RISCOPRIAMO L’EUCARESTIA
Gioia E FORZA
DELL’UOMO
DI
DON
NOVELLO PEDERZINI
Nel
1997 si è celebrato a Bologna il Congresso Eucaristico Nazionale sul tema:
"GESÙ
CRISTO, UNICO SALVATORE DEL MONDO: IERI, OGGI E SEMPRE". Il Papa, fissando
il tema del Congresso, l'ha indicato come «una tappa privilegiata del Giubileo
del 3° millennio».
L'anno
1997 è stato quindi un anno cristologico ed eucaristico, proteso a riscoprire
il più dolce mistero della fede: Gesù Salvatore vivente con noi nel
Sacramento dell'Eucaristia.
Per
capirne gli aspetti dottrinali e vitali sono stati pubblicati diversi
documenti dottrinali ai quali si debbono ispirare le riflessioni riguardanti
il tema dell'Eucaristia.
È però indispensabile mediare i
contenuti dei trattati teologici in modo da renderli accessibili a tutti.
Questo piccolo libro si propone di compiere questo tentativo, motivato dal desiderio di coinvolgere possibilmente tutti nella comprensione di questo grande Sacramento.
GIOIA
E FORZA sono parole ricorrenti nel corso delle riflessioni qui contenute.
Sono
i termini che più efficacemente esprimono i frutti salutari che sgorgano da
un'Eucaristia conosciuta, celebrata, amata, vissuta nell'oggi della vita
quotidiana.
Voglio
sperare che questa guida sia di aiuto e, fiduciosamente, la affido a quanti
ricercano, con cuore sincero, il segreto della propria realizzazione e della
propria gioia!
DON
NOVELLO PEDERZINI
1.
L'EUCARISTIA
È UN DONO,
UN
DONO... A RISCHIO!
O Dio, che nel pane e nel vino doni all'uomo il cibo che lo alimenta e il Sacramento che lo rinnova, fa' che non ci venga mai a mancare questo sostegno del corpo e dello spirito
Cristo
ci salva e ci santifica attraverso i Sacramenti.
Essi
sono sette: Battesimo, Cresima, Eucaristia, Confessione, Unzione dei malati,
Ordine e Matrimonio.
Sono
come sette canali attraverso i quali scorre la Grazia che dal Salvatore giunge
ad ogni uomo.
L'Eucaristia
non è soltanto uno strumento e un canale, ma è anche, e soprattutto:
-
la sorgente,
-
la fonte,
-
l'origine della Grazia,
perché
essa contiene realmente la Persona di Gesù Cristo, che è l'Autore della
Grazia.
Per
questo motivo, la Chiesa la chiama Sacramento augustissimo, e precisa che in
essa «lo stesso Signore:
-
è presente,
-
viene offerto,
-
è assunto,
-
e fa vivere e crescere la Chiesa».
E
ancora, «l'Eucaristia:
-
è il memoriale della Morte e della Risurrezione di Gesù;
-
è il culmine e la fonte del culto e della vita cristiana;
-
significa e produce l'unità del popolo di Dio;
-
compie l'edificazione del Corpo di Cristo.
Per
questo motivo essa deve essere tenuta nel massimo onore dai fedeli e dai
pastori.
I
fedeli debbono:
-
partecipare attivamente alla Messa,
-
ricevere con frequenza la Comunione,
- adorare il Signore presente nelle specie consacrate.
I
pastori debbono:
-
istruire diligentemente i fedeli,
-
illustrare i contenuti di così importante Sacramento».
Dice
il Concilio Vaticano II: «tutti i Sacramenti sono strettamente uniti alla
Sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati».
E
ancora: «nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale
della Chiesa, cioè lo stesso Cristo Signore, nostra Pasqua».
«Essa
è il compendio e la somma della nostra fede»; «è l'origine e il culmine di
tutta la vita cristiana».
Essa
precede, in dignità ed efficacia, ogni altra realtà divina ed ecclesiale.
È
quindi del tutto necessaria, indispensabile e insostituibile per la salvezza di
ogni uomo, di tutti gli uomini.
Senza
di essa l'uomo è privato del dono della salvezza e resta in una condizione di
povertà e di necessità: o vive dell'Eucaristia, o resta un tralcio reciso,
destinato a seccarsi e a perire.
Quando
Gesù si consegna agli Apostoli, istituendo l'Eucaristia, compie un gesto
incredibile, degno solo della sua divina fantasia, che sa trovare il modo di
donarsi totalmente a tutti. L'Eucaristia è il più sublime atto di tenerezza di
Gesù per la sua Chiesa.
Prima
di consegnare questo dono, confida agli Apostoli: «Ho desiderato ardentemente
di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione».
«Dopo
aver amato i suoi..., li amò fino alla fine».
Dice
S. Tommaso d'Aquino, teologo non facile alle esaltazioni: "l'Eucaristia è
la più grande di tutte le meraviglie operate da Cristo, il mirabile documento
di un amore che non conosce confini".
Possiamo
dunque parlare di tenerezza eucaristica e scoprire che essa è il vero compendio
di tutti i meravigliosi doni che Gesù ci ha offerto con la sua Passione, Morte
e Risurrezione.
È
il vero trionfo dell'amore che si concretizza nel dono supremo, operato con
uno stile che può essere solo di Dio.
A
forte rischio, perché?
Perché
essa è data a quegli uomini distratti, grossolani, materiali e
indifferenti... che siamo noi!
È
data a persone che, come l'apostolo Tommaso, credono solo a ciò che vedono e
toccano con mano.
E
noi, nell'Eucaristia, non vediamo, non sentiamo, non tocchiamo quella divina
Persona che è nascosta sotto così fragili veli!
Nulla
è più insignificante di un pezzetto di pane o di una goccia di vino: ma nulla
è più importante e prezioso di ciò che si nasconde sotto questi segni tanto
poveri!
Al
massimo dono corrispondono incredulità e indifferenza da parte della quasi
totalità dei cristiani.
Ed
è questo il vero dramma della Chiesa!
Basta
guardare le chiese deserte, le Messe feriali poco frequentate, i Tabernacoli
trascurati, certe Messe domenicali senza partecipazione e senza Comunione
eucaristica.
Basta
guardare alla gente che entra in chiesa: dove va? chi cerca? da che cosa è
attratta?
Se
non c'è nessuno, guarda ai fiori, alle candele, all'architettura della chiesa,
alle opere d'arte... e poi va alla ricerca della statua di qualche Santo caro al
suo cuore.
E
a Lui chi guarda? Chi lo cerca?
Chi
cerca il Tabernacolo, sapendolo abitato da un Amico che ci attende?
Ma
siamo ormai così assuefatti a questa nostra partecipazione all'Eucaristia
superficiale e "malata", da non avvertirla più come un problema.
Ma
il problema resta per la Chiesa, perché essa cresce ed è viva nella misura in
cui i fedeli vivono consapevolmente e fervorosamente la loro Eucaristia!
Cerchiamo
di comprendere:
-
Giovanni Battista, a chi gli chiede se è Lui il Messia che tutti attendono, con
decisa risolutezza, risponde: «in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete».
-
Gesù alla samaritana che cerca acqua ma soprattutto pace risponde: «se tu
conoscessi il dono di Dio»!
-
nell'Apocalisse Gesù rivolge a ciascuno un dolce invito: «Ecco, io sto alla
porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da
lui, cenerò con lui ed egli con me».
Chi
sta alla porta e chiede di entrare è quella Persona viva senza la quale il
mondo non può essere vivo: è Lui «l'Agnello di Dio» che toglie i peccati del
mondo.
L'Eucaristia
è il più gran dono che il Padre potesse fare all'umanità; e da questo dono
discende ogni altro dono.
È
un dono che attende solo di essere conosciuto per poter essere accolto!
Tentiamo
dunque di riscoprirla, percorrendo un cammino segnato da queste quattro
disposizioni d'animo:
-
un profondo senso di umiltà, nel riconoscimento dei nostri limiti, specie in
campo religioso;
-
una revisione della nostra cultura religiosa, che, purtroppo, spesso si è
fermata alle scarse conoscenze della prima Comunione;
-
un superamento della pigrizia personale che ci impedisce di affrontare problemi
culturali per i quali necessitano decisione e costanza;
- un sincero desiderio di revisione di vita e quindi di sincera conversione.
Attraverso
la fede e l'umiltà, e soprattutto nella preghiera, possiamo metterci
all'opera, sperando di arrivare alle soglie del mistero!
2.
IL
PANE DELLA VITA E IL CALICE DELLA SALVEZZA
Cristo Signore, innalzato sulla Croce, nel suo amore senza limiti donò la vita per noi, perché tutti gli uomini attingessero con gioia alla fonte perenne della salvezza
Dal
Prefazio della Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù
L'incommensurabile
contenuto del Sacramento dell'Eucaristia si esprime attraverso diversi nomi,
ciascuno dei quali evoca aspetti particolari.
Viene
così chiamato:
1.
EUCARISTIA: parola di origine greca che significa ringraziamento, e ricorda le
benedizioni ebraiche che accompagnavano i pasti consumati insieme, specie nei
momenti forti dell'anno. Con esse si ringraziava Dio per la creazione e per
tutti i doni della vita.
E
anche Gesù, al momento di istituire questo Sacramento, nell'ultima Cena,
"rese grazie a Dio".
2.
CENA DEL SIGNORE, perché ricorda e rende presente quell'ultima Cena che Gesù
consumò con i suoi discepoli, prima di iniziare la passione.
3.
Lo "SPEZZARE IL PANE", perché questo rito, tipico della cena ebraica,
fu utilizzato da Gesù nell'ultima Cena, quando "prese il pane e lo spezzò".
Al
compiersi di questo gesto, i discepoli di Emmaus riconobbero Gesù.
E
con questa espressione i primi cristiani designarono le loro assemblee
eucaristiche.
4.
ASSEMBLEA EUCARISTICA O SINASSI, perché l'Eucaristia si celebra nell'assemblea
dei fedeli, e diviene così espressione visibile della Chiesa.
5.
SANTO SACRIFICIO, perché ricorda e attualizza l'unico sacrificio di Cristo
Salvatore.
6.
DIVINA LITURGIA, perché tutta la liturgia della Chiesa trova il suo centro e la
sua massima espressione nella celebrazione di questo Sacramento.
7.
IL SANTISSIMO SACRAMENTO, perché l'Eucaristia è il Sacramento per
eccellenza, il Sacramento dei Sacramenti.
Con
questo nome si indicano normalmente le specie eucaristiche conservate nel
Tabernacolo.
8.
COMUNIONE, perché mediante questo Sacramento ci uniamo a Cristo, formando un
solo Corpo. E per questo motivo, è detto "Pane degli Angeli",
"Pane del Cielo", "Farmaco di immortalità".
9.
VIATICO, nome dato alla Comunione amministrata nella fase terminale della vita,
come via, cammino, per raggiungere l'eternità.
10.
MESSA, parola di origine latina che indica invio, missione a continuare e a
sviluppare, nella vita, il contenuto dei riti celebrati nella chiesa. Nel
linguaggio comune la parola Messa è divenuta il termine più usato per indicare
l'Eucaristia nel suo più ampio contenuto.
L'Eucaristia,
un dono preannunciato nell'Antico Testamento e promesso nel Nuovo
L'Antico
Testamento attende e preannuncia il dono dell'Eucaristia attraverso un segno
particolarmente eloquente: la manna. Essa era un cibo che "veniva dal
cielo" e nutriva quotidianamente gli ebrei quando, per 40 anni, vissero
nel deserto, senza possibilità di procurarsi alcun altro cibo.
Nel
Nuovo Testamento, Gesù prepara il dono futuro con un importante discorso
pronunciato nella Sinagoga di Cafarnao, dopo aver moltiplicato i pani e i
pesci per una folla affamata.
Dice,
tra l'altro: «Voi mi cercate perché avete mangiato questi pani e vi siete
saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita
eterna.
Io
sono il pane vivo, disceso dal cielo. Chi mangia la mia carne e beve il mio
sangue dimora in me e io in lui... e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.
Chi mangia questo pane vivrà in eterno. La mia carne è vero cibo e il mio
sangue è vera bevanda». Questo è il pane dato "per la vita del
mondo".
Queste
parole suscitano negli uditori prima stupore, poi reazione, e quindi
delusione.
Nessuno
dei presenti comprende il loro vero significato, e nemmeno gli Apostoli, che
però non abbandonano Gesù, ben sapendo che "Lui solo aveva parole di
vita eterna".
L'Eucaristia
nasce nel Cenacolo, durante la cena pasquale ebraica, nel momento nel quale
Gesù dà inizio alla sua Passione e sta per "passare da questo mondo al
Padre".
Ci
è così descritta nel racconto concordato dei quattro Evangelisti e
dell'Apostolo Paolo, e ripresa nelle Preghiere eucaristiche II, III, IV.
"Gesù,
venuta l'ora di essere glorificato dal Padre suo, avendo amato i suoi che erano
nel mondo, li amò fino alla fine".
Volle
quindi celebrare la Pasqua con i suoi discepoli.
E
proprio nella notte in cui fu tradito, offrendosi liberamente alla sua Passione,
mentre cenava con loro, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai
suoi discepoli e disse: "Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio
Corpo offerto in sacrificio per voi". Dopo la cena, allo stesso modo, prese
il calice e rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e disse: "Prendete e
bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna
Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati".
"Fate
questo in memoria di me".
Paolo
aggiunge:
«Ogni
volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la
morte del Signore finché egli venga».
Dalle
parole di Gesù, emerge la realtà di un mistero tanto profondo che mente
umana non riuscirà mai a comprendere, fino in fondo.
Ci
pare di capire quelle principali verità che stiamo cercando di illustrare.
L'Eucaristia,
nasce dalla mente e dal cuore di Gesù, come:
-
ascolto della Parola di Dio (quante cose ha detto prima di consacrare il pane e
il vino!),
-
atto supremo e libero di amore per tutti gli uomini,
-
presenza reale del Corpo e del Sangue di Gesù,
-
memoriale della Pasqua del Signore,
-
Corpo dato e Sangue versato,
-
sacrificio,
-
alleanza nuova ed eterna nel Sangue dell'Agnello pasquale immolato per tutti,
-
comunione con Dio e con i fratelli,
-
annuncio della Morte e Risurrezione, e attesa del ritorno del Signore,
-
anticipo e pegno della vita eterna.
Nell'ultima
Cena, Gesù inventa la Messa e la consegna ai suoi discepoli, cioè alla Chiesa.
E
che cosa poteva lasciare di meglio?
Quale
patrimonio più prezioso della sua Persona?
Agli
Apostoli Egli consegna se stesso: il suo "corpo dato" come cibo, e
il suo "sangue versato" come bevanda di salvezza e come alleanza nuova
suggellata dal suo sangue.
È
un modo nuovo e tipico di partecipare al suo sacrificio pasquale e di poterne
personalmente usufruire.
È
il modo sacramentale, che è possesso vero e sostanziale, adombrato sotto i
segni del pane e del vino.
Attraverso
l'istituzione del memoriale, nella Chiesa e con la Chiesa, Gesù perpetua nei
secoli il mistero della Cena e della Croce.
E
siccome la Chiesa è il suo Corpo prolungato nel tempo, l'Eucaristia accompagna
tutte le generazioni in modo da rendere presente e operante la sua Persona e
la sua opera di salvezza, in ogni luogo e in ogni tempo.
Se
la Chiesa è il singolare e misterioso organismo attraverso il quale Egli
prolunga se stesso nel tempo e nello spazio, Gesù compie tutto nella Chiesa e
con la Chiesa.
Ciò
che Egli fece storicamente allora, lo fa ora con la partecipazione dell'intero
corpo che siamo noi.
Ogni
azione liturgica è presieduta da Cristo, attraverso il suo Ministro, ed è
celebrata dall'intero Corpo di Cristo.
La
celebrazione dell'Eucaristia è così azione dell'intero Corpo, che, partecipe
del Sacerdozio di Cristo, esercita il proprio Sacerdozio, ciascuno per la sua
parte.
Tutto
è detto e fatto al plurale; e attori della azione liturgica sono:
-
Cristo e noi,
-
il Sacerdote e noi,
-
la Comunità e ciascuno di noi.
Sulla
Croce Gesù offrì il sacrificio perfetto: lui solo per tutti, sull'altare, su
ogni altare, quel sacrificio lo rioffre
-
per noi,
-
in noi,
-
con tutti noi.
E
così sarà per sempre, fino al ritorno glorioso.
"Non
possiamo vivere senza celebrare il giorno del Signore!". Con questa bella
testimonianza sulle labbra, i 48 martiri di Abitene in Africa, con a capo il
prete Saturnino, affrontarono la morte nell'anno 304, piuttosto che rinunciare a
celebrare "il giorno del Signore".
Quel
giorno era la domenica.
Fin
dalle origini, la Chiesa ha santificato il giorno del Signore con la
celebrazione dell'Eucaristia, nella quale la proclamazione della Parola, la
frazione del pane e il servizio della carità erano intimamente uniti.
Il
segno e il contenuto della festa erano quindi la celebrazione della Messa,
considerata come il modo più idoneo per perpetuare la presenza del Risorto e
per vivere l'impegno dell'amore, che è proprio della comunità cristiana.
La
Chiesa propone ai fedeli, come dovere imprescindibile, l'impegno di
partecipare alla Messa la domenica e le altre feste comandate, considerandola
l'alimento irrinunciabile della loro vita spirituale.
3.
LA
MESSA, OGGI
Concedi a noi tuoi fedeli, Signore, di partecipare degnamente ai santi misteri, perché ogni volta che celebriamo questo memoriale del Sacrificio del Signore, si compie l'opera della nostra redenzione
Preghiera
sulle Offerte della Messa del Giovedi Santo
Quella
del Cenacolo fu la prima Messa, in assoluto.
Gesù
la istituì e la celebrò secondo un rituale che illustreremo più avanti.
La
seconda Messa fu celebrata a Emmaus, la sera della Pasqua, nella casa dei due
discepoli, secondo il racconto di Luca che occuperà il penultimo capitolo di
questo nostro studio.
Nel
Cenacolo, Gesù la celebrò e poi la consegnò agli Apostoli, ordinando loro di
continuare la celebrazione come suo memoriale.
Essi
ubbidirono e subito si circondarono dei primi cristiani per celebrare
l'Eucaristia.
Nella
Sacra Scrittura, e in particolare negli Atti degli Apostoli, viene documentato
questo ritrovarsi insieme dei discepoli per "spezzare il pane".
Non
si concepiva una comunità cristiana senza questa celebrazione, che si
svolgeva "il primo giorno della settimana", il giorno della
Risurrezione, e quindi "giorno del Signore" per eccellenza.
In
questa celebrazione, si spezzava il Pane eucaristico, dopo che si era spezzato
il Pane della Parola, che consisteva nella lettura delle Sacre Scritture
dell'Antico Testamento, delle Lettere degli Apostoli, e nell'ascolto della
parola viva di chi presiedeva la celebrazione.
Nel
II secolo, Giustino, il celebre filosofo cristiano, che tanta parte ha avuto
nell'opera di avvicinamento del pensiero cristiano alla filosofia greco-pagana,
ci descrive i contenuti dell'assemblea eucaristica che si svolgeva a Roma.
Vi
troviamo:
1.
una parte didattica dall'Antico e Nuovo Testamento, seguita dall'Omelia di chi
presiedeva;
2.
un momento di preghiera comune, fatta dall'assemblea, in piedi, e conclusa col
bacio di pace;
3.
una parte sacrificale, articolata in tre momenti:
-
l'offerta del pane, del vino e dell'acqua;
-
la consacrazione del pane e del vino, suggellata dall'Amen dei fedeli;
-
la Comunione distribuita ai presenti e portata dai diaconi agli assenti.
4.
si faceva poi una colletta di carità e la si consegnava al Presidente, per i
carcerati, i bisognosi e i pellegrini.
È
evidente che lo schema offertoci dalla comunità di Roma a metà del secolo II
è già lo schema della nostra Messa, soprattutto se lo osserviamo nella
riforma ordinata dal Concilio Vaticano II.
Nulla
è cambiato, nella sostanza, della Messa celebrata da Gesù, dagli Apostoli e
dalla primitiva comunità cristiana.
Oggi
essa si articola nel modo qui schematicamente descritto. La Messa è composta di
due grandi parti: Liturgia della Parola e Liturgia Eucaristica, precedute e
seguite da alcuni significativi riti di introduzione e di conclusione.
La
schematiziamo così:
RITI
INTRODUTTORI
Processione
introitale, saluto all'assemblea, atto penitenziale, gloria a Dio, colletta.
la
PARTE: LITURGIA DELLA PAROLA
-
Prima Lettura (quasi sempre dall'Antico Testamento)
-
Salmo responsoriale
-
Seconda lettura (da una lettera degli Apostoli)
-
Vangelo
-
Omelia
-
Credo
-
Preghiera dei fedeli
2a
PARTE: LITURGIA EUCARISTICA
-
Processione offertoriale
-
Presentazione del pane e del vino
-
Preghiera sulle offerte
-
Prefazione, o azione di grazie e di lode
-
Invocazione dello Spirito Santo o epíclesi
-
Preghiera eucaristica con la consacrazione
-
Per Cristo, con Cristo, in Cristo o dossologia finale
-
Padre nostro
-
Rito della pace
-
Comunione
RITI
DI CONCLUSIONE
Preghiera
finale, benedizione, congedo.
1.
Il Sacerdote, preceduto dai ministranti, lascia la sacrestia e si dirige verso
l'altare, mentre si canta l'antifona di ingresso.
Bacia
l'altare.
L'altare
rappresenta Cristo.
Il
bacio è segno di saluto affettuoso e rispettoso.
2.
Saluta l'assemblea, con varie forme alternative, la più comune delle quali è:
"il Signore sia con voi".
3.
Compie l'atto penitenziale, che è domanda di perdono per i peccati personali e
della comunità, e che si conclude con l'invocazione: "Signore pietà".
4.
Recita o canta il "Gloria a Dio nell'alto dei cieli", che è uno degli
inni non biblici, ma ispirati dalla Bibbia, più cantati dai primi cristiani.
5.
Dice la "colletta", preceduta dall'invito "preghiamo". Essa
raccoglie i desideri dell'intero popolo, ispirati dalle letture del giorno.
Tutta
la Messa è preghiera, ma vi sono momenti nei quali questa preghiera diventa
più esplicita e più ufficiale. Vi sono così tre preghiere particolari:
-
la prima, a conclusione dei riti introduttori (detta: colletta);
-
la seconda, a conclusione dell'offertorio (detta: sulle offerte);
-
la terza, a conclusione della comunione (detta: finale).
1.
La preghiera finale raccoglie le attese di tutta l'assemblea e le presenta al
Padre, quasi riassumendo i pensieri che, a vari livelli, l'hanno accompagnata
nella celebrazione.
2.
Il Sacerdote benedice l'assemblea nel nome della Santissima Trinità.
3.
Congeda il popolo augurandogli di condurre un cammino di vita coerente con la
Messa
celebrata. In pace.
Quando
Gesù consegnò la Messa alla Chiesa, essa percepì immediatamente in questa
celebrazione il contenuto di segno: segno di comunione con Cristo e con i
fratelli.
E
subito avvertì la necessità di una piena coerenza fra il segno e la realtà.
Per
questo S. Paolo ammonisce: «chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del
Signore, mangia e beve la propria condanna» perché la Cena è comunione con
Cristo.
E
ancora: «Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare
la Cena del Signore» se ognuno pensa a se stesso, perché la Cena è comunione
con i fratelli.
Lungo
i secoli, la Chiesa si è impegnata per abbellire la Messa, e per arricchirla di
molti segni.
La
Messa così non è solo un segno, ma un intreccio di segni e tutto ciò che in
essa si compie parla all'intelligenza e al cuore di chi vi partecipa.
Occorre
saper leggere questi segni, e soprattutto tradurli nella pratica, perché ci sia
coerenza fra la Messa e la vita.
Nel
corso della Messa sono prescritti due momenti di silenzio:
-
l'uno, dopo l'Omelia;
-
l'altro, dopo la Comunione.
La
loro lunghezza è lasciata alla discrezione di chi presiede, ma sono
assolutamente indispensabili per una vera e completa partecipazione all'azione
liturgica.
Il
silenzio liturgico
-
non è il silenzio dei muti,
-
non è il vuoto prodotto dalla noia,
-
non è il disinteresse per cose incomprensibili,
-
non è la distrazione di chi pensa ad altro,
ma
un sacro raccoglimento, una vigile presenza, una interiorizzazione della
Parola di Dio, un dialogo personale con il Signore che è entrato corporalmente
in noi.
Durante
la Messa, nei momenti di silenzio, fra canti, preghiere, letture e omelia,
maturano così nell'anima i colloqui con Dio!
La
Messa è l'azione liturgica per eccellenza. Che cos'è la Liturgia?
E
la preghiera ufficiale di tutto il popolo di Dio con il suo Mediatore e Capo,
Gesù.
Non
è un'azione privata, ma pubblica; non è un'azione personale soltanto, ma
anche e soprattutto, un'azione dell'intero Corpo Mistico, che è la Chiesa.
E
se è un'azione comune, essa deve avere i ritmi e i modi di espressione propri
di una comunità, i cui membri si esprimono con un atteggiamento concorde, anche
nei comportamenti esteriori.
Coloro
che partecipano alla Messa sono quindi invitati:
-
a rispondere "a viva voce" al dialogo che si eleva fra il popolo e il
Sacerdote;
-
a cantare con gli altri, dando maggiore espressività alla preghiera,
ricordando il detto di S. Agostino: "chi canta, prega due volte";
-
a sedere, a stare in piedi, a genuflettersi, come gli altri e con gli altri:
-
si sta seduti quando si ascoltano le prime letture, al momento dell'Offertorio,
dopo la Comunione;
-
si sta in piedi durante la proclamazione del Vangelo, al "Gloria" e al
"Prefazio", durante le "Preghiere", al "Per Cristo, con
Cristo...";
-
si sta in ginocchio, durante la Preghiera Eucaristica. Quando siamo in chiesa,
gli uni accanto agli altri, non siamo come i viaggiatori sul treno che non si
conoscono e non si interessano di chi sta accanto.
I
viaggiatori sono fisicamente vicini, ma sono distinti e divisi. Noi invece
stando vicini, ci sentiamo partecipi e solidali, perché formiamo un solo corpo,
una sola famiglia.
Non
siamo rigidamente inquadrati come in una caserma, ma liberamente uniti, in un
clima di gioia e di amore.
L'antico
Popolo di Dio camminò per quarant'anni nel deserto, proteso verso la Terra
Promessa.
Fu
un cammino fatto di trasferimenti, di soste, di tende montate e rimontate, senza
avere mai una fissa dimora.
Il
nuovo Popolo di Dio è pure un popolo in cammino, e quindi pellegrino su una
strada, dove la vita è precaria e ha tutte le caratteristiche proprie
dell'essere in viaggio.
Come
l'antico Popolo, prima di lasciare l'Egitto, consumò la cena pasquale, con
tutto un apparato da viaggio, così anche noi, andando a Messa, dobbiamo
ricordarci della nostra condizione di pellegrini che sono in cammino verso la
patria celeste.
Questo
carattere di popolo in cammino viene richiamato da quattro Processioni:
1.
La Processione introitale: da Dio veniamo e ora camminiamo incontro a lui.
2.
La Processione offertoriale: andiamo a Dio portando noi stessi e i nostri doni.
3.
La Processione per la Comunione: andiamo incontro a Dio che ci invita a nutrirci
di lui.
4.
La Processione finale: Dio ci invia nel mondo.
Di
queste quattro, la terza è la più significativa: ci nutriamo del pane di vita
per riprendere forza e proseguire con più lena il cammino, attraverso il
deserto del mondo.
4.
NELLA
MESSA GESÙ SI FA PRESENTE CON LA SUA PAROLA
Il Cristo, tua Parola vivente, è la via che ci guida a te, la verità che ci fa liberi, la vita che ci riempie di gioia
La
Messa è il capolavoro di Gesù ed Egli la domina da un capo all'altro,
rendendosi presente in diversi modi.
Anzitutto
è presente nella sua Parola: la prima parte della Messa si chiama appunto
Liturgia della Parola.
Essa
è una preparazione necessaria alla Liturgia Eucaristica che, essendo
"mistero della nostra fede" si alimenta con l'ascolto della Parola
di Dio.
L'una
e l'altra sono strettamente unite e complementari, e realizzano insieme il
mistero detto "delle due mense".
Dice
l'Imitazione di Cristo: «sono queste, o Signore, le due cose senza delle quali
io non potrei vivere da buon cristiano:
-
la Parola di Dio, che è luce della mia anima,
-
il tuo Sacramento, che è il suo pane vitale. Una è la mensa del tuo santo
altare, su cui sta il Pane sacro, ossia il tuo preziosissimo Corpo, l'altra è
la mensa della divina Legge, che contiene la Santa dottrina, ed è la maestra
della fede».
E
il Concilio Vaticano II: «la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture
come ha fatto per lo stesso Corpo di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella
sacra Liturgia, di nutrirsi del pane della divina Mensa, sia della Parola di Dio
che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli».
Parola
ed Eucaristia sono dunque complementari e organicamente unite.
La
Liturgia della Parola conduce all'Eucaristia soprattutto per il fatto che è
questa Parola che consacra il pane e il vino. Il celebrante infatti, al
momento della consacrazione, ripete le parole già dette da Gesù durante
l'ultima Cena.
Dice
la Chiesa: «La Liturgia della Parola e la Liturgia Eucaristica sono così
strettamente congiunte fra loro da formare un unico atto di culto».
Questa
parte della Messa viene celebrata con un suo proprio libro che si chiama
Lezionario.
C'è
un Lezionario feriale, che viene esaurito nello spazio di due anni; e c'è un
Lezionario festivo, distribuito nello spazio di tre anni.
La
Liturgia della Parola consta di due Letture (la domenica sono tre) e del Salmo
responsoriale.
Dunque,
la Liturgia délla Parola più completa è quella che viene celebrata nelle
domeniche e nelle solennità.
l.
La prima lettura è tratta dall'Antico Testamento, eccetto che nel Tempo
pasquale, durante il quale si leggono gli Atti degli Apostoli.
Solitamente
è scelta in relazione al Vangelo del giorno: essa lo illumina e ne è a sua
volta illuminata.
Fra
i due Testamenti vi è una continuità reale e, insieme, ambedue contengono la
divina Rivelazione.
Certo,
l'Antico Testamento è imperfetto e contiene una rivelazione ancora appena
abbozzata, ma è anch'esso Parola di Dio.
2.
La seconda lettura è tratta da una lettera degli Apostoli: sono brani di solito
piuttosto brevi, ma densi di significato.
3.
Canto al Vangelo: è una breve acclamazione, orientata verso la proclamazione
del Vangelo.
Questa
acclamazione festeggia Cristo che sta per venire ad annunciarci il suo Vangelo.
E Lui in persona che viene, perché «Egli è presente nella sua Parola, ed è
Lui che parla quando si leggono le Scritture e in particolare il Vangelo».
4.
Il Vangelo. A questa lettura è riconosciuta una speciale superiorità.
È
la sola lettura a essere preceduta da una Processione, da una Acclamazione e da
una Benedizione.
È
pure preceduta da un richiamo all'attenzione: "il Signore sia con
voi!".
Poi
si fa un triplice segno di croce:
-
sulla fronte,
-
sulle labbra,
-
sul cuore, come impegno a lasciarsi coinvolgere nei pensieri, nelle parole e nei
sentimenti dalla Parola che sta per essere proclamata.
La
particolare attenzione al Vangelo è l'espressione del massimo rispetto a
Cristo, nel quale si compiono tutte le Scritture e nel quale risplende tutta
la Verità e la Luce.
5.
L'Omelia. Etimologicamente il termine significa "colloquio familiare"
ed è il commento alla Parola e il suo adattamento alla situazione concreta
nella quale viene proclamata.
La
Parola di Dio, proclamata per tutti e per sempre, deve avere la sua applicazione
oggi e qui e solo il Ministro autorizzato ha l'autorità e la responsabilità
di fare questa applicazione!
6.
Credo: è la nostra adesione al messaggio annunciato: Signore, tu ci hai fatto
dono della tua Parola; noi ti facciamo dono della nostra fede!
7.
La preghiera dei fedeli conclude la Liturgia della Parola con una serie di
invocazioni per le necessità della Chiesa universale, del mondo e della
comunità locale.
Esse
dovrebbero essere ispirate da particolari momenti maturati nell'ascolto della
Parola annunciata e commentata.
Se
la Messa è un convito, una cena, ove ci si siede per prendere del cibo, il
primo cibo che ci viene offerto è la Parola di Dio. Ascoltare questa divina
Parola è accogliere e ricevere Lui.
È
Lui che ci parla, che ci invita, ci dichiara il suo interesse e il suo amore.
È
Lui che ci attende per un solenne appuntamento! Come trascurare allora questa
prima parte della Messa? Perché continuare ad arrivare tardi, a Letture
incominciate o ultimate?
Come
continuare a dire: basta arrivare prima che il calice sia scoperto, e la Messa
è valida!
No!
La
Messa è valida solo se si è presenti, dall'inizio della Liturgia della Parola!
Del
resto, come può Dio gradire i nostri doni, se non avremo prima ascoltati i suoi
insegnamenti?
Il
nostro primo dovere, che è espressione di uno stile di vita improntato al
rispetto di Dio e degli altri, è dunque la puntualità.
5.
NELLA
MESSA GESÙ SI FA PRESENTE CORPORALMENTE SOTTO I SEGNI DEL PANE E DEL VINO
Ora ti preghiamo umilmente: manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo, perché diventino il corpo e il sangue di Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, che ci ha comandato di celebrare questi misteri
Nel
cuore della Messa, al momento della Consacrazione, Cristo si fa corporalmente
presente.
Potessimo
vedere con i nostri occhi ciò che accade quando il Sacerdote invoca lo Spirito
Santo e pronuncia le parole che lo stesso Gesù pronunciò nel Cenacolo!
Quando
lo Spirito Santo scese su Maria, Ella concepì e divenne Madre di Gesù, il
Figlio di Dio che in lei si faceva uomo. Quando lo stesso Spirito scende nel
pane e nel vino, Egli rende presente lo stesso Gesù, con quel medesimo Corpo
che Egli prese da Maria.
È
lo Spirito Santo a operare questo prodigio che solo Dio può compiere!
Il
Sacerdote crea le premesse perché tale prodigio possa essere compiuto: ripete i
gesti e le parole di Gesù nell'ultima Cena.
È
davvero incredibile che, sotto gli umili segni del pane e del vino, si faccia
presente una così grande realtà!
Come,
del resto, fu incredibile il soprannaturale concepimento di Gesù nel seno di
quell'umile e giovane donna che fu Maria! E un mistero immenso per il quale non
resta che un atteggiamento solo: la Fede.
Ed
è infatti questa la parola che esce spontanea dal Sacerdote, che subito dopo
l'Elevazione, si genuflette e adora dicendo: Mistero della Fede!
Questo
è il mio corpo;
questo
è il calice del mio sangue
La
presenza di Gesù sotto le specie del pane e del vino non è scientificamente
dimostrabile. Non si prova con argomenti ragione, ma con l'unico argomento
possibile: la Fede nella parola e sulla parola di Gesù.
E la fede, da sola, dà una certezza che supera ogni altra certezza di ordine umano, perché si fonda sull'unica Parola che non può sbagliare.
La
parola di Gesù non lascia spazio a dubbi o a equivoci, perché il suo parlare
è chiaro e immediato.
Dice
chiaramente:
-
questo è il mio Corpo,
-
questo è il calice del mio sangue.
Non
dice vagamente: questo pane
-
è un riferimento,
-
una figura,
-
un'immagine,
-
una energia che promana
in
qualche modo da me, e quindi è un pane che può essere detto corpo, è un vino
che può essere detto sangue ...
Ma
dice:
-
questo pane, che ho nelle mani, non è più pane, ma corpo;
-
questo vino, non è più vino, ma sangue.
Stabilisce
cioè una perfetta identità:
-
questo pane = il mio corpo,
-
questo vino = il mio sangue.
Su
questa interpretazione non esistono dubbi, perché la presenza reale è stata
definita come dogma di fede dalla Chiesa.
Le
parole di Gesù, nella tradizione cristiana, sono sempre state interpretate in
senso letterale e non in senso figurato.
Ma
quando sorsero interpretazioni diverse ed errate, la Chiesa è prontamente
intervenuta attraverso vari Concili.
Il
più autorevole è il Concilio di Trento (1545-1563) che, contro vaghe ed errate
interpretazioni, definì: «nel Santissimo Sacramento dell'Eucaristia, dopo la
consacrazione, sotto le apparenze sensibili del pane e del vino, è contenuto
-
veramente,
-
realmente,
-
sostanzialmente
Nostro
Signore Gesù Cristo, in Corpo, Sangue, Anima, umanità e divinità, e quindi
tutto il Cristo, vero Dio e vero uomo».
«Gesù
si fa presente - definisce il Concilio - per mezzo della Transustanziazione, che
è la singolare e mirabile conversione di tutta la sostanza del pane nella
sostanza del Corpo, di tutta la sostanza del vino nella sostanza del Sangue,
rimanendo inalterate le specie o apparenze».
La
Transustanziazione fa parte della categoria delle mutazioni. La mutazione
significa una cosa che si cambia in un'altra.
La
Transustanziazione è sì una mutazione, ma assolutamente unica e singolare,
come dice il Concilio.
Essa,
infatti, è completamente il contrario delle normali mutazioni.
Infatti:
-
nelle mutazioni naturali, cambia la forma esterna e resta identica la sostanza
interna;
-
nella Transustanziazione, cambia la sostanza interna, ma resta immutata la forma
esterna.
Esemplificando:
-
se da un pezzo di legno ricavo un tavolo, cambio la forma esterna, e resta
invece immutata la sostanza del legno;
-
nella Transustanziazione, cambia la sostanza interna (non è più pane, ma
corpo) ma resta invece immutata la forma esterna (continuo a vedere pane).
Nell'ultima
Cena, come in ogni Messa, nulla apparve o appare del meraviglioso prodigio di
una così singolare mutazione: è davvero unica e mirabile, perché nulla vi può
essere di più grande e di più prodigioso!
La
divina presenza è legata ai segni sensibili del pane e del vino. Finché essi
rimangono, permane anche il Signore; se essi scompaiono o si deteriorano,
viene meno anche la sua presenza. Gesù vuole restare corporalmente con noi, per
prolungare i sentimenti che hanno accompagnato Lui e noi durante la celebrazione
della Messa.
Le
specie consacrate che restano dopo la Messa si ripongono nel Tabernacolo ed esse
continuano una presenza che è vera, reale e sostanziale, assicurandoci il
privilegio di avere fra noi e con noi la persona più desiderabile: Gesù
Cristo.
L'
adorazione è il supremo atto di onore e si dà solo a Dio. Alla Vergine Maria e
ai Santi offriamo la sola venerazione. A Gesù, vero uomo e vero Dio, realmente
presente nell'Eucaristia, diamo l'adorazione riservata a Dio, perché Egli è
Dio come il Padre e come lo Spirito Santo.
Lo
adoriamo con atti di culto esterno, come la genuflessione o l'inchino profondo,
ma più ancora con quel profondo senso di rispetto e di amore che si rivolgono
al Bene supremo.
«La
Chiesa promuove il culto dell'Eucaristia, anche fuori della sua celebrazione:
-
conservando con la massima diligenza le ostie consacrate;
-
presentandole alla solenne adorazione dei fedeli;
-
portandole in processione, con gaudio delle folle cristiane».
E
da questo singolare impegno eucaristico sono nate le Adorazioni Eucaristiche
pubbliche, le Quarantore, le Decennali, i Congressi Eucaristici e le varie
Confraternite, tutte volte a zelare il culto verso il divino Ospite dei nostri
tabernacoli.
6.
LA
MESSA
È
IL MEMORIALE DELLA MORTE E RISURREZIONE DI GESÙ
Celebrando
il memoriale del tuo Figlio, morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto
e asceso al cielo, nell'attesa della sua venuta, ti offriamo, Padre, in
rendimento di grazie, questo sacrificio vivo e santo
Altro
è dire memoria e altro è dire memoriale.
Fare
memoria significa andare col pensiero a un evento del passato che non può più
ritornare.
Celebrare
il memoriale significa andare col pensiero a un evento del passato e farlo
rivivere come se si verificasse ora.
È
quindi un ricordare e un ri-presentare qui e ora una realtà che si è
verificata altrove e in passato.
Era
un rito voluto da Dio per perpetuare nel futuro i suoi interventi di
liberazione e di salvezza.
Il
memoriale più importante era la Pasqua, che era rivissuta e celebrata come se
Dio, ogni anno, compisse per ogni ebreo e per la prima volta, i prodigi del
passato.
Il
maestro Gamaniele insegnava: «in ogni generazione, ogni ebreo si deve
considerare come se fosse tratto personalmente dall'Egitto; e per questo è
obbligato a ringraziare e a lodare colui che ai nostri padri e a noi ha fatto
queste meraviglie: ci ha tratti dalla schiavitù alla libertà, dalla sofferenza
alla gioia, dalla mestizia alla festa, dal buio a una grande luce.
E
per questo tutti, ora, debbono cantare, come allora, 1'Hallel della gioia».
Il
memoriale era dunque un'istituzione rituale data e imposta da Dio al suo popolo
per perpetuare nel tempo i nuovi interventi salvifici» (BOUYER).
Nell'ultima
Cena, dopo aver consacrato il pane e il vino, Gesù disse agli Apostoli:
"fate questo in memoria di me".
Non
disse di ricordare soltanto, ma di ricordare e di fare. Non chiese una memoria,
ma un memoriale.
Volle
che gli Apostoli e i loro successori celebrassero un rito non di pura
commemorazione, ma di ri-presentazione di ciò che aveva fatto Lui.
In
che rapporto stanno?
Per
rispondere, occorre precisare che Gesù ha compiuto la sua opera di salvezza,
morendo sulla croce e risorgendo dalla morte.
-
Sulla croce, Egli effuse tutto il suo sangue, offrendosi volontariamente al
Padre nel totale sacrificio della sua vita.
Quel
sacrificio fu unico, irripetibile e perfetto.
Nessun
altro sacrificio potrà uguagliarlo, ripeterlo o sostituirlo. Dalla croce scese
sul mondo ogni Salvezza e Redenzione.
-
Nella cena, consacrando separatamente il pane e il vino, e quindi offrendosi
in stato di vittima, anticipò il sacrificio del giorno seguente, rendendolo
presente sotto i segni sacramentali.
-
Nella Messa, sotto i medesimi segni del pane e del vino, immolandosi in stato di
vittima, come nell'ultima Cena,
-
ricorda,
-
ri-presenta,
-
attualizza questo stesso sacrificio consumato sulla croce e anticipato nell'ultima
Cena.
Ma
perché volle anticipare il sacrificio che avrebbe consumato poche ore dopo?
Evidentemente
perché anticipandolo e portandolo nel cuore della cena, fosse più chiaramente
manifestato il ricco contenuto del sacrificio stesso, che diversamente non
sarebbe stato pienamente compreso.
L'ultima
Cena non era una comune cena fra amici, come tante altre consumate con Gesù e
da Gesù,
-
era l'ultima da lui consumata «sapendo che era giunta la sua ora di passare da
questo mondo al Padre»,
-
ed era la cena Pasquale, celebrata con rigido protocollo, da tutte le famiglie
ebree.
Gesù
si cala in questa duplice realtà con commossa partecipazione.
Dice
agli Apostoli: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi,
prima della mia passione». E in questo clima di addio confida loro le cose più
intime e belle: il suo testamento.
Poi
si adegua a tutte le prescrizioni, pregando e mangiando l'Agnello pasquale.
Nella
cena pasquale ebraica si mangiavano:
-
pane azimo,
-
erbe amare,
-
e soprattutto la carne dell'agnello, il cui sangue era stato versato in
sacrificio nel recinto del Tempio.
Si
mangiava così la carne di una vittima che apparteneva a Dio e il mangiarla era
come sedersi a mensa con Lui.
Era
un pasto sacrificale, cioè si consumava una vittima sacrificata e offerta a
Dio.
Gesù,
celebrando il memoriale della Pasqua antica, mangia l'agnello come tutti gli
Ebrei, poi istituisce l'Eucaristia dicendo sostanzialmente così:
-
basta con la celebrazione della Pasqua antica,
-
basta con la carne e il sangue di un qualsiasi agnello,
-
basta con il passato!
Da
questo "storico " momento:
-
io sono la Pasqua vera e definitiva,
-
io sono l'Agnello immolato e gradito al Padre,
-
io sono il pane della vita,
-
io sono la nuova ed eterna alleanza,
-
io sono il sacrificio perfetto,
-
io sono il vostro unico e definitivo Salvatore!
I
benefici della Redenzione scaturiscono dalla Morte e Risurrezione di Gesù, ma
essi sono comunicati in tre momenti diversi e successivi:
-
La Cena, ove furono anticipati,
-
La Croce, ove furono generati,
-
La Messa, ove sono posticipati e partecipati, in perpetuo.
Tutto
è reso possibile attraverso il memoriale che rende possibile e attuale il
grande evento redentivo, senza limiti di tempo e di spazio.
Così
Gesù rende attuale, sempre e ovunque, la sua Pasqua di morte e risurrezione, e
la sua reale presenza sotto i segni del pane e del vino.
7.
PER
CRISTO, CON CRISTO E IN CRISTO OGNI ONORE E GLORIA
Tu
con olio di esultanza hai consacrato Sacerdote eterno e Re dell'universo il tuo
unico Figlio, Gesù Cristo, nostro Signore. Egli, sacrificando se stesso
immacolata vittima sull'altare della Croce operò il mistero dell'umana
redenzione.
La
Messa è il capolavoro di Dio: niente di più bello e di più grande Egli ci
poteva donare!
La
Messa può diventare il capolavoro dell'uomo, se egli lo sa accogliere e vivere
come Dio chiede.
La
Messa è tutto!
È
un mirabile intreccio di azioni, parole e segni attraverso i quali Dio attrae a
sé l'uomo, gli parla, lo associa al suo sacrificio, lo fa suo commensale, lo
libera dal peccato, lo eleva alla dignità di figlio, gli comunica la grazia,
gli dona ogni bene.
Dio
agisce e parla attraverso i segni, e tutto nella Messa è segno!
Fra
i segni della Messa, attraverso i quali Dio si comunica e ci salva, ce ne sono
due che hanno un indiscutibile primato: il pane e il vino.
Tutta
la Messa ruota attorno a queste due realtà sensibili, che hanno il privilegio
di trasformarsi nel Corpo e nel Sangue di Gesù.
È
tale e tanta la loro forza sul piano dei segni, che anche le altre realtà
importanti vengono presentate col nome di pane: il pane della Parola, il pane
della Carità, ecc.
Pane
e vino: segni fondamentali e insostituibili nella storia della salvezza, nella
vita della Chiesa, nel cammino dell'uomo.
La
liturgia eucaristica incomincia con un rito che un tempo era detto Offertorio,
ma che oggi si preferisce chiamare: presentazione dei doni.
Presentando
il pane e il vino al Signore, il sacerdote specifica che essi sono sì dono di
Dio e frutto della terra, ma anche il frutto del lavoro dell'uomo.
È
questa l'espressione-chiave per comprendere il nostro compito nella Messa: un
ruolo che nessuna realtà, più e meglio del pane e del vino, può significare e
sintetizzare.
Come
Gesù ebbe i primi elementi del suo corpo da una donna, così, per l'Eucaristia
Egli prende il corpo e il sangue dalla terra. Il pane è stato chiamato il
midollo della terra, il vino il suo sangue.
Offrendo
ciò che tradizionalmente ha formato e alimentato la nostra carne e il nostro
sangue, offriamo, sulla patena, tutta la realtà dell'uomo e del cosmo.
Prima
che si possa mettere il pane sulla patena, prima che si possa versare il vino
nel calice, quanti elementi del mondo economico, finanziario e tecnico hanno
dovuto entrare in gioco! Per il grano, ci sono voluti gli agricoltori, i campi,
i trasporti, i mulini, il commercio, l'acquisto, la vendita.
Per
l'uva ci sono voluti i vigneti, le bottiglie, i torchi, il tempo, lo spazio, la
chimica, un migliaio di anni di esperienza e di capacità.
All'Offertorio,
dunque, raccogliamo il mondo intero nell'esiguo spazio di una patena e di un
calice.
Ogni
goccia di sudore, ogni giorno di fatica, le decisioni dell'economista, del
finanziere, del progettista, dell'ingegnere, i tentativi e le invenzioni che
sono occorse alla preparazione degli elementi dell'Offertorio qui sono
simbolicamente redenti, giustificati e santificati dal nostro atto.
E
non soltanto le persone già redente, ma anche la creazione irredenta: tutto
quello che forma ed è nell'universo. All'Offertorio, in questa piccola ostia e
in queste poche gocce di vino, è concentrata tutta l'umanità che vive, soffre,
freme, suda, lotta, corre, muore, ovunque essa sia.
Sull'altare
non siamo soli. Siamo in rapporto orizzontale con l'Africa, l'Asia, l'America,
l'Australia, con la nostra parrocchia, con la nostra città: in una parola con
tutti.
Ci
sono i miliardi di uomini che ancora non conoscono Gesù: ci sono gli oppressi
dalla schiavitù e dalle dittature; ci sono i ricchi e i poveri, gli opulenti
del mondo occidentale e gli affamati del terzo e quarto mondo.
È
tutta l'umanità che Cristo porta sull'altare!
E
attraverso l'umanità è tutto il mondo inferiore - minerali, piante e animali -
che diviene materia preziosa per l'offerta e il sacrificio!
Il
pane e il vino sono la nostra vita e la nostra gioia.
E
proprio perché sono il frutto di una così lunga ed estenuante fatica, essi
danno senso e scopo al nostro impegno quotidiano. Diciamo infatti: lavoro e sudo
per guadagnarmi il pane: e vado incontro a ogni sacrificio pur di procurarmelo
onestamente!
Il
pane e il vino sono i cibi più naturali e più amati, dei quali non ci si
stanca mai!
Sono
insostituibili su qualunque tavola e in qualunque casa.
Rallegrano
-
i conviti di famiglia,
-
le feste di nozze,
-
gli incontri con gli amici,
-
i pranzi di lavoro,
-
le cene di fraternità e di addio.
A
tutto si può rinunciare, tranne che a un buon pezzo di pane, specie se buono e
ancora fresco, e a un buon bicchiere di vino, specie se puro e non adulterato.
Anche
la pizza e i cibi del ristorante possono creare fraternità e gioia, ma non
hanno quel carattere di stabilità e di calore che possono dare il pane e il
vino consumati in casa, attorno alla tavola di famiglia, ove tutto è buono
perché è veramente intimo e genuino.
Gesù
ha istituito l'Eucaristia col pane e col vino.
L'ha
istituita attorno a una tavola, in un clima di fraternità e di amicizia.
Per
30 anni Gesù era vissuto in famiglia, mangiando il pane buono fatto in casa,
preparato con amore da Maria e da Giuseppe, nella gioia di un'intimità dolce
e irripetibile, e chissà quale nostalgia avrà provato nei tre anni di vita
apostolica, vissuti senza un riferimento stabile e confortevole!
Nella
scelta del pane e del vino consumati in un clima di famiglia, egli ha espresso
il desiderio che la Messa fosse un incontro di fratelli, uniti da un vincolo
d'amore, pari a quello che lega le tre Persone che formano la Famiglia divina.
La
Messa è quindi un convito di famiglia, un incontro di festa. Oltre quindi che
un sacrificio e un pasto sacrificale, la Messa è un'assemblea di fratelli che
vivono insieme la gioia di appartenere a quell'unica famiglia che ha Dio come
Padre e Gesù come fratello maggiore.
La
liturgia eucaristica inizia con la presentazione del pane e del vino e si
conclude con un rito che rappresenta il punto culminante della Messa.
Il
sacerdote, alzando contemporaneamente la patena e il calice, a voce alta, dice:
«Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a Te Dio Padre Onnipotente, nell'unità
dello Spirito Santo, ogni onore e gloria».
In
questa patena non c'è più il pane, ma il Corpo di Cristo; in questo calice non
c'è più il vino, ma il suo Sangue prezioso.
Al
momento della consacrazione Gesù si è fatto realmente presente in stato di
vittima per il Sacrificio, e ora compie la sua offerta per noi e con noi.
In
questo momento, Egli esercitando il suo ufficio di
-
Capo del Corpo mistico,
-
fratello maggiore,
-
sacerdote perfetto, assume in proprio tutta la nostra realtà umana, significata
e riassunta nei poveri segni del pane e del vino, e la offre al Padre unendo il
nostro sacrificio al suo.
La
nostra offerta, la nostra preghiera, la nostra lode sarebbero ben poca cosa, ma
diventano grandi, anzi perfette, perché presentate al Padre dall'unica
Persona perfetta e del tutto gradita, che è il suo Figlio Gesù.
E
questo il punto culminante della Messa e della vita.
È
il momento nel quale, in Cristo, uomo e Dio, e quindi Mediatore perfetto,
-
tutta la realtà umana e cosmica viene presentata e offerta a Dio, e quindi
valorizzata dalla Persona di Gesù che come uomo la rappresenta e la fa propria;
-
tutta la ricchezza divina discende a noi attraverso lo stesso Gesù, che non è
solo uomo come noi, ma anche Dio come il Padre e quindi in grado di poterci dare
ogni bene divino.
È
il momento nel quale, agli occhi di Dio, nel Cristo suo Figlio e in unione con
lo Spirito Santo, diventiamo belli e graditi, e tutta la nostra realtà povera
diviene buona e preziosa.
Tutto
nella Messa converge verso questo incontro fra cielo e terra nella Persona di
Gesù, nel momento culminante della sua offerta.
Andando
a Messa portiamo con noi tutta la nostra realtà quotidiana, costituita dai
nostri peccati e dalle nostre virtù, dai nostri dolori e dalle nostre gioie,
dalle nostre delusioni e dalle nostre attese...; tutto deponiamo sull'altare
perché Gesù lo assuma in proprio e lo gestisca nel modo migliore.
Ripartendo
dopo la Messa ci sentiamo rinvigoriti da quella forza che abbiamo attinto dalla
presenza e dal contatto con lui! Mai a Messa con le mani vuote e col cuore
distaccato, ma sempre portando una ricca "borsa" nella quale,
idealmente, raccogliamo nel bene e nel male tutta la nostra settimana e la
nostra vita.
8.
LA
COMUNIONE EUCARISTICA
Accogli
i nostri doni, Signore, in questo misterioso incontro tra la nostra povertà e
la tua grandezza: noi ti offriamo le cose che ci hai dato, e tu donaci in cambio
te stesso
La
Liturgia eucaristica contiene quattro momenti fondamentali:
-
la presentazione dei doni,
-
la loro consacrazione,
-
la loro offerta, con Cristo, al Padre,
-
la comunione.
Sono
elementi concatenati l'uno con l'altro e disposti con una logica sublime, degna
solo di un padre intelligente e amorevole. I nostri timidi doni sono divenuti
cosa divina: il corpo e il sangue di Gesù.
E
dopo essere stati offerti in sacrificio, e quindi essere divenuti un pasto
sacrificale, il Padre ci rivolge un caldo invito: "venite, la mensa è
preparata, il cibo è pronto: mangiatene tutti!"
"Gli
uomini mangiano pane e bevono vino; ma voi che siete i miei figli non potete che
mangiare e bere un cibo divino: il corpo e il sangue del mio Figlio!".
È
incredibile!
Ed
ecco la Comunione eucaristica: Sacramento necessario e insostituibile per la
nostra vita spirituale, e parte integrante della Messa.
Gesù
ha detto: «se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo
sangue, non avrete in voi la vita».
La
Comunione produce quattro effetti fondamentali: ci unisce personalmente a
Cristo, ci unisce intimamente a tutti i membri della Chiesa, è il germe per la
risurrezione finale, è l'anticipo e il pegno della gloria futura.
Il
Papa Leone XIII dice: «L'Eucaristia è come la continuazione e il prolungamento
dell'Incarnazione; infatti, per mezzo di essa, la sostanza del Verbo Incarnato
si unisce nel modo più intimo ai singoli uomini».
Il
Concilio di Firenze: «Il Sacramento aumenta la grazia e produce per la vita
spirituale tutti quegli effetti che il cibo e la bevanda materiali e realizzano
nella vita sensibile, e quindi:
-
sostenta,
-
sviluppa,
-
ripara,
-
diletta».
S.
Giovanni Crisostomo: «nella Comunione eucaristica avviene una tale comunione
intima con Cristo, che essa non deve chiamarsi "partecipazione", ma
"unificazione". Noi diventiamo una realtà sola con quel corpo che
Egli prese da Maria».
Questa
unione è significata dalla stessa materia del Sacramento: il pane e il vino.
Dice
S. Agostino: «come nella nutrizione naturale avviene una vitale trasformazione
del cibo nella persona che la riceve, così nell'Eucaristia tra il cibo
spirituale e il fedele si verifica qualcosa di analogo.
Ma
poiché nella mensa eucaristica il cibo più forte è di colui che lo mangia, il
fedele non assimila, ma viene assimilato da Cristo: "non sei tu che mi
trasformi in te, ma sono io che ti trasformo in me", dice il Signore».
Il
Catechismo della Chiesa Cattolica sintetizza così i frutti della Comunione:
-
accresce l'intima comunione con Cristo,
-
ci separa dal peccato,
-
ci preserva dal peccato mortale,
-
cancella i peccati veniali.
Perciò
così prega la Chiesa, nell'Inno dell'Ufficio delle Letture del Giovedì, II
settimana:
«O
Cristo, Verbo del Padre cibo e bevanda di vita, balsamo, veste, dimora, forza,
rifugio, conforto, in te speriamo».
Coloro
che ricevono l'Eucaristia si uniscono più strettamente a Cristo, e Cristo li
unisce a tutti gli altri fedeli in un solo corpo che è la Chiesa.
La
Comunione rinnova, fortifica, approfondisce questa incorporazione alla Chiesa,
già realizzata nel Battesimo.
Nel
Battesimo siamo stati chiamati a formare un solo corpo: l'Eucaristia realizza
questa chiamata.
Dice
Paolo: «noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo
dell'unico pane».
S.
Agostino, polemizzando con gli eretici del suo tempo (i Donatisti), afferma che
la Comunione eucaristica è simbolo e forza dell'unità di tutti coloro che
compongono la Chiesa, ed esclama: «O sacramento di pietà, o segno di unità, o
vincolo di carità! Chi vuol vivere sa dove vivere, dove attingere la vita.
Non
rifugga dall'unione con le altre membra, non sia un membro reciso e distorto,
ma sia bello, sia perfetto, sia sano... Aderisca al corpo, viva di Dio e per
Iddio; ora si affatichi, per regnare poi in cielo con lui».
Possiamo
così affermare che la Chiesa genera l'Eucaristia e l'Eucaristia fa la Chiesa,
la unisce, la fa crescere; la fa grande e rigogliosa.
Il
rapporto fra l'Eucaristia e la Chiesa non è solo strettissimo, ma
indissolubile, tanto che senza l'Eucaristia la Chiesa non sarebbe Chiesa, e non
potrebbe sussistere.
L'Eucaristia
è dunque "la Chiesa in boccio", e la Chiesa è "l'Eucaristia
sbocciata".
Gesù,
nel discorso della promessa dell'Eucaristia tenuto a Cafarnao, dice: «Chi
mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò
nell'ultimo giorno... Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Commenta
Leone XIII: «Il desiderio della felicità insito nel cuore di ogni uomo acuisce
sempre più man mano che si sperimenta la vanità dei beni terreni. Il sublime
Sacramento dell'Eucaristia è insieme causa e pegno della felicità eterna e
della gloria, non solo per l'anima, ma anche per il corpo.
Essa
-
sorregge nelle avversità,
-
dà forza nella lotta,
-
custodisce per la vita eterna.
Quest'Ostia
divina inietta, nel corpo fragile e destinato alla morte, un genne di
risurrezione e di immortalità che un giorno germoglierà».
Noi
non possiamo comprendere come questo possa avvenire: lo sa il Signore che nella
sua Onnipotenza può attuare ciò che ha promesso.
La
Chiesa acclama il mistero dell'Eucaristia servendosi di queste significative
parole di S. Tommaso d'Aquino:
«O
sacro banchetto, nel quale ci nutriamo di Cristo, si fa memoria della sua
passione, l'anima è ricolma di grazia e ci è donato il pegno della gloria
futura».
Se
l'Eucaristia è il memoriale della Pasqua del Signore, e se nella Comunione
partecipiamo alla sua grazia, essa non può che essere anche pegno e
anticipazione della gloria del cielo: sia per l'anima che per il corpo.
La
salvezza di Cristo raggiunge tutto l'uomo.
La
sua persona, unendosi alla nostra nella Comunione, la divinizza in vista
dell'eternità.
9.
COME
PARTECIPIAMO ALLA MESSA?
Fortifica il tuo popolo, Signore, con il pane della vita e il calice della salvezza. Donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli; fa' che ci impegniamo lealmente
al
servizio dei poveri e dei sofferenti
Preghiera
eucaristica V
La
Messa è l'evento più grande, più importante, più utile che si compie
quotidianamente sulla terra.
È
un'azione divino-umana, e quindi tale da impegnare Dio e l'uomo.
Ha
come protagonista Gesù, ma gli attori sono tanti, sono tutti, ciascuno per la
sua parte.
La
Messa impegna e coinvolge tutto il popolo di Dio.
Tutti,
nella Messa hanno un ruolo: nessuno può assistervi distaccato e demotivato.
La
partecipazione impegna tutti e ciascuno, non solo durante la celebrazione del
rito, ma anche nello svolgersi della vita, a celebrazione ultimata.
Vediamo
a che cosa ci impegnano i principali gesti e segni della Messa e quali urgenze
ne scaturiscono.
Per
celebrare la Messa, è necessaria l'ostia: dove la troviamo? Risponde S.
Agostino: «non cercare al di fuori di te l'ostia di cui hai bisogno: quest'ostia
la trovi in te stesso, devi essere tu!».
E
Paolo: «Vi esorto, dunque, fratelli, ... ad offrire i vostri corpi come
sacrificio vivente, santo e gradito a Dio».
In
ogni Messa, dunque, dobbiamo essere noi l'ostia per il sacrificio, noi il pane
e il vino per l'offertorio.
Siamo
ostia gradita quando offriamo noi stessi, con tutto ciò che siamo, che abbiamo
e facciamo.
La
vera partecipazione consiste in questo dono personale. Dio non vuole le nostre
cose, ma la nostra vita!
L'ostia
che offriamo è il segno di una ben più intima e profonda offerta: quella del
nostro cuore!
L'offerta
a Dio risponde a una legge: il ritorno a Dio. Tutto è suo, e tutto deve
ritornare a Lui.
Noi
siamo i beneficiari dei suoi doni e nella Messa possiamo ricambiare con una
riconoscenza infinita, perché a ringraziare e ad offrire con noi e per noi è
Gesù.
Ma
dobbiamo, purtroppo, riconoscere che fino a oggi abbiamo offerto solo pochi
spiccioli, e non ci siamo impegnati a offrirci totalmente!
Quando
il Sacerdote consacra il pane, dice: "questo è il mio Corpo offerto in
sacrificio per voi"; quando consacra il vino, dice: "questo è il
calice del mio Sangue versato per voi...". Queste parole si riferiscono a
Gesù, ma si dovrebbero riferire anche a noi.
Partecipando
alla Messa non solo possiamo, ma dobbiamo dire: questo è il mio Corpo, questo
è il mio Sangue, ma riferendolo a noi, come per dire: il mio corpo, Gesù, si
unisce al tuo; il mio sangue si mescola al tuo. Ci sono anch'io a soffrire con
te.
Sono
qui, con la mia realtà corporale, a fare la mia parte, a completare, in un
certo modo, il tuo sacrificio.
Gesù
completa nel suo Corpo mistico la sua Passione e Morte; e attende di far proprie
le infinite sofferenze che lacerano le membra di questo suo Corpo vivo e
dolorante che siamo noi.
Dopo
la consacrazione, il sacerdote prega così: «e a noi che ci nutriamo del Corpo
e Sangue del tuo figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo, perché
diventiamo un solo Corpo e un solo Spirito».
Per
una piena partecipazione all'Eucaristia dobbiamo impegnarci a realizzare il
comandamento della carità e dell'unità. Ma è tanto difficile che, in ogni
celebrazione, dobbiamo invocare lo Spirito Santo perché ci dia la forza per
attuare ciò che con le nostre sole forze non riusciamo a fare.
Non
possiamo fare piena comunione con Dio
-
se non la facciamo con i nostri fratelli,
-
se non sappiamo accoglierli, perdonarli, amarli,
-
se non cerchiamo di impegnarci, come Gesù, in un atteggiamento di fraternità
e di servizio.
Non
possiamo recitare il Padre nostro e scambiare un segno di pace se non riusciamo
a liberare il cuore dai rancori e dagli egoismi che contrassegnano la nostra
vita.
Non
possiamo "condividere il pane celeste" se poi non cerchiamo di
"condividere con i fratelli il pane terreno", perché la Messa e la
vita sono una cosa sola!
Queste
parole ci investono di un'impegnativa missione: vivere la Messa!
Finita
la Messa... la Messa continua!
E
continua perché la Messa racchiude tutta la vita, e tutta la vita deve essere
una continua Messa.
Messa
e vita sono così una cosa sola, nella quale, in modi diversi, realizziamo
l'amore.
Gesù,
compiuto il sacrificio sotto le apparenze del pane e del vino uscì per vivere
quello stesso sacrificio, il giorno dopo sul Calvario.
Tradusse
in pratica l'offerta che aveva fatta al Padre, sotto i segni del pane e del
vino.
Nella
cena del Giovedì celebrò la prima Messa; nel pomeriggio del venerdì la visse
pienamente sul Calvario.
Anche
per noi deve essere così:
-
nella Messa ci siamo offerti con Cristo al Padre, e ci siamo uniti ai fratelli;
-
nella vita in spirito d'amore, cerchiamo di vivere questa duplice offerta.
Siamo
uniti nella nostra "passione quotidiana", per essere poi un giorno con
lui, e tutti insieme, nella sua gloria eterna.
10.
L'ADORAZIONE
EUCARISTICA
Signore
Gesù Cristo, che nel mirabile Sacramento dell'Eucaristia ci hai lasciato il
memoriale della tua Pasqua, fa' che adoriamo con viva fede il santo mistero del
tuo Corpo e del tuo Sangue, per sentire sempre in noi i benefici della
redenzione.
Due testi ci aiutano a entrare nel tema della presenza dolce e discreta di Gesù, fra noi, nell'Eucaristia: il primo dell'Antico e il secondo del Nuovo Testamento.
Leggiamo
nel libro dell'Esodo che Mosè «prendeva la tenda e la piantava fuori
dell'accampamento... l'aveva chiamata tenda del Convegno».
A
questa tenda si recava chiunque volesse consultare il Signore. «Quando Mosè
usciva per recarsi alla tenda, tutto il popolo si alzava in piedi... guardavano
passare Mosè, finché fosse entrato nella tenda.
Quando
Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di nube e restava all'ingresso
della tenda... Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo
parla con un altro».
Racconta
l'evangelista Giovanni: «Il giorno dopo, Giovanni (il Battista)... fissando lo
sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'Agnello di Dio".
E
due dei suoi discepoli... seguirono Gesù.
Gesù
allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: "Che cercate?"»
Ma
essi chiesero a Lui: "Maestro, dove abiti?". «Disse loro:
"Venite e vedrete!".
Andarono
dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui: erano
circa le quattro del pomeriggio».
Sia
Mosè che i discepoli cercano il Signore e lo trovano in un luogo appartato, che
è la sua dimora.
Una
nube rivela e nasconde la presenza del Signore, che si fa presente e parla a Mosè
"come un uomo parla a un altro uomo". I due discepoli non cercano un
incontro frettoloso ed "esterno": cercano un dialogo prolungato,
nell'intimità della casa.
Solo
così essi possono innamorarsi di Gesù e decidere di abbandonare, per lui, ogni
cosa.
La
"tenda del convegno", la "casa di Gesù", sono oggi il Tabernacolo.
«La
Santa riserva o Tabernacolo era inizialmente destinato a custodire in modo degno
l'Eucaristia, perché potesse essere portata agli infermi e agli assenti, al di
fuori della Messa. Successivamente la Chiesa ha preso sempre maggiore coscienza
dell'importanza dell'adorazione silenziosa al Signore, presente sotto le specie
eucaristiche.
Perciò
il Tabernacolo deve essere costruito e posto in modo da evidenziare e
manifestare la verità della presenza reale di Cristo nel Santo Sacramento».
Alla
fine della Messa, le specie consacrate si ripongono nel Tabernacolo. In esse
«è presente Cristo, tutto e integro, in ciascuna specie e in ciascuna parte;
e perciò la frazione del pane non divide Cristo».
Ospite
dolce del Tabernacolo è dunque:
-
una Persona viva,
-
una Persona importante,
-
una Persona ricca d'amore,
-
una Persona disponibile all'ascolto e al dono di sé.
Dice
Giovanni Paolo II: "Gesù ci aspetta in questo Sacramento dell'amore: non
cessi mai la nostra adorazione".
Istituendo
l'Eucaristia, Gesù non ha detto: "prendete e adorate", ma
"prendete e mangiate".
L'adorazione
però è la prima logica conseguenza di un discorso che si riferisce alla sua
reale presenza.
L'Eucaristia
non è una cosa, ma una Persona: è la seconda Persona della SS. Trinità, e,
come tale, è Dio come il Padre e come lo Spirito Santo.
E
a Dio non si dà un culto di semplice venerazione, ma di adorazione, che
consiste nel riconoscimento della sua eccelsa dignità divina.
Gesù,
uomo-Dio, va quindi adorato.
Va
adorato e riconosciuto presente, insieme allo stuolo degli angeli e dei santi
che invisibilmente lo circondano: nel Tabernacolo è racchiuso, incredibilmente,
tutto il Paradiso! Lo riconosciamo Signore, con un segno esterno di particolare
rispetto, che è la genuflessione, facendo la quale possiamo e dobbiamo dire: Ti
adoro Gesù, mio Signore e mio tutto!
L'adorazione
è il riconoscimento della suprema dignità della Persona di Gesù.
Diciamo
nella Messa:
-
Tu solo il Santo,
-
Tu solo il Signore,
-
Tu solo l'Altissimo, Gesù Cristo, con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio
Padre!
Non
è però solo riconoscimento teorico e distaccato.
Gesù
non è presente solo per ricevere riconoscimenti e omaggi, ma per invitarci ad
accostarci a lui, in un clima di amore e di confidenza.
Ha
scelto di vivere in mezzo a noi per essere:
-
dolce compagno di viaggio,
-
sincero confidente nelle necessità quotidiane,
-
punto di riferimento nelle decisioni difficili,
-
amico attento e fedele che mai ci deluderà.
Ci
dice: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi
ristorerò».
Ci
invita a sé perché conosce le nostre fatiche e le nostre delusioni, e sa di
poterci dare quella forza e quel ristoro che altrove non possiamo trovare.
Perché
lasciarsi amare? Perché non riusciamo a capire come Dio possa amarci ed essere
interessato ai problemi degli uomini, che sembrano tanto distanti da quelli di
Dio!
Siamo
così restii a credere al suo amore.
Ed
è questo il nostro vero peccato: quello di non credere di essere conosciuti ed
amati da lui!
Il
Signore ci sembra tanto distante, che non ci par vero che Egli possa essere
interessato a una realtà tanto modesta quale siamo noi!
Diciamo:
-
come può Dio occuparsi di me?
-
quale vantaggio gli può derivare?
-
che interesse può avere nell'ascoltarmi, nell'invitarmi, nell'attendermi
davanti al Tabernacolo?
Non
ci sono dubbi, però, sulla fondamentale rivelazione del Vangelo, e cioè
l'amore di Dio per gli uomini, per ogni singolo uomo.
Un
amore eterno, disinteressato, personale.
Un
amore che tocca ogni singola persona, nei vari aspetti più intimi e
apparentemente insignificanti: «Anche i capelli del vostro capo sono tutti
contati». Non ne cadrà uno senza che lo sappia il Padre mio.
Occorre
allora lasciarsi amare, accettare di essere oggetto di tanta attenzione senza
nostro merito e senza particolari titoli di credito, perché Dio ci ama non
perché noi siamo buoni, ma perché lui è buono e ha scelto di riversare
questo incredibile amore proprio su di noi, su ciascuno di noi!
Davanti
al Tabernacolo, maturando la convinzione di essere oggetto di un'attenzione
personale, viene spontaneo dire a Gesù:
-
anch'io ti amo,
-
anch'io voglio ricambiare in qualche modo il tuo amore,
-
anch'io voglio darti fiducia,
-
anch'io voglio farti posto nel mio cuore.
L'adorazione
diventa così uno scambio di doni, un dialogo fra due amici che si cercano e si
confidano, cercando le forme migliori per esternare i propri sentimenti.
Si
dimenticano le distanze e si sente la gioia di parlare con Gesù "come un
uomo parla a un altro uomo".
Quel
Gesù che adoriamo è quel Gesù che è vissuto visibilmente sulla terra,
condividendo in tutto, tranne che nel peccato, la nostra trama di incontri e di
scontri, di gioie e di dolori, di amori e di tradimenti, di dolcezze e di
amarezze, di vita e di morte. Davanti al tabernacolo, in silenzio, diventa
allora bello ripercorrere il suo cammino confrontandolo col nostro,
raccontargli le nostre vicende accostandole alle sue, e trovare in lui quella
ricca umanità che ce lo rende così vicino e così comprensivo! Non c'è
lacrima, non c'è prova, non c'è problema, non c'è difficoltà, non c'è
gioia che egli non abbia provato prima di noi... e il confidargli le nostre
situazioni significa coinvolgerlo per un conforto e un aiuto che ci diventano
preziosi.
Se
impareremo a conversare con Gesù eucaristico, su un piano di amicizia e di
sfogo, non sentiremo più il bisogno di tante conversazioni e di tante
telefonate-fiume, che ci lasciano più delusi e più vuoti che mai.
Il
Santo Curato d'Ars era molto colpito dalla fede di un suo parrocchiano, umile
contadino, che trascorreva ogni giorno un'ora davanti al Tabernacolo.
Gli
chiese: "che fai e che dici a Gesù nel tanto tempo che trascorri con
lui?".
"Nulla
- rispose - semplicemente io guardo lui, e lui guarda me, e siamo ambedue
felici!".
Queste
parole sono la traduzione pratica del termine contemplazione, riservata al
rapporto privilegiato che gli esperti e i mistici hanno con Dio.
Un
modesto agricoltore, quello che ha tanto colpito il Curato d'Ars, aveva
compreso:
-
che Dio ama tutti e ciascuno, con un amore personale e immediato, e
-
che, davanti a lui, non sono necessarie molte parole e molti complicati
ragionamenti.
La
contemplazione eucaristica si riduce talvolta a tener compagnia a Gesù, a
sostenere il suo sguardo, a dare a lui la gioia di contemplare ciascuno di noi,
come oggetti di rispetto, di amore, di interesse.
A
volte l'adorazione può sembrare una perdita di tempo, un guardare senza vedere
nulla e senza sentire nulla.
Gesù
sa bene che potremmo andar a fare cento altre cose anche buone, invece di
rimanere lì a consumare così il nostro tempo... Ma sa anche quanto ci viene a
giovare il nostro "perder tempo" se stiamo con lui!
Quando
non riusciamo a pregare con l'anima, possiamo sempre pregare con il nostro
corpo, lasciandolo "a disposizione sua", ben sapendo che Egli ama
tantissimo anche il nostro corpo: quel corpo che dall'Eucaristia trae il germe
della futura risurrezione gloriosa.
Questa
espressione cara a Don Guanella dice tutta la gioia e la forza che promanano
dall'Eucaristia quando è compresa, adorata, amata, vissuta.
Nulla
ci fa pregustare più di essa la felicità del Paradiso, nel quale vedremo
faccia a faccia quel Gesù che ora adoriamo nascosto sotto la nube delle specie
eucaristiche!
L'Eucaristia
trasforma la nostra vita e anche la nostra persona. Quando Mosè scese dal monte
Sinai, non sapeva che la sua pelle era diventata raggiante "perché aveva
visto il Signore". Talune esperienze forti non possono non avere riflessi
nel volto e, soprattutto, nella vita. Anche per ciascuno di noi!
11.
GESÙ
EUCARISTICO UNICO SALVATORE: IERI, OGGI E SEMPRE
Ti
glorifichiamo, Padre santo: tu ci sostieni sempre nel nostro cammino soprattutto
in quest'ora in cui il Cristo, tuo figlio, ci raduna per la santa cena. Egli,
come ai discepoli di Emmaus, ci svela il senso delle Scritture e spezza il pane
per noi
Ed
ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio
distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di
tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù
in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di
riconoscerlo. Ed egli disse loro:.. «Che sono questi discorsi che state
facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di
loro, di nome Cleopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme
da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?».
Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente
in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti
e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno
crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son
passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle
nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo
trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di
angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al
sepolcro e hanno trovato tutto come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno
visto».
Ed
egli disse loro: «stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei
profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare
nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in
tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furon vicini al villaggio
dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi
insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al
declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese
il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede a loro. Ed ecco si aprirono
loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si
dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava
con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono
senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici
e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è
risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto
lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane (Luca 24,
13-35).
Quel
giorno di Pasqua, il più importante della storia, si apre e si chiude con due
avvenimenti sensazionali:
-
all'alba, Cristo risorge da morte;
-
al tramonto, il Risorto si rivela a due discepoli mentre "spezza il
pane", e quindi celebra la Messa (forse la prima, dopo quella
dell'istituzione).
Il
primo evento si verifica a Gerusalemme, il secondo a Emmaus.
Fra
Gerusalemme ed Emmaus corre una strada che diventa emblematica, perché da quel
giorno diviene il simbolo del tribolato cammino dell'umanità verso il
Risorto, suo Salvatore.
I
due camminano lentamente, con passo incerto e stanco. Stanno ritornando a casa,
ma non hanno nessuna voglia di rivedere il loro villaggio, che avevano
lasciato qualche tempo prima per seguire Gesù di Nazareth, "potente in
parole e in opere". Erano delusi.
Gesù
li aveva affascinati e gli avevano creduto.
Aveva
trasformato la loro vita, dandone un senso e uno scopo. Ma ora è morto, e con
lui è morta la speranza: sono rimasti senza futuro.
Stanno
tristemente chiudendo un'esperienza che li aveva coinvolti totalmente,
sradicandoli dalla comunità in cui erano cresciuti.
Quanto
vuoto, quanta delusione, quanta ribellione!
Eppure
bisognava ricominciare, bisognava ritornare, bisognava riprendere la vita di
prima, anche se ormai sembrava priva di qualsiasi interesse...
Gesù
"in persona" si fa loro compagno di viaggio e avvia un lungo discorso,
che cammin facendo si fa sempre più impegnato e interessante.
I
due non lo riconoscono, anche se sentono che il loro cuore si fa "più
caldo e ardente".
Alla
loro tristezza fa riscontro la sua fermezza; davanti alla loro incertezza c'è
la sua decisa volontà di camminare speditamente verso la meta.
Questo
sconosciuto senza nome e senza identità è comunque una Persona che via via si
rivela interessante e preziosa.
Con
lui si sentono più sicuri e più sereni. Tutto sembra diventare chiaro! Tutto
sembra acquistare un senso; anche le Scritture antiche che si riferiscono a Gesù.
Tutto viene ad apparire come il verificarsi di un divino progetto da sempre
previsto e poi rivelato.
Quando
cala la sera...
...
e i tre sono ormai prossimi alla meta, Gesù finge di lasciare i compagni, ed è
in questo momento che essi sono presi dalla paura di perderlo.
Non
sanno ancora bene chi sia, ma sentono che senza di lui non possono proseguire.
Ed
ecco l'accorato invito: "resta con noi, Signore, perché si fa sera!".
Non
possono affrontare la notte da soli, in quella casa fredda, con quel vuoto
dentro!
Gesù
accoglie l'invito...
...
ed entra in casa, rendendosi utile nel preparare la cena e nel ripulire quella
stanza che aveva tutti i caratteri dell'abbandono e del degrado.
Mostra
di star bene con loro e gode nel continuare a parlare, nell'aiutarli a capire...
Quante
parole, quante domande e risposte... ma non succede ancora nulla.
Dovrà
giungere il momento nel quale Egli si manifesterà apertamente, e tutto sarà
chiarito: sarà il momento nel quale compirà l'unico gesto e l'unico segno
capace di svelare il mistero!
Quando
si siede a tavola con loro, "prende il pane, dice la benedizione, lo
spezza e lo dà loro": è il momento nel quale i loro occhi si aprono, e lo
riconoscono.
Ecco
il gesto, ecco il segno: lo spezzare del pane! A poco erano serviti i discorsi
precedenti!
Era
necessario arrivare a quel momento e a quel rito nel quale il divino Risorto
aveva deciso di nascondersi e di rivelarsi!
L'Eucaristia
contiene il divino Risorto.
Gesù
ha voluto collegare subito due realtà, in modo che esse si richiamassero e si
identificassero.
Ha
deciso che l'Eucaristia fosse l'unico segno per incontrare e scoprire il suo
mistero di Morte e di Risurrezione.
Ha
voluto far capire ai due amici, che lo avevano a lungo intrattenuto, che il
vero modo per scoprirlo e per accoglierlo era l'Eucaristia.
Il
Cristo risorto e vivo è consegnato all'Eucaristia, e l'Eucaristia è pane di
vita perché contiene il vivente Risorto.
La
risurrezione richiama l'Eucaristia, e l'Eucaristia esiste perché Cristo è
risorto.
Il
giorno di Pasqua si inizia con la risurrezione, e si conclude con una
celebrazione eucaristica!
I
due discepoli, riconoscendo il Signore risorto nello "spezzare il
pane", in un attimo
-
risolvono i loro problemi,
-
sciolgono i loro dubbi,
-
fugano le loro paure.
Prima
di questo incontro erano tristi e preoccupati, oppressi e impauriti.
Al
manifestarsi di Gesù,
-
sentono rinascere la speranza,
-
rinvigorire le forze,
-
ritornare la gioia.
E
per questo lasciano tutto e si precipitano a Gerusalemme coprendo, in breve
tempo, quel cammino che avevano percorso lentamente e svogliatamente.
Tutto
ora appare semplice, ovvio, possibile.
Comprendono,
finalmente, che Gesù risorto e vivo sarà sempre il loro Maestro e il loro
Salvatore, e mai più sarà loro tolta quella gioia che avevano perduto.
Ci
siamo noi; c'è tutta l'umanità, con gli stessi problemi, le stesse paure, le
stesse stanchezze dei due discepoli.
Il
nostro è un cammino rattristato da tre fondamentali angosce che ci opprimono e
dalle quali, più o meno consapevolmente, cerchiamo di essere liberati:
-
La morte,
-
il male,
-
l'insignificanza del tutto.
Come
i due discepoli di Emmaus siamo partiti nella vita con molte speranze e
illusioni e poi, cammin facendo, ci siamo via via disincantati e delusi.
Ci
hanno deluso le promesse dei politici, le proposte dei filosofi, gli
atteggiamenti degli amici e, forse, anche le soluzioni della fede.
La
Chiesa stessa, forse, non ci è parsa sempre così accogliente e sensibile, come
avremmo desiderato.
Il
viaggio continua, e noi ci sentiamo più che mai incerti e soli, in preda a
crisi esistenziali non risolte, preoccupati per un futuro che ci appare denso
di nubi.
Qualcuno
tenta di attirarci con false lusinghe, pretendendo di accompagnarci, ma c'è un
solo compagno di viaggio degno di questo nome!
C'è
una sola guida sicura fra tante incertezze e oscurità! C'è un solo Salvatore:
ieri, oggi e sempre!
È
lo stesso divino Salvatore che si affiancò "di persona" ai due
stanchi pellegrini.
È
lo stesso divino Salvatore che, dopo 2000 anni, con l'amore e l'interesse di
allora, vuole accompagnarci lungo il cammino che porta allo "spezzare il
pane": là Egli si rivela e si dona totalmente.
12.
L'EUCARISTIA
NOSTRA GIOIA E NOSTRA FORZA
Tu non ci lasci soli nel cammino, ma sei vivo e operante in mezzo a noi. Col tuo braccio potente ci guidi, nei sentieri del tempo, alla gioia perfetta del tuo regno
Dice
Paolo: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! ».
Ciò
significa: ciò che si è compiuto (ieri), richiama ciò che sarà (sempre);
adesso possiamo metterci in comunione con ciò che è stato; e adesso possiamo
anticipare ciò che sarà.
Ciò
è possibile per il fatto che il nostro Salvatore, Gesù,
-
è lo stesso sempre,
-
è colui che resta,
-
è colui che è posto in un oggi senza declino.
Se
Gesù c'è, ciò che è stato non è morto, ma resta presente.
Se
Gesù c'è, ciò che sarà non è una vana e irraggiungibile speranza, perché
sostanzialmente ci è già stato concesso ciò che ci è stato promesso.
E
tutto questo perché il cristianesimo non è soltanto memoria e profezia, ma è
anche Sacramento, una presenza attuale e reale sotto i segni, un memoriale.
Gesù
Salvatore ci salva oggi, perché è presente nell'Eucaristia. In essa Egli è
presente nel modo più completo e più intenso che si possa immaginare.
È
presente:
-
col suo corpo, cioè con la sua concretezza di vero uomo e di vero Dio;
-
col suo sangue, cioè con tutta la sua vita, la sua energia, la sua capacità di
rinnovare e irrobustire mediante la grazia;
-
col suo stato di vittima sacrificale, che ha sancito la Nuova Alleanza;
-
con la sua donazione al Padre e ai fratelli, che ha toccato il suo vertice nel
dono di sé nella Passione e nella Morte;
-
con la sua prerogativa sacerdotale, che lo costituisce unico ed eterno Mediatore
fra noi e Dio;
-
con la sua regalità, che lo rende guida, capo, Signore dell'universo.
Il
Cristo-Salvatore è il Cristo-eucaristico.
Non
vi è che una salvezza: quella che ci è comunicata attraverso i Sacramenti ed
in particolare attraverso l'Eucaristia!
Dalla
nostra multiforme miseria:
-
ci salva dall'ignoranza, perché Cristo ci rivela l'unica verità che non
conosce errori;
-
ci salva dal peccato, perché è " la remissione dei peccati";
-
ci salva dall'egoismo, perché ci infonde una nuova capacità di amare;
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ci salva da ogni schiavitù, perché ci dona la libertà che ci sottrae al
dominio delle passioni e del male;
-
ci salva dalla nostra umana caducità, perché ci dona la grazia, che ci fa
partecipi della natura divina;
-
ci salva dalla morte, perché ci dona la risurrezione corporea e la vita eterna.
La
salvezza operata da Gesù non si riferisce a qualche aspetto o a qualche
settore, ma investe tutto l'uomo, nella sua identità spirituale e corporea.
Il
suo scopo diretto e primario non è quello di operare mutamenti sociali,
politici e culturali, ma di raggiungere il nucleo più profondo dell'uomo e di
ogni cosa.
È
l'uomo come tale che Gesù vuole
-
recuperare,
-
salvare,
-
divinizzare!
Ecco
perché le Messe nelle quali si parla soltanto di problemi sociali, quali la
pace, la giustizia, l'emarginazione ecc., senza incentrare l'attenzione sulla
Persona di colui che è morto e risorto per noi, sono Messe alienate, cioè non
rispettose della sua vera natura.
La
Messa non può essere soltanto un "pretesto per parlare d'altro", ma
l'incontro personale con colui che ci rinnova, ci divinizza, e ci dà la forza
necessaria per realizzare, in un secondo momento, anche la giustizia e la carità.
Davvero
nell'Eucaristia si avvera, con una pienezza inimmaginabile, l'ultima promessa
fatta ai suoi dal Crocifisso Risorto: «ecco, io sono con voi tutti i giorni
fino alla fine del mondo». Quale forza e quale gioia scaturiscono da questo
annuncio divino! Anche se sono molti i motivi di scoraggiamento e di dubbio,
perché dobbiamo temere?
Di
che cosa possiamo avere paura?
Gesù
ha detto più volte questa incoraggiante parola: "non temete: ci sono
io!".
E
se lui è presente, non c'è da parte sua né silenzio né latitanza:
-
non c'è silenzio, perché in lui il Padre ha detto la sua ultima Parola, ed
essa continua a rimanere fra noi in molti modi, specie durante le celebrazioni
liturgiche;
-
non c'è latitanza, perché il Risorto, presente fra noi, è già il dominatore
dell'universo e già conduce la storia secondo i suoi amorevoli disegni.
Se
riscopriamo l'Eucaristia, nei suoi molteplici aspetti, tutto in noi si colora di
una nuova luce.
Nella
certezza della presenza divina:
-
ogni timore è vinto,
-
ogni pessimismo è debellato,
-
ogni tristezza si dissolve nella gioia, nella gratitudine, nella fierezza di
essere ciò che, per la misericordia del Salvatore, noi siamo.
E
che cosa siamo?
Siamo
ciò che di più grande, di più prestigioso, di più solido si possa pensare!
Sotto
le fragili sembianze proprie di ogni essere umano, scopriamo in noi realtà
impensabili ed esaltanti:
-
siamo figli di Dio,
-
siamo il popolo di Dio,
-
siamo il corpo di Cristo,
-
siamo la sua Sposa, la Chiesa, da sempre e per sempre amata di un amore tenero e
fedele.
È
la consapevolezza di questa nostra eccelsa dignità che ci dà la forza per
vivere in modo coerente, secondo la nobiltà che ci contraddistingue.
L'Eucaristia
è l'alimento che ci dà l'aiuto per realizzare appieno ciò che già siamo, e
ci infonde il coraggio per affrontare tutte le difficoltà che ogni giorno
dobbiamo incontrare. Alimentati e rinvigoriti dall'Eucaristia:
-
nessuna potenza della terra potrà intimidirci, perché ci sentiamo la
"nazione santa" e sappiamo di avere con noi "il Signore degli
eserciti";
-
nessuna nostra infedeltà potrà deprimerci fino alla disperazione, dal
momento che possediamo la fonte inesauribile del perdono;
-
nessuna nostra debolezza ci potrà abbattere, perché sappiamo che con noi vive
colui che "sa assumere le cose deboli per confondere quelle che sembrano
forti";
-
nessun avvilimento ci potrà scoraggiare davanti all'apparente fallimento delle
nostre attività, perché sappiamo che il Risorto è presente nella sua Chiesa e
continua ad effondere in essa il suo Spirito;
-
nessun insuccesso personale e familiare ci potrà rattristare fino in fondo,
perché il pane della vita continua a comunicarci quella divina energia che ci
sostiene e ci ringiovanisce.
La
divina Eucaristia è veramente il Bene sommo.
È
il dono che ci fa comprendere che nella vita tutto è dono e che ci aiuta a fare
di ogni istante che ci è donato
UN
CONTINUO RENDIMENTO DI GRAZIE
Cioè
UNA
PERENNE EUCARISTIA