PERCHÉ
TANTO SOFFRIRE?
La
sofferenza, che accompagna l'uomo dalla nascita alla morte, suscita uno dei più
gravi interrogativi, a cui resta difficile dare una risposta soddisfacente,
convincente. Dal vagito del bimbo, che nasce soffrendo, al rantolo del
morente, l'esistenza scorre per tutti tra sofferenze di ogni genere: mali
fisici, sofferenze morali, carenze affettive, difficoltà e privazioni di ogni
genere. A queste si aggiungono mali e dolori causati da fenomeni naturali:
inondazioni, devastazioni, incendi, malattie infettive e quelli anche più
gravi determinati dalla malvagità degli uomini: guerre, delitti, ingiustizie,
violenze di ogni genere.
Male
ultimo, che inesorabile attende tutti: la morte, che ci priva del bene supremo,
la vita e ci rende sotto questo aspetto più infelici degli animali, i quali
ignorano di dover morire.
La
sofferenza è il tessuto della nostra vita; ci accompagna costantemente, sia
pure con una gradualità e diversità per ogni individuo.
Di
fronte a questa realtà ci sono vari modi di comportarci: affrontare il dolore
come una realtà inevitabile, come accettiamo il giorno e la notte, l'inverno
e l'estate, il sereno e la pioggia...
Premunirci,
difenderci, ricorrendo a tutti i rimedi che la scienza e la ricchezza possono
offrire, non fosse altro per attenuarlo e magari prolungare la vita oltre il
termine naturale.
Accettare
la sofferenza e la morte come mezzo di purificazione e santificazione; più
ancora come collaboratori di Dio per la salvezza dei nostri fratelli, come
afferma S. Paolo: "Ora sono felice di soffrire perché con le mie
sofferenze completo in me ciò che Cristo soffre a vantaggio del suo corpo, cioè
la Chiesa" (Col. 1,24).
Ma
cerchiamo di dare qualche risposta a questa tragedia del dolore, che, malgrado
l'accresciuto benessere, i progressi della tecnica e della scienza, non sembra
essere diminuita, anzi si è accresciuta, offrendo nuove possibilità alle molte
sofferenze della vita.
Ma
il mondo non è stato creato da Dio, onnipotente, bontà infinita? Come è
possibile che esista tanto male? E perché Dio non interviene?
La
fede in un Dio padre, che può tutto ciò che vuole, il quale ha creato per
amore l'universo e l'uomo "fatto a sua immagine e somiglianza", rende
difficile anche al credente accettare il male e l'esperienza del dolore.
Per
comprendere la realtà del male e le sue terribili conseguenze, dobbiamo
risalire all'origine della creazione.
La
Scrittura e la Tradizione raccontano come Dio, dopo avere creato l'universo, lo
popolò di Angeli buoni, meravigliose creature spirituali, chiamate a far parte
del grande concerto dell'universo, per cantare in eterno la bontà e la gloria
di Dio. Sono essi l'anello di congiunzione tra le realtà terrestri e quelle
celesti, messaggeri di Dio e protettori dell'uomo.
Prima
di ammetterli a partecipare alla sua gloria e felicità in Paradiso, Dio li
sottomise a una prova. Secondo una tradizione, rivelò loro che Gesù, suo
Figlio, si sarebbe fatto uomo per salvare l'umanità, che avrebbe fallito la
prova a cui sarebbe stata sottoposta. Una parte di loro rifiutò di accettare
Gesù, inferiore a loro come uomo, ribellandosi a Dio. Si scatenò allora una
lotta tra gli Angeli buoni e quelli ribelli, che S. Giovanni descrive bene nel
libro dell'Apocalisse.
"Scoppiò
una guerra nel cielo: da una parte Michele e i suoi Angeli, dall'altra il
dragone e i suoi angeli. Ma questi furono sconfitti e non ci fu più posto per
loro in cielo e il drago fu scaraventato fuori. Il grande drago, cioè il
serpente antico, che si chiama Diavolo e Satana, ed è il seduttore del mondo,
fu gettato sulla terra, e anche i suoi angeli furono gettati giù" (Ap.
12,7-9).
Cacciato
dal Paradiso, il demonio ha continuato a fare del male, soprattutto contro
l'uomo, chiamato a partecipare a quella felicità eterna dalla quale era stato
definitivamente escluso con gli angeli ribelli. Lo stesso S. Giovanni lo ricorda
nel Vangelo riportando il rimprovero di Gesù a coloro che si rifiutavano di
ascoltare la sua parola: "Voi avete il diavolo per padre e vi sforzate di
fare quello che lui desidera. Fin da principio egli vuole far del male all'uomo
e non è mai stato dalla parte della verità, perché in lui non c'è verità.
Quando insegna il falso, esprime veramente sè stesso, perché è bugiardo e
padre della menzogna". (Gv. 8,44).
Le
prime vittime del diavolo sono stati i nostri progenitori: Adamo ed Eva, come
racconta la Genesi. Ingannati da Satana, disobbedirono al comando di Dio, che
aveva chiesto una prova di fedeltà e obbedienza: "non mangiate i frutti
dell'albero in mezzo al giardino, altrimenti morirete". Ascoltarono invece
l'inganno del tentatore: "non è vero che morirete, anzi Dio sa bene che
se li mangerete i vostri occhi si apriranno e diventerete come lui: avrete la
conoscenza del bene e del male" (Gn. 3,3-4).
Così
nella folle illusione di diventare eguali a Dio e non dipendere più da lui,
disobbedirono. Dal quel momento il male, la sofferenza, le passioni, la
violenza e la morte entrarono nel mondo. Come da sorgente avvelenata, noi
tutti loro discendenti, portiamo le tremende conseguenze di quella colpa,
accresciuta lungo i secoli da tutti i peccati volontariamente commessi da noi
chiamati come loro a scegliere tra il bene e il male, la vita e la morte.
Pur
accettando come l'origine di ogni male è il peccato, la disobbedienza dei
progenitori Adamo ed Eva, ci domandiamo perché siamo responsabili anche noi di
una colpa commessa da loro?
In
realtà non siamo colpevoli di quel loro peccato, ma ne portiamo le conseguenze.
Come una famiglia, che ha dilapidato tutte le sue ricchezze, si ripercuote sui
figli, i quali non sono colpevoli del patrimonio perduto, ma ne portano le
conseguenze. Avviene sovente anche sul piano fisico: genitori malati trasmettono
ai figli tare, malattie infettive, cattive inclinazioni, che hanno conseguenze
nella loro vita.
Persino
sul piano morale sovente le colpe dei genitori limitano la responsabilità dei
figli. La scienza oggi dimostra come certe tendenze criminali derivano dagli
abusi da parte dei genitori, i quali trasmettono esistenze anormali, menomate
in partenza. Una pianta bacata, malata, non produce fiori e frutti sani; da un
animale infetto, difettoso, non nascono creature sane.
Ma
oltre a queste realtà capaci di limitare e persino togliere la responsabilità
all'agire umano, ogni persona è normalmente responsabile delle sue azioni. La
conoscenza della legge naturale, sancita dai Comandamenti, scolpiti nella
coscienza di ogni uomo, lo rende responsabile dei suoi atti. L'intelligenza di
cui siamo dotati, rende possibile distinguere il bene dal male, il vero dal
falso, l'utile dal dannoso; la volontà, guidata dalla libertà, privilegio
dell'uomo tra tutti gli esseri creati, gli offre la possibilità di sceglier il
bene, evitare ciò che è proibito, fare del male a sè e agli altri.
Ovviamente
ci sono molte cause concorrenti, capaci di accrescere o diminuire la
responsabilità delle nostre scelte: le passioni, le tentazioni, l'ambiente, le
circostanze in cui viviamo, l'egoismo sempre pronto ad affiorare. I vizi
capitali, radicati nella natura ferita dal peccato originale, sono capaci di
generare altri peccati: la superbia, l'avarizia, l'invidia, l'ira, la lussuria,
la golosità, desideri cattivi, parole, azioni, colpevoli omissioni...
Comunque
il peccato è sempre personale ed è tale quando chi lo commette conosce
chiaramente il male e liberamente decide di farlo, violando la legge di Dio. Uno
può anche rendersi responsabile di peccati commessi da altri, consigliandoli,
prendendovi parte, approvandoli, non denunciando o proteggendo il colpevole.
Ogni
peccato può essere grave, mortale, quando viola una legge fondamentale; veniale
quando si tratta di trasgressione leggera o anche in materia grave, ma senza la
piena consapevolezza e il totale consenso.
Oltre
la responsabilità personale del peccato, vi è anche quella collettiva, troppo
dimenticata. Siamo tutti parte integrante della famiglia umana, il peccato di
uno si ripercuote su tutti gli altri: l'odio, la violenza, la guerra, la fame,
ci rendono in maniera diversa, tutti colpevoli. Un membro malato determina uno
stato di sofferenza esteso anche ai membri sani. Per questo S. Paolo scrive:
"Tutti hanno peccato e si sono privati della presenza di Dio che
salva" (Rm. 3,23). San Giovanni afferma: "Se diciamo siamo senza
peccati, inganniamo noi stessi e la verità di Dio non è presente in
noi" (1 Gv. 1,8).
È
questa la dolorosa realtà che ci accompagna nel cammino della vita e ci rende
responsabili del tanto male e dolore che regna nel mondo.
E’
difficile per l'uomo, creatura finita, limitata in tutte le sue conoscenze ed
esperienze, accettare la realtà del dolore, come conseguenza del peccato, realtà
contraria al concetto di Dio amore, bontà infinita. Rimane difficile ritenere
che la colpa di un uomo, essere finito, possa avere conseguenze infinite, come
la dannazione eterna per chi muore impenitente.
Un
problema sicuramente difficile, anzi impossibile, perché bisognerebbe essere
Dio per capire la giustizia con la quale punisce il male.
Negli
Angeli ribelli, puri spiriti, dotati di grande intelligenza e perfettamente
liberi nelle loro scelte, è facile capire la loro condanna e maledizione
eterna.
Ma
l'uomo non è mai perfettamente libero; ogni sua scelta, ogni azione è
condizionata da situazioni e motivazioni diverse, fino a limitarne la libertà
e quindi attenuare o togliere ogni responsabilità. Per questo il giudizio
spetta solo a Dio, come dice chiaramente Gesù: " Il mio giudizio è giusto
perché non cerco di fare ciò che penso io, ma come vuole il Padre che mi ha
mandato" (Gv. 5,30) e raccomanda: "non vogliate giudicare se non
volete essere giudicati" (Mt. 7,1).
La
gravità di un peccato può essere valutata solo da Dio, che conosce
perfettamente il grado di colpevolezza di chi lo commette. Gli uomini,
chiamati a giudicare gli altri, per tutelare il bene comune, lo possono fare
in base alla prove di colpevolezza e sempre in base a leggi e doveri a cui tutti
devono sottostare. Ogni giudizio umano si basa esclusivamente sulla violazione
di una legge, mai sull'intenzione che aumenta o diminuisce la responsabilità.
Perché
il peccato sia tale, oltre alla violazione della legge divina, sono necessarie
due condizioni assolutamente fondamentali: conoscere, sapere ciò che è proibito
e volerlo fare con piena libertà, in opposizione alla volontà di Dio.
La
gravità di una colpa si deve misurare sempre dalla violazione di una legge,
interprete della legge divina, e del danno arrecato a chi viene offeso.
Per
questo affermiamo come ogni peccato, in quanto offesa a Dio, ha di per sè una
malizia infinita. Anche sul piano umano un affronto a una persona del nostro
rango non è equiparabile a un'offesa fatta a un ministro, al Capo dello Stato,
per cui sono previste sanzioni diverse.
Il
peccato è sempre un atto di mostruosa ingratitudine verso Dio, datore di ogni
bene, anche perché disobbedendogli, offendendolo, abbiamo bisogno del suo
aiuto, usiamo i doni che ci offre: intelletto, volontà, gli occhi, le mani, la
lingua, il cuore...
Esiste
poi una diversità abissale tra il giudizio degli uomini e quello di Dio. La
giustizia umana non conosce pietà: chi è colpevole deve sempre essere
condannato. La giustizia di Dio, a chi riconosce il suo peccato, cede sempre
alla misericordia, al perdono totale.
"Anche
se i vostri peccati sono rossi come il fuoco" dice Dio per bocca di Isaia,
"vi farò diventare bianchi come la neve e puri come la lana" (Is.
1,18).
Gesù
nel Vangelo annuncia come è venuto al mondo per perdonare le colpe degli
uomini. "Non hanno bisogno del medico i sani, ma gli ammalati" (Mt.
9,12).
"Vi
assicuro che in cielo si fa più festa per un peccatore che si converte, che
per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione" (Lc. 15,7). Le
tre parabole della dracma perduta, della pecora smarrita, del figlio prodigo,
aprono il cuore a qualsiasi peccatore oppresso dal rimorso, colpevole di
qualunque peccato. II peccato più grave è non credere, dubitare dell'amore
infinito di Dio.
Il
Vangelo ci presenta tutta una serie di peccatori, colpevoli di gravi mancanze
che la legge condannava a morte: l'adultera sorpresa in peccato; la Maddalena,
pubblica peccatrice; Zaccheo sanguisuga del popolo, capo degli agenti delle
tasse, a servizio dei romani; la samaritana, appartenente a una setta nemica
del popolo ebraico, "una donna che aveva avuto cinque mariti e l'uomo che
aveva ora non era suo marito" (Gv. 4,17)...
Ultimo,
in ordine di tempo, un criminale, un assassino, crocifisso accanto a lui, che
gli dice soltanto: "Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo
regno". E Gesù gli risponde: "Ti assicuro oggi stesso tu sarai con me
in Paradiso" (Lc. 23,42-43).
Questo
è il vero volto di Dio, il Giudice che ci attende tutti al termine della vita
per introdurci nel regno della gloria e felicità infinita.
Dove
sta Dio? Che cosa fa? Perché non impedisce il male se è buono e può tutto?
Domande
impertinenti, quasi blasfeme, che tuttavia ci poniamo, particolarmente di fronte
a certi delitti, atti di malvagità e crudeltà che ci rendono peggiori delle
belve, perché la tigre sbrana, uccide se attaccata, deve saziare la fame o
difendere i suoi nati. L'uomo arriva a uccidere senza alcun motivo, solo per il
gusto di torturare, annientare esistenze che non gli appartengono, creature
che hanno ricevuto come lui la vita, con il diritto inalienabile di vivere.
Abbiamo
assistito ad atti di barbarie, di ferocia che nessuna ragione può spiegare,
tanto meno giustificare. 1.500.000 morti nella lotta fratricida tra tlutu e
Tutsi nel Ruanda, che si prolunga tuttora nel Burundi, con bambini trucidati nel
seno delle madri, orrendamente mutilati prima di essere gettati nel fiume. Una
tragedia che si rinnova con inaudita crudeltà nel Sudan, in Serbia, in Somalia,
in Palestina, in tanti altri paesi del mondo.
Come
dimenticare i milioni di morti del Vietnam, della Cambogia, lo sterminio di
milioni di Ebrei nell'olocausto, che tutti vorremmo non fosse mai esistito!
Davanti
a questi orrori Dio rimane impotente, indifferente? L'uomo capolavoro di Dio,
è diventato l'aborto del creato? Un essere che non avrebbe diritto di esistere,
tanto meno di essere chiamato a una gloria e felicità infinita.
L'enorme
differenza tra animale e uomo è che la bestia è guidata dall'istinto,
l'uomo, e solo lui, è dotato di intelligenza e libertà che gli permettono di
conoscere e scegliere tra il bene e il male. È quindi il vero responsabile del
bene e del male che avviene nel mondo, salvo certi fenomeni naturali i quali
dipendono dalle leggi naturali.
È
facile e comodo scaricare su Dio il male operante nel mondo, dimenticando la
tremenda responsabilità personale e collettiva degli uomini. Se milioni di persone
muoiono ogni giorno di fame, come documentano le statistiche della NATO, non
è perché manchi il nutrimento. La terra ha la possibilità di mantenere non
solo i cinque miliardi di abitanti presenti, ma addirittura il doppio della
popolazione attuale.
I
morti per fame, come le vittime di tutte le stragi, sono dovute all'egoismo,
alla perversa volontà dell'uomo, che usa dei beni creati per tutti a suo uso
personale; ogni atto di violenza è frutto dell'abuso di quel dono della
libertà che distingue l'uomo dall'essere irrazionale:
E
Dio è sempre presente nelle scelte umane, sia quando operiamo secondo la legge
naturale, scritta nella coscienza di ogni uomo, sia quando la rifiutiamo.
Una
spiegazione ai più efferati delitti della storia la trovo in un racconto di
Ellie Wiesel, un non credente, il famoso cacciatore di criminali nazisti. Uscito
vivo da Auschwitz, dove erano morti il padre, la madre, la sorella, nel
racconto, "Notte", narra come una sera, di ritorno dal lavoro con
gli altri prigionieri nel "lager", trovarono tre forche alle quali
dovevano essere impiccati tre di loro, che avevano nascosto armi nel campo. Tra
questi un bambino che aveva taciuto, anche sotto tortura. I prigionieri furono
costretti ad assistere all'esecuzione. I due adulti morirono subito, il
bambino più leggero agonizzò per mezz'ora.
Dietro
a me, scrive Wiesel, un uomo chiese forte: "Dov'è questo Dio?" Io
sentii in me una voce profonda che rispondeva: "Eccolo là, sta morendo in
quel bambino appeso in quella forca".
Questa
è la sola, unica risposta alle nostre domande: in ogni uomo che soffre, in
ogni persona torturata, uccisa dalla malvagità umana, c'è Dio che soffre.
Per
rispettare la libertà dell'uomo, Dio rinuncia alla sua onnipotenza, per
lasciare all'uomo la sua potenza, anche se malvagia. Presente in ogni uomo egli
ha voluto partecipare fino in fondo alla tragedia dell'uomo, accettando la
condanna, il disprezzo, le torture, fino alla morte in croce, per darci la prova
suprema del suo amore per noi: "Nessuno ha un amore più grande di chi è
disposto a dare la vita per i suoi fratelli" (1 Gv. 3,16).
Di
fronte al dilagare del male e alle incredibili sofferenze che ne sono la
conseguenza, esiste una sola spiegazione: Gesù, Figlio di Dio, Salvatore di
tutti gli uomini, venuto nel mondo per liberare l'uomo dal peccato e dalla
morte.
"Gesù
Cristo e nessun altro può darci la salvezza: infatti non esiste altro uomo al
mondo al quale Dio abbia dato il potere di salvarci" (At. 4,12); "In
lui infatti noi viviamo, ci muoviamo, esistiamo" (At. 17,28). "Egli
era con Dio; egli era Dio. Era in principio con Dio e per mezzo di lui, Dio ha
creato ogni cosa... e si è fatto uomo e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv.
1,1-14).
L'Incarnazione
di Gesù, nel seno della Vergine, per opera dello Spirito Santo, ci ha reso
tutti fratelli suoi e perciò figli del Padre ed eredi della sua gloria e
felicità infinita.
La
nascita di Gesù come uomo è il più grande mistero e miracolo di amore di
Dio per salvare l'uomo, liberarlo dal peccato e dalla morte. La ribellione dei
nostri genitori e le nostre colpe personali esigevano una riparazione adeguata
alla gravità della colpa. Per questo Dio, non potendo lui espiare e riparare
il male, si fece uomo come noi, si addossò tutte le nostre colpe, pagando con
sofferenze di ogni genere, fino alla morte di croce, il nostro debito.
Solo
così ha potuto ridonarci il diritto alla vita immortale e la felicità del
Paradiso, da cui il peccato ci aveva privato per sempre. "Cristo ci ha
redento dalla maledizione della legge", dice S. Paolo il peccato ha portato
con sè la morte e di conseguenza tutti gli uomini sono morti perché tutti
hanno peccato... Per la disobbedienza di uno solo tutti risultarono peccatori,
per l'obbedienza di uno solo (Gesù) tutti sono accolti come figli di Dio"
(Rm. 5,18).
La
prova più convincente dell'amore di Dio per l'uomo, è l'entrata di Gesù nella
storia del mondo: "Dio ha tanto amato il mondo, afferma S. Giovanni, da
dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia
la vita eterna" (Gv. 3,16).
Fin
dalla nascita egli volle partecipare alla sofferenza per espiare i nostri
peccati. Nasce in una grotta abbandonata, come il più povero dei bambini e associerà
fin da quel momento la Vergine Madre, per renderla con lui partecipe della
nostra salvezza. È costretto a fuggire nel cuore della notte, per sottrarsi
alla crudeltà di Erode, un criminale, reo di tanti delitti, che Dio avrebbe
potuto annientare con un solo pensiero. Visse profugo con i genitori in Egitto,
un paese straniero, di cui ignoravano lingua e costumi. Tornato a Nazareth
trascorse trent'anni di vita come un uomo qualunque, lavorando duramente nella
bottega di falegname, con il padre putativo S. Giuseppe.
Entrato
nell'età adulta si allontana dalla famiglia, rifiutando la sicurezza di una
casa, le tenerezze di una madre dolcissima. Si trova solo, senza un tetto, privo
di aiuti fino ad affermare: "Le volpi hanno una tana, gli uccelli un nido,
ma il Figlio dell'uomo non ha un posto dove riposare" (Mt. 8,20). Si
circonda di discepoli, scegliendoli tra umili lavoratori, rozzi, ignoranti,
rissosi, tesi alla ricerca di posti di comando. Con infinita pazienza e bontà
li trasforma in apostoli, affidando loro la conquista del mondo: "andate in
tutto il mondo, fate diventare miei discepoli tutti gli uomini... insegnando
loro ad obbedire a tutto ciò che vi ho comandato" (Mt. 28,18).
Conosce
la sofferenza della morte di persone care, come la morte del cugino Giovanni
Battista, ucciso da Erode; si commuove davanti al pianto di una madre per la
morte del figlio richiamandolo in vita; piange per la morte dell'amico Lazzaro,
restituendolo alle sorelle Marta e Maria. Conosce l'amarezza e l'abbandono di
tanti discepoli, che pur avendo assistito a tanti suoi miracoli, si
allontanano da lui, fino al tradimento di Giuda, che baciandolo lo consegna ai
suoi nemici perché sia condannato.
Nell'orto
dei Getsemani, prima di essere catturato, conoscendo la terribile morte che lo
attendeva, fu "preso da grande tensione e il suo sudore cadeva in terra
come gocce di sangue" (Lc. 22,44).
Volle
persino sperimentare lo stato di sentirsi abbandonato persino da Dio, fino a
pregare: "Padre se è possibile allontana da me questo calice di dolore!
Però non si faccia la mia, ma la tua volontà" (Mt. 26,39).
La
sofferenza umana è proporzionata alla resistenza fisica e alla sensibilità
della persona.
Gesù,
l'uomo perfetto, l'uomo-Dio, possedeva tutte le perfezioni della natura creata
dall'Onnipotente. Credo che il dolore più grande per una persona sia sentirsi
rifiutato, non amato, abbandonato, anche dagli amici, dalle persone più care. E
Gesù ha voluto provare anche questo. A Nazareth, la sua città, i concittadini
si rifiutarono di ascoltarlo. E Gesù li apostrofò duramente dicendo: "Un
profeta è disprezzato soprattutto nella sua patria e nella sua famiglia"
(MI 13,57). Quando, oppresso dalla folla, non trovava neppure tempo per
mangiare, i parenti, "si mossero per andarlo a prendere perché ritenevano
fosse diventato pazzo" (Mc. 3,21). Una delle grandi sofferenze è
sicuramente l'ingratitudine. Dopo avere guarito dieci lebbrosi, "solo uno
di loro, appena si accorse di essere guarito, tornò indietro e lodava Dio con
tutta la voce che aveva. Poi si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo ed era
un samaritano". Gesù allora osservò: "tutti i dieci lebbrosi sono
stati guariti, dovè sono gli altri nove? Perché non sono tornati indietro a
ringraziare Dio? Nessuno lo ha fatto, eccetto questo uomo che è uno
straniero" (Lc. 17,15-18). L'ingratitudine più dolorosa fu sicuramente
quella degli Apostoli: erano vissuti con lui, avevano ascoltato i suoi
insegnamenti, assistito ai grandi miracoli operati: guarigioni di malati di ogni
genere, morti richiamati in vita, moltiplicazioni del pane per sfamare folle immense;
li aveva persino preparati alla grande prova che lo attendeva: "Mentre
erano tutti insieme in Galilea, Gesù disse loro: il Figlio dell'uomo sta per
essere consegnato nelle mani degli uomini ed essi lo uccideranno, ma il terzo
giorno risusciterà" (Mt. 17,22). Ma nell'ora della prova tutti
l'abbandoneranno; Gesù lo aveva ripetuto chiaramente, al termine della Cena
Pasquale, quando aveva dato loro la prova suprema dei suo amore: "Questa
notte tutti voi perderete ogni fiducia in me" (Mt. 26,31). E alla
protesta di Pietro: "Anche se tutti gli altri perderanno ogni fiducia in
te, io non la perderò mai". Povero Apostolo che avrebbe fatto ben presto
la prova della sua fragilità. "Io invece ti assicuro, rispose Gesù, che
questa stessa notte, prima che il gallo canti, tre volte tu avrai detto che non
mi conosci" (Mt. 26,34-72).
Ma
seguiamo brevemente la sua Passione per capire a quale prezzo Gesù ha espiato i
nostri peccati.
Viene
catturato come un malfattore, trascinato davanti al tribunale ebraico e
condannato a morte, colpito con schiaffi, pugni, sputi, violenze di ogni
genere (Mt. 26,67). Portato davanti a Pilato, il procuratore romano, cui
spettava la condanna capitale, viene riconosciuto innocente, ma per timore
della folla che tumultuava chiedendo fosse crocifisso, "lo fece frustare
a sangue e lo consegnò ai soldati" (Mc. 15,15).
Questi,
per schernirlo, gli tolsero i vestiti, lo coprirono con un manto rosso come
fosse un re, "gli prepararono una corona di rami spinosi, mettendogliela
sul capo, nella destra gli misero in mano una canna e per deriderlo, si
inginocchiavano davanti a lui ridendo, dicendogli: salve o re dei giudeil Gli
sputavano addosso, lo percuotevano con un bastone, dandogli colpi sulla
testa" (Mt. 27,27-31).
Usciti
dalla città, lo caricarono della pesante croce, costringendolo a portarla fino
al Golgota, dove lo avrebbero crocifisso. Perché giungesse vivo al luogo dei
supplizio "costrinsero un certo Simone, originario di Cirene, che passava
di là, di ritorno dai campi, a portare con lui la croce" (Mc. 15,21).
Sul
Calvario, come atto di estrema umiliazione e disprezzo, lo spogliarono delle
sue vesti e lo inchiodarono all'infame patibolo, cui erano condannati i più
grandi criminali. Accanto a lui "crocifissero due malfattori, uno a
destra e uno a sinistra" (Lc. 23,33). Prima di morire il martire divino fa
ancora una preghiera per noi poveri peccatori: "Padre perdona loro perché
non sanno quello che fanno" (Lc. 23,34).
E
ancora un ultimo dono di amore all'umanità che lo uccideva. "Accanto alla
croce stavano alcune donne: la Madre di Gesù, sua sorella Maria di Cleofa e
Maria di Magdala". A Giovanni, il discepolo prediletto, additando la Madre,
che partecipava allo strazio infinito del Figlio, che moriva per noi, dice:
"Donna ecco tuo figlio!" (Gv. 19-26), affidando cosi ciascuno di noi
alla sua universale maternità.
La
sua missione terrena è terminata: ha pagato il prezzo del nostro riscatto, con
la morte in croce ha vinto per noi la morte, come aveva promesso: " Io sono
la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore vivrà" (Gv.
11,25).
Il
problema del dolore e della morte è sempre stato per tutti la verità più
difficile da accettare. Tutta la vita è una lotta per allontanarli e quando
arrivano cerchiamo in tutti i modi non lasciarci sopraffare, per combatterli.
Fuori della fede sono il più grande enigma dell'esistenza umana, al quale è
impossibile dare una risposta.
Ma
dal momento che Gesù è entrato nella storia, si è fatto nostro compagno e
fratello nel cammino della vita, anche la sofferenza e la morte stessa hanno
acquistato una nuova dimensione, sono diventate una grande ricchezza, la via
più sicura per avvicinarci al modello divino e meritarci di vivere con lui
eternamente beati in cielo.
Ci
aiutano a staccarci dalla terra, dalle stesse creature che amiamo, "perché
non abbiamo qui una città nella quale resteremo per sempre, ci ricorda S.
Paolo, ma tendiamo alla città che ci attende per l'eternità" (Rm. 13,14).
Il
tempo che ci è dato non è per arricchirci di godimenti e di beni materiali,
che servono spesso per renderci più fragili e poveri, ma per accumulare quei
tesori che troveremo al momento della morte e ci renderanno ricchi e felici
per tutta l'eternità. "Non accumulate ricchezze in questo mondo,
ammonisce Gesù. Qui i tarli e la ruggine distruggono ogni cosa e i ladri le portano
via.
Accumulate
piuttosto le vostre ricchezze in cielo. Là i tarli e la ruggine non le
distruggono e i ladri non vanno a rubare" (Mt. 6,19-20).
Penso
non ci sia nessuno al mondo tanto povero da non poter offrire un aiuto al
fratello che soffre.
È
sulla carità che saremo tutti giudicati al termine della vita: qualunque cosa
avremo fatto a uno dei nostri fratelli Gesù lo ritiene fatta a sè (Mt.
25,31-46).
Ognuno
di noi ha continue occasioni di accostare un fratello bisognoso, sofferente, non
fosse altro per dirgli che lo ama e sovente una parola buona è più gradita
di un dono materiale. La parabola del buon samaritano è un invito per tutti a
fermarci a soccorrere chi ha bisogno del nostro aiuto, perché in ogni uomo che
soffre c'è Cristo che soffre. Chi non sa soffrire, non sa amare. La fede,
come l'amore verso Dio, deve tradursi in opere di carità. "La fede senza
le opere è morta", scrive S. Giacomo. "Anche i demóni credono... per
cui la fede se non è accompagnata dai fatti non serve a nulla" (Gc.
2,18-20).
Nel
discorso della montagna, Gesù proclama il più sconvolgente programma di vita
per coloro che vogliono seguirlo: "Beati i poveri, gli affamati, quelli
che piangono, i perseguitati, gli oppressi, i tribolati..." "Siate
lieti e contenti perché Dio ha preparato per voi una grande ricompensa"
(Mt. 5,1-1 1). La croce, il dolore, sono la prova più alta dell'amore, la
garanzia di essere discepoli di Gesù: "Chi non prende la sua croce e mi
segue non può essere mio discepolo" (Mt. 10,28). Le sofferenze sono la via
scelta da Gesù e perciò la più sicura per entrare nel regno della vita.
"Ritengo infatti, dice S. Paolo, che le sofferenze del tempo presente non
sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi" (Rm.
8,18).
E
S. Giovanni nell'Apocalisse ci rivela: "Udii allora una voce potente che
usciva dal trono: ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimora tra di loro
ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio con loro. E tergerà ogni
lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, nè lutto, nè lamento, nè
affanno perché le cose di prima sono passate" (Ap. 21,3-4).
Il
Paradiso è il grande segreto che ha portato milioni di martiri a sacrificare la
vita per conquistarlo: altri milioni hanno seguito il divino Maestro sulla via
della croce e della santità; milioni tuttora nel mondo affrontano sacrifici,
sofferenze di ogni genere nella certezza che li attende una vita di felicità
senza fine. Il Paradiso attende ciascuno di noi. Gesù lo ha guadagnato con il
suo martirio in croce e la sua risurrezione. Ce lo ha assicurato prima di
risalire al Padre: "Vado a preparare un posto per ciascuno di Voi" (Gv.
14,2).
Le
parole colpa, peccato, non hanno più significato nella mentalità corrente e
quando suscitano un senso di paura e di sofferenza, consigliano il ricorso a uno
psichiatra, il quale, con una serie di sedute, profumatamente pagate, tenta di
liberarci.
In
realtà il rimorso per il male commesso è un fenomeno universalmente
conosciuto, capace di togliere la pace, fino a portare il colpevole alla
disperazione e al suicidio. Non servono medici e tranquillanti a ridonare
serenità e pace a chi si sente colpevole.
Non
sono rari i casi di persone, che arrivano ad autoaccusarsi dei male commesso,
chiedendo di essere puniti.
Recentemente
un uomo si recò in tribunale denunciando di aver truffato la ditta per cui
lavorava di una grossa somma.
-
Ma non esiste alcuna denuncia a vostro carico, disse il magistrato.
-
È la mia coscienza che mi accusa, rispose l'impiegato, non riesco più a
vivere con questo peso sulla coscienza.
Ho
conosciuto una donna disperata, anche se viveva in una famiglia cui non
mancava nulla: benestanti, un marito che l'adorava, due stupende creature
di
cui era madre attenta e premurosa...
-
Apparentemente dovrei essere felice, disse piangendo, ma il male sta qui
dentro, un peccato che mi rode continuamente: dieci anni fa ho ucciso il mio
bambino che chiedeva di nascere. Nessuno lo sa, ma io so di essere una
assassina!
A
noi sacerdoti capita sovente di conoscere casi di persone, incapaci di
perdonarsi, anche perché certe colpe sono irreparabili.
Per
fortuna noi credenti abbiamo un rimedio sicuro, infallibile per riparare il
peccato, perché Gesù ha pagato per tutti qualunque sia la sua gravità.
Gesù
incontra sovente persone colpevoli di gravi colpe, che si accostano a lui per
essere liberati dal peccato, causa di tutti i mali, perché solo Dio, autore
della legge, ha il potere di perdonare la colpa.
Il
Vangelo di Marco racconta di un paralitico, calato dal tetto davanti a Gesù,
per l'impossibilità di farsi largo tra la folla. "Gesù vista la fede di
quelle persone, disse al paralitico: figlio mio i tuoi peccati sono perdonati",
suscitando scandalo tra i maestri della legge presenti: "Costui
bestemmia! Solamente Dio può perdonare i peccati!" E Gesù subito replicò:
"Ebbene io vi farò vedere che il Figlio dell'uomo ha sulla terra il potere
di perdonare i peccati. Rivolto al paralitico gli disse: "Alzati, prendi il
tuo lettuccio e va a casa" (Mc. 2,1-12).
Commovente
e significativo anche l'incontro di Gesù con una prostituta, nota a tutti come
" la peccatrice". Entrata, non invitata, nella casa di un ricco fariseo
che ospitava Gesù, "si rannicchiò ai suoi piedi piangendo e cominciò a
bagnarli con le sue lacrime, li asciugava con i suoi capelli e li baciava
cospargendoli di profumo".
Una
presenza e un comportamento che suscitarono l'indignazione del ricco anfitrione.
"Se fosse un profeta", pensava tra sè, "saprebbe che donna è
questa che lo tocca, una prostituta". E Gesù gli dà una lezione
indimenticabile sul comportamento di quella poveretta, alla quale dice:
"donna la tua fede ti ha salvata, va in pace" (Lc. 7,36-50).
Questo
potere divino di rimettere i peccati Gesù lo conferirà ai suoi sacerdoti,
chiamati a continuare nel mondo la sua missione di perdono e salvezza.
Prima
di salire al Padre disse ai discepoli: "Ricevete lo Spirito Santo. A chi
perdonerete i peccati saranno perdonati, a chi non li perdonerete non saranno
perdonati" (Gv. 20,22-23).
Questa
disponibilità di Gesù al perdono turba Pietro, che un giorno gli chiese:
"Quante volte devo perdonare al fratello che fa del male? Fino a sette
volte?" Rispose Gesù: - No, non fino a sette volte, ma fino a settanta
volte sette!" (Mt. 18,21-22). Perdonare tutti, perdonare tutto, perdonare
sempre, questa è la missione di Cristo e della sua Chiesa.
Oggi
la scienza ha fatto enormi progressi per curare le varie malattie, lenire le
sofferenze dei pazienti, prolungarne la vita.
Nelle
nazioni ricche abbiamo eccezionali prestazioni medico-chirurgiche che la maggior
parte della popolazione mondiale non può permettersi. Oltre alle cure
tradizionali, molti ricorrono anche ad altre terapie alternative e
complementari: omeopatia, fisioterapia, prano-
terapia,
a guaritori ritenuti dotati di poteri speciali e non pochi a stregoni di varia
natura, capaci di preparare intrugli diversi, frutto spesso di imbrogli per
sfruttare la credulità della gente, con un giro di molti miliardi.
Anche
la Chiesa offre servizi liturgici per aiutare i malati e alleviare le loro
sofferenze. Gesù, inviando i suoi discepoli a esercitare l'apostolato, diede
loro il potere "di scacciare gli spiriti maligni e curare ogni sorta di
malattie" (Mc. 16,17-18).
Un
potere da sempre esercitato nella Chiesa, basato su queste considerazioni: Dio
ama l'uomo e non vuole che soffra; desidera l'integrità fisica e morale di ogni
persona. Gesù ha promesso di seguire e aiutare tutti i suoi seguaci,
assicurando che avrebbe concesso qualunque cosa avessero chiesto con fede.
San
Giacomo Apostolo raccomanda a tutti i sofferenti il Sacramento istituito da
Gesù, l'Unzione degli infermi: "Chi è malato chiami i presbiteri della
Chiesa, preghino su di lui, dopo averlo unto con olio nel nome del Signore. E la
preghiera fatta con fede salverà il malato. Il Signore lo consolerà e se ha
commesso peccati gli saranno perdonati... Molto vale la preghiera del giusto,
fatta con insistenza" (Gc. 5,14-16).
Purtroppo
l'uso di questo Sacramento incontra ancora molta diffidenza, frutto di
ignoranza. Era chiamato "estrema unzione" e sovente veniva
amministrato quando l'ammalato aveva perso conoscenza.
Oggi
la mentalità sta cambiando; non solo è doveroso riceverlo con la piena
partecipazione del malato e dei parenti, ma premettere anche, se possibile, la
Confessione e la Comunione Eucaristica. Sacramenti che aiutano a sopportare la
sofferenza e mirano al recupero della salute, se è nei disegni di Dio.
Ho
conosciuto un grande missionario, P. Antonio Alessi, che per ben 14 volte,
spacciato dai medici, ha ricevuto il Sacramento degli infermi, uscendone guarito,
continuando a lavorare fino a 89 anni, a servizio dei poveri e dei sofferenti.
Anch'io
ho ricevuto già tre volte questo Sacramento e sono ancora sulla breccia.
La
fede è il requisito fondamentale per rivolgersi a Dio e ottenere il suo aiuto,
Gesù lo chiedeva sempre a coloro che si rivolgevano a lui. Al padre che lo
supplicava di guarirgli il figlio morente dice: "Tutto è possibile a
chi ha fede". Subito il padre del ragazzo si mise a gridare: "Io ho
fede, ma tu aiutami se ho poca fede" (Mc. 9,22-24).
Con
la fede, la preghiera rimane sempre il mezzo più efficace, anzi infallibile per
ottenere quanto domandiamo al Signore, lo ha promesso Gesù: "Tutto
quello che chiederete nella preghiera, se avrete fede, lo riceverete". In
tutte le apparizioni la Madonna ha raccomandato di pregare e sovente ai
pellegrini che invocano il suo aiuto, ottiene da Dio guarigioni miracolose,
scientificamente accertate. Gesù stesso raccomanda ai discepoli di
"pregare senza stancarsi mai" (Lc. 18,1).
Poco
tempo fa un gruppo di medici ha voluto fare una prova sulla efficacia della
preghiera. Ha diviso un certo numero di pazienti, colpiti dallo stesso male, in
due gruppi: uno pregava, si raccomandava a Dio e chiedeva preghiere a parenti
e amici; l'altro, non credente, si affidava esclusivamente alle terapie
prescritte. Si è notato come il primo gruppo aveva avuto notevoli miglioramenti,
anzi alcuni la guarigione, a differenza del secondo che si era rifiutato di
ricorrere a questo aiuto.
Certo
la preghiera più gradita ed efficace è quella insegnata da Gesù, il
"Padre nostro", particolamente l'invocazione: "Sia fatta la tua
volontà" che ne è il centro. Questa disponibilità a fare in ogni momento
la volontà di Dio, sicuri che vuole sempre e solo il nostro bene, è la
migliore disposizione per accettare la sofferenza e la morte, che ci apre la
nascita alla vita immortale, a una felicità senza fine. Sofferenza e dolore non
sono mai una punizione, ma un mezzo di santificazione per prepararci
all'incontro con Dio, Padre e Salvatore di tutti.