PASSIONE DEL SIGNORE tratta dai Quaderni di Maria Valtarta Edizioni CEV
Quaderno nr 15
Venerdì
11 - 2 - 1944, ore 23,30.
Mi
si ripete più distintamente la visione delle prime ore di oggi. E Gesù mi dice
di descriverla.
Gesù,
in mezzo al gruppo dei suoi discepoli, si incammina per una viuzza sassosa
rischiarata da un poco di luna. Uno dei suoi ha anche seco una torcia per
illuminare meglio la strada. Giuda non c´è. Alla luce della torcia vedo che
Gesù è vestito di rosso pallido con manto rosso più cupo.
Il
gruppo, alla testa del quale è Gesù, che si appoggia a Giovanni come fosse
stanco, valica un torrentello poco ricco d´acque. Solo al centro vi è dell´acqua
che scorre gorgogliando fra i sassi. Il resto del greto, che non è più largo d´un
cinque o sei metri, è asciutto, ed i ciottoli del fondo biancheggiano al
lume di luna che fa d´argento l´acqua ridarella del torrente. Un rustico
ponticello è gettato su questo corso d´acqua e su quello passa il gruppo.
Oltre
ad esso prosegue per ancora qualche metro la viuzza, ma ai suoi margini già
sono ulivi ed erba. Poi cessa in un vero uliveto. Questo è fatto così: il suo
inizio è pianeggiante, con una specie di piazzola irregolare che fa come da
valletta erbosa contornata e sparsa di ulivi. Poi il suolo monta e scende a
scaglioni e a vallette che lo fanno parere un rustico anfiteatro. Gli
ulivi fanno la guardia, come sentinelle sparse sui naturali contrafforti di
questo luogo. Assomiglia molto ai nostri uliveti, che generalmente sono sempre
disseminati a scaglioni, sui pendii delle nostre colline.
Gesù
dice ai discepoli di attenderlo nella piazzola erbosa, ma poi chiama Pietro,
Giovanni e Giacomo come fosse pentito di inoltrarsi solo o temesse qualcosa; e
si inoltra con essi inerpicandosi per la prima balza.
Qui
giunto dice ai tre: "Attendetemi qui voi, mentre Io prego. Ma non dormite.
Potrei avere bisogno di voi. E, ve lo chiedo per carità, pregate. Il vostro
Maestro è molto accasciato nello spirito...". Calca molto sulla
parola "molto" e dice le ultime due frasi con tono di profonda
mestizia. Ha la voce come resa più profonda e afona da una pena interna. Una
voce stanca. E triste.
Pietro,
che ha preso la torcia da uno degli altri lasciati prima, risponde: "Sta´
tranquillo, Maestro. Vigileremo e pregheremo. Non hai che chiamarci che
verremo".
E
Gesù li lascia. Cammina volgendo loro le spalle. Sale lentamente a testa china
cercando il posto dove mettere i piedi al lume della luna che ora è più alta e
chiara.
Dopo
aver fatto qualche metro, gira intorno ad uno scaglione che sporge in avanti,
mettendo questo fra sé e i tre apostoli. Lo scaglione è alto, all´inizio,
pochi centimetri, mezzo metro circa, ma poi si alza rapidamente perché il
sentieruolo che ha preso Gesù scende invece e perciò il gradino del terreno si
fa subito più alto. Dopo pochi metri vi è un dislivello di qualche centimetro
più alto di Gesù. Lì vi è anche un masso che sembra essere stato collocato lì
o dalla natura stessa o dall´uomo per sorreggere la costicella.
Contro
questo si ferma Gesù. Ha quasi sotto ai suoi piedi la chioma argentea di un
ulivo del balzo sottostante, e sopra il capo ha i rami contorti di un ulivo
tutto curvo che si protende nel vuoto dal balzo soprastante il sasso. La luna
passa con tanti occhietti ed aghi di luce fra le fogliette che si muovono
continuamente ad un lieve vento.
Gesù
prega. Ritto in piedi contro il sasso, col volto levato al cielo e le braccia
aperte a croce. La sua preghiera è intensa. Lo odo sospirare e sussurrare le
parole con pressante anelito.
Poi
si volge appoggiando le spalle al macigno e guarda... Oltre le chiome spettinate
degli ulivi digradanti ai suoi piedi seguendo i dislivelli del luogo collinoso,
si vede Gerusalemme. Tutta bianca nel chiaro di luna. Tutta calma, all´apparenza,
tutta buona, tutta dormente. Gesù, con le braccia incrociate sul petto, la
guarda intensamente. Sospira con maggiore affanno.
Poi
si incammina di nuovo. Torna ai tre discepoli. Questi hanno acceso un focherello,
forse per sentire meno la frescura notturna, forse per resistere meglio al
sonno. Ma in realtà dormicchiano già. Le teste, specie quella di Pietro,
ciondolano sul petto.
"Dormite?
Non avete saputo vegliare un´ora sola? Ed Io ho tanto bisogno del vostro
conforto e della vostra preghiera!". I tre si scuotono e si sfregano gli
occhi. "Pregate e vigilate. Anche per voi ne avete bisogno". E li
lascia nuovamente tornando al suo posto.
Al
lume della luna, che gli batte in volto facendogli parere bianca anche la veste
mentre si dirige verso il sentiero, vedo che ha un volto stanchissimo. Un volto
martirizzato da un dolore interno. Sembra invecchiato. Lo sguardo non ha
fulgori. La bocca cade con piega triste.
Torna
al suo masso e si inginocchia con più intensa preghiera. Prega e medita. E nel
meditare si abbatte. Lo vedo sussultare, lo odo gemere. Lo vedo che porta le
mani congiunte oltre il capo e appoggia queste al masso e la fronte ai polsi e
sta così, supplicando. Quando alza il volto, la luna, ora a perpendicolo su di
Lui, mi fa vedere un volto lavato dal pianto.
Si
alza. Fa qualche passo avanti e indietro mormorando parole che non afferro,
sollevando gli occhi al cielo e le mani, riabbassando queste e quelli con
sconforto. Soffre. Piange. È agitato.
Torna
ai tre che dormono anche meglio di prima. Anche il fuocherello sonnecchia.
"Ma dunque? Dormite ancora? Pregate. La carne non vi vinca. Non vinca la
carne, in nessuno. Se lo spirito è pronto, la carne è debole. Aiutatemi".
I
tre si scusano. Lasciano le pose comode che avevano preso, cercano dei rametti,
e per farlo si alzano e si sgranchiscono, ravvivano il fuoco. La vampa mostra un
volto così torturato che avrebbe dovuto tener desto anche un moribondo. Ma i
tre hanno sonno...
Gesù
li guarda, scuote il capo. Torna via. Torna al suo masso.
Prega
da capo. Prima a mani levate e aperte a croce, poi in ginocchio come prima a
mani congiunte. Poi tace. Pensa. E deve soffrire atrocemente perché ora
singhiozza apertamente, accasciandosi sulle calcagna. E invoca il Padre... Con
tanto affanno. Sembra un bambino torturato che chiami l´unico che lo può
salvare.
Ma
si riprende e, dopo aver gemuto: "No, no. Troppo amaro è questo calice.
Padre, allontanalo dal tuo Figlio", si riprende e dice: "Però non
ascoltare la mia voce, Padre, se essa chiede cosa contraria alla tua volontà.
Non ricordarti che ti son Figlio, ma solo servo tuo. Non la mia, ma la tua
volontà sia fatta!".
E
dopo questa preghiera la marea di tutto il dolore del mondo si rovescia su Lui,
lo preme, lo schiaccia, lo abbatte. Materialmente è una povera cosa curvata al
suolo, col volto contro terra, sull´erba fresca, unica pietosa alla sua febbre:
sembra uno che muoia. Spiritualmente è un´anima torturata, un pensiero
esterrefatto, un cuore schiacciato dall´abbandono del Padre, dal suo rigore,
dalla cognizione della tortura che l´aspetta. Da tante, tante cose.
Sta
così lungamente. Quando una gran luce si mostra sul suo capo - non vedo altro
che una luce candidissima - Gesù alza il capo. La luce lunare e quella angelica
mi mostrano un viso rosso di sangue. Le lacrime fanno due righe bianche nella
maschera rossa. Anche le mani sono rosse, le braccia che Egli alza verso la
luce. Si leva il mantello rosso scuro e si asciuga con esso il volto, le mani,
il collo, le braccia. Ma il sudore sanguigno continua. Ogni poro ha la sua
goccia che si forma, cresce e cade. L´erba appare più scura là dove Egli ha
tenuto il volto, tinta come è di sangue.
Gesù
affanna come uno preso da malessere. Si pone seduto contro il masso. Si
appoggia. Si abbandona, col capo chino in avanti, le braccia stese ai lati del
corpo. La luce angelica è sopra di Lui. Poi scompare fondendosi al raggio
lunare.
Gesù
è da capo solo. Ma è più confortato. Si asciuga nuovamente, accuratamente,
volto e mani nel mantello, che ripiega poi, mettendolo contro il masso e
appoggiando su questo il capo e le mani in un´ultima preghiera.
Poi
si alza e si avvia verso i discepoli lasciando il mantello là dove è. La sua
tunica rosso pallido appare macchiata come fosse bagnata di un liquido scuro. Ma
il volto ha ripreso il suo aspetto maestoso per quanto sia immensamente triste e
pallido più del consueto.
I
tre, comodamente sdraiati, dormono, tutti avvolti nei loro mantelli, presso il
fuoco definitivamente morto.
Gesù
li scuote: "Alzatevi. Andiamo. Chi mi tradisce è vicino".
I
tre, confusi dal rimprovero e dal sonno, si alzano sbalorditi e si guardano
intorno. Non vi è che la luna e gli ulivi...
Ma
mentre si sbirciano a vicenda e sbirciano il Maestro, quasi a chiedersi e
chiedergli dove è chi tradisce, irrompono nella piazzuola, dove ormai sono
giunti anche Gesù e i tre, riunendosi agli altri otto, Giuda e una masnada di
brutti ceffi che del soldato non hanno nulla ma del delinquente molto.
Giuda
si accosta a Gesù, che lo guarda con uno dei suoi sguardi dominatori pieno di
quei lampi che per tutta la sera non gli ho visto. Giuda affronta quello
sguardo. Gli resiste - non so come faccia - e con un sorriso melato si fa
ancor più vicino e bacia il Maestro sulla gota destra.
"Amico,
che sei venuto a fare?". Giuda abbassa per un solo attimo il capo.
"Con un bacio mi tradisci?". Se nella prima frase vi è ancora un
rimprovero, un richiamo, un ultimo tentativo del Maestro e del Salvatore di
ricondurre Giuda al pentimento, nella seconda, davanti alla sua anima tetragona
ad ogni rimorso, non vi è che accorata constatazione del fatto.
La
turba viene avanti con funi e bastoni e cerca di catturare tutti, meno Giuda.
"Chi
cercate?" chiede Gesù con voce pacata.
"Gesù
Nazareno".
"Sono
Io". La voce è un tuono. La deve udire tutta la terra questa professione
del suo essere. Quei manigoldi piombano al suolo come fulminati.
"Chi
cercate, vi dico".
"Gesù
Nazareno".
"Ve
l´ho detto che son Io. Lasciate dunque questi altri. Io vengo. Riponete spade e
bastoni. Non sono un ladrone. Stavo sempre fra voi. Perché non m´avete preso
allora? Ma questa è la vostra ora e quella di Satana. Andiamo. E tu, guarisci. Nell´anima
per prima" e toccato l´orecchio fenduto lo risana.
L´ultimo
gesto che può fare con le mani, perché glie le legano con una fune atta a
legare dei buoi, non un uomo. Glie ne passano una anche alla vita, e una squadra
prende l´estremità di quella delle mani, l´altra di quella della vita.
I
dodici apostoli sono tutti fuggiti. Chi a destra e chi a sinistra. Gesù è solo
fra i suoi aguzzini.
E
comincia il cammino. Chi lo tira a destra e chi a sinistra, in modo che Egli è
sbatacchiato qua a là contro tronchi e muretti, e inciampa spesso.
Quando
sono al ponticello, un più forte strattone lo sbatte contro la ringhiera di
legno. La sua bocca urtata violentemente sanguina. Mentre si rialza, portando le
mani legate alla bocca per tergersi il sangue, dei manigoldi sono scesi sul
greto a far provvista di sassi, e le pietre volano contro Gesù. E dato che
colpiscono anche la scorta, si accende una zuffa, più o meno vera, la quale
finisce in bastonate vere sulle spalle e sul capo di Gesù. Le torce illuminano
la scena perché la luna è al tramonto.
Si
giunge, fra schiamazzi e sevizie, alla casa di Caifa, dove è interrogato da
Anna che attendeva. Nel cortile che è sul davanti della casa vi sono già molte
facce patibolari e dei sacerdoti.
Giovanni,
con Pietro riluttante, entra esso pure e si accosta al fuoco acceso in mezzo al
cortile, perché la notte si è fatta fredda e ventosa come per inizio di
temporale. Si capisce che, dopo essere fuggiti in un primo tempo, sono poi
tornati accodandosi alla turba schiamazzante.
Gesù
è condotto nell´aula, semicircolare, del Sinedrio. Degli scanni stanno nell´arco
di essa, e sulla parete retta vi sono quelli più pomposi del Sommo Sacerdote e
delle cariche più importanti. Al centro uno spazio vuoto, nel quale viene
condotto Gesù per essere interrogato dalla muta astiosa e accusato dai falsi
testimoni.
Gesù
tace. Guarda e tace. È mite, innocuo, paziente. Sta ritto nella sua veste
maculata dal sudore sanguigno, ormai asciugato e che la fa appena più scura. Ha
già due o tre lividure sulle mani e sul viso, frutto delle sassate e bastonate,
e sulla fronte una riga di sangue scende da una ferita che par fatta da una
pietra tagliente. La bocca ha il labbro lievemente enfiato. Ma è ancora tanto
bello, tanto Dio. .
Alla
supplica del Sacerdote: "Io ti scongiuro per il Dio vivo di dire se sei il
Cristo Figlio di Dio", Gesù risponde: "Tu l´hai detto. Io lo sono. D´ora
innanzi vedrete il Figliuol dell´uomo seduto alla destra della potenza di Dio
venire sulle nubi del cielo. Del resto, a che mi interroghi? Ho parlato in
pubblico per tre anni. Nulla ho detto d´occulto. Interroga quelli che m´hanno
udito. Essi ti diranno che ho loro detto e fatto".
Una
delle guardie gli dà un manrovescio che lo fa traballare colpendolo proprio
sulla bocca enfiata e dicendo: "Così rispondi, o satana, al Sommo
Sacerdote?".
Gesù
lo guarda con pietà e risponde: "Se ho parlato male dimmi in che ho
errato, se ho detto bene perché mi percuoti?".
Ma
quello schiaffo è il segnale della sarabanda di lazzi e percosse.
Mentre
i sinedristi proclamano che non vi è bisogno d´altro per condannarlo, le
guardie e altri brutti ceffi bendano Gesù e a turno lo percuotono e urtano
dicendo: "Gran profeta, di´ chi t´ha percosso".
Ormai
l´alba è venuta ed entra nella sala facendo più lividi i volti dei sinedristi
e più cereo il volto di Gesù, su cui le percosse fanno segni violacei.
Il
Sinedrio prende le ultime decisioni e Gesù è condotto fuori. Mentre cammina
sotto il portico che costeggia la sala, alto sul cortile di tre scalini, Gesù
si volge a guardare Pietro che è rimasto solo. Giovanni non c´è più. Uno
sguardo di così accorato dolore che mi squarcia il cuore già squarciato dall´agonia
del Getsemani. Il canto del gallo fende la pura aria del primo mattino come uno
squillo di luce. Pietro china il capo e barcollando esce.
Anche
Gesù esce. In mezzo alla sua turba di carnefici vociferanti. E si riprende il
cammino fra sassate, bastonate, contumelie e immondezze lanciate su Gesù. La
folla, che si avvia ai mercati, si unisce al corteo e ingrossa di metro in
metro. La voce si propala e tutta Gerusalemme si precipita a vedere lo
spettacolo. Le guardie romane escono a respingere la folla che si riversa contro
il Pretorio e prendono in consegna Gesù.
Pilato
lo interroga e non trovando in Gesù materia di condanna è disposto a
rilasciarlo. Ma i Giudei, dal di fuori del Pretorio, imprecano e tumultuano.
Allora Pilato, udito che Gesù è nazareno, lo manda da Erode dalla cui
giurisdizione dipende la Galilea.
Altro
cammino per le vie sempre più tumultuanti, e sempre maggiori percosse e
bestemmie e sputi e immondezze.
Erode,
una grinta da galera, lo interroga promettendogli salva la vita se fa in sua
presenza qualche prodigio. Ma Gesù tace mentre scribi e sacerdoti lo accusano.
Allora Erode lo fa rivestire di una sopratunica bianca e, dopo averlo deriso, lo
rimanda a Pilato.
Io
credo che nelle case di Gerusalemme non erano rimasti che i morti e gli
agonizzanti. Tutto il resto, meno i bambini piccini, è fuori ad imprecare
contro Gesù.
Pilato,
molto seccato, torna ad interrogare Gesù. Ma per quanto non voglia scontentare
il Sinedrio e sollevare la plebe, un resto di giustizia gli vieta di giudicare
colpevole Gesù. Allora viene ad una via di mezzo. Decide di farlo flagellare e
di liberarlo. E lo dice.
Ma
la folla urla: "Libera Barabba e condanna il Nazareno". È una vera
sedizione.
Pilato
dà ordine ai soldati di portare Gesù ai flagelli. Lo vedo condurre in un
cortile interno, lastricato di marmo variopinto e circondato di portici. Al
centro vi è una colonna molto più alta di un uomo, dalla quale sporge un
braccio di ferro con un anello pendente.
Gesù
viene fatto spogliare. Si leva la sopratunica di Erode, la veste rossa, una
tunichella che aveva sotto la veste, e resta con quelle corte brache che ho già
visto al Battesimo e i sandali. Poi va, mite, presso la colonna. Gli legano le
mani, che avevano dovuto slegare per farlo svestire, e passano il capo della
fune nell´anello. Un soldato monta su uno sgabello per fare ciò. La fune è
tirata in modo che Gesù sia appoggiato appena sulle punte dei piedi con le
braccia alzate sul capo, ed è tanto alto che le mani quasi toccano l´anello.
La corda viene assicurata e comincia la flagellazione.
Un
carnefice davanti ed uno di dietro - non sono soldati della coorte, ma due
brutti ceffi di tipo orientale certo assoldati dal Preside per fare da boia -
alzano ed abbassano lo strumento di tortura fatto come uno staffile a più corde
di cuoio, annodate e armate all´apice di una specie di martelletto di ferro o
piombo. Alternativamente un colpo dato dal boia che sta davanti a Gesù, e che
colpisce il petto e il fianco sinistro, e un colpo dato dal boia che sta dietro
a Gesù, e che colpisce il dorso e il fianco destro. È una ruota di colpi. Le
cinghie fischiano per aria, i flagelli suonano sul corpo del Redentore, la pelle
si solleva in vesciche bluastre e, siccome i colpi proseguono a cadere dove già´
sono caduti, esse si aprono e spiccia sangue.
Se
Gesù non fosse sospeso cadrebbe certo, ma non può cadere perché è tenuto
dalla fune. Però pende come semisvenuto, col capo in avanti, di modo che
qualche colpo lo percuote anche sulla testa. Non sul volto: sulla testa.
Quando
sono stanchi si fermano. Il corpo di Gesù è tutto zebrato di lividi e rigato
di sangue. Molti lividi, aperti, sono piaghe che scoprono la carne viva.
Quando
lo slegano si accascia al suolo come morto. Lo lasciano là qualche tempo
dandogli dentro per dentro dei colpi col piede calzato dei sandali militari
(calighe). Poi, vedendo che non si muove, un soldato lo tira su, seduto contro
la colonna, e gli butta addosso un secchio d´acqua gelata, presa alla fontana
che sta sotto al portico.
Gesù
sospira profondamente e fa per alzarsi. Ma non ci riesce. Allora per... ristoro
un soldato, con l´asta della lancia, gli dà una bastonata sul viso e lo
colpisce fra lo zigomo destro e il naso. Gesù gira gli occhi, lo guarda e,
puntando le mani al suolo, si alza.
Gli
ordinano di rivestirsi. Ma mentre Egli curva il suo corpo straziato per
raccogliere le vesti - e lo fa a fatica, barcollando e piegandosi malamente - un
soldato dà un calcio alle vesti e le butta più là. Gesù va dove sono andate
e si ricurva. Altro calcio d´altro soldato. E così via, facendolo girare più
e più volte per il cortile fra lazzi osceni. Ogni volta che il Salvatore si
piega, altre vesciche sanguigne si aprono, o si riaprono le già aperte, e nuovo
sangue cola.
Finalmente
lo lasciano rivestire. E Gesù indossa la tunica, la veste e la veste bianca di
Erode sopra questa, come per nascondere meglio le macchie lasciate dal sudore
sanguigno o per ripararsi dal freddo, perché ha dei brividi che lo scuotono
tutto. Gli legano di nuovo le mani.
Ma
Pilato mangia e i soldati non sanno cosa fare. Nell´attesa, dato che uno di
essi dice che la folla insulta il falso re dei Giudei, "Quel re lì!...",
pensano di incoronarlo. Qualche soldato esce verso un cortile più interno e
torna con un fascio di rami spinosi. Mi sembrano di biancospino selvatico.
Levano con la daga tutte le foglie e i ciuffetti di fiori, piegano a serto i
rami e li calcano sulla testa del Redentore.
La
prima volta è troppo larga la corona e cade sul collo; la sfilano, e così
rigano le guance e arrischiano di accecarlo. La seconda è troppo stretta e, per
quanto pigino, non sta sul capo. Via una seconda volta, strappando insieme molti
capelli che si erano aggrovigliati alle spine. Finalmente va bene. Bene la
misura, si intende, perché per il mio Gesù non deve andare per nulla bene. Una
spina penetra proprio sulla tempia sinistra e tre riunite forano la fronte sopra
il naso, ma verso i capelli.
Poi
i soldati prendono un pezzo di stoffa rossa, vecchia, brandello del mantello di
qualche centurione, e glie lo mettono sulle spalle, e rotta una canna, dopo
averlo percosso sulla testa con la stessa come per una investitura da burla,
glie la mettono fra le mani legate, e lo fanno sedere su uno sgabello
contro la colonna e lo sbeffeggiano in mille modi.
Mi
sono dimenticata di dire che, quando Gesù si curvava per riprendere le vesti, m´è
parso vedergli alla vita una cinghia di cuoio o di crine, come un cilicio. Non
sono sicura, perché sporgeva appena, nel curvarsi, dalle brache.
Gesù
non parla mai. Tace e lascia fare. Guarda soltanto, e con uno sguardo che non
posso sopportare senza piangere, i suoi torturatori.
Viene
un graduato e ordina che Gesù sia condotto al cospetto di Pilato.
Questo si trova in una sala aperta sul davanti come un portico.
È
sopraelevata sulla via. Al centro vi è la sedia curule.
Nella
via, piena di un sole afoso che viene giù a perpendicolo da un cielo corso da
nubi all´orizzonte, la folla tumultua. In prima fila i farisei e gli scribi.
Pilato
presenta Gesù alla folla: "Ecco l´Uomo. Il vostro re. Non basta
ancora?".
"Barabba,
Barabba. Libera Barabba. Uccidi costui. Non abbiamo altro re che Cesare".
Pilato
alza le spalle mormorando fra i denti: "Ipocriti!", poi si volge a Gesù:
"Lo senti? Che ti devo fare?"
"Quello
che ti dice la coscienza".
Pilato
pensa, tentenna. Vorrebbe liberare Gesù. Ma i sacerdoti gli fanno giungere il
loro grido: "Se liberi costui non sei amico di Cesare".
La
paura del domani vince Pilato. Si lava le mani dicendo: "Io sono netto del
sangue di questo giusto. Voi lo volete sparso".
"Ricada
su noi e sui nostri figli, ma sia crocifisso".
Pilato
chiama il centurione e uno schiavo. Da questi si fa portare una tavola su cui
appoggia un cartello e vi fa scrivere dallo schiavo: "Gesù Nazareno, Re
dei Giudei". Al centurione dà ordine di prendere parte della coorte e di
andare al Calvario con Gesù e due ladroni, già condannati alla crocifissione.
Poi Pilato se ne va.
Il
corteo si forma. Prima un gruppo di soldati a cavallo col centurione davanti.
Poi Gesù, e dietro i due ladri.
Non
so capire come fanno a dire che la croce fu composta sul Calvario. Come
avrebbero potuto fare a renderla solida là, se non fosse già ben fabbricata?
È una pesante croce, molto più alta di Gesù, e ben connessa nei suoi bracci.
Slegano
a Gesù le mani e gli dicono di prenderla. Prima gli passano al collo - e la
fune urta la corona e aumenta il tormento - il cartello con la scritta. Poi gli
fanno prendere la croce. Questa sobbalza nello scendere gli scalini del
Pretorio, sobbalza sulle pietre e le buche della via; ed ogni
sobbalzo è una tortura per la spalla di Gesù,
per la sua testa, perché la croce ondeggia e urta la corona. Non mancano le
sassate e anche qualche bastonata, nonostante i soldati a piedi cerchino di
proteggere Gesù.
Gesù
suda sotto il sole cocente della giornata temporalesca, la polvere si appiccica
al volto già maculato di sangue, tumefatto, stravolto. Oh! non è più il mio
Gesù! È un agonizzante dalla maschera tragica. È irriconoscibile! Procede
curvo sotto il peso, barcollante, ansante. Sento l´ansito del suo petto
contuso.
Si
ripassa un torrentello su un altro ponte, ed il greto serve a rifornire di sassi
i crudeli. Si giunge a quella porta che ho visto nella visione della disputa e
si inizia la salita del monticiattolo nudo che ho visto allora. È il Calvario.
Qui,
sulle pietre ancor più sconnesse, la fatica di Gesù aumenta, anche per la
salita. Cade una prima volta inciampando in una pietra sporgente. Cade col
ginocchio destro e si sorregge con la mano sinistra. Si rialza. Anche il
cartello è ostacolo nel vedere dove mette i piedi col suo ballonzolare avanti.
Procede.
Sempre più curvo e ansante. Ricade. Questa volta inciampa anche nella veste e
si inginocchia con tutti e due i ginocchi. Anche la croce gli sfugge di mano e
la deve rialzare e mettersela sulla spalla. La veste a destra, dove la croce
appoggia, è tutta bagnata di sangue e sudore. Sotto deve essere tutta una
piaga.
Si
riprende il cammino, con sempre maggiore fatica. Gesù va lentamente nonostante
le piattonate dei soldati per farlo andare più rapido. Il centurione si volta
e, mosso a pietà, ordina una sosta di qualche momento. Ma la plebe inveisce.
Si
torna ad andare. Dopo un dieci metri circa, Gesù stramazza, non per avere
inciampato - perché nella sosta si è rialzata la tunica - ma per sincope, e
cade per quanto è lungo, battendo il suo santo volto sulle pietre, e resta
nella polvere con la croce addosso.
La
strada ormai si fa tanto ripida che non so come potrà salire ancora Gesù.
Anche i soldati parlano fra di loro e vanno a riferire al centurione.
La
visione mi si cristallizza qui. Per ora non ho visto il cireneo, le pie donne,
la Madre. Nulla più di quanto ho scritto e compreso. Ma questo non lo dico per
due motivi. Il primo è che ne parlerà Gesù. Il secondo è che sono... anche
io come Lui, con un cuore che fa paura. Mi sento morire (sono le 3 del 12-2).
QUADERNO
N° 16
18‑2‑44.
Mi
ritrovo sulla via del Calvario, là dove Gesù è caduto. Al punto dove è
finita l’altra contemplazione di venerdì 11. Sono le 11 di oggi. Credo perciò
d’essere nell’ora giusta del cammino di Gesù verso la vetta del Golgota.
Gesù
è ancora steso sotto la sua croce col volto nella polvere. I soldati parlano
col Centurione. Questo decide di fare svoltare il corteo
per una via più stretta, non
selciata, che sembra girare il monte dall’altro lato, forse per rendere meno
aspra la salita. È una strada formata dal piede dell’uomo più che dalla mano
dell’uomo. Sale a elissi. È più lunga, ma meno ripida di questa che è
rettilinea e che assale la cima con rapido dislivello.
Rialzano
Gesù e lentamente il corteo si mette in moto sempre seguito dalla plebe
vociferante. Altra ne sale e si accoda da altri sentieri che partono dalla base
del Calvario, provenienti da Gerusalemme o dalle campagne vicine.
Ad
un certo punto, pochi metri dopo che Gesù ha ripreso il cammino, vi è fermo un
numeroso gruppo di pie donne. Una ha in mano un’anfora. L’altra, e la
riconosco per questo, ha presso una piccola servente con uno scrignetto sulle
braccia e ne trae un morbido lino candidissimo di un metro quadro circa.
Comprendo dalle vesti che sono ricche matrone di Gerusalemme, certo seguaci del
Nazareno di cui hanno tanta pietà.
La
Veronica si accosta piangendo e offre il suo lino. Aiuta anzi il Redentore a
stenderselo sul volto polveroso, sudato e sanguigno, cosa che con una mano sola,
perché l’altra trattiene la croce, Egli potrebbe fare malamente.
Le
guardie romane vorrebbero respingere quel gruppo, ma poi lo lasciano passare
attraverso il quadrato armato e giungere presso Gesù.
Egli
trova la forza di sorridere ancora. Si preme con la mano sinistra, libera, il
lino sul volto e lo rende a Veronica; poi, con pause di affanno a voce afona,
dice: “Non piangete su Me, figlie di Gerusalemme, ma sui peccati vostri e su
quelli della vostra città. Piangete sui figli vostri, perché quest’ora non
passerà senza castigo e rimpiangerete d’aver concepito e allattato, e
piangeranno le madri di quel tempo, perché in verità vi dico che sarà
fortunato allora chi cadrà sotto le macerie per primo”.
Il
corteo fa ancora qualche metro. Con sempre maggiore difficoltà, nonostante la
salita sia da questo lato più dolce.
Il
sole scottante del quasi mezzogiorno, e di un mezzogiorno temporalesco, deve
fare soffrire molto Gesù battendogli sul capo scoperto e febbrile, esasperando
le piaghe sotto la tunica di lana, aumentando la sua sete. Ma Egli tace.
Barcolla come ubriaco e pare sempre prossimo a stramazzare, tanto che i soldati,
per fare più presto e impedirgli di cadere, lo legano alla vita e per i due
capi della corda lo tengono su, tirandolo a destra e a manca. Ma con poco utile
e meno sollievo che mai, perché Gesù continua a barcollare e la fune gli sega
la vita dove sono tante piaghe e urta nella croce, la quale per rimbalzo si
sposta continuamente sulla spalla piagata e picchia nella corona spostandola
continuamente e aumentando sgraffi a sgraffi e punture a punture. La fronte di
Gesù ha un vero tatuaggio di ferite gementi sangue. Pare un lavoro di filigrana
sparsa di scaglie di rubini. I capelli, là dove sono cinti dalla corona, sono
appiccicati di sangue, crostosi; in essi si impiglia la corona e strappa. Tutto
un tormento.
Più
oltre ecco Maria. È ferma contro il monte, addossata al terriccio della costa
appena velata di erba corta e rada. Ma sta in piedi. Ha un volto di agonizzante,
ma non manca di fortezza. Giovanni la sorregge per un braccio. Due o tre passi
indietro è il gruppo delle Marie e di altre donne che non conosco.
Maria
va verso Gesù. I soldati la vorrebbero respingere per fare più in fretta a
giungere alla cima. Ma in quel mentre il Centurione dall’alto del suo cavallo
vede salire verso di lui, da una traversa, un uomo con un carretto tirato da un
ciuco, carico di ortaggi. Sul carretto sono sdraiati due monelli. Si ferma e
ordina che gli sia condotto, e quando l’ha vicino gli ordina di caricarsi
della croce del Condannato e si volge per indicarglielo. Vede perciò Maria
respinta dai soldati e ne ha pietà. Ordina sia lasciata avvicinare.
Il
Cireneo nicchia ma ha anche paura delle guardie romane e si rassegna a
malincuore. Giunge presso Gesù proprio nel momento che Egli, curvo sotto il
peso della croce, si volge vedendo la Madre e grida: “Mamma!”. È la prima
parola che gli odo e che esprime invocazione, lamento, confessione di dolore. Vi
è tutto in quel “Mamma!”.
Maria
vacilla, quasi quel grido l’avesse colpita al cuore come una pugnalata.
Risponde con voce straziata: “Figlio!”. Niente altro. Ma quel lamento fende
l’aria e i cuori meno crudeli. Vorrebbe anche ‑ ne ha l’impulso ma si
frena come temesse un più vivo scherno della folla che già insulta e deride
‑ vorrebbe anche abbracciare il Figlio. Ma dopo aver teso le braccia le
lascia ricadere e lo guarda soltanto.
Ed
Egli, torcendo il capo sotto il giogo della croce che lo schiaccia, guarda Lei.
Due torture che si intrecciano, due amori che si parlano,
due pietà che si compatiscono attraverso gli occhi lavati di pianto
dell’Una e velati di spasimo dell’Altro.
Il
Cireneo sente qualcosa che si muove nel suo cuore di padre, e senza più esitare
solleva con delicatezza la pesante croce e se la mette sulla spalla. E il corteo
si rimette in moto.
Maria
con le pie donne non lo segue. Attende che passi e, sorretta da Giovanni, prende
una scorciatoia per giungere alla cima prima che giunga il corteo.
La
contemplazione mi cessa qui.
Sera
di venerdì 18‑2.
Fra
generali e fortissime sofferenze termino di descrivere la contemplazione che è
stata ed è la mia tortura di oggi.
Quando
il corteo dei soldati e dei condannati giunge sulla cima del Calvario, essa è
già invasa dalla folla che vi si è riversata dalle scorciatoie per avere un
buon posto per l’ultimo atto della tragedia. Ma i soldati respingono la folla
usando di piatto le daghe e rendono libera la vetta.
Questa
ha la forma di un trapezio molto irregolare ed è lievemente in salita, di modo
che il lato più alto e stretto strapiomba poi per la pendice. Non riesco a
capire il punto cardinale perché il sole cade a perpendicolo, dato che è
mezzogiorno, e non mi oriento.
La
piccola piazza che è destinata ai supplizi è fatta dunque così: [segue
grafico]
Il
lato A è il più alto ed è verso questo che ci sono i buchi delle
croci. Questi non sono scavati al momento, ma sono come costruiti: buchi fondi
un buon metro e tappezzati di mattoni, se non erro, o di ardesie per renderli più
resistenti. Vicino ad ognuno vi sono pietre e terra, non so per che uso. Vi sono
altri buchi, ma in questi sono ancora pietre nel buco; forse servono per quando
i condannati sono molti.
Le
due strade che conducono alla cima
sono dove ho fatto la freccia: f, e la
linea quadrettata: e.
La linea quadrettata e è la
strada lastricata e più ripida che hanno dovuto abbandonare per la debolezza di
Gesù, e si capisce che è quella solitamente usata per condurre i suppliziandi
al posto dell’esecuzione. La strada f è invece quella ad uso della
folla che va ad assistere alle esecuzioni. Ma questa volta è stato invertito
l’ordine solito.
Lungo
il lato D del trapezio, e più basso di questo di circa due metri, vi è
come un largo bastione naturale: una seconda piazzuola più bassa e digradante
dolcemente, molto comoda agli spettatori macabri. Vi si accede tanto dalla
strada e come dalla strada f. Anche ai lati C e B vi
è una specie di largo marciapiede, di modo che il trapezio della cima è come
un palcoscenico visibile da tre lati. Solo sul lato A scende ripido senza
gradini.
È
su questa piazzuola che i soldati respingono la folla che ha invaso la cima.
Sono i soldati a piedi quelli che fanno questo servizio. Quelli a cavallo
circondano i condannati e aspettano che la cima sia liberata.
Sullo
spiazzo più basso, presso il punto che segno con la lettera h, sono in
gruppo Maria, Giovanni e le Marie. Vicine, ma un poco più là, il gruppo delle
donne di Gerusalemme ridotto a 5 donne. Non c’è più la Veronica con la sua
ancella.
I
giudei che sono sulla cima scoprono il gruppo dei galilei e si dànno ad
insolentire: “Galilei! Galilei! A morte i galilei! Morte al Nazareno
bestemmiatore!”. Non hanno pietà neppure della Madre. Giovanni la sostiene
circondandola di un braccio come per difenderla e lancia qua a là, egli, il
mite Giovanni, degli sguardi in cui al dolore si mescola la minaccia verso i
vili insultatori. Poi arrivano i soldati e respingono tutti giù dalla cima.
Il
Centurione smonta da cavallo e smontano gli altri. Un soldato prende le briglie
dei cavalli, le annoda e porta il gruppo delle bestie dietro il costolone del
monte, lato B4, all’ombra del medesimo. Gli altri si avviano
verso la piazzuola superiore. Mentre il Centurione sta per passare, le donne di
Gerusalemme si avvicinano e la più influente gli dà l’anfora che ha seco e,
mi pare, anche una borsa con del denaro, forse perché sia mite verso il
Morente. Non so.
Gesù
passa ancora una volta sotto lo sguardo angosciato della Madre e sale sulla
piazzuola più alta, che i soldati circondano subito di un quadrato di milizia
messo lungo l’orlo della stessa. Al centro sono i tre condannati e il Cireneo
con la croce di Gesù. Il Centurione dà ordine allo stesso di deporre la croce
e di andarsene. I due ladroni hanno già scaraventato al suolo le loro.
Non
so da dove sbucati, appaiono quattro nerboruti ceffi vestiti di corte tuniche,
armati di funi e di chiodi che me li significano per essere i boia destinati
alla bisogna.
Il
Centurione offre a Gesù l’anfora perché beva prima d’essere crocifisso. Ma
Gesù scuote il capo. Non ne vuole. Bevono invece i due ladroni.
Viene
dato l’ordine ai condannati di levarsi le vesti. I due ladroni lo fanno
liberamente, imprecando. I boia dànno ad ognuno un sudicio straccio perché se
lo leghino all’inguine.
Lo
offrono anche a Gesù che si spoglia con mosse lente, per lo spasimo delle
ferite e del suo pudore offeso. Ma la Madre ha già prevenuto il gesto dei
carnefici e, levatosi il velo bianco, sfilandoselo da sotto il manto senza
levare questo dal capo, lo fa dare da Giovanni al Centurione perché lo passi a
Gesù. Cosa che Longino fa senza recalcitrare.
Gesù,
dopo essersi slacciato i sandali e sfilato le vesti, quando giunge a doversi
denudare del tutto si volge verso il lato A del trapezio, dove sono
unicamente i soldati, per non mostrarsi nudo alla folla. Appare così la schiena
tutta rigata di lividi e vesciche bluastre e di piaghe aperte o dalle croste
sanguinose. Quella sulla spalla destra è larga quanto una mano ed è tutta viva
di sangue. Ma nel chinarsi per mettere le vesti al suolo, anche altre piaghe
dalla crosta appena saldata si riaprono e, caduto il coagulo che le copriva,
sangue fresco ne sgorga di nuovo.
Il
Centurione offre il velo di Maria a Gesù. Ed Egli, che lo riconosce, se lo
avvolge, questo lungo e sottile velo di Maria, a più riprese intorno al bacino
assicurandolo bene perché non possa cascare. Poi si volge verso la folla e si
dirige alla croce.
Ora
si vede che anche il petto, le braccia, le gambe, sono segnati dai colpi dei
flagelli. Le ginocchia sono sanguinanti per le cadute. È tutto una ferita. E
mancano ancora le più crudeli.
Egli
è l’ultimo ad essere messo sulla croce. Prima vengono legati alle rispettive
i due ladri, fra bestemmie e ribellioni oscene. Poi è la volta di Gesù. Egli
si stende mite sul suo legno. Mette il capo dove gli dicono di metterlo, apre le
braccia come gli dicono di farlo, stende le gambe come gli ordinano. Ora è una
lunghezza bianca sul marrone chiaro della croce e sul giallastro del suolo.
I
carnefici vengono a Lui. Due gli premono sul petto per impedirgli di reagire.
Uno gli prende il braccio destro: una mano sul principio dell’avambraccio e
una che tiene le dita. Osservano se corrisponde il carpo al buco fatto nella
croce. Va bene. L’altro appoggia il lungo chiodo, lungo e molto grosso, dalla
punta acuminata e dalla testa larga come un soldone dei tempi passati,
sull’inizio del palmo, alza il pesante martello e dà il primo colpo. La punta
del chiodo penetra nella carne viva, perfora l’osso, lede i nervi.
Gesù
ha un grido e una contrazione. Non, si aspettava quel colpo così immediato, o
non ha saputo frenare lo spasimo. Risponde un gemito di creatura torturata. È
Maria, che si porta le mani al viso e si curva come piegata da un peso inumano.
Gesù non grida più. Si sentono solo i colpi del ferro contro il ferro. La mano
destra è inchiodata.
Passano
alla sinistra. Non corrisponde col suo carpo al foro. Allora dànno di piglio
alle funi, legano il polso e tirano fino a strappare i tendini e i muscoli ed a
slogare le giunture. Ma non arriva ancora. Si rassegnano ad inchiodare dove
possono. Il chiodo entra nel metacarpo con più facilità ma con maggiore
spasimo perché recide i nervi. Pure Gesù non grida più. Per non torturare col
suo grido la Madre. Ha soltanto un lamento soffocato dalla bocca fortemente
serrata.
Ora
è la volta dei piedi. Alla croce è stato fissato da prima un piccolo cuneo che
è destinato ad essere di puntello ai piedi e di maggior presa al chiodo, che è
ancora più lungo di quello delle mani e più grosso. Gesù, che non grida ma è
tutto una contrazione di spasimo, ha il moto istintivo di ritirare le gambe
quando comprende che stanno per essere inchiodate. Ma poi si abbandona ai
carnefici. Sotto il piede sinistro e sopra il destro. Uno dei boia preme sui
malleoli per tenerli fermi e preme verso le dita per tenere appoggiati i piedi,
bene aderenti al cuneo. E il chiodo entra faticosamente nell’uno e l’altro
piede dove ha inizio il tarso.
Gesù
vibra di spasimo. Maria ad ogni colpo del martello ha un soffocato gemere di
colomba torturata e sta tutta curva, come fosse fra doglie di morte. Ne ha
ragione, perché la crocifissione è tremenda.
Ogni colpo sembra che entri col suo chiodo nel cuore.
Ora
è terminata. Viene per prima issata la croce di Gesù. Nelle scosse impresse
per alzarla Egli deve soffrire atrocemente, perché esse smuovono gli arti
perforati intorno al ferro del chiodo; le ferite devono bruciare come fuoco
vivo. Anche la corona ha urti e si sposta e preme in nuovi posti.
Ma
quando poi la croce viene alzata, trascinata sino al buco e lasciata cadere in
esso, la sofferenza di Gesù cresce in atrocità. Tutto il peso del corpo
gravita ora in avanti e verso terra e quando vi è l’urto del legno contro il
fondo del buco le mani si squarciano, specie la sinistra, e si allarga anche il
foro dei piedi e sangue cola da tutti i lati, mentre tutto il corpo riceve una
forte scossa che lo rintrona.
Con
la terra e le pietre messe al fianco del foro i carnefici assicurano la croce,
la rincalzano per bene, premono il suolo. Poi issano i ladroni. E l’agonia
finale comincia.
La
folla urla e impreca, non tanto ai ladri quanto a Gesù. Mostra i pugni, lo
maledice, lo schernisce. In basso, i soldati si dividono le spoglie
dei condannati
e per ingannare il tempo giuocano a dadi la tunica. Poi continuano a
giocare come niente fosse.
Longino
no. Guarda. Nel guardare intorno vede Maria nel suo cantuccio del balzo
sottostante e dà ordine che sia fatta salire, se lo desidera, “col figlio che
l’accompagna” ‑ dice così Longino - presso la Croce.
Crede che
Giovanni sia
un secondo figlio e fa il profeta senza saperlo. E Maria valica con
Giovanni il cordone dei soldati. Lei sola e Giovanni. Maria Maddalena, Maria di
Cleofa, Maria di Zebedeo e le altre restano dove sono.
La
Mamma, sorretta da Giovanni, va alla sua gloriosa berlina. Il popolo non la
risparmia, e non la risparmia il ladro cattivo. Disma no. La Grazia comincia ad
operare in lui. Non impreca più. Dalla sua croce guarda, osserva Gesù,
riflette.
Le
croci sono messe così: [segue
grafico]
Maria
è fra la croce del Figlio e quella di Disma, volta verso Gesù di cui nota ogni
fremito e ne muore.
Gesù
parla ben poco. Anela. Il suo corpo cerca trovare una posizione di sollievo,
alleggerendo il peso che grava sui piedi sospendendosi alle mani e facendo forza
di braccia. Ma dopo pochi minuti le ferite alle mani ed il peso del corpo lo
obbligano a riabbandonarsi sui piedi.
Vedo
le gambe scosse da quel tremito che prende i muscoli quando sono tenuti in una
posizione scomoda, sforzata, ed obbligati ad una fatica superiore alle loro
possibilità. Le dita dei piedi si arcuano alternativamente verso il dorso e la
pianta, si divaricano, si riuniscono, parlano, con le loro mosse, del loro
spasimo.
Le
mani e le braccia pure hanno dei tremiti, specie la destra. La sinistra è
ripiegata su se stessa, come se tutti i nervi delle dita fossero spezzati. Ogni
volta che Gesù si lascia ricadere sui piedi, la lacerazione del metacarpo
sinistro si allarga verso il pollice.
Ma
quello che è straziante a vedersi è il moto del torace, del tronco. Le coste,
molto alte per conformazione e per la posizione assunta sulla croce, si
disegnano sotto la pelle maculata dai flagelli e tesa nello sforzo della
posizione e nell’ansito affannoso. Ma non si dilatano ancora abbastanza per
dare sollievo alla pletora di sangue dei polmoni e del cuore. E anche l’addome
stirato, incavato, di quel povero corpo snello e piuttosto magro, va su e giù
come un velo che sbatte.
Il
diaframma ha fremiti che si ripercuotono a tutto il tronco e sono visibili sotto
l’arco costale, fortemente più alto della linea diaframmatica. Si vede
l’urto della punta del cuore propagarsi da sotto la mammella sinistra sin
verso la milza e la linea mediana del petto.
Le
reni sono fortemente incavate nello sforzo della posizione e la schiena aderisce
perciò fortemente colle ossa del bacino e con le scapole.
Il
collo dal giugulo sprofondato ha per compenso le carotidi gonfie e bluastre, e
rossore di congestione monta al capo su cui il sole picchia liberamente, inietta
gli occhi di sangue, fa le labbra tumide e fin violacee tanto sono accese sotto
le loro sanguinanti screpolature. Il labbro superiore ha la crosta della ferita,
avuta appena catturato, e dallo zigomo destro al naso è una grande lividura ed
enfiagione che fa parere fin deviato il naso e semichiuso l’occhio.
La
corona di spine deve essere torturante. Ogni tanto Gesù si appoggia col capo al
legno, specie quando cerca di far forza sui piedi per sollevare lo spasimo delle
mani. E allora le spine penetrano nella nuca.
Oh!
non si può vedere tutto ciò!...
La
sete deve essere fortissima. Il Salvatore, che per l’ansito respira con la
bocca socchiusa, ogni tanto tenta umettarsi le labbra arse con la lingua. Ma è
asciutta anche questa.
Pure
trova il modo di pregare il Padre che perdoni a tutti: “Padre,
perdona loro”.
Questa
preghiera, detta fra tanto martirio per chi lo martirizza, scuote Disma. È il
colpo finale della Grazia. Egli non può più neppure sentire le bestemmie
dell’altro ladro e lo rimprovera, e si raccomanda a Gesù che riconosce Signore.
E Gesù, volgendo a fatica il capo stanco, trova ancora un sorriso per
confortarlo e promettergli il Cielo: “Oggi sarai
meco in Paradiso”.
Il
cielo si incupisce sempre più. Ora nel caldo afoso vengono ventate fredde che
passano rapide, ad intervalli, portandosi dietro un codazzo di nubi livide. Gesù
appare ancora più livido nella luce verdognola che precede il temporale. La
testa gli si china sul petto, le forze vanno mancando rapidamente.
Vede
sua Madre ai piedi della Croce con Giovanni. “Donna, ecco
tuo figlio. Figlio, ecco tua Madre”.
Maria
raccoglie questa eredità del suo Gesù con un volto di martire. Ma si sforza di
non piangere, di resistere, per dare coraggio al suo Gesù e non straziarlo col
suo pianto.
Le
sofferenze crescono di minuto in minuto. La soffocazione si fa più intensa e più
vivo l’affanno cardiaco. Il tetano comincia la sua opera paralizzante e
spasmodica. Gesù muove la bocca con maggior fatica; le mascelle si induriscono.
La schiena si curva più ancora. Il moto respiratorio è sempre più inceppato e
il torace resta dilatato senza riuscire a ridursi nell’espirazione.
La
luce decresce rapidamente dando difficoltà di seguire gli spasimi del Morente.
Solo chi è presso la Croce, come Maria, Giovanni e il Centurione, li vedono
bene.
A
gran fatica, puntandosi ancora una volta sui piedi, tendendosi quasi per
offrirsi, per muovere a compassione il Padre con l’esposizione di tutte le sue
piaghe e della sua angoscia, lottando contro le mascelle contratte, le fauci
arse, la lingua enfiata, le labbra indurite dalla secchezza, Egli grida: “Dio
mio, Dio mio (Eloi, Eloi), perché mi hai
Tu abbandonato?”.
Ma
nessuna luce viene dal Cielo. È l’agonia senza conforto soprannaturale.
L’agonia della vittima, della Grande Vittima.
Ora
c’è un’oscurità come di prima notte. Gerusalemme scompare avvolta in nubi
di polvere sollevata dal vento e nelle tenebre di una notte precoce. Il sole non
c’è più. Pare morto. Mi sembra d’essere nella luce vista nella
contemplazione della risurrezione finale: una luce di astri spenti, una non
luce.
Gesù
geme: “Ho sete”.
Anche il vento lo tortura asciugandogli più ancora la bocca e impedendogli
il respiro col suo violento soffio che gonfia i polmoni incapaci di reagire.
Un
soldato va ad un vaso, una specie di mortaio, dove è l’aceto col fiele,
inzuppa una spugna e la alza su una canna sino al Morente, il quale apre
avidamente la bocca, per quanto può, si tende in avanti, sporge la lingua, per
avere un refrigerio. Trova il mordente dell’aceto per la bocca ferita e
l’amaro del fiele per ultimo disgusto. Si ritrae ripugnato, accasciato. Si
abbandona.
Ora
tutto il peso del corpo gravita sui piedi e in avanti. Solo le anche aderiscono
alla croce. Dal bacino in su è tutto staccato dal legno. La testa pende in
avanti e anela, anela con ansiti sempre più profondi, ma sempre più staccati,
L’addome è già fermo. Solo il torace ha ancora dei sollevamenti. La paralisi
polmonare si estende.
Egli
sente la morte e dice: “Tutto è compiuto!”.
Lo dice con infinita rassegnazione.
Un
attimo di silenzio e poi, mormorata come intima preghiera: “Padre,
nelle tue mani raccomando lo spirito mio”. Ancora un silenzio.
Poi,
alla luce crepuscolare, si vede l’ultimo spasimo di Gesù. Una convulsione che
sale per tre volte dai piedi e corre per tutti i poveri nervi torturati, che
alza per 3 volte l’addome, poi lo lascia, ed esso si affloscia come svuotato,
contrae e gonfia per tre volte, smisuratamente, il torace, scuote le braccia, fa
rovesciare indietro il capo che percuote un’ultima volta contro il legno la
nuca coronata, contrae i muscoli del volto, fa dilatare le palpebre sotto la
loro crosta di polvere e sangue.
Resta
per un buon minuto così: teso, tremante, arcuato; poi, con un grido che lacera
l’aria, un grande grido,
in cui è l’inizio di una parola: “Mamma”, Egli muore. Le testa
ricade sul petto, il corpo in avanti, il fremito cessa e cessa il respiro. È
spirato.
La
terra risponde al grido dell’Ucciso col suo boato mentre il vento fischia, i
fulmini rigano il cielo, il terremoto scuote il suolo. Pare che sia la fine del
mondo. La gente urla di terrore e si abbranca l’una all’altra.
Maria,
finito il suo compito santo, cede Essa pure, e Giovanni la adagia ai piedi della
Croce.
I
soldati si interrogano. Possibile sia già morto? Non si muore così presto, di
solito.
Mentre
la folla fugge presa da terrore, rimanendo sul monte solo i soldati, Maria,
Giovanni e le Marie, Longino dà la lanciata a Gesù, da sotto in su, da destra
verso sinistra. Ma Egli è ben spirato. Non si muove. Geme solo siero e sangue.
Geme. Non sgorga a fiotti, a nappo, come avrebbe dovuto accadere se si fosse
ferito un cuore vivo. Manca il respiro e il battito per dare impulso al sangue
ed esso, già separato, scola lentamente dalle carni che si raffreddano
rapidamente.
Sta
col capo profondamente piegato sul petto, ed i capelli piovono in avanti
velandolo. Lividore di carni su cui ondeggia il velo di Maria, alzato contro un
cielo di pece sull’altare del Golgota a cui fanno da candelieri le croci dei
due ladri ancora vivi. È una visione uguale a quella che per più mesi mi fu
presente nella primavera del 1942.
Vengono
due giudei a parlamentare col Centurione. Gli chiedono il corpo. Longino chiama
un soldato e lo manda a cavallo da Pilato per essere ben sicuro che il permesso
è stato dato dal Pretore ai due giudei. Il soldato torna rapidamente. È vero.
I
carnefici fanno per salire sulle scale a schiodare il Cadavere. Ma Giuseppe e
Nicodemo non permettono. Si levano i mantelli e salgono loro sulle scale con
tenaglie e leve.
Schiodano
prima il palmo sinistro. Il braccio cade lungo il Corpo che pende ora
semi‑staccato. Chiamano Giovanni perché aiuti.
I
soldati sono andati via. I due ladroni, con le gambe spezzate, moriranno da
loro. Non c’è più nulla da fare per le milizie. Esse si rimettono in
drappello e si allontanano mentre i discepoli depongono Gesù dal suo patibolo.
Dopo
il braccio sinistro, mentre Giovanni montato su una scala sorregge il Corpo
abbandonato di cui ha passato il braccio schiodato intorno al suo collo ‑
e perciò vedo benissimo l’orrenda lacerazione della mano sinistra che sembra
colpita da una pallottola esplosiva tanto è lacerata irregolarmente ‑
e lo tiene così puntellato fra la croce e la sua spalla, e Gesù ha la testa
curva sul capo del Prediletto come gli parlasse ancora fra i capelli, Giuseppe e
Nicodemo schiodano i piedi.
Maria
è circondata dalle donne fedeli e, seduta al suolo, appoggia se stessa alla
Croce.
Schiodati
i piedi, passano al braccio destro. È molto faticoso perché il Corpo semi‑staccato,
nonostante gli sforzi di Giovanni, gravita in avanti, e la testa del chiodo
quasi scompare fra i margini della ferita che si è enfiata, in quelle tre ore,
facendo orlo. Finalmente ci riescono e con cura, Giovanni abbracciando
fortemente Gesù verso le ascelle, e Giuseppe e Nicodemo sorreggendolo per le
cosce, calano il Corpo.
Giunti
a terra, cercano dove adagiarlo. Ma la Madre lo vuole. Il suo grembo è pronto a
riceverlo. Ha aperto il manto e sta con le ginocchia piuttosto aperte perché
siano sedile più ampio al Figlio suo. La testa di Gesù spenzola mentre i
discepoli si muovono e le braccia pendono verso terra.
Eccolo
dato alla Madre. Maria se lo appoggia contro la spalla, tenendolo col braccio
destro contro il petto e col sinistro sorreggendolo alle anche. La testa di Gesù
ora appoggia come se Egli fosse dormente sulla spalla della Madre, fra la spalla
e il collo. Pare un bambino che si sia rifugiato in collo alla Madre. E Lei lo
chiama, lo chiama... Poi lo stacca dalla sua spalla e, sorreggendolo sempre con
il braccio destro, lo carezza con la sinistra, ne raccoglie le mani, glie le
stende in grembo, le prende, le bacia e geme sulle ferite. Carezza le guance, lo
bacia sui poveri occhi, sulla bocca socchiusa e enfiata, sulla fronte, e
incontra le spine.
I
discepoli e le discepole vorrebbero aiutarla. Ma Lei non vuole. Geme: “No, no.
Io, io!...” e si punge nel districare le spine dai capelli e singhiozza
sentendo quelle spine che da almeno sette ore martirizzano il capo di Gesù. La
corona è levata finalmente.
La
mano di Maria, che trema come presa da febbre, ravvia le ciocche sanguinose. Il
pianto cade sul Volto, sul Corpo del mio Signore. E Maria, con un lembo del suo
velo, che è ancora ai lombi di Gesù, lo deterge e asciuga levando così la
polvere e le macchie che deturpano quel Viso e quel Corpo adorabile.
Ma
nel fare quella pietosa bisogna, la mano di Maria incontra lo squarcio del
costato. Le sue dita entrano insieme al lino sottile in quella ferita. Maria,
nella semiluce che appena sta tornando, si china a guardare e vede... Vede il
petto aperto e il cuore del suo Figlio attraverso il taglio crudele. E urla ora
la Madre. Un urlo di creatura sgozzata. È l’Agnella anche Lei e la spada le
ha dato il colpo finale. Si abbatte sul corpo del Figlio e sembra morta Lei
pure.
Poi
le levano il Morto divino e lo avvolgono in un telo prendendolo
per le spalle e per i piedi e,
mentre le donne sorreggono Maria ‑ portando anche la corona, i chiodi, la
spugna e la canna, tutto quanto hanno potuto prendere seco ‑ Giovanni,
Nicodemo e Giuseppe scendono trasportando Gesù verso il suo sepolcro.
Sul
monte restano le tre croci, di cui una è ormai nuda.
La
visione mi cessa qui.
19
‑ 2 ‑ 44.
Giuseppe
spegne una delle torce che aveva acceso per vedere meglio nel sepolcro, dove già
è molto scuro, e si avvia alla porta, all’apertura, tenendo accesa una sola
torcia, con la quale si fa lume mentre insieme a Nicodemo fa scorrere la pesante
pietra del sepolcro al suo posto.
Maria,
sorretta da Giovanni, singhiozza più forte. Ora Gesù è solo nel suo sepolcro,
in mezzo all’ortaglia silenziosa e già un poco scura.
Il
gruppo si riunisce. E per poca via giunge alla casa da cui solo ieri sera erano
partiti gli apostoli con Gesù vivo e bello. Entrano Maria, Giovanni e le donne.
Mi ricordo ora di aver sempre dimenticato di dire che una delle donne del gruppo
pietoso era la padrona di casa. Giuseppe e Nicodemo si ritirano.
Maria
entra nella stanza dove ventiquattr’ore prima era con Gesù. E piange. Le
donne la confortano e Giovanni anche. Ma non c’è nulla che la conforti. Ha
nelle mani il suo velo bruttato di sangue, e di quel Sangue, e lo bacia. Ha di
fronte, su un tavolo, la corona di spine ed i chiodi e pochi altri oggetti
appartenuti alla Passione, fra cui i batuffoli con cui furono strofinate le
membra nel sepolcro e il lenzuolo su cui fu portato al sepolcro. È tutto quanto
le resta del Figlio.
Le
donne la lasciano sola, e così Giovanni, poiché Ella lo chiede.
Maria,
in ginocchio, piange e prega col capo appoggiato contro quei pochi oggetti. Ogni
tanto la tortura del dolore, del ricordo, della solitudine, deve farsi più
acuta, perché Ella chiama il suo Gesù e gli parla come fosse presente, rievoca
i tempi passati quando Egli era il suo Bambino, il suo conforto, la sua
compagnia. È tutta la vita familiare di Gesù che scorre fra i frammenti
rievocati dalla Madre.
Ella
lo sa bene che risorgerà, lo crede poiché Egli l’ha detto ed Ella
lo ha compreso. Ma intanto Egli è morto, Egli non c’è. Ella è sola col
suo ricordo di strazio.
“L’avessero
lasciata nel sepolcro con Lui, si sarebbe sentita meno desolata. Avrebbe atteso
di vederlo risorgere vegliandolo come quando era bambino. Più pesante questo
sonno di morte e diverso il letto. Ma per Lei sarebbe stato ripetere un gesto
fatto tante volte presso la cuna e l’avrebbe ninnato, non con la dolce
ninna‑nanna di allora, ma colle sue preghiere perché il Sacrificio fosse
fruttuoso a tutti gli uomini, e colle
sue parole
d’amore e
col suo
perdono per
gli uccisori.
L’avessero
lasciata! Si sarebbe seduta là, vicina a Lui, e le sarebbe sembrato di vederlo
ancora nelle fasce, come allora”.
E
lo strazio, dopo una pausa di ricordo velata di sorriso, ritorna più forte
“perché si ricorda in che fasce è stretto il Figlio
suo, perché si ricorda di che ferite esse son velo”.
E
torna a rievocare “quando era piccino e cadeva, quando cominciò a lavorare e
si feriva, che Lei tremava nel vedere il suo sangue, le sue piccole lividure, le
sue lievi lacerazioni, e le medicava col suo bacio e non si quietava che quando
capiva che il piccolo dolore era passato. Ed ora, ed ora... Ora lo hanno ferito
così, percosso così, trafitto, pestato, punto, scorticato così. E nessuno ha
avuto pietà, e nessuno l’ha medicato, e nessuno gli era vicino a carezzare là
dove altri colpiva! Oh! se ci fosse stata Lei, Lei almeno sempre vicina! Lei
che, anche prima di saperlo da Giovanni, aveva
già saputo della cattura, delle prime percosse, delle sassate, degli urti,
degli sputi, dei ceffoni, delle funi, Lei che, nonostante il pietoso velo
gettato da Giovanni sulla verità dei tormenti, sapeva,
sapeva cosa succedeva al Pretorio. Non aveva il cuore rigato, punto,
percosso dai flagelli, dalle spine, dai calci, dai pugni dei crudeli che avevano
flagellato, coronato, colpito il suo Gesù? Ma sì che lo aveva! E se il cuore
della sua Creatura si era spezzato per la sofferenza patita dalle carni, le sue
carni erano spezzate dalla sofferenza patita dal suo cuore materno”.
Tutto
ha condiviso la Madre: la
sete, la febbre, i flagelli, le spine. E le accuse e le offese, e le bestemmie.
E poi, e poi... “sul Calvario... non poterlo aiutare non potergli dare una
goccia d’acqua, Lei che gli aveva dato tanto latte, non poterlo sorreggere
nell’estreme ore, Ella che l’aveva sorretto ai suoi primi giorni, non
potergli tenere il capo perché non urtasse contro quel legno, ma trovasse il
cuore della Mamma per guanciale, per spirarvi sopra meno atrocemente”.
È
un’agonia spirituale non meno penosa di quella fisica del Cristo. Io ne sono
spezzata. Come farà a vivere anche poche ore senza di Lui? Maria lo chiede a se
stessa, alle cose che hanno toccato il suo Gesù, che son bagnate del suo sangue
e del suo sudore di morte, lo chiede a Dio...
“Come
ha potuto permettere tante sevizie lasciandolo solo, solo, solo sulla sua croce?
Lui, il Padre, così santo e buono, come ha potuto resistere al grido di quel
cuore, che moriva anche del dolore di non sentirsi più aiutato dal Padre? Il
ricordo del cuore la riporta alla ferita del costato. Ne cerca il segno sul suo
velo. Ecco l’impronta delle sue dita, penetrate col lino nello squarcio
tremendo. Eccole qui. Lei ha toccato senza volere il Cuore della sua Creatura!
Il Cuore del suo Dio! Ma quel Cuore era morto! Morto! Morto!”.
Maria
grida quella parola in un parossismo di dolore. E chiama Dio: “Padre, Padre,
pietà! Io ti amo! Noi ti abbiamo
amato e Tu ci hai tanto amato. Come hai permesso fosse ferito il cuore del nostro
Figlio?”.
Ma
si sovviene che ormai Egli era morto e che perciò non
ha sofferto di quella ferita. E allora benedice la bontà di Dio che l’ha
risparmiata al suo Gesù. “Questa, questa almeno non l’hai sentita, Figlio
mio. Io sola l’ho sentita, nel mio, quando ho visto il tuo cuore aperto. Ora
è nel mio la tua lancia e fruga e strazia. Ma meglio così! Tu non la senti. Ma
Gesù, pietà! Un segno di Te, una carezza, una parola per la tua Mamma dal
cuore straziato! Un segno, un segno, Gesù, se vuoi trovarmi viva al tuo
ritorno!”
Un
picchio alla porta di casa empie il silenzio della casa dove solo grida il
dolore di Maria. E un altro picchio più tenue all’uscio della stanza.
Entra
Giovanni. Parla a Maria, sottovoce. Ella annuisce. Si ricompone. Si volge verso
la porta.
Entra
Veronica con la sua ancella. Si inginocchia di fronte a Maria che è seduta,
ora. Nel vano della porta si affollano le donne fedeli. Giovanni è in piedi
dietro il sedile di Maria e le tiene una mano sulla spalla, passandole il
braccio sinistro dietro la schiena, come per sorreggerla. Veronica, dal
cofanetto che l’ancella, pure inginocchiata, tiene fra le mani, estrae il lino
e lo spiega.
Il
Volto vivente del Cristo è sulla tela. Un volto doloroso, ma ancora vivo
nell’espressione, negli occhi aperti, nella bocca lievemente sorridente con
dolore. Maria stende le braccia con un grido a cui fanno eco quelli delle donne.
Veronica
dà alla Madre il sudario. È giusto sia della Madre. E, delicata, si ritira con
la sua ancella.
Il
segno è venuto. Un nulla nel mare di dolore che la sommerge, ma quel tanto che
basti a non farla morire.
La
contemplazione mi lascia così, col volto di Maria appoggiato sul Volto del
Cristo impresso nel sudario.