PERCHE’ CREDO

RISPOSTA A CHI SI RIDE DELLA RELIGIONE

GIUSEPPE TOMASELLI

INTRODUZIONE

Da qualche ora era calata la sera. Mi avviai verso l'abitazione del medico con­dotto, nella speranza di passarvi la serata in onesta conversazione. Con mia sor­presa, trovai in casa dell'amico un grup­petto d'intellettuali: un laureato in sto­ria e filosofia, un ragioniere e due inse­gnanti elementari.

La mia comparsa fu salutata con un « oh! » prolungato.

- Scusino, signori; sono forse di di­sturbo?

- No, professore! La sua venuta, dis­se uno, mi fa piacere, in quanto ci sia­mo visti tante volte, salutati sempre alla sfuggita, ma giammai abbiamo avuto il bene di fare una chiacchierata!

- E già, soggiunse il ragioniere; il professore s'intrattiene più volentieri con i frati e con il parroco; pare che sfugga le altre compagnie. Non è prete, ma vive da tale.

- Peccato essere un credente! - e­sclamò il professore di filosofia. Io non capisco come un intellettuale possa essere religioso e accomunarsi con le donnic­ciuole del volgo. Quell'andare a Messa e mettersi a pregare come fanno i sempli­cioni, non mi pare cosa degna di un pro­fessore. Lei, dottore, non è del mio pa­rere?

Il medico condotto rispose: Quantun­que il professore sia un mio intimo ami­co, non posso perdonargli la sua religio­sità! Lui ha la sua credenza ed io la mia. Lui pensa all'anima, ma io non credo che esista l'anima; da tanti anni eser­cito la professione di medico-chirurgo e giammai mi è capitato di vedere un'ani­ma nel corpo dei clienti! -

Con calma io presi la parola: - Cari amici, dunque io sarei un illuso, perché sono credente, e merito di essere compa­tito. Io invece compatisco loro, perché hanno voluto giudicare il problema reli­gioso senza averlo mai approfondito. Io sono un credente e un praticante; la mia religiosità non è frutto d'incoscienza, ma il risultato di molto studio e di serie ri­flessioni. Non rispondo subito ai puerili appunti fattimi; mi riservo di fare ciò a tempo opportuno con la pubblicazione di un lavoro intitolato « Perché credo! ». Si vedrà allora se sono io l'ignorante e l'illuso, o se è microcefalo l'intellettuale irreligioso.

 

ALLA LUCE DEL CREATO

Al telescopio.

Mirare gli astri al telescopio è una vera soddisfazione intellettuale.

Una sera, verso le undici, in piena esta­te, ebbi l'opportunità di trovarmi in un Osservatorio Astronomico, che possiede uno dei migliori telescopi d'Italia.

Professore - mi disse il Direttore del­l'Osservatorio - guardi bene la luna. La serata è propizia.

Contemplai l'astro con calma, doman­dando spiegazione di certi particolari. In­dugiando a guardare, era necessario spo­stare il telescopio, poichè, continuando la nostra terra il suo movimento di rota­zione, la Luna usciva dal cerchio di osser­vazione.

- Guardi adesso il pianeta Giove. Ad occhio nudo questo astro pare un punto luminoso; al telescopio si vede qua­si quanto la luna, mirata senza lente d'in­grandimento.

- Dica, Direttore, quale grandezza ha il pianeta Giove?

- È grande circa 1300 volte più del nostro globo terrestre. Osservi bene! Vi­cino al pianeta ci sono quattro lune, che gli girano attorno.

- È proprio vero! Però ne scorgo soltanto tre.

- La quarta luna è dietro al pianeta; passando davanti, proietterà l'ombra su Giove e si potrà scorgere.

- Ognuna di queste lune quanto sarà? - Almeno quanto la nostra terra.

- Vorrei vedere altri pianeti.

- È necessario aspettarne il passag­gio. Vale la pena osservare Saturno con il meraviglioso cerchio luminoso. Se vuo­le osservare il sole, ritorni domani prima di mezzogiorno.

Il sole al telescopio! Quale meraviglia! Come si resta piccoli davanti al gigante del cielo! Il sole è un milione e settecen­to mila volte più grande del nostro mon­do. Quale immensità di fiamme si spri­giona da questo ammasso incandescente!

Qua e là si scorgono delle macchie. Sono estesissime caverne; qualcuna ha il diametro di circa duecento mila chilome­tri. E le protuberanze? Variano di con­tinuo e qualcuna raggiunge la lunghezza di circa un milione di chilometri.

- Dica, Direttore; lei che contempla sovente il cielo al telescopio, che cosa ne pensa?

- Penso al Creatore di tante meravi­glie; penso a Dio!

- Dunque lei è un credente come me? - Bisognerebbe essere pazzi per non ammettere un Essere Supremo che abbia creato l'universo e che regga il movimen­to matematico degli astri!

- Eppure, un ragioniere ed un mae­stro delle elementari del mio paese mi hanno giudicato un minorato, perché cre­do in Dio!

- Risponda loro che imparino a leg­gere non soltanto sui pochi libri, che for­se appena hanno sfiorato per carpire un diploma, ma che imparino a leggere il ma­gnifico libro del creato!

Sulla terrazzina di casa mia, guardan­do il cielo stellato, cominciai una sera a meditare: Io, povero mortale, sono qui. In que­sto istante la Terra gira velocemente ne­gli sterminati spazi del firmamento ed io giro con essa attorno al sole. La luna è lì che risplende; essa pure danza attorno al sole ed attorno alla terra.

Ecco là, uno... due... tre pianeti che si muovono anch'essi nell'orbita del siste­ma solare. E quelle stelle? Sembrano dei punti luminosi. Eppure sono astri come il sole, forse più grandi ancora. La luce percorre trecento mila chilometri al mi­nuto secondo. La luce della stella più vi­cina alla terra impiega quattro anni per giungere a noi; la luce della stella polare circa trenta anni; la luce di altre stelle impiega centinaia e migliaia d'anni.

Quali distanze sbalorditive! E le stelle quante saranno? E chi potrà mai enu­merarle? Soltanto nella Via Lattea, dal nostro emisfero, sono visibili circa due miliardi di stelle. E che cosa è il Sole con tutti i suoi pianeti? È un semplice pun­to luminoso dell'immensa Via Lattea.

Ogni stella ha la sua luce, la sua gran­dezza, ha assegnato il movimento che de­ve fare; tutto è ordinato nel firmamento, per cui l'astronomo può sapere in ante­cedenza con calcoli matematici l'ora ed il minuto dell'eclissi o il passaggio di cer­te comete. Tutti questi astri che brillano nel firmamento, sono eterni? No! È eter­no ciò che resta immutabile nelle sue per­fezioni. Gli astri si vanno consumando e perdono luce e calore; non possono es­sere eterni.

Ma dunque gli astri si sono fatti da se stessi? Neppure! Se prima non esisteva­no e non avevano alcuna potenza, cioè erano nulla, come potevano darsi l'esisten­za? Può forse lo zero diventare unità? Non mi resta che concludere: L'universo è stato certamente fatto da qualcuno. E poiché gli astri sono un numero stermi­nato e di dimensioni sbalorditive, io penso che Colui il quale ha fatto questi esseri, deve possedere in grado sommo la poten­za, l'intelligenza, la grandezza. Io non ve­do questo Creatore; gli occhi del mio corpo mi fanno vedere soltanto le sue opere meravigliose; ma la mia intelligenza, limitata come è, comprende che vi deve essere un Creatore.

Non ho visto Dante Alighieri; ma stu­diando la Divina Commedia, io vedo il Sommo Poeta...

E chi avrebbe potuto creare un uni­verso così grande e così bene organiz­zato? - La natura! - direbbe qualche idiota. Ma, o la natura è una parola astrat­ta, cioè per così dire, un essere che non esiste e non ragiona... ed allora è da paz­zi l'ammettere che, chi non esiste e non ragiona, possa creare e regolare l'univer­so; oppure si vuole ammettere che la na­tura è un essere intelligente e potente. In questo caso natura significa Dio, Crea­tore Supremo.

Dunque, mi convinco che c'è un Dio. E non sono il solo a credere ciò; con me ci sono i grandi astronomi, Keplero e Co­pernico.

A proposito di quanto ho detto, mi vengono in mente i versi del professor Alfredo Mazzei, mio caro amico: Iddio io vedo, il sommo Creatore Di tutti gli universi. O grande Dio, Onnipotente Dio ed infinito, Dinanzi a Te si prostra il cosmo intero.

 

Leggi chimiche.

L'ossigeno è un elemento assai attivo, che si combina facilmente con molti altri corpi; la sua unione è accompagnata da sviluppo di luce e di calore.

L'idrogeno è un altro elemento che brucia nell'aria con fiamma caldissima. Mi trovo in un gabinetto di chimica. Servendomi dell'apposito apparecchio, la­scio passare la corrente elettrica tra l'os­sigeno e l'idrogeno ed ecco avvenuta la combinazione chimica; non c'è più né il primo né il secondo elemento, ma appare il composto cioè l'acqua. Questa combi­nazione si compie sempre nelle stesse proporzioni: due parti di idrogeno e una di ossigeno.

Così avvengono le combinazioni chimi­che di tutti gli altri elementi, cioè sem­pre nelle medesime e rispettive propor­zioni.

Io mi domando: Ci sono le leggi di chimica; nessuno può negare questa ve­rità. Ma, chi ha dato tali leggi agli ele­menti? Se c'è la legge, deve esserci il le­gislatore. Gli scienziati possono consta­tare le leggi chimiche, ma non ne sono loro i datori. Bisogna cercare il legisla­tore fuori degli elementi stessi; ed il le­gislatore dev'essere anche padrone asso­luto della materia bruta, per dominarla e reggerla. Non può essere il caso o la natura incosciente ad agire così, ma de­ve essere l'Essere Supremo, Dio, il Crea­tore dell'Universo.

Attraverso gli elementi inanimati, io vedo Dio e credo in Lui.

 

Il fiore.

Deliziosa Mondello, nei pressi di Pa­lermo! Poco distante si erge il monte Pel­legrino. Ai piedi del monte, il mio sguar­do è rapito da un campo di fiori. Mi fer­mo a contemplare tanta bellezza. Quale varietà di fiori, gradazione di colori e varietà di profumi! Io penso che molti di questi fiori serviranno per le ghirlande dei defunti.

Penetro nel campo fiorito; posso osser­vare a tutto agio. In un angolo c'è un mucchietto di concime e su di esso cam­peggia un gladiolo. - Permette, giardi­niere, che raccolga questo fiore.

Fac­cia liberamente! - Per me il fiore è un bel libro, che m'invita a meditare.

Il fiore è davvero grazioso: corolla bianca, qua e là macchiettata di un rosso pallido; petali carnosi; stami piuttosto lun­ghi, leggermente incurvati, portanti le an­tere cariche di polline; nel centro spic­ca lo slanciato pistillo. Il profumo è de­licato.

Dico a me stesso: Ma guarda un po'! Da un mucchio di concime puzzolente viene fuori un fiore profumato. Chi ha dato questo profumo, lo stallatico, oppu­re il giardiniere? Né l'uno né l'altro. Qua­le pittore ha dato sì bel colore ai petali? Quale tessitore ha potuto mettere su una corolla così delicata? E queste antere co­me trattengono bene il polline!

Seziono delicatamente il pistillo e lo trovo vuoto: è il tubo attraverso il quale scende il polline carpito dallo stimma; questo polline a suo tempo andrà a fe­condare l'ovario.

Io constato che il più semplice fiore è una meraviglia di precisione e di bellez­za. Constato pure che tutti i fiori di una specie hanno la stessa corolla, lo stesso numero di pétali e di stami. Ma questa precisione e bellezza è data dal terreno incosciente o dal cieco caso? Sarebbe da stolti il dire ciò. Il più piccolo dei fiori è frutto di grande intelligenza; per quanto l'arte copii la natura, nessun artista po­trà mai arrivare a dare un fiore uguale a quello da me raccolto sul concime. L'artista per eccellenza è il Creatore, il quale ha messo in ogni seme la forza fecondatrice ed ha dato delle leggi, alle quali il seme incosciente ubbidisce. Osservando il fiore, con la mia intelli­genza m'innalzo all'Autore della bellezza e dell'ordine; mi porto a Dio.

 

Un problema.

La primavera sorride nei campi; fiori, uccelli, canti di villanelle. Lascio un po' la mia camera da studio e vado a diporto in campagna, in una piccola proprietà vicino al paesello.

Il mezzadro mi saluta e s'intrattiene in amena conversazione. Intanto la massaia, seduta presso la cascina, è intenta a cibare la chioccia. E’ applicata al suo lavoro, quasi fosse un affare di primissimo ordine. Non si è accorta neppure di me. Mi av­vicino a lei.

- Scusi, professore, mi dice, la chioc­cia ha bisogno di cure speciali e quando attendo ad essa resto assorbita del tut­to. - Se c'è la chioccia, ci saranno an­che i pulcini!

- E ci sono... Ecco il cesto!

Che scena graziosa! Scoperto il cesto, appare un piccolo esercito di pulcini... di vari colori... e tutti a pigolare.

- Diventerà ricca quest'anno con tanti pulcini.

- Ma... come vorrà Dio!

- A proposito di Dio, vorrei fare, o buona donna, una domanda: È nato pri­ma l'uovo o la gallina?

- Certamente prima è nata la gallina e poi è venuto l'uovo.

- Ma la gallina da dove è nata? - Dall'uovo.

- Dunque, per primo è nato l'uovo. - sicuramente è così. Però io penso che Dio creò per prima la gallina, questa fece le uova e così di seguito...

- Brava signora! Ha risposto bene ed è più intelligente di quel professore di filosofia... che insegna con tanta boria... Con tutti i suoi studi, quel professore ateo risponderebbe: « Ma chi può saperlo? È un problema insolubile. For­se la materia, evolvendosi, avrà dato la vita all'uovo o alla gallina ». Ragiona­mento... irragionevole del « sé dicente » filosofo!

Tu vuoi negare l'esistenza di Dio e ca­di nella illogicità. E chi ha fatto la ma­teria che si è evoluta? Come ha potuto la materia inerte produrre la vita?

Quale logica, o prova scientifica oggi sostiene la generazione spontanea? E ri­tornando all'uovo, tu dici o filosofo, che il suo problema è insolubile. È insolubi­le per te, che non conosci, o non vuoi co­noscere la verità.

Ecco la spiegazione: Qualunque serie ha la sua origine; non può andare all'in­finito. La serie delle galline esiste; neces­sariamente ha avuto la sua origine; as­solutamente si deve arrivare a chi ha creato o la prima gallina o il primo uovo. Costui è l'Autore del creato, che a mera­viglia risplende tanto nelle grandi cose, quanto nelle minime. Non ammettendo Dio, non si può spiegare niente di quan­to ci circonda. Io ammetto questo Dio e la mia convinzione non è irragionevole.

Potrei passare in rassegna il regno mi­nerale, il vegetale e l'animale, e far ve­dere come in ciascun essere risplenda la sapienza e la provvidenza del Creatore. Tutto parla di Dio, dall'uomo all'astro, dal lichene al cedro del Libano, dal mi­crobo alla balena, dalla goccia d'acqua al grande oceano. Giustamente dice Me­tastasio: Ovunque il guardo giro, Immenso Dio, ti vedo!

 

Un grande naturalista.

Chiudo l'argomentazione con una pa­gina del grande naturalista svedese, Car­lo Linneo: « Dio eterno, immenso, che tutto dà, che tutto può, mi si è rivelato, in certo modo, nelle opere di creazione. L'ho ve­duto, Dio, quasi furtivamente e da lon­tano, come Mosè; l'ho visto e sono rima­sto muto, attonito di ammirazione e di stupore.

« Ho saputo scoprire una qualche or­ma dei suoi piedi nelle opere della crea­zione ed in queste opere, fatte dalla sua mano, anche nelle più piccole, in quelle che parrebbero nulle, quale perfezione inesplicabile!

« L'utilità che a noi da esse deriva, at­testa la bontà di Colui che le ha fatte. « La loro bellezza e la loro armonia di­mostrano la sapienza di Lui.

« La conservazione e la fecondità ine­sauribile proclamano la sua potenza. O Signore, quanto sono magnifiche le ope­re tue! Non le ha conosciute lo stolto e non vi ha posto mente ».

L'ateo professorino di filosofia...

(? ) oserà dare dell'ignorante a Linneo, che inneggia alla Divinità? Povero mosceri­no davanti all'aquila!

 

ALLA LUCE DEL CRISTO

Un quadro.

Sono un credente; nessuna meraviglia perciò se le pareti della mia camera sono ornate di quadri sacri.

La Madonna col Bambino del pittore Terruzzi è là, presso il capezzale. Sulla parete centrale c'è un bel Gesù, opera non so di quale autore.

Imponente la figura del Cristo! Alla base dell'Immagine è anche riprodotta la celebre Lettera di Lentulo.

« Publio Lentulo al Senato Romano. Salute! In questi tempi è apparso un uo­mo di grande virtù, il quale vive al pre­sente fra noi, il cui nome è Gesù Cristo. La gente lo chiama Profeta di verità ed i suoi discepoli lo chiamano Figliuolo di Dio.

« Egli risuscita i morti e sana tutte le infermità. E’ un uomo ben disposto e ben formato; è alto di statura, ma non disdicevole, ed è molto grazioso a chi lo guarda. « Egli ha la faccia venerabile ed è tale che provoca timore, riverenza ed amore. Ha i capelli del colore di avellane ma­ture, i quali sono uguali sino alle orec­chie e di poi son crespi, che da indi in giù gli arrivano sino alle spalle e sono divisi alla foggia dei Nazareni. Ha la fronte uguale, senza macchia alcuna, ed è adorno di un vivo ed acceso colore. Ha la barba folta, del medesimo colore dei capelli, e divisa nel mezzo, ma non molto lunga; il suo guardare è grave ed onesto e gli occhi sono chiari e risplendenti.

« È terribile nel riprendere, e nel con­sigliare grave e piacevole. Nella faccia mostra allegrezza e gravità; non è stato mai visto ridere, ma piangere sì. Parla poco e con molta gravità e misura. E per dirlo in una parola: Egli è bello sopra tutti i figliuoli degli uomini ».

Il pittore si è servito della descrizione fatta dal Console Lentulo per dare alla figura del Cristo un'espressione parti­colare.

Guardo questo quadro e affluisce alla mia mente un mare di pensieri!

Tu, o Gesù Cristo, sei esistito. Tutta l'umanità te ne rende testimonianza. La tua nascita ha segnato un'èra nuova. Ve­nisti al mondo 1987 anni or sono ed i molti secoli a te precedenti non si con­tarono più.

È ancora là, in Giudea, la Grotta di Betlem, che ti vide nascere, ed il monte Calvario, che raccolse l'ultimo tuo respi­ro. È venerato dai pellegrini il tuo San­to Sepolcro.

Roma possiede i tuoi ricordi storici ed io stesso ho potuto vedere le tue reliquie insigni, custodite come tesori dai Sommi Pontefici e dagli imperatori: la colonna alla quale fosti flagellato; la scala del pretorio di Pilato, che più volte facesti grondante sangue; la targa di legno che Pilato fece attaccare alla croce col tuo nome; uno dei chiodi che trafissero il tuo corpo; il velo, con cui una pia donna, la Veronica, t'asciugò il volto insanguinato e che miracolosamente riporta la tua effigie; la lancia con la quale fu trapassa­to il tuo costato; il lenzuolo, dentro cui fosti deposto nel sepolcro e che adesso trovasi a Torino...

Quale personaggio storico ha tanti do­cumenti di autenticità? Ed oggi il mondo ti ricorda, collocando la tua Croce sui campanili, sulle tombe..., ascoltando la dottrina che tu hai insegnato. Tutti pro­nunziano il tuo nome o per pregarti o per bestemmiarti.

O Gesù, io credo che tu sei esistito! Purtroppo tanti non si curano di te. Si interessano più di Ulisse e di Omero, spendono il prezioso tempo in studi di poco valore e poi credono che sia un il­luso o un minorato chi crede in te e se­gue i tuoi insegnamenti. Per me è un grande onore essere tuo credente, chec­ché ne dica quel medico condotto... igna­ro della storia.

 

Il re dei libri.

Un uomo di studio ama la sua biblio­teca; non saprebbe vivere senza di essa.

La mia camera da studio è fornita di un discreto numero di volumi. Sono la­vori scientifici e filosofici; ho anche libri storici e morali. Vi mancano i soliti ro­manzi, o romanzacci, che sogliono popo­lare la biblioteca del professorino.

Tengo però sul tavolo un libro di pic­cola mole, legato in tela, e lo tengo lì, a portata di mano, per leggerne ogni gior­no qualche paginetta. Lo so quasi a me­moria; eppure rileggendo qualche brano, vedo spesso nuovi orizzonti e nuova luce illumina la mia mente. È il re dei libri. E' il Vangelo di Gesù Cristo.

- Il Vangelo, dirà qualche intellet­tuale... il Vangelo! ... Ma è roba antiqua­ta, libro di sacrestia... - Povero uomo! Abituato a leggere le pagine fangose di Zola, di Pittigrilli e di D'Annunzio, abi­tuato al luridume, non sei in grado di apprezzare il pascolo del Vangelo.

Sappi che il Vangelo è il libro storico più autentico; che da circa venti secoli resiste alla critica più spietata; che ogni parola ed ogni frase di esso è stata oggetto di profondo studio per le più alte menti.

Sappi ancora che grossi volumi com­mentano questo libro di sacrestia!

Tu, o professore irreligioso, non avrai mai la vera scienza, perché non leggi il Vangelo e, se lo leggessi, non saresti in grado di approfondirlo. Come te, c'era una volta un altro professore... Ormai è morto. Studiava, comprendeva e rite­neva; divorava i libri ed a sua volta pub­blicava.

La sua biblioteca era ricca di opere storiche e filosofiche. Credeva di posse­dere lo scibile... ma non conosceva il Van­gelo. Era al buio e viveva nell'ateismo. Allorché la sua bimbetta, educata dalle Suore, gli disse: « Papà, tu non mi parli mai di Gesù, al quale voglio tanto be­ne! - il grande scrittore rimase umi­liato, pensando: Che cosa dire alla bam­bina, se non conosco Gesù?...

- Hai, figlioletta mia, qualche libret­to che parli di questo Gesù? - Ho il catechismo.

- Fammelo vedere.

Catechismo o piccolo estratto del Van­gelo. Diede un rapido sguardo e si accor­se di avere in mano non un piccolo, ma un grande libro.

Il professore lesse il Vangelo e poichè era amante della verità, la luce divina illuminò la sua mente. Si sentì piccolo davanti alla colossale figura del Naza­reno. Un grande amore si accese in lui per Gesù e volle che tutto il mondo co­noscesse il suo cambiamento spirituale. Per questo il Professore Giovanni Papini, Accademico d'Italia, scrisse la « Storia di Cristo », oggi tradotta in diverse lin­gue.

Ecco i frutti della lettura del Vangelo! Io credo al Vangelo e con me credono oggi centinaia di milioni di persone, co­me miliardi e miliardi di uomini hanno creduto nel corso dei secoli. Non si ab­bassano a credere al Vangelo i cinque in­tellettuali ( ? ) ... Essi mi hanno spinto a fare questa pubblicazione.

 

Renan.

Ernesto Renan scrisse « La vita di Ge­sù Cristo », opera che la Chiesa Cattolica condannò. L'autore esalta il Nazareno e lo presenta in una luce particolare; ma è un ateo il Renan, perciò toglie a Gesù Cristo la Divinità; vede in Lui l'uomo perfetto, l'uomo per eccellenza, ma non il Figlio di Dio incarnato.

Un professore mi diceva: - Ho in casa « La vita di Gesù Cristo » di Renan e la leggo.

- Professore, io so che è un'opera condannata e che non è bene leggerla. - Eppure a me questa lettura ha fat­to del bene.

- È lettura pericolosa, in quanto lo autore si sforza di provare che Gesù è semplicemente uomo e non Dio fatto uomo.

- In me, diceva il professore, l'effet­to è stato contrario. Finita la lettura ho concluso: Ma come può essere un sem­plice uomo Gesù? Quale uomo potrebbe fare ciò che Egli ha fatto? L'autore mi spinge a credere che Gesù è Dio.

 

Storicità.

Gesù è Dio! Si, lo credo! E come posso convincermi che sia tale?

Il Vangelo è l'argomento più forte. Il Vangelo è stato scritto da quattro au­tori. Gli Evangelisti Matteo e Giovanni erano testimoni oculari dei fatti. Marco, discepolo di Pietro, scrisse quello che udì dal suo maestro, già testimonio dei pro­digi del Cristo. Luca, medico greco, scris­se ciò che di Gesù si diceva al suo tempo, cioè nei primi anni del Cristianesimo, do­po diligentissime ricerche, come egli stes­so attesta.

I quattro volumi del Vangelo, scritti in diverse lingue, in diverse regioni, da diversi autori, tutti concordano a meravi­glia. Verso la fine del primo secolo del­l'era cristiana, i Vangeli esistevano ed erano sparsi dappertutto; lo stesso Giu­liano Apostata lo conferma.

Quando comparvero i Vangeli, erano viventi tanti testimoni dei fatti in essi narrati, c'era gente interessata a contro­battere l'attestazione dei cristiani, spe­cialmente la corrente giudaica; eppure, nessuno osò impugnarli di falsità. Al principio del secolo secondo, i Vangeli ve­nivano citati da tanti scrittori, quale Giustino, Ireneo, Policarpo, Ignazio, Cle­mente di Roma.

Posta l'autenticità storica del Vange­lo, io credo quanto il Vangelo contiene; e poiché i prodigi operati da Gesù non possono essere opera di un semplice uo­mo, credo che Gesù è Dio, come Egli stes­so dichiarò nei momenti più solenni del­la sua vita.

 

La prova.

Gesù disse di essere il Figliuolo di Dio; e poiché gli ebrei non credevano, egli soggiunse: « Se non volete credere alle mie parole, credete alle mie opere. Chi può fare le opere che faccio io? ». I miracoli di Gesù sono la prova della sua Divinità. - Oibò, ha detto qualche ridicolo razionalista, il Cristo non fece miracoli. Fu un abile prestigiatore e car­pì la buona fede degli ebrei.

- Ma che miracoli, ha detto qualche altro; Gesù operava dei prodigi apparen­ti. Curava le malattie con la suggestione.

- Non si parli dei miracoli del fab­bro di Nazareth, ha detto qualche altro; erano miracoli per quei tempi. Oggi da­vanti alla scienza cade il miracolo più strepitoso!

Pigmei della critica! ... Le vostre af­fermazioni sono vuote di senso. Parlate da bambini.

Se il Cristo avesse fatto qualche pro­digio soltanto, ad esempio, una volta mu­tare l'acqua in vino e guarire qualcuno o parecchi ammalati, avreste ragione. Ma Gesù operò innumerevoli prodigi, alla presenza di un popolo, sotto lo sguardo dei più fieri nemici, che avevano ogni interesse di sfatarlo; ubbidivano alla sua parola tutti gli esseri, animati ed inanimati, e tremavano alla sua presenza gli stessi demoni.

Gesù è in barca sul lago di Gene­zaret. Si solleva una tempesta. Gli Apo­stoli lo svegliano: - Maestro, salvaci; siamo perduti! - Uomini di poca fede, dice Gesù, perché temete? - Fa un cen­no e cessa il vento. I pescatori sbalorditi esclamano: Chi è costui al quale ubbidi­scono il vento ed il mare? - Quale pre­stigiatore avrebbe potuto fare ciò? ...

Una moltitudine segue Gesù per tre giorni, attratta dai miracoli e dalla dot­trina. Il Nazareno ne ha compassione e non vuole rimandare a digiuno quegli uomini e quelle donne. Domanda del pa­ne. Gli sono presentati cinque pani di orzo e alcuni pesciolini. Con un atto di volontà moltiplica pane e pesci e tutti ne mangiano a sazietà.

I resti sono raccolti e riempiono dodici ceste. Quale illusionista o quale sug­gestionatore avrebbe potuto fare questo?!

Da venti secoli in qua la scienza illusionista ha progredito tanto, ma potrebbe moltiplicare i pani in questo mo­do? Se potesse ottenere ciò, come si sol­leverebbe il popolo affamato!

Dieci uomini sono colpiti dalla leb­bra, malattia quasi incurabile. Gesù dice loro: Lo voglio; siate mondati. - All'i­stante guariscono; ciechi, zoppi, sordo­muti, l'emorroissa, ad una parola di Gesù sono risanati. Tutto ciò è frutto di sugge­stione?

Critici pazzi ... e perversi! La sugge­stione può giovare nelle malattie nervo­se; ma quando spariscono le piaghe, quan­do le ossa si ricompongono, quando il cie­co-nato vede, non è più suggestione, ma una specie di creazione.

La figlia di Giairo è cadavere sul let­to. Gesù dice: Fanciulla, te lo dico io: Alzati e ritorna in vita.

Il figlio della vedova di Naim è tra­sportato al sepolcro; Gesù ferma i porta­tori. Dopo prende il giovinetto per mano e lo consegna vivo alla donna. La mol­titudine atterrita esclama: Giammai ab­biamo visto tali cose in Israele.

Lazzaro da quattro giorni è nel sepol­cro; la putrefazione è inoltrata. Gesù davanti al popolo fa aprire il sepolcro ed esclama: Lazzaro, vieni fuori! - e Laz­zaro risorge. I nemici di Gesù vorreb­bero ammazzare il redivivo di Betania poiché da ogni parte la gente viene per vedere Lazzaro; non lo fanno per paura del popolo, ma non possono negare la sua risurrezione.

Dare la vita ai morti è un atto di suggestione? La scienza umana può ot­tenere questo? Quale medico, dopo tanti secoli di scienza medica e chirurgica, può dare la vita ad un morto? Critici ciechi! Voi chiudete gli occhi per non vedere la luce e credete di vederci meglio degli altri! ...

Il Nazareno sfida i suoi nemici che non vogliono credere alla sua Divinità do­po tanti miracoli: - Mettetemi in croce; uccidetemi; seppellitemi; dopo tre giorni risorgerò.

Infatti il Cristo muore sulla croce: il corpo è dissanguato per le forature dei chiodi. Emesso l'ultimo respiro, trema tutta la terra, mentre il sole continua nel suo oscuramento di parecchie ore. Gesù è morto! I suoi nemici vedono che è esanime; tuttavia si assicurano meglio e fanno trapassare il cuore con una lan­cia. Si mette il cadavere nel sepolcro; si collocano i sigilli; si dispongono le guar­die attorno. Nessuno deve avvicinare il corpo del Nazareno.

Pazzia umana! ... L'uomo vuol met­tersi contro il Dio umanato. La mattina del terzo giorno un forte terremoto scuo­te la terra. Un Angelo ribalta la pietra del sepolcro; fuggono spaventate le guar­die ed in seguito sono pagate per testimo­niare il falso. Ma Gesù è vivo. Sta un'al­tra volta con gli Apostoli ed i discepoli, mangia con loro, continua ad istruirli e questo per quaranta giorni!

Critici moderni e sfegatati razionali­sti, la vostra scienza può spiegare questo prodigio? Volete paragonare la repentina risurrezione di Gesù Cristo, di Gesù dis­sanguato, al sonno letargico dei fachiri indiani? Se affermate questo, avete tar­dato molto ad entrare nel manicomio! Io credo che Gesù è il Cristo, il Fi­glio Eterno di Dio e Dio Lui stesso. La mia fede ha un solido fondamento; e non sono uno sciocco perché credo.

 

Fumo agli occhi.

Era il Venerdì Santo. Un'aria di festa e di tristezza aleggiava nel mio paese. Tutto il popolo era attorno all'urna del Cristo morto. Non canti festosi, ma nenie popolari; non baccàno, benchè ci fosse tanta gente, ma silenzio solenne, inter­rotto da un mesto e breve rullio di tam­buro. Quasi tutti stavano a capo scoper­to; molti pregavano puntando gli occhi sull'urna sacra; più di una donna pian­geva.

Io guardavo e pensavo: Il popolo ha la fede. Soltanto taluni che hanno leggicchiato qualche libro e si credono sapientoni ... dicono di non cre­dere. Ma tuttavia ci sono anche dei let­terati illustri e dei filosofi valenti, che hanno la fede. Come si spiega ciò? Un uomo istruito non potrebbe non credere.

Ho trovato la facile risposta: Il cre­dere che Gesù sia esistito, che sia morto e risuscitato, che abbia fatto miracoli, costa proprio niente. Siccome però chi crede che Gesù è Dio, deve seguire i suoi insegnamenti e tenere a freno le passioni e quindi, se non vive in conformità alla sua fede, merita la punizione eterna; e siccome certi uomini hanno grande intel­ligenza, ma hanno pure il cuore depra­vato ed ingolfato nei vizi, pur sentendo il rimorso, si sforzano di convincersi che Gesù Cristo non è Dio e cercano argo­mentazioni illogiche, per tirare alla loro parte anche gli altri.

Interessa a costoro il dimostrare che Gesù, essendo un semplice uomo, quan­tunque di somma eccellenza, dà degli in­segnamenti puramente umani, che non possono avere le sensazioni di un Dio. Ecco perché illustri personaggi, nel campo intellettuale, si schierano contro Gesù Cristo o restano nell'assoluta in­differenza religiosa: la dottrina di Gesù è per loro come il fumo agli occhi.

 

Sulla Mole Adriana.

Sotto la sferza del sole cammino an­cora e pare non senta la stanchezza. La soddisfazione morale che provo a vedere e studiare i monumenti storici, dà nuova forza al mio fisico. Sono a Roma.

Lentamente attraverso il Tevere sul Ponte Vittorio e giungo a Castel Sant'An­gelo. Visito il museo e le celle della prigione; dopo raggiungo la cima della Mole Adriana e mi trovo ai piedi della grande statua di bronzo. Tutta Roma è sotto il mio sguardo. Quanti pensieri! ...

Centinaia di tempi innalzano al cielo cupole e campanili. Mentre il mio sguar­do si perde verso la periferia, il campa­none di San Pietro mi fa volgere verso il Vaticano. Quale movimento! La via principale di Roma somiglia ad un tor­rente in piena, che scorre veloce, e le vie secondarie a tanti affluenti che portano a quella.

E dove va tanta gente? Unica meta: Piazza San Pietro. Il Papa parlerà ai gio­vani: Dopo non molto un coro di circa trecentomila giovani canta la lode a Cri­sto Re.

Mi commuovo. Quanta giovinezza! Quanta fede! Il Cristo messo in Croce e seppellito, è ancora vivo sulla terra e palpita nel cuore della cattolicità, a Roma.

Roma!... Ma tu sei stata sempre così... sempre faro di luce? No. Un tem­po tu eri il cuore del paganesimo. Più di duecento divinità ricevevano il tuo in­censo. La crudeltà e la vendetta erano il tuo vanto. La disonestà più sfacciata era la vita dei tuoi abitatori. Trattavi uomini e donne quali bestie, poiché la schiavitù era il tuo sostegno. Dominavi il mondo di allora. Chi avrebbe potuto abbattere il tuo impero? Chi avrebbe osato dirti: Io cambierò la tua vita! ...?

Il Fabbro di Nazareth, il Cristo, ha capovolto te, Roma, e tutto il tuo impero; ha rinnovato la tua vita; ha distrutto gl'innumerevoli idoli; ha cambiato in lu­ce le tenebre: « Un solo Dio da adorare. Amare ogni uomo come fratello. Vivere in purezza... Aspettare una vita futura, eterna ». Sublimità degli insegnamenti di Gesù!

 

Hai vinto, Galileo!

Un re vuole abbattere la potenza di un altro monarca; si prepara alla guerra. Sceglie valenti generali, chiama alle ar­mi il maggior numero possibile di uo­mini, mette fuori i tesori dello stato per allestire armi, apparecchi, navi. Quando crede che tutto sia pronto, inizia la guer­ra. Spera di vincere; ha fiducia nei mez­zi bellici e nel valore dei suoi soldati. La storia ci dice che anche quando un po­polo è forte e ben agguerrito, può essere vinto, perché la vittoria può dipendere da circostanze impreviste. Le imprese dell'uomo sono così.

Gesù Cristo è Dio; vuole ingaggiare guerra contro il male che dilaga nel mon­do. Egli tutto prevede. Inizia subito la guerra e dice: « Son venuto a portare la spada nel mondo ». Ed affinché si sappia che Egli è Dio, si serve per sconvolgere la faccia della terra non di grandi uo­mini, ma di pescatori ignoranti e rozzi, non di armi materiali, ma della sua dot­trina.

Guardando i secoli futuri, dice ai discepoli: « Andate per tutto il mondo, i­struite tutte le creature ed insegnate ad osservare quanto ho detto a voi. Io sono con voi sino alla consumazione dei se­coli... Per cagione mia voi sarete trasci­nati davanti ai tribunali e messi a mor­te. Il mondo vi odierà. Ma voi non teme­ te! Io ho vinto il mondo. Le porte del­l'inferno si scateneranno contro la mia chiesa, ma non potranno prevalere ».

La diffusione della dottrina del Cristo è una prova che Gesù è Dio.

Come potevano dodici uomini, pove­ri ed ignoranti, imporsi nel mondo?

Come poteva attecchire la dottrina di Gesù completamente contraria alle sfre­nate passioni umane?

« Fa' del bene a chi ti fa del male... Ama il tuo nemico... Non aspettare da­gli uomini la ricompensa del bene che fai... Guai al ricco... Beati i poveri... Guai a voi che siete sazi e godete... Beati quelli che piangono... Beati i puri di cuore... Pecca chi soltanto guarda una donna per fine cattivo... Nel fare il bene, non sap­pia la tua sinistra ciò che fa la destra... ».

Roma imperiale è il covo dei vizi. Gesù manda là il capo degli Apostoli, Pietro. Nerone è la belva di Roma. Il Pescatore di Galilea predica ed opera miracoli nel nome di Gesù. Comincia il fermento nella città eterna. I buoni cre­dono, i curiosi osservano, i cattivi pro­testano. Nerone vuol fermare l'avanzata del cristianesimo e fa imprigionare i seguaci di Pietro; li fa bruciare vivi appesi ai pali, mentre egli trasportato in lettiga sazia la sua sete di sangue. Cento sono i morti per la fede nel Cristo e mille altri si fanno avanti dicendo: « Anche noi siamo Cristiani! ».

Nerone muore. Gli altri imperatori continuano la strage. L'editto è terribile: Chi si professerà Cristiano, perderà tutti i suoi beni e verrà imprigionato; se per­sisterà, verrà ucciso tra atroci tormen­ti. - Le carceri di Roma rigurgitano di Cristiani; l'erario pubblico s'impingua: Sono uomini e donne del popolo, sono soldati ed alti ufficiali, sono sacerdoti pagani, sono nobili patrizi..: senza distin­zione tutti abbracciano la dottrina di Gesù Cristo.

Di questi eroi alcuni vengono dati in pasto alle fiere del Colosseo; altri sono scarnificati in pubblico; altri fatti a pezzi e gettati nel Tevere, o messi in un sac­co di serpenti.

I Cristiani rimasti vivi, per sfuggire all'ira imperiale, scavano le Catacombe e là si recano per assistere ai Sacri Misteri. La persecuzione si estende a tutto l'im­pero e continua per tre secoli. Milioni e milioni di martiri spargono il loro san­gue.

- Hai vinto, Galileo! - esclamò Giuliano l'Apostata. - Finalmente Gesù, Dio, padrone assoluto, dice. Basta con le persecuzioni. La vittoria è mia!

L'imperatore Costantino vuole andare contro Massenzio, ma teme di perdere. Si rivolge alle sue divinità pagane. Appare intanto nel cielo di Roma una luce ed in essa una Croce con la scritta « In hoc si­gno vinces ». Costantino riconosce il se­gno dei Cristiani; sugli scudi dei soldati mette il segno della Croce ed in nome di Cristo entra in battaglia. Vittoria stre­pitosa, superiore ad ogni previsione! Lo imperatore si converte, si fa battezzare, toglie l'editto della persecuzione, proibi­sce che i malfattori siano in seguito mes­si in croce per rispetto al Cristo crocifis­so, dà ordine che i Cristiani escano dalle Catacombe e fa costruire grandi templi. Lui stesso mette le fondamenta alla pri­ma Chiesa di Roma, a San Giovanni in Laterano, e porta personalmente dodici cesti di terra in onore dei dodici Apo­stoli. Il paganesimo di Roma è abbattu­to! Si sentono fratelli il patrizio e il ple­beo; lo schiavo è fatto libero, gli esempi di purezza angelica sono innumerevoli.

Se il Cristo fosse stato un semplice uomo, la sua dottrina di sacrificio e di amore sarebbe morta con Lui. Egli è anche Dio e fa avverare la sua parola: « Le porte dell'inferno non prevarran­no ».

 

ALLA LUCE DELLA STORIA

Al Mamertino.

Sono a Roma!

Attraversata Piazza Venezia e con­templata un po' la tomba del Milite Ignoto, mi avvio al carcere Mamertino.

Il carcere non è molto grande. Una iscrizione interna ricorda i nomi dei per­sonaggi più illustri che ivi furono rin­chiusi, tra cui il re Giugurta.

Scendo nell'ultima cella, piccola ed oscura. Qui San Pietro e San Paolo pas­sarono due anni per la fede di Gesù Cri­sto. I due Apostoli continuarono la pre­dicazione anche nella prigione e conver­tirono i due custodi ed altri quaranta.

- Volete battezzarvi? - disse San Pietro.

- Senz'altro! Però occorre l'acqua ed al momento qui non ne abbiamo! - Non importa! - L'Apostolo trac­ciò un segno di Croce e scaturì in fondo alla prigione un getto di acqua.

Vedo anche oggi in fondo al carcere Mamertino un pozzo, che da circa venti secoli è ricco di acqua. All'apertura del pozzo c'è la lapide che ricorda il miracolo.

 

Paolo di Tarso.

Magnifiche le Chiese di Roma! Le Ba­siliche maggiori sono un prodigio di arte. Visito la Basilica di San Paolo fuori le Mura. Prima di allontanarmene, vedo un Reverendo; è il Superiore dei Bene­dettini, i quali hanno in custodia il tempio.

- Reverendo, c'è qualche ricordo storico di San Paolo in questi luoghi? - Si; e più di uno. Sotto l'altare della Confessione ci sono le ceneri del corpo dell'Apostolo. Si conserva pure la catena, con cui era legato nel carcere. I Cristiani di allora, sapendo chi fosse San Paolo, conservarono come ricordo questa catena.

Il Reverendo allora mi fece vedere e baciare la storica catena, custodita in un piccolo drappo di seta.

- Altri ricordi storici si possono vedere, disse il Sacerdote, nella piccola Chiesa di San Paolo, lungo la Via Ostiense.

Eccomi nel piccolo tempio. Un giorno passava proprio per di qua la via che univa Roma alla città di Ostia. San Pao­lo, trascinato fuori dal Mamertino, scor­tato dai soldati ed accompagnato da mol­ti Cristiani e pagani, giunse qui. Il suo capo fu poggiato su di una pietra dello stradale che segnava il chilometraggio e fu reciso dalla spada. Il colpo violento lo staccò completamente dal corpo e caden­do a terra rimbalzò tre volte, facendo sgorgare tre getti d'acqua.

Io vedo nell'angolo destro del tempio la storica pietra miliare, isolata da una piccola cancellata. Vicino ci sono tre poz­zetti, ancora fecondi. Bevo anch'io un po' di quest'acqua.

Oggi questa contrada nella Via Ostiense è popolata ed è chiamata « Le tre fontane ». Il nome del villaggio sug­gella la storia.

 

Le Catacombe.

Esco dalla città eterna e m'incammino per la via Appia Antica. Passo davanti alla celebre Cappella del « Quo vadis » e giungo alla monumentale Tomba di Ce­cilia Metella. La campagna romana è si­lenziosa. Qualche vacca pascola in com­pagnia di poche pecorelle. Volgo indietro lo sguardo e rimiro Roma. Penso intan­to: I primitivi Cristiani si sobbarcavano a tanto cammino e, pieni di fede, qui si recavano. Quale era lo scopo? Sentire le istruzioni religiose, assistere al Santo Sacrificio e comunicarsi. Tutto ciò face­vano nascostamente nelle Catacombe. Ora scenderò anch'io in questa città sot­terranea.

Ecco un leggero avvallamento ed una porticina. Scendo per alcuni gradini e sono dentro le celebri Catacombe di San Callisto. Non sono le uniche attorno a Roma.

Un corridoio principale ed altri se ne presentano lateralmente; a destra ed a sinistra loculi per la sepoltura; qui si de­ponevano i cadaveri dei Cristiani e dei Martiri della fede. Qua e là si trovano delle Cappellette con qualche altare. In­cisioni e segni cristiani sono disseminati sulle pareti. Vado innanzi, nel labirinto, alla luce di una candela, seguendo la guida. Scendo ancora e sono al secondo piano... c'è poi il terzo, il quarto, il quin­to piano... Guai se si spegnesse la can­dela! Sarebbe quasi impossibile ritrovare la via del ritorno.

O Catacombe, per dei secoli voi foste il luogo di convegno dei seguaci del Cri­sto! A quanti sacrifici, o Cristiani, an­daste incontro per professare la vostra fede! Vengano qui a meditare coloro che si ridono della Religione Cattolica!

 

L'arena.

Verso le nove del mattino sono sulla via dei Fori Imperiali. Davanti a me c'è il Colosseo. Mentre cammino, rivado col pensiero al tempo delle persecuzioni. Qui venivano gl'imperatori romani, gli ufficiali, i sacerdoti pagani ed il popolo di Roma ... Mi sembrava di vedere l'anfite­atro gremito di curiosi. Aumenta il cla­more. I Cristiani sono entrati nel circo del Colosseo. Sono Vescovi, Sacerdoti, militari, patrizi, schiavi, donzelle, bam­bini...

- Vogliamo le fiere! - grida il po­polo. Ad un segno dell'imperatore si spa­lanca la porta di bronzo e vengono fuori leoni, tigri, iene e pantere. I Cristiani so­no in piedi guardando il cielo o in gi­nocchio, pregano, o cantano lodi al Cristo.

- Ma siete pazzi, o seguaci di Ge­sù?! Farvi sbranare dalle fiere, dopo ave­re perduti tutti i vostri beni?! ...

- Non siamo pazzi. La fede nel Cri­sto è più che la ricchezza e la nostra vita. - Ma chi vi dà la forza di sopportare tante pene?

- Il Cristo.

- E se egli è veramente Dio, perché non viene a liberarvi dalle mani dell'im­peratore?

- Gesù è il padrone e sa bene ciò che deve fare.

Intanto le belve, tenute in rigoroso di­giuno, uscite con furia dai sotterranei, dànno uno spettacolo sorprendente. Si avvicinano ai Martiri come cagnolini e mansueti agnelli; non si avventano. Ge­sù vuol far vedere che è presente a quel­la lotta.

- Sono stregati! - grida il popolo. Intanto dalla folla s'innalza qualche voce: - Sono Cristiano anch'io ... Ed io pure! - Convertiti davanti al prodigio delle belve, lasciano il posto dello spet­tacolo e scendono nell'arena coi Martiri.

L'imperatore è furibondo; dà ordine: - Si appicchi il fuoco. - Legna, pe­ce, resina ed olio ... tutto è pronto. Le fiamme ingigantiscono ... ma i Martiri sono tranquilli, assorti in preghiera, stan­no in mezzo alle fiamme come in fresco giardino.

- Arte magica! - grida qualcuno. A tale vista si dànno a Gesù Cristo tanti e tanti spettatori. Gesù ha mostrato la lu­ce operando i suoi prodigi; ora vuole in­coronare i suoi eroi.

L'imperatore, umiliato e vinto, dà l'ultimo ordine: Siano decapitati.

In poco tempo la strage è compiuta. Le anime dei Martiri sono in Paradiso, mentre nell'arena scorre il sangue. I fos­sori raccolgono i cadaveri e li seppel­liscono.

Oggi nell'arena del Colosseo si erge una Croce. Io m'inginocchio dinanzi ad essa e prego: O Gesù, come sei potente! Qui i tuoi Martiri, a migliaia, versarono il loro sangue. Anch'io mi unisco a loro per testimoniarti la mia fedeltà! O Re dei secoli, sono un tuo seguace.

 

Eroismi.

Ogni palmo di terra di Roma antica ha la sua storia.

Fiancheggiando il Campidoglio, mi dirigo alla zona di Trastevere. Entro in un grande fabbricato. Nell'interno sono conservati gelosamente tre sepolcri.

Il primo sepolcro ha le ceneri di Ce­cilia; il secondo quelle dello sposo Vale­riano; il terzo quelle del cognato di Ce­cilia, Tiburzio: Questa è la casa di Santa Cecilia, ver­gine e martire. Grande eroina della fede merita di essere ricordata dai posteri.

Era giovane, buona, intelligente, bella e molto ricca. Seguiva Gesù fedelmente, anche nei consigli evangelici, per cui fe­ce voto di perpetua verginità.

Il patrizio Valeriano, ancor pagano, si innamorò di lei e la chiese ai genitori. Cecilia fu obbligata dai parenti ad an­dare a matrimonio. Era timorosa a fare il passo. Ma Gesù vegliava sull'anima fe­dele. Con frequenza l'Angelo Custode le appariva e la confortava: Non temere, Cecilia, io custodirò il tuo corpo.

Il giorno delle nozze la sposa disse a Valeriano: Ho un altro amante, al quale ho giurato fedeltà prima di te ... È Gesù Cristo. Ho un custode celeste per il mio corpo, ho un Angelo a mio fianco.

- Vorrei vederlo, esclamò Valeriano. - Non puoi; non sei ancora Cri­stiano.

Lo sposo andò ad istruirsi, ricevette il Battesimo e, ritornato a casa, trovò la sposa in compagnia dell'Angelo. Oltremo­do meravigliato, chiamò il fratello Tibur­zio. Anche questi si fece battezzare. Cecilia fu sposa, ma sempre vergine. Scoperta per Cristiana, ebbe tre colpi di spada al collo e morì a casa sua; anche Valeriano e Tiburzio confessarono di es­sere Cristiani e furono uccisi ...

Ecco la storia di questi tre sepolcri. In una stanza vedo una pittura, raffi­gurante Santa Cecilia con l'Angelo. È il luogo ove la martire godeva della vista dell'Angelo.

- La fede in Gesù Cristo, direbbe qualche saputello, è così ridicola ... è vel­leità di donnicciuole. - No! La fede nel Cristo è la gloria delle anime nobili. E’ il movente degli eroismi.

Di questi esempi sublimi potrei ricor­darne un numero stragrande e riempirne un volume. Tra i tanti spicca la nobile figura di Sant'Agnese, la cui tomba è nel­la cripta, in fondo alla via Nomentana; quella di S. Lorenzo, bruciato per la fede al Campo Verano, e quelle dei Santi Gio­vanni e Paolo, uccisi nella propria abita­zione, trasformata oggi in tempio, presso il Clivio di Scauro. E tanto basta per far comprendere in quale stima era tenuta, durante le persecuzioni, la Religiene di Gesù Cristo.

 

Sotto il colonnato.

Il sole è nel meriggio. Prendo la vet­tura e scendo vicino al Tevere, alla Tra­spontina. Ho dinanzi a me la spaziosa Via della Conciliazione e sullo sfondo la Basilica di S. Pietro, dominata dalla cu­pola di Michelangelo. Contemplando que­sta maestosa scena, giungo al colonnato di Piazza San Pietro.

Un profano di storia ... quale sareb­be il professore di filosofia del mio pae­se (! )... si contenterebbe forse di ammira­re la grandiosità della Piazza, la bellezza delle due fontane, l'armonia delle nume­rose colonne, l'imponenza dell'obelisco e la maestosità della Basilica.

Io non posso contentarmi di così po­co. Ho bisogno di assaporare ciò che non è presente, ma che un giorno fu realtà. Mi metto a sedere quasi a principio del co­lonnato; lato sinistro di chi entra nella Piazza; ho dirimpetto il Vaticano, sede del Papa.

Un'ondata di ricordi storici affluisce alla mia mente: Qui era il Giardino dei Cesari. In questa zona furono bruciati molti cristiani da Nerone. Proprio qui, sul Colle Vaticano, venne trascinato Pie­tro, il capo degli Apostoli, dopo la prigio­nia del Mamertino.

Nerone sperava che uccidendo il capo, i Cristiani sarebbero scomparsi. Lo fece '' mettere in croce, come Gesù; fu fatta capovolgere la croce e Pietro spirava in mezzo al fumo, asfissiato. Moriva il capo visibile della Chiesa; ma il capo invisi­bile, Gesù, non poteva morire.

A Pietro successe Lino, a questi Cle­mente; e la Cristianità perseguitata cre­sceva di numero e di fervore. Oggi den­tro questa Basilica, il tempio più grande e più importante del mondo, trovasi la tomba di San Pietro, sotto l'Altare Pa­pale.

Ecco a me dinanzi la dimora del Pa­pa, successore di San Pietro e capo della Cristianità.

Il Papa, (Pio XII), l'ho visto. Ho rice­vuto la sua benedizione; gli ho baciato la mano. È una persona snella, piuttosto pallida nel volto; dallo sguardo vivo e pe­netrante. La sua parola è calma e persua­siva; invita alla pratica degli insegna­menti di Gesù. Il suo abito bianco è sim­bolo della purezza e della pace di Cristo.

Quest'uomo è unico al mondo. Non c'è monarca che abbia maggior numero di sudditi; non ha armi e soggioga i po­poli; è amato e temuto come nessun al tro mai! Il mondo intiero ha gli occhi puntati su di lui. Vedo sfilare davanti a me uomini e donne di diverso colore: Africani, Indiani, Neozelandesi, Ameri­cani, Europei. Sono partiti da lontano per vedere il Papa; e per tutta la vita ri­corderanno questo giorno. Chi sei tu, o Sommo Pontefice?... Che cosa hai che ti distingue da tutti i mortali?... Qual è il segreto del fascino che eserciti?...

Tu sei il Vicario di Cristo. Tu non sei - solo, ma hai con te Gesù! Ti amano i buoni e ti ascoltano, perché tu rappre­senti Gesù Cristo sulla terra.

Ti odiano, ti perseguitano i cattivi perché sanno che sei il Vicario del Divin Nazareno; non possono avventarsi con­tro di Lui, perché non lo vedono, e sca­gliano sopra di te le loro velenose saette. Pazzo colui che vuol battersi con te! Tu sei pietra angolare e chi cade sopra di te si sfracella.

Contro di te disarmato si scagliarono come belve gl'imperatori romani; passa­rono secoli di sangue ... cadde l'impero di Roma ... e tu, o Vicario di Cristo, sei vivente. Nel corso dei secoli, eresiarchi e guerrieri tentarono abbatterti e non vi riuscirono.

Napoleone, dopo aver conquistata quasi tutta l'Europa, decretò di fare servo anche te. La tua scomunica, lanciata per bocca di Pio VII, segnò la fine del suo impero!

I massoni d'Italia nel secolo scorso, trattando dell'unificazione della penisola italiana, dissero: - Questa volta è finita per il Papa. Pio IX sarà l'ultimo Papa. - La statua di Garibaldi, innalzata sul Gia­nicolo, rappresenta l'eroe dei due mondi, con lo sguardo puntato sul Vaticano, in atto di disprezzo e di sfida.

È caduto il regno d'Italia. Garibaldi oggi è un pallido ricordo ... e tu, o Som­mo. Pontefice, sei in massima vitalità. Contro di te, o Papa, si scatenò l'ira te­desca. Non poté abbatterti l'imperatore Enrico IV, nè Federico II, né altri ... Bi­smark voleva riuscire nel secolo scorso; ma la sua debole onda s'infranse contro di te, potente scoglio. Hitler, armato in modo temibile, pensò di distruggere la tua formidabile potenza e nel suo orgo­glio ti chiamò: « vecchio incartapecorito e mummificato ». È scomparso Hitler, la potenza tedesca è stata abbattuta ... e tu ... Vegliardo del Vaticano, sei in piedi e sfidi i secoli e ogni potenza umana.

Venti secoli di storia provano che tu, o Sommo Pontefice, sei incrollabile. E’ Lui, Gesù Cristo Dio, che assiste con­tinuamente te. Se la tua Chiesa, o Reden­tore, fosse istituzione umana ... a que­st'ora non esisterebbe.

 

L'obelisco.

Mi avvicino al centro della Piazza San Pietro. Un colossale obelisco, sormontato da una Croce, mi sta dinanzi. Alla base leggo: - Christus vincit - Christus re­gnat - Christus imperat - Vicit Leo de tribu Iuda.

In queste poche parole c'è la storia del Cristianesimo. Il Leone della Tribù di Giuda, Gesù Cristo, ha vinto. Con quale arma? Con la Croce! Sull'obelisco c'è una Croce, che contiene un pezzo di legno della vera Croce del Nazareno. E' un monito al mondo: La Religione del Cri­sto e vera! Guai a deriderla o a combat­terla!

Quei cinque epicurei (!) vengano ades­so a ridersi della mia credenza religiosa! Fanno semplicemente pena ... annegati come sono nella loro ignoranza religiosa! Io, a differenza di loro, credo a quella Religione, che milioni e milioni di Mar­tiri hanno testimoniato col sangue.

 

Le grandi menti.

Bacone, uomo di Stato, economista, fi­losofo, creatore del sistema sperimentale scientifico, senti dirsi: Fa meraviglia co­me un uomo di tanta scienza possa cre­dere in Dio e vivere religiosamente. Egli rispose: Una mezza scienza allonta­na da Dio; ma la vera scienza avvicina al Creatore.

Moreau, direttore dell'Osservatorio Astronomico di Bourges, diceva: Sono in corrispondenza con i direttori degli Os­servatori di tutto il mondo e posso assi­curare che tutta questa gente crede in Dio. -

Senza pretendere di stare a fianco dei grandi personaggi, tuttavia mi onoro di essere un Cattolico e di appartenere ad una schiera, di cui fanno parte non solo le anime semplici rette del popolino, ma anche le colonne della scienza e dell'arte.

Girolamo, grande studioso di lingue e di storia, lascia Roma e prende dimora in Palestina, nei Luoghi Santi, per pen­sare di più a Gesù Cristo e salvare me­glio l'anima sua.

Aurelio Agostino, intelligenza supe­riore e valente filosofo, lascia le vanità ed i piaceri del mondo per darsi alla sequela di Gesù. I suoi scritti molto elevati mo­strano l'amore ardente che nutriva ver­so Dio.

Tommaso d'Aquino, aquila e sole di scienza, nella sua Somma Teologica fa d'apoteosi della Divinità.

Dante Alighieri, sommo poeta, nella sua « Divina Commedia » dimostra al mondo la sua profonda credenza in Dio, nella Incarnazione del Figlio di Dio e nella vita di oltretomba.

Colombo, uomo di cultura eccellente, intraprende un viaggio molto pericoloso invocando l'aiuto di Dio, al quale si ri­volge di continuo nei vari bisogni.

Manzoni, principe dei romanzieri, si professa profondo cattolico e pubblica « Le osservazioni sulla morale cattolica » e gli « Inni Sacri », che sono l'espressio­ne dei suoi sentimenti.

Cesare Cantù, storico insigne, autore della « Storia universale », non si vergo­gna di entrare in Chiesa, ricevere i Sa­cramenti e recitare il Rosario.

Agostino Gemelli, Rettor Magnifico dell'Università Cattolica di Milano, con­vertitosi al Cattolicesimo dal Socialismo, da medico specialista si è fatto frate. Potrei citare un numero stragrande di intellettuali e praticanti, per dimostrare che la Religione non è umiliazione, ma che anzi colui il quale ha maggior scien­za e anche miglior credente.

Ho potuto avvicinare un discreto nu­mero di professori d'università, vere ci­me nel loro ramo, e li ho trovati credenti e praticanti come me.

Una botteguccia: rivendita di generi alimentari; sul banco c'è una bilancia. I due piatti sono in continuo movimento: merce e peso.

Più di una volta, guardando questa bi­lancia ho pensato: Io vorrei mettere, se fosse possibile, sopra un piatto della bi­lancia tutte le menti dei personaggi più illustri, che hanno creduto e praticato la Religione, e sopra l'altro piatto le menti di certe piccole figure ... quali sarebbero alcuni diplomati e qualche laureato ... di mia conoscenza ... Oh! come si sprofon­derebbe il primo piatto della bilancia e come si solleverebbe repentinamente il secondo, simboleggiante certe teste...

 

Il cieco.

Ero a Palermo. La grande Chiesa di San Domenico, in via Roma, era popolata abbastanza. Salì sul pulpito un Sacerdote; a fianco gli stava un laico sui trent'anni. Parlava il Reverendo e di tan­to in tanto il borghese prendeva la paro­la, facendo brevi commenti.

Chi era questo borghese, di cui si inte­ressarono quasi tutti i giornali? Era Ono­frio Galati da Alcamo (Trapani), il cieco miracolato che ricuperò la vista a Siena nel febbraio del 1947 in una cappella di Suore.

Volevo vederlo da vicino, rivolgergli la parola, sentire dettagliatamente la nar­razione del miracolo. Onofrio Galati, già ateo, o meglio ignorante della Religione, aveva perduto la vista per atrofia perfetta al nervo ot­tico, bilaterale. I primari medici d'Italia gli avevano detto: Resterete cieco per tutta la vita! - Era aflittissimo il cieco; gli mancava pure il conforto della fede, tanto utile in tale circostanza.

Andò a Siena nell'Istituto del Sacro Cuore. Una Suora lo esortò a pregare per ricuperare la vista. - Ma se neppure cre­do che c'è Dio, rispose il Galati, come posso pregarlo?

Dietro insistenza della Suora, si per­suase ad assistere ad un novenario di preghiere che la comunità religiosa avreb­be fatto.

Il nono giorno Iddio operò il mi­racolo. - Ci vedo, gridò l'ex cieco, ci vedo! - Si telefonò subito ad alcuni specialisti per comunicare l'accaduto. - È impossibile - rispondevano i medici.

Onofrio Galati ci vedeva perfetta­mente. Gli intellettuali atei potrebbero cercare cavilli: Forse non era cieco! ... Ci vedeva per autosuggestione! ... La natura avrà fatto rivivere le cellule del nervo ottico!... - Ma Iddio quando opera prodigi... sa operarli. Vuole met­tere in ridicolo la scienza umana.

Il Galati era cieco fisicamente, cioè continuava in lui l'atrofia perfetta ... ep­pure vedeva. Fu visitato dagli specialisti dell'Università di Palermo. - Ma voi sie­te ancora cieco, dissero i professori, non potete vederci assolutamente. - Dite ciò che volete; io ci vedo. - Abbiamo qui l'effetto senza la causa, la vista senza or­gano; la legge di natura è sospesa. È il Creatore che opera direttamente e con­tinua ad operare.

Il Galati, il quale teneva conferenze a masse di popolo nelle diverse città, dice­va: Io non credevo in Dio. Ma ora sì!...

Iddio con la luce del corpo mi ha dato anche la luce dell'anima. -

Quale prova più forte dell'esistenza di un Essere Supremo che il miracolo?... Venga Emilio Zola a screditare il mira­colo, dicendo essere frutto di suggestio­ne! Si vede che non tutti i pazzi sono rinchiusi nel manicomio.

 

Giorgio Di Giacomo.

Visitai la città di Modica; volli ap­profittare per avere un colloquio con Giorgio Di Giacomo, miracolato a Lour­des in quest'ultimo periodo. Il giovane dimorava in campagna; informato del mio desiderio, inforcò la bicicletta e ven­ne a rintracciarmi nei pressi di Piazza Municipio. Feci un'intervista sulla prodigiosa guarigione.

- Raccontami ciò che ti è accaduto a Lourdes.

- Sappia, professore, che da ragaz­zo mi misi a lavoro, facendo il muratore. Verso i quattordici anni fui colpito alle gambe da poliartrite deformante. Le os­sa delle gambe cominciarono ad incur­varsi; non potendo reggermi in piedi, la­sciai il lavoro; dapprima camminavo ap­poggiato ad un bastone; ma siccome la poliartrite era progressiva, fui costretto a servirmi di due bastoni. Trascorsero quattro anni; mi ero rassegnato alla mia sorte per tutta la vita. - Come ti sei deciso ad andare a Lourdes?

- Si preparava un pellegrinaggio, or­ganizzato dal Duca di Misterbianco. La Gioventù Femminile di Azione Cattolica di Modica m'invitò ad andare; misi avan­ti la difficoltà che non avevo denaro per il viaggio, ma si rimediò, poiché si fece una raccolta a mio favore.

- Narrami i particolari della guari­gione!

- Giunto a Lourdes, mi confessai e ricevetti la S. Comunione. Poi mi tuffai nella vasca dell'acqua miracolosa e pre­gai la Madonna. Non avvertii alcun mi­glioramento. Lungo il giorno mi porta­vano in giro sopra una carrozzella. L'in­domani feci il secondo bagno; il terzo giorno scesi ancora nella vasca. - Poi­ché non sto meglio, dissi a me stesso, pa­zienza! E' volontà di Dio che io non guarisca.

- La guarigione in quale momento è avvenuta?

- I regolatori del pellegrinaggio dis­sero al terzo giorno: Fra un'ora partirà il treno bianco per l'Italia; chi vuole prenda un po' di cibo. - In carrozzella fui trasportato in un ristorante. Mentre mangiavo, a tutto pensando meno che alla mia guarigione, avvertii una specie di scossa elettrica; istintivamente mi al­zai e cominciai a camminare. Ero guari­to! ... I presenti gridarono al miracolo. I medici specialisti mi visitarono e disse­ro: È sparita la poliartrite deformante! - La notizia fu comunicata per radio, cosicché in tante stazioni, specialmente d'Italia, era atteso il mio passaggio. Al­l'arrivo a Modica era presente anche il Vescovo, il quale mi abbracciò.

- Ed ora come stai?

- Bene! Ho fatto tanta strada in bi­cicletta! Procura di essere devoto della Madonna.

- Recito ogni giorno il Rosario. Ho pròmesso di ritornare a Lourdes per por­tare i due bastoni e lasciarli come ricor­do nella grotta. -

Fin qui l'intervista.

Professore di storia e filosofia... medico condotto del mio paese... assi dello scibile umano... , che schernite chi crede in Dio, spiegate voi la guarigione istantanea di Giorgio Di Giacomo!... Andate ad intervistarlo voi, a Modica (Ragusa)! Negate un Essere Supremo? ... Pensate di essere intellettuali ... ed in­vece siete senza intelletto, perché vedete e non comprendete!

 

Prodigi.

Il miracolo ... E chi potrebbe enu­merare i fatti prodigiosi, registrati nella Sacra Scrittura? Ed i miracoli operati per intercessione dei Santi? Basta visitare la Basilica di Sant'Antonio a Padova, il Santuario di Pompei, la Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino ed i cento Santuari d'Italia e del mondo intero. Sono appesi alle pareti i voti-ricordo, a centi­naia, a migliaia ...

Ed il miracolo di San Gennaro, che si ripete ogni anno a Napoli, davanti a tutto il popolo, presente anche la com­missione di specialisti, chimici ed atei? Dopo sedici secoli, il sangue del Martire, racchiuso in una ampolla, turata erme­ticamente, comincia a bollire e si man­tiene sciolto per una settimana. E' stato studiato il prodigio da persone compe­tenti e nessuno ha potuto trovare la ra­gione sufficiente.

Adesso è stato pubblicato un libro « Il miracolo di San Gennaro davanti alla scienza », il quale dimostra che nessuna causa naturale può spiegare il prodigio. E le apparizioni di Maria Vergine? Si dirà: Sono state persone singole ad affermare: « La Madonna mi è apparsa ». Sarà lavoro di fantasia! - Ma noi ab­biamo i miracoli, fatti pubblici, che ac­compagnano o seguono l'apparizione. Quando la Madonna si manifestò ai tre fanciulli a Fatima, nel Portogallo, nel 1917, erano presenti circa settanta mila persone a contemplare il prodigio solare; e tanta gente è ancora in vita e può ren­dere testimonianza.

Verso mezzogiorno, mentre il cielo era coperto, nell'aperta campagna a Cova de Iria, presso Fatima, i tre fanciulli vi­dero, come altre volte, la Madonna, la quale parlò loro. Prima di congedarsi la Vergine Santa additò il sole. La veggente Lucia Dos Santos, (…), gridò alla massa di popolo: Guardate il sole! - In quel mentre si squarciarono le nubi ed il sole comparve come una luna d'ar­gento, girando vertiginosamente sopra se stesso e proiettando fasci di luce policro­ma, che colorava fantasticamente tutte le cose. Ad un tratto si arrestò; poi co­minciò nuovamente a girare. Si fermò daccapo e poi riprese la sua corsa, ancor più splendente di prima. Lo spettacolo fantasmagorico fu osservato da uomini e donne di ogni fede, età e condizione; e questo per un raggio di cinque chilome­tri. Tutti gridavano: Miracolo! Miraco­lo! Credo in Dio! ... Ave Maria! o Dio, misericordia! ...

Peccato non essersi trovati là ... quei cinque intellettuali, miei concitta­dini! ... Da superuomini avrebbero forse sorriso di compassione. - Poveri illusi, avrebbero detto, voi credete a queste sciocchezze perché non avete studiato. Ma noi intellettuali ... non possiamo credere... Non ci abbassiamo a tan­to!...

Al presente il luogo delle appari­zioni, trasformato in grande Santuario, e meta di milioni di pellegrini all'anno.

E che dire di Lourdes? La grotta di Massabielle oggi è focolare della fede. La acqua sgorgata prodigiosamente ai piedi della Madonna, opera guarigioni porten­tose. Non sono guarigioni da malattie di nervi, facili ad avvenire per autosugge­stione, ma sono ulcere che spariscono al­l'improvviso, tisici all'ultimo stadio che guariscono completamente, fratture di ossa che risanano ... E perché non ci sia trucco, c'è un'insigne commissione me­dica, la quale visita gli ammalati al loro arrivo, richiedendo i certificati medici, e li visita dopo 1'avvenuta guarigione co­me controllo. Se non ci fossero veri mi­racoli a Lourdes, non si potrebbero spie­gare i numerosi pellegrinaggi annui, che si muovono da ogni parte del mondo!

Come si fa a non credere in un Dio, in un Essere superiore alla nostra natura? Bisognerebbe essere ciechi... per non vedere!

 

Miracolo permanente.

Ero nel Corso Fardella, a Trapani. Uno dei migliori medici della città, mio amico, volle tenermi compagnia. Passeg­giando mi comunicò le sue impressioni sopra un fatto prodigioso.

- Noi medici riceviamo un bolletti­no particolare per studiare certi casi anor­mali. Da circa due anni in qua la scienza medica si sta occupando di una signori­na, Teresa Neumann, la quale ha dei fe­nomeni strani; il prodigio però è questo: vive senza bisogno di mangiare, di bere e di dormire ed intanto sta bene. Se le cose stanno così, se i medici non sanno spiegare il fatto, è necessario ammettere l'intervento di Dio. -

Da questa conversazione sono passati più di 30 anni. L'anno scorso, 1962, Teresa è morta. Nel frattempo ho voluto approfondire la questione. Ho visto che molti hanno scritto sulla Neumann. Ho studiato le pubblicazioni del Professore Francesco Virago, di Luciano Berra e del tedesco Helmuth-Fahsel.

I più grandi scienziati andavano a trovarla, a parlare, a chiedere spiegazioni. Decine di migliaia di persone assistettero al fenomeno del venerdì, consistente nel­la riapertura delle stimmate, cioè delle cinque piaghe, alle mani, ai piedi, al co­stato. La stimmatizzata leggeva nelle co­scienze e rivelava ai visitatori i segreti più intimi; aveva il dono della bilocazio­ne, per cui poteva trovarsi contempora­neamente in due luoghi; aveva conoscen­za di lingue antiche mai aveva stu­diato; aveva una scienza teologica da la­sciare sbalorditi i più provetti teologi. Ma tutto ciò potrebbe, volendoci cavillare, spiegarsi con l'isterismo o con le tare ere­ditarie. Il più sorprendente è questo: Te­resa Neumann da molti anni non man­giava e non beveva. Sottoposta a vigilan­za particolare in una clinica, sotto lo sguardo continuo di quattro persone e sotto la minuziosa custodia del Dottore Seidl, pesata prima e dopo l'esperimento, quantunque la mattina le si fosse lavata anche la faccia dai vigilatori perché non avesse a bere acqua ... dopo due settima­ne di prova era identica: lo stesso peso, la stessa floridezza di salute. Perdeva ogni anno circa due chilogrammi e mezzo di sangue per il fenomeno dei venerdì; ep­pure il suo peso era sempre inalterabile. Qualche professore ateo, per negare l'in­tervento divino, disse: Forse nell'aria ci sono degli elementi, per cui il corpo si potrebbe mantenere senza nutrizione.

La stimmatizzata diceva: « La Divi­nità vuol servirsi di me per svegliare la fede nelle anime. Io ho delle apparizioni particolari in forza delle quali conosco ciò che avviene anche a distanza; quasi abitualmente vedo al mio fianco l'Angelo Custode, il quale mi suggerisce ciò che debbo dire nel penetrare le coscienze; non prendo cibo materiale, però ogni giorno ricevo la Santa Comunione.

Gesù mi ha detto: « Il Cibo Eucari­stico alimenterà l'anima tua ed il tuo cor­po. - Se non prendessi la Comunione ogni giorno, mi sentirei morire. Le Sacre Specie durano in me ventiquattro ore, e finché durano sto bene fisicamente. Pas­sato questo tempo, mi sento svenire per l'estrema debolezza; appena mi comu­nico, io già ringiovanisco, riprendo il na­turale colorito, posso accudire anche a lavori pesanti e per lungo tempo! ... Id­dio opera in me. Non si cerchi altra spie­gazione ».

Il Papa mandò Padre Agostino Ge­melli a verificare i fatti e la conclusione fu questa: Le leggi di natura non pos­sono dare la spiegazione dei fenomeni. Qui c'è il soprannaturale. -­

Molti son ritornati a Dio dopo una visita fatta alla Neumann.

Quei cinque geni del mio paese avreb­bero riso sui fenomeni della Neumann.

 

Si correva a lui!...

Ogni giorno, d'inverno o d'estate, la via che porta a San Giovanni Rotondo (Foggia), al remoto convento dei Cap­puccini, era battuta da forestieri. Era gente di ogni nazione. Sulle labbra di tutti c'era un nome « Padre Pio ». Ognu­no che andava al convento aveva il suo grande scopo: ottenere una guarigione, riacquistare la pace del cuore, chiedere un consiglio.

Padre Pio era lì, chiuso nel convento, a disposizione dei visitatori. Perché il ce­lebre Padre riscuoteva tanta stima e ve­nerazione? Da molti anni portava nel suo corpo le cinque Piaghe di Gesù Cristo. Le stimmate apparvero improvvisamente, mentre egli pregava nel coro del conven­to davanti all'immagine del Crocifisso.

Le sue mani erano sanguinanti, cam­minava lentamente, perché le piaghe dei piedi erano aperte. Leggeva nelle coscien­ze e rivelava i segreti più intimi. Cono­sceva a distanza persone mai viste. Ave­va il dono della bilocazione. Molte e mol­te guarigioni avvenivano in seguito alle sue orazioni. Predisse certi futuri, che si avverarono con esattezza. Aveva il dono di convertire i cuori induriti nel male. Molti acquistavano la fede per mezzo suo e molti altri la rafforzavano.

Alberto Del Fante, scrittore, era mas­sone. I suoi scritti, di quel tempo, rivela­vano l'animo suo immerso nel buio. Potè avvicinare Padre Pio, ascoltare la sua parola, vedere quanto avveniva attorno ai numerosi pellegrini ... così si convinse dell'esistenza di Dio e divenne cattolico. La sua conversione fu radicale, volle dar­si alla pratica della vita cristiana e do­miciliarsi presso Padre Pio. Raccolse le notizie intorno allo stimmatizzato, veri­ficò molti fatti e pubblicò infine l'inte­ressante volume « Per la storia », che in poco tempo vide la quinta edizione. Padre Pio non è un mito.

Alberto Del Fante pronunziò la parola « Credo » e nella prefazione al suo volu­me su Padre Pio disse: « Padre Pio! ... Se voi uomini siete ribelli, vi placa; se soffrite, vi solleva; se odiate, vi fa amare; se siete insani, vi rin­savisce; se siete cattivi, vi rende buoni; se non credete in Dio, vi fa pronunziare la grande parola « Credo ». Credo, cin­que lettere che sono un poema d'amore.

Credo, divina melodia risonante di clan­gori metallici, che sublima il cuore e lo eleva sino a raggiungere le altezze sopra­ne. Credo, mistico perturbamento dell'es­sere nostro che ci trasporta nello spazio infinito, ove Dio solo vive e comanda. Credo, dolcezza inesauribile che fa oblia­re le pene di questa vita e che avvicina il nostro spirito all'invisibile sempre pre­sente. Credo, dogma che si riflette nel Pa­dre, nel Figliuolo, nello Spirito Santo e si rinfrange nella Chiesa, nel suo Pastore e nei suoi Sacerdoti. Credo, fiaccola ar­dente che squarcia le tenebre del dubbio ed illumina la vostra vita come meteora scintillante. Credo, felicità celeste ».

 

Un amico.

Una prova della mia fede religiosa la trovo nel fatto che una grande schiera di anime nobili lascia le comodità della vita e si dà al sacrificio perenne, per l'u­nico ideale: servire meglio Dio. Tali ani­me sono persuase che c'è un Dio rimu­neratore e considerano la vita non fine a se stessa, ma preparazione alla vera vi­ta, all'eterna.

Era un giovanotto simpatico, biondi­no, ma più che tutto buono ed intelli­gente. Le ragazze lo divoravano con gli occhi. - Fortunata colei che otterrà la sua mano! - diceva qualcuna.

I genitori volevano farne un bravo professore di lettere; del resto il papà era ingegnere, la mamma una diploma­ta, il fratello un universitario. Quasi for­zatamente i genitori lo fecero fidanzare. Il giovanotto non era disposto a sposare. Tutto gli sorrideva: l'età, la florida sa­lute, l'intelligenza, la stima, la futura compagna della vita.

Non lo vidi più per diversi anni. Una lettera mi giunse inaspettata. Era lui ... proprio il biondino ... a scrivermi. Qua­le non fu la mia sorpresa a leggere la firma « Frate N ... »! Andai a trovarlo. Alla periferia della movimentata città, c'è un convento di Frati, addossato dol­cemente ad una collina. Tutto all'intorno è silenzio. Il portiere del convento mi annunzia ed ecco venirmi incontro Fra­te Angelico. È sempre lui ... anche sot­to l'abito francescano: lo stesso sguardo, lo stesso sorriso. Andiamo un poco nella celletta per scambiarci le idee. Come suo antico precettore mi è lecito entrare in intima conversazione.

La cella è piccola, disadorna; un ta­volinetto, una sedia e un tettuccio: dalla finestra però si gode un magnifico pa­norama.

- Frate Angelico, come passi la vita in questa solitudine?... Eri abituato ai clamori della grande città... Credo che tu abbia a soffrire in questo genere di vita.

- Tutt'altro! Ho trovato la felicità, che tanti nel mondo non possono tro­vare.

E come ti sei deciso a fare un tale passo? Non hai trovato ostacoli?

- Il primo ostacolo l'ho avuto nei genitori; ho dovuto lottare un po'. Gli altri ostacoli li ho superati con facilità.

- E la fidanzata sarà rimasta ma­le! ? ...

- Non ero ancora legato; ho usufru­ito della mia libertà. Ho potuto laurear­mi, ho sistemato le mie cose... ed ora eccomi da diversi anni in convento.

- Dunque non rimpiangi la tua li­bertà ... stando soggetto al Padre Guar­diano? Non senti il peso della povertà in questa piccola cella? E gli affetti del cuore non ti tormentano?

- Qualche giorno sento in me il pe­so di questa vita, ma subito il mio spi­rito si solleva e ritorna la pace nel cuore.

Io son venuto qui, nel convento, per servire meglio a Dio, per salvare con più facilità l'aníma mia, per prepararmi be­ne al passo dell'eternità. Gesù mi dà tan­ta abbondanza di luce nella mente, da farmi vedere la nullità dei piaceri di que­sto mondo e la bellezza della vita di sa­crificio! -

Quando, finita la conversazione, esco dal convento, vado col pensiero ai nume­rosi Ordini Religiosi ed a coloro che lasciano la famiglia e tutto per darsi al ser­vizio di Dio. Quanti professori e belle menti si trovano nei conventi! ... Quan­ti nobili e diplomatici vivono nella Cer­tosa di Camaldoli! ...

Quante donne, anche dell'alta aristo­crazia, passano la vita negli ospedali ser­vendo gli ammalati, sotto l'umile abito di monaca!

Quanti lasciano la patria per andare tra i selvaggi a portare la luce di Gesù Cristo! Giacché queste anime nobili ab­bracciano una vita di continuo sacrificio, è segno che credono fortemente in un Dio. Io pure credo con loro. Sento che la mia vita sarebbe vuota se mi mancasse questa fede.

 

ALLA LUCE DELLA COSCIENZA

Un grande dolore.

Un telegramma mi chiama in fami­glia: la mamma è gravemente ammalata. Per quanto faccia in fretta, non arrivo in tempo. La mamma muore ed io non sono presente. Per un atto di deferenza si ritarda la sepoltura del cadavere. Ri­cordo ancora!... Di buon mattino, da solo vado al cimitero. Nella piccola cap­pella vedo la cassa funebre scoperchia­ta. Il corpo di mia madre è lì ... Istintivamente cado in ginocchio e bacio la rigida mano della defunta.

Non piango ... non so il perché. Il mio cuore però sente tutta l'amarezza del momento. Guardo mia madre. Il sudore cadaverico imperla il suo volto; ma non provo ribrezzo a mirarla ... O mamma, e non eri tu che sussultavi di gioia al pen­siero di me? Ed ora sono qui, al tuo fianco, e non dici niente a tuo figlio? Dove sono andati, o mamma, i tuoi affetti, gli sguardi amorosi, le dolci parole che so­levi dirmi? E le tue sofferenze, le preoc­cupazioni, la tua vita laboriosa? Tutto è finito! ...

Esco dalla cappella e do uno sguardo al cimitero. Tutto attorno a me ha un senso di solennità; in fondo all'orizzonte il mare, in prossimità di Catania, poco distante il massiccio dell'Etna, a pochi passi una grande quantità di tombe. Quanti miei amici giacciono in questo cimitero! ...

Poveri, ricchi, buoni e cattivi, tutti sono qua i concittadini che mi hanno pre­ceduto. Oh, come tutto passa! ... È mor­ta tanta gente, è morta mia madre, morrò pure io. Un giorno sarò dentro una tom­ba e sarà finita per me. Ma, tutto finirà per me? Ritornerò nel nulla, come se mai fossi esistito? Insomma, che cosa sono io?

Intanto i fossori vengono ad inter­rompere la mia meditazione. Assisto alla sepoltura della mamma, col cuore infranto dal dolore, e poi ritorno a casa ... silenzioso. Il sole è già alto, luminoso, ed il cielo è sereno; pare che il creato sor­rida ... in perfetta antitesi con me! ...

 

Il dualismo.

Che io un giorno debba cessare di esistere? No! ... Morire è una cosa; ces­sare di esistere è tutt'altro. Io sento nel­l'intimo della coscienza la convinzione che la morte separerà il mio spirito dal corpo, ma non potrà distruggere tutto il mio essere.

Avverto in me un dualismo, cioè un elemento materiale, il corpo, il quale ha le sue leggi fisiologiche, i suoi piaceri, le sue pene ed è soggetto a continui muta­menti; avverto anche un elemento spi­rituale, chiamato anima, con attitudini proprie, molto più nobili di quelle corpo­rali. I due elementi, in modo misterioso, vivono assieme; si completano a vicen­da, poiché il corpo, elemento inferiore, ha bisogno dello spirito per essere vivifi­cato, mentre l'anima ha bisogno del corpo per mettersi a contatto con il mondo visibile.

Che in me esista questo dualismo, è vero; diverse prove posso avere. Mi fa sorridere di compassione la proposizione spiritosa di quel medico condotto: Ho tanti anni di esercizio di professione e giammai mi è capitato di vedere un'ani­ma nel corpo dei clienti! - Costui, pur avendo leggicchiato tanti libri, non sa che certe cose si possono vedere con gli occhi, mentre altre possono essere con­template solo coll'intelligenza.

Secondo questo medico non esistono i pensieri nella mente, unicamente perché non possono vedersi; secondo lui, non dovrebbe esistere l'intelligenza, perché gli occhi non la vedono; non dovrebbe esistere il fluido magnetico, il quale quan­tunque materiale, da nessuno scienziato ha potuto essere mirato.

Dunque, in me deve esserci un qual­che cosa che gli occhi del corpo non pos­sono percepire, appunto perché questo « qualche cosa » non è materiale.

 

Un incontro.

Sono alla stazione di Catania in attesa del treno, che ritarda a venire. Nella sala di aspetto trovo un uomo sulla cinquan­tina; è un operaio. M'intrattengo in con­versazione. - Fortunato voi, professore! Noi non possiamo vivere. Ho una fami­glia a carico e non riesco a sfamarla. La­voro qui in città; adesso vado a B ... mio paese natio, per chiedere ad un parente denaro in prestito. - Sono anch'io del vostro paese, ma insegno lontano. - Mio concittadino? - Proprio. - E il vostro nome? - Ecco il mio biglietto da visita.

- Ricordo questo nome e cogno­me ... Avevo un compagno di scuola nel­la terza elementare, col quale ero amico intimo, e portava il vostro nome e co­gnome. - In quale anno? Nel 1908, mi pare. Ed il maestro era N.N. Questo compagno abitava vicino alla strada fer­rata Circumetnea. - Quel tale sono io. - Possibile?... - E sì! Vi ricordo qualche episodio d'infanzia. - Non c'è più dubbio!... - Ma voi come siete cambiato! Dopo 42 anni siete irricono­scibile!... - Certamente che il mio corpo è cambiato; ma io ... sono sempre io.

 

Il mio « io ».

Che grande verità io…sono sem­pre io! Più di una volta ho voluto fer­marmi su questo concetto e l'ho trovato sempre molto interessante.

Dunque, dico a me stesso, nel mio essere c'è qualche cosa che muta; è que­sto il mio corpo.

Ogni sette anni circa, tutti gli ele­menti che lo costituiscono, cambiano com­pletamente; per tali mutamenti ripetuti nel mio corpo, l'amico d'infanzia non po­teva riconoscermi. Malgrado però questo, io sento di avere la stessa identità perso­nale, riconosco in me qualche cosa d'im­mutato e di immutabile.

Gli altri non vedono in me questo « quid »; ma io sento. Come chiamare l'elemento immutabile che esiste in me ed anche in ogni altro uomo: Le grandi menti, che hanno approfondito il proble­ma, lo chiamano spirito, o principio in­tellettivo, oppure anima.

 

Il possessivo.

Mi insegnarono nelle elementari il si­gnificato dell'aggettivo possessivo ... mio, tuo, ecc. Questi aggettivi si chiamano possessivi perché si riferiscono ad un possessore.

Io dico: la mia testa, le mie mani, il mio cuore. Chi è il possessore di queste parti del mio corpo? Son io. Il mio « io » è differente dalle parti che posseggo; queste parti del mio corpo non si possono identificare con me, perché altro è il pos­sessore ed altro è la cosa posseduta.

Se si dicesse: Nelle parti del corpo non c'è un possessore! - si giungerebbe alla illogicità, in quanto avremmo la cosa posseduta e non chi la possiede. Questo dualismo lo avvertono tutti ... forse senza sapersene dare spiegazione.

 

Differenza sostanziale.

Il mio corpo vede con gli occhi e vede ciò che è materiale. Il mio spirito vede per mezzo dell'intelligenza e cerca la ve­rità, come gli occhi cercano la luce del sole.

Gode la mia vista corporale davanti ad un panorama incantevole; ma gode di più la mia intelligenza quando scopre qualche cosa di nuovo, come esultò di gioia Galileo Galilei osservando la lam­pada nella chiesa di Pisa, per cui poté inventare il pendolo; pure godette im­mensamente Archimede allorchè trovò la legge che regola il peso dei corpi nell'ac­qua, e fuori di sé per la gioia, uscì dal mare gridando: Ho trovato! Ho trovato!

Il mio corpo ha lo stomaco; ha biso­gno di pane e di altri cibi. Ad un certo istante della refezione deve dire: Basta, non posso mangiare più. Sono sazio.

Ciò che è materiale, ha le parti e que­ste accumulandosi riempiono il recipien­te. Il mio spirito ha l'intelligenza; ha fame e sete di cognizioni e va ad attingerle dalla natura creata, dagli avvenimenti sto­rici e dai libri; ma più sa, più vorrebbe sapere; non sente mai la sazietà; pensa che ciò che conosce, è ben piccola cosa in confronto di ciò che ignora.

Il mio corpo cade a terra; il ginoc­chio ne riporta una ferita. Quanto dolore! Un monello lancia un sasso e per caso mi colpisce alla testa, la quale sanguina. Io provo il dolore fisico, o corporale. Mentre tutto mi sorride nella vita, giovinezza, sanità, ricchezza, mi perviene un telegramma. Poche parole mi annun­ciano la morte di mio padre. Il mio corpo a tale notizia resta intatto; le varie mem­bra non ricevono mutazione alcuna. Io intanto dico: Povero me! Sono in questo istante l'uomo più infelice. - Interna­mente mi sento sanguinare. Il mio cuore è fortemente ferito. Non ci sono persone o cose che possano consolarmi; il pianto solamente dà uno sfogo al dolore. Battendo il ginocchio a terra e rice­vendo un sasso alla testa, io soffro soltanto nel corpo; alla notizia della morte del mio genitore, io soffro nel mio spirito ed è precisamente l'anima che spasima, perché sente la separazione dalla perso­na amata.

La madre ama d'ordinario il figlio co­me se stessa. Ecco una donna che rivede ed abbraccia il figlio militare, che cre­deva morto. L'ha davanti a sé in perfetta salute, ricoperto di gloria per la decora­zione al valor militare. Che cosa avverte questa madre? Una gioia ineffabile. Ha un godimento, davanti al quale le più grandi gioie corporali sono minuzie. Che cosa è che gode in tale donna? È il suo spirito.

Dunque esiste una differenza tra il corpo e l'anima.

 

La volontà.

Il mio spirito è intelligente; ma è an­che volitivo. Io sento di essere libero, cioè padrone di fare una cosa e di non farla. Voglio studiare e mi metto a tavoli­no; non voglio studiare e vado a passeg­gio. Questa facoltà particolare del mio spirito opera ogni qual volta dico « vo­glio » o « non voglio ». Esternamente la mia volontà non può vedersi. Ma chi potrebbe dubitare della esistenza di essa in me ed anche in tutti gli altri?

La volontà è fatta per il bene, ma, es­sendo libera, può determinarsi anche al male. Da ciò dipende la responsabilità degli atti davanti alla società e davanti a Dio.

La volontà è fatta per amare. Che co­sa sente un cuore che ama fortemente, stando vicino all'oggetto amato? Nessu­na penna può riprodurre la veemenza e la dolcezza degli affetti amorosi!

 

L'istinto.

Presso il cancello della mia palazzina ha la sua cuccetta « bobi », un grosso ca­ne di guardia. A mirarlo fa paura, spe­cialmente quando inveisce; con me si comporta da agnellino; la mia presenza o la mia voce lo calmano subito. Che ca­ro animale! Come saltella e gioisce al so­lo mio passaggio! Sembrerebbe molto in­telligente e quasi volitivo.

Io mi domando: Il mio cane è co­me me? Esiste in esso il mio dualismo, cioè il corpo e lo spirito? Ha un'intel­ligenza ed una volontà, come l'ho io? No! Assolutamente no! Diversamente « bobi » sarebbe un uomo e non una be­stia.

Lo spirito è intelligente; il mio cane invece non ha intelligenza, ma è guidato dal suo istinto, cioè è soggetto ad una forza incosciente, per cui fa una cosa sen­za conoscerne il fine, senza il minimo ra­gionamento. Arriva fin dove l'istinto lo spinge, ma non può giungere neppure alle porte del ragionamento.

Supponiamo che di notte, mentre io sono a letto, entrino dei ladri nel mio giardinetto, con l'intenzione di rubarmi.

Il mio « bobi » abbaierebbe disperata­mente. I ladri potrebbero ferirlo ed esso continuerebbe ad inveire; quasi dissangua­to finché le forze glielo permetterebbero, non cesserebbe di minacciare. Gli si po­trebbe dire: Ma che cosa guadagni a far ciò? Non vedi che stai per morire? Non ti accorgi che è inutile resistere davanti ad un'arma da fuoco? E che cosa ne perdi tu, se il tuo padrone è derubato? E la tua vita, per te, non è più preziosa del denaro del tuo padrone? - Il cane non potrebbe, nell'ipotesi, rispondere a tali domande; però se avesse l'intelligenza, agirebbe diversamente.

In questo caso il più interessato sa­rei io; avendo l'intelligenza, ragionerei così: Se mi affacciassi, potrei essere col­pito da una fucilata. Senza espormi spa­rerò in aria per mettere in fuga i ladri. Intanto nascondo il denaro e gli oggetti preziosi. Se non riuscissi a chiamare aiuto, vedendo la porta forzata, alzerei le mani, dicendo: Fate ciò che volete della mia casa; ma per pietà risparmiatemi la vita! - Questo ragionamento posso farlo io, non il mia cane.

Dunque il mio « bobi » non è intel­ligente come sembrerebbe a prima vista; in esso manca la parte spirituale, cioè l'anima intellettiva; nella bestia tutto è materiale.

Gli animali potrebbero ammaestrar­si nel riprodurre dei movimenti par­ticolari; ma tutto ciò è frutto dell'intel­ligenza dell'uomo, che utilizza la memoria sensitiva di certi animali.

Ho visto ballare un orso a passo di musica in un circo equestre. Sembrava un ballerino provetto. L'orso, da giovane, è messo sopra una lastra di metallo; sta fermo. Intanto si riscalda di sotto leg­germente la lastra; l'orso sentendo il ca­lore comincia a muoversi; contempora­neamente s'intona una danza. Aumen­tando il calore, l'orso accelera i movi­menti, mentre gli strumenti musicali ese­guiscono la parte più viva della danza. Dopo centinaia di prove, con i debiti ri­tocchi, i movimenti dell'orso si possono sincronizzare con la danza. Ogni qual­volta l'orso sente quella musica, ha l'i­stinto di ballare ovunque si trovi, anche senza lastra riscaldata. Se gli strumenti eseguiscono un pezzo musicale differen­te, l'orso resta impassibile.

Dunque è da veri ignoranti attribuire l'intelligenza alle bestie; istinto e me­moria sensitiva, sì; raziocinio, no.

Gli animali, non avendo la parte spi­rituale, essendo privi di ragione, sono privi anche di volontà e di libertà. In base a ciò essi non sono responsabili dei propri atti.

Un uomo alza il pugno contro un al­tro uomo in segno di minaccia; ancorché non sia riuscito a colpire l'avversario, viene condotto al tribunale. Un asino spranga un calcio contro un bambino e l'uccide ... un cane morde un viandante e gli procura la morte per l'infezione. L'asino ed il cane non saranno messi in prigione, pur avendo commesso omicidio, perché tutti riconoscono che le bestie non hanno libera volontà.

Concludendo ... che cosa sono dun­que io? Un essere ragionevole, composto di anima e di corpo. Lo spirito mi diffe­renzia dalle bestie.

 

Origine dell'anima.

L'anima mia da chi ha avuto origine? Forse dal nulla? È assurdo il pensarlo! Forse dai miei genitori? Neppure! Essen­do l'anima spirituale, non ha parti come la materia e perciò non è divisibile. I miei genitori dunque, pur cooperando per il mio corpo, non potevano darmi una par­te della loro anima, essendo questa uno spirito. Ed allora l'anima mia deve trar­re origine direttamente da uno spirito supremo, onnipotente, increato ... cioè da Dio.

L'anima mia morrà? Non è possibile. Morte vuol dire dissoluzione di un essere nei suoi elementi costitutivi. Un bicchie­re, ridotto in frantumi, non è più un bic­chiere; ha subito una specie di morte. Il corpo umano che può ridursi in pezzi ... e poi ... in cenere, è soggetto alla morte. Ma il mio spirito, non avendo parti, come può dissolversi? È impossibile! Qua­le forza fisica può distruggere l'anima spirituale? Nessuna.

Solamente il Creatore potrebbe an­nientarla; ma ciò, quantunque possa av­venire, pur tuttavia non avverrà giam­mai, poiché se Dio ha creato l'anima mia indissolubile, è segno che non l'ha desti­nata alla morte. Gesù Cristo, Dio-Uomo, parla continuamente di un'altra vita, e di vita eterna! Al ladrone crocifisso, pros­simo a morire, dice: « Oggi sarai con me in Paradiso! ».

Tutto il Vangelo è una continua atte­stazione che l'anima umana è destinata, dopo la separazione dal corpo, a soprav­vivere nel regno spirituale.

Ed io credo fermamente che la morte non mi distruggerà del tutto; andrà alla tomba il mio corpo; ma il mio « io », con tutte le sue facoltà, memoria intelletti­va, intelligenza e volontà, continuerà ad esistere. Il culto che ovunque si presta ai morti, dimostra che l'umanità ammette il regno di oltre tomba.

 

Rimorso.

Un tale è in aperta campagna. Vede il suo nemico e sente l'istinto della ven­detta. Determina di ucciderlo. Difatti si avvicina con precauzione all'avversario, lo colpisce alla testa e lo lascia cadavere. Nessuno è presente alla scena orribile.

L'assassino istintivamente fugge per evitare la punizione umana; va a nascon­dersi; ma, quantunque nessuno lo veda e gli dica: Hai fatto male! - l'infelice sente internamente questa voce: Non do­vevi fare questo male. Perché hai com­messo l'omicidio? - Questa voce, rimor­so della coscienza, sarà per lungo tempo e forse per tutta la vita il più crudele tormento dell'assassino. Questi vorrebbe non pensare al male fatto, non sentire il rimorso, cerca di distrarsi, ma la voce interna lo perseguita.

Tale voce è un effetto e richiede una causa. E’ forse la voce di un uomo che rimprovera l'assassino? No! È l'omicida stesso che produce questo effetto? Nep­pure! Difatti egli non vorrebbe sentire il rimorso. Dunque, bisogna cercare la cau­sa fuori dall'assassino. Il rimorso viene per l'infrazione di una legge. Esiste una legge naturale, misteriosamente impres­sa nell'anima umana; questa legge è la volontà del legislatore. Chi volontaria­mente la trasgredisce, voglia o non vo­glia, sente il rimorso, cioè il rimprovero del Supremo Legislatore, Dio. Chi può addurre ragioni in contrario?

 

Il bene.

Un povero chiede l'elemosina; gli do del pane. Un operaio è disoccupato e gli procuro il lavoro. Un tale è afflitto e rie­sco a consolarlo. Facendo tutto ciò, pro­vo internamente una grande gioia, diffe­rente e superiore ad un piacere materia­le. Sento di aver fatto bene e di avere ubbidito alla legge naturale che dice: Ama il prossimo. Anche questa interna soddisfazione è prova del controllo del Supremo Legislatore sulla mia condotta.

 

Giustizia.

Ogni legge ha la sua sanzione. Gli uo­mini, quantunque spesso ingiusti, am­mettono che si dia un premio a chi fa il bene e una punizione a chi opera il male. Iddio ha dato la sua legge. La impri­me naturalmente, nelle linee generali, nel cuore di ognuno. Specificò la sua vo­lontà nel Decalogo, quando parlò sul monte Sinai a Mosè, condottiero del po­polo Ebreo. Gesù Cristo insegnò anche la perfezione della legge divina.

C'è chi osserva gli ordini di Dio e c'è chi li calpesta. E’ assurdo ammettere che il Creatore, dopo aver data una legge, pur essendo infinitamente giusto, abbia a lasciare impunita la colpa e senza ri­compensa le buone opere. Gesù Cristo nel suo Vangelo parla sempre del grande castigo riservato ai malvagi: « Andate, maledetti, nel fuoco eterno! » - e del premio preparato ai buoni: « Venite, benedetti dal Padre mio, a possedere il regno che vi è stato preparato! ».

La ragione esige che ci sia questa giu­stizia suprema, poiché la vita presente non è tale che possa dare l'adeguato ca­stigo ed il dovuto premio. Infatti, se il rimorso della coscienza fosse l'unico ca­stigo del delinquente, per tanti sarebbe piccola punizione, in quanto col ripetere spesso il male non pochi riescono a non sentire più il rimorso.

Il bene che si opera in questa vita, può essere sconosciuto, poco apprezzato, mal ripagato. È necessaria dunque un'al­tra vita che completi la giustizia della vita presente.

 

L'aereo.

Appoggiato al davanzale della finestra leggo le « Lettere dal fronte » di Giosuè Borsi. Da giovane gaudente, brancolante nelle tenebre della irreligiosità, il Borsi si rivolse a Dio nei giorni del dolore e trovò luce per la mente e pace per il cuore.

Mentre ammiro l'ingegno e la virtù del convertito... vengo distratto da un rumore cupo e prolungato. Vedo avvici­narsi dodici aeroplani. Li contemplo.

Ecco il frutto dell'intelligenza dell'uo­mo! Non esistono più barriere nel mon­do; le distanze sono accorciate. Che cosa è che dà all'apparecchio la forza? Il mo­tore. Come mantiene l'equilibrio nello spazio? Con le ali. Togliamo il motore, oppure tronchiamo un'ala ... l'aereo precipita.

Io mi trovo in questo mondo; devo compiere una traversata morale. Osser­vo però me stesso e mi riconosco un de­bole, perché avverto nel mio corpo una legge contraria alla legge della mia men­te. Vedo il bene e mi sento spinto al ma­le. La mia natura umana è ferita, in con­seguenza della colpa dei miei progenitori, Adamo ed Eva.

Osservo le persone che mi circondano e la società tutta ed ovunque constato miserie morali. Quanti maledicono il gior­no della loro nascita, quanti altri vivono brutalmente e quanti ancora vivono nel­la incoscienza, senza sapersi dare ragio­ne della loro esistenza e senza preoccu­pazione della loro finalità!

Io voglio sollevarmi moralmente; non voglio lasciarmi abbattere dalle miserie umane. Ho bisogno di un forte motore e di due ali per librarmi in alto. Li ho tro­vati e sento di stare in un'atmosfera di purezza e di pace.

Il mio motore è la credenza in Dio. Vedo in Dio il padre amoroso che mi ha creato e mi mantiene nell'esistenza; le sofferenze della vita le abbraccio con for­tezza, pensando che sono una prova del­la mia virtù, prova che il Creatore esige per darmi il premio eterno.

Questo motore mi ha sorretto sempre; senza di esso mi stimerei il più infelice degli esseri; invece con la credenza in Dio ... provo nel cuore ciò che non sarei capace di esprimere ... sento la gran­dezza della mia personalità davanti al creato tutto.

Ho trovato anche le due ali, due grandi mezzi che il Cristo mi ha lasciato, due fonti di grazia: la Confessione e la Comunione.

I cinque soliti intellettuali (?) ... qui farebbero una bella risata! - Il profes­sore sacrestano! Il dotto fra gl'idioti! La donnicciuola in calzoni! ... Crede alla Confessione dei Preti ed alla Comunio­ne! -

Adesso sarebbe il caso di bollare di « macrocefali » questi signori. Se io cre­do, ne ho la forte ragione. Se loro non credono a questi due mezzi spirituali, hanno anche la propria ragione: l'igno­ranza crassa in cui sono vissuti e vi­vono...!

Approfittando dell'amicizia del diret­tore di una Casa Penale, potei un giorno visitare i detenuti. Gl'infelici erano cir­ca cinquecento.

Poveri carcerati! Com'erano afflitti! Sospiravano la libertà; ma invano. Mi fu concesso di entrare nelle celle ed intrat­tenermi a colloquio con tanti. - Voi ave­te lunga condanna? - Trent'anni! - E voi? - A vita. Da più di quarant'anni sono in carcere. - Misere creature! Un detenuto entrò subito in intimi­tà: La mia vita è stata amara. Da giova­notto sono sempre uscito e rientrato nel carcere. Fui latitante; ma scoperto, i ca­rabinieri, per prendermi, con una pallot­tola di mitra mi colpirono alla gamba. Ed ora sono qua. Devo scontare ancora. - Ma voi non dovevate fare tanto male. È così bello vivere onestamente, nella osservanza della legge di Dio. - Dio, Dio ... Per questo mi trovo qua dentro. Non pensavo che esistesse Dio; ma ora però mi convinco che Dio c'è. - E piangeva.

Mentre parlavo, si aprirono i cancelli e altri quattro detenuti facevano il loro ingresso. Che pena provai!

Cari detenuti, non vi affliggete! Avete fatto male, abusando della vostra liber­tà. Volete voi essere perdonati ... uscire subito ... ed andare a riabbracciare i vostri cari? ... Dite con tutto il cuore: Siamo pentiti e chiediamo perdono. - Poveri detenuti, questa soluzione per voi non ci sarà mai. La giustizia umana non si può contentare delle lacrime o di una parola di pentimento. Bisogna scontare. Ciò è richiesto dalle necessità della vita sociale.

Con Dio le cose stanno diversamente. Tutti possiamo peccare, non osservando la legge del Creatore; la volontà umana è così volubile. Ma Dio perdona, e gene­rosamente, perché bontà infinita. E chi ci assicura di questo perdono? Il Cristo! Basta leggere il re dei libri, il Vangelo, e subito appare la magnanimità del Som­mo Iddio. Il Cristo perdonava i peccati; ne aveva l'autorità. Volle che questo ge­neroso perdono si perpetuasse nel corso dei secoli, per mezzo della sua Chiesa.

- Simone, disse al capo degli Apo­stoli, tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Ti darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che tu avrai sciolto in terra, sarà sciolto anche in Cielo. - Maestro, e quante volte per­donerò al mio fratello? Sette volte? - Non sette, ma settanta volte sette.

Il Cristo, dopo la sua risurrezione, prima di lasciare questa terra, raccolse tutti gli Apostoli e li rivestì dei supremi poteri spirituali. - Come il Padre ha mandato me nel mondo, così io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo. A coloro ai quali voi perdonerete i peccati, saranno perdonati. -

Dunque, se io vado di tanto in tanto a confessarmi, se mi presento al ministro di Dio, al Prete cattolico, e gli chiedo il perdono dei miei mancamenti, sono un credulone? Io credo di essere coerente ai miei principi, poiché come non posso du­bitare della autenticità del Vangelo, così non posso mettere in dubbio il mezzo in­fallibile, cioè l'assoluzione sacramentale, che il Vangelo proclama così chiara­mente.

Mi presento al Prete per confessar­mi. Non scorgo in lui l'uomo, ma l'auto­rità spirituale, di cui è rivestito. Questo Prete sarà meno istruito di me, forse sarà moralmente più debole di me .... ma ciò non m'importa, come non importa all'imputato se il presidente del tribunale sia meno intelligente di lui o forse più colpevole di lui.

Dalla confessione, oltre al perdono dei peccati, ricevo altri vantaggi morali: la mia volontà si rafforza sempre più nel bene ed il mio cuore sente una dolcezza particolare.

Ho voluto assicurarmi se altri provino ciò che provo io quando mi confesso. Do­mandai ad un giovanotto: Che cosa av­verti quando vai a confessarti? - Subi­to mi sento come alleggerito da un peso e godo una pace che non saprei esprime­re. - Vidi un giorno un gruppo di gio­vani a Mazara del Vallo. Com'erano al­legri! Non potevano contenere la gioia. Uno di essi piangeva per la contentezza. - Giovanotti, che cosa vi è capitato? - Ci siamo confessati! Avvertiamo una gioia così forte ed intima, da non potere star fermi.

Domandai ad un uomo maturo, che vidi piangere in chiesa: E perché piange­te? - Dopo venticinque anni sono ritor­nato a confessarmi. Oh, come son feli­ce! ... Quanta contentezza provo nel cuore! ... Neppure quando sposai ebbi tanta gioia.

Dunque, non sono io solo che riscon­tro questo fenomeno spirituale dopo la confessione; credo che chiunque si con­fessi bene, provi la stessa cosa. Sarà frutto di autosuggestione? Non credo. È invece - la fede nella parola del Cristo: « Tutto ciò che voi avrete perdonato in terra, sarà perdonato in cielo!

Godo dell'amicizia di parecchi Onore­voli, deputati al Parlamento; di costoro, chi insegna al liceo, chi è preside, chi fa­moso avvocato, e qualcuno insegna al­l'università. Qualche volta c'intrattenia­mo in conversazione intima. - Onore­voli, loro si confessano come mi confes­so io? - Certamente; ne attingiamo tan­ta forza! - Per carità, se venissero al mio paese, non dicano che loro credono alla confessione. - Perché? – Alcuni intellettuali, miei concittadini, tra cui due maestri di classe elementare ... sarebbero capaci di criticarli. Secondo costoro, chi è istruito non deve credere alla confes­sione ... è da ignoranti abbassarsi a tan­to. - Dica ... a queste cime (?) che tanti professori d'università si confessano e che umiliarsi davanti al Cristo è gloria, non abbassamento.

Tutta Palermo era in movimento: per dieci giorni si svolgeva la Missione Pao­lina. Erano centodieci oratori, dissemi­nati nei vari rioni della città, i quali istruivano il popolo. Tra gli oratori non mancavano degli Onorevoli, quale il Pro­fessore Medi. Chiese, piazze, teatri, offi­cine ... ovunque penetrava la parola del Cristo. La chiusura solenne, l'ultima se­ra, ebbe luogo in piazza Castelnuovo, centro della città. Si celebrava all'aperto la Messa. Undicimíla persone ricevevano la Comunione in questa piazza; non era­no troppi i comunicandi per Palermo; si pensi però che la chiusura si compì an­che in altri rioni e che un grande nume­ro di fedeli preferirono comunicarsi al mattino. Anch'io, oratore della Missione, mi comunicai.

Quella sera, quanto entusiasmo e quan­ta fede ... attorno alla piccola Ostia, pro­cessionalmente portata dal Cardinale Ruf­fini!

La manifestazione di Palermo è ben piccola cosa, in confronto di ciò che av­viene nei grandi Congressi Eucaristici. Buenos Aires, Chicago, Filadelfia ... hanno visto milioni di partecipanti al congresso e milioni di comunicandi.

'Tutto ciò manifesta la fede in Gesù Eucaristico!

I benemeriti... cinque intellettuali... (? ) davanti a simili dimostrazioni, gridereb­bero: Pazzi, tutti coloro che credono alla Comunione! Noi, da grandi menti, non crediamo a queste corbellerie religiose. - Voi non credete ... per la vostra ignoranza! Voi conoscete la verità, come io posso conoscere la lingua cinese, che mai ho studiata. Io invece credo in Gesù Eucaristico, vivo la vita eucaristica, anzi la Comunione è stata sempre l'ala subli­me che mi ha sollevato dalle bassezze morali.

Sono a Torino, in piazza Municipio. Sotto i portici vedo una lapide di mar­mo. Leggo lo scritto. Un torinese mi spie­ga il significato.

- Professore, questa lapide ricorda un miracolo eucaristico, avvenuto a Tori­no. Avevano rubato un vaso sacro, conte­nente un'Ostia Consacrata. Il ladro, so­pra un giumento, portava la refurtiva. Vicino a via San Silvestro il giumento cadde ed il vaso sacro uscì da se stesso dal sacco e s'innalzò ad una certa altez­za. L'Ostia divenne luminosissima. Circa venti mila persone videro il prodigio, tra cui Monsignor Ferdinando dei Borgo­gnoni e le autorità civili e militari. A ri­cordo del miracolo, si costruì sul luogo un tempio; nel centro della navata, ove cad­de il giumento, si mise una lapide ripara­ta da una piccola cancellata. Nel Muni­cipio ci sono le firme delle persone più autorevoli, che furono presenti al pro­digio. È un fatto storico, con molti docu­menti. -

Quel medico condotto e quel profes­sore di storia e filosofia, (?) se venissero a Torino, farebbero un'inchiesta gene­rale ... sperando, nella loro sciocca ce­cità, di annullare ogni pubblica documen­tazione!

Secondo loro, questi fatti non potreb­bero giammai verificarsi... perché non esiste Dio né il soprannaturale.

Esorto costoro a leggere l'opuscolo « L'Ostia Consacrata », edito dalla Li­breria S. Cuore - Via Lenzi - Messina. Vi troveranno registrato non solo il mira­colo di Torino, ma numerosi miracoli, dei quali parecchi sono permanenti e so­no ancora studiati e controllati da com­petenti commissioni di professori. Tra i miracoli permanenti ricordo quello di Lanciano, di Alatri, di Bolsena, di Trani e di Siena.

Scendo dal treno a Roma e prima di sbrigare i miei affari, voglio ricevere la Comunione. Entro nel primo Tempio, vicino alla stazione Termini, e precisa­mente nella Chiesa del Sacro Cuore, in via Marsala. Quanti fedeli in preghiera! Vicino a me sta inginocchiato un negro. Uomini e donne, civili e militari, operai ed eleganti signori ... tutti vanno a rice­vere la Comunione.

Un giovane sui venticinque anni, mio conoscente e dimorante a Roma, si distin­gue nella schiera dei comunicandi. Fuori di Chiesa gli chiedo: Lei va spesso a co­municarsi? - Tutti i giorni! Non saprei vivere senza Gesù. Sono al quarto anno d'Università, ma trovo sempre il modo di comunicarmi ogni mattina. Oh, come sentirei l'assenza di Dio nella mia vita!

Anch'io come quel giovane, sento di non poter vivere senza una piccola Ostia, senza Gesù. I momenti più soavi della mia vita sono quelli che trascorro duran­te la Comunione. Non vedo Gesù cogli occhi materiali, ma lo sento in me. Il grande mistero eucaristico lo credo for­temente; la fede mia nella parola del Cristo è viva.

La parola del Signore è verità! Leg­go nel Vangelo: « Affaticatevi non per avere il cibo che perisce, ma quello che resta per la vita eterna e che vi darà il Figlio dell'uomo... In verità vi dico: Mosè non vi ha dato il pane del cielo, ma il Padre mio vi darà il Pane vivo ve­nuto dal cielo. Se alcuno mangerà di que­sto Pane, vivrà in eterno; e questo Pane che darò è la mia carne, che verrà offer­ta per la vita del mondo. In verità vi di­co: Se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non ne berrete il sangue, non avrete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno; perché la mia carne è veramen­te cibo ed il mio sangue è veramente be­vanda ». Nell'ultima Cena, prima della passione, Gesù Cristo consacrò il pane ed il vino e comunicò gli Apostoli. Dopo diede loro il potere di fare altrettanto e di perpetuare nella sua Chiesa il pro­digio eucaristico.

Teresa Neumann, come ho detto so­pra, fu un portento vivente. Per vari decenni non mangiò e non bevve; la piccola Ostia che riceveva ogni giorno era il suo sostegno corporale e spirituale. Come non credere alla Comunio­ne?... Il grande genio filosofico di Tom­maso d'Aquino si umilia davanti all'Ostia Consacrata e gli fanno corona le più bel­le figure dell'umanità, assieme a migliaia di milioni di credenti. Ma quei cinque intellettuali (? ), che ignorando storia e morale e che non vedono un palmo al di là del loro ventre ... vedono me pro­fessore andare a ricevere la Comunione e ne fanno le beffe... mi compiango­no ... Mi sembrano delle oche, piene di grasso, che pur avendo le ali non san­no sollevarsi un palmo da terra e beffano le aquile che vagano negli spazi.

 

Il mistero della morte.

Ero ragazzo ed attraversavo un sen­tiero di campagna. Un vecchietto portan­te una fascina di legna, passò vicino a me. Mi fermai a guardarlo e pensai: Po­vero uomo! E' già vecchio; ha la morte poco lontana! Io sono ancora in tene­ra età; la mia morte è lontanissima! - Pensieri di ragazzo ... non riflettendo che la morte non rispetta l'età.

Finchè ero nel fiore degli anni, il pen­siero della morte era pauroso; ma poco per volta questo pensiero diede luce alla mia mente e mi rafforzò nella pratica del bene. Ho detto finalmente: Pensare alla morte è utile. Bisogna guardare con serenità la realtà della vita.

Fanno oggi a me compassione coloro che, sentendo parlare di morte, tronca­no il discorso o toccano il cornetto. For­se che non pensando alla morte si reste­rà immuni dalla sorte comune? Ogni giorno che passa è un giorno in meno di vita, è un avvicinarsi alla tomba.

Tutto parla di morte nel mondo: il sole che tramonta, il fiore che appassisce, la giovinezza che passa, gli amici che scompaiono, i familiari vestiti a lutto.

Ed io ora penso alla morte senza pau­ra; anzi sul comodino presso il mio letto tengo il cranio di un defunto sconosciu­to. Non di rado medito su questo teschio e subito l'anima mia è ripiena di luce. Non mi fermo al fenomeno della mor­te, ma alla vita che mi attende dopo di essa. Un giorno il mio spirito lascerà que­sto corpo cadavere. L'anima mia libera dai lacci della materia, la quale è come un muro che la separa dagli esseri pu­ramente spirituali ... l'anima mia subi­to si troverà in condizione di vedere il Creatore, Purissimo Spirito. Vedere Dio, che felicità! Egli è l'Autore della bellez­za, dell'amore, della verità, di tutto. La mia intelligenza si aprirà a conoscere ve­rità superiori, mentre la mia volontà si fisserà in Dio, sommo bene.

Quale timore posso avere io davan­ti alla morte, se questa mi apre le porte alla vera vita? - Penso dunque alla morte con serenità, anzi con gioia; le sof­ferenze della vita facilmente le sopporto, come il contadino sopporta il sole d'e­state durante la mietitura. Sono spinto ad operare il bene e farne più che sia possibile, per testimoniare al mio Crea­tore l'amore e la riconoscenza.

Quanto ho detto è verità. Questa convinzione è fortemente radicata in me. Mi sbaglierò? Non credo. La mia coscien­za potrà darmi una prova soggettiva; ma la prova infallibile me la dà il Cri­sto: « Chi segue me, non cammina nelle tenebre. Io sono la luce del mondo ... Io sono la via, la verità, la vita! ». E siccome quanto opero e quanto sento nel­l'anima è conforme agli insegnamenti di Gesù, sono oltremodo sicuro di non sba­gliarmi nella mia convinzione.

Quei cinque intellettuali ... sono al buio delle supreme verità. Al pensiero della morte tremano. Morire... E poi?... Arriverà anche per loro l'ultimo giorno. Come si troveranno davanti al problema della morte? Sarò io degno di compassione in quel giorno, con la mia sereni­tà ... oppure essi con la disperazione e con l'incognita dell'al di là?

 

Il problema della felicità.

- Giovanotto, che cosa cerchi? - La felicità. - E dove? - In quella creatura. Se riuscirò a sposare quella ragazza, sarò felice.

- Ti sbagli. Milioni di uomini da giovani l'hanno pensato come te, ma poi ... non hanno trovato la felicità.

Devi sapere che la felicità è l'appaga­mento del cuore umano, senza alti e bas­si, senza timori. Vivendo con quella ra­gazza, tu avrai tante disillusioni! Scoprirai in lei tanti difetti, che oggi l'amore ti cela; un giorno forse ti tradirà, o non saprà compatirti, o ti augurerà la morte; un giorno costei morrà pure e tu reste­rai forse lieto o immerso in profondo cordoglio. Sappi dunque che tu non tro­verai la felicità in quella ragazza ...

- Nobile signore, qual è lo scopo della tua vita?

- La felicità.

- L'hai forse trovata in quarant'anni? - Ancora no.

- E dove la cerchi?

- Nel piacere. Ho denaro, molto de­naro; tutti gli spassi sono miei. Sen­to che vorrei avere le gioie del mondo, farle mie tutte in una volta; godo sì, ma non posso trovare la sazietà; il piacere mi sfugge nell'attimo stesso in cui l'ho rag­giunto. Ah, la felicità è un tormento ... Volerla raggiungere e non poterla affer­rare.

- Povero nobile signore, tu stesso dici di non poter essere pienamente felice ... eppure ti affanni a cercare la felicità...

- Commerciante grossista, o meglio, pescecane, che logori la tua vita in tanti traffici, che cosa vuoi raggiungere?

- La felicità.

- Ed in che cosa consiste per te? - Nell'ammassare denaro.

- Non ne hai forse abbastanza?

- No; mi sono arricchito; ma voglio ancora ricchezza.

- Infelice! Non ti accorgi che il tuo cuore non è mai sazio? Più hai, più vor­resti avere... Il tuo cuore è un abisso; tut­ti i tesori del mondo non potranno riusci­re a saziarlo. Tu cerchi la felicità nel de­naro e non vedi che il denaro ti è causa di tante preoccupazioni ed inquietudini!

- Scienziato, che scruti gli astri e le leggi della natura, anche tu cerchi la felicità?

- Certamente. Ho sete di conoscere. - Ma non vedi che più sai e più ti convinci di sapere poco? Quello che cono­sci è un nulla in confronto di ciò che ti re­sta a conoscere. Tutta la tua vita, impie­gata nello studio, non è sufficiente ad ab­bracciare lo scibile che tu vorresti. Dun­que, finchè vivrai, ti resterà la sete della scienza, ma non troverai la piena felicità. L'istinto verso la felicità l'abbiamo tut­ti, però nessuno sulla terra la raggiunge. Eppure, essa deve esistere! Noi vediamo che nel mondo ogni istinto naturale ha l'oggetto corrispondente a soddisfarlo. L'occhio è portato alla luce; e la luce esi­ste. La bocca è fatta per i cibi; i cibi ci sono. Il gatto ha l'istinto verso il topo, il cane verso il coniglio... ecc.

E’ mai possibile che la natura non fro­di gli esseri inferiori nei loro istinti e fro­di invece l'uomo, re del creato, nel suo istinto verso la felicità? ... È irragione­vole dunque il dire che la felicità è una chimera e che assolutamente non c'è!

- Poiché tutte le cose che ci circondano non sono atte a renderci felici, bisogna cercare la felicità non nelle cose create... ma nel Creatore! Dio c'è; Egli è sommo bene; Egli soltanto può saziare comple­tamente il cuore umano.

Il grande Aurelio Agostino cercava ar­dentemente la felicità; per trenta anni la cercò nei piaceri sensibili... nello stu­dio della filosofia... negli onori e nella sti­ma degli uomini; ma non poteva trovar­la, perchè era fuori strada; era lontano da Dio. Ma quando la ruppe con le pas­sioni e si diede generosamente a Dio, tro­vò un raggio della vera felicità; cosicchè potè scrivere: O Dio, verità sempre antica e sempre nuova! O Dio, hai fatto il nostro cuore per Te ed è inquieto finchè in Te non si riposi. -

Nel credere in Dio, nell'osservare la sua legge, trovasi la vera felicità. Anche io, nel mio piccolo, sento ciò che sentiva Au­relio Agostino.

Dopo la morte, allorché il nostro spi­rito s'inabisserà in Dio, godrà la felicità perfetta. Finché si è su questa terra, può godersi di questa vera felicità, ma in mo­do relativo, in quanto il nostro spirito ha degli attacchi alle cose create.

Come non desiderare dunque il giorno ultimo della vita, per cominciare a gu­stare a pieno la vera felicità? Paolo di Tarso, innamorato di Gesù, esclamava: Desidero morire per unirmi a Cristo.

 

L'ultimo giorno.

Scendo alla stazione di Genova e tra­scorro la giornata nel visitare la città. Non posso omettere una visita allo Sta­glieno, al celebre cimitero, che dicono es­sere il primo d'Italia e forse d'Europa.

Veramente è un capolavoro di arte. Po­sizione incantevole, disposizione delle tombe secondo la più rigorosa tecnica; marmi finissimi, lavorati con gusto ecce­zionale; ognuna delle tombe, che riem­piono i lunghi portici laterali, è un ca­polavoro.

Nel centro del cimitero si erge un mo­numento in marmo bianco; domina tut­te le tombe. Figura un personaggio ab­bracciato alla Croce. L'autore ha voluto rappresentare la Fede. Il misterioso per­sonaggio pare che dica: Dormite, o mi­seri mortali! Verrà però il giorno in cui vi sveglierete e lascerete questo campo. Al suono dell'angelica tromba, risorgere­te, poichè il vostro spirito ritornerà a vi­vificarvi! Vedrete il grande Re dei secoli, il Redentore!

Risorgeranno i morti dello Staglieno; risorgeranno tutti i figli di Adamo. An­ch'io risorgerò alla fine del mondo. La mia intelligenza non può capire questa verità; qui è la Fede che illumina. Trovo però degli argomenti di ragione. Il chicco di grano marcisce e sembrerebbe mor­to; invece rompe la zolla ed ecco venir fuori l'erbetta e poi la spiga. L'uovo sem­bra senza vita; ecco rompersi il guscio e saltar fuori il pulcino. Il bruco diventa crisalide; pare morto, ma sul più bello ne esce la graziosa farfalla. Per questo il Divino Poeta scrive riguardo all'uomo: che è destinato « a formar l'angelica far­falla ».

Ma il Cristo nel suo Vangelo insegnò apertamente l'universale risurrezione e, poiché allora i suoi nemici non volevano credere, dimostrò che ciò è possibile alla Divinità, risorgendo gloriosamente Egli stesso dopo tre giorni dalla morte.

Ed io ora penso alla morte senza panico. Credo al prodigio della risurrezio­ne. La mia coscienza non trova nulla in contrario, anzi è illuminata da nuova luce. Nel giorno della risurrezione dei morti avrà luogo il giudizio universale. - Giudizio universale! ... Che parole gros­se! - direbbero i cinque esponenti della scienza del mio paese... Li compiango,

perchè sono digiuni di scienza religiosa; meritano di essere compianti da tutti i credenti e specialmente da Michelangelo Buonarroti, il quale, da genio poderoso e multiforme, impiegò tanta energia intel­lettuale nel rappresentare la scena del giudizio universale in quel capolavoro mondiale, che trovasi a Roma nella Cap­pella Sistina.

La mia coscienza stessa m'invita a cre­dere la verità di questo giudizio, in quan­to la vita umana è un cumulo d'ingiusti­zie; il ricco spreca il denaro e il povero muore di fame; il prepotente trionfa ed il giusto, perché debole, è oppresso; l'as­sassino passeggia in libertà e spadroneg­gia, mentre l'innocente soffre in prigio­ne; l'empio bestemmia, combatte la reli­gione e se ne ride, perché Dio non lo pu­nisce; gli uomini misero a morte Gesù Cristo, Figlio di Dio, pur riconoscendo la sua innocenza... è giusto quindi che il Cristo rivendichi pubblicamente i suoi diritti e quelli dei buoni. Risorgeranno i corpi per andare alla vita eterna assieme all'anima. E' giusto, mi dice la co­scienza, poiché il corpo, strumento del­l'anima, ha cooperato a fare il bene o il male.

 

La trasmigrazione.

Quella sera ero stanco. Avevo termi­nato la mia cena e mi disponevo al ripo­so. Mi si annunziò una visita. Erano due universitari.

- Scusi, professore, se veniamo a quest'ora! Abbiamo avuto una calda di­scussione sopra un problema interessantis­simo. Desideriamo il suo parere.

- Di che cosa si tratta? - Della tra­smigrazione delle anime o metempsicòsi. Ecco qui un libro di spiritismo, che trat­ta l'argomento.

- Cari giovani, non varrebbe la pena intrattenersi sopra un tema, che nella estimazione comune è di nessun valore. Tuttavia chiariamo le idee. Che cosa ne dite voi in proposito?

- Noi crediamo che c'è un'anima in ciascun uomo. Avvenuta la morte del corpo, siccome l'anima può aver com­messo dei falli in vita, prima di vedere Dio, eterna felicità, entra in un altro cor­po umano per purificarsi. Dopo entrerà in un terzo, in un quarto corpo,... finché si sarà perfettamente purificata. Si deve ammettere questa trasmigrazione, per­ché è cosa conforme alla retta ragione e perché nelle sedute spiritiche, quando si chiama qualche anima, questa viene, fa sentire la sua presenza e per mez­zo del medium rivela che c'è nell'univer­so la metempsicósi.

- Ecco la mia risposta riguardo alle sedute spiritiche. Dopo un soddisfacente studio compiuto, ho potuto concludere che nella maggioranza dei casi si tratta di trucchi. Questo è anche il parere del professore Heredia, il quale ha impiegato diciotto anni in tale studio ed ha assisti­to alle sedute spiritiche più clamorose d'America e d'Europa.

Ci sono però rare volte di quei feno­meni, che sembrano superare le leggi della natura e lasciano pensare ad una intelligenza superiore che operi. In vista di ciò, la Chiesa Cattolica, giudicando che possa trattarsi qualche volta d'inter­vento diabolico, proibisce la rievocazione degli spiriti e l'assistere a tali sedute.

Il sédicente « spirito » non può essere Dio, né un Angelo del paradiso, in quan­to non è decoroso che la Divinità o uno Spirito Celeste si metta a disposizione del primo che lo chiama per curiosità, men­tre per lo più consta che i medium so­gliono essere persone poco morali e poco religiose e perciò stesso immeritevoli di trattare amichevolmente e sensibilmente con Dio o con un Angelo.

Nel caso preternaturale, si potrebbe trattare del demonio, il quale è un puro spirito, e per la sua intelligenza e poten­za può produrre anche fenomeni strabi­lianti. In questo caso, gl'insegnamenti che son dati nelle sedute spiritiche, ve­nendo dal demonio, padre della menzo­gna, sogliono essere un misto di verità, di buffonate e di bugie.

Dicendo il demonio qualche verità, ap­profitta per sedurre i semplici e per fare credere poi anche a ciò che non è vero. Così in un corso di sedute spiritiche, te­nute a Catania alcuni anni fa, alla pre­senza di parecchi intellettuali, lo spirito dettò due libri per intero, che sono con­servati come manoscritti. Uno porta il titolo: « Vita e morte » e l'altro: « Ciò che si opera ».

Eccone un brano: « Voi uomini avete dieci dita alle mani, per ricordarvi che dieci sono i comandamenti di Dio; ricor­date questo anche quando mirate i piedi. Avete due orecchie, per sentire due cam­pane, cioè ascoltare le due parti avver­sarie e giudicare rettamente, poichè la ragione non sempre è evidente. Avete due occhi, per ricordarvi di mirare il pre­sente e di non trascurare il passato. Ave­te un naso e vi serva non per odorare il puzzolente fango del mondo, ma per ap­prezzare il profumo delle opere buone... L'anima, partita dal corpo, vaga per pu­rificarsi. Io sono il celebre Bovio, che tanto male operai in vita nell'insegnamen­to, non avendo la fede in Dio ».

Anche qui è accennata la metempsicó­si. Qualunque sia l'essenza di queste ma­nifestazioni, o trucchi o realtà, la tra­smigrazione delle anime non può esi­stere.

In primo luogo, siccome tutti gli uo­mini peccano, chi più chi meno, la tra­smigrazione dovrebbe avvenire per quasi tutti. Cosicchè, tutti i viventi di oggi, avremmo dovuto esistere in altri corpi e in altri tempi. Possibile che nessuno ri­cordi di essere stato in altro corpo uma­no? Se fosse un fatto comune, il ricordo dovrebbe riscontrarsi nella generalità de­gli uomini. Invece si riscontra questa af­fermazione in qualche rarissimo uomo, il quale è riconosciuto dai medici come tipo anormale, affetto da forte isterismo. Il così detto « sdoppiamento di persona­lità », cioè l'affermare che io sono il tal altro uomo, si verifica in taluni che sono al manicomio ed in altri... in prossimità di entrarvi.

In secondo luogo, l'anima, che è spiri­to, come può perdere le idee acquistate nella vita precedente, essendo le idee semplici, cioè spirituali? Possibile non ri­cordare neppure la minima cognizione precedente?

In terzo luogo, se avvenisse un forte terremoto, come quello di Messina, e de­cine di migliaia di anime si staccassero dal corpo nel medesimo istante, se que­ste anime non trovassero un corpo uma­no da informare, dove andrebbero? Nel nulla? Nell'assopimento assoluto?... Ma queste affermazioni sono completamente gratuite, senza alcun fondamento.

In quarto luogo, si consideri che il mondo finirà, poichè è materiale e non può essere eterno. L'ultimo periodo dell'uma­nità avrà certamente le sue morti. Quelli che morranno per ultimi, quali corpi do­vranno prendere per purificarsi, se corpi umani più non esisteranno?

La ragione più forte è la parola del Cristo. Gesù nel Vangelo non parla mai di metempsicósi, anzi afferma il contra­rio. Parla sempre di giudizio e di senten­za irrevocabile, subito dopo la morte.

Dice la parabola del ricco epulone: « Morì il ricco e fu sepolto nell'inferno ». Il Signore parla di premio eterno e di pu­nizione eterna. Se ci fosse la purificazio­ne per mezzo della metempsicósi, non avrebbe il motivo l'esistenza dell'inferno poiché nel corso dei secoli le anime avreb­bero modo di purificarsi e sfuggire al ca­stigo eterno.

Un'altra ragione la vedo nell'onnipo­tenza di Dio. Perché limitare l'opera creatrice dell'Onnipotente, attribuendo­gli un piccolo numero di coloro che, nel primo tempo dell'umanità, popolarono la terra? Ad un certo momento il Creatore avrebbe dovuto dire: È finita la creazio­ne delle anime! - mentre da tutti si ammette la immensa generosità di Dio. Dunque, un cattolico, anzi un uomo di mente sana, non può e non deve ammet­tere la trasmigrazione delle anime.

- Professare, mi disse uno dei due universitari, ed allora come spiega che in certe persone rivivono in qualche mo­do o quasi perfettamente gli avi?

- Il riscontrare in qualche uomo le attitudini specifiche di un antenato, non significa che l'anima dell'antenato riviva nel nipote o nel pronipote, ma che le cel­lule dell'avo, trasmesse per via di gene­razione, rendono l'individuo predispostu a certe attitudini dell'antenato. Così un giovane è affetto dà cleptomania o da tendenza al suicidio; potrà esserci stato in qualche suo antenato l'identica ten­denza; ma tutto ciò potrà essere effetto di tara ereditaria, non di metempsicósi.

- Professore, si constata che col pen­siero della trasmigrazione dell'anima, tanti si dànno ad una vita più morigerata.

- Può avvenire anche questo; ma ciò non toglie che l'ammettere la metempsi­cósi sia una corbelleria. I sostenitori di tale tesi non hanno alcuna ragione plau­sibile.

Riguardo alla purificazione delle ani­me dopo la morte, ho da far notare che deve esserci una purificazione, se non per tutte, per le bisognose, poiché tante anime partono da questa vita con delle macchie e non possono essere degne di venire ammesse al cospetto del Purissi­mo Iddio.

E qui la Chiesa Cattolica, basandosi sulla Sacra Scrittura, cioè sul quarto li­bro dei Maccabei e sul Vangelo, insegna che se le anime muoiono in grazia di Dio, ma hanno ancora qualche debito presso la Divina Giustizia, vanno a purificarsi in Purgatorio. Dante Alighieri illustra bellamente questa verità nella seconda cantica della Divina Commedia. Ma al­tro è il Purgatorio ed altra cosa è la rin­carnazione delle anime. -

E’ cosa logica ammettere un Creatore­ storica la venuta del Cristo ed è evi­dente la prova della sua Divinità; è pure ragionevole accettare gl'insegnamenti e le verità del Dio fatto uomo.

Come mai tanti non credono, o alme­no... dicono di non credere? Mancano forse di logica? Spero di dimostrare ai cinque miscredenti, miei concittadini, perché essi non credono, o meglio... per­che hanno voglia di non credere.

 

PERCHE’ TANTI NON CREDONO?

Ignoranza.

Il treno si muoveva. Nel mio scompar­timento si era in molti. Tra coloro che viaggiavano c'erano anche due Suore, dette: « Della Carità ». Alcuni spiritosi cominciarono a lanciare dei frizzi: « Don­ne fallite. - Gente oziosa ». Credevo che tutto finisse li. Non so come, un tale tirò fuori una questione religiosa e concluse: Io sono nemico dei Preti e delle Suore. Non credo alla Religione, pura invenzio­ne delle vesti nere. È da ignoranti cre­dere alle stupidaggini religiose... -

A questo punto intervenni io.

- Scusi, signore, ha lei qualche titolo di studio?

- Sono al quarto anno di medicina. - Certamente lei studia anatomia, pa­tologia, impara formule di chimica... e può parlare con un poco di competenza di ciò che ha studiato. Ma quali studi ha fatto sulla materia religiosa, quali auto­ri ha approfondito... e da quanti anni si è dedicato allo studio delle verità reli­giose?

- Non ci mancherebbe altro! Con tante materie che ho all'università... an­dare a sprecare il tempo nelle sciocchezze religiose.

- Potrebbe lei sostenere una disputa filosofica... fare subito un calcolo infini­tesimale... o entrare in una questione di filologia?

- Non sarei capace; non è mia ma­teria.

- Ed allora, confessi la sua ignoranza. Non parli di religione. Lei sarà istruito nella medicina, ma nel campo religioso è un ignorante. Anch'io ho studiato filo­sofia, pedagogia, lettere e storia... ma ho voluto pure studiare parte della Somma Teologica di San Tommaso d'Aquino, ho letto libri di apologetica, conosco i volu­mi « Seguiamo la ragione » del Bonomel­li e tanti altri lavori. Si ricordi che, come l'ignoranza letteraria è la piaga del po­polino, così la crassa ignoranza delle ve­rità della Religione è la grande piaga di tanti intellettuali.

 

Gli epicurei.

L'uomo è mente, cuore e... stomaco. La bestia mangia e quindi si nutre. Per l'uomo questa è una necessità, ma è cosa umiliante. Se l'uomo però converge tutte le sue attività nel mangiare, nel bere e nel procacciarsi dei piaceri, si distacca molto dalla bestia?

Quanta gente oggi vive preoccupata solamente del cibo materiale! Tutto il re­sto è niente, oppure cosa molto secon­daria.

Un epicureo come può credere e vivere una vita spirituale? Davanti a lui una verità religiosa è come una perla davanti al grugno di un maiale. La perla ha il suo grande valore; siccome il suino non può mangiarla, l'allontana da se. Così fanno tanti che oggi non credono.

 

Il Don Abbondio.

Ricevo la visita di un conoscente, lau­reato da poco. Dopo i convenevoli, uscia­mo a diporto. Lungo la via incontro un Prete, che salutando mi dice: Professore, è tanto che non mi regala una visita. Venga a trovarmi. - Verrò. Il laureato mi guarda con aria di me­raviglia: - E lei, professore, si abbassa a tanto? Dà la sua amicizia ad un Prete? Io mi vergognerei a parlare a simile gente.

- E la ragione quale sarebbe?

- In ogni Prete io vedo Don Ab­bondio del Manzoni, con tutte le sue mise­rie. Io non credo alla Religione per la cor­diale antipatia che sento verso il clero, gente oziosa ed il più spesso indotta. Da bambino credevo anch'io, ma conoscendo in seguito i Preti, non credo più. Come può esserci una Religione se i così detti suoi ministri non la praticano?

- Lei ha ragione... ed anche torto. Ha ragione, in quanto riscontra nel Prete le debolezze umane; anch'egli però è uomo e come tale è soggetto alle passioni. Ha torto lei perchè confonde Prete e Reli­gione.

L'uomo è imperfetto; la Religione Cat­tolica è perfetta. La Religione non è sta­ta creata dai Preti; se così fosse, a que­st'ora nel mondo non esisterebbe. Biso­gna vedere nel Prete il portavoce di Cri­sto. Quando in Chiesa ascolto una pre­dica... e ne ascolto tante... io prendo l'in­segnamento di Gesù; non mi fermo a considerare se il predicatore metta in pra­tica o no ciò che insegna.

Ha torto a dire che tutti i Preti non praticano la Religione. C'è qualcuno ... che parla bene e razzola male. I più però si sforzano di praticare ciò che suggeri­scono agli altri; difatti, tra i Preti che ho conosciuto, e non sono pochi, soltanto qualcuno ho trovato in basso. Ma questo avviene in ogni classe sociale. C'è il pa­dre di famiglia laborioso e quello spre­cone e poltrone; il carabiniere onesto e quello ladro; il medico che cura gli ammalati e quello che li manda più presto al cimitero. Per questo lei vorrebbe con­dannare tutti i padri di famiglia, tutti i poliziotti e tutti i medici? Sarebbe in­giusto. Io la penso diversamente da lei. Invece di vedere nel Prete il Don Abbon­dio, vedo l'uomo imperfetto sì, ma rive­stito di grandi poteri spirituali.

Giganteggiano nella mia mente le fi­gure di certi Preti, quali un Vincenzo De' Paoli, un Filippo Neri, un Benedetto da Norcia, un Don Bosco... Stia attento che la sua antipatia verso i ministri della Re­ligione non sia causata dal fatto che lei abbia una condotta morale poco confor­me al Vangelo. In tal caso l'avversione clericale si spiega benissimo, in quanto l'insegnamento impartito dal Prete po­trebbe essere un continuo rimprovero ai disordini morali. Mi auguro che in lei non ci sia ciò.

 

Il grande muro.

Dio è Spirito Purissimo. Per credere in Lui e godere della sua luce, è necessario sollevarsi dalla materia. Il corpo umano è attratto dai piaceri del senso. Finché l'uomo regola i suoi istinti secondo i det­tami della retta ragione, può innalzarsi ancora sino a Dio; ma quando le passio­ni prendono il sopravvento e l'uomo si lascia dominare dalla impurità, allora si forma come un muro tra lui e il Creato­re ... la luce divina non si avverte più.

Perché il bambino ed il ragazzo credo­no in Dio? Perché ancora non hanno la schiavitù della passione impura. Nell'a­dolescenza, quando cominciano a sentirsi i latrati della sensualità ed hanno luogo le prime cadute, se non si rafforza la vo­lontà per resistere ... il giovanetto, che sino allora ha creduto, comincia a dubita­re: Ma c'è realmente questo Dio?... - La luce divina si fa debole.

Allorché il giovane si getta a capo fit­to nei piaceri sensuali, ad un dato momento dice a se stesso: Dio non c'è. - La luce divina si è eclissata del tutto. Chi è dedito ai cattivi piaceri, non sente gusto delle cose spirituali, anzi per lo più prova forte avversione a tutto ciò che sa di religioso: odio alla preghiera, odio al­la Chiesa ed al Prete; anche quando non c'è quest'odio, c'è però l'antipatia reli­giosa.

Ma quando l'uomo, ad una certa età, quasi esaurito, rientra in se stesso ed ha la volontà di lasciare il fango dell'immo­ralità, subito comincia ad intravvedere la luce divina, rientra nel Tempio e ri­torna a Dio. Il muro dell'impurità, il più grande ostacolo, è già abbattuto.

Fra cento persone che parlano male della Religione e criticano chi sta vicino a Dio, sono convinto che almeno novan­tacinque, e forse più, sono vittime del­l'impurità. Potranno avere grande intel­ligenza, sapranno vivere bene in società, faranno forse parlare di sè i giornali ... ma non possono credere.

I cinque intellettuali del mio paese... sono miscredenti! ... Quale meraviglia?! Uno ha lasciato la sposa e vive con la co­gnata; l'altro non parla che di cose osce­ne e di bassi piaceri; il terzo trascorre le ore libere nei cinema, in cerca di feste da ballo e di compagnie di persone equi­voche; il quarto propugna il divorzio, ecc.... Ridono costoro alle mie spalle perché vedono la mia religiosità. Per me il credere è un alto onore ... per loro la miscredenza sia una vergogna.

Io, sin da fanciullo, ho acquistato il dominio di me stesso; per questo la luce divina mi pervade e più vado innanzi negli anni, più avverto questa luce. Non vedo Dio con gli occhi del corpo, ma lo sento di continuo in me. Lo invoco nei bisogni e sono assistito; mi rimetto al suo volere nella sofferenza e subito provo un bal­samo al cuore; vivo in continua serenità di spirito e in uguaglianza di umore, tanto da suscitare in altri un senso di gelosia. Tutto ciò io sento in me ... e cre­do più fortemente in Dio.

 

Il cieco di Gerico.

Prima di chiudere questo lavoro, apro il re dei libri, il Vangelo, che tengo a por­tata di mano. Vi leggo quanto segue: « Ora avvenne che, mentre Gesù si avvicinava a Gerico, un cieco stava seduto lungo la strada a mendicare e, sentendo passare la folla, domandò che cosa mai fosse. Gli dissero che passava Gesù Na­zareno. Allora egli gridò: Gesù, figlio di David, abbi pietà di me!

E quelli che precedevano gli gridava­no di tacere. Ma lui a gridare più forte che mai: - Figlio di David, abbi pietà di me! - Allora Gesù, fermatosi, comandò che gli fosse condotto. E quando gli fu vicino gli domandò: Che cosa vuoi che io ti faccia?

E quello: Signore, esclamò, che io ci veda. - E Gesù gli disse: Guarda! La tua fede ti ha salvato. - E subito ci vide e andava dietro glorificando Dio ». (Vangelo S. Luca, capo 18).

Quanti ciechi spirituali ci sono nel mondo! Hanno bisogno di rivolgersi al dolce Cristo per essere illuminati. Il cie­co di Gerico riconobbe il suo stato e per­ciò chiese la vista. Ma tanti intellettuali, veri ciechi morali, non vogliono ricono­scere la loro terribile cecità e per questo continuano a vivere nel buio dell'errore. Che queste pagine siano luce!

Sento in questo istante il bisogno di rivolgermi al mio Creatore: O Dio, credo in te. Voglio credere anche per quelli che non credono ... O Essere Supremo, ti rendo grazie della luce che dài all'anima mia!