
PADRE PIO
LA VITA E I MIRACOLI
LE STIGMATE
Erano le 9 di mattina del 20 settembre 1918, un venerdì. Sull'Italia del Nord infuriava la guerra. Nella chiesa di un piccolo convento sul Gargano, nel Sud del paese, un giovane frate pregava intensamente. - Signore, abbi misericordia del tuo popolo. La guerra sta seminando lutti e dolore. Siamo peccatori, abbiamo cercato il male, ma il tuo cuore è grande nel perdono. Stava seduto in uno stallo del coro riservato ai religiosi, che era costituito da tre file di scanni, si elevava sopra la porta d'ingresso della chiesa, di fronte all'altare maggiore, e poteva contenere una decina di posti in tutto. Sufficienti per la comunità di quel convento, di solito composta di sei religiosi, che in quei mesi, però, a causa della guerra, erano ridotti a tre: Padre Paolino, Padre Pio e Fra Nicola. Gli altri erano sotto le armi. Distante circa due chilometri dal paese di San Giovanni Rotondo, quel conventino, detto di Santa Maria delle Grazie, uno dei più antichi della zona, si trovava a 600 metri sul livello del mare. Per raggiungerlo si doveva percorrere una stretta mulattiera impolverata, frequentata per lo più da pastori e contadini. La zona era aspra e selvaggia. Solo pochi alberi assicuravano un po' di ombra alle mura del povero convento, che si confondeva con le rocce circostanti. Accanto al conventino c'era un collegio. Una misera costruzione che ospitava una quindicina di ragazzi, figli di contadini del luogo, che studiavano con l'intenzione di diventare, da grandi, religiosi Cappuccini. La gente li chiamava "fratini". Padre Paolino, trentadue anni, un tipo massiccio, dall'aspetto burbero ma dal cuore tenero, era il Guardiano del convento, cioè il Padre superiore, ed era anche l'insegnante del piccolo collegio. Padre Pio, trentun anni, aveva l'incarico di direttore spirituale dei ragazzi. Magro, con il volto scarno incorniciato da una folta barba nera, aveva uno sguardo profondo e dolce. Fra Nicola era un religioso non sacerdote, un fratello laico. Era il più anziano dei tre, aveva quarantasette anni ed era questuante. Il suo compito consisteva nell'andare di porta in porta, di casolare in casolare, a chiedere l'elemosina che serviva per le necessità del convento e per mantenere quei ragazzi. All'occorrenza faceva anche il cuoco. Quella mattina il convento era deserto. Padre Paolino era andato a San Marco in Lamis, un piccolo centro a una decina di chilometri dove si trovava un altro convento di Cappuccini, per aiutare i confratelli nelle Confessioni in vista della festa di San Matteo apostolo, molto venerato in quel paese. Fra Nicola era uscito per il suo giro di questua. Ai ragazzi, privi di insegnante, era stato concesso un giorno di vacanza, e si dedicavano alle pulizie e a ordinare l'orto. Padre Pio aveva celebrato la Messa delle 8. Come al solito, era stata seguita da un gruppetto di persone, per lo più donne e ragazze, venute dal paese. Al termine della Messa la gente se n'era andata, e lui era salito in coro per le preghiere di ringraziamento. Stava raccolto nella posizione che adottava sempre quando era assorto in meditazione: seduto nello scanno, il corpo piegato in avanti, le braccia incrociate sull'inginocchiatoio e la testa affondata nella stoffa ruvida e ampia delle maniche del saio. Ogni tanto sollevava il capo e fissava assorto il grande crocifisso di legno, sulla balaustra del coro che si ergeva di fronte a lui. Il silenzio era rotto solo dal lieve ronzio di qualche mosca. L’unica finestrella sulla parete del coro, che dava sul sagrato, illuminava soffusamente l'interno. Un fascio di luce andava a colpire il crocifisso di legno, dando l'illusione che stesse sospeso in aria, come un'apparizione misteriosa. La figura del Cristo, scolpita in uno stile un po' rozzo, dalle fattezze sommarie e non perfettamente proporzionate, era severa. Troneggiava maestosa sul vuoto della chiesa che aveva alle spalle. Dall'orto, dietro il coro, giungevano richiami d'uccelli e il tubare di una tortora. Ogni suono però era lontano, molto soffuso, incantato in un atmosfera senza tempo, serena e armoniosa. Solo il viso di quel religioso in preghiera era tirato e pieno di apprensione. Il volto di Padre Pio, quella mattina, era acceso da una tensione che bruciava come febbre. Sui lineamenti, in genere soavi e gentili, e ora scomposti e alterati, serpeggiavano preoccupazioni e oscuri pensieri. Quando era rivolto verso il Cristo, il suo sguardo appariva addolorato. Gli occhi, neri e grandi, brillavano come fossero pieni di lacrime. Di tanto in tanto il frate si massaggiava nervosamente la folta barba. A intervalli sospirava: - Mio Dio, mio Dio. Sembrava che tutto il suo essere fosse in preda a una misteriosa angoscia. Anche l'aria circostante pareva carica di elettricità. L'atmosfera era quella che si avverte, a volte, prima di una furiosa tempesta, e che insinua negli animi paura, sgomento. Era come se in quel luogo, in quella chiesetta anonima, sperduta e dimenticata, stesse per scoppiare una bomba. - Signore, tu sai tutto, sai che ti amo. Io sono qui per servirti. ~ ho donato tutto. Ti ho dato la mia vita per la salvezza dei fratelli. Ieri ho letto sul giornale che nelle ultime battaglie al fronte ci sono stati tanti morti. Ti prego, Signore, di accogliere le loro anime nel tuo regno con l'amore infinito che hai dimostrato morendo per noi sulla croce. E ti prego anche di consolare le povere mamme di quei ragazzi, le giovani vedove, i figli. Il tempo scorreva lento. Padre Pio continuava a pregare sommessamente. I lunghi sospiri palesavano la sua inquietudine. A un certo punto, però, cessarono. Sembrava che una grande pace si fosse impossessata di lui. Guardava sereno il crocifisso. Il suo volto si era disteso, pareva estasiato. Improvvisamente accadde qualcosa di sconvolgente, che solo lui poteva avvertire. Con le mani si copri gli occhi, come per proteggerli da una luce accecante. Poi si alzò in piedi, come attratto verso il crocifisso, che fissava con spasmodica intensità. Il viso era diventato luminoso, pareva infuocato. Il Padre rimase immobile in quell'atteggiamento quasi a volersi beare di una visione meravigliosa. Stese le mani verso l'immagine del Cristo, lanciò un grido che squarciò il silenzio e cadde a terra con un tonfo sordo. Si rannicchiò su se stesso, come se fosse stato falciato da una raffica di mitra. Rimase lì, immobile. Sembrava morto. Trascorsero minuti interminabili. Forse un'ora. Finalmente quel corpo rannicchiato riprese a muoversi, con lentezza. Il Padre tentò di alzarsi, ma non ci riuscì. Si guardò tremando le mani. Erano imbrattate di sangue. Crollò la testa con un gesto desolato. Teneva le mani sollevate, a scodella, all'altezza dello stomaco. Le teneva ferme, come se anche il più piccolo movimento gli provocasse spasimi. Tentò di girarsi sul fianco destro, ma un dolore lancinante gli fece emettere un gemito, e si rimise in una posizione rannicchiata, con il capo reclinato sul petto. Dopo molto tempo riprese quei faticosi e impacciati movimenti, nel tentativo di alzarsi in piedi. Non poteva usare le mani per aggrapparsi all'inginocchiatoio e aiutarsi a sollevare il corpo. E si accorse di non poter neppure fare forza sui piedi, che sembravano vuoti, morti, inutili. Con enormi sforzi riuscì a mettersi carponi. Poggiando i gomiti contro il pavimento e strisciando sulle ginocchia, si avvicinò alla porta d'uscita. Nel tentativo di aprirla, una nuova fitta di dolore lo attraversò e lo gettò riverso sul pavimento, privo di sensi. Una vecchia pendola nel corridoio del convento scoccò undici rintocchi. Il suono armonioso e allegro si diffuse nel silenzio ovattato. Al piano dì sotto si sentì sbattere una porta. Era Fra Nicola che tornava dal suo giro di questua. Posò la bisaccia che aveva a tracolla e si avviò verso la cucina, con l'intenzione di preparare il pranzo per i ragazzi del collegio. Uno strano rumore, come di qualcosa che gratta una porta, attirò la sua attenzione. "Saranno le tortore che vogliono mangiare" disse fra sé e prese un grosso pezzo di pane raffermo. Stava avviandosi verso l'orto quando sentì ancora quei rumori. Si rese conto che provenivano dal piano di sopra'. Depose il pane e si avviò lungo le scale. Il rumore veniva proprio dal coro. Si affrettò verso la porta, alzò il chiavistello e fece per entrare, ma resisteva, c'era qualcosa dall'altra parte che la bloccava. Fra Nicola spinse forte e udì un gemito soffocato. Riconobbe la voce di Padre Pio. Spinse ancora spostando quel corpo privo di energie. - Padre, che cosa le è accaduto? Niente, figliolo, niente. - Di colpo Fra Nicola si accorse con orrore della macchie di sangue sul pavimento e sul saio del confratello. - Padre, ma voi siete ferito! - Non è niente. - Non riuscite a reggervi in piedi. - Vattene, lasciami solo. - Le vostre mani sanguinano. - Taci, vattene, ti ho detto. Con uno sforzo terribile, Padre Pio riuscì ad alzarsi e barcollando, come un animale ferito a morte, si avviò lungo il corridoio, verso la sua cella. Camminava a zigzag. Sembrava dovesse stramazzare a terra a ogni passo. Fra Nicola lo seguiva a pochi metri, pronto a Intervenire se fosse caduto. Ma non osava avvicinarsi di più: era intimorito e spaventato. Giunto di fronte alla propria cella, Padre Pio si appoggiò alla porta. Si rivolse a Fra Nicola con voce dolcissima: - Vai, Nicoluccio. Vai a preparare il pranzo per i ragazzi. Non pensare a me. Non è accaduto niente. Ho bisogno di un poco di riposo. Sono molto stanco. Non dire niente a nessuno. Prega il Signore per me. E per favore, aprimi la porta, che io non ce la faccio. Fra Nicola apri la porta, e quando Padre Pio entrò stava per seguirlo, ma lui glielo impedì dicendo deciso: - Vattene, devo restare solo. Chiudi la porta, per favore. Fra Nicola chiuse lentamente la porta e si fermò a origliare. Per un po' sentì che il Padre si muoveva nella cella impacciato, e poi più nulla. - Mio Dio! - esclamò coprendosi il volto con le mani. - Che cosa sarà mai accaduto?
2
Il volto di Fra Nicola era impietrito dallo spavento. Pensava a quel sangue vivo che aveva imbrattato il pavimento del coro. Tornò a vedere. C'erano macchie vistose. Nel punto dove Padre Pio era caduto, si era formata un'impressionante pozza rosso scuro. Bisognava pulire. Corse giù in cucina a prendere uno straccio, ma quando ritornò nel coro giudicò che non doveva toccare quel sangue. C'era qualcosa di misterioso nella vicenda. Forse era bene che anche il Superiore vedesse. Decise perciò di attendere il ritorno di Padre Paolino. L’immagine di Padre Pio sanguinante continuava a tornargli alla mente. Pensò di correre in paese per avvertire il medico, ma le parole del padre, "Vattene, lasciami solo", lo bloccarono. Timoroso di disobbedire a quell'ordine perentorio, cercò di dominare l'apprensione per la salute del confratello. Scese in cucina. Era in ritardo per la preparazione del pranzo, e così pensò di cuocere della pasta con sugo di pomodoro: avrebbe fatto più in fretta. Mise sul fuoco una grande pentola e accanto un tegame per il sugo. Mentre compiva queste incombenze, si accorse che le sue mani tremavano. Quel che aveva visto gli aveva provocato un'impressione terribile. Era come sotto choc. Si muoveva quasi in trance. La sua mente continuava a rimanere là, al piano di sopra. Non riusciva proprio a cancellare dagli occhi Padre Pio per terra, sanguinante, o mentre camminava nel corridoio barcollando paurosamente, quelle povere mani incapaci di aprire la porta della cella. "Ma cosa può essergli accaduto?" si domandava angosciato. Ricordava che tutti dicevano che Padre Pio era un Santo. E ricordò anche di averlo visto tanto volte nel coro, la sera tardi, talmente concentrato nella preghiera da sembrare in estasi. Spesso era rimasto a guardarlo sorpreso, e poi se n'era andato convinto che Padre Pio sarebbe rimasto lì a pregare per tutta la notte. Da altri religiosi che conoscevano bene Padre Pio aveva anche sentito dire strane cose. Qualcuno affermava che aveva spesso visioni celesti, qualcun altro che leggeva nel pensiero e che aveva fatto previsioni sulla guerra risultate poi perfettamente azzeccate. Correva voce che fosse stato visto nello stesso tempo in due luoghi diversi. Soprattutto da Pietrelcina, dove era vissuto parecchi anni, giungevano, di tanto in tanto, racconti fantastici che facevano capire come Padre Pio fosse un religioso speciale. Da quando era arrivato a San Giovanni Rotondo, circa due anni prima, quel conventino solitario si era inaspettatamente animato. Spesso si presentavano persone che chiedevano di confessarsi e volevano solo lui. C'era gente che veniva anche da lontano, perfino da Foggia, che distava più di 40 chilometri. La Messa che il Padre celebrava al mattino era sempre molto frequentata. C'erano delle ragazze che ogni mattina, infallibilmente, la ascoltavano e poi si fermavano per fare la meditazione. Quelle ragazze erano tutte penitenti di Padre Pio, andavano a confessarsi solo da lui. Qualche religioso di un altro convento aveva criticato quel via vai di giovani donne. Ma il Superiore aveva la massima fiducia in Padre Pio e diceva che era veramente un uomo virtuoso. Padre Pio faceva molta penitenza ed era il più ligio nell'osservanza del digiuno. Fra Nicola lo sapeva bene. Nei periodi di Quaresima il piatto del Padre tornava in cucina spesso intatto. E lui, ammirato, si domandava come riuscisse a stare in piedi, a svolgere tutti i suoi impegni, ascoltare tutte le persone che ricorrevano a lui, mangiando così poco. E poi c'erano le penitenze fisiche. I frati, nei venerdì di Quaresima, si sottoponevano alla "disciplina". Alla sera, dopo la meditazione nel coro e prima di andare a cena, si ritiravano nella loro celle e "mortificavano" il corpo fustigandosi le spalle con una specie di flagello. Sull'esempio di quanto i soldati romani avevano fatto a Gesù prima della condanna di Pilato. Ciascun religioso «regolava" quel supplizio come voleva, a seconda della propria convinzione e del proprio desiderio di soffrire per Cristo. In convento si diceva che Padre Pio fosse molto severo con se stesso, e che a volte si battesse fino a far uscire sangue dalle proprie carni. Fra Nicola lo aveva sentito dire anche a Foggia, nel convento di Sant'Anna, dove il Padre era vissuto sei mesi prima di essere trasferito a San Giovanni Rotondo. "Che si sia voluto imporre una penitenza straordinaria e abbia un po' esagerato?" si domandò Fra Nicola. "Forse, nel suo zelo di sofferenza per amore di Gesù si sarà schiacciato le mani dentro la porta. O se le sarà picchiate con un martello. Ma i piedi? Che cosa si sarà fatto ai piedi per non riuscire quasi a camminare? Si sarà rotto anche i piedi. Oggi è venerdì. I Santi sono sempre un po' fanatici, non hanno misura." - Oddio, la pasta! - esclamò Fra Nicola correndo verso i fornelli della grande stufa a legna che stava al centro della cucina. I pensieri su Padre Pio lo avevano distratto al punto di dimenticare quel che stava facendo. Assaggiò la pasta, che era scotta. Tolse la pentola del fuoco e rischiò un altro guaio: aveva dimenticato di proteggersi le mani con uno straccio, e la pentola scottava. Scolò la pasta, la mise in una zuppiera e la cosparse di sugo. Chiamò uno dei ragazzi che avevano già raggiunto il refettorio e gli disse: - Porta la pasta in tavola e distribuisci le varie razioni, io torno subito. Salì al piano di sopra. Si avvicinò alla cella di Padre Pio. Attese in silenzio, con il fiato sospeso. Da dentro non giungeva alcun rumore. Bussò leggermente. Silenzio. Bussò ancora. - Chi è? - Era la voce di Padre Pio. Una voce quasi impercettibile. "È vivo" pensò Fra Nicola traendo un sospiro di sollievo. - Padre spirituale, avete bisogno di qualcosa? - No, figliolo, non mi occorre niente. Fra Nicola aveva già aperto la porta mettendo dentro il capo. - Vi posso scaldare un poco di caffè - disse. Non si fidava della voce del Padre, voleva vedere con i propri occhi come stesse. Padre Pio era sdraiato a letto. Prima di coricarsi era riuscito a socchiudere le imposte della finestra della cella, e la stanza era poco illuminata. Fra Nicola vide che il confratello si era sdraiato vestito. In qualche modo si era tirato addosso una coperta, e questo significava che aveva freddo. Era il 20 settembre. Fuori faceva caldo, il sole alto scottava. Ma evidentemente Padre Pio, senza cibo, con il corpo martoriato da quelle strane ferite, sentiva freddo. Forse aveva anche la febbre. - Almeno un poco di caffè caldo - supplicò Fra Nicola. - No figliolo, non prendo niente, non posso prendere niente Ho lo stomaco in rivolta. Devo solo riposare. Ti ringrazio, che il Signore te ne renda merito. Sei sempre molto gentile. Vai ora, lasciami riposare, te ne prego. Quelle parole, pronunciate con una voce addolorata, stanca, fievole, aumentarono le preoccupazioni di Fra Nicola. Padre Pio non si lamentava mai. Vivevano insieme già da diverso tempo, e sapeva che non chiedeva mai niente. Ora, sentendo quella frase, pronunciata con un tono che era quasi un disperato lamento, si angosciò ancor di più. - Il Padre sta male - disse a se stesso. - Bisogna per forza chiamare il medico. - Padre spirituale, se volete vado fino al paese a chiamare il medico. - Non è necessario, non ne ho bisogno. - Sapete quanto vi vuole bene, verrà volentieri e subito. - Ti ho detto di lasciarmi solo - sbottò Padre Pio alzando il tono della voce e mostrandosi seccato. - Non ho niente, non voglio vedere nessuno. Ho bisogno di riposare e basta. Fra Nicola si sentì confuso. Non si aspettava quello scatto di stizza da Padre Pio. Restò lì, muto, mortificato. Dopo un lungo silenzio, il Padre riprese con tono dolcissimo: - Nicoluccio mio, cerca di capirmi. Fidati di quello che ti dico. Se riesco a riposare un poco, poi mi sentirò meglio. Torna al tuo lavoro. Non lasciare i ragazzi soli. Vai, il Signore ti accompagni. Fra Nicola chiuse lentamente la porta e tornò in refettorio. Non aveva ancora mangiato. Prese dalla zuppiera un po' della pasta avanzata dai ragazzi. Era fredda e scotta. Ne ingoiò qualche forchettata. Girare per la campagna, all'aria aperta, con quella bisaccia a volte pesante sulle spalle, gli metteva sempre un robusto appetito. Anche quella mattina era rientrato con una fame da lupo, ma adesso non riusciva a mandar giù niente. Aveva un peso sullo stomaco e un nodo alla gola. Il suo pensiero era sempre rivolto a Padre Pio. Sentiva che era accaduto qualcosa di tremendo. Le parole del Padre, che cercava di minimizzare, non lo avevano convinto. Ma non sapeva che fare. Lui era solo un povero fratello laico, non poteva prendere decisioni. Doveva attendere che tornasse il Superiore, Padre Paolino. Fra Nicola si fece aiutare dai ragazzi a sparecchiare la tavola, lavò i piatti, mise in ordine la cucina e raggiunse il coro per una preghiera. Si inginocchiò, cercò di raccogliersi. Ripeteva la parole del "Padre nostro"', ma non pensava a quanto diceva. Il suo sguardo continuava a posarsi su quel punto del pavimento dove si vedevano le macchie di sangue lasciate da Padre Pio. Il loro colore rosso scuro ora si era un po' sbiadito. Era diventato marroncino, ma faceva ancora una forte impressione. - Chissà che cosa si sarà fatto - ripeté ancora una volta parlando da solo, ad alta voce. Quella frase gli saliva continuamente alle labbra, a conclusione di ogni ragionamento. Cercò ancora di concentrarsi nella preghiera. Ma non gli fu possibile. "Quello è sangue abbondante" disse ancora fra sé guardando il luogo dove aveva trovato Padre Pio svenuto. "Non sono piccole gocce. È sangue uscito da una grossa ferita. Potrebbe essersi tagliato con un coltello. Ma solo un pazzo compirebbe atti del genere, e Padre Pio non è ammattito." Guardando verso il crocifisso, gli venne in mente un'idea che però cacciò immediatamente. La respinse come fosse un cattivo pensiero, una tentazione. Ma il pensiero non se ne volle andare. Anzi, si fece insistente. Ricordò che tre giorni prima, il 17 settembre, tutto l'Ordine monastico o francescano aveva celebrato la festa dell'impressione delle Stigmate. I frati, i seguaci di San Francesco d'Assisi, avevano cioè ricordato uno degli eventi più clamorosi della vita del loro fondatore. Il 14 settembre 1224, mentre si trovava sul monte della Verna, Francesco aveva avuto la visione di un Angelo, un Cherubino, il quale, andandosene, aveva lasciato sul suo corpo le piaghe di Cristo. Grosse ferite ai piedi, alle mani e al costato, identiche alle piaghe di Cristo. Segni di grandissimo significato mistico, che facevano del poverello d'Assisi un immagine vivente di Gesù Crocifisso. Fra Nicola non era rimasto sconvolto soltanto perché aveva visto del sangue su Padre Pio. Il sangue in se stesso non gli faceva impressione. Aveva quarantasette anni e, andando in giro per la questua, aveva visto parecchie persone ferite, anche moribonde. No, non era stato il sangue, ma quel particolare, quelle ferite singolari. L’immagine delle mani di Padre Pio tornò chiara alla sua mente. Rivide le piaghe, proprio sul palmo, al centro delle mani. Come le stigmate di Gesù! Era quel simbolismo ad accendere la sua fantasia e la sua emozione. Non voleva pensare a queste cose, ma l'idea turbinava nella sua testa facendogli intuire retroscena che si perdevano in dimensioni e realtà da brivido. E mentre fissava il crocifisso di legno che si elevava sulla balaustra, quel pensiero divenne ancor più prepotente. "E se fosse accaduto anche a Padre Pio quel che avvenne a San Francesco sul monte della Verna?" si domandò Fra Nicola. "Lui è un Santo. Forse un Santo più grande di quanto noi pensiamo. »Ma ancora una volta cacciò quel pensiero come fosse una brutta tentazione. Gli sembrava, in quel modo, di offendere Gesù e anche San Francesco. Padre Pio era un buon religioso, ma non certo paragonabile al Santo di Assisi e altrettanto degno di avere sul proprio corpo i segni della Passione di Cristo. Si alzò, fece una veloce genuflessione e uscì. Si era trattenuto nel coro per più di mezz'ora e non era riuscito a recitare neppure un "Gloria Patri". Passò accanto alla stanza di Padre Pio in punta di piedi e si fermò a origliare. Nessun rumore. Scese nell'orto per raccogliere dell'insalata per la cena. Ogni tanto si affacciava sul sagrato della chiesa per vedere' se scorgeva, lungo il sentiero, Padre Paolino. Non era mai stato così agitato in vita sua. Si sentiva responsabile, colpevole. Non riusciva a combinare niente.
3
Erano quasi le 18 quando Fra Nicola vide finalmente la figura di Padre Paolino dirigersi verso il convento. Il Padre guardiano camminava adagio. Si guardava intorno e si fermava ogni tanto per osservare il paesaggio. Lungo il viottolo che conduceva al convento 5 incontravano alcuni alberi di mandorlo, carichi di frutta. L’estate era stata particolarmente mite quell'anno. Non c'era stata la grave siccità che in genere colpiva il Gargano e neppure il caldo afoso. Per questo la campagna aveva conservato quell'aspetto incantevole di verde rigoglioso che la luce dorata del tramonto rendeva ancor più suggestivo. Era un vero piacere osservare tutta la vegetazione così esuberante, sentire il profumo dei fiori, godere dei loro colori delicati e vivi, e Padre Paolino si beava percorrendo il sentiero. Fra Nicola, invece, sul sagrato della chiesetta smaniava. Osservando il Superiore, che procedeva lento e ogni tanto si fermava, ribolliva di impazienza. A un certo punto non ne poté più. Si lanciò di corsa giù per il sentiero e raggiunse ansimando il Guardiano. - Che ti succede? - lo apostrofò Padre Paolino vedendolo agitato e sconvolto. - Padre Pio è ferito - rispose Fra Nicola. - Ferito? - Si è rotto le mani. - Come? - Non lo so. Nel coro c e sangue dappertutto. - Sangue? - Sì, tanto sangue. Padre Paolino si fermò guardando il confratello. Non riusciva a capire. Quelle frasi gli risultavano sconnesse e prive di significato. La parola "sangue" aveva acceso un allarme nel suo subconscio. Si ricordò di essere il Superiore del convento. Era il responsabile di tutto quello che accadeva. Avrebbe dovuto risponderne ai Superiori maggiori. - Un momento - disse per richiamare l'attenzione di Fra Nicola, cercando di dissipare quell'aria spaventata che vedeva nei suoi occhi e sul suo viso. - Calmati e spiegati bene. Dimmi esattamente che cos’è accaduto. - Non so che cosa sia accaduto - rispose Fra Nicola. - Sono tornato dalla questua, ho sentito dei rumori nel coro, sono corso e ho trovato Padre Pio per terra, tutto sporco di sangue. Secondo me, ha le mani rotte e anche i piedi. Non riusciva a camminare. E vaneggia anche. - Le mani e i piedi rotti? Com'è possibile? È forse caduto da un albero, da una finestra, dal tetto? - Non so niente. Lui non vuole parlare. Non ha voluto che lo aiutassi. È riuscito a trascinarsi da solo nella sua cella e mi ha pregato di lasciarlo riposare. - Sarà stato colpito da uno dei suoi soliti attacchi. Il suo fisico è minato dalla tisi. Sono anni che passa da un medico all'altro. Secondo loro, dovrebbe essere morto da tempo. Forse avrà avuto uno sbocco di sangue. - No, sono le sue mani e i suoi piedi che sanguinano - replicò Fra Nicola. - Muovendosi, ha lasciato una traccia sul pavimento. Non ho pulito perché lei potesse vedere. Per me, è accaduto qualcosa di molto grave. Padre Paolino si accorse di avere il viso in fiamme. Le mani gli sudavano. Quel senso di serenità e di gioia che lo aveva accompagnato lungo il sentiero era scomparso. Il profumo dei fiori, l'odore dell'erba, svaniti. Le parole di Fra Nicola avevano spezzato l'incanto e lo avevano trasportato in una realtà strana che non capiva. Adesso era preoccupato. Il racconto confuso di Fra Nicola era stato sufficiente per far riemergere certi sospetti su Padre Pio che aveva dentro da tempo. Si era affezionato a quel suo confratello fin dal primo incontro, ma non era mai riuscito a capirlo a fondo. Sentiva che nel suo comportamento c'era qualcosa di inspiegabile che gli sfuggiva. Attribuiva quella sensazione al fatto che Padre Pio dimostrava una spiccata spiritualità. Era un Santo. Ma aveva l'impressione che ci fosse anche qualcos'altro, qualcosa di più della normale santità di un religioso. Eventi impensabili, forse spaventosi. Gli pareva che quel religioso vivesse immerso in una realtà pericolosa, e che da un momento all'altro nella sua esistenza potessero accadere terribili disgrazie. E adesso qualcosa di inspiegabile, e forse di grave, era accaduto davvero. Padre Paolino si mise a camminare velocemente. Anzi, a correre verso il convento. Fra Nicola lo seguiva in silenzio. Bruciarono la distanza in una manciata di secondi. Giunti sul sagrato, avevano il fiatone. - Vado da Padre Pio - disse Padre Paolino. - È nella sua cella - ribatté Fra Nicola. - Si è messo a letto. Padre Paolino affrontò la scala, attraversò il corridoio e si fermò davanti alla stanza del confratello. Sentiva i battiti del cuore in gola, gli mancava il respiro. Bussò leggermente e senza attendere la risposta girò il chiavistello della porta ed entrò. Nicola gli stava appresso, ma Padre Paolino gli fece cenno di allontanarsi. Voleva rimanere solo con Padre Pio. - Piuccio, che cosa ti è accaduto? - domandò cercando nella penombra della stanza il volto del confratello. Padre Pio era coricato sul fianco destro e, poiché il letto si trovava sul lato sinistro della cella, aveva il viso rivolto verso la porta. Sembrava assopito. - Mi senti, Piuccio? Sono Padre Paolino. Sono tornato da San Marco in Lamis. Ho visto anche Padre Agostino, il tuo confessore, e mi ha detto di salutarti. Mi senti? Andò verso la finestra e aprì un po' le persiane in modo da far entrare più luce nella stanza. Tornò vicino al letto. Padre Pio strizzava gli occhi. L'improvviso chiarore provocato dall'apertura delle imposte offendeva le sue pupille. - Come stai Piuccio? - continuò Padre Paolino. - Perché ti sei messo a letto? Sei vittima di uno dei tuoi soliti attacchi di febbre? Vuoi che mandi a chiamare il dottor Merla? Sai che corre sempre volentieri quando si tratta della tua salute. Ti vuole bene, ha grande stima di te. Mentre parlava, cercava di controllare il corpo del confratello, di verificare quanto gli aveva riferito Fra Nicola. Padre Pio continuava a tenere gli occhi chiusi. Era sdraiato sul letto, vestito. Teneva le mani nascoste sotto la coperta che si era tirato addosso. Anche i piedi erano coperti. Nel suo viso non si notava niente di strano, solo un'espressione addolorata e prostrata. - Fra Nicola mi ha riferito che non hai voluto mangiare - riprese Padre Paolino. - Vuoi che ti porti una mela? Ci sono anche dei fichi nell'orto, e so che ti piacciono. Dimmi, Piuccio, che cosa vuoi? Parlami. Mi senti? Padre Pio socchiuse gli occhi, guardò il confratello e cercò di abbozzare un sorriso. - Grazie, Padre superiore - disse con un filo di voce. - Non mi occorre niente. Non sto male, ho bisogno solo di riposare un poco. Vedrai che per l'ora delle preghiere nel coro sarò in piedi. - Non ti preoccupare. ~ dispenso dal partecipare alla preghiera comunitaria. Dimmi piuttosto come ti senti, che cosa ti è accaduto? Avrebbe voluto vedere le sue mani, i suoi piedi. Constatare che cosa c'era di vero in quanto gli aveva riferito Fra Nicola, ma non sapeva come affrontare il discorso. Padre Pio, con la sua abituale riservatezza, incuteva timore. Erano quasi coetanei, erano amici, ma non era facile affrontare con lui argomenti che riguardavano la sua vita privata. Era molto abbottonato, sviava subito il discorso. - Sei proprio sicuro di star bene? - domandò ancora una volta Padre Paolino, dopo essere rimasto a lungo in silenzio. - Sì, sto bene, non ti preoccupare - rispose il confratello. Padre Paolino capì che la conversazione, almeno per il momento, era finita. Padre Pio non gli aveva detto niente e non voleva confidarsi. Non gli restava che andarsene. Non era il caso di insistere. - Buona giornata, Piuccio. Mi raccomando, se hai bisogno chiama e non ti preoccupare per le preghiere comunitarie. Hai il mio permesso di restare a letto. Si avvicinò alla porta. Esitò ancora qualche attimo e poi uscì. Si sentiva amareggiato. Non era riuscito a far parlare il confratello. Padre Pio nascondeva certamente qualcosa e non voleva confidarsi. Nel corridoio c'era Fra Nicola. - Avete visto le sue mani? - domandò. - Non ho visto niente - rispose Padre Paolino avviandosi verso il coro. Fra Nicola lo seguì. Aveva capito che il Superiore voleva controllare le macchie di sangue. E lui era ansioso di fargliele vedere. Erano la prova che giustificava le sue preoccupazioni. Camminando in fretta, oltrepassò il Superiore e apri la porta del coro. Fece una genuflessione frettolosa e sgangherata e indicando il luogo dove al mattino aveva trovato Padre Pio svenuto, disse: - Guardate. Queste non sono macchie, sono fiotti di sangue. Padre Pio deve aver riportato ferite terribili. Chissà che cosa gli è accaduto. Padre Paolino si chinò sul pavimento per controllare meglio. Vide che le macchie di sangue partivano dallo scanno del coro dove Padre Pio di solito si metteva a pregare. Poi ce n'erano accanto alla porta che dava sul corridoio del convento, dove Fra Nicola aveva detto di aver trovato il confratello svenuto. Le macchie erano numerose. Alcune piccole, altre più vistose. Vicino alla porta c'era addirittura una grande chiazza. In quel punto, probabilmente, Padre Pio era rimasto a terra svenuto a lungo. Comunque, tutto quel sangue non poteva venire da una ferita superficiale. A Padre Pio era accaduto qualcosa di grave. - Com'erano le ferite? - domandò Padre Paolino a' Fra Nicola, che gli era accanto. - Non le ho viste bene - rispose il confratello. - Sembrava che avesse come dei buchi al centro delle mani. Non riusciva a muovere le dita, come se le ossa fossero state rotte. E si reggeva in piedi a fatica. I suoi piedi non avevano proprio forza. Non so come abbia fatto a raggiungere la sua stanza. Padre Paolino avrebbe voluto chiedere altri particolari, ma si era reso conto che nemmeno Fra Nicola sapeva granché. - Comincia a preparare la cena mentre io vado dai ragazzi, in collegio - disse ancora Padre Paolino a Fra Nicola. - Vedi se riesci a cucinare un po' di brodo per Padre Pio e anche del purè di patate, che gli piace. Gli porterò la cena in camera. Dalla finestrella del coro guardò sul sagrato della chiesa. Il sole era all'orizzonte. Le ombre delle piante si erano allungate. La luce cominciava a essere incerta. Sul paesaggio vagava quella strana malinconia che si avverte sempre, soprattutto in campagna, quando si avvicina la sera. Padre Paolino provava un profondo senso di smarrimento. Per un attimo fu vinto dalla paura. Aveva l'impressione di essere coinvolta in una vicenda che oltrepassava i confini delle umane esperienze. Si rivolse al grande crocifisso del coro. "Signore" pregò mentalmente "vi supplico: salvate Padre Pio. È buono, non deve soffrire. Aiutatelo, per favore." Padre Paolino raggiunse il collegio. I ragazzi gli fecero una gran festa. Era un vero padre per loro. Non lo vedevano dalla sera prima. Al mattino se n'era andato mentre loro stavano ascoltando la Messa. Controllò che avessero eseguito i compiti che aveva assegnato loro. Erano stati bravi. Li vedeva felici. Ma la sua mente era altrove. Sentiva le loro voci ma non seguiva i loro discorsi. Li accompagnò in chiesa per le preghiere della sera, e cominciarono a recitare il rosario. Padre Paolino, però, era distratto, non riusciva a concentrarsi. Uscì sul sagrato della chiesetta. Cominciava a fare buio. Il silenzio era assoluto. Camminava nervoso, carico di un'ansia che lo tormentava. Cercava di mettere ordine nei suoi pensieri. Nel convento, quel giorno, era accaduto qualcosa di grave, e lui non sapeva che cosa. Ecco quel che lo preoccupava maggiormente, l'incertezza, il non sapere. Ma lui era il Superiore del convento, il responsabile della vita comunitaria, dei confratelli, e quindi aveva il dovere di sapere. - Io devo sapere - disse ad alta voce. - Devo - ripeté. - Se' domani arriva il Padre provinciale, devo essere in grado di fargli una relazione dettagliata, precisa. Non posso rispondere: "Non so niente". Respirò profondamente l'aria che nel frattempo si era rinfrescata. Una leggera brezza muoveva dolcemente le foglie degli alberi. In fondo al sagrato c'era un grande olmo, una pianta maestosa che piaceva molto a Padre Pio. Guardò quell'albero che era diventato una grossa macchia scura contro il cielo turchino. "Adesso vado da Piuccio, e mi deve raccontare tutto" disse fra sé con determinazione. Ritornò in chiesa e ordinò ai ragazzi di fare meditazione fino alle Otto e poi di andare in refettorio. Salì al piano di sopra, attraversò il corridoio e bussò alla porta della camera di Padre Pio. Entrò senza attendere risposta. Il Padre era sempre sdraiato sul letto nella stessa posizione di un'ora prima. - Come stai? - gli domandò Padre Paolino. - Un poco meglio, grazie - rispose il Padre. Il buio era ormai fitto. Padre Paolino accese il lume a petrolio che si trovava sul tavolino. Nella stanza si diffuse subito un tenue chiarore. Prima di avvicinarsi al letto, Padre Paolino chiuse le persiane della finestra, per impedire che, attratte dalla luce, entrassero falene e zanzare. - Ho detto a Fra Nicola di prepararti del brodo e un po' di purè - disse. - Grazie - rispose Padre Pio - ma non credo che riuscirò a mangiare. Padre Paolino si fermò in mezzo alla stanza e guardò il confratello. Rimase lì in silenzio alcuni istanti. Poi prese una sedia, l'avvicinò al letto, si sedette. - Senti, Piuccio - esordì con voce suadente. - Io so che tu oggi hai avuto un incidente. Fra Nicola mi ha mostrato che nel coro hai perduto molto sangue. Il pavimento è ancora tutto macchiato. Non ci sono dubbi: qualcosa ti deve essere accaduto. E io non so niente. Tu non mi hai ancora voluto dire niente. So che sei molto riservato. E fai bene. Ma io sono il tuo Superiore. Ho delle responsabilità su tutte le persone di questa comunità, e anche su di te. Responsabilità davanti a Dio e davanti ai nostri Superiori maggiori. Io devo sapere. Se viene il Padre provinciale e mi chiede informazioni, devo essere in grado di potergli rispondere. Perciò, Piuccio, ti prego, aiutami a compiere il mio dovere. Dimmi che cosa ti è accaduto. Dimmi come ti sei ferito. Padre Paolino parlava fissando attentamente il viso del suo confratello. Cercava di fargli capire quanto fosse importante quel che gli stava chiedendo. Insisteva nel sottolineare: "Io devo sapere". Padre Pio teneva gli occhi chiusi. Aveva sul viso un'espressione impassibile, impenetrabile. Sembrava che non udisse neppure quelle parole accorate. - Fra Nicola mi ha riferito che perdevi sangue dalle mani - aggiunse Padre Paolino. E con tono deciso gli ordinò: - Fammi vedere le mani, in modo che io possa capire che cosa ti è capitato. Padre Pio non si mosse. Padre Paolino allora prese i lembi della coperta che il confratello si era tirato addosso e cominciò a scoprirgli le braccia. Padre Pio aprì gli occhi e guardò il Superiore. Il suo sguardo era di una tristezza infinita. Uno sguardo smarrito, addolorato, implorante, che allarmò ancora di più il confratello. Poi Padre Pio scoppiò in un pianto dirotto. Singhiozzava, senza riuscire a frenare le lacrime che scorrevano copiose sulle gote, sulla barba. - Non devi fare così - disse Padre Paolino, sorpreso da quella reazione inattesa. - Io sono il tuo Superiore ma sono soprattutto un tuo fratello. Ti voglio bene. Devi avere fiducia in me. Sono qui per aiutarti. Se non vuoi che veda le tue mani, non lo farò. Ma se hai dei problemi, devi confidarmeli senza timore. Io voglio aiutarti. Rimise a posto la coperta rinunciando a scoprire le braccia di Padre Pio, e con un gesto affettuoso gliela rimboccò e gli accarezzò il volto bagnato di lacrime. Rimase in silenzio aspettando che il confratello riuscisse a frenare il pianto. Dopo qualche attimo Padre Pio scostò lentamente la coperta da un lato e sollevò verso Padre Paolino le mani piagate. - Oddio! Piuccio mio, ma che cosa ti è accaduto? - esclamò Padre Paolino coprendosi il viso. Le mani di Padre Pio apparivano letteralmente maciullate. Al centro delle palme si vedeva una grossa ferita, e tutto intorno il sangue raggrumato. La pelle era gonfia, livida. Padre Pio le teneva semichiuse, incapace di compiere un qualsiasi movimento. Le girò con precauzione per mostrare anche il dorso, che appariva ugualmente devastato, tumefatto, con al centro la ferita. Un autentico foro. Padre Paolino guardava senza riuscire a dir parola. Quelle ferite erano mostruose. Non avrebbe mai immaginato di vedere una cosa del genere. Pensò al dolore lancinante che dovevano provocare. Avrebbe voluto chiedere spiegazioni, ma il pianto desolato di Padre Pio aveva suscitato in lui una viva commozione. Si chinò sul confratello e lo abbracciò con affetto, in silenzio. - Non ti preoccupare, Piuccio, chiameremo il medico e ti curerà - disse dopo un po'. - No, no, per carità! Non devi chiamare nessuno - si affrettò a dire Padre Pio - e non devi parlarne con nessuno. Il Signore mi aiuterà. Solo lui potrà guarirmi. Pregalo anche tu che mi venga in aiuto. - Certo che pregherò. Tutti pregheremo per te. - Se non ti dispiace, adesso vorrei restare solo. Sono molto stanco - mormorò Padre Pio. - Come posso lasciarti solo in queste condizioni? Non me lo perdonerei, se ti dovesse accadere qualcosa. Resterò qui a tenerti compagnia. - No, fratello mio, devi lasciarmi solo. Stai tranquillo, non succederà più niente. Ora ho tanto bisogno di riposare. - Non vuoi che ti porti qualcosa da mangiare? - No, non riuscirei a mandar giù niente. - Più tardi verrò a darti la buona notte. - Ti ringrazio e ti chiedo perdono per i continui disturbi che ti arreco. - Non dirlo neppure per scherzo. Riposa. Che il Signore ti benedica. Vuoi che lasci il lume acceso? - No, spegnilo per favore. Padre Paolino spense il lume e uscì dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle. Il corridoio era buio. Un lieve bagliore proveniva dalla grande finestra in fondo che dava sul giardino. Si incamminò da quella parte e si fermò a contemplare il cielo, che aveva un colore blu metallico. Cominciavano già a spuntare le prime stelle. "E adesso?" si domandò Padre Paolino. "Adesso che faccio?" Intuiva che quelle piaghe non potevano essere state provocate da un banale incidente fisico. Ma il pensiero che gli balenava nella mente, e cioè che fossero di origine spirituale, mistica, era troppo azzardato. Lo scacciò subito. Padre Pio era un buon religioso, ma non al punto di ricevere doni carismatici del genere. Si rese conto però che, in realtà, non sapeva ancora niente di preciso di quanto era accaduto. Aveva visto le mani di Padre Pio e nient'altro. Fra Nicola aveva parlato anche di ferite ai piedi, e lui non le aveva viste. Non possedeva affatto un quadro completo della situazione, come era suo dovere in qualità di Superiore del convento. "Domani devo indagare di più" disse fra sé. "E devo anche avvertire i Superiori maggiori. Questa vicenda è gravissima." Scese in refettorio. I ragazzi avevano già finito la cena. Fra Nicola era in cucina e aveva preparato il brodo e il purè. No, non vuole mangiare - disse Padre Paolino indicando le pietanze. - Non se la sente. Credo che sia meglio lasciarlo riposare. - Come sta? - domandò Fra Nicola con la preoccupazione dipinta negli occhi. - Soffre. Ho visto le sue mani. Devono provocargli dolori tremendi. Ha chiesto di pregare per lui. Quella notte Padre Paolino non riuscì a dormire. Nella sua mente si affollavano tormentandolo pensieri e preoccupazioni. Aveva continuamente davanti agli occhi l'immagine di Padre Pio che, piangente e desolato, gli mostrava le mani piagate e insanguinate. Ogni tanto si alzava e si avvicinava alla porta della stanza del confratello per sentire se si lamentava. Al mattino celebrò Messa presto. Poi andò a salutare Padre Pio e lo trovò ancora a letto, nella medesima posizione della sera precedente. - Hai dormito, Piuccio? - domandò. - Poco, Padre superiore. La voce di Padre Pio era molto debole. - Vuoi che vada a chiamare il dottor Merla? - Non è necessario. Più tardi proverò ad alzarmi - si affrettò a dire Padre Pio. Padre Paolino capì che, piuttosto di ricevere visite e dover mostrare quelle piaghe a degli estranei, Padre Pio era disposto ad affrontare qualunque sofferenza, a fingere di star bene anche se non si reggeva in piedi. Constatò che le sue condizioni erano sempre gravi. Decise perciò di non importunarlo oltre con domande indiscrete, ma anche di informare subito le due persone per le quali Padre Pio non aveva mai avuto segreti, e cioè Padre Benedetto, che era il suo direttore spirituale, oltre che il Superiore provinciale, e si trovava a Foggia; e Padre Agostino, il suo confessore, che insegnava teologia nel convento di San Marco La Catola, ai confini tra le province di Foggia e Campobasso. Con loro si sarebbe certamente confidato. Andò nella sua stanza e cominciò a scrivere. Non sapeva però che cosa dire. Era sicuro che quelle ferite fossero qualcosa di speciale, ma come indicarle? Provò e riprovò, cestinando diversi fogli. Alla fine si limitò a comunicare soltanto che a Padre Pio era accaduto qualcosa di grave, e che aveva bisogno di parlare con loro. Dovevano affrettarsi a venire a trovarlo. Chiamò Fra Nicola e lo mandò in paese a spedire le lettere. Era sabato. In quel giorno della settimana la chiesetta del convento era frequentata dai fedeli che venivano a confessarsi. E come al solito, anche quella mattina, tutti chiedevano di Padre Pio. - Non sta bene, è a letto - rispondeva Padre Paolino e leggeva sui loro volti un sincero rammarico. "Gli vogliono molto bene" diceva fra sé ritornando a pensare al mistero che custodiva quel suo confratello. Trascorse la mattinata in chiesa a confessare, e poi sul sagrato, aspettando i penitenti. Era una giornata fresca. Il sole non dava fastidio. Padre Paolino passeggiava nel piccolo piazzale recitando il breviario. Verso mezzogiorno, sul sentiero che conduceva al convento, vide un sacerdote. Lo riconobbe da lontano. Il modo di camminare, l'ampio cappello pigiato sulla testa fino a piegare le orecchie, erano inconfondibili. Era Don Giuseppe Orlando, un ecclesiastico di Pietrelcina, amico fraterno di Padre Pio. Si erano conosciuti quando Padre Pio era ragazzo e lui un giovane sacerdote. Don Orlando gli era sempre stato accanto e aveva seguito tutte le fasi della sua vocazione religiosa. Sapeva tutto di lui e gli voleva bene. Affrontava lunghi viaggi per venire spesso al convento di Santa Maria delle Grazie e stare un po' assieme al suo amico e compaesano. "Caro Don Orlando, giungi proprio a proposito" disse Padre Paolino parlando fra sé. "Questa volta è la Provvidenza che ti manda." Vedendo quel sacerdote aveva provato un enorme sollievo. Don Orlando, legatissimo a Padre Pio, avrebbe potuto risolvere i suoi problemi. Il Padre, che non aveva mai avuto segreti per lui, gli avrebbe raccontato tutto. E Don Orlando, con una dettagliata relazione, gli avrebbe permesso di prendere i provvedimenti necessari. Agitò la mano in aria per attirare l'attenzione del sacerdote e per salutarlo. Poi si incamminò lungo il sentiero nella sua direzione. Incontrandolo, lo abbracciò con affetto. - Ero a Foggia e non ho voluto ritornarmene a Pietrelcina senza venire a dare un salutino a Piuccio - disse con il suo abituale modo di parlare a voce alta e spiegata, che denotava la sicurezza e la baldanza del suo carattere. - Credo di non aver mai gradito una sua visita tanto come oggi - rispose Padre Paolino, ma Don Orlando non afferrò il significato preciso della frase. -È una bella giornata - aggiunse - ma fa caldo, soprattutto camminando in salita. - Si asciugò il sudore della fronte con un fazzoletto rosso e poi domandò: - Dov'è Piuccio? - In genere, a quell'ora, di sabato, lo trovava sempre lì sul sagrato o sulla porta della chiesa. Era lui a prendersi cura delle persone che venivano a confessarsi, perciò era un po' stupito di non vederlo. - È a letto - rispose Padre Paolino. - Ci risiamo - commentò Don Orlando. - Ancora e sempre problemi di salute. Che cos'ha questa volta? - Non si tratta dei soliti disturbi. Credo sia qualcosa di molto più grave. - Più grave? - Sì, grave, anzi, molto grave. Con me non si è confidato ma con lei, che è suo amico da tanti anni, dovrebbe parlare. E mi auguro che lo faccia. Perché se non parla e non si confida, non posso aiutarlo. Da ieri mattina sta male, molto male, ma non ho potuto fare niente per alleviare le sue sofferenze. Non vuole parlare, non vuole dire che cosa gli è accaduto, non vuole vedere nessuno e tanto meno il medico. - Ma, in nome di Dio, che cos'ha? - domandò Don Orlando preoccupato. - Ieri mattina io ero andato a San Marco in Lamis a dare un aiutò per le Confessioni. Fra Nicola era uscito per la questua, e quando è tornato ha trovato Padre Pio svenuto nel coro e tutto imbrattato di sangue. - Uno sbocco emorragico. Gli è tornata la tisi come quando era a Pietrelcina. No, no, nessun sbocco emorragico. Perdeva sangue dalle mani e dai piedi. Era tutto ferito. Io poi ho visto le mani. Non voleva farmele vedere, ho quasi dovuto costringerlo. Una cosa orribile. Sono gonfie, maciullate. Al centro del palmo c e una ferita profonda, come un foro. Non riesce a usarle, neppure a chiuderle. Ogni minimo movimento gli procura dolori lancinanti, glielo si legge sul viso. - Ma come può essersi ferito in quel modo? - Non lo so. Lui non parla. E poi ci sono i piedi. Io non li ho visti, ma Fra Nicola mi ha detto che mentre percorreva il breve tratto dal coro alla sua cella barcollava paurosamente, e si vedeva che non riusciva a fare forza sui piedi. E anche i sandali erano insanguinati. - È una vicenda incredibile - disse Don Orlando. - Ho pensato perfino che si sia ferito per poter soffrire per amore di Dio. Lui è un santarello. Ma come si sarebbe potuto rovinare, da solo, senza aiuto, tutte e due le mani a quel modo? Non è possibile. Avevano raggiunto il sagrato e si erano fermati all'ombra del grande olmo. Don Orlando continuava a tergersi il sudore e si guardava intorno smarrito. - Ogni tanto mi viene in mente un pensiero che scaccio subito perché lo ritengo assurdo - disse Padre Paolino dopo una breve pausa. - Però potrebbe essere la spiegazione di tutto. - Che cosa pensa? - Lei conosce Padre Pio meglio di me. Sa che è un autentico uomo di Dio. Lei è suo paesano, lo ha visto crescere. Era a Pietrelcina quando lui era ragazzo e anche quando vi ha fatto ritorno, già religioso, per ragioni di salute. Sa che cosa diceva la gente di lui. Quello che raccontavano di sentire di notte nella camera dove dormiva. Tutti quei rumori misteriosi, le luci, i segni delle botte che si vedevano sul suo corpo il giorno dopo. Secondo la gente, Padre Pio di notte lottava con Satana. E vedeva Gesù e la Madonna. Molti miei confratelli non hanno mai dato credito a quei racconti. Io sì. Io ci credo. Sono convinto che Padre Pio abbia le visioni. E per questo penso che forse le sue piaghe potrebbero avere un'origine soprannaturale. Potrebbero essere le piaghe del Signore, le stigmate, come quelle di San Francesco. - Certo, un pensiero del genere è assurdo - aggiunse Padre Paolino rompendo il silenzio. - Le stigmate sono doni che Dio riserva a Santi grandissimi. E Padre Pio è quasi ancora un ragazzo. Però non vedo altra spiegazione. Oppure potrebbero essere state provocate dal Demonio. Gli spiritacci del male che lo picchiavano e bastonavano a Pietrelcina potrebbero essere tornati alla carica anche qui. Ma allora perché infliggergli delle ferite che richiamano le piaghe di Cristo? Per trarre in inganno la gente? Qui tutti vogliono bene a Padre Pio. Molti vengono anche da lontano per confessarsi da lui. Sta facendo un apostolato straordinario, e forse Satana vuole impedirglielo. Lo ha ferito per spaventarlo. Lo ha ferito in quel modo per suscitare curiosità, scandalo, per creare confusione. O forse voleva ucciderlo. La Bibbia dice che Satana e omicida fin dal principio". Chissà che cos'è accaduto. Comunque, io credo che siamo di fronte a una vicenda tremenda, e questo mi fa paura. Se almeno lui parlasse in maniera da farci capire, potremmo comportarci di conseguenza. - Vado da lui - tagliò corto Don Orlando, che aveva ascoltato pensieroso e preoccupato lo sfogo di Padre Paolino. - Cercherò di convincerlo a raccontarmi tutto. Don Orlando era un tipo determinato. Si avviò verso il convento e raggiunse in fretta la cella di Padre Pio. Bussò ed entrò. - Piuccio, sono io, sono il tuo Don Peppino - disse ad alta voce. Non ebbe risposta. La stanza era ancora buia. Don Orlando aprì le imposte, e la luce penetrò invadente. Poi si girò verso l'amico che giaceva nel letto. - Piuccio mio, ma che ti succede? Padre Pio lo guardava con occhi febbricitanti. Era felice di vedere il suo compaesano. Tanto felice da non riuscire a parlare. Un nodo di commozione gli serrava la gola. Don Orlando gli si avvicinò e gli diede un bacio sulla barba. Gli occhi di Padre Pio si riempirono di lacrime. - Ma che fai? Piangi? - esclamò Don Orlando con il suo vocione. - Ti sei rammollito? Non ti ho mai visto depresso neppure quando a Pietrelcina stavi più morto che vivo. - Sono felice - mormorò Padre Pio con un filo di voce. Fissava l'amico con intensità. Con quel sacerdote, che conosceva fin da bambino, e che sapeva tante cose di lui, poteva finalmente confidarsi. Per questo piangeva. Non riusciva più a tenere nascosto nel cuore un segreto che gli pesava come un macigno. - Mi hanno detto che ti sei ferito - disse Don Orlando. Padre Pio scrollò la testa in segno di diniego. - Che cosa ti è accaduto, allora? - domandò il sacerdote con voce sommessa. Padre Pio lo fissò ancora negli occhi, poi estrasse da sotto la coperta le mani e gliele mostrò. Erano gonfie e turgide peggio del giorno prima. Don Orlando ebbe un tuffo al cuore, ma si controllò. Il suo viso dai lineamenti affilati rimase impassibile. Guardava freddamente quelle povere mani deformi. Con molta precauzione, per non provocargli dolore, le girò per osservarle anche dall'altra parte. Passò l'indice della sua mano destra sul sangue raggrumato, per constatare il gonfiore e l'ampiezza della ferita. - Una brutta botta - commentò fissando Padre Pio dritto negli occhi. E gli domandò: - Ti fa male? - Un dolore indicibile - rispose il Padre. - Sei riuscito a riposare questa notte? - Neanche un attimo. - Sarai sfinito. - Non ne posso più. Don Orlando si tolse il cappello che aveva ancora in testa e lo depose sulla scrivania. Si slacciò i bottoni del collo della talare e sfilò il colletto inamidato che portano i sacerdoti. Aveva caldo. Andò alla finestra e accomodò le persiane in modo da impedire che entrasse il sole. Compiva queste azioni con calma e lentezza, per avere il tempo di riflettere. Prese la sedia, l'avvicinò al letto e si sedette. - Piuccio - esordì con dolcezza. - Tu mi devi raccontare tutto. Padre Paolino e Fra Nicola sono spaventati. Non sanno che cosa pensare né che cosa fare. La gente viene a chiedere di te, e loro non sanno cosa rispondere. Queste ferite devono essere curate. Non puoi startene qui a letto senza far niente. Potrebbe scatenarsi un'infezione. Bisogna prendere delle decisioni. Io sono qui per aiutarti, ma mi devi dire chiaramente che cos'è accaduto. Fece una pausa. Padre Pio aveva abbassato lo sguardo e rifletteva. Don Orlando riprese deciso: - Cominciamo da ieri mattina. Padre Paolino mi ha detto che lui si trovava a San Marco in Lamis e Fra Nicola alla questua. Tu eri solo nel convento. Cos'hai fatto? Dove sei andato? - Ho celebrato la Messa e poi sono salito nel coro per il ringraziamento. - A che ora? - Circa le nove. - Stavi bene? - Certo. Mi sentivo un po' debole. Come sai, all'inizio di settembre sono stato colpito anch'io dalla spagnola e mi sono fatto un paio di settimane a letto. Ma per fortuna è stato un attacco leggero, non ho avuto conseguenze. Mi ero già ripreso. - Stavi quindi facendo il ringraziamento della Messa... - Pregavo con fervore. Sentivo nel mio cuore una grande quiete. Mi pareva che il Signore mi fosse tanto vicino. Avevo raggiunto un intimità spirituale grandissima, che procurava profonda e indicibile gioia al mio cuore. Pregavo per i giovani che stanno combattendo al fronte. Quando facevo il soldato, a Napoli ero nella Sanità, e all'ospedale ho visto tanti feriti. Conosco la disperazione e lo spavento di quei ragazzi. Alcuni li ho visti morire. E terribile. I loro volti sono ancora qui, impressi nei miei occhi. Pregavo il Signore che aiutasse quei nostri fratelli sofferenti, che avesse misericordia di loro. "E mentre pregavo ho sentito che il mio fisico e anche la mia mente venivano invasi da un meraviglioso torpore. Una specie di sonno. Tutti i miei sensi, e anche le stesse facoltà della mia anima, si sono trovati in una quiete indescrivibile. Intorno a me e dentro di me si è fatto un totale silenzio. Mi sentivo completamente abbandonato al volere di Dio. Distaccato da tutto, da ogni pensiero e da ogni desiderio, mi pareva di essere in braccio al Signore. E in questo stato credo di essermi addormentato sul serio. "Poi, improvvisamente, sono stato avvolto da una luce intensa. Un mare di luce folgorante, che accecava i miei occhi fisici ma dentro la quale potevo vedere benissimo con gli occhi dell'anima. E in quella luce ho visto Gesù. Era bellissimo, sollevato in mezzo alla luce e, a sua volta, emanava altra luce, ancora più intensa. Aveva le braccia leggermente alzate e aperte con le palme rivolte verso di me. Dalle piaghe delle sue mani, dei suoi piedi, e da quella del costato partivano dei raggi di luce bianchissima che sembrava luce di ghiaccio. E quei raggi colpivano le mie mani, i miei piedi, il mio costato. Ma erano come lame di fuoco che penetravano la mia carne perforando, tagliando, rompendo. Mi sentivo morire. Avrei voluto gridare. Il dolore era immenso, ma insieme provavo una dolcezza infinita. Amore e dolore infiniti, fusi insieme. Sono stati attimi indescrivibili, ma il mio fisico non ha resistito e sono crollato privo di conoscenza. "Quando mi sono ripreso, non c'era più luce, non c'era più Gesù. Ero a terra, sanguinante. Ho provato ad alzarmi, ma non ce l'ho fatta. Il dolore era atroce. Ho visto le mie mani ferite. Ho sentito che avevo i piedi rotti. E qui, dalla parte del cuore, il saio era tutto pieno di sangue. Volevo rifugiarmi nella mia cella. Sono riuscito a trascinarmi fin vicino alla porta, ma poi ho di nuovo perduto conoscenza." - Sei certo che l'entità che hai visto in quella luce fosse proprio Gesù? - Ne sono certo. - Ti ha parlato? - Non con parole fatte di suoni. Ha parlato alla mia anima. Era simile al personaggio che avevo visto il 5 agosto. Un personaggio fatto di luce immensa, purissima, ma questa volta aveva il volto di Gesù e le sue piaghe, dalle quali partivano raggi di luce. - E perché dici che era simile al personaggio che avevi visto il 5 agosto? - È una storia lunga. Tutto quello che è accaduto ora è soltanto la conclusione di una lunga vicenda. - Quanto lunga? - Almeno Otto anni. Tutto è cominciato quando vivevo a Pietrelcina. Ti ricordi Piana Romana? - E come no? I campi di tuo padre. Lo vedo ancora Grazio, che lavora sempre, infaticabile. - Ti ricordi che quando ero a casa ammalato mi rifugiavo sempre laggiù, in una capanna costruita sotto l'olmo? - Sono venuto diverse volte a trovarti. Abbiamo chiacchierato tanto in quella capanna. - Là ricevevo spesso la visita di Gesù, e un giorno mi lasciò sul corpo i segni della sua Passione. Ero molto spaventato e confuso. Lo pregai intensamente di togliermi quei segni. "Lasciami il dolore, perché io voglio patire per amor tuo" gli dicevo "ma toglimi questi segni che mi mettono in confusione." "Quelle piaghe le vide solo il parroco, Don Salvatore Pannullo, che era il mio confessore. Insieme pregammo per ottenere che il Signore rendesse invisibili quei segni, e il Signore ci ascoltò. Le piaghe scomparvero e rimase il dolore." - Che tipo di dolore? - Lancinante, come se le mani fossero trapassate da una lama. E anche i piedi e il costato. - E il 5 agosto: che cos'è accaduto quel giorno? - Negli ultimi tempi il Signore si è fatto vivo spesso con me. Vedevo il suo viso addolorato per l'ingratitudine degli uomini e per gli orrori della guerra. Mi ha concesso il dono di intuire quanto grande sia il suo amore per noi, e quanto grande il dolore per le aberrazioni che stanno accadendo nel mondo. Non potevo resistere a simile strazio e subito mi sono offerto vittima per la fine della guerra, per i morti, per i feriti, per la salvezza dei peccatori. Gli ho chiesto il privilegio di poter soffrire con lui e di condividere il suo amore per l'umanità. E lui ha accettato la mia offerta. "La sera del 5 agosto scorso, mentre stavo confessando i ragazzi del collegio, improvvisamente ebbi una visione di tipo spirituale. Vidi, cioè, non con gli occhi del corpo, ma con quelli dell'anima, un personaggio celeste, forse un Serafino, che teneva in mano uno strano arnese. Sembrava una spada o una lunghissima lamina di ferro, con una punta affilatissima, dalla quale usciva fuoco. Mentre lo guardavo terrorizzato, scagliò con estrema violenza quell'arnese nella mia anima. Emisi un lamento, mi sentivo morire. Il ragazzo che stavo confessando si spaventò. Gli diedi l'assoluzione in fretta e lo congedai. Rimasi lì immobile, incapace di alzarmi della sedia. "Solo molto tempo dopo riuscii a raggiungere la mia cella. E per tutta la notte fui in preda a quel martirio, senza interruzione, che durò anche il giorno dopo, fino al mattino del giorno 7. Quel che soffrii in quelle ore non potrò mai dirlo. Mi pareva che mi strappassero le budella, che le facessero a pezzettini. Da quel giorno la ferita provocata da quella spada è sempre rimasta viva dentro di me, facendomi spasimare giorno e notte. "E adesso si sono aggiunte queste ferite. Sono venute a compimento del martirio che ho chiesto di poter soffrire per essere di aiuto alla redenzione degli uomini, alla salvezza dei peccatori. Gesù ha accettato la mia richiesta, e queste piaghe sono una specie di firma del nostro contratto. D'ora in poi io vivrò sul Calvario." - Quindi queste piaghe sono le stigmate di Cristo. - È così, Don Peppino mio. Ma ancora una volta io voglio pregarlo di togliermele. Di lasciarmi il dolore, perché lo voglio. Ma i segni visibili mi sono di confusione. Continuo a pregarlo che me li tolga, ma non vuole ascoltarmi. - Ti fanno male anche i piedi? -In modo terribile. Questa notte ho dovuto alzarmi, ed è stato un tormento spaventoso. -Fammi vedere - disse Don Orlando togliendo di colpo le coperte. Padre Pio lo lasciò fare. Le lenzuola erano inzuppate di sangue. Il sacerdote controllò i piedi. Avevano lo stesso aspetto delle mani. Erano tumefatti, gonfi, trapassati da parte a parte da una ferita mostruosa. Padre Pio era andato a letto senza togliersi il saio. Probabilmente, con quelle mani ferite, non ce l'aveva fatta. - Ti aiuto a spogliarti - disse Don Orlando. - Non puoi restare in queste condizioni. E poi dobbiamo disinfettare le ferite e fasciarle. Se si infettano, sono guai. Aiutò l'amico a sedersi sul letto. Padre Pio aveva un corpo longilineo e magro. Pesava meno di 60 chili. Don Orlando, invece, era molto robusto e gli fu facile sollevare l'amico e aiutarlo a togliersi il saio. Il Padre rimase in mutande e con la camicia, che era costituita da una tonaca di stoffa grezza. All'altezza del cuore, la tonaca era imbevuta di sangue rappreso. - Fa vedere - disse Don Orlando cercando di sbottonare la tonaca. Padre Pio si copri il petto con le braccia. Non voleva. - Piuccio - insitette Don Orlando - devo vedere. Se vuoi che ti aiuti, devo essere al corrente di tutta la situazione. Sono un fratello, per te. Padre Pio tolse le braccia dal cuore e si distese nuovamente sul letto. Don Orlando alzò la tonaca e scoprì il torace magro e scheletrito del religioso. Una visione spaventosa si presentò ai suoi occhi. Il petto era un lago di sangue. Sul lato sinistro, due dita sotto il capezzolo, si apriva un vero squarcio. Un taglio di almeno 7 centimetri. La pelle circostante era gonfia e tumefatta. Le labbra della ferita erano sollevate, e questo permetteva di vedere che lo squarcio era profondo, penetrava dentro il petto, tra le costole, in direzione del cuore. - Cosa senti qui? - domandò Don Orlando indicando la ferita al costato. - Uno spasimo spaventoso - rispose Padre Pio. - Il dolore mortale che ho provato al momento dell'apparizione non è mai cessato. Qui nel cuore sento in continuazione la presenza di quella lama di luce. Mi pare che continui e penetrare, a lacerare, a spaccare il mio cuore. E sento scorrere sangue. Lo sento cadere dentro di me. Mi pare addirittura di percepirne il rumore, e ho l'impressione che sia molto più copioso il sangue che scorre dentro, che non quello che esce dalla ferita. Ho paura di morire dissanguato. Se il Signore non ascolta le mie suppliche, per me è proprio finita. - Adesso dobbiamo pulire tutto. Dobbiamo lavare e disinfettare le ferite, e poi fasciarle. - Ti prego, non chiamare nessuno - supplicò Padre Pio. - Non ti preoccupare, farò tutto io. Ma tu mi devi promettere che se, nei prossimi giorni, il dolore non diminuisce e le ferite non si chiudono, ti farai vedere dal medico. - Va bene, vedremo che, cosa accadrà nei prossimi giorni. Don Orlando ricoprì quel povero corpo maciullato. - Ora vado a prendere quel che occorre per disinfettare le tue ferite - disse e uscì dalla cella. In fondo al corridoio, vicino alla porta del coro, c'erano Padre Paolino e Fra Nicola. I loro visi erano tesi. Alle 2 del pomeriggio non avevano ancora pranzato. Avevano servito il pranzo ai ragazzi del collegio, ma loro non erano riusciti a mangiare nulla. Vedendo Don Orlando, accorsero verso di lui. - Ho bisogno di acqua calda, pezzuole di lino, disinfettante, bende - disse con voce calma e sicura il sacerdote. - Come sta? - domandò Padre Paolino. - Credo che ora stia meglio di ieri sera - rispose Don Orlando. - Ma bisogna pulirlo, disinfettarlo. Da solo non riesce a fare niente. Neanche a spogliarsi. Padre Paolino ordinò a Fra Nicola di andare in cucina a scaldare dell'acqua e preparare subito quanto aveva chiesto Don Orlando. Rimasto solo con il sacerdote, gli domandò: - Le ha raccontato che c6s'è accaduto ieri? - Sì - rispose Don Orlando. - Mi ha raccontato tutto. - E lei che ne pensa? - Credo che ci troviamo di fronte a un evento strepitoso, di cui non siamo in grado, per ora, di capire il significato. Un evento che farà parlare il mondo. Per me quelle ferite sono proprio le piaghe di Cristo. Gesù si è rivelato in Padre Pio come aveva fatto in San Francesco tanti anni fa. Perché Dio abbia voluto dare a Piuccio questi segni mistici, con quali fini e per quali scopi, non lo so. Ma non ho dubbi: siamo in presenza di un fatto portentoso. Dio si è manifestato nel nostro amico. Ieri mattina Dio è venuto qui, in questo convento, e ha lasciato le sue impronte. Fece una lunga pausa. Si appoggiò alla finestra che dava sul giardino, voltando le spalle a Padre Paolino, fingendo di guardare qualcosa che aveva attirato la sua attenzione. In realtà voleva che il frate non scorgesse nei suoi occhi un'improvvisa ondata di commozione. Dopo tutto quello che aveva visto e udito, anche lui, uomo forte, dai nervi d'acciaio, si sentiva sopraffatto dall'emozione. L’immagine di Padre Pio con il costato squarciato lo aveva sconvolto. Dopo un po' tornò a guardare Padre Paolino e sorridendo disse: - Sono stato io a suscitare in Padre Pio la vocazione religiosa. Me lo raccontò lui. Mi confidò: "Il primo pensiero di voler diventare sacerdote lo ebbi ascoltando una tua predica quando avevo dieci anni . Allora si chiamava Francesco. Era un bel bambino. Non avrei certo mai immaginato di vederlo un giorno con le piaghe, come Cristo.
5
Il 6 gennaio 1903 Francesco Forgione si alzò da letto molto presto. Quel giorno era la festa dell'Epifania, e aveva deciso di andare alla prima Messa in parrocchia, che veniva celebrata alle 7. Subito dopo sarebbe rientrato per salutare la famiglia e alle 10 avrebbe preso il treno per Morcone, dove sarebbe entrato nel noviziato dei frati Cappuccini. Francesco aveva quindici anni e mezzo e stava per iniziare una nuova vita. Quello era il giorno del suo addio definitivo al mondo. Cercò di non fare rumore per non svegliare il fratello Michele, che dormiva nella stessa camera. Accese il lume a petrolio e lo mise in un angolo. Da una brocca d'alluminio versò un po' d'acqua nel catino e si passò le mani bagnate sul viso. Nonostante si muovesse con grande prudenza, non riuscì a evitare di svegliare il fratello. - Già in piedi, Francì? - domandò Michele sporgendo la testa da sotto le coperte. - Vado a Messa presto, perché dopo, come sai, devo partire - rispose Francesco. Michele si girò nel letto provocando lo scricchiolare tipico dei vecchi materassi fatti di foglie secche di granturco. Francesco lo ascoltò con gioia. Quel rumore gli piaceva. Gli richiamava alla mente il calore del letto, il piacere di stirarsi sotto le coperte. - Ci vediamo quando torni dalla Messa, Francì - disse ancora Michele soffocando a fatica uno sbadiglio e girandosi di nuovo nel letto, per cercare una posizione più comoda. - Va bene Michè. La famiglia Forgione viveva nella parte vecchia di Pietrelcina, un piccolo centro agricolo in provincia di Benevento. La zona si chiamava Rione Castello ed era costituita da un grappolo di case, affastellate una sull'altra lungo il costone della collina rocciosa, che dal lato nord era tagliata a strapiombo sulla vallata. Erano case secolari, piccole e basse, costruite con calce magra e pietre grezze. I muri scrostati erano anneriti dal tempo. Tra le misere costruzioni, un serpeggiare di viuzze strette, in gran parte a gradini, lastricate con un acciottolato diseguale. L'abitazione dei Forgione si trovava verso la sommità del Rione, in vico Storto Valle. Una casa singolare, formata da una serie di stanzette disseminate lungo la via. Invece di essere una costruzione in verticale di due, tre piani, era costituita da diversi locali dislocati in orizzontale. Alcuni di questi comunicavano tra di loro attraverso porte interne, e si potevano raggiungere anche senza uscire all'aperto. Francesco dormiva con il fratello Michele, che aveva ventun anni, in quella che la famiglia chiamava "la Torretta": una stanza quadrangolare, isolata, aggrappata alla rupe e accessibile attraverso una scaletta ripidissima. Le sorelle Felicita, quattordici anni, Pellegrina, dieci, e Graziella, Otto, dormivano invece in una stanza accanto alla cucina che durante il giorno veniva adibita a tinello. I genitori, Grazio e Giuseppa, avevano una camera per conto loro. Francesco indossò il vestito delle feste che la mamma gli aveva preparato la sera prima deponendolo poi con cura sulla panca di legno che era il suo guardaroba. Spense il lume e uscì dalla Torretta per andare in cucina. L'aria pungente gli sferzò il viso. Faceva molto freddo. Gennaio si era presentato rigido anche al Sud. In quei giorni si era avuto un forte vento gelido proveniente dal Sannio. Aveva "lavato" l'atmosfera, rendendola così limpida da farla sembrare irreale. Francesco guardò la vallata ancora avvolta nel buio. In qualche casa si vedeva il lume acceso. Il cielo era una meravigliosa volta stellata. Fece alcuni passi e raggiunse l'ingresso della cucina. Sua madre aveva già acceso il camino. Era seduta sul panchetto di legno infisso nel muro a fianco del camino. Guardava verso l'ingresso e sorrise vedendo il figlio. Era certamente li da qualche tempo che lo aspettava. - Sei già pronto - disse con voce dolce. - Ma è ancora presto per la Messa. Sentendo che sua madre era serena e tranquilla, Francesco trasse un segreto sospiro di sollievo. Temeva di trovarla già in lacrime. - Mi sono svegliato, non riuscivo a restare a letto, sono un poco agitato. - Dillo a me! - si lamentò la signora Giuseppa. - Non ho chiuso occhio tutta la notte. - Neanch'io - disse Francesco. La donna lo guardò con infinita tenerezza. - Vieni qua, dalla tua mamma. - E allargò le braccia per abbracciarlo. Francesco si sedette accanto a lei, sul panchetto infisso nel muro. La madre lo strinse a sé, con affetto. Il fuoco del camino aveva intiepidito il piccolo ambiente. Il viso di Francesco, che poco prima, all'aperto, era stato gelato dalla brezza mattutina invernale, ora sfogava. Le sue guance si erano arrossate. C'era una atmosfera particolare quella mattina in casa Forgione. In genere la sveglia era allegra e chiassosa. Michele canticchiava, le ragazze chiamavano ad alta voce i fratelli, la mamma era molto indaffarata in cucina per la colazione. Quella mattina, invece, c'era un silenzio pesante. Non si udivano voci né rumori. - Come sei bello con questo vestito - disse la signora Giuseppa al figlio, guardandolo con amore e accomodandogli il cravattino nero che portava sulla camicia bianca. - E tu sei bellissima, mamma - disse Francesco ricambiando quello sguardo affettuoso. Non era un complimento, il suo. Francesco era veramente orgoglioso di sua madre, del suo portamento signorile, della sua elegante bellezza fisica. I Forgione erano una famiglia di contadini. Possedevano alcuni campi di terra che coltivavano in proprio ricavandone il necessario per vivere. Dovevano lavorare sodo, ma almeno avevano il vantaggio di non dover andare sotto padrone, di fare cioè i braccianti al servizio dei ricchi proprietari terrieri. Grazio, il capo famiglia, che aveva allora quarantadue anni, era un tipo sanguigno e vivace. Tutti lo chiamavano Zi' Grazio. Non era mai andato a scuola, non sapeva né leggere né scrivere, ma possedeva una saggezza contadina illuminata e vispa. Di statura un po' inferiore alla media, era piantato saldamente sulla gambe arcuate. Il viso dai lineamenti decisi portava i segni del calore del sole e della fatica dei campi. Gli occhi attenti e nerissimi, circondati da una fitta trama di piccole rughe, erano sormontati da folte sopracciglia. Grazio aveva fama di lavoratore infaticabile. Ma era anche amante delle feste e delle allegre compagnie. Da giovane era stato uno dei più scatenati menestrelli di Pietrelcina. Dotato di una voce intonata e gradevole, insieme all'amico Michele, detto Mascia, che sapeva suonare divinamente il calascione, una specie di chitarra, formava un duo molto ricercato, soprattutto per fare le serenate alle belle ragazze del paese. Il suo amore per le feste, comunque, non gli aveva mai fatto trascurare il lavoro. A poco a poco aveva ingrandito la proprietà, comperando qualche nuovo pezzo di terra e indebitandosi per poterla pagare. Per questo motivo da due anni era emigrato in America in cerca di fortuna, in modo da saldare onorevolmente i propri debiti. Giuseppa Di Nunzio, la mamma di Francesco, aveva quarantaquattro anni, due più del marito. Era conosciuta da tutti come mamma Peppa e proveniva da una famiglia più agiata di quella di Grazio. Il loro era stato un vero matrimonio d'amore. Giuseppa aveva portato in dote metà della terra che ora la famiglia possedeva. Era una donna fine, elegante, dai capelli corvini, che ci teneva a presentarsi in pubblico sempre perfettamente in ordine. Aveva mantenuto negli anni una figura snella e asciutta, che la faceva sembrare molto più giovane della sua età. Mamma Peppa aveva messo al mondo nove figli, ma solo cinque erano vivi, e li aveva cresciuti in un atmosfera di grande serenità e di profondo affetto, per questo erano molto legati fra loro. Francesco era il "cocco" della famiglia. Lo era diventato per il suo carattere affettuoso, per i suoi modi generosi e gentili, e anche per la sua bontà, che era veramente eccezionale. E lo era in particolare da quando aveva annunciato di voler diventare monaco entrando nell'Ordine dei frati Cappuccini. A quindici anni e mezzo, Francesco era un giovanotto già alto come la madre. Quando andavano in giro per il paese insieme, tenendosi per mano, sembravano due fidanzati. Francesco era legatissimo alla madre. Lo era sempre stato. Da piccolo preferiva stare con lei piuttosto che andare a giocare con gli altri bambini. Nonostante il carattere espansivo, non aveva mai avuto tanti amici. Frequentava alcuni coetanei scelti con cura e guardava con diffidenza quelli che facevano troppo chiasso. Negli ultimi anni era stato molto impegnato con gli studi e quindi era rimasto quasi sempre in casa. Anche questo fatto aveva contribuito a consolidare ancora di più il legame con la madre. C'erano più occasioni per dialogare con lei, per aiutarla nelle faccende di casa, per accompagnarla nei campi. Inoltre, da quando Grazio era dovuto emigrare in America, Francesco si era sentito investito dal dovere di vegliare sulla mamma. Michele si preoccupava dei campi e dei lavori agricoli. Lui della madre e delle sorelle piccole. Mamma Peppa si sentiva coccolata da lui e lo ricambiava con un affetto grandissimo. Voleva bene a tutti i suoi figli. Un bene immenso. Ma Francesco era veramente un figlio speciale. Da piccolo le aveva dato qualche preoccupazione. Andava soggetto a malattie strane, a paure, smarrimenti e pianti inspiegabili che duravano anche tutta la notte, suscitando in lei ansie e timori. Ma anche questi affanni erano serviti a far crescere il suo affetto materno. E poi, in quel figlio scorgeva degli aspetti misteriosi che la intimorivano, la preoccupavano, ma nello stesso tempo l'affascinavano. Amava raccontare alle amiche che il suo Francesco, da grande, sarebbe diventato un personaggio importante. Forse un avvocato, un dottore. Riferiva che la levatrice, subito dopo il parto, le aveva detto: - Giuseppa, il bimbo è nato avvolto in un velo bianco, e questo è un buon segno: sarà grande e fortunato. Come tutte le donne di Pietrelcina, Mamma Peppa aveva un debole per la magia. Temeva il malocchio, e le piaceva consultare indovini e astrologi. Quando si era sposata, oltre a indossare il tradizionale costume pietrelcinese, aveva messo al collo un borsellino di stoffa che conteneva le immagini di tredici Santi, tutti maschi, perché questa usanza portava bene. Quando Francesco aveva poco più di un anno, non aveva resistito al desiderio di condurlo da un chiaroveggente perché gli leggesse il destino. Era andata da un certo Giuseppe Fajella, che era famoso a Pietrelcina. Per un disturbo del linguaggio, parlava sillabando meccanicamente le parole, e questo difetto conferiva fascino ai suoi oracoli. - Che volete sapere questa volta, mamma Peppa? - le aveva domandato Fajella, che ormai la conosceva bene. - Vorrei tanto che mi diceste qualcosa sul futuro del mio Francesco - rispose la donna mostrandogli con orgoglio il figlio. Fajella osservò il bambino. Consultò il suo libro dei segni zodiacali, poi chiuse gli occhi, rimase concentrato in silenzio per diversi secondi e infine, levando gli occhi al cielo, disse: - Questo bambino sarà onorato da tutto il mondo. Per le sue mani passeranno soldi e soldi. Ma non possederà nulla. Mamma era tornata a casa orgogliosa. E ogni volta che riferiva alle amiche il responso di Fajella, aggiungeva: - Chissà, forse da grande Francesco andrà in America, così tutto il mondo lo conoscerà. Il suo sogno, però, sembrava destinato a naufragare. Grazio voleva che il figlio facesse il contadino come lui. Cominciò a portarlo con sé nei campi quando era ancora un bambino. - Deve andare a scuola - protestava mamma Peppa. - La scuola non serve a niente - diceva Grazio. - L'istruzione è necessaria per il suo avvenire - ribatteva mamma Peppa. - Ho già fatto l'esperienza con Michele - spiegava Grazio. - È andato a scuola quattro anni, e per quattro anni mi sono privato del suo aiuto nei campi. Non ha combinato niente. Non è stato promosso. Non voglio buttare via altri quattro anni. - Francesco è intelligente, riuscirà bene a scuola, non dobbiamo pregiudicare il suo futuro - supplicava mamma Peppa. - Sogna, sogna - diceva Grazio con tono ironico. - Tu vai dai veggenti, e loro ti scaldano la testa con tante fantasie. Noi siamo fortunati ad avere della terra, e sta in questa nostra terra l'avvenire dei figli. Io non sono mai andato a scuola, e tu pure non sai leggere né scrivere. Eppure siamo felici, abbiamo una bella fami glia. Francesco mi serve a casa, non a scuola. Grazio era cocciuto. Mamma Peppa lo sapeva e si era battuta con tutte le sue forze, aveva perfino litigato per strappare al marito il consenso di mandare Francesco a scuola, ma senza riuscirci. Aveva pianto in silenzio, ma era stata costretta a cedere. Francesco era quindi destinato a restare analfabeta come i genitori. Aveva cominciato prestissimo ad andare nei: campi a pascolare le pecore. Partiva al mattino e tornava la sera. Svolgeva il suo compito con scrupolo, e Grazio ne era fiero. Di tanto in tanto, però, Grazio aveva dei rimorsi. Francesco era un bambino fine, sensibile, molto intelligente, che apprendeva con grande facilità tutto quello che gli veniva insegnato, e Grazio si domandava se, forse, non sarebbe stato opportuno mandarlo a scuola. Poi, un giorno, Francesco, verso i dieci anni, disse a suo padre: - Papà, vorrei diventare sacerdote. Erano nei campi, a Piana Romana, dove i Forgione possedevano la terra. Grazio rimase folgorato da quella frase. Non se la aspettava. - Chi ti ha suggerito una cosa del genere? - domandò. - Nessuno, l'ho pensato io - rispose Francesco con semplicità. Grazio era un buon cristiano. Ogni tanto gli scappava qualche improperio, ma se ne pentiva subito. La sua fede in Dio era semplice ma granitica. Avere un figlio sacerdote sarebbe stato un onore grandissimo per lui, una benedizione del cielo ma anche un colpo di fortuna. Gli ecclesiastici, allora, erano molto rispettati e, nella mentalità della gente, soprattutto al Sud, considerati persone colte, ricche, che potevano vivere bene senza faticare. - Pensaci - disse rivolto al figlio. - Pensaci bene, Francì, perché fare il sacerdote è una cosa molto importante. Aveva ripreso a zappare. Francesco era seduto lì vicino e osservava le pecore che ogni giorno conduceva al pascolo. "Forse ho sbagliato a non mandarlo a scuola" pensava Grazio. "Ha dieci anni ormai, e che cosa sa fare? Guardare le pecore. Cosa farà da grande? Zapperà la terra, rompendosi la schiena come faccio io. Forse ho proprio sbagliato a non mandarlo a scuola." Continuò a lavorare con rabbia. Dopo un po' si drizzò, guardò il figlio e gli disse: - Francì, se mi prometti di impegnarti, io ti farò studiare e ti farò diventare monaco. Ma di quelli da Messa. - Ti prometto che studierò con diligenza - rispose Francesco, felice. Quella sera Grazio aveva riferito alla moglie il colloquio avuto con Francesco. - Che ne pensi? - aveva domandato timoroso. - Francesco è molto buono. Forse il Signore vuole proprio farne un suo sacerdote - aveva risposto mamma Peppa. Credo che avevi ragione di volerlo mandare a scuola. Ho sbagliato - ammise Grazio. Mamma Peppa aveva sorriso compiaciuta. Grazio non diceva mai "ho sbagliato". Se aveva pronunciato quella frase, voleva dire che ci aveva pensato tutto il giorno. - Francesco ha solo dieci anni - disse mamma Peppa. - Può recuperare il tempo perduto frequentando le lezioni private. - Ma occorrono soldi. - Possiamo vendere la mucca. - No, la mucca no. Comunque, qualcosa faremo. Se il Signore vuole mio figlio sacerdote, troverò il modo per farlo studiare. Grazio era disposto ad affrontare qualunque sacrificio. Si diede da fare, cominciò col mandare Francesco a scuola da un artigiano, Mandato Saginario, che i paesani chiamavano "Pettenacanne" perché pettinava la canapa per ricavarne sacchi e teloni e, per mezza lira al mese, di sera insegnava a leggere e a scrivere ai figli dei suoi vicini. Dopo qualche mese lo affidò a Domenico Tizzani, un vero maestro. Francesco aveva superato bene l'impatto tardivo con la scuola. Studiava con passione, come aveva promesso a suo padre. In un paio d'anni 'aveva assimilato il programma delle elementari. Ma per entrare in un convento doveva imparare anche il latino. Doveva perciò svolgere almeno il programma dei primi tre anni del ginnasio. Scuola impegnativa. A Pietrelcina c'era un bravo insegnante, il maestro Angelo Caccavo, ma costava parecchio. Grazio non mollò, si indebitò e partì per l'America con la speranza di guadagnare i soldi necessari, a pagare i debiti.
6
Mentre era seduto accanto alla madre nella cucina di casa, Francesco, quella mattina del 6 gennaio 1903, pensava anche al suo babbo lontano. E anche mamma Peppa pensava al suo Grazio. - Come sarebbe bello se il papà fosse qui con noi in questo giorno - disse mamma Peppa. - Papà è stato meraviglioso con me. Quando penso a tutti i sacrifici che ha affrontato per farmi studiare mi sento in colpa. Tutti i giorni lo penso e tutti i giorni prego per lui affinché il Signore lo aiuti a tornare presto a casa. - E per me preghi? - domandò mamma Peppa, quasi gelosa della parole affettuose che Francesco aveva avuto per suo padre. - Certo che prego sempre anche per te - rispose con dolcezza Francesco. - Ma tu sei qui, con me, con la famiglia, nel nostro paese, mentre il papà è tanto lontano e solo. - Adesso però anche tu andrai lontano, e io non potrò più averti vicino. Al pensiero mi sento morire - disse mamma Peppa con voce rotta da un fremito di commozione. Abbracciò il figlio stringendolo forte. Dopo qualche attimo, domandò con un filo di voce: - Mi dimenticherai? - Mamma - sussurrò Francesco frenando anche lui la commozione. - Tu sarai sempre nel mio cuore, nei miei pensieri. Mai potrò dimenticarti. Ma io non vado lontano come il papà, e tu verrai a trovarmi. - Certo che verrò, tutte le volte che mi sarà permesso - affermò decisa mamma Peppa. - Morcone dista da qui soltanto un'ora di treno. - Mi hanno detto che durante il primo anno, quello di noviziato, la Regola è severa. Non potrò venire più di due, tre volte a farti visita. Per me sarà un anno durissimo. Ma poi potrò vederti più spesso. E stai certo che tua mamma verrà. Non importeranno distanze, difficoltà di viaggi, disagi di stagioni: verrò a trovare il mio bambinone. Lo strinse ancora forte al suo cuore. Poi aggiunse: - Ma adesso affrettati, altrimenti arriverai tardi in chiesa. La Messa è alle 7, e la campana è già suonata da un po'. - Vado, mamma - rispose Francesco. - Francì, non vieni a salutarmi? - La voce cristallina proveniva dalla stanza accanto alla cucina dove dormivano le sorelle. Era Felicita che invocava un saluto. - Francì, non vieni a salutare anche me? - E questa era Pellegrina. - Francì, io voglio un bacio - disse infine Graziella, la più piccola. Francesco guardò la madre con il viso radioso di felicità. Le sue sorelline erano il suo tesoro. Con loro amava giocare, soprattutto con Felicita, che gli assomigliava molto nel carattere e nella sensibilità. Erano già tutte e tre sveglie. Chissà da quanto tempo. Avevano certamente ascoltato quanto si erano detti lui e la madre, e ora lo reclamavano. Entrò nella stanza, si sedette sulla sponda del letto dove le sue sorelline dormivano tutte e tre insieme e diede un bacio a ciascuna, accarezzando quei visini pieni di luce. - Dormite ancora un poco. Quando torno da Messa, ci saluteremo bene - disse andandosene. Uscì dalla cucina e si avviò verso la chiesa parrocchiale che stava in cima al Rione Castello, nel punto più alto della collina rocciosa. Sulla stradina selciata i suoi passi risuonavano nel silenzio Mattutino. Vide che da diversi punti del paese altra gente si dirigeva verso la chiesa. Alcuni si facevano luce con lampade da carrettiere. Il buio rendeva invisibili le persone. Si vedevano solo le luci in movimento e sembravano fantasmi nella notte. In chiesa Francesco si mise nel posto riservato ai chierichetti. Da alcuni anni faceva parte del "piccolo clero" e in genere nelle feste serviva la Messa. Ma anche quell'attività per lui era finita a Pietrelcina. Don Salvatore, il parroco, un uomo dotto, rigido, ma anche molto paterno, al momento della predica volle ricordare che Francesco se ne andava dal paese e, dal pulpito, gli fece gli auguri per la sua nuova vita in convento. Al termine della Messa, molti paesani lo attesero fuori della chiesa per salutarlo. - Francì, quando sarai in convento ricordati di pregare anche per me. - Noi, Francì, siamo poveri, dobbiamo lavorare, e tu, che adesso hai tempo, prega anche al posto nostro. - Zia Daria non può venire a salutarti, ti manda un bacio e un bacio te lo dò anch'io. A Pietrelcina tutti lo conoscevano e gli volevano bene. Le donne lo indicavano come esempio ai loro figli. Le ragazze sue coetanee lo sognavano e si rammaricavano che andasse in convento, perché era il più bel ragazzo del paese. Francesco rispondeva ai saluti, ringraziava, ma aveva fretta. Il suo pensiero e il suo cuore erano a casa, dalla madre. Si affrettò a tornare. Giunto in vico Storto Valle vide diverse persone ferme sulla soglia di casa. Erano parenti e amici giunti per salutarlo. C'erano zio Pellegrino, zio Giannantonio, zia Pellegrina. I suoi amici Mercurio, Luigi e Francesco Orlando, Ubaldo Vecchiarino, compagni di giochi e di pascolo. - Quante giornate trascorse insieme. Quanti giochi. Quante discussioni - pensava. Era felice che fossero venuti a salutarlo, ma la loro presenza rendeva più concreta la realtà del distacco. Francesco sentiva il cuore battergli forte nel petto. Rispondeva ai saluti, stringeva mani, riceveva abbracci, ma con lo sguardo cercava sua madre. Entrò in cucina e la trovò vicino al camino, dove l'aveva lasciata. Aveva indossato i vestiti della festa. Sul capo si era messa uno scialle nero, segno di lutto, e il suo viso era diventato pallido. Capì che anche per lei, a mano a mano che si avvicinava il momento dell'addio, il dolore cresceva. Erano diversi giorni che si immaginava quel momento. E ogni volta il suo animo si riempiva di una tale angoscia da fargli prendere in considerazione la possibilità di non partire più. Aveva riflettuto tante volte sull'importanza del passo che stava per compiere. Sapeva che la vocazione religiosa era un grande dono di Dio, ma il pensiero di dover lasciare la madre e la famiglia diventava per lui un ostacolo quasi insormontabile. Solo la preghiera e il continuo invocare l'aiuto del Signore gli davano un po' di conforto e un la forza per persistere nel suo proposito. La sua vocazione religiosa era maturata in modo singolare. Fin da quando era piccolo, in lui accadevano cose molto strane. Aveva come l'impressione di "vedere" esseri che non appartenevano a questo mondo, ma che si presentavano a lui come se vi appartenessero. Non era certo di "vederli realmente", con gli occhi del corpo. Non era neppure certo di vederli "da sveglio", anche se a volte si presentavano mentre si trovava nei campi, o mentre studiava in casa, o nell'intimità della sua cameretta. Ma aveva con loro una bellissima consuetudine affettiva, come fossero degli amici carissimi. "Vedeva", o gli "pareva di vedere", l'Angelo custode, la Madonna, Gesù, San Giuseppe, San Francesco d'Assisi. Aveva, comunque, la certezza di conversare con loro, comunicava loro i suoi piccoli problemi e ne riceveva informazioni e consigli. Non aveva mai accennato a nessuno di queste esperienze. Neppure al parroco. Riteneva fossero cose personali da non andare a dire in giro. Pensava addirittura che anche gli altri avessero più o meno le stesse visioni. Con quegli amici invisibili'' parlava della sua esistenza, delle cose che accadevano, del mondo, di quel che avrebbe voluto fare da grande. E furono loro a fargli intuire la grandezza e l'importanza di dedicare la vita a Dio. Il primo desiderio di voler diventare sacerdote lo aveva avuto intorno ai dieci anni. Era ancora un ragazzino. Non aveva idee precise sulla vita e sul mondo. La sua conoscenza della religione era legata e ciò che gli avevano spiegato sua madre e il parroco. Ma aveva già una solida consuetudine con la preghiera. In casa Forgione, tutte le sere, prima di andare a letto, si recitava il rosario. Ed erano stati proprio quei misteriosi personaggi che spesso venivano a trovarlo a fargli capire che, se voleva, da grande sarebbe potuto diventare sacerdote per dedicare tutta la sua esistenza a Dio e alla salvezza spirituale degli altri uomini attraverso la preghiera. A poco a poco, gli "amici invisibili" gli avevano fatto intendere quanto poteva essere importante quella scelta. Importante per la sua famiglia, per gli amici, per tutte le persone che conosceva. Anche per tutto il mondo. - Ogni essere umano ha un proprio fine da realizzare con la sua esistenza su questa terra - gli spiegavano gli "amici invisibili". - E ogni esistenza è infinitamente preziosa a Dio. Tu puoi diventare un bravo contadino, infaticabile lavoratore della terra come tuo padre. Ti sposerai, avrai dei figli e lavorerai ogni giorno per provvedere al loro avvenire. "Ma puoi scegliere un ideale più grande, essere utile a tutti gli uomini, amare il mondo, aiutare tutti, salvare." Gesù stesso gli aveva fatto balenare nella mente l'idea di quella missione. Era accaduto quando Francesco non aveva ancora compiuto i cinque anni. E lui, bambino, se ne era entusiasmato. Con il passare del tempo, il progetto era diventato più chiaro e concreto, mentre Gesù continuava a prospettarglielo con dettagli sempre più precisi. Adesso, con il distacco dalla famiglia e l'entrata in convento, era arrivato il momento di iniziare a realizzare in pieno quel progetto. Ma Francesco si era accorto che tutto questo comportava sacrifici pesanti, e si era spaventato. Si sentiva perciò combattuto tra il desiderio di seguire quanto Gesù gli prospettava e la rinuncia, che gli avrebbe permesso di restare tra le persone del suo piccolo mondo che tanto amava. Nelle settimane precedenti, riflettendo sull'imminente distacco dalla famiglia, aveva sentito vacillare paurosamente i suoi ideali. Non se la sentiva di lasciare i suoi cari, e stava quasi per decidere di non partire più. Ma ecco che i suoi amici invisibili" erano arrivati in forza per rincuorarlo. Sempre in quella specie di dormiveglia o sogno tipico delle esperienze spirituali che ogni tanto faceva, all'improvviso aveva visto al suo fianco un uomo maestoso e di rara bellezza, splendente come il sole, che gli aveva detto: - Vieni con me, perché ti conviene combattere da valoroso guerriero. Era stato portato in una spaziosissima campagna, e lì aveva visto schierati, su fronti diversi, due eserciti. Da una parte, uomini dal viso bellissimo, ricoperti di vesti, candide come la neve; dall'altra uomini di aspetto orrido, vestiti di nero, simili a ombre oscure. Lui era stato spinto in mezzo a quei due gruppi, e un uomo di smisurata altezza, un gigante, dal viso orrendo, gli era venuto incontro minaccioso. Il personaggio splendente lo aveva esortato a battersi contro quel mostro. Francesco si era schermito, terrorizzato. - Vana è ogni tua resistenza - gli aveva detto il personaggio luminoso. - Tu devi combattere con questo guerriero. Fatti coraggio: gettati nella lotta con coraggio e io ti starò vicino. Ti aiuterò e non permetterò che ti faccia del male. Francesco allora aveva accettato lo scontro, che era risultato terribile. Tuttavia, con l'aiuto del personaggio luminoso era riuscito a vincere, e l'orrido gigante era stato costretto a scappare insieme a tutti gli altri uomini vestiti di nero, mentre gli uomini dalle vesti candide applaudivano e si congratulavano. Il personaggio luminoso, a quel punto, aveva posto sulla testa di Francesco una corona d'oro, di rarissima bellezza, ma subito l'aveva ritirata dicendo: - Questo mostro tornerà sempre all'assalto, e se tu saprai continuare a lottare contro di lui, riserverò per te una corona ancora più preziosa e splendente di questa. Combatti da valoroso e non dubitare del mio aiuto. Non aver paura del suo aspetto e della sua cattiveria. Io ti sarò vicino e ti aiuterò sempre, affinché tu riesca a sconfiggerlo. Francesco aveva intuito che, con quella visione, gli amici misteriosi avevano voluto fargli "vedere" come sarebbe stata la sua esistenza. Egli era chiamato a combattere contro il "gigante orrido" e il suo esercito. La lotta sarebbe stata feroce e sarebbe durata per tutta la sua vita, ma, alla fine, aiutato dal "personaggio luminoso", avrebbe vinto ricevendo una ricompensa di valore inimmaginabile. Quella visione gli aveva dato forza e fiducia. Aveva scacciato le preoccupazioni e i dubbi. - Signore, rinnovo la mia promessa di donarti la mia vita, di voler vivere e morire per te - aveva pregato con ardore. Aveva ripreso a pensare all'avvenire con entusiasmo. Ma ora che il momento della partenza era giunto, si sentiva di nuovo debole, insicuro, incerto. E la paura e l'angoscia continuavano a crescere. I dubbi si erano fatti sentire, fortissimi, anche nel corso di quell'ultima notte trascorsa a casa. Non era riuscito, infatti, a chiudere occhio. A un certo punto, però, erano arrivati Gesù e sua madre, la Vergine Santissima, e si erano intrattenuti a lungo con lui per confortarlo. Gesù gli aveva messo una mano sul capo per infondergli forza. In quel momento aveva provato una gioia grandissima e aveva sentito dentro di sé un'energia potente che gli avrebbe permesso anche di morire per i suoi ideali. Ma anche quell'energia, ora, se n'era andata. Francesco aveva una gran voglia di mettersi a piangere. Era abbattuto e disperato. Guardava sua madre, le sorelle, gli amici. Sentiva che gli appartenevano, e di appartenere a loro. Sentiva il fascino delle comodità, della vita tranquilla, che stava per abbandonare. Sentiva come non mai di amare la sua casa, i campi, Pietrelcina. Sentiva che amava la bellezza, che gli piacevano le ragazze con quei loro occhi sfavillanti e le bocche sorridenti. Quando le sue coetanee lo guardavano estasiate, gli sorridevano, gli facevano i complimenti, provava una gioia grandissima. E sapeva che quelle sensazioni erano cose buone, cui il suo animo, il suo cuore, il suo corpo tendevano istintivamente con forza indomabile. Non c'era niente di male nell'amare le bellezze create da Dio e date da Dio agli uomini. Erano la vita, e lui voleva vivere. - Francì, e me non mi saluti? - Era la voce tenera, cristallina, di Virginia, una sua coetanea che abitava vicino e che quando parlava aveva sempre il viso luminoso, come se avesse il sole sotto la pelle. Quante volte aveva sentito quella voce! Quando tornava da scuola ed era a casa da solo, poiché la madre lavorava nei campi, Virgina era sempre là sull'uscio della sua abitazione, pronta a salutarlo con quella sua voce piena di musica. - Buongiorno Francì. - Buongiorno Virginia. Entrava in casa, posava i libri, scendeva a prendere una bracciata di rami secchi, e Virginia: - Francì, oggi che ti mangi? - La mamma mi ha lasciato da cucinare delle zucchine, domani patate cotte sotto la cenere. - Buon appetito, Francì. Grazie, Virgì. Dialoghi semplici, fatti di affetto sincero, saluti cordiali. E Virginia era venuta a salutarlo, commossa. Quante cose belle e care che non ci sarebbero state più nella sua vita. Ma nello stesso tempo Francesco pensava all'altra realtà, quella indicata dai suoi "amici invisibili". Una realtà fatta di rinunce, di sacrifici, di sofferenze che faticava ancora a capire, ma che gli veniva presentata come un ideale altissimo. Francesco si dibatteva in questi pensieri. Passava dalla cucina alla camera dove dormivano le sorelle, usciva nella via, stringeva le mani dei parenti, dei vicini di casa che erano venuti a fargli festa, tornava in cucina a guardare sua madre. Tutti sorridevano, e lui aveva il cuore in subbuglio, come non gli era mai accaduto.
7
In fondo a vico Storto Valle, Francesco vide sbucare il maestro Angelo Caccavo e Don Nicola Caruso, due insegnanti che in quegli anni lo avevano preparato per l'ingresso nel noviziato dei Cappuccini. Erano loro che lo avrebbero accompagnato a Morcone. "È giunto il momento" disse fra sé Francesco. - Sei pronto? - gli domandò sorridendo il maestro Caccavo. Trentaquattro anni, era un bell'uomo, dall'aspetto molto distinto e curato, con un paio di lunghi baffi arricciati all'insù. - Sono pronto - rispose Francesco. Con i due insegnanti c'erano altri due ragazzi di Pietrelcina, Vincenzo Masone e Antonio Bonavita, che avevano fatto la sua stessa scelta. Ognuno portava una valigia di cartone con il proprio corredQ. Francesco sudava. Il colletto della camicia era troppo stretto. Voleva sbottonarselo, ma poi pensò che "quel" caldo non sarebbe passato comunque. - Su, vai a salutare la tua mamma - gli disse Don Nicola. Francesco rientrò in cucina. Sull'uscio incontrò Felicita. - Allora vai, Francì - disse la ragazza guardandolo con gli occhi rossi. - Sì, vado, piccola mia - rispose stringendola forte. Mamma Peppa era in piedi e lo attendeva. Aveva sentito l'arrivo del maestro Caccavo e di Don Nicola e aveva capito che l'ora era giunta. Francesco andò ad abbracciarla, e mamma Peppa cominciò a piangere, ma anche lei si fece subito coraggio e ricacciò le lacrime. Per alcuni attimi accarezzò dolcemente i capelli al figlio, poi, tenendolo stretto a sé, si avviò verso la porta. - Mamma Peppa, siamo venuti a rubarle il figlio - disse il maestro Caccavo. - Questa è la volontà del Signore e sia fatta - rispose lei. - Dio benedice le famiglie che offrono un figlio alla Chiesa -aggiunse Don Nicola Caruso. - Dio ha dato, Dio prende - disse mamma Peppa. - Noi dobbiamo fare la sua volontà Sorrideva, ma lacrime silenziose le scendevano sulle gote. - Be’, ora dobbiamo proprio andare - disse il maestro Caccavo. - Rischiamo di fare tardi. Il treno passa ma non aspetta. La comitiva inizio a scendere lungo la stradina in mezzo alle case. Francesco si girò e abbracciò la madre. Questa volta era davvero l'ultimo abbraccio. Sentì che lei lo stringeva forte, disperata. Provò un dolore così acuto che gli mancò il fiato. Poi la madre volle regalargli il rosario che da anni usava tutti i giorni per pregare. - Ci terrà uniti - disse e scoppiò in un pianto dirotto. Si girò per rientrare in casa, e un grido straziante le uscì dalle labbra: - Figlio mio, mi sento squarcià'u core - e stramazzò per terra svenuta. Ma fu un attimo. Si riebbe subito e si rialzò con decisione. - Figlio mio - disse - in questo momento non pensare al dolore di tua madre. San Francesco ti chiama e tu devi andare. - Lo strinse ancora una volta al cuore e rientrò in casa accompagnata delle figlie. Francesco era come impietrito. Lo svenimento di sua madre gli aveva gelato il cuore. Era rimasto lì, in mezzo alla strada, incapace di muoversi. Il dolore che provava era così estremo che gli impediva perfino di piangere. - Andiamo, Francesco! - gli gridò il maestro Caccavo. Il giovane raggiunse la comitiva, che prese a camminare speditamente. La stazione distava un paio di chilometri dal Rione Castello. Bisognava scendere nella parte bassa del paese, passare di fianco alla chiesa dell'Annunziata e portarsi sul versante opposto dell'abitato. Francesco camminava guardandosi intorno, quasi a voler imprimere nei propri occhi le immagini dei luoghi che tanto amava. Ogni angolo gli ricordava qualche episodio, qualche emozione. Era sempre vissuto in perfetta sintonia con quei posti e con la gente che li abitava. La comitiva giunse alla stazione con un buon anticipo sull'arrivo del treno. Il maestro Caccavo fece i biglietti per tutti. At-tesero vicino al binario e quando giunse il treno salirono. Il viaggio sarebbe durato circa un'ora. Francesco prese posto accanto al finestrino. Gli altri due ragazzi si misero vicino a lui, mentre Don Nicola e il maestro Caccavo si sedettero in fondo alla scompartimento, per lasciare i ragazzi soli in modo che potessero conversare liberamente fra loro. Nonostante un viaggio in treno fosse, per quei tempi, una grande novità, sembrava non offrire alcun motivo di interesse a quei tre giovani. Se ne stavano zitti e tristi al loro posto. Francesco ricordò un altro viaggio in treno, due anni prima, con il maestro Caccavo e alcuni compagni di scuola, per andare in pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Pompei. Si era svolto in un'atmosfera di irrefrenabile allegria. Lui e i compagni, eccitati dalla novità, continuavano a parlare a voce alta, meravigliandosi di ogni cosa, tanto che il maestro era stato costretto a intervenire per richiamarli alla moderazione. Ora, invece, nessuno fiatava, niente eccitava la loro meraviglia. Ciascuno era alle prese con le proprie preoccupazioni. Francesco guardava fisso fuori dal finestrino. Fingeva di essere interessato al paesaggio. In realtà cercava di non lasciar vedere che aveva gli occhi gonfi e una gran voglia di mettersi a piangere. Solo i visi di Don Nicola e del maestro Caccavo sprizzavano soddisfazione e orgoglio. Dal fondo dello scompartimento, guardavano i tre ragazzi ricordando che era soprattutto merito loro se quei giovani potevano avviarsi alla carriera ecclesiastica. Caccavo aveva insegnato le materie letterarie e il latino, Don Nicola la matematica. I ragazzi ci avevano messo buona volontà, ma il successo era anche degli insegnanti, e loro due sapevano di aver acquistato ancor più credito in paese, sia presso la gente che presso le autorità civili ed ecclesiastiche. Don Nicola guardava con orgoglio particolare Francesco Forgione. Lo conosceva bene. Aveva constatato con quale grinta si era messo a studiare riuscendo, in soli cinque anni, a svolgere il programma delle classi elementari e anche buona parte di quello dei primi tre anni di ginnasio. Lo riteneva un ragazzo giudizioso, controllato, gentile. E pensava che sarebbe potuto diventare anche lui, da grande, un bravo insegnante. "Forse tra dieci, quindici anni sarà un professore di teologia odi filosofia" diceva mentalmente fra sé Don Nicola, e il pensiero lo faceva sorridere di soddisfazione. "Magari ci incontreremo" continuò a pensare "e gli dirò: ti ricordi di me? Ti ricordi di quando venivi a casa mia a lezione di matematica? Quanta strada hai fatto." Anche il maestro Caccavo si soffermava a pensare soprattutto a Francesco, per il quale aveva una predilezione, anche se non voleva ammetterlo. Lo stimava e lo apprezzava per la volontà dimostrata in quegli anni di studio, per il carattere estroverso e sincero, e anche per quel pizzico di spavalderia, di ingenuità, che lo rendeva tanto simpatico. Ma aveva delle riserve sulla sua vocazione. Se fosse dipeso da lui, gli avrebbe sconsigliato la scelta del convento. - Come passa il tempo! - disse il maestro, che aveva voglia di chiacchierare, rivolgendosi al suo compagno di viaggio. - Mi sembra di avere incominciato a insegnare a questi ragazzi appena qualche settimana fa, e invece sono passati tre anni. - Anche per me il tempo scorre via veloce - rispose Don Nicola. - D'altra parte, questa è la vita. Non siamo fatti per questo mondo. Si cresce, si invecchia e si muore. - Che ne pensa di questi ragazzi? - domandò Caccavo. - Sono bravi - rispose Don Nicola con un tono di voce che palesava la sua soddisfazione. - Hanno buone qualità. Li trovo ragazzi maturi per la loro età. Credo che diventeranno dei bravi religiosi. Francesco, in particolare - aggiunse dopo una breve pausa. - Proviene da un'ottima famiglia e, come lei stesso avrà constatato, in questi anni di studio si è impegnato con una volontà ammirevole. Farà certamente una buona riuscita. - Lo stimo molto anch'io e gli voglio anche bene, eppure ho delle riserve sulla sua buona riuscita. - Che genere di riserve? - È troppo vivace, troppo affettuoso, troppo ricco di sensibilità. Non so come farà a vivere chiuso in un convento. - I conventi non sono mica delle prigioni - obiettò Don Nicola con una punta di polemica. - E non sono neppure fatti per le persone insensibili o frigide. Francesco, proprio perché è vivace e ricco di sensibilità e affettività straordinarie, diventerà un bravissimo sacerdote, e sarà tanto utile alla gente che avrà bisogno di lui. - Quando lo guardo, non riesco a dimenticare lo scandalo in cui è stato coinvolto lo scorso novembre - disse Caccavo diventando molto serio. - Quell'episodio mi ha molto colpito e mi ha fatto riflettere. Se fosse dipeso da me, avrei atteso almeno ancora un anno prima di mandare Francesco in convento. Ci sarebbe stato il tempo per valutare bene la solidità della sua vocazione. - Capisco, capisco a quale episodio si riferisce - rispose Don Caruso. - Ma è stata tutta una montatura. Ci sono state troppe chiacchiere su quel fatto. Per la verità, in quel periodo ero a Benevento per ragioni di studio e non l'ho seguito bene. Ma ne ho sentito parlare tanto e ne ho discusso anche con il parroco. Mi hanno detto che si era trattato di un equivoco e che alla fine si è chiarito tutto. Francesco è stato soltanto vittima di una calunnia, e mi pare che il colpevole abbia poi confessato. - Sì, alla fine si è arrivati a questa conclusione, che però non mi ha convinto affatto. - Perché? - Si è voluto trovare un colpevole a tutti i costi e in fretta. E di quella presunta confessione non si sa niente. - Come sarebbe che non si sa niente? - Dobbiamo ritenere che sia avvenuta perché lo ha affermato il sacerdote incaricato dal parroco di condurre un'inchiesta. Il ragazzo in questione non ha confessato in pubblico. - E che differenza fa? Vorrebbe dubitare della serietà di quel sacerdote? Quali ragioni avrebbe avuto per inventarsi una cosa del genere? - Nessuna, per carità. - E poi, in definitiva, che cosa aveva combinato Francesco' di tanto grave per suscitare tutto quel cancan? Mi dica lei, che ha seguito il caso, se valeva la pena di montare un simile scandalo per qualche pettegolezzo. - Di preciso non si sa che cosa sia realmente accaduto. Ma i fatti riferiti erano gravi, anzi gravissimi, date le circostanze. - Riferiti da chi? - Certo, ha ragione, la fonte era una lettera anonima inviata al parroco, in cui si diceva che Francesco faceva l'amore con una sua coetanea, di nome Elena. Ma in quella lettera era citato un fatto ben preciso, e cioè che Francesco, qualche giorno prima, era stato visto uscire di mattina presto, verso le cinque e mezzo, dalla casa di Elena, che abita nei pressi della chiesa parrocchiale. E la lettera diceva ancora che Elena aveva più volte confidato ad alcune sue amiche di essere innamorata di Francesco Forgione. Le due circostanze, risultate vere, hanno indotto il parroco a dare credito alla lettera. Per questo si è tanto arrabbiato. Si è sentito tradito e preso in giro. Stava dandosi da fare per preparare i documenti necessari per l'entrata in noviziato di Francesco, e quel birbante si comportava in modo scandaloso. "Che poteva fare il parroco?. Secondo me, ha fatto bene a convocare il consiglio parrocchiale e dare ordine di allontanare immediatamente Francesco dal piccolo clero impedendogli di servire nelle funzioni religiose, e inoltre a sospendere la richiesta dei documenti per l'entrata in noviziato. Era talmente arrabbiato che non ha neppure voluto parlare con Francesco. Insomma, il caso era davvero grave e aveva suscitato un putiferio." - E Francesco? Cosa diceva? Be', lui si è sempre dichiarato innocente. Anch'io mi sono sentito tradito e preso in giro. Perché anch'io avevo compromesso il mio nome nel sostenere la sua vocazione. Per questo me la sono presa con lui e, a scuola, gliene ho dette di tutti i colori. - Insomma, avete infierito tutti contro di lui e poi è risultato innocente, poverino. - Innocente? Non so quanto! - Che vorrebbe dire? - Non ha potuto negare i fatti. Gli ho domandato: "Eri in casa di Elena quella mattina?". E lui: "Sì, è vero, mi trovavo là. Ero andato a Messa, ma ero arrivato troppo presto e la chiesa era chiusa. Faceva molto freddo, e il padre di Elena mi ha invitato a entrare in casa per ripararmi dal freddo. Vi sono rimasto un quarto d'ora, finché il sacrestano ha aperto la chiesa". "Hai visto Elena?" ho insistito. "Certo che l'ho vista" ha ammesso. "Era lì, con le altre sorelle. Voleva prepararmi il caffè o darmi del latte caldo, ma non ho voluto niente." "E tu sei innamorato di Elena?" È diventato rosso. Non rispondeva. Poiché insistevo, alla fine ha detto: "La conosco da quando era piccola. La conosco come altre ragazze della mia età. È brava, carina, sempre gentile". Poi si è chiuso in un imbarazzante silenzio. - Perché dice imbarazzante? Non ha voluto continuare a rispondere a domande così strampalate. Perché non credere alla sua versione dei fatti, così come lui ha detto? - Proprio perché Francesco frequentava da tempo quella casa, interessato alla ragazza. - Questo lo deduce lei. - La ragazza non ha mai fatto mistero della propria infatuazione per Francesco. - E che significa? Dimostra forse che Francesco si è comportato male? È un bel ragazzo, è naturale che le sue coetanee lo trovino interessante. Comunque, la condotta di Francesco è sempre stata irreprensibile, lo sanno tutti a Pietrelcina. - Lei dirà che io sono un po' prevenuto su Francesco, e forse è vero. Ma è perché sono stato scottato. Una vicenda simile a quella accaduta a novembre si era già verificata un anno prima, durante le mie lezioni. Sono stato proprio io a trovare in una tasca di Francesco i bigliettini con le dichiarazioni amorose scritte per lui da una ragazza della stessa scuola. Poi lei ha detto che si trattava di uno scherzo, ma io sono certo che anche allora la cosa era piuttosto seria. "Vede, caro Reverendo, Francesco ha il torto di essere, forse, ingenuo, superficiale in queste vicende. Di scherzare con il fuoco. È un bel ragazzo, aperto, espansivo, e, come ha detto lei, fa colpo sulle ragazze. E lui, invece di capire il pericolo e prevenirlo, come dovrebbe fare una persona prudente, una persona che dice di avere altri ideali nella vita, si mostra curioso, accetta il dialogo, ci scherza, se la ride, in un certo senso sta al gioco. Alla fine, chi scherza con il fuoco si brucia. Vede, io stimo molto Francesco ma non sono affatto sicuro della sua vocazione." - Lei esagera. Francesco ha quindici anni e mezzo. Lo scorso anno ne aveva poco più di quattordici. Non si può pretendere che a quell'età uno ragioni come una persona adulta. Francesco è espansivo, affettuoso, e forse anche un po' ingenuo. Ma sono doti che depongono a favore della sua schiettezza, della sua genuinità. Comunque, se non sbaglio, per quanto riguarda la vicenda del novembre scorso, alla fine si é chiarito tutto. Si è trattato di una calunnia. Il colpevole ha confessato. Anche il parroco ha chiesto scusa a Francesco per aver dubitato di lui. Bisogna dare tempo al tempo. Questo ragazzo avrà modo di crescere, di conoscersi meglio e di conoscere la malizia del mondo. Io sono convinto che diventerà un bravo sacerdote, un ottimo religioso. - Speriamo, me lo auguro. - La Chiesa ha bisogno di elementi nuovi, di giovani aperti, pronti a capire le nuove tendenze e valorizzare ciò che di buono contengono. Siamo nel ventesimo secolo, caro maestro Caccavo. Il mondo sta cambiando, e anche la Chiesa deve cambiare. Non nei suoi dogmi, nelle sue verità sacrosante, non mi fraintenda, ma nel comportamento, nella mentalità. Solo le nuove generazioni sono in grado di fare questo. Noi, caro maestro, ormai siamo vecchi. La nostra mentalità è legata a schemi sorpassati. Dobbiamo fidarci dei giovani e aiutarli a crescere con la ricchezza che Dio ha messo nel loro cuore. - Invidio il suo ottimismo e la sua fiducia - disse il maestro Caccavo sorridendo ironicamente. - Ma non li posso condividere. Io credo che, proprio perché molte cose stanno cambiando, la Chiesa, depositaria della verità di Cristo, debba essere molto severa con se stessa e con chi milita nelle sue file. Altrimenti saremo travolti delle nuove idee impregnate di lassismo e di confusione. Don Nicola Caruso si rese conto che la conversazione stava degenerando. Dalle piccole vicende private di Francesco si era allargata a temi vasti, che riguardavano la società e la Chiesa in generale, e aveva assunto un tono un po' astioso di inutile polemica. Caccavo metteva in evidenza e difendeva le sue idee di cristiano borghese, attento alle formalità, un atteggiamento psicologico che a lui non piaceva. Decise di lasciar cadere il discorso. Abbandonò la testa sullo schienale del sedile e socchiuse gli occhi, fingendo di essere stanco e di volersi appisolare un po'. Continuò a pensare a Francesco. Era rimasto amareggiato nel sentire in Caccavo tanta diffidenza. Tutte le persone che a Pietrelcina gli avevano parlato di quel ragazzo si erano sempre espresse con la massima ammirazione. Era la prima volta che ascoltava delle critiche, delle riserve. Ricordava il primo incontro, quando Francesco era venuto a casa sua accompagnato dalla mamma. - Don Nicola - aveva detto la signora con tanta soavità - mio figlio vuole andare in convento e ha bisogno di studiare. Angelo Caccavo gli dà lezioni dilatino e di italiano, mi hanno detto che lei potrebbe insegnargli la matematica. Don Nicola era rimasto colpito dalla semplicità della donna e dall'aspetto limpido del ragazzo, figlio di contadini ma così compito e distinto. Il suo sguardo pulito, il sorriso schietto, la calma interiore palesavano un animo eletto. Don Nicola non aveva tempo libero in quel periodo, ma aveva accettato ugualmente l'incarico perché non era riuscito a dire di no. Poi era entrato in confidenza con Francesco. Insegnava, ma non dimenticava di essere un sacerdote e quindi di avere le responsabilità di un "pastore di anime" nei confronti dei ragazzi che avvicinava. Di tanto in tanto Francesco gli chiedeva dei consigli, e Don Nicola scopriva che intorno a lui accadevano tante cose inspiegabili. Un giorno lo aveva visto molto preoccupato. - Che ti succede, Francesco? - gli aveva domandato. E il ragazzo gli aveva fatto una sconcertante confidenza. - Spesso, quando torno a casa - gli aveva detto - trovo sulla soglia un uomo vestito da prete che non mi vuole far passare. Mi fa paura, perché ha lo sguardo cattivo. - E allora che fai? - Mi fermo fuori e attendo. Poi arriva un ragazzino scalzo, fa un segno di croce, il prete sparisce e allora io posso entrare in casa. - Un ragazzino scalzo? Chi è? - Non lo so, non lo conosco. - Da dove viene? - Non lo so. Mi saluta sorridendo e sparisce. - Sparisce? - Sì, scompare, non lo vedo più, è come se diventasse aria, luce, niente. Un racconto singolare, che Don Nicola aveva riferito al suo coetaneo, Don Peppino Orlando, tanto amico di Francesco e della famiglia Forgione. - Eh, le cose strane sono molte nella vita di questo ragazzo - gli aveva risposto Don Peppino con il tono di chi la sa lunga. E poi gli aveva riferito altre cose misteriose di Francesco. - Un giorno, quando Francesco aveva circa nove anni, mamma Peppa è venuta da me piangente - gli aveva raccontato Don Peppino. - Eravamo in Quaresima e mi disse che aveva trovato il bambino in camera, dietro il letto, che si flagellava usando una catena di ferro. Lo aveva rimproverato: "Ma perché, figlio mio, ti batti così? La catena di ferro fa male". E Francesco le aveva risposto: "Mi devo battere, mamma, come i giudei hanno battuto Gesù e gli hanno fatto uscire il sangue sulle spalle". "In un'altra occasione, sempre quando Francesco non andava ancora a scuola, quella povera donna mi confidò di aver scoperto che il bambino, di notte, non dormiva nel letto, ma per terra, tenendo una pietra come cuscino. Lo feci venire da me e cercai di spiegargli che non doveva comportarsi in quel modo. "'Rifiutando il letto che la mamma ti prepara con tanto amore' gli dissi 'le dai un grande dispiacere e questo non è bene.' Con grande ingenuità mi rispose: 'È Gesù che mi ha chiesto di fare penitenza per la conversione dei peccatori'. "Non so che valore dare a simili espressioni aveva concluso Don Peppino. "Ma credo che in quel bambino avvengano cose che noi non siamo in grado di capire." Mentre il treno sferragliava sui binari, correndo in mezzo alla campagna verde, Don Nicola Caruso rifletteva su quei fatti, che gli erano rimasti impressi nella mente. E contemporaneamente pensava alle parole del maestro Caccavo, alle sue perplessità sulla vocazione di Francesco. Lui non aveva dubbi. Ero pronto a scommettere sulla bontà e sulla limpidezza di quel ragazzo. "Diventerà un Santo" disse fra sé lanciando uno sguardo carico d'affetto verso Francesco che, immobile, continuava a guardare fuori dal finestrino.
8
Erano le 11 del mattino quando il treno incominciò a rallentare perché stava ancora entrando nella stazione di Morcone. - Stiamo arrivando - disse il maestro Caccavo rivolto a Don Nicola il quale, con la testa appoggiata allo schienale del sedile, sembrava essersi appisolato. Poi si alzò e si avvicinò ai tre allievi che aveva in custodia e che erano seduti più avanti nello scompartimento. - Ci siamo - disse. - Preparate le valigie. La piccola comitiva si ricompose. I tre ragazzi si riunirono ai loro insegnanti e, appena il treno si fu fermato, scesero tutti insieme in stazione. Morcone era un paese aggrappato al versante di un colle, ma il convento dei frati Cappuccini, dove erano diretti, si trovava giù in basso, nella piana, lontano dall'abitato. Per raggiungerlo c'era solo un miserabile sentiero sassoso. Si incamminarono procedendo in fila indiana. Il sole era alto, ma i suoi raggi non avevano forza né calore. Il paesaggio, ricco di alberi e vegetazione selvaggia, in quella stagione era brullo. Il convento appariva in lontananza, attorniato da un'alta schiera di cipressi imponenti, in una landa deserta. Per quanto si guardassero intorno, non si vedeva nessun'altra abitazione. Arrivarono stanchi. Dietro la selva dei pini trovarono una costruzione severa, la chiesa, con accanto l'ingresso del convento. La facciata della chiesa, rustica e semplice, era sormontata da un minuscolo campanile a vela dal quale pendeva una vecchissima campana. Antonio Bonavita, uno dei ragazzi, tirò la cordicella che pendeva nell'angolo a sinistra, vicino alla porta con la scritta: "Convento dei Padri Cappuccini". All'interno si sentì un allegro tintinnio e poco dopo un rumore di passi strascicati sul pavimento di pietra. Quindi lo sferragliare di chiavi e gli scatti di una grossa serratura. La porta si schiuse e apparve un giovane frate sorridente. - Pace e bene, e sia lodato Gesù Cristo - disse con voce sicura. - Sempre sia lodato - risposero i cinque pellegrini, e il maestro Caccavo spiegò la ragione della loro presenza. - Venite avanti, vi aspettavamo - disse il frate. Francesco lo aveva riconosciuto, e il suo viso, che era stato triste e buio per tutto il viaggio, si rischiarò - È Fra Camillo - sussurrò Francesco a Vincenzo Masone, che gli stava accanto. - Ogni anno, al tempo del raccolto, viene a Pietrelcina a fare la questua. Anche il frate riconobbe Francesco e andò a salutarlo affettuosamente. - Hai mantenuto la promessa - gli disse. - Sono contento di vederti. Vedrai che ti troverai bene qui con noi. Fra Camillo aveva avuto una parte importante nella vocazione di Francesco. Si erano incontrati proprio quando il ragazzo pensava di diventare sacerdote. Un giorno di fine estate, mentre la famiglia Forgione era impegnata a Piana Romana nel raccolto del grano, era arrivato quel frate in groppa a un bel cavallo. Era il "frate cercatore". I contadini lo chiamavano così. Non aveva importanza se la persona non era sempre la stessa, a loro non interessava conoscerne il nome o riconoscerne la voce e il viso. Il frate cercatore rappresentava un'istituzione e un'antica tradizione. Tutti i contadini lo aspettavano al momento del raccolto per dargli l'offerta, che, nelle loro intenzioni, costituiva una specie di ringraziamento a Dio per l'abbondanza delle messi. Quell'anno il frate cercatore era un giovane cappuccino sui trent'anni. Il suo aspetto, i suoi occhi, il suo modo di fare cordiale e insieme riservato, ma soprattutto la sua bella barba nera e fluente avevano colpito il piccolo Francesco. - Come ti chiami? - aveva domandato al frate, che si era fermato a bere un po' di acqua dalla bottiglia che mamma Peppa conservava all'ombra. - Fra Camillo - aveva risposto il religioso sorridendogli. Per tutto il tempo che Fra Camillo si era intrattenuto nel campo, Francesco non lo aveva perduto d'occhio. Quando se n'era andato, il bambino aveva detto a sua madre: - Voglio diventare come Fra Camillo. Negli anni successivi, a ogni raccolto, Fra Camillo tornava. Aveva fatto amicizia con Francesco. Mamma Peppa gli aveva confidato i sogni del figlio, e lui lo attendeva. - Quando verrai a Morcone? - gli domandava a ogni incontro. - Sto preparandomi - rispondeva Francesco e gli raccontava della scuola che frequentava. Ogni anno la meta era sempre più vicina, e Fra Camillo sempre più contento. Intanto, Grazio Forgione, il papà di Francesco, era emigrato in America in cerca di lavoro. Il suo posto, nella direzione della famiglia, era stato preso da zio Pellegrino. E fu lui a gestire la partenza di Francesco per il convento di Morcone. Ogni tanto andava a trovare il parroco, Don Salvatore Pannullo, per sollecitarlo a preparare i documenti necessari. La Regola dei frati Cappuccini imponeva che un aspirante, per entrare in noviziato, dovesse aver compiuto quindici anni. Si attese così il 25 maggio 1902, giorno del quindicesimo compleanno di Francesco, e poi Don Salvatore inviò la domanda al convento di Morcone. - Per ora non abbiamo posti liberi - fu la risposta. - Bisogna attendere il prossimo anno. - Possiamo scegliere un altro Ordine religioso - aveva proposto zio Pellegrino durante una riunione di famiglia. - Attendere significa perdere tempo. E poi, se anche il prossimo anno non ci fosse posto? Che si fa? - E rivolto a Francesco aveva proseguito: - Francì, vuoi andare a Montevergine? Quei monaci vestono di bianco, portano il cappello e le scarpe e stanno molto bene. Francesco., che conosceva il Santuario della Madonna di Montevergine perché vi era stato in pellegrinaggio accompagnato proprio da zio Pellegrino, aveva risposto: - No, perché quei monaci non portano la barba. - Vogliamo far scrivere, allora, a Sant'Angelo a Cupolo? Là ci sono i figli di Sant'Alfonso - aveva proseguito zio Pellegrino - vestono come i preti e stanno bene. Oppure si potrebbe chiedere ai Francescani di Benevento: sono tutti belli paffuti. - Portano la barba? - aveva domandato ancora Francesco. - No. - E allora non ci vado. - AlI'anima della barba! - si era spazientito lo zio. - Francì,. nipote mio, io ne so più di te. E che, ti mangi la barba in convento? Tu devi pensare a star bene, hai capito? Ma non c'era stato niente da fare. Francesco aveva preferito attendere per poter entrare nell'Ordine dei frati con la barba, proprio come Fra Camillo. Fra Camillo accompagnò la comitiva in una stanza riservata che veniva chiamata foresteria. Poi andò ad avvertire il Guardiano, Padre Francesco, e il maestro dei novizi, Padre Tommaso, che arrivarono subito per salutare gli ospiti e dare loro il benvenuto. - Adesso vi prepareremo qualcosa da mangiare, e subito dopo pranzo ci sarà l'esame per vedere se questi ragazzi sono pronti per entrare in noviziato - disse il Padre guardiano. - Siamo dei poveri frati - aveva aggiunto. - Dovete adattarvi a mangiare quel che passa il convento. L'accoglienza era cordiale. I frati sembravano gentili e buoni. Francesco era contento soprattutto perché aveva trovato il suo amico Fra Camillo. Quel volto familiare era un balsamo per il dolore acuto che provava per aver lasciato la sua famiglia. Arrivarono altri due fraticelli giovani che in un attimo imbandirono la tavola al centro della stanza. Portarono una tovaglia bianca, bicchieri, pane, piatti, posate e anche del vino. Poi tornarono con una zuppiera fumante di minestra di ceci, formaggio, patate al forno e noci. Il profumo del cibo aveva risvegliato l'appetito dei ragazzi. La tensione degli addii e la fatica del viaggio svanirono di fronte a quella tavola imbandita. Mangiarono tutti con gusto e a sazietà. Alla fine del pranzo ricevettero di nuovo la visita del Padre guardiano e del maestro dei novizi, che si appartarono a parlottare con Caccavo e Don Nicola. Poi il Padre guardiano disse rivolto ai ragazzi: - Ora tocca a voi. Vediamo come ve la cavate. Cominciamo con Francesco Forgione. Francesco seguii due religiosi che lo accompagnarono in una stanza vicina dove, dietro un grande tavolo, sedeva un altro frate anziano. Anche lui gli sorrise e fu molto gentile. Fece accomodare Francesco su una sedia di fronte a lui mentre il Padre guardiano e il maestro dei novizi prendevano posto ai lati del tavolo. E, a turno, i tre frati cominciarono a rivolgergli delle domande. Era una specie di esame, che toccava vari argomenti: il catechismo, la vocazione religiosa, ma anche la matematica, il latino, la grammatica, la geografia, la storia. Domande semplici ed elementari alle quali Francesco rispondeva con facilità. - Bravo, bravo - gli dissero a un certo punto, e il Padre guardiano lo riaccompagnò in foresteria per prendere con sé, questa volta, Vincenzo Masone. - Come è andata? - domandò preoccupato il maestro Caccavo. - Domande facilissime - rispose Francesco, che era tutto eccitato. - È un esame puramente formale - aggiunse Don Nicola Caruso, che invece si mostrava calmissimo. - Sanno che, se i ragazzi non fossero preparati a dovere, non li avremmo accompagnati qui. Conoscono bene il nostro parroco, che fino a due anni fa era professore al Seminario di Benevento. In fondo, è lui che ha firmato le domande di ammissione garantendo la preparazione intellettuale dei singoli. Fanno questa specie di esame perché è previsto dai regolamenti, ma si tratta di una formalità. Anche Masone tornò, poco dopo, felice per aver risposto a tutte le domande. E lo stesso successo lo ottenne Antonio Bonavita, il quale ritornò in foresteria accompagnato non solo dal Guardiano e dal maestro dei novizi, ma anche dall'altro frate anziano, che fu presentato al maestro Caccavo e a Don Caruso. Era Padre Pio da Benevento, Commissario generale della Provincia religiosa di Foggia, venuto appositamente per presiedere quell'esame. - Complimenti agli insegnanti - esordì il Commissario generale. - Questi ragazzi sono stati preparati veramente bene. Tutti e tre meritano l'ammissione al noviziato. Però per Antonio Bonavita c e l'ostacolo dell'età. La nostra Regola stabilisce che per entrare in noviziato occorre aver compiuto quindici anni. Ad Antonio mancano due mesi e, purtroppo, non si possono fare deroghe. Antonio, che non si aspettava quella conclusione, si mise a piangere. - Non te la prendere, ragazzo - lo consolò il Commissario generale. - Due mesi sono niente, fanno presto a passare. Stai tranquillo che ti terremo il posto e all'inizio di marzo potrai venire qui a vivere con noi. Accarezzò Antonio sulla testa, salutò il maestro Caccavo e Don Nicola. - A voi due - disse rivolto ai ragazzi - non posso che dare il benvenuto, anche a nome di tutta la comunità religiosa di Morcone e del nostro Ordine religioso dei frati Cappuccini. Vi auguro di trovarvi bene e di fare un buon anno di noviziato. Qui, in questo convento, nel corso dei prossimi dodici mesi, imparerete a vivere secondo la Regola di San Francesco. La vostra buona riuscita come religiosi al servizio della Chiesa dipenderà da questo periodo. Da come costruirete le fondamenta della vostra vita spirituale. Che il Signore vi aiuti e vi guidi. Vi benedico. Tracciò nell'aria un segno di croce, poi diede la mano da baciare a tutti i presenti e se ne andò seguito dal Padre superiore. - Il Padre Commissario generale deve tornare immediatamente a Foggia - disse il maestro dei novizi come per giustificare quell'improvvisa partenza. - E adesso - aggiunse rivolto ai due aspiranti religiosi - penso che sia giunto il momento che salutiate i vostri insegnanti, il vostro amico Antonio, che speriamo di rivedere presto, e che andiate a mettere in ordine la vostra cella. Comincia per voi la vita religiosa. Francesco e Vincenzo guardarono il maestro Caccavo e Don Caruso con aria smarrita. - Allora ci salutiamo - concluse Don Nicola per rompere gli indugi. - Buona fortuna - augurò il maestro Caccavo. Si strinsero le mani, si baciarono. - Li accompagno - disse il maestro dei novizi. - Aspettatemi qui, torno subito. Francesco e Vincenzo rimasero soli in quella stanza dove si sentiva ancora un buon odore di cibo. Evitarono accuratamente di guardarsi in faccia perché nei loro cuori c'era una grande desolazione. Per tutti e due era la prima volta che si trovavano lontani da casa. Quella che stava per arrivare sarebbe stata la prima notte in cui, da quando erano venuti al mondo, non avrebbero dormito nelle loro case, in seno alle famiglia. L'attesa fu brevissima. Il maestro dei novizi tornò dopo qualche minuto. - Ora andiamo nelle vostre celle - disse. E assumendo un tono maestoso, da insegnante, proseguì: - Con il nome cella noi indichiamo la stanza dove il religioso vive, dorme, studia e prega. È la sua casa. Ma, per il nostro spirito di povertà e di penitenza, deve essere poco spaziosa, disadorna, spoglia di tutto, proprio come la cella di un carcerato. Ecco la ragione del nome. Però, il religioso in quella cella non si deve sentire carcerato, ma l'uomo più libero di questo mondo, perché ha scelto Dio. Si è spogliato di tutto per essere ricco di Dio. La cella ha una piccola finestra che permette al religioso di guardare il cielo. Cella, cielo: ecco lo scopo della nostra vita. Pregare, meditare dentro una cella per poi raggiungere il cielo. Venite che vi accompagno. Francesco e Vincenzo presero le loro valigie e seguirono il maestro dei novizi. Attraversarono il chiostro, salirono uno scalone ed entrarono in un lungo corridoio sul quale si affacciavano, da una parte e dall'altra, delle piccole porte. - Il numero 25 sarà la tua cella - disse il maestro dei novizi a Francesco. - Il 23 la tua - aggiunse rivolto a Vincenzo Masone. - Fino al giorno 15 voi sarete liberi. Potete cioè vivere a vostro piacimento, scegliendo di seguire gli orari della comunità oppure no. Basta che rispettiate gli orari del pranzo, della cena e delle preghiere che precedono la cena. Per il resto della giornata potete girare nel convento, nell'orto, in chiesa, per guardare, prendere confidenza con i luoghi e osservare come vivono i religiosi. Non vi chiedo di alzarvi di notte per il Mattutino, come facciamo noi. A questo vi abituerete in seguito. Il giorno 15 inizieranno gli esercizi spirituali. Faremo cioè una settimana di assoluto silenzio e di intensa preghiera per prepararci al 22 gennaio, quando ci sarà la solenne vestizione. Quel giorno indosserete il saio francescano e inizierà per voi l'anno di noviziato. Ora andate nelle vostre celle a sistemare le cose che avete portato da casa. Le preghiere che precedono la cena si recitano alle 19.
9
Francesco entrò nella piccola cella indicatagli dal maestro dei novizi e si chiuse la porta alle spalle. Avverti subito un freddo gelido e umido che lo fece rabbrividire. La stanza, certamente disabitata da qualche tempo, non aveva mai conosciuto il tepore di un camino o di una stufa. L'unica finestrella, al centro della parete di fronte alla porta d'ingresso, era spalancata. Probabilmente era rimasta aperta anche durante le notti precedenti, e l'umidità aveva permeato pareti e mobili. Francesco depose la sua valigetta di cartone e prese dalla tasca dei pantaloni il rosario che aveva ricevuto in regalo dalla mamma al momento dell'addio, lo baciò e lo mise sull'inginocchiatoio accanto al letto. "E dove sarà mia madre a quest'ora?" si domandò Francesco. "Che cosa starà pensando? E Felicita? Pellegrina? Graziella? E Michele?" Si senti stringere il cuore. "Mi devo abituare, adesso è questa la mia vita" disse fra sé. Si guardò intorno. La cella era proprio un bugigattolo. Anche la Torretta, la camera che a Pietrelcina divideva con suo fratello Michele, era poco spaziosa, ma questa gli sembrava ancor più piccola. Aveva l'impressione di non riuscire quasi a muoversi. Il letto occupava l’intera parete di sinistra. Lo “assaggiò”, pigiandolo leggermente con le mani e sentì che era duro come un sasso. Il materasso, costituito da un sacco con dentro uno strato di foglie di granturco, era così sottile da dare l'impressione che le mani poggiassero direttamente sulle tavole di legno del letto. Sopra il materasso una coperta di tipo militare, e sulla coperta un grosso crocifisso di ferro. Accanto al letto, un minuscolo inginocchiatoio. Appoggiato alla parete di fronte c'era un tavolino con una sedia e, vicino alla finestrella, un portacatino di ferro con l'anfora per l'acqua. Francesco si avvicinò alla finestra per chiudere i vetri, ma fu attratto dal paesaggio. La finestra dava sul giardino e permetteva anche di vedere le colline irte di alberi, che si perdevano a vista d'occhio. Sopra le colline, un cielo terso, di intenso colore azzurro. "Cella, cielo" aveva detto il maestro dei novizi. Mise la testa fuori della finestra per guardare quanto era lungo il fabbricato e vide, poco più in là, la testa di Vincenzo che sporgeva dalla finestra della sua cella. - Vincè - chiamò sottovoce. - Ohè, Francì - rispose il suo paesano. - Com'è la tua camera, Vincè? - Fredda. E la tua, Francì? - Fredda e piccola. Ma ci dobbiamo abituare, poi ci sembrerà diversa. - Che facciamo Francì? - Ci hanno detto di trovarci in chiesa alle 7. C'è tanto tempo. Andiamo in giro a guardare un poco, ti va? - Mi va sì, basta che stiamo insieme. Ho paura di stare qui da solo. - Metto a posto la valigia e poi vengo a chiamarti. Ciao, Vincè. - Ciao Francì, fai presto. Francesco chiuse la finestrella, posò la valigia sul letto e l'aprì. Ordinate come in una vetrina, trovò tutte le cose che vi aveva messo dentro sua madre. La biancheria intima, un paio di maglioncini di lana, calze soffici e spesse, fazzoletti, camicie. Mentre estraeva quegli indumenti, uno a uno, adagio e quasi con devozione, pensava con quanto amore mamma Peppa glieli aveva preparati. L’orologio del campanile suonò tre rintocchi. - È l'ora della Morte del Signore - disse Francesco ripetendo automaticamente la frase che, a quell'ora, fin da quando era piccolo, aveva sentito pronunciare centinaia di volte da suo padre, dalla madre, dai parenti, dalle persone che in quel momento aveva accanto. Una frase che gli aveva sempre fatto impressione. Quei tre rintocchi erano gli unici che venivano nominati non con l'ora che indicavano ma con il riferimento alla Morte di Cristo, avvenuta, secondo il racconto evangelico, alle 3 del pomeriggio. E i contadini, ascoltandoli, interrompevano il loro lavoro, si raccoglievano un attimo in preghiera e si facevano il segno della croce. Istintivamente Francesco ripeté gli antichi gesti. Si fermò, pensò a Cristo in croce. - Signore, salva la mia anima. - Ma pensò anche che, adesso, in quel luogo, i suoi pensieri rivolti a Gesù non sarebbero più stati frettolosi e disturbati dagli impegni di studio o di lavoro. Avrebbe potuto pensare a Gesù e ai suoi "amici invisibili" in continuazione, giorno e notte. La sua nuova vita sarebbe stata interamente dedicata allo spirito. Guardò il crocifisso che aveva trovato disteso sul letto e disse ancora: - Signore, mi affido a te e ti affido questa mia nuova vita. Uscì dalla cella e bussò a quella di Vincenzo Masone. Il convento era severo in ogni particolare. Poco illuminato, con le pareti scure, i corridoi a volta assai bassi. Sopra le porte, o in alto sui pianerottoli delle scale, c'erano delle scritte che invitavano alla riflessione. Frasi dure, alcune in italiano, altre in latino. I due ragazzi si fermavano a leggerle e restavano pensierosi. - O penitenza o inferno - lesse Francesco a mezza voce. - Silentium quia lOCUS novitiorum est - lesse Vincenzo, e insieme non trovarono difficoltà a tradurre: "Silenzio perché questo è il luogo dei novizi. Sull'architrave di una porta figurava una frase in italiano che fu letta da Francesco: "Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo, in Dio". - Qui però si parla troppo di inferno, morte, peccati, silenzio - commentò Vincenzo. - Mi aspettavo un ambiente meno cupo. Nella nostra chiesa di Pietrelcina c'erano gli Angeli, i Santi, non c'erano tutte queste sentenze che incutono timore. - Ci dobbiamo abituare - rispose Francesco. - Tutte le cose nuove sono indigeste. Sul pianerottolo di una scala, sotto un'antica tela con l'immagine della Madonna Addolorata, c'era una lunga frase in latino con accanto là traduzione. - Hic transire cave nisi prius dixeris Ave - lesse Francesco, e subito Vincenzo lesse la traduzione: - Guardati dal passare oltre senza aver prima recitato un"'Ave Maria - Questa mi piace - disse Francesco. - Mi ricorda la Madunella che si trova alla porta del Castello, all'inizio di vico Storto Valle, dove c'è la mia casa. Te la ricordi Vincè? Raffigura la Madonna incoronata, tra Sant'Antonio e San Michele, è dipinta su mattonelle colorate. È bella, allegra, come piace a te. Lì accanto c'è la fontana dove mia madre e le altre donne vanno a prendere l'acqua. La mamma mi diceva che quando passavo di fl dovevo sempre fermarmi a dire una preghiera. E io lo facevo. Adesso lo farò qui. Così mi sembrerà di essere a Pietrelcina, a casa nostra. Questa Madonna è triste, sofferente. Ma è pur sempre la Madonna. - Pensi di riuscire a dormire questa notte? - domandò Vincenzo cambiando discorso. - Penso di sì - rispose Francesco. È la prima volta nella mia vita che non dormo a casa mia. Una volta ero andato a trovare mia nonna, che abita a tre chilometri da Pietrelcina, e voleva che dormissi da lei, ma quando ho visto che cominciava a fare buio, mi ha preso l'angoscia e sono tornato a casa. Non credo che riuscirò a dormire. - Non pensarci, Vincè, poi ti abituerai. Continuarono nella loro visita. Andarono in chiesa, poi in giardino. Da fuori, il convento sembrava meno cupo. Francesco fingeva di essere tranquillo per non impressionare l'amico, che gli sembrava piuttosto spaventato. Ma anche lui aveva un groppo allo stomaco. E pensava al momento in cui, nel buio della notte, si sarebbe trovato solo in quella celletta. "Non sarò solo" disse fra sé mentalmente per farsi coraggio. "Ci saranno con me l'Angelo custode, Gesù, la Madonna, San Francesco e tutti i miei amici invisibili'. Non sono rimasti a Pietrelcina. Sono qui con me e non mi lasceranno mai solo." Nonostante i buoni pr6positi e le invocazioni ai suoi "amici invisibili", però, quella prima notte fu tremenda anche per lui. Quando si trovò solo, in quella celletta al buio, Francesco pianse amaramente e a lungo. I giorni si susseguivano veloci, e l'attenzione di tutti era rivolta al 22 gennaio, data della vestizione religiosa e inizio ufficiale dell'anno di noviziato. Le novità, costituite dall'ambiente e dall'insolito modo di vivere, facevano dimenticare lo scorrere del tempo. Arrivarono altri due aspiranti religiosi: Giovanni Di Carlo, che veniva dalla provincia di Chieti, e Salvatore Pranzitella, da Campobasso. Francesco fraternizzò subito. Fece amicizia soprattutto con Giovanni Di Carlo, che aveva un carattere simile al suo. Ogni tanto il maestro dei novizi, Padre Tommaso, convocava i ragazzi per impartire loro delle istruzioni. Una settimana prima del 22 iniziarono gli esercizi spirituali. - Adesso non siete più liberi di andare in giro a vostro piacimento - disse il maestro dei novizi. - Dovrete seguire scrupolosamente l'orario che vi ho scritto in questo foglietto. Da Benevento è arrivato un religioso che vi predicherà gli esercizi: quattro prediche al giorno. Comincerete a frequentare regolarmente anche le preghiere comunitarie. Nel corso di questi esercizi spirituali dovete fare uno scrupoloso esame di coscienza per prepararvi alla Confessione generale. Dovete cancellare tutto il male che avete compiuto nella vostra vita mentre eravate nel mondo, per iniziare un'esistenza completamente nuova nella casa di Dio. La spensieratezza, le distrazioni, l'ozio dei giorni precedenti furono dimenticati. Le giornate presero un ritmo preciso. I discorsi del predicatore, le conversazioni con il maestro dei novizi, il silenzio assoluto fra i ragazzi avevano creato un'atmosfera pesante. Il predicatore parlava di morte, inferno, purgatorio, giudizio divino, peccati, e della vita eterna, che poteva essere fatta di una felicità straordinaria, in paradiso, ma anche di una disperazione terribile, nel fuoco dell'inferno. Portava esempi terrificanti di religiosi che avevano vissuto male la loro esistenza terrena e, dopo la morte, espiavano le colpe commesse. Erano tornati dai loro confratelli affermando di trovarsi in purgatorio, e per dare prova di quanto dicevano avevano lasciato spaventose impronte di fuoco. Francesco frugava con accanimento dentro la propria coscienza alla ricerca di peccati. All'inizio aveva l'impressione di non trovare niente, ed era preoccupato perché non poteva presentarsi per la Confessione generale dicendo di non ricordare alcuna mancanza. A mano a mano che le prediche procedevano, cominciò a vedere peccati dappertutto. Si rese conto che negli anni trascorsi a Pietrelcina aveva commesso peccati gravissimi, che gli avrebbero spalancato le porte dell'inferno. Si spaventava e si domandava come mai non si fosse accorto prima di essere stato un peccatore così impenitente. Quando arrivò il momento della Confessione generale, si presentò al confessore con una serie di racconti terrificanti. Si accusava di tutto. Ogni azione, anche la piu innocente, era diventata ai suoi occhi una mancanza gravissima. Il confessore si rese conto dell'abbaglio preso dal ragazzo e, con amorevolezza, lo esortò a non vedere la vita con tanto pessimismo e gli assicurò che i peccati erano ben diversi dai piccoli errori di cui lui si accusava. Gli disse di chiedere perdono a Dio, ma gli raccomandò di riflettere sull'amore di Gesù, più che sulla drammatica realtà dell'inferno. - L’uomo non può mai essere perfetto su questa terra - gli disse il confessore. - Deve però tendere sempre a migliorare se stesso, nonostante i difetti, la pigrizia e le cadute. Noi siamo salvi per amore di Gesù, non per la nostra buona volontà. - Non sono dannato? - domandò Francesco. - No, non sei dannato - rispose il confessore. - Sei fra le braccia di Gesù, e lui ti porterà sempre con sé. La settimana di esercizi spirituali aveva creato una viva attesa nei giovani aspiranti religiosi. La notte che precedette il giorno della vestizione, Francesco non riuscì a chiudere occhio. Al mattino era in piedi molto prima che suonasse la sveglia. La cerimonia era fissata per le ore 9, e quindi dovette restare a lungo nella sua cella a pensare e pregare. La cerimonia fu molto suggestiva. Venne celebrata dal maestro dei novizi, alla presenza di tutta la comunità religiosa. C'erano i frati anziani, i novizi che stavano terminando l'anno di prova e i postulanti che invece lo iniziavano. Francesco era affascinato da quello che avveniva davanti ai suoi occhi Le varie fasi del rito si imprimevano nella sua mente con forza. Quando arrivò il suo turno, si inginocchiò ai piedi dell'altare davanti al maestro dei novizi. Questi gli tolse la giacca dicendo con voce solenne: - Ti spogli il Signore dell'uomo vecchio con le sue azioni. - Amen - rispose Francesco. Poi il maestro dei novizi lo aiutò a indossare il saio dicendogli: - Ti rivesta il Signore dell'uomo nuovo che, secondo Dio, è creato nella giustizia e nella santità della verità. - Amen - ripeté Francesco. Imponendogli il cappuccio, il celebrante pregò: - Poni, Signore, il cappuccio della salvezza sul suo capo per sconfiggere le insidie diaboliche. - Amen. E mentre gli passava il cingolo intorno alla vita, il celebrante disse ancora: - Ti cinga il Signore del cingolo della purezza, ed estingua dai tuoi lombi l'umore della libidine, affinché rimanga in te la virtù della continenza e della castità. - Amen. Alla fine il maestro dei novizi gli porse una candela accesa dicendogli: - Accetta il lume di Cristo, come segno della tua immortalità, affinché, morto al mondo, tu viva in Dio. Sorgi dai morti, e t'illuminerà Cristo. Venne poi invocato lo Spirito Santo con il canto liturgico "Veni, Sancte Spiritus". Seguì il rito del cambio del nome. Affinché l'addio al mondo e alla propria precedente esistenza fosse totale e definitivo, il novizio doveva rinunciare perfino al nome di battesimo, e anche al cognome, legame giuridico con la propria famiglia. Toccava al Superiore scegliere per il novizio un nuovo nome, mentre al posto del cognome sarebbe stato indicato il luogo di nascita. Francesco Forgione cessò di chiamarsi in quel modo e divenne Fra Pio da Pietrelcina. Il rito della vestizione e della trasformazione esteriore fu completato qualche ora dopo, in privato. I novizi tornarono in convento. Il loro maestro li convocò in un'ampia stanza fungeva da guardaroba. Il maestro distribuì loro le vesti intime che dovevano sostituire gli abiti borghesi: una rozza tonaca, che stava al posto della camicia, mutande della stessa stoffa, simili a un paio di calzoni che arrivavano a metà polpaccio, e sandali al posto delle scarpe. Niente calze. Il frate Cappuccino doveva andare scalzo, estate e inverno. - Padre maestro, questi indumenti sono troppo stretti per me -disse con voce timida e timorosa Fra Sebastiano da Campobasso, che era un giovanottone grande e grosso. Aveva ricevuto una camiciola e un paio di mutande di almeno tre misure inferiori alla sua taglia. - Se indosso questa roba la strappo subito, ammesso che riesca a entrarci dentro - aggiunse sorridendo e mostrando gli indumenti per far vedere che gli andavano proprio stretti. - Potrebbe cambiarmeli per favore? Padre Tommaso aveva ascoltato in silenzio, fissando severamente il novizio. - Gli indumenti intimi che passa il convento sono di varie misure - disse forte in modo che tutti potessero sentire. - Ma vengono sempre distribuiti a caso proprio per offrire al giovane religioso l'occasione di adattarsi a tutte le difficoltà. A un individuo di taglia robusta può toccare una camicia piccola e stretta, e a un mingherlino un camicione enorme. Bisogna tacere e sopportare. Quindi, non voglio più sentire lamentele sul tipo di quelle di Fra Sebastiano. - Ma se li metto si strappano - azzardò un'altra volta il giovane novizio. - Ho appena detto che non voglio assolutamente sentire lamentele del genere - urlò in tono adirato Padre Tommaso. I novizi non si aspettavano una reazione del genere e rimasero sconcertati. Il maestro li fulminò con uno sguardo truce che gelava il sangue. - Questo è un luogo di penitenza. Qui si deve imparare a obbedire ciecamente. La vostra parola d'ordine deve essere solo "Padre, sì" e basta. Fece una lunga pausa. I novizi trattenevano perfino il fiato. Poi, rivolto al mastodontico Fra Sebastiano: - Vergognati. E per penitenza inginocchiati e fai tre croci sul pavimento con la lingua. Colto di sorpresa, Fra Sebastiano rimase fermo, incerto. - Ho detto tre croci con la lingua sul pavimento - gridò il maestro dei novizi. Il giovane, arrossendo, obbedì. - E ora - continuò Padre Tommaso riprendendo il tono di voce normale - vi mostrerò come il novizio deve dormire. Uscirono dal guardaroba ognuno con gli indumenti che aveva ricevuto. Padre Tommaso si avvicinò alla porta della cella più vicina e l'aprì. Entrò invitando i novizi ad affacciarsi sull'uscio. - Prima vi inginocchierete ai piedi del letto e reciterete le preghiere facendo l'esame di coscienza - disse. - Poi, senza spogliarvi, vi metterete supini sul letto, avendo cura di raccogliere l'abito davanti a voi, tra le gambe. Usate pure la coperta per difendervi dal freddo. Terrete le braccia in croce sul petto e il crocifisso tra le vostre braccia, infilato nel cingolo che avete intorno alla vita. Così deve dormire il novizio. Ci sono obiezioni? Nessuno fiatò. - Ritiratevi nelle vostre celle e riflettete su quanto è avvenuto in chiesa e su quanto vi ho detto io adesso. A turno, due per volta, vi recherete da Fra Camillo, che vi taglierà i capelli e disegnerà sul vostro capo la chierica. Anche quello è un segno del nostro disprezzo per il mondo e per le sue vanità. Ricordatevi: voi siete morti al mondo. Dovete mortificare il corpo per far vivere l'anima. Andate. Sia lodato Gesù Cristo. - Sempre sia lodato - risposero sommessamente i novizi, e ognuno si avviò verso la propria cella.
10
Fra Pio si gettò nella nuova esistenza con la foga che gli era congenita. Voleva eseguire alla perfezione tutto ciò che il maestro dei novizi gli suggeriva. Si accorse subito, però, che non era facile. La vita nel convento, infatti, era durissima. La giornata, in pratica, iniziava a mezzanotte. I religiosi venivano svegliati dal fracasso della bàttola, una specie di campanaccia di legno che gracchiava e strideva. Era il segnale che li chiamava in chiesa per la recita del Mattutino e delle Laudi. Fra Pio si alzava stordito e mezzo addormentato, infilava i piedi nudi nei sandali e si univa di corsa alla processione dei confratelli. D'inverno quelle levatacce erano tremende. Il freddo penetrava nelle ossa come la lama di un coltello. Uufficio durava pressappoco un'ora, e spesso Fra Pio faticava a tenere gli occhi aperti. Quando ritornava nella sua cella stentava a riaddormentarsi. Dopo circa quattro ore, alle cinque del mattino, la bàttola ripeteva il suo sgradevole richiamo. Fra Pio aveva allora a disposizione pochi minuti per rifare il letto, posarvi sopra il grosso crocifisso di ferro, lavarsi e scendere in chiesa per la meditazione, la Messa e altre parti del Divino Ufficio. Poi finalmente si poteva consumare una colazione frettolosa e quindi cominciava per i novizi la mattina di studio della Regola. Fra Pio si ritrovava allora nella cella a leggere le Costituzioni dell'Ordine, uno scarno libriccino di una ventina di pagine, che si finiva in pochissimo tempo. Ma dal momento che non era permesso ai novizi possedere altri libri, una volta terminata la lettura, si doveva ricominciare dalla prima pagina. Prima di pranzo Fra Pio e gli altri ragazzi dovevano dedicarsi alla pulizia del convento e della chiesa, e finito di mangiare c'era la passeggiata nell'orto, che si svolgeva camminando incolonnati e recitando preghiere. il pomeriggio era diviso fra lo studio, cioè la lettura del solito libretto, e il lavoro. Alle 19 meditazione e rosario e alle 20 cena, al termine della quale ai novizi era finalmente consentito parlare. La preghiera era comunque la loro occupazione principale. Anche quando lavoravano nell'orto, in giardino, mentre pulivano il convento o lavavano i panni nello scantinato, dove si trovavano vecchi lavatoi di pietra, dovevano pregare ad alta voce. Tre volte la settimana, il lunedì, il mercoledì e il venerdì, c'era il rito della "disciplina". Dopo cena tutti i religiosi della comunità si recavano nel coro, spegnevano i lumi, si denudavano le spalle e si flagellavano le carni nude meditando sulla Passione di Gesù. L'ordigno per la "disciplina" era costituito da una serie di rozze catenelle che terminavano con dei pallettoni. A volte il sangue colava sul pavimento. Il cibo era sobrio, e le occasioni per mangiare a sazietà scarse. La Regola imponeva una serie di digiuni che coprivano gran parte dell'anno. Nel convento del noviziato i religiosi digiunavano ogni venerdì e la vigilia di tutte le grandi feste, in particolare quelle della Madonna e dei più importanti Santi dell'Ordine Francescano. Poi c'era il "digiuno della benedetta in onore della Madonna Assunta, che durava dal 30 giugno al 15 agosto. E ancora il digiuno in preparazione del Natale, dal 2 novembre al 25 dicembre. Infine la Grande Quaresima, cioè quella che precede la Pasqua. Alla vigilia delle feste della Vergine e dei Santi dell'Ordine, e nei venerdì della Grande Quaresima, i novizi mangiavano quel poco che era loro permesso, inginocchiati per terra in segno di ulteriore penitenza. Dopo due mesi il gruppetto dei novizi si era assottigliato. Alcuni, stroncati dalle difficoltà, avevano ceduto le armi. Tra loro anche il compaesano di Fra Pio, Vincenzo Masone. La perdita del suo compaesano fu un duro colpo per Fra Pio. Con Vincenzo si confidava. Parlando con lui, o semplicemente standogli vicino, aveva l'impressione di essere un po' a casa. Adesso si sentiva tremendamente solo. Cominciò ad affezionarsi di più a Fra Anastasio, cioè Giovanni Di Carlo, che per fortuna occupava la cella numero 24, proprio accanto alla sua. In pratica non potevano parlare, ma ogni tanto qualche piccola confidenza ci scappava. - Francì, hai freddo? - gli domandava con un sussurro Fra Anastasio quando di notte, uno vicino all'altro, camminavano lungo i corridoi per andare in chiesa. - Non sento né mani né piedi - sussurrava a sua volta Fra Pio. E aggiungeva: - Caro Giuvannell', dobbiamo sopportare per amore di Dio. Il Padre maestro dei novizi era rigidissimo. Non risparmiava a nessuno rimproveri e punizioni. Capitava che prendesse di mira qualcuno, e allora per quel povero diavolo erano guai. Per un periodo che poteva durare anche due settimane, quel novizio non faceva mai niente che andasse bene al suo superiore. Durante la ricreazione della sera, quando era permesso parlare, Fra Pio si avvicinava sempre al confratello maggiormente tartassato quel giorno e cercava di consolarlo. Il maestro dei novizi odiava quel suo comportamento. - Sei un falso buon samaritano - lo apostrofava, e spesso gli proibiva di parlare con coloro che erano stati puniti. Fra Pio ne soffriva. Rispettava l'ordine, ma trascorreva ugualmente la ricreazione accanto al punito. Sperava che almeno la sua presenza e il suo sguardo affettuoso fossero di conforto al confratello. - Vattene, allontanati - gli dicevano i confratelli se lo vedevano accanto a un punito mentre stava per arrivare il maestro dei novizi. - Vattene, il maestro punirà anche te. - Ma Fra Pio non si muoveva. E infallibilmente veniva punito anche lui. - Sei ribelle, ma io ti spezzo - gridava il maestro. Fra Pio taceva ed eseguiva con diligenza tutte le penitenze che gli venivano inflitte. Non gli veniva imposto solo di tracciare croci con la lingua sul pavimento, ma di mangiare, il giorno dopo, in ginocchio, in mezzo al refettorio, davanti a tutta la comunità; e perfino di flagellarsi davanti ai confratelli. La sera, prima di andare a dormire, Fra Pio bussava timidamente alla cella del maestro e andava a chiedergli scusa per averlo fatto arrabbiare. - Sei cocciuto come un asino - diceva Padre Tommaso. - Vorrei promettere di non farlo più ma non credo di essere in grado di mantenere la promessa - rispondeva Fra Pio. - Quando vedo un compagno che soffre non riesco a stare lontano da lui. - Devi evitarlo - ribadiva il maestro. - Te lo impongo. - Come faccio? - rispondeva Fra Pio. - La Regola dice che in ogni confratello devo vedere Gesù. E come si fa lasciare che Gesù soffra da solo? Mi permetta di stargli almeno vicino. Non parlerò, ma gli terrò un poco di compagnia. - No - ripeteva il maestro. E Fra Pio piangeva. - Fra Pio, vai in foresteria, c'è tua madre che è venuta a trovarti - disse Padre Tommaso al giovane novizio la mattina del 25 maggio. C'era un dolce tepore nell'aria, e quella notizia fece sobbalzare il cuore al novizio. - Mia madre - balbettò. - Sì, tua madre - ripeté brusco Padre Tommaso. - Credo sia venuta perché in questi giorni ricorre il tuo compleanno. Per questo ti permetto di restare un poco con lei, altrimenti l'avrei rimandata a casa. Conosci la Regola: poche parole, non alzare lo sguardo, non parlare mai per primo e visita breve. Entrando nella vita religiosa abbiamo dato un addio al mondo, anche alla nostra famiglia carnale. Ricordati che sei morto al mondo. Come prescrive la Regola, sarai accompagnato da un tuo confratello che, durante la visita, si terrà in disparte ma rimarrà nella stessa stanza. Vai. Fra Pio uscì dalla cella frastornato. Il maestro gli aveva dato una notizia bellissima, ma subito dopo l'aveva avvelenata con tutte quelle disposizioni e raccomandazioni e riflessioni, e a lui ora girava la testa e non riusciva a capire più niente. "Mia madre" pensò avviandosi verso la foresteria. E rivide la scena dell'angoscioso addio la mattina del 6 gennaio a Pietrelcina. Senti nelle orecchie quel grido disperato: "Mi sento squarcià 'u core". Poi la vide afflosciarsi a terra come un vestito vuoto. E poi quella stretta frenetica al suo petto. Sentiva ancora sul proprio corpo l'abbraccio disperato della madre. Ora mamma Peppa era lì e lo aspettava. Accelerò il passo. Poi rallentò. "Ricordati che sei morto al mondo." Le parole del maestro dei novizi si erano impresse come un marchio nella sua memoria. Si ricordò che doveva andare in foresteria accompagnato da un confratello. Tornò subito indietro. Incontrò il maestro che stava rientrando nella sua cella. - Padre, da chi mi devo fare accompagnare in foresteria? - Prendi Fra Anastasio. - Va bene, Padre. Almeno Fra Anastasio era un suo amico. Fra Pio non avrebbe voluto testimoni al suo incontro con la madre. Era una cosa intima. Ogni occhio indiscreto lo avrebbe infastidito. Ma era morto al mondo, non poteva pretendere più niente. Bussò alla porta del confratello. - Giuvannell', c e mia madre, il maestro ha detto se mi puoi accompagnare in foresteria. - Vengo subito. Mamma Peppa aveva organizzato quel viaggio nei minimi particolari. Non era facile per lei allontanarsi da casa. Tutta la famiglia pesava sulle sue spalle. Il marito era in America. Michele provvedeva ai campi, ma le tre figlie non erano ancora in grado di accudire come lei i campi e la casa. Non poteva però mancare al compleanno di Francesco. Il primo che suo figlio passava lontano da lei. Durante il viaggio in treno aveva pensato molto a quel 25 maggio 1887. Era rimasta a lavorare nei campi, accanto a Grazio, fino a mezzogiorno. Poi aveva sentito che il bambino si agitava dentro di lei. - Grà - aveva detto al marito - non sto bene, vado a casa. - È giunta l'ora? - domandò Grazio. - Penso proprio di sì. - Finisco e ti raggiungo. Si era incamminata da sola. Nelle condizioni particolari in cui si trovava aveva percorso la lunga strada che da Piana Romana portava al Castello da sola. Lungo il sentiero, sotto il sole di maggio, aveva continuato a parlare con quell'esserino che si agitava dentro di lei. Appena giunta a casa, aveva chiesto a una vicina di andare a chiamare la levatrice e si era messa a letto. Alle 5 del pomeriggio, quando era tornato Grazio, il bimbo era già nato. "Sono passati sedici anni" diceva fra sé mamma Peppa "e quante cose sono cambiate." Fra Pio entrò nella foresteria e vide sua madre. Il cuore gli scoppiava di gioia. Un impulso irrefrenabile scattò dentro di lui, e stava partendo di corsa come un razzo per abbracciarla, coprirla di baci, come aveva sempre fatto da bambino. Ma subito qualcosa lo frenò, lo bloccò. - Sia lodato Gesù Cristo - disse con voce stentorea. Mamma Peppa non senti neppure quelle parole. Guardava il figlio, e le lacrime scendevano giù per le sue gote segnate ormai da vistose rughe. - Figlio mio - esclamò e corse ad abbracciarlo. Lo strinse a se. Fra Pio lasciò fare fremendo dentro di sé per la commozione, ma restando esteriormente inerte. Quando la madre si staccò da lui, le rimase vicin6 ma con gli occhi bassi, le mani nascoste nelle maniche del saio e in silenzio, come prescriveva la Regola. - Ti ho portato i dolci che ti piacciono tanto - disse mamma Peppa togliendo da un cestello di vimini un cartoccio di frittelle. - Li ho fatti io, per te. Mangia. Francesco non si muoveva. - Ti trovo bene - aggiunse mamma Peppa sorridendo. - Un poco dimagrito e anche più alto. Ti sta bene il saio. Ma perché ti hanno tagliato così male i capelli?... Assaggia questi dolci... Solo un paio... Vieni anche tu - disse rivolta a Fra Anastasio, e poi domandò al figlio: - Come si chiama il tuo compagno? - Fra Anastasio - rispose Fra Pio. - Oh, finalmente sento la tua voce - disse mamma Peppa sorridendo. - Sia ringraziato il cielo. Vieni, Fra Anastasio, vieni, mangia anche tu, pensa che sia la tua mamma che te li manda. - No, grazie, signora, non mi è permesso mangiare niente -disse Fra Anastasio. Mamma Peppa, però, non lo senti. Occhi, orecchi, tutta la sua attenzione era rivolta al figlio, a quel figlio che le sembrava così strano, così assente. - Ma insomma, Francì, statte un po' su. Sono venuta da lontano per vederti. Non parli, non mi guardi, non mangi, ma che ti succede, figlio mio? Sei ammalato? - No mamma, sto bene. - Hai bisogno di qualcosa? Posso fare qualcosa per te? Sono la tua mamma, puoi chiedermi tutto. - No mamma, non ho bisogno di niente. La visita era finita. Mamma Peppa si senti invecchiata di almeno dieci anni. Abbracciò il figlio ancora più forte di quando era arrivata, e Francesco si lasciò abbracciare pregando Dio che quel contatto fisico con sua madre non finisse mai. Poi si allontanò da lei sempre con gli occhi bassi. Mamma Peppa tornò alla stazione dei treni. Fece un viaggio di ritorno orribile. Quello fu uno dei giorni più brutti della sua vita. Arrivò al Rione Castello con il sole al tramonto. Le piaceva sempre guardare il paesaggio nella luce diafana dei tramonti. Di solito si fermava all'inizio di vico Storto Valle, in un punto dove si vede la campagna. Ma quella sera non si fermò. Non si fermò neppure davanti alla Madunella. Continuando a camminare, con il pensiero lanciò una disperata invocazione di aiuto alla Madonna: - Non ce la faccio più. A casa fu accolta dalle grida festose delle figlie. - Mamma, come sta Francì? Gli hai dato un bacio anche per me? Quando viene a trovarci? Perché non torna a casa per sempre? Perché non lo hai portato con te? Quando andremo anche noi a trovarlo? Mamma Peppa accarezzò quelle ragazzine impetuose, le abbracciò e baciò i loro capelli. - Francesco sta bene - disse. - Vi manda tanti baci, tante carezze. Dopo una lunga pausa aggiunse: - Il viaggio mi ha stancata molto. Felicita, fai tu da mangiare questa sera. Vado a riposarmi un poco. Raggiunse la sua camera, si mise a letto e pianse a lungo. A Morcone, quella sera, nella sua piccola cella piangeva anche Fra Pio. Era in convento da oltre quattro mesi. Aveva superato prove difficili, momenti di sconforto, di smarrimento, di tristezza, ma quella sera era disperato. Aveva obbedito. Si era comportato rispettando nei minimi dettagli ciò che imponeva la Regola. Di fronte a sua madre, che non vedeva da quattro mesi, aveva tenuto gli occhi bassi, le mani nelle maniche del saio, aveva parlato poco. Era stato un novizio esemplare. Ma si sentiva un mostro. Sapeva di aver spaccato ancora una volta il cuore a sua madre e aveva un enorme peso sulla coscienza. Non era convinto che quella fosse la vera vita religiosa. "Così non voglio vivere" diceva fra sé. "Dio non può essere crudele. Non avevo alcun diritto di far soffrire mia madre. Sono un mostro." Ma poi si calmò. "Forse sono tentazioni del Demonio" disse fra sé. "Ho abbandonato il mondo, e forse questa è la vita che dovrò fare." Nel suo cervello, però, continuava a girare quella parolina: "Forse". Non era affatto convinto che fosse giusto comportarsi come si era comportato.
11
C’era un gran fermento nel convento di Morcone la mattina del 28 luglio 1903. - Verso mezzogiorno arriverà da Foggia il Molto Reverendo Padre Pio da Bnevento, Ministro provinciale - aveva annunciato Padre Tommaso ai novizi. Il suo arrivo era atteso da tempo. Nei giorni precedenti, Padre Tommaso aveva spiegato a lungo il significato di quella visita. - Con il termine visita - aveva detto - si vuole indicare un particolare incontro tra il Superiore provinciale e le varie comunità religiose che da lui dipendono. Il Superiore viene a controllare che tutto sia in ordine, che la Regola venga osservata, che si viva in armonia, cercando di conseguire la perfezione spirituale. "Il Padre provinciale si fermerà tra noi alcuni giorni. Dobbiamo prepararci con la preghiera affinché la visita riesca bene e porti i frutti spirituali che il Molto Reverendo si aspetta. E dobbiamo anche darci da fare perché il convento sia in perfetto ordine. Niente deve essere fuori posto, neppure un filo d'erba." I novizi avevano lavorato sodo in quella settimana. Avevano pulitoil convento da cima a fondo. E finalmente ecco l'annuncio preciso dell'arrivo del Ministro provinciale. I giovani conoscevano già Padre Pio da Benevento. Era stato il loro "esaminatore" per l'ammissione al noviziato. Allora però era solo Commissario, mentre adesso era diventato Ministro provinciale. Dall'enfasi con cui Padre Tommaso pronunciava il suo nuovo titolo, "Molto Reverendo Padre provinciale", si capiva che si era trattato di un cambiamento importante. Padre Pio da Benevento a quel tempo era già anziano, avendo superato la sessantina, ma dimostrava ancora un vigore e una determinazione non comuni. Uomo dall'aspetto ascetico e dallo sguardo profondo, incuteva rispetto e soggezione. Laureatosi in filosofia subito dopo essere diventato sacerdote, aveva vissuto gli anni difficili delle "soppressioni religiose", verso la metà dell'Ottocento, volute dal Regno d'Italia. Era allora partito per l'Inghilterra, dove si era adoperato per far sorgere una Provincia monastica cappuccina in quella nazione. Quindi era stato mandato dai superiori in India. Al suo rientro, quando l'oppressione si era allentata, Padre Pio da Benevento si era dedicato alla ricostruzione della Provincia monastica di Foggia. Con l'aiuto della popolazione, aveva riorganizzato le comunità religiose distrutte, riscattato alcuni conventi confiscati dallo Stato, richiamato i religiosi emigrati altrove, riaperto studentati e biblioteche. Il suo lavoro aveva riscosso pieno successo. Era riuscito a rimettere in sesto la Provincia di Foggia e ne era diventato il primo Superiore dopo il periodo buio della soppressione. Come previsto, il Padre provinciale arrivò verso mezzogiorno. Giunto al convento, fu ricevuto in chiesa da tutta la comunità religiosa in modo solenne, con il suono dell'organo, come preferito dai regolamenti. Si fermò tre giorni. Per tutto il periodo della sua permanenza se ne stette sempre chiuso nella sua cella, dove ricevette uno a uno i religiosi, trattenendosi a lungo a parlare con loro. L'ultimo giorno, il Molto Reverendo Padre provinciale si trasferì nella cella di Padre Tommaso e volle conoscere uno dopo l'altro anche tutti i novizi. Si informava sulla loro salute, se erano contenti, se avevano delle lamentele da esporre. Era paterno, e ognuno di loro si senti gratificato e orgoglioso di quell'incontro. Poi volle che Padre Tommaso gli facesse un resoconto dettagliato di ciascuno di quei giovani. Nel suo lavoro di ricostruzione della Provincia monastica puntava molto sulle nuove generazioni. - Sono loro i religiosi di domani - ripeteva sempre. - Se non alleviamo dei frati straordinari non potremo guardare con ottimismo all'avvenire. - Il numero è esiguo - gli disse Padre Tommaso. - Nei primi sei mesi abbiamo avuto quattro defezioni. Ma io sono del parere che non si possono tenere persone indecise e ribelli. La nostra Regola è dura. Se non si abituano qui a rinnegare completamente se stessi e a essere obbedienti "tanquam cadaverem", come dice la Regola, io credo che poi avremo dei religiosi mediocri, che faticheranno a salvarsi l'anima. Padre Tommaso era un maestro dei novizi molto rigido. Il Ministro provinciale era a conoscenza di questo fatto, ma sapeva anche che coloro che superavano l'anno di noviziato sotto la sua guida erano elementi sicuri. - Mi parli di Fra Pio da Pietrelcina - disse il Ministro provinciale. - Sono molto amico del parroco di quel paese, Don Salvatore Pannullo. Un uomo straordinario, con due lauree, che per diversi anni ha insegnato nel Seminario di Benevento, mia città natale. Ci siamo conosciuti proprio a Benevento diversi anni fa e ci siamo sempre tenuti in contatto. Quando l'ho rivisto, il mese scorso, mi ha parlato molto del suo Forgione. Mi ha raccontato cose che mi incuriosiscono. Che tipo è questo giovane? - Il migliore che abbiamo in comunità - rispose deciso Padre Tommaso. - Anzi, forse è uno dei migliori novizi che ho avuto da quando occupo l'incarico qui a Morcone. Tutta la comunità lo stima e lo ammira. Nelle riunioni che teniamo ogni tanto per parlare dei giovani, tutti sono concordi nel dire che è un esempio anche per noi frati adulti. - Allora il mio amico Don Pannullo aveva visto giusto. - La vita è lunga e le sorprese non mancano mai - disse Padre Tommaso. - Ho visto tanti giovani partire con entusiasmo e poi finire male. Bisogna non farsi illusioni e non essere mai sicuri di niente. Ma per quanto posso giudicare secondo i risultati di questi primi sei mesi, devo dire che è un novizio davvero esemplare. "Il nostro metodo di giudizio si basa soprattutto sulla vita interiore di un individuo, che è costituita principalmente dalla preghiera, cioè dall'unione con Dio. Ebbene, questo ragazzo vive in continua unione con il Signore. Quando cammina nei corridoi, quando lavora nell'orto, quando usciamo per le passeggiate, tiene sempre gli occhi bassi, e si nota, dal raccoglimento e dal leggero movimento della labbra, che sta pregando. Ma lo fa con discrezione e passa quasi inosservato. "Nella meditazione in chiesa si impegna con un trasporto commovente. Credo che abbia ricevuto da Dio doni speciali. Il dono delle lacrime, per esempio. "L'argomento delle nostre meditazioni, secondo ciò che prescrivono le Costituzioni, riguarda sempre la Passione e Morte di Gesù. Meditando su questo tema, Fra Pio si commuove e piange come un bambino." - Piange? - Sì, sì, piange, versa lacrime. Sta seduto nello stallo del coro piegato in avanti, si tiene il viso nascosto fra le mani, e le lacrime gli scendono giù lungo le gote. I confratelli che gli stanno accanto nel coro, mi hanno riferito che, a volte, le sue lacrime formano una grossa macchia sul pavimento di legno. - Questa facilità alla commozione è indice di grande sensibilità d'animo, di intima unione con Dio - commentò meravigliato il Padre provinciale. - Visualizzare il contenuto dei concetti su cui si sta riflettendo al punto di suscitare emozioni così forti è il fine specifico della meditazione - aggiunse Padre Tommaso. - Anzi, a questo livello, la meditazione diventa contemplazione, che è il grado più elevato dell'orazione mentale. Ed è raro che un giovane, all'inizio della vita religiosa, raggiunga simili traguardi. - Mi fa proprio piacere sentire notizie di questo genere. E come si comporta questo Fra Pio nella vita pratica? - È il primo nell'obbedienza, nella carità, nella mortificazione. La natura lo ha dotato di un carattere dolce e mite. Ho potuto constatare che si sforza di migliorarsi continuamente. Appena avverte qualche piccola mancanza viene a parlarne con me animato da un tale desiderio di volersi correggere che a volte mi commuove. - Comportamento saggio. - Io, naturalmente, non sono mai stato tenero con lui, come con nessuno dei suoi compagni. Sono convinto che il mio dovere sia di mettere alla prova questi giovani anche con interventi pesanti, per saggiare la loro solidità e la loro capacità di controllo. Qualche volta, con Fra Pio, sempre così dolce e diligente, sarò stato forse eccessivamente severo, ma non ho mai notato in lui la minima reazione o ostilità nei miei confronti. Vede in me il Superiore, e quindi il rappresentante di Dio, ed è sempre pronto a chinare il capo qualunque sia il mio ordine. - Un giovane promettente che dobbiamo curare con amorevolezza, ringraziando il Signore che ce lo ha mandato. - Ho anche notato che non accusa mai i compagni - continuò Padre Tommaso. - Giorni fa aveva il compito di fare il sacrestano. È un incarico che i novizi si passano a turno. Il confratello che lo aveva preceduto si era dimenticato di provvedere alle ostie da consacrare, e la mattina siamo rimasti quasi senza. Io me la sono presa con Fra Pio. Sapevo che non ne aveva colpa, ma ho voluto metterlo alla prova. L'ho rimproverato davanti a tutti, in modo severo, e non ha fiatato. Si sarebbe potuto difendere dicendo che la colpa non era sua, ma in questo modo avrebbe accusato il confratello, e ha preferito tacere. Si è preso i rimproveri in silenzio assoluto. Al momento della Comunione, gliel'ho negata. "Così un'altra volta avrai più memoria" gli ho detto passando a dare l'Eucarestia al novizio che veniva dopo di lui. C’è rimasto malissimo. È impallidito. È tornato al suo posto, si è preso il viso fra le mani e ha pianto a lungo. Non tanto per la figura che aveva fatto o per il rimprovero ricevuto, ma perché non aveva potuto ricevere la Comunione. - Anche questo è un segno di grande spiritualità - disse il Padre provinciale. - Fra Pio ha una profonda e singolare confidenza con il Signore - spiegò Padre Tommaso. - A volte mi sorprende. Sembra che Dio, Gesù, la Madonna, i Santi siano persone che conosce e che incontra tutti i giorni. Ne parla come fossero dei compagni, degli amici. A volte mi preoccupa questa sua concretizzazione della vita spirituale. In teoria, è una cosa straordinaria. Perché la nostra fede ci insegna che questi personaggi sono proprio vivi, di una vita più concreta e reale di quella nostra fisica. Ma vedere un giovane che questa verità la mette in pratica con tanta passione, mi spaventa. Non vorrei che si trattasse di fanatismo passeggero. Di sensibilizzazione. In questo caso, appena arriva una crisi potrebbe crollare tutto. - Don Pannullo mi ha detto che il ragazzo, quando era a Pietrelcina, sembrava avere delle visioni, o almeno delle locuzioni interiori. - Di questo non ha mai parlato. Non credo, però. Anche perché non dobbiamo dimenticare che è all'inizio della vita spirituale. Secondo i trattati di teologia ascetica, le visioni e le locuzioni interiori sono doni che Dio concede ad anime privilegiate, che da anni si dedicano alla vita spirituale attraverso la preghiera e la meditazione. Fra Pio è solo all'inizio di questa ascesi. Possiede molte buone qualità, ma ha anche dei difetti. Certe sue reazioni mi lasciano perplesso. Non so ancora come giudicarle, perché sono in netta contraddizione con il resto del suo comportamento. - Che genere di reazioni? - Quando intervengo per punire un novizio, sul viso di Fra Pio noto un'espressione di sofferenza e disapprovazione. Una cosa impercettibile, che però non mi sfugge. Non dice mai niente, ma sono certo che non approva. A volte poi, durante la ricreazione serale, quando ai novizi è permesso parlare fra loro, si apparta con il confratello punito e resta a conversare a lungo con lui. Mi sono informato, non ha mai espresso disapprovazioni o critiche sul mio operato. Però prende un atteggiamento contrario al mio. - Credo sia spinto da compassione e da amore fraterno. - Di sicuro. Ma non è giusto che screditi le mie decisioni, soprattutto quando le mancanze dei confratelli sono gravi. Io gliel'ho detto. Ne abbiamo discusso a quattr'occhi, e lui mi ha dato ragione; ma ha aggiunto che, a volte, il dispiacere che prova nel vedere il confratello sofferente è così grande che non riesce a restare indifferente, e mi ha chiesto addirittura il permesso di poter consolare i puniti. "Tempo fa avevo preso una serie di provvedimenti nei confronti di un novizio molto insofferente alla disciplina. I miei interventi non approdavano a nessun risultato e continuavo ad aumentare la severità delle pene, ma il novizio brontolava, criticava e non si piegava. E Fra Pio lo andava a consolare. Lasciavo correre, nella speranza che lui riuscisse a farlo riflettere più di quanto non ci riuscissi io. Ma neanche Fra Pio otteneva cambiamenti. "Allora, dopo un'ennesima insubordinazione, decisi di fargli saltare il pranzo. Come lei sa bene, secondo un'antica nostra consuetudine, i novizi, prima di prendere posto in refettorio, si inginocchiano per terra, davanti al maestro, e uno di loro, a nome di tutti, chiede il permesso di mangiare dicendo: 'Padre, benediteci'. Se il maestro risponde: 'Vi benedico', i novizi si rialzano e si mettono a mangiare. Se il maestro tace, devono restare in ginocchio in attesa del suo beneplacito. E spesso io, per diversi motivi, decido di lasciarli lì per un po', in modo che riflettano su certi errori che magari ho corretto in precedenza. Stare in quella scomoda posizione, mentre tutto il resto della comunità sta mangiando, soprattutto se lo stomaco reclama, è una prova molto dura, lo so. Ma dobbiamo essere severi se vogliamo formare questi giovani. In occasioni particolari, piuttosto rare per la verità e naturalmente per mancanze rilevanti, non do affatto il benedicite, e i novizi restano lì, senza mangiare, anche dopo che gli altri frati hanno finito e se ne sono andati in chiesa. "Sono ricorso a questo grave castigo proprio per punire l'ennesima insubordinazione di quel novizio ribelle. A causa sua, ho lasciato tutti i novizi in mezzo al refettorio, senza cibo. A mano a mano che passava il tempo, si vedeva che soffrivano. Il loro disagio era grande e anche l'umiliazione. Ma potevo constatare che tutti accettavano la punizione. In particolare Fra Pio che, come sempre, ne approfittava per pregare. Il ribelle invece mi guardava spavaldo e con rancore. A un certo momento ha detto forte: 'A Napoli per vedere i matti si pagano dieci soldi. Invece qui li vediamo gratis'. Si è alzato ed è uscito dal refettorio. "Un atto di insubordinazione inconcepibile. Infatti, è stato l'ultimo. Qualche giorno dopo quel giovane ha lasciato il convento e se n e tornato a casa. Ma anche in quell'occasione Fra Pio si è intromesso. È andato a parlare con il ribelle anche dopo che aveva commesso quel gesto di imperdonabile insubordinazione. Voleva convincerlo a venire a chiedermi scusa. Allora mi sono molto arrabbiato. Ho chiamato Fra Pio e l'ho rimproverato di brutto. E l'ho anche punito severamente." - La severità è una grande medicina, ma non bisogna esagerare nell'usarla - commentò il Ministro provinciale. - È vero, ma quando uno è cocciuto, devi spezzarlo se vuoi rimetterlo sulla buona strada, altrimenti lo perderai per sempre. - Mi auguro che non sia il caso di Fra Pio - disse il Provinciale sorridendo. - Fra Pio, in certe sue idee, è proprio cocciuto - ribadì con forza il maestro dei novizi. - Una volta si è permesso perfino di criticare certe consuetudini che in questo noviziato si praticano da secoli, sostenendo che è sbagliato distribuire a caso gli indumenti intimi perché si va contro lo spirito di povertà. Quando un novizio grande e grosso riceve indumenti stretti, ha detto, indossandoli li strappa e li rovina. Da questo punto di vista potrebbe anche avere ragione. Ma non deve essere lui a insegnarci come si osserva lo spirito di povertà. "In un'altra occasione ha criticato la nostra consuetudine di non permettere ai novizi di tenere libri in cella. L'unica lettura permessa al novizio è quella del libriccino con la Regola e le Costituzioni. E lui ha affermato che si tratta di una consuetudine deleteria. Il fascicolo in questione, ha detto, si legge in un'ora. Quindi si può leggere e rileggere diverse volte al giorno. Dopo una settimana, lo si è imparato a memoria. E dovendo continuare a leggerlo e rileggerlo per un anno intero si finisce, secondo lui, per diventare scemi. E poi, sono sempre sue osservazioni, restando un anno intero senza leggere libri, senza scrivere, si dimentica tutto quello che si è imparato in anni di studio. Alla ripresa della scuola, dopo il noviziato, si deve cominciare tutto da capo. "Lui critica, a volte, con un'incoscienza sorprendente. Per fortuna i suoi compagni sono venuti a riferirmi tutto, e gliel'ho fatta pagare cara. Ma non c'è soddisfazione a punirlo. Accetta con zelo, esegue tutto con diligenza. Sembra che non ne soffra. "Vede" disse ancora Padre Tommaso concludendo il suo lungo discorso "Fra Pio possiede grandi doti, ottime qualità, ma anche una cocciutaggine inspiegabile che mi fa perdere la pazienza. A volte ho l'impressione di non riuscire a capirlo. O di non riuscire a penetrare nel suo animo. È obbediente, ligio al dovere, generoso, ma non permette che si entri nel suo cuore per sapere realmente che cosa pensa." - Un ragazzo esemplare ma difficile, a quanto sento - disse il Ministro provinciale. - Anche il suo parroco aveva un'impressione simile. Mi disse: "È un santarello, ma dal comportamento a volte enigmatico - A maggio è venuta sua madre per una visita. Gli ho detto di andare in foresteria e restare un po' con lei. Com'è consuetudine, è stato accompagnato da un suo confratello che si è tenuto in disparte. "Fra Pio è rimasto circa mezz'ora con la madre. Poi questa se ne è andata piangendo. In portineria, lasciando il convento, ha detto fra le lacrime: 'Se sapevo che si comportava così non ci sarei venuta. La madre era tutta emozionata di vedere il figlio dopo mesi, e lui se ne stava con la mani infilate nelle maniche del saio, gli occhi bassi, come prescrive il regolamento. 'Non avevo il permesso di comportarmi diversamente' mi ha detto. "Vede, Molto Reverendo Padre, Fra Pio è un giovane estremamente interessante, ma che sconcerta. Questa sua severità con se stesso nell'osservare le disposizioni dei Superiori, anche quando impongono comportamenti eroici, è ammirevole, ma fa anche pensare. Come riesca a dominarsi in quel modo, io non lo so. E perché lo faccia fino a quel punto, non lo capisco. "Ma le voglio raccontare un altro particolare che mi ha lasciato molto perplesso. Fra Pio non ha alcun interesse per il cibo. Mangia sempre poco, e spesso chiede il permesso di avanzare qualcosa per darlo magari a un confratello che ha appetito. Non gode di ottima salute. È magro come un chiodo, e quasi mai gli do il permesso di dare il suo cibo ai confratelli. Lo obbligo a mangiare e vedo che fatica, ma obbedisce. "Recentemente però mi sono accorto che, a volte, ricorre a dei sotterfugi pur di non mangiare. Quando guardo altrove o sto leggendo, ne approfitta per scambiare la ciotola con il vicino. Con una mossa fulminea prende quella vuota di un compagno e gli dà la propria, ancora intatta. La scena è stata notata da altri religiosi che me lo hanno riferito. È una ragazzata, ne sono convinto, ma da lui non me l'aspettavo. Si comporta in quel modo perché sa che gli negherei il permesso di non mangiare. Ma allora mi prende in giro! Non ammetto cose del genere. Finora non sono intervenuto, ma uno di questi giorni mi farò vivo, e saranno guai." Il Ministro provinciale sorrise divertito. Padre Tommaso si era infervorato esternando tutto il suo sconcerto. - Lei ammira Fra Pio ma nello stesso tempo è in polemica con lui - disse il Ministro provinciale continuando a sorridere. - Mi auguro che un giorno non vi mettiate a litigare. Anche Padre Tommaso ora sorrideva. - È vero - ammise. - Gli voglio bene e lo ammiro, ma a volte mi fa arrabbiare. Non riesco a dominarlo. Non è in mio potere, mi sfugge. Ha un potente baricentro dentro di sé e non vacilla mai. È il migliore, ma resta anche un enigma. Vediamo di non tirare troppo la corda concluse il Padre provinciale alzandosi. - Se si dovesse spezzare, rischieremmo di perdere un elemento che, a quanto mi sembra di aver capito, è veramente eccezionale. Lo guidi, lo corregga, ma gli voglia anche bene. Questi giovani sono i nostri figli, i nostri figli spirituali. Ciò che conta per un padre non è essere obbedito, rispettato, vedere che le sue disposizioni vengono eseguite con diligenza, ma constatare che il figlio cresce, matura e impara a vivere bene da solo. Si avviò verso la porta. Padre Tommaso lo precedette per aprirgli l'uscio e poi, premuroso, lo seguì lungo il corridoio accompagnandolo alla cella dove alloggiava.
12
Padre Tommaso entrò nella stanza del giovane religioso senza bussare e gli impartì un ordine con tono severo, com'era suo costume: - Fra Pio, vieni nella mia cella. Fra Pio, che stava leggendo seduto al tavolino, era balzato in piedi di scatto e aveva seguito subito il suo Superiore facendo un rapido esame di coscienza. "Che cosa avrò fatto?" si domandava. La convocazione così perentoria e improvvisa doveva certamente riguardare una grave mancanza. Entrò nella cella del maestro dei novizi e si mise in ginocchio davanti a lui. - Come sai - esordì Padre Tommaso - è appena arrivato un giovane che inizierà il noviziato la prossima settimana. Vorrei che lo prendessi in custodia, che gli facessi da fratello maggiore. Dovresti cioè aiutarlo ad ambientarsi, spiegargli le nostre Costituzioni, insomma guidano in queste prime settimane. È importante che comprenda subito il vero significato del noviziato, e mi sembra che tu potresti aiutarlo. Fra Pio rimase sconcertato. Stava davanti al maestro a testa bassa, in attesa di una ramanzina. Non si aspettava certo quell'incarico. - E allora? - domandò brusco il maestro che attendeva una risposta. - Non so se... - Fra Pio voleva dire che non sapeva se era in grado di svolgere un incarico del genere, ma non riuscì a finire la frase. - Tu non devi sapere niente replicò il maestro dei novizi. - Tu devi obbedire. Quando imparerai che il frate deve obbedire sempre? - Va bene, Padre maestro, farò volentieri quanto lei mi ha chiesto. - Vai, e che il Signore ti benedica - aggiunse Padre Tommaso congedandolo. E lo guardò allontanarsi con un sorriso mal trattenuto che palesava quanto gli volesse bene. L'incarico trovò Fra Pio impreparato. Era la prova di quanta stima avessero di lui i suoi superiori, ma arrivava in un momento in cui il giovane religioso stava attraversando una profonda crisi. Nessuno se n'era accorto. Esteriormente era sempre ligio al dovere, obbediente, fervoroso nella preghiera. Ma aveva la tempesta nel cuore. I suoi confratelli pensavano che corresse con le ali spiegate sul cammino della vita ascetica, e lui invece era tormentato da difficoltà, incertezze e tentazioni di ogni genere. Da quando si trovava al noviziato aveva perduto i contatti con gli "amici invisibili". Non riceveva più le loro visite e non sperimentava più la grande gioia dei loro consigli. Per un po' aveva sopportato continuando a sperare. Poi in lui era subentrato un senso di profondo smarrimento e di aridità. Osservare le regole con la massima diligenza non riempiva il suo cuore. Si sentiva vuoto. Inutile. Bruciava dal desiderio di amare, di dare, di sacrificare la propria vita per qualche ideale, ma non riusciva a trasferire queste energie affettive nella propria vocazione. Diceva a se stesso di voler amare Dio, Gesù, la Madonna, San Francesco, ma non provava emozioni in questi propositi. La vita del noviziato, sempre uguale, piatta, gli era venuta a noia. A Pietrelcina, pensando a Gesù, avvertiva un'immediata accelerazione dei battiti del cuore. Adesso questo non accadeva più. Viveva una specie di notte dello spirito. Cercava quasi con disperazione il "contatto" spirituale con l'invisibile. Ma l'incanto si era rotto. Non dava tregua a se stesso nell'impegnarsi con determinazione in tutti gli esercizi ascetici che potevano facilitare quel contatto. Si mortificava, digiunava, si umiliava, dedicava ogni possibile attenzione ai confratelli, non giudicava, sopportava critiche e osservazioni, e soprattutto pregava. Ma non succedeva niente. Il suo cuore restava sempre arido. Aveva un dominio assoluto sul proprio corpo. Da quando gli avevano detto che bisognava tenere sempre gli occhi bassi, non aveva mai più guardato neppure il soffitto del convento. Non aveva mai guardato in faccia nessuna delle persone che venivano a Messa nella chiesa dei frati. Una volta la settimana usciva con i compagni e il maestro dei novizi per una passeggiata, e quasi sempre raggiungevano il centro abitato di Morcone e lo attraversavano. Lui non aveva mai alzato lo sguardo e non sarebbe stato in grado di riconoscere nemmeno una casa, una via o una piazza. Tutto inutile. "Lo faccio per amore di Gesù" diceva fra sé con disperazione, ma le parole che gli uscivano di bocca sembravano prive di concretezza. Tutto quello che gli era stato insegnato sulla religione, fin da quando era bambino, non aveva più significato. Pensieri oscuri si affacciavano alla sua mente. Nell'intimità della sua cella si inginocchiava ai piedi del letto, si prendeva la testa fra le mani e rifletteva, cercando di riepilogare le verità della fede per mettere ordine nella sua mente agitata. Ma subito un gran numero di interrogativi si sovrapponevano creando confusione e disorientamento. "E se le verità della nostra fede fossero soltanto favole?" si domandava. "Oppure costruzioni mentali, inventate dagli uomini nel tentativo di trovare spiegazioni alla realtà complessa dell'universo e dell'uomo?" Dubbi. Dubbi tormentosi che lo esasperavano. In quella confusione spirituale, l'incarico ricevuto dal maestro dei novizi gli pareva proprio fuori luogo. Come avrebbe potuto trasmettere serenità, fiducia, entusiasmo per la vita religiosa a un ragazzo, se lui annaspava nel buio? Intanto la notizia dell'incarico che Fra Pio aveva ricevuto dal maestro dei novizi si sparse rapidamente nella comunità religiosa. Alcuni suoi compagni si mostrarono felici perché gli volevano bene e lo stimavano; altri erano invidiosi. - Fra Pio - lo interpellò Fra Sebastiano la sera, durante la ricreazione dopo cena. - Tu sei bravo, diligente, buono, quando preghi ti vengono le lacrime: come fai? Puoi insegnare anche a me a essere così buono? - Ma chi ti ha detto che io sono buono? - rispose Fra Pio guardandolo con un'espressione triste. - Lo dicono tutti. E il maestro ora ti ha addirittura affidato l'incarico di preparare alla vita religiosa un giovane che sta per iniziare il noviziato. Ti ha dato un compito che in pratica dovrebbe svolgere lui. Questo significa che ti considera un religioso esemplare. - Si è sbagliato. Se sapesse veramente come sono dentro, mi caccerebbe via. - Sei troppo umile tu. - Non credere mai alle apparenze. Io a volte penso di essere un dannato. - Non dire fesserie. - No, fratello. È proprio così. Ti auguro di non provare mai la desolazione che sto vivendo in questi mesi. Dio mi ha abbandonato. Sono in balia del Demonio. Fra Sebastiano si spaventò. Sperava di ricevere consigli e rivelazioni di misteriosi segreti per avere successo nella via spirituale, e invece si trovava di fronte un confratello che sosteneva di essere quasi disperato. Fra Pio aveva tentato di confidare il suo tormento interiore al maestro dei novizi, ma senza riuscirci. Padre Tommaso era attento e premuroso soprattutto nel correggere gli errori che commettevano i suoi allievi. Ma era difficile poter avere con lui una lunga conversazione e trovare il modo di confidargli le pene del cuore. Padre Tommaso, inoltre, soffriva di una strana malattia. A volte, mentre stava parlando, perdeva improvvisamente conoscenza e restava "assente" anche per mezz'ora. Presente con il corpo, lontano con la mente. In quei momenti era come imbalsamato. All'inizio i novizi si spaventavano, ma poi si erano abituati. Questo fenomeno, però, si manifestava con particolare frequenza proprio quando Fra Pio si recava da lui per parlargli dei propri problemi. Fra Pio iniziava a parlare, e Padre Tommaso andava in confusione.Succedeva addirittura che venisse colto da quella misteriosa malattia appena Fra Pio bussava alla porta della sua cella. E non sentendo dire "avanti , Fra Pio, che era scrupoloso e anche frastornato, non sapeva che fare. Non aveva il coraggio di bussare una seconda volta, per timore di importunare il suo Superiore, e neppure di allontanarsi per paura che il maestro lo chiamasse. Restava lì. Inginocchiato davanti alla porta. Una sera Fra Camillo stava rientrando nella sua cella molto tardi. Si era intrattenuto a lungo in chiesa a pregare. Erano ormai le li. Si affrettò perché a mezzanotte si sarebbe dovuto alzare nuovamente per la recita del Mattutino. Appena giunse nel corridoio vide un'ombra scura in fondo, vicino alla cella del maestro dei novizi. Si avvicinò e riconobbe Fra Pio. - Che fai qui? - gli domandò meravigliato. - Ho bussato perché avevo bisogno di parlare al maestro, ma non ha ancora risposto. - A quest'ora starà dormendo. Non potevi aspettare domani per parlargli? - Ma io ho bussato subito dopo la ricreazione. - Cioè alle 9, due ore fa? - Sì. - E sei rimasto qui tutto questo tempo? - Ho aspettato. Non potevo andarmene. Se per caso il maestro avesse risposto e io non ci fossi stato, che cosa avrebbe pensato? Fra Camillo scosse il capo e disse in tono burbero: - Tu sei matto. Oppure vuoi prendere in giro la gente. Lo sai che se Padre Tommaso viene a sapere una cosa del genere si arrabbia e ti punisce? E avrebbe ragione, dico io. Come si fa a comportarsi in questo modo? Non lo devi fare più. Se il maestro non risponde subito quando bussi alla sua porta, vuoI dire che non ti ha sentito o che non vuole essere disturbato, e tu te ne devi andare. Capito? Fra Pio chinò il capo mortificato. - Corri, vattene, vai a letto - aggiunse Fra Camillo. - Anche tu sei contro di me - bisbigliò Fra Pio con tristezza. Fra Camillo avverti che il ragazzo aveva dei problemi. - No, fratello mio caro, non ti sono affatto contro - disse con tenerezza. - Però mi preoccupo. Mi dispiace quando Padre Tommaso ti punisce, ma tu vai in cerca di guai. Che ti succede Fra Pio? Ricordò quando aveva visto la prima volta quel ragazzo a Pietrelcina. A quel tempo aveva dieci anni. Era un bambino. In un certo senso era stato lui, con la sua presenza e il suo comportamento, a suscitare in quel piccolo cuore la vocazione alla vita religiosa. Si sentiva responsabile. - Vuoi parlarne con me? - domandò dopo alcuni secondi di silenzio. - Vieni, andiamo in chiesa. A quest'ora non c e nessuno e Gesù non si arrabbierà se stiamo a chiacchierare davanti a lui. Fra Pio lo seguì. Si inginocchiarono. Pregarono in silenzio. - Quali sono i tuoi problemi? - domandò Fra Camillo. - Non mi capisco più - rispose Fra Pio. - Ho tanta confusione dentro di me. Non so più che cosa voglio. Non ho più entusiasmo per niente. A volte penso che questo genere di vita non sia fatto per me. Forse ho sbagliato a venire qui. - Sono tentazioni del Demonio - si affrettò a dire Fra Camillo. - Tu sei bravo, sei il migliore, potrai diventare un sacerdote che farà tanto bene alla gente, e il Demonio vuole impedirlo. Non prestar fede a queste tentazioni. Affidati alla Madonna. Invoca il suo aiuto. - Prego tanto. Tutte le notti, ma non succede niente. Anzi, sto sempre peggio. - È Satana. Lui è un puro spirito, vede il futuro, sa che sarai un sacerdote bravo e vuole rovinare questo disegno di Dio. Non cadere nella trappola. Quando ti vengono questi pensieri, devi sempre domandarti perché sei venuto in convento. Te lo domandi mai? - Tante volte. Anzi, in continuazione. Cerco di ritrovare l'entusiasmo che avevo all'inizio ma non ci riesco. Non sento più nessun trasporto per la vita religiosa. - Questo non è un problema. Le ragioni che ti hanno convinto a fare questa scelta non sono ragioni di sensibilità, di affettività. Perché ti sei fatto religioso? - Volevo dedicare la mia vita agli altri. Mi pareva di essere preso da grande affetto per il mondo intero. Avevo promesso a Gesù di consacrargli la mia vita per essere, come lui, di aiuto ai fratelli. - Queste sono le ragioni della tua vocazione. Non le devi scordare mai, neppure per un istante. Il convento, la vita religiosa ti offrono la possibilità di realizzare questi tuoi ideali. - Ma io non voglio diventare come i frati che vedo in questo convento. Saranno tutti Santi, ma la loro vita non mi piace. Non la farei mai. - Tu hai le doti per diventare un frate speciale. Ricordati però che la cosa più importante è fare la volontà di Dio. - Io voglio fare la volontà di Dio. Voglio essere uno strumento nelle sue mani, ma uno strumento vivo, che possa servire a grandi cose. Non voglio gloria, meriti, considerazione. Voglio realizzare,' fare, rendermi utile. Ecco, mi piacerebbe diventare come Padre Alessio. Il missionario che è venuto qui la settimana scorsa. Lui ci ha parlato della sua vita in Africa. Pericoli, sacrifici, stenti, lotte. Tutto per amore degli altri, per aiutare chi soffre. Quello è vivere. - Potrai diventare missionario anche tu. La vocazione missionaria è parte integrante della vita francescana. Anche San Francesco per un po' di tempo andò missionario in Terra Santa. Ma prima devi prepararti. Vedrai che al momento opportuno il Signore ti chiamerà. Intanto, non lasciarti vincere dallo sconforto. È il Demonio che semina confusione nel tuo cuore. Non ascoltarlo. E ora vai a letto, pregherò per te. Le parole di Fra Camillo avevano portato un po' di luce nell'anima di Fra Pio, che tornò nella sua cella e si sdraiò sul letto. Ma non riuscì a chiudere occhio. Erano settimane ormai che non dormiva di notte. Quando si trovava solo nella sua cella, continuava a pensare a casa, al paese, a tutto ciò che aveva lasciato entrando in convento. E anche adesso quei pensieri tornavano prepotenti. Rivedeva i visi dei suoi cari, della mamma, della sorelle, di Michele, degli zii, degli amici. Rivedeva i volti delle compagne di 'scuola, delle ragazze che abitavano vicino a casa sua, Elena, Francesca, Virginia'. Udiva i loro nomi, le loro voci, le loro risate. Le ragazze gli sorridevano, lo chiamavano, correvano nell'erba, cantavano, erano belle, soffici, evanescenti, allegre. Sentiva una grande attrazione nei loro confronti. Provava nostalgia di quando stava con loro. - È il Demonio! - esclamò Fra Pio pensando alle parole che gli aveva detto poco prima Fra Camillo. Cercò di scacciare quei fantasmi, si sforzò di non pensare a quando viveva a Pietrelcina, ma senza riuscirci. Quelle immagini accattivanti avevano 'invaso la sua mente e incantato il suo cuore. Il suono sgradevole della bàttola lo strappò a quel supplizio. Balzò dal letto, si spruzzò dell'acqua sul viso e corse fuori dalla cella per mettersi in fila con i suoi compagni. In chiesa cercò di pregare con maggior fervore del solito. Al rientro, dopo il Mattutino, si sentiva distrutto. Aveva la testa che gli girava per la spossatezza. La mente invece era vigile. Si sdraiò sul letto e di nuovo iniziarono le fantasie, i ricordi, le nostalgie strazianti. Si sentiva scivolare inesorabilmente verso quel mondo fatato che gli succhiava l'anima e gli prometteva gioie e felicità. "E se avessi sbagliato a venire in convento?" si domandò per l'ennesima volta Fra Pio. L'angoscia gli impediva di respirare. Si alzò. Cominciò a camminare nella stanzetta. Poi si inginocchiò ai piedi del letto come faceva ormai da settimane, appoggiò i gomiti sul pagliericcio e cominciò a pregare, a sospirare, a invocare il Signore. - Non ce la faccio più - mormorava. - Signore, perché mi hai abbandonato? Sono un servo infedele, egoista, inutile, ma sono pur sempre un tuo figlio. Perché mi hai abbandonato Signore? - Sono qui. Tu mi cerchi, ma io sono sempre con te. Sono dentro di te. - La "voce" era inconfondibile. La ricordava con precisione assoluta. E quella "voce" gli procurò immediatamente una gioia profonda, indicibile. Si sentì quasi svenire dall'emozione. Il suo corpo era scattato come una molla. Tutti i suoi sensi e le sue facoltà spirituali erano tesi in modo spasmodico. Temeva di perdere quel contatto misterioso che aveva ritrovato dopo mesi. - Signore mio e Dio mio - balbettò. - Figlio mio. - Udì in modo distinto quelle due parole, e furono come una luce potente che entrò nella sua anima rischiarando pensieri, propositi, sogni, ideali. In un attimo, i dubbi, le preoccupazioni, le tentazioni, le indecisioni svanirono. Si rivide in quella pianura deserta dove era stato spiritualmente condotto nel corso di una "visione", pochi giorni prima della sua partenza per il noviziato. Rivide accanto a sé il personaggio luminoso che gli ripeteva: - Vieni con me perché ti conviene combattere da valoroso guerriero. - Aveva ancora di fronte il gigante mostruoso vestito di nero con l'esercito urlante dei suoi soldati. E ancora il personaggio luminoso lo spingeva alla lotta: - Vana è ogni tua resistenza. Tu devi combattere con questo guerriero. Fra Pio sorrise. Ecco la strada. La vocazione. Lo scopo della sua vita, della missione che gli era stata affidata. Doveva lottare. Udì ancora le parole che gli erano state dette al termine di quella visione: - Questo mostro tornerà sempre all'assalto, e se tu saprai continuare a combattere contro di lui riserverò per te una corona preziosa e splendente. Si sentì forte e vigoroso come un tempo. Provava la gioia che in genere si sente dopo un furioso temporale. Si rialzò. Aveva bisogno di respirare aria fresca. Si avvicinò alla finestrella, che era aperta. Appoggiò le braccia sul davanzale e sporse fuori la testa. Dalla campagna veniva una brezza pungente. I grilli cantavano e si udiva il richiamo di qualche rapace. Guardò il cielo. Voleva ringraziare quella luce che ancora una volta lo aveva folgorato. Udì un rumore proveniente dalla finestra della cella accanto. Girò lo sguardo e intravide la sagoma del suo confratello Fra Anastasio, che si era affacciato anche lui per prendere un po' di aria fresca. - Giuvannell' - sussurro. - Francì - rispose il confratello. - E che, non dormi? - No, non ho sonno, Giuvannell'. - Neanch'io. - Che bella nottata. Quando ero a Pietrelcina, nelle notti come questa dormivo sui carri di fieno, sotto le stelle. - Eh, Francì, com’è cambiata la nostra vita. - Quante cose sono accadute in un anno. - Francì, ma tu sei contento? - E che domande fai? Certo che lo sono. - Ma proprio contento contento? Fra Pio pensò ai tormenti che lo avevano attanagliato in quelle ultime settimane. Pensò alle notti insonni. Ma ora aveva ritrovato il contatto con gli "amici invisibili" e sentiva che sarebbe stato tutto diverso. Sorrise. - E tu, Giuvannell'? - domandò a sua volta - sei proprio contento contento? - Non lo so - rispose l'amico. E dopo una breve pausa aggiunse: - Francì, a volte a me mi prende la paura. Questa vita è troppo dura, Francì. Qui tutti fanno penitenza, si mangia poco, si prega sempre. Non sai mai quando fai le cose giuste e quando sono sbagliate. Francì, io non ce la faccio più. Io voglio tornare a casa. Fra Pio sentiva in quelle parole l'angoscia che per mesi aveva pesato anche sulla sua anima. Anche lui aveva sofferto, aveva avuto paura, era stato incerto. Fino a pochi attimi prima. Ma adesso aveva superato tutto. Non per suo merito. Era stato aiutato dagli "amici invisibili". E sentiva che ora "doveva" aiutare l'amico. Poterlo aiutare gli dava una gioia profonda, Avrebbe voluto spiegargli che anche lui aveva avuto gli stessi scoramenti, ma non lo fece. Non era necessario. Doveva dimostrarsi forte. L’amico aveva bisogno di sentire che lui era una roccia. - Giuvannell' - gli disse con veemenza - non fare il piagnone. Datti una mossa. - Francì, questa vita è troppo dura, io ho già deciso di andarmene. - Ma che dici? Abbiamo fatto tanto per arrivare qui e ora dobbiamo andare via? E che diranno i nostri genitori e tutti quelli che ci hanno indirizzato qua? No, Giuvannell', non si fa. Pian piano, con l'aiuto della Madonna e di San Francesco ci abitueremo anche noi come hanno fatto gli altri. E che, forse tutti questi che sono in convento, e altri ancora, non erano come noi? Nessuno è nato monaco fatto. Noi stiamo imparando il mestiere e lo impareremo, vedrai, Giuvannell'. Fra Pio sporse dalla finestrella il braccio allungandolo verso l'amico. - Giuvannell', qua la mano. Giovanni Di Carlo allungò il suo braccio e prese la mano dell'amico. Sentì una stretta vigorosa, potente, e ne ricavò una grande consolazione. Restarono lì, tenendosi stretti, in silenzio e guardando il cielo immenso. Poi Fra Pio disse: - A domani, Giuvannell'. - A domani, Francì - rispose l'amico con voce più serena. Si allontanarono dalle finestre. Il cuore di Fra Pio traboccava di tenerezza. Aveva sentito nella stretta di mano del suo amico una profonda desolazione, ma aveva capito che era riuscito a infondergli energia. "Grazie, Gesù" disse fra sé. "Questa è la mia vita. Questo io voglio fare: aiutare gli altri. Non mi interessa niente di me. Del resto, è quel che hai fatto tu. Hai dato la vita per amore nostro. E io voglio darla agli altri, come hai fatto tu. Questa è la mia missione. Me lo hai fatto capire ancora una volta. Aiutami, Signore, a esserti fedele. Tienimi stretto a te. Aiutami a volere bene a tutti. Io voglio aiutare." Era così contento che sentiva perfino sonno. Da settimane non riusciva a riposare. Si distese sul letto e si addormentò immediatamente. Quando, qualche ora dopo, passarono con la bàttola per la sveglia, fece una fatica immensa a saltare giù dal letto.
13
Padre Tommaso diede l'annuncio ai novizi radunati nella sala delle conferenze il 10 gennaio 1904: - L'anno di prova è finito. Ieri sera la comunità religiosa di questo convento si è riunita e ha eseguito le tradizionali tre votazioni segrete per ciascuno di voi. Siete stati tutti approvati. Quindi preparatevi per la professione, cioè per il solenne giuramento di voler vivere da frati Cappuccini osservandone la Regola. Il suo viso tradiva un'intima soddisfazione. Era contento per l'esito positivo dello scrutinio segreto cui erano stati sottoposti i suoi allievi. Ed era contento perché il suo 'lavoro di educatore riceveva ancora una volta una prova di stima da parte dei confratelli della comunità. Sapeva di essere a volte criticato per la sua severità. Ma i risultati gli davano ragione. I giovani da lui educati riuscivano bene. Padre Tommaso continuò a parlare spiegando ai novizi come si sarebbero dovuti preparare al grande giorno, fissato per il 22 gennaio. La Regola, infatti, prescriveva che la professione dovesse essere fatta un anno esatto dal giorno della vestizione. I novizi seguivano le sue parole con più attenzione del solito. Erano felici. Anche perché volgeva finalmente al termine un anno di sacrifici e penitenze che era stato veramente pesantissimo. - Ora potete scrivere ai vostri parenti - disse ancora Padre Tommaso. - Se vogliono, possono venire a festeggiare con voi la meta raggiunta. Con la professione, il vostro distacco dal mondo sarà definitivo. La vostra vera famiglia non sarà più quella naturale, dove siete nati alla vita terrena, ma l'Ordine religioso che avete scelto per raggiungere la perfezione spirituale in vista della vita eterna. Fra Pio pensò a mamma Peppa e a suo padre Grazio. Pensò all'ultima visita che aveva ricevuto dalla madre e al dolore che involontariamente le aveva recato. Dalla finestra con i vetri "sudati" vedeva cadere la neve. La cerimonia della professione era fissata per le ore 11. I novizi scesero in chiesa insieme agli altri frati della comunità e si meravigliarono di trovarla affollata di gente. Insieme ai loro parenti, erano arrivati anche molti abitanti della zona. A Morcone era tradizione assistere alla "professione dei fratini". Accorrevano soprattutto le donne, mamme di famiglia e nonne. Si commuovevano nel vedere quei ragazzi, dell'età dei loro figli, dei loro nipoti, con i visi radiosi di luce e di bontà, che si consacravano a Dio. Quelle persone conoscevano bene i novizi. Li avevano visti percorrere tante volte le vie del paese durante la loro passeggiata settimanale. Li avevano osservati, ammirati. Non conoscevano i loro nomi, ma li distinguevano dall'immagine che, con il loro comportamento, il modo di camminare, di guardare, di muoversi, avevano lasciato nei loro occhi. Quei ragazzi erano pieni di mistero e attiravano la curiosità. Uno, in particolare, era ben fisso nella loro immaginazione: quel fraticello magro e pallido di cui nessuno in paese aveva mai visto il colore degli occhi. Le donne se lo indicavano a dito. Dalla sua persona emanava un'armonia singolare. E quando Fra Pio si avvicinò all'altare per pronunciare la formula di rito, molte fra le persone presenti in chiesa mormorarono a fior di labbra: - Eccolo. - Io, Fra Pio - disse il giovane religioso mettendo le sue mani giunte in quelle del Padre guardiano che presiedeva la cerimonia - faccio voto e prometto a Dio Onnipotente, alla Beata Maria sempre Vergine, al Beato Padre San Francesco, a tutti i Santi, per tutto il tempo di mia vita di osservare la Regola e Vita dei frati Minori, per il signor Papa Onorio confermata, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. Il Padre guardiano rispose: - E io, se tutte queste cose osserverai, ti prometto, da parte di Dio, la vita eterna. Al termine della cerimonia i novizi ebbero il permesso di restare in compagnia dei parenti. Da Pietrelcina, per festeggiare Fra Pio erano arrivati mamma Peppa, papà Grazio, che da alcuni mesi era rientrato dall'America, zio Pellegrino, la sorella Felicita. Avevano portato dolci e pane fatto in casa. Mamma Peppa era raggiante. - Ora sì che sei figlio tutto di San Francesco - gli disse abbracciandolo. Tre giorni dopo, il 25 gennaio, i giovani che avevano fatto la professione religiosa furono trasferiti dal convento di Morcone a quello di Sant'Elia a Pianisi, in provincia di Campobasso, per riprendere gli studi e iniziare la lunga preparazione al sacerdozio. Ora non venivano più indicati con il termine "novizi", ma con quello di "chierici": parola che fin dai tempi più antichi indicava le persone che studiavano per avviarsi alla carriera ecclesiastica. A Sant'Elia a Pianisi rimasero fino a metà ottobre del 1905. Passarono poi al convento di San Marco La Catola, in provincia di Foggia. A metà aprile del 1906 tornarono a Sant'Elia a Pianisi, e all'inizio del 1907 raggiunsero il convento di Serracapriola per gli studi teologici. Passavano da un convento all'altro, da un luogo all'altro con molta allegria. Ogni cambiamento portava con sé novità, curiosità. La loro vita adesso non era più regolata da orari inflessibili e severi come durante il noviziato. Studiavano, ma organizzavano anche gite, passeggiate, viaggi. Si divertivano, e lo facevano con l'entusiasmo e la vivacità tipica dei giovani. Nel loro comportamento c'era una specie di rigetto per quanto avevano subito nel noviziato. Tenevano fede alle regole essenziali della vita religiosa, ma mostravano una certa insofferenza verso dettagli della disciplina che ritenevano eccessivi. E anche nei loro nuovi superiori si notava un tacito consenso a "lasciar correre", come se anch'essi ritenessero che il rigore del noviziato dovesse limitarsi solo a quell'anno. Fra Pio però non la pensava in questo modo. Continuava a comportarsi come era stato abituato nel corso dell'anno di prova. I sacrifici, le penitenze, le mortificazioni, il controllo del proprio corpo li aveva accettati al noviziato come segno del suo amore per Gesù Crocifisso. E quell'amore non era diminuito in lui, anzi, era aumentato. Viveva con i compagni, partecipava a tutto quello che organizzavano, ma con distacco. Teneva una condotta che lo distingueva nettamente dagli altri. Ognuno di quei giovani guardava all'avvenire pensando a ciò che avrebbe desiderato fare al termine degli studi. Ne parlavano animatamente fra loro e con gli insegnanti abbandonandosi a sogni e fantasie. - Io voglio studiare filosofia e diventare professore. - A me piacerebbe fare il predicatore. È un lavoro che ti permette di girare in continuazione e di vedere il mondo. - Io vorrei lavorare in una parrocchia, e dedicarmi soprattutto alla formazione dei giovani. - E tu, Fra Pio? - Voglio andare in Africa, missionario. - Ma dove vuoi andare con quel tuo fisico sempre pieno di acciacchi? Per andare missionario in Africa occorre una salute di ferro. Lo prendevano in giro. Dicevano che aveva la testa fra le nuvole. Ma per Fra Pio pensare alle missioni era un'esigenza. In quell'ideale vedeva la possibilità di poter realizzare in pieno il dono di se stesso agli altri. Il progetto era nato dentro di lui durante il noviziato, in un momento di profonda crisi. Non sentiva più attrazione per il tipo di vita religiosa che si conduceva in convento. Gli pareva troppo comoda e monotona. Il suo cuore sognava l'immolazione totale per amore del prossimo. In missione, lontano dal mondo civile, tra gente bisognosa di tutto, poteva donarsi senza limiti a magari dare anche la vita stessa per la fede in Gesù attraverso il martirio. Fantasticava anche lui. Ed era impaziente. Sapeva che era possibile partire per le missioni anche prima di aver terminato gli studi teologici. Li avrebbe completati in missione, studiando contemporaneamente la lingua della gente in mezzo alla quale sarebbe poi vissuto. E approfittò dell'arrivo a Foggia del Superiore generale dell'Ordine per presentare la sua domanda ufficiale. Secondo le regole della burocrazia religiosa, dovette consegnarla al Padre guardiano del convento pregandolo di farla pervenire al Padre provinciale, il quale, se lo riteneva opportuno, l'avrebbe presentata al Superiore generale. Ma la sua domanda cominciò a incontrare ostacoli ancor prima di partire. Il Padre guardiano, prendendo in consegna la lettera, gli disse con rozza franchezza: - Sono stupidaggini. Se dipendesse da me, non ti concederei mai un permesso del genere. - Perché? - domandò Fra Pio, sorpreso da quella reazione. - È comodo andare nelle missioni, vivere nei villaggi indigeni, nella foresta. Niente più regole, niente disciplina, niente vita comunitaria. Voi giovani siete pronti a tutto pur di divagare, di evadere. Fra Pio non rispose. Quelle parole erano dettate da uno scetticismo che non lo riguardava. Lui, invece, era tutto preso dal proprio sogno. Faceva progetti. Era sicuro che avrebbe ricevuto il permesso. Ma il sogno durò poco. Dopo una settimana arrivò la risposta, ed era negativa. Fra Pio era nel giardino del convento per la ricreazione che seguiva il pranzo. Passeggiava con i suoi compagni e gli altri frati della comunità. Arrivò il Padre guardiano che, in genere, a quell'ora distribuiva la corrispondenza. Aveva una lettera in mano e si avvicinò al gruppetto dove si trovava Fra Pio. - La tua richiesta di andare in missione è stata respinta - gli disse mostrandogli la lettera. - Dovrai rassegnarti a stare qui con noi e a impegnarti magari per convertire qualche tuo confratello un po' discolo - aggiunse in tono ironico. Tutti scoppiarono in una risata. Fra Pio non disse parola. - Il Padre provinciale ti manda a dire che per un religioso praticare l'obbedienza è più meritevole del martirio - disse ancora il Padre guardiano. - Vedi? - aggiunse con quel suo tono freddo e un po' astioso - Anche i Superiori maggiori la pensano come me. Per voi giovani ogni pretesto è buono per sfuggire alla disciplina. La vera palestra di santità, mio caro, è la monotonia del convento, non le avventure in giro per il mondo. Si allontanò seguito da altri giovani frati che ridevano divertiti. Fra Pio aveva ascoltato in silenzio, senza riuscire a nascondere un profondo senso di tristezza e di delusione. Tra i religiosi presenti c era anche Padre Agostino, professore di filosofia e teologia, sacerdote dall'animo sensibile, assai attento ai problemi dei giovani. Aveva trent'anni. Conosceva Fra Pio dà oltre un anno, ma la loro conoscenza era puramente formale. Padre Agostino fu colpito dal silenzio del suo giovane confratello. Il Guardiano si era comportato in modo rozzo. Non aveva il diritto di umiliare quel giovane disprezzando pubblicamente i suoi ideali missionari. E, osservando Fra Pio che era rimasto solo, muto, con un'espressione mortificata, provò simpatia e compassione per lui. Lo avvicinò e gli domandò con dolcezza: - Ci tenevi molto ad andare in missione? - Moltissimo. - Sognavi l'Africa? - L'Africa o l'India: dove ci sono i nostri missionari. - Potrai sempre ripresentare la domanda dopo che sarai diventato sacerdote. I Superiori concedono raramente il permesso di partire a un giovane chierico, ma incoraggiano la vocazione missionaria dei sacerdoti. - Farò così. - Comunque, quel che ti manda a dire il Padre provinciale è giusto. Il merito nostro non sta nel, realizzare i sogni che abbiamo nel cuore, ma nel mettere in pratica la volontà di Dio. - Pensavo fosse stato il Signore a suscitare in me il desiderio di andare in missione. - Probabilmente è così. Ma forse non è ancora giunto il momento di realizzarlo. - Come si fa a sapere quando arriva quel momento? - Te lo farà capire Lui. Parlerà al tuo cuore. Per noi il metodo più sicuro per non commettere errori è praticare l'obbedienza. Con la professione religiosa abbiamo fatto voto di obbedienza. Rimettendoci a ciò che decidono i nostri Superiori, siamo certi di compiere la volontà di Dio. Tocca a Lui illuminarli e far loro conoscere i suoi progetti su ciascuno di noi. E vedrai che quando deciderà di affidarti un incarico, nessuno riuscirà a fermarlo. Dio è irruente. Quando trova un cuore aperto, disponibile, è una guida ferma, amorosa, sicura. - In quest'ultimo anno ho sognato tanto la terra di missione -sospirò Fra Pio. - È un sogno che ti fa onore. Dimostra che hai un animo sensibile verso le persone più bisognose. E questo piace a Dio. - Ero proprio convinto che il Signore mi volesse in Africa. - Ma puoi andarci anche restando qui. - In che modo? - domandò Fra Pio. - Quando saremo in paradiso scopriremo con sorpresa che molti grandi missionari non sono mai usciti dal convento. Probabilmente troveremo fra loro suorine di clausura, monaci che hanno trascorso l'intera esistenza in un cenobio disperso sulle montagne, ammalati cronici inchiodati a letto. Il mondo dello spirito non ha confini, non conosce barriere. L’amore è una forza inarrestabile. Una povera mamma di famiglia che offre le sue preghiere e le sue sofferenze a Dio per le missioni potrebbe essere più utile alla diffusione del regno di Dio di un missionario che affronta pericoli mortali per far conoscere il Vangelo nelle foreste dell'Africa. Noi facciamo parte del Corpo mistico di Cristo. Ogni azione buona, ogni preghiera, ogni sofferenza sopportata per amore fa bene a tutto il Corpo. Rimanendo qui, compiendo il tuo dovere quotidiano con l'intenzione di aiutare i missionari, offrendo a Dio preghiere e sacrifici, tu fai il missionario. Sei un missionario prezioso e attivo, come neppure ti puoi immaginare. - Lei dice cose meravigliose - affermò Fra Pio con gli occhi accesi di entusiasmo. - Sono verità sacrosante, su cui, purtroppo, riflettiamo poco. - La ringrazio per queste sue parole. Mi confortano, mi hanno illuminato. Gliene sono veramente grato. I rintocchi di una campanella avvertirono che il tempo della ricreazione era finito. Fra Pio sorrise a Padre Agostino e si avviò verso gli altri compagni per andare con loro in chiesa.
14
Padre Agostino era appena ritornato da Foggia, dove aveva avuto un lungo incontro con il Padre provinciale. - La tua salute sta preoccupando i Superiori - disse a Fra Pio. - La vera ragione per cui non ti hanno dato il permesso di partire per le missioni - aggiunse - sta proprio nel tuo cattivo stato di salute. Me lo ha confidato il Padre provinciale. E mi ha anche detto che sta cercando un bravo medico, un professore importante, perché vorrebbe risolvere definitivamente questi tuoi problemi. Il Padre provinciale ti vuole bene ed è preoccupato per te. Il nuovo Superiore provinciale si chiamava Padre &nedetto. Era stato eletto al posto di Padre Pio da Benevento, che aveva completato il periodo del proprio mandato. Era di San Marco in Lamis, come Padre Agostino. E anche lui conosceva bene Fra Pio perché era stato suo insegnante a Sant'Elia a Pianisi. Già durante l'anno di noviziato Fra Pio aveva cominciato a dimagrire vistosamente. A Sant'Elia a Pianisi, al deperimento si erano aggiunti frequenti raffreddori, febbriciattole e una forte tosse stizzosa. Tra i confratelli, e anche tra i laici che frequentavano la chiesa del convento, si era diffuso il sospetto che quel giovane fosse tisico, motivo per cui nessuno voleva stargli vicino. I Superiori, preoccupati, lo avevano fatto visitare da diversi medici, alcuni anche molto importanti. Il professor Francesco Nardacchione aveva esplicitamente diagnosticato: "Bronco alveolite all'apice sinistro . Data la gravità della diagnosi, Fra Pio era stato portato a Napoli per un consulto presso il professor Ernesto Bruschini, il quale aveva emesso lo stesso preoccupante responso: - Infiltrazione specifica di ambo gli apici. Le medicine, che Fra Pio prendeva in continuazione, non miglioravano il suo stato. I medici avevano suggerito periodi di riposo al paese natale, e Fra Pio era già tornato in famiglia tre volte, rimanendovi ogni volta alcune settimane. Aveva riportato qualche giovamento, che però era immediatamente svanito appena ritornato in convento. - Non può mica vivere sempre a casa sua - commentava preoccupato il Padre provinciale, che ordinò ai superiori del giovane di non rispedirlo più a Pietrelcina quando stava male. Negli ultimi mesi i disturbi si erano intensificati vistosamente. Avevano un andamento irregolare e singolare. Si presentavano improvvisi e violenti, al punto di impedire a Fra Pio di alzarsi dal letto, e poi sparivano con altrettanta celerità. Ai raffreddori e alla tosse stizzosa si erano aggiunti vomito, emicranie, coliche intestinali, dolori al petto, reumatismi paralizzanti, mal di stomaco. Il vomito diventava irrefrenabile. A volte durava anche una, due settimane, e in quel periodo il povero giovane non poteva nutrirsi. Il suo stomaco riusciva a trattenere solo un po' di acqua. Le emicranie erano così forti da renderlo quasi cieco. - La tua lettera con la richiesta di andare missionario in Africa era molto piaciuta anche al Padre generale - disse Padre Agostino. - Dopo averla letta, si è complimentato con Padre Benedetto: "Mi fa piacere sentire che un giovane abbia questi ideali". Ma poi ha lasciato. la decisione definitiva al Padre provinciale. "Lei lo conosce bene questo suo giovane" ha detto. "Sa se è adatto e se possiede tutti i requisiti fisici e morali. La vita in missione è difficile e pericolosa. Le do la facoltà di prendere la decisione che ritiene più giusta." - Il Padre generale, quindi, aveva accettato la mia richiesta - replicò Fra Pio. - Proprio così. Ma Padre Benedetto non se la sente di mandarti in Africa adesso. Negli ultimi tempi la tua salute è un disastro. Sei sempre ammalato. È stato costretto a dirti di no. Può darsi che, tra qualche anno, se ritroverai la salute, cambi decisione. Nelle parole di Padre Agostino, Fra Pio aveva avvertito un sincero sentimento di preoccupazione e di affetto. Quel suo professore era buono e comprensivo. Era la seconda volta che lo notava e provò per lui una viva riconoscenza. Approfittò per chiedergli aiuto. Da tempo desiderava avere un confessore fisso. Un confessore che fosse anche il suo direttore spirituale. Nella sua anima accadevano cose che non sapeva valutare. Aveva tentato di confidarsi con vari sacerdoti, ma non ci era mai riuscito pienamente. Neppure al noviziato, con Padre Tommaso, il maestro dei novizi. Ora sentiva che forse Padre Agostino era la persona giusta. Quel sacerdote gli ispirava fiducia e gli aveva detto cose che la sua anima aveva bevuto con avidità. - Vorrei che lei diventasse il mio confessore fisso - disse Fra Pio. - Non vedo perché dovrei rifiutare - rispose Padre Agostino. - Ho tanti problemi - aggiunse Fra Pio. Padre Agostino si accorse che il giovane era teso ed emozionato. Cercò, parlando con un tono di voce calmo e pacato, di rasserenarlo, di metterlo a suo agio. - Tutti abbiamo tanti problemi - disse. - Chi non ne ha è una persona che non riflette, che non pensa alla propria vita interiore. Anch'io ho i miei problemi e ho un confessore che dirige la mia anima e mi aiuta a capire quale sia la volontà di Dio. - Ma io sono anche molto chiuso - replicò Fra Pio. - Ho vergogna di parlare di me stesso, di quello che penso, di ciò che avviene nella mia anima. - È normale - rispose Padre Agostino. - Se non avessi questo pudore significherebbe che non dai valore e peso alle cose dello spirito. I problemi della nostra anima e del nostro cuore sono le cose più preziose della nostra vita. Non vanno raccontate a vanvera e neppure confidate con leggerezza. Riguardano il colloquio intimo che abbiamo con Dio. Riguardano la nostra intimità più profonda con il Signore. Sono l'essenza della vita, del nostro essere, della nostra vocazione. Fai bene a esserne geloso. "Nello stesso tempo, però, sarebbe opportuno avere una guida spirituale fissa cui confidarle. Nella conversazione, i problemi si chiariscono. Tutti i grandi maestri di vita spirituale raccomandano di avere un confessore fisso e di aprirgli il nostro cuore. Il confessore, proprio perché accetta, davanti a Dio, l'incarico di guidare quell'anima, riceve a sua volta una grazia speciale, che viene detta grazia di stato, per capire i problemi in modo corretto, e per impartire consigli giusti, affinché l'anima di cui si prende cura proceda sicura verso Dio. Se hai fiducia in me, posso provare a guidarti. Pregherò il Signore che mi assista. L'importante è che tu decida in piena libertà e ti senta a tuo agio. E poi, una volta presa la tua decisione, non devi più avere segreti per chi hai scelto come guida." - In questi giorni ho riflettuto parecchio e mi sembra che il Signore desideri che io mi confidi con lei - disse Fra Pio. - Bene, cominciamo allora con il conoscerci meglio. Hai detto di avere molti problemi: quali sono? Fra Pio rimase silenzioso. Padre Agostino capì che il giovane era ancora molto timoroso. - Su, fatti coraggio - gli disse. - Il confessore è come il medico. Se non gli dici che cosa ti fa male, come può curarti? - Sì, è vero - rispose Fra Pio. - Credo che dovrò decidermi ad aprirle il mio spirito in modo che lei possa darmi i consigli che cerco. Mi voglio preparare e vedrà che le racconterò tutto. Ma ora non me la sento, deve scusarmi. Nel cuore della notte Fra Anastasio si svegliò di soprassalto con la precisa sensazione di aver udito dei lamenti. Rimase disteso a letto trattenendo il fiato per cercare di percepire il minimo rumore sospetto. Anche a Serracapriola, come a Morcone e negli altri conventi dove erano stati, era riuscito a occupare la cella accanto a quella di Fra Pio. Loro due erano amici per la pelle. Si volevano bene. Fra Pio continuava a chiamarlo affettuosamente Giuvannell'. A lui faceva piacere e, pur senza darlo a vedere e con molta discrezione, cercava di proteggere quel suo carissimo amico. Di Fra Pio conosceva parecchi segreti. Di tanto in tanto riceveva brevi confidenze che gli avevano permesso di intuire che nella vita del confratello avvenivano fenomeni inspiegabili e misteriosi. Aveva conservato ogni cosa gelosamente nel proprio cuore senza mai parlarne con nessuno. Ma ecco di nuovo quegli strani rumori e quei lamenti. Fra Anastasio scattò in piedi. Tese l'orecchio e gli parve che venissero dalla cella accanto, dove dormiva Fra Pio. Accostò l'orecchio al muro, ed era proprio così. - Francì - provò a chiamare. Poi bussò con le nocche sulla parete. "Sta male" disse fra sé. Uscì dalla propria cella e corse dal Padre superiore. - Venga, Padre, venga, Fra Pio. sta male. - Poi corse alla cella di Padre Agostino per svegliare anche lui. Tutti e tre si precipitarono da Fra Pio. Il Padre guardiano aprì la porta ed entrò, seguito da Padre Agostino e Fra Anastasio. Fra Pio era a letto e si lamentava. Sembrava piangesse. Padre Agostino accese il lume a petrolio e illuminò il viso del chierico. Fra Pio teneva gli occhi aperti, fissi, guardava verso l'alto, senza battere ciglio. Sembrava vedesse qualcuno. Era rosso in volto, aveva il respiro affannoso e il corpo teso. Di tanto in tanto pronunciava qualche parola. Sembrava rispondesse a delle domande. Dava l'impressione di colloquiare con un essere invisibile. - Anch'io ti posso aiutare... Fa che ti aiuti a portare quella croce pesante pesante... Ma più piccina non te la potevano fare?... Gesù, ti voglio bene, ma non mi apparire più così... mi strazi il cuore... Gesù... ti dico la verità... perché mi dia forza, permetti che questi chiodi... permettilo sì... nelle mie mani... Però ti prego, anche se lo vuoi... là, nel fondo del cuore, ma invisibile, perché gli uomini disprezzano i tuoi doni... Le parole uscivano dalla bocca di Fra Pio sconnesse e quasi impercettibili. Le frasi erano intervallate da lunghe pause. - Vaneggia - disse il Padre guardiano. - Sembra che parli con qualcuno - aggiunse Padre Agostino. - Adesso gli do un pizzicott9, vediamo come reagisce. - Il Guardiano strinse forte tra il pollice e l'indice un po' di pelle del braccio di Fra Pio lasciandogli un vistoso segno che divenne subito paonazzo, ma Fra Pio non ebbe alcuna reazione. - Non ha sentito niente - commentò Padre Agostino. - È proprio andato, è in catalessi - disse ancora il Padre guardiano. - Potrebbe essere un'estasi - azzardò Padre Agostino. - Macché estasi! - ribatté il Guardiano. - Questa è catalessi. Una forma di trance provocata da isterismo. È un brutto affare. Bisognerà farlo curare da uno specialista. In ogni caso, crisi di questo genere non vanno molto d'accordo con la vita religiosa, e tantomeno con quella di un sacerdote. - Non mi sembra il caso di correre a conclusioni tanto drastiche - replicò Padre Agostino. Fra Pio si era calmato. Aveva chiuso gli occhi, rilassato il corpo, e il respiro era diventato regolare. Ora sembrava dormisse tranquillamente. - Fra Pio - lo chiamò ad alta voce il Padre guardiano e 10 scosse ripetutamente. Il giovane si svegliò. - Che fate nella mia cella? - domandò. - Eri sonnambulo. Parlavi, gridavi, hai svegliato tutti - rispose il Padre guardiano. - Mi dispiace. Chiedo perdono. - Ora dormi e cerca di non disturbare più i tuoi confratelli. - Il Guardiano se ne andò scocciato. Padre Agostino, invece, rimase ancora un po' con Fra Anastasio che se ne stava in disparte, preoccupato. - Come ti senti? - domandò Padre Agostino a Fra Pio. -Molto debole - rispose con un filo di voce. - Ho il corpo tutto pieno di dolori, come se mi avessero bastonato. Le braccia, le gambe, i piedi, sono pesantissimi. È una sensazione strana. La testa mi gira. Se dovessi alzarmi, non credo che riuscirei a reggermi in piedi.- Ma che cosa ti è accaduto? - Non lo so. Non ricordo niente. Mi sono addormentato e poi, quando mi sono svegliato, ho visto che voi eravate qui. - Rimase un po' in silenzio e poi domandò: - Che cosa dicevo quando vaneggiavo? -Niente di straordinario. Parole a vanvera - rispose Padre Agostino. - Non si capiva nulla. Ora dormi. Riposati. Verrò a trovarti domani. Il giorno dopo Padre Agostino andò a trovare Fra Pio, che non si era alzato da letto. Si presentò verso mezzogiorno. I chierici erano a scuola, gli altri religiosi impegnati nei loro compiti. In convento non c'era nessuno. Bussò alla porta della cella del chierico ed entrò. - Eccomi - gli disse. Fra Pio 10 accolse con un sorriso. - Come ti senti oggi? - Un poco meglio, grazie. Ma continuo a provare una spossatezza tremenda. Le mie braccia continuano a essere pesantissime. È come se ieri avessi fatto un lavoro faticosissimo. - Ieri notte, quando siamo venuti qui - disse Padre Agostino fissandolo negli occhi - tu non vaneggiavi, ma parlavi con qualcuno. Fra Pio abbassò lo sguardo e rimase in silenzio. - Con chi stavi parlando? Il giovane continuò a tacere. Sul suo viso adesso era apparsa un'espressione di disagio. - Più volte hai pronunciato il nome di Gesù - continuò Padre Agostino. - Io ho avuto l'impressione che tu parlassi proprio con Gesù. È così? Fra Pio guardò il suo interlocutore, e Padre Agostino lesse in quegli occhi smarriti una sconcertante desolazione. - Capisco che si tratta di cose delicate, di cui forse non vorresti parlare - disse Padre Agostino. - Ma mi hai chiesto di essere il tuo confessore, il tuo direttore spirituale. Come faccio a svolgere il mio compito se non mi aiuti? Tu devi avere fiducia in me. - Sì, parlavo con Gesù - mormorò Fra Pio con un filo di voce. - Da quanto tempo viene a trovarti? - Da quando ero piccolo. - Come lo vedi? - In una luce immensa. So di vederlo, ma non saprei dire come. - Ti parla? - A volte. - Cosa dice? Fra Pio abbassò ancora lo sguardo e rimase in silenzio. - Vedi anche altre entità spirituali? - La Madonna, l'Angelo custode, San Giuseppe, San Francesco. - Hai mai detto a qualcuno di queste visioni? Fra Pio scosse la testa in segno di diniego. - Perché? - Non riesco a parlare di queste cose. - Bene, bene, ho capito. Non parliamone più per il momento. Io non sono curioso di conoscere il tuo animo. Ma solo se riesco a farmi un quadro esatto delle tue esperienze spirituali posso darti un aiuto. Ora ti lascio. Riprenderemo il discorso in un'altra occasione. Padre Agostino uscì dalla cella di Fra Pio e si fermò in mezzo all'ampio corridoio che attraversava tutto il convento. Respirò profondamente e stette immobile per qualche attimo. Aveva come la sensazione che le gambe non lo reggessero. Quel che aveva udito poco prima dalla bocca del giovane confratello gli aveva fatto un'impressione fortissima. Era sconvolto. Non provava meraviglia, stupore, ma rispetto, riconoscenza. Quelle confidenze venivano a confermare certe sue intuizioni, ma erano pur sempre confidenze che sollevavano un velo su realtà tremende. Bellissime ma sconcertanti. Realtà che toccavano dimensioni sconosciute, impensabili. "Questa notte" disse fra sé Padre Agostino «io ho assistito alla conversazione di un uomo con un'entità che non è di questo mondo. Il fatto è avvenuto proprio davanti ai miei occhi. Probabilmente quell'entità era lì, vicino a me. È sconvolgente. E non ho ragioni per ritenere che Fra Pio sia vittima di suggestioni, di fantasie." Fece alcuni passi nel corridoio e si fermò di nuovo. Il suo animo era invaso da una profonda commozione, mentre il corpo era frastornato, come se fosse stato colpito da una scarica elettrica. Aveva le mani sudate. Si toccò la fronte e sentì che era madida di sudore. Sorrise. «Ne succedono di belle" disse fra se. Tornò nella sua cella. Chiuse la porta. «E adesso?" si domandò. "Che faccio?" Dallo scaffale dietro la scrivania prese un grosso volume di teologia mistica. Andò alla ricerca dei capitoli che trattavano il tema delle visioni. Diede una scorsa veloce. Il testo diceva che erano possibili, ma che spesso erano frutto di isterismo. E poi bisognava distinguere bene. C'erano visioni autentiche, ma anche visioni fasulle. Poteva essere lo stesso Demonio a presentarsi sotto le spoglie di Cristo. Chiuse il libro e lo ripose nella scrivania. "Sono belle teorie su cui sarebbe piacevole discutere" disse fra sé. «Ma adesso io ho per le mani un caso pratico, concreto, e non so affatto come devo comportarmi."
15
Nei giorni successivi la salute di Fra Pio peggiorò. Era soprattutto il vomito a tormentarlo. Il suo stomaco non riteneva neppure l'acqua, ed erano fortemente aumentati anche i dolori al torace. Respirava a fatica, con la bocca aperta, come se non riuscisse a riempire d'aria i polmoni. Padre Agostino andava a trovarlo due o tre volte al giorno. Cercava di confortarlo, di fargli coraggio. Fra Pio ascoltava paziente. Era rassegnato alla volontà di Dio ma aveva anche paura. - Prega il Signore che ti liberi da queste crisi - gli suggeriva Padre Agostino. - Il Signore è morto in croce per amore nostro - rispondeva Fra Pio. -Mi offre l'occasione di soffrire un poco accanto a lui e non voglio sottrarmi. Dopo una settimana Fra Pio sembrava un cadavere. Il medico veniva a visitarlo tutti i giorni, gli praticava delle iniezioni, ma le crisi di vomito non passavano. - Mandatelo a casa - consigliava il medico. - L'aria del paese natale gli farà certamente bene. Anche qualche mese fa le crisi si sono calmate con una breve vacanza a Pietrelcina. - Non posso mandarlo a casa - rispondeva il Padre guardiano. - Il Superiore provinciale me lo ha proibito. Fra Pio è un religioso, deve vivere in convento, e a Pietrelcina non ci sono conventi. Se la cattiva salute non gli permette di sopportare le difficoltà della vita conventuale, deve lasciare l'abito. Un frate non può vivere fuori del chiostro: questa è la Regola. - E allora lasciatelo morire - ribadiva il medico crollando il capo in segno di disapprovazione. Dopo una decina di giorni, Fra Pio era più morto che vivo. Il Padre guardiano si spaventò e inviò un telegramma al Superiore provinciale, dicendo che lui reclinava ogni responsabilità sulla salute di quel giovane. Il giorno dopo Padre Benedetto era a Serracapriola. Andò subito a trovare Fra Pio e si rese conto che il giovane era veramente in condizioni pietose. Convocò una riunione urgente con il Padre guardiano e i suoi consiglieri, e mandò un fratello laico 'a chiamare il medico. - Mi sembra che Fra Pio stia davvero male - disse ai confratelli una volta che si furono riuniti. - Certamente peggio del solito. È un giovane sfortunato dal punto di vista della salute. Da quando si trova in questo convento non ha avuto un giorno tranquillo. Ha perso quasi tutte le lezioni e non partecipa neppure alla vita comunitaria. I medici continuano a dire che l'aria del paese natale gli potrebbe far bene. Lo abbiamo già mandato a casa diverse volte. A casa sta bene, ma quando rientra in convento si ammala. Io avevo dato ordini precisi di non mandarlo più a casa. Ma di fronte all'attuale situazione, vorrei fare ancora un tentativo. Che ne dite? - Io sono convinto che la malattia di Fra Pio è in gran parte frutto di isterismo - rispose il Padre guardiano, che era un po' fissato con quest'idea. - Ha un andamento inspiegabile. Le crisi arrivano improvvise e altrettanto improvvise se ne vanno. Una notte lo abbiamo trovato in cella che vaneggiava, come un sonnambulo. Quando torna al suo paese sta subito bene, come se fosse stato miracolato. Tutto questo non mi convince. Ma il medico continua a insistere che l'aria natale gli potrebbe far bene, e quindi penso sia giusto fare ancora un tentativo. Il fratello laico che era stato inviato a chiamare il medico bussò alla porta. - Il dottor Iabbraccio è qui - disse. - Fallo entrare - rispose il Padre provinciale alzandosi dalla sua sedia e andando incontro al medico. Lo salutò cordialmente. - Mi dispiace, dottore, di averla importunata, ma abbiamo bisogno del suo consiglio. - La rivedo sempre volentieri - disse il medico. - Il nostro giovane Fra Pio ha ancora dei guai con la salute. Mi hanno detto che lei viene a trovarlo tutti i giorni e gliene sono veramente grato. - Povero ragazzo, lo sto tormentando con continue iniezioni che però non portano alcun risultato apprezzabile. Non so per quale ragione non reagisce alle medicine. - Cosa consiglierebbe? - L'ho già detto anche al Padre guardiano. In questi casi di gravi malattie polmonari e tubercolotiche, qualche giovamento arriva dal vivere all'aria aperta nel paese natale. Non è che noi medici siamo sicuri di questo. In genere succede. Non si sa perché, ma spesso il clima, l'atmosfera del luogo dove la persona ha passato i primi anni di vita sono propizi, aiutano. - Lei quindi consiglierebbe di rimandarlo a Pietrelcina? - Sì, se questo non crea problemi a causa delle vostre regole. Ma è un esperimento che avete già fatto altre volte, e qualche beneficio c e stato, sia pure temporaneo. Almeno finché era a casa stava bene. Comunque, la decisione spetta a voi. Non mi voglio intromettere nelle vostre regole. - Va bene, la ringrazio, dottore, terremo conto certamente dei suoi consigli, che sono sempre preziosi. Quando il medico se ne fu andato, Padre Benedetto concluse la riunione: - Facciamo ancora un tentativo - disse. - Mandiamo Fra Pio a casa per un periodo di tempo, e vediamo cosa succede. Durante la recente visita del Ministro generale, gli ho accennato il caso. La Regola è precisa. Se un religioso non è in grado di osservarla, non può vivere fuori dal chiostro. O Fra Pio si riprende, oppure bisognerà chiedere l'indulto di secolarizzazione. Comunque, di questo vedremo in seguito. Intanto - aggiunse rivolto al Padre guardiano - mandi un telegramma alla famiglia di Fra Pio, avvertendo i genitori delle condizioni del giovane e dicendo che sarebbe opportuno che lo tenessero per un po' in famiglia. Prima di lasciare il convento, il Provinciale andò a salutare il suo paesano e amico Padre Agostino. Era una scusa per sentire anche il suo parere su quella vicenda che gli stava tanto a cuore e gli procurava apprensione e dolore. - Che ne pensi della nuova crisi di salute di Fra Pio? - gli domandò. - Sono preoccupato - rispose Padre Agostino. - È più grave del solito. Queste crisi si ripresentano sempre più agguerrite. - Ho deciso di rimandarlo a casa ancora una volta. - Hai fatto bene. - Ma non potrò continuare così per sempre. - Ho riflettuto a lungo in questi giorni. Ho cercato di analizzare e di capire. Sono stato spesso a parlare con Fra Pio. Mi sono fatto raccontare tante cose. Ci sono un paio di coincidenze curiose che mi fanno pensare. - Quali? - Il fatto che tutti i medici consultati finora abbiano prescritto aria del paese natio, quasi fossero stati d'accordo. Il fatto poi che ogni volta che Fra Pio è tornato a casa, è stato subito bene. Dico subito, cioè nel giro di poche ore. Mentre, rientrando in convento, in qualsiasi convento, ha ripreso subito a star male. Sono coincidenze, ma fanno pensare. - D'accordo, ma come spieghi queste coincidenze? - Non trovo una spiegazione razionale. Almeno, finora non l'ho trovata. - Il Padre guardiano sostiene che Fra Pio è vittima di malattie isteriche. - Lui è fissato con l'isterismo, il subconscio, le malattie immaginarie. Tu conosci bene Fra Pio e sai che è limpido, equilibrato, non può essere vittima di fantasie e immaginazioni. - Sono preoccupato e dispiaciuto. So che tu segui da vicino questo ragazzo. Te lo raccomando. Io gli voglio bene. Credo che diventerà un bravo religioso. Sostienilo e tienimi informato. Padre Benedetto abbracciò il suo amico e paesano e se ne andò. Entrò nella cella di Fra Pio per un ultimo saluto. - Non ti preoccupare - lo rassicurò. - Farò di tutto perché tu guarisca presto. Da quando era tornato dall'America, Grazio Forgione si era messo a lavorare con più foga del solito. Il viaggio non gli aveva portato i vantaggi economici che sperava. I debiti contratti per far studiare il figlio in modo che potesse entrare in convento non erano ancora stati completamente pagati. Tutte le mattine Grazio si alzava quando era ancora buio. Saliva in groppa al suo asino e si avviava a Piana Romana, dove aveva la terra. Quasi sempre era accompagnato dal figlio Michele. A volte, però, Michele dormiva un po' di piu e raggiungeva il padre più tardi. - I figli! - brontolava Grazio. - Comoda la vita per i figli. Dormono oppure si riposano pregando in convento. La stagione era ormai alla fine. Bisognava preparare i campi per l'inverno. Quella mattina di fine ottobre Grazio si era alzato più presto del solito. Quando il sole era ormai alto, sentì la voce di sua moglie che lo chiamava. Mamma Peppa era là, in fondo al campo, vicino alla masseria, che agitava le braccia e diceva cose che per la lontananza lui non riusciva a capire. «Come mai è venuta fin quaggiù?" si domandò Grazio. «Che sia successo qualcosa ai figli?" Lasciò cadere la zappa e si avviò preoccupato verso di lei. - Grà corri, vieni a casa, Francì sta male. - La frase arrivò portata da un colpo di vento e gli tagliò le gambe. Sentì che d'improvviso il sudore della sua fronte era diventato gelido. Accelerò il passo. - Che hai detto? - domandò quando fu vicino a mamma Peppa. - Don Salvatore, il parroco, ha ricevuto un telegramma dal Superiore del convento di Serracapriola. C'è scritto che nostro figlio sta male e ci chiedono di andare a prenderlo. Mamma Peppa era tutta sudata per la corsa. Per raggiungere quel terreno c'era un viottolo in mezzo ai campi. In genere, camminando speditamente occorrevano 40 minuti. Lei aveva corso. Con lo strazio nel cuore. - Michè, finisci il lavoro tu - disse Grazio rivolto al figlio maggiore, che si era avvicinato. - Ricordati di chiudere gli attrezzi nella masseria. Domani non sarò qui. Poi s'incamminò di buon passo, seguito dalla moglie. - Il telegramma dice di che cosa soffre Francì? - domandò camminando. - Non lo so. Appena Don Salvatore mi ha dato la notizia, sono venuta qui. Mamma Peppa piangeva. - Su, non piangere - le disse Grazio. - Il Signore ci aiuterà. È da un po' di tempo che Francì non sta bene. Ogni tanto gli prendono delle crisi. venuto a casa altre volte per ragioni di salute e qui da noi si è rimesso. - Sento che questa volta è diverso. I suoi superiori non hanno mai mandato telegrammi. Vuol dire che sta veramente male. Quante volte aveva percorso quel sentiero assieme a Francesco piccolino. A lui piaceva fermarsi a cogliere dei fichi da un albero vicino al sentiero. E spesso raccoglieva fiori di campo. - Grà, che pensi di fare adesso? - Mi cambio e vado a Serracapriola. - Voglio venire con te. - Non è possibile. Viaggerò affidandomi al caso. Non so che treni ci saranno. Forse dovrò dormire in stazione. Non puoi venire. Ma ti assicuro che Francesco te lo porterò a casa. Noi lo guariremo. A casa nostra sta sempre bene. Probabilmente abbiamo sbagliato a permettergli di andare in convento. Non è fatto per quella vita. - Ma è la sua vocazione. - Che ne so io di vocazione. Io so che Francì in convento sta sempre male, è secco, ha le occhiaie, non mangia, ha la tosse. Insomma, non sta bene. Se quello fosse un luogo dove si sente felice, avrebbe appetito e starebbe bene. Camminando di buona lena erano arrivati al ponte sul Pantaniello, il rigagnolo che serpeggiava tra i campi. Adesso bisognava, affrontare la salita che conduceva al Castello. Il tratto più faticoso. Mamma Peppa non ce la faceva più. - Grà, fermiamoci un attimo. - Va bene, riposati. Grazio si sedette sull'argine del Pantaniello e con le mani poderose raccolse dell'acqua, passandosela sulle tempie. Bagnò con dolcezza anche il viso della moglie.. Mamma Peppa lo osservava. Il viso di Grazio era segnato da profonde rughe. Non lo aveva mai visto così stanco. Non parlava, ma nel suo cuore doveva provare un dolore terribile. Sembrava improvvisamente invecchiato. Fecero l'ultimo tratto di strada senza parlare. La salita toglieva il fiato. Giunti in casa, Grazio andò in camera per mettersi i vestiti da festa. - Quando parti? - gli domandò mamma Peppa. - Subito. Andrò in stazione e prenderò il primo treno che va verso Serracapriola. Grazio arrivò a Serracapriola che era ormai notte. Si presentò al convento e fu ricevuto con manifestazioni di affetto. I frati lo conoscevano. Lo avevano gia visto altre volte. - Come sta mio figlio? - domandò subito. - Male - gli rispose il Padre guardiano, che sembrava anche lui piuttosto preoccupato. - Sono quindici giorni che non mangia. - Posso vederlo? Il Padre guardiano accompagnò Grazio nella cella di Fra Pio. Il giovane religioso era a letto, pallido, semi addormentato. Riconobbe il papà e accennò un sorriso. Grazio rimase in disparte. Non aveva il coraggio di parlargli. Si sentiva sperduto. Dopo un po' uscirono dalla cella. - Se deve morire, è meglio che muoia a casa sua - mormorò Grazio. - Coraggio - lo confortò il Padre guardiano. - Il Signore ci aiuterà. Grazio fu sistemato in foresteria. I frati prepararono una branda con un paio di coperte. Al mattino éi vollero due persone per vestire Fra Pio. Non si reggeva in piedi. Sostenuto a braccia, venne fatto scendere al piano terra del convento, dove era pronta una carrozza trainata da un cavallo. - Verrò presto a trovarti - promise Padre Agostino salutando Fra Pio. Il Padre guardiano prese in disparte Grazio e gli disse: Il medico ci ha raccomandato di essere prudenti. I piatti e le stoviglie che usa vostro figlio, li dovete tenere da parte, non passarli ad altri, soprattutto se ci sono bambini. La tisi è contagiosa. - Va bene - rispose Grazio. Ma era piuttosto seccato. Non gli piaceva che parlassero così di suo figlio. Il viaggio fu lungo. Con la carrozza raggiunsero Larino. A Larino attesero il treno che li avrebbe portati a Pietrelcina. Date le condizioni del figlio, Grazio non badò a spese. Comperò due biglietti di prima classe. Sistemò il figlio nel posto migliore, vicino al finestrino, lo avvolse in un mantello e si sedette vicino a lui. Fra Pio stava sempre in silenzio. Pareva intontito dalla malattia. Ogni tanto Grazio gli chiedeva se avesse bisogno di qualcosa e Fra Pio rispondeva sempre di no. Quel viaggio non terminava mai. Il treno andava lento. Ma soprattutto si fermava continuamente. Grazio era ormai esperto di viaggi. Era stato in America quattro anni ed era salito molte volte su un treno. «Ho fatto tanti sacrifici per questo figlio" diceva fra sé Grazio. "Ho attraversato il mare e sono vissuto tanto tempo lontano da casa. Con quali risultati?" Aveva il cuore in subbuglio. Pensava a mamma Peppa. Che cosa avrebbe detto vedendo il figlio in quelle condizioni? Lui sapeva quanto sua moglie fosse affezionata ai figli. Quando era giovane ne aveva perduti quattro, tutti piccoli, nàti da poco, eppure non li aveva mai dimenticati. A distanza di tanto tempo, quei figli perduti erano ancora come dei chiodi piantati nel suo cuore. Arrivarono a Pietrelcina che era quasi sera. Con una tenerezza infinita, Grazio aiutò il figlio a scendere dal treno. Lo portò quasi di peso al caffè della stazione e lo fece accomodare su una sedia. Poi andò dalla padrona, che conosceva. - Signora, voi avete una carrozza. Attaccateci un cavallo che devo portare mio figlio a casa. Non sta bene e non ce la farebbe a percorrere la strada a piedi. - Francì, come sei pallido - disse la signora avvicinandosi al fraticello. - Sei dimagrito. Ma vedrai che l'aria del paese tuo ti rimetterà in forze. Posso offrire qualcosa? - No, grazie - rispose Grazio. La signora si affrettò per condurre carrozza e cavallo. Grazio sistemò il figlio e partirono. Arrivati alle prime case dell'abitato, Grazio disse al figlio: - Tua sorella Felicita adesso abita qui, con zia Pellegrina. È grande ormai. Noi non abbiamo camere a sufficienza per farla dormire da sola. Zia Pellegrina è felice di tenerla con sé. - Felicita - ripeté Fra Pio, e il suo viso si illuminò improvvisamente. Felicita era la sua sorellina prediletta, con la quale amava giocare quando era a casa. Le faceva i dispetti, e la mamma lo richiamava. - Svergognatello - lo rimproverava mamma Peppa. Ma glielo diceva con tanto affetto, e a lui piaceva sentirsi chiamare così. - Papà - disse parlando con voce sicura, come non aveva ancora fatto fino a quel momento. - Voglio scendere. Voglio salutare Felicita. Tu vai a casa, ti raggiungerò subito. Fra Pio era letteralmente saltato giù dalla carrozza prima che il cavallo si fermasse. Grazio lo guardò sbalordito. Adesso era agile, sicuro sulle gambe. Camminava svelto verso la casa di zia Pellegrina. - Be', allora vado a piedi anch'io - disse Grazio alla signora del bar della stazione, che era venuta ad accompagnarli con carrozza e cavallo. - Signora, poi ci accomodiamo tra noi. - Per carità, Zi' Grazio, è stato un piacere. Vedrà che Francesco qui da noi si riprenderà bene. - Grazie, signora. Grazio si incamminò verso Rione Castello. All'arco della porta, passando davanti alla Madunella, l'icona con l'immagine della Vergine, si tolse il capello. Fin dal giorno prima aveva un groppo sullo stomaco. Quel gesto silenzioso era una profonda invocazione di aiuto. Salì in vico Storto Valle. Mamma Peppa era sull'uscio della cucina con le figlie Pellegrina e Graziella. - E Francì? - domandò spaventata. - Mo' arriva - rispose Grazio depresso. - Dov'è andato? - Si è voluto fermare a salutare Felicita. - Come sta? - E che ne saccio? A Serracapriola stava male. Molto male. In due per metterlo in carrozza. Qui sta bene. Correva verso la casa di zia Pellegrina come un capriolo. - Mamma. - La voce inconfondibile fece sobbalzare il cuore a mamma Peppa. - Mamma, sono qui - e Fra Pio abbracciò con trasporto la sua "mammella", come la chiamava lui. Poi fu la volta delle due sorelle, che lo coprivano di baci. - Fatti vede'? - disse mamma Peppa. - O mio Dio, come sei magro, come sei patito. - Non ti preoccupare, mamma, mi riprenderò. Che fai per cena? - Rape. - Stasera, allora, fai la pietanza mia. Sono quindici giorni che non mangio e ho appetito. Le rape erano già pronte. Mamma Peppa le mise in tavola. Francesco divorò una porzione di rape condite con l'olio di casa, quello che Grazio ricavava con amore dalle olive dei suoi campi. Poi chiese una seconda porzione. E una terza. - Hai proprio fame - commentò mamma Peppa. - Ti ho detto, sono due settimane che non mangio. Mi sentivo morire. Ma adesso sto bene. Dove dormo questa notte? - Ti ho preparato il letto nella Torretta. - Bene, bene. Adesso vado a dare un salutino a Don Salvatore e poi andrò a dormire. Sono stanco. Uscì felice, seguito dalle due sorelle che non lo abbandonavano un momento. Grazio lo guardò scrollando la testa. - Che c'è di nuovo? - gli domandò mamma Peppa, che aveva capito da quel gesto che suo marito aveva delle preoccupazioni. - Niente - rispose Grazio un po' bruscamente. - Io sono andato a Serracapriola con il cuore in gola per la paura. L’ho caricato sulla carrozza di peso. Ho fatto il viaggio pensando che dovesse morire da un momento all'altro ed eccolo qui, bell'e guarito. Sono contento. Ringrazio il Signore. Ma non ci capisco niente. Proprio niente. Mamma Peppa aveva ascoltato in silenzio lo sfogo del marito. Era felice di vedere suo figlio sereno e di buon appetito. Ma si domandava anche lei, preoccupata, come mai in convento Fra Pio stesse sempre male mentre appena arrivava a casa era sano come un pesce. «Forse abbiamo sbagliato a mandarlo in convento" pensò anche lei.
16
Era la terza volta in sei mesi che Fra Pio tornava a casa mezzo morto e si riprendeva subito. Restava magro, debole, con la tosse, ma poteva muoversi tranquillamente. Mangiava, faceva passeggiate, trascorreva intere giornate a Piana Romana, nei campi di suo padre. In quest'ultima occasione, però, la ripresa era stata ancor più rapida del solito. Se n'erano accorti tutti. - Francì, l'aria di Pietrelcina è aria fina - gli ripeteva Angelantonio, un anziano vicino di casa, tutte le volte che lo vedeva passare. - Fa risuscitare anche i morti. - Francì, tu stattene qui da noi, e i tuoi malanni non ti daranno più fastidio - gli faceva eco Adrianella, una vecchietta che gli voleva bene come fosse stato suo figlio. Tutto il paese partecipava alle vicende di Fra Pio. Tutti erano felici nel vederlo rinfrancato. Qualcuno però riteneva che quei cambiamenti repentini, così rapidi da risultare inspiegabili, e che si ripetevano a ogni suo ritorno a casa, fossero sospetti. E sentì il dovere di coscienza di inviare una lunga lettera al Padre provinciale, a Foggia, per informarlo dettagliatamente di quanto avveniva. «Questo giovane chierico è un abile imbroglione" accusava la lettera. "Si prende gioco dei suoi superiori, dei suoi confratelli, e di tutti coloro che credono ai suoi malanni inventati. Non si guarisce con poche ore di soggiorno da malattie gravi, se non per intervento divino." Padre Benedetto lesse e rilesse la lunga lettera. Era dettagliata, puntigliosa. Da quando era arrivata la teneva lì, sul tavolo grande del suo studio, tra le pratiche urgenti e la corrispondenza importante, e ogni tanto la riprendeva in mano. Era stata scritta da una persona molto in vista a Pietrelcina, che non si era nascosta dietro l'anonimato. I fatti che denunciava meritavano quindi la massima attenzione. "Se le cose stanno davvero in questo modo" disse fra sé il Padre provinciale mentre camminava nervosamente nell'ampio studio "devo intervenire. Lasciar correre significherebbe preparare il terreno a uno scandalo che, nel caso dovesse poi scoppiare, porterebbe un danno irreparabile." Non riusciva tuttavia a convincersi che Fra Pio fosse quel losco imbroglione dipinto dalla lettera. I fatti erano indubbiamente sconcertanti. Il giovane partiva dal convento moribondo e, poche ore dopo l'arrivo a casa, era sano. Prese la lettera e lesse ad alta voce la frase che Io aveva maggiormente colpito e messo a disagio: - Non è che si senta meglio tornando qui. Arriva ed è già sano. "Arriva ed è già sano." Come poteva accadere? - Non è possibile - disse con veemenza Padre Benedetto dopo aver riflettuto per alcuni minuti. - Sono stato io a portare Fra Pio dal professor Nardacchione, che ha diagnosticato "bronco alveolite all'apice sinistro". La diagnosi è stata poi confermata da altri medici, e anche dal professor Ernesto Bruschini di Napoli. Anzi, con il passar del tempo la malattia è risultata sempre più grave. Ultimamente i medici parlavano di tisi diffusa. Fra Pio non può inventarsi malattie che poi i medici riscontrano in modo oggettivo. Emise un lungo sospiro di sollievo. Aver evidenziato quel punto fermo della situazione lo aveva rasserenato. Lui voleva bene a quel giovane. Il solo pensiero che potesse essere diverso da come lo considerava lo addolorava. Guardò dalla finestra. Sulla città stava per scatenarsi un temporale. Continuò a camminare su e giù per la stanza cercando di «visualizzare" tutti gli aspetti del problema. - Fra Pio - rifletteva ad alta voce - è un ragazzo molto sensibile, un sentimentalone. Anche la più piccola gioia è un grado di infondergli un'energia potente. Probabilmente, tornando in famiglia, trovandosi con i genitori e le sorelle che tanto ama, sarà stato preso da una tale euforia che avrà avuto l'illusione di stare bene. Gli vennero in mente gli occhi del giovane. Quando parlava della propria famiglia, Fra Pio si illuminava. I suoi occhi ridevano. Lo aveva notato diverse volte e ne era rimasto colpito. «È un ragazzo d'oro" disse ancora fra sé. "Comunque" aggiunse concludendo la sua lunga riflessione «bisogna chiarire questa situazione una volta per sempre, per evitare chiacchiere sul conto di Fra Pio e sul buon nome dei frati." Pensò di chiedere l'aiuto di Padre Agostino, che era un religioso di sua fiducia e inoltre conosceva bene Fra Pio. Gli fece spedire subito un telegramma convocandolo a Foggia per comunicazioni urgenti. Padre Agostino era abituato a ricevere convocazioni di quel genere. Padre Benedetto lo stimava molto e quando doveva prendere decisioni delicate desiderava consultarlo. Non si meravigliò di quel telegramma, tuttavia si chiedeva con curiosità quale problema dovesse affrontare questa volta il suo Superiore. Prese il treno a Serracapriola la mattina, dopo aver celebrato Messa, e verso mezzogiorno era già nello studio del Padre provinciale. - Devo risolvere in fretta il problema Fra Pio - esordì Padre Benedetto affrontando subito l'argomento per cui l'aveva chiamato. - Che è successo? - domandò Padre Agostino colto di sorpresa, poiché il fatto che potesse essere il giovane chierico il succo del problema non gli era minimamente passato per la testa. Il Provinciale gli mostrò la lettera giunta da Pietrelcina. Padre Agostino la lesse con attenzione, ma senza lasciar trasparire dal proprio viso alcuna impressione. - Ci facciamo prendere in giro - disse Padre Benedetto con tono alterato. - La gente mormora. È facile poi mettere in piedi uno scandalo. - Non ce l'aveva con Fra Pio, ma con il problema che quello scritto suscitava. - È una lettera curiosa - ammise Padre Agostino con la calma più assoluta. - Mi sembra strano, però, che sia tutto vero quello che c e scritto. Certo, lo scrivente, per il fatto che firma ed è una persona qualificata, si prende le proprie responsabilità. E questo fa ritenere che, almeno apparentemente, le cose stiano come lui le descrive. Però ho i miei dubbi. - Dubbi? - Nella malattia di Fra Pio continuano a saltar fuori sempre nuovi risvolti sconcertanti. - E con ciò? - È una malattia che non si può classificare con sicurezza. - Ha ragione allora il Padre guardiano del tuo convento che giudica Fra Pio un isterico e sostiene che le sue malattie sono un paravento per fare i suoi comodi. - Questo no, te lo posso assicurare. Del resto, lo conosci bene anche tu Fra Pio e sai che non sarebbe capace di simili atteggiamenti. - È vero, lo stimo e ritengo che non sia un imbroglione. - E allora di che ti preoccupi? - Molti confratelli mi criticano. Dicono che ho delle preferenze per lui. Io sono il Superiore di tutti i religiosi di questa Provincia e non posso concedere a uno speciali permessi che nego ad altri. E queste insinuazioni - aggiunse agitando la lettera che teneva in mano - aggravano di certo il malcontento. - È giusto preoccuparsi, ma non più del dovuto. Tu hai giudicato con coscienza e hai agito per il bene di un tuo confratello. - Ma sono stato ingenuo - ribatté Padre Benedetto dandosi uno schiaffo sulla fronte quasi a punire una sua debolezza. - Nessun religioso ammalato ha mai avuto un bisogno assoluto di andare a casa propria per curarsi. Fra Pio deve mettersi in testa che l'aria buona può trovarla anche nei nostri conventi, ne scelga uno in montagna, in collina, al mare, dove crede, ma deve stare in convento. - Fra Pio non ha mai chiesto di andare a casa per curarsi. Sono stati i medici a prescrivere l'aria del paese natale. - Hai ragione, e io ho sempre voluto dare ascolto ai medici. Ma sono ormai tre anni che Fra Pio continua avanti e indietro da casa. Risultati apprezzabili non se ne sono visti. Sta bene quando è a casa, torna ad ammalarsi rientrando in convento. E per di più, a ogni ritorno, i suoi disturbi sono sempre più gravi. A questo punto devo concludere che la permanenza in famiglia serve solo a peggiorare la situazione. - Ti sei mai domandato perché tutti i medici, nessuno escluso, nel caso di Fra Pio abbiano sempre indicato come rimedio per la sua salute il ritorno a casa? Non ti sembra una coincidenza strana? - Questa domanda me l'hai già fatta. Ci ho pensato e mi è venuto il sospetto che potrebbe trattarsi di un inganno diabolico. Satana potrebbe servirsi della malattia per tenere Fra Pio lontano dal convento e rovinargli a poco a poco la vocazione. Questo ragazzo e un anima eletta. Se Dio lo ha chiamato nel chiostro non può poi costringerlo a viverne fuori. Sarebbe una contraddizione. Ecco perché mi convinco sempre più che sia un errore lasciarlo a casa. La Regola, lo sai bene, non permette che un religioso viva fuori del chiostro. Se questo diventasse necessario, deve chiedere la secolarizzazione. Deve lasciare l'Ordine e tornare alla vita nel mondo. Ecco il pericolo. - E allora che intendi fare? - domandò Padre Agostino. Da come il Provinciale parlava, aveva capito che si era già fatto un programma preciso e voleva il suo aiuto per realizzarlo. - Ti ho chiamato qui - disse Padre Benedetto - per chiederti di andare a Pietrelcina, prendere Fra Pio e riportarlo in convento. Tu gli sei amico e saprai spiegargli bene le cose in modo che capisca e non si allarmi. - Lo riporto a Serracapriola? - No, portalo nel convento di Morcone, che dista da Pietrelcina una trentina di chilometri. Non credo che la qualità dell'aria, a una distanza così minima, cambi di molto. Dovrebbe trovarsi bene anche lì. - Intanto io sto prendendo contatti con uno dei più celebri professori medici che abbiamo in Italia, il professor Antonio Cardarelli, docente universitario a Napoli. Voglio che esamini a fondo il ragazzo e risolva l'enigma. Mi deve spiegare perché in convento si ammala e a casa sta subito bene. Voglio che mi faccia capire definitivamente se è tisico oppure se i suoi disturbi sono soltanto delle fisime. - E se avrai anche da lui la stessa diagnosi e gli stessi consigli che hai ricevuto dagli altri medici? - Mi rassegnerò. Ma ritengo che fare estrema chiarezza su questo problema sia importante per la vita religiosa di Fra Pio. Per questo sto anche pregando tutti i giorni e sto facendo pregare affinché Dio ci illumini. Ho incaricato alcune anime elette di chiedere con insistenza a Dio che la risposta del professor Cardarelli sia per me un segno chiaro, un'indicazione precisa della Sua volontà. Non voglio continuare a tormentare il ragazzo, ma non voglio neppure che si perda. Lo condurrò a Napoli io stesso. Sento che questa visita ha un'importanza decisiva. Padre Agostino partì subito per Pietrelcina. Giudicava giusto il piano del Superiore provinciale, ma era convinto che non avrebbe risolto la situazione. Erano troppi ormai gli indizi che lasciavano capire come in Fra Pio si stessero manifestando fenomeni che non avevano niente a che vedere con la "normalità" della vita. Padre Agostino giunse a Pietrelcina in serata. Si recò direttamente in canonica per salutare Don Salvatore, che gli offrì subito e volentieri ospitalità per la notte. Poi andò in vico Storto Valle da Fra Pio per riferirgli gli ordini del Provinciale. Fra Pio rimase sorpreso, ma, come aveva imparato al noviziato, disse soltanto: - Sì, Padre, domani partiamo. - Ti attendo domattina in canonica - replicò Padre Agostino e lo salutò. Sapeva di avergli dato un dolore. Don Salvatore era felice di avere un ospite. Gli piaceva conversare con quel religioso che giudicava colto e saggio. Dopo cena, invitò Padre Agostino nel proprio studio, accese un sigaro, ne offrì uno anche al frate che lo rifiutò, e restarono a lungo a parlare. Affrontarono molti argomenti e, alla fine, anche quello di Fra Pio. Ma brevemente, di sfuggita. Sembrava che tutti e due non volessero toccare quel tema perché a tutti e due dispiaceva che il giorno dopo il giovane dovesse lasciare Pietrelcina, dove si trovava tanto bene. Al mattino Fra Pio era in chiesa presto, come al solito. Fece la meditazione e poi servì la Messa a Padre Agostino. Andò a salutare la mamma e le sorelle. Alle 9,30 si avviò con Padre Agostino verso la stazione, che gli era diventata ormai familiare. Negli ultimi tempi andava a veniva spesso da Pietrelcina. Ricordò il suo primo viaggio in treno: da Pietrelcina a Morcone, nel gennaio del 1903, per entrare al noviziato. Sorrise pensando a quante cose erano cambiate nella sua vita da allora. A Morcone era atteso. Con un telegramma il Padre provinciale aveva già informato il Superiore di quel convento, che era andato a prendere il giovane alla stazione dei treni. Padre Agostino continuò il viaggio per Serracapriola. - Ti troverai bene con noi - disse il Padre guardiano dì Morcone a Fra Pio. - Ne sono sicuro - rispose il giovane. - Mi piace questo convento. Ha tanti ricordi per me. L'anno di noviziato non si dimentica. Era una bella giornata. di sole. Il sentiero che conduceva al convento si snodava tra folti alberi che con le loro chiome lussureggianti creavano un'ombra fresca e ventilata. Giunsero in convento verso mezzogiorno. Fra Pio prese possesso della cella che gli fu assegnata e poi scese in refettorio per il pranzo. Era stanco. Mangiò poco e cominciò subito ad accusare problemi di stomaco. Fu costretto a lasciare il refettorio. Il Padre guardiano lo seguì preoccupato. Fra Pio lo rassicurò: - Il viaggio in treno mi fa sempre brutti scherzi - disse. - Vado in cella e mi riposo un poco. Vedrà che mi riprenderò. Stette male tutto il pomeriggio, ma non disse niente a nessuno. Alle 19 volle scendere in coro per la meditazione. Però, mentre pregava, fu colto da un fortissimo capogiro e cadde svenuto. I confratelli lo portarono di peso in cella e lo misero a letto. Aveva brividi in tutto il corpo, febbre elevata, sudava. Il Padre guardiano, fedele alle raccomandazioni del Provinciale che gli aveva chiesto di vegliare con particolare attenzione su quel giovane ammalato, decise di restare accanto al suo letto per assisterlo. A un certo momento Fra Pio cominciò a vaneggiare, a parlare, sembrava si rivolgesse a delle persone invisibili. Il Guardiano si spaventò, corse a chiamare altri confratelli e non volle più restare solo in quella cella. Al mattino inviò un telegramma al Padre provinciale in cui diceva che Fra Pio stava malissimo e che lui non se la sentiva di tenerlo in convento. Perciò, appena il giovane si fosse potuto reggere in piedi, lo avrebbe rimandato a Pietrelcina. Il Padre provinciale gli rispose con un telegramma imponendogli, per obbedienza, di tenere Fra Pio e di assisterlo fino a nuovo ordine. Il giorno dopo il Padre provinciale inviò al Guardiano di Morcone un nuovo telegramma con cui gli diceva di accompagnare Fra Pio al convento della Madonna del Monte, vicino a Campobasso. Era un luogo di villeggiatura, con aria finissima, e quindi l'ammalato si sarebbe dovuto trovare bene. Ma anche là Fra Pio continuò a stare molto male. Appena conobbe il giorno e l'ora della visita dal professor Antonio Cardarelli, il Padre provinciale si recò a Campobasso, prelevò Fra Pio e lo accompagnò a Napoli. Fecero il viaggio quasi in silenzio. Padre Benedetto sembrava scocciato. Fra Pio si sentiva in colpa per i disturbi che arrecava. Il professor Cardarelli, che era uomo di fede, accolse benevolmente i due religiosi. Visitò con cura l'ammalato, poi volle restare solo con il Superiore provinciale. - il suo giovane confratello è in una situazione molto grave - disse con tono serio. - Grave? - domandò sorpreso Padre Benedetto. - Cosa intende con questa parola? - I suoi polmoni sono irreparabilmente compromessi dalla tubercolosi. Non credo possa andare avanti ancora per molto. E non credo neppure che, ormai, si possano trovare cure capaci di fermare l'infezione polmonare. - Professore, lei mi spaventa. - Lo capisco. Il mio compito, purtroppo ingrato, è di dire la verità. Non posso ingannare con pietose bugie. - Che cosa mi consiglia di fare? - Mi ha detto che il ragazzo è di Pietrelcina. Lo accompagni a casa sua. Il viaggio non è lungo e non sarà faticoso per lui. E lo lasci tra i suoi cari, che viva sereno finché può. Non c'è altro da fare. - È proprio sicuro? - Questa è la mia convinzione. - Non ci sono cure nuove, con nuove medicine? - Lo escludo. Ma le vie del Signore sono infinite. Voi religiosi avete l'arma della preghiera, che a volte può essere più efficace delle medicine. Non bisogna perciò chiudere le porte alla speranza. Padre Benedetto uscì dalla studio del professor Cardarelli con il cuore in subbuglio. Aveva il volto in fiamme per l'agitazione. Si sentiva in colpa. «Ho pensato che Fra Pio si inventasse tutto e invece sta morendo" diceva fra sé, e gli venivano le lacrime agli occhi per il dolore. Fra Pio notò la confusione e lo sconcerto sul viso del Superiore. - Padre, sono grave? - domandò. - No, no, non sei grave - gli rispose con un sorriso forzato. - Ma la malattia c'è e galoppa. Devi curarti, e dobbiamo pregare molto il Signore e la Madonna che ci aiutino. Ormai era mezzogiorno. L’aria calda che gravava sulla città era un tormento per loro, a causa del saio pesante. Padre Benedetto pensò che andare a prendere il treno a quell'ora era faticoso. - Andiamo a mangiare qualcosa - propose a Fra Pio. - Così staremo un po' all'ombra in queste ore di afa. Trovarono una trattoria discreta con pochi avventori. Si sedettero in un angolo. Padre Pio era felice di stare con il suo Superiore provinciale. La novità del ristorante lo rendeva allegro. Mangiò con appetito, ma non aveva ancora finito che cominciarono i disturbi di stomaco. Fu costretto a uscire dalla trattoria, si nascose dietro un muretto e vomitò. Padre Benedetto lo raggiunse, se ne stava in disparte e ogni tanto gli chiedeva come si sentisse. - Mi dispiace averle dato tanto disturbo - disse Fra Pio quando la crisi si fu calmata. I rimorsi di Padre Benedetto erano aumentati. Camminava in silenzio accanto al giovane confratello in direzione della stazione. Nei pressi di via Monte Oliveto vide l'insegna di un fotografo. - Vieni che ti faccio fare un ritratto - disse a Fra Pio. - No, Padre, mi vergogno - rispose il giovane chierico. Ma Padre Benedetto insistette. Le parole del professore, che aveva dato pochi mesi di vita a quel giovane, pesavano come macigni sul suo cuore. "Avrò almeno un suo ritratto da conservare" pensava guardando Fra Pio. Entrarono dal fotografo, e Fra Pio venne immortalato in un'immagine che lo mostra con gli occhi accesi dalla strana febbre che lo divorava interiormente. Padre Benedetto accompagnò personalmente Fra Pio a Pietrelcina. Ormai non gli interessavano più le critiche, le chiacchiere. Aveva appreso una terribile verità e voleva che Fra Pio trascorresse in assoluta tranquillità gli ultimi giorni della sua vita. Non ebbe il coraggio di riferire al giovane le previsioni del professor Cardarelli. Si limitò alla diagnosi della malattia. Così fece con mamma Peppa. - Il professore - le disse - ha confermato, purtroppo, che la tubercolosi sta mangiando il polmoni al nostro Fra Pio. Vostro figlio ha bisogno di serenità, di riposo, di aria sana. Credo che qui possa trovare tutto questo. Mamma Peppa si mise a piangere. E lui era commosso. Per rientrare a Foggia Padre Benedetto prese la via più lunga, quella che saliva a nord e passava per Serracapriola. Aveva bisogno di sfogarsi con qualcuno e andò da Padre Agostino. - Avevi ragione tu, ho sbagliato tutto - gli disse quando furono soli. - Il professore non solo ha confermato la malattia e la sua gravità, ma mi ha anche detto che Fra Pio avrà ancora molto poco da vivere. È spacciato, poverino. E io quasi quasi credevo alle insinuazioni di quella stupida lettera. Quasi credevo che il ragazzo stesse recitando la commedia, che volesse imbrogliarci tutti. Non me lo potrò mai perdonare. - Cos'ha detto esattamente il professor Cardarelli? - domandò allarmato Padre Agostino. - Che la tubercolosi gli ha devastato i polmoni al punto che ormai le cure sono inutili. E ha consigliato di lasciarlo a Pietrelcina, in attesa della fine che ritiene imminente. - È terribile. - Povero ragazzo, non ho avuto il coraggio di dirgli la verità, ma credo che l'abbia intuita vedendo la mia faccia. Devo andare a trovarlo - disse Padre Agostino. E dopo un po' aggiunse con decisione: - Eppure, io non credo che la malattia avrà il sopravvento. - Me lo auguro - rispose Padre Benedetto. - Ma purtroppo le parole del professore non lasciano speranze. - In quel ragazzo si stanno verificando fatti inspiegabili per noi, almeno per il momento, ma che indicano come su di lui ci sia un disegno divino preciso. - Che intendi dire? - Che probabilmente le sue malattie non sono frutto solo di anomalie fisiche. Potrebbero essere prove che Dio concede per fini suoi. Solo così si possono spiegare le improvvise crisi e gli altrettanto improvvisi miglioramenti. E trovo strano anche il fatto che tutti i medici siano concordi nel consigliare l'aria del paese natale come fonte di salute. Perché sono d'accordo proprio tutti? Forse anche su questo Dio ha i suoi disegni. - Potresti avere ragione. È una tua idea fissa. Continui a ripetermelo. Però, come già ti avevo detto, invece che disegni di Dio potrebbero essere trappole di Satana. Potrebbe essere lui, lo spirito del male, a giostrare tutta la faccenda per tenere Fra Pio lontano dal chiostro e rovinargli la vocazione. - Tu però mi hai detto di aver pregato a lungo il Signore, e di aver anche fatto pregare certe anime predilette da Dio perché volevi che il Signore ti desse un segno preciso, attraverso la visita del professore di Napoli. Se il Signore ti ha ascoltato, devi escludere che la malattia e il soggiorno a Pietrelcina siano voluti da Satana. Sono proprio suggeriti da Dio, chissà per quali fini. Io sono convinto che Fra Pio non morirà. - Speriamo che tu abbia ragione. Comunque, resta il fatto che la malattia esiste, è indiscutibile, è grave, e quindi il soggiorno di Fra Pio a casa è perfettamente giustificato. Tutto questo lo abbiamo chiarito. Il resto è nelle mani di Dio. Staremo a vedere che cosa succederà.
17
Il ritorno di Fra Pio a Pietrelcina rese molto felice mamma Peppa. Ma sapere che quel suo ragazzo aveva i polmoni devastati dalla tubercolosi era un tormento. Non riusciva a rassegnarsi. Guardava il suo Francesco e scrollava il capo ripetendo: - Non è possibile, non ci posso credere. - Il professor Cardarelli dice che non potrò vivere a lungo -diceva scherzando Fra Pio, dato che gli piaceva sentire sua madre che protestava e vedere così quanto gli voleva bene. - Non dire queste cose neppure per scherzo! - gridava mamma Peppa. - Ripeto le parole del professore - ribatteva Fra Pio. - Del resto, non ho paura di morire. La morte è una liberazione. Mi permetterà di andare in paradiso, a trovare Gesù e a restare per sempre accanto a lui, nella felicità. - Stai zitto. Andrai in paradiso quando sarai vecchio e avrai finito la tua vita. Sei ancora un ragazzo, tu non puoi e non devi morire. - Ma che cos'è il tempo, mamma? Di fronte all'eternità, mille anni in più o mille anni in meno sono come un battere di ciglio. Morire giovani o morire vecchi non cambia, di fronte all'eternità. - Francì, non ti voglio sentire parlare in questo modo. Io voglio che tu diventi vecchio. Era terrorizzata dalla diagnosi del professor Cardarelli. Ci pensava continuamente. Voleva trovare argomenti per convincersi che il professore si sbagliava. Alla sera, dopo cena, quando restava sola in cucina con il marito, continuava ad affrontare quell'argomento. Grazio non le diceva di smetterla di tormentarsi perché anche lui era preoccupato. Si trattenevano a lungo a parlare, valutare, fare supposizioni. - Perché dobbiamo pensare sempre che i professori sono infallibili? - domandava mamma Peppa. - Anche gli scienziati possono sbagliare. - Solo Dio conosce l'avvenire. È a lui che dobbiamo affidarci - sosteneva Grazio. Una sera mamma Peppa, dopo la solita conversazione piena di lamenti e supposizioni, disse decisa: - Domani vado da Fajella. - Ecco, ci risiamo con i maghi - protestò Grazio alzando gli occhi al cielo. - Mi pareva che non dovessero entrare in discussione. Ma che cosa vuoi che sappia Fajella. - È un veggente bravissimo, lo dicono tutti. - Anch'io sono un veggente come lui. - Quando Francesco era piccolo, lui mi ha detto che sarebbe diventato famoso in tutto il mondo. - E invece è tisico e sta per morire. - Ma non morirà. - Lo spero bene. Ma non per merito di Fajella. - Indovina tutto. - È un povero diavolo come tutti noi. Il futuro è nelle mani di Dio, non nei libri dei maghi. Mamma Peppa rimase in silenzio. Sapeva che suo marito aveva ragione, ma quel lontano responso di Fajella in qualche modo l'aiutava a sperare, contro le diagnosi drammatiche del professore di Napoli. Il mattino dopo mamma Peppa si alzò con un'altra idea che le pareva più concreta e la comunicò subito a Grazio, che stava preparandosi per andare nei campi. - Voglio parlare con il nostro medico di Pietrelcina, il dottor Cardone - gli disse. - Lui conosce Francesco. Lo ha visitato diverse volte, ma non ha mai nominato la tisi. Con i suoi decotti e i suoi sciroppi è riuscito sempre a rimetterlo in salute. Voglio sentire che cosa pensa di quanto ha detto il professore di Napoli. - Questa sì che mi sembra un'idea sensata. Due medici valgono sempre più di uno, e lascia perdere i maghi - rispose Grazio. Era contenta di aver ricevuto l'approvazione del marito. Grazio, che all'apparenza sembrava piuttosto rozzo, in realtà era molto sensibile. Mamma Peppa lo conosceva bene, Io stimava ed era sempre molto innamorata di lui. Era anche preoccupata perché il marito aveva deciso di ripartire per l'America. Del resto, la famiglia aveva bisogno di soldi. Il primo viaggio non era stato fruttuoso. I debiti contratti per far studiare Francesco non erano ancora stati saldati. Grazio voleva ritentare la fortuna. Ma con il figlio in quelle condizioni la partenza diventava drammatica. E mamma Peppa non voleva che, al dolore per l'allontanamento dalla famiglia, il suo Grazio dovesse aggiungere le preoccupazioni per la salute di Francesco. Voleva trovare il modo di farlo partire tranquillo. Andò a trovare il dottor Andrea Cardone. Era un medico giovane, aveva da poco superato i trent'anni, ma in paese lo stimavano tutti. Gli riferì della visita a Napoli e della diagnosi del professor Cardarelli. - Dottore - disse alla fine - vorrei che lo visitasse lei mio figlio Francesco. Ma bene, bene. - Uho già visitato tante altre volte e non l'ho mai trovato grave - rispose il dottor Cardone. - Vorrei che lo visitasse ancora per constatare se è migliorato o se invece è peggiorato. - Va bene, verso sera verrò a trovarlo a casa vostra. Mamma Peppa pregò il figlio di non uscire quel pomeriggio. Fra Pio se ne rimase nella Torretta a pregare. Quando giunse il dottor Cardone, si trasferì nella camera dei genitori dove il medico, sotto lo sguardo vigile di mamma Peppa, lo visitò in modo meticoloso. - Non trovo niente di cambiato - disse a mamma Peppa quando ebbe finito. - La situazione mi sembra stabile. Fra Pio è gracile, come sempre. Noto un vistoso deperimento che ritengo conseguenza del suo modo di vivere. - E rivolgendosi al fraticello aggiunse con tono di scherzoso rimprovero: - Fai troppe penitenze, troppi digiuni, troppe veglie notturne. Ci vuole moderazione anche nei sacrifici e nelle privazioni. - Sorrise a Francesco, che ricambiò, e concluse: - Trovo presente e florida la solita bronchite, che direi diventata ormai cronica. Ma nient'altro. - E la tubercolosi? - domandò mamma Peppa. - Non la sento. - Il professore di Napoli allora si è sbagliato. - Non intendo contraddire il mio illustre collega, ma non riesco a capire su che cosa si fonda la sua diagnosi. Se suo figlio avesse i polmoni ridotti nello stato che il professore sospetta, durante l'auscultazione si dovrebbe sentire un murmure inconfondibile. Anche un sordo dovrebbe essere in grado di scoprire la malattia a quello stadio. - E lei non lo sente? - No. Io non lo sento e sono convinto che non ci sia. - E come facciamo per essere sicuri, per stare tranquilli? - incalzava mamma Peppa, convinta di aver scovato un appiglio di speranza. - Una prova c e - rispose il medico. - L'esame della tubercolina. Un test semplice. Si fa un'iniezione e se nel corpo dell'ammalato si trovasse il bacillo di Koch, si verificherebbe subito un 'inconfondibile reazione cutanea. - Risposta sicura? - Matematica. - Dove si può fare? - Qui a casa. Se vuole mi procuro l'iniezione. - Facciamola, facciamola subito - disse mamma Peppa, che era impaziente di avere certezze. Anche il dottor Cardone era impaziente. Ormai si era compromesso esprimendo un parere diverso da quello di un grande luminare della medicina, e doveva motivarlo. Doveva dimostrare di aver ragione. D'altra parte, nei polmoni di quel giovane non rilevava alcun sintomo che potesse far pensare a un grave stato di tisi. Il giorno dopo andò a Benevento per procurarsi le fiale necessarie per il test e poi eseguì la prova. Nessuna reazione. - Sono proprio contento - disse il dottor Cardone a mamma Peppa e a Fra Pio. - Come avevo previsto, non c'è alcuna infezione tubercolotica. - Eppure - intervenne Fra Pio - la malattia mi è stata diagnosticata da tutti i medici che mi hanno visitato, anche prima del professor Cardarelli. - E che ti devo dire? - rispose il dottor Cardone - Qui le analisi specifiche parlano chiaro. Non c'è reazione alla tubercolina. E questo significa che tu non sei affatto ammalato di tisi. Può darsi che quando non sei a Pietrelcina ti venga la tisi, ma quando sei qui non ce l'hai. Non saprei che altro dirti. Le visite e i ragionamenti del dottor Cardone avevano sollevato mamma Peppa e tutta la famiglia. Però, quel medico era tanto giovane. - Non si offenda, dottore - gli disse mamma Peppa andando ancora una volta a trovarlo nello studio. - Non potrebbe sottoporre mio figlio a una nuova visita da uno specialista di sua fiducia? Sia pure a Napoli o a Roma, dove vuole lei. Ci sentiremo più sicuri. - Volentieri. Anch'io mi sentirò più sicuro se avrò la conferma di un collega più esperto di me - rispose il dottor Cardone con un sorriso. Si diede da fare. Attraverso amici riuscì a ottenere un appuntamento dal professor Pietro Castellino, clinico primario all'Università di Napoli. Accompagnò personalmente Fra Pio dal professore, il quale, dopo una lunga visita e un test alla tubercolina, escluse anche lui la presenza della tubercolosi. - Adesso deve stare proprio tranquilla - disse a mamma Peppa il dottor Cardone rientrando da Napoli. - Suo figlio non è tisico. - Sia lodato Gesù e Maria - rispose mamma Peppa. In mezzo a quella ridda di opinioni, Fra Pio non sapeva cosa pensare del proprio stato di salute. Forse, dal momento che era sempre pieno di acciacchi e di dolori, continuò a tenere per buona l'opinione più drastica. - Sono tisico marcio. Morirò presto - diceva spesso. Ma in realtà aveva paura di morire. - Potessi almeno diventare sacerdote per un giorno prima di morire - si lamentava. Lasciando Serracapriola, aveva interrotto gli studi teologici. Si era però portato i libri di testo a Pietrelcina, perché voleva continuare a studiare. Chiese aiuto al parroco, Don Salvatore, che era stato insegnante nel Seminario di Benevento. - Ti aiuterò molto volentieri. Sarà un piacere per me riprendere l'insegnamento - gli rispose Don Salvatore. - Mi servirà per ripassare la teologia e avrò l'impressione di tornare ai tempi della mia giovinezza, quando iniziai a fare il professore. Don Salvatore conosceva bene Fra Pio e lo stimava. Era il suo confessore quando il giovane si trovava a Pietrelcina, e aveva cominciato a intuire quali misteri erano racchiusi nel suo cuore. Con il pretesto dello studio, Fra Pio trascorreva molto tempo con Don Salvatore, che aveva cominciato a chiamare affettuosamente Zi' Tore. Insieme ripassavano le tesi di teologia, ma conversavano anche di molte altre cose. E ogni tanto Fra Pio si lasciava andare a confidenze che sollevavano un velo sulla sua misteriosa vita interiore. - Zi' Tore - gli disse un giorno. - Mentre pregavo a Piana Romana mi è accaduto un fatto strano che non so spiegare né comprendere. - Raccontamelo, e vediamo se ti posso essere d'aiuto. - In mezzo al palmo~della mano è apparso un ciondolo rosso, grande quanto un centesimo. Pareva una ferita, ma la pelle della mano non sanguinava. Quel segno, però, era accompagnato da un dolore forte e acuto che mi faceva spasimare. Ho pregato il Signore che mi aiutasse, perché mi veniva da gridare per lo strazio. - Quanto è durato quello stato di dolore? - domandò Don Salvatore quasi con indifferenza. - Non lo so esattamente. Mi sembrava che il tempo non passasse mai. Credo anche di aver perduto conoscenza. Il dolore si è manifestato subito dopo mezzogiorno e mi sono ripreso quando il campanile suonava l'ora della Morte del Signore. Quindi erano trascorse quasi tre ore. - Ti è accaduto altre volte? - Non così, mai. - Quando è successo? - Ieri, venerdì. - Era il giorno della Morte del Signore - disse Don Salvatore. - Può darsi che Gesù abbia voluto farti partecipe della sua Passione. Sono doni che a volte concede. - E un po' di tempo - aggiunse Fra Pio parlando in fretta, quasi temesse di interrompersi - che dal giovedì sera fino al sabato mattina vivo in uno stato di sofferenza fortissima. Davanti agli occhi della mente mi si presenta tutta la tragedia della Passione di Cristo. Soprattutto mentre prego, ma anche durante il giorno, mentre cammino, studio, il mio pensiero non si stacca da quelle immagini che mi provocano una grandissima compassione. E pensando ai dolori di Cristo, io stesso li sento nel mio fisico. Il cuore, le mani, i piedi, mi sembra che siano trapassati da chiodi. Soprattutto il venerdì pomeriggio. A volte il dolore diventa così intenso da non riuscire a sopportarlo. Don Salvatore rimase in silenzio osservando le pagine del libro su cui stavano studiando. Poi lo chiuse. - Vedi, caro figliolo - disse con un tono di voce sommesso - la sofferenza è un mistero per noi cristiani. Noi non sappiamo perché ce ne sia così tanta nel mondo, ma sappiamo che la sofferenza è un patrimonio. Il più grande che si possa immaginare. Basta che tu rifletta sul fatto che Gesù ha salvato il mondo con la sofferenza. La più atroce. Sarebbe potuto venire sulla terra nella sua potenza regale, da trionfatore. È venuto nella debolezza e gracilità di un bambino. È vissuto nell'umiltà di un normale artigiano ed è morto come un malfattore, sulla croce, il supplizio che i romani riservavano solo agli schiavi. - Gesù ha sofferto per noi e noi dobbiamo soffrire per lui, per ripagare il suo amore - disse Fra Pio con slancio generoso. - Non esattamente - riprese Don Salvatore. - Lui non ha bisogno della nostra sofferenza. Ci è grati se la accettiamo per suo amore, in quanto vede che gli vogliamo bene. Ma non vuole che soffriamo. Ci ama, e chi ama desidera la felicità della persona amata. La sofferenza ha un valore per noi. È una moneta. Per capire a che cosa serve, devi pensare al Corpo mistico di Cristo. Una delle grandi verità della nostra fede. Gesù ha voluto che tutti i viventi dell'universo, quelli che sono su questa terra, quelli che ci sono stati da Adamo in poi e ora si trovano nell'aldilà, e quelli che verranno fino alla fine del mondo, formassero insieme a lui il Corpo mistico di Cristo. Cioè un organismo unico, di cui egli è il capo. E in questo organismo si realizza la storia, si combatte la suprema battaglia tra il bene e il male. Egli, con la sua sofferenza, e in particolare con la sua Morte in croce, ha riscattato questo organismo che era in potere del male, salvandolo per l'eternità. E ha dato la possibilità a ciascuno dei suoi seguaci di partecipare, con le loro sofferenze sopportate per amore, a quest'opera di redenzione che continua nel tempo. Tutti noi, perciò, quando siamo uniti a Cristo e soffriamo per amore suo, lavoriamo per il bene degli altri. Soffrire vuol dire amare. Cioè donare ai nostri fratelli. - E io voglio dare tutto me stesso agli altri. Voglio amare fino a morire. Quindi voglio soffrire tanto. Voglio essere come Gesù in croce. - Calma, calma, non esagerare, figliolo - disse Don Salvatore sorridendo. - Gesù ha il vizio di prendere in parola le persone generose. Se prometti, devi mantenere. - Ma io ho già promesso. Quando ero ancora un bambino, qui, nella nostra chiesa, mi sono consacrato a Gesù per la salvezza dei peccatori. Spinto da una forza che non saprei spiegare, sono andato davanti all'altare e ho detto a Gesù: "Ti voglio offrire tutta la mia vita". Lui è sceso dal quadro e mi è venuto vicino, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha sorriso. Anni dopo, al momento della partenza per il noviziato, ero spaventato dalla vita che stavo per iniziare. Sentivo un grande attaccamento alla vita tranquilla che conducevo a casa mia. Gesù allora mi offrì di combattere una terribile battaglia per me e per gli uomini, e io ho ancora accettato. Io voglio soffrire come lui. Se penso a quanto lui ha sofferto per noi, non è possibile rifiutare la sofferenza. - Apprezzo tanta generosità, ma ti raccomando di non aver fretta e di non costruire castelli in aria - replicò Don Salvatore. Si soffermò a guardare il giovane e sentì un grande affetto per lui. Quell'ondata di generosità nel voler soffrire per gli altri palesava la bontà e la grandezza del suo animo. - Adesso torniamo ai nostri studi - disse riaprendo il libro di teologia - perché la prossima settimana dovrai sostenere un esame. Nel settembre del 1908 Grazio Forgione ripartì per l'America. E questa volta portò con sé anche il figlio Michele, che si era sposato da pochi mesi. Il 19 dicembre Fra Pio ricevette gli ordini minori nel Duomo di Benevento. Il 18 luglio 1909, a Morcone, ricevette il diaconato. La sua salute continuava a presentare alti e bassi. Il Padre provinciale ogni tanto provava a farlo rientrare in convento, ma era sempre costretto a rimandarlo a casa per l'insorgere di improvvisi e inspiegabili peggioramenti. Con l'inizio del 1910, però, la salute di Fra Pio cominciò a declinare vistosamente anche a Pietrelcina. Sembrava stesse per arrivare la «prossima fine" preannunciata dal professor Cardarelli. E Fra Pio era spaventato. - Zi' Tore - disse al parroco un giorno in cui non riusciva quasi a reggersi in piedi per la violenza dei dolori - qui vado sempre peggio. Rischio di non arrivare al sacerdozio. Il Signore non mi ritiene degno. - Non buttarti giù - rispose Don Salvatore. - Te lo devi sudare, quel traguardo. Hai promesso a Gesù di voler soffrire per amor suo, e lui ti ha preso in parola. - Ma almeno sacerdote per un giorno vorrei proprio arrivarci. Ho ventitré anni. Il diritto canonico non permette l'ordinazione prima dei ventiquattro. Me ne manca uno, non credo che riuscirò ad arrivare a quel giorno. - Senti - gli disse Zi' Tore in grande confidenza. - Se il tuo Superiore provinciale chiedesse la dispensa a Roma per l'età, potresti essere ordinato sacerdote quest'anno stesso. La grave malattia è una delle ragioni che vengono prese in considerazione per questo genere di deroghe. Inoltre, qualche mese fa, e precisamente nel settembre del 1909, la Congregazione dei religiosi ha dichiarato che, in casi particolari, gli studi ecclesiastici compiuti privatamente possono essere considerati validi per la promozione al sacerdozio. Tu gli studi gli hai fatti con me, e in modo serio. Se il Padre provinciale ottiene la dispensa per l'età, non credo ci saranno intoppi a causa della tua preparazione negli studi. - La ringrazio di cuore - disse Fra Pio. - Scriverò subito al Padre provinciale. Cominciò a darsi da fare. Cocciuto com'era, scriveva lettere non solo al Padre provinciale ma anche a Padre Agostino, che era amico e consigliere del Provinciale. Inoltre pregava e faceva pregare. Importunava le persone ma anche Dio. Il Padre provinciale era contrario a chiedere la dispensa, ma si lasciò convincere dalle suppliche di Fra Pio. E ai primi di luglio del 1910 gli comunicò la buona notizia: «Ho ottenuto la dispensa per l'età" gli scrisse. "Potrai essere ordinato sacerdote il 10 agosto. Vai intanto a Morcone per imparare le cerimonie della Messa." Fra Pio corse a informare Zi' Tore. Poi avverti tutti i suoi parenti. Passava di porta in porta: - Il 10 agosto sarò ordinato sacerdote - palesando con la sua euforia la grande gioia interiore. Come gli aveva comandato il Provinciale, andò a Morcone per imparare le cerimonie della Messa, ma appena giunto fu colpito da gravissimi disturbi e costretto a ritornare subito a casa. Preparò le cerimonie sotto la guida del parroco. Il 30 luglio fu esaminato da una commissione e "giudicato idoneo" per l'ordinazione sacerdotale. La mattina del 10 agosto, verso le 6, insieme al parroco Don Salvatore partì da Pietrelcina con lo sciaraballo, un calessino di un paesano, Alessandro Mandato soprannominato "Sontorsi". La cerimonia dell'ordinazione si svolse nella Cappella dei Canonici di Benevento, e fu presieduta da Monsignor Paolo Schinosi, arcivescovo titolare di Marcianopoli. Erano presenti mamma Peppa e alcuni parenti. Padre Pio rientrò a Pietrelcina verso le 17 e al bivio del paese fu accolto dalla banda musicale, che lo accompagnò fino a casa. Lungo la strada, la gente lo festeggiava lanciando dalle finestre soldi e pezzi di raffaioli, un dolce tipico di Pietrelcina. La Messa solenne la celebrò il 14, e il discorso fu tenuto da Padre Agostino. Mamma. Peppa organizzò nella sua casa una grande festa, sul tipo di quelle che si svolgevano tradizionalmente in occasione di un matrimonio, offrendo agli invitati i piatti caratteristici: raffaioli, biscotti e riso. Grazio festeggiò con i suoi amici in America.
18
I festeggiamenti per la tua prima Messa sono finiti, adesso comincia la tua normale vita di sacerdote. Spero mi darai un aiuto nel lavoro in parrocchia - disse Don Salvatore al neo sacerdote Padre Pio. - Molto volentieri, Zi' Tore. Farò tutto quello che lei mi chiederà. Ho sempre sognato di rendermi utile alle anime. Adesso finalmente posso farlo. Sono impaziente di cominciare. - Ti vorrei affidare soprattutto i bambini. - Gesù li prediligeva. - Dovresti insegnare loro il catechismo, e il sabato prepararli per la Messa e la Confessione. - Trasmettere loro le verità della fede: è un incarico straordinario. - Poi vorrei che tu andassi anche a trovare gli ammalati. Per noi sacerdoti le persone deboli e indifese devono essere al primo posto delle nostre preoccupazioni. Don Salvatore era orgoglioso di quel giovane. Non solo perché lo conosceva bene e sapeva che era un'anima prediletta da Dio, ma perché lo considerava un suo figlio spirituale. Lo aveva conosciuto quando era ancora chierichetto, aveva favorito il suo ingresso in convento, gli aveva insegnato la teologia. - Io, però, non ho ancora ricevuto la facoltà di confessare - disse Padre Pio. - Non ci sono problemi - rispose Zi' Tore. - Nel documento firmato dal vescovo al momento della tua ordinazione sacerdotale c e scritto 'con facoltà di poter confessare - Per le nostre leggi interne all'Ordine, dobbiamo avere questa facoltà non solo dal vescovo, ma anche dal nostro Superiore provinciale. - Non credo che Padre Benedetto te la negherà. Ti farò da garante io. Sono io che ti ho insegnato la teologia morale e so che la conosci, e quindi sei in grado di adempiere al ministero della Confessione. Padre Pio era felice. La salute continuava a procurargli fastidi, ma l'entusiasmo per la sua nuova vita gli dava una carica che non aveva mai avuto prima. Si alzava presto, andava a celebrare la Messa nella chiesa di Sant'Anna, in cima a Rione Castello. All'inizio, alla sua Messa assistevano diverse persone. In genere donne, che poi correvano nei campi a dare una mano ai loro mariti. Ma con il passare del tempo il gruppetto si era assottigliato. - Dovresti dormire un po' di più al mattino - gli disse un giorno Don Salvatore. - La Messa, da domani, la dirai alle 8. - Ma alle 8 non viene nessuno in chiesa - protestò timidamente Padre Pio. - La gente a quell'ora è già tutta nei campi. - Proprio così. Molti sono venuti a lamentarsi perché la tua Messa è troppo lunga. Io non voglio metterti fretta, perciò la dirai alle 8 e potrai andare adagio quanto credi. Padre Pio ci rimase male. Ma si rese conto che forse la gente aveva ragione. Le sua Messa durava oltre un'ora, mentre quelle degli altri sacerdoti non superavano la mezz'ora. - Come mai sei così lento nel dire la Messa? - gli domandò incuriosito Don Salvatore. - Mi soffermo a pensare. - Anche noi pensiamo, ma senza fermarci. - Sapere che lì, fra le mie mani, in quel momento si ripete il sacrificio della croce, mi mette addosso una forte agitazione. È un fatto incredibile quello che sta accadendo in quel momento. Il Figlio di Dio che muore realmente, di nuovo per amore di noi uomini. Solo con la fede si riesce a ritenere che sia vero. E allora immagino che cosa stia accadendo intorno a me. - Che cosa vuoi che stia accadendo? - Se il io rinnovo il sacrificio della croce, cioè la crocifissione del Figlio di Dio, posso ritenere senza timore di sbagliarmi che in quel momento l'universo intero sia attento. L'universo visibile e invisibile. Perciò, lì intorno a me, ci sono certamente in quel momento gli Angeli, i Santi, la Madonna. Tutto il paradiso è lì, a guardare, a pregare, sapendo che si ripete il mistero dei misteri, l'evento più sublime che si possa immaginare. Parlava con gli occhi socchiusi, come se cercasse di immaginare la scena. Sul volto aveva lo stupore di chi, in qualche modo, vede le cose di cui parla. Don Salvatore notò l'improvviso cambiamento. - Quello che dici non è sbagliato - disse. - Ma ci sono migliaia di Messe che vengono celebrate nello stesso momento sulla faccia della terra. E vuoi che la Madonna, gli Angeli, i Santi siano dappertutto? - Sono puri spiriti. Non sono soggetti alle leggi fisiche che noi conosciamo. - La Madonna è in cielo in anima e corpo. - Il suo corpo è glorificato. Anche Gesù è in cielo in anima e corpo, eppure noi sappiamo che è realmente presente in tutte le ostie consacrate che ci sono al mondo. - E tu, durante la Messa, ti fermi a pensare a tutto questo? - Sì, ci penso e lo vedo. - Lo vedi? - Lo vedo anche. Vedo gli Angeli, gli Arcangeli, i Serafini, la schiera dei Santi e la Madonna. La Madonna ogni mattina mi serve la Messa. - Cosa hai detto? - È meraviglioso avere la Madre di Dio che ti serve la Messa. Non lo fa per me, misera creatura, peccatore, ma perché nella Messa c'è suo figlio che si sacrifica di nuovo, sia pure in forma non cruenta, ma mistica. E lei vuole essere lì, ai piedi della croce, come sul Calvario. - Tu la vedi. - La vedo. La Messa non è una cerimonia di commemorazione, un ricordare ciò che è avvenuto in tempi lontani. È una ripetizione. Un rinnovamento. L’altare diventa il Calvario. È terribile, ma questa è la verità. E la Madonna non può restare lontana dal figlio che muore. Pensando a tutto questo non è possibile correre via senza rimanere stupiti, costernati, spaventati da ciò che sta avvenendo. Mi sento sconvolto e spesso non riesco ad andare avanti. - Mi hanno detto che a volte ti metti anche a piangere. Padre Pio arrossì. - La commozione a volte ha il sopravvento. Vorrei poter versare torrenti di lacrime. È un mistero tremendo! Un Dio vittima dei nostri peccati! E noi diventiamo i suoi macellai! - Il tuo entusiasmo e la tua fede mi commuovono - disse Don Salvatore. - Anch'io da giovane sacerdote ero come te, zelante e pieno di buoni propositi. Ma poi la vita ci addomestica. Vedrai che tra cinque, dieci anni ci metterai anche tu una mezz'oretta a dire la Messa. Comunque, ammiro la tua devozione e il tuo zelo. E non voglio limitarli. Per questo ti do la possibilità di continuare a meditare la tua Messa. Ma non puoi infliggere un sacrificio ai contadini che devono poi andare nei campi. Perciò la celebrerai con tutta calma alle 8. Padre Pio continuò ad alzarsi presto e a restare in chiesa a lungo per prepararsi alla Messa. A volte si sedeva su una roccia antistante la chiesa di Sant'Anna, da dove si poteva vedere la campagna. Si fermava a meditare all'aria fresca, guardando il cielo. Qualche vecchietta andava a salutarlo per scambiare qualche parola con lui. Alle 8 era quasi sempre solo in chiesa. Neppure la madre poteva assistere alla sua Messa, perché era costretta anche lei a lavorare nei campi. Ciononostante il giovane sacerdote si preparava meticolosamente. Usciva dalla sacrestia immerso in un dignitoso raccoglimento, si guardava intorno come se la chiesa fosse gremita di fedeli e iniziava la celebrazione procedendo adagio. Si lamentò anche il sacrestato, Michele Pilla. - Devo perdere tutta la mattinata ad aspettare che Padre Pio abbia finito di celebrare per chiudere la chiesa - protestò con Don Salvatore. - Non posso farlo. Devo andare a lavorare nei campi. - Facciamo così - gli rispose il parroco. - Alle 8, dopo che Padre Pio è salito all'altare, chiudi la porta della chiesa a chiave e te ne vai nei campi. Torni a fare un giretto verso le 10, le 11. A quell'ora Padre Pio ha certamente finito anche il ringraziamento. Lo fai uscire e richiudi la chiesa. Il sacrestano accettò contento. Ma succedeva che spesso si dimenticasse di fare il giretto o non potesse perché si trovava lontano dalla chiesa. Tornava a mezzogiorno, per suonare la campana. Padre Pio, comunque, non diceva mai niente. Era là, seduto nel banco, al solito posto, indifferente al tempo. Sorrideva al sacrestano e se ne andava a casa. Un giorno, arrivando a mezzogiorno, il sacrestano trovò Padre Pio disteso in mezzo ai banchi. Andò a scuoterlo, ma il Padre non si mosse. Sembrava morto. Michele si spaventò. Corse in canonica, entrò in casa senza nemmeno bussare. - Zi' arciprete, è muorto u monaco - disse trafelato. Aveva gli occhi sbarrati per la paura. Don Salvatore Io seguì in chiesa. Padre Pio era là, sul pavimento, e sembrava proprio morto. Il parroco gli si avvicinò. Vide che aveva gli occhi aperti e fissi verso l'altare e che le sue labbra si muovevano come se parlasse o pregasse. - Non ti preoccupare, Michè - disse al sacrestano. - U monaco mo' risusciterà. Vai pure, chiuderò io la chiesa. Michele Pilla lanciò un'altra occhiata sospettosa al frate e si allontanò. Don Salvatore si sedette su un banco accanto a Padre Pio e attese. Come aveva sospettato, il religioso era in una specie di trance o in estasi. Lui non sapeva che significato attribuire a quegli stati di coscienza di cui diffidava un po'. Comunque, il fraticello era caduto a terra perché la sua anima era stata rapita in una dimensione sconosciuta. E parlava con entità invisibili. Don Salvatore non distingueva le parole, ma vedeva che era a colloquio con qualcuno. In altre occasioni il sacrestano gli aveva confidato di averlo trovato sollevato da terra. In quel caso non si era spaventato, ma meravigliato. - Come facesse a restare per aria senza toccare terra con i piedi, non lo so proprio - aveva detto al parroco. Ma disteso lì, sul pavimento, in quella posizione drammatica, faceva davvero impressione. "Me ne combina una ogni giorno" pensò Don Salvatore. Guardò verso l'altare e disse fra sé: "Signore, ma è necessario provocare tutta questa confusione per essere Santi?". Padre Pio aprì gli occhi e vide Don Salvatore che lo osservava. - Dove sono? - domandò. - Disteso sul pavimento - rispose il parroco. Si guardò intorno e arrossì. - Chiedo scusa - mormorò alzandosi. - Non ti preoccupare. - Devo essermi addormentato. - Non dire niente, non è necessario - tagliò. corto Don Salvatore, che sapeva quanto Padre Pio fosse geloso dei segreti spirituali della propria vita. Gli mise una mano sulla spalla in segno di confidenza e aggiunse: - Vai a casa. È mezzogiorno, mamma Peppa sarà preoccupata. Il pomeriggio Padre Pio andava a visitare gli ammalati. Si fermava a chiacchierare con loro e rientrava a casa al tramonto. Un giorno Don Salvatore lo invitò a restare a pranzo: - Domani a mezzogiorno ti fermi qui con noi. Viene il vescovo di Benevento e mi ha detto che vuole conoscerti. Padre Pio era felice di quell'invito. Lo comunicò con gioia infantile alla madre. Si sentiva importante. Arrivò in parrocchia molto prima di mezzogiorno. Rosina, la nipote di Don Salvatore, quando seppe che il fraticello si sarebbe fermato a pranzo, montò su tutte le furie. - Non lo voglio - disse con cattiveria a Don Salvatore. - Non fare scenate - cercò di calmarla il parroco. - Non lo voglio. È tisico, la sua malattia è contagiosa, non voglio che sieda alla nostra tavola. Alle proteste di Rosina si aggiunsero quelle dell'altra nipote di Don Salvatore, Antonietta: - Qui ci sono anche dei bambini. Non vogliamo che Padre Pio si segga alla nostra mensa. - Ormai l'ho invitato - protestò Don Salvatore. Ma non ci fu niente da fare. Il parroco fu costretto a dire a Padre Pio che gli dispiaceva molto, ma per la pace nella sua famiglia non gli era possibile mantenere la promessa. - Non fa niente - rispose Padre Pio. - È una bella giornata, andrò a Piana Romana a respirare aria buona. Padre Pio era costernato. Si rese conto che la sua malattia lo discriminava. La gente gli sorrideva, gli faceva bella accoglienza, ma in realtà non voleva stargli vicino, non voleva avere contatti con lui. Capì perché il Padre provinciale non gli aveva ancora concesso il permesso di confessare. Chi sarebbe andato al suo confessionale? Nei giorni successivi Don Salvatore gli regalò un calice. - Questo è tuo - gli disse. - Oh, grazie, è meraviglioso, non saprei come ricambiare. - Quando dici la Messa devi servirti sempre di questo - aggiunse Don Salvatore. E dopo una breve pausa: - Non offenderti. Gli altri sacerdoti della parrocchia si sono lamentati. Hanno preteso che tu abbia un calice per tuo conto. Mi capisci: la tua malattia fa paura a tutti. Ancora una cocente umiliazione, e Padre Pio si sentì invadere dalla tristezza. "Signore" disse nel fondo del suo cuore. "Sono come un lebbroso. Offro a te questo mio disagio. Lo sopporto per te." Una sera il sacrestano si ubriacò e al mattino arrivò tardi in chiesa. Padre Pio stava celebrando, e il sacrestano si accorse che non aveva preso il calice a lui riservato. Con modi rozzi, salì sull'altare e andò a cambiarglielo. Padre Pio soffrì molto per quell'affronto, soprattutto perché gli era stato fatto sull'altare mentre stava celebrando la Messa. Se ne lamentò con l'arciprete. - Le devo dire che continuo a ricevere offese per la mia malattia. Tutti mi sfuggono. Me ne sono lamentato con il Signore e Lui mi ha detto che la mia malattia, per una grazia speciale che Lui mi dà, non è contagiosa, quindi non porta danno a nessuno. Don Salvatore avverti le nipoti, che da quel momento non furono più ostili a Padre Pio. Nella primavera del 1911 Padre Pio si fece costruire una capanna a Piana Romana, sotto un grande olmo. Era una capanna di frasche, e cominciò a ritirarsi in quel luogo per pregare e meditare. Piana Romana, a circa 40 minuti dall'abitato di Pietrelcina, era una distesa collinare di campi fertili, punteggiata di vecchi olmi. In un paio di cascinali vivevano alcune famiglie di contadini. In quel luogo sembrava che il tempo si fosse fermato. I ritmi dell'esistenza erano quelli antichissimi della vita patriarcale. E Padre Pio si trovava bene in quel regno di silenzio assoluto. Di giorno vedeva i pastorelli che conducevano le loro piccole greggi al pascolo. Si ricordava di quando anche lui, a sei, sette anni, trascorreva le giornate nello stesso modo. Cominciò a prendersi cura di loro. Parlava con quei ragazzi, insegnava loro il catechismo e cominciò anche a impartire vere e proprie lezioni perché imparassero a leggere e a scrivere. I ragazzi erano felici di stare con lui. Tornando in paese nel pomeriggio, per essere presente in chiesa per la funzione serale, arrivava tutto sudato alla casa di Lucia ladanza e si fermava per prendere fiato. La nonna di Lucia gli offriva del vinello bianco fresco e dei biscotti. Padre Pio gradiva e poi se ne andava dicendo: - Il Signore ve ne renda merito. Una sera passò davanti alla casa di Lucia Iadanza tutto trafelato senza fermarsi. - Padre Pio, i vostri biscotti - gli gridò la donna, ma era già scomparso. - Ha molta fretta - disse Lucia alla nonna. - Mi sembrava spaventato. - Che gli sia successo qualcosa a Piana Romana? Padre Pio andò dritto in canonica. - Ho bisogno di parlarle - disse al parroco. Si ritirarono nello studio. - Si è ripetuto il fenomeno accaduto lo scorso anno, ma questa volta i segni non si sono cancellati - mormorò Padre Pio con un'espressione spaventata. - Quale fenomeno? - domandò il parroco. - Le ferite nelle mani e nei piedi. Gliele mostrò. Erano dei segni precisi, leggeri ma inconfondibili. - Come te ne sei accorto? - Stavo pregando. È arrivata prima la Madonna, poi Gesù, e quando se ne sono andati c'erano questi segni. - Fa vedere bene. - Don Salvatore prese fra le sue le mani del fraticello ed esaminò con attenzione quelle piaghe rosse. Esercitò pressione con le dita, e Padre Pio ritrasse la mano di scatto. Aveva provato un dolore acuto. - Zi' Tore - disse con voce supplichevole - fatemi la carità, chiediamo al Signore che mi tolga questa confusione. Voglio soffrire, morire di sofferenza, ma senza che nessuno se ne accorga. - Figlio mio, io ti aiuto a pregare per chiedere a Gesù che ti tolga questa confusione, però, se è volontà di Dio, devi piegarti a fare in tutto e per tutto la sua volontà. Se questo è per il bene delle anime, tu devi dire a Gesù: "Fai di me ciò che vuoi - Lo dirò, Zi' Tore, ma ora preghiamo e chiediamo al Signore che mi liberi. Pregarono insieme. E a poco a poco le piaghe scomparvero. - Il Signore ci ha ascoltati - disse Don Salvatore sorridendo, ma era confuso. Si trovava continuamente di fronte a fatti che lo sconvolgevano. Non ci capiva niente, non sapeva come comportarsi. Aveva creduto che quelle stranezze sarebbero scomparse con il passare del tempo, invece aumentavano. Avrebbe voluto rifiutare tutto, cacciare quel giovane, chiamarlo isterico, allucinato. Ma sentiva che le cose stavano diversamente. Cercava di mantenere la calma, anche per non turbare la coscienza di quel ragazzo che si confidava solo con lui. Aveva però un gran bisogno di capire. Di trovare una risposta, anche superficiale, ai mille interrogativi che si presentavano alla sua mente. - Senti, figliolo - domandò a Padre Pio - quando tu dici di vedere Gesù, la Madonna, l'Angelo custode, che cosa vedi in realtà? - Persone come noi. Mi accorgo che non fanno parte del nostro morido perché sono dentro una luce stupenda. E poi so che Gesù, la Madonna, San Giuseppe, gli Angeli non fanno parte del normale mondo visibile. - Com'è la Madonna? - Bellissima. Giovane, con il viso soave e gli occhi pieni di tenerezza. - E Gesù? E l'Angelo custode? - Ma Zi' Tore, perché mi fa tutte queste domande? Lei non crede a quello che le dico. - Ci credo. Lo sai che ti credo. - Lei non l'ha mai vista la Madonna? - No, figliolo, io non l'ho mai vista. - Lo dice per umiltà. - No, non lo dico per umiltà, non ho mai avuto la fortuna di vederla.
19
Era già passato un anno da quando era stato ordinato sacerdote, e Padre Pio non aveva ancora ricevuto l'autorizzazione a confessare. Continuava a scrivere lettere al Provinciale. Si era rivolto anche a Padre Agostino, ma il Provinciale continuava a non rispondere. Una mattina arrivò a Pietrelcina Padre Benedetto. Andò in canonica a salutare il parroco. - Mi trovo a Morcone per la visita a quel convento e ho pensato di venire a trovare il nostro malato - disse a Don Salvatore. - Venga, s'accomodi Molto Reverendo. - D6n Salvatore lo accompagnò nel proprio studio. - Rosina, prepara il caffè - disse alla nipote. - E manda qualcuno ad avvertire Padre Pio che è arrivato il suo Superiore provinciale. - Come sta Padre Pio? - domandò il Provinciale. - Benino. Sia pure con i suoi alti e bassi. Un giorno euforico e il giorno dopo con la febbre - rispose Don Salvatore sorridendo. - Va meglio dello scorso anno? - Oh sì, non ha più avuto quelle brutte crisi che facevano temere per la sua vita. Sono altre, adesso, le stranezze che lo frastornano. - Che stranezze? - domandò Padre Benedetto incuriosito da quella parola. - Non dovrei parlarne - rispose Don Salvatore. - Sono segreti fra noi due. Ma lei è il suo Superiore, e io non credo di fare un torto a Padre Pio se le faccio queste confidenze. In Padre Pio si manifestano continuamente fenomeni inspiegabili, misteriosi, che a volte mi spaventano. - Che tipo di fenomeni? - Mi parla di visioni celesti e diaboliche, ma lo fa come se fosserole cose più ordinarie di questo mondo. Dice: "Oggi ho visto Gesù e mi ha detto...", come se lo avesse incontrato per strada. Io cerco di non lasciar trasparire dal mio viso alcuna meraviglia. È un caro figliolo. Di un'innocenza commovente. Non vorrei turbarlo. Però le confesso che provo un notevole disagio. - Anch'io ho notato aspetti misteriosi nella vita di questo ragazzo e non so come giudicarli. Li ho notati fin dai primi incontri, che risalgono al 1904, quando aveva appena terminato il noviziato. - A volte mi viene il sospettò che sia un illuso, un esaltato, ma la sua condotta è quella di un Santo. In paese tutti quelli che lo conoscono lo chiamano u santariello nuostro. - Sì, è un religioso esemplare - gli fece eco Padre Benedetto. - Anche in convento lo stimiamo molto. Ma in lui ci sono aspetti che ci lasciano alquanto perplessi. Una delle cose che non riesco a capire è come mai non possa vivere in convento. Ogni volta che lo richiamo nel chiostro, sta così male che sono costretto a rimandarIo a casa. E mi chiedo se la malattia sia autentica o immaginaria. Ormai la cosa è diventata uno scandalo. Molti frati ne parlano, e devo risolverla. Sono venuto qui proprio per questo. - Posso assicurarle che qui Padre Pio si comporta benissimo -si affrettò a dire Don Salvatore, avendo notato nelle parole di Padre Benedetto una certa preoccupazione. - La sua condotta è irreprensibile. Anzi, come le ho detto, per la gente è un Santo. - Non è questo il problema. Ci sono delle regole da osservare. Un religioso non può vivere fuori del chiostro. - rispose il Provinciale. - E Padre Pio è qui a casa sua da più di due anni. - Permesso, posso entrare? - La voce timida e sommessa era quella di Padre Pio. Padre Benedetto si alzò e gli andò incontro per abbracciarlo. - Ti trovo bene - gli disse. - Anzi, mi sembri addirittura un po' ingrassato - aggiunse. Padre Pio sorrise. - Vi lascio soli - disse Don Salvatore. - Avrete tante cose da dirvi. Padre Benedetto, oggi, naturalmente, lei vorrà onorare la mia tavola fermandosi a pranzo. - La ringrazio - rispose il Provinciale - ma conto di prendere il treno a mezzogiorno per tornare a Morcone. Alle 3 ho degli appuntamenti. - Veda lei. Ci salutiamo comunque prima della sua partenza. Io sono qui vicino alla chiesa. - Eccoci qua, noi due - disse Padre Benedetto con ùn bel sorriso, accostando la propria sedia a quella di Padre Pio. - Raccontami bene come va la tua salute. - Grazie a Dio, è un po' di tempo che lo stomaco mi lascia tranquillo - rispose Padre Pio. - E anche i dolori ai polmoni e alla schiena sono diminuiti. Non mi sento molto in forze, ma posso rendermi utile ugualmente. - Come trascorri il tuo tempo? - Il parroco mi ha chiesto di dargli una mano. Seguo soprattutto i bambini e vado a visitare gli ammalati. Ma in realtà sono occupato solo il sabato e un poco al pomeriggio. Gli ammalati spesso mi chiedono di ascoltare la loro Confessione, e mi sarebbe comodo avere la facoltà di confessare. - Non te la posso concedere - disse Padre Benedetto diventando improvvisamente serio. - Perché? - domandò Padre Pio sorpreso da quel tono insolito. - Dovresti rendertene conto da solo. Ho ricevuto e letto le varie lettere che mi hai scritto sollecitando questa benedetta facoltà. Non ti ho mai risposto perché speravo che tu riuscissi a capire. - Che difficoltà ci sono? - Tu non hai frequentato regolari corsi di teologia. Non sei preparato a sufficienza per affrontare i problemi morali delle persone che vengono a confessarsi, e io non me la sento, in coscienza, di concederti questa facoltà. Inoltre, non devi dimenticare la tua malattia. La tisi è contagiosa. Nella Confessione il sacerdote si trova a contatto diretto con il viso del penitente, ed è facile trasmettere il contagio. - Quindi non potrò confessare mai? - Non lo so, vedremo. Per ora non mi sento di concederti questa facoltà. - Don Salvatore dice che la teologia morale la conosco bene perché me l'ha insegnata lui. - Non lo metto in dubbio. Ma si tratta di studi privati. La Chiesa esige sicurezza, pretende che uno abbia seguito dei corsi regolari e superato degli esami. - Se non posso fare il sacerdote pienamente, è meglio che il Signore mi prenda con se. - Io sono convinto che un giorno potrai confessare anche tu. Ma devi prepararti. È una grande responsabilità quella di dover giudicare le coscienze. Alla fine di questo mese, nel convento di Venafro inizia un corso di specializzazione teologica. Ci sono i tuoi compagni, quelli che sono stati ordinati sacerdoti lo scorso anno come te. Se tu frequentassi quel corso, si potrebbe poi vedere, con un piccolo esame, a che punto è la tua preparazione. Il corso è tenuto da Padre Agostino, che tu conosci bene. Sarebbe una buona occasione anche per ritornare in convento e mettere fine a questa situazione che mi procura continue critiche. - E se poi la mia salute non regge a vivere in convento? - Che ti devo dire? Se non studi e ti prepari, io non ti posso concedere l'autorizzazione per le Confessioni. E poi credo sia giunto il momento di chiarire anche i tuoi problemi di salute. Lo scorso anno abbiamo chiesto e ottenuto da Roma la dispensa per anticipare l'ordinazione sacerdotale in quanto stavi malissimo ed eri addirittura moribondo. Nella domanda io ho scritto che i medici ti avevano dato pochi mesi di vita. È passato più di un anno e stai discretamente, lavori in parrocchia. Per carità, non è colpa tua se un giorno sei moribondo e poi, qualche giorno dopo, improvvisamente stai bene. Ma tu capisci che non è possibile andare avanti in questo modo all'infinito. - Che devo fare? - Devi tornare a vivere in convento. Oppure, se ritieni di non essere in grado di farcela, devi chiedere la secolarizzazione. Devi uscire dall'Ordine e diventare un sacerdote secolare. Allora potrai startene qui, a Pietrelcina, finché vorrai. Padre Pio chinò la testa e rimase in silenzio. - Non saprei proprio che fare - disse dopo un po’. - Non si tratta di sapere o non sapere che fare - rispose Padre Benedetto marcando le parole. - Devi prendere una decisione. Altrimenti dovrò prenderla io. - In che senso la deve prendere lei? - Se non puoi vivere in convento, devo chiedere a Roma la secolarizzazione d'autorità. Me lo impone la nostra Regola. - Lei, allora, vuole scacciarmi dall'Ordine. - Io non voglio scacciare nessuno. Sei tu che ti stai mettendo fuori dall'Ordine non osservando le nostre regole. Abbiamo fatto tutte le prove possibili. Sono ormai quattro anni che non vivi la normale esistenza di un frate. Dentro e fuori dal convento. Sei a casa da quasi due anni. Hai ottenuto di essere ordinato sacerdote perché dovevi morire. Non sei morto. Non sei neppure moribondo. Devi risolvere questo problema. Padre Pio si rabbuiò. Non si aspettava un discorso così deciso da parte del Superiore provinciale. Del resto, si rendeva conto che la sua situazione cominciava a diventare insostenibile. Rimase pensieroso, con il capo chino, e poi disse: - Va bene, sono pronto all'obbedienza. - Allora vai a Venafro e segui anche tu il corso di specializzazione teologica - disse Padre Benedetto cambiando tono e diventando dolce. - Al termine ti sottoporrò a un esame e vedremo i risultati. Il convento di Venafro è in collina, a 200 metri sul mare, c'è aria buona, dovrebbe farti bene alla salute. Poi lo salutò con una certa freddezza. Padre Pio si rese conto che con tutti i suoi problemi di salute arrecava preoccupazioni e dispiaceri al Provinciale. Se ne dispiaceva. Lui voleva tornare in convento. Chiedeva continuamente a Gesù questa grazia. Ma Gesù non lo ascoltava.
20
Padre Pio arrivò nel convento di Venafro il 28 ottobre 1911, accompagnato da Padre Ignazio, allora Superiore al noviziato di Morcone, che era andato a prenderlo a Pietrelcina. Venne accolto con manifestazioni di affetto da tutta la comunità religiosa, in particolare dai suoi compagni, che non vedeva da tanto tempo, e da Padre Agostino. Il convento era costituito da una solida costruzione del Cinquecento, a due piani, addossata a un'antichissima basilica dedicata ai martiri Nicandro, Daria e Marciano. A Padre Pio fu assegnata una cella al secondo piano, vicino alla chiesa. Superiore del convento era Padre Evangelista, mentre Padre Agostino aveva l'incarico di insegnare teologia. Padre Pio provava un intima soddisfazione per aver ritrovato i suoi compagni. In particolare Padre Anastasio, Giuvannell', come lo chiamava confidenzialmente, che gli era molto affezionato ed era a conoscenza di tanti suoi segreti spirituali. Padre Pio aveva come l'impressione di essere finalmente giunto a casa. Quella sera nella sua celletta pregò il Signore: "Vedi come mi trovo bene qui? Il chiostro è la mia vera famiglia. L’ho scelto dietro tuo suggerimento. Dovresti aiutarmi a stare in convento e impedire che le malattie mi costringano a tornare continuamente a Pietrelcina." Gli pareva che Gesù avesse ascoltato le sue suppliche. "Il mio esilio forse è finito" disse fra sé. Nei giorni successivi cominciò a seguire con fervore la vita della comunità. Era puntuale in coro, alle lezioni, in refettorio. Mangiava poco, e lo stomaco non gli dava fastidi. Per rendersi utile aveva cominciato ad andare, di pomeriggio, nella chiesetta di San Martino, vicina al convento, per insegnare il catechismo alle bambine della parrocchia. La sera del quinto giorno, un venerdì, quando i religiosi si erano da poco ritirati nelle loro celle per il riposo notturno, si udì un boato che scosse l'intero edificio. I frati si spaventarono e uscirono dalle loro celle. - Che succede? - Hai sentito? - Andiamo nell'orto, potrebbe crollare tutto. - Sembrava che fosse scoppiata una polveriera. - Potrebbe essere un terremoto. Si ritrovarono nell'orto, a guardare il cielo e la mole massiccia e scura del convento. E mentre stavano lì a interrogarsi su che cosa poteva essere accaduto, ecco un nuovo schianto, secco, violento. - Proviene dal secondo piano. - L'ho sentito lassù, vicino alla chiesa. - È vicino alla cella di Padre Pio. - Dov'è lui? - domandò Padre Anastasio. - Non l'ho visto. - Non è sceso con noi. - È lui che sta male - disse Padre Anastasio correndo verso il convento. Salì di corsa le scale. Altri due compagni, particolarmente affezionati a Padre Pio, lo seguirono. Padre Anastasio entrò nella cella del confratello. Cercò di accendere il lume a petrolio. Intanto erano arrivati anche gli altri due. Padre Pio era a letto. La stanza appariva sottosopra. I libri per terra, la sedia rovesciata. Il Padre, sudato, con evidenti ecchimosi sul viso, tremava per il dolore e lo spavento. Padre Anastasio lo abbracciò, tenendolo stretto a sé. - Trema come un bambino - disse ai compagni. - È freddo, gelato. Datemi un'altra coperta. Si guardavano stupiti, increduli. Doveva essere accaduto qualcosa di tremendo. Uno andò a chiamare Padre Agostino. Giunsero tutti i frati. Padre Agostino si avvicinò e vide che Padre Pio aveva gli occhi aperti. Anzi, sbarrati. Guardava fisso in un punto della stanza, senza muovere le palpebre. Respirava affannosamente. - Non disturbiamolo, cerchiamo di non far rumore e lasciamolo riposare - disse. - Andate pure, mi fermo io con lui. A uno a uno i frati uscirono dalla stanza. Padre Agostino raccolse da terra la sedia. Cercò di mettere in ordine i libri e le poche suppellettili sparpagliate alla rinfusa. Si sedette in un angolo. Pregava. Un profondo senso di smarrimento aveva invaso il suo cuore. La felicità provata nel ritrovare il suo allievo in convento era già svanita. Per poche ore aveva creduto che i problemi legati alla salute di Padre Pio fossero finiti, invece purtroppo continuavano. Aveva pensato di scrivere una lettera al Padre provinciale per comunicargli la buona notizia che Padre Pio stava bene e seguiva le lezioni regolarmente. Ma, a quanto poteva giudicare, non doveva più scrivere quella lettera. Si era addirittura verificato un peggioramento. I misteriosi e inspiegabili fenomeni che fino a quel momento si erano manifestati soprattutto a Pietrelcina, e solo sporadicamente quando si trovava in mezzo ai frati, quella sera avevano coinvolto, per la prima volta, l'intera comunità religiosa. "Domani tutti vorranno sapere" disse fra sé Padre Agostino. "Chiederanno spiegazioni. Faranno commenti. Informeranno i confratelli di altri conventi. Questi chiederanno spiegazioni al Padre provinciale. Che cosa si potrà rispondere alle loro domande? Che Padre Pio è isterico? Che è schizofrenico? Che è un ossesso? Che ha le visioni?" Si prese la testa fra le mani. Pregò mentalmente, cercando un aiuto nel Signore. "Ma che cosa può essere accaduto?" si domandava. Quei rumori spaventosi, quegli scoppi non potevano essere stati provocati dagli "amici invisibili" di Padre Pio. Le entità spirituali che lui sosteneva di vedere erano entità serene, tranquille, non avrebbero mai provocato sconvolgimento, spavento, distruzione. "Questa volta i visitatori non possono provenire dal paradiso" disse mentalmente fra sé Padre Agostino. - No, questa volta sono venuti dall'inferno - disse Padre Pio girando la testa verso il suo confessore. - Ti sei ripreso? - domandò Padre Agostino alzandosi dalla sedia e avvicinandosi alletto. - Sono vivo - rispose Padre Pio. - Che cosa è accaduto? - Lui, Satana, è venuto a battermi. - Satana. - È un po' di tempo che lo fa. - Non me ne avevi mai parlato. - Non sapevo come dirglielo. - E perché ti batte? - Non lo so. Viene con i suoi sgherri. Mi tormenta con ogni genere di tentazioni. Le più orribili. Io prego, cerco di scacciarle. E prima di lasciarmi mi batte. - Che intendi quando dici "mi batte"? - Mi dà le botte. Mi bussa. Pugni, pedate, mi tira addosso oggetti. - È successo anche a Pietrelcina? - Soprattutto a Piana Romana, quando ero solo. Durante l'estate, qualche volta mi sono fermato a pregare di notte nella capanna che mi hanno costruito sotto un olmo. E allora Satana si scatenava. Al mattino, a volte, per le percosse ricevute non riuscivo nemmeno a reggermi in piedi. - Gesù non ti aiuta? - Viene a consolarmi quando Satana se n'è andato. Credo che Satana senta che sta per arrivare Gesù. Allora diventa ancor più furioso e se ne va provocando dei boati, degli scoppi che mi fanno impazzire. - Ma perché, Piuccio, ti succede tutto questo? - Non lo so. Prego continuamente il Signore che mi liberi. Ho paura di quelle furie. Ma non mi ascolta. Padre Pio parlava con grande agitazione. Il suo sguardo non era più vitreo. Gli occhi non erano più spalancati. Aveva finalmente ripreso la sua espressione naturale. Ma appariva spossato, distrutto da un'immane fatica. - Vuoi che ti faccia portare un po' di cibo? - Non credo di riuscire a tenerlo nello stomaco. - Almeno un po' di latte caldo. - Proviamo. Padre Agostino uscì dalla cella di Padre Pio per scendere in cucina. Nel corridoio c'erano ancora i confratelli che attendevano. - Come sta? - Si è ripreso? - Possiamo vederlo? - Ha detto che cosa gli è successo? Erano tutti preoccupati, e il loro interessamento dimostrava quanto gli volessero bene. - Vai a preparare un po' di latte caldo - disse Padre Agostino a Fra Vincenzo, il cuciniere. E rivolto agli altri confratelli aggiunse: - Si è svegliato. Adesso riposa. È meglio non disturbarlo. Tornò da Padre Pio. Si avvicinò al letto. Prese il polso del confratello: galoppava. Sembrava che il cuore gli volesse uscire dal petto. - Sei ancora molto agitato - gli disse. - Ho tanta paura - mormorò Padre Pio, mentre dagli occhi gli scendevano grosse lacrime. Padre Agostino aveva fama di possedere un buon autocontrollo. Sapeva affrontare i problemi con freddezza. Ma anche lui, in quella occasione, si sentiva in balia di forze che gli incutevano paura. Si sentiva un fuscello in una tempesta minacciosa. Arrivò Fra Vincenzo con il latte. - Ci ho messo un po' di miele delle api del nostro orto - disse con affetto porgendo a Padre Pio la ciotola. - Grazie, Vincè. Padre Pio sorseggiò lentamente. - È buono, Vincè. - Sorrise al confratello. La calma era tornata. Il silenzio della notte sembrava incantato. - Spero di riposare - mormorò Padre Pio al suo confessore. Ma non aveva finito la frase che un improvviso conato di vomito gli fece rimettere il latte bevuto. Si alzò di scatto dal letto. Corse nell'angolo della stanza dove c'era il catino. Padre Agostino cercò di aiutarlo. Gli teneva una mano sulla fronte e percepiva così la sofferenza provocata da qui conati di vomito, che sconquassavano lo stomaco di Padre Pio con una violenza spaventosa. Non c'era più niente in quel povero stomaco, ma i conati non cessavano. Lo sforzo gli sbriciolava ogni residua energia. Quel supplizio andò avanti per ore. Quando finalmente cessò, era quasi l'alba. - Domattina non alzarti, riposati - gli raccomandò Padre Agostino. - Non voglio mancare alla preghiera comune in coro - rispose Padre Pio. - Tu stai a letto. Te lo ordino per santa obbedienza - intervenne deciso Padre Agostino. - Finita la Messa, verrò a portarti la santa Comunione. Erano le 8 quando Padre Agostino, reggendo la pisside con le ostie consacrate, lasciò l'altare maggiore della chiesa per portare la Comunione a Padre, Pio. I giovani sacerdoti studenti e altri religiosi della comunità, che in quel momento erano liberi, lo attendevano con i ceri accesi in mano e, formando una piccola processione, lo precedettero al secondo piano del convento pregando. Giunti di fronte alla cella di Padre Pio si inginocchiarono nel corridoio, lasciando passare Padre Agostino con l'Eucarestia. Padre Pio era seduto sul letto, in profondo raccoglimento. Dopo aver recitato le preghiere di rito, ricevette l'ostia consacrata da Padre Agostino, che ritornò in chiesa mentre gli altri si trattennero a pregare davanti alla cella del confratello ammalato. La porta della cella era rimasta aperta. Pregando, sentivano che anche Padre Pio pregava con loro. A un certo momento si accorsero che non seguiva le loro orazioni. Ne recitava altre, per proprio conto. E allora stettero zitti. - Gesù, perché ieri sera non sei venuto in mio aiuto? - diceva Padre Pio. - Hai permesso che quei cosacci si scatenassero... Mi sentivo proprio morire... Temevo mi avessi abbandonato. E anche tu, Madonna mia, solo mi hai lasciato... Che cosa yi ho fatto? Mi sono comportato male? Senza di voi non riuscirò mai a sopravvivere a quei cosacci. Quelli mi vogliono morto. - Parla con qualcuno - disse Padre Anastasio. Avendo confidenza con Padre Pio, si alzo ed entrò nella stanza. Uscì dopo qualche minuto. - È in estasi - mormorò. - Il suo sguardo è fisso, non si accorge della nostra presenza. Certamente vede qualcuno. Anche gli altri confratelli, spinti dalla curiosità, si alzarono ed entrarono nella cella. Padre Rogerio si avvicino e abbracciò Padre Pio, che non se ne accorse. Arrivò anche Padre Agostino. - È in estasi. Sta parlando con qualcuno - gli dissero. - Calma. State zitti - rispose Padre Agostino. Osservò. Si rese conto che Padre Pio si trovava ancora nello strano stato di assenza in cui lo aveva visto la sera precedente. - Non stategli addosso - raccomandò ai confratelli. - Padre San Francesco, io sono venuto qui per obbedire... - riprese a dire Padre Pio. - Se mi vuoi fuori del convento, tornerò a Pietrelcina... Ma chi lo convince il Padre provinciale che è tua volontà che me ne stia a casa? Io sono in un brutto guaio. - È meglio se non stiamo qui a togliergli l'ossigeno - disse Padre Agostino, il quale non sapeva che cosa inventare per allontanare i confratelli. - Mi fermerò io ad assisterlo. Lasciamolo riposare. Riuscì a convincerli ad andarsene. Ma avevano visto e sentito anche troppo, per non capire che in Fra Pio avvenivano fatti al di fuori delle comuni esperienze umane. Quel che era accaduto durante la notte e al mattino aveva sconvolto la comunità di Venafro. I religiosi erano sconcertati. Continuavano a parlare fra loro cercando possibili spiegazioni. I giovani ricordavano altri fatti particolari, legati alla condotta di Padre Pio, accaduti durante gli anni di studi. Allora non vi avevano dato molto peso. Adesso quei fatti assumevano significati precisi. Padre Pio rimase a letto tutto il giorno. Le crisi, o estasi, si ripeterono in continuazione. Al mattino successivo aveva la febbre alta. Il Padre guardiano volle chiamare il dottor Lombardi, che conosceva bene. Il medico arrivò nel pomeriggio. Quasi tutti i frati si trovavano al secondo piano, accanto alla cella di Padre Pio, che era ancora in preda alle visioni. - Venga, dottor Lombardi - gli disse il Padre guardiano. Il medico entrò nella cella. Da tempo era amico dei frati e aveva una certa dimestichezza con la vita conventuale. Osservò Padre Pio. Vide che aveva lo sguardo fisso, vitreo. Sentì il polso e auscultò il cuore. Seguì per un po' gli strani colloqui che il religioso intratteneva fissando un punto preciso nel vuoto. Ma era più attento a controllare il fisico. Accese un fiammifero e lo avvicinò alle pupille del fraticello, in modo che la fiamma e il calore provocassero una reazione istintiva nell'occhio. Invece non accadde niente. La visita si protrasse per una mezz'ora. Poi Padre Pio tornò in sé e cadde subito in un sonno profondo. - Non saprei che giudizio esprimere - confessò alla fine il medico parlando con il Guardiano e con Padre Agostino. - Sono fenomeni cui non ho mai assistito prima. Il test che ho compiuto con il cerino mi indurrebbe a pensare che il Padre era in catalessi. Con questo termine noi intendiamo un particolare stato ipnotico, caratterizzato da insensibilità e rigidità muscolare. Ma potrebbe trattarsi anche di altre forme di coscienza alterata. Forme sconosciute alla scienza medica, ma che spesso si verificano in persone particolarmente dedite alla vita ascetica. Almeno, così ho letto in certi libri. Non sono un esperto di queste cose. - Come giudica le sue condizioni? - Preoccupanti. I suoi polmoni manifestano un indubbio intasamento catarrale. Lo stato generale della sua salute è precario. C'è in atto un vistoso deperimento. - Sono diversi giorni che non mangia. Non trattiene nello stomaco neppure l'acqua. - Anche le cause di questi persistenti conati di vomito mi sfuggono. Potrebbero essere di origine nervosa. - Cosa possiamo fare? - Vedo che sta già prendendo tante medicine. Non vorrei caricare ancora di più il suo fegato. Stiamo a vedere. Padre Evangelista accompagnò il dottor Lombardi fino alla porta del convento. - Chiamatemi a qualunque ora se è necessario - disse il medico salutando il Guardiano. - La ringrazio - rispose Padre Evangelista. - Lei è sempre premuroso con noi. Che il Signore benedica lei e tutta la sua famiglia. Le preoccupanti condizioni di salute di Padre Pio rimasero inalterate anche nei giorni successivi. Il dottor Lombardi veniva a visitare l'ammalato ogni pomeriggio. A un certo momento i religiosi vollero consultare un altro medico. Chiamarono il dottor Giuseppe De Vincenzi, che esercitava a Sesto Campano, in provincia di Isernia, ed era anche lui amico della comunità. Il dottor De Vincenzi visitò Padre Pio, assistette ad alcuni di quei misteriosi rapimenti cui andava soggetto. La sua diagnosi fu uguale a quella del collega Lombardi. I frati erano sempre più sconcertati. La presenza di Padre Pio in quello stato condizionava tutta la vita comunitaria. Di giorno quasi nessuno studiava. Di notte erano spesso costretti ad alzarsi a causa di quei rumori improvvisi e assordanti che provocavano scompiglio e paura. Il Padre guardiano inviò una lettera al Superiore provinciale in cui gli comunicava che bisognava provvedere e rimandare Padre Pio a Pietrelcina. Ma Padre Benedetto rispose consigliando di pazientare. "Padre Pio è finalmente rientrato in convento" scrisse. "Dobbiamo tenerlo a tutti i costi. È un religioso e deve vivere nel chiostro secondo le nostre regole." - Non sono d'accordo - disse Padre Evangelista commentando la lettera con Padre Agostino. - Questo sta male sul serio. È ormai un mese che è a letto. Io scrivo al Padre generale. - Non lo devi fare - rispose Padre Agostino. - Sarebbe un affronto per il Provinciale. Si arrabbierebbe. - Non me ne importa niente. Non voglio avere sulla coscienza la vita di un confratello. - Vai piuttosto a Foggia per parlare con lui e spiegagli meglio la situazione. - Buona idea. Domani andrò a Foggia. Padre Evangelista rientrò a Venafro due giorni dopo, accompagnato da Padre Antonio, vice Superiore provinciale. - Padre Benedetto è molto occupato in questi giorni - disse ai suoi frati riuniti in refettorio per la cena. - Non è potuto venire di persona per rendersi conto delle condizioni di salute del nostro Padre Pio. Gli ho fatto una relazione dettagliata di quanto tutti noi abbiamo visto. È rimasto molto impressionato. Ha mandato Padre Antonio a prendere visione diretta della situazione. Padre Antonio si fermerà qualche giorno e poi discuteremo insieme di questa vicenda. - Rivolto a Padre Antonio aggiunse: - Benvenuto fra noi e buona permanenza. Padre Antonio, un religioso cinquantenne, laureato in diritto canonico, aveva fama di essere un uomo freddo ma equilibrato. Si fermò due giorni a Venafro e li trascorse quasi interamente nella cella di Padre Pio, parlando con lui. Assistette anche a diverse crisi, o estasi, senza che dalla sua bocca uscisse mai una parola di commento. Al termine dei due giorni, volle tenere una riunione con tutta la comunità. Fu una riunione piuttosto burrascosa. Padre Antonio evidentemente aveva ricevuto dal Provinciale l'ordine di non cedere riguardo al rientro di Padre Pio a Pietrelcina. - Ho visto, ho osservato, mi sembra di essermi fatto una chiara opinione dei fatti - disse Padre Antonio. - Secondo me, Padre Pio ha bisogno di cure mediche, ma non vedo per quale ragione si dovrebbe mandarlo a casa per curarsi. - Per la semplice ragione che solo quando si trova a casa riesce a stare bene - rispose Padre Evangelista. - Se questo fosse vero - ribatté subito Padre Antonio - dovrei ritenere che la malattia di Padre Pio è più immaginaria che reale. Non esiste una malattia oggettiva che si possa curare in un luogo piuttosto che in un altro. - La malattia di Padre Pio - azzardò Padre Agostino - potrebbe avere un'origine spirituale. Padre Antonio sorrise. - Ho l'impressione che vi siate lasciati prendere la mano - replicò. - Probabilmente siamo di fronte a manifestazioni di isterismo, di allucinazione, di alterazione di coscienza. Accadono. E non attribuirei loro significati spirituali. - Non mi sembra che il tuo giudizio sia obiettivo - ribatté Padre Agostino. - Noi siamo stati tutti testimoni diretti dei fatti che, in parte, anche tu hai visto ma che giudichi in maniera diversa. È un mese ormai che questi fatti si ripetono davanti ai nostri occhi. Non vogliamo, per carità, attribuire loro significati esagerati, ma neppure si possono ridurre a semplici manifestazioni di tipo isterico, come sostieni tu. Abbiamo anche chiamato i medici. Non ci sono dubbi che ci troviamo di fronte a fenomeni assolutamente fuori del normale e inspiegabili dal punto di vista medico. - Non lo metto in dubbio, ma, ripeto, mi sembra che esageriate l'interpretazione. Voi avete subito pensato a fenomeni spirituali, magari mistici. Io sono più prudente. Penso che Dio abbia altro da fare che venire qui a conversare con un giovane sacerdote con problemi di salute. - Ci sono particolari che non si possono spiegare se non ricorrendo al soprannaturale - disse Padre Agostino. - Quali? - Ti porto alcuni esempi accaduti a me. Un giorno, durante una di quelle manifestazioni inspiegabili, mi ero spaventato ed ero stato costretto a lasciare la cella di Padre Pio. Sono andato in coro a pregare. Credevo che Padre Pio dovesse morire da un giorno all'altro e pensavo al suo elogio funebre. Poi sono ritornato nella sua cella e lui, finita la crisi, mi ha detto ridendo: "Lei si è spaventato, eh! Poi è andato in coro a pregare, e ha fatto bene. Pensava pure al mio elogio funebre, ma c'è tempo, c'è tempo per quello, se lo ricordi". Chi gli aveva detto che io avevo pensato al suo elogio funebre? Come aveva fatto a conoscere i miei pensieri? - E poi è accaduto anche un altro fatto. Alla mattina vado sempre a salutare Padre Pio prima di scendere in chiesa per la Messa. Un giorno mi ha chiesto di fare per lui uno speciale ricordo nella Messa. Scendendo le scale dissi mentalmente fra me che la Messa, quella mattina, l'avrei dedicata a lui. Durante la celebrazione, però, giunto al punto del memento, mi scordai di Padre Pio. Quando tornai nella sua cella mi domandò: "Si è ricordato di me durante la Messa?". "No" confessai candidamente "me ne sono dimenticato." E lui: "Fortunatamente mentre scendeva le scale ha fatto quell'intenzione generale a mio favore. È servita quella. Gliene sono grato". E chi gliel'aveva detto? - Sono fatti che accadono - disse con sufficienza Padre Antonio. - Non li trovo affatto straordinari. Lei sa che in Francia va di moda una scienza che chiamano metapsichica? Vanta ricercatori di grido come il premio Nobel Richet, l'astronomo Flammarion e perfino il grande filosofo Henry Bergson. Questa scienza studia tutti i fenomeni che non trovano spiegazioni razionali. Ho letto dei libri in proposito. Quegli studiosi direbbero che Padre Pio, avendo una particolare sensibilità, è riuscito a pescare nel suo cervello. Attraverso una forma di telepatia, ha letto ciò che lei aveva pensato. - A queste cose io non ci credo - rispose Padre Agostino. - Comunque, pochi giorni fa doveva venire una signora a consegnare una speciale veste bianca che Padre Pio indossa quando gli portiamo la Comunione in cella. Doveva essere qui alle 8. Il portinaio si lamentava perché non aveva ancora sentito suonare il campanello, e Padre Pio gli ha detto: "Stai tranquillo, oggi arriverà con un’ora di ritardo". E dopo circa un'ora ha confermato: "Sta arrivando, adesso suona il campanello" e in quel momento si è sentito squillare il campanello. Il portinaio è sceso e ha trovato la donna con la veste che aspettava. Come ha potuto Padre Pio sapere che sarebbe arrivata con un'ora precisa di ritardo? Nella testa di chi lo avrebbe letto? - Tutto si spiega - ripeté ancora Padre Antonio. - Non è necessario scomodare il Padre Eterno. - Sono trenta giorni che Padre Pio è qui, e da trenta giorni non mangia - disse ancora Padre Agostino. - Vive cibandosi soltanto dell'Eucarestia e bevendo un po' d'acqua. Anche questo io non lo trovo normale. - Va bene, va bene - tagliò corto Padre Antonio, quasi seccato. - Non intendo contestare ciò che voi avete osservato e constatato. E non voglio mettere in dubbio la serietà spirituale di Padre Pio. Io sono qui soltanto per osservare e poi riferire al Padre provinciale. Spetterà a lui prendere le decisioni che crede. Dopodiché salutò i confratelli e ritornò a Foggia. Passarono ancora alcuni giorni. Poiché da Foggia non arrivava alcuna risposta, Padre Evangelista scrisse una lettera espresso direttamente al Padre generale a Roma, esponendogli i fatti relativi a Padre Pio con drammaticità e commozione. Il Padre generale rispose concedendo il permesso di riportare il giovane sacerdote a casa sua. Il 7 dicembre Padre Agostino partì da Venafro con Padre Pio. Giunsero a Pietrelcina in serata. Padre Pio si sentiva già bene. Il mattino dopo, festa dell'Immacolata Concezione, Padre Pio celebrò la Messa solenne, cantata. Cerimonia lunga, pesante, che richiedeva molte energie. Ma lui l'affrontò con entusiasmo, senza la minima difficoltà. Padre Agostino si fermò quattro giorni a Pietrelcina e poté constatare che il suo allievo, a casa, stava benissimo. Sembrava che non avesse mai sofferto le crisi di qualche giorno prima. Continuavano però anche a Pietrelcina le visioni e le estasi.
21
Mamma Peppa aveva sistemato il figlio nella Torretta. Era diventata ormai la sua camera fissa: un povero letto, una sedia, un tavolino per scrivere e leggere. Abbarbicata alla roccia, con una finestrella che dava sulla valle, la Torretta era situata talmente in alto che per entrarvi bisognava salire una ripida scaletta: sembrava un nido d'aquila. Dentro quel nido Padre Pio restava ore e ore in preghiera, giorno e notte. - Hai sentito? - domandò Angelamaria al marito Nicola, due giovani coniugi che abitavano di fronte alla Torretta. - Cominciano i soliti rumori. - Sono più forti. - Si sentono anche dei gemiti. - Stettero in silenzio, trattenendo il fiato. Dalla loro camera, di fronte alla Torretta, si percepiva facilmente ciò che avveniva in quella stanza. Da tempo udivano rumori strani. Negli ultimi giorni erano diventati fastidiosi. Voci, grida strozzate, lamenti, scoppi, botte sui muri. - Dicono che Padre Pio di notte venga battuto da Satana. - E strano quel monaco. A me fa paura. - La moglie di Scocca mi ha detto che mamma Peppa al mattino trova la camera tutta sottosopra. - Dovrebbero chiamare il prete a dare una bella benedizione. - Padre Pio è un prete. - Può darsi che non possa benedire se stesso. Cercarono di riprendere il sonno. Dopo un po' i rumori divennero più forti. Poi ci fu uno scoppio violentissimo, seguito da lampi. Come un temporale. E grida disumane. - Ho paura - mormorò Angelamaria. Nella stanza accanto il figlioletto cominciò a piangere e svegliò anche le due sorelle. - Mamma, ho paura - diceva il bambino. Di nuovo si ripeterono i rumori violentissimi. - Questo è un terremoto! - esclamò Nicola balzando fuori dal letto. Si vesti e prese il figlio spaventato in braccio. - Buono, buono, non è niente. Angelamaria cercava di calmare le figlie. Una vampata di luce intensa illuminò la notte, entrando come una lama nella camera. - Usciamo - disse Nicola cercando di trovare la porta. Quel lampo lo aveva accecato. Sulla strada trovarono anche i componenti di altre tre famiglie che vivevano lì vicino. Tutti avevano udito quei rumori ed erano spaventati. - Sembrava un incendio - disse Giovanni Iadanza, che con la sua famiglia era stato il primo a uscire in strada. - Dove? - Nella Torretta dei Forgione. - Ma non si vede più niente. - È stato un attimo. - Tutte le notti succede qualcosa di strano in quella stanza. Non si riesce più a dormire. Tutto era tornato calmo. Miriadi di stelle scintillavano nel cielo. Il giorno dopo mamma Peppa andò a trovare il parroco. - Sono preoccupata per mio figlio. - Che c'è di nuovo? - I rumori notturni, che tempo fa le ho detto di sentire nella camera di mio figlio, vanno sempre aumentando. La notte scorsa sono stati fortissimi. Ci sono stati anche tuoni, lampi, fiammate. Ho sentito che i vicini si sono spaventati e sono usciti di casa con i bambini. - È un bel guaio. - Ma che cosa succede a mio figlio? - Potessi saperlo. - Al mattino la sua camera è un macello, a volte la camicia è macchiata di sangue. Questa mattina era addirittura inzuppata. - Sarà dovuto alla sua malattia polmonare. Sbocchi di sangue. - No. Le macchie si trovano sul retro della camicia, sulla schiena. - Padre Pio si flagella per penitenza e avrà esagerato. - O qualcuno lo ha picchiato di brutto. -Chi? - Lo sapessi. Lui dice che Satana gli sta facendo una guerra tremenda. - Satana, Satana, non ci capisco proprio niente. - Non mi siete di conforto. - No, non ci capisco proprio niente - ripeté Don Salvatore. - E mi preoccupo per le famiglie che abitano lì vicino. Padre Pio si rendeva conto di essere al centro della curiosità dei vicini. Sapeva che correvano voci strane sul suo conto, ma non poteva farci niente. Era vittima di una situazione che non riusciva a dominare. Per sottrarsi alla curiosità e per non disturbare i vicini, decise di fermarsi nella capanna di Piana Romana anche di notte. I fenomeni inspiegabili lo seguirono. Infestarono anche quel luogo. I pastorelli che conducevano al pascolo le pecore da quelle parti, e che di tanto in tanto andavano a trovare Padre Pio, non si fecero più vivi con lui. Stavano alla larga dalla sua capanna. - Padre Pio ha il diavolo - dicevano. Don Salvatore voleva capire. Il fraticello, filiforme e con il torace scavato, negli ultimi tempi era dimagrito ancor di più. Aveva gli occhi spiritati, febbricitanti, i capelli arruffati, gli zigomi sporgenti. La sua tosse cronica era diventata cavernosa. Da quando si fermava a Piana Romana anche di notte, diceva la Messa in una cappella della zona e si faceva vedere poco in paese. Don Salvatore andò a trovarlo. Arrivò a Piana Romana in un pomeriggio afoso. - Che ti succede, figliolo? - domandò a Padre Pio. - Zi' Tore, non ce la faccio più - rispose il fraticello. Stava seduto su un sasso, all'ombra delle frasche che costituivano il tetto della capanna. Il suo volto era pallido, cadaverico. La giornata era calda, ma sotto quelle frasche spirava una confortevole brezza. - Si sta bene qui - disse Don Salvatore, affaticato per la camminata. - Un paradiso, se si potesse riposare. - Ti vedo con la faccia tirata. - Non dormo mai. - Perché? - Satana non mi dà tregua, giorno e notte. Mi tormenta con la più brutte tentazioni che si possono immaginare, e poiché io resisto e prego, si scatena e mi picchia senza pietà. Don Salvatore lo guardò per alcuni attimi. Poi disse con tono paterno: - Senti figliolo, bisogna che noi facciamo una bella chiacchierata. Ma chiara, chiara. Già altre volte mi hai parlato di queste lotte diaboliche. Ogni volta mi fai venire i brividi. Io sono un prete anziano ormai. Conosco il mondo e credo di avere una certa esperienza anche di cose spirituali. Quello che tu mi racconti mi spaventa. E mi lascia anche perplesso. Non riesco a dare un senso ai tuoi racconti e nemmeno un significato preciso, una fine. Allora mi devi spiegare bene. Che cosa intendi dire quando mi racconti che Satana ti picchia? - Intendo proprio dire che mi dà le botte - rispose Padre Pio. - Ma tante - aggiunse. - Lui e i suoi sgherri mi percuotono con bastoni e oggetti di ferro. Mi scaraventano per terra. Mi tirano addosso le cose che ho nella capanna. Mi buttano fuori dal letto e mi trascinano per terra. Più di una volta sono giunti a togliermi perfino la camicia e a percuotermi in questo stato. - Com'è possibile che avvengano fatti del genere? Satana è uno spirito - osservò Don Salvatore meravigliato. - Non saprei spiegare - rispose Padre Pio scuotendo la testa sconsolato. - So che avvengono. Spesso Satana non è solo, ma accompagnato da altri spiritacci. Cinque, dieci, venti, e tutti si avventano contro di me. - Li vedi? - A volte assumono sembianze umane. - Per esempio? - Mi appaiono in forma di donne nude, fanciulle leggiadre che ballano in modo lascivo, dicendo parolacce, cercando in tutti i modi di tentare la mia purezza. E poiché io resisto, scacciando quelle immagini dalla mia mente, gli spiritacci si trasformano in mostri orribili e mi spaventano, mi picchiano con ferri acuminati, tentano di uccidermi, di soffocarmi. Sotto i loro colpi mi sento mancare il respiro il cuore non batte più. E poi di nuovo tornano a essere fanciulle bellissime, provocanti. E un'altalena che va avanti anche tutta la notte. - Hai provato a invocare la Madonna? - Lo faccio sempre, e loro hanno il terrore di quel nome, lo so. Ma il Signore permette che Satana continui a tormentarmi ugualmente. Quel maledetto si presenta anche sotto le forme di certi Santi: Sant'Antonio, San Francesco, San Giuseppe. Sono caduto nel suo tranello, e mi aggrappavo a quei Santi per cercare protezione, e lui scoppiava in una risata, tornando a essere un mostro e riprendendo a percuotermi. Tutte le mie notti trascorrono in questo modo, e mi sembra di impazzire. - Gesù non si fa più vedere? - I miei amici celesti tornano verso il mattino e mi consolano. Se non arrivassero loro, sarei già morto. L'altra sera ero sfinito e mi sono messo a letto intorno alle 10. Non ho fatto in tempo neanche a prendere sonno. Sono arrivati quei cosacci e mi hanno picchiato fino alle 5 del mattino. Quando se ne sono andati via, un freddo gelido si è impossessato della mia persona. Tremavo da capo a piedi. Sono rimasto in quello stato per un paio d'ore e poi ho perso molto sangue dalla bocca. - Perché Dio permette questo? - Non lo so. So solamente che Lui non opera senza fini precisi, utili a noi. Le tentazioni mi fanno impazzire. Non per la continuità, ma per la loro bruttezza e per il grande timore di offendere Dio da un momento all'altro, poiché ci sono dei momenti che mi trovo proprio sull'orlo del precipizio, per cadere. Il Demonio mi vuole per sé a ogni costo. Per tutto quello che mi succede, a volte penso di essere un ossesso. - E terribile quello che mi dici, figliolo. - In queste sofferenze trovavo un po' di consolazione a scrivere e a confidarmi con il mio direttore spirituale, Padre Agostino. Ma il Demonio non vuole. Quando mi metto a scrivere, Satana mi fa venire dei dolori di testa che mi accecano, oppure mi paralizza il braccio. Mi strappa le lettere che arrivano dal mio direttore spirituale. O le scarabocchia rendendole illeggibili. - Vedo che la situazione è peggiorata - disse Don Salvatore dopo aver riflettuto per alcuni secondi. - Ma credo che restare qui, da solo, giorno e notte, non ti faccia bene. - A casa i rumori provocati da Satana disturbano i vicini. Mi sono accorto che certe notti si sono alzati e sono rimasti a lungo in mezzo alla strada. Chissà che cosa pensano di me. Sono venuto qui per non spaventarli. - Devi tornare - disse con decisione il parroco. - E devi venire spesso a trovarmi per parlare con me, sfogarti. E quando ricevi lettere dal tuo direttore spirituale, non aprirle. Vieni da me e le apriremo insieme. Vedrai che in mia presenza non succederà niente. Don Salvatore riprese la via del ritorno con nuovi pensieri e nuove preoccupazioni. Le vicende legate a quel suo caro figliolo diventavano sempre più complicate. Il tempo si era messo al brutto. Pioveva spesso, e la capanna di Piana Romana era intrisa di umidità. Padre Pio decise di dare ascolto ai consigli di Don Salvatore e tornò a casa. In serata andò a salutare il parroco e lo informò che aveva deciso di fermarsi in paese. - Sono proprio contento che tu sia tornato - gli disse Don Salvatore e aggiunse: - Andiamo a fare quattro passi. Scesero verso la periferia dell'abitato, seguendo l'itinerario che Don Salvatore era solito percorrere per le sue consuete passeggiate serali. - Quel che mi hai confidato l'altro giorno sulle vessazioni di Satana mi ha molto impressionato - disse a un certo momento il parroco. - La realtà è molto più brutta di come le mie parole possano descriverla - rispose Padre Pio. - Sono andato a rileggere i testi di teologia che riguardano queste vicende - continuò Don Salvatore. - Volevo capire se c'è una spiegazione a queste violenze di Satana di cui mi hai parlato. - Che cosa ha trovato? - Poco. Mi sono accorto che in realtà i testi teologici trascurano questo argomento. Vengono affermate le verità fondamentali: che i demoni sono stati creati buoni da Dio e sono diventati cattivi per loro colpa; che la loro pena è eterna; che la loro natura è spirituale e sono quindi puri spiriti; che hanno un carattere personale, sono cioè padroni delle loro azioni; che tentano l'uomo per spingerlo a ribellarsi contro Dio con il peccato. Per quanto riguarda la loro attività pratica, concreta, nessuna indicazione. Sulle vessazioni, l'influsso che il Demonio può esercitare sugli uomini, non ho trovato niente di preciso: è tutto molto vago. - Non sente, Zi' Tore? - Padre Pio si era fermato in mezzo alla strada, si guardava intorno e tendeva l'orecchio come per percepire meglio qualcosa di indistinto che doveva essere comunque qualcosa di meraviglioso, dal momento che il suo viso si era illuminato di gioia. - Che c'è? - domandò il parroco. - Io non sento niente. - Odo un coro di voci che cantano inni al Signore, e sento dei monaci che pregano. Qui sorgerà un giorno una chiesa e un grande convento di frati Cappuccini. Don Salvatore sorrise un po' ironicamente. - Speriamo, sarebbe una bella cosa - disse con voce stanca pensando: "Siamo a posto, adesso vede anche il futuro - Diceva quindi che non ha trovato niente nei testi teologici sulle vessazioni - disse Padre Pio riprendendo a camminare. - Purtroppo. - Eppure nel Vangelo Gesù parla molto dell'attività concreta di Satana: lo scaccia dal corpo degli invasati, fa capire che certe malattie sono provocate da lui. E quando manda i suoi apostoli in giro per il mondo, dà loro tre precisi incarichi: "Predicate la Buona Novella, guarite gli ammalati e scacciate i demoni - Lo so bene. Ma la teologia, soprattutto quella moderna, non dà più molto spazio a questi temi. Si sostiene che molti disturbi mentali e fisici, un tempo attribuiti a Satana, sono frutto di malattie psichiche e che per curarli è necessario ricorrete al medico. - Penso anch'io che non tutte le malattie debbano essere attribuite a Satana, ma sono convinto che la sua azione sul mondo e sugli uomini è tremenda e vastissima. - Non è che stai esagerando? E che anche i tuoi problemi potrebbero essere risolti ricorrendo a un medico specializzato? - No. - Chi te lo dice? - Gesù. Me lo ha detto Gesù. - Come fai a esserne sicuro? Me lo ha detto lui. Don Salvatore si bloccò. Quando udiva Padre Pio parlare in quel modo provava una profonda irritazione. Non tanto contro il giovane frate, ma contro se stesso. Sentiva di non credere a quello che Padre Pio diceva, ma nello stesso tempo non aveva argomenti per confutarlo. E allora troncava la conversazione. Per non far capire l'imbarazzo in cui si trovava, cambiava argomento. - Guarda che tramonto fantastico - disse anche quella sera proprio per chiudere la conversazione. - Rosso di sera bel tempo si spera - aggiunse Padre Pio. - Speriamo che il proverbio abbia un fondo di verità. Continua a piovere, e la campagna invece avrebbe bisogno di sole. Tornarono lentamente verso la canonica.
22
La vita di Padre Pio a Pietrelcina scorreva uguale e grigia in un'apparente monotonia. Tutti i giorni le stesse povere e modeste azioni, che sembravano non interessare nessuno. In realtà egli conduceva una esistenza intensissima per la carica spirituale con cui partecipava al respiro del mondo. Non c'era un attimo della sua giornata che non fosse vissuto con estremo impegno. Durante i mesi freddi la sua malattia al petto si acutizzava, e di notte tossiva in continuazione. - Quando dorme? - si domandavano i vicini di casa e avevano compassione di lui. Dormiva, infatti, pochissimo. Quando non era tormentato da Satana, trascorreva la maggior parte del tempo in preghiera. Stava inginocchiato sul pavimento, ai piedi del letto. Nei mesi tiepidi della primavera amava sedersi accanto alla finestrella aperta della Torretta e pregava guardando il cielo. Pregava e ascoltava. "Signore, voglio essere soltanto un povero frate che prega." Ascoltava i rumori della notte, ascoltava il mondo, la vita. "Signore, io sono un puntino invisibile nell'universo, ma tu, Dio infinito, mi ami, e io divento più importante della luna, delle stelle. Intorno a me ci sono tanti puntini invisibili, piccoli esseri umani come me, che Tu ami, e il tuo amore li trasforma nel tesoro più prezioso di tutto ciò che Tu hai creato." Si concentrava e restava con il corpo immobile e teso, per assaporare in pieno il significato delle sue riflessioni. Non si considerava un monaco che aveva lasciato il mondo per allontanarsi dalla vita degli uomini. Aveva scelto la vita religiosa per immergersi nel mondo. Era un innamorato del mondo, della gente. Un innamorato pazzo, e affrontava sofferenze, disagi, lotte, privazioni per quelli che amava. "Signore voglio morire di sofferenza, come tu sei morto sulla croce." Immaginava la vita degli esseri umani nelle sue infinite manifestazioni. Le più esaltanti e le più drammatiche; le più belle e le più umilianti. "Signore, tutto è polvere ciò che non è nel tuo amore." Si identificava con la gente, cercava di immergersi nei loro problemi, di diventare parte di quella povera umanità frastornata, sofferente, dilaniata da paurosi vuoti interiori, confusa da illusioni, da chimere. "Per questa gente, così com’è nella sua nuda realtà non idealizzata dalla fantasia, Gesù è morto in croce" diceva fra sé. "Ed è morto per amore. Un amore totale. Signore" pregava con trasporto "io voglio amare, amare senza limiti, come hai amato tu." Ogni notte ricordava i volti delle persone che aveva incontrato durante la giornata. Li rivedeva e li pensava. Persone con cui si era imbattuto per strada, viste nei campi, salutate in paese. Sapeva che ciascuna di loro aveva dentro problemi, drammi, sofferenze, umiliazioni, passioni, sentimenti, paure. - Per ognuno, Gesù, voglio morire, come hai fatto tu - pregava. - Ma anche per tutti quelli che non ho visto, che non conosco, che non incontrerò mai, ma che amo. Si commuoveva fino alle lacrime pensando soprattutto ai giovani, agli innamorati, agli sposi, ai bambini, ai vecchi. In queste particolari categorie vedeva rappresentata la vita, quella vita che veniva da Dio ed era espressione di un amore senza confini. Quando in paese si celebravano matrimoni, pur restando nella sua solitudine, li seguiva con vivissima partecipazione. La notte stava alla finestrella della Torretta per ascoltare i canti, i balli, la festa di nozze. Ricordava le critiche che certi sacerdoti e suoi confratelli religiosi muovevano a quelle feste. A lui piacevano e ne intuiva il senso atavico, legato alla grandissima importanza dell'evento. Secondo un'antica tradizione pietrelcinese, a mezzanotte cessavano i balli, e gli sposi si ritiravano nella loro casa. Allora il cantore del paese, quello con la voce più bella, faceva la serenata. Accompagnato dal calascione, intonava un'antica nenia: Mari, voglio cantà puri pe te chesta canzone, scritta con sentimento e passione, pecché te voglio bene, come tu me vu bene, Mari. E sempre, ascoltando quei poveri versi, gridati con dolcezza un po' rozza alle stelle, lui piangeva. Sapeva che gli sposi, affacciati alla finestra della loro camera, erano tanto felici nel sentire la serenata di rito, e poi, in segno di riconoscenza, con una corda calavano un canestro di confetti e dolci. Ricordava quando suo padre Grazio, che era stato un cantore di serenate, gli portava a casa i confetti. - È la vita, Signore - pregava. - La vita che Tu conosci bene. La vita che Tu hai fatto. Questi ragazzi sono figli tuoi, aiutali, amali. Aiutami ad amarli. A Carnevale il paese si lasciava prendere da una folle allegria. La gente era come impazzita. Canti, balli, maschere, spettacoli in piazza che al sabato duravano anche tutta la notte. Alle 23 del martedì grasso la campana dava il segnale per avvertire la gente che mancava un'ora alla Quaresima. Chi aveva in casa carni o cibi conditi con il grasso di qualche animale doveva affrettarsi a mangiarli perché a mezzanotte scattava la stretta astinenza. E la gente si buttava sugli avanzi dei pranzi di quei giorni, consumava tutto, beveva vino. Erano giorni di pazzia, di sfrenatezza. Anche in quei giorni Padre Pio era là, dietro la finestrella, ad ascoltare, a pregare. Soffriva perché sapeva che il mondo perdeva la misura, e invece di stare seduto sulla sedia con lo sguardo verso il cielo, stava inginocchiato sul pavimento con la testa china. Pregava con maggior amore, con infinita pietà. "Signore, non guardare. Punisci me. Tu sei morto in croce per questi tuoi fratelli. Adesso tocca a me andare sulla croce per loro. Non sarò mai lontano da loro. Io sono uno di loro, e sarò sempre con loro. Ti chiedo di lasciarmi qui a soffrire in questo mondo, finché riuscirò a salvarli tutti." La primavera quell'anno fu particolarmente umida. Giornate splendide, ma quasi ogni giorno arrivava qualche temporale improvviso che lasciava cadere sulla campagna copiosi scrosci di pioggia. Quell'acqua, seguita dal sole caldo, era una sferzata di energia per i campi. L’erba cresceva di un colore verde cupo. I rami delle piante si piegavano sotto il peso delle foglie, morbide e numerose. - Troppa grazia quest'anno - dicevano i contadini a Padre Pio salutandolo quando percorreva il viottolo che conduceva a Piana Romana. - Ringraziate il Signore. - Lo ringraziamo, ma adesso ci concede troppo. - Non siete mai contenti. - Quando si mangia troppo, viene il mal di pancia. La nostra terra in questi mesi sta scoppiando di salute. I contadini erano preoccupati. Quell'abbondanza d'acqua rischiava di rovinare le colture. Soprattutto il raccolto delle fave. La coltivazione delle fave a Pietrelcina era diffusa. Molti contadini impegnavano gran parte dei loro terreni in quel raccolto, che dava sempre soddisfazioni economiche. Quell'anno le cose si mettevano male. Le piogge avevano favorito la crescita della pianta, ma anche la proliferazione dei pidocchi. Gli insetti, trovando le foglie e i fiori teneri e morbidi, facevano strage arrestando lo sviluppo del frutto. I contadini erano disperati. Avevano ormai la certezza che il raccolto sarebbe andato perduto. Domenico Fucci era un contadino che possedeva della terra vicino a quella di Grazio Forgione. Padre Pio lo vedeva quasi tutti i giorni quando andava a Piana Romana, ma non ne aveva mai sentito la voce. Lo salutava, e Domenico rispondeva con un cenno del capo, con un sorriso, con gli occhi felici, ma non aveva il coraggio di parlare. Padre Pio si meravigliò molto quando se lo vide arrivare nella capanna e lo sentì dire con una vocetta timida: - Sia lodato Gesù, Francì. - Oh, Domenico, che piacere vedervi. Ma io non mi chiamo più Francesco. Mi sono battezzato di nuovo e mi chiamo Padre Pio. - Come volete, Francì. Io ho bisogno che veniate a benedire le mie fave. - Perché? - Voglio che il Signore mi liberi da quegli insetti maledetti che le stanno distruggendo. - Sei certo che il Signore ti ascolterà? - Io lo prego. Lui è il Signore e può aiutarmi. Se poi non lo vuole fare, avrà le sue ragioni. - Bravo, Domenico. Hai fede - disse Padre Pio. - Tu lavori i campi. E fatichi molto, io lo so. E ora c'è qualcuno che vuole distruggere il tuo raccolto. Non può essere Dio, perché Dio non fa il male, ti vuole bene, vuole che il tuo raccolto vada a buon fine. Quindi chi lo vuole distruggere è il Demonio, che si serve di quegli insetti, e tu fai bene a chiedere l'aiuto del Signore. Vedrai che ti aiuterà. Domani mattina pregherò per te durante la Messa, e poi ci vediamo qui, intorno alle 11, e andremo a benedire i tuoi campi. Al mattino fu puntuale. Alle il Domenico lo aspettava alla capanna. Padre Pio aveva portato la stola violacea e l'acqua benedetta. Indossò la stola e raggiunsero i campi di fave. Padre Pio cominciò a pregare ad alta voce, con grande fervore. Poi si addentrò nei filari di fave benedicendo. Con ampi gesti aspergeva quelle pianticelle coperte dai parassiti che, al suo passaggio, cadevano stecchiti. Il contadino lo seguiva sbalordito, incredulo. - Francì, muoiono tutti - gridava di gioia. - Eh, che credevi? Che il Signore non venisse in tuo aiuto? Tu lo hai pregato con fede, e Lui ti ha ascoltato. Nel Vangelo ha detto: «Chiedete e vi sarà dato; bussate e vi sarà aperto, pregate e otterrete". Non è mica bugiardo Gesù. Mantiene quel che promette. Tornato in paese, Domenico corse a raccontare agli amici quanto era accaduto. - Impossibile. - Tu ci prendi in giro. - Venite a vedere. - Certo che veniamo, e subito. Tornarono nei campi e tutti poterono constatare. Andarono immediatamente da Padre Pio. - Devi aiutare pure noi. Abbiamo i raccolti in pericolo come Domenico. - Siete mossi dall'interesse - disse Padre Pio. Domenico ha pensato a Dio con fede. Non sapeva infatti quali risultati poteva avere quel suo pensiero. Ma ha avuto fiducia e ha pregato. Voi, invece, venite da me spinti da quanto Domenico ha già ottenuto. "Beati coloro che crederanno senza vedere", ha detto il Signore. La vostra fede non è pura. Ma Dio resta pur sempre vostro padre e vi ascolta lo stesso. Andò con loro. Ripeté la benedizione, e anche i loro campi furono liberati dai pidocchi. La notizia fece il giro di tutta Pietrelcina. Si sparse nei paesi vicini. Molti ridevano, ma quelli di Pietrelcina, che ormai conoscevano bene Padre Pio, dicevano con soddisfazione: - U santariello nuostro è grande. Il racconto di quanto era accaduto arrivò anche alle orecchie di Don Salvatore, e il fatto contribuì ad aumentare il disagio che egli provava per tutte quelle cose inspiegabili che accadevano intorno a Padre Pio. "Questo è un mago" diceva fra sé. "Forse ha venduto l'anima al diavolo." Ma subito si vergognava di quei pensieri, si sentiva in colpa. - Non capisco più niente - ripeteva confuso. Qualcuno bussò alla porta. - Avanti. Entrò Padre Pio. "È proprio un mago" pensò istintivamente Don Salvatore. Ma con un bel sorriso gli disse: - Qual buon vento? - Mi avete detto di portarvi le lettere del mio direttore spirituale prima di aprirle. Ecco, ne è arrivata una. - Vieni, vieni, l'apriremo insieme. Si ritirarono nello studio. Don Salvatore teneva stretta in mano la lettera che Padre Pio gli aveva consegnato. "Voglio un po' vedere che succede" pensava. Prese il suo bel tagliacarte d'argento, un regalo ricevuto dai suoi allievi del Seminario quando aveva deciso di lasciare l'insegnamento. Mentre lo avvicinava alla lettera, si accorse che la sua mano tremava. In realtà aveva un non so che dentro che lo rendeva nervoso. Aprì la lettera, ne estrasse il foglio e lo lasciò cadere di scatto sul tavolo, quasi gli avesse scottato le dita. Il foglio era completamente nero. Tutta una macchia d'inchiostro impediva non solo di leggere, ma anche di sapere se su quel foglio fosse stato scritto qualcosa. - Padre Agostino non può avermi inviato una simile lettera - esclamò Padre Pio, che appariva eccitato per ciò che era accaduto. - Penso anch'io che non ha senso inviare un foglio di questo genere - mormorò Don Salvatore con un filo di voce. Il suo viso era impallidito. Il suo animo confuso. Non si aspettava una cosa del genere, e nella sua mente si era affacciato subito il pensiero che Padre Pio e Padre Agostino fossero d'accordo e stessero conducendo insieme la commedia. Il pensiero gli fece venire il mal di testa. - Ha visto, Zi' Tore - incalzava Padre Pio - che cosa mi ha combinato quel cosaccio? Chissà che cosa mi avrà scritto Padre Agostino in questa lettera. Satana non vuole che io legga e allora ecco, che cosa mi ha fatto arrivare. - Calma, calma - disse Don Salvatore. - Chi dice che sia opera di Satana? Tutti possono imbrattare un foglio di inchiostro. Magari Padre Agostino ha voluto farti uno scherzo. - Per quale ragione? Il Padre sa quanto soffro per questi dispetti di Satana, e non è possibile che anche lui si sia messo a peggiorare la condizione. - Ora cercheremo di conoscere la verità - ribatté Don Salvatore con decisione. Andò nella stanza accanto al suo studio, dove teneva l'occorrente per dare l'Estrema unzione ai moribondi. Prese la cotta bianca, la stola violacea e l'aspersorio. - Faremo un esorcismo in piena regola su questo foglio - disse tornando nello studio. - Se la macchia è opera di Satana, sparirà e la lettera diventerà leggibile. Se invece non sparirà, significa che Satana non c'entra per niente. Aprì il manuale delle preghiere, cercò le formule dell'esorcismo e cominciò il rito. Padre Pio seguiva e rispondeva alle invocazioni di Don Salvatore. Pregarono Dio Padre, Gesù, la Madonna, i Santi. Poi, impugnando l'aspersorio come un'arma e pronunciando le parole con tono solenne, il parroco recitò la formula esorcistica: - Allontanati, Satana, da questa lettera, allontanati nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo; allontanati per la fede e la preghiera della Chiesa; allontanati per il segno della Santa Croce di Gesù Cristo, Nostro Signore. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. - Amen - disse Padre Pio con altrettanta solennità. Pronunciando l'invocazione Don Salvatore aveva ripetutamente asperso la lettera con l'acqua benedetta e, con stupore e paura insieme, vide la macchia d'inchiostro schiarirsi, diventare pallida, lasciando emergere le parole scritte sotto. Tutto era avvenuto in un attimo, davanti ai suoi occhi. La macchia non era scomparsa del tutto, ma ora sembrava un'ombra opaca, solo un ricordo di com'era prima. - Dio mio! - esclamò Don Salvatore, che quasi sveniva. - Bello, bello, guardi, Zi' Tore, ora si legge - diceva Padre Pio saltellando di gioia come un bambino. - Sì, è vero, ora si può leggere - ripeté con voce stentorea il parroco guardando stralunato la lettera che Padre Pio teneva fra le mani. Si tolse la stola e la cotta e le riportò nella stanza accanto. Padre Pio si era avvicinato alla finestra per vedere meglio e stava leggendo. Don Salvatore era in preda ai pensieri più cupi. Quello era un nuovo segno dei misteri che incombevano intorno a Padre Pio. Ma era una nuova mazzata alla sua razionalità. Quella sera, rimasto solo, Don Salvatore camminava nervosamente su e giù per la stanza, in preda ai propri pensieri. Cosa stava succedendo? La lettera era una prova inconfondibile. Ma di che cosa? Ammesso che tutto quello che stava avvenendo intorno a Padre Pio fosse quindi vero, cioè opera di Satana, che senso aveva? Perché avveniva? Perché Satana tormentava le persone? Perché Padre Pio doveva soffrire tutte quelle angherie? Alla fine sedette al tavolino e prese un foglio per scrivere una lettera a Padre Agostino. Voleva spiegargli che cosa era accaduto. Ma dopo averlo riempito, stracciò il foglio. Non riusciva a dire ciò che pensava e neppure a descrivere i fatti. Finì per comunicare a Padre Agostino che desiderava parlargli e che, quindi, quando avesse trovato un po' di tempo libero, venisse a trovarlo. - La vostra lettera mi è arrivata in un brutto periodo - disse Padre Agostino a Don Salvatore. - Ero impegnato con gli esami degli studenti di teologia. Solo ora sono potuto venire. - La ringrazio della cortesia, ma non c era niente di urgente - rispose Don Salvatore. Strinse con calore la mano al frate. - Ha fatto buon viaggio? - Il treno era vuoto. Ma il caldo è soffocante in questi giorni. - Venga, le offro qualcosa di fresco. Entrarono in canonica. - Rosina - disse Don Salvatore alla nipote - vai per favore al pozzo a prendere la bottiglia di vino bianco. Per tenerle in fresco, Don Salvatore legava le bottiglie di vino a uno spago e le calava in fondo al pozzo. Fece accomodare Padre Agostino nello studio. Teneva le persiane appena socchiuse per evitare che entrasse il caldo. Arrivò Rosina con il vino e dell'acqua appena attinta. Padre Agostino mischiò acqua e vino e bevve con avidità. È una meraviglia - commentò. - Vi ringrazio. Ci voleva proprio. - Ringraziamo il Signore. - Come sta Padre Pio? - domandò il religioso. Come al solito - rispose il parroco. - Né bene né male. Ora bene ora malissimo. Ora moribondo ora pieno di energie che non so dove vada a pescarle. Un momento sembra un bambino e il momento dopo un vecchio decrepito. Di questo giovane, io non ci capisco niente. Padre Agostino sorrise. - Neanch'io ci capisco niente. Ma credo che questa sia la verità di Padre Pio. È una persona ricca di cose che per noi sono incomprensibili. Da anni ormai lo conosco e lo seguo. Ho visto di tutto in lui e ormai ho imparato a non meravigliarmi più di niente. - Quel che mi spaventa - riprese Don Salvatore - è la massiccia presenza intorno a lui di una serie continua, ininterrotta di fatti che non saprei come definire: eventi negativi, interventi provocati da forze ostili, forze del male, forze sataniche. Non volevo pronunciare questo termine, ma è quello più appropriato. - Noi sappiamo bene che Satana vive intorno a noi - disse Padre Agostino. - Nel "Padre nostro", Gesù ci ha insegnato a chiedere a Dio Padre di darci il "nostro pane quotidiano", ma anche di "liberarci dal Maligno". Secondo Gesù, essere aiutati dal Padre contro il 'Maligno è importante quanto ricevere il «pane quotidiano". Significa che il Maligno c e, e pericoloso e ci insidia continuamente. - Sarà così, ma io non ho mai avuto molta dimestichezza con Satana. So che esiste e credo alla sua esistenza perché la Chiesa mi dice di crederci. Ma l'ho sempre considerato una cosa lontana, remota. Padre Pio invece ci vive quasi in simbiosi, con Satana. Mi ha raccontato vicende che fanno raddrizzare i capelli. Ho saputo dai suoi vicini che di notte dalla sua camera provengono rumori allucinanti. Certe mattine lo trovano pieno di lividi, sanguinante. Sua madre mi ha detto che la camicia a volte è tutta una macchia di sangue. E Padre Pio afferma che è Satana a picchiarlo ogni notte. "Io, caro Padre, sono vecchio ormai. Non ho più la fantasia fervida di un tempo. Sono portato a tenere i piedi per terra. Ascoltando racconti del genere, mi verrebbe da ridere. Ma, nel caso specifico, proprio perché riguardano Padre Pio, mi fanno grande impressione. Vanno ad assommarsi a mille altri particolari inspiegabili che si sono presentati nella vita di Padre Pio fin da quando era bambino. E allora mi chiedo con angoscia: 'Se tutto questo è vero, chi è Padre Pio? Che cosa vuole Dio da lui? Perché permette che Satana lo strapazzi in quel modo?'. Sono interrogativi che ormai mi tolgono il sonno. Lei, sa darmi una risposta?" Padre Agostino aveva ascoltato con attenzione, meravigliandosi nel notare nella voce di Don Salvatore un insolita emozione. Da come pronunciava le parole, si capiva che il problema lo turbava molto ed era stato oggetto di lunghe riflessioni. - Non saprei proprio che cosa rispondere - disse Padre Agostino. - Conosco anch'io i fatti cui ha accennato. Da anni Padre Pio mi scrive informandomi di tutto quello che accade nella sua vita. Quando è vissuto con me, nei nostri conventi di Venafro e di Serracapriola, ho assistito io stesso a scene terribili che hanno messo in crisi tutta la comunità religiosa. Ma, pur avendoci riflettuto a lungo, non sono mai riuscito a trovare una spiegazione precisa. Escludo che queste manifestazioni siano frutto di malattie mentali, dunque escludo che Padre Pio sia schizofrenico, paranoico, maniaco, isterico. Propenderei per un'interpretazione di carattere spirituale, mistico. Fin da quando era bambino, Padre Pio si è offerto vittima a Dio per i peccatori. È indubbiamente un'anima eletta e può darsi che Satana tenti di distruggerlo, di annientarlo. Questa potrebbe essere una spiegazione alle lotte che scatena contro di lui. - Perché Dio permette a Satana di avere tanto potere su un povero fraticello pieno di acciacchi? - Bisognerebbe conoscere i disegni di Dio. Ci sono degli episodi nell'agiografia che potrebbero venirci in aiuto. Il Santo curato d'Ars, per esempio. Certe notti Satana lo picchiava a sangue, e il curato diceva: "Domani arriverà qualche grosso peccatore a confessarsi . E non sbagliava. Satana tenta con ogni mezzo di impedire il bene che certe anime sanno compiere. È certo che Satana non potrebbe fare nulla, senza che Dio lo permetta. Quindi, quel che avviene in Padre Pio ha uno scopo preciso che noi non conosciamo. - Io ho rinunciato a capire - rispose Don Salvatore. - Ma sono convinto che di queste vicende si parlerà a lungo. Il mistero di questo figliolo è appena cominciato, lo sento. Recentemente sono stato testimone di alcuni fatti che mi hanno sconvolto e ho voluto incontrarla per farglieli conoscere. Don Salvatore aprì il cassetto della scrivania ed estrasse una cartella. Dentro c'erano dei fogli. Li passò a Padre Agostino e gli domandò: - Riconosce la calligrafia? - È la mia. Sono lettere che ho scritto a Padre Pio. - Sono tre lettere. - Come mai questa è tutta nera? - domandò Padre Agostino. - Ecco il punto. Queste tre lettere hanno una storia precisa, ma impressionante, di cui io sono stato testimone. In queste lettere ho visto agire la potenza di entità che non sono di questo mondo. Di ognuna di queste esperienze ho fatto una relazione scritta, allegata alla lettera. Consegno tutto a lei perché lo conservi e lo utilizzi se un giorno sarà necessario. Padre Agostino aveva seguito il lungo monologo di Don Salvatore, ma non era ancora riuscito a capire dove volesse approdare. - Ecco quanto è accaduto - disse il parroco riprendendo il suo racconto. - Un giorno Padre Pio venne a trovarmi molto demoralizzato. Mi disse che Satana lo tormentava, lo picchiava, gli paralizzava il braccio ogni volta che provava a scriverle per tenervi informato delle sue vicende spirituali, e mi supplicò di aiutarlo. Avevo ascoltato le sue parole con scetticismo. 'Pur avendo grande stima di lui, quando tocca questi argomenti mi viene un'avversione istintiva e non riesco a credergli. "Padre Pio mi disse ancora che Satana gli scarabocchiava le lettere che riceveva da lei, oppure gliele strappava prima che potesse leggerle. Allora gli ho detto: 'Perché non le porti da me appena ti vengono consegnate? Le apriremo insieme e vedrai che in mia presenza non succederà un bel niente. "Padre Pio mi ubbidì. Qualche giorno dopo arrivò una vostra lettera, e lui la portò subito da me senza aprirla. Era proprio quella che ora avete in mano. Si vedeva che era vostra dalla scrittura, e poi c'è il mittente. Me la diede. La osservai e mi resi conto che era ancora perfettamente chiusa. Allora la aprii io, con queste mie mani. Ne estrassi un foglio completamente nero. Tutto una macchia d'inchiostro. Non si leggeva niente. Padre Pio disse: 'Ecco, vede, Satana ha versato dell'inchiostro sulla lettera per impedirmi di leggerla'. Allora ho deciso di esorcizzarla. E, mentre compivo i sacro rito, con stupore, anzi, con terrore, ho visto il foglio cambiare colore sotto i miei occhi, e diventare così com’è adesso: scuro, ma non tanto da impedire la lettura. «Quest'altra lettera, invece" continuò Don Salvatore estraendo dalla cartella un seconda busta "conteneva un foglio completamente bianco. Ho pensato in un primo momento che lei lo avesse inserito nella busta per errore o per fare uno scherzo. Ma mentre la esorcizzavo sono apparse le parole, che qualcuno, non so con quale magia, aveva reso invisibili prima. "E questa ha una storia diversa, ma non meno sconcertante" disse prendendo dalla cartella la terza lettera. «Fa parte di un gruppo di lettere che Padre Pio aveva ricevuto prima che Satana cominciasse a fargli i dispetti. Gli avevo chiesto di portarmele per vedere se c'era qualcosa di anormale. Come vede, lei l'ha scritta in greco, come del resto anche qualche altra. Ignoro le ragioni per cui lo ha fatto. Ma so che Padre Pio non conosce il greco, non sa distinguere neppure le lettere dell'alfabeto di questa lingua. Quando me l'ha portata, gli ho domandato che cosa ci fosse scritto, e lui me lo ha detto. Io conosco bene il greco antico, essendo laureato in lettere e per averlo insegnato tanti anni. E mi sono reso conto che l'aveva tradotta perfettamente. "'Come hai fatto?' gli ho domandato. "'Me l'ha tradotta l'Angelo custode' ha risposto con la più grande semplicità. "'L’Angelo custode?' gli ho domandato di nuovo io stupito. 'Sì, sì, l'Angelo custode. Mi ha tradotto questa lettera, ma anche altre, dal greco e dal francese. Padre Agostino sta specializzandosi in queste lingue e si esercita scrivendomi lettere, e io me le faccio tradurre dal mio Angelo custode.' «È chiaro che potevo pensare che Padre Pio si fosse fatto aiutare da altri a tradurre la lettera del greco. Ma non ho nessuna ragione di pensare che mi abbia detto delle bugie. Perciò ritengo che anche la vicenda dell'Angelo custode rientri in quei fatti inspiegabili che continuano ad accadere intorno a Padre Pio. "Comunque, e concludo, ho voluto farle conoscere questi fatti perché ne prenda nota. Ho scritto anche una relazione, giurata davanti a Dio, e gliela consegno. Un giorno forse potrà servire." Don Salvatore era commosso. Mentre consegnava la sua relazione giurata, le mani gli tremavano. Anche Padre Agostino era commosso. Sentiva che loro due, in quel momento, stavano discutendo di cose che oltrepassavano i confini del reale. - Dio solo sa quanto vorrei sapere chi è Padre Pio - disse Don Salvatore scrollando la testa sconsolato.
23
Nel primo pomeriggio del 27 novembre 1912, la stazione di Pietrelcina venne invasa da un gruppetto di persone allegre' e ciarliere. Donne, bambini, anziani, e tra loro anche un giovane frate. Erano i componenti della famiglia Forgione. Aspettavano papa Grazio e il primogenito, Michele, che rientravano dall'America dopo quattro anni. Era una giornata di sole, ma con l'aria fredda e pungente. - Vorrei che papà mi portasse una bella gonna colorata. Come quella che ho visto su un giornale da zia Daria - disse Graziella, diciotto anni. - Io vorrei un cappellino o uno scialle - le fece eco Pellegrina, sorella di Graziella, che di anni ne aveva venti. - Ma che volete che vi possa portare, pover'uomo - intervenne mamma Peppa. - Dall'America il viaggio è lunghissimo. Uimportante è che arrivi lui, sano e salvo. Felicita, la maggiore delle tre sorelle, ventitré anni, era accanto a suo marito, Vincenzo, e teneva in braccio un bel bambino che si era addormentato sulla sua spalla. Stava zitta. Sembrava assente, assorta nei propri pensieri. Dietro di lei c'era il fraticello, Padre Pio, suo fratello. Padre Pio le aveva sempre voluto un gran bene, anche perché sentiva che c'era una grande affinità di carattere tra loro. Con il matrimonio Felicita era diventata un po' taciturna. Ma una più intensa soavità aveva riempito la sua anima, e per questo Padre Pio le voleva ancor più bene. La nascita del bambino aveva poi esaltato la sua tenerezza, rendendola una donna dolce e amorevolissima. Padre Pio vedeva in quella sua dedizione assoluta e serena al bambino la grandezza arcana della maternità. Pensava che ogni donna, diventando madre, genera un bambino che, per il mistero della Redenzione, diventa anche figlio di Dio. "Ogni donna" penso Padre Pio guardando la sorella "è un poco come la Madonna: Madre di Dio." - E tu, Felicita, che regalo desideri? - sussurrò Padre Pio all'orecchio della sorella. Felicita si girò verso di lui e gli sorrise. - Niente - rispose. E indicando il bambino aggiunse: - Io ho tutto. - Baciò il piccolo sui capelli. - E tu, Giuseppa? - domandò Padre Pio rivolgendosi alla cognata, moglie di Michele. - Voglio Michele - rispose Giuseppa con la voce incrinata dalla gioia e dalla commozione. Si era sposata nel marzo del 1908, e dopo sei mesi Michele era emigrato. Anche lei teneva in braccio il figlioletto, Franceschino, che aveva ormai tre anni e non aveva mai visto il suo papà. Il bambino si guardava intorno con occhi sospettosi. Era un po' spaventato da quell'insolito raduno di persone. Appariva anche impacciato nei vestiti da festa che gli avevano fatto indossare. Padre Pio si avvicinò a mamma Peppa. Immaginava che cosa stesse passando nel suo animo. Era stata lei a tenere il timone della famiglia in quegli anni. Aveva governato i figli, ma anche i campi. Aveva affrontato sacrifici enormi, sempre senza lamentarsi. - E tu, mamma, cosa vorresti che Grazio ti portasse? - domandò di nuovo Padre Pio. - Io? - si schermi mamma Peppa fingendo di essere sorpresa per la domanda che riteneva riguardasse solo le ragazze. - Non sono mica una bambina. Voglio solo che tuo padre torni e non si muova più. Un fischio lontanissimo annunciò che il treno si stava avvicinando. Un fremito di emozione percorse i componenti del gruppetto, che diventarono improvvisamente silenziosi. Tutti guardavano nella direzione di Benevento, da dove sarebbe sbucato il convoglio. Pochi minuti dopo quelle persone si scioglievano in lacrime e abbracci con i loro cari che dopo tanto tempo tornavano a casa. Il gruppetto si avviò di nuovo verso l'abitato. Tutti sapevano del ritorno di Grazio e Michele Forgione, ed erano sulle porte delle case per salutare "gli americani". Grazio, sempre estroverso, con la battuta pungente, rispondeva ai saluti a gesti, ma non riusciva a dire niente. Era commosso e non gli venivano le parole. Mamma Peppa non lo aveva mai visto così chiuso in se stesso. Michele, invece, era il contrario di quando era partito. Era diventato più maturo, più sciolto, più sicuro di sé. Salutava sbracciandosi e chiamava per nome gli amici, aggiungendo ai convenevoli in dialetto pietrelcinese qualche parola in americano. Quella sera ci fu una grande festa in casa di mamma Peppa. Alla famiglia si erano riuniti i fratelli di Grazio e qualche suo vecchio amico. Mamma Peppa aveva preparato dolci e vino. - Quello nostro - aveva detto a Grazio. Dall'America, nelle lettere che si faceva scrivere essendo analfabeta, Grazio chiedeva sempre come andava il raccolto del vino e dell'olio. Le viti e gli ulivi erano il suo orgoglio. Nel tepore della casa aveva ritrovato la sicurezza e il buon umore. Parlava, raccontava. Il vino e l'emozione favorivano le confidenze. - È bello viaggiare il mondo, ma a casa si sta meglio - ripeteva ogni tanto. - Chissà quante cose hai visto!, - gli disse Mascia, l'amico che lo accompagnava con il calascione quando facevano le serenate alle ragazze. - Tante, ma a che serve? Non ti danno da mangiare. - Ripartiresti? - Mai più. - Ma allora, l'America non è così bella come si dice. - È bella per chi ci vive. N6i stiamo bene qui, e gli americani stanno bene là. - È vero che sono tutti ricchi? Tutti pieni di soldi? - domandò l'amico. - C'è lavoro. Se ti va bene, puoi guadagnare, sudando, si capisce. I soldi non li trovi per la strada. - Mi hanno detto che ci sono delle automobili grandi come case. - Anche a me avevano raccontato tante cose prima che partissi, ma poi non le ho trovate. Di questo secondo viaggio non mi posso lamentare, sono stato fortunato, ma il primo... - non finì la frase, ma fece un gesto come per dire che era stato tremendo. - Che ti è accaduto durante il primo viaggio? - gli domandò Padre Pio, che aveva visto negli occhi del padre un lampo di profonda tristezza. Grazio scoppiò a ridere. Reagiva sempre in quel modo ai brutti ricordi. Poi disse: - Eh, il primo viaggio! Non ho mai raccontato niente perché sapevo che, altrimenti, la mamma non mi avrebbe fatto ripartire una seconda volta. È stato un viaggio molto brutto. Tanti sacrifici, tanti pericoli, tante preoccupazioni, niente lavoro e quindi niente soldi. - Eri partito pieno di entusiasmo - osservò Padre Pio. - Ero sicuro di poter fare fortuna. Mi avevano detto che un nostro conoscente, in Brasile, aveva guadagnato tanti soldi da permettersi di coprire la sua casa con delle tegole d'oro. E io sono andato in cerca di lui. Da New York sono andato giù in Brasile. Quando sono riuscito finalmente a rintracciarlo, l'ho trovato sull'aia di una fattoria che batteva il caffè. Niente tegole d'oro, non aveva neppure la casa. Viveva come uno schiavo negro, trattato male e niente soldi. -E tu, papà? - Ormai ero li. Avevo viaggiato tanto. Per un periodo di tempo ho fatto anch'io quella vita da cane. Fame, miseria, altro che tegole d'oro. Sono sopravvissuto per miracolo. Per fortuna poi sono tornato a New York e qualche soldo l'ho racimolato, ma proprio una miseria. - E questo viaggio? - domandò l'amico Mascia. - Non mi posso lamentare. Poi avevo con me Michele che mi è stato di aiuto. Avere uno della famiglia è importante. Siamo stati a Jamaica e abbiamo lavorato bene. - Peccato che non eri qui per la festa dell'ordinazione sacerdotale di Francesco. È stata una festa grandissima, con la musica - disse zio Pellegrino. - Anche noi abbiamo festeggiato a Jamaica. Abbiamo fatto una bella mangiata con tutti i connazionali nostri. Poi, per ricordare quel giorno abbiamo anche costruito una chiesetta e l'abbiamo dedicata a San Pio. - Una chiesetta con il nome del mio Santo? - domandò Padre Pio con curiosità infantile. - C'è ancora? - C'è, c'è - rispose Grazio. - Un sacerdote l'ha benedetta e, di tanto in tanto, veniva a dire la Messa per noi italiani. - Soffocò uno sbadiglio. - Eh, è bello viaggiare, ma si sta meglio a casa. - Sei stanco papà, è ora di andare a letto - disse Padre Pio. - Sì - rispose Grazio - ho proprio voglia di fare una bella dormita nel mio letto. Gli amici e i parenti si alzarono. Salutarono. Grazio li accompagnò sulla strada. L'aria era fredda, il cielo stellato. Un silenzio profondo avvolgeva il paese già addormentato. Padre Pio era rimasto in cucina con la madre che rimetteva in ordine i bicchieri e i piatti. Aveva aperto la finestra per far uscire il fumo dei sigari. Si avvicinò alla finestra. Guardò il cielo. Sorrise alle stelle e pregò nel suo cuore: "Signore, ti ringrazio di avermi portato a casa sani e salvi mio padre e mio fratello". La vita riprese tranquilla in casa Forgione. Grazio era tornato con una gran voglia di lavorare la "sua" terra. Michele era diventato un uomo. Padre Pio sentiva che sulla sua famiglia era scesa una grande calma. La presenza del papà aveva portato sicurezza. Anche lui ne aveva tratto beneficio. Poteva restare più tempo con la mamma. E lei, finalmente, non si doveva più occupare dei campi. Stava in cucina. Giocava con Franceschino. Il nipotino, che aveva ormai tre anni, era un amore. La casa di Michele era accanto a quella dei genitori, e Franceschino stava sempre con nonna Peppa. Spesso andava dallo zio, nella Torretta. Quando Padre Pio era al tavolino che scriveva lettere, il bambino voleva stargli in braccio e Padre Pio se lo teneva stretto. Amava quel bambino come se fosse stato figlio suo. Giocava con lui, gli raccontava tante cose. Quando se lo stringeva al cuore, provava una dolcezza grandissima, una riconoscenza infinita per Dio. Pensava al dono della vita. Al fatto che quel piccolo essere era figlio di Dio. Tenerlo fra le braccia, per lui, era come fare una lunga, ininterrotta preghiera. Era quasi mezzogiorno quando il portalettere di Pietrelcina bussò alla porta della Torretta. - Padre Pio, una lettera. - Eccomi - rispose affacciandosi gioioso. Prese le lettera e dalla scrittura vide che veniva dal Padre provinciale. - Grazie - disse al postino. - Che il Signore ve ne renda merito. - Buona giornata, Padre Pio - rispose il portalettere andandosene. Padre Pio rientrò nella sua cameretta, aprì la lettera e la lesse di fretta. - Mio Dio, vi ringrazio - mormorò. Uscì immediatamente dalla sua camera e si avviò con passo frettoloso. - E pronto il pranzo - gli gridò mamma Peppa vedendolo passare davanti alla cucina. - Vengo subito, mamma. - Diventa tutto freddo, come al solito - aggiunse lei. - Faccio presto. Non era riuscita a fermano. - Quando ha un'idea per la testa, diventa impaziente - disse mamma Peppa rimettendo sul fuoco la pentola della minestra. Padre Pio raggiunse la canonica. - Zi' Tore, Zi' Tore - chiamò bussando alla porta. - Vieni avanti - gli rispose il parroco, che aveva riconosciuto la voce. Si stava mettendo a tavola ma fu contento ugualmente di vedere Padre Pio, che considerava ormai di famiglia. - Mi dispiace disturbarla, ma è arrivata una notizia grossa - disse con voce trafelata Padre Pio mostrandogli la lettera che aveva in mano. - Un altro scherzo del tuo amico Belzebù? - domandò Don Salvatore ricordandosi delle lettere scarabocchiate e cancellate da Satana. - No, no, niente scherzi questa volta. La lettera è del Padre provinciale. Mi ha concesso la facoltà di confessare. - Finalmente! - esclamò Don Salvatore alzandosi da tavola. Inforcò gli occhiali. Padre Pio gli porse la lettera, e il parroco si avvicinò alla finestra per poterla leggere meglio. - Però, senti come ti vuoi bene il tuo Superiore - commentò Don Salvatore. - Senti che belle frasi ti scrive. Se non te l'ha concessa prima la facoltà di confessare, è stato proprio perché voleva proteggerti. Non dobbiamo giudicarlo male. Bene, bene, tutto finisce in gloria. Sono proprio contento. Adesso mi darai un aiuto in chiesa. Si avvicinano le feste di Natale e c'è tanto da fare con le Confessioni. - Mi scuso di averla disturbata - disse Padre Pio - ma non stavo più nella pelle dalla gioia. Dovevo parlare con qualcuno. - Hai fatto bene, figliolo. - Buon appetito, Zi' Tore. - Buon appetito anche a te. Padre Pio tornò a casa. Fece la strada quasi volando. Entrò in cucina e abbracciò la madre. - Francì, che ti succede? - Il Provinciale mi ha dato la facoltà di confessare. Ora sono un sacerdote completo. Potrò prendermi cura delle anime. Adesso comincio il mio lavoro. Mamma Peppa sapeva quanto suo figlio avesse sospirato quella facoltà. Capiva quindi la sua gioia. - Finalmente una buona notizia, grazie Signore - disse. Mangiarono insieme, loro due soli. Grazio e Michele erano a Piana Romana e avrebbero consumato il pranzo nella masseria di famiglia. Graziella e Pellegrina erano andate da zia Daria. Dopo pranzo Padre Pio si ritirò nella Torretta, ma verso sera tornò dal parroco. - Quando posso iniziare le Confessioni? - gli domandò. - Sei impaziente, figliolo - rispose Don Salvatore. - Magari poi ti stanchi. È un lavoro duro quello del confessore. - Mi sentivo un sacerdote a metà - disse Padre Pio seguendo il filo dei propri pensieri. - Sì, hai ragione - gli rispose Don Salvatore. - Sono due i momenti fondamentali della vita sacerdotale: dire la Messa e confessare. A te ne mancava uno. - Ho desiderato molto questo momento, ma adesso ho paura. - Paura? Perché? - Mi sento indegno. - Oh, Vergine Santissima, ma tu esageri figliolo - sbottò Don Salvatore con impazienza. - Non ti sembra di essere troppo complicato? Prima desideri, fai il diavolo a quattro per ottenere, e quando ti hanno finalmente accontentato vai in crisi perché ti senti indegno. - Ho riflettuto sull'importanza della Confessione. - Ma dovresti averci riflettuto da tempo. Non hai studiato questo sacramento per prepararti a diventare sacerdote? Che cosa hai trovato adesso di nuovo? - Ho trascorso tutto il pomeriggio a pensare e a riflettere. Nella Confessione, io, misera creatura, peccatore, obbligo Dio a fare quel che io decido. Gesù, istituendo il sacramento della Confessione, ha detto ai suoi discepoli: "In verità vi dico, tutto quello che avrete legato sulla terra sarà legato anche in cielo; e tutto quello che avrete sciolto sulla terra sarà sciolto anche in cielo". Quello che io decido, Dio farà. Dio si attiene al mio giudizio. È una cosa inaudita. Il sacerdote si assume una responsabilità immensa. Aveva ragione il Padre provinciale ad aspettare, a ritenere che non sono preparato. E adesso che mi ha concesso questa facoltà io ho paura. Don Salvatore aveva ascoltato quella semplice riflessione. Una deduzione elementare di un ragionamento sulle parole del Vangelo che lui però non aveva mai fatto. Si rese conto che quanto Padre Pio aveva detto era veramente tremendo. Si sentì schiacciare dalla propria dignità. Guardò verso l'alto ed ebbe un moto di riconoscenza verso quel giovane sacerdote, e anche di stizza, perché gli aveva risvegliato un problema nella coscienza. - Capisco i tuoi timori - replicò. - Sono reali. Ma Dio sa che noi uomini siamo fatti di fango. Anche noi sacerdoti siamo dei poveri uomini, poveri peccatori. Non saremo mai all'altezza della dignità che Lui ci ha dato. - Due sono i momenti in cui Dio obbedisce ciecamente al sacerdote - riprese Padre Pio. - Nella Messa e nel confessionale. Al momento della consacrazione, nella Messa, il sacerdote obbliga Gesù a trasformare il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue. Dio non sì può rifiutare. E nella Confessione, Dio è obbligato a rettificare il giudizio del sacerdote. In questi due momenti della sua attività, il sacerdote ha un compito che fa veramente tremare. Ci ho pensato molto e ho paura. - Tu pensi troppo, figliolo - lo rimproverò benevolmente Don Salvatore. - E con i tuoi pensieri turbi anche me. Adesso comincio ad aver paura anch'io di dire la Messa e di confessare. Con le tue riflessioni mi sconvolgi la vita. È vero, siamo peccatori, povera gente, ma Dio è padre, e un padre ha compassione e amore anche per i figli ignoranti e cattivi. Che ti devo dire? Dobbiamo aver fiducia in Dio. Dobbiamo dire al Signore: "Sono uno strumento vile, inutile, ma usalo come tu sai fare e diventerà importante". Lui saprà operare dei capolavori con strumenti inutili come siamo noi. Gli uomini hanno bisogno del sacerdote per arrivare a Dio. Se tu non pronunci quelle parole nella Messa, nel tabernacolo non ci sarà Cristo. Se non pronunci la formula della Confessione, i tuoi fratelli non potranno avere il perdono dei loro peccati. Quindi, sia pure sentendoci indegni, dobbiamo agire. - Lo farò, Zi' Tore. Quando comincio a confessare? - Domani è domenica. Alla Messa dirò che ti è stata concessa la facoltà di confessare, e da lunedì potrai cominciare la tua missione. - Piuccio, ho bisogno di un tuo consiglio - disse Padre Agostino che era andato appositamente a Pietrelcina per incontrare Padre Pio. - Si tratta di una persona a cui faccio da direttore spirituale da alcuni anni. Mi ha chiesto consiglio su un argomento molto importante per la sua vita spirituale e non riesco a capire quale sia la soluzione più giusta. - E allora? - domandò Padre Pio. - Vorrei che tu chiedessi chiarimenti a Gesù. - Vedrò di accontentarla. Appena avrò una risposta mi farò vivo con una lettera. Qualche giorno dopo a Pietrelcina arrivò anche Padre Benedetto e disse a Padre Pio: - Un sacerdote molto importante di Foggia mi ha incaricato di interpellarti per un suo problema. Deve prendere una decisione importantissima. Vorrebbe che tu pregassi il Signore chiedendo di illuminano. Potresti chiedere a Gesù qual è la soluzione più sicura? Padre Agostino, confessore di Padre Pio, e Padre Benedetto, suo Superiore provinciale, erano ormai convinti che quel loro giovane confratello aveva un "filo diretto" con il soprannaturale. Dopo anni di confusione, lotte, fatti misteriosi, malattie inspiegabili, avevano capito che in Padre Pio c'èra qualcosa di straordinario. Qualche cosa che andava al di là delle umane esperienze. Si sentivano dei privilegiati per le confidenze che ricevevano da lui. Ma erano anche incuriositi. Tentati di approfittare della situazione. Vogliosi di constatare se le risposte erano sempre pertinenti. Consultavano sempre più di frequente Padre Pio, che non si meravigliava e rispondeva con la più grande semplicità: - Vedrò di accontentarvi. Sentiva che stava per iniziare una nuova fase della sua vita. Le sofferenze e le lotte con Satana lo avevano maturato. Adesso cominciava a dare agli altri, a rendersi utile. A un certo momento Padre Agostino disse: - È inutile che io ti faccia da segretario. Che legga le lettere e poi le trascriva per farti conoscere ciò che queste anime vogliono da te. E poi che trascriva per loro le tue risposte. Penso sia giunto il momento che tu lavori da solo. Io ti ho fatto da guida. Adesso devi cominciare ad agire da solo. - Ne sarò capace? - domandò Padre Pio. - Certo che ne sei capace - cercò di tranquillizzarlo Padre Agostino. - Sei stato un allievo straordinario. Completamente diverso da tutti quelli che ho avuto. Un po' difficile e strano. Non ho ancora ben capito che cosa vuole il Signore da te. Ma so che sei giusto, chiaro e maturo. Ora devi camminare da solo. Le lettere che il postino portava a Padre Pio cominciarono ad aumentare. Ogni giorno ne arrivavano sempre di più. Il padre trascorreva le notti a rispondere. Pregava. Cercava di avere lumi dai suoi "amici invisibili", e poi trasmetteva quanto aveva ricevuto. Dai paesi vicini molti si recavano a Pietrelcina per confessarsi da Padre Pio. La sua attività era diventata intensa. Gli rimaneva poco tempo anche per andare a meditare a Piana Romana. - Grazie, Signore - pregava Padre Pio. - Finalmente mi fai assaporare in pieno la mia attività di sacerdote. Mi sento utile. Mi stai facendo il più bel regalo che potessi aspettarmi. Mai sono stato così felice. Le gioie che provo adesso mi hanno fatto dimenticare quanto ho sofferto negli anni passati. Signore, sei buono e io ti ringrazio con tutto me stesso. Anche la gente del paese ricorreva sempre di più a lui. C'erano altri sacerdoti a Pietrelcina, ma Padre Pio era diventato l'aiuto più prezioso per Don Salvatore. Seguiva soprattutto i casi difficili. Si interessava dei lontani, coloro che non andavano mai in chiesa. Antonio, calzolaio, era uno sfegatato socialista. Niente preti, niente chiesa, niente Dio. E sua moglie, Giovannina, era costretta a pensarla come lui. Gli altri sacerdoti se ne stavano alla larga da quella casa, perché avevano paura degli insulti del calzolaio. Padre Pio, invece, quando vi passava davanti si fermava sempre a salutare. Giovannina aveva dato alla luce un bambino, che era però molto malato. Antonio non aveva voluto battezzarlo, e Padre Pio era preoccupato. - Antonio, e quando vi decidete a battezzare, vostro figlio? -gli domandò un giorno. - Non vi impicciate - rispose aspro il calzolaio. - È figlio vostro, ma anche figlio di Dio. - Non vi impicciate. Voi preti mi fate schifo. Ladri siete, e imbroglioni. Per avere i soldi della gente gli promettete il paradiso, ma dopo la morte. E che me ne faccio allora? Qui ha da venire il paradiso, in questa vita, su questa terra, non dopo la morte. E noi socialisti lo faremo arrivare. - Antonio, pensate al vostro piccolo. Se muore senza essere stato battezzato, non potrà andare nel paradiso vero, e la colpa sarà vostra. - Non vi impicciate. State a casa vostra. Che venite a farmi perdere tempo? Andate per la vostra strada. Antonio era irremovibile. E adirato anche. Ogni volta che Padre Pio si fermava a ricordargli il battesimo del figlio, rispondeva sempre più astioso. Un giorno, dopo l'ennesimo scambio di battute con Antonio, Padre Pio si mise a borbottare sottovoce. Sembrava stesse riflettendo con se stesso, in realtà voleva far giungere un messaggio a Giovannina che, poco lontana da lui, stava allattando il bambino. - Peccato - disse Padre Pio. - Peccato, perché il battesimo è un rito che ha anche poteri benefici sulla salute. La grazia, che con il battesimo scende sul bambino, potrebbe fare il miracolo. Pazienza, quest'uomo è cocciuto è non lo vuole. Guardò di sottecchi Giovannina e vide che aveva sentito le sue parole. Si rivolse di nuovo ad Antonio: - Buon lavoro Antonio, ma non dimenticate le mie parole. - Andate,, andate per la vostra strada. Nel pomeriggio, mentre Padre Pio era in chiesa a pregare, arrivò Giovannina con il figlio in braccio. - Padre Pio, voi dovete battezzare mio figlio - disse concitata. - Ho sentito le vostre parole, e io voglio che guarisca. - E vostro marito che ne dice? - le domandò Padre Pio. - Non sa che sono venuta da voi, e non lo deve sapere, altrimenti mi ammazza. Voi avete detto che il battesimo potrebbe far guarire mio figlio. Battezzatelo. Io voglio che viva. Dovete farmi questo favore. Battezzatelo. Giovannina si era fatta accompagnare da due parenti. Padre Pio prese la palla al balzo e organizzò subito la cerimonia. Il rito doveva restare segreto, ma qualcuno aveva visto Giovannina entrare in chiesa e aveva parlato in giro. Intanto le condizioni del bambino erano peggiorate. Dopo qualche giorno entrò in una sorta di coma, e il medico disse che non c'erano più speranze. Fu allora che qualcuno disse ad Antonio che cosa era accaduto. Il calzolaio diventò una belva. Si mise a urlare invettive contro la moglie e poi partì come una furia, brandendo il trincetto che gli serviva per tagliare il cuoio. Raggiunse Padre Pio in chiesa. - Voi avete versato l'acqua su mio figlio - gridava. furibondo. - Avete fatto credere a mia moglie che in questo modo sarebbe guarito, e invece sta morendo. Siete un imbroglione. Ma io vi uccido - e agitava minaccioso il trincetto. - Ve lo giuro, se mio figlio muore, torno qui e vi tolgo di mezzo per sempre. Aveva gli occhi iniettati di sangue, sembrava indemoniato. Padre Pio si spaventò. Si rese conto che quello faceva sul serio. Le grida del calzolaio avevano allarmato il paese. Padre Pio decise di non tornare a casa per non spaventare mamma Peppa. Si trincerò in canonica aspettando il ritorno di Don Salvatore, che era andato a Benevento. Ogni tanto, quando passava qualcuno, si affacciava alla finestra: - Come sta il figliolino di Antonio? - domandava. - Va un po' meglio - era la, risposta, e Padre Pio si sentiva sollevato. Ma subito dopo qualcun altro gli diceva: - Male, Padre Pio, va male - e allora si preoccupava. Ma più grande della sua paura era la preoccupazione per la sorte del bambino. Provava una grande compassione per quel piccolo e per sua madre. Anche per il calzolaio. Nelle invettive che quell'uomo gli aveva urlato contro aveva sentito tutta la disperazione di un papà che sta per perdere il figlio. "Signore" pregava "a Te non costa niente aiutare quella povera creaturina. Adesso è tuo figlio, dagli un poco di salute e così vedrai che anche suo padre crederà in te. Signore, non farmi fare brutta figura. Ho detto che il battesimo può fare il miracolo, ed è vero, Giovannina mi ha creduto, non deluderla, povera donna." Verso sera la situazione cambiò all'improvviso. A Pacire Pio, sempre rifugiato in canonica, cominciarono ad arrivare notizie fantastiche. Il bambino ha ripreso conoscenza. - Ha succhiato latte dalla madre. - Giovannina continua a piangere dalla gioia. - È un miracolo. "Grazie, Signore" disse fra sé Padre Pio. "Sapevo che non avresti abbandonato quel bambino." Uscì dal rifugio e ritornò a casa. Al mattino, dopo la Messa, Padre Pio vide di fronte a sé Giovannina con accanto il marito. Antonio era impacciato. Guardò il religioso. Voleva dire qualcosa ma non gli venivano le parole. Padre Pio lo tolse da quell'imbarazzo. Gli andò incontro sorridente e lo abbracciò. - Hai visto come il Signore ti vuoi bene - gli disse. Il calzolaio si mise a piangere.
24
La fama di confessore e direttore spirituale di Padre Pio arrivò anche a Foggia, alla Curia provinciale dei frati Cappuccini. Vi arrivò anche l'eco della guarigione del figlio del calzolaio. - Quel fraticello è un Santo - diceva la gente. - Ma non si tratta di quel Padre Pio moribondo? - si interrogavano i frati sentendone magnificare l'intensa attività. E ritornò a galla il problema della sua permanenza a casa per motivi di salute. - Se sta così bene - dicevano ancora i suoi confratelli - non si capisce perché continui a vivere in famiglia in quanto ammalato grave. Le critiche aumentavano. Si diffondevano coinvolgendo i Superiori, colpevoli di permettere un comportamento assolutamente contrario alle regole dell'Ordine. Il Padre provinciale continuava a ricevere lettere di protesta, e un giorno ci fu una richiesta ufficiale dei suoi consiglieri, chiamati "definitori", che sollecitarono una riunione per discutere il caso Padre Benedetto non poté sottrarsi. Affrontò la riunione. I consiglieri gli chiesero delle spiegazioni. Era la prima volta che tutti, nessuno escluso, erano schierati contro di lui. - Diverse volte ho richiamato Padre Pio in convento - disse Padre Benedetto. - Ha sempre obbedito. È sempre tornato. Ma subito riprendeva a stare male in modo gravissimo, e non si poteva far altro che rimandano a casa, dove invece sta bene. Era la pura verità. Ma ai suoi collaboratori quelle risposte risultavano assurde e irritanti. - È ridicolo - gli rispose Padre Bernardo, il più anziano dei suoi consiglieri. - Ho parlato con diversi medici amici miei, e mi hanno detto che un caso del genere non è neppure ipotizzabile. Padre Bernardo era un religioso temuto e rispettato da tutti. Godeva di grande prestigio. Durante gli anni difficili della soppressione dei conventi aveva contribuito a tenere uniti i religiosi della Provincia monastica di Foggia, costretti a vivere nelle loro famiglie, poi era stato uno dei ricostruttori della Provincia. Il suo appoggio a Padre Benedetto era stato determinante perché questi venisse eletto Provinciale. Ma adesso gli si metteva contro. - Secondo me - continuò Padre Bernardo - siamo di fronte a un lampante comportamento paranoico. La realtà è che Padre Pio non vuole rientrare in convento perché in convento non si trova bene. Gli fa comodo darsi per ammalato per starsene a casa. - Le sue malattie, però, sono sempre state riscontrate dai medici - protestò Padre Benedetto. - Non dico che non sia ammalato - ribatté Padre Bernardo caustico. - Tutti siamo un po' ammalati. Ma lui si serve delle malattie per i suoi comodi. E quindi le vuole, le cerca, le coltiva come paravento per ottenere quel che desidera. - Non le sembra di esagerare nelle sue interpretazioni? -obiettò timidamente Padre Benedetto. - Non esagero per niente - rispose con forza il vecchio frate. - Leggiti qualche testo di psicologia. Questi individui sono dei masochisti, fanno del male a se stessi, si tormentano, digiunano, si fanno venire il vomito, la febbre, si flagellano, pur di raggiungere il loro scopo. Sono pericolosi. E averli accontentati fin dall'inizio significa aver permesso alle loro fisime di diventare invincibili. Non devi dimenticare che questa storia va avanti da sette anni. Dico - ripeté Padre Bernardo marcando le parole - sette anni, non qualche settimana. Nella stanza calò un silenzio imbarazzante. Padre Bernardo raramente prendeva la parola. E mai aveva alzato la voce come in quel momento. - Credo che Padre Bernardo abbia espresso in modo chiaro anche il nostro pensiero - disse Padre Antonio, che svolgeva le funzioni di vice Padre provinciale. Già in altre occasioni aveva criticato il comportamento di Padre Benedetto nei confronti di Padre Pio. Era contento ora di aver trovato un valido alleato. Parlava con tono calmo, quasi a voler mitigare la tensione che si era creata, ma in realtà soffiava sul fuoco. - Sette anni - aggiunse - sono un tempo biblico per risolvere il problema di una malattia. Ormai il caso è diventato una barzelletta. Padre Benedetto avverti che quelle critiche stavano facendo scricchiolare la sua poltrona di Superiore provinciale. Non era "attaccato" al potere. Sapeva che nell'Ordine Cappuccino il Superiore ha il compito di servire i fratelli. Ma si trattava pur sempre di una posizione di prestigio. Mentre i suoi confratelli avevano il titolo di "Reverendo", lui aveva quello di "Molto Reverendo". La vanità, anche se combattuta, si faceva strada. Si rese conto che era giunto il momento di risolvere quel problema, altrimenti ne sarebbe stato travolto. - Vi ringrazio per i vostri suggerimenti - disse con molta diplomazia. - Vi posso assicurare, però, che la soluzione di questo caso è in atto da qualche tempo. Padre Agostino, che conosce bene il nostro confratello ammalato, ha l'incarico di trattare con lui per convincerlo a rientrare definitivamente in convento. Stiamo procedendo con assoluta calma proprio in nome della carità e della prudenza. Ma Padre Pio sa che deve scegliere: o rientra, o chiede la secolarizzazione. Anche il Padre generale è stato debitamente informato di quanto stiamo facendo. Non era tutto vero ciò che diceva, 'ma servì magnificamente per sedare gli animi e lasciar intendere che aveva in pugno la situazione. Inoltre fece loro sapere che agiva in collaborazione con le cariche più alte dell'Ordine e quindi era in una botte di ferro. I suoi collaboratori capirono il messaggio e non insistettero per avere altre spiegazioni. La riunione proseguì trattando altri temi. Padre Benedetto inviò un telegramma a Padre Agostino convocandolo immediatamente a Foggia. - Ti concedo quarantotto ore di tempo per risolvere il caso Padre Pio - disse al confratello che si era precipitato da lui. - Non chiedermi altre spiegazioni. Voglio una soluzione definitiva. Mentre viaggiava verso Pietrelcina, Padre Agostino rifletteva. Non era pero preoccupato e angosciato come tante altre volte. Anche per lui ormai quella storia aveva raggiunto il colmo. Una soluzione definitiva era inevitabile. Era stanco di quei continui viaggi a Pietrelcina per ascoltare le solite risposte. Credeva a Padre Pio, ma non se la sentiva più di sostenere una causa che faceva acqua da tutte le parti. "Se è volontà di Dio che Padre Pio' continui a restare a Pietrelcina" disse fra sé "ebbene, che intervenga Lui a convincere il Provinciale, io ci rinuncio." Prese il breviario e cercò di immergersi nella preghiera. - Padre Pio è in chiesa e sta confessando - disse Don Salvatore accogliendo con una calorosa stretta di mano Padre Agostino, che si era presentato alla porta della canonica. Sapeva che le sue visite riguardavano sempre Padre Pio e gli aveva dato una risposta prima ancora di sentire la richiesta. Padre Agostino sorrise. - Devo andare a chiamarlo? - domandò Don Salvatore. - No, no, aspetto - rispose Padre Agostino. - Credo che ne avrà per qualche ora. Arriva gente anche da fuori. - Ah! - fece Padre Agostino. - Molte persone. Vengono per confessarsi. Arrivano perfino da Caserta, da Napoli. Non so come si sia diffusa la sua fama, ma la gente dice che Padre Pio abbia il dono di scrutare nei cuori. Affermano che lui capisce a fondo i loro problemi spirituali e che i suoi consigli sono così illuminati e precisi che nessun altro sacerdote saprebbe darli. - Mi fa piacere. - C'è un via vai incredibile. Non so come faccia, con la sua salute, a resistere per tanto tempo nel confessionale. - Vuoi dire che sta bene - rispose Padre Agostino. E subito aggiunse: - Adesso è proprio questo il problema. Se sta bene, non si capisce perché continua a vivere qui, a casa sua. Sono già sette anni che vive fuori del convento. I frati brontolano. E anche la Curia romana. Padre Benedetto lo ha difeso, ma ora non può più farlo. Ha mandato me con una specie di ultimatum. - Quindi voi frati vorreste portarci via il nostro santariello? - domandò ironico Don Salvatore. - Non portiamo via niente. Dobbiamo farlo rientrare nella Regola. Se vuole essere frate, deve tornare in convento. Altrimenti chiederemo a Roma la secolarizzazione. Diventerà un sacerdote come lei, e rimarrà qui. - Siete crudeli. Lo sapete che è legatissimo a San Francesco. - Lo so bene. Ma sono sette anni che vive a Pietrelcina. L'unico legame che ha con il nostro Ordine è il suo affetto. - Questione complicata, a quanto sento. - Molto. E il Padre provinciale è costretto a risolverla. - Così, all'improvviso? - Per la verità ha già provato tante volte, con diverse soluzioni, che, come lei ben sa, non hanno mai funzionato. Adesso il Padre provinciale è stato messo alle strette dai suoi consiglieri e anche dai Superiori di Roma. - Allora la questione è davvero seria. - Ci dia una mano. - Che posso fare? - Padre Pio le vuole bene. - Ma ha le sue idee, e nessuno riesce a cambiargliele. Soprattutto su questo argomento della sua permanenza a Pietrelcina. - Secondo me, a questo punto, la soluzione migliore sarebbe la secolarizzazione. Padre Pio si trova bene qui, adesso ha un apostolato invidiabile, la gente corre da lui per confessarsi, per averlo come direttore spirituale, perché non permettergli di continuare tranquillamente in questa bellissima attività? Forse è questa la sua vera missione. - Potrebbe essere così. - Non c'è poi molta differenza tra l'indossare il saio e la veste talare. Se il vescovo di Benevento fosse d'accordo, Padre Pio potrebbe essere incardinato nel clero della diocesi beneventana e continuare a vivere qui, a Pietrelcina, come sacerdote secolare, come lei. - Sarei felice di averlo come mio collaboratore. Appoggerò senz'altro la richiesta presso il vescovo, che è mio amico. Ma credo che Padre Pio voglia restare religioso Cappuccino. Lui si sente un figlio di San Francesco. - E allora deve anche accettare la Regola di San Francesco e tornare in convento. Non possiamo cambiare la Regola per lui. Padre Pio continuò a confessare finché, a mezzogiorno, il sacrestano, Michele Pilla, brontolando andò a chiudere la chiesa. C'erano ancora delle persone che aspettavano. - Tornate alle 4 - disse loro con tono brusco il sacrestano. E rivolto a Padre Pio aggiunse: - Chiudo. Se non si sbriga ad andarsene, oggi non mangia. Padre Pio uscì dal confessionale. Il tono di voce del sacrestanto lo aveva irritato. Avrebbe voluto dirgli che non doveva trattare male le persone che venivano in chiesa a confessarsi, ma si trattenne. Facendo la genuflessione davanti al tabernacolo pregò mentalmente: "Signore, fallo diventare più gentile. La gente potrebbe allontanarsi da Teacausa sua". - C'è Padre Agostino in canonica - aggiunse il sacrestano sempre in tono irritato. - Oh grazie, vado subito - rispose Padre Pio. Si affrettò a raggiungere la canonica. Salutò Padre Agostino che gli disse: - Don Salvatore desidera che pranzi qui da lui. Verrò da te fra un'oretta. Ti devo parlare. Padre Agostino era ormai considerato parte della famiglia in casa Forgione. Mamma Peppa lo accoglieva sempre con grande cordialità. Conosceva la sue abitudini e le sue piccole debolezze e si premurava di soddisfarle. - Le ho fatto il caffè - disse dopo averlo salutato baciandogli la mano. - Vi disturbate sempre per me - rispose Padre Agostino. - E anche il solito bicchierino - aggiunse mamma Peppa. - Siete incorreggibile. Mi volete mandare all'inferno solleticando i miei vizi. - È il liquorino che preparo con le mie mani per Grazio - sussurrò mamma Peppa. - Non lo offro a nessuno: a Grazio e a voi e basta. - E a vostro figlio? - Quello non beve niente - rispose mamma Peppa lanciando un'occhiata a Padre Pio il quale in disparte, asc9ltava divertito quello scambio di battute. E aggiunse marcando le parole: - Padre Pio non beve, non mangia, non dorme. Non so proprio come faccia a stare in piedi. Risero tutti di cuore. Padre Agostino sorbì il caffè e poi gustò il bicchierino. - Ora, con il vostro permesso, mamma Peppa, io e Padre Pio ci ritiriamo, come al solito, per parlare dei nostri problemi - disse Padre Agostino. - Fate pure, siete a casa vostra - rispose mamma Peppa. I due frati salirono nella Torretta. Padre Pio si sedette sul letto offrendo al confratello l'unica sedia che c'era. - Ho brutte notizie - disse Padre Agostino entrando subito in argomento. - C'è stata una riunione alla Curia provinciale di Foggia. I Padri definitori hanno messo il Provinciale con le spalle al muro. O torni subito, o parte la richiesta di secolarizzazione. Non ci saranno altre dilazioni. Padre Pio fu colto di sorpresa. Tutto preso dalla sua attività di confessore e direttore spirituale, non pensava più a quel problema. - Quanto tempo ho per decidere? - domandò. - Il Padre provinciale aspetta una tua risposta entro quarantotto ore. - Gliela darò. - Quale sarà? - Lei lo sa bene che io vorrei tornare, ma non mi è permesso. - Ho sempre ritenuto che la ragione fosse costituita dalla tua salute. Ora stai.bene, mi sembra. - La salute è l'impedimento visibile. Ma la realtà è che Gesù e la Madonna non vogliono che io torni in convento. - Non vogliono? - domandò Padre Agostino alquanto stupito. - Perché? - Non posso dirlo. Mancherei di carità. - Mi sembra un'affermazione ridicola. Tu hai fatto voto di obbedienza. Gesù e la Madonna non possono comandarti di disobbedire. - Non so che dirle. Loro non vogliono che io torni in convento. - Piuccio, ti ho sempre difeso, sempre ascoltato. Ho sempre cercato di trovare una giustificazione a quel che mi dicevi, anche quando mi pareva impossibile trovarla. Adesso non sono più in grado di farlo. - Pensa che io stia mentendo? - Non dico questo. Ma ciò che sostieni non ha senso. In tutte le vite dei Santi, nei libri di ascetica, di teologia mistica, è sempre scritto che l'obbedienza è sacra. Il religioso deve obbedire sempre, anche quando sa che il comando del Superiore è errato. Dato che hai fatto un voto, la disobbedienza per te è peccato grave. È perciò assolutamente impossibile che Gesù, la Madonna ti chiedano di disobbedire ai tuoi Superiori. Se lo fanno, vuoi dire che non sono le entità che tu credi: sono il Demonio. - Io desidero tornare tra i miei confratelli, ma non posso - ripeté Padre Pio. - Ci vediamo venerdì mattina - tagliò corto Padre Agostino. - Mi auguro che tu sia pronto a partire con me per Foggia. Padre Agostino andò in stazione a prendere il treno per Serracapriola. Padre Pio disse a sua madre che si recava a Piana Romana. La nipote del parroco, che aveva ascoltato quanto Padre Agostino e Don Salvatore si erano detti prima e durante il pranzo, capì che si stava scatenando una burrasca. Ne parlò con le amiche: - Padre Agostino vuole portare via per sempre Padre Pio. La notizia si diffuse in paese e creò tensione. I pietrelcinesi si erano affezionati a Padre Pio. Erano orgogliosi' della gente che veniva in cerca di lui. Lo consideravano un patrimonio sociale. Si era addirittura costituito una specie di comitato in difesa di Padre Pio, capeggiato da Giovannina, la moglie del calzolaio Antonio. Dopo che suo figlio era misteriosamente guarito, guai a toccarle Padre Pio. Sentendo le voci che correvano in paese, Giovannina si mobilitò. Con altre tre amiche si recò in delegazione da Don Salvatore. - Zi' arciprete, è vero che Padre Agustì vuole levarci lu santanello nuostro? - Non so, non credo - rispose evasivo Don Salvatore. - Zi' arciprete, nui rumpimo a faccia a Padre Agustì. Giovannina e le altre raggiunsero mamma Peppa in vico Storto Valle. - Vogliamo vedere Padre Pio - dissero. - Non c'è - rispose mamma Peppa. - E dove lo possiamo trovare? - È andato a Piana Romana. - Voi ci nascondete qualcosa. - Perché dovrei, comare mia? - Siete d'accordo con Padre Agustì. - Su che cosa? - Vogliono portarci via vostro figlio. - Padre Pio non mi ha detto niente. - Quando torna chiedeteglielo e ditegli che noi siamo con lui. Non permetteremo che lo portino via. È nuostro. Mamma Peppa era frastornata. Che significava quella visita?" Perché Padre Pio era partito all'improvviso per Piana Romana? Ogni tanto andava alla finestrella e scrutava il sentiero da cui doveva arrivare suo marito di ritorno dai campi. Lo faceva sempre quando calava il giorno, per sapere se doveva mettersi a preparare la cena. Quella sera voleva vedere se con suo marito c'era anche il figlio. Ecco finalmente l'asino con sopra Grazio. Quell'immagine le dava sempre un tuffo al cuore, una gioia profonda. Quella sera' la inquietò. Perché Grazio tornava da solo? - E nostro figlio? - domandò al marito mentre conduceva nella stalla l'asino. - Si ferma alla masseria. - Ne sei certo? - Non è la prima volta. Che c'è di nuovo? Gli raccontò la visita delle comari. Grazio rise. - Sono tutti matti. Andiamo a cena. Ho una gran fame. - Non avrà freddo? -Gli domandò mamma Peppa inquieta. Grazio si arrabbiò. - Sono anni ormai che ogni tanto trascorre settimane intere, solo, a Piana Romana. Perché cominci a preoccupartene adesso? Stai tranquilla: non avrà né freddo né fame. Si sta bene laggiù. Soprattutto da quando ho messo a posto la masseria. È diventata una bella stanza adesso. Mamma Peppa si acquietò. Ma quella notte non riuscì a dormire. Padre Pio tornò al mattino presto. Volle essere puntuale in chiesa per le Confessioni. Mamma Peppa assistette alla sua Messa. C'erano le donne al completo. Poté parlargli verso mezzogiorno. Lo trovò triste. - Problemi? - No, mamma - rispose con dolcezza. Ma lei sapeva che quando le parlava in quel modo voleva dire: - Sono cose di cui non ti posso parlare - e non fece altre domande. Come aveva promesso, Padre Agostino tornò il venerdì verso mezzogiorno. Padre Pio lo aspettava nei pressi della chiesa di Sant'Anna. - Sei pronto? - gli domandò Padre Agostino. - No, non vengo - rispose deciso Padre Pio. Padre Agostino lo guardò in silenzio. Quel rifiuto così netto non se lo aspettava. - Ti rendi conto della gravità della scelta che fai - commentò dopo un po'. - Gesù non vuole che io venga a Foggia. - Piuccio, non dire cose del genere. - Gliel'ho chiesto e si è arrabbiato. Allora l'ho chiesto anche alla Madonna ed è andata su tutte le furie. Se ne sono andati via subito, arrabbiati. E immediatamente si sono scatenati i demoni. Mi hanno battuto e tormentato tutta la notte. Ho invocato Gesù, la Madonna, l'Angelo custode, ma nessuno si è più fatto vivo. In genere, quando i demoni mi battono, poi loro tornano a consolarmi. Questa volta non sono tornati. Mi avevano avvertito di non parlare più di quel problema, e li ho irritati. - Se entro sera non siamo a Foggia - replicò Padre Agostino - il Provinciale inoltrerà a Roma la domanda di secolarizzazione. Sarai espulso dall'Ordine dei Cappuccini. Te ne rendi conto? A Padre Pio vennero le lacrime agli occhi. Padre Agostino vide che soffriva e gli dispiaceva. Ma non aveva più spazio per trattare. - Mi dispiace - disse. - Non posso offrirti alternative. - E allora non mi resta che accettare la secolarizzazione. -Come? - Rinuncerò a essere un religioso di San Francesco e farò solo il sacerdote. - Tu sei impazzito - disse Padre Agostino. Era irritato e amareggiato nello stesso tempo. Mai si sarebbe aspettato da Padre Pio frasi di quel genere. - Non mi chiedi neppure di poterci pensare ancora per qualche giorno. Ma allora desideravi da tempo questa soluzione. - No - protestò Padre Pio. - Provo un dolore mortale invece Ma Gesù mi ha proibito di venire a Foggia e non posso farci niente. - Incredibile - replicò Padre Agostino diventando rosso in viso per la rabbia. - O tu mi vuoi prendere in giro, o sei veramente impazzito. Senti che cosa ti dico io: quando vedrai il tuo Gesù, digli, da parte mia, che se ne vada all'inferno. Perché quello che tu vedi non può essere Gesù. Non è mai esistito nessun caso al mondo in cui Dio voglia che una persona commetta un peccato, faccia del male, vada contro un giuramento che ha fatto davanti a Dio e agli uomini. Tu hai promesso obbedienza, ricordatelo. E non puoi farmi credere che Gesù ti chieda di disobbedire ai tuoi superiori. Aveva alzato la voce. Non si era accorto che poco lontano da loro c'erano delle persone. Un gruppetto di donne, capeggiate da Giovannina, la moglie del calzolaio, che teneva tra le mani un grosso bastone. Aveva notato l'arrivo. di Padre Agostino e aveva subito radunato le amiche per vigilare su Padre Pio. Le donne si avvicinarono minacciose. - Padre Agustì - disse Giovannina mettendo in bella mostra il bastone che teneva in mano - nui ve vulimo bene, ma si siti venuto per purtà via u santanello nuostro, è meglio che ve ne jate. Padre Agostino capì che facevano sul serio. - Io non porto via nessuno - rispose timidamente. - Nui v'avimo avvisato - aggiunse Giovannina. - Nui vi rumpimo la faccia. - No, non me ne vado, state tranquilla Giovannina - intervenne Padre Pio. - Padre Agostino mi vuole bene. È qui solo per portarmi dei messaggi dei miei superiori di Foggia. State tranquilla e lasciateci parlare in pace. - Noi siamo qua, che vigiliamo - disse Giovannina allontanandosi con le sue amiche. - Allora, Piuccio, vado a Foggia da solo? - domandò Padre Agostino. - Io non posso venire - ripeté Padre Pio. - Mi dispiace proprio. Che devo dire a Padre Benedetto? - Che mi sento morire. - Addio, allora - disse ancora Padre Agostino. Guardò il suo allievo. Poi lo abbracciò con grande affetto, e questa volta fu lui a non riuscire a trattenere le lacrime.
25
La decisione di Padre Pio di non ritornare in convento, ma di accettare che venisse inoltrata la richiesta di secolarizzazione, giunse come una bomba alla Curia provinciale dei frati Cappuccini di Foggia. Quel giovane religioso, di cui si parlava tanto per lo zelo e la santità, accettava di essere espulso dall'Ordine piuttosto di tornare a vivere nei conventi con i suoi confratelli. Padre Benedetto, Superiore provinciale, amico e protettore di Padre Pio, era furibondo. - Uho sempre sostenuto, difeso contro tutti - si sfogava con Padre Agostino che gli aveva portato la notizia. - Ho scritto lettere al Generale affermando che Padre Pio, era uno dei giovani più promettenti della nostra Provincia. E adesso devo chiederne la secolarizzazione. Devo riferire al Padre generale che questo giovane rifiuta la vita francescana, se ne va dal nostro Ordine. Farò proprio la figura dell'imbecille. Mai mi sarei aspettato una decisione del genere da Padre Pio. Camminava nervoso nella stanza. La sua irritazione era veramente grande, ma più grande ancora era il dolore. Aveva sempre voluto molto bene a quel fraticello e anche adesso, nonostante la delusione, non riusciva a disprezzarlo. - Non ne voglio più sentir parlare - disse ancora rivolto a Padre Agostino. - Chiuso. Ho chiuso con lui. Che si arrangi. Che capisca cosa vuol dire provvedere a se stesso. Lo abbiamo troppo coccolato. Gli abbiamo concesso troppa libertà. E adesso ecco come ci ripaga. Chiuso. Padre Pio, a Pietrelcina, viveva momenti terrificanti. Il suo spirito era stato invaso da una cortina di nebbia. Dubbi, tentazioni, incertezze e soprattutto il silenzio dei suoi "amici invisibili". Silenzio assoluto. Buio pesto. Il canale di comunicazione con la dimensione dello spirito, che fin da quand'era bambino aveva alimentato la sua anima, si era chiuso. Pregava, trascorreva le notti inginocchiato ai piedi del letto. Supplicava soprattutto la Madonna: - Madre di misericordia, abbiate pietà di me. Dovreste sapere, madre mia cara, che vi ho chiesto di tornare in convento solo per ubbidire ai miei superiori. Ma ogni sua preghiera rimaneva senza risposta. Gli mancava l'aiuto del cielo e gli mancava moltissimo l'affetto delle due persone che erano al corrente di tutti i misteri della sua vita: Padre Agostino e Padre Benedetto. Tempesta nel cuore di Padre Pio, nella sua anima, e tempesta sull'Italia. Il paese stava per essere coinvolto nella prima guerra mondiale. Le notizie che giungevano dall'estero si diffondevano ovunque. Arrivavano anche a Pietrelcina. Venivano accolte con ottimismo, euforia, e accendevano lo spirito patriottico. Padre Pio piangeva. Percepiva nella sua totalità il dramma che stava per abbattersi sull'Europa. Trascorreva le notti in preghiera: - Signore, abbi misericordia del tuo popolo. Siamo peccatori, abbiamo cercato il male, ma il tuo cuore è grande nel perdono. Non colpire i miei poveri fratelli. Colpisci me, voglio espiare i peccati di tutti, come tu hai fatto sulla croce. La prova per Padre Pio questa volta fu più lunga del solito. Durò oltre due mesi. Un tempo che gli sembrò interminabile. Due mesi in balia delle forze del male, senza il conforto dei suoi "amici invisibili" e senza una parola amica da parte delle persone che in quegli anni avevano guidato il suo cammino spirituale. Ma una notte, mentre pregava piangendo nella sua cameretta, ecco la luce. Sentì sciogliersi nel profondo del suo cuore la sabbia del deserto spirituale e udì la voce di Gesù: "Figlio mio «Devo vederti. Ti aspetto al convento di Morcone sabato. Ho cose urgenti da comunicarti. Non mancare. Padre Agostino." Padre Pio lesse quelle parole e il suo cuore esultò di gioia. La grafia, veloce e nervosa, che per anni gli era stata tanto familiare, risvegliò ricordi e sentimenti. Da due mesi non aveva notizie di Padre Agostino, e gli sembrava che fossero passati due anni. - Ho incontrato Padre Agostino a Foggia e, saputo che venivo qui, mi ha parlato molto di voi e si è raccomandato perché vi consegnassi di persona questo biglietto - gli disse Don Domenico, un sacerdote amico di Zi' Tore giunto a Pietrelcina per trascorrere un periodo di riposo. - Come sta Padre Agostino? - domandò Padre Pio. - Benone. Ma è preoccupato. Credo tema di essere chiamato alle armi. Il volto di Padre Pio si velò di tristezza. Pensò alle preoccupazioni del suo confessore e cominciò ad attendere con ansia il sabato per poterlo vedere. Padre Pio raggiunse Morcone in treno e alla stazione ebbe la sorpresa di trovare Padre Agostino che lo aspettava. Si abbracciarono. - Sono arrivato un'ora fa da Serracapriola - disse Padre Agostino. - Controllando gli orari ho visto che c'era una corsa proveniente da Benevento e ho pensato che forse potevi viaggiare su quel treno. Ho atteso ed eccoti qua. Fatti vedere. Ti trovo bene. - Anche lei sta bene - replicò Padre Pio. Si avviarono verso il convento di Morcone, che distava dalla stazione alcuni chilometri. Per raggiungerlo c'era la solita mulattiera, fra campi e grandi alberi. - Ogni volta che vengo da queste parti - disse Padre Pio - ricordo il primo viaggio. Tutti i particolari notati lungo questo sentiero quel giorno, 6 gennaio 1903, sono ancora vivissimi nella mia memoria. E credo che non li potrò dimenticare mai. Quel giorno ho lasciato il mondo per diventare un figlio di San Francesco. Sono nato a una nuova vita. - Sono passati dodici anni - osservò Padre Agostino. - Quanti cambiamenti nella nostra vita e nel mondo. - Che ne pensi della guerra? - Una vicenda molto brutta. - Cosa dicono i tuoi «amici invisibili"? - Bisogna pregare, e pregare molto. È un'ora drammatica. Quando vedo gli orrori della guerra, l'anima mia prova una desolazione estrema, e il mio cervello ne viene sconvolto. "Questa guerra sarà per la nostra Italia e per la Chiesa di Dio una purga salutare. Risveglierà nel cuore di molti la fede, che ora langue. Ma, mio Dio, prima che ciò avvenga quale dura prova ci è riservata. Quanto sangue." - Dicono che non sarà un conflitto lungo. - Sarà una prova lunga e durissima, che l'Italia non ha mai affrontato prima d'ora. - Temo che toccherà anche a me andare soldato. - E anch'io dovrò affrontare quella brutta prova. - Tu sei tagliato fuori. Con i tuoi malanni non puoi finire nell'esercito. - No, no, farò il soldato anch'io, e sarà tremendo per me. Padre Agostino capì a che cosa alludeva. Come avebbe potuto vivere in caserma con le sue malattie, le sue crisi, i misteriosi fenomeni che ogni tanto sconvolgevano la sua esistenza? - Ho veramente tanta paura - aggiunse Padre Pio. - Prego Gesù di allontanare da me questa prova, ma sento che invece dovrò affrontarla. - La nostra Provincia ormai è stata decimata. Giorni fa ero a Foggia e ho visto Padre Benedetto. Mi ha detto che finora sono stati richiamati alle armi una sessantina di nostri confratelli. - Come sta Padre Benedetto? - domandò subito Padre Pio. - Bene, ma è tutto preso da questi problemi. Ci sono dei conventi che rimangono senza religiosi. Bisognerebbe chiuderli. E per tenerli aperti deve continuamente spostare confratelli da una parte all'altra. È un momento difficile. - Ti ha mai parlato di me? - domandò Padre Pio con voce triste. Padre Agostino rimase in silenzio. Poi disse: - Per quasi due mesi non ha mai fatto il tuo nome. Poi un giorno mi ha chiesto se avevo notizie. "No" ho risposto «Nessuna notizia." E lui si è arrabbiato: "Lo hai abbandonato. Ma che amico sei? Con tutti i problemi che ha? È il modo di comportarsi?". Rimproverava me per rimproverare se stesso. E mi sono reso conto che ti pensava molto. - Questo mi dà grande gioia. È sempre stato un padre premuroso con me. Gli ho dato tanti dispiaceri, ma sapevo che non mi avrebbe dimenticato. Camminarono in silenzio. Tutti e due pensavano a Padre Benedetto. Un uomo di indubbio talento che si era trovato tra le mani quel "caso" così ingarbugliato. Padre Agostino si fermò in mezzo al sentiero e come preso da un improvvisa ispirazione disse con voce accorata: - Piuccio, ma è proprio necessario che tu lasci l'Ordine Francescano? Non è possibile trovare un'altra soluzione? - Non sono io a voler uscire dall'Ordine - rispose Padre Pio. - Lo so, lo so - commentò Padre Agostino con tono rassegnato. - L’altra volta, quando mi sono rivolto a Gesù per supplicano di lasciarmi ritornare in convento, sono stato severamente punito da lui - proseguì Padre Pio. - In questi mesi ho passato momenti bruttissimi. Gesù non voleva perdonarmi. Solo pochi giorni fa si è fatto risentire. Mentre pregavo, ho sentito che il ghiaccio dentro il mio spirito si è rotto. Gesù e la Madonna erano di nuovo accanto a me. Ma quanto terrore incutevano i loro volti severi. Mi hanno fatto una ramanzina con i fiocchi e mi hanno rinnovato il divieto di tornare in convento: "Non ti impressionare" mi ha detto la Madonna. "Lascia che gli altri pensino sul tuo conto quello che vogliono. Noi ti difendiamo. Finora se la sono presa con te, d'ora in avanti dovranno prendersela con noi.' Vede, padre, io devo obbedire. So di essere in una brutta situazione, ma devo obbedire a Gesù. Padre Agostino non rispose. Sapeva che era inutile riprendere una discussione che ogni volta creava malintesi. Percorsero ancora un tratto di sentiero in silenzio. Poi Padre Pio domandò: - Da Roma sono arrivate comunicazioni che mi riguardano? - Finora niente - rispose Padre Agostino. - Ma è presto. So che Padre Benedetto ha informato il Padre generale, e che questi ha presentato la domanda di secolarizzazione alla Congregazione dei religiosi. Come sai, si tratta di una richiesta che deve essere firmata dal Papa in persona, e quindi i tempi sono lunghi. Il silenzio ripiombò su di loro. Padre Agostino pensava a quanto fosse assurda quella situazione. Un giovane religioso, bravo, buono, zelante, il migliore, che era costretto a lasciare l'Ordine per ragioni a lui incomprensibili e inconcepibili. E Padre Pio rifletteva sul mistero della propria sorte: aveva fatto di tutto per diventare frate Cappuccino, per seguire cioè una vocazione che riteneva "voluta" da Dio, e adesso doveva abbandonarla. Erano arrivati nei pressi del convento. La severa facciata della chiesa si stagliava tra gli alti pini. - Perché ha voluto vedermi qui a Morcone? - domandò Padre Pio. - Non posso più venire a Pietrelcina - rispose Padre Agostino. - Hai visto come mi hanno minacciato l'ultima volta? Se mi vedono, quelle donne mi rompono le ossa sul serio. - Ma no, quelle non fanno male a una mosca. - Lo dici tu. Mi odiano e sono pronte a picchiarmi. Meglio stare alla larga. - Quali sono le comunicazione urgenti che deve farmi? - Ho voluto rivederti. Ho voluto farti sapere che sia io che Padre Benedetto vogliamo restare sempre tuoi amici. Se è volontà dì Dio che tu rimanga fuori dell'Ordine, sia fatta la volontà di Dio. Ma la nostra amicizia fraterna non deve essere sacrificata. Noi ti vogliamo bene e desideriamo mantenere sempre i contatti con te. - Anch'io vi voglio bene, e sono tanto felice che lei sia venuto a trovarmi e mi abbia portato anche i saluti di Padre Benedetto. Ai primi di marzo Padre Pio ricevette un telegramma da Foggia. Il Padre provinciale gli chiedeva di andare quanto prima da lui. Si mise in Viaggio con il cuore in tempesta. Aveva capito che era giunto il momento tanto temuto. Il Padre provinciale gli avrebbe consegnato i documenti per la secolarizzazione giunti da Roma. Quel viaggio sarebbe potuto essere l'ultimo da frate Cappuccino. Forse, tornando a casa, non sarebbe più stato Padre Pio, ma semplicemente Don Francesco. Sul treno pianse. Si vergognava a farlo, perché la gente lo guardava con curiosità e compassione, ma non riusciva a frenare la sua desolazione. Entrò nell'ufficio del Padre provinciale verso mezzogiorno. Padre Benedetto lo scrutò e vide sul suo viso i segni del dolore. Non riuscì a trattenere il suo affetto e abbracciò il giovane confratello. - Ringraziamo il Signore che ancora una volta ha dimostrato di volerti un gran bene - esordì Padre Benedetto. Padre Pio era talmente teso che non riusciva quasi a percepire le parole del Superiore. - Il Papa Benedetto XV - proseguì Padre Benedetto - ha esaminato la richiesta avanzata dal nostro Superiore generale, ma non ha concesso alcuna secolarizzazione. Padre Pio deglutì, senza riuscire a proferire parola. I suoi occhi grandi e spaventati contenevano mille interrogazioni. Il Papa ha dato la soluzione ideale al tuo caso. Ti ha concesso di restare a casa, indossando il saio francescano, per tutto il tempo che sarà necessario per curare la tua salute. In pratica, ha convalidato ciò che già è in atto da anni. Con la differenza che adesso la tua posizione è regolare, è autorizzata dal Papa in persona. In termini tecnici ti ha concesso l'esclaustrazione e non la secolarizzazione. Puoi cioè vivere fuori del convento finché sarà necessario per la tua salute, restando però sempre un religioso Cappuccino. Contento? - Non ho capito bene - riuscì a dire Padre Pio. - Non c'è niente da capire - rispose Padre Benedetto. - Tutto come prima, solo che adesso è tutto regolare, nessuno può rivolgerti rimproveri e nessuno può criticare me. Padre Pio era sempre più confuso. Padre Benedetto si rese conto in quale stato di tensione si trovava il suo giovane frate. Gli sorrise e disse: - Non pensare a niente. Stai tranquillo. Dì al tuo Gesù che puoi stare a casa. Ma digli anche che io continuerò a pregare Dio che mi conceda di vederti tornare presto in seno alla religione. Solo allora sarò pienamente contento. Padre Pio rientrò a Pietrelcina radioso. Si sentiva leggero come una piuma. Corse dal suo parroco. - Zi' Tore, è tutto finito - e gli fece una relazione dettagliata dell'accaduto. - Ci sono problemi? - gli domandò sua madre vedendolo in quello stato euforico. - Niente, mamma, tutto a posto - rispose Padre Pio. E mamma Peppa capì che questa volta suo figlio non aveva proprio niente da nascondere. Era felice e basta. Ma quell'immensa felicità durò poco. Padre Pio non poteva dimenticare la guerra che seminava morti. Ogni sofferenza degli altri era una sua sofferenza. Seguiva le notizie che giungevano dal fronte e sentiva che incombeva anche su di lui la minaccia del servizio militare. Ogni volta che questo pensiero si affacciava alla sua mente, le gambe gli tremavano. Cominciò a darsi da fare per non essere colto di sorpresa. Chiese a Padre Agostino di poter andare a Napoli per una visita di controllo. - Non per avere nuove notizie sulla mia salute - disse a Padre Agostino. - Ma per avere un certificato in mano in caso di chiamata alle armi. - Secondo me, perdi tempo. Con il tuo fisico sarai certamente riformato - gli rispose Padre Agostino. Padre Pio scrisse ad alcune persone di cui era direttore spirituale chiedendo che pregassero per lui. "Preghiere insistenti. Dovete violentare il cuore del Signore. Fate novene e ripetetele. Bisogna strappare questa grazia al cuore di Gesù." Il 1° novembre 1915 Padre Pio rimase nel confessionale fino a mezzogiorno. Era la festa di tutti i Santi, e precedeva il giorno dei morti, la ricorrenza liturgica che la Chiesa dedica al ricordo della persone defunte. Ricorrenza molto sentita dalla gente, che approfittava della riconciliazione con Dio attraverso la Confessione per poter pregare più degnamente per i loro cari. Quando uscì dal confessionale, la testa gli girava per la stanchezza. Prese la strada più lunga per ritornare a casa. Scese fino all'estrema periferia e poi attraverso il centro per raggiungere Rione Castello. Sui muri delle case che davano sulla piazza vide un manifesto e lo lesse. Era un avviso militare di chiamata alle armi delle classi di terza categoria 1886 e 1887. - Ci sono dentro - disse Padre Pio e si sentì agghiacciare. Affrettò il passo verso casa. - Che ti succede, Francì? - Quando lo vedeva preoccupato o sofferente, sua madre si dimenticava di chiamarlo Padre Pio e ricorreva al nome di quando era soltanto il suo bambino. - Hanno chiamato la mia classe. - Ma tu sei malato. - Hanno chiamato proprio gli appartenenti alla terza categoria, quindi ci sono dentro. Questa volta mi tocca partire. Mamma Peppa si mise le mani nei capelli. Padre Pio non volle mangiare e si ritirò nella Torretta. - Ho bisogno di riposare - disse. In realtà voleva stare solo per pregare. Verso le 16 andò da Don Salvatore. - Zi' Tore, devo partire. In piazza c e il manifesto con la chiamata della mia classe. - Non ti preoccupare. Ti reggi in piedi per miracolo: dove vuoi che ti mandino? - Sento che dovrò partire. - Nessun medico ti farà abile. E poi, al distretto di Benevento un capitano medico abbastanza comprensivo. Lo conosco bene. Andrò a trovarlo e vedrai che sistemerò la faccenda. - Quel capitano non c'è più rispose Padre Pio. - È stato denunciato. C'è stata un'inchiesta, hanno scoperto diverse cosette poco chiare e lo hanno mandato altrove. Al suo posto ne è arrivato uno severissimo. Mi hanno detto che è feroce. Quello mi manderà al fronte. La sua fantasia galoppava. Pensava ai racconti che aveva ascoltato in quel periodo dai soldati in licenza. Soprattutto a quanto gli avevano riferito i suoi confratelli già chiamati alle armi. La vita di caserma lo avrebbe ucciso. Doveva assolutamente trovare il modo per restare a casa. Il manifesto diceva che i nati nel 1886 e 1887 si sarebbero dovuti presentare ai rispettivi distretti militari il 6 novembre. Padre Pio trascorse la settimana pregando, ma anche scrivendo lettere a tutte le persone che conosceva e che pensava avrebbero potuto fare qualcosa per lui. Il 6 mattina partì per Benevento. Affrontò tremando la visita del feroce capitano medico. - Sei malato - gli disse questi. - I tuoi polmoni sono a pezzi. Devi presentarti all'Ospedale militare di Caserta. Saranno loro a decidere il tuo destino. Il giorno dopo era a Caserta, dove fu ricoverato in un casermone del grande ospedale. C'era una confusione assoluta. Veniva mandato da un ufficio all'altro senza che nessuno prendesse una decisione. Le ore non passavano mai. I soldati, che come lui attendevano di essere visitati, trascorrevano il tempo giocando a carte, chiacchierando. Padre Pio se ne stava alla larga. Soffriva terribilmente nel sentire i loro discorsi, spesso osceni, scurrili, pieni di bestemmie. Dopo una settimana fu chiamato alla visita. - Non sto bene. Non mi reggo in piedi - cominciò a dire Padre Pio. - Va bene - tagliò corto il medico. - Al reggimento ve la vedrete con i vostri novelli superiori. - Non lo guardò neppure in faccia. Non lo sfiorò con un dito. La visita che doveva decidere della sua vita, e che aveva atteso per una settimana in quella bolgia, si era conclusa in pochi secondi. Il medico gli diede un foglio. Era stato assegnato alla "Decima compagnia sanità" che aveva sede nell'Ospedale della Trinità di Napoli, in via Santa Lucia a Monte. Doveva presentarsi ai primi di dicembre.
26
Padre Pio aveva già fatto diversi viaggi a Napoli per le visite mediche e vi ritornava sempre volentieri. Quella città chiassosa e caotica presentava un fascino speciale per lui. - Di Napoli mi piace il paesaggio - diceva parlandone con Zi' Tore, che nel capoluogo campano si recava spesso. - Ma mi piacciono soprattutto i mercatini nelle piazze, le bottegucce e la gente che sbuca dappertutto. Il vociare dei venditori ambulanti a Napoli sembra un concerto. Sempre sarebbe tornato volentieri a Napoli, ma non in quell'occasione. Quel suo viaggio nel capoluogo campano, nei primi di dicembre del 1915, fu alquanto triste. Alla stazione voleva prendere una carrozza: l'Ospedale della Trinità, in via Santa Lucia a Monte, era lontano. Ma temeva che gli venisse a costare troppo, e si incamminò a piedi. Quando giunse a destinazione erano le prime ore del pomeriggio e rimase fortemente impressionato dalla mole dell'edificio, che in quella luce tersa di dicembre sembrava ancor più imponente. L’ospedale della Trinità era una costruzione severa che risaliva al 1600. Un tempo era stato un ricco e famoso monastero femminile, che Giuseppe Napoleone, giungendo a Napoli nel 1806, ave va tolto alle suore e affidato alla forze armate perché ne facessero un ospedale per i soldati. Adagiato ai piedi della collina di San Martino, in una posizione incantevole da cui si dominava il meraviglioso panorama del Golfo di Napoli, sarebbe stato un luogo ideale per un soggiorno, ma non certo per un fraticello come Padre Pio, nel ruolo di soldato. ½ Gli venne assegnata una branda in un enorme camerone. Cercò di sistemarsi, rimpiangendo a ogni istante la solitudine raccolta della sua Torretta. Non volle cenare perché aveva lo stomaco completamente chiuso. Era sperduto e impaurito. Trascorse una notte orribile, senza riuscire a chiudere occhio. Continuò a pregare chiedendo al Signore di essere mandato a casa. Al mattino cercò di parlare con i medici. - Sto male. Ho urgenza di essere visitato - ripeteva. Veniva mandato da un ufficio e da un ufficiale all'altro. Quando credeva di aver finalmente trovato il responsabile, cominciava a esporgli candidamente e con ansia la propria situazione, ma le sue parole cadevano nel vuoto. La persona che gli era di fronte lo interrompeva e distrattamente lo indirizzava in un altro ufficio. Nessuno era responsabile di niente in quell'ospedale. Sembrava che tutto il funzionamento dell'enorme edificio dipendesse da un terribile capitano medico che non era mai presente. - Il professore è indisposto - gli rispondevano - e se manca lui non possiamo fare niente. Il professore. Nessuno osava pronunciare il suo nome. Era un fantasma, un incubo. Padre Pio si sentiva come un povero insetto sotto il piede di quello sconosciuto. Non poteva far altro che aspettare e pregare. A sera non si reggeva in piedi per la stanchezza provocata dal continuo camminare per corridoi interminabili. Si gettava sulla branda vestito e si tirava le coperte fin sopra la testa, nel tentativo di riuscire a estraniarsi da quell'ambiente in cui si sentiva sperduto. Tornarono i disturbi di un tempo. Dolori fortissimi alla testa, febbre, vomito, debolezza estrema. Quell'attesa sfibrante durò più di dieci giorni. Finalmente, recitando per l'ennesima volta la litania dei suoi malanni di fronte a un giovane medico incontrato per caso, trovò un po' di comprensione. Quel giovane medico lo stava ad ascoltare. Padre Pio era talmente confuso che non riusciva a esprimersi. - Venga nel mio ambulatorio - lo invitò il medico. Si chiamava dottor Giuseppe Grieco. Era un tenente di una trentina d'anni, e dal suo sguardo franco Padre Pio aveva capito che di lui poteva fidarsi. - Mi dica che cosa si sente - gli domandò il dottor Grieco. L’ambulatorio era una grande stanza disadorna con un lettino e una scrivania. - Mi sento di tutto - rispose Padre Pio. - Da anni sono malato di polmoni. Io sono un religioso Cappuccino. Ho cominciato a soffrire di tubercolosi durante gli studi teologici. Sono stato visitato anche qui a Napoli dal professor Cardarelli e dal professor Castellino, e tutti mi hanno dichiarato tisico. Non posso fare il soldato. Aveva parlato di fretta, concitato. Il dottor Grieco aveva capito il suo profondo disagio e cercò di confortarlo: - Coraggio, ci si abitua anche a fare il soldato. - Sto male - ripeté implorante Padre Pio. Il tenente gli mise una mano sulla fronte. - Ma lei scotta, ha la febbre. - Sì, penso di avere la febbre. - Da quanti giorni è in queste condizioni? - Da alcuni giorni. - Quanta febbre ha? - Non l'ho mai misurata. Il tenente lo visitò subito. Gli auscultò il cuore, i polmoni, il polso. Poi prese il termometro e glielo mise sotto un'ascella. Quando lo ritirò per controllare la temperatura, constatò che la colonnina di vetro contenente il mercurio era rotta. - Mannaggia! - borbottò indispettito. - Attenda che vado a prendere un nuovo termometro. Tornò e riprovò la febbre ma, al controllo, la colonnina risultò ancora rotta. Ripeté l'operazione per la terza volta, ottenendo sempre lo stesso incredibile effetto. "C'è qualcosa che non quadra" pensò il dottor Grieco. Rifletteva camminando nella stanza. Poi uscì e tornò con il quarto termometro. Lo mise sotto l'ascella di Padre Pio. Tolse dal taschino il proprio orologio e lo tenne d'occhio. Dopo una trentina di secondi ritirò il termometro. Lo osservò e rimase allibito. - Incredibile - mormorò a fior di labbra. - Che c'è? - domandò Padre Pio vedendo che il medico era preoccupato. - Anche questo termometro è rotto - rispose il dottor Grieco con tono seccato. In realtà la sua espressione di stupore era stata provocata dal fatto che la colonnina di mercurio, in trenta secondi, aveva riempito il tubicino interno, segnando una temperatura di 42 gradi centigradi. "Se aspettavo qualche altro secondo" pensò il dottor Grieco "la pressione del mercurio avrebbe fatto saltare il vetro. Ecco perché gli altri termometri si sono rotti." - Come sto? - domandò Padre Pio. - La sua temperatura è piuttosto elevata - rispose il medico. - Dovrò misurargliela ancora per avere un quadro preciso. Intanto prenda del chinino e si metta a letto. Da una boccia di vetro che teneva sul tavolo tolse alcune pastiglie e le consegnò a Padre Pio, che si avviò lentamente lungo il corridoio verso il desolato camerone. Il dottor Grieco andò a parlare con un suo collega e amico, il dottor Francesco Melle. Erano coetanei, avevano frequentato l'università insieme. - Franco, c'è una recluta che ha 42 di febbre - gli disse. - E io ne ho 50-rispose l'amico. - Ti giuro, Franco, non scherzo. Anzi, ha più di 42. Prima di riuscire a fermare il mercurio a 42, sono saltati due termometri. - Saltati? - Quando li ritiravo dall'ascella per controllare la temperatura trovavo che il mercurio aveva sfondato la colonnina di vetro in cui è contenuto. Allora, al terzo tentativo, ho atteso 30 secondi e ho tolto il termometro. Il mercurio era già al massimo, 42 gradi centigradi. - Non ci credo neanche se vedo. - Andiamo a controllare. - Bisognerebbe trovare un termometro adatto, di quelli che non si fermano a 42 gradi. - Prova con un termometro da bagno. - Ottima idea. I due medici si misero alla ricerca di un termometro da bagno. Ne trovarono uno, che però era chiuso in una custodia di legno. La ruppero e presero il termometro, che assomigliava a quelli normali ma poteva misurare la temperatura fino a 80 gradi. Andarono da Padre Pio. Lo trovarono a letto..Si era rimboccato le coperte fino agli occhi. - Come sta? - domandò il dottor Grieco. - Male - rispose Padre Pio. - La febbre? - Me la sento come questa mattina. - Proviamola ancora. Gli diede il termometro. Padre Pio sbottonò la maglia di lana che indossava e se lo mise sotto l'ascella. - È mal ridotto, poverino - mormorò sottovoce il dottor Melle indicando al collega la magrezza di quel povero corpo. - Ha i polmoni a pezzi - aggiunse Grieco parlando sempre sottovoce in modo che l'interessato non potesse udire. - Sarà ammalato, ma è anche denutrito. Da dove viene? - È un sacerdote, un frate Cappuccino. - In convento non gli danno certamente da mangiare. - Chissà che vita conduce. È uno scheletro. Non so perché non l'abbiano riformato. - La guerra ha dato alla testa a tutti. Ogni giorno vedo delle cose da pazzi in questo ospedale. Il dottor Grieco tornò accanto a Padre Pio e gli tolse il termometro da sotto il braccio. Lo guardò. Impallidì e lo passò al collega. - Porca vacca! - esclamò il dottor Melle. Il termometro segnava 48 gradi centigradi. I due medici si allontanarono. - Non si è mai sentito un caso del genere - disse il dottor Melle. - Questo termometro è certamente sballato - replicò Grieco. - Bisognerebbe provare con uno di quei termometri ad alta precisione che si usano nei laboratori. Quelli non sbagliano mai - aggiunse Melle. - Lo vado a cercare subito. Il dottor Grieco era diventato impaziente. Aveva intuito di trovarsi di fronte a un fenomeno che andava al di là di ogni immaginazione. Come medico doveva misurarsi con un caso forse unico. Inoltre, quel religioso lo incuriosiva. Sentiva che emanava dalla sua persona un fascino misterioso. Andò negli uffici della ditta che forniva tutto il materiale medico all'ospedale e chiese uno di quei termometri da laboratorio. Glielo procurarono. Tornò immediatamente in ospedale. Cercò l'amico e con lui si avviò verso il camerone che ospitava Padre Pio. - Cerca di controllare se sotto il braccio tiene qualche sostanza particolare, di quelle che servono a produrre calore, gli disse il dottor Melle. - Non si sa mai. Certe reclute, pur di non finire al fronte, sono disposte a tutto. I trucchi per far salire la febbre sono tanti. Qualcuno ricorre al tabacco, altri sfregano il termometro con le dita. Insomma, vedi che non ci siano trucchi. - Ci penso io - rispose il dottor Grieco. Padre Pio era sempre là, nella sua branda, sotto le coperte. - Siamo ancora noi - disse il medico, scuotendo leggermente il letto. - Dobbiamo misurarle di nuovo la febbre. Padre Pio non rispose. Quel via vai dei medici lo aveva insospettito. Ma lasciava fare sperando che trovassero finalmente il modo di rimandarlo a casa. Il dottor Grieco gli sbottonò la maglia di lana. Fingendo di doverlo visitare, gli ispezionò il torace e l'ascella, e poi infilò il termometro. Si sedette sul bordo della branda con l'orologio in mano. Non si mosse, non disse una parola. Rimase li a controllare che non accadesse niente di strano. Padre Pio teneva gli occhi chiusi. Sembrava dormisse. Il suo viso era rosso, quasi paonazzo. Dopo cinque minuti il medico ritirò il termometro. Dopo averlo esaminato, come aveva fatto in precedenza, lo passò al collega. Il termometro riservava ancora un'incredibile sorpresa: la temperatura era salita a 49 gradi centigradi. - Questo non è un uomo, è un cavallo - commentò il dottor Melle mentre si allontanavano. - Abbiamo adoperato un termometro ad alta precisione, non ci dovrebbero essere errori - osservò il dottor Grieco. - E adesso? Che facciamo? - domandò Melle. - Dobbiamo avvertire il capitano. - Il capitano? E che cosa gli diciamo? "Professore, c'è un tale che ha la febbre a 50." Quello ci prende a calci nel sedere. - Se poi succede qualcosa di grave, se l'ammalato muore, e peggio. Ci manda sotto processo per non averlo avvertito. Dobbiamo rischiare, affrontare la sua ira. Magari è contento perché gli portiamo un caso interessante da studiare. Potessi farlo io... Un caso del genere può offrire la possibilità di pubblicazioni scientifiche di straordinario valore. Il capitano medico responsabile del reparto era il professor Felice D'Onofrio, un uomo sui cinquant'anni, casertano, famoso per la sua abilità professionale ma soprattutto per il carattere irruento e severo. Era il terrore dei soldati e anche dei suoi collaboratori. I due medici si presentarono alla porta del suo ufficio, che egli teneva sempre aperta senza che nessuno osasse varcarla. - Che c'è? - domandò brusco. - Abbiamo visitato la recluta Francesco Forgione, che sta molto male - rispose il dottor Grieco. - Due medici per una visita? Non avete altro da fare? - L’ho visitato io, professore - precisò il dottor Grieco. - Ma poiché avevo riscontrato dei risultati febbrili fuori dell'ordinario, ho voluto consultare il mio collega. - Quanta febbre ha l'ammalato? - 49 gradi centigradi. - Non ho inteso. - 49 gradi centigradi - ripeté il dottor Grieco con voce diventata incerta. - Mi volete fare fesso? - urlò il professore. - Ve lo faccio rimpiangere per tutta la vita. - Ma, professore...
- Non ci sono ma che tengano. Io non sono un vostro collega. Mi dovete rispetto. Gli scherzi cretini fateli agli imbecilli come voi. Fuori di qui!
- Professore - insistette il dottor Grieco - so di dire una cosa incredibile, ma mi dovete credere.
- Io sono un esperto dell'argomento - aggiunse urlando il professore. - Ho appena pubblicato degli studi in proposito. Nessun essere umano può resistere a febbri superiori ai 43, 44 gradi. Andatevene!
- Per poter misurare la febbre alla recluta Forgione siamo stati costretti a ricorrere a un termometrò da bagno - si affrettò a dire
243
tutto d'un fiato il dottor Grieco. - I termometri normali sono saltati. È da questa mattina che seguiamo il caso. Abbiamo misurato la febbre alla recluta Forgione già cinque volte e sempre con gli stessi risultati. Quei dettagli colpirono il professor D'Onofrio. Rimase in silenzio fulminando con gli occhi adirati i due giovani medici. Poi si alzò di scatto. - Andiamo a vedere. Dov'è questo mostro? Lo accompagnarono nel camerone. Padre Pio se ne stava nella branda, assorto. Pregava. Il professore gli toccò la fronte. Ascoltò il polso. - Misurategli la febbre - disse. Accese una sigaretta. Si guardava intorno impaziente. Soldati e infermieri lo avevano riconosciuto. Si era fatto un gran silenzio tutt'intorno. Dopo alcuni minuti, che in quel silenzio sembrarono interminabili, il dottor Grieco tolse il termometro da sotto l'ascella di Padre Pio e lo presentò al professore. Questi lo guardò e dalle sue labbra uscì un improperio sacrilego che fece sobbalzare Padre Pio. - Scusate - disse subito. Esaminò ancora la colonnina di mercurio e controllò, rigirandolo tra le mani, il termometro. Si rese conto che i due giovani medici avevano usato uno strumento di precisione. Quindi non potevano esserci errori. La colonnina di mercurio era ferma sui 49 gradi centigradi, e questo era un dato inammissibile, inconcepibile. Il professore fece un giro per il camerone. Era nervoso. Si passava continuamente la mano sulla barba. Tornò dall'ammalato. Gli sentì di nuovo il polso, auscultò il cuore. - Da quanti giorni sei qui? - gli domandò. - Dodici - rispose Padre Pio. - Domani, alle il, fatti condurre nel mio ufficio. Ti aspetto alle 11, hai inteso? Aveva aggiunto quell'ultima frase, "hai inteso?", perché voleva capire se l'ammalato fosse in grado di udire la sua voce. Riteneva che con quella temperatura corporea dovesse essere privo di conoscenza. Inoltre pensava che mai, per nessuna ragione al mondo, al mattino dopo quell'individuo potesse essere ancora in vita. Padre Pio, quasi avesse letto nel suo pensiero, aprì gli occhi, lo fissò dritto nelle pupille e gli disse: - Stia certo, professore, che domani mattina, alle il precise, io sarò nel suo ufficio. - Richiuse gli occhi. Il professore si allontanò seguito dai due giovani medici. - Che ne pensa professore? - lo interpellò il dottor Grieco. - È un mistero - rispose il capitano medico. - Non posso credere ai miei occhi. Sono ancora convinto che ci sia un errore. Ho pubblicato proprio recentemente uno studio sull'argomento. Le temperature più elevate le riscontriamo negli attacchi epilettici e uremici, segnatamente nel tetano. Si può arrivare a 42,5 o 43 gradi centigradi. Qualche volta perfino a 44. Ma sQno pur sempre temperature catastrofiche. Nelle patologie dell'insolazione ci sono stati dei casi, seguiti però da morte immediata, in cui il termometro ha raggiunto i 42,9. In Germania sono state osservate temperature elevate in svariate malattie del sistema nervoso centrale. A queste temperature si dà il nome di "agoniche", o "preagoniche", perché sono sempre seguite dalla morte. Ma qui siamo di fronte a un caso che non ha precedenti: 49 gradi centigradi. Non è possibile. Che cure sta seguendo? - Gli ho ordinato del chinino per abbassare la temperatura. Non saprei che altro fare. - La temperatura è altissima, il polso galoppa, ma il cuore ha un ritmo quasi normale. Tutto scoordinato, tutto strano. Vediamo come passa la notte. Se domattina è vivo, alle li portatelo da me. Farò un consulto con altri colleghi. Camminava tenendo le braccia conserte e il capo leggermente reclinato sul petto. Era pensieroso. Improvvisamente si fermò e domandò ai due medici: - Ma chi è questo mostro? Da dove viene? Avete indagato nella sua vita? - È di Pietrelcina. È un sacerdote, un frate Cappuccino. - Un sacerdote? - Il professore rimase un attimo a riflettere. Poi riprese a camminare lungo l'austero corridoio. Ricordò che durante le sue ricerche sulle anomalie della temperatura corporea si era imbattuto in informazioni che aveva ritenuto assurde. In alcuni testi medici, per esempio, aveva letto di febbri altissime segnalate in alcuni Santi mistici, Santa Teresa d'Avila, Santa Veronica Giuliani. - Un sacerdote - ripeté ancora. - Mah! - aggiunse dopo un altro lungo silenzio. - O è un Santo o è un Demonio: nessun essere umano può sopportare una temperatura corporea di quel genere. AlIe 11 precise Padre Pio era davanti allo studio del professor Fedele D'Onofrio. Arrivarono i due giovani medici e poco dopo anche il professore. - Come sta? - gli domandò il capitano medico. Ora gli dava del lei e lo trattava con deferenza e rispetto. - Meglio - rispose Padre Pio. - Come meglio? - lo interrogò il professore. - Il febbrone che avevo ieri sera se n'è andato - rispose Padre Pio. - Mi succede spesso. La febbre mi salta addosso violenta, mi tormenta per una notte, un paio di giorni, e poi, altrettanto improvvisa come è venuta, se ne va. Ormai mi sono abituato. Il professore gli mise una mano sullà fronte. Sentì il polso. - Misuragli la temperatura - disse al dottor Grieco. - Mi hanno detto che lei è di Pietrelcina - disse a Padre Pio. - Io sono di Caserta, ma la mia famiglia proveniva da Pago Vaiano, che è dalle parti vostre. - Pago Vaiano, lo conosco bene. Siamo quasi paesani - rispose Padre Pio. Conversarono cordialmente. Grieco e Melle ascoltavano. Non avevano mai visto il loro capitano medico così disteso e gentile. Sembrava un'altra persona. Il dottor Grieco tolse il termometro dall'ascella di Padre Pio e lo passò al professore. - 36,7- disse questi restituendo il termometro ai due~giovani medici. - Adesso la temperatura è normale. Quali sono i suoi malanni? - domandò a Padre Pio. - Da una decina d'anni soffro di tubercolosi; Sono stato visitato anche dal professor Cardarelli e da altri. Dicono che ho i polmoni a pezzi. Cardarelli mi aveva dato pochi mesi di vita, ma poi non sono morto. Per la verità, non si è mai capito bene quale sia la mia malattia. Il fatto è che sono sempre acciaccato e mi vengono febbri molto alte come ieri sera, dolori improvvisi che mi stordiscono, mi paralizzano. Insomma, sto male. - Senta - disse il professore - io le consiglio di seguire le cure ordinate dai medici che l'hanno in cura da tempo e che quindi conoscono meglio i suoi disturbi. Io, a dire il vero, non ci capisco niente. Ieri sera lei aveva una febbre da cavallo. Adesso non ha più febbre. Se ne torni a casa. Le do un anno di convalescenza, poi si vedrà. Padre Pio sorrise. L'incubo era finito. Strinse la mano al professore e gli disse: - Che Dio la benedica. Padre Pio tornò nel grande camerone e raccolse le sue povere cose. Sentiva addosso lo sguardo degli altri soldati che lo invidiavano. Era felice di togliersi da quella brutta situazione e insieme gli dispiaceva di ottenere ciò che ad altri non era concesso. - Forse qualcuno di questi ha moglie e figli, o i genitori vecchi o infermi. La loro presenza sarebbe utile a casa. Signore, che schifo la guerra. Siamo tutti fratelli e inventiamo questi odi assurdi, collettivi, che distruggono le famiglie e la vita di tanta gente. Sorrise al vicino di branda. - Te ne vai, Forgione? - Mi hanno dato una licenza. - Beato te. Scese al piano terra dove c'era il Comando dell'ospedale. Gli dissero che doveva aspettare. Fece un giro nelle corsie. Finalmente gli diedero il foglio di licenza, il biglietto gratis da Napoli a Benevento, più una lira di trasferta. Uscì dall'edificio e si avviò verso la stazione. Nella vicina piazza c'era un mercato, uno di quei mercatini affollati di gente allegra che gli piacevano tanto. Sorrise a quella piazza. La luce del tramonto, che si rifletteva nelle acque del Golfo e rimbalzava sui palazzi e sui visi delle persone rendendo tutto più bello, lo incantava. Si guardò intorno. Ascoltò i suoni, i canti, gli schiamazzi, i richiami. Era la vita della gente semplice. Gli vennero in mente i nipotini. "Voglio comperare qualcosa per loro" disse fra sé. Si mise a curiosare tra le bancarelle. Poi però si ricordò che aveva solo una lira e doveva tenerla per prendere la corriera da Benevento a Pietrelcina. - Capurà, accattateve i' mbrelini, vedite cumme so belli, purtate 'nu ricordo ai figli vostri. - Uno dei vari venditori ambulanti gli si era messo alle costole. Gli mostrava degli ombrellini di carta. - Una lira, capurà. Si allontanò in fretta. Raggiunse piazza Garibaldi, e anche lì c'era un altro mercatino. - Capurà, guardate come sono belli sti 'mbrelini. Una lira e cinquanta. Capurà, prenditene uno per i vostri cari. - Nun voglio niente. - Ve prego capurà, tengo 'e figli, fatemi guadagnà qualcosa. - Nun me servono. - Solo uno, capura. - Oh guagliò, non voglio niente e po' tu nun si onesto. O mercato dell'altra piazza venneno mezza lira, e tu ne vuò una e cinquanta. - Tenete, capurà, tenete a cinquante centesimi, fatemi guadagnà qualcosa pe 'e figli miei. Sentendo nominare continuamente i figli, Padre Pio non seppe resistere. Guardò quell'uomo che voleva imbrogliarlo e si sentì colpevole per aver pensato a sua volta di imbrogliarlo dicendogli che gli avevano offerto gli stessi ombrellini a mezza lira.- Tieni - gli disse. - Questi sono per i tuoi figli - e gli diede cinquanta centesimi. - Tieni anche l'ombrellino. Vendilo a qualcun altro per i tuoi figli. - Gli sorrise. - Grazie marescià, voi siete un uomo grande - gli rispose il venditore. Padre Pio raggiunse la stazione, andò allo sportello della biglietteria e fece vidimare lo scontrino di viaggio. Si portò al lato partenze e salì sul treno per Benevento. Era stanco. Si sentiva il viso infuocato. - Mi è tornata la febbre - disse. Si strinse intorno al corpo la mantellina. Il treno giunse a Benevento in ritardo. Padre Pio si precipitò fuori dalla stazione, ma la corriera per Pietrelcina era già partita. Doveva attendere fino al mattino. Faceva freddo. Il bar della stazione era riscaldato, ma pieno zeppo di militari, non si trovava un posto libero. "E se anche ci fosse posto, cosa potrei ordinare con cinquanta centesimi?" disse fra sé Padre Pio. Cominciò a camminare avanti e indietro per cercare di vincere il freddo. Sentiva l'umidità della notte che gli penetrava nelle ossa. Non stava in piedi. Ogni volta che passava davanti al bar, scrutava per vedere se si fosse liberato qualche posto. Pregava. Alle 3,30 venne annunziato il direttissimo Foggia-Napoli, e molti soldati si alzarono e si avviarono al treno. Padre Pio vide due tavolini liberi in un angolo. "Se mi metto laggiù" disse fra sé "il cameriere non mi vede, e io posso stare al caldo e seduto senza ordinare niente. Entrò e piano piano raggiunse un tavolino d'angolo. Ma poco dopo entrarono altri soldati che si sedettero vicino. Il cameriere venne per le ordinazioni e chiese anche a lui. - Un caffè - ordinò Padre Pio. Cercò di farselo durare in eterno. Quando il cameriere gli passava vicino, fingeva di mescolare con il cucchiaino. Finalmente giunse l'orario della partenza. Andò al banco per pagare. - Grazie, militare - disse il cameriere - è tutto pagato. Si guardò intorno. "Forse qualcuno mi ha riconosciuto e ha voluto usarmi una cortesia" pensò Padre Pio. E ringraziò il Signore, perché era proprio nei guai con i soldi. Il biglietto della corriera costava una lira e ottanta centesimi: lui aveva soltanto cinquanta centesimi. Salì e cercò un posto in fondo alla corriera. "Quando arriva il fattorino gli chiederò il favore di poter pagare all'arrivo" diceva fra sé. Dopo di lui arrivò un signore alto e robusto. Gli si sedette accanto. "Sono rovinato" pensò Padre Pio, che non voleva far sapere di essere senza soldi. Il signore aveva una valigetta nuova fiammante. Se la mise sulle ginocchia. L'aprì e ne estrasse un termos. In un bicchiere versò del caffelatte fumante e lo porse a Padre Pio. - Tenete, militare, a quest'ora vi farà bene. - No, no, grazie, siete troppo gentile. - Non fate complimenti, militare. Fa freddo, vi farà bene. Padre Pio accettò. Bevve e ringraziò lo sconosciuto. Poi ringraziò ancora il Signore. "Quanto è buona la gente" pensò. Stava arrivando il controllore, e Padre Pio si preparava a chiedergli di poter pagare all'arrivo, ma il controllore lo prevenne: - Militare, è già tutto pagato. Arrossì. Non capiva. Ma non gli restava che tacere. Pensò che forse era stato il signore alto, robusto e tanto gentile che aveva accanto a pagargli il biglietto. A Pietrelcina, quando scese dalla corriera, si girò per salutare quel signore che era dietro di lui. Ma non c'era più. Sparito. Padre Pio lo cercò con lo sguardo, senza trovarne traccia. Era l'alba. Si affrettò verso casa e aveva tanta gioia nel cuore.
27
Padre Pio, siete voi? Non vi avevo riconosciuto - disse Giacomino Sagliocca, un commerciante amico dei Forgione. Aveva fatto anche lui il viaggio in corriera da Benevento a Pietrelcina. - Con quella barbetta e la divisa sembrate proprio un vecchio soldato. Padre Pio sorrise e si guardò intorno per vedere se qualcuno avesse sentito le parole di quell'uomo. - Da dove venite? - domandò Giacomino. - Da Napoli. - Vi hanno arruolato? - Sì, ma adesso sono in licenza. - Salgo anch'io a Rione Castello, possiamo fare la strada assieme. - Vi ringrazio Giacomino, ma devo fermarmi da mia sorella Felicita. Perciò vado da quest'altra parte. Svoltò a sinistra. In realtà non doveva fermarsi da nessuna parte. Anzi, desiderava correre a casa immediatamente per cambiarsi d'abito. Non gli piaceva che lo vedessero con la divisa da soldato. Era mattino presto. I contadini avevano già raggiunto i campi, ma le donne stavano riassettando le case, e se Padre Pio avesse attraversato il centro abitato, sarebbe stato notato. Si defilò verso la periferia. Fece un lungo giro e raggiunse casa sua furtivamente, per un sentiero. Sgattaiolò nella cucina di mamma Peppa esclamando gioioso: - Mamma, sono tornato. - Mio Dio! Francesco, sei qui! Si abbracciarono commossi. - Stavo pensando proprio a te, figlio mio. Che il Signore sia lodato. Fatti vedere. - Lo squadrò da capo a piedi con un'espressione di orgoglio sul viso. - Papà è già nei campi? - domandò Padre Pio. - Immagina! - rispose mamma Peppa. - È partito questa mattina presto. Anche se fa freddo e la terra dorme, trova sempre qualcosa da fare. - Dammi la chiave della Torretta che vado a cambiarmi. - Ma fatti vedere un poco, figliolo. Fatti vedere da tua madre, girati. La divisa è larga perché tu sei magro come un chiodo, ma ti sta proprio bene. - Non dirlo neppure per scherzo - protestò Padre Pio. - La odio. È un simbolo di morte, di sofferenza. Vado a cambiarmi prima che qualcuno mi veda conciato in questo modo. Salì nella Torretta e tornò poco dopo indossando il saio.- Adesso mi sento me stesso - disse sorridendo. Mamma Peppa gli aveva preparato del latte caldo. Padre Pio si sedette sul panchetto di legno infisso nel muro a fianco del camino acceso. Aveva freddo. La stanchezza e la notte insonne si facevano sentire. Si mise a sorbire il latte lentamente. - Grazie, mamma - disse. - Com'è andata a Napoli? - gli domandò la madre. - Mi hanno dato una licenza di un anno. - Oh, che bella notizia! Intanto staremo tranquilli per un bel po', e dopo si vedrà. Qualcuno bussò alla porta. - Chi è? - domandò mamma Peppa. Sull'uscio si affacciò Giovannina, la moglie di Antonio, il calzolaio. - Venite, venite, comare. - Sono qui con le mie amiche. Volevamo salutare Padre Pio. Mamma Peppa, attraverso la porta aperta, vide che in strada c'era parecchia gente. Parenti, amici, conoscenti. Una ventina di persone. - Vogliamo vederlo - reclamavano. Padre Pio li aveva uditi. Aveva riconosciuto le loro voci. Uscì sulla strada. Stringeva mani, chiamava ciascuno per nome, baciava quelli con cui aveva maggior confidenza. Dopo i giorni desolati e tristi trascorsi all'Ospedale militare, era felice di sentirsi circondato di tanto affetto. C'erano gli zii, le vecchiette sue vicine di casa e le ragazze, sue coetanee, che un tempo gli facevano la corte: Virginia, Francesca, Lucia. Pur essendo sposate, erano rimaste in gran confidenza con il "loro Francesco". Se ne stavano un po' appartate e sorridevano maliziose. - Che avete voi da ridere? - domandò Padre Pio ridendo a sua volta, poiché aveva intuito i loro pensieri. - Vogliamo vederti con la divisa - disse Virginia. - Oh, Virgì, non dire fesserie - rispose Padre Pio. - Sì, sì, vogliamo vederti con la divisa - ripeterono Lucia e Francesca. E a loro si unirono anche le vecchiette: - Francesco, facci vedere come stai da soldato. - Ma sì, accontentale - disse anche mamma Peppa. E con orgoglio aggiunse: - In fondo, la divisa ti sta proprio bene. Padre Pio rimase un attimo indeciso. - Volete proprio prendervi gioco di me - rispose. - Nooo - lo rassicurarono in coro. - Mia madre - disse Padre Pio scandendo le parole - mi ha fatto uomo, San Francesco donna - alludendo al saio - e il governo pazzo. Risero tutti. Rise di cuore anche lui avviandosi verso la Torretta, da dove ritornò poco dopo indossando la divisa militare: - Ecco il pagliaccio - disse. - No, sei bello! - gli gridò Lucia. - La divisa ti sta proprio bene, Francì - commentò anche Virginia. - Io sto bene solo con l'abito di San Francesco - rispose Padre Pio. - E vado subito a rimettermelo, perché conciato in questo modo mi sento veramente ridicolo. A Pietrelcina Padre Pio riprese subito la sua attività in parrocchia. - Ho sentito molto la tua mancanza - gli confidò Don Salvatore. - Ogni giorno veniva gente a chiedere di te per la Confessione. "È soldato" rispondevo. E se ne andavano senza confessarsi. A casa erano arrivate molte lettere per lui, che mamma Peppa aveva conservato diligentemente in un cassetto. Aveva notato che diverse recavano come mittente "Raffaelina Cerase", il nome di una donna, e si era incuriosita. Consegnandole a Padre Pio gli domandò: - Chi è questa Raffaelina Cerase che scrive tanto? - È una signorina di Foggia che mi chiede dei consigli per la sùa vita spirituale. Me l'ha presentata Padre Agostino, ma non ci siamo mi incontrati. - E perché scrive tanto? - Ma che è, mamma, sei gelosa? Scrive perché ha bisogno. Raffaelina era una nobildonna di quarantotto anni. Apparteneva a una famiglia ricca e importante. La sua esistenza era stata tormentata, soprattutto negli anni giovanili, ma si era poi incanalata verso gli alti ideali dello spirito. Suoi direttori spirituali erano stati Padre Agostino e Padre Benedetto, i quali a un certo momento avevano deciso che la persona più adatta a guidarla era Padre Pio. - Ti affidiamo quest'anima. È dotata di importanti carismi -gli avevano detto. - Tu puoi capire e risolvere i suoi problemi meglio di noi. Cominciarono a scriversi nel 1914. Raffaelina fu la prima "allieva" di Padre Pio, che allora aveva ventisette anni, vale a dire era ancora quasi un ragazzo, mentre lei, che all'epoca ne aveva quarantasei, sarebbe potuta essere sua madre. Fra loro si sviluppò una forte intesa. La direzione spirituale di Padre Pio nei confronti della sua assistita non era distaccata, ascetica, fredda, ma coinvolgente, calda, generosa, piena di passione spirituale. Padre Agostino, leggendo le lettere che i due si scambiavano, si spaventò. - Le tue lettere sono troppo piene di sentimenti, di sensibilità umana. Dovresti essere più distaccato - consigliò a Padre Pio. - Distaccato da che cosa? - Da un certo coinvolgimento umano che potrebbe diventare pericoloso. - Io e Raffaelina camminiamo insieme verso il Signore. Io aiuto lei, e lei aiuta me. Io non sono altro che il mezzo di cui si serve Gesù per parlare con lei. È lui che la dirige. E Gesù non è distaccato, freddo. Il suo cuore brucia d'amore. Padre Pio era come un vento impetuoso, e Raffaelina ne fu sconvolta. Per questo fra loro ci furono anche momenti di crisi, di tensione. Ma alla fine Raffaelina imparò a "correre" nell'ascesi. Il metodo adottato da Padre Pio era completamente nuovo. Temerario quasi. Padre Agostino ne era preoccupato. - Forse abbiamo sbagliato ad affidargli questo incarico - disse a Padre Benedetto. - Non dobbiamo avere timori. Noi due sappiamo quali esperienze Padre Pio ha fatto in questi anni. Tutti quei fenomeni inspiegabili, le visioni, i contatti con l'aldilà, le lotte con Satana, lo hanno forgiato. Per età è ancora giovane, ma possiede un'esperienza straordinaria. - Speriamo - replicò Padre Agostino. Senza rendersene conto, i due religiosi avevano provocato una valanga. Attraverso Raffaelina, cominciarono ad arrivare fino a Padre Pio molte altre anime assetate di grandi ideali. In poco tempo egli divenne un direttore spirituale ricercato, che richiamava persone anche da lontano. E chi non poteva andare a Pietrelcina, cercava i suoi consigli per lettera. Padre Benedetto e Padre Agostino avevano parlato con Raffaelina della situazione particolare in cui si trovava Padre Pio. Cioè del fatto che non voleva vivere in convento. Gliene avevano parlato anche per chiedere l'aiuto delle sue preghiere. - Padre Pio sostiene che è Gesù a impedirgli di stare nel chiostro - le confidò Padre Agostino. - Ma io credo che sia piuttosto il Demonio. Per questo bisogna pregare molto. Preghi e faccia pregare anche le sue amiche, e veda se riesce a ottenere in questo modo una risposta dall'alto che ci possa illuminare. - Pregherò - rispose Raffaelina la quale, pur non avendo ancora conosciuto bene Padre Pio, aveva già intuito la grandezza del suo spirito. Anche a lei pareva molto strano che se ne stesse a casa sostenendo che era Gesù a impedirgli di vivere in convento. Ma sapeva anche che non ci si deve mai meravigliare di niente. Pregò molto. Anzi, fece di più. Offrì a Dio la propria vita perché Padre Pio tornasse in convento. E un giorno gli scrisse: "Dovete tornare in convento e dedicarvi al ministero della Confessione. Io so che questa è la missione che Dio vi ha assegnato e so che, attraverso essa, farete tanto bene All'inizio del 1915 Raffaelina si era ammalata in modo grave. I medici le avevano diagnosticato un tumore al seno. Si rese necessario un doloroso e delicato intervento chirurgico, che fu eseguito a Bologna. Guidata da Padre Pio, la donna aveva affrontato l'operazione con coraggio, sopportando lancinanti dolori senza un lamento. Ma l'intervento non aveva dato i risultati sperati dai. medici. A Raffaelina rimaneva ancora poco da vivere. E lei lo sapeva. Tornata a Foggia, aveva espresso il desiderio di poter conoscere Padre Pio prima di morire. "Avrò la grazia di potermi confessarmi almeno una volta da voi?" gli scrisse. La penna non può, non sa spiegarsi come la lingua." Padre Pio le aveva risposto: "Mi domandate se il Signore ci concederà la grazia di poterci vedere, per poterci dire tante cose che la penna non riesce a esprimere. Io non so cosa farei per accontentarvi. Ma le mie condizioni presenti me lo vietano assolutamente. Nutro però fiducia che un giorno, e spero che non sia lontano, questo comune desiderio si effettui". Padre Pio in seguito era partito per il servizio militare. Ma adesso era tornato, e Raffaelina riprese a sperare in un incontro. - Glielo dica anche lei che dovrebbe venire a trovarmi almeno una volta - disse a Padre Agostino che era andato a farle visita. La malattia, che si era già diffusa in altre parti del corpo, la costringeva a rimanere a letto. Padre Agostino aveva pietà di quella poveretta e le rispose: - Farò di tutto per convincerlo. - Anche lui desidera incontrarmi - aggiunse Raffaelina. - Me lo ha scritto. La sua lettera dovrebbe essere lì, sul comò. La legga. Padre Agostino prese la lettera e si mise a leggerla. E mentre leggeva gli balenò nella mente un piano. I suoi occhi si illuminarono. "Devo andare subito da Padre Benedetto" disse mentalmente fra sé. Depose la lettera e ripeté a Raffaelina: - State tranquilla, farò di tutto per convincerlo a venire a trovarvi. Adesso però mi dovete scusare, dove correre via. Mi ero dimenticato di avere un appuntamento con Padre Benedetto. Raggiunse la Curia e salì immediatamente nello studio del Provinciale. - Credo di aver trovato il modo per allontanare Padre Pio da Pietrelcina e farlo tornare in convento - esordì. Come? - domandò Padre Benedetto ansioso. - Raffaelina. - Raffaelina? Non capisco. - Te lo spiego subito. Nonostante il Papa avesse concesso a Padre Pio il permesso di vivere presso la famiglia per ragioni di salute, Padre Benedetto e Padre Agostino non si davano pace per il fatto che il loro giovane confratello se ne stesse lontano dal convento. Desideravano ardentemente mettere fine a quel suo esilio nel mondo. E volevano anche tacitare le chiacchiere dei confratelli che ritenevano che tutta la vicenda fosse una cosa ridicola. Si attaccavano perciò a ogni appiglio per cercare di riportare Padre Pio alla normale vita religiosa. - Raffaelina, come tu sai, non sta bene - spiegò Padre Agostino a Padre Benedetto, che lo stava ascoltando con estrema attenzione. - Ha chiesto a Padre Pio di poterlo vedere almeno una volta prima di morire. Lui ha risposto che per il momento non può, ma ha aggiunto: "Spero che non sia lontano il giorno in cui potrò finalmente conoscervi . Ho letto la lettera: ha usato proprio questa precisa frase. Tu sai quanto vuole bene a Raffaelina. Èchiaro che desidera incontrarla. "Ebbene, ecco la stratagemma per farlo tornare in convento. Se lei insiste nel chiedere di vederlo, lui finirà per cedere. Verrà a Foggia, e noi non lo lasceremo più ripartire." - Bravo, è un'idea formidabile! - esclamò Padre Benedetto battendo le mani. - Sono convinto che, se riesce ad allontanarsi da Pietrelcina, Padre Pio capirà in quale diabolica trappola era caduto e non penserà più a tornare a casa. - Ne sono convinto anch'io. Se viene a Foggia, non lo lascerò più tornare a casa, dovesse morire. Ma bisogna convincere Raffaelina a collaborare. - Ci penso io. La conosco bene. So come spiegarle le cose. Padre Agostino era in preda a una grande euforia. Intuiva che quella era la pista buona. Far rientrare Padre Pio in convento era diventato lo scopo della sua vita. Lasciò la Curia provinciale e tornò a casa di donna Raffaelina. - Ancora qui, Padre Agostino? Come mai? - lo salutò la nobildonna. - Io e Padre Benedetto dobbiamo chiedervi un grande favore. - Sarò lieta di potermi mettere a vostra disposizione, per quel poco che posso fare. Chiedete pure. - Voi sapete della situazione in cui si trova Padre Pio: vive lontano dal chiostro per motivi di salute. Ma il Demonio trama perché questa situazione non abbia a finire mai. Sono sette anni che vive a casa sua. Se non torna, non potrà mai essere un religioso completo. Io sono convinto che Dio abbia scelto voi come strumento per far tornare Padre Pio nel chiostro. - Io? Non vedo proprio che cosa potrei fare io - rispose meravigliata donna Raffaelina. - Nell'ultima lettera che Padre Pio vi ha scritto, e che voi mi avete fatto leggere, il Padre lascia capire di essere disposto a venire a Foggia per conoscervi. - Me lo ha promesso altre volte, ma poi non è mai venuto. - Adesso le cose stanno diversamente. Voi state male. Lui lo sa. E sono certo che in questo momento non è capace di rifiutarvi nessun favore. Perciò dovete continuare a scrivergli chiedendogli di venire a trovarvi. Vedrete che vi accontenterà. Se viene, Padre Benedetto non gli permetterà mai più di tornare a casa. - Ma questo è un tranello. - Non è un tranello, Raffaelina, ma un aiuto che diamo a Padre Pio per fare la volontà del Signore. - Lui però mi ha confidato che è stato Gesù a comandargli di vivere fuori dal chiostro. - Non si rende conto di essere vittima di un'illusione diabolica. - Padre Pio conosce bene i raggiri di Satana e non si lascerebbe ingannare. - Questa volta ci è cascato. - No, no, Padre Agostino, non posso prestarmi a una cosa del genere. Sarebbe un inganno. Padre Pio, se un giorno venisse a saperlo, non me lo perdonerebbe mai. - Donna Raffaelina, se non si trattasse di una cosa giusta, santa, pensate forse che ve la proporrei? Sono il vostro confessore. Io vi chiedo di collaborare con me e con Padre Benedetto che è il Superiore di Padre Pio, per togliere il nostro confratello dal mondo. Riflettete un attimo: Dio non può averlo chiamato alla vita religiosa e poi avergli ordinato di vivere fuori dal chiostro. È assurdo. È un imbroglio di Satana. E voi, in questo momento, siete lo strumento nelle mani di Dio che può risolvere al meglio questa ingarbugliata vicenda. Volete rifiutarvi? Non volete collaborare con il Signore? - Padre, mi confondete con i vostri ragionamenti. Certo che voglio collaborare con il Signore. Ma non vorrei farlo con un sotterfugio. Vorrei agire alla luce del sole. - Anch'io vorrei agire alla luce del sole. In questi sette anni io e Padre Benedetto abbiamo tentato tutte le strade possibili per raggiungere lo scopo, ma senza riuscirci. Noi non vogliamo imporre a Padre Pio qualcosa di ingiusto. Vogliamo aiutarlo a osservare la Regola di San Francesco che ha abbracciato. Il fine è buono, e quindi dobbiamo ricorrere a tutti i mezzi per poterlo raggiungere. Del resto, non vi chiedo di ingannare nessuno, ma solo di continuare a chiedere a Padre Pio quel che già gli avete chiesto e desiderate tanto ottenere, e cioè che venga a trovarvi. Fatelo, per favore, fatelo per il bene di Padre Pio. Non ve ne pentirete. Raffaelina rimase silenziosa. Era a disagio. Nello stesso tempo, pensava anche lei che Dio non poteva aver dato a Padre Pio la vocazione religiosa e poi avergli chiesto di vivere fuori del chiostro. - Va bene - rispose alla fine. - Cercherò di convincere Padre Pio a venirmi a trovare. Raffaelina continuava a scrivere lettere a Padre Pio, e in ogni lettera gli ricordava quanto grande fosse il suo desiderio di poterlo conoscere di persona. "Se voi vi fissaste nel convento di Foggia, chissà che questa figlia indegna, perversa, gran peccatrice, non diventi una Santa." Pochi giorni dopo gli scrisse ancora: "Vorrei avere la fortuna di avvicinarvi e potere dal confessionale farvi leggere nelle infinite pieghe della mia povera coscienza E ancora: "Quante cose ho da dirvi! Potessi finalmente parlare con voi!!! Ma questa grazia Gesù non me la concede per la mia grande cattiveria. Che cosa debbo fare per commuovere Gesù? Suggeritemelo voi." Il piano funzionò. Nel gennaio del 1916 Padre Pio scrisse al Provinciale chiedendogli il permesso di recarsi a Foggia per incontrare Raffaelina che, ridotta in fin di vita dalla malattia, desiderava, prima di morire, confessarsi da lui.
28
Padre Benedetto leggeva attentamente per la seconda volta la lettera di Padre Pio che gli era appena giunta. - Signore, vi ringrazio - esclamò guardando il crocifisso che teneva sul tavolo. - Piuccio caro, non volermene - disse ad alta voce parlando con se stesso - ma se metti piedi a Foggia ti faccio la festa. Sono proprio stufo di penare per te. Chiamò il segretario e gli dettò un telegramma per Padre Agostino: "Padre Pio viene. Organizza il viaggio e accompagnalo di persona." Fece chiamare Padre Nazareno, Guardiano del convento di Sant'Anna. - Nei prossimi giorni arriverà qui Padre Pio di Pietrelcina - gli comunicò. - Quel giovane strano che non vuole vivere in convento? - lo interruppe Padre Nazareno. - Proprio lui, ma ricordati che non è un giovane strano. È un ottimo religioso. - Scherzavo. - Va bene. Padre Pio viene a Foggia per assistere la nostra benefattrice Raffaelina Cerase che, come sai, sta morendo. È il suo direttore spirituale. Si fermerà un po' di tempo. Io, però, vorrei approfittare dell'occasione per tenerlo definitivamente in convento. Lo affido a te. Trattalo con delicatezza. Fa in modo che si trovi bene e si affezioni al convento. - Farò del mio meglio, non dubitare. - Mi raccomando. Ricevuto il telegramma del Provinciale, Padre Agostino si mise in moto per organizzare il viaggio. Non volle andare di persona a Pietrelcina per non suscitare, con la sua presenza, sospetti e reazioni. Temeva di essere bastonato dalle donne che lo avevano già minacciato. Attraverso una persona fidata informò Padre Pio che sarebbero partiti insieme per Foggia il 17 febbraio e gli diede appuntamento alla stazione ferroviaria di Benevento. Si incontrarono puntuali all'ora convenuta. Padre Agostino era euforico. Abbracciò con trasporto il suo giovane confratello. - Sono proprio contento di fare questo viaggio con te - gli disse. - Non immaginavo che lei fosse così pauroso - osservò Padre Pio alludendo ai suoi timori di farsi vedere a Pietrelcina. - Le donne del mio paese sono energiche, ma non cattive. - Ho preferito non rischiare - si giustificò Padre Agostino. - Come sta Raffaelina? - domandò subito dopo Padre Pio. - Molto male. - E Padre Agostino approfittò subito per mettere le mani avanti sulla durata della permanenza di Padre Pio a Foggia. - Credo che dovrai fermarti per un po'. La malattia procura dolori tremendi alla povera Raffaelina. Fa veramente pena vederla soffrire così. Sono certo che la tua presenza contribuirebbe a darle un po' di sollievo. Anche Padre Benedetto è d'accordo che tu ti fermi per qualche tempo. Del resto, non credo che possa rimanere in vita ancora per molto. - Ma non ho portato niente con me. - Non importa. Se hai bisogno, ti farai mandare della roba. Ci penserai quando occorre. Arrivarono a Foggia a mezzogiorno e andarono subito a sistemarsi nel convento di Sant'Anna. Verso sera Padre Agostino accompagnò Padre Pio da donna Raffaelina. Varcando la porta dell'austero palazzo dell'antica famiglia dei Cerase, in via Manzoni, Padre Pio era emozionato. Conosceva Raffaelina ormai da tre anni. Si scrivevano regolarmente da due, ma era la prima volta che si incontravano. Erano legati da una profonda amicizia, che si era sviluppata nonostante dissapori, divergenze, difficoltà, superate sempre nel segno di quell'amore per Gesù e per la vita spirituale che ardeva nei loro cuori. Ma ritrovandosi lì, in quelle stanze signorili e severe, Padre Pio si sentiva intimidito. Furono accolti da Giovina, la sorella maggiore di Raffaelina che li accompagnò subito nella camera dell'ammalata. Donna Raffaelina era distesa nel grande letto. Le imposte socchiuse lasciavano penetrare nella camera solo una luce fioca, che permetteva comunque di rendersi conto che la povera donna distesa sotto le coperte era proprio mal ridotta: uno scheletro. - Finalmente - le disse Padre Pio sorridendole. - Finalmente - rispose donna Raffaelina con un filo di voce. Una voce flebile, resa inconsistente dalla malattia, ma di una tenerezza struggente. Padre Pio fu commosso dal tono di quella voce disarmata, che udiva per la prima volta. Se l'era immaginata completamente diversa. - Ha visto che Padre Pio ha mantenuto la promessa? - intervenne Padre Agostino cercando di spezzare l'atmosfera di commozione che avvertiva. - Si fermerà per un po' di tempo a Foggia e ha il permesso di venirvi a trovare tutti i giorni. Contenta? Raffaelina sorrise, e i suoi occhi si inumidirono per le lacrime. Faceva impressione. Lei stessa, guardandosi nello specchio, aveva ribrezzo di sé. Da giovane era stata una bellissima donna e aveva fatto innamorare molti uomini. Ma la malattia aveva cancellato tutto. Solo gli occhi erano rimasti vividi e lucenti. Si era tirata le coperte fin sopra il mento. Pur non essendo vanitosa, dando ascolto alla sua istintiva femminilità, cercava di lasciar vedere il meno possibile del suo corpo disfatto. Temeva che quel giovane religioso, a cui era tanto affezionata, sentisse ripugnanza per lei. - Sono felice, Raffaelina, di potervi vedere - le disse Padre Pio. - Guardate come sono ridotta. Non posso neppure alzarmi per accogliervi come si deve. - E il cuore che conta. E io so che mi avete accolto nel migliore dei modi. Padre Pio era sorpreso. Si aspettava una donna diversa. Le sue lettere erano sempre signorili, altere, e facevano pensare a una donna forte, sicura di sé. Invece si trovava di fronte un esserino spaventato, annientato. Ebbe un attimo di smarrimento. Ma solo un attimo. Subito nel suo cuore si fece strada un profondo sentimento di compassione. Si rese conto del disagio psicologico che provava Raffaelina in quelle condizioni, e dei dolori tremendi che doveva sopportare in continuazione. Sentì per lei un sincero affetto e capì che, date le condizioni dell'ammalata, poteva manifestarlo tranquillamente, senza remore e falsi pudori. Decise che avrebbe fatto di tutto per alleviare le sue sofferenze. "Signore, le voglio stare vicino il più possibile" disse a se stesso. "Voglio che venga da Te con il sorriso sulle labbra." Ogni giorno Padre Pio raggiungeva via Manzoni per trascorrere alcune ore con Raffaelina. Spesso, al mattino, andava a celebrare la Messa nella sua grande casa e le dava la còmunione. Aveva il permesso di fermarsi a conversare con lei, e lo faceva volentieri. - Chissà come vi stancate a stare qui con una povera moribonda - diceva Raffaelina con quella sua vocina flebile. - No, non mi stanco per niente - rispondeva Padre Pio. - Ci sto anzi con grande gioia. È una fortuna quella che mi è stata riservata. Voi tra poco andrete a trovare Gesù, e io ho la fortuna di parlare con una persona che sta per vedere Dio faccia a faccia, che sta per specchiarsi nella Verità assoluta. Al solo pensarci provo un'emozione grandissima. Spero che vi ricorderete di me, quando sarete da Gesù. - E pensate che vi possa dimenticare? - Che cosa gli direte di me? - Che vi guidi, che vi voglia bene. - Vi invidio, Raffaelina. - Non dovete dire così: guardate come sono ridotta. - Invidio la vostra sorte. Facciamo un patto: chiediamo a Gesù la vostra guarigione, e io prendo il vostro posto nell'andare da lui. - No, voglio andarci io. Voi siete giovane, dovete vivere. Siete necessario qui, su questa terra. Dio vi ha affidato una grande missione e dovete svolgerla. Io ho finito il mio compito. Sono inutile, ormai. Ma dal cielo vi seguirò e vi aiuterò. Raffaelina era dilaniata dai dolori, ma li offriva al Signore. Con l'aiuto della preghiera riusciva a trascorrere le giornate e le notti senza lamentarsi. Ma era sempre più debole. Le forze la stavano abbandonando. La fine era prossima. Il 19 marzo, giorno di San Giuseppe, Padre Pio celebrò la Messa da lei e poi si intrattenne a lungo. - Ho pochi giorni di vita, lo sento - gli confidò Raffaelina con tristezza. - Non pensate a questo - rispose Padre Pio. - Avrete tutti i giorni che il Signore vi darà. Viveteli come lui vi permetterà di farlo, sapendo che ogni attimo offerto a Lui è utile al mondo. - Vi ringrazio, trovate sempre le parole giuste per darmi coraggio. - Vi dico cose che sono vere, concrete. Non vi parlo per consolarvi. - Lo so, ed è questa la fortuna che ho di conoscervi. Voi mi avete dato tanto, e io oso chiedervi ancora un grandissimo favore. - Dite. - Vorrei che quando giunge l'ora estrema voi foste accanto a me. Con voi vicino avrei meno paura di affrontare la morte. Padre Pio rimase in silenzio guardando quei due occhi sfavillanti in un viso tutto ossa. - Ci sarò, Raffaelina - rispose. - Ci sarò, statene certa. Quel giorno era ormai prossimo. Lo aveva confermato anche il medico. Padre Pio aveva avvertito Giovina: - Chiamatemi a qualunque ora del giorno e della notte. Aveva informato anche i propri superiori. - Ho promesso di assisterla e vorrei mantenere la mia promessa. - Non ci sono problemi - rispose il Padre guardiano. Erano le 20,30 del 24 marzo. I frati stavano terminando la cena nell'ampio refettorio del convento di Sant'Anna. Qualcuno diede un forte strattone al campanello dell'ingresso. Poco dopo il portinaio avverti il Padre guardiano: - C'è il domestico di casa Cesare. Dice che Raffaelina sta morendo. Il Padre guardiano andò a parlottare con Padre Pio, che lasciò immediatamente il proprio posto e si avviò verso la porta. - Vuoi che venga con te? - domandò Padre Nazareno. No, No, non è necessario - rispose Padre Pio. - Fatti dare la chiave della portineria, così puoi rientrare a qualunque ora. - Grazie, parto subito. Padre Pio andò in chiesa, prese l'olio santo e la stola violacea. In un'apposita teca d'argento mise un 'ostia consacrata per l'ultima Comunione a Raffaelina, poi uscì. Era una serata mite. La gente chiacchierava sulle porte delle case e si godeva il fresco. I bambini giocavano rincorrendosi. Padre Pio, camminando, rispondeva ai saluti con un cenno del capo. Teneva una mano sul petto, stringendo la teca che conteneva l'ostia. "Gesù" pregava "aiuta Raffaelina. Stalle vicino in questi momenti. È una tua figlia. Chissà quante volte ha camminato felice per queste strade. Adesso è incapace di muoversi. Sente che il suo corpo è prigioniero della morte. Sarà spaventata. Aiutala. Aiutala." Aveva un nodo in gola e un peso sullo stomaco. Si sentiva quasi mancare per l'angoscia. Cercò di concentrarsi su Gesù, che portava nella teca. "Mi fa piacere poter camminare con te" gli disse. "Il tuo passaggio benedice la gente. Ti ricordi quando camminavi per le strade del tuo paese? Salutavi le persone chiamandole per nome? Adesso cammini con me! Che mistero, Gesù! Anche qui, tu conosci tutti. Chiamali, salutali, proteggili. Hanno problemi, ma sono buoni." La porta di casa Cerase in via Manzoni era aperta. Un domestico stava aspettando. Giovina corse incontro a Padre Pio e gli baciò la mano. Piangeva. - Come sta Raffaelina? - domandò Padre Pio, e si accorse che la sua voce si era incrinata pronunciando quel nome. - Siamo proprio alla fine - rispose Giovina facendogli strada verso la camera della sorella. Raffaelina, nel letto, teneva gli occhi chiusi. Si era assopita. Il suo viso, di un pallore mortale, era leggermente sudato. - Soffre in modo terribile - aggiunse Giovina. - Il medico? - domandò Padre Pio. - Se n'è andato da poco. "Il mio compito è finito" ha detto. "Non credo che arriverà a domattina". Rimasero in silenzio. Padre Pio pregava e ascoltava addolorato il respiro affannoso della moribonda. Era la prima volta che si trovava a tu per tu con la morte. A Pietrelcina aveva visto in diverse occasioni persone già defunte, ma era la prima volta che assisteva al "transito", al passaggio di un essere vivente da questo mondo al mistero dell'aldilà. Era emozionatissimo. Anche perché amava la persona che stava per andarsene per sempre. Teneva stretta fra le mani la teca con l'ostia consacrata. E pregò mentalmente: "Gesù, tu sei qui in anima e corpo. Misticamente, in modo che i miei sensi non ti possono vedere. Ma ugualmente in modo reale e concreto. Anche Raffaelina non ti può vedere. Tra poco, però, forse prima di domani, lei sarà da te e potrà guardarti in viso. Accoglila fra le tue braccia. Dalle il premio che merita. Falle sentire la grandezza del tuo amore. Spiegale tu quanto anch'io le ho voluto e le voglio bene." Si accarezzo la barba, per distrarsi. Aveva una gran voglia di piangere, ma non per il dolore. Per tenerezza. La morte portava a galla le verità più profonde del suo essere. Di fronte al dolore che provava per la perdita di una persona cui era legato da grandissimo affetto, capiva di avere un bisogno pressoché infinito di amare e di essere amato. Ricordò la frase di Sant'Agostino: "Signore, il nostro cuore e sempre inquieto finché non riposerà in Te". E ricordò il comandamento supremo di Gesù: "Amatevi gli uni e gli altri come io ho amato voi "Signore" pregò "io voglio amare come hai amato tu. Fino a morire sulla croce per amore." Raffaelina mosse la testa ed emise un lamento. Giovina le si avvicinò. - Hai bisogno di qualcosa? Raffaelina, aprendo gli occhi, vide Padre Pio. Gli sorrise. - Vi ringrazio - sussurrò. - Vi aspettavo. Ero certa che sareste venuto. - Come vi sentite? - domandò Padre Pio. Non sapeva che dire. - Meglio. Mi sono riposata un po' e mi sento meglio. - Fece una pausa. - I dolori non mi abbandonano, ma li offro a Gesù e fanno meno male. Mi dispiace di darvi tanto disturbo. - Lo faccio volentieri, Raffaelina, e lo sapete. Lei sorrise ancora. Rimase in silenzio un po' e poi domandò alla sorella: - Vorrei restare sola con Padre Pio per fare la mia Confessione. - Vi lascio subito - disse Giovina. - Se ha bisogno - aggiunse rivolta a Padre Pio - suonate il campanello - e gli indicò l'interruttore che si trovava accanto al cuscino della moribonda. Quando furono soli, Raffaelina mormorò: - Volete per favore, Padre, sedervi qui, accanto a me? - Subito, Raffaelina. - Prese la sedia e l'accostò al letto. Raffaelina lo guardò a lungo. - Padre, ho paura - sussurrò. - Paura di chi, Raffaelina? - Della morte. - Non dovete, Raffaelina. Voi andate in paradiso a trovare Gesù. Ci fu ancora una lunga pausa di silenzio. - Padre, so che vado in paradiso, ma ho tanta paura - mormorò Raffaelina. - Sento che tutto il mio essere, tutte le fibre del mio povero essere si ribellano. La paura è violenta, tremenda. È come se qualcuno mi volesse strappare il cuore con le mani. Quando penso che sono alla fine di tutto, mi sento mancare il respiro, e una desolazione infinita mi assale. Parlava a stento. - Non affaticatevi, Raffaelina - rispose Padre Pio con la più assoluta calma. - Voi siete nelle braccia del Signore. - Lo so, ma ho paura. - Quel che provate è naturale. Anch'io ho paura della morte. Anche se desidero morire per andare in paradiso, in realtà ho paura della morte fisica. Noi siamo stati creati per la vita. La morte èun castigo che ci siamo dati con il peccato. Tutto il nostro essere aborre la morte e aspira alla vita. "La paura, però, non deve oscurare la grande realtà di questi momenti. La fede ci dice che con la morte noi entriamo nella Vita. Vita vera ed eterna. L'esistenza su questa terra, Raffaelina, è solo l'ombra della Vita che ci aspetta. Con la morte entriamo nel Regno promesso da Gesù. Gli antichi cristiani, la cui fede era viva, chiamavano il giorno della morte dies natalis, giorno della nascita, la vera nascita alla Vita che non avrà più fine." Parlava dolcemente, con soavità, e Raffaelina lo ascoltava rapita. - Non vi dico queste cose per consolarvi, ma perché sono la verità che ci ha rivelato Gesù. Entrando nel Regno, troverete tutte le persone che sono vissute nel mondo e sono morte nella pace di Do. Tutte. I vostri cari, Raffaelina. Sono già qui, intorno a noi. Non li vediamo con questi occhi mortali. Ma appena superata la barriera della materia, voi potrete vederli e sorridere loro. Sono qui che vi aspettano insieme a Gesù. "Non incontrerete, Raffaelina, delle ombre, dei fantasmi, degli spiriti indecifra bili, ma persone autentiche, che conoscono, amano, gioiscono. E là, tra quelle persone, ne troverete alcune che si trovano in quella condizione, impensabile per noi, non solo con la loro anima, ma anche con il corpo. Capite, Raffaelina, con il corpo! Quello che avevano su questa terra, ma glorificato, splendente, bellissimo. Troverete Gesù con il suo corpo trafitto dai chiodi della croce; troverete la Madonna, che è stata assunta in cielo in anima e corpo. E troverete anche San Giuseppe. Quei corpi sono il pegno della sconvolgente realtà che ci è stata promessa da Cristo: un giorno anche noi, io, voi, tutti, ci troveremo in quella Vita anche con il nostro corpo. E meraviglioso, Raffaelina. "È giusto che abbiate paura. È l'istinto di conservazione che si fa sentire. Ma pensate a Gesù. Per tutta la vita vi siete sforzata di vivere secondo quanto lui ci ha detto quando è stato su questa terra. Adesso andate a riscuotere il premio della vostra fedeltà." - Padre, quello che dite è meraviglioso. Ma io ho paura perché sono una peccatrice. - E chi non lo è, donna Raffaelina? - Da giovane ho trascorso diversi anni travolta negli amori mondani. Pensavo solo alle feste, ai divertimenti, agli svaghi. Ho dato il mio cuore ad amori peccaminosi. - Non vi dovete corrucciare. Tutte le esistenze terrene sono dei viottoli tortuosi. In questo mondo non abbiamo la luce della Verità suprema. Si cammina a tentoni. Si sbaglia. Quel che conta è la purezza del cuore. Voi avete amato, ma donandovi. Era forse un modo disordinato di amare, ma suggerito dal desiderio di dare. Dio lo sapeva ed era con voi. Non vi ha mai abbandonato e a poco a poco vi ha indicato la via giusta. E voi l'avete abbracciata. - Dio è giusto. E io merito il castigo. - Dio è misericordioso. Gesù, quando è venuto in questo mondo, parlandoci di Dio ci ha insegnato a chiamarlo Padre. Dio vi aspetta con l'amore del più affettuoso dei padri che possiate mai immaginare. - Ho un peso sulla coscienza. - Ditemi, Raffaelina. - Ho tradito la vostra fiducia. - In che modo? - Ho tanto insistito per farvi venire qui da me dietro suggerimento di Padre Agostino e Padre Benedetto. Loro volevano farvi rientrare in convento. E io, ingannandovi, ho usato la mia malattia per affrettare il vostro ritorno. - Non vi preoccupate. Sapevo tutto. - Sapevate? - Da tempo desideravo incontrarvi per conoscervi di persona. Ma il Signore mi aveva fatto capire che non era giunto il momento. Quando vi ho scritto che sarei venuto era perché lui mi aveva detto di venire. Tutte le cose hanno un loro tempo. Io sono qui perché sta per iniziare un'altra stagione della mia esistenza terrena. Voi stessa vi avete contribuito. Io so che avete offerto la vostra vita per me, e Dio ha accettato. D'ora in poi lavoreremo insieme. Dal cielo mi aiuterete a svolgere la mia nuova missione. Voi ve ne andate, Raffaelina, io invece incomincio. La mia strada è ancora lunga. - Vi starò sempre accanto. - Lo so. Grazie, Raffaelina. Parlate di me a Gesù, quando lo vedrete faccia a faccia. - Le diede l'assoluzione. Raffaelina chiuse gli occhi. Rimasero in silenzio. La notte era profonda. - Ora io vi darò la Comunione e poi vi amministrerò il sacramento degli infermi - disse Padre Pio. Mostrò a Raffaelina la teca d'argento che conteneva l'ostia consacrata e aggiunse: - Vede-te? Qui c'è Gesù, in corpo sangue e anima, come insegna la nostra fede. Con la Comunione Lui entrerà dentro di voi. Il suo corpo glorioso diventerà cibo per il vostro corpo distrutto dalla malattia. Ma quel corpo glorioso sarà il viatico che vince la morte, il seme della vostra immortalità e della vostra risurrezione futura. Poi chiamò Giovina e tutte le altre persone presenti nella casa. Comunicò l'ammalata e iniziò il rito dell'Estrema unzione. Procedeva adagio, pronunciando bene le parole, in modo che anche l'inferma potesse seguire. Quando ebbe finito tornò a sedersi accanto a lei. Raffaelina si era di nuovo assopita. Aveva seguito il rito con attenzione, e la fatica le aveva rubato le ultime energie. Ogni tanto apriva gli occhi, ma li richiudeva subito. I presenti pregavano a fior di labbra. Verso le 3,30 ebbe un sussulto. Un violento spasimo le fece contrarre il viso. Stentava a respirare. Padre Pio le mise una mano sotto la testa per aiutarlaa sollevarsi un po'. Lei girò il viso verso di lui, gli sorrise e poi esalò il suo ultimo respiro. Tutti rimasero in silenzio. Solo Giovina piangeva sommessamente. Alcune lacrime caddero anche dagli occhi di Padre Pio, mentre adagiava il capo di Raffaelina sul cuscino. Si chinò su di lei e le diede un bacio sulla fronte. - Ti saluto, anima cara - disse, permettendosi, per la prima volta da quando la conosceva, di usare il tu. Rimase ancora un po' accanto alla salma, assorto in preghiera. Poi abbracciò Giovina e uscì da quella casa. Era l'alba. Guardò verso oriente, dove, in un chiarore delicato ma potente, stava spuntando l'aurora. E si incamminò verso il convento. Salì nella sua stanza. Scrisse a Padre Agostino. "Poco fa abbiamo acquistato un'altra anima amica che intercede presso il trono dell'Altissimo. Raffaelina se n e andata ed è già in paradiso. Ella si è addormentata nel Signore con un sorriso di disprezzo a questo mondo. Beata lei. "Lascio alla vostra considerazione ciò che passa nel mio cuore. Da sedici giorni in qua, da quando il Signore volle manifestare a me e a lei quello che stamane è avvenuto, mi sono andato disponendo a questo divin volere. Ma il dolore è grande. Comunque ho invidia della sua fortuna."
29
Padre Agostino raggiunse Foggia e, con Padre Pio, Padre Benedetto e altri confratelli, partecipò ai funerali di donna Raffaelina, che furono celebrati dal vescovo. Subito dopo la cerimonia Padre Agostino e Padre Benedetto si ritirarono nella Curia provinciale. Erano preoccupati per le decisioni che avrebbe preso Padre Pio. - Adesso mi chiederà di tornare a Pietrelcina - disse Padre Benedetto. - E tu che farai? - domandò Padre Agostino. - Vivo o morto, resterà a Sant'Anna. - Devi essere forte, non devi mollare. Questa è la prova definitiva. Se riuscirai a fermarlo adesso, avremo vinto la battaglia per sempre. - Questa volta sarò inflessibile. Non mi lascerò spaventare da febbri, dolori, o crisi di nessun genere. Ogni giorno Padre Benedetto si aspettava di vedere arrivare Padre Pio con la richiesta di poter tornare a casa. Invece niente. Passarono cinque giorni, ne passarono dieci, nessuna richiesta. Fece chiamare Padre Nazareno, il Guardiano del convento di Sant'Anna. - Che dice Padre Pio? - gli domandò. - Nulla. Conduce la sua vita normale. Lo vedo sereno. - La sua salute? - Quellà di sempre. Mangia poco, dorme poco, ma niente crisi, dì nessun genere. - Ha mai accennato a voler tornare a Pietrelcina? - Mai nominato il suo paese. Anche perché, dopo la morte di Raffaelina, non ha mai un attimo libero. Arrivano continuamente persone che vogliono parlare con lui. Ne arrivano perfino da Napoli. Non so come facciano a sapere che si trova in questo convento. - Bene, bene. Meglio così. VuoI dire che nel tuo convento si trova bene, e io mi guarderò bene dal mandarlo altrove. Padre Pio era totalmente immerso nella sua nuova attività: confessare e fare da direttore spirituale a tante persone che volevano progredire nella vita della fede. Ed erano moltissime, come gli aveva profetizzato Raffaelina sul letto di morte. Venivano da ogni parte. La chiesa era assediata. Padre Pio trascorreva nel confessionale anche dieci ore al giorno, e gran parte della notte la riservava a rispondere a coloro che gli scrivevano. L’estate, quell'anno, si presentò con temperature torride. Già a maggio l'afa era pesante e a luglio addirittura insopportabile. I vecchi di Foggia dicevano di non ricordare, a memoria d'uomo, una calura così insistente. Padre Pio, che per costituzione soffriva il caldo, si sentiva morire. - Perché non vieni a trascorrere qualche giorno da me? - lo invitò Padre Paolino, Superiore del convento di Santa Maria delle Grazie a san Giovanni Rotondo, sul Gargano. Si trovava a Foggia per la festa di Sant'Anna, che cade il 26 luglio. - Il nostro è un convento piccolo e povero - aggiunse Padre Paolino. - Siamo ai piedi della montagna brulla, lontani dall'abitato. Ma alla sera c'è sempre una brezza che permette di respirare. Quando vengo a Foggia mi sento mancare il respiro. Tornando lassù, i polmoni mi si allargano. Vieni con me qualche giorno. Da tempo Padre Paolino aveva sentito parlare dei doni carismatici di Padre Pio, e ne era incuriosito. Tipo estroverso, generoso, cordialone, era portato ad agire in modo impulsivo. Giudicava le persone d'istinto e raramente si sbagliava. Ai primo incontro con Padre Pio aveva avvertito una profonda ammirazione. - Sono proprio convinto che il convento di Santa Maria delle Grazie dove io vivo - gli disse ancora - sarebbe l'ideale per te. Là potresti dedicarti alla preghiera, alla meditazione, alla contemplazione e nello stesso tempo avresti modo di curare la tua salute. Padre Pio gli sorrise. Percepiva che l'entusiasmo del contratello era sincero, dettato da autentico affetto. Mi farebbe piacere - rispose. - Ma bisogna chiedere il permesso al Provinciale, che non si trova in sede. - Per una settimana basta il permesso del Padre guardiano -obiettò Padre Paolino. - Glielo chiedo io. Se poi ti trovi bene lassù, parlerai con il Padre provinciale. - Credo che un po' di riposo mi farebbe bene - ammise Padre Pio. - Magari nel frattempo arriva qualche temporale e scaccia quest'afa maledetta - lo incalzò Padre Paolino. - Quando rientrerai, il clima sarà di nuovo vivibile. Vieni a tenermi un poco di compagnia - supplicò. - Sono solo. Con me vive soltanto Fra Nicola, un fratello laico che fa da portinaio, da questuante e da cuoco. Gli altri frati sono al fronte. Sarei felice di avere un po' di compagnia. Padre Paolino era irresistibile. Riuscì a strappare un mezzo consenso a Padre Pio. Parlò con il Guardiano, combinò tutto, e il giorno dopo partirono per San Giovanni Rotondo. Fecero il viaggio in corriera, una quarantina di chilometri. A mano a mano che salivano verso la montagna, l'aria diventava meno afosa. Padre Pio si sentiva bene. Il conventino si trovava fuori del paese. Lo raggiunsero a piedi, attraversando campi di mandorli. - È veramente un bel posto, tranquillo - commentava ogni tanto Padre Pio guardandosi intorno. - Abbiamo un piccolo collegio, una quindicina di ragazzi che in futuro potrebbero diventare dei religiosi. - Mi hanno detto che la zona è infestata da banditi - osservò Padre Pio. - Ne ho sentito parlare anch'io. Ci sono state delle sparatorie, dei morti, ma non si sa per quale ragione. A noi non è mai accaduto niente. Uscendo da una folta macchia di alberi, videro in lontananza il conventino. Una vecchia costruzione, nello stile tipico dei conventi dei Cappuccini. La chiesetta, con sopra una piccola campana; accanto, il convento e le mura che cingevano l'orto. Padre Paolino e Padre Pio furono accolti dalle grida di gioia dei ragazzi. Cenarono tutti insieme. Padre Pio era un po' frastornato da quell'allegria irrefrenabile. Gli pareva di essere tornato a Pietrelcina. Dopo cena Padre Paolino condusse il confratello sul sagrato della chiesetta. Si sedettero sotto un grande olmo e rimasero a chiacchierare. La pace era assoluta. Il silenzio quasi totale. Si sentiva solo, di tanto in tanto, in lontananza, il suono di un campanaccio appeso al collo di una capra o di una pecora. L'aria si era rinfrescata. Il cielo stellato sembrava finto. - Qui siete proprio in paradiso - commentò Padre Pio. - Te l'ho detto. È il luogo ideale per pregare e meditare. Ti troveresti bene, quassù. Pensaci. Padre Pio rimase a San Giovanni Rotondo una settimana. Ritornò a Foggia il 5 agosto. L'afa era aumentata. Riprese la sua attività, ma nel confessionale non resisteva. Gli girava la testa. Fu costretto a mettersi a letto. Il 13 agosto scrisse una lettera al Padre provinciale. "Il caldo, che non accenna a diminuire, mi va sempre più estenuando. Ora vengo a chiedervi una carità e tanto più vengo a chiedervela in quanto Gesù mi costringe. Egli mi dice che bisogna sollevare un po' il fisico per tenermi pronto ad altre prove, alle quali egli vuole assoggettarmi. La carità che desidero da voi, Padre mio, è' di mandarmi a passare un po' di tempo a San Giovanni Rotondo, dove Gesù mi assicura che starò meglio. Vi prego di non negarmi questa carità." Padre Benedetto lesse la lettera ma non rispose. Temeva brutte sorprese. Si consigliò con Padre Nazareno. - Non vorrei che questa richiesta di Padre Pio fosse una scusa per allontanarsi da Foggia e poi, una volta a San Giovanni, tornarsene a Pietrelcina: che ne pensi? - Non saprei che dire - rispose Padre Nazareno. - Padre Pio in questi giorni sta proprio male. Non sopporta per niente il caldo. Non si regge in piedi. - Ho ricevuto una lettera dal parroco di Pietrelcina, il quale mi scrive di aver già combinato tutto con il vescovo di Benevento per incardinare Padre Pio nel clero della diocesi. Lui vorrebbe che Padre Pio diventasse un sacerdote secolare. Dice di volerlo come suo successore nella carica di parroco di Pietrelcina. Se Padre Pio viene a sapere una cosa del genere, potrebbe anche decidere di lasciare l'Ordine. - Potrebbe deciderlo a maggior ragione se constata di non riuscire, a causa della sua salute, a sopravvivere qui a Foggia. Se lo mandi a San Giovanni, magari si trova bene e non pensa ad andarsene. Alla fine di luglio, quando io l'ho mandato lassù per alcuni giorni, era felice e sereno. - Sicché tu mi consiglieresti di accontentarlo. - Io proverei. Qui di certo non ci può stare, nelle condizioni in cui si trova. - Va bene, affronterò anche un simile rischio. Quanto mi fa penare questo benedetto figliolo. Il 4 settembre Padre Pio riprese la corriera per San Giovanni Rotondo. Era suo desiderio dedicarsi, in quel luogo solitario, alla vita di preghiera. Uattività frenetica svolta a Foggia dopo la scomparsa di Raffaelina lo aveva spossato. - Quassù - diceva - nessuno verrà a cercarmi. Potrò riprendere a fare il direttore spirituale per lettera. Mi piace scrivere, ed è un lavoro che posso affrontare anche con la fragilità della mia salute. Il giorno dopo il suo arrivo, verso mezzogiorno, mentre era nella sua celletta, sentì bussare alla porta. - Chi è? - Sono Fra Nicola, il portinaio. Ci sono delle persone che chiedono di voi. - Delle persone che chiedono di me? Come è possibile? Non conosco nessuno qui. - Eppure hanno chiesto di parlare con Padre Pio. - Andiamo a vedere. Scese. E all'ingresso del convento vide una sua penitente, Rachele Russo, che aveva conosciuto a Foggia. - Come mai sei qui? - l'accolse con gioia. - Io sono di San Giovanni - rispose Rachele. - La mia famiglia abita qui. Venivo a Foggia di tanto in tanto per potermi confessare da voi. - Che bellissima sorpresa! Padre Pio la guardava. Era felice. Rachele gli era stata presentata da Raffaelina Cerase che gli aveva detto: "È una della mie più care amiche. Un'anima veramente di Dio". Per un po' di tempo aveva tenuto con lei una corrispondenza per lettera e poi, quando si era trasferito a Foggia, l'aveva conosciuta di persona. Ora, vedendola li, pensò subito a Raffaelina. AlIe parole che quella santa donna gli aveva detto sul letto di morte: "Avete una grande missione da svolgere. Io vi sarò accanto". - Vi ho portato anche mia nipote - continuò Rachele Russo. - Si chiama Rachelina e vuole diventare una vostra penitente. Padre Pio guardò la giovane, che gli baciò devotamente la mano. - Nei prossimi giorni - aggiunse Rachele - vi farò conoscere altre mie amiche. Sono ansiose di incontrarvi. Io parlo sempre di voi con loro, come parlo di Raffaelina. In questo paese c'è un gruppo di giovani assetate di vita spirituale. Padre Paolino ci aveva detto che forse sareste venuto a vivere qui. Non potevamo crederci. Abbiamo pregato molto perché questo avvenisse, e il Signore ci ha fatto la grazia. Padre Pio ascoltava. Gli pareva tutto molto strano. Era colpito soprattutto dal fatto che il legame di tutto quello che stava accadendo fosse Raffaelina. - Sono venuto quassù per stare nascosto e dedicarmi alla vita di preghiera, ma tu mi vuoi far lavorare - sorrise a Rachele. - Voi un giorno mi avete detto: "Chi ha il dono della fede deve essere un rivoluzionario. Io voglio cambiare il mondo". Noi abbiamo la fede, Padre, e una gran voglia di cambiare il mondo insieme a voi. - Sì, forse hai ragione. Dobbiamo metterci a fare qualcosa di importante. Come aveva promesso, nei giorni successivi Rachele tornò da Padre Pio con altre amiche. - Padre, queste sono le sorelle Vittorina, Elena e Filomena Ventrella - gli disse una sera indicandogli tre ragazzotte robuste e allegre. E il giorno successivo: - Queste sono le sorelle Giovanna e Lucia Fiorentino. Poi gli presentò Maria Riccardi, Maddalena Cascavilla, e infine le sorelle Nina e Lucetta Campanile. E poi altre. Tutte ragazze del luogo, figlie di contadini. Tutte legate a Rachele, che aveva trasmesso loro lo spirito di fede e di preghiera appreso dalla sua amica Raffaelina Cerase. Padre Pio si intratteneva con loro nella foresteria del convento. Avvertiva che qualche cosa di misterioso si stava sviluppando. Ed era felice, perché gli pareva che alle loro riunioni fosse presente lo spirito di Raffaelina. Però, abituato alla massima prudenza, era guardingo e ancora indeciso sul da farsi. - Io sono venuto qui per starmene nascosto - confidò a Padre Paolino. - E io ti ho invitato qui proprio perché pensavo che questo conventino fosse il luogo ideale per la preghiera e il nascondimento - gli rispose il confratello. - Sapevi però dell'esistenza di questo gruppo di ragazze. Avevi già parlato loro di me. - Solo perché conoscevi Raffaelina. In un certo senso loro sono figlie spirituali di Raffaelina. La tenevano come loro esempio e andavano a trovarla a Foggia. Anche Raffaelina aveva parlato loro di te. - E che faccio adesso? - Se il Signore vorrà che ti interessi di queste anime, te lo farà sapere. - Dici? - Ne sono sicuro. - Be', allora aspettiamo. - Comunque - aggiunse Padre Paolino - dobbiamo essere molto prudenti. Il clero locale non vede di buon occhio la nostra presenza. - Come mai? - Questioni storiche. Questo convento, che risale al 1600, era stato abbandonato dopo la soppressione degli enti religiosi del 1866. Era diventato un rifugio per le capre e le pecore che pascolavano nella zona. Lo abbiamo riaperto soltanto sette anni fa, nel 1909. In questi primi anni ci è stata di grande aiuto Rachele Russo e tutta la sua famiglia. Ma il clero non ha visto di buon occhio quanto hanno fatto. Ha sollevato critiche, dimostrando che la nostra presenza non era molto gradita. Piccole beghe clericali. Comunque dobbiamo essere molto prudenti. Se vedono che la gente viene da noi, potrebbero protestare. - Dobbiamo scacciare queste ragazze? Il nostro compito èquello di prenderci cura della anime. Guai se non lo facessimo. Padre Pio si buttò nella mischia. Come sempre, con tutto il suo entusiasmo. Era un contadino, amava fare progetti concreti e dettagliati. Cominciò tenendo delle conferenze per spiegare a quelle ragazze perché ci si deve impegnare nella vita dello spirito. - Il nostro compito di cristiani su questa terra consiste nel cercare la perfezione spirituale - disse loro. - Gesù, nel Vangelo, ha comandato: "Siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli". Ha indicato, cioè, come fine della vita la perfezione assoluta. Il mondo vi suggerisce altri ideali. Ma se voi decidete di lavorare con me, sappiate che la meta è alta, difficile. E sappiate che la si può raggiungere solo attraverso un impegno totale e sacrifici tremendi. Le sue parole erano dure. Padre Pio le pronunciava con una forza e una convinzione che affascinavano quelle ragazze. Si sentivano conquistate e trascinate dal suo entusiasmo. Aveva ventinove anni. Era un giovane come loro, un coetaneo. Parlava il loro linguaggio. Aveva la loro sensibilità. Ma un'esperienza del mondo dello spirito che incantava. - I principali mezzi che servono per raggiungere la perfezione cristiana - disse ancora - sonO: la scelta di un buon direttore spirituale; le frequenza ai sacramenti; la meditazione giornaliera; le lettura spirituale. Leggere, cioè, come sono vissuti i grandi spiriti del passato per imparare a imitarli. Le ragazze cominciarono a seguire una regola molto rigida, quasi come se vivessero in monastero. Tutte le mattine si alzavano all'alba e, prima di affrontare il proprio lavoro, salivano al convento, ascoltavano la Messa che Padre Pio celebrava alle cinque, poi si fermavano per una mezz'ora di meditazione. Erano diventate un manipolo di soldati. Il paese le ammirava, e altre ragazze vollero unirsi al gruppo. Padre Pio le chiamava affettuosamente "le mie figlie spirituali". A dicembre Padre Pio dovette ripartire per il servizio militare. La licenza di un anno era scaduta. Tornò all'Ospedale della Trinità a Napoli. Rivide con gioia il dottor Grieco, il dottor Melle e il professor D'Onofrio. - Come andiamo? - gli domandò il terribile capitano medico. - Come al solito - rispose Padre Pio. - Va bene, ho capito - ribatté il capitano. - In questi giorni esaminerò il caso. Padre Pio rimase a Napoli una quindicina di giorni e poi gli fu concessa una nuova licenza di altri Otto mesi. Si rituffò nel lavoro e nella preghiera. Il compito che gli era stato affidato dal Provinciale era quello di direttore spirituale dei ragazzi del collegio, e lui lo svolgeva con grande impegno. Continuava poi a seguire il gruppo delle sue "figlie spirituali" e aveva ripreso l'attività dell'apostolato per lettera. Trascorreva le notti alla scrivania per rispondere a persone dei posti più disparati che gli chiedevano consigli. - Ricordatevi - diceva alle sue ragazze - che l'impegno principale di una persona che cerca la perfezione spirituale è la preghiera. Nella preghiera si manifesta Dio. E’ lui che prende l'iniziativa, che guida, che suggerisce. La preghiera è il nutrimento per far crescere la persona nella verità. E lui dava l'esempio. Il suo ringraziamento alla Santa Messa durava in genere quattro ore. E poi, nonostante i numerosi impegni, pregava nel pomeriggio, verso sera e alla notte fino a molto tardi. Finiti gli Otto mesi di licenza, il 19 agosto 1917, Padre Pio dovette ripartire per il servizio militare. - Quando vi vedremo? - gli domandarono le sue "figlie spirituali" salutandolo. - Conto di tornare tra un paio di settimane, come al solito - rispose. Ormai aveva una certa pratica di come andavano le cose sotto le armi. Partiva più tranquillo. Dell'Ospedale della Trinità conosceva i meccanismi segreti. Sapeva dove bussare per ottenere le informazioni giuste. Appena arrivato, diede al funzionario il proprio "foglio di via e chiese un appuntamento con il professor D'Onofrio. - Il professore non c e più - gli rispose il funzionario controllando i dati riportati nel foglio di via. - Potrei allora vedere il dottor Grieco? - domandò Padre Pio. - Si trova al fronte. - Il dottor Melle? - Trasferito a Roma. Padre Pio si sentì perduto. Il funzionario gli consegnò uno scontrino con il numero di branda che avrebbe dovuto occupare. Le cose si mettevano male. Si rese conto di non avere più appoggi. Marcò subito visita ugualmente. Nei giorni successivi fu visitato due volte: - Infiltrazione agli apici polmonari - fu la diagnosi dei medici. - Allora mi manderete a casa - osservò Padre Pio. - Non sappiamo. Ora deve essere visitato dal capitano. Il giorno dopo fu sottoposto ad altre due visite: da parte di un capitano medico e di un maggiore, che rilasciarono la stessa diagnosi. - Mi manderete a casa? - domandò ansioso Padre Pio. - Lo stabilirà la visita di controllo alla Clinica medica - rispose il maggiore. Fu quindi trasferito alla Clinica medica, che era una sezione del Policlinico della Regia Università, e vi rimase Otto giorni. "È un reclusorio" scrisse al Provinciale. "Non c'è la cappella e da una settimana non posso celebrare la Messa." Finalmente fu chiamato per la visita dal colonnello medico e introdotto nel suo ampio ambulatorio. Il colonnello era seduto alla scrivania e aveva accanto, in piedi, altri due giovani medici. Uno di questi passò al colonnello una cartella dicendo: - La reclàta Forgione Francesco. - Il colonnello esaminò il carteggio. Guardò per alcuni secondo Padre Pio e poi, alzandosi in piedi e restituendo al giovane medico assistente la cartella, disse: - Idoneo ai servizi interni. - Ma... - fece Padre Pio. Voleva aggiungere qualcosa, ma il colonnello era già uscito. - Io sono malato - protestò Padre Pio rivolto al giovane medico che stava scrivendo nella cartella. - Lo sappiamo. Infatti non va al fronte, ma si renderà utile nei servizi interni, che non sono faticosi. E se ne andò anche lui. Padre Pio prese servizio nella caserma Sales, dove rimase tre mesi. Il suo incarico consisteva nel fare il tappabuchi: piantone, facchino, spazzino. Spesso doveva pulire le latrine. Era oggetto di lazzi e volgari invettive. Furono tre mesi d'inferno, che sopportò senza lamentarsi ma continuando a cercare appoggi perché fosse riconosciuta la sua malattia. A novembre, finalmente, fu rimandato in licenza per altri quattro mesi. A San Giovanni Rotondo Padre Pio poté riprendere in pieno la sua attività. Il via vai di ragazze dirette al convento di Santa Maria delle Grazie cominciò a suscitare delle chiacchiere. Soprattutto da parte del clero. Il parroco di San Giovanni scrisse al Padre provinciale. Padre Benedetto si precipitò a San Giovanni. - Che succede? - domandò al Padre guardiano mostrandogli la lettera. - Niente di speciale - rispose Padre Paolino. - Abbiamo un gruppo di ragazze che si impegnano nella vita spirituale. Vengono a Messa tutte le mattine, si fermano per la meditazione, vanno a confessarsi da Padre Pio, che è il loro direttore spirituale. - Dove arriva Padre Pio sorgono sempre dei problemi -sbottò Padre Benedetto. - Non è vero - disse Padre Paolino ridendo. - Padre Pio è uno che fa sul serio. Si impegna in tutte le cose che affronta. Vuole la perfezione. Da quando è qui ha portato una vita nuova nel paese. Molte persone che non andavano più in chiesa hanno ripreso le pratiche religiose. È un ciclone di attività, e nessuno resiste al suo fascino. - Lo so bene, ed è questo il guaio - replicò Padre Benedetto. - Fammici parlare. Padre Paolino andò a chiamare Padre Pio, il quale fu molto felice di incontrare Padre Benedetto. Si abbracciarono con affetto. - Ti ha detto Padre Paolino? - domandò il Provinciale. - Non mi ha detto niente. - Il parroco di San Giovanni Rotondo si lamenta perché qui c e un continuo via vai di ragazze. Dice che la gente mormora. E la causa dello scandalo saresti tu. Padre Pio sorrise. - Che scandalo ho dato? - domandò. - Io ti conosco bene, Piuccio, e sai quanto ti stimo. Di queste chiacchiere non me ne importa niente, però potrebbero diventare pericolose. - E allora, che dovrei fare? - Lascia perdere. Dedicati al giardinaggio. - Lei, Padre superiore, vorrebbe che lasciassi perdere delle persone che chiedono il mio aiuto di sacerdote? - Dovunque vai, crei problemi. La salute, le malattie inspiegabili, il fatto di vivere fuori del convento, i rumori che spaventano i frati, me ne combini una ogni giorno. - Sono mortificato. - Figliolo, lo sai che scherzo e che ti voglio bene. Ma sono convinto che questa vicenda ti procurerà molti fastidi. Lo sento. Quando si comincia a mettere di mezzo le donne... Comunque, non ti spaventare. Come va la tua salute? - Abbastanza bene. - Il clima è buono quassù. - Mi aiuta. - Stai sereno, lavora, prega. Prega anche per me che ne ho tanto bisogno. La visita di Padre Benedetto portò una profonda amarezza nel cuore di Padre Pio. Il Superiore provinciale era stato gentile, gli aveva dimostrato affetto e stima, ma gli aveva fatto capire che intorno a lui c'era gente cattiva e invidiosa. Gente pronta a colpirlo con le calunnie e i sospetti. - Sono demoralizzato - disse a Padre Paolino. - Per così poco? Il mondo, Piuccio, è pieno di invidiosi. Bisogna camminare per la propria strada senza badare agli altri. - Quella lettera è solo un segno, un avviso. La gente non mi fa paura. Ma sento che il Maligno sta per sferrare il suo attacco. - E noi lo affronteremo. - Sarà terribile. - Niente ci fermerà. - Tu scherzi sempre, ma non puoi immaginare che cosa sta arrivando. - Moriremo? Ci metteranno in prigione? - Peggio. Dovremmo combattere, ma non contro gli uomini; contro il male, contro Satana. Un combattimento estremo, non puoi immaginare quanto terribile. E questa volta mi porterà sulla croce. La croce sarà piantata sul Golgota. Mi sento soffocare nello spirito da qualcosa che mi dà tanta paura. - Ma che cosa vai a pensare! Una lettera con qualche pettegolezzo, e tu ne fai una tragedia. Su con il morale! Cerca di riposare bene questa notte e domani vedrai le cose in modo meno cupo. Padre Pio si ritirò nel coro e rimase a pregare a lungo. Poi rientrò nella cella e scrisse una lettera al suo parroco: Carissimo Zi' Tore, quanto vorrei poterla incontrare. Sono estremamente angosciato. Sento che sta per accadere qualcosa di tremendo. Il Signore vuole sottopormi a quella prova suprema che da tempo va prospettando. E io mi sento morire per la paura. L'altra notte, mentre pregavo nella mia cella, ho visto una gran luce che mi ha tramortito. Per fortuna è durata solo un attimo. Ma le mie mani e i miei piedi sono rimasti trafitti da un dolore spaventoso, che mi ha tenuto sveglio tutta la notte. Era così acuto che mi pareva di impazzire. Era simile a quello che ebbi a Piana Romana, quando sulle mani e sui piedi erano comparse quelle ferite che anche lei, Zi' Tore, ha visto. Allora abbiamo pregato insieme il Signore perché facesse sparire quei segni e il Signore ci ha ascoltato. Ma sento che tutto sta per ricominciare. Zi' Tore, mi aiuti! Sono solo. Padre Agostino, che sa tutto di me, èal fronte. Non riceve neppure le mie lettere. Non posso confidarmi con nessuno. Preghi il Signore che abbia misericordia di me.