SONO PERDONATO
Collana (Cinque pani d’orzo) di Don Vigilio Covi
1
-I peccati cercano perdono
"Sono perdonato".
La
prima volta che ho potuto dire questa parola ero piccolo. Ero così piccolo
che certamente non supponevo nemmeno di quale importanza fosse stato carico
quel momento.
Non ricordo molto di quell'incontro. Ricordo solo il luogo, una piccola sagrestia d'una delle più piccole chiese che abbia visto; e ricordo il prete, vecchio e buono, buono e semplice.
Ricordo
ancora che subito dopo, uscito all'aria aperta, saltavo di gioia. Quella gioia
la ricordo bene perché si è ripetuta centinaia e centinaia di volte: erano
altri luoghi, erano altri preti che incontravo, ma la gioia era quella.
Ero
cosciente di non essermi incontrato solo con un prete. Il prete era solamente un
segno d'una Presenza, che agiva con le sue parole e coi suoi gesti, ma che lo
superava e rendeva addirittura indifferenti le caratteristiche della sua
persona e della sua personalità.
M'incontravo
con Dio.
M'incontravo
con quel Dio che s'è fatto uomo.
M'incontravo
con quel Dio che s'è fatto uomo per amare gli uomini e farsi accogliere da
loro.
Era
un Dio capace di perdonare e di riaccogliere me, che avevo ignorato o
rifiutato o rinnegato la sua Volontà e disatteso il Suo Amore.
Ora
mi accorgo d'essermi spiegato male: ho usato il tempo passato -
"m'incontravo", "era", "avevo"- perché ho
cominciato col guardare all'indietro, ma devo confessare che tutto questo vale
anche ora; ho la speranza e la gioia di sapere che durante tutti gli anni della
mia vita - se Dio me ne concederà - potrò continuare ad incontrarmi col mio
Dio, pieno di amore e ben disposto al perdono, attraverso l'incontro con un
prete, con un prete peccatore e misero come me.
In
fondo mi accorgo di esser rimasto un bambino. Sono, come un bambino, bisognoso
di tutto, bisognoso soprattutto di perdono. Credo sia la cosa più costante di
tutta la mia vita: Quante cose sono cambiate dalla mia infanzia! questa no: sono
bisognoso di perdono. Vivo di perdono. Ho bisogno che gli uomini mi perdonino
ed ho bisogno che Dio mi perdoni.
Sono
cambiate le occasioni, le circostanze e i modi del mio peccato: i miei peccati
son divenuti via via più coscienti, più liberi, maggiormente influenti sulla
vita degli altri, più nocivi alla mia attività, più grossi. È aumentata
pure la dimostrazione di amore del mio Dio, che mi perdona. Il suo modo di
perdonarmi però non cambia: egli usa ancora le parole squillanti o
raffreddate, consolatrici o aride di un qualsiasi prete, uomo di questo mondo.
Nonostante
la mia età, nonostante le scoperte delle scienze umane, nonostante l'aumentata
conoscenza di me stesso e degli altri, non ho trovato altri modi per
riconciliarmi con Dio, per trovare pace nel cuore e ritrovare l'amore e
l'amicizia degli uomini. Anzi, ho scoperto con sempre maggior chiarezza quanta
umanità, quanto rispetto della psicologia dell'uomo, quanta carica spirituale,
quanta forza di cambiamento possieda l'incontro dell'uomo peccatore col suo
Dio attraverso la mediazione del prete. Lo posso dire da due prospettive
diverse: da quella di colui che chiede il perdono e da quella di colui che lo
concede.
Non
posso certamente pretendere che la mia esperienza abbia valore universale: ma
lo presumo, perché la mia esperienza si ritrova pienamente corrispondente a
quella di un'infinità di altre persone d'ogni lingua e razza e popolo, e
ancora di ogni età ed estrazione sociale.
So
perciò che le cose che dirò troveranno un'eco anche in te, se sei credente e
se hai esperienza del perdono di Dio. E se non lo sei, se non hai esperienza e
non vivi nella fede... ancora sono sicuro di... farti venire l'acquolina in
bocca con un grande desiderio di provare finalmente la cosa più bella che un
uomo peccatore possa desiderare: la liberazione. Ne sono sicuro, anche se non
sei credente, perché almeno uomo sei.
2. Parla
l’ "intelligenza" che hai.
Sei
uomo.
L'uomo
che non si rassegna a vivere solo mangiando, bevendo, dormendo e divertendosi,
che non si accontenta cioè di fare la vita dei cavalli, si mette a pensare.
Pensando si pone molti interrogativi. Non riesce a rispondere esaurientemente
a tutti. Si rende conto che ci sono cose ed esperienze più grandi di lui, che
sorpassano la sua capacità di comprensione. Ciò è capitato anche a me: non
me ne vergogno. Anzi, credo di non essere meno uomo se riconosco di ritrovarmi
sempre a corto di parole e di ragionamenti, per es., quando muore qualcuno,
quando incontro qualche disgrazia, e così pure quando trovo persone contente.
I miei perché rimangono punti interrogativi.
Credo
che uno solo è capace di rispondere e credo pure che la risposta che ricevo
non è ancora del tutto alla portata della mia intelligenza, ammesso che io sia
intelligente. Cos'è la mia intelligenza? secondo alcuni è stupidità. Povero
me!
Un’
"intelligenza" per fare i suoi ragionamenti parte da alcuni presupposti
che le fanno da colonne. La maggior parte della gente che incontri negli
affari, ad esempio, ha un’ "intelligenza" che parte dalla intenzione
di guadagnare il più possibile, dal desiderio di eccellere, di farsi valere,
di prevalere. Quando questo tipo di "intelligenza" viene usata dal mio
cervello non capisco più molte cose: non capisco più perché sono prete; non
capisco più perché sono cristiano, e non capisco più perché dovrei
ubbidire ad un Dio, perché dovrei amare il prossimo. Non capisco più me
stesso.
Per
fortuna, di solito, la mia intelligenza si posa su altri pilastri. Normalmente
ragiono partendo dalla certezza che il mondo è creatura e non Dio, che io sono
creatura e non Dio, che i miei sogni e desideri sono creature e non Dio. Un
altro pilastro è la certezza che il Dio che ha creato, ha creato tutto con
intelligenza vera e stabile e con sapienza eterna, e quindi anche la mia vita è
stata "pensata" e inserita in un disegno grande, bello, santo, degno
di Dio. La mia intelligenza ha ancora qualche pilastro, ma non occorre che te
lo dica ora.
Purtroppo,
mi accorgo che, nonostante tutto quello che so e nonostante tutto quello che
vorrei essere, nonostante i pilastri della mia intelligenza, mi ritrovo a
vivere talvolta inquietudine, amarezza, desiderio di sparire, d'esser lontano,
di non incontrare nessuno, mi ritrovo ad aver paura d'essere uomo. Come mai?
È
la stessa esperienza che la Bibbia riferisce ad Adamo e a Caino. Sono caduto
anch'io nel peccato. Macché peccato, mi dice la mia vecchia
"intelligenza": è soltanto senso di colpa! Senso di colpa o peccato?
Chiamalo come vuoi, so io quale peso c'è nel cuore! Chi me lo leva? quale uomo
può levare dal cuore questo peso?
Cos'è
senso di colpa, cos'è senso del peccato? Sono parole diverse, o sono realtà
diverse?
Quando
un uomo esce dal suo ruolo di uomo, quando fa ciò che lui stesso e gli altri
chiamano male, quando rompe o rende ostile il rapporto con gli altri uomini,
si accorge di aver sbagliato: anche non ammettesse con la ragione il proprio
sbaglio, lo ammette il suo cuore.
Potrei
vivere tale circostanza in due modi diversi, il primo: vedo solo me ed il mio
sbaglio: sono colpevole, ho sbagliato, ho rovinato me o gli altri, la colpa è
mia. Io mi ritrovo di fronte a me. Il mio "io" "come vorrei
essere" si trova davanti il mio "io" "come è": essi
non corrispondono. Io sono diviso in due personaggi. Chi sa ritrovare la mia
unità e armonia interiore? Psicologi, psicoanalisti, ipnotizzatori... si
danno il turno per risolvere gli enigmi, per far sedute e guarigioni... perché
un "io" diviso in due è un "io" malato. Il senso di colpa
ha portato alla schizofrenia. - Siamo tutti un po' schizofrenici -, dice
qualcuno per consolarsi.
Io
non mi consolo. Quando sbaglio nel vivere la vita mia personale o di rapporto
con gli altri io mi ritrovo davanti al mio Dio: davanti a Colui che mi ama e
che si attende da me solo amore, parole, pensieri e azioni d'amore. È lui che
mi fa notare il mio sbaglio. A Lui dico il mio dispiacere; davanti a Lui
riconosco d'esser peccatore, infedele e ingrato di fronte al Suo Dono costante.
È l'altro modo di vivere la stessa situazione! In me c'è il senso del
peccato. Il senso del peccato non è senso di colpa. Il senso di colpa è
dell'uomo senza Dio - o che lo dimentica temporaneamente -, il senso del
peccato è dell'uomo che vive con Dio.
3.
Il cieco non vede
L'uomo
che vive con Dio pecca. Non scandalizzarti. Voglio dire che l'uomo che vive in
rapporto con Dio, che vive nella fede e nell'amore di Dio, chiama i suoi sbagli
volontari col nome di "peccato". Il peccato non esiste a detta di
coloro che non hanno un rapporto sano e di amore con Dio; potresti incontrare
qualcuno che ti dice: il peccato? non c'è, non esiste più! io non ho peccato,
difatti non ho ammazzato nessuno. E quelli che hanno ammazzato arrivano a
scoprire che ammazzare non è peccato perché... e tutte le scuse sono buone.
Succede
così per i pesci che vivono nell'acqua: la pioggia per loro non è bagnata. Per
i carboni che sono nel fuoco, il fuoco non scotta. Per chi ha addosso il letame,
il letame non puzza. Chi è immerso nel peccato non si accorge dei propri
peccati.
S.Giovanni,
l'apostolo particolarmente amato da Gesù, dice che il "peccato" è
non riconoscere Gesù Cristo, non accoglierlo come Figlio di Dio mandato dal
Padre per noi. Questo è il peccato. Questo è "il peccato" per
eccellenza, perché chi vive così è nelle tenebre più fitte. Chi è al buio
dice di non vedere nulla davanti a sé, anche se ci fosse una montagna piena
di oggetti. Chi è al buio inciampa continuamente, eppure non vede nessun
ostacolo. Chi è nel "peccato" continua a sbagliare e nemmeno se ne
accorge. Non mi meraviglio perciò di trovare chi mi dice che per lui non ci
sono peccati, che lei non ne commette: questa affermazione è il segno della
cecità, il segno del peccato peggiore, il segno che non c'è rapporto d'amore
e di fede con Gesù Cristo e col Padre suo. Non convincerai mai una tale persona
dei suoi peccati finché non accoglierà Gesù nel cuore. Non arriverai mai a
convincere un sordo che ci sono dei rumori: prima devi aprirgli gli orecchi.
La
cosa più importante per me è perciò che io non sia al buio, senza la Luce. Da
quando Gesù è la mia Luce io sono fuori del "peccato". Da quando ho
accolto Gesù come regola della mia vita, da quando ho accolto la sua Parola e
la sua intelligenza come mia intelligenza e la sua Volontà come mia Volontà,
da allora la mia vita è uscita dalle tenebre: da allora riesco a vedere e
riconoscere ogni giorno i miei peccati. I miei peccati sono come l'inciampare di
giorno: vedo in quale gradino o in quale sasso m'imbatto. Mi dico:
"Stupido, che sono, non potevo guardare?". Così i miei peccati:
"Ho la luce della Vita. Non potevo fare come Lui mi dice"?
Ecco
la mia convinzione: se Dio esiste, io sono peccatore. Dio, il Dio in cui credo,
è Amore, Amore infinito per me e per tutti. Io sono perciò peccatore, sempre
peccatore. Con questa luce vedo che sono sempre a corto di amore per rispondere
adeguatamente all'Amore che ricevo. Inoltre so, dalle parole di Gesù Cristo, a
cui credo più che ai miei occhi, che Dio ha pensato di farmi a sua immagine e
somiglianza: mi ha fatto cioè con l'intento che io arrivi ad assomigliare a
Lui, ad essere così capace di amare come lo è Lui stesso: "Siate
perfetti, come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli!",
"Amatevi come io vi ho amato!". Se penso a questa intenzione di Dio
mi ritrovo ancor più fuori strada, ancora più lontano dalla meta cui sono
destinato, ancor più peccatore.
Non
per nulla s. Paolo ricorda ai cristiani: "Fatevi imitatori di Dio!" e
s. Giovanni: "Chi ama viene da Dio". Ma come faccio io a non esser
peccatore? Ogni giorno trovo in me delle forze che mi portano a gesti e parole
che, se non sono egoisti del tutto, nascono o si nutrono di un bel po' di
egoismo. E l'egoismo non è amore. Come fare?
Mi
consolo che anche l'apostolo Paolo abbia avuto questo problema: "Io non
riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti, non quello che voglio io
faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io
riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il
peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non
abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di
attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio...
Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è
accanto a me... Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato
alla morte? Siano rese grazie a Dio, per mezzo di Gesù Cristo nostro
Signore!" (Rom. 7, 15-24).
Non
mi consolo d'esser peccatore, anzi non riuscirei a sopportarmi peccatore se non
sapessi che Gesù Cristo ha la vittoria di questa situazione: Egli sa darmi
forza di vincere le tentazioni e di vivere nell'amore, ma - nel peggiore dei
casi - è pronto al perdono del mio peccato, a cancellarlo, a riagganciarmi con
l'amore del Padre, a farmi riprendere fraternità con gli uomini, a ridonarmi
l'unità di me stesso.
4.
La prova del nove
Hai
visto certamente un elastico. Un elastico può tendersi, esser tirato, ma solo
fino ad un certo punto. Se lo tiri un poco più della sua possibilità esso si
spezza.
Anche
il rapporto tra due persone assomiglia - tutto sommato - ad un elastico. Tra me
e te può esserci tensione: una tensione che può esser allentata da una buona
parola, da un sorriso, da un gesto d'amore. Ma la tensione tra due persone
potrebbe anche - e succede spesso - venire esasperata dall'impuntarsi sulla
propria posizione o dal volere la rivincita o dalla vendetta. In tal caso, una
tensione potrebbe arrivare al punto di rottura.
Una
cosa del genere capita anche nel rapporto di un uomo con Dio. Può esser bello,
armonioso, filiale. Ma se l'uomo comincia a seguire la tentazione e a uscire
dall'amore (atmosfera in cui dovrebbe rimanere immerso sempre anche per essere
in armonia con se stesso) il suo rapporto con Dio comincia ad essere teso. Non
è Dio a tirare l'elastico! Anzi, Egli cede un po', mi tiene agganciato, ma
non può seguirmi se io vado lontano in direzione opposta alla sua, opposta al
vero amore: allora il mio rapporto con Lui si spezza. Non sono più agganciato
al Padre, non sono più figlio, non sono più nella santità dello Spirito. Una
volta ho imparato a chiamare "veniale" il peccato paragonabile alla
tensione dell'elastico e "mortale" quello paragonabile alla sua
rottura.
Mortale:
è parola grossa. Indica la fine di una vita. La vita di Dio in me non respira
più, non agisce più, non illumina più. L'uomo è consegnato a se stesso.
È
un grosso guaio. L'uomo "senza Dio in sé" è molto diverso dall'uomo
"con Dio in sé". Te ne sei mai accorto? Un uomo morto è ben diverso
da un uomo vivo. Ebbene, la stessa differenza.
L'uomo
"con Dio in sé" ha alcune caratteristiche inconfondibili. Mi è
maestro S. Paolo. L'uomo "in grazia di Dio" è capace di "amore,
gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé".
Hai letto troppo in fretta: rileggi adagio, cerca di impiegare dieci minuti a
leggere queste nove parole. Potresti prendere una parola al giorno per fare
una novena allo Spirito Santo, una novena di supplica e di prova della vita di
Dio in te. Queste nove parole sono come la prova del nove che usavi per vedere
se le tue moltiplicazioni erano esatte. Se queste parole non trovano riscontro
in me, il mio rapporto con Dio non è agganciato bene. Te lo dico per
esperienza.
L'uomo
"senza Dio in sé" ha ben altre caratteristiche. Nel suo cuore è
nascosta la paura. Oh, forse è coraggioso, ma c'è molta paura: non si lascia
vedere fino in fondo! Ha qualcosa da nascondere. Sfugge i momenti di vero
rapporto umano, come quelli del grande dolore o della grande gioia. Li sfugge
evitando di incontrarli o affrontandoli con la superficialità o con la
menzogna, con la rabbia o con la scherzosità... Forse non mi capisci:
pazienza, rimani alla prova del nove.
L'uomo
fuori della grazia di Dio, in peccato mortale, non è bello, non dà gioia, non
infonde speranza né coraggio la sua presenza. È come una fontana disseccata, o
come "una coppa d'oro colma di vino pregiato in cui naviga una mosca
nera": chi se l'accosta alla bocca?
Talvolta
l'uomo può arrivare a questo punto non solo con gesti o azioni clamorose quali
un grosso furto, un omicidio, la bestemmia volontaria, la fornicazione,
l'adulterio, l'aborto, l'idolatria, il giuramento falso, ma anche poco per
volta, quasi senza accorgersi, col distanziarsi dal suo Dio in modo lento e
costante: si potrebbe dire che quest'uomo muore di fame. Uno che per settimane o
mesi non si nutre della parola di Dio, non cerca la vera preghiera, non si tiene
a contatto con la vita degli altri discepoli del Signore, a quel tale vengono
a mancare poco a poco le forze, la luce, l'udito, il vero amore. Poi t'accorgi
che non lo distingui più dai pagani. Non trovi più in lui alcun segno
d'esser figlio del Padre dei cieli; prima fra tutti gli viene a mancare la
volontà di perdonare ai suoi nemici. È morto, senza Vita.
5.
Il segreto del cuore
Il
cuore dell'uomo è veramente un mistero. È capace delle cose più belle ed è
capace dei delitti più macabri. Ma chissà se ne è veramente capace, o se non
è invece una forza superiore a lui che lo spinge a commettere azioni
disumane! Mi viene questo dubbio non tanto perché qualcuno una volta mi ha
parlato di demoni o perché io voglia far da avvocato difensore ai delinquenti
comuni o politici ma piuttosto perché mi è capitato più volte d'incontrare
ragazzi di appena dodici anni che mi confidavano pressappoco: "Quando
alla sera, sotto le coperte, voglio mettermi a pregare, mi vengono alla mente
delle bestemmie, e mi viene da dirle. Io non voglio, non voglio, ma mi
vengono". Io ho creduto che non volesse, e ho creduto che gli venivano,
perché anche altri mi hanno riferito cose del genere riguardo non solo alla
bestemmia, ma anche al furto, all'impurità, alla menzogna. Contro una cosa
del genere non servono sgridate, né ammonimenti, né commiserazioni. Solo la
preghiera fatta con fede, solo l'invocazione del Nome di Gesù e del Suo
Sangue, solo la benedizione ed eventualmente un piccolo esorcismo possono togliere
dall'uomo una forza o una resistenza che da lui non sono volute.
Benché
la situazione ora descritta non sia rara, essa non è neppure sempre chiara. Il
cuore dell'uomo rimane sempre un mistero. Ed è sempre una mescolanza di
coscienza e volontà, di libertà e condizionamenti, di memoria e
intelligenza, di temperamento e di spirito, di affetti e di fede, per cui, chi
volesse troppo distinguere spirito e anima, anima e corpo, spiritualità e
psicologia, rischierebbe di parlare - invece che di un uomo - o d'un cadavere o
di un'anima vagante.
In
fondo siamo sempre dei bambini. Quando lo riconosco e mi metto con la
semplicità e la trasparenza dei bambini davanti a Dio e davanti agli uomini,
allora sono custodito e riesco a percepire l'amore sia di Dio che degli uomini.
Ma quando non riconosco la mia piccolezza e cerco grandezza e autosufficienza
davanti a Dio e agli uomini, allora mi pare che tutto il mondo mi diventi
nemico, la mia vita diviene incontentabile e la rendo insopportabile agli
altri.
Essere
come bambini è un gran segreto, una grande fortuna! Gesù Cristo, che conosceva
il cuore dell'uomo meglio di me e di qualsiasi psicologo moderno, aveva già
svelato questo segreto a Giacomo e Giovanni e a tutti gli altri suoi
discepoli. Ora lo svela anche a noi. "Se non ritornerete come bambini, non
entrerete nel Regno di Dio", non potrete giungere alla piena armonia
interiore delle vostre facoltà e quindi non sarete tutt'interi, e
completamente, né davanti a Dio né nel rapporto di comunione con gli altri
uomini.
Il
bambino ha bisogno d'aiuto: lo sa chiedere e ricevere. Anche il bambino sbaglia
e pecca, manca all'amore: ma ristabilisce abbastanza in fretta i legami,
dimentica i torti, domanda perdono: non può stare a lungo senza l'affetto di
sua madre! Io sono un bambino che non può stare a lungo senza l'amicizia di
Dio, senza l'armonia piena tra me e tutto ciò che mi circonda.
Posso,
come un bambino, ristabilire l'unità di rapporti che ho infranto, sia con Dio
che con i fratelli?
Il
bambino che chiede perdono sente che non è lui che ricostruisce il rapporto
d'amore: fino a che la mamma non gli dice "Sì, ti perdono" o gli fa
una carezza o un segno di riconciliazione, il fanciullo non è sicuro. Il
perdono lo chiede: ma lo otterrà? Il bambino è sicuro che prima o poi (forse
dopo o attraverso le botte) riceverà il perdono desiderato e così il
rapporto d'affetto tornerà a risplendere; ma fino al momento in cui quel gesto
o quel segno o quella parola non arriva, egli rimane triste, disperato,
mutilato.
Io
riconosco in questa descrizione anche la mia situazione, quale si verifica
quando sono nel peccato. Io cerco il perdono di Dio, non potrei farne a meno, e
sono sicuro che il Signore è così "Amore" e desideroso - come una
mamma - di riavermi in braccio che è pronto al perdono; ma fino a che non ne
ricevo un segno, fino a che non vedo e non sento coi miei occhi o coi miei
orecchi un segno del perdono di Dio, non trovo tutta la pace di cui il mio cuore
abbisogna.
6.
Vedere il segno
Come
per i bambini, anche per me è necessario il segno che Dio mi ha perdonato. Ma
chi me lo dà? chi degli uomini è in grado di assicurarmi quest'opera di Dio?
quest'opera che è così grande e riservata tra me e Lui solo, tra Lui e me?
Come
potrà fare Dio a rendermi persuaso che ha ascoltato ed esaudito la mia
domanda di perdono? Io non posso insegnargli, né posso pretendere segni
straordinari, miracoli, lampi o tuoni strani; e d'altronde non posso convincermi
d'esser stato perdonato, e quindi stare in pace, se non ho i segni concreti.
Dio,
dobbiamo ammetterlo, è un bravo psicologo. Del resto è stato Lui a formare
l'uomo, sa quindi com'è il suo cuore e di che cosa abbia bisogno. Per perdonare
il peccato degli uomini Egli non ha certamente bisogno né di parole, né di
gesti.
Ma
perché l'uomo abbia la certezza del suo amore, gli viene incontro e
stabilisce dei modi abbordabili alla struttura del corpo e del cuore umano.
Gesù
Cristo per questo è divenuto uomo, uomo di carne ed ossa come noi. Gesù, il
Cristo è " Dio con noi ", perché noi possiamo incontrare Dio al
nostro livello senza dover diventare angeli.
È
difficile credere che Gesù Cristo, il figlio di Maria che chiamava papà il
falegname di Nazareth, è Dio. È stato difficile per i suoi paesani e per gli
Ebrei in genere, tranne che per quelli che credevano ai fatti.
Quelle
persone che avevano già delle convinzioni, delle certezze, che si sentivano
sicure della propria scienza e sapienza, che avevano qualcosa da difendere,
quelle non riuscivano ad ammettere che Dio potesse agire in modo diverso da
come esse se l'immaginavano. Quelli invece che lasciavano a Dio libertà di
agire, erano essi stessi liberi di riconoscere le sue opere: così sapevano
riconoscere che le opere di Gesù erano divine. Gli altri attribuivano a Satana
addirittura le guarigioni e i miracoli più belli, e la liberazione degli
indemoniati (Mt. 12, 22-32), pur di non dover riconoscere che Gesù era Dio:
altrimenti avrebbero dovuto accettare anche il suo insegnamento e sarebbero
stati costretti ad ammettere che Dio perdonava per mezzo suo; questo era un
punto cruciale. Se Dio perdonava per mezzo di un Uomo, di Gesù, avrebbero
dovuto piegarsi, umiliarsi, riconoscersi bisognosi d'un uomo.
La
loro superbia e il loro orgoglio arrivava così al colmo dei colmi: li accecava
al punto che chiamavano bianco il nero e nero il bianco, definivano opera del
Maligno i miracoli di Dio.
È
proprio difficile credere che Gesù è Dio. Chi sente di non essere in sintonia
con Gesù, e chi non vuole accettare tutto quel che Lui dice e fa, e quello che
chiede, basta che faccia questo passo semplice: non credere alla sua divinità,
non credere che sia Lui il mandato da Dio. Questo passo lo fanno molti. Così
credono di giustificarsi; ritengono "santa" la propria ignoranza di
alcune parti del Vangelo o addirittura la propria disubbidienza ad esse.
Quello
che Gesù fa e dice e ordina di fare a riguardo del perdono dei peccati rientra
nell'elenco di quelle cose difficili da accettare; le accettano le persone
libere, i puri di cuore, capaci di riconoscere opera di Dio ciò che solo Egli
può fare, capaci di accogliere Gesù come il Dio vivente e buono, volonteroso
di salvarci.
L'uomo
paralizzato, quello che è stato presentato a Gesù con poca diplomazia, a dir
il vero, calato giù dal soffitto su di una barella da ambulanza, quell'uomo
era un peccatore. Gesù se ne è accorto. Gli occhi parlano! Dev'essersi accorto
anche del desiderio di quell'uomo di rimettersi in armonia con Dio; da solo
non ce la faceva. E così Gesù, sapendo di avere autorità divina in quel
momento come sempre, e di essere unito al Padre, gli assicurò con la sua
parola - udita da tutti - che il peccato - il suo peccato - non esisteva più:
"Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati" (Mt 9, 1-8).
Questa
parola è azione di Dio, e il miracolo che la seguì ne è stata la prova.
Quell'uomo non è più stato tirato su attraverso il tetto, né è più stato
portato in barella.
Come
non credere che Gesù è Dio? se lo è non posso più fare a meno dal cercare
ed eseguire i suoi consigli, anche a riguardo del suo modo di perdonare.
Io
credo che Gesù è il Figlio di Dio, ed è Dio: me lo insegnano tutti gli
Apostoli con la loro testimonianza. Ricordo ora particolarmente la frase di S.
Paolo: "In Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità!"
(Col 2,9).
Gesù
poi ha legato a sé pienamente ormai la sua Chiesa, "suo Corpo", di
cui Egli è il Capo. Potremmo quindi definire la Chiesa quella parte di umanità
che sulla terra è indissolubilmente legata a Dio. Essa non è Dio, ma è il
"luogo" in cui Dio agisce concretamente! L'incarnazione di Dio in
Gesù Cristo non è un fatto passato, è un fatto eterno, continuo, attuale:
Dio agisce oggi attraverso uomini di carne perché uniti a Gesù!
È
importante conoscere questo mistero (= pensiero di Dio) per poter accettare il
perdono di Dio dagli uomini!
7.
Una violenza preziosa
Varie
volte Gesù ha vissuto la gioia di vedere i suoi interlocutori, volontari o
obbligati, cambiare vita dopo esser stati perdonati. Varie volte ha sentito il
sospiro di sollievo e di libertà di coloro a cui diceva: "Va' in pace, ti
perdono"! Un sospiro che parlava da sé. E nota bene come la maggior parte
di quelle persone erano state obbligate a presentarsi a Gesù! L'adultera gli
era stata scaraventata ai piedi con violenza, con odio e con sarcasmo. Zaccheo,
che s'era nascosto tra le fronde di un sicomoro, s'è sentito dire:
"Vieni giù, oggi devo venire a casa tua". II ladrone, se non fosse
stato appeso ad una croce proprio quel giorno, non avrebbe avuto la fortuna
che ha avuto.
Persone
obbligate o dalla situazione o da Gesù stesso a inginocchiarsi e chiedere il
perdono! Ma esse non sapevano ancora quale dono sarebbe stato loro fatto né
pensavano che avrebbero potuto ottenerlo. Queste esperienze raccontate dal
Vangelo mi portano la memoria al S. Curato d'Ars, Giovanni Maria Vianney. Quando
gli si avvicinava qualcuno a chiedergli consiglio, per altolocato che fosse,
lo faceva anzitutto inginocchiare e lo "obbligava" a chiedere
perdono, a confessarsi. Bravo, aveva compreso il metodo di Gesù, e aveva
compreso che un'anima perdonata e cosciente d'esser perdonata è capace pure di
ragionare! Altrimenti, parla e parla e parla, continui a girare attorno al
problema senza toccarlo. Il problema è uno solo: il peccato. Se il peccato
pesa nel cuore e non viene eliminato, quel cuore non è in grado di capire, di
ragionare, di aver luce sulle cose fondamentali della vita e della morte, semplicemente
perché non è libero. Il problema è questo: togli il peccato, e tutto sarà
diverso, tutto acquisterà nuova luminosità e limpidezza. Gesù ci tiene a
perdonare.
Queste
esperienze le ho fatte pure io: sulla mia pelle e su quella degli altri. Ne ho
un'esperienza abbastanza vasta: puoi credermi.
Gesù
Cristo ha visto quant'è indispensabile per l'uomo sentire con gli orecchi
l'assicurazione del perdono di Dio. Egli aveva visto le folle che accorrevano da
Giovanni il Battista: aveva visto che a lui, uomo, confessavano i propri
peccati, per ottenere soltanto la promessa del perdono! Quale desiderio di
aprire il cuore ad un uomo di Dio!
Gesù
ha visto ed ha capito che questo sarebbe stato il problema numero uno di tutti
gli uomini di tutti i secoli di questo pianeta, visto che tutti sono peccatori.
Ha pensato per loro. Ha trovato un sistema "economico", se volete,
ma rispettoso, oltre che della psicologia degli individui, anche della loro
libertà. Un sistema che è anche impegnativo e serio. Ha consegnato il suo
potere di perdonare i péccati ad altri uomini. Non ad uomini qualsiasi,
naturalmente, non a quelli che non avevano fede in Lui, ma a quelli che Gli
davano fiducia, che gli promettevano di rimanere uniti e di vivere nel suo
insegnamento. Non ha cercato uomini senza peccato, non ha cercato uomini
perfetti: sapeva che non li avrebbe trovati. È stato costretto a consegnare il
compito di perdonare ad uomini capaci di peccare, bisognosi essi pure di
chiedere perdono. Ma Gesù non si è pentito di questo suo atto di amore per
noi.
A
Pietro, trovandosi presso la città di Cesarea di Filippo, ebbe a dire:
"A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla
terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà
sciolto nei cieli" (Mt 16, 19). E poi, a Cafarnao, a tutto il gruppo degli
Apostoli, a proposito delle colpe dei fratelli, ripeté: "In verità vi
dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e
tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in
cielo" (Mt 18,18).
Volle
confermare tutto ciò ed esplicitarlo meglio, se ce ne fosse stato bisogno,
perché comprendessimo che questo compito poteva essere in mano ad uomini
peccatori; volle convincere gli Apostoli che questo era il loro compito
principale nel mondo, compito a cui non potevano sottrarsi senza disubbidienza
grave; ecco dunque che il giorno stesso della sua Risurrezione, il giorno di
Pasqua, alla sua prima apparizione nel Cenacolo, dopo aver perdonato ai
discepoli la loro paura, la loro fuga e il loro rinnegamento, disse:
"Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e
a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20, 22-23).
Sono
parole stupende. Da queste parole dipende la mia libertà. Se io sono stato
perdonato infinite volte lo devo a queste parole, e se io, peccatore, accolgo
i peccatori e li perdono nel nome di Dio è solo perché devo ubbidire a queste
parole. È un dovere che adempio con gioia. È pure un atto di fede. Non so se
sia più grande l'atto di fede di colui che si confessa o quello che faccio io
prete nel dargli il perdono dell'Onnipotente!
È
un atto di fede in Dio e di amore per gli uomini che compio con gioia!
8.
Un amore che vince il timore
Da
quel giorno, dal giorno di Pasqua, la Chiesa ha continuato ad annunciare che
Dio perdona. Lo annuncia a tutti, perché tutti sentano e lo sappiano, e poi
attende i singoli, mano a mano che si decidono, per dare loro, personalmente,
il perdono di Dio. Non è solo profetico l'annuncio della Chiesa, è anche
sacramentale. Non si limita cioè a dire che Dio è capace di perdonare, ma
trasmette il perdono stesso con un gesto concreto e vero. Non dice solo, ma fa
pure!
La
Chiesa, la comunità dei credenti si è presa un altro incarico: conoscendo la
riluttanza di molti e il peso che il peccato esercita sull'uomo per tenerlo
lontano dall'umiltà del chiedere perdono, obbliga i suoi membri ad
inginocchiarsi almeno una volta all'anno, per domandare misericordia. Mi piace
vedere la Chiesa così decisa: essa si rende conto di fare la cattiva figura
d'assomigliare ai farisei che obbligarono l'adultera a mettersi ai piedi di
Gesù, ma è pure cosciente di fare quel che Gesù stesso ha fatto con
Zaccheo: "Vieni giù, oggi devo fermarmi da te". Pensino pure tutti
quel che vogliono; ciò che preme alla Chiesa è il bene dei suoi figli, che
siano perdonati, che siano umili, che perdano la boria accumulata nel
frequentare i peccatori. Essa esercita così quel "sarà legato anche nei
cieli". Anche "nei cieli" ora si sa che i cristiani devono,
almeno una volta all'anno, chiedere perdono alla Chiesa. Gesù Cristo, il capo
della Chiesa, vuole ciò che la Chiesa vuole. Ed è il nostro bene. Ma questa
"violenza" della Chiesa verso i suoi membri non è sentita dalla
maggior parte di essi. Perché? ma perché essi non attendono Pasqua, quando
sanno e sentono di aver bisogno del perdono di Dio! Io non aspetto che il
mucchio di spazzatura della mia casa fermenti prima di prendere in mano la
scopa: chi toglierebbe poi la puzza che si impregna persino nei muri? Non
attendo un anno a presentarmi all'apostolo di Gesù per fargli dire per me la
parola della riconciliazione. E, come me, molti altri cristiani hanno compreso
che la vita può esser vissuta bene solo se è perdonata, che l'amore a Dio
esige che ci umiliamo e gli permettiamo di perdonarci, che l'amore alla Chiesa e
ai fratelli non è perfetto se non diffonde con costanza il soave profumo del
perdono ricevuto.
Io
non aspetto di aver peccati mortali, non attendo che l'elastico sia spezzato,
per presentarmi al ministro della Chiesa. Ho imparato che il perdono di Gesù mi
fa bene anche per i peccati "veniali". La Chiesa non mi obbliga, mi
consiglia soltanto. Io accetto anche i consigli. Non credo poi che il mio
domandare perdono ad un prete per peccati non gravi sia soltanto egoismo: fosse
per egoismo, non andrei a confessarmi mai! L'egoismo gioca brutti scherzi: cerca
tante scuse e fa nascere e crescere la vergogna.
Ho
imparato a chiedere il perdono di Dio subito, appena posso, dopo aver commesso
il peccato. È stato l'amore ad insegnarmelo.
Ho
notato che io sono... non solo un individuo che fa la sua vita: ho notato che,
dal momento che vivo in società, ho un compito sociale. II compito primo e
principale della mia vita - come pure della tua, chiunque tu sia - è di
essere uno strumento nelle mani di Dio. Egli mi affida compiti e servizi, che
devono esprimere l'amore del Padre per i fratelli e per il mondo. Giacché sono
uno strumento di Dio - e voglio esserlo - cerco il più possibile d'esser libero
da ogni male. Non sarebbe bello vedere un artigiano lavorare con un martello
difettoso o un pittore dipingere con pennello scassato o un contadino andare
ai campi con la zappa che perde il manico!
Non
è bello vedere Dio, il Dio che amo, agire in questo mondo con uno dei suoi
figli intorpidito dal peccato, intiepidito e bloccato dalle sue mancanze e
debolezze. Per amore del mio Dio, perché Egli possa far bella figura laddove
adopera me per trasmettere il suo amore, io cerco che il mio cuore possa godere
il più possibile del suo perdono nei modi che Egli stesso mi offre: se
necessario anche tutti i giorni.
È
stato l'amore a spingermi a confessarmi spesso ed è stato l'amore a darmi la
forza di vincere la vergogna. La vergogna dei peccati non la provi solo tu, la
provo anch'io. Io provo vergogna davanti a me stesso, e davanti al prete che mi
ascolta, come tu provi vergogna davanti a me. Vedrai che l'amore vince il
timore. L'amore a Dio Padre e a Suo figlio Gesù, la volontà di fargli onore
schiaccia la testa alla vergogna ed al rispetto umano.
9.
Peccato, affare sociale
L'amore
mi ha insegnato a confessarmi spesso. A dirti il vero non è stato solo il mio
amore per Gesù e per il Padre a farlo. Ha giocato un ruolo grande anche il mio
piccolo amore per i fratelli, per te. È andata così.
Da
prete mi trovavo - come ora del resto - a continuo contatto con la gente,
piccoli e grandi. Tutti si aspettavano da me non solo santità di pensieri, ma
anche generosità d'azione, disponibilità immediata, libertà interiore a
ridere con loro come pure a piangere per le loro tristezze, a meravigliarmi dei
loro stupori. Non era solo una loro aspettativa, era anche mio desiderio
essere così. Mi accorgevo però, con sempre maggior chiarezza, che i miei
peccati, anche quelli piccoli (il Signore mi perdoni se chiamo piccole le
offese al suo amore!), creavano un ostacolo. I peccati, se non erano ancora
perdonati nel sacramento della Riconciliazione, bloccavano il mio spirito, non
gli permettevano di essere del tutto attento ai fratelli, al loro spirito;
bloccavano o indebolivano la mia generosità, la mia prontezza, la mia
spontaneità, la mia gioia, cose da cui tutti avrebbero avuto vantaggio: in una
parola, i miei peccati bloccavano la mia capacità di essere testimone gioioso
di Gesù Cristo.
Questo
succedeva a me prete. Ero prete e non posso dirti una cosa per un'altra. Credo
però che la stessa esperienza la faccia anche tu, anche se non sei prete.
Anzi, ti assicuro che è così anche per te: tu forse non te n'accorgi, se
ancora non hai sensibilizzato la tua anima ed il tuo spirito a recepire questi
fatti. Io però ho esperienza di uomini e donne, giovani, adulti e anziani di
ogni condizione: per questo posso assicurarti che succede così anche per te.
L'amore
per i miei fratelli dunque, accanto all'amore per Dio, in definitiva
"l'amore", mi ha convinto e spinto a cercare spesso un prete. Lo
cercavo anche di giovedì, non solo al sabato, e - occorrendo - usavo le ruote
di qualche mezzo privato o pubblico: bici, moto, auto. L'amore è capace di
queste cose.
Ti
ho detto come ho fatto io. Un giorno mi dirai come avrai fatto tu: ci terrei che
tu me lo raccontassi!
L'amore
a Dio e l'amore ai fratelli è un unico amore. Il cuore che ama non è diviso
tra Dio e i fratelli. Il cuore che ama è in Dio e raggiunge i fratelli amati
da Dio.
Così
pure il male che io faccio è contro Dio ed è contemporaneamente contro i
fratelli. Il peccato più nascosto estende le sue conseguenze malvagie su
tutti i miei rapporti sociali. Ogni mio peccato rende meno bello, meno
credibile il volto della Chiesa, le toglie la dimensione divina, abbassa il
tono generale della parrocchia e della comunità cui appartengo, sostiene gli
altri nella loro tiepidezza, se non ve li attira addirittura.
Dal
momento che io sono membro della Chiesa, ogni mio peccato le appesantisce il
cammino. La Chiesa è resa leggera e vivace dallo Spirito Santo che l'avvolge
e la riempie. Se io introduco in essa un altro "spirito", e lascia
che il Maligno - attraverso il mio peccato - vi ci metta lo zampino... la sua
testimonianza non è più chiara, la sua preghiera diventa menzogna: con la
bocca dice "venga il tuo regno" e con le opere compie il male.
Ogni
peccato di un cristiano è aggravato proprio per il fatto che non è solo offesa
a Dio, ma anche offesa alla famiglia di Dio, la Chiesa.
Ancora
peggio se il mio peccato è nascosto agli occhi degli uomini: se lo vedessero
almeno saprebbero difendersi! non vedendolo credono ancora al mio esempio,
divenuto per nulla carico di fede e d'amore. Ogni mio peccato contro Dio è,
quindi, un furto alla comunità cristiana, come pure ogni peccato che offende un
uomo è offesa diretta a Dio, che lo ama.
Anche
il perdono che io ricevo dal prete è perdono sia di Dio che degli uomini. I
membri della comunità cristiana riconoscono al prete, oltre alla
rappresentanza di Dio, anche quella del Vescovo e dei membri della Chiesa. Il
Vescovo, che ha ricevuto per successione apostolica i poteri affidati da Gesù
agli apostoli, è il solo a poter perdonare i peccati nel nome di Dio; egli dà
partecipazione di questo compito ai suoi preti. (Difatti, se io vado in
un'altra diocesi devo chiedere al Vescovo di quel luogo il permesso di
confessare. Il mio Vescovo me l'ha dato per la sua Diocesi, per la sua comunità
diocesana. Questa legge è una garanzia per te, perché tu non possa essere
imbrogliato da qualcuno che voglia spacciarsi per prete)!
I
cristiani che ricevono il perdono di Dio sentono di essere pure già perdonati
da tutta la Chiesa, da tutti i cristiani: ciò che fa il Capo è accolto dal
Corpo, quello che fa Cristo lo fa pure la Chiesa. Il perdono che io prete ti dò
è anche il perdono dei cristiani. Essi lo sanno e, quando vedono che mi
dispongo ad ascoltare i peccati dei loro fratelli per perdonarli, essi pure
dispongono il proprio cuore a perdonare tutto a tutti.
Questa
del resto è una condizione essenziale per esser noi stessi perdonati da Dio.
Se io non perdono agli altri le loro offese non sono in grado di ricevere il
perdono da Dio. Gesù ce lo ha voluto mettere in testa così profondamente:
"Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri
debitori"! Ma gli altri mi offendono spesso! C'è qualcuno poi che me le
combina grosse! Quante volte posso perdonare? Non ti meravigliare. San Pietro
aveva questo problema. Sai già cosa gli ha risposto Gesù (Mt 18,21-35).
Mi
sembra di capire così il pensiero di Gesù: se perdoni veramente una volta, sei
di nuovo in piena unità di amore col fratello che ti aveva fatto torto. Il
prossimo perdono che gli darai sarà soltanto ancora il primo. Come fai a
contare quante volte hai perdonato? Questi calcoli sarebbero il segno che non
hai mai veramente perdonato.
10.
Un abbraccio eterno
Il
famoso "settanta volte sette" che Gesù ha detto a Pietro non è stata
una prova della sua intelligenza matematica; è stato piuttosto una rivelazione,
la rivelazione di un segreto nascosto da sempre a tutti: il cuore di Dio. Chi
poteva conoscere il cuore di Dio? Chi avrebbe potuto immaginare che Dio non ha
presso di sé un registro su cui annotare quante volte usa la sua
misericordia?
Se
Gesù dice a Pietro di perdonare sempre, ciò significa che Egli, Gesù, ha già
imparato dal Padre a perdonare sempre; significa ancora che il Padre è disposto
a perdonare ogni volta che un figlio glielo chiede. Dio non smette mai di essere
misericordioso! Ogni atto di perdono non è che un briciolo anticipato di quell'immenso
abbraccio di perdono con cui Egli accoglierà la nostra vita quando gliela
consegneremo alla fine.
L'abbraccio
di Dio del resto non comprende solo il perdono dei peccati, ma anche la
remissione dei debiti. Debiti con Lui ne accumuliamo ogni giorno. E non sappiamo
neppure quanti, non ci rendiamo conto della somma di cose che riceviamo da
Dio! Siamo debitori. Sono debitori anche i nostri fratelli nei nostri confronti,
ma in misura sensibilmente inferiore, come diecimila talenti sta a cento
denari: diecimila milioni a mille lire! Se il tuo Padre ti condona i diecimila
talenti, tu ti farai pagare a tutti i costi le mille lire da un tuo fratello?
Lasciati perdonare settantavoltesette, e disponiti ogni giorno a perdonare
settantavoltesette!
C'è
stato un periodo in cui trovavo difficoltà a farmi perdonare spesso da Dio:
"Come posso pretendere che il Signore mi perdoni tante volte?"
"I peccati sono sempre gli stessi"! "Dopo che sono confessato non
sono più buono di prima"!
Ora
invece ringrazio Dio per la sua misericordia, che sorpassa il settantavoltesette!
Se Gesù ha richiesto così a Pietro, ciò significa che Egli per primo è
disposto a farlo. Non ci chiede di fare cose che Egli non abbia già fatto!
"I
miei peccati sono sempre gli stessi": non è vero! Quelli di oggi sono sì
dello stesso tipo di quelli di ieri, ma sono altri, forse più gravi, proprio
perché nel frattempo ho gustato il perdono di Dio e della Chiesa, sono stato
arricchito di grazia, ed ancora sono ricaduto.
Sono
più buono dopo che mi sono confessato?
Oh,
solo Dio è buono! Certo, dopo esser stato perdonato ho un motivo in più per
amare il Signore, il Suo amore mi ha maturato, ma poi mi scopro debole, quale lo
ero prima. Ciò che m'importa però che Dio è buono, così non mi scoraggio. Se
ricado nella stessa colpa mi umilio ancora davanti a Lui e ai fratelli e mi
lascio nuovamente perdonare perché la mia vita deve dar gloria a Dio ancora!
Pretendere da me stesso di non peccare più sarebbe grave superbia: mi
porterebbe a non voler più dipendere dalla misericordia di Dio, a non voler
ammettere di aver bisogno ancora di Lui!
Se
non trovo subito l'occasione di ricevere il perdono sacramentale, prometto nel
mio cuore di farlo al più presto e chiedo perdono interiormente con la
preghiera del pubblicano: "Signore, abbi pietà di me, peccatore"!
Così consegno a Gesù il mio peccato per non permettergli di continuare la sua
opera distruttrice della gioia, della fede, della sicurezza interiore.
Questa
è un'arte da imparare. Se il peccato viene lasciato a se stesso rovina il
cuore, si attira l'attenzione della mente, diviene un blocco interiore, fa da
sostegno allo scoraggiamento. Bisogna imparare, un po' alla volta, a non dargli
tempo nè attenzione, tornando subito col cuore a Gesù. Lo scoraggiamento è un
grosso disastro: si crede addirittura di far bene a scoraggiarsi, ed invece
questo è un inganno. Lo scoraggiamento è superbia ferita che vuole una rivalsa
sull'anima tenendola schiacciata e oppressa. Lo scoraggiamento non viene mai da
Dio! Esso è un segno che la mia attenzione è rivolta a me stesso, non
impegnata a cercare la gloria di Dio nella mia vita. Lo scoraggiamento è
un'astuzia del Maligno che vuole allontanare il peccatore dal perdono di Dio.
Guai badarvi!
Ti
ripeto la frase di una santa, non ricordo più quale, che mi ha aiutato tanto:
"Se guardo a me sono nella tristezza; ma se guardo a Te, Signore, sono
nella gioia "!
L'attenzione
ai miei peccati è micidiale: essi sono il segno della potenza del "padre
delle tenebre" sulla mia vita. Se do importanza ai miei peccati e lascio
che essi, con lo scoraggiamento, continuino ad aver influsso su di me, do
gloria a colui che li ha provocati: e non vorrei mai dar gloria a Satana!
Per
questo stesso motivo alle mie confessioni cerco di esser sincero e completo.
Voglio mettere alla luce tutto, ogni peccato, perché il Maligno non possa
vantare qualche diritto su una parte del mio cuore. Il padre delle tenebre non
deve trovare angoli oscuri nel mio spirito, cosicché possa nascondervisi.
Tutto alla luce, tutto alla Luce!
La
trasparenza della mia anima è la sua difesa più grande e la sua fortuna più
bella!
11.
Come un pastore di ... porci
Io
metto i miei peccati alla luce anticipando il Giudizio universale! Allora tutti
sapranno tutto: "Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di
segreto che non sarà conosciuto..." (Lc 12,2-3) Metto alla luce il male
che ho commesso facendolo conoscere all' "amministratore di Dio" (Tt
1, 7), il prete.
Il
mio peccato ha influito negativamente su tutta la comunità dei cristiani. Io
ne sono membro. Se voglio tornare ad essa per riceverne i benefici del Pane e
della Parola di Dio, per goderne la comunione di, preghiera coi fratelli, è
doveroso e giusto che io chieda perdono ad essa, alla comunità. Essa
riconosce il prete suo rappresentante sia nel ricevere la domanda del perdono
come nel dare il perdono stesso. La comunità cristiana, con a capo Gesù
Cristo, sa che io sono "costantemente" peccatore e che i miei
peccati "veniali" sono quotidiani. Lo sa e non pretende da me, per
ammettermi anche alla Comunione sacramentale, l'Eucaristia, che io mi confessi
tutti i giorni. Si accontenta che io mi riconosca peccatore, che viva in umiltà
l'inizio della Messa chiedendo perdono insieme con i fratelli. Non devo
confessarmi ogni volta che vado alla Comunione! Però ogni volta che ho
coscienza d'aver offeso gravemente lo Spirito Santo, sia in rapporto a Dio che
in relazione ai fratelli che nell'armonia del mio cuore, allora non attendo la
solennità in cui si va alla Comunione per cercare di riconciliarmi col Signore!
Ci
sono anche situazioni in cui mi accorgo di aver offeso particolarmente una
persona sola o un gruppo ristretto di persone: in famiglia per esempio. Chi mi
impedisce di chiedere perdono - non di scusarmi - al fratello che ho offeso? E
quel tale cui chiedo di perdonarmi, cosa dovrà fare? cercare di dirmi che non
è niente? che lasci perdere? che non si è accorto di nulla? No, così non mi
piace. Se ti chiedo perdono, dimmi: sì, ti perdono. Sarei addirittura più
contento se tu facessi quello che S. Francesco d'Assisi esigeva dai suoi frati
(che non erano preti): perdonatevi l'un l'altro nel nome di Gesù! Quando ti
chiederò perdono tu potrai dirmi: "Ti perdono, perché Gesù
perdona"; oppure "Il mio perdono te lo do nel Nome di Gesù"!
"Ti perdono nel Nome di Gesù". Non è l'assoluzione sacramentale,
perché tu non sei prete, ma è già di più che niente. Anzi, se viene
chiamato in causa Gesù stesso, nel cui Nome c'è salvezza, in quel momento il
mio peccato perde la sua forza per la potenza del Nome di Gesù! Consiglio
anche ai coniugi di fare così a perdonarsi! Provate, e Gesù Cristo non
mancherà di creare tra voi un'unità ancor più profonda di prima.
È
bello, anche, perdonare! Perdonando mi accorgo di compiere un'azione divina.
Coraggio, perdona, fratello o sorella, perdona, perdona! Noi contribuiamo alla
salvezza del mondo, perdonando! Il perdono vero diffonde nel mondo luce, gioia,
splendore divino. Non scusare i fratelli, perdonali! perdona anche i rancori
vecchi, anche i torti grossi, quelli che i tuoi amici e i tuoi parenti non
perdonano. Perdona! Quando perdoni veramente, hai la prova d'essere amico di
Dio, anzi d'essere immerso in Dio. Se perdoni ti rendi capace di accogliere più
profondamente il perdono che Dio dà a te: lo saprai valutare meglio, nella
sua giusta dimensione.
Se
perdoni potrai comprendere il cuore di quel Dio che perdona te. Com'è
importante! Anche il perdono che tu ricevi da Lui ha lo scopo di farti entrare
nel cuore di Dio, di tornare alla piena comunione con Lui.
Questa
è l'altra faccia della medaglia: non mi confesso, non chiedo perdono cioè solo
per togliermi di dosso il peso dei miei peccati. Sarebbe troppo poco. Mi
confesso per tornare al Padre. Lontano da lui mi ritrovo a pascolare porci, come
il figlio prodigo. Non provi forse anche tu questa impressione quando non godi
intimità con Dio e non vivi per Lui? sei un pastore di porci! ti manca il pane,
ti manca il riposo, ti manca la gioia. Quanti volti tristi si vedono sulla
faccia della terra! perché? Si sta pascolando porci! Ecco cosa fece colui che
pascolava i porci:
"Allora
rientrò in se stesso e disse: quanti salariati in casa di mio padre hanno pane
in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò:
Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser
chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò
verso suo padre" (Lc 15, 17-20).
12.
La festa strappata al cielo
Coraggio,
figliolo, ritorna!
Nella
casa di tuo padre c'è la gioia, ci sono fratelli, c'è una madre, c'è riposo
per il cuore. Ritorna! C'è addirittura una festa preparata. In cielo si fa
festa quando un peccatore si converte! Gesù lo ha detto proprio per
incoraggiarti! C'è una festa in cielo, una festa che si comunica al tuo cuore e
alla tua casa, perché dal cielo trabocca sulla terra, tanto è grande.
Non
aver paura di nulla. Fossero anche vent'anni che vuoi far da solo e che non ti
inginocchi davanti ad un prete, anche se non ti ricordi più come si fa, anche
se i tuoi "amici" ti deridono, anche se sei considerato da tutti un
mangiapreti fatto e finito, anche se ne hai combinate una di più di quelle che
riesco ad immaginarmi, non avere paura: anzi, proprio allora puoi procurare una
grande festa agli angeli e ai santi! Riscopri il bambino che è in te, ripensa
al bisogno del tuo cuore, torna all'amore semplice e infinito di Dio. Va', o
vieni, a confessarti!
La
cosa più importante della confessione, in fondo, non sono nemmeno i tuoi
peccati. Vedi, a me piace paragonare la confessione al... mangiare una
caramella. Quando mangio una caramella tolgo la carta, la prima e la seconda ed
eventuali pezzettini che vi rimanessero appiccicati e li butto via. Poi metto
in bocca il confetto, e lo gusto con gioia e piacere.
Quando
mi confesso faccio la stessa cosa: butto via con cura tutti i miei peccati, poi
mi gusto la gioia dell'amicizia di Dio, della pace interiore, della serenità.
Questa è la cosa più importante, è ciò che resta: il dono che Dio mi fa.
Certamente,
cercherò di consegnare tutti i miei peccati, altrimenti come potrò entrare nel
cuore del Padre? In Dio non c'è posto per il male, per il peccato, per la
tenebra: entrando in comunione con Lui non posso portarmi dietro nessun peccato,
nessun'ombra di male.
Questo
vale naturalmente per entrare in comunione con Dio sia spiritualmente che
sacramentalmente, attraverso la partecipazione al Pane eucaristico. Andare a
Messa prendendo la "Comunione" sacramentale, senza aver prima ottenuto
la Riconciliazione sacramentale qualora ce ne fosse bisogno, diverrebbe un grave
sacrilegio!
La
comunione perfetta con Dio è una grazia, un dono così grande, che mi fa
desiderare veramente di eliminare ogni ricordo di peccato nella mia vita!
E
il dono che Dio mi fa lo voglio custodire. Una vita santa sarebbe ancora poco
per ringraziare Gesù Cristo ed il Padre e lo Spirito Santo della grazia che
riversano in me col perdono!
Dovrei
cercare veramente di camminare con Dio, istruirmi sulla Sua volontà, far di
tutto per non ricadere nelle stesse mancanze di prima. Egli lo merita. Gesù
Cristo è degno che la mia vita gli faccia onore. Comincio questo nuovo
cammino col fare quel che il prete mi dice. Egli mi dà una
"soddisfazione" o "penitenza", come la chiamano molti. Per
la pigrizia dei cristiani e la svalutazione del Sacramento i preti si son ridotti
a dare come compito la recita di una breve preghiera. Tu
non accontentarti. Chiedi al
prete o inventati tu qualcosa, qualche gesto di amore e di generosità, che
diventi segno della tua conversione e della festa degli angeli cui partecipi.
Quando
si è in festa si è più generosi del solito. Quando ti sarai confessato e
riconciliato con Dio cerca un gesto d'amore perché la festa del cielo, nascosta
nel cuore, diventi festa sulla terra! Non occorre sia sempre un invitare il
prete che ti ha perdonato a bere un bicchiere insieme! può essere anche la
visita ad un malato, un'ora passata a far compagnia agli anziani del ricovero,
un'offerta ad un orfanotrofio... La tua fantasia è più grande della mia. Cerca
non solo la rinuncia alle occasioni del peccato, cerca soprattutto un segno
che porti la festa dal cielo sulla terra.
L'esperienza
più grande dell'uomo, quella più gradita e desiderata, è l'esperienza del
perdono: questo è il motivo che ha spinto Dio a mandarci il Figlio suo, è il
motivo per cui Gesù è morto in croce e ha donato il suo Spirito. Dio cerca
l'uomo - l'Adamo di tutti i tempi - per perdonargli, perché possa vivere già
qui la festa eterna.
Ma
- è ormai superfluo dirlo - il perdono viene donato perché l'uomo che lo
riceve viva in comunione nuova e profonda con il Padre ed il Figlio suo.
Sarebbe
un delitto senza precedenti ricevere il perdono per poi tornare, con libertà
di cuore!, ai propri interessi, ai propri egoismi, ignorando i desideri di
Dio! S. Pietro direbbe: "Il cane è tornato al suo vomito e la scrofa
lavata è tornata ad avvoltolarsi nel brago"! (2 Pt 2, 22)
Sono
due immagini impressionanti e, purtroppo, in taluni casi, vere. Chi ottiene il
perdono di Dio e della Chiesa cambia il suo atteggiamento profondo nei
riguardi di Dio e della Chiesa, si sente di famiglia con Dio e con la Chiesa,
cammina in unità di spirito con tutti coloro che vogliono vivere come figli
di Dio seguendo le orme di Gesù! Espliciterà la sua nuova situazione
partecipando con costanza anche alla Comunione Sacramentale col Corpo di
Cristo, all'Eucaristia, "culmine e fonte" della vita cristiana.
Infine,
ogni volta che sono perdonato mi preoccupo di rimanere in Dio e che Dio rimanga
in me.
Come
me ne potrò accorgere?
13.
I segni della comunione con Dio
"Da
questo si conosce che noi rimaniamo in Lui ed Egli in noi: Egli ci ha fatto dono
del suo Spirito" (Gv 4, 13).
Avere
la certezza che siamo in Dio e Dio in noi! com'è possibile? È ciò che
desidero con tutto il cuore: vederti non posso, contemplarti, solo nelle Tue
opere. Possederti è gioia che ricompensa e oltrepassa il desiderio degli
occhi: ma fino a quando?
Fino
a quando sei in me ed io in Te?
I
miei sensi non Ti sentono, se non a sprazzi, come bagliori passeggeri. Il mio
cuore non avverte che di sfuggita la Tua presenza luminosa e abbagliante.
Quali
segni ricercare allorché mi pare di esser immerso nella notte, nel buio,
nell'aridità, nella terra?
I
Tuoi segni sono inconfondibili, e devono esserci perché, dove Tu sei, non puoi
rimanere inoperoso: la luce, la tua luce, non lascia tenebre attorno a sé. Il
tuo segno è nello spirito: Tu ci hai dato del Tuo Spirito. Hai preso del Tuo e
l'hai messo nel cuore umano. Hai preso del Tuo Spirito Santo e l'hai riversato
in me; ora c'è parte della Tua profondità nel mio cuore: amore al Padre,
volontà di compiere il suo Volere, perdono per gli uomini e desiderio della
loro salvezza, gioia nel dare, consolazione per i miseri; la mia presenza dona
pace al malato e sicurezza all'incerto nella fede. Mi hai dato del Tuo
Spirito: sono in Te e Tu in me.
Non
potevi agire meglio. I miei sensi, anche se non godono la consolazione della
Tua visione, sono pronti al dare più che al ricevere: perché Tu sei amore,
sei dono, sei gratuità.
I
miei sensi, il mio sentire e gustare si trovano nella notte, nella sofferenza,
nel distacco, perché essi sono come lo stoppino della lampada: devono sostenere
la luce per il mondo. Essi muoiono perché viva il Tuo Spirito e il mondo riceva
la tua vita.
Non
cerco soddisfazione per me dalla tua Presenza in me: metti in me il Tuo Spirito,
e che io possa solo accorgermi della Sua opera al di fuori di me!
Ti
renderò lode in eterno!
La
mia prima lode sarà il permetterti di togliere da me il male, di cancellare
il mio peccato! Tu godi nel lavare le vesti dei tuoi figli rendendole più
bianche della neve!
Ebbene,
purificami e lavami, perché io possa rimanere in Te e Tu in me!
14.
Due confidenze
Permettimi
ancora due confidenze che ti potranno servire.
Quando
cerco il motivo per cui mi voglio confessare, mi trovo talvolta in momenti
d'egoismo; sono egoista anche quando mi pento dei miei peccati: lo faccio perché
voglio essere di nuovo giusto davanti a Dio, voglio diventare migliore, non
voglio più rimorsi sulla coscienza. Ma quando l'amore è in me, diventa un atto
d'amore anche la mia confessione!
Voglio
procurare una gioia al Padre! Voglio apprezzare la Morte di Gesù Cristo! Voglio
togliere pesi inutili alla Chiesa!
Voglio
tornare ad essere testimone gioioso della Presenza e dell'opera del Signore
risorto!
Voglio
dare un ulteriore sbocco alla Vittoria di Gesù sul male! Voglio tornare ad
esser nella libertà di cuore per amare tutti con disinteresse!
Voglio
tornare ad essere strumento adatto e docile nelle mani di Dio! Mi sono accorto
che, se mi confesso con motivi egoistici, rimango sotto l'influsso del mio
egoismo e la tristezza non scompare dal mio cuore e dal mio volto.
Chi
si confessa invece per motivi d'amore... si mette a volare!
Quand'ero
un ragazzo, per confessarmi cercavo una volta un prete, un'altra volta un altro:
volevo cambiare. Non volevo farmi conoscere peccatore da chi mi conosceva.
Crescendo
ho capito che quel modo di fare era un inganno: cercavo la confessione solo per
alleggerire il cuore, non per avanzare nell'amore di Dio e nel seguire Gesù.
Se nel mio intimo avessi desiderato camminare nella vita spirituale, crescere
nella "statura dell'uomo interiore" perché Gesù Cristo fosse
potuto divenire in me sempre più forte e chiaro, allora avrei dovuto lasciarmi
aiutare, farmi aiutare. Per questo è necessario che il prete - uomo di Dio - mi
conosca e veda se e come progredisco nello spirito.
Grazie
a Dio ho compreso questa necessità ancora in giovane età. Da allora cerco un
prete esperto che mi conosce bene, sempre lo stesso possibilmente, per aprire
il cuore e ottenere non solo il perdono di Dio, ma anche consigli e
sollecitazioni adatti al mio caso per vivere nello Spirito Santo.
Un
uomo così, un prete così, lo chiamo "padre spirituale". Anch'egli si
preoccupa che io "rimanga in Dio e Dio rimanga in me'!
15.
Sincerità
Dopo
aver finito di scrivere queste pagine, ogni volta che apro il Vangelo mi
verrebbe la voglia di cominciare da capo: scopro continuamente nuovi aspetti
del perdono di Dio, della sua misericordia. Ma poi penso: queste pagine sono
solo una comunicazione di esperienza, esperienza di un peccatore che si lascia
perdonare ed esperienza di un prete che perdona "occupando" il posto
di Dio. Nessuno cerca la completezza di una esposizione dottrinale, né
biblica, né storica, né liturgica, né sapienziale in queste poche pagine:
esse sono solo un... cuore che si apre per donare quello che ha ricevuto e per
lodare la grazia del Signore.
Chi
ha buona volontà trova ancora molti spunti di riflessione e di luce su tutte
le pagine della Bibbia: Dio ha compiuto infatti la sua avventura con l'uomo
per rimettergli i peccati e ritrovare la comunione con lui. La Bibbia, ogni
pagina, riflette questa Sua Volontà! Più sotto elenco alcune tra le pagine
maggiormente significative a questo riguardo, perché anche tu possa, con calma,
trovarle, leggerle e goderne.
Ora,
dopo che hai letto tutto, voglio esser ancor più sincero ed onesto con te,
fino in fondo. Sai perché ho scritto tutte queste pagine mettendo in piazza i
miei sentimenti e le mie esperienze?
Avrei
voluto convincerti ad accettare quel dono di Dio che chiami Confessione
-Riconciliazione: avrei voluto convincerti ad andare a confessarti.
Ci
sono riuscito? io non lo saprò mai, e non voglio saperlo. Se ci fossi
riuscito, va' subito, cerca un prete e apri il tuo cuore a Gesù, per fargli
posto.
Se
non ci fossi riuscito... allora sì, scrivimelo. Il mio fallimento m'aiuterà a
rimanere umile e a godere non di ciò che ho fatto, ma solo dell'amore eterno
del Padre per questo povero prete presuntuoso. don
Vigilio Covi