SACERDOTE
SECONDO IL CUOR TUO!
1.
«ISTE
EST JOANNES, QUI SOPRA PECTUS DOMINI IN CENA RECUBUIT»
(cfr.
Gv. 21,20)
C'era
qualcosa di grosso, di minaccioso, nell’aria. I discepoli lo sentivano.
Da
settimane il loro Maestro continuava a fare accenni chiari su quello che Lo
avrebbe atteso a Gerusalemme: la sua Passione e Morte. Loro non Lo
comprendevano, non volevano comprenderlo, anzi se ne scandalizzavano. Prevaleva
in loro la convinzione che, bensì, ci sarebbero state delle lotte tremende fra
Lui ed i suoi nemici, ma che Lui, infine, come per un incanto, si sarebbe
imposto a loro ed avrebbe innalzato il suo regno, in cui loro, gli apostoli,
avrebbero occupato i primi posti.
All'acuirsi
delle minacce Gesù, che non voleva temerariamente gettarsi nel pericolo, ma che
attendeva l'ora stabilita dal Padre, aveva ripiegato con i suoi in zona di
sicurezza: nella Galilea.
L'impegno
di amicizia Lo fece ritornare in Giudea, per suscitare il suo amico Lazzaro.
Questi esce redivivo dal sepolcro, Lui, dopo appena una settimana, vi sarà
calato. Un cambio, dettato dal suo amore per Lazzaro, un gesto, ripetuto per
ciascuno di noi, che Egli volle chiamare suoi amici: Lui muore, perché noi
viviamo.
Ma
proprio di fronte a questo che era il più strepitoso dei miracoli del Maestro,
i Sommi Sacerdoti ed il loro codazzo prendono la decisione di eliminarlo il più
presto possibile. Attendevano solo un'occasione propizia, per mettere in
atto il loro sacrilego intento.
Manco
a pensarlo, si presentò a loro uno degli apostoli, per offrire a loro i suoi
servizi. Il traditore: Giuda Iscariote.
Gesù
sapeva tutto. Avrebbe potuto fuggire, avrebbe potuto annientare coloro che
attentavano alla sua vita. Non lo fece. « Non berrò io il calice che il
Padre mi porge? (Gv. 18, 11). « Oblatus est, quia ipse voluit » ( Is. 53, 7).
In
questo clima calava la sera di quel grande giovedì, che Gesù aveva
ardentemente desiderato, perché a quella cena Egli avrebbe perpetuato la
sua donazione agli uomini nel sacramento di amore: nell' Eucaristia. «
Desiderio desideravi manducare hoc Pascha vobiscum » (Lc. 22, 15).
Tuttavia
il suo cuore era immerso in una profonda tristezza. In un certo momento non ne
poté più. Ed Egli confidò ai suoi: « In verità vi dico, in questa notte uno
di voi mi tradirà »! (cfr. Mc. 14, 18).
Grande
costernazione fra i discepoli. Ma è possibile? E chi mai sarà? Ognuno professa
al Signore la sua fedeltà, ma Egli tace. Fu allora, che il discepolo « che Gesù
amava e che stava sdraiato affianco suo, poggiando il capo sul Cuore del
Maestro, in confidenza Gli chiedeva: chi è il traditore?
O
ammirevole delicatezza dei Signore! Il delitto di Giuda non era ancora palese;
perciò il Signore voleva rispettare la sua fama, rivelando il suo nome, in
stretta riservatezza, solo a Giovanni.
Questa
la scena.
Rileggendola
nel suo giorno, 27 dicembre, mi chiedevo: cosa avrà provato Giovanni in quel
momento in cuor suo?
-
In mezzo a quell' aria arroventata una profonda pace discese nel suo cuore. Si
sentiva sicuro accanto al suo Maestro. « Se Dio è con noi, chi sarà contro
di noi ? ».
-
Discendeva nel suo cuore un' ondata calda di amore. Sentiva in quel momento di amare
davvero il Signore e quanto egli era da Lui riamato. Una fiamma che non si
spense mai più in Lui, più calda dell'olio bollente, in cui, secondo la
leggenda, sarebbe stato buttato, ante portam Latinam.
-
Capiva in quel momento i segreti celesti, che per il passato anche a lui, come
agli altri discepoli, eran enigmatici. « Cui rivelata sunt secreta caelestia ».
E specialmente il profondo, cupo mistero cieli olocausto di Cristo, gli si
presenta in tutta la sua profondità, in tutto il suo splendore.
-
Attingeva in quell' istante una forza, un coraggio mai provati per il passato.
Una forza che, prescindendo da un appena momentaneo smarrimento alla cattura
di Gesù, gli diede il coraggio di seguire il suo Maestro, passo per passo,
sul suo doloroso cammino alla condanna e alla morte e di resistere ben tre
ore, che sembravano un'eternità, sotto la Croce del suo Maestro, senza un
momento dubitare della sua divinità, del suo supremo Amore. Uno di tutti i
dodici!…
Ed
ora chiediamoci, cari confratelli nel sacerdozio, non potremmo anche noi
procurarci una simile ora di intimità con Cristo, il nostro Sommo Sacerdote?
E
non ne abbiamo estremo bisogno anche noi, per ritrovare la pace in mezzo
all'incalzare di tanta ostilità, di tanta indolenza, di tanti tradimenti a
cui assistiamo ogni giorno nel nostro lavoro pastorale?
-
Per non incorrere il pericolo di perdere la nostra « prima carità » (Ap. 2,
4), ma per essere, al dire di San Giovanni Crisostomo « leoni spiranti
fuoco », che dalla Mensa divina, si buttano nel mondo e lo disgelano?
-
Per leggere, appoggiati in silenzioso raccoglimento al Cuore di Gesù, i suoi
segreti, il suo Vangelo, onde poterlo poi predicare e testimoniare nel mondo?
Specie
ora in questa profonda crisi di fede che travolge il mondo ed anche tanti ministri
del Signore...
-
Per riprendere coraggiosi il nostro cammino, le nostre fatiche, per ispirarci di
nuovo coraggio a procedere come altri Christi in Lui sulla via del Calvario,
ad essere sacerdoti e vittime come Lui, a batterci senza trepidazione per il suo
Regno nelle anime, per la salvezza del mondo, per cui Lui, nostro Maestro, si
è immolato? « Anche noi dobbiamo sacrificare la nostra vita per i fratelli
» (1 Gv. 3, 16). Tutto questo non è facile, richiede spirito di sacrificio,
coraggio, viva fede, un ardente, indomito amore.
Ebbene,
il Signore ci offre tutto questo, come l'ha offerto al suo discepolo prediletto,
quando questi « in cena supra pectus Domini recubuitr, nel Ritiro mensile.
E
a questo, cari fratelli, vorrei invitarvi attraverso queste pagine. Ne abbiamo
tanto bisogno.
Consideratele
come il mio testamento spirituale nel sessantesimo dei mio sacerdozio.
3
giugno 1977.
2.
IL
MIO RITIRO
«
E così, ognuno di noi renderà conto di sé davanti a Dio » (Rom. 14,12).
Ci
siamo commossi, contemplando la sincera, tenera, generosa amicizia, che Gesù
nutriva per i suoi discepoli, nonostante la loro poca corrispondenza.
Un
particolare di queste commoventi attenzioni che Gesù aveva per loro, lo
possiamo rilevare da quanto ci dice S. Marco (6, 31 ): « Venite - in disperate,
in un luogo deserto - e riposate un tantino. Difatti, erano tanti quelli che
andavano e venivano, che non trovavano neppure il tempo, per mangiare».
Il
Signore era preoccupato, che si stancassero troppo e che, in un certo momento,
vinti dalla stanchezza, non potessero più continuare la loro missione accanto
a Lui. Ma più ancora si preoccupava della loro vita spirituale, che il
continuo, incessante lavoro poteva danneggiare, soffocare.
Li
invita ad un RITIRO e, senza dubbio, avrà spesso ancora, periodicamente,
rinnovato il medesimo invito.
Anche
a noi sacerdoti Gesù rivolge lo stesso amoroso invito.
Venite
– è Lui che chiama, che invita. Nel nostro intimo sentiamo la sua insistenza.
Ma forse proprio nel giorno, in cui vorremmo fare il ritiro, troviamo tutte le
scuse immaginabili.
Occorre
farsi forza, decidersi. Venite - dice il Signore -, alzatevi dal letargo e
seguitemi dove io voglio portarvi per il bene vostro e delle anime che intendo
affidarvi.
Venite,
io che vi chiamo, vi accompagno, vi parlerò, vi assisterò.
Ma
per poter sentire la mia voce, dovete andare in disparte, non solo dal mondo, ma
anche dal vostro lavoro, per quanto doveroso. In disparte. Non perderete
nulla, anzi ci guadagnerete.
...in
un luogo deserto, dove non ci siano distrazioni di sorta. Potrà essere la mia
camera o, ancora meglio, la chiesa, li nel presbiterio, ai piedi del Maestro.
...
e riposatevi. Il ritiro costa fatica solo all'inizio, in quel passaggio, non
facile, dalla vita dinamica a quella contemplativa. Ma poi diventa riposante,
distensivo.
Si
sedano le passioni, scompare vieppiù il mondo intorno a noi, si purifica il
nostro occhio, per rivedere meglio e contemplare Dio e anche, per conoscere noi
stessi, tali quali realmente siamo con tutte le nostre miserie, con i pericoli,
ma anche con tutte le preziose risorse che il Signore ci ha dato.
Come
da un sonno sano ci si alza ristorati, più forti, più disposti al lavoro, così
da un ritiro si esce ritemprati, rimessi a nuovo, fervorosi.
2.
Ed adesso, Signore, è ora che incominci il mio ritiro:
-
Parlami, Signore, il tuo servo t'ascolta! - Che cosa vuoi che io faccia ?
-
Signore, fa', che io veda! « Illumina oculos meos, ne unquam obdormiam in
morte (S. 12,4).
-
Aumenta la mia fede! «
Adiuva incredulitatem meam ! » (Mc.
9,23).
-
Colui che tu ami, è malato ... nella sua anima. Dì una sola parola e sarò
guarito! Fa', che io cammini!
-
Riconosco i miei difetti e peccati. Rivolgi anche a me il tuo sguardo
misericordioso, come lo rivolgesti un dì a Pietro e dì anche a me, come
dicesti al paralitico: ti sono rimessi i tuoi peccati!
-
Gesù, mite ed umile di cuore, rendi il mio cuore simile al tuo!
-
Cor lesu, fìagrans amore nostri, infiamma cor nostrum amore tui!
-
Quid retribuam Domino pro omnibus, quae retribuit mihi? Un grazie di cuore, o
Signore, per questa grande ora di grazie!
3.
Ed ora passo al concreto.
Come
posso sistemare il mio giorno di ritiro? L'ideale sarebbe, di poterlo dedicare
tutto a questo scopo, ma questo sarà possibile solo in pochi casi.
Si
dovrà accontentarsi di una « edizione ridotta »:
Alla
vigilia: una meditazione,
preferibilmente scelta dalle massime eterne (prima settimana degli
esercizi).
Al
mattino: alzandosi un po'
prima, una seconda meditazione, che potrà essere scelta dal Vangelo o da uno
degli argomenti qui proposti. Durante il giorno: un più profondo esame di
coscienza, sul mese passato e su quello che inizia. Si potrà servirsi dello
schema di « Riforma della vita » qui sotto proposto.
Si
chiude la giornata con una
visita o, meglio, con un'ora di adorazione, in cui si formulano i propositi
concreti.
Del resto, il Ritiro spirituale è una cosa così personale, che ognuno deve sistemarsela secondo i suoi bisogni individuali, per cui non intendo imporvi i miei suggerimenti.
Il
primo passo alla guarigione è una saggia e giusta diagnosi. Così anche per
l'anima. Facciamola, conversando con il Signore e chiedendo i suoi lumi.
Potrà
servire questo schema. Mi esamino:
1.
Di fronte a Dio
-
la mia fede; è salda, genuina, ossequiente al Magistero della Chiesa? «
Signore, aumenta la nostra fede! » (Lc. 17, 5).
-
la fiducia nella provvidenza; ovvero una soverchia preoccupazione per i beni
terreni? « Quaerite primum regnum Dei... et haec omnia adiicientur vobis » (Lc.
12, 31 ).
-
Amo Dio con il cuore indiviso, non solo con affetti, ma con generosa volontà,
con la perfetta conformità ai suoi voleri, con lo zelo per i suoi interessi,
intrattenendomi volentieri con Lui, trattandoLo con fede nei santi misteri,
curando la bellezza del culto e della chiesa. Quam diletta tabernacula tua ...
(S. 83,2).
2.
Di fronte a me stesso
-
Curo la mia salute (il sonno necessario, tempo libero bene impiegato)?
-
Mi aggiorno con lo studio?
-
Curo anzitutto la mia anima, convinto che, per essere sacerdote, devo essere
santo? (breviario, meditazione, visite al SS.mo, Ora di adorazione, confessione
frequente, ritiro mensile, se possibile esercizi annui, S. Messa, lettura
spirituale e meditazione. - Ricordo spesso i propositi dei Ss. Esercizi?).
3.
Di fronte agli altri.
-
i familiari: pazienza, comprensione, esempio, equa retribuzione,
prestazioni sociali. Una prudente distanza con persone dell' altro sesso che
con me collaborano,
-
i confratelli: rispetto di fronte al loro sacerdozio; critiche,
antipatie, gelosie ... Ebbi il coraggio di fare al giusto momento la doverosa
correzione fraterna? Occorrendo: conforto, aiuti materiali,
-
i superiori: il parroco. E' ben vero: sono prete come lui, ma è pure,
nella direzione della parrocchia, il mio superiore. Nessuna vita pastorale
sarebbe possibile senza un ordine gerarchico.
Il
Vescovo: rispetto,
collaborazione, guardandolo sempre con l'occhio della fede.
Il
Santo Padre. Non voglio
urlare con i lupi, non contestarlo, ma considerarlo docilmente come il «
dolce Cristo in terra », il Vicario di Cristo. Oremus pro Pontifice nostro
N.... et non tradat eum in manibus inimicorum eius !
Le
autorità civili: dò esempio di disciplina e ordine?
4.
Di fronte al mio gregge
-
Cerco di conoscere le mie pecorelle, tutte? (i volonterosi, i freddi, i
peccatori ostinati, i lontani ed ostili, i malati, i moribondi). « Ego autem
impendam et superimpendar ipse pro animabus vestris » (2 Cor. 5, 2).
-
Mi presto volentieri alle confessioni e mi impegno sul serio in esse?
-
Provvedo alla necessaria istruzione religiosa, per combattere la sempre più
crescente ignoranza religiosa?
-
Mi preparo con coscienza alla predica?
-
Premunisco i fedeli contro i pericoli per la loro fede (le diverse sètte,
testimoni di Geova ecc.) ?
Uso
con loro pazienza, mitezza, bontà? Vedono in me il « Buon Pastore », il
padre amoroso, sempre pronto a consolare, ad aiutare (campo della carità nelle
sue varie forme)?
Istruisco
con serietà e competenza i bambini della dottrina, procurando loro una solida
base per l'avvenire? Faccio di tutto, per poterli condurre il più presto
possibile alla Mensa eucaristica?
5.
Di fronte alla mia morte
Repentina
mors, sacerdotum sors. Se io oggi dovessi morire? Ho in ordine tutte le mie cose:
di ufficio e personali? (testamento). Atto di dolore, un proposito concreto.
Della
morte tratteremo in un ritiro a parte.
«
I presbiteri siano anche disposti a dedicare volentieri del tempo al ritiro
spirituale e abbiano in grande stima la direzione spirituale (Vat. II: «
Presbyterorum Ordinis, 18).
«
Insegnami a fare del bene, senza vederlo, di farmi santo, senza saperlo! ».
«
Imparate, di imporre ogni giorno per 5 minuti silenzio alla vostra fantasia,
di chiudere gli occhi e le orecchie per il terreno, per poter rientrare in voi
stessi. Così potrete entrare in colloquio con Dio: Spirito Santo, dirigimi tu!
Questa sottomissione allo Spirito Santo è il segreto della santità » (card.
Mercier).
«
Cercate leggendo - trovate meditanto - bussate pregando - entrate contemplando
».
3.
DIO
Nel
centro dell' attenzione nostra nel mese di gennaio sta l'avventuroso viaggio dei
Magi dal lontano oriente con il loro commovente omaggio al novello re, al tanto
atteso salvatore delle genti, che si presentava loro sotto le fattezze di un
povero neonato.
Questo
incontro è solo uno squarcio di un fenomeno generale: la ricerca, il bisogno
di Dio, che si trova, più o meno, in tutti: palese o latente, accettato o
combattuto.
Come
i satelliti circolano intorno all'astro, da cui sono usciti e da cui sono
perennemente attirati, così l'uomo, uscito dal Creatore, a lungo andare,
non può eliminare del tutto il pensiero di Dio. E quando si sforza di
escluderlo, egli cerca affannosamente qualche cosa d'altro che sostituisca il
tormentoso pensiero di Dio: nelle più svariate forme della superstizione.
Non
per nulla quindi S. Ignazio pone al principio dei suoi esercizi il pensiero di
Dio nei nostri confronti.
Anche
noi vogliamo oggi, in questo nostro ritiro, chiederci:
Chi
è Dio?
Ci
risponde S. Tommaso, che è più facile dire ciò che Dio non è, che dire ciò
che Egli è. Comunque, troviamo nella Scrittura, tre parole, che gettano la
necessaria luce in questo impenetrabile mistero e ce lo fanno intuire, in quanto
è possibile ad una umana creatura: « ogni minor natura - è corto ricettacolo
- a quel bene ch'è senza fine - e Sé con Sé misura » (Par. XIX, 49-51 ).
Dal
roveto ardente Iddio stava dando a Mosè l'incarico di condurre via dall'Egitto
il suo popolo. Di fronte a un tale incarico, che superava di gran lunga le sue
possibilità, Mosè chiede al Signore: « Cosa dirò io al mio popolo, se mi
domanda, chi mi ha incaricato e qual è il suo nome? ». E Dio rispose: Sono
Colui che sono (Jahve). Qui ci sta tutta l'essenza di Dio: Egli è Colui che
esiste da se stesso, che è l'esistenza stessa, la quale, quindi, non ha limiti:
Egli è l'infinito.
Infinito,
riguardo al tempo; Egli è l' Eterno, il che non vuol dire solo una interminabile
durata, ma l'assoluta indipendenza dalla misura del tempo. S. Tommaso ha così
definito l'eternità: interminabilis vitae, tota simul et perfecta possessio:
un continuo presente, per cui dinanzi a Lui mille anni sono come un giorno e
un giorno come mille anni. Il tempo incominciò solo con la creazione. Il
pensiero dell'eternità ci dà le vertigini, ma ci si impone con assoluta
sicurezza: per creare ci voleva Uno che è l'inizio di tutto e che a sua volta
non è stato creato da altri, quindi eterno.
Infinito,
riguardo allo spazio immenso, il che vuole dire di più della sola ognipresenza,
ma assoluta indipendenza dallo spazio (il quale incominciò solo con la creazione).
Infinito
nel suo potere: Egli è l' Onnipotente: «Nulla è impossibile presso Dio»
(Lc.
1, 37). - « Ipse dixit et facta sunt » (S. 148, 5). Per
Dio voler e fare è la medesima cosa.
Infinito
nel suo sapere - 1'Ognisciente. Ed è ben logico: se Dio è sempre stato e se
è ovunque, Egli con un unico suo sguardo, fin dall'eternità, sa e vede tutto.
Infinito
nella sua Giustizia, per cui, tanto il premio, quanto la sanzione, sono
eterni. Infinito nella sua bellezza « in quem desiderant angeli prospicere »
(1 Pt. 1, 12), per cui non ci stancheremo mai per tutta l'eternità a rimirarlo,
perché non esauriremo mai la sua bellezza.
Dopo
queste considerazioni teologiche, fermiamoci un istante: potremo noi ancora
dubitare nella prova, se sappiamo che Dio ci è sempre vicino, che ci conosce
con tutte le nostre debolezze, le nostre possibilità, se a Lui non manca
mai la potenza di levarci anche dal più grante imbarazzo ?
II. DIO E' L'AMORE (1 Gv. 2,16)
Ecco
un' altra definizione di Dio, dataci dal discepolo « che Gesù amava » e che
era penetrato nei segreti divini più di ogni altro. Anche la carità di Dio
è infinita.
Essa
forma la vita interna delle Tre Persone Divine. Ce lo spiega S. Tommaso: Dio
conosce se stesso e questo pensiero (verbum) del Padre è il Figlio: Padre e
Figlio, conoscendosi nella loro infinita perfezione, si amano e questa fiamma
d'Amore che « quinci e quindi igualmente si spiri » (Par. 33, 120) è lo
Spirito Santo.
Ma
« bonum est diffusivum sui », come il fuoco, per natura sua, comunica
all'ambiente le sue calorie, si espande. Così questo rogo della Santissima
Triade diventa l'amore che si comunica, che crea, che dona, che dà alle sue
creature tutte qualcosa di suo, che, in particolare, attira a Sé l'uomo,
perché egli approdi in Lui nell'eterna felicità. Questo è il poema de! Divino
Amore. E noi ne siamo oggetto.
La
creazione, la provvidenza, l'Incarnazione, la redenzione, l'Eucaristia, la
Chiesa, il Paradiso sono le tappe del Divino Amore.
Il
cuore di una madre è un capolavoro di Dio. Di quanto eroismo è capace il suo
cuore! Eppure, mettete assieme l'amore di tutte le madri del mondo e sarà
meno di una goccia in confronto all'oceano dell' infinito divino Amore. E con un
tale Amore Dio ama anche me!
Non
dovrò sentirmi sicuro nel suo amplesso, più di un bambino fra le bracia di sua
madre? « Si dimentica forse una donna dei suo lattante, una madre del figlio
dei suo seno? Anche se costoro si dimenticassero, io non ti dimenticherò ! »
(Is. 49, 15).
Ma
l'Amore divino va da noi riamato. E' forse troppo, se il Signore, l'infinito
Amore ci chiede di amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le
nostre forze? E se poi Lui ci chiede, di amare il nostro prossimo come noi
stessi, dal momento che, attraverso l'Amore divino, siamo divenuti una cosa con
Lui e dobbiamo estendere il nostro amore a tutti quelli che Lui ama come noi?
Nella
fusione dell'amore divino con il nostro sta il nostro eterno destino, la nostra
eterna, infinita felicità nel beato possesso di Dio. Allora il divin poema
dei Divino Amore si è in noi compiuto. « Et sic semper cum Domino erimus » (1
Thess. 4, 17).
Ma
purtroppo « L'Amore non è amato, l'Amore non è amato! » (S. Madd. de'
Pazzi).
III. « EGO SUM ALPHA ET OMEGA » (Apoc,. 1, 8 )
Lo
dice Iddio al veggente di Patmos: Dio nostra origine e nostro ultimo fine. Da
Dio siamo usciti, in Dio « viviamo, ci muoviamo e siamo, a Dio ritorneremo
», « ove ogni ben si termina e s' inizia » (Par. 8, 87).
Accontentiamoci
in questo ritiro ad approfondirci negli attributi divini; ad adorare la sua
infinita grandezza ed avremo gettato la base sicura per il nostro ulteriore
cammino verso di Lui.
«Ricevi,
Signore, l'intera mia libertà. Ricevi la memoria, l'intelletto, la volontà
tutta. Quanto possiedo, tu me l'hai dato; tutto io ti restituisco e rimetto
interamente al governo della tua volontà. Dammi solo il tuo amore e la tua grazia
ed io sono ricco abbastanza, né domando altro ».
« Prendi, Signore, il poco che offro, - il nulla che sono; - e dammi il molto che spero, - il tutto che sei » (Canova).
FEBBRAIO
4.
10
- DIO - IL MONDO
Quanto
è ammirevole la figura del vecchio Simeone. Tutta la sua vita era protesa
verso Colui che doveva venire e di cui il Signore gli aveva detto, che non
sarebbe morto, senza vedere prima « il Messia del Signore » (Lc. 2, 26).
Questa idea centrale gli è di guida lungo la sua vita e gli dà la forza, di
attendere pazientemente il grande incontro, dopo il quale egli, contento,
intona il suo « Nunc dimittis ».
«Tu,
o Signore, ci hai creati per Te ed il nostro cuore è irrequieto fino a che non
riposi in Te» (S. Agostino).
Dio,
l'Essere perfettissimo, non poteva avere altro fine nel creare l'uomo che Se
stesso. Il nostro vecchio catechismo ci insegnava: « Dio ci ha creati, per
conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e per goderlo poi, nell' altra, in
Paradiso ».
Sforziamoci
a capire questa risposta del catechismo. Non che l'uomo abbia due fini, uno
per questa vita e uno per l'altra. Il fine del l'uomo è unico: il possesso eterno
di Dio. II conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita è la via che vi conduce.
« Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti ».
Dio,
con un piano ardito, ha creato l'uomo libero. A differenza delle altre creature,
al le quali Egli ha imposto la sua legge, all'uomo l'ha semplicemente
proposta, creandolo libero. Come essere libero l' uomo, per così dire, sfugge
per un attimo a Dio, come un atomo nell'universo. Ma l'uomo fu dotato da Dio
di intelligenza ed illuminato dalla rivelazione, per cui egli riesce a
riconoscere in Dio il suo supremo Padrone, il Sommo Bene. Se ora l'uomo, nella
luce di questa conoscenza, si assoggetta spontaneamente a Dio, egli gli dà più
gloria che tutto il creato con le sue meraviglie, il quale dà inconsapevolmente
gloria a Dio (Caeli enarrant gloriam Dei, - S. 18,2).
Che
cosa sono io, di fronte a Dio e a me stesso?
Ce
lo dice S. Giovanni della Croce: Nadaytocio: nulla è tutto.
-
Nulla, perché sono una creatura, a cui Dio ha dato l'esistenza, Non basta. Dio
deve in ogni momento tenermi nell'esistenza con la sua volontà. Se Dio solo
cessasse di volere, tutto il creato ritornerebbe al nulla dal quale fu preso. -
Inoltre Egli deve concorrere ad ogni atto che compio, ad ogni passo che faccio,
ad ogni pensiero che emetto. (Da questo si deduce la malizia del peccatore, che
abusa del concorso divino, per offenderlo).
-
Nulla ancora di più nell'ordine della grazia, della vita divina: «Sine
menihil potestis facere» (Gv. 15, 5). Le mie forze e possibilità naturali
sono impari di fronte ad ogni passo nel soprannaturale. - E' Lui che ci ha dato
la partecipazione alla sua vita divina e ce l'ha ricostruita con l'opera della
redenzione.
Nulla
e debole sono nella mia vita spirituale: mi pesa ogni sacrificio, cedo con tanta
facilità alla tentazione. Se poi cado nel peccato mortale, scendo, di fronte
a Dio, sotto lo zero. Quanto poco ci vuole a farmi cadere! « Ho visto
schiantarsi cedri del Libano », dice un S. Padre. « I piani dei mortali sono
dubbi e fallibili le nostre deliberazioni » (Sap. 9, 14).
Gli
orientali (i Magi) esprimevano la loro adorazione, toccando con la fronte il
suolo, per dire: dinanzi a Te sono come un pulviscolo!
-
Se poi mi confronto dinanzi al mondo, come scomparisco - nell' universo -, di
fronte all'umanità intera. Come è insignificante la mia nullità.
-
Tutto. Eppure sono anche tutto, sono grande, ma solo per l'opera di Dio. Ce lo
dice il Salmista: « Che mai è I' uomo, perché ti ricordi di lui ed il figlio
dell' uomo perché te ne interessi? Lo hai reso poco meno degli angeli, di
gloria e splendore lo hai coronato. Lo hai fatto Signore delle opere delle tue
mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi... (S. 8). Doti naturali: intelligenza
e volontà che lo elevano al di sopra di tutte le altre creature della terra. -
Gli ha assegnato un compito sublime, di glorificarlo col conoscerlo, amarlo,
servirlo; lo ha fatto partecipe della natura divina e quindi figlio di Dio,
tempio vivente di Dio, sua immagine soprannaturale, erede della eterna gloria.
Ma
in quel momento che l'uomo si stacca da Dio, Egli decade da questa sua
grandezza. Umilmente devo sempre sentire la mia assoluta dipendenza da Dio.
Umiltà!
E'
stato il Signore a metterci nel mondo, a vivere in esso.
Però:
- non siamo padroni assoluti delle cose create, ma solo amministratori, che
devono rendere conto a Lui dell' uso fatto. « Redde rationem vilicationis
tuaei » (Lc. 16,2).
-
Possiamo servirci delle cose create, possiamo goderle, ma non essere i loro
schiavi, perché allora si invertirebbe l'ordine voluto da Dio.
-
Possiamo servirci delle cose create (vita, salute, beni, amicizia, famiglia,
affetti) solo rispettando il fine per cui il Signore ce le ha date.
E
qui S. Ignazio mette una parola, che è il perno di tutto il suo libro degli
esercizi. Il «tantum - quantum». In tanto tu puoi servirti delle creature, in
quanto ti giovano ad arrivare al tuo ultimo fine. In quel momento che una cosa
creata mi è di ostacolo per il mio ultimo fine, devo sapervi rinunciare. Gesù
in questo è molto esplicito. « Se il tuo occhio ti scandalizza ... » (Mt. 5,
29).
Qui,
su questo capitolo delle cose create, potrei fermarmi in questo ritiro tutto il
giorno, senza venire a fondo.
-
Quale uso faccio io delle cose create? - E' conforme alla volontà di Dio?
-
Quale creatura mi è di ostacolo o di pericolo nella vita della mia anima? Che
cosa mi impedisce più di tutto di salire, mi tarpa le ali? - Ho degli affetti,
degli attaccamenti disordinati a cose, a persone? - Cerco in tutto Dio oppure
me stesso? - Che uso faccio dei miei beni materiali? (giustizia, carità),
delle mie doti spirituali (talenti, grazie speciali). - Ho omesso, per
indolenza tante opere buone, ho sciupato il tempo tanto prezioso, per meritare
per il paradiso (venit nox, quando nemo potest operari - Gv. 9,4).
Una
giovane di vent'anni, anima candida, pia, stava per morire. Essa agitava
nervosamente le sue mani nel vuoto, come se volesse afferrare qualche cosa. Il
suo confessore, che le stava appresso, cercava di tranquillizzarla: « Cara
figlia, puoi stare tranquilla, non hai mai offeso gravemente il Signore, hai
sempre vissuto pura ! ». Ed essa: « Sì, Padre, questo posso dirlo. Ma ciò
che mi turba è il pensiero che devo presentarmi al Signore con le mani così
vuote! ». Ed io, se dovessi morire in quest'ora, dovrei farmi il medesimo
rimprovero ?
Prendi,
o Signore, e ricevi la mia volontà ... Deus
meus et omnia!
Un
giorno il sole assorbiva una goccia dell'oceano e la portò con sé
all'orizzonte. Lì questa goccia si unì a tante altre, formando una nube;
sotto la pressione atmosferica essa cadde a terra, entrò in un ruscello, di lì
in un fiume ed infine essa ritornò all'oceano dal quale fu tolta. Questa è la
vita mia: anch'io posso dire come Gesù: « EJCivi a Patre et veni in mundum;
iterum relinquo mundum et vado ad Patrem » (Gv. 16, 28).
Se
la mia vita, come quella di Simeone, sarà tutta protesa verso Dio, anch'io Lo
raggiungerò e, nel suo amplesso, sarò eternamente felice. Preghiera della
generosità:
Signore
dei secoli, Figlio di Dio, ti prego, di insegnarmi il vero amore. Insegnami a
servirti, come meriti; a dare senza contare, lavorare senza indolenza, lottare
senza scoraggiamenti, a confidare senza trepidazione, a sacrificarmi per te,
senza chiedere altro premio che la sicurezza, di averti amato e di aver fatto in
tutto la tua santa volontà. Dammi la fedeltà fino alla morte e poi, nel tuo
regno, la vita eterna. Amen.
«
In ciascun giorno, in ciascuna ora dobbiamo costruire per l'eternità » (Edith
Stein, Suor Benedetta della Croce).
«
Homo vivens, gloria Dei » (S. Ireneo).
MARZO
5.
PATER,
PECCAVI!
Il marzo coincide con la quaresima, tempo destinato alla meditazione della Passione di Cristo.
Sta
dinanzi a noi il Figlio di Dio, stritolato dal peso dei nostri peccati (« Jahve
ha fatto ricadere su di Lui l'iniquità di noi tutti! - Is. 53,6). Lo
contempliamo flagellato, coronato di spine, crocifisso. Sulla sua Croce sta
appesa, strappata, la cambiale dei nostri peccati (cfr. Col. 2, 14). L' ha detto
Pietro ai giudei: « voi avete ucciso I' autore della vita! » (Atti 3, 15). E,
nella lettera agli Ebrei leggiamo che i peccatori « crocifiggono nuovamente
il Signore » (6,6).
Ecco
l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo! Sul suo Corpo dilaniato
leggiamo, a caratteri di lividure e di sangue, ciò che il peccato realmente è,
mentre oggi ci si sforza a minimizzarlo in tutte le maniere, quando non si
arriva, addirittura, a negarlo.
In
realtà, il peccato è un debito così ingente di fronte a Dio, che l'umanità
non sarebbe mai stata capace di estinguerlo. Ci voleva il prezzo ingente del
Sangue, della Vita dell' Uomo Dio,
ad
espiarlo. Non bastava né l'oro, né l'argento di tutto il mondo (cfr. 1 Pietro
1, 18).
Ed
è ben comprensibile, se consideriamo la distanza che corre fra noi, creature,
e la Maestà infinita di Dio. Perciò, un oltraggio inflitto a Dio, richiede
un'ammenda di valore infinito, che solo Dio, immolandosi e sacrificandosi,
poteva prestare.
Cerchiamo
ora, di comprendere un po' meglio la malizia del peccato.
-
Esso disturba l'armonia dell'universo. Caeli enarrant gloria Dei, tutto il
creato osserva inconsapevolmente le sue leggi, - il peccatore stona in questo
immenso concerto.
-
E' una follia: l'uomo, peccando, preferisce il meno al più, la creatura al
Creatore, il tempo all'eternità.
-
Egli, questo nulla, si azzarda a dichiarare la guerra al Dio onnipotente.
-
Il peccatore è un ribelle, come lo fu Lucifero con il suo seguito.
-
Il peccatore è un ingrato: deve tutto, la sua esistenza, la sua attività a Dio
e si serve dei suoi doni per offenderlo. Sfrutta la sua bontà e longanimità,
per offenderlo ancora di più. - Ingrato contro il N. Signore Gesù Cristo, il
quale a pertransiit benefaciendo et sanando omnes» (Atti 10,38). «
Popule meus, quid feci tibi? ».
-
E' una profanazione: un tempio vivente di Dio sconsacrato, caduto in rovina. Ora
comprendo il profondo significato dei pianto di Gesù su Gerusalemme ed il suo
tempio ... « Come mai cadesti dal cielo, Lucifero, figlio dell'aurora! » (Is.
14, 12). - « Ho visto Satana, cadere dal cielo, come una folgore » (Lc. 10,
18). - Osserviamo con dolore ed orrore le tante belle chiese distrutte,
profanate o adibite a luoghi peccaminosi dal furore della mezzaluna o dei
marxismo. Qui c'è di peggio, cade in rovina un tempio vivente di Dio, che porta
il timbro dei Sangue di Cristo! Ci inorridiamo a leggere, come i rivoluzionari
francesi posero sull'altare di Montmartre a Parigi una donnaccia (dea ragione)
al posto dei Santissimo. E il peccatore non fa qualcosa di simile? « E' caduta
la corona dalla nostra testa. Guai a noi, perché abbiamo peccato! » (Thren. 5,
16).
-
Il peccato è la più grande, anzi
I' unica vera disgrazia: ci toglie la pace: « Non est pax impiis!» (Is.
48, 22).
Ardigò
confidava un giorno a un suo amico: « Se tu sapessi, quale inferno porto nell'
anima mia! » (Caino, Giuda).
-
Il peccatore è un tralcio staccato dalla vite, buono solo a servire come
combustibile. « Sine me nihil potestis facere » (Gv. 15, 5).
-
E nell' aldilà: la morte eterna. Non si vuole più ammettere l'inferno, ma
l'inferno c'è!
«
Scito et animadverte, quia malum et amarum est, dereliquisse te, Dominum Deum
tuum! » (Jer. 2, 19).
-
Senza contare, come per il peccato la morte è venuta nel mondo (Rom. 5) e come
sono i peccati degli uomini a fare della terra una valle di lagrime.
Se
è così terribile il peccato in genere, quanto più quello del ministro di Dio.
Corruptio optimi pessima.
-
Egli è il confidente, l'amico di Dio. « Amice ad quid venisti? » (Lc.
22,48). « Si inimicus mens maledixisset mihi, sustinuissem utique; et si quis
oderat me, super me magna locutus fuisset, abscondissem me forsitan ab eo. Tu
vero, homo unanimis... qui simul mecum dulcem capiebas cibum; in domo Dei
ambulavimus in consensu. Veniat
mors super illos et descendant in infernum viventes » (S. 54, 13 ss.).
-
E' un « alter Christus », in cui il Signore ha effuso il suo sacerdozio eterno
e diventa, al pari di Giuda, il suo traditore.
-
E' la rovina di innumerevoli anime, che egli avrebbe dovuto condurre alla
salvezza.
-
E' profondamente infelice, come lo dimostra la triste storia degli apostati. E
il loro numero cresce e cresce, come lo dimostrano le statistiche!
-
Le quali pera non dicono nulla di quei preti, che fanno un doppio gioco. Hanno
già rotto con Dio e rimangono nel loro ministero, passando da sacrilegio a
sacrilegio.
Ma
come un sacerdote può arrivare così in basso?
-
Il primo passo è sempre la trascuranza della preghiera, della meditazione, - il
buttarsi imprudentemente nelle seduzioni del mondo, credendosi forti (nolite
conformari huic saeculo - Rom. 12,2). «Tu dici: sono ricco... e di nulla ho
bisogno. E non sai che tu, proprio tu sei l'infelice, miserabile, povero, cieco
e nudo! » (Apoc. 3, 17).
-
il trascurare la confessione, il non aprirsi al confratello confessore, il
quale, però, a sua volta, deve avere la carità ed il coraggio di avvertire
il suo reverendo confratello del pericolo che corre.
Di
solito la caduta del sacerdote non si arresta lì. Come la valanga che,
facendosi un varco attraverso il pendio, ogni anno di nuovo vi torna, così
il peccato del prete prepara il solco per altre cadute, senza fine. E così si
forma la ostinatezza, I' impenitenza finale, che è qualcosa di caratteristico
nel prete caduto.
L'
autore del libro: « Manete in dilectione mea », vi ha fatto seguire un altro:
« Resurget frater tuus! » (Gv. 11,23). In esso egli dà dei preziosi
suggerimenti in proposito:
-
Come già abbiamo detto: avere la carità e la pazienza di avvicinare il
fratello, assisterlo, incoraggiarlo.
-
Pregare molto per questi poveri sacerdoti. Presso Dio nulla è impossibile.
-
Non disprezzarli, non propagare con chiacchiere sensazionali i loro scandali,
se non altro, perché poteva capitare anche a noi. « Gratia Dei, quia non sumus
consumpti! » (Thr. 3,22).
COSA POSSIAMO FARE NOI, PER SOLLEVARCI DAI NOSTRI PECCATI E DIFETTI E PER PERSEVERARE NELLA GRAZIA?
1.
Umile consapevolezza della nostra fragilità. « Noi portiamo questo tesoro in
vasi di creta, affinché appaia, che la straordinaria sua forza è di Dio e non
proviene da noi » (2 Cor. 4,7). « Chi crede di stare in piedi stia attento a
non cadere » (1 Cor. 10, 12).
2.
La pratica della mortificazione cristiana. Diceva S. Paolo: « Sento nelle mie
membra un'altra legge in conflitto con la mia ragione » ( Rom. 7, 23), perciò
egli decise: « Castigo il mio corpo e me lo tengo soggetto, per timore che,
dopo aver predicato agli altri, io non finisca rèprobo » (1 Cor. 9, 27).
3.
Molta vigilanza, specie con gli sguardi: « Ho stretto un patto con i miei occhi
e non osavo fissare una vergine » (Giobbe 31, 1 ). Per uno sguardo libidinoso
Davide divenne omicida e adultero!
4.
Una intensa vita interiore.
5.
E soprattutto: una profonda conoscenza ed un caldo amore per Gesù. E' questo il
mezzo più mite e in pari tempo più efficace, per non peccare. Rifletti pure:
Gesù è Dio. E Dio è il Sommo Bene, in cui si trova tutto quello che ci rende
perfettamente felici (Tant'è vero che in questo consisterà la nostra eterna
felicità). Ora, se il prete va a cercare la sua felicità in Cristo, vi troverà
tutto di cui il suo cuore anela e non andrà più ad elemosinare la felicità
nel peccato.
«
Fac me semper tuis inhaerere mandatis et a te nunquam separari permittas! ».
APRILE
6.
EGO
SUM VIA - VERITAS - ET VITA
Pasqua!
L'aprile ci porta dinanzi al Cristo, gloriosamente risorto dal sepolcro. Così
Egli stette dinanzi ai suoi discepoli e diede loro prove tangibili della verità
della sua risurrezione. Non era una « semplice esperienza psicologica », come
certi teologi moderni asseriscono, ma un fatto vero, di cui gli apostoli, le pie
donne e infine, sul monte, 500 discepoli, erano testimoni. Quanta pazienza
doveva usare il Signore, per convincere i discepoli, che il periodo della sua
umiliazione era superato e che Lui era ancora redivivo, vittorioso, dinanzi a
loro! Ne abbiamo una prova con i discepoli di Emmaus (Lc. 24,12 segg).
Per
loro il Cristo era uno sconfitto (« noi credevamo, che ... »), poi, quando
si associa a loro uno sconosciuto, un semplice, gradito compagno sul
cammino. Ma poi si rivelò loro come maestro impareggiabile, il quale, parlando,
faceva ardere il loro cuore e si affezionarono a lui, di modo che, arrivati,
non volevano più staccarsi da questo loro caro amico. E infine,
Lo
riconoscono, allo spezzare il pane: è Lui, il Messia, il Vincitore, Dio! - Un
vero studio psicologico!
Non
sia mai Cristo per noi un « sorpassato », uno «sconfitto», che non ha più
nulla da dire nel nostro ventesimo secolo; né uno sconosciuto (tanto tempore
vobiscum sum et non me cognovistis! - Gv. 14, 9); oppure Colui che, per il
nostro ministero, cammina accanto a noi nella vita. Ma sia il nostro amico, il
nostro Maestro, il nostro Dio!
La
risurrezione di Cristo era la base ed il contenuto della predica degli
apostoli ed era per loro, e per tutti i martiri, il segreto della loro forza nel
martirio.
Sia
pertanto la Pasqua per noi la festa della nostra fede. « Se Cristo non è
risorto, la vostra fede è illusione » (1 Cor. 15, 17).
Ma
Egli sia ancora di più per noi. Ce I' ha detto Lui stesso: « Ego sum via -
veritas - et vita » (Gv. 14, 6).
Dopo
avere, con S. Ignazio, considerato le massime eterne: Dio, la nostra origine,
il nostro ultimo fine, la tragedia del peccato e la possibilità del
ritorno, passiamo ora alla via illuminativa e prendiamo Cristo, come il nostro
grande Condottiero al Padre.
Cristo
è il passaggio obbligatorio fra noi e il Padre.
«
Nessuno pub venire a me, se il Padre, che mi ha mandato, non lo abbia attratto b
(Gv. 6,44). « lo sono la porta. Chi entrerà per me, sarà salvo » (Gv. 10,7).
- « Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre, se
non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo» (Mt. 11,27).
«
Vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate, come ho fatto io » (Gv.
13, 15). Lui, vivendo oltre trent'anni in mezzo a noi, ha voluto tracciarci la
via da seguire da noi. Dalla Scrittura potremo trarre i punti più rilevanti
di questo esempio:
-
La sua umiltà: humiliavit seipsum. Egli ha sempre ed ovunque cercato il più
umile.
-
La sua obbedienza, figlia dell'umiltà: oboediens usque ad mortem! Obbediente
ai suoi (erat subditus illis) - soprattutto al Padre (sono venuto a fare la
volontà del Padre, la quale è il mio cibo e la mia bevanda, non la mia, ma la
tua volontà sia fatta ... ).
La
povertà, altra figlia della sua umiltà. « Egli, ricco qual era, si fece
povero, per arricchire voi per la sua povertà» (2 Cor. 8, 9). - « Le volpi
hanno le loro tane, gli uccelli i loro nidi; il Figlio dell' Uomo non sa dove
posare il capo » (Mt. 8, 20).
La
mansuetudine, anche essa manifestazione dell'umiltà. « Imparate da me... ». -
« Non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dall'esile
fiamma » (Is. 42,4).
La
dolcezza, con cui trattava tutti i bisognosi e si commuoveva con loro (Naim,
Giairo, alla tomba di Lazzaro).
La
misericordia, nei suoi incontri con i peccatori (la samaritana, il paralitico,
l'adultera, Pietro, il ladrone di destra).
La
sua inesauribile carità che gli strappava i miracoli con i malati, gli
affamati. « Misereor super turbam » (Mc. 8, 2).
La
generosità. « Cum dilexisset suos, in finem (fino in fondo) dilexit nos » (Gv.
13, 1). « Se nascens dedit socium, convescens in edulium, se moriens dat in
pretium, se regnans dat in praemium ».
La
sublime scuola della sua Passione e morte ... « Contempla ed eseguisci secondo
il modello che ti è stato mostrato su monte » (Es. 25,40). Mi confronto, mi
esamino, propongo.
«
Io per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo, per rendere
testimonianza alla verità » (Gv. 18, 37). L'Antico Testamento era la penombra.
La piena luce doveva irradiare il mondo, quando venne Cristo, che disse di Sé:
« lo sono la luce del mondo; chi segue Me, non cammina nelle tenebre » (Gv.
8,12).
Ciò
che è uscito dalle labbra divine, fu dato in custodia al Magistero della
Chiesa, il quale, appunto per questo, doveva essere infallibile, in unione con
il Papa. Altrimenti la verità non sarebbe giunta inalterata a noi.
«
Eravate un tempo tenebre; ora invece siete luce nel Signore» (Ef. 5,9). La luce
della fede! Un dono del tutto immeritato, di cui dobbiamo rendere conto a
Dio: « perciò - continua l'apostolo - camminate come figli della luce ».
Nella
luce di questa fede abbiamo incontrato il Signore; abbiamo capito la bellezza
della nostra vocazione. Ed ora, come suoi ministri, dobbiamo espandere
intorno a noi questa luce. « Euntes, docete! ». - « Guai a me, se non
evangelizzo! » (1 Cor. 9, 16).
Oggi,
in questa profonda crisi di fede, attingiamo alle fonti limpide, non
inquinate, della verità eterna ! Non stanchiamoci di perfezionare e di
approfondire i nostri studi teologici (il Papa ha approvato ed incoraggiato
gli studi e le ricerche dei teologi, purché si tengano nei limiti dei
Magistero). Conserviamoci puri, perché solo i puri di cuore possono vedere
Dio (cfr. Mt. 5, 8), mentre « la sapienza non entra in un'anima malvagia, né
dimora in un corpo soggetto al peccato» (Sap. 1,4). - Non sono forse le
numerose infrazioni del celibato la causa di tante aberrazioni dottrinali di
oggi ? « Labia sacerdotis custodiant scientiam ».
La
verità non può restare lettera morta, ma deve essere vissuta.
Cristo
è la nostra vita. Nel battesimo siamo stati innestati in Lui Come sacerdoti
fummo permeati del suo eterno sacerdozio. «
Mihi vivere Christus est » (Fil. 1, 21 ).
E,
se Gesù ha detto: sono venuto, perché abbiano la vita e l'abbiano in
abbondanza, chi più di noi preti deve procurarsi questa sovrabbondanza di
vita, noi, che dobbiamo poi procurarla agli altri? « Il sacerdote deve essere
come un calice traboccante, che dà agli altri della sua abbondanza (di vita) »,
ha detto P. Matteo.
E
questo per noi, sacerdoti, non è difficile, poiché possiamo ogni giorno «
attingere - nella S. Messa - alle fonti del Salvatore » (Is. 12, 13). - «
Calix meus inebrians, quam praeclarus est i » (S. 22,5).
Sia
vero anche di noi, come disse di sé S. Paolo: « Mihi vivere Christus est »
(Fil. 1, 21 ).
La
nostra persona, il nostro io, deve sempre più passare in ultima linea; chi vive
e chi agisce in me, deve essere Lui! Allora sarà vero: « Chi rimane in me ed
io in lui, costui porta molto frutto » (Gv. 13,5) - nella cura d'anime.
«
Incontrare, conoscere, amare, seguire Gesù » (Paolo VI).
MAGGIO
7.
COME
LEI
(ALLA SCUOLA DI MARIA)
Andiamo
in questo nostro ritiro alla scuola di Maria, Madre di Dio e Madre nostra, ma,
in special modo, Madre del sacerdote.
Quello
che vogliamo imparare da lei è: come conversare con Gesù, noi che - come lei -
ci troviamo in continui rapporti con Lui.
1.
IPSUM, QUEM GENUIT, ADORAVIT.
Così
abbiamo recitato nel breviario il 2 febbraio. Maria trattava con Gesù con viva
fede e con la massima riverenza. Egli era, bensì, il frutto delle sue viscere,
ma essa sapeva - dalle parole dell'angelo - che Egli era il Figlio di Dio, la
Persona divina che, per opera dello Spirito Santo, si era incarnato in lei. Il
titolo « madre di Dio », attribuitole da Elisabetta, il poterlo chiamare suo
figlio, il sentirsi da Lui dire « mamma », faceva, sì, sussultare il suo
cuore di gioia, ma suscitava in lei, in pari tempo, un santo stupore, la più
profonda venerazione, l'adorazione: Ipsum, quem genuit, adoravit i E così Lo
vedeva per tutta la sua vita: nelle strettezze e nel duro lavoro di Nazaret,
dove, per tutti quegli anni, nulla di straordinario avveniva; così pure nella
più profonda umiliazione della Passione e Morte del suo Figlio.
Il
nostro quotidiano ministero, lo stare ogni giorno all'altare per celebrare i
sacri misteri e per dare il Pane della vita ai fedeli, può creare in noi una
certa routine, per cui non trattiamo più il Signore con quel rispetto che a
Lui, Persona divina e Sommo Sacerdote, sarebbe dovuto. Tanto più che noi non
vediamo neppure l'amabile umanità di Cristo, come la vedeva Maria, ma solo le
specie esanimi del pane e del vino. E' una continua prova per la vostra fede (mysterium
fidei), la quale, però, non deve mai venire meno. Non accostiamoci mai
all'altare o al tabernacolo, senza avere prima ravvivato la nostra fede. E poi,
come Maria, devotamente, adoriamo.
2. QUID FECISTI NOBIS SIC?
Non
era un rimprovero questo, che la Madre mosse a Gesù, dopo averlo infine
ritrovato nel tempio. No. Era l'esplosione spontanea dei suo cuore materno,
angosciato dopo tre giorni di penose ricerche. Ed era, in pari tempo, il
segno, quale familiarità ed intimità regnava nella casa di Nazaret, nei
confronti di Cristo. Non si dica, che questo sia in contrasto con la riverenza
per il Figlio di Dio, di cui abbiamo meditato pr!ma. Confidenza, intimità
sono l'espressione più genuina della nostra fede in Cristo, perché Lo vediamo
sotto il suo aspetto essenziale: l'Amore (Deus caritas est). In tal modo
prendiamo Gesù dal suo lato più intimo. Ed è Lui stesso a voler essere
trattato così: vuole l'apertura del nostro cuore, vuole essere messo a parte di
tutte le nostre pene, anche le più intime; vuole condividere con noi gioie e
dolori. Così noi possiamo fare violenza al suo Cuore. Pensiamo ai nostri Santi:
con quanta ardita confidenza conversavano con Lui.
-
Di San Giuseppe Cottolengo si racconta, come, un dì, venne da lui la
Superiora a dirgli che non avevano proprio nulla in casa da dare a tutte quelle
bocche. Il Santo si recò in chiesa e, battendo il tabernacolo, disse: «Ma,
Signore, dormite? Non vedete che i vostri figli hanno fame? ». E tosto
l'aiuto venne.
Santa
Teresa d'Avila si lamentava un giorno dolcemente con il Signore per le sue
tante e continue sofferenze.
E
Gesù: « E' così che tratto i miei amici! ». E la Santa: « Ebbene, per
questo ne hai così pochi! ».
Abbiamo
tanto bisogno di queste ore di sfogo con il nostro Maestro divino. Prendiamoci
il tempo ! A torto - oggi - tanti sacerdoti lamentano la loro solitudine e
vanno, perciò, a cercare il conforto nelle creature, spesso anche là, dove,
per la loro parola data a Dio, non possono cercarlo, mentre troverebbero tutto
ciò, di cui abbisogna il loro cuore nell'intimità con Gesù.
3.
VINUM NON HABENT
I
Tre parole buttate lì dalla Madonna. Gesù non aveva ancora operato alcun
miracolo. Non glielo chiede neppure, ma dice solo queste tre parole che, però,
erano portate da una incrollabile fiducia in Lui ed è sicura che la grazia le
sarà concessa, nonostante la risposta alquanto evasiva del suo Figlio.
Questo
Gesù dei miracoli che, essendo Dio, può tutto, è sempre a noi vicino, sempre
a nostra disposizione: nelle delusioni, negli insuccessi della vita pastorale,
nella poca rispondenza del gregge, nel male sempre più dilagante, con tanta
gioventù che si perde, con tanti focolari domestici dissacrati. E non giovano
le nostre parole, i nostri sudori.
No,
non è vero. Non saremo mai noi a convertire e a salvare le anime; deve farlo
Lui e noi. Con la nostra fiducia possiamo strappargli le grazie. Non ha finito
Lui stesso la sua opera con un clamoroso insuccesso (in apparenza), con uno
sparuto pugno di anime fedeli sotto il suo patibolo? E non era proprio questa
l'ora del suo trionfo e della nostra salvezza?
Ricordiamo:
l'ora di Dio, dei suo intervento scocca, quando ci sembra che tutte le risorse
umane falliscono!
Ci
vuole la fiducia di Maria !
4. STABAT IUXTA CRUCEM IESU MARIA, MATER EIUS!
Ecco
ancora un aspetto per il nostro conversare con Gesù, che dobbiamo copiare da
Maria: la tenerezza del suo amore.
Dopo
aver accompagnato Gesù lungo la via dolorosa, Maria rimane ferma, per tre ore
penose, eterne « iuxta Crucem lesu ». Non svenuta, come qualche pittore
moderno ha voluto rappresentarla, ma in piedi. Non le era permesso, di dargli
il minimo sollievo, di porgergli un sorso d'acqua, ma una cosa le restava:
consolarlo con la sua presenza: far sentire al Figlio la vicinanza del suo amore
materno. Stava lì, sotto la Croce, ritta, silenziosa, dissimulando lo
strazio del suo cuore, onde non accrescere quello del suo Figlio. E Questi - a
sua volta - delicatamente la chiama « donna », perché la parola « madre »
avrebbe maggiormente straziato il suo cuore materno. Quanta delicatezza!
E
poi, prese tra le sue braccia il Corpo esanime del suo Figlio, proprio come un dì
aveva preso sulle ginocchia e vezzeggiato il suo Pargoletto: « ecce cuius
aspectu laetabaris et omnibus deliciis replebaris, illum ipsum tibi humiliter
e amanter repraesento et offero, tuis brachiis constringendum, tuo corde amandum
... ».
Ecco
il nostro compito: trattare Gesù con la tenerezza di Maria.
Tanto
più che Egli - oggi - nel Sacramento del suo Amore, è spesso tanto
maltrattato. Si accede all'altare senza preparazione, ci si allontana in
fretta, appena finita la Messa (preti e fedeli); durante la Messa si dialoga, si
canta (e spesso come! ) senza posa, riservando al centro sacrificale il minor
tempo possibile e quasi nessun momento ai fedeli, per un conversare intimo con
il Signore. Poi, quanti arbitrii, quanti esperimenti nella celebrazione:
maledictus qui facit opus Domini fraudulenter ! (ler. 48, 10).
La
presenza reale di Gesù messa in seconda linea, in qualche angolo (vere tu et
Deus absconditus ... ), per cui ne soffre il culto eucaristico: le visite,
le adorazioni, che un dì davano calore e splendore alle nostre chiese.
E
non abbiamo parlato dei sacrilegi, che oggi aumentano in misura impressionante.
Specie nei paesi nordici la confessione individuale è pressoché eliminata, ci
si accontenta di funzioni penitenziarie con I' assoluzione generale, nonostante
le precise norme in proposito emanate dalla Chiesa. Il defunto card. DSpfner
si chiedeva: Come mai, che la frequenza alla Messa va ogni giorno calando,
mentre masse di giovani, di studenti, si accostano alla Comunione, senza
confessione s'intende?
Non
dobbiamo allora almeno noi stringerci con Maria « iuxta Crucem, iuxta altare,
iuxta tabernaculum? » (Celebrazione devota e convinta, specie al momento
della consacrazione; questa sarà la nostra predica più efficace per i fedeli!
).
E
se con tutto ciò il mondo restasse ancora lontano, ci resta ancora un modo di
consolare il Signore: con la nostra presenza in chiesa (visite, adorazioni),
come faceva il S. Curato d'Ars. Quando, nei primi anni, la chiesa era vuota e le
bettole piene, egli passava lunghe ore dinanzi al Tabernacolo, a tu per tu col
Signore.
Facciamo
altrettanto anche noi, accanto a Maria e all'apostolo S. Giovanni; passiamo qualche
ora con Gesù in chiesa. Giammai il Signore deve lamentarsi di noi: «
Consolantem me quaesivi et non inveni » (S. 68, 21 ).
Non
possiamo terminare questo ritiro senza notare ancora un particolare, che
consola Gesù e che rivela la nostra tenerezza nei suoi confronti.
Fu
un grande conforto per Gesù morente, il poter affidare sua Madre all'affetto
del suo discepolo prediletto. Possiamo immaginare, come Giovanni, alzando lo
sguardo al Maestro crocifisso, abbia annuito con grande prontezza a questa
consegna e se ne sentì felice e come il Signore morente gli abbia risposto con
un grato sorriso, mentre Giovanni stringeva a sé quella che fu la madre di
Gesù e che ora era divenuta sua mamma.
Oggi,
che si tenta da tante parti, di accantonare il culto mariano, usiamo un tenero
affetto a Maria, Madre dei sacerdoti ed avremo con ciò consolato Gesù! «
Consolationes tuae laetificaverunt animam meam » (S. 93, 19).
«
Con filiale fiducia amino e venerino la Beata Vergine Maria, che fu data come
Madre da Gesù morente al suo discepolo n (Vat. II: Optatam totius, 8).
«
Ipsam sequens non devias, ipsam rogans non desperas, - ipsam cogitans, non erras
» (S. Bernardo).
GIUGNO
8.
IL
SACERDOTE E L'EUCARISTIA
La vera festa dell'Eucaristia è il Giovedì Santo, giorno, in cui il Signore l'ha istituita. Ma siccome in quel giorno, per l'imminenza della Passione di Cristo, non è possibile sfoggiare lo sfarzo che si vorrebbe, per celebrare degnamente e solennemente questo grande dono, venne istituita una festa apposita per la celebrazione del mistero del Corpo e del Sangue di Cristo, il CORPUS DOMINI: giorno natalizio dell'Eucaristia e giorno natalizio del nostro sacerdozio.
Eucaristia
e sacerdozio sono stati creati da Cristo con un solo gesto all'Ultima Cena,
per cui l'Eucaristia non è concepibile senza il sacerdote e il sacerdote
perde la sua ragione di essere senza l'Eucaristia.
Prostriamoci
anzi tutto dinanzi a Criso, il Sommo Sacerdote, per ringraziarLe della nostra
vocazione al sacerdozio, tanto più, che le ordinazioni si fanno
ordinariamente in questo mese. Jesu dilectissime, qui ex singulari benevolentia
me prae millenis hominibus ad tui sequelam et ad eximiam sacerdotii dignitatem
vocasti, largire mihi, precor, opem tuam divinam, ad officia mea rite obeunda.
Oro te, Domine lesu, ut resuscites hodie et semper in me gratiam tuam, quae fuit
in me per impositionem manuum episcopalium. O potentissime animarum medice,
sana me taliter, ne revolvar in vitia et cuncta peccata fugiam, tibique usque ad
mortem piacere possim! Amen.
Quale
mistero! Quale onore! Quanta fiducia riposta in me, povero uomo mortale!
Ed
ora chiediamoci in questo ritiro, quali sono i nostri compiti dinanzi
all'Eucaristia.
Ci
ha già risposto Paolo VI, quando, al Congresso di aggiornamento pastorale di
Orvieto, disse ai patercipanti:
«
Il sacerdote è: il ministro generatore di tanto sacramento - il suo primo
adoratore - il sapiente rivelatore - l'instancabile distributore ».
«
Iesus, tuis oboediens, qui factus es parentibus », canta la Chiesa nella
festa della S. Famiglia. - « Era soggetto a loro », soggiunge S. Luca (2,
51) .
Chi?
E
a chi ? si chiede S. Bernardo. Lui, il Verbo incarnato, il Re dei Re, il
Dominatore dei Dominanti (cfr. Apoc. 19,16), - « a cui spetta la gloria e
l'impero per sempre » (1 Tim. 6, 16). Colui che impera sul mondo, che comanda
ai marosi, Lui è soggetto a Maria e Giuseppe.
Ma
è soggetto anche a me, suo povero ministro, che ho derivato da Lui la mia
dignità sacerdotale. Egli, il Re dei secoli, immortale ed invisibile, si
assoggetta a m e con un'obbedienza assoluta, vorrei dire cieca:
-
Egli rinnova il suo sacrificio sull' altare so – Io quando io gli presto il
mio ministero, la mia mano, la mia parola. (Sono Cristo, sono Cristo! ripeteva
Mons. Segur, quando rientrava in sagrestia, disciolto in lagrime: non avete
sentito, cosa ho detto poc'anzi: questo è il mio Corpo, il mio Sangue?).
-
Non può essere dato in nutrimento alle anime, se non sono io a porgerlo.
-
Non può rimanere presente nelle nostre chiese all'adorazione dei fedeli, se
io non ve lo metto e conservo. Senza di Lui i fedeli troverebbero la chiesa
vuota, senza l'Amico divino, che « trova le sue delizie di stare fra i figli
dell' uomo » (Prov. 8, 31 ).
-
Non può essere portato ai malati, che Egli tanto ama, se io non reco a loro il
S. Viatico. (II permesso recente, dato a laici di portare la Comunione ai malati
e moribondi, è solo un provvedimento di emergenza).
-
Non rifiuta nemmeno la sua obbedienza al sacerdote sacrilego, né arresta la
mano del suo sacerdote, che Lo porge ad un indegno.
Di
fronte a questa meravigliosa obbedienza del mio Signore « impara, o cenere, ad
obbedire !». Dio, l'Onnipotente, ha voluto avere bisogno di me!
Come
Maria che, dinanzi al presepio, adorò per prima il suo Neonato, così il
sacerdote, appena proferite le parole della consacrazione e mostrato ai fedeli
il Signore, si inginocchia in profonda adorazione.
Ma
come potrei io, dopo averGli reso il primo omaggio alla consacrazione,
dimenticarLo lungo la giornata, mentre Egli rimane spesso, per lunghe ore, solo
nel tabernacolo?
Fabio
Gualdo, l'ispirato e pio poeta, esprime, in una sua poesia, le sue impressioni,
quando egli, all' alba, entrava in una chiesa di Venezia, « gelida e muta come
una caverna ». Non c'è nessuno. L'unico segno di vita è « la fiammella
esile, che oscilla » dinanzi al Tabernacolo, la lampada del Santissimo. E'
inorridito e addolorato di questo abbandono, in cui il Signore è lasciato dal
mondo. Ad un tratto gli sembra che quella fiammella che già sta per spegnersi,
incominci a parlare: « Pecorelle smarrite, non l'udite voi; dunque, non l'udite
Gesù che vi ripete: io vi amo, io vi amo? Non sapete voi che per voi sole Ei s'è
chiuso entro quest' urna, solo per voi, Egli l'Eterno Sole? ». E mentre la
fiammella dà i suoi ultimi sguizzi, essa ripete ancora: « O uomo, o uomo,
abbi pietà di Dio! ».
Almeno
noi sacerdoti non dobbiamo lasciarlo solo nelle sue chiese! « Quam diletta
tabernacúla tua, Domine virtutum; concupiscit et deficit anima mea in atria
Domini. Cor meum et caro mea exsultaverunt in Deum vivum » (S. 83).
Non
dovrei esser anch' io come la colomba, che Noè mandò ad esplorare la terra e
che, verso sera, fece ritorno all' arca, perché, in mezzo a quel fango, non
sapeva, « dove posare il piede? » (Gen. 8,9).
Come
potrei io portare il pesante giogo sacerdotale, come essere fedele alla mia
totale donazione a Lui, se non approfittassi della continua possibilità di
incontrarmi con Lui, per attingere forza e coraggio?
«Quantum
potes, tantum aude, quia maior omn! laude, nec laudare sufficis ». Il
sacerdote, misterioso generatore della presenza eucaristica, Lui che più di
ogni altro può sperimentare la dolcezza e I' eflìcacia di questo sacramento,
Lui che deve condurre le anime a Cristo, deve essere l'araldo del Grande Re,
annunziarne le meraviglie ed attirare le anime.
Ma
per poter essere il rivelatore di un così grande mistero, egli deve per primo
conoscerlo a fondo: con lo studio e ancora di più con il suo perenne contatto
con Gesù Sacramentato. Come S. Tommaso, il cantore dell' Eucaristia, che
attinse la sua profonda sapienza p i ù , stando inginocchiato dinanzi al
tabernacolo, che curvo sopra i suoi libri.
Dinanzi
alle chiese vuote, lungo la giornata, mentre rigurgitano le strade, i ritrovi,
le piazze, ci viene la voglia di ripetere a questi « fedeli »: « Medium
vestrum stetit quem vos nescitis » (Gv. 1,26). Ma come potremmo pretendere che
le chiese si riempino, se fossimo noi i primi a disertarle?
Parliamo
spesso ai fedeli della S. Messa. Se ne avranno un chiaro e profondo concetto,
sentiranno il bisogo di assistervi.
Invogliamoli
senza stancarci al banchetto divino e che vi si accostino con le dovute
disposizioni. (Oggidì, quante comunioni sacrileghe!). Curiamo o riprendiamo le
belle ore di adorazione, vere ore di paradiso e fonte di rinascita per una
parrocchia.
«Noi
ci si deve considerare come servitori di Cristo e amministratori dei misteri di
Dio (1 Cor. 4, 1 ).
Come,
nel deserto, il Signore fece distribuire il pane miracolosamente moltiplicato
dai suoi apostoli, così Egli vuole che siamo noi a dispensare il Pane
eucaristico in questa moltiplicazione del pane del ciel, che non ha tramonto.
Mi
presto con diligenza a distribuire la S. Comunione? Promuovo la Comunione
frequente e quotidiana?
Porto
!o con zelo Gesù ai malati, ai carcerati? Faccio di tutto perché i bambini,
appena possibile (secondo il decreto del Papa dell'Eucaristia S. Pio X), si
accostino alla Mensa divina? Gesù che trova chiusi tanti cuori e che da altri
viene ricevuto sacrilegalmente, vuole sfogarsi in questo piccolo paradiso
terrestre, che è il cuore di un bimbo, che Egli stesso si è preparato nel S.
Battesimo.
Voglio
poi con tutte le industrie promuovere le vocazioni sacerdotali, perché non si
debba ripetere il pianto del profeta Geremia: « I pargoletti chiedevano il
pane e non c'è chi glielo dispensi ! » (Thr. 4, 4). E in certe parti del mondo
ci siamo già arrivati ...
«Nella
SS. Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa» (Vat. II:
Presb. Ord. 5).
LUGLIO
9.
UNA
LEZIONE DI PASTORALE
Il
mese di luglio è particolarmente dedicato alla devozione del Preziosissimo
Sangue, prezzo della nostra salvezza. Pensando, quanto sono costate al Signore
le nostre anime, ci sentiamo spinti a lavorare per esse, a divenire « piscatores
hominum » (Mc. 1, 17). Poiché Egli ci ha scelti e ci ha costituiti « perché
andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga » (Gv. 15,16).
Perché
i suoi discepoli (e dietro a loro tutti noi suoi sacerdoti) potessero svolgere
I' attività pastorale, Gesù li ha presi alla sua scuola nei tre anni di vita
pubblica. Ai loro occhi Egli ha fatto loro vedere come si avvicinano, come si
conquistano e si salvano le anime.
Seguiamolo
oggi nella sua giornata pastorale.
E'
la ristretta Palestina. « Io sono stato mandato solo alle pecorelle smarrite
della casa d'Israe-
le
» (Mt. 15, 24). Eppure, la sua opera era destinata alla salvezza di tutto il
mondo. Altri, dopo di Lui, ci andranno, Lui resta lì, perché così lo vuole
il Padre. Ma di lì si sprigionavano tutte le energie che spinsero poi per le
vie del mondo gli araldi di Cristo a gloriose conquiste. Per Sé l'umiliazione,
il sacrificio, per toro la soddisfazione, il successo.
Qualche
prete si lamenta: « Perché io, con tutte le mie doti (?) sono condannato dai
superiori a vivere e lavorare, spesso a vuoto, in questo sperduto,
malaugurato paese, senza soddisfazioni, senza corrispondenza?
Non
ha importanza, quale sia il posto di lavoro del prete: una parrocchia importante
della città o un misero paesello di montagna. Ne è prova il S. Curato d'Ars.
Fu mandato in un paese, per il quale nessuno voleva competere, di modo che il
Vicario Generale gli disse: Ci vada e ci porti un tantino di amore di Dio! E vi
restò tutta la sua vita, senza mai lasciare il suo piccolo gregge. Ma vi accese
una tale fiammata di amore, che tutta la Francia si muoveva verso Ars da quel
povero prete di campagna, di cui Napoleone III disse: tre di questi preti e
tutta la Francia si converte. - Il segreto di questa riuscita? - Ci spiega
Suor Enrica O.P.: « In ultima analisi non è quello che facciamo o diciamo
che ci rende apostoli. E' quello che siamo. Direi: esclusivamente quello che
siamo. Perché si è quello che si ha. E solo quello che si ha si pub dare. Se
non hai Dio da dare, darai te stesso e allora darai nulla ». Da quel tuo
piccolo paese partono le onde cristocentriche e si calano lì, dove ce n'è
maggiormente bisogno, mentre tu, nella tua chiesetta solitaria, hai I' agio di
fecondare il lavoro dei tuoi fratelli che lavorano e lottano in prima linea.
Corrispondeva
al suo paese: gente rozza, incolta, imbevuta da falsi miraggi messianici,
tenuti
sotto
il giogo degli scribi e farisei (di cui Gesù ebbe a dire: «fate e osservate
tutto quello che vi dicono, ma non vi regolate sulle loro opere. Dicono,
infatti, e non fanno » - Mt. 23, 3). - «Vedute le folle, ne ebbe pietà. Perché
erano stanche ed abbattutte, come pecore senza pastore» (Mt. 9,36).
Eppure
c'era anche tanta bontà in quella gente abbandonata. Attendevano solo, chi
avesse parlato a loro e chi li avesse accolti con amore. E questa accoglienza la
trovavano in Gesù. Perciò Lo cercavano dappertutto, si stipavano intorno a
Lui, bevevano a larghi sorsi, senza stancarsi per ore, le parole di vita
eterna che uscivano dalla sua bocca.
Gesù
accoglie il popolo, Gesù accoglie tutti coloro che soffrivano. In su la sera
portavano sull'orlo della strada tutti i loro malati, « perché da Lui usciva
una forza che guariva tutti » (Lc. 6119).
Andava
in cerca dei più miseri - dei peccaori. Pranzava con i pubblicani, noncurante
delle critiche dei farisei. Permette alla grande peccatrice della città di
ungere i suoi piedi e la assolve. Riabilita l'adultera nel cortile del tempio;
colpisce, converte, perdona, riabilita appieno Pietro con un solo suo
sguardo. Guarisce il paralitico prima nell'anima e poi nelle sue membra
intirizzite, prega, in Croce, per i suoi crocifissori, dà una grande
assoluzione al compagno di pena a destra. Già, Egli non era venuto a giudicare
e a condannare, ma « per cercare e salvare ciò che era andato perduto »
(Mt. 18, 1 1 ). La sua delizia sono i b a m b i n i : « Sinite parvulos venire
ad me.. » (Mt. 19,14).
Parla
anche alle persone colte, come a Nicodemo in quel memorando colloquio
notturno. Non abbiamo anche noi come pubblico simili figure? Tutte anime che
attendono da noi di essere guidate alla salvezza. Anime, che portano il
sigillo del Sangue di Cristo, prezzo infinito del loro riscatto.
Le
passo in rassegna ... Come le tratto?
-
Passava dalla preghiera ali' azione e da II' azione alla preghiera. Aveva
lavorato fino a tarda ora a Cafarnao e al mattino tutti ancora Lo cercavano.
Lo trovarono, in un luogo solitario, in conversazione con il Padre.
-
Predicava instancabile, annunciando non mire terrene, non un mondo migliore,
ma « il regno di Dio », l'eterna salvezza. Non ha parole altosonanti, parla
un linguaggio popolare e scende alle più semplici parabole, tolte dalla vita
di ogni ora, pur di essere compreso.
-
E perché la sua parola fosse accolta e perché Lui fosse creduto ed accolto
come il Messia promesso, Egli rammolisce il terreno con i suoi prodigi,
strappatiGli dal suo grande Amore per la gente sofferente.
Quanta
pazienza, quanta mitezza con tutti, da poter dire: « Imparate da me che sono
mite ed umile di cuore » (Mt. 11,29).
E
non si risparmia. Dalla stanchezza non sente il ruggire della tempesta sul lago,
dorme anche quando non sa dove posare il capo.
Nessuno
è escluso dal suo amore.
Siccome
Egli dovrà ritornare dal Padre, Egli prepara lo stuolo dei suoi discepoli e li
fornisce di poteri divini. Dà loro già qualche soddisfazione, quando li
manda, a due a due, ad una escursione pastorale. Ritornano a casa festosi,
raccontando al Maestro i loro consolanti successi (Lc. 10, 17).
Umanamente
parlando, un fallimento: i principi del popolo non Lo riconoscono nonostante
le sue chiare testimonianze ed i suoi prodigi e chiedono la sua morte. Dei
discepoli uno Lo tradisce, I' altro Lo rinnega, e gli altri fuggono, lasciandolo
solo in balia dei suoi nemici. Solo Giovanni riprende il coraggio e sta con Lui
sotto la Croce, con uno sparuto gruppo di donne pie e con due distinti
rappresentanti del popolo: Nicodemo e Giuseppe di Arimatea. Muore la morte più
umiliante e più dolorosa: in Croce. Ma ci voleva proprio questo suo sacrificio,
questa sua umiliazione per trionfare per tutti i secoli e per tutte le parti
del mondo. « Se il grano di frumento non cade in terra e vi muore, resta
solo. Se, invece, muore, porta molto frutto » (Gv. 12, 24). « Regnavit a
ligno Deus ! ».
Ripasso
le singole fasi della sua opera pastorale e le applico a me ... Passo anch' io
dalla pre-
ghiera
all'opera? Prego per il mio gregge? Esercito il ministero della parola autentica
di Dio, amministrandola con zelo e competenza? Attendo le pecorelle smarrite nel
mio confessionale, senza stancarmi; anzi, vado anche in cerca di loro, le
incoraggio? Le accolgo sempre con invincibile pazienza e bontà, come le avrebbe
accolte Gesù?
Mi
apro le vie di quei cuori restii .con le opere di cristiana carità? Curo i
malati, i lontani, i colti come gli incolti, piango, come S. Paolo, con loro e
mi rallegro con loro? (Rom. 12, 15). Conosco le mie pecorelle (con i loro
bisogni, le loro possibilità, le loro doti, la loro vocazione) e loro hanno
occasione di conoscere me? So stare nel mondo, senza conformarmi al mondo ?
Poiché se incominciassi a piacere al mondo, non potrei più essere servo di
Cristo (cfr. Gal. 1,10). Cerco la gloria di Dio o me stesso? Invidie
sacerdotali? So dividere il lavoro pastorale con i miei confratelli, senza
ingelosirmi e dando loro delle soddisfazioni? (il collaborare con altri e
suddividere le mansioni presuppone una buona dose di autentica umiltà!... ).
So, come il contadino, pazientemente attendere la messe (cfr. Giac. 5,7). Mi
scoraggio negli insuccessi?
Sono
anche pronto, di offrire al Signore le sofferenze che Egli mi manda, per il
bene del mio gregge. « Bonus pastor animam suam ponit pro ovibus suis » (Gv.
10, 11 ). Quanto trionfo è
uscito
dalle persecuzioni dei primi secoli ! Sanguis
martyrum, semen christianorum.
E
tutte quelle innumerevoli innocenti vittime dei nostri tempi nelle persecuzioni,
nei campi di concentramento, non prepareranno esse una rinnovata primavera per
la nostra Chiesa dopo questa sua tremenda crisi?
Viveva
ad Ivrea un giovane prete, del tutto immobilizzato, il quale ebbe il permesso,
di celebrare a letto la sua messa. La pietra sacra gli fu posta sul suo corpo
martoriato e lì, con la devozione di un angelo, Egli rinnovava il sacrificio
del suo Maestro.
Ebbene,
fra i tanti che venivano ad assistere a questa commovente Messa c'erano anche
molti increduli, che se ne andavano credenti e fervorosi.
«Nell'edificare
la Chiesa, i Presbiteri devono avere con tutti rapporti improntati alla più delicata
bontà, seguendo l'esempio del Signore» (Vat. II: Presb. Ord. 6).
AGOSTO
10.
VENI
SANCTE SPIRITUS!
Con l'assunzione e coronazione di Maria SS. in cielo, lo Spirito Santo ha completato in lei la sua meravigliosa opera di grazia, incominciata con il suo immacolato concepimento al conferimento della pienezza di grazia, dal suo voto di verginità alla maternità divina. Né la sua opera finì lì. Lo Spirito Santo continuava a « adombrarla », ad arricchirla di sempre nuove grazie, di modo che, sotto il suo divin soflìo, essa cresceva continuamente nella vita divina della grazia ed in ogni sorta di virtù: un capolavoro di Dio, non per nulla chiamata la « sposa dello Spirito Santo », che ora risiede in cielo Regina, mediatrice delle grazie, le quali dallo Spirito Santo, attraverso lei, si effondono su i suoi figli.
Eppure,
essa non era che la sconosciuta donzella di Nazaret, la quale, come tutte le
donne di Israele, in vita sua non faceva altro che l'umile casalinga. Come ha
fatto allora a salire a quella vertiginosa santità, che mette in ombra quella
degli angeli e degli altri santi?
E'
ben vero: Maria era una creatura privilegiata, prescelta fin dall'eternità e,
in vista della sua maternità divina, ricolma di tali grazie, come nessun
altro santo le ricevette.
Ma
Maria ha anche generosamente corrisposto all'effondersi di tante grazie. La sua
vita non era altro che una meravigliosa gara fra lo Spirito Santo che le
forniva sempre nuove grazie e lei che le accettava, le assimilava in sé, per
cui oggi la salutiamo: Salve Regina!
Anche
noi, ministri di Dio, siamo degli esseri privilegiati, dall'eterno, segregati
al servizio di Dio (cfr. Atti 13, 2), una missione tanto affine a quella della
Madonna. Anche in noi lo Spirito Santo ha lavorato e lavora, dall'ora della
nostra chiamata e per tutta la nostra attività sacerdotale. Anche noi
dobbiamo farci santi.
-
Dobbiamo rappresentare Cristo nel mondo, per cui siamo, per così dire, la sua
continuazione in mezzo agli uomini. Alter Christus. Attraverso noi le anime
devono giungere a Cristo.
-
Trattiamo le cose più sante: i sacramenti e soprattutto I' Eucaristia. «
Mundamini qui fertis vasa Domini! » ( Is. 52, 11 ). - « Sacerdotes Domini
incensum et panes offerunt Deo. Et
ideo sancti erunt Deo suo et non polluent nomen eius » (cfr. Lev. 21, b). - Da
S. Pio X in su, tutti i Papi hanno fatto una lettera apostolica intorno alla
santificazione del clero e il Vaticano II (Presbyterorum Ordinis, 12) insiste:
« Con il Sacramento dell'Ordine i presbiteri si configurano a Cristo Sacerdote
come ministri de! Capo, allo scopo di far crescere tutto il suo Corpo, che è la
Chiesa ».
-
Dobbiamo guidare le anime alla santità. Ma come potremmo dare loro ciò che noi
non possediamo ?
-
Abbiamo l'incarico di predicare. Ma guai se, alla guisa dei farisei,
insegnassimo ai fedeli ciò che noi non pratichiamo ! « Ne sit ordo sublimis,
vita deformis! ». Dovremmo essere, come chiamavano S. Efrem, il diacono: «
l'arpa dello Spirito Santo ». « I presbiteri raggiungeranno la santità
nel loro modo proprio, se nello Spirito di Cristo eserciteranno le proprie
funzioni con impegno sincero ed instancabile » (Presb. Ord. 13).
Il
segreto della santità consiste di lasciar fare lo Spirito Santo e di
collaborare con Lui, come fece la Madonna.
Cerchiamo
ora di intendere il lavorìo dello Spirito Santo in noi e la nostra
corrispondenza sulla falsariga di quella che fu chiamata la « regina delle
sequenze »: il Veni Sancte Spiritus I « Veni Sancte Spiritus et emitte
caelitus lucis tuae radium ».
Dobbiamo
desiderarlo, chiamarlo, consapevoli della nostra insufficienza. Avere fame e
sete della giustizia, cioè della santità, per essere saziati. « Veni, Pater
pauperum, veni dator munerum, veni lumen cordium!».
Per
essere arricchiti dallo Spirito Santo dobbiamo umilmente discendere nel nostro
nulla, noi, che, da soli, non riusciamo fare un solo passo verso il
soprannaturale. «
Omnes delectat celsitudo, sed humilitas gradus est ». «
Consolator optime, dulcis hospes animae, dulce refrigerium ».
Rendiamoci
conto dell' inabitazione dello Spirito Santo in noi. E invece di parlare tanto
de1lo Spirito Santo, parliamo noi di più con santa intimità al dolce ospite
della nostra anima, conforto e sostegno nostro.
«
In labore requies, in aestu temperies, in fletu solatium ». Ci sostenga nella
fatica, smorzi le nostre passioni, asciughi le nostre lacrime.
«
O lux beatissima, reple cordis intima tuorum fidelium ». Poiché:
« Sine tuo numine, nihil est in homine, nihil est innoxium ».
Ed
ora la sequenza descrive, in concreto l'opera dello Spirito Santo in noi:
«
Lava, quod est sordidum ». Siamo spesso insozzati dallo spirito del mondo, in
cui dobbiamo lavorare.
«
Riga, quod est aridum ». Forse
il Signore deve muoverci il rimprovero dell'Apocalisse: « Se tu fossi freddo
o caldo, ti compatirei: ma perché sei tiepido, ti vomiterò dalla mia bocca
» (Apoc. 3, 15). L'aridità però potrebbe anche essere una prova
purificatrice, come la sperimentarono tutti i nostri mistici. Allora chiediamo
di saper perseverare anche nell'aridità, come S. Teresa di Gesù. E il
Signore saprà far scaturire da noi un nuovo fervore, come fece nel deserto,
cavando dalla dura roccia torrenti di acqua.
Sana
quod est saucium. Dalle
battaglie per il regno di Dio, torniamo spesso feriti e lo Spirito Santo deve
guarirci. « Febris nostra avaritia est; febris nostra libido est; febris
nostra luxuria est; febris nostra ambitio est » (S. Ambrogio).
Flecte
quod est rigidum. Per essere santi occorre conformarsi alla volontà di Dio e
noi non ci riusciamo sempre.
Fove
quod est frigidum. E' tanto
facile che perdiamo la nostra prima carità (cfr. Apoc. 2,4), il nostro primo
fervore. Ci vuole il soffio caldo del Paraclito.
Rege
quod est devium. E' sempre pura,
rettilinea la mia intenzione nell'operare? O cerco di più me che il Signore e
il bene delle anime? Allora, Signore, drizzami verso di te!
Da
tuis fidelibus - in te confidentibus - sacrum septenarium. L' iride dei sette
doni dello Spirito Santo. Dicono i maestri dello spirito che, mentre le altre
grazie attuali ci sorreggono piuttosto nell'operare, nei doni, lo Spirito Santo
stesso prende I' iniziativa e ci trascina avanti e in alto, purché non siamo
trattenuti dal piombo dell'amor proprio. Basta seguirlo e la via alla santità
è appianata, per cui possiamo essere sicuri che lo Spirito Santo ci esaudirà
nella invocazione conclusiva:
Da
virtutis meritum - da salutis exitum - da perenne gaudium. Amen.
Sia
questa preghiera ogni giorno sulle nostre labbra, perché lo Spirito Santo possa
compiere anche in noi, come in Maria, il miracolo della santificazione, tanto
indispensabile per il nostro sacro ministero.
«
Una sola è la via alla perfezione cristiana: la docilità alle sue ispirazioni
» (S. Teresa di Gesù Bambino).
«
Ogni Santo che nasce è un nuovo vangelo che si scrive » (M. Pomilio).
«
Quando non si vive, come si crede, si va a finire a credere, come si vive ».
Un classico mezzo di santificazione propria, caldamente raccomandato anche da Paolo VI è la Unione apostolica del Clero, che ha anche un secondo grado (I discepoli di Gesù) con i tre voti. - 00165 Roma, via Aurelia antica 284.
SETTEMBRE
11.
NOI
E LA CHIESA
In
una meravigliosa visione il profeta Isaia (cap. 2) vede profilarsi dinanzi il
regno dei futuro Messia. «Avverrà che, alla fine dei giorni (nella pienezza
dei tempi, cioè ai tempi del Messia), si ergerà il monte del tempio di Jahve
sulla cima dei monti... Ad esso affluiranno le genti. Verranno tanti popoli,
dicendo: venite, saliamo sul monte di Jahve, al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci ammaestri sulle sue vie e che noi camminiamo per i suoi sentieri ».
Con
la medesima visuale universale parla il Salmista di quel regno del figlio di
Davide, che si estenderà da un confine della terra all'altro « et cuius regni
non erit finis ». Questo non poteva riferirsi al regno terreno di Davide, il
quale crollò dopo appena quattro secoli; ma bensì al regno spirituale del
suo Figlio - Cristo - la Chiesa.
Cristo
stesso ha iniziato fin dal principio della sua vita pubblica la costruzione
della sua « Chiesa: preparando le colonne e le fondamenta (gli apostoli),
scegliendo fra essi un capo, perché i frutti del suo sacrificio rimanessero per
tutte le generazioni e per tutti i tempi.
A
differenza della sinagoga Egli volle chiamarla « chiesa », (che
etimologicamente dice lo stesso), ovvero il suo regno, il banchetto, il campo,
il gregge con il suo pastore. Che in quelle parabole Egli parlasse del suo regno
in terra è chiaro, perché Egli parla di buoni e cattivi, di buon grano e della
zizzania, mentre lassù « in quel regno della pace non possono incontrarsi
degli scandali » (S. Gregorio). E infine, nel giorno di Pentecoste, la Chiesa
di Cristo è un fatto compiuto; i primi 3000 battezzati formano la prima
diocesi, mentre gli apostoli, forniti dall' alto di ogni autorità e facoltà,
si danno alla conquista del mondo.
Di
lì la Chiesa ha spiccato il volo per la conquista del mondo, fra persecuzioni
e trionfi, fra decadenze e crisi e meravigliose fioriture di Santi.
Per
quante crisi dovette passare la Chiesa nei 2000 anni della sua storia! Ogni
altra istituzione sarebbe scomparsa nel vortice dei secoli. Ma essa si è
sempre rialzata, per riprendere il suo cammino, perché Cristo è fedele alla
sua promessa: « Sarò sempre con voi fino alla consumazione dei secoli »
(Mt. 28, 20).
Quanto
si parla oggi di crisi della Chiesa! Non è del tutto esatto. Più di una crisi
della Chiesa si dovrebbe parlare di una crisi dei figli della Chiesa e degli
stessi ministri della Chiesa.
Il
Signore interverrà ancora, ne possiamo essere certi, benché non è escluso
che Egli debba prendere in mano il ventilabro, per pulire energicamente la sua
aia. Comunque, l'ultima parola sarà la sua!
Nel
mese di settembre, in cui, di solito, si celebra la solennità della «
dedicatio ecclesiae cathedralis », vogliamo esaminare i nostri rapporti con
la Chiesa, noi che - come dice l'orazione della dedicazione - siamo le a vive
ed elette pietre di cui si compone la Chiesa ».
Dicono
così bene gli esegeti: « Come dal costato aperto di Adamo uscì Eva, la
madre di tutti i viventi, così dal costato aperto di Gesù in Croce, uscì,
con il Sangue e l'Acqua, la Madre di tutti i viventi in Cristo: la Chiesa ».
La « Madre Chiesa », per cui siamo
l.
i suoi figli, da lei rigenerati al S. Fonte e poi nutriti ed allevati con gli
altri sacramenti,
2.
e noi, come preti, i figli privilegiati, di avanguardia, perché ministri di
Dio, rivestiti della sua autorità e dei suoi poteri, nelle cui mani il Signore
ha posto le sorti della sua Chiesa e delle anime,
3.
i domestici di Dio, i cittadini del suo regno,
4.
i maestri dei popoli (Euntes docete ... ),
5.
i dispensatori autorizzati dei misteri di Dio,
6.
i buoni pastori che, al pari di Lui, sono anche pronti di dare la vita per le
loro pecore. E quanti l'hanno data !
LA NOSTRA POSIZIONE PARTICOLARE RICHIEDE DEI PARTICOLARI OBBLIGHI VERSO LA CHIESA.
Ecco
qui la materia per il nostro esame nel ritiro. Accenno appena i singoli punti:
1.
Obbedienza. Ogni società, anche se a base democratica, richiede, per
sussistere, una gerarchia e quindi la subordinazione, se non vuole dissolversi
in rivolte ed anarchia.
Tanto
più la Chiesa di Cristo, che da Lui è stata fondata come gerarchica e non
democratica nel senso politico. L' ha detto chiaro: « Chi non ascolta voi, non
ascolta Me. Chi disprezza voi disprezza Me. Ma chi disprezza Me, disprezza
Colui che mi ha mandato » (Lc. 10, 16). E ancora: « Se poi uno non vuole
ascoltare nemmeno la Chiesa, sia per te come il pagano ed il pubblicano ». - «
Non si può avere Dio per Padre, se non si ha la Chiesa per Madre » (S.
Agostino). - « Petrus per Leonem locutus est » (i Padri del Concilio di
Efeso). «
Christus igitur a Deo et apostoli a Christo » (S. Clemente). - « Oportet ...
subiti presbyteris et diaconis tanquam Deo et Christo » (S. Policarpo). Non
come ha detto, recentemente, un cappellano al suo Parroco: « Lei, Signor Parroco,
è ordinato prete come me, allo stesso modo. Quindi Lei faccia secondo i suoi metodi
ed io vado per le mie vie! ».
L'obbedienza,
basata sulla fede e sull'amore, è la forza della Chiesa e il pegno di benedizioni
e di riuscita di chi lavora per essa.
2.
Rispetto e amore, come alla propria mamma. Potessimo anche noi, come S.
Caterina da Siena, guardare al Papa come al « dolce Cristo in terra! ». Quindi
la fervorosa preghiera per il Papa ed i Vescovi. Papa e Vescovi possono essere
compresi solo nella luce della fede.
3.
Colaborazione generosa per l'avvento del Regno di Dio nel mondo e per le
anime.
4.
Ancora un aspetto va notato: la Chiesa di Cristo è cattolica, cioè universale,
per cui ogni parrocchia è una particella di questa Chiesa universale. Il nostro
interessamento non deve pertanto restringersi alla nostra Parrocchia o al nostro
particolare campo di lavoro, ma deve comprendere il nostro interesse per tutta
la Chiesa.
Ogni
sacerdote dovrebbe, in qualche modo, essere anche curatore d'anime. Ci teneva
tanto Pio XII, che voleva, che i suoi curiali, nei pomeriggi, in cui erano
liberi, si rendessero utili
in
collegi o in Parrocchie e lui stesso, da Cardinale, ne diede il primo esempio.
Ogni
prete dovrebbe anche essere un missionario: «Levate gli occhi e contemplate i
campi: già biondeggiano, pronti per la mietitura » (Gv. 4, 35). - « Volgi
intorno gli occhi e guarda: tutti costoro si sono radunati; vengono a te. I
tuoi figli vengono da lontano ... AI vedere ciò il tuo volto sarà raggiante,
palpiterà e si dilaterà il tuo cuore » (Is. 60, 4.5). « Cristo, per
adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il regno dei cieli e ci
ha rivelato il mistero di Lui e con la sua obbedienza ha operato la
redenzione. La Chiesa, ossia il regno di Cristo già presente in mistero, per
virtù di Dio cresce visibilmente nel mondo » (Lumen Gentium, 3).
ADVENIAT
REGNUM TUUM I PER MARIAM!
OTTOBRE
12.
Il mese del S. Rosario è un'occasione per noi, a rivedere la nostra vita di preghiera .
E
non potremmo trovare modello più perfetto di preghiera che in Cristo Gesù.
-
Tutta la sua infanzia, i suoi anni trascorsi a Nazaret, non erano altro che una
continua vita di silenzio, di raccoglimento, di preghiera, un'adorazione
perpetua.
Ma
contempliamo ora Gesù, il grande Orante, nella sua vita pubblica.
-
Si prepara ad essa con i 40 giorni passati, solo con suo Padre, nel deserto.
Quale ardore si sarà sprigionato dal suo Cuore di Figlio, come in una
ininterrotta èstasi!
-
Prima di ricevere definitivamente i suoi discepoli come apostoli, Egli passa
una notte in preghiera, là, sul monte. « Erat pernoctans in oratione Dei » (Lc.
6, 12).
Era
un momento determinante per la sua opera, la Chiesa. Erigere le colonne, che
la avrebbero poi sostenuta.
1n
quella notte Egli ha pregato per tutti i suoi ministri di tutti i tempi e
luoghi, ha implorato luce, forza, coraggio, ardore, perseveranza anche per
me!
-
E di nuovo Egli sale il monte, per passare la notte in preghiera. Era dopo la
moltiplicazione dei pani. Intanto i discepoli, per incarico suo, si erano
imbarcati e lottavano gran parte della notte con i venti avversi. Si sentivano
soli, abbandonati a se stessi, in presa con il furore degli elementi. Ma Gesù,
dal luogo della sua preghiera, li vedeva, li seguiva e, al momento opportuno
scese da loro e, mettendo il piede nella barca, ridona loro la bonaccia (Gv.
6, 16 segg.).
Ma
il motivo, per cui il Signore passò questa notte in preghiera, era, perché
Egli, il giorno appresso, nella sinagoga di Cafarnao, doveva chiedere alla gente
e in modo particolare ai suoi discepoli una grande prova della loro fede,
promettendo l'Eucaristia, un messaggio umanamente incomprensibile, del tutto
insolito: « lo sono il pane disceso dal cielo ... Chi mangia la mia carne e
beve il mio sangue, avrà la vita eterna ... ».
Di
fatto. Molti del popolo gli voltarono increduli le spalle. Gesù allora chiese
ai suoi dodici: « Volete andarvene anche voi? ». - Ma Pietro, illuminato
dall'alto, risponde a nome degli altri: « Signore, a chi andremo? Tu hai
parole di vita eterna. E noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo
di Dio » (Gv. 6, 68.69). Questa stupenda professione di fede fu il frutto di
quella notte in preghiera. E così pure la fede di tutti i secoli cristiani nel
loro culto eucaristico.
-
Deve essere stata tanto bella la preghiera di Gesù, tant'è vero che gli
apostoli gli chiesero: « Signore, insegnaci a pregare!». Fu allora che Gesù
dettò loro la più classica di tutte le preghiere, il Padre nostro.
Possiamo
essere certi che, arrivati nella S. Messa a questa preghiera, Gesù stesso la
reciti con noi. Pensiamoci!
-
Nell'Ultima Cena, « Egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili », e
così pure il calice, ma prima di procedere al miracolo della consacrazione,
Egli alzò lo sguardo al cielo, rese grazie al Padre, pregò! Poi, fatta
questa preghiera, Egli si donò a noi, per sempre come cibo e come bevanda e
ci fece sacerdoti, incaricati di compiere lo stesso rito in sua memoria. Alla
sua preghiera dobbiamo l'Eucaristia e dobbiamo il nostro sacerdozio.
-
Terminata la cena, Gesù parla con il cuore in mano ai suoi discepoli,
scoraggiati e disorientati, e poi innalza al Padre la preghiera più bella che
mai sia salita dalla terra al cielo: la preghiera sommosacerdotale (Gv. cap.
17).
-
Come si era preparato alla sua vita pubblica, così Egli ora si prepara, nell'
Orto degli Ulivi, al suo supremo sacrificio con un'altra notte di preghiera,
fino a che un angelo gli arreca la risposta e il conforto del suo Padre.
-
Conclude la sua vita – in Croce - pregando.
-
Resta in stato di preghiera anche nella sua goria. Qui, nelle nostre chiese,
rendendo sempre ancora presente il suo sacrificio del Golgota e stando,
giorno e notte, nel Tabernacolo e lassù in cielo « semper vivens ad
interpellandum pro nobis » (Ebr. 7, 25).
Non
dovrà allora fondersi la nostra preghiera di sacerdoti con la sua?
Ha
detto S. Alfonso: « Chi prega si salva, chi non prega, si perde »: Se questo
è detto per tutti i fedeli, quanto più per noi, sacerdoti i Di fatto, alle
origini di ogni rovina di ministri di Dio sta il giorno, in cui essi hanno
smesso di pregare. Senza dubbio, le impressionanti e sempre crescenti defezioni
di preti, trovano la loro spiegazione nel fatto, che oggi i preti pregano
molto meno. Dobbiamo convincerci che la preghiera costituisce un fattore
determinante nella nostra vita ed opera di sacerdoti.
Rivediamo
ora, con fugaci accenni, la nostra vita di preghiera:
-
le mie preghiere quotidiane, le recito e come?
-
i miei colloqui spontanei con il Signore, specie in momenti di prova, di
aridità, di desolazione, di imbarazzo;
-
la mia fiducia, perseveranza, conformità che metto nelle mie preghiere;
-
il mio breviario. Lo recito: digneattente, devote? « Domine in unione illius
divinae intentionis, qua ipse in terris laudes Deo persolvisti, has tibi horas
persolvo ». (Non capisco perché nel nuovo breviario si abbia tagliato
questo prezioso inciso).
-
La preghiera mentale, la meditazione. Non è tanto il metodo, la tecnica della
meditazione che conta, quanto la silenziosa contemplazione: un riposo in Dio, un
ritrovare se stessi. « Ritirarsi in Dio è la più grande forza che vi sia
nel mondo » (Lacordaire). - « Più il tuo occhio guarda Dio e meno guarderai
te stesso » (Marmion). - « Imparate di imporre ogni giorno cinque minuti di
silenzio alla vostra fantasia, di chiudere gli occhi e le orecchie per il terreno,
per poter rientrare in voi stessi. Così potete entrare in colloquio con Dio»
(card. Mercier).
-
Il Rosario, questo meraviglioso intreccio di preghiere vocali e mentali e, in
pari tempo, la fune di salvataggio calataci dal cielo dalla Madonna, la
potente arma nelle sante battaglie di Dio.
-
La nuova liturgia dà molta importanza alla preghiera comunitaria. Del resto, se
sfogliamo i nostri messali di prima, troviamo anche lì quasi tutte le
preghiere formulate in plurale. Non è possibile una preghiera comunitaria senza
il legame d'oro della carità fraterna e in questo sta la sua forza: « Dove due
o tre sono uniti nel mio nome, sono io in mezzo a loro» (Mt. 18, 20).
Tuttavia
ci vuole anche la preghiera individuale, tutta e solo mia, poiché nessuna
persona umana si ripete, per cui ognuna ha i suoi problemi personali da
presentare a Dio. (Ci provvede la nuova liturgia nei due silenzi durante la
Messa).
-
La nostra preghiera sia semplice, come quelle de! Vangelo: « Se tu vuoi, puoi
sanarmi! ». « Fa' ch' io veda! ». - « Colui che tu ami è malato! ». - Dì
una sola parola...! ». Sia animata dalla fiducia, che è la chiave al Cuore del
Signore, ma anche accompagnata dalla conformità con la volontà di Dio. Nelle
nostre suppliche non dobbiamo essere noi a voler tirare il Signore verso la
nostra volontà, ma dobbiamo noi fonderci con la sua.
-
La preghiera è anzitutto lode di Dio. Lo vediamo nei Salmi.
-
Essa non è un solo parlare nostro a Dio, ma è un dialogo. Ma in ogni dialogo
non si parla soltanto, ma anche si ascolta. Il Signore si è lagnato con S.
Brigida: « Come posso io parlare alle anime, se esse di continuo mi parlano,
senza mai porgere orecchio a quello che io vorrei dire loro?
-
Una cosa è la preghiera, un'altra lo spirito di preghiera, cioè la pratica
della presenza di Dio. « Ubique credimus divinam esse praesentiam » (Regola
benedettina). Il sapersi sempre sotto il suo sguardo ci ispirerà in pari tempo
orrore per il peccato, fiducia in Dio, gaudio spirituale, un anticipo della vita
che condurremo lassù.
«
Non si congiungono bene le mani, quando non sono vuote del tutto (Prov. tibetano).
«
La preghiera è la confessione dell' impotenza che spera » (Bougaud).
«Due
mani, giunte in preghiera, fanno più lavoro di tutte le macchine belliche e
politiche» (Victor Hugo).
«
La migliore preghiera è quella in cui c'è di più amore» (C. Foucauld).
Chiudo
questo ritiro con una osservazione, che un anonimo autore fa sulla perfetta
preghiera. Dice che certi cristiani, dopo un lungo tirocinio nella preghiera
« si sentono, come se venisse a mancare l'ossigeno per uno sviluppo deciso
della loro preghiera. A questi cristiani, che hanno l'amara sorpresa di trovarsi
a non saper più quasi spicciar parola con Dio, proprio dopo essersi impegnati
a conversare con Lui, una prima risposta confortante è questa: A voi sembra di
rivolgervi a Dio in modo più stentato di prima, vi pare di non saper più che
cosa dirGli. In realtà, vi state rivolgendo a Dio in modo più puro, più
profondo e più maturo di quando, secondo voi, pregavate meglio. Gli state
parlando in modo più Suo. Allora voi vi sentivate pregare come uno che parla ad
alta voce e ascolta se stesso. Ora , nel vostro cuore, fattosi più
silenzioso, non siete quasi più capaci di pronunciare nettamente i vostri abituali
atti di fede, le abituali preghiere di speranza, perché fede, speranza, carità
si vanno in voi irresistibilmente compenetrando e voi nemmeno ve ne accorgete ».
NOVEMBRE
13.
VENI,
DOMINE IESU!
Era questa la risposta che il vegliardo, S. Giovanni, diede al Signore, quando Questi Lo avvertì: « Ecco, vengo presto e porto con me la mercede, per rendere ad ognuno come è la sua opera » (Apoc. 22, 12). E con questa parola, vergata con mano tremante, egli terminò l'Apocalisse.
Lui
non aveva paura della morte. La desiderava, come S. Paolo, (cupio dissolvi et
esse cum Christo - Fil. 1,23) per rendere eterno quel suo amplesso con Cristo,
provato in un fugace momento nell' ultima cena. « Pretiosa in conspectu
Domini mors sanctorum eius » (S. 115, 15).
«
Statutum est hominibus semel mori » (Ebr. 9,27).
Anche
per me. E' un fatto, di fronte al quale non c'è scampo, è la cosa più sicura
nella mia vita: m o r i r ò . Lo posso, del resto, come prete, constatare ad
ogni piè sospinto: con ogni moribondo che assisto, con ogni morto che accompagno
al cimitero.
Ed
è in pari tempo la cosa più incerta: come? dove? quando morirò? Ogni anno
passo per il mese che sarà il mio ultimo, ogni giorno l'orologio mi segna l'ora
in cui starò alla soglia dell' eternità ...
E'
inutile cacciare questo pensiero, soffocarlo nei sollazzi, come fanno i mondani.
E' ridicolo voler dissimulare questo fatto ineluttabile.
E'
più onesto, più serio, più prudente, affrontarlo serenamente, guardare in
faccia a «sorella morte ».
Non
è un salto nel buio, ma un passaggio alla luce; non la fine di tutto, ma solo
di una tappa, che si chiama vita terrena e l'inizio, l'alba della vera vita,
il nostro « diesnatalis », come la Chiesa chiama il trapasso dei suoi Santi.
E' il povero esule che rimpatria. Qual è quel profugo che, mettendo piede nella
casa paterna, non esulta di gioia?
La
morte pone fine alle lotte, alle tentazioni, al pericolo di offendere e perdere
l'eternità felice; alle sofferenze e alle croci. Dice S. Gregorio I: « Fino a
che ci troviamo sotto, ci sembra lungo il tempo della sofferenza, ma in quel
momento supremo ci apparirà come un fugace sogno che sta scomparendo ». «
Mi han detto che guardata dal di là, la vita tutta un' attimo parrà. Passa la
vita, vigilia di festa; muore la morte ... il paradiso resta. Due stille ancora
dell' amaro pianto e di vittoria poi l'eterno canto » (P. Bigazzi S.I.).
E
quale maestra incomparabile è la morte i Nella scialba luce della candela che
accenderanno al mio trapasso, vedrò le cose nella loro cruda realtà: i beni di
questa terra, per i quali tanti sacrificano Dio, anima, eternità e che ora dobbiamo
lasciare indietro, tutti; i piaceri di questo mondo, a cui abbiamo rinunciato;
le inutili preoccupazioni a cui ci siamo abbandonati; i titoli d'onore che
abbiamo agognato e di cui eravamo orgogliosi, ed ora stiamo qui come ogni altro
mortale; le umiliazioni che ci hanno tanto rammaricato, e in realtà non contano
nulla, la stima degli altri che abbiamo goduto. Passeranno pochi giorni dal
nostro funerale, che non parleranno più di noi, non si occuperanno più di noi,
tranne gli ingordi eredi, che si ba. rufferanno per la nostra eredità.
«Vanitas,
vanitatum et omnia vana sunt!» (Eccl. 12, 8).
Don
Bosco ci teneva molto a fare con i suoi ragazzi ogni mese la « preparazione
alla morte». Ci sia familiare questa pratica in ogni nostro ritiro. E ci
domanderemo: se io in questa settimana, in questo giorno dovessi morire, cosa
mi turberebbe, cosa mi consolerebbe?
1.
Anzitutto il peccato. « Per il peccato la morte è entrata nel mondo » (Rom.
5, 12). Ed è anche il nostro peccato personale, o, meglio, lo stato di
peccato che turba nell' ultima ora. « Mors peccatorum pessima » (S. 33, 22).
Cosa dire poi del peccato del sacerdote, che è caduto così dall' alto, che
ha tradito la fiducia del suo Maestro! Di tutti i suoi sacrilegi, gli scandali
dati, le anime rovinate?
2.
L'attaccamento disordinato ai beni di questa terra. Più si è stati attaccati,
tanto più doloroso è l'ultimo strappo. Più ancora, se questa ingordigia è
degenerata nell' avarizia, nell' insensibilità verso i bisogni altrui.
3.
La dura responsabilità di qualche anima, la quale, per la nostra negligenza,
forse si è perduta.
4.
Odii non estinti. (E tali odii fra preti e di preti non sono rari e sono fra i
più tenaci).
5.
II disordine nella nostra gestione finanziaria, personale e di ufficio, che
cagiona mille guai ai superstiti.
6.
Lo scandalo dato ai fedeli, specie nel campo della purità.
1.
La stabile prontezza ad ogni ora. « Vigilate, quia qua hora non putatis, Filius
hominis veniet » (cfr. Mt. 24,42). L' improvvisa morte non è, di per sé, un
male, quando si è preparati. E il prete che è 'preparato a dire degnamente la
S. Messa, lo è sempre anche per morire. Perciò la Chiesa ci insegna a
pregare: « A m a l a et improvvisa morte, libera nos Domine ».
P.
Mario Venturini, quando, in una notte, fu sorpreso da un colpo apoplettico che
lo portò in pochi minuti alla fine, disse queste ultime parole: « Signore,
sono pronto. lo vengo, v e n - go... ».
2.
II pensiero a tante devote Messe celebrate, a tanti incontri con Gesù
Eucaristico e quello della morte è uno di essi.
3.
Le anime da lui salvate, (chissà a quale prezzo 1), le quali, ora, gli
verranno (in spirito) incontro festose, riconoscenti: « gaudium meum et corona
mea i n (Fil. 4, 1 ).
3.
Le tante sofferenze, delusioni, umiliazioni, insuccessi, sopportati per il
Signore. Come i confessori della fede, come i martiri, anche lui capirà, che
« le sofferenze del tempo presente non reggono il confronto con la gloria, che
dovrà manifestarsi in noi » (Rom. 8, 18). – E potrà dire, con l'apostolo
delle genti: « Ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la corsa, ho
conservato la fede (fedeltà). Ormai è li in serbo per m e la corona di
giustizia, che il Signore, giusto giudice, mi darà in compenso in quel giorno
» (2 Tim. 4, 7.8).
4.
La carità usata al suo gregge e che ora si riversa tutta come fatta al Signore:
-
Avevo fame e mi hai dato da mangiare, ogni volta che hai dato ai miei figli il
pane eucaristico o quello materiale;
-
avevo sete e mi hai dato da bere (Sitio! Da mihi bibere), la mia sete di anime,
che tu mi hai calmato;
-
sono stato forestiero e mi hai accolto, facendomi conoscere a chi era lontano
da me e offrendomi in lui, con la conversione, ospitalità;
-
nudo e mi hai ricoperto, non solo nel senso letterale, ma anche, curando il
decoro della mia casa. «
Dilexi decorem domus tuae » (S. 25, 8);
-
malato e mi hai visitato, negli infermi della parrocchia, ai quali mi hai
portato e che hai assistito fino ali' ultimo respiro;
-
sono stato in carcere e mi hai visitato, si, nel carcere volontario del mio
tabernacolo, in
cui
devo rimanere per ore ed ore solo, abbandonato e tu m hai fatto compagnia
nella mia solitudine; perciò vieni tu ora da Me, che sarò il tuo conforto in
eterno. « Ego enim merces vestra multa in caelis » (Lc. 6, 23); - l'aver in
vita tanto amato Gesù. « Non avrei mai pensato, che fosse così dolce morire,
quando, in vita, si è amato il Signore » (S. Margherita M. Alacoque). In
tal modo la morte non sarà altro che l'ultimo, supremo atto di amore. E anche
per noi potrà essere I' ultima nostra parola che proferiremo con labbra morente,
come lo fu per S. Teresa di Gesù B. « Gesù, ti amo! ». Un amore che,
nell'eternità, si risolverà nel possesso di Dio, in un flusso e riflusso di
divino amore, che formerà la nostra felicità;
-
l'essere stato devoto alla Madonna. Proviamoci a contare, quante migliaia e
migliaia di volte abbiamo ripetuto: ... adesso e nell' ora della nostra morte
... Possibile, che tutte queste suppliche siano poi, nell' ultima nostra ora
inutili? Possibile, che la Madonna, che in vita si è preoccupata di tanti
nostri secondari bisogni, non interverrà per noi nell'ora che decide per
l'eternità!
Per
l'anima innamorata di Dio la morte non è altro che un placido sonno (dormitio
... ), da cui ci svegliamo al giorno che non avrà tramonto.
Qualis
vita - finis ita.
«
Esto fidelis usque ad mortem et dabo tibi coronam vitae! » (Apoc. 2, 10).
«
Super astra nobis domus - hic diversorium ». « Com'è dolce pensare che
navighiamo verso l'eterna riva » (S. Teresa di Gesù B.).
Ultima
in mortis bora - Filium pro nobis ora - bonam mortem impetra - Virgo, Mater,
Domina!
DICEMBRE
14.
«IN
ATTESA DELLA BEATA SPERANZA »
Così
il celebrante conclude la preghiera dopo il Padre nostro: « In attesa della
beata speranza e dell'avvento di N. S. Gesù Cristo».
La Chiesa è in continua attesa, appunto perché è « peregrinante », si trova « in via ». Essa va incontro al suo glorioso compimento, quando il Signore porrà fine a questa nostra storia, per fondere la Chiesa peregrinante con quella trionfante.
Per
noi tutti la vita è un avvento. Noi tutti ci troviamo « in attesa ». In modo
particolare il sacerdote.
l.
Attesa è l'avvento liturgico, che ricorda I' immediato avvicinarsi del
Signore, predicato, nel deserto, dal precursore, la cui voce si riallacciava a
quella dei patriarchi e profeti, tutti protesi verso il « scilb », cioè
verso Colui che ha da venire.
Avvento,
secondo gli intenti della Chiesa, è tempo di raccoglimento, di ripensamento,
di riordinamento (« preparate le vie del Signore ... »), di penitenza, di
gioiosa attesa (Dominus prope est), di impaziente desiderio (Veni, iam noli
tardare). Tutto questo ce lo ricordano i bellissimi testi liturgici di questo
tempo. Prendiamoli a cuore, noi sacerdoti, facciamo con particolare impegno
questo ritiro; una recapitolazione di tutto l'anno, un riassunto delle
meditazioni e dei propositi dei SS. Esercizi. Invogliamo a questo anche i nostri
fedeli. Natale, per essere goduto santamente, vuol essere preparato.
Natale
è uno di quei tempi, in cui il Signore largheggia in modo particolare delle sue
grazie. Facciamocene partecipi, perché il Natale del Signore diventi per noi
il natale di una vita novella, più santa, più raccolta, più seria, più
operosa e fruttuosa. Così potremo chiudere in buona coscienza questo « anno di
salvezza ».
2.
Per noi sacerdoti ogni giorno è un s. avvento, che corre tra la Messa che
abbiamo celebrata e quella che, a Dio piacendo, celebreremo domani. Che
meraviglioso avvento eucaristico ! Pensiamo, con quale ardente desiderio lo celebrava
Maria, dopo I' ascensione del suo Figlio, aspettando con ansia che uno degli
apostoli, alla S. Messa, le porgesse Gesù. Un continuo gioioso avvento!
Sia
così anche per noi. Conserviamo un abituale raccoglimento, il senso della
vicinanza di Cristo, dominato dal pensiero, che il Signore verrà - domani -
ancora da me. E sia questo il nostro primo pensiero allo svegliarsi: Veni,
Domine lesu !
3.
Tutta la nostra vita è un avvento, cioè I' attesa, che Egli, alla nostra
morte, ci chiamerà per sempre a Sé, ma attraverso il traguardo obbligatorio
del giudizio particolare. «Poiché tutti noi dobbiamo comparire davanti al
tribunale di Cristo, affinché ciascuno raccolga, in ragione delle azioni
compiute, ciò che ha meritato, quando era con il corpo, o il bene o il male»
(2 Cor. 5,10).
Dio
è infinitamente misericordioso, ma la sua giustizia non è meno infinita. E se
Lui, durante la nostra vita, ha atteso misericordioso ed ha sempre perdonato,
dimenticato, riabilitato, ora, infine Egli d e v e tirare le somme e lasciar
parlare la sua Giustizia. Non può rinnegare Se stesso. E il giudizio sarà
severo, se si pensa, che dovremo rendere conto di ogni parola inutile.
Se,
spesso, i Santi tremavano al pensiero del giudizio, quanto più noi, che ci
sentiamo rei di tante miserie e gravati di tante responsabilità!
Il
ritiro mensile ci darà occasione di mettere a posto « le carte n e allora ogni
timore scomparirà e andremo incontro al Signore, più che al nostro giudice,
al nostro rimuneratore, che tiene in serbo per noi la meritata mercede. «
Serve bone et fidelis, intra ... ».
4.
Tutta la storia della Chiesa e dell' umanità è un santo, grande, universale
avvento. Con la
venuta
del Dio Incarnato in terra e con il suo Sacrificio siamo entrati nell'ultima
fase della nostra storia e ne attendiamo il glorioso compimento.
In
modo drammatico il Signore descrisse il suo ritorno ai suoi discepoli e la
sequenza: « Dies
irae»,
con i suoi versi potenti ed impressionanti, ne fa eco: i terrificanti
avvenimenti precursori (sed nondum statim finis - Mt. 24, 6), l'apostasia di
tanti, l'opera dell' anticristo, il cataclisma finale ed infine l'apparire dei
Giudice in cielo con la sua corte celeste « con grande potenza e maestà »;
lo sgomento di coloro che, in vita, non si sono curati di Lui e della sua Legge,
che l'hanno rinnegato, contrariato, perseguitato nei suoi servi. (Monti, cadete
su di noi, colli, copriteci - Lc. 23,30).
Noi,
che ci teniamo di essere i servi fedeli e, per grazia di Dio, i suoi ministri,
non abbiamo ragione di essere presi da un tale panico. Ce lo dice Gesù: «
Levate il capo, poiché la vostra liberazione è vicina! » (Lc. 21, 28).
Quale
meravigliosa teofania! Tutti gli angeli del cielo, tutti gli uomini della terra,
prostrati dinanzi a Lui. Gli uni, a sinistra, che fra lo stridore dei denti,
dovranno adorare la sua giustizia (giusto sei tu, o Signore e giusti sono i
tuoi giudizi - Tob. 3,2); quelli a destra, che adoreranno beati la sua sapienza
e bontà: « misericordias Domini in aeternum cantabo » (S. 88).
Penso,
che sarà per noi una immensa soddisfazione, poter vedere, con quanta sapienza
e bontà il Signore ha condotto la storia dell' umanità, come
particolarmente nelle persecuzioni Egli era vicino alla sua Chiesa, sapendo
volgere in bene ed in trionfi le più tremende crisi. Egli, nella barca di
Pietro, non ha dormito ! Capiremo che « a coloro che amano Dio tutto torna in
bene » (Rom. 8, 28), anche gli eventi più contrastanti. « Omnia bene fecit!
» (Mc. 7, 37). Intanto attendiamo con pazienza. Dies Domini veniet!
Preghiamo
il Signore con la Chiesa: « Preces meae non sunt dignae - sed tu bonus fac benigne
- ne perenni cremer igne. - Inter oves locum praesta - et ab hoedis me
sequestra, statuens in parte dextra ».
«
La vita ci è data, per cercare il Signore, la morte per trovarlo, il paradiso
per possederlo ». « Una sola cosa ho chiesto a Dio e quella ricerco che io
possa trovarmi nella casa di Dio tutti i giorni della mia vita (eterna) »
(Salmo 26,4).
15.
AMICI
Don
Primo Mazzolari, in una sua predica toccante, tenuta nella sua Parrocchia il
Giovedì Santo, parla dell' « amico Giuda » ed avanza la sua idea, tutta
personale, che il discepolo traditore si sia, all'ultimo istante, pur
ravveduto e salvato.
Si
era disperato, sì, e con una decisione folle, si era impiccato. Ma, - così
pensa D. Primo - non gli sarà venuta in mente, in quegli ultimi istanti fra
vita e morte, la parola con cui il suo Maestro divino con indicibile tenerezza
aveva risposto al suo bacio traditore: « Amico, a che sei venuto? ».
Amico
suo, fino all'ultimo, anche al momento dei vile tradimento! Ed egli esprime la
sua convinzione, che questa parola, che risuonava nella sua mente, gli
abbia, infine, ancora ridato un filo di speranza, di essere perdonato da Colui
che fino all'ultimo gli aveva dato il suo sincero affetto di amico. Che quindi
si sia pentito e salvato.
Lasciamo
a parte la discussione su questa sua opinione, ma consoliamoci al pensiero, che
Ge-
sù
ha detto a tutti i suoi discepoli: « lam non dicam vos servos, sed amicos meos
» (Gv. 15, 15). Anche questa parola, detta nel cenacolo, mentre Gesù si
avviava all'olivetto, dove tutti i suoi discepoli Lo avrebbero abbandonato...!.
L'amicizia! Dice il Siracide (25.9): « Beato colui che ha trovato un amico, che
parla ali' orecchio di chi ascolta ». - « Chi ha trovato un amico, ha
trovato un tesoro » (Sir. 6,14).
E
il Kempis (li, 8) soggiunge: « Senza un vero amico non potrai vivere bene. E se
non avrai per amico sopra tutti Gesù, sarai ben triste e sconsolato ».
Amici
si trovano:
-
per la consonanza di idee, per l'identità di ideali,
-
perciò si fondano l'uno con l'altro, non tengono nascosto fra di loro nessun
pensiero. C'è spesso più intimità fra amici che non fra figli e genitori, fra
fratelli e parenti,
-
e si cercano I' un I' altro. E' una festa per loro, quando possono ritrovarsi,
-
hanno interessi comuni. Lungi da ogni gelosia uno si rallegra del successo
cieli' altro; nessuno cerca esclusivamente se stesso,
-
come pure la sofferenza, I' insuccesso dell'uno è quello dell' altro, per cui
sentono il bisogno di consolarsi,
-
e arrivano persino a sacrificarsi l'uno per l' altro.
Questi
sono i contrassegni della vera amicizia.
2.
Così Gesù trattava i suoi discepoli, che Egli chiamava i «suoi amici».
-
Li ha scelti, nonostante tutte le loro deficienze. Con immensa pazienza Egli
li compativa, li istruiva, li correggeva;
-
li voleva, giorno e notte, in vita comune con Sé per ben tre anni;
-
li voleva testimoni dei suoi prodigi, che elettrizzavano le folle. Anzi, nella
moltiplicazione dei pani, il miracolo avveniva mentre loro, i discepoli,
spartivano il pane ed il pesce;
-
ai tre prescelti Egli fece persino anticipare un riflesso della sua gloria, lassù
sul monte, per confortarli per l'ora della prova;
-
dava loro anche qualche soddisfazione, per incoraggiarli, quando li mandò, due
a due, per un'escursione pastorale ed essi poi ritornarono pieni di gioia, di
aver potuto guarire dei malati e liberare degli ossessi. E la loro gioia era
anche quella di Gesù. E questo era solo un « anticipo ». Mentre Egli si era
riservato l'umiliazione, I' olocausto della
morte in Croce, mentre la sua vita si chiudeva con un apparente
insuccesso, i suoi discepoli, dopo la discesa dello Spirito Santo, passeranno
per il mondo di conquista in conquista;
-
non lasciava loro mancare mai nulla e nell'ora della sua cattura Egli provvede
che nessuno li tocchi. « Lasciate che questi se ne vadano liberi »;
-
è commovente come Egli, nell' ultimo suo discorso e nella sua preghiera
sommosacerdotale, prega per loro il Padre e si rivolge a loro con le parole più
dolci, loro che di lì a poco Lo avrebbero abbandonato;
-
neppure una parola di rimprovero per la loro vigliaccheria nelle ore della
Passione. Quando appare risorto, li chiama non solo amici, ma anche «
fratelli », come se nulla fosse stato.
-
Lasciando il mondo, Egli dà loro un incarico, che sorpassava di gran lunga le
loro possibilità: andate in tutto il mondo ... ma li assicura, che Egli, a
cui è dato ogni potere in cielo e sulla terra, sarà con loro sempre;
-
suggella la sua amicizia con loro, inondandoli del fuoco del Paraclito, che
fonde il loro amore con quello di Gesù in una sola fiammata.
3. MA ANCHE NOI SIAMO I SUOI AMICI.
L'amicizia
o trova o crea la somiglianza. Il Signore ci ha dato bensì le sue sembianze
nel battesimo, facendoci partecipi della natura divina e ancora più nel
Sacramento dell'Ordine, dove siamo stati pervasi del suo sacerdozio eterno.
Ma di nostro, personale, il Signore trova ben poco di Sé in noi; siamo sinceri.
E perciò lo crea, purché noi Gli permettiamo di forgiarci secondo il suo
Cuore. Perciò si è fatto uomo, per coprire alquanto le distanze fra Sé e noi;
-
innamorato di noi ha voluto vivere per oltre trent'anni in mezzo a noi in
questa valle di lagrime: « La mia delizia è di stare con i figli degli uomini
» (Prov. 8, 31 ). E ci desidera con Sé intorno al suo umile e glorioso trono
eucaristico: «Ubi ego sum, ibi et minister meus erit».
-
Mentre Egli sta in silenzio, in apparenza inoperoso nelle sue chiese, Egli,
centro e forza di tutto, lascia a noi, i suoi ministri, la soddisfazione di
ricondurre all'ovile le pecorelle smarrite, di formare le anime consacrate a
Lui, di annunziare con la sua potenza ed autorità la s u a parola.
-
la sua provvidenza di continuo ci accompagna, il suo conforto ha reso
sopportabili ai suoi confessori le carceri ed i campi di concentramento, ha reso
glorioso e fruttuoso il loro martirio.
E
nonostante tutte le nostre deficienze, Egli compatisce anche noi, come i suoi
discepoli, ci offre il suo perdono, ci apre le braccia per un nostro ritorno.
Mai e mai il Signore manca degli impegni della sua amicizia!
4.
Ma anche noi dobbiamo renderci degni di una così onorante amicizia!
-
consideriamoci felici della sua amicizia e fuggiamo le amicizie pericolose del
mondo. « La amicizia di questo mondo è nemica di Dio » (Gc. 4,4). II nostro
cuore non sia mai diviso;
-
sforziamoci di conoscerlo sempre meglio, per poterlo sempre più sentire nostro
amico. Egli non deve ripetere a noi: « Tanto tempore vobiscum sum et non me
cognovistis! » (Gv. 14, 9). Noi, suoi ministri, amici!
-
evitiamo di dargli anche un minimo dispiacere. Anche le venialità offendono
il cuore dell'Amico;
-
curiamo la somiglianza con Lui, meditando ed imitando le sue virtù;
-
crediamo al suo amore, alla sua provvidenza. Anche a noi, come ai suoi
discepoli, il Signore non lascierà mancare nulla;
-
amiamo la sua presenza. « Quam dilecta tabernacula tua, Domine virtutum! »
con le nostre frequenti visite e con il nostro continuo pensiero: « Somno si
dantur oculi, cor semper ad te vigilet » (Compieta);
-
impegnamoci per la sua missione, che è divenuta anche quella di noi, suoi
sacerdoti: « quaerere et salvare quod perierat ». Risuoni sempre in noi e non
ci lasci pace il suo grido in Croce: Sitio!
-
calchiamo le sue orme, anche quando ci conducono sul Calvario. II discepolo
non è dappiù del Maestro (Mt. 10,24). L'amico non abbandona l'amico, quando
questi soffre. Siamo anime riparatrici;
-
ascoltiamo docili la sua voce, le sue ispirazioni. Ci ha tante cose da dire!
Prendiamoci il tempo, di silenzio, di raccoglimento !
E
qui il lavoro del ritiro diventa vostro, di ciascuno di voi, cari fratelli,
perché ognuno ha i suoi aspetti personali nei suoi rapporti con il grande Amico
Gesù.
16.
LA
MAGNA CHARTA (1)
Un punto saliente nella vita pubblica di Cristo è il suo esteso Discorso della montagna ed il cuore del discorso sono le otto beatitudini, la « magna charta » del messaggio evangelico, il programma condensato di una vita veramente evangelica, orientata verso la santità (Mt. 5, 3-11 ).
Doveva
essere uno spettacolo meraviglioso: le migliaia di persone adagiate sul pendio
prospiciente il lago, come in un anfiteatro e Gesù assiso, come maestro, su
un blocco di sasso. Erano desiderosi di sentire la parola del grande Maestro.
Così nessuno ancora aveva parlato. E non si accorgevano, come passavano le ore.
Le
beatitudini ci offriranno ora un ricco programma di riflessioni, esami,
applicazioni, propositi, per questo nostro ritiro.
Si
è molto scritto e discusso, chi il Signore intendeva per questi « poveri in
ispirito ». C'è chi suggerisce che Egli parlava degli umili, semplici, dei
quali il Signore disse che ringraziava il Padre di aver manifestato i suoi
misteri ai piccoli e agli umili (cfr. Lc. 10,21).
Se
però si confrontano le otto beatitudini di Matteo con le quattro (riassuntive)
di S. Luca (6, 20 ss.), in cui egli contropone il « beati » dei poveri al «
guai » diretti contro i ricchi, si deve concludere, che per poveri si debbano -
in primo luogo - intendere i veri poveri materiali.
Comunque,
le due spiegazioni si compenetrano. Chi è materialmente povero, non può darsi
delle arie, non può imporsi, ma deve, per forza, umilmente sottostare. Per i
v e r i poveri la umiltà è una virtù connaturale.
Facciamo
quindi le nostre applicazioni pratiche in ambo i sensi.
Dobbiamo
essere umili, semplici (e ne abbiamo tutte le ragioni), perché il Signore
possa rivelarsi a noi e perché noi possiamo riveIarLo agli altri.
L'autosufficienza, il disprezzo delle norme del Magistero della Chiesa, sarebbero
per noi la morte della predicazione.
Ma
dobbiamo pure essere « poveri in ispirito » in riguardo ai beni della terra.
« Non darmi né povertà, né ricchezza, fammi avere ciò che è necessario per
il mio vitto » (Prov. 30, 8). - Pio XI poteva, nei patti lateranensi, ottenere
delle congrue più alte per il clero, ma non voi
le
proporle, perché preferiva un clero più semplice, perché più sano. Di
fatto, in nazioni, dove, attraverso la tassa del culto, i preti sono
lautamente stipendiati, questi sono meno seri e rendono di meno. - I periodi più
tristi della storia della Chiesa erano quelli in cui essa era legata con catene
d' oro (rinascimento).
Gesù
usa delle parole molto forti contro i ricchi e dice, fra l'altro, che è più
facile che un cammello passi per la cruna dell' ago che non un ricco per la
porta del cielo. (Certi esegeti spiegano la parola ebraica « galam » invece di
cammello con « fune da bastimento ». Ma tant'è, perché anche questa non
passa per la cruna di un ago). Il Signore non voleva prendersela con i
ricchi come tali, ma voleva dire che le tentazioni per i ricchi, di perdersi nei
beni terreni sono tante che difficilmente arrivano ad ottenere quegli eterni,
perché non ci aspirano. Noi preti, certo, non dobbiamo essere fra codesti,
noi che dobbiamo additare agli altri le vie del cielo.
Dobbiamo
amare la semplicità di vita
-
perché così imitiamo Cristo, il quale, « per ricco che era, si è fatto
povero, per arricchire noi della sua povertà » (2 Cor. 8, 9). Fu questo che
indusse S. Francesco, di « sposare Madonna povertà », per essere anche in
questo simile al suo Maestro. Di lui la Chiesa canta: « Francesco, umile e
povero, entra ricco nel cielo ».
-
perché il prete disinteressato, semplice è rispettato, ascoltato, seguito e
anche aiutato da tutti. II popolo perdona al prete tante sue miserie, ma non
gli perdona l'avarizia, l'ingordigia.
Diamo
noi per primi l'esempio di una vita più semplice, di meno pretese, come ce la
impone l'austerità dei tempi.
-
cioè coloro che soffrono e piangono. Poiché « le sofferenze di questo mondo
non sono da paragonarsi alla futura gloria, che ci sarà rivelata » (Rom. 8,
18). Verrà il giorno, in cui il Signore tergerà dai loro occhi ogni lacrima »
(Apoc. 7, 17);
-
coloro che, nel pentimento, piangono i loro peccati. Avranno il dolce conforto
del perdono divino;
-
coloro che, attraverso la riparazione, con le loro penitenze, espiano i peccati
altrui;
-
coloro che piangono per la nostalgia del cielo, come i nostri Santi. « Tra il
vestibolo e l'altare piangono i sacerdoti, che servono Jahve e dicono:
"Risparmia, Signore, il tuo popolo e
non
esporre la tua eredità al ludibrio » (Joel. 2,17).
Così
leggiamo nel Salmo 33 e Gesù applica questa parola alla sua beatitudine. Per
« terra » si intende, in primo luogo (vedi Deuteronomio), la terra promessa ed
in senso escatologico (come lo intendevano i profeti) il regno eterno del
Messia, cioè il paradiso. E così il Signore l'ha inteso.
Ci
si può aggiungere anche un secondo senso. I miti, i mansueti, possederanno i
cuori degli uomini, avranno un ascendente su di loro. Pensiamo a S. Francesco
di Sales, il quale, benché per natura collerico, divenne un esempio luminoso,
un modello di mitezza, che non si scomponeva mai, neppure ai frequenti
insulti, alle più spudorate calunnie. E il frutto? Egli poté ricondurre nella
vera Chiesa ben 70.000 eretici. Noi preti, in cura d'anime, abbiamo più di una
occasione, per perdere le staffe: le visite indiscrete alle ore più
impossibili e nel confessionale; con gli affronti e torti che ci piovono addosso.
Restiamo calmi! Non è debolezza questa. E' debole invece chi diventa schiavo
del suo temperamento collerico.
Succede
spesso che un penitente non torni più alla confessione e alla chiesa, solo,
perché è stato, una volta, trattato sgarbatamente dal suo curatore d'anime.
Come risponderemmo al Signore per la perdita di un' anima?
E
per oggi punto. Abbiamo un sacco ed una sporta, per esaminarci e per proporre.
17.
LA
MAGNA CHARTA (II)
IV.
« BEATI GLI AFFAMATI DI GIUSTIZIA, PERCHE' SARANNO SAZIATI »
Nel linguaggio biblico « giustizia » equivale a « santità ». Il senso quindi di questa beatitudine è: coloro che con serietà aspirano alla perfezione cristiana, la raggiungeranno, con la grazia di Dio ed il loro sforzo, e lassù « si inebrieranno nell' adipe della tua casa e il rivo delle tue delizie li disseterà » (S. 37,9). E chi, se non il prete, dovrebbe essere affamato di santità? Lo richiede la sua posizione dinanzi a Cristo, Sommo Sacerdote; lo richiede la sua posizione presso le anime, che egli deve trascinare in alto.
Un
solo prete santo fa più di mille preti indolenti, mediocri. I Santi, anche
senza aprire bocca, per la loro presenza affascinavano, attiravano perché era
Iddio che traspariva da loro e che attraverso loro agiva.
Nel
nostro quotidiano esame di coscienza non domandiamo solo quali peccati e difetti
abbiamo commesso, ma anche se abbiamo messo tutto l'impegno per I' acquisto
delle virtù e per arrivare alla perfezione cristiana. « Ne sit ordo sublimis,
vita deformis » (S. Ambrogio).
In
due modi si può praticare la misericordia: perdonando e donando.
-
perdonando. Si dice, che i preti siano i più duri a perdonare. Non lo credo.
Ma, se così fosse, sarebbe un pessimo esempio che essi dànno ai fedeli, mentre
dovrebbero predicare e praticare il perdono come insegnato e praticato dal
Maestro divino.
Il
sacerdote deve essere sempre il primo nel praticare le opere di misericordia,
corporale e spirituale. Lo sanno anche i nemici della Chiesa. Se hanno fame, non
vanno dai loro compagni, ma dal prete, alla porta del convento. E la Chiesa,
nel campo della carità, ha scritto in tutti i secoli, fin dai tempi apostolici,
le sue pagine più gloriose.
E'
ben anche vero, che molti sfruttano il prete, raccontando a lui le storie che
noi tutti già sappiamo a memoria. I poveri dovrebbero pure da noi sapere, che
non devono trattarci da ingenui, ai quali si possono raccontare tutte le
panzane. E non dobbiamo prestarci ad aiutare con il nostro obolo il vizio.
Tuttavia sarà sempre il minor male, essere stati cento volte da loro
imbrogliati che l'aver bruscamente respinto uno solo, con, forse, grave danno
per la sua anima.
Il
santo prete di Verona, D. Giovanni Calabria, dava ogni giorno il suo piccolo
obolo ad un uomo, che stava seduto sul ponte di San Zeno. Lo avvertirono, che
si trattava di un notorio ubriacone. Lui dava ugualmente ogni giorno il suo
obolo. - Qualche tempo dopo quel povero venne portato, in condizioni
disperate, all'ospedale. Non voleva saper né di preti, né di sacramenti,
ma disse: se io trovassi quel prete, che ogni giorno mi dava l'elemosina sul
ponte, mi confesserei! Capirono che quel tale era D. Calabria. Venne, l'uomo
si confessò e morì riconciliato con Dio. - Chi l'aveva spuntata, nonostante
tutti i piccoli imbrogli, era il sacerdote con la sua carità lungimirante.
Gesù
è entrato nel mondo sotto I' insegna della pace, come era stato annunciato dai
profeti. Si è presentato - risorto - ai discepoli con il saluto della pace e
vuole che anche noi, i suoi ministri, portiamo la pace dovunque entriamo.
Abbiamo
il luminoso esempio di Paolo VI, che si autodefinì « l'umile, solitario
pellegrino della pace » e che non ha risparmiato né appelli, né viaggi, per
scongiurare i popoli, di giungere finalmente ad una pace vera e duratura.
Anche quest' anno egli ha celebrato - per la decima volta - la « Giornata della
pace ». Purtroppo con poco successo, perché la pace corre sempre ancora sul
filo di un rasoio.
Accodiamoci
a lui in un lavoro spicciolo ma tenace. Ricordiamo che il mondo è fatto di popoli,
i popoli di famiglie, le famiglie di individui. Se vogliamo pertanto
promuovere la pace nel mondo, dobbiamo incominciare dai singoli, che compongono
I' umanità.
-
Pace in canonica con i familiari.
-
Pace fra noi sacerdoti, pace nella parrocchia. Non immischiamoci nei
pettegolezzi del comune o nei partiti. Quanti preti hanno dovuto farsi
trasferire, perché si erano resi impossibili nella loro parrocchia. Un' altra
cosa sono i partiti a scala nazionale, nelle elezioni. Lì il prete deve
avvertire i fedeli, di votare cristianamente, dal momento che i beni spirituali
della gente sono messi nelle mani di chi si manda al Parlamento. La legge
dell'aborto non sarebbe passata, se tutti i cristiani avessero fatto il loro
dovere.
Non
dobbiamo però essere dei « paciosi », i quali, per il loro quieto vivere,
tacciono sempre e lasciano crescere il male. Di tali pastori il profeta
direbbe che « sono cani (di guardia) incapaci di abbaiare » (Is. 56,10).
Ma
non Lo vedranno tutti in cielo? Certamente i Ma « nessun immondo ... ha
diritto di eredità nel regno dei cieli » (Ef. 5, 5).
Ma
già in questa vita i puri vedranno Dio, perché Iddio potrà specchiarsi,
riflettersi nella loro limpidezza. Perciò vedono Dio nei suoi misteri e
riescono pure, di farlo vedere.
Ed
eccoci all'inestimabile pregio del CELIBATO. Ma perché abolirlo? Le statistiche
dimostrano, come fra i protestanti e gli ortodossi la crisi di vocazioni è
ancora più grande che da noi, benché i candidati al sacerdozio abbiano la possibilità
di sposarsi. - E poi, preti sposati potrebbero dare solo una parte al sacro ministero
e alla cura d'anime, perché avrebbero i loro, spesso pesanti, impegni con la
propria famiglia. Cosa sarebbe allora di guadagnato, anche, supposto e non
ammesso, se il loro numero crescesse? Non sappiamo che fare di tali « weekend
» preti i coloro che. a tutti i costi vorrebbero vedere abolito il celibato,
sono preti che hanno già, almeno in parte, rotto i rapporti con il Signore,
che simpatizzano imprudentemente con il mondo e non pregano più. Mai e mai più
noi, per riguardo a codesti sacrificheremo « la perla del nostro sacerdozio
». Ringraziamo di cuore il PAPA, il quale, alle prime avvisaglie dell' attacco,
ha insistito sul celibato con la sua enciclica. Ringraziamo anzitutto Dio, il
quale ha voluto rivendicare per Sé tutto il nostro amore. Prudenza nel
conversare con le persone dell'altro sesso, che oggi sono più vicine al prete
con i vari servizi a cui sono state chiamate. Ma anche bontà e naturalezza. La
donna è « complementum viri » non solo per il sesso, ma per I' insieme
delle sue preziose qualità che l'uomo non possiede.
Attenzione
anche nella « direzione spirituale » delle giovani e delle donne in genere.
Essa è stata per più di uno uno scoglio pericoloso. Impariamo, come
comportarci di fronte alle donne da S. Francesco di Sales, da S. Giovanni Bosco,
dal B. della Colombière, i quali hanno assistito amorosamente le donne o le
hanno guidate, con tanta prudenza e, in pari tempo, con tanta delicatezza. -
lesu, puritas virginum, miserere nostri!
VIII. «BEATI I PERSEGUITATI PER LA GIUSTIZIA, PERCHE' AD ESSI APPARTIENE IL REGNO DEI CIELI! »
Gesù
insiste, ben due volte su questa beatitudine, perché per i suoi discepoli la
persecuzione era imminente.
Ma
anche nel nostro secolo: quanti fratelli hanno sperimentato l'odio dei mondo,
nelle diverse nazioni! - Dice S. Gregorio Papa che ci sono ci u e generi di
persecuzione: uno di coloro che apertamente infieriscono e di quelli che
occultamente, ma con piani precisi, cercano di smantellare la religione, di
ostacolare l'opera dei prete, di farlo disprezzare con una infame propaganda di
calunnie. Ha detto Voltaire: « Calunniate, calunniate, qualche cosa ci resta
sempre! ».
A
questo secondo genere di persecuzione siamo, più o meno, soggetti tutti noi,
poiché « tutti quelli che vogliono piamente vivere in Cristo Gesù, saranno
perseguitati » (2 Tim. 3, 12 e anche Eccli 2, 1 ).
E'
sospetto, chi dal mondo è sempre ed ovunque incensato e portato alle stelle.
«
Se cercassi di piacere agli uomini, non sarei il servo di Cristo ». II servo
non è dappiù dei Maestro. Se hanno perseguitato Lui, ci fa meraviglia se
perseguitano noi? E' segno dell' autenticità dei nostro sacerdozio.
Sopportiamo. "Non lasciamoci vincere dal male, ma vinciamo il male con il
bene- (Rom. 12,21) ». Del resto, chi ci assicura che non dovremo sperimentare
un incrudire della persecuzione anche noi? L'orizzonte è oscuro. Prepariamoci!
Non
si è eroi una volta, se non lo si è ogni giorno!
18.
IL
PURGATORIO
Se
ne sente parlare così di rado. Anzi, ho incontrato dei sacerdoti che ne
negavano l'esistenza nonostante il Concilio di Trento, il quale ha definito:
l'esistenza del purgatorio e la possibilità dei nostri suffragi per le anime
ivi trattenute.
Non sappiamo nulla di preciso del vero genere delle sofferenze delle anime del purgatorio. E come potremmo farci degli esatti concetti di un mondo che non è più il nostro?
Certo
è, che esse sofFrono. E la maggiore sofferenza è la bruciante nostalgia di
Dio, senza del Quale I' anima, disciolta dal corpo e dal mondo, non può stare.
E' come un fuoco purificatore che brucia in loro.
Con
tutto ciò esse sono più felici di noi, perché sono sicure della loro salvezza
eterna. Non possono più peccare e perdere il Signore. Dio non può rinunciare
alla sua giustizia. E se noi, in vita, non abbiamo soddisfatto appieno ad essa,
ciò deve avvenire nell'al di là.
Per
giunta: nulla di immondo può entrare in cielo. Esso cesserebbe di essere tale,
se ci entrassimo con tutte le nostre miserie, che turberebbero la beata
convivenza lassù.
Ma
il Signore ha gettato la chiave del purgatorio sulla terra, perché la
raccogliamo noi e ci mettiamo a pagare alla divina giustizia, ciò che le anime
dei trapassati devono ad Essa ed accelerare così il loro ingresso nel regno dei
beati.
Ce
lo impone la carità, talvolta anche la giustizia, se per la nostra indolenza
queste anime devono rimanere più a lungo nel purgatorio. Abbiamo tanti mezzi
per venire in loro soccorso:
-
le indulgenze, attinte ai meriti di Gesù Cristo e alle penitenze dei Santi
(tesoro della Chiesa), che oggi - quasi - si ignorano volutamente e che pure
anche dopo il Vaticano II esistono, ridimensionate e riordinate (vedi l'Enchyridion
indulgentiarum, il Manuale delle indulgenze, edito dalla Vaticana).
Cristo
stesso ci mette a disposizione una riserva inesauribie, costituita dai suoi
meriti, che formano il tesoro della Chiesa. Le chiavi del forziere le ha
consegnate a Pietro (e ai suoi successori), con la facoltà di sciogliere anche
i debiti pendenti dei nostri defunti, trattenuti in purgatorio.
A
questi si uniscono le penitenze dei Santi, delle quali non avevano bisogno per
sé e che il Signore non lascia andar perdute, aggiungendole ai suoi meriti.
-
le nostre sofferenze e volontarie penitenze, nonché le nostre preghiere di
suffragio;
-
le opere di carità, offerte in suffragio delle anime;
-
ma principalmente IL SACRIFICIO DELLA S. MESSA. Fin dai primi tempi della Chiesa
si usava offrire il S. Sacrificio in suffragio dei defunti (vedi quanto disse,
prima di morire, S. Monica al suo figlio Agostino).
Li
vediamo tutta la Comunione dei Santi impegnata:
La
Chiesa trionfante che porge alla Chiesa peregrinante in terra i suoi meriti,
perché siano riversati alla Chiesa purgante. Una meravigliosa solidarietà! E
come é amorosa la Madre Chiesa: in ogni Messa essa ricorda i defunti, anche
se questi spesso sono già dimenticati dai loro congiunti ed amici!
Offriamo
spesso una S. Messa per i nostri confratelli defunti. Di quante responsabilità
deve rispondere il prete e per lui, di solito, non valgono le attenuanti dei
laici. « I potenti, cioè i superiori, saranno rigidamente vagliati » (Sap.
6,6). - I fedeli pensano spesso che il prete, che sta alle sorgenti delle
grazie, non abbia bisogno di suffragi. Non è così. Abituiamoli a suffragare
anche i preti defunti. Tanti già lo fanno e offrono, per avere qualche grazia,
delle Messe « per i preti scordati », come dicono. Anche qui vale: « Beati
i misericordiosi, perché conseguiranno misericordia ».
L'ispirato
scrittore P. Petit S.I. riporta nel suo prezioso ciclo (7 vol.) di ritiri per
sacerdoti (Desclée) una meditazione sul purgatorio, nella quale egli dice che
esso è: « locus tormentorum » per le anime e « schola sanctitatis » per
noi viventi. E poi egli immagina, cosa un prete, trattenuto in purgatorio,
penserà:
-
degli onori e dei piaceri della vita, ai quali era troppo attaccato e per cui
egli ora deve soffrire;
-
delle soflrerenze e contrarietà incontrate in vita, le quali, se accettate con
rassegnazione, avrebbero potuto saldare i suoi debiti verso la Giustizia;
-
delle opere di pietà (Messa, breviario, pratiche individuali), praticate con
poco impegno e devozione o con irresponsabile arbitrio: « Maledictus, qui facit
opus Domini fraudulenter! » (Ger. 48, 10);
-
del tempo prezioso, sciupato nell'ozio o negli affari mondani;
-
delle mortificazioni, che egli avrebbe potuto praticare e non ha praticato,
dovendosi ora presentare al Giudice con tutta la mole dei suoi debiti;
-
delle opere di carità non praticate o praticate tirchiamente, con le quali
egli avrebbe potuto procurarsi « degli amici... affinché essì vi accolgano
negli eterni tabernacoli » (Lc. 16,9); - delle amicizie, più o meno serie,
dello zelo mancante nella cura d'anime.
In
modo particolare vogliamo soffermarci sul peccato veniale che noi spesso
mettiamo tanto in non cale: eppure anche il peccate veniale è un vero e proprio
male, una vera e propria offesa di Dio (specie nel prete), anche se non derime
all' istante l'amicizia con Dio. Però esso prepara la via al peccato mortale:
le inclinazioni al male, con le continue piccole infedeltà, crescono, le
forze di reazione, per la trascuratezza nelle pratiche di pietà,
diminuiscono; è quindi da meravigliarsi, se un tale, al momento dell' urto di
una forte tentazione, non resiste, ma cade?
Il
ripetersi dei peccati veniali crea in noi il pericoloso stato di tiepidezza, di
cui il Signore dice: « se tu fossi caldo o freddo, ti compatirei; ma siccome
sei tiepido, ti vomiterò dalla mia bocca » (Apoc. 3, 16).
Ricordiamocelo,
che portiamo i tesori della grazia in vasi fragili; siamo sobri e vigilanti!
Ripetiamo ciò che disse di sé un così grande Santo, come lo era S. Filippo
Neri: «Signore, mettimi la mano addosso, perché altrimenti, un bel giorno,
Pippo ti tradisce! ».
I
peccati veniali sono quelli che nutrono e allungano le pene del purgatorio.
Piuttosto di dover, un giorno, nel luogo dell'espiazione, constatare questo
fatto, crediamoci ora e provvediamo « dum lucem habetis » (Gv. 12, 36).
19.
IL
SACERDOTE ALL'ALTARE
Lì egli appare in tutta la sua grandezza. Se un sacerdote malfermo non potesse fare altro che celebrare, nella sua camera, ogni giorno devotamente la sua Messa, la sua opera ministeriale sarebbe grande e feconda.
Mi
è caro, arrivato alla consacrazione, di immedesimarmi, in quanto possibile,
con i sentimenti che animarono, in quell'ora, il cuore del Salvatore. «Abbiate
in voi lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù » (Fil. 2,5).
Man
mano che si avvicinava quell'ultima Pasqua di sangue, il cuore del Maestro si
sentiva sempre più oppresso. Era un cuore umano, come il nostro che, per
istinto, aborriva il dolore e la morte. E quale morte i Gesù, a differenza di
noi, sapeva, per la sua ogniscienza, tutti i particolari del futuro. Perciò il
Kempis afferma che «tutta la vita di Gesù fu croce e martirio».
Di
tanto in tanto erompe questo suo dolore e si confida con i suoi discepoli, senza
però trovare comprensione e conforto. Anzi, Pietro se ne scandalizza. E
questo Lo faceva soffrire ancora di più.
Ora
quell'ora è scoccata e fra poche ore Egli inizierà nell'Orto la sua Passione:«
è triste l'anima mia fino alla morte» (Mc. 14,34). Con questa tristezza nel
cuore Gesù entrò nel cenacolo e si assise al tavolo, per consumare l'agnello
pasquale, il quale, il giorno appresso, doveva - in Lui - passare dalla figura
alla realtà.
Senza
pensare, che Egli in quell'ora sapeva dell'abbandono dei discepoli, del
rinnegamento di Pietro e del tradimento di Giuda, dell'ingratitudine del suo
popolo e, giù, giù, per la china dei secoli, di tutti i sacrilegi che
sarebbero stati consumati dai suoi figli e dai suoi sacerdoti ... Egli istituì
la Messa: « in qua nocte tradebatur » ...
Eppure,
il suo cuore sussultava anche di gioia. « Desiderio desideravi manducare hoc
pascha vobiscum » (Lc. 22, 15). Si desidera solo ciò che fa piacere, ciò che
rende felici. E Gesù, in quella sera era felice, di essere giunto all'ora, in
cui, istituendo I' Eucaristia e celebrando - in persona - la prima Messa
anticipata, Egli avrebbe perpetuato per sempre l'omaggio filiale a solis ortu
usque ad occasum ... (Malachia 1, 11 ), garantendo in tal modo ai suoi figli
di
tutto il mondo e di tutti i tempi, di poter attingere « alle fonti del
Salvatore b le grazie, che Egli, una volta per sempre, meritò con il suo
sacrificio cruento.
La
S. Messa non è solo la cena, la mensa, come oggi tanti vorrebbero sostenere,
ma è essenzialmente sacrificio, unito alla cena. Lo dice espressamente il
Signore, che in ogni celebrazione i suoi discepoli « mortem Domini annuntiabitis
donec veniat ». E lo dice espressamente I' introduzione alle parole della
consacrazione: « Il Signor N. Gesù Cristo, dopo aver cenato, prese il
pane..., distinguendo chiaramente la cena pasquale dall' istituzione del
sacrificio eucaristico.
L'Eucaristia
è il testamento di Gesù, è il suo Amore perennato oltre alla morte. In essa
si prigiona la triplice fiamma del suo Amore: - verso il Padre, al quale Egli dà
ogni onore e gloria;
-
verso di noi, elargendoci la grazia e il perdono
-
e mettendosi fra il Padre e noi con l'amore di vittima, attraverso il quale Egli
può espiare le colpe dell' umanità, senza doverla punire, perché Lui
stesso si è caricato delle nostre colpe.
Arrivati
alla consacrazione, mentre ci accingiamo a proferire quelle parole
taumaturghe, cer-
chiamo
di rivivere i sentimenti che animarono il Cuore del Maestro, mentre Egli - per
la prima volta - pronunziò queste parole e volle che fossero - da noi -
ripetute in ogni parte del mondo e per tutti i tempi: fate questo in memoria
di me!
Non
è semplicemente materiale. Non imprestiamo a Lui, nella celebrazione, solo le
nostre mani e le nostre labbra. Siamo noi che, in virtù del nostro
sacerdozio, consacriamo, restando però sempre Lui il primo agente. Mai ci
troviamo così vicini a Lui, come nella S. Messa, al momento della
consacrazione. Egli volle immedesimarsi con noi e continuare il suo prodigio
d'Amore attraverso noi.
Siamo
compresi della grandezza di questo atto, quando saliamo l'altare? Quanta fede richiede
da noi questo « mysterium fidei! ». Siamo grati al Signore di questo potere
divino che Egli ci ha concesso? Il secondo canone della S. Messa ce lo ricorda:
« ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza a compiere il
servizio sacerdotale ».
Quale
santità! Quale devozione! Dovremmo in quegli istanti trovarci in sfere
superiori ed i fedeli dovrebbero accorgersene ed essere da noi trascinati nel
cuore del mistero. Adorazione, ringraziamento, riparazione e supplica dovrebbero
armonizzarsi in un unico devoto accordo, che raggiunge il suo punto culminante e
conclusivo, quando diciamo: « Per Cristo, con Cristo ed in Cristo; a te Dio
Padre onnipotente, nell' unità dello Spirito Santo ogni onore e gloria ».
Dovremmo
vedere i cieli aperti intorno all'altare, mentre celebriamo « in conspectu
angelorum » et Sanctorum, come lo espresse così magistralmente Raffaello
nel suo dipinto: la disputa.
Ma
tale devozione non si improvvisa. Perciò la necessità di una adeguata
preparazione, che dovrebbe iniziare dal momento che scendiamo dal letto. Come
il ministro Amann, il quale, essendo invitato a pranzo dal Re Assuero, si
svegliò al mattino con un sussulto di gioia: oggi io starò assiso alla mensa
del Re!
Ma
poi anche un adeguato, non affrettato ringraziamento, anche per dare esempio
ai fedeli, che oggi, appena fatta la Comunione, lasciano la chiesa. Sono tanto
toccanti le preghiere dopo la Messa di S. Tommaso e di S. Bonaventura, nonché
quelle alla Madonna e a S. Giuseppe. Dalla Messa i fedeli conoscono il loro
prete. E' la predica più efficace che egli fa a loro!
Senza
riportare qui le distinzioni dei teologi sui frutti della S. Messa, ministeriali
e personali, il valore intrinseco (ex opere operato) e quello estrinseco (ex
opere operantis seu celebrantis), riassumiamoli in poche parole:
-
Celebrando la S. Messa il sacerdote dà al Padre, per mezzo di Gesù Cristo, la
maggiore gloria. E così egli adempie ciò che è il senso della vita di ogni
cristiano: glorificare Iddio; - Egli ricava da ogni Messa delle specialissime
grazie per se stesso: luce, forza, fervore, efficacia;
-
Rende partecipi i fedeli, specialmente i presenti, delle grazie del Santo
Sacrificio. E' una ondata di grazie che arriva fino ai confini della terra;
-
Ferma il braccio della Giustizia divina, già steso sul mondo che continuamente
lo provoca, peccando. Senza la Messa il mondo non esisterebbe più.
E'
pertanto inspiegabile, come oggidì non pochi sacerdoti, trovandosi in viaggio o
in vacanza, saltino la S. Messa, spesso non solo per giorni, ma anche per
settimane.
«Ogni
volta che il sacerdote celebra, egli onora Dio, rallegra gli angeli, edifica
la Chiesa, ar-
reca
aiuto ai viventi, ai defunti sollievo e rende partecipe se stesso di ogni bene
» (Kempis).
«
Quando un sacerdote tralascia, per negligenza, la celebrazione egli depaupera,
per quanto dipende da lui, Dio dell'onore e della gloria, gli angeli della
gioia, i peccatori del perdono, i giusti della santificazione e delle grazie, le
anime del purgatorio del refrigerio, la Chiesa di Cristo dei beni spirituali,
se stesso del rimedio contro i difetti e le debolezze di ogni giorno, del
perdono dei suoi peccati, del farmaco contro la concupiscenza, dell'
illuminazione della mente, delle gioie spirituali, cieli' incorporazione nel
Corpo mistico di Cristo, del rinforzo nella virtù, della protezione contro
Satana, dell'aumento della fede, della speranza e dell'ardore della carità »
(S. Bonaventura).
20.
EUNTES
DOCETE !
IL
SACERDOTE - MAESTRO
Il
tramite ordinario, per cui il Signore trasmette a noi le sue grazie, è la
parola.
Egli
ci ha parlato. E quello che Egli ci ha detto forma la nostra fede.
La
fede è, in un certo modo, più importante degli stessi sacramenti. Perché
senza la guida della fede non arriveremmo alle fonti del Salvatore. Perciò S.
Paolo dice: «Senza la fede è impossibile piacere a Dio ». E ancora: « Ma
essi come potrebbero invocarLo, se in Lui non hanno creduto? E come potrebbero
credere in Lui, se non hanno udito? E come potrebbero udire senza chi
predichi? La fede, dunque, nasce dalla predicazione e la predicazione ha luogo
per mezzo della parola di Dio. Dunque: la fede viene dall'udire» (Rom. 10, 14
ss.).
Per
questo il Signore ha imposto ai suoi discepoli e a noi suoi ministri, come uno
dei primi doveri: euntes, docete, insegnate!
Sono
passati i tempi degli ampollosi panegirici e dei seri, impressionanti
quaresimali. E la gente veniva in masse, specie quando il predicatore godeva
una certa fama e veniva da lontano, Al loro posto sono passate le omelie di
10-15 minuti che, dopo il Concilio, sono d'obbligo per ogni Messa domenicale e
festiva. Ed è ben giusto.
Però
non si esaurisce con ciò l'obbligo del prete-maestro, il quale deve anzitutto
istruire sodamente i fedeli nelle verità della fede. Ma ciò non può
avvenire attraverso le omelie, che sono commenti slegati, occasionali, in cui
una metodica, logica esposizione delle singole verità non è raggiungibile.
Ed è per questo che cresce spaventosamente I' ignoranza religiosa. (Non il comunismo,
ma I' ignoranza religiosa è il nostro nemico numero uno 1). Non giovano molto
le fugaci trasmissioni alla Radio-TV, oppure le conferenze teologiche, che ora
sono di moda ed in cui si trattano argomeni alti, speculativi, senza aver
prima creato la base di partenza.
Lo
zelante e saggio pastore delle anime cercherà ogni mezzo, per propinare ai suoi
fedeli una soda conoscenza della fede, partendo, caso mai, dall'omelia alla
metodica e continuata spiegazione delle singole verità della fede.
A
questo scopo sarà utile, di prendere oggi, come lettura spirituale, le lettere
pastorali di S. Paolo a Timoteo e Tito, dove lui insiste (2 Tim. 4, 2 ss.): «
Predica la parola, intervieni, opportunamente ed inopportunamente, cònfuta,
rimprovera, esorta, con tutta longanimità di ogni genere di insegnamento. Vi
sarà infatti un tempo (e non è il nostro?), in cui non sopporteranno più
la sana dottrina, ma, secondo i loro gusti malsani, adotteranno maestri in
quantità, ma per prurito di udire, stornando I' udito dalla verità, per
volgerlo ai miti ».
Non
si capisce, con quale senso di responsabilità, molti nostri predicatori di
oggi propongono ai fedeli n o n la sana dottrina, ma ipotesi, più o meno
provate ed anche errate, creando in tal modo nei fedeli una profonda crisi di
fede, di incertezze, di indifferentismo. Ma che trattino le loro teorie fra di
loro teologi, senza disorientare il buon popolo ancora sano nella sua fede!
Consideriamo
la predicazione come un nostro obbligo sacro, grave e prepariamoci ad essa con
serietà:
-
procurandoci la necessaria scienza teologica, aggiornandoci. Labia sacerdotum
custodiant scientiam;
--
meditando quello che vogliamo dire ai fedeli all'inginocchiatoio o, meglio,
dinanzi al tabernacolo. Un celebre professore della retorica diceva: il
pensiero nasce nello studio, la paro-
la
sul pulpito. Egli voleva dire che, chi è ben preparato con lo studio, trova poi
sul pulpito le parole spontanee, che sono come la composizione delle nozioni
di cui si è ricchi. In un tal caso la predica può anche essere improvvisata,
benché I' improvvisazione debba essere appena la rara eccezione. Poeta
nascitur, orator fit; - la predica deve rispecchiare ai fedeli la convinzione
nostra. Questo fa colpo sui fedeli che diranno: lui crede quello che dice. Fu
così con le povere prediche del S. Curato d'Ars, che ottenevano le più
strepitose conversioni.
Anche
essa è oggi n grave crisi. Nell'intento di trovare anche qui « vie nuove», si
mettono in prima linea ragioni psicologiche e pedagogiche (certamente tanto
utili) e si trascura quasi del tutto l'elemento principale: la grazia. Iddio
che, nel battesimo, ha preso stanza nel cuore del fanciullo, non vi sta ozioso.
Perciò i nostri piccoli hanno talvolta intuizioni che fanno sbalordire. E' ben
vero che «la grazia suppone la natura », ma è altresì vero che la grazia
sostiene, eleva, ispira la natura. Nelle nostre istruzioni catechistiche
partiamo da questa inabitazione di Dio nel loro cuore.
Non
bastano, come oggi si pretende, per le prime classi le « emozioni »;
occorrono anche le elementari « nozioni », formolate ed esposte in un
linguaggio adeguato alla loro tenera età. E' pur risaputo, che le prime
impressioni dell' infanzia sono le più durature e che spesso poi affiorano
nell'età adulta o avanzata e determinano spesso, dopo tanti sbandamenti, il
ritorno a quel Dio, al quale hanno imparato alzare le loro mani innocenti.
In
ogni bambino, è stato detto, c'è - embrionalmente - il Santo. Sta ai
genitori ed a noi catechisti di scoprire, di proteggere, di sviluppare questo
germe.
«
Pueris maxima debetur reverentia », diceva il filosofo pagano. Perciò è un
delitto, se oggi si irrompe in questo piccolo paradiso terrestre di un
innocente, con l'educazione sessuale nelle prime classi e persino negli asili.
(Sarà la mamma o il padre a dire a! figli ciò che oggi sta bene che
sappiano). Guai a chi scandalizza uno di questi minimi!
Come
per gli adulti, così anche per i fanciulli l'istruzione non si arresta lì, ma
ha lo scopo, di avviarli a Gesù: l'iniziazione cristiana. Facciamo pertanto con
il massimo impegno la preparazione alla loro prima Confessione e Comunione. E'
una tappa determinante.
Oggi,
nonostante le norme contrarie della Congregazione, si rimanda la prima
confessione dei piccoli a qualche anno dopo la Prima Comunione. Non à vero che
non sono capaci ad accedere alla confessione; hanno la coscienza più delicata e
più chiara di tanti adulti. Basta non imporre a loro tecniche di ogni genere (formole,
specchietti di peccati) come si usava prima. La prima confessione sia uno
spontaneo incontro con Gesù, amico dei fanciulli, che non mette nessuna paura,
ma lascia in loro una grande pace e gioia.
Così
pure, obbediamo alla Chiesa che vuole che, come aveva disposto S. Pio X nel 1910
(Quam singulari) i bambini si accostino alla Mensa divina, appena giunti
all'uso della ragione. Si dà loro in tal modo un capitale, una preziosa riserva
per tutta la vita. « Ci saranno dei bambini santi », disse S. Pio X in
riguardo a questa sua disposizione ed i fatti gli hanno dato ragione. Sinite
parvulos venire ad me!
E
perché non dovrebbe essere anche la Comunione, ricevuta ali' alba della
fanciullezza, un mezzo, per svegliare delle vocazioni sacerdotali ? Ma per
riuscirci in questo intento, occorre catechizzare anche i genitori e
collaborare con loro nella preparazione.
Resta
ora a noi, di fare un serio ESAME DI COSCIENZA, come abbiamo praticato nella
nostra cura d'anime il «Ministerium verbi». Preghiera dinanzi alla predica o
omelia
Da
mihi, Domine, et mitissimam et sapientem eloquentiam, qua nesciam infiari et de
tuis bo-
nis
super fratres extolli. Pone, quaeso, in ore meo verbum consolationis et
aedificationis et exhortationis per Spiritum Sanctum tuum, ut et bonos valeam ad
meliora exhortari et eos, qui adverse gradiuntur, ad tuae rectitudinis lineam
revocare, verbo et exemplo. Sint verba, quae dederis servo tuo, tamquam
acutissima iacula et ardentes sagittae, quae penetrent et incendant mentes
audientium ad timorem et amorem tui. Amen.
21.
IL
CONFESSIONALE
Un pio prete ha detto: il sacerdozio è una stupenda poesia, ma il Signore ha attraversato questo bell'ideale, obbligandoci al confessionale.
C'è
del vero in questa affermazione.
Il
confessare i fedeli è realmente una croce pesante:
-
fisicamente. Non è certamente un diletto, lo stare rinchiusi in quello stretto
sgabuzzino, con l'aria inquinata, con il freddo d'inverno ed un forno di estate.
Poi la continua tensione della mente e dell'orecchio, il parlare sottovoce, continuato
per ore e ore. Si esce dal confessionale stanchi, come attontiti. Il S. Curato
d'Ars, il P. Leopoldo furono perciò chiamati « martiri del confessionale », e
meriterebbero questo titolo anche tanti dei nostri curatori d'anime e religiosi.
-
spiritualmente. Ma questo è il meno. Un prete che prende sul serio le
confessioni, soffre a sentire, per ore e ore, null'altro che offese del Signore,
come Gesù le aveva dinanzi nel Getsemani; soffre, perché sente tutta la
responsabilità per ogni anima, che egli assolve, specie per i recidivi, gli
occasionari, i maldisposti. Sono in ballo anime, che sono costate la vita al
Signore, si tratta della loro sorte eterna. Soffre immensamente, quando qualche
volta è costretto a negare l'assoluzione. In tali casi egli assicurerà il
penitente, di voler pregare tanto per lui e di attenderlo a braccia aperte. - Mi
mettono ogni anno molta malinconia le innumerevoli confessioni pasquali,
quando penso: in una settimana, quanti di loro saranno ancora in grazia di Dio?
(Per questa tremenda responsabilità i fedeli dovrebbero essere indotti a
pregare molto per i sacerdoti defunti, i quali sono, forse per il confessionale,
ancora trattenuti in purgatorio).
E
non abbiamo ancora parlato di quelli (e sono forse una triste maggioranza) che
affatto non vengono a riconciliarsi.
Tuttavia
la confessione è in pari tempo per il sacerdote una fonte di perenne gioia e
felicità. Basta richiamare alla nostra memoria la scena dell' istituzione della
confessione, la sera di Pasqua. Ogni parola ci conforta.
«
Pace a voi! » salutò i suoi discepoli il Risorto; e p a c e portiamo noi in
tanti cuori pentiti.
«
Come il Padre ha mandato Me, così io mando voi » a « cercare e salvare ciò
che era andato perduto », a rincorrere come Lui, il Buon Pastore, la pecorella
smarrita e riportarla gioioso all'ovile. Non dobbiamo accettare dal Signore con
gioia questo incarico, di poter assolvere e salvare « in persona Christi? ».
«Alitò su di loro», comunicando a loro la sua calda bontà. Quanto mi sento
felice, di poter, a pari di Lui, essere buono, indulgente, con i penitenti,
perché respiro Gesù! Non sarò mai così indulgente come lo era Lui.
«
Ricevete lo Spirito Santo », un anticipo della Pentecoste. Il medesimo spirito
è disceso su di noi, nell'Ordine Sacro. Nell'opera del ricupero delle anime -
ne possiamo essere sicuri - ci sta vicina la grazia dello Spirito Santo.
«
Saranno rimessi i peccati... ». Quando il Signore, per la prima volta
pronunciò questa parola, dinanzi al paralitico, i farisei si scandalizzarono,
ma il popolo lodava il Signore, perché avevano. finalmente trovato chi poteva
levare loro il duro peso del peccato.
Nel
confessionale è nostra la gioia del Padre, che abbracciava il figliol prodigo
che era ritornato: è nostra la gioia che regna fra gli angeli del cielo per
ogni peccatore che si pente. Ma la confessione non è un automa, per ripetere
le parole del l' assoluzione; essa è anche - per le anime devote - una scuola
di santità. Di fatto, fatte poche eccezioni, i nostri santi sono tutti passati
attraverso la direzione spirituale di un pio e zelante direttore spirituale.
Dobbiamo,
però, accedere a questo nostro sacro ministero con le dovute disposizioni.
-
Non entriamo mai nel confessionale senza aver premesso una breve preghiera,
anche se si trattasse di una sola anima. « Sine me nihil potestis facere b (Gv.
15,5).
Per
lo svolgimento di questo sacro ministero trovo tutti gli elementi nella bella
preghiera che si trovava, una volta, nei nostri breviari.
-
Da mihi, Domine, sedium tuarum assistricem sapientiam, ut sciam iudicare popolum
tuum in iustitia et pauperes tuos in iudicio.
Sì,
ci vuole tanta sapienza al confessore, ma, oltre a chiederla al Signore,
dobbiamo anche procurarcela con lo studio della sana morale.
-
Fac me ita tractare claves regni caelorum, ut nulli aperiam, cui claudendum sit,
nulli claudam, cui aperiendum sit.
Occorre
creare, nei penitenti, le dovute disposizioni, quando non ci sono. Non peccare
di eccessiva severità, né di un peccaminoso lassismo. Dobbiamo anche avere
il coraggio di negare la assoluzione, quando il caso lo esige. Né dobbiamo
supporre sempre la « buona fede » e, tacendo, lasciar crescere il male.
Oggidì, purtroppo, il senso e la consapevolezza del peccato sono a larga scala
svaniti.
-
Sit intentio mea pura - anche il confessionate ha i suoi pericoli. Evitiamo ogni
sensualità, ogni soverchia familiarità;
-
zelus meus sincerus - escludendo ogni invidia sacerdotale. Lasciamo ai
penitenti la piena libertà della scelta e rallegriamoci, quando un pio
sacerdote ci coadiuva nel confessare; - caritas mea patiens. - L'ha detto S.
Paolo, che la carità è paziente (1 Cor. 13,4). Guai se uno non ritornasse più
a confessarsi, per essere stato trattato male da noi;
-
labor meus fructuosus. - Lo sarà, se « caritas Christi urget nos » (2 Cor.
5, 14) e se noi saremo docili strumenti della grazia; - sit in me lenitas non
remissa, asperitas non severa. - Teniamo il « medium virtutis », con l'aiuto
di Dio;
-
pauperem ne despiciam, divit ne aduler. - Siamo tentati di infastidirci con
qualche povera vecchia donnetta e di chiudere tutti e due gli occhi dinanzi ad
altolocati, che spesso si presentano così poco disposti;
-
fac me ad alliciendos peccatores suavem - la bontà e gentilezza abituali nel
conversare con i parrocchiani ce li attirerà al confessionale;
-
ad interrogandos prudentem. - Lo sappiamo dalla pastorale, che in certi casi non
siamo ob-
bligati
ad interrogare ulteriormente, quando questo desse scandalo;
-
ad istruendos peritum. - Quanti dei nostri Santi hanno sofferto molto, perché
il confessore non riusciva a tener dietro ai loro voli verso l'alto. Studio
dell' ascetica!
-
Tribue, quaesumus, ad retrahendos a malo soliertiam, ad confirmandos in bono
sedulitatem, ad promovendos ad meliora industriam. - Succede spesso, che in
giorni di grande concorso, dobbiamo tagliare corto con le confessioni. Vorrei
paragonare tali giorni ad un campo di battaglia, dove i sanitari, cessata la
sparatoria, corrono da malato a malato, per fare una fasciatura di emergenza
e per mandarli poi al lazzaretto per ulteriori, più complete cure. - In quei
giorni accontentiamoci delle cure indispensabili per i nostri penitenti,
facendoci però promettere da loro, che poi ritorneranno spesso alla
confessione.
-
In responsis maturitatem. - Una maturità però che non si improvvisa, ma che
deve essere il frutto della profonda pietà del confessore; - in consiliis
rectitudinem -prendiamoci il tempo necessario per consigliare chi ne ha bisogno,
senza assolvere « a tempo di record;
-
in obscuris lumen - anche se non arriviamo, come i nostri Santi, a leggere
nelle coscien-
ze,
la nostra intima, continua unione con Dio ci darà, nel giusto momento, la luce
necessaria; - in amplexis sagacitatem, in arduis victoriam - Tutto posso in
Colui che mi conforta !
-
inutilibus colloquiis ne detinear - Di solito sono i penitenti e specialmente le
penitenti che si dilungano nelle chiacchiere, ma ci sono anche dei confessori «
chiacchieroni »;
-
pravis ne contaminer - E' uscito due anni fa un libro (Il sesso nel
confessionale, quattro edizioni in due mesi!), contenente delle registrazioni
fatte spudoratamente e con preciso intento nel confessionale. Un libro infame,
ma dal quale possiamo imparare, quanto dobbiamo essere prudenti e discreti nel
nostro parlare;
-
alios salvem, meipsum non perdam - (Ne, cum aliis praedicaverim, ipse reprobus
efficiar, 1 Cor. 9,27). II confessionale non sia per noi uno scoglio, ma
l'ascensore che ci porti a Colui che ci ha dato questo delicato incarico.
Una
particolare prudenza si raccomanda ai giovani sacerdoti, quando sono richiesti
della direzione spirituale, specie delle giovani. Quanti per questa via si
sono rovinati!
Ricordiamo
ciò che il Signore fa dire al Buon Samaritano, quando questi aveva consegnato
all'albergatore il povero malconcio uomo. Gli diede due danari e lo assicurò
« quando ritorno ti pagherò tutto il resto ». Intanto il Signore ci dà i «
danari » necessari, cioè la sua grazia, alla fine ci darà il suo lauto
premio.
Non
tralasciamo mai la bella formola nuova che introduce le confessioni, un vero
capolavoro di completezza e di profondo contenuto.
E
infine pongo la preghiera, che reciteremo dopo le confessioni e meglio ancora o
g n i giorno per i nostri penitenti:
Domine
lesu Christe, Fili dei vivi, suscipe hoc obsequii mei ministerium in amore illo
superdignissimo, quo beatam Mariam Magdalenam omnesque ad te confugientes
peccatores absolvisti, et quidquid in sacramenti huius administratione
negligenter minusque digne perfeci, t u per te suplere et satisfacere digneris.
Omnes et singulos, qui mihi (modo) confessi sunt, commendo dulcissimo Cordi
tuo, rogans, ut eosdem custodias et a recidiva praeserves atque, post huius
vitae miseriam, mecum ad gaudia perducas aeterna. Amen.
22.
IL
RITIRO DEL PRETE INFERMO E DEL PRETE ANZIANO
...il quale potrà però servire anche ai preti ancora sani e giovani, perché, presto o tardi verrà anche per loro la malattia e la vecchiaia. Non c'è scampo. Così almeno saranno preparati per quegli anni « che non piacciono » (Etti.
Ogni
malattia fa soffrire. In particolare il prete soffre:
1.
per la malattia stessa, che è spesso molto dolorosa, che prosterna, pesa,
opprime lo spirito; paralizza le energie e il fervore;
2.
perché vede di essere di peso agli altri, dovendosi far servire in tutto;
3.
in modo particolare perché vede tutto il lavoro, tanto necessario per la cura
d'anime, che egli deve lasciare a parte. Quanto sarebbe necessaria la sua
presenza, specie oggi con questi chiari di luna nelle vocazioni i E lui deve restare
lì, senza poter fare nulla.
Coraggio,
caro confratello. Anzitutto non è detto che tu non guarirai e non riprenderai
la forza per il tuo lavoro. Ma oltre le medicine e di più di esse occorre la
tua volontà di guarire, la tua serenità e fiducia.
Coraggio,
perché non è vero che sei divenuto inutile. Forse, soffrendo, fai di più per
la tua cura d'anime che non con il tuo lavoro dinamico. Cristo ha redento il
mondo, non con le prediche, non con i miracoli, ma con la sua Passione e morte.
Le sue braccia, benché immobilizzate in Croce con i chiodi, abbracciano tutto
il mondo, i suoi piedi fermati sul legno, avvicinano noi tutti. Unisci le tue
sofferenze alle sue e così acquisteranno una soprannaturale efficacia. « E'
sempre così dolce di vedere, come un " amen " (alla sofferenza) possa
divenire un alleluia » (Myriam di Gesù, dopo 22 anni di duro martirio).
Le
opere, basate sulla croce e sul dolore, sono le più durature » (Marmion).
«
Sono da 32 anni sacerdote ed ho sofferto molto; ma su ogni croce ho trovato
Gesù ».
«
Se il sacerdote vuole benedire, egli deve unire questa sua benedizione ad una
croce ».
«
Patire con gioia è la più bella cosa del mondo » (B. Freinademetz).
«
Una vita senza dolore è una vita senza amore; una vita senza amore è per me la
morte » (Sofia Barat).
La
figlia di Lodovico XV si presenta alla superiora del Carmelo per entrarvi.
Dice la superiora: Lei non sopporterà la vita di qua dentro! E la candidata
risponde: « Vi è un crocifisso in casa ? Allora sopporto tutto ».
«
Nessuno ha sofferto come Maria, perché nessuno è stato come lei unita a Gesù.
Aspirare all'unione con Lui, vuol dire, aspirare al dolore » (Marmion).
«
Essere tristi con Gesù nel cuore è un affronto che si fa a Lui, come dirgli:
«Tu non mi basti» (Marmion).
Bernardetta,
richiesta cosa facesse nel suo letto, rispose: il mio dovere!
«
Dio si può contemplare solo attraverso la lente di una lacrima ».
Pazienza
per oggi, anima mia. Domani sarà ciò che Dio vorrà. Intanto facciamo la
volontà di Dio. Ieri è passato e di ciò che ieri ho sofferto non mi resta più
la pena: me ne resterebbe il merito, se l'avessi offerto a Dio. Oggi, o Signore,
voglio soffrire con merito. Oggi poi non è che un giorno solo. Oggi è ben poca
cosa. Mio Dio, cosa posso fare di meno che offrire le pene, i dolori, le
fatiche di un solo giorno. Quelle di oggi, mio Divin Maestro, siano tutte per
amor tuo.
Ho
riportato queste citazioni. Leggile, rileggile, caro confratello, quando soffri,
nel corpo o nell'anima (e queste ultime sofferenze sono le più dolorose).
Non
manchiamo però, di dare a questo nostro confratello ogni conforto possibile: la
Comunione, l'olio degli infermi, le nostre visite, brevi e discrete. E,
quando occorre, abbiamo anche il coraggio di avvertirlo della gravità del suo
caso. Le pietose bugie con i malati gravi non sono mai a posto, men che meno con
un prete, che deve pur avere il coraggio, di fare il passo che decide per
l'eternità con consapevolezza. Ho trovato dei preti, che avevano assistito
innumerevoli malati e morenti e che non si rendevano affatto conto della gravità
delle loro condizioni e dell' imminenza del loro trapasso, tutto per merito
di confratelli che continuavano a dissimulare tutto.
(Oggi
non si dice più « vecchio », ma « anziano »).
La
vecchiaia è già di per sé una malattia e della quale non si guarisce.
Diceva il testo del vecchio breviario: « Dies annorum nostrorum in ipsis,
septuaginta anni, si autem in potentatibus octoginta anni et amplius eorum labor
et dolor » (S. 89,10).
Tuttavia
la longevità è considerata, dalla Scrittura, come una particolare grazia del
Signore. « Onora il padre e la madre ... affinché tu viva lungo tempo sopra la
terra » (Ex. 20, 12). Con ogni ora che vivo in grazia di Dio, posso aumentare i
miei meriti e quindi la mia eterna felicità. E più vecchi -si diventa, tanto
più preziosa è ogni ora che ci è ancora concessa. «
Dies pleni invenientur in eis » (S. 72, 10).
L'
anziano si crede condannato ali' inerzia. Non è così. Tu, caro confratello,
puoi ora dedicarti di più alla preghiera e così renderti utile ai confratelli
che sono in piena attività. Sei semplicemente passato dalla prima linea del
fronte al retroterra, dove svolgi un' attività utilissima per coloro che sono
ancora « in combattimento ».
Costa
molto al prete anziano, di dover lasciare il suo posto di lavoro, i suoi
parrocchiani, con i quali egli ha condiviso le sorti, forse per una o due
generazioni.
E'
umano, è comprensibile questo. Ma una volta deve pure avvenire. Ci ha detto
il nostro professore di storia ecclesiastica: «Cari chierici, pregate il
Signore, che vi conceda la grande grazia, di capire, quando è ora di cedere
il vostro posto a un altro ». Se noi stessi lo chiediamo, risparmiamo ai
nostri superiori I' ingrato incarico di dirci: è ora che tu vada! Del resto,
il primo operante nella tua parrocchia è il Signore e come ha dato le grazie
necessarie a te, le darà anche al tuo successore.
Un
giorno D. Bosco si trovava in udienza da Carlo Alberto. Fra altro il Re gli
chiese: «Come pensa Lei, che andrà avanti la sua opera, quando Lei non ci
sarà più? ». - Don Bosco guarda giù dalla finestra e disse al Re: « Maestà,
vede, come laggiù nel cortile le sue sentinelle si dànno il cambio di
guardia? Così sarà anche di me ».
Il
prete vecchio si sente spesso solo, abbandonato; i suoi confratelli non hanno
sempre la possibilità di passare con lui un'ora. Ma il B. Giuseppe
Freinademetz disse: « Quanto più si è lontani e abbandonati dagli uomini,
tanto più si è vicini a Dio ».
Mons.
Segur, divenuto del tutto cieco nella sua vecchiaia, aveva chiesto, in un'
udienza a Leone XIII il permesso di poter conservare il SS. nella sua stanza,
perché egli trovava difficilmente chi lo conducesse in chiesa. In su le prime
il Papa gli negò questo privilegio, in quei tempi del tutto insolito. Ma quando
egli vide colare giù da quelle occhiaie morte due grosse lagrime, egli si
commosse e gli disse: « Ebbene. Te lo concedo —ad tuam consolationem "
». - E il Monsignore, beato e felice, si pose il suo piccolo tabernacolo
nella sua stanza, sul suo altare e vi scrisse sopra: « ad meam consolationem
»: « A m i o conforto il Signore è qui ». Anche se non avrai la medesima
grazia, di avere il Signore in casa, lo avrai a pochi passi nella chiesa.
Passa lì qualche ora e sarai consolato, mai solo.
In
modo particolare egli soffre per tutte le innovazioni, cui egli non riesce più
tener dietro. E questo è spesso ben anche giustificato. Quando egli vede, che
il furore delle innovazioni spazza via tutte le provvide istituzioni che avevano
portato tanti consolanti frutti per le anime o come certi preti, volendo andare
con i tempi, si permettono ogni arbitrio nelle cerimonie ed ogni azzardata
interpretazione nelle loro prediche, quando si sente dire, che le sue
esperienze valevano bensì per ieri, ma non per l'oggi in cui si vive, è chiaro
che egli resti desolato. Eppure, egli deve capire la necessità di certi
adattamenti, di certi nuovi metodi, resisi necessari con le cambiate
condizioni di vita, purché sia conservata la sostanza.
Dall'altra
parte i sacerdoti più giovani rispettino le esperienze degli anziani, sulle
quali essi potranno costruire e avanzare con frutto.'Anche il prete anziano
avrebbe tante cose utili da dire ai più giovani.
Lo
consoli infine il pensiero, che non è lontano il giorno, in cui il Signore gli
dirà: « Servo buono e fedele, entra nel gaudio del tuo Signore! ». «
Praeterita tege - futura rege » (S. Agostino). Non cruciarsi del passato, che
è perdonato, ma lavorare ancora per l'eternità.
23.
IN
CONSPECTU ANGELORUM
« Al cospetto degli angeli ti canterò », dice il Salmista (137, 1 ). E a ragione. Poiché fra m e, sacerdote e gli angeli intercorrono stretti rapporti. Prendiamoli pertanto come argomento di questo ritiro.
Non
dovrebbe essere necessario dirlo. Ma, purtroppo, ci sono oggi molti, anche fra
i sacerdoti, che negano la loro esistenza come puri spiriti o, per lo meno,
li ignorano. Catechisti, che non insegnano più ai bambini di pregare l'Angelo
Custode.
Tutto
l'Antico e il Nuovo Testamento ne parla. Il libro Genesi mette alle porte dei
paradiso terrestre, dopo la prima colpa, un angelo. Angeli appaiono ad Abramo,
a Giacobbe. nella fornace di Babilonia, sulla Gerusalemme assediata. Tutto il
libro di Tobia illustra la benevolenza degli angeli nei nostri confronti.
Il
Nuovo Testamento si apre con l'apparizione dell'Arcangelo a Zaccaria e a Maria.
Gesù entra nel mondo fra il canto degli angeli. - Angeli rifocillano Cristo
sul monte della tentazione, un altro Lo conforta nel Getsemani. La risurrezione
è annunziata alle pie donne dagli angeli, i quali, poi, ricordano ai
discepoli che il Cristo, salito al cielo, ritornerà alla fine dei tempi. -
Pietro, imprigionato, viene restituito miracolosamente alla comunità dei
cristiani da un angelo. - Senza parlare dei frequenti interventi di angeli
nella vita dei nostri Santi, del ricco inserimento degli angeli nella liturgia,
della costante devozione agli angeli da parte del popolo credente. Stona
pertanto, quando Adriana Zarri, commentando il Vangelo natalizio su un nostro
settimanale cattolico, così incomincia: « Lasciamo a parte il racconto
miracolistico degli angeli sui campi di Betlemme ».
Ne
parla chiaramente S. Paolo (1 Col. 1, 16; Ef. 6, 12), lo confermano i Santi
Padri e in particolare S. Agostino (In Ps. 103, Sermo I, 15), I' ha definito
il Lateranense IV, il Concilio di Firenze, Trento, il Vaticano I.
Gli
angeli sono puri spiriti - infuocati d'amore di Dio - vedono di continuo la
faccia del Padre che sta nei cieli (cfr. Mt. 18, 10) - stanno sempre alla sua
presenza.
Non
dobbiamo anche noi sacerdoti essere animati da simili qualità ?
-
Essere puri, - essere spirituali, nonostante tutto il nostro lavoro fra il
popolo. I fedeli devono poterlo leggere dal nostro volto e dal nostro
conversare con loro. Si dovrebbe poter dire di ogni prete ciò che dicevano di
Santo Stefano: «guardandolo videro che il suo volto era come quello di un
angelo» (Atti 6, 15).
-
infuocati anche noi d'amor di Dio, riscaldando l'ambiente, in cui lavoriamo.
Ognuno di noi ha l'incarico, che il Vicario Generale diede al Curato d'Ars:
Vada e ci porti un po' d'amor di Dio!
Come
gli angeli, che pur guardano oculatamente i loro affidati, non perdono mai di
vista il Signore, così il prete deve acquistare, come una sua seconda natura,
il sentirsi vicino a Dio: il cammino alla sua presenza. E' questa la sua forza.
-
Come gli angeli anche lui deve inserirsi nella corte della Maestà divina,
amare i tabernacoli del Signore e ritornarci molto spesso in fervente
adorazione.
-
Sono i messaggeri di Dio. S. Gregorio Papa dice: « i puri spirito non sono
sempre angeli, ma solo quando vengono mandati con qualche messaggio ». Poiché
« angelos » in greco vuole dire messaggero.
E
tu non sei pure l'angelo del Signore, il messaggero, prescelto ed incaricato a
portare la lieta novella agli uomini ? Quando predichi, tu fungi da angelo;
quando istruisci i tuoi scolari, sei un angelo del Signore, cioè il suo messaggero.
Quando tu, dopo aver chiesto al Signore la sua luce, consigli i fedeli, sei un
angelo, un messaggero.
-
Sono gli adoratori di Dio, la sua corte gloriosa e devi esserlo anche tu: la
sollerte sentinella all' umile trono eucaristico, la quale vi ritorna più
spesso che può. Tornerai ai tuoi fedeli come Mosè, il quale discese dal
monte tutto raggiante. Non vedranno in te questa miracolosa luce, ma si
accorgeranno, che sei venuto a loro da un colloquio con il Signore.
-
Sono i servi di Dio, che portano al trono di Dio le nostre preghiere e ci
riportano le sue grazie. La pronta obbedienza alla volontà di Dio è una delle
caratteristiche degli angeli e deve essere anche la nostra.
-
Sono i nostri custodi (Salmo 90). Non solo i piccoli, ma anche noi preti
abbiamo, specie oggidì, di continuo bisogno della loro custodia. E dobbiamo a
nostra volta, essere i vigili e coraggiosi custodi dei nostri fedeli. Quanti
motivi per invocarli, quanti motivi per imitarli I
Così
S. Agostino chiama Satana, perché anche lui è un angelo, benché decaduto, ma
sempre di natura angelica. Anche la sua presenza molti teologi progressisti non
la vogliono più ammettere. II teologo tedesco Haag ha scritto un libro «
Congedo da Satana ».
Eppure
di questi spiriti ribelli è piena la Scrittura. Dobbiamo risalire agli albori
della creazione, a quella lotta che si scatenò fra gli angeli fedeli a Dio
e quelli ribelli, capitanati da Lucifero. Questi, cacciato da S. Michele nell'inferno,
rimase ed è tuttora e sempre il giurato nemico di Dio e della sua opera. Lo
incontriamo fra i primi uomini, che egli induce alla insubordinazione a Dio
e rende con ciò infelici loro e i loro discendenti. Tutto il mondo antico era
sotto il dominio di Sàtana. Doveva venire il Cristo a « schiacciargli la testa
» e a vincerlo. Ne fa una prima esperienza nella strage degli innocenti, lo
incontra nelle tre tentazioni e poi tante volte negli indemoniati, fino a che Sàtana
si sfoga contro di Lui nel dramma della Passione. «Questa è l'ora vostra
(dei suoi nemici), il potere delle tenebre» (Lc. 22,53). Ma infine -
soggiunge Gesù - « il principe di questo mondo sarà gettato fuori » (Gv. 12,
31 ), quel Lucifero di cui disse Gesù: « ho visto Sàtana cadere dal cielo
come folgore » (Lc. 10,
18).
Prima che Cristo lo vinca definitivamente, Satana « insidierà ancora il suo
calcagno » (Gen3, 15), cioè Lo farà soffrire I' indicibile.
Ma
perché, se Satana è vinto, ha ancora tanto potere nel mondo? ci domandano
spesso i fedeli. E risponde S. Gregorio: Sàtana, dopo la vittoria di Cristo,
è come un cane legato alla catena: può mordere chi leggermente lo avvicina.
Perciò
S. Pietro ci esorta: « Siate sobri, state all'erta! L' avversario vostro, il
diavolo, s' aggira come leone ruggente, cercando qualcuno da divorare.
Resistetegli saldi nella fed ! » (1 Pt. 5, 8). S. Giacomo ci esorta (4, 7): «
Opponete resistenza al diavolo e fuggirà ».
E
S. Paolo ci ricorda: « La nostra lotta non è contro il sangue e la carne, ma
contro i principati, contro le potestà, contro i signori di questo mondo
tenebroso, contro gli spiriti del male nelle regioni celesti. Perciò indossate
l'armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno cattivo e, superato
ogni attacco, restare saldi » (Ef. 6, 13).
Chi
di coloro, che lavorano da lungo in cura d'anime non ha sperimentato spesso
chiaramente l'ingerenza di Satana ?
E
che lo spirito maligno svolga nei nostri giorni una palese, intensa attività,
nessuno lo può negare.
I
contrassegni della sua opera e presenza sono:
insubordinazione,
corruzione, disordini, malcontenti, crudeltà, delitti di ogni genere. Ne
abbiamo avuto prova nei campi di concentramento, le abbiamo ogni giorno,
quando apriamo il giornale. Sono fattacci che non si possono spiegare
umanamente.
Ed
ecco, perché specialmente oggi urge il ricorso ai Santi Angeli e in modo
particolare al potente patrono della S. Chiesa, S. Michele. Prima lo si
invocava dopo ogni Messa, ora, che occorrerebbe più di una volta, non lo si
invoca più ...
Possiamo
però - in modo extraliturgico - alla fine della Messa, dopo la benedizione,
inserire con i fedeli questa preghiera. Ci saranno grati:
San
Michele Arcangelo, difendici nella nostra lotta col demonio: contro la nequizia
e le insidie di Satana sii nostro presidio. Noi chiediamo, supplici, che
Iddio lo confonda.
E
tu, Principe della milizia celeste, per virtù divina ricaccialo all'inferno,
insieme con gli altri spiriti del male, che a rovina delle anime stanno vagando
nel mondo. Amen.
Il
29 giugno 1972 il S. Padre, nella sua allocuzione ha detto, riferendosi ali'
attuale situazione della Chiesa di avere la sensazione che « da qualche
fessura il fumo di Satana sia entrato nel tempio di Dio. C'è il dubbio, I'
incertezza, la problematica, I' insoddisfazione. Non ci si fi-
da
più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da
qualche giornale ... Come è avvenuto questo? ». Il Papa espresse la sua
convinzione, che sia stato l'intervento di un potere avverso. Il suo nome è
il diavolo, questo misterioso essere, cui si fa allusione anche nella lettera di
S. Pietro. «Crediamo in qualche cosa di preternaturale venuto nel mondo,
proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio e per impedire che la
Chiesa scoppiasse nell' inno della gioia, di aver riavuto in pienezza la
coscienza di sé » (Paolo VI, 29 giugno 1972).
24.
E'
questo il titolo di un libro, già da lungo esaurito, che parlava del paradiso.
Di
fatto. Pochi oggi ci pensano. Taluni addirittura lo negano. « Lasciamo il
cielo ai passeri! A noi basta la terra! » (Di quanto poco si accontentano!).
E poi cercano affannosamente il paradiso in terra, senza mai poterlo scoprire. E
per questo il pessimismo, la malinconia, la disperazione, le reazioni violente.
Eppure
il paradiso c'è. Sta tutto lì il senso dell'opera redentrice: era in ballo un'
eternità da salvare! Sta pure tutto lì il senso della nostra esistenza
terrena: un periodo di prova, di esame, per essere promossi alla vera vita senza
fine.
Non
è possibile, formarci un concetto esatto del paradiso. Con occhi terreni non si
può vedere la vita dell'al di là, che è del tutto diversa. Tuttavia, per
formarci un concetto del cielo, possiamo applicare ciò che S. Tommaso insegna,
quando dice: per formarci un concetto di Dio dobbiamo da Lui escludere ogni
difetto, - affermare ogni perfezione - e portarlo all'infinito. Così pure dal
paradiso dobbiamo:
Dove
non c'è peccato, non c'è più né sofferenza, né preoccupazione, né
turbamento, né malinconia, né morte. « E tergerà ogni lacrima dai loro occhi
e la morte non sarà più, né lutto, né grido, né dolore saranno più; chè
le cose di prima passarono (Apoc. 21,4).
«
O quanto glorioso è il regno, in cui con Cristo godono tutti i Santi e
seguono, in bianche stole, l'Agnello dovunque esso vada », canta la Chiesa.
Cerchiamo
di capire un tantino ciò che renderà bello il paradiso:
1.
La sicurezza. Nessun pericolo più di perdere Dio e con Lui il cielo. Una
felicità « che nessuno potrà toglierci » (Gv. 16,22).
2.
La visione di Dio. « Noi vediamo ora come in uno specchio, in un'ombra . Allora
invece vedremo faccia a faccia » (1 Cor. 13, 12). Non penetreremo fino
in fondo al misteri di Dio (chè questo per una mente creata è
impossibile), ma vi penetreremo molto profondamente e questo formerà la
nostra delizia, che non si stancherà mai, perché non arriveremo mai a fondo.
Nell'essenza
di Dio ammireremo la sua sapienza, la sua onnipotenza, il suo amore, che hanno
ideato, creato, disposto ogni cosa: l'astronomo ammirerà le meraviglie del
cielo, lo scienziato le sapienti leggi che reggono il creato, il teologo
troverà, nella visione di Dio, la gioiosa conferma della sua fede e della sua
dottrina. « Beati coloro che, senza vedere, hanno creduto ». Noi tutti
vedremo confermata la sentenza del Vangelo: a coloro che amano Dio tutto torna
in bene; ammireremo, come proprio nei tempi delle più grandi prove per la
Chiesa e per la umanità, il Signore ha disposto sapientemente ogni cosa per il
maggior bene dei suoi eletti. Quale pascolo per la mente umana!
3.
Il possesso di Dio. La visione è già, in qualche modo, possesso di ciò che
si vede. Vedo un albero; me ne formo il concetto e attraverso questo concetto
l'albero diventa (spiritualmente) il mio possesso e mi rimane. Possedere Dio
vuol dire: essere una cosa con Lui. Lui possiede me, io possiedo Lui. Fusione
perfetta, un flusso e riflusso eterno di amore. « Ci furono donati i preziosi e
magnifici beni promessi, affinché, per mezzo loro, diventiate partecipi della
divina natura, dopo aver fuggito la corruzione che nel mondo dilaga a causa
della concupiscenza » (2 Pt. 1,4).
Possedendo
Dio, il sommo Bene, possediamo tutto quello che ci occorre per essere perfettamente
felici. Un tesoro inesauribile di bontà e di felicità. In cielo diverrà
perfetto e perenne il primo e massimo comandamento: « Amerai il Signore, Dio
tuo, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima e con tutte le tue forze e
con tutta la tua mente» (Lc. 10,27).
4.
La propria gloria dell'anima e del corpo risorto. Non è ambizione, non è
orgoglio, aspirare ad una maggiore gloria in cielo, poiché con questa nostra
maggiore gloria noi maggiormente glorifichiamo Iddio, al quale, con la nostra
volontaria e pronta cooperazione, abbiamo permesso di realizzare in noi il
grande sogno del suo eterno Amore.
Accanto
a queste gioie essenziali, eccoci ancora tante marginali:
-
la gioia di aver vinto le sante battaglie, nelle contrarietà, nelle sofferenze,
nella lotta contro la nostra concupiscenza. E più ci è costato e più ci
renderà ora felici;
-
la soddisfazione, di aver lavorato e sofferto per il Signore. « Fidem servavi,
cursum consumavi. In reliquo deposita est mihi corona iustitiae... » (2 Tim.
4, 7);
-
le anime, le quali ho strappato ali' eterna dannazione, procurando loro l'eterna
felicità del cielo. Il gaudio che regna in cielo fra gli angeli per ogni
peccatore che si pente e si salva, sarà anche il mio;
-
il rivedere le anime che, nella cura d'anime, mi erano state affidate. La mia
parrocchia che lassù si ricompone ... ;
-
la compagnia degli esseri più eletti, dei Santi, degli angeli. Se è già
consolante trovarsi quaggiù fra persone veramente nobili e buone, quanto più
lassù, dove non incontriamo nessun difetto!
-
La Madonna, la mamma nostra, che ci prodigherà tutto il suo amore e ci
sringerà a sé; - le « aureole » particolari:
-
dei martiri, una ingente moltitudine di anime biancovestite, venute da una
grande tribolazione e che lavarono le loro stole nel Sangue dell'Agnello (cfr.
Apoc. 7,14);
-
delle anime vergini, che formano la corte dell'Agnello divino e cantano un inno
che nessun altro riesce a ripetere (cfr. Apoc. 14,4); - i maestri e dottori
della Chiesa, che hanno illuminato tante menti nei misteri divini: « Coloro
che avranno erudito molti alla giustizia, saranno come le stelle in eterno e
sempre » (Dan. 12, 3).
Davvero:
« stella da stella differisce in splendore » (1 Cor. 15,41 ).
cioè,
nel nostro caso nell'eternità senza fine.
Se
il cielo durasse anche mille miliardi di anni, la gioia non sarebbe perfetta,
perché l'anima che entra in cielo dovrebbe pensare che tutto questo, una volta,
finirà. Ma no. Penetrati in Dio siamo penetrati nella sua eternità e ne restiamo
partecipi per sempre. Felicità infinita.
Come
figli della luce, andiamo serenamente e con gioia incontro alla Luce vera.
Non
cadiamo nei lacci dei beni e dei piaceri terreni: « Quanto mi nausea la terra,
quando guardo il cielo ». Ad
maioranatus sum! Non
abbattiamoci nelle sofferenze e nelle prove! Non stanchiamoci a strappare le
anime all'eterna dannazione. Formeranno il nostro gaudio, la nostra corona.
Incomianciamo
già qui a vivere la vita del cielo, nell' amare Dio, nella purezza, nella
santa gioia. « Se passeremo I' eternità cantando, perché non incominciare
già adesso ? » (Paul Claudel ).
«
Rallegratevi, perché i vostri nomi sono scritti in cielo » (Lc. 10, 20). «
Et sic semper cum Domino erimus », super pectus Domini beati.
lesu
dilectissime, qui ex singulari benevolentia me prae millenis hominibus ad tui
sequelam et ad eximiam sacerdotii dignitatem vocasti, largire mihi, precor,
opem tuam ad officia mea rite obeunda. Oro te, Domine lesu, ut resuscites hodie
et semper in me gratiam tuam, quae fuit in me per impositionem manuum
episcopalium. O potentissime animarum medice, sana me taliter, ne revoivar in
vitia; et cuncta peccata fugiam tibique usque ad mortem piacere possim. Amen.
Domine
lesu Christe, sponse animae meae, immo cor meum et anima mea, ante conspectum
tuum genibus me provoivo ac maximo animi ardore te oro atque obtestor, ut mihi
des servare fidem a me tibi solemniter datam. Ideo, o duicissime lesu, abnegem
omnem impietatem, sim semper alienus a carnaiibus desideriis et terrenis
concupiscentiis, quae miltant adversus animam, et castitatem, te adiuvante,
intemerate servem.
O
sanctissima et immacuiata Maria, Virgo virginum et Mater nostra amantissima,
munda in dies cor meum et animam meam, impetra mihi timorem Domini et singularem
mei diffidentiam. Sancte loseph, custos virginis Mariae, custodi animam meam ab
omni peccato.
Omnes
sanctae Virgines, divinum Agnum quocumque sequentes, estote mei, peccatoris,
semper sollicitae, ne cogitatione, verbo aut opere delinquam et a castissimo
Corde lesu unquam discedam. Amen.
Omnipotens
et misericors Deus, humilitatis meae preces benigne intende et me, famulum tuum,
quem nullis suffragantibus meritis, sed immensa clementiae tuae largitate,
caelestibus mysteriis servire tribuisti, dignum sacris altaribus fac ministrum,
ut quod voce mea depromitur, tua sanctificatione firmetur.
Omnipotens
sempiterne Deus, qui me peccatorem sacris mysteriis adstare voluisti et tui
sancti nominis laudare potentiam, concede propitius, per huius sacramenti
mysterium meorum mihi veniam peccatorum, ut tuae maiestati digne merear
famulari.
Deus,
qui ad maiestatis tuae gloriam et generis humani salutem, Unigenitum tuum summum
ac aeternum constituisti sacerdotem, praesta, ut quos ministros et mysteriorum
suorum dispensatores elegit, in accepto ministerio adimplendo fìdeles
inveniantur.