QUARESIMA 2007 “LA PAROLA DI OGNI GIORNO”
DOMENICA 25 FEBBRAIO Nutriti dalla Parola
«Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso». (ls 58, 4b)
Può capitare che proprio nel tempo solenne dell'astinenza e del digiuno la prima parola di Dio che ascoltiamo riporti un perentorio invito a non digiunare. È chiaro, le parole del profeta vanno lette nel loro contesto: quello di una pratica che in realtà nutre, gonfia a dismisura l'orgoglio di chi la compie. Si rinuncia a un po' di cibo, ma si rimpinza abbondantemente il proprio io. C'è invece un digiuno che il Signore approva, fatto di gesti di giustizia e di misericordia. Ed è bello vedere come tra questi gesti sia segnalato il "dividere il pane con l'affamato". Non si dice di regalare il pane all'affamato, ma di dividerlo con lui, di condividere con lui la situazione di indigenza, di vivere la stessa povertà insieme, non a partire da un gesto generoso e distaccato, ma dalla solidarietà concreta della condizione di vita. Senza ostentazione, senza nutrire l'orgoglio.
Preghiamo
- Ma tu vuoi la sincerità del cuore e nell'intimo m'insegni la sapienza.
Distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe. (dal
salmo 50)
«Il
Signore disse ad Abram: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla
casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò"».
(Gen 12,1)
Pare quasi che Dio abbia scordato le belle maniere. E la prima volta che si rivolge ad Abram, e non sembra per nulla intenzionato ad usare i giri di parole, a preparare il terreno con una cortina fumogena di preamboli, di saluti o di ringraziamenti. «Vattene». Una parola che è una fucilata, che è una sfida. Abram non sa ancora chi gli ha rivolto la parola, ma ha già capito che deve partire. Dio lo ha raggiunto come ti raggiunge un crollo improvviso, uno schianto. O come un'illuminazione, una folgorazione, la luce istantanea e abbagliante di un lampo. La parola di Dio che nutre il credente non sempre ha i toni persuasivi di un bel racconto, il gradevole narrare delle parabole, il procedere affascinante di un buon ragionamento, la forza visionaria di una profezia. Assume a volte gli accenti del comando, di un annuncio forte in cui non è chiara la meta («un paese che io ti indicherò») ma improrogabile la partenza.
Preghiamo
- Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene.
Voglio
meditare i tuoi comandamenti, considerare le tue vie.
Nella
tua volontà è la mia gioia. (dal salmo 118)
«Io
sono Dio onnipotente: cammina davanti a me».
(Gen 17,1)
Queste poche parole lasciano un po' sconcertato il lettore. Nel momento in cui Dio vuole rinnovare la sua alleanza con Abram, gli dice «vai avanti tu», cammina davanti a me. Possiamo pensare ad un Dio che semplicemente si fida, che dice ad Abram "tu vai, non preoccuparti di perdere la strada. Io ti seguo, ti sto dietro, non ti perdo di vista. Mi fido perfino delle tue sviste, dei tuoi svarioni, delle strade sbagliate che infallibilmente finirai col prendere. Vai avanti tu, e non perdere la fiducia, perché io sono con te". È bello pensare alla parola che ci nutre come ad una parola che ci dà fiducia. Che non si sostituisce ai passi che ciascuno di noi è chiamato a compiere, che non preserva da errori di cui forse abbiamo bisogno per crescere. Una parola che porta con sé tutta la disponibilità di Dio ma nulla toglie alla nostra libertà.
Preghiamo
– Il Signore guarda dal cielo, egli vede tutti gli uomini. Dal luogo della
sua dimora scruta tutti gli abitanti della terra, lui che, solo, ha plasmato il
loro cuore e comprende tutte le loro opere. (dal salmo 32)
«Giacobbe
chiamò i figli e disse: "Radunatevi perché io vi annunzi quello che vi
accadrà nei tempi futuri"».
(Gen 49,1)
Fermiamo la nostra attenzione su quel "radunatevi" che precede tutte le altre parole del testamento dell'anziano patriarca. Forse Giacobbe corona un sogno, che è poi il sogno di tutti i padri e di tutte le madri: quello di vedere, almeno per un istante, la famiglia riunita. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la Sacra Scrittura non ignora il faticoso peregrinare di Giacobbe, il suo non avere pace, il conflitto tra i figli della donna amata e quelli della donna datagli in moglie con l'inganno; e poi la vicenda oscura di Giuseppe venduto dai fratelli, la carestia, i viaggi in Egitto... Alla fine Giacobbe prova a radunare questa famiglia così difficile; e noi pensiamo che in questo testamento ci sia una grande tenerezza e una grande pace. E «ciò che dovrà accadere» nei tempi futuri non sarà molto più importante di quest'ora - l'ultima - in cui, il vecchio patriarca può contemplare i figli finalmente insieme e gioire della loro presenza.
Preghiamo
- Il suo nome duri in eterno, davanti al sole persista il suo nome. In lui
saranno benedette tutte le stirpi della terra e stati i popoli lo diranno beato.
Benedetto il Signore, Dio di Israele, egli solo compie prodigi. E benedetto il
mio nome glorioso per sempre,
della
sua gloria sia piena tutta la terra. (dal
salmo 73)
«Dio
benedisse Noè e i suoi figli ».
(Gen 9,1)
E’ di importanza fondamentale questa benedizione di Dio su Noè e sui suoi figli, che ricalca volutamente, perfino nella scelta delle parole e del linguaggio, la prima benedizione data da Dio all'uomo e alla sua creazione. È importante perché viene dopo il peccato, dopo la purificazione del diluvio. È una benedizione che segna una nuova possibilità. Dio torna a fidarsi, Dio rilancia, fa ripartire, ricrea. C'è un nuovo investimento di fiducia da parte di Dio nei confronti di questo drappello di superstiti, chiamati a vivere in un mondo comunque segnato dal peccato, dalla rottura delle relazioni. Eppure è in questo mondo che Dio invita a restare; è questo il mondo in cui "crescere e moltiplicarsi"; non un mondo ideale, un Eden restaurato in tutta la sua meraviglia originaria. Un mondo segnato dal peccato, piuttosto, dove la famiglia umana dovrà sempre ricordare di essere a immagine di Dio, e in cui imparerà a rendere conto a Dio del sangue del proprio fratello.
Preghiamo
- Sta' in silenzio davanti al Signore e spera in Lui; non irritarti per chi
ha successo, per l'uomo che trama insidie. Desisti dall'ira e deponi lo sdegno,
non irritarti: faresti del male, poiché i malvagi saranno sterminati, ma chi
spera nel Signore possederà la terra. (dal salmo 36)
«Verso
le tre, Gesù gridò a gran voce: "Elì Elì, lemà sabactàni?", che
significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"»
(Mt 27, 46)
La parola che chiude una vita è sempre una parola difficile; è come un buon finale, che termina un discorso e apre a nuovi orizzonti. Gesù sceglie di morire con una parola di preghiera. Può farlo solo perché tutta la sua vita è stata una preghiera al Padre, la ricerca costante di una relazione profonda con Lui. Muore con in bocca le parole di un salmo. Non cerca parole sue ma si consegna a quelle di un altro; a quelle parole che ha ricevuto dalla tradizione e dalla fede del suo popolo. Muore con le parole che sono solo l'inizio di un salmo: una preghiera interrotta, come interrotta sembra la sua vita. Muore con una domanda perché sempre la morte di un uomo rimane una domanda che pare senza risposta. In realtà la preghiera e la vita di Gesù sono parole aperte in attesa della risposta del Padre, parole di speranza e di fiducia anche nel grido di dolore.
Preghiamo
- «Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza»: sono le parole
del mio lamento. Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non
trovo riposo. (dal salmo 21)
«Il popolo protestò contro Mosè: "Dateci acqua da bere!"». (ES 17.2)
Qualcosa non funziona nella grammatica. Il popolo che protesta con Mosè dovrebbe dirgli «dacci acqua da bere», e non "dateci", come se si rivolgesse a due o più persone. Si può pensare che il testo di Esodo abbia dimenticato qualcosa. Ma è Mosè stesso a chiarire chi sia l'altro soggetto a cui il popolo si rivolge. «Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?». La protesta del popolo non ha per oggetto lui solo, ma anche il Signore Dio di cui lui si sente amico e servo. L'acqua che il Signore dà da bere a Mosè e al suo popolo, allora, non è solo il segno della premura di Dio per Israele; è anche il favore fatto ad un amico. E se Massa e Meriba diventeranno per sempre nella storia del popolo eletto nomi che indicano la sfiducia e la ribellione di un popolo, in una storia sacra meno ufficiale, ma altrettanto vera, possono significare la forza e la dolcezza dei legami di affetto. Un popolo intero viene dissetato perché Dio non debba perdere un amico.
Preghiamo
- Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e
abiterà nella casa del Signore per lunghissimi anni. (dal salmo 23)
Perdonare e lasciarsi perdonare. In una famiglia lo si deve fare mille volte e più, con la delicatezza e la pazienza di chi sa di non poter fare a meno dell'altro, di chi avverte la necessità di ricucire con perseveranza i fili sottili dell'affetto e della cura. Si litiga, a volte, proprio per niente. Lo si fa più spesso per stanchezza e per fragilità che per cattiveria. Lo si fa sapendo che ce ne dispiaceremo, e che avremo bisogno di ricominciare da capo.
Una famiglia che legge la Parola di Dio
si sente pienamente immersa in questa storia di peccato e di perdono. È una
storia di un Dio che non si tira mai da parte, di un Maestro che conosce gli
slanci e la larghezza dell'amore, che insegna a pregare il Padre chiedendo in
dono la gioia di sentirsi accolti, per imparare ad accogliere il fratello che
sbaglia.
La
seconda settimana di Quaresima ci restituisce la freschezza dell'acqua del perdono
e la gioia di cadere in un abisso più profondo del nostro peccato: quello della
divina misericordia.
«Mi
ha detto tutto quello che ho fatto».
(Gv 4, 39)
Rimanere
sconosciuti, anonimi, può essere un grande vantaggio. Non è forse la grande
città, dove nessuno sa chi è l'altro, il luogo ideale per nascondersi e non
farsi trovare? Ma la Samaritana sembra ignorare questa strategia dell'anonimato.
E dice con stupore ai suoi compaesani: «mi ha detto tutto quello che ho fatto».
Lo dice a partire da una vita tutt'altro che esemplare, che sarebbe stato meglio
non far conoscere a troppa gente. «Lui sa chi sono io», dice la Samaritana, e
questa consapevolezza le riempie il cuore di consolazione. Lo sa ma non mi ha
giudicato, lo sa ma si è fermato a parlare con me, ha perso del tempo con me,
mi ha perfino chiesto da bere, non ha fatto caso alla disfatta della mia vita.
Il Signore sa chi sono io. Sono un peccatore, un uomo che ha bisogno di perdono.
E il fatto di conoscermi a fondo, nella mia fragilità e nei miei fallimenti,
non gli impedisce di volermi bene. Sono un peccatore perdonato, sono un
salvato. Posso essere felice, anche in mezzo alla mia miseria.
Preghiamo
- Ti siano gradite le parole della mia bocca, davanti a te i pensieri del mio
cuore. Signore, mia rupe e mio redentore. (dal salmo 18)
«Il
comando è una lampada e l'insegnamento una luce e un sentiero di vita le
correzioni della disciplina». (Pr
6, 23)
Comando, correzione, disciplina. Non sono termini che amiamo. Evocano più un esercito di soldatini obbedienti e remissivi, che non un popolo di uomini liberi. Eppure l'autore del libro dei Proverbi, le accosta sorprendentemente a termini che ci suggeriscono ben altri scenari: la lampada, la luce, la vita. Una delle fatiche che più spesso si vive nelle famiglie è proprio quella di imporre una buona disciplina, delle regole sensate e semplici, degli argini all'invadenza dell'io, che trasforma i padri e le madri in padroni inflessibili o i figli in insopportabili tiranni egocentrici. E un'altra fatica è quella di imparare a correggersi con dolcezza, preoccupati davvero di guadagnare l'altro, anziché di affermare se stessi. Non è fuori luogo, allora, chiedere il dono di una parola ferma ed affettuosa insieme, che metta la disciplina accanto alla luce, e la correzione a servizio della vita.
Preghiamo
- La tua bontà è davanti ai miei occhi e nella tua verità dirigo i miei
passi. Non siedo con gli uomini mendaci e non frequento i simulatori. Odio
l'alleanza dei malvagi, non mi associo con gli empi. (dal salmo 25)
«La
riflessione ti custodirà e l'intelligenza veglierà su di te».
(Pr2,11)
E’ un rischio serio quello di confondere la semplicità con l'ignoranza. La Parola di Dio che raccomanda la semplicità dei bambini, non ha mai in nessun modo tessuto gli elogi dell'ignoranza e della stoltezza. L'unica stoltezza permessa è quella che ci salva, quella della croce, che è stoltezza d'amore e non mancanza di capacità riflessiva e di discernimento degli spiriti. Ma la riflessione, l'intelligenza, lo studio, non spaventano il credente. Non è sempre vero che "basta un po' di buon senso", che tutto si risolve con poco. La vita è complessa, i problemi personali, familiari, sociali, chiedono di essere affrontati con sapienza e pazienza. L'uomo saggio non trasforma il suo sapere in un idolo, ma non butta all'ammasso l'intelligenza e la ragione, per nessun motivo. Sa che a fianco di un inutile sapere che gonfia sta un'intelligenza di altro genere, capace di vegliare e - come dice la Scrittura - di salvare dalla via del male.
Preghiamo
- Ti benedica il Signore da Sion! Possa tu vedere la prosperità di
Gerusalemme per tutti i giorni della tua vita. Possa tu vedere i figli dei tuoi
figli. Pace su Israele! (dal salmo 127)
«Non
invidiare l'uomo violento».
(Pr 3, 31)
Il libro dei Proverbi non si limita a dire "non comportati da violento". Dice invece "non invidiare l'uomo violento". Perché c'è una finta non violenza che in realtà è paura e frustrazione. Ci piacerebbe risolvere le questioni con la forza, e se non lo facciamo non è perché non vogliamo, ma perché abbiamo paura. Paura di perdere lo scontro, paura delle sanzioni, paura di rimetterci la faccia. Ma come ci piacerebbe avere l'arroganza del violento che tutto conquista e tutto risolve senza scrupoli, senza guardare in faccia a nessuno, infallibilmente vincente! La Scrittura sa bene quanto l'uomo sia fragile, e invita a non invidiare. È così anche in famiglia, è così nella Chiesa. Le vittorie ottenute con la forza non portano lontano. C'è un modo di fare che ottiene risultati solo in apparenza, ma che non cambia il cuore, che non ha amore dentro, ed è destinato a finire. E chi è abituato a prendersi tutto con la forza perde in poco tempo tutto quello che ha, insieme alla propria anima.
Preghiamo
- Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie; salva
dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia; egli sazia di
beni i tuoi giorni e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza. (dal salmo
102)
«Se
ti coricherai, il tuo sonno sarà dolce».
(Pr 3, 24)
Ci si imbottisce di tranquillanti, di medicine omeopatiche, di tisane naturali, ci si imbratta di pomate costose, si spendono ore nel praticare terapie rilassanti, ci si iscrive a corsi di meditazione e si finisce regolarmente col girare per casa alle tre di mattina. Il sonno non viene. Una volta si diceva che dorme bene chi ha la coscienza tranquilla. La cosa non è proprio così automatica; eppure c'è del vero. Si può quindi leggere questo momento del sonno come il momento in cui ci si lascia andare e si lascia lavorare Dio, o più ancora come il momento in cui ci si può finalmente riposare in pace perché "qualcuno mi ha perdonato". La tensione che a volte non ci fa dormire non è solo quella del lavoro, ma quella che ci conduce ad andare a letto irriconciliati con noi stessi, la nostra famiglia, il mondo. Allora il nostro sonno non è dolce, ma porta con sé il peso di un perdono non avuto o non donato. Lasciatevi custodire dal perdono, per trovare finalmente riposo.
Preghiamo
- O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerro, di te ha sete l'anima mia,
a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua. Così nel
santuario ti ho cercato, per
contemplare la tua potenza e la tua gloria. Poiché la tua grazia vale più
della vita, le mie labbra diranno la tua lode. (dal salmo 62)
«E
aggiunse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno": Gli
rispose: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso "».
(Lc 23, 4243)
I più vicini a Gesù, nella morte come nella vita, non sono gli uomini religiosi e i giusti compiaciuti di sé, ma i peccatori e i poveri. La morte diventa l'estrema occasione di salvezza offerta a chi si è sempre sentito lontano e perduto. A convincere il ladrone è la sorpresa di trovare così vicino un uomo e un Dio da cui si temeva ormai troppo distante. Lo chiama per nome, con il tono della confidenza e dell'amicizia di chi condivide la medesima sorte. E il perdono di Gesù svela una comunione già presente, l'oggi della salvezza che è Gesù prima ancora del ladrone a desiderare. La vicinanza all'uomo peccatore è già l'anticipazione del paradiso: ne fa esperienza chi già da ora diventa capace di chiedere perdono e di lasciarsi perdonare.
Preghiamo
- Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe,
lo tema tutta la stirpe di Israele; perché egli non ha disprezzato né sdegnato
l'afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido
d'aiuto, lo ha esaudito. (dal salmo 21)
«E io vi accoglierò, e sarò per voi come un padre». (2Cor 6,17-18)
Dove porta il lungo e faticoso cammino della riconciliazione? Porta a sentire promesse così, come quelle che Paolo fa dire a Dio: "e io vi accoglierò, e sarò per voi come un padre, e voi mi sarete come figli e figlie". Viene subito in mente la parabola di Luca, quella del figlio che parte lontano, e quando torna trova pronte per lui una veste, un anello, un abbraccio, una festa. Ci piacerebbe vedere scene così nelle nostre famiglie, dove spesso le tensioni e le fatiche portano a sentirsi distanti, e dove i percorsi di comunione e di perdono sono spesso interrotti dalla fragilità o dall'ostinazione, dall'incomprensione o dall'orgoglio. Non ci capiti di restare tristi, come l'altro figlio della parabola, incapace di cogliere la tenerezza e l'affetto del padre. Perché c'è un modo di restare in casa, in famiglia, che non conosce l'umiliazione del peccato e la forza del pentimento. Non conoscerà neppure la gioia del perdono, e l'estasi del sentirsi figli, accolti dalle braccia di Dio.
Preghiamo
- Benedico il Signore che mi ha dato consiglio: anche di notte il mio cuore
mi istruisce. Io pongo sempre innanzi a me il Signore, sta alla mia destra, non
posso vacillare. Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima; anche il
mio corpo riposa al sicuro. (dal salmo 15)
Ai preti capita spesso, durante le
confessioni, di sentirsi dire parole così: «ho detto delle bugie. Sa com'è,
padre, per tener buoni i fgli...» (oppure, a seconda di chi si sta confessando:
per non far arrabbiare il marito, per non litigare con la moglie, perché è
meglio che i miei non lo sappiano...). Il sacerdote esce da queste confessioni
con l'oscura e confusa sensazione che la vita delle famiglie si regga grazie a
un complesso castello di sotterfugi, di mezze verità, di simulazioni e
dissimulazioni in grado di coprire chissà quali magagne. La parola di Dio
spezza questo impossibile e menzognero equilibrio, frutto di un'astuzia troppo
umana per potere durare a lungo, quando propone come autentico criterio di
libertà la scelta della verità. Ci fa bene, in questa terza settimana di
Quaresima riscoprire attraverso l'ascolto e la preghiera la forza della libertà
del discepolo e la leggerezza del dirsi senza timore la verità.
«Se
siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo!».
(G 839)
I Giudei che dialogano con Gesù fanno continuamente riferimento alla figura di Abramo, padre nella fede. Ma il loro riferimento appare più di forma che di sostanza. Sono persone molto religiose ma poco credenti, e tirano in gioco Abramo così come ci si vanta di un'amicizia influente. In realtà, a differenza di Abramo, non si sono mai messi in cammino e in ascolto. Sono talmente inchiodati dalle loro certezze da non rendersi conto della loro paralisi. Hanno visto dalla stazione un treno che parte e si sono convinti di essere in viaggio pure loro. Ed è per questo che Gesù li stuzzica e li provoca: dimostrate coi fatti di avere Abramo per padre. Abramo è l'uomo che ascolta e cammina. E siccome i Giudei che discutono con Gesù non ascoltano e non camminano, non hanno veri legami con lui, e rimangono schiavi. Perché nella vita, se non si hanno legami, si hanno catene.
Preghiamo
- Salvaci, Signore Dio nostro, e raccoglici di mezzo ai popoli, perché
proclamiamo il tuo santo nome e ci gloriamo della tua lode. Benedetto il
Signore, Dio d'Israele da sempre, per sempre. Tutto il popolo dica: Amen.
(dal salmo 105)
«Vedi
come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere».
(Gn 18,27)
La scena che ci descrive il libro della Genesi è tutta da gustare: un'estenuante contrattazione tra Dio e il suo amico per la salvezza di Sodoma e Gomorra, le città del male. Nella concitazione della trattativa, Abramo non dimentica mai, nemmeno per un istante, la differenza tra lui e Dio. E da una parte riconosce di essere "polvere e cenere", dall'altra osa domandare senza paura. Il suo essere nulla è ciò che lo abilita a stare senza timore davanti a Lui. Proprio perché non può offrire un'adeguata contropartita ha il coraggio di appellarsi soltanto alla misericordia e alla bontà del suo Signore. Sa che tra lui e Dio non ci sarà mai uno scambio "alla pari", e questo lo fa sentire immensamente libero. Davanti a Dio si sta da poveri. Non c'è altro modo per guardarlo e per parlargli. Allora si scopre, assieme alla realtà della propria pochezza, la libertà di potergli domandare senza timore. Non come chi pretende, ma come chi stende la mano, e aspetta.
Preghiamo
- Gli occhi di tutti sono rivolti a te in attesa e tu provvedi loro il cibo a
suo tempo. Tu apri la tua mano e sazi la fame di ogni vivente.
(dal salmo 144)
«Il
Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e
lo custodisse».
(Gen 2,15)
L’uomo comincia così: non da padrone. La creazione, della quale è sicuramente il capolavoro, è posta nelle sue mani. E sono mani che imparano la fatica e la dolcezza della custodia e della cura. I due verbi che indicano l'opera dell'uomo sono "coltivare e custodire". È sul secondo termine che vogliamo fermarci. Perché custodire? Da chi? Dio ha posto l'uomo in un giardino protetto, in un luogo di cui traccia i confini rispetto al deserto e alla desolazione. L'uomo deve continuare l'opera di difesa della vita dal rischio che il deserto si riprenda il fazzoletto di terra che è stato trasformato in giardino. Dunque il primo nemico è il caos, la devastazione e la desolazione che possono sempre tornare a prendere il sopravvento. Ma non è l'uomo fatto di polvere, di terra, non è egli stesso principio di desolazione? In qualche modo sì, e il giardino deve essere difeso dall'uomo stesso! Egli che ne è il custode è anche la minaccia. Custodi del mondo, ne siamo la potenziale rovina. E questo ci lascia inquieti e pensosi.
Preghiamo
- Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso
di te è il perdono e avremo il tuo timore. Io spero nel Signore, l'anima mia
spera nella sua parola. (dal salmo 129)
«Eliminate
gli dèi stranieri che avete con voti purificatevi e cambiate gli abiti».
(Gen 35,2)
Quando si parte per un viaggio, non conta soltanto ciò che metti nel bagaglio, ma anche ciò che hai il coraggio di non portarti dietro. Soprattutto se il viaggio ti deve portare lontano, soprattutto se ogni giorno devi fare lo zaino, e ripartire. I patriarchi sono dei grandi viaggiatori, dei nomadi che cambiano spesso casa. E nelle loro peregrinazioni maturano il senso dell'essenziale. C'è sempre qualcosa da buttare, da lasciarsi alle spalle, qualche attaccamento che impedisce la libertà della partenza e la leggerezza del bagaglio, che rende pesante il cammino e insostenibile la fatica della strada. Anche oggi la Parola ci chiede di lasciare qualcosa. E di farlo con gioia. Perché lo si fa mentre ci si "purifica e si cambia d'abito", dice il testo di Genesi: due gesti che non richiamano solo le norme igieniche, ma anche il senso della festa. "Eliminare gli dèi stranieri", abbandonare ciò che ancora ci trattiene, non è principalmente un gesto di ascesi ma un'occasione di festa.
Preghiamo
- Mi indicherai il
sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla
tua destra.
(dal salmo 15)
«Dio
le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d'acqua».
(Gen 21,19)
Il pozzo d'acqua presso cui dissetarsi c'era anche prima, ma Agar non l'aveva visto. Era accecata dal proprio dolore e dalle proprie lacrime e non riusciva più a vedere. Il prodigio di Dio nei suoi riguardi non è - come avverrà per il popolo di Israele - quello di far sgorgare l'acqua dalla roccia, ma di aprirle gli occhi per rivelarle il bene che già c'era ma che lei non era in grado di scorgere. Agar trova da bere per sé e il bambino là dove tutto parlava di aridità e di desolazione. Così agisce Dio nella nostra vita: rivelandoci il bene che c'è. Per farlo ci asciuga gli occhi dalle lacrime, ci aiuta ad uscire dal dolore che non ci fa più vedere cosa e chi ci sta attorno, che sembra proporsi come l'unica realtà esistente. Spesso il miracolo della nostra vita avviene dove abbiamo guardato male, o dove non abbiamo guardato abbastanza.
Preghiamo
- Tutti da te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno. Tu lo
provvedi, essi lo raccolgono, tu apri la mano, si saziano di beni. Se nascondi
il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella
loro polvere. (dal salmo 103)
«Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: "Veramente quest'uomo era Figlio di Dio! "». (Mc 15, 39)
Sulla strada verso il calvario Gesù perde tutti i discepoli che aveva. Non ne resta più nessuno: uno ha tradito un altro ha rinnegato, tutti sono fuggiti. Ma inaspettatamente uno straniero, uno sconosciuto, un nemico si rivela sotto la croce come il discepolo che comprende chi è davvero Gesù. Contempliamo la libertà di Dio che rivelandosi a questo straniero si rivela a tutti gli uomini, senza differenza di religione, ceto sociale, razza e appartenenza. Dall'altra contempliamo la libertà di un uomo che si lascia sorprendere dalla novità di un Dio che non appare nella forza vincente che sconfigge i nemici ma nell'umiltà di uomo che dona la vita per gli altri. Anche noi non possiamo comprendere il segreto e il mistero di Gesù se non percorriamo fino in fondo il cammino che ci conduce a sostare sorpresi sotto la sua croce,
Preghiamo
- Ricorderanno e
torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui
tutte le famiglie dei popoli. (dal salmo 21)
«Voi
stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su
ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me».
(E519,3)
Il popolo di Israele vuole salire fino a Dio, ma non ce la fa. Si porta addosso il peso della propria stanchezza e la fatica del viaggio, cede alla tentazione di voltarsi indietro rimpiangendo ciò che ha lasciato, reclama continuamente miracoli e prodigi, come un bambino capriccioso. E Dio lo sorprende. Ciò che il popolo non sa fare con le proprie forze, è Lui, il Signore a compierlo. "Vi ho sollevato su ali di aquile", dice Dio, "vi ho fatto fare cose di cui non sareste mai capaci". E il popolo scopre la libertà di lasciarsi portare, di fidarsi di questo volo pericoloso, di guardare la terra dall'alto, spettatore di un prodigio inaspettato. Ci sono anche giorni così, nella vita, giorni in cui più che camminare ci sentiamo trasportati e condotti, ben al di là del nostro impegno e delle nostre forze. Ci doni il Signore la grazia di farne gioiosa e abbondante memoria.
Preghiamo
- Riconoscete che il Signore è Dio; egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo
popolo e gregge del suo pascolo. Varcate le sue porte con inni di grazie, i suoi
atri con canti di lode, lodatelo, benedite il suo nome. (dal salmo 99)
QUARTA SETTIMANA - RELAZIONI ALLA PROVA
Le cose cambiano, in tutte le famiglie come nella vita. E non soltanto perché "gli anni passano, i figli crescono e le mamme imbiancano ", ma perché lo scorrere logorante del tempo scava le distanze, sconvolge gli equilibri, trasforma nel bene e nel male anche i rapporti apparentemente più inossidabili. Anche le relazioni migliori prima o poi, entrano nella prova, anche i legami famigliari faticano a sostenere i cambiamenti, le incomprensioni, i distacchi. Capita di vivere da estranei, di vivere non sapendo più chi è l'altro, chi è colui che ti sta a fianco. Capita di prendere le distanze dall'altro, che pure è uno della tua casa, di dire che con lui non puoi o non vuoi avere nulla a che spartire. In questa quarta settimana di Quaresima la nostra preghiera chiede il dono di sostenere le relazioni messe alla prova, di vivere con fiducia i cambiamenti e i passaggi dell'esistenza quotidiana, senza i quali la vita stessa non cresce e non matura.
«Rabbi,
chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?».
(Gv 9,2)
Ci sono domande che nascono spontanee, nel momento della prova, ma che sono domande cieche. Impossibile non domandarsi "perché", ma anche pericoloso. A volte la domanda nasconde solo il desiderio di essere rassicurati; altre volte la domanda ricerca un colpevole: la rabbia di una ferita che mina la fiducia nel carattere buono della vita ha bisogno di prendersela con qualcuno, con gli altri, fosse anche con Dio. Ma sono domande che non portano da nessuna parte. Il Signore non ci condannerà per queste domande, ma ci apre uno squarcio di luce con domande nuove: dove posso trovare un lampo di luce, anche nella prova? Dove una parola di bene che ancora renda possibile un cammino, una speranza? Poi la vita diventa semplicemente il procedere sotto il faro del bene anche solo intravisto, fino a riconoscerne il volto in Gesù, luce dei nostri occhi.
Preghiamo
- È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce. Concedi la
tua grazia a chi ti conosce, la tua giustizia ai retti di cuore. (dal salmo
35)
LUNEDÌ 19 MARZO Relazioni alla prova San Giuseppe
2Sam
7,4-5.12-14.16; Sal 88; Rm 4,13.16-18.22; Lc 2,41-51 (oppure Mt 1,16.18-21.24)
«Giuseppe,
figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel
che è generato in lei viene dallo Spirito Santo».
(Mt 1,20)
Il Signore chiede a Giuseppe una paternità ben strana. Egli ne porta tutta la responsabilità senza che gli venga diminuita la percezione di una estraneità, di una impotenza. Qualcosa accade senza di lui, eppure a lui è affidata. Forse ogni paternità deve passare da questa prova di fiducia: credere e dedicare la vita a ciò che ci è solo affidato, a relazioni che chiedono a noi l'intera vita senza essere un possesso, ma solo un affidamento. Questa fiducia apre alla vita, questo legame diventa principio di libertà e di affetto senza essere un vincolo che imprigiona. II Vangelo apre a legami di libertà e di responsabilità. È lo Spirito che genera sempre nuovi figli, che con piena libertà e imprevedibile fantasia colora l'esistenza di nuova vita. Il diventare discepoli, seguendo Gesù verso la pasqua, è un esercizio che ci rende capaci di nuovi legami, di una paternità e maternità spirituale.
Preghiamo
- Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo
volto: esulta tutto il giorno nel tuo nome, nella tua giustizia trova la sua
gloria. (dal salmo 88)
«Chiedete
e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto».
(Mt 7,7)
La preghiera di domanda è forse quella più elementare. Anche per questo tante volte scompare nella nostra vita, quando ci sembra di essere ormai grandi e di non poter più chiedere come bambini. Smettiamo di chiedere ma spesso anche di pregare. Diventare grandi non significa smettere di essere figli. E un figlio chiede non per ottenere - questo è il lato infantile della richiesta che certo deve cambiare - ma semplicemente perché ha fiducia, perché sa di essere amato. La domanda di richiesta esprime in modo radicale la nostra condizione di dipendenza, il nostro non essere assoluti. L'insistenza di cercare e bussare plasma poi la nostra domanda: continuiamo a chiedere per lasciarci cambiare dalla preghiera, dalla relazione con il Signore, fino ad imparare a non volere altro da quel bene che lui conosce ben meglio di noi.
Preghiamo
- Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! Si rifugiano gli uomini all'ombra
delle tue ali, si saziano dell'abbondanza della tua casa e li disseti al
torrente delle tue delizie. (dal salmo 35)
«Entrate
per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce
alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa».
(Mt 7,13)
Fare
fatica oggi è per molti sintomo di fallimento. Se nelle relazioni cominciamo a
sperimentare uno sforzo e una fatica allora vuol dire che qualcosa non funziona.
La spontaneità è diventato il mito negli affetti come nella fede. Ovviamente
al mito della spontaneità non si deve opporre quello del volontarismo: «se
ci credi, se ti sforzi, ci riesci». La vita è più complicata e più bella.
Uno si mette a seguire il Signore perché affascinato dalla sua bellezza, come
ama una persona persuaso dal carattere promettente del suo apparire. Ma proprio
questo spontaneo fidarsi chiede poi di non avere paura di quando l'amore e la
fede potrà chiedere molto. E la fatica è il segno che si è entrati davvero
nel cuore della vita, della fede e delle relazioni. Là dove si conosce
l'intensità di quanto "vale la pena", ovvero vale la fatica, è
ragione che giustifica il dono di sé, l'impegno di chi mette tutto se stesso
nell'opera buona a cui scopre di essere chiamato.
Preghiamo
- Amore e giustizia voglio cantare, voglio cantare inni a te, o Signore. Agirò
con saggezza nella via dell'innocenza: quando verrai a me? Camminerò con cuore
integro, dentro la mia casa. (dal
salmo 100)
«Cadde
la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella
casa».
(Mt 7,2s)
C’è una notizia tremenda nel vangelo di oggi: su tutte e due le case - quella costruita sulla roccia e quella sulla sabbia - cadono gli eventi devastanti e distruttivi della vita. Significa che costruire la nostra fede e la nostra casa sulla roccia solida non ci preserva dalle prove e dal dover combattere contro forze malvagie che sembrano accanirsi senza una ragione plausibile. Ma proprio dentro questa notizia drammatica ne scopriamo una buona: nella prova si capisce il fondamento. Questo è nascosto, non si vede, ed è giusto che sia così: una casa si vede dalle sue pareti, le finestre e il tetto con tutto il resto. Ma sai bene che la consistenza di quella casa poggia nel profondo. E questa roccia non siamo noi a porla, per fortuna, ma ci precede e ci sostiene. Proprio nei momenti burrascosi della vita ne assapori la robustezza. Poco importa allora se le pareti della casa portano i segni delle intemperie: le rughe sulla pelle del viso parlano delle prove della vita, ma spesso lo rendono più intenso e più tenero.
Preghiamo
- Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino. Ho
giurato, e lo confermo, di custodire i tuoi precetti di giustizia. Sono stanco
di soffrire, Signore, dammi vita secondo la tua parola. Signore, gradisci le
offerte delle mie labbra, insegnami i tuoi giudizi. (dal salmo 118)
«Gesù
allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse
alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!': Poi disse al discepolo:
"Ecco la tua madre!': E da quel momento il discepolo la prese nella sua
casa».
(Gv 19,26-27)
Fin dall'inizio la relazione di Maria con il proprio figlio è stata segnata anche dalla fatica e dalla prova. Il vecchio Simeone, tenendo il bambino tra le braccia, aveva profetizzato: «anche a te una spada trafiggerà l'anima». Questa prova si compie sotto la croce, dove Maria per trovare il proprio figlio deve essere disposta a perderlo. Questo per Maria è un nuovo parto: è un generare di nuovo il Signore e consegnarlo nella mani di un altro. Lei stessa diventa di nuovo madre: non solo del Figlio ma di ogni credente che sotto la croce è affidato alla sua cura. La chiesa che nasce sotto la croce raccoglie uomini e donne feriti dall'amore. La prova attraversata con un amore incondizionato diviene fecondità inaspettata per la vita del mondo.
Preghiamo
- E io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del
Signore alla generazione che viene; annunzieranno la sua giustizia; al popolo
che nascerà diranno: "Ecco l'opera del Signore!". (dal salmo 21)
«E
prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva».
(Mc 10,16)
Gesù cammina verso Gerusalemme insieme ai discepoli che sembrano non capire la sua parola. L'incomprensione si tramuta in ostacolo anche per chi vuole avvicinare Gesù. Egli stesso è come un bambino, meglio un figlio: cresce nella fiducia verso il Padre, cammina seguendo la sua volontà, vive come i piccoli e i poveri che confidano nell'aiuto del Signore più che nelle proprie forze. I discepoli sono come degli adulti: si misurano sulla loro grandezza e la loro forza e per questo non capiscono più Gesù, il loro Maestro. Essi lo vorrebbero comprendere con i parametri dell'uomo vincente, "che non deve chiedere mai". Il cammino dietro Gesù è per questo un cammino che richiede semplicemente di restare discepoli, bambini e figli. Dobbiamo anche noi lasciarci andare nelle braccia del Signore, lasciarci toccare e benedire da lui: troveremo ristoro per le nostre fatiche, una fiducia nuova nel cuore.
Preghiamo - Ricordo i giorni antichi, ripenso a tutte le tue opere, medito sui tuoi prodigi. A te protendo le mie mani, sono davanti a te come terra riarsa. Rispondimi presto, Signore. Al mattino fammi sentire la tua grazia, poiché in te confido. (dal salmo 142)
QUINTA SETTIMANA - GLI AFFETTI E LE LACRIME
Il mistero della morte non chiede il permesso per entrare tra le mura di casa. È mistero fatto di lacrime, ma anche di affetti. A volte una famiglia riscopre la grazia di accogliersi e di ritrovarsi e stringersi a partire da un dolore, da una sofferenza che toglie le parole, ma lascia intatta la risorsa del rimanere, la grazia di una vicinanza silenziosa e discreta. Spesso sono proprio i legami che nascono da un dolore condiviso a segnare in maniera indelebile la vita delle persone. Ascoltare insieme la Parola in questa quinta settimana di Quaresima significa desiderare il dono di una parola che non passa, capace di aprire uno squarcio di luce sul mistero della sofferenza e della morte. Una famiglia visitata dal dolore, che impara a vegliare in preghiera, regala a se stessa una qualità della relazione destinata a mettere radici e a durare per sempre, perfino oltre la morte.
DOMENICA
25 MARZO Gli affetti e le lacrime
«Invece
gli Israeliti avevano camminato sull'asciutto in mezzo al mare, mentre le acque
erano per loro una muraglia a destra e a sinistra».
(Es 14, 29)
Attraversare il mare camminando all'asciutto: passaggio impossibile. Eppure il popolo si trova davanti ad una scelta tanto necessaria quanto superiore alle sue forze. Non può tornare indietro, gli pare impossibile andare avanti. E nel cuore una grande paura! Passaggi come questi sono inevitabili nella vita di ogni credente. Seguire Gesù non assicura la vita dalle avversità e dalla prova, tutt'altro. E quando la vita sembra chiudere gli spazi e le vie di uscita, anche il credente grida dalla paura. Vorremmo attraversare il grande mare delle prove e della paura imparando a fidarci dell'amicizia di Gesù. Entrare nei passaggi difficili seguendo il Maestro che per primo ha attraversato la morte per donarci una speranza di vita. Le acque della prova diventano il passaggio che racconta la cura e la protezione di Dio che non ci lascia soli di fronte alla morte, che ci apre una strada dove tutto sembra impedire il cammino.
Preghiamo
- Voglio cantare in onore del Signore: perché ha mirabilmente trionfato, ha
gettato in mare cavallo e cavaliere. Mia forza e mio canto è il Signore, egli
mi ha salvato. È il mio Dio e lo voglio lodare, è il Dio di mio padre e lo
voglio esaltare (dal cantico di Es 15)
«Come
è possibile?».
(Lc 1, 24)
Quando il mistero di Dio entra in una casa la sconvolge, ribalta i piani. È stato così fin dall'inizio. Per questo credere passa dal porre delle domande e n solo dal dare un assenso. La scrittura è piena di domande poste a Dio, e anche Gesù affronta la pasqua con una domanda aperta, in ricerca della volontà del Padre. Ma appunto devono essere domande aperte. A volte invece le nostre sono domande che hanno già deciso quale debba essere la risposta. "Come è possibile", non significa: "ho deciso che non è possibile"; ma semplicemente il riconoscimento che il mistero che si rivela ci supera e ci sorprende. Per questo la fede di Maria è una strada per entrare nella pasqua, perché è una domanda che lascia aperta la risposta, che lascia il futuro nelle mani di Dio, per il quale nulla è impossibile. Anche noi vorremmo imparare a vivere così: con domande che ci aprono al miracolo dell'impossibile che Dio regala alla nostra vita.
Preghiamo
- Allora ho detto: 'Ecco, io vengo. Sul rotolo del libro di me è strido, che
io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel
profondo del mio cuore ". (dal salmo 39)
«Gli
rispose Simon Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita
eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio"».
(Gv 6,63-70)
L'apprendistato del discepolo conosce momenti di smarrimento: il discorso di Gesù appare duro, il suo linguaggio esigente. Si rimane attaccati al Maestro, che cammina deciso verso Gerusalemme, nel nome di una intuizione: Tu solo hai parole di vita eterna. Può capitare di non capire tutto del Signore, di sentire che la sua parola come una spada ci trafigge l'anima e il corpo. Di sentire che si fanno strada dentro di noi dubbi e incertezze. Il cammino della fede chiede proprio di "sostenere il dubbio" e non è un percorso di sole certezze. La certezza che rimane allora ha semplicemente il volto di Gesù, la forza della relazione con lui. Si rimane attaccati al Signore senza alcun motivo che la sua promessa di vita, la grazia che ci ha chiamati, la speranza che ha suscitato nel cuore. Si cammina meno baldanzosi, più umili, e consapevoli delle nostre fragilità, che sono quelle di tutti. Ma cresce un attaccamento al Signore come unica speranza, come unica ragione di vita.
Preghiamo
- Ma tu, Signore, sei mia difesa, tu sei mia gloria e sollevi il mio capo. Al
Signore innalzo la mia voce e mi risponde dal suo monte santo. Io mi corico e mi
addormento, mi sveglio perché il Signore mi sostiene. (dal salmo 3)
«Ma
non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non
capivano ciò che egli aveva detto».
(LC M 34)
Più
si avvicina la pasqua e più cresce l'oscurità nel cuore dei discepoli. Non
comprendono nulla, anche le parole del Maestro restano oscure. La parola che
illumina ora pare gettare nelle tenebre. Sembra un paradosso: la sua Parola non
era lampada ai nostri passi? Può la Parola farsi oscura, incomprensibile? Anche
questo è possibile, ma «nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è
chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce» (Sal 139, 12). La
Parola ci porta dentro la nostra oscurità, la durezza del nostro cuore,
l'incredulità che abita dentro di noi. Ci prende per mano e ci costringe ad
entrare nelle tenebre del male, dell'oscurità di un mondo che ha rifiutato la
luce. Ma c'è un vangelo anche in questa zona oscura: il Signore non viene meno
nella sua fedeltà all'umano, anche quando ogni luce si spegne. La luce è solo
nella sua fedeltà, nella tenacia di un amore che non si spezza, che non viene
mai meno.
Preghiamo
- Il mio piede sta su terra piana; nelle assemblee benedirò il Signore.
(dal salmo 25)
«Risposero
le guardie: "Mai un uomo ha parlato come parla quest'uomo! "». (GG
7,46)
Gesù'
parola di Dio fatta carne sembra imprendibile: sorprende anche coloro che
vengono per prenderlo", che vorrebbero "mettergli le mani
addosso". Sfugge da ogni parte, non si lascia imprigionare dalle nostre
precompressioni e dai nostri pregiudizi. Proprio per questo è parola unica,
sorprendente, più grande dei nostri fragili ragionamenti. Ma la sorpresa più
grande, fino ad essere incredibile, è che questa parola che non si lascia
"prendere" si consegnerà nelle mani dei nemici, sarà una parola
umile e docile come un «agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte
ai suoi tosatori, che non aprì la sua bocca» (Is 53, 7). Proprio in questa
consegna la Parola resterà fedele a se stessa, unica: mai nessun uomo ha
parlato così. Occorrerà imparare un "rispetto" e una venerazione
per una parola così, bisogna accostarla con timore e tremore: non vogliamo
,,mettergli le mani addosso", ma metterci nelle sue mani, per sempre.
Preghiamo
- Io sono povero e infélice, vieni presto, mio Dio; tu sei mio aiuto e
mio salvatore; Signore, non tardare.
(dal salmo 69)
«Gesù,
voltandosi verso le donne, disse: "Figlie di Gerusalemme, non piangete su
di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli "».
(Lc 23, 28)
Sembra insensibile un Signore che respinge le lacrime delle donne, che non accoglie il loro dolore. Ma c'è un dolore che rimane sterile, che viene esibito senza smuovere il cuore alla conversione. Ecco che allora il Signore vuole suscitare nelle donne un pianto che apra il cuore al cambiamento. C'è infatti un pianto legato all'emozione che distrae, che mentre si concentra sull'altro fugge dal guardarsi nel profondo, non si mette in gioco. C'è invece un pianto che conduce ad una comprensione più vera dell'evento di cui le donne non sono solo spettatrici esterne, ma attrici che condividono il peccato di tutti gli uomini. La compunzione è un cuore spezzato: la ferita che sente il peccato come non estraneo e conduce la libertà alla conversione vera. Sentire il male è già vincere la durezza di un cuore insensibile, è aprirsi alla medicina del perdono, alla terapia della parola che salva come una spada, entrando nelle viscere, ferendo il cuore.
Preghiamo
- Eppure tu abiti la santa dimora, tu, lode di Israele. In te hanno speralo i
nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberali; a te gridarono e furono
salvati, sperando in te non rimasero delusi. (dal salmo 21)
«In
quel tempo Gesù disse: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della
terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e
le hai rivelate ai piccoli"».
(Mt 11-25)
Se la Parola della pasqua rimane oscura e imprendibile, se la nostra mente non riesce a comprendere il disegno d'amore che si rivela nel cammino di un Dio che va a morire, la stessa parola diventa un segreto svelato ai piccoli. Quando ci pensiamo intelligenti e sapienti e vogliamo misurare la parola, e vogliamo costringerla dentro i nostri progetti, essa ci appare dura e incomprensibile. Ma ai piccoli e ai poveri, a coloro che sono affaticati e oppressi, essa si rivela come lieto annuncio, come un grido di gioia, come un dolce segreto. Dio resiste ai superbi e si rivela agli umili. 1 piccoli sono coloro che non confidano nelle proprie forze, e proprio per questo hanno la docilità di mettersi nelle mani del Padre. La forza dei piccoli è una fiducia incrollabile nella fedeltà di Dio. Anche Gesù, mite e umile, come un piccolo del regno, andrà incontro alla pasqua con la sola forza della fiducia nel Padre: e ci apre il segreto della vita che vince la morte.
Preghiamo
- Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato,
non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi
del Signore, la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto. (dal salmo
77)
SETTIMANA
SANTA - DARE LA VITA PER GLI AMICI
C'è una cosa che non deve mai capitare in una famiglia. È quel modo di fàre per cui non si ha il coraggio di chiedere all'altro. Una famiglia dove non si ha mai il coraggio di donarsi, di perdersi, una casa che diventa "albergo " non soltanto perché ci si resta poco tempo, ma perché non ci si affeziona, perché l'altro non diventa mai tanto importante da far crescere nel cuore il desiderio di donargli me stesso. Vivere nella famiglia della Chiesa significa abitare in una casa dove ti viene chiesto molto. Ti viene chiesto, semplicemente, di dare la vita. Dare la vita "offrendosi liberamente", come si dice del Signore che va a morire, che consegna se stesso per amore. Contempliamo nella nostra preghiera in famiglia di questa Settimana Santa l'amore esigente di Gesù. Esigente verso se stesso, in questa determinazione incrollabile di consegnarsi nella mani dei peccatori, esigente nei nostri confronti quando ci chiede di amare come ha fatto liti, senza tenere nul1aper sé, senza domandare nulla in cambio.
«Non
temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, seduto sopra un puledro d'asina».
(Gv
2,15)
C'
è un clima di festa all'inizio della passione. La gioia a cui ci invita la
scrittura, nella pagina di Zaccaria, e la scena stessa del vangelo, sono un
invito paradossale. Fare festa per un Dio che va a morire, per un re che si
presenta sconfitto, che non ostenta la sua forza. Eppure la gioia cristiana è
proprio segnata da questo paradosso. È la gioia che non dimentica il dolore,
lo stupore di un Dio che viene condividendo la nostra debolezza. Il suo invito
è a non avere paura: la paura è la vera nemica della gioia; e la nostra vita
è piena di paure: della morte, della fragilità della vita, della possibilità
che il bene ci sia tolto; a volte è paura di Dio stesso. Ma egli viene mite e
dolce e per questo vince la nostra paura. La sua regalità ha come trono la
croce, la sua forza è solo quella di chi dona la vita.
Preghiamo
- Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace, finché non si
spenga la lima. E dominerà da mare a mare, dal fiume sino ai confini della
terra.
(dal salmo 71)
LUNEDÌ
2 APRILE Lunedì Santo Dare la vita per gli amici
«Io,
quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».
(G 12,32)
Il mistero della morte si presenta nella vita degli uomini come uno strappo, la ferita di legami che sono spezzati, il dolore di una dipartita insopportabile. L'amore non sembra capace di salvare da questa separazione. Ma è anche esperienza umana la percezione che proprio nella separazione si compie una pienezza della relazione: quando viviamo nell'amore la perdita, proprio allora scopriamo l'intensità del legame. Gesù ha vissuto la sua pasqua come il compimento della sua relazione con l'umanità: un dono che fa anche del morire il gesto supremo del suo legame con gli uomini. Per questo, una morte così, una vita interamente donata, diventa principio di comunione, forza che attira a sé, legame indistruttibile di una vicinanza definitiva, speranza capace di raccogliere le nostre vite disperse.
Preghiamo
- Rispondimi, Signore,
benefica è la tua grazia; volgiti a me nella tua grande tenerezza. Non
nascondere il volto al tuo servo, sono in pericolo. presto, rispondimi. (dal
salmo 68)
MARTEDÌ
3 APRILE Martedì Santo Dare la vita per gli amici
«Voi
non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il
popolo e non perisca la nazione intera».
(Gv 11,49-50)
Nelle
battaglie li chiamano "danni collaterali": cosa importa la vita di
uno solo, di fronte alla sopravvivenza del gruppo? Dio entra nei nostri
ragionamenti e li trasfigura, li porta al paradosso e mentre ne svela la
menzogna, apre ad una nuova interpretazione della vita. Per Dio la vita di un
singolo vale in modo assoluto, e per un solo uomo sarebbe pronto a dare la sua.
Il sacrificio che Dio gradisce non è mai la vita di un altro per qualsiasi
grande causa, ma il dono della propria anche per un solo uomo. Smettiamo
quindi di fare i conti con "danni collaterali" inevitabili, e
incominciamo a contare con il metro di Dio: quello che mette in gioco la propria
vita gratuitamente, e che per questo riconosce un prezzo inestimabile alla vita
di ogni uomo. In questo modo di "contare", proprio del dono, i
parametri sono differenti, sono quelli propri di Dio, sono quelli che aprono
alla gratuità, sono quelli che custodiscono il valore incommensurabile della
vita.
Preghiamo
- Beato l'uomo che ha
cura del debole,
nel giorno della sventura il Signore lo libera Veglierà su di lui il Signore, lo farà vivere beato sulla terra, non lo abbandonerà alle brame dei nemici. Il Signore lo sosterrà sul letto del dolore; gli darai sollievo nella stia malattia. (dal salmo 40)
MERCOLEDÌ
4 APRILE Mercoledì Santo Dare la vita per gli amici
«Allora
i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo
sacerdote, che si chiamava Caifa, e tennero consiglio per arrestare con un
inganno Gesù e farlo morire».
(MC 26,3-4)
Nei
palazzi si congiura, si trama nell'ombra, si decide la vita degli uomini, si
tiene consiglio per sopprimere gli avversari. C'è un'ombra sinistra nella
passione che si consuma nei palazzi dei grandi, che vive di inganni e di
menzogna. Mentre Gesù cammina a viso aperto, si manifestano i piani vergognosi
dei potenti, viene a galla la menzogna. La morte di Gesù, mentre rivela la
luminosità del suo amore, mette in luce anche le tenebre delle nostre menzogne,
dei sotterfugi e degli inganni. Tutto questo va in scena non solo nei palazzi
del potere, ma anche nelle stanze dei religiosi, nei piani di chi rappresenta
presso gli uomini il punto di vista di Dio. Il Signore conceda alla chiesa di
non perdere mai il contatto con gli uomini, di non chiudersi mai nei propri
palazzi e nelle proprie mura. Il Signore conceda anche a noi di lasciarsi
purificare dall'amore sincero di un Dio che non nasconde nulla di sé; ci porti
ogni volta alla luce, ci faccia rinascere dalle tenebre alla vita nuova.
Preghiamo
- Gioia e allegrezza grande per quelli che ti cercano; dicano sempre:
"Dio è grande " quelli che amano la tua salvezza (dal salmo 69)
TRIDUO
PASQUALE ENTRARE NELLA PASQUA
È
sempre più raro - e forse per questo sempre più bello - vedere una famiglia
che nei giorni del Triduo pasquale, insieme trova il tempo e il desiderio di
recarsi in chiesa a celebrare con tutta la comunità il mistero della passione e
risurrezione del Signore, Una famiglia cristiana è una famiglia normale;
arriva a celebrare il Triduo con tempi e stili diversi in ciascuno dei suoi
componenti. È come la famiglia dei discepoli di Gesù. Il Maestro dona tutto
se stesso, il suo corpo e il suo sangue, ad una comunità ancora fragile,
che fa i conti con la propria distanza e con le proprie paure. Entrare nella
pasqua coma famiglia cristiana significa sedersi a tavola con il Signore e
lasciarsi nutrire dalle sue parole e dal suo corpo. Proveremo anche noi a non
fuggire di fronte allo scandalo di un Dio che va a morire, ma come Maria e l
'apostolo amato vogliamo sostare in preghiera sotto la croce del Signore
vegliando fino all'alba della risurrezione.
GIOVEDÌ
5 APRILE Giovedì Santo - Cena del Signore Entrare nella Pasqua
Gn
1,1-6;2,1-2.11;3,1-5.10;4,1-11; 1Cor 11,20-34; Mt 26,17-75
«Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici Mentre mangiavano disse: "In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà"». (Mt 26, 20-21)
Strana famiglia quella dei discepoli di Gesù. Uno lo tradisce, l'altro lo rinnega, e tutti litigano tra di loro e fuggono a nascondersi nel momento supremo. Ma proprio con loro Gesù si siede a tavola e consegna il suo testamento, il suo corpo e il suo sangue. Questo testamento è il momento che costituisce i dodici nella chiesa di Gesù. Facendone memoria ritroviamo il nostro posto: quello di discepoli amati nella loro fragilità, radunati con i loro difetti e i loro peccati, salvati e perdonati dall'amore di un Maestro che si mette proprio nelle loro mani. Se Gesù non ha avuto paura della fragilità dei discepoli, se loro stessi non l'hanno nascosta ma raccontata senza pudore, anche noi possiamo ripartire da questa immeritata fiducia per rinnovare le nostre fraternità, e i nostri legami. Essi hanno il fondamento non nelle nostre forze, nei nostri meriti, ma nella fedeltà di un Signore che continua a donare se stesso per noi, che ancora ci perdona e ci chiama alla sua mensa.
Preghiamo
- Davanti a me tu prepari :ma mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi
di olio il mio capo. Il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno
compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per
lunghissimi anni. (dal salmo 22)
VENERDÌ
6 APRILE Venerdì Santo - Passione del Signore Entrare nella Pasqua
«Nessuno
ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». (GV
15,13)
La sapienza spiccia della vita, anche quella accolta dalla scrittura, sembra scettica sulla forza dei legami, sulla tenuta dell'amicizia nella prova: «Le ricchezze moltiplicano gli amici, ma il povero è abbandonato anche dall'amico che ha» (Pr 19, 4). «C'è l'amico compagno a tavola, ma non resiste nel giorno della tua sventura» (Sir 6, 10). Sembra una verità amara. Ma dobbiamo anche cogliere il rovescio della medaglia: i legami e gli affetti, l'amore e l'amicizia mostrano la loro verità nel travaglio della prova, nella sfida della morte. Qui Dio si rivela come amico e svela la verità dei nostri legami: dare la vita. Non solo nel senso di donare gioia, gusto, felicità, tempo, affetto; ma ancor più dare la vita significa donare se stesso perché l'altro viva, perché non sia schiacciato dalla violenza e dal male. È quello che Gesù fa nell'ora della prova: si consegna perché i discepoli non siano presi, offre se stesso al posto dell'amico. Ogni volta che questo accade la vita si mostra nella sua forza, e Dio rivela il suo volto più vero.
Preghiamo
- Hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano, mi osservano: si dividono le mie vesti, sul mio vestito
gettano la sorte. Ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, accorri in mio
aiuto. (dal salmo 21)
Giorno
di silenzio il sabato santo. Il grande silenzio di Dio che ha detto tutto di sé
nel dono definitivo del Figlio. Silenzio della tomba nella quale il Salvatore
del mondo è sceso per chiamare alla vita ogni uomo perduto. Silenzio di attesa
dell'alba nuova, del giorno nuovo di risurrezione. C'è una parola nuova che
possiamo attendere solo in silenzio, che dobbiamo lasciare al Padre che ancora
ci sorprende come datore di vita oltre ogni morte. È un silenzio difficile,
come sempre difficile è lasciare la parola all'altro, come sempre è difficile
accettare di restare muti di fronte al mistero della vita. Ma di questo silenzio
ha un bisogno immenso la nostra vita. Di questo silenzio hanno bisogno le nostre
chiese e le nostre famiglie: un silenzio pieno di ascolto, di attesa di speranza
e di trepidazione. La vita può farsi di nuovo spazio solo se lasciamo questa
interruzione nei nostri discorsi, se accettiamo di non volere avere l'ultima
parola. L'ultima parola resta nelle mani del Padre, e per fortuna!
Compi
forse prodigi per i morti? O sorgono le ombre a darti lode? Si celebra forse la
tua bontà nel sepolcro, la tua fedeltà negli inferi? Nelle tenebre si
conoscono forse i tuoi prodigi, la tua giustizia nel paese dell'oblio?
(dal salmo 89)
PASQUA
DI RISURREZIONE RINASCERE
Ci
sono momenti dove ci si trova perché ci sono notizie da festeggiare, passaggi
importanti da celebrare. Si celebra la vita che procede, ci si augura ogni
bene, si invoca la benedizione di Dio sulle scelte più impegnative. La vita
va avanti, ricomincia dopo ogni morte, rinasce.
La
festa di Pasqua ci trova come famiglia cristiana a celebrare il Risorto
accogliendolo ancora nelle nostre comunità con il dono del suo Spirito, con
l'invito a vincere ogni paura, a partire per nuove strade. E ci trova anche a
radunarci nelle nostre famiglie: non è solo un gesto di tradizione, può
essere molto di più. Può diventare la grazia di rinascere, come famiglie, di
scoprire che la strada dell'amore vince ogni paura. Il maestro ci apre la
strada: è quella della missione di ogni famiglia, quella di tenere viva la
speranza dell'amore oltre ogni morte e ogni fatica.
DOMENICA
8 APRILE Pasqua nella Resurrezione del Signore Rinascere
«Essa
allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: "Rabbunì!" che
significa: Maestro!». (Gv
21,16)
Quante volte deve voltarsi Maria per riconoscere Gesù! C'è una inquietudine nel testo che attraversa i movimenti del corpo: Maria si piega in avan per vedere dentro il sepolcro, si gira una prima volta, per parlare con Gesù senza riconoscerlo; e poi una seconda, per rispondere alla voce di Gesù che la chiama per nome. E come se la parola della resurrezione dovesse attraversare lo strazio di un corpo ripiegato nel dolore, il velo delle lacrime che impediscono la vista di ciò che di nuovo accade. Ma la Parola della risurrezione è capace di ridare vita non solo al corpo di Gesù ma anche ai nostri corpi rattrappiti dalle ferite degli affetti perduti. La sua Parola riporta vita nei nostri corpi, apre lo sguardo a nuove visioni, converte il corpo a nuove prospettive, rimette in cammino verso nuovi fratelli: tutto riprende vita.