QUARESIMA MEDITAZIONI_2006

Mercoledì delle Ceneri

Mi hai chiamato, Signore, vengo.

Se mi fermo a guardarmi allo specchio o se scendo nella profondità della mia vita scopro due grandi realtà apparentemente inconciliabili. Trovo la mia piccolezza che è anche nullità e la sublimità delle opere che il Signore ha compiuto nella mia vita.

Non gli ho cantato, fino ad oggi, un degno poema di amore, ma Egli mi ha plasmato come meraviglia di grazie prima ancora che io nascessi. Ed oggi ritorna l'invito. Il suo. "Ritornate a me con tutto il cuore".

Non si può lasciare svanire il suo invito. Bisogna rendere attento, premuroso, doci­le il proprio spirito perché le sue promesse sono sublimi. Egli non rigetta mai nessu­no, non disprezza il povero, non umilia il peccatore, non lascia cadere nel fango le briciole della sua tavola.

Il coprirsi di ceneri, oggi, è certamente segno di chiarezza e di scelta. È come il cambiare direzione di rotta o, meglio, come il prendere consapevolezza che le vanità, le seduzioni, gli incanti sono come sterpi da ardere. Solo bruciando tutte le nega­tività del nostro spirito, risplende la lu­minosità del nostro essere.

Il coprirsi di ceneri significa prendere consapevolezza della propria debolezza, della propria nullità, della propria incapa­cità e soprattutto del grande disordine ac­cumulatosi nella nostra vita. Il Signore può ridare forza e slancio al nostro spirito.

Il coprirsi di ceneri significa constatare che i nostri occhi non possono guardare il sole e i nostri abiti sono macchiati e laceri. Egli, immensa bellezza e bontà, ci aspetta per purificare e salvare, per redimere e re­staurare.

Ho bruciato tutte le mie scorie, Signore Gesù, ed ho posto sul mio capo le ceneri del mio nulla. Concedimi di venire da te e di starti accanto, con animo contrito e cuore sincero.

 

Giovedì dopo le Ceneri

Tu, o Signore, non disprezzi un cuore umiliato.

Perché un albero possa crescere deve mettere bene le radici. Quando queste sono superficiali, possono essere bruciate dal sole o dal gelo e l'albero muore. Ci sono, poi, radici, che anche quando l'albero viene reciso, continuano a germogliare. Riesce difficile estirparle quando si vuole compie­re una purificazione totale.

Le radici del male sono sempre molto re­sistenti e difficilmente si lasciano estirpa­re. Intaccano la mente ed il cuore dell'uo­mo, penetrano ed avvolgono tutti i pensieri ed i sentimenti che trovano nel cuore, loro ambita dimora.

Dio, comunicando agli uomini la sua vo­lontà, vuole la conversione del cuore, il cambiamento dei sentimenti più profondi che ciascuno si porta dentro. Il cuore, come tale, viene ritenuto la sede degli af­fetti, dei desideri, delle aspirazioni, dei so­gni, dei progetti. Nel cuore si stabiliscono tutti i rapporti di dipendenza affettiva che assicurano all'uomo una vita piena di emo­zioni, conquiste o anche di delusioni ed amarezze.

Gesù stesso quando parla della sua legge afferma che bisogna amare Dio "con tutto il cuore". A lui devono essere rivolti tutti i sentimenti e le emozioni che nascono nel­l'uomo.

Molto importante è il richiamo di Gesù alla purezza del cuore. Egli dice che solo "i puri di cuore vedranno Dio". Il cuore del­l'uomo, in tutta la sua pienezza, può di­ventare la "scala ascensionale" che con­sente di raggiungere Dio e stabilirsi in Lui.

Voglio impegnarmi, o mio Signore, a inci­dere profondamente nel mio cuore per poter estirpare le radici del male. Devo stabilirmi profondamente nel tuo amore.

 

Venerdì dopo le Ceneri

Vieni, Spirito d'Amore, ad illuminare le nostre zone d'ombra.

È ben certo che l'occhio umano non può fissare il sole. Si rischia di rimanere ab­bagliati ed accecati. È anche ben certo che l'uomo non può conoscere Dio. Soltanto il Figlio conosce il Padre e lo Spirito è fonte di illuminazione e di conoscenza.

Il male che c'è nel mondo e nel cuore degli uomini dipende da ignoranza. "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno", afferma Gesù.

Nel dialogo con la Samaritana Gesù af­ferma: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti sta cercando da bere, tu stessa gliene avresti chiesto".

L'uomo ignora perché non sa. Non sa perché non ha conosciuto. Non ha cono­sciuto perché non ha incontrato dei testi­moni capaci di introdurlo nella casa del Padre.

Ma intanto bisogna mettersi in cammino per incontrare colui che è Via, Verità e Vita.

Soltanto Gesù, Sapienza divina fattasi car­ne, ha parole di vita eterna. Egli è luce intellettuale che rischiara le tenebre della mente degli uomini. Egli è il Maestro dalle parole mai udite e dall'insegnamento che indica i nuovi sentieri di salvezza.

Occorre rinnovare la propria mente su­bordinando decisamente il proprio modo di pensare alla luce dello Spirito. Non è sempre vero quello che l'uomo dice o pen­sa. La propria coscienza non può essere fonte e norma di moralità. Va sempre ascoltato Gesù che è la Verità somma ed indica il sentiero di giustizia da percorrere. Ascoltando Gesù e seguendo i suoi inse­gnamenti si conosce Dio e si compie la sua volontà.

Per conoscere e stabilirmi nella Verità e per attuare la Giustizia non chiederò con­sigli ai maestri del mondo ma verificherò il mio agire con Gesù, Sapienza fattasi car­ne, che ci ha illuminato con la sua dottrina.

 

Sabato dopo le Ceneri

Fa' o Signore, che io venga da te che sei somma Sapienza!

Uno dei punti fondamentali dell'insegna­mento di Gesù è che non si può servire a due padroni. Dio non ammette le doppiezze negli animi né il barcamenarsi tra promes­se ed infedeltà. Egli stesso è il Dio fedele: fedele a se stesso, fedele verso tutti gli uo­mini nelle sue promesse. Non è bugiardo, non tradisce, non inganna mai nessuno.

La vita dell'uomo, invece, è spesso pari ad un gioco d'azzardo o gioco d'interesse. Facilmente l'uomo si lascia sedurre ed in­gannare da promesse allettanti che parto­no da menti e da cuori menzogneri. Al­l'uomo piace rischiare e, spesso, riesce a trincerarsi dietro facciate avvenenti che nascondono tanti inganni. La menzogna e l'infedeltà spesso convivono con l'uomo.

Per andare da Gesù è necessario cam­biare totalmente tutti gli abiti del proprio vivere: la mentalità acquisita, le convinzio­ni inveterate, le abitudini, le consuetudini, i modi di essere e di pensare collegati a tradizioni, ad insegnamenti o a calcoli di vario interesse.

Ci fa pensare, invece, che per entrare nel­la vita nuova bisogna immergersi total­mente in Cristo stabilendosi nella novità assoluta, anche tenendo presente che non si può mettere il vino nuovo in otri vecchi né cucire un pezzo di stoffa nuova su un abito vecchio. Di Dio e di Gesù sta scritto: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose".

Donami, Signore, un cuore nuovo, metti in me, Signore, uno spirito nuovo.

 

Domenica della prima settimana

Ti ho osservato nella lotta contro Sa­tana e ti ho ammirato.

La prima condizione che viene richiesta all'uomo per giungere alla "conformità" a Cristo Gesù è quella dello spogliarsi dei propri abiti e rivestirsi degli abiti di Cristo. È il cammino inverso che Gesù ha fatto e di cui parla l'apostolo Paolo. Egli scrive che il Signore Gesù "pur essendo di natura di­vina non ritenne per sé gelosamente la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo". Egli, dunque, si spogliò dei suoi abiti divini ed indossò gli abiti umani.

I suoi abiti divini erano di immenso splendore, "bianchi come la neve". Il suo volto era luminoso "come il sole". Ma egli si fece servo. Noi, servi, dobbiamo spo­gliarci dei nostri abiti, di tutti i nostri abiti che non sono luminosi né candidi.

Gli atleti che devono affrontare un com­battimento si spogliano dei loro abiti pe­santi. Gesù, il Figlio di Dio fattosi uomo, intraprese la lotta contro Satana che lo sfi­dò con la triplice tentazione per verificare se veramente fosse il Figlio di Dio. Satana non sapeva che veramente Gesù era il Fi­glio di Dio. Se l'avesse saputo non si sa­rebbe avvicinato a lui per tentarlo.

Dobbiamo associarci a Gesù nel combat­timento e sostenere la lotta contro Satana che, comunque, vuole ostacolare il nostro cammino di "configurazione" a Cristo. Per combattere e per riuscire vittoriosi nella lotta, con l'aiuto di Dio, dobbiamo spogliar­ci dei nostri abiti pesanti, laceri, sporchi e, come dice l'apostolo Paolo, dobbiamo ri­vestirci dell'armatura di Dio.

Nella lotta quotidiana dobbiamo fare sempre riferimento alla volontà di Dio. Così, infatti, rispose Gesù a Satana. Dob­biamo essere decisi nell'impegno a "servire soltanto a Dio" in parole ed in opere. Sarà mio elmo la fede, Signore Dio, e l'amore grande verso di te.

 

Lunedì della prima settimana

Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli.

Quando si costruisce una casa, il primo impegno è quello di porre solide fonda­menta. La Scrittura insegna, infatti, che non bisogna mai costruire sulla sabbia ma sulla roccia. Noi sappiamo che la roccia autentica e indistruttibile è Gesù. Viene chiamato "la pietra scartata dai costrut­tori" che nel piano di Dio è diventata pi­lastro portante.

Il primo abito indossato da Gesù per la lotta ed il primo abito che noi tutti dob­biamo indossare è quello dell'umiltà. Allo stesso modo il primo abito di cui dobbiamo spogliarci è quello della superbia. È scritto anche di Maria che "piacque per la sua umiltà".

Del superbo, invece, si può dire quello che si legge nella Scrittura a proposito del­la grande statua che aveva la testa d'oro e tutto il corpo di materiale pregiato. Ma aveva i piedi di creta. La pietra distaccatasi dal monte, colpì i piedi e la statua andò in frantumi.

Anche Satana, detto Lucifero, Angelo portatore della luce, cadde dal cielo a cau­sa della sua superbia. Voleva portare la "sua" luce, non quella di Dio.

Vizio capitale è la superbia, capace di mandare in rovina non soltanto una per­sona ma, nel caso fosse il vizio di un capo, anche tutti i sudditi di quel capo.

Sta scritto che Dio resiste ai superbi e dà la sua grazia agli umili.

L'umiltà è quel bene sommo che unisce Dio all'uomo e l'uomo a Dio. Devo pur af­fermare di me: "Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me".

 

Martedì della prima settimana

Aiutami, Signore, a vendere quanto posseggo per seguire te.

La proposta del vendere tutto per seguire il Signore Gesù e raggiungere la conformità a Lui potrebbe risultare, a prima vista, gra­vosa. Ma nella mentalità e nelle parole di Gesù appare in una luce ben diversa. Quando si tratta di autentici beni da la­sciare Egli dà garanzia: "Voi che avete la­sciato tutto, riceverete il centuplo". Quan­do, invece, si tratta di vendere delle cose inutili, dobbiamo convenire che quanto prima si riesce a sbarazzarsi di esse, tanto prima ci si arricchisce.

La vanità è altro grande vizio, abito co­mune e molto sporco che si attacca sulle nostre spalle e di cui difficilmente riuscia­mo a liberarci. È come un liberarsi della propria pelle, perché la vanità ci gonfia, ci ingrassa come una palla che, per nulla, rimbalza sempre, facendo ostentazione di sé. "Cos'hai che non hai ricevuto e se l'hai ricevuto perché ti vanti come se non 1'avessi ricevuto?". Così si legge nella Scrittura. Il vanitoso è colui che, interiormente, è un ipocrita ed un ladro perché si appropria di cose non sue e non riesce a ringraziare Colui che gli ha donato tutto.

Soprattutto la grazia non è un dono che nasce dall'uomo. È il dono disceso dal cie­lo, maturato nel cuore di Dio, immesso nel­la nostra vita dall'amore dello Spirito San­to. Il vanitoso, invece, è colui che non sa vedere e riconoscere che senza aiuto divino non sa né può fare nulla. Vanità è sinoni­mo di nullità. La grazia, invece, è sinonimo di ricchezza.

Non voglio gloriarmi di altro, Signore, se non delle mie debolezze. Ammirerò maggior­mente la ricchezza dei tuoi beni.

 

Mercoledì della prima settimana

Se mi attardo, Signore, non abbando­narmi. Sei Tu la mia salvezza!

Si dice che l'amore mette le ali e che l'amante non sa stare lontano dalla perso­na amata. Un bimbo non può vivere senza una madre.

Nel cammino dello spirito spesso la dif­ficoltà della salita riesce a distogliere i pigri e gli indolenti. È sempre uno spettacolo penoso vedere che ci sono persone che, quando sono invitate, si rifiutano di acce­dere alla sala nuziale. Tutto ciò che com­porta impegno, sacrificio, donazione, lotta viene spesso rifiutato.

L'accidia e l'apatia sono mali gravosi. Sono pari all'atrofia muscolare che, col tempo, impedisce di compiere qualsiasi movimento.

Si legge negli scritti di un grande Santo che Colui che ci ha creati senza il nostro consenso, non ci salva senza la nostra col­laborazione.

Gesù chiama sempre in causa la volontà dell'uomo e a chi gli chiede un miracolo Egli dichiara sempre la sua disponibilità ad esaudirlo purché lo voglia realmente.

"Vuoi guarire?" Egli domanda e, all'as­senso dell'altro, Egli risponde sempre com­piendo il grande miracolo.

Bisogna entrare nel cammino e nella lotta con grande determinazione anche perché sta scritto che il regno dei cieli è solo per i "violenti". I pigri, gl'infingardi, gl'indolenti, gli apatici, i fannulloni non possono trovare posto accanto a Gesù che è Vita.

Vengo Signore, ma rafforza la mia fede e fa' che io ti veda e ti ascolti sempre più.

 

Giovedì della prima settimana

Siate perfetti come il Padre vostro è perfetto.

Ogni comunità o associazione ha le sue leggi. Anche Gesù dà chiaramente la sua legge a chi manifesta il desiderio di giun­gere alla "conformità" con Lui.

Si sa che la legge divina non è mai pe­sante. Gesù, quando invita qualcuno, gli ripete che il "mio giogo non è pesante ma leggero". Gesù è sempre alla testa della cor­data e non permette che qualcuno venga tentato al di sopra delle proprie forze.

La legge che Gesù impone è quella che collima con la volontà del Padre. Egli nel crearci ha scritto nel nostro cuore la legge della massima perfezione: "Siate santi per­ché lo sono santo". E Gesù ripete: "Siate santi come il Padre vostro che sta nei cieli".

Perché la santità non sembri una cosa impossibile e, nello stesso tempo, per de­cidersi a lottare contro il vizio della su­perficialità e del disordine morale, Gesù, servendosi dell'apostolo Paolo, ci dà la speciuca della sua legge. In vari brani, infatti, l'apostolo Paolo ci parla di questa legge. Nella lettera ai Filippesi (4, 8) ci indica due dimensioni. La prima è l'elenco delle cose da fare, la seconda è il modo di farle. Sul modo egli richiama la totalità che significa anche integrità.

L'elenco delle cose da fare è minuzioso ma importante: "Tutto quello che è vero, tutto quello che è puro, tutto quello che è giusto, tutto quello che è santo, tutto quel­lo che è amabile, tutto quello che è di buo­na fama, tutto quello che è virtuoso e degno di lode sia oggetto dei vostri pensieri".

A te che sei il Tutto assoluto voglio offrire la totalità delle mie azioni di lode e di grazie.

 

Venerdì della prima settimana

Uscirò dalla mia terra per venire dove tu vorrai condurmi.

L'esortazione ad uscire dalla propria ter­ra e ad incamminarsi verso una terra nuo­va, quella che il Signore indicherà, si ri­trova spesse volte nella Sacra Scrittura. Anche nell'Antico Testamento. L'esortazio­ne è pari a quella espressa con altre parole e che richiama la necessità di uscire da se stessi, di spogliarsi dei propri panni per mettersi alla sequela di Gesù o per tendere alla "conformità" a Lui.

L'attaccamento alla propria terra può in­dicare anche il vizio della asocialità in cui facilmente si può cadere tutte le volte che nel nostro cuore si determina un at­taccamento particolare a luoghi, persone, cose, mentalità. È il vizio del non sapere dialogare e del non sapersi aprire agli altri. L'etica cristiana invita ad uscire da se stes­si e ad aprirsi all'altro. "Ciò che vuoi sia fatto a te, fallo tu agli altri". È legge divina. Su questa legge si fonda tutto il cammino ecclesiale perché tutti i redenti sono un "popolo in cammino".

Non ci possono essere singole individua­lità ma tutti devono essere un solo corpo ed un solo spirito. L'esempio delle primitive comunità, di cui si parla negli Atti degli Apostoli (2, 42), dovrebbe diventare un me­todo ed una traccia di vita per ogni singola persona e per tutte le comunità.

L'esempio più bello dato da Gesù fu quel­lo della piena condivisione con tutti. Egli diceva: "La mia gioia si compie nello stare con i figli dell'uomo".

Un uomo gretto, meschino, misantropo, egoista, asociale, non ha nulla di cristiano nella sua vita.

Voglio uscire dal mio egoismo, Signore, ed entrare nella tua unità di vita col Padre e col mondo intero.

 

Sabato della prima settimana

Donami un cuore semplice e degli oc­chi puri, o Signore!

Quando una persona si chiude in se stes­sa e si nega agli altri dimostra di essere avara, invidiosa, gelosa e soprattutto piena di concupiscenza. Questo vizio è pari all'ingordigia propria di chi non è mai sazio del piacere, della comodità, del proprio be­nessere. La Sacra Scrittura ci mette in guardia da questo vizio quando ci fa riflet­tere sul particolare che Gesù non ci sottrae al mondo ma dice di guardarsi dai vizi della superbia degli occhi, della vanità della mente e della concupiscenza della carne. Per tendere alla conformità a Cristo Gesù bisogna opporsi alla "concupiscenza" della carne.

La carne è impastata di materialità e fa­cilmente si inchina verso tutti i piaceri ignorando l'esortazione paolina che invita ogni uomo a "ricercare e a gustare le cose di lassù non le cose di quaggiù". L'uomo, sulla terra, è un pellegrino o un esule e non ha una stabile dimora. La sua patria è altra, quella dei cieli dove ci sarà la totale trasformazione dell'umano in divino per­ché, come dice l'apostolo Giovanni, "noi ve­dremo Dio così come egli è".

Mentre si è sulla terra bisognerebbe edu­carsi al distacco dalle cose materiali perché è da stolti attaccare il proprio cuore a tutto ciò che è relativo e passeggero.

Nessuno può condannare il proprio cor­po o la materia. Tutto quello che Dio ci ha dato è bello, buono ed amabile ma tutto deve occupare il suo posto e assolvere la missione stabilita dal Signore Dio, Creato­re e Signore di ogni bontà.

La concupiscenza, invece, sovverte l'or­dine armonioso delle cose e snatura il loro stesso fine.

Ti offrirò, Signore, le mie mani innocenti ed il mio cuore puro per poterti seguire do­vunque tu vorrai condurmi.

 

Domenica della seconda settimana

Insegnami, Signore, le tue vie e custo­dirò i tuoi precetti.

Le grandi arti s'imparano alle grandi scuole. Nel campo dello spirito non c'è po­sto per gli autodidatti né per gli egoisti pre­suntuosi. Gesù è il vero Maestro. Le sue parole sono parole di vita. 1 suoi contem­poranei che, spesse volte, cercavano di metterlo in difficoltà, riconoscevano che nessuno mai aveva parlato come Lui.

Gesù si presenta anche come il nuovo e grande profeta mandato da Dio. Nel mo­mento finale della sua vita, prima di mo­rire, mentre lavava i piedi agli apostoli, dis­se: "Voi mi chiamate Maestro e fate bene, perché lo sono". Così lo chiamavano tutti; anche la folla che accorreva per ascoltarlo trascurando le personali necessità.

Per giungere alla "conformità" è indi­spensabile porsi alla scuola dell'unico vero Maestro. Sant'Atanasio, quando parla del­la "restaurazione dell'uomo", afferma che soltanto Colui che era la vera Immagine poteva restaurare le altre immagini. Sol­tanto colui che ha in sé la natura divina può insegnare all'uomo come entrare e stabilirsi nella natura divina. Il processo di divinizzazione lo conosce soltanto Gesù.

Quando egli ripete "io vi dico" è chiaro che lo fa con autorità somma che è cer­tezza di verità. Lo stesso Gesù mette in guardia tutti dai falsi cristi e dai falsi pro­feti. Quando egli mise alla prova i suoi discepoli dicendo "volete andarvene anche voi", giustamente Pietro gli rispose: "Dove possiamo andare noi, Signore! Tu solo hai parole di vita eterna".

Il pericolo degli altri maestri è molto dif­fuso. Troppe verità circolano nella mente degli uomini. Tutti credono di essere mae­stri e giudici e non vogliono sottostare alla vera dottrina insegnata da Gesù. Tutti, però, abbiamo il dovere di stare e di cre­scere alla sua scuola.

Parlami, Signore: tu solo hai parole di vita eterna ed io non voglio ascoltare altri se non te, sommo ed unico bene.

 

Lunedì della seconda settimana

La tua parola Signore è come lama affilata ed io voglio ascoltarla.

Quando la parola di Dio scende nel pro­fondo dell'animo agisce come lama a dop­pio taglio. Ed è un bene. Guai se dovesse lasciare il marcio dove sta senza estirparne perfino le radici.

Il primo taglio, molto incisivo, che Gesù ci rivolge è: "Se il tuo occhio ti è di scan­dalo, cavatelo. È meglio entrare nel regno dei cieli con un solo occhio piuttosto che con tutti e due essere condannati nel fuoco della Geenna".

Duro e perentorio sembra, a prima vista, il comando del Signore. In effetti, è giusto e salutare. A che serve una integrità ma­teriale o corporea se poi manca una inte­grità morale? Per giungere alla integrità morale è bene sottoporsi a qualsiasi rinun­zia o privazione. Il bene è sempre qualcosa di molto costoso. Deve essere rapportato alla grandezza. Costa poco ciò che vale poco!

Cavarsi un occhio significa togliere dalla propria mente e dal proprio cuore ogni mo­tivo di scandalo o di defezione. C'è bisogno di purezza e di profondità di sguardo. C'è bisogno di udito attento e docile per ascol­tare e seguire il cammino di "conformità". La posta in gioco è molto preziosa. Non si può barattare come non si possono addurre scuse ed attenuanti.

Ci vuole grande forza e grande coraggio per attuare l'esortazione divina. Nello stes­so tempo, quando qualcuno mette in pra­tica la parola di Dio, dimostra di amare veramente se stesso. Svendere la propria dignità è sempre meschino ed ignobile. Ascoltare Dio è fonte di saggezza e garanzia di bontà.

Dimmi, Signore, dove posso attingere ac­qua pura per lavarmi e collirio prezioso per ridare alla mia vista capacità di vedere te e seguirti senza indugio.

 

Martedì della seconda settimana

Insegnami, Signore, la via più facile per raggiungere te.

È ben noto che ci sono sempre due vie nel nostro cammino. Una è stretta, l'altra è larga.

Gli scrittori antichi dicevano che lungo la strada larga passavano i carri pesanti che sollevavano molta polvere mentre quel­la stretta era percorsa da uomini che si affaticavano per giungere alla meta.

La via che conduce alla "conformità" è decisamente molto stretta anche se tutti sono chiamati a percorrerla. Dio non parte da privilegi preconcetti. Dio è padre di tutti e sa bene che cosa i suoi figli facciano. Molti cercano di incamminarsi sulla via larga perché più comoda.

Gesù interviene mettendoci in guardia dall'atteggiamento farisaico che a volte si può assumere nel dialogo con lui. Sono molti quelli che cercano la esteriorità. Il teatro piace a tutti, fuorché a Dio che non si lascia commuovere da quello che dicono gli uomini. Gesù insegna la differenza tra ciò che l'uomo vede e ciò che produce. Af­ferma che non sono le cose che entrano nell'uomo che possono contaminarlo ma ciò che esce dal suo intimo.

L'insegnamento si può paragonare alla mentalità industriale. Il valore di un ope­raio viene valutato in base a quello che produce. Dio guarda il "prodotto".

La mente ed il cuore degli uomini po­trebbero essere dei centri produttivi di al­tissimo valore. Ma bisogna vedere che cosa producono. Dio valuta quello che gli uo­mini producono.

Chiunque può essere produttore di bontà ma anche produttore di empietà. Il cuore e la mente sono le forze produttrici del bene e del male. Intorno all'uomo, al di fuori di lui, il male è solo un fantasma. Nel cuore il male acquista corporeità pesante. Chissà perché l'organo che dovrebbe essere stru­mento di amore si trasforma spesso in strumento di odio e di inganno.

Se solo sapessi amare con sincerità sarei un bravo produttore di raggi luminosi e vi­tali.

 

Mercoledì della seconda settimana

Quando sarò veramente piccolo allora sarò grande come Dio.

È molto conosciuta la scena dei discepoli di Gesù che litigavano per contendersi i primi posti. È quanto avviene spesso tra gli uomini, ancora oggi.

Gesù, prendendo fra le braccia un bambi­no, disse: "Se non diventerete come questo bambino, non entrerete nel regno dei cieli".

L'insegnamento è molto chiaro. La vita nuova esige che si sia come "bambini" os­sia che si pratichi la via della "infanzia spirituale". Gesù aveva anche detto che è più facile che- un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli. Il messaggio sulla "picco­lezza" è difficile ma indispensabile se si vuole mirare alla "conformità" a Cristo. È un messaggio di grande coerenza: colui che è disceso dal cielo, facendosi piccolo, potrà accogliere nel suo regno soltanto co­loro che si sono fatti piccoli. In cielo, nel regno della grande sapienza e felicità, non contano né le ricchezze, né i titoli, né le benemerenze.

Vogliamo interrogarci sulla "piccolezza" o sulla "infanzia spirituale".

Piccolezza non è assolutamente infanti­lismo né svenevolezza. Piccolezza è una grande conquista dello spirito umano. Quando si è consapevoli di quello che si è, si comprende che per raggiungere la "statura del Cristo" occorre farsi piccoli, occorre "svuotarsi". Dio si è fatto piccolo per potere offrire a tutti la possibilità di stare con lui.

Non è facile farsi piccoli. Anche il bam­bino sogna il momento della sua crescita. Ma nella scienza evangelica è pur sempre vero che "è necessario che egli cresca ma che io diminuisca" (Gv 3, 10).

Aiutami, o Signore, a sbarazzarmi di tutte le mie pretese di grandezza e di importanza. Insegnami la sublimità della via dell'infan­zia per raggiungere te che sei l'immenso.

 

Giovedì della seconda settimana

Sei soltanto tu, Signore, il compimento della felicità

Il più grande segreto della vita sta nel­l'amore. È l'energia che fa vivere ogni cosa. Ciò che muore, infatti, non esercita più nessuna attrazione. Dio, sommo ed infinito Creatore, principio e fonte di ogni bene, è Amore. La sua stessa essenza è Amore. In lui "noi tutti viviamo, esistiamo, ci muo­viamo" (At 17, 28).

La grande e nuova legge del Maestro di­vino consiste nell'amore. Un amore puro, grande, immenso, come il suo. Un amore finalizzato soltanto ad una meta, ad uno scopo: chi vuole raggiungere la "conformi­tà" a lui, deve amarlo al di sopra del "padre o della madre o anche della propria vita" (Mt 10, 37).

L'amore assoluto e totale diventa legge e mezzo per giungere alla "conformità" piena perché occorre entrare nella dimensione dell'amore che si ritrova in Dio santissima Trinità. Le tre divine persone, infatti, sono consumate nell'unità di natura perché col­legate strettamente e vitalmente tra di loro per la forza dell'amore. La conformità, che significa comunione di natura tra l'uomo e Dio esige, come condizione essenziale, il legame totale di amore.

Quando si parla dell'amore che si deve portare verso gli uomini, come misura massima, si fa riferimento al comanda­mento di Gesù che ha insegnato l'amore verso i nemici. È evidente che l'amore verso Dio diventa autentica forza trasformante, unificante. È l'amore di fusione: fa sì che si sia due in uno. Nella Trinità "i Tre" sono una sola cosa.

Non Ti dirò più soltanto "ti amo" ma mi sforzerò di dirti: "Aiutami a consumarmi nel­l'unità con Te".

 

Venerdì della seconda settimana

Vorrei, mio Signore, offrirti oggi qual­cosa che ti sia gradito.

Non è facile scoprire cosa potrebbe essere gradito a Dio. Egli stesso dichiara che non gradisce i sacrifici umani e non sa che cosa farsene dei sacrifici materiali. Le cose ma­teriali di cui l'uomo potrebbe vantarsi ap­partengono tutte a Dio.

Dio chiede a tutti la testimonianza del­l'amore. Amore totale e forte. Il Salmo 117 ci ricorda che "forte è il suo amore per noi".

Amore forte è amore di fedeltà estrema e di concretezza vera. Per questo egli ci dice: "Se stai presentando un'offerta sul­l'altare e lì ti ricordi che un tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia la tua of­ferta davanti all'altare e va' prima a ricon­ciliarti col tuo fratello" (Mt 5, 23-24).

È questa una legge singolare! Si ha l'im­pressione che stravolge il concetto di giu­stizia. L'offeso deve muovere il primo passo per entrare nella riconciliazione col fratello che ha offeso. Questa è la legge di Dio, Egli, per salvare l'uomo, ha fatto il primo passo verso il peccatore.

Si legge che Dio non ha gradito sacrifici ed olocausti da parte degli uomini ma ha voluto il massimo sacrificio espiatorio da parte del Figlio suo.

Questo è Gesù. Questa la sua legge. Questo il tracciato per giungere alla "con­formità". La legge di Gesù non ammette attenuanti né scusanti. L'amore trasfor­mante deve essere amore totale, al massimo grado. Amare sempre, fino alla morte.

Cosa potrò mai offrirti per dirti il mio amo­re? Ecco: ti amerò senza fine e senza limiti.

 

Sabato della seconda settimana

L'amore grande è amore di profonda intimità e non ama lo spettacolo.

Quando si legge il Vangelo e ci si incontra direttamente con gli insegnamenti di Gesù si resta sempre sorpresi per la sublimità dei suoi insegnamenti. La sua etica non è mai etica da spettacolo. Gesù non fu mai un "attore" nel senso negativo della parola. Fu autentico attore protagonista perché compì le opere che il Padre gli aveva detto di fare.

Per non essere attori da spettacolo Gesù ci istruisce sulla qualità della nostra vita e si pone anche come maestro di compor­tamento. Esorta a non sfigurarsi il viso quando si digiuna. Esorta a rinchiudersi nell'intimità della propria "casa" quando si prega col Padre.

È questo un insegnamento altissimo. La nostra casa, autentica e vera, è quella dove "inabita" la Trinità Santissima. Noi siamo casa, dimora, santuario, tenda, taberna­colo di Dio.

Rinchiudersi nella propria casa non si­gnifica rinchiudersi nell'eremo della nostra esistenza. L'intimismo non è mai un fatto spirituale vero.

Occorre rinchiudersi nella propria casa, porsi in ascolto, prostrarsi in adorazione di Colui che ha fatto di noi la sua casa.

D'altronde è vero che "l'uomo è, di per sé, casa di orazione" e non deve mai tra­sformarsi in spelonca di ladri. 1 veri ladri nella vita dello spirito sono tutti coloro che, in qualsiasi modo, o cercano di rubarci Dio o cercano di passare davanti a lui nelle scelte e nelle preferenze. Sarebbe bello se tutta la nostra vita fosse vissuta come un continuo pellegrinaggio per giungere a quella "casa", il nostro es­sere abitato da Dio Trinità. Lì, in noi, casa di Dio, dobbiamo vivere la conformità di lode e di amore con Gesù.

Aiutami, Signore, a prendere coscienza che tutto il mio essere, corpo ed anima, è la tua casa di preghiera. Fa' che ti incontri sempre e non ti lasci mai solo.

 

Domenica della terza settimana

Vorrei, Signore, starmene seduto ai tuoi piedi.

La grandezza del vero Maestro non si vede soltanto dalle sue sublimi lezioni. È facile parlare bene ed impartire lezioni di etica. È difficile, invece, la coerenza tra il dire ed il fare. Un vero Maestro, come fu soltanto Gesù, deve essere modello nel vi­vere e nell'agire più che nel parlare.

Di Gesù sta scritto: "Cominciò prima a fare e poi ad insegnare" (At 1, 1).

La "conformità a lui" esige la conformità al suo comportamento. L'apostolo Paolo ci esorta ad avere in noi gli stessi sentimenti che furono in lui. 1 sentimenti sono la spin­ta efficace delle azioni.

Soffermiamoci a contemplare il gesto del­la docilità o sottomissione di Gesù.

Pur essendo Dio, alla pari del Padre e dello Spirito Santo, egli, come Uomo, afferma la sua sottomissione al Padre: "Faccio sempre quello che a lui piace" (Gv 8, 29).

Parlando dello Spirito lo stesso Gesù afferma che quando verrà lo Spirito Santo insegnerà ai suoi discepoli ogni cosa (Gv 14, 26). Egli vive in collegamento ed in pro­iezione con il Padre e con lo Spirito.

Anche nei rapporti umani vive la stessa proiezione quando si dimostra sottomesso alla Madre, Maria e al padre putativo, Giu­seppe. Lo attesta l'evangelista Luca nel suo Vangelo (Lc 2, 51). Lo dimostra Gesù quan­do, a Cana, ascolta ed esaudisce le pre­ghiere della Madre.

Gesù favorisce l'umanità chiamata a nozze che non ha il "vino nuovo". Gesù "inebria" il cuore degli uomini rendendolo simile al cuore di Dio. Il suo "vino ine­briante" è contenuto nel calice che Egli stesso offrì a tutti esortandoli a bere.

Occorre che la nostra vita, sia sottomes­sa alla volontà di Dio. Sempre.

Tu mi insegni, Signore, che devo essere docile in tutto: nei pensieri, negli affetti, nel­le parole, nelle opere.

 

Lunedì della terza settimana

Insegnami, Signore, la tua amorevo­lezza di cuore.

La dignità di una persona si può giudi­care dal suo modo di comportarsi con gli inferiori. C'è sempre una buona dose di interessi che interagiscono nella vita degli uomini. Si cercano i primi posti, si ambi­scono le cariche onorifiche, si aspira alle grandi ricompense. Non si vuole perdere tempo a trattare con gli inferiori e si cerca in tutti i modi di farsi alleati i potenti.

Totalmente diverso è l'insegnamento ed il comportamento di Gesù. Ha insegnato ad occupare gli ultimi posti quando si è invitati a mensa. Ha insegnato che non bi­sogna riservare i primi posti a quelli che sono vestiti con abiti di lusso.

Gesù è sempre diverso da tutti gli altri uomini. È l'Uomo contro corrente o, me­glio, contro i gusti ricorrenti nel cuore di tutti. È l'Uomo dalle dimensioni e dalle vi­sioni diverse da tutti i calcoli umani.

Nelle sue espressioni ritorna l'invito: "Venite a me voi tutti che siete stanchi ed affaticati ed io vi ristorerò". Nei Salmi si legge: "Getta i tuoi motivi di preoccupazio­ne in Dio, ed egli ti consolerà".

Non siamo favorevoli ad una religiosità impregnata di sentimentalismo. Non ci pia­ce il pietismo. Ci stiamo avvicinando a Gesù nel desiderio di tendere alla configu­razione a lui e raggiungere quella delica­tezza di cuore che deve essere usata so­prattutto con gli sprovveduti, i miserabili, gli abietti, gli ultimi della società.

Ci piace guardare la sua delicatezza ver­so i "piccoli": "Lasciate che i piccoli venga­no a me". Contro coloro che scandalizzano i piccoli afferma: "Meglio sarebbe se con una macina da mulino legata al collo fosse nel profondo del mare".

Saprò imitare la tua amorevolezza, Signo­re, quando saprò dimenticare tutte le mie pretese.

 

Martedì della terza settimana

Nobile, straordinario, insuperabile sei Tu quando ami.

Meditando i Vangeli si arriva alla cono­scenza del Gesù storico. Potrebbe anche sembrare una figura mitica per la gran­dezza delle opere da lui compiute.

Egli non si pose contro le usanze umane mosso da desiderio di primeggiare o di di­stinguersi per vanagloria. Era diverso dagli altri. Ancora oggi continua ad insegnarci un modo diverso di agire, di pensare, di giudicare, di vivere.

Incantevole, per esempio, è il suo com­portamento con la donna colta in adulterio. La legge, quella degli uomini costruita an­che su pseudo convinzioni religiose, pre­scriveva la condanna alla lapidazione. Gli accusatori non se ne facevano uno scru­polo anche perché volevano osservare il comportamento di quel profeta che parlava ed agiva in maniera diversa. Volevano tro­vare capi d'accusa contro di lui. Gesù, con dignità e forza, si chinò per terra ed esortò chiunque non avesse peccato a scagliare la prima pietra.

La domanda che ci facciamo oggi non è sulla ipocrisia degli accusatori o sulla bon­tà di Gesù. La domanda la rivolgiamo a noi stessi. Qualcuno crede di appartenere alla categoria degli impeccabili? Chi può dirsi giusto davanti a Dio? Chi può pro­clamarsi innocente? Chi non ha da arros­sire per le sue manchevolezze?

II Signore Gesù non è venuto per con­dannare. Egli è salvezza universale. Tutti egli perdona, salva, redime. Si china per terra, tocca la nostra debolezza estrema e poi ci ripete: "Io non ti condanno. Ma va' e non peccare più".

Chiunque vuole amare come egli ha amato deve imparare a perdonare sempre e tutti.

Sei entrato nella mia vita, Signore Gesù, col tuo amore. Fa' che io entri nella tua, col mio amore.

 

Mercoledì della terza settimana

Vieni in aiuto alla mia infermità, Si­gnore.

La storia del paralitico che giace da molti anni sul bordo della piscina aspettando di poter scendere nell'acqua al momento op­portuno è la storia di ogni uomo. Un po' tutti siamo ciechi o paralitici o sordi o muti. Un po' tutti possiamo rapportarci all'uomo dalla mano rattrappita o all'idropico. La malattia o il limite appartengono alla no­stra condizione umana.

Gesù è il medico che sana e guarisce tut­ti. Gesù è il Dio che viene in aiuto della nostra debolezza. Gesù è colui che ha rea­lizzato quanto le antiche scritture avevano previsto quando avevano parlato del pa­store che porta gli agnellini sul petto e le pecore madri sulle spalle.

Infinita ed indescrivibile è la sua bontà. Egli è compassionevole e misericordioso, lento all'ira e pieno di bontà, non lascia mai andare a mani vuote chi si avvicina a lui, supplicandolo e abbandonandosi alla sua volontà. Dal suo comportamento dobbiamo apprendere che, per essere "conformi" a lui, dobbiamo fare nostri i suoi paradigmi di bontà. Dobbiamo aprirci a soccorrere quan­ti appaiono ai nostri occhi, e nella storia del mondo, come bisognosi di aiuto.

Di poveri, come diceva Gesù, ce ne sono tanti nel mondo. Non dobbiamo mai smet­tere di interessarci di loro. È importante che nel povero, nell'ammalato, nell'indi­gente, noi sappiamo vedere Gesù ed impa­riamo a chinarci su tutti con la sua bontà.

Non basta infatti dividere il proprio pane con l'affamato o il proprio abito con chi è nudo. Bisogna sapere condividere la pro­pria condizione umana con l'altro come Gesù ha condiviso la sua natura divina con noi e ci ha arricchiti col dono di sé.

Il vero amore sta nel fare propria la po­vertà altrui senza mai condannare o ac­cusare chi avesse sbagliato.

 

Giovedì della terza settimana

Il mio cuore e la mia carne hanno fame di te.

I racconti evangelici che descrivono la folla che seguiva Gesù e dichiarava la sua ammirazione verso di lui ci stupiscono e, in parte, ci infastidiscono. Lo stupore si riversa, come sempre, sulla figura e sul comportamento di Gesù. Il fastidio è do­vuto alla considerazione del comportamen­to della folla che, spesso, è opportunista.

Gesù manifesta il suo dissenso quando, rivolgendosi alla folla, afferma che lo cer­cano perché hanno potuto godere per il moltiplicarsi dei pani. È purtroppo vero che la folla vuole il "pane" che sfama il corpo. Gesù, invece, che è il pane vero, il "pane" di vita eterna, offre alla folla non la "manna" ma la sua vera carne.

Anche quando la folla si dimostra oppor­tunista ed interessata Gesù non smette mai di mostrarsi premuroso verso tutti. Gli evangelisti dicono che egli provò compas­sione nel vedere quelle persone che lo seguivano e che erano come pecore senza pastore. Comandò ai discepoli di farli se­dere a gruppi poi li sfamò con i cinque pani e i due pesci messi a disposizione da un bambino.

È pur vero che l'umanità soffre la fame! Fame materiale ma, soprattutto, fame di essenzialità. Ma è altrettanto vero che, l'umanità rincorre ed elogia chi si preoc­cupa di offrire il pane materiale e non se­gue coloro che offrono il "vero" pane, Gesù. Senza di quel Pane non si può vivere. Solo il Padre può darci "il pane disceso dal cielo che ci nutre per la vita eterna".

L'uomo affamato di essenzialità e che langue nella grande miseria dello spirito, non può mai placare la sua fame alla men­sa umana. Perfino le briciole della mensa , divina possono sfamare per sempre la fame del mondo intero.

Mi accosterò con avidità alla mensa della tua Parola, Signore, per nutrirmi solamente di te.

 

Venerdì della terza settimana

Canterò in eterno le meraviglie del tuo amore.

il mistero di Dio, del suo grande amore, e il mistero della vita di Gesù, della sua infinita misericordia, non trovano in noi adeguate espressioni di lode, di ammira­zione, di gratitudine.

Si sa che il peccato, qualsiasi peccato, è una disobbedienza alla legge di Dio ed una ribellione contro la sua volontà. Un'azione, infatti, è riprovevole solo se è difforme dal­l'armonia che Dio vuole nel suo infinito piano di amore. Egli solo, comunque, può giudi­care la gravità del peccato, le conseguenze che ricadono su colui che l'ha commesso.

Ci stupisce la infinita misericordia di Dio che ha mandato il suo Figlio per liberare l'uomo dal peccato. Ci stupisce il grande amore del Figlio venuto per cercare il pec­catore (Lc 5, 32) che afferma: "Si farà più festa in cielo per un peccatore che si con­verte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza" (Lc 15, 7).

È bene evidente che la misericordia di Gesù e l'amore del Padre non sono doni ciechi che vanno a posarsi su spiriti re­frattari. La misericordia, infatti, ricade sempre su coloro che, benché peccatori, si convertono a Dio e ristabiliscono rapporti di amore con lui e di sottomissione alla sua legge.

Gesù è venuto a chiamare i peccatori a conversione. La conversione vera significa cambiamento di rotta. È come ritornare sulla via che deve portare alla "conformità".

Sta scritto anche che non bisogna ap­profittare della misericordia del Signore. "Ho paura del Signore che passa e non mi trova preparato al suo incontro".

Oggi, Signore, verrò da te e invocherò il tuo amore misericordioso. Riammettimi nel tuo regno.

 

Sabato della terza settimana

La tua misericordia, Signore, non ha confini né limiti.

Le azioni degli uomini, anche se appa­rentemente sembrano eccellenti, sono sempre limitate ed imperfette. Le distanze tra la grandezza di Dio e la piccolezza degli uomini sono sempre incolmabili.

Ma la misericordia di Dio, anche quando si posa sul piccolo, non è mai limitata. Egli ricopre col tutto di se stesso la povertà del­l'uomo.

Dio, infatti, è indivisibile nella sua im­mensità. Anche la sua misericordia non è divisibile o frazionabile. Dio si dona total­mente. Il peccatore, nel sentirsi avvolto dalla divina misericordia, deve entrare nel­la convinzione della vastità ed immensità della divina misericordia. Deve, di conse­guenza, stabilirsi totalmente nella miseri­cordia nella condivisione piena dell'amore che redime.

Nella sua vita Gesù manifesta la sua to­tale immedesimazione con l'uomo. Si fa pienamente solidale con l'uomo non sol­tanto condividendo la natura umana ma facendosi carico di tutte le debolezze del­l'uomo. "Sul suo corpo portò il peso delle nostre colpe. Col suo sangue redense l'uo­mo dal peccato. Con la sua immolazione lo riconciliò con Dio".

È importante per ciascun cristiano imi­tare il comportamento di Gesù corrispon­dendo al suo amore.

È importante imitare Gesù nel modo di vivere la piena solidarietà con tutti i fratelli. Essere misericordiosi significa sapersi fare carico, davanti a Dio, di tutte le debolezze dell'umanità. Il vero cristiano può diven­tare "conforme a Gesù" attraverso un chia­ro impegno di lode e di amore a Dio per quanti non lo conoscono o non lo amano.

Lavami, Signore, da ogni colpa e fa' che col mio amore verso di te sappia intercedere presso di te che sei Dio di infinita miseri­cordia.

 

Domenica della quarta settimana

Voglio venire da Te, Gesù, per essere come tu sei.

Tu sei l'Uomo che ha dato la precedenza assoluta alla preghiera.

Si legge nei Vangeli che Gesù passava le sue notti in preghiera. E non solo! L'im­magine di Gesù orante ed in colloquio col Padre suo risalta continuamente nei testi sacri. Egli non faceva mai nulla senza in­nalzare il suo sguardo al cielo e chiedere l'assenso del Padre suo. Prima della. chia-mata dei discepoli e prima della sua Pas­sione si vede Gesù assorto in particolare preghiera.

Attratti dal suo esempio un giorno gli apostoli lo pregarono di insegnare loro a pregare. E Gesù insegnò la particolare for­ma di preghiera che è di piena conformità al Padre.

Le scuole religiose del tempo di Gesù, insegnavano altre forme di preghiera. Gio­vanni il Battista, ad esempio, insegnava la preghiera di conversione e di penitenza. Molti erano coloro che si facevano battez­zare da lui entrando nella dimensione di vita nuova che consisteva nel cambiare mentalità: abbassare e colmare le asprezze e le tortuosità.

La preghiera vissuta, praticata ed inse­gnata da Gesù è preghiera di intimità col Padre. Per la prima volta, infatti, l'uomo viene autorizzato da Gesù stesso, a chia­mare Dio col nome di Padre. La intimità col Padre poi si svolge nella richiesta che tutto l'universo, cielo e terra, angeli e uo­mini, attuino la sua volontà.

Alla sfera dell'autentica intimità divina appartiene la preghiera che è assimilazione del clima di amore che si trova in Dio.

Dobbiamo essere uomini che danno alla preghiera la precedenza assoluta. Dobbia­mo imparare ad attendere alla preghiera durante tutta la vita. Non si potrà mai giungere alla "conformità" con Gesù se non si entra nel suo clima di vita.

Accogli, Signore, la mia supplica di figlio che osa chiamarti Padre. Donami un auten­tico cuore di figlio.

 

Lunedì della quarta settimana

Voglio imitare Te, Gesù, nel tuo stile di vita.

Tu sei l'Uomo che non avevi dove posare il capo.

Fu questa la presentazione che Gesù fa­ceva a chi gli chiedeva di essere suo di­scepolo. La sentiamo rivolta anche a noi, se vogliamo diventare pienamente suoi di­scepoli.

Che cosa significa questa affermazione e che cosa comporta nella nostra vita?

Non vogliamo dare alla frase di Gesù un valore restrittivo. Gesù non si lamenta del­la estrema povertà nella quale vive. Egli afferma che, effettivamente, non ha dove posare il capo, cioè che non ha in chi ri­porre la sua fiducia.

Durante la cena dell'ultima Pasqua l'apo­stolo Giovanni poté posare il suo capo sul petto di Gesù. In lui riponeva, giustamen­te, tutta la sua fiducia.

Per chi si incammina sulla via della "conformità" questa norma diventa essenziale. Soltanto Dio può dare conforto, riposo, pace a chiunque spera in lui.

Non bisogna avere null'altro su cui po­sare il capo se non sul cuore di Dio. Biso­gna sapersi abbandonare in lui, vivere nel­la piena fedeltà ai suoi voleri, essere certi del suo amore sempre fedele.

Chi ripone la sua fiducia in ciò che è passeggero e transitorio, anche se appa­rentemente vistoso e grande, rimarrà sem­pre deluso, alla pari di chi costruisce la sua casa sulla sabbia.

Il Salmista (Sal 116, 8) afferma che ogni uomo è bugiardo e che solo in Dio, non nell'uomo (Sal 118, 8), si deve riporre ogni fiducia.

Stando all'insegnamento del Salmista bisogna vivere come coloro che trovano riparo, rifugio e sicurezza solo sotto la pro­tezione di Dio (Sal 16, 8).

Voglio vivere, oggi e sempre, nel pieno ab­bandono nelle tue mani, Signore.

 

Martedì della quarta settimana

Mi piace il tuo dinamismo, Signore e per questo voglio imitarti.

Egli è l'Uomo che andava di città in città. Non aveva una stabile dimora l'Uomo Dio, venuto dal cielo e nato dalla Vergine Maria. Fin dalla sua nascita il suo fu un continuo pellegrinare. Nazaret, Betlemme, Egitto, Nazaret e poi, di città in città, "perché ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteran­no la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore" (Gv 10, 16).

Possiamo dire che il suo andare di città in città, di casa in casa non si è mai esau­rito. Egli, infatti, è colui che passa sempre e chiama sempre ed invita sempre tutti ad andare nella sua vigna. Poi manda alcuni come pastori, altri come profeti. A tutti af­fida un compito ed una missione.

Egli non si è mai fossilizzato in una men­talità o in una consuetudine. Non si è fer­mato in un Paese né ha posto la sua tenda in una località. Egli va continuamente dove vive l'uomo. Ogni uomo è sua patria e sua casa. Ogni uomo è parte di quel gregge che egli conduce ai pascoli ubertosi. Egli pre­cede tutti. È disposto a dare la sua vita per le sue pecore.

È straordinario questo continuo "andare di Dio". Non è statico, ma dinamico. Non è legato ad un popolo o ad una tradizione o ad un partito. Si fa trovare da tutti, aspet­ta tutti, va incontro a tutti. Come un giorno andò in casa di Simone il lebbroso, o in casa di Pietro, o in casa di Marta e Maria o come si mise a disposizione di Nicodemo, quand'era notte, o aspettò, sotto il sole ro­vente, la Samaritana.

Egli ci insegna l'apertura e la sollecitu­dine verso tutti i nostri fratelli ovunque vivano.

E se verrò da Te e busserò alla tua porta, non lasciarmi solo, Signore, perché non ho altri che te.

 

Mercoledì della quarta settimana

Voglio passare la mia vita ad accla­marti, mio Signore.

Egli fu l'Uomo che rifiutò la corona di Re.

Chi voleva acclamarlo re aveva, purtrop­po, segreti interessi. Dopo aver visto la po­tenza dei suoi miracoli, dopo avere ascol­tato le sagge parole che sapeva dire, dopo aver costatato che si era messo contro la classe dirigente ipocrita, dopo aver capito che insegnava una nuova legge, la folla vo­leva acclamarlo re.

Giustamente egli si oppose e scappò via. Non poteva prestarsi all'inganno e non do­veva assecondare le sciocche pretese di gente che, invece, non aveva capito né ac­cettato il suo messaggio. E, difatti, lo ave­vano abbandonato quando aveva parlato della sua missione ed aveva indicato le nuove misure da seguire. "Questo linguag­gio è duro", gli dissero.

Anche quando lo condussero davanti ai tribunali, nessuno gli fu favorevole e tutti vollero la sua condanna.

Egli non aveva bisogno di una investitura regale da parte degli uomini lui, l'Unto di Dio, il Cristo di Dio, Colui che Dio aveva posto come principio e fine, origine, causa, salvezza dell'universo intero.

Ma il dramma storico di Cristo continua ancora. Ancora oggi egli non è il re accla­mato dagli uomini perché gli uomini non riconoscono la sua regalità sovrana, quella regalità che deve occupare i cuori e le men­ti di tutti gli uomini.

Ed io? E tu?

Cosa facciamo di quest'Uomo che non volle essere nominato re? Non dovremmo insieme deciderci a farlo regnare piena­mente nella nostra vita?

Venga il tuo regno, o mio Cristo, Consa­crato dal Padre, compiacenza del Padre.

 

Giovedì della quarta settimana

Amo la preziosità del tuo corpo e la dolcezza del tuo sangue.

Egli fu l'Uomo che non si sottrasse alla sofferenza.

È scritto di lui che si lasciò condurre al patibolo come un agnello e che non aprì bocca (At 8, 32).

Fu anche invitato a difendersi da chi pre­tendeva di avere potere su di lui. Ma egli tacque.

E quando qualcuno tentò di difenderlo con la spada, glielo proibì. Poi disse che avrebbe potuto anche chiamare le legioni degli angeli, suoi ministri, per difenderlo. Ma non lo fece e non si sottrasse agli in­sulti, alle percosse, alla condanna.

È una storia vera, una storia sconcer­tante quella dell'Uomo che era Dio. Una storia che trovò il suo epilogo quando il centurione romano, di fronte ai fatti, escla­mò: "Costui è veramente figlio di Dio".

Non c'è altra spiegazione in tutta questa storia che rimane incomprensibile a livello umano. Perché questo desiderio e questa volontà di Dio? Perché questa immolazio­ne? Perché questo sacrificio del Figlio suo per la redenzione dell'umanità?

Dopo questi interrogativi che toccano il mistero di Dio, sorgono altri interrogativi che toccano la vita dell'uomo.

Perché tanta negatività da parte dell'uo­mo verso Dio e verso Gesù Cristo? E non è forse vero che il suo mistero di amore è perennemente vitale? Ma gli uomini resta­no chiusi nel loro silenzio che è negligenza e ignoranza.

Sta scritto che egli sta alla porta e bussa. Se qualcuno gli apre, egli entra e si ferma "a cena". A quella cena si partecipa man­giando il suo corpo e bevendo il suo sangue.

Il mio sogno è essere trovato degno di condividere la tua immolazione, Gesù.

 

Venerdì della quarta settimana

Potete bere il calice che io berrò?

Egli fu l'Uomo che andò a cercare la perla perduta.

Il racconto della perla perduta raccontato da Gesù si addice bene all'umanità.

La perla è Dio, somma preziosità nella vita dell'uomo. Bene insopprimibile e indispen­sabile. Perdere Dio significa andare smarriti e naufraghi nel cammino di tutta l'esisten­za. Non si può vivere senza di lui ed ogni cosa perde il suo valore. Chi avesse perduto o trascurato Dio nella propria esistenza deve subito mettersi alla ricerca se non vuo­le consumare nell'ignominia i suoi giorni.

Ma a differenza dei racconti evangelici le parti si invertono. L'uomo che ha perduto la perla preziosa sembra che rimanga in­differente. È come se fosse contento della banalità e della ignavia della sua vita. Di­venta insensibile a Dio!

Nella storia di Gesù si può leggere un capovolgimento di situazioni. E’ Gesù, la vera perla dell'esistenza, che invece si met­te alla ricerca di chi l'ha perduto. La Scrit­tura ci parla di lui che, buon pastore, lascia le novantanove pecore al sicuro e si mette in cerca della pecora perduta. La Scrittura ci parla del Padre che, fin dal primo mo­mento in cui il figlio si è allontanato dalla casa, si pone in attesa del suo ritorno e, al ritorno, fa festa.

Dio fa festa per la pecora ritrovata, per il figlio riavuto, per colui che si converte e ritorna a casa. All'uomo che ha sciupato tutti i beni viene riconsegnata la perla pre­ziosa dell'amicizia e dell'amore di Dio.

Dio fa festa. Non fa festa per sé. Fa festa per l'uomo. Una festa straordinaria: viene sacrificato l'Agnello, il vero Figlio di Dio.

L'unica soluzione giusta è quella del met­tersi subito alla ricerca del Figlio venuto a casa nostra e che abbiamo dimenticato, ignorato, trascurato e lasciato al di fuori della nostra esistenza.

Mi alzerò, oggi, e mi allontanerò da tutti i miei compromessi per venire a ricercare solo Te, Gesù, mio Dio.

 

Sabato della quarta settimana

Purificami, Signore, e ridonami il tuo amore.

Egli fu l'Uomo che volle farsi servo di tutti.

Mentre stavano tutti riuniti a cena, Egli, il Maestro si alzò e volle lavare i piedi ai suoi. A chi si oppose replicò che quello che stava facendo era un atto necessario. Vo­leva essere l'ultimo insegnamento, come il testamento spirituale. "Voi mi chiamate maestro e dite bene, perché lo sono. Ed io come Signor e Maestro vi dico che come ho fatto io dovete fare anche voi". Così egli disse. Poi tacque. Lavò i piedi a tutti che rimasero stupiti.

Anche a noi riesce difficile capire tutto quello che Gesù ha fatto. Sono passati più di duemila anni. Noi, che pure ci diciamo cristiani, non siamo arrivati alla decisione di fare quello che egli ha fatto. "Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri" (Gv 13, 14).

Che cosa può significare lavare i piedi "gli uni gli altri"? L'insegnamento è es­senziale e profondo. È il proclama di una nuova mentalità, di una nuova dottrina, di un nuovo sistema di vita. Il suo esempio potremmo dire che è fondamentalmente integralista. Esige che ciascuno si faccia servo dell'altro.

Parlando di sé Gesù diceva: "Non sono venuto per essere servito ma per servire". Ma l'uomo non ha mai accettato questa legge nuova e, in tutti i modi, vuole essere servito. L'uomo pretende da tutti onore, ri­spetto, venerazione, sottomissione.

Il cambiamento voluto da Gesù è ancora più forte. Egli esige che chi sta in alto sia il primo a farsi servo anche del più umile.

Da oggi voglio trasformare la mia vita in un servizio attento, di amore, verso tutti i fratelli.

 

Domenica della quinta settimana

Mi hai chiamato, o mio Signore e ti ho detto il mio sì.

Il cammino quaresimale è per tutti un cammino di imitazione, condivisione, con­figurazione a Cristo Gesù. L'abbiamo chia­mato un cammino di "conformazione" in­tendendo per questo l'impegno a diventare in tutto partecipi della sua stessa vita.

Mentre i giorni passano e si avvicina il momento culminante della totale confor­mità che Egli compirà quando ci renderà concorporei e consanguinei a lui facendoci mangiare la sua carne e bere il suo sangue, vogliamo osservare i suoi progetti ed unirci a lui nel portarli a compimento.

Egli, il Figlio di Dio, divenne uomo per liberare l'uomo dalla schiavitù in cui era caduto. Grande dono fu il suo: volle arric­chire l'uomo di grande libertà.

Ma l'uomo, non è assolutamente libero. Non si è creato da sé. Non può disporre dei suoi giorni in massima libertà. Molto relativo è anche l'uso della libertà. È sempre condizionato dal tempo, dal luogo, dal­le condizioni di salute e da mille altri agenti che interagiscono nella sua vita. Né c'è qualcuno che possa aiutarlo ad essere to­talmente libero. Soltanto Dio, sommo crea­tore del tempo e dello spazio, è pienamente libero perché unico padrone della sua stes­sa immensità.

La libertà che l'uomo possiede è un dono di Dio. Il dono della libertà nell'uomo è cresciuto con la incarnazione del Verbo divino. Gesù ha reso l'uomo libero dalla schiavitù del male e dai condizionamenti collegati alla natura umana. Unito a Gesù, l'uomo partecipa della libertà del Figlio di Dio.

Ciascuno deve conservare la sua libertà facendo attenzione a quello che dice Gesù. Libertà piena è non essere schiavi del pec­cato, vincere tutte le forze che, dentro o fuori di noi, vogliono farci piegare verso atti contrari alla volontà di Dio.

Voglio, oggi, Signore, deporre i miei abiti del male e spezzare le catene dei miei vizi.

 

Lunedì della quinta settimana

Tu Signore sei venuto a portare la pace nei nostri cuori.

Il cuore dell'uomo spesso vive in aperto conflitto. "Vedo il bene e lo approvo, poi faccio il male" diceva un grande poeta. L'apostolo Paolo parla di un conflitto inte­riore tra la legge dello spirito e quella della carne.

Tutti gli uomini passano attraverso que­ste fasi di contraddizioni interne. Vogliamo il bene a tutti i costi ma spesso, inesora­bilmente e quasi fatalmente, compiamo il male. La stessa lotta interiore diventa cau­sa di lotta esteriore e i conflitti del nostro animo diventano causa di conflitti con quanti vivono con noi.

Non c'è pace tra gli uomini. Dovunque ci sono guerre: odi, dispetti, rivalità, ingiu­stizie, critiche, maldicenze. E noi stessi o ne siamo vittime o ne siamo i promotori.

Soltanto Gesù può darci la pace. Questo non è un bene esteriore ma un bene inte­riore. Non si ha la pace quando tacciono le armi, ma quando il cuore è in pace. Pace, è concordia, armonia, benevolenza, bontà, comprensione, solidarietà, condivisione con tutti.

Quando diciamo che Gesù ha conciliato le cose del cielo con quelle della terra vo­gliamo dire che il divino Maestro effetti­vamente ha messo in noi la capacità piena di vivere sulla terra in prospettiva e in dimensione di cielo. Le guerre, le contese, le divisioni cessano col cessare dei sen­timenti negativi che producono la morte nel cuore.

"Solo in Dio riposa l'anima mia", afferma il Salmista, perché soltanto lui è il mio ri­fugio stabile e il "suo amore per noi è forte" (Sal 117).

Un vero cristiano deve diventare opera­tore di pace stabilendosi nella pace che è Cristo Gesù.

Toglierò, Signore, dal mio spirito tutti i sentimenti di conflittualità ed antipatia che mi corrodono il cuore e la mente.

 

Martedì della quinta settimana

Venga il tuo regno, Signore e si faccia la tua volontà.

La preghiera del Padre nostro insegna­taci da Gesù ci esorta a dire sempre: "Ven­ga il tuo regno, Signore e si faccia la tua volontà, come in cielo così in terra".

Due richieste partite dal cuore di Gesù che ogni cristiano deve fare sue.

Le due richieste sono collegate tra di loro. Il regno di Dio avverrà solo se si compirà la sua volontà. Il regno di Dio non si im­pone con la forza. Dio ha creato l'uomo libero e lo ha reso artefice della sua stessa felicità. Nella "volontà di Dio è la nostra pace".

Avere gli stessi sentimenti di Gesù e ten­dere alla "conformità" con lui comporta che ci si adoperi perché si compiano le due attese del Signore Gesù. Egli ci ha inse­gnato che il regno di Dio sta "in noi", nel­l'intimo di ciascun uomo. Dovrebbe, per questo, concretizzarsi nel cuore di tutti.

"Il regno di Dio sta in noi" perché in noi e con noi sta Gesù. È molto strano che quanti affermano di credere in Gesù non compiano sempre la volontà del Padre e non offrono una visione chiara e traspa­rente del regno di Dio con la propria vita.

Se dobbiamo parlare di fede in Gesù, se dobbiamo dire che è nostro desiderio giun­gere alla "conformità" con lui, dobbiamo deciderci a compiere sempre la sua volontà e a costituirci suo "regno visibile", terreno, umano.

Regno visibile è la Chiesa, la istituzione nella quale noi crediamo e alla quale siamo fieri di appartenere. Ma tutti dobbiamo es­sere Chiesa, corpo di Cristo rivestito con gli abiti della giustizia, dell'amore, della pace.

Ti voglio, ti dichiaro, ti eleggo mio Re, Signore Gesù e ti prometto che mi adopererò perché venga, in me, il tuo regno vivendo nella giustizia e nella pace con amore.

 

Mercoledì della quinta settimana

Amo la tua Chiesa, Signore, che è il tuo unico corpo vivo.

Una promessa certa di Gesù, fatta a tutta l'umanità da lui redenta, è che un giorno ci sarà un solo ovile sotto un solo pastore e che saranno distrutte tutte le divisioni.

Non sappiamo quanto tempo durerà il processo di trasformazione ma non pos­siamo dubitare della promessa del Signore.

Intanto il primo muro di separazione è stato abbattuto da lui stesso. Soltanto lui, in quanto Dio, poteva abbatterlo. Tra cielo e terra non ci sono più distanze. La terra è cielo e il cielo è terra.

Egli, il Figlio di Dio, è diventato Uomo rimanendo sempre Dio. In lui è avvenuta l'unità indistruttibile. Non ci sarà più un giorno in cui l'uomo potrà dire che il cielo è chiuso sulla sua testa. L'uomo potrà an­che non guardare il cielo, ma il cielo non potrà mai smettere di guardare la terra. "Nulla potrà nuocere ai figli di Dio".

Gesù, con la sua opera, ha anche abbattuto il muro della divisione tra gli uomini. Tutti gli uomini sono un solo corpo.

Nel giorno di Pentecoste, con la discesa dello Spirito Santo, si ebbe la visione reale della nuova umanità. Uomini di tutti i po­poli erano presenti. Ascoltarono, videro, si ritrovarono tutti insieme nel nome di Gesù.

L'opera di Gesù si è estesa su ogni sin­gola persona. Tra lui e l'uomo, dal più piccolo al più grande, c'è unità piena. È suo desiderio che tutti gli uomini siano "consumati nell'unità", con Dio Santissi­ma Trinità.

Quando si parla di Dio si dice che le tre persone sono tutte una unità nella Trinità. Anche degli uomini, di tutti i continenti e di tutte le epoche, si deve voler dire che sono tutti "conformi", perché "consumati nell'Unità della Trinità".

Anche se il mio corpo è debole e fragile, io sono certo che tu mi hai voluto associare a te come tu sei associato al Padre tuo.

 

Giovedì della quinta settimana

Donaci, o Signore, di vedere il Padre tuo.

Non è la nostra una preghiera presun­tuosa. Conosciamo anche la risposta data da Gesù a chi gli rivolse per primo questa nostra supplica. Certo, chi vede Gesù, vede il Padre. E noi, oggi, non vogliamo vedere il volto fisico di Gesù perché anche gli Apo­stoli, che lo avevano visto tante volte, dopo la risurrezione non lo riconobbero. Chissà come sarà il suo volto!

Continuiamo a chiedere a Gesù che ci faccia vedere il volto del Padre. Non voglia­mo che siano appagati solo i nostri occhi o la nostra fantasia. Vorremmo vederlo, ma senza vederlo! Senza vederlo con i nostri occhi ma con gli occhi della mente, del cuo­re, della intelligenza, di tutto il nostro es­sere. Vorremmo raggiungerlo, incontrarlo, possederlo, conquistarlo, abbracciarlo e soprattutto stabilirci in lui. "È cosa bella per noi stare qui" disse un giorno Pietro. Noi ripetiamo le parole di Pietro come nostro auspicio anche perché questo è il de­siderio di Gesù e la sua promessa. "Un giorno lo vedremo così come egli è".

Saremmo egoisti se volessimo tutto que­sto solo per noi. Dobbiamo adoperarci per­ché possano incontrarsi con Gesù tutti i "ciechi" nati e, soprattutto, tutti coloro che si sono bendati gli occhi per non vedere.

Solo se si incontra Gesù che è la luce, possiamo vedere. Ne siamo certi: senza Gesù, conosciuto, posseduto, amato, imi­tato, seguito, l'umanità continua a cam­minare nelle tenebre.

Se avrò gli occhi puri e la mente libera Ti vedrò, o mio Signore. Toglí dal mio spirito tutte le bende e fa' che cadano tutte le mie squame.

Venerdì della quinta settimana

O Dio, vieni presto in mio aiuto. Signo­re, vieni presto a salvarmi.

L'esperienza negativa fatta dall'uomo che, secondo il racconto della Scrittura, scendeva da Gerusalemme e andava verso Gerico e che incappò in gente che lo la­sciarono tramortito per terra, è una espe­rienza che si attua nell'umanità di tutti i tempi.

Gerusalemme significa il luogo di origine e di partenza della nostra vita. Veniamo da Dio, dal suo regno. Trasportiamo, con noi, le tavole della sua legge, quelle dateci sul monte Sìon, insieme alle tavole dateci da Gesù sul monte delle Beatitudini. Ma la strada da Gerusalemme a Gerico è ve­ramente difficile, angusta e piena di in­sidie.

Così è infatti il nostro camminare sulla terra mentre portiamo nell'animo la nostal­gia del cielo. Non abbiamo incontrato fino­ra chi possa aiutarci e soccorrerci. Eppure abbiamo cercato e chiesto aiuto a tanti.

Filosofi, politici, teologi, sociologi, medici, avvocati, sacerdoti... tutti si sono avvicinati a noi ed hanno anche saputo dirci pensieri ed espressioni di bontà. Ma noi siamo ri­masti laceri, feriti, delusi.

Nella nostra storia personale siamo la rappresentazione della donna inferma, as­setata, triste, o del centurione addolorato, o delle sorelle rimaste sole, o della pecca­trice umiliata ed offesa, o degli appestati cacciati da tutti, o dei mendicanti che dan­no fastidio. Solo Gesù, lo straniero, il Pro­feta nuovo venuto sulla terra, può soccor­rerci e ricondurci nel caldo del suo amore per alimentare quel fuoco che ci portiamo dentro ma che è spento o coperto di tanta cenere.

Tutti possiamo risorgere con Gesù. Tutti possiamo diventare anche barellieri di sal­vezza se troveremo la forza di portare a Gesù, scoperchiando i tetti della ottusità, i nostri fratelli che sono lontani o infermi.

Dal profondo a Te grido, o Signore. Se ti ricordi delle nostre colpe, Signore, chi potrà salvarsi?

 

Sabato della quinta settimana

Anche se andassi per una valle oscu­ra non temerei alcun male.

Non tutti sanno, o se lo sanno non danno credito, che il Signore è nostra difesa e nostro scudo. Molti sono coloro che lo sen­tono distante o che si rifiutano di credere in lui. Non mancano di quelli che lo cre­dono giudice severo, pronto a punirci per i nostri peccati.

Eppure sta scritto che egli è baluardo di difesa della nostra vita, nostro avvocato e protettore. Sta scritto che il nostro "custo­de" non si addormenta mai e che esaudisce le preghiere di quanti si rivolgono a lui.

L'apostolo Paolo afferma: "Lo Spirito vie­ne in aiuto della nostra debolezza. Lo Spi­rito intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili". E poi aggiunge: "Dio che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui"? (Rm 8, 26.32).

Queste verità sono l'insegnamento più vero e più concreto che Gesù ci ha dato e vuole che siano trasmesse al mondo in­tero.

Questo è il "vangelo" che egli ci ha co­mandato di predicare a tutto il mondo. Questa è la grande novità di vita che do­vrebbe diventare mentalità comune, uni­versale e fondamento della nuova civiltà voluta da Gesù.

Quando si dice che l'insegnamento di Gesù è un insegnamento rivoluzionario si vuole affermare che egli è venuto a cam­biare la mentalità possessiva, egoista degli uomini per farci entrare in una dimensione e civiltà nuova. Dio è amore. Ogni uomo deve essere "configurato all'Amore".

Fa' di me, o Signore, uno strumento di pace ed una voce di amore.

 

Domenica delle Palme

E quel giorno i piccoli cantarono l'ev­viva mentre i grandi diventavano lividi.

Il ricordo è incancellabile anche in chi non l'ha mai conosciuto o incontrato. La domenica delle Palme segnò la differenza tra quanti sono innocenti e sereni e quan­ti, invece, sono astiosi e cattivi. I piccoli gioivano, i grandi diventavano lividi di in­vidia.

Fermiamo il nostro sguardo sul protago­nista della storia. Gesù continua a vivere la "domenica della palme" entrando nelle case degli uomini ed attraversando i loro paesi, proclamando la pace.

La storia non è cessata né gli uomini sono cambiati. C'è ancora oggi il credente e l'incredulo, il fedele e l'infedele, il piccolo e il presuntuoso, il saggio e il superbo. Gesù sta in mezzo, come il punto di divi­sione. Egli disse: "Non si può servire a due padroni". Prima di lui era stato scritto: "Non avrai altro dio fuori di me".

Dio, certo, è uno solo. 2 il Dio della giustizia, della pace, del perdono. È il Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Gesù entra in Gerusalemme, si avvicina alle città degli uomini, parla ai loro cuori sempre come il Re umile, docile, mansueto. È il Re vero che immancabilmente sarà condannato a morte perché non si accetta il suo insegnamento.

A che vale lo spettacolo, il teatro, il bel canto, le grandi cerimonie se quel Re sarà rigettato e condannato a morte?

Troppo facile diventa ricordare quelle persone che un giorno lo condannarono e non ricordarsi anche di quelli, gli intimi, che lo abbandonarono impauriti e tristi. Non sarebbe più giusto che il gruppo dei discepoli, oggi, fosse più deciso, più chiaro, più fedele? Da quale parte stiamo noi? Sia­mo con i piccoli gioiosi, festanti dal cuore puro o apparteniamo ai grandi venditori di menzogne?

Dimmi, Signore: posso venire, oggi, da Te per dirti "evviva"? O forse sono anch'io ipo­crita?

 

Lunedì santo

Quali garanzie vorresti Tu dal mio amore per te?

I giorni di questa settimana, cominciata con la Domenica delle Palme, vengono in­dicati con l'appellativo di "santi". Si vuole esprimere un sentimento di particolare fe­deltà verso Dio, il solo santo, e si vuole anche invitare a vivere la "conformità" a Cristo Gesù con un'attenzione di grande imitazione e di totale dedizione.

Ci piace oggi avvicinarci a lui e contem­plarlo nel suo silenzio. È impressionante il silenzio o, meglio, la solitudine in cui visse Gesù durante tutta la sua vita sulla terra. Tutti accorrevano da lui e molti lo applaudivano. Ma lui sapeva bene che lo facevano per interesse. Avevano sempre qualcosa da chiedergli non da dargli. Quando scendeva la sera e tutti tornavano a casa, lui restava solo, sul monte o nel giardino o nel deserto. Gli altri, anche i discepoli, dormivano o litigavano preten­dendo, spesso, posti d'onore.

Ci impressiona il "silenzio odierno" di Gesù. Il "silenzio" a cui viene condannato da quanti che, pur avendo ricevuto da lui il compito di evangelizzatori, parlano di tante cose e non di lui e se parlano di lui lo fanno spesso da saccenti, da grandi pro­fessori. Ci sembra che Gesù nel suo silen­zio ripeta: "Questo popolo mi adora con le labbra".

Gesù taceva. Tacque quando lo condan­narono. Tacque quando lo lasciarono solo. Tace oggi, non perché non ama ma perché rimane sempre il "servo", colui che annun­zia la sua legge al mondo, ma non viene creduto né amato. Per quel Servo, chiama­to Gesù, non ci fu posto nell'albergo, e non ce ne sarà mai finché gli uomini non cac­ceranno dalla loro casa-santuario tutti i profanatori, i venditori di futilità.

Quali dolci e profondi colloqui avevi Gesù con Maria, la Madre tua piena di grazia? Aiutami, Signore, a rimuovere la pietra sepolcrale che ostruisce la mia casa perché tu possa entrare in me.

 

Martedì santo

Concedi anche a me, oggi, di reclinare il mio capo sul tuo petto.

Dopo aver meditato sul suo silenzio, vorrei oggi contemplare il suo sguardo. Lo sguardo rivolto sulla folla stanca o sui discepoli stan­chi. Egli non era stanco ma viveva della stanchezza degli altri. Si preoccupò di dare da mangiare e di farli riposare.

Penso al suo sguardo sulla folla che lo ascoltava, entusiasta, mentre li vedeva al­lontanarsi da quel monte come pecore sen­za pastore, abbandonate al rischio dei falsi profeti. Penso al suo sguardo quando si alzò da terra, dove si era prostrato in pre­ghiera, e andò verso i discepoli ai quali aveva chiesto di pregare e li trovò addor­mentati.

Sguardi sofferenti, non tristi. La tristezza non si addice a Dio, come non si addice la sofferenza. Ma Egli, Gesù, aveva il suo sguardo sofferente perché vedeva che que­gli uomini tornavano a casa senza essersi sufficientemente ristorati alla sua mensa.

Rivedo e ripenso al grande sguardo di amore che egli rivolse alla Madre che stava presso la sua croce. Lo aveva seguito du­rante tutto il suo viaggio. Né in lui né nella Madre ci fu sguardo di sgomento o di sfi­ducia. Ci fu sguardo di amore, di condivi­sione piena, di compartecipazione.

Quando c'è un ideale che spinge all'azio­ne la sofferenza non ha senso. Quando poi si associa uno che condivide la sofferenza riparatrice, lo sguardo si allarga e va ad abbracciare tutti, anche i più lontani.

Dall'alto della Croce, Egli guardò, con amore, l'universo intero, quell'universo che poi affidò al cuore della Madre.

Rendi limpido e trasparente il mio sguar­do Signore per sapere vedere soltanto Te in tutti.

 

Mercoledì santo

Vorrei, Signore, raccogliere le briciole della tua mensa.

Oggi, Signore, voglio contemplarti men­tre, seduto a mensa, permettevi che qual­cuno si sedesse ai tuoi piedi, che li baciasse, li lavasse con le proprie lacrime, li asciugasse e li profumasse. E tu difen­devi e proteggevi, dagli sguardi maligni, chi si avvicinava a te.

Stare ai tuoi piedi e raccogliere le briciole che cadono dalla tua mensa è volontà di ricerca di grande fedeltà e di grande co­munione, con te.

Attenzione! Non ci sono avanzi da gettare nella casa del Signore. Egli è il restaura­tore. Egli è colui che fa nuove tutte le cose. Nulla e nessuno va perduto di quello che egli avvicina. Tutte le cose, tutti gli uomini occupano un posto privilegiato nella sua casa. Ogni uomo è prezioso davanti agli occhi di Dio. Egli li difende, li protegge, come la pupilla dei suoi occhi. Vorrei, Signore, raccogliere le briciole perché sono convinto che non saprei rac­cogliere il tuo pane.

Chi può raccogliere la tua immensità? Chi può abbracciarti e comprenderti e pos­sederti? Chi mai potrebbe essere come tu sei?

Quando dico anch'io che vorrei confor­marmi a te, sento Signore che la mia "for­ma" rimarrebbe sempre piccola e povera, così come è la mia natura o come sono i miei sentimenti. Le briciole, invece, mi si addicono, nella piccolezza e nella povertà di tutto il mio essere.

Voglio raccogliere soltanto le tue briciole perché non vorrei cedere alla tentazione di nutrirmi ad altra mensa o di entrare in altre case.

Anche i cagnolini, Signore, si cibano delle briciole che cadono dalla mensa dei padroni ed io, ho fame di te, delle tue briciole.

 

Giovedì santo

Dove vuoi che io ti prepari la Cena?

Oso pensare che gli apostoli non si resero conto della importanza della domanda che rivolsero a Gesù quando gli dissero. "Dove vuoi che prepariamo la sala per la Cena"? Sono anche certo che non compresero la difficile risposta di Gesù.

Voglio rimeditare, nel mio silenzio, do­manda e risposta.

La domanda vuole esprimere il mio pro­posito di consumare la Cena con Gesù, di partecipare alla immolazione e alla con­sumazione dell'Agnello.

Partecipare alla sua immolazione con l'impegno di "preparare" tutto, dignitosa­mente, come si addice alla sua persona e al suo progetto. Una casa degna per Gesù, chiamato "Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo". Il progetto: la offerta a Dio del sommo sacrificio a lui gradito per la redenzione di tutta l'umanità.

Se sono abituato a nutrirmi di briciole, come potrei preparare la sala?

La risposta di Gesù mi riempie di gioia perché Egli, pur conoscendo tutta la mia fragilità, mi risponde e non mi esclude dal­la sua intimità. Mi dice che occorre che io, sua "casa", sia elevato, spazioso, bene adornato con quelle ricchezze che lui gra­disce. Oso pensare che mi chieda profon­dissima umiltà che può elevarmi fino a Dio, purezza immensa che non mi fa rin­chiudere nell'egoismo, amore infinito, au­tentica ricchezza che costituisce la singo­larità del Dio e Padre del Signore Gesù.

Chissà se noi, oggi, saremmo disposti a ripetere a Gesù la stessa domanda degli apostoli. Non sarebbe sbagliato se, come sempre, per farci aiutare a preparare la casa che Egli vuole, ci lasciassimo guidare dalla Madre. Lei ben sapeva i gusti del Fi­glio suo, lei che fu grande e degna dimora.

Non aspiro a cose grandi Signore ma vor­rei essere pienamente come tu mi vuoi.

 

Venerdì santo

Vorrei, Signore, che mi offrissi una "scala”.

Ogni dimensione ascensionale richiede impegno e decisione. Così è anche dell'al­pinista che, prima di fornirsi di strumenti adeguati, deve compiere una giusta prepa­razione. Non basta coltivare i buoni senti­menti, occorre, invece trasformare i buoni propositi in concretezza di vita.

La scala ascensionale verso la casa del Padre o verso la sala del banchetto o verso la vetta del Golgota non può essere costrui­ta da mani di uomini. Il saggio costruttore è sempre il Padre, fonte di sapienza. Egli è anche l'unica fonte di energia necessaria per chiunque volesse tentare la scalata.

Gesù Parola rivelata del Padre, ci ha in­dicato i vari gradini per poter ascendere fino alla vetta del sacrificio. Si possono leg­gere nella lettera ai Romani: "Vi esorto, fra­telli, per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinno­vando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" (Rm 12, 1-2).

Il sacrificio non si offre una sola volta. Tutta la vita o tutta l'esistenza umana, deve essere "il sacrificio vivente, santo e gradito a Dio".

Un perenne "sacrificio" che si innesta nel "sacrificio" di totale redenzione e trasfor­mazione che Gesù ha compiuto.

La scala ascensionale deve essere fatta di mentalità convinta e di volontà decisa. Deve innalzarsi e realizzarsi nel totale com­pimento della volontà di Dio.

Vorrei oggi e sempre diventare, Signore, il sacrificio vivente, santo e a te gradito.

 

Sabato santo

Tu sei veramente il Dio della mia vita, Signore.

Nel giorno del grande silenzio, come è il Sabato Santo, vorrei abbandonarmi ai ri­cordi.

Ricorderò innanzitutto il centurione ro­mano, uomo di diversa mentalità, ignaro della Legge e dei Profeti, uomo concreto e attento, che alla fine del terribile dramma del Golgota, ebbe ad esclamare: "Veramen­te quest'uomo è Figlio di Dio". Quel cen­turione capì che Dio è amore. Capì che Gesù Cristo, l'uomo dagli indicibili dolori, era Dio. Solo l'amore può renderci sacrifi­cio vivente, santo e gradito a Dio.

Ricorderò i discepoli che si affrettarono a chiedere a Pilato il corpo di Gesù. Quel corpo non poteva rimanere preda degli av­voltoi. Non si deve abbandonare Dio nelle mani degli avvoltoi, di quanti non lo ama­no, di quanti non credono in lui, di quanti lo condannano e lo rinnegano. C'è un se­polcro nel quale deve essere riposto. E’ il tabernacolo del cuore dell'uomo che può e deve accogliere il grande Martire offertosi come prezzo del nostro riscatto.

Ricorderò la Madre. Quella donna forte, la piena di grazia, la sempre Vergine, tra­fitta dalla lancia, socia di Cristo, suo Figlio, che al termine della giornata compì il resto della sua missione: abbracciò quel Figlio generato, abbracciò i figli redenti da quel sangue, andò a vivere nelle case dei nuovi figli.

Non si deve coprire tutto con la pietra tombale, perché la pietra deve essere tolta e gli uomini devono risuscitare con il "mor­to per amore". Sarà l'amore, quello forte come quello di Dio, quello totale come quel­lo di Gesù, quello infinito come quello dello Spirito Santo, quello umile come quello di Maria, la forza che deve trasformare tutti per giungere alla "conformità" con lUomo Dio, unica nostra scala ascensionale, e alla "conformità" con le tre divine Persone.

A te chiedo aiuto, Madre del Verbo incar­nato, Madre dell'Agnello immolato, Madre del Risorto.

"Dimmi dove conduci il tuo gregge a pa­scolare e dove tu riposi nel momento del grande caldo".

Io so dove tu conduci il tuo gregge.

Io so dove tu vai a riposarti nel momento del grande caldo.

Io so che tu mi hai chiamato, eletto, giu­stificato, gratificato.

Ma coltivo il desiderio sincero di venirti accanto calpestando le tue orme, amando il tuo silenzio, cercandoti quand'è buio o infuria la tempesta.

Non lasciarmi barcollare sulle onde del mare. Potrei affondare totalmente.

 

Domenica di risurrezione

Dimmi dove abiti.

Ti voglio ripetere, oggi, mio Signore, le stesse parole che altri Ti hanno già detto. Le parole di Maria di Magdala, la donna assetata di amore, non rassegnata alla morte. E ti chiese, mentre non riusciva a vederti, perché gli occhi non possono ve­dere ciò che il cuore veramente ama, dove tu fossi. Dio si può amare, non si può ve­dere. E ti chiese, credendoti il giardiniere, dove eri stato messo.

A tutti i giardinieri della vita, che è sem­pre giardino di Dio, anch'io vorrei chiedere dove hanno messo l'Amato Dio, crocifisso per amore.

Vorrei anche ripeterti le parole della pa­stora bruna, quella del Cantico dei Cantici riscaldata o bruciata dal tuo amore, perché il tuo amore riscalda e brucia e guarisce e trasforma, e lei ti disse, mentre non ti vedeva ma ti amava e ti sentiva accanto:

Vorrei gridare anch'io con Maria di Mag­dala: "Cristo, mia speranza è risorto.

Ci precede nella Galilea delle genti".

E verrò da te, correndo, per vederti e dirti: "Mio Signore, mio Dio".

"Dimmi dove conduci il tuo gregge a pa­scolare e dove tu riposi nel momento del grande caldo".

Io so dove tu conduci il tuo gregge.

Io so dove tu vai a riposarti nel momento del grande caldo.

Io so che tu mi hai chiamato, eletto, giu­stificato, gratificato.

Ma coltivo il desiderio sincero di venirti accanto calpestando le tue orme, amando il tuo silenzio, cercandoti quand'è buio o infuria la tempesta.

Non lasciarmi barcollare sulle onde del mare. Potrei affondare totalmente.

Vorrei gridare anch'io con Maria di Mag­dala: "Cristo, mia speranza è risorto.

Ci precede nella Galilea delle genti".

E verrò da te, correndo, per vederti e dirti: "Mio Signore, mio Dio".