SOTTO
IL CIELO DI BALASAR
Profilo biografico della Beata Alexandrina M. da Costa
«
Mi chiamo Alexandrina Maria da Costa. Sono nata nella parrocchia di Balasar,
provincia di Oporto (Portogallo) il 30 marzo 1904. Era il mercoledì santo.
Fui battezzata il 2 aprile, sabato di alleluia ».
Ecco
l'inizio, in chiave di semplicità, del racconto personale di Alexandrina.
Il
comune di Balasar conta più di mille abitanti; è formato da ventidue
frazioni tuffate tra pinete, su pendii, o sommerse da pergolati di viti nei
campi. Le case sono piccole e di pietra grezza, ma pennellate a smaglianti
colori.
La
chiesa parrocchiale sorge alle falde di un'altura sulla riva del torrente Este.
In un avvallamento si incontra una cappella, costruita nel 1832 sul luogo
dov'era apparsa una croce.
A
pochi minuti da quella chiesetta, sul pianoro della frazione Calvario, visse
Alexandrina.
«
Sarebbe mio desiderio vedere la mia vita piena di bellezze spirituali e di amore
per Dio; invece vi trovo subito, all'inizio, difetti e colpe ». Così scrisse
Alexandrina.
A
tre anni, la prima ombra.
A
letto con la mamma, nel riposo del pomeriggio, Sandrina scorse su una mensola un
vasetto di pomata; la mamma dormiva. Cheta la piccina si alzò, si aggrappò
alla spalliera del letto e si protese ad afferrare il barattolo. In quel momento
la mamma, destatasi, chiamò la bambina. Sorpresa, la piccola lasciò
scivolare a terra il vasetto, che andò in frantumi; perduto l'equilibrio,
cadde anche Sandrina ferendosi all'angolo destro della bocca. Ne portò la
cicatrice per tutta la vita.
Strilli
inconsolabili! La portarono d'urgenza dal farmacista, le offrirono dolci per
acquietarla. Nulla. Sandrina rispondeva a calci e a graffì. « Questa la mia
prima cattiveria! » scrisse con rammarico.
In
chiesa si soffermava a contemplare affascinata le statue dei santi, specialmente
quelle della Madonna del Rosario e di San Giuseppe perché vestite riccamente:
sognava di vestire altrettanto bene. Un po' di civetteria? « Non so - scrisse
nelle memorie - se fosse già una manifestazione della mia vanità ».
Più
grandicella, ebbe in dono dalla mamma un paio di zoccoletti: che gioia! Salì in
camera e tutta sola si vestì a festa, come per andare a Messa; calzò gli zoccoletti
e passeggiò felice per la stanza, pavoneggiandosi; poi si inginocchiò sul
pavimento, seduta sulle calcagne, con gli zoccoletti poggiati davanti a sè come
usano le donne nelle chiese dei villaggi portoghesi.
Racconta
ancora di sè: « Al tempo della spagnola morì un nostro zio. Diolinda, mia
sorella, ed io rimanemmo in compagnia dei suoi familiari fino al settimo giorno
dalla morte, per assistere alla S. Messa in suo suffragio. Un mattino mi
pregarono di andare a prendere un po' di riso da un sacchetto depositato nella
camera dove lo zio era morto. Arrivai fino alla porta ma non ebbi il coraggio di
entrare. Avevo paura. Dovette andarvi la nonna. Quella stessa sera mi ordinarono
di andare a chiudere la finestra di quella camera: giunta alla porta, mi
sentii tremare le gambe e mi soffermai sulla soglia senza forze per proseguire.
Allora dissi a me stessa: "Devo vincermi, devo superare la paura".
Aprii e, volutamente, con passo lento, passai da dove era stata la salma dello
zio fino alla camera in cui era morto. Da allora non ebbi più paura: mi ero
vinta ».
Nelle
riunioni di famiglia Alexandrina contagiava tutti con la sua allegria.
Frasi
spiritose e barzellette vivaci le fiorivano sulle labbra; imbastiva scherzi con
rara prontezza di spirito. Diolinda, più anziana e, per temperamento, più
posata, ne era quasi sempre la vittima.
Un
giorno alzò e lasciò cadere con forza il coperchio di un gran cassone della
biancheria, mettendosi a strillare per far credere di essersi schiacciata la
mano. Diolinda accorse spaventatissima.
La
biricchina scoppiò in un trillo di risa.
In
chiesa legò, per le frange, gli scialli ad alcune donnette mentre seguivano
attente la funzione.
Qualche
volta, nascosta dietro i muriccioli, prendeva a sassate le buone donne che
tornavano dalle prediche. Una volta sottrasse alla sorella una camicia da uomo
appena fatta, la indossò sopra gli abiti e uscì a zonzo per la strada a far
ridere la gente.
La
mamma definì Alexandrina: « una capretta: si arrampicava dappertutto ».
Per
le strade ad Alexandrina piaceva camminare sui muri di cinta piuttosto che a
terra. La mamma le pronosticava: « Benedetta figliola, tu morrai, qualche
giorno, fatta a pezzi come un'anfora! ».
Nel
gennaio del 1911 per poter frequentare un po' di scuola (fece solo la prima
elementare), fu messa in pensione insieme alla sorella presso una famiglia di
conoscenti a Pòvoa do Varzim.
Anche
lì, portò con sè la sua irrequietezza. Seguiva i tram a cavallo, li
rincorreva come una monella per farsi portare gratis per lunghi tratti; poi
balzava a terra con elasticità. Smise solo quando i conduttori la denunziarono
alla padrona di casa.
Uscì
un giorno con due cugine per una passeggiata fino a una pineta. Trovarono alcuni
somarelli al pascolo. Alexandrina ne approfittò per una cavalcata. Dopo poche
galoppate, fu scaraventata dal somarello in un cespuglio spinoso. Se la cavò
con qualche sbucciatura alla pelle.
Da
bimba immaginava che, sovrapponendo casa a casa e alberi su alberi e
arrampicandosi su gomitoli di filo e di corda, le sarebbe stato facile dare la
scalata al cielo. « Non so dire - racconta Alexandrina - che cosa mi attirasse
lassù ».
A
sette anni fece la prima comunione. « Il padre Alvaro Matos mi esaminò in
catechismo, mi confessò e mi diede Gesù. Durante la comunione, ho voluto starmene
sempre in ginocchio, sebbene molto piccola, guardando la particola: mi rimase
incisa nell'anima. Mi parve di unirmi a Gesù in modo inseparabile. Egli legò a
sè il mio cuore. La gioia che provai non la so esprimere ».
«
Avevo nove anni quando, con Diolinda e una cugina, andammo a una predicazione
in un paese vicino, tenuta da frate Emanuele delle Sante Piaghe. A lui feci la
mia prima confessione generale. Rimanemmo colà tutto il giorno per ascoltare
anche la predica del pomeriggio. Preso posto a fianco dell'altare del Sacro
Cuore, io collocai i miei zoccoletti tra le colonnine della balaustra.
«
Ascoltai con molta attenzione le parole del Padre che, a un certo punto, ci
invitò a scendere col nostro spirito in un luogo di pene eterne: l'inferno.
Incapace di comprendere il senso giusto di quell'invito e persuasa che il Padre
fosse un santo, mi convinsi che ci avrebbe portato davvero laggiù da un momento
all'altro. A quel pensiero mi ribellai e dissi a me stessa: "All'inferno io
non ci voglio andare. Se gli altri ci andranno col Padre, io no, me la svignerò".
«
Senz'altro ripresi i miei zoccoletti per essere svelta a fuggire. Quando vidi
che nessuno si muoveva, mi tranquillai. un poco... Ma gli zoccoletti non li
deposi più ».
«
Ho sempre avuto molto rispetto per i sacerdoti. A Pòvoa do Varzim, quando stavo
a sedere sulla soglia di casa vedevo spesso dei sacerdoti transitare nella via.
Fossi sola o mi trovassi in compagnia, mi alzavo al loro passaggio ed essi, da
lontano si toglievano il cappello al mio atto di ossequio; da vicino mi
rispondevano con il consueto: "Dio ti benedica".
«
Notai più di una volta che le persone mi guardavano mentre compivo
quell'atto. Talora mi sedevo di proposito per aver occasione di alzarmi a tempo
opportuno e mostrare la mia venerazione per i sacerdoti ».
«
A Pòvoa do Varzim, mi affezionai molto alla signora della nostra pensione.
Ero molto cattiva, a quel tempo; ma quando mi regalavano qualche cosa buona
correvo subito a fargliene parte. Il mio cuore mi suggeriva così ».
«
Avevo quattordici anni. Arrivò, un giorno, la notizia che il padre di una
nostra amica stava per morire. Corsi in fretta e lo trovai raccolto in un
mucchio di stracci. Ritornai subito dalla mamma che mi consegnò (in prestito,
si capisce) tutta la biancheria necessaria per preparargli un letto. Il
moribondo visse ancora dodici giorni e io rimasi sino alla fine a far compagnia
alle figlie angosciate dal dolore ».
«
Un'altra volta una vicina ci avvisò che una vecchietta era in letto
moribonda. Mia sorella prese con sè il libretto delle preghiere e l'acqua
benedetta, e uscì. L'accompagnarono due alunne di cucito. Io le seguii. Sulla
porta trovai una nipote dell'ammalata che non aveva il coraggio di assisterla.
Diolinda cominciò a leggere le preghiere dell'agonia. Io che stavo alle sue
spalle mi accorsi, dalle frange dello scialle, che mia sorella tremava come una
foglia. Quando terminò di leggere, entrò la figlia della moribonda, ma la
vecchietta esalò l'ultimo respiro senza riconoscerla.
«
Diolinda, accomiatandosi, disse: - Ho fatto tutto quello che potevo; non ho più
il coraggio di restare. « Nel vedere la figlia della defunta in tale angoscia
non ebbi cuore di lasciarla sola. Decisi di rimanere e l'aiutai a lavare e a
rivestire la salma che era tutta coperta di piaghe. Che odoraccio sentii esalare
quando la sollevai per vestirla! Ebbi l'impressione di cadere svenuta. Non
dissi nulla; ma una persona sopraggiunta se ne accorse e andò a prendere un
ramoscello di geranio perché lo odorassi. Ringraziai riconoscente, ma non
interruppi il mio servizio. Me ne andai soltanto dopo che la defunta fu composta
nella camera ardente ».
Un
giorno fece un sogno.
Le
pareva di essere ai piedi di una scala altissima che toccava il cielo, con
gradini così stretti che a stento vi poteva poggiare la punta del piede. Doveva
salire. Ma come fare? Non v'era nulla a cui appoggiarsi. Ai lati della scala,
qualcuno la confortava in silenzio.
In
cima vide un trono su cui era assiso il Signore; al suo fianco la Madonna. Il
cielo era gremito di santi. Si struggeva di gioia nel contemplare quello
spettacolo. Ma dovetti ridiscendere a terra.
Quando
Alexandrina ebbe 12 anni un contadino del vicinato la chiese come serva.
«
Io vi cederò mia figlia - rispose la madre - soltanto a questo patto: che la
mandiate a Messa ogni domenica e alla confessione ogni mese. Dovrete inoltre
lasciarla venire in famiglia ogni pomeriggio festivo perché possa rimanere
sotto il mio controllo, e possa andare alle funzioni del pomeriggio. E non
dovrete lasciarla uscire di notte, mai, in modo assoluto ».
Il
contratto fu sciolto presto: il padrone, uomo collerico, esigeva dalla
fanciulla un lavoro troppo superiore alle sue forze e, per di più, davanti a
lei parlava in modo sboccato.
La
casa dei Costa è situata ai margini del paese, sul dorso di una collina
chiamata Calvario. È una casetta colonica, di un solo piano, col semi-interrato
che serve da cantina, legnaia e stalla. Attorno alla casa, si stende un piccolo
appezzamento di terreno con vigneto, orticello e poche aiuole. Un alto muro lo
recinge.
Dalle
finestre delle tre camerette situate a nord si domina una parte del paesello a
ridosso di un'altra collinetta e si intravvede la guglia del campanile parrocchiale.
Diolinda
a quei tempi lavorava da sarta, aiutata da qualche allieva.
Alexandrina
(aveva 14 anni) durante la convalescenza da una febbre intestinale, passava le
ore in loro compagnia.
«
Mi trovavo - racconta - con mia sorella e una ragazza più anziana di noi a
lavorare di cucito, quando vedemmo tre individui dirigersi verso casa nostra.
Diolinda, con un certo presentimento, mi ordinò di chiudere la porta della
stanza. Alcuni istanti dopo, udimmo i loro passi su per le scale e poi alcuni
colpi alla porta.
-
Chi è? - domandò mia sorella. Uno di essi, che era stato mio padrone, ordinò
senz'altro di aprire.
-
Non c'è lavoro per voi, perciò non si apre - rispose Diolinda.
«
Dopo alcuni istanti di silenzio, sentimmo che il medesimo saliva la scaletta che
dal semi-interrato portava in stanza attraverso una botola. Spaventate trascinammo,
sopra la botola, la macchina da cucire.
«
Quel tale accortosi che la ribalta era chiusa, sferrò colpi con una mazza fino
a spezzare le assi, riuscendo a praticare una apertura per cui si introdusse
nella stanza. Diolinda, a quella vista, aprì la porta e riuscì a sfuggire
sebbene gli altri due giovinastri appostati tentassero di trattenerla per le
vesti. L'altra ragazza seguì mia sorella, ma fu afferrata dai due. A quella
scena io mi vidi perduta. Mi guardai attorno, mi aggrappai disperata alla
finestra aperta e mi lanciai nel vuoto, cadendo pesantemente in giardino
dall'altezza di quattro metri. Volli alzarmi subito, ma non mi fu possibile;
un dolore acuto mi trafiggeva la spina dorsale. Nervosa, appena riuscii ad
alzarmi, strappai dal suolo un palo della vigna e corsi in difesa della sorella
alle prese con i due più anziani, mentre la nostra amica lottava in corridoio
col terzo. Non pensai che a difenderle. - Via di qui. - Fu un lampo. Il
giovanotto del corridoio intimorito lasciò la ragazza. Fu allora che mi accorsi
d'aver perduto nella caduta il mio anellino d'oro! - Cani... mi avete fatto
smarrire l'anello... - Uno di essi si sfilò un anello dal dito... - Prendi
questo, ma non serbarmi rancore... - Non lo voglio, va' via!... via!...
«
Se ne andarono e noi, emozionate e sfinite, tornammo al lavoro. Dell'accaduto
mia sorella ed io non parlammo mai per evitare ogni tragedia, ma la mamma fu
informata dalla nostra amica.
«
Poco tempo dopo fui presa da forti dolori e fui costretta a starmene a letto per
lunghi periodi, alternati a brevissimi intervalli di discreto benessere ».
Alcuni
anni dopo, quando Alexandrina era già inchiodata al suo letto di martirio,
narra di sè: « Siccome mi piaceva stare da sola con Gesù, specialmente la domenica
quando in parrocchia esponevano il Santissimo, io insistevo perché tutti i miei
andassero in chiesa. Un giorno, appena usciti, mi misi a pregare; udii aprirsi
il portone del cortile e un passo svelto salire la scaletta, mentre una voce
ripeteva forte: - Aprimi la porta! - Conobbi subito chi fosse e tremai dallo
spavento... Strinsi fiduciosa nella mano il mio Rosario, terrorizzata, pensando
ciò che poteva accadere. Sentivo spingere con forza la porta e manovrare la
serratura: tremavo senza respiro, sapendo che la porta non era chiusa a
chiave... Ma non so come, la porta non si aprì... Dopo vani tentativi l'uomo
desistette e se ne andò. Da allora proposi di non rimanere più sola in casa.
Attribuisco a Gesù e alla Madonna celeste l'avermi liberata da quel cattivo
incontro ».
L'uomo
che voleva farle del male, trovandosi più tardi in una situazione critica, fu
beneficato da Alexandrina con molti aiuti: non entrava mai nella camera
dell'ammalata, senza uscirne profondamente scosso. Con le lacrime agli occhi,
confidò un giorno al confessore di Alexandrina: « È su quel letto per colpa
mia ».
«
Sotto la morsa del dolore ebbi momenti di scoraggiamento, ma neppure uno di
disperazione », lasciò scritto Sandrina. Le rimase un'acuta nostalgia dei
fiori e della chiesa. Quando vi era lezione di canto in parrocchia, le due
sorelle si facevano tristi: Diolinda per dover lasciare Alexandrina, e
Alexandrina per non potere accompagnarla.
All'inizio
l'ammalata cercò di distrarsi: invitava le amiche a giocare a carte con lei.
Pregava
Dio per ottenere la guarigione: promise di regalare tutto il suo oro, di
vestirsi a lutto per tutta la vita, di recidersi la bellissima capigliatura.
La
mamma, la sorella, le cugine alternarono novene e promesse per strappare la
grazia. Ma Alexandrina peggiorò; più di una volta le amministrarono gli ultimi
Sacramenti.
Con
la perdita progressiva delle forze, rinunciò ai futili passatempi con cui
cercava di passare i giorni. Sentì crescere in sè l'amore alla preghiera e il
desiderio di unirsi a Gesù Sacramentato.
Nel
1928, fu organizzato un pellegrinaggio parrocchiale a Fàtima; in
quell'occasione Alexandrina sentì rispuntare il desiderio di guarire e la
volontà di partecipare a quel pellegrinaggio. Ma il medico e il parroco le si
opposero in modo assoluto: impossibile muoverla per un viaggio così lungo. Già
il toccarla e il voltarla sul lettino le causava dolori lancinanti.
A
quel diniego lasciò spuntare le lacrime ma pregò ancora per ottenere la
guarigione.
Promise
che, guarita, si sarebbe fatta missionaria. Nell'illusione di ottenere la
grazia, diceva a quelli che venivano a trovarla: - Vedrete. Se un giorno
sentirete cantare per le strade, sappiate che sarò io a ringraziare la Madonna
per il dono della salute.
Vedendo
che nonostante le molte preghiere non otteneva ciò che così intensamente
chiedeva, a poco a poco ripiegò nell'accettazione della volontà di Dio. Spense
ogni desiderio e si volse ad amare il dolore e a pensare solo a Dio.
«
Mia cara Mammina »
Voleva
possedere una statuetta della Madonna che fosse tutta sua.
Incominciò
a raggranellare i centesimi, privandosi di varie cosette; alcune persone
l'aiutarono; una le offrì due polastrelle. Diolinda le allevò finché diedero
uova bastanti per la spesa. Così comperò una statuetta della Vergine di Fàtima,
chiusa in una campana di vetro e una mensola a forma di altarino.
Durante
il mese di maggio su quell'altarino, che fiancheggiava il letto, volle che
straripassero i fiori e, quando i mezzi glielo consentirono, accese anche le
candele.
Scriveva
di suo pugno i fioretti giorno per giorno. Consistevano in un'offerta di tutta
la giornata secondo particolari necessità. Estendeva la sua preghiera alla parrocchia
e alle popolazioni degli ultimi confini della terra.
A
fine maggio riuniva i bigliettini e scriveva un'affettuosa lettera alla
Madonna. Poi dopo aver deposto tutto ai piedi della statua, bruciava la lettera
e i fioretti.
Una
letterina del 1935, sfuggita alle fiamme, fu conservata. Eccola:
« Mammina! Vengo umilmente ai tuoi piedi a deporre i fiori spirituali che ho raccolto durante questo mese. Sono confusa e piena di rossore: che miseria! In che stato te li offro! Sono appassiti e sfogliati! Ma tu, Mamma Celeste, puoi farli rinvenire.
«
Mamma cara, nell'ultimo giorno del tuo mese santo, dato che non ho nulla da
offrirti, ti dono tutto il mio corpo e ti chiedo di custodirlo e di prenderlo
sulle tue soavissime braccia, come prenderesti quello di una figlia
prediletta.
«
Benedicimi. Chiedi a Gesù Eucaristico che mi benedica; che la SS. Trinità mi
benedica.
Ciao,
Mamma, e scusami di tutto ».
All'inizio
di maggio faceva alla Madonna la seguente consacrazione:
« Madre di Gesù e Madre mia, ascolta la
mia preghiera. Io consacro il mio corpo e tutto il mio cuore a te. Purificami,
Madre Santissima; riempimi del tuo santo amore. Collocami presso i tabernacoli
di Gesù per servire da lampada finché durerà il mondo. Benedicimi,
santificami, o cara Mamma mia del cielo ».
Un
giorno era sola nella cameretta. C'era pace e silenzio. Il suo pensiero volò al
tabernacolo. Per esprimere il suo affetto a Gesù, scarabocchiò su un foglio
questa aspirazione d'amore: « Mio buon Gesù, tu sei
prigioniero e anch'io lo sono. Siamo prigionieri tutti e due. Tu sei prigioniero
per mio amore; io lo sono delle tue mani. Sei il Re
e
il Signore di tutto; io invece sono un vermiciattolo della terra. Ti ho lasciato
in abbandono pensando solo a questo mondo, che è la rovina delle anime. Ma ora,
pentita di tutto cuore, voglio quello che vuoi tu; voglio soffrire con
rassegnazione. Non privarmi, o Gesù, della tua protezione ».
Sulla
copertina di un vecchio libro, fatta di carta rozza da imballaggio, tracciò
queste parole: «Con lo spirito ai Tabernacoli. O mio caro Gesù, vorrei
visitarti nei tuoi Tabernacoli, ma non posso perché la malattia mi inchioda nel
mio caro letto di dolore. Sia fatta la tua volontà, Signore; ma almeno, mio Gesù,
fa' che non trascorra neppure un momento senza che io venga in spirito alle
porticine dei tuoi Tabernacoli a dirti: "Mio Gesù, ti voglio amare! Voglio
incendiarmi tutta nelle fiamme del tuo amore; voglio supplicarti per i
peccatori e per le anime del Purgatorio" ».
Le
sfuggiva questa dolce implorazione: «O Soave Melodia (Maria SS.), conforto dei
peccatori, ti scongiuro per i tuoi dolori: porta la mia anima a Gesù ».
Nel
settentrione del Portogallo è diffusa l'associazione religiosa « Le Marie
dei Tabernacoli », corrispondente alle « Lampade Viventi » sorte in Italia.
Alle due associazioni, portoghese e italiana, Alexandrina si iscrisse con
entusiasmo. Ne era felice.
A
questo scopo ogni mattina recitava una preghiera di sua composizione. Ha il
ritmo di un salmo ed è punteggiata di slanci poetici.
«
O Gesù, eccoti qui la Mamma. Ascoltala. È lei che ti parla per me; e tu, cara
Mamma, va' a dare baci ai Tabernacoli, un'infinità di baci e di abbracci,
un'infinità di tenerezze e di carezze. Tutto per Gesù Eucaristico, tutto per
la Trinità Santa, tutto per te, Mamma cara. Moltiplicali, moltiplicali, dalli
pieni di un amore puro e santo, di un amore incommensurabile, di sconfinata
nostalgia, per chi non può muoversi né recarsi ai Tabernacoli.
«
O mio Gesù, io voglio che ogni mio dolore, ogni palpito, ogni respiro, ogni
attimo di questo giorno siano atti di amore per i tuoi Tabernacoli.
«
Io voglio che ogni movimento dei miei piedi, delle mani, delle labbra, della
lingua, degli occhi, ogni lagrima e sorriso, ogni gioia e tristezza, ogni
tribolazione, distrazione, contrarietà o dispiacere siano atti di amore per i
tuoi Tabernacoli.
«
Voglio che ogni sillaba delle orazioni che dirò o sentirò recitare, ogni
sillaba che pronunzierò o udirò pronunziare, ogni parola che leggerò o udirò
leggere, che scriverò o vedrò scrivere, che canterò o udirò cantare siano
atti di amore per i tuoi Tabernacoli.
«
Voglio che ogni bacio che darò a te nelle tue immagini, o in quelle della tua
e mia Madre amata, oppure in quelle dei tuoi santi e sante siano atti di amore
per i tuoi Tabernacoli.
« O Gesù, io voglio che ogni goccia
di pioggia che scende dal cielo alla terra, e tutta l'acqua del mondo frazionata
in gocce, tutta la sabbia del mare e tutto ciò che il mare racchiude siano atti
di amore per i tuoi Tabernacoli.
«
Ti offro le foglie degli alberi, e i frutti che vi possono maturare; i fiori
sfogliati, petalo per petalo; i chicchi di semi che sono nel mondo; tutto ciò
che racchiudono i giardini, i campi, le valli e i monti; tutto ti offro come
atti di amore per i tuoi Tabernacoli.
«
O Gesù, ti offro le piume degli uccelli e il loro cinguettio, i peli e le voci
di tutti gli animali come atti di amore per i tuoi Tabernacoli.
«
O Gesù ti offro il giorno e la notte, il caldo e il freddo, il vento, la neve,
la luna e i suoi raggi, il sole, le tenebre, le stelle del firmamento, il mio
dormire il mio sognare come atti di amore per i tuoi Tabernacoli ».
Quando scrisse questo « inno di lode » Alexandrina contava 27 anni: la stagione dei rami in fiore nell'anima sua.
Tre
anni dopo, nel 1934, Gesù le parlava e le diceva: « La missione che ti ho
affidato sono i miei Tabernacoli e i peccatori: sono stato io a elevarti a così
alto grado. È stato il mio amore! ».
«
METTIMI SULLE LABBRA UN SORRISO »
Diolinda
in un corso di esercizi per Figlie di Maria, dopo l'istruzione, aveva scelto
il predicatore come suo Direttore spirituale. Era un religioso che predicava
spesso nelle parrocchie dell'Archidiocesi: Padre Mariano Pinho, gesuita.
In
quella circostanza il Sacerdote ebbe le prime notizie di Alexandrina e, per
mezzo di Diolinda, le chiese preghiere promettendole un contraccambio. Talvolta
le inviava qualche immaginetta.
Due
anni dopo Alexandrina seppe che Padre Mariano era ammalato. La notizia la fece
piangere. Subito Diolinda le chiese: - Ma perché piangi se non lo conosci
nemmeno? - So che pregava per me e io pregavo per lui.
Il
16 agosto 1933 Padre Mariano venne a Balasar per un triduo di predicazione;
visitò Alexandrina che a sua volta gli chiese di dirigerla spiritualmente.
All'inizio
Sandrina non gli parlò della sua offerta di amore ai Tabernacoli, della forza
misteriosa che l'attraeva, né delle parole di Gesù apprese come un invito.
«Non capivo nulla di tutto ciò (raccontava Alexandrina), anzi pensavo che
fosse una cosa comune a tutti».
Fu
allora che Gesù le disse: « Ubbidisci in tutto al tuo Padre spirituale. Non
l'hai scelto tu; sono stato io a mandartelo ».
Incominciò
così una fitta corrispondenza tra lei e Padre Mariano.
Scorrendo
le sue lettere al Direttore, si ha subito un'idea, benché vaga, dei dolori
fisici che la torturavano e del suo amore alla sofferenza per la salvezza dei
peccatori.
Ecco
uno stralcio: « Due paroline appena perché le forze non mi consentono di più.
Ho passato male la notte. Non trovavo alcuna posizione...
«
Molto spesso domando: - O mio Gesù, cosa volete che io faccia? - E ogni volta
invariabilmente questa risposta: - Soffrire, Amare, Riparare.
«
La mia sofferenza è cresciuta assai; adesso prendo solo liquidi; non riesco a
masticare per un gonfiore in bocca. Può darsi che il gonfiore, come è venuto,
se ne vada. Diversamente con la debolezza in cui mi trovo mi sarà impossibile
vivere... Sento molto la mancanza del poco che mangiavo; i soli liquidi mi
causano spesso vomiti.
«
Mi è impossibile tener ferma la penna in mano almeno per qualche minuto...
tanti sono i dolori. Non mi hanno mai raschiato le ossa, ma ho l'impressione che
il dolore mi strazi così...
«
... Ho l'impressione che le costole del petto si saldino a quelle della
schiena; mi causano sofferenze così lancinanti che non so come stare. Quando i
dolori diventano più forti, resto per alcuni minuti con metà corpo sul letto
e con l'altra metà sul grembo di Diolinda. Ciò obbliga mia sorella a passar
le notti in mia compagnia. Mi costa molto anche il parlare ».
Alexandrina
rivelava le sue sofferenze soltanto al suo Direttore e, in parte, a Diolinda che
era la sua confidente. Agli altri non raccontava nulla. Sua mamma rimase
all'oscuro di gran parte delle cose che avvenivano in quella cameretta.
Dal
giorno in cui si offrì vittima, Alexandrina ripeté sempre questa preghiera: «
O Gesù, mettimi sulle labbra un sorriso ingannatore, così che io possa nascondere
agli altri tutto il martirio della mia anima; basta che tu solo conosca il mio
patire ».
Nel
1933 la sua famiglia ebbe un crollo finanziario. Sandrina ricorda bene la data
perché la sciagura fu contemporanea a una grazia grandissima: il permesso cioè
che venisse celebrata la Messa nella sua stanzetta.
Da
quel giorno il Signore accrebbe le sue tenerezze, ma fece pesare di più la sua
croce; le scarse risorse familiari sfumarono. La madre di Alexandrina, con
troppa generosità, si era resa garante di alcune persone bisognose.
«
A quel tempo - riferisce Alexandrina - non avevo più alcun attaccamento alle
cose di questo mondo; tuttavia soffrivo assai nel vedere che tutto ciò che noi
si possedeva non bastava a estinguere i debiti di cui mia madre si era resa
fiduciaria. Io dissi subito ai miei che preferivo perdere tutto, fino all'ultimo
centesimo, pur di pagare la somma. Mi venne spesso a mancare il vitto
sostanzioso di cui avevo bisogno, ma soffrivo in silenzio. Io non chiedevo mai
quello che sapevo che non c'era in casa; così i miei familiari erano persuasi
che tutto fosse di mio gradimento e non si rattristavano.
«
Se mi regalavano qualche cosa, la cedevo subito a mia sorella, che in quel tempo
era assai malaticcia, facendo questo ragionamento: "Se non posso guarire
io, che almeno possa star meglio Diolinda".
«
Trascorsero così sei anni di strettezze e di lacrime. Nella famiglia non vi
fu un momento di serenità. Alla fine Gesù ascoltò la mia preghiera. Una buona
signora giunse da lontano a dar sollievo alle nostre pene; se le prove non
terminarono completamente, fu solo per la mia timidezza. Non ebbi il coraggio di
svelare tutto il nostro debito, ma la signora ci donò una somma tale che ci
permise di non vendere la nostra casa ».
Cominciarono
intanto i primi Colloqui di Gesù con Alexandrina.
Il
fatto si verificò nel 1934, e precisamente il giorno 6 e poi 1'8 settembre,
quando il parroco portò ad Alexandrina la santa Comunione. Alexandrina si sentì
apatica, fredda, addirittura incapace di dirgli grazie.
«
Ma il buon Gesù - scrive nel diario - non guardò alla mia indegnità e
freddezza. Mi parve di udirlo parlare ».
Quel
primo colloquio la rese preoccupatissima perché non poteva scrivere e d'altra
parte non voleva confidare il suo segreto a nessuno, neppure alla sorella.
Lottò
con se stessa per due giorni. Alla fine timidamente chiese alla sorella: -
Diolinda, un favore. - Dimmi. - Vorresti scrivere quanto ti detto? - Subito.
Era
notte; Diolinda si sedette sul pavimento davanti a uno. sgabello e incominciò a
scrivere.
Alexandrina
non alzava gli occhi per l'umiliazione; Diolinda non osava guardare la sorella
per l'impressione che le cose udite le facevano.
Alexandrina
dettava: « Mi parve che Gesù mi dicesse: - Dammi le tue mani perché le voglio
inchiodare con me; dammi i tuoi piedi che li voglio inchiodare con me; dammi la
tua testa che la voglio coronare di spine come hanno fatto a me; dammi il tuo
cuore che lo voglio trapassare con la lancia come hanno trapassato me; consacrami
il tuo corpo; offriti tutta a me che ti voglio possedere totalmente ».
Più
tardi, Don Umberto, suo secondo Direttore, chiese ad Alexandrina di
confidargli quello che soleva dire a Gesù nel suo ringraziamento della
Comunione. Alexandrina sorrise e rispose: « Gli dico così: O Gesù, dammi
fuoco, dammi amore: amore che mi bruci, amore che mi uccida. Voglio vivere e
morire di amore ».
A
quella preghiera Gesù rispose: « Sì, tu morirai di amore poiché vivi di
amore ».
Da
parecchio tempo Alexandrina sognava di poter avere la S. Messa nella sua
cameretta. Le pareva una cosa bella, ma tanto difficile da ottenere; non osò
mai farne parola con alcuno. Nel 1933 venne a sapere che Padre Mariano sarebbe
arrivato in paese per una predicazione. Manifestò allora a Diolinda il vivo
desiderio riguardo alla S. Messa.
Combinarono
di farne parola al Padre, ma poi, all'atto pratico, tacquero per evitargli un
sacrificio.
Fu
Padre Mariano che in una lettera, qualche tempo dopo, domandò a Sandrina se
le sarebbe piaciuto assistere alla S. Messa. La risposta gli giunse redatta con
delicatezza: « Se si può ottenere, sarebbe per me una gioia inesprimibile: Ma
mi costa assai il grande sacrificio che lei dovrebbe imporsi nel venire
digiuno con mattinate tanto rigide... ».
Il
20 novembre Alexandrina ebbe la grazia di partecipare alla Messa nella sua
cameretta. Il Signore la aveva ascoltata.
Aveva
un'anima sensibile e affascinante. Amava Dio nella natura. A nove anni, quando
si alzava all'alba per i lavori nei campi, uscendo da sola si soffermava a
contemplare i colori sfumati o accesi dell'aurora, il sorgere del sole;
ascoltava trasalendo il gorgheggio degli uccelli, il mormorio delle acque... Si
sentiva così rapita, da dimenticare quasi di essere in questo mondo. Un
pensiero la sommergeva: « Com'è grande Dio! ».
Sulla
spiaggia si smarriva dinanzi alla immensità dell'oceano; a notte, i fuochi
delle stelle le strappavano brividi di ammirazione.
Spesso
dalla sua cameretta fissava il cielo, ascoltava il lontano fruscio del torrente
e si struggeva al pensiero della grandezza di Dio.
Il
6 settembre 1944 parlando con Don Umberto si lasciò sfuggire questa frase: «
Il canto, la natura, il mare mi obbligavano a rientrare in me e a dimenticarmi
».
Quella
struggente ammirazione per il creato era come un colpo d'ala verso il
Creatore. Raccontò: « Dopo una visita al Santissimo che non avevo potuto fare
di giorno per i molti dolori e per un gran malessere e che non avrei fatto perché
sentivo molto, molto sonno, avvertii all'improvviso ciò che sento di solito
quando il Signore viene a parlarmi. Avevo l'impressione che un'onda del mare
si rovesciasse su di me. Mi inclinai senz'altro sul lato sinistro e subito mi
parlò il Signore ».
«
Alcune volte, prima ancora che il Signore mi parli, io sento come dei forti
abbracci; altre volte li sento alla fine; mi invade improvvisamente un calore
così forte, così scottante che non mi so spiegare. Talora mi sento carezzare
dal Signore. Io non so come corrispondere a tanti benefici ».
Chiese a Gesù perché si abbassasse fino
a lei, così piccola e peccatrice. Gesù le rispose: « Non faccio così solo
alle anime sante. Mi comunico anche alle anime peccatrici come te, per
infondere in loro fiducia; anch'esse possono amare il Signore e divenire sante.
Se non facessi così, avrebbero motivo di disperarsi ».
Capitolo
IV
Sono
io che ti abbellisco
Il
Signore le dice con tenerezza nel 1935: - Mia figlia... sono sempre con te. Se
tu sapessi quanto ti amo, moriresti di gioia.
Un
anno dopo, Alexandrina avverte qualche cosa di soverchiante dentro di sé.
«
Il cuore mi batteva con tanta forza! Mi pareva che lo stessero ritoccando ».
Gesù
le spiega: - Sono io che ti abbellisco. Alexandrina, confusa, un giorno reagisce
e Gesù le risponde: - Che importa a te? Ti ho scelta così. Sotto la tua
miseria e i tuoi peccati io nascondo la mia grandezza, la mia onnipotenza, i
raggi della mia gloria... - Fa una specie di contratto con lei: « Consolami
e amami e io ti consolerò in tutte le tue afflizionî ». Le sollecitazioni
dell'amore divino incalzavano: « Dammi il tuo cuore per collocarlo nel mio, in
modo che tu non abbia altro amore se non il mio ».
Le
rivela ancora: « Ho stabilito in te la mia dimora... sei un tabernacolo
costruito non da mano d'uomo ma da mani divine... Abito in te come se tu sola
esistessi al mondo e io avessi soltanto te da beneficare ».
Nel
1938, il 14 marzo, Gesù le rompe le tenebre con un bagliore di luce. Le mostra
la sua anima diventata abitazione di Dio. Sandrina esclama abbagliata di
stupore: « Era tutta illuminata; anche a grande distanza era tutta luce ».
Gesù
le è sempre accanto e in altra occasione le dice: « Tu hai vissuto sempre
nelle mie mani benedette e in quelle della tua e mia Mamma del cielo. Ti abbiamo
accompagnata per i cammini duri e difficili che hai superati; non sei caduta
perché ti abbiamo sostenuta. Anche adesso non cadi perché continuiamo a
sostenerti.
La
prima lezione che Gesù Maestro dà ad Alexandrina è semplice: « Dimenticare
il mondo e donarsi tutta a Lui ». Insiste con lei: « Morire al mondo e che il
mondo muoia per te... Gesù è il mondo per cui devi vivere, a cui devi pensare,
che devi amare e imitare; un mondo in cui si trovano tutti i tesori ».
L'anima
affascinata da Gesù « vive nel mondo, ma non è più del mondo ». Il Maestro
concretizza le sue esigenze nel seguente consiglio: « Ama la solitudine ».
In
un altro colloquio la istruisce sul come dev'essere il suo abbandono in Lui:
« Coraggio, figlia mia. Costa assai essere trattata così, lo so bene. Ma ciò
che costa, consola di più il tuo Gesù. Il mio Cuore si fa violenza nel vederti
soffrire così... Ti voglio nelle mie braccia con la stessa semplicità di una
bimba in quelle della mamma sua. Voglio toglierti ogni ombra che tu possa avere
ancora. Ti voglio più brillante degli angeli. Sì, perché gli angeli sono
brillanti per natura; ma tu lo sei perché ti conservasti così, perché
permetti a Gesù di lavorare in te liberamente, e di arricchirti delle virtù più
belle ».
L'ideale
di Alexandrina si profila nettamente: Tabernacoli e anime. Gesù glielo
conferma:
«
Come Maria Maddalena, hai scelto la parte migliore. Hai scelto di amarmi nei
Tabernacoli, dove mi puoi contemplare non con gli occhi del corpo, ma con quelli
dell'anima e dello spirito. Io mi trovo lì col Corpo, Anima e Divinità come
in cielo. Hai scelto quello che vi è di più sublime ».
Ritorna
insistente l'invito di Gesù: « Ama la solitudine; va' ai miei Tabernacoli: è
là dove impari, è là dove la solitudine è maggiormente praticata da anni, da
secoli ».
Alexandrina
prediligeva sempre il giovedì: « Che bel giorno il giovedì! - lasciò scritto
1'11 ottobre 1934 -. E’ il giorno in cui il Signore ha istituito il SS.
Sacramento ».
Preferisce
scrivere le lettere e il diario di giovedì perché, costandole molto sia lo
scrivere di proprio pugno che il dettare a Diolinda, aveva modo di provare coi
fatti il suo affetto a Gesù Eucaristico.
Spesso
le esce dall'anima un grido: « È un giovedì: il mio giorno ».
Gesù
insiste: « Oggi è il tuo giorno, il grande giorno, la tua pazzia: il giorno
del mio Sacramento. Fa' che si trovino anime che mi amino nel mio Sacramento di
amore, e diano il cambio a te quando tu partirai per il cielo ».
Alexandrina
vibra di questo ideale eucaristico: « Mi appartiene questa missione: dare anime
a Gesù, vivere all'erta nell'Eucaristia, all'erta sempre, all'erta con Gesù.
Come una farfalla che vola alla fiamma, come un pastore che è preoccupato
dell'agnello ».
Vuole
« amare con amore puro » e non trovandolo in sé e parendole troppo esiguo si
rivolge al Cuore di Colei che è Madre del Divino Amore: « Mammina, - le
sussurra filialmente - solo da te mi può venire questo amore: dammelo ».
Parla
a se stessa: « Cuore mio, non arrestarti, va' incontro alla tua Celeste Mamma,
va' a tuffarti in quell'amore puro, va' a profumarti con gli aromi delle più
eroiche virtù, va' a rivestirti, va' ad arricchirti dei tesori della tua Madre
celeste ».
«
Vuoi consolarmi? - le suggerisce Gesù - Vuoi consolare il santificatore
dell'anima tua? Va' ai Tabernacoli!... Va' a praticare opera di misericordia.
Va' a consolare chi è triste. Io sono tanto triste! Sono tanto offeso! ».
Le
parole di Gesù le bruciano l'anima.
«
Non hai compassione di me? - le dice Gesù. - Sono nei Tabernacoli da solo:
schernito, abbandonato e offeso... Va' a consolarmi e a riparare a tanto abbandono...
Visitare i carcerati e consolarli è opera buona. Io sono carcerato, e carcerato
per amore. Io sono il carcerato dei carcerati ».
«
Gli uomini non credono alla mia esistenza; non credono che io abito là! Mi
bestemmiano. Altri credono, ma non mi amano e non mi visitano; vivono come se
io non ci fossi. Va', sono tue le mie prigioni. Ti ho scelta per farmi compagnia
in quei piccoli rifugi: molti di quei rifugi sono così miseri... Ma dentro
che ricchezza! Vi è la ricchezza del cielo e della terra ».
Gesù
si lamenta della povertà dei suoi Tabernacoli: « Io son là come un povero
mendicante, sporco e stracciato. Facciano le anime che io sia pulito e
decoroso ».
Nel
giorno dell'Annunciazione, Sandrina scrive una lettera alla Madonna. Le dice: «
O Mammina del cielo, o mia amabile Signora, dammi un amore che sia capace di
soffrire tutto per amore tuo e del mio caro Gesù; sì, del mio Gesù che è il
tutto dell'anima mia perché è la luce che m'illumina, è il Pane che mi alimenta,
la sola via per la quale io voglio camminare.
«
Ma io, mia Sovrana, mi sento tanto debole per tante contrarietà della vita: che
sarebbe di me senza di te e senza il mio Gesù? ».
Qualche
volta le balena alla mente lo scopo delle sue sofferenze. « Mi dice Gesù -
ella scrive - che si serve di me perché, per mezzo mio, molte anime vengano a
lui e molte siano stimolate ad amarlo nella Santissima Eucaristia ».
Gesù
dolcemente insiste: « Fa' che io sia amato da tutti nel mio Sacramento di
amore, il maggiore dei Sacramenti, il più grande miracolo della mia sapienza ».
Gesù
le spiega come l'Eucaristia sia la sua Passione perpetuata e come, in unione
con l'Eucaristia, lei possa soffrire efficacemente.
«
Mia sposa fedele, va' col tuo cuore e con la tua riparazione a guarirmi le
ferite che mi sono aperte dai peccati. I dolori sono più orribili di quelli del
Calvario. Quanti chiodi, quante corone di spine e quante lance! Va' a passare
parte della notte nei miei Tabernacoli con molto amore e fervore. Sono con te
nel tabernacolo del tuo cuore e tu sei nei miei in tutto il mondo.
«
Mia figlia, la sofferenza è la chiave del cielo. Ho tanto sofferto per aprire
il cielo all'umanità; ma per molti, inutilmente. Dicono: "Voglio godere;
son venuto al mondo soltanto per godere". Dicono: "Non esiste
l'inferno". Io sono morto per loro e dicono che non me l'avevano chiesto, e
contro di me scagliano eresie e bestemmie. Per salvarli io scelgo delle anime e
metto sulle loro spalle la croce e mi assoggetto ad aiutarle. Felice l'anima che
comprende il valore della sofferenza! La mia croce è soave se portata per amor
mio ».
In
diversi colloqui Gesù le dice: « Non ricusarmi nessuna sofferenza e sacrificio
».
«
Se mi ami, se sei tutta mia, non rifiutarmi ciò che ti chiedo; sii la mia
vittima ». La stimola ad offrirsi, perché « tutto ciò che gli adoratori mi
chiedono nella Santissima Eucaristia sarà concesso; è la medicina per tutti i
mali... Preghiamo per gli infelici peccatori che, schiavi delle passioni, non si
ricordano di avere un'anima da salvare e che un'eternità li aspetta tra breve
».
Riconoscente
verso la Madonna, a cui attribuisce la grazia dell'amore che la brucia e della
forza nel resistere al dolore, nella lettera a fine maggio del 1938 le scrive:
« Voglio essere una pallina nelle tue mani, voglio essere frumento nella
macina, voglio essere grappolo spremuto. Soffrire e amare, Mammina, ecco il
mio sogno: essere un nulla, un puro nulla ».
«
Ti ho scelta per la felicità di molte anime » le ripete Gesù. « Scrivi che
io voglio che si predichi la devozione ai Tabernacoli; voglio che si accenda
nelle anime la devozione verso queste Prigioni d'amore; non son rimasto quaggiù
soltanto per amore di coloro che mi amano, ma per tutti. Anche immersi nel
lavoro tutti mi possono consolare ».
Gesù
ha una specie di sospiro: « Io vorrei molte guardie fedeli, prostrate davanti
ai Tabernacoli per impedire tanti e tanti crimini ».
E
poi rivolge a Sandrina una serie di espressioni stupende: « Mia figlia, angelo
bello, perla splendente, stella fulgida che fai brillare la corona del tuo
Sposo, di' al tuo Direttore che lo voglio che egli conosca bene l'amore con
cui tu mi ami per farlo conoscere al mondo ».
Capitolo
V
«
VOGLIO FARTI SIMILE A ME »
Un
giorno Alexandrina sentì il suo cuore attanagliato nella morsa di una forza
misteriosa, tanto che fu costretta a mantenere il capo reclino dallo stesso
lato per lo spazio di un'ora; l'invadeva un'immensa tristezza.
Ed
ecco, Gesù le parlò: « Candido giglio, pazzerella d'amore, eroina sempre
combattente, io voglio che tu soffra senza consolazioni nell'anima... Tu ti
senti chiusa in prigione: sono io a invitarti a vivere così... Raramente
sentirai conforto, molto raramente, sino alla fine della vita. Voglio che il
tuo cuore viva nel dolore, nella tristezza e nell'amarezza, ma col sorriso
sulle labbra... Io non ebbi consolazione in tutta la mia Passione... Io ti amo
di un amore particolare con un amore del tutto riservato; per questo ti faccio
simile a me ».
Il
dolore intride la vita di Alexandrina. Ma il dolore è un maestro sapiente. Il
primo marzo 1946, Alexandrina detta nel suo diario: « Il dolore è ciò che
vi è di più saggio; il dolore è la scuola più sublime; nulla più del dolore
ci insegna ad amare Gesù; il dolore ci guida e ci incammina a lui ».
In
un colloquio Gesù le dice: « Pensa solo a me, dal momento che tanto
generosamente ti offri come vittima per i peccatori del mondo. Io collocherò in
te quasi un canale per cui fluiranno le grazie alle anime ». « Non so cosa
provai in me, - racconta Sandrina a commento di quelle parole - non so spiegarmi
bene: sentivo un gran peso, tanto grande da darmi la sensazione che io stessa
(ma specialmente il cuore) diventassi così grande, da sembrare il mondo ».
Qualche giorno dopo Gesù le spiega: « Sto modellandoti; ti preparo per cose
sublimi ».
Il
primo invito a una crocifissione totale Alexandrina lo ebbe da Gesù il 6
settembre 1934. Con riluttanza, ne dette notizia al suo Direttore il giorno 8,
compleanno della Madonna.
Gesù
aggiungeva che le avrebbe dato la sofferenza della sua Passione quale segno
esterno della sua volontà che si consacrasse il mondo al Cuore Immacolato di
Maria.
Passano
i giorni. Le tenebre e le sofferenze si accumulano come la neve in un inverno
glaciale.
«
Il mattino del 2 ottobre 1938 il Signore mi disse che mi avrebbe fatto passare
attraverso tutta la sua Passione, dall'Orto al Calvario, ma che non sarei arrivata
al Consummatum est. Mi affermava che avrei incominciato il giorno 3 e che in
seguito l'avrei sofferta tutti i venerdì, subito dopo il mezzogiorno, fino
alle tre pomeridiane.
«
Io non dissi di no al Signore. Avvisai il mio Padre spirituale, in attesa
angosciosa del giorno e dell'ora, perché né lui né io potevamo immaginare
ciò che sarebbe avvenuto.
«
Durante la notte sul 3 ottobre, se fu grande l'agonia dell'anima, fu pure
grande la sofferenza del corpo; incominciai a rimettere sangue e sentii
trafitture orrende. Ciò si ripeté ancora per vari giorni; non potevo prendere
alcun alimento. Fu nel colmo di queste sofferenze che io entrai nella mia
prima crocifissione. Quale orrore sentivo in me!... Che indicibile afflizione!
».
Così
Alexandrina incominciò a soffrire la Passione di Gesù.
Durante
tutte le manifestazioni rimaneva ininterrottamente in estasi, per tre ore e
mezza: non vedeva, non udiva, non soffriva se non ciò che si rinnovava nella
sua anima e nel suo corpo della Passione di Gesù.
I
dolori del Signore si ripercuotevano in lei a uno a uno: dall'Orto degli ulivi
all'ultimo respiro sulla croce.
Il
misterioso martirio si manifestava esternamente, da mezzogiorno alle ore
quindici.
Una
cosa sorprendente: anche nell'estasi ubbidiva al suo Direttore o a chi egli
avesse delegato; non solo a ordini espliciti dati a viva voce, ma anche a
quelli rivoltile soltanto mentalmente. Il medico curante, dr. Emanuele Augusto
de Azevedo, fu dal 1941 tra i più assidui testimoni di quelle estasi; osservava
e prendeva appunti.
Altri
medici, inviati dall'Autorità ecclesiastica, per verificare se ci fosse frode o
trucco oppure se fosse un fenomeno dovuto a forze misteriose di ordine naturale,
fecero diversi esami e controlli. Durante l'estasi punsero violentemente
Alexandrina; non reagì minimamente. Un altro particolare: Alexandrina in qualsiasi
movimento, anche brusco, come nello scendere dal letto, nel rotolarsi, nello
strisciare e trascinarsi faceva tutto con una tale compostezza e modestia che
non fu mai necessario ricomporle una sola piega della lunga veste. « Avevamo
l'impressione che avesse accanto un Angelo a tenerle aderenti gli abiti »,
dicevano tutti i testimoni.
Sorprendono
anche certe spiegazioni date da Alexandrina. Per esempio, spiegava che circa
la corona di spine non si trattava di una corona attorno al capo, ma di un casco
di spine che copriva tutta la testa di Gesù. Il volto di Gesù della Sindone di
Torino era, a suo parere somigliantissimo a quello che lei tante volte vedeva;
non poteva fissare la Sindone senza commuoversi.
Il
dott. Azevedo invitò un giorno un sacerdote presente ad alzare dal pavimento
Alexandrina, che in quel momento riviveva il cammino verso il Calvario con la
Croce in spalla. Il sacerdote, assai robusto, la prese alle ascelle, ma tutti i
suoi sforzi furono inutili. Mormorò: « Con tutta la mia forza non ci riesco
». Eppure normalmente Alexandrina pesava meno di 40 chilogrammi.
Un
giorno era presente un celebre psichiatra, il dott. Elisio de Moura; un uomo che
faceva testo in fatto di psichiatria. Si tolse la giacca e afferrò, coi suoi modi
bruschi e volitivi Alexandrina sotto le ascelle. Sudava. Non la mosse di un
centimetro; anzi a un movimento improvviso dell'agonizzante nell'Orto, lo psichiatra
cadde riverso.
Vari
uomini, amici di casa dei Costa, prepararono una bilancia, per verificare il
peso della croce di Gesù. I loro sforzi per alzare Alexandrina non valsero a
nulla.
Il
suo Direttore, durante la salita al Calvario, si ricordò una volta di
chiederle, per obbedienza, il peso della croce.
L'estatica
ubbidì: semplice e solenne, rispose nell'estasi: « La mia croce ha un peso
mondiale ». Risposta profondamente teologica e sconcertante: sulla croce di
Gesù pesavano infatti tutti i peccati dell'umanità. Lo stesso « peso mondiale
» essa lo risentiva nell'agonia dell'Orto; le pareva di essere schiacciata e
stritolata tra il cumulo dei peccati e il peso della giustizia divina, come se
si trovasse tra i cilindri di un rullo, o di un torchio.
Interrogata
sul formato della croce spiegava che non era quello delle croci solite, ma
constava di un tronco verticale sormontato da altri due, disposti a forma di V
maiuscolo. (Più o meno come una Y greca). Richiamava esattamente la « furca
», usata come supplizio per gli schiavi.
Le
fu chiesto anche perché, mentre la inchiodavano sulla croce, allungasse
dolorosamente le dita per toccarsi i polsi e non il palmo delle mani. Sandrina
rispose: « Perché Gesù non fu inchiodato nelle mani, ma nei polsi ».
Qualcuno tentò di staccarle un braccio dal pavimento dopo che era stata
inchiodata sulla croce: non ci riuscì.
Appena
inchiodata, veniva girata per alcuni istanti bocconi, e poi rimessa supina.
Interrogata sul motivo di quel movimento spiegava: « Perché in quel momento
voltano la croce per ribattere i chiodi come hanno fatto con Gesù ». Quella
scena le rimase così dolorosamente impressa che d'allora in poi si guardò bene
dal tenere rovesciato il piccolo crocefisso che portava sempre, nascosto sotto
le coltri, sul petto.
Tutti
quelli che assistevano a questi fatti, trattenendo quasi il respiro, venivano
travolti dalla commozione; nel silenzio più profondo si asciugavano gli occhi
bagnati di lacrime; pareva di assistere visibilmente alla morte di Gesù.
Le
contusioni causate dalle cadute sotto la croce e le macchie paonazze, visibili
in molte parti del corpo di Alexandrina e prodotte dai supplizi, scomparivano
dopo l'estasi, in breve tempo. Alexandrina, disposta a soffrire tutto, pregò
sempre il Signore di non lasciarle stigmate o altri segni visibili delle sue
mistiche sofferenze.
Capitolo
VI
«VOGLIO LA CONSACRAZIONE DEL MONDO ALLA MIA MADRE IMMACOLATA»
Nell'immediato
dopoguerra, ci fu un intenso risveglio religioso, un « grande ritorno » a
Dio per mezzo della cosiddetta « peregrinatio Mariae ».
La
Peregrinatio aveva, oltre tutto, uno scopo immediato: consacrare il mondo al
Cuore Immacolato di Maria. E si proponeva la conversione degli uomini attraverso
la preghiera e una vita cristiana più fervente.
Quando
si parla del Cuore Immacolato di Maria, il pensiero si riallaccia a Fatima. Fu a
Fatima che la Madonna mostrò il suo Cuore ai pastorelli nel giugno del 1917. Il
13 luglio seguente la Madonna parlò così ai tre pastorelli: « Avete visto
l'inferno dove vanno a finire i poveri peccatori? Per salvarli il Signore vuole
stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se si farà quello che
io vi dirò, molte anime si salveranno e si avrà la pace.
-
La guerra (1915-1918) sta per finire; ma se gli uomini non cesseranno di
offendere il Signore, non passerà molto tempo e nel prossimo pontificato (di
Pio XI) ne incomincerà un'altra peggiore.
-
Per impedire questi castighi io verrò a chiedere la consacrazione della Russia
al mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati del mese.
Se si darà ascolto alle mie domande, la Russia si convertirà e si avrà la
pace.
-
Altrimenti una propaganda empia diffonderà nel mondo i suoi errori, suscitando
guerre e persecuzioni contro la Chiesa; molti buoni saranno martirizzati; varie
nazioni saranno annientate, il Santo Padre avrà molto da soffrire; ma
finalmente il mio Cuore Immacolato trionferà ».
Poi
la Madonna aveva soggiunto: « Non dite questo a nessuno ».
«
La Vergine ha detto che sarebbe ritornata a chiedere la consacrazione della
Russia. Venne realmente? - fu chiesto in una intervista (rigorosamente trascritta)
a Suor Lucia. Suor Lucia, la veggente di Fatima, rispose:
-
Sì, venne.
-
Quando?
-
Nel 1925, nel mese di dicembre: la Madonna mi apparve col Bambino Gesù.
-
Dove?
-
Nella mia stanza a Pontevedra.
-
E che le disse la Vergine?
-
Mi disse: « Guarda, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine: gli uomini
mi trafiggono di spine a ogni istante con le loro bestemmie e ingratitudini ».
Fecero
notare a Lucia che Gesù aveva chiesto quasi negli stessi termini la devozione
al suo Sacro Cuore.
-
Posso io prescrivere alla Santa Vergine il modo di esprimersi? - replicò Suor
Lucia.
-
La Santa Vergine - insistette l'interlocutore - le chiese di propagare la
devozione dei primi sabati?
-
No, ma che la rendessi pubblica.
-
E lei avvisò subito il Vescovo di Leiria perché realizzasse il desiderio della
Santa Vergine riguardo ai primi sabati?
-
Sì. Anzi ho anche insistito.
-
Perché ha insistito? La Vergine apparve, forse, di nuovo?
-
No, io soffrivo di non veder soddisfatto il desiderio della Madonna.
-
Lei non parlò forse con qualcuno riguardo ai primi sabati del mese?
-
Ebbi cura di propagandare questa pratica attorno a me, senza però lasciar
trapelare nulla sull'apparizione della Madonna e sul segreto.
-
La Santa Vergine, nell'apparizione del 1925, parlò anche della consacrazione
della Russia al suo Cuore Immacolato?
-
No.
-
Quando dunque venne a chiedere questa consacrazione?
-
Nel 1929.
-
Dove ebbe luogo questa apparizione?
-
In Tuy, nella cappella.
-
Che cosa le domandò la S. Vergine?
-
Chiese la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato, per mezzo del
Papa, in unione con tutti i Vescovi della terra.
-
Non parlò della consacrazione del mondo?
-
No.
-
Fece lei conoscere al Vescovo di Leiria il desiderio della Santa Vergine?
-
Sì.
-
E lei chiese fin dal 1929 che il Papa consacrasse il mondo, o soltanto la
Russia?
-
Fin dal 1925 chiesi si propagasse la comunione riparatrice con la confessione,
la recita del Rosario e un quarto d'ora di meditazione nei primi sabati di cinque
mesi consecutivi...
-
La Vergine riapparve nel 1925, come aveva promesso nel lontano 13 luglio 1917.
-
Mostrò il suo Cuore circondato di spine, simbolo delle bestemmie e delle
ingratitudini degli uomini.
-
Chiese che fosse propagandata la devozione dei primi sabati.
-
Nel 1929 la Madonna riapparve e chiese la consacrazione della Russia al Suo
Cuore Immacolato.
-
La Madonna non chiese a Lucia la consacrazione del mondo.
-
Lucia solo nel 1940 espose il testo esatto della richiesta della Madonna, il cui
desiderio era che il Papa facesse la consacrazione della Russia. Vi aggiunse
il proprio personale desiderio della consacrazione del mondo.
A
Fatima la Madonna aveva detto: « Per salvare i peccatori il Signore vuole
stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato ».
Diciott'anni
dopo, a Balasar, il Signore si rivela ad Alexandrina, vittima volontaria ed
eroica per i peccatori del mondo intero, e le affida il messaggio di salvezza:
« Come a Margherita Maria chiesi che l'umanità venisse consacrata al mio
Cuore Divino, così io chiedo a te che il mondo sia consacrato al Cuore Immacolato
della Madre mia ».
Il
risultato fu che la Santa Sede sollecitò informazioni sul caso di Balasar
dall'Arcivescovo di Braga. In seguito la Nunziatura di Lisbona ordinò, nel
1937, che fosse esaminato il caso dell'ammalata.
«
Il 31 maggio 1937 - scrive Alexandrina - ebbi la visita del padre Antonio Durào
gesuita, il quale veniva, in nome di Roma, per esaminare il caso della
"Consacrazione del mondo al Cuore di Maria" ».
«
Il mio desiderio era di vivere nascosta senza che si sapesse nulla di ciò che
mi succedeva. Il reverendo Sacerdote consegnò a mia sorella un biglietto del
mio Direttore perché me lo leggesse. All'udire le parole: "Eccole il Rev.
Padre Durào; gli parli con tutta libertà, e risponda a tutto ciò che egli
le domanderà", rimasi afflitta e chiesi a Diolinda che cosa mai avrei
dovuto dirgli. Io, in verità, non sapevo che fossero necessari esami per casi
del genere.
«
Mia sorella m'incoraggiò con queste parole: "Gli dirai ciò che il Signore
t'ispirerà" ».
«
Il Sacerdote fu introdotto e m'interrogò sulle cose di Gesù. Rimasi subito
sorpresa perché, senza esitazioni di sorta, incominciai a rispondere alle sue
domande.
«
Egli mi osservò che voleva solo sapere le cose principali perché, vedendo il
mio stato di salute, non voleva stancarmi.
«
Gli obiettai che non sapevo davvero quale fosse la cosa principale. Senz'altro
entrò egli stesso nell'argomento della "Consacrazione del mondo al Cuore
Immacolato di Maria".
«
Dopo varie indagini, con buone maniere mi disse: - Non s'ingannerà? -. A quelle
parole mi misi a piangere perché, molte volte, ero tormentata da dubbi circa le
cose che succedevano in me. La sua domanda ridestò la tempesta nel mio cuore.
Il buon Sacerdote non mostrò alcuna sorpresa, anzi aggiunse: - Queste cose
costano molto, vero? -. Risposi: - Costano, sì, e mi fanno soffrire -. Egli mi
chiese preghiere e mi assicurò che mi avrebbe ricordata nel Santo Sacrificio
della Messa.
«
Poi s'inginocchiò, recitò tre Ave Maria e alcune giaculatorie, mi salutò e se
ne andò. Dopo quella visita piansi molto e rimasi triste nel vedere diventare
pubblico ciò che da tanto tempo avveniva in segreto.
«
Ne scrissi al mio Direttore. Mi rispose immediatamente per tranquillizzarmi
dicendomi "che tutto era per la gloria del Signore" ».
Capitolo
VII
Un
dono del cielo alla Famiglia Salesiana
Quando
il salesiano accettò la direzione spirituale di Alexandrina, Gesù le disse: «
Dì al mio caro P. Umberto che lo trassi qui per difendere la mia divina
Causa. Non fu lui a scegliere di venire. Con coraggio e tutta la fermezza lotti
insieme ai miei amici; con quelli che già lottavano per me » (2-12-1944).
Coloro che lottavano erano alcuni Padri della Compagnia insieme a P. Pinho,
ormai proibiti di interessarsi del caso di Balasar.
Fu
il salesiano che impose alla Beata di dettare i suoi diari. Alla morte di lei
ne fu il primo biografo. Ne impostò, nel 1965, il processo di beatificazione
su invito dell'arcivescovo di Braga, perché profondo conoscitore della sua
figlia spirituale ed instancabile studioso di tutti i documenti riguardanti
Alexandrina.
Dopo
la rivelazione del Cuore di Maria, giugno del 1917, la Vergine ritornò a
chiedere a suor Lucia la pratica dei primi sabati. Fu nel 1925. In quell'anno, a
Balasar, nella diocesi di Braga, rimaneva inchiodata nel letto, per una mielite
alla spina dorsale, Alexandrina M. Da Costa, cooperatrice salesiana, e ormai
serva di Dio. Per trenta anni avrebbe sofferto un doloroso martirio. Volò al
cielo il 13 ottobre 1955, anniversario dell'ultima apparizione a Fatima.
La
sua vita si inserisce negli avvenimenti della Conca di Iria. Lei stessa
scrisse al suo primo direttore spirituale esule in Brasile: « Il cardinal
patriarca Cerejeira mi ha inviato parole di conforto, dicendomi che inaugurando
la Basilica di Fatima ha pensato a Balasar e mi ha collocata sulla patena,
offrendomi come vittima dei peccatori insieme a Gesù ad arricchimento mio e
di tutta la Chiesa ».
Lo
stesso cardinale al salesiano, secondo direttore della Beata che gli aveva
inviato il suo volumetto "Fatima e Balasar, celeste gemellaggio"
scriveva: « Grazie dell'opuscolo. Lo lessi già d'un fiato e non mi stanco
nella contemplazione di questo mistero che associa e mutuamente conferma i due
centri della presenza divina. A lei fu data la parte preponderante nella sua
diffusione. Il cielo lo aiuterà » (12-10-1975).
Dopo
uno studio più approfondito degli scritti di Alexandrina possiamo arricchire
l'argomento con particolari storici molto preziosi.
Verso
il 1930 Alexandrina si offrì vittima per i Tabernacoli abbandonati e per la
salvezza dei peccatori tramite la Madonna di cui era devotissima.
Il
30 luglio 1935, dopo la Comunione Gesù le dice: « Per l'amore che hai verso
la mia Madre benedetta, comunica al tuo direttore che come ho chiesto a
Margherita Maria la devozione al mio Cuore divino, così chiedo a te che si
consacri il mondo alla mia Madre benedetta ».
Da
quel giorno la Beata si offrì vittima a questo scopo.
Nel
settembre 1936, P. Mariano si decide di inoltrare al card. Pacelli la domanda
per ottenere dalla Santa Sede questa grazia per il mondo minacciato dalle
guerre. Si era deciso perché tra l'altro Gesù aveva comunicato: « Ti rivelo
come avverrà la consacrazione del mondo alla Madre degli uomini e mia. Sarà
fatta prima dal Santo Padre a Roma, poi dai sacerdoti in tutte le Chiese. Sarà
invocata Regina del cielo e della terra, Signora della Vittoria. Se il mondo si
convertirà Ella regnerà e, per mezzo suo, si otterrà la vittoria... ».
La
Santa Sede, nel maggio 1937 e poi ancora nel 1939 manderà ad esaminare la
ammalata di Balasar e la questione della consacrazione del mondo.
Il
5 maggio 1938 mentre P. Mariano, a Fatima, si preparava per predicare gli
esercizi a tutto l'episcopato portoghese, Alexandrina gli scriveva: « Gesù
mi ha detto - ...Ti dono i tesori del mio Cuore. Trabocca di amore:
distribuiscilo - ». Alexandrina gli domandò: - Posso darli al mio padre
spirituale affinché li distribuisca a chi vuole?... - Oggi il mio cuore è
una fornace! Tutto il resto mi pare morto: pazienza! Sono carezze di Gesù. Le
offro tutto per il buon esito degli esercizi dei vescovi che non riesco a
togliermi dalla mente. Non so come, ma lo aiuto con le mie sofferenze del corpo
e dell'anima che sono molte ».
Alla
fine degli esercizi i vescovi portoghesi, su proposta di P. Mariano, si
rivolsero al Santo Padre: « ... Umilmente prostrati ai piedi di Vostra Santità
chiediamo istantemente, appena lo giudichi opportuno, che l'Orbe intero sia
consacrato al Cuore purissimo di Maria, affinché venga liberato dai molti
pericoli che da ogni parte lo minacciano, per mediazione della Madre di Dio ».
Il
testo fu redatto in lingua latina dallo stesso P. Mariano. Una frase soltanto fu
attenuata dal servo di Dio Mons. Manuel Mendes, arcivescovo di Evora e grande
cooperatore salesiano.
Nel
settembre dello stesso anno, il Signore diceva ad Alexandrina: « Come segno che
è volontà mia che si consacri il mondo al Cuore Immacolato della Madre mia ti
farò soffrire la mia Passione ». Il fenomeno iniziò il tre ottobre. Più
tardi le dirà: « Soffrirai questo fino a che il Papa consacri il mondo a Maria
».
Verso
la fine del 1938, il santo Ufficio diede incarico al canonico Emanuele Pereira
Vilar, del Seminario portoghese in Roma, di esaminare l'ammalata di Balasar.
L'insistenza
da parte di Alexandrina per la Consacrazione si spiega con l'insistenza di Gesù.
In
un'estasi della notte dal 24 al 25 aprile 1938, il Signore le disse:
«
Io voglio la Consacrazione del mondo alla mia Madre Immacolata. Ma voglio che
tutto il mondo sappia la ragione della Consacrazione: perché si faccia penitenza
e preghiera ».
«
È per questo che ti faccio soffrire così. E dovrai soffrire molto ancora finché
egli (il Papa) lo consacri ». Nella stessa estasi Gesù le presenta una scena
spaventosa di una guerra che sta per scatenarsi in molte nazioni. Alexandrina
riferisce: « Vedevo una distruzione tanto grande: case che crollavano e in
poco tempo sembravano come sommerse in un mare di fumo. Il Signore mi disse: -
Quello che tu vedi è il castigo preparato per il mondo.
-
E se il mondo sarà consacrato alla Mamma del cielo, tu, o Gesù, non lo
castigherai? - domandò Sandrina.
Il
Signore rispose: - Soltanto per lei potrà essere salvo, e solo se il mondo farà
penitenza e si convertirà. Ella è la mia Regina; è la Regina del Cielo e
della Terra ».
Già
nel 1937 Gesù le aveva confidato: « Non voglio venire a prenderti prima che
sia fatta la Consacrazione del mondo alla mia Madre Santissima. È per tuo mezzo
che ella sarà glorificata; allora sarà maggiore anche la tua gloria. La tua
corona sarà più gloriosa, più brillante, più splendida. Sarai coronata da
lei ». A queste parole Alexandrina interloquì: « O mio Gesù, il Santo Padre
sembra che non ci ascolti: ritarda tanto ». E il Signore: « Tranquillizzati,
rasserenati, figlia mia. Egli ascolta; arriverà il giorno della glorificazione
».
L'anno
seguente Gesù le confidava: « Io voglio che, subito dopo la tua morte, la tua
vita sia conosciuta; e lo sarà; farò in modo che sia così. Arriverà agli
ultimi confini del mondo così come arriverà la voce del Papa, quando
consacrerà il mondo alla mia cara Madre. Voglio che tutto si sappia perché
vedano come io comunico con le anime che mi vogliono amare ».
Ancora
l'anno dopo Gesù le dice: « Mia figlia, vengo a parlarti per testimoniarti
la follia di amore che io e la mia Madre Immacolata abbiamo per te. Ella vede
l'onore che per mezzo tuo le sarà tributato e si china così dolcemente su di
te perché ti vuole elevare alla sovrana altezza di sposa fedele, di sposa amata,
di sposa tutta di Gesù. Confida; Gesù non ti inganna; è la tua forza e lo
sarà sino alla fine ».
Alexandrina
faceva l'impossibile perché il mondo fosse consacrato alla Madonna. Ma Roma,
dopo gli esami di controllo, si chiuse in un silenzio persistente; il 10
febbraio 1939 moriva PIO XI.
Il
2 marzo 1939 veniva eletto PIO XII al trono di Pietro.
Durante
un'estasi del 20 marzo (diciotto giorni dopo l'elezione di Pio XII) Gesù,
ancora una volta, le chiede di insistere presso il Santo Padre per il compimento
dei suoi desideri; poi rivela ad Alexandrina: « Sarà questo il Papa che farà
la Consacrazione ». Nello stesso anno Gesù le ripete: « Il Cuore della mia
Madre benedetta è tanto ferito dalle bestemmie che contro di lei si
proferiscono! Tutto ciò che ferisce il suo Cuore viene a ferire anche il mio,
perché i nostri Cuori sono uniti. È per questo che la consacrazione del mondo
le darà molto onore e gloria ».
Intanto
l'orizzonte politico internazionale si sta oscurando e si prospetta minacciosa
la guerra mondiale. Il canonico Vilar attraverso persone influenti può fare
pervenire al Santo Padre le informazioni su Alexandrina e la sua insistente
richiesta per la consacrazione del mondo.
Il
4 febbraio le scrive da Roma: « Ho battuto a macchina ciò che mi ha mandato
e consegnai tutto a chi di diritto. Da parte nostra facciamo quanto possiamo per
la realizzazione dei disegni del Signore ».
Il
5 luglio le comunica ancora: « A principio di giugno vi è stato chi parlò al
santo Padre della consacrazione del mondo alla Madonna; ma l'ora è tanto
incerta e difficile che solo Dio sa ciò che avverrà ».
Poco
dopo mons. Vilar si ammala. Deve rimpatriare. Morirà di cancro. Aveva offerto
le sue sofferenze e la vita per i sacerdoti e per ottenere la grazia della
consacrazione a Maria di tutta l'umanità.
Verso
la fine di marzo del 1942 Alexandrina non soffre più la Passione. Era il segno
esterno che Gesù aveva dato perché si credesse che era Lui a volere la
consacrazione del mondo al Cuore Immacolato. Lo poté documentare P. Pinho nel
1938 durante la prima Passione e il canonico Vilar, incaricato dal santo Ufficio,
il 13 gennaio 1939: «Vogliono prove? – disse Gesù durante l'estasi presente
il canonico -. Eccola, È questa ed è ben chiara ». Era il fenomeno della
Passione.
Nel
maggio 1942, Gesù annuncia ad Alexandrina in tono di gioia: « Gloria a Maria!
A lei sarà consacrato il mondo. Esso appartiene a Gesù ed appartiene interamente
alla Madre di Gesù! ».
Il
31 ottobre Pio XII, farà l'atto di consacrazione del mondo, in lingua
portoghese e lo ripeterà in lingua italiana l'otto dicembre.
Nella
formula di consacrazione il Pontefice usa i titoli già rivelati ad
Alexandrina: « Regina del mondo, Regina della pace, Signora della Vittoria cioè
Vincitrice delle grandi battaglie, Madre dell'Universo ».
Quando, finita la guerra Pio XII invierà il card. Masella come suo
Legato ad incoronare la Madonna di Fatima, dirà a lui e al suo seguito: « Oh,
sì, andate ed annunziate che incoronate la Regina dell'universo! ».
Altri
particolari profetici richiamano il nome di Alexandrina: Gesù le aveva
predetto in un periodo che pareva ormai moribonda: « Il tuo calvario terminerà,
ma prima devono compiersi le profezie di Gesù ». E le spiega: « Come ho
ordinato di chiudere tutto nell'arca di Noè, così voglio chiudere il mondo
intero nell'arca santissima del suo Cuore! ».
I
Documenti della Sacra Congregazione per la Canonizzazione dei Santi correggono
gli errori storici e sfatano i dubbi circa l'origine dell'atto di Consacrazione
del mondo a Maria. Nel profilo biografico ufficiale della Beata, la Sacra
Congregazione dice espressamente: « Nel 1936, per ordine di Gesù, essa chiese
al Santo Padre, per mezzo di P. Pinho, la Consacrazione del mondo al Cuore
Immacolato di Maria. Questa supplica fu più volte rinnovata fino al 1941, per
cui la Santa Sede interrogò tre volte l'Arcivescovo di Braga su Alexandrina: e
alla fine la Consacrazione fu fatta da Pio XII a Roma (via Radio in lingua portoghese)
il 31 ottobre 1942 ».
Il
13 luglio 1917 la Vergine aveva detto a Fatima: « Ritornerò a chiedere la
consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato ». E ritornò nella notte
dal 1.3 al 14 giugno 1929 dicendo alla protagonista di Fatima: « È arrivato
il momento in cui Dio chiede che il santo Padre, con tutti i vescovi del mondo,
consacri la Russia al mio Cuore Immacolato. Vuole salvarla con questo mezzo ».
La richiesta fatta attraverso il vescovo non fu accolta.
Suor
Lucia la ripresentò con una lettera imposta dal confessore, il vescovo di Gurza,
il 2 dicembre 1940. Vi si legge: « Chiedo umilmente la consacrazione del mondo
con menzione particolare della Russia per abbreviare i giorni della
tribolazione e le sofferenze di vostra Santità ».
Padre
Mariano informato dal vescovo di Gurza della lettera di suor Lucia, ne parlò
ad Alexandrina, concludendo: « Certamente verrà attribuita la consacrazione
alla veggente di Fatima ». La Beata con tutta semplicità commentò: « Sono
contenta; così non si farà il mio nome! ».
La
previsione di P. Pinho era di facile congettura in quanto, mentre nel 1941 egli,
in nome di Alexandrina, faceva l'ultima richiesta della consacrazione al santo
Padre a ricordo del suo 25° di episcopato, che coincideva con quello delle
apparizioni di Fatima, i vescovi portoghesi facevano la loro seconda petizione
per chiudere in maggior solennità i festeggiamenti delle apparizioni stesse.
Di
qui l'errore degli scrittori e predicatori ignari di quanto vi era sotto la
decisione del sommo Pontefice.
Pio
XII lo ha detto, l'otto novembre 1942, a P. Roschini.
Trascriviamo
dal Diario personale del medesimo: - ...Ero pregato da varie parti a compiere
l'atto di consacrazione della Chiesa e del genere umano al Cuore Immacolato di
Maria... Ultimamente poi ero stato pregato dai vescovi portoghesi... Mi si è
presentata l'occasione delle feste di Fatima e l'ho fatto. E credo di aver
fatto bene!... ».
Fatima
quindi è « occasione »; non è « origine » della consacrazione!
Pio
XII dice: « Ero pregato da varie parti a compiere l'atto di consacrazione ».
P.
Pinho, primo direttore di Alexandrina, nel suo libro « No Calvario de Balasar
», a pag. 179, scrive: - Come direttore nazionale delle Congregazioni Mariane,
mi sono rivolto in nome delle medesime al Primate di Spagna, della Colombia e
dell'Inghilterra sollecitandoli a fare la stessa domanda al Papa che avevo
già sollecitato ed ottenuto dall'episcopato portoghese nel 1938 dopo avergli
esposto i fatti di Alexandrina.
In
piena guerra, il 31 luglio 1941, scrissi direttamente a Pio XII narrando i
fatti di Balasar.
Per
mezzo della Vicaria generale della Congregazione di S. Giuseppe di Cluny,
ottenni che molte Congregazioni religiose del Portogallo e straniere,
facessero pervenire al santo Padre la stessa richiesta per la consacrazione
del mondo a ricordo del suo venticinquesimo di consacrazione episcopale.
Coincideva proprio con quello delle apparizioni di Fatima.
D.
Umberto ha voluto chiarire l'avvenimento andando alle fonti.
Il
5 agosto 1978, nel Carmelo di Coimbra, ebbe un lungo colloquio con la veggente
di Fatima.
«
Sorella - disse alla veggente - vorrei farle una domanda. Se non può
rispondermi, pazienza. Se lo può ne sarei contento e grato per chiarire la
storicità di un fatto non troppo chiaro per molti ».
Suor
Lucia lo fissa, serena come sempre.
«
La Madonna le ha parlato qualche volta della consacrazione del mondo al suo
Cuore Immacolato? ». « No, no, P. Umberto, mai!... Nel 1917, nella Conca di
Iria, ci aveva promesso: - Ritornerò a chiedere la consacrazione della Russia
con i particolari ormai noti: per evitare la diffusione dei suoi errori nel
mondo, le guerre tra molte nazioni, le persecuzioni alla Chiesa... Nel 1929, a
Tuy, come aveva promesso, la Madonna è ritornata per dirmi che era l'ora di
chiedere al santo Padre la consacrazione di quella nazione. E sua Santità Pio
XII, nel 1942, quando consacrò il mondo, in un inciso che si può leggere nella
preghiera da Lui fatta, ha accolto la richiesta della Madonna ».
Qui
termina la testimonianza di suor Lucia. L'inciso di Pio XII dice: « ... Stendi
la tua protezione... ai popoli separati dall'errore e dalla discordia,
nominalmente a quelli che ti professano particolare devozione, ove non vi era
casa che non avesse esposta la tua veneranda icone, oggi forse nascosta in
attesa di giorni migliori. Dà loro la pace e riconducili all'unico ovile di
Cristo sotto l'unico e vero Pastore». Che la missione della veggente di Fatima
sia rivolta principalmente alla Russia lo si deduce da molti documenti.
E’ assai probativo lo stralcio di questa lettera alla mamma
dell'undici giugno 1930. La scrisse in una dolorosa prova in famiglia: « ...
Cara mamma mia... Ti comprendo ed accompagno in tutti i tuoi patimenti, sia
fisici che morali. Il sacrificio di non poter abbracciare tutti i tuoi figli
ti fa soffrire più che per mali fisici. Ma ci chiede questo sacrificio Colui
che lo può chiedere; e Chi prima di noi, per nostro amore, si separò dalla
sua Mamma santissima e in modo assai più doloroso: con la sua morte sulla
croce. Dinanzi a questo Modello, abbracciamo con amore la croce, cercando di
aiutarlo a salvare il mondo. E adesso, in modo speciale, offriamo le nostre
sofferenze per la conversione della povera Russia... ».
Questi
sono i fatti. Su di essi deve costruirsi la storia!
Gara
stupenda delle anime di Dio! Mentre scriviamo questo capitolo (6-6-1977) la
veggente di Fatima ci scrive: « Voglia il Signore che la causa di beatificazione
di Alexandrina avanzi sempre più per la gloria di Dio. È tanto necessario
che il mondo tanto materialista veda che vi sono ancora anime che sanno
elevarsi alle sfere del soprannaturale ».
Dal
27 marzo 1942 fino alla morte (13-10-1955) anniversario dell'ultima
apparizione di Fatima visse in completo digiuno e totale anuria. Suo unico
alimento fu la Comunione Eucaristica. Gesù le spiegò: « Ti ho tolta
l'alimentazione. Ho fatto e ti faccio vivere solo di me per provare chiaramente
agli uomini il mio potere, la mia esistenza » (13-10-1953).
«
Vengo a chiederti ciò che in mio nome, la mia Madre benedetta venne a chiedere
a Fatima: penitenza, preghiera, emendamento di vita... Dammi il tuo dolore. Lo
esigono i peccati di lussuria, le iniquità dei coniugi e delle anime pie a me
consacrate: lo esigono i peccati di vanità e di sperpero. Questo grida al cielo
perché ciò che si sperpera in vanità e ingordigia estinguerebbe la fame a
tanti denutriti, vestirebbe tanti ignudi » (5-5-1954).
Pochi mesi dopo (29-10-1954) Gesù le
dice: « A somiglianza di santa Margherita Maria, voglio che tu accenda nel
mondo l'amore per me tanto spento nel cuore degli uomini. Accendilo, accendilo!
Voglio essere amato. Voglio dare il mio amore. Voglio che per mezzo tuo questo
amore si accenda in tutta l'umanità come per mezzo tuo fu consacrato il mondo
alla mia Madre benedetta... Soltanto con il dolore le anime rimangono avvinte
alle fibre della tua anima e poi si lasceranno incendiare nel mio amore... Tieni
nelle tue mani la Croce; stringila forte al tuo cuore. L'umanità rimarrà
avvolta dal Rosario. Parla alle anime del Rosario e dell'Eucaristia: ecco la
salvezza del mondo ».
Capitolo
VIII
Penitenza
e riparazione
Il
6 maggio 1955 (ultimo mese mariano nella vita di Alexandrina) le appare il Cuore
Immacolato di Maria. Su quel Cuore Alexandrina aveva spesso poggiato il capo,
in atteggiamento di filiale tenerezza.
Ecco
il racconto di Alexandrina: « Mi mostrò il suo Cuore aperto; unito al suo era
quello, pure aperto, di Gesù. Dopo di avermi accarezzata mi disse:
"Figlia mia, figlia mia, Gesù chiede (e io lo chiedo con lui) penitenza e
riparazione. Sono i peccati che ci straziano così. Fra poco verrò a prenderti
e a portarti con me in cielo. Unisco il tuo cuore ai nostri due perché tu
viva le nostre sofferenze". Gesù allora si avvicinò e fece dei tre cuori
un solo cuore, iniettando nel mio una goccia del suo sangue divino: "Ricevi
questa vita: è vita divina, vita di grazia, di fortezza e di amore" ».
Sette
mesi prima della morte Gesù le promette: « Dal cielo arricchirai l'umanità,
tu che hai attinto con tanta fedeltà ai Cuori di Gesù e di Maria ».
Via
via che i preavvisi di prossimi cataclismi e di guerra imminente si facevano più
insistenti, Alexandrina si offrì vittima a Dio per la pace del mondo.
Ma
la sua offerta non era sufficiente. Gesù in quel tempo si lamentò molte volte
con Sandrina di non trovare sulla terra altre anime vittime che si offrissero
a espiare.
Il
20 gennaio del 1939 (pochi mesi prima dello scoppio della guerra) nell'estasi
della Passione, Gesù le rivelò che il mondo era sospeso a un filo sottilissimo
e fragile. La bilancia stava per traboccare. Un anno prima Gesù le aveva detto:
« Giglio mio, profumato di fragranza d'angelo, la tua generosità fa ritardare
la giustizia già prossima ad abbattersi sui peccatori, in attesa della loro
conversione ».
Un
colloquio significativo ebbe luogo 1'11 settembre. Sandrina supplica Gesù: «
O mio Gesù, voglio soffrire tutto, tutto; voglio essere triturata da te. Sono
la tua vittima. Ma non castigare il mondo. O mio Gesù, voglio essere il tuo
parafulmine posto su ogni luogo dove tu abiti; si scarichino su di me le
nefandezze dei peccatori ».
Allora
il Signore le fa balenare dinanzi agli occhi la devastazione della guerra.
Sandrina accetta di soffrire qualsiasi cosa pur di salvare il mondo. Gesù la
consiglia di prepararsi per « cammini più dolorosi ». La chiama con un
appellativo soave: « Mia cara eroina » e l'assicura: « Ho accettato alla
lettera la tua offerta e tutte le tue parole. Sei vittima; ho bisogno che tu
soffra perché i peccatori non possano offendermi di più. Per effetto delle
tue sofferenze essi verranno a lavarsi alla fonte pura, alla fonte cristallina
di Gesù ».
Il
Signore intanto la colma d'ineffabili dolcezze. In un colloquio le dice:
-
Tu sei il tutto del mio Cuore e io il tutto del tuo. Ti porto nel mio Cuore, nel
posto più sublime. Sei l'ornamento mio più bello. Io ho adornato il tuo cuore
con le mie virtù. Vuoi fare un contratto con me? E Sandrina gli risponde:
-
O mio Gesù, io lo voglio; ma mi sento sempre più confusa. Tu vedi la mia
miseria. Sono un nulla, un immenso nulla.
-
Che importa? Sono stato io a sceglierti in tanta nullità. Tu mi hai dato tutto.
Io, in cambio, mi dono tutto a te. Ti do i tesori del mio Cuore. Prendili: sono
tuoi. Dalli a chi ti pare. Il mio Cuore trabocca di amore.
Gesù
le usa un'altra squisita delicatezza. Alexandrina racconta:
«
Attribuisco a una grazia speciale la decisione del mio parroco di portarmi la
Comunione ogni giorno. Lo avevo chiesto a Gesù; con me glielo chiedevano anche
altre persone. Sarebbe stato per me una delle gioie maggiori: quella di
alimentarmi del Pane degli Angeli.
Ma
non potevo trattenere nulla nello stomaco. Un mattino o pomeriggio (non ricordo)
entrò in camera mia il parroco. Lo riconobbi e gli dissi: - Vorrei ricevere
il Signore -. Mi rispose: - Sì, figlia mia, vado a prendere una particola da
consacrare; se non la rigetterai, ti porterò Gesù -. Così fece; ma appena
ebbi inghiottito quella particola, la vomitai immediatamente. Il parroco
voleva ritirare la sua promessa, ma qualcuno gli osservò: "Signor parroco,
un'ostia non consacrata non è Gesù". Egli allora decise di andarlo a
prendere. Lo ricevetti e lo tenni. Da quel giorno non mi lasciò più senza
Comunione, nonostante i vomiti.
Quante
volte il parroco entrava in camera mia ed io ero tormentata da conati
fortissimi! Appena ricevevo Gesù, i vomiti cessavano subito; non riprendevano
mai se non mezz'ora dopo. Da allora il parroco non esitò a darmi la Comunione
».
Nel
1938, dopo aver sofferto, per la prima volta, la Passione, Alexandrina ebbe
dolori atroci. Ripresero i vomiti di sangue; fu torturata da una sete tale, che
non c'era acqua che la dissetasse. Non poteva inghiottire una goccia; passava
giorni e notti con una cannuccia che lasciava scorrere continuamente l'acqua
nella sua bocca. Ne rimaneva sfinita e stancava le persone che l'assistevano.
Eppure continuava a supplicare: « Datemi acqua, acqua, acqua ».
Oltre
a questa sete, misteriosamente, si aggiunse il lezzo atroce dei peccati in cui
si sentiva come tuffata e inzuppata.
«
Incominciai - racconta - a sentire odori incredibilmente ripugnanti. Non
sopportavo nessuna persona vicino a me, perché tutte esalavano un fetore di
carne in putrefazione. Mi avvicinarono al naso viole e profumi, ma io
allontanavo tutto perché mi tormentava sempre lo stesso odoraccio. Sentivo
nausea: tutto emanava esalazioni pestifere. Quanto avrei da dire su questo
punto, se potessi descrivere tutto. Penso però che mi mancherebbe il coraggio;
il solo ricordo di queste cose mi fa soffrire ».
Alexandrina
non poteva sentire le parole « peccato » o « peccatore », senza che la sua
anima rabbrividisse; il suo corpo tremava e sobbalzava come sotto scariche
elettriche.
«
Il 26 dicembre 1938 - scrisse - fui visitata dal prof. Moura. Mi trattò con
asprezza; mi volle mettere a sedere su una sedia costringedomi con tutta la
violenza di cui fu capace. Non potendolo ottenere, mi buttò come un corpo morto
sul letto, tentando su di me una ginnastica che mi fece soffrire orribilmente;
poi mi turò la bocca, mi rigirò, parecchie volte sul letto facendomi battere
il capo contro il muro ».
In
quell'occasione, nel salotto dei Costa, Padre Mariano, Direttore di
Alexandrina, quando il medico gli riferì di non aver trovato nulla di anormale
nell'ammalata, espose lo strano fenomeno che avveniva in Sandrina quando udiva
pronunciare le parole « peccato » o « peccatore ». Il prof. Moura, di
scatto, rientrò nella camera di Sandrina.
«
Di' con me: Ave, Maria... » le ingiunse. E recitò con lei tutta la preghiera.
Ma lo strano tremito non sì verificò. Le diede allora sulla guancia uno
schiaffetto e aggiunse: « Vedi che stavolta ti ho colta in fallo? Ho detto
"peccatori"... e tu!... ». Ma gli si mozzò la frase in gola perché
vide Sandrina tremare convulsamente come scossa da una forza misteriosa. Il
professore le si buttò addosso, la chiuse nella morsa delle sue mani,
tentando di tenerla ferma; ma non ci riuscì. Anzi fu scaraventato in alto.
Dovette desistere.
Padre
Mariano gli spiegò in seguito che quando Alexandrina si metteva nel numero dei
peccatori, recitando nell'Ave Maria le parole « prega per noi peccatori »,
lo strano fenomeno non succedeva. Prima di lasciare la casa, dalla porta
socchiusa della camera, con la mano alzata verso Alexandrina in segno d'addio,
il dott. Moura le disse affettuosamente: « Ciao, Alexandrina, e prega anche per
me ».
«
SONO SATANA E TI ODIO »
Per due anni 1937-1938, il Signore permise che il demonio agisse su Alexandrina con una certa qual libertà.
«
Ho avuto giorni - dichiarò Alexandrina - in cui il demonio mi tentava tanto da
sembrare che l'inferno fosse piombato su di me ».
Ed
ecco un resoconto lucido, stralciato da varie lettere al suo Direttore, di ciò
che erano quelle infestazioni diaboliche.
«
Il demonio mi suggerisce di uccidermi; dice che per farlo mi darà un mezzo che
non costa; che sto a soffrire inutilmente per nessuna ricompensa; che il Signore
non mi vuole affatto bene; che lei (il Direttore). non crede nulla di ciò che
le scrivo; che quello che io sento in me quando il Signore mi parla è un
effetto del tempo e della malattia ».
«
Fu nel luglio del 1937 che "zoppino" (il demonio), non soddisfatto
di torturarmi la coscienza e di dirmi cose oscene, incominciò a scaraventarmi
sotto il letto, sia di notte che in qualsiasi ora del giorno. Da principio
nascosi tutto alle persone di casa; eccetto che alla sorella. Ma poi il male
aumentò e mi vidi costretta a informare la mamma e la ragazza che avevamo in
casa ».
«
Chi vedeva i miei lividi dopo le cadute, rimaneva triste ma non supponeva
nemmeno lontanamente di che cosa si trattasse. Passavano i giorni e io andavo di
male in peggio. Diolinda fu obbligata a dormire su un materasso steso vicino al
mio letto; una notte il demonio mi scaraventò contro il muro, sorvolando il
giaciglio di mia sorella.
«
Diolinda si alzò, mi afferrò e mi ordinò imperiosamente: "Su, a
letto" e mi coricò; ma nello stesso temo, con una rapidità che non so
spiegare, mi sollevai e mandai un fischio acutissimo. Compresi subito il male
fatto e cominciai a piangere esclamando: "Povera me, che cosa ho
fatto!" ».
«
Diolinda mi tranquillizzò: "Non affliggerti, non sei stata tu!". Ma
la notte seguente avvenne la stessa cosa, e quando la sorella volle mettermi a
letto, gridai: "Non voglio" e l'allontanai da me. Quanto piansi
appena rientrata in me stessa! ».
«
Una notte, in cui il demonio mi sbatté per i vari angoli della camera, senza
che mia sorella riuscisse ad afferrarmi, continuarono a turbinare nella mia mente
parole da non poter fare la comunione senza prima confessarmi ».
«
Questa tribolazione fu quanto mai dolorosa e si ripeté ancora varie volte in
modo assai furioso: rimanevano sul mio corpo i segni paonazzi delle percosse,
e le tracce di sangue delle morsicature.
«
Vorrei che molta gente potesse assistere a queste scene perché si convincesse
dell'esistenza dell'inferno e non offendesse più il Signore. Solo per questo lo
vorrei. Se non racconto di più è perché l'anima mia non regge al ricordo di
queste sofferenze ».
Ed
ecco una testimonianza di Padre Mariano: « Da molto tempo il demonio tormentava
Alexandrina in molti modi, ma non l'aveva mai toccata ».
«
In seguito, però, dopo aver minacciato che l'avrebbe rovinata, arrivò a
eccessi tremendi ».
«
Non vi era ora del giorno, per modo di dire, che essa non si sentisse
perseguitata da lui, soprattutto da mezzogiorno alle tre e, di notte, dalle nove
in avanti ».
«
In quei due attacchi giornalieri, si aveva non solo l'ossessione diabolica, ma
anche istanti di vera possessione.
«
Qualche volta ero presente anch'io; per esempio, il 17 ottobre 1937. In quelle
lotte, lei, paralizzata ed esausta di forze (pesava appena 33 chili) tentava violentemente
di scagliarsi contro i ferri del letto, di mordersi; quattro persone non
riuscivano affatto a immobilizzarla completamente ».
«
Così accadde in quel 17 ottobre: il demonio le faceva dire bestemmie e parole
oscene, il cui significato lei ignorava, come poi mi dichiarò ».
«
In uno di quei momenti spaventosi io interrogai, in latino, il demonio che mi
dicesse chi fosse. Mi rispose immediatamente e senza esitazioni: "Sono Satana
e ti odio" ».
«
Per maggiore sicurezza, variai la frase, sempre in latino; e la risposta
immediata fu questa: "Sono io, sono io, non dubitare" ».
«
Ricordo che in quel momento celebrai la Messa nella cameretta mettendo come
prima intenzione la liberazione di Alexandrina da quel tormento, senza aver
detto nulla all'ammalata».
«
Alla fine della Messa, mi avvicinai ad Alexandrina che senz'altro mi dichiarò:
-
Il Signore mi disse che non può concederle quanto ha chiesto, perché ha
bisogno di queste mie sofferenze per aiutare i peccatori».
«
Allora l'interrogai:
-
Ma che cosa ho chiesto al Signore? ». « Lei mi rispose:
-
Che mi liberi da questi attacchi del demonio.
-
E lei non vuole che io chieda questa grazia e che il Signore le dia altre
sofferenze al posto di queste?
-
No, Padre, preghi piuttosto che si faccia in tutto la volontà di Dio ».
Le
tenebre cadevano su di me
Qualche
volta lo sforzo fisico di Sandrina, per reagire a scacciare certe
immaginazioni e scene abominevoli, era così grande che scivolava giù dai
guanciali, i familiari dovevano rimetterla a posto; talvolta era un angelo,
specialmente di notte quando non era presente Diolinda, che la riassettava.
Nel
1945 Satana ricorse ad altre persecuzioni oltre l'azione sulla sua fantasia.
Un
pomeriggio, i familiari videro il letto di Alexandrina avvolto da un fumo
denso e fetido.
Don
Umberto, il secondo Direttore, testimone di quegli assalti e impietosito per lo
stato dell'ammalata diede facoltà a Diolinda di ordinare in nome di lui al
demonio di ritirarsi, usando l'acqua benedetta. Molte volte Sandrina, senza che
se ne accorgesse, fu in tal modo liberata all'istante.
Spesso
il letto di Alexandrina subiva scossoni formidabili. A chi le chiedeva
spiegazioni, Sandrina rispondeva con un sorriso rasserenante.
Racconta:
« Quanto più Gesù aumentava verso di me le sue grazie e i suoi favori, tanto
più crescevano i dubbi e i timori d'ingannarmi e d'ingannare il mio Direttore
spirituale e coloro che vivevano con me. Il mio martirio aumentava di momento
in momento. Mi pareva che tutto fosse falso e inventato da me ».
«
Mio Dio, che strazio per il mio cuore! Le tenebre cadevano su di me: non vi
era nessuno che mi mostrasse il cammino ».
Tenebre,
odore di zolfo bruciato, e lividure: erano i segni del furore demoniaco che si
accaniva contro di lei.
Capitolo
X
Un
giorno di marzo del 1942, quando gli alberi mettevano i primi fiori,
Alexandrina volse la testa verso la chiesa parrocchiale e indirizzò questa
preghiera incandescente a Gesù nel Tabernacolo: « O mio Amore Eucaristico,
non posso vivere senza di te! O Gesù, trasformami nella tua Eucaristia.
Mammina, mia cara Mammina, voglio essere di Gesù, voglio essere tua ».
Il
Signore accettò la richiesta e le rispose: « Non ti alimenterai più sulla
terra. Il tuo cibo sarà la mia Carne; il tuo sangue sarà il mio Sangue divino;
la tua vita sarà la mia vita; tu la ricevi da me quando io unisco il tuo cuore
al mio Cuore. Non voglio che tu abbia a usare medicine, eccetto quelle a cui
non si possa attribuire valore di alimentazione ».
Incominciò
allora lo straordinario digiuno che durò esattamente tredici anni e sette mesi,
sino alla morte. Alexandrina era un'anima che si struggeva di amore eucaristico.
Soleva pregare così la Vergine: « O Mammina, vorrei andare da tabernacolo a
tabernacolo a chiedere favori, come l'ape sciama di fiore in fiore a succhiare
il nettare. O Mamma, vorrei costruire una roccaforte d'amore, in ogni luogo dove
abita Gesù Sacramento, perché nulla possa penetrarvi a ferire il suo Cuore
Sacratissimo. Mammina, parla tu nel mio cuore e nelle mie labbra; rendi più
vibranti le mie preghiere e più efficaci le mie domande ».
Aveva
espressioni di tenerezza per la Madonna. La festa dell'Annunciazione del 1934,
in una letterina alla Madonna, la ringraziò così: « Di tutto cuore ti dico
grazie per aver acconsentito che Gesù prendesse carne nel tuo Seno purissimo, a
redenzione dell'umanità ».
Era
solita pregare la Madonna che le preparasse l'anima nei minuti che la separavano
dalla Comunione. Un giorno dopo questa solita preghiera - racconta
Alexandrina - « mi sentii in pace. Stavo ad occhi aperti; ed ecco cominciai a
vedere davanti a me una folla di angeli che formavano un grande arco. Di fronte
vi era un trono con colori tanto belli; di lì uscivano raggi dorati ».
Era
in dubbio se parlarne al Direttore. Le giunse questo invito: « Di' tutto,
tutto. Ti ho presentato quella visione per mostrarti che le tue preghiere sono
accettate in cielo. Erano la Vergine e gli Angeli miei, Cherubini e Serafini,
che scendevano a preparare la tua anima; mi hanno ringraziato e lodato come in
Cielo. Io sono su un trono dentro di te ».
La
settimana santa del 1942 fu dolorosissima per Alexandrina. In paese si dava per
scontata la prossima morte dell'ammalata: si diceva che Alexandrina non
sarebbe arrivata a Pasqua. Nausee, conati di vomito, sete rovente, sintomi di
morte, la torturavano. Sandrina si sentiva morire. Quando le portavano alla
bocca qualche sorso d'acqua esclamava: « O mio Dio, la mia sete può essere
saziata solo da te! Sulla terra non c'è rimedio ».
Durante
le nausee insopportabili gemeva: « Oh, che nausee! Sono quelle dei dannati
dell'inferno. Non possono che essere frutto del peccato ».
Il
Giovedì santo disse: « Non sento la solita paura per la Passione di domani ».
A chi gliene chiese il motivo, rispose: « Non lo saprei dire; ma penso che il
Signore non me la darà ».
Il
Venerdì santo effettivamente non soffrì la Passione. Il Signore le parlò
tre volte: « Non temere, figlia mia; non sarai più crocifissa come in
passato. La crocifissione che incomincerà ora, sarà la più dolorosa. Poi ti
porterò in cielo con me. Verrai dritta dritta con me e ti accompagnerà la
Mamma Celeste ».
In
quel venerdì santo, 3 aprile 1942, Alexandrina entra per la seconda volta nella
morte mistica che durerà due anni. Ella sente il suo corpo ridotto a cenere.
Santa Teresa dice in proposito che quando l'anima giunge a questo punto risorge
a nuova vita a guisa di fenice che, secondo la favola rinasce dalle proprie
ceneri.
Il
20 ottobre del 1944 la Beata incomincia a soffrire la passione intima di Gesù.
Assai più dolorosa della passione fisica.
Già
dal 27 marzo di quell'anno 1942, sino alla morte, Alexandrina si cibò solo di
Eucaristia. Se tentava di ingerire qualche sorso, lo vomitava con dolori atroci.
Eppure la tormentava una sete terribile che le faceva esclamare: « Che sete
bruciante! Questa sete si estinguerà solo in cielo ».
Le
pareva che il suo corpo non avesse ossa, ma fosse un'unica poltiglia. « Sono
come una statua di creta, che non si può toccare, altrimenti la si riduce in
briciole ».
I
medici esaminarono scientificamente il caso.
«
Per desiderio dell'Arcivescovo, - racconta Alexandrina - il 27 maggio 1943 mi
assoggettai a un consulto medico.
«
Il giorno fissato vennero a casa nostra il mio medico curante, il dott. Enrico
Gomes de Araújo, e il dott. Carlo Lima. Io ero serena e calma; il Signore mi
aveva esaudita.
«
Uno dei medici mi chiese se soffrivo molto, per chi offrivo le mie sofferenze, e
se soffrivo volentieri. Mi chiese se sarei stata contenta se il Signore da un
momento all'altro mi avesse liberata dai miei dolori.
«
Risposi che in verità soffrivo molto, che offrivo tutto per amore di Gesù e
per la conversione dei peccatori ».
«
Mi chiesero quale fosse la mia aspirazione più grande. Risposi: "Il
Cielo". Mi domandarono se volevo diventare santa, come S. Teresa, come S.
Chiara, ecc. e arrivare sugli altari lasciando, come quelle, un nome celebre nel
mondo. Risposi: "Celebrità? E’ ciò che mi interessa di meno" ».
-
Se per salvare i peccatori fosse necessario perdere la sua anima, che farebbe?
-
Confido che anche la mia sarà salva. Se dovessi perderla, direi di no; ma il
Signore non mi chiederebbe mai una simile cosa.
-
E perché non mangia?
-
Non mangio perché non posso; mi sento sazia, non ne ho necessità. Però ho
desiderio di cibo.
«
Dopo questo colloquio, i medici incominciarono la visita, che sopportai
serenamente. Furono molto rigorosi, ma nello stesso tempo ebbero delicatezza e
riguardo per il mio corpo ».
Il
10 giugno la portarono per un controllo più rigoroso all'ospedale della Foce
del Douro. « Il viaggio fu penoso - racconta con semplicità Alexandrina. - Mi
sembrava che il cuore non reggesse. Ogni tanto guardavo mia sorella che mi era
accanto e la vedevo tanto desolata. Per grazia di Dio, potei conservare il
sorriso sulle labbra... Il medico mi diceva che non era difficile viaggiare con
ammalati così; Gesù solo però vedeva l'amarezza del mio cuore e le torture
del mio povero corpo. A ogni scossa dell'autolettiga mi sentivo torturata; ma
ripetevo sovente: "Tutto per tuo amore, mio Gesù; che il buio della mia
anima serva a dar luce alle altre anime" ».
«
Mentre si usciva dal paese, vicino alle ultime case di Balasar, un gruppo di
bimbi lungo la strada lanciò fiori alla nostra macchina. Mi prese un'onda di
commozione; a stento potei trattenere le lacrime. Arrivati a Matozinhos, il
medico alzò le tendine perché potessi contemplare il mare. Uno stupore e un
silenzio enorme invasero il mio spirito. Osservai il moto perpetuo delle onde;
chiesi a Gesù che anche il mio amore fosse ugualmente perenne e operante, senza
alcuna interruzione ».
I
controlli furono severissimi: segregazione assoluta, camera blindata,
sorveglianza rigorosa. « Il sedicesimo e poi il trentesimo giorno venne a
visitarmi la mamma. Avevo tanto desiderio di vederla. Ma lei si fermò
pochissimo e sempre sotto lo sguardo indagatore di chi mi sorvegliava. La mamma
piangeva; m'imposi invece di sorridere e scherzare, nascondendo sotto quel
sorriso tutto il mio dolore ».
«
I giorni passavano in questa lotta costante, tra il succedersi e l'alternarsi
delle infermiere, secondo la volontà del medico. Con alcune ho sofferto di più
che con altre, perché oltrepassavano il limite dei loro doveri e dei loro
diritti ».
«
Più tardi il medico permise che mia sorella mi venisse qualche volta accanto,
pur senza consentirle di toccarmi, e sempre sotto lo sguardo delle infermiere ».
«
Al ventunesimo giorno permise alle suore dell'ospedale di farmi una breve
visita. Noi pensavamo già di poter comunicare alla famiglia il giorno del
nostro ritorno al paese, ma impreveduto capitò un altro ostacolo ».
«
Una delle signore incaricate di sorvegliarmi aveva parlato del mio caso a un
altro medico. Questi che non mi conosceva né sapeva nulla del mio digiuno,
sollevò nuovi dubbi sul mio conto ».
«
Giunse ad affermare che le persone che mi sorvegliavano si erano certamente
lasciate ingannare e che ne sarebbe rimasto convinto soltanto se glielo
testimoniasse un'infermiera di sua fiducia. Il dott. Araújo, pur indignato che
fosse messa in dubbio la serietà del suo studio, accettò che quel dottore mandasse
una sorvegliante di sua scelta. Venne infatti una sua sorella e, mentre noi
credevamo di aver terminato il nostro esilio, fummo obbligate a un altro periodo
di controllo. Fu il più triste e doloroso. La nuova prova durò dieci giorni.
Quanta diffidenza! ».
Dopo
tutti quegli esami, i medici permisero che Alexandrina fosse riportata a casa.
«
Alla vigilia della mia partenza - racconta - sfilarono a vedermi tutti i bimbi
dell'ospedale. Vennero anche oltre 1500 persone; si dovettero chiamare i
carabinieri per mantenere l'ordine. Un carabiniere, invece di fare servizio,
si limitò a mettersi al mio fianco; ci rimase tutto il tempo, accontentandosi
di dire di tanto in tanto alla folla che si assiepava presso il letto:
"Avanti, avanti...". Che impressione quella ressa di popolo! Non
valsero le suppliche di mia sorella, non valsero i carabinieri a frenare
quell'afflusso. Lo stesso medico dovette imporsi alla folla che assiepava
l'entrata dell'ospedale e riempiva la mia camera perché non mi soffocassero.
Rimasi umiliata, schiacciata, stanchissima e con la nausea di me stessa, al
vedere le lacrime dei visitatori e al ricevere tanti baci, che non merito e non
voglio ».
Quel
controllo medico sul digiuno di Alexandrina era durato quaranta giorni e
quaranta notti. Alla fine il dott. E. Gomes de Araújo, della Reale Accademia di
Medicina di Madrid, specialista in malattie nervose e artritiche, firmò una
relazione che portava il titolo: « Un caso eccezionale di astinenza e di anuria
».
Scrisse:
« È per noi assolutamente certo che, durante quaranta giorni di degenza,
l'ammalata non ha mangiato né bevuto ».
Aggiunse
che in quello strano caso vi erano particolari « i quali per la loro
importanza fondamentale di ordine biologico (come la durata dell'astinenza dai
liquidi e l'anuria) ci lasciano perplessi, in attesa che una spiegazione porti
la luce necessaria ».
«
Attestiamo pure che si conservò immutato il peso di Alexandrina, la
temperatura, la respirazione, la pressione, il polso, il sangue; che le sue
facoltà mentali furono riscontrate evidentemente normali, costanti e
lucide... ».
«
L'ammalata, durante quel tempo, rispose ogni giorno a molti interrogatori e
sostenne moltissime conversazioni, mostrando un'ottima disposizione e la
miglior lucidità di spirito. Riguardo ai fenomeni osservati nei venerdì, più
o meno alle ore 15, pensiamo che appartengano alla mistica, la quale dovrà
pronunciarsi in proposito ».
Fin
qui la scienza medica. Più oltre non sapeva raccapezzarsi.
Mio
Dio, non sono più sola!
Alexandrina
fu privata del suo direttore che la guidava da nove anni.
Era
il giugno del 1944; alcune persone, mosse a pietà per l'abbandono in cui era
lasciata Sandrina, pregarono un sacerdote salesiano, don Umberto, di recarsi a
Balasar.
-
Ci vada. Vedrà...
Fin
allora don Umberto aveva sempre rifiutato di recarsi a visitare l'ammalata.
Quella volta accettò, sollecitato anche da Padre Mariano che ormai era stato
allontanato da Balasar da due anni.
Lo
portò in macchina il medico curante di Alexandrina, a cui aveva chiesto, in
antecedenza, il permesso scritto di farsi ricevere da Alexandrina.
Ci
si recava per portare un po' di conforto a un'anima in pena; nient'altro.
Rimase
due giorni a Balasar; comprese subito che in quell'anima vibrava qualcosa di
eccezionale. Rimase però spaurito di fronte a problemi che causavano
perplessità, ed esigevano prudenza, studio e molta preghiera.
Per
una relazione in difesa di Alexandrina, la Curia proibì assai presto a don
Umberto ogni ministero sacerdotale nella diocesi di Braga.
In
sua difesa insorsero tutti i salesiani di Mogofores, suoi confratelli,
supplicando l'ispettore perché si interponesse presso l'arcivescovo.
In
quell'occasione Alexandrina scrisse ai salesiani la seguente lettera, colma di
gratitudine:
«
Dio solo è grande!
Balasar
30-10-1944
Rev.di
Padri Salesiani,
per
tutti l'amore più bruciante di Gesù e di Mammina e tutte le ricchezze del
cielo. Ho presenti tutte le intenzioni che mi avete raccomandato e li faccio partecipi
delle mie povere orazioni e sofferenze. È un dovere di gratitudine da parte
mia. Non posso fare altro. Mi sento tanto felice e tanto ricca con l'appoggio
loro. O mio Dio, non sono più sola. Ho chi mi aiuta a salire il mio così
doloroso calvario. Con tutto cuore e con tutta l'anima dico: - Gesù e la cara
Mammina li contraccambi di tutto e concedano tutte le ricchezze del cielo:
ricchezze di virtù, di grazie per attrarre con esse le anime al Cuore divino di
Gesù.
Non
ne posso più (NB. Ad Alexandrina causava dolori acutissimi il tenere la penna
in mano). Sempre uniti sulla terra e in cielo! La benedizione e il perdono per
questa che implora orazioni, molte orazioni. La povera Alexandrina
L'ispettore
salesiano ponderata ogni cosa, prese la difesa di D. Umberto: « Nessuno può
proibirti di visitare un'ammalata. Tu potrai dirigere Alexandrina per scritto
e fuori di confessione ».
Non
vincolato dal segreto sacramentale, nel processo di beatificazione poté così
essere il testimone principale. Provvidenza sapiente del buon Dio!
Un
giorno don Umberto chiese ad Alexandrina di farlo partecipe delle sue preghiere
e sofferenze. Si sentì rispondere: - Come non lo devo fare se è il mio secondo
Direttore?
-
Direttore?... -. Don Umberto non sapeva raccapezzarsi.
Chiese
un colloquio con Padre Mariano e l'ebbe. In quel brevissimo incontro, Padre
Mariano, primo Direttore di Sandrina, rassicurò don Umberto e gli fece
coraggio. Poi con un senso di conforto, gli disse: « È sua, gliel'affido. Il
Signore darà luce per guidarla ».
P.
Pinho Mariano nel suo libro « No Calvario de Balasar », stampato in Brasile,
scrive: « Fin dalla prima visita in quel figlio di D. Bosco (Alexandrina)
sentì come un angelo di conforto che veniva e infonderle coraggio per salire il
suo doloroso calvario. Gli aprì la sua anima con facilità, cosa che non
avveniva con altri sacerdoti che la visitavano. Confesso che fu per me, suo
primo Direttore, un grande sollievo, nel vedere come la Provvidenza suppliva
in modo competente, nella persona di P. Umberto Pasquale - maestro dei novizi
salesiani, predicatore e scrittore - la mancanza che, in circostanze dure e
difficili, faceva all'Ammalata una direzione assidua e illuminata ».
L'8
settembre 1944, don Umberto assunse ufficialmente la direzione di Alexandrina.
Si preoccupò di un'unica cosa: continuare il lavoro prudente e saggio, svolto
da Padre Mariano. Era delicatissima la missione di guidare un'anima così
straordinariamente dotata.
Fu
allora che dette ad Alexandrina l'ordine di scrivere, settimana per settimana,
tutto quello che succedeva, una specie di diario, almeno riassuntivo, una
specie di « promemoria ».
Si
accumularono così oltre 4.000 pagine di dattiloscritto. Alexandrina dettava e
Diolinda, doppiamente sorella, scriveva.
In
un'estasi del 20 settembre 1944, Gesù approvò l'obbedienza di Sandrina alle
disposizioni di don Umberto; anzi le disse così: « Scrivi tutto e consegna
tutto a chi si interessa di te e della mia causa. Questo è sufficiente ».
Gli
scritti di Alexandrina sotto l'aspetto teologico lasciano stupiti. Toccano anche
punte di lirismo; non presentano correzioni di sorta e contano pochissimi errori
di ortografia. Vi corrono vibrazioni di poesia pura e immagini smaglianti; il
contenuto è denso, di una potenza espressiva eccezionale.
L'azione
del Direttore Spirituale con anime elevate a questi stati mistici è un'azione
di guida, una specie di segnalazione stradale. C'è una frase di Gesù ad
Alexandrina nel 1945, che lo fa capire: « Senza un direttore rimarresti peggio
dei ciechi che mai conobbero la luce: essi non ci vedono, ma credono che la
luce esiste... Tu rimarresti come se non credessi nulla. Hai bisogno di appoggio
continuo e di chi ti dica che la luce esiste, che i tuoi cammini sono i miei, i
più spinosi: un calvario difficile da salire ».
Gesù
le chiedeva anche di pregare per coloro che sono incaricati di condurre e
guidare le anime: « Voglio che tu mi offra una parte delle tue sofferenze per i
Sacerdoti: per quei sacerdoti che possiedono la luce divina e capiscono la mia
vita nelle anime, perché l'abbiano a possedere di più e non abbiano altra vita
che la mia; e per quei sacerdoti che non la comprendono, perché la studino e
non tentino di spegnere ed estinguere quella vita; e per tutti quelli che mi
offendono gravemente ».
Le
sofferenze e le preghiere di Alexandrina ebbero sempre queste preferenze: i
sacerdoti e, in testa, il Papa.
Nell'estasi
del 6 dicembre 1940, Alexandrina supplicò Gesù di dare la pace al mondo e di
salvare il Papa. Il Signore le rispose: « La pace verrà, ma a prezzo di molto
sangue. Il Santo Padre sarà risparmiato; il dragone superbo e rabbioso, che è
il mondo, non oserà toccare il suo corpo. Ma la sua anima ne sarà lacerata ».
C'è
una frase commovente di Alexandrina: è uno spioncino che lascia intravedere
l'orientamento delle sue preghiere.
«
Fin da piccola prego per il Santo Padre; ma da molto tempo in qua prego assai di
più perché provo tanta pena per le sue sofferenze ».
Commoventissima
una sua lettera a Pio XII in cui gli predice che gli uomini avrebbero congiurato
per fargli del male (si era durante la grande guerra); ma che non li temesse
perché non sarebbero arrivati a tanto; che lei si era offerta vittima per lui
è che Gesù aveva gradito la sua offerta: « Padre santo, il vostro pontificato
continuerà a trionfare; ma la vostra anima dovrà molto soffrire ».
Ed
ecco un episodio sconcertante.
In
una lettera a Padre Mariano, Alexandrina gli scrisse: « Entrai (durante
l'estasi) nelle sofferenze dell'Orto degli Ulivi, piena di coraggio e di luce.
Fu cosa di pochi istanti. Improvvisamente Gesù mi chiamò: "Figlia mia,
c'è a Lisbona un sacerdote prossimo a perdersi eternamente; sta offendendomi
in modo grave. Chiama il tuo Direttore e chiedigli il permesso che io ti faccia
soffrire molto, durante la Passione, per quel sacerdote". Ubbidii e,
ottenuta l'autorizzazione, piombai nell'Orto degli Ulivi e soffrii in modo
tremendo. Sentivo tutta la gravità con cui quell'anima offendeva il Signore.
Subii il castigo di Dio. Gesù mi ripeteva: "Inferno! Inferno!...".
Provavo la sensazione che ci stavo andando davvero... e allora supplicavo:
"All'inferno no, Gesù! Egli pecca, ma io sono sua vittima; e non solo
per il tempo che pecca, ma finché tu vorrai". Il Signore continuava:
"Egli inganna la gente: tutti lo credono buono, e invece mi offende molto".
Io rispondevo: "E’ vero; inganna gli altri, ma non te. Dimentica, Gesù.
Abbi compassione". Gesù mi disse il suo nome: è il reverendo N. N. Quanto
ho sofferto in quella Passione! Acute spade tagliuzzavano il mio cuore; anche il
mio corpo fu stritolato orribilmente; ma quel sacerdote non cadde nell'inferno
».
Padre
Mariano in una lettera a don Umberto così commentava: « Così per assicurarmi,
scrissi a una suora, superiora a Lisbona, che facesse ricerche e mi sapesse
riferire se l'Arcivescovo fosse amareggiato e preoccupato di qualche sacerdote.
La superiora eseguì la mia commissione e n'ebbe risposta positiva e anche il
nome. Era precisamente il sacerdote nominato da Alexandrina.
«
Mesi dopo, mi visitò un sacerdote, don Novais, che ritornava dagli esercizi
spirituali a Fatima. A quel corso di esercizi aveva preso parte un signore che
si era comportato in modo edificante, ma che per dormire usciva dalla casa di
esercizi ».
«
Una sera, dopo l'ultima meditazione, che mi pare fosse sulla morte, quel signore
si ritirò nel suo albergo. Poco dopo, qualcuno corse a chiamare urgentemente
un sacerdote perché quel signore era stato colpito da un attacco cardiaco e
stava morendo. Gli furono amministrati i sacramenti e cessò di vivere. Era un
sacerdote in abito borghese, uno spretato ». Particolare commovente: era
esattamente quel sacerdote per il quale Alexandrina aveva tanto sofferto e
pregato.
Alexandrina
aveva orrore del peccato. Diceva a don Umberto: « Non posso pensare né parlare
del peccato. Sento in me quasi un senso di annientamento; mi sento sfasciare,
distruggere. Eppure queste parole non dicono ancora nulla di quello che sento in
realtà ».
Le
sfuggiva questo sospiro: « Che cosa è mai tutto il dolore umano per riparare
il più piccolo peccato?... Nulla! ».
Arrivava
all'audacia di scrivere: « Se vi fossero mille inferni e io avessi mille corpi,
ne darei uno per ogni inferno, ad ardervi eternamente; ma non vorrei, o Gesù,
darti il minimo dispiacere con il più piccolo peccato ».
Capitolo
XII
«
SEI UNA VIOLA NASCOSTA »
Don
Umberto, un giorno, accompagnò la sorella, che era andata a trovarlo
dall'Italia a visitare Alexandrina. Ancora sotto una profonda emozione per
aver assistito all'estasi del venerdì, la signorina fu messa a dormire nella
cameretta attigua a quella di Sandrina. Non riuscì a chiudere occhio. Vegliò
tutta la notte, sempre perseguitata e avvolta da effluvi di profumi finissimi e
delicati che parevano immergerla in un mondo paradisiaco.
«
Che profumo! » ripeteva e aspirava con le narici e i polmoni dilatati. Provava
una vertigine di soavità. Il mattino seguente domandò al fratello quale profumo
venisse usato per la toeletta di Sandrina. Don Umberto, per tutta risposta, la
consigliò di girare la domanda a Diolinda: « Come posso chiederlo, se non so
parlare portoghese? » interloquì la sorella. Chiamarono Diolinda e don
Umberto fece da interprete. Tradusse parola per parola la richiesta della
sorella.
-
Vorrei sapere la marca del profumo che date ad Alexandrina.
-
Noi non usiamo profumi. Le pare che questa povera casa di campagna sia una
profumeria?
-
Eppure io ho sentito profumi, subito dopo il mio arrivo, quando mi sono
avvicinata al letto di Alexandrina. Stanotte poi nelle lunghe ore di insonnia,
sono stata avvolta da effluvi di profumo. Non era un profumo come gli altri; era
un profumo fine, gradevole, vario; non lo percepivo sempre, ma solo a tratti
intermittenti.
Diolinda
e don Umberto risero. La signorina, stupita e confusa, avvampò di rossore e
non osò più oltre parlare. Il fratello le spiegò allora lo strano fenomeno
che si constatava da anni.
Attorno
ad Alexandrina alitava spesso un profumo soavissimo.
Centinaia
e centinaia di persone, uomini e donne, più volte avevano avuto la stessa
impressione e l'avevano controllata.
Anche
don Umberto nella sua prima visita a Sandrina era stato toccato dall'onda di
profumo. Per questo, anzi, raccomandò a Diolinda di non ornare l'altarino
nella cameretta con fiori odorosi.
Le
stesse ondate di profumo acuto si erano fatte sentire molto lontano, a 150
chilometri, nel noviziato salesiano dove abitava don Umberto; erano penetrate
nella chiesa, nei cortili; si erano fatte sentire a tutta la comunità.
Alexandrina,
il 27 settembre del 1944, scriveva nel suo quaderno queste parole di Gesù: «
Di' a don Umberto che fu scelto da me per venire qui a studiare, ad appoggiare
e a difendere la mia causa. Digli che il profumo è fragranza divina; è il
profumo delle tue virtù. Dico questo perché lui ne ha bisogno per lo studio
che ha tra mano ».
Nella
settimana di passione del 1942 cessarono le manifestazioni della Via Crucis e
incominciarono le estasi, alle tre pomeridiane di ogni venerdì e nei primi
sabati del mese.
Durarono
fino al 1955.
Il
26 agosto 1955, poco prima che Sandrina morisse, Gesù venne a dirle: « I miei
colloqui saranno d'ora in poi come l'incontro di due amici che ricordano la
loro trascorsa amicizia ».
La
durata delle estasi pubbliche si aggirava sulla mezz'ora. Nello stato di
rapimento Alexandrina parlava in modo chiaro e perfetto: si poteva scrivere
tutto quel che diceva e che Gesù, attraverso le sue labbra, diceva. Qualche
volta cantava, su musica ispirata, con uno sbalzo bellissimo di voce.
Durante
l'estasi ubbidiva anche agli ordini semplicemente mentali che le dava don
Umberto.
Come
la rugiada rinvigorisce e rinfresca l'arbusto riarso, così Sandrina emergeva da
quei colloqui celestiali rafforzata nel fisico e tonificata nello spirito.
Soleva
dire: « Al termine delle estasi mi sento sazia... ma ciò dura poco ».
Il
suo emergere dall'estasi pareva il risveglio di un bimbo da un sonno calmo e
profondo. Ricordava esattamente tutto ciò che era avvenuto, correggeva o
rettificava quanto fosse stato scritto sbagliato da chi aveva assistito
all'estasi.
In
quei colloqui era come soggiogata dalla visione del suo Signore. Ripeteva frasi
incandescenti: « Amiamo Gesù. Oh se potessimo amarlo!... Come si sta male
sulla terra!... Non posso più vivere sulla terra ».
Il
volto trascoloriva in un rosso acceso; le mani le scottavano come per la febbre.
Le
estasi vertevano su un unico argomento o « Motivo-Conduttore »: la
riparazione. Parlavano di Gesù che soffre, che invita i peccatori, di Gesù che
ha bisogno di vittime, della Madonna che sollecita Alexandrina a immolarsi,
che vuole salvare il mondo.
Eppure
Alexandrina sentiva un'avversione istintiva alle estasi, a queste rivelazioni
eccezionali che la strappavano a forza dalla sua vita umile e nascosta.
Scrisse
infatti: « Vorrei amarti molto, o Gesù, non offenderti mai; ma non vorrei
udire sulla terra la tua voce dolce e soave, non vorrei vedere il tuo Volto divino,
né sofferente né raggiante di gloria. Avrò tutta un'eternità per
contemplarti e per udirti... ».
Il
tema è sempre lo stesso. Dio chiede anime e riparazione; Alexandrina, la
vittima, ripara e offre preghiere e immolazioni per la salvezza delle anime.
Gesù
le rivolge parole delicatissime e incomparabili. Pare di rileggere il Cantico
dei Cantici. Ecco alcune schegge di luce: « Unisco il mio cuore al tuo...
Abito in te e tu in me... Ricevi, ricevi, mia piccina, l'amore di Gesù.
Ricevilo, arricchisciti; è per distribuirlo alle anime... Ho sete, ho sete,
figlia mia, ho sete di amore... Le anime non conoscono la mia follia, colomba
mia bella!... Sono sempre pronto ad accogliere le anime; do loro e offro loro
il mio Cuore; voglio possederle ».
A
sua volta Alexandrina sentiva le anime « avvinghiarsi alle fibre della sua
carne, fameliche; succhiarla fino a spremerla all'inverosimile ».
II
Signore, negli ultimi mesi di vita, le diceva: « Tu sei la vittima di tutte le
categorie di peccati. Non temere: le tue tenebre dànno luce, la tua morte dà
vita; sono stato io a prepararti a questa grande riparazione. Se tu sapessi
che cosa è la vita di Dio nelle anime! Mi sono care le anime umili e piccole.
Io sono la loro grandezza ».
In
un'estasi, Alexandrina vide Gesù con un annaffiatoio in mano, come un
giardiniere, innaffiare aiuole e fiori di straordinaria bellezza; un'immagine
iridescente. Gesù commentò: « Il tuo cuore è un mondo. Tu mi ami per tutta
l'umanità ». Poi lo vide camminare tra i fiori.
Sembra
una variazione del capitolo sesto del Cantico dei Cantici: « Il mio Diletto
è sceso nel suo giardino, dalle aiuole profumate, per cogliere gigli.
Io
sono del mio Diletto e il mio Diletto è tutto mio.
Egli
pasce il suo gregge tra i gigli ».
Verso
la fine della vita il Signore le spiegò: « Guarda, osserva il Giardiniere
divino... Sta inaffiando i fiori del tuo giardino, in terreno da me coltivato.
Voglio che in ogni momento, di giorno e di notte, sboccino fiori che esalino
profumo per deliziarmi ».
Poi
le sussurrò: « Sei una viola nascosta... Le vere grandezze, l'opera mia, il
lavoro divino in te, tutte queste meraviglie saranno comprese in pieno solo dopo
la tua morte e nella luce dell'eternità ».
Fuoco
di Gesù
Qualche tempo prima che morisse, Gesù disse ad Alexandrina: « Tu non hai più una tua vita; la vita che tu vivi è mia ». Prima le aveva detto: « Vivi, mia figlia, vivi la mia vita divina. Tu sei sulla terra, ma non sei più della terra ». Alexandrina si struggeva nell'attesa e diceva di voler « vivere solo nell'Infinito ».
«
Vuoi vedere come ti brucio? » le diceva Gesù e irrompendo in lei l'avvertiva:
« Fuoco, fuoco, fuoco di Gesù! Purezza e candore! Fuoco, fuoco, fuoco di Gesù
e rugiada che feconda, manna divina! Gesù vuole riposare nei cuori puri! Gesù
vuole riposare nelle anime vergini ».
Gesù
chiamava Alexandrina « palazzo, tabernacolo, paradiso della Trinità Divina ».
Il 22 luglio del 1955, nel periodo delle tenebre più fitte e delle tentazioni
più scoraggianti, Gesù le rivela: « Fin dal tuo Battesimo possiedi in te
questo Cielo Divino (la SS. Trinità), sebbene tu non lo senta ».
A
don Umberto, Alexandrina confidava: « Mi sazio completamente nel Gloria
Patri. Non posso concentrarmi troppo in questo pensiero perché verrei meno;
il cuore non sopporterebbe ».
Poi
con un linguaggio poetico e ricco di immagini descrive il misterioso lavoro
dello Spirito Santo nel cantiere dell'anima: « Sento lo Spirito Santo nel suo
trono, nel trono del mio cuore, tra il Padre e il Figlio; sopra di essi, egli
batte le ali bianche quasi a risvegliarmi e a dirmi che i Tre sono presenti.
Mi irradia col suo amore, mi dà lampeggiamenti e bagliori di fuoco divino...
Oh, se tutte le anime conoscessero e sentissero in se stesse la presenza del
Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ».
Quando
il demonio la tormentava, Alexandrina rientrava in sé, il più intimamente
possibile, e quivi baciava il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, « il più
ricco tesoro che possiedo ».
Ecco
un'altra pennellata di colore: « Lo Spirito Santo batte le ali nella parte più
intima dell'anima mia. Tratta con me come gli uccelli con i loro piccoli implumi
che sono nel nido. Col suo becco di fuoco divino, alimenta il mio cuore e
tutto il mio essere. Sento una nuova vita. Così, posso amare e servire il mio
Gesù ».
In
un'altra occasione dettò questa descrizione abbagliante: « Alla vigilia
della Pentecoste, festa della Pentecoste, festa dello Spirito Santo, sentivo
svolazzare attorno a me un Colomba Bianca e con un frullo d'ali posarsi sul
mio capo; nelle mie orecchie udivo un frusciare, come se fossero molte a fendere
l'aria. Dico Colomba Bianca, non perché l'abbiano vista gli occhi del mio
corpo, ma perché la videro parecchie volte gli occhi dell'anima.
«
Il giorno di Pentecoste, la Colomba si posò su me, mi volò intorno e mi fece
pensare alle rondinelle veloci e laboriose che costruiscono il nido.
Costruiva, abbelliva, perfezionava. Io non sentivo alcuna vita; mi sentivo
morta. Ogni tanto quella Colombella muoveva il suo becco nelle mie labbra o
l'affondava nel mio cuore come se fosse per darmi alimento. Quando faceva così,
sentivo che essa era la mia vita... Da alcuni giorni, è qui nel mio nido; non
svolazza, non lo abbandona; sta come a riposarvici, col capo sotto l'ala. Ogni
tanto dà segno che è lì, muovendo le zampette o stendendo le ali bianche, e
lascia scoperto il nido del mio cuore. Fa questo, con estrema dolcezza e amore.
Sembra che sia imprigionata e avvinghiata al mio nido ».
Alexandrina
più di una volta sentì Gesù che le cavava fuori il cuore e lo impastava col
suo; « Gesù faceva del mio cuore e del suo una medesima cosa, un'unica
massa... Non era più il mio cuore né quello suo: erano due cuori in uno ».
Gesù
apparendo nel marzo del 1945 le disse: « Voglio, figlia mia, dilatarti il
cuore; voglio farlo grande, grande come l'umanità, grande come il mio divino
amore ».
In
una lettera a don Umberto, Alexandrina scrisse: « Ho sentito molte volte Gesù
dentro di me lavorare e ritoccare con estrema finezza il mio corpo. Alcune volte
si comportava come un pittore, ma con quale arte e perfezione! Faceva il suo
autoritratto in me; io ero tutta Lui. Gesù era lo stampo; col mio corpo ne
modellava un altro che si fondeva in uno solo ».
E
Gesù le spiegava: «Ecco: anche nascosto io abito in te. Guarda: scende il
Cielo su di te...».
«
Com'è bello! - gridò allora Alexandrina al colmo della gioia -. Vale la pena,
mio Gesù, soffrire tutto per possedere il Cielo ».
Capitolo
XIV
Nell'autunno
del 1944, un sacerdote, terminato un colloquio con Alexandrina, si alzò per
benedirla e le presentò la propria mano a baciare, con un gesto usuale in
Portogallo.
Nel
ritirare la mano, mentre rivolgeva una parola di incoraggiamento ad Alexandrina,
all'improvviso quel sacerdote non scorse più il viso dell'ammalata sul guanciale
bianco, ma il volto dolorante di Gesù.
«
Non fu un'impressione illusoria - raccontò in seguito il sacerdote - fu una
visione che durò qualche minuto ». Rimase folgorato; sentì un nodo alla
gola e uno strazio immenso nel cuore.
Poi
riapparve il sorriso di Alexandrina. Ma il sacerdote partì sconvolto.
Appena
poté trovarsi solo, come Pietro pianse amaramente i propri peccati.
Lo
sguardo di Gesù! Pareva che gli avesse lacerato l'anima, come a Pietro.
«
Da alcuni giorni - scriveva Alexandrina - sento nei miei occhi uno sguardo che
non mi appartiene. È uno sguardo tenero: ha dolcezza, incanti, amore. Questo
sguardo ha lacci spirituali, penetra tutto, dà luce: è come uno specchio che
tutto riflette; nulla gli si può nascondere ».
Alexandrina
subisce una trasformazione totale. Ne parla confusa e ammirata nella pagine del
diario e scrive: « Il sorriso delle mie labbra non è più mio ».
Gesù
le spiega: « Nel tuo corpo è Cristo; Cristo nei tuoi sguardi e nei tuoi
sorrisi » e soggiunge con soave tenerezza: « Tu sei la conca e Io l'acqua che
scorre in essa, che lava e che purifica ».
«
Mentre Gesù diceva questo - racconta Alexandrina - mi pareva che egli si
cavasse tutte le vene dal suo corpo e le infilasse nel mio corpo; tutto il mio
essere diventava un altro. Sentivo fluire in me un sangue che non mi
apparteneva, pulsare una vita che non era la mia ».
Gesù
le confida: « Quando le tue labbra si muovono per parlare, sono io che le muovo
e parlo in te...
«
Sei ricca di me, è per questo che i tuoi sguardi attirano; hanno attrazioni,
dolcezze, fascino, amore... « È per questo che il tuo sorriso ha finezze di
cielo ». « Non sei tu che vivi, sono io; le meraviglie che io compio in te
sono mezzi di salvezza e di richiamo per le anime ».
In
tal modo Gesù realizzava un segreto desiderio di Alexandrina che gli aveva
chiesto: « Mettimi, o Gesù, quale sbarra alle soglie dell'inferno ».
Per
parecchio tempo, Alexandrina sentì l'inferno in se stessa e se stessa
nell'inferno. L'inferno delle anime cominciò a premere e schiumare contro di
lei come le acque del mare contro uno scoglio. Sotto i colpi di maglio di
quelle sofferenze, scrisse: « Non posso soffrire di più ».
«
Che il Cielo sia con me - raccontò nel 1945 -. Mi sento come condannata
all'inferno. La mia anima soffre orribili supplizi. Con gli occhi dell'anima
vedo i demoni che tormentano. In tutto il corpo mi pare di sentire il fuoco che
consuma. I miei orecchi odono il ringhio dei demoni e l'urlo della disperazione
infernale. Talvolta rimango come chi trasalisce spaventato lungo la strada.
Non so cosa fare. Mio Dio, che terribile essere condannata all'inferno! Spero
per la tua bontà infinita che non sia così.
«
In quell'esilio eterno, sento sopra di me il peso della giustizia divina.
Desiderare Dio e non poterlo avere, è milioni di volte più straziante di
qualsiasi tormento. L'anima mia trema e teme spaventata. Quanti dolori
indicibili mi torturano! ».
Più
tardi, su un foglietto scrisse la sua « lettera aperta » ai peccatori. Eccola:
«
Ho passato la mia vita a soffrire e passerò il mio Cielo ad amare e a pregare
Gesù; per voi, peccatori. Convertitevi e amate Gesù; amate la Mamma del cielo
».
«
Venite, andiamo tutti in cielo ».
«
Se conosceste l'amore di Gesù, morireste di dolore per averlo offeso ».
«
Non peccate, non peccate! Gesù ci ha creati; Gesù è Padre ».
La
scrisse nel luglio del 1947.
Terminava
con una firma umilissima: « Sono la povera Alexandrina Maria da Costa ».
Capitolo
XV
«
MI SONO SPREMUTA PER I PECCATORI »
Nell'anno
1944 Alexandrina si iscrisse alla Pia Unione dei Cooperatori Salesiani. Volle
collocare il suo diploma di Cooperatrice « in luogo da poterlo avere sempre
sotto gli occhi », per fruire di tutte le Indulgenze annesse e, col suo dolore
e con le sue preghiere, collaborare coi Salesiani alla salvezza delle anime,
soprattutto giovanili. Pregò e soffrì per la santificazione dei Cooperatori
di tutto il mondo.
I
Salesiani in contraccambio le fecero dono di un giglio di raso bianco,
confezionato nel Carmelo di Fatima (quel giglio le fu infilato nelle mani dopo
la morte).
Quando
Alexandrina lo ricevette scrisse: « Sono tanto contenta del giglio per quando
sarò morta. Io non lo merito; ma cosa devo fare? Se guardassi ai miei meriti,
non dovrei ricevere nulla ».
Sui
petali di quel giglio, appena morta, furono scritti alcuni suoi pensieri,
stralciati dal diario, in cui Alexandrina esprimeva il suo desiderio di
riparazione eucaristica e di immolazione per i peccatori; nel nastro di seta,
legato allo stelo, si leggevano queste parole: « I Salesiani alla loro
Cooperatrice ».
In
una letterina, scritta ai Novizi Salesiani alla vigilia di una vestizione,
Alexandrina si esprime così: « Miei cari Novizi e Salesiani di così santa
casa, desidero che occupiate nel Cuore divino di Gesù il posto che già
occupate nel mio perché così potrete ricevere tutto.
«
Vi porto tutti nel mio cuore ».
«
Vi voglio avere tutti nel Cuore di Gesù e di Maria ».
Sono
parole che sembrano echeggiare quelle di S. Paolo ai primi cristiani: « Vi
porto tutti tenerissimamente nel mio cuore ».
Ai
Salesiani inviava un'immaginetta con questi suggerimenti:
«
Essere fra tutti il più umile. Ubbidienza cieca. Non peccare mai. Soffrire in
silenzio. Amare Gesù. Amare, soltanto amare ».
Il
5 febbraio 1946, in una conversazione con don Umberto, Alexandrina gli
confidava: « Mi sento assai unita con i Salesiani e con i Cooperatori
salesiani del mondo intero. Quante volte fisso con gli occhi il mio diploma di
Cooperatrice e offro le mie sofferenze unita a tutti loro per la salvezza della
gioventù! Amo la Congregazione Salesiana; l'amo tanto e non la dimenticherò
più né in terra né in cielo ».
Alexandrina
aveva una maniera elegante di fare apostolato. Diceva: « Mi mostro felice e
allegra; la mia felicità è nella sofferenza e nel fare la volontà di Dio ».
E Gesù di rimbalzo le rispondeva: « Tu vivi la mia vita pubblica. Parla, parla
alle anime ».
«
Il Signore ha voluto schiacciarla con la sofferenza »
Nel
marzo del 1947, Sandrina scrisse al suo Direttore don Umberto: « Non so che
cosa mi succede: perdo la vista e non posso parlare ». Dovette rassegnarsi a
vivere quasi sempre nel buio; non riusciva a sopportare un raggio di luce.
Parlando in quel tempo della sua cameretta la definì « la mia nera prigione ».
Dal
1953 in poi, le sue fragili ossa parvero disgiungersi: per mantenerla sui
guanciali fu necessario ricorrere a due sostegni a forma di S, foderati di
stoffa e affissi alla spalliera del letto, che la reggevano sotto le ascelle
come degli uncini.
Nel
diario degli ultimi tempi, si lasciò sfuggire una frase che è come un colpo di
sonda nel segreto delle suo sofferenze: « Mi sono spremuta per i peccatori ».
Oltre
ai dolori che le causavano la mielite e le frequenti coliche renali, dal 1946
Alexandrina dovette essere collocata su delle assi, perché non sopportava più
il letto soffice: il suo corpo era come sfasciato.
Ciò
nonostante, la bruciava una sete continua di sofferenze.
Nella
letterina del Natale 1946 (che porta questa delicata intestazione: « Al mio
caro Gesù nel presepio: Mittente - La tua figlioletta Alexandrina che vuole
imparare le tue lezioni. Sii il mio maestro! »), si leggono queste commoventi
parole:
«
Mio dolce e caro Gesù. Prostrata umilmente davanti al tuo presepio, vengo ad
adorarti e a darmi interamente a te per morire proprio qui, in questo momento,
a me stessa e al mondo.
«
Ascolta, Gesù. Ascolta, mio Amore! ».
«
Per poter ottenere ciò che tanto brama il mio cuore, fa' che i miei occhi non
vedano altro che te; che le mie orecchie non odano se non le cose del cielo; che
la mia lingua e le mie labbra non si muovano se non per parlare di te, delle tue
cose e delle tue lodi; che il mio cuore non abbia altri sentimenti se non di
amore e di dolore: amore per amarti, dolore per consolarti e riparare ».
«
Sì, mio Gesù, fa' che tutto quanto si dirà di me, in lode o in disprezzo, io
lo prenda come se non fosse per me, che io rimanga come un cadavere che non
parla, che non ode, che non sente ».
«
Anzi, mio Gesù, ti voglio dire qualche cos'altro. Voglio fare un atto di
rassegnazione alla morte e un atto di rinuncia. Se i medici con le loro
esperienze mi abbrevieranno i giorni della vita, io accetto contenta e perdono
di tutto cuore ».
«
Rinuncio anche al desiderio di veder realizzate le tue divine promesse. Non
voglio sapere né pensare se esse si compiranno o no; e neppure se il mio Direttore
verrà o no presso di me prima della mia partenza per il cielo ».
Quello
che tu vuoi, lo voglio anch'io, mio Gesù. Tu sai bene quanto tutto ciò costi
al mio cuore; me lo sento come ridotto a brandelli. Però mi lascio gioiosamente
schiacciare e annientare, solo per tuo amore ».
«
Come una pecora muta davanti a chi la tosa »
Alla
fine del 1948 il Signore le infisse una nuova spina: la partenza di don Umberto
che la dirigeva spiritualmente dal 1944.
Sandrina
nel diario descrive con parole commoventi il dolore aperto nella sua anima da
questo « secondo colpo » (il « primo » era stato il distacco dal precedente
Direttore spirituale).
«
Sentivo come se il cuore e l'anima dessero sangue per salvare il mondo... ».
«Alcune
ore dopo, ecco il mio secondo taglio spirituale: colui che Gesù, sul mio
cammino spirituale, aveva collocato al secondo posto come guida e aiuto
dell'anima mia, mi lasciava».
«
Non avevo ancora ricevuto la Comunione. Don Umberto andò a prendere il mio Gesù
per darmi forza nel colpo che avrei ricevuto ».
«
Pochi minuti dopo, prese commiato. Egli, scorgendomi piangere, mi disse:
-
Sia fatta la volontà di Dio.
Risposi:
- Sta bene, ma la volontà di Dio non ci toglie il cuore... Sì, lo so che Dio dà
forza; se in ore come queste mancasse la forza di Gesù ci sarebbe da disperarsi.
-
Pensi che ha Gesù nel cuore.
-
È vero; ma Gesù non si rattrista per le mie lacrime... ».
Il
giorno dopo, venerdì, Gesù le parlò; Alexandrina verso la fine del colloquio
chiese al Signore: « Tu mi dici che mi ami tanto ma io non so come amarti né
soffrire perfettamente per te. Non ti rattristano le mie lacrime di ieri? ».
-
No, figlia mia, - le rispose Gesù. - Le lacrime rassegnate sono lacrime
d'amore.
«
Non ho forse pianto anch'io presso il tumulo di Lazzaro e sulla città di
Gerusalemme? Ci poteva essere in me della imperfezione? Fatti coraggio.
Confida ».
«
Tutto rientra nei miei piani divini. Sono queste le vie degli eletti del
Signore. Gli uomini facciano o no la mia volontà, io scrivo diritto su linee
che sono storte. Nella tua vita permetto tutto per maggior splendore e grande
gloria mia! ».
La
partenza di don Umberto per l'Italia renderà possibile un giorno far
conoscere, senza ostacoli, la vita della Beata in tutto il mondo; e in
Portogallo stesso ove Alexandrina ebbe molti nemici.
«
Intercedeva per i peccatori »
«
Vorrei scomparire nell'amore di Dio in modo tale che quando gli uomini mi
cercassero non mi trovassero più ». Queste parole erano sfuggite ad
Alexandrina nel corso di una conversazione avuta un giorno con don Umberto.
Eppure,
pur desiderando la solitudine, sentiva per le anime peccatrici una compassione
inesprimibile: « Quando mi raccontano le loro miserie vorrei abbracciare
quelle anime e accarezzarle ».
Un
giorno, le si presentarono venuti da lontano, due giovani sposi con tre bimbi.
1
tre piccini erano apparsi, nel casolare di quei due sposi, uno dopo l'altro, a
breve distanza. La conversazione di Alexandrina, a un certo punto, si orientò
delicatissimamente sul peccato che macchiava le relazioni di quegli sposi. I
due l'ascoltarono impassibili, senza lasciar trapelare nulla. Apparentemente
impassibili.
Appena
partiti, Alexandrina entrò in agitazione. Giunse, per fortuna, il Direttore
spirituale. Lei gliene parlò per chiedergli una parola tranquillante: « Non so
perché io abbia parlato ai due sposi in quel tono, - diceva. - Fu una forza
superiore a costringermi ».
Alcuni
giorni dopo, riecco lo sposo che si presenta per ringraziare Sandrina dei suoi
provvidenziali ammonimenti. Le assicura che, con la confessione, ha messo in
pace la sua coscienza e si dichiara risoluto di non offendere più il Signore
con il peccato.
«DONNA,
DONNA, CRISTIANA, CRISTIANA... »
«
Amiamoci in Dio e col suo amore »
Titolo
di questo capitolo è la definizione che ha dato di Alexandrina il provinciale
dei Missionari dello Spirito Santo.
Dopo
tanti doni mistici con cui il Signore ha arricchito la Beata, il lettore si
sarà fatto il concetto di un'anima più da ammirare che da imitare. Errore di
prospettiva!
È
vero che ella giunse ad altezze mistiche eccezionali, ma solo perché ha
corrisposto alle grazie abbondanti di Dio e perché il Signore l'aveva
destinata ad una missione singolare.
Il
bagliore celeste che da lei emana non deve ingannare. Ella visse giorno per
giorno le vicende comuni di ogni mortale, dovette risolvere i problemi familiari
come qualsiasi creatura, ha condiviso con rara saggezza quelli di centinaia di
persone che a lei ricorrevano di presenza o per scritto. Lo documentano le sue
371 lettere raccolte per il suo processo di beatificazione.
Alexandrina
ha incarnato i doni celesti e li ha irradiati attorno a sé.
Come
gli autentici e grandi mistici cristiani ella non fu mai chiusa in se stessa.
Perché l'indifferenza si oppone in modo radicale alla carità cristiana: virtù
fondamentale.
La
totale donazione di Alexandrina alle migliaia di persone che bussavano alla sua
porta, specialmente negli ultimi dieci anni di vita, e che ricevevano i suoi
aiuti spirituali e materiali, a costo di una continua rinuncia, ne sono la
prova più eloquente.
Il
suo sorriso perenne, tanto accogliente e rasserenante, anche nei suoi dolori
atroci, faceva subito pensare al Cuore di Cristo che si dilata a dismisura, che
abbraccia tutto, che per tutto si commuove e si immedesima in tutto con tutti.
Alexandrina
vibrava di fronte alle più ordinarie necessità del suo prossimo.
«
Voglio praticare il bene. Voglio che tutti i miei atti siano imbevuti di bontà
e di dolcezza. Non sopporto il pensiero che i poveri siano affamati o non
abbiano con che vestirsi. Mi tormenta il pensiero del prossimo in gravi
angustie. Il mio cuore, benché cattivo, soffre, muore per non potersi
trasformare in pane, vestiti, conforto e gioia per quanti soffrono... O Gesù,
amo tutti e voglio consolare tutti per tuo amore ».
Sentiva
che ogni apostolato mette radici tra i bisognosi se unito al soccorso
materiale.
«
Poveri uomini e povere anime se ci preoccupassimo soltanto del Cielo! Quanti
morirebbero di fame e di freddo! Quante anime cadrebbero nella disperazione ».
E volgendosi al suo Signore: «Non sei stato tu, o Gesù, a predicare e ad
insegnare la carità?».
In
una sua lettera consiglia: « Amiamo Gesù senza limiti e poi amiamoci in Lui
con il suo amore. La stimo molto, le voglio molto bene nel Signore, ma questa
stima è disinteressata: è motivata dal posto che Gesù ha riservato per lei
nel mio cuore ».
«
Che peccato non vedere nel prossimo un altro Cristo, un altro io per non
indisporci con tutti e per tutto. Gesù non è morto per tutti? ».
Nella
sua carità Alexandrina assomigliava alla mamma di cui il parroco affermò
parecchie volte « quando morirà questa donna lascierà un grande vuoto nella
parrocchia ». Imitò la mamma e la superò di gran lunga perché attingeva
all'unica fonte dell'amore autentico: Dio.
La
giovane domestica ha testimoniato: « Si sarebbe fatta a pezzi per gli altri; ma
faceva tutto col desiderio di piacere al Signore ».
Fin
da piccola Alexandrina « amava gli anziani e i piccoli e si offriva ad aiutarli
».
Un
povero batte alla porta? Ella corre subito e informa la mamma che più volte
ribatte di avergli già dato l'elemosina. Ma lei aggiunge: « Dagli anche un po'
di minestra. Nella pentola ce n'è ancora! ».
Catechista
della parrocchia è informata di una bimba gravemente ammalata. Accorre
subito. Le sta vicino durante tutta la malattia dispensandole quelle tenerezze
che la mamma, assai occupata e disperata dal dolore, non aveva più forza e
coraggio di darle. L'assiste fino alla morte ed anche dopo, fino alla sepoltura.
Narrano
due sorelle poverissime accolte in casa sua: « Dormivamo nella stanza attigua a
quella di Alexandrina. Nella parete divisoria c'era una piccola finestra. Il
gatto veniva spesso a dormire sul nostro letto e io, ancor piccola, avevo tanta
paura. Mi pare ancora di vedere la mano bianca di Alexandrina, attraverso
quella finestruola, a scacciare il gatto e di udire la sua voce buona ad
incoraggiarci. Ella, avendo saputo che i nostri genitori avevano perduto tutti
i loro beni, ci accolse nella sua casa e con la sua inesauribile carità, ci
provvedeva di tutto... Sovente ci chiamava presso il suo letto per controllare
se la merenda era sufficiente ».
La
maestra Maria Amelia racconta: « Con la collega Concettina andavo ogni anno a
chiederle preghiere per gli esami dei nostri alunni. Informata che qualcuno non
era sufficientemente preparato, Alexandrina supplicava: « Presentateli tutti
all'esame affinché non rimangano tristi. Potranno così aiutare le loro
famiglie. lo pregherò; andrà tutto bene. La sua predilezione per i bimbi era
evidente. Li proteggeva aiutandoli con cibo e vestiti. In occasione di
escursioni scolastiche, ella pagava il viaggio ai più poveri, affinché tutti
fossero contenti! ».
Troppe
volte l'infanzia è vittima innocente della società egoista e corrotta.
Alexandrina
se ne occupava per difendere e prepararla alla vita con gli studi,
l'apprendimento di un mestiere e una educazione valida.
In
un suo fioretto di maggio si legge: « Pregherò e soffrirò perché non rubino
l'innocenza ai fanciulli ». Al suo secondo direttore spirituale scriveva: « Il
latore di questo biglietto è Saverio, il bambino di cui le parlai giorni or
sono. Abbia la bontà di inviarmi il numero di matricole e la lista del corredo
necessario ». « È stata Alexandrina - testimonia una mamma - a fare accettare
una mia figlia ritardata anormale nel collegio di Lisbona diretto dalle Figlie
di Maria Ausiliatrice ».
Sono
oltre una decina le pratiche di questo genere e da lei inoltrate a vari
istituti.
«
Alexandrina - scrive D. Davide Novais - aveva una carità senza limiti.
Parecchie volte mi raccomandò ragazze di Balasar. Venni io stesso a prelevarne
qualcuna di quasi vent'anni per la nostra opera di assistenza alle giovani in
pericolo morale ».
«
Alexandrina - testimonia la maestra Maria Alice - fu per me mamma spiritualmente
e materialmente. Ero orfana e lei mi pagò la retta del collegio, il corredo e i
libri. Se oggi vivo senza preoccupazioni lo devo a lei a cui va tutta la mia
venerazione e riconoscenza ».
Nell'inchiesta,
in preparazione del processo sulle sue virtù e fama di santità si levò una
sfilata di beneficati a narrare i benefici ricevuti dalla Beata.
Quanti
hanno dato la loro testimonianza con commozione nostalgica e calde lacrime.
Alcune
voci di questo coro armonioso: « Durante una mia malattia e per mantenere i
miei cinque figli Alexandrina mi soccorse parecchie volte ».
«
Ella si rese garante per una somma da me chiesta in prestito per comprare una
casetta ».
«
Degente in ospedale, ella soccorse la mia famiglia. Incaricò sua sorella a
visitarmi parecchie volte e a portarmi sempre un aiuto in denaro ».
«
Sapendoci in strettezze finanziarie ci pagò la quota per gli esercizi
spirituali due o tre volte. In occasione del Natale e Pasqua ci mandava il
vino di nascosto ».
«
Mi prestò denaro per affrontare gravi necessità di famiglia e non volle mai
l'interesse. Vestì parecchie volte i miei figli. In varie feste mi regalava
pane e carne. Fu Alexandrina che trovò lavoro per mio marito in una fabbrica
».
«
Durante uno mio ricovero all'ospedale provvide sempre il cibo ai miei due
figli. Finché non potei riprendere il lavoro, mi aiutò sempre con denaro ».
«
Intimato dal tribunale a sloggiare con la famiglia, Alexandrina si interessò
per farci avere gratuitamente uno casa da una sua amica. Poi organizzò un
comitato per la raccolta del denaro sufficiente per costruirci una casa. Iniziò
lei stessa la sottoscrizione con 500 scudi».
Avevo
nove figli e rimasi vedova ancora assai giovane. Venne subito in mio soccorso
dicendomi: - Non fare la fame; quando hai bisogno vieni. Ti darò sempre
quanto ti è necessario! ».
«
A Natale e a Pasqua distribuiva vestiario, calzature e carne a tutti i
bisognosi della parrocchia ». o « Vestiva gli orfani perché non sentissero la
mancanza dei genitori. Su loro riversava, dal suo letto di dolore, tante
attenzioni e affetto ».
«
Un giorno - afferma una ricca signora - visitai Alexandrina, com'ero solita
fare nel bisogno di sfogarmi per averne conforto. Ero avvilita perché mio
marito voleva costruire una scuola e mi negava altre cose indispensabili.
Alexandrina mi disse con gravità: - Alle scuole deve provvedere il governo.
Sarebbe meglio costruire case per i poveri. "Ma come convincere mio
marito?". E lei: - Rivolgiamoci al Signore! - Pochi giorni dopo dovevano
iniziare i lavori per la scuola. Mio marito improvvisamente cambia idea e mi
dice: "Ho pensato che è meglio destinare la somma per la costruzione di
case per i poveri". Fece costruire un villaggio dove oggi abitano alcune
decine di famiglie. Ultimate le case dissi a mio marito: "Non penserai mica
di dare il nostro nome al villaggio? Il nome spetta ad Alexandrina". Gli
spiegai il motivo e allibito mi rispose: "Fa' come vuoi!" ».
E’
impossibile sapere tutta la carità esercitata da Alexandrina. Ella non rivelava
mai le elemosine che elargiva.
Giuseppe
Nogueira ci confidava: « Avendo fiducia in me, mi aveva scelto come latore di
elemosine ad alcuni poveri miei vicini di casa. Nel consegnarmi le somme, sempre
avvolte in carta e sigillate, mi diceva: « So che N. N. vive in difficoltà;
portagli questo denaro, ma ti raccomando il segreto ».
Era
questo il suo stile anche per non umiliare nessuno. « Soleva dirmi - così
hanno testimoniato parecchi - ringraziate la Provvidenza e nessun altro lo
sappia! »,
«
Ero sicura di trovare in Alexandrina un cuore somigliante a quello del mio Dio:
faceva prodigi di carità ». Così afferma una nobile decaduta. E una maestra:
« Aveva un'anima grande fino all'inverosimile! ».
È
significativo il fatto che quando morì tutti i compaesani, senza alcuna
intesa, vestirono a lutto per un mese. Nei campi non si cantò più. « È morta
la mamma dei poveri! ».
Il
parroco nel gennaio del 1956 pubblicava nel giornale della regione: « In
molti casolari di questa parrocchia non è entrata la gioia del Natale.
L'inverno lasciò senza lavoro molti capi famiglia e la scomparsa di Alexandrina
privò molta gente di indumenti e di generi alimentari per i quali ella
investiva somme rilevanti ricevute da amici ed ammiratori ».
«
Amate chi vi fa del male »
La
Beata ebbe anche dei nemici? Sì, e non pochi. Li ebbe in paese, nell'ambito
della curia e della stampa.
Nel
suo diario scrive: « Amo chi mi ama; amo i giusti e i peccatori; amo chi mi
ferisce perché vedo Gesù in tutti e amo tutti per amore di Gesù ».
Vi
fu dapprima chi tramò per privarla del suo primo direttore spirituale. La
notizia gliela comunicò egli stesso.
Alexandrina
ricorda il fatto: « Alle sei pomeridiane mi consegnarono la posta e vidi subito
la sua lettera (di Padre Pinho). Appena l'ebbi in mano, le mie braccia parvero
spezzarsi e il sangue congelarsi nelle vene. Non avevo forza per aprirla. Pensai
fra me: "Venga ciò che vuole. Avanti! Mio Gesù, accetto tutto per
amore". Nel mio intimo dicevo: "Perdono a tutti coloro che mi hanno
causato questa morte". È vero che Diolinda mi aveva dato, goccia a goccia,
il veleno che la lettera racchiudeva, ma ora giungeva l'ultima stilla. Le mie
lacrime e la mia preghiera a Gesù di perdonare a tutti: ecco la mia vendetta »
(23-2-1942).
«
Mi sento sola. Mi hanno rubato il mio sostegno sulla terra. Perdona, Gesù a chi
mi ha causato tutto questo. Per tutti chiedo compassione; chiedo luce alla loro
cecità ».
Due
anni dopo, ricoverata in ospedale per il controllo del suo digiuno totale e
completa anuria, vi fu una infermiera miscredente che la bistrattava in modo
cinico e Alexandrina commenta: « Fu un carnefice durante tutta la mia
degenza. Ella non immagina quanto mi ha fatto soffrire. Che il Signore la
perdoni! ».
Maria
Teresa, amica della Beata, le disse un giorno: « Io avrei accettato tutto ma a
quelle infermiere ne avrei dette due! ».
Alexandrina
ribatté: « Oh no! È proprio allora che sentiamo presso di noi il Signore, cioè
quando si perdona! ».
Anche
in paese vi furono tre donne che l'accusarono ad un sacerdote della curia: che
la Beata si atteggiava a santa a scopo di lucro. L'accusa fu raccolta e fatta
propria dalla commissione dei teologi, incaricati dall'arcivescovo di esaminare
il caso di Balasar.
In
una relazione, elaborata da P. Pinho nel 1945, si legge: « Altra accusa per
denigrarla è che Alexandrina escogitò un modo di vivere molto redditizio e
che, col molto denaro accumulato, ha comprato vari appezzamenti di terreno. Si
tratta di autentiche insinuazioni calunniose ».
Don
Umberto, nel suo lavoro di impostazione del processo, dovette chiarire le cose.
Scoprì che l'appiglio delle tre donne si basava sulla donazione di un
orticello e di un piccolo campo da parte di due persone amiche per evitare che
la mamma e lo zio dovessero lavorare sotto padrone, lontani da casa e dalla
ammalata bisognosa di assidua assistenza.
Alexandrina
commenta: « Soffrissi almeno da sola. Mi costa tanto che soffrano coloro che mi
sono cari e a cui devo tanto!».
Un'altra
accusa delle tre donne di Balasar fu che la Serva di Dio era una fattucchiera,
una isterica, una autentica imbrogliona. Anche questa accusa fu accolta, senza
indagini da parte dei teologi di Braga, a cui fece eco anche qualche articolo di
stampa cattolica.
Stralciamo
dal diario di Alexandrina: « O dolore che uccidi il dolore! O dolore che può
essere compreso solo da te, o Gesù! Con lo sguardo in te, le calunnie, le
umiliazioni, i disprezzi, gli odii, la dimenticanza, hanno tutta la dolcezza del
tuo amore. Venga tutto ciò che ti piace. Muoia il mio nome, come sento che
morirono il corpo e l'anima purché viva il tuo divino amore nei cuori, la tua
grazia nelle anime. Ecco perché mi lascio immolare... Gesù, vieni! Aiuto!
Aiuto! Vogliono privarmi di tutto; mi minacciano di lasciarmi senza Comunione,
proibendo al parroco di venire da me se non in pericolo di morte... Mi hanno
messa in pubblico senza il mio consenso; non sapevo nulla!
Ed
ora vogliono, a spese del mio dolore, raccogliere le pene che il vento furioso
disperse! » (1-8-1944). Il dott. Azevedo avvisò subito don Umberto che da un
solo mese visitava Alexandrina: « Se non fossi certo, certissimo della
perseveranza dell'Ammalata, avrei passato giorni nella massima amarezza per il
timore che ella si perdesse di coraggio. Quest'ultima sofferenza è stata
molto acuta. Il parroco poi diede la notizia in modo tale che se Alexandrina
non fosse quella che noi riteniamo, sarebbe piombata nello scoraggiamento
almeno per qualche ora. Invece, eroica com'è, vince sempre insieme al Signore
».
Fu
in questa occasione che don Umberto si senti in dovere di prendere le difese di
Alexandrina. Inviò all'Arcivescovo una lunga relazione, mettendo in evidenza
l'infondatezza delle accuse fatte senza interrogare chi poteva dare prove di
ogni cosa che avveniva in casa dei Costa. Prese forte posizione contro la grave
ingiustizia che ebbe risonanza nazionale perché propagata dai pulpiti della
diocesi e da vari giornali.
Don
Davide Novais ricorda quel periodo amaro: « Alexandrina accettò le
disposizioni con rassegnazione e fiducia illimitata. Non ho mai udito dalle sue
labbra un lamento né il nome di questo o di quello. La trovai sempre
rassegnata e con espressioni di scusa! ».
Colei
che fu lo strumento della dolorosa vicenda, manovrata dalle due più astute e
maligne oppositrici della Beata, due anni dopo, rientrò in sé e chiese un
incontro con la medesima.
Alexandrina,
senza farne il nome, ne parla nel diario: « Deolinda mi annunziò che quella
giovane chiedeva di farmi una visita. Io aspettavo ansiosamente questa
riconciliazione. Non perché mi rimordesse la coscienza per qualcosa, ma perché
capivo che, soprattutto tra persone pie, non devono esistere contrasti del
genere, motivo di cattivo esempio e di dispiacere per Gesù!
Fino
allora, quando mi balenava il pensiero che un giorno mi fosse ritornata davanti,
dopo i dispiaceri causati, mi pareva che sarebbe come darmi una pugnalata da
togliermi la vita. Desideravo che ciò avvenisse ma temevo di non resistere.
Quando
Deolinda mi trasmise la commissione Gesù trasformò l'anima mia. Non sentii più
il colpo che la presenza della giovane pareva dovesse causarmi.
Rimasi
indifferente come fosse cosa che non mi riguardasse.
Nella
Comunione raccomandai al mio Gesù di risolvere la questione secondo il suo
volere... Temevo di non fare la volontà del mio Dio. Avvicinandosi l'ora di
quella visita mi rivolsi al Cuore di Gesù: "Fa' ch'io la riceva con la
bontà e l'amore del tuo Cuore divino. Dammi la tua umiltà. Fa' che
dimentichi le sofferenze causatemi come voglio che tu dimentichi le
ingratitudini e dolori che io ho causato a te".
Venne
e l'accolsi sorridente, con tutta la dolcezza possibile. Per vincermi dovetti
farmi molta violenza; il cuore, a volte, pareva soffocarmi il respiro e la
parola.
Cercai
di farle capire il suo comportamento e quando mi chiese perdono le dissi:
"Se il Signore non ti castiga senza che io glielo chieda, puoi stare certa
che non ti castigherà. Io voglio dimenticare tutto come voglio che Gesù
dimentichi la mia ingratitudine e quella del mondo intero".
Il
mio cuore si riempì di compassione per lei e le perdonai con tutta l'anima. Ho
visto in lei il Signore! ». Quella giovane era stata accolta in casa della
Beata quando, ancor piccola, i suoi genitori erano caduti nella più squallida
miseria. Con lei fu anche accolta la sorellina più giovane a cui Alexandrina
provvide il corredo per entrare più tardi in una congregazione religiosa.
«
Chi dice di amare Dio e non ama il prossimo, costui è un bugiardo ». È
l'insegnamento di Giovanni l'evangelista.
«
VADO IN CIELO »
Viene
per te la scomparsa lenta
Il
7 gennaio 1955 Gesù, che l'aveva tenuta in vita in modo straordinario, le
sussurra: « Per te non vi sono più sofferenze da inventare ».
Poi
l'avverte: « Mia figlia, è il tuo anno. Confida in me. Non manco a ciò che
prometto. Le mie promesse di Signore supremo e onnipotente, stanno per
realizzarsi. La tua missione sulla terra terminerà assai presto: confida. Il
cielo è tuo. Lassù continuerai la tua missione ».
Il
25 marzo festa dell'Annunciazione, la preavvisa: « Non manca quasi più nulla
per arrivare alla vetta. Dirai il tuo Consummatum est e volerai in cielo ».
Gli
avvertimenti di Gesù incalzano.
Nell'aprile
le parla ancora « dell'ultima fase della sua vita » e le rivela che non
potrebbe essere più dolorosa... Ma aggiunge: « Il tuo cielo è vicino ».
Il
13 maggio, l'incoraggia: « Avanti, coraggio! Aggrappati a me, figlia mia.
Vieni, sono il tuo Gesù ». Il 26 agosto 1955 Gesù le rivela: « I miei colloqui
con te saranno come un incontro di amici che ricordano la loro amicizia
antica. Viene per te la scomparsa lenta ».
Il
2 settembre, nell'ultima brevissima estasi, la consola: « Non mi hai detto
tante volte che volevi consumarti e scomparire nel mio amore? Coraggio, coraggio!
Ho preso alla lettera tutto ciò che mi dicevi ».
In
due venerdì consecutivi del mese di settembre, mancando il sacerdote in
Parrocchia, Alexandrina riceve la Comunione per mano degli Angeli. La prima
volta gliela portarono in tre Angeli; la seconda volta erano una schiera.
Delicatezze divine.
Il
2 ottobre Alexandrina si volge all'improvviso alla sorella Diolinda: « Oggi è
la festa degli Angeli. Stamane ho sentito qualcuno toccarmi una spalla e ho
udito contemporaneamente queste parole: « Chi canterà con gli Angeli? Tu...
tu... tu... Fra poco, fra poco
».
Il
12 ottobre alle due di notte, mentre Diolinda le ricompone il lettuccio,
Alexandrina le chiede di chiamarle il suo confessore, don Alberto Gomes, per
ringraziarlo e ottenere il permesso di fare un atto di rinuncia a tutto.
Alle
sette riceve la S. Comunione per mano di Mons. Mendes do Carmo, della Diocesi
della Guarda, che celebra nella cameretta.
Gesù
le parla: « Vieni in cielo, vieni in cielo! ». Alle ore 15 entrano il parroco,
il confessore, Mons. Mendes, il dottor Manuel Augusto Dias de Azevedo e tutti i
familiari. Si inginocchiano.
Alexandrina
recita il suo atto di rinuncia: « O Gesù Amore, o Divino sposo dell'anima mia,
voglio, nell'ora della mia morte, farti un atto di rinuncia a tutto e a tutti
».
Vi
aggiunse subito l'atto di accettazione della morte: « Mio Dio, come ti ho
consacrato sempre la mia vita, ti offro ora la mia fine, accettando rassegnata
la morte e tutte le circostanze che ti daranno maggior gloria ».
Poi
con voce chiara, chiede perdono e ringrazia. Promette a ciascuno di ricordarli
in cielo.
Il
parroco le amministra l'Estrema Unzione. Per tre volte Sandrina lascia balenare
un dolce sorriso con uno sguardo colmo di gioia.
Poi
si volge ai presenti che vede piangere e dice: « Non piangete perché io vado
in cielo ».
Sussurra:
« O Gesù, non posso più stare sulla terra... Ho sofferto tanto, in questa
vita, per le anime ».
«
Mi sono spremuta, mi sono consumata in questo letto fino a dare il mio sangue
per le anime... O Gesù, perdona il mondo intero!... Mi sento tanto felice perché
vado in cielo ». Gli occhi dolcissimi son volti in alto, trasfigurati da un
luminoso sorriso.
Il
medico curante le si avvicina, prima di lasciarla. È la sera del giorno 12;
Alexandrina gli parla: « ... Dottore, come aveva ragione. Che luce! Le tenebre
non sono più. Tutto è scomparso. È luce... ».
La
notte sul 13 fu di agonia.
All'alba
Alexandrina chiede a Diolinda che le dia da baciare il Crocifisso e la medaglia
dell'Addolorata. Ha un lampo di sorriso.
-
A chi hai sorriso adesso? - le chiede Diolinda. - Al cielo.
Alle
otto riceve ancora la Comunione. È l'ultima.
Nella
mattinata vengono in molti a visitarla. A un gruppo di persone raccomanda: «
Non peccate. Il mondo non vale nulla. Fate spesso la Comunione. Recitate il
Rosario ogni giorno. Addio, arrivederci in cielo ».
Verso
le 11 si volge al medico curante e con gioia: « Manca poco! ».
Sembra
che faccia lei la cronaca della sua morte. Alle 11,25: « Sono felice perché
vado in cielo ». Il medico le raccomanda: « Non si dimentichi... Preghi
molto per noi ». Alexandrina fa cenno di sì. Diolinda, alle 19,30 le sussurra:
« Sì, in cielo, ma non adesso ». Alexandrina ha un sospiro e mormora con un
soffio: « Sì, in cielo. Vado in cielo... Presto... Adesso ».
Alle
ore 20 da un bacio lunghissimo al Crocifisso. Ventinove minuti dopo, senza un
tremito, senza un sussulto, spira.
Tredici
anni prima aveva dettato il suo Testamento: « E’ mio desiderio che il mio
funerale sia povero. La mia bara non sia molto bella né molto scadente per non
attirare l'attenzione di nessuno. Voglio che mi sia messo addosso l'abito di
Figlia di Maria, ma molto modesto.
«
Se non è proibito dalla Chiesa, amerei avere nella mia bara tanti fiori, non
perché li meriti, ma perché li amo molto. Se si tenesse conto del mio merito
non avrei né potrei avere nulla. È mio desiderio essere inumata nella terra,
senza cassa di zinco.
«
Non voglio neppure l'Ufficio funebre perché la mamma non possiede i mezzi per
affrontare questa spesa ».
«
Desidero essere sepolta, se sarà possibile, con il viso rivolto verso il
Tabernacolo della nostra Chiesa. Come in vita ho desiderato sempre di unirmi a
Gesù Sacramento e di guardare quanto più spesso possibile il mio Tabernacolo,
così voglio dopo la mia morte continuare a vegliarlo tenendomi rivolta verso
di quello.
«
So che con gli occhi del mio corpo non vedrò più Gesù, ma voglio essere
collocata in quella posizione per dimostrargli l'amore che nutro per la Divina
Eucaristia ».
«
Voglio che la mia tomba sia attorniata da passiflore per dire che, in vita ho
amato il dolore e continuerò ad amarlo dopo la mia morte.
«
Intrecciate alla passiflora vorrei avere delle rose rampicanti e molto spinose
».
«
Voglio sulla mia tomba una croce, e presso di essa un'immagine della cara Mamma
del Cielo. Se è possibile vorrei che una corona di spine avvolgesse la croce
».
«
La Madonnina mi aiutò a salire il cammino doloroso del mio calvario,
accompagnandomi e sostenendomi fino all'ultimo momento della mia esistenza ».
«
Amo Gesù, amo Mammina, amo la sofferenza e solo in cielo comprenderò il valore
di ciò che soffro ».
Un
giornale di Oporto pubblicò la relazione di un suo corrispondente che « per
ventun ore consecutive una moltitudine si addensò fittissima presso le porte
dell'umile casa dei Costa per vedere per l'ultima volta l'ammalata del Calvario,
come era chiamata da tutti ». A Oporto, nel pomeriggio del giorno 15, i fiorai
rimasero privi di rose bianche. Tutte vendute. Erano state inviate a Balasar:
omaggio floreale ad Alexandrina che era stata la rosa bianca di Gesù.
Richieste
e promesse di Gesù
Già
nel 1934 il Signore affermava ad Alexandrina: « Ti ho scelta per la felicità
di molte anime »; e le chiedeva: « aiutami nella redenzione del genere umano.
Io porrò in te un canale attraverso cui passeranno le grazie alle anime... Ma
esigo da te molte e grandi sofferenze ».
Nel
1935, giorno dell'Immacolata, Gesù le promette: « Sarai un potente e valido
aiuto per le anime peccatrici. Sei vittima dei miei Tabernacoli ».
Negli
ultimi anni le chiede con insistenza: « Fa che io sia amato da tutti nel mio
Sacramento di amore: il maggiore dei Sacramenti; il più grande miracolo della
mia sapienza... Cercami anime eucaristiche che, dopo la tua morte, ti
sostituiscano nella adorazione ai miei Tabernacoli ».
E,
un'altra volta le promette: « Verranno i peccatori alla tua tomba tanto
numerosi come le formiche vanno al formicaio ».
Alle
richieste dello Sposo celeste Alexandrina non ricusò neppure un istante di
immolazione per riparare l'abbandono in cui è lasciato nel Sacramento eucaristico
e per salvargli anime di poveri peccatori: « Darei tutto il mio sangue per loro
- scrive nel diario. - Per dissipare la loro cecità ed affinché si illuminino
degli incanti d'amore di Gesù! ».
Quando
Alexandrina volò al cielo, accorsero oltre cinquemila persone di ogni categoria
sociale: docenti universitari, medici, avvocati, commercianti, industriali,
artisti, sacerdoti e una moltitudine enorme di popolo modesto e umile.
Accorsero
piangenti centinaia di poveri da lei beneficati, soprattutto negli ultimi
dieci anni.
«
Il suo funerale - scrive giorni dopo la sorella Diolinda - fu uno spettacolo mai
visto ».
E
la gente esclamava: « Non vedremo mai più cosa somigliante! ».
Il
corpo verginale della Beata, secondo il suo desiderio, fu sepolto col viso
rivolto alla chiesa parrocchiale: vigile sentinella del Tabernacolo ed eloquente
invito alla devozione eucaristica.
Ma
in una pagina del suo diario, anni prima di morire, aveva scritto: « Sulla
mia tomba non voglio ricchezze né cose vane ma solo parole di richiamo ».
Infatti
nel 1947, in un foglietto di pochi centimetri, lei stessa scrisse un appello da
incidere sul tuo tumulo: « Peccatori, se le ceneri del mio corpo possono esservi
utili per salvarvi, avvicinatevi: passatevi sopra, calpestatele fino a che
spariscano. Ma non peccate più! Non offendete più il nostro Gesù! Peccatori,
vorrei dirvi tante cose! Non basterebbe questo grande cimitero per scriverle
tutte! Convertitevi! Non vogliate perdere Gesù per tutta l'eternità! Egli è
tanto buono!... Amatelo! Amatelo! Basta col peccato! ».
Consunta
nel dolore per i peccatori, ad essi lasciò in eredità anche le sue ceneri.
Le
lacrime che queste parole di Alexandrina hanno spremuto da tanti cuori, Dio solo
lo sa e i sacerdoti che, a Balasar, ricevono le confessioni dei pellegrini.
Ancora
oggi, dopo oltre vent'anni dalla scomparsa di quel serafino di amore, vittima
volontaria per i peccatori, ogni mese passano sulla sua tomba oltre trentamila
persone di varie nazioni.
«
Verranno come formiche al formicaio ». Grazie ad una generosa corrispondenza ad
una chiamata divina, fra la Beata e le anime smarrite, si è formato uno
strettissimo legame spirituale che il tempo non romperà mai più.
«
Ho passato la mia vita a soffrire, passerò il mio cielo a pregare per voi, o
peccatori! ».
Richiamo
misterioso di quella tomba ormai già trasferita nella chiesa parrocchiale! Si
sta avverando ciò che la Beata diceva un giorno alla sorella e alla maestra del
paese: « In cielo starò come il povero cieco che, al margine della strada,
con la mano tesa, chiede l'elemosina. Chiederò grazie al Signore per
spargerle poi su tutta la terra ».
L'appello
di Alexandrina non doveva spegnersi nel tempo. Doveva echeggiare nello spazio.
Il Signore glielo aveva promesso: « Il tuo nome giungerà fino ai confini
della terra! ».
Il
salesiano, suo direttore spirituale, che ben conobbe l'ansia racchiusa nelle
parole di Alexandrina ha dato corpo a quell'appello ed ha fondato una Associazione
Universale per la conversione dei peccatori.
Il
Vaticano Il ha messo in evidenza la necessità e preziosità della
collaborazione che ogni cristiano può dare all'opera del Salvatore « venuto a
chiamare i peccatori » (Mt. 9,12).
Nei
documenti del Concilio si legge: « Tutte le opere, le preghiere... se
compiute nello Spirito (cioè in grazia di Dio) diventano spirituali sacrifici
graditi a Dio, per Gesù Cristo, i quali nella celebrazione della Eucaristia
sono piissimamente offerte al Padre insieme all'oblazione del Corpo del Signore
» (Cost. Dog. sulla Chiesa N. 34).
E
ancora: « Sappiamo per fede che, offrendo a Dio il proprio lavoro, l'uomo si
associa all'opera redentiva di Cristo » (Cost. Past. sulla Chiesa N. 67).
E
infine, nel Messaggio: « ai poveri, agli ammalati, a tutti coloro che soffrono
- il Concilio afferma - Voi siete fratelli del Cristo sofferente; e come Lui, se
volete, salvate il mondo ».
La
Madonna, a Fatima, raccomandava ai pastorelli: « Pregate, pregate molto e fate
sacrifici per i peccatori: molte anime vanno all'inferno perché non c'è chi
prega e si sacrifichi per loro ».
Alexandrina,
già nei primi anni della sua malattia, narra di sé: « Ogni mattina facevo le
mie preghiere ed offrivo le azioni della giornata... Poi dicevo: "O Gesù,
mi unisco spiritualmente da questo momento, per sempre, a tutte le Messe che,
giorno e notte, si celebrano sulla terra. E Tu, Gesù mio, immolami con Te ogni
istante sull'altare del Sacrificio. Offrimi con Te all'Eterno Padre per le
stesse intenzioni per cui immoli Te stesso" ».
Nella
luce della dottrina del Concilio, sulla richiesta della Madonna di Fatima e
stimolati dall'esempio di Alexandrina furono posti nella sua cameretta ove tanto
pregò e s'immolò, grossi registri per i suoi devoti di varie Nazioni che
desiderassero iscriversi nell'Associazione Universale per la conversione dei
peccatori. Giungono adesioni da ogni parte del mondo. Anche l'Italia ha il suo
registro. Chi desidera unirsi a questa crociata può inviare il suo nome e
indirizzo alle Oblate del Cuore di Maria - Via Po, 30 - 10036 Settimo Torinese.
Esse si incaricheranno di trasmetterlo a Balasar (Portogallo).
Si
consiglia la libera scelta di almeno una delle seguenti opere, secondo le
proprie possibilità di vita, da compiersi spiritualmente uniti a Gesù
Eucaristico e agli Associati di tutte le Nazioni.
1)
Far celebrare, almeno una volta all'anno, la Messa per la Remissione dei
peccati (Messa del Perdono).
2)
Partecipare ad una santa Messa settimanale per la conversione dei peccatori.
3)
Una comunione mensile.
4)
Una visita settimanale al Santissimo Sacramento.
5)
Comunione spirituale giornaliera, per una settimana.
6)
Offerta giornaliera, per una settimana, del proprio lavoro, in unione con le
Sante Messe che, giorno e notte, si celebrano nel mondo intero.
7)
Offerta di un'ora di sofferenza, unendosi a Gesù immolato sugli altari e agli
ammalati, tribolati e alle vittime volontarie del mondo.
8)
Recita giornaliera del Rosario, per una settimana, intercalandovi, ad ogni
mistero, la giaculatoria insegnata dalla Madonna a Fatima: « Gesù mio,
perdona le nostre colpe; preservaci dal fuoco dell'inferno, porta in cielo
tutte le anime; soccorri le più bisognose della tua misericordia ».
9)
Fare propria la giaculatoria: « Maria rifugio dei peccatori, prega per noi! ».
Ormai
Alexandrina è avviata agli altari. La Curia di Braga nel 1967 iniziò il
processo sulla sua fama di santità ed eroicità delle virtù.
Furono
interrogati 48 testimoni che conobbero la Beata.
Nel
1973 si è chiuso il processo diocesano e tutta la documentazione passò alle
Congregazioni Romane. Nel dicembre 1976 furono approvati tutti i suoi scritti.
Nel
1977 furono stampate le testimonianze del processo in quattro grossi volumi
per il giudizio finale del tribunale romano.
Mentre
scriviamo questo capitolo giunge la notizia della morte del cardinale Cerejeira,
già patriarca di Lisbona.
Nel
lontano 1950 egli raccomandava a don Umberto, direttore della Serva di Dio: «
Non abbandonate Alexandrina! E’ un serafino che si consuma nell'amore ».
Due
anni or sono scriveva al medesimo: « Compagne della mia giornata sono Teresa
di Gesù Bambino e Alexandrina ».
Il
giornale con la notizia della morte presenta una fotografia del cardinale ove
appare, presso il Crocifisso del suo tavolo di lavoro, anche una foto di Alexandrina
e quest'altra informazione: « L'ultimo libro di meditazione del card. Cerejeira
è stata, per quasi due anni, l'autobiografia di Alexandrina, stampata in lingua
italiana dal suo direttore spirituale ».
La
biografia della Beata è ormai uscita in diverse lingue. Sono molti gli articoli
che su giornali e riviste di varie nazioni parlano di lei.
Sono
anche numerose le grazie attribuite alla Beata.
Mentre
chiediamo preghiere per la causa informiamo che ogni relazione di grazie deve
essere inviata alla Postulazione « Casa Generalizia Salesiana » - Via della
Pisana, 1111 - Casella Postale 9092 - 00100 ROMA.
Per
materiale divulgativo rivolgersi alla Editrice Elle Di Ci - 10096 Leumann
-
Alexandrina, Umberto M. Pasquale, L. 4.000. - La Passione di Gesù in
Alexandrina, L. 2.000. - Via Crucis meditata, L. 200.