PROMESSE DIVINE

“Papa Giovanni” Collegio Missionario Sacro Cuore – 70031 Andria (BA) Anno XVI n.39 del 22-11-1982. 

Il Cuore Divino di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria

Don Bertetto s.d.b.

I

IL CUORE DIVINO DI GESÙ

Durante la lettura di queste pagine siamo invitati a ripetere il gesto di s. Giovanni nell'ultima Cena: posa­re il capo sul Cuore di Gesù per fare esperienza viva e personale dell'amore che arde in questa fornace ar­dente di carità, in modo che l'amore e gli altri santissi­mi sentimenti del Cuore di Gesù, specie di mitezza e di bontà, ci siano trasfusi per sempre e santifichino e in­fiammino il nostro cuore, per renderlo veramente sa­cerdotale.

Ambiente storico e dottrinale

In ogni secolo sono sorti dei negatori della realtà di­vina e umana di Gesù Cristo: alcuni ne hanno negato le prerogative divine, riducendolo a semplice uomo straordinario. Altri ne hanno negata la realtà umana, vanificandola, quasi sia impossibile o sconveniente per Dio rivestire la nostra natura. Altri, infine, non hanno riconosciuto l'unione personale tra la divinità e l'umanità in Gesù Cristo non riconoscendo in lui l'unica persona divina del Figlio divino, che esiste ed agisce nella reale natura umana, da lui assunta con la cooperazione materna e verginale di Maria, per opera dello Spirito Santo, ai fini dell'incarnazione redentri­ce di tutta la famiglia umana, schiava del peccato.

Per prendere le proprie difese ed allontanare questi errori dai suoi fedeli, Gesù si è servito del magistero dei Sommi Pontefici, dei Vescovi, di vari concili ecu­menici, dei teologi, i quali, alla luce della divina Rive­lazione, hanno presentato il vero volto di Cristo e re­spinto ogni sua deformazione.

Ma nel secolo XVII, con il Giansenismo, sono sorti i peggiori avversari di Gesù Cristo, che lo hanno colpito nel cuore, presentandolo come un sovrano da temere e non un Salvatore da amare. Ed allora Gesù stesso, in persona, ha preso le difese del suo amore oltraggiato, ha manifestato il suo cuore trafitto, fiammeggiante di amore per l'umanità ed ha rivolto un pressante invito all'amore ed alla riparazione, promettendo la sovrab­bondanza dei suoi doni a quelli che lo avrebbero ac­colto.

La fedele discepola ed apostola del Cuore di Gesù è stata un'umile suora della Visitazione, educata alla scuola dell'amore, impartita dagli scritti e dagli esem­pi del suo fondatore, s. Francesco di Sales.

S. Margherita Alacoque, nata il 22 luglio 1647, a Ve­rosvres in Borgogna, nel centro della Francia, a poco distanza da Paray-le-Monial, era entrara nel convento della Visitazione di Paray nel 1671, attratta dagli in­terni impulsi della grazia, favoriti dall'attrattiva esterna della fama di s. Francesco di Sales, già elevato agli onori degli altari e della madre de Chantal, morta solo 6 anni prima.

S. Margherita Maria, al tempo delle apparizioni, era quindi appena agli inizi della sua vita religiosa: ma l'alto livello della sua vita spirituale ci è indicato dalle testimonianze delle sue consorelle. Le riunisce uno dei suoi biografi, mons. E. Bougaud, vescovo di Laval, scrivendo: «Ciò che più meravigliava le suore di Paray nell'esaminare la vita di Margherita Maria era la lun­ghezza ed il carattere estatico della sua preghiera. In certi giorni, per esempio, quando il SS. Sacramento era esposto, essa non lasciava mai solo il coro. Debole in salute e spesso anche convalescente da malattie, es­sa rimaneva ore intere immobile, inginocchiata, senza appoggio, con le mani giunte e gli occhi bassi. Alle sue devozioni del giorno ella cominciò, verso la fine del 1673, ad aggiungere preghiere durante la notte; dal giovedì santo al venerdì santo, essa rimaneva dodici ore consecutive in ginocchio, così assorta da non sen­tire nulla di quanto accadeva intorno a lei. Le suore, non sapendo come discrivere questo stato, la parago­navano ad una statua di marmo e la chiamavano "estatica". Frequentemente essa usciva dalla preghie­ra vacillante; senza potersi reggere e quasi svenuta. (E. Bougaud, Life of s. Margaret Mary Alacoque, New York, Benzinger Bro., 1920, pp. 160-161).

Eppure, questa vergine consacrata era così umile «da aver sempre sentita una grande inclinazione a seppellire se stessa nell'eterna dimenticanza delle creature» (Ibid. p. 162).

Questa era la persona, scelta da Gesù, per i suoi messaggi sulla devozione al Sacro Cuore amatissimo.

Prima apparizione, 27 dicembre 1673

La prima apparizione ebbe luogo il 27 dicembre 1673, festa di s. Giovanni Evangelista, il primo devoto del Sacro Cuore. La santa ce ne dà la relazione per iscritto nella sua Memoria, stesa per obbedienza ai suoi superiori, e pubblicata nel 1867 dalla Visitazione di Paray, come parte dell'opera Vie et oeuvres de la B.se Margherite Marie Alacoque, 2 vol., Paris, Pous­sielque 1867. Ecco come la santa stessa descrive la prima manifestazione del Sacro Cuore di Gesù:

«Una volta, - scrive la santa - essendo davanti al SS. Sacramento mi sentii completamente riempita dalla divina presenza e così potentemente mossa da essa, che dimenticai me stessa ed il luogo dov'ero. Ab­bandonai me stessa al divino Spirito e cedetti il mio cuore al potere dell'amore. Egli mi fece riposare a lungo sul suo divin petto, ove mi scoperse le meravi­glie del suo amore e gli ineffabili segreti del suo Sacro Cuore, che finora egli mi aveva tenuto nascosto. Ora egli lo aperse a me per la prima volta, ma in modo così reale, così sensibile da non lasciarmi posto a dub­bi, pur essendo io sempre nel timore di "illudermi" (Mémoire, p. 325).

Quindi Gesù parlò: «Questo, - aggiunge Margheri­ta - mi sembra che sia accaduto. Il Signore mi disse: "Il mio divin cuore è così appassionatamente amante degli uomini che non può più a lungo contenere in se stesso le fiamme della sua ardente carità. Egli deve ri­versarle fuori per tuo mezzo e manifestarle agli uomi­ni per arricchirli con i suoi preziosi tesori, che conten­gono tutte le grazie, di cui essi hanno bisogno per es­sere salvati dalla perdizione"». Ed aggiunse: «Io ho scelto te come un abisso di indegnità e di ignoranza per compiere un così grande disegno, in modo che tut­to sia fatto da me».

Prima di nascondersi, Gesù domandò se ella deside­rava di dargli il suo cuore. Ma sentiamo lei stessa: «Egli mi chiese il mio cuore – scrive la santa - ed io lo supplicai di prenderlo. Egli lo fece e lo pose den­tro al suo adorabile cuore, in cui mi permise di veder­lo come un piccolo atomo, che si consumava in quella ardente fornace. Quindi, traendolo fuori come fiam­ma bruciante in forma di cuore, egli lo pose apposto da cui prima l'aveva preso, dicendo: Ecco, o mia dilet­ta, una preziosa prova del mio amore. Io racchiudo nel tuo cuore una piccola scintilla dell'ardentissima fiamma del mio amore, perché ti serva come di cuore e perché ti consumi fino all'ultimo momento».

E aggiunse: «Fino ad ora tu hai preso solo il nome di mia serva; d'ora innanzi tu dovrai chiamarti la diletta discepola del mio Sacro Cuore» (Mémoire, p. 326). Si tratta, com'è chiaro, di un gesto simbolico per espri­mere la realtà del dono del puro amore, che Gesù face­va alla sua fedele discepola.

Ma neppure si può negare che Gesù conosce ed ha il potere di effettuare il trapianto del cuore, molto me­glio della chirurgia moderna.

Seconda apparizione, 1674

Della seconda apparizione non si conosce con esat­tezza la data. È certo che risale al 1674, prima dell'ar­rivo di p. Claudio de la Colombière S.I., a Paray, av­venuto nell'ottobre dello stesso anno. Siccome era esposto il SS. Sacramento e da altri accenni fatti dalla santa, sembra si tratti dell'inizio di giugno e del venerdì dell'ottava della festa del Corpus Domini. S. Margherita Maria così descrive l'apparizione: «Una volta, mentre il SS. Sacramento era esposto, la mia anima essendo assorta in un raccoglimento straordinario, Gesù Cristo, mio dolce Maestro, si pre­sentò a me. Egli era risplendende di gloria; le sue cin­que ferite risplendevano come cinque soli. Fiamme dardeggiavano da tutte le parti della sua umanità, ma specialmente dal suo adorabile petto, che sembrava una fornace, e che, essendo aperto, mi presentava il suo amante ed amabile cuore, sorgente viva di queste fiamme» (Mémoire, p. 327).

Mentre Margherita, tremante di commozione, lo contemplava, «egli mi rivelò - ella afferma - le inef­fabili meraviglie del suo puro amore e a quale eccesso lo avesse spinto per amore agli uomini, dai quali egli riceveva solo ingratitudine. Questo è - egli disse - molto più penoso per me di quanto ho sofferto nella mia passione. Se gli uomini mi rendessero qualche contraccambio di amore, io stimerei poco quanto ho fatto per loro e desidererei, se questo fosse possibile, soffrire di nuovo; ma essi vengono incontro al mio amore con freddezza e rifiuti. Vuoi almeno tu, - egli disse in conclusione, - consolarmi e rallegrarmi, sup­plendo in tutto ciò che ti è possibile, alla loro ingrati­tudine? (Mémoire, p. 327).

Margherita si scusò a causa della sua incapacità. «Non temere, disse Gesù, ecco quanto ti abbisogna. E in quel momento, continua Margherita, di divin cuore essendo aperto, ne uscì una fiamma così ardente che io pensai di essere consumata da essa».

Completamente penetrata da questa fiamma arden­te, e incapace di sostenerne più a lungo l'ardore, Mar­gherita implorò il nostro Salvatore di aver pietà della sua debolezza. «Non temere, egli disse, io sarò la tua forza. Ascolta solo quanto io desidero da te per prepa­rarti al compimento dei miei disegni». Quindi il Signo­re le chiese due cose: «la prima di riceverlo nella san­ta comunione ogni primo venerdì del mese, per ren­dergli "ammenda onorevole"; la seconda, di alzarsi tra le undici e mezzanotte tra il giovedì e il venerdì di ogni settimana, di prostrarsi per un'ora con la faccia a terra, in espiazione dei peccati degli uomini e di con­solare il suo cuore per quel generale abbandono, del quale la debolezza degli apostoli nell'orto degli ulivi era stato solo il preludio» (Mémoire, p. 328).

Terza apparizione, 1675

Il 16 giugno 1675, avvenne l'ultima delle grandi ap­parizioni del Sacro Cuore. Fino all'ora l'umile vergine aveva ricevuto dal Signore solo favori personali e la richiesta di alcune pratiche di devozione. Ora invece ella doveva essere investita di una solenne e pubblica missione.

Durante l'ottava della festa del Corpus Domini, il 16 giugno 1675, Margherita Maria era in ginocchio di fronte alla grata del coro, con gli occhi fissi sul taber­nacolo. Improvvisamente, il Signore le apparve sull'altare e le manifestò il suo cuore. «Ecco, egli le disse, quel cuore che ha così amato gli uomini da non risparmiare nulla, fino ad esaurire e consumare se stesso per testimoniare il suo amore. In contraccam­bio, io ricevo, dalla maggior parte, solo ingratitudine per la loro irriverenza e sacrilegi, per la freddezza e disprezzo che essi hanno per me nel sacramento del mio amore. E ciò che è più penoso per me, aggiunse il Salvatore, in un tono che toccò il cuore della suora, è che essi sono cuori a me consacrati».

Quindi egli le comandò che si doveva istituire nella chiesa una festa speciale in onore del suo Sacro Cuo­re. «Per questa ragione, io ti chiedo che il primo venerdì dopo l'ottava del Corpus Domini sia dedicato ad una speciale festa in onore del mio cuore, con la co­munione in tale giorno e col fare riparazione per l'in­degnità con cui è ricevuto. Ed io prometto che il mio cuore si dilaterà per riversare abbondantemente le ricchezze del suo amore su quanti gli renderanno que­sto onore o procureranno che gli sia reso» (Mémoire, p. 355).

Rassicurata dal p. Claudio de la Colombière S.I. cir­ca il carattere soprannaturale delle apparizioni, Maria Margherita, inginocchiata davanti al Tabernacolo, consacrò interamente se stessa al Sacro Cuore di Ge­sù; e a questa consacrazione si unì anche il p. de la Co­lombière. Era il 21 giugno 1675, venerdì dopo l'ottava del Corpus Domini, il giorno indicato da Gesù per la festa del Sacro Cuore.

Aveva inizio così in queste due anime sante quel cul­to al Cuore di Gesù, voluto da Gesù stesso, e destinato ad estendersi a tutta la chiesa, per l'intervento del Ma­gistero della chiesa stessa e così diventare culto pub­blico e liturgico.

Il mistero del cuore trafitto

Le apparizioni, che abbiamo presentato, sono all'origine di quel movimento devozionale, sempre crescente, che, con l'approvazione della chiesa, spe­cialmente di Pio IX, Leone XIII, Pio XI, Pio XII dove­va prendere forma liturgica e pubblica e divenire il culto liturgico verso il Cuore di Gesù, tuttora attuale, valido e riconosciuto dalla riforma liturgica, attuata sotto le direttive di sua santità Paolo VI, in conformi­tà alle decisioni del Concilio Ecumenico Vaticano II (cfr. Cost. Sacrosanctum Concilium). Anche nel nuovo calendario liturgico il Cuore Sacratissimo di Gesù vie­ne celebrato col supremo grado di sollennità, nel venerdì successivo all'ottava del Corpus Domini.

Tale culto, tuttavia, ha radici più profonde ed uni­versali e risale al mistero salvifico evangelico del cuo­re trafitto (cfr. Gv 19,31 ss.).

La lancia di Longino è espressione della malizia umana, che attenta al cuore del suo Salvatore.

E qual'è stata la rivincita del Salvatore divino? Dal suo cuore squarciato sono usciti sangue ed ac­qua. Il sangue ricorda la sua alleanza tra Dio e il suo nuovo popolo, sancita nel sangue di Gesù; ricorda pu­re la SS. Eucaristia, culmine di tutti i doni divini. L'acqua è simbolo dei doni della redenzione (cfr. Gv 4,13 ss.), dello Spirito Santo (cfr. Gv 7,37 ss.), del bat­tesimo. E siccome il battesimo, l'Eucaristia e lo Spiri­to Santo sono la ragione intima della Chiesa, Corpo di Cristo, che trova principalmente nel battesimo, nell'Eucaristia e nello Spirito Santo la ragione della sua soprannaturale consistenza, il sangue e l'acqua, che scaturiscono dal Cuore di Cristo, significano pure la Chiesa, la quale, come novella Eva, è nata dal fianco trafitto del novello Adamo, dormiente sulla croce.

Si tratta del simbolo, del segno sensibile e del ri­chiamo dei massimi doni divini, frutto dell'amore re­dentore di Gesù! Il cuore trafitto di Gesù si deve quin­di con ragione ritenere il mistero o simbolo dell'amo­re umano e divino di Gesù, che si effonde nei doni del­la redenzione, indipendentemente e previamente a qualsiasi simbologia umana che considera il cuore umano come simbolo dell'amore. È mistero biblico universale.

La pratica e i frutti  della devozione al Sacro Cuore di Gesù

La sicura e solida espressione della devozione al Cuore di Gesù, ossia all'amore redentore umano e di­vino di Gesù, simboleggiato dal suo cuore trafitto ed emanante sangue ed acqua (cfr. Pio XII, Enc. Haurie­tis aquas), consiste essenzialmente nella consacrazio­ne (cfr. Leone XIII, Enc. Annum Sacrum) ossia nel rin­novamento della propria vita, indirizzandola a Dio ed all'osservanza della sua legge, che esige solo il vero bene dell'uomo, elevato alla dignità di figlio di Dio; e consiste nella riparazione (cfr. Pio XI, enc. Miserentis­simus Redemptor) ossia nell'eliminare ed espiare il peccato, che è la fonte di ogni ribellione e guerra con Dio e tra i figli di Dio; perciò la riparazione è l'asten­sione dal peccato, è fonte di pacificazione.

Vivere la devozione al Sacro Cuore di Gesù significa quindi vivere il rinnovamento interiore, soprannatu­rale, e la pacificazione interiore degli uomini con Dio, che è la ragione ultima di ogni pacificazione esteriore.

Sia quindi nostro impegno coltivare questa devozio­ne, propagarla tra i familiari soprattutto tra i giovani, perché imparino ad amare in modo vero e santo. Sarà la sorgente della nostra santità e della salvezza di tutti i nostri cari.

 

II

IL CUORE IMMACOLATO DELLA MADRE CELESTE

Nella letteratura italiana è famosa una lettera che il Petrarca indirizzò a frate Dionisio, nella quale gli de­scrive una sua gita montana nel Delfinato. Da quella altezza il suo occhio raggiungeva il mare di Marsiglia, i Pirenei e il corso sinuoso del Rodano.

Dopo aver contemplato quello spettacolo, trasse di tasca un codice "manesco", che portava cioè sempre con sé per averlo alla mano: le confessioni di s. Agosti­no; aprì a caso e lesse: «Voi uomini salite sui monti, contemplate gli spazi del cielo, le bellezze del mare e delle pianure e non vi fermate un istante a considera­re voi stessi a scrutare le profondità del vostro cuore».

Il poeta chiuse il libro con stizza e discese pensoso, convinto della verità di quelle parole.

Anche noi facilmente ci fermiamo a considerare il mondo materiale, non contempliamo il monto sopran­naturale, e non scrutiamo le ricchezze del Cuore di Maria.

L'oggetto e lo scopo del culto al Cuore Immacolato di Maria

Il decreto di Pio XII, con cui fu istituita nel 1944 la festa universale del Cuore Immacolato di Maria, af­ferma: «Con questo culto la chiesa rende il debito ono­re al Cuore Immacolato della B. V. Maria, poiché sot­to il simbolo di questo cuore venera con somma devo­zione l'esimia e singolare santità della Madre di Dio e soprattutto il suo ardentissimo amore verso Dio e ver­so Gesù suo figlio e inoltre la sua materna pietà verso gli uomini, redenti dal suo sangue divino».

Tale devozione è quindi la devozione dell'amore te­nerissimo che questa mamma del cielo ha verso tutti i suoi figli, e figlie, ossia verso Gesù e verso tutti i fra­telli e le sorelle di Gesù.

Se il capolavoro della sapienza e della potenza divina è il cuore materno, che dire del Cuore di Maria, che supera in perfezione, santità e ardore di affetto, i cuo­ri di tutte le mamme della terra riunite insieme?

Il Cuore di Maria è immacolato, non essendo mai stato macchiato dal peccato e dalle passioni disordi­nate.

Perciò non conosce barriere di ingratitudine e di malizia, dimentica i torti, le offese e le incorrispon­denze e palpita teneramente per tutti i suoi figli, an­che per i più cattivi ed ingrati. Un albero, carico di fio­ri, risponde ai colpi ed alle percosse che riceve, rico­prendo di fiori i percussori. Anche Maria, giardino fiorito di ogni virtù, fa discendere le sue grazie altresì su coloro che infieriscono contro di lei e non desidera che il loro ravvedimento per dare loro il suo perdono materno.

Cuore onnipotente per intercessione e grazia, che ottiene per i suoi figli tutto quello che essi chiedono e che è loro utile.

Lo scopo della devozione al Cuore Immacolato di Maria, è pure indicato nel decreto pontificio, il quale afferma che tale festa fu istituita «perché con l'aiuto della madre di Dio fosse concessa la pace a tutte le genti, la libertà alla Chiesa di Cristo, e i peccatori fos­sero liberati dai propri peccati, e tutti i fedeli venisse­ro confermati nell'amore della purezza e nell'eserci­zio delle virtù».

Il messaggio di Fatima e la devozione al Cuore Immacolato di Maria

Nelle apparizioni di Fatima, la SS. Vergine parla del grande dolore del suo cuore per l'ingratitudine e i peccati dell'umanità: «Tu hai veduto - dice la Vergi­ne a Lucia - dove le anime dei poveri peccatori ven­gono precipitate. Per salvarle, Iddio ha bisogno di sta­bilire in tutto il mondo la divozione al mio Cuore Im­macolato... Io verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato».

Il messaggio di Fatima non si chiuse il 13 ottobre 1917. La Vergine apparve nuovamente a Lucia il 10 di­cembre 1925. Il Bambino Gesù stava accanto a Nostra Signora, sollevato sopra una nube di luce. La Vergine, posando una mano sopra la spalla di Lucia, teneva nell'altra mano un cuore, circondato di acute spine. Parlò per primo a Lucia il Bambino Gesù: «Abbi com­passione del cuore della tua santissima madre. Esso è tutto coperto dalle spine, con le quali gli uomini in­grati lo trafiggono ad ogni momento e non v'è alcuno che ne rimuova alcuna con un atto di riparazione». Poi la Madonna disse a Lucia: «Figlia mia, contempla il mio cuore circondato dalle spine, con cui gli uomini ingrati continuamente lo trafiggono con le loro be­stemmie e ingratitudini. Tu, almeno, procura di con­solarmi e annunzia in nome mio che io prometto di as­sistere, nell'ora della morte, con le grazie necessarie per la salvezza eterna, tutti coloro che, nel primo sa­bato di cinque mesi consecutivi, si confessano e comu­nicano, recitando il rosario e mi fanno compagnia per un quarto d'ora, meditando sui misteri del rosario con l'intenzione di offrirmi un atto di riparazione».

Nel 1929, la Madonna ricompariva alla sua confi­dente, chiedendo la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato e promettendo che, se la richiesta veniva accolta, la Russia si convertirà e vi sarà pace.

Il 31 ottobre 1942, Pio XII consacrava il mondo al Cuore Immacolato di Maria, con speciale menzione della Russia, che veniva riconsacrata singolarmente, nel 1952.

Di fronte alla marea montante del materialismo ateo, che opprime tanta parte dell'umanità, non è pos­sibile essere indifferenti.

Il ricordo di tanti fratelli, ai quali con nefasta pro­paganda antireligiosa, viene strappato il tesoro inesti­mabile della fede, deve spingere al più sollecito inte­ressamento, attraverso ad una singolare divozione verso il Cuore Immacolato di Maria, che ha promesso la conversione della Russia.

Le pratiche di divozione al Cuore immacolato di Maria

Esse si riducono essenzialmente alla consacrazione con tutte le sue esigenze.

Apparendo a Lucia per esprimere la gioia del suo cuore per l'avvenuta consacrazione del mondo al Cuo­re Immacolato di Maria, il Signore disse che l'atto compiuto dal Papa è incompleto. Esso non potrà esse­re completo finché ogni individuo, ogni famiglia, ogni diocesi, ogni regime e nazione non abbia fatto tale consacrazione e non la viva.

La consacrazione personale consta di quattro ele­menti essenziali:

1. La grazia. «Nostro Signore - afferma la Veggente - si lamenta amaramente del numero piccolo di ani­me che sono in grazia sua... ». La grazia fa l'uomo san­to e caro a Dio. Soltando quando la grazia regna nell'anima, vi è la pace tra Dio e l'uomo e allora Maria premia il mondo con la pace.

2. Penitenza. «Il sacrificio che si richiede da ognuno - disse Gesù a Lucia - non è altro che il compimento dei doveri del suo stato e l'osservanza della mia leg­ge. Questa è la penitenza che io ora da loro cerco e ri­chiedo».

Nel Vangelo Gesù ne parla come della croce quoti­diana di ogni uomo: «Chi vuol venire dietro di me, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Luca, 9,23).

3. Rosario. Un elemento essenziale nella vita di Gesù Cristo fu l'amore profondo alla sua madre Maria. I ve­ri discepoli di Gesù devono avere parte in questo amo­re per Maria e dimostrarlo nella vita quotidiana con la recita del rosario, che ottiene pure dalla Vergine la forza necessaria per schiacciare ogni giorno il capo del serpente e distruggere così la sua diabolica poten­za nel mondo.

4. Riparazione. Tutti gli uomini devono stringersi attorno a Maria, come fecero Giovanni e Maria Mad­dalena sul Calvario, per consolare il suo cuore e con l'offerta del loro rosario, dei quotidiani sacrifici e con la comunione riparatrice del primo sabato del mese rimuovere le spine, con cui i peccatori trafiggono ad ogni momento il suo Cuore Immacolato.

«Il suo cuore - afferma il santo curato d'Ars - è così pieno di tenerezza per noi, che il cuore di tutte le altre madri fusi insieme non sono che un pezzo di ghiaccio rispetto al suo. Questa buona madre non sarà mai tranquilla fino alla fine del mondo, tanta è la sua sollecitudine per la salute eterna di tutti i suoi figli ».

Cara madre, su, incominciamo. Lo vedi, abbiamo bi­sogno della tua materna assistenza; noi e le nostre fa­miglie abbiamo bisogno di camminare speditamente nella via della bontà e del lavoro. Su, cominciamo in­sieme: tu, buona madre, ad assicurarmi la tua prote­zione potente, quotidiana; noi a meritarla con una vita integralmente cristiana, impegnata per la santità.

 

IO TI PROMETTO

Don Bertetto si è limitato a mettere in evidenza i li­neamenti essenziali della dottrina del Sacro Cuore co­me viene a noi dalle tre grandi apparizioni a S. Mar­gherita Maria Alacoque.

Ma Gesù si è mostrato molte altre volte alla sua Santa discepola, le ha parlato infinite altre volte. Lo si desume più che dalla sua autobiografia, dalle lettere che lei scrisse alle sue antiche superiori, a quelle che scriveva alle sue consorelle e ai sacerdoti suoi diretto­rí spirituali.

Una di queste superiori, la madre Greyfié, le consi­gliò di non parlare mai in forma assoluta delle rivela­zioni che riceveva, ma sempre con un tono di umiltà che la garantisse da qualsivoglia possibile errore di interpretazione del pensiero di Dio. Lei era sempre una creatura, e di fronte a Dio una creatura deve con­servarsi sempre umile.

Santa Margherita obbedì a questo consiglio. E an­che quando riferì le parole testuali di Gesù, premise, «se non mi sbaglio», «mi sembra», «se ho ben capito».

La santa capiva benissimo, e riferiva con esattezza le parole di Gesù, quando erano parole di Gesù; il pen­siero di Gesù, quando era pensiero di Gesù.

Dagli scritti della santa si desume che le dodici pro­messe, anche se scritte in forma diretta, riportano tut­te il pensiero di Gesù. Fanno parte tutte del messaggio del Cuore di Gesù.

 

Le dodici promesse

Don Adolfo L'Arco s.d.b.

Le dodici promesse costituiscono come un piccolo codice dell'amore, una splendida sintesi del Vangelo del Sacro Cuore e compilano, per così dire, il manife­sto che annuncia una nuova Pentecoste d'amore.

1 - Darò loro tutte le grazie al loro stato.

2 - Io metterò la pace nelle loro famiglie.

3 - Io li consolerò in tutte le loro afflizioni.

4 - Io sarò il loro sicuro rifugio in vita e specialmen­te in punto di morte.

5 - Io spanderò le più abbondanti benedizioni sopra tutte le loro imprese.

6 - I peccatori troveranno nel mio Cuore la fonte e l'oceano della misericordia.

7 - Le anime tiepide diventeranno fervorose.

8 - le anime fervorose s'innalzeranno rapidamente a grande perfezione.

9 - Io benedirò perfino le case dove l'immagine del mio Sacro Cuore sarà esposta e venerata.

10 - Io darò ai sacerdoti il dono di commuovere i cuori più induriti.

11 - Le persone che propagheranno questa mia devo­zione avranno il loro nome scritto nel mio Cuore e non ne sarà cancellato mai.

12 - A tutti quelli che per nove mesi consecutivi si co­municheranno il primo venerdì di ogni mese, io prometto la grazia della penitenza finale; essi non morranno in mia disgrazia, ma riceveranno i Sacramenti e il mio Cuore sarà loro sicuro asi­lo in quel momento estremo.

 

Gesù, che ha fondato la religione dell'incarnazione, e non già la religione della disincarnazione, formula le sue promesse sullo schema con cui dettava il «Pater noster», ossia, dando la massima importanza ai beni del cielo, senza trascurare quelli della terra. Promette la dimora eterna, e non manca di somministrarci gli aiuti di cui abbiamo bisogno in terra di esilio, mentre siamo incamminati verso la patria.

Le promesse infatti realizzano un piano unitario ed organico che va dal pane quotidiano alla perseveranza finale.

Quante sono le promesse? È come rivolgere quest'altra domanda: quanti sono i colori? Oppure quanti sono i suoni?

Sono proprio molti i colori e i suoni, ma tutti riduci­bili ai sette colori dell'iride e alle sette note musicali. Similmente le promesse pullulano dal Cuore di Gesù e traboccano negli scritti della Santa innumerevoli, ma si possono ridurre alle dodici scelte nelle opere della fortunata confidente e ordinate, con tanto gusto e buon senso, forse dalle pie consorelle della Santa che avevano tanto familiari gli autografi.

La diffusione prodigiosa è dovuta al loro fascino ar­cano che esercita uno straordinario potere di conqui­sta ed anche al contributo generoso di un cattolico americano il quale nel 1882 le fece tradurre in ben duecento lingue e le lanciò in tutte le parti del mondo.

Tutte e dodici si trovano ripetute più volte nei docu­menti e sono espresse da Gesù in forma impegnativa: «Io prometto...», soltanto la undicesima non è espressa in forma diretta con le parole di Gesù in prima perso­na, però si trova in una lettera scritta dalla Santa alla Madre de Saumaise ed è esposta con le stesse parole, sia pure con carattere di narrazione e non di impegno.

Sono autentiche le promesse?

Le rivelazioni in genere e le promesse in particolare fatte a S. Margherita sono state meticolosamente esa­minate e dopo severa deliberazione approvate dalla Sacra Congregazione dei Riti, il cui giudizio fu poi confermato dal Sommo Pontefice Leone XII nel 1827. Leone XIII nella sua lettera apostolica del 28 giugno 1889 ha esortato a rispondere agli inviti del Sacro Cuo­re in vista delle «ammirabili ricompense promesse».

Benedetto XV, inserendo nella bolla di canonizza­zione della Veggente la grande promessa, la più impe­gnativa di tutte ci assicura che «tali furono le parole che Gesù benedetto rivolse alla sua serva fedele».

La liturgia a sua volta nell'Ufficio della festa del Sa­cro Cuore asserisce che il Signore «per stabilire in forma piena e perfetta il culto del Sacro Cuore e per diffonderlo in tutto il mondo, si è servito dell'umilissi­ma vergine S. Margherita Maria Alacoque dell'ordine della Visitazione».

Se il riconoscimento del Romano Pontefice e la voce della liturgia attribuiscono alla Santa una «missione sociale» voluta e preparata da Gesù medesimo, noi da figli devoti di Santa Chiesa godiamo di una garanzia di primissimo ordine sull'autenticità delle promesse.

Gesù ha realmente parlato e promesso alla sua fede­le confidente. Il fatto che la Veggente premette spesso la clausola «se non mi inganno» testimonia soltanto la sua umiltà e l'ubbidienza alla Superiora, la quale le aveva ordinato di non presentare mai in forma assolu­ta le rivelazioni. E questa stessa superiora, Madre Greyfié, due mesi dopo la morte della Santa, confer­mava meravigliata: «Ella mi è sempre sembrata fede­lissima a questo consiglio».

Se le promesse fossero una tela di illusioni, dal mo­mento che esse costituiscono parte essenziale nel messaggio della Santa, praticamente sarebbe una illu­sione tutta la sua missione, il che sarebbe se non ereti­co, fortemente temerario, affermare dopo sì sublimi riconoscimenti del magistero della Chiesa.

Eccesso di misericordia

Le promesse di Gesù; specie la grande, non sono ef­fetti ordinari della misericordia infinita, ma costitui­scono un vero eccesso, uno di quei tratti che rapisco­no e uomini e angeli. Egli, Gesù, sorge quale gigante che si lancia nella corsa sulla strada della misericordia, strada tutta sua; e chi gli può tener dietro? Solo nel cielo comprenderemo e canteremo in eterno le sue misericordie. Noi però non dobbiamo essere devoti del Sacro Cuore esclusivamente e neppure principal­mente in vista delle promesse. La devozione al Sacro Cuore dev'essere un'ardente risposta dell'amore uma­no all'infinito amore divino, più che una devozione de­ve essere la devozione e perciò essa non può consiste­re in una serie di pratiche più o meno meccaniche, più o meno formali, ma si deve risolvere interamente nel­lo spirito d'amore, cioè in un ininterrotto dialogo cuo­re a cuore del fedele con Gesù. È «amor che con amo­re si paga»; tutte le pratiche devono essere involucri più o meno leggiadri di vero amore.

Se la devozione del Sacro Cuore venisse svuotata dell'amore per essere ridotta a semplici formule o ad una fredda e calcolata prassi di atti, di parole e di ge­sti, non solo risulterebbe morta per il fedele, ma sa­rebbe un'amarissima delusione per Gesù che mostra il suo Cuore trafitto per mendicare conforto e non già calcolate pratiche di farisei.

Tentiamo di tracciare un rapidissimo commento per ciascuna promessa in particolare; il commento per tutte in generale l'ha fatto Gesù stesso con queste parole: «Io sono fedele alle mie promesse». «Tu mancherai del mio soccorso solo quando il mio cuore mancherà di potenza».

 

1a Promessa: «Darò ai miei devoti tutte le grazie ne­cessarie al loro stato».

È la raduzione questa del grido di Gesù che si rivol­ge alle folle di tutto il mondo: «O voi che andate ansi­mando sotto il peso della fatica, venite a me e vi risto­rerò». È invito rivolto alle masse tutte dell'umanità prima che i singoli escano dalla folla e vengano chia­mati per nome da Gesù.

Conte la sua voce raggiunge tutte le coscienze, pro­prio a somiglianza della luce che penetra in tutti gli angoli del mondo e dove non è diretta, è almeno diffu­sa, così le sue grazie arrivano ovunque una creatura umana respira e si rinnova ad ogni battito del Suo Cuore, sicché la grazia cade sull'umanità «come neve in Alpe senza vento».

Ora però Gesù scopre tutta intera la sorgente della grazia che è il Suo Cuore ed invita tutti a dissetarsi in una maniera unica. Il Sacro Cuore ha mostrato il Suo Cuore trafitto perché gli uomini vi attingessero la vita e l'attingessero più abbondantemente di quanto l'ab­biano attinta per il passato.

Egli vuole fortificare tutte le volontà, illuminare tutte le intelligenze, riscaldare tutti i cuori, vuole ri­manere accanto ad ognuno nell'ora della prova e nell'ora della gioia, vuole varcare tutte le soglie e se­dere a tutte le mense; è pronto a sostenere i vecchi, a proteggere i bambini, a santificare le culle, a benedire le tombe; assiste le vergini, le madri, sorregge gli ope­rai, orienta gli intellettuali, incoraggia gli apostoli, entusiasma i martiri.

Gesù desidera diventare il moto dei paralitici, l'ar­monia dei sordi, la parola dei muti, la vista dei ciechi. Dal suo Cuore Gesù fa sgorgare una fiumana di aiu­ti interni: buone ispirazioni, luci speciali che illumi­nano gli abissi, soluzioni di problemi che balenano improvvise, spinte interiori, vigore insolito nella pra­tica del bene, rapidi voli nella virtù.

Da quel Cuore divino sgorga una seconda fiumana, quella degli aiuti esterni: utili amicizie, affari provvi­denziali, pericoli scampati, salute riacquistata, pro­mozioni ottenute.

Sempre Gesù è stato buono, sempre Gesù è stato Gesù, ma ora promette grazie di una efficacia tutta particolare per adempiere gli obblighi del proprio sta­to a chi sul serio praticherà la devozione così amabile.

Egli, Gesù, per tutti e per ciascuno brama essere il Cireneo della croce quotidiana e si capisce che Egli porterà il peso maggiore! Genitori, padroni, operai, domestiche, maestri, medici, avvocati, commercianti, industriali, tutti nella devozione al Sacro Cuore trove­ranno la difesa dal tragico quotidiano ed il ristoro nel­la loro stanchezza. Ed a ciascuno in particolare il Sa­cro Cuore desidera prodigare innumerevoli grazie in ogni stato, in ogni evento, in qualsiasi ora.

Come il cuore dell'uomo irrora ad ogni battito le singole cellule dell'organismo, così il Cuore di Gesù per ogni palpito irrora con la sua grazia tutti e singoli i fedeli suoi.

 

2a Promessa: «Metterò la pace nelle loro famiglie».

Anche se non fosse essa stessa una «piccola chiesa», la famiglia resterebbe sempre la cellula viva della Chiesa e perciò il clima natio in cui essa prospera, non potrebbe essere diverso dal clima del costato squar­ciato da cui è uscito alla luce il Corpo mistico di Gesù. Ed il matrimonio che genera la famiglia non è esso stesso, in qualità di sacramento, un simbolo sacro e nello stesso tempo una riproduzione fedele e vivente dell'unione tra Gesù e la Chiesa?

Perciò come l'unione del Redentore e della Sua Spo­sa si effettua in quel Cuore ferito, così l'unione dei co­niugi e dei figli si realizza in quella sorgente ed in quell'asilo d'amore.

Nel Sacro Cuore la famiglia vive e prospera, nel Sa­cro Cuore la famiglia è veramente a casa sua! L'elemento che compagina la famiglia, e ne costitui­sce per così dire il sistema connettivo, è dato, senza dubbio, dall'amore. Le due lampade che fondono le lo­ro fiamme hanno bisogno dell'alimento, ma la natura, in genere, non ha provviste tali da resistere all'azione del tempo; la vecchiaia, il dolore, i piaceri, l'amore al lusso, l'opera disgregatrice del mondo sono tutti agenti deleteri per le due povere lampade. Chi non le proteggerà dal soffio gelido dei venti delle passioni e assicurerà loro una perenne scorta che le alimenti di continuo? Il Sacro Cuore avrà ininterrotta cura di quella fiamma in due da cui emanano altre fiammelle con Sangue suo, vero olio divino.

Gesù, anticipando la sua ora, che è quanto dire anti­cipando la sua passione, operò il primo miracolo pro­prio per non turbare la pace della famiglia sbocciante accanto al Suo Cuore; e lo operò provvedendo il vino che dell'amore è soltanto il simbolo. Se quel Cuore fu tanto sensibile per il simbolo, che non sarà disposto a fare per l'amore che ne è la realtà? Quando le due lampade vive illuminano la casa ed i cuori sono ebb­bri di amore, si diffonde nella famiglia una fiumana di pace. E la pace è la pace di Gesù, non la pace del mon­do, ossia quella che il «mondo irride e che rapir non può». Una pace che, avendo per sorgente il Cuore stes­so di Gesù, non verrà mai meno, perciò può coesistere finanche con la povertà e con il dolore.

Infatti proprio sulla squallida grotta di Betlemme, a poveri pastori, proclamarono gli angeli il messaggio della pace: «Gloria a Dio nei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama». Dunque la povertà non riesce a turbare la pace del Sacro Cuore.

«La pace sia con voi», disse Gesù ai suoi apostoli ed aggiunse: «Come il Padre ha mandato me, così io man­do voi», quindi, lasciandoli come agnelli tra branchi di lupi, augurava e donava loro la sua pace, che, per­ciò, può ben sussistere con la sofferenza, specie quan­do c'è grande ricchezza d'amore.

«Vi sono famiglie, alle quali nulla fa difetto di ciò che dovrebbe rendere felici gli uomini; eppure hanno l'agitazione e il tormento in casa: sposi disuniti, tradi­menti della fedeltà coniugale, figli irriverenti e ribelli, litigi, rancori, in una parola: disordine. Qualche cosa non è al suo posto. Guardate bene: manca Dio, Dio è estraneo in quelle case. Non si prega; non si parla, né si agisce sotto lo sguardo di Lui; si fa a meno di Lui in tutto; si va anzi contro di Lui e contro i suoi comanda­menti. In altre famiglie, invece, anche di umile condi­zione, si vede tanta serenità, tanta pace. Eppure vi è una nidiata di bambini; il padre è un modesto impie­gato, ma regna sovrano, incotrastato, Dio è in mezzo a loro. Ed ecco madri che fanno miracoli, perché non manchi nulla ad alcuno; ecco padri onesti ed affettuo­si; figli che sembrano gioielli di bontà. Noi, dal fondo del nostro cuore paterno, auguriamo a voi questa pa­ce. Fate che il Cuore di Gesù regni nei vostri focolari da Signore assoluto. Egli asciugherà le vostre lacri­me, santificherà le vostre gioie, feconderà il vostro la­voro, benedirà la vostra vita, vi sarà dappresso nell'ora dell'ultimo respiro».

La pace, e soltanto la pace, crea nelle famiglie il cli­ma di gioia indispensabile perché i figli crescano spi­ritualmente e psicologicamente sani. Tra quei «gioiel­li di bontà» Gesù, poi, sceglie la sua parte di predile­zione, preleva, cioè, le anime consacrate al suo servi­zio.

La madre del celebre Cardinale Vaughan per vent'anni si conunicò ogni giorno per ottenere dal Sa­cro Cuore l'onore di essere madre di un sacerdote o di una suora. Gesù come sempre, non si lasciò vincere in generosità: le cinque figliuole si fecero tutte monache e dei cinque figliuoli, due furono sacerdoti, uno vesco­vo, un altro arcivescovo, un terzo cardinale!

Dovendo designare il primate d'Inghilterra Leone XIII, ridendo, disse: «Il vero primate dell'Inghilterra è la signora Vaughan! ».

Per salvare il mondo basterebbero pochi di questi primati!

 

3a Promessa: «Li consolerò in tutte le loro afflizioni».

Gesù Bambino passeggiava con S. Rosa da Lima, an­cora piccina, lungo un viale della sua città, coglieva i fiori e li portava a Rosa. Rosa ne fece una corona e la pose sul capo del Fanciullo divino. Ma Gesù prese la corona e la pose sulla testa della Santa. «No - disse - mia piccola sposa, le rose sono per te; per Me, la corona di spine». Questo è lo stile di Gesù: scegliere per sé la corona di spine ed inghirlandare noi di rose.

Che se qualche volta ci regala la sua croce, ci ac­compagna Egli stesso sul Calvario, ci solleva se cadu­ti, ci assiste inchiodati al patibolo e, quando la soffe­renza sta per toccare i limiti, solleva tra le sue braccia croce e crocifisso.

«Ricevi la croce che io ti dono - diceva un giorno a S. Margherita Maria Alacoque -, piantala nel tuo cuore, avendola sempre davanti agli occhi e portando­la tra le braccia delle tue affezioni... Portarla tra le braccia significa abbracciarla amorosamente tutte le volte che si presenta, come il pegno più prezioso dell'amor mio». Il dolore è proprio un pegno prezioso del Sacro Cuore perché ci fa partecipare alla Sua Passione, ci arricchisce l'anima di grazia santificante, ci purifica e, da poveri redenti, ci abilita ad essere corre­dentori con Gesù dei nostri fratelli. Gesù ama «l'ani­ma fatta bella dal suo pianto» e perciò non risparmia il dolore a cui, però, non rimane insensibile. A lui il farci soffrire costa quanto può costare ad un chirurgo l'operare sulle carni del proprio figlio. E chi non sa che la sofferenza più dura è quella di soffrire nelle carni delle proprie carni? E mediante i vincoli organi­ci e vitali del corpo mistico noi non siamo membra delle sue membra, carne della sua carne, ossa delle sue ossa?

Una gentildonna soffendo straordinariamente per le pene della figliuola, le scriveva: «Figlia, ho male al tuo cuore».

Ad ogni anima in pena il Sacro Cuore, con più giu­sta ragione, può ripetere: «Io soffro nel tuo cuore; io soffrirò più di te nel farti soffrire, ma ti faccio soffrire perché tu mi devi imitare; è necessario che tu patisca queste cose per entrare nel regno mio».

Ma quando le vampe d'amore del Sacro Cuore in­fiammano il nostro, allora il dolore diventa esigenza perché si trasforma in amore e quindi in gioia. «In questo Cuore - diceva Gesù alla Santa - tutto si tra­sforma in amore, perfino le angosce più amare». Con S. Ignazio martire bramiamo ardentemente diventare «frumento di Dio che venga macinato dai denti delle fiere, per essere trovato un pane candido di Cristo». Ripeteremo con S. Paolo: «Sovrabbondo di gaudio nel­le mie tribolazioni». Col poverello di Assisi cantere­mo: «Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto». Con S. Teresa presenteremo a Gesù il di­lemma «o patire, o morire» e, caso mai, lo modificheremo col Servo di Dio D. Andrea Beltrami: «Né guari­re, né morire, ma vivere per soffrire». Meglio ancora, finiremo per far nostre le espressioni di S. Maddalena dei Pazzi e di S. Teresina che a distanza di tempo e di spazio, senza saperlo, si rivolgevano a Gesù: «Tu mi hai ingannata, o Signore. Mi avevano detto che in mo­nastero non avrei trovato che croci, spine ed abbando­no; sono venuta, ho trovato Te, e, con Te, non c'è più agonia, non c'è più calvario! ».

La sofferenza più dura per anime delicate è sentirsi marcire sul cuore una messe di affetti non colti. Molte anime vorrebbero essere amate solo per donarsi, per rendere gli altri felici, eppure nessuno trova il loro dolce sorriso. Alberi che fioriscono e sfioriscono non visti da alcuno, e sentono cadere ai propri piedi, l'un dopo l'altro, gli abbondanti frutti inutilmente maturi.

Proprio a queste anime sono dirette le parole della Confidente del Sacro Cuore:

«Non cercate di essere amati e stimati se non dal Cuore di nostro Signore. Se vi ama Lui, questo vi ba­sta e vi compensa di tutto».

Si direbbe che la gioia più grande di Gesù sia pro­prio quella di tergere le lacrime, di asciugare «quegli occhi a cui nessuno diede nulla, a cui nessuno chiede nulla».

Sono esse lacrime pregiate. Di certe lacrime intime che si versano nel buio Gesù è geloso e perciò non con­divide con altri l'onore di coglierle. Ma come è divina­mente dolce sentirsi passare sulle ciglia stillanti le di­ta di Gesù frementi d'amore!

 

4a Promessa: «Sarò il loro rifugio in vita e special­mente in morte».

La parola «rifugio», dopo l'esperienza della guerra, ha ricevuto una ricchezza di tragica emotività; essa ha ormai la potenza di evocare il sibilo delle sirene, l'esplosione delle bombe, il crollo dei palazzi, il pani­co della folla che, urlando, si pesta e si comprime per entrare nei sotterranei. La guerra dei poveri corpi ma­ciullati ha degli armistizi e, a volte, grazie a Dio, delle paci anche lunghe; ma la guerra dello spirito è conti­nua; sono senza tregua gli attacchi concentrici sferra­ti dalla superbia della carne, dalla corruzione del mondo e dalla strategia dell'inferno.

Chi ci libererà da questo corpo di morte, dal mondo tuffato completamente nel male e dal demonio con cui dobbiamo personalmente batterci, che, quale leo­ne ruggente, ci circuisce per farci preda e divorarci? Soprattutto contro la potestà delle tenebre è la nostra battaglia diurna e notturna. Ove trovare un rifugio? Ci ha pensato il Padre Nostro che è nei cieli, il Quale ha voluto che il Figlio Suo Unigenito, pendente dalla croce, fosse trafitto dalla lancia del soldato, perché il suo cuore aperto fosse riposo e rifugio di salvezza.

Quel rifugio scavato nella roccia dell'amore infinito di Dio è sempre aperto ed è capace di contenere l'inte­ra umanità presente, passata, futura.

«Facciamo in Lui, nel Cuore divino, la nostra dimo­ra continua e perpetua; nulla ci potrà turbare perché siamo completamente abbandonati a Lui... In questo Cuore si gode una pace inalterabile». Quel rifugio è asilo di pace soprattutto per i peccatori che vogliono sfuggire l'ira divina. «È come una fortezza - dice la Santa - è come un asilo sicuro a tutti i peccatori che vorranno rifugiarsi per evitare la giustizia divina».

Il Sacro Cuore di Gesù versa copioso balsamo su ogni nostra ferita dell'anima e del corpo, perciò la veggente ci esorta: «entrateci con tutte le vostre affli­zioni».

Rifugio in vita, ma specialmente in punto di morte. Quando l'intera vita, senza riserve, è stata tutta un dono al Sacro Cuore, si aspetta la morte con soavità. Se con S. Paolo il fedele può dire «per me la vita è Gesù», con lui può anche affermare e «la morte è un guadagno». Di questo canto trionfale dell'Apostolo è fedele traduzione il messaggio gioioso della Veggente del Sacro Cuore.

«Com'è dolce morire dopo aver avuto una tenera e costante devozione al Sacro Cuore di Gesù»! Gesù co­munica al morente la certezza della sua grande paro­la: «Chiunque vive e crede in me non morrà in eterno».

Il sospiro dell'anima innamorata si compie: ha bra­mato di uscire dal corpo per unirsi a Gesù, e Gesù si accinge a cogliere il fiore della predilezione, per tra­piantarlo nel giardino eterno delle sue delizie.

L'anima ha combattuto la buona battaglia; ha bene amministrato i suoi tesori e ha fatto fruttare i talenti ricevuti, piantandoli nella terra fertile del Cuore di Gesù. Viene finalmente il Padrone buono a premiare il servo fedele, aprendogli la porta che lo introduce nel gaudio del suo Signore.

L'anima lo sa e sospira verso lo Sposo che non tar­derà a soddisfarla, dopo averla fatta bella nel pati­mento e nella privazione d'ogni conforto, assimilan­dola a sé anche nella morte.

Il demonio scatenerà il suo ultimo assalto. Ma come potrà separare l'anima dalla carità del Cuore infinito che regna in lei?

Anche S. Margherita fu assediata dalla rabbia dell'inferno prima che entrasse in agonia. Ma poco do­po ogni timore si dissipò - narrano le contemporanee - il suo spirito si distese in una grande calma, che lo rendeva sicuro della salvezza. Con allegrezza e tran­quillità esclamava: «Misericordias Domini in aeter­num cantabo». E altre volte: «Che voglio io nel cielo, o che cosa desidero sulla terra, se non Voi solo, Dio mio?». Ansimava tanto che non poteva rimanere nel letto, ed era necessario sostenerla per procurarle qualche solliervo. Con frequenza, ma senza affanno, si doleva: «Ah, brucio, brucio! Se fosse d'amor di Dio, quale conforto! Ma non ho mai saputo amare il mio Dio perfettamente». E, rivolgendosi a quelle che la so­stenevano: «Chiedetegli perdono per me, e amatelo con tutto il vostro cuore, per riparare tutti i momenti in cui io non l'ho fatto. Quale felicità è l'amar Dio, quale felicità! Amate dunque l'amore, ma amatelo perfettamente». Lo diceva con tanto slancio, da far ve­dere chiaro che il suo cuore ne era colmo.

In seguito si diffuse lungamente intorno all'amore di Dio per le sue creature e sulla loro poca corrispon­denza. Un'ora prima di morire chiese l'Estrema Un­zione e ringraziò per le premure prodigatele. Quindi rimase per un certo tempo in grande calma e, avendo pronunziato il santo nome di Gesù, esalò dolcemente lo spirito. Il medico non esitò ad attribuire all'amore quella morte. Tale nascita al cielo può essere riservata anche a noi: si muore come si è vissuti!

 

5a Promessa: «Spanderò copiose benedizioni sopra ogni loro impresa».

L'amicizia consiste essenzialmente nel'volere o non volere le stesse cose e quando raggiunge i gradi supre­mi dell'intimità, allora realizza tra gli amici un vero scambio d'interessi. Nel caso nostro il fedele si inte­ressa esclusivamente degli interessi del Sacro Cuore, e Gesù, a sua volta, fa suoi gli interessi del devoto, il quale su quel Cuore può abbandonarsi come un bim­bo in tutto e per tutto. «Getta in Dio la tua preoccupa­zione ed Egli ti nutrirà». È ovvio che Gesù fa suoi tutti gli interessi, anche quelli della sfera temporale e ma­teriale, purché, si capisce, non risultino di danno all'anima.

Non si vuol dire con ciò che la devozione al Sacro Cuore sia il toccasana della prosperità economica, ma si intende asserire che «non si è mai visto che il timo­rato di Dio abbia chiesto l'elemosina».

Il devoto del Sacro Cuore cerca «prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto sarà dato per giunta». Queste espressioni si direbbero il positivo fo­tografico del programma di Don Bosco che dice: «Chi ama tanto i beni temporali da dimenticarsi dell'ani­ma, corre pericolo di perdere i beni eterni e i beni ma­teriali». Ma chi invece ama tanto Gesù da rinunziare a tutto, pur di dissetare la sua sete di anime, se lo senti­rà sempre accanto anche nelle imprese temporali. Al­lora si verificano alla lettera le parole di Gesù che af­ferma: «Se avrete tanta fede quanto un granello di se­napa, potrete dire a questo monte: passa di qua là, e passerà e niente vi sarà impossibile».

S. Margherita Maria Alacoque perciò era in perfetto stile evangelico quando scriveva: «Il Sacro Cuore mi ha promesso che le persone secolari troveranno, per mezzo di questa devozione, tutti i soccorsi necessari al loro stato... Le soccorrerà nei loro lavori, le conso­lerà nelle loro miserie, le benedirà nei loro affari».

Quando Giovannino Bosco adolescente era costret­to a lavorare come garzone presso una cascina, si eclissava spesso tra le messi già alte e lì si sprofonda­va in contemplazione del suo Dio. Un giorno il padrone incuriosito riuscì a sorprenderlo in ginocchio esta­tico e, poco devoto qual era, gli rinfacciò che l'aveva preso a servizio perché lavorasse e non già perché pre­gasse. Il santo giovanetto avrebbe potuto rispondere che egli lavorava almeno il doppio di quanto era stato pattuito, ma preferì rispondere così: «Il chicco di gra­no affidato alla zolla senza preghiera ne produce sì o no due, con la preghiera produce invece due spighe».

Giovannino sperimentava così il paragone di S. Pao­lo che dice: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma Id­dio ha dato il vigore al seme».

Anche riguardo alle imprese temporali è vera l'espressione umoristica di Don Calabria: «Iddio fa tutto e noi facciamo il... resto».

Che se qualche volta l'amico del Sacro Cuore si tro­va in strettezze finanziarie, si ricordi proprio allora che «tutti gli avvenimenti si risolvono a vantaggio di chi ama il Signore» e sperimenterà senz'altro, che le ore più buie della notte sono le più vicine all'aurora e sentirà, come S. Caterina da Siena, il profumo delle rose tra le spine d'autunno.

A ben esaminare la quinta promessa, ci si accorge, però, che essa è uno stratagemma della pedagogia di­vina dell'amore. Gesù, conoscendo appieno la nostra guasta natura, ci piglia, per così dire, per il nostro verso ed, offrendoci beni temporali, intende adescare il nostro cuore.

La fortunata confidente in realtà è esplicita a que­sto riguardo: «Il divinissimo Cuore ha una sete arden­tissima di essere conosciuto, amato, onorato dagli uo­mini... per aver modo di spandere sopra di loro le sue misericordie e le sue grazie» e per attirarli a questa fonte di grazie celesti «promette anche di provvedere a tutti i loro bisogni». Per questo pure vuole che «an­diamo da Lui con fiducia come alla sorgente di ogni bene». Ma noi, indipendentemente dai beni temporali, doniamo generosamente il nostro cuore a chi tanto ci ha amati per primo.

 

6a Promessa: «I peccatori troveranno nel mio Cuore la sorgente e l'oceano infinito delle misericordie».

L'amore per i peccatori nel Cuore di Gesù è ad un tempo predilezione e passione! Gesù è colui che salva, il Redentore che trova le lacrime del peccatore penti­to più belle della stola dell'innocenza, il pastore buo­ne che lascia le novantanove pecorelle nel chiuso e va in cerca della smarrita e, ritrovatala, si preoccupa so­lamente delle ferite che i rovi hanno inflitto alla predi­letta che ora porta sulle spalle, a cui rivolge parole di tenerezza, e non sente i sassi aguzzi e le spine che stra­ziano i piedi suoi. Non si vergogna il buon Gesù, di pa­ragonare la sua psicologia a quella della vecchierella povera e sola che è in ansia perché la monetina che el­la accarezzava, sfuggitale di mano, si è perduta sotto le vecchie cassapanche. Quella poveretta mette a soq­quadro tutta la casa e poi fa festa per aver ritrovato la monetina.

Nel Cuore di Gesù i primi posti sono per i figliuoli prodighi ed invero l'inaugurazione del Paradiso è sta­ta compiuta dal buon ladrone.

Egli manifesta la sua onnipotenza soprattutto per­donando sempre; misericordioso significa appunto colui che dona il cuore ai miserabili.

Come il capo del corpo fisico ha delle preferenze per le membra malate, così il Capo del corpo mistico usa delle premure speciali per i poveri peccatori che sono le membra sue più doloranti. Apre il suo Cuore come una fortezza ed un asilo sicuro a tutti i poveri peccatori che vorranno rifugiarvisi.

Scrive S. Margherita Maria: «Il Sacro Cuore vuole ritirare un grande numero di anime dalla via della perdizione e distruggere il regno di satana nelle ani­me per stabilirvi quello del suo amore...».

Il Cuore di Gesù «vuole essere conosciuto per rinno­vare nelle anime gli effetti della sua redenzione». «Questa devozione è come l'ultimo sforzo dell'amore di Gesù che in questi ultimi secoli vuol concedere agli uomini tale redenzione amorosa per attirarli dalla schiavitù di satana alla libertà del suo amore».

«Là, in quel Cuore, i peccatori eviteranno la divina giustizia che li travolgerebbe con un torrente di sde­gno». Anche «i cuori più induriti e le anime ree dei più enormi delitti saranno con questo mezzo condotte a penitenza».

Pochi anni fa il Sacro Cuore rinnovava il suo mes­saggio di misericordia: «Amo le anime dopo il primo peccato, se vengono umilmente a chiedermi perdono... le amo ancora dopo che hanno pianto il se­condo peccato e se cadessero non dico un miliardo di volte, ma dei milioni di miliardi, io le amo e le perdo­no e lavo nello stesso mio sangue l'ultimo come il pri­mo peccato...

Nel corso dei secoli, rivelai in diverse maniere il mio amore per gli uomini; mostrai loro quanto il desi­derio della loro salute mi consumi. Feci loro conosce­re il mio Cuore. Questa devozione fu come una luce che si irradia sul mondo... Voglio ora qualche cosa di più, poiché se chiedo l'amore per rispondere a quello che mi consuma, non il solo ritorno delle anime io de­sidero; desidero che credano alla mia misericordia, che non dubitino mai del mio perdono.

Non mi stanco mai delle anime ed il mio Cuore at­tende senza tregua che vengano a rifugiarsi in Esso e ciò tanto più, quanto più miserabili sono».

 

7a Promessa: «Le anime tiepide diventeranno fervorose».

La tiepidezza è il narcotico che intorpidisce tutte le facoltà dello spirito ed è sul punto di paralizzarle; è come il deperimento e l'inappetenza dell'anima la quale non è più sensibile al bene. Non reagisce contro il male e si trova, perciò, nelle condizioni di quei mala­ti gravi i quali vivono, sì, ma non si liberano neppure dalle mosche che li assediano. Il Signore, per l'anima che vivacchia nella tiepidezza, ha parole terribili in una celeberrima lettera dettata da S. Giovanni nell'Apocalisse: «All'Angelo (vescovo) della chiesa di Laodicea... Io conosco le tue opere: non sei né freddo, né fervente. Oh, fossi tu freddo oppur fervente! Ma poiché sei tiepido e non fervente, né freddo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Perché dici: Son ricco... e non ho bisogno di nulla! - e non sai che tu sei meschi­no e miserabile e povero e cieco e nudo... ».

Quando ci si vuole accertare se la lebbra è già in una fase acuta, si conficca uno specillo piuttosto in profondità nelle pustole del lebbroso; se il malato rea­gisce, c'è ancora speranza, ma se rimane insensibile, è finita per sempre!

Per lo spirito affetto da lebbra nella fase acuta, il Si­gnore, che è pure tutto bontà, ha parole di vero di­sprezzo, non solo lo chiama meschino, ma lo detesta perché miserabile e lo scorge povero fino alla nudità e privo anche della luce del giorno. E come se ciò non bastasse, lo sente ripugnate fino al... vomito.

La devozione al Sacro Cuore è la celeste rugiada che ridona vita e freschezza all'anima appassita. Qualunque ghiaccio non può resistere all'azione delle fiamme del divin Cuore e, prima o poi, si scioglie in lacrime di pentimento e di gioia.

Quando le vampe dell'amore di Dio investivano in pieno il cuore di S. Filippo Neri, il Santo era costretto a gridare: «Mio Dio, basta, basta; non ne posso più! ». Ma quando gli capitava qualche penitente agghiaccia­to dalla tiepidezza, se lo stringeva al petto e gli comu­nicava il suo fuoco. «Vieni qua, Tiberio - disse per esempio al Ricciardelli che era nel turbine delle tenta­zioni - vieni qua e accostati al mio cuore». Il Ricciar­delli si strinse al petto del Santo e l'onda di tenerezza divina gli riaccese il fervore.

Se tanto può un cuore di Santo, che sarà del Cuore di Gesù? È proprio del fuoco bruciare; è proprio di quel Cuore infervorare!

S. Margherita Maria offriva spesso il suo cuore al Signore, ma un giorno ebbe l'esperienza mistica che Gesù le strappasse dal petto realmente il cuore. Infat­ti sentì penetrare nel costato la mano divina, avvertì lo strappo e vide poi Gesù mettere il cuore donato a contatto del suo divino che ella, attraverso la ferita del Sacro Costato, scorgeva splendente come un sole, mentre il suo si sperdeva quale atomo in quella forna­ce ardente. Gesù però lo ritirò acceso come una fiam­ma e rimettendolo al suo posto disse: «Eccoti un prezioso pegno dell'amor mio che ti fa chiudere in petto una scintilla della divina carità, che ti terrà luogo di cuore e ti consumerà fino all'ultimo respiro».

Certo l'esperienza mistica è solo di anime privile­giate, come la beata Veggente, però il Sacro Cuore, in­fiammato d'amore per noi, brama ardentemente che ogni cuore bruci d'amore per Lui.

 

8a Promessa: «Le anime fervorose saliranno presto a grande perfezione».

Saliranno a grande perfezione.

L'amore spontaneamente assimila l'amante all'amato, ossia l'amore o trova uguali gli amanti o li rende tali. S. Agostino esprime questa legge elementa­re dell'amore con uno dei suoi felicissimi paradossi: «Se ami la terra, sei terra; se ami Dio, sei Dio! ». Per farsi santi indubbiamente bisogna rendersi simili a Gesù; ora, questo processo di conformità al Redento­re viene compiuto dall'amore; perciò S. Margherita Maria asserisce con la massima convinzione: «Non bi­sogna fare altro che amare questo Santo dei Santi per divenire santi. Chi potrà impedircelo se abbiamo un cuore per amare?».

Conoscendo poi per esperienza che il volto dell'amore è il sacrificio, aggiunge subito: «ed un cor­po per soffrire». Tutto lì: «un cuore per amare, un cor­po per soffrire ed il Sacro Cuore da amare», tre condi­zioni ehe si verificano per ogni nato di donna, in qua­lunque circostanza della sua esistenza.

Gesù è pienezza da cui tutti riceviamo, ma in ragio­ne della nostra immersione in quell'oceano, della no­stra gioiosa caduta in quell'abisso di virtù.

Le anime fervorose mediante la devozione al Sacro Cuore saliranno a grande perfezione senza fatica. Tut­ti sappiamo che quando si ama non si fatica e che, se si fatica, si trasforma in amore la fatica stessa.

L'amapte, tutt'al più, può lavorare, ma faticare mai. Il suo è sempre un lavoro gioioso, mai fatica monoto­na ed estenuante.

Il Sacro Cuore è la «fonte di ogni santità ed è anche la fonte di ogni consolazione», sicché, avvicinando le labbra a quel Costato ferito, noi beviamo ad un tempo santità e gioia.

Ed è ovvio, dal momento che la familiarità con Gesù è dolce e stupenda assai, allorché si abita in quel Cuo­re come nella cella d'amore. S. Teresina notava con ragione: «quando amo, volo». Ed il volo il devoto del Sacro Cuore lo compie, per così dire, nella stratosfe­ra, sottratto al tensore gravitazionale, ossia al peso delle preoccupazioni e della monotonia quotidiana. Le anime mediante la devozione al Sacro Cuore sali­ranno a grande perfezione in poco tempo. La stessa Santa chiamava ascensore le braccia di Gesù; ascen­sore dell'amore che doveva sollevarla fino al cielo. Questa simpatica immagine conviene riferirla molto più al Sacro Cuore!

La beata Messaggera con perfetta cognizione di cau­sa afferma: «Io non so che vi sia alcun altro esercizio di devozione nella vita spirituale più efficace per in­nalzare in poco tempo un'anima alla più alta perfezio­ne». E ne addita un esempio pratico nel B. De la Co­lombière che giunse, con questa devozione, ad una «altissima perfezione ed in poco tempo».

Quando il Sacro Cuore comunica le sue fiamme, ogni altro mezzo di santificazione, in certo senso, non serve più, proprio come le ruote dell'aereoplano quando è già ad alta quota.

Il P. Ludovico da Casoria disse una volta alla vene­rabile Volpicelli: «Verrà un giorno in cui chiuderai tutti i libri, ma Gesù ti aprirà il suo Cuore dove nella prima, nella seconda pagina e nelle altre seguenti non leggerai altro che amore, amore, amore».

Questa verità si trova espressa in forma limpidissi­ma dal magistero ecclesiastico; da Pio XII, per esem­pio, è esposta così: «Il culto tributato al Sacro Cuore non è «una qualsiasi pratica di pietà che sia lecito po­sporre ad altre o tenere in minor conto», ma è «una forma di culto sommamente idoneo al raggiungimen­to della perfezione cristiana». Poiché se la devozione secondo il concetto teologico tradizionale, espresso dall'angelico Dottore, non sembra essere altro che la pronta volontà di dedicarsi a quanto riguarda il servizio di Dio, quale servizio di Dio più obbligatorio e più necessario si può immaginare ed in pari tempo più no­bile, e dolce, del servizio reso al suo amore? E quale servizio si può inoltre pensare più gradito ed accetto a Dio di quello che consiste nell'omaggio alla carità di­vina, e che vien reso per amore, dal momento che ogni servizio liberamente è, in un certo senso, un dono, e «l'amore costituisce il primo dono, fonte di ogni dona­zione gratuita?».

 

9° Promessa: «Io benedirò persino le case dove l'immagine del mio Sacro Cuore sarà esposta e venerata».

Gesù «mi ha assicurato - scrive la Veggente - ch'Egli prova un piacere particolare ad essere onorato sotto l'immagine di questo Cuore di carne, e vuole che tale immagine venga esposta in pubblico per... com­muovere il cuore insensibile degli uomini, prometten­domi di riversare con abbondanza sul cuore di quanti lo onoreranno, tutti i tesori di grazie di cui è ripieno, e che, dovunque questa immagine verrà esposta per es­sere onorata, attirerà ogni sorta di benedizioni».

Gesù in questa nona promessa mette a nudo tutto il suo amore sensibile, proprio come ciascuno di noi s'intenerisce nel veder custodita la propria immagine. Se una persona che amiamo apre il portafogli sotto i nostri occhi e ci mostra sorridendo la nostra fotogra­fia che custodisce gelosamente sul cuore, forse sot­trattaci di nascosto, noi sentiamo spicciare nell'inti­mo una fresca polla di dolcezza; ma ancora più ci sen­tiamo presi da tanta tenerezza allorché, tornando a casa dopo lunga assenza, vediamo la nostra immagine nell'angolo più visibile della casa e tenuta con somma cura dai nostri cari. Ma queste non sono debolezze umane? È mai possibile che Gesù si mostri debole al pari di noi? Incredibile, ma vero! Anzi Gesù insiste tanto sul «piacere particolare» che prova nel rivedere esposta la propria immagine da farci pensare alla psi­cologia delle adolescenti, le quali più facilmente si la­sciano intenerire da espressioni delicate di tenerezza e di premura. Quando si pensa che Gesù ha voluto prendere l'umanità nella sua interezza, eccetto il pec­cato, non ci si meraviglia più, anzi si trova assai natu­rale che tutte le sfumature della sensibilità umana, nella loro vasta gamma e nella massima intensità, sia­no sintetizzate in quel cuore divino che è più tenero del cuore di mamma, più delicato del cuore di sorella, più fervente del cuore di sposa, più semplice del cuo­re di bimbo, più generoso del cuore dell'eroe. Il Cuore di Gesù è il Cuore di Gesù!

Bisogna però subito aggiungere che Gesù desidera tanto vedere esposta alla pubblica venerazione l'im­magine del suo Sacro Cuore, non solo perché questa delicatezza appaga, in parte, quel suo bisogno intimo di premure e di attenzioni, ma soprattutto perché con quel suo Cuore trafitto dall'amore vuol colpire l'im­maginazione e, attraverso la fantasia, conquistare il peccatore che guarda l'immagine; per impadronirsi della fortezza dell'anima intende aprirsi una breccia attraverso i sensi.

A Gesù sta molto a cuore il culto pubblico appunto perché esso crea un clima collettivo dove il singolo si trova come immerso in un'atmosfera religiosa, e si apre spontaneo come un fiore al sole del mattino, ma a Gesù piace anche il culto privato, anzi possiamo dire che se Egli desidera che il culto pubblico sia discipli­nato e severo, in quello privato preferisce che l'anima, senza norma e senza studio, si abbandoni completa­mente all'intimità.

Per questo Gesù, non pago di versare abbondante­mente nel cuore di tutti coloro che onoreranno l'im­magine del Sacro Cuore, tutti i doni di cui questo Cuo­re è ripieno, si affretta a promettere, a coloro che por­tano addosso l'immagine del Sacro Cuore, il dono più ambito di chi lotta per la conquista della virtù: l'ardo­re dell'amore nella pace dei sensi.

«Ha promesso di imprimere il suo amore nel cuore di tutti coloro che porteranno quest'immagine e di di­struggere in loro ogni movimento sregolato».

Quest'armonia tra la grazia e lo spirito, tra lo sprito ed i sensi è il traguardo agognato da tutti gli asceti e costituisce un autentico saggio del Paradiso.

 

10a Promessa: «Darò ai sacerdoti il dono di commuovere i cuori più induriti».

Gesù dice ai suoi sacerdoti: «Vi mando nel mondo, ma voi non dovete essere del mondo» ed aggiunge: «Come hanno perseguitato me, così perseguiteranno voi, perché non può essere il discepolo da più del mae­stro» e definisce il sacerdote con quella immagine tut­ta sua «un agnello tra i lupi».

Il povero sacerdote, staccato dal focolare domesti­co, senza famiglia, ama i bimbi altrui e considera figli suoi i sofferenti che ama a misura che essi si rendono meno amabili. Benedice tutte le sorgenti della gioia e si eclissa immediatamente per poi riapparire quando, esaurita la gioia, il mondo è lì lì per abbandonare chi soffre. Egli di continuo evoca la presenza del crocifis­so e più di ogni altro ne porta sul proprio corpo le stigmate: a lui è possibile e lecito una sola gioia che però vince tutti i gaudi: «dissetare Gesù che ha sete di anime, dissetare Gesù che ha sete che si abbia sete di lui».

Quel segregato dal mondo, che ha per così dire per propria dimora il dolore altrui, con Don Bosco ha det­to al Signore: «Dammi anime e prenditi tutto il resto» (e veramente infelice sarebbe egli se non l'avesse det­to e non lo andasse ripetendo ogni giorno!).

Ebbene, in quel «tutto» a cui ha rinunciato c'è dav­vero tutto: da un abito igienico ed elegante ad una in­genua carezza dei bimbi, dal piatto preparato da una mano affettuosa ad un onesto affare economico. La vi­ta per lui si concentra, in tutto e per tutto, in un'unica impresa e nell'unica gioia di guadagnare anime a Ge­sù! Se viene meno a quest'unico scopo, la sua esisten­za di riduce davvero ad un'agonia del Golgota. Ma Ge­sù buono, che ha bevuto fino all'ultima stilla il calice del Getsemani ed ha quindi esperimentato tutta l'ago­nia sacerdotale, sente infinita pietà per gli apostoli af­franti dall'insuccesso, e consegna loro l'esca d'oro per pesche miracolose: consegna il suo Cuore.

Propagando la grande devozione, il sacerdote riu­scirà a spetrare i macigni, a liquefare il ghiaccio, a piegare la volontà più ribelle; vedrà i bimbi assiepare la mensa eucaristica ed i peccatori assediare il tribu­nale della penitenza; osserverà sereni i malati, rasse­gnati i poveri, sorridenti gli agonizzanti.

«Non vi è nulla di più dolce - ha scritto la Santa - e di più soave e nel medesimo tempo di più forte ed ef­ficace, che la soave unzione dell'ardente carità di que­sto amabile Cuore per convertire le anime più induri­te e penetrare i cuori più sensibili, per mezzo della pa­rola dei suoi predicatori e dei suoi fedeli amici, che Egli renderà come una spada di fuoco, la quale farà li­quefare nell'amor suo i cuori più agghiacciati».

La parola dell'apostolo che brucia d'amore per il Sacro Cuore è realmente una spada di fuoco perché viene, di volta in volta, foggiata nel suo cuore sacerdo­tale che, ad imitazione del Cuore di Gesù, è una vera fornace ardente di carità. Si capisce allora come deve arridere il successo ai sacerdoti che hanno appreso da Gesù stesso l'arte di commuovere i cuori.

«Il mio divin Maestro mi ha fatto conoscere che co­loro i quali lavorano per la salvezza delle anime, lavo­reranno con successo meraviglioso e conosceranno l'arte di commuovere i cuori più induriti, purché ab­biano una tenera devozione al Sacro Cuore, e si impe­gnino ad ispirarla e a stabilirla dovunque».

Don Bosco, che aveva una conoscenza miracolosa di tutti i problemi dello spirito, condivideva fino alla passione il pensiero di S. Agostino che afferma: «Hai salvato un'anima? Hai messo al sicuro la tua» e perciò aveva foggiato questo motto che serviva a lui ed ai suoi, quale classica formula di saluto: «Salve, salvando salvati!».

Gesù ci è garante che noi salveremo le anime nella misura che ameremo e faremo amare il suo Sacro Cuore, e salvando i fratelli, non solo ci assicureremo la salvezza eterna, ma conseguiremo un alto grado di gloria, proporzionato appunto al nostro impegno nel­lo zelare il culto del Sacro Cuore. Ecco le precise pa­role della Confidente: «Gesù mette al sicuro la salvezza di tutti coloro che si consacrano a lui per procurargli tutto l'amore, l'onore, la gloria che sarà in loro potere ed ha premura di santificarli e di renderli tanto grandi dinanzi al Suo eterno Padre, quanto essi si saranno preoccupati di dilatare il regno del suo amore nei cuori».

Mossa da una delicatezza degna proprio del Sacro Cuore, la santa Messaggera, per timore che gli aposto­li lavorino più in vista della ricompensa che per puro amore, si impone l'eroico segreto di tacere circa la gloria sterminata che Gesù ha preparato a coloro che zelano il culto del suo divin Cuore.

Ma per coloro che si affaticano a farlo conoscere ed amare: « Oh! se potessi - ella scrive - se mi fosse per­messo di svelare ciò che mi è stato concesso di cono­scere delle ricompense che riceveranno da questo Cuore adorabile, direste con me: «Fortunati quelli che Egli impiegherà per l'esecuzione dei suoi disegni! E la ragione per cui non mi è permesso di parlare di que­ste ricompense... è perché lavorino senz'altro interes­se che quello della sua gloria, per suo puro amore».

Quali saranno mai queste arcane ricompense? Sa­ranno forse un paradiso nel paradiso?

 

11a Promessa: «Le persone che propagheranno que­sta divozione, avranno il loro nome scritto nel mio Cuore e non sarà cancellato giammai».

Scrivendo alla Madre De Saumaise la Santa dice che vi «furono molti (cuori) i cui nomi rimasero scritti a lettere d'oro nel Sacro Cuore! Erano i cuori di colo­ro che hanno lavorato di più per farlo conoscere ed amare».

«E non permetterà mai che ne siano cancellati». Questa si potrebbe definire la promessa della grati­tudine divina; infatti, se la dodicesima è un eccesso della misericordia, l'undicesima è un eccesso della ri­conoscenza del Cuore di Gesù.

Nella Sacra Scrittura si parla più volte del «libro della vita». S. Giovanni, per esempio, dice che nella ce­leste Gerusalemme «non entrerà nulla di impuro, né chi commette abominazione e falsità, ma solo gli iscritti nel libro della vita dell'agnello».

Il Medio Evo fu atterrito da quel libro che tutto con­tiene e che aperto verrà posto davanti al Giudice supremo. Ma chi mai avrebbe potuto aspettarsi che per gli apostoli quel libro sarebbe stato il Cuore di Gesù? Gesù, che nella vita sua mortale, non si curò mai di scrivere, ora, lassù, si dà tanta premura di registrare i nomi dei suoi prediletti a caratteri d'oro, nel libro vi­vo e rosso del Suo Cuore!

L'amante del Cantico dei Cantici si incide sul brac­cio un segno dell'amata. Gesù, il vero amante delle anime nostre, non sul braccio pone un «segnacolo» dei suoi prediletti, ma scrive i nomi nel suo Cuore!

L'anima generosa dell'apostolo ha detto a Gesù: «Tutti i miei beni sono tuoi» e Gesù, a sua volta, com­mosso, ha risposto: «Ed anche i miei beni sono tuoi, anzi io stesso sono tuo! Curati del mio onore e delle cose mie ed il mio Cuore si curerà di te e delle cose tue».

L'avere il proprio nome scritto nel Cuore di Gesù, vuol dire godere questo scambio di interessi, ossia un alto grado di grazia; ma il privilegio straordinaris­simo che rende la promessa «la perla del Sacro Cuo­re», sta nelle parole «e non ne saranno mai cancella­ti». Se si cadesse in un peccato mortale, almeno tem­poraneamente quella intimità cesserebbe e verrebbe­ro cancellati quei nomi con la perdita dello stato di grazia; quindi se quei nomi non verranno mai cancel­lati vuol dire che le anime, che portano quei nomi scritti nel Cuore di Gesù, saranno continuamente in stato di grazia e godranno, per così dire, del dono di impeccabilità.

Se si tiene presente che la vita dell'uomo è una mili­zia sulla terra, si comprenderà che l'undicesima pro­messa ci rende invulnerabili contro gli attacchi con­centrici del mondo, della carne e di satana. Che si può desiderare di meglio da parte dell'anima delicata ed eroica che vuole immolare se stessa per il trionfo del Sacro Cuore, ma ha tanta paura di commettere il pec­cato mortale? Liberarsi dall'angoscia dei peccati pas­sati è più facile, molto più facile che liberarsi dell'an­goscia dei possibili peccati futuri. Si sa bene che il Si­gnore è misericordia infinita e l'anima che si sente colpevole, fa presto a sospendersi al collo di Gesù ed a piangere sul petto trafitto le dolci lacrime del penti­mento, ma la tortura di poter offendere da un momen­to all'altro Chi tanto ci ama, è la tragedia delle anime delicate.

La sublime devozione può salvarci dall'angoscia del futuro se facciamo di tutto per costringere dolcemen­te Gesù a registrare i nostri nomi nel Cuore suo, ch'è il libro della vita perché è il libro dell'amore.

S. Margherita Maria aveva ragione di esclamare: « Felici coloro che il Sacro Cuore impiegherà per l'ese­cuzione dei suoi disegni! ».

«Confesso di non poter credere che le persone con­sacrate a questo Sacro Cuore periscano, né cedano sotto il potere di satana col peccato mortale, se cerca­no di vivere la consacrazione».

Le promesse di Gesù che il Vangelo ci riporta sono forse meno decise e meravigliose di quelle fatte a Paray-le-Monial? Anzi più: e crediamo bene che nessu­no avrà il talento di interpretarle in senso metaforico. Le riportiamo perché il lettore possa giudicare: «Io trarrò tutto a me.

Ognuno che crede in me non resterà nelle tenebre; non morrà in eterno; non sarà giudicato; sgorgheran­no da lui fiumi di acqua viva.

Chi resta in me porterà gran frutto.

La parte migliore, a chi l'ha scelta, non sarà strap­pata mai.

I poveri avranno il regno di Dio; gli affamati la sa­zietà; i desolati il conforto; i perseguitati la corona. I pubblicani e i peccatori andranno innanzi al re­gno.

Dei piccoli è il regno dei cieli. A chi ha sarà dato.

Chi starà saldo fino in fondo si salverà.

Chi avrà fatto la volontà del Padre mio che è nei cie­li, costui entrerà nel suo regno.

Chiunque avrà fatto la volontà di Dio è mio fratello e sorella e madre.

Se uno vuol essermi servo, mi segua, e dove sono io sarà anche il servo mio.

Se uno mi servirà, il Padre mio lo renderà glorioso.

Chi avrà perduto la sua anima per me la troverà. Chiunque mi confesserà davanti agli uomini, lo con­fesserò anch'io davanti al Padre mio ch'è nei cieli. In verità vi dico, è venuta l'ora quando i morti ascol­teranno la parola del Figlio di Dio e chi l'avrà ascolta­ta vivrà.

È volontà del Padre mio che m'ha inviato: chiunque vede il Figlio e crede in Lui avrà la vita eterna: io lo ri­susciterò nell'ultimo giorno.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue resta in me ed io in lui. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.

Chi s'introdurrà attraverso di me sarà salvo, ed en­trerà ed uscirà e troverà pascolo.

Se rimarrete in me e le parole mie resteranno in voi, tutto quel che vorrete lo chiederete, e vi sarà concesso. Vi assicuro, chi crede in me farà le stesse opere mie, e ne farà di più grandi.

Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e gli aprirò il mio cuore. Se uno mi ama, si atterrà alla mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e faremo dimora in lui.

Vi ho detto queste cose perché il mio gaudio sia in voi e la vostra felicità sia piena.

Cielo e terra saran travolti: la mia parola non ca­drà». Il senso di queste grandi parole non è identico a quello delle rivelazioni di Paray-le-Monial?

Chi scieglie Gesù avrà Gesù e lo godrà in eterno. Chi ama capisce.

 

12a Promessa: «La Grande Promessa»

Un eccesso del Suo amore e della Suo onnipotenza, definisce Gesù la sua ultima promessa che i fedeli in coro hanno definita «grande». La grande promessa, nei termini fissati dall'ultima critica testuale suona così:

«Io ti prometto nell'eccessiva misericordia del mio Cuore che il mio amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno per nove primi venerdì del mese, consecutivi, la grazia della penitenza; essi

non morranno in mia disgrazia, ma riceveranno i santi Sacramenti ed il mio Cuore sarà loro sicuro asilo in quel momento estremo».

Da questa dodicesima promessa del Sacro Cuore nacque la pia pratica dei «Primi Venerdì».

Questa pratica è stata vagliata, accertata e studiata scrupolosamente da Roma. E come potevano quelle congregazioni romane far passare inosservata una pratica tanto sconcertante da annullare finanche una decisione da esse presa nel 1753 la quale condannava, senza discussione, tutte le pratiche o devozioni alle quali è legata la promessa della perserveranza o della conversione finale?

Che se poi i difensori della fede si fossero dimentica­ti di quella condanna, non poteva certo loro sfuggire che pratica sì ardita sembrava presentarsi in aperto contrasto con l'assai noto canone del Concilio di Tren­to, il quale rende di fede definita il fatto che nessuno può essere certo della propria salvezza, con una certez­za assoluta ed infallibile, «senza una speciale rivelazio­ne». E la grande promessa non annunciava appunto a chiare note di essere la «speciale rivelazione?».

Certo si è che la pia pratica insieme col «Mese del Sacro Cuore» riceve una solenne approvazione ed un valido incoraggiamento da una lettera che il Prefetto della Sacra Congregazione dei Riti scrisse per volere di Leone XIII il 21 luglio 1899. Da quel giorno gli inco­raggiamenti dei romani pontefici per la pia pratica non si contano più; basti ricordare che Benedetto XV aveva tanta stima della «grande promessa» da inserir­la nella bolla di canonizzazione della fortunata Veg­gente, Margherita M. Alacoque.

in cine consiste fa nranùe t~rornessa

Tutte le promesse sono bellissime, ma tutte sono in funzione della grande che annunziano o preparano. Essa è la grande effettivamente perché promette il massimo dei doni: la perseveranza finale.

Per perseveranza finale si intende la perseveranza nel bene, ma soprattutto la morte in stato di grazia.

In altri termini Gesù promette la coincidenza dell'ultimo istante della vita con lo stato di grazia, e con la perseveranza finale Gesù promette anche la grazia degli ultimi Sacramenti che costituiscono i mezzi normali per la perseveranza medesima. Si capi­sce che, siccome la promessa riguarda lo stato di gra­zia in punto di morte, passa in secondo ordine la rece­zione degli ultimi Sacramenti, qualora il morente fos­se già in grazia di Dio.

È ovvio, però, che la privilegiata pratica non va pre­sentata come un talismano dal momento che l'ingres­so al cielo non è determinato da nessuna pratica, ma esclusivamente dallo stato di grazia. Non si intende affatto dire che i primi venerdì aprirebbero l'ingresso al cielo anche a coloro che muoiono in peccato morta­le, assolutamente, ma che Gesù, nella sua bontà, non permetterà che chi con fervore ha seguito la pratica abbia a morire in stato di peccato o impenitente.

Si tenga anche ben presente che la pratica dei primi venerdì è soltanto una condizione voluta dal Sacro Cuore e non può mai assurgere a diritto per la perse­veranza finale. Se ogni grazia è appunto grazia gratui­ta, tanto più deve essere gratuita la perseveranza fina­le che è la grazia delle grazie. Essa non è legata ad un nostro diritto, ma soltnto all'eccessiva misericordia del Sacro Cuore.

Il salvagente del mare infido

La perseveranza finale non è un problema ma è il problema! Per essa hanno penato e tremato anche i colossi della spiritualità; «chi sta in piedi cerchi di non cadere»; «con timore e tremore operate la vostra salute», così grida S. Paolo, il quale però non si limita ad ammonire gli altri, ma dà di piglio ai flagelli per ri­durre in schiavitù il proprio corpo, onde il vaso di ar­gilla diventi il vaso di elezione.

«Castigo il mio corpo e lo riduco in servitù, affinché dopo aver predicato agli altri non abbia a diventare reprobo io stesso».

La grande promessa limita il tremore, attutisce il ti­more, alimenta la speranza del Paradiso e dona un fi-

ducioso abbandono nel Sacro Cuore.

È anche da notare che chi fa bene i primi venerdì del mese è sicuro di salvarsi, ma non con quella sicu­rezza con cui sa, per esempio, che per la morte l'ani­ma si separa dal corpo o con cui sa che due più due fanno quattro, ossia la grande promessa offre una cer­tezza, ma una certezza morale e non già metafisica o matematica. La certezza di tipo morale esclude la te­merarietà spregiudicata e ci tiene nell'umile circospe­zione di chi è sempre vigilante, anche perché non sia­mo certi di aver fatto bene le nove comunioni; fondan­dosi però la grande promessa sull'eccessiva miseri­cordia e sul trionfo di «un amore onnipotente», ci of­fre la garanzia piena per il più fiducioso abbandono sul Cuore di Gesù che si apre quale «asilo sicuro in quell'ultimo momento».

Ma anche offrendo la sola certezza morale per la perseveranza finale, la promessa «grande» non cessa di essere per questo un eccesso di amore, tanto che studiosi anche assai dotti e pii non hanno saputo vin­cere lo stupore che essa esercita ed hanno studiato per ridurne la portata. Si direbbe che le nostre pupille miopi non sopportino il bagliore di tanta luce e la no­stra invincibile grettezza umana, in buona fede, tenti di porre limiti alla prodigalità divina.

Per alcuni la grande promessa avrebbe un puro va­lore formativo. La pia pratica dei nove venerdì sradi­cherebbe senz'altro le passioni ed opererebbe un per­fetto distacco dal peccato, sicché meriterebbe ed assi­curerebbe, per virtù propria, la perseveranza finale. Proprio come avviene nel campo dello studio ove eser­cizi bene scelti e meglio eseguiti porterebbero di per sé a sicura promozione.

Se stessero così le cose, non valeva proprio la pena che Gesù si scomodasse tanto per rivelarci un nuovo eccesso di amore che in realtà è molto antico.

E come spiegare proprio il numero nove ed il primo venerdì? Né un numero in più o in meno, né un altro giorno del mese. Eppure i giorni sono pressoché tutti uguali!

Questa teoria che snatura la pia pratica coglie per

altro un lato assai seducente del devoto esercizio. Si è infatti esperimentato le mille volte che anime schiave di abitudini colpevoli raramente siano arrivate all'ul­timo venerdì senza esserne liberate. E le nove confes­sioni perdono il loro sapore angoscioso per creare un'esigenza dell'igiene divina: il bisogno di bagnarsi spesso l'anima nel Sangue di Gesù.

Altri dotti, abbagliati anch'essi da tanta generosità divina, credono opportuno attenuarla, ponendovi con­dizioni che il Sacro Cuore non ha inteso dettare; pre­tendono pertanto che le nove comunioni siano fatte in vista della perseveranza finale e con grande spirito di riparazione. Certo lo spirito di riparazione è il clima naturale della grande devozione e Gesù da quelle co­munioni si aspetta tanto conforto, ma Egli da valente legislatore divino, ove vuole sa ben spiegare, ed ove non vuole tace.

Anche qui vale l'antica norma giuridica: «ove la legge ha voluto, ha detto, e dove non ha voluto, ha taciuto». Un'altra corrente di studiosi, sempre, si capisce, in buona fede, svuota d'ogni valore la promessa asseren­do che essa si effettua solo se il fedele, dopo le nove comunioni, rimane in stato di grazia sino alla morte; che se invece per sua disgrazia somma ricade in pec­cato, allora Gesù non è più tenuto alla promessa.

È ovvio che in questo caso la perseveranza finale è dovuta allo stato di grazia abitualmente conservato e non già ad un generoso e singolare intervento da parte di Gesù che si è impegnato per puro amore.

Dalle parole usate da Gesù nel formulare il sommo privilegio e dalla interpretazione che ne dà la prassi della Chiesa, resta indiscusso che «tutti gli obblighi della grande promessa si possono adempiere anche moltissimi anni prima della morte. Dopo il loro adem­pimento può intervenire il peccato, la perversione, l'ostinazione nella colpa... e ciò nonostante la grande promessa resta, anzi, proprio allora si manifesta in tutto il suo splendore la potenza e la bontà del Sacro Cuore».

Né Gesù parla di comunioni fervorose o di comunio­ni riparatrici; basta che siano comunioni ben fatte.

Se sbalordisce la grandezza del dono, si porti lo sguardo sulla ricchezza del donatore; non per altro Gesù alla magnificenza del privilegio ha permesso che esso è accordato dall'«amore onnipotente nell'eccessi­va misericordia».

Se la grande promessa ha per causa l'amore che ,può tutto e la misericordia che è eccessiva, qualunque sia il suo sconfinato valore, resterà sempre un effetto sproporzionato alla causa che è infinita, perciò nes­sun timore può essere giustificato per poco che si co­nosca il Sacro Cuore!

«Chi mangia di questo pane vivrà in eterno». Così aveva detto Gesù ed ora sembra che sia ritornato a precisare e a stabilire le condizioni del minimo indi­spensabile di quel pane per conseguire la vita eterna.

Non resta che premunirsi per tempo del tanto eco­nomico biglietto di ingresso al Paradiso. E si tenga an­che presente che, come neppure un miliardario è di­spensato dal premunirsi contro gli infortuni, così an­che i fervorosi devono prepararsi all'incertezza della morte, con la pratica dei primi venerdì.

 

PREGHIERE

Grazie Signore

Un giorno, o Signore, tu guaristi dieci lebbrosi. La miseria, la malattia, aveva unito al gruppo un samari­tano, che, sano, sarebbe stato considerato straniero, reietto, inavvicinabile. E fu questo straniero che ti venne a ringraziare per la guarigione ottenuta. Lui commosse il tuo Cuore. Dicesti: E gli altri nove? Noi non vogliamo essere come gli altri nove. Abbiamo seguito le promesse che facesti per noi a S. Margherita Maria Alacoque. Ti diciamo con tutto il cuore: grazie, Signore.

Grazie per il dono di Te che l'amore infinito del Di­vin Padre ci ha fatto.

Grazie per l'amore che ti ha portato ad incarnarti per noi, a vivere per noi, a soffrire, morire, risorgere per noi.

Grazie, o Signore, per il dono dello Spirito Santo che ci unisce a te, come tralci alla vite, come membra al Capo...

Grazie per ogni tua parola, ogni tuo gesto, ogni tuo miracolo compiuti per noi, soprattutto per il grande miracolo della santissima Eucaristia.

Grazie, Signore, per averci dato come Madre la tua mamma. Con lei ci sentiamo meno orfani, con lei si aprono i nostri cuori ad accogliere con rinnovata fede e con purificato amore i tuoi doni, le promesse gene­rose del tuo Cuore.

Grazie, Signore. Santifica le anime nostre, unisci le nostre famiglie nell'amore scambievole, rendi la patria nostra fedele al tuo insegnamento e alla parola del Pa­pa, fa' che si uniscano nella concordia tutti i cittadini; riversa sul mondo intero l'abbondanza della tua mise­ricordia, la tua luce, la tua pace, la tua salvezza.

Cuore Sacratissimo di Gesù, noi confidiamo in te.

 

Padre che aspetta

Aveva dimostrato da parecchi mesi disgusto per la casa. Col fratello maggiore erano continue baruffe. Un giorno si presentò al padre e disse di volere il suo perché intendeva mettersi in proprio. Il padre lo ac­contentò, pur sapendo che non avrebbe retto.

Baldanzoso, col suo gruzzolo nella borsa, il giovane si buttò all'avventura. Cominciò col farsi certi amici. Finì con la borsa vuota e una gran fame, proprio quan­do la carestia s'era messa a flagellare la contrada.

Intanto suo padre non mancava ogni giorno di affac­ciarsi al balcone per vedere se mai il prodigo tornasse. Lo intravide finalmente ch'era lontano. Il cuore gli diceva ch'era lui, ma all'aspetto non poteva essere. Mio Dio, così mal ridotto? Era proprio lui. Veniva dai maiali e dalle carrube. «Padre ho peccato contro il cielo e contro di te ... ». Non lo lasciò finire. Diede ordi­ne che si rivestisse, che si facesse festa per il perduto ritrovato, per il morto tornato a vivere.

Verrà il fratello più tardi e farà chiasso. Sono sem­pre suoi figli.

Siamo sempre figli di Dio, del Padre che aspetta il nostro ritorno per darci il suo bacio e riverstirci della sua grazia.

 

Preghiera per la perseveranza finale

Cuore divino di Gesù, che nell'immensa bontà e mi­sericordia tua, vuoi fare dimora nell'anima mia, con­cedimi la perseveranza finale da te promessa a quanti si comunicano per nove primi venerdì consecutivi. Fa' che l'anima mia sia libera sempre dal peccato, affin­ché dopo essere vissuta nella tua amicizia in terra, possa venirti a godere in cielo e a lodare con gli angeli e i santi le infinite perfezioni del tuo Cuore. Amen.

 

Litanie del Cuore di Gesù

Signore, pietà.

Signore, pietà.

Cristo, pietà.

Cristo, pietà.

Signore, pietà.

Signore, pietà.

Cristo, ascoltaci.

Cristo, ascoltaci.

Cristo, esaudiscici.

Cristo, esaudiscici.

Padre Celeste, che sei Dio abbi pietà di noi

Figlio Redentore del mondo, che sei Dio abbi pietà di noi

Spirito Santo, che sei Dio abbi pietà di noi

Santa Trinità, unico Dio abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, Figlio dell'Eterno Padre abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, formato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Maria abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, unito alla Persona del Verbo di Dio abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, maestà infinita abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, tempio santo di Dio abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, tabernacolo dell'Altis­simo abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, casa di Dio e porta del cielo abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, fornace dì carità abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, fonte di giustizia e di carità abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, pieno di bontà e di amo­re abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, abisso di ogni virtù abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, degno di ogni lode abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, re e centro di tutti i cuori abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, tesoro inesauribile di sapienza e di scienza abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, in cui abita tutta la pie­nezza della divinità abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, in cui il Padre si com­piacque abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, dalla cui pienezza noi tutti abbiamo ricevuto abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, paziente e misericordio­so abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, generoso verso tutti quelli che ti invocano abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, fonte di vita e di santità abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, colmato di insulti abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, propiziazione per i no­stri peccati abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, annientato dalle nostre colpe abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, obbediente fino alla morte abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, trafitto dalla lancia abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, vita e risurrezione no­stra abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, pace e riconciliazione nostra abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, vittima per i peccatori abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, salvezza di chi spera in te abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, speranza di chi muore in te abbi pietà di noi

Cuore di Gesù, gioia di tutti i santi abbi pietà di noi

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo perdonaci, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo esaudiscici, Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo abbi pietà di noi.

Gesù, mite e umile di cuore, Rendi il nostro cuore simile al tuo.

Preghiamo. - O Dio Padre, che nel Cuore del tuo di­lettissimo Figlio ci dai la gioia di cele­brare le grandi opere del suo amore per noi, fa' che da questa fonte inesauribi­le attingiamo l'abbondanza dei tuoi doni.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

Atto di Consacrazione della famiglia al Divin Cuore

Cuore dolcissimo di Gesù, che hai fatto alla tua grande devota, Margherita Maria, la consolante pro­messa di benedire quelle case in cui sarà esposta l'im­magine del tuo Cuore, degnati di accettare la consa­crazione che ti facciamo della nostra famiglia. Con es­sa noi intendiamo proclamare solennemente il domi­nio che tu hai sopra tutte le creature e sopra di noi, ri­conoscendoti per Re delle anime nostre.

I tuoi nemici, o Gesù, non vogliono riconoscere i tuoi diritti sovrani e ripetono il grido satanico: «Non vogliamo che costui regni sopra di noi», straziando così nel modo più crudele il tuo amabilissimo Cuore. Noi vogliamo riparare questo oltraggio delle tue crea­ture, o Gesù, e ti diciamo con slancio e amore: regna sopra la nostra famiglia e su ciascuno dei membri che la compongono.

Regna sulla nostra mente, affinché noi abbiamo sempre a credere alle verità che tu ci hai insegnato. Regna sui nostri cuori, perché abbiamo sempre a se­guire i tuoi divini insegnamenti. Sii tu solo, o Cuore divino, il dolce re delle anime nostre; di queste anime che hai conquistato a prezzo del tuo sangue e che vuoi siano tutte salve.

E ora mantieni la tua promessa e fai discendere so­pra di noi le tue benedizioni. Benedici noi nei nostri lavori, nei nostri traffici, nelle nostre imprese, nella nostra salute, nei nostri interessi. Benedici tutti noi nella gioia e nel dolore, nella prosperità e nelle avver­sità, ora e sempre. Fa' che regni in mezzo a noi la pace, la concordia, il rispetto, l'amore reciproco e il buon esempio.

Difendici dai pericoli, dalle malattie, dalle disgrazie e sorpattutto dal peccato. Degnati infine di scrivere il nostro nome nella piaga sacratissima del tuo Cuore e non permettere che si cancelli mai. Fa', o Signore, che la nostra famiglia, unita qui in terra, si ritrovi tutta unita in cielo a cantare le glorie e i trionfi della tua misericordia. Amen.

 

Atto di Consacrazione del genere umano al Divin Cuore

O Gesù dolcissimo, o redentore del genere umano, ri­guarda a noi umilmente prostesi dinanzi .a te. Noi sia­mo tuoi e tuoi vogliamo essere; e per poter vivere a te più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi spontaneamente si consacra al tuo sacratissimo Cuore.

Molti purtroppo non ti conobbero mai; molti, di­sprezzando i tuoi comandamenti, ti ripudiarono.

O benignissimo Gesù, abbi misericordia degli uni e degli altri e tutti quanti attira al tuo Cuore santissi­mo. O Signore, sii il re, non solo dei fedeli, che non si allontanarono mai da te, ma anche di quei figli prodi­ghi che ti abbandonarono; fa' che questi quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di meseria e di fame.

Sii il Re di tutti quelli che sono ancora avvolti nelle tenebre dell'idolatria e dell'islamismo e non ricusare di trarli tutti al lume e regno tuo. Riguarda finalmen­te con occhi di misericordia i figli di quel popolo che un giorno fu il prediletto; scenda anche su di loro, la­vacro di redenzione e di vita, il Sangue già sopra di es­si invocato.

Largisci, o Signore, incolumità e libertà sicura alla Chiesa, largisci a tutti i popoli la tranquillità dell'or­dine, fa' che da un capo all'altro della terra risuoni quest'unica voce: sia lode a quel Cuore divino, da cui venne la nostra salvezza: a Lui si canti gloria e onore nei secoli dei secoli. Amen.