PENSIERI SULLA FEDE

Sac. Pasquale Casillo

PRESENTAZIONE

Queste pagine sono dirette à tutti perché tutti hanno oggi bisogno di possedere abitualmente idee giuste che guidi­no la condotta in privato e in pubblico per tutta la vita.

Intendono venire incontro all'urgente necessità di non perdere la Fede o di ritrovarla, nell'interesse di ognu­no e di tutti. Presentano perciò la Fede in trenta aspetti ri­feriti nella prima metà alla dottrina cristiana e nella se­conda all'esperienza cristiana, e svolti durante altrettanti capitoletti in forma tesa più ad istruire mediante il ragio­namento e gli insegnamenti della storia che a commuove­re con pie esortazioni.

Chiedono di essere, lette senza fretta perché propon­gono, sempre nella chiarezza, più sintesi che analisi, per la voluta intenzione di dire molti pensieri in poche parole e di lasciare al lettore la libertà della riflessione persona­le.

Giovino queste pagine a rinvigorire le idee giuste e a raddrizzare quelle storte!

 

Quando Dio e l'uomo si parlano

Dio ha parlato all'uomo. Sin da quando lo creò nel paradiso terrestre, gli infuse la facoltà di riconoscere il bene e il male. È intervenuto poi a parlare sempre più apertamente per mezzo dei patriarchi, dei profeti, di Ge­sù Cristo e dell'ultimo Apostolo quando l'uomo si pone­va colpevolmente nel pericolo di non sapere più distin­guere ciò che è lecito da quello che è illecito.

Dio parla ancora oggi all'uomo, sebbene in modo di­verso dagli inizi della storia. Parla attraverso la lettura della Bibbia, il significato della tradizione cristiana, il magistero della Chiesa, le ispirazioni della Grazia, le esperienze dei secoli, il succedersi degli avvenimenti che mettono in evidenza ora questo ora quell'attributo di Lui.

Egli parla per dare la giusta risposta ad ogni proble­ma di ogni tempo, essendo sempre attuale e sempre im­mutabile, principio e termine di ogni riferimento, fonte e foce di tutti i ragionamenti.

Credere in Lui significa appunto questo: cercare la sua Parola, trovarla, accoglierla e osservarla, perché è quella che decide in qualunque circostanza di tempo, di luogo e di persona. Non può dirsi credente in Dio chi non si interessa nemmeno di cercare la sua Parola.

Anche l'uomo deve parlare a Dio, cioè domandargli spiegazione, invocarne l'aiuto, fare la sua volontà, obbe­dirgli per amore e amarlo per se stesso. Non basta dun­que parlare di Dio: lo fanno anche gli atei; ma occorre parlare a Dio per poter dire senza la smentita dei fa fatti che si ha fede in Lui.

Quando dunque c'è dialogo tra Dio e l'uomo, allora c'è la Fede. E con questa, c'è la premessa indispensabile per il superamento di ogni male e la conquista di ogni possibile bene. La cercava Giacomo Puccini quando dice­va a un amico sacerdote: "Dammi la tua fede ed io ti dò la mia Tosca". La rimpiangeva il Cavour scrivendo in un suo quaderno di pensieri: "Che cos'è la felicità senza la Fede? Non è che un fiore in un bicchiere d'acqua, senza radici e senza durata". La raggiungeva il poeta, Federico De Maria quando, accorso con il capo improvvisamente imbiancato per l'emozione al capezzale del figlio miraco­losamente guarito, gli rispondeva: "Sai, stanotte il Si­gnore è venuto a trovarmi e, nell'andar via, mi ha carez­zato sul capo e mi ha lasciato questo segno d'argento". La possedeva, questa Fede, san Francesco d'Assisi quan­do ripeteva allegramente come un ritornello: "Mio Dio, mio tutto".

 

Dio il primo, non il solo

Nel dialogo tra Dio e l'uomo è sempre Dio a parlare per primo e a istillare la forza di credere a quanto Egli dice. Non può essere diversamente, data la limitatezza e la peccabilità dell'uomo. Gesù ha detto chiaramente: "Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato".

La Fede è quindi, anzitutto, un dono di Dio. I bambi­ni lo ricevono nel Battesimo risultandone così disposti a compiere, giunti poi all'uso di ragione, gli atti ad essa corrispondenti. Gli adulti lo ricevono per mezzo delle ispirazioni e dei Sacramenti che li aiutano ad aderire al­le verità che la Fede insegna.

Trattandosi perciò di un Dono, il Signore lo dà se­condo il suo beneplacito. Chi lo riceve ha tutto il dovere di ringraziarlo e di collaborare con Lui; chi non lo riceve non può lamentarsi come se gli fosse negato qualcosa che gli spettasse di diritto.

Dio però, pur essendo il primo a parlare, non impo­ne la Fede, la propone semplicemente e attende l'assenso dell'uomo. Questi lo darà adeguatamente quando riterrà di credere a Dio non già per averlo trovato veritiero in forza della propria ragione, ma per l'autorità di Lui stes­so che non può ingannarsi essendo infinita sapienza e non può ingannare gli altri essendo infinita Santità.

Questo motivo non nega però il valore dell'indagine svolta dalla ragione per capire la divina Parola. La Veri­tà è una sola e si incentra in Dio; la retta ragione e la vera Fede, che discendono entrambe da Dio, non possono tro­varsi in contrasto sulla Verità.

Perciò anche chi crede nel Signore per la sua autori­tà di Rivelatore può e deve studiare la Fede con le risor­se della propria intelligenza per prevenire o superare i dubbi sollevati dall'ignoranza. Troverà così alcune verità corrispondenti alla ragione, altre ad essa ma non contrarie; comunque tutte accettabilissime: le une anche in virtù della logica, le altre con in ossequio alla Fe­de. Il Prof. Luigi Silipo ha scritto: "Ora ritorno a Dio at­traverso lo studio e la meditazione, posso affermare che io credo non già perché non so, ma perché so".

C'è dunque una fede in Dio, frutto di ragionamento, che è semplicemente umana: è stata, per esempio, quella dello scienziato Pierre Leconte de Nouy che, dopo trent'anni di ateismo, ha scritto: "Coloro che, senza alcu­na prova, si sono sistematicamente sforzati di distrugge­re l'idea di Dio, hanno fatto opera vile e antiscientifica. E lo proclamo con tanta maggior forza in quanto io non posseggo la Fede, quella vera che scaturisce dal profon­do dell'essere".

E c'è una fede in Dio, conseguenza di origine divina, che è soprannaturale nel suo principio, nel suo oggetto, nei suoi motivi: nel suo principio, perché viene dal Signo­re come pura grazia, inizio di tutte le altre nell'ordine so­prannaturale, sorgente della vita cristiana; nel suo ogget­to, perché di Dio studia la natura e le perfezioni, e dell'uomo ciò che è in sé e nella storia; nei suoi motivi, perché si fonda non sulla scienza o sul potere, ma sulla autorità di Dio.

Rimane vera per ognuno l'esortazione di Domenico Giuliotti: "Innesta all'intelligenza la Fede; sarà come quando muore la luna e nasce il sole".

 

Credere proprio tutto?

La Fede è quella virtù soprannaturale infusa da Dio nell'anima mediante il Battesimo, per la quale si crede fermamente, sull'autorità di Dio, a tutte le verità che Egli ha rivelato e che la Chiesa propone a credere. Ma quali sono queste verità? Sono da accettare tutte con il medesimo grado di assenso?

Devono essere credute anzitutto, quelle formalmen­te rivelate da Dio, cioè scritte immediatamente come ve­rità nella Rivelazione. E sono: l'esistenza di Dio, la sua Unità e Trinità, il suo attributo di Rimuneratore che pre­mia i buoni con il Paradiso e castiga i cattivi con l'Infer­no; e l'Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione del redentore Gesù Cristo. Tutto ciò deve essere saputo e creduto esplicitamente, essendo necessario come il Bat­tesimo, sin dall'uso di ragione. Chi non lo crede non può salvarsi, anche se lo ignora senza colpa, indipendente­mente dalla buona o cattiva volontà.

Vi sono poi verità implicitamente rilevate o dedotte dalla Rivelazione con l'aiuto di precedenti Principi: per esempio l'Assunzione della Madonna in anima e corpo in cielo; e ancora vi sono fatti che, benché non si possano dedurre dalla Rivelazione, devono tuttavia essere accolti perché costituiscono i presupposti per la conservazione della Fede: per esempio, il riconoscimento della legitti­mità di un papa, del carattere ecumenico di un concilio, del contenuto eretico di una dottrina: tutte queste verità meritano Fede nella misura del loro collegamento con la Rivelazione e possono essere credute con un consenso globale.

Le rivelazioni private fatte da Dio a un singolo (ad esempio a S. Margherita Alacoque e a S. Bernadette) rientrano anch'esse, in quanto basate sull'autorità di Dio, nell'oggetto della Fede, ma non comportano il dove­re di crederle perché la RIVELAZIONE in quanto tale è già finita con la morte dell'ultimo Apostolo, Giovanni, e perché la Chiesa, anche quando le approva, non intende dimostrare di averle ricevute per conservarle e diffon­derle necessariamente. Non credere pertanto le rivela­zioni private non significa di per sé mancare di Fede, e negarle non vuol dire essere propriamente eretico.

Perché una Verità Rivelata sia proclamata dogma, deve essere la Chiesa ad assicurarne autorevolmente l'appartenenza alla RIVELAZIONE e a presentarla in modo definitivo tramite il suo magistero ordinario o una definizione di papa o di concilio. Secondo la dottrina cat­tolica occorre per salvarsi, oltre la Fede, anche apparte­nere alla Chiesa mediante il Battesimo, almeno di desi­derio.

E c'è dell'altro da sapere e da credere solo perché e in quanto viene comandato, e perciò la sua mancanza senza colpa, come sarebbe in caso di impossibilità o di ignoranza invincibile, scusa validamente è non mette in pericolo l'eterna salvezza. Ed è: tutto il Credo, i Coman­damenti di Dio, i precetti della Chiesa, i Sacramenti che si debbono e si vogliono ricevere, il Padre Nostro e l'Ave Maria. Chi però volutamente non apprende queste verità non è esente da peccato.

Non è logico né ammissibile dire di credere a questa Verità Rivelata e non all'altra anch'essa Rivelata, perché l'insegnamento del Signore è un tutto inscindibile le cui parti si richiamano inevitabilmente e sono tutte egual­mente basate sulla garanzia di Dio che le rivela.

 

Una dolce necessità

Gesù Cristo ha detto: "Chi avrà creduto e sarà stato battezzato, si salverà; chi non avrà creduto, sarà condan­nato" (Mc. 16,16). Egli ha posto così due condizioni per il raggiungimento dell'eterna salvezza: credere e ricevere il Battesimo. Non ritiene quindi sufficiente una adesione puramente interna, ma ne esige anche la dimostrazione esterna mediante il ricevimento del Battesimo e l'accet­tazione di tutto ciò che questo comporta, perché, aggiun­ge Gesù, "se uno non nasce dall'acqua e dallo Spirito, non può entrare nel regno di Dio" (Gv. 3,5).

La fede è pertanto l'inizio, il fondamento e la radice della salvezza, che essa consegue ottenendo la cancella­zione dei peccati e la santificazione dell'anima con la Grazia. Senza di essa opere umanamente anche buone non hanno merito dinanzi a Dio e non possono pretende­re merito da Lui. Con essa anche le azioni umanamente insignificanti acquistano valore e diritto alla ricompen­sa. E’ essa insomma a distinguere il cristiano dall'incre­dulo, come la ragione distingue l'uomo dal bruto.

Continuando la Tradizione della storia cristiana il Concilio Ecumenico Vaticano II ha ribadito nella sua Co­stituzione su "La Chiesa nel mondo contemporaneo" del 7-12-1965 che nessuno può essere salvato se prima non ha creduto. E il papa Paolo VI ha ricordato: "Escludere la Fede è come volersi privare della luce del sole, dell'aria per il respiro, del pane di cui si ha bisogno". La pratica quotidiana della vita soggetta alla buona e alla cattiva sorte dimostra infatti quanto sia indispensabile la Fede per evitare gli errori del mondo e le illusioni del­la propria intelligenza, per resistere al male e sopporta­re le prove di questa valle di lacrime.

Chi non ha Fede per propria colpa non può trovare la salvezza, per quante opere umanamente buone faccia, anzi "è stato già giudicato perché non ha creduto nel no­me dell'unigenito Figlio di Dio" (Gv. 3,18) che è l'unico mezzo salvifico per tutti. E’ lui che non vuole salvarsi. La cattiva volontà può fermare l'iniziativa del Signore.

Quelli che senza colpa (e quattro quinti degli uomini non appartengono alla Chiesa Cattolica) non sono ancora arrivati alla chiara conoscenza e al riconoscimento di Dio e nello stesso tempo si sforzano di vivere rettamente, possono salvarsi. Dio, che vuole sinceramente la salvez­za di tutti e ha a sua disposizione la sovrabbondante re­denzione operata da Cristo per tutti, potrà condurli alla Fede attraverso le vie che Egli solo conosce.

Pure coloro che addirittura combattono la verità e le leggi di Dio, purché mantengano nel proprio intimo la di­sposizione ad accoglierle qualora si rivelassero mezzo necessario alla salvazione, possono non finire dannati, perché appartengono anch'essi, anche se non lo sanno, sia pure in modo invisibile e imperfetto, al mondo della Fede. La loro via non è certo la più sicura, ma può, per bontà di Dio, terminare nella salvezza.

 

Le qualità della Fede

Perché la Fede piaccia al Signore e giovi al credente, deve possedere alcune qualità che ne assicurino il valore e il merito, la continuità e l'irradiazione.

La Fede deve essere soprannaturale, cioé basata sull'autorità di Dio che ha rivelato le Verità, quindi non sul capriccio di ammettere ciò che si vuole senza render­sene conto, non sulla convenienza di credere sol perché si è avuta questa educazione, non sul fatto di comportar­si così perché gli altri fanno lo stesso, non perché quelle Verità appaiono ragionevoli e plausibili. Si può ripetere con Franz Werfel, l'autore di "Bernadette": Per chi cre­de in Dio, nessun'altra parola è necessaria; per chi non vi crede, tutte le parole sono inutili".

La Fede dev'essere esplicita, ossia non vagamente paga di accogliere in generale quello che il Signore ha ri­velato e la Chiesa insegna, ma vogliosa di apprendere ognuna delle verità rivelate e insegnate per approfondir­la sempre di più e valorizzarla sempre meglio. Santa Chiara d'Assisi, già entrata in agonia, domandava per imparare, come già altre volte, all'istruito Frate Gine­pro: "Non sapete nulla di nuovo del buon Dio?"

La fede dev'essere ferma, in altre parole, capace di escludere il dubbio volontario, di non farsi forviare da false dottrine, di accettare le verità rivelate più di quan­to si accettino le verità conosciute con la ragione, di di­fenderle di fronte a chiunque. Rispose il vescovo San Ba­silio al potente eretico venuto a insidiarlo: "Non solo non tollererò che si cambi una parola sola del Credo, ma neppure che si sposti l'ordine dei suoi articoli".

La Fede dev'essere intera, vale a dire non limitata a qualcuno dei dati della Rivelazione ma estesa a tutti essi, con lo stesso fervore e fino nei minimi particolari. San Pasquale Baylon fu interrogato da un miscredente per­ché dicesse dov'è Dio. Il Santo rispose: "In Cielo"; ma ap­pena intuì che l'altro negava l'Eucarestia, subito aggiun­se:... "e nell'Eucarestia".

La Fede dev'essere operosa, insomma tradotta in pensieri, in parole e soprattutto in azioni, con le quali soltanto può dirsi viva e vera, senza le quali anzi sembra la fede del diavolo, che crede in Dio ma non lo onora in nessun modo. Il famoso sociologo Donoso Cortes volle che sulla sua tomba fossero incise queste parole: "Fui cristiano. Non tollerai che la fede fosse senza le opere".

La Fede dev'essere forte, così sentita che risolve le obiezioni, resiste alle prove, supera i dubbi, scavalca il mondo, si professa francamente anche davanti ai nemici, affronta pure il martirio. San Pietro da Verona, abbattu­to a colpi d'ascia dagli eretici, intinse il dito nel proprio sangue e scrisse per terra: "Credo in Dio".

 

Le conferme della storia

I circa quattromila anni di storia ebraica del Vec­chio Testamento e in particolare i venti secoli di storia cristiana presentano altre prove date dal Signore per confermare la giustezza della Fede.

Si sono perfettamente adempiute tutte le profezie dei secoli precedenti: per esempio, l'opera del Redentore, la distruzione di Gerusalemme, l'esaltazione della Madonna, la sopravvivenza della Chiesa alle persecuzio­ni. Ora il vedere gli avvenimenti futuri e predirli con le circostanze è prerogativa soltanto di Dio. L'avveramento dei grandi misteri gli ha dato ragione. Ha diritto dunque di essere creduto su quello che dice.

Si sono verificati ovunque i miracoli, (provvidenze materiali, guarigioni, risurrezioni), numerosi e accerta­ti, d'ogni genere e d'ogni dimensione, a premio del cre­dente o a illuminazione dell'incredulo. La scienza non ha potuto negarli né spiegarli diversamente dall'ammettere l'intervento soprannaturale del Creatore, né potrà ne­garli o spiegarli diversamente in futuro perché, pur non sapendo ancora dove possano arrivare le forze della na­tura, già sa però dove esse non possono assolutamente arrivare, come alla rianimazione di un cadavere o all'istantanea ricomposizione di un membro imputridi­to. Soltanto Dio potrà derogare alle leggi di natura da Lui stabilite e certamente non lo farà mai per attestare il falso Egli che è Verità infinita. I miracoli veri si trovano unicamente nella Fede vera.

I martiri, anche donne, bambini, vecchi e malati, hanno esercitato un eroismo veramente sovrumano nel sopportare i tormenti, talvolta addirittura nel cercarli. Non l'avrebbero esercitato se non lo avessero posseduto per grazia di Dio; e Dio non avrebbe loro concesso questa grazia se essi non avessero confessato la vera Fede.

Sono sempre stati così. deboli gli appoggi umani sui quali la Fede ha potuto contare nelle sue manifestazioni materiali, e invece così enormi gli ostacoli ad essa oppo­sti (come idolatria, corruzioni, vizi, scismi, eresie, scandali) che la sua propagazione e conservazione nel mondo non si può spiegare umanamente. Agli infedeli sono suc­ceduti i fedelissimi, ai ribelli si sono sostituiti i santi, al­cuni degli stessi persecutori sono poi divenuti credenti, apostoli e santi. A dispetto di tutto il male trionfante, la Fede rimane tra gli uomini diventando sempre più pura e non sparirà mai dalla faccia della terra.

Il pastore protestante convertito Piero Chiminelli ha scritto: "La storia è stata il portale di perla della mia "catholica fides".

 

In faccia a tutti

Non basta sentire internamente la Fede e rimanerle devoti in segreto, occorre anche dimostrarla esterna­mente dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, con le parole e con le opere. La dimostrazione dev'essere, naturalmen­te, in perfetta sintonia con il pensiero della mente e con l'affetto del cuore.

La esige Dio che ha diritto al culto pubblico, l'aspet­ta la Chiesa che non potrebbe apparire una se i suoi membri non professassero la comune credenza; e la im­pone il dualismo dell'essere umano, composto di spirito e di materia, che non potrebbe mantenere a lungo il pro­prio credo se non lo traducesse mai in segni visibili.

Non c'è alcun momento della vita in cui sia lecito ne­gare la propria Fede, si è obbligati a confessarla sempre, tanto nelle occasioni ordinarie quanto nelle circostanze straordinarie, soprattutto all'inizio dell'uso di ragione, nella necessità di respingere una tentazione o un fatto

commesso contro la Fede, nella ricezione dei sacramen­ti, in pericolo di morte.

L'obbligo è grave quando si perde una evidente pos­sibilità di rendere a Dio l'onore assolutamente dovuto­gli, e quando si contribuisce ad allontanane qualcuno dalla Fede, o a trattenerlo dall'avvicinarsi ad essa, o a negargli un grande aiuto spirituale che egli non potrà avere dopo. Al riguardo così si esprime il canone 1325, del Codice di Diritto Canonico: "I fedeli sono tenuti a professare apertamente la loro Fede cristiana ogni qual­volta il loro silenzio, la loro ambiguità o il loro modo di fare comportasse una negazione implicita della Fede, il disprezzo della Religione, l'offesa di Dio e lo scandalo del prossimo".

L'obbligo viene soddisfatto anche con semplici atti di religione, quali fare il segno di Croce, partecipare alla Messa, adorare il Santissimo Sacramento dell'altare, in quanto tutti presuppongono il possesso della Fede e l'in­tenzione di manifestarla. E questa manifestazione è tan­to più convincente ed edificante quanto più naturale e spontaneo è il modo nel quale si esprime.

La professione di Fede è dunque necessaria e obbli­gante quanto la Fede stessa. Ripete anche oggi Gesù ai cristiani: "Voi siete i testimoni di queste cose" (Lc. 24,28)... "Voi ne renderete testimonianza" (Gv. 15,27)... "Mi sarete testimoni... sino all'estremità della terra" (At­ti, 5,32)... "Chi mi avrà confessato in faccia agli uomini, anch'io lo confesserò davanti al Padre mio che è nei cieli; ma chi mi avrà rinnegato dinanzi agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli" (Mt. 10, 32-33).

Per la testimonianza della Fede aiuta non il fanati­smo, ma il buon senso e un certo coraggio. Chi fugge per non correre il rischio di mancare al dovere di professar­la è meno lodevole di colui che invece, per professarla, affronta pericoli e morte.

È certo e abbondante il premio. che Dio riserva a co­loro che sono credenti e praticanti, di nome e di fatto, nel parlare e nell'agire, secondo personali disposizioni di natura e di grazia, operando realizzazioni dell'ideale cristiano che convincono altri a imitare, ad approfondire e a creare nuove vie di bene.

 

Sempre di più

Gesù ha paragonato la Fede al seme, cioè a qualcosa portato dalla propria intima vitalità a crescere e a in­grandirsi nel tempo (Cfr. Mc. 4, 26-29), per poco che sia­no favorevoli le condizioni ambientali in cui si trova; più specificamente, l'ha paragonata al granello di senape che "è il più piccolo di tutti i grani che sono sulla terra ma, una volta seminato, cresce più di ogni altro legume e fa dei rami tanto grandi che alla sua ombra possono ri­pararsi gli uccelli del cielo" (Mc. 4, 30-32).

E difatti la Fede, una volta entrata per grazia di Dio nell'anima mediante il Battesimo, tende per forza pro­pria a progredire in quantità e qualità, e tanto più avan­za verso la perfezione quanto più incontra la cooperazio­ne del battezzato.

Siccome essa procede dall'intelligenza e dalla volon­tà, può crescere - sotto la spinta e l'aiuto del Signore - nell'ambito dell'una e dell'altra, e di conseguenza nel campo delle opere. Aumenta pertanto quando il cristia­no arriva alla conoscenza di un numero sempre più gran­de di verità rivelate, man mano che egli si va attaccando sempre più intensamente alla Parola di Dio lasciandose­ne permeare il più profondamente possibile, e quanto più produce le opere buone, che si chiamano appunto "le opere della Fede".

Chi studia aggiorna continuamente la propria istru­zione per non rimanere retrogrado, anche le fabbriche rinnovano le loro attrezzature; a maggior ragione il cri­stiano deve sentire il dovere di aggiornare e rinnovare la propria Fede perché questa sia intensificata e sempre all'altezza dei tempi, con accresciuto impegno e fino al massimo del possibile.

Valgono a questo scopo soprattutto: la preghiera frequente, l'istruzione religiosa, l'osservanza dei Coman­damenti, l'apostolato in una organizzazione cristiana, la partecipazione alle gioie e ai dolori della Chiesa, la pra­tica dei sacramenti. Con l'uso di questi, e simili mezzi e in genere con tutto ciò che contribuisce ad avvicinare a Dio, si avverte una bella realtà: la Fede genera le opere buone, e queste a loro volta alimentano e sviluppano la Fede.

Chi più approfitta di questi mezzi, più si ritrova ar­riccchito di Fede. Si aspetta quindi di possederne più nella giovinezza che nell'infanzia, e più nella vecchiaia che nella giovinezza. Non c'è nessun limite a questo pro­gresso. Non se ne ha mai abbastanza. Ce ne vuole ancora di più.

Quant'è bello lo spettacolo di una Fede maturata e ripiena! Dichiarava Alessandro Volta nei suoi ultimi an­ni: "Ora io vedo Dio dappertutto". Affermava Pasteur: "Sarebbe più facile strapparmi la pelle che la fede nella divinità di Gesù Cristo". E il Santo Curato d'Ars rispon­deva: "Può darsi che dopo una domenica non ci sia un lu­nedì e che dopo un tramonto non ci sia un'altra aurora. Ma non può assolutamnete darsi che le parole di Gesù non si realizzino".

Verrà infine il momento in cui la Fede cesserà di au­mentare, anzi scomparirà; e sarà quando l'anima godrà in Paradiso la visione beatifica di Dio.

 

Le insidie del male

Quanti pericoli contro la Fede! Ce ne sono, anzitut­to, nell'uomo stesso e si chiamano indifferentismo, igno­ranza, superbia, accidia, dubbio, passioni, sensualità; e ci sono quelli incombenti sull'uomo dall'esterno, come mode, intemperanze, edonismo, turpiloquio, pornogra­fia, oscenità, ingiustizie, eresie, persecuzioni, contatti con gli infedeli, spettacoli, scuola ecc.

E sono pericoli continui, gravi, invadenti e persino seducenti sotto apparenze di necessità, di sfogo, di edu­cazione, di liberazione, di civiltà, di benessere.

Accanto ad essi c'è il diavolo che direttamente o in­direttamente tramite essi agisce sull'uomo sollecitando­ne fortemente a malizia la fantasia, la memoria, i sensi, il sentimento.

Il cristiano deve sapersi ricordare questi pericoli per imparare con l'esperienza propria e degli altri a ve­derli dove sono, a capirli mentre si svolgono e a vincerli perché non ritornino o almeno ritornino meno violente­mente. Se egli non temesse, si troverebbe per ciò stesso in un grave rischio e più sprovveduto, perché proprio quando se ne fa poco o nessun conto, il pericolo arriva prima e più difficile.

Appena se ne accorge, il cristiano deve superarlo de­cisamente al più presto nel migliore dei modi possibili, o evitandolo per prudenza o affrontandolo per dovere, e può ben riuscirci se usa i molti e validi mezzi di resisten­za che la Fede mette a sua disposizione, specialmente la vigilanza, l'istruzione, la preghiera, la mortificazione, i sacramenti.

Egli deve sentirsi impegnato in una lotta che può an­che non essere delle più facili e durare anche tutta la vi­ta, ma che, se si abitua a vincerla, gli procurerà progres­sivamente maggior pace e miglior merito. E in questa lotta egli non è mai solo, ma ha continuamente con sé Dio il quale non permette al diavolo di tentare un'anima più di quanto questa possa sopportare.

La brillante marchesa Alessandra Rudinì diceva: "C'è tanto buio dentro di me: desidero credere, voglio credere!"; ma poi cedeva completamente alla vita gau­dente del gran mondo. Una volta arrivò a dire: "Se un giorno potrò dire: Credo! ti prometto, o Dio, di consa­crarti la vita". E così è avvenuto. È morta piamente dopo essere diventata Suora Carmelitana.

Nella luce della necessaria difesa della Fede devono essere visti e apprezzati certi ammonimenti e certe restrizioni che la Chiesa pone ai suoi fedeli quando vengo­no a contatto con gli infedeli e con gli acattolici. Per trat­tare con questi ultimi è regola di condotta la posizione presa dal Vaticano II nel decreto sull'ecumenismo del 21-11-64, al n. 8: "La comunicazione in cose sacre non la si deve considerare come un mezzo da usarsi indiscrimi­nàtamente per il ristabilimento dell'unità dei cristiani. Questa comunicazione dipende soprattutto da due prin­cipi: dalla manifestazione dell'unità della Chiesa e dalla partecipazione ai mezzi della grazia... Circa il modo con­creto di agire, avuto riguardo a tutte le circostanze di tempo, di luogo, di persone decida prudentemente l'au­torità episcopale del luogo, seppure non sia altrimenti stabilito dalla Conferenza episcopale a norma dei propri statuti, o dalla Santa Sede".

 

Di. male in peggio

Si può anche perdere la Fede, e difatti la si perde at­traverso un processo peccaminoso che la rende sempre meno operante sino a farla perire. Ciò avviene non facen­do quello che invece bisognerebbe fare, per esempio non pregando, non istruendosi nella religione, non obbeden­do ai Comandamenti di Dio e ai precetti della Chiesa, non tenendo una condotta sinceramente cristiana: que­sti, e simili, sono peccati di omissione che coinvolgono prevalentemente l'intelligenza o la volontà.

E avviene la perdita della Fede facendo ciò che invece non si dovrebbe fare, cioé commettendo peccati diret­tamente opposti ad Essa, quali l'ateismo, il dubbio vo­lontario, l'eresia, lo scisma, l'apostasia; e questi si tocca­no talmente che dove è l'uno, prima o poi finiranno con l'esserci anche gli altri.

La colpa della scomparsa della Fede non ricade af­fatto su Dio, che non cessa mai di offrirla nonostante tut­te le ripulse, e nemmeno sulla Chiesa, che è infallibile nel definire le verità da credere e fornisce in abbondanza gli aiuti per metterle in pratica. Ricade soltanto su chi la perde: liberamente l'accettò, liberamente la esercitò per un certo tempo più o meno convinto, liberamente la ri­fiuta. Non si crede più perché non si vuole più. Il ritro­varsi ad un certo momento della vita senza Fede non è di­fetto dell'intelligenza, perché la retta ragione conduce sempre alla Fede e al mantenimento di Essa, ma è vizio della volontà, che si fa accecare dalle cattive passioni. La Fede è luce, ma la luce non serve a un cieco. E non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere.

Diceva Gaetano Negri (scrittore, uomo politico, ra­zionalista): "Se in pieno giorno anch'io vedessi con i miei occhi un miracolo, non crederei. Correrei a casa, mi cac­cerei nel letto, mi metterei il ghiaccio sul cervello, per­suasissimo di avere un febbrone".

Le dannose conseguenze di rimanere senza Fede non si fermano alla sfera spirituale, ma non poche volte inve­stono anche il corpo. Roberto Ardigò, già sacerdote, filo­sofo, poi ateo esaltato dagli atei, ostile a Dio, tentò il sui­cidio due volte: a ottant'anni e novantadue anni, dicendo disperatamente: "Che vale la vita?"

Purtroppo, nel mondo d'oggi sono in aumento quelli che perdono la Fede. Non si tratta più di singoli, ma di masse. Nove secoli fa Michele Cerulario, operando lo sci­sma tra la cristianità d'Oriente e quella d'Occidente, dis­se di rinunciare al Papa, ma non alla Chiesa. Quattro se­coli fa, Lutero ripudiò la Chiesa, ma non Cristo. Due se­coli fa, la Rivoluzione francese rinnegò Cristo, ma non Dio. In questo secolo il comunismo non crede più nean­che in Dio. Che cosa accadrà nel prossimo futuro? Acca­drà che gli uomini rinunziano all'Uomo? L'aborto non è già un rinunziare all'uomo, uccidendolo?

Se non si ritorna per tempo alla Fede, non si potran­no sperare tempi migliori per l'umanità. Comunque la Fede finirà sempre con il vincere: o con la Giustizia o con la Misericordia: con la Giustizia inchiodando i ribelli sul­la loro ostinazione nel male: con la Misericordia trasfor­mando i cattivi in buoni. Il vero cristiano deve impegna­re il suo sforzo per la rivincita della Fede, intervenendo con la preghiera presso Dio e con l'apostolato verso il prossimo.

 

Per un salto di qualità

Si può peccare contro la Fede in diversi tempi e mo­di: prima, durante e dopo il possesso di Essa, material­mente e formalmente, internamente ed esternamente, per omissione e commissione, per eccesso e per difetto, direttamente e indirettamente.

Nel tempo precedente il possesso della Fede .si collo­cano i non battezzati, che possono essere monoteisti (co­me gli ebrei e i maomettani), politeisti (come i buddisti, gli indù ecc.) e atei. Costoro sono tutti in colpa davanti alla Fede cristiana? Bisogna distinguere.

Alcuni, (per esempio i selvaggi), non hanno mai sen­tito parlare della Rivelazione o ne hanno un'idea appena accennata e non avvertono nemmeno l'utilità di infor­marsene. - Costoro non hanno colpa del loro stato e so­no giudicati degni o indegni dell'eterna salvezza in base alla osservanza della Legge Naturale, alla quale anch'es­si sono obbligati. Ricevono egualmente dal buon Dio le grazie necessarie per vivere onestamente e raggiungere il fine soprannaturale assegnato ad ogni uomo.

Altri, (per es. pagani, maomettani, ebrei), hanno co­nosciuto il Vangelo in misura sufficiente a stimolare in essi l'urgenza di più approfondite istruzioni sulla sua credibilità, ma hanno volontariamente trascurato di cer­carle. Questi hanno colpa proporzionatamente al modo con cui hanno sentito il dovere di informarsi e alla negli­genza con la quale se ne sono disinteressati. Tale colpa può essere anche grave. Non si ricusa a cuor leggero un Dono che vale l'eternità!

Altri, infine, hanno conosciuto il cristianesimo e ri­conosciuto pure l'obbligo di accettarlo, ma si rifiutano di acconsentire e si oppongono alla Fede riconosciuta, presa nella sua totalità, o a una sua verità ritenuta di Fe­de. Costoro commettono peccato per formale disprezzo della Parola di Dio, e quindi un peccato che, dopo l'odio contro Dio, è il più grave di tutti perché attenta più maliziosamente e più da vicino a Dio, offeso nella sua Veraci­tà. Suole essere chiamato: "infedeltà", o "incredulità" o "non-credenza". Non devono stupire perciò le severe pa­role di Gesù: "Chi non crede, sarà condannato" (Mc. 16,16) e "Chi non crede, è già giudicato" (Gv. 3,18).

La Chiesa sente tutto il peso della sua responsabilità per l'evangelizzazione dei non battezzati. In diversi Do­cumenti del Vaticano II ha dichiarato che non rigetta nulle di quanto è vero e buono nelle religioni non cristia­ne, anzi lo ritiene come una preparazione ad accogliere il Vangelo; ha dedicato belle attestazioni di stima e di ri­spetto all'Induismo, al Buddismo, ai Maomettani, agli Ebrei e anche ai Pagani, ma non per questo rallenta la sua attività missionaria protesa verso "ben due miliardi di uomini - e il loro numero cresce di giorno in giorno - (che) o non hanno ancora o hanno appena ascoltato il messaggio evangelico. Di essi alcuni seguono una delle grandi religioni, altri restano ancora estranei all'idea stessa di Dio, altri ne negano dichiaratamente l'esisten­za, anzi talvolta l'avversano" (Costituzione del 7-12-1965 del Vaticano II, n. 10). Non basta credere in una divinità qualunque, è necessario credere in Dio, nel vero Dio; non è sufficiente non essere contro Dio, occorre stare dalla parte di Dio: e tutto ciò al più presto, sinceramente.

 

Quale dubbio?

Con l'espressione "dubbio di fede" si indica la situa­zione di colui che non nega dichiaratamente una verità di Fede rivelata, ma nemmeno l'accetta, perché la considera incerta se non addirittura falsa, e tiene sospeso il proprio assenso. Si tratta quindi di un dubbio libero, vo­lontario, alimentato consapevolmente e chiuso ad una migliore conoscenza della questione. È il caso di chi, per esempio, dice di proposito: "Cristo forse non è presente nell'ostia consacrata, forse lo è".

Tale stato d'animo è decisamente contrario all'es­senza della Fede che, per quanto non sia evidente alla ra­gione umana per la sublimità dei suoi misteri, tuttavia poggia sull'indiscutibile motivo dell'autorità di Dio Ri­velatore e merita l'assenso certo e completo. Ora dubita­re volontariamente di Dio significa credere più a se stes­so che a Lui, anzi solo a se stesso, e mettere in forse la sua veracità e onorabilità. E questo è peccato, dovuto ad omissione di fede interna e tanto più grave quanto più al­to è la verità su Dio non accolta, anche se non respinta.

Esaminando Dio con la sola luce della ragione, l'uo­mo non può fare a meno di concludere che Dio è veritie­ro e credibile, anche se non sempre comprensibile, e che l'uomo deve credergli in tutto. Perciò chi vive nel dubbio di fede ha il dovere di sforzarsi di uscirne al più presto: "è men male l'agitarsi nel dubbio, che il riposar nell'er­rore" (A. Manzoni, Storia della colonna infame), anzi, peggio, nel peccato.

In quanto abbiamo detto finora non rientra l'altro ti­po di dubbio, che si può chiamare speculativo, ipotetico, accademico; quale può avere chi, supposta l'accettazio­ne del dogma, si domanda per esempio, perché mai Dio comandò ad Abramo di uccidere il proprio figlio (Gen. 22,2 ss.) o permise agli ebrei di involare i vasi preziosi degli egiziani (Es. 12,36). Interrogarsi con questo spirito non solo non è male, ma è un gran bene, perché non in­tende affatto rimettere in discussione, ma semplicemen­te chiarire e approfondire quello che già si crede e si ri­tiene giusto e certo, sulla Parola di Dio. È un contributo alla ricerca scientifica e alla personale presa di posizio­ne nelle dispute. Anche nella scienza sacra il dubbio è pa­dre del sapere.

Ancora diverso dal primo è un terzo tipo di dubbio non volontario e tanto meno ostinato, che non intacca nemmeno la certezza della persuasione. Può derivare da cause come queste: o dal pensare che la verità messa nell'incertezza non sia rivelata, o da una certa forza in­terna che diminuisce la libertà, o dal non capire come questo o quel dogma possa armonizzarsi con altre affer­mazioni della Rivelazione; ma sempre nel quadro di sin­cero, consenso a tutto il contenuto della Fede e con la di­chiarata intenzione di accogliere la Verità appena viene trovata. Ha un aspetto privato e pratico.

Dubbi di questo genere non sono per nulla colpe, an­zi possono essere segni di fervore cristiano proprio di chi vuol vivere una intensa vita di Fede. Però con il pas­sar del tempo potrebbe diventar colpa il trascurare di usare i mezzi necessari per vincere questi dubbi. Ondeg­giare è pericoloso e, dice san Giacomo (1,6), "chi dubita, somiglia all'onda del mare percossa e sbattuta dal vento". D'altra parte Dio si fa sempre trovare da chi lo cerca, e chi trova Lui trova la certezza.

La bella affermazione di S. Agostino: "Alimenta la tua Fede e i tuoi dubbi moriranno di fame!".

 

Il troppo e il troppo poco

Si manca contro la Fede quando si ritiene per verità di fede o si propone come tale ciò che non è rivelato da Dio né definito dalla Chiesa, e tanto più quando, per que­sta temeraria credulità, si finisce con il non accettare quello che invece è veramente rivelato e definito. In tal caso chi crede esageratamente non fa la necessaria di­stinzione tra quanto è vero e quanto è appena opinabile.

La stessa mancanza avviene se si dà eccessiva impor­tanza a proprie opinioni, per quanto devote, a rivelazioni private e ad atti di culto, che arrivano così ad essere in­debiti. Circa quest'ultimo caso, ecco che cosa accadeva nel recente passato in una chiesa italiana: a una statua della Madonna non si poteva alzare il velo che la copriva se prima non si fossero accese, esattamente, quattro can­dele; quando poi la statua era scoperta, tutti stavano in ginocchio, convinti di fare una profanazione se si fossero alzati. Una volta, perché i fedeli non uscissero di chiesa prima del momento permesso e perché genuflettessero tutti, come prescrive la liturgia, dinanzi al Santissimo solennemente esposto, non fu trovato di meglio che sco­prire inaspettatamente quella statua!!!

Un'altra esagerazione, non giustificata neanche quando è dovuta ad ignoranza, è una certa forma di su­perstizione, per la quale la preghiera viene presentata come una formula magica, il sacrificio come una strego­neria e il simbolo religioso come qualcosa di miracoloso. Eccone alcune espressioni: baciare il calice dopo la con­sacrazione nella Messa, digiunare il giorno di Natale, vedere un segno di disgrazia in un coltello e in un cuc­chiaio che si sovrappongono in forma di croce, temere il venerdì, perché in questo giorno avvenne la crocifissione di Gesù e sarebbero avvenute la morte di Abele, la decol­lazione del Battista, la uccisione degli Innocenti; fare ventiquattro copie di una preghiera a un Santo per spe­dirle ad amici non parenti in qualunque parte del mondo e attendersi una lieta sorpresa dopo nove giorni, invece aspettarsi un castigo divino se si ferma la catena non moltiplicando e non spedendo quella preghiera!!!

C'è superstizione anche in chi non ha Fede e si verifi­ca quando si attribuiscono poteri propri di Dio alle crea­ture attraverso forme quali la divinazione, la cartoman­zia, la spiegazione dei sogni, la cosiddetta lettura scienti­fica della mano, l'incontro con determinate persone in determinato abbigliamento, l'uso di oggetti portafortu­na, la credenza negli oroscopi.

Diceva bene il Gautier: "Lo spirito umano, anche quello più illuminato, ha sempre in sé un cantuccio buio dove si accoccolano le chimere della credulità e si anni­dano i pipistrelli della superstizione".

Anche il proverbio dice: "Il troppo e il troppo poco rompon la festa e il gioco", e questo vale anche per la Fe­de che vuole essere così semplice da partire da Dio e a Dio direttamente arrivare, e così equilibrata da evitare due possibili scogli: il credere troppo e il credere tanto che basti.

L'esperienza fa notare che chi non vuol credere a Dio finisce con il credere ai ciarlatani, chi reagisce alla Chiesa cede poi agli occultisti, chi nega il soprannaturale diventa infine ultraterreno. Proprio le persone meno o per nulla religiose sono le più credulone e le più super­stiziose, dimostrando così esse stesse come non si possa vivere senza credere in Qualcuno o in Qualcosa che sia al di sopra dei sensi.

 

Nessuna vergogna!

Si commette colpa contro la Fede quando, posseden­dola, la si nasconde o si evita di farne pubblica professio­ne nel timore di doverne arrossire dinanzi agli altri che la criticano. Esempi di questo comportamento sono: te­nere nascosto il distintivo della propria associazione re­ligiosa, astenersi dal mostrare la corona del rosario, non scoprirsi il capo dinanzi alla cosa sacra, accettare l'invi­to a sorbire un caffé per paura di dire che si voleva fare la Comunione, non difendere la Chiesa ingiustamente accusata, non farsi il segno di croce in momenti signifi­cativi, non disapprovare l'immoralità, e via di questo passo!

Chi _agisce così commette sciocchezza e tradimento, e con l'andar del tempo si rende schiavo.

È uno sciocco perché si fa prendere da una paura as­solutamente ingiustificata di persone che non meritano considerazione nelle cose spirituali per il fatto di essere ignoranti o incompetenti o nemiche della Religione, e perché si pasce dell'illusione di chiudere la bocca ai cri­ticoni mentre non fa che allargarla sempre di più. Vorrebbe piacere a Dio, ma senza dispiacere ai nemici di Lui! Perde la stima dei buoni e non acquista quella dei cattivi, anzi di questi si attira il disprezzo riservato ai vi­li.

È un traditore perché, mentre internamente sa di dover e poter reagire con tanti possibili mezzi in obbe­dienza al Signore e in armonia con la Chiesa, cede poi esternamente, e ipocritamente, non facendo l'opera reli­giosa che pur vorrebbe, e facendo invece l'opera contra­ria che non vorrebbe. Si dimostra anche sleale verso i propri compagni di Fede danneggiandoli.

È uno schiavo, perché vorrebbe fare o non fare un'azione, e intanto un altro lo costringe contro la sua volontà obbligandolo a vedere pericoli anche là dove non sono e ad agitarsi in crescente ansietà.

Ha tutta la ragione Gesù Cristo nel pronunciare la severa sentenza: "Chi si vergognerà di me e delle mie pa­role davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi" (Mc. 8,38).

Perché mai vergognarsi della propria Fede? Se la si crede falsa', non resta che rinnegarla apertamente e com­pletamente perché il praticarla sarebbe davvero una ver­gogna. Ma se la si crede vera, e la Religione di Cristo è l'unica vera, non c'è alcun motivo per arrossire nel pro­fessarla, come l'eroe non arrossisce delle medaglie con­seguite al valore, o il letterato della sua scienza. Giosué Borsi non esitò a sbottonarsi la giubba dinanzi agli uffi­ciali derisori per mostrare lo scapolare e la cordicella di san Francesco affermando: "Sono terziario francescano".

Il vergognarsi della propria Fede pare un difetto ti­pico dei cristiani. Non lo si riscontra infatti, o almeno non così diffusamente, tra i seguaci delle altre religioni i quali anzi - ad esempio, i musulmani - mostrano in fat­to di religiosità una ostentazione certamente criticabile. , Eppure proprio i cristiani dovrebbero essere in grado per la loro formazione spirituale di capire meglio e di ap­plicare alla loro professione di Fede ciò che Emile de Ge­rardin affermava in campo politico-militare: "Una ban­diera che si nasconde in tasca, non è più una bandiera, ma un fazzoletto".

 

Quando la scelta è sbagliata

Diventa eretico il battezzato quando, pur continuan­do a dirsi cristiano, nega o mette in dubbio, nel proprio interno e all'esterno, volontariamente e pertinacemente, una o più Verità nonostante che le sappia insegnate dalla Chiesa come divinamente rivelate.

Così facendo,- egli opera una scelta (in greco, eresia significa appunto scelta) nel campo della Rivelazione pretendendo accettarne alcune affermazioni e respinger­ne altre, come se fosse lui il giudice della verità. Dimo­stra inoltre di avere troppa sicurezza di se stesso elevan­do la propria ragione a misura delle cose, troppa fiducia nella mentalità del proprio tempo innalzata a criterio di norma, e troppa noncuranza del Magistero della Chiesa. Provoca infine una rottura nella comunità dei credenti e una lacerazione nella compagine del popolo di Dio.

Una tale condotta, poiché include la negazione dell'autorità di Dio che è il motivo della Fede e la nega­zione dell'autorità della Chiesa che è la garante della stessa Fede, non può essere che un peccato, e tra i più gravi, espressamente diretto contro la Fede, la quale di­ce di credere tutto quello che è stato rivelato sulla Parola dì Dio, che non può sbagliare, né far sbagliare quelli che credono in Lui. E difatti, come dimostra la storia delle eresie, chi nega questa o quella Verità,finisce poi con il negarle, più o meno apertamente, tutte, essendo la Rive­lazione un Deposito monolitico che si può soltanto o ac­cettare tutto o rifiutare tutto. Per esempio, Ario comin­ciò con il negare la divinità della Seconda Persona della SS.ma Trinità e poi finì con il rifiutare anche i Sacra­menti, la Divina Maternità della Madonna, la Chiesa stes­sa; e se fosse vissuto più a lungo, avrebbe ricusato dell'altro non meno importante.

E’ naturale che la Chiesa commini minacce, sentenze e pene a chi è, in mala fede, eretico. Essa ha sempre trionfato, anche se non subito, di tutte le eresie con la lu­ce della sua dottrina, mentre gli eretici di diversa estra­zione non hanno fatto altro che contraddirsi e demolirsi a vicenda.

Non le sono mancati nel corso dei secoli esempi di pronta e sicura obbedienza, come quello dell'arcivesco­vo di Cambrai, Fénelon, il quale, condannato da Papa In­nocenzo XII per il suo libro "Spiegazione delle massime dei Santi", fece costruire per l'esposizione del SS.mo Sa­cramento un grande ostensorio sostenuto da due angeli, uno dei quali preme con il piede la condannata "Spiega­zione delle massime dei Santi".

Sono in colpa coloro che senza giustificato motivo si espongono al pericolo dell'eresia ascoltando i discorsi degli eretici o leggendo libri che propagandano eresie. E quanti sono sinceramente fedeli, non debbono cedere ad un linguaggio errato. Chi dice infatti: "Il parroco ha somministrato il matrimonio agli sposi", rispolvera sen­za saperlo una sentenza sbagliata di Melchior Cano; chi afferma: "Quando non si è in stato di grazia, tutto ciò che si fa è peccato", è un Baio del nostro tempo; chi dice "Il tale non ha fede, ma è buono", cade nell'errore di stam­po pelagiano, non potendosi definire "buono" chi si nega all'ordine soprannaturale della Grazia, a cui Cristo ha sollevato tutta la vita morale.

Ai nostri giorni non si registrano eresie impostate come in passato, ma in larghi strati della popolazione cattolica appare tutta una situazione di fondo che è po­tenzialmente contraria alla limpidezza della Fede. Oc­corre ricordare che le eresie sono molteplici, ma la Veri­tà è una sola.

 

Una ferita da rimarginare

Lo scisma è la separazione a livello universale dall'unità della Chiesa fondata da Cristo, e quindi per principio rifiuto di obbedire al Papa non riconoscendone la suprema autorità e tanto meno l'infallibilità, e rifiuto di comunicare con i memhri della Chiesa soggetti al Pa­pa.

Lo scisma non è di per sé opposto alla Fede, anzi es­so la mantiene, e per questo si distingue dall'eresia e dal­la apostasia, ma in pratica suole finire contro la Fede perché prima o poi traligna nell'eresia più o meno sfac­ciata. Ad esempio, lo scisma occidentale del 1378-1418 fu una vera scissione di fatto per ribellione senza però ne­gare teoricamente l'autorità del Sommo Pontefice; inve­ce lo scisma delle Chiese dissidenti dell'Oriente è eresia in quanto nega anche di diritto il dogma della suprema­zia e infallibilità del Papa e tutti gli altri dogmi procla­mati dopo la separazione; altro esempio di questo secon­do tipo è lo scisma anglicano precipitato in gran parte nell'eresia calvinista.

"L'unità della Chiesa presuppone senza dubbio la Fede, ma essa consiste nella carità. L'eresia la distrugge fondamentalmente nella sua radice che è la Fede. Lo sci­sma la distrugge direttamente nel suo fiore che è la cari­tà" (Journet). Perciò lo scisma è peccato, più grave se congiunto all'eresia, e può verificarsi non solo in intere comunità, ma anche in singoli fedeli, anche senza aderi­re a una setta religiosa autonoma.

Affermando questo principio non si vuol negare la buona fede di tanti scismatici che oggi sono tali per mo­tivi indipendenti dalla loro volontà. Ben a proposito il Concilio Ecumenico Vaticano II ha parlato con rispetto delle Chiese scismatiche orientali (Decreto su "L'ecumenismo" del 21-11-1964, n. 14),e assai consolante è la Di­chiarazione comune di Paolo VI e di Atenagora I" del 7-12-1965 sulla riconciliazione tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa ortodossa.

Anche gli incontri tra cattolici e anglicani, fattisi più frequenti e più intensi in questi ultimi anni, aprono il cuore a sicure speranze di riunificazione e di maggior fervore di studio e di pratica religiosa.

Si scopre sempre più chiaramente che il patrimonio di fede accomunante i cattolici agli ortodossi e agli angli­cani è ancora maggiore di quello che unisce i cattolici a buona parte dei protestanti, con la quale c'è già in comu­ne la fede in Dio Uno e Trino, nella divinità di Cristo, nel Battesimo inteso come inserimento nel Corpo Mistico di Cristo, nella presenza di Cristo operante nell'Eucarestia, nella Scrittura ritenuta Parola di Dio.

Risuonano oggi con particolare vigore le accorate parole di San Paolo agli efesini (4,5-6): "Non c'è che un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Non esi­ste che un solo Dio e Padre di tutti, il quale è al di sopra di tutti, opera in tutti ed è in tutti". Più pensosi e più commossi ci lasciano dopo venti secoli di esperienza cri­stiana le parole con le quali Gesù, riferendosi ai suoi se­guaci nella preghiera a Dio, disse: "Siano tutti una cosa sola, come tu, Padre, sei in me e io in te, anch'essi siano una cosa sola in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv. 17,2).

L'augurio più cristiano dei nostri giorni è che si pla­chino le tensioni in qualunque modo scismatiche e si tor­ni nei limiti di quel sano pluralismo che ha certamente posto nella Chiesa ma si esercita semplicemente nelle co­se opinabili.

 

Il più triste abbandono

Apostata è colui che si stacca completamente dalla Fede, dopo averla ricevuta nel Battesimo e averla profes­sata per molti anni. A differenza dell'eretico, non rifiuta soltanto uno o qualche dogma, ma la Rivelazione nella sua totalità. Se manifesta in pubblico questo suo senti­mento, incorre nelle pene previste dalla legge della Chie­sa: se lo trattiene nel suo intimo, è apostata di fronte alla sua coscienza e davanti a Dio.

Egli non arriva ad una così radicale decisione tutto d'un colpo, ma dopo aver cominciato con l'indifferenza nelle cose della Fede e proseguito con una condotta mo­ralmente disordinata. Può arrivarvi attraverso vie diver­se: o passando ad una falsa religione, o perdendo ogni convincimento religioso, o negando direttamente Dio, o conservando una religione assolutamente naturale e quindi priva di ogni valore o riferimento al Soprannatu­rale. Nella maggior parte dei casi l'apostata si distingue per il fatto di negare l'esistenza di un Dio personale e la divinità di Gesù Cristo.

Una tale presa di posizione è di eccezionale gravità, essendo uno degli atti umani più carichi di conseguenze sulle vicende del tempo e sulla sorte dell'eternità, so­prattutto per l'ostentato disprezzo dell'autorità divina.

Renan scrisse nei suoi "Souvenirs" una definitiva di­chiarazione protestando di voler morire senza ritornare alla Fede e di ripudiare in anticipo l'eventuale confessio­ne che la vecchiaia gli avesse lasciato sfuggire, e giunse al punto di supplicare i familiari a non dargli retta qua­lora, nell'agonia, avesse espresso desiderio di riconci­liarsi con la Chiesa.

Lamennais, già celebrato a Roma come l'ultimo dei Padri della Chiesa, volle morire senza sacerdote ed esse­re sepolto in una fossa comune, senza croce.

Franceso Chabot era stato sacerdote francescano apostolo della città di Rodez e finì dissoluto, rivoluziona­rio e ghigliottinato.

Si adattano agli apostatì le severe parole di San Pie­tro che scrive nella sua seconda lettera (2,21-22): "Era meglio per loro che non avessero conosciuto la via della giustizia anziché, dopo averla conosciuta, rinnegare il santo comandamento che era stato loro trasmesso. È ac­caduto ad essi quel che dice così bene un proverbio: "Il cane è tornato a mangiare ciò ché aveva vomitato", e quest'altro proverbio: "La scrofa, lavata, torna a rivol­tarsi nel brago". Veramente "chi perde la Fede non può perdere di più" (Publio Siro, Sentenze).

L'apostasia è un peccato, il più grave contro la Fede, tale ritenuto sin dagli inizi del cristianesimo, quando, in­sieme con l'omicidio e l'adulterio, veniva punito con l'esclusione dalla comunità ecclesiale.

La defezione dalla Fede cattolica non libera dal vin­colo di sottomissione alla Chiesa contratto con il ricevi­mento del Battesimo, e pertanto gli apostati rimangono pur sempre dei battezzati, come i soldati che fuggono vi­gliaccamente dal campo di battaglia, non cessano per questo di essere soldati, ma diventano soldati disertori. La Chiesa ha le sue buone ragioni per infliggere sentenze e pene agli apostati, ma è sempre pronta ad accogliere chi l'abbandonò; ancor di più, ha beatificato un ex-­apostata, Antonio Ney, un frate passato nel 1450 all'isla­mismo e due mesi dopo ritornato alla Fede finendone martire, a Tripoli.

Sull'esempio di questo Beato, ogni battezzato deve far proprio per la professione di Fede il motto attribuito all'edera: "O aderisco, o muoio".

 

Fede e ragione

La ragione è certamente capace di grandi conquiste nel campo della conoscenza e di sicuri orientamenti nel­la scelta delle opere, ma, quando si trova ad esaminare Dio, tradisce tutti i suoi limiti, che non sono pochi. Non può infatti da sola scandagliare la divinità e tutte le me­raviglie che ad essa riconducono; più o meno diretta­mente. E’ come il sole che, mentre illumina e rivela la ter­ra, nasconde però il cielo. Non è il tutto dell'uomo, ma una parte, per questo rispettabile.

Se quindi vuol capire Dio o, meglio, qualcosa di Dio, non ha che da accettare la compagnia della Fede. Questa non le impedisce affatto di essere se stessa, di svolgere il proprio ruolo e di svilupparsi con il progredire del tempo e della storia, anzi la Fede aiuta la ragione ad essere esattamente quella che essa è, senza trionfalismi come senza avvilimenti, e, restando quella che è, ad esaltare le proprie capacità di scoperte e di successi. La luce non impedisce all'occhio di essere occhio, cioé di vedere, e nello stesso tempo ne fa più grande la forza visiva perché veda subito e meglio.

La Fede è la prima a volere che la ragione ragioni, per diritto e per dovere, anche quando si imbatte nel mi­stero e nel dogma, e in ogni credente. "Chi non vuol ra­gionare è un fanatico; chi non sa ragionare è uno sciocco; e chi non osa ragionare è uno schiavo" (Drummond). D'altra parte, a ragionar di propria testa ci si guadagna perché ordinariamente ci si persuade meglio con i moti­vi trovati da sé stessi che con quelli trovati dagli altri.

Il mistero è una verità superiore, ma non contraria alla ragione. Quando, per esempio, la Fede presenta l'Unità e Trinità di Dio, non dice che in Dio tre persone sono una persona sola e una natura sono tre nature, ma riferisce il numero uno a una realtà (la natura divina) e il numero tre ad un'altra realtà (le persone divine): Dio in­fatti è uno nella natura e trino nelle persone. - In ciò la ragione non trova nulla di assurdo, anzi ne trova un'im­magine in cento cose della natura: ad esempio, nello spa­zio che è sostanzialmente uno anche se costituito da tre termini di relazione, perfettamente distinti e indivisibil­mente uniti, cioé da lunghezza, larghezza e altezza. Si possono allora capire le parole, soltanto in apparenza paradossali, di Chesterton: "Tutto il segreto del mistici­smo, cioé della Fede è questo: l'uomo può capire tutto con l'aiuto di quello che non capisce. Il logico morboso vuol vedere chiaro in ogni cosa, con il bel risultato di rendere ogni cosa inesplicabile. Il mistico lascia qualco­sa nel mistero, e così gli diventa chiaro tutto il resto".

Il dogma è tutt'altro che la prigione del pensiero. Presentandolo, quale esso è, più come pista di lancio che come traguardo, la Fede spinge la ragione a dare il me­glio di se stessa contemplando ed esplorando la verità in esso definita. Ciò significa che la Fede rispetta la ragio­ne, la esige, la difende e nello stesso tempo la aiuta por­tandola necessariamente per il fatto stesso di impegnar­la nello studio della teologia, ad una assoluta probità di pensiero, come nell'ordine speculativo naturale così nell'ordine soprannaturale.

È stato il buon Dio a porre i limiti alla ragione e il lo­ro superamento nella Fede. E anche questo, come tutto quello che Dio fa, è giusto. Infatti l'uomo ammirerebbe poco le opere divine se le comprendesse, avrebbe una fe­de senza merito se con la sua ragione non trovasse nessu­na verità incomprensibile, non emetterebbe il più picco­lo atto di libertà se tutta la rivelazione brillasse della massima luce incantando l'intelligenza in modo da impe­dirle ogni possibile resistenza; d'altro lato, è ben natura­le che l'Onnipotente possa fare e faccia più di quello che noi possiamo arrivare a capire. Perciò accettare le rive­lazioni divine, anche se non si riesce a vederne l'eviden­za, è un atto eminentemente logico, degno di un essere provvisto di ragione.

S. Anselmo, Dottore della Chiesa, diceva: "L'intelli­genza esercita nella fede la sua ricerca", e aggiungeva: la Fede ha bisogno dell'intelletto, e terminava: "Io non cer­co di capire per credere, ma credo per capire".

Più perentoriamente S. Teresa d'Avila affermava: "Più non capisco, più credo".

Per tutti conclude San Tommaso nella sua concisa semplicità: "La Fede non è contro la ragione, ma sopra la ragione".

 

Fede e Chiesa

C'è intimo rapporto, tra Fede e Chiesa, di modo che non si può capire pienamente l'una senza l'altra. Anzitutto, la Chiesa suscita la Fede con la predicazio­ne della dottrina cristiana. Ne ha il diritto e il dovere per l'espressa missione conferitale dal suo Fondatore con le autorevoli parole: "Andate dunque e ammaestrate tutte le genti battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e del­lo Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quello che io vi ho comandato" (Mt, 28,19-20). Con questo adempimento la Chiesa accende la Fede nei non credenti disponendoli al Battesimo, e la nutre nei credenti incor­porandoli a Cristo con l'esercizio delle opere di carità, di pietà e di apostolato, soprattutto con l'azione liturgica, nella quale è preminente l'amministrazione dei Sacra­menti. Essa non può sbagliare nel compiere questo uffi­cio perché è assistita dallo Spirito Santo, secondo l'affer­mazione di Gesù agli Apostoli: "Mando a voi il Promesso dal Padre mio (Lc. 24,49), affinché resti con voi eternamente lo Spirito di verità" (Gv. 14,16-17). Egli vi insegne­rà tutte le verità" (Gv. 16,13). E nel generare e alimentare la Fede, la Chiesa si occupa e si preoccupa anche di di­fenderla nell'ordine dogmatico; morale, giuridico, disci­plinare e in tutto il resto, con uno zelo che è di ogni mi­nuto come di ogni luogo: non a caso essa è la più perse­guitata da quanti a qualsiasi livello combattono lo spiri­to religioso.

D'altra parte, la Fede posseduta testimonia l'apparte­nenza alla Chiesa. Per essa infatti il cristiano realizza le condizioni richieste per questa appartenenza, cioé il ri­cevimento del Battesimo, la professione di Fede, la par­tecipazione ai Sacramenti e l'obbedienza ai legittimi Pa­stori. Della Chiesa egli è nello stesso tempo suddito, fi­glio e membro, e come tale le obbedisce, l'ama e la so­stiene.

Pertanto non sono membri della Chiesa quelli che non hanno avuto il Battesimo (come gli infedeli, gli ebrei, i maomettani, gli idolatri ecc.), coloro che rifiuta­no qualche verità insegnata dalla Chiesa (gli eretici), quanti, dopo essere stati battezzati, hanno rinunciato a Cristo e alla sua religione (gli apostati), quelli che hanno perso il diritto di partecipare ai Sacramenti (gli scomu­nicati), coloro che ricusano di obbedire al Papa e ai Ve­scovi (gli scismatici). Tutti costoro non possono dire di avere la Fede che la Chiesa intende. Non possono avere Dio per Padre dal momento che non hanno la Chiesa per Madre.

Il Vaticano II ha ricordato "appoggiandosi alla Sa­cra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza, perché il solo Cristo, presente in mezzo a noi nel suo Corpo che è la Chiesa, è il Mediatore e la via della salvezza, ed Egli stesso, incul­cando espressamente la necessità della Fede e del Batte­simo, ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il Battesimo come per una porta. Perciò non possono salvarsi quegli uomini i quali, pur non ignorando che la Chiesa Cattolica è stata da Dio, per mezzo di Gesù Cristo, fondata come necessa­ria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare (Costituzione su "La Chiesa" del 21-11-1964, n, 14).

 

Fede e cultura

Intendiamo per cultura il complesso delle cognizio­ni nei veri campi del sapere (letterario, filosofico, artisti­co, storico, scientifico ecc.). È il prodotto della mentalità di un popolo e della sua posizione nella storia degli uo­mini e nella situazione geografica.

La Fede pertanto, nel suo nucleo originario, non può dirsi un fenomeno culturale, non essendo inventata o co­struita dall'iniziativa umana ed essendo invece rapporta­ta al Mistero come una dimensione interiore dello spiri­to che risponde alla chiamata di Dio. Tuttavia la Fede non è estranea alla cultura, in quanto ha bisogno di essa per esprimersi in concetti e in opere per l'adempimento della sua missione, sull'esempio di Gesù Cristo che volle essere pienamente uomo del suo tempo e della sua gente assumendone le varie forme culturali. Anzi la Fede con la sorprendente novità della Rivelazione eccita la cultu­ra ad allargare il suo orizzonte e a scrutare le sue profon­dità così che sapere umano e rivelazione divina si possa­no incontrare, come difatti si incontrano, in una medesi­ma conclusione accertata congiuntamente per le vie del­la natura e con la luce del soprannaturale. In questa con­clusione la cultura serve di manto alla Fede come - di­rebbe ancor oggi San Basilio - un fogliame che nell'al­bero circonda i frutti di ombra e di bellezza.

È stato riconosciuto da tanti dotti che c'è nel Cate­chismo più sapienza di quanta ne abbiano insegnata tutti i filosofi della terra. Alessandro Volta lo chiamava "la scienza delle scienze".

Venticinque anni fa, l'Istituto di Ricerche Scientifi­che di Cincinnati si apriva alla collaborazione di tutti gli uomini della scienza escludendone solo quelli che face­vano professione di ateismo, a proposito dei quali dice­va: "Non avendo saputo, per forza di ragione, persuader­si dell'esistenza di Dio, essi sono ritenuti, intellettual­mente, non sufficientemente attrezzati a portare a fondo un serio lavoro scientifico".

Quando il musicista Giuseppe Haydn, nel comporre, sentiva indebolirsi l'ispirazione o non riusciva a mettere in note quanto gli risuonava nell'animo, lasciava il clavi­cembalo per recitare il Rosario.

Morse, l'inventore del telegrafo, confidava ad un amico: "Quando facevo i miei esperimenti e mi trovavo imbarazzato non sapendo più come spingere in avanti le mie ricerche, io pregavo chiedendo a Dio di illuminarmi".

Il fisico Andrea Maria Ampère ha raccomandato nei suoi "Scritti": "Studia pure le cose di questo mondo: è il dovere del tuo stato; ma non guardarle che con un occhio solo; l'altro sia sempre fisso alla Luce eterna. - Ascolta pure i dotti, ma con un orecchio solo; l'altro sia sempre pronto a ricevere le dolci parole dell'Amico celeste. - Scrivi, ma con l'altra mano tieniti stretto alla veste della tua buona madre, la Chiesa Cattolica".

È tanto importante che la cultura di un popolo si ispiri alla Fede, perché sono le idee a condurre la vita e solo quando esse sono giuste, è possibile il vero bene. Al­lorché scoppiano le crisi di azione, è perché prima c'è stata crisi di pensiero.

Chi ha Fede può affrontare qualsiasi cultura, non per combatterla a tutti i costi, ma per coglierne e valoriz­zarne gli elementi positivi, mentre chi non ha Fede fini­sce per essere travolto dalle pesantezze negative che so­no immancabilmente presenti nella cultura d'ogni gente e d'ogni epoca.

 

Fede e arte

La Fede ispira l'arte presentandole personaggi, si­tuazioni, vicende, sentimenti. prospettive e sfumature ben degne di essere architettate, dipinte e scolpite con ogni migliore accorgimento tecnico; le dà anzi, con la forza e talvolta con la novità dei suoi temi, occasione di esprimere il meglio di se stessa. Ad esempio, dove trovare più mistero che nel simbolo della Santissima Trinità, più tenerezza che nel presepio, più ansia che nella fuga in Egitto, più tragedia che nella Crocifissione, più gloria che nella Resurrezione, più pace che nel sacramento del­la Confessione? Sono innumerevoli i prodotti dell'arte che esprimono pensieri e fatti di Fede, e non diminuisco­no.

Soprattutto la Fede assiste l'artista perché compia il suo lavoro con le migliori disposizioni d'anima: il Beato Angelico dipingeva in ginocchio e in silenzio le sue Ma­donne e non ritraeva un Crocifisso senza arrivare alla commozione; Michelangelo accettò la direzione della Fabbrica di San Pietro a patto che non gli venisse corri­sposto nessun compenso, volendo egli prestare la sua opera come un omaggio disinteressato a Dio; il Murillo al priore che gli domandava che cosa aspettasse per con­tinuare a dipingere il Gesù nel convento, rispose: "Aspet­to che questo Gesù venga a parlarmi".

Anche l'arte, a sua volta, rende un bel servizio alla Fede facendola sentire, anche ai non credenti, bella e go­dibile. Non poche volte essa è stata occasione e condizio­ne di conversione o di santificazione: il re Bogore di Bul­garia si convertì contemplando il quadro del Giudizio Universale, evento che prima, al sentirlo raccontare e leggere, l'aveva lasciato indifferente; e San Dositeo co­minciò il suo cammino verso la santità dall'ora in cui meditò sul Monte degli Ulivi le pene dell'Inferno ritratte in un dipinto orientale.

Quando c'è stata fioritura di Fede, l'ha accompagna­ta anche, come conseguenza, la fioritura dell'arte: si pensi al periodo storico che va dalla fine del Medio Evo all'esplosione del Rinascimento, periodo in cui l'arte può ben essere salutata come estasi del bello e del buo­no, come virtù.

Allorché invece c'è stato scadimento d'arte, un moti­vo di esso è stato lo scadimento della Fede. Vale per tutti i campi artistici ciò che il poeta tedesco Enrico Heine, contemplando la cattedrale di Colonia, diceva dell'archi­tettura: "Gli antichi potevano ben costruire opere come questa cattedrale perché avevano dei dogmi, mentre noi non abbiamo che opinioni, e con le opinioni non si co­struiscono le cattedrali".

Rinvigorendo dunque la Fede si rinvigorisce anche l'arte, della quale il Concilio Ecumenico Vaticano II ha ben a proposito ricordato "la relazione con l'infinita bel­lezza divina" e il fine di indirizzare religiosamente le menti degli uomini a Dio (cfr. Costituzione su "La sacra liturgia" del 4-12-1963, n. 122). E Paolo VI, parlando agli artisti, ha riconosciuto: "Esiste ancora, esiste anche in questo nostro mondo secolarizzato, e talvolta perfino guasto di profanazioni oscene e blasfeme, una capacità prodigiosa (ecco la meraviglia che andiamo cercando!) di esprimere, oltre l'umano autentico, il religioso, il divino, il cristiano" (23-6-1973).

 

Fede e società

La società è l'unione di individui che hanno scopi co­muni da conseguire e rapporti reciproci tra loro (economici, giuridici, morali, culturali ecc.) in particolari strut­ture gerarchiche. Non è fatta certo di membri che la pen­sino allo stesso modo o abbiano gli stessi interessi, anzi essa si caratterizza per la diversità di vedute dei suoi componenti, talora addirittura opposta, e nello stesso tempo per la necessità di arrivare in sincero accordo al mutuo vantaggio.

In tale forma di vita, così varia nelle situazioni e così complessa nell'intreccio,ecco che cosa dice la Fede con le autorevoli parole del Concilio Ecumenico Vaticano II, premesso che nessuna attività umana, neanche nelle co­se temporali, può essere sottratta al comando di Dio: "... Né pensi alcuno che i Religiosi con la loro consa­crazione diventino estranei agli uomini o inutili nella cit­tà terrestre. Poiché, anche se talora non assistono diret­tamente i loro contemporanei, li tengono tuttavia pre­senti in modo più profondo con la tenerezza di Cristo, e con essi collaborano spiritualmente" (Costituzione su "La Chiesa" del 21-11-1964, n. 46); ... I cristiani, in cammino verso la città celeste, de­vono ricercare e gustare le cose di lassù; questo tuttavia non diminuisce, ma anzi aumenta l'importanza del loro dovere di collaborare con tutti gli uomini per la costru­zione di un mondo più umano. E in verità il mistero della fede cristiana offre loro eccellenti stimoli e aiuti per as­solvere con maggiore impegno questo compito e special­mente per scoprire il pieno significato di quest'opera... L'uomo infatti quando... partecipa consapevolmente alla vita dei gruppi sociali, attua il disegno di Dio, manifesta­to all'inizio dei tempi... nello stesso tempo mette in pratica il grande comportamento di Cristo di prodigarsi al servizio dei fratelli" (Costituzione su "La Chiesa nel mondo contemporaneo" del 7-12-1965, n. 57);

"... I fedeli laici appartengono insieme al Popolo di Dio e alla società civile... Principale loro compito, siano essi uomini o donne, è la testimonianza a Cristo che de­vono rendere, con la vita e con la parola, nella famiglia, nel ceto sociale cui appartengono... affinché la fede di Cristo e la vita della Chiesa non siano già elementi estra­nei alla civiltà in cui vivono, ma comincino a penetrarla e a trasformarla. I laici si sentano uniti ai loro concitta­dini da sincero amore, rivelando con il loro comporta­mento quel vincolo assolutamente nuovo di unità e di so­lidarietà universale, che attingono dal mistero del Cri­sto" (Decreto su "L'attività missionaria della Chiesa" del 7-12-1965, n. 21);

"Il rispetto e l'amore devono estendersi pure a colo­ro che pensano o operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose... Occorre distingue­re tra errore, sempre da rifiutarsi, ed errante, che con­serva sempre la dignità di persona anche quando è mac­chiato da false e meno accurate nozioni religiose" (Costi­tuzione del 7-12-1965, n. 28).

La Fede dunque presta alla società rispetto, coope­razione, originalità di idee, valori nuovi, forza sopranna­turale, insomma massima utilità. Viene per servire, e non per essere servita, come ben dimostrano i migliori fedeli: san Bernardino da Siena, predicando il Nome di Gesù, mise in pace molte popolazioni; san Vincenzo de' Paoli procurò ingenti soccorsi a intere province devastate dalla guerra, dalla fame e dalla peste; san Giuseppe Cottolengo, con la Piccola Casa della Divina Provviden­za, curò innumerevoli malati di ogni categoria sociale, tanto da ricevere dalla società americana Montyon e Franklin il famoso diploma di "Benefattore dell'Umani­tà".

La società dal canto suo deve convincersi nel suo mi­gliore tornaconto di non poter fare a meno della Fede, anzi più l'accoglie più si avvantaggia venendone larga­mente aiutata nel cercare la difficile soluzione dei tanti problemi che attanagliano i numerosi gruppi sociali. Il propugnatore di un nuovo tipo di società, Lenin, confida­va nel corso dell'ultima malattia a un amico: "Io mi sono ingannato. Senza dubbio bisognava liberare una moltitu­dine di oppressi, ma il nostro metodo ha provocato altre oppressioni... Per salvare la nostra Russia ci volevano dieci Francesco d'Assisi. Dieci Francesco d'Assisi e noi avremmo veramente salvato la Russia!"

Se dopo venti secoli di cristianesimo la società non è ancora guarita dai suoi mali, è perché - diceva già il sommo storico Ludovico Antonio Muratori - "il mondo è zoppo e vuol camminare così. Giunge fino ad aborrire chi si mette a farlo camminare diritto..." Ma anche ai no­stri giorni l'esperienza dimostra chiaramente che vive meglio quella parte di società che vive secondo la Fede.

 

Fede e famiglia

La famiglia ha bisogno della Fede per resistere ai mali che la disgregano e per assolvere agli alti doveri ai quali è chiamata da Dio e dagli uomini. Sono mali l'in­comprensione delle diverse generazioni che la compon­gono, l'infedeltà coniugale, l'adulterio, l'aborto, il divor­zio, la sterilizzazione, la concezione pagana della vita, il disamore. Sono doveri il perfezionamento dei genitori, l'educazione dei figli, l'esercizio della professione, l'inse­rimento nella società, il contributo al miglioramento col­lettivo.

Pericoli e doveri maggiormente sofferti in questo momento storico che vede minacciato da corrosivo asse­dio il fondamento stesso della famiglia, cioé il matrimo­nio, sia in stato totalitario che ha minimizzato la fami­glia privandola del naturale diritto di educare la prole, sia in Stato democratico che l'ha scompigliata permet­tendole in nome di una malintesa libertà quello che inve­ce doveva essere proibito per il bene di tutti.

Pericoli e doveri, tuttavia, bene risolvibili se affron­tati nella luce e con la forza della Fede. Questa infatti dà il giusto insegnamento perché i coniugi riescano a convi­vere d'amore e d'accordo, i genitori sappiano educare, i figli imparino ad ubbidire, le differenti età possano col­laborare, gli inevitabili contrasti siano superati, la casa sia un nido.

E non solo insegnamento dà la Fede alla famiglia, ma anche aiuto offrendole in continuità e con efficacia l'assistenza della Divina Provvidenza, la ricchezza dei Sacramenti, l'intercessione dei Santi, l'esempio dei mi­gliori, la fondata speranza di ritrovarsi dopo morte in Dio.

Basta semplicemente guardarsi attorno per consta­tare che le famiglie più ordinate e più serene sono preci­samente quelle che hanno più Fede. In esse si vede me­glio riflesso il giusto ordinamento dei valori che devono reggere il consorzio umano: il padre raffigura Dio, la mamma simboleggia la Madonna, i fratelli ricordano l'universale fraternità, gli ordini richiamano i Comanda­menti, tutto in un contesto di pensieri e di azioni che fan­no pensare all'unica famiglia ideale della terra, a quella composta da Gesù, Maria e Giuseppe.

La madre che per trent'anni piange, pregando, sulla vita sciagurata del figlio fino a ottenere la conversione che lo porterà ad essere sacerdote, vescovo e santo; il pa­dre che si china sul suo bambino per baciarne il petto in segno di adorazione a Dio presente nell'anima di lui ap­pena battezzato; il marito che, prima di morire, deposita un fondo presso persona di fiducia perché questa mandi ogni Natale alla moglie di lui il pacco natalizio con il suo scritto attestante la sua fedeltà a lei finché viva; il figlio malato che chiede al padre miscredente di andare a po­sto suo in chiesa ad ascoltare le prediche di Quaresima e a ripetergliele, e così lo vede, come voleva, convertito e riappacificato in casa; la figlia che sfida il re per portarsi via la testa di suo padre martirizzato sono esempi storici delle meraviglie che la Fede sa suscitare nelle famiglie che la vivono.

Non ha esagerato il Concilio Ecumenico Vaticano II quando ha chiamatola famiglia "Chiesa domestica", i genitori "primi maestri della fede" dei loro figli, e ha af­fermato decisamente: "Le famiglie cristiane che in tutta la loro vita si mostrano coerenti con il Vangelo e mostra­no con l'esempio che cosa sia il matrimonio cristiano, of­frono al mondo una preziosissima testimoninza cristia­na, sempre e ovunque, ma in modo speciale nelle regioni in cui viene annunziato per la prima volta il Vangelo, op­pure la Chiesa si trova tuttora nei suoi inizi, o versa in grave pericolo" (Decreto su "L'apostolato dei laici" del 18-11-1965, n. 11).

Anzi, la santità è ben possibile nella famiglia. L'han­no raggiunta coniugi con pochi difetti da togliere, come Paolino da Nola e Teresia, Enrico II e Cunegonda; e sposi che hanno avuto il consorte del tutto opposto: Santa Mo­nica e la Beata Maria Taigi ebbero marito cattivo; Sant'Omobono e il Beato Colombini una moglie furiosa. Ancor meglio, Santa Rita ammansì e convertì il marito, e ne ebbe, il segno rivelatore nella rosa che fiorì miracolo­samente d'inverno, nell'orticello di casa.

La Chiesa, occupata e preoccupata come in nessun altro tempo della salvezza della famiglia, opera oggi a li­vello internazionale tramite un "Comitato per la Fami­glia" creato nel 1973 e composto in maggioranza di geni­tori, tra cui due coppie di coniugi.

 

Fede e politica

Non è mancato nella storia chi ha identificato Fede e politica. Lo sostenne, tra gli altri, la riforma protestante di Lutero che fece dei duchi altrettanti papi e costrinse i sudditi, con minaccia di morte, a seguire la religione del proprio duca, fino ad ammettere, per esempio, tanti Sa­cramenti quanti piacevano a lui. Anzi Lutero fece suo il motto. "I principi sono dèi, la massa è Satana". Sono chiari i danni di questa pretesa identificazione.

In realtà la Fede differisce nettamente dalla politica, ma non è totalmente separata da essa.

Differisce, perché viene da Dio e non dagli uomini, ha di mira soprattutto i beni soprannaturali ed eterni, non si immedesima con nessuna ideologia e nemmeno con il partito che nel nome e nel programma si richiami ad Essa, non presenta e non autorizza alcuna "politica cristiana" con soluzioni bell'e fatte di tecnica specifica.

E tuttavia la Fede non è separata dalla politica, per­ché non può ridursi ad un atteggiamento appena interio­re e privato, non può per sua natura rimanere indifferen­te a qualsiasi politica, anzi offre i sicuri principi di scelta nelle vicende temporali e le ragioni di giustizia e di cari­tà per eseguire un modo cristiano di organizzare e gover­nare.

Fede e politica non possono dunque ignorarsi, essen­do chiamate entrambe, ognuna nel suo ordine, a curare gli uomini. Possono e debbono incontrarsi per cooperare nell'unica realtà del mondo, con reciproca soddisfazio­ne, adempiendo il precetto di Gesù Cristo: "Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio" (Mt. 22,21).

La politica non ha nulla da temere da parte della Fe­de, neanche quando questa predica la rassegnazione sul­la terra e proietta la speranza in una ricompensa ultra­terrena, perché, proprio predicando questi valori veri e necessari, la Fede obbliga maggiormente i cristiani im­pegnandoli, secondo la vocazione di ciascuno, a lavorare e collaborare con tutti per la eliminazione delle ingiusti­zie sociali e per l'avvento di un benessere più sicuro. La politica non può ottenere che dalla Fede la buona morale di cui ha bisogno per essere essa stessa buona. La politi­ca può addirittura stimolare la Fede perché sia nella pra­tica tutto quello che deve essere, facendole vedere quan­to sia insufficiente una vita cristiana non inserita nel contesto sociale della vita che è oggi, più di ieri, vita con gli altri e per gli altri.

Chi possiede la Fede trova fondati in Essa il diritto e il dovere di agire politicamente; non può, pur disponen­do di quella libertà che è permessa nelle cose temporali non espressamente proibite dalla Fede, fare una scelta che contrasti con le esigenze di Essa, anzi ha il dovere di unire i propri sforzi a quelli degli altri che operano se­condo la sua stessa Fede, specialmente quando questa è insidiata. E ha in verità bisogno di farsi assistere dalla Fede perché "raramente in politica la scelta è fra il bene e il male, ma tra il male maggiore e il male minore" (Ma­chiavelli) e "nelle crisi politiche l'uomo onesto è imba­razzato non già a fare il suo dovere, ma a capire quale è" (De Bonald).

La Chiesa, attraverso il Concilio Ecumenico Vatica­no II, ha ribadito la non competenza dei Pastori in ordine ai problemi specifici della politica, la legittima autono­mia delle realtà terrene, e la positività del lavoro di chiunque promuove la comunità umana in ogni settore (Decreto su "L'attività missionaria della Chiesa" del 7-X­12-1965, nn. 43, 36, 44). In particolare ha precisato: "Co­loro che sono o possono diventare idonei per l'esercizio dell'arte politica così difficile ma insieme così nobile, si preparino e si preoccupino di esercitarla senza badare al proprio interesse e al vantaggio materiale. Agiscano con integrità e saggezza contro l'ingiustizia e l'oppressione, il dominio arbitrario e l'intolleranza di un solo uomo o di un solo partito politico; si prodighino con serietà ed equità al servizio di tutti, anzi con l'amore e la fortezza richiesti dalla vita politica..." (Decreto del 7-X-12-1965, n. 75), e "Sempre e dovunque, e con vera libertà, è suo (della Chiesa) diritto predicare la Fede e insegnare la sua dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la sua missio­ne tra gli uomini e dare il suo giudizio morale anche su cose che riguardano l'ordine politico, quando ciò sia ri­chiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla sal­vezza delle anime. E questo farà utilizzando tutti e soli quei mezzi che sono conformi al Vangelo e al bene di tut­ti, secondo la diversità dei tempi e delle situazioni" (De­creto del 7-X-12-1965, n. 76).

In forza dei suoi poteri e doveri la Chiesa ha condan­nato i molti aspetti negativi della politica dittatoriale, capitalistica e marxista, confutandoli con la luce della ragione e della Fede. Ha approvato la politica sinceramente e compiutamente democratica, confortata dal consenso di molti non cattolici. Il filosofo ebreo Henry Bergson ha detto: "Il sentimento e la filosofia della de­mocrazia hanno le radici più profonde nel Vangelo... La democrazia può vivere solo dell'ispirazione del Vangelo". E il ministro protestante inglese Stafford Cripps ha fissato un particolare molto interessante: "La democrazia non si regge se non si fonda sopra una vita di preghiera".

 

Fede e lavoro

La Fede presenta il lavoro come diritto e dovere, pe­na e piacere, onore e servizio; collaborazione con Dio creatore e con Cristo redentore, mezzo di sussistenza e palestra di virtù, padronanza dell'uomo sulle realtà ma­teriali non solo a livello scientifico-tecnico, ma anche e soprattutto a livello morale-spirituale.

Raffigura Dio stesso come Lavoratore immaginan­dolo nella sua azione: per esempio, pastore che si prende cura del gregge, vignaiuolo che si interessa alle proprie viti, vendemmiatore che pigia l'uva nel tino; e la Fede ha in Gesù Cristo Colui che è venuto al mondo in una fami­glia operaia, ha fatto il falegname per trent'anni, ha lavo­rato per vivere, ha frequentato gli operai della sua terra, ha illustrato il proprio insegnamento con paragoni tolti dal mondo del lavoro, ha scelto i suoi apostoli tra i pe­scatori del lago, e ha affermato: "Il Padre mio lavora fin dall'eternità, e anch'io lavoro" (Gv. 5,17).

La Fede insegna che dinanzi a Dio conta non la quali­tà del lavoro, ma l'intenzione per la quale si è lavorato, perciò una scopa usata rettamente vale più di una penna adoperata con poca o nessuna rettitudine. L'intenzione più alta è Dio stesso, e non esclude affatto il profitto eco­nomico al quale il lavoro tende direttamente. San Fran­cesco d'Assisi, richiesto dal fratello derisore di vendergli una goccia del suo sudore, gli rispose: "Il mio sudore l'ho già venduto al mio buon Dio, e a molto buon prezzo".

Lungo il corso dei secoli punteggiato dal susseguirsi delle varie forme di civiltà la Fede ha alimentato l'amore al lavoro e la sua pratica costantemente: quando, agli ini­zi del cristianesimo, esso era ritenuto una vergogna e gli operai erano bollati con l'epiteto di Cicerone "il fango della città": - quando ha indotto i monaci benedettini a disboscare e bonificare le terre abbandonate d'Europa, e ad appendere gli arnesi di lavoro come reliquie alle por­te delle chiese; - quando ha convinto principi e aristo­cratici a piegarsi al lavoro di fabbro, di contadino, di cuoco, di macellaio, di muratore: - quando ha ispirato le corporazioni d'arti e mestieri, che avevano ognuna in proprio il patrono, la chiesa, la via, la festa e che riusci­vano ad appianare le inevitabili discrepanze tra datori di lavoro e prestatori d'opera; - quando ha ammonito ric­chi e poveri con l'incisiva regola "Chi non vuol lavorare, neppure mangi" fissata da san Paolo (2 Tess. 3, 10), anch'egli operaio, un tessitore di stuoie, oltre che evan­gelizzatore.

C'è stato l'influsso della Fede sul lavoro anche là do­ve oggi, a prima vista, non se ne scorge neppure 1'apparenza. Valgano a ricordarlo due esempi: quello che ora si chiama sabato inglese o riposo del sabato o sabato prefe­stivo non fu altro, in origine, che il Sabato della Madon­na, in onore della quale si concedeva in quel giorno ai la­voratori un po' di riposo in preparazione a quello della domenica, e fin dal secolo decimo Va dedicato alla Ma­donna il sabato di ogni settimana; e, secondo esempio, quello che è oggi il primo maggio per i lavoratori, era già nella Firenze del medioevo, con il calendimaggio, festa cristiana del lavoro, esattamente il primo maggio.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha lumeggiato il tradizionale pensiero della Fede sul lavoro affermando, soprattutto nella Costituzione su "La Chiesa nel mondo contemporaneo", queste precisazioni: il lavoro non è tan­to una necessità quanto una vocazione alla costruzione di un mondo nuovo nel quale instaurare il regno di Dio: il lavoro realizza l'incontro tra l'uomo e la natura, nel quale questa è assoggettata dall'uomo che dimostra così il proprio impegno e la propria affermazione: il lavoro va visto nel suo carattere spiccatamente sociale, che può es­sere svolto a livello umano solo attraverso la cooperazio­ne tra gli uomini e nel rispetto della dignità di ogni per­sona.

Soltanto un limite la Fede pone al lavoro, quando cioé ordina di astenersene nei giorni espressamente ri­servati al culto del Signore, ossia la domenica e le feste comandate.

Una triste caratteristica del nostro tempo è la scar­sezza o addirittura la mancanza di Fede nel mondo del lavoro. Senza Fede, il lavoro perde la sua migliore dimensione riducendosi a caduco esercizio terreno, a mer­ce, a mero oggetto di profitto, a materia di scambio, a tentazione.di fare a meno di Dio, a campo di lotta, a delu­sione e, prima o poi, a impoverimento. Diceva il Curato d'Ars con l'intuito del santo: "Conosco due modi di di­ventar povero: Lavorare la domenica, e rubare le cose degli altri".

Più che in passato, il lavoro ha oggi bisogno di Fede. "Né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere" (I Cor. 3,7)... fa "crescere il fieno per gli ar­menti e l'erba al servizio dell'uomo perché tragga ali­mento dalla terra, il vino che allieta il cuore dell'uomo, l'olio che fa brillare il suo volto e il pane che sostiene il suo vigore" (Sal. 103, 14-15). Quel pane e quel vino, frutti di Dio creatore e dell'uomo lavoratore, che raggiungono il loro vertice di grandezza diventando nel sacramento dell'Eucarestia il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo.

 

Fede e preghiera

La preghiera ottiene la Fede a coloro per i quali è fatta. L'ateo ebreo Alfonso Ratisbonne promise per pura corte­sia alla pia fanciulla di accontentarla portando al collo la Medaglia Miracolosa e dicendo ogni giorno l'invoca­zione alla Madonna, e lo mantenne; e un bel giorno si converti al veder la Madonna della medaglia apparsagli nella chiesa di S. Andrea delle Fratte, in.Roma. - Il de­linquente Pranzini, mentre stava per essere posto sotto la ghigliottina, si liberò con forza dai carnefici, strappò di mano al sacerdote il Crocifisso, lo baciò devotamente tre volte meravigliando tutti, i quali sapevano quanto egli fosse stato ostinato sino all'ultimo nel rifiutare la Religione, mentre a Lisieux Teresina di quattordici anni pregava fervorosamente per la sua conversione chieden­dolo a Dio come primo figlio spirituale da salvare ad ogni costo.

La preghiera conduce alla Fede anche coloro per i quali non è fatta espressamente, tanta è la forza di sug­gestione per chi ad Essa non è completamente chiuso. Edoardo Gemelli ebbe uno dei primi impulsi alla conver­sione vedendo nella camerata dell'ospedale militare di Milano un soldatino, che era un fraticello, mettersi in gi­nocchio per dire le preghiere della sera, e subito dopo il proprio amico Necchi fare altrettanto. Joseph Cronin fe­ce risalire l'inizio della sua conversione al giorno in cui senti la preghiera cantata dai minatori del Galles sepolti nell'esplosione della miniera da cinque giorni, preghiera subito ripresa dalla folla che attendeva all'aperto.

La preghiera salva la Fede. Cesare De Bus ritornò al­la pratica cristiana, che lo condusse poi alla santità; sen­tendo una notte il canto dei salmi proveniente dal mona­stero delle Clarisse, davanti al quale passava dopo aver partecipato a un ballo equivoco. - Federico Ozanam ri­trovò la Fede vedendo il grande fisico Ampère recitare piamente il Rosario in un angolo della Chiesa, e metten­dosi a pregare con lui. Dirà poi: "Il Rosario di Ampère mi ha fatto più bene di tutti i libri letti e di tutte le prediche udite".

La preghiera incrementa la Fede essendo essa un continuato esercizio delle più belle virtù teologali, che sostengono il cristiano contro gli assalti delle difficoltà sempre risorgenti con il sole di ogni giorno.

Se però uno prega poco, si indebolisce sempre peg­gio nella Fede, e se non prega mai, la perde. Lutero nel 1512 per darsi tutto allo studio e alla polemica, cominciò a trascurare le pratiche di pietà religiosa; nel 1515 scris­se: "La mia preghiera si riduce a niente; raramente dico la Messa; per il Breviario, poi, a forza di insistere, ho fi­nalmente ottenuto la dispensa"; nel 1517 si mise a predi­care l'eresia e si ribellò al Papa.

In verità la preghiera è un atto così naturale che an­che gli atei, in certi momenti, lo fanno. Durante la tempe­sta in mare Volney recitò inginocchiato l'Ave Maria con tutti i viaggiatori, e a chi si meravigliava del suo ge­sto rispose: "Si può essere atei a casa propria, ma non in mezzo alla tempesta". Ma, perché sia accettabile, deve essere una preghiera sincera. Lo stesso S. Agostino ha confessato con amarezza che, prima di convertirsi, pre­gava con il timore di essere esaudito.

A sua volta, la Fede raggiunta ispira le preghiere più originali. Eccone una, in poesia, trovata manoscritta ad­dosso a un giovane artigliere americano caduto in Italia nel luglio 1944, in una battaglia tra tedeschi ed alleati; preghiera raccolta, tradotta e pubblicata da Tebaldo Pel­lizzari:

"Ascoltatemi, o Dio, io non vi ho mai parlato - ma oggi vi voglio salutare. Mi è stato detto che voi non esi­stete - e io, come uno sciocco, ci credetti. L'altra notte stando di sentinella accanto al mio pezzo, mi misi a guar­dare il vostro cielo. - Allora ho capito che mi avevano mentito. - Se mi fossi data la pena di guardare tutto quello che avete fatto, - avrei capito che non si può ne­gare la vostra esistenza. - Chissà se mi verrete incontro... In ogni modo io penso che mi intenderete. - Strano che io abbia dovuto venire in questo inferno della guerra - prima di aver avuto il tempo di conoscere il vo­stro volto. - Veramente, non ho molto da dirvi. - M_ a sono proprio felice di avervi incontrato questa sera, o mio Dio. - Vi amo, vi amo, tanto; questo voglio che lo sappiate. - Vedete? Ora ci sarà grossa battaglia. - Chissà? forse questa notte verrò da voi!"

La Fede posseduta impreziosisce le preghiere in qua­lità e in quantità. La migliore preghiera è quella in cui c'è più Fede. Più preghiere fanno coloro che hanno più Fede. Ecco un'indicazione di questa verità nelle seguenti cifre che l'agiografia registra tra i particolari più edifi­canti: san Luigi Gonzaga pregava almeno cinque ore al giorno; san Luigi IX, re di Francia, da sei a sette ore; san Gaetano da Thiene da sette a otto ore; sant'Edoardo, re d'Inghilterra, divideva le ventiquattro ore della giornata in tre parti eguali: otto ore a pregare, otto per regolare gli affari di governo, otto per tutti gli altri bisogni della vita; santa Rosa da Lima arrivava a pregare fino a dodici ore al giorno. S. Alfonso ha osservato: "I santi sono giun­ti a grande perfezione perché hanno pregato molto, sa­rebbero giunti a una santità maggiore se avessero prega­to di più".

Giustamente il Vaticano II ha raccomandato ai fedeli del nostro tempo "di avere per tutta la vita uno spirito di orazione sempre più attivo e perfetto, in rapporto alle grazie e ai bisogni di ciascuno". (Decreto su "Il ministero e la vita sacerdotale" del 7-12-1965, n. 5).

 

Fede e gioia

Ludovico Von Beethoven, nonostante i trionfi della sua musica in patria e all'estero, scrisse nelle sue note intime: "Oh, quando, o Dio potrò sentire la gioia nel Tempio della natura e degli uomini?" Egli era un creden­te, ma senza il senso del soprannaturale proprio di una Fede sincera e completa. Aveva scritto come motto in ci­ma al suo Diarió, in prospettiva puramente naturale: "Attraverso il dolore, verso la gioia".

Chi ha invece la Fede in estensione e in profondità, ha anche la gioia. Non perché sia privo di dolori, ma per­ché li allevia e li sublima con le ricchezze della sua abi­tuale unione con Dio. Ha un godimento spirituale, che però trabocca anche dai sensi.

La gioia di trovare la Fede! Il padre di Raissa Mari­tain diceva riferendosi alla sua conversione: "Sono dav­vero felice. E’ come se un grande peso fosse caduto dal mio cuore, una torre Eiffel". - La dottoressa americana Daphne Pochin Mould ha scritto: "In virtù della piena lu­ce oramai trovata, io stringevo gli occhi come un gufo abbagliato; mi sentivo come se, dopo aver camminato a lungo entro la semioscurità di un fitto bosco, fossi di colpo emersa in una radura inondata di sole, dove da princi­pio non riuscivo a distinguere nulla". - Il poeta danese Meerd Walcheren ha affermato nel suo Diario: "Quando cercavo la verità, mi pareva di correre in giro nello stret­to spazio di una cella carceraria, dove i muri crollano, le barriere cadono e finalmente si acquista la libertà. Ora invece mi sembra. di essere uscito da una plaga paludosa con l'aria asfissiante, da una oscurità permanente, e di salire verso un'alta montagna, magnifica e splendente".

Questa non è un'esaltazione fanatica, ma una con­vinzione, una naturalezza nuova, una spontaneità. È la gioia della scoperta fondamentale, della sorpresa assolu­tamente imprevista, del dono inaspettatamente ricevuto, dell'inesprimibile che non può intendere chi non lo pro­va.

La gioia di vivere con la Fede! L'instancabile predica­tore francescano san Leonardo da Porto Maurizio dice­va: "Ho 72 anni e non sono stato infelice neppure un'ora!" - Il mendicante San Benedetto Giuseppe Labre rispose all'allegro signore di Roma che gli aveva fatto l'elemosina chiamandolo poveraccio e triste: "Sappiate che io non sono affatto triste. Io sono l'uomo più felice della terra, perché mi abbandono tutto a Dio e sono pie­no della sua gioiosa presenza". - La dottoressa Marian­na Wilke, cieca, diceva: "Io non chiederò mai di riavere la vista. Sto bene. Ho dentro di me una luce più fulgida del sole!"

È la gioia della ricerca conclusa, dell'esperienza fat­ta, della maturità raggiunta, del merito assicurato, dello slancio verso vittorie più alte.

Infine, la gioia di morire per la Fede! S. Ignazio, ve­scovo di Antiochia, temendo che i cristiani di Roma gli ottenessero la liberazione, scrisse in una mirabile lette­ra: "... Io vado alla morte con gioia, purché voi non vi op­poniate. Permettetemi di servire di pasto ai leoni e alle tigri. Io sono il frumento di Dio, debbo essere macinato per divenire un pane, degno di essere offerto a Gesù Cri­sto... Io soffrirò tutto con gioia". - Il giovane missiona­rio Teofano Vénard, nei due mesi che passarono dalla sua condanna a morte all'esecuzione, cantava spesso nel­la gabbia. Cantò il Magnificat anche il giorno del suppli­zio, tanto che il magistrato glielo annunziò in questi ter­mini: "Dal momento che voi considerate la morte come la suprema felicità, sarete felice di apprendere che il re dell'Annam ha dato ordine di uccidervi". Per l'attesa cir­costanza il futuro martire aveva ordinato l'abito nuovo!

È la gioia del combattimento finito, del meritato ri­poso, del premio vicino, del possesso di Dio.

Anche i miscredenti riconoscono questa gioia tutta cristiana. Diceva Sully Prudhomme con accento di cuore a Francois Coppée: "Ah tu credi, Coppée; non potrai mai sapere quanto sei fortunato!"

La ammettono anche gli eretici. Dicono i protestanti ai cattolici: "Voi credete all'inferno e siete allegri; noi non ci crediamo e siamo tristi!"

E non può essere diversamente. La gioia della Fede è la stessa di Cristo, che disse a favore di quanti credono in Lui: "Dico queste cose mentre sono nel mondo, affin­ché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia" (Gv. 17,13); di Cristo che ha racchiuso nelle Beatitudini il segreto più nascosto e più prezioso della vera felicità, che è quella del Paradiso.

Questa autentica gioia godibile in terra non deve pe­rò far credere che basti aver Fede perché tutto vada co­modo nelle vicende dell'anima e del corpo. Se così fosse, sarebbe per il credente, a dir poco, una pericolosa tenta­zione, come intuiva l'esperto S. Ignazio di Loyola dicen­do: "Quando tutto va bene, sospetto che non vada tutto secondo la volontà di Dio". Ma a chi crede evangelica­mente la Fede ripete ciò che la Madonna di Lourdes dis­se a S. Bernadette Soubirous: "Non ti renderò felice in questo mondo!" Ma nell'altro, definitivo ed eterno, sì.

 

Fede e religione

Fede e religione sono termini spesso usati come si­nonimi; in realtà non hanno il medesimo significato. Ri­velarne la sfumatura che li distingue senza opporli è mo­tivo di arricchimento dottrinale e spirituale.

La religione designa il rapporto che unisce l'uomo a Dio o alla divinità, rapporto incentrato sul concetto della trascendenza di Dio e della dipendenza dell'uomo, ed espresso nell'esercizio del culto mediante il sentimento e la venerazione del Sacro. Essa è talmente radicata nella natura che si deve ben parlare di religione naturale, co­me affermava Tolstoi con le parole: "Un uomo può igno­rare che c'é una religione come può ignorare che ha un cuore. Ma senza la religione come senza il cuore l'uomo non può esistere". Questa religione naturale trova la sua compiutezza e la sua sublimazione nella religione so­prannaturale o rivelata, alla quale appunto la Fede si ri­ferisce essenzialmente.

La Fede viene ad essere quindi quella che eleva il rapporto tra Dio e l'uomo rafforzandolo e migliorandolo in un nuovo piano in cui esso non corre più il rischio di minimizzarsi in un vaporoso sentimento, ma diventa ri­sposta rispettosa e amorosa a ciò che Dio ha rivelato ne­cessario per la salvezza dell'uomo. Viene ad essere quel­la che integra la religione poiché ne fissa le fondamentali aspirazioni e ne realizza il contenuto.

Usando un paragone, si può dire che la religione è come la crisalide, che riesce appena a sollevare il capo verso Dio; e la Fede è come la farfalla dalle bianche ali, che spicca sicura il volo verso il cielo tuffandosi beata nella luce.

Diventando Fede, la religione non cessa di essere ta­le, anzi consegue in massimo grado il suo scopo in dina­mica continuità, tanto da doversi dire che la Fede è reli­gione compiuta.

La Fede dunque presuppone la religione, ma non è detto che la religione presupponga la fede o faccia riferi­mento ad essa. Difatti non ogni religione è fede, sebbene questa non possa prescindere da quella. Vi sono nel mon­do religioni alle quali non si può attribuire il carattere di fede, come nel caso dei bonzi shintoisti che aggiungono Gesù Cristo alle cinquemila divinità del pantheon giap­ponese, dimostrando così che una in più o una in meno per loro non fa problema!

Soltanto il cristianesimo è il tipo di rapporto perfet­to tra religione e fede. Non è semplicemente, come scris­se il non credente Benedetto Croce, "il maggior fatto spi­rituale della storia", ma è religione e Fede. Praticare la Fede cristiana significa esattamente esercitare la religio­ne così come questa deve essere esercitata.

Soltanto il cristianesimo dimostra sino all'evidenza quanto sia vero che religione e Fede vengono mirabil­mente incontro al naturale desiderio dell'uomo di stabi­lire un rapporto con Dio, perché esso dà il più sicuro fon­damento all'attività spirituale che impegna e tesoreggia i valori della vita, e dà contemporaneamente l'esperien­za vissuta del disegno di Dio operante o con la giustizia o con la misericordia, in tutti e in ognuno. Anche Napoleo­ne riconosceva: "Tra il cristianesimo e le altre religioni c'è una distanza infinita". Più energicamente il Manzoni afferma: "Dove ha regnato il cristianesimo, ogni altra re­ligione è diventata come impossibile".

 

Fede e peccato

Se ci sono due parole che stridono al solo avvicinar­le, sono queste che fanno da titolo al tema che stiamo per svolgere. È così bella, santa, grande la Fede che non la si vorrebbe neanche lontanamente macchiata dal peccato; eppure, purtroppo, lo è!

Alcuni peccati si oppongono formalmente alla Fede, in modo da disfarne le attitudini e il potere. Sono il dub­bio volontario, la negazione esterna della Fede, la dissi­mulazione della propria Fede, la simulazione di una fede falsa, la vergogna della propria Fede, la non credenza o infedeltà, l'eresia, lo scisma, l'apostasia: Quando arriva­no al peccato mortale, fanno perdere la Fede, perché ad essa direttamente contrari.

Ma anche ogni altro peccato ha su Questa un effetto negativo perché La indebolisce privandola della carità e impedendole di ricevere l'influsso della Grazia. Cesare Balbo ha confessato: "Ho dubitato dei dogmi della Fede tutte le volte che mi sono riconosciuto meno casto".

La Fede sopravvive nel peccatore nonostante il suo peccato mortale che non sia ad Essa esplicitamente op­posto, può dirsi anche vera, e difatti il peccatore merita ancora il nome di cristiano; ma non è per nulla viva, os­sia capace di quelle meraviglie che opera quando si ac­compagna alla Grazia di Dio presente nell'aníma. Essa rimane in chi ha peccato come richiamo alla conversione mediante il dolore delle proprie colpe e il proposito di non ripeterle. È inevitabile però che si finisca con il per­derla aumentando i peccati di numero e di gravità.

Ma la Fede non abbandona nessuno se prima non viene abbandonata. È pur sempre essa a liberare dai pec­cati e a dare la forza di diminuirli e anche di eliminarli.

Il convertito G. K. Chesterton ha scritto: "Quando la gen­te mi chiede: Perché vi siete unito alla Chiesa di Roma?, la mia prima risposta essenziale, anche se in parte in­completa, è: Per liberarmi dai miei peccati".

Chi ha Fede resiste al male morale, ne commette di meno e ne percepisce più intimamente la malizia. Rispo­se la regina Maria Teresa a chi le diceva di aver commes­so una mancanza appena leggera: "Questo peccato è ve­niale per Dio, ma è mortale per il mio cuore".

Naturalmente nessuno può incolpare la Fede di non essere riuscita in duemila anni a far scomparire il pecca­to dal mondo. Sarebbe come incolpare i medici di non es­sere riusciti a debellare la morte!

Ogni cristiano dovrebbe far propria l'intenzione di S. Teresina del Bambin Gesù che ha scritto nella sua "Storia di un'anima" (cap. 9): "Patisco volentieri speran­do di impedire o di riparare con le mie lacrime una sola colpa commessa contro la Fede".

 

Fede e folclore religioso

Si chiama folclore l'insieme delle tradizioni di un popolo espresse in usi, costumi, canti, danze, miti, leg­gende, creazioni artistiche e artigianali, fiabe, proverbi, dialetti, preghiere, indovinelli, giochi ecc. In tanta varie­tà e ricchezza di espressioni è ben presente anche la reli­gione, essendo essa parte essenziale della cultura, e per­tanto si parla giustamente di folclore religioso, detto an­che religiosità popolare o religione del popolo o pietà po­polare. Esso unisce e confonde sacro e profano, storico e fiabesco, amuleto ed ex-voto, razionale e ingenuo in un unico rito, che può essere un pellegrinaggio, una proces­sione, un'offerta, una benedizione, una festa patronale, un triduo, una novena e simili. Si esercita in circostanze particolari, quali possono essere la nascita, il matrimo­nio, la morte, la pioggia, la siccità, la carestia, l'abbon­danza ecc. Si svolge mediante cerimonie o parti di cerimonie che sono distinte dalle forme canoniche ufficiali e generalmente riconosciute.

Ecco, a titolo di esempio, due manifestazioni (scelte tra quelle meno stridenti tuttora perduranti in due re­gioni d'Italia). Prima che il vescovo salga in sella al caval­lo bianco per fare solenne ingresso nel capoluogo della diocesi, si stende sull'animale una gualdrappa di colore rosso; quando poi il vescovo scende dal cavallo, i giovani si lanciano (con pericolo del vescovo) alla conquista di quella gualdrappa che naturalmente finisce per la zuffa in brandelli, conservati poi da chi ha potuto afferrarli come ricordo, trofeo, talismano... L'altra manifestazio­ne: la mattina di Pasqua, sin dalle prime ore tre uomini vestiti da terrificanti diavoli scorazzano, chi qui chi là, per il paese compiendo, tra il serio e il faceto, abusi e so­prusi d'ogni genere per le vie e nelle case, pazientemente sopportati da tutti, pure dai danneggiati. Nel pomeriggio si ritrovano insieme, come riuniti da una forza superio­re, proprio nel punto in cui Gesù Risorto proveniente da uria Chiesa e la Madonna proveniente da un'altra chiesa, portati in processione, stanno per incontrarsi. Allora i diavoli si scagliano rabbiosamente contro l'Uno e contro 1'Altra per impedire il loro incontro, ma vengono ineso­rabilmente schiacciati nel momento in cui il Redentore e la Madre si incontrano e si abbracciano, mentre i fedeli cantano vittoria. Lo scontro dura almeno un quarto d'ora e registra puntualmente ogni anno battibecchi e fe­rite.

Questo folclore è contrario alla Fede? Indubbiamente esso comporta dei rischi: può limi­tarsi a puro fatto culturale senza aderire sinceramente alla Fede; provocare il sorgere di sette religiose che com­promettono la vera comunità ecclesiale; far credere che i Santi siano niente più che intercessori e i Sacramenti null'altro che surrogati del lavoro umano; dare l'idea di un Onnipotente lontano e inafferrabile con il quale si tratta solo con la mediazione degli spiriti; tramutarsi in superstizione e in magia per la pretesa di sacralizzare tutto.

Ma un tale folclore ha anche i suoi aspetti positivi: manifesta un desiderio e un sentimento di Dio quale i dotti di solito non conoscono; rivela un senso acuto degli attributi di Dio che i libri non sempre ispirano; genera atteggiamenti spirituali raramente riscontrabili allo stesso tono in altre situazioni; offre alla Fede elementi li­turgici di sicuro valore.

Eccetto quindi il caso di evidente inconciliabilità, non impossibile ma nemmeno frequente, non si parli di contrasto tra Fede e folclore religioso, ma di vicendevole sforzo per comprendersi e collaborare nel rendere omaggio all'Infinito nel migliore dei modi.

Il Vaticano II ha affermato: "La Chiesa procura che quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella men­te degli uomini o nei riti e culture dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezio­nato a gloria di Dio, confusione del demonio e felicità dell'uomo" (Costituzione del 21-11-1964 su "La Chiesa", n. 17); e "La Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella Liturgia, una rigida uniformità; anzi rispetta e fa­vorisce le qualità d'animo delle varie razze e dei vari po­poli. Tutto ciò poi che nei costumi dei popoli non è indis­solubilmente legato a superstizioni e ad errori, essa lo considera con benevolenza e, se possibile, lo conserva inalterato, e a volte lo ammette perfino nella Liturgia, purché possa armonizzarsi con il vero e autentico spirito liturgico" (Costituzione su "La sacra Liturgia" del 4-12­1963, n. 37).

Chi si sente superiore alle forme di folclore religio­so, come non ha obbligo di seguirle, così non ha motivo di disprezzarle. Dia piuttosto il suo contributo di istru­zione e di esempio perché esse siano private di quegli elementi che disdicono e potrebbero deformare il giusto concetto di Fede.

Nulla vieta di credere che il buon Dio gradisca l'omaggio che a Lui sale da queste forme quando Lo ado­rano, lodano, ringraziano e invocano.

Casa Mariana Maria SS. del Buon Consiglio 83040 FRIGENTO (AV)