SANTA MARGHERITA MARIA ALACOQUE
UNA PICCOLA GRANDE DONNA
P.
Epifanio Urbano OFM
Dall'ottobre
1989 all'ottobre 1990 i monasteri delle Visitandine hanno celebrato il terzo
centenario della morte di santa Margherita Maria Alacoque, che le Figlie di S.
Francesco di Sales e di S. Giovanna Francesca di Chantal chiamano
affettuosamente «la santa Sorella ». È stata soprattutto una celebrazione
spirituale, fatta di meditazione, di preghiera e di imitazione. L'Ordine
della Visitazione di Santa Maria è qualificato dal carisma della
contemplazione, e a questo carisma si sono sentite sollecitate le Visitandine
dal centenario della loro «santa Sorella». Tra le non molte voci che hanno
ricordato al Popolo di Dio il terzo centenario della insigne contemplativa e
mistica S. Margherita Maria, vuole esserci anche quella del presente volumetto
che vede la luce per l'iniziativa di alcune Visitazioni d'Italia, che
desiderano ricordare in questo modo 1a «discepola prediletta» del Cuore di
Gesù, le di Lui divine misericordie e, contemporaneamente, lo spirito della
Visitazione.
L'autore
ha scritto queste poche pagine non solo con cuore grato verso la Visitazione S.
Maria, ma anche perché nell'«ordine dell'amore» (espressione cara a
Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem) l'umile Visitandina di
Paray-le-Monial è certamente tra le donne più grandi. L'autore, inoltre, ha
da saldare diversi suoi debiti con la discepola prediletta del S. Cuore. È
felice di averli saldati almeno in piccola parte.
P. EPIFANIO URBANI ofm
Margherita
Maria Alacoque, una piccola donna del secolo XVII. Sono trascorsi trecento anni
dalla sua morte (1690-1990) e il suo nome è tutt'altro che ignoto mentre
moltissimi nomi celebri di uomini e di donne di quel tempo (che per la Francia,
patria di Margherita Maria, è il « grande secolo ») sono scomparsi
irreversibilmente nella voragine del passato.
Il
vento della gloria umana si diverte a mulinare e disperdere le foglie secche.
Il «Vento di Dio », che è il suo Amore eterno, infonde la propria perenne
giovinezza in chi si lascia riempire dalla sua impetuosa potenza e gli affida
una missione che dura nella storia.
Lasciar
libero Dio!
Nulla
di insolito la nascita di Margherita, anche perché è la quintogenita del
signor Claudio, notaio reale a Lauthecourt, e di Filiberta Lamyn. Nasce il 22
luglio 1647, e tre giorni appresso viene battezzata. Poiché la famiglia appartiene
alla piccola borghesia, ha come madrina la nobile dama Margherita De
Saint-Amour, padrona del castello e del contado di Fautrières-Coxcheval.
Nulla di insolito con un pizzico di importanza.
A
quattro anni la piccola Margherita, richiesta con insistenza, è presso la
madrina nel lusso del castello di Corcheval, affidata alle cure di due
domestiche. La bambina non è attratta dalla più premurosa delle due. E il
motivo c'è! Il cuore di Margherita, posseduto in maniera straordinaria
dell'Amore eterno, respinge istintivamente chi non vive in grazia di Dio.
Ma
c'è anche qualcosa di più strano: « Senza sapere il perché - scriverà molto
più tardi suor Alacoque nell'Autobiografia - mi sentivo continuamente spinta
a pronunciare queste parole: « Mio Dio, ti consacro la mia purezza e ti faccio
voto di castità perpetua». Strano per noi, sebbene sappiamo che non si può
proibire a Dio, neppure in nome della nostra «normalità», di fare ciò che
vuole secondo i suoi programmi. La bambina ripete spesso, e con tutto il cuore,
quelle parole di cui non comprende il significato. Le ripete soprattutto alla
consacrazione della Messa cui partecipa « a ginocchia nude per quanto freddo
potesse fare». Probabilmente non aveva ancora 5 anni! Ma forse Dio vede qualche
differenza tra 5 o 50 anni? Per l'Eterno il tempo non riesce ad essere un batter
di ciglio. Evidentemente Dio aveva da attuare un suo disegno con quella
piccola creatura. Lasciamolo libero! Val proprio la pena lasciar libero Dio
nella nostra vita!
Nel
castello di Corcheval Margherita impara a leggere, a scirvere e il Catechismo.
È intelligente, è dolce, è giudiziosa, starebbe sempre a pregare negli
angoli più nascosti. Quando s'è vista una ragazzina così? Beh, è anche
carina.
Ed
ecco che anche per lei spunta il sole della croce, quello che illumina e matura
le anime grandi. Verso la fine del 1655 le muore il babbo. Deve tornare a casa.
Data l'età di Margherita e il rango della sua famiglia, bisogna che riceva
una formazione più completa. È subito destinata come educanda a Charolles
presso le clarisse urbaniste. Qui, verso i 10 anni, fa la sua Prima Comunione.
«Questa versò tanta amarezza su tutti i miei piccoli piaceri e divertimenti,
che non riuscivo più a trovar gusto in nessuno di essi anche se li andavo
cercando ancora ansiosamente». Una misteriosa attrattiva interiore la
trascina a nascondersi per rimanere in colloquio con l'Amato del suo cuore. Oh,
sì, se un giorno si fosse decisa, sarebbe entrata lì con quelle suore «da me
ritenute tutte sante - dice Margherita - benché non le trovassi, per i miei
gusti, abbastanza raccolte». Noi, oggi, diremmo che erano un tantino...
aggiornate.
Comunque
lì a Charolles ci sta proprio bene; sennonché cade ammalata e deve tornare a
casa dalla mamma dopo soli due anni. Malattia davvero misteriosa, come
talvolta succede ai santi. Per quattro anni Margherita è ridotta al punto da
non poter neppure camminare. «Le ossa doloranti - dice nell'Autobiografia - sembravano
conficcarsi nella pelle per tutto il corpo». E non si trovava rimedio! Perché
non ricorrere alla Madonna con un voto? Se la ragazza fosse guarita, sarebbe
stata della Madonna in modo tutto speciale. Tutti d'accordo. Ed ecco il rimedio:
«Il voto era stato da me appena formulato - scrive Margherita - che fui
subito guarita ».
Finita
una tribolazione, eccone un'altra. La mamma di Margherita affida la proprietà
agricola a un cognato. Nella grande casa patriarcale di Lauthecourt, la
situazione cambia celermente. Soprattutto per merito di tre donne della casa,
la mamma e la figlia sono ridotte « alla più dura schiavitù». Hanno sempre
torto, sbagliano sempre tutto, devono chiedere il permesso anche per le
minime cose. Margherita si sente sprofondata «in uno stato di prigionia». Si
nasconde in qualche angolo del giardino e piange invocando l'aiuto della
Madonna. «Restavo così per giornate intere - scrive - senza né bere né
mangiare... Quando tornavo a casa, tremavo tutta dalla paura». La fanno
lavorare insieme ai domestici, senza mai una parola umana. Passa le notti
versando lagrime ai piedi del Crocifisso, «il quale mi rivelò (senza che io ne
capissi molto) - scrive - che voleva divenire il Padrone assoluto del mio cuore
e rendermi in tutto conforme alla sua vita sofferente». Margherita già corre
per la via misteriosa e difficile della santità. Coloro che la perseguitano
sono le sue «benefattrici» e «amiche della sua anima»! Così le giudica lei.
E
le si ammala l'amatissima mamma! Quale dura sofferenza non poterle alleviare
le soffrenze! In casa è tutto chiuso sotto chiave e Margherita è costretta a
mendicare dalle famiglie vicine qualcosa per l'ammalata. «In casa - dice -
non ricevevo che beffe, insulti e accuse, dalle quali non sapevo come difendermi».
Un medico di passaggio sentenzia che per l'ammalata non vi sono speranze.
Margherita va alla santa Messa e supplica che le sia conservata la mamma. Torna
a casa e trova che la grossa risipola della mamma è scoppiata. Non ha alcuna
pratica di medicazioni, né dispone del necessario; ma fa quanto l'amore le
suggerisce. «Fu così - scrive - che guarì in pochi giorni contro ogni umana
aspettativa».
Margherita
varca la soglia della prima giovinezza con un immenso desiderio di preghiera.
Ma come pregare? Non aveva « alcun contatto con persone spirituali ». È il
suo « supremo Maestro » che si incarica di istruirla. Questa ragazza che
dice di non saper pregare, gode già di una stupenda intimità con Dio. Quando
si apparta per ascoltare il «supremo Maestro», ha il cuore «come consumato
dal desiderio di amarlo» e sperimenta in sé «un insaziabile desiderio della
sofferenza e della santa comunione ».
Sennonché...
durante un carnevale, « mentre ero in compagnia di altre ragazze - racconta
Margherita - mi mascherai per vanità, colpa che è stata per me motivo di
grande rammarico e di pianto per tutta la vita». Vedi come sono i cristiani che
non hanno la fede come un vecchio francobollo male incollato!
Andando
verso i vent'anni, che cosa mai pensava quella ragazza? Doveva trovarsi un
marito, ripetevano quelli di casa! E veramente, dice Margherita, le si erano
presentati «vari buoni partiti di matrimonio». Ma non era davvero cosa per
lei, perché Dio, come scrive Margherita, «perseguitava tanto vivamente il
mio cuore da non darmi tregua». Anche la mamma la perseguitava con insistenza,
ma affinché si sposasse: sarebbero uscite tutte due da quello stato di schiavitù!
«Me ne veniva un insopportabile tormento - confessa Margherita - perché ci
amavamo tanto teneramente da non poter stare senza vederci! ».
Margherita
era e voleva rimanere unicamente per il suo «supremo Maestro», che continuava
a confidarle i suoi desideri. In mezzo a tante tribolazioni e contrasti si
abbandona a Lui con intima preghiera del cuore; con aspre penitenze corporali si
associa alla sua Passione; decide di farsi religiosa « a qualsiasi costo ».
Ma
non sarà facile disbrogliare la matassa e bisognerà attendere qualche anno
ancora. Intanto Margherita intensifica la sua vita di preghiera e di
penitenza, e ne scaturisce come primo frutto una magnifica catechista e un
'infermiera.
Vi
sono tanti bambini più o meno randagi e tutti chiaramente poveri. Cosa non
avrebbe fatto per loro Margherita! Con il permesso della mamma regala ciò che
è strettamente suo, regala proprio tutto. Si forma in breve una bella frotta
di bambini che Margherita riunisce, durante l'inverno, in un grande stanzone:
insegna loro catechismo e preghiere. Talvolta vengono malamente sloggiati, ma
poi si ritorna da capo, finché la buona stagione non permetterà le riunioni
all'aperto. Tra i contadini più poveri sono frequenti le piaghe. Dice
Margherita: «Avevo un estremo disgusto per le piaghe; allora, per vincermi,
mi misi a baciarle e a curarle, ma non sapevo da che parte cominciare. Il mio
divino Maestro però sapeva così bene supplire alla mia imperizia, da farmi
riuscire a guarire le piaghe, per quanto infette fossero, in pochissimo tempo,
senza altro unguento che quello della Provvidenza. Riponevo più fiducia nella
sua bontà che nei rimedi umani ».
Non
bisogna credere che la giovane Alacoque fosse un angelo imbalsamato. Più
volte accenna alla sua natura « portata ad amare il piacere e i
divertimenti». Ma perché, pensa Margherita, il suo divino Maestro non si
disgustava di lei? Una volta ne ha la risposta: « È soltanto perché voglio
fare di te un compendio del mio amore e della mia misericordia ». Diciamo, però,
che Margherita Gli si prestava a meraviglia, naturalmente con molta rabbia del
diavolo che spesso le bisbigliava: « Povera miserabile, cosa pensi di poter
fare diventando religiosa? Tu
non ce la farai! E dove andrai a
nasconderti dovendo poi lasciare il monastero? Dove?». Il divino Maestro le
è accanto con premura: Lui è il fidanzato più bello, più affascinante, più
ricco e potente! La sua discepola potrà forse scegliere qualcun altro? «Ricordati,
mi diceva, che se mi fai un simile affronto, ti abbandonerò per sempre! Se,
invece, mi resti fedele, non ti lascierò e sarò la tua vittoria contro tutti i
tuoi nemici! ». Sembra che non occorra essere luminari della teologia
spirituale per dire che assai più stelle vi sarebbero nel firmamento della
Chiesa se non vi fossero state anime che hanno avuto il coraggio di fare «l'affronto»
all'Amore più grande e bello.
«Bisogna
vincere o morire!»
Una
vera impresa per Margherita entrare in convento!
La
mamma non piange più con la figlia, ma lo fa molto spesso con quelli di casa.
Ed è peggio! Uno dei fratelli di Margherita, per indurla a una sistemazione
nel mondo, le offre metà dei propri beni. Offerta inutile! La mandano allora
presso uno zio materno; chissà che da lui non si snebbi! Lo zio ha una figlia
dalle Orsoline di Màcon, e questa fa del suo meglio perché entri lì da loro.
« Vedi, - risponde Margherita - se entrassi nel tuo monastero, lo farei solo
per amor tuo, mentre io voglio andare dove non ci sono né parenti né
conoscenti, per poter essere religiosa unicamente per amor di Dio». Insistono
coralmente le Orsoline e insiste perfino lo zio, che si sente investito quasi di
autorità paterna. Inutile, tutto inutile. Una voce interiore ripete a
Margherita: « Non ti voglio là, ma a Santa-Maria ».
A
quei tempi, dire « monache di Santa-Maria », oppure « Sante Marie »,
equivaleva a dire monache della Visitazione di S. Maria, le Visitandine. «
Quel loro nome, così dolce e invitante, - dice Margherita - mi faceva
comprendere essere quella la congregazione che cercavo». Un giorno vede una
immagine di S. Francesco di Sales, il Fondatore della «Visitazione di S. Maria»:
«Mi parve che egli mi rivolgesse uno sguardo paternamente affettuoso e mi
chiamasse "sua figlia"; lo considerai da allora come mio padre».
Forse era ormai verso la meta? Quando una vocazione è grande e per una grande
missione, non può non costare che grandi sacrifici. Sembra che non abbiano
mai fine!
Le
viene notificato che un suo fratello sta molto male e che sua mamma è agli
estremi. Deve lasciare improvvisamente lo zio e tornare a casa. Anche lei è
ammalata, ma... bisogna partire. «Camminai tutta la notte per quasi dieci
leghe», dice la povera Margherita. A casa diventa il bersaglio di tutti in
maniera più violenta che mai: vedi se non sei tu a far morire di crepacuore
tua madre? Se te ne vai in convento, lei se ne va al composanto! E ripeterle
le
stesse
cose sono anche le persone ecclesiastiche che la conoscono. Ma insomma, è
proprio senza cuore quella ragazza! «Essendo io - dice Margherita - molto
affezionata alla mamma, proprio di questo affetto si serviva il demonio per
farmi credere che questa situazione mi avrebbe portata alla dannazione eterna».
Che
fare, dunque? Unico rimedio, buttarsi ai piedi del Crocifisso...: «Caro
Salvatore, - supplica Margherita - come sarei felice se tu scolpissi in me la
tua immagine sofferente! ». Dunque non ha davvero paura della sofferenza! È
una donna forte questa! E il divino Maestro le risponde: « È ciò che voglio
anch'io, purché tu non mi opponga resistenza e vi contribuisca! ». Vi
contribuisce largamente! Come se fossero nulla la sofferenza dell'anima, vi
aggiunga quelle del corpo martoriandolo fino al sangue. La sua gioia
indescrivibile? La comunione, stare davanti al Santissimo, nascondersi in
qualche angolo «per imparare ad amare il mio supremo Bene, che mi invitava a
rendergli amore per amore ».
Da
qualche tempo sentiva che le mancava qualcosa, anzi qualcuno: un direttore per
la sua vita spirituale. « Non ti basto io? - le rispondeva il supremo Maestro
- Che cosa temi? Può una bambina tanto amata come sei, perire nelle braccia di
un Padre tanto onnipotente?». Tuttavia un simile desiderio che rinasceva in
Margherita, ora segno che ormai le braccia del Padre « tanto onnipotente »
l'avrebbero consegnata in mano all'obbedienza claustrale.
Finalmente
in famiglia decisero di lasciarla andare. Il fratello si recò dalle Clarisse
Urbaniste (dove Margherita era stata educanda) per combinare la questione
della dote. No, Margherita non se la sentiva di andare lì! Supplica perciò
la Madonna affinché accorra in suo aiuto, e ha questa risposta: « Non
temere, sarai la mia vera figlia. Io sarò sempre la tua amorosa Madre! ». Il
fratello torna e dice che la questione della dote non è ancora conclusa. « E
mai si concluderà! - risponde decisa Margherita - Voglio andare presso le Sante
Marie, lontano, dove nessuno mi conosce, perchè voglio essere religiosa
unicamente per amor di Dio. Voglio nascondermi in qualche angolo per dimenticare
il mondo ed essere dimenticata! ». E poi qualcuno dica pure che queste sono
delle pie donnette, senza una robusta personalità! In mezzo a tutto il
burrascoso trambusto che succede dopo la presa di posizione di Margherita, lei
si sente sempre più ferma e ripete a se stessa: « Bisogna vinvere o morire! ».
Viene
accompagnata a vedere il monastero visitandino di Paray-le-Monial, la « cara
Paray-le Monial » sottolinea Margherita. « Appena messo piede nel
parlatorio, risuonarono dentro di me queste parole: "È qui che ti
voglio!"». E lì finalmente entrò il 20 giugno 1671, giorno di sabato.
« Mi paragonavo a una schiava che si vede liberata dalla prigione e dalle
catene per entrare in casa dello sposo, dei suoi beni e del suo amore». Ma ci
fu un estremo tentativo del diavolo, infatti Margherita confessa: «Tutte le
angosce che avevo provato e molte altre ancora, si ripresentarono con tanta
recrudescenza che nel varcare la soglia, mi sembrava che il corpo si separasse
dall'anima ».
A
quel tempo il monastero di Paray-le-Monial non era un gran nome. Lo diventerà
per la ragazza entratavi il 20 giugno 1671, Margherita Alacoque, non ancora
ventiquattrenne. Il monastero era stato fondato 45 anni prima. Maestra delle
postulanti e novizie era la piissima suor Anna Francesca Thouvant, proprio la
prima ragazza accolta in quel monastero.
La
postulante Alacoque, che pensa di non saper pregare, ha finalmente un'anima
spirituale che può insegnarglielo. Quando sai pregare hai tutto, perché puoi
metterti in dialogo con Dio. E cosa vuoi di più a questo mondo? « Madre mia,
come si fa a pregare?». La Maestra rimane un istante sorpresa della domanda,
perché non ha l'impressione che quella ragazza sia tanto digiuna delle cose
di Dio; ma la risposta viene subito e quantomai appropriata: « Mettiti davanti
al Signore, come una tela in attesa del pittore! »
Già,
pensa la postulante, dev'essere tutto giusto e tanto bello, però... se ci fosse
un pò di spiegazione pratica! Ma non ha il coraggio di chiedere. « Vieni, te
la insegnerò io! », sente dirsi interiormente. «Così, appena mi trovai a
fare l'orazione - scriverà nell'Autobiografia - il mio sovrano Maestro mi fece
intendere che la mia anima era quella tela in attesa, sulla quale Egli voleva
dipingere tutti i tratti della sua vita dolorosa, trascorsa nell'amore e nella
privazione, nel silenzio e nel sacrificio fino alla consumazione. Avrebbe
compiuto questa pittura, ma dopo aver purificato la tela da tutte le scorie
ancora presenti ».
In
sintesi sarà questa tutta la vita contemplativa e mistica della nuova
postulante.
Veste
il santo abito della Visitazione di Santa Maria il 25 agosto 1671: giorno di
soavissime confidenze da parte del Signore. Noi, cristiani dalla vita
spirituale saldamente povera e, magari, teologi dalla dottrina tanto profonda da
risultare pressoché incomprensibile a noi stessi oltre che al prossimo,
scuotiamo il capo piuttosto increduli a quanto narra suor Margherita Maria: il
suo divin Maestro le fa capire che l'anno di noviziato sarà il periodo del loro
«fidanzamento ». « Ecco! - esclamiamo - Il sentimentalismo femminile fa
capolino, povera ragazza!». Ma non ha ancora detto tutto. «Poi mi fece
capire che, alla maniera dei più appassionati amanti, Egli mi avrebbe fatto
gustare, durante questo periodo, tutto ciò che c'è di dolce e di soave,
attraverso le carezze del suo amore».
Sentito?
C'è da rimanere sconcertati, perché noi riteniamo anormale tutto ciò che non
è a nostra misura; siamo anche troppo parenti di quegli psicologi e psichiatri
che pretendono di sentenziare sul soprannaturale che per principio non
ammettono e che comunque, non è oggetto della loro scienza.
Sennonché
il « divin Maestro », che non ha bisogno di andare a scuola da nessuno, mantiene
la sua parola come è suo costume. « In effetti, - dice suor Margherita Maria
- esse (cioè le carezze del suo amore) furono tanto eccessive da mandarmi in
estasi e da rendermi incapace di agire ».
Ahimé,
i fenomeni soprannaturali della novizia erano eccessivi anche secondo le sue
Superiore, non perché non credesero al soprannaturale, ma perché lo
spirito della Visitazione è piccolezza, nascondimento, essere straordinarie
nell'ordinario. Una novizia tanto straordinariamente santa... poteva andar
bene per altre famiglie religiose, ma non per la piccola e povera Visitazione!
Bisognava, dunque, ridimensionare la novizia.
La
Maestra ci si prova con tatto e decisione, imponendo a suor Margherita Maria
un metodo in sintonia con lo spirito della Visitazione. La novizia obbedisce
con tutte le sue forze, ma inutilmente. « Nonostante tutti i tentativi - scrive
- non riuscivo a seguire i metodi prescritti, perché mi ritrovavo sempre
sotto l'immediata direzione del mio divin Maestro, anche
se
facevo del tutto per dimenticarlo e allontanarmi da Lui». Proviamo un altro
metodo e chissà che funzioni! La novizia «troppo contemplativa» è affidata
a una religiosa che la tenga occupata a lavorare. Niente tempi di preghiera come
per le altre! La novizia chiede alla Maestra di pregare dopo i lavori, ma in
risposta ne ha duri rimproveri. Suor Margherita Maria scrive: «Volevo obbedire
in tutto, cosa che mi riempiva di gioia, anche se il fisico ne risentiva molto».
E canterellava giocondamente, perché i santi (è bene ricordarlo) non hanno il
muso come gli animali o come la gente dalla psiche deteriorata. Il suo «divino
Maestro» la stimola « a cercare sempre nuove mortificazioni» e lei ne inventa
di quelle che ritiene carine, ma... «mi si concedevano altre che non mi
aspettavo e che erano tanto contrarie alle mie inclinazioni: nella violenza
che dovevo farmi, ero costretta a dire al mio Maestro: "Signore, vieni in
mio aiuto, perché Tu sei all'origine di tutto!"». E aveva ben ragione la
santa novizia!
L'estrema
mortificazione del formaggio! «Superiore alle mie forze», la definisce suor
Margherita Maria, e anche testimonianza della fedeltà del suo divin Maestro che
le aveva detto: « Non ti lesinerò mai il mio aiuto, a condizione che il
tuo nulla e la tua debolezza vengano a sprofondarsi nella mia forza.
Nello
stipulare le condizioni per l'ammissione della sorella nel monastero, il
fratello del1'Alacoque si era fatto promettere che non l'avrebbero mai
sforzata a mangiare formaggio per il quale aveva una mortale ripugnanza. E va
bene. Sennonché... «proprio lì mi si attaccò tanto violentemente da ogni
parte - confessa suor Margherita Maria - che dovetti cedere, non sapendo più
cosa fare. Mi sembrava mille volte più facile sacrificare la vita; e se non
avessi amato la mia vocazione più della stessa vita, l'avrei abbandonata
subito, piuttosto che accettare quanto si chiedeva da me». Ma la novizia
sapeva che era lo stesso suo... Fidanzato a chiederle lo spropositato
sacrificio. Poteva negarglielo?
«Per
tre giorni lottai disperatamente - racconta suor Margherita Maria - tanto da
muovere a compassione per prima la mia Maestra »... Tuttavia la novizia la
supplica a non desistere dal suo comando. Ma la Mestra è decisa: « Vai via!
- le dice - Non sei degna di praticare questa mortificazione! Adesso ti ordino
di non fare più ciò che ti ho chiesto! ».
Per
la novizia è un colpo tremendo, tanto che grida dentro di sé: « O morire o
vincere! ». Si rifugia davanti al Santissimo, vi rimane tre quattro ore, piange
e geme invocando la forza per vincere. Ciò che avvenne poi lo dobbiamo sentire
dalla stessa suor Margherita Maria, non fosse altro che per misurare la potenza
di questa donna.
«
Il Signore spingeva sino in fondo per vedere fino a che punto la mia fedeltà
verso di Lui fosse completa e si divertiva nel vedere la sua indegna schiava
dimenarsi tra l'amore divino e le ripugnanze naturali. Alla fine fu Lui a
vincere, perché, senza altra consolazione e senza altre armi che queste parole:
"Non bisogna mai fare delle riserve nell'amore", andai a prostrarmi
davanti alla Maestra chiedendole, per pietà, di lasciarmi compiere ciò che si
era augurata che io facessi. Finalmente ci riuscii, anche se non avevo mai
provato tanta ripugnanza; ripugnanza che ricominciava ogni volta che dovevo
ripetere l'azione e che durò per circa otto anni ».
Ah,
le « carezze dell'anno di fidanzamento »! Se è vero che « i pensieri di Dio
non sono i nostri pensieri e le vie di Dio non sono le nostre vie», deve
essere anche vero che le carezze di Dio non sono proprio come le nostre carezze.
E invece no! Sono infinitamente più dolci, solo che le mani di questo
Promesso-Sposo hanno un particolare: sono traforate dai chiodi e le punte stanno
precisamente dalla parte delle palme. Il primo effetto è quindi intuibile. Il
secondo lo racconta la nostra eroica amante: «Dopo questo primo grande
sacrificio - essa dice - tutte le grazie e i favori del Signore si
raddoppiarono, inondando la mia anima di tale estatica gioia da costringermi a
esclamare spesso: «Interrompi, mio Dio, questo torrente che mi sta invadendo,
oppure allarga la mia capacità di riceverlo!". Ometto qui - è costretta
a scrivere - le innumerevoli sue gentilezze e la descrizione dell'effusione del
suo immacolato amore; è tutto di tale portata che mi sarebbe impossibile renderlo
a parole ».
«Il
Ietto delle mie caste spose»
Quale
Istituto o quale Ordine religioso non avrebbe fatto del suo meglio per
conservarsi, magari quasi in un cofanetto delicato, una novizia come suor
Margherita Maria? Ma l'Ordine della Visitazione no. Le Superiore erano molto
perplesse se ammetterla alla professione o se rimandarla in famiglia. Non
intendevano incolpare la novizia: erano evidenti i suoi sforzi per adeguarsi
al programma di « ridimensionamento» degli straordinari fenomeni
soprannaturali, e tuttavia questi continuavano. Bloccati da una parte, si
manifestavano in un'altra. No, la Visitazione non è per simili cose, «che
possono portare all'inganno e all'illusione»!
Facile
immaginare l'angoscia di suor Margherita Maria, che se ne lamenta amabilmente
con il Promesso-Sposo:
«Possibile,
Signore?! Sarai proprio Tu la causa delle mie dimissioni? ».
«Dì
alla tua Superiora - si sente rispondere - che non esiti a riceverti perchè
Io risponderò per te; se essa mi giudica solvibile, sarò lo il tuo garante!
».
La
Madre Maestra, dopo tante altre prove, non dubita sulla realtà del dialogo tra
la sua novizia e il Signore, però le ordina di chiedere maggiori assicurazioni.
Il Signore deve essere più chiaro su questo punto: suor Margherita Maria potrà
essere utile all'Ordine della Visitazione mediante la pratica esatta della
Regola? Qui non si può transigere! Ebbene, ecco la risposta che la novizia
riceve: «Ti concedo tutto e ti renderò più utile all'Ordine di quanto esso
possa pensare, ma il modo per ora è noto solo a Me... Dovrai sempre diffidare
di ciò che ti allontana dalla pratica esatta della Regola, che voglio che tu
preferisca a tutto il resto. Inoltre sarò lieto che tu anteponga la volontà
delle tue Superiore alla mia... Saprò trovare lo il mezzo per compiere i miei
disegni! ».
Beh,
sì... 'la risposta è buona, soprattutto in relazione dell'obbedienza ai
Superiori. Maestra e Superiora decidono che potrà fare la professione, ma
prolungando il noviziato di un buon paio di mesi: intanto si incrementerà
l'opera di « ridimensionamento » confidando che Dio non venga meno alle sue
parole!
La
buona novizia ha così un supplemento di umiliazioni e mortificazioni,
frequentemente viene mandata a lavorare nell'orto e in cucina invece che alla
preghiera con le consorelle. Singolarissima la preparazione immediata alla
professione, fissata per il 6 novembre di quel 1672: al posto di rigoroso
ritiro, di prolungate meditazioni e preghiere, dovrà badare diligentemente a
un'asina e al suo vivace puledro, non potrà legarli e non dovranno uscire da un
piccolo appezzamento del giardino. Vedi la pedagogia dei tempi oscuri quando
brillavano i santi?!
Ahimé,
povera suor Margherita Maria, quante corse dalla mattina alla sera! Ma è proprio
questo il modo migliore a prepararti ai voti? Sennonché essa scrive: «Ero così
contenta di questa occupazione che non mi sarebbe affatto dispiaciuto
continuarla per tutta la vita. Il mio Signore mi teneva fedele compagnia, e tutte
le corse che mi toccava fare, non mi allontanavano mai da Lui. Fu anzi in
quella occasione che ricevetti grazie immense, che fino allora non avevo mai
sperimentato, parlo specialmente di tutto quello che mi rivelò sul mistero
della sua santa Passione e Morte. Ma è tale un abisso da non potersi riferire».
Il
giorno della professione fu supremamente bello, non per la presenza di
personalità di questo modo o per la ricchezza di addobbi e regali, ma perché,
come dice l'interessata, «il mio divino Maestro si compiacque di ricevermi
come sua sposa, ma in una maniera tale che mi sento nell'impossibilità di
esprimerlo. Posso solo dire che mi adornava e mi trattava come una sposa del
Tabor... ». Da quel giorno la nuova Visitandina ebbe una esperienza dello
Sposo divino, mai provata prima di allora: «Lo vedevo, Lo sentivo accanto a me;
Lo udivo meglio che con i sensi del corpo con i quali ci si può distrarre
ponendo l'attenzione altrove. Non c'era in tutto questo nessuna mia
partecipazione; avveniva tutto senza che io potessi impedirlo. Questa grazia
impresse in me un sì profondo annientamento che mi sentii subito come
piombata e annichilita nell'abisso del mio nulla, dal quale non sono più
riuscita a uscirne».
Poco
tempo dopo la professione lo Sposo divino le fa vedere una grandissima croce completamente
coperta da fiori. «Ecco il letto delle mie caste spose - le dice - dove ti farò
consumare le delizie del mio puro Amore. Poco a poco i fiori cadranno e non
resteranno che le spine, ora nascoste in considerazione della tua debolezza.
Esse ti pungeranno con tanta forza che avrai bisogno di tutto il mio Amore per
sopportarne il dolore ».
A
questo punto, sopraffatti anche noi dallo stupore per le cose inimmaginabili che
Dio può operare nelle anime docili, dobbiamo interrompere il già troppo
scarno profilo biografico per limitarci ai punti più salienti della vita di questa
contemplativa e mistica troppo poco conosciuta.
Da
quanto raccontato finora si ha l'impressione che la vita di Margherita Maria
fosse una finestra aperta sul Cielo, alla quale si appressavano continuamente
il suo divino Maestro e, certamente, anche altri insigni abitanti del Regno
dei Cieli. È certo che l'amore di Dio, come fiamma illuminante e divorante,
aveva trovato via libera nel cuore della nostra umile Alacoque, elevandola con
potenza stupefacente ai gradi più alti della contemplazione mediante
purificazioni dolorosissime e gioie estasianti, fino all'unione e alle nozze
mistiche, alle esperienze più vive ed inebrianti della presenza di Dio.
Quanto ad apparizioni vere e proprie di Gesù, gli studiosi più seri (come il
gesuita J. Ladame) ne enumerano una trentina. Ma alla nostra santa apparve più
volte anche la Madonna; ad esempio quand'era ancora ragazzetta se la vide
davanti e sentì da lei un rimprovero perché recitava il rosario stando seduta;
essendo già religiosa e ammalata, la Madonna venne a guarirla e le fece «grandi
carezze». Ebbe anche, e più volte, visione dei santi Fondatori della Visitazione;
Gesù le mostrò san Francesco d'Assisi «elevato al di sopra degli altri santi»
e glielo assegnò come guida spirituale. Le apparvero angeli, demoni e anime del
Purgatorio. Quanto a solidità psichica, suor Margherita Maria dimostra di
averne almeno alla pari di tutti gli psicologi e psichiatri che in vario modo si
sono interessati di lei.
Le
apparizioni, di Cristo delle quali fu favorita la nostra santa si riferiscono
soprattutto ai misteri dolorosi del Salvatore, misteri che contempla e
condivide. Santa Margherita Maria fu una mistica eminentemente cristocentrica e
ciò è in perfetta armonia con la missione avuta dalla Provvidenza: far
conoscere al mondo l'amore misericordioso del Cuore di Gesù. Un accenno a
quelle che vengono chiamate « le grandi apparizioni di Paray», cioè a quelle
che maggiormente mettono in risalto il messaggio affidato alla grande
mistica della Visitazione e che quindi noi preferiamo chiamare rivelazioni.
Prima
rivelazione: 27 dicembre 1673.
Suor Margherita Maria è in adorazione davanti al Santissimo Sacramento: la
divina presenza la investe con tale violenza da farle perdere conoscenza di sé
e del luogo in cui si trova. Gesù, racconta la santa, «mi fece riposare a
lungo sul suo divin petto e mi scoprì le meraviglie del suo Amore e i segreti
inesplicabili del suo Sacro Cuore ». Ciò avviene nel giorno della festa di San
Giovanni Evangelista che nell'ultima Cena posò il proprio capo sul petto del
Maestro divino. Scrivendo al gesuita padre Croiset, la veggente si diffonde
in molti particolari a proposito di questa visione: il Cuore di Gesù «è più
sfolgorante di un sole e trasparente come un cristallo», mostra la piaga
della lanciata, è circondato di spine e sormontato da una croce.
Quale
il messaggio di questa rivelazione? Il Cuore di Gesù non può contenere in Sé
l'ardente amore divino e vuole manifestarlo agli uomini per arricchirli di
quelle grazie che sono « necessarie per ritrarli dal precipizio della perdizione
». « Per portare a compimento questo mio grande disegno - le dice Gesù - ho
scelto te, abisso d'indegnità e di ignoranza, affinché appaia chiaro che
tutto si compie per mezzo mio... Se finora, hai preso soltanto il nome di mia
schiava, ora voglio regalarti quello di discepola prediletta del mio Sacro
Cuore».
E
durante questa visione che Gesù prende il cuore della sua «discepola
prediletta» e lo immerge nella fornace ardente del proprio Cuore,
riconsegnandoglielo poi «come una fiamma incandescente». La ferita sul petto
della Visitandina le cagionerà forte dolore per tutta la vita, « dolore così
prezioso! » lo chiama la santa, perché le procura «delle vampate così
ardenti da consumarmi e bruciarmi viva».
Seconda
rivelazione. Avvenne
nell'anno 1674, ma in data non precisa, molto probabilmente in un primo venerdì
del mese. Anche questa volta la veggente è in adorazione davanti al
Santissimo Sacramento, e Gesù le appare «tutto splendente di gloria con le
cinque piaghe luminose come cinque soli». Il Salvatore è tutto un balenare di
luce, ma soprattutto il suo petto sembra «una fornace ardente». «Dopo di
averlo scoperto - dice suor Margherita Maria - mi mostrò il suo Cuore amante e
amabile, sorgente viva di queste fiamme».
Gesù
le parla ancora del suo estremo amore per gli uomini, dai quali non riceve che
«ingratitudini e indifferenze». «Se
gli uomini - afferma
Gesù - mi
rendessero un qualche ricambio di amore, - stimerei come un nulla tutto ciò che
ho fatto per loro e vorrei fare ancora di più se fosse possibile... Almeno tu,
per quanto ti è possibile, cerca di supplire alle loro ingratitudini!
».
In
questa circostanza Gesù le chiede l'« Ora
Santa » di riparazione, da
farsi tutte le notti tra il giovedì e il venerdì, dalle undici a mezzanotte.
In quell'ora sarà fatta partecipe della tristezza di Gesù nel Getsemani. « Sarà
un'amarezza - le
dice - che
ti porterà, senza che tu possa comprenderlo, a una specie di agonia più dura
della stessa morte ».
Dopo la visione suor Margherita Maria, febbricitante e tremante, viene portata dalla Madre Superiora, davanti alla quale riesce a inginocchiarsi. La Madre, racconta Margherita Maria, «nel vedermi come fuori di me stessa, mi mortificò e mi umiliò con tutte le sue forze. Questo mi fece gran piacere e mi colmò d'una gioia incredibile, perché mi sentivo tanto colpevole e confusa, che il più duro dei trattamenti mi sarebbe sembrato troppo dolce».
«Colpevole
di che cosa?», chiediamo noi. Forse di tutte quelle cose straordinarie, che i
suoi Superiori molte volte le avevano ricordato non essere conformi alla
piccolezza visitandina. Lei, la povera suora, si sentiva come schiacciata tra
l'autorità dei Superiori, cui voleva obbedire anche per ordine del suo divino
Maestro, e l'onnipotenza amorosa di quest'ultimo, il quale le aveva detto che
avrebbe tuttavia trovato modo di compiere in lei i suoi disegni.
Terza
rivelazione: giugno 1675.
È anche detta «la grande apparizione». Come le precedenti ha luogo mentre la
santa è in adorazione del Santissimo. Non ne precisa la data, ma dice che era
«un giorno della ottava della festa del Corpus Domini», che in quell'anno
cadeva in giugno. Davanti al suo Signore, Margherita Maria prova un fortissimo
impulso a ricambiarGli «amore per amore ». Ed ecco la risposta che ne ha:
«
Tu non potrai
dimostrarmi amore più grande che facendo quanto ti ho già altre volte
domandato ». Qui Egli le
scopre il suo Cuore e prosegue: « Ecco
quel Cuore, che ha tanto amato gli uomini, che non ha nulla risparmiato, sino ad
esaurirsi e consumarsi per testimoniare ad essi il suo amore, e per ricompensa
non riceve dalla maggior parte di essi che ingratitudine per le irriverenze e i
sacrilegi, le freddezze e le dimenticanze che essi hanno per me in questo
sacramento di amore. Ma ciò che mi rattrista di più è che vi sono anche dei
cuori consacrati che agiscono in questo modo. Per questo io ti chiedo che il
primo venerdì dopo l'ottava del Santissimo Sacramento sia celebrata una festa
particolare per onorare il mio Cuore, ricevendo in tal giorno la comunione e
facendo riparazione d'onore mediante un'ammenda onorevole, per riparare le
offese ricevute durante il tempo che é stato esposto sugli altari. Ti prometto,
inoltre, che il mio Cuore si dilaterà per spandere con abbondanza i benefici
del suo divino amore su quelli che gli renderanno questo omaggio e si
adopereranno perché gli sia reso».
Comunemente, questa è anche detta la rivelazione della «grande promessa».
Ed effettivamente non è poca cosa ciò che Gesù promette! Tuttavia le parole
con le quali è formulata la «grande promessa» comunemente riportata nei
manuali di devozione, si trovano in una lettera che la santa Visitandina scrive
alla sua Superiora, Madre De Saumaise. Racconta che in un giorno di venerdì,
dopo la santa comunione, Gesù dice «alla sua indegna schiava»: «Io
ti prometto nell'eccessiva misericordia del mio Cuore, che il suo amore
onnipotente accorderà a tutti coloro che si comunicheranno per nove primi
venerdì del mese di seguito, la grazia della penitenza finale: non morranno
nella mia disgrazia e senza ricevere i sacramenti, il mio Cuore sarà per
essi, sicuro asilo in quell'ultimo momento
».
Consapevole
di trasmettere il messaggio per il quale era stata preparata con tanto amore dal
divin Maestro, la santa visitandina, prima di riferire le parole con le quali
Egli faceva la promessa veramente meravigliosa e straordinaria, scrive: «Egli
disse queste parole alla sua indegna schiava, se essa non si inganna». Quest'ultima
espressione garantisce tutta la diligenza della veggente. D'altra parte non
possiamo dubitare che proprio in quel momento, le sia mancata la particolare
assistenza del Maestro divino e supremo.
La pia pratica dei «primi nove venerdì
del mese» viene da una rivelazione privata, non è quindi oggetto di fede
divina ma di fede umana. Tuttavia essa è validamente comprovata dalla
straordinaria santità di Margherita Maria, dagli innumerevoli esami dei suo
scritti, ed è confortata dalla approvazione positiva della Chiesa. Basterebbe
l'enciclica « Haurietis aquas » di Pio XII. La pia pratica, inoltre,
rettamente spiegata e compresa, suscita nei fedeli un fervore di vita
cristiana che solo l'ottusità pastorale può non apprezzare.
Nella
vita di santa Margherita Maria e nella devozione al Cuore di Gesù ha grande
importanza il Gesuita beato Claudio La Colombière.
La
veggente visitandina non solo si ritiene profondamente indegna delle confidenze
divine, ma queste le procurano anche una delle angosce più terribili: se ciò
che essa vede e sperimenta fosse opera del diavolo? Nonostante le assicurazioni
del divino Maestro, suor Margherita Maria, non sa liberarsi dal dolorosissimo
dubbio.
Entrata
alla Visitazione nel 1671 è divenuta novizia, i Superiori pensano di rimandarla
in famiglia, come già abbiamo detto, perché presenta diverse « stranezze ».
Le ritardano la professione, sperando in bene. Ma succede il peggio. Nel
1673 iniziano le grandi rivelazioni! Ahimé, la sua Superiora! Che cosa fare?
Ordina alla suddita di mettere in iscritto ciò che le succede. Lo scritto è
fatto esaminare da «prudenti» e «saggi» religiosi di Paray. Il responso è
unanime: si tratta di una visionaria.
La
povera suor Margherita Maria se ne lamenta con il Signore, il quale le
promette che le avrebbe mandato il suo servo fedele e perfetto amico».
Ebbene... speriamo!
Succede
che i Superiori maggiori della Compagnia di Gesù ti spediscono a Paray, come
Superiore della locale loro comunità, un giovane di 34 anni, il P. Claudio La
Colombière. I confratelli dicono che un religioso così pio e dotto è davvero
sprecato nella piccola Paray! Quante volte non la indovinano i Superiori
maggiori!
Succede
anche, e naturalmente, che la Superiora delle Visitandine invita al monastero
il nuovo Superiore dei Gesuiti a dire un buon pensiero alla comunità. Vediamo
chi è questo nuovo arrivato! Mentre Padre Claudio sta parlando, siamo alla
fine di febbraio 1675, suor Margherita Maria sente una voce interiore che le
dice: «Ecco colui che ti mando!». E il predicatore (vedi come si combinano
le cose?!) distingue tra le monache «un'anima tutta di grazia». Solo
questo la prima volta. Le relazioni dirette tra i due santi iniziano quando il
La Colombière diventa confessore straordinario delle Visitandine. Ma la santa
amicizia tra i due non avrà molto tempo a questo mondo: verso la fine del 1676
il La Colombipère è mandato a Londra con il titolo ufficiale di predicatore
della duchessa di York. Espulso dall'Inghilterra alla fine del 1678, viene
destinato a Lione e poi a Paray, dove muore il 15 febbraio 1682. Tornato dall'Inghilterra
può incontrarsi solo due volte con la santa Visitandina.
Vanno
ricordati i momenti principali della breve relazione tra i due innamorati del
Cuore di Gesù.
La
prima confessione di Margherita Maria al Padre La Colombière.
È l'incontro di due anime che cercano Dio con impeto e che si comprendono
immediatamente. Il confessore assicura la penitente sul buono spirito che l'ha
sempre guidata e anche sulla veridicità delle apparizioni. Queste ultime
hanno tutti i segni di credibilità. In seguito il Padre ripete e ribadisce il
suo giudizio. Tutto questo, però, non elimina le incomprensioni nei
riguardi di suor Margherita Maria e procura non poche tribolazioni al
confessore. Ma il Padre La Colombière non si scompone perché ha deciso di
badare al giudizio di Dio e non a quello degli uomini.
La
visione dei tre cuori. Non
è possibile stabilirne la data. Margherita Maria così scrive: « Un giorno
nel quale il P. La Colombière era venuto a celebrare la S. Messa nella nostra
chiesa, Nostro Signore fece grandi grazie a lui e a me. Nel momento in cui stavo
per riceverLo nella S. Comunione, mi mostrò il suo Sacro Cuore come una fornace
ardente e altri due cuori, che andavano a unirsi e inabissarsi nel Suo e mi
disse: In questa maniera il mio puro amore unisce questi tre cuori per sempre.
Dopo mi fece intendere che questa unione veniva compiuta interamente per la
gloria del suo Sacro Cuore, i cui tesori Egli voleva che io scoprissi al
Padre, affinché li facesse conoscere e ne rendesse pubblici i vantaggi e
l'utilità; e perciò voleva che noi fossimo come fratello e sorella, partecipi,
nella stessa misura, di beni spirituali». Evidentemente i due cuori «inabissati»
in quello di Gesù sono i cuori di Padre Claudio e di suor Margherita Maria.
Nella stessa circostanza la santa Visitandina è incaricata di riferire al
Padre «tante altre cose», che sono rimaste un segreto tra loro due.
La
missione del P. La Colombière.
Dopo la « grande rivelazione » del 13 giugno 1675, suor Margherita Maria
palesa le sue brave difficoltà al Signore: lei, povera reclusa in clausura,
come potrà far conoscere la devozione al Sacro Cuore? Il rimedio è subito
trovato. Gesù le dice di rivolgersi al Padre La Colombière pregandolo di fare
lui «questo piacere». Dovrà dirgli che incontrerà non pochi ostacoli, ma
non si perda d'animo: «Sappia che è onnipotente colui che diffida interamente
di se stesso, per confidare unicamente in me». I due apostoli della devozione
al Sacro Cuore di Gesù (santa Margherita Maria la definisce «ultima invenzione
del suo amore»), per suggellare la loro stretta unione nella santa impresa si
consacrano assieme al Cuore di Gesù: è il 21 giugno 1675, ottava del Corpus
Domini. Così venne celebrata per la prima volta la festa del Sacro Cuore!
Dopo
la scomparsa del P. La Colombière, la santa Visitandina scrivendo al Gesuita P.
Croiset, si augura che i Padri Gesuiti continuino l'opera per la quale era stato
scelto « quel beato amico del Sacro Cuore ». « Essi - dice la santa - devono
spronare, esortare alacremente gli uomini a valersi del grande tesoro racchiuso
in questa devozione al Sacro Cuore». Bisogna dire che i Padri della Compagnia
si sono sempre prodigati per questa missione tanto evangelica, e c'è da
augurarsi che la Visitazione e la Compagnia rimangano sempre uniti in un'opera
tanto preziosa.
Questo
breve profilo non può diffondersi sulle ricchezze della vita di santa
Margherita Maria, contemplativa e mistica davvero eccezionale. Sembra
sufficiente accennare alla irrevocabile consacrazione della santa all'amore di
Cristo e alla sua totale offerta al suo Cuore amantissimo e amatissimo in
spirito di riparazione. Consacrazione e riparazione sono i due aspetti
portanti delle devozioni al Sacro Cuore.
In
santa Margherita Maria questi due aspetti sono quasi incarnati da un gesto che
il Signore stesso chiese alla « prediletta discepola » del suo Cuore. « Una
volta - scrive la santa Visitandina - il mio sommo Sacrificatore mi chiese di
fare un testamento scritto in suo favore... In quest'atto avrei dovuto donare
tutte le mie azioni e sofferenze, le preghiere e i beni spirituali che per me si
sarebbero fatti in vita e dopo la mia morte». Per tale testamento occorreva
anche un «notaio»: o la Superiora o, questa rifiutandosi, il P. La Colombière.
Bisogna
notare che Superiora era l'energica Madre Greyfié, della quale la santa suddita
scrive con tutta serietà e semplicità: «Amavo moltissimo la Superiora in
quanto mi aveva sempre nutrita con il delizioso cibo delle mortificazioni e
delle umiliazioni, tanto gradite al mio supremo Maestro». Beh...
inaspettatamente la Superiora accetta!
Suor
Margherita Maria prepara il testo del suo testamento e lo presenta « al solo
Amore » della sua anima, che ne è soddisfatto e che la ricambia, in ogni caso
assai vantaggiosamente, con le ricchezze del suo Cuore, «facendomi scrivere
l'atto - dice la santa - col mio sangue mentre Lui stesso me lo dettava; io poi
misi la firma sul mio cuore con un temperino, incidendovi il nome di Gesù».
Quanti
cristiani non giudicano stranezze pericolose o segni di malattia psichica molte
manifestazioni della vita di questa santa? Ed è naturale che si pensi così
perché, pur credendo nel soprannaturale, non se ne ha la minima esperienza.
Quando i propri occhi assurgono a misura assoluta della visibilità, è allora
che si è fuori dalla normalità! D'altra parte anche le stesse Superiore e
consorelle della santa non sempre e non tutte riuscivano a capacitarsi della
sua straordinaria virtù. «In tutto ciò che sto raccontando, devo dire che le
persone a me vicine - dichiara suor Margherita Maria - non facevano che
sopraccaricarmi di occupazioni e di faccende esteriori fino al limite delle mie
forze». Naturalmente lo facevano per distrarla dalle sue illusioni di
visionaria! «Alle tante afflizioni, di cui soffrivo, - prosegue - si aggiungeva
quella di pensare di essere oggetto di antipatia per le altre, le quali dovevano
durar fatica a sopportarmi, come del resto lo facevo pure io nei miei stessi
confronti ».
E
tuttavia questa eroica amante del Cuore di Gesù è continuamente sospinta da «
un fortissimo desiderio » di rendersi «un'autentica e perfetta copia, un
ritratto di Gesù Crocifisso». L'Amato l'accontenta ben volentieri, giacché
è Lui stesso a farle nascere nell'anima tali desideri. La stirpe dei
crocifissori infatti, sarà meno prolifica e meno dannosa proprio per merito
di questi crocifissi, che riparano e bonificano. Il «divino Maestro» e «supremo
Sacrificatore », dice la nostra santa, «voleva che accettassi ogni cosa dalla
sua mano, senza procurarmi nulla da me; dovevo lasciar fare tutto a Lui, senza
disporre di nulla; ringraziarlo di tutte le gioie e di tutti i dolori; nelle
circostanze più dolorose e umilianti dovevo mettermi bene in testa che meritavo
quello e ben altro e offrire la sofferenza per le persone che me la
procuravano... Mi proibiva di giudicare, accusare, condannare alcuno
all'infuori di me stessa». Dietro suggerimento del suo Maestro e
Sacrificatore, suor Margherita Maria chiede ai Superiori di poter fare delle ben
dure penitenze. Non sempre viene accontentata e tuttavia essa dice: «Ero sempre
soddisfatta, sia che mi si concedesse, sia che mi si rifiutasse ciò che
chiedevo: l'importante era obbedire». Così, ancora all'inizio, era stata educata
dal supremo Maestro.
Non
è meraviglia, quindi, se il Signore si fa obbediente alla sua vittima tanto
generosa. Assediata da terribili tentazioni di disperazione e provata dalla
malattia, la santa Lo supplica per la salvezza di alcune anime a lei note. «Cancellami
dal libro della vita, ma salva queste anime!», implora. Finalmente Gesù
l'ascolta, ma a una condizione: «Basta che tu risponda per loro». «Sì, mio
Dio! - esclama la santa - Ma pagherò con i tuoi stessi Beni, che sono i tesori
del tuo Sacro Cuore». «Rimase soddisfatto», annota la sua « prediletta ».
Chi
avesse consuetudine dei monasteri della Visitazione, dovrebbe confessare (e lo
farebbe
assai
volentieri) che le sue pie abitatrici sono tra le donne più miti, dolci e
accostabili: rivelano spontaneamente il gradevolissimo spirito visitandino.
Era così anche suor Margherita Maria, chiamata dalle Visitandine «la santa
Sorella »? Lo era in maniera eminente, come lo può essere soltanto chi, per
amore dell'Amore, mette in pratica con ogni diligenza l'invito del Maestro: «
Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso e prenda ogni giorno la sua
croce». Un tale Maestro può essere chiamato anche « Sacrificatore », ma
poiché è l'Amore, fa della « vittima » una creatura che emana qualcosa di
divino.
Suor
Margherita Maria è stata, tra le sue consorelle, una Visitandina della più
pura specie: umile, dolce, priva di ogni complicazione che deriva dalle
complesse manovre diplomatiche dell'egoismo. Tutta pervasa dall'amore divino,
si sentiva infuocata e leggera come i serafini, che chiamava suoi « divini
colleghi », tanto da esclamare con loro: « L'Amore trionfa, l'amore gode,
l'amore del Sacro Cuore dà gioia! ». Una visione di questi suoi « divini
colleghi », come essa stessa dice, la segnò « per tutta la vita... per
l'ineffabile dolcezza che penetrò in me, tanto che ne fui come sommersa e
smarrita». E certissimo che tutta la sua esistenza fu
un
olocausto all'Amore divino con prove interiori ed esterne che è difficile
anche solo immaginare. Tuttavia sappiamo che l'amore rende dolci perfino le
cose più amare. Se poi è l'amore di Dio a guidare un'esistenza, possono
succedere le cose stupende che frequentemente santa Margherita Maria annota
nella sua Autobiografia. Scrive ad esempio: «Non avevo mai passato un ritiro
fra tante gioie e consolazioni; ero come in Paradiso, tante furono le carezze e
le familiarità con il Signore Gesù Cristo, la sua santa Madre, il mio santo
Angelo e il beato padre san Francesco di Sales ».
Se
suor Margherita Maria non fosse risultata umile e dolce come lo spirito
visitandino richiede, se anzi in questo comportamento non si fosse
singolarmente distinta, non le sarebbero stati affidati incarichi di
responsabilità comunitaria. Infatti, dopo che le consorelle furono costrette
a cambiare opinione nei suoi riguardi, fu eletta tre volte Direttrice delle
pensionanti, fu fatta nientemeno che Maestra delle novizie e due volte
Assistente, incarico che equivale a vice Superiora. Venne anzi proposta come Superiora,
ma ottenne dal suo supremo Sacrificatore che fosse eletta un'altra consorella.
Le
Superiore che tanto avevano messo alla prova le sue eccezionali virtù, finirono
per apprezzarla fino a richiederle spesso consiglio e ad esserle unite da
affettuosa e santa amicizia. A distinguersi in questo fu proprio Madre Grevfié,
che si era prodigata nell'umiliarla e ostacolarla.
Terminato
il suo compito a Paray, venne fatta Superiora del Monastero di Semur. Il
distacco procurò profondo dolore sia alla suddita che alla ex Superiora; ma
suor Margherita Maria ne fu ben presto e abbondantemente consolata. Madre Greyfié
infatti le comunicava che la devozione al Sacro Cuore era stata accolta da tutto
il monastero di Semur, e regalava alla «diletta figlia» di Paray una bella
miniatura raffigurante il Cuore di Gesù. « Non vi date pena - le scriveva -
se non sapete parlare, né scrivere che di Lui. Vorrei essere come voi! ». E
suor Margherita Maria rispondeva: « Non desidero altro che di procurare la
gloria del Sacro Cuore. Oh, quanto mi stimerei felice se, prima di morire,
potessi rendergli qualche onore! ».
Per
opera di alcuni Padri della Compagnia di Gesù, che avevano fatto stampare gli
scritti del P. La Colombière, la devozione al Sacro Cuore si andava estendendo
nelle diocesi di Francia e nei monasteri della Visitazione con l'approvazione
dei vescovi. Solo nella diocesi di Autun, nella quale si trovava il monastero di
Paray, vi erano ancora dure resistenze. Suor Margherita Maria lo aveva predetto.
Eletta
Maestra delle novizie verso la fine del 1684, trasmise al giovane ed entusiasta
drappello il suo fervore verso il Cuore di Gesù. Per il 20 luglio 1685, festa
di santa Margherita, le giovani stavano preparando affettuose e ingegnose
manifestazioni in occasione dell'onomastico della loro Madre. Ma chi era lei?
Non conveniva trasformare il suo onomastico in una giornata di particolari
omaggi al Sacro Cuore? Non furono necessarie molte parole della Maestra, e
quel 20 luglio iniziò con straordinario entusiasmo il culto nel monastero di
Paray. Quale felicità per la santa Maestra! Sennonché il fuoco della Madre e
delle figlie si trovò davanti alla freddezza e alla aperta disapprovazione
della comunità: come si permettevano le novizie una giornata di preghiere
davanti all'immagine di un cuore disegnato anche non troppo bene con
l'inchiostro? Quali novità pericolose si stavano introducendo? Ma erano le ultime
resistenze, perché l'Amore avrebbe trionfato ben presto in quelle anime
rette. Infatti, il venerdì dopo l'ottava del Corpus Domini del 1686, 21 giugno,
la comunità fu compatta nell'onorare il Cuore di Gesù; anzi, in quello
stesso giorno, fu deciso di costruire nel recinto del monastero una cappella
dedicata al Sacro Cuore; nel frattempo ci si sarebbe accontentati di un
piccolo oratorio vicino al noviziato, solertissima sagrestana: suor Maria
Maddalena Des Escures, santa religiosa che pure era stata tra le più contrarie
alla nuova devozione. «L'oratorio è un gioiello, - diceva suor Margherita
Maria - tanto la sagrestana sa tenerlo con gusto! ».
Poiché
la devozione al Sacro Cuore sta ormai dilatandosi, la missione della «prediletta»
volge al termine. Il nome della Visitandina straordinaria viene conosciuto anche
fuori del monastero, con grave sofferenza di suor Margherita Maria; avvengono
fatti miracolosi per suo intervento; l'umile reclusa suggerisce la costruzione
di un ospedale per Paray; prosegue nella sua vita penitente e di intima unione
con Dio. Il 2 luglio 1688, festa della Visitazione, rimane lungamente estatica
davanti al Cuore di Gesù che ha ai lati la sua Madre Santissima, san Francesco
di Sales e il Padre la Colombière. La Vergine Madre dice che l'Istituto della
Visitazione è considerato dal suo Figlio «come il suo beniamino», è
destinato a una particolare devozione al Sacro Cuore di Gesù unitamente ai
Padri della Compagnia di Gesù, ai quali è riservato il compito «di esporne
e farne apprezzare l'utilità e il valore».
E
siamo al 1690. Già da due anni è stata inaugurata la cappella del Sacro Cuore
entro la clausura del monastero di Paray; la gente, non potendo entrare, sosta
fuori delle mura per onorare il Cuore di Gesù; la comunità visitandina ha
ritrovato il fervore e l'armonia delle origini; la nuova Superiora, eletta in
quell'anno, conferma suor Margherita Maria come Assistente ma, considerando la
sua salute sempre più fragile, le proibisce tutte le austerità personali. La
nostra santa obbedisce, come sempre, ma comprende che ormai il suo compito è
alla fine e prova gusto a ripetere: «Non vivrò ancora molto, perché non
soffro più nulla!... Morirò certamente quest'anno, perché non soffro più
nulla!». D'altra parte il suo supremo Maestro le aveva fatto comprendere
interiormente che era diventata un ostacolo ai grandi frutti spirituali di un
libro sulla devozione al Sacro Cuore che sarebbe stato stampato dal Gesuita
Padre Croiset.
Il
22 luglio, festa di santa Maria Maddalena, la nostra santa inizia una «solitudine»
di quaranta giorni per prepararsi all'incontro con lo Sposo divino. Quaranta
giorni di profondissima intimità con Colui dal quale era stata guidata per
le vie sublimi e misteriose dello Spirito fin da bambina. Il 17 gennaio di quel
1690, il Cuore di Gesù le aveva detto durante una visione: « Brucio dal
desiderio di essere amato! ». Non ci si sbaglia di certo nel pensare che suor
Margherita Maria, in quell'ultima «solitudine» della sua vita, abbia
ripetuto allo Sposo le stesse parole ma al femminile: «Brucio di essere amata!».
L'8
ottobre è costretta a mettersi a letto. Il medico del monastero, abituato a
vedere quella suora ritornare improvvisamente in perfetta salute quando le
Superiore le chiedevano il miracolo a riprova della credibilità delle sue
visioni, assicurava che non c'era da preoccuparsi. « Non è nulla! »,
ripeteva. L'ammalata commentava dolcemente: « Meglio che sbagli un secolare,
piuttosto che una religiosa! ».
La
dolce e fortissima santa si spense dolcissimamente alle ore 19 del 17 ottobre,
abbandonandosi, come aveva predetto da tempo, tra le braccia di due delle sue
prime novizie, quasi volesse ripetere a loro e alle sue Sorelle Visitandine di
tutti i tempi l'addio che aveva dato alle sue novizie lasciando l'incarico: «Addio,
care sorelle, siamo tutte del Diletto delle nostre anime: diamogli tutti i
nostri affetti! Io vi auguro il puro amore del Divin Cuore. Egli vi consumi tra
le fiamme più ardenti! Non più attaccamento alle creature e a voi stesse, ma
tutti i vostri affetti siano per il Divin Cuore, al quale vi ho interamente
cedute e abbandonate! ».
Il
20 giugno 1691 il Padre Croiset pubblica « La devozione al Sacro Cuore di Gesù
Cristo » con in appendice un compendio della vita di suor Margherita Maria
Alacoque. Il libro ha risonanza ed effetti meravigliosi.
Il
18 settembre 1864 Pio IX proclama Beata 1'« apostola del Sacro Cuore »; il 13
maggio 1920 Benedetto XV la proclama Santa. Oggi Margherita Maria Alacoque è
attuale come sempre.
Non
penso che i brani da me raccolti in questa piccola antologia siano le migliori
pagine scritte da santa Margherita Maria Alacoque, la «Santa Sorella». Penso
che chiunque si troverebbe in difficoltà nella scelta, come mi sono trovato io,
perché ogni pagina della «prediletta del Sacro Cuore» rivela panorami spirituali
di incantevole bellezza. Temo che i singoli brani qui riportati, abbiano perduto
alquanto della loro ricchezza perché strappati dal loro contesto. Nella
scelta mi sono lasciato guidare da un certo ordine che mi sembra possa
trasparire dalle quattro parti della piccola antologia. Questa, poi, mi è stata
ispirata dalla persuasione che la parola della Santa valga assai più di
qualunque profilo biografico. I brani qui riportati provengono da due preziosi
volumetti, editi a Roma con introduzione e note di Luigi Filosomi S.J., a cura
dell'Apostolato della Preghiera. Il primo volumetto è: S. Margherita M.
Alacoque, AUTOBIOGRAFIA (Roma 1983). I testi levati da questo libro, la
maggioranza, sono segnati alla fine con la sigla A e un numero o più numeri
progressivi come nel libro da cui provengono. Il secondo volumetto è: S.
Margherita M. Alacoque, SCRITTI AUTOBIOGRAFICI (Roma 1984). I testi provenienti
da questo libro sono contrassegnati dalla sigla SA e dal numero della pagina.
Mi auguro vivamente che questa piccola antologia invogli chi legge a provvedersi
dei due volumetti qualora non 1i abbia già.
P.E.U.
Quando
Dio chiama un'anima...
Soltanto
per amor Tuo, o mio Dio, mi sottometto all'obbedienza di scrivere queste memorie
e ti chiedo perdono della resistenza che fino ad ora ti ho opposta. E siccome
Tu solo sai quanto forte sia la mia ripugnanza, Tu solo puoi concedermi la
forza di superarla. Ho ricevuto questa obbedienza come se mi venisse da Te,
quasi in punizione sia della eccessiva gioia nel seguire la mia spiccata
inclinazione, che ho sempre avuto, di volermi seppellire in una eterna dimenticanza
degli uomini, sia delle eccessive precauzioni da me prese per riuscirvi. Ero
quasi giunta ad ottenere delle promesse da persone che, pensavo, mi avrebbero
potuto aiutare in questo intento e avevo anche bruciato degli scritti stesi per
obbedienza (quelli almeno che erano ancora in mio possesso) quando ho ricevuto
quest'ordine. Mio Bene supremo, fa' che non scriva nulla che non sia per la Tua
gloria e la mia massima vergona. (A.1)
Mio
unico Amore! Quanto mi devo sentire debitrice a Te per avermi prevenuta fin
dalla mia tenera età, prendendo dominio e possesso del mio cuore, benché Tu
ben conoscessi la resistenza che esso Ti avrebbe opposta. Appena ebbi l'uso
della ragione, Tu hai fatto percepire al mio animo la bruttezza del peccato, che
riempiva di tale orrore il mio cuore, che ogni minima macchia mi causava un
tormento insopportabile. Per frenare la mia vivacità infantile non dovevo che
ripetermi che era offesa di Dio. Bastava questo per calmarmi immediatamente e
distogliermi da ciò che avevo voglia di fare. Senza sapere il perché, mi
sentivo continuamente spinta a pronunciare queste parole: «Mio Dio, Ti consacro
la mia purezza e ti faccio voto di castità perpetua». Una volta lo dissi tra
le due elevazioni della Santa Messa, che d'abitudine, ascoltavo a ginocchia
nude per quanto freddo potesse fare. Non comprendevo il mio atto, né cosa
volessero significare le parole «voto», tanto meno «castità»; nondimeno
la mia inclinazione era quella di andare a rifugiarmi in qualche bosco e me
l'impediva soltanto il timore di incontrarvi degli uomini.
La
Santissima Vergine si è sempre presa molta cura di me; accorrevo a Lei per ogni
mia necessità ed Essa mi ha sempre salvato da grandi pericoli. Non osavo, per
nessuna cosa al mondo, rivolgermi al suo divin Figlio, ma mi indirizzavo sempre
a Lei, offrendole la corona del rosario, stando con le ginocchia nude per
terra; oppure facendo tante genuflessioni e baciando il suolo a ogni «Ave Maria»
che recitavo. (A. 2-3).
Mia
madre, in casa propria, si era spogliata di ogni autorità e l'aveva passata ad
altri, che ne approfittavano a tal punto che lei e io ci trovavamo ridotte
alla più dura schiavitù. Con quello che sto per dire, non intendo biasimare
quelle persone, né, tantomeno, pensare che facessero male a farmi soffrire
(il Signore non mi permetteva di pensarlo); voglio solo considerarle come
strumenti, di cui Dio si serviva per compiere la sua volontà.
Noi,
dunque, non avevamo più nessun potere a casa nostra e non osavamo fare nulla
senza chiedere il permesso. Era una lotta continua, tutto era chiuso a chiave,
cosicché spesso mi trovavo in condizioni tali da non avere di che indossare per
andare alla santa Messa e dovevo chiedere in prestito cuffia e vestiti.
Cominciai allora a risentire del mio stato di prigionia, nel quale mi sentivo
tanto sprofondata, che non riuscivo a far niente, nemmeno a uscire, senza il
consenso di tre persone.
Fu
allora che ogni mio affetto fu rivolto al Santo Sacramento dell'altare, in cui
cercavo conforto e gioia. Trovandomi però in un villaggio distante dalla
chiesa, non potevo andarvi senza l'autorizzazione di quelle persone; e accadeva
che, essendo una di loro consenziente, l'altra non lo fosse. Quando poi mi
mettevo a piangere per il dolore, mi accusavano di aver dato appuntamento a
qualche giovanotto, di piangere solo perché non potevo andargli incotro ed
essere da lui accarezzata e baciata. Il voler andare alla santa Messa o alla
benedizione del Santo Sacramento era soltanto un pretesto.
E
dire che io per simili cose provavo un tale orrore, che preferivo esser fatta
a pezzi piuttosto che avere tali desideri. Non sapevo più dove rifugiarmi, mi
andavo a nascondere in qualche angolo del giardino o della stalla o in qualche
luogo appartato, dove mi fosse possibile inginocchiarmi e aprire il mio cuore
a Dio e lì mi sfogavo piangendo e implorando l'intercessione della santissima
Vergine, mia buona Madre, in cui avevo riposto assoluta fiducia. Restavo così
per giornate intere, senza né bere né mangiare. E questa era diventata una
cosa tanto ordinaria, che delle brave persone del villaggio, mosse a compassione,
mi davano, verso sera, un pò di latte o qualche frutto. Poi, quando tornavo a
casa, tremavo tutta dalla paura; mi sembrava quasi di essere una rea, che stava
per ricevere la sua sentenza di condanna. Mi sarei ritenuta più fortunata
mendicare il pane, che spesso non osavo prendere a tavola, piuttosto che vivere
in quel modo.
Appena
rientravo a casa, ricominciava la solita tiritera di lagnanze al mio indirizzo:
che non m'ero presa nessuna cura della casa e dei bambini di quelle care
benefattrici della mia anima; e, senza aver potuto proferir parola, mi mettevo
al lavoro insieme ai domestici. Trascorrevo poi le notti nella stessa afflizione
del giorno, versando lacrime copiose ai piedi del Crocifisso, il quale mi rivelò,
(senza che io ne capissi molto) che voleva divenire il Padrone assoluto del
mio cuore e voleva rendermi in tutto conforme alla sua vita sofferente. Per
questo intendeva farsi mio Maestro e rendersi presente nel mio animo; per farmi
vivere come Lui che aveva agito tra immani sofferenze, che, come mi fece vedere,
aveva sofferto per amor mio.
Da
quel momento il mio animo fu così penetrato da tale pensiero, da desiderare che
le mie pene non avessero mai fine. Da allora, infatti, Egli fu sempre presente
sotto le sembianze di un Crocifisso o di un «Ecce Homo», che portava la Croce;
tutto questo suscitava nel mio cuore compassione per Lui e tanto amore per le
sofferenze che tutte le mie pene mi apparvero leggere a confronto di quelle
che desideravo patire per conformarmi al mio Gesù sofferente. Mi rincresceva
perfino che quelle mani, che qualche volta si alzavano per colpirmi, fossero
trattenute e non scaricassero su di me tutto il loro rigore. Mi sentivo
continuamente spinta a rendere tutti i servizi possibili a queste vere amiche
della mia anima, pronta a sacrificarmi con entusiasmo per loro, non avendo altra
gioia che quella di far loro del bene e dirne tutto il meglio che potevo.
A
fare tutto ciò, di cui scrivo e di cui, mio malgrado, continuerò a scrivere,
non ero io, ma il mio supremo Maestro, il quale si era impossessato della mia
volontà e non mi permetteva nemmeno di emettere un lamento, manifestare un
risentimento contro quelle persone; né sopportava che altri mi compiangessero
o mostrassero pietà di me. Mi diceva che Egli si era comportato così e voleva
che, qualora non avessi potuto impedire che altri parlassero male di loro, dessi
a loro tutta la ragione e a me tutto il torto, col dire (com'era vero) che i
miei peccati meritavano anche peggio. (A. 8-9)
...
Mi sentivo fortemente attratta dalla preghiera e soffrivo molto perché non
sapevo né potevo imparare a farla, non avendo alcun contatto con persone spirituali.
Non conoscevo altro che la parola «preghiera », che (da sola) mandava in
estasi il mio cuore. Mi rivolsi allora al mio supremo Maestro ed Egli mi insegnò
come desiderava che la facessi; la sua lezione mi è stata utile per il resto
dei miei giorni. Mi faceva genuflettere umilmente davanti a Lui, per domandargli
perdono di tutti i miei peccati; dopo l'adorazione Gli offrivo la mia
preghiera, ma non sapevo bene come proseguire. In seguito mi si presentava in
qualche mistero della sua vita, in cui voleva che Lo contemplassi e vi applicava
tanto fortemente il mio spirito, tenendo la mia anima e ogni mia facoltà
sommerse in Lui, da non aver nessuna distrazione. Il mio cuore allora era come
consumato dal desiderio di amarlo e ciò mi causava un insaziabile desiderio
della sofferenza e della santa comunione.
Non
sapevo come fare, per me non avevo altro tempo che la notte, di cui usavo il più
possibile. Benché questa occupazione fosse per me tanto deliziosa, da non
poterla esprimere a parole, tuttavia non la ritenevo una preghiera e mi
sentivo ininterrottamente spinta a pregare, promettendo al Signore che, se me
l'avesse insegnata, vi avrei dedicato tutto il mio tempo.
Ciò
nondimeno la sua bontà mi teneva così occupata in ciò che ho appena
descritto, che le preghiere vocali mi vennero ben presto a noia, non potendole
fare davanti al S. Sacramento, presso il quale invece mi sentivo tanto presa da
non potermene staccare. Vi avrei trascorso giorni e notti intere, senza né bere
né mangiare e senza sapere ciò che facessi, se non consumarmi in sua presenza
come un cero ardente per rendergli amore per amore. Non riuscivo a stare nella
parte posteriore della navata e, per quanto il mio animo ne fosse confuso, non
potevo fare a meno di mettermi sempre più vicina possibile al Santissimo
Sacramento.
Reputavo
fortunate e invidiavo quelle persone che avevano la possibilità di comunicarsi
con frequenza e la libertà di restare a lungo davanti al Santissimo
Sacramento, anche se mi sembrava di disonorarLo, tanto adoperavo male il tempo
che vi trascorrevo. Mi sforzavo di accattivarmi l'amicizia di quelle persone
sopra menzionate, per ottenere degli istanti da dedicare al Santissimo
Sacramento.
In
punizione dei miei peccati, non riuscivo a dormire la notte del Natale; il
sacerdote della parrocchia predicava che coloro che non avessero dormito,
non potevano ricevere la comunione e, poiché le mie notti erano insonni, non
osavo comunicarmi. Cosicché quel giorno di festa diventava per me un giorno di
lacrime, che erano diventate così il mio nutrimento e insieme il mio piacere.
(A. 12-13)
Dopo
aver passato vari anni in queste condizioni, lottando e soffrendo senza altra
consolazione che quella che mi veniva dal Signore Gesù Cristo ormai mio Maestro
e mia Guida, il desiderio della vita religiosa mi si riaccese così ardente
nel cuore che mi decisi ad abbracciarla a qualsiasi costo. Ma, purtroppo,
dovevano passare ancora quattro o cinque anni prima che ciò si avverasse. Nel
frattempo raddoppiandosi le mie afflizioni e le lotte interiori, io, a mia
volta, quando il divino Maestro me lo permetteva, raddoppiavo le mie penitenze.
Egli
allora mutò tattica. Prese a mostrarmi la bellezza delle virtù e soprattutto
dei tre voti di povertà, castità e obbedienza e mi suggeriva che, con la
pratica di esse, si diventa santi. Questo me lo diceva perché Lo pregavo di
farmi santa.
Non
leggevo altro libro che la Vita dei Santi e quando l'aprivo, mi dicevo: «Bisogna
che te ne cerchi una di facile imitazione, affinché possa agire e diventare
Santa come lei». Mi rendevo conto, però, e ne ero desolata, che mentre io
offendevo Dio, i santi non lo facevano mai, almeno non come me; e se talvolta
era loro capitato, si erano subito messi a far penitenza. Questo mi dava un gran
desiderio di farne anch'io, ma ormai il mio divino Maestro aveva suscitato in
me il timore di seguire la mia volontà; ero convinta che avrebbe gradito solo
ciò che veniva fatto per amore e obbedienza. Bramavo di amarlo e di agire in
obbedienza totale, ma non sapevo come metterle in pratica; anzi giudicavo un
delitto asserire di amarLo quando le mie azioni smentivano le mie parole.
Chiesi
al Signore di insegnarmi ad agire in maniera atta a piacergli e di dirmi come
amarlo. Egli allora inculcò in me un profondo amore per i poveri; desideravo
parlare solo con loro. Mi ispirò una così tenera compassione per le miserie
altrui che, se fosse stato in mio potere, non mi sarebbe rimasto niente di mio.
Ogni volta che avevo del denaro, lo davo ai bambini poveri per invogliarli a
venire da me ad apprendere il catechismo e a pregare Dio. Fu così che furono
in tanti a seguirmi al punto da non sapere dove metterli d'inverno; li collocavo
in una grande stanza, dalla quale però, ogni tanto eravamo cacciati via. Questo
mi mortificava non poco, perché non mi piaceva che si venisse a sapere ciò che
facevo.
A
casa pensavano che dessi loro tutto quello che riuscivo a portar via, ma non
avrei osato fare una simile cosa perché avrei avuto scrupolo di rubare; davo
soltanto ciò che era strettamente mio e mai senza il permesso dell'obbedienza.
Questo mi portava a fare delle moine a mia madre affinché mi permettesse di
privarmi del mio; ed essa, amandomi molto, acconsentiva facilmente.
Quando
per caso ricevevo da lei un rifiuto, me ne stavo tranquilla per un pò; dopo
poco tornavo alla carica e riprendevo ad importunarla, perché ora non riuscivo
più a fare niente, senza il permesso non solo di mia madre, ma anche delle
altre persone con le quali abitavo; ciò che rappresentava per me un supplizio.
Ritenevo di dover sottomettermi a coloro per i quali sentivo più ripugnanza, di
dover loro obbedienza per verificare così la mia possibilità di diventare
suora.
Tutti
questi permessi, che andavo ripetutamente chiedendo, fecero di me una
prigioniera, sottoposta a continui rimproveri e accentuò tanto la già
eccessiva autorità delle mie «benefattrici», da non poter esserci religiosa
più sottomessa di me. Ma l'ardente desiderio che io sentivo di amare Dio mi
faceva sormontare tutte le difficoltà. Contrariavo scrupolosamente quelle mie
inclinazioni che sentivo più insistenti, cercando di dare le cose che più mi
ripugnavano. Ero talmente spinta ad agire in questo modo da sentire il bisogno
di confessarmi ogni volta che operavo diversamente.
Avevo,
per esempio, un estremo disgusto per le piaghe; allora per vincermi, mi misi a
baciarle e a curarle, ma non sapevo da che parte cominciare. Il mio divino
Maestro però sapeva così bene supplire alla mia imperizia, da farmi riuscire a
guarire le piaghe, per quanto infette che fossero, in pochissimo tempo, senza
altro unguento che quello della Provvidenza. Riponevo più fiducia nella sua
bontà che nei rimedi umani. (A. 19-20)
Il
Padre andò dunque, per combinare la dote, da mia cugina, proprio da colei che
non cessava di perseguitarmi. Anche mia madre e gli altri parenti volevano tutti
che entrassi nel monastero delle Orsoline. Non sapevo proprio come difendermi,
ma, mentre mio fratello era in viaggio, mi rivolsi alla santissima Vergine, la
mia dolce Maestra, attraverso l'intercessione di san Giacinto. Recitai molte preghiere
e feci celebrare molte Messe in onore della Madonna la quale mi consolò con
queste parole: «Non temere, sarai la mia vera figlia; lo sarò sempre la tua
amorosa Madre ».
Queste
parole dettero tanta serenità al mio spirito che non dubitai di riuscire nel
mio intento, malgrado tutte le opposizioni. Mio fratello di ritorno venne a
dirmi: «Ci vogliono quattromila franchi di dote; puoi disporre come vuoi delle
tue sostanze, non essendo ancora conclusa la trattativa».
Gli
risposi risolutamente: « E mai si concluderà. Voglio andare presso le Sante
Marie, in un monastero molto lontano dove non ci siano parenti o conoscenti,
perché voglio esser religiosa unicamente per amor di Dio. Voglio lasciare
definitivamente il mondo e nascondermi in qualche angolo dove possa dimenticarlo
ed esserne dimenticata, per non vederlo mai più». Mi furono proposti vari
monasteri per i quali non riuscivo a decidermi; ma appena mi si nominò Paray,
fui subito invasa dalla felicità e acconsentii immediatamente.
Prima,
però, dovetti recarmi dalle religiose, presso le quali avevo soggiornato
all'età di otto anni, per una visita di dovere, che però fu per me una prova
ben dura. Esse, infatti, mi. accolsero con amorevolezza, dicendomi che ero la
loro bambina e si meravigliavano che volessi abbandonarle dal momento che mi
amavano con tanta tenerezza. Non mi ci vedevano proprio dalle suore di «
Santa-Maria » sapendo bene che non avrei potuto resistervi. Risposi che volevo
fare almeno la prova; ed esse mi fecero promettere che sarei ritornata da loro
il giorno che fossi uscita dal « Santa-Maria ». Erano, infatti, sicure che non
avrei mai potuto abituarmici. Il mio cuore rimaneva insensibile a tutto quello
che dicevano, anzi la mia decisione si faceva sempre più ferma. Mi dicevo: «Bisogna
vincere o morire! »
Sorvolo
le lotte che dovetti ancora sostenere, per parlare subito del luogo della mia
felicità, la cara Paray-le-Monial. Appena messo piede nel parlatorio,
risuonarono dentro di me queste parole: « È qui che ti voglio».
Dissi
subito a mio fratello di prendere gli accordi necessari, perché io ero
risoluta a non andare in nessun altro luogo. Questo lo sorprese molto, perché
mi aveva accompagnata soltanto per farmi conoscere le religiose di «Santa-Maria»
e non sospettava nemmeno, essendomi ben guardata dal palesarlo, il mio
desiderio di rimanere tra loro. E ora non sarei andata via prima di vedere
tutto concluso.
Mi
pareva di esser rinata a vita nuova, tanto mi sentivo contenta e in pace.
Apparivo tanto allegra, che quanti ignoravano l'accaduto dicevano: «Guarda, ha
tutto lo stile di una suora».
In
effetti adesso mi vestivo con più vanità e mi divertivo con maggior piacere
perché ero contenta di appartenere tutta al mio supremo Bene, il quale, mentre
vado scrivendo queste cose, mi ammonisce dolcemente: «Non troverai mai un padre
tanto amante della sua unica figlia, che si sia preso tanta cura di lei, che le
abbia dato tanta affettuosa testimonianza di amore, quanta io ne ho data a te
e ne darò per l'avvenire. Questo amore ha usato tanta pazienza nel coltivarti
e plasmarti a modo mio fin dalla tua più tenera età; ti ha aspettato sempre
dolcemente senza sentirsi offeso di tutte le tue infedeltà. Ricordati perciò
che, se venissi a dimenticare la riconoscenza che mi devi e non riferissi a me
la gloria di ogni cosa, faresti inaridire questa sorgente inesauribile di ogni
Bene».
Venne
finalmente il giorno tanto atteso di dire addio al mondo, mai, prima di allora,
avevo provato tanta gioia e fermezza nel mio cuore, divenuto adesso insensibile
alla amicizia e al dolore che mi venivano testimoniati, soprattutto da mia
madre. Non versai nemmeno una lacrima nell'andarmene. Mi paragonavo a una
schiava che si vede liberata dalla sua prigione e dalle sue catene, per
entrare in casa dello sposo, prenderne possesso e godere liberamente della sua
presenza, dei suoi beni e del suo amore. Il Signore faceva comprendere tutto
questo al mio cuore fuori di sé dalla gioia e non sapevo dare altro motivo
della mia vocazione per l'ordine «Santa-Maria» se non quello di voler essere
figlia della Vergine.
Confesso
però che, venuto il momento di entrare, era un sabato, ricordo, tutte le
angosce che avevo provato e molte altre ancora, si ripresentarono con tanta
recrudescenza che, nel varcare la soglia, mi sembrava che il corpo si separasse
dall'anima. Appena però mi fu chiaro che il « Signore aveva rotto il mio sacco
di prigioniera per rivestirmi del suo manto di letizia », fui trasportata da
tanta gioia da gridare: « Dio mi vuole qui »; il mio spirito avvertì subito
che quella casa di Dio era un luogo santo e che coloro che l'abitavano dovevano
essere sante; che il nome di «Santa-Maria» stava a significare che bisognava
essere sante a ogni costo; che bisognava buttarsi a corpo morto e sacrificarsi
in tutto, senza alcuna riserva.
Questa
consapevolezza servì ad addolcire tutto ciò che nei primi tempi mi sembrava
tanto duro... (A. 32- 3- 4-5)
Piombai
in uno stato di desolazione e mi sforzai, senza nulla risparmiare, di ritirarmi
da quella via, ma invano. La nostra Maestra, senza che io me ne avvedessi, non
mancava di aiutarmi. Vedendomi bramosa di fare orazione e di imparare a farla
e accorgendosi che, nonostante tutti i tentativi, non riuscivo a seguire i
metodi prescritti, perché mi ritrovavo sempre sotto l'immediata direzione del
mio divin Maestro, anche se facevo del tutto per dimenticarlo e allontanarmi da
Lui, la Maestra mi affidò a una ufficiale.
Questa
mi faceva lavorare durante il tempo dell'orazione, e quando andavo dalla
Maestra per chiederle il permesso di poterla fare in altro tempo libero,
essa mi redarguiva con durezza, ordinandomi di pregare mentre lavoravo, tra un
esercizio e l'altro del noviziato. E così facevo, senza che la dolce gioia e
consolazione, che riempivano il mio animo, fossero minimamente intaccate; anzi
aumentavano sempre più. Mi si ordinò di andare ad ascoltare i punti della
meditazione del mattino, dopo di che dovevo uscire per andare a spazzare il
luogo che mi veniva indicato, fino all'ora di Prima. Dopo di ciò mi si
chiedeva di render conto della mia orazione, o piuttosto di quella che il mio
supremo Maestro faceva in me e per me, perché volevo obbedire in tutto, cosa
che mi riempiva di gioia, anche se il fisico ne risentiva molto. E poi andavo
canterellando: «più si ostacola il mio Amore - e più questo unico Bene brucia
- Mi si tormenti pure notte e giorno - nessuno può strapparlo dalla mia anima
- Più soffro dolore - e più esso mi unirà al suo Cuore ».
Anche
se la mia naturale sensibilità le risentisse ancora vivamente, provavo una fame
insaziabile di umiliazioni e di mortificazioni. Siccome il mio divino Maestro mi
stimolava a cercare sempre nuove mortificazioni finivo per trovarne alcune del
tutto particolari. Poiché infatti non mi si accordavano quelle che domandavo,
essendo ritenuta indegna di esse, mi si concedevano altre che non mi aspettavo e
che erano tanto contrarie alle mie inclinazioni, che nella violenza che dovevo
farmi, ero costretta a dire al mio Maestro: «Signore, vieni in mio aiuto, perché
Tu sei all'origine di tutto questo».
Ed
Egli accorreva - dicendomi: «Devi ammettere che non puoi nulla senza di Me, ma
non ti lesinerò mai il mio aiuto a condizione che il tuo nulla e la tua
debolezza vengano a sprofondarsi nella mia forza ».
Riferirò
qui un solo caso di mortificazione, che si rivelò superiore alle mie forze e
potei costatare l'effetto delle sue promesse. Ciò di cui parlo è qualcosa che
ha destato sempre naturale ripugnanza a tutti i membri della mia famiglia, tanto
che mio fratello, nello stipulare gli accordi per la mia ammissione, si era
fatto assicurare che non mi si forzasse mai su questo punto. In quel momento
nessuno ebbe difficoltà ad acconsentire, essendo la cosa, di per se stessa, di
poco conto, invece fu proprio lì che mi si attaccò tanto violentemente da ogni
parte che dovetti cedere, non sapendo più cosa fare. Mi sembrava mille volte
più facile sacrificare la vita; e se non avessi amato la mia vocazione più
della stessa vita, l'avrei abbandonata subito, piuttosto che accettare quanto si
richiedeva da me. Ma era perfettamente inutile opporre resistenza, perché era
lo stesso Signore che voleva da me tale sacrificio, dal quale sarebbero
dipesi tanti altri.
Per
tre giorni lottai disperatamente, tanto da muovere a compassione per prima la
mia Maestra, per la quale mi sentivo in obbligo di fare tutto ciò che essa mi
diceva. Ma all'atto pratico, il coraggio mi veniva meno e soffrivo da morire per
non esser capace di vincere una naturale ripugnanza. La supplicai: «Mi privi
della vita, piuttosto che permettere di mancare all'obbedienza ». Ed essa: «
Va' via, non sei degna di praticarla e adesso ti ordino di non fare più ciò
che ti ho chiesto! ».
Fu
veramente troppo! A quel punto mi dissi: « O morire o vincere! ». Corsi
davanti al Santissimo, mio abituale rifugio, dove restai circa tre o quattro ore
a piangere e a gemere, cercando disperatamente di trovare la forza per vincermi.
« Mio Dio, mi hai abbandonata! Come, c'è ancora qualcosa nel mio sacrificio,
che deve esser consumato fino al completo olocausto? ».
Ma
il Signore spingeva fino in fondo per vedere fino a che punto la mia fedeltà
verso di Lui fosse completa e si divertiva nel vedere la sua indegna schiava
dimenarsi fra l'amore divino e le ripugnanze naturali. Alla fine fu Lui il
vincitore, perché, senza altra consolazione e senza altre armi che queste parole:
«Non bisogna mai fare delle riserve nell'amore», andai a prostrarmi davani
alla Maestra chiedendole, per pietà, di lasciarmi compiere ciò che si era
augurata che io facessi. Finalmente ci riuscii, anche se non avevo mai provato
tanta ripugnanza; ripugnanza che ricominciava ogni volta che dovevo ripetere
l'azione.e che durò per circa otto anni.
Dopo
questo primo grande sacrificio tutte le grazie e i favori del Signore si
raddoppiarono, inondando la mia anima di tale estatica gioia da costringermi
a esclamare spesso: « Interrompi, mio Dio, questo torrente che mi sta
invadendo, oppure allarga la mia capacità di riceverlo! ». Ometto qui le
innumerevoli sue gentilezze e la descrizione dell'effusione del suo immacolato
amore; è tutto di tale portata che mi sarebbe impossibile renderlo a parole.
(A. 39-40-1-2)
Adesso
che il mio Signore mi accompagnava dappertutto, non mi davo più pensiero né
del tempo, né del luogo. Ero indifferente a qualsiasi decisione presa nei miei
riguardi; ero contenta ovunque perché, adesso che ero certa che si era dato a
me, senza alcun mio merito, ma solo per bontà Sua, sapevo che nessuno poteva
allontanarmi da Lui.
La
verifica la ebbi durante il ritiro della mia professione, quando fui mandata
nell'orto a custodire un'asina e il suo puledro. Essi mi procurarono un bel da
fare, perché, non avendo il permesso di legarli ed essendomi assegnato un
piccolo appezzamento di terreno, dal quale non dovevano allontanarsi per
evitare che arrecassero danno alle colture, ero costretta a correre in
continuazione per tenerli a bada. Non avevo riposo fino all'Angelus della
sera, quando andavo a cena; e anche durante una parte del «Mattutino» dovevo
recarmi alla stalla per farli mangiare. Ero così contenta di questa occupazione
che non mi sarebbe affatto dispiaciuto continuarla per tutta la vita. Il mio
Signore mi teneva fedele compagnia, e tutte le corse che mi toccava fare, non mi
allontanavano mai da Lui.
Fu
anzi in quell'occasione che ricevetti grazie immense, che fino allora non avevo
mai sperimentato, parlo specialmente di tutto quello che mi rivelò sul
mistero della sua santa Passione e Morte. Ma è tale un abisso impossibile a
riferire e porterebbe via tanto di quello spazio che l'ometto del tutto. Dirò
solo che quella cognizione mi ispirò un tanto grande amore per la Croce, che io
non posso più vivere un solo istante senza soffrire, in silenzio, priva di ogni
consolazione, di ogni sollievo o compassione, per morire con il Sovrano della
mia anima, accasciata sotto il peso della Croce fatta di vergogne, di dolori, di
umiliazioni, di dimenticanze e di disprezzo!
Questo
stato di sofferenza è durato tutta la mia esistenza che, grazie alla sua
misericordia, è trascorsa tutta in questi esercizi, che sono espressione del
puro Amore. Egli ha sempre avuto cura che io avessi in abbondanza di questo
cibo, a Lui tanto gradito, senza mai dire basta. (A. 50)
«Il
gingillo del mio amore»
Giunto
finalmente il giorno tanto auspicato della santa professione, il mio divino
Maestro si compiacque di ricevermi come sua sposa, ma in maniera tale che mi
sento nell'impossibilità di esprimerlo. Posso solo dire che mi adornava e mi
trattava come una sposa del Tabor. Ciò era per me più duro della stessa morte,
perché non mi trovavo conforme allo Sposo, che scorgevo tutto sfigurato e
lacerato come quando era sul Calvario. Mi disse: «Lasciami fare ogni cosa a suo
tempo. Ora voglio che tu sia il gingillo del mio amore, che desidera
trastullarsi con te, come fanno i bambini con i loro giocattoli. Bisogna che tu
ti abbandoni a Me senza mire proprie e senza resistenze, pensando solo ad
accontentarmi. Vedrai che non avrai nulla da perdere». Mi promise di non
lasciarmi mai e disse: «Sii sempre pronta e disposta a ricevermi, poiché
voglio dimorare in te per conversare e intrattenermi con te ». (A. 44)
Egli
mi domandò, dopo la santa comunione, di rinnovargli il sacrificio della mia
libertà e di tutto il mio essere; ciò che feci prontamente con tutto il cuore.
«Purché Tu, mio sovrano Maestro, gli dissi, non faccia apparire in me niente
di straordinario e non mi conceda altro che umiliazioni e abiezioni davanti agli
altri, demolendo la loro stima nei miei riguardi. Mi rendo infatti, conto, mio
Dio, della mia debolezza e temo di tradirti; ho persino paura che i tuoi doni
non siano troppo al sicuro presso di me». «Non temere, figlia mia, rispose,
metterò ordine in te, sarò il tuo Custode, ti renderò incapace di resistermi».
«Mio Dio, esclamai, mi lascerai forse vivere senza più soffrire?». Mi fece
subito vedere una enorme Croce, che non riuscivo a scorgere in tutta la sua
estensione; ma era completamente coperta di fiori.
«Ecco
il letto delle mie caste spose, dove ti farò consumare le delizie del mio puro
Amore. Poco a poco i fiori cadranno e non resteranno che le spine, ora nascoste,
in considerazione alla tua debolezza. Esse ti pungeranno con tanta forza che
avrai bisogno di tutto il mio Amore per sopportarne il dolore ».
Queste
parole mi dettero una grande gioia, perché ero convinta che nella mia vita
non ci fossero abbastanza sofferenze, né sufficienti umiliazioni e nulla
sembrava bastare alla mia immensa voglia di patire. La sofferenza maggiore era
quella di non soffrire abbastanza, poiché il suo Amore non mi abbandonava
mai, né giorno, né notte. (48-49)
«Senza
l'obbedienza nessuno può piacermi»
...
Mi sforzavo di seguire il metodo di orazione insieme alle altre pratiche, che
mi venivano insegnate, ma purtroppo non ne restava traccia alcuna nel mio
spirito.
Avevo
un bel leggere i punti della meditazione; dopo poco sembrava tutto svanire e non
riuscivo a ricordare e imparare se non quello che mi veniva insegnato dal mio
divino Maestro; cosa questa che mi faceva molto soffrire. Infatti le superiore
facevano del tutto per distruggere in me la sua azione e mi ordinavano di fare
altrettanto. Combattevo contro di Lui con tutte le mie forze, eseguendo
scrupolosamente tutto ciò che era richiesto dall'obbedienza, nel tentativo
di sottrarmi a quella potenza divina, che rendeva del tutto vana la mia.
A
questo punto andavo a lamentarmi da Lui: « Perché, mio supremo Maestro, non mi
lasci seguire la via comune delle Figlie di « Santa-Maria »? Mi hai forse
condotta alla tua santa casa per perdermi? Concedi le tue grazie straordinarie
ad anime scelte, più capaci di me nel corrisponderti e glorificarti; io, in
fondo, non faccio che opporti resistenza. Non voglio altro che il tuo Amore e
la tua Croce, questo mi basta per esser una buona religiosa; questo è tutto ciò
che desidero».
Ed
Egli mi rispose: «Lottiamo, figlia mia; Io ne sono contento; ma vedremo chi
uscirà vincitore, il Creatore o la sua creatura, la forza o la debolezza,
l'onnipotenza o l'impotenza; chi però sarà vittorioso, lo sarà per sempre».
Queste
parole mi gettarono in una estrema confusione. Ed Egli soggiunse: « Sappi che
non mi sento affatto offeso da tutte queste contraddizioni e lotte che sostieni
per obbedienza, per la quale Io ho sacrificato la vita! Ricordati però che
sono il Padrone assoluto dei miei doni e delle mie creature e nulla può
impedire che i miei disegni si compiano. Per questo esigo che, non solo tu
esegua ciò che le tue superiore ti ordinano, ma anche che tu non faccia nulla
di ciò che Io ti ordino, senza il loro consenso, perché amo l'obbedienza e
senza di essa nessuno può piacermi ».
Queste
parole, che riferii, furono molto gradite alla superiora, la quale mi disse di
abbandonarmi pure alla sua potenza; cosa che feci con l'animo colmo di gioia e
pervaso da un senso di pace, mentre prima si trovava in preda a una crudele
tirannia. (A. 47)
Motivo
del suo biasimo più severo erano le mancanze di rispetto e d'attenzione
davanti al Santissimo Sacramento soprattutto durante l'Ufficio e l'orazione,
le intenzioni poco rette e pure, la vana curiosità. I suoi occhi puri e divini
riescono a vedere i minimi difetti contro la carità e l'umiltà, i quali
vengono da Lui fortemente disapprovati, mai però come le mancanze contro
l'obbedienza ai superiori e alle regole. La più piccola risposta che in
un'anima religiosa risenta di intolleranza verso i superiori è per Lui insopportabile.
«Ti
sbagli mi diceva una volta, se pensi di riuscirmi gradita con delle azioni e
mortificazioni scelte dalla tua volontà e volte a piegare piuttosto che a dipendere
da quella delle superiore. Sappi che respingo tutto ciò come frutto corrotto
della propria volontà, che mi fa orrore in un'anima religiosa. Preferirei che
essa usufruisse, per obbedienza, di tutte le possibili comodità, piuttosto che
sottoporsi a vita austera e a digiuni ispirati dal proprio volere».
Per
questo quando mi capita di fare delle penitenze e mortificazioni di mia libera
scelta e senza il permesso suo o della mia superiora, non mi concede nemmeno di
offrirgliele; al contrario mi corregge e mi impone una penitenza, come fa per
tutte le altre mancanze, ognuna delle quali trova la sua particolare pena in
quel purgatorio, in cui Egli mi purifica per rendermi meno indegna della sua
divina presenza, delle sue comunicazioni, delle sue mozioni, dal momento che
Egli fa tutto in me (...). Presi allora la santa risoluzione di morire piuttosto
che oltrepassare anche minimamente i limiti dell'obbedienza. A ogni mancanza mi
assegnava la penitenza.
Nulla
però mi era particolarmente difficile, in quanto, a quel tempo, le mie pene e
sofferenze erano come immerse nella dolcezza del suo Amore, tanto che Lo
supplicavo di privarmi di questa intima dolcezza per farmi avere la gioia di
gustare l'amarezza delle sue angosce, della sua agonia, delle sue ignominie e
di tutti gli altri suoi tormenti. Ma Egli mi rispondeva che unico mio compito
era quello di sottomettermi alle sue diverse disposizioni e non quello di
dargli ordini: «Ti farò capire in seguito che sono un saggio e sapiente
Direttore, che sa condurre le anime senza pericolo quando queste si abbandonano
a me, dimenticando se stesse ». (A. 52)
Una
volta, mentre ero davanti al Santo Sacramento con un pò più di tempo a
disposizione, (che, di solito, i compiti affidatimi non me ne lasciavano molto)
mi trovai tutta investita della sua divina presenza e con tanta forza da farmi
dimenticare me stessa e il luogo in cui mi trovavo. Mi abbandonai al suo divino
Spirito e, affidando il mio cuore alla potenza del suo amore, mi fece riposare
a lungo sul suo divin petto e mi scoprì le meraviglie del suo Amore e i segreti
inesplicabili del suo Sacro Cuore, che mi aveva tenuti nascosti fino a quel
momento, nel quale me lo aprì per la prima volta. E lo fece in modo così reale
e sensibile da non permettermi ombra di dubbio, dati gli effetti che questa
grazia ha prodotto in me, anche se temo sempre di illudermi in tutto ciò che mi
riguarda.
Ed
ecco come, mi sembra, siano andate le cose. Mi disse: «Il
mio divin Cuore è tanto appassionato d'amore per gli uomini e per te in
particolare, che, non potendo più contenere in sé stesso le fiamme del suo
ardente Amore, sente il bisogno di diffonderle per mezzo tuo e di manifestarsi
agli uomini per arricchirli dei preziosi tesori che ti scoprirò e che contengono
le grazie santificanti e in ordine alla salvezza, necessarie per ritrarli dal
precipizio della perdizione. Per portare a compimento questo mio grande
disegno ho scelto te, abisso d'indegnità e di ignoranza, affinché appaia
chiaro che tutto si compie per mezzo mio».
Poi
mi domandò il cuore e io Lo supplicai di prenderlo. Lo prese e lo mise nel suo
Cuore adorabile, nel quale me lo fece vedere come un piccolo atomo, che si
consumava in quella fornace ardente. In un secondo tempo lo ritirò come fiamma
incandescente in forma di cuore e lo rimise dove l'aveva preso, dicendomi: «Eccoti,
mia diletta, un prezioso pegno del mio amore che racchiude nel tuo costato una
piccola scintilla delle sue fiamme più vive, affinché ti serva da cuore e ti
consumi fino all'ultimo istante della tua vita. Il suo ardore non si estinguerà
mai e potrà trovare un pò di refrigerio soltanto in un salasso, che lo
segnerò talmente col Sangue della mia Croce, da fartene riportare più
umiliazione e sofferenza che sollievo. Per questo voglio che tu chieda con
semplicità questo rimedio, sia per mettere in pratica ciò che ti viene
ordinato, sia per darti la soddisfazione di versare il tuo sangue sulla croce
delle umiliazioni ».
«E in segno che la grande grazia che ti ho concessa, non è frutto di fantasia, ma il fondamento di tutte le altre grazie che ti farò, il dolore della ferita del tuo costato, benché Io l'abbia già richiusa, durerà per tutta la tua vita e se finora hai preso soltanto il nome di mia schiava, ora voglio regalarti quello di discepola prediletta del mio Sacro Cuore».
Dopo
questo insigne favore che durò per molto tempo, durante il quale non sapevo se
mi trovassi in cielo o in terra, stetti parecchi giorni come tutta infiammata
e inebriata, talmente fuori di me da non potermi riavere, né poter pronunciar
parola se non con grande sforzo; e dovevo farmi ancora più violenza per
riuscire a mangiare e per partecipare alla ricreazione comune perché non
avevo più forze per superare la mia sofferenza. Mi sentivo profondamente
umiliata; non riuscivo a dormire perché la ferita, il cui dolore mi è così
prezioso, mi causa delle vampate così ardenti da consumarmi e bruciarmi viva.
Mi
sentivo poi tanto piena di Dio, che non riuscivo a spiegarlo alla superiora,
come avrei desiderato e fatto, anche se riferire queste grazie mi mette sempre
in uno stato di confusione e di vergogna, a causa della mia indegnità;
preferirei piuttosto rivelare al mondo intero i miei peccati. Sarebbe stata
per me una grande consolazione, se mi avessero permesso di fare, in refettorio,
ad alta voce, la confessione generale, per mostrare l'abisso di corruzione che
è in me e perché non si attribuissero a mio merito le grazie che ricevevo.
(A. 53-54)
Il
dolore del costato, al quale ho appena accennato, si rinnovava ogni primo
venerdì del mese in questo modo: il Sacro Cuore mi si presentava come un sole
sfolgorante di vivissima luce, i cui infocati raggi cadevano a piombo sul mio
cuore, che subito si accendeva di fuoco tanto ardente che sembrava dovesse
ridurmi in cenere. In quell'occasione il divino Maestro mi manifestava ciò che
desiderava da me e mi svelava i segreti del suo dolce Cuore.
Una
volta, in particolare, mentre era esposto il Santo Sacramento, sentendomi tutta
assorta nell'intimo del mio essere per un raccoglimento straordinario di
tutti i miei sensi e di tutte le mie facoltà, Gesù Cristo, il mio dolce
Maestro, si presentò a me tutto splendente di gloria con le sue cinque piaghe
sfolgoranti come cinque soli. Da ogni parte di quella sacra Umanità si
sprigionavano fiamme, ma soprattutto dal suo adorabile petto, che somigliava a
una fornace ardente. Dopo averlo scoperto, mi mostrò il suo amante e
amabilissimo Cuore, sorgente viva di quelle fiamme.
Fu
allora che mi svelò le meraviglie inesplicabili del suo puro Amore e fino a
quale eccesso questo lo avesse spinto ad amare gli uomini, dai quali poi non
riceveva in cambio che ingratitudini e indifferenza. «Questo,
mi disse, mi fa soffrire più di tutto ciò che ho patito nella mia Passione,
mentre se, in cambio, mi rendessero almeno un pò di amore, stimerei poco ciò
che ho fatto per loro e vorrei, se fosse possibile, fare ancora di più. Invece
non ho dagli uomini che freddezze e ripulse alle infinite premure che mi prendo
per far loro del bene ».
«Ma
almeno tu dammi la gioia di compensare, per quanto ti è possibile, la loro
ingratitudine». Confessando io la mia incapacità, mi rispose: « Tieni,
eccoti con che supplire alla tua pochezza». E in quel mentre il divin Cuore si
aprì e ne uscì una fiamma così ardente, che temetti di esserne consumata, perché
ne fui tutta penetrata, e non potendo più sostenerla, gli chiesi di aver
compassione della mia debolezza. Ed Egli: « Sarò Io la tua forza, non
temere; ma presta sempre attenzione alla mia voce e a ciò che ti chiedo, per
portare a termine i miei disegni ».
«Prima di
tutto mi riceverai nella Comunione tutte le volte che l'obbedienza te lo
permetterà, anche se te ne verranno mortificazioni e umiliazioni, che tu
accetterai come pegno del mio Amore. Inoltre ti comunicherai il primo venerdì
di ogni mese e infine, tutte le notti che vanno dal giovedì al venerdì, ti
farò partecipe di quella mortale tristezza che ho provato nell'orto degli
ulivi. Sarà un'amarezza che ti porterà, senza che tu possa comprenderlo, a una
specie di agonia più dura della stessa morte. Per tenermi compagnia in
quell'umile preghiera che allora, in mezzo alle mie angosce, presentai al Padre,
ti alzerai fra le undici e mezzanotte per prostrarti con la faccia a terra,
insieme a me, per un'ora. E questo sia per placare la divina collera, col
chiedere misericordia per i peccatori, sia per addolcire in qualche modo
l'amarezza che provai per l'abbandono dei miei Apostoli, che mi obbligò a
rimproverarli di non essere stati capaci di vegliare un'ora assieme a me.
Ascoltami bene, figlia mia, non credere tanto facilmente e non fidarti di
qualsiasi spirito, perché Satana smania d'ingannarti. Per questo non devi far
niente senza l'approvazione di coloro che ti guidano; perché, quando sei
autorizzata dall'obbedienza, il demonio non ti può nuocere, non avendo nessun
potere su quelli che obbediscono».
Durante
tutto quel tempo, io ero stata completamente fuori dei sensi e avevo perduto
persino la cognizione del luogo dove mi trovavo. Quando mi condussero via,
vedendo che non riuscivo a rispondere e che mi reggevo a mala pena in piedi, fui
condotta da nostra madre. Mi gettai in ginocchio ai suoi piedi e lei, nel
vedermi come fuori di me stessa, tutta febbricitante e tremante, mi mortificò
e mi umiliò con tutte le sue forze. Questo mi fece gran piacere e mi colmò
d'una gioia incredibile perché mi sentivo tanto colpevole e confusa, che il più
duro dei trattamenti mi sarebbe sembrato troppo dolce. Dopo averle raccontato,
con estrema vergogna, quanto mi era accaduto, mi umiliò ancora di più, senza
concedermi, per questa volta, niente di ciò che io credevo che Nostro Signore
mi avesse chiesto di fare, e disprezzando tutto ciò che le avevo riferito. Ne
ebbi un senso di immensa consolazione e mi ritirai in perfetta pace... (A.
55-6-7-8)
Una
volta mentre ero davanti al SS.mo Sacramento, (era un giorno dell'ottava del
Corpus Domini) ricevetti dal mio Dio grazie straordinarie del suo Amore; mi
sentii spinta dal desiderio di ricambiarlo e di rendergli amore per amore. Egli
mi rivolse queste parole: «Tu non puoi mostrarmi amore più grande che
facendo ciò che tante volte ti ho domandato».
Allora
scoprendo il suo divin Cuore mi disse: «Ecco
quel Cuore che tanto ha amato gli uomini e che nulla ha risparmiato fino ad
esaurirsi e a consumarsi per testimoniare loro il suo Amore. In segno di
riconoscenza, però, non ricevo dalla maggior parte di essi che ingratitudine
per le loro tante irriverenze, i loro sacrilegi e per le freddezze e i disprezzi
che essi mi usano in questo Sacramento d'Amore. Ma ciò che più mi amareggia è
che ci siano anche dei cuori a me consacrati che mi trattano così».
«
Per questo ti chiedo che il primo venerdì dopo l'ottava del <Corpus
Domini>, sia dedicato a una festa particolare per onorare il mio Cuore,
ricevendo in quel giorno la santa comunione e facendo un'ammenda d'onore per
riparare tutti gli oltraggi ricevuti durante il periodo in cui è stato esposto
sugli altari.
Io
ti prometto che il mio Cuore si dilaterà per effondere con abbondanza le
ricchezze del suo divino Amore su coloro che gli renderanno questo onore e
procureranno che gli sia reso da altri».
Obiettando io che non sapevo come fare per attuare ciò che da tempo mi chiedeva, mi rispose di rivolgermi al suo servo (Padre La Colombière) che mi aveva inviato, per mettere in esecuzione questo suo progetto. Avendolo io fatto, questi mi ordinò di scrivere ciò che gli avevo riferito sul Sacro Cuore di Gesù Cristo e molte altre cose che riguardavano la gloria di Dio e anche la sua persona.
Il
Signore mi fece trovare in quel sant'uomo molta consolazione, primo perché mi
insegnò a corrispondere ai suoi disegni e poi perché, nella terribile paura
che avevo di essere ingannata e che mi faceva piangere continuamente, riuscì a
trasfondermi grande sicurezza e serenità.
Quando
il Signore lo allontanò da questa città per impiegarlo nella conversione degli
infedeli, accettai il dolore con la totale sommissione alla volontà di Dio,
che me lo aveva reso tanto utile nel breve periodo, in cui aveva soggiornato
tra di noi; ma quando Gesù mi sorprese a riflettere su quella perdita, mi rivolse
questo rimprovero: «Non ti basto, dunque, Io che sono il tuo principio e la tua
fine?». Non mi ci volle altro per abbandonarmi tutta Lui, sicura che Egli si
sarebbe preso cura di tutto ciò, di cui avrei avuto bisogno.
Una
volta il mio sommo Sacrificatore mi chiese di fare un testamento scritto in suo
favore, un atto di donazione intera e senza riserva, come già Gli avevo fatto a
voce. In quest'atto avrei dovuto donare tutte le mie azioni, sofferenze, le
preghiere e i beni spirituali che per me si sarebbero fatti in vita e dopo la
mia morte. Come Egli desiderava, chiesi alla superiora di essere lei il notaio
di quest'atto; Dio l'avrebbe ben ricompensata; se però lei non avesse
accettato, dovevo rivolgermi al suo Servo, il P. La Colombière. Non ce ne fu
bisogno, perché la superiora accettò.
Una
volta redatto, presentai l'atto al solo Amore della mia anima, che mi espresse
tutta la sua soddisfazione, dicendo che ne avrebbe disposto a suo gradimento,
secondo i suoi disegni e in favore di chi Gli piace. Ma siccome il suo Amore mi
aveva spogliata di tutto e non voleva che avessi altre ricchezze che quelle del
suo Sacro Cuore, me ne fece subito donazione facendomi scrivere l'atto col mio
sangue mentre Lui me lo dettava. Io poi misi la firma sul mio cuore con un
temperino, incidendovi il nome di Gesù. (A. 84).
Trascrivo
i propositi, che devono durare fino al termine dei miei giorni, poiché è stato
lo stesso mio Amato a dettarmeli.
Dopo
averlo ricevuto nel mio cuore, Egli mi disse: «Ecco la piaga del mio Costato,
dove dovrai dimorare ora e sempre. Qui potrai conservare la veste della
innocenza, di cui ho rivestito la tua anima, affinché tu viva la vita
dell'Uomo-Dio; viva cioè come se non vivessi più, affinché Io possa vivere
perfettamente in te. Non dovrai più pensare al tuo corpo e a tutto ciò che
lo riguarda, come se non esistesse; dovrai agire, come se non fossi più tu ad
agire, ma Io solo in te.
Per
questo è necessario che le tue facoltà spirituali e i tuoi sensi siano come
seppelliti in Me, in modo che tu sia come sorda, muta, cieca e insensibile a
tutte le cose terrene; devi volere come se non volessi più; senza giudicare,
desiderare, amare o volere altro che non sia la mia volontà.
Ciò
dovrà diventare l'unica fonte delle tue delizie. Nulla devi cercare fuori di
Me, se non vuoi offendere la mia potenza e Me stesso, che voglio essere tutto
per te.
Sii
sempre disposta a ricevermi; Io sarò sempre pronto a donarmi a te, perché
sarai spesso preda del furore dei tuoi nemici. Ma non temere; ti circonderò
della mia potenza e sarò il premio delle tue vittorie. Sta attenta a non aprire
mai gli occhi per considerarti fuori di Me; la tua massima deve essere: amare
e soffrire ciecamente: un solo Cuore, un solo Amore, un solo Dio».
(Ciò
che segue, la Santa l'ha scritto con il proprio sangue)
«Io,
indegno e miserabile nulla, protesto al mio Dio di sottopormi e di sacrificarmi
a tutto ciò che desidera da me; di immolare completamente il mio cuore, affinché
si compia la sua volontà, senza altro interesse che la sua maggior gloria e il
suo puro Amore, al quale consacro e abbandono tutto il mio essere e ogni istante
della mia vita.
Sono
per sempre del mio Amore: la sua schiava, la sua serva e la sua creatura; perché
Egli è tutto mio e io sono la sua indegna Sposa».
Suor
Margherita Maria, morta al mondo - Tutto da Dio e niente da me
-
Tutto di Dio e niente di me
-
Tutto per Iddio e niente per me. (SA. pg. 120-1)
«Cerco
una vittima»
Le
dirò dunque che questo Sovrano si presentò un giorno a questa indegna schiava
e mi disse: «Cerco per il mio Cuore una vittima, che voglia sacrificarsi e
immolarsi per realizzare i miei disegni ».
Allora,
sentendomi tutta penetrata dalla grandezza di quella sovrana Maestà, mi
prostrai davanti ad Essa e le presentai molte sante anime che avrebbero
corrisposto fedelmente ai suoi disegni. « Io però - mi rispose - non desidero
altri che te e voglio che acconsenta tu ai miei desideri ».
Allora,
profusa tutta in lacrime, replicai che Egli sapeva molto bene che ero una
peccatrice e che le vittime dovevano essere innocenti e, in tutti i casi, avrei
fatto soltanto ciò che la superiora mi avrebbe ordinato. Al che il Signore
acconsentì. Non smetteva però di perseguitarmi e io, da parte mia, non facevo
che resistere, perché temevo molto che le vie straordinarie mi distogliessero
dallo spirito di semplicità della mia vocazione.
Invano
però opponevo resistenza, perché non mi dava requie, finché, con il
beneplacito dell'obbedienza, non fossi pronta a ciò che desiderava da me, di
offrirmi, cioè, vittima, disposta a sacrificarmi a ogni sorta di sofferenza, di
umiliazione, di contraddizione, di dolori e disprezzi, senza altro scopo che
quello di realizzare i suoi piani.
Dopo
la mia offerta mi annunciò che conosceva bene i miei timori, ma mi prometteva
(come credo di averle già detto) che avrebbe adattato le sue grazie allo
spirito della regola, all'obbedienza dovuta ai superiori e alla mia debolezza e
infermità, in modo tale che una cosa non sarebbe stata di impedimento
all'altra. Dopo di che profuse in me le sue grazie con tanta abbondanza che non
mi riconoscevo più. Il fatto però aumentò talmente i miei timori che mi
vidi costretta a pregarlo con insistenza che non smettesse di farmi apparire
davanti agli altri sempre più spregevole, abietta e biasimevole. Me lo
promise.
In
un ritiro che feci qualche tempo dopo, ricevetti, dalla sua liberalità e
impensabile misericordia, delle grazie, delle quali però non è necessario che
io parli. Dirò soltanto che il fatto avvenne quando la sua bontà mi manifestò
le numerose grazie che aveva deciso di farmi, quella in particolare che riguarda
il suo amabile Cuore. A questo punto mi prostrai davanti a Lui e Gli chiesi di
voler distribuire le sue grazie a qualche anima più fedele e più disposta a
corrispondere, perché sapeva bene che io ero capace soltanto di ostacolare i
suoi progetti. Allora mi fece intendere che mi aveva scelta proprio per questo:
perché non attribuissi nulla a me stessa. Per il resto avrebbe supplito Lui a
tutto ciò che mi mancava. (SA. pg. 171-2-3)
Un
giorno questo unico Amore della mia anima si presentò a me, portando in una
mano un quadro della vita più felice che si possa mai immaginare per una
religiosa: una vita soffusa di pace, di consolazioni interne ed esterne,
vissuta in perfetta salute, non disgiunta dalla stima e dall'apprezzamento
altrui, piena, insomma, di cose piacevoli alla natura; nell'altra mano aveva
un quadro che riproduceva una vita povera e abietta, sempre crocifissa da ogni
sorta di umiliazioni, disprezzi e contraddizioni, colma di sofferenze fisiche
e spirituali. Mostrandomi le due immagini, mi disse: «Scegli, figlia mia,
quello dei due che più ti piace; qualunque sia la tua scelta, ti farò sempre
le stesse grazie». Prostrandomi allora ai suoi piedi per adorarlo, Gli dissi:
«O mio Signore, voglio solo Te e ciò che Tu scegli». E continuando Egli a
insistere perché scegliessi, replicai: «Tu mi basti, mio Dio! Scegli per me ciò
che Ti darà maggior gloria, senza aver riguardo a me o alle mie soddisfazioni.
Accontenta Te stesso e mi basta».
Allora
mi disse che, come la Maddalena, avevo scelto la parte migliore, che non mi
sarebbe più tolta, perché sarebbe Egli stesso la mia eredità per sempre. E,
presentandomi il quadro della Crocifissione, disse: « Ecco quello che hai
scelto e che più mi piace, perché più si presta al compimento dei miei
disegni e a renderti a Me conforme. L'altra è una vita di gaudio, non di
meriti; è la vita eterna». E, baciandogli la mano, con la quale me lo
presentava, accettai il quadro di morte e di crocifissione. Benché la mia
natura fremesse, l'abbracciai con tutto l'affetto di cui è capace il mio cuore.
Stringendomelo al petto, lo sentii imprimersi tanto fortemente in me, che mi
parve di non essere altro che un composto di ciò che vi avevo contemplato.
Mi
accorsi così, di essere tanto profondamente cambiata nelle mie disposizioni
interiori da non riconoscermi più. Tuttavia lasciavo il giudizio di ogni cosa
alla superiora, alla quale non riuscivo a nascondere nulla, come non potevo
tralasciare di eseguire ciò che essa mi ordinava, purché provenisse direttamente
da lei. Lo Spirito che mi possedeva, infatti, mi faceva provare grandi
ripugnanze quando lei mi ordinava qualcosa o mi guidava seguendo i consigli
altrui; perché mi aveva promesso che a lei e non ad altri, avrebbe dato i
consigli necessari per guidarmi secondo i suoi disegni. (A. 66-7)
La
Santità d'Amore mi spingeva tanto fortemente verso la sofferenza riparatrice,
che il mio più dolce sollievo era quello di sentire il mio corpo oppresso dai
dolori, il mio spirito abbandonato a se stesso e tutto il mio essere in braccio
a umiliazioni, cose che non mi mancavano mai, grazie al mio Dio, il Quale aveva
premura di non lasciarmene mai senza. Se poi capitava che questo salutare pane
venisse a scarseggiare, allora lo cercavo attraverso le mortificazioni; e ci
pensava la stessa mia natura sensibile e orgogliosa a fornirmene abbondante
materia.
Il
mio Maestro non voleva che evitassi alcuna occasione di sofferenza; e se ciò
accadeva, perché era troppo lo sforzo necessario per vincere le mie ripugnanze,
me la faceva poi pagare il doppio. Quando voleva qualcosa da me, mi stimolava
tanto vivamente che non riuscivo a resistergli; cosa che tante volte ho
cercato di fare, soffrendone poi moltissimo. Egli, infatti, esigeva ciò che era
maggiormente opposto alla mia indole naturale e voleva che camminassi costantemente
per la via ad essa contraria. (A. 70)
Il
mio Signore un giorno, dopo la santa comunione, mi fece vedere una rozza
corona di diciannove spine che trafiggevano il suo sacro Capo; il dolore che ne
provai fu così vivo che non fui capace di parlare se non con le lacrime. Mi
disse che era venuto da me perché Gli strappassi quelle acuminate spine, che
Gli erano state conficcate tanto profondamente da una sposa infedele, «che,
aggiunse, mi trafigge il cervello con tante spine, quante sono le volte che
essa, con il suo orgoglio, si preferisce a Me ».
Non
sapendo come estrarle e soffrendo moltissimo per il continuo spettacolo, che
mi si offriva davanti agli occhi, la superiora mi suggerì di domandare a
Nostro Signore cosa dovessi fare per tirarle fuori. Mi rispose che il mezzo
c'era: compiere altrettanti atti di umiltà, in omaggio alle sue umiliazioni.
Ma, poiché io ero un'orgogliosa, pregai la superiora di offrire a Nostro
Signore le pratiche di umiltà di tutta la comunità. Ciò Gli fece molto
piacere, perché dopo cinque giorni, mi mostrò di essere stato liberato da tre
spine; le altre purtroppo dovette tenerle ancora a lungo. (SA. pag. 105)
Nostro
Signore mi manifestò che Gli era molto gradito lo sforzo che si stava compiendo
per ristabilire la carità in una comunità; la nostra preoccupazione al
riguardo non sarebbe rimasta senza ricompensa.
Offrivo
spesso la mia vita a Dio per dare soddisfazione alla sua Bontà per tutte le
mancanze di questo tipo. Una volta, durante l'orazione serale, Egli mi aveva
fatto capire che, se le colpevoli non si fossero corrette, la sua misericordia
avrebbe lasciato il posto alla Giustizia. In piena confidenza Gli dicevo che i
ritiri sarebbero serviti per riparare questi difetti. Mi rispose che molti
ritiri avevano già avuto luogo, ma senza alcun frutto. Gli replicai: «Mio Dio,
fammi sapere come è possibile ristabilire la carità».
Parlandomi
interiormente mi disse che la cosa era possibile, ma irta di difficoltà;
bisognava perciò non risparmiarsi; quanto ai mezzi, le persone poste in autorità
non avevano che seguire quelli che Lui stesso avrebbe loro fornito, giacché
Egli non si sarebbe tirato indietro in questa impresa. (SA. pag. 107)
Se
mi fosse permesso di rattristarmi, sarebbe solo per il timore di aver ingannato
gli altri, a mia insaputa.
La
più piccola stima, che gli altri hanno di me, mi procura un tormento
insopportabile, perché, ed è la verità, se si sapesse quanto sono meschina,
gli altri avrebbero di me soltanto orrore, odio e disprezzo. L'essere trattata
così sarebbe per me la consolazione più grande che mi possa capitare, poiché
non riesco a vedere alcuna azione da me compiuta che non meriti castighi. Dire
una vita vissuta senza amore di Dio, è dire il colmo dei mali che si possa
immaginare.
Anche
se il sacro Cuore di Gesù s'è fatto mio Maestro e mio Direttore, ciò non
vuole dire che io faccia qualcosa, di quello che mi ordina, senza il consenso
della superiora, alla quale vuole che obbedisca più esattamente che a Lui.
Questo mi insegna a diffidare di me stessa come del più crudele e potente
nemico; a mettere tutta la mia fiducia in Lui, il Quale, in cambio, mi
difenderà; a non preoccuparmi di niente in qualsiasi circostanza, perché tutto
dipende dalla sua santa provvidenza e volontà che, se vuole, può dirigere
tutto a sua gloria. (SA.
pag. 112).