RICEVI QUEST’ANELLO

Introduzione 

Quando penso alle coppie di sposi cui ho benedetto le nozze mi viene il vivo desiderio che formino una famiglia santa. E che esprimano con la loro vita i misteri di Dio.

Ho incontrato troppi sposi che pensano alla santità come a qualcosa di cui «ormai» sono tagliati fuori: è roba da preti e suore! Concepiscono la fede come qualcosa che tocca sì la loro vita, ma non il loro Matrimonio. E molti fidanzati pensando al Matrimonio, non sanno come contemplarlo in Dio.

Libri più grossi e ben fatti sono già stampati e aiuterebbero la comprensione di questo Sacramento in modo più esauriente di queste poche pagine. Esse sono state scritte perché conosco la difficoltà che hanno molti a prendere in mano volumi grossi, sia per mancanza di tempo, sia per non aver familiarità coi libri, sia - talora - per mancanza di buona volontà. Spero che queste poche pagine non spaventino nessuno e aiutino invece gli sposi cui le darò a scoprire dimensioni di fede della loro vita comune.

Possono leggere fidanzati e giovani sposi. Anche chi si prepara a celebrare le nozze d’argento può dare un’occhiata. Quelli poi che conoscono il celibato scelto per amore del Regno dei cieli è bene conoscano pure il significato del Matrimonio vissuto nell’amore del Regno dei Cieli!

don Vigilio Covi

 

I cristiani possono vedere il fatto di essere sposati o di accedere al matrimonio come lo vedono tutti gli altri uomini: è naturale sposarsi. L’attrattiva uomo-donna è naturale, viene senza cercarla, senza deciderla!  

Ma ci sono cristiani che, vivendo tutta l’esistenza nella fede in Dio Padre, considerano la loro vita come risposta a Lui che li chiama. Come Egli li ha chiamati al mondo, così li continua a chiamare perché collaborino con Lui al suo Regno. Essi sanno perciò che Egli li può chiamare anche al Matrimonio: vivono quindi la vita della famiglia come “vocazione” (= chiamata).

I fidanzati considerano perciò il loro cammino di preparazione come un periodo di verifica: “il nostro amore è segno di una chiamata di Dio?”. “Siamo noi chiamati dal Signore a formare una famiglia che gli dia gloria?”.

E la vita comune nel Matrimonio si fonderà sulla gioia e sulla pace che vengono dalla convinzione: “Dio ci ha chiamati a stare insieme!”.

In questa certezza i coniugi troveranno forza e consolazione nelle difficoltà e criterio di discernimento per le varie decisioni: dove andare ad abitare? quando avere figli? quanti? quale tipo di lavoro scegliere?

Vivere il matrimonio come “vocazione”, o meglio, come risposta alla chiamata di Dio, li aiuterà e li spingerà a stare in contemplazione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, per avere continuamente sott’occhio il modello e la luce della Comunione Trinitaria, onde esserne tempio e specchio!  

 

1. Amore d’uomo: verità o menzogna? 

Voglio parlarvi della famiglia. La prima impressione è che non mi sarà molto facile, perché è come parlare del mare: non sai dove cominciare e ovunque cominci sei costretto ad essere incompleto e parziale.

Parlando della famiglia, mi viene in mente anzitutto la mia, e poi quelle che conosco, che vedo ogni giorno o che ho incontrato nella mia vita e hanno lasciato una traccia: ed inoltre non si stacca da me una certa visione di famiglia ideale, come vorrei fossero le famiglie dei miei amici, di quelli che amo. Tutte queste immagini - reali e di desiderio - si confrontano nel mio cuore con la famiglia che chiamerò sacra, quella che duemila anni fa era presente nel villaggio di Nazareth in una delle case-grotta abitate dalla gente povera e semplice.

Saranno perciò, queste pagine, una comunicazione di esperienze e di cuore, anche se talvolta sotto forma di idee e di commento. Ogni articolo sarà incompleto, ma tutti insieme - a mo’ di mosaico - potranno dare un’idea di come potrebbe essere la carta d’identità di una famiglia cristiana. Questo il mio desiderio.

A qualcuno parrà strano poi il fatto che sia un prete, senza moglie e senza figli, a parlare di famiglia e dubiterà che possa dire cose vere. Se è così, lascia il giudizio alla fine: allora potrai dire se quanto dico ha fondamento! ma mi consolo che ci siano anche persone maritate che parlano e straparlano dei preti, e mi sanno anche dire con sapienza, amore e verità come dovrei essere!

Quando nasce una famiglia? Mi pare di vederli i due giovanotti, lui e lei, che si incontrano con gli occhi. Un lampo? Una folgorazione? Ognuno dei due attraverso gli occhi ha visto il cuore dell’altro. Non si lasciano più. Il pensiero e le ruote della macchina corrono in quella direzione. Se chiedi loro il perché, non sanno che dire. E se dicono qualcosa, il tutto sfugge. L’amore non ha perché. Il vero perché è ancora nascosto ai loro stessi occhi, e si manifesterà loro un po’ alla volta, come i più grandi misteri di Dio! l’amore infatti è di Dio!

Eppure l’amore di due innamorati è molto fragile, ed essi se ne accorgono. Nessuno può garantirne la durata, né la capacità di superare difficoltà e ostacoli. Ognuno dei due sente che l’amore che nutre per l’altro dipende in definitiva da se stesso. «Io ti amo: e io lo voglio» potrebbero dirsi; «se io volessi ti potrei piantare in asso anche subito»!

Un amore fondato sui sentimenti che si provano, sulle ragioni che si portano, sulle volontà che si incontrano: è sufficiente? Un amore che dipende in definitiva dall’uomo. Se l’uomo fosse perfetto credo sarebbe sufficiente. Ma siccome l’uomo, e la donna similmente, è peccatore, debole, fragile, come potrà farsi garante di se stesso? Come potrà promettere amore duraturo se non ha nelle mani il proprio destino? Come può dire «ti amo» senza essere menzognero? Quando lui ama lei (e viceversa) c’è un miscuglio di cose e atteggiamenti diversi che si intersecano e si condizionano a vicenda. Quel «ti amo» vuol dire in definitiva tante cose: vuol dire «voglio il tuo bene» e «desidero che tu stia con me», «posso possederti», «mi lascio possedere da te», «mi fido di te», «anche il tuo corpo è mio», «ti lascio libertà», ecc. ecc...

E’ un amore che si mescola, senza accorgersi, con l’egoismo e l’istinto del possesso: un amore non purificato, con molte scorie e imperfezioni.

Quel «ti amo» è perciò al tempo stesso verità e menzogna. Due innamorati credenti in Dio vogliono essere sempre nella luce della verità e strumento di verità: si interrogano perciò seriamente su come il loro amore possa essere purificato dalla menzogna e divenire luce per sé e per l’amato. Questa ricerca è costante, anche per chi già è sposato: è la sofferenza e la gioia dei coniugi credenti che vogliono essere soltanto «amore» l’uno per l’altro, amore «puro» libero da egoismi e da dominio, che vogliono essere la parte privilegiata del cuore di Dio-amore per l’amato! 

 

2. Matrimonio: trasformazione dell’amore 

Quando i due fidanzati chiedono al prete di fare le carte perché si vogliono sposare, è mio desiderio che arrivino a capire, in tutta la profondità consentita all’uomo, il dono che si fanno. Non trovo per questo parole migliori di quelle che dirò il giorno delle nozze iniziando la celebrazione del rito del matrimonio: «Siete venuti nella casa di Dio... perché il vostro amore riceva il Suo sigillo e la Sua consacrazione». A prima vista queste parole passano veloci da un orecchio all’altro... e poi nel dimenticatoio. Non per me. In queste parole trovo la purezza, la verità e la durata dell’amore.

I due «colombi» portano il loro amore davanti all’altare, quello del sacrificio di Cristo e della comunione con Dio. E Dio mette il Suo sigillo sull’amore delle due persone, su quell’amore umano. Da quel momento quest’amore ha un sigillo: e il sigillo indica la proprietà. Ora l’amore dei due è proprietà di Dio. L’amore che lui ha per lei è l’amore di Dio e quello di lei per lui altrettanto.

Forse ora comprendete, voi coniugi, perché il vostro amore è puro, vero, durevole, perché è di Dio. I peccati lo possono ancora rovinare e sono tanto più gravi in quanto rovinano quel vostro amore che è di Dio, ma non lo possono né sciogliere né cancellare, perché l’amore di Dio è e rimarrà più grande del cuore dell’uomo, anche di quello peccatore.

Gli sposi si amano, e il loro amore diventa di anno in anno più maturo, stabile e sereno. Perché? il loro amore è amore di Dio. E’ maturo e stabile e sereno fin dall’inizio, essi però riescono ad accorgersene e ad accoglierlo gradatamente. Quando il marito cerca di essere puntuale ai pasti, e, se si trova lontano, telefona per avvisare, quando dà una mano per i lavori di casa, cosa fa? sta donando a sua moglie i segni piccoli del grande amore di Dio per lei. Il marito ama sua moglie perché in quel «giorno» - forse già lontano - la sua capacità d’amore è divenuta proprietà di Dio: è Dio che ama sua moglie, attraverso i suoi gesti piccoli o grandi, concreti, semplici, anche se non costano denaro, ma piuttosto generosità del cuore! La missione dei coniugi è quella di donarsi l’uno all’altro concretamente l’amore del Dio invisibile. Se i mariti e le mogli lo sapessero! se non lo dimenticassero! quale gara di dedizioni, di generosità l’uno verso l’altro ci sarebbe!

La moglie sa così di amare il suo tesoro non più perché gli è simpatico, o perché gli piace, o perché è il migliore tra gli uomini del paese, ma perché ne ha il compito da parte di Dio.

Questo amore resiste a tutte le prove, anche a quelle della cattiveria del marito o del suo peccato, anche a quelle di qualche crisi di affetto, a quelle della malattia o della povertà. Lei sa di dover donare al suo «uomo» l’amore di Dio in un modo del tutto particolare ed esclusivo. E Dio non smette di amare chi si dimentica di lui, chi Lo offende, chi diventa indifferente. Così la moglie cristiana, o il marito. Mi sono chiesto più volte come mai certe donne o certi uomini sono stati capaci di amare il proprio coniuge fino all’inverosimile, un coniuge sempre ammalato o uno che trasformava la casa in un inferno. Ho trovato la risposta considerando il sacramento del Matrimonio. Esso rende santo l’amore coniugale, lo fa superiore a tutte le prove: quelle donne e quegli uomini amavano il loro coniuge non perché buono e bravo, simpatico e attraente, ma perché sapevano di aver ricevuto questa missione da Dio, nel giorno in cui essi hanno voluto. Quell’amore si era purificato sempre più, divenendo in modo sempre più chiaro amore di Dio! così forte, che in molti casi è riuscito addirittura a rendere capace di amare il cuore violento dell’altro! Questo aspetto farà comprendere facilmente il perché della indissolubilità del matrimonio per il credente, come cercheremo di vedere. 

 

3. Io prendo te: per sempre?

La parola «indissolubile» è una di quelle che riescono a creare un clima di serietà e decisione. E’ una di quelle parole che fanno sentire la vita come un viaggio senza ritorno - come difatti è -, e la decisione conseguente all’amore come stabile e finale. E’ una parola che assomiglia alla morte: quel che c’era prima non esiste più. La libertà di movimento, la possibilità di vivere da soli non c’è più: sorge qualcosa di nuovo che ancora non si conosce.

Forse per il fatto che l’amore coniugale esige una decisione così definitiva, fa paura. Molti, che vivono superficialmente, alla giornata, non abituati alla stabilità nella loro vita, non se la sentono di impegnarsi per sempre. In fin dei conti essi basano il loro amore su se stessi, Dio lo vedono troppo lontano o lo allontanano di proposito, perché diverrebbe troppo esigente. Questi si sposano solo civilmente: non avranno molti problemi a dividersi e separarsi e cercare un altro coniuge, nel caso lo volessero.

Ma perché il matrimonio cristiano è indissolubile?

Perché i cristiani, quando si uniscono in matrimonio, fanno un passo senza ritorno?

Lo accennavamo nelle pagine precedenti: nel momento in cui i coniugi hanno consegnato a Dio il loro amore, celebrando il sacramento, Dio lo ha fatto Suo. Tra i due c’è l’amore di Dio. Se rompono il proprio amore reciproco, si rendono colpevoli contro l’amore di Dio! Nelle intenzioni e Volontà di Dio questo non è previsto: egli vuole continuare ad amarli tramite i loro stessi gesti e la loro donazione l’uno all’altro. Chi spezza l’amore al proprio coniuge contrasta l’amore di Dio.

Inoltre essi, da quel momento, si amano perché Dio dà loro il compito di farlo. Possono smettere di amarsi solo quando Dio ritraesse questo compito; ma Dio non disfa quel che ha fatto. Ne ha dato conferma Gesù quando fu espressamente interrogato su questo punto: un marito e una moglie non abbandonino il coniuge per vivere con un altro. E’ adulterio. E se sono separati già da anni? non tolgano a sé e al coniuge la possibilità di tornare, di convertirsi, di perdonare, di chiedere perdono. Risposandosi chiuderebbero la strada già difficile della comprensione e dell’unione.

L’intenzione iniziale di Dio, quella che dà forma alla famiglia e chiede completezza all’umanità dell’uomo è l’unità indissolubile tra i due.

Egli non ha previsto altre strade.

Raramente, ma può capitare, ci possono essere casi particolarissimi di scioglimento di matrimonio: sono due. Il caso «petrino»: solo il papa con l’autorità detta «delle chiavi» (di Pietro) può, per motivi provati, sciogliere un matrimonio che fosse solo «rato, ma non consumato»: gli sposi hanno cioè celebrato soltanto il rito, ma non vivono ancora insieme. L’altro caso è detto «paolino» perché lo determina s. Paolo nel suo insegnamento apostolico. Si tratta del caso che un coniuge non battezzato non volesse più vivere con l’altro divenuto cristiano e battezzato (1 Corinzi 7, 15).

Altri casi di «scioglimento» non ci sono nella Chiesa Cattolica. Talvolta avviene che il Tribunale ecclesiastico riconosce, dopo severe interrogazioni e indagini, che un matrimonio non sussisteva fin dall’inizio, perché mancavano fin dal primo momento qualcuna delle condizioni che fanno sì che un matrimonio sia tale! In tal caso può avvenire la «dichiarazione di nullità»: non c’era mai stato matrimonio vero.

Il fatto che Dio prenda così sul serio l’amore di due persone, tanto da identificare con esso il proprio Amore (fatto che rende l’amore degli sposi indissolubile), obbliga i fidanzati e gli sposi cristiani ad una grande serietà pur nella serenità e nella gioia.

Diventa seria e lunga la preparazione dei fidanzati che intendono camminare con Dio. E diventa serio il modo con cui gli sposi cercano insieme di esser fedeli l’uno all’altro e di approfondire la propria unità e comprensione.

 

4. Segno d’un amore divino

Nella Bibbia viene raccontato un fatto che ci lascia un po’ stupiti, e nello stesso tempo confortati.

Un profeta, Osèa, ha ricevuto da Dio un incarico particolare. Aveva avuto un’esperienza tutt’altro che fortunata nella sua vita matrimoniale: sua moglie gli è scappata di casa per andare a fare la prostituta: cercava amore dagli amanti che la sfruttavano, rifiutando l’amore vero del marito che l’amava. Osèa non ha più speranza che ella torni. Proprio allora Dio gli dice: tu sei mio profeta. Profetizza, non con le prediche, ma con un gesto ben visibile a tutti: va’, riprendi la prostituta. E’ coperta di vergogna, tu prendila ugualmente, perché con questo gesto Io voglio far capire qualcosa al mio popolo.

Oséa comprende. Dio vuol far capire al popolo d’Israele che, nei confronti del Dio dei Padri Abramo, Isacco e Giacobbe, s’è comportato come la prostituta: il popolo ha cercato di servire altri dei, di scegliersi altri maestri per la vita, di cercare sicurezza nelle cose di questo mondo, e ha abbandonato il Dio vero, l’unico che lo amava veramente e poteva soddisfare tutti i suoi desideri più profondi. Ma vuol fargli anche capire che Egli, Dio, non avrebbe smesso il Suo amore per il popolo, nonostante l’infedeltà di cui questi s’era macchiato. Lo continuava a scegliere come suo popolo, ad amarlo, a seguirlo con amore. Dio faceva al suo popolo ciò che Osèa doveva fare con la prostituta. E Osèa obbedì:

annunciò così col suo gesto - che appariva sconsiderato -, in modo ben visibile a tutti, che l’amore invisibile di Dio è fedele e continuo.

Da allora il matrimonio dei credenti, degli Ebrei prima e poi dei cristiani, ha ricevuto anche questa dimensione: essere una rivelazione, manifestazione, epifania (con un termine greco) dell’amore continuo e incorruttibile e forte del nostro Dio per noi uomini, nonostante i nostri peccati.

Quando vedo due sposi che si amano per anni ed anni, che cercano l’uno il bene dell’altro e si sopportano e si perdonano e si amano nonostante i loro grossi difetti e peccati, allora io sono consolato ed incoraggiato. Perché? ma perché se gli uomini - che sono imperfetti - sanno agire così, quanto più il mio Dio, il nostro Padre non saprà sopportarmi e sopportaci, perdonarci, continuare ad amarci nonostante i miei e nostri peccati? Dio non smette il suo amore per me, mai: lo vedo concretamente nell’amore degli sposi.

Quest’amore sponsale mi diviene così un segno prezioso: segno visibile e concreto di una realtà invisibile, ma concreta anch’essa. E dal momento che l’amore degli sposi porta il sigillo di Dio ed è di Dio, questo segno visibile è anche efficace in se stesso, perché non solo indica, ma è l’amore di Dio stesso. Arrivo così a chiamarlo sacramento! Se gli sposi che io incontro sappiano quanto io stimi il loro matrimonio, non lo so. Se essi sappiano il valore sacramentale del loro vivere insieme, che è un segno piccolo e umile del grande amore di Dio, è un segreto: lo scopriranno poco per volta se pregano, se vivono uniti a Dio. Egli non li lascerà privi della conoscenza di questo suo disegno, di manifestarsi attraverso di loro. Con lo Spirito Santo comprenderanno nel loro spirito la grandezza del loro sacramento. L’apostolo s. Paolo dà una spiegazione ancora più vicina alla nostra esperienza di questo sacramento: dice che esso è l’immagine dell’amore che Cristo Gesù ha per la sua sposa, la Chiesa. Com’è quest’amore lo vedremo più avanti.

 

5. Libero e consapevole

Sulla domanda, che i fidanzati presentano al parroco per richiedere la celebrazione del Sacramento del Matrimonio, essi scrivono, tra l’altro, che sono liberi di fare questo passo, che nessuno li costringe.

Non mi limito a leggerlo sulla loro richiesta, ma li interrogo esplicitamente e pubblicamente al momento del matrimonio: «siete venuti... liberamente, senza alcuna costrizione e pienamente consapevoli del significato della vostra decisione?».

La risposta è sempre positiva. Bene.

Ma che significa esser liberi? Per me vuol dire due cose. Anzitutto non c’è nessuno e nessuna circostanza che obbliga a sposarsi. Non ci sono minacce da parte dei fidanzati, né ricatti da parte dei genitori («se non ti sposi non ti lascio eredità», «sposati, che l’è ora!...»)! non c’è un figlio in viaggio, o, se c’è, non è quello che condiziona la scelta di quel matrimonio.

Ma la libertà non è solo mancanza di spinte esterne. E’ molto di più. Sei libero quando potresti anche non sposarti. «Mi sposo, ma potrei anche rimanere da sposare».

«Mi sposo con questa donna, ma potrei sceglierne un’altra».

Libertà!

Se scegli di sposarti, e se scegli di sposare questa, stai facendo una scelta da uomo libero, da donna libera!

Tu sei uomo - o donna - e potresti vivere ancora anche senza di lui o di lei! E’ molto importante questa libertà per due motivi:

- anzitutto perché il tuo coniuge si senta libero con te e amato veramente. Se è anche solo il tuo istinto sessuale che ti spinge a sposarti ora o la tua incapacità di vivere da solo, il tuo coniuge noterà, col passar del tempo, che il tuo amore per lui/lei è invece egoismo! e ne nasceranno conflitti, più o meno aperti, perché si sentirà oppresso, dominato.

- L’altro motivo è che un giorno rimarrai di nuovo solo, vedovo o vedova. Cosa farai? Se sei libero anche interiormente, se il tuo amore è un dono e ricevi il suo come un dono libero, giorno per giorno, allora, pur nella sofferenza, non ti dispererai della sua mancanza, o anche solo della sua malattia.

Se dici a tuo marito/moglie: “ti ho sposato perché ho voluto”, “io ho scelto te pur potendo scegliere un altro”, allora tuo marito sente che il tuo amore per lui è forte, esclusivo, unico e prezioso, perché libero! La libertà vera rende prezioso il tuo amore e l’amore del coniuge per te!

Perché l’amore sia sempre così prezioso bisognerà coltivarne la libertà anche quando ormai fossero passati quindici o venti anni di vita insieme! Non parlo certamente di una libertà che giustifichi la infedeltà: non è la libertà di fare quel che si vuole, ma di scegliere ogni giorno volutamente il proprio compito, accettare volontariamente la missione data da Dio di amare il proprio coniuge!

Per questo motivo io chiedo agli sposi anche se sono pienamente consapevoli della loro decisione. E intendo non solo la consapevolezza dello sposarsi, ma anche della decisione di far del proprio matrimonio un sacramento.

Siete consapevoli che voi, vivendo insieme, amandovi, condividendo tutto, diventate un segno dell’amore di Dio? Volete con la vostra vita comune manifestare un aspetto del disegno di Dio e della sua sapienza? Volete accettare di amarvi non più perché vi volete bene, ma perché Dio dà a ciascuno di voi il compito di manifestarvi reciprocamente il Suo amore fino alla fine? il suo amore arriva fino ad amare i suoi che lo tradiscono! accetti questo amore per il tuo coniuge? Siete consapevoli di cosa vuol dire vivere il sacramento del matrimonio nella fede?

Vedete, come sarebbe necessario un catechismo per i fidanzati! e chi ha già celebrato le nozze d’argento può ancora imparare e approfondire l’esperienza che sta vivendo!

 

6. Un capo: come?

C’è una riga delle lettere di s. Paolo che non piace alle donne; è quella che dice: «il marito è capo della moglie»! Sono però convinto che se ne conoscessero il significato, ne sarebbero entusiaste! S. Paolo è un cristiano, e le sue parole trovano il loro significato nella vita di Gesù Cristo. Gesù è capo, capo degli Apostoli, della Chiesa. In che modo ha Egli vissuto il suo esser capo? Ha lavato i piedi dei discepoli, è morto per la sua Chiesa. Ha detto: «chi vuol essere il primo sia l’ultimo e il servo di tutti».

Se s. Paolo dice che il marito è il capo della moglie, lo intende così! un marito pronto a sacrificarsi per la moglie, a non badare a sé pur di cercare il bene della moglie, affinché possa sentirsi accolta, stimata, realizzata come sposa e come madre.

Un marito non è capo quando «comanda»: allora è tiranno, non un capo. E’ capo quando decide insieme, quando rinuncia anche al proprio prestigio pur di valorizzare la propria moglie.

Lo sapevi questo tu, uomo, quando hai detto: «prendo te come mia sposa»? O credevi di diventare dominatore incontrastato, uno che può far alto e basso in famiglia? Quando hai detto «io prendo te come mia sposa» non hai detto «prendo te come mia schiava», o «come mia cameriera» né «come mia segreteria». Hai detto la parola «sposa», e questo significa con altre parole «dolce metà»! Da solo non fai più nulla, tutto insieme: ogni decisione, ogni scelta è comune. Hai fatto, si potrebbe dire col linguaggio di noi preti, voto di obbedienza. Vuoi vivere nell’unità piena con tua moglie e agire in concordia. Sarà bene fare non ciò che sembra bene a te, ma ciò che è deciso insieme.

In tal modo puoi realizzare con tua moglie la parola che Gesù ebbe a dire: «dove due o più sono uniti nel mio nome, là sono pure io».

Nell’unità vera - non solo di corpo - ma anche di anima e di spirito voi coniugi date la possibilità a Gesù di esser presente: la vostra casa si potrà chiamare «piccola chiesa».

Quando il marito vive in questo modo, diventa addirittura attraente per la moglie vivere «sottomessa al marito in tutto»: come continua l’Apostolo s. Paolo. La moglie è figura della Chiesa che obbedisce con amore a Gesù Cristo: perciò ella vive col marito non come dominata e conquistata, ma come amata e protetta da lui, e perciò cerca in ogni modo di essergli gradita, per rendere la casa luogo accogliente, riposante, pieno di pace, in modo che quando egli termina le sue occupazioni vi torni volentieri e si trovi bene!

«Prendo te come mio sposo» significa proprio il fatto che tu donna non sei dominata da lui, ma scegli liberamente di donargli la tua vita per diventare con lui un’unica realtà, per condividere con lui non solo l’eredità o gli stipendi e la pensione, ma anche le gioie e i dolori, i momenti di salute e quelli di malattie, la prosperità e la povertà.

Prendersi come sposi è impegnativo al massimo, poiché vuol dire donarsi la vita reciprocamente: quindi donare la propria all’altro, accogliere quella dell’altro come propria. Bisogna esser capaci di amare, ma anche di lasciarsi amare.

Avere uno sposo/sposa comporta disporre della vita di un altro: compito di responsabilità unica! Se pensi che la vita è di Dio, che anche il/la tuo/a coniuge deve tornare a Dio, sentirai quale responsabilità ti sei assunto (o ti stai assumendo) davanti a Lui disponendo della vita di un altro, dei suoi giorni, del suo corpo, delle sue doti! Sei tu che gli prepari l’eternità!

Anche lasciar disporre all’altro della propria vita è grossa responsabilità, non solo perché ciò comporta sacrificio, ma perché richiede attenzione e vigilanza per lasciar disporre di sé solo in ciò che a Dio è gradito.

Potrai portare questa responsabilità con onore e meritarti tanta fiducia solo se vivi in unità con Dio.

 

7. Un anello da portare

E’ successo ancora, forse non a te, né a tuo marito! Lui si trova in viaggio, ma prima di entrare al bar fa una operazione semplice e delicata: si toglie di nascosto l’anello e lo lascia cadere in tasca. In tal modo potrà godersi qualche occhiata più compiaciuta da parte della cameriera...

Se portasse la «vera», ella non lo degnerebbe di tante attenzioni!...

L’anello è un segno: prendi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà. E’ un segno legato al dito: non dimenticherai che io ti amo, e che amo solo te, che sono tua nei giorni belli e nei giorni tristi, quando sei in casa e quando sei lontano.

E’ un segno consegnato nel nome di Dio.

E’ il segno che già una persona occupa il tuo cuore e che tu possiedi il suo.

Un segno non vale molto: è solo un segno.

C’è addirittura chi si odia portando il segno dell’amore.

Un segno lo si porta più per gli altri che per sé.

Un segno lo capiscono tutti, subito. E perché lo devono sapere tutti che sei sposato? che la tua vita è donata? che non sei solo? Quando Massimiliano Kolbe seppe che uno dei dieci condannati al bunker della fame era maritato e padre di famiglia ebbe l’ispirazione e la forza di offrirsi per essere condannato al suo posto. E’ successo una volta sola, ma è un fatto indicativo che fa pensare. Il san Massimiliano ha saputo che la vita di quell’uomo non era sua, ma della moglie e dei figli: gliela volle salvare.

Se amo una persona sposata, so di entrare in amicizia con una famiglia intera. Se incontro un non sposato, la mia amicizia si esaurisce con lui. Se so che uno è sposato, so che ha un compito da Dio verso altri e ne tengo conto nel mio rapporto con lui.

Ai giorni nostri si va diffondendo un’abitudine che mette in discussione non il portare il segno o meno del matrimonio avvenuto, ma la convenienza stessa del matrimonio. «Vivere insieme senza esser sposati, senza doverlo dire né al parroco, né al sindaco. Se ci piace stare insieme, lo facciamo senza impegnarci con firme e con documenti. L’amore non ha bisogno di carta!».

A rigor di logica questi hanno ragione. Se non credono in Dio (e quindi non hanno interesse a rimanere nella sua volontà e diventare un segno del Suo amore), non hanno molte altre scelte. Sì, potrebbero fare una firma davanti al sindaco, ma sanno bene che quella firma non è indelebile: il sindaco ha una gomma nelle sue leggi, che la può cancellare, se essi vogliono, e quando vogliono.

Perché impegnarsi per sempre? se Dio, l’Eterno, non entra nella loro vita, non saranno capaci di impegni eterni, ma solo di impegni di convenienza sociale o economica, finché il sentimento o la sensualità consente.

Ma io, non per fare l’avvocato difensore di Dio, bensì dell’uomo, chiedo se un amore che non si impegna possa chiamarsi amore, e se un amore che non si dona del tutto e per sempre possa essere manifestazione di maturità e pienezza di vita.

Se un coniuge sa di vivere insieme al suo «tesoro» che non ha mai voluto firmare il suo matrimonio, ma convive perché gli piace, quale sicurezza psicologica può avere di esser amato? il suo amante gli dà un amore senza garanzie! Egli/ella rimarrà sempre nella tensione di dover fare in modo da piacere all’altro, ai suoi capricci e sentimenti, di non fare nulla per disgustarlo. Il suo spirito non entrerà mai nel riposo.

L’impegno siglato davanti alla società (comunità religiosa e civile) ha un doppio effetto: di aiutarti ad esser fedele e di proteggere il vostro amore: non è contro l’amore, ma in favore ad esso. Anche Dio ha voluto ratificare pubblicamente il suo amore per l’umanità firmandolo col Sangue di Gesù davanti a tutti i popoli. E Dio sa cos’è bene e perfetto per l’uomo! anche per la sua salvezza psicologica, oltre che per la sua salvezza morale ed eterna! 

 

8. Responsabili dei figli: quanti?

La Bibbia dice che i due (uomo e donna) saranno una carne sola. Un’unica realtà, un’unica famiglia! Quest’unità gli sposi la esprimono e la vivono anche con l’unione dei corpi. Questo è uno dei momenti più desiderati dei coniugi, e che esprime in maniera concreta e tangibile il loro amore. E’ anche uno dei momenti più intimi e sacri della loro vita. Il perché lo si comprende facilmente e allo stesso tempo ci rimane misterioso e profondo com’è lo spirito umano E’ il momento in cui può prender vita un’altra vita e perciò è un momento che tocca il cuore e l’onnipotenza di Dio Creatore.

Forse un’altra vita: gioia e responsabilità qui si incontrano.

Per molti, sapere che il gesto d’amore darà origine ad un’altra vita è gioia grande e attesa. Per molti altri questo fatto dà preoccupazione per le responsabilità e fatiche che ne conseguono.

Fino a non molti anni fa nelle nostra società prevaleva il primo atteggiamento. Oggi sembra prevalere il secondo.

Il primo, la gioia d’esser padre e madre di molti figli di Dio, si basava fondamentalmente su due colonne: la più grande e forte, una salda fiducia nella Provvidenza di Dio, che non lascia mancare il necessario agli uomini come non lo lascia mancare ai passeri; la seconda colonna, il consenso generale della società in cui tutti erano abituati alla fatica, ad accontentarsi del necessario, a vedere i piccoli come una benedizione.

Il secondo atteggiamento, la paura di avere più figli, si basa pure su un doppio piedistallo. Uno è un senso di responsabilità così pesante da sentirsi pusillanimi e incapaci di dar da mangiare e di educare più di uno o di due figli, unito ad un confine ideale della propria fiducia in Dio, che vien ritenuto capace di provvedere solo in misura dipendente da se stessi. Talvolta invece questa paura è espressione non di senso di responsabilità, ma di egoismo: «con qualche figlio in più non si è più liberi di far quel che si vuole!».

L’altro piedistallo è l’opinione diffusa, divenuta abitudine, di non avere più di due figli, tre per sbaglio. E’ divenuta abitudine così che i costruttori di appartamenti da affittare li fanno sulla misura di una famiglia che non abbia più di due figli. Così si crea un circolo vizioso, per cui una famiglia un po’ più numerosa trova difficilmente lo spazio per vivere e per accogliere una nuova vita.

Questo problema non è così semplice e non è qui esaurito.

Anche quando i coniugi ritenessero di non poter avere più figli, desiderano potersi esprimere ancora l’amore fino ad essere una sola carne. Ma come fare?

Ecco allora moltiplicarsi metodi anticoncezionali, dalla sterilizzazione - temporanea o definitiva - alle pillole e a vari sistemi meccanici. Questi metodi eliminano in parte la paura di avere un altro figlio, ma - pur assicurando il piacere - non ridanno la gioia dell’incontro: anzi, a livello psicologico e spirituale marito a moglie non si sentono più persone che si amano in profondità; col passar dal tempo si trovano a scoprirsi soltanto l’uno strumento del piacere dell’altro. Nascono o crescono nuovi conflitti che apparentemente sembrano avere altre cause.

Per questi motivi profondi e di non facile individuazione, oltre che per altri di ordine medico, l’autorità della Chiesa insegna ai cristiani che i metodi artificiali per evitare le nascite sono una diminuzione della persona, un danno, un male. Consiglia invece, eventualmente, di limitare gli atti coniugali ai periodi naturalmente infecondi del ciclo mestruale della donna. Sono stati scoperti negli ultimi anni vari metodi per poter conoscere questi periodi, metodi sufficientemente precisi ed esperimentati, quali quelli di Billings, Döring e Bonomi. Questo modo di agire richiede certamente un po’ di sacrificio, di dominio di sé, ma permette ai coniugi di rimanere nella serenità interiore e di esprimersi l’amore in un modo veramente umano nella sua pienezza.

A questo proposito ci sono coppie di coniugi esperti che si mettono a disposizione di altre coppie per spiegare, aiutare, confidare le loro esperienze: è anche questa un’opera di misericordia molto preziosa e delicata.

Conoscendo la complessità e difficoltà del problema, l’autorità pastorale della Chiesa non vuole escludere dalla Comunione coniugi che non riuscissero ad ottenere l’ideale, ma che per debolezza o per ignoranza cedessero all’uso di metodi apparentemente più comodi e sbrigativi. Non si vuole certamente essere né superficiali, né chiamare bene ciò che è male: si riconosce che anche i coniugi che ricercano a propria perfezione spirituale e morale sono soggetti a situazioni di incertezza, di debolezze di delicatissima soluzione. Li si vuole incoraggiare ad esser fedeli l’uno all’altro, essendo questa fedeltà un bene sommo, superiore ad altri beni.

 

9. Educare

Le difficoltà inerenti alla responsabilità dell’educazione e sistemazione dei figli sono indubbiamente gravi. La Chiesa, attraverso i suoi pastori, incoraggia i cristiani a non soccombere alla paura, ma ad aver ancora fiducia e generosità anche nel campo della procreazione.

Nessuno dirà ad una coppia di coniugi quanti figli devono avere.

Essi stessi lo determineranno dopo aver valutato vari aspetti.

Se lo richiedono, possono peraltro essere aiutati a esaminare il problema e a trovarne la soluzione.

Se c’è un consiglio valido sotto vari punti di vista è questo: non limitate troppo, a uno o due, il numero dei vostri figli. Siate più generosi nel procreare, fate scaturire generosità in questo campo dalla fede nel Padre provvidente e dall’amore alla vita, dal desiderio di essere sempre stimolati al dono di voi stessi.

I figli risentono nella loro crescita, a livello conscio e inconscio, dei motivi per cui li avete messi al mondo e dei motivi per cui, eventualmente, li avete lasciati senza fratelli. Se questo motivo è egoistico, di paura, di mancanza di fede, quei pochi figli che avete non riuscirete ad educarli all’amore e alla generosità e alla fede. Le fatiche che vi risparmiate nei primi anni diventeranno lacrime negli ultimi.

Certamente, una scelta simile comporta non il voler essere all’altezza (economica, possibilità di divertimenti, ecc...) dei colleghi..., comporta invece una fortezza e indipendenza interiore non indifferente, comporta il sapersi accontentare, il sapere ed essere convinti che conviene donare ai figli una educazione all’amore, piuttosto che una eredità più cospicua da usare egoisticamente.

L’educazione dei figli è un altro momento della vita che occupa mente e cuore dei genitori. Purtroppo talvolta la moglie viene lasciata sola in questo compito, pensando il marito di non dovere o non essere in grado di condividere questa fatica. In tal modo succede che l’una cerca di educare come meglio può e l’altro diseduca; i figli, infatti, vengono educati dagli esempi più che dalle parole. Se uno dei due genitori cede il suo compito di educatore all’altro, di fatto educa anch’egli, ma al disimpegno, alla rinuncia, alla superficialità. Gli sposi cristiani rimangono uniti e si sostengono a vicenda anche in questo compito. Più sono interessati al bene dei loro figli, più si lasciano consigliare, non solo dalla ostetrica e dal medico, ma anche dagli educatori: insegnanti, sacerdote ecc., sia attraverso le conferenze pubbliche, sia con colloqui personali e specifici.

Educare non è una cosa da improvvisare. L’educatore è un esempio per il ragazzo più che un altoparlante da cui si possa ascoltare l’insegnamento. Se vuoi insegnare a tuo figlio ad essere paziente, per es., devi essere paziente con lui e con gli altri. Se vuoi insegnarli la dolcezza, sii dolce; se vuoi insegnargli la generosità sii generoso; se vuoi insegnargli la costanza, l’impegno, la fedeltà e la lealtà sii tu costante fedele e leale. Se vuoi che possa rispondere ad una eventuale chiamata di Gesù al servizio della Chiesa, ad una speciale consacrazione a Dio, sii tu pronto a stimare la Parola di Dio e a metterla in pratica.

Se vuoi insegnargli a pregare, prega tu con tua moglie, e senza altri scopi che pregare. Se preghi perché tuo figlio impari a pregare, egli imparerà da te la falsità, non la preghiera. Prega perché vuoi stare con Dio, ascoltarlo, amarlo. Allora i tuoi figli impareranno la preghiera. Scriveva un educatore: se vuoi che tuo figlio diventi come il Figlio cerca di diventare tu come il Padre!».

E’ il segreto di ogni educatore, tanto più dei genitori; non è solo un segreto, è un dovere, perché i figli conosceranno Dio Padre secondo l’esempio e la figura dei loro genitori. Comprendi perché molti hanno l’idea che Dio sia un tiranno? hanno avuto un padre così! Tu cercherai di assomigliare a Dio Padre che ama con pazienza, con dolcezza, con fermezza, con comprensione e confidenza: così tuo figlio conoscerà il Dio Padre di Gesù! Tuo figlio potrà vedere in te l’immagine chiara e bella e attraente di Dio! Che responsabilità, che compito elevato! Ti trovi a svolgerlo anche se non ti sei preparato!

Ma se ti sei preparato lo svolgerai con serenità e maggior successo!

 

10. Un posto «concreto» per Dio

Tra le varie confidenze che ricevo, ce ne sono parecchie di questo tipo: «Quando passo davanti al capitello di s. Antonio dico sempre il Padrenostro, e talvolta mi capita di pregare anche mentre lavoro. Anche mia moglie prega, la sera, coi bambini. Talvolta lei va anche a messa nei giorni feriali».

E’ bello sapere che le persone pregano.

Ma io chiedo agli sposi: ma voi due, pregate mai insieme? Vi fermate mai a dire insieme con calma il Padre nostro? Leggete mai insieme una pagina del Vangelo?

La risposta più comune è «mai». Mai in cinque, sette, dodici anni di vita coniugale.

I due sposi sono cristiani, la loro famiglia non è cristiana! i due sposi si ritrovano a tu per tu con Dio, insieme mai. E’ una constatazione amara.

I due sposi non hanno ancora unito la loro fede e la loro preghiera, non sono ancora del tutto una sola cosa. La loro unità deve ancora raggiungere il punto più profondo dell’unità.

Io vorrei che le coppie di sposi, cui ho benedetto le nozze, pregassero insieme. Vorrei che i mariti, miei amici, almeno prima dei pasti ed alla sera invitino la moglie a pregare insieme, così come Tobia con la sua moglie Sara: «“Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza”. Essa si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza» (libro di Tobia 8, 4-5).

Se i cristiani devono pregare insieme, come raccomanda Gesù e come comandano gli Apostoli e come ne abbiamo avuto esempio dai cristiani dall’inizio fino al nostro secolo, tanto più quei cristiani che formano una unità così profonda com’è quella di due sposi.

Questo mio desiderio per gli sposi cristiani, sono certo, è desiderio e volontà dello Spirito Santo.

E sono anche certo che gli sposi che pregano seriamente insieme avranno maggior forza per vincere le tentazioni, per superare le crisi, per condividere le sofferenze e i pesi, avranno anche maggior luce e grazia per amarsi e per amare insieme il prossimo: figli, parenti, amici, vicini e conoscenti, parrocchiani e colleghi.

Non mancherà loro la prova, ma hanno già in mano la vittoria.

I problemi che devono affrontare gli sposi all’interno e all’esterno della loro famiglia sono molti, e non solo quelli accennati in queste pagine. Chi vive in famiglia lo sa. C’è chi si arrende, c’è chi affronta le difficoltà in modo inadeguato, chi le nasconde o le dimentica nel vino. C’è anche chi le vede alla luce della fede. Con la luce e la forza della fede impugnata insieme da marito e moglie, ogni difficoltà sarà un’occasione perché il loro amore cresca e la loro testimonianza per il Signore divenga fruttuosa per il Regno di Dio.

Un ragazzo mi ha chiesto se un uomo sposato può amare Gesù come un sacerdote. Cosa gli risponderesti?

I modi di amare Gesù saranno diversi, ma l’amore è uno. Un uomo sposato ama Gesù quando rimane unito alla moglie, decide tutto insieme con lei; un uomo sposato dà gloria a Dio quando si fa servo della sua famiglia come Gesù è servo dei suoi discepoli fino alla morte. Un uomo sposato ama Gesù quando, vivendo la fede e la preghiera insieme a sua moglie, si rende capace di trasmettere anche la vita «spirituale» ai suoi figli.

Un uomo sposato (e una donna sposata) ama Gesù quando cerca di aiutare il proprio coniuge «ad andare in Paradiso», quando aiuta la persona che ama a diventare santa! L’amore più grande è questo essere un aiuto - con la parola e con l’esempio - soprattutto alla santità della persona amata!

Una famiglia diventa così una piccola comunità missionaria, trasmettitrice della parola di Dio, divenuta vita in se stessa. Marito e moglie sono, se vogliamo dire una parola ormai di moda, una piccola chiesa, chiesa domestica. In essa è presente il Signore Gesù, attraverso la forza del sacramento del Matrimonio, attraverso l’unità che vien vissuta ogni giorno nell’amore e che viene attribuita allo Spirito Santo, Spirito di unità. Se Gesù è presente nella famiglia cristiana non vi rimane in ozio!

Se Gesù è presente in casa vostra, voi coniugi non lo ignorerete! Sarà anzi il primo... ospite, amato e accolto più dello stesso coniuge, più dei figli stessi.

A Lui la gloria e l’onore da parte vostra!

 

11. Acqua al mio mulino

Qualcuno si meraviglia se i preti tirano l’acqua al loro mulino? Voglio farlo anch’io, tanto più che in qualche caso mi sembra proprio che il mio mulino sia quello dove Dio lavora per macinare il grano e produrre la sua farina.

E il mio mulino è questo: che i coniugi cristiani siano aperti alla collaborazione e al servizio nella comunità cristiana, perché questa sia sempre più accogliente e perché i suoi membri stessi in essa ricevano accoglienza, sostegno, consolazione, forza e significato di vita. I coniugi cristiani perciò si preoccupano che la comunità cristiana di cui fanno parte sia sempre più una sposa bella e splendente per Gesù Cristo!

E si preoccupano che in essa non vengano a mancare i servizi indispensabili alla sua vita e alla sua presenza nel mondo. Uno di questi servizi è quello del presbiterato (preti), un altro la presenza dei consacrati (frati e suore).

Sia i preti che i frati e le suore non possono che nascere e crescere come gli altri uomini! Perciò, cari sposi, anche voi potete desiderare che la chiamata di Dio a questi servizi ecclesiali e (perché no?) sociali, si faccia sentire ad uno di quei figli che voi avete allevato, per cui avete sofferto e faticato. Io vi chiedo di più, se veramente siete membra vive del popolo santo di Dio: fate un atto di generosità con Lui; ditegli: «abbiamo deciso di avere (per es.) tre figli. Ne accoglieremo uno in più per Te, per il Tuo Regno: uno dei quattro è per te!».

So di proporre un atto di coraggio e di fede grande, ma non mi vergogno. So anche che ci sarà qualche coppia di sposi che lo farà. Tiro l’acqua al mio mulino, ma è anche il vostro: io morirò, ma ci saranno ancora coniugi che cercano l’aiuto di un prete che dica loro la Parola di Dio disinteressatamente. Ci saranno ancora sposi in difficoltà e vedovi che troveranno consolazione e forza per la loro situazione nel considerare il celibato dei preti e la vita dei frati e delle suore. Ci saranno ancora famiglie che vorranno avere davanti agli occhi la testimonianza di persone consacrate a Dio totalmente, per poter credere e sperare e amare, per continuare ad esser cristiani anche nei momenti di crisi. Ma soprattutto Dio stesso vuole, continuare a dare al mondo la profezia del Regno dei cieli attraverso la esistenza di persone che trovano solo in Lui motivo di soffrire, di gioire, di lavorare, di agire.

E se pensi che qui da noi di preti ce ne sono fin troppi, sappi che nella maggior parte del mondo non e così: puoi pregare con me che uno dei tuoi figli diventi missionario.

Pace e benedizione alla tua famiglia!

 

 Litighiamo? 

Litigare è facile. C’è sempre qualcosa da difendere e perciò litigare è facile. Certi sposi si abituano a litigare con frequenza anche di fronte ai propri figli e agli estranei. Cosucce da nulla diventano occasione per farsi valere e sovrastare il proprio coniuge...

Qualcuno mi dice che per andare d’accordo bisogna litigare.

Io dico che per andare d’accordo non bisogna litigare!

In ogni famiglia, in ogni casa, c’è qualcosa da difendere molto più importante degli interessi di ciascuno. Bisogna difendere la pace l’armonia, la concordia!

Questo è un valore così grande, che non lo si valuta mai abbastanza, se non dopo che è scomparso.

Difendere la pace è difficile. Bisogna usare un’arma che costa molto cara. Non tutti poi la sanno usare. Per difendere la pace è necessario combattere contro se stessi, contro i propri gusti, contro i propri istinti di possesso, di voler esser stimati e valorizzati, di voler aver ragione, di voler esser liberi. Inoltre bisogna saper valutare tutto il resto (cose, utensili, mobili, denaro, macchina, ecc.) meno della pace.

Sei capace, pur di non litigare, o meglio, per amor della pace, di sopportare che tua moglie abbia rotto un piatto o lasciato andar a male un chilo di burro senza sgridarla? Sei capace, per amor della pace, di sopportare che tuo marito abbia tardato con gli amici senza sgridarlo?

Una famiglia cristiana si allena alla pace, fa esercitazioni di pace perché deve essere una famiglia dove è presente il Dio della pace!

 

Un problema dei fidanzati 

Succede sempre più spesso che i fidanzati affrettino la celebrazione del Matrimonio perché... c’è un figlio in viaggio. Non è una novità e non fa meraviglia che ciò possa succedere. Qualche caso c’è sempre stato. Ma questo fatto si va diffondendo come consuetudine e non è più visto come eccezione: e vari fidanzati si lasciano trascinare dall’andazzo generale e non sanno più come comportarsi E’ lecito o no avere rapporti sessuali prima del matrimonio?

La risposta del mondo è scontata: non solo lecito, consigliato addirittura.

Il fidanzato cristiano è diverso anche in questo campo dagli altri?

La fede, l’amore al Signore ha qualcosa da dire anche su questo aspetto?

Mi pare di dover dire qualcosa dal punto di vista della fede, tralasciando gli altri elementi; per un cristiano è già sufficiente a determinare il suo comportamento quel che gli dice il suo Signore. Sei fidanzato? ami già una ragazza? Ma non è ancora tua. Dio non ti ha ancora dato un compito nei suoi confronti. Tu starai con lei allo scopo di verificare se il vostro amore rientra nel piano di Dio sulla vostra vita, se il vostro amore è una chiamata (vocazione) di Dio Padre, per vedere se avete elementi sufficienti per presentarlo al Signore e farlo assumere da Lui, per vedere se siete adatti a vivere insieme, se insieme sarete capaci di testimoniare l’amore di Cristo per la sua Chiesa. Ma la tua ragazza non è ancora tua: rispettala, lasciandola libera nel corpo e nello spirito, finché Dio non abbia detto la sua parola su di voi. Nemmeno tu stesso sei già suo. Non puoi consegnare il tuo corpo ad altri: sei del Signore, consacrato a Lui nel Battesimo. Potrai affidare il tuo corpo ad un’altra persona se Dio te ne darà il compito e la benedizione. Attendi.

Poi... vuoi che tua moglie ti resti fedele nel matrimonio? Non abituarla fin d’ora a donarsi a chi non le appartiene.

Può costare un comportamento casto e puro ai fidanzati. Costerà sacrificio perché richiede dominio di sé, dei propri sensi, e costa perché richiede andar contro la opinione corrente del mondo attuale.

Quante altre considerazioni di natura spirituale, psicologica, giuridica ci sarebbero! Ma la Parola di Dio ha per me il peso determinante.

Presentati al matrimonio col cuore e col corpo puri, e sarai felice. E anche la tua fidanzata avrà coscienza d’esser amata da te come persona e non solo per il piacere sensuale che ti dà. Questa castità ti costerà, e talvolta non ne capirai il motivo, perché l’istinto o l’amore ti porteranno a cercare le soddisfazioni sensuali e l’unione dei corpi. Se saprai vincerti e stare sulla strada che Dio indica ai suoi figli, stai già ponendo basi solide all’unità del tuo matrimonio e ad una vera felicità interiore tua e di tua moglie (o marito). Coraggio! Aiutatevi l’un l’altro: chiedetevi reciprocamente di essere forti e di sostenervi ad essere puri e casti.

Fidanzato: lei ha paura di perderti rifiutando la tua proposta di “fare all’amore”. Amala di più!

Fidanzata: lui non ti stima più tanto, se tu cedi alla sua richiesta. Potrà anzi pensare: questa ragazza non mi aiuta ad esser fedele a Dio, è una ragazza come le altre!

Dopo aver “fatto all’amore” vi sentirete più traditori e traditi che amanti e amati.

Aiutatevi invece pregando insieme: quando vi incontrate in disparte prendete in mano il Vangelo e leggetene insieme una pagina. Troverete più aiuto alla crescita della vostra unità che non a “fare all’amore”. Coraggio, fatene l’esperienza! 

 

Un consiglio ai fidanzati 

Ti prepari al matrimonio? e sei cristiano e vuoi continuare ad esserlo? Affronta anche questo argomento esplicitamente col tuo fidanzato/a. E mettilo/a alla prova anche su questo aspetto della vita.

Non accontentarti che lei/lui accetti di venire a Messa con te qualche volta. Lo fa volentieri pur di conquistarti. Assicurati che viva la fede indipendentemente da te!

Altrimenti?

Altrimenti ti consiglio di non sposarla/o. Almeno vorrei che tu fossi cosciente a cosa vai incontro, quali croci ti stai mettendo sulle spalle! Sarebbe meglio per te rimanere solo/a piuttosto che dopo pochi mesi o anni cominciare un calvario di sofferenze interiori, incomprensioni, lotte perché lui/lei non capisce le tue esigenze interiori né le tue sofferenze, né le tue gioie, sia per quanto riguarda il comportamento morale (non solo sessuale, ma anche) che per i rapporti con gli altri, con la comunità cristiana, con il tuo Dio, che per l’educazione dei figli ecc. ecc...!

Non aver fretta. Cerca di preparare non solo mobili o lenzuola ricamate: prepara anzitutto l’unità più profonda possibile con il tuo futuro marito/moglie: quella della fede!

 

Problemi seri 

La legge civile di molte nazioni è divenuta molto permissiva sia riguardo il divorzio, sia riguardo l’aborto, sia riguardo altre scelte che contrastano con la parola del Vangelo.

 

Per il cristiano restano vere le parole di Gesù: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10, 11-12).

La Chiesa perciò non può ritenere valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. E’ una scelta di vita decisa al di fuori della unità e obbedienza ecclesiale, senza la benedizione di Gesù.

Per tutto il tempo che perdura tale situazione le persone che convivono - pur non essendo scomunicati - non possono accedere ai santi Sacramenti (Comunione eucaristica e Confessione). La Chiesa non può fare diversamente; equivarrebbe a dichiarare inutile il Sacramento istituito da Gesù Cristo!

Tali persone sono tuttavia esortate ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a educare i figli nella fede cristiana,... per implorare così la grazia di Dio (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1650-1651)

“In certi casi può essere possibile e legittima la separazione degli sposi. Nella separazione i coniugi non cessano di essere marito e moglie davanti a Dio; non sono liberi di contrarre una nuova unione. Se il divorzio civile rimane l’unico modo possibile di assicurare certi diritti legittimi, quali la cura dei figli o la tutela del patrimonio, può essere tollerato, senza che costituisca una colpa morale” (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2383 e 1649).

Alcuni cristiani si sono impegnati attivamente e si sono organizzati ad aiutare donne e famiglie che si vedono in seria difficoltà ad accogliere una nuova vita e sono tentati di procurarne l’aborto. E’ questa un’opera di carità e di giustizia alla quale esorto anche voi a prepararvi per compierla!

L’aborto è sempre un’uccisione, un eliminare una vita già presente. Dio Padre non può essere insensibile a tale affronto, e nemmeno noi suoi figli! Ciò che va contro la sapienza e l’amore divini non può essere un bene per l’uomo. Vari gravi mali sociali e molte sofferenze personali e di coppia hanno come origine proprio questo delitto, di cui - con molta superficialità -  si sottovalutano le conseguenze. L’aborto non è un “qualunque” delitto: è l’uccisione di un inerme, indifeso, e - ciò che più è grave - del proprio figlio!

La Chiesa perciò si è sentita da sempre in dovere di applicarvi una pena di scomunica, per educare i fedeli a non lasciarsi travolgere dalla mentalità permissiva del mondo.

La misericordia di Dio non viene ristretta per coloro che se ne pentono! Molta comprensione è data alle donne, che spesso non hanno alcun sostegno a vincere la tentazione, anzi, sono spinte a farlo! Più grave è la colpa di chi ‘soltanto’ consiglia questo intervento come soluzione alle difficoltà: un consiglio... diabolico! (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2383).