SOPRAVVIVEREMO? COME?

Don Idelbrando A Santangelo - Comunità Editrice Adrano CATANIA

TANTI MODI PER SUICIDARSI

Ci sono tanti mezzi per suicidarsi: avvelenarsi, spararsi, get­tarsi da un precipizio, drogarsi, fumare quando il medico lo ha proibito, mangiare quando il medico lo ha vietato. In tal caso uno lo sa e lo vuole.

Ma ci sono tanti altri modi di suicidarsi, anche quando non si vuol morire.

Esempi: non accertarsi, sebbene avvisati, se nello scantina­to della propria casa o nel motore del proprio aereo c'è una bomba; non accertarsi sebbene avvisati se la strada che si sta per fare è minata. Affrontare un pericolo di morte per l'accidia di scoprirlo non è da coraggiosi, ma da imbecilli.

La persona normale in questi casi non fa quello che stava per fare, o, per lo meno, va a controllare se è vero quanto le vie­ne detto. Nessuno scherza con la sua pelle. Dice Pascal: «Se mentre stai uscendo di casa un amico ti dice: - Non fare quella strada, ché ho visto due terroristi che ti aspettano per ammaz­zarti -. E un altro ti dice: - Puoi fare quella strada, ché non ho visto nessuno -. Tu cosa farai? Cambierai strada o cautamente ti accerterai.

Forse ti coglie la tentazione di voler da forte affrontare l'ignoto. Se la posta fosse meno tragica potresti anche permet­terti tale lusso. Ma la posta è tremenda: da un lato la somma fe­licità che si perde, il Paradiso; dall'altro la somma sventura che si acquista, l'inferno. Dovresti ricordare le parole di Napoleo­ne: "Non amo gli spiriti forti. Non ci sono che gli stupidi ad af­frontare l'ignoto!,,».

 

ESISTONO GLI SPIRITI?

Il problema è questo: c'è qualcosa di me che sopravvive quando il corpo muore? Ci sono delle pure forze intelligenti? Dopo la morte il mio io continua a vivere?

C'è un giovane, di nome Gianni, figlio dell'avvocato S.M. di Catania, che credeva che non esistessero spiriti. Due suoi amici gli dissero che esistevano gli spiriti e lo invitarono a fare delle sedute spiritiche nella sua casa stessa.

Gianni accettò.

Seduti tutti e tre attorno a un tavolo chiamarono lo spirito, e cominciarono a interrogarlo col sistema del bicchiere e dell'al­fabeto. Il bicchiere si spostava da solo sulle lettere dell'alfabe­to poste sul tavolo e componeva le frasi di risposta.

Cosí continuò per molti mesi.

Un giorno Gianni pensò: «Se ci sono gli spiriti allora c'è Dio, ci sono gli angeli e i diavoli. E se invece di uno spirito buono è il diavolo che ci risponde?».

Turbato da questo pensiero, una sera prese un quadro di Gesù, lo mise sul tavolo e interrogò ripetutamente lo spirito: - Spirito, lo ami tu questo?

Lo spirito non rispose.

Allora Gianni, spaventato al pensiero che aveva avuto da fa­re col diavolo gridò:

- E allora vattene via da qui!

- Non me ne andrò, voi mi appartenete! - rispose subito lo spirito.

- E noi non ti chiameremo piú!

- Maledetti, maledetti per sempre! - rispose lo spirito.

A quelle risposte Gianni per lo spavento cominciò ad avere continui tic nervosi che durarono parecchi mesi, mentre uno degli altri due dovette essere ricoverato in manicomio.

Intanto la madre di Gianni, professoressa, ignara di tutto, la sera precedente aveva visto un'ombra girarle attorno un istan­te; ma non ci aveva fatto caso. In quell'ultima sera invece le comparve l'ombra distinta di un mostro, che girò ripetutamen­te attorno al tavolo dove stirava e poi usci via nel corridoio. La professoressa colta dal panico non ebbe neanche la forza di gridare. In quell'istante entrò in casa sua sorella che gettò un urlo.

La professoressa, ripreso il dominio di sé, disse alla sorella: - Perché hai urlato?

- Non hai visto l'ombra di un mostro uscire dalla tua stanza e dileguarsi nel corridoio? - rispose la sorella.

Fu cosí che la professoressa d'accordo con tutti i familiari decise di svendere la casa.

Un loro amico, che è pure mio amico, li scongiurò di non fa­re quel passo, e li invitò a rivolgersi a me.

Venuti da me, la professoressa mi chiese:

- Ci può aiutare ad uscire da questo incubo?

- Si, risposi io, ma a due condizioni: prima che tu, Gianni, non faccia piú sedute spiritiche.

- Mai al mondo! - rispose Gianni.

- Seconda: che vi mettiate tutti in grazia di Dio confessan­dovi e comunicandovi.

Tutti si confessarono e comunicarono. Quindi io andai a be­nedire la casa; dopo di che non capitò loro piú nulla.

Non riporto l'indirizzo dei protagonisti di questo fatto sia per delicatezza, sia perché tutti possono provocare fatti simili; però la Chiesa proibisce le sedute spiritiche, sia perché non è lecito mettersi in contatto col diavolo, sia perché il diavolo in­ganna nel dare le risposte.

Due romanzieri hanno fatto una simile esperienza e dall'ateismo sono arrivati al Cattolicesimo: un ebreo di na­zionalità italiana, Pitigrilli; un inglese di provenienza prote­stante, Chesterton.

Quest'ultimo narra la sua avventura in un romanzo, Mana­live, ed espone la sua fede nel suo bellissimo libro, Ortodossia. Narra come avendo perduto la fede ed avendo constatato attraverso lo spiritismo l'esistenza degli spiriti, pensò di co­struire una fede rigorosamente razionale. Dopo averla co­struita s'accorse d'aver costruito in tutti i suoi particolari il Cattolicesimo, e si converti ad esso.

S. Agostino aveva un amico di nome Gennadio che non vo­leva credere né alla sopravvivenza, né all'anima. Una notte Gennadio sognò un angelo. Questi gli disse:

- Gennadio, mi vedi? - Si, egli rispose.

- Mi vedi con gli occhi?

- No, egli rispose ricordandosi che sognava.

- Mi senti?

- Si.

- Mi senti con le orecchie? - No.

- Mi stai parlando? - Si.

- Mi parli con le orecchie? - No.

- Ascolta, concluse l'angelo: tu mi vedi senza gli occhi, mi ascolti senza le orecchie, mi parli senza la bocca. È la tua ani­ma che fa tutto questo. L'indomani Gennadio si converti.

 

SOPRAVVIVERÒ?

Il filosofo Ugo Spirito dice: «Il problema non è se esiste Dio. Il problema è: chi è Dio? C'è salvezza? C'è al di là?... È una sciocchezza proclamare che Dio è morto, che la religione è defunta. Quella che sta morendo, invece, è la filosofia. È fini­ta in Italia, in Europa, nel mondo». (G. Grieco: Il bisogno di Dio, Rusconi, pag. 26).

Il letterato Riccardo Bacchelli dice: «Croce credeva alla morte totale, mentre io, purtroppo, non riesco a crederci; e di­co purtroppo, perché è un'idea faticosa. In che modo la nostra vita continua dopo la morte?» (ibidem, pag. 84).

Né vale la posizione di Loris Fortuna che escludendo la so­pravvivenza dice: «Se poi mi dovessi sbagliare me ne derive­rebbe una sorpresa tanto piú gradita, quanto piú inaspettata» (ibidem, pag. 247).

Infatti se quel sopravvivere felicemente dipende da certe condizioni che dobbiamo porre noi in terra, ossia dalla nostra vita cristiana, sopravvivere nel caso di Loris Fortuna non è una fortuna, ma una sfortuna.

Il poeta Giovanni Testori autore di Conversazione colla Morte e di Annuncio a Maria al giornalista Giuseppe Grieco confessa:'«Io sono un individuo che sempre si interroga: "Chi sono io? Qual è il senso del mio essere al mondo? Perché sono nato con questo bisogno di eterno che non riesco mai a sazia­re? Perché devo morire?". Ecco: la morte. Allora mi dibattevo e mi avvoltolavo nella mia angoscia esistenziale, perché sono un uomo del mio tempo, cresciuto nel contesto di una certa cultura che aveva escluso Dio; allora, te lo confesso, il mio problema di fondo era quello di riuscire ad accettare la morte. Tutto in me la respingeva. Mi sembrava una contraddizione di Dio, un evento ingiustificato che spezzava il filo della vita che aveva cominciato a svolgersi, per quello che individualmente mi riguardava, con la nascita. Insomma, mi dibattevo su questa domanda, a cui non trovavo una risposta: perché si nasce quando poi si deve morire?». E confessa di aver trovato la ri­sposta nella morte serena della madre, che era arrivato a male­dire per averlo messo al mondo (ibidem, pag. 46).

Il grande problema è li: sopravviverò? In che maniera? Giustamente Guido Piovene ha chiesto in una intervista trasmessa dalla TV a un teologo: «Perché voi credenti nell'al di là parlate cosí poco, oggi, del senso finale della vita? Vi vedo molto impegnati per l'uomo di tutti i giorni: non avete piú nul­la da dirgli sul dopo? Non mancate alla vostra missione? Non vorrei che vi riduceste come "noi laici" ad accompagnarli solo verso una "soglia della vita" senza ulteriore speranza. Se la cer­tezza dell'al di là è in voi dovete proclamarlo piú coraggiosa­mente».

La cultura laica, egemone della nostra società non può piú dare soddisfazione al bisogno piú forte, biologico, primordiale dell'uomo: il bisogno di sicurezza.

Sabino Acquaviva, ordinario di sociologia all'Università di Padova, intervistato da Vittorio Messori, dice: «Dietro le pi­stole dei brigatisti, ma anche dietro l'angoscia, la frustrazione delle masse, c'è il grido di una società alla vana ricerca di dife­se e strategie contro la morte.

La morte, appunto; questa realtà negata e ignorata sia all'Est che all'Ovest: Tutti i progetti sociali ormai si equivalgo­no, non essendo in grado di dare risposta al problema della morte, possono anche riuscire sul piano sociale, ma falliscono sul piano individuale. Ecco perché liberalismi, radicalismi, marxismi sono condannati alla stessa estinzione, e scatenano le stesse rivolte». Il "dio che ha fallito„, la politica, ha rivelato interamente, proprio in questi anni, la sua incapacità di pro­porre un "surrogato del Sacro". Il cristianesimo, dal canto suo, ha abdicato a quanto gli era proprio e sta diventando insignifi­cante, almeno a livello di massa».

«La Chiesa, pensa Acquaviva, ha un senso se annuncia l'Eterno, la Vita Eterna, il perenne contro il contingente» (Ie­sus, 7-1980).

Acquaviva ha ragione nella misura in cui i teologi e i cristia­ni pongono tutte le loro attenzioni a questo mondo e trascura­no l'essenziale; la predicazione del Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto e della salvezza eterna che egli ci ha portato e garantito.

Questo libretto vuol dare una rapida e sintetica risposta a questi problemi.

 

SOLO LO STOLTO NON CERCA

Se un rabdomante ti dice che nella tua campagna a pochi metri sotto terra c'è un tesoro o una sorgente d'acqua, tu vai a scavare.

Se un amico ti dice che in una città c'è un medico che sicu­ramente ti guarirà o che ha trovato un'alimentazione o un prodotto che allunga di 10 anni la vitalità, tu vai a cercarlo.

Ora io ti dico con tutta serietà: c'è una persona degna di fi­ducia che ti assicura che ti farà vivere eternamente felice con le persone che tu ami e te ne da tutte le garanzie facilmente controllabili. Non ti pare che è da scemi alzare le spalle e non volersi scomodare per controllare se questo è vero?

Questa persona è Gesú.

Egli è il personaggio storico piú documentato che esista. Basta pensare che:

- di Augusto scrisse Plutarco 80 anni dopo;

- di Confucio scrisse Mencio 100 anni dopo;

- di Maometto scrisse Ibn Ishaq 100 anni dopo;

- di Aristotele scrisse Apollodoro 300 anni dopo;

- di Budda scrisse Massa Kassapa 300 anni dopo; ecc.; men­tre di Gesú scrissero quattro contemporanei: Matteo, Gio­vanni, Marco, Luca; dei quali i primi due furono suoi discepo­li e testimoni oculari di quanto scrissero.

Gesú, a garanzia della promessa fattaci di una vita eterna felice, non solo fece innumerevoli miracoli, non solo risusci­tò, ma ha disposto per ogni tempo tali miracoli e tali prodigi da poter far convincere tutte le persone piú esigenti.

Per uno studio estremamente documentato su Gesú ri­mandiamo al nostro libro Certezze su Gesú.

Nella primavera 1985 una donna diede tale libro a un medi­co ateo coltissimo. Questi dopo averlo letto mi venne a trova­re e mi disse: «Il suo libro mi ha tolto tutti i dubbi, mi ha col­mato tutti i vuoti, mi ha fatto vedere che chi è ateo, lo è per­ché non è informato». Quindi si confessò.

Nel 1977 una ragazza di 13 anni, che conosco personalmen­te, di nome Delizia Cirolli da Paternò (Catania), fu portata in Ospedale per venire amputata di una gamba colpita da tumo­re maligno. In ospedale i medici, constatato che la ragazza aveva metastasi in tutto il corpo, la rimandarono a casa perché morisse con la gamba. I parenti, disperati, consigliati da un'amica, la portarono a Lourdes. Li la madre le bagnò con fede la gamba con l'acqua della piscina. La Delizia guarí per­fettamente.

Riferendo qualche anno addietro questo miracolo a un ateo e non volendo egli credervi, lo invitai ad andare a trovare la ragazza nell'ospedale di Paternò ad appena 18 km da Adra­no, dove lei ora lavora come infermiera, per verificarlo. Egli rifiutò. Allora gli dissi:

- Qualunque sforzo fa Dio per portarti in Paradiso si in­frange contro la tua decisione di non volerci andare.

 

Il miracolo di S. Gennaro

S. Gennaro fu decapitato a Pozzuoli durante le persecuzio­ni romane.

Una donna cristiana che assistette da lontano all'esecuzio­ne con un'amica, appena andarono via i soldati, raccolse in un'ampolla un pò di sangue del martire e quindi ne seppellí il corpo, che ora si conserva nel duomo di Napoli. Ogni anno nell'anniversario del martirio, il 19 settembre e per i 7 giorni seguenti, dinnanzi agli occhi di una folla immensa, quel san­gue raggrumato che riempie due terzi dell'ampolla, mentre la gente prega e l'ampolla sigillata viene continuamente e len­tamente portata da destra a sinistra da un prelato, si scio­glie e diventa come l'acqua; qualche anno dopo un quarto d'ora di preghiere, qualche altro dopo un'ora, o soltanto ver­so sera.

Ho assistito a tale prodigio per due volte, in posto privile­giato a un metro di distanza.

Narrai un giorno questo prodigio a un gruppo di operai. Uno di essi, ateo, mi disse:

- Non ci credo.

- Va a vederlo il 19 settembre, gli risposi. Ti pago io il viag­gio.

- E l'albergo?

- Te lo pago pure.

- E le giornate di lavoro che perdo?

- Te le pago pure; ma a un solo patto: che se il miracolo avviene mi devi ritornare tutti i soldi.

- Non ci vado e non ci credo.

- Libero di romperti il collo, conclusi. Ma se credi che an­dandoci e convertendoti fai un favore a me sei un pazzo.

Quell'operaio mi voltò le spalle. Dopo due anni cadde am­malato e venne a morire. Mi fece chiamare. Andai a casa sua. Egli mi disse:

- Sono i peccati che fanno perdere la fede. Quelle sue parole non le ho piú dimenticate. Mi confessi. Voglio morire da cristiano. E la ringrazio.

 

Il prodigio di Adrano

In Adrano (Catania) dal 7-12-1980 al marzo 1981 si sono verificati ogni giorno in casa Orofino, via Recanati 15, prodigi impressionanti.

Tutte le pareti della casa comparvero rigate da cima a fon­do da sangue fresco: ogni giorno piansero lacrime di sangue l'immagine di Gesú Misericordioso o della Madonna; nelle porte si andarono formando, sempre col sangue, tanti disegni simbolici.

Tutto questo quasi sempre alla presenza di testimoni. Il sangue raggrumato si vede ancora. I testimoni oculari sono stati almeno 500; probabilmente oltre un migliaio.

Un giorno, avvisato in tempo, accorsi con una siringa; tro­vai la stanza piena di gente che pregava e gridava. L'immagi­ne di Gesú Misericordioso era appesa con un fermaglio in ci­ma allo specchio.

Raccolsi quattro gocce di sangue dal volto di Gesú. Voltai l'immagine e vidi e feci vedere che il cartoncino, dietro, era bianco. Invitai la gente a continuare a pregare. Dopo 5 minuti si formarono di nuovo, a vista di tutti, altre 4 gocce di sangue, che pure raccolsi con la siringa.

Invitai di nuovo la gente a continuare a pregare. Dopo altri 5 minuti si riformarono sul volto di Gesú altre 4 gocce di san­gue.

Feci esaminare quel sangue dall'analista dott. Strano. Ri­sultato: sangue umano gruppo AB.

Il pretore di Adrano, convinto che tutto fosse un imbroglio degli Orofino, fece venire il medico legale del Tribunale di Catania, prof. Guardabasso. Questi raccolse il sangue da varie parti; lo esaminò e diede il verdetto: sangue umano gruppo AB. Esaminò il sangue dei componenti della famiglia: nessu­no di loro ha sangue gruppo AB.

Io ho raccolto i verbali di oltre cento testimoni, che tengo a disposizione di tutti.

Moltissimi non vogliono credere a tale prodigio: sono i so­liti presuntuosi superficiali. Ne incontro spesso che mi conte­stano su questo prodigio. Dico loro:

- Se i vostri occhi valgono piú dei miei e di quelli di centi­naia di altre persone avete ragione; se valgono quanto i miei e quanto quelli degli altri avete torto.

A questo punto tutti tacciono.

Ho descritto i fatti e il messaggio di tale prodigio nel libro Dalla Polonia a Adrano.

Dinanzi a un tale prodigio e a centinaia e forse migliaia di prodigi simili c'è da chiedersi: «Perché Gesú e la Madonna versano tante lacrime»? La risposta non può che essere que­sta: perché nonostante la loro passione e i loro sforzi per sal­vare gli uomini, moltissimi di essi, ostinati nella loro incredu­lità e nei loro peccati, vanno verso l'inferno; mostrando loro queste lacrime fanno l'ultimo tentativo per farli riflettere e salvare.

 

A UN MORIBONDO SI DICE LA VERITÀ

È capitato a me.

Un giorno il signor D.S., persona molto colta e intelligente, moribondo per cancro ai polmoni, mi fa chiamare. Ci conosce­vamo a vicenda, ci salutavamo, ma mai ci eravamo parlati. Lui assolutamente mai era andato in Chiesa.

Entrato nella sua camera egli mandò via i parenti, fece chiu­dere la porta e mi disse a quattr'occhi:

- Senta, a un moribondo si dice la verità. C'è un'altra vita o no?

- Se lei non ha fiducia in me e pensa che io possa mentire è inutile che io parli.

- Ho fiducia nella sua lealtà. Per questo l'ha fatta chiamare.

- Lei sa che ci ho guadagnato qualcosa facendo il prete? - Al contrario ci ha perduto tutto. Per questo la stimo. - E lei crede che io sarei stato tanto stupido da sacrificare tutto per niente, se non fossi certo che c'è un'altra vita? - Ha ragione.

Allora cominciai a parlargli di Cristo, facendo vedere attra­verso la citazione di una grande quantità di fonti come egli è il personaggio storico piú documentato, e facendo vedere attra­verso la storia del testo come i Vangeli sono autentici, sono del I secolo e scritti da contemporanei di Cristo. Gli dissi per sommi capi quanto ho scritto nei miei tre libri: Dio è interes­sante? Chi è il Cristo, Io credo, dal quale ultimo gli citai una buona quantità di miracoli moderni tutti documentati.

Il signor D.S. andava facendo delle profonde obiezioni, alle quali io via via rispondevo. Man mano che rispondevo, il suo volto diveniva luminoso. A un certo punto egli m'interruppe dicendo:

- Basta; non ho bisogno di altro. Voglio morire da cristia­no. Mi confessi.

Lo confessai.

Sopravvenuta la moglie, il signor D.S. le disse: - Questo è il piú bel giorno della mia vita.

Allora andai a prendere l'Eucarestia e gli feci la comunio­ne, che ricevette con vera devozione. Mori l'indomani.

P.V., professionista, è gravissimo. Nel marzo 1980 vado a visitarlo. È estremamente abbattuto e demoralizzato: non ha speranze terrene, né ultraterrene. Dopo i convenevoli parlo della sopravvivenza. Parlo del libro del Moody La vita oltre la vita (Mondadori); di Natuzza Evolo di Paravati, della resurre­zione di Cristo, di apparizioni documentate di santi. P.V. ascolta attento; fa molte domande; infine mi dice: «Ora che sono certo di sopravvivere non ho piú paura di morire». Volle la comunione; morì sereno.

 

NESSUNO È VENUTO DALL'AL DI LÀ

È un luogo comune: nessuno è venuto dall'al di là.

Sono strani questi atei. Se non citate loro delle apparizioni di morti, vi trovano una conferma alla loro affermazione. Se invece gliele citate, le negano per principio, ma si guardano be­ne dal farne una ricerca.

E inspiegabile come uomini, anch'essi come tutti, desidero­si di non morire mai, non abbiano desiderio di vedere se ha fondamento la dottrina che insegna e prova la sopravvivenza. Tanto può il pregiudizio!

Scriviamo per quanti non hanno pregiudizi e stimano esse­re una fortuna, come in effetti lo è, sopravvivere con i propri cari.

Se sei fra questi, è tuo interesse, se non credi a noi, andare a intervistare le persone che citiamo, tutte viventi.

Per evitare anche la sola ombra del dubbio di una possibile allucinazione o suggestione presentiamo tre casi nei quali, a conferma dell'apparizione di un morto, c'è annesso un mira­colo. Cosí chiunque può, contemporaneamente, vedere come è falsa la dottrina dei Testimoni di Geova, i quali, fra l'altro, in­segnano che con la morte muore anche l'anima.

Contro i miracoli gli increduli portano la solita storia di un fatto che ieri era ritenuto miracolo ed oggi non piú, per es. una guarigione per mezzo della penicillina.

- Costoro ignorano cosa intende la Chiesa per miracolo. Il miracolo è una guarigione improvvisa, totale, senza im­piego di alcun medicinale e senza alcun intervento umano da una malattia grave, debitamente diagnosticata.

Nel miracolo generalmente avviene la creazione e l'annien­tamento di un corpo, ad es. l'annientamento di una massa tu­morale o di tessuti ulcerati e la creazione, al loro posto, di cel­lule normali; ciò che avviene nella guarigione di un tumore, di vene varicose ulcerate, che, fra l'altro, improvvisamente si ac­corciano...

Ora in natura niente si crea e niente si distrugge. L'annientamento come la creazione sono opere esclusive di Dio, e, dove avvengono, manifestano l'intervento di Dio; cosí come avviene l'intervento di Dio quando in una guarigio­ne mancano i fattori tempo, medicine, intervento umano.

 

1. Suor Caterina Capitani

Caterina Capitani è una Suora di Carità della provincia na­poletana. Da un anno ammalata di stomaco a causa di conti­nue emorragie si sosteneva con trasfusioni e fleboclisi.

Ricoverata nella clinica Mediterranea di Napoli, il 30-10­-1965 vi fu operata dal prof. Giuseppe Zannini, direttore dell'Istituto Semeiotica Chirurgica dell'Università di Napoli, per numerose erosioni in tutta la mucosa gastrica e una forte iperemia alla milza.

L'operazione durò 5 ore: le furono asportati tre quarti di sto­maco e la milza e le fu praticata la deconnessione della vena Porta con la vena Cava (anastomosi).

Questo fu solo l'inizio di un lungo calvario. Andando di ma­le in peggio fu mandata all'ospedale Ravaschieri di Napoli, poi al «S. Carlo» di Potenza, infine all'Ospedale della Marina di Napoli.

Qui prima avviene una improvvisa emorragia, quindi si for­ma un'ulcera peptica al moncone di stomaco e una fistola aperta all'esterno, dalla quale esce fuori del liquido e quel po' che beve. Naturalmente non può mangiare nulla. Si riduce a kg. 30 e non poté piú essere operata.

Intanto Suor Caterina da 3 giorni aveva iniziata una novena a Papa Giovanni. Quel giorno, mentre le suore erano andate a prepararle gli abiti di morte, le comparve, mentre era rimasta sola, Papa Giovanni che le disse di averla assistita perché non morisse e che l'attendeva a Roma con gli attestati di guarigio­ne.

All'istante Suor Caterina guarí perfettamente.

Gridò, volle mangiare; la superiora emozionata le sollevò la camicia dallo stomaco: il buco non c'era piú.

Il radiologo conoscendo bene il caso non volle credere e le ripeté ben 15 volte i raggi, credendo ogni volta di sbagliarsi. Il prof. Zannini rimase estremamente perplesso; quindi fe­ce il certificato medico dichiarando la guarigione istantanea, inspiegabile, miracolosa.

 

2. Giovanna Maiore La Terra

Vive a Chiaramonte Gulfi (Ragusa). Io le sono amico. Cadde ammalata a 4 anni.

Messa a letto, vi rimase immobile come un cadavere per cir­ca 34 anni, colpita da molte malattie di cui le principali furono: distrofia muscolare irreversibile, artrite deformante che le aveva contorto i piedini, tubercolosi, cirrosi epatica, nefrite acuta, salpingite cronicizzata, ecc. Era ridotta a 35 kg.

Curata dal dott. Gafà, ateo, ora defunto e dal dott. Sebastia­no Lo Tauro, ora residente a Catania Via Passo Gravina 46, ar­rivò in fin di vita.

Aveva cominciato una novena a Papa Giovanni.

Giunse all'agonia. Rimasta un momento sola, due mani po­tenti l'afferrano sotto le ascelle, la mettono in piedi, lei che non aveva mai camminato, e una voce le dice: sei guarita.

Le comparve Papa Giovanni sorridente e bellissimo. Era perfettamente e totalmente guarita.

Papa Giovanni le dice: «Ti aspetto a Roma».

Il dott. Gafà accorso si convertì.

Il dott. Lo Tauro ha fatto la relazione medica per la beatifi­cazione di Papa Giovanni, che si trova a Roma presso la Con­gregazione dei riti; e ha fatto pure un certificato medico dietro mia richiesta per me.

 

3. Don Teodosio Galotta, salesiano, di Napoli

La sua malattia era cosí grave che i parenti gli avevano pre­parato il loculo al cimitero con l'iscrizione già fatta. L'urologo, dott. Bruno, fece questa diagnosi: «Neoplasia prostatica con metastasi ossee e polmonari, una prostata au­mentata di volume, di consistenza lignea e di superficie bor­noccoluta».

La diagnosi era stata confermata dalle radiografie: «Altera­zione strutturale del terzo prossimale del femore destro e delle branche ischio-pubiche, specie a sinistra, per lesioni del tipo osteolitico. Nei campi polmonari alti, specie a destra, presenza di noduli neoplastici metastaticí».

Descrivendo poi dettagliatamente quanto riscontrato, il ra­diologo, prof. Acampora, aveva aggiunto: «L'alterazione si presenta con scomparsa della normale trabecolatura ossea, so­stituita da aree di osteolisi alternate ad aree di addensato os­seo, riproducenti il tipico quadro neoplastico del tipo osteoclastico e in parte osteoblastico. Successivamente si notò una frattura del piccolo trocantere di destra...».

L'ortopedico, dott. Coletti, dopo l'esame radiografico fatto personalmente in camera di don Galotta con apparecchio por­tatile, aveva dichiarato: «Frattura patologica sottotrocanterica del femore destro. Il terzo prossimale del femore è sede di alte­razioni morfologiche e strutturali da metastasi di neoplasia prostatica...».

L'internista dott. Schettino nella sua dichiarazione scritta aveva parlato, in occasione dei due gravi collassi periferici, di condizioni fisiche molto precarie e di situazione molto perico­losa per la vita del paziente. Il medico legale, a sua volta, dopo aver esaminata tutta la documentazione, disse che si trattava di una «diagnosi precisa», «non di un sospetto diagnostico o di un enunziato nosologico di probabilità».

La notte del 25-10-1976 arrivò alla fine: era quasi in coma. L'assistente toccandogli il polso si lasciò sfuggire: «Non si sente piú».

Don Galotta che ancora capiva, al sentir questo, invocò nel suo cuore i due martiri salesiani della Cina: «Mons. Versaglia e Don Caravario, aiutatemi voi».

Subito gli comparvero i due martiri e gli dissero: «Non te­mere, ci siamo noi». All'istante don Galotta guarí completa­mente.

La documentazione medica è ora a Roma presso la Sacra Congregazione per le Cause dei Santi per la beatificazione dei due martiri.

 

LA GRANDE PROMESSA

Dinanzi a un problema cosí conturbante qual è quello della salvezza eterna Gesù ha fatto un promessa che ha dell'incredi­bile: ha promesso che sicuramente si salveranno tutti coloro che avranno fatto la S. Comunione ogni primo venerdí di mese per nove venerdí consecutivi.

Egli ha voluto con questa promessa toglierci l'incubo della perdizione eterna, risolverci positivamente il problema della predestinazione (nel senso che se fai i 9 venerdí significa che sei predestinato alla salvezza); cosí possiamo amarlo e servirlo serenamente, senza problemi.

Gesù comparendo un giorno a S. Margherita Maria Alaco­que le disse: «Io ti prometto, nell'eccesso della misericordia del mio cuore, che il mio amore onnipotente concederà la gra­zia della penitenza finale a tutti coloro che si comunicheranno al primo venerdí del mese per nove mesi di seguito. Essi non morranno nella mia disgrazia, né senza aver ricevuto i santi sa­cramenti e in quegli ultimi momenti il mio Cuore darà loro un sicuro asilo».

Si tratta di una promessa cosí straordinaria che viene da non crederci.

È possibile una simile promessa? È autentica?

Per chi conosce le modalità dei processi di beatificazione e di canonizzazione dei santi, non ci sono dubbi.

Infatti la loro vita, i loro detti, i loro scritti vengono esamina­ti da commissioni di esperti delle varie discipline con un rigore storico, teologico e scientifico tale che migliore non ne può as­solutamente esistere.

Dei fatti ordinari vengono esaminati e discussi i testimoni e le loro testimonianze.

Dei fatti straordinari (apparizioni, messaggi) vengono esa­minati i contenuti e confrontati con la dottrina della Chiesa, e vengono richieste le garanzie date da Dio, ossia i miracoli.

Dei miracoli vengono richieste ed esaminate le cartelle cli­niche, le diagnosi e tutto quanto può documentare lo stato gra­ve di malattia precedente (radiografie, analisi, ecc.) e la guari­gione seguente, avvenuta improvvisamente, totalmente e sen­za alcun rimedio.

Quando poi ci sono in mezzo apparizioni, visioni e stati mi­stici gli esami diventano di un rigore estremo e soffocante per provare la perfetta sanità psichica e mentale dei candidati, la loro sincerità e la loro santità.

Questo fu anche il caso di S. Margherita Maria Alacoque. Avuto il parere favorevole dalle commissioni, il Papa Bene­detto XV proclamò Suor Margherita Maria Alacoque Santa e nella bolla di canonizzazione, a prova della autenticità della Grande Promessa suddetta, volle riportarla integralmente cosí come sopra. (Acta Ap. Sedis - 2-xi-1920, voi. xii pag. 503).

Se un miliardario promettesse un palazzo a chi facesse i 9 venerdí, tutti gli uomini farebbero a gara per arrivare a confes­sarsi e a comunicarsi per le 9 volte.

Cristo promette qualcosa che vale infinitamente di piú, il Paradiso.

È spiegabile l'indifferenza degli increduli. Non è spiegabile quella dei credenti.

Il cristiano prudente prima di farsi l'assicurazione per l'in­validità e la vecchiaia, prima di assicurarsi un posto al cimitero si assicura contro l'inferno e si procura un posto in Paradiso: ciò che ottiene facendo i 9 venerdí.

 

ESPERIENZE

Gesù è l'onnipotente e fedele e mantiene con assoluta certez­za la promessa di salvare tutti coloro che hanno fatto e bene i 9 venerdí.

Non voglio riferire neanche una parte dei racconti di fatti straordinari operati da Gesú per mantenere la promessa fatta. Riferisco solo quattro fatti capitali a me.

1. Mio padre

Mio padre mori fulmineamente con un infarto a 49 anni. Egli aveva fatto i 9 venerdí.

Il Signore lo fece morire di domenica, dopo la comunione, che egli faceva ogni domenica.

2. Rosa M.

Un giorno fui chiamato al capezzale di Rosa M. Ella era or­mai in coma per un colpo apoplettico. Dispiaciutissimo per non poterla riconciliare con Dio, raccomandai ai parenti di chiamarmi se essa avesse acquistato i sensi.

Dopo due giorni mi chiamarono. Rosa M. ragionava perfet­tamente. Si confessò, si comunicò e ricevette l'estrema unzio­ne con devozione. Meravigliato di tale lucidità improvvisa e completa le chiesi:

- Ha fatto forse i 9 venerdí?

- Si, mi rispose l'ammalata; molti anni addietro. Poco dopo perdette i sensi e mori.

3. Mario C.

Una mattina di giugno fui svegliato da un gran vocio. Mi af­facciai dal balcone e assistetti a questa scena.

Un uomo molto nervoso, di nome Mario C., abitante di fronte casa mia, era assediato da tutti i parenti che come tante iene lo coprivano di rimproveri e di ingiurie ad alta voce per­ché aveva lasciato in campagna gli operai soli a mietere il gra­no per venire a farsi il I venerdí del mese. (Allora non vi erano messe serali). Mario C., insolitamente, stava paziente e silen­zioso ad assorbirsi tutto.

Dopo un bel pezzo disse:

- Me la fate dire ora una parola?

- Parla - gli dissero i suoi.

- Se qualcuno mi avesse promesso di darmi un ettaro di agrumeto se avessi fatto i nove venerdí, voi cosa avreste detto?

- Per questo si - gli risposero i suoi.

- Gente di poca fede! - disse Mario C.

- Io morirò e lascerò tutto. Il Paradiso vale di piú di un ettaro di agrumeto ed io l'avrò per sempre con questi 9 venerdí. Che mi importa se gli uomini per questa mezza giornata non fanno niente?

Da allora passarono tanti anni.

Un giorno Mario C. cadde ammalato. Un po' di settimane dopo, una sera d'inverno ritirandomi alle ore 23 a casa e veden­do la luce accesa in casa di lui, pensai di fargli visita, timoroso di sembrare maleducato per l'ora tarda.

Mario C. fu lieto della visita. Mi sedetti accanto al suo letto e cominciammo a parlare di tante cose. Alla fine lo salutai e uscii. Appena chiusa la porta mi sentii da lui chiamare. Rien­trai.

- Padre - egli mi disse - mi confessi.

- È troppo tardi - io risposi; - un'altra volta. Tanto, lei non sta proprio male.

- È meglio che mi confessi ora.

Lo confessai, gli feci poi dire alcune preghiere e quindi me ne andai.

Entrai a casa mia. Dopo pochi minuti sentii gridare. Mi af­facciai. Mario C. era morto.

4. Pietro Angelo M.

Durante il fascismo c'era a Catania, quale federale onnipo­tente per tutta la provincia l'avv. Pietro Angelo M.

Di pessimi costumi. Tra le innumerevoli sue malefatte un giorno aveva dato uno schiaffo a un mio amico perché portava nel petto il distintivo di Azione Cattolica; glielo aveva strappa­to, gettato per terra e pestato dicendo: - Ora va a dirlo al tuo Vescovo!

Un giorno d'estate durante la guerra, assistendo con la siga­retta accesa nella sua villa di Trecastagni al travaso di benzina da una macchina all'altra fatto dal suo autista, la benzina s'in­cendiò.

L'autista con un salto si salvò; Pietro Angelo M. fu avvolto dalle fiamme.

Accorsi con delle coperte i familiari gli spensero le fiamme addosso, e quindi lo ricoverarono all'Ospedale Vittorio Ema­nuele di Catania.

Le fiamme gli avevano bruciato tutta la pelle.

Il Pietro Angelo M. non poté essere coperto con lenzuola perché vi si appiccicavano le carni. Dovette essere messo so­pra una incerata e coperto con un'altra incerata.

Chiese subito un prete.

Nella stanza accanto alla sua c'era ricoverato il Sac. Consoli Giuseppe, mio intimo amico, attualmente residente nella Chiesa S. Giuliano in via Crociferi a Catania.

Egli accorse subito. Pietro Angelo M. gli disse:

- Quando fui avvolto dalle fiamme sentii una voce: «Do­vresti morire e andare all'inferno, ma ti aspetta misericordia perché hai fatto i 9 venerdí».

Quindi si confessò e comunicò con grande pentimento e de­vozione.

- Non volle ricevere nessuno: né amanti, né amici, ma sol­tanto il Sac. Consoli.

Per i tormenti si torceva come un verme, ma ripeteva conti­nuamente:

- Me lo merito! Me lo merito! Me lo merito! Sopravvisse 15 giorni in quei tormenti e mori pienamente rassegnato e riconciliato.

Chiunque ha fatto bene i 9 venerdí si salverà, anche se dopo dovesse divenire un grandissimo peccatore. Ma i peccati si pa­gano tutti e duramente o in questa vita, o nel purgatorio. Però infinitamente meglio qualunque tormento in vita o anche 100 anni di purgatorio, che l'inferno!

 

INVERSIONE DI MARCIA

Fare comunque i 9 venerdí è facile.

Farli bene non lo è altrettanto, sebbene non sia poi tanto difficile. È evidente che per andare in Paradiso bisogna farne di strada.

I primi venerdí debbono fornire l'occasione buona.

Se uno pensasse: farò i 9 venerdí e poi potrò fare qualunque cosa e mi salverò ugualmente; è chiaro che quei 9 venerdí non hanno valore; addirittura diverranno la trappola del diavolo.

Dio non si fa prendere in giro da coloro che fingono di amarlo facendo i 9 venerdí.

Se fai i 9 venerdí devi avere fin dal l° la volontà di abbando­nare il peccato e di non offendere piú Dio, anzi di amarlo. In altre parole quando cominci i 9 venerdí devi cambiare strada.

Se camminando per andare a Catania ti accorgi che vai ver­so Siracusa cosa fai? Una cosa semplicissima: una inversione di marcia.

Se cominciando i 9 venerdí ti accorgi che stavi andando ver­so l'inferno cosa devi fare? Una cosa altrettanto semplice: un'inversione di marcia.

Quella la confessione che farai dev'essere, come abbiamo detto, una inversione di marcia nella tua vita: se prima Dio era per te all'ultimo posto, ora devi metterlo al primo posto; se quindi prima la cosa piú importante per te era il lavoro, o il pia­cere o il divertimento, ora per te la cosa piú importante dev'es­sere Dio, l'osservanza della sua legge, la preghiera quotidiana, la Messa domenicale, la comunione.

Devi ricordare le parole di Gesù: « Chi ama il padre o la ma­dre, il marito o la moglie o i figli più di me non è degno di me» (Mt. 10,37).

Per tanti un ostacolo alla comunione è la confessione. Se sa­pessero!

Il Moody nel suo celebre libro La vita oltre la vita (Monda­dori) riferisce che quasi tutti i morti rianimati, da lui intervista­ti, gli hanno detto che morendo sono andati come attraverso un tunnel buio e si sono trovati in un mondo di luce.

Lí hanno visto in un colpo d'occhio, come ad un flash, tutta la loro vita nei minimi particolari, anche dimenticati, di cui avevano a vergognarsi.

Corrisponde a quanto Gesù ha detto: «Non v'è niente di na­scosto che non debba venire rivelato» (Mc. 4,22). Dev'essere terribile per il peccatore quel momento del giu­dizio di Dio, quando tutti i suoi peccati verranno rivelati di­nanzi a tutti!

Gesù nel suo infinito amore ci vuole evitare quella vergo­gna e il castigo ben peggiore che ne seguirà. Basta confessarsi bene.

Se tu manifesti i tuoi peccati dinanzi a un sacerdote, che dal canto suo ha l'obbligo gravissimo del segreto, quei peccati non saranno mai piú manifestati a nessuno, né ti saranno mai piú rinfacciati né ricordati.

La confessione è una vera fortuna: è una liberazione psichi­ca, tanto che dove non è praticata viene sostituita dalla psica­nalisi; ma soprattutto è la certezza di essere perdonati e quindi una fonte di pace.

Questa fortuna ci è possibile soltanto perché Cristo ha paga­to per noi sulla croce.

Ma la conversione a Dio resta un'utopia senza la conversione agli uomini. Non può avere Dio per Padre chi non ha gli uo­mini per fratelli.

L'egoista si chiude nel suo benessere e nei suoi problemi. A lui non interessa chi soffre; tanto meno chi va all'inferno. Dall'ONU sappiamo che ogni anno muoiono per fame o per malattie causate dalla fame 35 milioni di uomini, 100.000 al giorno; sappiamo che solo 3 dei 20 milioni di lebbrosi sono cu­rati; gli altri sono senza cure e spesso senza famiglia, senza tet­to, senza cibo. Ma all'egoista ciò non importa.

Ci sono nel mondo 3 miliardi di uomini che non conoscono Cristo; circa 800 milioni che l'hanno abbandonato o emargina­to, e quindi in pericolo di andare all'inferno. E quanti di essi ci vanno! Ma all'egoista non importa.

Bisogna fare una crociata per togliere dal mondo la fame e la lebbra e per evangelizzarlo. S. Giovanni B. a coloro che vo­levano salvarsi diceva: «Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto» (Lc. 3,11).

Bisogna che acquistiamo tale mentalità. Fa mensilmente un buon taglio alle tue entrate per soccorrere poveri, affamati, lebbrosi. Salva quanti piú puoi colla parola, colla stampa, colla preghiera. Se poi sei in grado, sensibilizza l'opinione pubblica colla stampa, colla Radio, colla TV, col cinema per creare grandi opere caritative e apostoliche.

 

LA SCELTA DI CRISTO

Dice Gesú: «Io sono il pane di vita. I padri vostri mangiaro­no la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane disceso dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia. Sono io il pan vi­vo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mon­do».

Discutevano perciò fra loro i Giudei dicendo: «Come può darci a mangiare la sua carne?» Gesú disse loro: «In verità, in verità vi dico: se non mangerete la carne del figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi man­gia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell'ultimo giorno, perché la mia carne è veramen­te cibo, e il mio sangue è veramente bevanda» (Gv. 6, 48-55).

Qui evidentemente non si tratta di un semplice pasto, ma si tratta della scelta di Cristo, come Gesú stesso ha detto: «Chi vuol salvare (ossia godersi) la sua vita, la perderà; chi perde la sua vita per amor mio la troverà» (Mt. 10,39).

Per tal motivo Gabriele D'Annunzio a un amico che l'esortava a convertirsi disse un giorno crudamente: «C'è da fare una scelta: o Cristo, o Gabriele D'Annunzio. Io ho scelto Gabriele D'Annunzio ».

Per coloro che fanno cosí Gesú disse un giorno questa pa­rabola: « Vi era un uomo ricco che vestiva di porpora e di bis­so, e ogni giorno faceva splendidi conviti. Vi era pure un po­vero mendico, chiamato Lazzaro, il quale, ricoperto di pia­ghe, se ne stava alla porta del ricco, bramoso di sfamarsi delle briciole che cadevano dalla sua tavola. Persino i cani veniva­no a leccargli le piaghe. Ora avvenne che il povero morì e fu portato dagli Angeli nel seno di Abramo. Morì pure il ricco e gli fu data sepoltura. Trovandosi nell'inferno, in preda ai tor­menti, alzò gli occhi e vide da lontano Abramo e Lazzaro nel suo seno ed esclamò: "Padre Abramo, abbi pietà di me e man­da Lazzaro, che intinga la punta del suo dito nell'acqua e ba­gnarmi la lingua, perché spasimo dal dolore in questa fiam­ma". Abramo rispose: "Figliuolo, ricorda che tu, durante la vi­ta, hai ricevuto la tua parte di beni e Lazzaro, a sua volta, la sua parte di mali; ora egli è qui consolato, mentre tu sei tor­mentato. Per di piú, fra noi e voi vi è un grande abisso, di mo­do che quelli i quali di qui volessero passare a voi, non posso­no e neppure quelli che di costi volessero venire fino a noi". li ricco soggiunse: "Allora ti prego, o padre, di mandarlo a casa del padre mio, perché ho cinque fratelli: li avvisi, affinché non vengano anch'essi in questo luogo di tormenti". Abramo ri­spose: "Hanno Mosé e i profeti: li ascoltino"! Ma egli insisté: "No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà a loro, faranno penitenza". "Se non ascoltano Mosé, né i profeti, gli oppose Abramo, non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti"» (Lc. 19, 31).

Perché il ricco Epulone andò all'inferno? Non perché fosse stato bestemmiatore, o ladro, o adultero, o imbroglione, ma perché aveva scelto solo se stesso e non Dio, aveva pensato solo a godersi la vita e aveva trascurato sia Dio, sia le opere di carità.

Evidentemente tanto piú si danneranno coloro che a que­sto genere di vita aggiungono tanti altri peccati.

Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita, per poi goderlo nell'altra in paradiso. Tale messa a punto della nostra vita la dobbiamo programmare con assoluta se­rietà nella santa comunione.

Se per tanti la comunione è un tabú, tanti altri fanno presto a farla, anzi molto presto.

E cosí abbiamo persone che con la massima indifferenza entrando in Chiesa si accodano agli altri per andare a farla, magari per mettersi dopo a guardare di qua e di là, o parlare o anche per andare subito via.

Comunioni simili confinano con la profanazione, quando addirittura non sono un sacrilegio.

S. Paolo cosí avvisa i cristiani: «Or dunque, tutte le volte che voi mangiate di questo pane e bevete di questo calice, ce­lebrate la morte del Signore, affinché egli venga. Perciò, chiunque mangia questo pane o beve il calice del Signore in­degnamente sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Ognuno, dunque, esamini se stesso e cosí mangi di quel pane e beva del calice; perché chi mangia e beve, senza discerni­mento il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condan­na» (1 Cor. 11, 26-29).

Per moltissimi cristiani la comunione è come una visita di cortesia che non ha nessuna incidenza e nessuna conseguen­za nella propria vita.

La comunione è una cosa molto piú seria. È la cosa piú se­ria del mondo: l'uomo misero e peccatore che viene al grado di intimità piú alta possibile con l'immenso ed infinito Iddio!

La comunione è molto piú di un matrimonio, e dev'essere fatta con maggiore senso di responsabilità di un matrimonio. Il matrimonio, almeno per le persone moralmente sane, è la scelta di un uomo o di una donna per tutta la vita.

La comunione dev'essere la scelta di Cristo per tutta la vi­ ta.

Come non puoi dire di sposare una persona per un giorno, o per un mese, o per un anno, cosí non puoi dire di sposare Cristo, ossia di riceverlo nel tuo cuore e restare fedele a lui per un giorno, per un mese o per un anno. Puoi fare la comu­nione semplicemente quando sei deciso di amare Cristo per tutta la vita, di restargli fedele per tutta la vita, di non tradirlo preferendogli un altro (sia persona che atto o cosa), ossia pec­cando.

Allora la comunione diventa l'incontro intimo con colui che si ama.

Gli amanti amano star soli e non venir disturbati da nessu­no; cosí chi ha fatto la comunione con amore vuole stare solo, in raccoglimento, per parlare un bel po' cuore a cuore a colui che ama.

La comunione, ossia la scelta di Cristo, è difficoltosa per chi non lo conosce; è impossibile per il vizioso; è facile per chi comincia a conoscerlo; è un bisogno fortissimo per chi lo conosce bene.

Niente infatti c'è e ci può essere di piú bello, di piú saggio, di piú armonioso, di piú buono, di piú dolce, di piú affascinan­te di Cristo.

Egli è, infine, il germe di immortalità che deposto in noi, ci farà risorgere immortali e bellissimi alla sua venuta.

 

PERSEVERANZA

Chi una volta ha scelto Cristo per davvero lo ha scelto per sempre.

Chi dice di amare Cristo, lo ama soltanto se lo vuole amare per sempre.

Chi fa bene la comunione una volta la deve fare per sempre. Chi non la vuole fare sempre è segno che non era sincero quando l'ha fatta la 1a volta. Per tal motivo la Chiesa nel Conci­lio Vaticano II esorta i fedeli a fare la comunione ogni volta che vanno a Messa, e cioè almeno ogni domenica e festa.

Chi appena terminati i 9 venerdí non va piú a Messa, è segno che non li ha fatti bene.

Chi appena terminati i 9 venerdí non vuol fare più la comu­nione, è segno che non l'ha mai fatto con amore, ossia non ha fatto bene i 9 venerdí. È vero che per non far peccato grave ba­sta fare la comunione una volta l'anno e andare a Messa ogni domenica.

Questo è il minimo per non morire spiritualmente, ma cer­tamente non basta per crescere.

Per questo ti consiglio: conserva la devozione al S. Cuore di Gesù confessandoti e comunicandoti per tutta la vita ogni 1° ve­nerdí del mese: sarà in ringraziamento per te per l'immensa grazia della salvezza eterna che Gesù ti ha assicurato, e sarà in riparazione dei peccati dell'umanità. Sarà ogni volta un doppio atto di amore.

Non facendo peccati mortali seguita a fare la comunione ogni domenica, premettendo ogni volta un atto di dolore.

Se per debolezza ci fosse qualche volta un peccato grave, prima della comunione confessati.

Dice S. Cirillo di Gerusalemme: «Se il veleno dell'orgoglio ti gonfia, ricorri all'Eucarestia, e il Pane, sotto le cui apparenze si è annichilito il tuo Dio, t'insegnerà l'umiltà. Se ti arde la feb­bre dell'avarizia, cibati di questo pane, e imparerai la generosi­tà. Se ti rattrista il vento gelido dell'avarizia, ricorri al Pane de­gli Angeli, e nel tuo cuore spunterà rigogliosa la carità. Se ti senti spinto dall'intemperanza, cibati della Carne e del Sangue di Cristo, che nella vita terrena praticò si eccellentemente la sobrietà, e diverrai temperante. Se sei pigro e indolente nelle cose spirituali, rinforzati con questo cibo celeste, e diverrai fervente. Se, infine, ti senti ardere dalla febbre dell'impurità, accostati al banchetto degli Angeli, e la Carne immacolata di Cristo ti farà puro e casto».

Per tali motivi S. Tommaso Moro, Gran Cancelliere d'In­ghilterra, ogni mattina andava a Messa e faceva la Comunione. Agli amici che volevano convincerlo essere ciò sconve­niente per un uomo di stato rispose: «Voi mi opponete tutte quelle ragioni che invece mi convincono di più a ricevere la S. Comunione ogni giorno. La mia dissipazione è grande, e con Gesù io imparo a raccogliermi. Le occasioni di offendere Dio sono frequenti, e io prendo ogni forza da lui per fuggirle. Ho bisogno di lumi e di prudenza per sbrigare affari molto difficili, e ogni giorno posso consultare Gesù nella S. Comunione: Egli è il mio grande Maestro».

 

PORTA CON TE I TUOI CARI IN PARADISO

Non so se ti è capitato di sentire un senso di profondo smar­rimento nel vederti solo in un deserto o nel pensarti solo, va­gante negli spazi infiniti, in mezzo a una moltitudine di ombre - sagome viventi.

A me questo capita ogni tanto, mi dà un senso di angoscia profonda pensando se ciò potesse verificarsi con la mia morte: fortunatamente mi dura poco, il tempo giusto per ringraziare Gesù di essersi incarnato e di essere venuto tra di noi per riu­nirci tutti nel suo amore.

Il dato storico dell'incarnazione, morte e resurrezione di Gesù mi libera da ogni incubo, mi toglie ogni fantasia di essere un fuscello abbandonato e trascinato vorticosamente dalle spaventose forze della natura per disperdermi nel nulla; e mi fa assaporare la gioia di ritrovarmi in lui per sempre con i miei ca­ri e con tutte le persone belle e buone con le quali egli comple­terà la nostra beatitudine della visione beatifica di Dio.

Sarei infelice se pensassi che qualcuno dei miei parenti e amici non fosse con me domani in Paradiso.

Per questo per quanto ho potuto ho cercato di assicurare an­che a loro il Paradiso e ci sono riuscito almeno per i più intimi facendo loro fare i 9 venerdí.

Ora sono tranquillo, sicuro che un giorno tutti i miei cari sa­ranno con me in Paradiso.

Se questa sicurezza non ce l'hai perché non te la procuri an­che tu?

Una morte improvvisa con un incidente o con un infarto mentre si è in peccato mortale è possibile a tutti e con ciò l'inferno. Ciò assolutamente non capiterà a chi ha fatto i 9 ve­nerdí; se anche gli capiterà; il Signore gli darà il tempo e la luci­dità per fare un atto di dolore e salvarsi.

Come deve essere terribile sapere o solo sospettare che il proprio padre o la madre, o il marito o la moglie o un figlio o un fratello o un intimo amico fossero all'inferno!

Vuoi evitare per te una simile sventura?

Fa fare a tutti i tuoi parenti e amici i 9 venerdí.

Regala loro questo libretto, insisti perché lo leggano; e poi persuadili in tutte le maniere a farli, prega, fa sacrifici, non ti dare pace finché li facciano. Poi propaga ad altri questo libret­to, diventa apostolo dei 9 venerdí e della devozione al S. Cuore con tutti.

Gesù rivelò a S. Margherita Alacoque: «Io scrivo nel mio cuore i nomi di coloro che propagano la devozione al mio S. Cuore».

Gli apostoli del Sacro Cuore sono i sicuri salvatori di tante anime e saranno i piú intimi di Gesù per l'eternità.

 

DOVE ANDRÒ?

Attraverso le sedute spiritiche è quasi sempre Satana che parla. E Satana significa l'Ingannatore. Egli inganna sempre gli spiritisti. Per riuscire meglio ad ingannare dice anche delle co­se vere e delle cose buone; se dicesse sempre e soltanto delle cose false sarebbe scoperto.

Si presenta sotto nome del defunto evocato e dice di trovarsi bene, qualunque sia stata la condotta morale e religiosa del de­funto; dice di continuare a fare quanto faceva in terra, o a dise­gnare o a passeggiare col cagnolino o a giocare a carte, o a fu­mare ...

Satana vuole cosí vanificare qualunque istanza e qualunque precetto morale, e portare all'indifferenza religiosa coloro che praticano le sedute spiritiche.

Sul nostro destino dopo la morte non bisogna interrogare lo spirito della menzogna, ma colui che è la verità, Gesù.

E Gesù è il primogenito dei morti, colui che per primo è ve­nuto dall'al di là e per primo è risuscitato. Egli è l'unico che può dirci cosa troviamo nell'al di là. Ed egli chiaramente ci parla dell'inferno, dei Paradiso, del Purgatorio e della nostra resurrezione.

Con la morte proseguiamo il nostro cammino. Continuia­mo ad andare dove andavamo in terra. Se in terra andavamo verso Dio, continueremo ad andarvi finché lo raggiungeremo. Dio si fa raggiungere da chi ha desiderio di lui; si concede solo a chi lo ama.

Se già l'avevi raggiunto pienamente in terra, lo avevi amato realmente al di sopra di tutto, ed eri vissuto per lui, lo raggiun­gerai subito; cioè andrai in Paradiso.

Se in vita, avevi voltato le spalle a Dio continuerai a voltar­gliele per sempre e ad andare lontano da lui per sempre: cioè andrai all'inferno.

La prima creazione, quella dalla quale è partito tutto, è l'es­plosione di luce-fuoco dalla quale Dio trasse le galassie, quin­di la terra, quindi tutte le forme di vita della terra, e infine il Corpo Mistico mediante l'incarnazione di Gesù.

Essa è la più lontana da Dio; oltre di essa c'è il nulla.

La creazione più vicina a Dio è il Corpo Mistico, che addi­rittura è in Dio stesso.

Andare lontano, sempre piú lontano da Dio è andare al fuo­co iniziale. Questa è la condanna dei cattivi. «Andate maledet­ti, lontano da me nel fuoco eterno». (Mt. 25,41).

Questo invece è il premio dei buoni: «Venite, benedetti, dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo». (Mt. 25,34).

Per loro Dio ha creato tutto.

Se poi in vita andavi verso Dio, ma cadendo spesso; amavi Dio, ma insieme cose piú o meno peccaminose; facevi la vo­lontà di Dio, ma imperfettamente, andrai all'Ospedale di Dio, che è il Purgatorio, per guarirti ed essere in grado di poter go­dere della visione di Dio e della compagnia dei santi.

Ugualmente solo quando sarai perfettamente guarito da tutte le malattie dell'anima (superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia) vorrai andare in Paradiso. Prima preferi­rai stare in Purgatorio per guarire e potere cosí godere di Dio, dei santi e di tutti i beni di Dio; altrimenti, per portare una si­militudine, la forte debolezza dei tuoi occhi ti farebbe soffrire della luce di Dio più che il buio del purgatorio.

 

COME SOPRAVVIVERÒ

La vita eterna è la continuazione della vita terrena.

Con la morte non c'è rottura di continuità o cambiamento del nostro io. Continueremo ad essere quello che siamo stati in vita.

La differenza è solo nell'ambiente diverso nel quale ci tro­veremo. Sarà come il passaggio dalla notte al giorno. Come allo spuntar del sole scompaiono le luci della notte, e quelle delle lampade e quelle delle stelle; cosí alla luce della bellezza infinita di Dio cesserà il fascino delle bellezze terrene e umane; alla vista dell'infinito Dio vedremo cosí piccola quel­la nostra casa, quel nostro campo, quella nostra villa da mera­vigliarci del fatto di averci potuto affezionare ad essi; dinanzi alla velocità di spostamento del nostro io, uguale a quella del pensiero, rideremo della velocità delle nostre auto e delle no­stre astronavi; dinanzi alla gioia della contemplazione di Dio perderemo il gusto dei piaceri umani.

E coloro che questa fortuna di vedere Dio non l'avranno, ne avranno tanto dolore da perdere anch'essi il gusto di tutte le cose terrene e umane come lo perde un moribondo a causa dei suoi dolori.

Ma come saremo in Paradiso?

La stragrande maggioranza dei cristiani immaginano il Pa­radiso come il rancio dei soldati che è uguale per tutti, o come uno spettacolo cinematografico o teatrale o TV che vedono tutti alla stessa maniera.

A questa concezione può portare anche un'errata interpre­tazione della parabola degli operai, che pur essendo andati chi prima chi dopo a lavorare nella vigna, ricevono tutti uguale mercede. (Mt. 20).

Gesù in altra parte dice: «Sarete ricompensati anche di un solo bicchiere d'acqua dato per amore del mio nome». (Mt. 10,42).

E S. Paolo dice: «Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna, altro lo splendore delle stelle. E ogni stel­la differisce dall'altra stella». (I Cor. 15,41).

Uguali differenze ci sono tra gli eletti in Paradiso.

Un bambino morto dopo battezzato, un peccatore morto dopo convertito potremmo paragonarli a un lumicino di una candela.

Un S. Francesco, un Padre Pio, un S. Giovanni Bosco po­tremmo paragonarli a un sole.

Tra la luce di un lumicino e quella del sole c'è una gamma immensa di corpi luminosi: è quella degli eletti, secondo il gra­do della loro santità ossia del loro sviluppo.

- Per portare un altro paragone: guardandoci attorno vedia­mo che tutti gli uomini sono intelligenti: ma c'è un abisso tra l'intelligenza di un primitivo e quella di un Einstein.

Cosí è diversa la bellezza delle donne e degli uomini, diver­sa è la loro sensibilità; diversa la loro capacità di amare. Un santo in Paradiso ha una intelligenza, una bellezza, una sensibilità, una capacità di comprendere Dio e gli eletti, di vo­lere, di sentire, di godere miliardi e miliardi di volte maggiore di quella di uno che appena appena riesce a salvarsi.

Da che cosa dipenderà la mia grandezza eterna?

Dal mio amore; quindi dal mio desiderio di Dio e dal mio impegno a fare del bene.

Sarò piccolo se in terra amo poco, sarò grande se in terra amo molto.

L'amore è il coefficiente di crescita. Si cresce quando si ama; si cresce tanto piú, quanto piú si ama Dio e il prossimo. L'analfabeta che li ama di piú sarà piú grande dello scien­ziato e del re che li amano di meno.

Tanto piú amiamo Dio quanto piú lo preghiamo, lo obbe­diamo e ci sacrifichiamo per lui.

Tanto piú amiamo il prossimo quanto piú usciamo dal no­stro egoismo individuale o familiare o comunitario e allarghia­mo il nostro cuore cosí da abbracciare tutta l'umanità (i poveri, gli affamati, î lebbrosi, gli ammalati, i bisognosi, i peccatori) e da sacrificarci per loro.

S. Agostino giustamente dice: La perfezione sta nel passare dal particolare all'universale.

I piú piccoli saranno quelli che si chiudono in un uomo, in una donna, in una famiglia; fanno qualche preghiera, vanno a Messa, fanno qualche comunione e qualche opera di carità.

I piú grandi sono quelli che vivono per Dio e per l'umanità. Ci sono poi quelli che passano la vita lontani da Dio, senza amore né a Dio né al prossimo, o solo illusi di averlo. Costoro anche a 80 anni sono simili a bambini appena nati o ancora non nati.

Nell'estate 1980 ho conosciuto in un convegno un ragazzo alto circa m. 1,40. Gli abbiamo tutti dato l'età di 16 anni circa. Lui sorrideva a tutti e rispondeva: «Su per giú»; poi mi si avvi­cinò a solo e mi confidò la sua storia dolorosa.

«All'età di 20 anni ero alto centimetri 40 ed avevo lo svilup­po psichico di un bambino. Dietro suggerimento di alcuni amici i miei parenti mi portarono allora dal professore Nicola Pende. Questi appena mi vide disse: "Peccato che non siete ve­nuti almeno 6 anni prima! L'avrei fatto diventare un uomo normale. Se foste venuti fra 4 o 5 anni il ragazzo sarebbe rimasto cosí. In questa età a cavallo potrà crescere molto, ma non tutto". Cosí mi sottopose a una energica cura alle ghiandole endocrine e sono cresciuto di un metro e mi sono sviluppato psichicamente. Ora ho 47 anni».

Sono rimasto scioccato. Ho subito pensato: cosí è per il no­stro sviluppo spirituale e la nostra statura psichica eterna. Tutto il tempo che l'uomo passa nella sua vita lontano da Dio o in peccato mortale il suo sviluppo si ferma come una piantina in ibernazione.

Quindi la sola cosa importante della vita è amare Cristo e il prossimo, pregare, fare la comunione di frequente, fare le 7 opere di misericordia corporale e le 7 opere di misericordia spirituale.

Se questo hai trascurato di fare nella tua vita sei come quell'uomo di 40 centimetri, e tale sarai per tutta l'eternità. Se questo hai fatto poco sei cresciuto di pochi centimetri. Non ti resta che sottoporti a una cura interiore energica e cominciare a dare ogni giorno molto spazio alla preghiera e molto impegno per le opere di carità e di apostolato, coinvol­gendo in esse la tua stessa famiglia e la tua comunità.

Amerai e godrai eternamente tanto piú Dio, il suo Figlio, la Madonna e ne sarai riamato, quanto piú lo hai amato in terra. Amerai e godrai tanto piú tutti gli eletti del Paradiso e ne sa­rai riamato, quanto piú hai amato il prossimo sulla terra.

Nell'amore c'è racchiusa la pratica di tutte le virtú, cosí co­me lo sviluppo per essere giusto deve essere armonico. Cosa ne diresti di un ragazzo a cui crescono solo la testa o le gambe o lo stomaco o che cresce solo in altezza o solo in gros­sezza?

Cosí il cristiano deve contemporaneamente crescere verti­calmente nell'amore di Dio e orizzontalmente, nell'amore del prossimo e quindi in tutte le virtú: nella preghiera, nella fre­quenza ai sacramenti, nell'umiltà, nella dolcezza, nella carità, nella generosità, nella pazienza, nell'obbedienza, nell'apo­stolato...

In questa 2a guerra un giorno mi avvicinano due ufficiali. Uno, un capitano degli alpini, mi dice:

- Cappellano, se c'è un paradiso chi di noi due ci va? Lui che viene sempre a messa, ma se ne frega dei soldati, o io che non vengo mai, ma mi prodigo per i soldati?

- Né l'uno, né l'altro, rispondo io. A lui manca la gamba sinistra, a te manca quella destra; a lui manca l'ala sinistra, a te quella destra. Ci vogliono due gambe per camminare e due ali per volare e andare in paradiso: l'amore di Dio e l'amore del prossimo.

Quel capitano si impressionò, volle nei giorni seguenti es­sere da me istruito, si convertì e divenne un fervente e gene­roso cristiano.

Senza un minimo di amore di Dio e di amore del prossimo non ci si può salvare. La perfezione, ossia la bellezza del no­stro essere e la grandezza della nostra felicità, saranno formate dallo sviluppo di tale amore e delle virtú nelle quali tale amo­re si dimostra e si articola: spirito di preghiera e di sacrificio, umiltà, carità, castità, obbedienza, generosità, dolcezza, ecc.

I santi, ossia le persone piú belle e piú felici del paradiso, sono quelli che hanno praticato tali virtú in grado eroico.

 

STUPENDE CONFERME

Iddio, nella sua infinita misericordia ha dato negli ultimi 150 anni delle stupende conferme a tutta la fede cattolica: so­no le numerose apparizioni della Madonna. Ricordiamo solo quelle della Salette, di Lourdes, di Fatima, delle Tre Fontane di Roma, di Marienfried, di Fontanelle e Montechiari, di Ki­beho nel Ruanda, ecc. dove folle immense di uomini sono an­date e vanno continuamente in pellegrinaggio. Ne parliamo ampiamente nel nostro libro L'ultima battaglia.

Un medico ateo e vecchio massone, alcuni anni addietro, mi disse:

- Lo sà che quest'anno mi sono convertito? Alle mie meraviglie, egli rispose:

- È stato cosí: sono andato a Lourdes. Vi ho visto folle im­mense di pellegrini, tutti silenziosi, tutti rispettosi e devoti, tutti che pregavano. Mi son detto: possibile che tutti questi siano ignoranti ed io solo sia intelligente? E se fosse al contra­rio?

 

a) Le apparizioni di Medjugorje

Qui possiamo parlare soltanto delle apparizioni di Medju­gorje, tutt'ora in corso, stralciandone la narrazione da un ca­pitolo del nostro recentissimo libro Maria. I veggenti sono: Ivanka Ivankovic nata nel 1966, studentessa; Mirijana Dragi­cevic, nata nel 1965, universitaria; Vicka Ivankovic, nata nel 1964, contadina; Ivan Dragicevic, nato nel 1965, contadino; Marija Pavlovic, nata nel 1965, apprendista parrucchiera; Ja­kov Colo, nato nel 1971, studente.

Ad essi si aggiunsero in seguito Jelena Vasilij e Marijana Vasilij del 1982.

Ivanka e Mirijana nel pomeriggio del 24.6.1981 andavano a passeggio verso il monte Crnica. Giunte a mezza costa, in lo­calità chiamata Podbrdo, prima Ivanka, poi Mirijana vedono la Madonna. Vanno subito al villaggio e ritornano sul posto con Vicka, Ivan e altri compagni: tutti vedono la Madonna.

L'indomani vanno sul posto soltanto Ivanka, Mirijana, Vicka, Ivan, Marija e Jakov. Da quel giorno il gruppo dei veg­genti restò fisso in loro sei.

Il 13.8.1981 la polizia vieta l'accesso al monte e recinge il monte con filo spinato. Da allora le apparizioni avvengono nella Chiesa e, ultimamente, nella casa canonica di Medju­gorje. Il fatto che il gruppo dei veggenti rimanga compatto e univoco dopo ormai quasi 5 anni delle apparizioni quotidiane della Madonna depone decisamente per l'autenticità di esse.

I veggenti non abitano nello stesso luogo, non sono paren­ti, svolgono attività diversa, non hanno alcun interesse comu­ne: chi li lega è solo la Madonna. Se le apparizioni non fosse­ro autentiche, dopo tanto tempo il gruppo avrebbe dovuto spaccarsi e dissolversi. Lo dicono le costanti della psicologia di gruppo.

b) La concordanza

Quando si vuole stabilire la verità di un fatto, qualunque tribunale indaga sulla concordanza delle testimonianze. Nor­malmente al tribunale bastano due testimoni.

Sulle apparizioni di Medjugorje abbiamo sei testimoni. Il primo a pensare di smentire le loro testimonianze fu il Governo comunista. La Polizia dopo pochi giorni arrestò i sei veggenti, li chiuse in sei celle differenti e li fece interroga­re da abilissimi giudici che cercarono in tutti i modi di farli contraddire sia sulla descrizione della Madonna, sia nelle sue parole. Ma non ci riuscirono e i veggenti furono liberati.

Ora, dopo tanti anni di queste apparizioni giornaliere e do­po una grandissima quantità di messaggi dati dalla Madonna, era umanamente impossibile che non ci fossero state contrad­dizioni nei racconti dei veggenti se le apparizioni non fossero state autentiche.

Volerle attribuire ad accordi reciproci o a suggestioni è ar­bitrario e antiscientifico.

c) Sincronismo

I veggenti ogni giorno prima delle apparizioni si mettono perfettamente allineati in fila, in maniera che tra di loro non si possono guardare; né mai si voltano l'uno verso l'altro.

L'attenzione nei veggenti è simultanea al centesimo di se­condo; ugualmente simultanei la loro caduta in ginocchio, l'inizio della preghiera dalle parole «che sei nei cieli» dopo che la Madonna ha detto «Padre nostro», l'assenso a qualche domanda della Madonna, la fine dell'apparizione.

Tutto questo che dura ormai da quasi 5 anni è assoluta­mente inspiegabile.

d) Sensibilità

I veggenti sono stati ripetutamente punzecchiati durante le apparizioni: non hanno nessuna contrazione, né manifestano nessuna sensazione dolorifica.

Sono stati sollevati da terra; le gambe restano penzoloni, lo stesso le loro braccia; quando vengono rilasciati, sia le braccia che le gambe si mettono da sé come erano prima.

È stato posto durante le apparizioni un faro di 1000 Watt avanti le loro pupille; le pupille non hanno avuto nessuna contrazione.

Ciò è assolutamente inspiegabile.

Finite le apparizioni i veggenti ritornano, pienamente nor­mali, anzi ne escono piú rinvigoriti, al contrario dei medium, che dopo la trance rimangono spossati.

e) Direzione delle pupille

Sia che le apparizioni durino alcuni minuti, sia che duri­no mezz'ora le pupille dei veggenti si fissano tutte allo stes­so punto, cioè sulla Madonna e la seguono nei suoi sposta­menti.

Tale spostamento simultaneo delle pupille dei veggenti verso un identico punto in movimento è stato filmato con una cinepresa.

Umanamente tutto ciò è assolutamente inspiegabile. Biso­gna che nel posto nel quale stanno fisse le pupille ci sia qual­cosa che si muova; e questo qualcosa non può essere che la Madonna.

f) Prodigi

I prodigi a Medjugorje cominciarono ben presto.

Sono tali e tanti e visti da tante migliaia di persone di tante nazioni, che è impossibile dubitarne.

Ne riportiamo soltanto alcuni.

Il P. Umberto Loncar racconta: «Il martedí, 4.8.1981, mentre la Madonna appariva ai veggenti alle ore 18 dalla finestra di casa mia vidi giungere un'immensa nuvola rosa-viola che andava piú veloce delle altre. Arrivata sopra il monte Krize­vac la nuvola si fermò un pò e si diresse verso est per poi spari­re in lontananza. Alle ore 18,40 sopra il monte Krizevac si er­geva una bellissima sembianza di donna, formata con le stes­se sfumature della nuvola di prima. Questa figura saliva digni­tosamente nel cielo e sotto rimaneva un velo bianco che flut­tuava per poi scomparire del tutto.

Il 6.8.1981 alle ore 18.15 nel cielo di Medjugorje apparve scritta a caratteri luminosi la parola «MIR» (= pace). Moltissime volte di notte la croce di 12 metri in cemento armato in cima al monte Krizevac si illumina e poi si spegne. Soltanto la notte dal 4 al 5 agosto 1984 le mie sorelle hanno vi­sto tale fenomeno sette volte ».

Descrivere tutti i prodigi che si vanno verificando a Medju­gorje è impossibile. Citiamo solo, per ultimo, quello narrato dal dott. Luigi Frigerio nel suo libro sulle apparizioni di Me­djugorje (Ed. Mimep, Pessano, Milano) e visto da lui e da un gruppo di pellegrini 1' 11.7.1983:

«La croce del monte Krizevac, nera, diventa prima bianca, poi fosforescente, poi scompare. Riappare solo il braccio ver­ticale prima bianco, poi fosforescente, poi assume la figura di una persona, come la silouette stilizzata della Madonna; poi ancora scompare; quindi ricompare la croce, ma ondulata e con gli apici del braccio ripiegati, uguali alla TAU greca; "quella, commenta subito lo psicologo padre Slavko, che il profeta Ezechiele vide nella fronte dei salvati"».

Tale prodigio si è ripetuto tanti altri giorni.

Inutile dire che la polizia ha fatto molti appostamenti per scoprire un eventuale trucco.

Il prodigio piú grandioso fu quello solare del pomeriggio del 5.8.1984, osservato da una moltitudine immensa di perso­ne, tra le quali, due mie sorelle.

Il sole diventa piú grande, bianco, gira vertiginosamente a destra e poi a sinistra e sembra pulsare. Da esso partono dei raggi che scendono pian piano verso la terra mentre si forma intorno al sole un grande alone rosso, che poi diventa giallo e infine dorato.

Il fenomeno durò circa mezz'ora.

Questo prodigio, meno vistosamente e piú brevemente, si è verificato parecchie altre volte.

g) Miracoli

I miracoli sono la garanzia data da Dio a una rivelazione o a una persona. Già miracoli a Medjugorje se ne contano centi­naia.

Ne citiamo solo tre casi.

Diana Basile, affetta da sclerosi multipla, cecità all'occhio destro, paresi agli arti inferiori e al braccio destro, il 23.5.1984 andata a Medjugorje improvvisamente guarí durante l'appari­zione della Madonna.

Marija Saric aveva un tumore maligno al ginocchio: al­l'ospedale di Belgrado dovevano amputarle la gamba. Nel frattempo la madre va a Medjugorje, prega e fa pregare i veggenti la Madonna per la sua guarigione. Marija guarisce. È il 30.10.1981: Anica Brekalo ha trombosi a entrambe le gambe e poliartrite. Ricoverata all'ospedale di Spalato non ot­tiene alcun miglioramento.

Va a Medjugorje e mentre si fa la preghiera per i malati, guarisce immediatamente.

h) Maria ci conferma nella fede

Un giorno la Madonna disse a Jelena: «Non cercate cose curiose; nel Vangelo avete tutto; leggetelo e credete! Vi tro­verete la risposta a tutti i quesiti. Abbracciate tutte le parole che vi ha detto il mio Figlio, e capirete tutto. Oggi vi dico, cari figli, leggete la Bibbia. Mettetela in un posto visibile nelle vo­stre case, che vi dia un impulso per leggere e per pregare». Maria fa vedere ai veggenti:

• L'inferno. - Un giorno disse loro: «Ora vi faccio vedere l'inferno».

Due di loro gridarono spaventati che non volevano veder­lo, e non lo videro. Gli altri lo videro e rimasero terrorizzati. La Madonna disse poi loro: «Scusatemi, figliuoli; ve l'ho fatto vedere perché gli uomini di oggi non credono piú che c'è l'inferno; e, purtroppo molti ci vanno».

Il 10.1.83 Mirjana in un lungo intrattenimento fece questa relazione a Padre Tomislav Vlasic: «Un giorno chiesi alla Ma­donna: "Gli uomini che fanno un delitto vengono condannati a una determinata detenzione in prigione e poi escono. Come mai Dio è cosí inesorabile da non aver pietà dei dannati e da farli restare per sempre nell'inferno?" La Madonna rispose: "Gli uomini che vanno all'inferno non vogliono piú ricevere alcun beneficio da Dio. Essi non si pentono, non fanno che bestemmiare, si rassegnano a vivere nell'inferno e non pro­gettano di lasciarlo"».

• Il purgatorio. - Tutti i veggenti hanno visto il purgatorio. La Madonna disse loro: «Questa gente aspetta le vostre preghie­re e i vostri sacrifici».

Interrogata sul purgatorio, la Madonna disse: «Vi sono in esso vari livelli, i piú bassi dei quali sono vicini all'inferno, e i piú alti si avvicinano per gradi al paradiso».

• Il paradiso. - Tutti e sei hanno visto il paradiso. Una volta la Madonna disse che avrebbe portato due di loro in cielo per un po'; e allora Jakov e Vicka scomparvero dalla stanza e ri­masero assenti per 20 minuti.

Interrogata sulla sorte di quanti muoiono, la Madonna dis­se: «Un piccolo numero va direttamente in cielo; un numero considerevole va all'inferno; la maggior parte va in purgato­rio».

i) Principali messaggi della Madonna a Mediugorie

• Il piú grande peccato. - Un giorno la Madonna disse: «Tutti gli uomini adulti hanno la capacità di conoscere che Dio esi­ste. Il peccato del mondo consiste in questo: non si interessa­no di Dio».

• La conversione. - Moltissime volte la Madonna ha racco­mandato la conversione. Il 26.4.1983 disse: «Dite a tutti i miei figli e a tutte le mie figlie, dite a tutto il mondo e al piú presto che il mio cuore arde per voi, e che io voglio conversione, sol­tanto conversione. Io pregherò mio Figlio perché non punisca il mondo, ma voi convertitevi».

«Voi non sapete, non potete sapere quello che Dio mande­rà nel mondo. Voi convertitevi, siate pronti a fare tutto quello che vi dico».

Un altro giorno disse: «Confessatevi, riflettete anche sui peccati passati. Dovete rinunciare ad ogni peccato. Se i cri­stiani si confessassero mensilmente, in breve tempo intere re­gioni si convertirebbero. Io sono venuta nel mondo per dire che Dio esiste e che in Dio c'è la vita. Quelli che troveranno Dio, troveranno la pace e la vita».

• La preghiera e digiuno. - Le raccomandazioni della Madon­na sulla preghiera sono continue e graduali. A tutti raccoman­da di recitare almeno 7 Pater, 7 Ave e 7 Gloria e un Credo. A quelli che vogliono cominciare a fare una migliore vita cristia­na raccomanda di recitare ogni giorno il Santo Rosario. Per quelli piú fervorosi il 14.8.1984 disse: « Satana ha scatento una lotta furibonda per rovinare la mia opera di salvezza. Io da so­la non posso nulla. Aiutatemi con le vostre preghiere e coi vo­stri sacrifici. Vi chiedo di recitare ogni giorno tutte le 15 poste di Rosario e digiunare ogni venerdí a pane e acqua. Ma c'è un altro digiuno da fare: quello dalle sigarette e dalla TV. La TV vi ha rovinati: essa vi ha tolto il tempo e il gusto di pregare».

Un altro giorno raccomandò di confessarsi almeno ogni mese e (non facendosi nel mese peccati mortali) di fare la co­munione ogni volta che si va a messa; e, a chi ciò è possibile, raccomandò di andare a messa ogni giorno.

Un altro giorno, disse: «Cari figli, ho bisogno delle vostre preghiere. Si domanda qualcuno: perché tante preghiere? Io vi dico, cari figli guardate che succede nel mondo e vedrete tanto peccato che vi regna. Pregate che il mio Figlio vinca».

Un altro giorno, infine, raccomandò di fare un gruppo di preghiera e di pregare tre ore al giorno.

 

UNO SGUARDO ALL'INFERNO

Ormai tutti hanno sentito parlare di Fatima e molti ne cono­scono gli avvenimenti e le profezie.

Ciò che dà credibilità ad essi sono i miracoli ivi avvenuti, i principali dei quali sono raccolti nel libro del Fonseca Le me­raviglie di Fatima (Edizioni Paoline).

Il piú grande miracolo di tutti i tempi è il prodigio solare che ivi avvenne il 13-10-1917; per trovare qualcosa di simile bisogna andare ai tempi biblici, esattamente al prodigio solare di Gio­suè.

La Madonna aveva predetto il mese precedente che in quel giorno avrebbe fatto a Fatima un grande miracolo. La notizia diffusa dai giornali aveva fatto confluire quel giorno a Fatima una folla immensa, calcolata di circa 70.000 persone.

Giunti sul luogo alle ore 11 i 3 veggenti, Lucia, Giacinta, Francesco, il cielo piovigginoso si sgombrò dalle nubi; quindi il sole perdette il suo splendore, cominciò a mandare luce ora rossa, ora verde, ora gialla, ora viola; quindi a girare vertigino­samente su se stesso e infine si scagliò contro la terra come per incenerirla, provocando letteralmente il terrore su tutti.

Dopo 12 minuti tutto finì.

Il De Marchi nel suo libro Era una signora piú splendente del sole (Missioni Consolata, Corso Ferruccio 14, Torino) riporta una sequenza di foto dell'avvenimento; la copia e la fotocopia dei giornali portoghesi « O Dia» e « O Seculo», anticlericali, del 19-10-1917, riportanti la descrizione dell'avvenimento, e molte altre testimonianze.

Un mio amico, incaricato da me, alcuni anni addietro, andando a Fatima, interrogò tanti vecchi del posto; e tutti gli dis­sero di aver visto con i loro occhi quel prodigio solare. Ciò che ancora oggi può fare chiunque voglia andare a Fatima.

Questo grandioso prodigio la Madonna volle operarlo per accreditare il messaggio centrale dato a Fatima il 13-7-1917, e cioè la conversione per salvarsi dall'inferno. E sull'inferno la Madonna fece dare uno sguardo ai 3 veggenti.

Lucia cosí ne fa la descrizione.

«La Madonna ci disse: "Sacrificatevi per i peccatori. E dite sovente, specie facendo qualche sacrificio: `O Gesù, è per vo­stro amore, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria`. Dicendo queste parole - continua Lucia nelle sue memorie - aprì nuovamente le mani, come nei due mesi precedenti. Il ri­flesso che esse irradiavano parve penetrare la terra e vedemmo come in un mare di fuoco immersi i demoni e le anime, quasi fossero braci trasparenti e nere, abbronzate, in forma umana, fluttuanti nell'incendio sollevato dalle fiamme che si sprigio­navano da esse stesse come nuvole di fumo e cadenti poi da ogni lato, come lo sfavillare dei grandi incendi, senza peso né equilibrio, fra urla e gemiti di dolore e di disperazione, che ter­rorizzavano e facevano rabbrividire dalla paura.

1 demoni si distinguevano per le forme orribili e schifose di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni tra la bragia».

Fu allora che sfuggi un gemito, quasi un grido dalle labbra di Lucia:

- Ahi! Vergine Santa!...

E il volto con espressione stravolta le si fece quasi cadaveri­co.

1 poveri piccoli, spaventati, quasi a domandare aiuto, alzarono lo sguardo verso la Madonna che aggiunse con bontà e tristezza: «Avete visto l'inferno dove vanno le anime dei pove­ri peccatori. Per salvarle Dio vuole stabilire nel mondo la de­vozione al mio Cuore Immacolato. Se faranno ciò che vi dico, molti si salveranno e avranno pace. La guerra sta per finire, ma se non cessano di offendere Dio, ne verrà un'altra peggiore. Quando vedrete una notte, illuminata d'una luce sconosciuta, sappiate che quello è il grande segno che Dio vi dà prima di pu­nire il mondo peri suoi delitti per mezzo della guerra, della fa­me, della persecuzione alla Chiesa e al Santo Padre. Per impe­dire ciò, tornerò a chiedere la consacrazione della Russia al mio cuore immacolato e la comunione riparatrice nei primi sa­bati. Se si osserveranno le mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà la pace; se no, spanderà i suoi errori in tutto il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa: i buoni sa­ranno martoriati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno annientate; infine il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, che si con­vertirà e sarà concesso al mondo alcun tempo di pace. In Porto­gallo si conserverà sempre il dogma della fede».

 

UNO SGUARDO SUL PURGATORIO

Che vi debba essere un luogo di guarigione e di purificazio­ne è evidente:

a) Perché ne parla Gesù, fra l'altro, quando dice: «Questo peccato non sarà rimesso né in questo mondo né nell'altro». Vuol dire quindi che ci sono peccati che nell'altro mondo ven­gono rimessi (quelli meno gravi). (Mt. 12,32; I Cor. 3, 15).

b) Perché se dovessimo andare in Paradiso con i difetti che abbiamo, il Paradiso cesserebbe di essere il luogo della felicità e diverrebbe una brutta copia della terra.

Volendo attenermi a fatti di mia conoscenza diretta, cito due episodi:

Sebastiano C.

Questo fatto mi fu raccontato da un padre cappuccino, suo fratello.

Il Sebastiano era un uomo buono e pio. Caduto ammalato, restò a letto 7 anni. Non riuscendo piú a sopportare la sua im­mobilità a letto, cominciò a pregare il Signore di farlo morire. Un giorno sentì una voce:

- Cosa ti contenti: altri 7 anni di malattia o 3 giorni di pur­gatorio?

- Tre giorni di purgatorio - rispose subito Sebastiano. L'indomani si aggravò; dopo alcuni giorni morì.

Una sua cugina, che l'assisteva quella notte, alle ore 23, pen­sando che egli non morisse per allora, se ne ritornò a casa sua. Dopo cenato, mentre diceva la preghiera della sera, le com-

parve poco dopo la mezzanotte il cugino avvolto in fiamme, che le disse:

- Come mai Dio mi ha dimenticato in Purgatorio, pur avendomi assicurato che dopo tre giorni sarei andato in Para­diso?

- Ti ha dimenticato in Purgatorio? Ma non può essere piú di un'ora che sei morto!

- Povero me! - rispose Sebastiano. - Meglio cento anni am­malato in terra che una sola ora di Purgatorio!

Antonietta C.

Antonietta C. è una mia amica. È molto buona; ogni giorno prega parecchio e visita i malati per carità.

Però è un po' nervosa e facilmente alza la voce.

Una notte sognò che mori, fu afferrata da due uomini neri e trascinata attraverso un tunnel scuro fino a uno spiazzo estre­mamente afoso, e circondato da tutte le parti da enormi rocce nere, ripiene di buche infocate simili a forni crematori. Anto­nietta si dimenava e gridava disperatamente per essere lascia­ta. Uno di quegli uomini neri le disse: «Perché sappia che que­sto non è un sogno, ma un avvertimento divino guarda».

In quel momento sopraggiungono altri due uomini neri tra­scinando un'altra donna, che grida a sua volta disperatamente: è sui 50 anni, capelli bianchi, gonna e giacca verdi, alta circa m. 1,60, rubiconda, grassoccia.

Quegli uomini la sollevano e la ficcano in una di quelle bu­che che si chiude fra le urla di lei. Antonietta si sveglia terro­rizzata e non può piú dormire.

Al mattino va al solito in ospedale. Giunse un pronto soc­corso: scaricano dalla macchina la donna vista nel sogno.

Antonietta subito pensa: «La donna del sogno! Che almeno vada in Purgatorio!».

Va subito a chiamare un sacerdote che dà alla moribonda i sacramenti; dopo dei quali la moribonda morì.

Antonietta venne a raccontarmi tre giorni dopo il fatto: an­cora era sotto shoc e tremava come una foglia.

 

UNO SGUARDO SUL PARADISO

1. Il Catechismo Romano dice: «Pensa a tutte le gioie del corpo e dello spirito. Pensa a tutto quello che desideri; in Para­diso troverai immensamente di piú».

S. Agostino dice: « È piú facile sapere quello che non c'è in Paradiso anziché quello che c'è.

In Paradiso non ci sono piú né fame, né sete, né freddo, né caldo, né malattie, né dolori, né separazioni, né morte».

Su quello che c'è pensa: Se Dio in terra agli uomini, che son quasi sempre peccatori, ha dato tante meravigliose gioie, che il piú delle volte hanno piú copiosamente i piú grandi peccatori, cosa egli darà in Paradiso ai suoi cari figli che tanto lo hanno amato in terra e che spesso tanti sacrifici anche gravissimi han­no fatto per lui?

«E udii venire dal trono una gran voce che diceva: Ecco il tabernacolo di Dio fra gli uomini! Egli abiterà con loro; essi sa­ranno il suo popolo e Dio stesso dimorerà con gli uomini. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà piú morte, né lutto, né grido, né pena esisterà piú perché il primo mondo è sparito. E colui che sedeva sul trono disse: Ecco io faccio nuo­ve tutte le cose». Poi mi disse: «Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veraci». (Ap. 21,3-5).

2. Cosa intendi per Paradiso.

Bisogna precisare cosa s'intende per Paradiso.

I cristiani intendono cose diverse, secondo il grado del pro­prio sviluppo spirituale ossia della propria perfezione.

Il rude o principiante intende: il luogo dove sarà felice. È vero, e ciò non è immorale.

Il fervoroso intende: il luogo dove potrà godere di Dio e dei santi. È piú vero.

Il perfetto intende: il luogo dove potrà finalmente vedere Dio faccia a faccia e amarlo per tutta l'eternità, e dove potrà ve­dere e amare Gesú, Maria e tutti gli eletti.

È piú vero ancora; e qui è la somma felicità.

Man mano che il cristiano cresce nella perfezione va sem­pre piú dimenticando se stesso, va facendo il bene sempre piú per amore di Dio e per amore del prossimo; quando è divenuto perfetto arriva non solo a dimenticare se stesso, ma a sacrifica­re totalmente se stesso per amore di Dio e del prossimo, per la gloria di Dio e per il bene materiale e spirituale dell'umanità.

La sua speranza non è venuta meno, ma si è sublimata: «Ve­dere Dio, procurare la sua gloria, amarlo eternamente, portare con sé da lui, ossia salvare, quanti piú uomini è possibile».

A tale speranza purissima corrisponde, lo si pensi o no, il massimo sviluppo della propria personalità, ossia la massima perfezione e la massima felicità.

3. Cosa è il Paradiso

L'uomo è creato per amare; non per amare ciò che è brutto e cattivo; ma per amare ciò che è bello e buono.

a) Gli eletti

In questa terra dobbiamo amare tutti, belli e brutti, sani o malati, buoni o cattivi. È qui il nostro merito ed è cosí che ci meritiamo il Paradiso. In Paradiso ci saranno solo i buoni e sa­remo tutti belli. È li la nostra felicità.

Un semplice eletto del Paradiso ha una bellezza superiore a qualunque bellezza umana.

Un giorno apparve a S. Teresa d'Avila una persona cosí bella e affascinante che la santa cadde in ginocchio credendo di trovarsi dinanzi a Dio.

Il suo Angelo custode le disse: «Alzati, Teresa, non sei di­nanzi a Dio, ma dinanzi a un'anima in grazia di Dio».

Se poi vogliamo paragonare la bellezza alla luce, un santo è, rispetto a un semplice eletto del Paradiso, come il sole rispetto alla luna.

b) La Madonna

Della bellezza della Madonna e della gioia di vederla, amar­la ed essere amati da lei ce ne danno alcuni esempi Bernardet­te di Lourdes e Lucia di Fatima.

Bemardette giunta sul punto di morire non volle ricevere i sacramenti.

La superiora sbalordita le chiese il perché.

La santa rispose: «Perché sono già due volte che ho ricevu­to il viatico e l'estrema unzione e sono guarita».

- E con ciò perché? - riprese la superiora.

- Voi non sapete quanto è bella la Madonna e non potete desiderarla. Io che l'ho vista, non vedo l'ora di morire per an­dare con lei e stare sempre con lei.

- Ricevete i sacramenti. Questa volta vi assicuro che mori­rete. Tutte le suore pregheremo a questo scopo.

A questa assicurazione la santa ricevette i sacramenti; dopo morì col sorriso in bocca, che si osserva ancora dalla sua ma­schera.

Lucia di Fatima vive col desiderio continuo di morire per andare con la Madonna e si lamenta di questo: «Di tutto mi ascolta la Madonna; solo di una cosa non mi accontenta mai: di farmi morire».

c) Gesù

Quale felicità dà la visione e l'amore di Gesù?

Ce lo dice S. Gertrude. Dopo avere un giorno visto Gesù perdette per un lungo pezzo i sensi. Riavutasi disse: «A quello sguardo dolcissimo di Gesù fui ripiena di tale felicità che mi sentii sciogliere i nervi e le ossa per la gioia, come cera nel fuo­co».

d) Dio

Mentre della bellezza e dell'amore di Gesù possiamo farce­ne una qualche idea, assommando in uno tutta la bellezza e tutto l'amore di tutti gli uomini e di tutte le donne; della visio­ne di Dio e della smisurata felicità che ne proviene non possia­mo invece farcene la minima idea perché non abbiamo alcun termine di paragone.

Quale sarà la bellezza della divinità e la felicità di contem­plare il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo?

Immagina l'incanto di tutte le melodie e di tutte le armonie piú belle di tutti i musicisti della terra;

- riunisci in uno l'incanto di tutte le aurore, di tutti i tramonti, di tutti i panorami, di tutte le galassie;

- immagina la bellezza e la bontà di tutti gli uomini o di tutte le donne piú belle e piú buone;

- riunisci in uno tutte le dolcezze provate con tutti i tuoi sensi sulla terra;

- è troppo poco per poter immaginare Dio.

La Beata Angéla da Foligno convertitasi a 26 anni, alla mor­te del marito, e consacratasi a Dio, fece da allora una vita san­tissima di preghiere e di penitenze.

Fu favorita da Dio da meravigliose visioni che il suo confes­sore trascrisse sotto dettatura di lei nel «Libro delle mirabili vi­sioni».

Ebbe la fortuna estremamente rara di vedere Dio faccia a faccia.

Dopo una di tali visioni disse: «Mettete in uno tutte le gioie e tutti i piaceri che hanno goduto, godono e godranno sia leci­tamente che illecitamente tutti gli uomini e tutte le donne del­la terra dall'inizio alla fine del mondo; io in un solo istante del­la visione di Dio ho goduto immensamente di piú».

Per questo S. Paolo dopo essere stato rapito al 3° cielo dis­se: «Occhio umano non ha visto; orecchio umano non ha sen­tito; né è entrato nel cuore dell'uomo quello che ha preparato Dio per coloro che lo amano». (I Cor. 2,9).

 

PREPARAZIONE AL PARADISO

Il paradiso è un bene infinitamente dolce e delicato e non tutti gli uomini lo desiderano, né tutti potranno gustarlo. Se offri un bel pranzo a un animale lo rifiuta; se gli fai vede­re un mazzo di fieno vi corre.

Ugualmente a coloro che vivono di istinti se offri piaceri, come faceva Maometto, vi corrono; se offri il vero Paradiso lo rifiutano.

Saremo capaci di gustare il Paradiso e quindi di esservi am­messi:

1. Quando saremo purificati.

Non si può vedere Dio con occhi impuri, come non si pos­sono vedere le nebulose con lenti di telescopio sporche. Per questo Gesù dice: «Beati i puri di cuore perché vedran­no Dio» (Mt. 5,8).

E S. Paolo aggiunge: «Attenti a non illudervi: né fornicato­ri, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapinatori saranno eredi del regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi, ma siete stati lavati, ma siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel no­me del Signor nostro Gesù Cristo» (I Cor. 6,9~.

Gli uomini che vivono di istinti e di peccati non vorranno andare in Paradiso, perché vi soffrirebbero di più. Ho intuito questo in 3 occasioni: quando, ricoverato in ospedale, tutti gli amici mi portavano dolci, che si ammassavano sul tavolo per­ché non li gustavo; quando ammalato di ulcera, pur avendo tanta fame, non mangiavo per non gridare dal dolore; quando ammalato di occhi, pur desiderando tanto la luce e l'aria aper­ta, stavo in una stanzetta buia e non volevo che mi aprissero la porta o la finestra, perché non potevo sopportare la luce.

Per gustare le cose bisogna essere sani. I malati non gusta­no niente.

I vizi e i difetti sono le malattie dell'anima.

Bisogna guarirne per gustare il Paradiso. Dio per far guarire coloro che non se ne sono guariti in terra ha fatto una casa di cura: il purgatorio.

La degenza vi è molto dolorosa; ma vi guariscono tutti. Tutti possono, se vogliono, guarire facilmente in terra. Occorre un vero dolore dei propri peccati, un distacco del cuore dagli affetti disordinati a persone e a cose e una vita umi­le, pura e mortificata.

Chi raggiunge in terra la perfetta purificazione del cuore, morendo, andrà subito in Paradiso.

Chi non la raggiunge in terra, dovrà venire purificato nel fuoco del purgatorio.

2. Quando avremo un forte desiderio di Dio.

Il desiderio è come le ali dell'anima. Osserva gli uccellini nel nido.

A principio, per qualche tempo dopo nati, non hanno anco­ra il desiderio di volare e non provano neanche a volare. In seguito cominciano a battere le alette cercando di volare, ma non riescono perché ancora le ali non sono sviluppate; e fi­no a quando le ali non saranno cresciute non potranno volare. Appena cresciute le ali, gli uccellini volano. Ugualmente noi raggiungeremo Dio solo quando il nostro desiderio di lui sarà fortissimo.

Se tale desiderio di Dio è già fortissimo in terra, appena morti spiccheremo il volo per il Paradiso, cioè andremo a ve­dere e a godere Dio.

Se tale desiderio di Dio in terra non c'è o è molto piccolo, bisognerà che cresca in purgatorio.

Nessuno va a Dio se non lo desidera ardentemente, perché Dio è amore, e solo chi veramente lo ama lo raggiunge. Ora il desiderio è in rapporto dell'amore.

Per tal motivo coloro che non hanno in terra un grande desi­derio di preghiera e dell'eucarestia dovranno stare a lungo in purgatorio, fino a quando saranno scomparsi i gusti terreni e sarà divenuto ardentissimo il desiderio di Dio.

3. Quando avremo un forte desiderio del prossimo.

In Paradiso con Dio ci sono tutti i suoi figli.

Dio non può accogliere coloro che non li amano tutti per­ché essi con la loro indifferenza romperebbero l'amore e l'ar­monia universale; cosí come in una famiglia raccolta in intima festa un figlio chiuso e freddo rompe la felicità familiare.

Ogni cuore in Paradiso deve essere in risonanza con tutti i cuori, come in un'orchestra ogni strumento deve suonare in armonia con tutti gli altri. Per tal motivo noi potremo andare in Paradiso soltanto quando saremo divenuti buoni, affettuosi, generosi con tutti; quando avremo un amore fatto di opere e di sacrifici per i parenti, gli amici, i vicini, i lontani, per gli affa­mati, i lebbrosi, gli ammalati, i peccatori, gli infedeli.

Per questo Gesù ha detto: «Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia». «Date e vi sarà dato; vi sarà versata in seno una misura pigiata, scossa traboccante; perché sarà usata verso di voi la stessa misura di cui vi siete serviti (per dare agli altri)» (Lc 6,38).

Coloro che in terra hanno un amore troppo piccolo e debole per il prossimo, dovranno andare molto a lungo in purgatorio fino a quando il loro amore sarà uscito dal piccolo guscio dei loro amici e sarà divenuto grande e universale.

4. Quando saremo in comunione e in accordo con tutti.

Potremo vedere e godere la comunione dei santi quando sa­remo in perfetta comunione e in perfetto accordo con tutti, al­meno per quanto riguarda la nostra parte.

Altri potranno essere in disaccordo con noi senza colpa no­stra, ma noi non possiamo essere in disaccordo con nessuno. E come un direttore d'orchestra non può tenere nel suo complesso uno che stona, perché rovinerebbe l'esecuzione dell'opera, cosí Dio non può tenere in Paradiso uno che non ama tutti gli eletti perché questi disturberebbe la loro felicità. In Paradiso non troveremo nessuna persona egoista, antipa­tica, scorbutica, scontrosa, fredda, indifferente, superba, irosa, che guasti la nostra felicità; ma dal canto nostro non dovremo essere tali verso nessuno.

E come tutti aumenteranno col loro amore la nostra felicità, cosí noi aumenteremo con la bellezza del nostro carattere, del­la nostra persona e del nostro amore la felicità degli altri.

Per tal motivo dobbiamo cercare d'andare d'accordo con tutti.

Se tale accordo, tale amore e tale armonia con tutti li abbia­mo raggiunti perfettamente in terra, non c'è motivo di andare in purgatorio.

Per arrivare oggi ad amare tutti ci occorrerà pazienza, dol­cezza, sopportazione, comprensione, controllo dei gesti, degli atteggiamenti, delle parole perché nulla abbia a ferire gli altri. Per questo dice S. Paolo: «Sopportate chi vi fa schiavi, chi vi divora, chi vi sfrutta, chi vi tratta con arroganza, chi vi percuote in faccia» (I Cor. 11,20).

Se è possibile, per quanto sta in voi, vivete in pace con tutti» (Rom. 12,18).

A chi ama il prossimo tutto diventa possibile; a chi non ama diventa impossibile.

Ciò che non possiamo e non dobbiamo fare è andare d'ac­cordo con gli altri nelle cose peccaminose o anche solo difetto­se, perché perderemmo la comunione con Dio.

 

PARUSIA E PALINGENESI

1. Parusia

Parusia significa «manifestazione», e indica il ritorno glo­rioso di Gesù alla fine del mondo, quando verrà a giudicare i vivi e i morti, la resurrezione gloriosa degli eletti e la splenden­te manifestazione di tutta la loro bellezza dinanzi a tutti.

S. Paolo dice: «Stimo che le sofferenze del tempo presente non possano essere paragonate alla gloria futura che si rivelerà in noi. Poiché la creazione attende con grande desiderio la ma­nifestazione dei figli di Dio. La creazione, infatti, fu sottoposta alla vanità, non di sua volontà, ma a causa di colui che ve la sot­topose, con la speranza che la creazione stessa un giorno sarà liberata dalla servitú della corruzione, per aver parte alla liber­tà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo, infatti, che fino ad ora la creazione tutta geme e soffre le doglie del parto; anzi, non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, noi pure gemiamo in noi stessi, in attesa dell'adozione, del ri­scatto del nostro corpo». (Rom. 8,18-23).

Gesú dice: «Or, subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà piú la sua luce, le stelle ca­dranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allo­ra comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo, tutte le tri­bú della terra si batteranno il petto e vedranno il Figlio dell'uo­mo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi Angeli che, con tromba dallo squillo potente, raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un'estremità all'altra dei cieli». (Mt. 24,29-31).

2. Giudizio universale

« Quando verrà il Figlio dell'uomo nella sua maestà con tut­ti gli Angeli, si assiderà sul trono della sua gloria. E tutte le na­zioni saranno radunate davanti a lui, ma egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e mette­rà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra. Allora il re dirà a quelli che sono alla sua destra: "Venite, benedetti dal Pa­dre mio, prendete possesso del regno preparato per voi sin dal­la creazione del mondo. Poiché ebbi fame e mi deste da man­giare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi alberga­ste; ero nudo e mi rivestiste; infermo e mi visitaste; carcerato e veniste a trovarmi".

Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando mai ti vedemmo affamato e ti demmo ristoro; assetato e ti demmo da bere? Quando ti vedemmo pellegrino e ti alloggiammo, o nudo e ti vestimmo? Quando ti vedemmo infermo o carcerato e siam venuti a visitarti?". E il re risponderà loro: "In verità vi dico: ogni volta che avete fatto questo a uno dei piú piccoli di questi miei fratelli, l'avete fatto a me". Infine dirà anche a quelli che saranno alla sua sinistra: "Andate lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per gli angeli suoi. Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui pellegrino e non mi albergaste; nudo e non mi rivestiste; infermo e carcerato e non mi visitaste". Allo­ra anche questi gli risponderanno: "Signore, quando mai ti ab­biamo visto affamato, o assetato, o pellegrino, o nudo, o infer­mo, o carcerato, e non ti abbiamo assistito?".

Egli risponderà loro: "In verità vi dico: ogni volta che non l'avete fatto ad uno di questi piú piccoli, non l'avete fatto a me". E costoro andranno all'eterno supplizio, i giusti invece al­la vita eterna». (Mt. 25, 31-46).

3. Successione degli avvenimenti

Tutto avverrà dice S. Paolo in un momento, in un batter d'occhio:

- un suono impressionante di tromba;

- la comparsa di una croce luminosa che come un fulmine gi­rerà la terra dall'oriente all'occidente;

- la formazione degli scheletri e della carne;

- l'entrata delle anime nei loro corpi;

- l'apparizione degli Angeli;

- il prelievo da parte di essi dei buoni che saranno portati alla destra di Cristo, e dei cattivi che saranno portati alla sinistra di Cristo;

- il ritorno di Gesú in tutta la sua gloria;

- il giudizio dei buoni e dei cattivi;

- la precipitazione dei cattivi all'inferno;

- l'assunzione dei buoni in Paradiso.

Non ci sarà piú per nessuno il tempo neanche di gridare: Si­gnore, pietà di me. Quelli vivi logicamente non avranno biso­gno di risuscitare, ma saranno trasformati.

4. Come risorgeremo

«Ecco vi svelo un mistero: noi non morremo tutti, ma tutti saremo trasformati, in un attimo, in un batter d'occhio, al suo­no dell'ultima tromba. Squillerà infatti, la tromba e i morti ri­sorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. Perché è necessario che questo corpo corruttibile si rivesta d'incorru­zione e che il nostro corpo mortale si rivesta d'immortalità.

Quando questo corpo corruttibile avrà rivestito 1'incorruzione e questo corpo mortale avrà rivestito l'immortalità, allora avrà compimento la parola che fu scritta: «La morte è stata assorbi­ta nella vittoria. O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo pungiglione?

Il pungiglione della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge. Ma sia ringraziato Iddio, che ci dà la vittoria median­te il Signor nostro Gesù Cristo! Perciò, o miei fratelli diletti, mantenetevi fermi, incrollabili, e progredite sempre piú nell'opera del Signore, sapendo che il vostro lavoro nel Signo­re non è vano». (I Cor. 15, 51-58).

Questa meravigliosa certezza che riempie di gioia l'animo del cristiano cosí è stata espressa dallo scienziato atomico En­rico Medi morto il 26-5-1974 nel suo Testamento spirituale: «Noi cristiani sappiamo che questo corpo, proprio questo cor­po risorgerà. Non sarà un nuovo corpo, ma il mio, il tuo, il no­stro, il vostro, quello che ora respira e vive.

A noi sembra tutto disperso in polvere, ma nelle minute particelle in cui sarà ridotto rimane l'impronta del nostro io, con il quale è vissuto. Nel mistero della onniscienza di Dio re­sta sulla terra la semente del nostro corpo.

La sua onnipotenza da questa semente lo farà risorgere e sa­rà glorioso, immortale, bellissimo.

È quel corpo, che riunito di nuovo con l'anima nostra, ci ri­dona la natura del nostro Dio».

5. Palingenesi

Allora Dio farà una nuova creazione immensamente piú bella di questa: vi saranno cieli nuovi e terra nuova. (2 Petr. 3,13).

Tale nuova creazione i primi cristiani la chiamavano Palin­genesi. Quando avverrà tutto questo?

Risponde S. Paolo: «Prima deve venire la grande aposta­sia», ossia le masse popolari abbandoneranno la fede e la prati­ca religiosa; e dovrà venire uno che si mette contro ogni reli­gione (2 Tess. 2,3).

Ciò è avvenuto nelle masse e col comunismo.

Dice Marx: «La religione è l'oppio dei popoli» e la prima cosa da fare per il bene del popolo è di lottarla». (Ouvresphilo­sophiques, Costes, Parigi, vol. i, p. 83-84).

Dice Lenin: «Noi dobbiamo lottare contro la religione: questo è l'abc di ogni materialismo e quindi anche del comuni­smo». (Sulla Religione, Rinascita, Roma, pag. 24).

Oggi come mai nel passato i cristiani debbono ricordare e praticare quanto ha detto Gesù: «Perciò attendete a voi stessi, affinché i vostri cuori non siano aggravati dalla crapula, dall'ubriachezza e dalle preoccupazioni della vita, e che quel giorno non vi colga all'improvviso, come un laccio, poiché piomberà su tutti coloro che si troveranno sopra la faccia della terra. Vigilate, quindi, e pregate in ogni tempo, per potere sfug­gire a tutto ciò che deve accadere, e comparire davanti al Figlio dell'uomo». (Lc. 21,34-36).

Tutte queste cose, mentre turbano o lasciano indifferenti i cattivi cristiani, rallegrano immensamente i buoni cristiani; cosí come una sposa infedele resta indifferente o si turba alla notizia che sta per tornare il marito da molti anni lontano; mentre la sposa fedele si riempie a tale notizia l'animo di gioia.

Per questo S. Giovanni conclude cosí l'Apocalisse: «Lo Spirito e la Sposa (la Chiesa) dicono: «Vieni».

E chi ascolta dica pure: «Vieni».

Colui che attesta queste cose (Gesù) lo dichiara: « Si, vengo presto». Amen. Vieni, Signore Gesù».