SACERDOTE SECONDO IL CUOR TUO!

Sac. Dott. Giuseppe Franco - ritiri spirituali - 39042 Bressanone (BZ) 1977

1.

«ISTE EST JOANNES, QUI SOPRA PECTUS DO­MINI IN CENA RECUBUIT» (cfr. Gv. 21,20)

C'era qualcosa di grosso, di minaccioso, nell’aria. I discepoli lo sentivano.

Da settimane il loro Maestro continuava a fare accenni chiari su quello che Lo avrebbe atteso a Gerusalemme: la sua Passione e Morte. Loro non Lo comprendevano, non volevano comprenderlo, anzi se ne scandalizzavano. Prevaleva in loro la convinzione che, bensì, ci sarebbero state delle lotte tremende fra Lui ed i suoi nemici, ma che Lui, infine, come per un incanto, si sarebbe imposto a loro ed avrebbe innalzato il suo regno, in cui loro, gli apostoli, avrebbero occupato i primi posti.

All'acuirsi delle minacce Gesù, che non voleva temerariamente gettarsi nel pericolo, ma che attendeva l'ora stabilita dal Padre, aveva ripie­gato con i suoi in zona di sicurezza: nella Ga­lilea.

L'impegno di amicizia Lo fece ritornare in Giu­dea, per suscitare il suo amico Lazzaro. Questi esce redivivo dal sepolcro, Lui, dopo ap­pena una settimana, vi sarà calato. Un cambio, dettato dal suo amore per Lazzaro, un gesto, ripetuto per ciascuno di noi, che Egli volle chiamare suoi amici: Lui muore, perché noi viviamo.

Ma proprio di fronte a questo che era il più strepitoso dei miracoli del Maestro, i Sommi Sacerdoti ed il loro codazzo prendono la deci­sione di eliminarlo il più presto possibile. At­tendevano solo un'occasione propizia, per met­tere in atto il loro sacrilego intento.

Manco a pensarlo, si presentò a loro uno degli apostoli, per offrire a loro i suoi servizi. Il traditore: Giuda Iscariote.

Gesù sapeva tutto. Avrebbe potuto fuggire, a­vrebbe potuto annientare coloro che attentava­no alla sua vita. Non lo fece. « Non berrò io il calice che il Padre mi porge? (Gv. 18, 11). « Oblatus est, quia ipse voluit » ( Is. 53, 7).

In questo clima calava la sera di quel grande giovedì, che Gesù aveva ardentemente deside­rato, perché a quella cena Egli avrebbe perpe­tuato la sua donazione agli uomini nel sacra­mento di amore: nell' Eucaristia. « Desiderio desideravi manducare hoc Pascha vobiscum » (Lc. 22, 15).

Tuttavia il suo cuore era immerso in una pro­fonda tristezza. In un certo momento non ne poté più. Ed Egli confidò ai suoi: « In verità vi dico, in questa notte uno di voi mi tradirà »! (cfr. Mc. 14, 18).

Grande costernazione fra i discepoli. Ma è possibile? E chi mai sarà? Ognuno professa al Signore la sua fedeltà, ma Egli tace. Fu allora, che il discepolo « che Gesù amava e che stava sdraiato affianco suo, poggiando il capo sul Cuo­re del Maestro, in confidenza Gli chiedeva: chi è il traditore?

O ammirevole delicatezza dei Signore! Il de­litto di Giuda non era ancora palese; perciò il Signore voleva rispettare la sua fama, rivelan­do il suo nome, in stretta riservatezza, solo a Giovanni.

Questa la scena.

Rileggendola nel suo giorno, 27 dicembre, mi chiedevo: cosa avrà provato Gio­vanni in quel momento in cuor suo?

- In mezzo a quell' aria arroventata una pro­fonda pace discese nel suo cuore. Si sen­tiva sicuro accanto al suo Maestro. « Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi ? ».

- Discendeva nel suo cuore un' ondata calda di amore. Sentiva in quel momento di a­mare davvero il Signore e quanto egli era da Lui riamato. Una fiamma che non si spense mai più in Lui, più calda dell'olio bollente, in cui, secondo la leggenda, sarebbe stato buttato, ante portam Latinam.

- Capiva in quel momento i segreti celesti, che per il passato anche a lui, come agli altri discepoli, eran enigmatici. « Cui rivelata sunt secreta caelestia ». E specialmente il profondo, cupo mistero cieli olocausto di Cri­sto, gli si presenta in tutta la sua profondità, in tutto il suo splendore.

- Attingeva in quell' istante una forza, un co­raggio mai provati per il passato. Una forza che, prescindendo da un appena momentaneo smar­rimento alla cattura di Gesù, gli diede il corag­gio di seguire il suo Maestro, passo per passo, sul suo doloroso cammino alla condanna e al­la morte e di resistere ben tre ore, che sem­bravano un'eternità, sotto la Croce del suo Maestro, senza un momento dubitare della sua divinità, del suo supremo Amore. Uno di tutti i dodici!…

Ed ora chiediamoci, cari confratelli nel sacer­dozio, non potremmo anche noi procurarci una simile ora di intimità con Cristo, il nostro Sommo Sacerdote?

E non ne abbiamo estremo bisogno anche noi, per ritrovare la pace in mezzo all'incalzare di tanta ostilità, di tanta indolenza, di tanti tra­dimenti a cui assistiamo ogni giorno nel nostro lavoro pastorale?

- Per non incorrere il pericolo di perdere la nostra « prima carità » (Ap. 2, 4), ma per es­sere, al dire di San Giovanni Crisostomo « leo­ni spiranti fuoco », che dalla Mensa divina, si buttano nel mondo e lo disgelano?

- Per leggere, appoggiati in silenzioso raccoglimento al Cuore di Gesù, i suoi segreti, il suo Vangelo, onde poterlo poi predicare e testimo­niare nel mondo?

Specie ora in questa profonda crisi di fede che travolge il mondo ed anche tanti mi­nistri del Signore...

- Per riprendere coraggiosi il nostro cammino, le nostre fatiche, per ispirarci di nuovo corag­gio a procedere come altri Christi in Lui sulla via del Calvario, ad essere sacerdoti e vittime come Lui, a batterci senza trepidazione per il suo Regno nelle anime, per la salvezza del mon­do, per cui Lui, nostro Maestro, si è im­molato? « Anche noi dobbiamo sacrificare la nostra vita per i fratelli » (1 Gv. 3, 16). Tutto questo non è facile, richiede spirito di sacrificio, coraggio, viva fede, un ardente, in­domito amore.

Ebbene, il Signore ci offre tutto questo, come l'ha offerto al suo discepolo prediletto, quando questi « in cena supra pectus Domini recubuitr, nel Ritiro mensile.

E a questo, cari fratelli, vorrei invitarvi attraverso queste pagine. Ne abbiamo tanto bisogno.

Consideratele come il mio testamento spirituale nel sessantesimo dei mio sacerdozio.

3 giugno 1977.

 

2.

IL MIO RITIRO

« E così, ognuno di noi renderà conto di sé da­vanti a Dio » (Rom. 14,12).

Ci siamo commossi, contemplando la sincera, tenera, generosa amicizia, che Gesù nutriva per i suoi discepoli, nonostante la loro poca corri­spondenza.

Un particolare di queste commoventi attenzioni che Gesù aveva per loro, lo possiamo rilevare da quanto ci dice S. Marco (6, 31 ): « Venite - in disperate, in un luogo deserto - e ri­posate un tantino. Difatti, erano tanti quelli che andavano e venivano, che non trovavano nep­pure il tempo, per mangiare».

Il Signore era preoccupato, che si stancassero troppo e che, in un certo momento, vinti dalla stanchezza, non potessero più continuare la lo­ro missione accanto a Lui. Ma più ancora si preoccupava della loro vita spirituale, che il continuo, incessante lavoro poteva danneggiare, soffocare.

Li invita ad un RITIRO e, senza dubbio, avrà spesso ancora, periodicamente, rinnovato il medesimo invito.

Anche a noi sacerdoti Gesù rivolge lo stesso amoroso invito.

Venite – è Lui che chiama, che invita. Nel nostro intimo sentiamo la sua insistenza. Ma forse proprio nel giorno, in cui vorremmo fare il ritiro, troviamo tutte le scuse immagi­nabili.

Occorre farsi forza, decidersi. Venite - dice il Signore -, alzatevi dal letargo e seguitemi do­ve io voglio portarvi per il bene vostro e delle anime che intendo affidarvi.

Venite, io che vi chiamo, vi accompagno, vi parlerò, vi assisterò.

Ma per poter sentire la mia voce, dovete andare in disparte, non solo dal mondo, ma anche dal vostro lavoro, per quanto dove­roso. In disparte. Non perderete nulla, anzi ci guadagnerete.

...in un luogo deserto, dove non ci siano distrazioni di sorta. Potrà essere la mia camera o, ancora meglio, la chiesa, li nel pre­sbiterio, ai piedi del Maestro.

... e riposatevi. Il ritiro costa fatica so­lo all'inizio, in quel passaggio, non facile, dalla vita dinamica a quella contemplativa. Ma poi diventa riposante, distensivo.

Si sedano le passioni, scompare vieppiù il mon­do intorno a noi, si purifica il nostro occhio, per rivedere meglio e contemplare Dio e anche, per conoscere noi stessi, tali quali realmente siamo con tutte le nostre miserie, con i pericoli, ma anche con tutte le preziose risorse che il Signore ci ha dato.

Come da un sonno sano ci si alza ristorati, più forti, più disposti al lavoro, così da un ritiro si esce ritemprati, rimessi a nuovo, fervorosi.

 

2. Ed adesso, Signore, è ora che incominci il mio ritiro:

- Parlami, Signore, il tuo servo t'ascolta! - Che cosa vuoi che io faccia ?

- Signore, fa', che io veda! « Illumina ocu­los meos, ne unquam obdormiam in morte (S. 12,4).

- Aumenta la mia fede! « Adiuva increduli­tatem meam ! » (Mc. 9,23).

- Colui che tu ami, è malato ... nella sua anima. Dì una sola parola e sarò guarito!  Fa', che io cammini!

- Riconosco i miei difetti e peccati. Rivolgi anche a me il tuo sguardo misericordioso, co­me lo rivolgesti un dì a Pietro e dì anche a me, come dicesti al paralitico: ti sono rimessi i tuoi peccati!

- Gesù, mite ed umile di cuore, rendi il mio cuore simile al tuo!

- Cor lesu, fìagrans amore nostri, infiamma cor nostrum amore tui!

- Quid retribuam Domino pro omnibus, quae retribuit mihi? Un grazie di cuore, o Signore, per questa grande ora di grazie!

 

3. Ed ora passo al concreto.

Come posso sistemare il mio giorno di ritiro? L'ideale sarebbe, di poterlo dedicare tutto a questo scopo, ma questo sarà possibile solo in pochi casi.

Si dovrà accontentarsi di una « edizione ridot­ta »:

Alla vigilia: una meditazione, preferibil­mente scelta dalle massime eterne (prima set­timana degli esercizi).

Al mattino: alzandosi un po' prima, una seconda meditazione, che potrà essere scelta dal Vangelo o da uno degli argomenti qui proposti. Durante il giorno: un più profondo esa­me di coscienza, sul mese passato e su quello che inizia. Si potrà servirsi dello schema di « Riforma della vita » qui sotto proposto.

Si chiude la giornata con una visita o, meglio, con un'ora di adorazione, in cui si formulano i propositi concreti.

Del resto, il Ritiro spirituale è una cosa così personale, che ognuno deve sistemarsela secondo i suoi bisogni individuali, per cui non intendo imporvi i miei suggerimenti.

RIFORMA DELLA VITA

Il primo passo alla guarigione è una saggia e giusta diagnosi. Così anche per l'anima. Fac­ciamola, conversando con il Signore e chieden­do i suoi lumi.

Potrà servire questo schema. Mi esamino:

 

1. Di fronte a Dio

- la mia fede; è salda, genuina, ossequien­te al Magistero della Chiesa? « Signore, au­menta la nostra fede! » (Lc. 17, 5).

- la fiducia nella provvidenza; ovvero una soverchia preoccupazione per i beni terre­ni? « Quaerite primum regnum Dei... et haec omnia adiicientur vobis » (Lc. 12, 31 ).

- Amo Dio con il cuore indiviso, non solo con affetti, ma con generosa volontà, con la perfetta conformità ai suoi voleri, con lo zelo per i suoi interessi, intrattenendomi volentieri con Lui, trattandoLo con fede nei santi misteri, curando la bellezza del culto e della chiesa. Quam diletta tabernacula tua ... (S. 83,2).

 

2. Di fronte a me stesso

- Curo la mia salute (il sonno necessario, tempo libero bene impiegato)?

- Mi aggiorno con lo studio?

- Curo anzitutto la mia anima, convinto che, per essere sacerdote, devo essere santo? (breviario, meditazione, visite al SS.mo, Ora di adorazione, confessione frequente, ritiro mensi­le, se possibile esercizi annui, S. Messa, lettura spirituale e meditazione. - Ricordo spesso i pro­positi dei Ss. Esercizi?).

 

3. Di fronte agli altri.

- i familiari: pazienza, comprensione, esempio, equa retribuzione, prestazioni sociali. Una pru­dente distanza con persone dell' altro sesso che con me collaborano,

- i confratelli: rispetto di fronte al loro sacer­dozio; critiche, antipatie, gelosie ... Ebbi il co­raggio di fare al giusto momento la doverosa correzione fraterna? Occorrendo: conforto, aiu­ti materiali,

- i superiori: il parroco. E' ben vero: sono prete come lui, ma è pure, nella direzione della parrocchia, il mio superiore. Nessuna vita pa­storale sarebbe possibile senza un ordine ge­rarchico.

Il Vescovo: rispetto, collaborazione, guardando­lo sempre con l'occhio della fede.

Il Santo Padre. Non voglio urlare con i lupi, non contestarlo, ma considerarlo docilmente co­me il « dolce Cristo in terra », il Vicario di Cri­sto. Oremus pro Pontifice nostro N.... et non tradat eum in manibus inimicorum eius !

Le autorità civili: dò esempio di disciplina e ordine?

 

4. Di fronte al mio gregge

- Cerco di conoscere le mie pecorelle, tutte? (i volonterosi, i freddi, i peccatori ostinati, i lontani ed ostili, i malati, i moribondi). « Ego autem impendam et superimpendar ipse pro animabus vestris » (2 Cor. 5, 2).

- Mi presto volentieri alle confessioni e mi impegno sul serio in esse?

- Provvedo alla necessaria istruzione religiosa, per combattere la sempre più crescente igno­ranza religiosa?

- Mi preparo con coscienza alla predica?

- Premunisco i fedeli contro i pericoli per la loro fede (le diverse sètte, testimoni di Geova ecc.) ?

Uso con loro pazienza, mitezza, bontà? Vedo­no in me il « Buon Pastore », il padre amoroso, sempre pronto a consolare, ad aiutare (campo della carità nelle sue varie forme)?

Istruisco con serietà e competenza i bambini della dottrina, procurando loro una solida base per l'avvenire? Faccio di tutto, per poterli con­durre il più presto possibile alla Mensa euca­ristica?

 

5. Di fronte alla mia morte

Repentina mors, sacerdotum sors. Se io oggi dovessi morire? Ho in ordine tutte le mie co­se: di ufficio e personali? (testamento). Atto di dolore, un proposito concreto.

Della morte tratteremo in un ritiro a parte.

« I presbiteri siano anche disposti a dedicare volentieri del tempo al ritiro spirituale e abbia­no in grande stima la direzione spirituale (Vat. II: « Presbyterorum Ordinis, 18).

« Insegnami a fare del bene, senza vederlo, di farmi santo, senza saperlo! ».

« Imparate, di imporre ogni giorno per 5 mi­nuti silenzio alla vostra fantasia, di chiudere gli occhi e le orecchie per il terreno, per poter rientrare in voi stessi. Così potrete entrare in colloquio con Dio: Spirito Santo, dirigimi tu! Questa sottomissione allo Spirito Santo è il se­greto della santità » (card. Mercier).

« Cercate leggendo - trovate meditanto - bus­sate pregando - entrate contemplando ».

 

GENNAIO

3.

DIO

Nel centro dell' attenzione nostra nel mese di gennaio sta l'avventuroso viaggio dei Magi dal lontano oriente con il loro commovente omaggio al novello re, al tanto atteso salvatore delle genti, che si presentava loro sotto le fat­tezze di un povero neonato.

Questo incontro è solo uno squarcio di un fe­nomeno generale: la ricerca, il bisogno di Dio, che si trova, più o meno, in tutti: palese o latente, accettato o combattuto.

Come i satelliti circolano intorno all'astro, da cui sono usciti e da cui sono perennemente at­tirati, così l'uomo, uscito dal Creatore, a lun­go andare, non può eliminare del tutto il pen­siero di Dio. E quando si sforza di escluderlo, egli cerca affannosamente qualche cosa d'altro che sostituisca il tormentoso pensiero di Dio: nelle più svariate forme della superstizione.

Non per nulla quindi S. Ignazio pone al princi­pio dei suoi esercizi il pensiero di Dio nei nostri confronti.

Anche noi vogliamo oggi, in questo nostro ritiro, chiederci:

Chi è Dio?

Ci risponde S. Tommaso, che è più facile dire ciò che Dio non è, che dire ciò che Egli è. Comunque, troviamo nella Scrittura, tre pa­role, che gettano la necessaria luce in questo impenetrabile mistero e ce lo fanno intuire, in quanto è possibile ad una umana creatura: « ogni minor natura - è corto ricettacolo - a quel bene ch'è senza fine - e Sé con Sé mi­sura » (Par. XIX, 49-51 ).

 

I. COLUI CHE E'

Dal roveto ardente Iddio stava dando a Mosè l'incarico di condurre via dall'Egitto il suo po­polo. Di fronte a un tale incarico, che superava di gran lunga le sue possibilità, Mosè chiede al Signore: « Cosa dirò io al mio popolo, se mi domanda, chi mi ha incaricato e qual è il suo nome? ». E Dio rispose: Sono Colui che sono (Jahve). Qui ci sta tutta l'essenza di Dio: Egli è Colui che esiste da se stesso, che è l'esistenza stessa, la quale, quindi, non ha li­miti: Egli è l'infinito.

Infinito, riguardo al tempo; Egli è l' Eterno, il che non vuol dire solo una in­terminabile durata, ma l'assoluta indipendenza dalla misura del tempo. S. Tommaso ha così definito l'eternità: interminabilis vitae, tota si­mul et perfecta possessio: un continuo pre­sente, per cui dinanzi a Lui mille anni sono co­me un giorno e un giorno come mille anni. Il tempo incominciò solo con la creazione. Il pensiero dell'eternità ci dà le vertigini, ma ci si impone con assoluta sicurezza: per creare ci voleva Uno che è l'inizio di tutto e che a sua volta non è stato creato da altri, quindi eterno.

Infinito, riguardo allo spazio immenso, il che vuole dire di più della sola ognipresenza, ma assoluta indipendenza dallo spazio (il quale incominciò solo con la creazio­ne).

Infinito nel suo potere: Egli è l' Onnipotente: «Nulla è impossibile presso Dio»

(Lc. 1, 37). - « Ipse dixit et facta sunt » (S. 148, 5). Per Dio voler e fare è la medesima cosa.

Infinito nel suo sapere - 1'Ogniscien­te. Ed è ben logico: se Dio è sempre stato e se è ovunque, Egli con un unico suo sguardo, fin dall'eternità, sa e vede tutto.

Infinito nella sua Giustizia, per cui, tan­to il premio, quanto la sanzione, sono eterni. Infinito nella sua bellezza « in quem de­siderant angeli prospicere » (1 Pt. 1, 12), per cui non ci stancheremo mai per tutta l'eternità a rimirarlo, perché non esauriremo mai la sua bellezza.

Dopo queste considerazioni teologiche, fermia­moci un istante: potremo noi ancora dubitare nella prova, se sappiamo che Dio ci è sempre vicino, che ci conosce con tutte le nostre de­bolezze, le nostre possibilità, se a Lui non man­ca mai la potenza di levarci anche dal più gran­te imbarazzo ?

 

II. DIO E' L'AMORE (1 Gv. 2,16)

Ecco un' altra definizione di Dio, dataci dal di­scepolo « che Gesù amava » e che era pene­trato nei segreti divini più di ogni altro. Anche la carità di Dio è infinita.

Essa forma la vita interna delle Tre Persone Divine. Ce lo spiega S. Tommaso: Dio conosce se stesso e questo pensiero (verbum) del Pa­dre è il Figlio: Padre e Figlio, conoscendosi nella loro infinita perfezione, si amano e questa fiamma d'Amore che « quinci e quindi igualmente si spiri » (Par. 33, 120) è lo Spirito Santo.

Ma « bonum est diffusivum sui », come il fuo­co, per natura sua, comunica all'ambiente le sue calorie, si espande. Così questo rogo della Santissima Triade diventa l'amore che si comu­nica, che crea, che dona, che dà alle sue crea­ture tutte qualcosa di suo, che, in particolare, attira a Sé l'uomo, perché egli approdi in Lui nell'eterna felicità. Questo è il poema de! Di­vino Amore. E noi ne siamo oggetto.

La creazione, la provvidenza, l'Incarnazione, la redenzione, l'Eucaristia, la Chiesa, il Paradiso sono le tappe del Divino Amore.

Il cuore di una madre è un capolavoro di Dio. Di quanto eroismo è capace il suo cuore! Ep­pure, mettete assieme l'amore di tutte le ma­dri del mondo e sarà meno di una goccia in confronto all'oceano dell' infinito divino Amore. E con un tale Amore Dio ama anche me!

Non dovrò sentirmi sicuro nel suo amplesso, più di un bambino fra le bracia di sua madre? « Si dimentica forse una donna dei suo lattan­te, una madre del figlio dei suo seno? Anche se costoro si dimenticassero, io non ti dimen­ticherò ! » (Is. 49, 15).

Ma l'Amore divino va da noi riamato. E' forse troppo, se il Signore, l'infinito Amore ci chiede di amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le nostre forze? E se poi Lui ci chiede, di amare il nostro prossimo co­me noi stessi, dal momento che, attraverso l'Amore divino, siamo divenuti una cosa con Lui e dobbiamo estendere il nostro amore a tutti quelli che Lui ama come noi?

Nella fusione dell'amore divino con il nostro sta il nostro eterno destino, la nostra eterna, infinita felicità nel beato possesso di Dio. Al­lora il divin poema dei Divino Amore si è in noi compiuto. « Et sic semper cum Domino erimus » (1 Thess. 4, 17).

Ma purtroppo « L'Amore non è amato, l'Amore non è amato! » (S. Madd. de' Pazzi).

 

III. « EGO SUM ALPHA ET OMEGA » (Apoc,. 1, 8 )

Lo dice Iddio al veggente di Patmos: Dio nostra origine e nostro ultimo fine. Da Dio sia­mo usciti, in Dio « viviamo, ci muoviamo e sia­mo, a Dio ritorneremo », « ove ogni ben si termina e s' inizia » (Par. 8, 87).

Accontentiamoci in questo ritiro ad approfon­dirci negli attributi divini; ad adorare la sua infinita grandezza ed avremo gettato la base sicura per il nostro ulteriore cammino verso di Lui.

«Ricevi, Signore, l'intera mia libertà. Ricevi la memoria, l'intelletto, la volontà tutta. Quanto possiedo, tu me l'hai dato; tutto io ti restitui­sco e rimetto interamente al governo della tua volontà. Dammi solo il tuo amore e la tua gra­zia ed io sono ricco abbastanza, né domando altro ».

« Prendi, Signore, il poco che offro, - il nulla che sono; - e dammi il molto che spero, - il tutto che sei » (Canova).

 

FEBBRAIO

4.

10 - DIO - IL MONDO

Quanto è ammirevole la figura del vecchio Si­meone. Tutta la sua vita era protesa verso Colui che doveva venire e di cui il Signore gli aveva detto, che non sarebbe morto, senza ve­dere prima « il Messia del Signore » (Lc. 2, 26). Questa idea centrale gli è di guida lungo la sua vita e gli dà la forza, di attendere pazientemen­te il grande incontro, dopo il quale egli, con­tento, intona il suo « Nunc dimittis ».

 

I. DIO E IO

«Tu, o Signore, ci hai creati per Te ed il nostro cuore è irrequieto fino a che non riposi in Te» (S. Agostino).

Dio, l'Essere perfettissimo, non poteva avere altro fine nel creare l'uomo che Se stesso. Il nostro vecchio catechismo ci insegnava: « Dio ci ha creati, per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e per goderlo poi, nell' altra, in Pa­radiso ».

Sforziamoci a capire questa risposta del cate­chismo. Non che l'uomo abbia due fini, uno per questa vita e uno per l'altra. Il fine del l'uomo è unico: il possesso eter­no di Dio. II conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita è la via che vi conduce. « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamen­ti ».

Dio, con un piano ardito, ha creato l'uomo libero. A differenza delle altre creature, al le quali Egli ha imposto la sua legge, al­l'uomo l'ha semplicemente proposta, cre­andolo libero. Come essere libero l' uomo, per così dire, sfugge per un attimo a Dio, co­me un atomo nell'universo. Ma l'uomo fu do­tato da Dio di intelligenza ed illuminato dalla rivelazione, per cui egli riesce a riconoscere in Dio il suo supremo Padrone, il Sommo Bene. Se ora l'uomo, nella luce di questa conoscenza, si assoggetta spontaneamente a Dio, egli gli dà più gloria che tutto il creato con le sue meraviglie, il quale dà inconsapevolmente gloria a Dio (Caeli enarrant gloriam Dei, - S. 18,2).

 

II. IO E DIO

Che cosa sono io, di fronte a Dio e a me stesso?

Ce lo dice S. Giovanni della Croce: Nadaytocio: nulla è tutto.

- Nulla, perché sono una creatura, a cui Dio ha dato l'esistenza, Non basta. Dio deve in ogni momento tenermi nell'esistenza con la sua volontà. Se Dio solo cessasse di volere, tutto il creato ritornerebbe al nulla dal quale fu preso. - Inoltre Egli deve concorrere ad ogni atto che compio, ad ogni passo che faccio, ad ogni pensiero che emetto. (Da questo si deduce la malizia del peccatore, che abusa del concorso divino, per offenderlo).

- Nulla ancora di più nell'ordine della gra­zia, della vita divina: «Sine menihil po­testis facere» (Gv. 15, 5). Le mie forze e pos­sibilità naturali sono impari di fronte ad ogni passo nel soprannaturale. - E' Lui che ci ha dato la partecipazione alla sua vita divina e ce l'ha ricostruita con l'opera della reden­zione.

Nulla e debole sono nella mia vita spirituale: mi pesa ogni sacrificio, cedo con tanta facilità alla tentazione. Se poi cado nel peccato mor­tale, scendo, di fronte a Dio, sotto lo zero. Quan­to poco ci vuole a farmi cadere! « Ho visto schiantarsi cedri del Libano », dice un S. Pa­dre. « I piani dei mortali sono dubbi e fallibili le nostre deliberazioni » (Sap. 9, 14).

Gli orientali (i Magi) esprimevano la loro adorazione, toccando con la fronte il suolo, per dire: dinanzi a Te sono come un pulviscolo!

- Se poi mi confronto dinanzi al mondo, come scomparisco - nell' universo -, di fronte all'umanità intera. Come è insignificante la mia nullità.

- Tutto. Eppure sono anche tutto, sono grande, ma solo per l'opera di Dio. Ce lo dice il Salmista: « Che mai è I' uomo, perché ti ricordi di lui ed il figlio dell' uomo perché te ne interessi? Lo hai reso poco meno degli angeli, di gloria e splendore lo hai coronato. Lo hai fatto Signore delle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi... (S. 8). Doti naturali: intelligenza e volontà che lo elevano al di sopra di tutte le altre creature della terra. - Gli ha assegnato un compito sublime, di glorificarlo col conoscerlo, amarlo, servirlo; lo ha fatto partecipe della natura di­vina e quindi figlio di Dio, tempio vivente di Dio, sua immagine soprannaturale, erede della eterna gloria.

Ma in quel momento che l'uomo si stacca da Dio, Egli decade da questa sua grandezza. Umilmente devo sempre sentire la mia assoluta dipendenza da Dio. Umiltà!

 

III. DI FRONTE AL MONDO

E' stato il Signore a metterci nel mondo, a vi­vere in esso.

Però: - non siamo padroni assoluti delle cose create, ma solo amministratori, che devono ren­dere conto a Lui dell' uso fatto. « Redde ratio­nem vilicationis tuaei » (Lc. 16,2).

- Possiamo servirci delle cose create, possiamo goderle, ma non essere i loro schiavi, perché allora si invertirebbe l'or­dine voluto da Dio.

- Possiamo servirci delle cose create (vita, salute, beni, amicizia, famiglia, affetti) solo rispettando il fine per cui il Signore ce le ha date.

E qui S. Ignazio mette una parola, che è il perno di tutto il suo libro degli esercizi. Il «tantum - quantum». In tanto tu puoi servirti delle creature, in quanto ti giovano ad arrivare al tuo ultimo fine. In quel momento che una cosa creata mi è di ostacolo per il mio ultimo fine, devo sapervi rinunciare. Gesù in questo è molto esplicito. « Se il tuo occhio ti scandalizza ... » (Mt. 5, 29).

Qui, su questo capitolo delle cose create, potrei fermarmi in questo ritiro tutto il giorno, senza venire a fondo.

- Quale uso faccio io delle cose create? - E' conforme alla volontà di Dio?

- Quale creatura mi è di ostacolo o di peri­colo nella vita della mia anima? Che cosa mi impedisce più di tutto di salire, mi tarpa le ali? - Ho degli affetti, degli attaccamenti disordi­nati a cose, a persone? - Cerco in tutto Dio oppure me stesso? - Che uso fac­cio dei miei beni materiali? (giustizia, carità), delle mie doti spirituali (talenti, grazie specia­li). - Ho omesso, per indolenza tante opere buone, ho sciupato il tempo tanto prezioso, per meritare per il paradiso (venit nox, quando ne­mo potest operari - Gv. 9,4).

Una giovane di vent'anni, anima candida, pia, stava per morire. Essa agitava nervosamente le sue mani nel vuoto, come se volesse afferrare qualche cosa. Il suo confessore, che le stava ap­presso, cercava di tranquillizzarla: « Cara figlia, puoi stare tranquilla, non hai mai offeso gra­vemente il Signore, hai sempre vissuto pura ! ». Ed essa: « Sì, Padre, questo posso dirlo. Ma ciò che mi turba è il pensiero che devo presen­tarmi al Signore con le mani così vuote! ». Ed io, se dovessi morire in quest'ora, dovrei farmi il medesimo rimprovero ?

Prendi, o Signore, e ricevi la mia volontà ... Deus meus et omnia!

Un giorno il sole assorbiva una goccia dell'oceano e la portò con sé all'orizzonte. Lì que­sta goccia si unì a tante altre, formando una nube; sotto la pressione atmosferica essa cadde a terra, entrò in un ruscello, di lì in un fiume ed infine essa ritornò all'oceano dal quale fu tolta. Questa è la vita mia: anch'io posso dire come Gesù: « EJCivi a Patre et veni in mundum; iterum relinquo mundum et vado ad Patrem » (Gv. 16, 28).

Se la mia vita, come quella di Simeone, sarà tutta protesa verso Dio, anch'io Lo raggiungerò e, nel suo amplesso, sarò eternamente felice. Preghiera della generosità:

Signore dei secoli, Figlio di Dio, ti prego, di insegnarmi il vero amore. Insegnami a servirti, come meriti; a dare senza contare, lavorare senza indolenza, lottare senza scoraggiamenti, a confidare senza trepidazione, a sacrificarmi per te, senza chiedere altro premio che la sicurezza, di averti amato e di aver fatto in tutto la tua santa volontà. Dammi la fedeltà fino alla morte e poi, nel tuo regno, la vita eterna. Amen.

« In ciascun giorno, in ciascuna ora dobbiamo costruire per l'eternità » (Edith Stein, Suor Be­nedetta della Croce).

« Homo vivens, gloria Dei » (S. Ireneo).

 

MARZO

5.

PATER, PECCAVI!

Il marzo coincide con la quaresima, tempo de­stinato alla meditazione della Passione di Cristo.

Sta dinanzi a noi il Figlio di Dio, stritolato dal peso dei nostri peccati (« Jahve ha fatto rica­dere su di Lui l'iniquità di noi tutti! - Is. 53,6). Lo contempliamo flagellato, coronato di spine, crocifisso. Sulla sua Croce sta appesa, strappata, la cambiale dei nostri peccati (cfr. Col. 2, 14). L' ha detto Pietro ai giudei: « voi avete ucciso I' autore della vita! » (Atti 3, 15). E, nella lettera agli Ebrei leggiamo che i pec­catori « crocifiggono nuovamente il Signore » (6,6).

Ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo! Sul suo Corpo dilaniato leggiamo, a caratteri di lividure e di sangue, ciò che il peccato realmente è, mentre oggi ci si sforza a minimizzarlo in tutte le maniere, quando non si arriva, addirittura, a negarlo.

In realtà, il peccato è un debito così ingente di fronte a Dio, che l'umanità non sarebbe mai stata capace di estinguerlo. Ci voleva il prezzo ingente del Sangue, della Vita dell' Uomo Dio,

ad espiarlo. Non bastava né l'oro, né l'argento di tutto il mondo (cfr. 1 Pietro 1, 18).

Ed è ben comprensibile, se consideriamo la di­stanza che corre fra noi, creature, e la Mae­stà infinita di Dio. Perciò, un oltraggio in­flitto a Dio, richiede un'ammenda di valore in­finito, che solo Dio, immolandosi e sacri­ficandosi, poteva prestare.

Cerchiamo ora, di comprendere un po' meglio la malizia del peccato.

- Esso disturba l'armonia dell'universo. Caeli enarrant gloria Dei, tutto il creato osserva in­consapevolmente le sue leggi, - il peccatore stona in questo immenso concerto.

- E' una follia: l'uomo, peccando, preferisce il meno al più, la creatura al Creatore, il tempo all'eternità.

- Egli, questo nulla, si azzarda a dichiarare la guerra al Dio onnipotente.

- Il peccatore è un ribelle, come lo fu Luci­fero con il suo seguito.

- Il peccatore è un ingrato: deve tutto, la sua esistenza, la sua attività a Dio e si serve dei suoi doni per offenderlo. Sfrutta la sua bon­tà e longanimità, per offenderlo ancora di più. - Ingrato contro il N. Signore Gesù Cristo, il quale a pertransiit benefaciendo et sanando om­nes» (Atti 10,38). « Popule meus, quid feci tibi? ».

- E' una profanazione: un tempio vivente di Dio sconsacrato, caduto in rovina. Ora compren­do il profondo significato dei pianto di Gesù su Gerusalemme ed il suo tempio ... « Come mai cadesti dal cielo, Lucifero, figlio dell'au­rora! » (Is. 14, 12). - « Ho visto Satana, ca­dere dal cielo, come una folgore » (Lc. 10, 18). - Osserviamo con dolore ed orrore le tante belle chiese distrutte, profanate o adibite a luoghi peccaminosi dal furore della mezza­luna o dei marxismo. Qui c'è di peggio, cade in rovina un tempio vivente di Dio, che porta il timbro dei Sangue di Cristo! Ci inorridiamo a leggere, come i rivoluzionari francesi posero sull'altare di Montmartre a Parigi una donnac­cia (dea ragione) al posto dei Santissimo. E il peccatore non fa qualcosa di simile? « E' ca­duta la corona dalla nostra testa. Guai a noi, perché abbiamo peccato! » (Thren. 5, 16).

- Il peccato è la più grande, anzi          I' unica vera disgrazia: ci toglie la pace: « Non est pax impiis!» (Is. 48, 22).

Ardigò confidava un giorno a un suo amico: « Se tu sapessi, quale inferno porto nell' anima mia! » (Caino, Giuda).

- Il peccatore è un tralcio staccato dalla vite, buono solo a servire come combustibile. « Sine me nihil potestis facere » (Gv. 15, 5).

- E nell' aldilà: la morte eterna. Non si vuole più ammettere l'inferno, ma l'inferno c'è!

« Scito et animadverte, quia malum et amarum est, dereliquisse te, Dominum Deum tuum! » (Jer. 2, 19).

- Senza contare, come per il peccato la morte è venuta nel mondo (Rom. 5) e come sono i peccati degli uomini a fare della terra una val­le di lagrime.

 

IL PECCATO DEL SACERDOTE

Se è così terribile il peccato in genere, quanto più quello del ministro di Dio. Corruptio opti­mi pessima.

- Egli è il confidente, l'amico di Dio. « Amice ad quid venisti? » (Lc. 22,48). « Si inimicus mens maledixisset mihi, sustinuissem utique; et si quis oderat me, super me magna locutus fuisset, abscondissem me forsitan ab eo. Tu vero, homo unanimis... qui simul mecum dul­cem capiebas cibum; in domo Dei ambulavimus in consensu. Veniat mors super illos et descen­dant in infernum viventes » (S. 54, 13 ss.).

- E' un « alter Christus », in cui il Signore ha effuso il suo sacerdozio eterno e diventa, al pa­ri di Giuda, il suo traditore.

- E' la rovina di innumerevoli anime, che egli avrebbe dovuto condurre alla salvezza.

- E' profondamente infelice, come lo dimostra la triste storia degli apostati. E il loro numero cresce e cresce, come lo dimostrano le stati­stiche!

- Le quali pera non dicono nulla di quei pre­ti, che fanno un doppio gioco. Hanno già rotto con Dio e rimangono nel loro ministero, pas­sando da sacrilegio a sacrilegio.

Ma come un sacerdote può arrivare così in basso?

- Il primo passo è sempre la trascuranza della preghiera, della meditazione, - il buttarsi imprudentemente nelle seduzioni del mondo, credendosi forti (nolite conformari huic saeculo - Rom. 12,2). «Tu dici: sono ric­co... e di nulla ho bisogno. E non sai che tu, proprio tu sei l'infelice, miserabile, povero, cieco e nudo! » (Apoc. 3, 17).

- il trascurare la confessione, il non aprirsi al confratello confessore, il quale, però, a sua volta, deve avere la carità ed il coraggio di av­vertire il suo reverendo confratello del pericolo che corre.

Di solito la caduta del sacerdote non si arresta lì. Come la valanga che, facendosi un varco at­traverso il pendio, ogni anno di nuovo vi tor­na, così il peccato del prete prepara il solco per altre cadute, senza fine. E così si forma la ostinatezza, I' impenitenza finale, che è qualco­sa di caratteristico nel prete caduto.

 

COSA POSSIAMO E VOGLIAMO FARE PER SALVARLO?

L' autore del libro: « Manete in dilectione mea », vi ha fatto seguire un altro: « Resurget frater tuus! » (Gv. 11,23). In esso egli dà dei pre­ziosi suggerimenti in proposito:

- Come già abbiamo detto: avere la carità e la pazienza di avvicinare il fratello, assisterlo, incoraggiarlo.

- Pregare molto per questi poveri sacerdoti. Presso Dio nulla è impossibile.

- Non disprezzarli, non propagare con chiac­chiere sensazionali i loro scandali, se non altro, perché poteva capitare anche a noi. « Gratia Dei, quia non sumus consumpti! » (Thr. 3,22).

 

COSA POSSIAMO FARE NOI, PER SOLLEVARCI DAI NOSTRI PECCATI E DIFETTI E PER PERSE­VERARE NELLA GRAZIA?

1. Umile consapevolezza della nostra fragilità. « Noi portiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia, che la straordinaria sua forza è di Dio e non proviene da noi » (2 Cor. 4,7). « Chi crede di stare in piedi stia attento a non cadere » (1 Cor. 10, 12).

2. La pratica della mortificazione cristiana. Diceva S. Paolo: « Sento nelle mie membra un'al­tra legge in conflitto con la mia ragione » ( Rom. 7, 23), perciò egli decise: « Castigo il mio cor­po e me lo tengo soggetto, per timore che, dopo aver predicato agli altri, io non finisca rèprobo » (1 Cor. 9, 27).

3. Molta vigilanza, specie con gli sguardi: « Ho stretto un patto con i miei occhi e non osavo fissare una vergine » (Giobbe 31, 1 ). Per uno sguardo libidinoso Davide divenne omicida e adultero!

4. Una intensa vita interiore.

5. E soprattutto: una profonda conoscenza ed un caldo amore per Gesù. E' questo il mezzo più mite e in pari tempo più efficace, per non peccare. Rifletti pure: Gesù è Dio. E Dio è il Sommo Bene, in cui si trova tutto quello che ci rende perfettamente felici (Tant'è vero che in questo consisterà la nostra eterna felicità). Ora, se il prete va a cercare la sua felicità in Cristo, vi troverà tutto di cui il suo cuore ane­la e non andrà più ad elemosinare la felicità nel peccato.

« Fac me semper tuis inhaerere mandatis et a te nunquam separari permittas! ».

 

APRILE

6.

EGO SUM VIA - VERITAS - ET VITA

Pasqua! L'aprile ci porta dinanzi al Cristo, gloriosamente risorto dal sepolcro. Così Egli stette dinanzi ai suoi discepoli e diede loro pro­ve tangibili della verità della sua risurrezione. Non era una « semplice esperienza psicologica », come certi teologi moderni asseriscono, ma un fatto vero, di cui gli apostoli, le pie donne e infine, sul monte, 500 discepoli, erano testimoni. Quanta pazienza doveva usare il Signore, per convincere i discepoli, che il periodo della sua umiliazione era superato e che Lui era ancora redivivo, vittorioso, dinanzi a loro! Ne abbia­mo una prova con i discepoli di Emmaus (Lc. 24,12 segg).

Per loro il Cristo era uno sconfitto (« noi cre­devamo, che ... »), poi, quando si associa a lo­ro uno sconosciuto, un semplice, gradito com­pagno sul cammino. Ma poi si rivelò loro come maestro impareggiabile, il quale, parlando, fa­ceva ardere il loro cuore e si affezionarono a lui, di modo che, arrivati, non volevano più staccarsi da questo loro caro amico. E infine,

Lo riconoscono, allo spezzare il pane: è Lui, il Messia, il Vincitore, Dio! - Un vero studio psicologico!

Non sia mai Cristo per noi un « sorpassa­to », uno «sconfitto», che non ha più nulla da dire nel nostro ventesimo secolo; né uno sconosciuto (tanto tempore vobiscum sum et non me cognovistis! - Gv. 14, 9); oppure Co­lui che, per il nostro ministero, cammina ac­canto a noi nella vita. Ma sia il nostro amico, il nostro Maestro, il nostro Dio!

La risurrezione di Cristo era la base ed il con­tenuto della predica degli apostoli ed era per loro, e per tutti i martiri, il segreto della loro forza nel martirio.

Sia pertanto la Pasqua per noi la festa della nostra fede. « Se Cristo non è risorto, la vostra fede è illusione » (1 Cor. 15, 17).

Ma Egli sia ancora di più per noi. Ce I' ha det­to Lui stesso: « Ego sum via - veritas - et vita » (Gv. 14, 6).

Dopo avere, con S. Ignazio, considerato le mas­sime eterne: Dio, la nostra origine, il nostro ul­timo fine, la tragedia del peccato e la possibi­lità del ritorno, passiamo ora alla via illumi­nativa e prendiamo Cristo, come il nostro gran­de Condottiero al Padre.

 

I. EGO SUM VIA!

Cristo è il passaggio obbligatorio fra noi e il Padre.

« Nessuno pub venire a me, se il Padre, che mi ha mandato, non lo abbia attratto b (Gv. 6,44). « lo sono la porta. Chi entrerà per me, sarà salvo » (Gv. 10,7). - « Nessuno conosce il Fi­glio se non il Padre e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo» (Mt. 11,27).

« Vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate, come ho fatto io » (Gv. 13, 15). Lui, vivendo oltre trent'anni in mezzo a noi, ha voluto tracciarci la via da seguire da noi. Dalla Scrittura potremo trarre i punti più ri­levanti di questo esempio:

- La sua umiltà: humiliavit seipsum. Egli ha sempre ed ovunque cercato il più umile.

- La sua obbedienza, figlia dell'umiltà: oboe­diens usque ad mortem! Obbediente ai suoi (erat subditus illis) - soprattutto al Padre (sono venuto a fare la volontà del Padre, la quale è il mio cibo e la mia bevanda, non la mia, ma la tua volontà sia fatta ... ).

La povertà, altra figlia della sua umiltà. « Egli, ricco qual era, si fece povero, per arricchire voi per la sua povertà» (2 Cor. 8, 9). - « Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli i loro nidi; il Figlio dell' Uomo non sa dove posare il ca­po » (Mt. 8, 20).

La mansuetudine, anche essa manifestazione dell'umiltà. « Imparate da me... ». - « Non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dall'esile fiamma » (Is. 42,4).

La dolcezza, con cui trattava tutti i bisognosi e si commuoveva con loro (Naim, Giairo, alla tomba di Lazzaro).

La misericordia, nei suoi incontri con i pecca­tori (la samaritana, il paralitico, l'adultera, Pie­tro, il ladrone di destra).

La sua inesauribile carità che gli strappava i miracoli con i malati, gli affamati. « Misereor super turbam » (Mc. 8, 2).

La generosità. « Cum dilexisset suos, in finem (fino in fondo) dilexit nos » (Gv. 13, 1). « Se nascens dedit socium, convescens in edu­lium, se moriens dat in pretium, se regnans dat in praemium ».

La sublime scuola della sua Passione e morte ... « Contempla ed eseguisci secondo il modello che ti è stato mostrato su monte » (Es. 25,40). Mi confronto, mi esamino, propongo.

 

II. VERITAS

« Io per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo, per rendere testimonianza alla verità » (Gv. 18, 37). L'Antico Testamento era la penombra. La piena luce doveva irra­diare il mondo, quando venne Cristo, che dis­se di Sé: « lo sono la luce del mondo; chi se­gue Me, non cammina nelle tenebre » (Gv. 8,12).

Ciò che è uscito dalle labbra divine, fu dato in custodia al Magistero della Chiesa, il quale, ap­punto per questo, doveva essere infallibile, in unione con il Papa. Altrimenti la verità non sarebbe giunta inalterata a noi.

« Eravate un tempo tenebre; ora invece siete luce nel Signore» (Ef. 5,9). La luce della fe­de! Un dono del tutto immeritato, di cui dob­biamo rendere conto a Dio: « perciò - conti­nua l'apostolo - camminate come figli della luce ».

Nella luce di questa fede abbiamo incontrato il Signore; abbiamo capito la bellezza della no­stra vocazione. Ed ora, come suoi ministri, dob­biamo espandere intorno a noi questa luce. « Euntes, docete! ». - « Guai a me, se non evangelizzo! » (1 Cor. 9, 16).

Oggi, in questa profonda crisi di fede, attingia­mo alle fonti limpide, non inquinate, della veri­tà eterna ! Non stanchiamoci di perfezionare e di approfondire i nostri studi teologici (il Pa­pa ha approvato ed incoraggiato gli studi e le ricerche dei teologi, purché si tengano nei li­miti dei Magistero). Conserviamoci puri, per­ché solo i puri di cuore possono vedere Dio (cfr. Mt. 5, 8), mentre « la sapienza non entra in un'anima malvagia, né dimora in un corpo soggetto al peccato» (Sap. 1,4). - Non so­no forse le numerose infrazioni del celibato la causa di tante aberrazioni dottrinali di oggi ? « Labia sacerdotis custodiant scientiam ».

 

III. VITA

La verità non può restare lettera morta, ma de­ve essere vissuta.

Cristo è la nostra vita. Nel battesimo siamo stati innestati in Lui Come sacerdoti fummo permeati del suo eterno sacerdozio. « Mihi vi­vere Christus est » (Fil. 1, 21 ).

E, se Gesù ha detto: sono venuto, perché ab­biano la vita e l'abbiano in abbondanza, chi più di noi preti deve procurarsi questa sovrab­bondanza di vita, noi, che dobbiamo poi pro­curarla agli altri? « Il sacerdote deve essere come un calice traboccante, che dà agli altri della sua abbondanza (di vita) », ha detto P. Matteo.

E questo per noi, sacerdoti, non è difficile, poiché possiamo ogni giorno « attingere - nella S. Messa - alle fonti del Salvatore » (Is. 12, 13). - « Calix meus inebrians, quam praecla­rus est i » (S. 22,5).

Sia vero anche di noi, come disse di sé S. Pao­lo: « Mihi vivere Christus est » (Fil. 1, 21 ).

La nostra persona, il nostro io, deve sempre più passare in ultima linea; chi vive e chi agisce in me, deve essere Lui! Allora sarà vero: « Chi rimane in me ed io in lui, costui porta molto frutto » (Gv. 13,5) - nella cura d'ani­me.

« Incontrare, conoscere, amare, seguire Gesù » (Paolo VI).

 

MAGGIO

7.

COME LEI

(ALLA SCUOLA DI MARIA)

Andiamo in questo nostro ritiro alla scuola di Maria, Madre di Dio e Madre nostra, ma, in special modo, Madre del sacerdote.

Quello che vogliamo imparare da lei è: come conversare con Gesù, noi che - come lei - ci troviamo in continui rapporti con Lui.

 

1. IPSUM, QUEM GENUIT, ADORAVIT.

Così abbiamo recitato nel breviario il 2 febbraio. Maria trattava con Gesù con viva fede e con la massima riverenza. Egli era, bensì, il frutto delle sue viscere, ma essa sapeva - dalle pa­role dell'angelo - che Egli era il Figlio di Dio, la Persona divina che, per opera dello Spirito Santo, si era incarnato in lei. Il titolo « madre di Dio », attribuitole da Elisabetta, il poterlo chiamare suo figlio, il sentirsi da Lui dire « mam­ma », faceva, sì, sussultare il suo cuore di gio­ia, ma suscitava in lei, in pari tempo, un santo stupore, la più profonda venerazione, l'adorazione: Ipsum, quem genuit, adoravit i E così Lo vedeva per tutta la sua vita: nelle strettezze e nel duro lavoro di Nazaret, dove, per tutti que­gli anni, nulla di straordinario avveniva; così pure nella più profonda umiliazione della Pas­sione e Morte del suo Figlio.

Il nostro quotidiano ministero, lo stare ogni giorno all'altare per celebrare i sacri misteri e per dare il Pane della vita ai fedeli, può crea­re in noi una certa routine, per cui non trat­tiamo più il Signore con quel rispetto che a Lui, Persona divina e Sommo Sacerdote, sarebbe do­vuto. Tanto più che noi non vediamo neppure l'amabile umanità di Cristo, come la vedeva Maria, ma solo le specie esanimi del pane e del vino. E' una continua prova per la vostra fede (mysterium fidei), la quale, però, non de­ve mai venire meno. Non accostiamoci mai all'altare o al tabernacolo, senza avere prima ravvivato la nostra fede. E poi, come Maria, devotamente, adoriamo.

 

2. QUID FECISTI NOBIS SIC?

Non era un rimprovero questo, che la Madre mosse a Gesù, dopo averlo infine ritrovato nel tempio. No. Era l'esplosione spontanea dei suo cuore ma­terno, angosciato dopo tre giorni di penose ri­cerche. Ed era, in pari tempo, il segno, quale familiarità ed intimità regnava nella casa di Nazaret, nei confronti di Cristo. Non si dica, che questo sia in contrasto con la riverenza per il Figlio di Dio, di cui abbiamo meditato pr!­ma. Confidenza, intimità sono l'espressione più genuina della nostra fede in Cristo, perché Lo vediamo sotto il suo aspetto essenziale: l'Amore (Deus caritas est). In tal modo prendiamo Ge­sù dal suo lato più intimo. Ed è Lui stesso a voler essere trattato così: vuole l'apertura del nostro cuore, vuole essere messo a parte di tutte le nostre pene, anche le più intime; vuole condividere con noi gioie e dolori. Così noi possiamo fare violenza al suo Cuore. Pensiamo ai nostri Santi: con quanta ardita confidenza conversavano con Lui.

- Di San Giuseppe Cottolengo si racconta, co­me, un dì, venne da lui la Superiora a dirgli che non avevano proprio nulla in casa da dare a tutte quelle bocche. Il Santo si recò in chie­sa e, battendo il tabernacolo, disse: «Ma, Si­gnore, dormite? Non vedete che i vostri figli hanno fame? ». E tosto l'aiuto venne.

Santa Teresa d'Avila si lamentava un giorno dol­cemente con il Signore per le sue tante e con­tinue sofferenze.

E Gesù: « E' così che tratto i miei amici! ». E la Santa: « Ebbene, per questo ne hai così pochi! ».

Abbiamo tanto bisogno di queste ore di sfogo con il nostro Maestro divino. Prendiamoci il tem­po ! A torto - oggi - tanti sacerdoti lamen­tano la loro solitudine e vanno, perciò, a cercare il conforto nelle creature, spesso anche là, dove, per la loro parola data a Dio, non pos­sono cercarlo, mentre troverebbero tutto ciò, di cui abbisogna il loro cuore nell'intimità con Gesù.

 

3. VINUM NON HABENT

I Tre parole butta­te lì dalla Madonna. Gesù non aveva ancora operato alcun miracolo. Non glielo chiede nep­pure, ma dice solo queste tre parole che, però, erano portate da una incrollabile fiducia in Lui ed è sicura che la grazia le sarà concessa, no­nostante la risposta alquanto evasiva del suo Figlio.

Questo Gesù dei miracoli che, essendo Dio, può tutto, è sempre a noi vicino, sempre a nostra disposizione: nelle delusioni, negli insuccessi della vita pastorale, nella poca rispondenza del gregge, nel male sempre più dilagante, con tan­ta gioventù che si perde, con tanti focolari do­mestici dissacrati. E non giovano le nostre pa­role, i nostri sudori.

No, non è vero. Non saremo mai noi a convertire e a salvare le anime; deve farlo Lui e noi. Con la nostra fiducia possia­mo strappargli le grazie. Non ha finito Lui stes­so la sua opera con un clamoroso insuccesso (in apparenza), con uno sparuto pugno di ani­me fedeli sotto il suo patibolo? E non era proprio questa l'ora del suo trionfo e della nostra salvezza?

Ricordiamo: l'ora di Dio, dei suo intervento scocca, quando ci sembra che tutte le risorse umane falliscono!

Ci vuole la fiducia di Maria !

 

4. STABAT IUXTA CRUCEM IESU MARIA, MA­TER EIUS!

Ecco ancora un aspetto per il nostro conver­sare con Gesù, che dobbiamo copiare da Ma­ria: la tenerezza del suo amore.

Dopo aver accompagnato Gesù lungo la via do­lorosa, Maria rimane ferma, per tre ore pe­nose, eterne « iuxta Crucem lesu ». Non svenu­ta, come qualche pittore moderno ha voluto rappresentarla, ma in piedi. Non le era per­messo, di dargli il minimo sollievo, di porgergli un sorso d'acqua, ma una cosa le restava: consolarlo con la sua presenza: far sentire al Figlio la vicinanza del suo amore materno. Sta­va lì, sotto la Croce, ritta, silenziosa, dissimu­lando lo strazio del suo cuore, onde non accre­scere quello del suo Figlio. E Questi - a sua volta - delicatamente la chiama « donna », per­ché la parola « madre » avrebbe maggiormente straziato il suo cuore materno. Quanta delica­tezza!

E poi, prese tra le sue braccia il Corpo esanime del suo Figlio, proprio come un dì aveva pre­so sulle ginocchia e vezzeggiato il suo Pargo­letto: « ecce cuius aspectu laetabaris et omnibus deliciis replebaris, illum ipsum tibi humi­liter e amanter repraesento et offero, tuis brachiis constringendum, tuo corde aman­dum ... ».

Ecco il nostro compito: trattare Gesù con la tenerezza di Maria.

Tanto più che Egli - oggi - nel Sacramento del suo Amore, è spesso tanto maltrattato. Si accede all'altare senza preparazione, ci si allon­tana in fretta, appena finita la Messa (preti e fedeli); durante la Messa si dialoga, si canta (e spesso come! ) senza posa, riservando al centro sacrificale il minor tempo possibile e quasi nessun momento ai fedeli, per un con­versare intimo con il Signore. Poi, quanti ar­bitrii, quanti esperimenti nella celebrazione: maledictus qui facit opus Domini fraudulenter ! (ler. 48, 10).

La presenza reale di Gesù messa in seconda li­nea, in qualche angolo (vere tu et Deus abscon­ditus ... ), per cui ne soffre il culto eucaristi­co: le visite, le adorazioni, che un dì davano calore e splendore alle nostre chiese.

E non abbiamo parlato dei sacrilegi, che oggi aumentano in misura impressionante. Specie nei paesi nordici la confessione individuale è pressoché eliminata, ci si accontenta di funzio­ni penitenziarie con I' assoluzione generale, no­nostante le precise norme in proposito emana­te dalla Chiesa. Il defunto card. DSpfner si chiedeva: Come mai, che la frequenza alla Messa va ogni giorno calando, mentre masse di giovani, di studenti, si accostano alla Comu­nione, senza confessione s'intende?

Non dobbiamo allora almeno noi stringerci con Maria « iuxta Crucem, iuxta altare, iuxta tabernaculum? » (Celebrazione devota e con­vinta, specie al momento della consacrazione; questa sarà la nostra predica più efficace per i fedeli! ).

E se con tutto ciò il mondo restasse ancora lontano, ci resta ancora un modo di con­solare il Signore: con la nostra presenza in chiesa (visite, adorazioni), come faceva il S. Curato d'Ars. Quando, nei primi anni, la chiesa era vuota e le bettole piene, egli passava lun­ghe ore dinanzi al Tabernacolo, a tu per tu col Signore.

Facciamo altrettanto anche noi, accanto a Maria e all'apostolo S. Giovanni; passiamo qual­che ora con Gesù in chiesa. Giammai il Signore deve lamentarsi di noi: « Consolantem me quae­sivi et non inveni » (S. 68, 21 ).

Non possiamo terminare questo ritiro senza no­tare ancora un particolare, che consola Gesù e che rivela la nostra tenerezza nei suoi con­fronti.

Fu un grande conforto per Gesù morente, il poter affidare sua Madre all'affetto del suo di­scepolo prediletto. Possiamo immaginare, come Giovanni, alzando lo sguardo al Maestro crocifisso, abbia annuito con grande prontezza a questa consegna e se ne sentì felice e come il Signore morente gli abbia risposto con un gra­to sorriso, mentre Giovanni stringeva a sé quel­la che fu la madre di Gesù e che ora era di­venuta sua mamma.

Oggi, che si tenta da tante parti, di accanto­nare il culto mariano, usiamo un tenero affetto a Maria, Madre dei sacerdoti ed avremo con ciò consolato Gesù! « Consolationes tuae laetificaverunt animam meam » (S. 93, 19).

« Con filiale fiducia amino e venerino la Beata Vergine Maria, che fu data come Madre da Ge­sù morente al suo discepolo n (Vat. II: Opta­tam totius, 8).

« Ipsam sequens non devias, ipsam rogans non desperas, - ipsam cogitans, non erras » (S. Bernardo).

 

GIUGNO

8.

IL SACERDOTE E L'EUCARISTIA

La vera festa dell'Eucaristia è il Giovedì Santo, giorno, in cui il Signore l'ha istituita. Ma sic­come in quel giorno, per l'imminenza della Passione di Cristo, non è possibile sfoggiare lo sfarzo che si vorrebbe, per celebrare degnamen­te e solennemente questo grande dono, venne istituita una festa apposita per la celebrazione del mistero del Corpo e del Sangue di Cristo, il CORPUS DOMINI: giorno natalizio dell'Eu­caristia e giorno natalizio del nostro sacerdo­zio.

Eucaristia e sacerdozio sono stati creati da Cri­sto con un solo gesto all'Ultima Cena, per cui l'Eucaristia non è concepibile senza il sacerdo­te e il sacerdote perde la sua ragione di essere senza l'Eucaristia.

Prostriamoci anzi tutto dinanzi a Criso, il Som­mo Sacerdote, per ringraziarLe della nostra vo­cazione al sacerdozio, tanto più, che le ordina­zioni si fanno ordinariamente in questo mese. Jesu dilectissime, qui ex singulari benevolentia me prae millenis hominibus ad tui sequelam et ad eximiam sacerdotii dignitatem vocasti, largire mihi, precor, opem tuam divinam, ad offi­cia mea rite obeunda. Oro te, Domine lesu, ut resuscites hodie et semper in me gratiam tuam, quae fuit in me per impositionem manuum epi­scopalium. O potentissime animarum medice, sana me taliter, ne revolvar in vitia et cuncta peccata fugiam, tibique usque ad mortem pia­cere possim! Amen.

Quale mistero! Quale onore! Quanta fiducia riposta in me, povero uomo mortale!

Ed ora chiediamoci in questo ritiro, quali sono i nostri compiti dinanzi all'Eucaristia.

Ci ha già risposto Paolo VI, quando, al Congres­so di aggiornamento pastorale di Orvieto, disse ai patercipanti:

« Il sacerdote è: il ministro generatore di tanto sacramento - il suo primo adoratore - il sa­piente rivelatore - l'instancabile distributore ».

 

I. IL MINISTRO GENERATORE

« Iesus, tuis oboediens, qui factus es parenti­bus », canta la Chiesa nella festa della S. Fami­glia. - « Era soggetto a loro », soggiunge S. Lu­ca (2, 51) .

Chi?

E a chi ? si chiede S. Bernardo. Lui, il Verbo incarnato, il Re dei Re, il Dominatore dei Do­minanti (cfr. Apoc. 19,16), - « a cui spetta la gloria e l'impero per sempre » (1 Tim. 6, 16). Colui che impera sul mondo, che coman­da ai marosi, Lui è soggetto a Maria e Giu­seppe.

Ma è soggetto anche a me, suo povero ministro, che ho derivato da Lui la mia dignità sa­cerdotale. Egli, il Re dei secoli, immortale ed invisibile, si assoggetta a m e con un'obbe­dienza assoluta, vorrei dire cieca:

- Egli rinnova il suo sacrificio sull' altare so – Io quando io gli presto il mio ministero, la mia mano, la mia parola. (Sono Cristo, sono Cristo! ripeteva Mons. Segur, quando rientra­va in sagrestia, disciolto in lagrime: non avete sentito, cosa ho detto poc'anzi: questo è il mio Corpo, il mio Sangue?).

- Non può essere dato in nutrimento alle ani­me, se non sono io a porgerlo.

- Non può rimanere presente nelle nostre chie­se all'adorazione dei fedeli, se io non ve lo metto e conservo. Senza di Lui i fedeli trovereb­bero la chiesa vuota, senza l'Amico divino, che « trova le sue delizie di stare fra i figli dell' uo­mo » (Prov. 8, 31 ).

- Non può essere portato ai malati, che Egli tanto ama, se io non reco a loro il S. Viatico. (II permesso recente, dato a laici di portare la Comunione ai malati e moribondi, è solo un provvedimento di emergenza).

- Non rifiuta nemmeno la sua obbedienza al sacerdote sacrilego, né arresta la mano del suo sacerdote, che Lo porge ad un indegno.

Di fronte a questa meravigliosa obbedienza del mio Signore « impara, o cenere, ad obbedire !». Dio, l'Onnipotente, ha voluto avere bisogno di me!

 

II. IL PRIMO ADORATORE

Come Maria che, dinanzi al presepio, adorò per prima il suo Neonato, così il sacerdote, appena proferite le parole della consacrazione e mostra­to ai fedeli il Signore, si inginocchia in profon­da adorazione.

Ma come potrei io, dopo averGli reso il primo omaggio alla consacrazione, dimenticarLo lungo la giornata, mentre Egli rimane spesso, per lunghe ore, solo nel tabernacolo?

Fabio Gualdo, l'ispirato e pio poeta, esprime, in una sua poesia, le sue impressioni, quando egli, all' alba, entrava in una chiesa di Venezia, « gelida e muta come una caverna ». Non c'è nessuno. L'unico segno di vita è « la fiammella esile, che oscilla » dinanzi al Tabernacolo, la lampada del Santissimo. E' inorridito e addolo­rato di questo abbandono, in cui il Signore è lasciato dal mondo. Ad un tratto gli sembra che quella fiammella che già sta per spegnersi, incominci a parlare: « Pecorelle smarrite, non l'udite voi; dunque, non l'udite Gesù che vi ripete: io vi amo, io vi amo? Non sapete voi che per voi sole Ei s'è chiuso entro quest' urna, solo per voi, Egli l'Eterno Sole? ». E mentre la fiammella dà i suoi ultimi sguizzi, essa ripe­te ancora: « O uomo, o uomo, abbi pietà di Dio! ».

Almeno noi sacerdoti non dobbiamo lasciarlo solo nelle sue chiese! « Quam diletta taberna­cúla tua, Domine virtutum; concupiscit et defi­cit anima mea in atria Domini. Cor meum et caro mea exsultaverunt in Deum vivum » (S. 83).

Non dovrei esser anch' io come la colomba, che Noè mandò ad esplorare la terra e che, verso sera, fece ritorno all' arca, perché, in mezzo a quel fango, non sapeva, « dove posare il pie­de? » (Gen. 8,9).

Come potrei io portare il pesante giogo sacer­dotale, come essere fedele alla mia totale dona­zione a Lui, se non approfittassi della continua possibilità di incontrarmi con Lui, per attinge­re forza e coraggio?

 

III. IL SAPIENTE RIVELATORE

«Quantum potes, tantum aude, quia maior om­n! laude, nec laudare sufficis ». Il sacerdote, mi­sterioso generatore della presenza eucaristica, Lui che più di ogni altro può sperimentare la dolcezza e I' eflìcacia di questo sacramento, Lui che deve condurre le anime a Cristo, deve es­sere l'araldo del Grande Re, annunziarne le me­raviglie ed attirare le anime.

Ma per poter essere il rivelatore di un così grande mistero, egli deve per primo conoscerlo a fondo: con lo studio e ancora di più con il suo perenne contatto con Gesù Sacramentato. Come S. Tommaso, il cantore dell' Eucaristia, che attinse la sua profonda sapienza p i ù , stando inginocchiato dinanzi al tabernacolo, che curvo sopra i suoi libri.

Dinanzi alle chiese vuote, lungo la giornata, men­tre rigurgitano le strade, i ritrovi, le piazze, ci viene la voglia di ripetere a questi « fedeli »: « Medium vestrum stetit quem vos nescitis » (Gv. 1,26). Ma come potremmo pretendere che le chiese si riempino, se fossimo noi i primi a disertarle?

Parliamo spesso ai fedeli della S. Messa. Se ne avranno un chiaro e profondo concetto, senti­ranno il bisogo di assistervi.

Invogliamoli senza stancarci al banchetto divino e che vi si accostino con le dovute disposizioni. (Oggidì, quante comunioni sacrileghe!). Curiamo o riprendiamo le belle ore di adora­zione, vere ore di paradiso e fonte di rinascita per una parrocchia.

 

IV. L'INSTANCABILE DISTRIBUTORE

«Noi ci si deve considerare come servitori di Cristo e amministratori dei misteri di Dio (1 Cor. 4, 1 ).

Come, nel deserto, il Signore fece distribuire il pane miracolosamente moltiplicato dai suoi apostoli, così Egli vuole che siamo noi a dispensare il Pane eucaristico in questa mol­tiplicazione del pane del ciel, che non ha tra­monto.

Mi presto con diligenza a distribuire la S. Co­munione? Promuovo la Comunione frequente e quotidiana?

Porto !o con zelo Gesù ai malati, ai carcerati? Faccio di tutto perché i bambini, appena pos­sibile (secondo il decreto del Papa dell'Euca­ristia S. Pio X), si accostino alla Mensa divina? Gesù che trova chiusi tanti cuori e che da altri viene ricevuto sacrilegalmente, vuole sfo­garsi in questo piccolo paradiso terrestre, che è il cuore di un bimbo, che Egli stesso si è preparato nel S. Battesimo.

Voglio poi con tutte le industrie promuovere le vocazioni sacerdotali, perché non si debba ri­petere il pianto del profeta Geremia: « I par­goletti chiedevano il pane e non c'è chi glielo dispensi ! » (Thr. 4, 4). E in certe parti del mon­do ci siamo già arrivati ...

«Nella SS. Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa» (Vat. II: Presb. Ord. 5).

 

LUGLIO

9.

UNA LEZIONE DI PASTORALE

Il mese di luglio è particolarmente dedicato al­la devozione del Preziosissimo Sangue, prezzo della nostra salvezza. Pensando, quanto sono co­state al Signore le nostre anime, ci sentiamo spinti a lavorare per esse, a divenire « piscato­res hominum » (Mc. 1, 17). Poiché Egli ci ha scelti e ci ha costituiti « perché andiate e por­tiate frutto e il vostro frutto rimanga » (Gv. 15,16).

Perché i suoi discepoli (e dietro a loro tutti noi suoi sacerdoti) potessero svolgere I' attivi­tà pastorale, Gesù li ha presi alla sua scuola nei tre anni di vita pubblica. Ai loro occhi Egli ha fatto loro vedere come si avvicinano, come si conquistano e si salvano le anime.

Seguiamolo oggi nella sua giornata pastorale.

 

I. IL SUO CAMPO DI LAVORO

E' la ristretta Palestina. « Io sono stato manda­to solo alle pecorelle smarrite della casa d'Israe-

le » (Mt. 15, 24). Eppure, la sua opera era de­stinata alla salvezza di tutto il mondo. Altri, dopo di Lui, ci andranno, Lui resta lì, per­ché così lo vuole il Padre. Ma di lì si sprigio­navano tutte le energie che spinsero poi per le vie del mondo gli araldi di Cristo a gloriose conquiste. Per Sé l'umiliazione, il sacrificio, per toro la soddisfazione, il successo.

Qualche prete si lamenta: « Perché io, con tut­te le mie doti (?) sono condannato dai supe­riori a vivere e lavorare, spesso a vuoto, in que­sto sperduto, malaugurato paese, senza soddi­sfazioni, senza corrispondenza?

Non ha importanza, quale sia il posto di lavoro del prete: una parrocchia importante della città o un misero paesello di montagna. Ne è prova il S. Curato d'Ars. Fu mandato in un paese, per il quale nessuno voleva competere, di modo che il Vicario Generale gli disse: Ci vada e ci porti un tantino di amore di Dio! E vi restò tutta la sua vita, senza mai lasciare il suo piccolo gregge. Ma vi accese una tale fiammata di amore, che tutta la Francia si muo­veva verso Ars da quel povero prete di cam­pagna, di cui Napoleone III disse: tre di questi preti e tutta la Francia si converte. - Il segre­to di questa riuscita? - Ci spiega Suor En­rica O.P.: « In ultima analisi non è quello che facciamo o diciamo che ci rende apostoli. E' quello che siamo. Direi: esclusivamente quello che siamo. Perché si è quello che si ha. E solo quello che si ha si pub dare. Se non hai Dio da dare, darai te stesso e allora darai nulla ». Da quel tuo piccolo paese partono le onde cristo­centriche e si calano lì, dove ce n'è maggior­mente bisogno, mentre tu, nella tua chiesetta solitaria, hai I' agio di fecondare il lavoro dei tuoi fratelli che lavorano e lottano in prima linea.

 

II. IL SUO PUBBLICO

Corrispondeva al suo paese: gente rozza, incol­ta, imbevuta da falsi miraggi messianici, tenuti

sotto il giogo degli scribi e farisei (di cui Gesù ebbe a dire: «fate e osservate tutto quello che vi dicono, ma non vi regolate sulle loro opere. Dicono, infatti, e non fanno » - Mt. 23, 3). - «Vedute le folle, ne ebbe pietà. Perché erano stanche ed abbattutte, come pecore senza pa­store» (Mt. 9,36).

Eppure c'era anche tanta bontà in quella gen­te abbandonata. Attendevano solo, chi avesse parlato a loro e chi li avesse accolti con amore. E questa accoglienza la trovavano in Gesù. Per­ciò Lo cercavano dappertutto, si stipavano in­torno a Lui, bevevano a larghi sorsi, senza stan­carsi per ore, le parole di vita eterna che usci­vano dalla sua bocca.

Gesù accoglie il popolo, Gesù accoglie tutti coloro che soffrivano. In su la sera portavano sul­l'orlo della strada tutti i loro malati, « perché da Lui usciva una forza che guariva tutti » (Lc. 6119).

Andava in cerca dei più miseri - dei peccaori. Pranzava con i pubblicani, noncurante delle cri­tiche dei farisei. Permette alla grande peccatrice della città di ungere i suoi piedi e la assolve. Riabilita l'adultera nel cortile del tempio; col­pisce, converte, perdona, riabilita appieno Pie­tro con un solo suo sguardo. Guarisce il para­litico prima nell'anima e poi nelle sue membra intirizzite, prega, in Croce, per i suoi crocifis­sori, dà una grande assoluzione al compagno di pena a destra. Già, Egli non era venuto a giu­dicare e a condannare, ma « per cercare e sal­vare ciò che era andato perduto » (Mt. 18, 1 1 ). La sua delizia sono i b a m b i n i : « Sinite parvulos venire ad me.. » (Mt. 19,14).

Parla anche alle persone colte, come a Nico­demo in quel memorando colloquio notturno. Non abbiamo anche noi come pubblico simili figure? Tutte anime che attendono da noi di essere guidate alla salvezza. Anime, che porta­no il sigillo del Sangue di Cristo, prezzo infi­nito del loro riscatto.

Le passo in rassegna ... Come le tratto?

 

III. QUALI MEZZI PASTORALI ADDOTTAVA ?

- Passava dalla preghiera ali' azione e da II' a­zione alla preghiera. Aveva lavorato fino a tar­da ora a Cafarnao e al mattino tutti ancora Lo cercavano. Lo trovarono, in un luogo soli­tario, in conversazione con il Padre.

- Predicava instancabile, annunciando non mi­re terrene, non un mondo migliore, ma « il re­gno di Dio », l'eterna salvezza. Non ha parole altosonanti, parla un linguaggio popolare e scen­de alle più semplici parabole, tolte dalla vita di ogni ora, pur di essere compreso.

- E perché la sua parola fosse accolta e per­ché Lui fosse creduto ed accolto come il Mes­sia promesso, Egli rammolisce il terreno con i suoi prodigi, strappatiGli dal suo grande Amo­re per la gente sofferente.

Quanta pazienza, quanta mitezza con tutti, da poter dire: « Imparate da me che sono mite ed umile di cuore » (Mt. 11,29).

E non si risparmia. Dalla stanchezza non sente il ruggire della tempesta sul lago, dorme anche quando non sa dove posare il capo.

Nessuno è escluso dal suo amore.

Siccome Egli dovrà ritornare dal Padre, Egli prepara lo stuolo dei suoi discepoli e li forni­sce di poteri divini. Dà loro già qualche soddi­sfazione, quando li manda, a due a due, ad una escursione pastorale. Ritornano a casa festosi, raccontando al Maestro i loro consolanti suc­cessi (Lc. 10, 17).

 

E QUALI FURONO I FRUTTI DELLA SUA OPERA?

Umanamente parlando, un fallimento: i princi­pi del popolo non Lo riconoscono nonostante le sue chiare testimonianze ed i suoi prodigi e chiedono la sua morte. Dei discepoli uno Lo tradisce, I' altro Lo rinnega, e gli altri fuggono, lasciandolo solo in balia dei suoi nemici. Solo Giovanni riprende il coraggio e sta con Lui sot­to la Croce, con uno sparuto gruppo di donne pie e con due distinti rappresentanti del popo­lo: Nicodemo e Giuseppe di Arimatea. Muore la morte più umiliante e più dolorosa: in Croce. Ma ci voleva proprio questo suo sacrificio, que­sta sua umiliazione per trionfare per tutti i se­coli e per tutte le parti del mondo. « Se il gra­no di frumento non cade in terra e vi muore, resta solo. Se, invece, muore, porta molto frut­to » (Gv. 12, 24). « Regnavit a ligno Deus ! ».

 

ED IO SONO UN PASTORE SECONDO IL SUO CUORE ?

Ripasso le singole fasi della sua opera pastorale e le applico a me ... Passo anch' io dalla pre-

ghiera all'opera? Prego per il mio gregge? Esercito il ministero della parola autentica di Dio, amministrandola con zelo e competenza? Attendo le pecorelle smarrite nel mio confessio­nale, senza stancarmi; anzi, vado anche in cer­ca di loro, le incoraggio? Le accolgo sempre con invincibile pazienza e bontà, come le avreb­be accolte Gesù?

Mi apro le vie di quei cuori restii .con le opere di cristiana carità? Curo i malati, i lontani, i colti come gli incolti, piango, come S. Paolo, con loro e mi rallegro con loro? (Rom. 12, 15). Conosco le mie pecorelle (con i loro bisogni, le loro possibilità, le loro doti, la loro vocazio­ne) e loro hanno occasione di conoscere me? So stare nel mondo, senza conformarmi al mon­do ? Poiché se incominciassi a piacere al mondo, non potrei più essere servo di Cristo (cfr. Gal. 1,10). Cerco la gloria di Dio o me stesso? Invidie sacerdotali? So dividere il lavoro pa­storale con i miei confratelli, senza ingelosirmi e dando loro delle soddisfazioni? (il collabora­re con altri e suddividere le mansioni presup­pone una buona dose di autentica umiltà!... ). So, come il contadino, pazientemente attendere la messe (cfr. Giac. 5,7). Mi scoraggio negli insuccessi?

Sono anche pronto, di offrire al Signore le sof­ferenze che Egli mi manda, per il bene del mio gregge. « Bonus pastor animam suam ponit pro ovibus suis » (Gv. 10, 11 ). Quanto trionfo è

uscito dalle persecuzioni dei primi secoli ! San­guis martyrum, semen christianorum.

E tutte quelle innumerevoli innocenti vittime dei nostri tempi nelle persecuzioni, nei campi di concentramento, non prepareranno esse una rin­novata primavera per la nostra Chiesa dopo questa sua tremenda crisi?

Viveva ad Ivrea un giovane prete, del tutto im­mobilizzato, il quale ebbe il permesso, di cele­brare a letto la sua messa. La pietra sacra gli fu posta sul suo corpo martoriato e lì, con la devozione di un angelo, Egli rinnovava il sacri­ficio del suo Maestro.

Ebbene, fra i tanti che venivano ad assistere a questa commovente Messa c'erano anche molti increduli, che se ne andavano credenti e fer­vorosi.

«Nell'edificare la Chiesa, i Presbiteri devono avere con tutti rapporti improntati alla più de­licata bontà, seguendo l'esempio del Signore» (Vat. II: Presb. Ord. 6).

 

AGOSTO

10.

VENI SANCTE SPIRITUS!

Con l'assunzione e coronazione di Maria SS. in cielo, lo Spirito Santo ha completato in lei la sua meravigliosa opera di grazia, incomin­ciata con il suo immacolato concepimento al conferimento della pienezza di grazia, dal suo voto di verginità alla maternità divina. Né la sua opera finì lì. Lo Spirito Santo continuava a « adombrarla », ad arricchirla di sempre nuo­ve grazie, di modo che, sotto il suo divin soflìo, essa cresceva continuamente nella vita divina della grazia ed in ogni sorta di virtù: un capo­lavoro di Dio, non per nulla chiamata la « spo­sa dello Spirito Santo », che ora risiede in cielo Regina, mediatrice delle grazie, le quali dallo Spirito Santo, attraverso lei, si effondono su i suoi figli.

Eppure, essa non era che la sconosciuta donzel­la di Nazaret, la quale, come tutte le donne di Israele, in vita sua non faceva altro che l'u­mile casalinga. Come ha fatto allora a salire a quella vertiginosa santità, che mette in ombra quella degli angeli e degli altri santi?

E' ben vero: Maria era una creatura privilegiata, prescelta fin dall'eternità e, in vista della sua maternità divina, ricolma di tali grazie, co­me nessun altro santo le ricevette.

Ma Maria ha anche generosamente corrisposto all'effondersi di tante grazie. La sua vita non era altro che una meravigliosa gara fra lo Spi­rito Santo che le forniva sempre nuove grazie e lei che le accettava, le assimilava in sé, per cui oggi la salutiamo: Salve Regina!

Anche noi, ministri di Dio, siamo degli es­seri privilegiati, dall'eterno, segregati al servi­zio di Dio (cfr. Atti 13, 2), una missione tanto affine a quella della Madonna. Anche in noi lo Spirito Santo ha lavorato e lavora, dall'ora della nostra chiamata e per tutta la nostra at­tività sacerdotale. Anche noi dobbiamo far­ci santi.

- Dobbiamo rappresentare Cristo nel mondo, per cui siamo, per così dire, la sua continua­zione in mezzo agli uomini. Alter Christus. At­traverso noi le anime devono giungere a Cristo.

- Trattiamo le cose più sante: i sacramenti e soprattutto I' Eucaristia. « Mundamini qui fer­tis vasa Domini! » ( Is. 52, 11 ). - « Sacerdotes Domini incensum et panes offerunt Deo. Et ideo sancti erunt Deo suo et non polluent nomen eius » (cfr. Lev. 21, b). - Da S. Pio X in su, tutti i Papi hanno fatto una lettera apostolica intorno alla santificazione del clero e il Va­ticano II (Presbyterorum Ordinis, 12) insiste: « Con il Sacramento dell'Ordine i presbiteri si configurano a Cristo Sacerdote come ministri de! Capo, allo scopo di far crescere tutto il suo Corpo, che è la Chiesa ».

- Dobbiamo guidare le anime alla santità. Ma come potremmo dare loro ciò che noi non possediamo ?

- Abbiamo l'incarico di predicare. Ma guai se, alla guisa dei farisei, insegnassimo ai fedeli ciò che noi non pratichiamo ! « Ne sit ordo sublimis, vita deformis! ». Dovremmo essere, come chiamavano S. Efrem, il diacono: « l'ar­pa dello Spirito Santo ». « I presbiteri raggiun­geranno la santità nel loro modo proprio, se nello Spirito di Cristo eserciteranno le proprie funzioni con impegno sincero ed instancabile » (Presb. Ord. 13).

Il segreto della santità consiste di lasciar fare lo Spirito Santo e di collaborare con Lui, come fece la Madonna.

Cerchiamo ora di intendere il lavorìo dello Spi­rito Santo in noi e la nostra corrispondenza sulla falsariga di quella che fu chiamata la « regina delle sequenze »: il Veni Sancte Spiritus I « Veni Sancte Spiritus et emitte caelitus lucis tuae radium ».

Dobbiamo desiderarlo, chiamarlo, consapevoli della nostra insufficienza. Avere fame e sete del­la giustizia, cioè della santità, per essere saziati. « Veni, Pater pauperum, veni dator munerum, veni lumen cordium!».

Per essere arricchiti dallo Spirito Santo dobbia­mo umilmente discendere nel nostro nulla, noi, che, da soli, non riusciamo fare un solo passo verso il soprannaturale. « Omnes delectat cel­situdo, sed humilitas gradus est ». « Consolator optime, dulcis hospes animae, dulce refrige­rium ».

Rendiamoci conto dell' inabitazione dello Spiri­to Santo in noi. E invece di parlare tanto de1lo Spirito Santo, parliamo noi di più con santa intimità al dolce ospite della nostra ani­ma, conforto e sostegno nostro.

« In labore requies, in aestu temperies, in fletu solatium ». Ci sostenga nella fatica, smorzi le nostre passioni, asciughi le nostre lacrime.

« O lux beatissima, reple cordis intima tuorum fidelium ». Poiché: « Sine tuo numine, nihil est in homine, nihil est innoxium ».

Ed ora la sequenza descrive, in concreto l'ope­ra dello Spirito Santo in noi:

« Lava, quod est sordidum ». Siamo spesso in­sozzati dallo spirito del mondo, in cui dobbia­mo lavorare.

« Riga, quod est aridum ». Forse il Signore de­ve muoverci il rimprovero dell'Apocalisse: « Se tu fossi freddo o caldo, ti compatirei: ma per­ché sei tiepido, ti vomiterò dalla mia bocca » (Apoc. 3, 15). L'aridità però potrebbe anche essere una prova purificatrice, come la speri­mentarono tutti i nostri mistici. Allora chiedia­mo di saper perseverare anche nell'aridità, co­me S. Teresa di Gesù. E il Signore saprà far scaturire da noi un nuovo fervore, come fece nel deserto, cavando dalla dura roccia torrenti di acqua.

Sana quod est saucium. Dalle battaglie per il regno di Dio, torniamo spesso feriti e lo Spi­rito Santo deve guarirci. « Febris nostra avari­tia est; febris nostra libido est; febris nostra luxuria est; febris nostra ambitio est » (S. Am­brogio).

Flecte quod est rigidum. Per essere santi occor­re conformarsi alla volontà di Dio e noi non ci riusciamo sempre.

Fove quod est frigidum. E' tanto facile che per­diamo la nostra prima carità (cfr. Apoc. 2,4), il nostro primo fervore. Ci vuole il soffio caldo del Paraclito.

Rege quod est devium. E' sempre pura, rettili­nea la mia intenzione nell'operare? O cerco di più me che il Signore e il bene delle anime? Allora, Signore, drizzami verso di te!

Da tuis fidelibus - in te confidentibus - sa­crum septenarium. L' iride dei sette doni dello Spirito Santo. Dicono i maestri dello spirito che, mentre le altre grazie attuali ci sorreggono piuttosto nell'operare, nei doni, lo Spirito San­to stesso prende I' iniziativa e ci trascina avanti e in alto, purché non siamo trattenuti dal piom­bo dell'amor proprio. Basta seguirlo e la via alla santità è appianata, per cui possiamo es­sere sicuri che lo Spirito Santo ci esaudirà nella invocazione conclusiva:

Da virtutis meritum - da salutis exitum - da perenne gaudium. Amen.

Sia questa preghiera ogni giorno sulle nostre labbra, perché lo Spirito Santo possa compiere anche in noi, come in Maria, il miracolo della santificazione, tanto indispensabile per il nostro sacro ministero.

« Una sola è la via alla perfezione cristiana: la docilità alle sue ispirazioni » (S. Teresa di Ge­sù Bambino).

« Ogni Santo che nasce è un nuovo vangelo che si scrive » (M. Pomilio).

« Quando non si vive, come si crede, si va a finire a credere, come si vive ».

Un classico mezzo di santificazione propria, cal­damente raccomandato anche da Paolo VI è la Unione apostolica del Clero, che ha anche un secondo grado (I discepoli di Gesù) con i tre voti. - 00165 Roma, via Aurelia antica 284.

 

SETTEMBRE

11.

NOI E LA CHIESA

In una meravigliosa visione il profeta Isaia (cap. 2) vede profilarsi dinanzi il regno dei futuro Messia. «Avverrà che, alla fine dei gior­ni (nella pienezza dei tempi, cioè ai tempi del Messia), si ergerà il monte del tempio di Jahve sulla cima dei monti... Ad esso affluiranno le genti. Verranno tanti popoli, dicendo: venite, saliamo sul monte di Jahve, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci ammaestri sulle sue vie e che noi camminiamo per i suoi sentieri ».

Con la medesima visuale universale parla il Sal­mista di quel regno del figlio di Davide, che si estenderà da un confine della terra all'altro « et cuius regni non erit finis ». Questo non po­teva riferirsi al regno terreno di Davide, il qua­le crollò dopo appena quattro secoli; ma bensì al regno spirituale del suo Figlio - Cristo - la Chiesa.

Cristo stesso ha iniziato fin dal principio della sua vita pubblica la costruzione della sua « Chie­sa: preparando le colonne e le fondamenta (gli apostoli), scegliendo fra essi un capo, perché i frutti del suo sacrificio rimanessero per tutte le generazioni e per tutti i tempi.

A differenza della sinagoga Egli volle chiamarla « chiesa », (che etimologicamente dice lo stesso), ovvero il suo regno, il banchetto, il campo, il gregge con il suo pastore. Che in quelle parabole Egli parlasse del suo regno in terra è chiaro, perché Egli parla di buoni e cattivi, di buon grano e della zizzania, men­tre lassù « in quel regno della pace non posso­no incontrarsi degli scandali » (S. Gregorio). E infine, nel giorno di Pentecoste, la Chiesa di Cristo è un fatto compiuto; i primi 3000 bat­tezzati formano la prima diocesi, mentre gli apo­stoli, forniti dall' alto di ogni autorità e facoltà, si danno alla conquista del mondo.

Di lì la Chiesa ha spiccato il volo per la con­quista del mondo, fra persecuzioni e trionfi, fra decadenze e crisi e meravigliose fioriture di Santi.

Per quante crisi dovette passare la Chiesa nei 2000 anni della sua storia! Ogni altra isti­tuzione sarebbe scomparsa nel vortice dei seco­li. Ma essa si è sempre rialzata, per riprendere il suo cammino, perché Cristo è fedele alla sua promessa: « Sarò sempre con voi fino alla con­sumazione dei secoli » (Mt. 28, 20).

Quanto si parla oggi di crisi della Chiesa! Non è del tutto esatto. Più di una crisi della Chiesa si dovrebbe parlare di una crisi dei figli della Chiesa e degli stessi ministri della Chiesa.

Il Signore interverrà ancora, ne possiamo esse­re certi, benché non è escluso che Egli debba prendere in mano il ventilabro, per pulire ener­gicamente la sua aia. Comunque, l'ultima pa­rola sarà la sua!

Nel mese di settembre, in cui, di solito, si ce­lebra la solennità della « dedicatio ecclesiae ca­thedralis », vogliamo esaminare i nostri rappor­ti con la Chiesa, noi che - come dice l'orazio­ne della dedicazione - siamo le a vive ed elet­te pietre di cui si compone la Chiesa ».

Dicono così bene gli esegeti: « Come dal costa­to aperto di Adamo uscì Eva, la madre di tut­ti i viventi, così dal costato aperto di Gesù in Croce, uscì, con il Sangue e l'Acqua, la Ma­dre di tutti i viventi in Cristo: la Chiesa ». La « Madre Chiesa », per cui siamo

l. i suoi figli, da lei rigenerati al S. Fonte e poi nutriti ed allevati con gli altri sacramenti,

2. e noi, come preti, i figli privilegiati, di avan­guardia, perché ministri di Dio, rivestiti della sua autorità e dei suoi poteri, nelle cui mani il Signore ha posto le sorti della sua Chiesa e del­le anime,

3. i domestici di Dio, i cittadini del suo regno,

4. i maestri dei popoli (Euntes docete ... ),

5. i dispensatori autorizzati dei misteri di Dio,

6. i buoni pastori che, al pari di Lui, sono anche pronti di dare la vita per le loro pecore. E quanti l'hanno data !

 

LA NOSTRA POSIZIONE PARTICOLARE RICHIE­DE DEI PARTICOLARI OBBLIGHI VERSO LA CHIESA.

Ecco qui la materia per il nostro esame nel ritiro. Accenno appena i singoli punti:

1. Obbedienza. Ogni società, anche se a base democratica, richiede, per sussistere, una gerar­chia e quindi la subordinazione, se non vuole dissolversi in rivolte ed anarchia.

Tanto più la Chiesa di Cristo, che da Lui è sta­ta fondata come gerarchica e non democratica nel senso politico. L' ha detto chiaro: « Chi non ascolta voi, non ascolta Me. Chi disprez­za voi disprezza Me. Ma chi disprez­za Me, disprezza Colui che mi ha mandato » (Lc. 10, 16). E ancora: « Se poi uno non vuole ascoltare nemmeno la Chiesa, sia per te come il pagano ed il pubblicano ». - « Non si può avere Dio per Padre, se non si ha la Chiesa per Madre » (S. Agostino). - « Petrus per Leonem locutus est » (i Padri del Concilio di Efeso). « Christus igitur a Deo et apostoli a Christo » (S. Clemente). - « Oportet ... subiti presby­teris et diaconis tanquam Deo et Christo » (S. Policarpo). Non come ha detto, recentemente, un cappellano al suo Parroco: « Lei, Signor Par­roco, è ordinato prete come me, allo stesso modo. Quindi Lei faccia secondo i suoi me­todi ed io vado per le mie vie! ».

L'obbedienza, basata sulla fede e sull'amore, è la forza della Chiesa e il pegno di benedi­zioni e di riuscita di chi lavora per essa.

2. Rispetto e amore, come alla propria mam­ma. Potessimo anche noi, come S. Caterina da Siena, guardare al Papa come al « dolce Cristo in terra! ». Quindi la fervorosa preghiera per il Papa ed i Vescovi. Papa e Vescovi possono essere compresi solo nella luce della fede.

3. Colaborazione generosa per l'avvento del Re­gno di Dio nel mondo e per le anime.

4. Ancora un aspetto va notato: la Chiesa di Cristo è cattolica, cioè universale, per cui ogni parrocchia è una particella di questa Chiesa universale. Il nostro interessamento non deve pertanto restringersi alla nostra Parrocchia o al nostro particolare campo di lavoro, ma de­ve comprendere il nostro interesse per tutta la Chiesa.

Ogni sacerdote dovrebbe, in qualche modo, es­sere anche curatore d'anime. Ci teneva tanto Pio XII, che voleva, che i suoi curiali, nei po­meriggi, in cui erano liberi, si rendessero utili

in collegi o in Parrocchie e lui stesso, da Cardi­nale, ne diede il primo esempio.

Ogni prete dovrebbe anche essere un missionario: «Levate gli occhi e contempla­te i campi: già biondeggiano, pronti per la mie­titura » (Gv. 4, 35). - « Volgi intorno gli oc­chi e guarda: tutti costoro si sono radunati; vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano ... AI vedere ciò il tuo volto sarà raggiante, pal­piterà e si dilaterà il tuo cuore » (Is. 60, 4.5). « Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il regno dei cieli e ci ha rivelato il mistero di Lui e con la sua obbe­dienza ha operato la redenzione. La Chiesa, os­sia il regno di Cristo già presente in mistero, per virtù di Dio cresce visibilmente nel mondo » (Lumen Gentium, 3).

 

ADVENIAT REGNUM TUUM I PER MARIAM!

OTTOBRE

12.

CON GESU' IN PREGHIERA

Il mese del S. Rosario è un'occasione per noi, a rivedere la nostra vita di preghiera .

E non potremmo trovare modello più perfetto di preghiera che in Cristo Gesù.

- Tutta la sua infanzia, i suoi anni trascorsi a Nazaret, non erano altro che una continua vi­ta di silenzio, di raccoglimento, di preghiera, un'adorazione perpetua.

Ma contempliamo ora Gesù, il grande Orante, nella sua vita pubblica.

- Si prepara ad essa con i 40 giorni passati, solo con suo Padre, nel deserto. Quale ardore si sarà sprigionato dal suo Cuore di Figlio, co­me in una ininterrotta èstasi!

- Prima di ricevere definitivamente i suoi di­scepoli come apostoli, Egli passa una notte in preghiera, là, sul monte. « Erat pernoctans in oratione Dei » (Lc. 6, 12).

Era un momento determinante per la sua ope­ra, la Chiesa. Erigere le colonne, che la avreb­bero poi sostenuta.

1n quella notte Egli ha pregato per tutti i suoi ministri di tutti i tempi e luoghi, ha im­plorato luce, forza, coraggio, ardore, perseve­ranza anche per me!

- E di nuovo Egli sale il monte, per passare la notte in preghiera. Era dopo la moltiplica­zione dei pani. Intanto i discepoli, per incarico suo, si erano imbarcati e lottavano gran parte della notte con i venti avversi. Si sentivano so­li, abbandonati a se stessi, in presa con il fu­rore degli elementi. Ma Gesù, dal luogo della sua preghiera, li vedeva, li seguiva e, al momen­to opportuno scese da loro e, mettendo il pie­de nella barca, ridona loro la bonaccia (Gv. 6, 16 segg.).

Ma il motivo, per cui il Signore passò questa notte in preghiera, era, perché Egli, il giorno appresso, nella sinagoga di Cafarnao, doveva chiedere alla gente e in modo particolare ai suoi discepoli una grande prova della loro fede, promettendo l'Eucaristia, un messaggio umana­mente incomprensibile, del tutto insolito: « lo sono il pane disceso dal cielo ... Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, avrà la vita eterna ... ».

Di fatto. Molti del popolo gli voltarono incre­duli le spalle. Gesù allora chiese ai suoi dodici: « Volete andarvene anche voi? ». - Ma Pietro, illuminato dall'alto, risponde a nome degli al­tri: « Signore, a chi andremo? Tu hai parole di vita eterna. E noi abbiamo creduto e cono­sciuto che tu sei il Santo di Dio » (Gv. 6, 68.69). Questa stupenda professione di fede fu il frut­to di quella notte in preghiera. E così pure la fede di tutti i secoli cristiani nel loro culto eucaristico.

- Deve essere stata tanto bella la preghiera di Gesù, tant'è vero che gli apostoli gli chiesero: « Signore, insegnaci a pregare!». Fu allora che Gesù dettò loro la più classica di tutte le pre­ghiere, il Padre nostro.

Possiamo essere certi che, arrivati nella S. Mes­sa a questa preghiera, Gesù stesso la reciti con noi. Pensiamoci!

- Nell'Ultima Cena, « Egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili », e così pure il ca­lice, ma prima di procedere al miracolo della consacrazione, Egli alzò lo sguardo al cie­lo, rese grazie al Padre, pregò! Poi, fatta questa preghiera, Egli si donò a noi, per sem­pre come cibo e come bevanda e ci fece sacerdoti, incaricati di compiere lo stesso rito in sua memoria. Alla sua preghie­ra dobbiamo l'Eucaristia e dobbiamo il nostro sacerdozio.

- Terminata la cena, Gesù parla con il cuore in mano ai suoi discepoli, scoraggiati e diso­rientati, e poi innalza al Padre la preghiera più bella che mai sia salita dalla terra al cielo: la preghiera sommosacerdotale (Gv. cap. 17).

- Come si era preparato alla sua vita pubbli­ca, così Egli ora si prepara, nell' Orto degli Uli­vi, al suo supremo sacrificio con un'altra notte di preghiera, fino a che un angelo gli arreca la risposta e il conforto del suo Padre.

- Conclude la sua vita – in Croce - pre­gando.

- Resta in stato di preghiera anche nella sua goria. Qui, nelle nostre chiese, rendendo sem­pre ancora presente il suo sacrificio del Golgo­ta e stando, giorno e notte, nel Tabernacolo e lassù in cielo « semper vivens ad interpellan­dum pro nobis » (Ebr. 7, 25).

Non dovrà allora fondersi la nostra preghiera di sacerdoti con la sua?

 

II. LA MIA PREGHIERA

Ha detto S. Alfonso: « Chi prega si salva, chi non prega, si perde »: Se questo è detto per tutti i fedeli, quanto più per noi, sacerdoti i Di fatto, alle origini di ogni rovina di ministri di Dio sta il giorno, in cui essi hanno smesso di pregare. Senza dubbio, le impressionanti e sempre crescenti defezioni di preti, trovano la loro spiegazione nel fatto, che oggi i preti pre­gano molto meno. Dobbiamo convincerci che la preghiera costituisce un fattore determinante nella nostra vita ed opera di sacerdoti.

Rivediamo ora, con fugaci accenni, la nostra vita di preghiera:

- le mie preghiere quotidiane, le recito e co­me?

- i miei colloqui spontanei con il Signore, spe­cie in momenti di prova, di aridità, di desola­zione, di imbarazzo;

- la mia fiducia, perseveranza, conformità che metto nelle mie preghiere;

- il mio breviario. Lo recito: digne­attente, devote? « Domine in unione illius di­vinae intentionis, qua ipse in terris laudes Deo persolvisti, has tibi horas persolvo ». (Non ca­pisco perché nel nuovo breviario si abbia ta­gliato questo prezioso inciso).

- La preghiera mentale, la meditazione. Non è tanto il metodo, la tecnica della meditazione che conta, quanto la silenziosa contemplazione: un riposo in Dio, un ritrovare se stessi. « Riti­rarsi in Dio è la più grande forza che vi sia nel mondo » (Lacordaire). - « Più il tuo occhio guarda Dio e meno guarderai te stesso » (Mar­mion). - « Imparate di imporre ogni giorno cinque minuti di silenzio alla vostra fantasia, di chiudere gli occhi e le orecchie per il ter­reno, per poter rientrare in voi stessi. Così po­tete entrare in colloquio con Dio» (card. Mer­cier).

- Il Rosario, questo meraviglioso intreccio di preghiere vocali e mentali e, in pari tempo, la fune di salvataggio calataci dal cielo dalla Ma­donna, la potente arma nelle sante battaglie di Dio.

- La nuova liturgia dà molta importanza alla preghiera comunitaria. Del resto, se sfogliamo i nostri messali di prima, troviamo anche lì qua­si tutte le preghiere formulate in plurale. Non è possibile una preghiera comunitaria senza il legame d'oro della carità fraterna e in questo sta la sua forza: « Dove due o tre sono uniti nel mio nome, sono io in mezzo a loro» (Mt. 18, 20).

Tuttavia ci vuole anche la preghiera individuale, tutta e solo mia, poiché nessuna persona uma­na si ripete, per cui ognuna ha i suoi pro­blemi personali da presentare a Dio. (Ci prov­vede la nuova liturgia nei due silenzi durante la Messa).

- La nostra preghiera sia semplice, come quel­le de! Vangelo: « Se tu vuoi, puoi sanarmi! ». « Fa' ch' io veda! ». - « Colui che tu ami è malato! ». - Dì una sola parola...! ». Sia animata dalla fiducia, che è la chiave al Cuore del Signore, ma anche accompagnata dalla con­formità con la volontà di Dio. Nelle nostre sup­pliche non dobbiamo essere noi a voler ti­rare il Signore verso la nostra volontà, ma dob­biamo noi fonderci con la sua.

- La preghiera è anzitutto lode di Dio. Lo vediamo nei Salmi.

- Essa non è un solo parlare nostro a Dio, ma è un dialogo. Ma in ogni dialogo non si parla soltanto, ma anche si ascolta. Il Signore si è lagnato con S. Brigida: « Come pos­so io parlare alle anime, se esse di continuo mi parlano, senza mai porgere orecchio a quel­lo che io vorrei dire loro?

- Una cosa è la preghiera, un'altra lo spirito di preghiera, cioè la pratica della presenza di Dio. « Ubique credimus divinam esse praesen­tiam » (Regola benedettina). Il sapersi sempre sotto il suo sguardo ci ispirerà in pari tempo orrore per il peccato, fiducia in Dio, gaudio spirituale, un anticipo della vita che condurre­mo lassù.

« Non si congiungono bene le mani, quando non sono vuote del tutto (Prov. tibetano).

« La preghiera è la confessione dell' impotenza che spera » (Bougaud).

«Due mani, giunte in preghiera, fanno più la­voro di tutte le macchine belliche e politiche» (Victor Hugo).

« La migliore preghiera è quella in cui c'è di più amore» (C. Foucauld).

Chiudo questo ritiro con una osservazione, che un anonimo autore fa sulla perfetta preghiera. Dice che certi cristiani, dopo un lungo tiroci­nio nella preghiera « si sentono, come se venis­se a mancare l'ossigeno per uno sviluppo de­ciso della loro preghiera. A questi cristiani, che hanno l'amara sorpresa di trovarsi a non sa­per più quasi spicciar parola con Dio, proprio dopo essersi impegnati a conversare con Lui, una prima risposta confortante è questa: A voi sembra di rivolgervi a Dio in modo più sten­tato di prima, vi pare di non saper più che cosa dirGli. In realtà, vi state rivolgendo a Dio in modo più puro, più profondo e più maturo di quando, secondo voi, pregavate meglio. Gli state parlando in modo più Suo. Allora voi vi sentivate pregare come uno che parla ad alta voce e ascolta se stesso. Ora , nel vostro cuo­re, fattosi più silenzioso, non siete quasi più capaci di pronunciare nettamente i vostri abi­tuali atti di fede, le abituali preghiere di spe­ranza, perché fede, speranza, carità si vanno in voi irresistibilmente compenetrando e voi nemmeno ve ne accorgete ».

 

NOVEMBRE

13.

VENI, DOMINE IESU!

Era questa la risposta che il vegliardo, S. Gio­vanni, diede al Signore, quando Questi Lo av­vertì: « Ecco, vengo presto e porto con me la mercede, per rendere ad ognuno come è la sua opera » (Apoc. 22, 12). E con questa parola, vergata con mano tremante, egli terminò l'Apo­calisse.

Lui non aveva paura della morte. La desidera­va, come S. Paolo, (cupio dissolvi et esse cum Christo - Fil. 1,23) per rendere eterno quel suo amplesso con Cristo, provato in un fugace momento nell' ultima cena. « Pretiosa in con­spectu Domini mors sanctorum eius » (S. 115, 15).

« Statutum est hominibus semel mori » (Ebr. 9,27).

Anche per me. E' un fatto, di fronte al quale non c'è scampo, è la cosa più sicura nella mia vita: m o r i r ò . Lo posso, del resto, come prete, constatare ad ogni piè sospinto: con ogni moribondo che assisto, con ogni morto che ac­compagno al cimitero.

Ed è in pari tempo la cosa più incerta: come? dove? quando morirò? Ogni anno passo per il mese che sarà il mio ultimo, ogni giorno l'orologio mi segna l'ora in cui starò alla so­glia dell' eternità ...

E' inutile cacciare questo pensiero, soffocarlo nei sollazzi, come fanno i mondani. E' ridicolo voler dissimulare questo fatto ineluttabile.

E' più onesto, più serio, più prudente, affron­tarlo serenamente, guardare in faccia a «so­rella morte ».

 

I. COS' E' LA MORTE?

Non è un salto nel buio, ma un passaggio alla luce; non la fine di tutto, ma solo di una tap­pa, che si chiama vita terrena e l'inizio, l'alba della vera vita, il nostro « diesnatalis », come la Chiesa chiama il trapasso dei suoi San­ti. E' il povero esule che rimpatria. Qual è quel profugo che, mettendo piede nella casa pa­terna, non esulta di gioia?

La morte pone fine alle lotte, alle tentazioni, al pericolo di offendere e perdere l'eternità felice; alle sofferenze e alle croci. Dice S. Gregorio I: « Fino a che ci troviamo sotto, ci sembra lun­go il tempo della sofferenza, ma in quel mo­mento supremo ci apparirà come un fugace so­gno che sta scomparendo ». « Mi han detto che guardata dal di là, la vita tutta un' attimo parrà. Passa la vita, vigilia di festa; muore la morte ... il paradiso resta. Due stille ancora dell' amaro pianto e di vittoria poi l'eterno canto » (P. Bigazzi S.I.).

E quale maestra incomparabile è la morte i Nel­la scialba luce della candela che accenderanno al mio trapasso, vedrò le cose nella loro cruda realtà: i beni di questa terra, per i quali tanti sacrificano Dio, anima, eternità e che ora dob­biamo lasciare indietro, tutti; i piaceri di que­sto mondo, a cui abbiamo rinunciato; le inuti­li preoccupazioni a cui ci siamo abbandonati; i titoli d'onore che abbiamo agognato e di cui eravamo orgogliosi, ed ora stiamo qui come ogni altro mortale; le umiliazioni che ci hanno tanto rammaricato, e in realtà non contano nul­la, la stima degli altri che abbiamo goduto. Pas­seranno pochi giorni dal nostro funerale, che non parleranno più di noi, non si occuperanno più di noi, tranne gli ingordi eredi, che si ba­. rufferanno per la nostra eredità.

«Vanitas, vanitatum et omnia vana sunt!» (Eccl. 12, 8).

Don Bosco ci teneva molto a fare con i suoi ragazzi ogni mese la « preparazione alla mor­te». Ci sia familiare questa pratica in ogni no­stro ritiro. E ci domanderemo: se io in questa settimana, in questo giorno dovessi morire, co­sa mi turberebbe, cosa mi consolerebbe?

 

II. COSA RENDE DURA LA MORTE?

1. Anzitutto il peccato. « Per il peccato la morte è entrata nel mondo » (Rom. 5, 12). Ed è an­che il nostro peccato personale, o, meglio, lo stato di peccato che turba nell' ultima ora. « Mors peccatorum pessima » (S. 33, 22). Co­sa dire poi del peccato del sacerdote, che è ca­duto così dall' alto, che ha tradito la fiducia del suo Maestro! Di tutti i suoi sacrilegi, gli scandali dati, le anime rovinate?

2. L'attaccamento disordinato ai beni di questa terra. Più si è stati attaccati, tanto più doloro­so è l'ultimo strappo. Più ancora, se questa ingordigia è degenerata nell' avarizia, nell' in­sensibilità verso i bisogni altrui.

3. La dura responsabilità di qualche anima, la quale, per la nostra negligenza, forse si è per­duta.

4. Odii non estinti. (E tali odii fra preti e di preti non sono rari e sono fra i più tenaci).

5. II disordine nella nostra gestione finanziaria, personale e di ufficio, che cagiona mille guai ai superstiti.

6. Lo scandalo dato ai fedeli, specie nel cam­po della purità.

 

III. COSA LA RENDE SERENA

1. La stabile prontezza ad ogni ora. « Vigilate, quia qua hora non putatis, Filius hominis ve­niet » (cfr. Mt. 24,42). L' improvvisa morte non è, di per sé, un male, quando si è preparati. E il prete che è 'preparato a dire degnamente la S. Messa, lo è sempre anche per morire. Per­ciò la Chiesa ci insegna a pregare: « A m a l a et improvvisa morte, libera nos Domine ».

P. Mario Venturini, quando, in una notte, fu sorpreso da un colpo apoplettico che lo portò in pochi minuti alla fine, disse queste ultime parole: « Signore, sono pronto. lo vengo, v e n - go... ».

2. II pensiero a tante devote Messe celebrate, a tanti incontri con Gesù Eucaristico e quello del­la morte è uno di essi.

3. Le anime da lui salvate, (chissà a quale prez­zo 1), le quali, ora, gli verranno (in spirito) incontro festose, riconoscenti: « gaudium meum et corona mea i n (Fil. 4, 1 ).

3. Le tante sofferenze, delusioni, umiliazioni, in­successi, sopportati per il Signore. Come i con­fessori della fede, come i martiri, anche lui capirà, che « le sofferenze del tempo presente non reggono il confronto con la gloria, che do­vrà manifestarsi in noi » (Rom. 8, 18). – E potrà dire, con l'apostolo delle genti: « Ho combattuto il buon combattimento, ho termi­nato la corsa, ho conservato la fede (fedeltà). Ormai è li in serbo per m e la corona di giustizia, che il Signore, giusto giudice, mi da­rà in compenso in quel giorno » (2 Tim. 4, 7.8).

4. La carità usata al suo gregge e che ora si riversa tutta come fatta al Signore:

- Avevo fame e mi hai dato da mangiare, ogni volta che hai dato ai miei figli il pane eu­caristico o quello materiale;

- avevo sete e mi hai dato da bere (Sitio! Da mihi bibere), la mia sete di anime, che tu mi hai calmato;

- sono stato forestiero e mi hai accolto, fa­cendomi conoscere a chi era lontano da me e offrendomi in lui, con la conversione, ospita­lità;

- nudo e mi hai ricoperto, non solo nel senso letterale, ma anche, curando il decoro della mia casa. « Dilexi decorem domus tuae » (S. 25, 8);

- malato e mi hai visitato, negli infermi della parrocchia, ai quali mi hai portato e che hai assistito fino ali' ultimo respiro;

- sono stato in carcere e mi hai visitato, si, nel carcere volontario del mio tabernacolo, in

cui devo rimanere per ore ed ore solo, abban­donato e tu m hai fatto compagnia nella mia solitudine; perciò vieni tu ora da Me, che sarò il tuo conforto in eterno. « Ego enim merces vestra multa in caelis » (Lc. 6, 23); - l'aver in vita tanto amato Gesù. « Non avrei mai pensato, che fosse così dolce morire, quan­do, in vita, si è amato il Signore » (S. Mar­gherita M. Alacoque). In tal modo la morte non sarà altro che l'ultimo, supremo atto di amore. E anche per noi potrà essere I' ultima nostra parola che proferiremo con labbra mo­rente, come lo fu per S. Teresa di Gesù B. « Gesù, ti amo! ». Un amore che, nell'eternità, si risolverà nel possesso di Dio, in un flusso e riflusso di divino amore, che formerà la nostra felicità;

- l'essere stato devoto alla Madonna. Pro­viamoci a contare, quante migliaia e migliaia di volte abbiamo ripetuto: ... adesso e nell' ora della nostra morte ... Possibile, che tutte que­ste suppliche siano poi, nell' ultima nostra ora inutili? Possibile, che la Madonna, che in vita si è preoccupata di tanti nostri secondari bi­sogni, non interverrà per noi nell'ora che de­cide per l'eternità!

Per l'anima innamorata di Dio la morte non è altro che un placido sonno (dormitio ... ), da cui ci svegliamo al giorno che non avrà tra­monto.

Qualis vita - finis ita.

« Esto fidelis usque ad mortem et dabo tibi co­ronam vitae! » (Apoc. 2, 10).

« Super astra nobis domus - hic diversorium ». « Com'è dolce pensare che navighiamo verso l'eterna riva » (S. Teresa di Gesù B.).

Ultima in mortis bora - Filium pro nobis ora - bonam mortem impetra - Virgo, Mater, Domina!

 

DICEMBRE

14.

«IN ATTESA DELLA BEATA SPERANZA »

Così il celebrante conclude la preghiera dopo il Padre nostro: « In attesa della beata speran­za e dell'avvento di N. S. Gesù Cristo».

La Chiesa è in continua attesa, appunto perché è « peregrinante », si trova « in via ». Essa va incontro al suo glorioso compimento, quando il Signore porrà fine a questa nostra storia, per fondere la Chiesa peregrinante con quella trion­fante.

Per noi tutti la vita è un avvento. Noi tutti ci troviamo « in attesa ». In modo particolare il sacerdote.

l. Attesa è l'avvento liturgico, che ricorda I' im­mediato avvicinarsi del Signore, predicato, nel deserto, dal precursore, la cui voce si riallac­ciava a quella dei patriarchi e profeti, tutti pro­tesi verso il « scilb », cioè verso Colui che ha da venire.

Avvento, secondo gli intenti della Chiesa, è tem­po di raccoglimento, di ripensamento, di rior­dinamento (« preparate le vie del Signore ... »), di penitenza, di gioiosa attesa (Dominus prope est), di impaziente desiderio (Veni, iam noli tardare). Tutto questo ce lo ricordano i bellis­simi testi liturgici di questo tempo. Prendiamo­li a cuore, noi sacerdoti, facciamo con partico­lare impegno questo ritiro; una recapitolazione di tutto l'anno, un riassunto delle meditazioni e dei propositi dei SS. Esercizi. Invogliamo a questo anche i nostri fedeli. Natale, per essere goduto santamente, vuol essere preparato.

Natale è uno di quei tempi, in cui il Signore largheggia in modo particolare delle sue grazie. Facciamocene partecipi, perché il Natale del Si­gnore diventi per noi il natale di una vita no­vella, più santa, più raccolta, più seria, più operosa e fruttuosa. Così potremo chiudere in buona coscienza questo « anno di salvezza ».

2. Per noi sacerdoti ogni giorno è un s. avvento, che corre tra la Messa che abbiamo celebrata e quella che, a Dio piacendo, celebreremo do­mani. Che meraviglioso avvento eucaristico ! Pensiamo, con quale ardente desiderio lo ce­lebrava Maria, dopo I' ascensione del suo Figlio, aspettando con ansia che uno degli apostoli, alla S. Messa, le porgesse Gesù. Un continuo gioioso avvento!

Sia così anche per noi. Conserviamo un abitua­le raccoglimento, il senso della vicinanza di Cristo, dominato dal pensiero, che il Signore verrà - domani - ancora da me. E sia que­sto il nostro primo pensiero allo svegliarsi: Ve­ni, Domine lesu !

3. Tutta la nostra vita è un avvento, cioè I' at­tesa, che Egli, alla nostra morte, ci chiamerà per sempre a Sé, ma attraverso il traguardo obbligatorio del giudizio particolare. «Poiché tutti noi dobbiamo comparire davanti al tribu­nale di Cristo, affinché ciascuno raccolga, in ra­gione delle azioni compiute, ciò che ha meri­tato, quando era con il corpo, o il bene o il male» (2 Cor. 5,10).

Dio è infinitamente misericordioso, ma la sua giustizia non è meno infinita. E se Lui, durante la nostra vita, ha atteso misericordioso ed ha sempre perdonato, dimenticato, riabilitato, ora, infine Egli d e v e tirare le somme e lasciar parlare la sua Giustizia. Non può rinnegare Se stesso. E il giudizio sarà severo, se si pensa, che dovremo rendere conto di ogni parola inu­tile.

Se, spesso, i Santi tremavano al pensiero del giudizio, quanto più noi, che ci sentiamo rei di tante miserie e gravati di tante responsabi­lità!

Il ritiro mensile ci darà occasione di mettere a posto « le carte n e allora ogni timore scompa­rirà e andremo incontro al Signore, più che al nostro giudice, al nostro rimuneratore, che tie­ne in serbo per noi la meritata mercede. « Ser­ve bone et fidelis, intra ... ».

4. Tutta la storia della Chiesa e dell' umanità è un santo, grande, universale avvento. Con la

venuta del Dio Incarnato in terra e con il suo Sacrificio siamo entrati nell'ultima fase della nostra storia e ne attendiamo il glorioso com­pimento.

In modo drammatico il Signore descrisse il suo ritorno ai suoi discepoli e la sequenza: « Dies

irae», con i suoi versi potenti ed impressio­nanti, ne fa eco: i terrificanti avvenimenti pre­cursori (sed nondum statim finis - Mt. 24, 6), l'apostasia di tanti, l'opera dell' anticristo, il cataclisma finale ed infine l'apparire dei Giu­dice in cielo con la sua corte celeste « con gran­de potenza e maestà »; lo sgomento di coloro che, in vita, non si sono curati di Lui e della sua Legge, che l'hanno rinnegato, contrariato, perseguitato nei suoi servi. (Monti, cadete su di noi, colli, copriteci - Lc. 23,30).

Noi, che ci teniamo di essere i servi fedeli e, per grazia di Dio, i suoi ministri, non abbiamo ragione di essere presi da un tale panico. Ce lo dice Gesù: « Levate il capo, poiché la vostra liberazione è vicina! » (Lc. 21, 28).

Quale meravigliosa teofania! Tutti gli angeli del cielo, tutti gli uomini della terra, prostrati dinanzi a Lui. Gli uni, a sinistra, che fra lo stridore dei denti, dovranno adorare la sua giu­stizia (giusto sei tu, o Signore e giusti sono i tuoi giudizi - Tob. 3,2); quelli a destra, che adoreranno beati la sua sapienza e bontà: « mi­sericordias Domini in aeternum cantabo » (S. 88).

Penso, che sarà per noi una immensa soddisfa­zione, poter vedere, con quanta sapienza e bon­tà il Signore ha condotto la storia dell' uma­nità, come particolarmente nelle persecuzioni Egli era vicino alla sua Chiesa, sapendo volgere in bene ed in trionfi le più tremende crisi. Egli, nella barca di Pietro, non ha dormito ! Capiremo che « a coloro che amano Dio tutto torna in bene » (Rom. 8, 28), anche gli eventi più contrastanti. « Omnia bene fecit! » (Mc. 7, 37). Intanto attendiamo con pazienza. Dies Do­mini veniet!

Preghiamo il Signore con la Chiesa: « Preces meae non sunt dignae - sed tu bonus fac be­nigne - ne perenni cremer igne. - Inter oves locum praesta - et ab hoedis me sequestra, statuens in parte dextra ».

« La vita ci è data, per cercare il Signore, la morte per trovarlo, il paradiso per possederlo ». « Una sola cosa ho chiesto a Dio e quella ri­cerco che io possa trovarmi nella casa di Dio tutti i giorni della mia vita (eterna) » (Salmo 26,4).

 

15. AMICI

Don Primo Mazzolari, in una sua predica toc­cante, tenuta nella sua Parrocchia il Giovedì Santo, parla dell' « amico Giuda » ed avanza la sua idea, tutta personale, che il discepolo tra­ditore si sia, all'ultimo istante, pur ravveduto e salvato.

Si era disperato, sì, e con una decisione folle, si era impiccato. Ma, - così pensa D. Primo - non gli sarà venuta in mente, in quegli ultimi istanti fra vita e morte, la parola con cui il suo Maestro divino con indicibile tenerezza ave­va risposto al suo bacio traditore: « Amico, a che sei venuto? ».

Amico suo, fino all'ultimo, anche al momento dei vile tradimento! Ed egli esprime la sua con­vinzione, che questa parola, che risuonava nel­la sua mente, gli abbia, infine, ancora ridato un filo di speranza, di essere perdonato da Colui che fino all'ultimo gli aveva dato il suo sincero affetto di amico. Che quindi si sia penti­to e salvato.

Lasciamo a parte la discussione su questa sua opinione, ma consoliamoci al pensiero, che Ge-

sù ha detto a tutti i suoi discepoli: « lam non dicam vos servos, sed amicos meos » (Gv. 15, 15). Anche questa parola, detta nel cenacolo, mentre Gesù si avviava all'olivetto, dove tutti i suoi discepoli Lo avrebbero abbandonato...!. L'amicizia! Dice il Siracide (25.9): « Beato colui che ha trovato un amico, che par­la ali' orecchio di chi ascolta ». - « Chi ha tro­vato un amico, ha trovato un tesoro » (Sir. 6,14).

E il Kempis (li, 8) soggiunge: « Senza un vero amico non potrai vivere bene. E se non avrai per amico sopra tutti Gesù, sarai ben tri­ste e sconsolato ».

Amici si trovano:

- per la consonanza di idee, per l'identità di ideali,

- perciò si fondano l'uno con l'altro, non tengono nascosto fra di loro nessun pensiero. C'è spesso più intimità fra amici che non fra figli e genitori, fra fratelli e parenti,

- e si cercano I' un I' altro. E' una festa per loro, quando possono ritrovarsi,

- hanno interessi comuni. Lungi da ogni ge­losia uno si rallegra del successo cieli' altro; nessuno cerca esclusivamente se stesso,

- come pure la sofferenza, I' insuccesso dell'uno è quello dell' altro, per cui sentono il bi­sogno di consolarsi,

- e arrivano persino a sacrificarsi l'uno per l' altro.

Questi sono i contrassegni della vera ami­cizia.

2. Così Gesù trattava i suoi discepoli, che Egli chiamava i «suoi amici».

- Li ha scelti, nonostante tutte le loro defi­cienze. Con immensa pazienza Egli li compati­va, li istruiva, li correggeva;

- li voleva, giorno e notte, in vita comune con Sé per ben tre anni;

- li voleva testimoni dei suoi prodigi, che elet­trizzavano le folle. Anzi, nella moltiplicazione dei pani, il miracolo avveniva mentre loro, i discepoli, spartivano il pane ed il pesce;

- ai tre prescelti Egli fece persino anticipare un riflesso della sua gloria, lassù sul monte, per confortarli per l'ora della prova;

- dava loro anche qualche soddisfazione, per incoraggiarli, quando li mandò, due a due, per un'escursione pastorale ed essi poi ritornaro­no pieni di gioia, di aver potuto guarire dei malati e liberare degli ossessi. E la loro gioia era anche quella di Gesù. E questo era solo un « anticipo ». Mentre Egli si era riservato l'umiliazione, I' olocausto della   morte in Croce, mentre la sua vita si chiudeva con un apparente insuccesso, i suoi discepoli, dopo la discesa dello Spirito Santo, passeranno per il mondo di conquista in conquista;

- non lasciava loro mancare mai nulla e nel­l'ora della sua cattura Egli provvede che nes­suno li tocchi. « Lasciate che questi se ne va­dano liberi »;

- è commovente come Egli, nell' ultimo suo discorso e nella sua preghiera sommosacerdo­tale, prega per loro il Padre e si rivolge a loro con le parole più dolci, loro che di lì a poco Lo avrebbero abbandonato;

- neppure una parola di rimprovero per la loro vigliaccheria nelle ore della Passione. Quan­do appare risorto, li chiama non solo amici, ma anche « fratelli », come se nulla fosse stato.

- Lasciando il mondo, Egli dà loro un incari­co, che sorpassava di gran lunga le loro pos­sibilità: andate in tutto il mondo ... ma li as­sicura, che Egli, a cui è dato ogni potere in cielo e sulla terra, sarà con loro sempre;

- suggella la sua amicizia con loro, inondan­doli del fuoco del Paraclito, che fonde il loro amore con quello di Gesù in una sola fiammata.

 

3. MA ANCHE NOI SIAMO I SUOI AMICI.

L'amicizia o trova o crea la somiglian­za. Il Signore ci ha dato bensì le sue sembian­ze nel battesimo, facendoci partecipi della na­tura divina e ancora più nel Sacramento del­l'Ordine, dove siamo stati pervasi del suo sa­cerdozio eterno. Ma di nostro, personale, il Signore trova ben poco di Sé in noi; siamo sinceri. E perciò lo crea, purché noi Gli permettiamo di forgiarci secondo il suo Cuore. Perciò si è fatto uomo, per coprire alquanto le distanze fra Sé e noi;

- innamorato di noi ha voluto vivere per ol­tre trent'anni in mezzo a noi in questa valle di lagrime: « La mia delizia è di stare con i figli degli uomini » (Prov. 8, 31 ). E ci desidera con Sé intorno al suo umile e glorioso trono eucaristico: «Ubi ego sum, ibi et minister meus erit».

- Mentre Egli sta in silenzio, in apparenza inoperoso nelle sue chiese, Egli, centro e forza di tutto, lascia a noi, i suoi ministri, la soddisfazione di ricondurre all'ovile le pecorel­le smarrite, di formare le anime consacrate a Lui, di annunziare con la sua potenza ed au­torità la s u a parola.

- la sua provvidenza di continuo ci accompa­gna, il suo conforto ha reso sopportabili ai suoi confessori le carceri ed i campi di concentramento, ha reso glorioso e fruttuoso il loro mar­tirio.

E nonostante tutte le nostre deficienze, Egli com­patisce anche noi, come i suoi discepoli, ci offre il suo perdono, ci apre le braccia per un nostro ritorno. Mai e mai il Signore manca degli im­pegni della sua amicizia!

4. Ma anche noi dobbiamo renderci degni di una così onorante amicizia!

- consideriamoci felici della sua amicizia e fug­giamo le amicizie pericolose del mondo. « La amicizia di questo mondo è nemica di Dio » (Gc. 4,4). II nostro cuore non sia mai di­viso;

- sforziamoci di conoscerlo sempre meglio, per poterlo sempre più sentire nostro amico. Egli non deve ripetere a noi: « Tanto tempore vobi­scum sum et non me cognovistis! » (Gv. 14, 9). Noi, suoi ministri, amici!

- evitiamo di dargli anche un minimo dispia­cere. Anche le venialità offendono il cuore del­l'Amico;

- curiamo la somiglianza con Lui, meditando ed imitando le sue virtù;

- crediamo al suo amore, alla sua provvidenza. Anche a noi, come ai suoi discepoli, il Signore non lascierà mancare nulla;

- amiamo la sua presenza. « Quam dilecta ta­bernacula tua, Domine virtutum! » con le no­stre frequenti visite e con il nostro continuo pensiero: « Somno si dantur oculi, cor semper ad te vigilet » (Compieta);

- impegnamoci per la sua missione, che è di­venuta anche quella di noi, suoi sacerdoti: « quaerere et salvare quod perierat ». Risuoni sempre in noi e non ci lasci pace il suo grido in Croce: Sitio!

- calchiamo le sue orme, anche quando ci con­ducono sul Calvario. II discepolo non è dappiù del Maestro (Mt. 10,24). L'amico non abban­dona l'amico, quando questi soffre. Siamo ani­me riparatrici;

- ascoltiamo docili la sua voce, le sue ispira­zioni. Ci ha tante cose da dire! Prendiamoci il tempo, di silenzio, di raccoglimento !

E qui il lavoro del ritiro diventa vostro, di ciascuno di voi, cari fratelli, perché ognuno ha i suoi aspetti personali nei suoi rapporti con il grande Amico Gesù.

 

16.

LA MAGNA CHARTA (1)

Un punto saliente nella vita pubblica di Cristo è il suo esteso Discorso della mon­tagna ed il cuore del discorso sono le otto beatitudini, la « magna charta » del mes­saggio evangelico, il programma condensato di una vita veramente evangelica, orientata verso la santità (Mt. 5, 3-11 ).

Doveva essere uno spettacolo meraviglioso: le migliaia di persone adagiate sul pendio prospi­ciente il lago, come in un anfiteatro e Gesù as­siso, come maestro, su un blocco di sasso. Era­no desiderosi di sentire la parola del grande Maestro. Così nessuno ancora aveva parlato. E non si accorgevano, come passavano le ore.

Le beatitudini ci offriranno ora un ricco pro­gramma di riflessioni, esami, applicazioni, pro­positi, per questo nostro ritiro.

 

I. BEATI I POVERI IN ISPIRITO, PERCHE' DI ESSI E' IL REGNO DEI CIELI

Si è molto scritto e discusso, chi il Signore in­tendeva per questi « poveri in ispirito ». C'è ­chi suggerisce che Egli parlava degli umili, semplici, dei quali il Signore disse che ringra­ziava il Padre di aver manifestato i suoi misteri ai piccoli e agli umili (cfr. Lc. 10,21).

Se però si confrontano le otto beatitudini di Matteo con le quattro (riassuntive) di S. Luca (6, 20 ss.), in cui egli contropone il « beati » dei poveri al « guai » diretti contro i ricchi, si deve concludere, che per poveri si debbano - in primo luogo - intendere i veri poveri materiali.

Comunque, le due spiegazioni si compenetrano. Chi è materialmente povero, non può darsi del­le arie, non può imporsi, ma deve, per forza, umilmente sottostare. Per i v e r i poveri la umiltà è una virtù connaturale.

Facciamo quindi le nostre applicazioni pratiche in ambo i sensi.

Dobbiamo essere umili, semplici (e ne abbia­mo tutte le ragioni), perché il Signore possa rivelarsi a noi e perché noi possiamo rive­IarLo agli altri. L'autosufficienza, il disprezzo delle norme del Magistero della Chiesa, sareb­bero per noi la morte della predicazione.

Ma dobbiamo pure essere « poveri in ispirito » in riguardo ai beni della terra. « Non darmi né povertà, né ricchezza, fammi avere ciò che è necessario per il mio vitto » (Prov. 30, 8). - Pio XI poteva, nei patti lateranensi, ottenere delle congrue più alte per il clero, ma non voi­

le proporle, perché preferiva un clero più sem­plice, perché più sano. Di fatto, in nazioni, do­ve, attraverso la tassa del culto, i preti sono lautamente stipendiati, questi sono meno seri e rendono di meno. - I periodi più tristi della storia della Chiesa erano quelli in cui essa era legata con catene d' oro (rinascimento).

Gesù usa delle parole molto forti contro i ric­chi e dice, fra l'altro, che è più facile che un cammello passi per la cruna dell' ago che non un ricco per la porta del cielo. (Certi esegeti spiegano la parola ebraica « galam » invece di cammello con « fune da bastimento ». Ma tan­t'è, perché anche questa non passa per la cru­na di un ago). Il Signore non voleva prender­sela con i ricchi come tali, ma voleva dire che le tentazioni per i ricchi, di perdersi nei beni terreni sono tante che difficilmente arrivano ad ottenere quegli eterni, perché non ci aspirano. Noi preti, certo, non dobbiamo essere fra co­desti, noi che dobbiamo additare agli altri le vie del cielo.

Dobbiamo amare la semplicità di vita

- perché così imitiamo Cristo, il quale, « per ricco che era, si è fatto povero, per arricchire noi della sua povertà » (2 Cor. 8, 9). Fu que­sto che indusse S. Francesco, di « sposare Ma­donna povertà », per essere anche in questo simile al suo Maestro. Di lui la Chiesa canta: « Francesco, umile e povero, entra ricco nel cielo ».

- perché il prete disinteressato, semplice è ri­spettato, ascoltato, seguito e anche aiutato da tutti. II popolo perdona al prete tante sue mi­serie, ma non gli perdona l'avarizia, l'ingor­digia.

Diamo noi per primi l'esempio di una vita più semplice, di meno pretese, come ce la impone l'austerità dei tempi.

 

II. BEATI GLI AFFLITTI, PERCHE' SARANNO CONSOLATI

- cioè coloro che soffrono e piangono. Poiché « le sofferenze di questo mondo non sono da paragonarsi alla futura gloria, che ci sarà ri­velata » (Rom. 8, 18). Verrà il giorno, in cui il Signore tergerà dai loro occhi ogni lacrima » (Apoc. 7, 17);

- coloro che, nel pentimento, piangono i loro peccati. Avranno il dolce conforto del perdono divino;

- coloro che, attraverso la riparazione, con le loro penitenze, espiano i peccati altrui;

- coloro che piangono per la nostalgia del cielo, come i nostri Santi. « Tra il vestibolo e l'altare piangono i sacerdoti, che servono Jahve e dicono: "Risparmia, Signore, il tuo popolo e

non esporre la tua eredità al ludibrio » (Joel. 2,17).

 

III. BEATI I MITI, PERCHE' POSSEDERANNO LA TERRA

Così leggiamo nel Salmo 33 e Gesù applica que­sta parola alla sua beatitudine. Per « terra » si intende, in primo luogo (vedi Deuteronomio), la terra promessa ed in senso escatologico (co­me lo intendevano i profeti) il regno eterno del Messia, cioè il paradiso. E così il Signore l'ha inteso.

Ci si può aggiungere anche un secondo senso. I miti, i mansueti, possederanno i cuori degli uomini, avranno un ascendente su di loro. Pen­siamo a S. Francesco di Sales, il quale, benché per natura collerico, divenne un esempio lumi­noso, un modello di mitezza, che non si scom­poneva mai, neppure ai frequenti insulti, alle più spudorate calunnie. E il frutto? Egli poté ricondurre nella vera Chiesa ben 70.000 eretici. Noi preti, in cura d'anime, abbiamo più di una occasione, per perdere le staffe: le visite indi­screte alle ore più impossibili e nel confessio­nale; con gli affronti e torti che ci piovono ad­dosso. Restiamo calmi! Non è debolezza que­sta. E' debole invece chi diventa schiavo del suo temperamento collerico.

Succede spesso che un penitente non torni più alla confessione e alla chiesa, solo, perché è stato, una volta, trattato sgarbatamente dal suo curatore d'anime. Come risponderemmo al Si­gnore per la perdita di un' anima?

E per oggi punto. Abbiamo un sacco ed una sporta, per esaminarci e per proporre.

 

17.

LA MAGNA CHARTA (II)

IV.      « BEATI GLI AFFAMATI DI GIUSTIZIA, PERCHE' SARANNO SAZIATI »

Nel linguaggio biblico « giustizia » equivale a « santità ». Il senso quindi di questa beatitudi­ne è: coloro che con serietà aspirano alla per­fezione cristiana, la raggiungeranno, con la gra­zia di Dio ed il loro sforzo, e lassù « si ine­brieranno nell' adipe della tua casa e il rivo delle tue delizie li disseterà » (S. 37,9). E chi, se non il prete, dovrebbe essere affamato di santità? Lo richiede la sua posizione dinanzi a Cristo, Sommo Sacerdote; lo richiede la sua posizione presso le anime, che egli deve trasci­nare in alto.

Un solo prete santo fa più di mille preti in­dolenti, mediocri. I Santi, anche senza aprire bocca, per la loro presenza affascinavano, at­tiravano perché era Iddio che traspariva da lo­ro e che attraverso loro agiva.

Nel nostro quotidiano esame di coscienza non domandiamo solo quali peccati e difetti abbia­mo commesso, ma anche se abbiamo messo tutto l'impegno per I' acquisto delle virtù e per arrivare alla perfezione cristiana. « Ne sit ordo sublimis, vita deformis » (S. Ambrogio).

 

V. « BEATI I MISERICORDIOSI, PERCHE' CONSEGUIRANNO MISERICORDIA »

In due modi si può praticare la misericor­dia: perdonando e donando.

- perdonando. Si dice, che i preti siano i più duri a perdonare. Non lo credo. Ma, se così fosse, sarebbe un pessimo esempio che essi dànno ai fedeli, mentre dovrebbero predicare e praticare il perdono come insegnato e praticato dal Maestro divino.

Il sacerdote deve essere sempre il primo nel praticare le opere di misericordia, corporale e spirituale. Lo sanno anche i nemici della Chiesa. Se hanno fame, non vanno dai loro compagni, ma dal prete, alla porta del con­vento. E la Chiesa, nel campo della carità, ha scritto in tutti i secoli, fin dai tempi apostolici, le sue pagine più gloriose.

E' ben anche vero, che molti sfruttano il prete, raccontando a lui le storie che noi tutti già sappiamo a memoria. I poveri dovrebbero pure da noi sapere, che non devono trattarci da in­genui, ai quali si possono raccontare tutte le panzane. E non dobbiamo prestarci ad aiutare con il nostro obolo il vizio. Tuttavia sarà sem­pre il minor male, essere stati cento volte da loro imbrogliati che l'aver bruscamente respin­to uno solo, con, forse, grave danno per la sua anima.

Il santo prete di Verona, D. Giovanni Calabria, dava ogni giorno il suo piccolo obolo ad un uo­mo, che stava seduto sul ponte di San Zeno. Lo avvertirono, che si trattava di un notorio ubria­cone. Lui dava ugualmente ogni giorno il suo obolo. - Qualche tempo dopo quel povero ven­ne portato, in condizioni disperate, all'ospeda­le. Non voleva saper né di preti, né di sacra­menti, ma disse: se io trovassi quel prete, che ogni giorno mi dava l'elemosina sul ponte, mi confesserei! Capirono che quel tale era D. Ca­labria. Venne, l'uomo si confessò e morì ricon­ciliato con Dio. - Chi l'aveva spuntata, nono­stante tutti i piccoli imbrogli, era il sacerdote con la sua carità lungimirante.

 

VI. « BEATI I PACIFICI, PERCHE' SARANNO CHIAMATI FIGLI DI DIO »

Gesù è entrato nel mondo sotto I' insegna della pace, come era stato annunciato dai profeti. Si è presentato - risorto - ai discepoli con il saluto della pace e vuole che anche noi, i suoi ministri, portiamo la pace dovunque en­triamo.

Abbiamo il luminoso esempio di Paolo VI, che si autodefinì « l'umile, solitario pellegrino della pace » e che non ha risparmiato né ap­pelli, né viaggi, per scongiurare i popoli, di giun­gere finalmente ad una pace vera e duratura. Anche quest' anno egli ha celebrato - per la decima volta - la « Giornata della pace ». Pur­troppo con poco successo, perché la pace corre sempre ancora sul filo di un rasoio.

Accodiamoci a lui in un lavoro spicciolo ma tenace. Ricordiamo che il mondo è fatto di po­poli, i popoli di famiglie, le famiglie di indivi­dui. Se vogliamo pertanto promuovere la pace nel mondo, dobbiamo incominciare dai singoli, che compongono I' umanità.

- Pace in canonica con i familiari.

- Pace fra noi sacerdoti, pace nella parrocchia. Non immischiamoci nei pettegolezzi del comune o nei partiti. Quanti preti hanno dovuto farsi trasferire, perché si erano resi impossibili nella loro parrocchia. Un' altra cosa sono i partiti a scala nazionale, nelle elezioni. Lì il prete deve avvertire i fedeli, di votare cristianamente, dal momento che i beni spirituali della gente so­no messi nelle mani di chi si manda al Parla­mento. La legge dell'aborto non sarebbe passa­ta, se tutti i cristiani avessero fatto il loro do­vere.

Non dobbiamo però essere dei « paciosi », i qua­li, per il loro quieto vivere, tacciono sempre e lasciano crescere il male. Di tali pastori il pro­feta direbbe che « sono cani (di guardia) inca­paci di abbaiare » (Is. 56,10).

 

VII. « BEATI I PURI DI CUORE, PERCHE' VEDRANNO DIO »

Ma non Lo vedranno tutti in cielo? Certamen­te i Ma « nessun immondo ... ha diritto di ere­dità nel regno dei cieli » (Ef. 5, 5).

Ma già in questa vita i puri vedranno Dio, per­ché Iddio potrà specchiarsi, riflettersi nella lo­ro limpidezza. Perciò vedono Dio nei suoi mi­steri e riescono pure, di farlo vedere.

Ed eccoci all'inestimabile pregio del CELIBATO. Ma perché abolirlo? Le statistiche dimostrano, come fra i protestanti e gli ortodossi la crisi di vocazioni è ancora più grande che da noi, benché i candidati al sacerdozio abbiano la pos­sibilità di sposarsi. - E poi, preti sposati po­trebbero dare solo una parte al sacro mi­nistero e alla cura d'anime, perché avrebbero i loro, spesso pesanti, impegni con la propria famiglia. Cosa sarebbe allora di guadagnato, an­che, supposto e non ammesso, se il loro nume­ro crescesse? Non sappiamo che fare di tali « weekend » preti i coloro che. a tutti i costi vorrebbero vedere abo­lito il celibato, sono preti che hanno già, alme­no in parte, rotto i rapporti con il Signore, che simpatizzano imprudentemente con il mondo e non pregano più. Mai e mai più noi, per riguar­do a codesti sacrificheremo « la perla del no­stro sacerdozio ». Ringraziamo di cuore il PAPA, il quale, alle prime avvisaglie dell' attacco, ha insistito sul celibato con la sua enciclica. Ringraziamo anzitutto Dio, il quale ha voluto rivendicare per Sé tutto il nostro amore. Prudenza nel conversare con le persone dell'al­tro sesso, che oggi sono più vicine al prete con i vari servizi a cui sono state chiamate. Ma anche bontà e naturalezza. La donna è « com­plementum viri » non solo per il sesso, ma per I' insieme delle sue preziose qualità che l'uomo non possiede.

Attenzione anche nella « direzione spirituale » delle giovani e delle donne in genere. Essa è stata per più di uno uno scoglio pericoloso. Impariamo, come comportarci di fronte alle donne da S. Francesco di Sales, da S. Giovanni Bosco, dal B. della Colombière, i quali hanno assistito amorosamente le donne o le hanno guidate, con tanta prudenza e, in pari tempo, con tanta delicatezza. - lesu, puritas virginum, miserere nostri!

 

VIII. «BEATI I PERSEGUITATI PER LA GIU­STIZIA, PERCHE' AD ESSI APPARTIENE IL RE­GNO DEI CIELI! »

Gesù insiste, ben due volte su questa bea­titudine, perché per i suoi discepoli la perse­cuzione era imminente.

Ma anche nel nostro secolo: quanti fratelli han­no sperimentato l'odio dei mondo, nelle diver­se nazioni! - Dice S. Gregorio Papa che ci sono ci u e generi di persecuzione: uno di co­loro che apertamente infieriscono e di quelli che occultamente, ma con piani precisi, cercano di smantellare la religione, di ostacolare l'opera dei prete, di farlo disprezzare con una infame propaganda di calunnie. Ha detto Voltaire: « Ca­lunniate, calunniate, qualche cosa ci resta sem­pre! ».

A questo secondo genere di persecuzione siamo, più o meno, soggetti tutti noi, poiché « tutti quelli che vogliono piamente vivere in Cristo Gesù, saranno perseguitati » (2 Tim. 3, 12 e an­che Eccli 2, 1 ).

E' sospetto, chi dal mondo è sempre ed ovun­que incensato e portato alle stelle.

« Se cercassi di piacere agli uomini, non sarei il servo di Cristo ». II servo non è dappiù dei Maestro. Se hanno perseguitato Lui, ci fa meraviglia se perseguitano noi? E' segno dell' autenticità dei nostro sacerdozio. Sopportiamo. "Non lasciamoci vincere dal male, ma vinciamo il male con il bene- (Rom. 12,21) ». Del resto, chi ci assicura che non dovremo spe­rimentare un incrudire della persecuzione anche noi? L'orizzonte è oscuro. Prepariamoci!

Non si è eroi una volta, se non lo si è ogni giorno!

 

18.

IL PURGATORIO

Se ne sente parlare così di rado. Anzi, ho incon­trato dei sacerdoti che ne negavano l'esisten­za nonostante il Concilio di Trento, il quale ha definito: l'esistenza del purgatorio e la pos­sibilità dei nostri suffragi per le anime ivi trat­tenute.

Non sappiamo nulla di preciso del vero genere delle sofferenze delle anime del purgatorio. E come potremmo farci degli esatti concetti di un mondo che non è più il nostro?

Certo è, che esse sofFrono. E la maggiore sof­ferenza è la bruciante nostalgia di Dio, senza del Quale I' anima, disciolta dal corpo e dal mondo, non può stare. E' come un fuoco puri­ficatore che brucia in loro.

Con tutto ciò esse sono più felici di noi, perché sono sicure della loro salvezza eterna. Non possono più peccare e perdere il Signore. Dio non può rinunciare alla sua giustizia. E se noi, in vita, non abbiamo soddisfatto appieno ad essa, ciò deve avvenire nell'al di là.

Per giunta: nulla di immondo può entrare in cielo. Esso cesserebbe di essere tale, se ci entrassimo con tutte le nostre miserie, che tur­berebbero la beata convivenza lassù.

Ma il Signore ha gettato la chiave del pur­gatorio sulla terra, perché la raccogliamo noi e ci mettiamo a pagare alla divina giustizia, ciò che le anime dei trapassati devono ad Essa ed accelerare così il loro ingresso nel regno dei beati.

 

I. SUFFRAGHIAMO LE ANIME DEL PURGATORIO!

Ce lo impone la carità, talvolta anche la giu­stizia, se per la nostra indolenza queste anime devono rimanere più a lungo nel purgatorio. Abbiamo tanti mezzi per venire in loro soc­corso:

- le indulgenze, attinte ai meriti di Gesù Cri­sto e alle penitenze dei Santi (tesoro della Chie­sa), che oggi - quasi - si ignorano voluta­mente e che pure anche dopo il Vaticano II esistono, ridimensionate e riordinate (vedi l'En­chyridion indulgentiarum, il Manuale delle in­dulgenze, edito dalla Vaticana).

Cristo stesso ci mette a disposizione una riser­va inesauribie, costituita dai suoi meriti, che formano il tesoro della Chiesa. Le chiavi del forziere le ha consegnate a Pietro (e ai suoi successori), con la facoltà di sciogliere anche i debiti pendenti dei nostri defunti, trat­tenuti in purgatorio.

A questi si uniscono le penitenze dei Santi, del­le quali non avevano bisogno per sé e che il Signore non lascia andar perdute, aggiungen­dole ai suoi meriti.

- le nostre sofferenze e volontarie penitenze, nonché le nostre preghiere di suffragio;

- le opere di carità, offerte in suffragio delle anime;

- ma principalmente IL SACRIFICIO DELLA S. MESSA. Fin dai primi tempi della Chiesa si usava offrire il S. Sacrificio in suffragio dei de­funti (vedi quanto disse, prima di morire, S. Monica al suo figlio Agostino).

Li vediamo tutta la Comunione dei Santi im­pegnata:

La Chiesa trionfante che porge alla Chiesa pe­regrinante in terra i suoi meriti, perché siano riversati alla Chiesa purgante. Una meravigliosa solidarietà! E come é amorosa la Madre Chie­sa: in ogni Messa essa ricorda i defunti, anche se questi spesso sono già dimenticati dai loro congiunti ed amici!

Offriamo spesso una S. Messa per i nostri con­fratelli defunti. Di quante responsabilità deve rispondere il prete e per lui, di solito, non val­gono le attenuanti dei laici. « I potenti, cioè i superiori, saranno rigidamente vagliati » (Sap. 6,6). - I fedeli pensano spesso che il prete, che sta alle sorgenti delle grazie, non abbia bi­sogno di suffragi. Non è così. Abituiamoli a suf­fragare anche i preti defunti. Tanti già lo fanno e offrono, per avere qualche grazia, delle Mes­se « per i preti scordati », come dicono. Anche qui vale: « Beati i misericordiosi, perché con­seguiranno misericordia ».

 

II. IL PURGATORIO - SCUOLA DI SANTITA'

L'ispirato scrittore P. Petit S.I. riporta nel suo prezioso ciclo (7 vol.) di ritiri per sacerdoti (Desclée) una meditazione sul purgatorio, nel­la quale egli dice che esso è: « locus tormen­torum » per le anime e « schola sanctitatis » per noi viventi. E poi egli immagina, cosa un prete, trattenuto in purgatorio, penserà:

- degli onori e dei piaceri della vita, ai quali era troppo attaccato e per cui egli ora deve soffrire;

- delle soflrerenze e contrarietà incontrate in vita, le quali, se accettate con rassegnazione, avrebbero potuto saldare i suoi debiti verso la Giustizia;

- delle opere di pietà (Messa, breviario, prati­che individuali), praticate con poco impegno e devozione o con irresponsabile arbitrio: « Maledictus, qui facit opus Domini fraudulenter! » (Ger. 48, 10);

- del tempo prezioso, sciupato nell'ozio o ne­gli affari mondani;

- delle mortificazioni, che egli avrebbe potuto praticare e non ha praticato, dovendosi ora pre­sentare al Giudice con tutta la mole dei suoi debiti;

- delle opere di carità non praticate o prati­cate tirchiamente, con le quali egli avrebbe po­tuto procurarsi « degli amici... affinché essì vi accolgano negli eterni tabernacoli » (Lc. 16,9); - delle amicizie, più o meno serie, dello zelo mancante nella cura d'anime.

In modo particolare vogliamo soffermarci sul peccato veniale che noi spesso mettiamo tanto in non cale: eppure anche il peccate veniale è un vero e proprio male, una vera e propria offesa di Dio (specie nel prete), anche se non derime all' istante l'amicizia con Dio. Però es­so prepara la via al peccato mortale: le incli­nazioni al male, con le continue piccole infe­deltà, crescono, le forze di reazione, per la tra­scuratezza nelle pratiche di pietà, diminuiscono; è quindi da meravigliarsi, se un tale, al momen­to dell' urto di una forte tentazione, non resiste, ma cade?

Il ripetersi dei peccati veniali crea in noi il pericoloso stato di tiepidezza, di cui il Signore di­ce: « se tu fossi caldo o freddo, ti compatirei; ma siccome sei tiepido, ti vomiterò dalla mia bocca » (Apoc. 3, 16).

Ricordiamocelo, che portiamo i tesori della gra­zia in vasi fragili; siamo sobri e vigilanti! Ri­petiamo ciò che disse di sé un così grande Santo, come lo era S. Filippo Neri: «Signore, mettimi la mano addosso, perché altrimenti, un bel giorno, Pippo ti tradisce! ».

I peccati veniali sono quelli che nutrono e al­lungano le pene del purgatorio. Piuttosto di do­ver, un giorno, nel luogo dell'espiazione, con­statare questo fatto, crediamoci ora e provve­diamo « dum lucem habetis » (Gv. 12, 36).

 

19.

IL SACERDOTE ALL'ALTARE

Lì egli appare in tutta la sua grandezza. Se un sacerdote malfermo non potesse fare altro che celebrare, nella sua camera, ogni giorno devo­tamente la sua Messa, la sua opera ministeriale sarebbe grande e feconda.

 

I. GESU' ISTITUISCE LA S. MESSA

Mi è caro, arrivato alla consacrazione, di imme­desimarmi, in quanto possibile, con i sentimen­ti che animarono, in quell'ora, il cuore del Sal­vatore. «Abbiate in voi lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù » (Fil. 2,5).

Man mano che si avvicinava quell'ultima Pa­squa di sangue, il cuore del Maestro si sentiva sempre più oppresso. Era un cuore umano, co­me il nostro che, per istinto, aborriva il dolore e la morte. E quale morte i Gesù, a differenza di noi, sapeva, per la sua ogniscienza, tutti i particolari del futuro. Perciò il Kempis afferma che «tutta la vita di Gesù fu croce e marti­rio».

Di tanto in tanto erompe questo suo dolore e si confida con i suoi discepoli, senza però tro­vare comprensione e conforto. Anzi, Pietro se ne scandalizza. E questo Lo faceva soffrire an­cora di più.

Ora quell'ora è scoccata e fra poche ore Egli inizierà nell'Orto la sua Passione:« è triste l'anima mia fino alla morte» (Mc. 14,34). Con questa tristezza nel cuore Gesù entrò nel cenacolo e si assise al tavolo, per consumare l'agnello pasquale, il quale, il giorno appresso, doveva - in Lui - passare dalla figura alla realtà.

Senza pensare, che Egli in quell'ora sapeva del­l'abbandono dei discepoli, del rinnegamento di Pietro e del tradimento di Giuda, dell'ingrati­tudine del suo popolo e, giù, giù, per la china dei secoli, di tutti i sacrilegi che sarebbero stati consumati dai suoi figli e dai suoi sacer­doti ... Egli istituì la Messa: « in qua nocte tradebatur » ...

Eppure, il suo cuore sussultava anche di gioia. « Desiderio desideravi manducare hoc pascha vobiscum » (Lc. 22, 15). Si desidera solo ciò che fa piacere, ciò che rende felici. E Gesù, in quella sera era felice, di essere giunto all'ora, in cui, istituendo I' Eucaristia e celebrando - in persona - la prima Messa anticipata, Egli avrebbe perpetuato per sempre l'omaggio filia­le a solis ortu usque ad occasum ... (Mala­chia 1, 11 ), garantendo in tal modo ai suoi figli

di tutto il mondo e di tutti i tempi, di poter attingere « alle fonti del Salvatore b le grazie, che Egli, una volta per sempre, meritò con il suo sacrificio cruento.

La S. Messa non è solo la cena, la mensa, co­me oggi tanti vorrebbero sostenere, ma è es­senzialmente sacrificio, unito alla cena. Lo dice espressamente il Signore, che in ogni celebra­zione i suoi discepoli « mortem Domini annun­tiabitis donec veniat ». E lo dice espressamen­te I' introduzione alle parole della consacrazio­ne: « Il Signor N. Gesù Cristo, dopo aver ce­nato, prese il pane..., distinguendo chiaramen­te la cena pasquale dall' istituzione del sacrifi­cio eucaristico.

L'Eucaristia è il testamento di Gesù, è il suo Amore perennato oltre alla morte. In essa si prigiona la triplice fiamma del suo Amore: - verso il Padre, al quale Egli dà ogni onore e gloria;

- verso di noi, elargendoci la grazia e il per­dono

- e mettendosi fra il Padre e noi con l'amore di vittima, attraverso il quale Egli può espia­re le colpe dell' umanità, senza doverla pu­nire, perché Lui stesso si è caricato delle nostre colpe.

Arrivati alla consacrazione, mentre ci accingia­mo a proferire quelle parole taumaturghe, cer-

chiamo di rivivere i sentimenti che animarono il Cuore del Maestro, mentre Egli - per la pri­ma volta - pronunziò queste parole e volle che fossero - da noi - ripetute in ogni par­te del mondo e per tutti i tempi: fate questo in memoria di me!

 

II. LA MIA PARTE

Non è semplicemente materiale. Non imprestia­mo a Lui, nella celebrazione, solo le nostre ma­ni e le nostre labbra. Siamo noi che, in vir­tù del nostro sacerdozio, consacriamo, restan­do però sempre Lui il primo agente. Mai ci troviamo così vicini a Lui, come nella S. Messa, al momento della consacrazione. Egli volle immedesimarsi con noi e continuare il suo prodigio d'Amore attraverso noi.

Siamo compresi della grandezza di questo atto, quando saliamo l'altare? Quanta fede ri­chiede da noi questo « mysterium fidei! ». Siamo grati al Signore di questo potere divino che Egli ci ha concesso? Il secondo canone della S. Messa ce lo ricorda: « ti rendiamo gra­zie per averci ammessi alla tua presenza a com­piere il servizio sacerdotale ».

Quale santità! Quale devozione! Dovremmo in quegli istanti trovarci in sfere superiori ed i fedeli dovrebbero accorgersene ed essere da noi trascinati nel cuore del mistero. Adorazione, ringraziamento, riparazione e supplica dovreb­bero armonizzarsi in un unico devoto accordo, che raggiunge il suo punto culminante e con­clusivo, quando diciamo: « Per Cristo, con Cri­sto ed in Cristo; a te Dio Padre onnipotente, nell' unità dello Spirito Santo ogni onore e glo­ria ».

Dovremmo vedere i cieli aperti intorno all'al­tare, mentre celebriamo « in conspectu angelo­rum » et Sanctorum, come lo espresse così ma­gistralmente Raffaello nel suo dipinto: la di­sputa.

Ma tale devozione non si improvvisa. Perciò la necessità di una adeguata preparazione, che do­vrebbe iniziare dal momento che scendiamo dal letto. Come il ministro Amann, il quale, essen­do invitato a pranzo dal Re Assuero, si svegliò al mattino con un sussulto di gioia: oggi io starò assiso alla mensa del Re!

Ma poi anche un adeguato, non affrettato rin­graziamento, anche per dare esempio ai fedeli, che oggi, appena fatta la Comunione, lasciano la chiesa. Sono tanto toccanti le preghiere do­po la Messa di S. Tommaso e di S. Bonaven­tura, nonché quelle alla Madonna e a S. Giuseppe. Dalla Messa i fedeli conoscono il loro prete. E' la predica più efficace che egli fa a loro!

 

III. I FRUTTI

Senza riportare qui le distinzioni dei teologi sui frutti della S. Messa, ministeriali e perso­nali, il valore intrinseco (ex opere operato) e quello estrinseco (ex opere operantis seu cele­brantis), riassumiamoli in poche parole:

- Celebrando la S. Messa il sacerdote dà al Padre, per mezzo di Gesù Cristo, la maggiore gloria. E così egli adempie ciò che è il senso della vita di ogni cristiano: glorificare Iddio; - Egli ricava da ogni Messa delle specialissime grazie per se stesso: luce, forza, fervore, effi­cacia;

- Rende partecipi i fedeli, specialmente i pre­senti, delle grazie del Santo Sacrificio. E' una ondata di grazie che arriva fino ai confini della terra;

- Ferma il braccio della Giustizia divina, già steso sul mondo che continuamente lo provoca, peccando. Senza la Messa il mondo non esiste­rebbe più.

E' pertanto inspiegabile, come oggidì non pochi sacerdoti, trovandosi in viaggio o in vacanza, saltino la S. Messa, spesso non solo per giorni, ma anche per settimane.

«Ogni volta che il sacerdote celebra, egli ono­ra Dio, rallegra gli angeli, edifica la Chiesa, ar-

reca aiuto ai viventi, ai defunti sollievo e rende partecipe se stesso di ogni bene » (Kempis).

« Quando un sacerdote tralascia, per negligen­za, la celebrazione egli depaupera, per quanto dipende da lui, Dio dell'onore e della gloria, gli angeli della gioia, i peccatori del perdono, i giusti della santificazione e delle grazie, le ani­me del purgatorio del refrigerio, la Chiesa di Cristo dei beni spirituali, se stesso del rimedio contro i difetti e le debolezze di ogni giorno, del perdono dei suoi peccati, del farmaco con­tro la concupiscenza, dell' illuminazione della mente, delle gioie spirituali, cieli' incorporazione nel Corpo mistico di Cristo, del rinforzo nella virtù, della protezione contro Satana, dell'au­mento della fede, della speranza e dell'ardore della carità » (S. Bonaventura).

 

20.

EUNTES DOCETE !

IL SACERDOTE - MAESTRO

Il tramite ordinario, per cui il Signore trasmet­te a noi le sue grazie, è la parola.

Egli ci ha parlato. E quello che Egli ci ha detto forma la nostra fede.

La fede è, in un certo modo, più importante degli stessi sacramenti. Perché senza la guida della fede non arriveremmo alle fonti del Sal­vatore. Perciò S. Paolo dice: «Senza la fede è impossibile piacere a Dio ». E ancora: « Ma essi come potrebbero invocarLo, se in Lui non han­no creduto? E come potrebbero credere in Lui, se non hanno udito? E come potrebbero udi­re senza chi predichi? La fede, dunque, nasce dalla predicazione e la predicazione ha luogo per mezzo della parola di Dio. Dunque: la fede viene dall'udire» (Rom. 10, 14 ss.).

Per questo il Signore ha imposto ai suoi disce­poli e a noi suoi ministri, come uno dei primi doveri: euntes, docete, insegnate!

 

I. IL PRETE MAESTRO NELLA PREDICA

Sono passati i tempi degli ampollosi panegirici e dei seri, impressionanti quaresimali. E la gen­te veniva in masse, specie quando il predicato­re godeva una certa fama e veniva da lontano, Al loro posto sono passate le omelie di 10-15 minuti che, dopo il Concilio, sono d'obbligo per ogni Messa domenicale e festiva. Ed è ben giusto.

Però non si esaurisce con ciò l'obbligo del pre­te-maestro, il quale deve anzitutto istruire so­damente i fedeli nelle verità della fede. Ma ciò non può avvenire attraverso le omelie, che so­no commenti slegati, occasionali, in cui una me­todica, logica esposizione delle singole verità non è raggiungibile. Ed è per questo che cresce spa­ventosamente I' ignoranza religiosa. (Non il co­munismo, ma I' ignoranza religiosa è il nostro nemico numero uno 1). Non giovano molto le fugaci trasmissioni alla Radio-TV, oppure le con­ferenze teologiche, che ora sono di moda ed in cui si trattano argomeni alti, speculativi, sen­za aver prima creato la base di partenza.

Lo zelante e saggio pastore delle anime cercherà ogni mezzo, per propinare ai suoi fedeli una soda conoscenza della fede, partendo, caso mai, dall'omelia alla metodica e continuata spiega­zione delle singole verità della fede.

A questo scopo sarà utile, di prendere oggi, come lettura spirituale, le lettere pastorali di S. Paolo a Timoteo e Tito, dove lui insiste (2 Tim. 4, 2 ss.): « Predica la parola, intervieni, oppor­tunamente ed inopportunamente, cònfuta, rim­provera, esorta, con tutta longanimità di ogni genere di insegnamento. Vi sarà infatti un tem­po (e non è il nostro?), in cui non soppor­teranno più la sana dottrina, ma, secondo i lo­ro gusti malsani, adotteranno maestri in quan­tità, ma per prurito di udire, stornando I' udi­to dalla verità, per volgerlo ai miti ».

Non si capisce, con quale senso di responsabi­lità, molti nostri predicatori di oggi propongo­no ai fedeli n o n la sana dottrina, ma ipo­tesi, più o meno provate ed anche errate, crean­do in tal modo nei fedeli una profonda crisi di fede, di incertezze, di indifferentismo. Ma che trattino le loro teorie fra di loro teologi, senza disorientare il buon popolo ancora sano nella sua fede!

Consideriamo la predicazione come un nostro obbligo sacro, grave e prepariamoci ad essa con serietà:

- procurandoci la necessaria scienza teologica, aggiornandoci. Labia sacerdotum custodiant scientiam;

-- meditando quello che vogliamo dire ai fede­li all'inginocchiatoio o, meglio, dinanzi al ta­bernacolo. Un celebre professore della retorica diceva: il pensiero nasce nello studio, la paro-

la sul pulpito. Egli voleva dire che, chi è ben preparato con lo studio, trova poi sul pulpito le parole spontanee, che sono come la compo­sizione delle nozioni di cui si è ricchi. In un tal caso la predica può anche essere improvvi­sata, benché I' improvvisazione debba essere ap­pena la rara eccezione. Poeta nascitur, orator fit; - la predica deve rispecchiare ai fedeli la con­vinzione nostra. Questo fa colpo sui fedeli che diranno: lui crede quello che dice. Fu così con le povere prediche del S. Curato d'Ars, che ot­tenevano le più strepitose conversioni.

 

II. LA CATECHESI DEI FANCIULLI

Anche essa è oggi n grave crisi. Nell'intento di trovare anche qui « vie nuove», si mettono in prima linea ragioni psicolo­giche e pedagogiche (certamente tanto utili) e si trascura quasi del tutto l'elemento principa­le: la grazia. Iddio che, nel battesimo, ha preso stanza nel cuore del fanciullo, non vi sta ozioso. Perciò i nostri piccoli hanno talvolta intuizioni che fanno sbalordire. E' ben vero che «la gra­zia suppone la natura », ma è altresì vero che la grazia sostiene, eleva, ispira la natura. Nelle nostre istruzioni catechistiche partiamo da que­sta inabitazione di Dio nel loro cuore.

Non bastano, come oggi si pretende, per le pri­me classi le « emozioni »; occorrono anche le elementari « nozioni », formolate ed esposte in un linguaggio adeguato alla loro tenera età. E' pur risaputo, che le prime impressioni dell' in­fanzia sono le più durature e che spesso poi affiorano nell'età adulta o avanzata e determi­nano spesso, dopo tanti sbandamenti, il ritorno a quel Dio, al quale hanno imparato alzare le loro mani innocenti.

In ogni bambino, è stato detto, c'è - embrio­nalmente - il Santo. Sta ai genitori ed a noi catechisti di scoprire, di proteggere, di svilup­pare questo germe.

« Pueris maxima debetur reverentia », diceva il filosofo pagano. Perciò è un delitto, se oggi si irrompe in questo piccolo paradiso terrestre di un innocente, con l'educazione sessuale nelle prime classi e persino negli asili. (Sarà la mam­ma o il padre a dire a! figli ciò che oggi sta bene che sappiano). Guai a chi scandalizza uno di questi minimi!

Come per gli adulti, così anche per i fanciulli l'istruzione non si arresta lì, ma ha lo scopo, di avviarli a Gesù: l'iniziazione cristiana. Facciamo pertanto con il massimo impegno la preparazione alla loro prima Confessione e Co­munione. E' una tappa determinante.

Oggi, nonostante le norme contrarie della Con­gregazione, si rimanda la prima confessione dei piccoli a qualche anno dopo la Prima Comunione. Non à vero che non sono capaci ad accedere alla confessione; hanno la coscienza più delicata e più chiara di tanti adulti. Basta non imporre a loro tecniche di ogni genere (for­mole, specchietti di peccati) come si usava pri­ma. La prima confessione sia uno spontaneo incontro con Gesù, amico dei fanciulli, che non mette nessuna paura, ma lascia in loro una grande pace e gioia.

Così pure, obbediamo alla Chiesa che vuole che, come aveva disposto S. Pio X nel 1910 (Quam singulari) i bambini si accostino alla Mensa di­vina, appena giunti all'uso della ragione. Si dà loro in tal modo un capitale, una preziosa ri­serva per tutta la vita. « Ci saranno dei bam­bini santi », disse S. Pio X in riguardo a questa sua disposizione ed i fatti gli hanno dato ra­gione. Sinite parvulos venire ad me!

E perché non dovrebbe essere anche la Comu­nione, ricevuta ali' alba della fanciullezza, un mezzo, per svegliare delle vocazioni sacerdotali ? Ma per riuscirci in questo intento, occorre ca­techizzare anche i genitori e collaborare con lo­ro nella preparazione.

Resta ora a noi, di fare un serio ESAME DI CO­SCIENZA, come abbiamo praticato nella nostra cura d'anime il «Ministerium verbi». Preghiera dinanzi alla predica o omelia

Da mihi, Domine, et mitissimam et sapientem eloquentiam, qua nesciam infiari et de tuis bo-

nis super fratres extolli. Pone, quaeso, in ore meo verbum consolationis et aedificationis et exhortationis per Spiritum Sanctum tuum, ut et bonos valeam ad meliora exhortari et eos, qui adverse gradiuntur, ad tuae rectitudinis li­neam revocare, verbo et exemplo. Sint verba, quae dederis servo tuo, tamquam acutissima ia­cula et ardentes sagittae, quae penetrent et in­cendant mentes audientium ad timorem et amo­rem tui. Amen.

 

21.

IL CONFESSIONALE

Un pio prete ha detto: il sacerdozio è una stu­penda poesia, ma il Signore ha attraversato que­sto bell'ideale, obbligandoci al confes­sionale.

C'è del vero in questa affermazione.

Il confessare i fedeli è realmente una croce pesante:

- fisicamente. Non è certamente un diletto, lo stare rinchiusi in quello stretto sgabuzzino, con l'aria inquinata, con il freddo d'inverno ed un forno di estate. Poi la continua tensione della mente e dell'orecchio, il parlare sottovoce, con­tinuato per ore e ore. Si esce dal confessionale stanchi, come attontiti. Il S. Curato d'Ars, il P. Leopoldo furono perciò chiamati « martiri del confessionale », e meriterebbero questo titolo anche tanti dei nostri curatori d'anime e reli­giosi.

- spiritualmente. Ma questo è il meno. Un pre­te che prende sul serio le confessioni, soffre a sentire, per ore e ore, null'altro che offese del Signore, come Gesù le aveva dinanzi nel Getse­mani; soffre, perché sente tutta la responsabilità per ogni anima, che egli assolve, specie per i recidivi, gli occasionari, i maldisposti. So­no in ballo anime, che sono costate la vita al Signore, si tratta della loro sorte eterna. Soffre immensamente, quando qualche volta è costretto a negare l'assoluzione. In tali casi egli assicurerà il penitente, di voler pregare tanto per lui e di attenderlo a braccia aperte. - Mi mettono ogni anno molta malinconia le innume­revoli confessioni pasquali, quando penso: in una settimana, quanti di loro saranno ancora in grazia di Dio? (Per questa tremenda re­sponsabilità i fedeli dovrebbero essere indotti a pregare molto per i sacerdoti defunti, i quali sono, forse per il confessionale, ancora tratte­nuti in purgatorio).

E non abbiamo ancora parlato di quelli (e so­no forse una triste maggioranza) che affatto non vengono a riconciliarsi.

Tuttavia la confessione è in pari tempo per il sacerdote una fonte di perenne gioia e felicità. Basta richiamare alla nostra memoria la scena dell' istituzione della confessione, la sera di Pa­squa. Ogni parola ci conforta.

« Pace a voi! » salutò i suoi discepoli il Ri­sorto; e p a c e portiamo noi in tanti cuori pentiti.

« Come il Padre ha mandato Me, così io mando voi » a « cercare e salvare ciò che era andato perduto », a rincorrere come Lui, il Buon Pastore, la pecorella smarrita e riportarla gioioso all'ovile. Non dobbiamo accettare dal Signore con gioia questo incarico, di poter assolvere e salvare « in persona Christi? ». «Alitò su di loro», comunicando a loro la sua calda bontà. Quanto mi sento felice, di poter, a pari di Lui, essere buono, indulgente, con i penitenti, perché respiro Gesù! Non sarò mai così indulgente come lo era Lui.

« Ricevete lo Spirito Santo », un anticipo della Pentecoste. Il medesimo spirito è disceso su di noi, nell'Ordine Sacro. Nell'opera del ricupero delle anime - ne possiamo essere sicuri - ci sta vicina la grazia dello Spirito Santo.

« Saranno rimessi i peccati... ». Quando il Si­gnore, per la prima volta pronunciò questa pa­rola, dinanzi al paralitico, i farisei si scandaliz­zarono, ma il popolo lodava il Signore, perché avevano. finalmente trovato chi poteva levare lo­ro il duro peso del peccato.

Nel confessionale è nostra la gioia del Pa­dre, che abbracciava il figliol prodigo che era ritornato: è nostra la gioia che regna fra gli angeli del cielo per ogni peccatore che si pente. Ma la confessione non è un automa, per ripe­tere le parole del l' assoluzione; essa è anche - per le anime devote - una scuola di santità. Di fatto, fatte poche eccezioni, i nostri santi sono tutti passati attraverso la direzione spiri­tuale di un pio e zelante direttore spirituale.

Dobbiamo, però, accedere a questo nostro sa­cro ministero con le dovute disposizioni.

- Non entriamo mai nel confessionale senza aver premesso una breve preghiera, anche se si trattasse di una sola anima. « Sine me nihil potestis facere b (Gv. 15,5).

Per lo svolgimento di questo sacro ministero trovo tutti gli elementi nella bella preghiera che si trovava, una volta, nei nostri breviari.

- Da mihi, Domine, sedium tuarum assistricem sapientiam, ut sciam iudicare popolum tuum in iustitia et pauperes tuos in iudicio.

Sì, ci vuole tanta sapienza al confessore, ma, ol­tre a chiederla al Signore, dobbiamo anche pro­curarcela con lo studio della sana morale.

- Fac me ita tractare claves regni caelorum, ut nulli aperiam, cui claudendum sit, nulli clau­dam, cui aperiendum sit.

Occorre creare, nei penitenti, le dovute disposi­zioni, quando non ci sono. Non peccare di ec­cessiva severità, né di un peccaminoso lassismo. Dobbiamo anche avere il coraggio di negare la assoluzione, quando il caso lo esige. Né dobbia­mo supporre sempre la « buona fede » e, tacen­do, lasciar crescere il male. Oggidì, purtroppo, il senso e la consapevolezza del peccato sono a larga scala svaniti.

- Sit intentio mea pura - anche il confessionate ha i suoi pericoli. Evitiamo ogni sensua­lità, ogni soverchia familiarità;

- zelus meus sincerus - escludendo ogni in­vidia sacerdotale. Lasciamo ai penitenti la pie­na libertà della scelta e rallegriamoci, quando un pio sacerdote ci coadiuva nel confessare; - caritas mea patiens. - L'ha detto S. Paolo, che la carità è paziente (1 Cor. 13,4). Guai se uno non ritornasse più a confessarsi, per esse­re stato trattato male da noi;

- labor meus fructuosus. - Lo sarà, se « ca­ritas Christi urget nos » (2 Cor. 5, 14) e se noi saremo docili strumenti della grazia; - sit in me lenitas non remissa, asperitas non severa. - Teniamo il « medium virtutis », con l'aiuto di Dio;

- pauperem ne despiciam, divit ne aduler. - Siamo tentati di infastidirci con qualche povera vecchia donnetta e di chiudere tutti e due gli occhi dinanzi ad altolocati, che spesso si pre­sentano così poco disposti;

- fac me ad alliciendos peccatores suavem - la bontà e gentilezza abituali nel conversare con i parrocchiani ce li attirerà al confessio­nale;

- ad interrogandos prudentem. - Lo sappiamo dalla pastorale, che in certi casi non siamo ob-

bligati ad interrogare ulteriormente, quando questo desse scandalo;

- ad istruendos peritum. - Quanti dei nostri Santi hanno sofferto molto, perché il confesso­re non riusciva a tener dietro ai loro voli ver­so l'alto. Studio dell' ascetica!

- Tribue, quaesumus, ad retrahendos a malo soliertiam, ad confirmandos in bono sedulitatem, ad promovendos ad meliora industriam. - Suc­cede spesso, che in giorni di grande concorso, dobbiamo tagliare corto con le confessioni. Vor­rei paragonare tali giorni ad un campo di bat­taglia, dove i sanitari, cessata la sparatoria, cor­rono da malato a malato, per fare una fascia­tura di emergenza e per mandarli poi al lazza­retto per ulteriori, più complete cure. - In quei giorni accontentiamoci delle cure indispen­sabili per i nostri penitenti, facendoci però pro­mettere da loro, che poi ritorneranno spesso alla confessione.

- In responsis maturitatem. - Una maturità però che non si improvvisa, ma che deve esse­re il frutto della profonda pietà del confessore; - in consiliis rectitudinem -prendiamoci il tempo necessario per consigliare chi ne ha bi­sogno, senza assolvere « a tempo di record;

- in obscuris lumen - anche se non arrivia­mo, come i nostri Santi, a leggere nelle coscien-

ze, la nostra intima, continua unione con Dio ci darà, nel giusto momento, la luce necessaria; - in amplexis sagacitatem, in arduis victoriam - Tutto posso in Colui che mi conforta !

- inutilibus colloquiis ne detinear - Di solito sono i penitenti e specialmente le penitenti che si dilungano nelle chiacchiere, ma ci sono anche dei confessori « chiacchieroni »;

- pravis ne contaminer - E' uscito due anni fa un libro (Il sesso nel confessionale, quattro edizioni in due mesi!), contenente delle regi­strazioni fatte spudoratamente e con preciso intento nel confessionale. Un libro infame, ma dal quale possiamo imparare, quanto dobbiamo essere prudenti e discreti nel nostro parlare;

- alios salvem, meipsum non perdam - (Ne, cum aliis praedicaverim, ipse reprobus efficiar, 1 Cor. 9,27). II confessionale non sia per noi uno scoglio, ma l'ascensore che ci porti a Co­lui che ci ha dato questo delicato incarico.

Una particolare prudenza si raccomanda ai gio­vani sacerdoti, quando sono richiesti della di­rezione spirituale, specie delle giovani. Quanti per questa via si sono rovinati!

Ricordiamo ciò che il Signore fa dire al Buon Samaritano, quando questi aveva consegnato al­l'albergatore il povero malconcio uomo. Gli diede due danari e lo assicurò « quando ritorno ti pagherò tutto il resto ». Intanto il Signore ci dà i « danari » necessari, cioè la sua grazia, alla fine ci darà il suo lauto premio.

Non tralasciamo mai la bella formola nuova che introduce le confessioni, un vero capolavo­ro di completezza e di profondo contenuto.

E infine pongo la preghiera, che reciteremo dopo le confessioni e meglio ancora o g n i giorno per i nostri penitenti:

Domine lesu Christe, Fili dei vivi, suscipe hoc obsequii mei ministerium in amore illo super­dignissimo, quo beatam Mariam Magdalenam omnesque ad te confugientes peccatores absol­visti, et quidquid in sacramenti huius admini­stratione negligenter minusque digne perfeci, t u per te suplere et satisfacere digneris. Omnes et singulos, qui mihi (modo) confessi sunt, com­mendo dulcissimo Cordi tuo, rogans, ut eosdem custodias et a recidiva praeserves atque, post huius vitae miseriam, mecum ad gaudia perdu­cas aeterna. Amen.

 

22.

IL RITIRO DEL PRETE INFERMO E DEL PRETE ANZIANO

...il quale potrà però servire anche ai preti ancora sani e giovani, perché, presto o tardi verrà anche per loro la malattia e la vecchiaia. Non c'è scampo. Così almeno saranno prepa­rati per quegli anni « che non piacciono » (Etti.

 

I. IL PRETE MALATO

Ogni malattia fa soffrire. In particolare il prete soffre:

1. per la malattia stessa, che è spesso molto dolorosa, che prosterna, pesa, opprime lo spiri­to; paralizza le energie e il fervore;

2. perché vede di essere di peso agli altri, do­vendosi far servire in tutto;

3. in modo particolare perché vede tutto il la­voro, tanto necessario per la cura d'anime, che egli deve lasciare a parte. Quanto sarebbe ne­cessaria la sua presenza, specie oggi con questi chiari di luna nelle vocazioni i E lui deve re­stare lì, senza poter fare nulla.

Coraggio, caro confratello. Anzitutto non è det­to che tu non guarirai e non riprenderai la for­za per il tuo lavoro. Ma oltre le medicine e di più di esse occorre la tua volontà di guarire, la tua serenità e fiducia.

Coraggio, perché non è vero che sei divenuto inutile. Forse, soffrendo, fai di più per la tua cura d'anime che non con il tuo lavoro dina­mico. Cristo ha redento il mondo, non con le prediche, non con i miracoli, ma con la sua Passione e morte. Le sue braccia, benché im­mobilizzate in Croce con i chiodi, abbracciano tutto il mondo, i suoi piedi fermati sul legno, avvicinano noi tutti. Unisci le tue sofferenze alle sue e così acquisteranno una soprannatu­rale efficacia. « E' sempre così dolce di vedere, come un " amen " (alla sofferenza) possa dive­nire un alleluia » (Myriam di Gesù, dopo 22 anni di duro martirio).

Le opere, basate sulla croce e sul dolore, so­no le più durature » (Marmion).

« Sono da 32 anni sacerdote ed ho sofferto mol­to; ma su ogni croce ho trovato Gesù ».

« Se il sacerdote vuole benedire, egli deve uni­re questa sua benedizione ad una croce ».

« Patire con gioia è la più bella cosa del mon­do » (B. Freinademetz).

« Una vita senza dolore è una vita senza amore; una vita senza amore è per me la morte » (Sofia Barat).

La figlia di Lodovico XV si presenta alla supe­riora del Carmelo per entrarvi. Dice la superio­ra: Lei non sopporterà la vita di qua dentro! E la candidata risponde: « Vi è un crocifisso in casa ? Allora sopporto tutto ».

« Nessuno ha sofferto come Maria, perché nes­suno è stato come lei unita a Gesù. Aspirare all'unione con Lui, vuol dire, aspirare al do­lore » (Marmion).

« Essere tristi con Gesù nel cuore è un affron­to che si fa a Lui, come dirgli: «Tu non mi basti» (Marmion).

Bernardetta, richiesta cosa facesse nel suo letto, rispose: il mio dovere!

« Dio si può contemplare solo attraverso la len­te di una lacrima ».

Pazienza per oggi, anima mia. Domani sarà ciò che Dio vorrà. Intanto facciamo la volontà di Dio. Ieri è passato e di ciò che ieri ho sofferto non mi resta più la pena: me ne resterebbe il merito, se l'avessi offerto a Dio. Oggi, o Signo­re, voglio soffrire con merito. Oggi poi non è che un giorno solo. Oggi è ben poca cosa. Mio Dio, cosa posso fare di meno che offrire le pe­ne, i dolori, le fatiche di un solo giorno. Quelle di oggi, mio Divin Maestro, siano tutte per amor tuo.

Ho riportato queste citazioni. Leggile, rileggile, caro confratello, quando soffri, nel corpo o nell'anima (e queste ultime sofferenze sono le più dolorose).

Non manchiamo però, di dare a questo nostro confratello ogni conforto possibile: la Comu­nione, l'olio degli infermi, le nostre visite, bre­vi e discrete. E, quando occorre, abbiamo an­che il coraggio di avvertirlo della gravità del suo caso. Le pietose bugie con i malati gravi non sono mai a posto, men che meno con un prete, che deve pur avere il coraggio, di fare il passo che decide per l'eternità con consapevo­lezza. Ho trovato dei preti, che avevano assi­stito innumerevoli malati e morenti e che non si rendevano affatto conto della gravità delle lo­ro condizioni e dell' imminenza del loro trapas­so, tutto per merito di confratelli che continua­vano a dissimulare tutto.

 

II. IL PRETE ANZIANO

(Oggi non si dice più « vecchio », ma « anzia­no »).

La vecchiaia è già di per sé una malattia e del­la quale non si guarisce. Diceva il testo del vec­chio breviario: « Dies annorum nostrorum in ipsis, septuaginta anni, si autem in potentatibus octoginta anni et amplius eorum labor et dolor » (S. 89,10).

Tuttavia la longevità è considerata, dalla Scrittura, come una particolare grazia del Signore. « Onora il padre e la madre ... affinché tu viva lungo tempo sopra la terra » (Ex. 20, 12). Con ogni ora che vivo in grazia di Dio, posso aumentare i miei meriti e quindi la mia eterna felicità. E più vecchi -si diventa, tanto più pre­ziosa è ogni ora che ci è ancora concessa. « Dies pleni invenientur in eis » (S. 72, 10).

L' anziano si crede condannato ali' inerzia. Non è così. Tu, caro confratello, puoi ora dedicarti di più alla preghiera e così renderti utile ai confratelli che sono in piena attività. Sei sem­plicemente passato dalla prima linea del fronte al retroterra, dove svolgi un' attività utilissima per coloro che sono ancora « in combattimen­to ».

Costa molto al prete anziano, di dover lasciare il suo posto di lavoro, i suoi parrocchiani, con i quali egli ha condiviso le sorti, forse per una o due generazioni.

E' umano, è comprensibile questo. Ma una vol­ta deve pure avvenire. Ci ha detto il nostro professore di storia ecclesiastica: «Cari chie­rici, pregate il Signore, che vi conceda la gran­de grazia, di capire, quando è ora di cedere il vostro posto a un altro ». Se noi stessi lo chie­diamo, risparmiamo ai nostri superiori I' ingra­to incarico di dirci: è ora che tu vada! Del re­sto, il primo operante nella tua parrocchia è il Signore e come ha dato le grazie necessarie a te, le darà anche al tuo successore.

Un giorno D. Bosco si trovava in udienza da Carlo Alberto. Fra altro il Re gli chiese: «Co­me pensa Lei, che andrà avanti la sua opera, quando Lei non ci sarà più? ». - Don Bosco guarda giù dalla finestra e disse al Re: « Mae­stà, vede, come laggiù nel cortile le sue senti­nelle si dànno il cambio di guardia? Così sa­rà anche di me ».

Il prete vecchio si sente spesso solo, abbando­nato; i suoi confratelli non hanno sempre la pos­sibilità di passare con lui un'ora. Ma il B. Giu­seppe Freinademetz disse: « Quanto più si è lon­tani e abbandonati dagli uomini, tanto più si è vicini a Dio ».

Mons. Segur, divenuto del tutto cieco nella sua vecchiaia, aveva chiesto, in un' udienza a Leone XIII il permesso di poter conservare il SS. nel­la sua stanza, perché egli trovava difficilmente chi lo conducesse in chiesa. In su le prime il Papa gli negò questo privilegio, in quei tempi del tutto insolito. Ma quando egli vide colare giù da quelle occhiaie morte due grosse lagrime, egli si commosse e gli disse: « Ebbene. Te lo concedo —ad tuam consolationem " ». - E il Monsignore, beato e felice, si pose il suo pic­colo tabernacolo nella sua stanza, sul suo alta­re e vi scrisse sopra: « ad meam consolatio­nem »: « A m i o conforto il Signore è qui ». Anche se non avrai la medesima grazia, di ave­re il Signore in casa, lo avrai a pochi passi nella chiesa. Passa lì qualche ora e sarai consolato, mai solo.

In modo particolare egli soffre per tutte le in­novazioni, cui egli non riesce più tener dietro. E questo è spesso ben anche giustificato. Quan­do egli vede, che il furore delle innovazioni spazza via tutte le provvide istituzioni che aveva­no portato tanti consolanti frutti per le anime o come certi preti, volendo andare con i tempi, si permettono ogni arbitrio nelle cerimonie ed ogni azzardata interpretazione nelle loro predi­che, quando si sente dire, che le sue esperienze valevano bensì per ieri, ma non per l'oggi in cui si vive, è chiaro che egli resti desolato. Eppure, egli deve capire la necessità di certi adattamenti, di certi nuovi metodi, resisi neces­sari con le cambiate condizioni di vita, purché sia conservata la sostanza.

Dall'altra parte i sacerdoti più giovani rispet­tino le esperienze degli anziani, sulle quali essi potranno costruire e avanzare con frutto.'Anche il prete anziano avrebbe tante cose utili da dire ai più giovani.

Lo consoli infine il pensiero, che non è lontano il giorno, in cui il Signore gli dirà: « Servo buo­no e fedele, entra nel gaudio del tuo Signore! ». « Praeterita tege - futura rege » (S. Agostino). Non cruciarsi del passato, che è perdonato, ma lavorare ancora per l'eternità.

 

23.

IN CONSPECTU ANGELORUM

« Al cospetto degli angeli ti canterò », dice il Salmista (137, 1 ). E a ragione. Poiché fra m e, sacerdote e gli angeli intercorrono stretti rap­porti. Prendiamoli pertanto come argomento di questo ritiro.

 

I. GLI ANGELI ESISTONO

Non dovrebbe essere necessario dirlo. Ma, pur­troppo, ci sono oggi molti, anche fra i sacerdo­ti, che negano la loro esistenza come puri spi­riti o, per lo meno, li ignorano. Catechisti, che non insegnano più ai bambini di pregare l'An­gelo Custode.

Tutto l'Antico e il Nuovo Testamento ne parla. Il libro Genesi mette alle porte dei paradiso terrestre, dopo la prima colpa, un angelo. An­geli appaiono ad Abramo, a Giacobbe. nella for­nace di Babilonia, sulla Gerusalemme assediata. Tutto il libro di Tobia illustra la benevolenza degli angeli nei nostri confronti.

Il Nuovo Testamento si apre con l'apparizione dell'Arcangelo a Zaccaria e a Maria. Gesù en­tra nel mondo fra il canto degli angeli. - Angeli rifocillano Cristo sul monte della tentazio­ne, un altro Lo conforta nel Getsemani. La ri­surrezione è annunziata alle pie donne dagli an­geli, i quali, poi, ricordano ai discepoli che il Cristo, salito al cielo, ritornerà alla fine dei tempi. - Pietro, imprigionato, viene restituito miracolosamente alla comunità dei cristiani da un angelo. - Senza parlare dei frequenti inter­venti di angeli nella vita dei nostri Santi, del ricco inserimento degli angeli nella liturgia, del­la costante devozione agli angeli da parte del popolo credente. Stona pertanto, quando Adria­na Zarri, commentando il Vangelo natalizio su un nostro settimanale cattolico, così incomin­cia: « Lasciamo a parte il racconto miracoli­stico degli angeli sui campi di Betlemme ».

Ne parla chiaramente S. Paolo (1 Col. 1, 16; Ef. 6, 12), lo confermano i Santi Padri e in par­ticolare S. Agostino (In Ps. 103, Sermo I, 15), I' ha definito il Lateranense IV, il Concilio di Firenze, Trento, il Vaticano I.

 

II. LA LORO NATURA

Gli angeli sono puri spiriti - infuocati d'amo­re di Dio - vedono di continuo la faccia del Padre che sta nei cieli (cfr. Mt. 18, 10) - stan­no sempre alla sua presenza.

Non dobbiamo anche noi sacerdoti essere ani­mati da simili qualità ?

- Essere puri, - essere spirituali, nonostante tutto il nostro lavoro fra il popolo. I fedeli de­vono poterlo leggere dal nostro volto e dal no­stro conversare con loro. Si dovrebbe poter dire di ogni prete ciò che dicevano di Santo Stefano: «guardandolo videro che il suo volto era come quello di un angelo» (Atti 6, 15).

- infuocati anche noi d'amor di Dio, riscal­dando l'ambiente, in cui lavoriamo. Ognuno di noi ha l'incarico, che il Vicario Generale die­de al Curato d'Ars: Vada e ci porti un po' d'amor di Dio!

Come gli angeli, che pur guardano oculatamen­te i loro affidati, non perdono mai di vista il Signore, così il prete deve acquistare, come una sua seconda natura, il sentirsi vicino a Dio: il cammino alla sua presenza. E' questa la sua forza.

- Come gli angeli anche lui deve inserirsi nel­la corte della Maestà divina, amare i taberna­coli del Signore e ritornarci molto spesso in fervente adorazione.

 

III. IL LORO COMPITO

- Sono i messaggeri di Dio. S. Gregorio Papa dice: « i puri spirito non sono sempre angeli, ma solo quando vengono mandati con qualche messaggio ». Poiché « angelos » in greco vuole dire messaggero.

E tu non sei pure l'angelo del Signore, il mes­saggero, prescelto ed incaricato a portare la lieta novella agli uomini ? Quando predichi, tu fungi da angelo; quando istruisci i tuoi scolari, sei un angelo del Signore, cioè il suo messag­gero. Quando tu, dopo aver chiesto al Signore la sua luce, consigli i fedeli, sei un angelo, un messaggero.

- Sono gli adoratori di Dio, la sua corte glo­riosa e devi esserlo anche tu: la sollerte senti­nella all' umile trono eucaristico, la quale vi ri­torna più spesso che può. Tornerai ai tuoi fe­deli come Mosè, il quale discese dal monte tut­to raggiante. Non vedranno in te questa mira­colosa luce, ma si accorgeranno, che sei venuto a loro da un colloquio con il Signore.

- Sono i servi di Dio, che portano al trono di Dio le nostre preghiere e ci riportano le sue grazie. La pronta obbedienza alla volontà di Dio è una delle caratteristiche degli angeli e deve essere anche la nostra.

- Sono i nostri custodi (Salmo 90). Non solo i piccoli, ma anche noi preti abbiamo, specie oggidì, di continuo bisogno della loro custodia. E dobbiamo a nostra volta, essere i vigili e co­raggiosi custodi dei nostri fedeli. Quanti motivi per invocarli, quanti motivi per imitarli I

 

IV. SATANA - «SCIMMIA DEI»

Così S. Agostino chiama Satana, perché anche lui è un angelo, benché decaduto, ma sempre di natura angelica. Anche la sua presenza molti teologi progressisti non la vogliono più ammet­tere. II teologo tedesco Haag ha scritto un li­bro « Congedo da Satana ».

Eppure di questi spiriti ribelli è piena la Scrit­tura. Dobbiamo risalire agli albori della crea­zione, a quella lotta che si scatenò fra gli an­geli fedeli a Dio e quelli ribelli, capitanati da Lucifero. Questi, cacciato da S. Michele nell'in­ferno, rimase ed è tuttora e sempre il giurato nemico di Dio e della sua opera. Lo incontria­mo fra i primi uomini, che egli induce alla in­subordinazione a Dio e rende con ciò infelici loro e i loro discendenti. Tutto il mondo antico era sotto il dominio di Sàtana. Doveva venire il Cristo a « schiacciargli la testa » e a vincerlo. Ne fa una prima esperienza nella strage degli innocenti, lo incontra nelle tre tentazioni e poi tante volte negli indemoniati, fino a che Sàtana si sfoga contro di Lui nel dramma della Pas­sione. «Questa è l'ora vostra (dei suoi nemi­ci), il potere delle tenebre» (Lc. 22,53). Ma infine - soggiunge Gesù - « il principe di questo mondo sarà gettato fuori » (Gv. 12, 31 ), quel Lucifero di cui disse Gesù: « ho visto Sà­tana cadere dal cielo come folgore » (Lc. 10,

18). Prima che Cristo lo vinca definitivamente, Satana « insidierà ancora il suo calcagno » (Gen­3, 15), cioè Lo farà soffrire I' indicibile.

Ma perché, se Satana è vinto, ha ancora tanto potere nel mondo? ci domandano spesso i fe­deli. E risponde S. Gregorio: Sàtana, dopo la vittoria di Cristo, è come un cane legato alla catena: può mordere chi leggermente lo avvi­cina.

Perciò S. Pietro ci esorta: « Siate sobri, state all'erta! L' avversario vostro, il diavolo, s' ag­gira come leone ruggente, cercando qualcuno da divorare. Resistetegli saldi nella fed ! » (1 Pt. 5, 8). S. Giacomo ci esorta (4, 7): « Opponete resistenza al diavolo e fuggirà ».

E S. Paolo ci ricorda: « La nostra lotta non è contro il sangue e la carne, ma contro i prin­cipati, contro le potestà, contro i signori di que­sto mondo tenebroso, contro gli spiriti del male nelle regioni celesti. Perciò indossate l'armatu­ra di Dio, affinché possiate resistere nel giorno cattivo e, superato ogni attacco, restare saldi » (Ef. 6, 13).

Chi di coloro, che lavorano da lungo in cura d'anime non ha sperimentato spesso chiara­mente l'ingerenza di Satana ?

E che lo spirito maligno svolga nei nostri gior­ni una palese, intensa attività, nessuno lo può negare.

I contrassegni della sua opera e presenza sono:

insubordinazione, corruzione, disordini, malcon­tenti, crudeltà, delitti di ogni genere. Ne abbia­mo avuto prova nei campi di concentramento, le abbiamo ogni giorno, quando apriamo il gior­nale. Sono fattacci che non si possono spiegare umanamente.

Ed ecco, perché specialmente oggi urge il ricor­so ai Santi Angeli e in modo particolare al po­tente patrono della S. Chiesa, S. Michele. Pri­ma lo si invocava dopo ogni Messa, ora, che occorrerebbe più di una volta, non lo si invo­ca più ...

Possiamo però - in modo extraliturgico - al­la fine della Messa, dopo la benedizione, inse­rire con i fedeli questa preghiera. Ci saranno grati:

San Michele Arcangelo, difendici nella nostra lotta col demonio: contro la nequizia e le insi­die di Satana sii nostro presidio. Noi chiedia­mo, supplici, che Iddio lo confonda.

E tu, Principe della milizia celeste, per virtù divina ricaccialo all'inferno, insieme con gli altri spiriti del male, che a rovina delle anime stanno vagando nel mondo. Amen.

Il 29 giugno 1972 il S. Padre, nella sua allocu­zione ha detto, riferendosi ali' attuale situazio­ne della Chiesa di avere la sensazione che « da qualche fessura il fumo di Satana sia entrato nel tempio di Dio. C'è il dubbio, I' incertezza, la problematica, I' insoddisfazione. Non ci si fi-

da più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche gior­nale ... Come è avvenuto questo? ». Il Papa espresse la sua convinzione, che sia stato l'in­tervento di un potere avverso. Il suo nome è il diavolo, questo misterioso essere, cui si fa allusione anche nella lettera di S. Pietro. «Crediamo in qualche cosa di pre­ternaturale venuto nel mondo, proprio per tur­bare, per soffocare i frutti del Concilio e per impedire che la Chiesa scoppiasse nell' inno del­la gioia, di aver riavuto in pienezza la coscien­za di sé » (Paolo VI, 29 giugno 1972).

 

24.

IL GRANDE DIMENTICATO

E' questo il titolo di un libro, già da lungo esaurito, che parlava del paradiso.

Di fatto. Pochi oggi ci pensano. Taluni addirit­tura lo negano. « Lasciamo il cielo ai passeri! A noi basta la terra! » (Di quanto poco si ac­contentano!). E poi cercano affannosamente il paradiso in terra, senza mai poterlo scoprire. E per questo il pessimismo, la malinconia, la disperazione, le reazioni violente.

Eppure il paradiso c'è. Sta tutto lì il senso dell'opera redentrice: era in ballo un' eternità da salvare! Sta pure tutto lì il senso della nostra esistenza terrena: un periodo di prova, di esame, per essere promossi alla vera vita senza fine.

Non è possibile, formarci un concetto esatto del paradiso. Con occhi terreni non si può ve­dere la vita dell'al di là, che è del tutto diversa. Tuttavia, per formarci un concetto del cielo, possiamo applicare ciò che S. Tommaso inse­gna, quando dice: per formarci un concetto di Dio dobbiamo da Lui escludere ogni difetto, - affermare ogni perfezione - e portarlo al­l'infinito. Così pure dal paradiso dobbiamo:

 

I. ESCLUDERE OGNI MALE

Dove non c'è peccato, non c'è più né soffe­renza, né preoccupazione, né turbamento, né malinconia, né morte. « E tergerà ogni lacrima dai loro occhi e la morte non sarà più, né lut­to, né grido, né dolore saranno più; chè le co­se di prima passarono (Apoc. 21,4).

 

II. AFFERMARE OGNI BENE

« O quanto glorioso è il regno, in cui con Cri­sto godono tutti i Santi e seguono, in bianche stole, l'Agnello dovunque esso vada », canta la Chiesa.

Cerchiamo di capire un tantino ciò che renderà bello il paradiso:

1. La sicurezza. Nessun pericolo più di perdere Dio e con Lui il cielo. Una felicità « che nessu­no potrà toglierci » (Gv. 16,22).

2. La visione di Dio. « Noi vediamo ora come in uno specchio, in un'ombra . Allora invece vedremo faccia a faccia » (1 Cor. 13, 12). Non penetreremo fino    in fondo al miste­ri di Dio (chè questo per una mente creata è impossibile), ma vi penetreremo molto profon­damente e questo formerà la nostra delizia, che non si stancherà mai, perché non arriveremo mai a fondo.

Nell'essenza di Dio ammireremo la sua sapien­za, la sua onnipotenza, il suo amore, che hanno ideato, creato, disposto ogni cosa: l'astronomo ammirerà le meraviglie del cielo, lo scienziato le sapienti leggi che reggono il creato, il teo­logo troverà, nella visione di Dio, la gioiosa con­ferma della sua fede e della sua dottrina. « Bea­ti coloro che, senza vedere, hanno creduto ». Noi tutti vedremo confermata la sentenza del Vangelo: a coloro che amano Dio tutto torna in bene; ammireremo, come proprio nei tempi delle più grandi prove per la Chiesa e per la umanità, il Signore ha disposto sapientemente ogni cosa per il maggior bene dei suoi eletti. Quale pascolo per la mente umana!

3. Il possesso di Dio. La visione è già, in qual­che modo, possesso di ciò che si vede. Vedo un albero; me ne formo il concetto e attra­verso questo concetto l'albero diventa (spiri­tualmente) il mio possesso e mi rimane. Possedere Dio vuol dire: essere una cosa con Lui. Lui possiede me, io possiedo Lui. Fusione perfetta, un flusso e riflusso eterno di amore. « Ci furono donati i preziosi e magnifici beni promessi, affinché, per mezzo loro, diventiate partecipi della divina natura, dopo aver fuggi­to la corruzione che nel mondo dilaga a causa della concupiscenza » (2 Pt. 1,4).

Possedendo Dio, il sommo Bene, possedia­mo tutto quello che ci occorre per essere per­fettamente felici. Un tesoro inesauribile di bontà e di felicità. In cielo diverrà perfetto e pe­renne il primo e massimo comandamento: « Amerai il Signore, Dio tuo, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima e con tutte le tue forze e con tutta la tua mente» (Lc. 10,27).

4. La propria gloria dell'anima e del corpo risorto. Non è ambizione, non è orgoglio, aspi­rare ad una maggiore gloria in cielo, poiché con questa nostra maggiore gloria noi maggiormen­te glorifichiamo Iddio, al quale, con la nostra volontaria e pronta cooperazione, abbiamo per­messo di realizzare in noi il grande sogno del suo eterno Amore.

Accanto a queste gioie essenziali, eccoci ancora tante marginali:

- la gioia di aver vinto le sante battaglie, nelle contrarietà, nelle sofferenze, nella lotta contro la nostra concupiscenza. E più ci è costato e più ci renderà ora felici;

- la soddisfazione, di aver lavorato e sofferto per il Signore. « Fidem servavi, cursum consu­mavi. In reliquo deposita est mihi corona iusti­tiae... » (2 Tim. 4, 7);

- le anime, le quali ho strappato ali' eterna dannazione, procurando loro l'eterna felicità del cielo. Il gaudio che regna in cielo fra gli angeli per ogni peccatore che si pente e si salva, sarà anche il mio;

- il rivedere le anime che, nella cura d'ani­me, mi erano state affidate. La mia parrocchia che lassù si ricompone ... ;

- la compagnia degli esseri più eletti, dei San­ti, degli angeli. Se è già consolante trovarsi quaggiù fra persone veramente nobili e buone, quanto più lassù, dove non incontriamo nessun difetto!

- La Madonna, la mamma nostra, che ci pro­digherà tutto il suo amore e ci sringerà a sé; - le « aureole » particolari:

- dei martiri, una ingente moltitudine di ani­me biancovestite, venute da una grande tribo­lazione e che lavarono le loro stole nel Sangue dell'Agnello (cfr. Apoc. 7,14);

- delle anime vergini, che formano la corte dell'Agnello divino e cantano un inno che nes­sun altro riesce a ripetere (cfr. Apoc. 14,4); - i maestri e dottori della Chiesa, che hanno illuminato tante menti nei misteri divini: « Co­loro che avranno erudito molti alla giustizia, saranno come le stelle in eterno e sempre » (Dan. 12, 3).

Davvero: « stella da stella differisce in splendo­re » (1 Cor. 15,41 ).

 

III. PORTARE TUTTO QUESTO ALL'INFINITO

cioè, nel nostro caso nell'eternità senza fine.

Se il cielo durasse anche mille miliardi di anni, la gioia non sarebbe perfetta, perché l'anima che entra in cielo dovrebbe pensare che tutto questo, una volta, finirà. Ma no. Penetrati in Dio siamo penetrati nella sua eternità e ne re­stiamo partecipi per sempre. Felicità infinita.

Come figli della luce, andiamo serenamente e con gioia incontro alla Luce vera.

Non cadiamo nei lacci dei beni e dei piaceri terreni: « Quanto mi nausea la terra, quando guardo il cielo ». Ad maioranatus sum! Non abbattiamoci nelle sofferenze e nelle prove! Non stanchiamoci a strappare le anime all'eter­na dannazione. Formeranno il nostro gaudio, la nostra corona.

Incomianciamo già qui a vivere la vita del cie­lo, nell' amare Dio, nella purezza, nella santa gioia. « Se passeremo I' eternità cantando, per­ché non incominciare già adesso ? » (Paul Clau­del ).

« Rallegratevi, perché i vostri nomi sono scrit­ti in cielo » (Lc. 10, 20). « Et sic semper cum Domino erimus », super pectus Domini beati.

 

PREGHIERE

lesu dilectissime, qui ex singulari benevolentia me prae millenis hominibus ad tui sequelam et ad eximiam sacerdotii dignitatem vocasti, lar­gire mihi, precor, opem tuam ad officia mea rite obeunda. Oro te, Domine lesu, ut resuscites ho­die et semper in me gratiam tuam, quae fuit in me per impositionem manuum episcopalium. O potentissime animarum medice, sana me ta­liter, ne revoivar in vitia; et cuncta peccata fu­giam tibique usque ad mortem piacere possim. Amen.

Domine lesu Christe, sponse animae meae, im­mo cor meum et anima mea, ante conspectum tuum genibus me provoivo ac maximo animi ardore te oro atque obtestor, ut mihi des ser­vare fidem a me tibi solemniter datam. Ideo, o duicissime lesu, abnegem omnem impietatem, sim semper alienus a carnaiibus desideriis et terrenis concupiscentiis, quae miltant adversus animam, et castitatem, te adiuvante, intemerate servem.

O sanctissima et immacuiata Maria, Virgo vir­ginum et Mater nostra amantissima, munda in dies cor meum et animam meam, impetra mihi timorem Domini et singularem mei diffidentiam. Sancte loseph, custos virginis Mariae, custodi animam meam ab omni peccato.

Omnes sanctae Virgines, divinum Agnum quo­cumque sequentes, estote mei, peccatoris, sem­per sollicitae, ne cogitatione, verbo aut opere delinquam et a castissimo Corde lesu unquam discedam. Amen.

Omnipotens et misericors Deus, humilitatis meae preces benigne intende et me, famulum tuum, quem nullis suffragantibus meritis, sed immen­sa clementiae tuae largitate, caelestibus myste­riis servire tribuisti, dignum sacris altaribus fac ministrum, ut quod voce mea depromitur, tua sanctificatione firmetur.

Omnipotens sempiterne Deus, qui me peccato­rem sacris mysteriis adstare voluisti et tui sanc­ti nominis laudare potentiam, concede propitius, per huius sacramenti mysterium meorum mihi veniam peccatorum, ut tuae maiestati digne me­rear famulari.

Deus, qui ad maiestatis tuae gloriam et generis humani salutem, Unigenitum tuum summum ac aeternum constituisti sacerdotem, praesta, ut quos ministros et mysteriorum suorum dispen­satores elegit, in accepto ministerio adimplen­do fìdeles inveniantur.