Ottobre
1990 Con approvazione dei Superiori
Alessandro
Scurani S.I.
Collana
Spirito e Verità Medjugorje Casella postale 1679 - 20101 MILANO C.C.P.48774202
Una
celebre favola di Esopo racconta di una «mosca cocchiera» la quale, issatasi
un giorno sul timone di un aratro, incominciò a stimolare a gran voce i buoi
perché compissero il loro dovere: «Tira a destra, allunga il passo, muoviti,
se non vuoi provare la punta del pungolo...». Vociferò per tutto il giorno,
tra la perfetta indifferenza dei due grossi animali. Finché giunta a sera,
sudata e sgolata, esclamò soddisfatta: «Abbiamo arato tutto il giorno».
Quanti
di noi, nella vita spirituale, sono come la «mosca cocchiera». Ci diamo un
sacco di arie, ritenendoci importanti, e ci affatichiamo come se il successo
della nostra perfezione dipendesse in massima parte da noi. Sappiamo benissimo
che i protagonisti di ogni perfezione spirituale sono due - Dio e noi - ma dimentichiamo
troppo spesso che si tratta di due protagonisti non alla pari. Dio è tutto e
noi, se sia-
mo
qualcosa, lo dobbiamo unicamente a lui. Dio fa la sua parte, che è
indispensabile, e ci aiuta anche a fare la nostra piccola parte, per darci la
soddisfazione di partecipare alla sua opera.
Eppure
qualche volta ci comportiamo come se fossimo noi a fare tutto. Progettiamo, definiamo,
ci impegnamo, siamo tentati perfino di dare consigli a Dio e di concludere alla
fine della nostra giornata terrena come la «mosca cocchiera», o come i
vignaioli della parabola: «Abbiamo lavorato tutto il giorno, sopportando il
peso della giornata e il caldo» (Mt 20, 12).
Dio,
protagonista, unico In realtà è Dio il vero e unico protagonista della
perfezione dell'uomo. Talmente unico che la prima norma per chi tende alla
perfezione è di dargli spazio, di tirarsi da parte. Dio occupa progressivamente
l'anima dell'uomo nella misura in cui l'uomo fa il vuoto dentro di sé.
La
premessa di ogni autentica perfezione è la purificazione interiore. Una
purificazione radicale, che esige la perdita di ogni valore che non sia voluto
da Dio stesso o per motivo diverso dalla sua volontà. Ogni volta che pretendiamo
di sostituire i nostri progetti, le nostre affermazioni, i nostri sogni e
desideri al progetto di Dio riguardo a noi, al suo progressivo fare spazio in
noi, al suo desiderio della nostra perfezione, confondiamo i suoi disegni, lo
ostacoliamo nella sua opera, impediamo il lavoro della sua grazia e
rallentiamo il cammino delle tre virtù teologali in noi.
Ogni
volta che ci preoccupiamo di noi, anche della nostra salvezza, ogni volta che
preferiamo le nostre sicurezze umane al pacifico dettato della sua Parola,
il sentiero della speranza si fa più arduo, la fede si oscura, la carità tende
a ripiegarsi su se stessa.
La
purificazione La purificazione è la prima condizione di
ogni
perfezione. È elemento negativo, che comporta perdita, sacrificio, ma non
possiamo fare a meno di essa.
Si
tratta di purificarci non da alcune cose, ma da tutte le cose. Gesù ha espresso
questa necessità di purificazione totale dicendo: «Chi vorrà salvare la
propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà»
(Lc 9,24).
Bisogna
purificarsi dall'attaccamento ai beni esteriori, ma anche da quelli interiori,
dal proprio corpo non meno che dalle proprie ricchezze. Dai beni materiali,
ma anche da quelli spirituali, dalla propria cultura e dalle proprie abilità,
dai doni di natura, dal proprio carattere, più o meno gradevole, dalla propria
intelligenza. Bisogna purificarsi perfino dalla preoccupazione della nostra
perfezione morale, nella misura
in
cui è la nostra perfezione. Bisogna tendere alla perfezione, ma non bisogna
tendervi quasi a una forma di autoaffermazione. Non bisogna voler essere santi
più di quanto Dio stesso ci comandi di esserlo.
E
la purificazione dev'essere totale: non ammette eccezioni o sconti. Il padre
Lallemant - grande maestro di spirito del '600 francese - diceva: «Poco importa
se ciò che trattiene un passero è una corda o solo un filo di seta. Finché
il filo di seta non si spezza, il passero non può volare».
Il
peccato come attaccamento alla vita
Purificarsi
vuol dire morire un po' ogni giorno a se stessi. Ma a noi la morte ripugna. La
morte è l'estrema passività dei nostri desideri, è l'abdicazione totale dai
nostri progetti. Sta qui la radice di ogni nostro peccato: non vogliamo morire,
non vogliamo rinunciare alle realtà di cui è piena la nostra vita. Ogni nostro
peccato nasconde questo spasmodico attaccamento alla vita.
Dice
la lettera agli Ebrei a proposito del mistero dell'Incarnazione: «Poiché
dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch'egli [il Figlio di
Dio] ne è divenuto partecipe per ridurre all'impotenza mediante la morte
colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli
che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (Ebr
2, 14-15).
Purificarsi
dal peccato significa, dunque, li-
berarsi
da questo timore angoscioso della morte, che è la catena con la quale lo
spirito del male ci tiene legati a sé. Morte e peccato sono realtà tra loro
congiunte non solo perché la morte è metafora e conseguenza del peccato, ma
perché c'è un rapporto reale tra peccato e rifiuto della morte, come estrema
spogliazione di tutti gli egoismi naturali dell'uomo.
Una
via ardua, in salita La purificazione dal peccato vero e proprio è solo il
primo passo di un cammino lungo e faticoso. San Giovanni della Croce descrive
con precisione le varie tappe di questo cammino in salita: dall'oscuramento
della sensibilità e dell'immaginazione, alla perdita dell'intelligenza o
dello stupore intellettivo, al calare delle tenebre più profonde. Dio è
oltre tutto ciò che l'uomo può sentire, immaginare, comprendere, desiderare
con le sue sole forze naturali. L'uomo spirituale va di crisi in crisi,
penetrando pro
gressivamente
in un vuoto che lo spaventa. Perché si tratta di chiudere progressivamente
gli occhi alla luce che lo ha guidato fino a quel momento per penetrare sempre
più a fondo nell'oscura notte della fede. Notte avara di emozioni, di
consolazioni, di conforto. Si tratta di «passare da una luce che è tenebra a
una tenebra che è luce», come dice san Gregorio Nisseno.
Ma
questa notte oscura che l'uomo spirituale deve attraversare ha i suoi tempi e
le sue ore: l'ora del buio profondo nel pieno della notte e l'ora che conosce i
primi bagliori dell'alba ormai prossima. Sono i preannunci della luce. Al
vuoto totale, all'assenza e al silenzio completo di Dio per i nostri sensi e per
la nostra intelligenza, ecco che succede una presenza nuova, ancora oscura, ma
che s'illumina man mano in forza di una fede sempre più sicura e perspicace.
L'uomo
spirituale avverte un bel giorno, improvvisamente, che il Signore è vicino e
lo chiama: «Il Maestro è qui e ti chiama» (Gv 11, 28).
La
trasformazione interiore Alla purificazione succede allora un progressivo
cammino di trasformazione. È l'aspetto positivo della vita spirituale.
Bisogna camminare ancora, ma non più per discendere negli abissi della
mortificazione, dello spogliamento. Per salire passo passo l'erta che porta
all'unione con Dio e alla trasformazione in lui, guidati dalla luce del suo
Spirito, in un abbandono docile e crescente alle sue voci, alle sue ispirazioni,
alle sue illuminazioni.
Se
c'è una cosa che dovrebbe preoccuparci, ormai, è la docilità allo Spirito
Santo, che diventa il nostro unico maestro interiore. Egli esercita la sua
attrattiva in noi con forza e dolcezza insieme. La sua presenza occupante è
tanto più efficace quanto più trova libero il nostro cuore da altri
interessi e distrazioni. Ci conduce lentamente a custodirlo in noi stessi, in un
silenzio e in un raccoglimento pacifico,
che
è la condizione del suo operare nascosto. «Pace a voi - dice Gesù ai
discepoli dopo la risurrezione -. Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20, 21 s). E
lo Spirito nascosto in noi innalza di giorno in giorno la sua lode al Padre,
senza strepiti o interruzioni. «Silentium tibi laus»: il silenzio è la tua
lode.
Gesù,
modello imprescindibile Il vero modello di questa vita nello Spirito è Gesù.
Egli che, in quanto Figlio, era unito al Padre come nessun uomo potrà mai
esserlo in forza di quell'Amore che è lo Spirito, ha voluto, però, facendosi
uomo, tradurre la sua unione unica con il Padre in termini più comprensibili
per noi. Ha voluto farsi modello di ogni via di trasformazione nel Padre.
La
sua vita d'amore, di docilità allo Spirito si è espressa come perfetta
obbedienza di figlio e di discepolo. È lo Spirito che lo guida in ogni passo
della sua vita, dal deserto delle tentazioni alla somma afflizione del Calvario.
È l'attenzione alla volontà del Padre che lo rende distaccato da ogni
altro interesse umano, indifferente alle suggestioni della ricchezza, della
comodità, del successo. L'Amore del Padre incide talmente sulle ragioni del
suo vivere e del suo agire da trasformare interamente il mondo dei suoi seri-
timenti.
Gesù è modello di ogni vero amore e amicizia, di ogni generosità e liberalità
nei confronti della ricchezza, di perfetto equilibrio nella sottomissione
umile all'autorità senza cadere nell'abiezione o rinunciare al senso della propria
dignità personale.
La
sequela di Gesù consiste nel diventare suoi discepoli in questo cammino che
tende all'unione con il Padre, attraverso una trasformazione progressiva e
completa, che si attua a diversi livelli: dalla trasformazione dei sentimenti,
a quella dell'intelligenza per l'oscuro sentiero della fede, fino a toccare il
vertice dell'unione con la trasformazione della nostra volontà, quando
giungiamo a volere e desiderare solo ciò che Dio vuole e desidera.
La
trasformazione dei sentimenti e dei desideri
Si
tratta di scoprire che esistono altri valori, diversi da quelli che sono oggetto
del nostro desiderio naturale, e di imparare ad apprezzarli, fino a preferirli
a tutto. Modello di questa trasformazione dei sentimenti è la donna samaritana
che Gesù incontra al pozzo di Giacobbe. Dalle parole di Gesù scopre
improvvisamente un mondo di valori che le era sconosciuto e che esercita su di
lei un'attrattiva straordinaria, capace di annullare le altre attrattive, che
fino a quel momento avevano guidato la sua vita. Una trasformazione radicale
conosce anche la peccatrice di Magdala e forse la donna sorpresa in adulterio,
toccata dalla profonda bontà di Gesù. Per non parlare di tutti i discepoli e
apostoli, strappati dall'esempio mirabile di Cristo dalle loro
considerazioni mondane, dalle loro vanità.
Il
dinamismo del nostro desiderio naturale è
descritto
in breve da san Giovanni, quando ci esorta a combattere contro le tre
concupiscenze del mondo: «Concupiscentia carnis, concupiscentia oculorum et
superbia vitae», concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e
superbia della vita (1 Gv 2, 16). Possiamo vedere adombrate in queste tre
concupiscenze le tre attrattive fondamentali della vita di ogni uomo: il bisogno
degli affetti familiari; l'attrattiva per le ricchezze e le comodità; l'istinto
della propria autoaffermazione e del potere all'interno del gruppo sociale.
La
trasformazione dell'esigenza affettiva avviene quando l'uomo si convince che
è Dio l'oggetto primo di ogni suo vero affetto. Tutti gli altri affetti sono da
sé soli insufficienti a soddisfarlo. Perciò l'amore di Dio dev'essere messo
al di sopra di ogni altro amore. Questa convinzione porta non solo ad
affermare la priorità dell'amore per il Signore, ma in qualche modo anche la
sua esclusività. Non c'è nessun altro amore che possa entrare in competizione
con l'amore di Dio. Tanto che alcuni decidono di scegliere Dio come oggetto
unico del loro amore, rinunciando spontaneamente agli affetti familiari,
come fece Gesù stesso. Altri, pur scegliendo la vita coniugale e familiare,
affermano
il
valore dell'amore naturale in quanto è figura e via per andare a Dio. L'amore
per l'uomo non è un valore sul quale ci si possa attardare: è forma viale e
mediatrice per passare oltre. L'amore umano diventa segno sacramentale, efficace
di un amore più alto. Non per nulla san Giovanni presenta l'amore reciproco
come il luogo privilegiato in cui trovare Dio, il segno certo che il suo amore
è in noi (1 Gv 4, 7). L'amore del seguace di Cristo o è carità o è solo
impropriamente amore.
Anche
il desiderio delle ricchezze è una delle molle più efficaci dell'agire
umano. Lottare contro questa concupiscenza vuol dire moderare il desiderio
insaziabile di possedere. Ciò diventa più facile per l'uomo che ha posto in
Dio la sua unica ricchezza. È Dio la vera e sola sicurezza dell'uomo, ma Dio
non vuole entrare in concorrenza con le altre false sicurezze. Predilíge il
povero, che non ha altro valore a cui affidarsi. Gesù stesso ha scelto
costantemente la via della povertà e della spogliazione, procedendo
serenamente secondo le indicazioni del Padre, senza essere debitore a nessuno di
qualche privilegio o senza sentirsi creditore nei confronti di qualcuno per la
sua maggiore ricchezza o capacità.
Perché
la ricchezza economica è quasi sempre legata all'importanza sociale: essere
qualcuno, avere potere, autorità. È qui che s'innesta la terza
concupiscenza: la superbia della vita. Affermarsi, far carriera è un'altra
delle grandi attrattive dell'uomo. Comandare agli altri, superarli in
autorità e potere. Gesù ha scelto la via dell'umiltà e del servizio perché
più palese fosse che la sola, grande autorità è quella del Padre, il
quale non ha preferenze per nessuno, anzi predilige i poveri, gli umili. In
loro trova minore resistenza al suo volere supremo, in loro più docile è la
sottomissione ai suoi incomprensibili disegni. L'uomo abituato a comandare,
a decidere, a calcolare rinuncia infatti difficilmente a discutere con Dio, a
pretendere di capire, a contrattare il proprio assenso.
La
trasformazione dell'intelligenza È forse il passaggio più oscuro della trasformazione
interiore. La nostra intelligenza è fatta per la luce, per l'evidenza delle
cose certe. Capire vuol dire garantirsi contro le sorprese, vuol dire dotarsi
di sicurezze. Ma arriva il giorno in cui il Signore chiede all'uomo di rinuncíare
a tutte le sue sicurezze naturali, in cui l'intelligenza deve accettare di
essere in perdita, deve cedere il passo all'oscurità della fede.
È
veramente un entrare nel deserto per imparare l'abbandono fiducioso. Dio
condusse il suo popolo nel deserto perché, privo ormai di ogni soccorso
naturale, si abbandonasse completamente alla sua Parola. Lo Spirito conduce
Gesù nel deserto perché, attraverso le tentazioni, affermi un identico
totale abbandono alla volontà del Padre. Alla proposta ragionevole di Satana
perché affronti l'opera messianica confidando su mezzi materiali, sulla
popolarità, sul-
l'entusiasmo
delle folle, conquise dalla constatazione dei suoi poteri straordinari, Gesù
risponde con le parole della fede umile e abbandonata: «Non di solo pane
vive l'uomo»; «Non tenterai il Signore Dio tuo»; «Lui solo adorerai» (Mt
4, 4.7.10). Accetta la Parola del Padre come Parola definitiva, al di fuori di
ogni altra umana certezza.
Preferire
la fede all'intelligenza significa trasformare a poco a poco la luce
dell'intelligenza stessa, imparare a interpretare in prospettiva di fede gli
avvenimenti della propria vita e della storia degli uomini, affrontare con un
atteggiamento nuovo i nostri rapporti con il prossimo. In una parola: vivere
tutto con spirito di fede. Come Cristo, appunto, che durante tutti i giorni
della sua vita terrena non perdette mai di vista il Padre e il suo disegno di
salvezza, al quale aderì senza esitazione e senza pretendere spiegazioni, con
abbandono veramente pronto e totale.
La
trasformazione della volontà È il culmine dell'unione e della vita spirituale.
Volere ciò che Dio vuole, amare ciò che Dio ama, anche la propria sofferenza e
i propri insuccessi; uniformare a lui la propria vita fino a lasciarsi
occupare completamente dalla sua forza, dalla sua superiore sapienza, dal suo
indomabile amore.
I
grandi maestri di spirito dicono che fu questo il nucleo sobrio ed essenziale
della spiritualità di Gesù. In ogni istante della sua vita Gesù amò ciò
che il Padre amava e volle ciò che il Padre voleva. Non ci fu mai tra loro la
minima divergenza o incrinatura. Anche per questo Gesù poteva ben dire: «Chi
vede me vede il Padre», tanto profonda era la sua identificazione, anche
umana, con il Padre.
Era
l'atteggiamento tipico del Figlio, che non s'accontenta di ascoltare il Padre,
ma è tutto proteso a fare la sua volontà, a soddisfare
ogni
suo desiderio, ad amare ciò che il Padre ama, facilitato da una somiglianza di
indole, di gusti basati sullo stretto legame del sangue, nel caso del Figlio di
Dio sull'identità della natura divina. Ruysbroeck, il grande mistico fiammingo
del secolo XIV, indica nell'imitazione di questo atteggiamento filiale di Gesù
il vertice della perfezione per ogni uomo.
Aderire
al Padre con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutto il cuore in
atteggiamento di figlio amorosissimo, vuol dire divenire veramente puro
ascolto di lui, pura sua risonanza. Vuol dire accettare di scomparire come personalità
autonoma, preferire al proprio agire l'agire di Dio, alle proprie parole umane
la grande Parola di Dio, oscura e incomprensibile, che tuttavia riempie di gioia
ineffabile l'uomo in adorazione, come accadde ai tre discepoli sul Tabor.
Ecco
che il punto d'arrivo della perfezione sembra ricongiungersi con l'inizio:
l'uomo perfettamente purificato, che ha dimenticato se stesso, si ritrova del
tutto rinnovato nell'amore divino che a sé l'attira. Non c'è più nulla al di
fuori di questa attrattiva, non c'è altra alternativa a questo fuoco
dirompente dell'Amore, che in un certo senso distrugge l'uomo per ricrearlo.
Diceva
già suor Elisabetta della Trinità: «Tutto passa. Alla fine della vita solo
l'amore resta. Bisogna fare tutto per amore. Bisogna dimenticare se stessi
senza posa. Il Signore ci ama nella misura in cui dimentichiamo noi stessi. Oh,
se lo avessi sempre fatto» (Souvenirs, Dijon 1911, p. 252).