RIMEDI
DEL PECCATO IMPURO:
IL DIGIUNO E LA MORTIFICAZIONE DEI
SENSI
dal
Trattato di Teologia Ascetica e Mistica
1°
LA CONCUPISCENZA
DELLA CARNE.
193. La
concupiscenza della carne è l'amore disordinato dei piaceri dei
sensi.
A)
Il male. Il piacere non è cattivo in sè stesso; Dio lo permette ordinandolo ad
un fine superiore, il bene onesto; se annette il piacere a certi atti buoni, lo
fa per renderli più facili e attirarci così all'adempimento del dovere.
Gustare moderatamente il piacere riferendolo al suo fine che è il bene morale e
soprannaturale, non è male; anzi è atto buono, perchè tende a fine buono, che
in ultima analisi è Dio. Ma volere il piacere indipendentemente da questo fine
che lo giustifica, volerlo quindi come fine in cui uno si ferma, è un
disordine, perchè è un andare contro l'ordine sapientissimo stabilito da Dio.
E questo disordine ne trae seco un altro: quando si opera per il piacere, si è
esposti ad amarlo con eccesso, perchè non si è più guidati dal fine che
impone dei limiti a questa smodata sete del piacere che tutti ci punge.
194. Così
Dio sapientemente volle che fosse unito un certo piacere all'atto del nutrirsi
per stimolarci a sostenere le forze del corpo. Ma, come dice Bossuet,
"gli uomini ingrati e carnali tolsero occasione da questo piacere per
attaccarsi al loro corpo, anzichè a Dio che ne è l'autore. Il piacere del
mangiare li fa schiavi; invece di mangiare per vivere, pare, come già diceva un
antico e dopo di lui S. Agostino, che vivano per mangiare. Quelli stessi
che sanno regolare i loro desideri e vanno a cibarsi per necessità di natura,
ingannati dal piacere e tratti dai suoi allettamenti più in là del bisogno,
oltrepassano i giusti limiti; si lasciano insensibilmente vincere dagli appetiti
e non credono mai d'avere intieramente soddisfatto al bisogno fin tanto che il
bere ed il mangiare ne solleticano il gusto". Di qui eccessi nel bere e nel
mangiare opposti alla temperanza. E che dire poi del piacere anche più
pericolosa della voluttà, "di quella profonda e vergognosa piaga della
natura, di quella concupiscenza che lega l'anima al corpo con vincoli così
teneri e così violenti che costano tanta pena a disfarsene, e che cagiona nel
genere umano disordini così terribili?"
195. Questo
sensuale diletto è tanto più pericoloso, in quanto è diffuso per
tutto il corpo. Ne è infetta la vista, perchè con gli occhi
s'incomincia ad ingoiare il veleno dell'amore sensuale. Ne sono infette le
orecchie, quando, con conversazioni pericolose e molli canti, si accendono o
si alimentano le fiamme dell'amore impuro e quella segreta disposizione che
abbiamo ai sensuali diletti. E lo stesso avviene degli altri sensi. - Ciò che
aumenta il pericolo è che tutti questi sensuali diletti si eccitano a vicenda:
quelli che parrebbero i più innocenti, se non si sta in guardia, preparano ai
più colpevoli. Vi è perfino una mollezza e una delicatezza diffusa in tutto il
corpo che, facendoci cercare riposo nel sensibile, lo risveglia e ne alimenta la
vivacità. Si ama il corpo con un attaccamento che fa dimenticare l'anima;
un'eccessiva premura della salute fa che si accarezzi il corpo in tutto; e così
questi vari diversi sentimenti sono come altrettante diramazioni della
concupiscenza della carne.
196. B)
Il rimedio a un sì gran male è la mortificazione dei sensuali diletti; perchè,
dice S. Paolo: "Quelli che sono di Cristo, crocifiggono la carne con i
suoi vizi e le sue cupidigie: Qui sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum
vitiis et concupiscentiis". Ora crocifiggere la carne, come dice l'Olier,
significa legare, infrenare, soffocare internamente tutti gli impuri e
sregolati desideri che sentiamo nella nostra carne; significa pure
mortificare i sensi esterni che ci mettono in comunicazione con gli
oggetti del di fuori ed eccitano in noi pericolosi desideri. Il motivo
fondamentale che ci obbliga a praticare questa mortificazione sono le promesse
battesimali.
197. Per
il battesimo, che ci fa morire al peccato e c'incorpora a Cristo, noi
siamo obbligati a praticare questa mortificazione dei sensuali diletti; perchè,
"secondo S. Paolo, non siamo più debitori alla carne da vivere
secondo la carne, ma siamo obbligati a vivere secondo lo spirito; e se viviamo
secondo lo spirito, camminiamo pure secondo lo spirito che c'imprime nel cuore
l'amore alla croce e la forza di portarla". Il battesimo d'immersione, col
suo simbolismo, ci mostra la verità di questa dottrina: immerso nell'acqua, il
catecumeno vi muore al peccato e alle sue cause, e uscito che è, partecipa ad
una vita nuova, alla vita di Gesù risorto. Tal è l'insegnamento di S. Paolo:
"Morti al peccato, come potremmo ancor vivere in esso? Non sapete forse che
quanti fummo battezzati in Cristo Gesù, nella morte di lui fummo battezzati?
Fummo sepolti insieme con lui pel battesimo nella morte, affinchè come fu
Cristo risuscitato da morte dalla gloria del Padre, così anche noi in novità
di vita si cammini". L'immersione battesimale significa dunque la
morte al peccato e l'obbligo di lottare contro la concupiscenza che tende al
peccato; e l'uscita dall'acqua esprime la nuova vita, onde partecipiamo alla
vita risorta del Salvatore. Il battesimo quindi ci obbliga a mortificare la
concupiscenza che resta in noi, e ad imitare Nostro Signore che, crocifiggendo
la carne sua, ci meritò la grazia di crocifiggere la nostra. I chiodi con cui
la crocifiggiamo sono appunto i vari atti di mortificazione che facciamo. Così
grave è quest'obbligo di mortificare i sensuali diletti che ne dipende la
nostra salvezza e la nostra vita spirituale: "Perchè, se vivete secondo la
carne, spiritualmente morrete; se poi con lo spirito darete morte alle azioni
della carne, vivrete: Si autem secundum carnem vixeritis, moriemini; si autem
spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis".
198. Perchè
intera sia la vittoria, non basta rinunziare ai piaceri peccaminosi (il
che è di precetto), ma bisogna pure sacrificare i piaceri pericolosi che
conducono quasi infallibilmente al peccato, in virtù del principio: "qui
amat periculum in illo peribit"; anzi è necessario privarsi di alcuni
piaceri leciti per rinvigorire la nostra volontà contro gli allettamenti
dei piaceri proibiti: chiunque infatti vuol gustare senza freno alcuno di tutti
i diletti permessi, è molto vicino a scivolare in quelli che non lo sono.
RIMEDI DEL PECCATO IMPURO:
IL DIGIUNO E LA MORTIFICAZIONE DEI
SENSI
IL
DIGIUNO - Il digiuno nella vita della Chiesa di
don Gabriele Mangiarotti
Perché
il digiuno?
A questa domanda bisogna dare una
risposta più ampia e profonda, perché diventi chiaro il rapporto tra il
digiuno e la "metanoia", cioè quella trasformazione spirituale, che
avvicina l'uomo a Dio. Cercheremo quindi di concentrarci non soltanto sulla
pratica dell'astensione dal cibo o dalle bevande - ciò infatti significa
"il digiuno" nel senso comune - ma sul significato più profondo di
questa pratica che, del resto, può e deve alle volte essere
"sostituita" da qualche altra. Il cibo e le bevande sono
indispensabili all'uomo per vivere, egli se ne serve e deve servirsene, tuttavia
non gli è lecito abusarne sotto qualsiasi forma. La tradizionale astensione dal
cibo e dalle bevande ha come fine di introdurre nell'esistenza dell'uomo non
soltanto l'equilibrio necessario, ma anche il distacco da quello che si potrebbe
definire "atteggiamento consumistico". Tale atteggiamento è divenuto
nei nostri tempi una delle caratteristiche della civiltà e in particolare della
civiltà occidentale. L'atteggiamento consumistico! L'uomo orientato verso i
beni materiali, molteplici beni materiali, molto spesso ne abusa. Non si tratta
qui unicamente del cibo e delle bevande. Quando l'uomo è orientato
esclusivamente verso il possesso e l'uso di beni materiali, cioè delle cose,
allora anche tutta la civiltà viene misurata secondo la quantità e la qualità
delle cose che è in grado di fornire all'uomo, e non si misura con il metro
adeguato all'uomo. Questa civilizzazione infatti fornisce i beni materiali non
soltanto perché servano all'uomo a svolgere le attività creative e utili, ma
sempre di più... per soddisfare i sensi, l'eccitazione che ne deriva, il
piacere momentaneo, una sempre maggiore molteplicità di sensazioni.
Alle volte si sente dire che l'incremento eccessivo dei mezzi audio-visivi nei
paesi ricchi non sempre giova allo sviluppo dell'intelligenza, particolarmente
nei bambini; al contrario, talvolta contribuisce a frenarne lo sviluppo. Il
bambino vive solo di sensazioni, cerca delle sensazioni sempre nuove... E
diventa così, senza rendersene conto, schiavo di questa passione odierna.
Saziandosi di sensazioni, rimane spesso intellettualmente passivo; l'intelletto
non si apre alla ricerca della verità; la volontà resta vincolata
dall'abitudine, alla quale non sa opporsi. Da ciò risulta che l'uomo
contemporaneo deve digiunare, cioè asternersi non soltanto dal cibo o dalle
bevande, ma da molti altri mezzi di consumo, di stimolazione, di soddisfazione
dei sensi. Digiunare significa astenersi, rinunciare a qualcosa.
Perché
rinunciare a qualcosa? Perché
privarsene?
Abbiamo
già in parte risposto a questo quesito. Tuttavia la risposta non sarà
completa, se non ci rendiamo conto che l'uomo è se stesso anche perché riesce
a privarsi di qualcosa, perché è capace di dire a se stesso: "no".
L'uomo è un essere composto di corpo e di anima. Alcuni scrittori contemporanei
presentano questa struttura composta dell'uomo sotto la forma di strati e
parlano, ad esempio, di strati esteriori in superficie della nostra personalità,
contrapponendoli agli strati in profondità. La nostra vita sembra esser divisa
in tali strati e si svolge attraverso di essi. Mentre gli strati superficiali
sono legati alla nostra sensualità, gli strati profondi sono espressione invece
della spiritualità dell'uomo, cioè: della volontà cosciente, della
riflessione, della coscienza, della capacità di vivere i valori superiori.
Questa immagine della struttura della personalità umana può servire a
comprendere il significato del digiuno per l'uomo. Non si tratta qui solamente
del significato religioso, ma di un significato che si esprime attraverso la
cosiddetta "organizzazione" dell'uomo come soggetto-persona. L'uomo si
sviluppa regolarmente, quando gli strati più profondi della sua personalità
trovano una sufficiente espressione, quando l'ambito dei suoi interessi e delle
sue aspirazioni non si limita soltanto agli strati esteriori e superficiali,
connessi con la sensualità umana. Per agevolare un tale sviluppo, dobbiamo alle
volte consapevolmente distaccarci da ciò che serve a soddisfare la sensualità,
vale a dire, da quegli strati esteriori superficiali. Quindi dobbiamo rinunciare
a tutto ciò che li "alimenta".
Ecco, in breve, l'interpretazione del digiuno al giorno d'oggi. La rinuncia alle
sensazioni, agli stimoli, ai piaceri e anche al cibo o alle bevande, non è fine
a se stessa. Essa deve soltanto, per così dire, spianare la strada per
contenuti più profondi, di cui "si alimenta" l'uomo interiore. Tale
rinuncia, tale mortificazione deve servire a creare nell'uomo le condizioni per
poter vivere i valori superiori, di cui egli è, a suo modo,
"affamato". Ecco, il
"pieno" significato del digiuno nel linguaggio di oggi. Tuttavia,
quando leggiamo gli autori cristiani dell'antichità o i Padri della Chiesa,
troviamo in loro la stessa verità, spesso espressa con linguaggio così
"attuale" che ci sorprende. Dice, per esempio, san
Pietro Crisologo: "Il
digiuno è pace del corpo, forza delle menti, vigore delle anime"
("Sermo" VII: "De Jejunio", 3), e ancora: "Il
digiuno è il timone della vita umana e regge l'intera nave del nostro corpo".
E sant'Ambrogio risponde così
alle eventuali obiezioni contro il digiuno: "La
carne, per la sua condizione mortale, ha alcune sue concupiscenze proprie: nei
loro confronti ti è stato concesso il diritto di freno. La tua carne è sotto
di te: non seguire le sollecitazioni della carne fino alle cose illecite, ma
frenale alquanto anche per quanto riguarda quelle lecite. Infatti, chi non si
astiene da nessuna delle cose lecite, è prossimo pure a quelle illecite"
(S. Ambrogio, "Sermo de utilitate jejunii", III. V. VII). Anche
scrittori non appartenenti al cristianesimo dichiarano la stessa verità. Questa
verità è di portata universale. Fa parte della saggezza universale della vita.
E' ora certamente più facile per noi comprendere il perché Cristo Signore e la
Chiesa uniscano il richiamo al digiuno con la penitenza, cioè con la
conversione. Per convertirci a Dio, è necessario scoprire in noi stessi quello
che ci rende sensibili a quanto appartiene a Dio, dunque: i contenuti
spirituali, i valori superiori, che parlano al nostro intelletto, alla nostra
coscienza, al nostro "cuore" (secondo il linguaggio biblico). Per
aprirsi a questi contenuti spirituali, a questi valori, bisogna distaccarsi da
quanto serve soltanto al consumismo, alla soddisfazione dei sensi. Nell'apertura
della nostra personalità umana a Dio, il digiuno - inteso sia nel modo
"tradizionale" che "attuale" - deve andare di pari passo con
la preghiera perché essa ci dirige direttamente verso lui. D'altronde il
digiuno, cioè la mortificazione dei sensi, il dominio del corpo, conferiscono
alla preghiera una maggiore efficacia, che l'uomo scopre in se stesso. Scopre
infatti che è "diverso", che è più "padrone di se
stesso", che è divenuto interiormente libero. E se ne rende conto in
quanto la conversione e l'incontro con Dio, attraverso la preghiera,
fruttificano in lui.
RIMEDI DEL PECCATO IMPURO:
IL DIGIUNO E LA MORTIFICAZIONE DEI
SENSI
DECRETO
DI PROMULGAZIONE
Prot.
n. 662/94
CAMILLO
card. RUINI
Vicario
Generale di Sua Santità per la diocesi di Roma
Presidente
della Conferenza Episcopale Italiana
In
ossequio alla legislazione canonica e in piena comunione con la Sede Apostolica
la Conferenza Episcopale Italiana nella 39a Assemblea Generale, svoltasi a Roma
dal 16 al 20 maggio 1994, in applicazione dei canoni 1251 e 1253, ha approvato
con la maggioranza richiesta le disposizioni di carattere normativo sul digiuno
e l’astinenza, contenute nel n. 1 3 della Nota pastorale «Il senso cristiano
del digiuno e dell’astinenza».
In
conformità al can. 455, par. 2, del Codice di diritto canonico ho chiesto con
lettera n. 39 5/94 del 9 giugno 1994 la prescritta «recognitio» della Santa
Sede.
Con
il presente decreto, nella mia qualità di Presidente della Conferenza
Episcopale Italiana, per mandato della medesima Assemblea Generale e in
conformità dell’art. 28/a dello Statuto della C.E.l., dopo aver ottenuto, in
data 12 settembre 1994, la prescritta «recognitio» della Santa Sede con foglio
n. 960/83 del Prefetto della Congregazione per i Vescovi, intendo promulgare e
di fatto promulgo le disposizioni normative contenute nella Nota pastorale che
viene pubblicata con il presente decreto.
Ai
fini della più precisa identificazione degli elementi costituenti il corpo
normativo spettante alle competenze della Conferenza Episcopale Italiana, resta
inteso che le disposizioni normative contenute nel n. 1 3 del presente documento
saranno da intendere come Delibera C.E.I. n. 59.
Stabilisco
altresì che, in conformità al can. 8, par. 2, del Codice di diritto canonico,
tali norme entrino in vigore a partire dal 27 novembre 1994, prima domenica di
Avvento.
INTRODUZIONE
1.
Il digiuno e l’astinenza - insieme alla preghiera, all’elemosina e alle
altre opere di carità - appartengono, da sempre, alla vita e alla prassi
penitenziale della Chiesa: rispondono, infatti, al bisogno permanente del
cristiano di conversione al regno di Dio, di richiesta di perdono per i peccati,
di implorazione dell’aiuto divino, di rendimento di grazie e di lode al Padre.
Nella
penitenza è coinvolto l’uomo nella sua totalità di corpo e di spirito:
l’uomo che ha un corpo bisognoso di cibo e di riposo e l’uomo che pensa,
progetta e prega; l’uomo che si appropria e si nutre delle cose e l’uomo che
fa dono di esse; l’uomo che tende al possesso e al godimento dei beni e
l’uomo che avverte l’esigenza di solidarietà che lo lega a tutti gli altri
uomini. Digiuno e astinenza non sono forme di disprezzo del corpo, ma strumenti
per rinvigorire lo spirito, rendendolo capace di esaltare, nel sincero dono di sé,
la stessa corporeità della persona.
Ma
perché il digiuno e l’astinenza rientrino nel vero significato della prassi
penitenziale della Chiesa devono avere un’anima autenticamente religiosa, anzi
cristiana. Ci preme pertanto riproporre il significato del digiuno e
dell’astinenza secondo l’esempio e l’insegnamento di Gesù e secondo
l’esperienza spirituale della comunità cristiana. Occorre, per questo,
riscoprirne l’identità originaria e lo spirito autentico alla luce della
parola di Dio e della viva tradizione della Chiesa. Occorre poi precisarne le
modalità espressive in riferimento alle condizioni di vita del nostro tempo.
Il
digiuno e l’astinenza, infatti, rientrano in quelle forme di comportamento
religioso che sono costantemente soggette alla mutazione degli usi e dei
costumi. In questo senso la Delibera dell’Assemblea Generale della Conferenza
Episcopale Italiana del 18 aprile 1985 chiede che si stabiliscano le opportune
determinazioni a norma dei canoni 1251 e 1253 del Codice di Diritto Canonico per
l’osservanza del digiuno e dell’astinenza nelle Chiese che sono in Italia.
È
quanto noi Vescovi italiani intendiamo fare con la presente Nota pastorale, che
indirizziamo a tutti i membri della comunità ecclesiale, presbiteri, diaconi,
religiosi e fedeli laici, per sollecitare una convinta e vigorosa ripresa della
prassi penitenziale all’interno del popolo cristiano. Ciò è richiesto,
anzitutto, per essere fedeli alle esigenze evangeliche della penitenza, ma anche
per dare una coerente risposta alla sfida del consumismo e dell’edonismo
diffusi nella nostra società. In tal senso condividiamo la convinzione espressa
da Paolo VI all’indomani del Concilio Vaticano II nella Costituzione
apostolica Paenitemini: «Tra i gravi e urgenti problemi che si pongono alla
nostra sollecitudine pastorale, non ultimo ci sembra quello di richiamare ai
nostri figli — e a tutti gli uomini religiosi del nostro tempo — il
significato e l’importanza del precetto divino della penitenza».
IL DIGIUNO E L’ASTINENZA NELL’ESPERIENZA STORICA DELLA CHIESA
2.
Il digiuno dei cristiani trova il suo modello e il suo significato nuovo e
originale in Gesù.
E’
vero che il Maestro non impone in modo esplicito ai discepoli nessuna pratica
particolare di digiuno e di astinenza. Ma ricorda la necessità del digiuno per
lottare contro il maligno e durante tutta la sua vita, in alcuni momenti
particolarmente significativi, ne mette in luce l’importanza e ne indica lo
spirito e lo stile secondo cui viverlo.
Quaranta
giorni di digiuno precedono il combattimento spirituale delle “tentazioni”,
che Gesù affronta nel deserto e che supera con la ferma adesione alla parola di
Dio: «Ma egli rispose: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma
di ogni parola che esce dalla bocca di Dio"» (Mt 4,4) (3). Con il suo
digiuno Gesù si prepara a compiere la sua missione di salvezza in filiale
obbedienza al Padre e in servizio d’amore agli uomini.
Riprendendo
la pratica e il valore del digiuno in uso presso il popolo di Israele, Gesù ne
afferma con forza il significato essenzialmente interiore e religioso, e rifiuta
pertanto gli atteggiamenti puramente esteriori e «ipocriti» (cfr. Mt
6,1-6.16-18): digiuno, preghiera ed elemosina sono un atto di offerta e di amore
al Padre «che è nel segreto» e «che vede nel segreto» (Mt 6,18). Sono un
aspetto essenziale della sequela di Cristo da parte dei discepoli.
Quando
gli viene domandato per quale motivo i suoi discepoli non praticano le forme di
digiuno che sono in uso presso taluni ambienti del giudaismo del tempo, Gesù
risponde: «Finché [gli invitati alle nozze] hanno lo sposo con loro, non
possono digiunare» (Mc 2,19). La pratica penitenziale del digiuno non è adatta
a manifestare la gioia della comunione sponsale dei discepoli con Gesù. Ma egli
subito aggiunge: «Verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora
digiuneranno» (Mc 2,20). In queste parole la Chiesa trova il fondamento
dell’invito al digiuno come segno di partecipazione dei discepoli all’evento
doloroso della passione e della morte del Signore, e come forma di culto
spirituale e di vigilante attesa, che si fa particolarmente intensa nella
celebrazione del Triduo della Santa Pasqua.
Il
riferimento a Cristo e alla sua morte e risurrezione è essenziale e decisivo
per definire il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza, come di ogni
altra forma di mortificazione: «Se qualcuno vuoi venire dietro di me rinneghi
se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34). E infatti nella sequela
di Cristo e nella conformità con la sua croce gloriosa che il cristiano trova
la propria identità e la forza per accogliere e vivere con frutto la penitenza.
3.
La pratica del digiuno, così come quella dell’elemosina e della preghiera,
non è una novità portata da Gesù: egli rimanda all’esperienza religiosa del
popolo d’Israele, dove il digiuno è praticato come momento di professione di
fede nell’unico vero Dio, fonte di ogni bene, e come elemento necessario per
superare le prove alle quali sono sottoposte la fede e la fiducia nel Signore.
Mosè
ed Elia si astengono dal cibo per prepararsi all’incontro con Dio. La
coscienza del peccato, il dolore e il pentimento, la conversione e
l’espiazione, pur manifestandosi in molteplici modi, trovano nel digiuno la
loro espressione più naturale e immediata. Le celebrazioni penitenziali, in
tempo di gravi calamità e nei momenti decisivi dell’Alleanza fra Dio e il suo
popolo, comportano anche l’indizione di un solenne digiuno per l’intera
comunità. A rendere più intensa l’implorazione della preghiera, Israele
ricorre alla prostrazione fisica che segue alla rinuncia del cibo. Privandosi
del cibo, alcuni protagonisti della storia del popolo d’Israele riconoscono i
limiti della loro forza umana e si appellano alla forza di Dio, che solo li può
salvare.
E
tuttavia anche nelle pratiche di digiuno, come in ogni espressione della
religiosità, si possono annidare molte insidie: l’autocompiacimento, la
pretesa di rivendicare diritti di fronte a Dio, l’illusione di esimersi con un
dovere cultuale dai più stringenti doveri verso il prossimo. Per questo il
profeta denuncia la falsità del formalismo e predica il vero digiuno che il
Signore vuole: «Sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo... Dividere il pane con
l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi
nudo» (Is 58,6-7).
C’è
dunque un intimo legame fra il digiuno e la conversione della vita, il
pentimento dei peccati, la preghiera umile e fiduciosa, l’esercizio della
carità fraterna e la lotta contro l’ingiustizia: «Buona cosa è la preghiera
con il digiuno e l’elemosina con la giustizia» (Tob 12,8).
4.
Per il cristiano la mortificazione non è mai fine a se stessa né si configura
come semplice strumento di controllo di sé, ma rappresenta la via necessaria
per partecipare alla morte gloriosa di Cristo: in questa morte egli viene
inserito con il Battesimo e dal Battesimo riceve il dono e il compito di
esprimerla nella vita morale (cfr. Rm 6,3-4), in una condotta che comporta il
dominio su tutto ciò che è segno e frutto del male: «fornicazione, impurità,
passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria» (Col
3,5).
L’adesione
a Cristo morto e risorto e la fedeltà al dono della vita nuova e della vera
libertà esigono la lotta contro il peccato che inquina il cuore dell’uomo, e
contro tutto ciò che al peccato conduce: di qui la necessità della rinuncia.
«Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi» (Gal 5,1). Consapevole di
questa responsabilità, l’apostolo Paolo, ad imitazione degli atleti che si
preparano a gareggiare nello stadio, afferma senza timori: «Tratto duramente il
mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere
predicato agli altri, venga io stesso squalificato» (1Cor 9,27).
L’impegno
al dominio di sé e alla mortificazione è dunque parte integrante
dell’esperienza cristiana come tale e rientra nelle esigenze della vita nuova
secondo lo Spirito: «Vi dico dunque: Camminate secondo lo Spirito e non sarete
portati a soddisfare i desideri della carne... Il frutto dello Spirito è amore,
gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé»
(Gal 5,16.22).
In
particolare, per il cristiano l’astinenza non nasce dal rifiuto di alcuni cibi
come se fossero cattivi: egli accoglie l’insegnamento di Gesù, per il quale
non esistono né cibi proibiti né osservanze di semplice purità legale: «Non
c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono
invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo» (Mc 7,15).
La
tradizione spirituale e pastorale della Chiesa
5.
La dottrina e la pratica del digiuno e dell’astinenza, da sempre presenti
nella vita della Chiesa, assumono una fisionomia più definita negli ambienti
monastici del IV secolo, sia con la sottolineatura abituale della frugalità,
sia con la privazione del cibo in determinati tempi dell’anno liturgico. Nel
medesimo periodo, sotto l’influsso degli usi monastici, le comunità
ecclesiali delineano le forme concrete della prassi penitenziale.
La
pratica antica del digiuno consiste normalmente nel consumare un solo pasto
nella giornata, dopo il vespro, a cui fa seguito, abitualmente, la riunione
serale per l’ascolto della parola di Dio e la preghiera comunitaria. Si
consolida, attraverso i secoli, l’usanza secondo cui quanto i cristiani
risparmiano con il digiuno venga destinato per l’assistenza ai poveri ed agli
ammalati. «Quanto sarebbe religioso il digiuno, se quello che spendi per il tuo
banchetto lo inviassi ai poveri!», esorta Sant’Ambrogio; e Sant’Agostino
gli fa eco: «Diamo in elemosina quanto riceviamo dal digiuno e dall’astinenza».
Così
l’astensione dal cibo è sempre unita all’ascolto e alla meditazione della
parola di Dio, alla preghiera e all’amore generoso verso coloro che hanno
bisogno. In questo senso San Pietro Crisologo afferma: «Queste tre cose,
preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola, e ricevono vita l’una
dall’altra. Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita
del digiuno. Nessuno le divida, perché non riescono a stare separate. Colui che
ne ha solamente una o non le ha tutte e tre insieme, non ha niente. Perciò chi
prega, digiuni. Chi digiuna abbia misericordia».
Nel
IV secolo prende corpo anche l’organizzazione del tempo della Quaresima per i
catecumeni e per i penitenti. Questo viene proposto e vissuto come cammino di
preparazione alla rinascita pasquale nel Battesimo e nella Penitenza e quindi è
orientato verso il Triduo pasquale, centro e cardine dell’anno liturgico che
celebra l’intera opera della redenzione e che costituisce l’itinerario
privilegiato di fede della comunità cristiana. Per questo San Leone Magno può
dire che il vero digiuno quaresimale consiste «nell’astenersi non solo dai
cibi, ma anche e soprattutto dai peccati».
Durante
l’epoca medioevale e moderna, la pratica penitenziale viene tenuta in grande
considerazione, diventando oggetto di numerosi interventi normativi ed entrando
a far parte delle osservanze religiose più comuni e diffuse tra il popolo
cristiano.
6.
Il Concilio Vaticano II,
nella sua finalità di cammino verso la santità e di «aggiornamento pastorale»,
chiede che siano rinnovate le disposizioni della Chiesa sul digiuno e
sull’astinenza, chiarendone le motivazioni nel contesto attuale della vita
cristiana personale e comunitana.
Alla
richiesta del Concilio risponde Paolo VI con la Costituzione apostolica
Paenitemini sulla disciplina penitenziale (17 febbraio 1966). In essa viene
richiamato in particolare il valore della penitenza come atteggiamento
interiore, come «atto religioso personale, che ha come termine l’amore e
l’abbandono nel Signore: digiunare per Dio, non per se stessi». Da questo
valore fondamentale dipende l’autenticità di ogni forma penitenziale.
In
questo contesto Paolo VI sollecita tutti a riscoprire e a vivere il collegamento
del digiuno e dell’astinenza con le altre forme di penitenza e soprattutto con
le opere di carità, di giustizia e di solidarietà: «Là dove è maggiore il
benessere economico, si dovrà piuttosto dare testimonianza di ascesi, affinché
i figli della Chiesa non siano coinvolti dallo spirito del “mondo”, e si
dovrà dare nello stesso tempo una testimonianza di carità verso i fratelli che
soffrono nella povertà e nella fame, oltre ogni barriera di nazioni e di
continenti. Nei paesi invece dove il tenore di vita è più disagiato, sarà più
accetto al Padre e più utile alle membra del Corpo di Cristo che i cristiani
— mentre cercano con ogni mezzo di promuovere una migliore giustizia sociale
— offrano, nella preghiera, la loro sofferenza al Signore, in intima unione
con i dolori di Cristo».
RIMEDI DEL PECCATO IMPURO:
IL DIGIUNO E LA MORTIFICAZIONE DEI SENSI
IL DIGIUNO E L’ASTINENZA NELLA VITA ATTUALE DELLA CHIESA
7.
Di fronte al rapido mutare
delle condizioni sociali e culturali caratteristico del nostro tempo, e in
particolare di fronte al moltiplicarsi dei contatti interreligiosi e al
diffondersi di nuovi fenomeni di costume, diventa sempre più necessario
riscoprire e riaffermare con chiarezza l’originalità del digiuno e
dell’astinenza cristiani.
Oggi,
infatti, il digiuno viene praticato per i più svariati motivi e talvolta assume
espressioni per così dire laiche, come quando diventa segno di protesta, di
contestazione, di partecipazione alle aspirazioni e alle lotte degli uomini
ingiustamente trattati. Circa poi l’astinenza da determinati cibi, oggi si
stanno diffondendo tradizioni ascetico-religiose che si presentano non poco
diverse da quella cristiana.
Pur
guardando con rispetto a queste usanze e prescrizioni — specialmente a quelle
degli ebrei e dei musulmani —, la Chiesa segue il suo Maestro e Signore, per
il quale tutti i cibi sono in sé buoni e non sono sottoposti ad alcuna
proibizione religiosa, e accoglie l’insegnamento dell’apostolo Paolo che
scrive: «Chi mangia, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio»
(Rm 14,6).
In
tal senso, qualsiasi pratica di rinuncia trova il suo pieno valore, secondo il
pensiero e l’esperienza della Chiesa, solo se compiuta in comunione viva con
Cristo, e quindi se è animata dalla preghiera ed è orientata alla crescita
della libertà cristiana, mediante il dono di sé nell’esercizio concreto
della carità fraterna.
Custodire
l’originalità della penitenza cristiana, proporla e viverla in tutta la
ricchezza spirituale del suo contenuto nelle condizioni attuali di vita è un
compito che la Chiesa deve assolvere con grande vigilanza e coraggio.
8.
In rapporto all’originalità del digiuno e dell’astinenza è da risvegliare
la consapevolezza che la prassi penitenziale della Chiesa, nelle sue forme
molteplici e diverse, raggiunge il suo vertice nel sacramento della Penitenza e
della Riconciliazione.
Il
cammino per la conversione del cuore, il desiderio e l’impegno per il
rinnovamento spirituale, l’apertura sincera al «credere al vangelo» (cfr. Mc
1,15) trovano la loro verità piena e la loro singolare efficacia nel segno
sacramentale della salvezza, operata dalla morte e risurrezione di Gesù e da
lui donata alla Chiesa con l’effusione del suo Spirito.
Solo
nell’inserimento nel mistero di Cristo morto e risorto, mediante la fede e i
sacramenti, tutti i gesti, grandi e piccoli, di penitenza e di digiuno e tutte
le opere, note e nascoste, di carità e di misericordia acquistano significato e
valore di salvezza.
Il
sacramento della Penitenza e della Riconciliazione si rivela in tal modo
necessario non solo per ottenere il perdono dei peccati commessi dopo il
Battesimo, ma anche per assicurare autenticità e profondità alla virtù della
penitenza e alle diverse pratiche penitenziali della vita cristiana.
Dal
rifiorire di una più diffusa e frequente partecipazione a questo sacramento,
vissuto nella fede in tutti gli atti che lo compongono — dall’umile
confessione delle colpe al pentimento, dal proposito di rinnovare la propria
vita all’accoglienza del dono divino della misericordia, fino al compimento
della soddisfazione —‘ l’insieme della prassi penitenziale della Chiesa
potrà acquistare la pienezza del suo significato interiore e religioso, e farsi
strumento di sincero e genuino rinnovamento morale e spirituale. Mediante il
sacramento, infatti, lo Spirito crea il cuore nuovo, diventando così legge di
vita, ossia risorsa di grazia e sollecitazione per un’esistenza convertita e
penitente.
9.
Il digiuno e l’astinenza, nella loro originalità cristiana, presentano anche
un valore sociale e comunitario: chiamato a penitenza non è solo il singolo
credente, ma l’intera comunità dei discepoli di Cristo.
Per
rendere più manifesto il carattere comunitario della pratica penitenziale la
Chiesa stabilisce che i fedeli facciano digiuno e astinenza negli stessi tempi e
giorni: è così l’intera comunità ecclesiale ad essere comunità penitente.
Questi
tempi e giorni, come scrive Paolo VI, vengono scelti dalla Chiesa «fra quelli
che, nel corso dell’anno liturgico, sono più vicini al mistero pasquale di
Cristo o vengono richiesti da particolari bisogni della comunità ecclesiale».
Fin
dai primi secoli il digiuno pasquale si osserva il Venerdì santo e, se
possibile, anche il Sabato santo fino alla Veglia pasquale; così come si ha
cura di iniziare la Quaresima, tempo privilegiato per la penitenza in
preparazione alla Pasqua, con il digiuno del Mercoledì delle Ceneri o per il
rito ambrosiano con il digiuno del primo venerdì di Quaresima. Mentre il
digiuno nel Sacro Triduo è un segno della partecipazione comunitaria alla morte
del Signore, quello d’inizio della Quaresima è ordinato alla confessione dei
peccati, alla implorazione del perdono e alla volontà di conversione.
Anche
i venerdì di ogni settimana dell’anno sono giorni particolarmente propizi e
significativi per la pratica penitenziale della Chiesa, sia per il loro richiamo
a quel Venerdì che culmina nella Pasqua, sia come preparazione alla comunione
eucaristica nella assemblea domenicale: in tal modo i cristiani si preparano
alla gioia fraterna della «Pasqua settimanale» — la domenica, il giorno del
Signore risorto — con un gesto che manifesta la loro volontà di conversione e
il loro impegno di novità di vita.
La
celebrazione della domenica sollecita, infatti, la comunità cristiana a dare
concretezza e slancio alla propria testimonianza di carità: «E soprattutto la
domenica il giorno in cui l’annuncio della carità celebrato nell’Eucaristia
può esprimersi con gesti e segni visibili concreti, che fanno di ogni assemblea
e di ogni comunità il luogo della carità vissuta nell’incontro fraterno e
nel servizio verso chi soffre e ha bisogno. Il giorno del Signore si manifesta
così come il giorno della Chiesa e quindi della solidarietà e della comunione».
Ciò acquista maggior significato se la domenica è stata preceduta dal venerdì
di digiuno, di astinenza e di mortificazione, ordinati alla preghiera e alla
carità.
10.
Le profonde trasformazioni sociali e culturali, che segnano i costumi di vita
del nostro tempo, rendono problematici, se non addirittura anacronistici e
superati, usi e abitudini di vita fino a ieri da tutti accettati. Per la pratica
dell’astinenza, si pensi alla distinzione tra cibi «magri» e cibi «grassi»:
una simile distinzione porta in sé il rischio di allontanarsi da quella sobrietà
che appartiene al genuino spirito penitenziale e di ricercare di fatto cibi
particolarmente raffinati e costosi, che di per sé non contrastano con le norme
tradizionali fissate dalla Chiesa.
Diventa
allora necessario ripensare le forme concrete secondo cui la prassi penitenziale
deve essere vissuta dalla Chiesa dei nostri giorni perché rimanga nella sua
originaria verità. Le comunità ecclesiali, come pure ogni singolo cristiano,
sono impegnati a trovare i modi più adatti per praticare il digiuno e
l’astinenza secondo l’autentico spirito della tradizione della Chiesa, nella
fedeltà viva alla loro originalità cristiana.
Questi
modi consistono nella privazione e comunque in una più radicale moderazione non
solo del cibo, ma anche di tutto ciò che può essere di qualche ostacolo ad una
vita spirituale pronta al rapporto con Dio nella meditazione e nella preghiera,
ricca e feconda di virtù cristiane e disponibile al servizio umile e
disinteressato del prossimo.
Il
nostro tempo è caratterizzato, infatti, da un consumo alimentare che spesso
giunge allo spreco e da una corsa sovente sfrenata verso spese voluttuarie, e,
insieme, da diffuse e gravi forme di povertà, o addirittura di miseria
materiale, culturale, morale e spirituale. In particolare, il divario tra Nord e
Sud del mondo presenta abitualmente una diversità di condizioni economiche e
sociali veramente spaventosa. A fronte di paesi e nazioni del Nord del pianeta,
dove vige un tenore di vita molto alto, intere popolazioni del Sud vivono in
condizioni subumane di povertà, di malattia e di miseria.
In
questo contesto, il problema del digiuno e dell’astinenza si collega, a suo
modo, con il problema della giustizia sociale e della solidale condivisione dei
beni su scala nazionale e mondiale. E in questione allora la responsabilità di
tutti e di ciascuno: anche la singola persona è sollecitata ad assumere uno
stile di vita improntato ad una maggiore sobrietà e talvolta anche
all’austerità, e nello stesso tempo capace di risvegliare una forte
sensibilità per gesti generosi verso coloro che vivono nell’indigenza e nella
miseria. Il grido dei poveri che muoiono di fame non può essere inteso come un
semplice invito ad un qualche gesto di carità; è piuttosto un urlo disperato
che reclama giustizia ed esige che i gesti religiosi del digiuno e
dell’astinenza diventino il segno trasparente di un più ampio impegno di
giustizia e di solidarietà: «Lontano da me il frastuono dei tuoi canti: il
suono delle tue arpe non posso sentirlo! Piuttosto scorra come acqua il diritto
e la giustizia come un torrente perenne» (Am 5,23-24).
11.
Il senso cristiano del
digiuno e dell’astinenza spingerà i credenti non solo a coltivare una più
grande sobrietà di vita, ma anche ad attuare un più lucido e coraggioso
discernimento nei confronti delle scelte da fare in alcuni settori della vita di
oggi: lo esige la fedeltà agli impegni del Battesimo.
Ricordiamo,
a titolo di esempio, alcuni comportamenti che possono facilmente rendere tutti,
in qualche modo, schiavi del superfluo e persino complici dell’ingiustizia:
-
il consumo alimentare senza una giusta regola, accompagnato a volte da un
intollerabile spreco di risorse;
-
l’uso eccessivo di bevande alcooliche e di fumo;
-
la ricerca incessante di cose superflue, accettando acriticamente ogni moda e
ogni sollecitazione della pubblicità commerciale;
-
le spese abnormi che talvolta accompagnano le feste popolari e persino alcune
ricorrenze religiose;
-
la ricerca smodata di forme di divertimento che non servono al necessario
recupero psicologico e fisico, ma sono fini a se stesse e conducono ad evadere
dalla realtà e dalle proprie responsabilità;
-
l’occupazione frenetica, che non lascia spazio al silenzio, alla riflessione e
alla preghiera;
-
il ricorso esagerato alla televisione e agli altri mezzi di comunicazione, che
può creare dipendenza, ostacolare la riflessione personale e impedisce il
dialogo in famiglia.
I
cristiani sono chiamati dalla grazia di Cristo a comportarsi «come i figli
della luce» e quindi a non partecipare «alle opere infruttuose delle tenebre»
(Ef 5,8.11). Così, praticando un giusto «digiuno» in questi e in altri
settori della vita personale e sociale, i cristiani non solo si fanno solidali
con quanti, anche non cristiani, tengono in grande considerazione la sobrietà
di vita come componente essenziale dell’esistenza morale, ma anche offrono una
preziosa testimonianza di fede circa i veri valori della vita umana, favorendo
la nostalgia e la ricerca di quella spiritualità di cui ogni persona ha grande
bisogno.
12.
Lo stile, con il quale Gesù invita i discepoli a digiunare, insegna che la
mortificazione è sì esercizio di austerità in chi la pratica, ma non per
questo deve diventare motivo di peso e di tristezza per il prossimo, che attende
un atteggiamento sereno e gioioso.
Questa
delicata attenzione agli altri è una caratteristica irrinunciabile del digiuno
cristiano, al punto che esso è sempre stato collegato con la carità: il frutto
economico della privazione del cibo o di altri beni non deve arricchire colui
che digiuna, ma deve servire per aiutare il prossimo bisognoso: «I cristiani
devono dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, è stato messo da parte»,
ammonisce la Didascalia Apostolica.
In
questo senso il digiuno dei cristiani deve diventare un segno concreto di
comunione con chi soffre la fame, e una forma di condivisione e di aiuto con chi
si sforza di costruire una vita sociale più giusta e umana.
Anche
all’interno del nostro Paese, dove permangono e «per certi versi si
accentuano acute contraddizioni, come le molteplici forme di povertà, antiche e
nuove», la Chiesa si sente interpellata a rivivere e riproporre, nello spirito
del vangelo della carità, la pratica penitenziale come segno e stimolo concreto
a farsi carico delle situazioni di bisogno e ad aiutare le persone, le famiglie
e le comunità nell’affrontare i problemi quotidiani della vita.
Così,
i digiuni che accompagnano alcune manifestazioni pubbliche, come sono le
assemblee di preghiera e le marce di solidarietà, possono sollecitare persone e
famiglie, ma anche comunità e istituzioni, a trovare risorse da mettere a
disposizione di organismi impegnati in opere di assistenza e di promozione
sociale. In tal modo è possibile realizzare iniziative di soccorso per i più
poveri, come i servizi di prima accoglienza o i sostegni domiciliari per le
persone anziane, e nello stesso tempo sensibilizzare le comunità alle esigenze
della pace, rendendole accoglienti e solidali con le vittime della violenza e
delle guerre.
RIMEDI
DEL PECCATO IMPURO:
IL DIGIUNO E LA MORTIFICAZIONE DEI SENSI
DISPOSIZIONI NORMATIVE E ORIENTAMENTI PASTORALI
13.
Concludiamo la presente Nota
pastorale con le seguenti disposizioni normative, che trovano la loro
ispirazione e forza nel canone 1249 del Codice di diritto canonico: «Per legge
divina, tutti i fedeli sono tenuti a fare penitenza, ciascuno a proprio modo; ma
perché tutti siano tra loro uniti da una comune osservanza della penitenza,
vengono stabiliti dei giorni penitenziali in cui i fedeli attendano in modo
speciale alla preghiera, facciano opere di pietà e di carità, sacrifichino se
stessi compiendo più fedelmente i propri doveri e soprattutto osservando il
digiuno e l’astinenza». Queste disposizioni normative sono la determinazione
della disciplina penitenziale della Chiesa universale, che i canoni 1251 e 1253
del Codice di diritto canonico affidano alle Conferenze Episcopali.
1)
La legge del digiuno «obbliga a fare un unico pasto durante la giornata, ma non
proibisce di prendere un po' di cibo al mattino e alla sera, attenendosi, per la
quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate».
2)
La legge dell’astinenza proibisce l’uso delle carni, come pure dei cibi e
delle bevande che, ad un prudente giudizio, sono da considerarsi come
particolarmente ricercati e costosi.
3)
Il digiuno e l’astinenza, nel senso sopra precisato, devono essere osservati
il Mercoledì delle Ceneri (o il primo venerdì di Quaresima per il rito
ambrosiano) e il Venerdì della Passione e Morte del Signore Nostro Gesù
Cristo; sono consigliati il Sabato Santo sino alla Veglia pasquale.
4)
L’astinenza deve essere osservata in tutti e singoli i venerdì di Quaresima,
a meno che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità (come il 19 o
il 25 marzo).
In
tutti gli altri venerdì dell’anno, a meno che coincidano con un giorno
annoverato tra le solennità, si deve osservare l’astinenza nel senso detto
oppure si deve compiere qualche altra opera di penitenza, di preghiera, di carità.
5)
Alla legge del digiuno sono tenuti tutti i maggiorenni fino al 60° anno
iniziato; alla legge dell’astinenza coloro che hanno compiuto il 14° anno di
età.
6)
Dall’osservanza dell’obbligo della legge del digiuno e dell’astinenza può
scusare una ragione giusta, come ad esempio la salute. Inoltre, «il parroco,
per una giusta causa e conforme alle disposizioni del Vescovo diocesano, può
concedere la dispensa dall’obbligo di osservare il giorno (…) di penitenza,
oppure commutarlo in altre opere pie; lo stesso può anche il Superiore di un
istituto religioso o di una società di vita apostolica, se sono clericali di
diritto pontificio, relativamente ai propri sudditi e agli altri che vivono
giorno e notte nella loro casa».
14.
Presentiamo ora, alla luce dei libri liturgici, delle usanze ecclesiali e della
maturazione spirituale dei fedeli, alcuni orientamenti pastorali.
Può
essere di grande utilità proporre il digiuno e l’astinenza, unitamente a
momenti di preghiera e a forme di carità:
a)
alla vigilia di eventi significativi per la comunità ecclesiale, come sono, ad
esempio, la Confermazione, l’Ordinazione, la Professione religiosa, la
Dedicazione della chiesa o la Festa del patrono o del titolare;
b)
nella preparazione o nello svolgimento degli Esercizi e Ritiri spirituali, delle
Missioni al popolo, o di circostanze analoghe, come sono i Sinodi, le riunioni
d’inizio o fine anno pastorale;
c)
nelle Quattro Tempora e, analogamente, nelle ricorrenze collegate alla pietà
popolare, come nella vigilia delle feste dei Santi o nei pellegrinaggi;
d)
in particolari circostanze civili ed ecclesiali, nelle quali si fa più urgente
il ricorso a Dio e impellente l’aiuto fraterno (catastrofi, carestie, guerre,
disordini sociali, discriminazioni etniche, crimini contro le persone).
15.
Partecipi della sollecitudine pastorale dei nostri sacerdoti, li invitiamo a
sviluppare una costante opera educativa verso i fedeli loro affidati, così che
la pratica penitenziale si inserisca in modo abituale e armonico nella vita
cristiana personale e comunitaria. In tal senso possono essere utili i seguenti
suggerimenti.
a)
Nel tempo sacro della Quaresima i Vescovi, i presbiteri, i diaconi, i religiosi,
ma anche i catechisti e gli educatori, favoriscano la riscoperta e
l’approfondimento dell’originalità cristiana del digiuno e
dell’astinenza, collegandoli intimamente con l’impegno a maturare nella vita
di fede e di carità. In tal senso sono da valorizzare l’ascolto e la
meditazione della parola di Dio, una più intensa vita liturgica, iniziative di
preghiera personale e di gruppo, forme di carità e di servizio.
b)
Ogni anno, durante la Quaresima, si propongano alle comunità parrocchiali, ma
anche a gruppi, movimenti e associazioni, uno o più interventi di aiuto a
favore delle situazioni di bisogno, verso le quali far convergere i «frutti»
del digiuno e della carità. E giusto che la comunità abbia poi il resoconto di
quanto si è attuato.
c)
È particolarmente importante assicurare il coordinamento delle varie iniziative
catechistiche, liturgiche e caritative in ambito sia nazionale che locale; così
da assumere qualche impegno penitenziale condiviso da tutti: si renderà più
visibile e incisivo il cammino penitenziale della comunità cristiana come tale.
d)
Al fine di diffondere e di approfondire la coscienza cristiana della penitenza,
i vari organismi diocesani — specialmente i Consigli presbiterali e pastorali,
il seminario e gli Istituti di Scienze Religiose —‘ nonché i superiori
degli Istituti di vita consacrata, le comunità parrocchiali, i responsabili
delle aggregazioni ecclesiali e gli operatori della comunicazione sociale
potrebbero promuovere momenti di riflessione sul digiuno e sull’astinenza
nella vita dei singoli cristiani e delle comunità ecclesiali, così da proporre
e programmare in modo convincente, soprattutto all'inizio della Quaresima,
cammini formativi e iniziative di penitenza.
16.
L’insieme di queste riflessioni, destinate a rimotivare e a rinvigorire la
prassi penitenziale del digiuno e dell’astinenza all’interno della comunità
cristiana, non può concludersi senza un appello particolare alle famiglie e a
quanti hanno responsabilità educative.
I
genitori e gli educatori avvertano l’importanza e la bellezza di formare i
fanciulli, i ragazzi e i giovani al senso dell’adorazione di Dio e
all’atteggiamento della gratitudine per i suoi doni: da questa radice
religiosa scaturirà la forza per l’autocontrollo, la sobrietà, la libertà
critica di fronte ai bisogni superflui indotti dalla cultura consumista, il dono
sincero di sé attraverso il volontariato, l’impegno a costruire rapporti
solidali e fraterni.
I
genitori, per primi, sentano la responsabilità di essere testimoni con la loro
stessa vita, segnata da sobrietà, apertura e attenzione operosa agli altri. Non
indulgano alla diffusa tendenza di assecondare in tutto i figli, ma propongano
loro coraggiosamente forti ideali e valori di vita, e li accompagnino a
conseguirli con convinzione e generosità e senza temere l’inevitabile fatica
connessa. Spingano verso uno stile di vita contrassegnato dalla gratuità e da
uno spirito di servizio che sa vincere l’egoismo e l’indolenza.
Quest’opera
educativa ha motivazioni evangeliche e risorse originali: è parte integrante di
quella formazione alla fede, alla preghiera personale e liturgica e al
coinvolgimento attivo e responsabile nella vita e missione della Chiesa che i
genitori cristiani sono chiamati ad assicurare ai loro figli in forza del
ministero ricevuto con il sacramento del Matrimonio.
Anche
nella scuola, in particolare attraverso l’insegnamento della religione
cattolica, si espongano i motivi e le forme del digiuno cristiano e si
illustrino i significati personali e sociali dell’impegno penitenziale e in
generale di ogni sforzo ascetico equilibrato.
I
giovani siano istruiti anche circa l’obbligo morale e canonico del digiuno,
che ha inizio con i 18 anni. Ai fanciulli e ai ragazzi si propongano forme
semplici e concrete di astinenza e di carità, aiutandoli a vincere la mentalità
non poco diffusa per la quale il cibo e i beni materiali sarebbero fonte unica e
sicura di felicità e a sperimentare la gioia di dedicare il frutto di una
rinuncia a colmare la necessità del fratello: «Vi è più gioia nel dare che
nel ricevere» (At 20,35).
CONCLUSIONE
17.
Con la pratica penitenziale del digiuno e dell’astinenza la Chiesa accoglie e
vive l’invito di Gesù ai discepoli ad abbandonarsi fiduciosi alla Provvidenza
di Dio, senza alcuna ansia per il cibo: «La vita vale più del cibo e il corpo
più del vestito... Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non
state con l’animo in ansia... Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose
vi saranno date in aggiunta» (Lc 12,23.29.3 1).
La
comunità cristiana deve mantenere viva la coscienza di essere destinataria di
una particolare grazia ed insieme protagonista di una conseguente responsabilità,
anche nell’ambito della penitenza. Cristo vuole la sua Chiesa come custode
vigile e fedele del dono della salvezza: essa proclama questo dono nella
confessione della fede, lo comunica con la celebrazione dei sacramenti e lo
manifesta con la testimonianza della vita.
I
cristiani, partecipi per la grazia del Signore alla vita e alla missione della
Chiesa, possono e devono dare un contributo originale e determinante, non solo
all’edificazione del Corpo di Cristo, ma anche al benessere spirituale e
sociale della comunità umana. Tale contributo è offerto anche dal loro stile
di vita sobrio e talvolta austero: così diventano costruttori di una società
più accogliente e solidale, e fanno crescere nella storia quella «civiltà
dell’amore» che trova il suo principio nella verità proclamata dal Concilio
con le parole: «L’uomo vale più per quello che è che per quello che ha».
Roma, dalla sede della C.E.I., 4 ottobre 1994
Festa di S. Francesco d’Assisi Patrono d’Italia
CAMILLO Card. RUINI
Vicario Generale di Sua Santità per la diocesi di Roma
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
DIONIGI TETTAMANZI
Segretario Generale
RIMEDI
DEL PECCATO IMPURO:
IL
DIGIUNO E LA MORTIFICAZIONE DEI SENSI
I DISCEPOLI E IL DIGIUNO di padre Raniero Cantalamessa
Marco
(2,18-22)
In
quel tempo i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si
recarono allora da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i
discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». Gesù
disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è
con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno
giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. Nessuno cuce una
toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo
squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo
in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri,
ma vino nuovo in otri nuovi».
Nel
dare una risposta ai discepoli di Giovanni Battista e ai farisei, che chiedono
come mai i suoi discepoli non osservano il digiuno, Gesù non rinnega questa
pratica, ma la rinnova nei suoi modi, nei tempi e nei contenuti. Il digiuno è
diventato ai nostri giorni una pratica ambigua. Nell’antichità non si
conosceva che il digiuno religioso; oggi esiste un digiuno politico e sociale
(scioperi della fame!), un digiuno igienico o ideologico (vegetariani), un
digiuno patologico (anoressia), un digiuno estetico (per mantenere la linea).
Esiste soprattutto un digiuno imposto dalla necessità: quello dei milioni di
esseri umani che non hanno il minimo indispensabile e muoiono di fame. Per sé
stessi, questi digiuni nulla hanno a che vedere con ragioni religiose e
ascetiche. Nel digiuno estetico, anzi, a volte (non sempre) si
"mortifica" il vizio della gola, solo per obbedire a un altro vizio
capitale, quello della superbia o della vanità.
È
importante perciò cercare di riscoprire il genuino insegnamento biblico sul
digiuno. Nella Bibbia troviamo, nei confronti del digiuno, l’atteggiamento del
"sì, ma", dell’approvazione e della riserva critica. Il digiuno,
per sé, è cosa buona e raccomandabile; traduce alcuni atteggiamenti religiosi
fondamentali: riverenza davanti a Dio, riconoscimento dei propri peccati,
resistenza ai desideri della carne, sollecitudine e solidarietà verso i
poveri... Come tutte le cose umane, però, esso può scadere a "vanto della
carne". Basta ripensare alla parola del fariseo al tempio: «Digiuno due
volte la settimana» (Luca 18,12).
Se
Gesù parlasse a noi discepoli di oggi, su che cosa insisterebbe di più, sul
"sì" o sul "ma"? Noi siamo molto sensibili oggi alle
ragioni del "ma" e della riserva critica. Avvertiamo come più
importante la necessità di «spezzare il pane con l’affamato e vestire
l’ignudo»; abbiamo giustamente vergogna di chiamare, il nostro, un
"digiuno", quando quello che sarebbe per noi il colmo dell’austerità
– mangiare pane e acqua – per milioni di persone sarebbe già un lusso
straordinario, soprattutto se si tratta di pane fresco e acqua pulita.
Quello
che dobbiamo riscoprire sono invece le ragioni del "sì". La domanda
del Vangelo potrebbe risuonare, ai nostri giorni, in altra forma: «Perché i
discepoli di Budda e di Maometto digiunano e i tuoi discepoli non digiunano?» (È
risaputo con quanta serietà i musulmani osservano il loro Ramadan).
Viviamo
in una cultura dominata dal materialismo e da un consumismo a oltranza. Il
digiuno ci aiuta a non lasciarci ridurre a puri "consumatori"; ci
aiuta ad acquistare il prezioso "frutto dello Spirito" che è "il
dominio di sé", ci predispone all’incontro con Dio che è spirito, e
allo stesso tempo ci rende più attenti alle necessità dei poveri.
Non
dobbiamo però dimenticare che esistono forme alternative al digiuno e
all’astinenza dai cibi. Possiamo praticare un digiuno dal fumo, dagli alcolici
e superalcolici (oltre che all’anima questo fa bene anche al corpo), un
digiuno dalle immagini violente e sensuali che televisione, spettacoli, riviste
e internet quotidianamente ci riversano addosso. Anche questa specie di
"demoni" moderni non si vincono che «con il digiuno e la preghiera».
MORTIFICAZIONE
La
pratica della mortificazione
ART.
I. NATURA DELLA
MORTIFICAZIONE.
Spiegati
che avremo i termini biblici
i moderni con cui si denomina la mortificazione, ne daremo la definizione.
752. I.
Espressioni bibliche per indicare la mortificazione. Sette principali
espressioni troviamo nei Libri Sacri per indicare la mortificazione sotto i vari
suoi aspetti.
1°
Il vocabolo rinunzia, "qui non renuntiat omnibus quæ
possidet non potest meus esse disciplus", ci presenta la mortificazione
come atto di distacco dai beni esterni per seguir Cristo, come fecero gli
Apostoli: "relictis omnibus, secuti sunt eum".
2°
È pure abnegazione o rinunzia a sè stesso: "si quis vult
post me venire, abnegat semetipsum"...; infatti il più terribile dei
nostri nemici è il disordinato amor di noi stessi; ecco perchè è necessario
distaccarsi da sè stessi.
3°
Ma la mortificazione ha pure un lato positivo: è un atto che ferisce e
distrugge le male tendenze della nature: "Mortificate ergo membra vestra...
Si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis"...
4°
Anzi è una crocifissione della carne e delle sue cupidigie, onde
inchiodiamo, a così dire, le nostre facoltà alla legge evangelica,
applicandole alla preghiera e al lavoro: "Qui... sunt Christi, carnem
suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis".
5°
Questa crocifissione, quando è costante, produce una specie di morte
e di seppellimento, che ci fa come intieramente morire a noi
stessi e seppellirci con Gesù Cristo a fine di vivere con lui di vita novella:
"Mortui enim estis vos et vita vestra est abscondita cum Cristo in Deo...
Consepulti enim sumus cum illo per baptismum in mortem...
6°
A indicare questa morte spirituale S. Paolo adopera pure un'altra
espressione; poichè, dopo il battesimo, vi sono in noi due uomini, l'uomo
vecchio che rimane, o la triplice concupiscenza, e l'uomo nuovo o l'uomo
rigenerato, egli dichiara che dobbiamo spogliarci dell'uomo vecchio
per rivestirci del nuovo: "expoliantes vos veterem hominem... et
induentes novum".
7°
Non potendo questo farsi senza combattere, Paolo afferma che la vita è una lotta
"bonum certamen certavi"; e che i cristiani sono lottatori o
atleti, che castigano il corpo e lo riducono in schiavitù.
Da
tutte queste espressioni e da altre simili risulta che la mortificazione
inchiude [sic] un doppio elemento: uno negativo, il distacco, la
rinunzia, lo spogliamento; l'altro positivo, la lotta contro le
cattive tendenze, lo sforzo per mortificare o svigorirle, la crocifissione e la
morte: crocifissione della carne, dell'uomo vecchio e delle sue cupidigie, per
vivere della vita di Cristo.
753. II.
Espressioni moderne. Oggi si preferiscono espressioni addolcite, che
indicano lo scopo da conseguire anzichè lo sforzo da sostenere.
Si dice che bisogna riformar sè stesso, governar sè stesso, educar
la volontà, orientar l'anima verso Dio. Sono espressioni giuste,
purchè si sappia far rilevare che non si può riformare e governar sè stessi
se non combattendo e mortificando le male tendenze che sono in noi; che non si
educa la volontà se non domando e disciplinando le facoltà inferiori, e che
non si può orientarsi verso Dio se non distaccandosi dalle creature e
spogliandosi dei vizi. Bisogna insomma saper riunire, come fa la S. Scrittura,
i due aspetti della mortificazione, mostrare lo scopo per consolare ma non
dissimulare lo sforzo necessario per conseguirlo.
754. III.
Definizione. Si può
definire la mortificazione: la lotta contro le inclinazioni cattive per
sottometterle alla volontà e questa a Dio. Più che un'unica virtù è
un complesso di virtù, è il primo grado di tutte le virtù che consiste nel
superar gli ostacoli a fine di ristabilir l'equilibrio delle facoltà e il loro
ordine gerarchici. Onde si vede meglio che la mortificazione non è uno scopo ma
un mezzo: uno non si mortifica che per vivere una vita superiore; non si spoglia
dei beni esterni che per meglio possedere i beni spirituali; non rinunzia a sè
stesso che per posseder Dio; non lotta che per comquistar la pace; non muore a sè
stesso che per vivere della vita di Cristo e della vita di Dio: l'unione con
Dio è dunque lo scopo della mortificazione. Onde meglio se ne
capisce la necessità.
ART.
II. NECESSITÀ DELLA
MORTIFICAZIONE.
Questa
necessità può essere studiata sotto doppio rispetto, rispetto all'eterna
salute e rispetto alla perfezione.
I.
Necessità della mortificazione per l'eterna saluta.
Vi
sono mortificazioni necessarie all'eterna salute, nel senso che, se non
si fanno, si è esposti a cadere in peccato mortale.
755. 1°
Nostro Signore ne parla in modo assai chiaro a proposito dei peccati contro la
castità: "Chiunque guarda una donna con concupiscenza, ad
concupiscendam eam, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore".
Vi sono dunque sguardi gravemente colpevoli, quelli che procedono da cattivi
desideri; e la mortificazione di questi sguardi è necessaria sotto pena di
peccato mortale. Ma lo dice poi chiaro Nostro Signore con quelle energiche
parole: "Se il tuo occhio destro ti è occasione di caduta, cavatelo e
gettalo via, perchè è meglio per te che un solo dei tuoi membri perisca,
anzichè l'intiero tuo corpo venga gettato nell'inferno". Non si tratta qui
di strapparsi materialmente gli occhi ma di allontanar lo sguardo dalla vista di
quegli oggetti che ci sono motivo di scandalo. - S. Paolo dà la ragione di
queste gravi prescrizioni: "Se vivrete secondo la carne, morrete; se poi,
per mezzo dello spirito, darete morte alle azioni della carne, vivrete: si
enim secundum carnem vixeritis, moriemini; si autem spiritu facta carnis
mortificaveritis, vivetis".
Come
infatti già dicemmo al numero 193-227, la triplice concupiscenza che alberga in
noi, aizzata dal mondo e dal demonio, ci porta sovente al male e mette in
pericolo la nostra eterna salute se non badiamo a mortificarla. Onde nasce
l'assoluta necessità di incessamente combattere le cattive tendenza che sono in
noi; di fuggir le occasioni prossime di peccato, cioè quegli oggetti o
quelle persone che, attesa la passata nostra esperienza, costituiscono per noi
serio e probabile pericolo di peccato; e quindi pure di rinunziare a molti
piaceri a cui ci trae la nostra natura. Vi sono dunque mortificazioni
necessarie, senza le quali si cadrebbe in peccato mortale.
756. 2°
Ve ne sono altre che la Chiesa prescrive per determinar l'obbligo
generale di mortificarsi così spesso ricordato dal Vangelo: tal è l'astinenza
dal grasso nel venerdì, il digiuno della Quaresima, delle Quattro
Tempora e delle vigilie. Sono leggi che obbligano sotto pena di colpa grave
coloro che non ne sono legittimamente dispensati. Qui però vogliamo fare
un'osservazione che ha la sua importanza: vi sono persone che, per buone
ragioni, sono dispensate da queste leggi; ma non sono per questo dispensate
dalla legge generale della mortificazione e devono quindi praticarla sotto altra
forma; altrimenti non tarderanno a risentir le ribellioni della carne.
757. 3°
Oltre queste mortificazioni prescritte dalla legge divina e dalla legge
ecclesiastica, ce ne sono altre che ognuno deve imporsi, col consiglio del
direttore, in certe circostanze particolari, quando premono maggiormente le
tentazioni; si possono scegliere tra quelle che verremo indicando. (n.
769 ss).
RIMEDI
DEL PECCATO IMPURO:
IL
DIGIUNO E LA MORTIFICAZIONE DEI SENSI
II.
Necessità della mortificazione per la perfezione.
758. Questa
necessità deriva da ciò che abbiamo detto sulla natura della perfezione, la
quale consiste nell'amor di Dio spinto fino al sacrificio e all'immolazione
di sè, n. 321-327, tanto che, secondo l'Imitazione, la misura del progresso
spirituale dipende dalla misura della violenza che uno si fa: tantum
proficies, quantum tibi ipsi vim intuleris. Basterà quindi richiamar
brevemente alcuni motivi che possano muovere la volontà ed aiutarla a praticar
questo dovere; si desumono da parte di Dio, di Gesù Cristo, della
nostra santificazione.
1°
DA PARTE DI DIO.
759. A)
Il fine della mortificazione, come fu detto, è di unirci a Dio; cosa che non
possiamo fare senza distaccarci dall'amore disordinato delle creature.
Come
giustamente dice S. Giovanni della Croce, "l'anima attaccata alla
creatura le diviene simile, quanto più cresce l'affetto tanto più l'identità
si manifesta, perchè l'amore rende pari l'amante e l'amato. Chi dunque ama una
creatura, s'abbassa al suo livello, anzi di sotto, perchè l'amore non si
contenta della parità ma rende anche schiavi. È questa la ragione per cui
un'anima, schiava d'un oggetto fuori di Dio, diviene incapace di unione pura e
di trasformazione in Dio, perchè la bassezza della creatura è più distante
dalla grandezza del Creatore che non le tenebre dalla luce". Ora l'anima
che non si mortifica, s'attacca presto in modo disordinato alle creature, perchè,
dopo il peccato originale, si sente attirata verso di loro, cattivata dal loro
fascino, e, in cambio di servirsene come di scalini per salire al Creatore, vi
si diletta e le considera come fine. A rompere quest'incanto, a schivar questa
stretta, è assolutamente necessario distaccarsi da tutto ciò che
non è Dio, o almeno da tutto ciò che non è considerato come mezzo per andare
a Lui. Ecco perchè l'Olier, paragonando la condizione dei cristiani a quella di
Adamo innocente, dice che vi è grande differenza tra le due: Adamo cercava Dio,
lo serviva e l'adorava nelle creature; i cristiani invece sono obbligati a
cercar Dio con la fede, a servirlo e adorarlo ritirato in sè stesso e nella sua
santità, separato da ogni creatura. In questo consiste la grazia del battesimo.
760. B)
Nel giorno del battesimo si stipulò tra Dio e noi un vero contratto. a) Dio,
da parte sua, ci mondò dalla macchia originale e ci adotto per figli, ci
comunicò una partecipazione della sua vita, obbligandosi a darci tutte le
grazie necessarie per conservarla e accrescerla; sappiamo con quanta liberalità
mantenne le sue promesse. b) Da parte nostra, ci obbligammo a vivere
da veri figli di Dio, ad avvicinarci alla perfezione del Padre celeste
coltivando questa vita soprannaturale. Ora questo non possiamo fare se non in
quanto pratichiamo la mortificazione. Perchè, da un lato lo Spirito Santo,
datoci nel Battesimo, "ci porta all'umiltà, alla povertà, ai patimenti; e
dall'altro la carne brama gli onori, i piaceri, le ricchezze". Vi è quindi
in noi conflitto e lotta incessante; e non possiamo esser fedeli a Dio che
rinunziando all'amore disordinato degli onori, dei piaceri e delle ricchezze.
Ecco perchè il sacerdote, battezzandoci, ci segna addosso due croci, una sul
cuore, per imprimerci l'amor della Croce, e l'altra sulle spalle, per darci la
forza di portarla. Mancheremmo quindi alle promesse del battesimo se non
portassimo la croce, combattendo il desiderio dell'onore con l'umiltà, l'amor
del piacere con la mortificazione, e la sete delle ricchezze con la povertà.
2°
DA PARTE DI GESÙ
CRISTO.
761. A)
Col battesimo veniamo incorporati a Gesù, onde dobbiamo da lui ricevere
il movimento e le ispirazioni e quindi conformarci a lui. Ora l'intiera
sua vita, come dice l'Imitazione, non fu che un lungo martirio: "Tota
vita Christi crux fuit et martyrium". Non può dunque la nostra essere
vita di piaceri e d'onori, ma dev'essere vita mortificata. Ce lo dice del resto
chiaramente il divino nostro Capo: "Si quis vult post me venire, abneget
semetipsum et tollat crucem suam quotidie et sequatur me". Se vi è chi
debba seguir Gesù è certo colui che tende alla perfezione. Ora come seguir Gesù,
che fin dal suo ingresso nel mondo abbracciò la croce, che tutta la vita sospirò
patimenti e umiliazioni, che sposò la povertà nel Presepio e l'ebbe compagna
fin sul Calvario, se si amano i piaceri, gli onori, le ricchezze, se non si
porta quotidianamente la croce, quella che Dio stesso ci scelse e c'inviò? È
una vergogna, dice S. Bernardo, che sotto un capo coronato di spine siamo
membri delicati, atterriti ai più piccoli patimenti: "pudeat sub
spinato capite membrum fieri delicatum". Per conformarci a Gesù Cristo
e avvicinarne la perfezione, è dunque necessario che portiamo la croce come
lui.
762. B)
Se aspiriamo all'apostolato, troviamo in ciò un nuovo motivo per
crocifiggere la carne. Colla croce Gesù salvò il mondo; colla croce quindi
lavoreremo con lui alla salute dei fratelli, e il nostro zelo sarà tanto più
fecondo quanto più parteciperemo ai patimenti del Salvatore. Ecco il motivo che
animava S. Paolo, quando dava nella sua carne compimento alla passione del
Maestro, a fine di ottenere grazie per la Chiesa; ecco ciò che resse nel
passato e regge ancora al presente tante anime che consentono ad essere vittime
perchè Dio sia glorificato e le anime salvate. Il patire è duro, ma quando si
contempla Gesù che ci va innanzi portando la croce per la salute nostra e per
quella dei nostri fratelli, quando se ne contempla l'agonia, l'ingiusta
condanna, la flagellazione, l'incoronazione di spine, la crocifissione, quando
s'odono gli scherni, gli insulti, le calunnie che accetta tacendo, come osar
lamentarsi? Non siamo ancor giunti allo spargimento del sangue: "nondum
usque ad sanguinem restitistis". E se stimiamo secondo il giusto loro
valore l'anima nostra e quella dei nostri fratelli, non mette forse conto di
tollerar qualche passeggiero patimento per una gloria che non finirà mai e per
cooperare con Nostro Signore alla salute di quelle anime per cui versò il
sangue fino all'ultima goccia?
Questi
motivi, per alti che siano, sono ben compresi da certe anime generose, anche fin
dal principio della loro conversione; e il proporli serve a farle progredire
nell'opera di purificazione e di santificazione.
3°
DA PARTE DELLA
NOSTRA SANTIFICAZONE.
763. A)
Abbiamo bisogno d'assicurarci la perseveranza; e la mortificazione è uno
dei mezzi migliori per preservarsi dal peccato. Ciò che ci fa soccombere alla
tentazione è l'amor del piacere o l'orror del patire e della lotta, horror
difficultatis, labor certaminis. Ora la mortificazione combatte questa
doppia tendenza, che in fondo è una sola; col privarci di alcuni leciti piaceri
ci arma la volontà contro i piaceri illeciti e ci rende più facile la vittoria
sulla sensualità e sull'amor proprio, "agendo contra sensualitatem et
amorem proprium", come giustamente dice S. Ignazio. Se invece
cediamo sempre davanti al piacere, prendendoci tutti i leciti diletti, come
sapremo poi resistere nel momento in cui la sensualità, avida di nuovi
godimenti, pericolosi o anche illeciti, si sente come trascinata dall'abitudine
di cedere sempre alle sue esigenze? Il pendìo è così sdrucciolevole che,
soprattutto in materia di sensualità, è facile traboccar nell'abisso, trattivi
da una specie di vertigine. E anche quando si tratta della superbia, il pendìo
è più ripido di quel che si creda: si mentisce in materia leggiera per
scusarsi, per schivare un'umiliazione; e poi, al sacro tribunale della
penitenza, si corre rischio di mancar di sincerità per la vergogna di un'accusa
umiliante. La nostra sicurezza richiede dunque la lotta contro l'amor proprio
come contro la sensualità e la cupidigia.
764. B)
Ma non basta schivare il peccato; bisogna anche progredire nella
perfezione. Ora, qual è anche qui il grande ostacolo se non l'amor del piacere
e l'orror della croce? Quanti desidererebbero esser migliori e tendere alla
santità se non paventassero lo sforzo necessario a progredire e le prove che
Dio manda ai migliori suoi amici! Bisogna dunque richiamar loro ciò che S. Paolo
ripeteva spesso ai primi cristiani, cioè che la vita è una lotta, che dobbiamo
arrossire d'esser meno coraggiosi di coloro che lottano per una ricompensa
terrena, i quali, per prepararsi alla vittoria, si privano di molti piaceri
permessi e assumono rudi e laboriosi esercizi, tutti per una corona peritura,
mentre la corona promessa a noi è corona immortale, "et illi quidem ut
corruptibilem coronam accipiant, nos autem incorruptam". Abbiamo paura
del patire; ma non pensiamo alle pene terribili del purgatorio (n. 734) che
dovremo subire per lunghi anni se vogliamo vivere nell'immortificazione e
prenderci tutti i piaceri che ci allettano? Quanto più prudenti sono i mondani!
Molti si sobbarcano a rudi fatiche e talora a forti umiliazioni per guadagnare
un poco di danaro e assicurarsi poi un onorevole riposo; e noi ricuseremmo di
sottoporci a qualche mortificazione per assicurarci l'eterno riposo nella città
del cielo? È ragionevole questo?
Bisogna
dunque persuaderci che non si dà perfezione, non si dà virtù senza la
mortificazione. Come esser casti senza mortificare quella sensualità che ci
inclina così fortemente ai pericolosi e cattivi diletti? Come esser temperanti
se non reprimendo la golosità? Come praticar la povertà e anche la giustizia
se non si combatte la cupidigia? Come esser umili, dolci e caritatevoli, senza
padroneggiare quelle passioni di superbia, di ira, di invidia, di gelosia che
sonnecchiano in fondo al cuore umano? Nello stato di natura decaduta non c'è
virtù che possa praticarsi a lungo senza sforzo, senza lotta, e quindi senza
mortificazione. Si può dunque dire col Tronson che, "come l'immortificazione
è l'origine dei vizi e la causa di tutti i nostri mali, così la mortificazione
è il fondamento delle virtù e la fonte di tutti i nostri beni".
765. C)
Si può anche aggiungere che la mortificazione, non ostante le privazioni e i
patimenti che impone, è, anche sulla terra, fonte dei più grandi beni, e che i
cristiani mortificati sono poi in complesso più felici dei mondani che si
abbandonarono a tutti i piaceri. Lo insegna Nostro Signore stesso quando dice
che chi lascia tutto per seguirlo avrà in ricambio il centuplo anche in questa
vita: "Qui reliquerit domum vel fratres... centuplum accipiet, et vitam
æternam possidebit". Nè altro linguaggio tiene S. Paolo quando,
dopo aver parlato della modestia, vale a dire della moderazione in tutte le
cose, aggiunge che chi la pratica gode di quella pace vera che supera ogni
consolazione: "pax Dei quæ exsuperat omnem sensum custodiat corda
vestra et intelligentias vestras". E non ne è egli stesso un vivo
esempio? Paolo ebbe certamente da patir molto; e a lungo descrive le prove
terribili che dovette soffrire nella predicazione del Vangelo e nella lotta
contro sè stesso; ma soggiunge che in mezzo alle tribolazioni abbonda e
sovrabbonda di gaudio: "superabundo gaudio in omni tribulatione nostra".
È
così di tutti i Santi: dovettero anch'essi subir lunghe e dolorose
tribolazioni; ma i martiri, fra le torture, dicevano di non essersi mai trovati
a un simile festino, "nunquam tam jucunde epulati sumus";
leggendo le vite dei Santi, due cose ci colpiscono: le prove terribili che
subirono e le mortificazioni che liberamente s'imposero; e d'altra parte la loro
serenità in mezzo a questi patimenti. Giungono al punto di amar la croce, di
non più paventarla, di sospirarla anzi, di considerar perduti i giorni in cui
non ebbero nulla da soffrire. Fenomeno psicologico che fa stupire i mondani ma
che consola le anime di buona volontà. Non si può certamente pretendere
dagl'incipienti quest'amor della Croce; ma si può far loro capire, citando
l'esempio dei Santi, che l'amor di Dio e delle anime allevia notevolmente il
dolore e la mortificazione, e che, se consentono ad entrar generosamente nella
pratica dei piccoli sacrifici che sono alla loro portata, anch'essi giungeranno
un giorno ad amare e desiderare la croce e a trovarvi vere consolazioni
spirituali.
766. È
ciò che nota l'autore dell'Imitazione, in un testo che compendia molto bene i
vantaggi della mortificazione: "In cruce salus, in cruce vita, in cruce
protectio ab hostibus, in cruce infusio supernæ suavitatis, in cruce robur
mentis, in cruce gaudium spiritûs, in cruce virtutis summa, in cruce perfectio
sanctitatis. Infatti l'amor della croce è l'amor di Dio spinto fino
all'immolazione; ora, come abbiamo detto, quest'amore è il compendio di tutte
le virtù, l'essenza stessa della perfezione, e quindi il più potente usbergo
contro i nemici spirituali, una fonte di forza e di consolazione, il miglior
mezzo d'accrescere in noi la vita spirituale e di assicurarci l'eterna salute.
RIMEDI
DEL PECCATO IMPURO:
IL
DIGIUNO E LA MORTIFICAZIONE DEI SENSI
ART.
III. PRATICA DELLA
MORTIFICAZIONE.
767. Principii.
1° La mortificazione deve abbracciare l'uomo intiero, corpo ed anima;
perchè appunto l'uomo intiero, ove non sia ben disciplinato, è occasione di
peccato. Chi pecca, propriamente parlando, è la sola volontà; questo è vero,
ma la volontà ha per complici e strumenti il corpo coi sensi esterni e l'anima
con tutte le sue facoltà; onde tutto l'uomo dev'essere disciplinato e
mortificato.
768. 2°
La mortificazione prende di mira il piacere.
Il piacere in sè non è propriamente un male; è anzi un bene quando è
subordinato al fine per cui Dio l'ha istituito. Dio volle annettere un certo
diletto all'adempimento del dovere a fine di agevolarne la pratica; ond'è che
proviamo un certo diletto nel mangiare e nel bere, nel lavoro e in altri simili
doveri. Quindi, nell'intenzione divina, il piacere non è un fine ma un
mezzo. Gustar dunque il piacere per meglio adempiere il dovere
non è cosa proibita: è l'ordine stabilito da Dio. Ma volere il piacere per se
stesso, come fine, senza alcuna relazione al dovere, è per lo meno cosa pericolosa,
perchè uno si espone a scivolare dai diletti permessi ai diletti peccaminosi;
gustare il piacere escludendo il dovere è peccato più o meno grave, perchè è
in violazione dell'ordine voluto da Dio. Onde la mortificazione consisterà nel
privarsi dei piaceri cattivi, contrari all'ordine della Provvidenza o
alla legge di Dio o della Chiesa; nel rinunziar pure ai piaceri pericolosi
per non esporsi al peccato; e perfino nell'astenersi da alcuni piaceri leciti
per render più sicuro l'impero della volontà sulla sensibilità. Allo stesso
fine uno non solo si priverà di alcuni piaceri ma si infliggerà pure alcune
mortificazioni positive; perchè l'esperienza insegna che nulla è più efficace
ad attutire l'inclinazione al piacere quanto l'imporsi qualche lavoro o qualche
patimento di supererogazione.
769. 3°
Ma la mortificazione deve praticarsi con prudenza o discrezione:
onde vuol essere proporzionata alle forze fisiche e morali di
ciascuno e all'adempimento dei doveri del proprio stato: 1) Bisogna
aversi riguardo alle forze fisiche; perchè, secondo San Francesco di
Sales, "siamo esposti a grandi tentazioni in due casi, quando il corpo è
troppo nutrito e quando è troppo estenuato". Nell'ultimo caso infatti si
cade facilmente nella nevrastenia, che obbliga poi a pericolosi riguardi. 2) Bisogna
aversi pur riguardo alle forze morali, non imponendosi a principio
privazioni eccessive che non si potranno continuare a lungo e che nel lasciarle
possono poi condurre al rilassamento. 3) Ciò che soprattutto
importa è che queste mortificazioni, s'accordino coi doveri del proprio stato,
perchè, essendo essi obbligatorii, debbono andare avanti alle pratiche di
supererogazione. Così sarebbe male per una madre di famiglia praticare austerità
che le impedissero di adempiere i doveri versi il marito e verso i figli.
770. Vi
è poi tra le mortificazioni un ordine gerarchico: le interne
valgono certamente più delle esterne, perchè prendono più direttamente
di mira la radice del male. Ma non bisogna dimenticare che queste agevolano
molto la pratica di quelle; chi, per esempio, volesse disciplinare la fantasia
senza mortificare gli occhi, non ci riuscirebbe gran fatto, appunto perchè gli
occhi forniscono alla fantasia le immagini sensibili di cui si pasce. Fu errore
dei modernisti il beffarsi delle austerità dei secoli cristiani. Infatti
i Santi di tutti i tempi, quelli beatificati ultimamente come i precedenti,
castigarono duramente il corpo e i sensi esterni, convinti che, nello stato di
natura decaduta, per appartenere intieramente a Dio, l'intiero uomo dev'essere
mortificato.
Verremo
dunque percorrendo una dopo l'altra le varie specie di mortificazione,
cominciando dalle esterne per arrivare alle più interne; tal è
l'ordine logico; in pratica però bisogna saper usare nello stesso tempo, in
prudente maniera, le une e le altre.
I.
Della mortificazione del corpo e dei sensi esterni
§
I. Della mortificazione del corpo e dei sensi esterni.
771. 1°
La sua ragione. a) Nostro
Signore aveva raccomandato ai discepoli la pratica moderata del digiuno e
dell'astinenza, la mortificazione della vista e del tatto. S. Paolo era
tanto convinto della necessità di domare il corpo, che severamente lo castigava
per schivare il peccato e la dannazione: "Castigo corpus meum et in
servitutem redigo, ne forte cum aliis prædicaverim, ipse reprobus efficiar".
La Chiesa pensò anch'essa a prescrivere ai fedeli alcuni giorni di digiuno e
d'astinenza. b) Qual ne è la ragione? Certo il corpo, ben
disciplinato, è servo utile e anche necessario, alle cui forze bisogna aver
riguardo per poterle mettere a servizio dell'anima. Ma, nello stato di natura
decaduta, il corpo cerca i sensuali diletti senza darsi pensiero del lecito o
dell'illecito; ha anzi un'inclinazione speciale per i piaceri illeciti e si
rivolta talora contro le superiori facoltà che glie li vogliono interdire. È
nemico tanto più pericoloso in quanto che ci accompagna dovunque, a tavola, a
letto, a passeggio, e incontra spesso complici pronti ad aizzarne la sensualità
e la voluttà. I sensi, infatti, sono come tante porte aperte per cui
furtivamente s'insinua il sottile veleno dei proibiti diletti. È dunque
assolutamente necessario vigilarlo, padroneggiarlo, ridurlo in schiavitù:
altrimenti ci tradirà.
772. 2°
Modestia del corpo. A
domare il corpo, cominciamo con l'osservar bene le regole della modestia e della
buona creanza, ove trovasi largo campo di mortificazione. Il principio che ci
deve servir di regola è quello di S. Paolo: "Non sapete che i vostri
corpi sono membra di Cristo? Non sapete che il vostro corpo è tempio dello
Spirito Santo che è in voi? Nescitis quoniam corpora vestra membra sunt
Christi?... Membra vestra templum sunt Spiritus Sancti".
A)
Bisogna dunque rispettare il proprio corpo come un tempio santo, come un membro
di Gesù Cristo; via dunque quelle mode più o meno invereconde, buone solo a
provocar la curiosità e la voluttà. Porti ognuno le vesti richieste dalla
propria condizione, semplici e modeste, ma sempre pulite e decenti.
Nulla
di più saggio dell'avvertimento di S. Francesco di Sales su questo punto:
"Siate pulita, o Filotea, e nulla si vegga in voi di sciatto e di male
aggiustato... ma guardatevi bene dalla vanità, dalle affettazioni, dalle
curiosità e dalle stranezze. Attenetevi, per quanto sarà possibile, alla
semplicità e alla modestia, che sono il più grande ornamento della bellezza e
il miglior palliativo della bruttezza... le donne vanitose fanno dubitare della
loro castità: o almeno, se sono tali, la loro castità non è visibile, sotto
tutto quell'ingombro e quelle frascherie". S. Luigi dice in poche
parole: "che uno deve vestirsi secondo il proprio stato, in modo che le
persone savie e la gente per bene non possano dire: vi acconciate troppo; nè i
giovani: vi acconciate troppo poco".
Quanto ai religiosi e alle religiose, come pure gli ecclesiastici, hanno sulla forma e sulla materia dei vestiti regole a cui devono conformarsi; è inutile dire che la mondanità e la civetteria sarebbero in loro totalmente fuor di posto e non potrebbero che scandalizzar gli stessi mondani.
773. B)
La buona creanza è anch'essa ottima mortificazione alla portata
di tutti: schivar diligentemente un contegno molle ed effeminato, tenere il
corpo dritto senza sforzo e senza affettazione, non curvo nè pencolante da un
lato o dall'altro; non cangiar posizione troppo di frequente; non incrocicchiare
nè i piede nè le gambe; non abbandonarsi mollemente sulla sedia o
sull'inginocchiatoio: evitare i movimenti bruschi e i gesti disordinati: ecco,
fra cento altri, i mezzi di mortificarsi senza pericolo per la salute, senza
attirar l'attenzione, e che ci danno intanto grande padronanza sul corpo.
774. C)
Vi sono altre mortificazioni positive che i penitenti generosi s'impongono
volentieri per domare il corpo, calmarne gli ardori intempestivi, e stimolare il
desiderio della pietà: i più comuni sono quei braccialetti di ferro che si
infilano alle braccia, quelle catanelle che si cingono alle reni, cinture o
scapolari di crine, o alcuni buoni colpi di disciplina quando uno se li può
dare senza attirar l'attenzione. Ma bisogna in tutto questo consultare
premurosamente il direttore, schivar tutto ciò che sapesse di singolarità o
lusingasse la vanità, senza parlare poi di ciò che fosse contrario all'igiene
o alla pulizia; il direttore non permetterà queste cose che con discrezione, a
modo di prova solo per un poco di tempo, e, se vi notasse inconvenienti di
qualsiasi genere, le sopprimerà.
775. 3°
Modestia degli occhi. A) Vi
sono sguardi gravemente colpevoli, che offendono non solo il pudore ma la
stessa castità e da cui bisogna assolutamente astenersi. Ve ne sono altri pericolosi,
quando uno fissa, senza ragione, persone o cose capaci di suscitar
tentazioni: quindi la S. Scrittura ci avverte di non fissar lo sguardo
sopra una giovane, perchè la sua bellezza non diventi per noi occasione di
scandalo: "Virginem ne conspicias, ne forte scandalizeris in decore
illius". Oggi poi che la licenza degli abbigliamenti e l'immodestia
delle mode o i perniciosi ritrovi dei teatri e di certi salotti offrono tanti
pericoli, di quanto riserbo non è necessario armarsi per non esporsi al
peccato!
776. B)
Quindi il sincero cristiano che vuole ad ogni costo salvarsi l'anima, va anche
più oltre, e per essere sicuro di non cedere alla sensualità, mortifica
la curiosità degli occhi, schivando, per esempio, di guardar dalla
finestra per vedere chi passa, tenendo gli occhi modestamente bassi, senza
affettazione, nelle gite di affari o nel passeggio. Li posa volentieri piuttosto
su qualche pia immagine, campanile, croce, statua, per eccitarsi all'amor di Dio
e dei Santi.
777. 4°
Mortificazione dell'udito e della lingua. A) Richiede
che non si dica nè che si ascolti cosa alcuna che sia contraria alla carità,
alla purità, all'umiltà e alle altre virtù cristiane; perchè, come dice S. Paolo,
le conversazioni cattive corrompono i buoni costumi "corrumpunt mores
bonos colloquia prava". Quante anime infatti si pervertirono per aver
ascoltato conversazioni disoneste o contrarie alla carità! Le parole lubriche
eccitano una morbosa curiosità, destano le passioni, accendono desideri e
provocano al peccato. Le parole poco caritatevoli causano divisioni perfino
nelle famiglie, diffidenze, inimicizie, rancori. Bisogna quindi vigilare anche
sulle minime parole per evitar tali scandali, e saper chiudere l'orecchio a
tutto ciò che può turbare la purità, la carità e la pace.
778. B)
A meglio riuscirvi, si mortificherà qualche volta la curiosità col non
interrogare su ciò che può stuzzicarla, o col reprimere quella smania di
discorrere che va poi a finire in chiacchiere non solo inutili ma anche
peccaminose: "in multiloquio non deerit peccatum".
C)
E poichè i mezzi negativi non bastano, si baderà a condurre la conversazione
sopra argomenti non solo innocui, ma buoni, onesti, edificanti, senza però
rendersi gravosi con osservazioni troppo serie che non vengano spontanee.
779. 5°
Mortificazioni degli altri sensi. Quanto
abbiamo detto della vista, dell'udito e della lingua, s'applica pure agli altri
sensi; ritorneremo sul gusto parlando della golosità e sul tatto a proposito
della castità. Quanto all'odorato, basti dire che l'uso immoderato dei
profumi è spesso pretesto per appagar la sensualità ed eccitar talora la
voluttà; e che un cristiano serio non ne usa se non con moderazione e per
ragione di grande utilità; e che i religiosi e gli ecclesiastici hanno per
norma di non usarne mai.
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DEL PECCATO IMPURO:
IL
DIGIUNO E LA MORTIFICAZIONE DEI SENSI
II.
Della mortificazione dei sensi interni
I
due sensi interni che bisogna mortificare sono la fantasia e la memoria,
le quali generalmente operano insieme, essendo il lavoro della memoria
accompagnato da immagini sensibili.
780. 1°
Principio. La
fantasia e la memoria sono due preziose facoltà che non solo forniscono
all'intelletto i materiali di cui ha bisogno per lavorare, ma lo aiutano ad
esporre la verità con immagini e con fatti che la rendono più afferrabile, più
viva, e quindi pure più interessante: un'esposizioni pallida e fredda non
avrebbe che poca attrattiva per lo comune dei mortali. Non si tratta quindi di
annullar queste facoltà, ma di disciplinarle e di subordinarne l'attività
all'impero della ragione e della volontà; altrimenti, abbandonate a se stesse,
popolano l'anima di un mondo di ricordi e d'immagini che la dissipano, ne
sciupano le energie, le fanno perdere, mentre prega e lavora, un tempo prezioso,
e causano mille tentazioni contro la purità, la carità, l'umiltà e la altre
virtù. È dunque necessario regolarle e metterle a servizio delle facoltà
superiori.
781. 2°
Regole da seguire. A) A
reprimere i traviamenti della memoria e della fantasia, uno deve innanzitutto
studiarsi di scacciare inesorabilmente, subito fin da principio, appena se ne
accorge, le immagini o i ricordi pericolosi, che, richiamandoci un tristo
passato o trasportandoci fra le seduzioni del presente o dell'avvenire,
sarebbero per noi fonte di tentazioni. Ma, essendovi spesso una specie di
determinismo psicologico che ci fa passare dalle fantasie vane a quelle
pericolose, ci premuniremo contro quest'ingranaggio, mortificando i pensieri inutili,
che ci fanno già perdere un tempo prezioso e preparano la via ad altri più
pericolosi: la mortificazione dei pensieri inutili,
dicono i Santi, è la morte dei pensieri
cattivi.
782. B)
A ben riuscirvi, il mezzo positivo migliore è di applicarci con tutta l'anima
al dovere presente, ai nostri lavori, ai nostri studi, alle nostre abituali
occupazioni. È questo del resto anche il mezzo migliore per riuscire a far bene
ciò che si fa, concentrando tutta l'attività sull'azione presente: "age
quod agis". - Rammentino i giovani che, per progredire negli studi come
negli altri doveri del loro stato, devono far lavorare più l'intelligenza e la
riflessione che le facoltà sensitive; così, mentre si assicureranno
l'avvenire, schiveranno pure le pericolose fantasie.
783. C)
Finalmente è cosa utilissima servirsi della fantasia e della memoria per
alimentar la pietà, cercando nella S. Scrittura, nelle preghiere
liturgiche e negli autori spirituali i più bei testi, i più bei paragoni e le
immagini più belle; adoprando pure la fantasia per mettersi alla presenza di
Dio e rappresentarso le varie particolarità dei misteri di Nostro Signore e
della SS. Vergine. Così la fantasia, in cambio di intorpidirsi, si verrà
popolando di rappresentazioni pie che ne bandiranno le pericolose e ci porranno
in grado di capir meglio e meglio spiegare ai nostri uditori le scene
evangeliche.
III.
Della mortificazione delle passioni
784. Le
passioni, intese in senso filosofico, non sono necessariamente e
assolutamente cattive: sono forze vive, spesso impetuose, di cui uno può
giovarsi così per il bene come per il male, purchè le sappia regolare e
volgere a un nobile fine. Ma nel linguaggio popolare e presso certi
autori spirituali, questa parola si usa in senso peggiorativo, per designare le
passioni cattive. Noi dunque:
1° richiameremo
le principali nozioni psicologiche sulle passioniw;
2° ne
indicheremo i buoni e i cattivi effetti;
3° esporremo
alcune regole pel buon uso delle passioni.
I.
La psicologia delle passioni.
Qui richiamiamo soltanto ciò che viene più ampiamente esposto nella Psicologia.
785. 1°
Nozione. Le passioni sono moti
impetuosi dell'appetito sensitivo verso il bene sensibile con più o meno forte
ripercussione sull'organismo.
a)
Vi è dunque alla radice della passione una certa conoscenza almeno sensibile
d'un bene sperato o acquistato o d'un male contrario a questo bene; da questa
conoscenza scaturiscono i moti dell'appetito sensitivo.
b)
Sono moti impetuosi che si distinguono quindi dagli stati affettivi grati
o ingrati, i quali sono calmi, tranquilli, senza quell'ardore e quella veemenza
che è nelle passioni.
c)
Appunto perchè impetuosi e fortemente attivi sull'appetito sensitivo,
hanno una ripercussione sull'organismo fisico per ragione della stretta
unione tra il corpo e l'anima. Così la collera fa affluire il sangue al
cervello e tende i nervi, la paura fa impallidire, l'amore dilata il cuore e il
timore lo stringe. Questi effetti fisiologici però non si hanno in tutti nello
stesso grado, dipendendo dal temperamento di ciascuno, dalla intensità della
passione e dal dominio che uno ha su se stesso.
786. Le
passioni quindi differiscono dai sentimenti, che sono moti della volontà,
onde suppongono la conoscenza dell'intelletto, e che, pur essendo forti, non
hanno la violenza delle passioni. Così vi è un amore-passione e un
amore-sentimento, un timore passionale e un timore intellettuale. Aggiungiamo
che nell'uomo, animale ragionevole, le passioni e i sentimenti spesso, anzi
quasi sempre, si mescolano in proporzioni molto varie, e che con la volontà
aiutata dalla grazia si riesce a trasformare in nobili sentimenti le passioni
anche più ardenti, subordinando queste a quelli.
787. 2°
Il loro numero. Se ne
contano generalmente undici, che, come ottimamente dimostra Bossuet, derivano
tutte dall'amore: "Le altre nostre passioni si riferiscono al solo amore
che le contiene e le eccita tutte".
1)
L'amore è la passione di unirsi a una persone o a una cosa che piace: si
vuole possederla.
2)
L'odio è la passione di allontanar da noi persona o cosa che ci
dispiace: nasce dall'amore nel senso che odiamo ciò che si oppone a ciò che
amiamo; io non odio la malattia se non perchè amo la sanità; non odio una
persona se non perchè è di ostacolo al possesso di ciò che amo.
3)
Il desiderio è la ricerca d'un bene assente, e nasce dall'amore
che abbiamo per questo bene.
4)
L'avversione (o fuga) fa schivare il male che si sta
avvicinando.
5)
L'allegrezza è il godimento del bene presente.
6)
La tristezza invece si cruccia del male presente e se ne
allontana.
7)
L'audacia (ardire o coraggio) si sforza d'unirsi all'oggetto amato in cui
acquisto è difficile.
8)
Il timore ci spinge ad allontanarci da un male difficile a schivarsi.
9)
La speranza corre con ardore all'oggetto amato, il cui acquisto è possibile
benchè difficile.
10)
La disperazione sorge nell'anima quando l'acquisto dell'oggetto amato
appare impossibile.
11)
La collera respinge violentemente ciò che ci fa del male ed eccita il
desiderio di vendicarsi.
Le
prime sei passioni, che derivano dall'appetito concupiscibile, sono dai
moderni comunemente dette passioni di godimento; le altre cinque, che si
riferiscono all'appetito irascibile, si denominano passioni combattive.
II.
Effetti delle passioni.
788. Gli
Stoici volevano che le passioni fossero radicalmente cattive e che si
dovessero sopprimere; gli Epicurei deificano le passioni e altamente
proclamano che bisogna assecondarle; gli epicurei moderni lo dicono con la
frase: vivete la vita. Il cristianesimo tiene la via di mezzo tra questi
due eccessi: nulla di ciò che Dio pose nell'umana natura è cattivo; Gesù
stesso ebbe regolate passioni: amò non solo con la volontà ma anche col cuore,
e pianse su Lazzaro e sull'infedele Gerusalemme; s'accese di santo sdegno, subì
il timore, la tristezza, la noia; ma seppe tener queste passioni sotto l'impero
della volontà e subordinarle a Dio. Quando invece le passioni sono sregolate
producono i più perniciosi effetti, onde bisogna mortificarle e disciplinarle.
789. Effetti
delle passioni sregolate. Si dicono sregolate le passioni che vanno a un
bene sensibile proibito, oppure a un bene lecito ma con troppo ardore e senza
riferirlo a Dio. Ora queste passioni disordinate:
a)
Acciecano l'anima:
corrono infatti al loro oggetto impetuosamente, senza consultar la ragione,
lasciandosi guidare dall'inclinazione o dal diletto. La qual cosa, turbando
l'animo, tende a falsare il giudizio e ad oscurare la retta ragione; l'appetito
sensitivo è cieco per natura, e se l'anima lo prende a guida diventa cieca
anch'essa; in cambio di lasciarsi guidare dal dovere, si lascia abbagliare dal
momentaneo diletto, che è come una nube che non le lascia veder la verità;
acciecata dalla polvere sollevata dalle passioni, l'anima non vede più
chiaramente la volontà di Dio e il dovere che le s'impone, onde non è più
capace di proferir retto giudizio.
790. b)
Stancano l'anima e la tormentano.
1)
Le passioni, dice S. Giovanni della Croce, "sono come i bambini
irrequieti che non si riesce mai a contentare; chiedono alla madre ora questo
ora quello e non sono mai soddisfatti. Come si affatica e si stanca chi scava
cercando il tesoro che non trova, così si affatica e si stanca l'anima a
conseguir ciò che gli appetiti le chiedono; e quand'anche finalmente lo
consegua, pure sempre si stanca perchè non resta mai perfettamente paga... è
come il febbricitante che non sta mai bene finchè non gli passi la febbre e che
ogni momento si sente crescere la sete... Gli appetiti stancano e affliggono
l'anima; la poveretta ne è desolata, agitata, turbata, come i flutti dal
vento".
2)
Onde un dolore tanto più intenso quanto più vive sono le passioni; perchè
queste tormentano la povera anima finchè non vengano appagate; e poichè
l'appetito viene mangiando, chiedono sempre di più; se la coscienza rilutta,
s'impazientiscono, si agitano, sollecitano la volontà perchè ceda ai sempre
rinascenti desideri: è inesprimibile tortura.
791. c)
Infiacchiscono la volontà:
sballottata in vari sensi dalle passioni ribelli, la volontà è obbligata a
disperdere le forze e quindi a indebolirle. Tutto ciò che cede alle passioni ne
accresce le pretensioni e diminuisce le sue energie. Simile a quei polloni
inutili e succhioni che germogliano attorno al tronco d'un albero, gli appetiti
che uno non riesce a dominare, si vengono a mano a mano sviluppando e rubano
vigore all'anima, come i polloni parassiti all'albero. Viene così il momento in
cui, infiacchita, l'anima cade nel rilassamento e nella tiepidezza, pronta a
tutte le transazioni.
792. d)
Macchiano l'anima.
Quando l'anima, cedendo alle passioni, s'unisce alle creature, s'abbassa al loro
livello e ne contrae la malizia e le sozzure; in cambio di essere fedele
immagine di Dio, si fa ad immagine delle cose a cui s'unisce; granellini di
polvere e macchie di fango vengono a offuscarne la bellezza, opponendosi alla
perfetta unione con Dio. "Oso
affermare, dice S. Giovanni della Croce, che un solo appetito disordinato,
anche che non sia contaminato di peccato mortale, basta per mettere un'anima in
tale stato d'oscurità, di bruttezza e di sordidezza, da diventare incapace di
qualunque (intima) unione con Dio, finchè non se ne sia purificata. Che dire
allora dell'anima che ha la bruttezza di tutte le sue passioni naturali, che è
in balìa di tutti suoi appetiti? A quale infinita distanza non si troverà
dalla purità divina? Nè parole nè ragionamenti possono far comprendere la
varietà delle sozzure che tanti diversi appetiti producono in un'anima... ogni
appetito depone a modo suo la speciale sua parte di immondezza e di bruttezza
nell'anima".
793. Conclusione.
È quindi necessario, per chi vuol giungere all'unione con Dio, mortificare
tutte le passioni, anche le più piccole, in quanto volontarie e disordinate.
L'unione perfetta, infatti, suppone che nulla sia in noi di contrario alla
volontà di Dio, nessun volontario attacco alle creature e a noi stessi: appena
ci lasciamo traviare di proposito deliberato da qualche passione, non vi è più
unione perfetta tra la nostra volontà e quella di Dio. Il che è specialmente
vero delle passioni o degli attacchi abituali: svigoriscono la volontà anche
quando siano leggieri. È ciò che osserva S. Giovanni della Croce:
"che un uccello abbia la zampina legata da un filo sottile o da un filo
grosso, poco importa: non gli sarà possibile volare se non dopo averlo
spezzato".
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DEL PECCATO IMPURO:
IL
DIGIUNO E LA MORTIFICAZIONE DEI SENSI
794. Vantaggi
delle passioni ben ordinate.
Quando invece le passioni sono ben regolate, vale a dire orientate verso il
bene, moderate e soggette alla volontà, portano i più preziosi vantaggi. Sono
forze vive e ardenti che vengono a stimolar l'attività dell'intelligenza e
della volontà, prestandole validissimo aiuto.
a)
Operano sull'intelletto, eccitandone l'ardore al lavoro e il
desiderio di conoscere la verità. Quando un oggetto ci appassiona nel senso
buono della parola, siamo tutt'occhi, tutt'orecchi per conoscerlo bene, la mente
coglie più facilmente la verità, la memoria è più tenace nel ritenerla.
Ecco, per esempio, un inventore animato da ardente patriottismo; lavora con
maggior ardore, con maggior tenacia, con maggior acume, appunto perchè vuol
rendere servizio alla patria; parimenti uno studente, sorretto dalla nobile
ambizione di porre la sua scienza a servizio dei compatriotti, fa maggiori
sforzi e riesce a più splendidi risultati; soprattutto poi chi
appassionatamente ama Gesù Cristo, studia il Vangelo con maggior ardore, lo
capisce e lo gusta meglio: le parole del Maestro sono per lui oracoli che gli
portano nell'anima fulgidissima luce.
795. b)
Operano pure sulla volontà per muoverla e decuplicarne le
energie: ciò che si fa per amore si fa meglio, con applicazione, con costanza,
con riuscita maggiore. Che non tenta l'amorosa madre per salvare il suo bambino!
Quanti eroismi ispirati dall'amor di patria! Parimenti, quando un Santo è
appassionato d'amor di Dio e delle anime, non indietreggia dinanzi a nessun
sforzo, a nessun sacrificio, a nessuna umiliazione, per salvare i fratelli. Sì,
è la volontà che comanda questi atti di zelo, ma la volontà ispirata,
stimolata, sorretta da una santa passione. Ora quando i due appetiti, sensitivo
e intellettivo, ossia quando cuore e volontà lavorano nello stesso senso e
uniscono le forze, è chiaro che molto più importanti e durevoli ne sono i
frutti. Conviene quindi studiare il modo di trar partito dalle passioni.
III.
Del buon uso delle passioni.
Richiamati
i principii psicologici utili al nostro intento, indicheremo ilo modo di
resistere alle passioni cattive, il modo di volgere le passioni al bene, e il
modo di regolarle.
1°
PRINCIPII
PSICOLOGICI DA APPLICARE.
796. A
padroneggiar le passioni, è necessario prima di tutto fare assegnamento sulla
grazia di Dio e quindi sulla preghiera e sui sacramenti, ma bisogna adoprar pure
una tattica speciale, fondata sulla psicologia.
a)
Ogni idea tende a provocar l'atto che le corrisponde, massime se è accompagnata
da vive emozioni e da forti convinzioni.
Così
il pensare al diletto sensibile, rappresentandoselo vivamente con la fantasia,
eccita un desidero e spesso un atto sensuale; il pensare invece a nobili azioni,
rappresentandosi i lieti effetti che producono, eccita il desiderio di fare atti
simili. Il che è specialmente vero dell'idea che non resta astratta, fredda,
incolore, ma che, essendo accompagnata da immagini sensibili, diventa concreta,
vivente e quindi efficace; in questo senso si può dir che l'idea è forza,
è avviamento iniziale, è principio d'azione. Chi dunque voglia padroneggiar le
passioni cattive, deve premurosamente allontanare ogni pensiero, ogni
immaginazione che rappresenti il cattivo diletto come attraente; chi poi vuole
coltivar le passioni buone o i buoni sentimenti, deve fomentare in sè pensieri
e immagini che mostrino il lato bello del dovere e della virtù, rendendo
coteste riflessioni più concrete e più vive che sia possibile.
797. b)
L'influsso d'una idea dura finchè non sia cancellato da un'idea più forte che
la soppianti; così un desiderio sensuale continua a farsi sentire finchè non
sia cacciato da più nobile pensiero che s'impadronisca dell'anima. Chi dunque
se ne voglia liberare, deve, con lettura o studio interessante, darsi a pensieri
totalmente diversi od opposti; chi invece voglia intensificare un buon
desiderio, lo continui meditando su ciò che può alimentarlo.
c)
Cresce l'influsso d'un idea se le si associano altre idee connesse che
l'arricchiscono e l'amplificano; così il pensiero e il desiderio di salvarsi
l'anima diventa più intenso e più efficace associandolo all'idea di lavorare a
salvare l'anima dei fratelli, come ne è esempio S. Francesco Saverio.
798. d)
Finalmente l'idea tocca la massima sua potenza, quando diventa abituale,
predominante, una specie di idea fissa che ispira tutti i pensieri e
tutte le azioni. È quello che avviene, nel campo naturale, in coloro che non
hanno che un'idea, per esempio quella di fare la tale o tal altra scoperta; e
nel campo soprannaturale, in coloro che si compenetrano talmente di una massima
evangelica da farne la regola della vita, per esempio: Vendi tutto e dallo ai
poveri; oppure: Che giova all'uomo guadagnar anche l'universo, se poi perde
l'anima? O ancora: La mia vita è Cristo.
Bisogna
quindi mirare a piantarsi profondamente nell'anima alcune idee direttrici,
attraenti, predominanti, poi ridurle a unità con un motto, una massima
che le incarni e le tenga continuamente presenti alla mente, per esempio: Deus
meus et omnia! Ad majorem Dei gloriam! Dio solo basta! Chi ha Gesù ha tutto! Esse
cum Jesù dulcis paradisus!
Con motti simili sarà più
facile trionfar delle cattive passioni e trar partito dalle buone.
2°
IN CHE MODO
COMBATTERE LE PASSIONI SREGOLATE.
799. Appena
ci accorgiamo che sorge nell'anima un moto disordinato, bisogna porre in opera
tutti i mezzi naturali e soprannaturali per infrenarlo e dominarlo.
a)
Bisogna subito servirsi del potere d'inibizione della volontà, aiutata
dalla grazia, per infrenar questo moto.
Schivar
quindi gli atti o i gesti esterni che non fanno che stimolare o
intensificar la passione: se uno si sente assalito dalla collera, si evitano i
gesti disordinati, gli scoppi di voce, e si tace finchè non sia tornata la
calma; se si tratta di affetto troppo vivo, si scansa la persona amata, si evita
di parlarle e soprattutto di esprimerle anche in modo indiretto l'affetto che le
si porta. Così a poco a poco la passione si smorza.
800. b)
Anzi, trattandosi specialmente di passione di godimento, bisogna sforzarsi di
dimenticare l'oggetto di questa passione.
Per
riuscirvi: 1) si applica fortemente la fantasia e la mente a
qualsiasi occupazione onesta che possa distrarci dall'oggetto amato: si cerca di
immergersi nello studio, nella soluzione d'un problema, nel giuoco, in
passeggiate con compagni, in conversazioni, ecc. 2) Quando si
comincia a sentire un poco di calma, si ricorre a considerazioni d'ordine morale
che armino la volontà contro gli allettamenti del piacere: considerazioni naturali,
come gl'inconvenienti, pel presente e per l'avvenire, di una pericolosa intimità,
d'un'amicizia troppo sensibile (n. 603); ma principalmente a considerazioni
d'ordine soprannaturale, come l'impossibilità di avanzar nella perfezione finchè
si serbino attacchi, le catene che uno si fabbrica, il pericolo di dannarsi, lo
scandalo che si può dare, ecc.
Se
si tratta di passioni combattive, come la collera, l'odio, si fugge un
momento per diminuire la passione, ma poi si può spesso prendere l'offensiva,
porsi di fronte alla difficoltà, convincersi con la ragione e specialmente con
la fede che l'abbandonarsi alla collera e all'odio è indegno d'un uomo e d'un
cristiano; che il restar calmi e padroni di sè è la più nobile e la più
onorevole cosa e la più conforme al Vangelo.
801. c)
Finalmente si cercherà di fare atti positivi contrarii alla passione.
Chi
prova antipatia per una persona, la tratterà come se ne volesse guadagnar la
simpatia, si studierà di renderle servizio, di essere gentile con lei, e
soprattutto di pregar per lei; nulla addolcisce il cuore quanto la sincera
preghiera pel nemico. Chi sente invece eccessiva affezione per una persona, ne
schivi la compagnia, o, se non può, le dimostri quella fredda cortesia, quella
specie d'indifferenza che si ha per lo comune degli uomini. Questi atti
contrarii finiscono con l'affievolire e dileguar la passione, massime se si
sanno coltivar le passioni buone.
3°
IN CHE MODO VOLGERE
LE PASSIONI AL BENE.
802. Abbiamo
detto che le passioni non sono in sè cattive; onde possono essere volte al
bene, tutte senza eccezione.
a)
L'amore e la gioia si possono volgere ai puri e legittimi affetti
della famiglia, a buone e soprannaturali amicizie, ma soprattutto a Nostro
Signore che è il più tenero, il più generoso, il più devoto degli amici. A
lui dunque convien volgere il cuore, leggendo, meditando e mettendo in pratica
quei due bei capitoli dell'Imitazione, che rapirono e rapiscono ancora tante
anime, De amore Jesu super omnia, De familiari amicitiâ Jesu.
b)
L'odio e l'avversione si volgono al peccato, al vizio e a tutto ciò
che vi conduce, per detestarlo e fuggirlo: "Iniquitatem
odio habui".
c)
Il desiderio si trasforma in legittima ambizione, nella naturale
ambizione d'onorar la famiglia e la patria, nell'ambizione soprannaturale di
diventar santo ed apostolo.
d)
La tristezza, in cambio di degenerare in malinconia, passa in dolce rassegnazione
dinnanzi alle prove che sono per il cristiano seme di gloria; oppure in tenera
compassione a Gesù paziente ed offeso o alle anime afflitte.
e)
L'umana speranza diventa speranza cristiana, incrollabile confidenza in
Dio, che ci moltiplica le forze per il bene.
f)
La disperazione si trasforma in giusta diffidenza di sè, fondata sulla
propria impotenza e sui propri peccati ma temperata dalla confidenza in Dio.
g)
Il timore, invece di essere deprimente sentimenti che fiacca l'anima, è
pel cristiano fonte di energia: teme il peccato e l'inferno, santo timore che lo
arma di coraggio contro il male; teme soprattutto Dio, premuroso di non
offenderlo, e sprezza l'umano rispetto.
h)
La collera, in cambio di toglierci la padronanza di noi stessi, si fa
giusto e santo sdegno che ci rende più forti contro il male.
i)
L'audacia diventa intrepidezza di fronte alle difficoltà e ai
pericoli: quanto più una cosa è difficile tanto più ci par degna dei nostri
sforzi.
803. Per
giungere a tanto non c'è di meglio della meditazione, accompagnata da
pii affetti e da generose risoluzioni. Colla meditazione uno si forma un ideale
e profonde convinzioni per accostarvisi ogni giorno più. Si tratta
infatti di eccitare e nutrir nell'anima idee e sentimenti conformi
alle virtù che si vogliono praticare, e allontanare invece immagini e
impressioni conformi ai vizi che si vogliono evitare. Ora nulla di meglio a
questo santo fine che meditare ogni giorno nel modo da noi indicato al n. 679 e
ss; in questo intimo colloquio con Dio, bontà infinita e infinita verità, la
virtù diventa ogni giorno più amabile, il vizio ogni giorno più odioso, e la
volontà, invigorita da queste convinzioni, volge al bene le passioni in cambio
di lascarsene trascinare al male.
4°
IN CHE MODO MODERAR
LE PASSIONI.
804. a)
Anche quando le passioni sono volte al bene, bisogna saperle moderare,
assoggettandole alla direzione della ragione e della volontà guidate dalla fede
e dalla grazia. Altrimenti andrebbero talora ad eccessi essendo per
natura troppo impetuose.
Così
il desiderio di pregar con fervore può diventare tensione di mente, l'amore a
Gesù può riuscire a sforzi di sensibilità che logorano l'anima e il corpo: lo
zelo intempestivo diviene strapazzo, lo sdegno passa in collera, e l'allegrezza
degenera in dissipazione. A questi eccessi siamo esposti oggi specialmente che
la febbrile attività diviene contagiosa. Ora questi moti ardenti, anche quando
sono rivolti al bene, stancano e logorano l'anima e il corpo; e poi non possono
durare a lungo, nil violentum durat; eppure ciò chè più giova è la
continuità nello sforzo.
805. b)
Bisogna quindi sottoporsi a un savio direttore che regoli la nostra operosità e
seguirne i consigli.
1)
Abitualmente nel coltivare i desideri e passioni conviene usare una certa
moderazione, una dolce tranquillità, schivando la costante tensione; si ricordi
il proverbio: chi va piano va sano e va lontano, e si bandisca quindi
l'eccessiva premura che logora le forze; la povera macchina umana non può stare
costantemente sotto pressione, altrimenti scoppia.
2)
Prima di un grande sforzo, o dopo un considerevole dispendio di energia,
prudenza vuole che si interponga una certa calma, un certo riposo alle ambizioni
anche più legittime, allo zelo anche più ardente e più puro. Ce ne diè
esempio Nostro Signore stesso, con l'invitare di tanto in tanto i discepoli al
riposo: "Venite seorsum in desertum locum et requiescite pusillum".
Dirette così e moderate, le passioni non solo non saranno ostacolo alla
perfezione, ma riusciranno anzi mezzi efficaci per accostarvici ogni giorno più,
e la vittoria riportatane ci aiuterà a disciplinar meglio le facoltà
superiori.
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DEL PECCATO IMPURO:
IL
DIGIUNO E LA MORTIFICAZIONE DEI SENSI
IV.
Della mortificazione delle facoltà superiori
Le
facoltà superiori, che costituiscono l'uomo in quanto uomo, sono l'intelletto
e la volontà, le quali hanno anch'esse bisogno di essere disciplinate,
perchè furono anch'esse intaccate dal peccato originale, n. 75.
I.
Mortificazione o disciplina dell'intelletto.
806. L'intelletto
ci fu dato per conoscere la verità e soprattutto Dio e le cose divine. Dio è
il vero sole della mente, che c'illumina con doppia luce, la luce della ragione
e quella della fede. Nello stato presente non possiamo pervenire
all'intiera verità senza il concorso di questi due lumi, e chi l'uno o l'altro
rifiuti, volontariamente si accieca. E tanto più importante è la disciplina
dell'intelletto in quanto che è lui che illumina la volontà e le rende
possibile il volgersi al bene; lui che, sotto nome di coscienza, è
regola della vita morale e soprannaturale. Ma perchè ciò avvenga, bisogna
mortificarne le principali tendenze difettose, che sono: l'ignoranza, la
curiosità, la precipitazione, l'orgoglio e l'ostinazione.
807. 1°
L'ignoranza si combatte con l'applicazione metodica e costante allo studio, e
specialmente allo studio di tutto ciò che si riferisce a Dio, ultimo nostro
fine, e ai mezzi di conseguirlo. Sarebbe infatti irragionevole occuparsi di
tutte le scienze trascurando quella dell'eterna salute.
Ognuno deve certamente studiar fra le umane scienze quelle che si riferiscono ai doveri del suo stato; ma dovere primordiale essendo quello di conoscere Dio per amarlo, il trascurar questo studio sarebbe cosa inescusabile. Eppure quanti cristiani, istruitissimi in questo o quel ramo di scienza, non hanno poi che una rudimentale conoscenza delle verità cristiane, dei dommi, della morale e dell'ascetica! Oggi vi è un certo risveglio nelle persone colte, vi sono circoli di cultura in cui si studiano col più vivo interesse tutte le questioni religiose, compresa la spiritualità. Ne sia benedetto Dio, e che un tal movimento si allarghi sempre più!
808. 2°
La curiosità è una
malattia della mente che non fa che accrescerne l'ignoranza: ci porta infatti
con eccessivo ardore alle cognizioni che ci piacciono anzichè a quelle che ci
sono utili, facendoci così perdere un tempo prezioso. Ed è spesso accompagnata
dalla fretta e dalla precipitazione, che c'ingolfano in studi che
sollecitano la curiosità, a detrimento di altri assai più importanti.
Per
trionfarne, è necessario: 1) studiare in primo luogo non ciò che
piace ma ciò che è utile, massime poi ciò che è necessario: "id
prius quod est magis necessarium", dice San Bernardo, non occupandosi
del resto che a modo di ricreazione. Non si deve quindi leggere che parcamente
ciò che alimenta più la fantasia che l'intelletto, come la maggior parte dei
romanzi, o ciò che riguarda le notizie e i rumori del mondo, come i giornali e
certe riviste. 2) Nelle letture bisogna schivare la fretta
eccessiva, non voler divorare in pochi momenti un volume intero. Anche
quando si tratti di buone letture, convien farle lentamente, per meglio capire e
gustare ciò che si legge (n. 582). 3) Or ciò riuscirà anche più
facile, chi studi non per curiosità, non per compiacersi della propria scienza,
ma per motivo soprannaturale, per edificare sè ed il prossimo: "ut ædificent,
et caritas est... ut aedificentur, et prudentia est". Perchè, come
giustamente dice S. Agostino, la scienza dev'essere messa a servizio della
carità: "Sic adhibeatur scientia tanquam machina quædam per quam
structura caritatis assurgat". Il che è vero anche nello studio delle
questioni di spiritualità; ci sono infatti di quelli che, in questi studi,
mirano piuttosto ad appagar la curiosità e la superbia anzichè a purificare il
cuore e a praticar la mortificazione.
809. 3°
L'orgoglio dev'essere dunque evitato, quell'orgoglio della mente che è
più pericoloso e più difficile a guarire dell'orgoglio della volontà, come
dice lo Scupoli.
È
quest'orgoglio che rende difficile la fede e l'obbedienza ai superiori: si
vorrebbe bastare a sè stessi, tanta è la fiducia che si ha nella propria
ragione, e si stenta a ricevere gli insegnamenti della fede, o almeno si vuole
sottoporli alla critica e all'interpretazione della ragione; così pure si ha
tanta fiducia nel proprio giudizio, che rincresce consultare gli altri e
specialmente i superiori. Ne nascono dolorose imprudenze; ne viene
un'ostinazione nelle proprie idee che ci fa recisamente condannar le opinioni
non conformi alle nostre. Ecco una delle cause più frequenti di quelle
discordie che si notano tra cristiani, e talora pure tra autori cattolici. Già
fin dai suoi tempo S. Agostino rilevava queste sciagurate divisioni che
distruggono la pace, la concordia e la carità: "sunt unitatis divisores,
inimici pacis, caritatis expertes, vanitate tumentes, placentes sibi et magni in
oculis suis".
810. Per
guarir quest'orgoglio della mente: 1) bisogna innanzi tutto
sottomettere, con docilità di fanciullo, agl'insegnamenti della fede: è lecito
certo il cercar quell'intelligenza dei dommi che si acquista con la paziente e
laboriosa indagine, giovandosi degli studi dei Padri e dei Dottori,
principalmente di S. Agostino e di S. Tommaso; ma bisogna, come dice
il Concilio Vaticano, farlo con pietà e sobrietà, ispirandosi alla massima di
S. Anselmo: fides quærens intellectum. Si schiva allora quello
spirito d'ipercritica che col pretesto di spiegarli attenua e riduce al
minimo i dommi; allora si sottomette il giudizio non solo alle verità di fede
ma anche alle direzioni pontificie; allora, nelle questioni liberamente
discusse, si lascia agli altri la libertà che si desidera per sè, e non si
trattano con altura e disdegno le opinioni altrui. Così entra la pace negli
animi.
2)
Nelle discussioni non bisogna cercar la soddisfazione dell'orgoglio e il trionfo
delle proprie idee, ma la verità. È raro che nelle opinioni degli avversari
non ci sia una parte di verità che ci era fin allora sfuggita: l'ascoltar con
attenzione e imparzialità le ragioni degli avversari e concedere quanto è di
giusto nelle loro osservazioni, è pur sempre il mezzo migliore per accostarsi
alla verità, e serbare le leggi dell'umiltà e della carità.
Diremo
dunque riepilogando che per disciplinare l'intelligenza bisogna studiare ciò
che è più necessario, e farlo con metodo, costanza e spirito soprannaturale,
vale a dire col desiderio di conoscere, amare e praticar la verità.
II.
Mortificazione o educazione della volontà.
811. 1°
Necessità. La volontà
è nell'uomo la facoltà sovrana, la regina di tutte le facoltà, quella che le
governa; è lei che, essendo libera, dà non solo agli atti propri (o eliciti)
ma anche agli atti delle altre facoltà da lei comandati (atti imperati),
la loro libertà, il merito o il demerito. Chi dunque regola la volontà regola
tutto l'uomo. Ora la volontà è ben regolata quando è così forte da
comandare alle facoltà inferiori e così docile da ubbidire a Dio: tal
è il doppio suo ufficio.
Difficile
l'uno e l'altro; perchè spesso le facoltà inferiori si rivoltano contro le
volontà e non ne accettano l'impero se non quando sa alla fermezza associare
riguardosa destrezza: la volontà infatti non ha potere assoluto sulle
facoltà sensibili, ma una specie di potere morale, potere di persuasione
per indurle a sottomettersi (n. 56).
Quindi solo con difficoltà e con sforzi spesso ripetuti si giunge a sottomettere alla volontà le facoltà sensibili e la passioni. Costa pure la perfetta sottomissione della volontà propria a quella di Dio: aspiriamo a una certa autonomia, e poichè la divina volontà non può santificarci senza chiederci sacrifici, noi spesso indietreggiamo dinanzi allo sforzo, e preferiamo i nostri gusti e i nostri capricci alla santa volontà di Dio. Anche qui dunque è uopo di mortificazione.
812. 2°
Mezzi pratici. Per
ben educar la volontà, bisogna renderla così docile da obbedire a Dio
in ogni cosa, e così forte da comandare al corpo e alla sensibilità.
Per ottener questo scopo è necessario allontanare gli ostacoli e
adoprare mezzi positivi.
A)
I principali ostacoli: a) interni sono: 1) l'irriflessione:
non si riflette prima di operare e si segue l'impulso del momento, la passione,
l'abitudine, il capriccio; quindi riflettere prima di operare,
chiedendoci che cosa vuole Dio da noi; 2) la premura febbrile
che, producendo una tensione troppo forte e mal diretta, logora il corpo e
l'anima senza alcun pro, e spesso ci fa deviare verso il male; quindi calma
e moderazione anche nel bene, se si vuol fuoco che duri e non fuoco di
paglia; 3) la noncuranza o l'irresolutezza, la pigrizia, il
difetto di energia morale che intorpidisce o rende inerti le forze della volontà;
quindi fortificare le proprie convinzioni e le proprie energie, come diremo; 4) la
paura della cattiva riuscita o il difetto di confidenza, che scema in
modo singolare le forze; bisogna invece rammentare che con l'aiuto di Dio si è
sicuri di riuscire a buon fine.
813. b)
Agli ostacoli interni se ne vengono ad aggiungere altri esterni: 1) il
rispetto umano, che ci rende schiavi degli altri, facendocene paventar le
critiche o gli scherni; si combatte pensando che è il sempre sapiente giudizio
di Dio quello che conta e non quello degli uomini sempre fallibile: 2) i
cattivi esempi, che ci trascinano tanto più facilmente in quanto che
corrispondono a una propensione dell'umana natura; ricordarsi allora che il solo
modello da imitare è Gesù, nostro Maestro e Capo nostro, n. 136 ss.,
e che il cristiano deve far tutto il contrario di ciò che fa il mondo, n. 214.
814. B)
I mezzi positivi consistono nel saper armonicamente conciliare il lavoro dell'intelligenza,
della volontà e della grazia.
a)
All'intelligenza spetta il fornire quelle profonde convinzioni che
saranno insieme guida e stimolo per la volontà.
Sono
le convinzioni atte a muovere la volontà onde scegla ciò che è conforme alla
volontà di Dio. Si possono compendiare così: il mio fine è Dio e Gesù è la
via che devo seguire per giungere a lui; devo quindi far tutto per Dio in unione
con Gesù Cristo; un solo ostacolo si oppone al mio fine ed è il peccato; devo
quindi fuggirlo; e se ebbi la disgrazia di commetterlo, devo ripararlo subito;
un solo mezzo è necessario e basta a schivare il peccato: far sempre la volontà
di Dio; devo quindi continuamente mirare a conoscerla e a conformarvi la mia
condotta. Per riuscirvi, ripeterò spesso la parola di S. Paolo nel momento
della conversione, Domine, quid me vis facere? E la sera nell'esame
deplorerò le minime mie mancanze.
815. b)
Tali convinzioni opereranno potentemente sulla volontà, che da parte sua
dovrà agire con risolutezza, fermezza e costanza. 1) Ci
vuole risolutezza: quando si è riflettuto e pregato secondo l'importanza
dell'azione che si sta per fare, bisogna immediatamente risolversi non ostante
le esitazioni che potrebbero persistere: è troppo breve la vita da perdere un
tempo notevole a fare troppo lunghe deliberazioni: bisogna risolversi per ciò
che pare più conforme alla divina volontà, e Dio, che vede la buona
disposizione, benedirà la nostra azione. 2) La risoluzione dev'essere
ferma; non basta dire: vorrei, desidero; queste sono velleità.
Bisogna dire: voglio e voglio ad ogni costo; e mettersi subito
all'opera, senza aspettare il domani, senza aspettare le grandi occasioni: la
fermezza nelle piccole azioni assicura la fedeltà nelle grandi. 3) Fermezza,
non però violenza: fermezza calma perchè vuole durare, e a renderla costante
si rinnoveranno spesso gli sforzi senza lasciarsi mai scoraggiare dalla cattiva
riuscita: si è infatti vinti solo quando si abbandona la lotta: non ostante
qualche debolezza e anche qualche ferita, uno deve considerarsi vittorioso,
perchè, appoggiati su Dio, si è veramente invincibili. Chi avesse avuto la
disgrazia di soccombere un istante, si rialzi subito: col divin medico delle
anime non c'è ferita, non c'è malattia che non si possa curare.
816. c)
Sulla grazia di Dio bisogna dunque in fin dei conti saper fare assegnamento;
chiedendola con umiltà e confidenza, non ci sarà mai negata, e con lei siamo
invincibili. Dobbiamo quindi rinnovar di frequente le nostre convinzioni sulla
assoluta necessità della grazia, massime al principio di ogni azione
importante; chiederla con insistenza in unione con Nostro Signore, per essere
sicuri di ogni azione importante; chiederla con insistenza in unione con Nostro
Signore, per essere sicuri di ottenerla; rammentarci che Gesù non è soltanto
il nostro modello ma anche il nostro collaboratore, e appoggiarci
con fiducia su lui, sicuri che in lui possiamo intraprendere tutto e tutto
effettuare nel campo dell'eterna salute: "Omnia possum in eo qui me
confortat". Così la nostra volontà sarà forte, perchè parteciperà
alla forza stessa di Dio: Dominus fortitudo mea; sarà libera, perchè la
vera libertà non consiste nell'abbandonarsi alle passioni che ci tiranneggiano
ma nell'assicurare il trionfo della ragione e della volontà sull'istinto e
sulla sensualità.
817. Conclusione.
Così si otterrà lo scopo che abbiamo assegnato alla mortificazione:
assoggettare i sensi e le facoltà inferiori alla volontà e questa a Dio.
Onde
potremo più agevolmente combattere ed estirpare i sette vizi o peccati
capitali.
RIMEDI CONTRO IL PECCATO IMPURO: LA
RICONCIIAZIONE
(tratto
dal Catechismo della Chiesa Cattolica)
1422
"Quelli che si accostano al sacramento
della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte
a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una
ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l'esempio
e la preghiera" [Conc. Ecum.
Vat. II, Lumen gentium, 11].
I.
Come viene chiamato questo sacramento?
1423
E' chiamato sacramento della conversione poiché realizza sacramentalmente
l'appello di Gesù alla conversione, [Cf Mc 1,15 ] il cammino di ritorno al
Padre [Cf Lc 15,18 ] da cui ci si è allontanati con il peccato.
E'
chiamato sacramento della Penitenza poiché consacra un cammino personale ed
ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano
peccatore.
1424
E' chiamato sacramento della confessione poiché l'accusa, la confessione dei
peccati davanti al sacerdote è un elemento essenziale di questo sacramento. In
un senso profondo esso è anche una "confessione", riconoscimento e
lode della santità di Dio e della sua misericordia verso l'uomo peccatore.
E'
chiamato sacramento del perdono poiché, attraverso l'assoluzione sacramentale
del sacerdote, Dio accorda al penitente "il perdono e la pace"
[Rituale romano, Rito della penitenza, formula dell'assoluzione]. E' chiamato
sacramento della Riconciliazione perché dona al peccatore l'amore di Dio che
riconcilia: "Lasciatevi riconciliare con Dio" ( 2Cor 5,20 ). Colui che
vive dell'amore misericordioso di Dio è pronto a rispondere all'invito del
Signore: "Va' prima a riconciliarti con il tuo fratello" ( Mt 5,24 ).
II.
Perché un sacramento della riconciliazione dopo il Battesimo?
1425
"Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel
nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!" ( 1Cor 6,11
). Bisogna rendersi conto della grandezza del dono di Dio, che ci è fatto nei
sacramenti dell'iniziazione cristiana, per capire fino a che punto il peccato è
cosa non ammessa per colui che si è "rivestito di Cristo" ( Gal 3,27
). L'Apostolo san Giovanni però afferma anche: "Se diciamo che siamo senza
peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi" ( 1Gv 1,8 ). E
il Signore stesso ci ha insegnato a pregare: "Perdonaci i nostri
peccati" ( Lc 11,4 ), legando il mutuo perdono delle nostre offese al
perdono che Dio accorderà alle nostre colpe.
1426
La conversione a Cristo, la nuova nascita dal Battesimo, il dono dello Spirito
Santo, il Corpo e il Sangue di Cristo ricevuti in nutrimento, ci hanno resi
"santi e immacolati al suo cospetto" ( Ef 1,4 ), come la Chiesa
stessa, sposa di Cristo, è "santa e immacolata" ( Ef 5,27 ) davanti a
lui. Tuttavia, la vita nuova ricevuta nell'iniziazione cristiana non ha
soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana, né l'inclinazione al
peccato che la tradizione chiama concupiscenza, la quale rimane nei battezzati
perché sostengano le loro prove nel combattimento della vita cristiana, aiutati
dalla grazia di Cristo [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1515]. Si tratta
del combattimento della conversione in vista della santità e della vita eterna
alla quale il Signore non cessa di chiamarci [Cf ibid., 1545; Conc. Ecum.
Vat. II, Lumen gentium, 40].
III.
La conversione dei battezzati
1427
Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale
dell'annuncio del Regno: "Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è ormai
vicino; convertitevi e credete al Vangelo" ( Mc 1,15 ). Nella predicazione
della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora
Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima
e fondamentale conversione. E' mediante la fede nella Buona Novella e mediante
il Battesimo [Cf At 2,38 ] che si rinuncia al male e si acquista la salvezza,
cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova.
1428
Ora, l'appello di Cristo alla conversione continua a risuonare nella vita dei
cristiani. Questa seconda conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa
che "comprende nel suo seno i peccatori" e che, "santa insieme e
sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e
al suo rinnovamento" [Conc. Ecum.
Vat. II, Lumen gentium, 8]. Questo
sforzo di conversione non è soltanto un'opera umana. E' il dinamismo del
"cuore contrito" ( Sal 51,19 ) attirato e mosso dalla grazia [Cf Gv
6,44; Gv 12,32 ] a rispondere all'amore misericordioso di Dio che ci ha amati
per primo [Cf 1Gv 4,10 ].
1429
Lo testimonia la conversione di san Pietro dopo il triplice rinnegamento del suo
Maestro. Lo sguardo d'infinita misericordia di Gesù provoca le lacrime del
pentimento ( Lc 22,61 ) e, dopo la Risurrezione del Signore, la triplice
confessione del suo amore per lui [Cf Gv 21,15-17 ]. La seconda conversione ha
pure una dimensione comunitaria. Ciò appare nell'appello del Signore ad
un'intera Chiesa: "Ravvediti!" ( Ap 2,5; 1429 Ap 2,16 ).
A
proposito delle due conversioni sant'Ambrogio dice che, nella Chiesa, "ci
sono l'acqua e le lacrime: l'acqua del Battesimo e le lacrime della
Penitenza" [Sant'Ambrogio, Epistulae, 41, 12: PL 16, 1116B].
IV.
La penitenza interiore
1430
Come già nei profeti, l'appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non
riguarda anzitutto opere esteriori, "il sacco e la cenere", i digiuni
e le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. Senza
di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione
interiore spinge invece all'espressione di questo atteggiamento in segni
visibili, gesti e opere di penitenza [Cf Gl 2,12-13; Is 1,16-17; Mt 6,1-6; 1430
Mt 6,16-18 ].
1431
La penitenza interiore è un radicale riorientamento di tutta la vita, un
ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato,
un'avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle
cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il
desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza della misericordia
di Dio e la fiducia nell'aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è
accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno
chiamato " animi cruciatus [afflizione dello spirito]", "compunctio
cordis [contrizione del cuore]" [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm.,
1676-1678; 1705; Catechismo Romano, 2, 5, 4].
1432
Il cuore dell'uomo è pesante e indurito. Bisogna che Dio dia all'uomo un cuore
nuovo [Cf Ez 36,26-27 ]. La conversione è anzitutto un'opera della grazia di
Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: "Facci ritornare a te, Signore,
e noi ritorneremo" ( Lam 5,21 ). Dio ci dona la forza di ricominciare. E'
scoprendo la grandezza dell'amore di Dio che il nostro cuore viene scosso
dall'orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il
peccato e di essere separato da lui. Il cuore umano si converte guardando a
colui che è stato trafitto dai nostri peccati [Cf Gv 19,37; 1432 Zc 12,10 ].
Teniamo
fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto sia prezioso per
Dio suo Padre; infatti, sparso per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la
grazia della conversione [San Clemente di Roma, Epistula ad Corinthios, 7, 4].
1433
Dopo la Pasqua, è lo Spirito Santo che convince "il mondo quanto al
peccato" ( Gv 16,8-9 ), cioè al fatto che il mondo non ha creduto in colui
che il Padre ha inviato. Ma questo stesso Spirito, che svela il peccato, è il
Consolatore [Cf Gv 15,26 ] che dona al cuore dell'uomo la grazia del pentimento
e della conversione [Cf At 2,36-38; cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum
et Vivificantem, 27-48].
V.
Le molteplici forme della penitenza nella vita cristiana
1434
La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La
Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiuno, la
preghiera, l'elemosina , [Cf Tb 12,8; Mt 6,1-18 ] che esprimono la conversione
in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri. Accanto
alla purificazione radicale operata dal Battesimo o dal martirio, essi indicano,
come mezzo per ottenere il perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per
riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la
salvezza del prossimo, [Cf Gc 5,20 ] l'intercessione dei santi e la pratica
della carità che "copre una moltitudine di peccati" ( 1Pt 4,8 ).
1435
La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di
riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri, l'esercizio e la
difesa della giustizia e del diritto, [Cf Am 5,24; 1435 Is 1,17 ] attraverso la
confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di
vita, l'esame di coscienza, la direzione spirituale, l'accettazione delle
sofferenze, la perseveranza nella persecuzione a causa della giustizia. Prendere
la propria croce, ogni giorno, e seguire Gesù è la via più sicura della
penitenza [Cf Lc 9,23 ].
1436
Eucaristia e Penitenza. La conversione e la penitenza quotidiane trovano la loro
sorgente e il loro alimento nell'Eucaristia, poiché in essa è reso presente il
sacrificio di Cristo che ci ha riconciliati con Dio; per suo mezzo vengono
nutriti e fortificati coloro che vivono della vita di Cristo; essa "è come
l'antidoto con cui essere liberati dalle colpe di ogni giorno e preservati dai
peccati mortali" [Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1638].
1437
La lettura della Sacra Scrittura, la preghiera della Liturgia delle Ore e del
Padre Nostro, ogni atto sincero di culto o di pietà ravviva in noi lo spirito
di conversione e di penitenza e contribuisce al perdono dei nostri peccati.
1438
I tempi e i giorni di penitenza nel corso dell'anno liturgico (il tempo della
quaresima, ogni venerdì in memoria della morte del Signore) sono momenti forti
della pratica penitenziale della Chiesa [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum
concilium, 109-110; Codice di Diritto Canonico, 1249-1253; Corpus Canonum
Ecclesiarum Orientalium, 880-883]. Questi tempi sono particolarmente adatti per
gli esercizi spirituali, le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di
penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l'elemosina, la
condivisione fraterna (opere caritative e missionarie).
1439
Il dinamismo della conversione e della penitenza è stato meravigliosamente
descritto da Gesù nella parabola detta "del figlio prodigo" il cui
centro è "il padre misericordioso" ( Lc 15,11-24 ): il fascino di una
libertà illusoria, l'abbandono della casa paterna; la miseria estrema nella
quale il figlio viene a trovarsi dopo aver dilapidato la sua fortuna;
l'umiliazione profonda di vedersi costretto a pascolare i porci, e, peggio
ancora, quella di desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i maiali;
la riflessione sui beni perduti; il pentimento e la decisione di dichiararsi
colpevole davanti a suo padre; il cammino del ritorno; l'accoglienza generosa da
parte del padre; la gioia del padre: ecco alcuni tratti propri del processo di
conversione. L'abito bello, l'anello e il banchetto di festa sono simboli della
vita nuova, pura, dignitosa, piena di gioia che è la vita dell'uomo che ritorna
a Dio e in seno alla sua famiglia, la Chiesa. Soltanto il cuore di Cristo, che
conosce le profondità dell'amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l'abisso
della sua misericordia in una maniera così piena di semplicità e di bellezza.
RIMEDI CONTRO IL PECCATO IMPURO: LA
RICONCIIAZIONE
VI.
Il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione
1440
Il peccato è anzitutto offesa a Dio, rottura della comunione con lui. Nello
stesso tempo esso attenta alla comunione con la Chiesa. Per questo motivo la
conversione arreca ad un tempo il perdono di Dio e la riconciliazione con la
Chiesa, ciò che il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione esprime e
realizza liturgicamente [Cf Conc. Ecum.
Vat. II, Lumen gentium, 11].
Dio
solo perdona il peccato
1441
Dio solo perdona i peccati [Cf Mc 2,7 ]. Poiché Gesù è il Figlio di Dio, egli
dice di se stesso: "Il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di
rimettere i peccati" ( Mc 2,10 ) ed esercita questo potere divino: "Ti
sono rimessi i tuoi peccati!" ( Mc 2,5; Lc 7,48 ). Ancor di più: in virtù
della sua autorità divina dona tale potere agli uomini [Cf Gv 20,21-23 ]
affinché lo esercitino nel suo nome.
1442
Cristo ha voluto che la sua Chiesa sia tutta intera, nella sua preghiera, nella
sua vita e nelle sue attività, il segno e lo strumento del perdono e della
riconciliazione che egli ci ha acquistato a prezzo del suo sangue. Ha tuttavia
affidato l'esercizio del potere di assolvere i peccati al ministero apostolico.
A questo è affidato il "ministero della riconciliazione" ( 2Cor 5,18
). L'apostolo è inviato "nel nome di Cristo", ed è Dio stesso che,
per mezzo di lui, esorta e supplica: "Lasciatevi riconciliare con Dio"
( 2Cor 5,20 ).
Riconciliazione
con la Chiesa
1443
Durante la sua vita pubblica, Gesù non ha soltanto perdonato i peccati; ha pure
manifestato l'effetto di questo perdono: egli ha reintegrato i peccatori
perdonati nella comunità del Popolo di Dio, dalla quale il peccato li aveva
allontanati o persino esclusi. Un segno chiaro di ciò è il fatto che Gesù
ammette i peccatori alla sua tavola; più ancora, egli stesso siede alla loro
mensa, gesto che esprime in modo sconvolgente il perdono di Dio [Cf Lc 15 ] e,
nello stesso tempo, il ritorno in seno al Popolo di Dio [ Cf Lc 19,9 ].
1444
Rendendo gli Apostoli partecipi del suo proprio potere di perdonare i peccati,
il Signore dà loro anche l'autorità di riconciliare i peccatori con la Chiesa.
Tale dimensione ecclesiale del loro ministero trova la sua più chiara
espressione nella solenne parola di Cristo a Simon Pietro: "A te darò le
chiavi del Regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato
nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei
cieli" ( Mt 16,19 ). Questo "incarico di legare e di sciogliere, che
è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio degli
Apostoli, unito col suo capo" [Conc. Ecum.
Vat. II, Lumen gentium, 22].
1445
Le parole legare e sciogliere significano: colui che voi escluderete dalla
vostra comunione, sarà escluso dalla comunione con Dio; colui che voi
accoglierete di nuovo nella vostra comunione, Dio lo accoglierà anche nella
sua. La riconciliazione con la Chiesa è inseparabile dalla riconciliazione con
Dio.
Il
sacramento del perdono
1446
Cristo ha istituito il sacramento della Penitenza per tutti i membri peccatori
della sua Chiesa, in primo luogo per coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti
in peccato grave e hanno così perduto la grazia battesimale e inflitto una
ferita alla comunione ecclesiale. A costoro il sacramento della Penitenza offre
una nuova possibilità di convertirsi e di recuperare la grazia della
giustificazione. I Padri della Chiesa presentano questo sacramento come "la
seconda tavola [di salvezza] dopo il naufragio della grazia perduta"
[Tertulliano, De paenitentia, 4, 2; cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm.,
1542].
1447
Nel corso dei secoli la forma concreta, secondo la quale la Chiesa ha esercitato
questo potere ricevuto dal Signore, ha subito molte variazioni. Durante i primi
secoli, la riconciliazione dei cristiani che avevano commesso peccati
particolarmente gravi dopo il loro Battesimo (per esempio l'idolatria,
l'omicidio o l'adulterio), era legata ad una disciplina molto rigorosa, secondo
la quale i penitenti dovevano fare pubblica penitenza per i loro peccati, spesso
per lunghi anni, prima di ricevere la riconciliazione. A questo "ordine dei
penitenti" (che riguardava soltanto certi peccati gravi) non si era ammessi
che raramente e, in talune regioni, una sola volta durante la vita. Nel settimo
secolo, ispirati dalla tradizione monastica d'Oriente, i missionari irlandesi
portarono nell'Europa continentale la pratica "privata" della
penitenza, che non esige il compimento pubblico e prolungato di opere di
penitenza prima di ricevere la riconciliazione con la Chiesa. Il sacramento si
attua ormai in una maniera più segreta tra il penitente e il sacerdote. Questa
nuova pratica prevedeva la possibilità della reiterazione e apriva così la via
ad una frequenza regolare di questo sacramento. Essa permetteva di integrare in
una sola celebrazione sacramentale il perdono dei peccati gravi e dei peccati
veniali. E' questa, a grandi linee, la forma di penitenza che la Chiesa pratica
fino ai nostri giorni.
1448
Attraverso i cambiamenti che la disciplina e la celebrazione di questo
sacramento hanno conosciuto nel corso dei secoli, si discerne la medesima
struttura fondamentale. Essa comporta due elementi ugualmente essenziali: da una
parte, gli atti dell'uomo che si converte sotto l'azione dello Spirito Santo:
cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall'altra parte,
l'azione di Dio attraverso l'intervento della Chiesa. La Chiesa che, mediante il
vescovo e i suoi presbiteri, concede nel nome di Gesù Cristo il perdono dei
peccati e stabilisce la modalità della soddisfazione, prega anche per il
peccatore e fa penitenza con lui. Così il peccatore viene guarito e ristabilito
nella comunione ecclesiale.
1449
La formula di assoluzione in uso nella Chiesa latina esprime gli elementi
essenziali di questo sacramento: il Padre delle misericordie è la sorgente di
ogni perdono. Egli realizza la riconciliazione dei peccatori mediante la Pasqua
del suo Figlio e il dono del suo Spirito, attraverso la preghiera e il ministero
della Chiesa:
Dio,
Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e
Risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei
peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E
io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo [Rituale romano, Rito
della penitenza, formula dell'assoluzione].
VII.
Gli atti del penitente
1450
"La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni
sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione,
nelle sue opere tutta l'umiltà e la feconda soddisfazione" [Catechismo
Romano, 2, 5, 21; cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1673].
La
contrizione
1451
Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è
"il dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati
dal proposito di non peccare più in avvenire" [Concilio di Trento: Denz.
-Schönm., 1676].
1452
Quando proviene dall'amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta
"perfetta" (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe
veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma
risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale [Cf
Concilio di Trento: Denz.-Schönm., 1677].
1453
La contrizione detta "imperfetta" (o "attrizione") è,
anch'essa, un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo. Nasce dalla
considerazione della bruttura del peccato o dal timore della dannazione eterna e
delle altre pene la cui minaccia incombe sul peccatore (contrizione da timore).
Quando la coscienza viene così scossa, può aver inizio un'evoluzione interiore
che sarà portata a compimento, sotto l'azione della grazia, dall'assoluzione
sacramentale. Da sola, tuttavia, la contrizione imperfetta non ottiene il
perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo nel sacramento della Penitenza
[Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1677].
1454
E' bene prepararsi a ricevere questo sacramento con un esame di coscienza fatto
alla luce della Parola di Dio. I testi più adatti a questo scopo sono da
cercarsi nel Decalogo e nella catechesi morale dei Vangeli e delle lettere degli
Apostoli: il Discorso della montagna, gli insegnamenti apostolici [Cf Rm 12-15;
1Cor 12-13; 1454 Gal 5; Ef 4-6 ].
La
confessione dei peccati
1455
La confessione dei peccati (l'accusa), anche da un punto di vista semplicemente
umano, ci libera e facilita la nostra riconciliazione con gli altri. Con
l'accusa, l'uomo guarda in faccia i peccati di cui si è reso colpevole; se ne
assume la responsabilità e, in tal modo, si apre nuovamente a Dio e alla
comunione della Chiesa al fine di rendere possibile un nuovo avvenire.
1456
La confessione al sacerdote costituisce una parte essenziale del sacramento
della Penitenza: "E' necessario che i penitenti enumerino nella confessione
tutti i peccati mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di
coscienza, anche se si tratta dei peccati più nascosti e commessi soltanto
contro i due ultimi comandamenti del Decalogo, [ Cf Es 20,17; Mt 5,28 ] perché
spesso feriscono più gravemente l'anima e si rivelano più pericolosi di quelli
chiaramente commessi": [Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1680]
I
cristiani [che] si sforzano di confessare tutti i peccati che vengono loro in
mente, senza dubbio li mettono tutti davanti alla divina misericordia perché li
perdoni. Quelli, invece, che fanno diversamente e tacciono consapevolmente
qualche peccato, è come se non sottoponessero nulla alla divina bontà perché
sia perdonato per mezzo del sacerdote. "Se infatti l'ammalato si
vergognasse di mostrare al medico la ferita, il medico non può curare quello
che non conosce" [Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1680; cf San
Girolamo, Commentarii in Ecclesiasten, 10, 11: PL 23, 1096].
1457
Secondo il precetto della Chiesa, "ogni fedele, raggiunta l'età della
discrezione, è tenuto all'obbligo di confessare fedelmente i propri peccati
gravi, almeno una volta nell'anno" [Codice di Diritto Canonico, 989; cf
Concilio di Trento: Denz. -Schönm. , 1683; 1708]. Colui che è consapevole di
aver commesso un peccato mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se
prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l'assoluzione
sacramentale, [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm. , 1647; 1661] a meno che
non abbia un motivo grave per comunicarsi e non gli sia possibile accedere a un
confessore [Cf Codice di Diritto Canonico, 916; Corpus Canonum Ecclesiarum
Orientalium, 711]. I fanciulli devono accostarsi al sacramento della Penitenza
prima di ricevere per la prima volta la Santa Comunione [Cf Codice di Diritto
Canonico, 914].
1458
Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione delle colpe quotidiane
(peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa [Cf Concilio
di Trento: Denz. -Schönm., 1680; Codice di Diritto Canonico, 988, 2]. In
effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la
nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire
da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito. Ricevendo più frequentemente,
attraverso questo sacramento, il dono della misericordia del Padre, siamo spinti
ad essere misericordiosi come lui: [Cf Lc 6,36 ]
Chi
riconosce i propri peccati e li condanna, è già d'accordo con Dio. Dio
condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L'uomo e il
peccatore sono due cose distinte: l'uomo è opera di Dio, il peccatore è opera
tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli
ha fatto. Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le
tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone
cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così
vieni alla Luce [Sant'Agostino, In Evangelium Johannis tractatus, 12, 13].
RIMEDI CONTRO IL PECCATO IMPURO: LA
RICONCILIAZIONE
La
soddisfazione
1459
Molti peccati recano
offesa al prossimo. Bisogna fare il possibile per riparare (ad esempio
restituire cose rubate, ristabilire la reputazione di chi è stato calunniato,
risanare le ferite). La semplice giustizia lo esige. Ma, in più, il peccato
ferisce e indebolisce il peccatore stesso, come anche le sue relazioni con Dio e
con il prossimo. L'assoluzione toglie il peccato, ma non porta rimedio a tutti i
disordini che il peccato ha causato [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm.,
1712]. Risollevato dal peccato, il peccatore deve ancora recuperare la piena
salute spirituale. Deve dunque fare qualcosa di più per riparare le proprie
colpe: deve "soddisfare" in maniera adeguata o "espiare" i
suoi peccati. Questa soddisfazione si chiama anche "penitenza".
1460
La penitenza che il confessore impone deve tener conto della situazione
personale del penitente e cercare il suo bene spirituale. Essa deve
corrispondere, per quanto possibile, alla gravità e alla natura dei peccati
commessi. Può consistere nella preghiera, in un'offerta, nelle opere di
misericordia, nel servizio del prossimo, in privazioni volontarie, in sacrifici,
e soprattutto nella paziente accettazione della croce che dobbiamo portare. Tali
penitenze ci aiutano a configurarci a Cristo che, solo, ha espiato per i nostri
peccati [Cf Rm 3,25; 1460 1Gv 2,1-2 ] una volta per tutte. Esse ci permettono di
diventare i coeredi di Cristo risorto, dal momento che "partecipiamo alle
sue sofferenze" ( Rm 8,17 ): [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm. ,
1690]
Ma
questa soddisfazione, che compiamo per i nostri peccati, non è talmente nostra
da non esistere per mezzo di Gesù Cristo: noi, infatti, che non possiamo nulla
da noi stessi, col suo aiuto possiamo tutto in lui che ci dà la forza [Cf Fil
4,13 ]. Quindi l'uomo non ha di che gloriarsi; ma ogni nostro vanto è riposto
in Cristo in cui. .. offriamo soddisfazione, facendo "opere degne della
conversione" ( Lc 3,8 ), che da lui traggono il loro valore, da lui sono
offerte al Padre e grazie a lui sono accettate dal Padre [Concilio di Trento:
Denz. -Schönm., 1691].
VIII.
Il ministro di questo sacramento
1461
Poiché Cristo ha affidato ai suoi Apostoli il ministero della riconciliazione,
[Cf Gv 20,23; 1461 2Cor 5,18 ] i vescovi, loro successori, e i presbiteri,
collaboratori dei vescovi, continuano ad esercitare questo ministero. Infatti
sono i vescovi e i presbiteri che hanno, in virtù del sacramento dell'Ordine,
il potere di perdonare tutti i peccati "nel nome del Padre e del Figlio e
dello Spirito Santo".
1462
Il perdono dei peccati riconcilia con Dio ma anche con la Chiesa. Il vescovo,
capo visibile della Chiesa particolare, è dunque considerato a buon diritto,
sin dai tempi antichi, come colui che principalmente ha il potere e il ministero
della riconciliazione: è il moderatore della disciplina penitenziale [Cf Conc. Ecum.
Vat. II, Lumen gentium, 26]. I
presbiteri, suoi collaboratori, esercitano tale potere nella misura in cui ne
hanno ricevuto l'ufficio sia dal proprio vescovo (o da un superiore religioso),
sia dal Papa, in base al diritto della Chiesa [Cf Codice di Diritto Canonico,
844; 967-969; 972; Corpus Canonum Ecclesiarum Orientalium, 722, 3-4].
1463
Alcuni peccati particolarmente gravi sono colpiti dalla scomunica, la pena
ecclesiastica più severa, che impedisce di ricevere i sacramenti e di compiere
determinati atti ecclesiastici, e la cui assoluzione, di conseguenza, non può
essere accordata, secondo il diritto della Chiesa, che dal Papa, dal vescovo del
luogo o da presbiteri da loro autorizzati [Cf Codice di Diritto Canonico, 1331;
1354-1357; Corpus Canonum Ecclesiarum Orientalium, 1431; 1434; 1420]. In caso di
pericolo di morte, ogni sacerdote, anche se privo della facoltà di ascoltare le
confessioni, può assolvere da qualsiasi peccato [Cf Codice di Diritto Canonico,
976; Corpus Canonum Ecclesiarum Orientalium, 725] e da qualsiasi scomunica.
1464
I sacerdoti devono incoraggiare i fedeli ad accostarsi al sacramento della
Penitenza e devono mostrarsi disponibili a celebrare questo sacramento ogni
volta che i cristiani ne facciano ragionevole richiesta [Cf Codice di Diritto
Canonico, 986; Corpus Canonum Ecclesiarum Orientalium, 735; Conc. Ecum.
Vat. II, Presbyterorum ordinis, 13].
1465
Celebrando il sacramento della Penitenza, il sacerdote compie il ministero del
Buon Pastore che cerca la pecora perduta, quello del Buon Samaritano che medica
le ferite, del Padre che attende il figlio prodigo e lo accoglie al suo ritorno,
del giusto Giudice che non fa distinzione di persone e il cui giudizio è ad un
tempo giusto e misericordioso. Insomma, il sacerdote è il segno e lo strumento
dell'amore misericordioso di Dio verso il peccatore.
1466
Il confessore non è il padrone, ma il servitore del perdono di Dio. Il ministro
di questo sacramento deve unirsi "all'intenzione e alla carità di
Cristo" [Conc. Ecum.
Vat. II, Presbyterorum ordinis, 13]. Deve
avere una provata conoscenza del comportamento cristiano, l'esperienza delle
realtà umane, il rispetto e la delicatezza nei confronti di colui che è
caduto; deve amare la verità, essere fedele al magistero della Chiesa e
condurre con pazienza il penitente verso la guarigione e la piena maturità.
Deve pregare e fare penitenza per lui, affidandolo alla misericordia del
Signore.
1467
Data la delicatezza e la grandezza di questo ministero e il rispetto dovuto alle
persone, la Chiesa dichiara che ogni sacerdote che ascolta le confessioni è
obbligato, sotto pene molto severe, a mantenere un segreto assoluto riguardo ai
peccati che i suoi penitenti gli hanno confessato [Cf Codice di Diritto
Canonico, 1388, 1; Corpus Canonum Ecclesiarum Orientalium, 1456]. Non gli è
lecito parlare neppure di quanto viene a conoscere, attraverso la confessione,
della vita dei penitenti. Questo segreto, che non ammette eccezioni, si chiama
il "sigillo sacramentale", poiché ciò che il penitente ha
manifestato al sacerdote rimane "sigillato" dal sacramento.
IX.
Gli effetti di questo sacramento
1468
"Tutto il valore della penitenza consiste nel restituirci alla grazia di
Dio stringendoci a lui in intima e grande amicizia" [Catechismo Romano, 2,
5, 18]. Il fine e l'effetto di questo sacramento sono dunque la riconciliazione
con Dio. In coloro che ricevono il sacramento della Penitenza con cuore contrito
e in una disposizione religiosa, ne conseguono "la pace e la serenità
della coscienza insieme a una vivissima consolazione dello spirito"
[Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1674]. Infatti, il sacramento della
riconciliazione con Dio opera una autentica "risurrezione spirituale",
restituisce la dignità e i beni della vita dei figli di Dio, di cui il più
prezioso è l'amicizia di Dio [Cf Lc 15,32 ].
1469
Questo sacramento ci riconcilia con la Chiesa. Il peccato incrina o infrange la
comunione fraterna. Il sacramento della Penitenza la ripara o la restaura. In
questo senso, non guarisce soltanto colui che viene ristabilito nella comunione
ecclesiale, ma ha pure un effetto vivificante sulla vita della Chiesa che ha
sofferto a causa del peccato di uno dei suoi membri [Cf 1Cor 12,26 ].
Ristabilito o rinsaldato nella comunione dei santi, il peccatore viene
fortificato dallo scambio dei beni spirituali tra tutte le membra vive del Corpo
di Cristo, siano esse esse ancora nella condizione di pellegrini o siano siano
già nella patria celeste [Cf Conc. Ecum.
Vat. II, Lumen gentium, 48-50].
Bisogna
aggiungere che tale riconciliazione con Dio ha come conseguenza, per così dire,
altre riconciliazioni, che rimediano ad altrettante rotture, causate dal
peccato: il penitente perdonato si riconcilia con se stesso nel fondo più
intimo del proprio essere, in cui ricupera la propria verità interiore; si
riconcilia con i fratelli, da lui in qualche modo offesi e lesi; si riconcilia
con la Chiesa, si riconcilia con tutto il creato [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio
et paenitentia, 31].
1470
In questo sacramento, il peccatore, rimettendosi al giudizio misericordioso di
Dio, anticipa in un certo modo il giudizio al quale sarà sottoposto al termine
di questa vita terrena. E' infatti ora, in questa vita, che ci è offerta la
possibilità di scegliere tra la vita e la morte, ed è soltanto attraverso il
cammino della conversione che possiamo entrare nel Regno, dal quale il peccato
grave esclude [Cf 1Cor 5,11; Gal 5,19-21; Ap 22,15 ]. Convertendosi a Cristo
mediante la penitenza e la fede, il peccatore passa dalla morte alla vita
"e non va incontro al giudizio" ( Gv 5,24 ).
X.
Le indulgenze
1471
La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate
agli effetti del sacramento della Penitenza.
Che
cos'è l'indulgenza?
"L'indulgenza
è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi
quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a
determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come
ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle
soddisfazioni di Cristo e dei santi.L'indulgenza è parziale o plenaria secondo
che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati"
[Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, Normae 1-3, AAS 59 (1967), 5-24].
Le indulgenze possono essere applicate ai vivi o ai defunti.
Le
pene del peccato
1472
Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener
presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva
della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita
eterna, la cui privazione è chiamata la "pena eterna" del peccato.
D'altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle
creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte,
nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta
"pena temporale" del peccato. Queste due pene non devono essere
concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall'esterno, bensì
come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da
una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così
che non sussista più alcuna pena [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm.,
1712-1713; 1820].
1473
Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la
remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali
del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le
sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando
serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del
peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come
pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi
completamente dell'"uomo vecchio" e a rivestire "l'uomo
nuovo" [Cf Ef 4,24 ].
RIMEDI DEL PECCATO IMPURO: L’ESAME
DI COSCIENZA
13
- SENSUALITÀ'
II
sensuale non reagendo, come dovrebbe agli istinti sregolati della natura, fa del
piacere sensibile, lo scopo della vita. Così ragione e libertà diventano serve
dell'istinto.
La vita spirituale ne è mortificata, e, finalmente, uccisa.
Lo asserisce lo Spirito Santo stesso: I sensi e i pensieri, del cuore umano sono
inclinati al male, sin dall'adolescenza (Prov. 30, 19).
Gesù aggiunge: Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione; lo spirito è
pronto, ma la carne è debole (Mc., 14, 38).
E S. Paolo: L'uomo animale non capisce le cose dello Spirito di Dio... (I. Cor,
2, 14).
S. Teresa: Vita sensuale e orazione, non vanno d'accordo. Alla quale
osservazione e da aggiungere l'altra di S. G. B. De La Salle: Tra una carne
immortificata e l'impurità, l'alleanza è inevitabile.
L'" Imit. di G. C. " dice chiaramente :
Quelli che seguono gli impulsi dei sensi, macchiano la coscienza, e perdono la
grazia di Dio (I Imit.., 1, 5).
GUIDA
PER IL I. ESERCIZIO.
—
Ho mancato alla modestia dentro casa? Ovvero ho guardato dalle finestre?
— Ho fatto qualche intemperanza nel mangiare o nel bere?
— Ho mancato di riservatezza, toccando fosse pure per scherzo. Fratelli,
alunni...?
— Ho fatto letture morbose, o dato sguardi che hanno turbato l'anima mia?
— Quante volte ho pensato alla santità che deve avere il mio corpo, come
tempio di Dio, destinato alla gloria del Cielo? (Minimo di volte da fissare).
II.
ESERCIZIO.
—
Ho preso positure troppo comode o molli?
— Ho lasciato troppa libertà ai miei occhi, specialmente fuori di casa?
— Ho respinto risolutamente i sentimenti di simpatia particolare, per
fratelli, alunni, altre persone?
— Nelle mie pene intime, ho ricordato la santa presenza di Dio?
— Quante volte mi sono abbandonalo alla tristezza, invece di pregare di più,
o distrarmi con qualche buon pensiero?
— Mi sono addormentato nella preghiera, raccomandandomi a Gesù, Maria,
Giuseppe, e all'Angelo Custode?
III.
ESERCIZIO.
—
Ho perduto del tempo, oggi, in ozio, o in occupazioni frivole?
— Nei lavori e negli studi, ho seguito il mio umore, invece del dovere?
— Mi sono lamentato per qualche leggero malessere o incomodo?
— Ho reagito contro l'apatia o la stanchezza, nella vita spirituale?
— Ho fatto gli atti di contrizione e le penitenze che avevo stabilito, per
riparare i miei peccati di sensualità? (Minimo).
ASPIRAZIONI:
Cuore
di Gesù, vittima di carità, fate che io sia per Voi, ostia viva, santa e
accetta a Dio!
—
Trafiggete, o Signore, col vostro timore le mie carni.
— Signore, rinunzio alla mia volontà e a tutti i piaceri che potrei prendere
nell'uso dei miei sensi; mi rassegno tutto a Voi, per soffrire, oggi, tutto
quello che Voi volete. S. G. DE LA SALLE;
— A Voi, Vergine Madre, che non foste tocca da neo alcuno di colpa, né
attuale, né originale, io raccomando e affido la purità del mio cuore!
14
RICERCA DEL BENESSERE - VITA COMODA
Avvisi
preziosi.
I sensi e i pensieri del cuore umano sono inclinati al male, sin
dall'adolescenza (Prov., 30, 19).
S. Paolo: Conducetevi secondo lo spirito e non soddisfate ai desideri della
carne (Gal., 5, 16).
S. Giacomo; Ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo
alletta (Giac., 1, 14).
S. Ambrogio: Chi non ha imparato a domare le sue concupiscenze, è come un
cavallo selvaggio: si tira, si trascina, si getta a terra... (Lib.
3 de Virginit).
S. Teresa: Vita sensuale e
orazione, non vanno d'accordo. L'Imitazione di G. C. ; Quelli che seguono
gl'impulsi dei sensi, macchiano la coscienza, e perdono la grazia di Dio (1 Imit,,
1, 5).
ESERCIZIO
—
Sono stato pigro all'alzata?
— Ho preso un contegno troppo comodo, a sedere, in ginocchio, in piedi...?
(Mancanze).
—Mi sono lamentato, per immortificazione, del cibo, del tempo, di qualche
leggero malessere?
— Ho trascurato od omesso qualche mio dovere, perché fastidioso?
— Ho prolungato oltre il necessario, il sonno, il riposo, il bagno, il
gioco...?
— Mi sono imposto un piccolo sacrificio a ogni pasto? (Vittorie riportate).
— Quante volte ho ripetuto la giaculatoria indulgenziata: " Cuore
di Gesù, fate che io sia per Voi, ostia viva. santa e accetta a Dio
"? (Fissare un minimo di volte).
15
GOLOSITÀ'
I
Santi e gli autori ascetici sono d'accordo nel considerare la mortificazione
della gola, come l'abc della vita spirituale.
Siate sobri e vegliate, perché il diavolo vostro avversario, vi gira intorno
come un leone ruggente (1 Petr., 5. 8),
Non inebriatevi nel vino, nel quale è lussuria; ma siate ripieni di Spirito
Santo (Ef., 5, 18).
Reprimi la gola e facilmente terrai a freno ogni altra inclinazione della carne
(I Imit., 19, 4).
Accade spesso che ci mettiamo a tavola unicamente per sostenere le forze del
nostro corpo, e che ne usciamo, dopo aver sacrificato qualche cosa alla
sensualità (S. Greg. 1. ult. e. vit).
Gli eccessi della tavola illanguidiscono la vivacità dell'intelligenza e
deprimono la facoltà dello spirito (Ambros.: Serm. de Jejun. 40).
La sobrietà è amica della verginità e nemica della lussuria; mentre
l'intemperanza fugge la castità e accompagna la vita scostumata (Isidor. lb. 1
de S. Bon).
I.
ESERCIZIO. .
—Ho
mangiato eccessivamente, o con avidità?
— Ho preso qualcosa, fuori dei pasti comuni, senza necessità e permesso?
— Ho parlato, o mi solo lamentato del cibo o della bevanda?
— Ho mancato a qualche prescrizione della santa regola, relativa ai pasti?
— Ho fatto qualche riflessione sui mali fisici e morali, provocati
dall'intemperanza?
II.
ESERCIZIO.
—
Ho colto, senza permesso, i frutti all'orto, per me o per altri?
— Ho ricevuto o conservo cibi o bevande, senza permesso?
— Sono stato temperante nell'uso delle bevande alcooliche?
— Durante i pasti, ho ascoltata la lettura di tavola, o mi sono distratto con
qualche buon pensiero?
— Ho praticato fedelmente i digiuni e le astinenze di obbligo?
24
DELICATEZZA DI COSCIENZA — PURITÀ' DI CUORE
Il
seme che cade sul terreno arido, produce poco o nulla; ma se il terreno è ben
curato, il seme si sviluppa in modo prodigioso. Cosi pure opera la grafia nelle
anime.
Non sapendo quando Dio ci darà le sue grazie, dobbiamo essere sempre pronti a
riceverle, con la delicatezza di coscienza e il raccoglimento.
Principio della sapienza è il timore del Signore.
Chi disprezza le piccole cose, andrà a poco a poco in rovina.
Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio.
Il demonio non presenta mai al principio grandi colpe, ma solo mancanze leggere,
per aprirsi un varco nell'anima, dominarla e trascinarla poi a gravi colpe. S.
GIROLAMO.
Talora piccola cosa è quella che impedisce o nasconde la grazia: se pur
piccola, e non piuttosto grande, debba dirsi quella cosa che mette ostacolo a sì
gran bene.
In tutti, i vostri esordii spirituali dovete proporvi per scopo l'acquisto della
purità di cuore, I. ESERCIZIO.
—
Ho troncato conversazioni, letture..., appena ho sentito disagio nella mia
coscienza?
—Ho smesso qualsiasi lavoro, lettura, conversazione, alla voce
dell'obbedienza, della regolarità o della carità?
— Dopo ogni mia mancanza, ho chiesto perdono, e pregato Gesù di purificare
l'anima mia col suo preziosissimo Sangue?
— Ho evitato le occasioni di offendere Dio o di mancare ai miei doveri?
— Ho usato i riguardi, richiesti dalla posizione, dall'età, dalla virtù
altrui?
— Quante volte ho chiesto oggi a Dio la purità di cuore? (Minimo di volte).
II.
ESERCIZIO.
—
Ho tenuto sgombro il mio cuore da ogni avversione, freddezza, amarezza,
risentimento?
— Ho allontanato subito qualche sentimento d'amor proprio, che voleva
immischiarsi alle mie rette intenzioni?
— Ho respinto qualche risentimento verso chi mi ha fatto un torto o
dispiacere?
— Ho profittato di qualche occasione, per rendere servizi che mai saranno
noti? (Occasioni mancate)
— Ho ammesso nel mio cuore qualche affetto puramente naturale per Fratelli,
alunni?
— Quanti atti di contrizione ho fatto oggi, per espiare i miei peccati?
III.
ESERCIZIO.
—
Ho osservato in tutto, le regole della modestia e della discrezione?
— Ho eseguito puntualmente tutti gli ordini e le disposizioni che mi
riguardavano?
— Oggi sono stato sincero, in ogni evenienza?
— Quante volte ho protestato a Dio di essere disposto a morire, piuttosto che
offenderlo volontariamente, o abbandonarlo? (Minimo).
— Quante volte ho chiesto a Dio il perfetto distacco da ogni creatura?
— In ciò che mi ha fatto piacere, ho saputo distaccare il cuore, protestando
a Dio. di essere disposto a sacrificargli tutto, perché Egli solo mi basta?
ASPIRAZIONI:
Create
in me un cuore puro, o Dio, e. rinnovate nel mio seno lo spirito retto.
— S. AGOSTINO Possa io imparare a temervi, o mio Dio. se non ho ancora'
mparato ad amarvi!
— Te Deum Degnatevi, o Signore, custodirci in questo giorno (in questa notte),
dal peccato
—
SEQUENZA. Venite, o Spirito Santo, lavate quanto in me è macchiato, irrigate ciò
ch'è arido, sanate quant'è ferito!
— A Voi, Vergine Madre, che non foste tocca da neo alcuno di colpa, né
attuale, né originale, raccomando, e affido la purità del mio cuore.
RIMEDI DEL PECCATO IMPURO: L’ESAME
DI COSCIENZA
III. ITINERARI DI ESAME PARTICOLARE SULLE VIRTÙ E BUONE ABITUDINI DA ACQUISTARE
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MORTIFICAZIONE DEI SENSI — TEMPERANZA
L'autore
della Imitazione di Gesù Cristo termina e riassume il primo Libro con questo
pensiero; Tanto sarà il tuo profitto, quanta sarà la violenza che ti farai.
E’ il richiamo alla parola stessa del Divin Maestro: Chi vuol venire dietro a
me, rinneghi se stesso (Lc. 9, 23).
E' il monito di S. Paolo: Se vivrete secondo la carne, morrete, se con lo
spirito darete morte alle azioni della carne, vivrete (Rom., 8. 13),
Ed egli stesso ci fa sapere come si conteneva: Castigo il mio corpo, e lo rendo
schiavo (I Cor., 9, 27),
S. Agostino ci premunisce; Non diamo al corpo un'energia pericolosa, perché non
dichiari guerra al nostro spirito (L, de Salut. monit., c. 36).
E S. Bernardo: Impari l'uomo a trattare il corpo come un malato, a cui si negano
le cose nocive che richiede, e al quale s'impone un regime che ripugna (Epist.
ad fratr. de Monte Dei).
S. G. B. De La Salle: L'uso dei sensi ci è stato dato per soddisfare i nostri
bisogni, e non per appagare la sensualità. Più vi darete alla mortificazione
dei sensi, più godrete pace interiore (Raccolta, p, 158),
Iddio ricompensa sempre il sacrificio con la gioia, FRÉRE EXUPÉRIEN D. E. C,
Portiamo in noi la festa dei santi pensieri. B. CONTERDO FERRINI.
I.
ESERCIZIO.
—
Ho mancato di modestia, in casa, dalle finestre, per le strade?
— Ho letto cose inopportune, e senza permesso?
— Ho parlato, mancando alla carità, all'obbedienza, alla prudenza?
— Ho evitato la mormorazione, allontanandomi, se non ho potuto ribattere, o
cambiare discorso?
— Non potendo fare grandi mortificazioni, ne ho fatte molte piccole?
(Occasioni odierne mancate).
—Sono stato sollecito all'alzata di questa mattina?
— Ho mancato di energia, e di virilità nel contegno?
— Mi sono lamentato per il lavoro eccessivo?
— Ho saputo troncare una lettura, una conversazione che facevano del male
all'anima mia?
— Mi sono imposto qualche penitenza esteriore?
III.
ESERCIZIO.
— Quante volte mi sono fatto guidare dal
piacere, dall'umore o dal capriccio?
— Ho fatto atti di golosità nei pasti?
— Ho offerto al Signore, almeno una piccola mortificazione a ogni pasto?
— Ho mangiato fuori pasto, o mi sono lamentato del cibo?
—Ho sopportato umilmente, e in isconto dei miei peccati, gl'incomodi del
caldo, del freddo, del tempo cattivo, di qualche indisposizione?
IV,
ESERCIZIO.
—
Quante volte mi sono seduto o sono restato in una posizione incomoda alla
natura, per abituarmi al sacrificio e alla virtù soda?
— Ho sopportato chi disturbava, chiacchierava?
— Ho rifuggito dalla fatica, lasciandola agli altri, per non incomodare me?
— Ho perduto, tempo a non far niente, a chiacchierare, leggicchiare...?
— Quante volte ho pensato al mio obbligo di mortificarmi per espiare i
peccati, reprimere le passioni, imitare Gesù e i Santi, attirare grazie
sull'apostolato mio e degli altri?
ASPIRAZIONI
Cuore
di Gesù. vittima di carità, fate che io sia per Voi ostia viva, santa e
accetta a Dio.— O Gesù, fate che io sia vostro, tutto vostro e sempre vostro!
— Quale preparamento più degno a Te, o Signore, che il santo olocausto di una
carne crocifissa al peccato, di uno spirito, albergo de' tuoi casti pensieri, di
un cuore che ha gli
affetti Suoi nell'alto de' cieli? B. CONTARDO FERRINI.
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MORTIFICAZIONE DELLO SPIRITO
I.
ESERCIZIO.
—
Ho seguito con attenzione la lettura in cappella, al refettorio...?
— Mi sono permesso pensieri vanitosi, ritorni di amor proprio su parole,
azioni, risultati avuti?
— Mi sono stizzito per un'osservazione, un rimprovero, una parola sgarbata?
— Ho saputo piegare il mio giudizio, non permettendomi considerazioni
contrarie all'obbedienza?
— Ho contrastato, contraddetto, trattato altri con durezza, lasciato scorgere
che mi annoiavo? (Mancanze).
— Mi sono abbandonato alla tristezza, invece di pregare, e distrarmi con
qualche buon pensiero?
II.
ESERCIZIO
—
Ho distolto il mio spirito da pensieri vani, da immaginazioni futili o
pericolose?
— Sentendomi contrariato o di cattivo umore, ho mostrato ugualmente il viso
sereno?
— Ho obbedito in tutto, con sottomissione di volontà e di giudizio?
(Mancanze).
— Quanti atti di arrendevolezza ho praticato?
— Ho reagito al mio languore di spirito?
III.
ESERCIZIO.
—
Quanto tempo ho perduto negli esercizi spirituali per noia o stanchezza?
— Ho resistito al prurito di esprimere il mio giudizio su tutto e su tutti?
(Mancanze).
— Sentendo antipatia per qualcuno, l'ho trattato con affetto, pensando che Gesù
lo ama?
— Ho respinto sollecitamente ricordi non buoni di cose viste, udite, lette,
sognate?
— Ho accettato, per ispirito di penitenza, le prove, gli incomodi, i malesseri
provati oggi?
— Ho pensato al Signore e alla sua presenza, il numero di volte che avevo
fissato?
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- CASTITÀ' - PUREZZA
E'
la virtù più bella, la più austera, la più minacciata.
Virtù
cara al cielo e alla terra, temuta dall'inferno.
E' la virtù che spiritualizza il corpo, acuisce l'intelligenza, nobilita il
cuore, santifica l'anima.
Necessaria al religioso, per la sua consacrazione a Dio; necessaria
all’educatore cristiano, per i contatti spirituali con le anime, in virtù
della sua nobilissima missione.
Il vizio opposto è il più turpe, il più tirannico, il più diffamante dei
vizi.
Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio (Mt. 5. 8).
Senza la castità ogni altra virtù viene meno. S. GIROLAMO.
Il martirio di sangue, sofferto per mano del carnefice, pare più crudele; ma,
per la breve durata, è meno doloroso di quello della castità. S. BERNARDO.
Il vostro stato richiede che siate onorati dall'amicizia di Gesù. Prediligete
la purità, virtù favorita dal divin Salvatore, perché vi ami teneramente, e
si piaccia di stare con voi, poiché egli trova le sue delizie nelle anime pure.
S.
G. B. DE LA SALLE (Med; 88).
Prenotare, tra i punti seguenti:
I.
ESERCIZIO.
-
Ho contravvenuto, oggi, a qualche prescrizione delle mie sante Regole sulla
castità?.
- Ho avuto qualche contatto non necessario col mondo, o con persone di altro
sesso?
- Mi sono lasciato andare a sentimenti deprimenti di tristezza, di
scoraggiamento, invece di distrarmi con qualche buon pensiero?
- Sono stato sobrio e mortificato, nel mangiare e nel bere, specialmente
riguardo alle bevande alcoliche?
- Ho indugiato nel respingere qualche tentazione?
- Quante Volte ho chiesto a Dio la delicatezza di coscienza e la purità di
cuore? (Minimo).
II
ESERCIZIO.
-
Ho dato manifestazioni di simpatia troppo sensibile, o fatto confidenze
inopportune?
- Oggi sono stato seriamente occupato in tutti i tempi liberi?
-
Ho mancato, di riservatezza, fissando facilmente Fratelli, alunni, altre
persone?
- Li ho toccati, per scherzo o familiarità?
- Nei momenti più penosi mi sono scoraggiato, invece di pensare alla gioia di
mostrare a Dio la mia fedeltà, e di guadagnare tanti meriti per il cielo?
- Oggi ho coltivato le divozioni predilette, per la custodia della bella virtù?
PREGHIERA.
O
Signore, purificate col fuoco del vostro Santo Spirito, il nostro cuore e il
nostro corpo, affinché vi serviamo con corpo casto, e vi siamo grati per la
purezza del cuore. Così sia.
III.
ESERCIZIO.
-
Sono stato energico all'alzata? (Mancanze).
- Ho evitato ogni posizione troppo comoda, molle, sensuale?
- Mi sono permesso qualche familiarità sconveniente? (toccamenti, carezze...)?
- Mi sono permesso di vedere, ascoltare o leggere qualcosa di pericoloso alla
mia virtù?
- Quante volte ho pensato alla presenza del mio Angelo Custode, e l'ho
ossequiato?
- Quante penitenze ho fatto in espiazione dei miei peccati?
- Mi sono abbandonato a immaginazioni, sogni o affetti pericolosi?
IV.
ESERCIZIO.
-
Ho accettato virilmente gl'incomodi odierni della stagione, o qualche malessere?
- Ho mancato al pudore che conviene a persona consacrata a Dio, in casa o fuori?
- Fidando nelle mie forze, mi sono esposto a qualche pericolo che potevo
evitare?
- Nei momenti di crisi, ho pensato a Gesù Crocifisso o a qualche scena della
Via Crucis?
- Quante volte ho chiesto a Dio di morire, piuttosto che perdere la sua grazia?
- Quante volte ho raccomandato alla Vergine Immacolata, la mia castità e la mia
perseveranza?
ASPIRAZIONI
Cuore di Gesù. fonte di ogni purezza,
abbiate pietà di noi!
- O Cuore purissimo di Maria Vergine santissima, ottenetemi da Gesù la purità
e l'umiltà del cuore.
- Fate, o Giuseppe, che la nostra vita scorra scevra di peccati, e che sia
sempre difesa dal vostro Patrocinio.