PADRE PIO

LA VITA E I MIRACOLI

LE STIGMATE

Erano le 9 di mattina del 20 set­tembre 1918, un venerdì. Sull'Italia del Nord infuriava la guerra. Nella chiesa di un piccolo convento sul Gargano, nel Sud del pae­se, un giovane frate pregava intensamente. - Signore, abbi misericordia del tuo popolo. La guerra sta se­minando lutti e dolore. Siamo peccatori, abbiamo cercato il male, ma il tuo cuore è grande nel perdono. Stava seduto in uno stallo del coro riservato ai religiosi, che era costituito da tre file di scanni, si elevava sopra la porta d'ingresso della chiesa, di fronte all'altare maggiore, e poteva contenere una decina di posti in tutto. Sufficienti per la comunità di quel conven­to, di solito composta di sei religiosi, che in quei mesi, però, a cau­sa della guerra, erano ridotti a tre: Padre Paolino, Padre Pio e Fra Nicola. Gli altri erano sotto le armi. Distante circa due chilometri dal paese di San Giovanni Roton­do, quel conventino, detto di Santa Maria delle Grazie, uno dei più antichi della zona, si trovava a 600 metri sul livello del mare. Per raggiungerlo si doveva percorrere una stretta mulattiera im­polverata, frequentata per lo più da pastori e contadini. La zona era aspra e selvaggia. Solo pochi alberi assicuravano un po' di ombra alle mura del povero convento, che si confondeva con le rocce circostanti. Accanto al conventino c'era un collegio. Una misera costruzione che ospitava una quindicina di ragazzi, figli di contadini del luogo, che studiavano con l'intenzione di diventare, da grandi, religiosi Cappuccini. La gente li chiamava "fratini". Padre Paolino, trentadue anni, un tipo massiccio, dall'aspetto bur­bero ma dal cuore tenero, era il Guardiano del convento, cioè il Pa­dre superiore, ed era anche l'insegnante del piccolo collegio. Padre Pio, trentun anni, aveva l'incarico di direttore spirituale dei ragazzi. Magro, con il volto scarno incorniciato da una folta barba nera, aveva uno sguardo profondo e dolce. Fra Nicola era un religioso non sacerdote, un fratello laico. Era il più anziano dei tre, aveva quarantasette anni ed era questuante. Il suo compito consisteva nell'andare di porta in porta, di casolare in casolare, a chiedere l'elemosina che serviva per le necessità del convento e per mantenere quei ragazzi. All'occorrenza faceva an­che il cuoco. Quella mattina il convento era deserto. Padre Paolino era anda­to a San Marco in Lamis, un piccolo centro a una decina di chilo­metri dove si trovava un altro convento di Cappuccini, per aiutare i confratelli nelle Confessioni in vista della festa di San Matteo apostolo, molto venerato in quel paese. Fra Nicola era uscito per il suo giro di questua. Ai ragazzi, privi di insegnante, era stato concesso un giorno di vacanza, e si dedicavano alle pulizie e a or­dinare l'orto. Padre Pio aveva celebrato la Messa delle 8. Come al solito, era stata seguita da un gruppetto di persone, per lo più donne e ragaz­ze, venute dal paese. Al termine della Messa la gente se n'era an­data, e lui era salito in coro per le preghiere di ringraziamento. Stava raccolto nella posizione che adottava sempre quando era assorto in meditazione: seduto nello scanno, il corpo piegato in avanti, le braccia incrociate sull'inginocchiatoio e la testa affonda­ta nella stoffa ruvida e ampia delle maniche del saio. Ogni tanto sollevava il capo e fissava assorto il grande crocifisso di legno, sul­la balaustra del coro che si ergeva di fronte a lui. Il silenzio era rotto solo dal lieve ronzio di qualche mosca. L’unica finestrella sulla parete del coro, che dava sul sagrato, illu­minava soffusamente l'interno. Un fascio di luce andava a colpire il crocifisso di legno, dando l'illusione che stesse sospeso in aria, come un'apparizione misteriosa. La figura del Cristo, scolpita in uno stile un po' rozzo, dalle fattezze sommarie e non perfettamen­te proporzionate, era severa. Troneggiava maestosa sul vuoto del­la chiesa che aveva alle spalle. Dall'orto, dietro il coro, giungevano richiami d'uccelli e il tubare di una tortora. Ogni suono però era lontano, molto soffuso, incan­tato in un atmosfera senza tempo, serena e armoniosa. Solo il viso di quel religioso in preghiera era tirato e pieno di apprensione. Il volto di Padre Pio, quella mattina, era acceso da una tensione che bruciava come febbre. Sui lineamenti, in genere soavi e gentili, e ora scomposti e alterati, serpeggiavano preoccupazioni e oscuri pensieri. Quando era rivolto verso il Cristo, il suo sguardo appariva ad­dolorato. Gli occhi, neri e grandi, brillavano come fossero pieni di lacrime. Di tanto in tanto il frate si massaggiava nervosamente la folta barba. A intervalli sospirava: - Mio Dio, mio Dio. Sembrava che tutto il suo essere fosse in preda a una misteriosa angoscia. Anche l'aria circostante pareva carica di elettricità. L'at­mosfera era quella che si avverte, a volte, prima di una furiosa tem­pesta, e che insinua negli animi paura, sgomento. Era come se in quel luogo, in quella chiesetta anonima, sperduta e dimenticata, stesse per scoppiare una bomba. - Signore, tu sai tutto, sai che ti amo. Io sono qui per servirti. ~ ho donato tutto. Ti ho dato la mia vita per la salvezza dei fratelli. Ieri ho letto sul giornale che nelle ultime battaglie al fronte ci sono stati tanti morti. Ti prego, Signore, di accogliere le loro anime nel tuo regno con l'amore infinito che hai dimostrato morendo per noi sulla croce. E ti prego anche di consolare le povere mamme di quei ragazzi, le giovani vedove, i figli. Il tempo scorreva lento. Padre Pio continuava a pregare som­messamente. I lunghi sospiri palesavano la sua inquietudine. A un certo punto, però, cessarono. Sembrava che una grande pace si fosse impossessata di lui. Guardava sereno il crocifisso. Il suo vol­to si era disteso, pareva estasiato. Improvvisamente accadde qualcosa di sconvolgente, che solo lui poteva avvertire. Con le mani si copri gli occhi, come per pro­teggerli da una luce accecante. Poi si alzò in piedi, come attratto verso il crocifisso, che fissava con spasmodica intensità. Il viso era diventato luminoso, pareva infuocato. Il Padre rimase immobile in quell'atteggiamento quasi a volersi beare di una visione meravigliosa. Stese le mani verso l'immagine del Cristo, lanciò un grido che squarciò il silenzio e cadde a terra con un tonfo sordo. Si ran­nicchiò su se stesso, come se fosse stato falciato da una raffica di mitra. Rimase lì, immobile. Sembrava morto. Trascorsero minuti interminabili. Forse un'ora. Finalmente quel corpo rannicchiato riprese a muoversi, con lentezza. Il Padre tentò di alzarsi, ma non ci riuscì. Si guardò tremando le mani. Erano imbrattate di sangue. Crollò la testa con un gesto desolato. Teneva le mani sollevate, a scodella, all'altezza dello stomaco. Le teneva ferme, come se anche il più piccolo movimento gli pro­vocasse spasimi. Tentò di girarsi sul fianco destro, ma un dolore lancinante gli fece emettere un gemito, e si rimise in una posizione rannicchiata, con il capo reclinato sul petto. Dopo molto tempo riprese quei faticosi e impacciati movimenti, nel tentativo di alzarsi in piedi. Non poteva usare le mani per ag­grapparsi all'inginocchiatoio e aiutarsi a sollevare il corpo. E si accorse di non poter neppure fare forza sui piedi, che sembravano vuoti, morti, inutili. Con enormi sforzi riuscì a mettersi carponi. Poggiando i gomiti contro il pavimento e strisciando sulle ginocchia, si avvicinò alla porta d'uscita. Nel tentativo di aprirla, una nuova fitta di dolore lo attraversò e lo gettò riverso sul pavimento, privo di sensi. Una vecchia pendola nel corridoio del convento scoccò undici rintocchi. Il suono armonioso e allegro si diffuse nel silenzio ovattato. Al piano dì sotto si sentì sbattere una porta. Era Fra Nicola che tornava dal suo giro di questua. Posò la bisaccia che aveva a tra­colla e si avviò verso la cucina, con l'intenzione di preparare il pranzo per i ragazzi del collegio. Uno strano rumore, come di qualcosa che gratta una porta, at­tirò la sua attenzione. "Saranno le tortore che vogliono mangiare" disse fra sé e prese un grosso pezzo di pane raffermo. Stava avviandosi verso l'orto quando sentì ancora quei rumori. Si rese conto che provenivano dal piano di sopra'. Depose il pane e si avviò lungo le scale. Il rumore veniva proprio dal coro. Si affrettò verso la porta, alzò il chiavistello e fece per entrare, ma resisteva, c'era qualcosa dall'altra parte che la bloccava. Fra Nicola spinse forte e udì un gemito soffocato. Riconobbe la voce di Padre Pio. Spinse ancora spostando quel corpo privo di energie. - Padre, che cosa le è accaduto? Niente, figliolo, niente. - Di colpo Fra Nicola si accorse con orrore della macchie di sangue sul pavimento e sul saio del confratello. - Padre, ma voi siete ferito! - Non è niente. - Non riuscite a reggervi in piedi. - Vattene, lasciami solo. - Le vostre mani sanguinano. - Taci, vattene, ti ho detto. Con uno sforzo terribile, Padre Pio riuscì ad alzarsi e barcollan­do, come un animale ferito a morte, si avviò lungo il corridoio, ver­so la sua cella. Camminava a zigzag. Sembrava dovesse stramazza­re a terra a ogni passo. Fra Nicola lo seguiva a pochi metri, pronto a Intervenire se fosse caduto. Ma non osava avvicinarsi di più: era intimorito e spaventato. Giunto di fronte alla propria cella, Padre Pio si appoggiò alla porta. Si rivolse a Fra Nicola con voce dolcissima: - Vai, Nico­luccio. Vai a preparare il pranzo per i ragazzi. Non pensare a me. Non è accaduto niente. Ho bisogno di un poco di riposo. Sono molto stanco. Non dire niente a nessuno. Prega il Signore per me. E per favore, aprimi la porta, che io non ce la faccio. Fra Nicola apri la porta, e quando Padre Pio entrò stava per se­guirlo, ma lui glielo impedì dicendo deciso: - Vattene, devo restare solo. Chiudi la porta, per favore. Fra Nicola chiuse lentamente la porta e si fermò a origliare. Per un po' sentì che il Padre si muoveva nella cella impacciato, e poi più nulla. - Mio Dio! - esclamò coprendosi il volto con le mani. - Che cosa sarà mai accaduto?

2

Il volto di Fra Nicola era impie­trito dallo spavento. Pensava a quel sangue vivo che aveva imbratta­to il pavimento del coro. Tornò a vedere. C'erano macchie vistose. Nel punto dove Padre Pio era caduto, si era formata un'impressio­nante pozza rosso scuro. Bisognava pulire. Corse giù in cucina a prendere uno straccio, ma quando ritornò nel coro giudicò che non doveva toccare quel sangue. C'era qualcosa di misterioso nella vicenda. Forse era bene che anche il Superiore vedesse. Decise perciò di attendere il ritor­no di Padre Paolino. L’immagine di Padre Pio sanguinante continuava a tornargli alla mente. Pensò di correre in paese per avvertire il medico, ma le paro­le del padre, "Vattene, lasciami solo", lo bloccarono. Timoroso di disobbedire a quell'ordine perentorio, cercò di dominare l'appren­sione per la salute del confratello. Scese in cucina. Era in ritardo per la preparazione del pranzo, e così pensò di cuocere della pasta con sugo di pomodoro: avrebbe fatto più in fretta. Mise sul fuoco una grande pentola e accanto un tegame per il sugo. Mentre compiva queste incombenze, si accorse che le sue mani tremavano. Quel che aveva visto gli aveva provocato un'impressio­ne terribile. Era come sotto choc. Si muoveva quasi in trance. La sua mente continuava a rimanere là, al piano di sopra. Non riusciva proprio a cancellare dagli occhi Padre Pio per terra, sanguinante, o mentre camminava nel corridoio barcollando paurosamente, quelle povere mani incapaci di aprire la porta della cella. "Ma cosa può essergli accaduto?" si domandava angosciato. Ricordava che tutti dicevano che Padre Pio era un Santo. E ri­cordò anche di averlo visto tanto volte nel coro, la sera tardi, tal­mente concentrato nella preghiera da sembrare in estasi. Spesso era rimasto a guardarlo sorpreso, e poi se n'era andato convinto che Padre Pio sarebbe rimasto lì a pregare per tutta la notte. Da altri religiosi che conoscevano bene Padre Pio aveva anche sentito dire strane cose. Qualcuno affermava che aveva spesso vi­sioni celesti, qualcun altro che leggeva nel pensiero e che aveva fat­to previsioni sulla guerra risultate poi perfettamente azzeccate. Correva voce che fosse stato visto nello stesso tempo in due luoghi diversi. Soprattutto da Pietrelcina, dove era vissuto parecchi anni, giungevano, di tanto in tanto, racconti fantastici che facevano capi­re come Padre Pio fosse un religioso speciale. Da quando era arrivato a San Giovanni Rotondo, circa due anni prima, quel conventino solitario si era inaspettatamente animato. Spesso si presentavano persone che chiedevano di confessarsi e vo­levano solo lui. C'era gente che veniva anche da lontano, perfino da Foggia, che distava più di 40 chilometri. La Messa che il Padre celebrava al mattino era sempre molto frequentata. C'erano delle ragazze che ogni mattina, infallibil­mente, la ascoltavano e poi si fermavano per fare la meditazione. Quelle ragazze erano tutte penitenti di Padre Pio, andavano a con­fessarsi solo da lui. Qualche religioso di un altro convento aveva criticato quel via vai di giovani donne. Ma il Superiore aveva la massima fiducia in Padre Pio e diceva che era veramente un uomo virtuoso. Padre Pio faceva molta penitenza ed era il più ligio nell'osser­vanza del digiuno. Fra Nicola lo sapeva bene. Nei periodi di Qua­resima il piatto del Padre tornava in cucina spesso intatto. E lui, ammirato, si domandava come riuscisse a stare in piedi, a svolge­re tutti i suoi impegni, ascoltare tutte le persone che ricorrevano a lui, mangiando così poco. E poi c'erano le penitenze fisiche. I frati, nei venerdì di Quaresi­ma, si sottoponevano alla "disciplina". Alla sera, dopo la meditazione nel coro e prima di andare a cena, si ritiravano nella loro celle e "mortificavano" il corpo fustigandosi le spalle con una spe­cie di flagello. Sull'esempio di quanto i soldati romani avevano fatto a Gesù prima della condanna di Pilato. Ciascun religioso «regolava" quel supplizio come voleva, a se­conda della propria convinzione e del proprio desiderio di soffrire per Cristo. In convento si diceva che Padre Pio fosse molto severo con se stesso, e che a volte si battesse fino a far uscire sangue dal­le proprie carni. Fra Nicola lo aveva sentito dire anche a Foggia, nel convento di Sant'Anna, dove il Padre era vissuto sei mesi pri­ma di essere trasferito a San Giovanni Rotondo. "Che si sia voluto imporre una penitenza straordinaria e abbia un po' esagerato?" si domandò Fra Nicola. "Forse, nel suo zelo di sofferenza per amore di Gesù si sarà schiacciato le mani dentro la porta. O se le sarà picchiate con un martello. Ma i piedi? Che co­sa si sarà fatto ai piedi per non riuscire quasi a camminare? Si sarà rotto anche i piedi. Oggi è venerdì. I Santi sono sempre un po' fa­natici, non hanno misura." - Oddio, la pasta! - esclamò Fra Nicola correndo verso i for­nelli della grande stufa a legna che stava al centro della cucina. I pensieri su Padre Pio lo avevano distratto al punto di dimenticare quel che stava facendo. Assaggiò la pasta, che era scotta. Tolse la pentola del fuoco e ri­schiò un altro guaio: aveva dimenticato di proteggersi le mani con uno straccio, e la pentola scottava. Scolò la pasta, la mise in una zuppiera e la cosparse di sugo. Chiamò uno dei ragazzi che aveva­no già raggiunto il refettorio e gli disse: - Porta la pasta in tavola e distribuisci le varie razioni, io tor­no subito. Salì al piano di sopra. Si avvicinò alla cella di Padre Pio. Attese in silenzio, con il fiato sospeso. Da dentro non giungeva alcun ru­more. Bussò leggermente. Silenzio. Bussò ancora. - Chi è? - Era la voce di Padre Pio. Una voce quasi impercet­tibile. "È vivo" pensò Fra Nicola traendo un sospiro di sollievo. - Padre spirituale, avete bisogno di qualcosa? - No, figliolo, non mi occorre niente. Fra Nicola aveva già aperto la porta mettendo dentro il capo. - Vi posso scaldare un poco di caffè - disse. Non si fidava della voce del Padre, voleva vedere con i propri occhi come stesse. Padre Pio era sdraiato a letto. Prima di coricarsi era riuscito a socchiudere le imposte della finestra della cella, e la stanza era po­co illuminata. Fra Nicola vide che il confratello si era sdraiato ve­stito. In qualche modo si era tirato addosso una coperta, e questo significava che aveva freddo. Era il 20 settembre. Fuori faceva cal­do, il sole alto scottava. Ma evidentemente Padre Pio, senza cibo, con il corpo martoriato da quelle strane ferite, sentiva freddo. Forse aveva anche la febbre. - Almeno un poco di caffè caldo - supplicò Fra Nicola. - No figliolo, non prendo niente, non posso prendere niente Ho lo stomaco in rivolta. Devo solo riposare. Ti ringrazio, che il Signore te ne renda merito. Sei sempre molto gentile. Vai ora, la­sciami riposare, te ne prego. Quelle parole, pronunciate con una voce addolorata, stanca, fievole, aumentarono le preoccupazioni di Fra Nicola. Padre Pio non si lamentava mai. Vivevano insieme già da diverso tempo, e sapeva che non chiedeva mai niente. Ora, sentendo quella frase, pronunciata con un tono che era quasi un disperato lamento, si angosciò ancor di più. - Il Padre sta male - disse a se stesso. - Bisogna per forza chiamare il medico. - Padre spirituale, se volete vado fino al paese a chiamare il medico. - Non è necessario, non ne ho bisogno. - Sapete quanto vi vuole bene, verrà volentieri e subito. - Ti ho detto di lasciarmi solo - sbottò Padre Pio alzando il to­no della voce e mostrandosi seccato. - Non ho niente, non voglio vedere nessuno. Ho bisogno di riposare e basta. Fra Nicola si sentì confuso. Non si aspettava quello scatto di stizza da Padre Pio. Restò lì, muto, mortificato. Dopo un lungo si­lenzio, il Padre riprese con tono dolcissimo: - Nicoluccio mio, cerca di capirmi. Fidati di quello che ti dico. Se riesco a riposare un poco, poi mi sentirò meglio. Torna al tuo lavoro. Non lasciare i ragazzi soli. Vai, il Signore ti accompagni. Fra Nicola chiuse lentamente la porta e tornò in refettorio. Non aveva ancora mangiato. Prese dalla zuppiera un po' della pasta avanzata dai ragazzi. Era fredda e scotta. Ne ingoiò qualche forchettata. Girare per la campagna, all'aria aperta, con quella bisaccia a volte pesante sulle spalle, gli metteva sempre un robusto appetito. Anche quella mattina era rientrato con una fame da lupo, ma adesso non riusciva a mandar giù niente. Aveva un peso sullo sto­maco e un nodo alla gola. Il suo pensiero era sempre rivolto a Padre Pio. Sentiva che era accaduto qualcosa di tremendo. Le parole del Padre, che cercava di minimizzare, non lo avevano convinto. Ma non sapeva che fa­re. Lui era solo un povero fratello laico, non poteva prendere de­cisioni. Doveva attendere che tornasse il Superiore, Padre Paolino. Fra Nicola si fece aiutare dai ragazzi a sparecchiare la tavola, lavò i piatti, mise in ordine la cucina e raggiunse il coro per una preghiera. Si inginocchiò, cercò di raccogliersi. Ripeteva la parole del "Pa­dre nostro"', ma non pensava a quanto diceva. Il suo sguardo con­tinuava a posarsi su quel punto del pavimento dove si vedevano le macchie di sangue lasciate da Padre Pio. Il loro colore rosso scuro ora si era un po' sbiadito. Era diventato marroncino, ma faceva ancora una forte impressione. - Chissà che cosa si sarà fatto - ripeté ancora una volta par­lando da solo, ad alta voce. Quella frase gli saliva continuamente alle labbra, a conclusione di ogni ragionamento. Cercò ancora di concentrarsi nella preghiera. Ma non gli fu possibile. "Quello è sangue abbondante" disse ancora fra sé guardando il luogo dove aveva trovato Padre Pio svenuto. "Non sono piccole gocce. È sangue uscito da una grossa ferita. Potrebbe essersi ta­gliato con un coltello. Ma solo un pazzo compirebbe atti del gene­re, e Padre Pio non è ammattito." Guardando verso il crocifisso, gli venne in mente un'idea che però cacciò immediatamente. La respinse come fosse un cattivo pensiero, una tentazione. Ma il pensiero non se ne volle andare. Anzi, si fece insistente. Ricordò che tre giorni prima, il 17 settembre, tutto l'Ordine monastico o francescano aveva celebrato la festa dell'impressione delle Stigmate. I frati, i seguaci di San Francesco d'Assisi, avevano cioè ricordato uno degli eventi più clamorosi della vita del loro fondato­re. Il 14 settembre 1224, mentre si trovava sul monte della Verna, Francesco aveva avuto la visione di un Angelo, un Cherubino, il quale, andandosene, aveva lasciato sul suo corpo le piaghe di Cri­sto. Grosse ferite ai piedi, alle mani e al costato, identiche alle pia­ghe di Cristo. Segni di grandissimo significato mistico, che faceva­no del poverello d'Assisi un immagine vivente di Gesù Crocifisso. Fra Nicola non era rimasto sconvolto soltanto perché aveva visto del sangue su Padre Pio. Il sangue in se stesso non gli faceva impres­sione. Aveva quarantasette anni e, andando in giro per la questua, aveva visto parecchie persone ferite, anche moribonde. No, non era stato il sangue, ma quel particolare, quelle ferite singolari. L’immagine delle mani di Padre Pio tornò chiara alla sua mente. Rivide le piaghe, proprio sul palmo, al centro delle mani. Come le stigmate di Gesù! Era quel simbolismo ad accendere la sua fanta­sia e la sua emozione. Non voleva pensare a queste cose, ma l'idea turbinava nella sua testa facendogli intuire retroscena che si perdevano in dimensioni e realtà da brivido. E mentre fissava il crocifisso di legno che si elevava sulla balau­stra, quel pensiero divenne ancor più prepotente. "E se fosse accaduto anche a Padre Pio quel che avvenne a San Francesco sul monte della Verna?" si domandò Fra Nicola. "Lui è un Santo. Forse un Santo più grande di quanto noi pensiamo. »Ma ancora una volta cacciò quel pensiero come fosse una brutta tentazione. Gli sembrava, in quel modo, di offendere Gesù e an­che San Francesco. Padre Pio era un buon religioso, ma non certo paragonabile al Santo di Assisi e altrettanto degno di avere sul proprio corpo i segni della Passione di Cristo. Si alzò, fece una veloce genuflessione e uscì. Si era trattenuto nel coro per più di mezz'ora e non era riuscito a recitare neppure un "Gloria Patri". Passò accanto alla stanza di Padre Pio in punta di piedi e si fermò a origliare. Nessun rumore. Scese nell'orto per raccogliere dell'insalata per la cena. Ogni tan­to si affacciava sul sagrato della chiesa per vedere' se scorgeva, lungo il sentiero, Padre Paolino. Non era mai stato così agitato in vita sua. Si sentiva responsabile, colpevole. Non riusciva a combinare niente.

3

Erano quasi le 18 quando Fra Ni­cola vide finalmente la figura di Padre Paolino dirigersi verso il convento. Il Padre guardiano camminava adagio. Si guardava in­torno e si fermava ogni tanto per osservare il paesaggio. Lungo il viottolo che conduceva al convento 5 incontravano alcu­ni alberi di mandorlo, carichi di frutta. L’estate era stata particolar­mente mite quell'anno. Non c'era stata la grave siccità che in genere colpiva il Gargano e neppure il caldo afoso. Per questo la campagna aveva conservato quell'aspetto incantevole di verde rigoglioso che la luce dorata del tramonto rendeva ancor più suggestivo. Era un vero piacere osservare tutta la vegetazione così esube­rante, sentire il profumo dei fiori, godere dei loro colori delicati e vivi, e Padre Paolino si beava percorrendo il sentiero. Fra Nicola, invece, sul sagrato della chiesetta smaniava. Osser­vando il Superiore, che procedeva lento e ogni tanto si fermava, ri­bolliva di impazienza. A un certo punto non ne poté più. Si lanciò di corsa giù per il sentiero e raggiunse ansimando il Guardiano. - Che ti succede? - lo apostrofò Padre Paolino vedendolo agi­tato e sconvolto. - Padre Pio è ferito - rispose Fra Nicola. - Ferito? - Si è rotto le mani. - Come? - Non lo so. Nel coro c e sangue dappertutto. - Sangue? - Sì, tanto sangue. Padre Paolino si fermò guardando il confratello. Non riusciva a capire. Quelle frasi gli risultavano sconnesse e prive di significato. La parola "sangue" aveva acceso un allarme nel suo subconscio. Si ricordò di essere il Superiore del convento. Era il responsabile di tutto quello che accadeva. Avrebbe dovuto risponderne ai Supe­riori maggiori. - Un momento - disse per richiamare l'attenzione di Fra Ni­cola, cercando di dissipare quell'aria spaventata che vedeva nei suoi occhi e sul suo viso. - Calmati e spiegati bene. Dimmi esat­tamente che cos’è accaduto. - Non so che cosa sia accaduto - rispose Fra Nicola. - Sono tornato dalla questua, ho sentito dei rumori nel coro, sono corso e ho trovato Padre Pio per terra, tutto sporco di sangue. Secondo me, ha le mani rotte e anche i piedi. Non riusciva a camminare. E vaneggia anche. - Le mani e i piedi rotti? Com'è possibile? È forse caduto da un albero, da una finestra, dal tetto? - Non so niente. Lui non vuole parlare. Non ha voluto che lo aiutassi. È riuscito a trascinarsi da solo nella sua cella e mi ha pre­gato di lasciarlo riposare. - Sarà stato colpito da uno dei suoi soliti attacchi. Il suo fisico è minato dalla tisi. Sono anni che passa da un medico all'altro. Se­condo loro, dovrebbe essere morto da tempo. Forse avrà avuto uno sbocco di sangue. - No, sono le sue mani e i suoi piedi che sanguinano - replicò Fra Nicola. - Muovendosi, ha lasciato una traccia sul pavimen­to. Non ho pulito perché lei potesse vedere. Per me, è accaduto qualcosa di molto grave. Padre Paolino si accorse di avere il viso in fiamme. Le mani gli sudavano. Quel senso di serenità e di gioia che lo aveva accompa­gnato lungo il sentiero era scomparso. Il profumo dei fiori, l'odo­re dell'erba, svaniti. Le parole di Fra Nicola avevano spezzato l'in­canto e lo avevano trasportato in una realtà strana che non capiva. Adesso era preoccupato. Il racconto confuso di Fra Nicola era stato sufficiente per far riemergere certi sospetti su Padre Pio che aveva dentro da tempo. Si era affezionato a quel suo confratello fin dal primo incontro, ma non era mai riuscito a capirlo a fondo. Sentiva che nel suo comportamento c'era qualcosa di inspiegabile che gli sfuggiva. At­tribuiva quella sensazione al fatto che Padre Pio dimostrava una spiccata spiritualità. Era un Santo. Ma aveva l'impressione che ci fosse anche qualcos'altro, qualcosa di più della normale santità di un religioso. Eventi impensabili, forse spaventosi. Gli pareva che quel religioso vivesse immerso in una realtà peri­colosa, e che da un momento all'altro nella sua esistenza potesse­ro accadere terribili disgrazie. E adesso qualcosa di inspiegabile, e forse di grave, era accaduto davvero. Padre Paolino si mise a camminare velocemente. Anzi, a correre verso il convento. Fra Nicola lo seguiva in silenzio. Bruciarono la distanza in una manciata di secondi. Giunti sul sagrato, avevano il fiatone. - Vado da Padre Pio - disse Padre Paolino. - È nella sua cella - ribatté Fra Nicola. - Si è messo a letto. Padre Paolino affrontò la scala, attraversò il corridoio e si fer­mò davanti alla stanza del confratello. Sentiva i battiti del cuore in gola, gli mancava il respiro. Bussò leggermente e senza attendere la risposta girò il chiavistello della porta ed entrò. Nicola gli stava appresso, ma Padre Paolino gli fece cenno di allontanarsi. Voleva rimanere solo con Padre Pio. - Piuccio, che cosa ti è accaduto? - domandò cercando nella penombra della stanza il volto del confratello. Padre Pio era coricato sul fianco destro e, poiché il letto si tro­vava sul lato sinistro della cella, aveva il viso rivolto verso la por­ta. Sembrava assopito. - Mi senti, Piuccio? Sono Padre Paolino. Sono tornato da San Marco in Lamis. Ho visto anche Padre Agostino, il tuo confesso­re, e mi ha detto di salutarti. Mi senti? Andò verso la finestra e aprì un po' le persiane in modo da far entrare più luce nella stanza. Tornò vicino al letto. Padre Pio striz­zava gli occhi. L'improvviso chiarore provocato dall'apertura del­le imposte offendeva le sue pupille. - Come stai Piuccio? - continuò Padre Paolino. - Perché ti sei messo a letto? Sei vittima di uno dei tuoi soliti attacchi di feb­bre? Vuoi che mandi a chiamare il dottor Merla? Sai che corre sempre volentieri quando si tratta della tua salute. Ti vuole bene, ha grande stima di te. Mentre parlava, cercava di controllare il corpo del confratello, di verificare quanto gli aveva riferito Fra Nicola. Padre Pio continuava a tenere gli occhi chiusi. Era sdraiato sul letto, vestito. Teneva le mani nascoste sotto la coperta che si era ti­rato addosso. Anche i piedi erano coperti. Nel suo viso non si nota­va niente di strano, solo un'espressione addolorata e prostrata. - Fra Nicola mi ha riferito che non hai voluto mangiare - ri­prese Padre Paolino. - Vuoi che ti porti una mela? Ci sono anche dei fichi nell'orto, e so che ti piacciono. Dimmi, Piuccio, che cosa vuoi? Parlami. Mi senti? Padre Pio socchiuse gli occhi, guardò il confratello e cercò di ab­bozzare un sorriso. - Grazie, Padre superiore - disse con un filo di voce. - Non mi occorre niente. Non sto male, ho bisogno solo di riposare un poco. Vedrai che per l'ora delle preghiere nel coro sarò in piedi. - Non ti preoccupare. ~ dispenso dal partecipare alla preghiera comunitaria. Dimmi piuttosto come ti senti, che cosa ti è accaduto? Avrebbe voluto vedere le sue mani, i suoi piedi. Constatare che cosa c'era di vero in quanto gli aveva riferito Fra Nicola, ma non sapeva come affrontare il discorso. Padre Pio, con la sua abituale riservatezza, incuteva timore. Erano quasi coetanei, erano amici, ma non era facile affrontare con lui argomenti che riguardavano la sua vita privata. Era molto abbottonato, sviava subito il discorso. - Sei proprio sicuro di star bene? - domandò ancora una volta Padre Paolino, dopo essere rimasto a lungo in silenzio. - Sì, sto bene, non ti preoccupare - rispose il confratello. Padre Paolino capì che la conversazione, almeno per il momento, era finita. Padre Pio non gli aveva detto niente e non voleva confi­darsi. Non gli restava che andarsene. Non era il caso di insistere. - Buona giornata, Piuccio. Mi raccomando, se hai bisogno chiama e non ti preoccupare per le preghiere comunitarie. Hai il mio permesso di restare a letto. Si avvicinò alla porta. Esitò ancora qualche attimo e poi uscì. Si sentiva amareggiato. Non era riuscito a far parlare il confratello. Padre Pio nascondeva certamente qualcosa e non voleva confidarsi. Nel corridoio c'era Fra Nicola. - Avete visto le sue mani? - domandò. - Non ho visto niente - rispose Padre Paolino avviandosi verso il coro. Fra Nicola lo seguì. Aveva capito che il Superiore voleva controllare le macchie di sangue. E lui era ansioso di fargliele vede­re. Erano la prova che giustificava le sue preoccupazioni. Cammi­nando in fretta, oltrepassò il Superiore e apri la porta del coro. Fece una genuflessione frettolosa e sgangherata e indicando il luogo do­ve al mattino aveva trovato Padre Pio svenuto, disse: - Guardate. Queste non sono macchie, sono fiotti di sangue. Padre Pio deve aver riportato ferite terribili. Chissà che cosa gli è accaduto. Padre Paolino si chinò sul pavimento per controllare meglio. Vide che le macchie di sangue partivano dallo scanno del coro do­ve Padre Pio di solito si metteva a pregare. Poi ce n'erano accanto alla porta che dava sul corridoio del convento, dove Fra Nicola aveva detto di aver trovato il confratello svenuto. Le macchie erano numerose. Alcune piccole, altre più vistose. Vicino alla porta c'era addirittura una grande chiazza. In quel punto, probabilmente, Padre Pio era rimasto a terra svenuto a lungo. Comunque, tutto quel sangue non poteva venire da una fe­rita superficiale. A Padre Pio era accaduto qualcosa di grave. - Com'erano le ferite? - domandò Padre Paolino a' Fra Nico­la, che gli era accanto. - Non le ho viste bene - rispose il confratello. - Sembrava che avesse come dei buchi al centro delle mani. Non riusciva a muovere le dita, come se le ossa fossero state rotte. E si reggeva in piedi a fatica. I suoi piedi non avevano proprio forza. Non so co­me abbia fatto a raggiungere la sua stanza. Padre Paolino avrebbe voluto chiedere altri particolari, ma si era reso conto che nemmeno Fra Nicola sapeva granché. - Comincia a preparare la cena mentre io vado dai ragazzi, in collegio - disse ancora Padre Paolino a Fra Nicola. - Vedi se riesci a cucinare un po' di brodo per Padre Pio e anche del purè di patate, che gli piace. Gli porterò la cena in camera. Dalla finestrella del coro guardò sul sagrato della chiesa. Il sole era all'orizzonte. Le ombre delle piante si erano allungate. La luce cominciava a essere incerta. Sul paesaggio vagava quella strana malinconia che si avverte sempre, soprattutto in campagna, quan­do si avvicina la sera. Padre Paolino provava un profondo senso di smarrimento. Per un attimo fu vinto dalla paura. Aveva l'impressione di essere coin­volta in una vicenda che oltrepassava i confini delle umane espe­rienze. Si rivolse al grande crocifisso del coro. "Signore" pregò mentalmente "vi supplico: salvate Padre Pio. È buono, non deve soffrire. Aiutatelo, per favore." Padre Paolino raggiunse il collegio. I ragazzi gli fecero una gran festa. Era un vero padre per loro. Non lo vedevano dalla sera pri­ma. Al mattino se n'era andato mentre loro stavano ascoltando la Messa. Controllò che avessero eseguito i compiti che aveva assegnato lo­ro. Erano stati bravi. Li vedeva felici. Ma la sua mente era altrove. Sentiva le loro voci ma non seguiva i loro discorsi. Li accompagnò in chiesa per le preghiere della sera, e cominciarono a recitare il rosa­rio. Padre Paolino, però, era distratto, non riusciva a concentrarsi. Uscì sul sagrato della chiesetta. Cominciava a fare buio. Il silen­zio era assoluto. Camminava nervoso, carico di un'ansia che lo tormentava. Cercava di mettere ordine nei suoi pensieri. Nel con­vento, quel giorno, era accaduto qualcosa di grave, e lui non sape­va che cosa. Ecco quel che lo preoccupava maggiormente, l'incer­tezza, il non sapere. Ma lui era il Superiore del convento, il responsabile della vita co­munitaria, dei confratelli, e quindi aveva il dovere di sapere. - Io devo sapere - disse ad alta voce. - Devo - ripeté. - Se' domani arriva il Padre provinciale, devo essere in grado di fargli una rela­zione dettagliata, precisa. Non posso rispondere: "Non so niente". Respirò profondamente l'aria che nel frattempo si era rinfresca­ta. Una leggera brezza muoveva dolcemente le foglie degli alberi. In fondo al sagrato c'era un grande olmo, una pianta maestosa che piaceva molto a Padre Pio. Guardò quell'albero che era diven­tato una grossa macchia scura contro il cielo turchino. "Adesso vado da Piuccio, e mi deve raccontare tutto" disse fra sé con determinazione. Ritornò in chiesa e ordinò ai ragazzi di fare meditazione fino al­le Otto e poi di andare in refettorio. Salì al piano di sopra, attra­versò il corridoio e bussò alla porta della camera di Padre Pio. En­trò senza attendere risposta. Il Padre era sempre sdraiato sul letto nella stessa posizione di un'ora prima. - Come stai? - gli domandò Padre Paolino. - Un poco meglio, grazie - rispose il Padre. Il buio era ormai fitto. Padre Paolino accese il lume a petrolio che si trovava sul tavolino. Nella stanza si diffuse subito un tenue chia­rore. Prima di avvicinarsi al letto, Padre Paolino chiuse le persiane della finestra, per impedire che, attratte dalla luce, entrassero fale­ne e zanzare. - Ho detto a Fra Nicola di prepararti del brodo e un po' di purè - disse. - Grazie - rispose Padre Pio - ma non credo che riuscirò a mangiare. Padre Paolino si fermò in mezzo alla stanza e guardò il confra­tello. Rimase lì in silenzio alcuni istanti. Poi prese una sedia, l'av­vicinò al letto, si sedette. - Senti, Piuccio - esordì con voce suadente. - Io so che tu oggi hai avuto un incidente. Fra Nicola mi ha mostrato che nel co­ro hai perduto molto sangue. Il pavimento è ancora tutto mac­chiato. Non ci sono dubbi: qualcosa ti deve essere accaduto. E io non so niente. Tu non mi hai ancora voluto dire niente. So che sei molto riservato. E fai bene. Ma io sono il tuo Superiore. Ho delle responsabilità su tutte le persone di questa comunità, e anche su di te. Responsabilità davanti a Dio e davanti ai nostri Superiori maggiori. Io devo sapere. Se viene il Padre provinciale e mi chiede informazioni, devo essere in grado di potergli rispondere. Perciò, Piuccio, ti prego, aiutami a compiere il mio dovere. Dimmi che cosa ti è accaduto. Dimmi come ti sei ferito. Padre Paolino parlava fissando attentamente il viso del suo con­fratello. Cercava di fargli capire quanto fosse importante quel che gli stava chiedendo. Insisteva nel sottolineare: "Io devo sapere". Padre Pio teneva gli occhi chiusi. Aveva sul viso un'espressione impassibile, impenetrabile. Sembrava che non udisse neppure quelle parole accorate. - Fra Nicola mi ha riferito che perdevi sangue dalle mani - ag­giunse Padre Paolino. E con tono deciso gli ordinò: - Fammi vede­re le mani, in modo che io possa capire che cosa ti è capitato. Padre Pio non si mosse. Padre Paolino allora prese i lembi della coperta che il confratello si era tirato addosso e cominciò a sco­prirgli le braccia. Padre Pio aprì gli occhi e guardò il Superiore. Il suo sguardo era di una tristezza infinita. Uno sguardo smarrito, addolorato, implorante, che allarmò ancora di più il confratello. Poi Padre Pio scoppiò in un pianto dirotto. Singhiozzava, senza riuscire a frenare le lacrime che scorrevano copiose sulle gote, sul­la barba. - Non devi fare così - disse Padre Paolino, sorpreso da quella reazione inattesa. - Io sono il tuo Superiore ma sono soprattutto un tuo fratello. Ti voglio bene. Devi avere fiducia in me. Sono qui per aiutarti. Se non vuoi che veda le tue mani, non lo farò. Ma se hai dei problemi, devi confidarmeli senza timore. Io voglio aiutarti. Rimise a posto la coperta rinunciando a scoprire le braccia di Padre Pio, e con un gesto affettuoso gliela rimboccò e gli acca­rezzò il volto bagnato di lacrime. Rimase in silenzio aspettando che il confratello riuscisse a frenare il pianto. Dopo qualche attimo Padre Pio scostò lentamente la coperta da un lato e sollevò verso Padre Paolino le mani piagate. - Oddio! Piuccio mio, ma che cosa ti è accaduto? - esclamò Padre Paolino coprendosi il viso. Le mani di Padre Pio apparivano letteralmente maciullate. Al centro delle palme si vedeva una grossa ferita, e tutto intorno il sangue raggrumato. La pelle era gonfia, livida. Padre Pio le teneva semichiuse, incapace di compiere un qualsiasi movimento. Le girò con precauzione per mostrare anche il dorso, che appariva ugual­mente devastato, tumefatto, con al centro la ferita. Un autentico foro. Padre Paolino guardava senza riuscire a dir parola. Quelle ferite erano mostruose. Non avrebbe mai immaginato di vedere una co­sa del genere. Pensò al dolore lancinante che dovevano provocare. Avrebbe voluto chiedere spiegazioni, ma il pianto desolato di Pa­dre Pio aveva suscitato in lui una viva commozione. Si chinò sul confratello e lo abbracciò con affetto, in silenzio. - Non ti preoccupare, Piuccio, chiameremo il medico e ti cu­rerà - disse dopo un po'. - No, no, per carità! Non devi chiamare nessuno - si affrettò a dire Padre Pio - e non devi parlarne con nessuno. Il Signore mi aiuterà. Solo lui potrà guarirmi. Pregalo anche tu che mi venga in aiuto. - Certo che pregherò. Tutti pregheremo per te. - Se non ti dispiace, adesso vorrei restare solo. Sono molto stan­co - mormorò Padre Pio. - Come posso lasciarti solo in queste condizioni? Non me lo perdonerei, se ti dovesse accadere qualcosa. Resterò qui a tenerti compagnia. - No, fratello mio, devi lasciarmi solo. Stai tranquillo, non succederà più niente. Ora ho tanto bisogno di riposare. - Non vuoi che ti porti qualcosa da mangiare? - No, non riuscirei a mandar giù niente. - Più tardi verrò a darti la buona notte. - Ti ringrazio e ti chiedo perdono per i continui disturbi che ti arreco. - Non dirlo neppure per scherzo. Riposa. Che il Signore ti be­nedica. Vuoi che lasci il lume acceso? - No, spegnilo per favore. Padre Paolino spense il lume e uscì dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle. Il corridoio era buio. Un lieve bagliore proveniva dalla grande finestra in fondo che dava sul giardino. Si incamminò da quella parte e si fermò a contemplare il cielo, che aveva un colo­re blu metallico. Cominciavano già a spuntare le prime stelle. "E adesso?" si domandò Padre Paolino. "Adesso che faccio?" Intuiva che quelle piaghe non potevano essere state provocate da un banale incidente fisico. Ma il pensiero che gli balenava nella mente, e cioè che fossero di origine spirituale, mistica, era troppo azzardato. Lo scacciò subito. Padre Pio era un buon religioso, ma non al punto di ricevere doni carismatici del genere. Si rese conto però che, in realtà, non sapeva ancora niente di pre­ciso di quanto era accaduto. Aveva visto le mani di Padre Pio e nient'altro. Fra Nicola aveva parlato anche di ferite ai piedi, e lui non le aveva viste. Non possedeva affatto un quadro completo del­la situazione, come era suo dovere in qualità di Superiore del con­vento. "Domani devo indagare di più" disse fra sé. "E devo anche avvertire i Superiori maggiori. Questa vicenda è gravissima." Scese in refettorio. I ragazzi avevano già finito la cena. Fra Ni­cola era in cucina e aveva preparato il brodo e il purè. No, non vuole mangiare - disse Padre Paolino indicando le pietanze. - Non se la sente. Credo che sia meglio lasciarlo riposare. - Come sta? - domandò Fra Nicola con la preoccupazione dipinta negli occhi. - Soffre. Ho visto le sue mani. Devono provocargli dolori tre­mendi. Ha chiesto di pregare per lui. Quella notte Padre Paolino non riuscì a dormire. Nella sua mente si affollavano tormentandolo pensieri e preoccupazioni. Aveva continuamente davanti agli occhi l'immagine di Padre Pio che, piangente e desolato, gli mostrava le mani piagate e insanguinate. Ogni tanto si alzava e si avvicinava alla porta della stanza del confratello per sentire se si lamentava. Al mattino celebrò Messa presto. Poi andò a salutare Padre Pio e lo trovò ancora a letto, nella medesima posizione della sera pre­cedente. - Hai dormito, Piuccio? - domandò. - Poco, Padre superiore. La voce di Padre Pio era molto debole. - Vuoi che vada a chiamare il dottor Merla? - Non è necessario. Più tardi proverò ad alzarmi - si affrettò a dire Padre Pio. Padre Paolino capì che, piuttosto di ricevere visite e dover mo­strare quelle piaghe a degli estranei, Padre Pio era disposto ad af­frontare qualunque sofferenza, a fingere di star bene anche se non si reggeva in piedi. Constatò che le sue condizioni erano sempre gravi. Decise per­ciò di non importunarlo oltre con domande indiscrete, ma anche di informare subito le due persone per le quali Padre Pio non ave­va mai avuto segreti, e cioè Padre Benedetto, che era il suo direttore spirituale, oltre che il Superiore provinciale, e si trovava a Fog­gia; e Padre Agostino, il suo confessore, che insegnava teologia nel convento di San Marco La Catola, ai confini tra le province di Foggia e Campobasso. Con loro si sarebbe certamente confidato. Andò nella sua stanza e cominciò a scrivere. Non sapeva però che cosa dire. Era sicuro che quelle ferite fossero qualcosa di spe­ciale, ma come indicarle? Provò e riprovò, cestinando diversi fogli. Alla fine si limitò a co­municare soltanto che a Padre Pio era accaduto qualcosa di grave, e che aveva bisogno di parlare con loro. Dovevano affrettarsi a venire a trovarlo. Chiamò Fra Nicola e lo mandò in paese a spedi­re le lettere. Era sabato. In quel giorno della settimana la chiesetta del con­vento era frequentata dai fedeli che venivano a confessarsi. E co­me al solito, anche quella mattina, tutti chiedevano di Padre Pio. - Non sta bene, è a letto - rispondeva Padre Paolino e legge­va sui loro volti un sincero rammarico. "Gli vogliono molto bene" diceva fra sé ritornando a pensare al mistero che custodiva quel suo confratello. Trascorse la mattinata in chiesa a confessare, e poi sul sagrato, aspettando i penitenti. Era una giornata fresca. Il sole non dava fastidio. Padre Paolino passeggiava nel piccolo piazzale recitando il breviario. Verso mezzogiorno, sul sentiero che conduceva al convento, vi­de un sacerdote. Lo riconobbe da lontano. Il modo di camminare, l'ampio cappello pigiato sulla testa fino a piegare le orecchie, era­no inconfondibili. Era Don Giuseppe Orlando, un ecclesiastico di Pietrelcina, amico fraterno di Padre Pio. Si erano conosciuti quan­do Padre Pio era ragazzo e lui un giovane sacerdote. Don Orlando gli era sempre stato accanto e aveva seguito tutte le fasi della sua vocazione religiosa. Sapeva tutto di lui e gli voleva bene. Affronta­va lunghi viaggi per venire spesso al convento di Santa Maria del­le Grazie e stare un po' assieme al suo amico e compaesano. "Caro Don Orlando, giungi proprio a proposito" disse Padre Paolino parlando fra sé. "Questa volta è la Provvidenza che ti manda." Vedendo quel sacerdote aveva provato un enorme sollievo. Don Orlando, legatissimo a Padre Pio, avrebbe potuto risolvere i suoi problemi. Il Padre, che non aveva mai avuto segreti per lui, gli avrebbe raccontato tutto. E Don Orlando, con una dettagliata rela­zione, gli avrebbe permesso di prendere i provvedimenti necessari. Agitò la mano in aria per attirare l'attenzione del sacerdote e per salutarlo. Poi si incamminò lungo il sentiero nella sua direzio­ne. Incontrandolo, lo abbracciò con affetto. - Ero a Foggia e non ho voluto ritornarmene a Pietrelcina sen­za venire a dare un salutino a Piuccio - disse con il suo abituale modo di parlare a voce alta e spiegata, che denotava la sicurezza e la baldanza del suo carattere. - Credo di non aver mai gradito una sua visita tanto come og­gi - rispose Padre Paolino, ma Don Orlando non afferrò il signi­ficato preciso della frase. -È una bella giornata - aggiunse - ma fa caldo, soprattutto camminando in salita. - Si asciugò il sudore della fronte con un fazzoletto rosso e poi domandò: - Dov'è Piuccio? - In genere, a quell'ora, di sabato, lo trovava sempre lì sul sagrato o sulla porta della chiesa. Era lui a prendersi cura delle persone che venivano a confessarsi, perciò era un po' stupito di non vederlo. - È a letto - rispose Padre Paolino. - Ci risiamo - commentò Don Orlando. - Ancora e sempre problemi di salute. Che cos'ha questa volta? - Non si tratta dei soliti disturbi. Credo sia qualcosa di molto più grave. - Più grave? - Sì, grave, anzi, molto grave. Con me non si è confidato ma con lei, che è suo amico da tanti anni, dovrebbe parlare. E mi auguro che lo faccia. Perché se non parla e non si confida, non posso aiutarlo. Da ieri mattina sta male, molto male, ma non ho potuto fare niente per alleviare le sue sofferenze. Non vuole parlare, non vuole dire che cosa gli è accaduto, non vuole vedere nessuno e tanto meno il medico. - Ma, in nome di Dio, che cos'ha? - domandò Don Orlando preoccupato. - Ieri mattina io ero andato a San Marco in Lamis a dare un aiutò per le Confessioni. Fra Nicola era uscito per la questua, e quando è tornato ha trovato Padre Pio svenuto nel coro e tutto imbrattato di sangue. - Uno sbocco emorragico. Gli è tornata la tisi come quando era a Pietrelcina. No, no, nessun sbocco emorragico. Perdeva sangue dalle mani e dai piedi. Era tutto ferito. Io poi ho visto le mani. Non vo­leva farmele vedere, ho quasi dovuto costringerlo. Una cosa orri­bile. Sono gonfie, maciullate. Al centro del palmo c e una ferita profonda, come un foro. Non riesce a usarle, neppure a chiuderle. Ogni minimo movimento gli procura dolori lancinanti, glielo si legge sul viso. - Ma come può essersi ferito in quel modo? - Non lo so. Lui non parla. E poi ci sono i piedi. Io non li ho visti, ma Fra Nicola mi ha detto che mentre percorreva il breve tratto dal coro alla sua cella barcollava paurosamente, e si vedeva che non riu­sciva a fare forza sui piedi. E anche i sandali erano insanguinati. - È una vicenda incredibile - disse Don Orlando. - Ho pensato perfino che si sia ferito per poter soffrire per amore di Dio. Lui è un santarello. Ma come si sarebbe potuto rovinare, da solo, senza aiuto, tutte e due le mani a quel modo? Non è possibile. Avevano raggiunto il sagrato e si erano fermati all'ombra del grande olmo. Don Orlando continuava a tergersi il sudore e si guardava intorno smarrito. - Ogni tanto mi viene in mente un pensiero che scaccio subito perché lo ritengo assurdo - disse Padre Paolino dopo una breve pausa. - Però potrebbe essere la spiegazione di tutto. - Che cosa pensa? - Lei conosce Padre Pio meglio di me. Sa che è un autentico uo­mo di Dio. Lei è suo paesano, lo ha visto crescere. Era a Pietrelcina quando lui era ragazzo e anche quando vi ha fatto ritorno, già reli­gioso, per ragioni di salute. Sa che cosa diceva la gente di lui. Quel­lo che raccontavano di sentire di notte nella camera dove dormiva. Tutti quei rumori misteriosi, le luci, i segni delle botte che si vedeva­no sul suo corpo il giorno dopo. Secondo la gente, Padre Pio di not­te lottava con Satana. E vedeva Gesù e la Madonna. Molti miei confratelli non hanno mai dato credito a quei racconti. Io sì. Io ci credo. Sono convinto che Padre Pio abbia le visioni. E per questo penso che forse le sue piaghe potrebbero avere un'origine sopran­naturale. Potrebbero essere le piaghe del Signore, le stigmate, come quelle di San Francesco. - Certo, un pensiero del genere è assurdo - aggiunse Padre Paolino rompendo il silenzio. - Le stigmate sono doni che Dio ri­serva a Santi grandissimi. E Padre Pio è quasi ancora un ragazzo. Però non vedo altra spiegazione. Oppure potrebbero essere state provocate dal Demonio. Gli spiritacci del male che lo picchiavano e bastonavano a Pietrelcina potrebbero essere tornati alla carica anche qui. Ma allora perché infliggergli delle ferite che richiamano le piaghe di Cristo? Per trarre in inganno la gente? Qui tutti vo­gliono bene a Padre Pio. Molti vengono anche da lontano per con­fessarsi da lui. Sta facendo un apostolato straordinario, e forse Sa­tana vuole impedirglielo. Lo ha ferito per spaventarlo. Lo ha ferito in quel modo per suscitare curiosità, scandalo, per creare confu­sione. O forse voleva ucciderlo. La Bibbia dice che Satana e omi­cida fin dal principio". Chissà che cos'è accaduto. Comunque, io credo che siamo di fronte a una vicenda tremenda, e questo mi fa paura. Se almeno lui parlasse in maniera da farci capire, potrem­mo comportarci di conseguenza. - Vado da lui - tagliò corto Don Orlando, che aveva ascolta­to pensieroso e preoccupato lo sfogo di Padre Paolino. - Cer­cherò di convincerlo a raccontarmi tutto. Don Orlando era un tipo determinato. Si avviò verso il convento e raggiunse in fretta la cella di Padre Pio. Bussò ed entrò. - Piuccio, sono io, sono il tuo Don Peppino - disse ad alta voce. Non ebbe risposta. La stanza era ancora buia. Don Orlando aprì le imposte, e la luce penetrò invadente. Poi si girò verso l'ami­co che giaceva nel letto. - Piuccio mio, ma che ti succede? Padre Pio lo guardava con occhi febbricitanti. Era felice di vedere il suo compaesano. Tanto felice da non riuscire a parlare. Un nodo di commozione gli serrava la gola. Don Orlando gli si avvicinò e gli diede un bacio sulla barba. Gli occhi di Padre Pio si riempirono di lacrime. - Ma che fai? Piangi? - esclamò Don Orlando con il suo vo­cione. - Ti sei rammollito? Non ti ho mai visto depresso neppure quando a Pietrelcina stavi più morto che vivo. - Sono felice - mormorò Padre Pio con un filo di voce. Fissava l'amico con intensità. Con quel sacerdote, che conosceva fin da bambino, e che sapeva tante cose di lui, poteva finalmente confi­darsi. Per questo piangeva. Non riusciva più a tenere nascosto nel cuore un segreto che gli pesava come un macigno. - Mi hanno detto che ti sei ferito - disse Don Orlando. Padre Pio scrollò la testa in segno di diniego. - Che cosa ti è accaduto, allora? - domandò il sacerdote con voce sommessa. Padre Pio lo fissò ancora negli occhi, poi estrasse da sotto la co­perta le mani e gliele mostrò. Erano gonfie e turgide peggio del gior­no prima. Don Orlando ebbe un tuffo al cuore, ma si controllò. Il suo viso dai lineamenti affilati rimase impassibile. Guardava fred­damente quelle povere mani deformi. Con molta precauzione, per non provocargli dolore, le girò per osservarle anche dall'altra parte. Passò l'indice della sua mano destra sul sangue raggrumato, per constatare il gonfiore e l'ampiezza della ferita. - Una brutta botta - commentò fissando Padre Pio dritto ne­gli occhi. E gli domandò: - Ti fa male? - Un dolore indicibile - rispose il Padre. - Sei riuscito a riposare questa notte? - Neanche un attimo. - Sarai sfinito. - Non ne posso più. Don Orlando si tolse il cappello che aveva ancora in testa e lo de­pose sulla scrivania. Si slacciò i bottoni del collo della talare e sfilò il colletto inamidato che portano i sacerdoti. Aveva caldo. Andò al­la finestra e accomodò le persiane in modo da impedire che entras­se il sole. Compiva queste azioni con calma e lentezza, per avere il tempo di riflettere. Prese la sedia, l'avvicinò al letto e si sedette. - Piuccio - esordì con dolcezza. - Tu mi devi raccontare tut­to. Padre Paolino e Fra Nicola sono spaventati. Non sanno che cosa pensare né che cosa fare. La gente viene a chiedere di te, e lo­ro non sanno cosa rispondere. Queste ferite devono essere curate. Non puoi startene qui a letto senza far niente. Potrebbe scatenarsi un'infezione. Bisogna prendere delle decisioni. Io sono qui per aiutarti, ma mi devi dire chiaramente che cos'è accaduto. Fece una pausa. Padre Pio aveva abbassato lo sguardo e riflette­va. Don Orlando riprese deciso: - Cominciamo da ieri mattina. Padre Paolino mi ha detto che lui si trovava a San Marco in Lamis e Fra Nicola alla questua. Tu eri solo nel convento. Cos'hai fatto? Dove sei andato? - Ho celebrato la Messa e poi sono salito nel coro per il rin­graziamento. - A che ora? - Circa le nove. - Stavi bene? - Certo. Mi sentivo un po' debole. Come sai, all'inizio di set­tembre sono stato colpito anch'io dalla spagnola e mi sono fatto un paio di settimane a letto. Ma per fortuna è stato un attacco leggero, non ho avuto conseguenze. Mi ero già ripreso. - Stavi quindi facendo il ringraziamento della Messa... - Pregavo con fervore. Sentivo nel mio cuore una grande quie­te. Mi pareva che il Signore mi fosse tanto vicino. Avevo raggiun­to un intimità spirituale grandissima, che procurava profonda e indicibile gioia al mio cuore. Pregavo per i giovani che stanno combattendo al fronte. Quando facevo il soldato, a Napoli ero nella Sanità, e all'ospedale ho visto tanti feriti. Conosco la dispe­razione e lo spavento di quei ragazzi. Alcuni li ho visti morire. E terribile. I loro volti sono ancora qui, impressi nei miei occhi. Pre­gavo il Signore che aiutasse quei nostri fratelli sofferenti, che aves­se misericordia di loro. "E mentre pregavo ho sentito che il mio fisico e anche la mia mente venivano invasi da un meraviglioso torpore. Una specie di sonno. Tutti i miei sensi, e anche le stesse facoltà della mia anima, si sono trovati in una quiete indescrivibile. Intorno a me e dentro di me si è fatto un totale silenzio. Mi sentivo completamente ab­bandonato al volere di Dio. Distaccato da tutto, da ogni pensiero e da ogni desiderio, mi pareva di essere in braccio al Signore. E in questo stato credo di essermi addormentato sul serio. "Poi, improvvisamente, sono stato avvolto da una luce intensa. Un mare di luce folgorante, che accecava i miei occhi fisici ma dentro la quale potevo vedere benissimo con gli occhi dell'anima. E in quella luce ho visto Gesù. Era bellissimo, sollevato in mezzo alla luce e, a sua volta, emanava altra luce, ancora più intensa. Aveva le braccia leggermente alzate e aperte con le palme rivolte verso di me. Dalle piaghe delle sue mani, dei suoi piedi, e da quella del costato partivano dei raggi di luce bianchissima che sembra­va luce di ghiaccio. E quei raggi colpivano le mie mani, i miei pie­di, il mio costato. Ma erano come lame di fuoco che penetravano la mia carne perforando, tagliando, rompendo. Mi sentivo mori­re. Avrei voluto gridare. Il dolore era immenso, ma insieme provavo una dolcezza infinita. Amore e dolore infiniti, fusi insieme. So­no stati attimi indescrivibili, ma il mio fisico non ha resistito e sono crollato privo di conoscenza. "Quando mi sono ripreso, non c'era più luce, non c'era più Gesù. Ero a terra, sanguinante. Ho provato ad alzarmi, ma non ce l'ho fatta. Il dolore era atroce. Ho visto le mie mani ferite. Ho sentito che avevo i piedi rotti. E qui, dalla parte del cuore, il saio era tutto pieno di sangue. Volevo rifugiarmi nella mia cella. Sono riuscito a trascinarmi fin vicino alla porta, ma poi ho di nuovo perduto conoscenza." - Sei certo che l'entità che hai visto in quella luce fosse proprio Gesù? - Ne sono certo. - Ti ha parlato? - Non con parole fatte di suoni. Ha parlato alla mia anima. Era simile al personaggio che avevo visto il 5 agosto. Un perso­naggio fatto di luce immensa, purissima, ma questa volta aveva il volto di Gesù e le sue piaghe, dalle quali partivano raggi di luce. - E perché dici che era simile al personaggio che avevi visto il 5 agosto? - È una storia lunga. Tutto quello che è accaduto ora è soltan­to la conclusione di una lunga vicenda. - Quanto lunga? - Almeno Otto anni. Tutto è cominciato quando vivevo a Pie­trelcina. Ti ricordi Piana Romana? - E come no? I campi di tuo padre. Lo vedo ancora Grazio, che lavora sempre, infaticabile. - Ti ricordi che quando ero a casa ammalato mi rifugiavo sem­pre laggiù, in una capanna costruita sotto l'olmo? - Sono venuto diverse volte a trovarti. Abbiamo chiacchierato tanto in quella capanna. - Là ricevevo spesso la visita di Gesù, e un giorno mi lasciò sul corpo i segni della sua Passione. Ero molto spaventato e confuso. Lo pregai intensamente di togliermi quei segni. "Lasciami il dolore, perché io voglio patire per amor tuo" gli dicevo "ma toglimi questi segni che mi mettono in confusione." "Quelle piaghe le vide solo il parroco, Don Salvatore Pannullo, che era il mio confessore. Insieme pregammo per ottenere che il Signore rendesse invisibili quei segni, e il Signore ci ascoltò. Le piaghe scomparvero e rimase il dolore." - Che tipo di dolore? - Lancinante, come se le mani fossero trapassate da una lama. E anche i piedi e il costato. - E il 5 agosto: che cos'è accaduto quel giorno? - Negli ultimi tempi il Signore si è fatto vivo spesso con me. Vedevo il suo viso addolorato per l'ingratitudine degli uomini e per gli orrori della guerra. Mi ha concesso il dono di intuire quan­to grande sia il suo amore per noi, e quanto grande il dolore per le aberrazioni che stanno accadendo nel mondo. Non potevo resiste­re a simile strazio e subito mi sono offerto vittima per la fine della guerra, per i morti, per i feriti, per la salvezza dei peccatori. Gli ho chiesto il privilegio di poter soffrire con lui e di condividere il suo amore per l'umanità. E lui ha accettato la mia offerta. "La sera del 5 agosto scorso, mentre stavo confessando i ragaz­zi del collegio, improvvisamente ebbi una visione di tipo spiritua­le. Vidi, cioè, non con gli occhi del corpo, ma con quelli dell'ani­ma, un personaggio celeste, forse un Serafino, che teneva in mano uno strano arnese. Sembrava una spada o una lunghissima lamina di ferro, con una punta affilatissima, dalla quale usciva fuoco. Mentre lo guardavo terrorizzato, scagliò con estrema violenza quell'arnese nella mia anima. Emisi un lamento, mi sentivo mori­re. Il ragazzo che stavo confessando si spaventò. Gli diedi l'assolu­zione in fretta e lo congedai. Rimasi lì immobile, incapace di al­zarmi della sedia. "Solo molto tempo dopo riuscii a raggiungere la mia cella. E per tutta la notte fui in preda a quel martirio, senza interruzione, che durò anche il giorno dopo, fino al mattino del giorno 7. Quel che soffrii in quelle ore non potrò mai dirlo. Mi pareva che mi strappassero le budella, che le facessero a pezzettini. Da quel gior­no la ferita provocata da quella spada è sempre rimasta viva den­tro di me, facendomi spasimare giorno e notte. "E adesso si sono aggiunte queste ferite. Sono venute a compi­mento del martirio che ho chiesto di poter soffrire per essere di aiuto alla redenzione degli uomini, alla salvezza dei peccatori. Ge­sù ha accettato la mia richiesta, e queste piaghe sono una specie di firma del nostro contratto. D'ora in poi io vivrò sul Calvario." - Quindi queste piaghe sono le stigmate di Cristo. - È così, Don Peppino mio. Ma ancora una volta io voglio pre­garlo di togliermele. Di lasciarmi il dolore, perché lo voglio. Ma i segni visibili mi sono di confusione. Continuo a pregarlo che me li tolga, ma non vuole ascoltarmi. - Ti fanno male anche i piedi? -In modo terribile. Questa notte ho dovuto alzarmi, ed è stato un tormento spaventoso. -Fammi vedere - disse Don Orlando togliendo di colpo le coperte. Padre Pio lo lasciò fare. Le lenzuola erano inzuppate di sangue. Il sacerdote controllò i piedi. Avevano lo stesso aspetto delle mani. Erano tumefatti, gonfi, trapassati da parte a parte da una ferita mostruosa. Padre Pio era andato a letto senza togliersi il saio. Probabilmente, con quelle mani ferite, non ce l'aveva fatta. - Ti aiuto a spogliarti - disse Don Orlando. - Non puoi re­stare in queste condizioni. E poi dobbiamo disinfettare le ferite e fasciarle. Se si infettano, sono guai. Aiutò l'amico a sedersi sul letto. Padre Pio aveva un corpo lon­gilineo e magro. Pesava meno di 60 chili. Don Orlando, invece, era molto robusto e gli fu facile sollevare l'amico e aiutarlo a to­gliersi il saio. Il Padre rimase in mutande e con la camicia, che era costituita da una tonaca di stoffa grezza. All'altezza del cuore, la tonaca era imbevuta di sangue rappreso. - Fa vedere - disse Don Orlando cercando di sbottonare la to­naca. Padre Pio si copri il petto con le braccia. Non voleva. - Piuccio - insitette Don Orlando - devo vedere. Se vuoi che ti aiuti, devo essere al corrente di tutta la situazione. Sono un fra­tello, per te. Padre Pio tolse le braccia dal cuore e si distese nuovamente sul letto. Don Orlando alzò la tonaca e scoprì il torace magro e schele­trito del religioso. Una visione spaventosa si presentò ai suoi occhi. Il petto era un lago di sangue. Sul lato sinistro, due dita sotto il ca­pezzolo, si apriva un vero squarcio. Un taglio di almeno 7 centime­tri. La pelle circostante era gonfia e tumefatta. Le labbra della feri­ta erano sollevate, e questo permetteva di vedere che lo squarcio era profondo, penetrava dentro il petto, tra le costole, in direzione del cuore. - Cosa senti qui? - domandò Don Orlando indicando la feri­ta al costato. - Uno spasimo spaventoso - rispose Padre Pio. - Il dolore mortale che ho provato al momento dell'apparizione non è mai cessato. Qui nel cuore sento in continuazione la presenza di quella lama di luce. Mi pare che continui e penetrare, a lacerare, a spac­care il mio cuore. E sento scorrere sangue. Lo sento cadere dentro di me. Mi pare addirittura di percepirne il rumore, e ho l'impres­sione che sia molto più copioso il sangue che scorre dentro, che non quello che esce dalla ferita. Ho paura di morire dissanguato. Se il Signore non ascolta le mie suppliche, per me è proprio finita. - Adesso dobbiamo pulire tutto. Dobbiamo lavare e disinfetta­re le ferite, e poi fasciarle. - Ti prego, non chiamare nessuno - supplicò Padre Pio. - Non ti preoccupare, farò tutto io. Ma tu mi devi promettere che se, nei prossimi giorni, il dolore non diminuisce e le ferite non si chiudono, ti farai vedere dal medico. - Va bene, vedremo che, cosa accadrà nei prossimi giorni. Don Orlando ricoprì quel povero corpo maciullato. - Ora vado a prendere quel che occorre per disinfettare le tue ferite - disse e uscì dalla cella. In fondo al corridoio, vicino alla porta del coro, c'erano Padre Paolino e Fra Nicola. I loro visi erano tesi. Alle 2 del pomeriggio non avevano ancora pranzato. Avevano servito il pranzo ai ragaz­zi del collegio, ma loro non erano riusciti a mangiare nulla. Vedendo Don Orlando, accorsero verso di lui. - Ho bisogno di acqua calda, pezzuole di lino, disinfettante, bende - disse con voce calma e sicura il sacerdote. - Come sta? - domandò Padre Paolino. - Credo che ora stia meglio di ieri sera - rispose Don Orlan­do. - Ma bisogna pulirlo, disinfettarlo. Da solo non riesce a fare niente. Neanche a spogliarsi. Padre Paolino ordinò a Fra Nicola di andare in cucina a scalda­re dell'acqua e preparare subito quanto aveva chiesto Don Orlan­do. Rimasto solo con il sacerdote, gli domandò: - Le ha raccontato che c6s'è accaduto ieri? - Sì - rispose Don Orlando. - Mi ha raccontato tutto. - E lei che ne pensa? - Credo che ci troviamo di fronte a un evento strepitoso, di cui non siamo in grado, per ora, di capire il significato. Un evento che farà parlare il mondo. Per me quelle ferite sono proprio le piaghe di Cristo. Gesù si è rivelato in Padre Pio come aveva fatto in San Francesco tanti anni fa. Perché Dio abbia voluto dare a Piuccio questi segni mistici, con quali fini e per quali scopi, non lo so. Ma non ho dubbi: siamo in presenza di un fatto portentoso. Dio si è manifestato nel nostro amico. Ieri mattina Dio è venuto qui, in questo convento, e ha lasciato le sue impronte. Fece una lunga pausa. Si appoggiò alla finestra che dava sul giar­dino, voltando le spalle a Padre Paolino, fingendo di guardare qual­cosa che aveva attirato la sua attenzione. In realtà voleva che il frate non scorgesse nei suoi occhi un'improvvisa ondata di commozione. Dopo tutto quello che aveva visto e udito, anche lui, uomo forte, dai nervi d'acciaio, si sentiva sopraffatto dall'emozione. L’immagine di Padre Pio con il costato squarciato lo aveva sconvolto. Dopo un po' tornò a guardare Padre Paolino e sorridendo disse: - Sono stato io a suscitare in Padre Pio la vocazione religiosa. Me lo raccontò lui. Mi confidò: "Il primo pensiero di voler diven­tare sacerdote lo ebbi ascoltando una tua predica quando avevo dieci anni . Allora si chiamava Francesco. Era un bel bambino. Non avrei certo mai immaginato di vederlo un giorno con le piaghe, come Cristo.

5

Il 6 gennaio 1903 Francesco For­gione si alzò da letto molto presto. Quel giorno era la festa del­l'Epifania, e aveva deciso di andare alla prima Messa in parroc­chia, che veniva celebrata alle 7. Subito dopo sarebbe rientrato per salutare la famiglia e alle 10 avrebbe preso il treno per Morco­ne, dove sarebbe entrato nel noviziato dei frati Cappuccini. Fran­cesco aveva quindici anni e mezzo e stava per iniziare una nuova vita. Quello era il giorno del suo addio definitivo al mondo. Cercò di non fare rumore per non svegliare il fratello Michele, che dormiva nella stessa camera. Accese il lume a petrolio e lo mise in un angolo. Da una brocca d'alluminio versò un po' d'acqua nel catino e si passò le mani bagnate sul viso. Nonostante si muovesse con grande prudenza, non riuscì a evi­tare di svegliare il fratello. - Già in piedi, Francì? - domandò Michele sporgendo la testa da sotto le coperte. - Vado a Messa presto, perché dopo, come sai, devo partire - rispose Francesco. Michele si girò nel letto provocando lo scricchiolare tipico dei vecchi materassi fatti di foglie secche di granturco. Francesco lo ascoltò con gioia. Quel rumore gli piaceva. Gli richiamava alla mente il calore del letto, il piacere di stirarsi sotto le coperte. - Ci vediamo quando torni dalla Messa, Francì - disse anco­ra Michele soffocando a fatica uno sbadiglio e girandosi di nuovo nel letto, per cercare una posizione più comoda. - Va bene Michè. La famiglia Forgione viveva nella parte vecchia di Pietrelcina, un piccolo centro agricolo in provincia di Benevento. La zona si chiamava Rione Castello ed era costituita da un grappolo di case, affastellate una sull'altra lungo il costone della collina rocciosa, che dal lato nord era tagliata a strapiombo sulla vallata. Erano ca­se secolari, piccole e basse, costruite con calce magra e pietre grez­ze. I muri scrostati erano anneriti dal tempo. Tra le misere costru­zioni, un serpeggiare di viuzze strette, in gran parte a gradini, lastricate con un acciottolato diseguale. L'abitazione dei Forgione si trovava verso la sommità del Rione, in vico Storto Valle. Una casa singolare, formata da una serie di stanzette disseminate lungo la via. Invece di essere una costru­zione in verticale di due, tre piani, era costituita da diversi locali dislocati in orizzontale. Alcuni di questi comunicavano tra di loro attraverso porte interne, e si potevano raggiungere anche senza uscire all'aperto. Francesco dormiva con il fratello Michele, che aveva ventun an­ni, in quella che la famiglia chiamava "la Torretta": una stanza quadrangolare, isolata, aggrappata alla rupe e accessibile attra­verso una scaletta ripidissima. Le sorelle Felicita, quattordici anni, Pellegrina, dieci, e Graziella, Otto, dormivano invece in una stanza accanto alla cucina che durante il giorno veniva adibita a tinello. I genitori, Grazio e Giuseppa, avevano una camera per conto loro. Francesco indossò il vestito delle feste che la mamma gli aveva preparato la sera prima deponendolo poi con cura sulla panca di legno che era il suo guardaroba. Spense il lume e uscì dalla Torret­ta per andare in cucina. L'aria pungente gli sferzò il viso. Faceva molto freddo. Gennaio si era presentato rigido anche al Sud. In quei giorni si era avuto un forte vento gelido proveniente dal Sannio. Aveva "lavato" l'atmo­sfera, rendendola così limpida da farla sembrare irreale. France­sco guardò la vallata ancora avvolta nel buio. In qualche casa si vedeva il lume acceso. Il cielo era una meravigliosa volta stellata. Fece alcuni passi e raggiunse l'ingresso della cucina. Sua madre aveva già acceso il camino. Era seduta sul panchetto di legno in­fisso nel muro a fianco del camino. Guardava verso l'ingresso e sorrise vedendo il figlio. Era certamente li da qualche tempo che lo aspettava. - Sei già pronto - disse con voce dolce. - Ma è ancora presto per la Messa. Sentendo che sua madre era serena e tranquilla, Francesco trasse un segreto sospiro di sollievo. Temeva di trovarla già in lacrime. - Mi sono svegliato, non riuscivo a restare a letto, sono un po­co agitato. - Dillo a me! - si lamentò la signora Giuseppa. - Non ho chiuso occhio tutta la notte. - Neanch'io - disse Francesco. La donna lo guardò con infinita tenerezza. - Vieni qua, dalla tua mamma. - E allargò le braccia per ab­bracciarlo. Francesco si sedette accanto a lei, sul panchetto infisso nel muro. La madre lo strinse a sé, con affetto. Il fuoco del camino aveva intie­pidito il piccolo ambiente. Il viso di Francesco, che poco prima, all'aperto, era stato gelato dalla brezza mattutina invernale, ora sfo­gava. Le sue guance si erano arrossate. C'era una atmosfera particolare quella mattina in casa Forgio­ne. In genere la sveglia era allegra e chiassosa. Michele canticchia­va, le ragazze chiamavano ad alta voce i fratelli, la mamma era molto indaffarata in cucina per la colazione. Quella mattina, inve­ce, c'era un silenzio pesante. Non si udivano voci né rumori. - Come sei bello con questo vestito - disse la signora Giusep­pa al figlio, guardandolo con amore e accomodandogli il cravatti­no nero che portava sulla camicia bianca. - E tu sei bellissima, mamma - disse Francesco ricambiando quello sguardo affettuoso. Non era un complimento, il suo. France­sco era veramente orgoglioso di sua madre, del suo portamento si­gnorile, della sua elegante bellezza fisica. I Forgione erano una famiglia di contadini. Possedevano alcuni campi di terra che coltivavano in proprio ricavandone il necessario per vivere. Dovevano lavorare sodo, ma almeno avevano il vantag­gio di non dover andare sotto padrone, di fare cioè i braccianti al servizio dei ricchi proprietari terrieri. Grazio, il capo famiglia, che aveva allora quarantadue anni, era un tipo sanguigno e vivace. Tutti lo chiamavano Zi' Grazio. Non era mai andato a scuola, non sapeva né leggere né scrivere, ma possedeva una saggezza contadina illuminata e vispa. Di statura un po' inferiore alla media, era piantato saldamente sulla gambe arcuate. Il viso dai lineamenti decisi portava i segni del calore del sole e della fatica dei campi. Gli occhi attenti e nerissimi, circon­dati da una fitta trama di piccole rughe, erano sormontati da folte sopracciglia. Grazio aveva fama di lavoratore infaticabile. Ma era anche amante delle feste e delle allegre compagnie. Da giovane era stato uno dei più scatenati menestrelli di Pietrelcina. Dotato di una voce intonata e gradevole, insieme all'amico Michele, detto Mascia, che sapeva suonare divinamente il calascione, una specie di chitarra, formava un duo molto ricercato, soprattutto per fare le serenate alle belle ragazze del paese. Il suo amore per le feste, comunque, non gli aveva mai fatto tra­scurare il lavoro. A poco a poco aveva ingrandito la proprietà, com­perando qualche nuovo pezzo di terra e indebitandosi per poterla pagare. Per questo motivo da due anni era emigrato in America in cerca di fortuna, in modo da saldare onorevolmente i propri debiti. Giuseppa Di Nunzio, la mamma di Francesco, aveva quaranta­quattro anni, due più del marito. Era conosciuta da tutti come mamma Peppa e proveniva da una famiglia più agiata di quella di Grazio. Il loro era stato un vero matrimonio d'amore. Giuseppa aveva portato in dote metà della terra che ora la famiglia possede­va. Era una donna fine, elegante, dai capelli corvini, che ci teneva a presentarsi in pubblico sempre perfettamente in ordine. Aveva mantenuto negli anni una figura snella e asciutta, che la faceva sembrare molto più giovane della sua età. Mamma Peppa aveva messo al mondo nove figli, ma solo cin­que erano vivi, e li aveva cresciuti in un atmosfera di grande sere­nità e di profondo affetto, per questo erano molto legati fra loro. Francesco era il "cocco" della famiglia. Lo era diventato per il suo carattere affettuoso, per i suoi modi generosi e gentili, e anche per la sua bontà, che era veramente eccezionale. E lo era in partico­lare da quando aveva annunciato di voler diventare monaco en­trando nell'Ordine dei frati Cappuccini. A quindici anni e mezzo, Francesco era un giovanotto già alto come la madre. Quando andavano in giro per il paese insieme, te­nendosi per mano, sembravano due fidanzati. Francesco era legatissimo alla madre. Lo era sempre stato. Da piccolo preferiva stare con lei piuttosto che andare a giocare con gli altri bambini. Nonostante il carattere espansivo, non aveva mai avuto tanti amici. Frequentava alcuni coetanei scelti con cura e guardava con diffidenza quelli che facevano troppo chiasso. Negli ultimi anni era stato molto impegnato con gli studi e quin­di era rimasto quasi sempre in casa. Anche questo fatto aveva con­tribuito a consolidare ancora di più il legame con la madre. C'era­no più occasioni per dialogare con lei, per aiutarla nelle faccende di casa, per accompagnarla nei campi. Inoltre, da quando Grazio era dovuto emigrare in America, Francesco si era sentito investito dal dovere di vegliare sulla mamma. Michele si preoccupava dei campi e dei lavori agricoli. Lui della madre e delle sorelle piccole. Mamma Peppa si sentiva coccolata da lui e lo ricambiava con un affetto grandissimo. Voleva bene a tutti i suoi figli. Un bene immen­so. Ma Francesco era veramente un figlio speciale. Da piccolo le aveva dato qualche preoccupazione. Andava sog­getto a malattie strane, a paure, smarrimenti e pianti inspiegabili che duravano anche tutta la notte, suscitando in lei ansie e timo­ri. Ma anche questi affanni erano serviti a far crescere il suo af­fetto materno. E poi, in quel figlio scorgeva degli aspetti misterio­si che la intimorivano, la preoccupavano, ma nello stesso tempo l'affascinavano. Amava raccontare alle amiche che il suo Francesco, da grande, sarebbe diventato un personaggio importante. Forse un avvocato, un dottore. Riferiva che la levatrice, subito dopo il parto, le aveva detto: - Giuseppa, il bimbo è nato avvolto in un velo bianco, e que­sto è un buon segno: sarà grande e fortunato. Come tutte le donne di Pietrelcina, Mamma Peppa aveva un de­bole per la magia. Temeva il malocchio, e le piaceva consultare in­dovini e astrologi. Quando si era sposata, oltre a indossare il tradi­zionale costume pietrelcinese, aveva messo al collo un borsellino di stoffa che conteneva le immagini di tredici Santi, tutti maschi, per­ché questa usanza portava bene. Quando Francesco aveva poco più di un anno, non aveva resi­stito al desiderio di condurlo da un chiaroveggente perché gli leg­gesse il destino. Era andata da un certo Giuseppe Fajella, che era famoso a Pietrelcina. Per un disturbo del linguaggio, parlava silla­bando meccanicamente le parole, e questo difetto conferiva fasci­no ai suoi oracoli. - Che volete sapere questa volta, mamma Peppa? - le aveva domandato Fajella, che ormai la conosceva bene. - Vorrei tanto che mi diceste qualcosa sul futuro del mio Fran­cesco - rispose la donna mostrandogli con orgoglio il figlio. Fajella osservò il bambino. Consultò il suo libro dei segni zo­diacali, poi chiuse gli occhi, rimase concentrato in silenzio per di­versi secondi e infine, levando gli occhi al cielo, disse: - Questo bambino sarà onorato da tutto il mondo. Per le sue mani passeranno soldi e soldi. Ma non possederà nulla. Mamma era tornata a casa orgogliosa. E ogni volta che riferiva alle amiche il responso di Fajella, aggiungeva: - Chissà, forse da grande Francesco andrà in America, così tutto il mondo lo conoscerà. Il suo sogno, però, sembrava destinato a naufragare. Grazio vo­leva che il figlio facesse il contadino come lui. Cominciò a portar­lo con sé nei campi quando era ancora un bambino. - Deve andare a scuola - protestava mamma Peppa. - La scuola non serve a niente - diceva Grazio. - L'istruzione è necessaria per il suo avvenire - ribatteva mamma Peppa. - Ho già fatto l'esperienza con Michele - spiegava Grazio. - È andato a scuola quattro anni, e per quattro anni mi sono privato del suo aiuto nei campi. Non ha combinato niente. Non è stato pro­mosso. Non voglio buttare via altri quattro anni. - Francesco è intelligente, riuscirà bene a scuola, non dobbia­mo pregiudicare il suo futuro - supplicava mamma Peppa. - Sogna, sogna - diceva Grazio con tono ironico. - Tu vai dai veggenti, e loro ti scaldano la testa con tante fantasie. Noi sia­mo fortunati ad avere della terra, e sta in questa nostra terra l'av­venire dei figli. Io non sono mai andato a scuola, e tu pure non sai leggere né scrivere. Eppure siamo felici, abbiamo una bella fami glia. Francesco mi serve a casa, non a scuola. Grazio era cocciuto. Mamma Peppa lo sapeva e si era battuta con tutte le sue forze, aveva perfino litigato per strappare al mari­to il consenso di mandare Francesco a scuola, ma senza riuscirci. Aveva pianto in silenzio, ma era stata costretta a cedere. Francesco era quindi destinato a restare analfabeta come i genitori. Aveva cominciato prestissimo ad andare nei: campi a pascola­re le pecore. Partiva al mattino e tornava la sera. Svolgeva il suo compito con scrupolo, e Grazio ne era fiero. Di tanto in tanto, però, Grazio aveva dei rimorsi. Francesco era un bambino fine, sensibile, molto intelligente, che apprendeva con grande facilità tutto quello che gli veniva insegnato, e Grazio si do­mandava se, forse, non sarebbe stato opportuno mandarlo a scuola. Poi, un giorno, Francesco, verso i dieci anni, disse a suo padre: - Papà, vorrei diventare sacerdote. Erano nei campi, a Piana Romana, dove i Forgione possede­vano la terra. Grazio rimase folgorato da quella frase. Non se la aspettava. - Chi ti ha suggerito una cosa del genere? - domandò. - Nessuno, l'ho pensato io - rispose Francesco con semplicità. Grazio era un buon cristiano. Ogni tanto gli scappava qualche improperio, ma se ne pentiva subito. La sua fede in Dio era sem­plice ma granitica. Avere un figlio sacerdote sarebbe stato un ono­re grandissimo per lui, una benedizione del cielo ma anche un col­po di fortuna. Gli ecclesiastici, allora, erano molto rispettati e, nella mentalità della gente, soprattutto al Sud, considerati persone colte, ricche, che potevano vivere bene senza faticare. - Pensaci - disse rivolto al figlio. - Pensaci bene, Francì, per­ché fare il sacerdote è una cosa molto importante. Aveva ripreso a zappare. Francesco era seduto lì vicino e osser­vava le pecore che ogni giorno conduceva al pascolo. "Forse ho sbagliato a non mandarlo a scuola" pensava Grazio. "Ha dieci anni ormai, e che cosa sa fare? Guardare le pecore. Cosa farà da grande? Zapperà la terra, rompendosi la schiena come fac­cio io. Forse ho proprio sbagliato a non mandarlo a scuola." Continuò a lavorare con rabbia. Dopo un po' si drizzò, guardò il figlio e gli disse: - Francì, se mi prometti di impegnarti, io ti farò studiare e ti farò diventare monaco. Ma di quelli da Messa. - Ti prometto che studierò con diligenza - rispose Francesco, felice. Quella sera Grazio aveva riferito alla moglie il colloquio avuto con Francesco. - Che ne pensi? - aveva domandato timoroso. - Francesco è molto buono. Forse il Signore vuole proprio farne un suo sacerdote - aveva risposto mamma Peppa. Credo che avevi ragione di volerlo mandare a scuola. Ho sbagliato - ammise Grazio. Mamma Peppa aveva sorriso compiaciuta. Grazio non diceva mai "ho sbagliato". Se aveva pronunciato quella frase, voleva dire che ci aveva pensato tutto il giorno. - Francesco ha solo dieci anni - disse mamma Peppa. - Può recuperare il tempo perduto frequentando le lezioni private. - Ma occorrono soldi. - Possiamo vendere la mucca. - No, la mucca no. Comunque, qualcosa faremo. Se il Signore vuole mio figlio sacerdote, troverò il modo per farlo studiare. Grazio era disposto ad affrontare qualunque sacrificio. Si diede da fare, cominciò col mandare Francesco a scuola da un artigiano, Mandato Saginario, che i paesani chiamavano "Pettenacanne" perché pettinava la canapa per ricavarne sacchi e teloni e, per mezza lira al mese, di sera insegnava a leggere e a scrivere ai figli dei suoi vicini. Dopo qualche mese lo affidò a Domenico Tizzani, un vero maestro. Francesco aveva superato bene l'impatto tardivo con la scuola. Studiava con passione, come aveva promesso a suo padre. In un paio d'anni 'aveva assimilato il programma delle elementari. Ma per entrare in un convento doveva imparare anche il latino. Dove­va perciò svolgere almeno il programma dei primi tre anni del gin­nasio. Scuola impegnativa. A Pietrelcina c'era un bravo insegnan­te, il maestro Angelo Caccavo, ma costava parecchio. Grazio non mollò, si indebitò e partì per l'America con la speranza di guada­gnare i soldi necessari, a pagare i debiti.

6

Mentre era seduto accanto alla madre nella cucina di casa, Francesco, quella mattina del 6 gen­naio 1903, pensava anche al suo babbo lontano. E anche mamma Peppa pensava al suo Grazio. - Come sarebbe bello se il papà fosse qui con noi in questo giorno - disse mamma Peppa. - Papà è stato meraviglioso con me. Quando penso a tutti i sa­crifici che ha affrontato per farmi studiare mi sento in colpa. Tutti i giorni lo penso e tutti i giorni prego per lui affinché il Signore lo aiuti a tornare presto a casa. - E per me preghi? - domandò mamma Peppa, quasi gelosa della parole affettuose che Francesco aveva avuto per suo padre. - Certo che prego sempre anche per te - rispose con dolcezza Francesco. - Ma tu sei qui, con me, con la famiglia, nel nostro paese, mentre il papà è tanto lontano e solo. - Adesso però anche tu andrai lontano, e io non potrò più averti vicino. Al pensiero mi sento morire - disse mamma Peppa con voce rotta da un fremito di commozione. Abbracciò il figlio stringendolo forte. Dopo qualche attimo, domandò con un filo di voce: - Mi dimenticherai? - Mamma - sussurrò Francesco frenando anche lui la com­mozione. - Tu sarai sempre nel mio cuore, nei miei pensieri. Mai potrò dimenticarti. Ma io non vado lontano come il papà, e tu verrai a trovarmi. - Certo che verrò, tutte le volte che mi sarà permesso - af­fermò decisa mamma Peppa. - Morcone dista da qui soltanto un'ora di treno. - Mi hanno detto che durante il primo anno, quello di noviziato, la Regola è severa. Non potrò venire più di due, tre volte a farti visi­ta. Per me sarà un anno durissimo. Ma poi potrò vederti più spesso. E stai certo che tua mamma verrà. Non importeranno distanze, dif­ficoltà di viaggi, disagi di stagioni: verrò a trovare il mio bambinone. Lo strinse ancora forte al suo cuore. Poi aggiunse: - Ma adesso affrettati, altrimenti arriverai tardi in chiesa. La Messa è alle 7, e la campana è già suonata da un po'. - Vado, mamma - rispose Francesco. - Francì, non vieni a salutarmi? - La voce cristallina proveni­va dalla stanza accanto alla cucina dove dormivano le sorelle. Era Felicita che invocava un saluto. - Francì, non vieni a salutare anche me? - E questa era Pelle­grina. - Francì, io voglio un bacio - disse infine Graziella, la più piccola. Francesco guardò la madre con il viso radioso di felicità. Le sue sorelline erano il suo tesoro. Con loro amava giocare, soprattutto con Felicita, che gli assomigliava molto nel carattere e nella sensi­bilità. Erano già tutte e tre sveglie. Chissà da quanto tempo. Ave­vano certamente ascoltato quanto si erano detti lui e la madre, e ora lo reclamavano. Entrò nella stanza, si sedette sulla sponda del letto dove le sue sorelline dormivano tutte e tre insieme e diede un bacio a ciascu­na, accarezzando quei visini pieni di luce. - Dormite ancora un poco. Quando torno da Messa, ci salute­remo bene - disse andandosene. Uscì dalla cucina e si avviò verso la chiesa parrocchiale che sta­va in cima al Rione Castello, nel punto più alto della collina roc­ciosa. Sulla stradina selciata i suoi passi risuonavano nel silenzio Mattutino. Vide che da diversi punti del paese altra gente si diri­geva verso la chiesa. Alcuni si facevano luce con lampade da car­rettiere. Il buio rendeva invisibili le persone. Si vedevano solo le luci in movimento e sembravano fantasmi nella notte. In chiesa Francesco si mise nel posto riservato ai chierichetti. Da alcuni anni faceva parte del "piccolo clero" e in genere nelle feste serviva la Messa. Ma anche quell'attività per lui era finita a Pietrelcina. Don Salvatore, il parroco, un uomo dotto, rigido, ma anche molto paterno, al momento della predica volle ricordare che Fran­cesco se ne andava dal paese e, dal pulpito, gli fece gli auguri per la sua nuova vita in convento. Al termine della Messa, molti paesani lo attesero fuori della chiesa per salutarlo. - Francì, quando sarai in convento ricordati di pregare anche per me. - Noi, Francì, siamo poveri, dobbiamo lavorare, e tu, che ades­so hai tempo, prega anche al posto nostro. - Zia Daria non può venire a salutarti, ti manda un bacio e un bacio te lo dò anch'io. A Pietrelcina tutti lo conoscevano e gli volevano bene. Le donne lo indicavano come esempio ai loro figli. Le ragazze sue coetanee lo sognavano e si rammaricavano che andasse in convento, perché era il più bel ragazzo del paese. Francesco rispondeva ai saluti, ringraziava, ma aveva fretta. Il suo pensiero e il suo cuore erano a casa, dalla madre. Si affrettò a tornare. Giunto in vico Storto Valle vide diverse per­sone ferme sulla soglia di casa. Erano parenti e amici giunti per sa­lutarlo. C'erano zio Pellegrino, zio Giannantonio, zia Pellegrina. I suoi amici Mercurio, Luigi e Francesco Orlando, Ubaldo Vecchia­rino, compagni di giochi e di pascolo. - Quante giornate trascorse insieme. Quanti giochi. Quante discussioni - pensava. Era felice che fossero venuti a salutarlo, ma la loro presenza rendeva più concreta la realtà del distacco. Francesco sentiva il cuore battergli forte nel petto. Rispondeva ai saluti, stringeva mani, riceveva abbracci, ma con lo sguardo cer­cava sua madre. Entrò in cucina e la trovò vicino al camino, dove l'aveva lasciata. Aveva indossato i vestiti della festa. Sul capo si era messa uno scialle nero, segno di lutto, e il suo viso era diventa­to pallido. Capì che anche per lei, a mano a mano che si avvicina­va il momento dell'addio, il dolore cresceva. Erano diversi giorni che si immaginava quel momento. E ogni volta il suo animo si riempiva di una tale angoscia da fargli pren­dere in considerazione la possibilità di non partire più. Aveva riflettuto tante volte sull'importanza del passo che stava per compiere. Sapeva che la vocazione religiosa era un grande do­no di Dio, ma il pensiero di dover lasciare la madre e la famiglia diventava per lui un ostacolo quasi insormontabile. Solo la pre­ghiera e il continuo invocare l'aiuto del Signore gli davano un po' di conforto e un la forza per persistere nel suo proposito. La sua vocazione religiosa era maturata in modo singolare. Fin da quando era piccolo, in lui accadevano cose molto strane. Aveva come l'impressione di "vedere" esseri che non appartenevano a questo mondo, ma che si presentavano a lui come se vi appartenes­sero. Non era certo di "vederli realmente", con gli occhi del corpo. Non era neppure certo di vederli "da sveglio", anche se a volte si presentavano mentre si trovava nei campi, o mentre studiava in ca­sa, o nell'intimità della sua cameretta. Ma aveva con loro una bel­lissima consuetudine affettiva, come fossero degli amici carissimi. "Vedeva", o gli "pareva di vedere", l'Angelo custode, la Ma­donna, Gesù, San Giuseppe, San Francesco d'Assisi. Aveva, co­munque, la certezza di conversare con loro, comunicava loro i suoi piccoli problemi e ne riceveva informazioni e consigli. Non aveva mai accennato a nessuno di queste esperienze. Nep­pure al parroco. Riteneva fossero cose personali da non andare a dire in giro. Pensava addirittura che anche gli altri avessero più o meno le stesse visioni. Con quegli amici invisibili'' parlava della sua esistenza, delle cose che accadevano, del mondo, di quel che avrebbe voluto fare da grande. E furono loro a fargli intuire la grandezza e l'impor­tanza di dedicare la vita a Dio. Il primo desiderio di voler diventare sacerdote lo aveva avuto intorno ai dieci anni. Era ancora un ragazzino. Non aveva idee preci­se sulla vita e sul mondo. La sua conoscenza della religione era le­gata e ciò che gli avevano spiegato sua madre e il parroco. Ma aveva già una solida consuetudine con la preghiera. In casa Forgio­ne, tutte le sere, prima di andare a letto, si recitava il rosario. Ed erano stati proprio quei misteriosi personaggi che spesso venivano a trovarlo a fargli capire che, se voleva, da grande sarebbe potuto diventare sacerdote per dedicare tutta la sua esistenza a Dio e alla salvezza spirituale degli altri uomini attraverso la preghiera. A poco a poco, gli "amici invisibili" gli avevano fatto intendere quanto poteva essere importante quella scelta. Importante per la sua famiglia, per gli amici, per tutte le persone che conosceva. An­che per tutto il mondo. - Ogni essere umano ha un proprio fine da realizzare con la sua esistenza su questa terra - gli spiegavano gli "amici invisibili". - E ogni esistenza è infinitamente preziosa a Dio. Tu puoi diventare un bravo contadino, infaticabile lavoratore della terra come tuo padre. Ti sposerai, avrai dei figli e lavorerai ogni giorno per provvedere al loro avvenire. "Ma puoi scegliere un ideale più grande, essere utile a tutti gli uomini, amare il mondo, aiutare tutti, salvare." Gesù stesso gli aveva fatto balenare nella mente l'idea di quella missione. Era accaduto quando Francesco non aveva ancora com­piuto i cinque anni. E lui, bambino, se ne era entusiasmato. Con il passare del tempo, il progetto era diventato più chiaro e concreto, mentre Gesù continuava a prospettarglielo con dettagli sempre più precisi. Adesso, con il distacco dalla famiglia e l'entrata in convento, era arrivato il momento di iniziare a realizzare in pieno quel pro­getto. Ma Francesco si era accorto che tutto questo comportava sacrifici pesanti, e si era spaventato. Si sentiva perciò combattuto tra il desiderio di seguire quanto Gesù gli prospettava e la rinun­cia, che gli avrebbe permesso di restare tra le persone del suo pic­colo mondo che tanto amava. Nelle settimane precedenti, riflettendo sull'imminente distacco dalla famiglia, aveva sentito vacillare paurosamente i suoi ideali. Non se la sentiva di lasciare i suoi cari, e stava quasi per decidere di non partire più. Ma ecco che i suoi amici invisibili" erano ar­rivati in forza per rincuorarlo. Sempre in quella specie di dormiveglia o sogno tipico delle espe­rienze spirituali che ogni tanto faceva, all'improvviso aveva visto al suo fianco un uomo maestoso e di rara bellezza, splendente co­me il sole, che gli aveva detto: - Vieni con me, perché ti conviene combattere da valoroso guerriero. Era stato portato in una spaziosissima campagna, e lì aveva vi­sto schierati, su fronti diversi, due eserciti. Da una parte, uomini dal viso bellissimo, ricoperti di vesti, candide come la neve; dall'altra uomini di aspetto orrido, vestiti di nero, simili a ombre oscure. Lui era stato spinto in mezzo a quei due gruppi, e un uo­mo di smisurata altezza, un gigante, dal viso orrendo, gli era ve­nuto incontro minaccioso. Il personaggio splendente lo aveva esortato a battersi contro quel mostro. Francesco si era schermito, terrorizzato. - Vana è ogni tua resistenza - gli aveva detto il personaggio lu­minoso. - Tu devi combattere con questo guerriero. Fatti corag­gio: gettati nella lotta con coraggio e io ti starò vicino. Ti aiuterò e non permetterò che ti faccia del male. Francesco allora aveva accettato lo scontro, che era risultato ter­ribile. Tuttavia, con l'aiuto del personaggio luminoso era riuscito a vincere, e l'orrido gigante era stato costretto a scappare insieme a tutti gli altri uomini vestiti di nero, mentre gli uomini dalle vesti can­dide applaudivano e si congratulavano. Il personaggio luminoso, a quel punto, aveva posto sulla testa di Francesco una corona d'oro, di rarissima bellezza, ma subito l'ave­va ritirata dicendo: - Questo mostro tornerà sempre all'assalto, e se tu saprai con­tinuare a lottare contro di lui, riserverò per te una corona ancora più preziosa e splendente di questa. Combatti da valoroso e non dubitare del mio aiuto. Non aver paura del suo aspetto e della sua cattiveria. Io ti sarò vicino e ti aiuterò sempre, affinché tu riesca a sconfiggerlo. Francesco aveva intuito che, con quella visione, gli amici miste­riosi avevano voluto fargli "vedere" come sarebbe stata la sua esi­stenza. Egli era chiamato a combattere contro il "gigante orrido" e il suo esercito. La lotta sarebbe stata feroce e sarebbe durata per tutta la sua vita, ma, alla fine, aiutato dal "personaggio luminoso", avrebbe vinto ricevendo una ricompensa di valore inimmaginabile. Quella visione gli aveva dato forza e fiducia. Aveva scacciato le preoccupazioni e i dubbi. - Signore, rinnovo la mia promessa di donarti la mia vita, di voler vivere e morire per te - aveva pregato con ardore. Aveva ripreso a pensare all'avvenire con entusiasmo. Ma ora che il momento della partenza era giunto, si sentiva di nuovo debole, insicuro, incerto. E la paura e l'angoscia continuavano a crescere. I dubbi si erano fatti sentire, fortissimi, anche nel corso di quell'ultima notte trascorsa a casa. Non era riuscito, infatti, a chiu­dere occhio. A un certo punto, però, erano arrivati Gesù e sua ma­dre, la Vergine Santissima, e si erano intrattenuti a lungo con lui per confortarlo. Gesù gli aveva messo una mano sul capo per infonder­gli forza. In quel momento aveva provato una gioia grandissima e aveva sentito dentro di sé un'energia potente che gli avrebbe per­messo anche di morire per i suoi ideali. Ma anche quell'energia, ora, se n'era andata. Francesco aveva una gran voglia di mettersi a piangere. Era ab­battuto e disperato. Guardava sua madre, le sorelle, gli amici. Sentiva che gli appartenevano, e di appartenere a loro. Sentiva il fascino delle comodità, della vita tranquilla, che stava per abban­donare. Sentiva come non mai di amare la sua casa, i campi, Pie­trelcina. Sentiva che amava la bellezza, che gli piacevano le ragaz­ze con quei loro occhi sfavillanti e le bocche sorridenti. Quando le sue coetanee lo guardavano estasiate, gli sorridevano, gli face­vano i complimenti, provava una gioia grandissima. E sapeva che quelle sensazioni erano cose buone, cui il suo animo, il suo cuore, il suo corpo tendevano istintivamente con forza indomabile. Non c'era niente di male nell'amare le bellezze create da Dio e date da Dio agli uomini. Erano la vita, e lui voleva vivere. - Francì, e me non mi saluti? - Era la voce tenera, cristallina, di Virginia, una sua coetanea che abitava vicino e che quando parlava aveva sempre il viso luminoso, come se avesse il sole sotto la pelle. Quante volte aveva sentito quella voce! Quando tornava da scuola ed era a casa da solo, poiché la madre lavorava nei campi, Virgina era sempre là sull'uscio della sua abitazione, pronta a sa­lutarlo con quella sua voce piena di musica. - Buongiorno Francì. - Buongiorno Virginia. Entrava in casa, posava i libri, scendeva a prendere una braccia­ta di rami secchi, e Virginia: - Francì, oggi che ti mangi? - La mamma mi ha lasciato da cucinare delle zucchine, doma­ni patate cotte sotto la cenere. - Buon appetito, Francì. Grazie, Virgì. Dialoghi semplici, fatti di affetto sincero, saluti cordiali. E Vir­ginia era venuta a salutarlo, commossa. Quante cose belle e care che non ci sarebbero state più nella sua vita. Ma nello stesso tempo Francesco pensava all'altra realtà, quella indicata dai suoi "amici invisibili". Una realtà fatta di rinunce, di sacrifici, di sofferenze che faticava ancora a capire, ma che gli ve­niva presentata come un ideale altissimo. Francesco si dibatteva in questi pensieri. Passava dalla cucina alla camera dove dormivano le sorelle, usciva nella via, stringeva le mani dei parenti, dei vicini di casa che erano venuti a fargli fe­sta, tornava in cucina a guardare sua madre. Tutti sorridevano, e lui aveva il cuore in subbuglio, come non gli era mai accaduto.

7

In fondo a vico Storto Valle, Fran­cesco vide sbucare il maestro Angelo Caccavo e Don Nicola Caruso, due insegnanti che in quegli anni lo avevano preparato per l'ingres­so nel noviziato dei Cappuccini. Erano loro che lo avrebbero ac­compagnato a Morcone. "È giunto il momento" disse fra sé Francesco. - Sei pronto? - gli domandò sorridendo il maestro Caccavo. Trentaquattro anni, era un bell'uomo, dall'aspetto molto distinto e curato, con un paio di lunghi baffi arricciati all'insù. - Sono pronto - rispose Francesco. Con i due insegnanti c'erano altri due ragazzi di Pietrelcina, Vincenzo Masone e Antonio Bonavita, che avevano fatto la sua stessa scelta. Ognuno portava una valigia di cartone con il pro­prio corredQ. Francesco sudava. Il colletto della camicia era trop­po stretto. Voleva sbottonarselo, ma poi pensò che "quel" caldo non sarebbe passato comunque. - Su, vai a salutare la tua mamma - gli disse Don Nicola. Francesco rientrò in cucina. Sull'uscio incontrò Felicita. - Allora vai, Francì - disse la ragazza guardandolo con gli oc­chi rossi. - Sì, vado, piccola mia - rispose stringendola forte. Mamma Peppa era in piedi e lo attendeva. Aveva sentito l'arri­vo del maestro Caccavo e di Don Nicola e aveva capito che l'ora era giunta. Francesco andò ad abbracciarla, e mamma Peppa co­minciò a piangere, ma anche lei si fece subito coraggio e ricacciò le lacrime. Per alcuni attimi accarezzò dolcemente i capelli al fi­glio, poi, tenendolo stretto a sé, si avviò verso la porta. - Mamma Peppa, siamo venuti a rubarle il figlio - disse il maestro Caccavo. - Questa è la volontà del Signore e sia fatta - rispose lei. - Dio benedice le famiglie che offrono un figlio alla Chiesa -aggiunse Don Nicola Caruso. - Dio ha dato, Dio prende - disse mamma Peppa. - Noi dobbiamo fare la sua volontà Sorrideva, ma lacrime silenziose le scendevano sulle gote. - Be’, ora dobbiamo proprio andare - disse il maestro Cacca­vo. - Rischiamo di fare tardi. Il treno passa ma non aspetta. La comitiva inizio a scendere lungo la stradina in mezzo alle ca­se. Francesco si girò e abbracciò la madre. Questa volta era dav­vero l'ultimo abbraccio. Sentì che lei lo stringeva forte, disperata. Provò un dolore così acuto che gli mancò il fiato. Poi la madre volle regalargli il rosario che da anni usava tutti i giorni per pregare. - Ci terrà uniti - disse e scoppiò in un pianto dirotto. Si girò per rientrare in casa, e un grido straziante le uscì dalle lab­bra: - Figlio mio, mi sento squarcià'u core - e stramazzò per terra svenuta. Ma fu un attimo. Si riebbe subito e si rialzò con decisione. - Figlio mio - disse - in questo momento non pensare al dolore di tua madre. San Francesco ti chiama e tu devi andare. - Lo strinse ancora una volta al cuore e rientrò in casa accompagnata delle figlie. Francesco era come impietrito. Lo svenimento di sua madre gli aveva gelato il cuore. Era rimasto lì, in mezzo alla strada, incapa­ce di muoversi. Il dolore che provava era così estremo che gli im­pediva perfino di piangere. - Andiamo, Francesco! - gli gridò il maestro Caccavo. Il gio­vane raggiunse la comitiva, che prese a camminare speditamente. La stazione distava un paio di chilometri dal Rione Castello. Bi­sognava scendere nella parte bassa del paese, passare di fianco alla chiesa dell'Annunziata e portarsi sul versante opposto dell'abitato. Francesco camminava guardandosi intorno, quasi a voler im­primere nei propri occhi le immagini dei luoghi che tanto amava. Ogni angolo gli ricordava qualche episodio, qualche emozione. Era sempre vissuto in perfetta sintonia con quei posti e con la gen­te che li abitava. La comitiva giunse alla stazione con un buon anticipo sul­l'arrivo del treno. Il maestro Caccavo fece i biglietti per tutti. At-tesero vicino al binario e quando giunse il treno salirono. Il viag­gio sarebbe durato circa un'ora. Francesco prese posto accanto al finestrino. Gli altri due ragaz­zi si misero vicino a lui, mentre Don Nicola e il maestro Caccavo si sedettero in fondo alla scompartimento, per lasciare i ragazzi soli in modo che potessero conversare liberamente fra loro. Nonostante un viaggio in treno fosse, per quei tempi, una gran­de novità, sembrava non offrire alcun motivo di interesse a quei tre giovani. Se ne stavano zitti e tristi al loro posto. Francesco ricordò un altro viaggio in treno, due anni prima, con il maestro Caccavo e alcuni compagni di scuola, per andare in pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Pompei. Si era svol­to in un'atmosfera di irrefrenabile allegria. Lui e i compagni, ec­citati dalla novità, continuavano a parlare a voce alta, meravi­gliandosi di ogni cosa, tanto che il maestro era stato costretto a intervenire per richiamarli alla moderazione. Ora, invece, nessuno fiatava, niente eccitava la loro meraviglia. Ciascuno era alle prese con le proprie preoccupazioni. Francesco guardava fisso fuori dal finestrino. Fingeva di essere interessato al paesaggio. In realtà cercava di non lasciar vedere che aveva gli occhi gonfi e una gran voglia di mettersi a piangere. Solo i visi di Don Nicola e del maestro Caccavo sprizzavano soddisfazione e orgoglio. Dal fondo dello scompartimento, guar­davano i tre ragazzi ricordando che era soprattutto merito loro se quei giovani potevano avviarsi alla carriera ecclesiastica. Caccavo aveva insegnato le materie letterarie e il latino, Don Nicola la ma­tematica. I ragazzi ci avevano messo buona volontà, ma il succes­so era anche degli insegnanti, e loro due sapevano di aver acqui­stato ancor più credito in paese, sia presso la gente che presso le autorità civili ed ecclesiastiche. Don Nicola guardava con orgoglio particolare Francesco For­gione. Lo conosceva bene. Aveva constatato con quale grinta si era messo a studiare riuscendo, in soli cinque anni, a svolgere il programma delle classi elementari e anche buona parte di quello dei primi tre anni di ginnasio. Lo riteneva un ragazzo giudizioso, controllato, gentile. E pensava che sarebbe potuto diventare anche lui, da grande, un bravo insegnante. "Forse tra dieci, quindici anni sarà un professore di teologia odi filosofia" diceva mentalmente fra sé Don Nicola, e il pensiero lo fa­ceva sorridere di soddisfazione. "Magari ci incontreremo" conti­nuò a pensare "e gli dirò: ti ricordi di me? Ti ricordi di quando veni­vi a casa mia a lezione di matematica? Quanta strada hai fatto." Anche il maestro Caccavo si soffermava a pensare soprattutto a Francesco, per il quale aveva una predilezione, anche se non vole­va ammetterlo. Lo stimava e lo apprezzava per la volontà dimostrata in quegli anni di studio, per il carattere estroverso e sincero, e anche per quel pizzico di spavalderia, di ingenuità, che lo rendeva tanto sim­patico. Ma aveva delle riserve sulla sua vocazione. Se fosse dipeso da lui, gli avrebbe sconsigliato la scelta del convento. - Come passa il tempo! - disse il maestro, che aveva voglia di chiacchierare, rivolgendosi al suo compagno di viaggio. - Mi sem­bra di avere incominciato a insegnare a questi ragazzi appena qual­che settimana fa, e invece sono passati tre anni. - Anche per me il tempo scorre via veloce - rispose Don Ni­cola. - D'altra parte, questa è la vita. Non siamo fatti per questo mondo. Si cresce, si invecchia e si muore. - Che ne pensa di questi ragazzi? - domandò Caccavo. - Sono bravi - rispose Don Nicola con un tono di voce che pa­lesava la sua soddisfazione. - Hanno buone qualità. Li trovo ra­gazzi maturi per la loro età. Credo che diventeranno dei bravi reli­giosi. Francesco, in particolare - aggiunse dopo una breve pausa. - Proviene da un'ottima famiglia e, come lei stesso avrà constata­to, in questi anni di studio si è impegnato con una volontà ammire­vole. Farà certamente una buona riuscita. - Lo stimo molto anch'io e gli voglio anche bene, eppure ho delle riserve sulla sua buona riuscita. - Che genere di riserve? - È troppo vivace, troppo affettuoso, troppo ricco di sensibi­lità. Non so come farà a vivere chiuso in un convento. - I conventi non sono mica delle prigioni - obiettò Don Nicola con una punta di polemica. - E non sono neppure fatti per le per­sone insensibili o frigide. Francesco, proprio perché è vivace e ricco di sensibilità e affettività straordinarie, diventerà un bravissimo sa­cerdote, e sarà tanto utile alla gente che avrà bisogno di lui. - Quando lo guardo, non riesco a dimenticare lo scandalo in cui è stato coinvolto lo scorso novembre - disse Caccavo diven­tando molto serio. - Quell'episodio mi ha molto colpito e mi ha fatto riflettere. Se fosse dipeso da me, avrei atteso almeno ancora un anno prima di mandare Francesco in convento. Ci sarebbe sta­to il tempo per valutare bene la solidità della sua vocazione. - Capisco, capisco a quale episodio si riferisce - rispose Don Caruso. - Ma è stata tutta una montatura. Ci sono state troppe chiacchiere su quel fatto. Per la verità, in quel periodo ero a Bene­vento per ragioni di studio e non l'ho seguito bene. Ma ne ho sen­tito parlare tanto e ne ho discusso anche con il parroco. Mi hanno detto che si era trattato di un equivoco e che alla fine si è chiarito tutto. Francesco è stato soltanto vittima di una calunnia, e mi pa­re che il colpevole abbia poi confessato. - Sì, alla fine si è arrivati a questa conclusione, che però non mi ha convinto affatto. - Perché? - Si è voluto trovare un colpevole a tutti i costi e in fretta. E di quella presunta confessione non si sa niente. - Come sarebbe che non si sa niente? - Dobbiamo ritenere che sia avvenuta perché lo ha affermato il sacerdote incaricato dal parroco di condurre un'inchiesta. Il ragaz­zo in questione non ha confessato in pubblico. - E che differenza fa? Vorrebbe dubitare della serietà di quel sacerdote? Quali ragioni avrebbe avuto per inventarsi una cosa del genere? - Nessuna, per carità. - E poi, in definitiva, che cosa aveva combinato Francesco' di tanto grave per suscitare tutto quel cancan? Mi dica lei, che ha se­guito il caso, se valeva la pena di montare un simile scandalo per qualche pettegolezzo. - Di preciso non si sa che cosa sia realmente accaduto. Ma i fat­ti riferiti erano gravi, anzi gravissimi, date le circostanze. - Riferiti da chi? - Certo, ha ragione, la fonte era una lettera anonima inviata al parroco, in cui si diceva che Francesco faceva l'amore con una sua coetanea, di nome Elena. Ma in quella lettera era citato un fatto ben preciso, e cioè che Francesco, qualche giorno prima, era stato visto uscire di mattina presto, verso le cinque e mezzo, dalla casa di Elena, che abita nei pressi della chiesa parrocchiale. E la lettera diceva ancora che Elena aveva più volte confidato ad alcune sue amiche di essere innamorata di Francesco Forgione. Le due circo­stanze, risultate vere, hanno indotto il parroco a dare credito alla lettera. Per questo si è tanto arrabbiato. Si è sentito tradito e preso in giro. Stava dandosi da fare per preparare i documenti necessari per l'entrata in noviziato di Francesco, e quel birbante si compor­tava in modo scandaloso. "Che poteva fare il parroco?. Secondo me, ha fatto bene a con­vocare il consiglio parrocchiale e dare ordine di allontanare im­mediatamente Francesco dal piccolo clero impedendogli di servire nelle funzioni religiose, e inoltre a sospendere la richiesta dei do­cumenti per l'entrata in noviziato. Era talmente arrabbiato che non ha neppure voluto parlare con Francesco. Insomma, il caso era davvero grave e aveva suscitato un putiferio." - E Francesco? Cosa diceva? Be', lui si è sempre dichiarato innocente. Anch'io mi sono sentito tradito e preso in giro. Perché anch'io avevo compromesso il mio nome nel sostenere la sua vocazione. Per questo me la sono presa con lui e, a scuola, gliene ho dette di tutti i colori. - Insomma, avete infierito tutti contro di lui e poi è risultato innocente, poverino. - Innocente? Non so quanto! - Che vorrebbe dire? - Non ha potuto negare i fatti. Gli ho domandato: "Eri in casa di Elena quella mattina?". E lui: "Sì, è vero, mi trovavo là. Ero andato a Messa, ma ero arrivato troppo presto e la chiesa era chiusa. Faceva molto freddo, e il padre di Elena mi ha invitato a entrare in casa per ripararmi dal freddo. Vi sono rimasto un quar­to d'ora, finché il sacrestano ha aperto la chiesa". "Hai visto Elena?" ho insistito. "Certo che l'ho vista" ha ammesso. "Era lì, con le altre sorelle. Voleva prepararmi il caffè o darmi del latte caldo, ma non ho voluto niente." "E tu sei innamorato di Elena?" È di­ventato rosso. Non rispondeva. Poiché insistevo, alla fine ha det­to: "La conosco da quando era piccola. La conosco come altre ra­gazze della mia età. È brava, carina, sempre gentile". Poi si è chiuso in un imbarazzante silenzio. - Perché dice imbarazzante? Non ha voluto continuare a ri­spondere a domande così strampalate. Perché non credere alla sua versione dei fatti, così come lui ha detto? - Proprio perché Francesco frequentava da tempo quella casa, interessato alla ragazza. - Questo lo deduce lei. - La ragazza non ha mai fatto mistero della propria infatua­zione per Francesco. - E che significa? Dimostra forse che Francesco si è comporta­to male? È un bel ragazzo, è naturale che le sue coetanee lo trovi­no interessante. Comunque, la condotta di Francesco è sempre stata irreprensibile, lo sanno tutti a Pietrelcina. - Lei dirà che io sono un po' prevenuto su Francesco, e forse è ve­ro. Ma è perché sono stato scottato. Una vicenda simile a quella ac­caduta a novembre si era già verificata un anno prima, durante le mie lezioni. Sono stato proprio io a trovare in una tasca di France­sco i bigliettini con le dichiarazioni amorose scritte per lui da una ra­gazza della stessa scuola. Poi lei ha detto che si trattava di uno scher­zo, ma io sono certo che anche allora la cosa era piuttosto seria. "Vede, caro Reverendo, Francesco ha il torto di essere, forse, ingenuo, superficiale in queste vicende. Di scherzare con il fuoco. È un bel ragazzo, aperto, espansivo, e, come ha detto lei, fa colpo sulle ragazze. E lui, invece di capire il pericolo e prevenirlo, come dovrebbe fare una persona prudente, una persona che dice di ave­re altri ideali nella vita, si mostra curioso, accetta il dialogo, ci scherza, se la ride, in un certo senso sta al gioco. Alla fine, chi scherza con il fuoco si brucia. Vede, io stimo molto Francesco ma non sono affatto sicuro della sua vocazione." - Lei esagera. Francesco ha quindici anni e mezzo. Lo scorso anno ne aveva poco più di quattordici. Non si può pretendere che a quell'età uno ragioni come una persona adulta. Francesco è espansivo, affettuoso, e forse anche un po' ingenuo. Ma sono doti che depongono a favore della sua schiettezza, della sua genuinità. Comunque, se non sbaglio, per quanto riguarda la vicenda del no­vembre scorso, alla fine si é chiarito tutto. Si è trattato di una ca­lunnia. Il colpevole ha confessato. Anche il parroco ha chiesto scusa a Francesco per aver dubitato di lui. Bisogna dare tempo al tempo. Questo ragazzo avrà modo di crescere, di conoscersi me­glio e di conoscere la malizia del mondo. Io sono convinto che di­venterà un bravo sacerdote, un ottimo religioso. - Speriamo, me lo auguro. - La Chiesa ha bisogno di elementi nuovi, di giovani aperti, pron­ti a capire le nuove tendenze e valorizzare ciò che di buono contengo­no. Siamo nel ventesimo secolo, caro maestro Caccavo. Il mondo sta cambiando, e anche la Chiesa deve cambiare. Non nei suoi dogmi, nelle sue verità sacrosante, non mi fraintenda, ma nel comportamen­to, nella mentalità. Solo le nuove generazioni sono in grado di fare questo. Noi, caro maestro, ormai siamo vecchi. La nostra mentalità è legata a schemi sorpassati. Dobbiamo fidarci dei giovani e aiutarli a crescere con la ricchezza che Dio ha messo nel loro cuore. - Invidio il suo ottimismo e la sua fiducia - disse il maestro Caccavo sorridendo ironicamente. - Ma non li posso condivide­re. Io credo che, proprio perché molte cose stanno cambiando, la Chiesa, depositaria della verità di Cristo, debba essere molto seve­ra con se stessa e con chi milita nelle sue file. Altrimenti saremo travolti delle nuove idee impregnate di lassismo e di confusione. Don Nicola Caruso si rese conto che la conversazione stava degenerando. Dalle piccole vicende private di Francesco si era allar­gata a temi vasti, che riguardavano la società e la Chiesa in gene­rale, e aveva assunto un tono un po' astioso di inutile polemica. Caccavo metteva in evidenza e difendeva le sue idee di cristiano borghese, attento alle formalità, un atteggiamento psicologico che a lui non piaceva. Decise di lasciar cadere il discorso. Abbandonò la testa sullo schienale del sedile e socchiuse gli oc­chi, fingendo di essere stanco e di volersi appisolare un po'. Continuò a pensare a Francesco. Era rimasto amareggiato nel sentire in Caccavo tanta diffidenza. Tutte le persone che a Pietrel­cina gli avevano parlato di quel ragazzo si erano sempre espresse con la massima ammirazione. Era la prima volta che ascoltava delle critiche, delle riserve. Ricordava il primo incontro, quando Francesco era venuto a casa sua accompagnato dalla mamma. - Don Nicola - aveva detto la signora con tanta soavità - mio figlio vuole andare in convento e ha bisogno di studiare. An­gelo Caccavo gli dà lezioni dilatino e di italiano, mi hanno detto che lei potrebbe insegnargli la matematica. Don Nicola era rimasto colpito dalla semplicità della donna e dall'aspetto limpido del ragazzo, figlio di contadini ma così compi­to e distinto. Il suo sguardo pulito, il sorriso schietto, la calma in­teriore palesavano un animo eletto. Don Nicola non aveva tempo libero in quel periodo, ma aveva accettato ugualmente l'incarico perché non era riuscito a dire di no. Poi era entrato in confidenza con Francesco. Insegnava, ma non dimenticava di essere un sacerdote e quindi di avere le responsabi­lità di un "pastore di anime" nei confronti dei ragazzi che avvicina­va. Di tanto in tanto Francesco gli chiedeva dei consigli, e Don Ni­cola scopriva che intorno a lui accadevano tante cose inspiegabili. Un giorno lo aveva visto molto preoccupato. - Che ti succede, Francesco? - gli aveva domandato. E il ragazzo gli aveva fatto una sconcertante confidenza. - Spesso, quando torno a casa - gli aveva detto - trovo sulla soglia un uomo vestito da prete che non mi vuole far passare. Mi fa paura, perché ha lo sguardo cattivo. - E allora che fai? - Mi fermo fuori e attendo. Poi arriva un ragazzino scalzo, fa un segno di croce, il prete sparisce e allora io posso entrare in casa. - Un ragazzino scalzo? Chi è? - Non lo so, non lo conosco. - Da dove viene? - Non lo so. Mi saluta sorridendo e sparisce. - Sparisce? - Sì, scompare, non lo vedo più, è come se diventasse aria, lu­ce, niente. Un racconto singolare, che Don Nicola aveva riferito al suo coetaneo, Don Peppino Orlando, tanto amico di Francesco e della famiglia Forgione. - Eh, le cose strane sono molte nella vita di questo ragazzo - gli aveva risposto Don Peppino con il tono di chi la sa lunga. E poi gli aveva riferito altre cose misteriose di Francesco. - Un giorno, quando Francesco aveva circa nove anni, mam­ma Peppa è venuta da me piangente - gli aveva raccontato Don Peppino. - Eravamo in Quaresima e mi disse che aveva trovato il bambino in camera, dietro il letto, che si flagellava usando una catena di ferro. Lo aveva rimproverato: "Ma perché, figlio mio, ti batti così? La catena di ferro fa male". E Francesco le aveva rispo­sto: "Mi devo battere, mamma, come i giudei hanno battuto Gesù e gli hanno fatto uscire il sangue sulle spalle". "In un'altra occasione, sempre quando Francesco non andava ancora a scuola, quella povera donna mi confidò di aver scoperto che il bambino, di notte, non dormiva nel letto, ma per terra, te­nendo una pietra come cuscino. Lo feci venire da me e cercai di spiegargli che non doveva comportarsi in quel modo. "'Rifiutando il letto che la mamma ti prepara con tanto amore' gli dissi 'le dai un grande dispiacere e questo non è bene.' Con gran­de ingenuità mi rispose: 'È Gesù che mi ha chiesto di fare penitenza per la conversione dei peccatori'. "Non so che valore dare a simili espressioni aveva concluso Don Peppino. "Ma credo che in quel bambino avvengano cose che noi non siamo in grado di capire." Mentre il treno sferragliava sui binari, correndo in mezzo alla campagna verde, Don Nicola Caruso rifletteva su quei fatti, che gli erano rimasti impressi nella mente. E contemporaneamente pensa­va alle parole del maestro Caccavo, alle sue perplessità sulla voca­zione di Francesco. Lui non aveva dubbi. Ero pronto a scommette­re sulla bontà e sulla limpidezza di quel ragazzo. "Diventerà un Santo" disse fra sé lanciando uno sguardo carico d'affetto verso Francesco che, immobile, continuava a guardare fuori dal finestrino.

8

Erano le 11 del mattino quando il treno incominciò a rallentare perché stava ancora entrando nella stazione di Morcone. - Stiamo arrivando - disse il maestro Caccavo rivolto a Don Nicola il quale, con la testa appoggiata allo schienale del sedile, sembrava essersi appisolato. Poi si alzò e si avvicinò ai tre allievi che aveva in custodia e che erano seduti più avanti nello scompar­timento. - Ci siamo - disse. - Preparate le valigie. La piccola comitiva si ricompose. I tre ragazzi si riunirono ai lo­ro insegnanti e, appena il treno si fu fermato, scesero tutti insieme in stazione. Morcone era un paese aggrappato al versante di un colle, ma il convento dei frati Cappuccini, dove erano diretti, si trovava giù in basso, nella piana, lontano dall'abitato. Per raggiungerlo c'era so­lo un miserabile sentiero sassoso. Si incamminarono procedendo in fila indiana. Il sole era alto, ma i suoi raggi non avevano forza né calore. Il paesaggio, ricco di alberi e vegetazione selvaggia, in quella stagione era brullo. Il con­vento appariva in lontananza, attorniato da un'alta schiera di ci­pressi imponenti, in una landa deserta. Per quanto si guardassero intorno, non si vedeva nessun'altra abitazione. Arrivarono stanchi. Dietro la selva dei pini trovarono una costru­zione severa, la chiesa, con accanto l'ingresso del convento. La fac­ciata della chiesa, rustica e semplice, era sormontata da un minusco­lo campanile a vela dal quale pendeva una vecchissima campana. Antonio Bonavita, uno dei ragazzi, tirò la cordicella che pende­va nell'angolo a sinistra, vicino alla porta con la scritta: "Conven­to dei Padri Cappuccini". All'interno si sentì un allegro tintinnio e poco dopo un rumore di passi strascicati sul pavimento di pietra. Quindi lo sferragliare di chiavi e gli scatti di una grossa serratura. La porta si schiuse e apparve un giovane frate sorridente. - Pace e bene, e sia lodato Gesù Cristo - disse con voce sicura. - Sempre sia lodato - risposero i cinque pellegrini, e il mae­stro Caccavo spiegò la ragione della loro presenza. - Venite avanti, vi aspettavamo - disse il frate. Francesco lo aveva riconosciuto, e il suo viso, che era stato tri­ste e buio per tutto il viaggio, si rischiarò - È Fra Camillo - sussurrò Francesco a Vincenzo Masone, che gli stava accanto. - Ogni anno, al tempo del raccolto, viene a Pietrelcina a fare la questua. Anche il frate riconobbe Francesco e andò a salutarlo affettuo­samente. - Hai mantenuto la promessa - gli disse. - Sono contento di vederti. Vedrai che ti troverai bene qui con noi. Fra Camillo aveva avuto una parte importante nella vocazione di Francesco. Si erano incontrati proprio quando il ragazzo pensava di diventare sacerdote. Un giorno di fine estate, mentre la famiglia Forgione era impegnata a Piana Romana nel raccolto del grano, era arrivato quel frate in groppa a un bel cavallo. Era il "frate cercatore". I contadini lo chiamavano così. Non aveva importanza se la persona non era sempre la stessa, a loro non interessava conoscerne il nome o riconoscerne la voce e il viso. Il frate cercatore rappresen­tava un'istituzione e un'antica tradizione. Tutti i contadini lo aspet­tavano al momento del raccolto per dargli l'offerta, che, nelle loro intenzioni, costituiva una specie di ringraziamento a Dio per l'ab­bondanza delle messi. Quell'anno il frate cercatore era un giovane cappuccino sui trent'anni. Il suo aspetto, i suoi occhi, il suo modo di fare cordiale e insieme riservato, ma soprattutto la sua bella barba nera e fluen­te avevano colpito il piccolo Francesco. - Come ti chiami? - aveva domandato al frate, che si era fer­mato a bere un po' di acqua dalla bottiglia che mamma Peppa conservava all'ombra. - Fra Camillo - aveva risposto il religioso sorridendogli. Per tutto il tempo che Fra Camillo si era intrattenuto nel campo, Francesco non lo aveva perduto d'occhio. Quando se n'era andato, il bambino aveva detto a sua madre: - Voglio diventare come Fra Camillo. Negli anni successivi, a ogni raccolto, Fra Camillo tornava. Aveva fatto amicizia con Francesco. Mamma Peppa gli aveva con­fidato i sogni del figlio, e lui lo attendeva. - Quando verrai a Morcone? - gli domandava a ogni incontro. - Sto preparandomi - rispondeva Francesco e gli raccontava della scuola che frequentava. Ogni anno la meta era sempre più vicina, e Fra Camillo sempre più contento. Intanto, Grazio Forgione, il papà di Francesco, era emigrato in America in cerca di lavoro. Il suo posto, nella direzione della fa­miglia, era stato preso da zio Pellegrino. E fu lui a gestire la par­tenza di Francesco per il convento di Morcone. Ogni tanto anda­va a trovare il parroco, Don Salvatore Pannullo, per sollecitarlo a preparare i documenti necessari. La Regola dei frati Cappuccini imponeva che un aspirante, per entrare in noviziato, dovesse aver compiuto quindici anni. Si atte­se così il 25 maggio 1902, giorno del quindicesimo compleanno di Francesco, e poi Don Salvatore inviò la domanda al convento di Morcone. - Per ora non abbiamo posti liberi - fu la risposta. - Bisogna attendere il prossimo anno. - Possiamo scegliere un altro Ordine religioso - aveva propo­sto zio Pellegrino durante una riunione di famiglia. - Attendere significa perdere tempo. E poi, se anche il prossimo anno non ci fosse posto? Che si fa? - E rivolto a Francesco aveva proseguito: - Francì, vuoi andare a Montevergine? Quei monaci vestono di bianco, portano il cappello e le scarpe e stanno molto bene. Francesco., che conosceva il Santuario della Madonna di Mon­tevergine perché vi era stato in pellegrinaggio accompagnato pro­prio da zio Pellegrino, aveva risposto: - No, perché quei monaci non portano la barba. - Vogliamo far scrivere, allora, a Sant'Angelo a Cupolo? Là ci sono i figli di Sant'Alfonso - aveva proseguito zio Pellegrino - ve­stono come i preti e stanno bene. Oppure si potrebbe chiedere ai Francescani di Benevento: sono tutti belli paffuti. - Portano la barba? - aveva domandato ancora Francesco. - No. - E allora non ci vado. - AlI'anima della barba! - si era spazientito lo zio. - Francì,. nipote mio, io ne so più di te. E che, ti mangi la barba in convento? Tu devi pensare a star bene, hai capito? Ma non c'era stato niente da fare. Francesco aveva preferito at­tendere per poter entrare nell'Ordine dei frati con la barba, pro­prio come Fra Camillo. Fra Camillo accompagnò la comitiva in una stanza riservata che veniva chiamata foresteria. Poi andò ad avvertire il Guardia­no, Padre Francesco, e il maestro dei novizi, Padre Tommaso, che arrivarono subito per salutare gli ospiti e dare loro il benvenuto. - Adesso vi prepareremo qualcosa da mangiare, e subito dopo pranzo ci sarà l'esame per vedere se questi ragazzi sono pronti per entrare in noviziato - disse il Padre guardiano. - Siamo dei po­veri frati - aveva aggiunto. - Dovete adattarvi a mangiare quel che passa il convento. L'accoglienza era cordiale. I frati sembravano gentili e buoni. Francesco era contento soprattutto perché aveva trovato il suo amico Fra Camillo. Quel volto familiare era un balsamo per il do­lore acuto che provava per aver lasciato la sua famiglia. Arrivarono altri due fraticelli giovani che in un attimo imbandi­rono la tavola al centro della stanza. Portarono una tovaglia bian­ca, bicchieri, pane, piatti, posate e anche del vino. Poi tornarono con una zuppiera fumante di minestra di ceci, formaggio, patate al forno e noci. Il profumo del cibo aveva risvegliato l'appetito dei ragazzi. La tensione degli addii e la fatica del viaggio svanirono di fronte a quella tavola imbandita. Mangiarono tutti con gusto e a sazietà. Alla fine del pranzo ricevettero di nuovo la visita del Padre guardiano e del maestro dei novizi, che si appartarono a parlotta­re con Caccavo e Don Nicola. Poi il Padre guardiano disse rivolto ai ragazzi: - Ora tocca a voi. Vediamo come ve la cavate. Cominciamo con Francesco Forgione. Francesco seguii due religiosi che lo accompagnarono in una stanza vicina dove, dietro un grande tavolo, sedeva un altro frate anziano. Anche lui gli sorrise e fu molto gentile. Fece accomodare Francesco su una sedia di fronte a lui mentre il Padre guardiano e il maestro dei novizi prendevano posto ai lati del tavolo. E, a tur­no, i tre frati cominciarono a rivolgergli delle domande. Era una specie di esame, che toccava vari argomenti: il catechismo, la vo­cazione religiosa, ma anche la matematica, il latino, la grammati­ca, la geografia, la storia. Domande semplici ed elementari alle quali Francesco rispondeva con facilità. - Bravo, bravo - gli dissero a un certo punto, e il Padre guar­diano lo riaccompagnò in foresteria per prendere con sé, questa volta, Vincenzo Masone. - Come è andata? - domandò preoccupato il maestro Caccavo. - Domande facilissime - rispose Francesco, che era tutto ecci­tato. - È un esame puramente formale - aggiunse Don Nicola Ca­ruso, che invece si mostrava calmissimo. - Sanno che, se i ragaz­zi non fossero preparati a dovere, non li avremmo accompagnati qui. Conoscono bene il nostro parroco, che fino a due anni fa era professore al Seminario di Benevento. In fondo, è lui che ha firma­to le domande di ammissione garantendo la preparazione intellet­tuale dei singoli. Fanno questa specie di esame perché è previsto dai regolamenti, ma si tratta di una formalità. Anche Masone tornò, poco dopo, felice per aver risposto a tut­te le domande. E lo stesso successo lo ottenne Antonio Bonavita, il quale ritornò in foresteria accompagnato non solo dal Guardia­no e dal maestro dei novizi, ma anche dall'altro frate anziano, che fu presentato al maestro Caccavo e a Don Caruso. Era Padre Pio da Benevento, Commissario generale della Provincia religiosa di Foggia, venuto appositamente per presiedere quell'esame. - Complimenti agli insegnanti - esordì il Commissario gene­rale. - Questi ragazzi sono stati preparati veramente bene. Tutti e tre meritano l'ammissione al noviziato. Però per Antonio Bona­vita c e l'ostacolo dell'età. La nostra Regola stabilisce che per en­trare in noviziato occorre aver compiuto quindici anni. Ad Anto­nio mancano due mesi e, purtroppo, non si possono fare deroghe. Antonio, che non si aspettava quella conclusione, si mise a piangere. - Non te la prendere, ragazzo - lo consolò il Commissario ge­nerale. - Due mesi sono niente, fanno presto a passare. Stai tran­quillo che ti terremo il posto e all'inizio di marzo potrai venire qui a vivere con noi. Accarezzò Antonio sulla testa, salutò il maestro Caccavo e Don Nicola. - A voi due - disse rivolto ai ragazzi - non posso che dare il benvenuto, anche a nome di tutta la comunità religiosa di Morcone e del nostro Ordine religioso dei frati Cappuccini. Vi au­guro di trovarvi bene e di fare un buon anno di noviziato. Qui, in questo convento, nel corso dei prossimi dodici mesi, imparerete a vivere secondo la Regola di San Francesco. La vostra buona riu­scita come religiosi al servizio della Chiesa dipenderà da questo periodo. Da come costruirete le fondamenta della vostra vita spi­rituale. Che il Signore vi aiuti e vi guidi. Vi benedico. Tracciò nell'aria un segno di croce, poi diede la mano da baciare a tutti i presenti e se ne andò seguito dal Padre superiore. - Il Padre Commissario generale deve tornare immediatamente a Foggia - disse il maestro dei novizi come per giustificare quel­l'improvvisa partenza. - E adesso - aggiunse rivolto ai due aspi­ranti religiosi - penso che sia giunto il momento che salutiate i vostri insegnanti, il vostro amico Antonio, che speriamo di rivede­re presto, e che andiate a mettere in ordine la vostra cella. Comin­cia per voi la vita religiosa. Francesco e Vincenzo guardarono il maestro Caccavo e Don Caruso con aria smarrita. - Allora ci salutiamo - concluse Don Nicola per rompere gli indugi. - Buona fortuna - augurò il maestro Caccavo. Si strinsero le mani, si baciarono. - Li accompagno - disse il maestro dei novizi. - Aspettatemi qui, torno subito. Francesco e Vincenzo rimasero soli in quella stanza dove si sen­tiva ancora un buon odore di cibo. Evitarono accuratamente di guardarsi in faccia perché nei loro cuori c'era una grande desola­zione. Per tutti e due era la prima volta che si trovavano lontani da casa. Quella che stava per arrivare sarebbe stata la prima notte in cui, da quando erano venuti al mondo, non avrebbero dormito nelle loro case, in seno alle famiglia. L'attesa fu brevissima. Il maestro dei novizi tornò dopo qualche minuto. - Ora andiamo nelle vostre celle - disse. E assumendo un to­no maestoso, da insegnante, proseguì: - Con il nome cella noi in­dichiamo la stanza dove il religioso vive, dorme, studia e prega. È la sua casa. Ma, per il nostro spirito di povertà e di penitenza, de­ve essere poco spaziosa, disadorna, spoglia di tutto, proprio come la cella di un carcerato. Ecco la ragione del nome. Però, il religio­so in quella cella non si deve sentire carcerato, ma l'uomo più li­bero di questo mondo, perché ha scelto Dio. Si è spogliato di tutto per essere ricco di Dio. La cella ha una piccola finestra che permette al religioso di guardare il cielo. Cella, cielo: ecco lo scopo della nostra vita. Pregare, meditare dentro una cella per poi rag­giungere il cielo. Venite che vi accompagno. Francesco e Vincenzo presero le loro valigie e seguirono il mae­stro dei novizi. Attraversarono il chiostro, salirono uno scalone ed entrarono in un lungo corridoio sul quale si affacciavano, da una parte e dall'altra, delle piccole porte. - Il numero 25 sarà la tua cella - disse il maestro dei novizi a Francesco. - Il 23 la tua - aggiunse rivolto a Vincenzo Masone. - Fino al giorno 15 voi sarete liberi. Potete cioè vivere a vostro piacimento, scegliendo di seguire gli orari della comunità oppure no. Basta che rispettiate gli orari del pranzo, della cena e delle pre­ghiere che precedono la cena. Per il resto della giornata potete gi­rare nel convento, nell'orto, in chiesa, per guardare, prendere con­fidenza con i luoghi e osservare come vivono i religiosi. Non vi chiedo di alzarvi di notte per il Mattutino, come facciamo noi. A questo vi abituerete in seguito. Il giorno 15 inizieranno gli esercizi spirituali. Faremo cioè una settimana di assoluto silenzio e di in­tensa preghiera per prepararci al 22 gennaio, quando ci sarà la so­lenne vestizione. Quel giorno indosserete il saio francescano e ini­zierà per voi l'anno di noviziato. Ora andate nelle vostre celle a sistemare le cose che avete portato da casa. Le preghiere che pre­cedono la cena si recitano alle 19.

9

Francesco entrò nella piccola cel­la indicatagli dal maestro dei novizi e si chiuse la porta alle spalle. Avverti subito un freddo gelido e umido che lo fece rabbrividire. La stanza, certamente disabitata da qualche tempo, non aveva mai conosciuto il tepore di un camino o di una stufa. L'unica finestrella, al centro della parete di fronte alla porta d'in­gresso, era spalancata. Probabilmente era rimasta aperta anche du­rante le notti precedenti, e l'umidità aveva permeato pareti e mobili. Francesco depose la sua valigetta di cartone e prese dalla tasca dei pantaloni il rosario che aveva ricevuto in regalo dalla mamma al momento dell'addio, lo baciò e lo mise sull'inginocchiatoio ac­canto al letto. "E dove sarà mia madre a quest'ora?" si domandò Francesco. "Che cosa starà pensando? E Felicita? Pellegrina? Graziella? E Michele?" Si senti stringere il cuore. "Mi devo abituare, adesso è questa la mia vita" disse fra sé. Si guardò intorno. La cella era proprio un bugigattolo. Anche la Torretta, la camera che a Pietrelcina divideva con suo fratello Mi­chele, era poco spaziosa, ma questa gli sembrava ancor più picco­la. Aveva l'impressione di non riuscire quasi a muoversi. Il letto occupava l’intera parete di sinistra. Lo “assaggiò”, pigiandolo leggermente con le mani e sentì che era duro come un sas­so. Il materasso, costituito da un sacco con dentro uno strato di foglie di granturco, era così sottile da dare l'impressione che le mani poggiassero direttamente sulle tavole di legno del letto. Sopra il materasso una coperta di tipo militare, e sulla coperta un grosso crocifisso di ferro. Accanto al letto, un minuscolo inginocchiatoio. Appoggiato alla parete di fronte c'era un tavolino con una sedia e, vicino alla finestrella, un portacatino di ferro con l'anfora per l'acqua. Francesco si avvicinò alla finestra per chiudere i vetri, ma fu at­tratto dal paesaggio. La finestra dava sul giardino e permetteva anche di vedere le colline irte di alberi, che si perdevano a vista d'occhio. Sopra le colline, un cielo terso, di intenso colore azzur­ro. "Cella, cielo" aveva detto il maestro dei novizi. Mise la testa fuori della finestra per guardare quanto era lungo il fabbricato e vide, poco più in là, la testa di Vincenzo che spor­geva dalla finestra della sua cella. - Vincè - chiamò sottovoce. - Ohè, Francì - rispose il suo paesano. - Com'è la tua camera, Vincè? - Fredda. E la tua, Francì? - Fredda e piccola. Ma ci dobbiamo abituare, poi ci sembrerà diversa. - Che facciamo Francì? - Ci hanno detto di trovarci in chiesa alle 7. C'è tanto tempo. Andiamo in giro a guardare un poco, ti va? - Mi va sì, basta che stiamo insieme. Ho paura di stare qui da solo. - Metto a posto la valigia e poi vengo a chiamarti. Ciao, Vincè. - Ciao Francì, fai presto. Francesco chiuse la finestrella, posò la valigia sul letto e l'aprì. Ordinate come in una vetrina, trovò tutte le cose che vi aveva mes­so dentro sua madre. La biancheria intima, un paio di maglioncini di lana, calze soffici e spesse, fazzoletti, camicie. Mentre estraeva quegli indumenti, uno a uno, adagio e quasi con devozione, pensa­va con quanto amore mamma Peppa glieli aveva preparati. L’orologio del campanile suonò tre rintocchi. - È l'ora della Morte del Signore - disse Francesco ripetendo automaticamente la frase che, a quell'ora, fin da quando era pic­colo, aveva sentito pronunciare centinaia di volte da suo padre, dalla madre, dai parenti, dalle persone che in quel momento aveva accanto. Una frase che gli aveva sempre fatto impressione. Quei tre rintocchi erano gli unici che venivano nominati non con l'ora che indicavano ma con il riferimento alla Morte di Cristo, avve­nuta, secondo il racconto evangelico, alle 3 del pomeriggio. E i contadini, ascoltandoli, interrompevano il loro lavoro, si racco­glievano un attimo in preghiera e si facevano il segno della croce. Istintivamente Francesco ripeté gli antichi gesti. Si fermò, pensò a Cristo in croce. - Signore, salva la mia anima. - Ma pensò an­che che, adesso, in quel luogo, i suoi pensieri rivolti a Gesù non sarebbero più stati frettolosi e disturbati dagli impegni di studio o di lavoro. Avrebbe potuto pensare a Gesù e ai suoi "amici invisibi­li" in continuazione, giorno e notte. La sua nuova vita sarebbe stata interamente dedicata allo spirito. Guardò il crocifisso che aveva trovato disteso sul letto e disse ancora: - Signore, mi affi­do a te e ti affido questa mia nuova vita. Uscì dalla cella e bussò a quella di Vincenzo Masone. Il convento era severo in ogni particolare. Poco illuminato, con le pareti scure, i corridoi a volta assai bassi. Sopra le porte, o in alto sui pianerottoli delle scale, c'erano del­le scritte che invitavano alla riflessione. Frasi dure, alcune in ita­liano, altre in latino. I due ragazzi si fermavano a leggerle e resta­vano pensierosi. - O penitenza o inferno - lesse Francesco a mezza voce. - Silentium quia lOCUS novitiorum est - lesse Vincenzo, e in­sieme non trovarono difficoltà a tradurre: "Silenzio perché questo è il luogo dei novizi. Sull'architrave di una porta figurava una frase in italiano che fu letta da Francesco: "Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo, in Dio". - Qui però si parla troppo di inferno, morte, peccati, silenzio - commentò Vincenzo. - Mi aspettavo un ambiente meno cupo. Nella nostra chiesa di Pietrelcina c'erano gli Angeli, i Santi, non c'erano tutte queste sentenze che incutono timore. - Ci dobbiamo abituare - rispose Francesco. - Tutte le cose nuove sono indigeste. Sul pianerottolo di una scala, sotto un'antica tela con l'immagi­ne della Madonna Addolorata, c'era una lunga frase in latino con accanto là traduzione. - Hic transire cave nisi prius dixeris Ave - lesse Francesco, e subito Vincenzo lesse la traduzione: - Guardati dal passare oltre senza aver prima recitato un"'Ave Maria - Questa mi piace - disse Francesco. - Mi ricorda la Madu­nella che si trova alla porta del Castello, all'inizio di vico Storto Valle, dove c'è la mia casa. Te la ricordi Vincè? Raffigura la Ma­donna incoronata, tra Sant'Antonio e San Michele, è dipinta su mattonelle colorate. È bella, allegra, come piace a te. Lì accanto c'è la fontana dove mia madre e le altre donne vanno a prendere l'ac­qua. La mamma mi diceva che quando passavo di fl dovevo sempre fermarmi a dire una preghiera. E io lo facevo. Adesso lo farò qui. Così mi sembrerà di essere a Pietrelcina, a casa nostra. Questa Ma­donna è triste, sofferente. Ma è pur sempre la Madonna. - Pensi di riuscire a dormire questa notte? - domandò Vin­cenzo cambiando discorso. - Penso di sì - rispose Francesco. È la prima volta nella mia vita che non dormo a casa mia. Una volta ero andato a trovare mia nonna, che abita a tre chilo­metri da Pietrelcina, e voleva che dormissi da lei, ma quando ho visto che cominciava a fare buio, mi ha preso l'angoscia e sono tornato a casa. Non credo che riuscirò a dormire. - Non pensarci, Vincè, poi ti abituerai. Continuarono nella loro visita. Andarono in chiesa, poi in giar­dino. Da fuori, il convento sembrava meno cupo. Francesco finge­va di essere tranquillo per non impressionare l'amico, che gli sem­brava piuttosto spaventato. Ma anche lui aveva un groppo allo stomaco. E pensava al momento in cui, nel buio della notte, si sa­rebbe trovato solo in quella celletta. "Non sarò solo" disse fra sé mentalmente per farsi coraggio. "Ci saranno con me l'Angelo custode, Gesù, la Madonna, San Francesco e tutti i miei amici invisibili'. Non sono rimasti a Pie­trelcina. Sono qui con me e non mi lasceranno mai solo." Nonostante i buoni pr6positi e le invocazioni ai suoi "amici in­visibili", però, quella prima notte fu tremenda anche per lui. Quando si trovò solo, in quella celletta al buio, Francesco pianse amaramente e a lungo. I giorni si susseguivano veloci, e l'attenzione di tutti era rivolta al 22 gennaio, data della vestizione religiosa e inizio ufficiale dell'an­no di noviziato. Le novità, costituite dall'ambiente e dall'insolito modo di vivere, facevano dimenticare lo scorrere del tempo. Arrivarono altri due aspiranti religiosi: Giovanni Di Carlo, che veniva dalla provincia di Chieti, e Salvatore Pranzitella, da Campobasso. Francesco frater­nizzò subito. Fece amicizia soprattutto con Giovanni Di Carlo, che aveva un carattere simile al suo. Ogni tanto il maestro dei novizi, Padre Tommaso, convocava i ragazzi per impartire loro delle istruzioni. Una settimana prima del 22 iniziarono gli esercizi spirituali. - Adesso non siete più liberi di andare in giro a vostro piaci­mento - disse il maestro dei novizi. - Dovrete seguire scrupolo­samente l'orario che vi ho scritto in questo foglietto. Da Beneven­to è arrivato un religioso che vi predicherà gli esercizi: quattro prediche al giorno. Comincerete a frequentare regolarmente an­che le preghiere comunitarie. Nel corso di questi esercizi spirituali dovete fare uno scrupoloso esame di coscienza per prepararvi alla Confessione generale. Dovete cancellare tutto il male che avete compiuto nella vostra vita mentre eravate nel mondo, per iniziare un'esistenza completamente nuova nella casa di Dio. La spensieratezza, le distrazioni, l'ozio dei giorni precedenti fu­rono dimenticati. Le giornate presero un ritmo preciso. I discorsi del predicatore, le conversazioni con il maestro dei novizi, il silen­zio assoluto fra i ragazzi avevano creato un'atmosfera pesante. Il predicatore parlava di morte, inferno, purgatorio, giudizio di­vino, peccati, e della vita eterna, che poteva essere fatta di una feli­cità straordinaria, in paradiso, ma anche di una disperazione terri­bile, nel fuoco dell'inferno. Portava esempi terrificanti di religiosi che avevano vissuto male la loro esistenza terrena e, dopo la morte, espiavano le colpe commesse. Erano tornati dai loro confratelli af­fermando di trovarsi in purgatorio, e per dare prova di quanto di­cevano avevano lasciato spaventose impronte di fuoco. Francesco frugava con accanimento dentro la propria coscienza alla ricerca di peccati. All'inizio aveva l'impressione di non trova­re niente, ed era preoccupato perché non poteva presentarsi per la Confessione generale dicendo di non ricordare alcuna mancanza. A mano a mano che le prediche procedevano, cominciò a vede­re peccati dappertutto. Si rese conto che negli anni trascorsi a Pie­trelcina aveva commesso peccati gravissimi, che gli avrebbero spa­lancato le porte dell'inferno. Si spaventava e si domandava come mai non si fosse accorto prima di essere stato un peccatore così impenitente. Quando arrivò il momento della Confessione generale, si pre­sentò al confessore con una serie di racconti terrificanti. Si accusa­va di tutto. Ogni azione, anche la piu innocente, era diventata ai suoi occhi una mancanza gravissima. Il confessore si rese conto dell'abbaglio preso dal ragazzo e, con amorevolezza, lo esortò a non vedere la vita con tanto pessimismo e gli assicurò che i peccati erano ben diversi dai piccoli errori di cui lui si accusava. Gli disse di chiedere perdono a Dio, ma gli rac­comandò di riflettere sull'amore di Gesù, più che sulla drammati­ca realtà dell'inferno. - L’uomo non può mai essere perfetto su questa terra - gli disse il confessore. - Deve però tendere sempre a migliorare se stesso, nonostante i difetti, la pigrizia e le cadute. Noi siamo salvi per amore di Gesù, non per la nostra buona volontà. - Non sono dannato? - domandò Francesco. - No, non sei dannato - rispose il confessore. - Sei fra le braccia di Gesù, e lui ti porterà sempre con sé. La settimana di esercizi spirituali aveva creato una viva attesa nei giovani aspiranti religiosi. La notte che precedette il giorno della vestizione, Francesco non riuscì a chiudere occhio. Al matti­no era in piedi molto prima che suonasse la sveglia. La cerimonia era fissata per le ore 9, e quindi dovette restare a lungo nella sua cella a pensare e pregare. La cerimonia fu molto suggestiva. Venne celebrata dal maestro dei novizi, alla presenza di tutta la comunità religiosa. C'erano i frati anziani, i novizi che stavano terminando l'anno di prova e i postulanti che invece lo iniziavano. Francesco era affascinato da quello che avveniva davanti ai suoi occhi Le varie fasi del rito si imprimevano nella sua mente con forza. Quando arrivò il suo turno, si inginocchiò ai piedi dell'altare davanti al maestro dei novizi. Questi gli tolse la giacca dicendo con voce solenne: - Ti spogli il Signore dell'uomo vecchio con le sue azioni. - Amen - rispose Francesco. Poi il maestro dei novizi lo aiutò a indossare il saio dicendogli: - Ti rivesta il Signore dell'uomo nuovo che, secondo Dio, è creato nella giustizia e nella santità della verità. - Amen - ripeté Francesco. Imponendogli il cappuccio, il celebrante pregò: - Poni, Signore, il cappuccio della salvezza sul suo capo per sconfiggere le insidie diaboliche. - Amen. E mentre gli passava il cingolo intorno alla vita, il celebrante disse ancora: - Ti cinga il Signore del cingolo della purezza, ed estingua dai tuoi lombi l'umore della libidine, affinché rimanga in te la virtù della continenza e della castità. - Amen. Alla fine il maestro dei novizi gli porse una candela accesa di­cendogli: - Accetta il lume di Cristo, come segno della tua immortalità, affinché, morto al mondo, tu viva in Dio. Sorgi dai morti, e t'illu­minerà Cristo. Venne poi invocato lo Spirito Santo con il canto liturgico "Veni, Sancte Spiritus". Seguì il rito del cambio del nome. Affinché l'addio al mondo e alla propria precedente esistenza fosse totale e definiti­vo, il novizio doveva rinunciare perfino al nome di battesimo, e an­che al cognome, legame giuridico con la propria famiglia. Toccava al Superiore scegliere per il novizio un nuovo nome, mentre al po­sto del cognome sarebbe stato indicato il luogo di nascita. France­sco Forgione cessò di chiamarsi in quel modo e divenne Fra Pio da Pietrelcina. Il rito della vestizione e della trasformazione esteriore fu comple­tato qualche ora dopo, in privato. I novizi tornarono in convento. Il loro maestro li convocò in un'ampia stanza fungeva da guardaro­ba. Il maestro distribuì loro le vesti intime che dovevano sostituire gli abiti borghesi: una rozza tonaca, che stava al posto della cami­cia, mutande della stessa stoffa, simili a un paio di calzoni che arri­vavano a metà polpaccio, e sandali al posto delle scarpe. Niente calze. Il frate Cappuccino doveva andare scalzo, estate e inverno. - Padre maestro, questi indumenti sono troppo stretti per me -disse con voce timida e timorosa Fra Sebastiano da Campobasso, che era un giovanottone grande e grosso. Aveva ricevuto una cami­ciola e un paio di mutande di almeno tre misure inferiori alla sua taglia. - Se indosso questa roba la strappo subito, ammesso che rie­sca a entrarci dentro - aggiunse sorridendo e mostrando gli indu­menti per far vedere che gli andavano proprio stretti. - Potrebbe cambiarmeli per favore? Padre Tommaso aveva ascoltato in silenzio, fissando severa­mente il novizio. - Gli indumenti intimi che passa il convento sono di varie misu­re - disse forte in modo che tutti potessero sentire. - Ma vengono sempre distribuiti a caso proprio per offrire al giovane religioso l'occasione di adattarsi a tutte le difficoltà. A un individuo di taglia robusta può toccare una camicia piccola e stretta, e a un mingherli­no un camicione enorme. Bisogna tacere e sopportare. Quindi, non voglio più sentire lamentele sul tipo di quelle di Fra Sebastiano. - Ma se li metto si strappano - azzardò un'altra volta il gio­vane novizio. - Ho appena detto che non voglio assolutamente sentire la­mentele del genere - urlò in tono adirato Padre Tommaso. I no­vizi non si aspettavano una reazione del genere e rimasero scon­certati. Il maestro li fulminò con uno sguardo truce che gelava il sangue. - Questo è un luogo di penitenza. Qui si deve imparare a obbedire ciecamente. La vostra parola d'ordine deve essere solo "Padre, sì" e basta. Fece una lunga pausa. I novizi trattenevano perfino il fiato. Poi, rivolto al mastodontico Fra Sebastiano: - Vergognati. E per penitenza inginocchiati e fai tre croci sul pavimento con la lingua. Colto di sorpresa, Fra Sebastiano rimase fermo, incerto. - Ho detto tre croci con la lingua sul pavimento - gridò il maestro dei novizi. Il giovane, arrossendo, obbedì. - E ora - continuò Padre Tommaso riprendendo il tono di voce normale - vi mostrerò come il novizio deve dormire. Uscirono dal guardaroba ognuno con gli indumenti che aveva ricevuto. Padre Tommaso si avvicinò alla porta della cella più vici­na e l'aprì. Entrò invitando i novizi ad affacciarsi sull'uscio. - Prima vi inginocchierete ai piedi del letto e reciterete le pre­ghiere facendo l'esame di coscienza - disse. - Poi, senza spo­gliarvi, vi metterete supini sul letto, avendo cura di raccogliere l'abito davanti a voi, tra le gambe. Usate pure la coperta per di­fendervi dal freddo. Terrete le braccia in croce sul petto e il croci­fisso tra le vostre braccia, infilato nel cingolo che avete intorno al­la vita. Così deve dormire il novizio. Ci sono obiezioni? Nessuno fiatò. - Ritiratevi nelle vostre celle e riflettete su quanto è avvenuto in chiesa e su quanto vi ho detto io adesso. A turno, due per volta, vi re­cherete da Fra Camillo, che vi taglierà i capelli e disegnerà sul vostro capo la chierica. Anche quello è un segno del nostro disprezzo per il mondo e per le sue vanità. Ricordatevi: voi siete morti al mondo. Dovete mortificare il corpo per far vivere l'anima. Andate. Sia loda­to Gesù Cristo. - Sempre sia lodato - risposero sommessamente i novizi, e ognuno si avviò verso la propria cella.

10

Fra Pio si gettò nella nuova esi­stenza con la foga che gli era congenita. Voleva eseguire alla perfe­zione tutto ciò che il maestro dei novizi gli suggeriva. Si accorse subito, però, che non era facile. La vita nel convento, infatti, era durissima. La giornata, in pratica, iniziava a mezzanotte. I religiosi venivano svegliati dal fracasso della bàttola, una specie di campanaccia di le­gno che gracchiava e strideva. Era il segnale che li chiamava in chie­sa per la recita del Mattutino e delle Laudi. Fra Pio si alzava stordito e mezzo addormentato, infilava i piedi nudi nei sandali e si univa di corsa alla processione dei confratelli. D'inverno quelle levatacce erano tremende. Il freddo penetrava nel­le ossa come la lama di un coltello. Uufficio durava pressappoco un'ora, e spesso Fra Pio faticava a tenere gli occhi aperti. Quando ritornava nella sua cella stentava a riaddormentarsi. Dopo circa quattro ore, alle cinque del mattino, la bàttola ripe­teva il suo sgradevole richiamo. Fra Pio aveva allora a disposizio­ne pochi minuti per rifare il letto, posarvi sopra il grosso crocifis­so di ferro, lavarsi e scendere in chiesa per la meditazione, la Messa e altre parti del Divino Ufficio. Poi finalmente si poteva consumare una colazione frettolosa e quindi cominciava per i novizi la mattina di studio della Regola. Fra Pio si ritrovava allora nella cella a leggere le Costituzioni dell'Ordi­ne, uno scarno libriccino di una ventina di pagine, che si finiva in pochissimo tempo. Ma dal momento che non era permesso ai novi­zi possedere altri libri, una volta terminata la lettura, si doveva rico­minciare dalla prima pagina. Prima di pranzo Fra Pio e gli altri ragazzi dovevano dedicarsi alla pulizia del convento e della chiesa, e finito di mangiare c'era la passeggiata nell'orto, che si svolgeva camminando incolonnati e recitando preghiere. il pomeriggio era diviso fra lo studio, cioè la lettura del solito li­bretto, e il lavoro. Alle 19 meditazione e rosario e alle 20 cena, al termine della quale ai novizi era finalmente consentito parlare. La preghiera era comunque la loro occupazione principale. Anche quando lavoravano nell'orto, in giardino, mentre pulivano il convento o lavavano i panni nello scantinato, dove si trovavano vecchi lavatoi di pietra, dovevano pregare ad alta voce. Tre volte la settimana, il lunedì, il mercoledì e il venerdì, c'era il rito della "disciplina". Dopo cena tutti i religiosi della comunità si recavano nel coro, spegnevano i lumi, si denudavano le spalle e si flagellavano le carni nude meditando sulla Passione di Gesù. L'ordigno per la "disciplina" era costituito da una serie di rozze catenelle che terminavano con dei pallettoni. A volte il sangue co­lava sul pavimento. Il cibo era sobrio, e le occasioni per mangiare a sazietà scarse. La Regola imponeva una serie di digiuni che coprivano gran parte dell'anno. Nel convento del noviziato i religiosi digiunavano ogni venerdì e la vigilia di tutte le grandi feste, in particolare quelle del­la Madonna e dei più importanti Santi dell'Ordine Francescano. Poi c'era il "digiuno della benedetta in onore della Madonna As­sunta, che durava dal 30 giugno al 15 agosto. E ancora il digiuno in preparazione del Natale, dal 2 novembre al 25 dicembre. Infine la Grande Quaresima, cioè quella che precede la Pasqua. Alla vigilia delle feste della Vergine e dei Santi dell'Ordine, e nei venerdì della Grande Quaresima, i novizi mangiavano quel poco che era loro permesso, inginocchiati per terra in segno di ulteriore penitenza. Dopo due mesi il gruppetto dei novizi si era assottigliato. Alcu­ni, stroncati dalle difficoltà, avevano ceduto le armi. Tra loro an­che il compaesano di Fra Pio, Vincenzo Masone. La perdita del suo compaesano fu un duro colpo per Fra Pio. Con Vincenzo si confidava. Parlando con lui, o semplicemente standogli vicino, aveva l'impressione di essere un po' a casa. Ades­so si sentiva tremendamente solo. Cominciò ad affezionarsi di più a Fra Anastasio, cioè Giovanni Di Carlo, che per fortuna occupava la cella numero 24, proprio ac­canto alla sua. In pratica non potevano parlare, ma ogni tanto qualche piccola confidenza ci scappava. - Francì, hai freddo? - gli domandava con un sussurro Fra Anastasio quando di notte, uno vicino all'altro, camminavano lungo i corridoi per andare in chiesa. - Non sento né mani né piedi - sussurrava a sua volta Fra Pio. E aggiungeva: - Caro Giuvannell', dobbiamo sopportare per amore di Dio. Il Padre maestro dei novizi era rigidissimo. Non risparmiava a nessuno rimproveri e punizioni. Capitava che prendesse di mira qualcuno, e allora per quel povero diavolo erano guai. Per un pe­riodo che poteva durare anche due settimane, quel novizio non fa­ceva mai niente che andasse bene al suo superiore. Durante la ricreazione della sera, quando era permesso parlare, Fra Pio si avvicinava sempre al confratello maggiormente tartas­sato quel giorno e cercava di consolarlo. Il maestro dei novizi odiava quel suo comportamento. - Sei un falso buon samaritano - lo apostrofava, e spesso gli proibiva di parlare con coloro che erano stati puniti. Fra Pio ne soffriva. Rispettava l'ordine, ma trascorreva ugualmente la ricrea­zione accanto al punito. Sperava che almeno la sua presenza e il suo sguardo affettuoso fossero di conforto al confratello. - Vattene, allontanati - gli dicevano i confratelli se lo vedeva­no accanto a un punito mentre stava per arrivare il maestro dei novizi. - Vattene, il maestro punirà anche te. - Ma Fra Pio non si muoveva. E infallibilmente veniva punito anche lui. - Sei ribelle, ma io ti spezzo - gridava il maestro. Fra Pio ta­ceva ed eseguiva con diligenza tutte le penitenze che gli venivano inflitte. Non gli veniva imposto solo di tracciare croci con la lin­gua sul pavimento, ma di mangiare, il giorno dopo, in ginocchio, in mezzo al refettorio, davanti a tutta la comunità; e perfino di flagellarsi davanti ai confratelli. La sera, prima di andare a dormire, Fra Pio bussava timidamen­te alla cella del maestro e andava a chiedergli scusa per averlo fat­to arrabbiare. - Sei cocciuto come un asino - diceva Padre Tommaso. - Vorrei promettere di non farlo più ma non credo di essere in grado di mantenere la promessa - rispondeva Fra Pio. - Quan­do vedo un compagno che soffre non riesco a stare lontano da lui. - Devi evitarlo - ribadiva il maestro. - Te lo impongo. - Come faccio? - rispondeva Fra Pio. - La Regola dice che in ogni confratello devo vedere Gesù. E come si fa lasciare che Ge­sù soffra da solo? Mi permetta di stargli almeno vicino. Non par­lerò, ma gli terrò un poco di compagnia. - No - ripeteva il maestro. E Fra Pio piangeva. - Fra Pio, vai in foresteria, c'è tua madre che è venuta a tro­varti - disse Padre Tommaso al giovane novizio la mattina del 25 maggio. C'era un dolce tepore nell'aria, e quella notizia fece sob­balzare il cuore al novizio. - Mia madre - balbettò. - Sì, tua madre - ripeté brusco Padre Tommaso. - Credo sia venuta perché in questi giorni ricorre il tuo compleanno. Per que­sto ti permetto di restare un poco con lei, altrimenti l'avrei riman­data a casa. Conosci la Regola: poche parole, non alzare lo sguar­do, non parlare mai per primo e visita breve. Entrando nella vita religiosa abbiamo dato un addio al mondo, anche alla nostra fa­miglia carnale. Ricordati che sei morto al mondo. Come prescrive la Regola, sarai accompagnato da un tuo confratello che, durante la visita, si terrà in disparte ma rimarrà nella stessa stanza. Vai. Fra Pio uscì dalla cella frastornato. Il maestro gli aveva dato una notizia bellissima, ma subito dopo l'aveva avvelenata con tut­te quelle disposizioni e raccomandazioni e riflessioni, e a lui ora girava la testa e non riusciva a capire più niente. "Mia madre" pensò avviandosi verso la foresteria. E rivide la scena dell'angoscioso addio la mattina del 6 gennaio a Pietrelcina. Senti nelle orecchie quel grido disperato: "Mi sento squarcià 'u co­re". Poi la vide afflosciarsi a terra come un vestito vuoto. E poi quella stretta frenetica al suo petto. Sentiva ancora sul proprio corpo l'abbraccio disperato della madre. Ora mamma Peppa era lì e lo aspettava. Accelerò il passo. Poi rallentò. "Ricordati che sei morto al mondo." Le parole del maestro dei novizi si erano impresse come un marchio nella sua memoria. Si ri­cordò che doveva andare in foresteria accompagnato da un confra­tello. Tornò subito indietro. Incontrò il maestro che stava rientran­do nella sua cella. - Padre, da chi mi devo fare accompagnare in foresteria? - Prendi Fra Anastasio. - Va bene, Padre. Almeno Fra Anastasio era un suo amico. Fra Pio non avrebbe vo­luto testimoni al suo incontro con la madre. Era una cosa intima. Ogni occhio indiscreto lo avrebbe infastidito. Ma era morto al mondo, non poteva pretendere più niente. Bussò alla porta del confratello. - Giuvannell', c e mia madre, il maestro ha detto se mi puoi accompagnare in foresteria. - Vengo subito. Mamma Peppa aveva organizzato quel viaggio nei minimi parti­colari. Non era facile per lei allontanarsi da casa. Tutta la famiglia pesava sulle sue spalle. Il marito era in America. Michele provvede­va ai campi, ma le tre figlie non erano ancora in grado di accudire come lei i campi e la casa. Non poteva però mancare al compleanno di Francesco. Il primo che suo figlio passava lontano da lei. Durante il viaggio in treno aveva pensato molto a quel 25 mag­gio 1887. Era rimasta a lavorare nei campi, accanto a Grazio, fino a mezzogiorno. Poi aveva sentito che il bambino si agitava dentro di lei. - Grà - aveva detto al marito - non sto bene, vado a casa. - È giunta l'ora? - domandò Grazio. - Penso proprio di sì. - Finisco e ti raggiungo. Si era incamminata da sola. Nelle condizioni particolari in cui si trovava aveva percorso la lunga strada che da Piana Romana por­tava al Castello da sola. Lungo il sentiero, sotto il sole di maggio, aveva continuato a parlare con quell'esserino che si agitava den­tro di lei. Appena giunta a casa, aveva chiesto a una vicina di an­dare a chiamare la levatrice e si era messa a letto. Alle 5 del pome­riggio, quando era tornato Grazio, il bimbo era già nato. "Sono passati sedici anni" diceva fra sé mamma Peppa "e quante cose sono cambiate." Fra Pio entrò nella foresteria e vide sua madre. Il cuore gli scop­piava di gioia. Un impulso irrefrenabile scattò dentro di lui, e sta­va partendo di corsa come un razzo per abbracciarla, coprirla di baci, come aveva sempre fatto da bambino. Ma subito qualcosa lo frenò, lo bloccò. - Sia lodato Gesù Cristo - disse con voce stentorea. Mamma Peppa non senti neppure quelle parole. Guardava il fi­glio, e le lacrime scendevano giù per le sue gote segnate ormai da vistose rughe. - Figlio mio - esclamò e corse ad abbracciarlo. Lo strinse a se. Fra Pio lasciò fare fremendo dentro di sé per la commozione, ma restando esteriormente inerte. Quando la madre si staccò da lui, le rimase vicin6 ma con gli occhi bassi, le mani nascoste nelle maniche del saio e in silenzio, come prescriveva la Regola. - Ti ho portato i dolci che ti piacciono tanto - disse mamma Peppa togliendo da un cestello di vimini un cartoccio di frittelle. - Li ho fatti io, per te. Mangia. Francesco non si muoveva. - Ti trovo bene - aggiunse mamma Peppa sorridendo. - Un poco dimagrito e anche più alto. Ti sta bene il saio. Ma perché ti hanno tagliato così male i capelli?... Assaggia questi dolci... Solo un paio... Vieni anche tu - disse rivolta a Fra Anastasio, e poi domandò al figlio: - Come si chiama il tuo compagno? - Fra Anastasio - rispose Fra Pio. - Oh, finalmente sento la tua voce - disse mamma Peppa sor­ridendo. - Sia ringraziato il cielo. Vieni, Fra Anastasio, vieni, mangia anche tu, pensa che sia la tua mamma che te li manda. - No, grazie, signora, non mi è permesso mangiare niente -disse Fra Anastasio. Mamma Peppa, però, non lo senti. Occhi, orecchi, tutta la sua attenzione era rivolta al figlio, a quel figlio che le sembrava così strano, così assente. - Ma insomma, Francì, statte un po' su. Sono venuta da lontano per vederti. Non parli, non mi guardi, non mangi, ma che ti succede, figlio mio? Sei ammalato? - No mamma, sto bene. - Hai bisogno di qualcosa? Posso fare qualcosa per te? Sono la tua mamma, puoi chiedermi tutto. - No mamma, non ho bisogno di niente. La visita era finita. Mamma Peppa si senti invecchiata di almeno dieci anni. Ab­bracciò il figlio ancora più forte di quando era arrivata, e France­sco si lasciò abbracciare pregando Dio che quel contatto fisico con sua madre non finisse mai. Poi si allontanò da lei sempre con gli occhi bassi. Mamma Peppa tornò alla stazione dei treni. Fece un viaggio di ritorno orribile. Quello fu uno dei giorni più brutti della sua vita. Arrivò al Rione Castello con il sole al tramonto. Le piaceva sempre guardare il paesaggio nella luce diafana dei tramonti. Di solito si fermava all'inizio di vico Storto Valle, in un punto dove si vede la campagna. Ma quella sera non si fermò. Non si fermò neppure davanti alla Madunella. Continuando a camminare, con il pensiero lanciò una disperata invocazione di aiuto alla Madon­na: - Non ce la faccio più. A casa fu accolta dalle grida festose delle figlie. - Mamma, come sta Francì? Gli hai dato un bacio anche per me? Quando viene a trovarci? Perché non torna a casa per sem­pre? Perché non lo hai portato con te? Quando andremo anche noi a trovarlo? Mamma Peppa accarezzò quelle ragazzine impetuose, le ab­bracciò e baciò i loro capelli. - Francesco sta bene - disse. - Vi manda tanti baci, tante ca­rezze. Dopo una lunga pausa aggiunse: - Il viaggio mi ha stanca­ta molto. Felicita, fai tu da mangiare questa sera. Vado a riposar­mi un poco. Raggiunse la sua camera, si mise a letto e pianse a lungo. A Morcone, quella sera, nella sua piccola cella piangeva anche Fra Pio. Era in convento da oltre quattro mesi. Aveva superato prove difficili, momenti di sconforto, di smarrimento, di tristezza, ma quella sera era disperato. Aveva obbedito. Si era comportato rispettando nei minimi dettagli ciò che imponeva la Regola. Di fronte a sua madre, che non ve­deva da quattro mesi, aveva tenuto gli occhi bassi, le mani nelle ma­niche del saio, aveva parlato poco. Era stato un novizio esemplare. Ma si sentiva un mostro. Sapeva di aver spaccato ancora una volta il cuore a sua madre e aveva un enorme peso sulla coscienza. Non era convinto che quella fosse la vera vita religiosa. "Così non voglio vivere" diceva fra sé. "Dio non può essere crudele. Non avevo alcun diritto di far soffrire mia madre. Sono un mostro." Ma poi si calmò. "Forse sono tentazioni del Demonio" disse fra sé. "Ho abban­donato il mondo, e forse questa è la vita che dovrò fare." Nel suo cervello, però, continuava a girare quella parolina: "Forse". Non era affatto convinto che fosse giusto comportarsi come si era comportato.

11

C’era un gran fermento nel con­vento di Morcone la mattina del 28 luglio 1903. - Verso mezzogiorno arriverà da Foggia il Molto Reverendo Padre Pio da Bnevento, Ministro provinciale - aveva annuncia­to Padre Tommaso ai novizi. Il suo arrivo era atteso da tempo. Nei giorni precedenti, Padre Tommaso aveva spiegato a lungo il significato di quella visita. - Con il termine visita - aveva detto - si vuole indicare un particolare incontro tra il Superiore provinciale e le varie comu­nità religiose che da lui dipendono. Il Superiore viene a controlla­re che tutto sia in ordine, che la Regola venga osservata, che si vi­va in armonia, cercando di conseguire la perfezione spirituale. "Il Padre provinciale si fermerà tra noi alcuni giorni. Dobbiamo prepararci con la preghiera affinché la visita riesca bene e porti i frutti spirituali che il Molto Reverendo si aspetta. E dobbiamo an­che darci da fare perché il convento sia in perfetto ordine. Niente deve essere fuori posto, neppure un filo d'erba." I novizi avevano lavorato sodo in quella settimana. Avevano puli­toil convento da cima a fondo. E finalmente ecco l'annuncio preciso dell'arrivo del Ministro provinciale. I giovani conoscevano già Padre Pio da Benevento. Era stato il lo­ro "esaminatore" per l'ammissione al noviziato. Allora però era so­lo Commissario, mentre adesso era diventato Ministro provinciale. Dall'enfasi con cui Padre Tommaso pronunciava il suo nuovo titolo, "Molto Reverendo Padre provinciale", si capiva che si era trattato di un cambiamento importante. Padre Pio da Benevento a quel tempo era già anziano, avendo superato la sessantina, ma dimostrava ancora un vigore e una de­terminazione non comuni. Uomo dall'aspetto ascetico e dallo sguardo profondo, incuteva rispetto e soggezione. Laureatosi in filosofia subito dopo essere diventato sacerdote, aveva vissuto gli anni difficili delle "soppres­sioni religiose", verso la metà dell'Ottocento, volute dal Regno d'Italia. Era allora partito per l'Inghilterra, dove si era adoperato per far sorgere una Provincia monastica cappuccina in quella na­zione. Quindi era stato mandato dai superiori in India. Al suo rientro, quando l'oppressione si era allentata, Padre Pio da Benevento si era dedicato alla ricostruzione della Provincia monastica di Foggia. Con l'aiuto della popolazione, aveva riorga­nizzato le comunità religiose distrutte, riscattato alcuni conventi confiscati dallo Stato, richiamato i religiosi emigrati altrove, ria­perto studentati e biblioteche. Il suo lavoro aveva riscosso pieno successo. Era riuscito a rimettere in sesto la Provincia di Foggia e ne era diventato il primo Superiore dopo il periodo buio della soppressione. Come previsto, il Padre provinciale arrivò verso mezzogiorno. Giunto al convento, fu ricevuto in chiesa da tutta la comunità reli­giosa in modo solenne, con il suono dell'organo, come preferito dai regolamenti. Si fermò tre giorni. Per tutto il periodo della sua permanenza se ne stette sempre chiuso nella sua cella, dove ricevette uno a uno i re­ligiosi, trattenendosi a lungo a parlare con loro. L'ultimo giorno, il Molto Reverendo Padre provinciale si tra­sferì nella cella di Padre Tommaso e volle conoscere uno dopo l'altro anche tutti i novizi. Si informava sulla loro salute, se erano contenti, se avevano delle lamentele da esporre. Era paterno, e ognuno di loro si senti gratificato e orgoglioso di quell'incontro. Poi volle che Padre Tommaso gli facesse un resoconto dettaglia­to di ciascuno di quei giovani. Nel suo lavoro di ricostruzione del­la Provincia monastica puntava molto sulle nuove generazioni. - Sono loro i religiosi di domani - ripeteva sempre. - Se non alleviamo dei frati straordinari non potremo guardare con ottimi­smo all'avvenire. - Il numero è esiguo - gli disse Padre Tommaso. - Nei primi sei mesi abbiamo avuto quattro defezioni. Ma io sono del parere che non si possono tenere persone indecise e ribelli. La nostra Re­gola è dura. Se non si abituano qui a rinnegare completamente se stessi e a essere obbedienti "tanquam cadaverem", come dice la Regola, io credo che poi avremo dei religiosi mediocri, che fati­cheranno a salvarsi l'anima. Padre Tommaso era un maestro dei novizi molto rigido. Il Mi­nistro provinciale era a conoscenza di questo fatto, ma sapeva an­che che coloro che superavano l'anno di noviziato sotto la sua guida erano elementi sicuri. - Mi parli di Fra Pio da Pietrelcina - disse il Ministro provin­ciale. - Sono molto amico del parroco di quel paese, Don Salva­tore Pannullo. Un uomo straordinario, con due lauree, che per di­versi anni ha insegnato nel Seminario di Benevento, mia città natale. Ci siamo conosciuti proprio a Benevento diversi anni fa e ci siamo sempre tenuti in contatto. Quando l'ho rivisto, il mese scorso, mi ha parlato molto del suo Forgione. Mi ha raccontato cose che mi incuriosiscono. Che tipo è questo giovane? - Il migliore che abbiamo in comunità - rispose deciso Padre Tommaso. - Anzi, forse è uno dei migliori novizi che ho avuto da quando occupo l'incarico qui a Morcone. Tutta la comunità lo sti­ma e lo ammira. Nelle riunioni che teniamo ogni tanto per parlare dei giovani, tutti sono concordi nel dire che è un esempio anche per noi frati adulti. - Allora il mio amico Don Pannullo aveva visto giusto. - La vita è lunga e le sorprese non mancano mai - disse Padre Tommaso. - Ho visto tanti giovani partire con entusiasmo e poi finire male. Bisogna non farsi illusioni e non essere mai sicuri di niente. Ma per quanto posso giudicare secondo i risultati di questi primi sei mesi, devo dire che è un novizio davvero esemplare. "Il nostro metodo di giudizio si basa soprattutto sulla vita inte­riore di un individuo, che è costituita principalmente dalla pre­ghiera, cioè dall'unione con Dio. Ebbene, questo ragazzo vive in continua unione con il Signore. Quando cammina nei corridoi, quando lavora nell'orto, quando usciamo per le passeggiate, tiene sempre gli occhi bassi, e si nota, dal raccoglimento e dal leggero movimento della labbra, che sta pregando. Ma lo fa con discrezio­ne e passa quasi inosservato. "Nella meditazione in chiesa si impegna con un trasporto com­movente. Credo che abbia ricevuto da Dio doni speciali. Il dono delle lacrime, per esempio. "L'argomento delle nostre meditazioni, secondo ciò che prescri­vono le Costituzioni, riguarda sempre la Passione e Morte di Ge­sù. Meditando su questo tema, Fra Pio si commuove e piange co­me un bambino." - Piange? - Sì, sì, piange, versa lacrime. Sta seduto nello stallo del coro piegato in avanti, si tiene il viso nascosto fra le mani, e le lacrime gli scendono giù lungo le gote. I confratelli che gli stanno accanto nel coro, mi hanno riferito che, a volte, le sue lacrime formano una grossa macchia sul pavimento di legno. - Questa facilità alla commozione è indice di grande sensibilità d'animo, di intima unione con Dio - commentò meravigliato il Padre provinciale. - Visualizzare il contenuto dei concetti su cui si sta riflettendo al punto di suscitare emozioni così forti è il fine specifico della meditazione - aggiunse Padre Tommaso. - Anzi, a questo livel­lo, la meditazione diventa contemplazione, che è il grado più ele­vato dell'orazione mentale. Ed è raro che un giovane, all'inizio della vita religiosa, raggiunga simili traguardi. - Mi fa proprio piacere sentire notizie di questo genere. E co­me si comporta questo Fra Pio nella vita pratica? - È il primo nell'obbedienza, nella carità, nella mortificazione. La natura lo ha dotato di un carattere dolce e mite. Ho potuto con­statare che si sforza di migliorarsi continuamente. Appena avverte qualche piccola mancanza viene a parlarne con me animato da un tale desiderio di volersi correggere che a volte mi commuove. - Comportamento saggio. - Io, naturalmente, non sono mai stato tenero con lui, come con nessuno dei suoi compagni. Sono convinto che il mio dovere sia di mettere alla prova questi giovani anche con interventi pe­santi, per saggiare la loro solidità e la loro capacità di controllo. Qualche volta, con Fra Pio, sempre così dolce e diligente, sarò sta­to forse eccessivamente severo, ma non ho mai notato in lui la mi­nima reazione o ostilità nei miei confronti. Vede in me il Superio­re, e quindi il rappresentante di Dio, ed è sempre pronto a chinare il capo qualunque sia il mio ordine. - Un giovane promettente che dobbiamo curare con amorevo­lezza, ringraziando il Signore che ce lo ha mandato. - Ho anche notato che non accusa mai i compagni - continuò Padre Tommaso. - Giorni fa aveva il compito di fare il sacresta­no. È un incarico che i novizi si passano a turno. Il confratello che lo aveva preceduto si era dimenticato di provvedere alle ostie da consacrare, e la mattina siamo rimasti quasi senza. Io me la sono presa con Fra Pio. Sapevo che non ne aveva colpa, ma ho voluto metterlo alla prova. L'ho rimproverato davanti a tutti, in modo severo, e non ha fiatato. Si sarebbe potuto difendere dicendo che la colpa non era sua, ma in questo modo avrebbe accusato il con­fratello, e ha preferito tacere. Si è preso i rimproveri in silenzio as­soluto. Al momento della Comunione, gliel'ho negata. "Così un'altra volta avrai più memoria" gli ho detto passando a dare l'Eucarestia al novizio che veniva dopo di lui. C’è rimasto malissi­mo. È impallidito. È tornato al suo posto, si è preso il viso fra le mani e ha pianto a lungo. Non tanto per la figura che aveva fatto o per il rimprovero ricevuto, ma perché non aveva potuto ricevere la Comunione. - Anche questo è un segno di grande spiritualità - disse il Pa­dre provinciale. - Fra Pio ha una profonda e singolare confidenza con il Signo­re - spiegò Padre Tommaso. - A volte mi sorprende. Sembra che Dio, Gesù, la Madonna, i Santi siano persone che conosce e che incontra tutti i giorni. Ne parla come fossero dei compagni, degli amici. A volte mi preoccupa questa sua concretizzazione del­la vita spirituale. In teoria, è una cosa straordinaria. Perché la no­stra fede ci insegna che questi personaggi sono proprio vivi, di una vita più concreta e reale di quella nostra fisica. Ma vedere un giovane che questa verità la mette in pratica con tanta passione, mi spaventa. Non vorrei che si trattasse di fanatismo passeggero. Di sensibilizzazione. In questo caso, appena arriva una crisi po­trebbe crollare tutto. - Don Pannullo mi ha detto che il ragazzo, quando era a Pietrel­cina, sembrava avere delle visioni, o almeno delle locuzioni interiori. - Di questo non ha mai parlato. Non credo, però. Anche per­ché non dobbiamo dimenticare che è all'inizio della vita spiritua­le. Secondo i trattati di teologia ascetica, le visioni e le locuzioni interiori sono doni che Dio concede ad anime privilegiate, che da anni si dedicano alla vita spirituale attraverso la preghiera e la meditazione. Fra Pio è solo all'inizio di questa ascesi. Possiede molte buone qualità, ma ha anche dei difetti. Certe sue reazioni mi lasciano perplesso. Non so ancora come giudicarle, perché so­no in netta contraddizione con il resto del suo comportamento. - Che genere di reazioni? - Quando intervengo per punire un novizio, sul viso di Fra Pio noto un'espressione di sofferenza e disapprovazione. Una cosa im­percettibile, che però non mi sfugge. Non dice mai niente, ma so­no certo che non approva. A volte poi, durante la ricreazione se­rale, quando ai novizi è permesso parlare fra loro, si apparta con il confratello punito e resta a conversare a lungo con lui. Mi sono informato, non ha mai espresso disapprovazioni o critiche sul mio operato. Però prende un atteggiamento contrario al mio. - Credo sia spinto da compassione e da amore fraterno. - Di sicuro. Ma non è giusto che screditi le mie decisioni, so­prattutto quando le mancanze dei confratelli sono gravi. Io gliel'ho detto. Ne abbiamo discusso a quattr'occhi, e lui mi ha dato ragio­ne; ma ha aggiunto che, a volte, il dispiacere che prova nel vedere il confratello sofferente è così grande che non riesce a restare indif­ferente, e mi ha chiesto addirittura il permesso di poter consolare i puniti. "Tempo fa avevo preso una serie di provvedimenti nei confron­ti di un novizio molto insofferente alla disciplina. I miei interventi non approdavano a nessun risultato e continuavo ad aumentare la severità delle pene, ma il novizio brontolava, criticava e non si piegava. E Fra Pio lo andava a consolare. Lasciavo correre, nella speranza che lui riuscisse a farlo riflettere più di quanto non ci riu­scissi io. Ma neanche Fra Pio otteneva cambiamenti. "Allora, dopo un'ennesima insubordinazione, decisi di fargli sal­tare il pranzo. Come lei sa bene, secondo un'antica nostra consuetu­dine, i novizi, prima di prendere posto in refettorio, si inginocchiano per terra, davanti al maestro, e uno di loro, a nome di tutti, chie­de il permesso di mangiare dicendo: 'Padre, benediteci'. Se il mae­stro risponde: 'Vi benedico', i novizi si rialzano e si mettono a man­giare. Se il maestro tace, devono restare in ginocchio in attesa del suo beneplacito. E spesso io, per diversi motivi, decido di lasciarli lì per un po', in modo che riflettano su certi errori che magari ho cor­retto in precedenza. Stare in quella scomoda posizione, mentre tutto il resto della comunità sta mangiando, soprattutto se lo stomaco re­clama, è una prova molto dura, lo so. Ma dobbiamo essere severi se vogliamo formare questi giovani. In occasioni particolari, piuttosto rare per la verità e naturalmente per mancanze rilevanti, non do af­fatto il benedicite, e i novizi restano lì, senza mangiare, anche dopo che gli altri frati hanno finito e se ne sono andati in chiesa. "Sono ricorso a questo grave castigo proprio per punire l'enne­sima insubordinazione di quel novizio ribelle. A causa sua, ho la­sciato tutti i novizi in mezzo al refettorio, senza cibo. A mano a mano che passava il tempo, si vedeva che soffrivano. Il loro disa­gio era grande e anche l'umiliazione. Ma potevo constatare che tutti accettavano la punizione. In particolare Fra Pio che, come sempre, ne approfittava per pregare. Il ribelle invece mi guardava spavaldo e con rancore. A un certo momento ha detto forte: 'A Napoli per vedere i matti si pagano dieci soldi. Invece qui li vedia­mo gratis'. Si è alzato ed è uscito dal refettorio. "Un atto di insubordinazione inconcepibile. Infatti, è stato l'ul­timo. Qualche giorno dopo quel giovane ha lasciato il convento e se n e tornato a casa. Ma anche in quell'occasione Fra Pio si è in­tromesso. È andato a parlare con il ribelle anche dopo che aveva commesso quel gesto di imperdonabile insubordinazione. Voleva convincerlo a venire a chiedermi scusa. Allora mi sono molto ar­rabbiato. Ho chiamato Fra Pio e l'ho rimproverato di brutto. E l'ho anche punito severamente." - La severità è una grande medicina, ma non bisogna esagera­re nell'usarla - commentò il Ministro provinciale. - È vero, ma quando uno è cocciuto, devi spezzarlo se vuoi ri­metterlo sulla buona strada, altrimenti lo perderai per sempre. - Mi auguro che non sia il caso di Fra Pio - disse il Provincia­le sorridendo. - Fra Pio, in certe sue idee, è proprio cocciuto - ribadì con forza il maestro dei novizi. - Una volta si è permesso perfino di criticare certe consuetudini che in questo noviziato si praticano da secoli, sostenendo che è sbagliato distribuire a caso gli indumenti intimi perché si va contro lo spirito di povertà. Quando un novi­zio grande e grosso riceve indumenti stretti, ha detto, indossandoli li strappa e li rovina. Da questo punto di vista potrebbe anche avere ragione. Ma non deve essere lui a insegnarci come si osserva lo spirito di povertà. "In un'altra occasione ha criticato la nostra consuetudine di non permettere ai novizi di tenere libri in cella. L'unica lettura per­messa al novizio è quella del libriccino con la Regola e le Costitu­zioni. E lui ha affermato che si tratta di una consuetudine delete­ria. Il fascicolo in questione, ha detto, si legge in un'ora. Quindi si può leggere e rileggere diverse volte al giorno. Dopo una settima­na, lo si è imparato a memoria. E dovendo continuare a leggerlo e rileggerlo per un anno intero si finisce, secondo lui, per diventare scemi. E poi, sono sempre sue osservazioni, restando un anno in­tero senza leggere libri, senza scrivere, si dimentica tutto quello che si è imparato in anni di studio. Alla ripresa della scuola, dopo il noviziato, si deve cominciare tutto da capo. "Lui critica, a volte, con un'incoscienza sorprendente. Per for­tuna i suoi compagni sono venuti a riferirmi tutto, e gliel'ho fatta pagare cara. Ma non c'è soddisfazione a punirlo. Accetta con ze­lo, esegue tutto con diligenza. Sembra che non ne soffra. "Vede" disse ancora Padre Tommaso concludendo il suo lungo discorso "Fra Pio possiede grandi doti, ottime qualità, ma anche una cocciutaggine inspiegabile che mi fa perdere la pazienza. A volte ho l'impressione di non riuscire a capirlo. O di non riuscire a penetrare nel suo animo. È obbediente, ligio al dovere, generoso, ma non permette che si entri nel suo cuore per sapere realmente che cosa pensa." - Un ragazzo esemplare ma difficile, a quanto sento - disse il Ministro provinciale. - Anche il suo parroco aveva un'impressione simile. Mi disse: "È un santarello, ma dal comportamento a volte enigmatico - A maggio è venuta sua madre per una visita. Gli ho detto di an­dare in foresteria e restare un po' con lei. Com'è consuetudine, è sta­to accompagnato da un suo confratello che si è tenuto in disparte. "Fra Pio è rimasto circa mezz'ora con la madre. Poi questa se ne è andata piangendo. In portineria, lasciando il convento, ha detto fra le lacrime: 'Se sapevo che si comportava così non ci sarei venuta. La madre era tutta emozionata di vedere il figlio dopo mesi, e lui se ne stava con la mani infilate nelle maniche del saio, gli occhi bassi, come prescrive il regolamento. 'Non avevo il per­messo di comportarmi diversamente' mi ha detto. "Vede, Molto Reverendo Padre, Fra Pio è un giovane estrema­mente interessante, ma che sconcerta. Questa sua severità con se stesso nell'osservare le disposizioni dei Superiori, anche quando impongono comportamenti eroici, è ammirevole, ma fa anche pensare. Come riesca a dominarsi in quel modo, io non lo so. E perché lo faccia fino a quel punto, non lo capisco. "Ma le voglio raccontare un altro particolare che mi ha lasciato molto perplesso. Fra Pio non ha alcun interesse per il cibo. Mangia sempre poco, e spesso chiede il permesso di avanzare qualcosa per darlo magari a un confratello che ha appetito. Non gode di ottima salute. È magro come un chiodo, e quasi mai gli do il permesso di dare il suo cibo ai confratelli. Lo obbligo a mangiare e vedo che fa­tica, ma obbedisce. "Recentemente però mi sono accorto che, a volte, ricorre a dei sotterfugi pur di non mangiare. Quando guardo altrove o sto leg­gendo, ne approfitta per scambiare la ciotola con il vicino. Con una mossa fulminea prende quella vuota di un compagno e gli dà la propria, ancora intatta. La scena è stata notata da altri religiosi che me lo hanno riferito. È una ragazzata, ne sono convinto, ma da lui non me l'aspettavo. Si comporta in quel modo perché sa che gli negherei il permesso di non mangiare. Ma allora mi prende in giro! Non ammetto cose del genere. Finora non sono intervenuto, ma uno di questi giorni mi farò vivo, e saranno guai." Il Ministro provinciale sorrise divertito. Padre Tommaso si era infervorato esternando tutto il suo sconcerto. - Lei ammira Fra Pio ma nello stesso tempo è in polemica con lui - disse il Ministro provinciale continuando a sorridere. - Mi auguro che un giorno non vi mettiate a litigare. Anche Padre Tommaso ora sorrideva. - È vero - ammise. - Gli voglio bene e lo ammiro, ma a vol­te mi fa arrabbiare. Non riesco a dominarlo. Non è in mio potere, mi sfugge. Ha un potente baricentro dentro di sé e non vacilla mai. È il migliore, ma resta anche un enigma. Vediamo di non tirare troppo la corda concluse il Padre provinciale alzandosi. - Se si dovesse spezzare, rischieremmo di perdere un elemento che, a quanto mi sembra di aver capito, è ve­ramente eccezionale. Lo guidi, lo corregga, ma gli voglia anche bene. Questi giovani sono i nostri figli, i nostri figli spirituali. Ciò che conta per un padre non è essere obbedito, rispettato, vedere che le sue disposizioni vengono eseguite con diligenza, ma consta­tare che il figlio cresce, matura e impara a vivere bene da solo. Si avviò verso la porta. Padre Tommaso lo precedette per aprir­gli l'uscio e poi, premuroso, lo seguì lungo il corridoio accompa­gnandolo alla cella dove alloggiava.

12

Padre Tommaso entrò nella stan­za del giovane religioso senza bussare e gli impartì un ordine con tono severo, com'era suo costume: - Fra Pio, vieni nella mia cella. Fra Pio, che stava leggendo seduto al tavolino, era balzato in piedi di scatto e aveva seguito subito il suo Superiore facendo un rapido esame di coscienza. "Che cosa avrò fatto?" si domandava. La convocazione così pe­rentoria e improvvisa doveva certamente riguardare una grave mancanza. Entrò nella cella del maestro dei novizi e si mise in gi­nocchio davanti a lui. - Come sai - esordì Padre Tommaso - è appena arrivato un giovane che inizierà il noviziato la prossima settimana. Vorrei che lo prendessi in custodia, che gli facessi da fratello maggiore. Do­vresti cioè aiutarlo ad ambientarsi, spiegargli le nostre Costituzio­ni, insomma guidano in queste prime settimane. È importante che comprenda subito il vero significato del noviziato, e mi sem­bra che tu potresti aiutarlo. Fra Pio rimase sconcertato. Stava davanti al maestro a testa bas­sa, in attesa di una ramanzina. Non si aspettava certo quell'incarico. - E allora? - domandò brusco il maestro che attendeva una risposta. - Non so se... - Fra Pio voleva dire che non sapeva se era in gra­do di svolgere un incarico del genere, ma non riuscì a finire la frase. - Tu non devi sapere niente replicò il maestro dei novizi. - Tu devi obbedire. Quando imparerai che il frate deve obbedire sempre? - Va bene, Padre maestro, farò volentieri quanto lei mi ha chiesto. - Vai, e che il Signore ti benedica - aggiunse Padre Tommaso congedandolo. E lo guardò allontanarsi con un sorriso mal tratte­nuto che palesava quanto gli volesse bene. L'incarico trovò Fra Pio impreparato. Era la prova di quanta stima avessero di lui i suoi superiori, ma arrivava in un momento in cui il giovane religioso stava attraversando una profonda crisi. Nessuno se n'era accorto. Esteriormente era sempre ligio al do­vere, obbediente, fervoroso nella preghiera. Ma aveva la tempesta nel cuore. I suoi confratelli pensavano che corresse con le ali spie­gate sul cammino della vita ascetica, e lui invece era tormentato da difficoltà, incertezze e tentazioni di ogni genere. Da quando si trovava al noviziato aveva perduto i contatti con gli "amici invisibili". Non riceveva più le loro visite e non speri­mentava più la grande gioia dei loro consigli. Per un po' aveva sop­portato continuando a sperare. Poi in lui era subentrato un senso di profondo smarrimento e di aridità. Osservare le regole con la massima diligenza non riempiva il suo cuore. Si sentiva vuoto. Inutile. Bruciava dal desiderio di ama­re, di dare, di sacrificare la propria vita per qualche ideale, ma non riusciva a trasferire queste energie affettive nella propria vo­cazione. Diceva a se stesso di voler amare Dio, Gesù, la Madonna, San Francesco, ma non provava emozioni in questi propositi. La vita del noviziato, sempre uguale, piatta, gli era venuta a noia. A Pietrelcina, pensando a Gesù, avvertiva un'immediata accelerazio­ne dei battiti del cuore. Adesso questo non accadeva più. Viveva una specie di notte dello spirito. Cercava quasi con disperazione il "contatto" spirituale con l'in­visibile. Ma l'incanto si era rotto. Non dava tregua a se stesso nell'impegnarsi con determinazione in tutti gli esercizi ascetici che potevano facilitare quel contatto. Si mortificava, digiunava, si umiliava, dedicava ogni possibile attenzione ai confratelli, non giudicava, sopportava critiche e osservazioni, e soprattutto prega­va. Ma non succedeva niente. Il suo cuore restava sempre arido. Aveva un dominio assoluto sul proprio corpo. Da quando gli avevano detto che bisognava tenere sempre gli occhi bassi, non aveva mai più guardato neppure il soffitto del convento. Non ave­va mai guardato in faccia nessuna delle persone che venivano a Messa nella chiesa dei frati. Una volta la settimana usciva con i compagni e il maestro dei novizi per una passeggiata, e quasi sem­pre raggiungevano il centro abitato di Morcone e lo attraversavano. Lui non aveva mai alzato lo sguardo e non sarebbe stato in grado di riconoscere nemmeno una casa, una via o una piazza. Tutto inutile. "Lo faccio per amore di Gesù" diceva fra sé con disperazione, ma le parole che gli uscivano di bocca sembravano prive di con­cretezza. Tutto quello che gli era stato insegnato sulla religione, fin da quando era bambino, non aveva più significato. Pensieri oscuri si affacciavano alla sua mente. Nell'intimità della sua cella si ingi­nocchiava ai piedi del letto, si prendeva la testa fra le mani e riflet­teva, cercando di riepilogare le verità della fede per mettere ordine nella sua mente agitata. Ma subito un gran numero di interrogati­vi si sovrapponevano creando confusione e disorientamento. "E se le verità della nostra fede fossero soltanto favole?" si domanda­va. "Oppure costruzioni mentali, inventate dagli uomini nel tenta­tivo di trovare spiegazioni alla realtà complessa dell'universo e dell'uomo?" Dubbi. Dubbi tormentosi che lo esasperavano. In quella confusione spirituale, l'incarico ricevuto dal maestro dei novizi gli pareva proprio fuori luogo. Come avrebbe potuto trasmettere serenità, fiducia, entusiasmo per la vita religiosa a un ragazzo, se lui annaspava nel buio? Intanto la notizia dell'incarico che Fra Pio aveva ricevuto dal maestro dei novizi si sparse rapidamente nella comunità religiosa. Alcuni suoi compagni si mostrarono felici perché gli volevano be­ne e lo stimavano; altri erano invidiosi. - Fra Pio - lo interpellò Fra Sebastiano la sera, durante la ri­creazione dopo cena. - Tu sei bravo, diligente, buono, quando preghi ti vengono le lacrime: come fai? Puoi insegnare anche a me a essere così buono? - Ma chi ti ha detto che io sono buono? - rispose Fra Pio guardandolo con un'espressione triste. - Lo dicono tutti. E il maestro ora ti ha addirittura affidato l'incarico di preparare alla vita religiosa un giovane che sta per iniziare il noviziato. Ti ha dato un compito che in pratica dovreb­be svolgere lui. Questo significa che ti considera un religioso esemplare. - Si è sbagliato. Se sapesse veramente come sono dentro, mi caccerebbe via. - Sei troppo umile tu. - Non credere mai alle apparenze. Io a volte penso di essere un dannato. - Non dire fesserie. - No, fratello. È proprio così. Ti auguro di non provare mai la desolazione che sto vivendo in questi mesi. Dio mi ha abbandona­to. Sono in balia del Demonio. Fra Sebastiano si spaventò. Sperava di ricevere consigli e rivela­zioni di misteriosi segreti per avere successo nella via spirituale, e invece si trovava di fronte un confratello che sosteneva di essere quasi disperato. Fra Pio aveva tentato di confidare il suo tormento interiore al maestro dei novizi, ma senza riuscirci. Padre Tommaso era attento e premuroso soprattutto nel correggere gli errori che commetteva­no i suoi allievi. Ma era difficile poter avere con lui una lunga conversazione e trovare il modo di confidargli le pene del cuore. Padre Tommaso, inoltre, soffriva di una strana malattia. A volte, mentre stava parlando, perdeva improvvisamente conoscenza e re­stava "assente" anche per mezz'ora. Presente con il corpo, lontano con la mente. In quei momenti era come imbalsamato. All'inizio i novizi si spaventavano, ma poi si erano abituati. Questo fenomeno, però, si manifestava con particolare frequenza proprio quando Fra Pio si recava da lui per parlargli dei propri problemi. Fra Pio inizia­va a parlare, e Padre Tommaso andava in confusione.Succedeva addirittura che venisse colto da quella misteriosa malattia appena Fra Pio bussava alla porta della sua cella. E non sentendo dire "avanti , Fra Pio, che era scrupoloso e anche fra­stornato, non sapeva che fare. Non aveva il coraggio di bussare una seconda volta, per timore di importunare il suo Superiore, e neppure di allontanarsi per paura che il maestro lo chiamasse. Re­stava lì. Inginocchiato davanti alla porta. Una sera Fra Camillo stava rientrando nella sua cella molto tar­di. Si era intrattenuto a lungo in chiesa a pregare. Erano ormai le li. Si affrettò perché a mezzanotte si sarebbe dovuto alzare nuo­vamente per la recita del Mattutino. Appena giunse nel corridoio vide un'ombra scura in fondo, vici­no alla cella del maestro dei novizi. Si avvicinò e riconobbe Fra Pio. - Che fai qui? - gli domandò meravigliato. - Ho bussato perché avevo bisogno di parlare al maestro, ma non ha ancora risposto. - A quest'ora starà dormendo. Non potevi aspettare domani per parlargli? - Ma io ho bussato subito dopo la ricreazione. - Cioè alle 9, due ore fa? - Sì. - E sei rimasto qui tutto questo tempo? - Ho aspettato. Non potevo andarmene. Se per caso il maestro avesse risposto e io non ci fossi stato, che cosa avrebbe pensato? Fra Camillo scosse il capo e disse in tono burbero: - Tu sei matto. Oppure vuoi prendere in giro la gente. Lo sai che se Padre Tommaso viene a sapere una cosa del genere si arrabbia e ti punisce? E avrebbe ragione, dico io. Come si fa a comportarsi in questo modo? Non lo devi fare più. Se il maestro non risponde su­bito quando bussi alla sua porta, vuoI dire che non ti ha sentito o che non vuole essere disturbato, e tu te ne devi andare. Capito? Fra Pio chinò il capo mortificato. - Corri, vattene, vai a letto - aggiunse Fra Camillo. - Anche tu sei contro di me - bisbigliò Fra Pio con tristezza. Fra Camillo avverti che il ragazzo aveva dei problemi. - No, fratello mio caro, non ti sono affatto contro - disse con tenerezza. - Però mi preoccupo. Mi dispiace quando Padre Tom­maso ti punisce, ma tu vai in cerca di guai. Che ti succede Fra Pio? Ricordò quando aveva visto la prima volta quel ragazzo a Pie­trelcina. A quel tempo aveva dieci anni. Era un bambino. In un certo senso era stato lui, con la sua presenza e il suo comporta­mento, a suscitare in quel piccolo cuore la vocazione alla vita reli­giosa. Si sentiva responsabile. - Vuoi parlarne con me? - domandò dopo alcuni secondi di silenzio. - Vieni, andiamo in chiesa. A quest'ora non c e nessuno e Gesù non si arrabbierà se stiamo a chiacchierare davanti a lui. Fra Pio lo seguì. Si inginocchiarono. Pregarono in silenzio. - Quali sono i tuoi problemi? - domandò Fra Camillo. - Non mi capisco più - rispose Fra Pio. - Ho tanta confusio­ne dentro di me. Non so più che cosa voglio. Non ho più entusia­smo per niente. A volte penso che questo genere di vita non sia fatto per me. Forse ho sbagliato a venire qui. - Sono tentazioni del Demonio - si affrettò a dire Fra Camil­lo. - Tu sei bravo, sei il migliore, potrai diventare un sacerdote che farà tanto bene alla gente, e il Demonio vuole impedirlo. Non prestar fede a queste tentazioni. Affidati alla Madonna. Invoca il suo aiuto. - Prego tanto. Tutte le notti, ma non succede niente. Anzi, sto sempre peggio. - È Satana. Lui è un puro spirito, vede il futuro, sa che sarai un sacerdote bravo e vuole rovinare questo disegno di Dio. Non cade­re nella trappola. Quando ti vengono questi pensieri, devi sempre domandarti perché sei venuto in convento. Te lo domandi mai? - Tante volte. Anzi, in continuazione. Cerco di ritrovare l'entusiasmo che avevo all'inizio ma non ci riesco. Non sento più nes­sun trasporto per la vita religiosa. - Questo non è un problema. Le ragioni che ti hanno convinto a fare questa scelta non sono ragioni di sensibilità, di affettività. Perché ti sei fatto religioso? - Volevo dedicare la mia vita agli altri. Mi pareva di essere pre­so da grande affetto per il mondo intero. Avevo promesso a Gesù di consacrargli la mia vita per essere, come lui, di aiuto ai fratelli. - Queste sono le ragioni della tua vocazione. Non le devi scor­dare mai, neppure per un istante. Il convento, la vita religiosa ti offrono la possibilità di realizzare questi tuoi ideali. - Ma io non voglio diventare come i frati che vedo in questo convento. Saranno tutti Santi, ma la loro vita non mi piace. Non la farei mai. - Tu hai le doti per diventare un frate speciale. Ricordati però che la cosa più importante è fare la volontà di Dio. - Io voglio fare la volontà di Dio. Voglio essere uno strumento nelle sue mani, ma uno strumento vivo, che possa servire a grandi cose. Non voglio gloria, meriti, considerazione. Voglio realizzare,' fare, rendermi utile. Ecco, mi piacerebbe diventare come Padre Alessio. Il missionario che è venuto qui la settimana scorsa. Lui ci ha parlato della sua vita in Africa. Pericoli, sacrifici, stenti, lotte. Tutto per amore degli altri, per aiutare chi soffre. Quello è vivere. - Potrai diventare missionario anche tu. La vocazione missio­naria è parte integrante della vita francescana. Anche San France­sco per un po' di tempo andò missionario in Terra Santa. Ma pri­ma devi prepararti. Vedrai che al momento opportuno il Signore ti chiamerà. Intanto, non lasciarti vincere dallo sconforto. È il De­monio che semina confusione nel tuo cuore. Non ascoltarlo. E ora vai a letto, pregherò per te. Le parole di Fra Camillo avevano portato un po' di luce nell'ani­ma di Fra Pio, che tornò nella sua cella e si sdraiò sul letto. Ma non riuscì a chiudere occhio. Erano settimane ormai che non dormiva di notte. Quando si trovava solo nella sua cella, continuava a pensare a casa, al paese, a tutto ciò che aveva lasciato entrando in convento. E anche ades­so quei pensieri tornavano prepotenti. Rivedeva i visi dei suoi ca­ri, della mamma, della sorelle, di Michele, degli zii, degli amici. Rivedeva i volti delle compagne di 'scuola, delle ragazze che abita­vano vicino a casa sua, Elena, Francesca, Virginia'. Udiva i loro nomi, le loro voci, le loro risate. Le ragazze gli sorridevano, lo chiamavano, correvano nell'erba, cantavano, erano belle, soffici, evanescenti, allegre. Sentiva una grande attrazione nei loro con­fronti. Provava nostalgia di quando stava con loro. - È il Demonio! - esclamò Fra Pio pensando alle parole che gli aveva detto poco prima Fra Camillo. Cercò di scacciare quei fantasmi, si sforzò di non pensare a quando viveva a Pietrelcina, ma senza riuscirci. Quelle immagini accattivanti avevano 'invaso la sua mente e incantato il suo cuore. Il suono sgradevole della bàttola lo strappò a quel supplizio. Balzò dal letto, si spruzzò dell'acqua sul viso e corse fuori dalla cella per mettersi in fila con i suoi compagni. In chiesa cercò di pregare con maggior fervore del solito. Al rientro, dopo il Mattutino, si sentiva distrutto. Aveva la testa che gli girava per la spossatezza. La mente invece era vigile. Si sdraiò sul letto e di nuovo iniziarono le fantasie, i ricordi, le nostalgie strazianti. Si sentiva scivolare inesorabilmente verso quel mondo fatato che gli succhiava l'anima e gli prometteva gioie e felicità. "E se avessi sbagliato a venire in convento?" si domandò per l'en­nesima volta Fra Pio. L'angoscia gli impediva di respirare. Si alzò. Cominciò a camminare nella stanzetta. Poi si inginocchiò ai piedi del letto come faceva ormai da settimane, appoggiò i gomiti sul pagliericcio e cominciò a pregare, a sospirare, a invocare il Signore. - Non ce la faccio più - mormorava. - Signore, perché mi hai abbandonato? Sono un servo infedele, egoista, inutile, ma so­no pur sempre un tuo figlio. Perché mi hai abbandonato Signore? - Sono qui. Tu mi cerchi, ma io sono sempre con te. Sono den­tro di te. - La "voce" era inconfondibile. La ricordava con preci­sione assoluta. E quella "voce" gli procurò immediatamente una gioia profonda, indicibile. Si sentì quasi svenire dall'emozione. Il suo corpo era scattato come una molla. Tutti i suoi sensi e le sue facoltà spirituali erano tesi in modo spasmodico. Temeva di perdere quel contatto miste­rioso che aveva ritrovato dopo mesi. - Signore mio e Dio mio - balbettò. - Figlio mio. - Udì in modo distinto quelle due parole, e furo­no come una luce potente che entrò nella sua anima rischiarando pensieri, propositi, sogni, ideali. In un attimo, i dubbi, le preoccu­pazioni, le tentazioni, le indecisioni svanirono. Si rivide in quella pianura deserta dove era stato spiritualmente condotto nel corso di una "visione", pochi giorni prima della sua partenza per il noviziato. Rivide accanto a sé il personaggio lumi­noso che gli ripeteva: - Vieni con me perché ti conviene combattere da valoroso guer­riero. - Aveva ancora di fronte il gigante mostruoso vestito di nero con l'esercito urlante dei suoi soldati. E ancora il personaggio lumi­noso lo spingeva alla lotta: - Vana è ogni tua resistenza. Tu devi combattere con questo guerriero. Fra Pio sorrise. Ecco la strada. La vocazione. Lo scopo della sua vita, della missione che gli era stata affidata. Doveva lottare. Udì an­cora le parole che gli erano state dette al termine di quella visione: - Questo mostro tornerà sempre all'assalto, e se tu saprai con­tinuare a combattere contro di lui riserverò per te una corona pre­ziosa e splendente. Si sentì forte e vigoroso come un tempo. Provava la gioia che in genere si sente dopo un furioso temporale. Si rialzò. Aveva biso­gno di respirare aria fresca. Si avvicinò alla finestrella, che era aperta. Appoggiò le braccia sul davanzale e sporse fuori la testa. Dalla campagna veniva una brezza pungente. I grilli cantavano e si udiva il richiamo di qualche rapace. Guardò il cielo. Voleva ringraziare quella luce che ancora una volta lo aveva folgorato. Udì un rumore proveniente dalla finestra della cella accanto. Girò lo sguardo e intravide la sagoma del suo confratello Fra Anastasio, che si era affacciato anche lui per prendere un po' di aria fresca. - Giuvannell' - sussurro. - Francì - rispose il confratello. - E che, non dormi? - No, non ho sonno, Giuvannell'. - Neanch'io. - Che bella nottata. Quando ero a Pietrelcina, nelle notti come questa dormivo sui carri di fieno, sotto le stelle. - Eh, Francì, com’è cambiata la nostra vita. - Quante cose sono accadute in un anno. - Francì, ma tu sei contento? - E che domande fai? Certo che lo sono. - Ma proprio contento contento? Fra Pio pensò ai tormenti che lo avevano attanagliato in quelle ultime settimane. Pensò alle notti insonni. Ma ora aveva ritrovato il contatto con gli "amici invisibili" e sentiva che sarebbe stato tutto diverso. Sorrise. - E tu, Giuvannell'? - domandò a sua volta - sei proprio contento contento? - Non lo so - rispose l'amico. E dopo una breve pausa aggiun­se: - Francì, a volte a me mi prende la paura. Questa vita è troppo dura, Francì. Qui tutti fanno penitenza, si mangia poco, si prega sempre. Non sai mai quando fai le cose giuste e quando sono sba­gliate. Francì, io non ce la faccio più. Io voglio tornare a casa. Fra Pio sentiva in quelle parole l'angoscia che per mesi aveva pesato anche sulla sua anima. Anche lui aveva sofferto, aveva avuto paura, era stato incerto. Fino a pochi attimi prima. Ma adesso aveva superato tutto. Non per suo merito. Era stato aiuta­to dagli "amici invisibili". E sentiva che ora "doveva" aiutare l'amico. Poterlo aiutare gli dava una gioia profonda, Avrebbe voluto spiegargli che anche lui aveva avuto gli stessi scoramenti, ma non lo fece. Non era necessario. Doveva dimostrarsi forte. L’ami­co aveva bisogno di sentire che lui era una roccia. - Giuvannell' - gli disse con veemenza - non fare il piagno­ne. Datti una mossa. - Francì, questa vita è troppo dura, io ho già deciso di andar­mene. - Ma che dici? Abbiamo fatto tanto per arrivare qui e ora dob­biamo andare via? E che diranno i nostri genitori e tutti quelli che ci hanno indirizzato qua? No, Giuvannell', non si fa. Pian piano, con l'aiuto della Madonna e di San Francesco ci abitueremo anche noi come hanno fatto gli altri. E che, forse tutti questi che sono in convento, e altri ancora, non erano come noi? Nessuno è nato monaco fatto. Noi stiamo imparando il mestiere e lo impareremo, vedrai, Giuvannell'. Fra Pio sporse dalla finestrella il braccio allungandolo verso l'amico. - Giuvannell', qua la mano. Giovanni Di Carlo allungò il suo braccio e prese la mano del­l'amico. Sentì una stretta vigorosa, potente, e ne ricavò una gran­de consolazione. Restarono lì, tenendosi stretti, in silenzio e guar­dando il cielo immenso. Poi Fra Pio disse: - A domani, Giuvannell'. - A domani, Francì - rispose l'amico con voce più serena. Si allontanarono dalle finestre. Il cuore di Fra Pio traboccava di tenerezza. Aveva sentito nella stretta di mano del suo amico una profonda desolazione, ma aveva capito che era riuscito a infondergli energia. "Grazie, Gesù" disse fra sé. "Questa è la mia vita. Questo io vo­glio fare: aiutare gli altri. Non mi interessa niente di me. Del resto, è quel che hai fatto tu. Hai dato la vita per amore nostro. E io voglio darla agli altri, come hai fatto tu. Questa è la mia missione. Me lo hai fatto capire ancora una volta. Aiutami, Signore, a esserti fedele. Tienimi stretto a te. Aiutami a volere bene a tutti. Io voglio aiutare." Era così contento che sentiva perfino sonno. Da settimane non riusciva a riposare. Si distese sul letto e si addormentò immediata­mente. Quando, qualche ora dopo, passarono con la bàttola per la sveglia, fece una fatica immensa a saltare giù dal letto.

13

Padre Tommaso diede l'annuncio ai novizi radunati nella sala delle conferenze il 10 gennaio 1904: - L'anno di prova è finito. Ieri sera la comunità religiosa di questo convento si è riunita e ha eseguito le tradizionali tre vota­zioni segrete per ciascuno di voi. Siete stati tutti approvati. Quindi preparatevi per la professione, cioè per il solenne giuramento di voler vivere da frati Cappuccini osservandone la Regola. Il suo viso tradiva un'intima soddisfazione. Era contento per l'esito positivo dello scrutinio segreto cui erano stati sottoposti i suoi allievi. Ed era contento perché il suo 'lavoro di educatore rice­veva ancora una volta una prova di stima da parte dei confratelli della comunità. Sapeva di essere a volte criticato per la sua seve­rità. Ma i risultati gli davano ragione. I giovani da lui educati riu­scivano bene. Padre Tommaso continuò a parlare spiegando ai novizi come si sarebbero dovuti preparare al grande giorno, fissato per il 22 gen­naio. La Regola, infatti, prescriveva che la professione dovesse esse­re fatta un anno esatto dal giorno della vestizione. I novizi seguivano le sue parole con più attenzione del solito. Erano felici. Anche perché volgeva finalmente al termine un anno di sacrifici e penitenze che era stato veramente pesantissimo. - Ora potete scrivere ai vostri parenti - disse ancora Padre Tommaso. - Se vogliono, possono venire a festeggiare con voi la meta raggiunta. Con la professione, il vostro distacco dal mondo sarà definitivo. La vostra vera famiglia non sarà più quella natu­rale, dove siete nati alla vita terrena, ma l'Ordine religioso che avete scelto per raggiungere la perfezione spirituale in vista della vita eterna. Fra Pio pensò a mamma Peppa e a suo padre Grazio. Pensò al­l'ultima visita che aveva ricevuto dalla madre e al dolore che invo­lontariamente le aveva recato. Dalla finestra con i vetri "sudati" vedeva cadere la neve. La cerimonia della professione era fissata per le ore 11. I novizi scesero in chiesa insieme agli altri frati della comunità e si mera­vigliarono di trovarla affollata di gente. Insieme ai loro parenti, erano arrivati anche molti abitanti della zona. A Morcone era tra­dizione assistere alla "professione dei fratini". Accorrevano so­prattutto le donne, mamme di famiglia e nonne. Si commuovevano nel vedere quei ragazzi, dell'età dei loro figli, dei loro nipoti, con i visi radiosi di luce e di bontà, che si consacravano a Dio. Quelle persone conoscevano bene i novizi. Li avevano visti per­correre tante volte le vie del paese durante la loro passeggiata set­timanale. Li avevano osservati, ammirati. Non conoscevano i loro nomi, ma li distinguevano dall'immagine che, con il loro compor­tamento, il modo di camminare, di guardare, di muoversi, aveva­no lasciato nei loro occhi. Quei ragazzi erano pieni di mistero e attiravano la curiosità. Uno, in particolare, era ben fisso nella loro immaginazione: quel fraticello magro e pallido di cui nessuno in paese aveva mai visto il colore degli occhi. Le donne se lo indicavano a dito. Dalla sua per­sona emanava un'armonia singolare. E quando Fra Pio si avvicinò all'altare per pronunciare la formula di rito, molte fra le persone presenti in chiesa mormorarono a fior di labbra: - Eccolo. - Io, Fra Pio - disse il giovane religioso mettendo le sue mani giunte in quelle del Padre guardiano che presiedeva la cerimonia - faccio voto e prometto a Dio Onnipotente, alla Beata Maria sempre Vergine, al Beato Padre San Francesco, a tutti i Santi, per tutto il tempo di mia vita di osservare la Regola e Vita dei frati Minori, per il signor Papa Onorio confermata, vivendo in obbe­dienza, senza nulla di proprio e in castità. Il Padre guardiano rispose: - E io, se tutte queste cose osserverai, ti prometto, da parte di Dio, la vita eterna. Al termine della cerimonia i novizi ebbero il permesso di restare in compagnia dei parenti. Da Pietrelcina, per festeggiare Fra Pio erano arrivati mamma Peppa, papà Grazio, che da alcuni mesi era rientrato dall'Ameri­ca, zio Pellegrino, la sorella Felicita. Avevano portato dolci e pane fatto in casa. Mamma Peppa era raggiante. - Ora sì che sei figlio tutto di San Francesco - gli disse ab­bracciandolo. Tre giorni dopo, il 25 gennaio, i giovani che avevano fatto la professione religiosa furono trasferiti dal convento di Morcone a quello di Sant'Elia a Pianisi, in provincia di Campobasso, per ri­prendere gli studi e iniziare la lunga preparazione al sacerdozio. Ora non venivano più indicati con il termine "novizi", ma con quello di "chierici": parola che fin dai tempi più antichi indicava le persone che studiavano per avviarsi alla carriera ecclesiastica. A Sant'Elia a Pianisi rimasero fino a metà ottobre del 1905. Passarono poi al convento di San Marco La Catola, in provincia di Foggia. A metà aprile del 1906 tornarono a Sant'Elia a Pianisi, e all'inizio del 1907 raggiunsero il convento di Serracapriola per gli studi teologici. Passavano da un convento all'altro, da un luogo all'altro con molta allegria. Ogni cambiamento portava con sé novità, curiosità. La loro vita adesso non era più regolata da orari inflessibili e se­veri come durante il noviziato. Studiavano, ma organizzavano an­che gite, passeggiate, viaggi. Si divertivano, e lo facevano con l'en­tusiasmo e la vivacità tipica dei giovani. Nel loro comportamento c'era una specie di rigetto per quanto avevano subito nel noviziato. Tenevano fede alle regole essenziali della vita religiosa, ma mostravano una certa insofferenza verso dettagli della disciplina che ritenevano eccessivi. E anche nei loro nuovi superiori si notava un tacito consenso a "lasciar correre", come se anch'essi ritenessero che il rigore del noviziato dovesse li­mitarsi solo a quell'anno. Fra Pio però non la pensava in questo modo. Continuava a com­portarsi come era stato abituato nel corso dell'anno di prova. I sa­crifici, le penitenze, le mortificazioni, il controllo del proprio corpo li aveva accettati al noviziato come segno del suo amore per Gesù Crocifisso. E quell'amore non era diminuito in lui, anzi, era aumen­tato. Viveva con i compagni, partecipava a tutto quello che organiz­zavano, ma con distacco. Teneva una condotta che lo distingueva nettamente dagli altri. Ognuno di quei giovani guardava all'avvenire pensando a ciò che avrebbe desiderato fare al termine degli studi. Ne parlavano animatamente fra loro e con gli insegnanti abbandonandosi a so­gni e fantasie. - Io voglio studiare filosofia e diventare professore. - A me piacerebbe fare il predicatore. È un lavoro che ti per­mette di girare in continuazione e di vedere il mondo. - Io vorrei lavorare in una parrocchia, e dedicarmi soprattutto alla formazione dei giovani. - E tu, Fra Pio? - Voglio andare in Africa, missionario. - Ma dove vuoi andare con quel tuo fisico sempre pieno di ac­ciacchi? Per andare missionario in Africa occorre una salute di ferro. Lo prendevano in giro. Dicevano che aveva la testa fra le nuvole. Ma per Fra Pio pensare alle missioni era un'esigenza. In quell'idea­le vedeva la possibilità di poter realizzare in pieno il dono di se stes­so agli altri. Il progetto era nato dentro di lui durante il noviziato, in un momento di profonda crisi. Non sentiva più attrazione per il tipo di vita religiosa che si conduceva in convento. Gli pareva trop­po comoda e monotona. Il suo cuore sognava l'immolazione totale per amore del prossimo. In missione, lontano dal mondo civile, tra gente bisognosa di tutto, poteva donarsi senza limiti a magari dare anche la vita stessa per la fede in Gesù attraverso il martirio. Fantasticava anche lui. Ed era impaziente. Sapeva che era possibi­le partire per le missioni anche prima di aver terminato gli studi teo­logici. Li avrebbe completati in missione, studiando contempo­raneamente la lingua della gente in mezzo alla quale sarebbe poi vissuto. E approfittò dell'arrivo a Foggia del Superiore generale del­l'Ordine per presentare la sua domanda ufficiale. Secondo le regole della burocrazia religiosa, dovette consegnar­la al Padre guardiano del convento pregandolo di farla pervenire al Padre provinciale, il quale, se lo riteneva opportuno, l'avrebbe presentata al Superiore generale. Ma la sua domanda cominciò a incontrare ostacoli ancor prima di partire. Il Padre guardiano, prendendo in consegna la lettera, gli disse con rozza franchezza: - Sono stupidaggini. Se dipendesse da me, non ti concederei mai un permesso del genere. - Perché? - domandò Fra Pio, sorpreso da quella reazione. - È comodo andare nelle missioni, vivere nei villaggi indigeni, nella foresta. Niente più regole, niente disciplina, niente vita comu­nitaria. Voi giovani siete pronti a tutto pur di divagare, di evadere. Fra Pio non rispose. Quelle parole erano dettate da uno scettici­smo che non lo riguardava. Lui, invece, era tutto preso dal pro­prio sogno. Faceva progetti. Era sicuro che avrebbe ricevuto il permesso. Ma il sogno durò poco. Dopo una settimana arrivò la risposta, ed era negativa. Fra Pio era nel giardino del convento per la ricreazione che segui­va il pranzo. Passeggiava con i suoi compagni e gli altri frati della comunità. Arrivò il Padre guardiano che, in genere, a quell'ora di­stribuiva la corrispondenza. Aveva una lettera in mano e si avvicinò al gruppetto dove si trovava Fra Pio. - La tua richiesta di andare in missione è stata respinta - gli disse mostrandogli la lettera. - Dovrai rassegnarti a stare qui con noi e a impegnarti magari per convertire qualche tuo confratello un po' discolo - aggiunse in tono ironico. Tutti scoppiarono in una risata. Fra Pio non disse parola. - Il Padre provinciale ti manda a dire che per un religioso prati­care l'obbedienza è più meritevole del martirio - disse ancora il Pa­dre guardiano. - Vedi? - aggiunse con quel suo tono freddo e un po' astioso - Anche i Superiori maggiori la pensano come me. Per voi giovani ogni pretesto è buono per sfuggire alla disciplina. La ve­ra palestra di santità, mio caro, è la monotonia del convento, non le avventure in giro per il mondo. Si allontanò seguito da altri giovani frati che ridevano divertiti. Fra Pio aveva ascoltato in silenzio, senza riuscire a nascondere un profondo senso di tristezza e di delusione. Tra i religiosi presenti c era anche Padre Agostino, professore di filosofia e teologia, sacerdote dall'animo sensibile, assai attento ai problemi dei giovani. Aveva trent'anni. Conosceva Fra Pio dà ol­tre un anno, ma la loro conoscenza era puramente formale. Padre Agostino fu colpito dal silenzio del suo giovane confratel­lo. Il Guardiano si era comportato in modo rozzo. Non aveva il diritto di umiliare quel giovane disprezzando pubblicamente i suoi ideali missionari. E, osservando Fra Pio che era rimasto solo, mu­to, con un'espressione mortificata, provò simpatia e compassione per lui. Lo avvicinò e gli domandò con dolcezza: - Ci tenevi molto ad andare in missione? - Moltissimo. - Sognavi l'Africa? - L'Africa o l'India: dove ci sono i nostri missionari. - Potrai sempre ripresentare la domanda dopo che sarai diven­tato sacerdote. I Superiori concedono raramente il permesso di partire a un giovane chierico, ma incoraggiano la vocazione mis­sionaria dei sacerdoti. - Farò così. - Comunque, quel che ti manda a dire il Padre provinciale è giu­sto. Il merito nostro non sta nel, realizzare i sogni che abbiamo nel cuore, ma nel mettere in pratica la volontà di Dio. - Pensavo fosse stato il Signore a suscitare in me il desiderio di andare in missione. - Probabilmente è così. Ma forse non è ancora giunto il mo­mento di realizzarlo. - Come si fa a sapere quando arriva quel momento? - Te lo farà capire Lui. Parlerà al tuo cuore. Per noi il metodo più sicuro per non commettere errori è praticare l'obbedienza. Con la professione religiosa abbiamo fatto voto di obbedienza. Rimet­tendoci a ciò che decidono i nostri Superiori, siamo certi di compie­re la volontà di Dio. Tocca a Lui illuminarli e far loro conoscere i suoi progetti su ciascuno di noi. E vedrai che quando deciderà di af­fidarti un incarico, nessuno riuscirà a fermarlo. Dio è irruente. Quando trova un cuore aperto, disponibile, è una guida ferma, amorosa, sicura. - In quest'ultimo anno ho sognato tanto la terra di missione -sospirò Fra Pio. - È un sogno che ti fa onore. Dimostra che hai un animo sensibi­le verso le persone più bisognose. E questo piace a Dio. - Ero proprio convinto che il Signore mi volesse in Africa. - Ma puoi andarci anche restando qui. - In che modo? - domandò Fra Pio. - Quando saremo in paradiso scopriremo con sorpresa che molti grandi missionari non sono mai usciti dal convento. Proba­bilmente troveremo fra loro suorine di clausura, monaci che hanno trascorso l'intera esistenza in un cenobio disperso sulle montagne, ammalati cronici inchiodati a letto. Il mondo dello spirito non ha confini, non conosce barriere. L’amore è una forza inarrestabile. Una povera mamma di famiglia che offre le sue preghiere e le sue sofferenze a Dio per le missioni potrebbe essere più utile alla diffu­sione del regno di Dio di un missionario che affronta pericoli mor­tali per far conoscere il Vangelo nelle foreste dell'Africa. Noi fac­ciamo parte del Corpo mistico di Cristo. Ogni azione buona, ogni preghiera, ogni sofferenza sopportata per amore fa bene a tutto il Corpo. Rimanendo qui, compiendo il tuo dovere quotidiano con l'intenzione di aiutare i missionari, offrendo a Dio preghiere e sa­crifici, tu fai il missionario. Sei un missionario prezioso e attivo, co­me neppure ti puoi immaginare. - Lei dice cose meravigliose - affermò Fra Pio con gli occhi accesi di entusiasmo. - Sono verità sacrosante, su cui, purtroppo, riflettiamo poco. - La ringrazio per queste sue parole. Mi confortano, mi hanno illuminato. Gliene sono veramente grato. I rintocchi di una campanella avvertirono che il tempo della ri­creazione era finito. Fra Pio sorrise a Padre Agostino e si avviò verso gli altri compagni per andare con loro in chiesa.

14

Padre Agostino era appena ritor­nato da Foggia, dove aveva avuto un lungo incontro con il Padre provinciale. - La tua salute sta preoccupando i Superiori - disse a Fra Pio. - La vera ragione per cui non ti hanno dato il permesso di par­tire per le missioni - aggiunse - sta proprio nel tuo cattivo stato di salute. Me lo ha confidato il Padre provinciale. E mi ha anche detto che sta cercando un bravo medico, un professore importan­te, perché vorrebbe risolvere definitivamente questi tuoi problemi. Il Padre provinciale ti vuole bene ed è preoccupato per te. Il nuovo Superiore provinciale si chiamava Padre &nedetto. Era stato eletto al posto di Padre Pio da Benevento, che aveva comple­tato il periodo del proprio mandato. Era di San Marco in Lamis, come Padre Agostino. E anche lui conosceva bene Fra Pio perché era stato suo insegnante a Sant'Elia a Pianisi. Già durante l'anno di noviziato Fra Pio aveva cominciato a di­magrire vistosamente. A Sant'Elia a Pianisi, al deperimento si era­no aggiunti frequenti raffreddori, febbriciattole e una forte tosse stizzosa. Tra i confratelli, e anche tra i laici che frequentavano la chiesa del convento, si era diffuso il sospetto che quel giovane fos­se tisico, motivo per cui nessuno voleva stargli vicino. I Superiori, preoccupati, lo avevano fatto visitare da diversi me­dici, alcuni anche molto importanti. Il professor Francesco Nar­dacchione aveva esplicitamente diagnosticato: "Bronco alveolite all'apice sinistro . Data la gravità della diagnosi, Fra Pio era stato portato a Napoli per un consulto presso il professor Ernesto Bru­schini, il quale aveva emesso lo stesso preoccupante responso: - Infiltrazione specifica di ambo gli apici. Le medicine, che Fra Pio prendeva in continuazione, non mi­glioravano il suo stato. I medici avevano suggerito periodi di ripo­so al paese natale, e Fra Pio era già tornato in famiglia tre volte, rimanendovi ogni volta alcune settimane. Aveva riportato qualche giovamento, che però era immediatamente svanito appena ritor­nato in convento. - Non può mica vivere sempre a casa sua - commentava preoc­cupato il Padre provinciale, che ordinò ai superiori del giovane di non rispedirlo più a Pietrelcina quando stava male. Negli ultimi mesi i disturbi si erano intensificati vistosamente. Avevano un andamento irregolare e singolare. Si presentavano im­provvisi e violenti, al punto di impedire a Fra Pio di alzarsi dal let­to, e poi sparivano con altrettanta celerità. Ai raffreddori e alla tosse stizzosa si erano aggiunti vomito, emi­cranie, coliche intestinali, dolori al petto, reumatismi paralizzanti, mal di stomaco. Il vomito diventava irrefrenabile. A volte durava anche una, due settimane, e in quel periodo il povero giovane non poteva nutrirsi. Il suo stomaco riusciva a trattenere solo un po' di acqua. Le emicranie erano così forti da renderlo quasi cieco. - La tua lettera con la richiesta di andare missionario in Africa era molto piaciuta anche al Padre generale - disse Padre Agostino. - Dopo averla letta, si è complimentato con Padre Benedetto: "Mi fa piacere sentire che un giovane abbia questi ideali". Ma poi ha la­sciato. la decisione definitiva al Padre provinciale. "Lei lo conosce bene questo suo giovane" ha detto. "Sa se è adatto e se possiede tut­ti i requisiti fisici e morali. La vita in missione è difficile e pericolosa. Le do la facoltà di prendere la decisione che ritiene più giusta." - Il Padre generale, quindi, aveva accettato la mia richiesta - replicò Fra Pio. - Proprio così. Ma Padre Benedetto non se la sente di mandar­ti in Africa adesso. Negli ultimi tempi la tua salute è un disastro. Sei sempre ammalato. È stato costretto a dirti di no. Può darsi che, tra qualche anno, se ritroverai la salute, cambi decisione. Nelle parole di Padre Agostino, Fra Pio aveva avvertito un sincero sentimento di preoccupazione e di affetto. Quel suo professore era buono e comprensivo. Era la seconda volta che lo notava e provò per lui una viva riconoscenza. Approfittò per chiedergli aiuto. Da tempo desiderava avere un confessore fisso. Un confessore che fosse anche il suo direttore spirituale. Nella sua anima accadevano cose che non sapeva valutare. Aveva tentato di confidarsi con vari sacerdoti, ma non ci era mai riuscito pienamente. Neppu­re al noviziato, con Padre Tommaso, il maestro dei novizi. Ora sentiva che forse Padre Agostino era la persona giusta. Quel sacer­dote gli ispirava fiducia e gli aveva detto cose che la sua anima aveva bevuto con avidità. - Vorrei che lei diventasse il mio confessore fisso - disse Fra Pio. - Non vedo perché dovrei rifiutare - rispose Padre Agostino. - Ho tanti problemi - aggiunse Fra Pio. Padre Agostino si accorse che il giovane era teso ed emoziona­to. Cercò, parlando con un tono di voce calmo e pacato, di rasse­renarlo, di metterlo a suo agio. - Tutti abbiamo tanti problemi - disse. - Chi non ne ha è una persona che non riflette, che non pensa alla propria vita inte­riore. Anch'io ho i miei problemi e ho un confessore che dirige la mia anima e mi aiuta a capire quale sia la volontà di Dio. - Ma io sono anche molto chiuso - replicò Fra Pio. - Ho vergogna di parlare di me stesso, di quello che penso, di ciò che avviene nella mia anima. - È normale - rispose Padre Agostino. - Se non avessi que­sto pudore significherebbe che non dai valore e peso alle cose del­lo spirito. I problemi della nostra anima e del nostro cuore sono le cose più preziose della nostra vita. Non vanno raccontate a vanve­ra e neppure confidate con leggerezza. Riguardano il colloquio in­timo che abbiamo con Dio. Riguardano la nostra intimità più profonda con il Signore. Sono l'essenza della vita, del nostro esse­re, della nostra vocazione. Fai bene a esserne geloso. "Nello stesso tempo, però, sarebbe opportuno avere una guida spirituale fissa cui confidarle. Nella conversazione, i problemi si chiariscono. Tutti i grandi maestri di vita spirituale raccomandano di avere un confessore fisso e di aprirgli il nostro cuore. Il confes­sore, proprio perché accetta, davanti a Dio, l'incarico di guidare quell'anima, riceve a sua volta una grazia speciale, che viene detta grazia di stato, per capire i problemi in modo corretto, e per impar­tire consigli giusti, affinché l'anima di cui si prende cura proceda si­cura verso Dio. Se hai fiducia in me, posso provare a guidarti. Pre­gherò il Signore che mi assista. L'importante è che tu decida in piena libertà e ti senta a tuo agio. E poi, una volta presa la tua deci­sione, non devi più avere segreti per chi hai scelto come guida." - In questi giorni ho riflettuto parecchio e mi sembra che il Si­gnore desideri che io mi confidi con lei - disse Fra Pio. - Bene, cominciamo allora con il conoscerci meglio. Hai detto di avere molti problemi: quali sono? Fra Pio rimase silenzioso. Padre Agostino capì che il giovane era ancora molto timoroso. - Su, fatti coraggio - gli disse. - Il confessore è come il medi­co. Se non gli dici che cosa ti fa male, come può curarti? - Sì, è vero - rispose Fra Pio. - Credo che dovrò decidermi ad aprirle il mio spirito in modo che lei possa darmi i consigli che cerco. Mi voglio preparare e vedrà che le racconterò tutto. Ma ora non me la sento, deve scusarmi. Nel cuore della notte Fra Anastasio si svegliò di soprassalto con la precisa sensazione di aver udito dei lamenti. Rimase disteso a letto trattenendo il fiato per cercare di percepire il minimo rumore sospetto. Anche a Serracapriola, come a Morcone e negli altri conventi dove erano stati, era riuscito a occupare la cella accanto a quella di Fra Pio. Loro due erano amici per la pelle. Si volevano bene. Fra Pio continuava a chiamarlo affettuosamente Giuvannell'. A lui faceva piacere e, pur senza darlo a vedere e con molta discre­zione, cercava di proteggere quel suo carissimo amico. Di Fra Pio conosceva parecchi segreti. Di tanto in tanto riceve­va brevi confidenze che gli avevano permesso di intuire che nella vita del confratello avvenivano fenomeni inspiegabili e misteriosi. Aveva conservato ogni cosa gelosamente nel proprio cuore senza mai parlarne con nessuno. Ma ecco di nuovo quegli strani rumori e quei lamenti. Fra Ana­stasio scattò in piedi. Tese l'orecchio e gli parve che venissero dal­la cella accanto, dove dormiva Fra Pio. Accostò l'orecchio al mu­ro, ed era proprio così. - Francì - provò a chiamare. Poi bussò con le nocche sulla parete. "Sta male" disse fra sé. Uscì dalla propria cella e corse dal Pa­dre superiore. - Venga, Padre, venga, Fra Pio. sta male. - Poi corse alla cella di Padre Agostino per svegliare anche lui. Tutti e tre si precipitarono da Fra Pio. Il Padre guardiano aprì la porta ed entrò, seguito da Padre Agostino e Fra Anastasio. Fra Pio era a letto e si lamentava. Sembrava piangesse. Padre Agostino ac­cese il lume a petrolio e illuminò il viso del chierico. Fra Pio teneva gli occhi aperti, fissi, guardava verso l'alto, senza battere ciglio. Sembrava vedesse qualcuno. Era rosso in volto, aveva il respiro affannoso e il corpo teso. Di tanto in tanto pro­nunciava qualche parola. Sembrava rispondesse a delle domande. Dava l'impressione di colloquiare con un essere invisibile. - Anch'io ti posso aiutare... Fa che ti aiuti a portare quella cro­ce pesante pesante... Ma più piccina non te la potevano fare?... Ge­sù, ti voglio bene, ma non mi apparire più così... mi strazi il cuo­re... Gesù... ti dico la verità... perché mi dia forza, permetti che questi chiodi... permettilo sì... nelle mie mani... Però ti prego, an­che se lo vuoi... là, nel fondo del cuore, ma invisibile, perché gli uo­mini disprezzano i tuoi doni... Le parole uscivano dalla bocca di Fra Pio sconnesse e quasi im­percettibili. Le frasi erano intervallate da lunghe pause. - Vaneggia - disse il Padre guardiano. - Sembra che parli con qualcuno - aggiunse Padre Agostino. - Adesso gli do un pizzicott9, vediamo come reagisce. - Il Guardiano strinse forte tra il pollice e l'indice un po' di pelle del braccio di Fra Pio lasciandogli un vistoso segno che divenne subi­to paonazzo, ma Fra Pio non ebbe alcuna reazione. - Non ha sentito niente - commentò Padre Agostino. - È proprio andato, è in catalessi - disse ancora il Padre guar­diano. - Potrebbe essere un'estasi - azzardò Padre Agostino. - Macché estasi! - ribatté il Guardiano. - Questa è catalessi. Una forma di trance provocata da isterismo. È un brutto affare. Bisognerà farlo curare da uno specialista. In ogni caso, crisi di questo genere non vanno molto d'accordo con la vita religiosa, e tantomeno con quella di un sacerdote. - Non mi sembra il caso di correre a conclusioni tanto drasti­che - replicò Padre Agostino. Fra Pio si era calmato. Aveva chiuso gli occhi, rilassato il corpo, e il respiro era diventato regolare. Ora sembrava dormisse tran­quillamente. - Fra Pio - lo chiamò ad alta voce il Padre guardiano e 10 scosse ripetutamente. Il giovane si svegliò. - Che fate nella mia cella? - domandò. - Eri sonnambulo. Parlavi, gridavi, hai svegliato tutti - rispo­se il Padre guardiano. - Mi dispiace. Chiedo perdono. - Ora dormi e cerca di non disturbare più i tuoi confratelli. - Il Guardiano se ne andò scocciato. Padre Agostino, invece, rimase ancora un po' con Fra Anastasio che se ne stava in disparte, preoc­cupato. - Come ti senti? - domandò Padre Agostino a Fra Pio. -Molto debole - rispose con un filo di voce. - Ho il corpo tutto pieno di dolori, come se mi avessero bastonato. Le braccia, le gambe, i piedi, sono pesantissimi. È una sensazione strana. La testa mi gira. Se dovessi alzarmi, non credo che riuscirei a reggermi in piedi.- Ma che cosa ti è accaduto? - Non lo so. Non ricordo niente. Mi sono addormentato e poi, quando mi sono svegliato, ho visto che voi eravate qui. - Rimase un po' in silenzio e poi domandò: - Che cosa dicevo quando va­neggiavo? -Niente di straordinario. Parole a vanvera - rispose Padre Agostino. - Non si capiva nulla. Ora dormi. Riposati. Verrò a trovarti domani. Il giorno dopo Padre Agostino andò a trovare Fra Pio, che non si era alzato da letto. Si presentò verso mezzogiorno. I chierici era­no a scuola, gli altri religiosi impegnati nei loro compiti. In con­vento non c'era nessuno. Bussò alla porta della cella del chierico ed entrò. - Eccomi - gli disse. Fra Pio 10 accolse con un sorriso. - Come ti senti oggi? - Un poco meglio, grazie. Ma continuo a provare una spossa­tezza tremenda. Le mie braccia continuano a essere pesantissime. È come se ieri avessi fatto un lavoro faticosissimo. - Ieri notte, quando siamo venuti qui - disse Padre Agostino fis­sandolo negli occhi - tu non vaneggiavi, ma parlavi con qualcuno. Fra Pio abbassò lo sguardo e rimase in silenzio. - Con chi stavi parlando? Il giovane continuò a tacere. Sul suo viso adesso era apparsa un'espressione di disagio. - Più volte hai pronunciato il nome di Gesù - continuò Padre Agostino. - Io ho avuto l'impressione che tu parlassi proprio con Gesù. È così? Fra Pio guardò il suo interlocutore, e Padre Agostino lesse in quegli occhi smarriti una sconcertante desolazione. - Capisco che si tratta di cose delicate, di cui forse non vorresti parlare - disse Padre Agostino. - Ma mi hai chiesto di essere il tuo confessore, il tuo direttore spirituale. Come faccio a svolgere il mio compito se non mi aiuti? Tu devi avere fiducia in me. - Sì, parlavo con Gesù - mormorò Fra Pio con un filo di voce. - Da quanto tempo viene a trovarti? - Da quando ero piccolo. - Come lo vedi? - In una luce immensa. So di vederlo, ma non saprei dire come. - Ti parla? - A volte. - Cosa dice? Fra Pio abbassò ancora lo sguardo e rimase in silenzio. - Vedi anche altre entità spirituali? - La Madonna, l'Angelo custode, San Giuseppe, San Francesco. - Hai mai detto a qualcuno di queste visioni? Fra Pio scosse la testa in segno di diniego. - Perché? - Non riesco a parlare di queste cose. - Bene, bene, ho capito. Non parliamone più per il momento. Io non sono curioso di conoscere il tuo animo. Ma solo se riesco a far­mi un quadro esatto delle tue esperienze spirituali posso darti un aiuto. Ora ti lascio. Riprenderemo il discorso in un'altra occasione. Padre Agostino uscì dalla cella di Fra Pio e si fermò in mezzo all'ampio corridoio che attraversava tutto il convento. Respirò pro­fondamente e stette immobile per qualche attimo. Aveva come la sensazione che le gambe non lo reggessero. Quel che aveva udito poco prima dalla bocca del giovane confra­tello gli aveva fatto un'impressione fortissima. Era sconvolto. Non provava meraviglia, stupore, ma rispetto, riconoscenza. Quelle con­fidenze venivano a confermare certe sue intuizioni, ma erano pur sempre confidenze che sollevavano un velo su realtà tremende. Bel­lissime ma sconcertanti. Realtà che toccavano dimensioni scono­sciute, impensabili. "Questa notte" disse fra sé Padre Agostino «io ho assistito alla conversazione di un uomo con un'entità che non è di questo mon­do. Il fatto è avvenuto proprio davanti ai miei occhi. Probabilmen­te quell'entità era lì, vicino a me. È sconvolgente. E non ho ragioni per ritenere che Fra Pio sia vittima di suggestioni, di fantasie." Fece alcuni passi nel corridoio e si fermò di nuovo. Il suo animo era invaso da una profonda commozione, mentre il corpo era frastornato, come se fosse stato colpito da una scarica elettrica. Ave­va le mani sudate. Si toccò la fronte e sentì che era madida di su­dore. Sorrise. «Ne succedono di belle" disse fra se. Tornò nella sua cella. Chiuse la porta. «E adesso?" si domandò. "Che faccio?" Dallo scaffale dietro la scrivania prese un grosso volume di teo­logia mistica. Andò alla ricerca dei capitoli che trattavano il tema delle visioni. Diede una scorsa veloce. Il testo diceva che erano possibili, ma che spesso erano frutto di isterismo. E poi bisognava distinguere bene. C'erano visioni autentiche, ma anche visioni fa­sulle. Poteva essere lo stesso Demonio a presentarsi sotto le spo­glie di Cristo. Chiuse il libro e lo ripose nella scrivania. "Sono belle teorie su cui sarebbe piacevole discutere" disse fra sé. «Ma adesso io ho per le mani un caso pratico, concreto, e non so affatto come devo comportarmi."

15

Nei giorni successivi la salute di Fra Pio peggiorò. Era soprattutto il vomito a tormentarlo. Il suo stomaco non riteneva neppure l'acqua, ed erano fortemente au­mentati anche i dolori al torace. Respirava a fatica, con la bocca aperta, come se non riuscisse a riempire d'aria i polmoni. Padre Agostino andava a trovarlo due o tre volte al giorno. Cer­cava di confortarlo, di fargli coraggio. Fra Pio ascoltava paziente. Era rassegnato alla volontà di Dio ma aveva anche paura. - Prega il Signore che ti liberi da queste crisi - gli suggeriva Padre Agostino. - Il Signore è morto in croce per amore nostro - rispondeva Fra Pio. -Mi offre l'occasione di soffrire un poco accanto a lui e non voglio sottrarmi. Dopo una settimana Fra Pio sembrava un cadavere. Il medico veniva a visitarlo tutti i giorni, gli praticava delle iniezioni, ma le crisi di vomito non passavano. - Mandatelo a casa - consigliava il medico. - L'aria del pae­se natale gli farà certamente bene. Anche qualche mese fa le crisi si sono calmate con una breve vacanza a Pietrelcina. - Non posso mandarlo a casa - rispondeva il Padre guardia­no. - Il Superiore provinciale me lo ha proibito. Fra Pio è un reli­gioso, deve vivere in convento, e a Pietrelcina non ci sono conven­ti. Se la cattiva salute non gli permette di sopportare le difficoltà della vita conventuale, deve lasciare l'abito. Un frate non può vi­vere fuori del chiostro: questa è la Regola. - E allora lasciatelo morire - ribadiva il medico crollando il capo in segno di disapprovazione. Dopo una decina di giorni, Fra Pio era più morto che vivo. Il Pa­dre guardiano si spaventò e inviò un telegramma al Superiore pro­vinciale, dicendo che lui reclinava ogni responsabilità sulla salute di quel giovane. Il giorno dopo Padre Benedetto era a Serracapriola. Andò subito a trovare Fra Pio e si rese conto che il giovane era veramente in condizioni pietose. Convocò una riunione urgente con il Padre guardiano e i suoi consiglieri, e mandò un fratello lai­co 'a chiamare il medico. - Mi sembra che Fra Pio stia davvero male - disse ai confra­telli una volta che si furono riuniti. - Certamente peggio del soli­to. È un giovane sfortunato dal punto di vista della salute. Da quando si trova in questo convento non ha avuto un giorno tran­quillo. Ha perso quasi tutte le lezioni e non partecipa neppure alla vita comunitaria. I medici continuano a dire che l'aria del paese natale gli potrebbe far bene. Lo abbiamo già mandato a casa di­verse volte. A casa sta bene, ma quando rientra in convento si am­mala. Io avevo dato ordini precisi di non mandarlo più a casa. Ma di fronte all'attuale situazione, vorrei fare ancora un tentativo. Che ne dite? - Io sono convinto che la malattia di Fra Pio è in gran parte frutto di isterismo - rispose il Padre guardiano, che era un po' fissato con quest'idea. - Ha un andamento inspiegabile. Le crisi arrivano improvvise e altrettanto improvvise se ne vanno. Una notte lo abbiamo trovato in cella che vaneggiava, come un son­nambulo. Quando torna al suo paese sta subito bene, come se fos­se stato miracolato. Tutto questo non mi convince. Ma il medico continua a insistere che l'aria natale gli potrebbe far bene, e quin­di penso sia giusto fare ancora un tentativo. Il fratello laico che era stato inviato a chiamare il medico bussò alla porta. - Il dottor Iabbraccio è qui - disse. - Fallo entrare - rispose il Padre provinciale alzandosi dalla sua sedia e andando incontro al medico. Lo salutò cordialmente. - Mi dispiace, dottore, di averla importunata, ma abbiamo biso­gno del suo consiglio. - La rivedo sempre volentieri - disse il medico. - Il nostro giovane Fra Pio ha ancora dei guai con la salute. Mi hanno detto che lei viene a trovarlo tutti i giorni e gliene sono ve­ramente grato. - Povero ragazzo, lo sto tormentando con continue iniezioni che però non portano alcun risultato apprezzabile. Non so per quale ragione non reagisce alle medicine. - Cosa consiglierebbe? - L'ho già detto anche al Padre guardiano. In questi casi di gravi malattie polmonari e tubercolotiche, qualche giovamento arriva dal vivere all'aria aperta nel paese natale. Non è che noi medici siamo sicuri di questo. In genere succede. Non si sa perché, ma spesso il clima, l'atmosfera del luogo dove la persona ha pas­sato i primi anni di vita sono propizi, aiutano. - Lei quindi consiglierebbe di rimandarlo a Pietrelcina? - Sì, se questo non crea problemi a causa delle vostre regole. Ma è un esperimento che avete già fatto altre volte, e qualche be­neficio c e stato, sia pure temporaneo. Almeno finché era a casa stava bene. Comunque, la decisione spetta a voi. Non mi voglio intromettere nelle vostre regole. - Va bene, la ringrazio, dottore, terremo conto certamente dei suoi consigli, che sono sempre preziosi. Quando il medico se ne fu andato, Padre Benedetto concluse la riunione: - Facciamo ancora un tentativo - disse. - Mandiamo Fra Pio a casa per un periodo di tempo, e vediamo cosa succede. Durante la recente visita del Ministro generale, gli ho accennato il caso. La Regola è precisa. Se un religioso non è in grado di osser­varla, non può vivere fuori dal chiostro. O Fra Pio si riprende, op­pure bisognerà chiedere l'indulto di secolarizzazione. Comunque, di questo vedremo in seguito. Intanto - aggiunse rivolto al Padre guardiano - mandi un telegramma alla famiglia di Fra Pio, av­vertendo i genitori delle condizioni del giovane e dicendo che sa­rebbe opportuno che lo tenessero per un po' in famiglia. Prima di lasciare il convento, il Provinciale andò a salutare il suo paesano e amico Padre Agostino. Era una scusa per sentire anche il suo parere su quella vicenda che gli stava tanto a cuore e gli procurava apprensione e dolore. - Che ne pensi della nuova crisi di salute di Fra Pio? - gli do­mandò. - Sono preoccupato - rispose Padre Agostino. - È più grave del solito. Queste crisi si ripresentano sempre più agguerrite. - Ho deciso di rimandarlo a casa ancora una volta. - Hai fatto bene. - Ma non potrò continuare così per sempre. - Ho riflettuto a lungo in questi giorni. Ho cercato di analizza­re e di capire. Sono stato spesso a parlare con Fra Pio. Mi sono fatto raccontare tante cose. Ci sono un paio di coincidenze curio­se che mi fanno pensare. - Quali? - Il fatto che tutti i medici consultati finora abbiano prescritto aria del paese natio, quasi fossero stati d'accordo. Il fatto poi che ogni volta che Fra Pio è tornato a casa, è stato subito bene. Dico subito, cioè nel giro di poche ore. Mentre, rientrando in convento, in qualsiasi convento, ha ripreso subito a star male. Sono coinci­denze, ma fanno pensare. - D'accordo, ma come spieghi queste coincidenze? - Non trovo una spiegazione razionale. Almeno, finora non l'ho trovata. - Il Padre guardiano sostiene che Fra Pio è vittima di malattie isteriche. - Lui è fissato con l'isterismo, il subconscio, le malattie imma­ginarie. Tu conosci bene Fra Pio e sai che è limpido, equilibrato, non può essere vittima di fantasie e immaginazioni. - Sono preoccupato e dispiaciuto. So che tu segui da vicino questo ragazzo. Te lo raccomando. Io gli voglio bene. Credo che diventerà un bravo religioso. Sostienilo e tienimi informato. Padre Benedetto abbracciò il suo amico e paesano e se ne andò. Entrò nella cella di Fra Pio per un ultimo saluto. - Non ti preoccupare - lo rassicurò. - Farò di tutto perché tu guarisca presto. Da quando era tornato dall'America, Grazio Forgione si era messo a lavorare con più foga del solito. Il viaggio non gli aveva portato i vantaggi economici che sperava. I debiti contratti per far studiare il figlio in modo che potesse entrare in convento non erano ancora stati completamente pagati. Tutte le mattine Grazio si alzava quando era ancora buio. Saliva in groppa al suo asino e si avviava a Piana Romana, dove ave­va la terra. Quasi sempre era accompagnato dal figlio Michele. A volte, però, Michele dormiva un po' di piu e raggiungeva il padre più tardi. - I figli! - brontolava Grazio. - Comoda la vita per i figli. Dormono oppure si riposano pregando in convento. La stagione era ormai alla fine. Bisognava preparare i campi per l'inverno. Quella mattina di fine ottobre Grazio si era alzato più presto del solito. Quando il sole era ormai alto, sentì la voce di sua moglie che lo chiamava. Mamma Peppa era là, in fondo al campo, vicino alla masseria, che agitava le braccia e diceva cose che per la lontanan­za lui non riusciva a capire. «Come mai è venuta fin quaggiù?" si domandò Grazio. «Che sia successo qualcosa ai figli?" Lasciò cadere la zappa e si avviò preoccupato verso di lei. - Grà corri, vieni a casa, Francì sta male. - La frase arrivò portata da un colpo di vento e gli tagliò le gambe. Sentì che d'im­provviso il sudore della sua fronte era diventato gelido. Accelerò il passo. - Che hai detto? - domandò quando fu vicino a mamma Peppa. - Don Salvatore, il parroco, ha ricevuto un telegramma dal Su­periore del convento di Serracapriola. C'è scritto che nostro figlio sta male e ci chiedono di andare a prenderlo. Mamma Peppa era tutta sudata per la corsa. Per raggiungere quel terreno c'era un viottolo in mezzo ai campi. In genere, cam­minando speditamente occorrevano 40 minuti. Lei aveva corso. Con lo strazio nel cuore. - Michè, finisci il lavoro tu - disse Grazio rivolto al figlio maggiore, che si era avvicinato. - Ricordati di chiudere gli attrez­zi nella masseria. Domani non sarò qui. Poi s'incamminò di buon passo, seguito dalla moglie. - Il telegramma dice di che cosa soffre Francì? - domandò camminando. - Non lo so. Appena Don Salvatore mi ha dato la notizia, so­no venuta qui. Mamma Peppa piangeva. - Su, non piangere - le disse Grazio. - Il Signore ci aiuterà. È da un po' di tempo che Francì non sta bene. Ogni tanto gli pren­dono delle crisi. venuto a casa altre volte per ragioni di salute e qui da noi si è rimesso. - Sento che questa volta è diverso. I suoi superiori non hanno mai mandato telegrammi. Vuol dire che sta veramente male. Quante volte aveva percorso quel sentiero assieme a Francesco piccolino. A lui piaceva fermarsi a cogliere dei fichi da un albero vicino al sentiero. E spesso raccoglieva fiori di campo. - Grà, che pensi di fare adesso? - Mi cambio e vado a Serracapriola. - Voglio venire con te. - Non è possibile. Viaggerò affidandomi al caso. Non so che treni ci saranno. Forse dovrò dormire in stazione. Non puoi venire. Ma ti assicuro che Francesco te lo porterò a casa. Noi lo guariremo. A casa nostra sta sempre bene. Probabilmente abbiamo sbagliato a permettergli di andare in convento. Non è fatto per quella vita. - Ma è la sua vocazione. - Che ne so io di vocazione. Io so che Francì in convento sta sempre male, è secco, ha le occhiaie, non mangia, ha la tosse. In­somma, non sta bene. Se quello fosse un luogo dove si sente felice, avrebbe appetito e starebbe bene. Camminando di buona lena erano arrivati al ponte sul Panta­niello, il rigagnolo che serpeggiava tra i campi. Adesso bisognava, affrontare la salita che conduceva al Castello. Il tratto più fatico­so. Mamma Peppa non ce la faceva più. - Grà, fermiamoci un attimo. - Va bene, riposati. Grazio si sedette sull'argine del Pantaniello e con le mani pode­rose raccolse dell'acqua, passandosela sulle tempie. Bagnò con dolcezza anche il viso della moglie.. Mamma Peppa lo osservava. Il viso di Grazio era segnato da profonde rughe. Non lo aveva mai visto così stanco. Non parlava, ma nel suo cuore doveva provare un dolore terribile. Sembrava improvvisamente invecchiato. Fecero l'ultimo tratto di strada senza parlare. La salita toglieva il fiato. Giunti in casa, Grazio andò in camera per mettersi i vestiti da festa. - Quando parti? - gli domandò mamma Peppa. - Subito. Andrò in stazione e prenderò il primo treno che va verso Serracapriola. Grazio arrivò a Serracapriola che era ormai notte. Si presentò al convento e fu ricevuto con manifestazioni di affetto. I frati lo co­noscevano. Lo avevano gia visto altre volte. - Come sta mio figlio? - domandò subito. - Male - gli rispose il Padre guardiano, che sembrava anche lui piuttosto preoccupato. - Sono quindici giorni che non mangia. - Posso vederlo? Il Padre guardiano accompagnò Grazio nella cella di Fra Pio. Il giovane religioso era a letto, pallido, semi addormentato. Riconob­be il papà e accennò un sorriso. Grazio rimase in disparte. Non ave­va il coraggio di parlargli. Si sentiva sperduto. Dopo un po' uscirono dalla cella. - Se deve morire, è meglio che muoia a casa sua - mormorò Grazio. - Coraggio - lo confortò il Padre guardiano. - Il Signore ci aiuterà. Grazio fu sistemato in foresteria. I frati prepararono una bran­da con un paio di coperte. Al mattino éi vollero due persone per vestire Fra Pio. Non si regge­va in piedi. Sostenuto a braccia, venne fatto scendere al piano terra del convento, dove era pronta una carrozza trainata da un cavallo. - Verrò presto a trovarti - promise Padre Agostino salutando Fra Pio. Il Padre guardiano prese in disparte Grazio e gli disse: Il medico ci ha raccomandato di essere prudenti. I piatti e le stoviglie che usa vostro figlio, li dovete tenere da parte, non pas­sarli ad altri, soprattutto se ci sono bambini. La tisi è contagiosa. - Va bene - rispose Grazio. Ma era piuttosto seccato. Non gli piaceva che parlassero così di suo figlio. Il viaggio fu lungo. Con la carrozza raggiunsero Larino. A Lari­no attesero il treno che li avrebbe portati a Pietrelcina. Date le condizioni del figlio, Grazio non badò a spese. Com­però due biglietti di prima classe. Sistemò il figlio nel posto mi­gliore, vicino al finestrino, lo avvolse in un mantello e si sedette vicino a lui. Fra Pio stava sempre in silenzio. Pareva intontito dalla malattia. Ogni tanto Grazio gli chiedeva se avesse bisogno di qualcosa e Fra Pio rispondeva sempre di no. Quel viaggio non terminava mai. Il treno andava lento. Ma so­prattutto si fermava continuamente. Grazio era ormai esperto di viaggi. Era stato in America quattro anni ed era salito molte volte su un treno. «Ho fatto tanti sacrifici per questo figlio" diceva fra sé Grazio. "Ho attraversato il mare e sono vissuto tanto tempo lontano da casa. Con quali risultati?" Aveva il cuore in subbuglio. Pensava a mamma Peppa. Che cosa avrebbe detto vedendo il figlio in quelle condizioni? Lui sapeva quanto sua moglie fosse affezionata ai figli. Quando era giovane ne aveva perduti quattro, tutti piccoli, nàti da poco, eppure non li aveva mai dimenticati. A distanza di tanto tempo, quei figli per­duti erano ancora come dei chiodi piantati nel suo cuore. Arrivarono a Pietrelcina che era quasi sera. Con una tenerezza infinita, Grazio aiutò il figlio a scendere dal treno. Lo portò quasi di peso al caffè della stazione e lo fece accomodare su una sedia. Poi andò dalla padrona, che conosceva. - Signora, voi avete una carrozza. Attaccateci un cavallo che devo portare mio figlio a casa. Non sta bene e non ce la farebbe a percorrere la strada a piedi. - Francì, come sei pallido - disse la signora avvicinandosi al fraticello. - Sei dimagrito. Ma vedrai che l'aria del paese tuo ti ri­metterà in forze. Posso offrire qualcosa? - No, grazie - rispose Grazio. La signora si affrettò per condurre carrozza e cavallo. Grazio si­stemò il figlio e partirono. Arrivati alle prime case dell'abitato, Grazio disse al figlio: - Tua sorella Felicita adesso abita qui, con zia Pellegrina. È grande ormai. Noi non abbiamo camere a sufficienza per farla dormire da sola. Zia Pellegrina è felice di tenerla con sé. - Felicita - ripeté Fra Pio, e il suo viso si illuminò improvvisamente. Felicita era la sua sorellina prediletta, con la quale amava giocare quando era a casa. Le faceva i dispetti, e la mamma lo ri­chiamava. - Svergognatello - lo rimproverava mamma Peppa. Ma glielo diceva con tanto affetto, e a lui piaceva sentirsi chiamare così. - Papà - disse parlando con voce sicura, come non aveva an­cora fatto fino a quel momento. - Voglio scendere. Voglio saluta­re Felicita. Tu vai a casa, ti raggiungerò subito. Fra Pio era letteralmente saltato giù dalla carrozza prima che il cavallo si fermasse. Grazio lo guardò sbalordito. Adesso era agi­le, sicuro sulle gambe. Camminava svelto verso la casa di zia Pel­legrina. - Be', allora vado a piedi anch'io - disse Grazio alla signora del bar della stazione, che era venuta ad accompagnarli con car­rozza e cavallo. - Signora, poi ci accomodiamo tra noi. - Per carità, Zi' Grazio, è stato un piacere. Vedrà che France­sco qui da noi si riprenderà bene. - Grazie, signora. Grazio si incamminò verso Rione Castello. All'arco della porta, passando davanti alla Madunella, l'icona con l'immagine della Vergine, si tolse il capello. Fin dal giorno prima aveva un groppo sullo stomaco. Quel gesto silenzioso era una profonda invocazio­ne di aiuto. Salì in vico Storto Valle. Mamma Peppa era sull'uscio della cu­cina con le figlie Pellegrina e Graziella. - E Francì? - domandò spaventata. - Mo' arriva - rispose Grazio depresso. - Dov'è andato? - Si è voluto fermare a salutare Felicita. - Come sta? - E che ne saccio? A Serracapriola stava male. Molto male. In due per metterlo in carrozza. Qui sta bene. Correva verso la casa di zia Pellegrina come un capriolo. - Mamma. - La voce inconfondibile fece sobbalzare il cuore a mamma Peppa. - Mamma, sono qui - e Fra Pio abbracciò con trasporto la sua "mammella", come la chiamava lui. Poi fu la volta delle due sorelle, che lo coprivano di baci. - Fatti vede'? - disse mamma Peppa. - O mio Dio, come sei magro, come sei patito. - Non ti preoccupare, mamma, mi riprenderò. Che fai per cena? - Rape. - Stasera, allora, fai la pietanza mia. Sono quindici giorni che non mangio e ho appetito. Le rape erano già pronte. Mamma Peppa le mise in tavola. Francesco divorò una porzione di rape condite con l'olio di casa, quello che Grazio ricavava con amore dalle olive dei suoi campi. Poi chiese una seconda porzione. E una terza. - Hai proprio fame - commentò mamma Peppa. - Ti ho detto, sono due settimane che non mangio. Mi sentivo morire. Ma adesso sto bene. Dove dormo questa notte? - Ti ho preparato il letto nella Torretta. - Bene, bene. Adesso vado a dare un salutino a Don Salvatore e poi andrò a dormire. Sono stanco. Uscì felice, seguito dalle due sorelle che non lo abbandonavano un momento. Grazio lo guardò scrollando la testa. - Che c'è di nuovo? - gli domandò mamma Peppa, che aveva capito da quel gesto che suo marito aveva delle preoccupazioni. - Niente - rispose Grazio un po' bruscamente. - Io sono an­dato a Serracapriola con il cuore in gola per la paura. L’ho carica­to sulla carrozza di peso. Ho fatto il viaggio pensando che doves­se morire da un momento all'altro ed eccolo qui, bell'e guarito. Sono contento. Ringrazio il Signore. Ma non ci capisco niente. Proprio niente. Mamma Peppa aveva ascoltato in silenzio lo sfogo del marito. Era felice di vedere suo figlio sereno e di buon appetito. Ma si do­mandava anche lei, preoccupata, come mai in convento Fra Pio stesse sempre male mentre appena arrivava a casa era sano come un pesce. «Forse abbiamo sbagliato a mandarlo in convento" pensò an­che lei.

16

Era la terza volta in sei mesi che Fra Pio tornava a casa mezzo morto e si riprendeva subito. Resta­va magro, debole, con la tosse, ma poteva muoversi tranquillamente. Mangiava, faceva passeggiate, trascorreva intere giornate a Piana Romana, nei campi di suo padre. In quest'ultima occasione, però, la ripresa era stata ancor più rapida del solito. Se n'erano accorti tutti. - Francì, l'aria di Pietrelcina è aria fina - gli ripeteva Ange­lantonio, un anziano vicino di casa, tutte le volte che lo vedeva passare. - Fa risuscitare anche i morti. - Francì, tu stattene qui da noi, e i tuoi malanni non ti daran­no più fastidio - gli faceva eco Adrianella, una vecchietta che gli voleva bene come fosse stato suo figlio. Tutto il paese partecipava alle vicende di Fra Pio. Tutti erano fe­lici nel vederlo rinfrancato. Qualcuno però riteneva che quei cambiamenti repentini, così rapidi da risultare inspiegabili, e che si ripetevano a ogni suo ri­torno a casa, fossero sospetti. E sentì il dovere di coscienza di in­viare una lunga lettera al Padre provinciale, a Foggia, per infor­marlo dettagliatamente di quanto avveniva. «Questo giovane chierico è un abile imbroglione" accusava la lettera. "Si prende gioco dei suoi superiori, dei suoi confratelli, e di tutti coloro che credono ai suoi malanni inventati. Non si guarisce con poche ore di soggiorno da malattie gravi, se non per in­tervento divino." Padre Benedetto lesse e rilesse la lunga lettera. Era dettagliata, puntigliosa. Da quando era arrivata la teneva lì, sul tavolo grande del suo studio, tra le pratiche urgenti e la corrispondenza impor­tante, e ogni tanto la riprendeva in mano. Era stata scritta da una persona molto in vista a Pietrelcina, che non si era nascosta dietro l'anonimato. I fatti che denunciava meritavano quindi la massima attenzione. "Se le cose stanno davvero in questo modo" disse fra sé il Padre provinciale mentre camminava nervosamente nell'ampio studio "devo intervenire. Lasciar correre significherebbe preparare il ter­reno a uno scandalo che, nel caso dovesse poi scoppiare, portereb­be un danno irreparabile." Non riusciva tuttavia a convincersi che Fra Pio fosse quel losco imbroglione dipinto dalla lettera. I fatti erano indubbiamente sconcertanti. Il giovane partiva dal convento moribondo e, poche ore dopo l'arrivo a casa, era sano. Prese la lettera e lesse ad alta voce la frase che Io aveva maggiormente colpito e messo a disagio: - Non è che si senta meglio tornando qui. Arriva ed è già sano. "Arriva ed è già sano." Come poteva accadere? - Non è possibile - disse con veemenza Padre Benedetto dopo aver riflettuto per alcuni minuti. - Sono stato io a portare Fra Pio dal professor Nardacchione, che ha diagnosticato "bronco al­veolite all'apice sinistro". La diagnosi è stata poi confermata da altri medici, e anche dal professor Ernesto Bruschini di Napoli. Anzi, con il passar del tempo la malattia è risultata sempre più grave. Ultimamente i medici parlavano di tisi diffusa. Fra Pio non può inventarsi malattie che poi i medici riscontrano in modo oggettivo. Emise un lungo sospiro di sollievo. Aver evidenziato quel punto fermo della situazione lo aveva rasserenato. Lui voleva bene a quel giovane. Il solo pensiero che potesse essere diverso da come lo considerava lo addolorava. Guardò dalla finestra. Sulla città stava per scatenarsi un tempo­rale. Continuò a camminare su e giù per la stanza cercando di «vi­sualizzare" tutti gli aspetti del problema. - Fra Pio - rifletteva ad alta voce - è un ragazzo molto sen­sibile, un sentimentalone. Anche la più piccola gioia è un grado di infondergli un'energia potente. Probabilmente, tornando in fami­glia, trovandosi con i genitori e le sorelle che tanto ama, sarà stato preso da una tale euforia che avrà avuto l'illusione di stare bene. Gli vennero in mente gli occhi del giovane. Quando parlava della propria famiglia, Fra Pio si illuminava. I suoi occhi ridevano. Lo aveva notato diverse volte e ne era rimasto colpito. «È un ragazzo d'oro" disse ancora fra sé. "Comunque" aggiunse concludendo la sua lunga riflessione «bisogna chiarire questa situazione una volta per sempre, per evitare chiacchiere sul conto di Fra Pio e sul buon nome dei frati." Pensò di chiedere l'aiuto di Padre Agostino, che era un religioso di sua fiducia e inoltre conosceva bene Fra Pio. Gli fece spedire subito un telegramma convocandolo a Foggia per comunicazioni urgenti. Padre Agostino era abituato a ricevere convocazioni di quel ge­nere. Padre Benedetto lo stimava molto e quando doveva prende­re decisioni delicate desiderava consultarlo. Non si meravigliò di quel telegramma, tuttavia si chiedeva con curiosità quale proble­ma dovesse affrontare questa volta il suo Superiore. Prese il treno a Serracapriola la mattina, dopo aver celebrato Mes­sa, e verso mezzogiorno era già nello studio del Padre provinciale. - Devo risolvere in fretta il problema Fra Pio - esordì Padre Be­nedetto affrontando subito l'argomento per cui l'aveva chiamato. - Che è successo? - domandò Padre Agostino colto di sorpre­sa, poiché il fatto che potesse essere il giovane chierico il succo del problema non gli era minimamente passato per la testa. Il Provinciale gli mostrò la lettera giunta da Pietrelcina. Padre Agostino la lesse con attenzione, ma senza lasciar trasparire dal proprio viso alcuna impressione. - Ci facciamo prendere in giro - disse Padre Benedetto con tono alterato. - La gente mormora. È facile poi mettere in piedi uno scandalo. - Non ce l'aveva con Fra Pio, ma con il problema che quello scritto suscitava. - È una lettera curiosa - ammise Padre Agostino con la calma più assoluta. - Mi sembra strano, però, che sia tutto vero quello che c e scritto. Certo, lo scrivente, per il fatto che firma ed è una persona qualificata, si prende le proprie responsabilità. E questo fa ritenere che, almeno apparentemente, le cose stiano come lui le de­scrive. Però ho i miei dubbi. - Dubbi? - Nella malattia di Fra Pio continuano a saltar fuori sempre nuovi risvolti sconcertanti. - E con ciò? - È una malattia che non si può classificare con sicurezza. - Ha ragione allora il Padre guardiano del tuo convento che giudica Fra Pio un isterico e sostiene che le sue malattie sono un paravento per fare i suoi comodi. - Questo no, te lo posso assicurare. Del resto, lo conosci bene an­che tu Fra Pio e sai che non sarebbe capace di simili atteggiamenti. - È vero, lo stimo e ritengo che non sia un imbroglione. - E allora di che ti preoccupi? - Molti confratelli mi criticano. Dicono che ho delle preferen­ze per lui. Io sono il Superiore di tutti i religiosi di questa Provin­cia e non posso concedere a uno speciali permessi che nego ad al­tri. E queste insinuazioni - aggiunse agitando la lettera che teneva in mano - aggravano di certo il malcontento. - È giusto preoccuparsi, ma non più del dovuto. Tu hai giudi­cato con coscienza e hai agito per il bene di un tuo confratello. - Ma sono stato ingenuo - ribatté Padre Benedetto dandosi uno schiaffo sulla fronte quasi a punire una sua debolezza. - Nessun re­ligioso ammalato ha mai avuto un bisogno assoluto di andare a casa propria per curarsi. Fra Pio deve mettersi in testa che l'aria buona può trovarla anche nei nostri conventi, ne scelga uno in montagna, in collina, al mare, dove crede, ma deve stare in convento. - Fra Pio non ha mai chiesto di andare a casa per curarsi. Sono stati i medici a prescrivere l'aria del paese natale. - Hai ragione, e io ho sempre voluto dare ascolto ai medici. Ma sono ormai tre anni che Fra Pio continua avanti e indietro da casa. Risultati apprezzabili non se ne sono visti. Sta bene quando è a casa, torna ad ammalarsi rientrando in convento. E per di più, a ogni ritorno, i suoi disturbi sono sempre più gravi. A questo punto devo concludere che la permanenza in famiglia serve solo a peggiorare la situazione. - Ti sei mai domandato perché tutti i medici, nessuno escluso, nel caso di Fra Pio abbiano sempre indicato come rimedio per la sua salute il ritorno a casa? Non ti sembra una coincidenza strana? - Questa domanda me l'hai già fatta. Ci ho pensato e mi è ve­nuto il sospetto che potrebbe trattarsi di un inganno diabolico. Satana potrebbe servirsi della malattia per tenere Fra Pio lontano dal convento e rovinargli a poco a poco la vocazione. Questo ra­gazzo e un anima eletta. Se Dio lo ha chiamato nel chiostro non può poi costringerlo a viverne fuori. Sarebbe una contraddizione. Ecco perché mi convinco sempre più che sia un errore lasciarlo a casa. La Regola, lo sai bene, non permette che un religioso viva fuori del chiostro. Se questo diventasse necessario, deve chiedere la secolarizzazione. Deve lasciare l'Ordine e tornare alla vita nel mondo. Ecco il pericolo. - E allora che intendi fare? - domandò Padre Agostino. Da co­me il Provinciale parlava, aveva capito che si era già fatto un pro­gramma preciso e voleva il suo aiuto per realizzarlo. - Ti ho chiamato qui - disse Padre Benedetto - per chiederti di andare a Pietrelcina, prendere Fra Pio e riportarlo in convento. Tu gli sei amico e saprai spiegargli bene le cose in modo che capi­sca e non si allarmi. - Lo riporto a Serracapriola? - No, portalo nel convento di Morcone, che dista da Pietrelci­na una trentina di chilometri. Non credo che la qualità dell'aria, a una distanza così minima, cambi di molto. Dovrebbe trovarsi be­ne anche lì. - Intanto io sto prendendo contatti con uno dei più celebri pro­fessori medici che abbiamo in Italia, il professor Antonio Cardarel­li, docente universitario a Napoli. Voglio che esamini a fondo il ra­gazzo e risolva l'enigma. Mi deve spiegare perché in convento si ammala e a casa sta subito bene. Voglio che mi faccia capire defi­nitivamente se è tisico oppure se i suoi disturbi sono soltanto delle fisime. - E se avrai anche da lui la stessa diagnosi e gli stessi consigli che hai ricevuto dagli altri medici? - Mi rassegnerò. Ma ritengo che fare estrema chiarezza su questo problema sia importante per la vita religiosa di Fra Pio. Per questo sto anche pregando tutti i giorni e sto facendo pregare affinché Dio ci illumini. Ho incaricato alcune anime elette di chie­dere con insistenza a Dio che la risposta del professor Cardarelli sia per me un segno chiaro, un'indicazione precisa della Sua volontà. Non voglio continuare a tormentare il ragazzo, ma non vo­glio neppure che si perda. Lo condurrò a Napoli io stesso. Sento che questa visita ha un'importanza decisiva. Padre Agostino partì subito per Pietrelcina. Giudicava giusto il piano del Superiore provinciale, ma era convinto che non avrebbe risolto la situazione. Erano troppi ormai gli indizi che lasciavano capire come in Fra Pio si stessero manifestando fenomeni che non avevano niente a che vedere con la "normalità" della vita. Padre Agostino giunse a Pietrelcina in serata. Si recò diretta­mente in canonica per salutare Don Salvatore, che gli offrì subito e volentieri ospitalità per la notte. Poi andò in vico Storto Valle da Fra Pio per riferirgli gli ordini del Provinciale. Fra Pio rimase sor­preso, ma, come aveva imparato al noviziato, disse soltanto: - Sì, Padre, domani partiamo. - Ti attendo domattina in canonica - replicò Padre Agostino e lo salutò. Sapeva di avergli dato un dolore. Don Salvatore era felice di avere un ospite. Gli piaceva conver­sare con quel religioso che giudicava colto e saggio. Dopo cena, invitò Padre Agostino nel proprio studio, accese un sigaro, ne of­frì uno anche al frate che lo rifiutò, e restarono a lungo a parlare. Affrontarono molti argomenti e, alla fine, anche quello di Fra Pio. Ma brevemente, di sfuggita. Sembrava che tutti e due non vo­lessero toccare quel tema perché a tutti e due dispiaceva che il giorno dopo il giovane dovesse lasciare Pietrelcina, dove si trova­va tanto bene. Al mattino Fra Pio era in chiesa presto, come al solito. Fece la meditazione e poi servì la Messa a Padre Agostino. Andò a saluta­re la mamma e le sorelle. Alle 9,30 si avviò con Padre Agostino verso la stazione, che gli era diventata ormai familiare. Negli ulti­mi tempi andava a veniva spesso da Pietrelcina. Ricordò il suo primo viaggio in treno: da Pietrelcina a Morcone, nel gennaio del 1903, per entrare al noviziato. Sorrise pensando a quante cose erano cambiate nella sua vita da allora. A Morcone era atteso. Con un telegramma il Padre provinciale aveva già informato il Superiore di quel convento, che era andato a prendere il giovane alla stazione dei treni. Padre Agostino conti­nuò il viaggio per Serracapriola. - Ti troverai bene con noi - disse il Padre guardiano dì Mor­cone a Fra Pio. - Ne sono sicuro - rispose il giovane. - Mi piace questo con­vento. Ha tanti ricordi per me. L'anno di noviziato non si dimentica. Era una bella giornata. di sole. Il sentiero che conduceva al con­vento si snodava tra folti alberi che con le loro chiome lussureg­gianti creavano un'ombra fresca e ventilata. Giunsero in convento verso mezzogiorno. Fra Pio prese posses­so della cella che gli fu assegnata e poi scese in refettorio per il pranzo. Era stanco. Mangiò poco e cominciò subito ad accusare problemi di stomaco. Fu costretto a lasciare il refettorio. Il Padre guardiano lo seguì preoccupato. Fra Pio lo rassicurò: - Il viaggio in treno mi fa sempre brutti scherzi - disse. - Vado in cella e mi riposo un poco. Vedrà che mi riprenderò. Stette male tutto il pomeriggio, ma non disse niente a nessuno. Alle 19 volle scendere in coro per la meditazione. Però, mentre pre­gava, fu colto da un fortissimo capogiro e cadde svenuto. I confra­telli lo portarono di peso in cella e lo misero a letto. Aveva brividi in tutto il corpo, febbre elevata, sudava. Il Padre guardiano, fedele alle raccomandazioni del Provinciale che gli aveva chiesto di vegliare con particolare attenzione su quel giovane ammalato, decise di restare accanto al suo letto per assi­sterlo. A un certo momento Fra Pio cominciò a vaneggiare, a par­lare, sembrava si rivolgesse a delle persone invisibili. Il Guardiano si spaventò, corse a chiamare altri confratelli e non volle più resta­re solo in quella cella. Al mattino inviò un telegramma al Padre provinciale in cui dice­va che Fra Pio stava malissimo e che lui non se la sentiva di tenerlo in convento. Perciò, appena il giovane si fosse potuto reggere in piedi, lo avrebbe rimandato a Pietrelcina. Il Padre provinciale gli ri­spose con un telegramma imponendogli, per obbedienza, di tenere Fra Pio e di assisterlo fino a nuovo ordine. Il giorno dopo il Padre provinciale inviò al Guardiano di Mor­cone un nuovo telegramma con cui gli diceva di accompagnare Fra Pio al convento della Madonna del Monte, vicino a Campo­basso. Era un luogo di villeggiatura, con aria finissima, e quindi l'ammalato si sarebbe dovuto trovare bene. Ma anche là Fra Pio continuò a stare molto male. Appena conobbe il giorno e l'ora della visita dal professor An­tonio Cardarelli, il Padre provinciale si recò a Campobasso, pre­levò Fra Pio e lo accompagnò a Napoli. Fecero il viaggio quasi in silenzio. Padre Benedetto sembrava scocciato. Fra Pio si sentiva in colpa per i disturbi che arrecava. Il professor Cardarelli, che era uomo di fede, accolse benevol­mente i due religiosi. Visitò con cura l'ammalato, poi volle restare solo con il Superiore provinciale. - il suo giovane confratello è in una situazione molto grave - disse con tono serio. - Grave? - domandò sorpreso Padre Benedetto. - Cosa in­tende con questa parola? - I suoi polmoni sono irreparabilmente compromessi dalla tu­bercolosi. Non credo possa andare avanti ancora per molto. E non credo neppure che, ormai, si possano trovare cure capaci di fermare l'infezione polmonare. - Professore, lei mi spaventa. - Lo capisco. Il mio compito, purtroppo ingrato, è di dire la verità. Non posso ingannare con pietose bugie. - Che cosa mi consiglia di fare? - Mi ha detto che il ragazzo è di Pietrelcina. Lo accompagni a casa sua. Il viaggio non è lungo e non sarà faticoso per lui. E lo lasci tra i suoi cari, che viva sereno finché può. Non c'è altro da fare. - È proprio sicuro? - Questa è la mia convinzione. - Non ci sono cure nuove, con nuove medicine? - Lo escludo. Ma le vie del Signore sono infinite. Voi religiosi avete l'arma della preghiera, che a volte può essere più efficace del­le medicine. Non bisogna perciò chiudere le porte alla speranza. Padre Benedetto uscì dalla studio del professor Cardarelli con il cuore in subbuglio. Aveva il volto in fiamme per l'agitazione. Si sentiva in colpa. «Ho pensato che Fra Pio si inventasse tutto e invece sta morendo" diceva fra sé, e gli venivano le lacrime agli oc­chi per il dolore. Fra Pio notò la confusione e lo sconcerto sul viso del Superiore. - Padre, sono grave? - domandò. - No, no, non sei grave - gli rispose con un sorriso forzato. - Ma la malattia c'è e galoppa. Devi curarti, e dobbiamo pregare molto il Signore e la Madonna che ci aiutino. Ormai era mezzogiorno. L’aria calda che gravava sulla città era un tormento per loro, a causa del saio pesante. Padre Benedetto pensò che andare a prendere il treno a quell'ora era faticoso. - Andiamo a mangiare qualcosa - propose a Fra Pio. - Così staremo un po' all'ombra in queste ore di afa. Trovarono una trattoria discreta con pochi avventori. Si sedet­tero in un angolo. Padre Pio era felice di stare con il suo Superiore provinciale. La novità del ristorante lo rendeva allegro. Mangiò con appetito, ma non aveva ancora finito che cominciarono i di­sturbi di stomaco. Fu costretto a uscire dalla trattoria, si nascose dietro un muretto e vomitò. Padre Benedetto lo raggiunse, se ne stava in disparte e ogni tan­to gli chiedeva come si sentisse. - Mi dispiace averle dato tanto disturbo - disse Fra Pio quan­do la crisi si fu calmata. I rimorsi di Padre Benedetto erano aumentati. Camminava in si­lenzio accanto al giovane confratello in direzione della stazione. Nei pressi di via Monte Oliveto vide l'insegna di un fotografo. - Vieni che ti faccio fare un ritratto - disse a Fra Pio. - No, Padre, mi vergogno - rispose il giovane chierico. Ma Padre Benedetto insistette. Le parole del professore, che aveva da­to pochi mesi di vita a quel giovane, pesavano come macigni sul suo cuore. "Avrò almeno un suo ritratto da conservare" pensava guardando Fra Pio. Entrarono dal fotografo, e Fra Pio venne im­mortalato in un'immagine che lo mostra con gli occhi accesi dalla strana febbre che lo divorava interiormente. Padre Benedetto accompagnò personalmente Fra Pio a Pietrelci­na. Ormai non gli interessavano più le critiche, le chiacchiere. Aveva appreso una terribile verità e voleva che Fra Pio trascorres­se in assoluta tranquillità gli ultimi giorni della sua vita. Non ebbe il coraggio di riferire al giovane le previsioni del pro­fessor Cardarelli. Si limitò alla diagnosi della malattia. Così fece con mamma Peppa. - Il professore - le disse - ha confermato, purtroppo, che la tubercolosi sta mangiando il polmoni al nostro Fra Pio. Vostro figlio ha bisogno di serenità, di riposo, di aria sa­na. Credo che qui possa trovare tutto questo. Mamma Peppa si mise a piangere. E lui era commosso. Per rientrare a Foggia Padre Benedetto prese la via più lunga, quella che saliva a nord e passava per Serracapriola. Aveva bisogno di sfogarsi con qualcuno e andò da Padre Agostino. - Avevi ragione tu, ho sbagliato tutto - gli disse quando furono soli. - Il professore non solo ha confermato la malattia e la sua gravità, ma mi ha anche detto che Fra Pio avrà ancora molto poco da vivere. È spacciato, poverino. E io quasi quasi credevo alle insi­nuazioni di quella stupida lettera. Quasi credevo che il ragazzo stesse recitando la commedia, che volesse imbrogliarci tutti. Non me lo potrò mai perdonare. - Cos'ha detto esattamente il professor Cardarelli? - do­mandò allarmato Padre Agostino. - Che la tubercolosi gli ha devastato i polmoni al punto che ormai le cure sono inutili. E ha consigliato di lasciarlo a Pietrelci­na, in attesa della fine che ritiene imminente. - È terribile. - Povero ragazzo, non ho avuto il coraggio di dirgli la verità, ma credo che l'abbia intuita vedendo la mia faccia. Devo andare a trovarlo - disse Padre Agostino. E dopo un po' aggiunse con decisione: - Eppure, io non credo che la malat­tia avrà il sopravvento. - Me lo auguro - rispose Padre Benedetto. - Ma purtroppo le parole del professore non lasciano speranze. - In quel ragazzo si stanno verificando fatti inspiegabili per noi, almeno per il momento, ma che indicano come su di lui ci sia un disegno divino preciso. - Che intendi dire? - Che probabilmente le sue malattie non sono frutto solo di ano­malie fisiche. Potrebbero essere prove che Dio concede per fini suoi. Solo così si possono spiegare le improvvise crisi e gli altrettanto im­provvisi miglioramenti. E trovo strano anche il fatto che tutti i me­dici siano concordi nel consigliare l'aria del paese natale come fonte di salute. Perché sono d'accordo proprio tutti? Forse anche su que­sto Dio ha i suoi disegni. - Potresti avere ragione. È una tua idea fissa. Continui a ripe­termelo. Però, come già ti avevo detto, invece che disegni di Dio potrebbero essere trappole di Satana. Potrebbe essere lui, lo spirito del male, a giostrare tutta la faccenda per tenere Fra Pio lonta­no dal chiostro e rovinargli la vocazione. - Tu però mi hai detto di aver pregato a lungo il Signore, e di aver anche fatto pregare certe anime predilette da Dio perché vo­levi che il Signore ti desse un segno preciso, attraverso la visita del professore di Napoli. Se il Signore ti ha ascoltato, devi escludere che la malattia e il soggiorno a Pietrelcina siano voluti da Satana. Sono proprio suggeriti da Dio, chissà per quali fini. Io sono con­vinto che Fra Pio non morirà. - Speriamo che tu abbia ragione. Comunque, resta il fatto che la malattia esiste, è indiscutibile, è grave, e quindi il soggiorno di Fra Pio a casa è perfettamente giustificato. Tutto questo lo abbia­mo chiarito. Il resto è nelle mani di Dio. Staremo a vedere che co­sa succederà.

17

Il ritorno di Fra Pio a Pietrelcina rese molto felice mamma Peppa. Ma sapere che quel suo ragazzo aveva i polmoni devastati dalla tubercolosi era un tormento. Non riusciva a rassegnarsi. Guardava il suo Francesco e scrollava il ca­po ripetendo: - Non è possibile, non ci posso credere. - Il professor Cardarelli dice che non potrò vivere a lungo -diceva scherzando Fra Pio, dato che gli piaceva sentire sua madre che protestava e vedere così quanto gli voleva bene. - Non dire queste cose neppure per scherzo! - gridava mam­ma Peppa. - Ripeto le parole del professore - ribatteva Fra Pio. - Del resto, non ho paura di morire. La morte è una liberazione. Mi permetterà di andare in paradiso, a trovare Gesù e a restare per sempre accanto a lui, nella felicità. - Stai zitto. Andrai in paradiso quando sarai vecchio e avrai fini­to la tua vita. Sei ancora un ragazzo, tu non puoi e non devi morire. - Ma che cos'è il tempo, mamma? Di fronte all'eternità, mille anni in più o mille anni in meno sono come un battere di ciglio. Morire giovani o morire vecchi non cambia, di fronte all'eternità. - Francì, non ti voglio sentire parlare in questo modo. Io vo­glio che tu diventi vecchio. Era terrorizzata dalla diagnosi del professor Cardarelli. Ci pen­sava continuamente. Voleva trovare argomenti per convincersi che il professore si sbagliava. Alla sera, dopo cena, quando restava sola in cucina con il mari­to, continuava ad affrontare quell'argomento. Grazio non le dice­va di smetterla di tormentarsi perché anche lui era preoccupato. Si trattenevano a lungo a parlare, valutare, fare supposizioni. - Perché dobbiamo pensare sempre che i professori sono infal­libili? - domandava mamma Peppa. - Anche gli scienziati pos­sono sbagliare. - Solo Dio conosce l'avvenire. È a lui che dobbiamo affidarci - sosteneva Grazio. Una sera mamma Peppa, dopo la solita conversazione piena di lamenti e supposizioni, disse decisa: - Domani vado da Fajella. - Ecco, ci risiamo con i maghi - protestò Grazio alzando gli occhi al cielo. - Mi pareva che non dovessero entrare in discus­sione. Ma che cosa vuoi che sappia Fajella. - È un veggente bravissimo, lo dicono tutti. - Anch'io sono un veggente come lui. - Quando Francesco era piccolo, lui mi ha detto che sarebbe diventato famoso in tutto il mondo. - E invece è tisico e sta per morire. - Ma non morirà. - Lo spero bene. Ma non per merito di Fajella. - Indovina tutto. - È un povero diavolo come tutti noi. Il futuro è nelle mani di Dio, non nei libri dei maghi. Mamma Peppa rimase in silenzio. Sapeva che suo marito aveva ragione, ma quel lontano responso di Fajella in qualche modo l'aiutava a sperare, contro le diagnosi drammatiche del professore di Napoli. Il mattino dopo mamma Peppa si alzò con un'altra idea che le pareva più concreta e la comunicò subito a Grazio, che stava pre­parandosi per andare nei campi. - Voglio parlare con il nostro medico di Pietrelcina, il dottor Cardone - gli disse. - Lui conosce Francesco. Lo ha visitato di­verse volte, ma non ha mai nominato la tisi. Con i suoi decotti e i suoi sciroppi è riuscito sempre a rimetterlo in salute. Voglio senti­re che cosa pensa di quanto ha detto il professore di Napoli. - Questa sì che mi sembra un'idea sensata. Due medici valgono sempre più di uno, e lascia perdere i maghi - rispose Grazio. Era contenta di aver ricevuto l'approvazione del marito. Grazio, che all'apparenza sembrava piuttosto rozzo, in realtà era molto sensibile. Mamma Peppa lo conosceva bene, Io stimava ed era sem­pre molto innamorata di lui. Era anche preoccupata perché il mari­to aveva deciso di ripartire per l'America. Del resto, la famiglia ave­va bisogno di soldi. Il primo viaggio non era stato fruttuoso. I debiti contratti per far studiare Francesco non erano ancora stati saldati. Grazio voleva ritentare la fortuna. Ma con il figlio in quelle condizioni la partenza diventava drammatica. E mamma Peppa non voleva che, al dolore per l'allontanamento dalla famiglia, il suo Grazio dovesse aggiungere le preoccupazioni per la salute di Fran­cesco. Voleva trovare il modo di farlo partire tranquillo. Andò a trovare il dottor Andrea Cardone. Era un medico giova­ne, aveva da poco superato i trent'anni, ma in paese lo stimavano tutti. Gli riferì della visita a Napoli e della diagnosi del professor Cardarelli. - Dottore - disse alla fine - vorrei che lo visitasse lei mio fi­glio Francesco. Ma bene, bene. - Uho già visitato tante altre volte e non l'ho mai trovato gra­ve - rispose il dottor Cardone. - Vorrei che lo visitasse ancora per constatare se è migliorato o se invece è peggiorato. - Va bene, verso sera verrò a trovarlo a casa vostra. Mamma Peppa pregò il figlio di non uscire quel pomeriggio. Fra Pio se ne rimase nella Torretta a pregare. Quando giunse il dottor Cardone, si trasferì nella camera dei genitori dove il medi­co, sotto lo sguardo vigile di mamma Peppa, lo visitò in modo meticoloso. - Non trovo niente di cambiato - disse a mamma Peppa quando ebbe finito. - La situazione mi sembra stabile. Fra Pio è gracile, come sempre. Noto un vistoso deperimento che ritengo conseguenza del suo modo di vivere. - E rivolgendosi al fraticel­lo aggiunse con tono di scherzoso rimprovero: - Fai troppe peni­tenze, troppi digiuni, troppe veglie notturne. Ci vuole moderazione anche nei sacrifici e nelle privazioni. - Sorrise a Francesco, che ricambiò, e concluse: - Trovo presente e florida la solita bronchite, che direi diventata ormai cronica. Ma nient'altro. - E la tubercolosi? - domandò mamma Peppa. - Non la sento. - Il professore di Napoli allora si è sbagliato. - Non intendo contraddire il mio illustre collega, ma non rie­sco a capire su che cosa si fonda la sua diagnosi. Se suo figlio avesse i polmoni ridotti nello stato che il professore sospetta, du­rante l'auscultazione si dovrebbe sentire un murmure inconfondi­bile. Anche un sordo dovrebbe essere in grado di scoprire la ma­lattia a quello stadio. - E lei non lo sente? - No. Io non lo sento e sono convinto che non ci sia. - E come facciamo per essere sicuri, per stare tranquilli? - in­calzava mamma Peppa, convinta di aver scovato un appiglio di speranza. - Una prova c e - rispose il medico. - L'esame della tuberco­lina. Un test semplice. Si fa un'iniezione e se nel corpo dell'amma­lato si trovasse il bacillo di Koch, si verificherebbe subito un 'in­confondibile reazione cutanea. - Risposta sicura? - Matematica. - Dove si può fare? - Qui a casa. Se vuole mi procuro l'iniezione. - Facciamola, facciamola subito - disse mamma Peppa, che era impaziente di avere certezze. Anche il dottor Cardone era impaziente. Ormai si era compro­messo esprimendo un parere diverso da quello di un grande lumi­nare della medicina, e doveva motivarlo. Doveva dimostrare di aver ragione. D'altra parte, nei polmoni di quel giovane non rileva­va alcun sintomo che potesse far pensare a un grave stato di tisi. Il giorno dopo andò a Benevento per procurarsi le fiale necessa­rie per il test e poi eseguì la prova. Nessuna reazione. - Sono proprio contento - disse il dottor Cardone a mamma Peppa e a Fra Pio. - Come avevo previsto, non c'è alcuna infezio­ne tubercolotica. - Eppure - intervenne Fra Pio - la malattia mi è stata diagnosticata da tutti i medici che mi hanno visitato, anche prima del professor Cardarelli. - E che ti devo dire? - rispose il dottor Cardone - Qui le ana­lisi specifiche parlano chiaro. Non c'è reazione alla tubercolina. E questo significa che tu non sei affatto ammalato di tisi. Può darsi che quando non sei a Pietrelcina ti venga la tisi, ma quando sei qui non ce l'hai. Non saprei che altro dirti. Le visite e i ragionamenti del dottor Cardone avevano sollevato mamma Peppa e tutta la famiglia. Però, quel medico era tanto giovane. - Non si offenda, dottore - gli disse mamma Peppa an­dando ancora una volta a trovarlo nello studio. - Non potrebbe sottoporre mio figlio a una nuova visita da uno specialista di sua fiducia? Sia pure a Napoli o a Roma, dove vuole lei. Ci sentiremo più sicuri. - Volentieri. Anch'io mi sentirò più sicuro se avrò la conferma di un collega più esperto di me - rispose il dottor Cardone con un sorriso. Si diede da fare. Attraverso amici riuscì a ottenere un appunta­mento dal professor Pietro Castellino, clinico primario all'Univer­sità di Napoli. Accompagnò personalmente Fra Pio dal professo­re, il quale, dopo una lunga visita e un test alla tubercolina, escluse anche lui la presenza della tubercolosi. - Adesso deve stare proprio tranquilla - disse a mamma Peppa il dottor Cardone rientrando da Napoli. - Suo figlio non è tisico. - Sia lodato Gesù e Maria - rispose mamma Peppa. In mezzo a quella ridda di opinioni, Fra Pio non sapeva cosa pen­sare del proprio stato di salute. Forse, dal momento che era sempre pieno di acciacchi e di dolori, continuò a tenere per buona l'opinio­ne più drastica. - Sono tisico marcio. Morirò presto - diceva spesso. Ma in realtà aveva paura di morire. - Potessi almeno di­ventare sacerdote per un giorno prima di morire - si lamentava. Lasciando Serracapriola, aveva interrotto gli studi teologici. Si era però portato i libri di testo a Pietrelcina, perché voleva conti­nuare a studiare. Chiese aiuto al parroco, Don Salvatore, che era stato insegnante nel Seminario di Benevento. - Ti aiuterò molto volentieri. Sarà un piacere per me riprende­re l'insegnamento - gli rispose Don Salvatore. - Mi servirà per ripassare la teologia e avrò l'impressione di tornare ai tempi della mia giovinezza, quando iniziai a fare il professore. Don Salvatore conosceva bene Fra Pio e lo stimava. Era il suo confessore quando il giovane si trovava a Pietrelcina, e aveva co­minciato a intuire quali misteri erano racchiusi nel suo cuore. Con il pretesto dello studio, Fra Pio trascorreva molto tempo con Don Salvatore, che aveva cominciato a chiamare affettuosamente Zi' Tore. Insieme ripassavano le tesi di teologia, ma conver­savano anche di molte altre cose. E ogni tanto Fra Pio si lasciava andare a confidenze che sollevavano un velo sulla sua misteriosa vita interiore. - Zi' Tore - gli disse un giorno. - Mentre pregavo a Piana Romana mi è accaduto un fatto strano che non so spiegare né comprendere. - Raccontamelo, e vediamo se ti posso essere d'aiuto. - In mezzo al palmo~della mano è apparso un ciondolo rosso, grande quanto un centesimo. Pareva una ferita, ma la pelle della mano non sanguinava. Quel segno, però, era accompagnato da un dolore forte e acuto che mi faceva spasimare. Ho pregato il Signo­re che mi aiutasse, perché mi veniva da gridare per lo strazio. - Quanto è durato quello stato di dolore? - domandò Don Salvatore quasi con indifferenza. - Non lo so esattamente. Mi sembrava che il tempo non pas­sasse mai. Credo anche di aver perduto conoscenza. Il dolore si è manifestato subito dopo mezzogiorno e mi sono ripreso quando il campanile suonava l'ora della Morte del Signore. Quindi erano trascorse quasi tre ore. - Ti è accaduto altre volte? - Non così, mai. - Quando è successo? - Ieri, venerdì. - Era il giorno della Morte del Signore - disse Don Salvatore. - Può darsi che Gesù abbia voluto farti partecipe della sua Pas­sione. Sono doni che a volte concede. - E un po' di tempo - aggiunse Fra Pio parlando in fretta, quasi temesse di interrompersi - che dal giovedì sera fino al sa­bato mattina vivo in uno stato di sofferenza fortissima. Davanti agli occhi della mente mi si presenta tutta la tragedia della Passio­ne di Cristo. Soprattutto mentre prego, ma anche durante il gior­no, mentre cammino, studio, il mio pensiero non si stacca da quelle immagini che mi provocano una grandissima compassione. E pensando ai dolori di Cristo, io stesso li sento nel mio fisico. Il cuore, le mani, i piedi, mi sembra che siano trapassati da chiodi. Soprattutto il venerdì pomeriggio. A volte il dolore diventa così intenso da non riuscire a sopportarlo. Don Salvatore rimase in silenzio osservando le pagine del libro su cui stavano studiando. Poi lo chiuse. - Vedi, caro figliolo - disse con un tono di voce sommesso - la sofferenza è un mistero per noi cristiani. Noi non sappiamo perché ce ne sia così tanta nel mondo, ma sappiamo che la sofferenza è un patrimonio. Il più grande che si possa immaginare. Basta che tu ri­fletta sul fatto che Gesù ha salvato il mondo con la sofferenza. La più atroce. Sarebbe potuto venire sulla terra nella sua potenza rega­le, da trionfatore. È venuto nella debolezza e gracilità di un bambi­no. È vissuto nell'umiltà di un normale artigiano ed è morto come un malfattore, sulla croce, il supplizio che i romani riservavano solo agli schiavi. - Gesù ha sofferto per noi e noi dobbiamo soffrire per lui, per ripagare il suo amore - disse Fra Pio con slancio generoso. - Non esattamente - riprese Don Salvatore. - Lui non ha bi­sogno della nostra sofferenza. Ci è grati se la accettiamo per suo amore, in quanto vede che gli vogliamo bene. Ma non vuole che soffriamo. Ci ama, e chi ama desidera la felicità della persona amata. La sofferenza ha un valore per noi. È una moneta. Per ca­pire a che cosa serve, devi pensare al Corpo mistico di Cristo. Una delle grandi verità della nostra fede. Gesù ha voluto che tutti i vi­venti dell'universo, quelli che sono su questa terra, quelli che ci sono stati da Adamo in poi e ora si trovano nell'aldilà, e quelli che verranno fino alla fine del mondo, formassero insieme a lui il Cor­po mistico di Cristo. Cioè un organismo unico, di cui egli è il ca­po. E in questo organismo si realizza la storia, si combatte la su­prema battaglia tra il bene e il male. Egli, con la sua sofferenza, e in particolare con la sua Morte in croce, ha riscattato questo or­ganismo che era in potere del male, salvandolo per l'eternità. E ha dato la possibilità a ciascuno dei suoi seguaci di partecipare, con le loro sofferenze sopportate per amore, a quest'opera di reden­zione che continua nel tempo. Tutti noi, perciò, quando siamo uniti a Cristo e soffriamo per amore suo, lavoriamo per il bene de­gli altri. Soffrire vuol dire amare. Cioè donare ai nostri fratelli. - E io voglio dare tutto me stesso agli altri. Voglio amare fino a morire. Quindi voglio soffrire tanto. Voglio essere come Gesù in croce. - Calma, calma, non esagerare, figliolo - disse Don Salvatore sorridendo. - Gesù ha il vizio di prendere in parola le persone ge­nerose. Se prometti, devi mantenere. - Ma io ho già promesso. Quando ero ancora un bambino, qui, nella nostra chiesa, mi sono consacrato a Gesù per la salvezza dei peccatori. Spinto da una forza che non saprei spiegare, sono andato davanti all'altare e ho detto a Gesù: "Ti voglio offrire tutta la mia vita". Lui è sceso dal quadro e mi è venuto vicino, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha sorriso. Anni dopo, al momento della partenza per il noviziato, ero spaventato dalla vita che stavo per iniziare. Sentivo un grande attaccamento alla vita tranquilla che conducevo a casa mia. Gesù allora mi offrì di combattere una terri­bile battaglia per me e per gli uomini, e io ho ancora accettato. Io voglio soffrire come lui. Se penso a quanto lui ha sofferto per noi, non è possibile rifiutare la sofferenza. - Apprezzo tanta generosità, ma ti raccomando di non aver fret­ta e di non costruire castelli in aria - replicò Don Salvatore. Si soffermò a guardare il giovane e sentì un grande affetto per lui. Quell'ondata di generosità nel voler soffrire per gli altri palesava la bontà e la grandezza del suo animo. - Adesso torniamo ai nostri studi - disse riaprendo il libro di teologia - perché la prossima set­timana dovrai sostenere un esame. Nel settembre del 1908 Grazio Forgione ripartì per l'America. E questa volta portò con sé anche il figlio Michele, che si era sposato da pochi mesi. Il 19 dicembre Fra Pio ricevette gli ordini mi­nori nel Duomo di Benevento. Il 18 luglio 1909, a Morcone, rice­vette il diaconato. La sua salute continuava a presentare alti e bassi. Il Padre pro­vinciale ogni tanto provava a farlo rientrare in convento, ma era sempre costretto a rimandarlo a casa per l'insorgere di improvvisi e inspiegabili peggioramenti. Con l'inizio del 1910, però, la salute di Fra Pio cominciò a declinare vistosamente anche a Pietrelcina. Sembrava stesse per arrivare la «prossima fine" preannunciata dal professor Cardarelli. E Fra Pio era spaventato. - Zi' Tore - disse al parroco un giorno in cui non riusciva quasi a reggersi in piedi per la violenza dei dolori - qui vado sempre peggio. Rischio di non arrivare al sacerdozio. Il Signore non mi ritiene degno. - Non buttarti giù - rispose Don Salvatore. - Te lo devi su­dare, quel traguardo. Hai promesso a Gesù di voler soffrire per amor suo, e lui ti ha preso in parola. - Ma almeno sacerdote per un giorno vorrei proprio arrivarci. Ho ventitré anni. Il diritto canonico non permette l'ordinazione prima dei ventiquattro. Me ne manca uno, non credo che riuscirò ad arrivare a quel giorno. - Senti - gli disse Zi' Tore in grande confidenza. - Se il tuo Superiore provinciale chiedesse la dispensa a Roma per l'età, po­tresti essere ordinato sacerdote quest'anno stesso. La grave malat­tia è una delle ragioni che vengono prese in considerazione per questo genere di deroghe. Inoltre, qualche mese fa, e precisamente nel settembre del 1909, la Congregazione dei religiosi ha dichiara­to che, in casi particolari, gli studi ecclesiastici compiuti privata­mente possono essere considerati validi per la promozione al sa­cerdozio. Tu gli studi gli hai fatti con me, e in modo serio. Se il Padre provinciale ottiene la dispensa per l'età, non credo ci saran­no intoppi a causa della tua preparazione negli studi. - La ringrazio di cuore - disse Fra Pio. - Scriverò subito al Padre provinciale. Cominciò a darsi da fare. Cocciuto com'era, scriveva lettere non solo al Padre provinciale ma anche a Padre Agostino, che era amico e consigliere del Provinciale. Inoltre pregava e faceva pregare. Importunava le persone ma anche Dio. Il Padre provinciale era contrario a chiedere la dispensa, ma si lasciò convincere dalle suppliche di Fra Pio. E ai primi di luglio del 1910 gli comunicò la buona notizia: «Ho ottenuto la dispensa per l'età" gli scrisse. "Potrai essere or­dinato sacerdote il 10 agosto. Vai intanto a Morcone per impara­re le cerimonie della Messa." Fra Pio corse a informare Zi' Tore. Poi avverti tutti i suoi paren­ti. Passava di porta in porta: - Il 10 agosto sarò ordinato sacerdote - palesando con la sua euforia la grande gioia interiore. Come gli aveva comandato il Provinciale, andò a Morcone per imparare le cerimonie della Messa, ma appena giunto fu colpito da gravissimi disturbi e costretto a ritornare subito a casa. Preparò le cerimonie sotto la guida del parroco. Il 30 luglio fu esaminato da una commissione e "giudicato ido­neo" per l'ordinazione sacerdotale. La mattina del 10 agosto, verso le 6, insieme al parroco Don Salvatore partì da Pietrelcina con lo sciaraballo, un calessino di un paesano, Alessandro Mandato soprannominato "Sontorsi". La cerimonia dell'ordinazione si svolse nella Cappella dei Canonici di Benevento, e fu presieduta da Monsignor Paolo Schinosi, arcive­scovo titolare di Marcianopoli. Erano presenti mamma Peppa e alcuni parenti. Padre Pio rientrò a Pietrelcina verso le 17 e al bivio del paese fu accolto dalla banda musicale, che lo accompagnò fino a casa. Lungo la strada, la gente lo festeggiava lanciando dalle finestre soldi e pezzi di raffaioli, un dolce tipico di Pietrelcina. La Messa solenne la celebrò il 14, e il discorso fu tenuto da Pa­dre Agostino. Mamma. Peppa organizzò nella sua casa una grande festa, sul tipo di quelle che si svolgevano tradizionalmente in oc­casione di un matrimonio, offrendo agli invitati i piatti caratteri­stici: raffaioli, biscotti e riso. Grazio festeggiò con i suoi amici in America.

18

I festeggiamenti per la tua pri­ma Messa sono finiti, adesso comincia la tua normale vita di sa­cerdote. Spero mi darai un aiuto nel lavoro in parrocchia - disse Don Salvatore al neo sacerdote Padre Pio. - Molto volentieri, Zi' Tore. Farò tutto quello che lei mi chie­derà. Ho sempre sognato di rendermi utile alle anime. Adesso final­mente posso farlo. Sono impaziente di cominciare. - Ti vorrei affidare soprattutto i bambini. - Gesù li prediligeva. - Dovresti insegnare loro il catechismo, e il sabato prepararli per la Messa e la Confessione. - Trasmettere loro le verità della fede: è un incarico straordi­nario. - Poi vorrei che tu andassi anche a trovare gli ammalati. Per noi sacerdoti le persone deboli e indifese devono essere al primo posto delle nostre preoccupazioni. Don Salvatore era orgoglioso di quel giovane. Non solo perché lo conosceva bene e sapeva che era un'anima prediletta da Dio, ma perché lo considerava un suo figlio spirituale. Lo aveva conosciuto quando era ancora chierichetto, aveva favorito il suo ingresso in convento, gli aveva insegnato la teologia. - Io, però, non ho ancora ricevuto la facoltà di confessare - disse Padre Pio. - Non ci sono problemi - rispose Zi' Tore. - Nel documento firmato dal vescovo al momento della tua ordinazione sacerdotale c e scritto 'con facoltà di poter confessare - Per le nostre leggi interne all'Ordine, dobbiamo avere questa facoltà non solo dal vescovo, ma anche dal nostro Superiore pro­vinciale. - Non credo che Padre Benedetto te la negherà. Ti farò da garan­te io. Sono io che ti ho insegnato la teologia morale e so che la cono­sci, e quindi sei in grado di adempiere al ministero della Confessione. Padre Pio era felice. La salute continuava a procurargli fastidi, ma l'entusiasmo per la sua nuova vita gli dava una carica che non aveva mai avuto prima. Si alzava presto, andava a celebrare la Messa nella chiesa di Sant'Anna, in cima a Rione Castello. All'ini­zio, alla sua Messa assistevano diverse persone. In genere donne, che poi correvano nei campi a dare una mano ai loro mariti. Ma con il passare del tempo il gruppetto si era assottigliato. - Dovresti dormire un po' di più al mattino - gli disse un giorno Don Salvatore. - La Messa, da domani, la dirai alle 8. - Ma alle 8 non viene nessuno in chiesa - protestò timida­mente Padre Pio. - La gente a quell'ora è già tutta nei campi. - Proprio così. Molti sono venuti a lamentarsi perché la tua Messa è troppo lunga. Io non voglio metterti fretta, perciò la dirai alle 8 e potrai andare adagio quanto credi. Padre Pio ci rimase male. Ma si rese conto che forse la gente aveva ragione. Le sua Messa durava oltre un'ora, mentre quelle degli altri sacerdoti non superavano la mezz'ora. - Come mai sei così lento nel dire la Messa? - gli domandò incuriosito Don Salvatore. - Mi soffermo a pensare. - Anche noi pensiamo, ma senza fermarci. - Sapere che lì, fra le mie mani, in quel momento si ripete il sa­crificio della croce, mi mette addosso una forte agitazione. È un fatto incredibile quello che sta accadendo in quel momento. Il Fi­glio di Dio che muore realmente, di nuovo per amore di noi uomi­ni. Solo con la fede si riesce a ritenere che sia vero. E allora imma­gino che cosa stia accadendo intorno a me. - Che cosa vuoi che stia accadendo? - Se il io rinnovo il sacrificio della croce, cioè la crocifissione del Figlio di Dio, posso ritenere senza timore di sbagliarmi che in quel momento l'universo intero sia attento. L'universo visibile e invisibile. Perciò, lì intorno a me, ci sono certamente in quel mo­mento gli Angeli, i Santi, la Madonna. Tutto il paradiso è lì, a guardare, a pregare, sapendo che si ripete il mistero dei misteri, l'evento più sublime che si possa immaginare. Parlava con gli occhi socchiusi, come se cercasse di immaginare la scena. Sul volto aveva lo stupore di chi, in qualche modo, vede le cose di cui parla. Don Salvatore notò l'improvviso cambiamento. - Quello che dici non è sbagliato - disse. - Ma ci sono mi­gliaia di Messe che vengono celebrate nello stesso momento sulla faccia della terra. E vuoi che la Madonna, gli Angeli, i Santi siano dappertutto? - Sono puri spiriti. Non sono soggetti alle leggi fisiche che noi conosciamo. - La Madonna è in cielo in anima e corpo. - Il suo corpo è glorificato. Anche Gesù è in cielo in anima e corpo, eppure noi sappiamo che è realmente presente in tutte le ostie consacrate che ci sono al mondo. - E tu, durante la Messa, ti fermi a pensare a tutto questo? - Sì, ci penso e lo vedo. - Lo vedi? - Lo vedo anche. Vedo gli Angeli, gli Arcangeli, i Serafini, la schiera dei Santi e la Madonna. La Madonna ogni mattina mi ser­ve la Messa. - Cosa hai detto? - È meraviglioso avere la Madre di Dio che ti serve la Messa. Non lo fa per me, misera creatura, peccatore, ma perché nella Messa c'è suo figlio che si sacrifica di nuovo, sia pure in forma non cruenta, ma mistica. E lei vuole essere lì, ai piedi della croce, come sul Calvario. - Tu la vedi. - La vedo. La Messa non è una cerimonia di commemorazione, un ricordare ciò che è avvenuto in tempi lontani. È una ripetizione. Un rinnovamento. L’altare diventa il Calvario. È terribile, ma que­sta è la verità. E la Madonna non può restare lontana dal figlio che muore. Pensando a tutto questo non è possibile correre via senza rimanere stupiti, costernati, spaventati da ciò che sta avvenendo. Mi sento sconvolto e spesso non riesco ad andare avanti. - Mi hanno detto che a volte ti metti anche a piangere. Padre Pio arrossì. - La commozione a volte ha il sopravvento. Vorrei poter ver­sare torrenti di lacrime. È un mistero tremendo! Un Dio vittima dei nostri peccati! E noi diventiamo i suoi macellai! - Il tuo entusiasmo e la tua fede mi commuovono - disse Don Salvatore. - Anch'io da giovane sacerdote ero come te, zelante e pieno di buoni propositi. Ma poi la vita ci addomestica. Vedrai che tra cinque, dieci anni ci metterai anche tu una mezz'oretta a dire la Messa. Comunque, ammiro la tua devozione e il tuo zelo. E non voglio limitarli. Per questo ti do la possibilità di continuare a meditare la tua Messa. Ma non puoi infliggere un sacrificio ai contadini che devono poi andare nei campi. Perciò la celebrerai con tutta calma alle 8. Padre Pio continuò ad alzarsi presto e a restare in chiesa a lun­go per prepararsi alla Messa. A volte si sedeva su una roccia anti­stante la chiesa di Sant'Anna, da dove si poteva vedere la campa­gna. Si fermava a meditare all'aria fresca, guardando il cielo. Qualche vecchietta andava a salutarlo per scambiare qualche pa­rola con lui. Alle 8 era quasi sempre solo in chiesa. Neppure la madre poteva assistere alla sua Messa, perché era costretta anche lei a lavorare nei campi. Ciononostante il giovane sacerdote si preparava meti­colosamente. Usciva dalla sacrestia immerso in un dignitoso rac­coglimento, si guardava intorno come se la chiesa fosse gremita di fedeli e iniziava la celebrazione procedendo adagio. Si lamentò anche il sacrestato, Michele Pilla. - Devo perdere tutta la mattinata ad aspettare che Padre Pio ab­bia finito di celebrare per chiudere la chiesa - protestò con Don Salvatore. - Non posso farlo. Devo andare a lavorare nei campi. - Facciamo così - gli rispose il parroco. - Alle 8, dopo che Pa­dre Pio è salito all'altare, chiudi la porta della chiesa a chiave e te ne vai nei campi. Torni a fare un giretto verso le 10, le 11. A quell'ora Padre Pio ha certamente finito anche il ringraziamento. Lo fai usci­re e richiudi la chiesa. Il sacrestano accettò contento. Ma succedeva che spesso si di­menticasse di fare il giretto o non potesse perché si trovava lonta­no dalla chiesa. Tornava a mezzogiorno, per suonare la campana. Padre Pio, comunque, non diceva mai niente. Era là, seduto nel banco, al solito posto, indifferente al tempo. Sorrideva al sacresta­no e se ne andava a casa. Un giorno, arrivando a mezzogiorno, il sacrestano trovò Padre Pio disteso in mezzo ai banchi. Andò a scuoterlo, ma il Padre non si mosse. Sembrava morto. Michele si spaventò. Corse in canoni­ca, entrò in casa senza nemmeno bussare. - Zi' arciprete, è muorto u monaco - disse trafelato. Aveva gli occhi sbarrati per la paura. Don Salvatore Io seguì in chiesa. Padre Pio era là, sul pavimen­to, e sembrava proprio morto. Il parroco gli si avvicinò. Vide che aveva gli occhi aperti e fissi verso l'altare e che le sue labbra si muovevano come se parlasse o pregasse. - Non ti preoccupare, Michè - disse al sacrestano. - U mo­naco mo' risusciterà. Vai pure, chiuderò io la chiesa. Michele Pilla lanciò un'altra occhiata sospettosa al frate e si al­lontanò. Don Salvatore si sedette su un banco accanto a Padre Pio e attese. Come aveva sospettato, il religioso era in una specie di trance o in estasi. Lui non sapeva che significato attribuire a quegli stati di coscienza di cui diffidava un po'. Comunque, il fraticello era caduto a terra perché la sua anima era stata rapita in una dimensione scono­sciuta. E parlava con entità invisibili. Don Salvatore non distingue­va le parole, ma vedeva che era a colloquio con qualcuno. In altre occasioni il sacrestano gli aveva confidato di averlo trovato solleva­to da terra. In quel caso non si era spaventato, ma meravigliato. - Come facesse a restare per aria senza toccare terra con i piedi, non lo so proprio - aveva detto al parroco. Ma disteso lì, sul pavi­mento, in quella posizione drammatica, faceva davvero impressione. "Me ne combina una ogni giorno" pensò Don Salvatore. Guar­dò verso l'altare e disse fra sé: "Signore, ma è necessario provocare tutta questa confusione per essere Santi?". Padre Pio aprì gli occhi e vide Don Salvatore che lo osservava. - Dove sono? - domandò. - Disteso sul pavimento - rispose il parroco. Si guardò intorno e arrossì. - Chiedo scusa - mormorò alzandosi. - Non ti preoccupare. - Devo essermi addormentato. - Non dire niente, non è necessario - tagliò. corto Don Salva­tore, che sapeva quanto Padre Pio fosse geloso dei segreti spiritua­li della propria vita. Gli mise una mano sulla spalla in segno di confidenza e aggiunse: - Vai a casa. È mezzogiorno, mamma Peppa sarà preoccupata. Il pomeriggio Padre Pio andava a visitare gli ammalati. Si fer­mava a chiacchierare con loro e rientrava a casa al tramonto. Un giorno Don Salvatore lo invitò a restare a pranzo: - Domani a mezzogiorno ti fermi qui con noi. Viene il vescovo di Benevento e mi ha detto che vuole conoscerti. Padre Pio era felice di quell'invito. Lo comunicò con gioia in­fantile alla madre. Si sentiva importante. Arrivò in parrocchia molto prima di mezzogiorno. Rosina, la nipote di Don Salvatore, quando seppe che il fraticello si sarebbe fermato a pranzo, montò su tutte le furie. - Non lo voglio - disse con cattiveria a Don Salvatore. - Non fare scenate - cercò di calmarla il parroco. - Non lo voglio. È tisico, la sua malattia è contagiosa, non vo­glio che sieda alla nostra tavola. Alle proteste di Rosina si aggiunsero quelle dell'altra nipote di Don Salvatore, Antonietta: - Qui ci sono anche dei bambini. Non vogliamo che Padre Pio si segga alla nostra mensa. - Ormai l'ho invitato - protestò Don Salvatore. Ma non ci fu niente da fare. Il parroco fu costretto a dire a Padre Pio che gli di­spiaceva molto, ma per la pace nella sua famiglia non gli era pos­sibile mantenere la promessa. - Non fa niente - rispose Padre Pio. - È una bella giornata, andrò a Piana Romana a respirare aria buona. Padre Pio era costernato. Si rese conto che la sua malattia lo di­scriminava. La gente gli sorrideva, gli faceva bella accoglienza, ma in realtà non voleva stargli vicino, non voleva avere contatti con lui. Capì perché il Padre provinciale non gli aveva ancora concesso il permesso di confessare. Chi sarebbe andato al suo confessionale? Nei giorni successivi Don Salvatore gli regalò un calice. - Questo è tuo - gli disse. - Oh, grazie, è meraviglioso, non saprei come ricambiare. - Quando dici la Messa devi servirti sempre di questo - ag­giunse Don Salvatore. E dopo una breve pausa: - Non offender­ti. Gli altri sacerdoti della parrocchia si sono lamentati. Hanno preteso che tu abbia un calice per tuo conto. Mi capisci: la tua malattia fa paura a tutti. Ancora una cocente umiliazione, e Padre Pio si sentì invadere dalla tristezza. "Signore" disse nel fondo del suo cuore. "Sono co­me un lebbroso. Offro a te questo mio disagio. Lo sopporto per te." Una sera il sacrestano si ubriacò e al mattino arrivò tardi in chiesa. Padre Pio stava celebrando, e il sacrestano si accorse che non aveva preso il calice a lui riservato. Con modi rozzi, salì sull'altare e andò a cambiarglielo. Padre Pio soffrì molto per quell'affronto, soprattutto perché gli era stato fatto sull'altare mentre stava celebrando la Messa. Se ne lamentò con l'arciprete. - Le devo dire che continuo a ricevere offese per la mia malat­tia. Tutti mi sfuggono. Me ne sono lamentato con il Signore e Lui mi ha detto che la mia malattia, per una grazia speciale che Lui mi dà, non è contagiosa, quindi non porta danno a nessuno. Don Salvatore avverti le nipoti, che da quel momento non furo­no più ostili a Padre Pio. Nella primavera del 1911 Padre Pio si fece costruire una capanna a Piana Romana, sotto un grande olmo. Era una capanna di fra­sche, e cominciò a ritirarsi in quel luogo per pregare e meditare. Piana Romana, a circa 40 minuti dall'abitato di Pietrelcina, era una distesa collinare di campi fertili, punteggiata di vecchi olmi. In un paio di cascinali vivevano alcune famiglie di contadini. In quel luogo sembrava che il tempo si fosse fermato. I ritmi dell'esi­stenza erano quelli antichissimi della vita patriarcale. E Padre Pio si trovava bene in quel regno di silenzio assoluto. Di giorno vedeva i pastorelli che conducevano le loro piccole greggi al pascolo. Si ricordava di quando anche lui, a sei, sette anni, trascorreva le giornate nello stesso modo. Cominciò a prendersi cu­ra di loro. Parlava con quei ragazzi, insegnava loro il catechismo e cominciò anche a impartire vere e proprie lezioni perché imparas­sero a leggere e a scrivere. I ragazzi erano felici di stare con lui. Tornando in paese nel pomeriggio, per essere presente in chiesa per la funzione serale, arrivava tutto sudato alla casa di Lucia la­danza e si fermava per prendere fiato. La nonna di Lucia gli offri­va del vinello bianco fresco e dei biscotti. Padre Pio gradiva e poi se ne andava dicendo: - Il Signore ve ne renda merito. Una sera passò davanti alla casa di Lucia Iadanza tutto trafela­to senza fermarsi. - Padre Pio, i vostri biscotti - gli gridò la donna, ma era già scomparso. - Ha molta fretta - disse Lucia alla nonna. - Mi sembrava spaventato. - Che gli sia successo qualcosa a Piana Romana? Padre Pio andò dritto in canonica. - Ho bisogno di parlarle - disse al parroco. Si ritirarono nello studio. - Si è ripetuto il fenomeno accaduto lo scorso anno, ma questa volta i segni non si sono cancellati - mormorò Padre Pio con un'espressione spaventata. - Quale fenomeno? - domandò il parroco. - Le ferite nelle mani e nei piedi. Gliele mostrò. Erano dei segni precisi, leggeri ma inconfondibili. - Come te ne sei accorto? - Stavo pregando. È arrivata prima la Madonna, poi Gesù, e quando se ne sono andati c'erano questi segni. - Fa vedere bene. - Don Salvatore prese fra le sue le mani del fraticello ed esaminò con attenzione quelle piaghe rosse. Esercitò pressione con le dita, e Padre Pio ritrasse la mano di scatto. Aveva provato un dolore acuto. - Zi' Tore - disse con voce supplichevole - fatemi la carità, chiediamo al Signore che mi tolga questa confusione. Voglio sof­frire, morire di sofferenza, ma senza che nessuno se ne accorga. - Figlio mio, io ti aiuto a pregare per chiedere a Gesù che ti tolga questa confusione, però, se è volontà di Dio, devi piegarti a fare in tutto e per tutto la sua volontà. Se questo è per il bene del­le anime, tu devi dire a Gesù: "Fai di me ciò che vuoi - Lo dirò, Zi' Tore, ma ora preghiamo e chiediamo al Signore che mi liberi. Pregarono insieme. E a poco a poco le piaghe scomparvero. - Il Signore ci ha ascoltati - disse Don Salvatore sorridendo, ma era confuso. Si trovava continuamente di fronte a fatti che lo sconvolgevano. Non ci capiva niente, non sapeva come compor­tarsi. Aveva creduto che quelle stranezze sarebbero scomparse con il passare del tempo, invece aumentavano. Avrebbe voluto rifiuta­re tutto, cacciare quel giovane, chiamarlo isterico, allucinato. Ma sentiva che le cose stavano diversamente. Cercava di mantenere la calma, anche per non turbare la coscienza di quel ragazzo che si confidava solo con lui. Aveva però un gran bisogno di capire. Di trovare una risposta, anche superficiale, ai mille interrogativi che si presentavano alla sua mente. - Senti, figliolo - domandò a Padre Pio - quando tu dici di vedere Gesù, la Madonna, l'Angelo custode, che cosa vedi in realtà? - Persone come noi. Mi accorgo che non fanno parte del no­stro morido perché sono dentro una luce stupenda. E poi so che Gesù, la Madonna, San Giuseppe, gli Angeli non fanno parte del normale mondo visibile. - Com'è la Madonna? - Bellissima. Giovane, con il viso soave e gli occhi pieni di tenerezza. - E Gesù? E l'Angelo custode? - Ma Zi' Tore, perché mi fa tutte queste domande? Lei non crede a quello che le dico. - Ci credo. Lo sai che ti credo. - Lei non l'ha mai vista la Madonna? - No, figliolo, io non l'ho mai vista. - Lo dice per umiltà. - No, non lo dico per umiltà, non ho mai avuto la fortuna di vederla.

19

Era già passato un anno da quan­do era stato ordinato sacerdote, e Padre Pio non aveva ancora ri­cevuto l'autorizzazione a confessare. Continuava a scrivere lettere al Provinciale. Si era rivolto anche a Padre Agostino, ma il Provin­ciale continuava a non rispondere. Una mattina arrivò a Pietrelcina Padre Benedetto. Andò in ca­nonica a salutare il parroco. - Mi trovo a Morcone per la visita a quel convento e ho pen­sato di venire a trovare il nostro malato - disse a Don Salvatore. - Venga, s'accomodi Molto Reverendo. - D6n Salvatore lo accompagnò nel proprio studio. - Rosina, prepara il caffè - disse alla nipote. - E manda qualcuno ad avvertire Padre Pio che è arrivato il suo Superiore provinciale. - Come sta Padre Pio? - domandò il Provinciale. - Benino. Sia pure con i suoi alti e bassi. Un giorno euforico e il giorno dopo con la febbre - rispose Don Salvatore sorridendo. - Va meglio dello scorso anno? - Oh sì, non ha più avuto quelle brutte crisi che facevano temere per la sua vita. Sono altre, adesso, le stranezze che lo frastornano. - Che stranezze? - domandò Padre Benedetto incuriosito da quella parola. - Non dovrei parlarne - rispose Don Salvatore. - Sono segreti fra noi due. Ma lei è il suo Superiore, e io non credo di fare un torto a Padre Pio se le faccio queste confidenze. In Padre Pio si manifestano continuamente fenomeni inspiegabili, misteriosi, che a volte mi spaventano. - Che tipo di fenomeni? - Mi parla di visioni celesti e diaboliche, ma lo fa come se fos­serole cose più ordinarie di questo mondo. Dice: "Oggi ho visto Gesù e mi ha detto...", come se lo avesse incontrato per strada. Io cerco di non lasciar trasparire dal mio viso alcuna meraviglia. È un caro figliolo. Di un'innocenza commovente. Non vorrei tur­barlo. Però le confesso che provo un notevole disagio. - Anch'io ho notato aspetti misteriosi nella vita di questo ragaz­zo e non so come giudicarli. Li ho notati fin dai primi incontri, che risalgono al 1904, quando aveva appena terminato il noviziato. - A volte mi viene il sospettò che sia un illuso, un esaltato, ma la sua condotta è quella di un Santo. In paese tutti quelli che lo cono­scono lo chiamano u santariello nuostro. - Sì, è un religioso esemplare - gli fece eco Padre Benedetto. - Anche in convento lo stimiamo molto. Ma in lui ci sono aspet­ti che ci lasciano alquanto perplessi. Una delle cose che non riesco a capire è come mai non possa vivere in convento. Ogni volta che lo richiamo nel chiostro, sta così male che sono costretto a riman­darIo a casa. E mi chiedo se la malattia sia autentica o immaginaria. Ormai la cosa è diventata uno scandalo. Molti frati ne parla­no, e devo risolverla. Sono venuto qui proprio per questo. - Posso assicurarle che qui Padre Pio si comporta benissimo -si affrettò a dire Don Salvatore, avendo notato nelle parole di Pa­dre Benedetto una certa preoccupazione. - La sua condotta è ir­reprensibile. Anzi, come le ho detto, per la gente è un Santo. - Non è questo il problema. Ci sono delle regole da osservare. Un religioso non può vivere fuori del chiostro. - rispose il Pro­vinciale. - E Padre Pio è qui a casa sua da più di due anni. - Permesso, posso entrare? - La voce timida e sommessa era quella di Padre Pio. Padre Benedetto si alzò e gli andò incontro per abbracciarlo. - Ti trovo bene - gli disse. - Anzi, mi sembri addirittura un po' ingrassato - aggiunse. Padre Pio sorrise. - Vi lascio soli - disse Don Salvatore. - Avrete tante cose da dirvi. Padre Benedetto, oggi, naturalmente, lei vorrà onorare la mia tavola fermandosi a pranzo. - La ringrazio - rispose il Provinciale - ma conto di prendere il treno a mezzogiorno per tornare a Morcone. Alle 3 ho degli appuntamenti. - Veda lei. Ci salutiamo comunque prima della sua partenza. Io sono qui vicino alla chiesa. - Eccoci qua, noi due - disse Padre Benedetto con ùn bel sor­riso, accostando la propria sedia a quella di Padre Pio. - Raccon­tami bene come va la tua salute. - Grazie a Dio, è un po' di tempo che lo stomaco mi lascia tranquillo - rispose Padre Pio. - E anche i dolori ai polmoni e alla schiena sono diminuiti. Non mi sento molto in forze, ma pos­so rendermi utile ugualmente. - Come trascorri il tuo tempo? - Il parroco mi ha chiesto di dargli una mano. Seguo soprat­tutto i bambini e vado a visitare gli ammalati. Ma in realtà sono occupato solo il sabato e un poco al pomeriggio. Gli ammalati spesso mi chiedono di ascoltare la loro Confessione, e mi sarebbe comodo avere la facoltà di confessare. - Non te la posso concedere - disse Padre Benedetto diven­tando improvvisamente serio. - Perché? - domandò Padre Pio sorpreso da quel tono insolito. - Dovresti rendertene conto da solo. Ho ricevuto e letto le va­rie lettere che mi hai scritto sollecitando questa benedetta facoltà. Non ti ho mai risposto perché speravo che tu riuscissi a capire. - Che difficoltà ci sono? - Tu non hai frequentato regolari corsi di teologia. Non sei pre­parato a sufficienza per affrontare i problemi morali delle persone che vengono a confessarsi, e io non me la sento, in coscienza, di con­cederti questa facoltà. Inoltre, non devi dimenticare la tua malattia. La tisi è contagiosa. Nella Confessione il sacerdote si trova a contat­to diretto con il viso del penitente, ed è facile trasmettere il contagio. - Quindi non potrò confessare mai? - Non lo so, vedremo. Per ora non mi sento di concederti que­sta facoltà. - Don Salvatore dice che la teologia morale la conosco bene perché me l'ha insegnata lui. - Non lo metto in dubbio. Ma si tratta di studi privati. La Chiesa esige sicurezza, pretende che uno abbia seguito dei corsi regolari e superato degli esami. - Se non posso fare il sacerdote pienamente, è meglio che il Si­gnore mi prenda con se. - Io sono convinto che un giorno potrai confessare anche tu. Ma devi prepararti. È una grande responsabilità quella di dover giudicare le coscienze. Alla fine di questo mese, nel convento di Venafro inizia un corso di specializzazione teologica. Ci sono i tuoi compagni, quelli che sono stati ordinati sacerdoti lo scorso anno come te. Se tu frequentassi quel corso, si potrebbe poi vede­re, con un piccolo esame, a che punto è la tua preparazione. Il corso è tenuto da Padre Agostino, che tu conosci bene. Sarebbe una buona occasione anche per ritornare in convento e mettere fi­ne a questa situazione che mi procura continue critiche. - E se poi la mia salute non regge a vivere in convento? - Che ti devo dire? Se non studi e ti prepari, io non ti posso concedere l'autorizzazione per le Confessioni. E poi credo sia giunto il momento di chiarire anche i tuoi problemi di salute. Lo scorso anno abbiamo chiesto e ottenuto da Roma la dispensa per anticipare l'ordinazione sacerdotale in quanto stavi malissimo ed eri addirittura moribondo. Nella domanda io ho scritto che i me­dici ti avevano dato pochi mesi di vita. È passato più di un anno e stai discretamente, lavori in parrocchia. Per carità, non è colpa tua se un giorno sei moribondo e poi, qualche giorno dopo, im­provvisamente stai bene. Ma tu capisci che non è possibile andare avanti in questo modo all'infinito. - Che devo fare? - Devi tornare a vivere in convento. Oppure, se ritieni di non essere in grado di farcela, devi chiedere la secolarizzazione. Devi uscire dall'Ordine e diventare un sacerdote secolare. Allora potrai startene qui, a Pietrelcina, finché vorrai. Padre Pio chinò la testa e rimase in silenzio. - Non saprei proprio che fare - disse dopo un po’. - Non si tratta di sapere o non sapere che fare - rispose Padre Benedetto marcando le parole. - Devi prendere una decisione. Altrimenti dovrò prenderla io. - In che senso la deve prendere lei? - Se non puoi vivere in convento, devo chiedere a Roma la seco­larizzazione d'autorità. Me lo impone la nostra Regola. - Lei, allora, vuole scacciarmi dall'Ordine. - Io non voglio scacciare nessuno. Sei tu che ti stai mettendo fuori dall'Ordine non osservando le nostre regole. Abbiamo fatto tutte le prove possibili. Sono ormai quattro anni che non vivi la normale esistenza di un frate. Dentro e fuori dal convento. Sei a casa da quasi due anni. Hai ottenuto di essere ordinato sacerdote perché dovevi morire. Non sei morto. Non sei neppure moribon­do. Devi risolvere questo problema. Padre Pio si rabbuiò. Non si aspettava un discorso così deciso da parte del Superiore provinciale. Del resto, si rendeva conto che la sua situazione cominciava a diventare insostenibile. Rimase pensieroso, con il capo chino, e poi disse: - Va bene, sono pronto all'obbedienza. - Allora vai a Venafro e segui anche tu il corso di specializzazio­ne teologica - disse Padre Benedetto cambiando tono e diventan­do dolce. - Al termine ti sottoporrò a un esame e vedremo i risul­tati. Il convento di Venafro è in collina, a 200 metri sul mare, c'è aria buona, dovrebbe farti bene alla salute. Poi lo salutò con una certa freddezza. Padre Pio si rese conto che con tutti i suoi problemi di salute arrecava preoccupazioni e dispiaceri al Provinciale. Se ne dispiaceva. Lui voleva tornare in convento. Chiedeva continuamente a Gesù questa grazia. Ma Ge­sù non lo ascoltava.

20

Padre Pio arrivò nel convento di Venafro il 28 ottobre 1911, accompagnato da Padre Ignazio, al­lora Superiore al noviziato di Morcone, che era andato a pren­derlo a Pietrelcina. Venne accolto con manifestazioni di affetto da tutta la comunità religiosa, in particolare dai suoi compagni, che non vedeva da tanto tempo, e da Padre Agostino. Il convento era costituito da una solida costruzione del Cinque­cento, a due piani, addossata a un'antichissima basilica dedicata ai martiri Nicandro, Daria e Marciano. A Padre Pio fu assegnata una cella al secondo piano, vicino alla chiesa. Superiore del convento era Padre Evangelista, mentre Padre Agostino aveva l'incarico di insegnare teologia. Padre Pio provava un intima soddisfazione per aver ritrovato i suoi compagni. In particolare Padre Anastasio, Giuvannell', come lo chiamava con­fidenzialmente, che gli era molto affezionato ed era a conoscenza di tanti suoi segreti spirituali. Padre Pio aveva come l'impressione di essere finalmente giunto a casa. Quella sera nella sua celletta pregò il Signore: "Vedi come mi trovo bene qui? Il chiostro è la mia vera fami­glia. L’ho scelto dietro tuo suggerimento. Dovresti aiutarmi a stare in convento e impedire che le malattie mi costringano a tornare continuamente a Pietrelcina." Gli pareva che Gesù avesse ascoltato le sue suppliche. "Il mio esilio forse è finito" disse fra sé. Nei giorni successivi cominciò a seguire con fervore la vita della comunità. Era puntuale in coro, alle lezioni, in refettorio. Man­giava poco, e lo stomaco non gli dava fastidi. Per rendersi utile aveva cominciato ad andare, di pomeriggio, nella chiesetta di San Martino, vicina al convento, per insegnare il catechismo alle bam­bine della parrocchia. La sera del quinto giorno, un venerdì, quando i religiosi si era­no da poco ritirati nelle loro celle per il riposo notturno, si udì un boato che scosse l'intero edificio. I frati si spaventarono e usciro­no dalle loro celle. - Che succede? - Hai sentito? - Andiamo nell'orto, potrebbe crollare tutto. - Sembrava che fosse scoppiata una polveriera. - Potrebbe essere un terremoto. Si ritrovarono nell'orto, a guardare il cielo e la mole massiccia e scura del convento. E mentre stavano lì a interrogarsi su che cosa poteva essere accaduto, ecco un nuovo schianto, secco, violento. - Proviene dal secondo piano. - L'ho sentito lassù, vicino alla chiesa. - È vicino alla cella di Padre Pio. - Dov'è lui? - domandò Padre Anastasio. - Non l'ho visto. - Non è sceso con noi. - È lui che sta male - disse Padre Anastasio correndo verso il convento. Salì di corsa le scale. Altri due compagni, particolarmente affe­zionati a Padre Pio, lo seguirono. Padre Anastasio entrò nella cel­la del confratello. Cercò di accendere il lume a petrolio. Intanto erano arrivati anche gli altri due. Padre Pio era a letto. La stanza appariva sottosopra. I libri per terra, la sedia rovesciata. Il Padre, sudato, con evidenti ecchimosi sul viso, tremava per il dolore e lo spavento. Padre Anastasio lo abbracciò, tenendolo stretto a sé. - Trema come un bambino - disse ai compagni. - È freddo, gelato. Datemi un'altra coperta. Si guardavano stupiti, increduli. Doveva essere accaduto qual­cosa di tremendo. Uno andò a chiamare Padre Agostino. Giunse­ro tutti i frati. Padre Agostino si avvicinò e vide che Padre Pio aveva gli occhi aperti. Anzi, sbarrati. Guardava fisso in un punto della stanza, senza muovere le palpebre. Respirava affannosamente. - Non disturbiamolo, cerchiamo di non far rumore e lasciamolo riposare - disse. - Andate pure, mi fermo io con lui. A uno a uno i frati uscirono dalla stanza. Padre Agostino rac­colse da terra la sedia. Cercò di mettere in ordine i libri e le poche suppellettili sparpagliate alla rinfusa. Si sedette in un angolo. Pregava. Un profondo senso di smarrimento aveva invaso il suo cuore. La felicità provata nel ritrovare il suo allievo in convento era già svanita. Per poche ore aveva creduto che i problemi legati alla salute di Padre Pio fossero finiti, invece purtroppo continua­vano. Aveva pensato di scrivere una lettera al Padre provinciale per comunicargli la buona notizia che Padre Pio stava bene e se­guiva le lezioni regolarmente. Ma, a quanto poteva giudicare, non doveva più scrivere quella lettera. Si era addirittura verificato un peggioramento. I misteriosi e in­spiegabili fenomeni che fino a quel momento si erano manifestati soprattutto a Pietrelcina, e solo sporadicamente quando si trovava in mezzo ai frati, quella sera avevano coinvolto, per la prima vol­ta, l'intera comunità religiosa. "Domani tutti vorranno sapere" disse fra sé Padre Agostino. "Chiederanno spiegazioni. Faranno commenti. Informeranno i confratelli di altri conventi. Questi chiederanno spiegazioni al Pa­dre provinciale. Che cosa si potrà rispondere alle loro domande? Che Padre Pio è isterico? Che è schizofrenico? Che è un ossesso? Che ha le visioni?" Si prese la testa fra le mani. Pregò mentalmen­te, cercando un aiuto nel Signore. "Ma che cosa può essere accaduto?" si domandava. Quei ru­mori spaventosi, quegli scoppi non potevano essere stati provocati dagli "amici invisibili" di Padre Pio. Le entità spirituali che lui sosteneva di vedere erano entità serene, tranquille, non avrebbero mai provocato sconvolgimento, spavento, distruzione. "Questa volta i visitatori non possono provenire dal paradiso" disse mentalmente fra sé Padre Agostino. - No, questa volta sono venuti dall'inferno - disse Padre Pio girando la testa verso il suo confessore. - Ti sei ripreso? - domandò Padre Agostino alzandosi dalla sedia e avvicinandosi alletto. - Sono vivo - rispose Padre Pio. - Che cosa è accaduto? - Lui, Satana, è venuto a battermi. - Satana. - È un po' di tempo che lo fa. - Non me ne avevi mai parlato. - Non sapevo come dirglielo. - E perché ti batte? - Non lo so. Viene con i suoi sgherri. Mi tormenta con ogni genere di tentazioni. Le più orribili. Io prego, cerco di scacciarle. E prima di lasciarmi mi batte. - Che intendi quando dici "mi batte"? - Mi dà le botte. Mi bussa. Pugni, pedate, mi tira addosso og­getti. - È successo anche a Pietrelcina? - Soprattutto a Piana Romana, quando ero solo. Durante l'esta­te, qualche volta mi sono fermato a pregare di notte nella capanna che mi hanno costruito sotto un olmo. E allora Satana si scatenava. Al mattino, a volte, per le percosse ricevute non riuscivo nemmeno a reggermi in piedi. - Gesù non ti aiuta? - Viene a consolarmi quando Satana se n'è andato. Credo che Satana senta che sta per arrivare Gesù. Allora diventa ancor più furioso e se ne va provocando dei boati, degli scoppi che mi fanno impazzire. - Ma perché, Piuccio, ti succede tutto questo? - Non lo so. Prego continuamente il Signore che mi liberi. Ho paura di quelle furie. Ma non mi ascolta. Padre Pio parlava con grande agitazione. Il suo sguardo non era più vitreo. Gli occhi non erano più spalancati. Aveva finalmente ripreso la sua espressione naturale. Ma appariva spossato, distrut­to da un'immane fatica. - Vuoi che ti faccia portare un po' di cibo? - Non credo di riuscire a tenerlo nello stomaco. - Almeno un po' di latte caldo. - Proviamo. Padre Agostino uscì dalla cella di Padre Pio per scendere in cu­cina. Nel corridoio c'erano ancora i confratelli che attendevano. - Come sta? - Si è ripreso? - Possiamo vederlo? - Ha detto che cosa gli è successo? Erano tutti preoccupati, e il loro interessamento dimostrava quanto gli volessero bene. - Vai a preparare un po' di latte caldo - disse Padre Agostino a Fra Vincenzo, il cuciniere. E rivolto agli altri confratelli aggiun­se: - Si è svegliato. Adesso riposa. È meglio non disturbarlo. Tornò da Padre Pio. Si avvicinò al letto. Prese il polso del confra­tello: galoppava. Sembrava che il cuore gli volesse uscire dal petto. - Sei ancora molto agitato - gli disse. - Ho tanta paura - mormorò Padre Pio, mentre dagli occhi gli scendevano grosse lacrime. Padre Agostino aveva fama di possedere un buon autocontrollo. Sapeva affrontare i problemi con freddezza. Ma anche lui, in quel­la occasione, si sentiva in balia di forze che gli incutevano paura. Si sentiva un fuscello in una tempesta minacciosa. Arrivò Fra Vincenzo con il latte. - Ci ho messo un po' di miele delle api del nostro orto - disse con affetto porgendo a Padre Pio la ciotola. - Grazie, Vincè. Padre Pio sorseggiò lentamente. - È buono, Vincè. - Sorrise al confratello. La calma era tornata. Il silenzio della notte sembrava incantato. - Spero di riposare - mormorò Padre Pio al suo confessore. Ma non aveva finito la frase che un improvviso conato di vomito gli fece rimettere il latte bevuto. Si alzò di scatto dal letto. Corse nell'angolo della stanza dove c'era il catino. Padre Agostino cercò di aiutarlo. Gli teneva una mano sulla fronte e percepiva così la sofferenza provocata da qui conati di vomito, che sconquassava­no lo stomaco di Padre Pio con una violenza spaventosa. Non c'era più niente in quel povero stomaco, ma i conati non cessavano. Lo sforzo gli sbriciolava ogni residua energia. Quel supplizio andò avanti per ore. Quando finalmente cessò, era quasi l'alba. - Domattina non alzarti, riposati - gli raccomandò Padre Agostino. - Non voglio mancare alla preghiera comune in coro - rispo­se Padre Pio. - Tu stai a letto. Te lo ordino per santa obbedienza - inter­venne deciso Padre Agostino. - Finita la Messa, verrò a portarti la santa Comunione. Erano le 8 quando Padre Agostino, reggendo la pisside con le ostie consacrate, lasciò l'altare maggiore della chiesa per portare la Comunione a Padre, Pio. I giovani sacerdoti studenti e altri reli­giosi della comunità, che in quel momento erano liberi, lo atten­devano con i ceri accesi in mano e, formando una piccola proces­sione, lo precedettero al secondo piano del convento pregando. Giunti di fronte alla cella di Padre Pio si inginocchiarono nel corridoio, lasciando passare Padre Agostino con l'Eucarestia. Pa­dre Pio era seduto sul letto, in profondo raccoglimento. Dopo aver recitato le preghiere di rito, ricevette l'ostia consacrata da Pa­dre Agostino, che ritornò in chiesa mentre gli altri si trattennero a pregare davanti alla cella del confratello ammalato. La porta della cella era rimasta aperta. Pregando, sentivano che anche Padre Pio pregava con loro. A un certo momento si accor­sero che non seguiva le loro orazioni. Ne recitava altre, per pro­prio conto. E allora stettero zitti. - Gesù, perché ieri sera non sei venuto in mio aiuto? - diceva Padre Pio. - Hai permesso che quei cosacci si scatenassero... Mi sentivo proprio morire... Temevo mi avessi abbandonato. E anche tu, Madonna mia, solo mi hai lasciato... Che cosa yi ho fatto? Mi sono comportato male? Senza di voi non riuscirò mai a sopravvi­vere a quei cosacci. Quelli mi vogliono morto. - Parla con qualcuno - disse Padre Anastasio. Avendo confi­denza con Padre Pio, si alzo ed entrò nella stanza. Uscì dopo qualche minuto. - È in estasi - mormorò. - Il suo sguardo è fisso, non si accorge della nostra presenza. Certamente vede qualcuno. Anche gli altri confratelli, spinti dalla curiosità, si alzarono ed entrarono nella cella. Padre Rogerio si avvicino e abbracciò Padre Pio, che non se ne accorse. Arrivò anche Padre Agostino. - È in estasi. Sta parlando con qualcuno - gli dissero. - Calma. State zitti - rispose Padre Agostino. Osservò. Si rese conto che Padre Pio si trovava ancora nello strano stato di assen­za in cui lo aveva visto la sera precedente. - Non stategli addosso - raccomandò ai confratelli. - Padre San Francesco, io sono venuto qui per obbedire... - riprese a dire Padre Pio. - Se mi vuoi fuori del convento, tornerò a Pietrelcina... Ma chi lo convince il Padre provinciale che è tua volontà che me ne stia a casa? Io sono in un brutto guaio. - È meglio se non stiamo qui a togliergli l'ossigeno - disse Pa­dre Agostino, il quale non sapeva che cosa inventare per allontana­re i confratelli. - Mi fermerò io ad assisterlo. Lasciamolo riposare. Riuscì a convincerli ad andarsene. Ma avevano visto e sentito anche troppo, per non capire che in Fra Pio avvenivano fatti al di fuori delle comuni esperienze umane. Quel che era accaduto durante la notte e al mattino aveva scon­volto la comunità di Venafro. I religiosi erano sconcertati. Conti­nuavano a parlare fra loro cercando possibili spiegazioni. I giovani ricordavano altri fatti particolari, legati alla condotta di Padre Pio, accaduti durante gli anni di studi. Allora non vi avevano dato molto peso. Adesso quei fatti assumevano significati precisi. Padre Pio rimase a letto tutto il giorno. Le crisi, o estasi, si ripe­terono in continuazione. Al mattino successivo aveva la febbre al­ta. Il Padre guardiano volle chiamare il dottor Lombardi, che co­nosceva bene. Il medico arrivò nel pomeriggio. Quasi tutti i frati si trovavano al secondo piano, accanto alla cella di Padre Pio, che era ancora in preda alle visioni. - Venga, dottor Lombardi - gli disse il Padre guardiano. Il medico entrò nella cella. Da tempo era amico dei frati e aveva una certa dimestichezza con la vita conventuale. Osservò Padre Pio. Vide che aveva lo sguardo fisso, vitreo. Sentì il polso e auscultò il cuore. Seguì per un po' gli strani colloqui che il religioso intratteneva fissando un punto preciso nel vuoto. Ma era più attento a control­lare il fisico. Accese un fiammifero e lo avvicinò alle pupille del fra­ticello, in modo che la fiamma e il calore provocassero una reazione istintiva nell'occhio. Invece non accadde niente. La visita si protrasse per una mezz'ora. Poi Padre Pio tornò in sé e cadde subito in un sonno profondo. - Non saprei che giudizio esprimere - confessò alla fine il me­dico parlando con il Guardiano e con Padre Agostino. - Sono fe­nomeni cui non ho mai assistito prima. Il test che ho compiuto con il cerino mi indurrebbe a pensare che il Padre era in catalessi. Con questo termine noi intendiamo un particolare stato ipnotico, caratterizzato da insensibilità e rigidità muscolare. Ma potrebbe trattarsi anche di altre forme di coscienza alterata. Forme scono­sciute alla scienza medica, ma che spesso si verificano in persone particolarmente dedite alla vita ascetica. Almeno, così ho letto in certi libri. Non sono un esperto di queste cose. - Come giudica le sue condizioni? - Preoccupanti. I suoi polmoni manifestano un indubbio inta­samento catarrale. Lo stato generale della sua salute è precario. C'è in atto un vistoso deperimento. - Sono diversi giorni che non mangia. Non trattiene nello sto­maco neppure l'acqua. - Anche le cause di questi persistenti conati di vomito mi sfug­gono. Potrebbero essere di origine nervosa. - Cosa possiamo fare? - Vedo che sta già prendendo tante medicine. Non vorrei cari­care ancora di più il suo fegato. Stiamo a vedere. Padre Evangelista accompagnò il dottor Lombardi fino alla porta del convento. - Chiamatemi a qualunque ora se è necessario - disse il medi­co salutando il Guardiano. - La ringrazio - rispose Padre Evangelista. - Lei è sempre pre­muroso con noi. Che il Signore benedica lei e tutta la sua famiglia. Le preoccupanti condizioni di salute di Padre Pio rimasero inal­terate anche nei giorni successivi. Il dottor Lombardi veniva a visi­tare l'ammalato ogni pomeriggio. A un certo momento i religiosi vollero consultare un altro medi­co. Chiamarono il dottor Giuseppe De Vincenzi, che esercitava a Sesto Campano, in provincia di Isernia, ed era anche lui amico della comunità. Il dottor De Vincenzi visitò Padre Pio, assistette ad alcuni di quei misteriosi rapimenti cui andava soggetto. La sua diagnosi fu uguale a quella del collega Lombardi. I frati erano sempre più sconcertati. La presenza di Padre Pio in quello stato condizionava tutta la vita comunitaria. Di giorno quasi nessuno studiava. Di notte erano spesso costretti ad alzarsi a causa di quei rumori improvvisi e assordanti che provocavano scompiglio e paura. Il Padre guardiano inviò una lettera al Superiore provinciale in cui gli comunicava che bisognava provvedere e rimandare Padre Pio a Pietrelcina. Ma Padre Benedetto rispose consigliando di pa­zientare. "Padre Pio è finalmente rientrato in convento" scrisse. "Dobbiamo tenerlo a tutti i costi. È un religioso e deve vivere nel chiostro secondo le nostre regole." - Non sono d'accordo - disse Padre Evangelista commentan­do la lettera con Padre Agostino. - Questo sta male sul serio. È ormai un mese che è a letto. Io scrivo al Padre generale. - Non lo devi fare - rispose Padre Agostino. - Sarebbe un affronto per il Provinciale. Si arrabbierebbe. - Non me ne importa niente. Non voglio avere sulla coscienza la vita di un confratello. - Vai piuttosto a Foggia per parlare con lui e spiegagli meglio la situazione. - Buona idea. Domani andrò a Foggia. Padre Evangelista rientrò a Venafro due giorni dopo, accompa­gnato da Padre Antonio, vice Superiore provinciale. - Padre Benedetto è molto occupato in questi giorni - disse ai suoi frati riuniti in refettorio per la cena. - Non è potuto venire di persona per rendersi conto delle condizioni di salute del nostro Padre Pio. Gli ho fatto una relazione dettagliata di quanto tutti noi abbiamo visto. È rimasto molto impressionato. Ha mandato Padre Antonio a prendere visione diretta della situazione. Padre Antonio si fermerà qualche giorno e poi discuteremo insieme di questa vicenda. - Rivolto a Padre Antonio aggiunse: - Benvenu­to fra noi e buona permanenza. Padre Antonio, un religioso cinquantenne, laureato in diritto canonico, aveva fama di essere un uomo freddo ma equilibrato. Si fermò due giorni a Venafro e li trascorse quasi interamente nella cella di Padre Pio, parlando con lui. Assistette anche a diverse crisi, o estasi, senza che dalla sua bocca uscisse mai una parola di commento. Al termine dei due giorni, volle tenere una riunione con tutta la comunità. Fu una riunione piuttosto burrascosa. Padre Antonio evidente­mente aveva ricevuto dal Provinciale l'ordine di non cedere ri­guardo al rientro di Padre Pio a Pietrelcina. - Ho visto, ho osservato, mi sembra di essermi fatto una chia­ra opinione dei fatti - disse Padre Antonio. - Secondo me, Pa­dre Pio ha bisogno di cure mediche, ma non vedo per quale ragio­ne si dovrebbe mandarlo a casa per curarsi. - Per la semplice ragione che solo quando si trova a casa riesce a stare bene - rispose Padre Evangelista. - Se questo fosse vero - ribatté subito Padre Antonio - do­vrei ritenere che la malattia di Padre Pio è più immaginaria che reale. Non esiste una malattia oggettiva che si possa curare in un luogo piuttosto che in un altro. - La malattia di Padre Pio - azzardò Padre Agostino - po­trebbe avere un'origine spirituale. Padre Antonio sorrise. - Ho l'impressione che vi siate lasciati prendere la mano - re­plicò. - Probabilmente siamo di fronte a manifestazioni di isteri­smo, di allucinazione, di alterazione di coscienza. Accadono. E non attribuirei loro significati spirituali. - Non mi sembra che il tuo giudizio sia obiettivo - ribatté Pa­dre Agostino. - Noi siamo stati tutti testimoni diretti dei fatti che, in parte, anche tu hai visto ma che giudichi in maniera diver­sa. È un mese ormai che questi fatti si ripetono davanti ai nostri occhi. Non vogliamo, per carità, attribuire loro significati esage­rati, ma neppure si possono ridurre a semplici manifestazioni di tipo isterico, come sostieni tu. Abbiamo anche chiamato i medici. Non ci sono dubbi che ci troviamo di fronte a fenomeni assoluta­mente fuori del normale e inspiegabili dal punto di vista medico. - Non lo metto in dubbio, ma, ripeto, mi sembra che esageria­te l'interpretazione. Voi avete subito pensato a fenomeni spiritua­li, magari mistici. Io sono più prudente. Penso che Dio abbia altro da fare che venire qui a conversare con un giovane sacerdote con problemi di salute. - Ci sono particolari che non si possono spiegare se non ricor­rendo al soprannaturale - disse Padre Agostino. - Quali? - Ti porto alcuni esempi accaduti a me. Un giorno, durante una di quelle manifestazioni inspiegabili, mi ero spaventato ed ero stato costretto a lasciare la cella di Padre Pio. Sono andato in coro a pregare. Credevo che Padre Pio dovesse morire da un giorno all'altro e pensavo al suo elogio funebre. Poi sono ritornato nella sua cella e lui, finita la crisi, mi ha detto ridendo: "Lei si è spaven­tato, eh! Poi è andato in coro a pregare, e ha fatto bene. Pensava pure al mio elogio funebre, ma c'è tempo, c'è tempo per quello, se lo ricordi". Chi gli aveva detto che io avevo pensato al suo elogio funebre? Come aveva fatto a conoscere i miei pensieri? - E poi è accaduto anche un altro fatto. Alla mattina vado sempre a salutare Padre Pio prima di scendere in chiesa per la Messa. Un giorno mi ha chiesto di fare per lui uno speciale ricor­do nella Messa. Scendendo le scale dissi mentalmente fra me che la Messa, quella mattina, l'avrei dedicata a lui. Durante la cele­brazione, però, giunto al punto del memento, mi scordai di Padre Pio. Quando tornai nella sua cella mi domandò: "Si è ricordato di me durante la Messa?". "No" confessai candidamente "me ne so­no dimenticato." E lui: "Fortunatamente mentre scendeva le scale ha fatto quell'intenzione generale a mio favore. È servita quella. Gliene sono grato". E chi gliel'aveva detto? - Sono fatti che accadono - disse con sufficienza Padre Anto­nio. - Non li trovo affatto straordinari. Lei sa che in Francia va di moda una scienza che chiamano metapsichica? Vanta ricercatori di grido come il premio Nobel Richet, l'astronomo Flammarion e per­fino il grande filosofo Henry Bergson. Questa scienza studia tutti i fenomeni che non trovano spiegazioni razionali. Ho letto dei libri in proposito. Quegli studiosi direbbero che Padre Pio, avendo una particolare sensibilità, è riuscito a pescare nel suo cervello. Attra­verso una forma di telepatia, ha letto ciò che lei aveva pensato. - A queste cose io non ci credo - rispose Padre Agostino. - Co­munque, pochi giorni fa doveva venire una signora a consegnare una speciale veste bianca che Padre Pio indossa quando gli portia­mo la Comunione in cella. Doveva essere qui alle 8. Il portinaio si la­mentava perché non aveva ancora sentito suonare il campanello, e Padre Pio gli ha detto: "Stai tranquillo, oggi arriverà con un’ora di ritardo". E dopo circa un'ora ha confermato: "Sta arrivando, ades­so suona il campanello" e in quel momento si è sentito squillare il campanello. Il portinaio è sceso e ha trovato la donna con la veste che aspettava. Come ha potuto Padre Pio sapere che sarebbe arriva­ta con un'ora precisa di ritardo? Nella testa di chi lo avrebbe letto? - Tutto si spiega - ripeté ancora Padre Antonio. - Non è ne­cessario scomodare il Padre Eterno. - Sono trenta giorni che Padre Pio è qui, e da trenta giorni non mangia - disse ancora Padre Agostino. - Vive cibandosi soltan­to dell'Eucarestia e bevendo un po' d'acqua. Anche questo io non lo trovo normale. - Va bene, va bene - tagliò corto Padre Antonio, quasi secca­to. - Non intendo contestare ciò che voi avete osservato e con­statato. E non voglio mettere in dubbio la serietà spirituale di Pa­dre Pio. Io sono qui soltanto per osservare e poi riferire al Padre provinciale. Spetterà a lui prendere le decisioni che crede. Dopodiché salutò i confratelli e ritornò a Foggia. Passarono ancora alcuni giorni. Poiché da Foggia non arrivava alcuna risposta, Padre Evangelista scrisse una lettera espresso di­rettamente al Padre generale a Roma, esponendogli i fatti relativi a Padre Pio con drammaticità e commozione. Il Padre generale ri­spose concedendo il permesso di riportare il giovane sacerdote a casa sua. Il 7 dicembre Padre Agostino partì da Venafro con Padre Pio. Giunsero a Pietrelcina in serata. Padre Pio si sentiva già bene. Il mattino dopo, festa dell'Immacolata Concezione, Padre Pio celebrò la Messa solenne, cantata. Cerimonia lunga, pesante, che richiedeva molte energie. Ma lui l'affrontò con entusiasmo, senza la minima difficoltà. Padre Agostino si fermò quattro giorni a Pietrelcina e poté con­statare che il suo allievo, a casa, stava benissimo. Sembrava che non avesse mai sofferto le crisi di qualche giorno prima. Conti­nuavano però anche a Pietrelcina le visioni e le estasi.

21

Mamma Peppa aveva sistemato il figlio nella Torretta. Era diventata ormai la sua camera fissa: un po­vero letto, una sedia, un tavolino per scrivere e leggere. Abbarbicata alla roccia, con una finestrella che dava sulla valle, la Torretta era situata talmente in alto che per entrarvi bisognava salire una ripida scaletta: sembrava un nido d'aquila. Dentro quel nido Padre Pio restava ore e ore in preghiera, giorno e notte. - Hai sentito? - domandò Angelamaria al marito Nicola, due giovani coniugi che abitavano di fronte alla Torretta. - Cominciano i soliti rumori. - Sono più forti. - Si sentono anche dei gemiti. - Stettero in silenzio, trattenen­do il fiato. Dalla loro camera, di fronte alla Torretta, si percepiva facilmente ciò che avveniva in quella stanza. Da tempo udivano rumori strani. Negli ultimi giorni erano diventati fastidiosi. Voci, grida strozzate, lamenti, scoppi, botte sui muri. - Dicono che Padre Pio di notte venga battuto da Satana. - E strano quel monaco. A me fa paura. - La moglie di Scocca mi ha detto che mamma Peppa al matti­no trova la camera tutta sottosopra. - Dovrebbero chiamare il prete a dare una bella benedizione. - Padre Pio è un prete. - Può darsi che non possa benedire se stesso. Cercarono di riprendere il sonno. Dopo un po' i rumori diven­nero più forti. Poi ci fu uno scoppio violentissimo, seguito da lam­pi. Come un temporale. E grida disumane. - Ho paura - mormorò Angelamaria. Nella stanza accanto il figlioletto cominciò a piangere e svegliò anche le due sorelle. - Mamma, ho paura - diceva il bambino. Di nuovo si ripeterono i rumori violentissimi. - Questo è un terremoto! - esclamò Nicola balzando fuori dal letto. Si vesti e prese il figlio spaventato in braccio. - Buono, buono, non è niente. Angelamaria cercava di calmare le figlie. Una vampata di luce intensa illuminò la notte, entrando come una lama nella camera. - Usciamo - disse Nicola cercando di trovare la porta. Quel lampo lo aveva accecato. Sulla strada trovarono anche i componenti di altre tre famiglie che vivevano lì vicino. Tutti avevano udito quei rumori ed erano spaventati. - Sembrava un incendio - disse Giovanni Iadanza, che con la sua famiglia era stato il primo a uscire in strada. - Dove? - Nella Torretta dei Forgione. - Ma non si vede più niente. - È stato un attimo. - Tutte le notti succede qualcosa di strano in quella stanza. Non si riesce più a dormire. Tutto era tornato calmo. Miriadi di stelle scintillavano nel cielo. Il giorno dopo mamma Peppa andò a trovare il parroco. - Sono preoccupata per mio figlio. - Che c'è di nuovo? - I rumori notturni, che tempo fa le ho detto di sentire nella ca­mera di mio figlio, vanno sempre aumentando. La notte scorsa sono stati fortissimi. Ci sono stati anche tuoni, lampi, fiammate. Ho sen­tito che i vicini si sono spaventati e sono usciti di casa con i bambini. - È un bel guaio. - Ma che cosa succede a mio figlio? - Potessi saperlo. - Al mattino la sua camera è un macello, a volte la camicia è macchiata di sangue. Questa mattina era addirittura inzuppata. - Sarà dovuto alla sua malattia polmonare. Sbocchi di sangue. - No. Le macchie si trovano sul retro della camicia, sulla schiena. - Padre Pio si flagella per penitenza e avrà esagerato. - O qualcuno lo ha picchiato di brutto. -Chi? - Lo sapessi. Lui dice che Satana gli sta facendo una guerra tremenda. - Satana, Satana, non ci capisco proprio niente. - Non mi siete di conforto. - No, non ci capisco proprio niente - ripeté Don Salvatore. - E mi preoccupo per le famiglie che abitano lì vicino. Padre Pio si rendeva conto di essere al centro della curiosità dei vicini. Sapeva che correvano voci strane sul suo conto, ma non poteva farci niente. Era vittima di una situazione che non riusciva a dominare. Per sottrarsi alla curiosità e per non disturbare i vicini, decise di fermarsi nella capanna di Piana Romana anche di notte. I fenomeni inspiegabili lo seguirono. Infestarono anche quel luogo. I pastorelli che conducevano al pascolo le pecore da quelle parti, e che di tanto in tanto andavano a trovare Padre Pio, non si fecero più vivi con lui. Stavano alla larga dalla sua capanna. - Padre Pio ha il diavolo - dicevano. Don Salvatore voleva capire. Il fraticello, filiforme e con il tora­ce scavato, negli ultimi tempi era dimagrito ancor di più. Aveva gli occhi spiritati, febbricitanti, i capelli arruffati, gli zigomi sporgen­ti. La sua tosse cronica era diventata cavernosa. Da quando si fer­mava a Piana Romana anche di notte, diceva la Messa in una cap­pella della zona e si faceva vedere poco in paese. Don Salvatore andò a trovarlo. Arrivò a Piana Romana in un pomeriggio afoso. - Che ti succede, figliolo? - domandò a Padre Pio. - Zi' Tore, non ce la faccio più - rispose il fraticello. Stava seduto su un sasso, all'ombra delle frasche che costituiva­no il tetto della capanna. Il suo volto era pallido, cadaverico. La giornata era calda, ma sotto quelle frasche spirava una confortevo­le brezza. - Si sta bene qui - disse Don Salvatore, affaticato per la cam­minata. - Un paradiso, se si potesse riposare. - Ti vedo con la faccia tirata. - Non dormo mai. - Perché? - Satana non mi dà tregua, giorno e notte. Mi tormenta con la più brutte tentazioni che si possono immaginare, e poiché io resi­sto e prego, si scatena e mi picchia senza pietà. Don Salvatore lo guardò per alcuni attimi. Poi disse con tono paterno: - Senti figliolo, bisogna che noi facciamo una bella chiacchie­rata. Ma chiara, chiara. Già altre volte mi hai parlato di queste lotte diaboliche. Ogni volta mi fai venire i brividi. Io sono un pre­te anziano ormai. Conosco il mondo e credo di avere una certa esperienza anche di cose spirituali. Quello che tu mi racconti mi spaventa. E mi lascia anche perplesso. Non riesco a dare un senso ai tuoi racconti e nemmeno un significato preciso, una fine. Allora mi devi spiegare bene. Che cosa intendi dire quando mi racconti che Satana ti picchia? - Intendo proprio dire che mi dà le botte - rispose Padre Pio. - Ma tante - aggiunse. - Lui e i suoi sgherri mi percuotono con bastoni e oggetti di ferro. Mi scaraventano per terra. Mi tira­no addosso le cose che ho nella capanna. Mi buttano fuori dal let­to e mi trascinano per terra. Più di una volta sono giunti a toglier­mi perfino la camicia e a percuotermi in questo stato. - Com'è possibile che avvengano fatti del genere? Satana è uno spirito - osservò Don Salvatore meravigliato. - Non saprei spiegare - rispose Padre Pio scuotendo la testa sconsolato. - So che avvengono. Spesso Satana non è solo, ma accompagnato da altri spiritacci. Cinque, dieci, venti, e tutti si av­ventano contro di me. - Li vedi? - A volte assumono sembianze umane. - Per esempio? - Mi appaiono in forma di donne nude, fanciulle leggiadre che ballano in modo lascivo, dicendo parolacce, cercando in tutti i modi di tentare la mia purezza. E poiché io resisto, scacciando quelle immagini dalla mia mente, gli spiritacci si trasformano in mostri orribili e mi spaventano, mi picchiano con ferri acuminati, tentano di uccidermi, di soffocarmi. Sotto i loro colpi mi sento mancare il respiro il cuore non batte più. E poi di nuovo tornano a essere fanciulle bellissime, provocanti. E un'altalena che va avanti anche tutta la notte. - Hai provato a invocare la Madonna? - Lo faccio sempre, e loro hanno il terrore di quel nome, lo so. Ma il Signore permette che Satana continui a tormentarmi ugual­mente. Quel maledetto si presenta anche sotto le forme di certi Santi: Sant'Antonio, San Francesco, San Giuseppe. Sono caduto nel suo tranello, e mi aggrappavo a quei Santi per cercare prote­zione, e lui scoppiava in una risata, tornando a essere un mostro e riprendendo a percuotermi. Tutte le mie notti trascorrono in que­sto modo, e mi sembra di impazzire. - Gesù non si fa più vedere? - I miei amici celesti tornano verso il mattino e mi consolano. Se non arrivassero loro, sarei già morto. L'altra sera ero sfinito e mi sono messo a letto intorno alle 10. Non ho fatto in tempo neanche a prendere sonno. Sono arrivati quei cosacci e mi hanno picchiato fino alle 5 del mattino. Quando se ne sono andati via, un freddo gelido si è impossessato della mia persona. Tremavo da capo a piedi. Sono rimasto in quello stato per un paio d'ore e poi ho perso molto sangue dalla bocca. - Perché Dio permette questo? - Non lo so. So solamente che Lui non opera senza fini precisi, utili a noi. Le tentazioni mi fanno impazzire. Non per la conti­nuità, ma per la loro bruttezza e per il grande timore di offendere Dio da un momento all'altro, poiché ci sono dei momenti che mi trovo proprio sull'orlo del precipizio, per cadere. Il Demonio mi vuole per sé a ogni costo. Per tutto quello che mi succede, a volte penso di essere un ossesso. - E terribile quello che mi dici, figliolo. - In queste sofferenze trovavo un po' di consolazione a scrive­re e a confidarmi con il mio direttore spirituale, Padre Agostino. Ma il Demonio non vuole. Quando mi metto a scrivere, Satana mi fa venire dei dolori di testa che mi accecano, oppure mi paralizza il braccio. Mi strappa le lettere che arrivano dal mio direttore spirituale. O le scarabocchia rendendole illeggibili. - Vedo che la situazione è peggiorata - disse Don Salvatore dopo aver riflettuto per alcuni secondi. - Ma credo che restare qui, da solo, giorno e notte, non ti faccia bene. - A casa i rumori provocati da Satana disturbano i vicini. Mi sono accorto che certe notti si sono alzati e sono rimasti a lungo in mezzo alla strada. Chissà che cosa pensano di me. Sono venuto qui per non spaventarli. - Devi tornare - disse con decisione il parroco. - E devi venire spesso a trovarmi per parlare con me, sfogarti. E quando ricevi let­tere dal tuo direttore spirituale, non aprirle. Vieni da me e le aprire­mo insieme. Vedrai che in mia presenza non succederà niente. Don Salvatore riprese la via del ritorno con nuovi pensieri e nuove preoccupazioni. Le vicende legate a quel suo caro figliolo diventavano sempre più complicate. Il tempo si era messo al brutto. Pioveva spesso, e la capanna di Piana Romana era intrisa di umidità. Padre Pio decise di dare ascolto ai consigli di Don Salvatore e tornò a casa. In serata andò a salutare il parroco e lo informò che aveva deci­so di fermarsi in paese. - Sono proprio contento che tu sia tornato - gli disse Don Salvatore e aggiunse: - Andiamo a fare quattro passi. Scesero verso la periferia dell'abitato, seguendo l'itinerario che Don Salvatore era solito percorrere per le sue consuete passeggia­te serali. - Quel che mi hai confidato l'altro giorno sulle vessazioni di Satana mi ha molto impressionato - disse a un certo momento il parroco. - La realtà è molto più brutta di come le mie parole possano descriverla - rispose Padre Pio. - Sono andato a rileggere i testi di teologia che riguardano queste vicende - continuò Don Salvatore. - Volevo capire se c'è una spiegazione a queste violenze di Satana di cui mi hai parlato. - Che cosa ha trovato? - Poco. Mi sono accorto che in realtà i testi teologici trascura­no questo argomento. Vengono affermate le verità fondamentali: che i demoni sono stati creati buoni da Dio e sono diventati catti­vi per loro colpa; che la loro pena è eterna; che la loro natura è spirituale e sono quindi puri spiriti; che hanno un carattere perso­nale, sono cioè padroni delle loro azioni; che tentano l'uomo per spingerlo a ribellarsi contro Dio con il peccato. Per quanto riguar­da la loro attività pratica, concreta, nessuna indicazione. Sulle vessazioni, l'influsso che il Demonio può esercitare sugli uomini, non ho trovato niente di preciso: è tutto molto vago. - Non sente, Zi' Tore? - Padre Pio si era fermato in mezzo al­la strada, si guardava intorno e tendeva l'orecchio come per per­cepire meglio qualcosa di indistinto che doveva essere comunque qualcosa di meraviglioso, dal momento che il suo viso si era illu­minato di gioia. - Che c'è? - domandò il parroco. - Io non sento niente. - Odo un coro di voci che cantano inni al Signore, e sento dei monaci che pregano. Qui sorgerà un giorno una chiesa e un gran­de convento di frati Cappuccini. Don Salvatore sorrise un po' ironicamente. - Speriamo, sareb­be una bella cosa - disse con voce stanca pensando: "Siamo a posto, adesso vede anche il futuro - Diceva quindi che non ha trovato niente nei testi teologici sulle vessazioni - disse Padre Pio riprendendo a camminare. - Purtroppo. - Eppure nel Vangelo Gesù parla molto dell'attività concreta di Satana: lo scaccia dal corpo degli invasati, fa capire che certe malattie sono provocate da lui. E quando manda i suoi apostoli in giro per il mondo, dà loro tre precisi incarichi: "Predicate la Buo­na Novella, guarite gli ammalati e scacciate i demoni - Lo so bene. Ma la teologia, soprattutto quella moderna, non dà più molto spazio a questi temi. Si sostiene che molti disturbi mentali e fisici, un tempo attribuiti a Satana, sono frutto di malat­tie psichiche e che per curarli è necessario ricorrete al medico. - Penso anch'io che non tutte le malattie debbano essere attri­buite a Satana, ma sono convinto che la sua azione sul mondo e sugli uomini è tremenda e vastissima. - Non è che stai esagerando? E che anche i tuoi problemi po­trebbero essere risolti ricorrendo a un medico specializzato? - No. - Chi te lo dice? - Gesù. Me lo ha detto Gesù. - Come fai a esserne sicuro? Me lo ha detto lui. Don Salvatore si bloccò. Quando udiva Padre Pio parlare in quel modo provava una profonda irritazione. Non tanto contro il giovane frate, ma contro se stesso. Sentiva di non credere a quello che Padre Pio diceva, ma nello stesso tempo non aveva argomenti per confutarlo. E allora troncava la conversazione. Per non far capire l'imbarazzo in cui si trovava, cambiava argomento. - Guarda che tramonto fantastico - disse anche quella sera proprio per chiudere la conversazione. - Rosso di sera bel tempo si spera - aggiunse Padre Pio. - Speriamo che il proverbio abbia un fondo di verità. Continua a piovere, e la campagna invece avrebbe bisogno di sole. Tornarono lentamente verso la canonica.

22

La vita di Padre Pio a Pietrelcina scorreva uguale e grigia in un'apparente monotonia. Tutti i giorni le stesse povere e modeste azioni, che sembravano non interessare nessuno. In realtà egli conduceva una esistenza intensissima per la carica spirituale con cui partecipava al respiro del mondo. Non c'era un attimo della sua giornata che non fosse vissuto con estre­mo impegno. Durante i mesi freddi la sua malattia al petto si acutizzava, e di notte tossiva in continuazione. - Quando dorme? - si domandavano i vicini di casa e avevano compassione di lui. Dormiva, infatti, pochissimo. Quando non era tormentato da Satana, trascorreva la maggior parte del tempo in preghiera. Stava inginocchiato sul pavimento, ai piedi del letto. Nei mesi tiepidi della primavera amava sedersi accanto alla finestrella aperta della Torretta e pregava guardando il cielo. Pregava e ascoltava. "Signore, voglio essere soltanto un povero frate che prega." Ascoltava i rumori della notte, ascoltava il mondo, la vita. "Signore, io sono un puntino invisibile nell'universo, ma tu, Dio infinito, mi ami, e io divento più importante della luna, delle stelle. Intorno a me ci sono tanti puntini invisibili, piccoli esseri umani co­me me, che Tu ami, e il tuo amore li trasforma nel tesoro più pre­zioso di tutto ciò che Tu hai creato." Si concentrava e restava con il corpo immobile e teso, per assa­porare in pieno il significato delle sue riflessioni. Non si conside­rava un monaco che aveva lasciato il mondo per allontanarsi dal­la vita degli uomini. Aveva scelto la vita religiosa per immergersi nel mondo. Era un innamorato del mondo, della gente. Un inna­morato pazzo, e affrontava sofferenze, disagi, lotte, privazioni per quelli che amava. "Signore voglio morire di sofferenza, come tu sei morto sulla croce." Immaginava la vita degli esseri umani nelle sue infinite manife­stazioni. Le più esaltanti e le più drammatiche; le più belle e le più umilianti. "Signore, tutto è polvere ciò che non è nel tuo amore." Si identificava con la gente, cercava di immergersi nei loro pro­blemi, di diventare parte di quella povera umanità frastornata, sofferente, dilaniata da paurosi vuoti interiori, confusa da illusio­ni, da chimere. "Per questa gente, così com’è nella sua nuda realtà non idealizzata dalla fantasia, Gesù è morto in croce" diceva fra sé. "Ed è morto per amore. Un amore totale. Signore" pregava con trasporto "io voglio amare, amare senza limiti, come hai amato tu." Ogni notte ricordava i volti delle persone che aveva incontrato durante la giornata. Li rivedeva e li pensava. Persone con cui si era imbattuto per strada, viste nei campi, salutate in paese. Sapeva che ciascuna di loro aveva dentro problemi, drammi, sofferenze, umiliazioni, passioni, sentimenti, paure. - Per ognuno, Gesù, voglio morire, come hai fatto tu - prega­va. - Ma anche per tutti quelli che non ho visto, che non cono­sco, che non incontrerò mai, ma che amo. Si commuoveva fino alle lacrime pensando soprattutto ai giova­ni, agli innamorati, agli sposi, ai bambini, ai vecchi. In queste par­ticolari categorie vedeva rappresentata la vita, quella vita che ve­niva da Dio ed era espressione di un amore senza confini. Quando in paese si celebravano matrimoni, pur restando nella sua solitudine, li seguiva con vivissima partecipazione. La notte stava alla finestrella della Torretta per ascoltare i canti, i balli, la festa di nozze. Ricordava le critiche che certi sacerdoti e suoi confratelli religiosi muovevano a quelle feste. A lui piacevano e ne intuiva il senso atavico, legato alla grandissima importanza dell'evento. Secondo un'antica tradizione pietrelcinese, a mezzanotte cessa­vano i balli, e gli sposi si ritiravano nella loro casa. Allora il can­tore del paese, quello con la voce più bella, faceva la serenata. Ac­compagnato dal calascione, intonava un'antica nenia: Mari, voglio cantà puri pe te chesta canzone, scritta con sentimento e passione, pecché te voglio bene, come tu me vu bene, Mari. E sempre, ascoltando quei poveri versi, gridati con dolcezza un po' rozza alle stelle, lui piangeva. Sapeva che gli sposi, affacciati alla finestra della loro camera, erano tanto felici nel sentire la serenata di rito, e poi, in segno di riconoscenza, con una corda calavano un ca­nestro di confetti e dolci. Ricordava quando suo padre Grazio, che era stato un cantore di serenate, gli portava a casa i confetti. - È la vita, Signore - pregava. - La vita che Tu conosci bene. La vita che Tu hai fatto. Questi ragazzi sono figli tuoi, aiutali, amali. Aiutami ad amarli. A Carnevale il paese si lasciava prendere da una folle allegria. La gente era come impazzita. Canti, balli, maschere, spettacoli in piazza che al sabato duravano anche tutta la notte. Alle 23 del martedì grasso la campana dava il segnale per avvertire la gente che mancava un'ora alla Quaresima. Chi aveva in casa carni o ci­bi conditi con il grasso di qualche animale doveva affrettarsi a mangiarli perché a mezzanotte scattava la stretta astinenza. E la gente si buttava sugli avanzi dei pranzi di quei giorni, consumava tutto, beveva vino. Erano giorni di pazzia, di sfrenatezza. Anche in quei giorni Pa­dre Pio era là, dietro la finestrella, ad ascoltare, a pregare. Soffriva perché sapeva che il mondo perdeva la misura, e invece di stare se­duto sulla sedia con lo sguardo verso il cielo, stava inginocchiato sul pavimento con la testa china. Pregava con maggior amore, con infinita pietà. "Signore, non guardare. Punisci me. Tu sei morto in croce per questi tuoi fratelli. Adesso tocca a me andare sulla croce per loro. Non sarò mai lontano da loro. Io sono uno di loro, e sarò sempre con loro. Ti chiedo di lasciarmi qui a soffrire in questo mondo, finché riuscirò a salvarli tutti." La primavera quell'anno fu particolarmente umida. Giornate splendide, ma quasi ogni giorno arrivava qualche temporale im­provviso che lasciava cadere sulla campagna copiosi scrosci di pioggia. Quell'acqua, seguita dal sole caldo, era una sferzata di energia per i campi. L’erba cresceva di un colore verde cupo. I ra­mi delle piante si piegavano sotto il peso delle foglie, morbide e numerose. - Troppa grazia quest'anno - dicevano i contadini a Padre Pio salutandolo quando percorreva il viottolo che conduceva a Piana Romana. - Ringraziate il Signore. - Lo ringraziamo, ma adesso ci concede troppo. - Non siete mai contenti. - Quando si mangia troppo, viene il mal di pancia. La nostra terra in questi mesi sta scoppiando di salute. I contadini erano preoccupati. Quell'abbondanza d'acqua ri­schiava di rovinare le colture. Soprattutto il raccolto delle fave. La coltivazione delle fave a Pietrelcina era diffusa. Molti conta­dini impegnavano gran parte dei loro terreni in quel raccolto, che dava sempre soddisfazioni economiche. Quell'anno le cose si met­tevano male. Le piogge avevano favorito la crescita della pianta, ma anche la proliferazione dei pidocchi. Gli insetti, trovando le foglie e i fiori teneri e morbidi, facevano strage arrestando lo svi­luppo del frutto. I contadini erano disperati. Avevano ormai la certezza che il raccolto sarebbe andato perduto. Domenico Fucci era un contadino che possedeva della terra vi­cino a quella di Grazio Forgione. Padre Pio lo vedeva quasi tutti i giorni quando andava a Piana Romana, ma non ne aveva mai sen­tito la voce. Lo salutava, e Domenico rispondeva con un cenno del capo, con un sorriso, con gli occhi felici, ma non aveva il co­raggio di parlare. Padre Pio si meravigliò molto quando se lo vide arrivare nella capanna e lo sentì dire con una vocetta timida: - Sia lodato Gesù, Francì. - Oh, Domenico, che piacere vedervi. Ma io non mi chiamo più Francesco. Mi sono battezzato di nuovo e mi chiamo Padre Pio. - Come volete, Francì. Io ho bisogno che veniate a benedire le mie fave. - Perché? - Voglio che il Signore mi liberi da quegli insetti maledetti che le stanno distruggendo. - Sei certo che il Signore ti ascolterà? - Io lo prego. Lui è il Signore e può aiutarmi. Se poi non lo vuole fare, avrà le sue ragioni. - Bravo, Domenico. Hai fede - disse Padre Pio. - Tu lavori i campi. E fatichi molto, io lo so. E ora c'è qualcuno che vuole di­struggere il tuo raccolto. Non può essere Dio, perché Dio non fa il male, ti vuole bene, vuole che il tuo raccolto vada a buon fine. Quindi chi lo vuole distruggere è il Demonio, che si serve di quegli insetti, e tu fai bene a chiedere l'aiuto del Signore. Vedrai che ti aiu­terà. Domani mattina pregherò per te durante la Messa, e poi ci ve­diamo qui, intorno alle 11, e andremo a benedire i tuoi campi. Al mattino fu puntuale. Alle il Domenico lo aspettava alla ca­panna. Padre Pio aveva portato la stola violacea e l'acqua bene­detta. Indossò la stola e raggiunsero i campi di fave. Padre Pio co­minciò a pregare ad alta voce, con grande fervore. Poi si addentrò nei filari di fave benedicendo. Con ampi gesti aspergeva quelle pianticelle coperte dai parassiti che, al suo passaggio, cadevano stecchiti. Il contadino lo seguiva sbalordito, incredulo. - Francì, muoiono tutti - gridava di gioia. - Eh, che credevi? Che il Signore non venisse in tuo aiuto? Tu lo hai pregato con fede, e Lui ti ha ascoltato. Nel Vangelo ha det­to: «Chiedete e vi sarà dato; bussate e vi sarà aperto, pregate e ot­terrete". Non è mica bugiardo Gesù. Mantiene quel che promette. Tornato in paese, Domenico corse a raccontare agli amici quan­to era accaduto. - Impossibile. - Tu ci prendi in giro. - Venite a vedere. - Certo che veniamo, e subito. Tornarono nei campi e tutti poterono constatare. Andarono immediatamente da Padre Pio. - Devi aiutare pure noi. Abbiamo i raccolti in pericolo come Domenico. - Siete mossi dall'interesse - disse Padre Pio. Domenico ha pensato a Dio con fede. Non sapeva infatti quali risultati poteva avere quel suo pensiero. Ma ha avuto fiducia e ha pregato. Voi, invece, venite da me spinti da quanto Domenico ha già ottenuto. "Beati coloro che crederanno senza vedere", ha detto il Signore. La vostra fede non è pura. Ma Dio resta pur sempre vostro padre e vi ascolta lo stesso. Andò con loro. Ripeté la benedizione, e anche i loro campi fu­rono liberati dai pidocchi. La notizia fece il giro di tutta Pietrelcina. Si sparse nei paesi vi­cini. Molti ridevano, ma quelli di Pietrelcina, che ormai conosce­vano bene Padre Pio, dicevano con soddisfazione: - U santariello nuostro è grande. Il racconto di quanto era accaduto arrivò anche alle orecchie di Don Salvatore, e il fatto contribuì ad aumentare il disagio che egli provava per tutte quelle cose inspiegabili che accadevano intorno a Padre Pio. "Questo è un mago" diceva fra sé. "Forse ha venduto l'anima al diavolo." Ma subito si vergognava di quei pensieri, si sentiva in colpa. - Non capisco più niente - ripeteva confuso. Qualcuno bussò alla porta. - Avanti. Entrò Padre Pio. "È proprio un mago" pensò istintivamente Don Salvatore. Ma con un bel sorriso gli disse: - Qual buon vento? - Mi avete detto di portarvi le lettere del mio direttore spiri­tuale prima di aprirle. Ecco, ne è arrivata una. - Vieni, vieni, l'apriremo insieme. Si ritirarono nello studio. Don Salvatore teneva stretta in mano la lettera che Padre Pio gli aveva consegnato. "Voglio un po' vede­re che succede" pensava. Prese il suo bel tagliacarte d'argento, un regalo ricevuto dai suoi allievi del Seminario quando aveva deciso di lasciare l'insegnamen­to. Mentre lo avvicinava alla lettera, si accorse che la sua mano tre­mava. In realtà aveva un non so che dentro che lo rendeva nervoso. Aprì la lettera, ne estrasse il foglio e lo lasciò cadere di scatto sul tavolo, quasi gli avesse scottato le dita. Il foglio era completamente nero. Tutta una macchia d'inchiostro impediva non solo di leggere, ma anche di sapere se su quel foglio fosse stato scritto qualcosa. - Padre Agostino non può avermi inviato una simile lettera - esclamò Padre Pio, che appariva eccitato per ciò che era accaduto. - Penso anch'io che non ha senso inviare un foglio di questo ge­nere - mormorò Don Salvatore con un filo di voce. Il suo viso era impallidito. Il suo animo confuso. Non si aspettava una cosa del genere, e nella sua mente si era affacciato subito il pensiero che Pa­dre Pio e Padre Agostino fossero d'accordo e stessero conducendo insieme la commedia. Il pensiero gli fece venire il mal di testa. - Ha visto, Zi' Tore - incalzava Padre Pio - che cosa mi ha combinato quel cosaccio? Chissà che cosa mi avrà scritto Padre Agostino in questa lettera. Satana non vuole che io legga e allora ecco, che cosa mi ha fatto arrivare. - Calma, calma - disse Don Salvatore. - Chi dice che sia ope­ra di Satana? Tutti possono imbrattare un foglio di inchiostro. Ma­gari Padre Agostino ha voluto farti uno scherzo. - Per quale ragione? Il Padre sa quanto soffro per questi di­spetti di Satana, e non è possibile che anche lui si sia messo a peg­giorare la condizione. - Ora cercheremo di conoscere la verità - ribatté Don Salva­tore con decisione. Andò nella stanza accanto al suo studio, dove teneva l'occorrente per dare l'Estrema unzione ai moribondi. Pre­se la cotta bianca, la stola violacea e l'aspersorio. - Faremo un esorcismo in piena regola su questo foglio - dis­se tornando nello studio. - Se la macchia è opera di Satana, spa­rirà e la lettera diventerà leggibile. Se invece non sparirà, significa che Satana non c'entra per niente. Aprì il manuale delle preghiere, cercò le formule dell'esorcismo e cominciò il rito. Padre Pio seguiva e rispondeva alle invocazioni di Don Salvatore. Pregarono Dio Padre, Gesù, la Madonna, i Santi. Poi, impu­gnando l'aspersorio come un'arma e pronunciando le parole con tono solenne, il parroco recitò la formula esorcistica: - Allonta­nati, Satana, da questa lettera, allontanati nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo; allontanati per la fede e la preghiera della Chiesa; allontanati per il segno della Santa Croce di Gesù Cristo, Nostro Signore. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. - Amen - disse Padre Pio con altrettanta solennità. Pronunciando l'invocazione Don Salvatore aveva ripetutamente asperso la lettera con l'acqua benedetta e, con stupore e paura in­sieme, vide la macchia d'inchiostro schiarirsi, diventare pallida, lasciando emergere le parole scritte sotto. Tutto era avvenuto in un attimo, davanti ai suoi occhi. La macchia non era scomparsa del tutto, ma ora sembrava un'ombra opaca, solo un ricordo di com'era prima. - Dio mio! - esclamò Don Salvatore, che quasi sveniva. - Bello, bello, guardi, Zi' Tore, ora si legge - diceva Padre Pio saltellando di gioia come un bambino. - Sì, è vero, ora si può leggere - ripeté con voce stentorea il parroco guardando stralunato la lettera che Padre Pio teneva fra le mani. Si tolse la stola e la cotta e le riportò nella stanza accanto. Padre Pio si era avvicinato alla finestra per vedere meglio e stava leggen­do. Don Salvatore era in preda ai pensieri più cupi. Quello era un nuovo segno dei misteri che incombevano intorno a Padre Pio. Ma era una nuova mazzata alla sua razionalità. Quella sera, rimasto solo, Don Salvatore camminava nervosa­mente su e giù per la stanza, in preda ai propri pensieri. Cosa sta­va succedendo? La lettera era una prova inconfondibile. Ma di che cosa? Ammesso che tutto quello che stava avvenendo intorno a Padre Pio fosse quindi vero, cioè opera di Satana, che senso ave­va? Perché avveniva? Perché Satana tormentava le persone? Per­ché Padre Pio doveva soffrire tutte quelle angherie? Alla fine sedette al tavolino e prese un foglio per scrivere una lettera a Padre Agostino. Voleva spiegargli che cosa era accaduto. Ma dopo averlo riempito, stracciò il foglio. Non riusciva a dire ciò che pensava e neppure a descrivere i fatti. Finì per comunicare a Padre Agostino che desiderava parlargli e che, quindi, quando avesse trovato un po' di tempo libero, venisse a trovarlo. - La vostra lettera mi è arrivata in un brutto periodo - disse Pa­dre Agostino a Don Salvatore. - Ero impegnato con gli esami degli studenti di teologia. Solo ora sono potuto venire. - La ringrazio della cortesia, ma non c era niente di urgente - rispose Don Salvatore. Strinse con calore la mano al frate. - Ha fatto buon viaggio? - Il treno era vuoto. Ma il caldo è soffocante in questi giorni. - Venga, le offro qualcosa di fresco. Entrarono in canonica. - Rosina - disse Don Salvatore alla nipote - vai per favore al pozzo a prendere la bottiglia di vino bianco. Per tenerle in fresco, Don Salvatore legava le bottiglie di vino a uno spago e le calava in fondo al pozzo. Fece accomodare Padre Agostino nello studio. Teneva le persia­ne appena socchiuse per evitare che entrasse il caldo. Arrivò Rosina con il vino e dell'acqua appena attinta. Padre Agostino mischiò acqua e vino e bevve con avidità. È una meraviglia - commentò. - Vi ringrazio. Ci voleva proprio. - Ringraziamo il Signore. - Come sta Padre Pio? - domandò il religioso. Come al solito - rispose il parroco. - Né bene né male. Ora bene ora malissimo. Ora moribondo ora pieno di energie che non so dove vada a pescarle. Un momento sembra un bambino e il momento dopo un vecchio decrepito. Di questo giovane, io non ci capisco niente. Padre Agostino sorrise. - Neanch'io ci capisco niente. Ma cre­do che questa sia la verità di Padre Pio. È una persona ricca di co­se che per noi sono incomprensibili. Da anni ormai lo conosco e lo seguo. Ho visto di tutto in lui e ormai ho imparato a non mera­vigliarmi più di niente. - Quel che mi spaventa - riprese Don Salvatore - è la mas­siccia presenza intorno a lui di una serie continua, ininterrotta di fatti che non saprei come definire: eventi negativi, interventi pro­vocati da forze ostili, forze del male, forze sataniche. Non volevo pronunciare questo termine, ma è quello più appropriato. - Noi sappiamo bene che Satana vive intorno a noi - disse Padre Agostino. - Nel "Padre nostro", Gesù ci ha insegnato a chiedere a Dio Padre di darci il "nostro pane quotidiano", ma an­che di "liberarci dal Maligno". Secondo Gesù, essere aiutati dal Padre contro il 'Maligno è importante quanto ricevere il «pane quotidiano". Significa che il Maligno c e, e pericoloso e ci insidia continuamente. - Sarà così, ma io non ho mai avuto molta dimestichezza con Satana. So che esiste e credo alla sua esistenza perché la Chiesa mi dice di crederci. Ma l'ho sempre considerato una cosa lontana, re­mota. Padre Pio invece ci vive quasi in simbiosi, con Satana. Mi ha raccontato vicende che fanno raddrizzare i capelli. Ho saputo dai suoi vicini che di notte dalla sua camera provengono rumori alluci­nanti. Certe mattine lo trovano pieno di lividi, sanguinante. Sua madre mi ha detto che la camicia a volte è tutta una macchia di san­gue. E Padre Pio afferma che è Satana a picchiarlo ogni notte. "Io, caro Padre, sono vecchio ormai. Non ho più la fantasia fer­vida di un tempo. Sono portato a tenere i piedi per terra. Ascol­tando racconti del genere, mi verrebbe da ridere. Ma, nel caso specifico, proprio perché riguardano Padre Pio, mi fanno grande impressione. Vanno ad assommarsi a mille altri particolari inspie­gabili che si sono presentati nella vita di Padre Pio fin da quando era bambino. E allora mi chiedo con angoscia: 'Se tutto questo è vero, chi è Padre Pio? Che cosa vuole Dio da lui? Perché permette che Satana lo strapazzi in quel modo?'. Sono interrogativi che or­mai mi tolgono il sonno. Lei, sa darmi una risposta?" Padre Agostino aveva ascoltato con attenzione, meravigliandosi nel notare nella voce di Don Salvatore un insolita emozione. Da come pronunciava le parole, si capiva che il problema lo turbava molto ed era stato oggetto di lunghe riflessioni. - Non saprei proprio che cosa rispondere - disse Padre Ago­stino. - Conosco anch'io i fatti cui ha accennato. Da anni Padre Pio mi scrive informandomi di tutto quello che accade nella sua vita. Quando è vissuto con me, nei nostri conventi di Venafro e di Serracapriola, ho assistito io stesso a scene terribili che hanno messo in crisi tutta la comunità religiosa. Ma, pur avendoci riflet­tuto a lungo, non sono mai riuscito a trovare una spiegazione pre­cisa. Escludo che queste manifestazioni siano frutto di malattie mentali, dunque escludo che Padre Pio sia schizofrenico, paranoi­co, maniaco, isterico. Propenderei per un'interpretazione di carat­tere spirituale, mistico. Fin da quando era bambino, Padre Pio si è offerto vittima a Dio per i peccatori. È indubbiamente un'anima eletta e può darsi che Satana tenti di distruggerlo, di annientarlo. Questa potrebbe essere una spiegazione alle lotte che scatena con­tro di lui. - Perché Dio permette a Satana di avere tanto potere su un po­vero fraticello pieno di acciacchi? - Bisognerebbe conoscere i disegni di Dio. Ci sono degli episodi nell'agiografia che potrebbero venirci in aiuto. Il Santo curato d'Ars, per esempio. Certe notti Satana lo picchiava a sangue, e il cu­rato diceva: "Domani arriverà qualche grosso peccatore a confes­sarsi . E non sbagliava. Satana tenta con ogni mezzo di impedire il bene che certe anime sanno compiere. È certo che Satana non po­trebbe fare nulla, senza che Dio lo permetta. Quindi, quel che av­viene in Padre Pio ha uno scopo preciso che noi non conosciamo. - Io ho rinunciato a capire - rispose Don Salvatore. - Ma sono convinto che di queste vicende si parlerà a lungo. Il mistero di questo figliolo è appena cominciato, lo sento. Recentemente so­no stato testimone di alcuni fatti che mi hanno sconvolto e ho vo­luto incontrarla per farglieli conoscere. Don Salvatore aprì il cassetto della scrivania ed estrasse una cartella. Dentro c'erano dei fogli. Li passò a Padre Agostino e gli domandò: - Riconosce la calligrafia? - È la mia. Sono lettere che ho scritto a Padre Pio. - Sono tre lettere. - Come mai questa è tutta nera? - domandò Padre Agostino. - Ecco il punto. Queste tre lettere hanno una storia precisa, ma impressionante, di cui io sono stato testimone. In queste lette­re ho visto agire la potenza di entità che non sono di questo mon­do. Di ognuna di queste esperienze ho fatto una relazione scritta, allegata alla lettera. Consegno tutto a lei perché lo conservi e lo utilizzi se un giorno sarà necessario. Padre Agostino aveva seguito il lungo monologo di Don Salva­tore, ma non era ancora riuscito a capire dove volesse approdare. - Ecco quanto è accaduto - disse il parroco riprendendo il suo racconto. - Un giorno Padre Pio venne a trovarmi molto de­moralizzato. Mi disse che Satana lo tormentava, lo picchiava, gli paralizzava il braccio ogni volta che provava a scriverle per tener­vi informato delle sue vicende spirituali, e mi supplicò di aiutarlo. Avevo ascoltato le sue parole con scetticismo. 'Pur avendo grande stima di lui, quando tocca questi argomenti mi viene un'avversio­ne istintiva e non riesco a credergli. "Padre Pio mi disse ancora che Satana gli scarabocchiava le let­tere che riceveva da lei, oppure gliele strappava prima che potesse leggerle. Allora gli ho detto: 'Perché non le porti da me appena ti vengono consegnate? Le apriremo insieme e vedrai che in mia pre­senza non succederà un bel niente. "Padre Pio mi ubbidì. Qualche giorno dopo arrivò una vostra lettera, e lui la portò subito da me senza aprirla. Era proprio quel­la che ora avete in mano. Si vedeva che era vostra dalla scrittura, e poi c'è il mittente. Me la diede. La osservai e mi resi conto che era ancora perfettamente chiusa. Allora la aprii io, con queste mie mani. Ne estrassi un foglio completamente nero. Tutto una mac­chia d'inchiostro. Non si leggeva niente. Padre Pio disse: 'Ecco, vede, Satana ha versato dell'inchiostro sulla lettera per impedirmi di leggerla'. Allora ho deciso di esorcizzarla. E, mentre compivo i sacro rito, con stupore, anzi, con terrore, ho visto il foglio cam­biare colore sotto i miei occhi, e diventare così com’è adesso: scu­ro, ma non tanto da impedire la lettura. «Quest'altra lettera, invece" continuò Don Salvatore estraendo dalla cartella un seconda busta "conteneva un foglio completa­mente bianco. Ho pensato in un primo momento che lei lo avesse inserito nella busta per errore o per fare uno scherzo. Ma mentre la esorcizzavo sono apparse le parole, che qualcuno, non so con quale magia, aveva reso invisibili prima. "E questa ha una storia diversa, ma non meno sconcertante" disse prendendo dalla cartella la terza lettera. «Fa parte di un gruppo di lettere che Padre Pio aveva ricevuto prima che Satana cominciasse a fargli i dispetti. Gli avevo chiesto di portarmele per vedere se c'era qualcosa di anormale. Come vede, lei l'ha scritta in greco, come del resto anche qualche altra. Ignoro le ragioni per cui lo ha fatto. Ma so che Padre Pio non conosce il greco, non sa distinguere neppure le lettere dell'alfabeto di questa lingua. Quan­do me l'ha portata, gli ho domandato che cosa ci fosse scritto, e lui me lo ha detto. Io conosco bene il greco antico, essendo laurea­to in lettere e per averlo insegnato tanti anni. E mi sono reso con­to che l'aveva tradotta perfettamente. "'Come hai fatto?' gli ho domandato. "'Me l'ha tradotta l'Angelo custode' ha risposto con la più grande semplicità. "'L’Angelo custode?' gli ho domandato di nuovo io stupito. 'Sì, sì, l'Angelo custode. Mi ha tradotto questa lettera, ma an­che altre, dal greco e dal francese. Padre Agostino sta specializ­zandosi in queste lingue e si esercita scrivendomi lettere, e io me le faccio tradurre dal mio Angelo custode.' «È chiaro che potevo pensare che Padre Pio si fosse fatto aiuta­re da altri a tradurre la lettera del greco. Ma non ho nessuna ra­gione di pensare che mi abbia detto delle bugie. Perciò ritengo che anche la vicenda dell'Angelo custode rientri in quei fatti inspiega­bili che continuano ad accadere intorno a Padre Pio. "Comunque, e concludo, ho voluto farle conoscere questi fatti perché ne prenda nota. Ho scritto anche una relazione, giurata davanti a Dio, e gliela consegno. Un giorno forse potrà servire." Don Salvatore era commosso. Mentre consegnava la sua rela­zione giurata, le mani gli tremavano. Anche Padre Agostino era commosso. Sentiva che loro due, in quel momento, stavano discu­tendo di cose che oltrepassavano i confini del reale. - Dio solo sa quanto vorrei sapere chi è Padre Pio - disse Don Salvatore scrollando la testa sconsolato.

23

Nel primo pomeriggio del 27 no­vembre 1912, la stazione di Pietrelcina venne invasa da un grup­petto di persone allegre' e ciarliere. Donne, bambini, anziani, e tra loro anche un giovane frate. Erano i componenti della famiglia Forgione. Aspettavano papa Grazio e il primogenito, Michele, che rientravano dall'America dopo quattro anni. Era una giornata di sole, ma con l'aria fredda e pungente. - Vorrei che papà mi portasse una bella gonna colorata. Come quella che ho visto su un giornale da zia Daria - disse Graziella, diciotto anni. - Io vorrei un cappellino o uno scialle - le fece eco Pellegrina, sorella di Graziella, che di anni ne aveva venti. - Ma che volete che vi possa portare, pover'uomo - interven­ne mamma Peppa. - Dall'America il viaggio è lunghissimo. Uim­portante è che arrivi lui, sano e salvo. Felicita, la maggiore delle tre sorelle, ventitré anni, era accanto a suo marito, Vincenzo, e teneva in braccio un bel bambino che si era addormentato sulla sua spalla. Stava zitta. Sembrava assente, assorta nei propri pensieri. Dietro di lei c'era il fraticello, Padre Pio, suo fratello. Padre Pio le aveva sempre voluto un gran bene, anche perché sentiva che c'era una grande affinità di carattere tra loro. Con il matrimonio Felicita era diventata un po' taciturna. Ma una più intensa soavità aveva riempito la sua anima, e per questo Padre Pio le voleva ancor più bene. La nascita del bambino aveva poi esaltato la sua tenerezza, rendendola una donna dolce e amorevolissima. Padre Pio vedeva in quella sua dedizione assoluta e serena al bambino la grandezza ar­cana della maternità. Pensava che ogni donna, diventando madre, genera un bambino che, per il mistero della Redenzione, diventa anche figlio di Dio. "Ogni donna" penso Padre Pio guardando la sorella "è un poco come la Madonna: Madre di Dio." - E tu, Felicita, che regalo desideri? - sussurrò Padre Pio all'orecchio della sorella. Felicita si girò verso di lui e gli sorrise. - Niente - rispose. E indicando il bambino aggiunse: - Io ho tutto. - Baciò il piccolo sui capelli. - E tu, Giuseppa? - domandò Padre Pio rivolgendosi alla co­gnata, moglie di Michele. - Voglio Michele - rispose Giuseppa con la voce incrinata dalla gioia e dalla commozione. Si era sposata nel marzo del 1908, e dopo sei mesi Michele era emigrato. Anche lei teneva in braccio il figlioletto, Franceschino, che aveva ormai tre anni e non aveva mai visto il suo papà. Il bambino si guardava intorno con occhi sospettosi. Era un po' spaventato da quell'insolito raduno di persone. Appariva anche impacciato nei vestiti da festa che gli avevano fatto indossare. Padre Pio si avvicinò a mamma Peppa. Immaginava che cosa stesse passando nel suo animo. Era stata lei a tenere il timone della famiglia in quegli anni. Aveva governato i figli, ma anche i campi. Aveva affrontato sacrifici enormi, sempre senza lamentarsi. - E tu, mamma, cosa vorresti che Grazio ti portasse? - do­mandò di nuovo Padre Pio. - Io? - si schermi mamma Peppa fingendo di essere sorpresa per la domanda che riteneva riguardasse solo le ragazze. - Non sono mica una bambina. Voglio solo che tuo padre torni e non si muova più. Un fischio lontanissimo annunciò che il treno si stava avvici­nando. Un fremito di emozione percorse i componenti del grup­petto, che diventarono improvvisamente silenziosi. Tutti guarda­vano nella direzione di Benevento, da dove sarebbe sbucato il convoglio. Pochi minuti dopo quelle persone si scioglievano in lacrime e abbracci con i loro cari che dopo tanto tempo tornavano a casa. Il gruppetto si avviò di nuovo verso l'abitato. Tutti sapevano del ritorno di Grazio e Michele Forgione, ed erano sulle porte del­le case per salutare "gli americani". Grazio, sempre estroverso, con la battuta pungente, rispondeva ai saluti a gesti, ma non riu­sciva a dire niente. Era commosso e non gli venivano le parole. Mamma Peppa non lo aveva mai visto così chiuso in se stesso. Michele, invece, era il contrario di quando era partito. Era diven­tato più maturo, più sciolto, più sicuro di sé. Salutava sbraccian­dosi e chiamava per nome gli amici, aggiungendo ai convenevoli in dialetto pietrelcinese qualche parola in americano. Quella sera ci fu una grande festa in casa di mamma Peppa. Alla famiglia si erano riuniti i fratelli di Grazio e qualche suo vec­chio amico. Mamma Peppa aveva preparato dolci e vino. - Quel­lo nostro - aveva detto a Grazio. Dall'America, nelle lettere che si faceva scrivere essendo analfabeta, Grazio chiedeva sempre co­me andava il raccolto del vino e dell'olio. Le viti e gli ulivi erano il suo orgoglio. Nel tepore della casa aveva ritrovato la sicurezza e il buon umore. Parlava, raccontava. Il vino e l'emozione favorivano le confidenze. - È bello viaggiare il mondo, ma a casa si sta meglio - ripete­va ogni tanto. - Chissà quante cose hai visto!, - gli disse Mascia, l'amico che lo accompagnava con il calascione quando facevano le serenate alle ragazze. - Tante, ma a che serve? Non ti danno da mangiare. - Ripartiresti? - Mai più. - Ma allora, l'America non è così bella come si dice. - È bella per chi ci vive. N6i stiamo bene qui, e gli americani stanno bene là. - È vero che sono tutti ricchi? Tutti pieni di soldi? - domandò l'amico. - C'è lavoro. Se ti va bene, puoi guadagnare, sudando, si capi­sce. I soldi non li trovi per la strada. - Mi hanno detto che ci sono delle automobili grandi come case. - Anche a me avevano raccontato tante cose prima che partis­si, ma poi non le ho trovate. Di questo secondo viaggio non mi posso lamentare, sono stato fortunato, ma il primo... - non finì la frase, ma fece un gesto come per dire che era stato tremendo. - Che ti è accaduto durante il primo viaggio? - gli domandò Padre Pio, che aveva visto negli occhi del padre un lampo di profonda tristezza. Grazio scoppiò a ridere. Reagiva sempre in quel modo ai brutti ricordi. Poi disse: - Eh, il primo viaggio! Non ho mai raccontato niente perché sapevo che, altrimenti, la mamma non mi avrebbe fatto ripartire una seconda volta. È stato un viaggio molto brutto. Tanti sacrifici, tanti pericoli, tante preoccupazioni, niente lavoro e quindi niente soldi. - Eri partito pieno di entusiasmo - osservò Padre Pio. - Ero sicuro di poter fare fortuna. Mi avevano detto che un no­stro conoscente, in Brasile, aveva guadagnato tanti soldi da permet­tersi di coprire la sua casa con delle tegole d'oro. E io sono andato in cerca di lui. Da New York sono andato giù in Brasile. Quando sono riuscito finalmente a rintracciarlo, l'ho trovato sull'aia di una fatto­ria che batteva il caffè. Niente tegole d'oro, non aveva neppure la casa. Viveva come uno schiavo negro, trattato male e niente soldi. -E tu, papà? - Ormai ero li. Avevo viaggiato tanto. Per un periodo di tempo ho fatto anch'io quella vita da cane. Fame, miseria, altro che tego­le d'oro. Sono sopravvissuto per miracolo. Per fortuna poi sono tornato a New York e qualche soldo l'ho racimolato, ma proprio una miseria. - E questo viaggio? - domandò l'amico Mascia. - Non mi posso lamentare. Poi avevo con me Michele che mi è stato di aiuto. Avere uno della famiglia è importante. Siamo stati a Jamaica e abbiamo lavorato bene. - Peccato che non eri qui per la festa dell'ordinazione sacerdo­tale di Francesco. È stata una festa grandissima, con la musica - disse zio Pellegrino. - Anche noi abbiamo festeggiato a Jamaica. Abbiamo fatto una bella mangiata con tutti i connazionali nostri. Poi, per ricor­dare quel giorno abbiamo anche costruito una chiesetta e l'abbia­mo dedicata a San Pio. - Una chiesetta con il nome del mio Santo? - domandò Padre Pio con curiosità infantile. - C'è ancora? - C'è, c'è - rispose Grazio. - Un sacerdote l'ha benedetta e, di tanto in tanto, veniva a dire la Messa per noi italiani. - Soffocò uno sbadiglio. - Eh, è bello viaggiare, ma si sta meglio a casa. - Sei stanco papà, è ora di andare a letto - disse Padre Pio. - Sì - rispose Grazio - ho proprio voglia di fare una bella dormita nel mio letto. Gli amici e i parenti si alzarono. Salutarono. Grazio li accompa­gnò sulla strada. L'aria era fredda, il cielo stellato. Un silenzio profondo avvolgeva il paese già addormentato. Padre Pio era rimasto in cucina con la madre che rimetteva in ordine i bicchieri e i piatti. Aveva aperto la finestra per far uscire il fumo dei sigari. Si avvicinò alla finestra. Guardò il cielo. Sorrise alle stelle e pregò nel suo cuore: "Signore, ti ringrazio di avermi portato a casa sani e salvi mio padre e mio fratello". La vita riprese tranquilla in casa Forgione. Grazio era tornato con una gran voglia di lavorare la "sua" terra. Michele era diven­tato un uomo. Padre Pio sentiva che sulla sua famiglia era scesa una grande calma. La presenza del papà aveva portato sicurezza. Anche lui ne aveva tratto beneficio. Poteva restare più tempo con la mamma. E lei, finalmente, non si doveva più occupare dei campi. Stava in cucina. Giocava con Franceschino. Il nipotino, che aveva ormai tre anni, era un amore. La casa di Michele era accanto a quella dei genitori, e Franceschino stava sempre con nonna Peppa. Spesso andava dallo zio, nella Torretta. Quando Padre Pio era al ta­volino che scriveva lettere, il bambino voleva stargli in braccio e Padre Pio se lo teneva stretto. Amava quel bambino come se fosse stato figlio suo. Giocava con lui, gli raccontava tante cose. Quando se lo stringeva al cuore, provava una dolcezza grandissima, una ri­conoscenza infinita per Dio. Pensava al dono della vita. Al fatto che quel piccolo essere era figlio di Dio. Tenerlo fra le braccia, per lui, era come fare una lunga, ininterrotta preghiera. Era quasi mezzogiorno quando il portalettere di Pietrelcina bus­sò alla porta della Torretta. - Padre Pio, una lettera. - Eccomi - rispose affacciandosi gioioso. Prese le lettera e dalla scrittura vide che veniva dal Padre provinciale. - Grazie - disse al postino. - Che il Signore ve ne renda merito. - Buona giornata, Padre Pio - rispose il portalettere andan­dosene. Padre Pio rientrò nella sua cameretta, aprì la lettera e la lesse di fretta. - Mio Dio, vi ringrazio - mormorò. Uscì immediatamente dalla sua camera e si avviò con passo frettoloso. - E pronto il pranzo - gli gridò mamma Peppa vedendolo passare davanti alla cucina. - Vengo subito, mamma. - Diventa tutto freddo, come al solito - aggiunse lei. - Faccio presto. Non era riuscita a fermano. - Quando ha un'idea per la testa, diventa impaziente - disse mamma Peppa rimettendo sul fuoco la pentola della minestra. Padre Pio raggiunse la canonica. - Zi' Tore, Zi' Tore - chiamò bussando alla porta. - Vieni avanti - gli rispose il parroco, che aveva riconosciuto la voce. Si stava mettendo a tavola ma fu contento ugualmente di vedere Padre Pio, che considerava ormai di famiglia. - Mi dispiace disturbarla, ma è arrivata una notizia grossa - disse con voce trafelata Padre Pio mostrandogli la lettera che ave­va in mano. - Un altro scherzo del tuo amico Belzebù? - domandò Don Salvatore ricordandosi delle lettere scarabocchiate e cancellate da Satana. - No, no, niente scherzi questa volta. La lettera è del Padre provinciale. Mi ha concesso la facoltà di confessare. - Finalmente! - esclamò Don Salvatore alzandosi da tavola. Inforcò gli occhiali. Padre Pio gli porse la lettera, e il parroco si avvicinò alla finestra per poterla leggere meglio. - Però, senti come ti vuoi bene il tuo Superiore - commentò Don Salvatore. - Senti che belle frasi ti scrive. Se non te l'ha conces­sa prima la facoltà di confessare, è stato proprio perché voleva pro­teggerti. Non dobbiamo giudicarlo male. Bene, bene, tutto finisce in gloria. Sono proprio contento. Adesso mi darai un aiuto in chiesa. Si avvicinano le feste di Natale e c'è tanto da fare con le Confessioni. - Mi scuso di averla disturbata - disse Padre Pio - ma non stavo più nella pelle dalla gioia. Dovevo parlare con qualcuno. - Hai fatto bene, figliolo. - Buon appetito, Zi' Tore. - Buon appetito anche a te. Padre Pio tornò a casa. Fece la strada quasi volando. Entrò in cucina e abbracciò la madre. - Francì, che ti succede? - Il Provinciale mi ha dato la facoltà di confessare. Ora sono un sacerdote completo. Potrò prendermi cura delle anime. Adesso comincio il mio lavoro. Mamma Peppa sapeva quanto suo figlio avesse sospirato quella facoltà. Capiva quindi la sua gioia. - Finalmente una buona noti­zia, grazie Signore - disse. Mangiarono insieme, loro due soli. Grazio e Michele erano a Piana Romana e avrebbero consumato il pranzo nella masseria di famiglia. Graziella e Pellegrina erano andate da zia Daria. Dopo pranzo Padre Pio si ritirò nella Torretta, ma verso sera tornò dal parroco. - Quando posso iniziare le Confessioni? - gli domandò. - Sei impaziente, figliolo - rispose Don Salvatore. - Magari poi ti stanchi. È un lavoro duro quello del confessore. - Mi sentivo un sacerdote a metà - disse Padre Pio seguendo il filo dei propri pensieri. - Sì, hai ragione - gli rispose Don Salvatore. - Sono due i momenti fondamentali della vita sacerdotale: dire la Messa e con­fessare. A te ne mancava uno. - Ho desiderato molto questo momento, ma adesso ho paura. - Paura? Perché? - Mi sento indegno. - Oh, Vergine Santissima, ma tu esageri figliolo - sbottò Don Salvatore con impazienza. - Non ti sembra di essere troppo com­plicato? Prima desideri, fai il diavolo a quattro per ottenere, e quando ti hanno finalmente accontentato vai in crisi perché ti sen­ti indegno. - Ho riflettuto sull'importanza della Confessione. - Ma dovresti averci riflettuto da tempo. Non hai studiato questo sacramento per prepararti a diventare sacerdote? Che cosa hai trovato adesso di nuovo? - Ho trascorso tutto il pomeriggio a pensare e a riflettere. Nella Confessione, io, misera creatura, peccatore, obbligo Dio a fare quel che io decido. Gesù, istituendo il sacramento della Confessione, ha detto ai suoi discepoli: "In verità vi dico, tutto quello che avrete le­gato sulla terra sarà legato anche in cielo; e tutto quello che avrete sciolto sulla terra sarà sciolto anche in cielo". Quello che io decido, Dio farà. Dio si attiene al mio giudizio. È una cosa inaudita. Il sa­cerdote si assume una responsabilità immensa. Aveva ragione il Pa­dre provinciale ad aspettare, a ritenere che non sono preparato. E adesso che mi ha concesso questa facoltà io ho paura. Don Salvatore aveva ascoltato quella semplice riflessione. Una deduzione elementare di un ragionamento sulle parole del Vange­lo che lui però non aveva mai fatto. Si rese conto che quanto Pa­dre Pio aveva detto era veramente tremendo. Si sentì schiacciare dalla propria dignità. Guardò verso l'alto ed ebbe un moto di ri­conoscenza verso quel giovane sacerdote, e anche di stizza, perché gli aveva risvegliato un problema nella coscienza. - Capisco i tuoi timori - replicò. - Sono reali. Ma Dio sa che noi uomini siamo fatti di fango. Anche noi sacerdoti siamo dei poveri uomini, poveri peccatori. Non saremo mai all'altezza della dignità che Lui ci ha dato. - Due sono i momenti in cui Dio obbedisce ciecamente al sacer­dote - riprese Padre Pio. - Nella Messa e nel confessionale. Al momento della consacrazione, nella Messa, il sacerdote obbliga Ge­sù a trasformare il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue. Dio non sì può rifiutare. E nella Confessione, Dio è obbligato a rettifica­re il giudizio del sacerdote. In questi due momenti della sua attività, il sacerdote ha un compito che fa veramente tremare. Ci ho pensato molto e ho paura. - Tu pensi troppo, figliolo - lo rimproverò benevolmente Don Salvatore. - E con i tuoi pensieri turbi anche me. Adesso co­mincio ad aver paura anch'io di dire la Messa e di confessare. Con le tue riflessioni mi sconvolgi la vita. È vero, siamo peccatori, po­vera gente, ma Dio è padre, e un padre ha compassione e amore anche per i figli ignoranti e cattivi. Che ti devo dire? Dobbiamo aver fiducia in Dio. Dobbiamo dire al Signore: "Sono uno strumento vile, inutile, ma usalo come tu sai fare e diventerà impor­tante". Lui saprà operare dei capolavori con strumenti inutili co­me siamo noi. Gli uomini hanno bisogno del sacerdote per arri­vare a Dio. Se tu non pronunci quelle parole nella Messa, nel tabernacolo non ci sarà Cristo. Se non pronunci la formula della Confessione, i tuoi fratelli non potranno avere il perdono dei loro peccati. Quindi, sia pure sentendoci indegni, dobbiamo agire. - Lo farò, Zi' Tore. Quando comincio a confessare? - Domani è domenica. Alla Messa dirò che ti è stata concessa la facoltà di confessare, e da lunedì potrai cominciare la tua missione. - Piuccio, ho bisogno di un tuo consiglio - disse Padre Ago­stino che era andato appositamente a Pietrelcina per incontrare Padre Pio. - Si tratta di una persona a cui faccio da direttore spi­rituale da alcuni anni. Mi ha chiesto consiglio su un argomento molto importante per la sua vita spirituale e non riesco a capire quale sia la soluzione più giusta. - E allora? - domandò Padre Pio. - Vorrei che tu chiedessi chiarimenti a Gesù. - Vedrò di accontentarla. Appena avrò una risposta mi farò vi­vo con una lettera. Qualche giorno dopo a Pietrelcina arrivò anche Padre Benedet­to e disse a Padre Pio: - Un sacerdote molto importante di Fog­gia mi ha incaricato di interpellarti per un suo problema. Deve prendere una decisione importantissima. Vorrebbe che tu pregassi il Signore chiedendo di illuminano. Potresti chiedere a Gesù qual è la soluzione più sicura? Padre Agostino, confessore di Padre Pio, e Padre Benedetto, suo Superiore provinciale, erano ormai convinti che quel loro giovane confratello aveva un "filo diretto" con il soprannaturale. Dopo anni di confusione, lotte, fatti misteriosi, malattie inspiegabili, avevano capito che in Padre Pio c'èra qualcosa di straordinario. Qualche cosa che andava al di là delle umane esperienze. Si senti­vano dei privilegiati per le confidenze che ricevevano da lui. Ma erano anche incuriositi. Tentati di approfittare della situazione. Vogliosi di constatare se le risposte erano sempre pertinenti. Consultavano sempre più di frequente Padre Pio, che non si me­ravigliava e rispondeva con la più grande semplicità: - Vedrò di accontentarvi. Sentiva che stava per iniziare una nuova fase della sua vita. Le sofferenze e le lotte con Satana lo avevano maturato. Adesso co­minciava a dare agli altri, a rendersi utile. A un certo momento Padre Agostino disse: - È inutile che io ti faccia da segretario. Che legga le lettere e poi le trascriva per farti conoscere ciò che queste anime vogliono da te. E poi che trascriva per loro le tue risposte. Penso sia giunto il momento che tu lavori da solo. Io ti ho fatto da guida. Adesso devi cominciare ad agire da solo. - Ne sarò capace? - domandò Padre Pio. - Certo che ne sei capace - cercò di tranquillizzarlo Padre Ago­stino. - Sei stato un allievo straordinario. Completamente diverso da tutti quelli che ho avuto. Un po' difficile e strano. Non ho ancora ben capito che cosa vuole il Signore da te. Ma so che sei giusto, chia­ro e maturo. Ora devi camminare da solo. Le lettere che il postino portava a Padre Pio cominciarono ad au­mentare. Ogni giorno ne arrivavano sempre di più. Il padre trascor­reva le notti a rispondere. Pregava. Cercava di avere lumi dai suoi "amici invisibili", e poi trasmetteva quanto aveva ricevuto. Dai paesi vicini molti si recavano a Pietrelcina per confessarsi da Padre Pio. La sua attività era diventata intensa. Gli rimaneva poco tempo anche per andare a meditare a Piana Romana. - Grazie, Signore - pregava Padre Pio. - Finalmente mi fai assaporare in pieno la mia attività di sacerdote. Mi sento utile. Mi stai facendo il più bel regalo che potessi aspettarmi. Mai sono sta­to così felice. Le gioie che provo adesso mi hanno fatto dimentica­re quanto ho sofferto negli anni passati. Signore, sei buono e io ti ringrazio con tutto me stesso. Anche la gente del paese ricorreva sempre di più a lui. C'erano altri sacerdoti a Pietrelcina, ma Padre Pio era diventato l'aiuto più prezioso per Don Salvatore. Seguiva soprattutto i casi difficili. Si interessava dei lontani, co­loro che non andavano mai in chiesa. Antonio, calzolaio, era uno sfegatato socialista. Niente preti, niente chiesa, niente Dio. E sua moglie, Giovannina, era costretta a pensarla come lui. Gli altri sacerdoti se ne stavano alla larga da quella casa, perché avevano paura degli insulti del calzolaio. Padre Pio, invece, quando vi passava davanti si fermava sempre a salutare. Giovannina aveva dato alla luce un bambino, che era però mol­to malato. Antonio non aveva voluto battezzarlo, e Padre Pio era preoccupato. - Antonio, e quando vi decidete a battezzare, vostro figlio? -gli domandò un giorno. - Non vi impicciate - rispose aspro il calzolaio. - È figlio vostro, ma anche figlio di Dio. - Non vi impicciate. Voi preti mi fate schifo. Ladri siete, e im­broglioni. Per avere i soldi della gente gli promettete il paradiso, ma dopo la morte. E che me ne faccio allora? Qui ha da venire il paradiso, in questa vita, su questa terra, non dopo la morte. E noi socialisti lo faremo arrivare. - Antonio, pensate al vostro piccolo. Se muore senza essere stato battezzato, non potrà andare nel paradiso vero, e la colpa sarà vostra. - Non vi impicciate. State a casa vostra. Che venite a farmi perdere tempo? Andate per la vostra strada. Antonio era irremovibile. E adirato anche. Ogni volta che Padre Pio si fermava a ricordargli il battesimo del figlio, rispondeva sempre più astioso. Un giorno, dopo l'ennesimo scambio di battute con Antonio, Padre Pio si mise a borbottare sottovoce. Sembrava stesse riflet­tendo con se stesso, in realtà voleva far giungere un messaggio a Giovannina che, poco lontana da lui, stava allattando il bambino. - Peccato - disse Padre Pio. - Peccato, perché il battesimo è un rito che ha anche poteri benefici sulla salute. La grazia, che con il battesimo scende sul bambino, potrebbe fare il miracolo. Pa­zienza, quest'uomo è cocciuto è non lo vuole. Guardò di sottecchi Giovannina e vide che aveva sentito le sue parole. Si rivolse di nuovo ad Antonio: - Buon lavoro Antonio, ma non dimenticate le mie parole. - Andate,, andate per la vostra strada. Nel pomeriggio, mentre Padre Pio era in chiesa a pregare, ar­rivò Giovannina con il figlio in braccio. - Padre Pio, voi dovete battezzare mio figlio - disse concitata. - Ho sentito le vostre parole, e io voglio che guarisca. - E vostro marito che ne dice? - le domandò Padre Pio. - Non sa che sono venuta da voi, e non lo deve sapere, altrimenti mi ammazza. Voi avete detto che il battesimo potrebbe far guarire mio figlio. Battezzatelo. Io voglio che viva. Dovete farmi questo favore. Battezzatelo. Giovannina si era fatta accompagnare da due parenti. Padre Pio prese la palla al balzo e organizzò subito la cerimonia. Il rito doveva restare segreto, ma qualcuno aveva visto Giovan­nina entrare in chiesa e aveva parlato in giro. Intanto le condizioni del bambino erano peggiorate. Dopo qualche giorno entrò in una sorta di coma, e il medico disse che non c'erano più speranze. Fu allora che qualcuno disse ad Anto­nio che cosa era accaduto. Il calzolaio diventò una belva. Si mise a urlare invettive contro la moglie e poi partì come una furia, bran­dendo il trincetto che gli serviva per tagliare il cuoio. Raggiunse Padre Pio in chiesa. - Voi avete versato l'acqua su mio figlio - gridava. furibondo. - Avete fatto credere a mia moglie che in questo modo sarebbe guarito, e invece sta morendo. Siete un imbroglione. Ma io vi uc­cido - e agitava minaccioso il trincetto. - Ve lo giuro, se mio fi­glio muore, torno qui e vi tolgo di mezzo per sempre. Aveva gli occhi iniettati di sangue, sembrava indemoniato. Padre Pio si spaventò. Si rese conto che quello faceva sul serio. Le grida del calzolaio avevano allarmato il paese. Padre Pio decise di non torna­re a casa per non spaventare mamma Peppa. Si trincerò in canonica aspettando il ritorno di Don Salvatore, che era andato a Benevento. Ogni tanto, quando passava qualcuno, si affacciava alla fine­stra: - Come sta il figliolino di Antonio? - domandava. - Va un po' meglio - era la, risposta, e Padre Pio si sentiva sol­levato. Ma subito dopo qualcun altro gli diceva: - Male, Padre Pio, va male - e allora si preoccupava. Ma più grande della sua paura era la preoccupazione per la sor­te del bambino. Provava una grande compassione per quel piccolo e per sua madre. Anche per il calzolaio. Nelle invettive che quel­l'uomo gli aveva urlato contro aveva sentito tutta la disperazione di un papà che sta per perdere il figlio. "Signore" pregava "a Te non costa niente aiutare quella povera creaturina. Adesso è tuo figlio, dagli un poco di salute e così ve­drai che anche suo padre crederà in te. Signore, non farmi fare brutta figura. Ho detto che il battesimo può fare il miracolo, ed è vero, Giovannina mi ha creduto, non deluderla, povera donna." Verso sera la situazione cambiò all'improvviso. A Pacire Pio, sempre rifugiato in canonica, cominciarono ad arrivare notizie fantastiche. Il bambino ha ripreso conoscenza. - Ha succhiato latte dalla madre. - Giovannina continua a piangere dalla gioia. - È un miracolo. "Grazie, Signore" disse fra sé Padre Pio. "Sapevo che non avre­sti abbandonato quel bambino." Uscì dal rifugio e ritornò a casa. Al mattino, dopo la Messa, Padre Pio vide di fronte a sé Giovan­nina con accanto il marito. Antonio era impacciato. Guardò il reli­gioso. Voleva dire qualcosa ma non gli venivano le parole. Padre Pio lo tolse da quell'imbarazzo. Gli andò incontro sorridente e lo abbracciò. - Hai visto come il Signore ti vuoi bene - gli disse. Il calzolaio si mise a piangere.

24

La fama di confessore e direttore spirituale di Padre Pio arrivò anche a Foggia, alla Curia provincia­le dei frati Cappuccini. Vi arrivò anche l'eco della guarigione del figlio del calzolaio. - Quel fraticello è un Santo - diceva la gente. - Ma non si tratta di quel Padre Pio moribondo? - si interroga­vano i frati sentendone magnificare l'intensa attività. E ritornò a galla il problema della sua permanenza a casa per motivi di salute. - Se sta così bene - dicevano ancora i suoi confratelli - non si capisce perché continui a vivere in famiglia in quanto ammalato grave. Le critiche aumentavano. Si diffondevano coinvolgendo i Supe­riori, colpevoli di permettere un comportamento assolutamente contrario alle regole dell'Ordine. Il Padre provinciale continuava a ricevere lettere di protesta, e un giorno ci fu una richiesta uffi­ciale dei suoi consiglieri, chiamati "definitori", che sollecitarono una riunione per discutere il caso Padre Benedetto non poté sottrarsi. Affrontò la riunione. I con­siglieri gli chiesero delle spiegazioni. Era la prima volta che tutti, nessuno escluso, erano schierati contro di lui. - Diverse volte ho richiamato Padre Pio in convento - disse Pa­dre Benedetto. - Ha sempre obbedito. È sempre tornato. Ma subi­to riprendeva a stare male in modo gravissimo, e non si poteva far altro che rimandano a casa, dove invece sta bene. Era la pura verità. Ma ai suoi collaboratori quelle risposte risul­tavano assurde e irritanti. - È ridicolo - gli rispose Padre Bernardo, il più anziano dei suoi consiglieri. - Ho parlato con diversi medici amici miei, e mi hanno detto che un caso del genere non è neppure ipotizzabile. Padre Bernardo era un religioso temuto e rispettato da tutti. Godeva di grande prestigio. Durante gli anni difficili della sop­pressione dei conventi aveva contribuito a tenere uniti i religiosi della Provincia monastica di Foggia, costretti a vivere nelle loro famiglie, poi era stato uno dei ricostruttori della Provincia. Il suo appoggio a Padre Benedetto era stato determinante perché questi venisse eletto Provinciale. Ma adesso gli si metteva contro. - Secondo me - continuò Padre Bernardo - siamo di fronte a un lampante comportamento paranoico. La realtà è che Padre Pio non vuole rientrare in convento perché in convento non si tro­va bene. Gli fa comodo darsi per ammalato per starsene a casa. - Le sue malattie, però, sono sempre state riscontrate dai me­dici - protestò Padre Benedetto. - Non dico che non sia ammalato - ribatté Padre Bernardo caustico. - Tutti siamo un po' ammalati. Ma lui si serve delle ma­lattie per i suoi comodi. E quindi le vuole, le cerca, le coltiva come paravento per ottenere quel che desidera. - Non le sembra di esagerare nelle sue interpretazioni? -obiettò timidamente Padre Benedetto. - Non esagero per niente - rispose con forza il vecchio frate. - Leggiti qualche testo di psicologia. Questi individui sono dei masochisti, fanno del male a se stessi, si tormentano, digiunano, si fanno venire il vomito, la febbre, si flagellano, pur di raggiungere il loro scopo. Sono pericolosi. E averli accontentati fin dall'inizio significa aver permesso alle loro fisime di diventare invincibili. Non devi dimenticare che questa storia va avanti da sette anni. Dico - ripeté Padre Bernardo marcando le parole - sette anni, non qualche settimana. Nella stanza calò un silenzio imbarazzante. Padre Bernardo ra­ramente prendeva la parola. E mai aveva alzato la voce come in quel momento. - Credo che Padre Bernardo abbia espresso in modo chiaro anche il nostro pensiero - disse Padre Antonio, che svolgeva le funzioni di vice Padre provinciale. Già in altre occasioni aveva cri­ticato il comportamento di Padre Benedetto nei confronti di Padre Pio. Era contento ora di aver trovato un valido alleato. Parlava con tono calmo, quasi a voler mitigare la tensione che si era crea­ta, ma in realtà soffiava sul fuoco. - Sette anni - aggiunse - so­no un tempo biblico per risolvere il problema di una malattia. Or­mai il caso è diventato una barzelletta. Padre Benedetto avverti che quelle critiche stavano facendo scric­chiolare la sua poltrona di Superiore provinciale. Non era "attac­cato" al potere. Sapeva che nell'Ordine Cappuccino il Superiore ha il compito di servire i fratelli. Ma si trattava pur sempre di una po­sizione di prestigio. Mentre i suoi confratelli avevano il titolo di "Reverendo", lui aveva quello di "Molto Reverendo". La vanità, anche se combattuta, si faceva strada. Si rese conto che era giunto il momento di risolvere quel problema, altrimenti ne sarebbe stato travolto. - Vi ringrazio per i vostri suggerimenti - disse con molta di­plomazia. - Vi posso assicurare, però, che la soluzione di questo caso è in atto da qualche tempo. Padre Agostino, che conosce be­ne il nostro confratello ammalato, ha l'incarico di trattare con lui per convincerlo a rientrare definitivamente in convento. Stiamo procedendo con assoluta calma proprio in nome della carità e del­la prudenza. Ma Padre Pio sa che deve scegliere: o rientra, o chie­de la secolarizzazione. Anche il Padre generale è stato debitamen­te informato di quanto stiamo facendo. Non era tutto vero ciò che diceva, 'ma servì magnificamente per sedare gli animi e lasciar intendere che aveva in pugno la situazio­ne. Inoltre fece loro sapere che agiva in collaborazione con le cari­che più alte dell'Ordine e quindi era in una botte di ferro. I suoi collaboratori capirono il messaggio e non insistettero per avere al­tre spiegazioni. La riunione proseguì trattando altri temi. Padre Benedetto inviò un telegramma a Padre Agostino convo­candolo immediatamente a Foggia. - Ti concedo quarantotto ore di tempo per risolvere il caso Padre Pio - disse al confratello che si era precipitato da lui. - Non chie­dermi altre spiegazioni. Voglio una soluzione definitiva. Mentre viaggiava verso Pietrelcina, Padre Agostino rifletteva. Non era pero preoccupato e angosciato come tante altre volte. Anche per lui ormai quella storia aveva raggiunto il colmo. Una soluzione definitiva era inevitabile. Era stanco di quei continui viaggi a Pietrelcina per ascoltare le solite risposte. Credeva a Pa­dre Pio, ma non se la sentiva più di sostenere una causa che faceva acqua da tutte le parti. "Se è volontà di Dio che Padre Pio' conti­nui a restare a Pietrelcina" disse fra sé "ebbene, che intervenga Lui a convincere il Provinciale, io ci rinuncio." Prese il breviario e cercò di immergersi nella preghiera. - Padre Pio è in chiesa e sta confessando - disse Don Salvato­re accogliendo con una calorosa stretta di mano Padre Agostino, che si era presentato alla porta della canonica. Sapeva che le sue visite riguardavano sempre Padre Pio e gli aveva dato una risposta prima ancora di sentire la richiesta. Padre Agostino sorrise. - Devo andare a chiamarlo? - domandò Don Salvatore. - No, no, aspetto - rispose Padre Agostino. - Credo che ne avrà per qualche ora. Arriva gente anche da fuori. - Ah! - fece Padre Agostino. - Molte persone. Vengono per confessarsi. Arrivano perfino da Caserta, da Napoli. Non so come si sia diffusa la sua fama, ma la gente dice che Padre Pio abbia il dono di scrutare nei cuori. Af­fermano che lui capisce a fondo i loro problemi spirituali e che i suoi consigli sono così illuminati e precisi che nessun altro sacer­dote saprebbe darli. - Mi fa piacere. - C'è un via vai incredibile. Non so come faccia, con la sua sa­lute, a resistere per tanto tempo nel confessionale. - Vuoi dire che sta bene - rispose Padre Agostino. E subito ag­giunse: - Adesso è proprio questo il problema. Se sta bene, non si capisce perché continua a vivere qui, a casa sua. Sono già sette anni che vive fuori del convento. I frati brontolano. E anche la Curia ro­mana. Padre Benedetto lo ha difeso, ma ora non può più farlo. Ha mandato me con una specie di ultimatum. - Quindi voi frati vorreste portarci via il nostro santariello? - domandò ironico Don Salvatore. - Non portiamo via niente. Dobbiamo farlo rientrare nella Regola. Se vuole essere frate, deve tornare in convento. Altrimenti chiederemo a Roma la secolarizzazione. Diventerà un sacerdote come lei, e rimarrà qui. - Siete crudeli. Lo sapete che è legatissimo a San Francesco. - Lo so bene. Ma sono sette anni che vive a Pietrelcina. L'uni­co legame che ha con il nostro Ordine è il suo affetto. - Questione complicata, a quanto sento. - Molto. E il Padre provinciale è costretto a risolverla. - Così, all'improvviso? - Per la verità ha già provato tante volte, con diverse soluzioni, che, come lei ben sa, non hanno mai funzionato. Adesso il Padre provinciale è stato messo alle strette dai suoi consiglieri e anche dai Superiori di Roma. - Allora la questione è davvero seria. - Ci dia una mano. - Che posso fare? - Padre Pio le vuole bene. - Ma ha le sue idee, e nessuno riesce a cambiargliele. Soprat­tutto su questo argomento della sua permanenza a Pietrelcina. - Secondo me, a questo punto, la soluzione migliore sarebbe la secolarizzazione. Padre Pio si trova bene qui, adesso ha un apo­stolato invidiabile, la gente corre da lui per confessarsi, per averlo come direttore spirituale, perché non permettergli di continuare tranquillamente in questa bellissima attività? Forse è questa la sua vera missione. - Potrebbe essere così. - Non c'è poi molta differenza tra l'indossare il saio e la veste talare. Se il vescovo di Benevento fosse d'accordo, Padre Pio po­trebbe essere incardinato nel clero della diocesi beneventana e continuare a vivere qui, a Pietrelcina, come sacerdote secolare, co­me lei. - Sarei felice di averlo come mio collaboratore. Appoggerò senz'altro la richiesta presso il vescovo, che è mio amico. Ma cre­do che Padre Pio voglia restare religioso Cappuccino. Lui si sente un figlio di San Francesco. - E allora deve anche accettare la Regola di San Francesco e tornare in convento. Non possiamo cambiare la Regola per lui. Padre Pio continuò a confessare finché, a mezzogiorno, il sacre­stano, Michele Pilla, brontolando andò a chiudere la chiesa. C'era­no ancora delle persone che aspettavano. - Tornate alle 4 - disse loro con tono brusco il sacrestano. E rivolto a Padre Pio aggiunse: - Chiudo. Se non si sbriga ad an­darsene, oggi non mangia. Padre Pio uscì dal confessionale. Il tono di voce del sacrestanto lo aveva irritato. Avrebbe voluto dirgli che non doveva trattare male le persone che venivano in chiesa a confessarsi, ma si trattenne. Fa­cendo la genuflessione davanti al tabernacolo pregò mentalmente: "Signore, fallo diventare più gentile. La gente potrebbe allontanar­si da Teacausa sua". - C'è Padre Agostino in canonica - aggiunse il sacrestano sempre in tono irritato. - Oh grazie, vado subito - rispose Padre Pio. Si affrettò a raggiungere la canonica. Salutò Padre Agostino che gli disse: - Don Salvatore desidera che pranzi qui da lui. Verrò da te fra un'oretta. Ti devo parlare. Padre Agostino era ormai considerato parte della famiglia in ca­sa Forgione. Mamma Peppa lo accoglieva sempre con grande cor­dialità. Conosceva la sue abitudini e le sue piccole debolezze e si premurava di soddisfarle. - Le ho fatto il caffè - disse dopo averlo salutato baciandogli la mano. - Vi disturbate sempre per me - rispose Padre Agostino. - E anche il solito bicchierino - aggiunse mamma Peppa. - Siete incorreggibile. Mi volete mandare all'inferno solletican­do i miei vizi. - È il liquorino che preparo con le mie mani per Grazio - sus­surrò mamma Peppa. - Non lo offro a nessuno: a Grazio e a voi e basta. - E a vostro figlio? - Quello non beve niente - rispose mamma Peppa lanciando un'occhiata a Padre Pio il quale in disparte, asc9ltava divertito quello scambio di battute. E aggiunse marcando le parole: - Pa­dre Pio non beve, non mangia, non dorme. Non so proprio come faccia a stare in piedi. Risero tutti di cuore. Padre Agostino sorbì il caffè e poi gustò il bicchierino. - Ora, con il vostro permesso, mamma Peppa, io e Padre Pio ci ritiriamo, come al solito, per parlare dei nostri problemi - disse Padre Agostino. - Fate pure, siete a casa vostra - rispose mamma Peppa. I due frati salirono nella Torretta. Padre Pio si sedette sul letto offrendo al confratello l'unica sedia che c'era. - Ho brutte notizie - disse Padre Agostino entrando subito in argomento. - C'è stata una riunione alla Curia provinciale di Foggia. I Padri definitori hanno messo il Provinciale con le spalle al muro. O torni subito, o parte la richiesta di secolarizzazione. Non ci saranno altre dilazioni. Padre Pio fu colto di sorpresa. Tutto preso dalla sua attività di confessore e direttore spirituale, non pensava più a quel problema. - Quanto tempo ho per decidere? - domandò. - Il Padre provinciale aspetta una tua risposta entro quaran­totto ore. - Gliela darò. - Quale sarà? - Lei lo sa bene che io vorrei tornare, ma non mi è permesso. - Ho sempre ritenuto che la ragione fosse costituita dalla tua salute. Ora stai.bene, mi sembra. - La salute è l'impedimento visibile. Ma la realtà è che Gesù e la Madonna non vogliono che io torni in convento. - Non vogliono? - domandò Padre Agostino alquanto stupi­to. - Perché? - Non posso dirlo. Mancherei di carità. - Mi sembra un'affermazione ridicola. Tu hai fatto voto di ob­bedienza. Gesù e la Madonna non possono comandarti di disob­bedire. - Non so che dirle. Loro non vogliono che io torni in convento. - Piuccio, ti ho sempre difeso, sempre ascoltato. Ho sempre cercato di trovare una giustificazione a quel che mi dicevi, anche quando mi pareva impossibile trovarla. Adesso non sono più in grado di farlo. - Pensa che io stia mentendo? - Non dico questo. Ma ciò che sostieni non ha senso. In tutte le vite dei Santi, nei libri di ascetica, di teologia mistica, è sempre scritto che l'obbedienza è sacra. Il religioso deve obbedire sempre, anche quando sa che il comando del Superiore è errato. Dato che hai fatto un voto, la disobbedienza per te è peccato grave. È per­ciò assolutamente impossibile che Gesù, la Madonna ti chiedano di disobbedire ai tuoi Superiori. Se lo fanno, vuoi dire che non so­no le entità che tu credi: sono il Demonio. - Io desidero tornare tra i miei confratelli, ma non posso - ri­peté Padre Pio. - Ci vediamo venerdì mattina - tagliò corto Padre Agostino. - Mi auguro che tu sia pronto a partire con me per Foggia. Padre Agostino andò in stazione a prendere il treno per Serraca­priola. Padre Pio disse a sua madre che si recava a Piana Romana. La nipote del parroco, che aveva ascoltato quanto Padre Agosti­no e Don Salvatore si erano detti prima e durante il pranzo, capì che si stava scatenando una burrasca. Ne parlò con le amiche: - Padre Agostino vuole portare via per sempre Padre Pio. La notizia si diffuse in paese e creò tensione. I pietrelcinesi si erano affezionati a Padre Pio. Erano orgogliosi' della gente che ve­niva in cerca di lui. Lo consideravano un patrimonio sociale. Si era addirittura costituito una specie di comitato in difesa di Padre Pio, capeggiato da Giovannina, la moglie del calzolaio An­tonio. Dopo che suo figlio era misteriosamente guarito, guai a toccarle Padre Pio. Sentendo le voci che correvano in paese, Giovannina si mobi­litò. Con altre tre amiche si recò in delegazione da Don Salvatore. - Zi' arciprete, è vero che Padre Agustì vuole levarci lu santa­nello nuostro? - Non so, non credo - rispose evasivo Don Salvatore. - Zi' arciprete, nui rumpimo a faccia a Padre Agustì. Giovannina e le altre raggiunsero mamma Peppa in vico Storto Valle. - Vogliamo vedere Padre Pio - dissero. - Non c'è - rispose mamma Peppa. - E dove lo possiamo trovare? - È andato a Piana Romana. - Voi ci nascondete qualcosa. - Perché dovrei, comare mia? - Siete d'accordo con Padre Agustì. - Su che cosa? - Vogliono portarci via vostro figlio. - Padre Pio non mi ha detto niente. - Quando torna chiedeteglielo e ditegli che noi siamo con lui. Non permetteremo che lo portino via. È nuostro. Mamma Peppa era frastornata. Che significava quella visita?" Perché Padre Pio era partito all'improvviso per Piana Romana? Ogni tanto andava alla finestrella e scrutava il sentiero da cui doveva arrivare suo marito di ritorno dai campi. Lo faceva sem­pre quando calava il giorno, per sapere se doveva mettersi a pre­parare la cena. Quella sera voleva vedere se con suo marito c'era anche il figlio. Ecco finalmente l'asino con sopra Grazio. Quell'immagine le dava sempre un tuffo al cuore, una gioia profonda. Quella sera' la inquietò. Perché Grazio tornava da solo? - E nostro figlio? - domandò al marito mentre conduceva nella stalla l'asino. - Si ferma alla masseria. - Ne sei certo? - Non è la prima volta. Che c'è di nuovo? Gli raccontò la visita delle comari. Grazio rise. - Sono tutti matti. Andiamo a cena. Ho una gran fame. - Non avrà freddo? -Gli domandò mamma Peppa inquieta. Grazio si arrabbiò. - Sono anni ormai che ogni tanto trascorre settimane intere, solo, a Piana Romana. Perché cominci a preoccupartene adesso? Stai tranquilla: non avrà né freddo né fame. Si sta bene laggiù. Soprattutto da quando ho messo a posto la masseria. È diventata una bella stanza adesso. Mamma Peppa si acquietò. Ma quella notte non riuscì a dormire. Padre Pio tornò al mattino presto. Volle essere puntuale in chie­sa per le Confessioni. Mamma Peppa assistette alla sua Messa. C'erano le donne al completo. Poté parlargli verso mezzogiorno. Lo trovò triste. - Problemi? - No, mamma - rispose con dolcezza. Ma lei sapeva che quando le parlava in quel modo voleva dire: - Sono cose di cui non ti posso parlare - e non fece altre domande. Come aveva promesso, Padre Agostino tornò il venerdì verso mezzogiorno. Padre Pio lo aspettava nei pressi della chiesa di Sant'Anna. - Sei pronto? - gli domandò Padre Agostino. - No, non vengo - rispose deciso Padre Pio. Padre Agostino lo guardò in silenzio. Quel rifiuto così netto non se lo aspettava. - Ti rendi conto della gravità della scelta che fai - commentò dopo un po'. - Gesù non vuole che io venga a Foggia. - Piuccio, non dire cose del genere. - Gliel'ho chiesto e si è arrabbiato. Allora l'ho chiesto anche alla Madonna ed è andata su tutte le furie. Se ne sono andati via subito, arrabbiati. E immediatamente si sono scatenati i demoni. Mi hanno battuto e tormentato tutta la notte. Ho invocato Gesù, la Madonna, l'Angelo custode, ma nessuno si è più fatto vivo. In genere, quando i demoni mi battono, poi loro tornano a consolar­mi. Questa volta non sono tornati. Mi avevano avvertito di non parlare più di quel problema, e li ho irritati. - Se entro sera non siamo a Foggia - replicò Padre Agostino - il Provinciale inoltrerà a Roma la domanda di secolarizzazione. Sarai espulso dall'Ordine dei Cappuccini. Te ne rendi conto? A Padre Pio vennero le lacrime agli occhi. Padre Agostino vide che soffriva e gli dispiaceva. Ma non aveva più spazio per trattare. - Mi dispiace - disse. - Non posso offrirti alternative. - E allora non mi resta che accettare la secolarizzazione. -Come? - Rinuncerò a essere un religioso di San Francesco e farò solo il sacerdote. - Tu sei impazzito - disse Padre Agostino. Era irritato e ama­reggiato nello stesso tempo. Mai si sarebbe aspettato da Padre Pio frasi di quel genere. - Non mi chiedi neppure di poterci pensare ancora per qualche giorno. Ma allora desideravi da tempo questa soluzione. - No - protestò Padre Pio. - Provo un dolore mortale invece Ma Gesù mi ha proibito di venire a Foggia e non posso farci niente. - Incredibile - replicò Padre Agostino diventando rosso in vi­so per la rabbia. - O tu mi vuoi prendere in giro, o sei veramente impazzito. Senti che cosa ti dico io: quando vedrai il tuo Gesù, di­gli, da parte mia, che se ne vada all'inferno. Perché quello che tu vedi non può essere Gesù. Non è mai esistito nessun caso al mon­do in cui Dio voglia che una persona commetta un peccato, faccia del male, vada contro un giuramento che ha fatto davanti a Dio e agli uomini. Tu hai promesso obbedienza, ricordatelo. E non puoi farmi credere che Gesù ti chieda di disobbedire ai tuoi superiori. Aveva alzato la voce. Non si era accorto che poco lontano da loro c'erano delle persone. Un gruppetto di donne, capeggiate da Giovannina, la moglie del calzolaio, che teneva tra le mani un grosso bastone. Aveva notato l'arrivo. di Padre Agostino e aveva subito radunato le amiche per vigilare su Padre Pio. Le donne si avvicinarono minacciose. - Padre Agustì - disse Giovannina mettendo in bella mostra il bastone che teneva in mano - nui ve vulimo bene, ma si siti venuto per purtà via u santa­nello nuostro, è meglio che ve ne jate. Padre Agostino capì che facevano sul serio. - Io non porto via nessuno - rispose timidamente. - Nui v'avimo avvisato - aggiunse Giovannina. - Nui vi rumpimo la faccia. - No, non me ne vado, state tranquilla Giovannina - inter­venne Padre Pio. - Padre Agostino mi vuole bene. È qui solo per portarmi dei messaggi dei miei superiori di Foggia. State tranquil­la e lasciateci parlare in pace. - Noi siamo qua, che vigiliamo - disse Giovannina allonta­nandosi con le sue amiche. - Allora, Piuccio, vado a Foggia da solo? - domandò Padre Agostino. - Io non posso venire - ripeté Padre Pio. - Mi dispiace proprio. Che devo dire a Padre Benedetto? - Che mi sento morire. - Addio, allora - disse ancora Padre Agostino. Guardò il suo allievo. Poi lo abbracciò con grande affetto, e questa volta fu lui a non riuscire a trattenere le lacrime.

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La decisione di Padre Pio di non ritornare in convento, ma di accettare che venisse inoltrata la ri­chiesta di secolarizzazione, giunse come una bomba alla Curia provinciale dei frati Cappuccini di Foggia. Quel giovane religioso, di cui si parlava tanto per lo zelo e la santità, accettava di essere espulso dall'Ordine piuttosto di tornare a vivere nei conventi con i suoi confratelli. Padre Benedetto, Superiore provinciale, amico e protettore di Padre Pio, era furibondo. - Uho sempre sostenuto, difeso contro tutti - si sfogava con Padre Agostino che gli aveva portato la no­tizia. - Ho scritto lettere al Generale affermando che Padre Pio, era uno dei giovani più promettenti della nostra Provincia. E ades­so devo chiederne la secolarizzazione. Devo riferire al Padre gene­rale che questo giovane rifiuta la vita francescana, se ne va dal no­stro Ordine. Farò proprio la figura dell'imbecille. Mai mi sarei aspettato una decisione del genere da Padre Pio. Camminava nervoso nella stanza. La sua irritazione era vera­mente grande, ma più grande ancora era il dolore. Aveva sempre voluto molto bene a quel fraticello e anche adesso, nonostante la delusione, non riusciva a disprezzarlo. - Non ne voglio più sentir parlare - disse ancora rivolto a Pa­dre Agostino. - Chiuso. Ho chiuso con lui. Che si arrangi. Che capisca cosa vuol dire provvedere a se stesso. Lo abbiamo troppo coccolato. Gli abbiamo concesso troppa libertà. E adesso ecco co­me ci ripaga. Chiuso. Padre Pio, a Pietrelcina, viveva momenti terrificanti. Il suo spi­rito era stato invaso da una cortina di nebbia. Dubbi, tentazioni, incertezze e soprattutto il silenzio dei suoi "amici invisibili". Si­lenzio assoluto. Buio pesto. Il canale di comunicazione con la di­mensione dello spirito, che fin da quand'era bambino aveva ali­mentato la sua anima, si era chiuso. Pregava, trascorreva le notti inginocchiato ai piedi del letto. Supplicava soprattutto la Madon­na: - Madre di misericordia, abbiate pietà di me. Dovreste sape­re, madre mia cara, che vi ho chiesto di tornare in convento solo per ubbidire ai miei superiori. Ma ogni sua preghiera rimaneva senza risposta. Gli mancava l'aiuto del cielo e gli mancava moltissimo l'affetto delle due persone che erano al corrente di tutti i misteri della sua vita: Padre Agostino e Padre Benedetto. Tempesta nel cuore di Padre Pio, nella sua anima, e tempesta sull'Italia. Il paese stava per essere coinvolto nella prima guerra mondiale. Le notizie che giungevano dall'estero si diffondevano ovunque. Arrivavano anche a Pietrelcina. Venivano accolte con ottimismo, euforia, e accendevano lo spirito patriottico. Padre Pio piangeva. Percepiva nella sua totalità il dramma che stava per ab­battersi sull'Europa. Trascorreva le notti in preghiera: - Signore, abbi misericordia del tuo popolo. Siamo peccatori, abbiamo cer­cato il male, ma il tuo cuore è grande nel perdono. Non colpire i miei poveri fratelli. Colpisci me, voglio espiare i peccati di tutti, come tu hai fatto sulla croce. La prova per Padre Pio questa volta fu più lunga del solito. Durò oltre due mesi. Un tempo che gli sembrò interminabile. Due mesi in balia delle forze del male, senza il conforto dei suoi "ami­ci invisibili" e senza una parola amica da parte delle persone che in quegli anni avevano guidato il suo cammino spirituale. Ma una notte, mentre pregava piangendo nella sua cameretta, ecco la luce. Sentì sciogliersi nel profondo del suo cuore la sabbia del deserto spirituale e udì la voce di Gesù: "Figlio mio «Devo vederti. Ti aspetto al convento di Morcone sabato. Ho cose urgenti da comunicarti. Non mancare. Padre Agostino." Padre Pio lesse quelle parole e il suo cuore esultò di gioia. La grafia, veloce e nervosa, che per anni gli era stata tanto familiare, risvegliò ricordi e sentimenti. Da due mesi non aveva notizie di Padre Agostino, e gli sembrava che fossero passati due anni. - Ho incontrato Padre Agostino a Foggia e, saputo che venivo qui, mi ha parlato molto di voi e si è raccomandato perché vi con­segnassi di persona questo biglietto - gli disse Don Domenico, un sacerdote amico di Zi' Tore giunto a Pietrelcina per trascorrere un periodo di riposo. - Come sta Padre Agostino? - domandò Padre Pio. - Benone. Ma è preoccupato. Credo tema di essere chiamato alle armi. Il volto di Padre Pio si velò di tristezza. Pensò alle preoccupa­zioni del suo confessore e cominciò ad attendere con ansia il saba­to per poterlo vedere. Padre Pio raggiunse Morcone in treno e alla stazione ebbe la sorpresa di trovare Padre Agostino che lo aspettava. Si abbracciarono. - Sono arrivato un'ora fa da Serracapriola - disse Padre Ago­stino. - Controllando gli orari ho visto che c'era una corsa pro­veniente da Benevento e ho pensato che forse potevi viaggiare su quel treno. Ho atteso ed eccoti qua. Fatti vedere. Ti trovo bene. - Anche lei sta bene - replicò Padre Pio. Si avviarono verso il convento di Morcone, che distava dalla stazione alcuni chilometri. Per raggiungerlo c'era la solita mulat­tiera, fra campi e grandi alberi. - Ogni volta che vengo da queste parti - disse Padre Pio - ri­cordo il primo viaggio. Tutti i particolari notati lungo questo sen­tiero quel giorno, 6 gennaio 1903, sono ancora vivissimi nella mia memoria. E credo che non li potrò dimenticare mai. Quel giorno ho lasciato il mondo per diventare un figlio di San Francesco. So­no nato a una nuova vita. - Sono passati dodici anni - osservò Padre Agostino. - Quanti cambiamenti nella nostra vita e nel mondo. - Che ne pensi della guerra? - Una vicenda molto brutta. - Cosa dicono i tuoi «amici invisibili"? - Bisogna pregare, e pregare molto. È un'ora drammatica. Quando vedo gli orrori della guerra, l'anima mia prova una desola­zione estrema, e il mio cervello ne viene sconvolto. "Questa guerra sarà per la nostra Italia e per la Chiesa di Dio una purga salutare. Risveglierà nel cuore di molti la fede, che ora langue. Ma, mio Dio, prima che ciò avvenga quale dura prova ci è riservata. Quanto sangue." - Dicono che non sarà un conflitto lungo. - Sarà una prova lunga e durissima, che l'Italia non ha mai af­frontato prima d'ora. - Temo che toccherà anche a me andare soldato. - E anch'io dovrò affrontare quella brutta prova. - Tu sei tagliato fuori. Con i tuoi malanni non puoi finire nell'esercito. - No, no, farò il soldato anch'io, e sarà tremendo per me. Padre Agostino capì a che cosa alludeva. Come avebbe potuto vi­vere in caserma con le sue malattie, le sue crisi, i misteriosi fenome­ni che ogni tanto sconvolgevano la sua esistenza? - Ho veramente tanta paura - aggiunse Padre Pio. - Prego Gesù di allontanare da me questa prova, ma sento che invece do­vrò affrontarla. - La nostra Provincia ormai è stata decimata. Giorni fa ero a Foggia e ho visto Padre Benedetto. Mi ha detto che finora sono stati richiamati alle armi una sessantina di nostri confratelli. - Come sta Padre Benedetto? - domandò subito Padre Pio. - Bene, ma è tutto preso da questi problemi. Ci sono dei con­venti che rimangono senza religiosi. Bisognerebbe chiuderli. E per tenerli aperti deve continuamente spostare confratelli da una par­te all'altra. È un momento difficile. - Ti ha mai parlato di me? - domandò Padre Pio con voce triste. Padre Agostino rimase in silenzio. Poi disse: - Per quasi due mesi non ha mai fatto il tuo nome. Poi un gior­no mi ha chiesto se avevo notizie. "No" ho risposto «Nessuna no­tizia." E lui si è arrabbiato: "Lo hai abbandonato. Ma che amico sei? Con tutti i problemi che ha? È il modo di comportarsi?". Rimproverava me per rimproverare se stesso. E mi sono reso con­to che ti pensava molto. - Questo mi dà grande gioia. È sempre stato un padre premu­roso con me. Gli ho dato tanti dispiaceri, ma sapevo che non mi avrebbe dimenticato. Camminarono in silenzio. Tutti e due pensavano a Padre Bene­detto. Un uomo di indubbio talento che si era trovato tra le mani quel "caso" così ingarbugliato. Padre Agostino si fermò in mezzo al sentiero e come preso da un improvvisa ispirazione disse con voce accorata: - Piuccio, ma è proprio necessario che tu lasci l'Ordine Fran­cescano? Non è possibile trovare un'altra soluzione? - Non sono io a voler uscire dall'Ordine - rispose Padre Pio. - Lo so, lo so - commentò Padre Agostino con tono rassegnato. - L’altra volta, quando mi sono rivolto a Gesù per supplicano di lasciarmi ritornare in convento, sono stato severamente punito da lui - proseguì Padre Pio. - In questi mesi ho passato momenti bruttissimi. Gesù non voleva perdonarmi. Solo pochi giorni fa si è fatto risentire. Mentre pregavo, ho sentito che il ghiaccio dentro il mio spirito si è rotto. Gesù e la Madonna erano di nuovo accanto a me. Ma quanto terrore incutevano i loro volti severi. Mi hanno fat­to una ramanzina con i fiocchi e mi hanno rinnovato il divieto di tornare in convento: "Non ti impressionare" mi ha detto la Ma­donna. "Lascia che gli altri pensino sul tuo conto quello che vogliono. Noi ti difendiamo. Finora se la sono presa con te, d'ora in avan­ti dovranno prendersela con noi.' Vede, padre, io devo obbedire. So di essere in una brutta situazione, ma devo obbedire a Gesù. Padre Agostino non rispose. Sapeva che era inutile riprendere una discussione che ogni volta creava malintesi. Percorsero ancora un tratto di sentiero in silenzio. Poi Padre Pio domandò: - Da Roma sono arrivate comunicazioni che mi ri­guardano? - Finora niente - rispose Padre Agostino. - Ma è presto. So che Padre Benedetto ha informato il Padre generale, e che questi ha presentato la domanda di secolarizzazione alla Congregazione dei religiosi. Come sai, si tratta di una richiesta che deve essere fir­mata dal Papa in persona, e quindi i tempi sono lunghi. Il silenzio ripiombò su di loro. Padre Agostino pensava a quan­to fosse assurda quella situazione. Un giovane religioso, bravo, buono, zelante, il migliore, che era costretto a lasciare l'Ordine per ragioni a lui incomprensibili e inconcepibili. E Padre Pio riflet­teva sul mistero della propria sorte: aveva fatto di tutto per diven­tare frate Cappuccino, per seguire cioè una vocazione che riteneva "voluta" da Dio, e adesso doveva abbandonarla. Erano arrivati nei pressi del convento. La severa facciata della chiesa si stagliava tra gli alti pini. - Perché ha voluto vedermi qui a Morcone? - domandò Pa­dre Pio. - Non posso più venire a Pietrelcina - rispose Padre Agostino. - Hai visto come mi hanno minacciato l'ultima volta? Se mi vedo­no, quelle donne mi rompono le ossa sul serio. - Ma no, quelle non fanno male a una mosca. - Lo dici tu. Mi odiano e sono pronte a picchiarmi. Meglio stare alla larga. - Quali sono le comunicazione urgenti che deve farmi? - Ho voluto rivederti. Ho voluto farti sapere che sia io che Pa­dre Benedetto vogliamo restare sempre tuoi amici. Se è volontà dì Dio che tu rimanga fuori dell'Ordine, sia fatta la volontà di Dio. Ma la nostra amicizia fraterna non deve essere sacrificata. Noi ti vogliamo bene e desideriamo mantenere sempre i contatti con te. - Anch'io vi voglio bene, e sono tanto felice che lei sia venuto a trovarmi e mi abbia portato anche i saluti di Padre Benedetto. Ai primi di marzo Padre Pio ricevette un telegramma da Foggia. Il Padre provinciale gli chiedeva di andare quanto prima da lui. Si mise in Viaggio con il cuore in tempesta. Aveva capito che era giunto il momento tanto temuto. Il Padre provinciale gli avrebbe consegnato i documenti per la secolarizzazione giunti da Roma. Quel viaggio sarebbe potuto essere l'ultimo da frate Cappuccino. Forse, tornando a casa, non sarebbe più stato Padre Pio, ma sem­plicemente Don Francesco. Sul treno pianse. Si vergognava a farlo, perché la gente lo guar­dava con curiosità e compassione, ma non riusciva a frenare la sua desolazione. Entrò nell'ufficio del Padre provinciale verso mezzogiorno. Pa­dre Benedetto lo scrutò e vide sul suo viso i segni del dolore. Non riuscì a trattenere il suo affetto e abbracciò il giovane confratello. - Ringraziamo il Signore che ancora una volta ha dimostrato di volerti un gran bene - esordì Padre Benedetto. Padre Pio era talmente teso che non riusciva quasi a percepire le parole del Superiore. - Il Papa Benedetto XV - proseguì Padre Benedetto - ha esa­minato la richiesta avanzata dal nostro Superiore generale, ma non ha concesso alcuna secolarizzazione. Padre Pio deglutì, senza riuscire a proferire parola. I suoi occhi grandi e spaventati contenevano mille interrogazioni. Il Papa ha dato la soluzione ideale al tuo caso. Ti ha concesso di restare a casa, indossando il saio francescano, per tutto il tempo che sarà necessario per curare la tua salute. In pratica, ha convalidato ciò che già è in atto da anni. Con la differenza che adesso la tua posi­zione è regolare, è autorizzata dal Papa in persona. In termini tecnici ti ha concesso l'esclaustrazione e non la secolarizzazione. Puoi cioè vivere fuori del convento finché sarà necessario per la tua salute, re­stando però sempre un religioso Cappuccino. Contento? - Non ho capito bene - riuscì a dire Padre Pio. - Non c'è niente da capire - rispose Padre Benedetto. - Tut­to come prima, solo che adesso è tutto regolare, nessuno può ri­volgerti rimproveri e nessuno può criticare me. Padre Pio era sempre più confuso. Padre Benedetto si rese conto in quale stato di tensione si trovava il suo giovane frate. Gli sorri­se e disse: - Non pensare a niente. Stai tranquillo. Dì al tuo Gesù che puoi stare a casa. Ma digli anche che io continuerò a pregare Dio che mi conceda di vederti tornare presto in seno alla religio­ne. Solo allora sarò pienamente contento. Padre Pio rientrò a Pietrelcina radioso. Si sentiva leggero come una piuma. Corse dal suo parroco. - Zi' Tore, è tutto finito - e gli fece una relazione dettagliata dell'accaduto. - Ci sono problemi? - gli domandò sua madre vedendolo in quello stato euforico. - Niente, mamma, tutto a posto - rispose Padre Pio. E mam­ma Peppa capì che questa volta suo figlio non aveva proprio nien­te da nascondere. Era felice e basta. Ma quell'immensa felicità durò poco. Padre Pio non poteva di­menticare la guerra che seminava morti. Ogni sofferenza degli altri era una sua sofferenza. Seguiva le notizie che giungevano dal fronte e sentiva che incombeva anche su di lui la minaccia del ser­vizio militare. Ogni volta che questo pensiero si affacciava alla sua mente, le gambe gli tremavano. Cominciò a darsi da fare per non essere colto di sorpresa. Chiese a Padre Agostino di poter andare a Napoli per una visita di controllo. - Non per avere nuove notizie sulla mia salute - disse a Padre Agostino. - Ma per avere un certificato in mano in caso di chia­mata alle armi. - Secondo me, perdi tempo. Con il tuo fisico sarai certamente riformato - gli rispose Padre Agostino. Padre Pio scrisse ad alcune persone di cui era direttore spiritua­le chiedendo che pregassero per lui. "Preghiere insistenti. Dovete violentare il cuore del Signore. Fate novene e ripetetele. Bisogna strappare questa grazia al cuore di Gesù." Il 1° novembre 1915 Padre Pio rimase nel confessionale fino a mezzogiorno. Era la festa di tutti i Santi, e precedeva il giorno dei morti, la ricorrenza liturgica che la Chiesa dedica al ricordo della persone defunte. Ricorrenza molto sentita dalla gente, che appro­fittava della riconciliazione con Dio attraverso la Confessione per poter pregare più degnamente per i loro cari. Quando uscì dal confessionale, la testa gli girava per la stanchez­za. Prese la strada più lunga per ritornare a casa. Scese fino all'estre­ma periferia e poi attraverso il centro per raggiungere Rione Castel­lo. Sui muri delle case che davano sulla piazza vide un manifesto e lo lesse. Era un avviso militare di chiamata alle armi delle classi di terza categoria 1886 e 1887. - Ci sono dentro - disse Padre Pio e si sentì agghiacciare. Affrettò il passo verso casa. - Che ti succede, Francì? - Quando lo vedeva preoccupato o sofferente, sua madre si dimenticava di chiamarlo Padre Pio e ri­correva al nome di quando era soltanto il suo bambino. - Hanno chiamato la mia classe. - Ma tu sei malato. - Hanno chiamato proprio gli appartenenti alla terza catego­ria, quindi ci sono dentro. Questa volta mi tocca partire. Mamma Peppa si mise le mani nei capelli. Padre Pio non volle mangiare e si ritirò nella Torretta. - Ho bisogno di riposare - disse. In realtà voleva stare solo per pregare. Verso le 16 andò da Don Salvatore. - Zi' Tore, devo partire. In piazza c e il manifesto con la chia­mata della mia classe. - Non ti preoccupare. Ti reggi in piedi per miracolo: dove vuoi che ti mandino? - Sento che dovrò partire. - Nessun medico ti farà abile. E poi, al distretto di Benevento un capitano medico abbastanza comprensivo. Lo conosco bene. Andrò a trovarlo e vedrai che sistemerò la faccenda. - Quel capitano non c'è più rispose Padre Pio. - È stato denunciato. C'è stata un'inchiesta, hanno scoperto diverse cosette poco chiare e lo hanno mandato altrove. Al suo posto ne è arriva­to uno severissimo. Mi hanno detto che è feroce. Quello mi man­derà al fronte. La sua fantasia galoppava. Pensava ai racconti che aveva ascol­tato in quel periodo dai soldati in licenza. Soprattutto a quanto gli avevano riferito i suoi confratelli già chiamati alle armi. La vita di caserma lo avrebbe ucciso. Doveva assolutamente trovare il modo per restare a casa. Il manifesto diceva che i nati nel 1886 e 1887 si sarebbero do­vuti presentare ai rispettivi distretti militari il 6 novembre. Padre Pio trascorse la settimana pregando, ma anche scrivendo lettere a tutte le persone che conosceva e che pensava avrebbero potuto fa­re qualcosa per lui. Il 6 mattina partì per Benevento. Affrontò tremando la visita del feroce capitano medico. - Sei malato - gli disse questi. - I tuoi polmoni sono a pezzi. Devi presentarti all'Ospedale militare di Caserta. Saranno loro a decidere il tuo destino. Il giorno dopo era a Caserta, dove fu ricoverato in un casermone del grande ospedale. C'era una confusione assoluta. Veniva manda­to da un ufficio all'altro senza che nessuno prendesse una decisione. Le ore non passavano mai. I soldati, che come lui attendevano di es­sere visitati, trascorrevano il tempo giocando a carte, chiacchieran­do. Padre Pio se ne stava alla larga. Soffriva terribilmente nel sentire i loro discorsi, spesso osceni, scurrili, pieni di bestemmie. Dopo una settimana fu chiamato alla visita. - Non sto bene. Non mi reggo in piedi - cominciò a dire Pa­dre Pio. - Va bene - tagliò corto il medico. - Al reggimento ve la ve­drete con i vostri novelli superiori. - Non lo guardò neppure in faccia. Non lo sfiorò con un dito. La visita che doveva decidere della sua vita, e che aveva atteso per una settimana in quella bol­gia, si era conclusa in pochi secondi. Il medico gli diede un foglio. Era stato assegnato alla "Decima compagnia sanità" che aveva se­de nell'Ospedale della Trinità di Napoli, in via Santa Lucia a Monte. Doveva presentarsi ai primi di dicembre.

26

Padre Pio aveva già fatto diversi viaggi a Napoli per le visite mediche e vi ritornava sempre volen­tieri. Quella città chiassosa e caotica presentava un fascino specia­le per lui. - Di Napoli mi piace il paesaggio - diceva parlandone con Zi' Tore, che nel capoluogo campano si recava spesso. - Ma mi piac­ciono soprattutto i mercatini nelle piazze, le bottegucce e la gente che sbuca dappertutto. Il vociare dei venditori ambulanti a Napo­li sembra un concerto. Sempre sarebbe tornato volentieri a Napoli, ma non in quell'oc­casione. Quel suo viaggio nel capoluogo campano, nei primi di di­cembre del 1915, fu alquanto triste. Alla stazione voleva prendere una carrozza: l'Ospedale della Trinità, in via Santa Lucia a Monte, era lontano. Ma temeva che gli venisse a costare troppo, e si incamminò a piedi. Quando giun­se a destinazione erano le prime ore del pomeriggio e rimase forte­mente impressionato dalla mole dell'edificio, che in quella luce tersa di dicembre sembrava ancor più imponente. L’ospedale della Trinità era una costruzione severa che risaliva al 1600. Un tempo era stato un ricco e famoso monastero femmi­nile, che Giuseppe Napoleone, giungendo a Napoli nel 1806, ave va tolto alle suore e affidato alla forze armate perché ne facessero un ospedale per i soldati. Adagiato ai piedi della collina di San Martino, in una posizione incantevole da cui si dominava il mera­viglioso panorama del Golfo di Napoli, sarebbe stato un luogo ideale per un soggiorno, ma non certo per un fraticello come Pa­dre Pio, nel ruolo di soldato. ½ Gli venne assegnata una branda in un enorme camerone. Cercò di sistemarsi, rimpiangendo a ogni istante la solitudine raccolta della sua Torretta. Non volle cenare perché aveva lo stomaco com­pletamente chiuso. Era sperduto e impaurito. Trascorse una notte orribile, senza riuscire a chiudere occhio. Continuò a pregare chie­dendo al Signore di essere mandato a casa. Al mattino cercò di parlare con i medici. - Sto male. Ho urgenza di essere visitato - ripeteva. Veniva mandato da un ufficio e da un ufficiale all'altro. Quando credeva di aver finalmente trovato il responsabile, cominciava a esporgli candidamente e con ansia la propria situazione, ma le sue parole cadevano nel vuoto. La persona che gli era di fronte lo interrom­peva e distrattamente lo indirizzava in un altro ufficio. Nessuno era responsabile di niente in quell'ospedale. Sembrava che tutto il funzionamento dell'enorme edificio dipendesse da un terribile capitano medico che non era mai presente. - Il professore è indisposto - gli rispondevano - e se manca lui non possiamo fare niente. Il professore. Nessuno osava pronunciare il suo nome. Era un fantasma, un incubo. Padre Pio si sentiva come un povero insetto sotto il piede di quello sconosciuto. Non poteva far altro che aspettare e pregare. A sera non si reggeva in piedi per la stanchezza provocata dal continuo camminare per corridoi interminabili. Si gettava sulla branda vestito e si tirava le coperte fin sopra la testa, nel tentativo di riuscire a estraniarsi da quell'ambiente in cui si sentiva sperduto. Tornarono i disturbi di un tempo. Dolori fortissimi alla testa, febbre, vomito, debolezza estrema. Quell'attesa sfibrante durò più di dieci giorni. Finalmente, reci­tando per l'ennesima volta la litania dei suoi malanni di fronte a un giovane medico incontrato per caso, trovò un po' di comprensione. Quel giovane medico lo stava ad ascoltare. Padre Pio era talmente confuso che non riusciva a esprimersi. - Venga nel mio ambulatorio - lo invitò il medico. Si chiamava dottor Giuseppe Grieco. Era un tenente di una trentina d'anni, e dal suo sguardo franco Padre Pio aveva capito che di lui poteva fidarsi. - Mi dica che cosa si sente - gli domandò il dottor Grieco. L’ambulatorio era una grande stanza disadorna con un lettino e una scrivania. - Mi sento di tutto - rispose Padre Pio. - Da anni sono ma­lato di polmoni. Io sono un religioso Cappuccino. Ho cominciato a soffrire di tubercolosi durante gli studi teologici. Sono stato visi­tato anche qui a Napoli dal professor Cardarelli e dal professor Castellino, e tutti mi hanno dichiarato tisico. Non posso fare il soldato. Aveva parlato di fretta, concitato. Il dottor Grieco aveva capito il suo profondo disagio e cercò di confortarlo: - Coraggio, ci si abitua anche a fare il soldato. - Sto male - ripeté implorante Padre Pio. Il tenente gli mise una mano sulla fronte. - Ma lei scotta, ha la febbre. - Sì, penso di avere la febbre. - Da quanti giorni è in queste condizioni? - Da alcuni giorni. - Quanta febbre ha? - Non l'ho mai misurata. Il tenente lo visitò subito. Gli auscultò il cuore, i polmoni, il polso. Poi prese il termometro e glielo mise sotto un'ascella. Quando lo ritirò per controllare la temperatura, constatò che la colonnina di vetro contenente il mercurio era rotta. - Mannaggia! - borbottò indispettito. - Attenda che vado a prendere un nuovo termometro. Tornò e riprovò la febbre ma, al controllo, la colonnina risultò ancora rotta. Ripeté l'operazione per la terza volta, ottenendo sempre lo stesso incredibile effetto. "C'è qualcosa che non quadra" pensò il dottor Grieco. Riflette­va camminando nella stanza. Poi uscì e tornò con il quarto termo­metro. Lo mise sotto l'ascella di Padre Pio. Tolse dal taschino il proprio orologio e lo tenne d'occhio. Dopo una trentina di secon­di ritirò il termometro. Lo osservò e rimase allibito. - Incredibile - mormorò a fior di labbra. - Che c'è? - domandò Padre Pio vedendo che il medico era preoccupato. - Anche questo termometro è rotto - rispose il dottor Grieco con tono seccato. In realtà la sua espressione di stupore era stata provocata dal fatto che la colonnina di mercurio, in trenta secon­di, aveva riempito il tubicino interno, segnando una temperatura di 42 gradi centigradi. "Se aspettavo qualche altro secondo" pensò il dottor Grieco "la pressione del mercurio avrebbe fatto saltare il vetro. Ecco perché gli altri termometri si sono rotti." - Come sto? - domandò Padre Pio. - La sua temperatura è piuttosto elevata - rispose il medico. - Dovrò misurargliela ancora per avere un quadro preciso. In­tanto prenda del chinino e si metta a letto. Da una boccia di vetro che teneva sul tavolo tolse alcune pasti­glie e le consegnò a Padre Pio, che si avviò lentamente lungo il corridoio verso il desolato camerone. Il dottor Grieco andò a parlare con un suo collega e amico, il dottor Francesco Melle. Erano coetanei, avevano frequentato l'università insieme. - Franco, c'è una recluta che ha 42 di febbre - gli disse. - E io ne ho 50-rispose l'amico. - Ti giuro, Franco, non scherzo. Anzi, ha più di 42. Prima di riuscire a fermare il mercurio a 42, sono saltati due termometri. - Saltati? - Quando li ritiravo dall'ascella per controllare la temperatura trovavo che il mercurio aveva sfondato la colonnina di vetro in cui è contenuto. Allora, al terzo tentativo, ho atteso 30 secondi e ho tolto il termometro. Il mercurio era già al massimo, 42 gradi centigradi. - Non ci credo neanche se vedo. - Andiamo a controllare. - Bisognerebbe trovare un termometro adatto, di quelli che non si fermano a 42 gradi. - Prova con un termometro da bagno. - Ottima idea. I due medici si misero alla ricerca di un termometro da bagno. Ne trovarono uno, che però era chiuso in una custodia di legno. La ruppero e presero il termometro, che assomigliava a quelli normali ma poteva misurare la temperatura fino a 80 gradi. Andarono da Padre Pio. Lo trovarono a letto..Si era rimboccato le coperte fino agli occhi. - Come sta? - domandò il dottor Grieco. - Male - rispose Padre Pio. - La febbre? - Me la sento come questa mattina. - Proviamola ancora. Gli diede il termometro. Padre Pio sbottonò la maglia di lana che indossava e se lo mise sotto l'ascella. - È mal ridotto, poverino - mormorò sottovoce il dottor Melle indicando al collega la magrezza di quel povero corpo. - Ha i polmoni a pezzi - aggiunse Grieco parlando sempre sottovoce in modo che l'interessato non potesse udire. - Sarà ammalato, ma è anche denutrito. Da dove viene? - È un sacerdote, un frate Cappuccino. - In convento non gli danno certamente da mangiare. - Chissà che vita conduce. È uno scheletro. Non so perché non l'abbiano riformato. - La guerra ha dato alla testa a tutti. Ogni giorno vedo delle cose da pazzi in questo ospedale. Il dottor Grieco tornò accanto a Padre Pio e gli tolse il termome­tro da sotto il braccio. Lo guardò. Impallidì e lo passò al collega. - Porca vacca! - esclamò il dottor Melle. Il termometro segnava 48 gradi centigradi. I due medici si allontanarono. - Non si è mai sentito un caso del genere - disse il dottor Melle. - Questo termometro è certamente sballato - replicò Grieco. - Bisognerebbe provare con uno di quei termometri ad alta pre­cisione che si usano nei laboratori. Quelli non sbagliano mai - ag­giunse Melle. - Lo vado a cercare subito. Il dottor Grieco era diventato impaziente. Aveva intuito di tro­varsi di fronte a un fenomeno che andava al di là di ogni immagi­nazione. Come medico doveva misurarsi con un caso forse unico. Inoltre, quel religioso lo incuriosiva. Sentiva che emanava dalla sua persona un fascino misterioso. Andò negli uffici della ditta che forniva tutto il materiale medi­co all'ospedale e chiese uno di quei termometri da laboratorio. Glielo procurarono. Tornò immediatamente in ospedale. Cercò l'amico e con lui si avviò verso il camerone che ospitava Padre Pio. - Cerca di controllare se sotto il braccio tiene qualche sostanza particolare, di quelle che servono a produrre calore, gli disse il dottor Melle. - Non si sa mai. Certe reclute, pur di non finire al fronte, sono disposte a tutto. I trucchi per far salire la febbre sono tanti. Qualcuno ricorre al tabacco, altri sfregano il termometro con le dita. Insomma, vedi che non ci siano trucchi. - Ci penso io - rispose il dottor Grieco. Padre Pio era sempre là, nella sua branda, sotto le coperte. - Siamo ancora noi - disse il medico, scuotendo leggermente il letto. - Dobbiamo misurarle di nuovo la febbre. Padre Pio non rispose. Quel via vai dei medici lo aveva inso­spettito. Ma lasciava fare sperando che trovassero finalmente il modo di rimandarlo a casa. Il dottor Grieco gli sbottonò la maglia di lana. Fingendo di doverlo visitare, gli ispezionò il torace e l'ascella, e poi infilò il ter­mometro. Si sedette sul bordo della branda con l'orologio in ma­no. Non si mosse, non disse una parola. Rimase li a controllare che non accadesse niente di strano. Padre Pio teneva gli occhi chiusi. Sembrava dormisse. Il suo viso era rosso, quasi paonazzo. Dopo cinque minuti il medico ritirò il termometro. Dopo averlo esaminato, come aveva fatto in precedenza, lo passò al collega. Il termometro riservava ancora un'incredibile sorpresa: la tempera­tura era salita a 49 gradi centigradi. - Questo non è un uomo, è un cavallo - commentò il dottor Melle mentre si allontanavano. - Abbiamo adoperato un termometro ad alta precisione, non ci dovrebbero essere errori - osservò il dottor Grieco. - E adesso? Che facciamo? - domandò Melle. - Dobbiamo avvertire il capitano. - Il capitano? E che cosa gli diciamo? "Professore, c'è un tale che ha la febbre a 50." Quello ci prende a calci nel sedere. - Se poi succede qualcosa di grave, se l'ammalato muore, e peggio. Ci manda sotto processo per non averlo avvertito. Dob­biamo rischiare, affrontare la sua ira. Magari è contento perché gli portiamo un caso interessante da studiare. Potessi farlo io... Un caso del genere può offrire la possibilità di pubblicazioni scientifiche di straordinario valore. Il capitano medico responsabile del reparto era il professor Feli­ce D'Onofrio, un uomo sui cinquant'anni, casertano, famoso per la sua abilità professionale ma soprattutto per il carattere irruento e severo. Era il terrore dei soldati e anche dei suoi collaboratori. I due medici si presentarono alla porta del suo ufficio, che egli teneva sempre aperta senza che nessuno osasse varcarla. - Che c'è? - domandò brusco. - Abbiamo visitato la recluta Francesco Forgione, che sta mol­to male - rispose il dottor Grieco. - Due medici per una visita? Non avete altro da fare? - L’ho visitato io, professore - precisò il dottor Grieco. - Ma poiché avevo riscontrato dei risultati febbrili fuori dell'ordinario, ho voluto consultare il mio collega. - Quanta febbre ha l'ammalato? - 49 gradi centigradi. - Non ho inteso. - 49 gradi centigradi - ripeté il dottor Grieco con voce diven­tata incerta. - Mi volete fare fesso? - urlò il professore. - Ve lo faccio rimpiangere per tutta la vita. - Ma, professore...

- Non ci sono ma che tengano. Io non sono un vostro collega. Mi dovete rispetto. Gli scherzi cretini fateli agli imbecilli come voi. Fuori di qui!

- Professore - insistette il dottor Grieco - so di dire una co­sa incredibile, ma mi dovete credere.

- Io sono un esperto dell'argomento - aggiunse urlando il professore. - Ho appena pubblicato degli studi in proposito. Nessun essere umano può resistere a febbri superiori ai 43, 44 gradi. Andatevene!

- Per poter misurare la febbre alla recluta Forgione siamo stati costretti a ricorrere a un termometrò da bagno - si affrettò a dire

 

 

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tutto d'un fiato il dottor Grieco. - I termometri normali sono saltati. È da questa mattina che seguiamo il caso. Abbiamo misu­rato la febbre alla recluta Forgione già cinque volte e sempre con gli stessi risultati. Quei dettagli colpirono il professor D'Onofrio. Rimase in silen­zio fulminando con gli occhi adirati i due giovani medici. Poi si alzò di scatto. - Andiamo a vedere. Dov'è questo mostro? Lo accompagnarono nel camerone. Padre Pio se ne stava nella branda, assorto. Pregava. Il professore gli toccò la fronte. Ascoltò il polso. - Misurategli la febbre - disse. Accese una sigaretta. Si guardava intorno impaziente. Soldati e infermieri lo avevano riconosciuto. Si era fatto un gran silenzio tutt'intorno. Dopo alcuni minuti, che in quel silenzio sembrarono intermina­bili, il dottor Grieco tolse il termometro da sotto l'ascella di Padre Pio e lo presentò al professore. Questi lo guardò e dalle sue labbra uscì un improperio sacrilego che fece sobbalzare Padre Pio. - Scusate - disse subito. Esaminò ancora la colonnina di mer­curio e controllò, rigirandolo tra le mani, il termometro. Si rese conto che i due giovani medici avevano usato uno strumento di precisione. Quindi non potevano esserci errori. La colonnina di mercurio era ferma sui 49 gradi centigradi, e questo era un dato inammissibile, inconcepibile. Il professore fece un giro per il camerone. Era nervoso. Si passa­va continuamente la mano sulla barba. Tornò dall'ammalato. Gli sentì di nuovo il polso, auscultò il cuore. - Da quanti giorni sei qui? - gli domandò. - Dodici - rispose Padre Pio. - Domani, alle il, fatti condurre nel mio ufficio. Ti aspetto al­le 11, hai inteso? Aveva aggiunto quell'ultima frase, "hai inteso?", perché voleva capire se l'ammalato fosse in grado di udire la sua voce. Riteneva che con quella temperatura corporea dovesse essere privo di cono­scenza. Inoltre pensava che mai, per nessuna ragione al mondo, al mattino dopo quell'individuo potesse essere ancora in vita. Padre Pio, quasi avesse letto nel suo pensiero, aprì gli occhi, lo fissò drit­to nelle pupille e gli disse: - Stia certo, professore, che domani mattina, alle il precise, io sarò nel suo ufficio. - Richiuse gli occhi. Il professore si allon­tanò seguito dai due giovani medici. - Che ne pensa professore? - lo interpellò il dottor Grieco. - È un mistero - rispose il capitano medico. - Non posso credere ai miei occhi. Sono ancora convinto che ci sia un errore. Ho pubblicato proprio recentemente uno studio sull'argomento. Le temperature più elevate le riscontriamo negli attacchi epilettici e uremici, segnatamente nel tetano. Si può arrivare a 42,5 o 43 gradi centigradi. Qualche volta perfino a 44. Ma sQno pur sempre temperature catastrofiche. Nelle patologie dell'insolazione ci sono stati dei casi, seguiti però da morte immediata, in cui il termome­tro ha raggiunto i 42,9. In Germania sono state osservate tempe­rature elevate in svariate malattie del sistema nervoso centrale. A queste temperature si dà il nome di "agoniche", o "preagoniche", perché sono sempre seguite dalla morte. Ma qui siamo di fronte a un caso che non ha precedenti: 49 gradi centigradi. Non è possibi­le. Che cure sta seguendo? - Gli ho ordinato del chinino per abbassare la temperatura. Non saprei che altro fare. - La temperatura è altissima, il polso galoppa, ma il cuore ha un ritmo quasi normale. Tutto scoordinato, tutto strano. Vediamo come passa la notte. Se domattina è vivo, alle li portatelo da me. Farò un consulto con altri colleghi. Camminava tenendo le braccia conserte e il capo leggermente reclinato sul petto. Era pensieroso. Improvvisamente si fermò e domandò ai due medici: - Ma chi è questo mostro? Da dove viene? Avete indagato nel­la sua vita? - È di Pietrelcina. È un sacerdote, un frate Cappuccino. - Un sacerdote? - Il professore rimase un attimo a riflettere. Poi riprese a camminare lungo l'austero corridoio. Ricordò che du­rante le sue ricerche sulle anomalie della temperatura corporea si era imbattuto in informazioni che aveva ritenuto assurde. In alcuni testi medici, per esempio, aveva letto di febbri altissime segnalate in alcuni Santi mistici, Santa Teresa d'Avila, Santa Veronica Giuliani. - Un sacerdote - ripeté ancora. - Mah! - aggiunse dopo un al­tro lungo silenzio. - O è un Santo o è un Demonio: nessun essere umano può sopportare una temperatura corporea di quel genere. AlIe 11 precise Padre Pio era davanti allo studio del professor Fedele D'Onofrio. Arrivarono i due giovani medici e poco dopo anche il professore. - Come sta? - gli domandò il capitano medico. Ora gli dava del lei e lo trattava con deferenza e rispetto. - Meglio - rispose Padre Pio. - Come meglio? - lo interrogò il professore. - Il febbrone che avevo ieri sera se n'è andato - rispose Padre Pio. - Mi succede spesso. La febbre mi salta addosso violenta, mi tormenta per una notte, un paio di giorni, e poi, altrettanto im­provvisa come è venuta, se ne va. Ormai mi sono abituato. Il professore gli mise una mano sullà fronte. Sentì il polso. - Misuragli la temperatura - disse al dottor Grieco. - Mi hanno detto che lei è di Pietrelcina - disse a Padre Pio. - Io sono di Caserta, ma la mia famiglia proveniva da Pago Vaia­no, che è dalle parti vostre. - Pago Vaiano, lo conosco bene. Siamo quasi paesani - rispo­se Padre Pio. Conversarono cordialmente. Grieco e Melle ascolta­vano. Non avevano mai visto il loro capitano medico così disteso e gentile. Sembrava un'altra persona. Il dottor Grieco tolse il termometro dall'ascella di Padre Pio e lo passò al professore. - 36,7- disse questi restituendo il termometro ai due~giovani medici. - Adesso la temperatura è normale. Quali sono i suoi malanni? - domandò a Padre Pio. - Da una decina d'anni soffro di tubercolosi; Sono stato visita­to anche dal professor Cardarelli e da altri. Dicono che ho i pol­moni a pezzi. Cardarelli mi aveva dato pochi mesi di vita, ma poi non sono morto. Per la verità, non si è mai capito bene quale sia la mia malattia. Il fatto è che sono sempre acciaccato e mi vengo­no febbri molto alte come ieri sera, dolori improvvisi che mi stor­discono, mi paralizzano. Insomma, sto male. - Senta - disse il professore - io le consiglio di seguire le cu­re ordinate dai medici che l'hanno in cura da tempo e che quindi conoscono meglio i suoi disturbi. Io, a dire il vero, non ci capisco niente. Ieri sera lei aveva una febbre da cavallo. Adesso non ha più febbre. Se ne torni a casa. Le do un anno di convalescenza, poi si vedrà. Padre Pio sorrise. L'incubo era finito. Strinse la mano al profes­sore e gli disse: - Che Dio la benedica. Padre Pio tornò nel grande camerone e raccolse le sue povere cose. Sentiva addosso lo sguardo degli altri soldati che lo invidiavano. Era felice di togliersi da quella brutta situazione e insieme gli di­spiaceva di ottenere ciò che ad altri non era concesso. - Forse qualcuno di questi ha moglie e figli, o i genitori vecchi o infermi. La loro presenza sarebbe utile a casa. Signore, che schifo la guerra. Siamo tutti fratelli e inventiamo questi odi assur­di, collettivi, che distruggono le famiglie e la vita di tanta gente. Sorrise al vicino di branda. - Te ne vai, Forgione? - Mi hanno dato una licenza. - Beato te. Scese al piano terra dove c'era il Comando dell'ospedale. Gli dissero che doveva aspettare. Fece un giro nelle corsie. Finalmente gli diedero il foglio di licenza, il biglietto gratis da Napoli a Bene­vento, più una lira di trasferta. Uscì dall'edificio e si avviò verso la stazione. Nella vicina piazza c'era un mercato, uno di quei mercatini affollati di gente allegra che gli piacevano tanto. Sorrise a quella piazza. La luce del tra­monto, che si rifletteva nelle acque del Golfo e rimbalzava sui pa­lazzi e sui visi delle persone rendendo tutto più bello, lo incanta­va. Si guardò intorno. Ascoltò i suoni, i canti, gli schiamazzi, i richiami. Era la vita della gente semplice. Gli vennero in mente i nipotini. "Voglio comperare qualcosa per loro" disse fra sé. Si mise a curiosare tra le bancarelle. Poi però si ricordò che aveva solo una lira e doveva tenerla per pren­dere la corriera da Benevento a Pietrelcina. - Capurà, accattateve i' mbrelini, vedite cumme so belli, purta­te 'nu ricordo ai figli vostri. - Uno dei vari venditori ambulanti gli si era messo alle costole. Gli mostrava degli ombrellini di carta. - Una lira, capurà. Si allontanò in fretta. Raggiunse piazza Garibaldi, e anche lì c'era un altro mercatino. - Capurà, guardate come sono belli sti 'mbrelini. Una lira e cinquanta. Capurà, prenditene uno per i vostri cari. - Nun voglio niente. - Ve prego capurà, tengo 'e figli, fatemi guadagnà qualcosa. - Nun me servono. - Solo uno, capura. - Oh guagliò, non voglio niente e po' tu nun si onesto. O merca­to dell'altra piazza venneno mezza lira, e tu ne vuò una e cinquanta. - Tenete, capurà, tenete a cinquante centesimi, fatemi guada­gnà qualcosa pe 'e figli miei. Sentendo nominare continuamente i figli, Padre Pio non seppe resistere. Guardò quell'uomo che voleva imbrogliarlo e si sentì colpevole per aver pensato a sua volta di imbrogliarlo dicendogli che gli avevano offerto gli stessi ombrellini a mezza lira.- Tieni - gli disse. - Questi sono per i tuoi figli - e gli diede cinquanta centesimi. - Tieni anche l'ombrellino. Vendilo a qual­cun altro per i tuoi figli. - Gli sorrise. - Grazie marescià, voi siete un uomo grande - gli rispose il venditore. Padre Pio raggiunse la stazione, andò allo sportello della bi­glietteria e fece vidimare lo scontrino di viaggio. Si portò al lato partenze e salì sul treno per Benevento. Era stanco. Si sentiva il viso infuocato. - Mi è tornata la feb­bre - disse. Si strinse intorno al corpo la mantellina. Il treno giunse a Benevento in ritardo. Padre Pio si precipitò fuori dalla stazione, ma la corriera per Pietrelcina era già partita. Doveva attendere fino al mattino. Faceva freddo. Il bar della stazione era riscaldato, ma pieno zeppo di militari, non si trovava un posto libero. "E se anche ci fosse posto, cosa potrei ordinare con cinquanta centesimi?" disse fra sé Padre Pio. Cominciò a camminare avanti e indietro per cercare di vincere il freddo. Sentiva l'umidità della notte che gli penetrava nelle ossa. Non stava in piedi. Ogni volta che passava davanti al bar, scruta­va per vedere se si fosse liberato qualche posto. Pregava. Alle 3,30 venne annunziato il direttissimo Foggia-Napoli, e molti soldati si alzarono e si avviarono al treno. Padre Pio vide due tavolini liberi in un angolo. "Se mi metto laggiù" disse fra sé "il cameriere non mi vede, e io posso stare al caldo e seduto senza ordinare niente. Entrò e piano piano raggiunse un tavolino d'angolo. Ma poco dopo entrarono altri soldati che si sedettero vicino. Il cameriere venne per le ordinazioni e chiese anche a lui. - Un caffè - ordinò Padre Pio. Cercò di farselo durare in eterno. Quando il cameriere gli pas­sava vicino, fingeva di mescolare con il cucchiaino. Finalmente giunse l'orario della partenza. Andò al banco per pagare. - Grazie, militare - disse il cameriere - è tutto pagato. Si guardò intorno. "Forse qualcuno mi ha riconosciuto e ha vo­luto usarmi una cortesia" pensò Padre Pio. E ringraziò il Signore, perché era proprio nei guai con i soldi. Il biglietto della corriera costava una lira e ottanta centesimi: lui aveva soltanto cinquanta centesimi. Salì e cercò un posto in fondo alla corriera. "Quando arriva il fattorino gli chiederò il favore di poter paga­re all'arrivo" diceva fra sé. Dopo di lui arrivò un signore alto e robusto. Gli si sedette ac­canto. "Sono rovinato" pensò Padre Pio, che non voleva far sape­re di essere senza soldi. Il signore aveva una valigetta nuova fiammante. Se la mise sulle ginocchia. L'aprì e ne estrasse un termos. In un bicchiere versò del caffelatte fumante e lo porse a Padre Pio. - Tenete, militare, a quest'ora vi farà bene. - No, no, grazie, siete troppo gentile. - Non fate complimenti, militare. Fa freddo, vi farà bene. Padre Pio accettò. Bevve e ringraziò lo sconosciuto. Poi ringra­ziò ancora il Signore. "Quanto è buona la gente" pensò. Stava arrivando il controllore, e Padre Pio si preparava a chieder­gli di poter pagare all'arrivo, ma il controllore lo prevenne: - Militare, è già tutto pagato. Arrossì. Non capiva. Ma non gli restava che tacere. Pensò che forse era stato il signore alto, robusto e tanto gentile che aveva ac­canto a pagargli il biglietto. A Pietrelcina, quando scese dalla cor­riera, si girò per salutare quel signore che era dietro di lui. Ma non c'era più. Sparito. Padre Pio lo cercò con lo sguardo, senza trovarne traccia. Era l'alba. Si affrettò verso casa e aveva tanta gioia nel cuore.

27

Padre Pio, siete voi? Non vi ave­vo riconosciuto - disse Giacomino Sagliocca, un commerciante amico dei Forgione. Aveva fatto anche lui il viaggio in corriera da Benevento a Pietrelcina. - Con quella barbetta e la divisa sem­brate proprio un vecchio soldato. Padre Pio sorrise e si guardò intorno per vedere se qualcuno avesse sentito le parole di quell'uomo. - Da dove venite? - domandò Giacomino. - Da Napoli. - Vi hanno arruolato? - Sì, ma adesso sono in licenza. - Salgo anch'io a Rione Castello, possiamo fare la strada as­sieme. - Vi ringrazio Giacomino, ma devo fermarmi da mia sorella Felicita. Perciò vado da quest'altra parte. Svoltò a sinistra. In realtà non doveva fermarsi da nessuna par­te. Anzi, desiderava correre a casa immediatamente per cambiarsi d'abito. Non gli piaceva che lo vedessero con la divisa da soldato. Era mattino presto. I contadini avevano già raggiunto i campi, ma le donne stavano riassettando le case, e se Padre Pio avesse attraver­sato il centro abitato, sarebbe stato notato. Si defilò verso la perife­ria. Fece un lungo giro e raggiunse casa sua furtivamente, per un sen­tiero. Sgattaiolò nella cucina di mamma Peppa esclamando gioioso: - Mamma, sono tornato. - Mio Dio! Francesco, sei qui! Si abbracciarono commossi. - Stavo pensando proprio a te, figlio mio. Che il Signore sia lo­dato. Fatti vedere. - Lo squadrò da capo a piedi con un'espres­sione di orgoglio sul viso. - Papà è già nei campi? - domandò Padre Pio. - Immagina! - rispose mamma Peppa. - È partito questa mattina presto. Anche se fa freddo e la terra dorme, trova sempre qualcosa da fare. - Dammi la chiave della Torretta che vado a cambiarmi. - Ma fatti vedere un poco, figliolo. Fatti vedere da tua madre, girati. La divisa è larga perché tu sei magro come un chiodo, ma ti sta proprio bene. - Non dirlo neppure per scherzo - protestò Padre Pio. - La odio. È un simbolo di morte, di sofferenza. Vado a cambiarmi pri­ma che qualcuno mi veda conciato in questo modo. Salì nella Torretta e tornò poco dopo indossando il saio.- Ades­so mi sento me stesso - disse sorridendo. Mamma Peppa gli aveva preparato del latte caldo. Padre Pio si se­dette sul panchetto di legno infisso nel muro a fianco del camino ac­ceso. Aveva freddo. La stanchezza e la notte insonne si facevano sen­tire. Si mise a sorbire il latte lentamente. - Grazie, mamma - disse. - Com'è andata a Napoli? - gli domandò la madre. - Mi hanno dato una licenza di un anno. - Oh, che bella notizia! Intanto staremo tranquilli per un bel po', e dopo si vedrà. Qualcuno bussò alla porta. - Chi è? - domandò mamma Peppa. Sull'uscio si affacciò Giovannina, la moglie di Antonio, il calzolaio. - Venite, venite, comare. - Sono qui con le mie amiche. Volevamo salutare Padre Pio. Mamma Peppa, attraverso la porta aperta, vide che in strada c'era parecchia gente. Parenti, amici, conoscenti. Una ventina di persone. - Vogliamo vederlo - reclamavano. Padre Pio li aveva uditi. Aveva riconosciuto le loro voci. Uscì sul­la strada. Stringeva mani, chiamava ciascuno per nome, baciava quelli con cui aveva maggior confidenza. Dopo i giorni desolati e tristi trascorsi all'Ospedale militare, era felice di sentirsi circondato di tanto affetto. C'erano gli zii, le vecchiette sue vicine di casa e le ragazze, sue coetanee, che un tempo gli facevano la corte: Virginia, Francesca, Lucia. Pur essendo sposate, erano rimaste in gran confidenza con il "loro Francesco". Se ne stavano un po' appartate e sorridevano maliziose. - Che avete voi da ridere? - domandò Padre Pio ridendo a sua volta, poiché aveva intuito i loro pensieri. - Vogliamo vederti con la divisa - disse Virginia. - Oh, Virgì, non dire fesserie - rispose Padre Pio. - Sì, sì, vogliamo vederti con la divisa - ripeterono Lucia e Francesca. E a loro si unirono anche le vecchiette: - Francesco, facci vedere come stai da soldato. - Ma sì, accontentale - disse anche mamma Peppa. E con or­goglio aggiunse: - In fondo, la divisa ti sta proprio bene. Padre Pio rimase un attimo indeciso. - Volete proprio prendervi gioco di me - rispose. - Nooo - lo rassicurarono in coro. - Mia madre - disse Padre Pio scandendo le parole - mi ha fatto uomo, San Francesco donna - alludendo al saio - e il go­verno pazzo. Risero tutti. Rise di cuore anche lui avviandosi verso la Torretta, da dove ri­tornò poco dopo indossando la divisa militare: - Ecco il pagliac­cio - disse. - No, sei bello! - gli gridò Lucia. - La divisa ti sta proprio bene, Francì - commentò anche Virginia. - Io sto bene solo con l'abito di San Francesco - rispose Pa­dre Pio. - E vado subito a rimettermelo, perché conciato in que­sto modo mi sento veramente ridicolo. A Pietrelcina Padre Pio riprese subito la sua attività in parrocchia. - Ho sentito molto la tua mancanza - gli confidò Don Salvato­re. - Ogni giorno veniva gente a chiedere di te per la Confessione. "È soldato" rispondevo. E se ne andavano senza confessarsi. A casa erano arrivate molte lettere per lui, che mamma Peppa aveva conservato diligentemente in un cassetto. Aveva notato che diverse recavano come mittente "Raffaelina Cerase", il nome di una donna, e si era incuriosita. Consegnandole a Padre Pio gli domandò: - Chi è questa Raffaelina Cerase che scrive tanto? - È una signorina di Foggia che mi chiede dei consigli per la sùa vita spirituale. Me l'ha presentata Padre Agostino, ma non ci siamo mi incontrati. - E perché scrive tanto? - Ma che è, mamma, sei gelosa? Scrive perché ha bisogno. Raffaelina era una nobildonna di quarantotto anni. Appartene­va a una famiglia ricca e importante. La sua esistenza era stata tor­mentata, soprattutto negli anni giovanili, ma si era poi incanalata verso gli alti ideali dello spirito. Suoi direttori spirituali erano stati Padre Agostino e Padre Benedetto, i quali a un certo momento ave­vano deciso che la persona più adatta a guidarla era Padre Pio. - Ti affidiamo quest'anima. È dotata di importanti carismi -gli avevano detto. - Tu puoi capire e risolvere i suoi problemi meglio di noi. Cominciarono a scriversi nel 1914. Raffaelina fu la prima "al­lieva" di Padre Pio, che allora aveva ventisette anni, vale a dire era ancora quasi un ragazzo, mentre lei, che all'epoca ne aveva qua­rantasei, sarebbe potuta essere sua madre. Fra loro si sviluppò una forte intesa. La direzione spirituale di Padre Pio nei confronti della sua assistita non era distaccata, ascetica, fredda, ma coinvol­gente, calda, generosa, piena di passione spirituale. Padre Agostino, leggendo le lettere che i due si scambiavano, si spaventò. - Le tue lettere sono troppo piene di sentimenti, di sensibilità umana. Dovresti essere più distaccato - consigliò a Padre Pio. - Distaccato da che cosa? - Da un certo coinvolgimento umano che potrebbe diventare pericoloso. - Io e Raffaelina camminiamo insieme verso il Signore. Io aiu­to lei, e lei aiuta me. Io non sono altro che il mezzo di cui si serve Gesù per parlare con lei. È lui che la dirige. E Gesù non è distacca­to, freddo. Il suo cuore brucia d'amore. Padre Pio era come un vento impetuoso, e Raffaelina ne fu sconvolta. Per questo fra loro ci furono anche momenti di crisi, di tensione. Ma alla fine Raffaelina imparò a "correre" nell'ascesi. Il metodo adottato da Padre Pio era completamente nuovo. Te­merario quasi. Padre Agostino ne era preoccupato. - Forse abbiamo sbagliato ad affidargli questo incarico - dis­se a Padre Benedetto. - Non dobbiamo avere timori. Noi due sappiamo quali espe­rienze Padre Pio ha fatto in questi anni. Tutti quei fenomeni in­spiegabili, le visioni, i contatti con l'aldilà, le lotte con Satana, lo hanno forgiato. Per età è ancora giovane, ma possiede un'espe­rienza straordinaria. - Speriamo - replicò Padre Agostino. Senza rendersene conto, i due religiosi avevano provocato una valanga. Attraverso Raffaelina, cominciarono ad arrivare fino a Padre Pio molte altre anime assetate di grandi ideali. In poco tem­po egli divenne un direttore spirituale ricercato, che richiamava persone anche da lontano. E chi non poteva andare a Pietrelcina, cercava i suoi consigli per lettera. Padre Benedetto e Padre Agostino avevano parlato con Raffae­lina della situazione particolare in cui si trovava Padre Pio. Cioè del fatto che non voleva vivere in convento. Gliene avevano parla­to anche per chiedere l'aiuto delle sue preghiere. - Padre Pio sostiene che è Gesù a impedirgli di stare nel chio­stro - le confidò Padre Agostino. - Ma io credo che sia piutto­sto il Demonio. Per questo bisogna pregare molto. Preghi e faccia pregare anche le sue amiche, e veda se riesce a ottenere in questo modo una risposta dall'alto che ci possa illuminare. - Pregherò - rispose Raffaelina la quale, pur non avendo an­cora conosciuto bene Padre Pio, aveva già intuito la grandezza del suo spirito. Anche a lei pareva molto strano che se ne stesse a casa sostenendo che era Gesù a impedirgli di vivere in convento. Ma sapeva anche che non ci si deve mai meravigliare di niente. Pregò molto. Anzi, fece di più. Offrì a Dio la propria vita per­ché Padre Pio tornasse in convento. E un giorno gli scrisse: "Do­vete tornare in convento e dedicarvi al ministero della Confessio­ne. Io so che questa è la missione che Dio vi ha assegnato e so che, attraverso essa, farete tanto bene All'inizio del 1915 Raffaelina si era ammalata in modo grave. I medici le avevano diagnosticato un tumore al seno. Si rese neces­sario un doloroso e delicato intervento chirurgico, che fu eseguito a Bologna. Guidata da Padre Pio, la donna aveva affrontato l'operazione con coraggio, sopportando lancinanti dolori senza un lamento. Ma l'intervento non aveva dato i risultati sperati dai. medici. A Raffaelina rimaneva ancora poco da vivere. E lei lo sapeva. Tor­nata a Foggia, aveva espresso il desiderio di poter conoscere Padre Pio prima di morire. "Avrò la grazia di potermi confessarmi alme­no una volta da voi?" gli scrisse. La penna non può, non sa spie­garsi come la lingua." Padre Pio le aveva risposto: "Mi domandate se il Signore ci con­cederà la grazia di poterci vedere, per poterci dire tante cose che la penna non riesce a esprimere. Io non so cosa farei per acconten­tarvi. Ma le mie condizioni presenti me lo vietano assolutamente. Nutro però fiducia che un giorno, e spero che non sia lontano, questo comune desiderio si effettui". Padre Pio in seguito era partito per il servizio militare. Ma ades­so era tornato, e Raffaelina riprese a sperare in un incontro. - Glielo dica anche lei che dovrebbe venire a trovarmi almeno una volta - disse a Padre Agostino che era andato a farle visita. La malattia, che si era già diffusa in altre parti del corpo, la co­stringeva a rimanere a letto. Padre Agostino aveva pietà di quella poveretta e le rispose: - Farò di tutto per convincerlo. - Anche lui desidera incontrarmi - aggiunse Raffaelina. - Me lo ha scritto. La sua lettera dovrebbe essere lì, sul comò. La legga. Padre Agostino prese la lettera e si mise a leggerla. E mentre leggeva gli balenò nella mente un piano. I suoi occhi si illuminaro­no. "Devo andare subito da Padre Benedetto" disse mentalmente fra sé. Depose la lettera e ripeté a Raffaelina: - State tranquilla, farò di tutto per convincerlo a venire a trovarvi. Adesso però mi dovete scusare, dove correre via. Mi ero dimenticato di avere un appuntamento con Padre Benedetto. Raggiunse la Curia e salì immediatamente nello studio del Pro­vinciale. - Credo di aver trovato il modo per allontanare Padre Pio da Pietrelcina e farlo tornare in convento - esordì. Come? - domandò Padre Benedetto ansioso. - Raffaelina. - Raffaelina? Non capisco. - Te lo spiego subito. Nonostante il Papa avesse concesso a Padre Pio il permesso di vi­vere presso la famiglia per ragioni di salute, Padre Benedetto e Padre Agostino non si davano pace per il fatto che il loro giovane confra­tello se ne stesse lontano dal convento. Desideravano ardentemente mettere fine a quel suo esilio nel mondo. E volevano anche tacitare le chiacchiere dei confratelli che ritenevano che tutta la vicenda fos­se una cosa ridicola. Si attaccavano perciò a ogni appiglio per cerca­re di riportare Padre Pio alla normale vita religiosa. - Raffaelina, come tu sai, non sta bene - spiegò Padre Agosti­no a Padre Benedetto, che lo stava ascoltando con estrema atten­zione. - Ha chiesto a Padre Pio di poterlo vedere almeno una volta prima di morire. Lui ha risposto che per il momento non può, ma ha aggiunto: "Spero che non sia lontano il giorno in cui potrò finalmente conoscervi . Ho letto la lettera: ha usato pro­prio questa precisa frase. Tu sai quanto vuole bene a Raffaelina. Èchiaro che desidera incontrarla. "Ebbene, ecco la stratagemma per farlo tornare in convento. Se lei insiste nel chiedere di vederlo, lui finirà per cedere. Verrà a Foggia, e noi non lo lasceremo più ripartire." - Bravo, è un'idea formidabile! - esclamò Padre Benedetto battendo le mani. - Sono convinto che, se riesce ad allontanarsi da Pietrelcina, Padre Pio capirà in quale diabolica trappola era caduto e non pen­serà più a tornare a casa. - Ne sono convinto anch'io. Se viene a Foggia, non lo lascerò più tornare a casa, dovesse morire. Ma bisogna convincere Raf­faelina a collaborare. - Ci penso io. La conosco bene. So come spiegarle le cose. Padre Agostino era in preda a una grande euforia. Intuiva che quella era la pista buona. Far rientrare Padre Pio in convento era diventato lo scopo della sua vita. Lasciò la Curia provinciale e tornò a casa di donna Raffaelina. - Ancora qui, Padre Agostino? Come mai? - lo salutò la no­bildonna. - Io e Padre Benedetto dobbiamo chiedervi un grande favore. - Sarò lieta di potermi mettere a vostra disposizione, per quel poco che posso fare. Chiedete pure. - Voi sapete della situazione in cui si trova Padre Pio: vive lon­tano dal chiostro per motivi di salute. Ma il Demonio trama perché questa situazione non abbia a finire mai. Sono sette anni che vive a casa sua. Se non torna, non potrà mai essere un religioso completo. Io sono convinto che Dio abbia scelto voi come stru­mento per far tornare Padre Pio nel chiostro. - Io? Non vedo proprio che cosa potrei fare io - rispose me­ravigliata donna Raffaelina. - Nell'ultima lettera che Padre Pio vi ha scritto, e che voi mi avete fatto leggere, il Padre lascia capire di essere disposto a veni­re a Foggia per conoscervi. - Me lo ha promesso altre volte, ma poi non è mai venuto. - Adesso le cose stanno diversamente. Voi state male. Lui lo sa. E sono certo che in questo momento non è capace di rifiutarvi nessun favore. Perciò dovete continuare a scrivergli chiedendogli di venire a trovarvi. Vedrete che vi accontenterà. Se viene, Padre Benedetto non gli permetterà mai più di tornare a casa. - Ma questo è un tranello. - Non è un tranello, Raffaelina, ma un aiuto che diamo a Pa­dre Pio per fare la volontà del Signore. - Lui però mi ha confidato che è stato Gesù a comandargli di vivere fuori dal chiostro. - Non si rende conto di essere vittima di un'illusione diabolica. - Padre Pio conosce bene i raggiri di Satana e non si lascerebbe ingannare. - Questa volta ci è cascato. - No, no, Padre Agostino, non posso prestarmi a una cosa del genere. Sarebbe un inganno. Padre Pio, se un giorno venisse a sa­perlo, non me lo perdonerebbe mai. - Donna Raffaelina, se non si trattasse di una cosa giusta, santa, pensate forse che ve la proporrei? Sono il vostro confessore. Io vi chiedo di collaborare con me e con Padre Benedetto che è il Supe­riore di Padre Pio, per togliere il nostro confratello dal mondo. Ri­flettete un attimo: Dio non può averlo chiamato alla vita religiosa e poi avergli ordinato di vivere fuori dal chiostro. È assurdo. È un im­broglio di Satana. E voi, in questo momento, siete lo strumento nel­le mani di Dio che può risolvere al meglio questa ingarbugliata vi­cenda. Volete rifiutarvi? Non volete collaborare con il Signore? - Padre, mi confondete con i vostri ragionamenti. Certo che voglio collaborare con il Signore. Ma non vorrei farlo con un sot­terfugio. Vorrei agire alla luce del sole. - Anch'io vorrei agire alla luce del sole. In questi sette anni io e Padre Benedetto abbiamo tentato tutte le strade possibili per rag­giungere lo scopo, ma senza riuscirci. Noi non vogliamo imporre a Padre Pio qualcosa di ingiusto. Vogliamo aiutarlo a osservare la Regola di San Francesco che ha abbracciato. Il fine è buono, e quindi dobbiamo ricorrere a tutti i mezzi per poterlo raggiungere. Del resto, non vi chiedo di ingannare nessuno, ma solo di conti­nuare a chiedere a Padre Pio quel che già gli avete chiesto e desi­derate tanto ottenere, e cioè che venga a trovarvi. Fatelo, per fa­vore, fatelo per il bene di Padre Pio. Non ve ne pentirete. Raffaelina rimase silenziosa. Era a disagio. Nello stesso tempo, pensava anche lei che Dio non poteva aver dato a Padre Pio la vo­cazione religiosa e poi avergli chiesto di vivere fuori del chiostro. - Va bene - rispose alla fine. - Cercherò di convincere Padre Pio a venirmi a trovare. Raffaelina continuava a scrivere lettere a Padre Pio, e in ogni lettera gli ricordava quanto grande fosse il suo desiderio di poter­lo conoscere di persona. "Se voi vi fissaste nel convento di Foggia, chissà che questa fi­glia indegna, perversa, gran peccatrice, non diventi una Santa." Pochi giorni dopo gli scrisse ancora: "Vorrei avere la fortuna di avvicinarvi e potere dal confessionale farvi leggere nelle infinite pieghe della mia povera coscienza E ancora: "Quante cose ho da dirvi! Potessi finalmente parlare con voi!!! Ma questa grazia Gesù non me la concede per la mia grande cattiveria. Che cosa debbo fare per commuovere Gesù? Suggeritemelo voi." Il piano funzionò. Nel gennaio del 1916 Padre Pio scrisse al Pro­vinciale chiedendogli il permesso di recarsi a Foggia per incontrare Raffaelina che, ridotta in fin di vita dalla malattia, desiderava, pri­ma di morire, confessarsi da lui.

28

Padre Benedetto leggeva attentamente per la seconda volta la lettera di Padre Pio che gli era appena giunta. - Signore, vi ringrazio - esclamò guardando il crocifisso che teneva sul tavolo. - Piuccio caro, non volermene - disse ad alta voce parlando con se stesso - ma se metti piedi a Foggia ti faccio la festa. Sono proprio stufo di penare per te. Chiamò il segretario e gli dettò un telegramma per Padre Ago­stino: "Padre Pio viene. Organizza il viaggio e accompagnalo di per­sona." Fece chiamare Padre Nazareno, Guardiano del convento di Sant'Anna. - Nei prossimi giorni arriverà qui Padre Pio di Pietrelcina - gli comunicò. - Quel giovane strano che non vuole vivere in convento? - lo interruppe Padre Nazareno. - Proprio lui, ma ricordati che non è un giovane strano. È un ottimo religioso. - Scherzavo. - Va bene. Padre Pio viene a Foggia per assistere la nostra be­nefattrice Raffaelina Cerase che, come sai, sta morendo. È il suo direttore spirituale. Si fermerà un po' di tempo. Io, però, vorrei approfittare dell'occasione per tenerlo definitivamente in conven­to. Lo affido a te. Trattalo con delicatezza. Fa in modo che si tro­vi bene e si affezioni al convento. - Farò del mio meglio, non dubitare. - Mi raccomando. Ricevuto il telegramma del Provinciale, Padre Agostino si mise in moto per organizzare il viaggio. Non volle andare di persona a Pietrelcina per non suscitare, con la sua presenza, sospetti e rea­zioni. Temeva di essere bastonato dalle donne che lo avevano già minacciato. Attraverso una persona fidata informò Padre Pio che sarebbero partiti insieme per Foggia il 17 febbraio e gli diede ap­puntamento alla stazione ferroviaria di Benevento. Si incontrarono puntuali all'ora convenuta. Padre Agostino era euforico. Abbracciò con trasporto il suo giovane confratello. - So­no proprio contento di fare questo viaggio con te - gli disse. - Non immaginavo che lei fosse così pauroso - osservò Padre Pio alludendo ai suoi timori di farsi vedere a Pietrelcina. - Le donne del mio paese sono energiche, ma non cattive. - Ho preferito non rischiare - si giustificò Padre Agostino. - Come sta Raffaelina? - domandò subito dopo Padre Pio. - Molto male. - E Padre Agostino approfittò subito per met­tere le mani avanti sulla durata della permanenza di Padre Pio a Foggia. - Credo che dovrai fermarti per un po'. La malattia pro­cura dolori tremendi alla povera Raffaelina. Fa veramente pena vederla soffrire così. Sono certo che la tua presenza contribuireb­be a darle un po' di sollievo. Anche Padre Benedetto è d'accordo che tu ti fermi per qualche tempo. Del resto, non credo che possa rimanere in vita ancora per molto. - Ma non ho portato niente con me. - Non importa. Se hai bisogno, ti farai mandare della roba. Ci penserai quando occorre. Arrivarono a Foggia a mezzogiorno e andarono subito a siste­marsi nel convento di Sant'Anna. Verso sera Padre Agostino ac­compagnò Padre Pio da donna Raffaelina. Varcando la porta dell'austero palazzo dell'antica famiglia dei Cerase, in via Manzoni, Padre Pio era emozionato. Conosceva Raf­faelina ormai da tre anni. Si scrivevano regolarmente da due, ma era la prima volta che si incontravano. Erano legati da una profon­da amicizia, che si era sviluppata nonostante dissapori, divergenze, difficoltà, superate sempre nel segno di quell'amore per Gesù e per la vita spirituale che ardeva nei loro cuori. Ma ritrovandosi lì, in quelle stanze signorili e severe, Padre Pio si sentiva intimidito. Furono accolti da Giovina, la sorella maggiore di Raffaelina che li accompagnò subito nella camera dell'ammalata. Donna Raffaelina era distesa nel grande letto. Le imposte soc­chiuse lasciavano penetrare nella camera solo una luce fioca, che permetteva comunque di rendersi conto che la povera donna di­stesa sotto le coperte era proprio mal ridotta: uno scheletro. - Finalmente - le disse Padre Pio sorridendole. - Finalmente - rispose donna Raffaelina con un filo di voce. Una voce flebile, resa inconsistente dalla malattia, ma di una tene­rezza struggente. Padre Pio fu commosso dal tono di quella voce disarmata, che udiva per la prima volta. Se l'era immaginata com­pletamente diversa. - Ha visto che Padre Pio ha mantenuto la promessa? - inter­venne Padre Agostino cercando di spezzare l'atmosfera di com­mozione che avvertiva. - Si fermerà per un po' di tempo a Foggia e ha il permesso di venirvi a trovare tutti i giorni. Contenta? Raffaelina sorrise, e i suoi occhi si inumidirono per le lacrime. Faceva impressione. Lei stessa, guardandosi nello specchio, ave­va ribrezzo di sé. Da giovane era stata una bellissima donna e ave­va fatto innamorare molti uomini. Ma la malattia aveva cancella­to tutto. Solo gli occhi erano rimasti vividi e lucenti. Si era tirata le coperte fin sopra il mento. Pur non essendo vani­tosa, dando ascolto alla sua istintiva femminilità, cercava di la­sciar vedere il meno possibile del suo corpo disfatto. Temeva che quel giovane religioso, a cui era tanto affezionata, sentisse ripu­gnanza per lei. - Sono felice, Raffaelina, di potervi vedere - le disse Padre Pio. - Guardate come sono ridotta. Non posso neppure alzarmi per accogliervi come si deve. - E il cuore che conta. E io so che mi avete accolto nel miglio­re dei modi. Padre Pio era sorpreso. Si aspettava una donna diversa. Le sue lettere erano sempre signorili, altere, e facevano pensare a una donna forte, sicura di sé. Invece si trovava di fronte un esserino spaventato, annientato. Ebbe un attimo di smarrimento. Ma solo un attimo. Subito nel suo cuore si fece strada un profondo senti­mento di compassione. Si rese conto del disagio psicologico che provava Raffaelina in quelle condizioni, e dei dolori tremendi che doveva sopportare in continuazione. Sentì per lei un sincero affet­to e capì che, date le condizioni dell'ammalata, poteva manifestar­lo tranquillamente, senza remore e falsi pudori. Decise che avreb­be fatto di tutto per alleviare le sue sofferenze. "Signore, le voglio stare vicino il più possibile" disse a se stesso. "Voglio che venga da Te con il sorriso sulle labbra." Ogni giorno Padre Pio raggiungeva via Manzoni per trascorrere alcune ore con Raffaelina. Spesso, al mattino, andava a celebrare la Messa nella sua grande casa e le dava la còmunione. Aveva il permesso di fermarsi a conversare con lei, e lo faceva volentieri. - Chissà come vi stancate a stare qui con una povera moribon­da - diceva Raffaelina con quella sua vocina flebile. - No, non mi stanco per niente - rispondeva Padre Pio. - Ci sto anzi con grande gioia. È una fortuna quella che mi è stata ri­servata. Voi tra poco andrete a trovare Gesù, e io ho la fortuna di parlare con una persona che sta per vedere Dio faccia a faccia, che sta per specchiarsi nella Verità assoluta. Al solo pensarci provo un'emozione grandissima. Spero che vi ricorderete di me, quando sarete da Gesù. - E pensate che vi possa dimenticare? - Che cosa gli direte di me? - Che vi guidi, che vi voglia bene. - Vi invidio, Raffaelina. - Non dovete dire così: guardate come sono ridotta. - Invidio la vostra sorte. Facciamo un patto: chiediamo a Gesù la vostra guarigione, e io prendo il vostro posto nell'andare da lui. - No, voglio andarci io. Voi siete giovane, dovete vivere. Siete necessario qui, su questa terra. Dio vi ha affidato una grande mis­sione e dovete svolgerla. Io ho finito il mio compito. Sono inutile, ormai. Ma dal cielo vi seguirò e vi aiuterò. Raffaelina era dilaniata dai dolori, ma li offriva al Signore. Con l'aiuto della preghiera riusciva a trascorrere le giornate e le notti senza lamentarsi. Ma era sempre più debole. Le forze la stavano abbandonando. La fine era prossima. Il 19 marzo, giorno di San Giuseppe, Padre Pio celebrò la Mes­sa da lei e poi si intrattenne a lungo. - Ho pochi giorni di vita, lo sento - gli confidò Raffaelina con tristezza. - Non pensate a questo - rispose Padre Pio. - Avrete tutti i giorni che il Signore vi darà. Viveteli come lui vi permetterà di far­lo, sapendo che ogni attimo offerto a Lui è utile al mondo. - Vi ringrazio, trovate sempre le parole giuste per darmi co­raggio. - Vi dico cose che sono vere, concrete. Non vi parlo per conso­larvi. - Lo so, ed è questa la fortuna che ho di conoscervi. Voi mi avete dato tanto, e io oso chiedervi ancora un grandissimo favore. - Dite. - Vorrei che quando giunge l'ora estrema voi foste accanto a me. Con voi vicino avrei meno paura di affrontare la morte. Padre Pio rimase in silenzio guardando quei due occhi sfavillan­ti in un viso tutto ossa. - Ci sarò, Raffaelina - rispose. - Ci sarò, statene certa. Quel giorno era ormai prossimo. Lo aveva confermato anche il medico. Padre Pio aveva avvertito Giovina: - Chiamatemi a qualunque ora del giorno e della notte. Aveva informato anche i propri superiori. - Ho promesso di assisterla e vorrei mantenere la mia promessa. - Non ci sono problemi - rispose il Padre guardiano. Erano le 20,30 del 24 marzo. I frati stavano terminando la cena nell'ampio refettorio del convento di Sant'Anna. Qualcuno diede un forte strattone al campanello dell'ingresso. Poco dopo il porti­naio avverti il Padre guardiano: - C'è il domestico di casa Cesa­re. Dice che Raffaelina sta morendo. Il Padre guardiano andò a parlottare con Padre Pio, che lasciò immediatamente il proprio posto e si avviò verso la porta. - Vuoi che venga con te? - domandò Padre Nazareno. No, No, non è necessario - rispose Padre Pio. - Fatti dare la chiave della portineria, così puoi rientrare a qualunque ora. - Grazie, parto subito. Padre Pio andò in chiesa, prese l'olio santo e la stola violacea. In un'apposita teca d'argento mise un 'ostia consacrata per l'ulti­ma Comunione a Raffaelina, poi uscì. Era una serata mite. La gente chiacchierava sulle porte delle ca­se e si godeva il fresco. I bambini giocavano rincorrendosi. Padre Pio, camminando, rispondeva ai saluti con un cenno del capo. Teneva una mano sul petto, stringendo la teca che conteneva l'ostia. "Gesù" pregava "aiuta Raffaelina. Stalle vicino in questi momenti. È una tua figlia. Chissà quante volte ha camminato felice per queste strade. Adesso è incapace di muoversi. Sente che il suo corpo è prigioniero della morte. Sarà spaventata. Aiutala. Aiutala." Aveva un nodo in gola e un peso sullo stomaco. Si sentiva quasi mancare per l'angoscia. Cercò di concentrarsi su Gesù, che porta­va nella teca. "Mi fa piacere poter camminare con te" gli disse. "Il tuo passaggio benedice la gente. Ti ricordi quando camminavi per le strade del tuo paese? Salutavi le persone chiamandole per no­me? Adesso cammini con me! Che mistero, Gesù! Anche qui, tu conosci tutti. Chiamali, salutali, proteggili. Hanno problemi, ma sono buoni." La porta di casa Cerase in via Manzoni era aperta. Un domesti­co stava aspettando. Giovina corse incontro a Padre Pio e gli ba­ciò la mano. Piangeva. - Come sta Raffaelina? - domandò Padre Pio, e si accorse che la sua voce si era incrinata pronunciando quel nome. - Siamo proprio alla fine - rispose Giovina facendogli strada verso la camera della sorella. Raffaelina, nel letto, teneva gli occhi chiusi. Si era assopita. Il suo viso, di un pallore mortale, era leg­germente sudato. - Soffre in modo terribile - aggiunse Giovina. - Il medico? - domandò Padre Pio. - Se n'è andato da poco. "Il mio compito è finito" ha detto. "Non credo che arriverà a domattina". Rimasero in silenzio. Padre Pio pregava e ascoltava addolorato il respiro affannoso della moribonda. Era la prima volta che si trovava a tu per tu con la morte. A Pietrelcina aveva visto in diverse occasioni persone già defunte, ma era la prima volta che assisteva al "transito", al passaggio di un essere vivente da questo mondo al mistero dell'aldilà. Era emozio­natissimo. Anche perché amava la persona che stava per andarse­ne per sempre. Teneva stretta fra le mani la teca con l'ostia consacrata. E pregò mentalmente: "Gesù, tu sei qui in anima e corpo. Misticamente, in modo che i miei sensi non ti possono vedere. Ma ugualmente in modo reale e concreto. Anche Raffaelina non ti può vedere. Tra poco, però, forse prima di domani, lei sarà da te e potrà guardarti in viso. Accoglila fra le tue braccia. Dalle il premio che merita. Falle sentire la grandezza del tuo amore. Spiegale tu quanto an­ch'io le ho voluto e le voglio bene." Si accarezzo la barba, per distrarsi. Aveva una gran voglia di piangere, ma non per il dolore. Per tenerezza. La morte portava a galla le verità più profonde del suo essere. Di fronte al dolore che provava per la perdita di una persona cui era legato da grandissi­mo affetto, capiva di avere un bisogno pressoché infinito di amare e di essere amato. Ricordò la frase di Sant'Agostino: "Signore, il nostro cuore e sempre inquieto finché non riposerà in Te". E ri­cordò il comandamento supremo di Gesù: "Amatevi gli uni e gli altri come io ho amato voi "Signore" pregò "io voglio amare come hai amato tu. Fino a morire sulla croce per amore." Raffaelina mosse la testa ed emise un lamento. Giovina le si av­vicinò. - Hai bisogno di qualcosa? Raffaelina, aprendo gli occhi, vide Padre Pio. Gli sorrise. - Vi ringrazio - sussurrò. - Vi aspettavo. Ero certa che sareste venuto. - Come vi sentite? - domandò Padre Pio. Non sapeva che dire. - Meglio. Mi sono riposata un po' e mi sento meglio. - Fece una pausa. - I dolori non mi abbandonano, ma li offro a Gesù e fanno meno male. Mi dispiace di darvi tanto disturbo. - Lo faccio volentieri, Raffaelina, e lo sapete. Lei sorrise ancora. Rimase in silenzio un po' e poi domandò al­la sorella: - Vorrei restare sola con Padre Pio per fare la mia Confessione. - Vi lascio subito - disse Giovina. - Se ha bisogno - ag­giunse rivolta a Padre Pio - suonate il campanello - e gli indicò l'interruttore che si trovava accanto al cuscino della moribonda. Quando furono soli, Raffaelina mormorò: - Volete per favore, Padre, sedervi qui, accanto a me? - Subito, Raffaelina. - Prese la sedia e l'accostò al letto. Raf­faelina lo guardò a lungo. - Padre, ho paura - sussurrò. - Paura di chi, Raffaelina? - Della morte. - Non dovete, Raffaelina. Voi andate in paradiso a trovare Gesù. Ci fu ancora una lunga pausa di silenzio. - Padre, so che vado in paradiso, ma ho tanta paura - mor­morò Raffaelina. - Sento che tutto il mio essere, tutte le fibre del mio povero essere si ribellano. La paura è violenta, tremenda. È co­me se qualcuno mi volesse strappare il cuore con le mani. Quando penso che sono alla fine di tutto, mi sento mancare il respiro, e una desolazione infinita mi assale. Parlava a stento. - Non affaticatevi, Raffaelina - rispose Padre Pio con la più assoluta calma. - Voi siete nelle braccia del Signore. - Lo so, ma ho paura. - Quel che provate è naturale. Anch'io ho paura della morte. Anche se desidero morire per andare in paradiso, in realtà ho pau­ra della morte fisica. Noi siamo stati creati per la vita. La morte èun castigo che ci siamo dati con il peccato. Tutto il nostro essere aborre la morte e aspira alla vita. "La paura, però, non deve oscurare la grande realtà di questi momenti. La fede ci dice che con la morte noi entriamo nella Vita. Vita vera ed eterna. L'esistenza su questa terra, Raffaelina, è solo l'ombra della Vita che ci aspetta. Con la morte entriamo nel Re­gno promesso da Gesù. Gli antichi cristiani, la cui fede era viva, chiamavano il giorno della morte dies natalis, giorno della nasci­ta, la vera nascita alla Vita che non avrà più fine." Parlava dolcemente, con soavità, e Raffaelina lo ascoltava rapita. - Non vi dico queste cose per consolarvi, ma perché sono la verità che ci ha rivelato Gesù. Entrando nel Regno, troverete tutte le persone che sono vissute nel mondo e sono morte nella pace di Do. Tutte. I vostri cari, Raffaelina. Sono già qui, intorno a noi. Non li vediamo con questi occhi mortali. Ma appena superata la barriera della materia, voi potrete vederli e sorridere loro. Sono qui che vi aspettano insieme a Gesù. "Non incontrerete, Raffaelina, delle ombre, dei fantasmi, degli spiriti indecifra bili, ma persone autentiche, che conoscono, amano, gioiscono. E là, tra quelle persone, ne troverete alcune che si trova­no in quella condizione, impensabile per noi, non solo con la loro anima, ma anche con il corpo. Capite, Raffaelina, con il corpo! Quello che avevano su questa terra, ma glorificato, splendente, bel­lissimo. Troverete Gesù con il suo corpo trafitto dai chiodi della croce; troverete la Madonna, che è stata assunta in cielo in anima e corpo. E troverete anche San Giuseppe. Quei corpi sono il pegno della sconvolgente realtà che ci è stata promessa da Cristo: un gior­no anche noi, io, voi, tutti, ci troveremo in quella Vita anche con il nostro corpo. E meraviglioso, Raffaelina. "È giusto che abbiate paura. È l'istinto di conservazione che si fa sentire. Ma pensate a Gesù. Per tutta la vita vi siete sforzata di vivere secondo quanto lui ci ha detto quando è stato su questa ter­ra. Adesso andate a riscuotere il premio della vostra fedeltà." - Padre, quello che dite è meraviglioso. Ma io ho paura perché sono una peccatrice. - E chi non lo è, donna Raffaelina? - Da giovane ho trascorso diversi anni travolta negli amori mondani. Pensavo solo alle feste, ai divertimenti, agli svaghi. Ho dato il mio cuore ad amori peccaminosi. - Non vi dovete corrucciare. Tutte le esistenze terrene sono dei viottoli tortuosi. In questo mondo non abbiamo la luce della Ve­rità suprema. Si cammina a tentoni. Si sbaglia. Quel che conta è la purezza del cuore. Voi avete amato, ma donandovi. Era forse un modo disordinato di amare, ma suggerito dal desiderio di dare. Dio lo sapeva ed era con voi. Non vi ha mai abbandonato e a po­co a poco vi ha indicato la via giusta. E voi l'avete abbracciata. - Dio è giusto. E io merito il castigo. - Dio è misericordioso. Gesù, quando è venuto in questo mon­do, parlandoci di Dio ci ha insegnato a chiamarlo Padre. Dio vi aspetta con l'amore del più affettuoso dei padri che possiate mai immaginare. - Ho un peso sulla coscienza. - Ditemi, Raffaelina. - Ho tradito la vostra fiducia. - In che modo? - Ho tanto insistito per farvi venire qui da me dietro suggeri­mento di Padre Agostino e Padre Benedetto. Loro volevano farvi rientrare in convento. E io, ingannandovi, ho usato la mia malat­tia per affrettare il vostro ritorno. - Non vi preoccupate. Sapevo tutto. - Sapevate? - Da tempo desideravo incontrarvi per conoscervi di persona. Ma il Signore mi aveva fatto capire che non era giunto il momento. Quando vi ho scritto che sarei venuto era perché lui mi aveva detto di venire. Tutte le cose hanno un loro tempo. Io sono qui perché sta per iniziare un'altra stagione della mia esistenza terrena. Voi stessa vi avete contribuito. Io so che avete offerto la vostra vita per me, e Dio ha accettato. D'ora in poi lavoreremo insieme. Dal cielo mi aiuterete a svolgere la mia nuova missione. Voi ve ne andate, Raf­faelina, io invece incomincio. La mia strada è ancora lunga. - Vi starò sempre accanto. - Lo so. Grazie, Raffaelina. Parlate di me a Gesù, quando lo vedrete faccia a faccia. - Le diede l'assoluzione. Raffaelina chiuse gli occhi. Rimasero in silenzio. La notte era profonda. - Ora io vi darò la Comunione e poi vi amministrerò il sacra­mento degli infermi - disse Padre Pio. Mostrò a Raffaelina la te­ca d'argento che conteneva l'ostia consacrata e aggiunse: - Vede-te? Qui c'è Gesù, in corpo sangue e anima, come insegna la nostra fede. Con la Comunione Lui entrerà dentro di voi. Il suo corpo glorioso diventerà cibo per il vostro corpo distrutto dalla malat­tia. Ma quel corpo glorioso sarà il viatico che vince la morte, il se­me della vostra immortalità e della vostra risurrezione futura. Poi chiamò Giovina e tutte le altre persone presenti nella casa. Comunicò l'ammalata e iniziò il rito dell'Estrema unzione. Proce­deva adagio, pronunciando bene le parole, in modo che anche l'inferma potesse seguire. Quando ebbe finito tornò a sedersi ac­canto a lei. Raffaelina si era di nuovo assopita. Aveva seguito il rito con attenzione, e la fatica le aveva rubato le ultime energie. Ogni tanto apriva gli occhi, ma li richiudeva subito. I presenti pregavano a fior di labbra. Verso le 3,30 ebbe un sussulto. Un violento spasimo le fece con­trarre il viso. Stentava a respirare. Padre Pio le mise una mano sotto la testa per aiutarlaa sollevarsi un po'. Lei girò il viso verso di lui, gli sorrise e poi esalò il suo ultimo respiro. Tutti rimasero in silenzio. Solo Giovina piangeva sommessa­mente. Alcune lacrime caddero anche dagli occhi di Padre Pio, mentre adagiava il capo di Raffaelina sul cuscino. Si chinò su di lei e le diede un bacio sulla fronte. - Ti saluto, anima cara - disse, permettendosi, per la prima volta da quando la conosceva, di usare il tu. Rimase ancora un po' accanto alla salma, assorto in preghiera. Poi abbracciò Giovina e uscì da quella casa. Era l'alba. Guardò verso oriente, dove, in un chiarore delicato ma potente, stava spuntando l'aurora. E si incamminò verso il convento. Salì nella sua stanza. Scrisse a Padre Agostino. "Poco fa abbiamo acquistato un'altra anima amica che interce­de presso il trono dell'Altissimo. Raffaelina se n e andata ed è già in paradiso. Ella si è addormentata nel Signore con un sorriso di disprezzo a questo mondo. Beata lei. "Lascio alla vostra considerazione ciò che passa nel mio cuore. Da sedici giorni in qua, da quando il Signore volle manifestare a me e a lei quello che stamane è avvenuto, mi sono andato dispo­nendo a questo divin volere. Ma il dolore è grande. Comunque ho invidia della sua fortuna."

29

Padre Agostino raggiunse Foggia e, con Padre Pio, Padre Benedetto e altri confratelli, partecipò ai funerali di donna Raffaelina, che furono celebrati dal vescovo. Subito dopo la cerimonia Padre Agostino e Padre Benedetto si ritirarono nella Curia provinciale. Erano preoccupati per le deci­sioni che avrebbe preso Padre Pio. - Adesso mi chiederà di tornare a Pietrelcina - disse Padre Benedetto. - E tu che farai? - domandò Padre Agostino. - Vivo o morto, resterà a Sant'Anna. - Devi essere forte, non devi mollare. Questa è la prova defini­tiva. Se riuscirai a fermarlo adesso, avremo vinto la battaglia per sempre. - Questa volta sarò inflessibile. Non mi lascerò spaventare da febbri, dolori, o crisi di nessun genere. Ogni giorno Padre Benedetto si aspettava di vedere arrivare Pa­dre Pio con la richiesta di poter tornare a casa. Invece niente. Passa­rono cinque giorni, ne passarono dieci, nessuna richiesta. Fece chia­mare Padre Nazareno, il Guardiano del convento di Sant'Anna. - Che dice Padre Pio? - gli domandò. - Nulla. Conduce la sua vita normale. Lo vedo sereno. - La sua salute? - Quellà di sempre. Mangia poco, dorme poco, ma niente cri­si, dì nessun genere. - Ha mai accennato a voler tornare a Pietrelcina? - Mai nominato il suo paese. Anche perché, dopo la morte di Raffaelina, non ha mai un attimo libero. Arrivano continuamente persone che vogliono parlare con lui. Ne arrivano perfino da Napo­li. Non so come facciano a sapere che si trova in questo convento. - Bene, bene. Meglio così. VuoI dire che nel tuo convento si trova bene, e io mi guarderò bene dal mandarlo altrove. Padre Pio era totalmente immerso nella sua nuova attività: con­fessare e fare da direttore spirituale a tante persone che volevano progredire nella vita della fede. Ed erano moltissime, come gli aveva profetizzato Raffaelina sul letto di morte. Venivano da ogni parte. La chiesa era assediata. Padre Pio trascorreva nel confessio­nale anche dieci ore al giorno, e gran parte della notte la riservava a rispondere a coloro che gli scrivevano. L’estate, quell'anno, si presentò con temperature torride. Già a maggio l'afa era pesante e a luglio addirittura insopportabile. I vecchi di Foggia dicevano di non ricordare, a memoria d'uomo, una calura così insistente. Padre Pio, che per costituzione soffriva il caldo, si sentiva morire. - Perché non vieni a trascorrere qualche giorno da me? - lo invitò Padre Paolino, Superiore del convento di Santa Maria delle Grazie a san Giovanni Rotondo, sul Gargano. Si trovava a Foggia per la festa di Sant'Anna, che cade il 26 luglio. - Il nostro è un convento piccolo e povero - aggiunse Padre Paolino. - Siamo ai piedi della montagna brulla, lontani dall'abitato. Ma alla sera c'è sempre una brezza che permette di respirare. Quando vengo a Foggia mi sento mancare il respiro. Tornando lassù, i polmoni mi si allargano. Vieni con me qualche giorno. Da tempo Padre Paolino aveva sentito parlare dei doni carisma­tici di Padre Pio, e ne era incuriosito. Tipo estroverso, generoso, cordialone, era portato ad agire in modo impulsivo. Giudicava le persone d'istinto e raramente si sbagliava. Ai primo incontro con Padre Pio aveva avvertito una profonda ammirazione. - Sono proprio convinto che il convento di Santa Maria delle Grazie dove io vivo - gli disse ancora - sarebbe l'ideale per te. Là potresti dedicarti alla preghiera, alla meditazione, alla contemplazione e nello stesso tempo avresti modo di curare la tua salute. Padre Pio gli sorrise. Percepiva che l'entusiasmo del contratello era sincero, dettato da autentico affetto. Mi farebbe piacere - rispose. - Ma bisogna chiedere il per­messo al Provinciale, che non si trova in sede. - Per una settimana basta il permesso del Padre guardiano -obiettò Padre Paolino. - Glielo chiedo io. Se poi ti trovi bene las­sù, parlerai con il Padre provinciale. - Credo che un po' di riposo mi farebbe bene - ammise Padre Pio. - Magari nel frattempo arriva qualche temporale e scaccia que­st'afa maledetta - lo incalzò Padre Paolino. - Quando rientrerai, il clima sarà di nuovo vivibile. Vieni a tenermi un poco di compa­gnia - supplicò. - Sono solo. Con me vive soltanto Fra Nicola, un fratello laico che fa da portinaio, da questuante e da cuoco. Gli altri frati sono al fronte. Sarei felice di avere un po' di compagnia. Padre Paolino era irresistibile. Riuscì a strappare un mezzo con­senso a Padre Pio. Parlò con il Guardiano, combinò tutto, e il giorno dopo partirono per San Giovanni Rotondo. Fecero il viaggio in corriera, una quarantina di chilometri. A mano a mano che salivano verso la montagna, l'aria diventava meno afosa. Padre Pio si sentiva bene. Il conventino si trovava fuori del paese. Lo raggiunsero a piedi, attraversando campi di mandorli. - È veramente un bel posto, tranquillo - commentava ogni tanto Padre Pio guardandosi intorno. - Abbiamo un piccolo collegio, una quindicina di ragazzi che in futuro potrebbero diventare dei religiosi. - Mi hanno detto che la zona è infestata da banditi - osservò Padre Pio. - Ne ho sentito parlare anch'io. Ci sono state delle sparatorie, dei morti, ma non si sa per quale ragione. A noi non è mai acca­duto niente. Uscendo da una folta macchia di alberi, videro in lontananza il conventino. Una vecchia costruzione, nello stile tipico dei conven­ti dei Cappuccini. La chiesetta, con sopra una piccola campana; accanto, il convento e le mura che cingevano l'orto. Padre Paolino e Padre Pio furono accolti dalle grida di gioia dei ra­gazzi. Cenarono tutti insieme. Padre Pio era un po' frastornato da quell'allegria irrefrenabile. Gli pareva di essere tornato a Pietrelcina. Dopo cena Padre Paolino condusse il confratello sul sagrato della chiesetta. Si sedettero sotto un grande olmo e rimasero a chiacchierare. La pace era assoluta. Il silenzio quasi totale. Si sen­tiva solo, di tanto in tanto, in lontananza, il suono di un campa­naccio appeso al collo di una capra o di una pecora. L'aria si era rinfrescata. Il cielo stellato sembrava finto. - Qui siete proprio in paradiso - commentò Padre Pio. - Te l'ho detto. È il luogo ideale per pregare e meditare. Ti tro­veresti bene, quassù. Pensaci. Padre Pio rimase a San Giovanni Rotondo una settimana. Ri­tornò a Foggia il 5 agosto. L'afa era aumentata. Riprese la sua attività, ma nel confessiona­le non resisteva. Gli girava la testa. Fu costretto a mettersi a letto. Il 13 agosto scrisse una lettera al Padre provinciale. "Il caldo, che non accenna a diminuire, mi va sempre più este­nuando. Ora vengo a chiedervi una carità e tanto più vengo a chiedervela in quanto Gesù mi costringe. Egli mi dice che bisogna sollevare un po' il fisico per tenermi pronto ad altre prove, alle quali egli vuole assoggettarmi. La carità che desidero da voi, Pa­dre mio, è' di mandarmi a passare un po' di tempo a San Giovanni Rotondo, dove Gesù mi assicura che starò meglio. Vi prego di non negarmi questa carità." Padre Benedetto lesse la lettera ma non rispose. Temeva brutte sorprese. Si consigliò con Padre Nazareno. - Non vorrei che questa richiesta di Padre Pio fosse una scusa per allontanarsi da Foggia e poi, una volta a San Giovanni, tor­narsene a Pietrelcina: che ne pensi? - Non saprei che dire - rispose Padre Nazareno. - Padre Pio in questi giorni sta proprio male. Non sopporta per niente il cal­do. Non si regge in piedi. - Ho ricevuto una lettera dal parroco di Pietrelcina, il quale mi scrive di aver già combinato tutto con il vescovo di Benevento per incardinare Padre Pio nel clero della diocesi. Lui vorrebbe che Pa­dre Pio diventasse un sacerdote secolare. Dice di volerlo come suo successore nella carica di parroco di Pietrelcina. Se Padre Pio vie­ne a sapere una cosa del genere, potrebbe anche decidere di lascia­re l'Ordine. - Potrebbe deciderlo a maggior ragione se constata di non riu­scire, a causa della sua salute, a sopravvivere qui a Foggia. Se lo mandi a San Giovanni, magari si trova bene e non pensa ad an­darsene. Alla fine di luglio, quando io l'ho mandato lassù per al­cuni giorni, era felice e sereno. - Sicché tu mi consiglieresti di accontentarlo. - Io proverei. Qui di certo non ci può stare, nelle condizioni in cui si trova. - Va bene, affronterò anche un simile rischio. Quanto mi fa penare questo benedetto figliolo. Il 4 settembre Padre Pio riprese la corriera per San Giovanni Rotondo. Era suo desiderio dedicarsi, in quel luogo solitario, alla vita di preghiera. Uattività frenetica svolta a Foggia dopo la scom­parsa di Raffaelina lo aveva spossato. - Quassù - diceva - nessuno verrà a cercarmi. Potrò riprende­re a fare il direttore spirituale per lettera. Mi piace scrivere, ed è un lavoro che posso affrontare anche con la fragilità della mia salute. Il giorno dopo il suo arrivo, verso mezzogiorno, mentre era nel­la sua celletta, sentì bussare alla porta. - Chi è? - Sono Fra Nicola, il portinaio. Ci sono delle persone che chie­dono di voi. - Delle persone che chiedono di me? Come è possibile? Non conosco nessuno qui. - Eppure hanno chiesto di parlare con Padre Pio. - Andiamo a vedere. Scese. E all'ingresso del convento vide una sua penitente, Ra­chele Russo, che aveva conosciuto a Foggia. - Come mai sei qui? - l'accolse con gioia. - Io sono di San Giovanni - rispose Rachele. - La mia fami­glia abita qui. Venivo a Foggia di tanto in tanto per potermi con­fessare da voi. - Che bellissima sorpresa! Padre Pio la guardava. Era felice. Rachele gli era stata presenta­ta da Raffaelina Cerase che gli aveva detto: "È una della mie più care amiche. Un'anima veramente di Dio". Per un po' di tempo aveva tenuto con lei una corrispondenza per lettera e poi, quando si era trasferito a Foggia, l'aveva conosciuta di persona. Ora, ve­dendola li, pensò subito a Raffaelina. AlIe parole che quella santa donna gli aveva detto sul letto di morte: "Avete una grande mis­sione da svolgere. Io vi sarò accanto". - Vi ho portato anche mia nipote - continuò Rachele Russo. - Si chiama Rachelina e vuole diventare una vostra penitente. Padre Pio guardò la giovane, che gli baciò devotamente la mano. - Nei prossimi giorni - aggiunse Rachele - vi farò conoscere altre mie amiche. Sono ansiose di incontrarvi. Io parlo sempre di voi con loro, come parlo di Raffaelina. In questo paese c'è un gruppo di giovani assetate di vita spirituale. Padre Paolino ci ave­va detto che forse sareste venuto a vivere qui. Non potevamo cre­derci. Abbiamo pregato molto perché questo avvenisse, e il Signo­re ci ha fatto la grazia. Padre Pio ascoltava. Gli pareva tutto molto strano. Era colpito soprattutto dal fatto che il legame di tutto quello che stava acca­dendo fosse Raffaelina. - Sono venuto quassù per stare nascosto e dedicarmi alla vita di preghiera, ma tu mi vuoi far lavorare - sorrise a Rachele. - Voi un giorno mi avete detto: "Chi ha il dono della fede deve essere un rivoluzionario. Io voglio cambiare il mondo". Noi ab­biamo la fede, Padre, e una gran voglia di cambiare il mondo in­sieme a voi. - Sì, forse hai ragione. Dobbiamo metterci a fare qualcosa di importante. Come aveva promesso, nei giorni successivi Rachele tornò da Padre Pio con altre amiche. - Padre, queste sono le sorelle Vittorina, Elena e Filomena Ventrella - gli disse una sera indicandogli tre ragazzotte robuste e allegre. E il giorno successivo: - Queste sono le sorelle Giovanna e Lucia Fiorentino. Poi gli presentò Maria Riccardi, Maddalena Ca­scavilla, e infine le sorelle Nina e Lucetta Campanile. E poi altre. Tutte ragazze del luogo, figlie di contadini. Tutte legate a Rachele, che aveva trasmesso loro lo spirito di fede e di preghiera appreso dalla sua amica Raffaelina Cerase. Padre Pio si intratteneva con loro nella foresteria del convento. Avvertiva che qualche cosa di misterioso si stava sviluppando. Ed era felice, perché gli pareva che alle loro riunioni fosse presente lo spirito di Raffaelina. Però, abituato alla massima prudenza, era guardingo e ancora indeciso sul da farsi. - Io sono venuto qui per starmene nascosto - confidò a Padre Paolino. - E io ti ho invitato qui proprio perché pensavo che questo conventino fosse il luogo ideale per la preghiera e il nascondimen­to - gli rispose il confratello. - Sapevi però dell'esistenza di questo gruppo di ragazze. Avevi già parlato loro di me. - Solo perché conoscevi Raffaelina. In un certo senso loro so­no figlie spirituali di Raffaelina. La tenevano come loro esempio e andavano a trovarla a Foggia. Anche Raffaelina aveva parlato lo­ro di te. - E che faccio adesso? - Se il Signore vorrà che ti interessi di queste anime, te lo farà sapere. - Dici? - Ne sono sicuro. - Be', allora aspettiamo. - Comunque - aggiunse Padre Paolino - dobbiamo essere molto prudenti. Il clero locale non vede di buon occhio la nostra presenza. - Come mai? - Questioni storiche. Questo convento, che risale al 1600, era stato abbandonato dopo la soppressione degli enti religiosi del 1866. Era diventato un rifugio per le capre e le pecore che pasco­lavano nella zona. Lo abbiamo riaperto soltanto sette anni fa, nel 1909. In questi primi anni ci è stata di grande aiuto Rachele Rus­so e tutta la sua famiglia. Ma il clero non ha visto di buon occhio quanto hanno fatto. Ha sollevato critiche, dimostrando che la no­stra presenza non era molto gradita. Piccole beghe clericali. Co­munque dobbiamo essere molto prudenti. Se vedono che la gente viene da noi, potrebbero protestare. - Dobbiamo scacciare queste ragazze? Il nostro compito èquello di prenderci cura della anime. Guai se non lo facessimo. Padre Pio si buttò nella mischia. Come sempre, con tutto il suo entusiasmo. Era un contadino, amava fare progetti concreti e det­tagliati. Cominciò tenendo delle conferenze per spiegare a quelle ragazze perché ci si deve impegnare nella vita dello spirito. - Il nostro compito di cristiani su questa terra consiste nel cerca­re la perfezione spirituale - disse loro. - Gesù, nel Vangelo, ha comandato: "Siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli". Ha indicato, cioè, come fine della vita la perfezione assoluta. Il mondo vi suggerisce altri ideali. Ma se voi decidete di lavorare con me, sap­piate che la meta è alta, difficile. E sappiate che la si può raggiunge­re solo attraverso un impegno totale e sacrifici tremendi. Le sue parole erano dure. Padre Pio le pronunciava con una for­za e una convinzione che affascinavano quelle ragazze. Si sentiva­no conquistate e trascinate dal suo entusiasmo. Aveva ventinove anni. Era un giovane come loro, un coetaneo. Parlava il loro lin­guaggio. Aveva la loro sensibilità. Ma un'esperienza del mondo dello spirito che incantava. - I principali mezzi che servono per raggiungere la perfezione cristiana - disse ancora - sonO: la scelta di un buon direttore spirituale; le frequenza ai sacramenti; la meditazione giornaliera; le lettura spirituale. Leggere, cioè, come sono vissuti i grandi spiri­ti del passato per imparare a imitarli. Le ragazze cominciarono a seguire una regola molto rigida, quasi come se vivessero in monastero. Tutte le mattine si alzavano all'alba e, prima di affrontare il proprio lavoro, salivano al con­vento, ascoltavano la Messa che Padre Pio celebrava alle cinque, poi si fermavano per una mezz'ora di meditazione. Erano diventa­te un manipolo di soldati. Il paese le ammirava, e altre ragazze vollero unirsi al gruppo. Padre Pio le chiamava affettuosamente "le mie figlie spirituali". A dicembre Padre Pio dovette ripartire per il servizio militare. La licenza di un anno era scaduta. Tornò all'Ospedale della Tri­nità a Napoli. Rivide con gioia il dottor Grieco, il dottor Melle e il professor D'Onofrio. - Come andiamo? - gli domandò il terribile capitano medico. - Come al solito - rispose Padre Pio. - Va bene, ho capito - ribatté il capitano. - In questi giorni esaminerò il caso. Padre Pio rimase a Napoli una quindicina di giorni e poi gli fu concessa una nuova licenza di altri Otto mesi. Si rituffò nel lavoro e nella preghiera. Il compito che gli era sta­to affidato dal Provinciale era quello di direttore spirituale dei ra­gazzi del collegio, e lui lo svolgeva con grande impegno. Conti­nuava poi a seguire il gruppo delle sue "figlie spirituali" e aveva ripreso l'attività dell'apostolato per lettera. Trascorreva le notti alla scrivania per rispondere a persone dei posti più disparati che gli chiedevano consigli. - Ricordatevi - diceva alle sue ragazze - che l'impegno prin­cipale di una persona che cerca la perfezione spirituale è la pre­ghiera. Nella preghiera si manifesta Dio. E’ lui che prende l'inizia­tiva, che guida, che suggerisce. La preghiera è il nutrimento per far crescere la persona nella verità. E lui dava l'esempio. Il suo ringraziamento alla Santa Messa du­rava in genere quattro ore. E poi, nonostante i numerosi impegni, pregava nel pomeriggio, verso sera e alla notte fino a molto tardi. Finiti gli Otto mesi di licenza, il 19 agosto 1917, Padre Pio do­vette ripartire per il servizio militare. - Quando vi vedremo? - gli domandarono le sue "figlie spiri­tuali" salutandolo. - Conto di tornare tra un paio di settimane, come al solito - rispose. Ormai aveva una certa pratica di come andavano le cose sotto le armi. Partiva più tranquillo. Dell'Ospedale della Trinità cono­sceva i meccanismi segreti. Sapeva dove bussare per ottenere le informazioni giuste. Appena arrivato, diede al funzionario il proprio "foglio di via e chiese un appuntamento con il professor D'Onofrio. - Il professore non c e più - gli rispose il funzionario control­lando i dati riportati nel foglio di via. - Potrei allora vedere il dottor Grieco? - domandò Padre Pio. - Si trova al fronte. - Il dottor Melle? - Trasferito a Roma. Padre Pio si sentì perduto. Il funzionario gli consegnò uno scon­trino con il numero di branda che avrebbe dovuto occupare. Le cose si mettevano male. Si rese conto di non avere più ap­poggi. Marcò subito visita ugualmente. Nei giorni successivi fu visitato due volte: - Infiltrazione agli apici polmonari - fu la diagnosi dei medici. - Allora mi manderete a casa - osservò Padre Pio. - Non sappiamo. Ora deve essere visitato dal capitano. Il giorno dopo fu sottoposto ad altre due visite: da parte di un ca­pitano medico e di un maggiore, che rilasciarono la stessa diagnosi. - Mi manderete a casa? - domandò ansioso Padre Pio. - Lo stabilirà la visita di controllo alla Clinica medica - ri­spose il maggiore. Fu quindi trasferito alla Clinica medica, che era una sezione del Policlinico della Regia Università, e vi rimase Otto giorni. "È un reclusorio" scrisse al Provinciale. "Non c'è la cappella e da una settimana non posso celebrare la Messa." Finalmente fu chiamato per la visita dal colonnello medico e in­trodotto nel suo ampio ambulatorio. Il colonnello era seduto alla scrivania e aveva accanto, in piedi, altri due giovani medici. Uno di questi passò al colonnello una cartella dicendo: - La reclàta Forgione Francesco. - Il colonnello esaminò il carteggio. Guardò per alcuni secondo Padre Pio e poi, alzandosi in piedi e restituen­do al giovane medico assistente la cartella, disse: - Idoneo ai ser­vizi interni. - Ma... - fece Padre Pio. Voleva aggiungere qualcosa, ma il colonnello era già uscito. - Io sono malato - protestò Padre Pio rivolto al giovane me­dico che stava scrivendo nella cartella. - Lo sappiamo. Infatti non va al fronte, ma si renderà utile nei servizi interni, che non sono faticosi. E se ne andò anche lui. Padre Pio prese servizio nella caserma Sales, dove rimase tre mesi. Il suo incarico consisteva nel fare il tappabuchi: piantone, facchino, spazzino. Spesso doveva pulire le latrine. Era oggetto di lazzi e volgari invettive. Furono tre mesi d'inferno, che sopportò senza lamentarsi ma continuando a cercare appoggi perché fosse riconosciuta la sua malattia. A novembre, finalmente, fu rimandato in licenza per altri quat­tro mesi. A San Giovanni Rotondo Padre Pio poté riprendere in pieno la sua attività. Il via vai di ragazze dirette al convento di Santa Maria delle Grazie cominciò a suscitare delle chiacchiere. Soprattutto da parte del clero. Il parroco di San Giovanni scrisse al Padre provinciale. Padre Benedetto si precipitò a San Giovanni. - Che succede? - domandò al Padre guardiano mostrandogli la lettera. - Niente di speciale - rispose Padre Paolino. - Abbiamo un gruppo di ragazze che si impegnano nella vita spirituale. Vengono a Messa tutte le mattine, si fermano per la meditazione, vanno a confessarsi da Padre Pio, che è il loro direttore spirituale. - Dove arriva Padre Pio sorgono sempre dei problemi -sbottò Padre Benedetto. - Non è vero - disse Padre Paolino ridendo. - Padre Pio è uno che fa sul serio. Si impegna in tutte le cose che affronta. Vuole la per­fezione. Da quando è qui ha portato una vita nuova nel paese. Mol­te persone che non andavano più in chiesa hanno ripreso le pratiche religiose. È un ciclone di attività, e nessuno resiste al suo fascino. - Lo so bene, ed è questo il guaio - replicò Padre Benedetto. - Fammici parlare. Padre Paolino andò a chiamare Padre Pio, il quale fu molto feli­ce di incontrare Padre Benedetto. Si abbracciarono con affetto. - Ti ha detto Padre Paolino? - domandò il Provinciale. - Non mi ha detto niente. - Il parroco di San Giovanni Rotondo si lamenta perché qui c e un continuo via vai di ragazze. Dice che la gente mormora. E la causa dello scandalo saresti tu. Padre Pio sorrise. - Che scandalo ho dato? - domandò. - Io ti conosco bene, Piuccio, e sai quanto ti stimo. Di queste chiacchiere non me ne importa niente, però potrebbero diventare pericolose. - E allora, che dovrei fare? - Lascia perdere. Dedicati al giardinaggio. - Lei, Padre superiore, vorrebbe che lasciassi perdere delle per­sone che chiedono il mio aiuto di sacerdote? - Dovunque vai, crei problemi. La salute, le malattie inspiega­bili, il fatto di vivere fuori del convento, i rumori che spaventano i frati, me ne combini una ogni giorno. - Sono mortificato. - Figliolo, lo sai che scherzo e che ti voglio bene. Ma sono convinto che questa vicenda ti procurerà molti fastidi. Lo sento. Quando si comincia a mettere di mezzo le donne... Comunque, non ti spaventare. Come va la tua salute? - Abbastanza bene. - Il clima è buono quassù. - Mi aiuta. - Stai sereno, lavora, prega. Prega anche per me che ne ho tan­to bisogno. La visita di Padre Benedetto portò una profonda amarezza nel cuore di Padre Pio. Il Superiore provinciale era stato gentile, gli aveva dimostrato affetto e stima, ma gli aveva fatto capire che in­torno a lui c'era gente cattiva e invidiosa. Gente pronta a colpirlo con le calunnie e i sospetti. - Sono demoralizzato - disse a Padre Paolino. - Per così poco? Il mondo, Piuccio, è pieno di invidiosi. Biso­gna camminare per la propria strada senza badare agli altri. - Quella lettera è solo un segno, un avviso. La gente non mi fa paura. Ma sento che il Maligno sta per sferrare il suo attacco. - E noi lo affronteremo. - Sarà terribile. - Niente ci fermerà. - Tu scherzi sempre, ma non puoi immaginare che cosa sta ar­rivando. - Moriremo? Ci metteranno in prigione? - Peggio. Dovremmo combattere, ma non contro gli uomini; contro il male, contro Satana. Un combattimento estremo, non puoi immaginare quanto terribile. E questa volta mi porterà sulla croce. La croce sarà piantata sul Golgota. Mi sento soffocare nel­lo spirito da qualcosa che mi dà tanta paura. - Ma che cosa vai a pensare! Una lettera con qualche pettego­lezzo, e tu ne fai una tragedia. Su con il morale! Cerca di riposare bene questa notte e domani vedrai le cose in modo meno cupo. Padre Pio si ritirò nel coro e rimase a pregare a lungo. Poi rien­trò nella cella e scrisse una lettera al suo parroco: Carissimo Zi' Tore, quanto vorrei poterla incontrare. Sono estremamente angosciato. Sento che sta per accadere qualcosa di tremendo. Il Signore vuole sot­topormi a quella prova suprema che da tempo va prospettando. E io mi sento morire per la paura. L'altra notte, mentre pregavo nella mia cella, ho visto una gran luce che mi ha tramortito. Per fortuna è durata solo un attimo. Ma le mie mani e i miei piedi sono rimasti trafitti da un dolore spaventoso, che mi ha tenuto sveglio tutta la notte. Era così acuto che mi pareva di im­pazzire. Era simile a quello che ebbi a Piana Romana, quando sulle mani e sui piedi erano comparse quelle ferite che anche lei, Zi' Tore, ha visto. Allora abbiamo pregato insieme il Signore perché facesse spa­rire quei segni e il Signore ci ha ascoltato. Ma sento che tutto sta per ricominciare. Zi' Tore, mi aiuti! Sono solo. Padre Agostino, che sa tutto di me, èal fronte. Non riceve neppure le mie lettere. Non posso confidarmi con nessuno. Preghi il Signore che abbia misericordia di me.