.

« Intrecciate alla passiflora vorrei avere delle rose rampicanti e molto spinose ».

« Voglio sulla mia tomba una croce, e presso di essa un'immagine della cara Mamma del Cielo. Se è pos­sibile vorrei che una corona di spine avvolgesse la croce ».

« La Madonnina mi aiutò a salire il cammino do­loroso del mio calvario, accompagnandomi e sostenen­domi fino all'ultimo momento della mia esistenza ».

« Amo Gesù, amo Mammina, amo la sofferenza e solo in cielo comprenderò il valore di ciò che soffro ».

Un giornale di Oporto pubblicò la relazione di un suo corrispondente che « per ventun ore consecutive una moltitudine si addensò fittissima presso le porte dell'umile casa dei Costa per vedere per l'ultima volta l'ammalata del Calvario, come era chiamata da tutti ». A Oporto, nel pomeriggio del giorno 15, i fiorai ri­masero privi di rose bianche. Tutte vendute. Erano state inviate a Balasar: omaggio floreale ad Alexan­drina che era stata la rosa bianca di Gesù. 

Capitolo XVIII

LA MISSIONE DI ALEXANDRINA CONTINUA

Richieste e promesse di Gesù

Già nel 1934 il Signore affermava ad Alexandrina: « Ti ho scelta per la felicità di molte anime »; e le chiedeva: « aiutami nella redenzione del genere uma­no. Io porrò in te un canale attraverso cui passeranno le grazie alle anime... Ma esigo da te molte e grandi sofferenze ».

Nel 1935, giorno dell'Immacolata, Gesù le promet­te: « Sarai un potente e valido aiuto per le anime pec­catrici. Sei vittima dei miei Tabernacoli ».

Negli ultimi anni le chiede con insistenza: « Fa che io sia amato da tutti nel mio Sacramento di amore: il maggiore dei Sacramenti; il più grande miracolo del­la mia sapienza... Cercami anime eucaristiche che, do­po la tua morte, ti sostituiscano nella adorazione ai miei Tabernacoli ».

E, un'altra volta le promette: « Verranno i pecca­tori alla tua tomba tanto numerosi come le formiche vanno al formicaio ». 

La voce della sua tomba

Alle richieste dello Sposo celeste Alexandrina non ri­cusò neppure un istante di immolazione per riparare l'abbandono in cui è lasciato nel Sacramento eucari­stico e per salvargli anime di poveri peccatori: « Darei tutto il mio sangue per loro - scrive nel diario. - Per dissipare la loro cecità ed affinché si illumi­nino degli incanti d'amore di Gesù! ».

Quando Alexandrina volò al cielo, accorsero oltre cinquemila persone di ogni categoria sociale: docenti universitari, medici, avvocati, commercianti, industria­li, artisti, sacerdoti e una moltitudine enorme di po­polo modesto e umile.

Accorsero piangenti centinaia di poveri da lei bene­ficati, soprattutto negli ultimi dieci anni.

« Il suo funerale - scrive giorni dopo la sorella Diolinda - fu uno spettacolo mai visto ».

E la gente esclamava: « Non vedremo mai più co­sa somigliante! ».

Il corpo verginale della Beata, secondo il suo desiderio, fu sepolto col viso rivolto alla chiesa parrocchiale: vigile sentinella del Tabernacolo ed elo­quente invito alla devozione eucaristica.

Ma in una pagina del suo diario, anni prima di mo­rire, aveva scritto: « Sulla mia tomba non voglio ric­chezze né cose vane ma solo parole di richiamo ».

Infatti nel 1947, in un foglietto di pochi centimetri, lei stessa scrisse un appello da incidere sul tuo tumu­lo: « Peccatori, se le ceneri del mio corpo possono es­servi utili per salvarvi, avvicinatevi: passatevi sopra, calpestatele fino a che spariscano. Ma non peccate più! Non offendete più il nostro Gesù! Peccatori, vorrei dirvi tante cose! Non basterebbe questo grande cimi­tero per scriverle tutte! Convertitevi! Non vogliate per­dere Gesù per tutta l'eternità! Egli è tanto buono!... Amatelo! Amatelo! Basta col peccato! ».

Consunta nel dolore per i peccatori, ad essi lasciò in eredità anche le sue ceneri.

Le lacrime che queste parole di Alexandrina hanno spremuto da tanti cuori, Dio solo lo sa e i sacerdoti che, a Balasar, ricevono le confessioni dei pellegrini.

Ancora oggi, dopo oltre vent'anni dalla scomparsa di quel serafino di amore, vittima volontaria per i pec­catori, ogni mese passano sulla sua tomba oltre tren­tamila persone di varie nazioni.

« Verranno come formiche al formicaio ». Grazie ad una generosa corrispondenza ad una chiamata divina, fra la Beata e le anime smarrite, si è formato uno strettissimo legame spirituale che il tempo non romperà mai più.

« Ho passato la mia vita a soffrire, passerò il mio cielo a pregare per voi, o peccatori! ».

Richiamo misterioso di quella tomba ormai già tra­sferita nella chiesa parrocchiale! Si sta avverando ciò che la Beata diceva un giorno alla sorella e alla maestra del paese: « In cielo starò come il povero cie­co che, al margine della strada, con la mano tesa, chie­de l'elemosina. Chiederò grazie al Signore per spargerle poi su tutta la terra ». 

Il suo richiamo ha preso corpo

L'appello di Alexandrina non doveva spegnersi nel tempo. Doveva echeggiare nello spazio. Il Signore glielo aveva promesso: « Il tuo nome giungerà fino ai con­fini della terra! ».

Il salesiano, suo direttore spirituale, che ben co­nobbe l'ansia racchiusa nelle parole di Alexandrina ha dato corpo a quell'appello ed ha fondato una Associa­zione Universale per la conversione dei peccatori.

Il Vaticano Il ha messo in evidenza la necessità e preziosità della collaborazione che ogni cristiano può dare all'opera del Salvatore « venuto a chiamare i pec­catori » (Mt. 9,12).

Nei documenti del Concilio si legge: « Tutte le ope­re, le preghiere... se compiute nello Spirito (cioè in grazia di Dio) diventano spirituali sacrifici graditi a Dio, per Gesù Cristo, i quali nella celebrazione della Eucaristia sono piissimamente offerte al Padre insieme all'oblazione del Corpo del Signore » (Cost. Dog. sulla Chiesa N. 34).

E ancora: « Sappiamo per fede che, offrendo a Dio il proprio lavoro, l'uomo si associa all'opera redentiva di Cristo » (Cost. Past. sulla Chiesa N. 67).

E infine, nel Messaggio: « ai poveri, agli ammalati, a tutti coloro che soffrono - il Concilio afferma - Voi siete fratelli del Cristo sofferente; e come Lui, se volete, salvate il mondo ».

La Madonna, a Fatima, raccomandava ai pastorelli: « Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori: molte anime vanno all'inferno perché non c'è chi pre­ga e si sacrifichi per loro ».

Alexandrina, già nei primi anni della sua malattia, narra di sé: « Ogni mattina facevo le mie preghiere ed offrivo le azioni della giornata... Poi dicevo: "O Gesù, mi unisco spiritualmente da questo momento, per sempre, a tutte le Messe che, giorno e notte, si celebrano sulla terra. E Tu, Gesù mio, immolami con Te ogni istante sull'altare del Sacrificio. Offrimi con Te all'Eterno Padre per le stesse intenzioni per cui im­moli Te stesso" ». 

Nella cameretta di Alexandrina

Nella luce della dottrina del Concilio, sulla richiesta della Madonna di Fatima e stimolati dall'esempio di Alexandrina furono posti nella sua cameretta ove tanto pregò e s'immolò, grossi registri per i suoi devoti di varie Nazioni che desiderassero iscriversi nell'Associa­zione Universale per la conversione dei peccatori. Giungono adesioni da ogni parte del mondo. Anche l'Italia ha il suo registro. Chi desidera unirsi a questa crociata può inviare il suo nome e indirizzo alle Oblate del Cuore di Maria - Via Po, 30 - 10036 Settimo Torinese. Esse si incaricheranno di trasmetter­lo a Balasar (Portogallo).

Si consiglia la libera scelta di almeno una delle se­guenti opere, secondo le proprie possibilità di vita, da compiersi spiritualmente uniti a Gesù Eucaristico e agli Associati di tutte le Nazioni.

1) Far celebrare, almeno una volta all'anno, la Mes­sa per la Remissione dei peccati (Messa del Perdono).

2) Partecipare ad una santa Messa settimanale per la conversione dei peccatori.

3) Una comunione mensile.

4) Una visita settimanale al Santissimo Sacramento.

5) Comunione spirituale giornaliera, per una setti­mana.

6) Offerta giornaliera, per una settimana, del pro­prio lavoro, in unione con le Sante Messe che, giorno e notte, si celebrano nel mondo intero.

7) Offerta di un'ora di sofferenza, unendosi a Gesù immolato sugli altari e agli ammalati, tribolati e alle vittime volontarie del mondo.

8) Recita giornaliera del Rosario, per una settimana, intercalandovi, ad ogni mistero, la giaculatoria inse­gnata dalla Madonna a Fatima: « Gesù mio, perdona le nostre colpe; preservaci dal fuoco dell'inferno, por­ta in cielo tutte le anime; soccorri le più bisognose della tua misericordia ».

9) Fare propria la giaculatoria: « Maria rifugio dei peccatori, prega per noi! ». 

Intrepida attesa

Ormai Alexandrina è avviata agli altari. La Curia di Braga nel 1967 iniziò il processo sulla sua fama di santità ed eroicità delle virtù.

Furono interrogati 48 testimoni che conobbero la Beata.

Nel 1973 si è chiuso il processo diocesano e tutta la documentazione passò alle Congregazioni Romane. Nel dicembre 1976 furono approvati tutti i suoi scritti.

Nel 1977 furono stampate le testimonianze del pro­cesso in quattro grossi volumi per il giudizio finale del tribunale romano.

Mentre scriviamo questo capitolo giunge la notizia della morte del cardinale Cerejeira, già patriarca di Lisbona.

Nel lontano 1950 egli raccomandava a don Umberto, direttore della Serva di Dio: « Non abbandonate Ale­xandrina! E’ un serafino che si consuma nell'amore ».

Due anni or sono scriveva al medesimo: « Compa­gne della mia giornata sono Teresa di Gesù Bambino e Alexandrina ».

Il giornale con la notizia della morte presenta una fotografia del cardinale ove appare, presso il Crocifisso del suo tavolo di lavoro, anche una foto di Alexan­drina e quest'altra informazione: « L'ultimo libro di meditazione del card. Cerejeira è stata, per quasi due anni, l'autobiografia di Alexandrina, stampata in lin­gua italiana dal suo direttore spirituale ».

La biografia della Beata è ormai uscita in diverse lingue. Sono molti gli articoli che su giornali e riviste di varie nazioni parlano di lei.

Sono anche numerose le grazie attribuite alla Beata. 

Mentre chiediamo preghiere per la causa informiamo che ogni relazione di grazie deve essere inviata alla Postulazione « Casa Generalizia Salesiana » - Via della Pisana, 1111 - Casella Postale 9092 - 00100 ROMA.

Per materiale divulgativo rivolgersi alla Editrice Elle Di Ci - 10096 Leumann

- Alexandrina, Umberto M. Pasquale, L. 4.000. - La Passione di Gesù in Alexandrina, L. 2.000. - Via Crucis meditata, L. 200.