PADRE PIO

LA VITA E I MIRACOLI

IL MISTERO

Padre Raffaele, il Guardiano del convento di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo, osservò il timbro postale della lettera che gli era stata consegnata in quel momento. - Che ci sarà mai di nuovo? - mormorò tra i denti. Sulla bu-sta non compariva il mittente, ma aveva riconosciuto i caratteri della macchina per scrivere e il modo di predisporre l'indirizzo. La lettera proveniva dalla Curia provinciale. C'era un bellissimo tramonto. Padre Raffaele si era fermato sul sagrato della chiesetta per rilassarsi. A quell'ora le confessioni era-no finite, la chiesa chiusa, i pellegrini se n'erano andati quasi tutti. Passeggiava avanti e indietro recitando il rosario e guardando lo spettacolo incantevole dei colori accesi dal sole all'orizzonte. Il postino era venuto dal paese perché la lettera era urgente. Pa-dre Raffaele aprì con calma la busta. Conteneva una comunica-zione del Molto Reverendo. Lesse e impallidì. La nascose nella tasca del saio e si avviò frettoloso verso il con-vento. Salì al primo piano, bussò alla porta del Vicario: - Vieni nella mia stanza - gli disse sottovoce. E altrettanto fe-ce all'uscio del Padre economo. - Chiudi bene la porta - ordinò all'Economo che era entrato per ultimo, e poi aggiunse: - Ho ricevuto una lettera terribile. Ma proprio terribile. - Che cos'è accaduto? - domandò il Vicario. - Padre Pio è stato sospeso da tutte le facoltà sacerdotali. Non potrà più dedicarsi a nessun ministero. Una specie di sospensione a divinis. - Impossibile. è una punizione che viene comminata solo per delitti gravissimi - osservò l'Economo. - E che ti posso dire? Leggi qui. Il Padre guardiano prese la lettera che teneva in tasca e la lesse ad alta voce. Il Provinciale si limitava a riferire quanto gli era sta-to comunicato dal Superiore generale, il quale aveva ricevuto la delibera dal Sant'Uffizio: - Si ingiunge a Padre Pio la sospensione da ogni ministero, a ec-cezione della Santa Messa che, peraltro, deve essere celebrata nella cappella interna, alla presenza del solo inserviente. - è una cosa inaudita! - commentò il Vicario. I tre religiosi apparivano profondamente costernati. Padre Raf-faele non riusciva a convincersi di aver capito bene e rilesse anco-ra la lettera, soffermandosi con attenzione su ogni parola. Ma il breve testo non lasciava dubbi. - E la gente? - domandò il Padre economo. - Come reagirà? Il mese scorso hanno sfondato la porta del convento solo per il so-spetto che fosse arrivato un nuovo Superiore: che faranno adesso? - A Roma non si rendono conto che qui si rischia la pelle. Lo-ro giocano a emanare decreti! E noi siamo qui che rischiamo ogni giorno di essere impallinati come lepri. - Io non sono un giurista - intervenne il Vicario. - Non co-nosco bene il codice di diritto canonico, ma per una punizione co-sì drastica uno deve perlomeno aver commesso un omicidio. - Gli lasciano la possibilità di dire la Messa in privato. Ci mancherebbe altro! Vorrebbero anche impedirgli di pregare? Di avere un contatto con Dio? - Incredibile... proprio incredibile! - ripeteva Padre Raffaele. Era sconvolto. Il suo viso sembrava invecchiato. - Domattina scenderò a Foggia a parlare con il Molto Reverendo. Può darsi che ci sia un equivoco. Comunque, io ritengo che l'applicazione di queste disposizioni, almeno per ora, sia impossibile, e vi ho con-vocati per conoscere il vostro parere. - Sono perfettamente d'accordo - disse il Vicario. - In aprile hanno sfondato la porta del convento, questa volta ci uccidono - aggiunse l'Economo. - Per ora non dite niente a nessuno - concluse Padre Raffaele. - Non mostratevi preoccupati. Non voglio che Padre Pio sospet-ti e soffra. Spero domani di poter chiarire le cose e di ottenere per-lomeno una dilazione, in modo da studiare il da farsi. Padre Raffaele rimase solo. Continuò a camminare nella stan-zetta come un animale ferito. Non riusciva a pensare ad altro. Era Superiore del convento di Santa Maria delle Grazie da tre anni. Ne aveva viste e sentite di tutti i colori, ma una cosa del genere non se la sarebbe mai aspettata. "La sospensione a divinis è una cosa che si legge sui libri" disse fra sé. "Nel corso della storia è stata comminata ai grandi eretici, ai sovvertitori, ai peggiori corruttori!" Sentì il suono della campanella. Erano le 19, l'ora di andare in coro per la recita della Compieta e per la meditazione. Era così av-vilito che provò un senso di ribellione, una specie di avversione per la preghiera. "Padre Pio non farebbe così" disse subito fra sé. Si avvicinò alla finestra e rimase a c6ntemplare la campagna. - Povero Piuccio - mormorò. Conosceva il Padre fin da ragazzo, quando aspirava alla vita re-ligiosa, mentre Padre Pio era già un giovane chierico. Ricordava l'impressione del loro primo incontro a Sant'Elia a Pianisi, nel 1904. "Quanti anni sono passati?" si domandò. Fece un rapido con-to. "Ventisei!" Era proprio un ragazzino allora. Frequentava il convento di Sant'Elia a Pianisi per studiare latino. Erano arrivati i nuovi chieri-ci, e tra questi ce n'era uno che lo aveva particolarmente colpito. Modesto, silenzioso, sorridente, riservato: Fra Pio. Un giorno c era un lavoretto da svolgere. Bisognava portare via le pietre di una vec-chia costruzione crollata per riordinare un angolo del giardino. Il compito venne affidato ai chierici, e anche Fra Pio era andato a da-re una mano. Tutti prendevano le pietre più piccole, lui cercava quelle più grosse. Riusciva ad alzarle a stento, faticava a cammina-re, ma portava quelle più pesanti, che gli altri scartavano. E lui se n'era meravigliato. Gli era sempre rimasta negli occhi l'immagine del giovane chierico che, sorridente, silenzioso, sceglieva le pietre più grosse. Faticava volontariamente, più degli altri. - Povero Piuccio! - mormorò ancora. - Sempre a faticare e a soffrire per noi. Tre anni prima, quando gli avevano affidato l'incarico di Supe-riore del convento di Santa Maria delle Grazie, ne era stato felicis-simo, proprio perché poteva rimanere accanto a Padre Pio. Cono-sceva i problemi, le difficoltà, le polemiche, le accuse, ma sapeva che era tutta una montatura, un equivoco. Pensava di riuscire a contribuire a fare chiarezza. Si era impegnato a fondo, in quegli anni. Ci aveva messo tutta la sua buona volontà. La sua stima per il Padre era cresciuta. Ma ora, ecco la mazzata mortale! - Padre Pio punito come un ribelle impenitente, come un gran-de peccatore pubblico! - esclamò. Assurdo! Domani devo convincere il Provinciale ad archiviare questa vicenda. Aveva deciso di non recarsi in coro e di non partecipare alla ce-na perché non voleva vedere nessuno. Ma ora si rendeva conto che era una scelta sbagliata. "Se non mi vedono, i frati comincia-no a sospettare" si disse. "E tutto quello che di nuovo accade in questo convento riguarda Padre Pio. Così lui si preoccupa e sta-notte non dorme. Meglio scendere e far finta di niente. Almeno fi-no a domani sarà tutto tranquillo." Il mattino successivo Padre Raffaele si alzò con un fortissimo mal di testa. Non aveva quasi chiuso occhio. L'incubo della lettera ricevuta dalla Curia aveva continuato a tormentarlo. Celebrò la Messa, poi scese in paese e prese la corriera per Foggia. Il Padre provinciale non aspettava la sua visita. è impegnato con altri appunta menti - gli disse il segretario. - Aspetterò finché si libera - rispose Padre Raffaele. Fu ricevuto verso mezzogiorno. Vedendolo, Padre Bernardo d'Alpicella capì la ragione della visita. Padre Bernardo era un Superiore provinciale particolare. Non lo avevano eletto i religiosi della Provincia di Foggia, ma era stato no-minato dal Generale dell'Ordine. E non apparteneva neppure a quella Provincia, ma proveniva dal Nord, da Parma. Era una specie di commissario mandato a governare una Provincia giudicata "ri-belle", incapace di autogestirsi, al punto da aver bisogno di un "gen-arne" imposto dall'alto. E tutto questo era accaduto a causa delle vicende legate a Padre Pio. Le autorità ecclesiastiche gli avevano affidato l'incanco di «os-servare" e "riferire". Ogni due mesi doveva inviare a Roma un re-soconto su tutto ciò che avveniva intorno al Padre. Avrebbe dovuto svolgere quel ruolo solo per poco tempo e in-vece era lì da sette anni. La Provincia si sentiva umiliata. Padre Bernardo lo sapeva bene. Aveva cercato di esercitare il proprio mandato con comprensione, ma la sua presenza, imposta a quel modo, frenava e mortificava le iniziative di molti religiosi bravi e pieni di entusiasmo. Padre Bernardo sapeva perciò di non essere amato dai suoi sud-diti. Non ne aveva conquistato nemmeno uno. Era sempre conside-rato uno straniero. Così, i suoi contatti con quei confratelli erano freddi, distanti. - Come mai, Padre Raffaele, questa visita improvvisa? - do-mandò al Guardiano di Santa Maria delle Grazie. Domanda reto-rica, inutile. Sapeva bene perché si era precipitato, ma, per il ruo-lo che ricopriva, "doveva" tenere un atteggiamento burocratico e distaccato. - Ho ricevuto la vostra lettera e ne sono rimasto sconvolto - rispose Padre Raffaele. Padre Bernardo guardò fuori dalla finestra. Avrebbe voluto dire che anche lui era rimasto sconvolto ricevendo da Roma quell'or-dine, che era stanco di quella vicenda, che non ne voleva più sentir parlare, che era ora di lasciar in pace quel povero confratello di Padre Pio. Ma si trattenne, perché era lì per recitare una parte. E anche se non ne poteva più di quel ruolo, doveva continuare a fa-re il suo dovere. - Padre Raffaele - disse - sono ordini che vengono da Ro-ma, io non ci posso fare niente. - Ma sono terribili. - Certo, sono terribili, lo so bene. Dovrei mettermi a discutere con il Padre generale o con il Sant'Uffizio? - Non dico questo. Dico solo che a metterli in pratica si rischia la pelle. Sapete bene cos'è accaduto ai primi di aprile, solo per il sospetto che un frate francescano potesse essere il Superiore inca-ricato di portar via Padre Pio. La gente ha tenuto il convento sot-to assedio fino alle 2 di notte. Hanno sfondato la porta d'ingres-so. Se non ci fossero stati i carabinieri, poteva succedere un ecci-dio. Io non sono un santo, Padre provinciale, e temo per la mia vi-ta, e naturalmente anche per quella dei miei confratelli. - Ho riflettuto a lungo su queste nuove disposizioni del Sant'Uf-fizio proprio in rapporto all'accaduto. Ma non vedo soluzioni. In-sieme a quella che le ho trasmesso ho ricevuto un'altra lettera, in cui mi si raccomanda di far osservare rigorosamente le disposizioni del Sant'Uffizio. Gli ordini, quindi, vanno eseguiti. - Non avete pietà per quel povero frate? Padre Bernardo non rispose. - Già - disse il Guardiano. - Voi non siete dei nostri. - Questo non deve dirlo, Padre Raffaele - replicò il Provin-ciale. - Non glielo permetto. Io sono qui per obbedienza. Mi hanno mandato a fare questo mestiere contro la mia volontà. Sta-vo bene a Parma, a svolgere il mio apostolato. E mi pesa molto trovarmi qui in veste di gendarme. In ogni caso, se ho una colpa, è solo quella di aver obbedito. Non merito il vostro disprezzo. - Scusatemi - ribatté il Guardiano rendendosi conto di aver sbagliato a prendersela con Padre Bernardo. - Scusatemi veramen-te. è che mi piange il cuore a dover riferire una cosa del genere a Pa-dre Pio. Proprio a lui! Vive di preghiera e di sofferenza. Dedica tutto se stesso alle anime, aiutandole nel ministero della confessione e del-la direzione spirituale. Togliergli questa missione vuol dire uccider-lo. Oltre tutto, toglierlela per punizione, come se avesse commesso chissà quali delitti. Padre, non si tratta di un rimprovero, di un ri-chiamo: questa è una sospensione a divinis! La massima sanzione contro un sacerdote. Conosco Padre Pio da ventisei anni, da quando era un giovane chierico. Mi ha fatto sempre un'ottima impressione. E da quando vivo con lui, come suo Superiore, la mia stima e la mia ammirazione sono aumentate. Se mai mi è capitato di conoscere un santo, questi è Padre Pio: ve lo giuro, Padre Bernardo. Il Provinciale aveva ascoltato in silenzio, con un'espressione im-penetrabile. Ma nei suoi occhi c'era un luccichio che palesava un 'in-tima e sincera commozione. Lasciò passare interminabili secondi fissando il vuoto. - Caro Padre - disse infine, come a conclusione di una lunga riflessione interiore - la vita a volte può diventare incredibilmente dura. Soprattutto quando ci troviamo coinvolti in vicende che non comprendiamo e che riteniamo ingiuste. Come lei ben sa, sette anni fa i Superiori mi hanno mandato qui con il compito di "osservare" e di "riferire". Ho osservato e ho riferito. E mi sono convinto che Padre Pio non merita il trattamento che gli stanno riservando. Glie-lo dico in confidenza ma con grande sincerità. Già lo scorso anno avevo comunicato al Padre generale che la mia presenza qui non aveva più senso. Ritenevo concluso il mio compito. Chiedevo di tornarmene alla mia Provincia. Non ci crede, vero? So che i confra-telli di questa Provincia mi giudicano male, ma sbagliano. Cercò in un cassetto una cartella e ne estrasse dei fogli. - Questa è la relazione che ho inviato al Generale nel settem-bre dello scorso anno. Ecco che cosa scrivevo alla fine. - Fece una pausa e lesse: - Reverendissimo Padre, non capisco perché il Sant'Uffizio si ostini a tenermi qui in veste di Superiore di questa Provincia. Tutti i documenti che ho raccolto e sto ancora racco-gliendo su Padre Pio testimoniano all'unisono in favore delle sue virtù e delle sue grandi prerogative. "Questo, caro Padre, io ho scritto ancora un anno fa. Questo è quel che penso di Padre Pio. Credo quindi possa comprendere che anch'io sono addolorato per i nuovi gravissimi provvedimenti. Ma non ho altra scelta che obbedire e dirle, sia pure con il cuore che sanguina, che gli ordini vanno eseguiti alla lettera." Si alzò in piedi. Aveva ripreso la sua espressione fredda e distac-cata. La sua maschera. Padre Raffaele aveva capito che l'incontro era finito. Salutò e uscì. Era mezzogiorno e mezzo. Si sarebbe potuto fermare a mangia-re con i confratelli del convento di Sant'Anna, ma al solo pensiero del cibo si sentì male. Si avviò verso la stazione delle corriere. Il sole a picco scottava. Il saio pesante e scuro attirava i raggi infuo-cati. Per il caldo, la debolezza, l'amarezza che aveva nel cuore, si sentiva svenire. Si fermò all'ombra di un grande albero per ripren-dere un po' le forze. Ebbe un attimo di smarrimento e gli vennero le lacrime agli occhi. Si asciugò il sudore della fronte e riprese a camminare sotto il sole. Padre Raffaele arrivò al convento intorno alle 4 del pomeriggio. I frati della comunità avevano appena finito di recitare in coro il Vespro. Ognuno se n'era andato a sbrigare le proprie faccende. Padre Pio, come al solito, si era fermato a pregare. Padre Raffaele gli si avvicinò. - Quando puoi, vieni nel salotto che ti devo parlare - gli sus-surrò all'orecchio. Padre Pio si trattenne ancora qualche minuto e poi raggiunse il Superiore. - Eccomi, Padre Raffaele. - Siediti - gli disse il Guardiano e tolse dalla tasca la lettera. Padre Pio osservava. Probabilmente aveva capito. - è arrivato un nuovo decreto del Sant'Uffizio - aggiunse Padre Raffaele sbir-ciando il confratello. Padre Pio continuò a restare in silenzio. E quel silenzio rendeva ancor più penoso il compito del Guardiano. Non sapeva da dove co-minciare. Non trovava le parole giuste. Non aveva il coraggio di di-re niente su quel provvedimento. Finì per leggere il testo: - Si ingiunge a Padre Pio la sospensione da ogni ministero, a ec-cezione della Santa Messa che, peraltro, deve essere celebrata nella cappella interna, alla presenza del solo inserviente. Di colpo il Padre impallidì vistosamente. - Non ho capito bene - disse con voce strozzata, perché men-tre pronunciava quelle parole la saliva gli era andata di traverso. - Il Sant'Uffizio ti chiede di celebrare la Messa in privato, e non più in chiesa - spiegò il Guardiano. E si affrettò ad aggiun-gere: - Una richiesta che aveva già avanzato anni fa. - No, prima della Messa, le parole che vengono prima - do-mandò Padre Pio con voce flebile. Padre Raffaele lesse: - Si ingiunge a Padre Pio la sospensione da ogni ministero. La frase cadde come un macigno nel silenzio della stanzetta. Ci fu una lunga pausa nella conversazione. Padre Raffaele teneva gli occhi bassi. Si sentiva sprofondare per l'imbarazzo. - In concreto? - domandò Padre Pio. - Be', penso che per un certo periodo tu non possa fare nessu-na delle abituali attività collegate. - Cioè? - Amministrare i sacramenti, occuparti della direzione spiri-tuale, predicare eccetera. E confessare? - Sì, naturalmente anche confessare... Non potrai confessare, mi sembra di aver capito. - Nemmeno confessare... - Padre Pio chinò il capo e rimase ancora a lungo in silenzio. Poi mormorò: - Sia fatta la volontà di Dio. - E si copri gli occhi con le mani. - Devi farti coraggio - cercò di confortarlo Padre Raffaele. - Sono stato a Foggia, questa mattina, per parlare con il Provin-ciale. Ha detto che cercherà di chiarire, scriverà a Roma. Vedrai che si tratterà di un provvedimento di breve durata. Ci dev'essere stato un errore. Magari tra qualche giorno arriva un ordine che cambia tutto. Non te la devi prendere... Attese. Il Padre continuava a tenere il viso tra le mani e il capo chino. - Sai che cosa ti dico? - riprese Padre Raffaele con voce forza-tamente allegra. - Questo provvedimento in fin dei conti potrebbe esserti utile. Da anni ormai lavori come un mulo. Ore e ore in con-fessionale. E adesso ti prendi una vacanza. Ti riposi. Te ne stai su in convento, sereno. Ti dispenso da tutti gli orari della comunità. Puoi organizzare la tua giornata come vuoi. Al mattino te ne stai a letto finché credi. Insomma, per un po' non pensi ad altro che a riposare. Il Padre guardiano non sapeva più che dire. Aveva esaurito la ri-serva di bugie. Si sentiva ridicolo, tragicamente inutile. - Quando comincia questo calvario? - domandò Padre Pio. - Be', non saprei. Credo che debba cominciare subito. Quindi, da domani celebrerai nella cella di fronte alla tua, che trasforme-remo in una piccola cappella. - Va bene, Padre Raffaele. - Il Padre fece un'ennesima lunga pausa. Poi domandò: - Puoi, per favore, dispensarmi dallo scen-dere in refettorio per la cena questa sera? Non ho per niente vo-glia di mangiare. - Certo, certo, Piuccio. Rimani pure in cella, riposati. - Grazie, Padre superiore. Si alzò a fatica. Gli pareva di essere diventato pesantissimo. Uscì dal salotto e, adagio, si avviò nel corridoio; non verso la pro-pria cella, ma verso il coro. Tornò a inginocchiarsi dov'era poco prima. Rimase un paio di minuti a guardare il tabernacolo. Poi si sedette, piegò la testa sulle braccia appoggiate all'inginocchiatoio e rimase così, con il volto affondato nelle maniche del saio. Padre Raffaele lo aveva seguito, si era fermato sulla porta del coro e spiava dall'uscio socchiuso. Gli parve di notare che il corpo del Padre avesse, di tanto in tanto, dei leggeri sussulti, come di uno che stia piangendo. Voleva andare a parlargli, ma pensò che uno sfogo di lacrime lo avrebbe aiutato. Padre Pio rimase là, a pregare e a piangere, fin dopo la mezza-notte. Poi si avviò verso la sua cella. Si trascinava penosamente per il corridoio, barcollando. Come gli era già successo quel lon-tano giorno, il 20 settembre 1918, dopo che era stato misteriosa-mente ferito. Allora gli avevano fracassato le mani e i piedi; que-sta volta gli avevano maciullato il cuore.

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avevo detto che potevi restare a letto fino a tardi - disse il Guardiano arrivando in coro per il Mat-tutino e scoprendo che Padre Pio era già là, chissà da quanto tempo. - Non sono riuscito a chiudere occhio. - Ma almeno potevi riposarti. Non puoi scendere in chiesa a confessare né puoi dire la Messa delle 5... - Oggi è la festa del Corpo del Signore. Voglio stare vicino a Gesù, pregando davanti al tabernacolo, dove egli è realmente pre-sente con il suo Corpo. Era l'alba dell'11 giugno 1931, un giovedì. Festa liturgica del Corpus Domini, il Corpo del Signore, e primo giorno di "prigio-nia" di Padre Pio. Una festa, quella del Corpus Domini, di cui Padre Pio sentiva fortemente il significato. Per questo si era alzato presto ed era an-dato in coro a meditare. - La storia della Chiesa è piena di avvenimenti suscitati da Dio per richiamare l'attenzione dei credenti sulla concretezza del Corpo di Cristo - diceva spesso ai suoi confratelli. Aveva letto molti libri sull'argomento. Lo riteneva di estremo interesse, e quindi conti-nuava a parlarne. - Questa verità è stata messa in discussione lun-go il corso dei secoli, ma ogni volta Dio è intervenuto per ribadirla - spiegava ai confratelli. - Nel 1200, per esempio, al tempo delle Università, filosofi e teologi si interrogavano sugli "universali", e questa verità stava per essere inquinata da troppi sofismi e intellet-tualismi che ne minacciavano la realtà. Ecco allora arrivare San Francesco che, ricevendo le stigmate, ripropose il mistero del Cor-po di Cristo. Poi, nel 1263, ci fu il miracolo di Bolsena per ribadire che quel Corpo è presente realmente nell'Eucarestia. Al tempo del giansenismo, che con le sue teorie intaccava il valore universale del-la redenzione di Cristo ottenuta con la Passione e Morte in croce, Santa Maria Margherita Alacoque divenne promotrice della devo-zione del Sacro Cuore, sempre il Corpo. Quella notte Padre Pio non era riuscito a dormire a causa della condanna ricevuta. Nella solitudine della sua celletta non aveva fatto altro che pregare. Sperava di avere il conforto di uno di quei misteriosi incontri con Gesù, la Madonna, ma invece niente. An-che il cielo si era chiuso. Per questo, nel cuore della notte si era alzato ed era andato in coro. Per restare là, davanti al tabernacolo. La fede gli diceva che nel tabernacolo c'era Gesù, realmente presente in corpo, anima e divinità. Non riusciva a sentire quella presenza, ma la proclamava con la fede. E alla fine aveva trovato uno spiraglio di luce. Gli pa-reva che la coincidenza di cominciare la nuova terribile prova il giorno del Corpus Domini avesse un significato: doveva celebrare con la proprie sofferenze il Corpo di Cristo. - Padre guardiano - disse al Superiore che gli si era seduto accanto - se non fossi venuto qui, stanotte sarei impazzito. Ma il Signore ancora una volta ha avuto compassione di me. Fin dalle prime luci dell'alba, la chiesetta del convento era zep-pa di fedeli. Molti, approfittando della festività, erano venuti an-che dai paesi vicini, e numerosi erano i pellegrini che avevano af-frontato lunghi viaggi. Tutti attendevano di poter vedere Padre Pio: era lui che celebrava la prima Messa, alle 5. E quando sull'al-tare si presentò un altro religioso, i fedeli rimasero delusi. Un mormorio di sconforto e di sorpresa serpeggiò per la chiesetta. - Dov'è Padre Pio? - si domandavano. - Lo hanno forse portato via? L'interrogativo passava di bocca in bocca. Erano anni ormai che gli abitanti di San Giovanni Rotondo, di tanto in tanto, se lo poneva-no. Il progetto di trasferire altrove il religioso di Pietrelcina era stato formulato per la prima volta dai Superiori del religioso nel 1919, e da allora continuava a essere riproposto. E ogni volta la gente si mo-bilitava per impedirne la realizzazione. Gli abitanti di San Giovanni Rotondo ritenevano che Padre Pio fosse un dono del Signore per lo-ro, e non volevano perderlo, per nessuna ragione. Avevano già fatto battaglie, sommosse, dimostrazioni, ed erano decisi a continuare. Così, anche quella mattina, la gente cominciò ad agitarsi. Qual-cuno uscì per chiedere notizie. Padre Raffaele, che si aspettava una reazione di quel genere, era già nel piazzale pronto a gettare acqua sul fuoco. - Padre Pio non si sente bene - disse a coloro che lo avvicina-rono ansiosi. - Forse scenderà più tardi. - Che cos'ha di preciso? - Niente di grave, una semplice indisposizione. Ditelo pure an-che agli altri. Rientrò in convento. Temeva di dover rispondere a interrogativi più dettagliati. La voce si diffuse. Passò di bocca in bocca tra i fedeli in chiesa e arrivò anche in paese. Ma non fu creduta. Anzi, gettò l'allarme. - Dobbiamo andare al convento a vedere dov'è Padre Pio - diceva la gente. Cominciò a formarsi una processione lungo il sentiero tra i campi che portava dai frati. Un corteo che si infittiva con il passare delle ore e ricordava quello di due mesi prima. Le autorità si preoccuparono. Il podestà convocò il comandante dei carabinieri. - Mandi i suoi uomini al convento e provveda a far venire rinfor-zi da San Marco in Lamis, da Monte Sant'Angelo. Poi avverti il prefetto di Foggia e verso mezzogiorno salì al convento insieme ad altri rappresentanti del comune. La situazione era sotto controllo, ma si avvertiva nell'aria una forte tensione. Il podestà chiese di parlare con il Superiore. Padre Raffaele Io ricevette in foresteria. - Dov'è Padre Pio? - In coro che prega - rispose Padre Raffaele. E ritenne che fosse opportuno spiegargli subito la verità. - Purtroppo - ag-giunse - ieri è arrivato un altro decreto del Sant'Uffizio che proi-bisce al Padre di celebrare la Messa in chiesa. - Come mai non sono stato subito avvertito? - Non ci ho pensato. - Spero non abbia dimenticato la nottata del 7 aprile scorso. - Si figuri se posso averla dimenticata! Ma ieri ero preoccupa-to, sono andato a Foggia a parlamentare con il Provinciale, poi ho dovuto avvertire Padre Pio. - Qui può accadere di tutto, e lei lo sa bene. Dobbiamo colla-borare. Io devo sempre essere avvertito in anticipo di qualunque cosa che riguardi Padre Pio. Lo dica pure ai suoi Superiori. Tocca a me tenere a bada la gente, ma se non sono informato potrei arri-vare in ritardo. Questa mattina ho fatto i salti mortali per ottene-re rinforzi di carabinieri. Se fossi stato avvertito ieri, avrei potuto provvedere prima e senza tante difficoltà. - Ha ragione - commentò Padre Raffaele. - La colpa è solo mia, però, mi creda, ero sconvolto e non ho pensato a questo det-taglio che in realtà è fondamentale. Per tutto il giorno il podestà, il maresciallo dei carabinieri e al-tre personalità del paese rimasero a parlamentare con la gente che sostava intorno al convento. - Quello che i frati ci dicono non è vero. Ci ingannano. Dob-biamo pretendere di poter vedere Padre Pio - dicevano i più faci-norosi, che volevano passare subito all'azione. - State calmi. Non vorrete causare altre sofferenze al Padre che sta già male - replicavano le autorità. Il fatto che il Padre stesse male frenava ogni tipo d'iniziativa. Anche chi voleva lo scontro a tutti i costi finiva poi per calmarsi. In nome di Padre Pio si otteneva sempre tutto, anche da quella gente scatenata. Fortunatamente la giornata passò senza incidenti. I devoti conti-nuarono a fare la spola dal paese al convento con una processione ininterrotta. Molti si fermavano sul piazzale a chiacchierare, altri entravano in chiesa a pregare. Molti giravano intorno alle mura del convento sperando di scorgere il Padre da qualche finestra. Verso sera, ai carabinieri lasciati di guardia si aggiunsero le ron-de del "Comitato per la difesa di Padre Pio", e il convento fu ve-gliato tutta la notte. Nei giorni seguenti, la notizia del nuovo decreto contro Padre Pio venne resa pubblica. Non suscitò scalpore scandalistico. La stampa la riferì con toni moderati e improntati allo sconcerto. E contribuì ad aumentare l'affetto e la devozione nei confronti del Padre. Al convento cominciarono ad arrivare lettere e telegrammi. Giungevano persone che chiedevano di poter parlare con Padre Pio. Nell'ultimo decreto non gli era stato proibito di avere contat-ti con la gente. Forse gli sarebbe servito a mitigare il dolore di non poter confessare. Quella proibizione, però, si trovava nei decreti precedenti, e per evitare nuove sanzioni il Superiore aveva deciso di essere ligio a tutte le disposizioni emanate. - Padre Pio, è arrivato il vostro confessore, Padre Agostino - disse Fra Nicola. - Sia lodato il cielo - rispose il Padre sorridendo. Posò il libro che sta va l eggendo e seguì il confratello fuori dalla biblioteca. Padre Agostino aveva appreso la notizia dai giornali ed era accor-so. In altri tempi sarebbe stato Padre Pio a informarlo subito, scri-vendogli affettuose lettere per sfogare il proprio dolore e confidargli le proprie pene. Quante volte lo aveva fatto, quando era tempestato dai tormenti diabolici a Pietrelcina! Nei momenti di maggior soffe-renza scriveva al confessore chiamandolo "babbuccio", «papino mio". E quanto conforto provava in quel confidarsi a una persona da cui sapeva di essere compreso e amato! Ma da tempo gli era proi-bito tenere corrispondenza, e così non aveva neanche quel sollievo. In quei giorni aveva atteso con ansia il confessore. Sperava che fosse stato informato. Quando lo vide, corse ad abbracciarlo con grande affetto. Era la persona che sapeva tutto di lui. - Andiamo nella tua cella, così mi racconti un poco - disse Padre Agostino. Padre Pio lo precedette. Quando si ritrovarono soli, si fissarono negli occhi e Padre Pio scoppiò a piangere. Si era seduto sul letto e non riusciva a frenare i singulti. Il suo era un pianto di liberazio-ne. Lo aveva trattenuto in tutti quei giorni, e ora l'emozione aveva avuto il sopravvento. Padre Agostino lo guardava e provava una gran pena. Sentiva anche lui una violenta commozione, ma volle resistere a ogni costo per non aumentare la desolazione del con-fratello. - Fatti coraggio, Piuccio - mormorò, ma si rese subito conto che le sue parole suonavano ridicole in una situazione del genere. Rimase perciò in silenzio. - è una croce pesante, Padre spirituale, ogni giorno sempre più pesante - disse finalmente Padre Pio. - Il Signore questa volta mi vuole proprio stritolare. - Non dire così, figliolo. Il Signore ti chiede sofferenza solo perché sa che sei in grado di donargliela. - Questa volta mi sta chiedendo l'impossibile. - Conosce la tua capacità di amare. - Non riesco ad accettare l'amaro calice. - Lo hai già accettato, figliolo, altrimenti il Signore non te lo avrebbe dato. Lui ti ama, lo sai. Ti guida con sapienza. - Ho cercato di richiamare alla mia mente queste belle rifles-sioni che anch'io ho suggerito tante volte alle anime che dirigevo. Ma quando ti tocca soffrire, allora le idee svaniscono come neb-bia al sole. è normale. Siamo fatti di carne, di sensibilità. La sofferenza porta sempre scompiglio, ma vedrai che a poco a poco la tua ani-ma riuscirà a capire. - E che una prova cosi non me l'aspettavo proprio. - Non ti ricordi che tu stesso qualche anno fa me l'avevi an-nunciata? - Però non credevo che si realizzasse così in fretta. - Tu devi continuare a stare in croce, figliolo. Lo hai chiesto al Signore, non ricordi? E gli uomini continueranno a battere sui chiodi. Ti sentirai morire in continuazione. Ma questo è l'amore supremo che collabora alla salvezza del mondo. - è il pensiero delle anime che più mi tormenta in questa prova. Ogni giorno venivano a me numerose, da ogni parte, per avere la misericordia di Dio. E attraverso di me il Signore operava con-versioni strepitose. Adesso mi sento morire, sapendo che molte al-tre anime verranno a cercarmi e non troveranno, forse per causa mia, la misericordia di Dio. - La troveranno, Piuccio, la troveranno. Non sei stato tu a sce-gliere questa condizione. Tu sei qui, prigioniero, per obbedire ai tuoi Superiori. Con le sofferenze dell'obbedienza e con la preghie-ra otterrai per quelle anime molto più di quanto potresti ottenere conversando con loro. Tu non puoi immaginare quante anime sal-verai con questa prova, Piuccio mio. Solo un giorno, quando en-trerai nella gloria, potrai conoscere i disegni di Dio E constaterai, allora, quanto bene hai operato piangendo. - Le sue parole, Padre, mi danno conforto. Io credo a quanto mi dice e perciò chiederò al Signore di aumentare ancora le mie pene, se queste servono a salvare anime. - Non esagerare con queste richieste, sai che il Signore ti prende in parola. Adesso sei già in croce, non pretendere altri tormenti. - Quando verrà a trovarmi ancora? - Tutte le volte che posso. - Venga spesso, Padre. Adesso mi sento meglio. Mi fa tanto bene poter parlare con lei. - Verrò, Piuccio, verrò presto.

3

Francesco Morcaldi era solo a Ro-ma. Emanuele Brunatto si era trasferito a Parigi per lavoro. "Vai a trovare le persone importanti che conosci in Vaticano" gli scrivevano gli amici da San Giovanni Rotondo. "Chiedi infor-mazioni. Fissaci un appuntamento e verremo a parlare. Il Padre soffre, e ha bisogno di noi più che mai." Morcaldi leggeva quegli appelli angosciati, si rendeva conto del-la drammatica situazione che era venuta a crearsi lassù, al paese. Conosceva bene San Giovanni Rotondo e la sua gente per essere stato sindaco. E conosceva bene Padre Pio, l'affetto che il religioso aveva per gli abitanti. Si dava da fare. Prendeva contatti, chiedeva appuntamenti, ma non riusciva a combinare niente. "Nessuno ci vuole aiutare" rispondeva demoralizzato agli amici. "Siamo isolati. Coloro che stimano Padre Pio non hanno potere. Il cardinale Augusto Silj è morto; il cardinale Pietro Gasparri non è più segretario di Stato di Sua Santità; Monsignor Valbonesi non sta bene di salute e non esce più di casa; Don Orione continua a farmi coraggio, ma non ha mai proposte concrete. Ho allacciato nuove amicizie, nuovi contatti con persone che ammirano il Padre. In par-ticolare con Padre Giuseppe Bini, un Camilliano amico di Don Orione che si dà molto da fare, ma anche lui combina poco. I nuovi padroni del Sant'Uffizio sono inavvicinabili. Mi sento sconfitto!" "Ieri ho visto il Padre e mi ha detto che ti pensa sempre e ti be-nedice" gli scrisse un giorno l'amico Antonio Massa. E quelle pa-role riaccesero l'entusiasmo di Morcaldi.. Il "Comitato per la difesa di Padre Pio" continuava a tenere riu-nioni. Da quando il Padre non scendeva più in chiesa per la celebra-zione della Messa e per le confessioni, i contatti con lui erano di-ventati inesistenti. Riuscivano a ricevere solo brevi comunicazioni attraverso qualche biglietto che il Padre faceva uscire dal convento. Ma si trattava di poche parole, un saluto, l'espressione di un senti-mento. Era quasi impossibile parlare con lui per chiedere consiglio su come agire. Ma l'immobilità, l'inerzia, parevano loro una colpa. - Di una cosa siamo assolutamente certi - dicevano nelle loro riunioni. - Questa prigionia forzata del Padre è ingiusta. - E di sicuro gli risulta anche dolorosa. - Dobbiamo fare qualche cosa. - Senza dubbio lui non vorrebbe azioni chiassose, violente, di-mostrazioni di piazza. - Ma se potesse parlare ci chiederebbe di perorare la sua causa presso le autorità del Vaticano. Ecco allora che Francesco Morcaldi, trasferitosi quasi definitiva-mente a Roma, diventava il loro principale punto di riferimento. Morcaldi sentiva che tutte le speranze degli amici erano puntate su di lui ed era inquieto. Era rimasto letteralmente sconvolto dal nuovo severissimo prov-vedimento del Sant'Uffizio nei confronti di Padre Pio. Aveva in atto importanti trattative con alte autorità del Vaticano. Pensava di te-nerle in pugno con il libro Lettera alla Chiesa. Il volume, già stampa-to e pronto per essere diffuso, era stato scritto da Morcaldi insieme a Brunatto e costituiva una violenta denuncia della vita scandalosa dei nemici del Padre. Il suo scopo era di dimostrare che non erano at-tendibili. La diffusione sarebbe stata impedita solo se le autorità ec-clesiastiche avessero riabilitato Padre Pio. Morcaldi e Brunatto at-tendevano una risposta, però il Sant'Uffizio, con quella mossa a sorpresa, aveva ribadito la propria ostilità verso il Padre e la decisio-ne di rifiutare ogni trattativa. Chiuso nell'appartamento di via Tibullo, Morcaldi meditava. "Devo trovare altre vie, altre possibilità, altri contatti" ripeteva fra sé. Nella speranza di ricevere un po' di conforto e qualche utile ispirazione, andò a trovare il dottor Festa. - Hai notizie? - gli domandò. - Nessuna. E tu? Domanda e risposta erano state pronunciate in un tono estrema-mente depresso. Si vedeva che i due amici erano molto angosciati. - Niente - rispose Morcaldi sedendosi. - Assolutamente niente - ripeté annoiato. Un silenzio pesante scese tra di loro. - Che stai facendo di bello? - domandò a un certo momento Morcaldi sviando il discorso su altri argomenti e cercando di di-menticare per un po' la cappa opprimente di preoccupazioni che avvolgeva i loro animi. - Sto finendo il mio libro. - Un libro? Complimenti! Di che tratta? - domandò Morcal-di distratto. - è quel mio studio sulle stigmate di Padre Pio! - rispose il dottor Festa, meravigliandosi che la cosa avesse lasciato indiffe-rente l'amico. - Ah sì, me ne avevi parlato tempo fa - disse Morcaldi improv-visamente attento. La parola "stigmate" aveva risvegliato tutte le sue preoccupazioni e i suoi interessi. Gli aveva fatto ricordare il Pa-dre e balenare nella mente un'intuizione. - Che genere di studio è? - Io sono medico - disse il dottor Festa parlando sottovoce, come se stesse riflettendo. - Ho avuto la fortuna di studiare quel-le piaghe più di ogni altro. E l'ho fatto ufficialmente. Credo che una mia testimonianza potrebbe servire per la storia. Gli occhi di Morcaldi si illuminarono. L'intuizione che aveva avuto prese ancor più consistenza. Trattenne l'entusiasmo per non far sorgere sospetti nell'amico. - Penso che sia una buona idea - disse quasi con indifferenza. - Credo di avere grandi responsabilità di fronte a questo even-to - proseguì il dottor Festa in tono meditativo. - Sono convin-to che nella vita delle persone non succede mai niente per caso. Io non avrei mai pensato di dover diventare testimone di uno dei più importanti fenomeni mistici della storia. Ho studiato bene quelle ferite e non ho dubbi: la scienza non potrà mai darne spiegazioni plausibili. Sono quindi provocate da un intervento soprannaturale e, conoscendo ormai bene Padre Pio, ho la certezza che ci trovia-mo di fronte a un evento mistico di incalcolabile valore per la sto-ria del mondo. Morcaldi era affascinato da quel modo di parlare pacato e mo-notono. Si rese conto che il dottor Festa aveva bisogno di esporre le proprie riflessioni a qualcuno. Le esponeva per chiarire dentro di sé ragionamenti e pensieri in modo da trovare poi la forza per passare all'azione. Era fatto così. Ormai lo conosceva. - Dici proprio bene - rispose con il proposito di assecondare quel gioco psicologico. - In Padre Pio ci sono tali e tanti misteri da far pensare certamente che abbia ricevuto da Dio una missione straordinaria. - Io le ho studiate a fondo quelle piaghe - continuò il dottor Festa seguendo il filo dei propri pensieri. - Sòno l'unico che le ha viste in periodi diversi, a distanza di tempo. Perciò sono il più do-cumentato. Le ho viste anche nel 1925, quando ho operato Padre Pio di ernia. Dopo gli studi che avevo svolto nel 1919, '20 e '21, il Sant'Uffizio aveva proibito al Padre di mostrare ancora le sue pia-ghe. E a una mia precisa richiesta, il Sant'Uffizio aveva dato rispo-sta negativa. D'altra parte, a me sarebbe servito molto, da un punto di vista scientifico, poterle esaminare di nuovo dopo quat-tro, cinque anni dal primo studio. "L'occasione mi si presentò nel 1925, quando il Padre mi chiese di operano di ernia. Al momento dell'intervento, però, come sai, ri-fiutò l'anestesia totale. Proprio per impedirmi di visitare le sue mi-steriose ferite, evitando così di disubbidire a precise disposizioni del Sant'Uffizio. Dovetti operarlo ricorrendo solo all'anestesia lo-cale. A un certo momento, però, il Padre svenne per il dolore, e io ne ho approfittato per esaminare ancora le piaghe. Un esame velo-ce, ma importantissimo. "Come vedi, sembra che anche quell'incidente sia capitato pro-prio perché io potessi documentarmi ulteriormente. Ho riflettuto molto su queste coincidenze e mi sono convinto che dovevo agire." - A pensarci bene, infatti, solo tu, tra i medici che hanno visi-tato le ferite di Padre Pio, hai potuto raccogliere un'abbondante documentazione. - Nel 1919, quando venne diffusa la notizia delle stigmate, erano innumerevoli i colleghi che desideravano controllare il feno-meno. Solo a pochissimi è stato concesso di vedere quelle piaghe. E soltanto quattro hanno ricevuto il permesso di studiarle. Ma so-lo a me è toccato di vederle varie volte, e a distanza di tempo. - Sembra proprio che tu sia stato predestinato. - Come sai, il professor Bignami, che è ateo, pur dimostrando stima per Padre Pio, ha espresso un giudizio negativo. E ha visto quelle piaghe una sola volta, le ha esaminate nel corso di un paio d'ore. Padre Gemelli non le ha addirittura mai viste, noi lo sappia-mo bene, ma ha compilato lo stesso una relazione negativa. Falsa, ma negativa! Bignami e Gemelli sono due persone famose: grande cattedratico il primo, celebre scienziato e teologo il secondo. E le loro relazioni, anche se, per ragioni diverse, non attendibili, han'-no dettato legge. I loro giudizi hanno messo in croce Padre Pio. Anch'io ho presentato una relazione, e anche il dottor Romanelli lo ha fatto. Ma noi non siamo famosi agli occhi del mondo, i no-stri giudizi sono rimasti sepolti negli archivi del Sant'Uffizio. - è sempre così nella vita - commentò Morcaldi. - Si fanno strada coloro che riescono a strepitare più forte. - Un giorno, riflettendo su quanto stava accadendo intorno a Padre Pio, ho capito di avere grandi responsabilità di fronte alla storia e ho deciso di preparare una trattazione scientifica, testimo-niando meticolosamente tutto quello che ho visto. - Hai fatto bene. - Mio caro Francesco, io, tu, Gemelli, Bignami, i cardinali dél Sant'Uffizio siamo destinati a sparire nel giro di qualche decennio, ma quello che è accaduto a Padre Pio sarà ricordato nei secoli. Si tratta di un messaggio di Dio al mondo. - Sei grande, Giorgio! - Ho soltanto preso coscienza delle opportunità che mi si sono presentate. - Quindi, il tuo libro è pronto - disse Morcaldi rincorrendo l'intuizione che si era accesa nella sua mente. - Sì, è pronto. Ho finito di mettere a fuoco i particolari storici, ho vagliato tutte le osservazioni scientifiche. Posso dire che è pronto. - Quando lo pubblichi? - Non so lo. Non certo adesso. Ho scritto per la storia. Divul-gare una cosa del genere ora sarebbe un suicidio. Nel libro ho dovuto polemizzare pesantemente con Gemelli, denunciare il falso da lui commesso. Se pubblicassi il libro sarei finito: Gemelli è uno che non perdona. - In questo momento, però, un libro come il tuo potrebbe esse-re utile per la causa di Padre Pio. - Non credo. Il mio libro verrebbe criticato, deriso, demolito, probabilmente verrebbero istruiti anche dei processi e finirei in prigione. Non è il momento per pensare a una pubblicazione. Mentre in futuro, quando la Chiesa e la Scienza avranno il corag-gio di affrontare l'evento delle stigmate di Padre Pio con serenità, il mio libro diventerà una testimonianza scientifica di straordina-rio valore, in quanto io, medico, ho visto e studiato fin dall'inizio. - Hai veramente compiuto un lavoro eccezionale e preziosissi-mo - osservò Morcaldi. E subito aggiunse: - Mi piacerebbe po-ter leggere il tuo lavoro. - Te lo do volentieri - replicò subito il dottor Festa. - Tu co-nosci bene Padre Pio, hai seguito tutte queste vicende come me, potresti darmi altri importanti suggerimenti e aiutarmi ad aggiun-gere particolari per chiarire meglio i fatti. Ti sarei grato se lo leg-gessi attentamente prendendo appunti, cosicché poi potrò arric-chire il mio lavoro. - Figurati se non lo farò volentieri e con diligenza. Nella mente di Morcaldi mulinava un progetto ambizioso. Vo-leva tentare di far conoscere subito quello studio scientifico a di-versi cardinali e personalità cattoliche, per accreditare la tesi della serietà del "caso Padre Pio". "Un documento del genere dovrebbe avere l'effetto di una bomba" si diceva mentalmente Morcaldi. Sapeva che per realizzare il progetto avrebbe dovuto tradire la fiducia dell'amico. Si sentiva un verme per questo, ma non gli re-stavano alternative. Il dottor Festa estrasse da un cassetto della scrivania un grosso dattiloscritto. - Mi raccomando, è una cosa segreta - disse consegnandolo a Morcaldi. - Non farlo vedere a nessuno. - Stai tranquillo. - Leggilo in fretta e riportamelo subito. - In pochi giorni sarò di nuovo qui da te. Tornando a casa, Morcaldi aveva là testa in ebollizione. Era or-mai buio. Camminava distrattamente per la strada molto affollata a quell'ora. Volti stanchi e tristi. Una folla che rientrava dal lavo-ro nelle case. L'umanità affaticata. Morcaldi, assorto nei propri pensieri, rischiò di finire sotto un tram. Era convinto che quel manoscritto potesse avere un peso deter-minante nella vicenda di Padre Pio. Uno studio medico completo, meditato, costato anni di lavoro a un ricercatore serio e preciso come il dottor Festa! Vedeva già i titoli sui giornali e l'imbarazzo delle autorità ecclesiastiche. "Qui non ci sono di mezzo ricatti, scandali, chiacchiere, impres-sioni, emozioni, ipotesi" si diceva. "Qui c'è la testimonianza di un grande medico." Giunto nell'appartamento di via Tibullo, si gettò sul letto e cominciò a leggere. Al mattino aveva finito. "Una bomba, una vera bomba" ripeteva fra sé. Non era stanco per aver trascorso la notte insonne. Quel che ave-va letto gli aveva dato energia, forza, ottimismo, sicurezza, voglia di lottare. "Questo libro va fatto conoscere subito" disse fra sé. Aveva un piano. Usci in città, contattò alcuni dattilografi disposti a lavorare anche di notte. Li convocò a casa sua e trasformò la cuci-na e il piccolo soggiorno in una copisteria. In una settimana riuscì a preparare una trentina di copie e poi andò a restituire il manoscritto al dottor Festa dicendogli: - Hai scritto un capolavoro. - Ti ringrazio, sei molto gentile - rispose il medico commosso. Avrebbe voluto parlare, discutere di quel lavoro con l'amico, ma Morcaldi lo aveva già salutato e se n'era andato via come il fulmine. - Sempre di corsa, sempre indaffarato - disse Festa scuotendo il capo. Morcaldi fece rilegare elegantemente le copie, in modo che sem-brassero dei veri libri stampati. Le portò di persona ai cardinali che conosceva da tempo e con i quali era in contatto per la "riabi-litazione" di Padre Pio. - Leggete - diceva. - Rendetevi conto dell'importanza scientifica del caso e dell'ingiustizia che si sta compiendo nei confronti di questo uomo di Dio. Finito il giro della consegne, decise di sparire dalla circolazione, almeno per un po'. Lasciò Roma e si ritirò presso una famiglia ami-ca nei pressi di San Giovanni Rotondo. Alcuni giorni dopo scoppiò il finimondo. Il doftor Festa comin-ciò a ricevere lettere e telegrammi. Contenevano congratulazioni e proteste, ma anche minacce. "Quel farabutto mi ha fregato" pensò. "Adesso però me la pa-ga salata." Furibondo, andò alla ricerca dell'amico, ma l'appartamento di via Tibullo era chiuso. - Da giorni non si vede nessuno - gli dissero i vicini. Inviò telegrammi a San Giovanni Rotondo, ma anche là, di Morcaldi nessuna traccia. Una mattina ricevette un biglietto dal cardinale Gasparri: "Se le è possibile, venga oggi pomeriggio a casa mia". "Sono perduto" si disse il dottor Festa. Era certo che la convo-cazione da parte dell'illustre porporato riguardasse il suo mano-scritto. "La prima copia Morcaldi l'ha portata di sicuro a Gaspar-ri, e chissà che cosa vuole sapere adesso Sua Eminenza" ripeteva fra sé camminando nervoso nello studio. Non riuscì a pranzare. Era solito concedersi una breve pennichel-la nelle prime ore del pomeriggio, ma quel giorno non ci fu niente da fare. Aveva l'impressione che gli mancasse il respiro. Alle 16 era davanti all'appartamento dell'ex segretario di Stato di Pio XI. Si domandava se fosse l'ora adatta per suonare, oppure se fosse troppo presto. "Nel suo biglietto ha scritto 'nel pomeriggio"' si disse angoscia-to. "Sono le 4, anche se fosse andato a riposare a quest'ora do-vrebbe essere in piedi." Attese ancora un po'. Fece il giro del pa-lazzo e poi suonò. - Sono il dottor Festa - disse al domestico che venne alla porta. - Sua Eminenza l'attende nello studio - rispose questi facendo-gli strada nel grande appartamento, che aveva lo strano odore tipi-co delle biblioteche. - Oh, molto piacere di vederla - disse il cardinale alzandosi a fatica dalla sedia e andandogli incontro con modi cordiali. Gli strinse la mano, sorridente. Il dottor Festa Io osservava cercando di scorgere tra le pieghe del viso un messaggio, un'informazione. - Mi dispiace averla disturbata - esordì il cardinale entrando immediatamente in argomento. - Ho letto il suo studio e volevo avere qualche chiarimento. Tornò alla scrivania dove teneva aperto il manoscritto. Cercò alcuni punti che aveva segnato inserendo dei fogli nelle pagine. - Bel lavoro - mormorò come parlando a se stesso. Poi, rivol-gendosi al medico, aggiunse: - Oh, ecco qui, ho trovato. Volevo sapere qualche cosa di più preciso a proposito del capitolo che ha dedicato a Padre Gemelli. - Eminenza, quello che ho scritto corrisponde nel modo più assoluto alla verità. - Se combinassi un incontro con Padre Gemelli, qui a casa mia, lei verrebbe? - Senz'altro, Eminenza. Anzi, mi farebbe proprio piacere poter discutere con Gemelli di questa vicenda. Tutte le volte che ci siamo incontrati, mi ha dato assicurazioni che poi ha smentito con i fatti. - Le saprò dire. Comunque, devo farle i miei complimenti. Bel lavoro. Curato, importantissimo direi. Perché non lo pubblica? La domanda colse il dottor Festa in contropiede. - Non so se ne vale la pena - rispose. - Lo pubblichi - disse serio il cardinale. Festa ricevette molte congratulazioni. Lettere lunghissime da colleghi ammirati, e anche da personalità del mondo cattolico. Si rese conto che Padre Pio aveva numerosi ammiratori che però non volevano apparire. Con il passare dei giorni la sua rabbia contro Morcaldi andò sbollendo. Rimase però la paura. "Gemelli mi distruggerà" ripeteva fra sé molto preoccupato, ma nello stesso tempo sperava nell'incontro in casa del cardinale Gasparri. "Almeno potrò chiarire che io non volevo rendere di dominio pubblico il mio lavoro" si diceva. Morcaldi seguiva quanto avveniva a Roma attraverso persone fidate. Quando seppe che il dottor Festa si era calmato e non an- dava più a cercarlo in via Tibullo, decise di rientrare. Si presentò a casa dell'amico pronto a ricevere qualsiasi rimprovero. - Sei un vigliacco, un farabutto, non potrò mai più fidarmi di te - lo investì il dottor Festa fingendo una rabbia che ormai non provava più. - Sono venuto a chiederti perdono. - Perdono un corno. Mi hai recato un danno morale grandissi-mo. Ti ho denunciato. - Picchiami, se vuoi, ma sappi che l'ho fatto solo per Padre Pio. Aveva preparato una sceneggiata che a quel punto prevedeva che lui cadesse in ginocchio davanti all'amico, ma non fu necessa-rio, perché si era reso conto che Festa non era affatto furibondo. Anzi, a giudicare dal tono della voce non era neppure arrabbiato. E Morcaldi cambiò subito registro: - Tutti dicono che il tuo libro è un vero capolavoro. - Per la verità, anch'io ho ricevuto tante testimonianze di sti-ma e felicitazioni - disse Festa compiaciuto. - Perché non lo pubblichi? - Mi hai tradito. Avresti almeno potuto chiedere il mio per-messo, prima di farlo conoscere. - Ero certo che non me lo avresti concesso, ma sapevo che sareb-be stato utile alla nostra causa. Comunque, io l'ho dato a poche per-sone, alcuni cardinali e alti prelati. Sono stati loro a divulgarlo. - Non raccontarmi frottole. In ogni caso ti devo dire che ho ri-cevuto tante di quelle lodi che non me lo sarei mai aspettato. - Vedi? Ho fatto bene. Tu avevi paura, invece... - Invece un bel niente - lo interruppe Festa. - Sono sempre qui in attesa della vendetta di Gemelli. Quello non perdona. è un uomo freddo, non agisce d'impulso. Sta solo aspettando il mo-mento giusto per distruggermi, e sono certo che lo farà. - Se vuoi impedirglielo, devi passare all'attacco - suggerì Mor-caldi. - Visto che il libro ha suscitato tanti consensi, pubblicalo, e Gemelli avrà paura del tuo successo. - Potrebbe essere una buona soluzione - replicò Festa sor-prendendo ancora una volta Morcaldi. -Però non devi perdere tempo. è adesso che il libro può servi-re alla nostra causa. - Appena ho cominciato a ricevere lettere - disse Festa - ho capito che avevi messo in giro il mio manoscritto Sono andato dai carabinieri e ho sporto denuncia. Ma contro ignoti: non vole-vo coinvolgerti. Desideravo però mettermi al sicuro. Se Gemelli mi querelasse, ho un alibi: in realtà non intendevo rendere di do-minio pubblico il mio lavoro. "Adesso però ho delle ragioni per pubblicarlo. Aggiungo un'in-troduzione in cui racconto che il manoscritto mi è stato sottratto e poi è stato messo in circolazione a mia insaputa. Molti citano brani a sproposito, attribuendomi affermazioni e giudizi che danneggiano la mia professionalità. E allora, per tutelarmi, sono costretto a uscire allo scoperto facendo conoscere l'originale autentico delle mie ricerche. - Ottima decisione. - Ma chi lo pubblica? Non credo di poter trovare un editore pronto a mettersi contro Gemelli. - Pubblicalo in proprio. - Non ho soldi. Oltre tutto, sinceramente, non voglio rischia re. - Lo pubblico io. - Se trovi un finanziamento, sono d'accordo. - Ho dei risparmi, li investo in questo libro. Morcaldi, in realtà, non aveva una lira. Doveva ancora pagare i dattilografi che lo avevano aiutato a preparare le trenta copia del manoscritto. Ma era certo che il libro sarebbe servito alla causa di Padre Pio, e per lui era disposto a qualunque sacrificio. Cominciò a visitare tutte le persone importanti che conosceva a Roma. Parlava del libro che intendeva pubblicare. Raccontava com'era nato e che cosa conteneva. Doveva anche riferire della po-lemica con Padre Gemelli, e tutti, di fronte a questo particolare, di-ventavano prudenti. Gemelli era una potenza. Non riuscì a trovare nessuno che lo aiutasse nell'impresa. Si sarebbe dovuto mettere a cercare in altri ambienti, ma aveva fretta: il libro doveva uscire al più presto. Era una carta decisiva da giocare per la liberazione di Padre Pio. In quel momento, tuttavia, era impossibile. Morcaldi, intanto, continuò a servirsi delle copie che aveva fatto realizzare.

4

chiamo Padre Francesco Sa-verio e sono un religioso dei Carmelitani Scalzi. Alcuni amici mi hanno parlato di lei, e mi piacerebbe poterla incontrare. Se ha un pomeriggio libero, venga a trovarmi alla chiesa di Santa Teresa, in corso Italia." Francesco Morcaldi trovò il biglietto tra la corrispondenza rien-trando a Roma da uno dei suoi viaggi a San Giovanni Rotondo. Lo osservò, attratto anche dalla scrittura nitida e lineare. Non conosce-va questo Padre Francesco Saverio. Sapeva però dove si trovava la chiesa di Santa Teresa. E poiché annaspava alla ricerca di agganci, di contatti che potessero aiutare Padre Pio, pensò che ogni pista poteva essere quella buona e decise di andare dal Carmelitano quel giorno stesso. - Oh, avvocato, che piacere conoscerla! Morcaldi si trovò di fronte a un religioso di età imprecisata, ma non inferiore alla sessantina, alto, magrissimo, che metteva alle-gria al solo guardarlo. - Venga, dobbiamo parlare - aggiunse con un sorriso molto cordiale. Gli fece strada all'interno della chiesa. Passando davanti all'altare maggiore fece una profonda e armoniosa genuflessione, mantenendo il busto perfettamente eretto e fermandosi qualche attimo in devota preghiera con il ginocchio a terra e lo sguardo fisso verso il tabernacolo. "è uno di quelli che ci credono" disse fra sé Morcaldi, ammira-to da quella fede semplice e viva. Padre Saverio invitò l'ospite a entrare in una saletta accanto al-la sacrestia. - Qui nessuno ci disturba - disse. - Prego, si accomodi - e si sedette dall'altra parte del tavolo. - Ho bisogno che mi parli di Padre Pio - aggiunse immediatamente. - Amici comuni mi han-no riferito che lei lo conosce bene. Tutto si era svolto senza che Morcaldi avesse trovato l'occasione per dire una parola. Sembrava che Padre Saverio fosse al corrente di tutto, avesse idee chiare, avesse atteso quel momento da tempo. - Come mai questa curiosità? - domandò Morcaldi un po' sospettoso. - Da anni sento parlare di lui. Ma sempre da persone che rife-riscono cose sentite da altri. - Che cosa le hanno raccontato? - Di tutto. Nel bene e nel male. Tanto bene e tanto male. Per questo ho cominciato a incuriosirmi. Non è possibile che uno sia contemporaneamente un santo e un demonio. Morcaldi sorrise. - Per me è un angelo. - Fortunato lei che conosce un angelo. Piacerebbe anche a me conoscerlo. - Chi le ha fatto il mio nome? - domandò ancora Morcaldi, che non riusciva a capire da quali intenzioni fosse mosso quel reli-gioso nella ricerca di informazioni su Padre Pio. - Don Orione e Padre Bini. - Ah! - fece Morcaldi felice, e lasciando subito cadere tutti i suoi sospetti aggiunse: - Da Don Orione deve aver sentito "il be-ne" su Padre Pio. E anche da Padre Bini. - Esatto, ma in certi ambienti influenti del Vaticano, dove mi trovo spesso, ho sentito l'altra campana. E questi ambienti sono molto vicini al Sant'Uffizio. Certamente lei sa quale suono aveva quella campana. - Certo che lo so, eccome! Caro Padre, se Don Orione l'ha mandata da me significa che lei mi può aiutare. - Perlomeno ho intenzione di aiutarla. Anzi, vorrei aiutare Pa-dre Pio. - Mai come in questi momenti il Padre ha bisogno di aiuto. Vengo da San Giovanni Rotondo, dove mi sono fermato alcuni giorni, ma senza poterlo vedere. Mi hanno riferito però che soffre moltissimo, non tanto per le calunnie infami che sono state messe in giro sul suo conto, quanto per non poter confessare. Era uno che stava in confessionale anche diciotto ore al giorno. I penitenti attendevano due, tre settimane per confessarsi da lui. Venivano da ogni parte e se ne tornavano a casa convertiti, trasformati. E ora gli hanno tolto la facoltà di confessare. - Mi è stato riferito. è un provvedimento severo, che presup-pone mancanze gravissime. - Padre Pio è innocente come un angelo. - Che cosa sta facendo per difendersi? - Niente, che io sappia. Soffre e piange. - Male - disse deciso Padre Saverio. - L'innocente deve di-fendersi. Ricordo che un mio antico confratello, Padre Antonio, cofondatore dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi insieme a San Gio-vanni della Croce e a Santa Teresa d'Avila, diceva: "Un sacerdote innocente che non si difende quando è accusato di colpe gravi commette peccato mortale". - Ma come potrebbe difendersi Padre Pio? Gli hanno proibito di avere contatti con la gente, di scrivere lettere. Vive isolato dentro il convento. Non può neppure dire la Messa in pubblico. Dovreb-bero difenderlo i suoi confratelli, ma anche loro sono accusati di colpe orribili e quindi non hanno alcun credito. Si è scatenato un meccanismo diabolico per cui questo povero innocente si trova nella condizione di non poter neppure tentare la propria difesa. Per questo noi suoi amici laici e suoi "figli spirituali", ci diamo da fare. - Lei che cosa sta combinando in suo favore? - Io batto due strade. La prima mira a dimostrare che Padre Pio è un religioso dotato di straordinari carismi, quindi un uomo di Dio. Ho fatto pubblicare un poderoso studio scientifico sulle ferite che da tredici anni il Padre ha sul proprio corpo. Si tratta della relazione di un medico che a suo tempo ebbe modo di stu-diare quelle piaghe ufficialmente, anche a nome del Sant'Uffizio. è l'unico medico che le ha esaminate a lungo, osservandole ripetu-tamente, in tempi diversi e lontani. E le sue conclusioni non la-sciano dubbi: sono segni inspiegabili per la scienza medica. "La seconda strada ha lo scopo di dimostrare che le accuse mosse contro Padre Pio sono false. Con un amico, figlio spirituale del Padre, abbiamo svolto un'inchiesta meticolosa e poi scritto un libro sulle persone che accusano il Padre, dimostrando che non sono attendibili. Anzi, dimostrando che hanno ordito un piano diabolico per distruggere il suo prestigio attraverso una serie di calunnie inventate di sana pianta." -Interessante. E perché queste persone nutrirebbero tanto odio per Padre Pio? -Perché lui vive da santo e loro da malandrini. La gente fa i confronti, e quegli individui vorrebbero dimostrare che il Padre non è diverso da loro. - Mi piacerebbe leggere questi due libri. - Glieli faccio avere domattina. - Li aspetto, li leggerò e poi ci vedremo di nuovo. - Si alzò di scatto, agilissimo. - è stato un piacere parlare con lei, e ci tengo a vederla quanto prima. Non si pentirà. - Salutò cordialmente Morcaldi stringendogli la mano con vigore e lo accompagnò alla porta che dal convento immetteva in chiesa. - Arrivederci - dis-se ancora con un simpatico sorriso. «è un personaggio curioso" pensava Morcaldi mentre attraver-sava la chiesa per tornare in corso Italia. «Però mi sembra una persona sincera." Quattro giorni dopo Morcaldi ricevette un nuovo biglietto da Padre Saverio: «Ho bisogno di vederla". Ci andò subito. Accorreva in tutte le direzioni che potessero of-frirgli qualche aiuto per Padre Pio. Dopo il primo incontro, Morcaldi aveva svolto indagini su Pa-dre Saverio, scoprendo che quel religioso era una personalità im-portante. Era assai stimato in Vaticano, legato a cardinali e alti prelati. Era inoltre il confessore del cardinale Raffaello Carlo Ros-si, un porporato di grande prestigio da poco nominato segretario della Sacra Congregazione Concistoriale. - Ho parlato con il cardinale Rossi, che conosco bene - esordì Padre Saverio. - Gli ho portato anche i due libri che mi ha dato. - Che dice il cardinale? - Vuole incontrarla. - Quando? - Appena lei ha tempo. - Anche subito. - Bene. Mi ha già detto che, se per lei va bene, l'aspetta do-mattina alle li nel suo ufficio, alla Concistoriale. Morcaldi arrivò in anticipo. Poiché gli uffici della Concistoriale si trovavano nella piazza antistante la Basilica di San Pietro, cercò di ingannare il tempo ammirando la bellezza di quella grande chiesa e del mastodontico colonnato. Mentre osservava compiaciuto, però, vide sul fondo, a sinistra, dietro il colonnato, il palazzo del Sant'Uf-fizio, e quella visione lo rese nervoso. Sentì crescere dentro di sé un astio irrefrenabile. "Noi cristiani costruiamo monumenti, innalziamo chiese, ma a volte uccidiamo le persone" borbottava fra sé, pensando natural-mente a Padre Pio e alla sua condizione di carcerato sancita da un de-creto del Sant'Uffizio. « Chissà se un giorno davanti a questa chiesa, in questa piazza, si raduneranno delle persone per esaltare le virtù di Padre Pio, oppure se la sua vicenda si concluderà lasciando soltanto una marea di denunce e documenti negli archivi del Sant'Uffizio. Chissà! E quando? Tra quanti anni o secoli?" Il campanile della vicina chiesa di Sant'Ignazio suonò le il. Morcaldi salì al secondo piano del palazzo della Concistoriale. Era atteso e venne fatto accomodare in un'ampia sala dai soffitti altissimi. Le finestre davano su piazza San Pietro. Dopo pochi se-condi, da una porta laterale, perfettamente mimetizzata nella pa-rete, arrivò il cardinale Rossi. Morcaldi rimase sorpreso dal suo aspetto giovanile. Sapeva che aveva cinquantacinque anni, ma non li dimostrava affatto. - Ho letto i due libri che mi ha dato Padre Saverio - esordì asciutto e quasi irritato mentre Morcaldi gli baciava l'anello. - Che ne pensa, Eminenza? - Interessante il manoscritto del dottor Festa. Molto preoccu-pante e sconcertante invece la Lettera alla Chiesa. Morcaldi si trovò spiazzato e non gli vennero le parole per re-plicare. - Perché tanto astio, tanto accanimcnto contro la Chiesa? - domandò il cardinale sempre in un tono intriso di livore. - Non contro la Chiesa, ma contro alcune persone che alla Chiesa fanno del male - rispose Morcaldi che si stava risveglian-do dal torpore iniziale. - Ne è sicuro? - Credo di averlo ampiamente dimostrato - affermò risoluto. Si sentiva me glio. Aveva vinto l'indecisione del primo impatto e voleva tener testa a quel cardinale che tentava di metterlo in soggezione. - La pubblicazione di un simile libro sarebbe molto dannosa per la Chiesa - disse ancora il cardinale. - Pensa che l'ingiusta condanna di un innocente faccia onore alla Chiesa? - replicò Morcaldi. - Non spetta a lei dire che si tratta di ingiusta condanna. - Se ha letto bene il mio libro, ho ampiamente dimostrato che le accuse sono costituite da calunnie, e si sono rivelate tali anche nel corso di un'inchiesta svolta proprio dal Vaticano. Tanto è vero che i responsabili sono stati tutti puniti. Ma l'innocente, invece di una riabilitazione piena, ha ricevuto ulteriori punizioni, anzi, la carcerazione. - Ci saranno certamente delle ragioni gravi. - Altre calunnie, non ragioni. - Come fa a esserne sicuro? - Sono un avvocato e seguo questa vicenda da dieci anni. Pos-so ritenermi un esperto. - Volete sollevare uno scandalo per motivi finanziari? - Se avessimo avuto questa intenzione, con il materiale in no-stro possesso avremmo già agito, e in modo assai più pesante che non compilando quel libro. Il cardinale rimase qualche attimo in silenzio riflettendo, poi disse cambiando tono: - Padre Saverio mi ha parlato molto bene di lei. Mi ha detto che è un figlio devoto della Chiesa. - Faccio del mio meglio. Da giovane sono stato un po' distrat-to, non mi interessavo di certi valori, ma poi ho avuto la fortuna di incontrare Padre Pio, e lui mi ha cambiato. - Io sono convinto che la Chiesa farà giustizia e che Padre Pio sarà riabilitato. - è un ritornello che sento ormai da anni. Mi permetta di prendere le sue affermazioni con un po' di scetticismo. - Si fidi di me - disse il cardinale con dolcezza. Questa volta fu Morcaldi a rimanere alcuni secondi in silenzio. Sentiva nelle orecchie la frase di Padre Pio: "Satanasso, gettati ai pie-di della Madre Chiesa". "Perché sento quelle parole?" si domandò Morcaldi. "Significa forse che mi devo fidare del cardinale?" - Mi fido certamente di lei, Eminenza - disse infine Morcaldi. - Ma so che anche lei non è in grado di risolvere il problema da solo; Nemmeno il cardinale Gasparri, quando era segretario di Stato, è mai riuscito a fare quel che riteneva giusto e che voleva fare per Padre Pio. La questione è molto ingarbugliata. Perciò io e gli amici miei, dopo anni di attesa~ abbiamo deciso di ricorrere a questi mezzi estremi che, ne siamo consapevoli, non sono certo raccomanda bili. - Mi fa piacere che lo riconosca - commentò brusco il cardi-nale. - Voi in realtà state ricattando la Chiesa. - è proprio così. Noi abbiamo compilato questo libro raccon-tando la verità. Una verità che serviva a evidenziare un'enorme ingiustizia. Non lo abbiamo pubblicato subito perché lo scopo era di informare i responsabili. Perciò abbiamo diffuso alcune copie dattiloscritte solo fra gli "addetti ai lavori". I quali, come le ho già detto, se ne sono serviti, hanno constatato che le nostre denunce corrispondevano al vero, hanno punito i colpevoli, ma senza ripa-rare l'ingiustizia. Adesso noi chiediamo che quell'ingiustizia sia riparata, e al più presto, altrimenti il libro sarà reso di dominio pubblico. - Un ricatto bell'e buono. - Certamente, un ricatto. Chi conosce l'ingiustizia e non la combatte si rende responsabile della stessa. Trattandosi di perso-na a noi molto cara, vogliamo aiutarla in tutti i modi. - Quella che state percorrendo non è la strada giusta. - Ci indichi lei quella efficace. - Fidatevi di me: mi impegno personalmente a chiarire la que-stione, cioè a rendere giustizia a Padre Pio. Ma voi dovete dare una prova tangibile del vostro attaccamento alla Chiesa, della vo-stra fiducia filiale in essa. - Che genere di prova? - Consegnare tutte le copie della Lettera alla Chiesa e gli origi-nali dei documenti che contiene. - Lei mi chiede una cosa impossibile. - Non sono io a chiedergliela, è la Chiesa. - Ci sono altre persone coinvolte in questa impresa. Abbiamo lavorato insieme per mesi e mesi, affrontando sacrifici indicibili. Non accetteranno mai di consegnare i documenti. - Io le prometto, le do la mia parola, che il vostro gesto servirà a ottenere ciò che volete. - E come posso spiegarlo agli altri? - Non sono in grado di aiutarla. Per quanto mi riguarda, mi espongo di persona. Al resto deve provvedere lei. Morcaldi si sentiva schiacciare. "E se, dopo avergli consegnato quei documenti, il cardinale non mantenesse la promessa?" si domandava. Ma subito aggiungeva fra sé: «Se non mi fido di un cardinale che mi dà la sua parola d'onore, non mi posso più fidare di nessuno". Doveva decidere. Pensò a Padre Pio quasi invocandolo per ave-re un consiglio. Vide i suoi occhi corrucciati e udì la sua voce che gli diceva: "Satanasso, gettati ai piedi della Chiesa". - Va bene. Io mi fido di lei e offro alla Chiesa la mia prova di fiducia. Mi auguro di non rimanere deluso per l'ennesima volta. - Ora so che lei è un devoto figlio della Chiesa come mi ha as-sicurato Padre Saverio - disse il cardinale alzandosi dalla sedia. - Non se ne pentirà, glielo assicuro. Alzò la mano benedicente. Morcaldi si inginocchiò ai suoi piedi. - Teniamoci in contatto attraverso Padre Saverio - aggiunse il cardinale uscendo dalla porta laterale da cui era arrivato.

5

Mentre lasciava il palazzo della Concistoriale, Francesco Morcaldi era piuttosto preoccupato. L'in-contro con il cardinale Raffaello Rossi aveva aperto prospettive che erano sì interessanti, ma anche molto pericolose. "Potrebbe essere l'inizio di una soluzione definitiva" rifletteva fra sé l'avvocato camminando frettoloso. Aveva deciso di tornare a casa a piedi, per rilassarsi e chiarirsi le idee. Camminare lo aiu-tava a pensare. "Io consegno le copie del libro e gli originali dei documenti al cardinale Rossi, e poi?" si domandava. "E se non succede niente? Se Padre Pio continua a restare prigioniero? è vero che il mio in-terlocutore è un cardinale, un principe della Chiesa, ma non sa-rebbe il primo a fregare il prossimo." Ripensando all'incontro con il porporato, gli pareva di aver agi-to troppo impulsivamente. "Avrei dovuto prendere tempo, tenerlo sulla corda, fargli capire che non ero disposto a trattare subito." Gli venne in mente Padre Pio. Antonio Massa, nella sua ultima lettera da San Giovanni, gli aveva scritto: «Il Padre sta malissimo. Fa una gran pena vederlo in quello stato". «Ammettiamo" disse a se stesso "che il cardinale si prenda il li-bro e i documenti e non muova un dito per il Padre: che potrei fa-re io? Lamentarmi? Con chi? In base a quali accordi?" Sentì come un brivido lungo la schiena. Un senso di vuoto, qua-si un capogiro. Non aveva niente in mano, era costretto a fidarsi sulla parola. Camminò in silenzio. "Se non mi fido di lui" disse ancora fra sé Morcaldi «di chi dovrei fidarmi? Non ho parlato con segretari, intermediari, ma direttamente con lui, e mi ha dato la sua parola d'onore." Gli parve di sentire la voce di Padre Pio, severa e decisa: "Sata-nasso, gettati ai piedi della Chiesa". - Caro Padre - disse ad alta voce come se Padre Pio fosse lì, con lui, in mezzo a quella gente affannata e stanca - io mi getto, ma se le cose non dovessero andare per il verso giusto, Emanuele mi uccide. - Che cosa ha detto? - gli domandò un passante che lo aveva sentito parlare. - Ah, niente, mi scusi. Sa, ogni tanto parlo da solo. - Succede anche a me, soprattutto quando litigo con mia mo-glie. Me ne vado in giro e mi accorgo che parlo da solo ad alta vo-ce. - Sorrise. - Le preoccupazioni fanno perdere la testa - disse Morcaldi. - Ha proprio ragione - commentò lo sconosciuto agitando ri-petutamente il capo in segno di consenso. Le preoccupazioni! Quella sera Morcaldi era tenuto sulle spine da molte preoccupazioni. Soprattutto da una, che si chiamava Ema-nuele Brunatto. "Se lo informo di questa trattativa, non accetterà mai le condi-zioni suggerite dal cardinale Rossi" si disse Morcaldi. "Se agisco di mia iniziativa, tenendolo all'oscuro, e l'operazione non va a buon fine, sarà la fine della nostra amicizia. Morcaldi ormai conosceva molto bene Brunatto. Non aveva nessun dubbio sul fatto che fosse un uomo dal cuore d'oro, gene-roso fino all'inverosimile. Ma sapeva anche che era facile all'ira. Erano più di cinque anni che Brunatto lavorava per mettere insie-me quei documenti. "Chissà quanto gli sono costati!" pensò. "Anche dal punto di vi-sta economico. Deve aver speso una fortuna. E chissà dove è anda-to a trovare i soldi. E adesso io prendo quei documenti e, a sua insa-puta, di mia iniziativa, li consegno all'avversario 'sperando' che faccia qualcosa per liberare Padre Pio! è indubbiamente una cosa pazzesca! Un rischio tremendo, azzardato. Brunatto avrebbe pie-namente ragione di arrabbiarsi. Ma se non rischio..." Organizzare la consegna dei libri e dei documenti segreti non fu facile. Le persone che li custodivano si erano impegnate a non cederli per nessun motivo. Brunatto aveva preso precauzioni severe e astute. Aveva raccomandato loro di non dare mai niente a nessu-no se non dietro un ordine scritto e firmato da lui e da Morcaldi. Le due firme insieme. Una non sarebbe stata sufficiente. Le persone scelte per la custodia erano fidatissime. Nessuna avrebbe mai tradito. Morcaldi pensò che, per convincerle a ceder-gli i documenti senza il consenso di Brunatto, doveva dire loro la verità. Andò a San Giovanni Rotondo e radunò gli amici in casa delle sorelle Serritelli, dove erano custoditi i documenti. Oltre alle pa-drone di casa e allo stesso Morcaldi, c'erano Antonio Massa e Matteo Merla, i due amici del "Comitato per la difesa di Padre Pio" più attivi in quel momento. Morcaldi raccontò il suo incontro con il cardinale Rossi e riferì la richiesta esplicita che questi gli aveva fatto. - Al termine di una lunga discussione mi ha detto: «Occorre che diate una prova tangibile del vostro attaccamento alla Chie-sa", facendomi chiaramente capire che questa prova serviva a convincere il Papa della nostra serietà. E ha aggiunto deciso: "Ap-pena consegnati tutti i libri e i documenti, Padre Pio sarà libero". Ha detto proprio così. - Impossibile, richiesta impossibile! - sbottò Antonio Massa. - Sono la nostra unica arma. Se li consegniamo, siamo finiti -aggiunse Matteo Merla. - E poi non siamo i proprietari di quei documenti - precisò Angela Serritelli. - Li abbiamo solo in consegna e ci siamo impe-gnati a custodirli gelosamente. - Bisogna avvertire subito Brunatto - propose Massa. - Calma, calma - intervenne Morcaldi. - Ragioniamo un po-co. Tutto quello che dite è giusto, però voi sapete bene che Brunatto non cederà mai i documenti, quindi chiamarlo in causa significhe-rebbe chiudere la trattativa. D'altra parte, io ho l'assicurazione for-male che alla consegna dei documenti Padre Pio sarà liberato. è la promessa di un cardinale che mi ha dato la sua parola d'onore. E non l'ha data solo a me, ma anche ad altre persone, come Padre Sa-verio, suo confessore, Padre Bini, che mi ha mandato da lui, e credo anche Don Orione, che è all'origine segreta di questa iniziativa. Tocca a noi fare una scelta precisa: fidarci, consegnare i documenti e ottenere la liberazione di Padre Pio; oppure continuare questa lot-ta disperata che non presenta, per il momento, alcuna via d'uscita. - E se poi il cardinale non libera il Padre? Che garanzie abbiamo che manterrà la sua promessa? - domandò Massa. - La sua parola - rispose Morcaldi. - Purtroppo, nient'altro che la sua parola. Lo so che è poco, ma trovate un'altra strada... - Non mi fido - replicò Antonio Massa dopo qualche attimo di riflessione. - Parole sacrosante! - disse Morcaldi. - Che però danno un nuovo giro di chiave alla prigione di Padre Pio... - Che intendi dire? - Butti via l'unica occasione che ci viene offerta in questo mo-mento per tentare di porre fine al carcere del Padre. - Ma se il cardinale non mantiene la parolà, abbiamo buttato via tutte le occasioni possibili. Senza quei documenti per noi è fi-nita, non possiamo più trattare con quei signori. - è vero anche questo - ammise Morcaldi e aggiunse: - Se, però, il cardinale fosse uomo di parola, avremmo risolto la que-stione. Comunque ci siamo riuniti per discutere, valutare e pren-dere una decisione. Io mi sono impegnato a dare una risposta. - Io rischierei - disse Matteo Merla. - Anch'io - aggiunse Angela Serritelli. - Non riesco a convincermi - affermò scuotendo tristemente il capo Antonio Massa. - Però credo che si debba rischiare. - Allora siamo tutti d'accordo - concluse Morcaldi. - Posso cominciare a organizzare la consegna. I presenti annuirono in silenzio. «L'ostacolo più difficile è superato" disse fra sé Morcaldi men-tre camminava nella notte verso la propria abitazione. Il paese era avvolto nel silenzio. Spirava una leggera brezza. L'estate ormai se n'era andata. "Siamo a metà settembre, e il caldo canicolare dovrebbe essere finito" si disse ancora Morcaldi inspirando profondamente. "La prima pioggia d'agosto rinfresca il bosco." Sorrise. Aveva meccanicamente ripetuto quel vecchio proverbio che, da bambino, aveva sentito tante volte dalla nonna. La nonna! L'infanzia! Quanti ricordi in quel paese, per quelle strade. Quanti anni erano passati. Quanti sogni non realizzati. Quante avventure aveva affrontato: la guerra, la Vita a Roma, le lotte politiche. E ora era lì a dannarsi per un frate chiuso in convento, come un car-cerato. Da mesi buttava via tempo e denaro, trascurava gli affari. Non pensava al proprio avvenire, preoccupandosi solo di quel religioso. Guardò in direzione della chiesetta di Santa Maria delle Grazie. Non si vedeva niente, ma sentì nel cuore un palpito, un sentimen-to fresco. "Non so perché" si disse Morcaldi "ma quello non è un religio-so qualsiasi. è Padre Pio. Io non mi batto per un innocente, mi batto per Padre Pio. è come se mi battessi per mio padre, per me stesso. Come sia nato questo legame, non lo so, ma è fortissimo. E sento che per lui farei qualunque cosa." Il mattino dopo Morcaldi cominciò a pensare ai volumi di Let-tera alla Chiesa custoditi in un garage a Monaco di Baviera. Li aveva in consegna Giuseppe De Paoli, un gioielliere di Bolzano che aveva negozi anche in Germania. "Figlio spirituale" di Padre Pio, De Paoli era un uomo fidatissimo, molto affezionato a Bru-natto. Morcaldi gli scrisse una lunga lettera in cui metteva a dura prova tutte le sue capacità dialettiche. Spiegò anche a lui la que-stione, gli evidenziò l'impossibilità di convincere Brunatto a com-piere quell'operazione, ma che era l'unico tentativo possibile per cercare di abbreviare le sofferenze di Padre Pio. Questo argomento, "abbreviare le sofferenze di Padre Pio", fu decisivo. Leggendo la lettera, De Paoli sentì che doveva fare il pos-sibile per collaborare. Tutti i "figli spirituali" del Padre sapevano quanto dolorosa fosse quella segregazione per lui, che aveva votato la propria vita al prossimo. Valutando le prospettive che avevano di fronte, sapendo che l'interlocutore era il cardinale Rossi in per-sona, anche De Paoli decise che era giusto rischiare. Tutto era pronto, quindi. Morcaldi e gli altri amici del Padre ave-vano fretta. Volevano abbreviare al massimo la sua segregazione. Morcaldi tornò a Roma. - Siamo pronti - comunicò a Padre Saverio. - Mi dica a chi devo consegnare il materiale. - Questa sera vado dal cardinale e domattina riceverò istruzio-ni precise - rispose. Il giorno dopo Padre Saverio disse a Morcaldi: - I libri devono essere consegnati al Nunzio Apostolico di Mo-naco di Baviera. Lui è già al corrente e provvederà a farli perveni-re al Papa con una valigia diplomatica. In questo modo, mi ha spiegato il cardinale, si evita che vengano controllati alla frontie-ra. Gli altri documenti invece li consegnerete a me, che li porterò personalmente al cardinale Rossi. - Quindi, devo far trasportare i libri dal loro nascondiglio se-greto alla Nunziatura - disse Morcaldi. - Esatto. Il cardinale ha detto che le spese saranno a carico della Nunziatura. - No, no - replicò con orgoglio Morcal di. - Non voglio sov-venzioni da nessuno Provvederò io, a mie spese, a mandare una persona di mia fiducia a effettuare il trasporto. - Per i documenti originali ci vediamo qui da me. - Sarò da lei al più presto. - Vedrà che i risultati dell'operazione saranno immediati - aggiunse Padre Saverio. Morcaldi fece in modo che fosse eseguito tutto alla perfezione e anche in fretta. In data 10 ottobre 1931 il segretario della Nunzia-tura Apostolica di Monaco di Baviera rilasciava a Giuseppe De Paoli, su carta intestata, una dichiarazione in cui affermava di "aver ricevuto 998 copie del libro Lettera alla Chiesa e 13 pacchi di cliché". In data 19 ottobre Padre Saverio, a Roma, rilasciava a Morca!-di una dichiarazione in cui riferiva di «aver ricevuto 21 buste di documenti originali, debitamente elencati in appositi fogli e da me controllati", e che il tutto era stato da lui personalmente "rimesso nella mani delle alte autorità della Chiesa". Diceva anche: "Ci tengo a dichiarare che l'avvocato Francesco Morcaldi ha effettua-to tale consegna per mio mezzo, da figlio obbediente della Chiesa, a conoscenza della delicatezza dei medesimi documenti disinteres-satamente e al solo scopo di fare atto filiale e devoto ossequio alle suddette autorità ecclesiastiche". Cominciò l'attesa. A San Giovanni Rotondo tirava aria di festa. Morcaldi era convinto di aver portato a termine un'importante operazione diplomatica. Tutti coloro che vi avevano collaborato erano soddisfatti. Ma tutti, ora, attendevano i risultati. Morcaldi era impaziente. Pensava che lo "scambio" fosse im-mediato. Lui aveva consegnato libri e documenti, loro dovevano liberare Padre Pio. Dopo una settimana andò a trovare Padre Saverio. - Sia ragionevole - gli disse il religioso. - Il meccanismo ec-clesiastico è piuttosto complicato, fatica a mettersi in moto. Si tratta di aspettare qualche giorno ancora. Qui c'è di mezzo un cardinale importante, stia sicuro che tutto andrà a buon fine. Passarono altre due settimane. - Ho saputo proprio ieri che il Sant'Uffizio si è riunito in ses-sione plenaria e ha deciso la liberazione di Padre Pio - disse Pa-dre Saverio. - Ma quando avverrà questa liberazione? - insistette Morcaldi. - Il tempo di formalizzare la decisione. - Quanto tempo? - Non lo so, non credo ci vorrà molto tempo. A dicembre Morcaldi ricevette una brutta notizia, un colpo mor-tale al suo progetto. La notizia proveniva dal Guardiano del convento di Santa Ma-ria delle Grazie, Padre Raffaele, di cui Morcaldi era amico. Padre Raffaele, ufficialmente, non sapeva nulla di ciò che Morcaldi e i suoi amici stavano facendo a favore di Padre Pio. In realtà era al corrente di tutto. Non poteva approvare quei metodi poco orto-dossi, ma in cuor suo sperava che riuscissero smuovere qualcosa. Perciò seguiva, e, se poteva, dava qualche aiuto. - Mi ha scritto il Padre generale, ci sono brutte notizie - co-municò a Morcaldi che era andato a fargli visita. - Non è possibile. Ho ricevuto assicurazioni dal cardinale Rossi che Padre Pio sarà liberato il più presto possibile - affermò sicuro Morcaldi. - Nella sua lettera il Generale mi informa di aver inviato una richiesta al Sant'Uffizio per ottenere un « addolcimento" della condizioni di Padre Pio. Non la «liberazione", ma un «addolci-mento" dell'attuale stato di segregazione. E gli è stato rifiutato. Questo significa che al Sant'Uffizio non sanno proprio niente del-le promesse del cardinale Rossi. Morcaldi si senti mancare. Provò un senso di amarezza tremen-do. Si era fidato di quel porporato per devozione alla Chiesa, e sembrava che la sua fiducia fosse stata mal riposta. - Se le cose stanno veramente così - disse - allora è proprio fi-nita. Nel senso che non ci si può più fidare di nessuno. - Non saprei proprio che cosa pensare - aggiunse amaramen-te Padre Raffaele. - Anch'io mi ero illuso che la trattativa con il cardinale Rossi fosse più che sicura. Tuttavia, se ci fosse qualche iniziativa in corso, quelli del Sant'Uffizio non avrebbero dato una simile risposta al nostro Generale. Morcaldi aveva il morale a terra. Non riusciva ancora a convin-cersi che il cardinale lo avesse ingannato. "Non posso condannarlo finché lui stesso non nii ha dato una spiegazione" si disse e decise di tornare a Roma. L'atmosfera della città eterna in quei giorni che precedevano il Natale era fantastica. Nelle chiese c'era un fervore religioso e un'aria di festa che commuovevano. Morcaldi cominciò a tempe-stare di domande tutte le persone che lo avevano affiancato nel-l'operazione a favore di Padre Pio, e tutte difendevano accanita-mente il cardinale Rossi. - è una persona degnissima - gli assicurò Padre Bini. - è stato Don Orione a suggerirci di rivolgerci a lui. - So con certezza che manterrà le sue promesse - affermò ca-tegorico Padre Saverio, confessore del cardinale Rossi. Morcaldi registrava con soddisfazione tutte quelle prove di sti-ma nei confronti del cardinale, ma continuava a essere sulle spine~ Finalmente riuscì a farsi ricevere dal porporato. - Non deve agitarsi, ho promesso e manterrò - disse il cardi-nale Rossi. - Mi hanno riferito che al Sant'Uffizio non sanno niente delle sue promesse. - Non dia ascolto alle chiacchiere. I miei contatti non sono con gli impiegati del Sant'Uffizio. Si fidi di me. - I documenti che le ho consegnato sono arrivati al Papa? - Tutto a posto. Lei è stato preciso. - Ma lei, Eminenza, mi fa sospirare. Io pensavo che lo scambio fosse immediato... - Figliolo, mi sto muovendo. La pratica procede. Al Sant'Uffi-zio stanno studiando la formula da usare per poter cambiare le di-sposizioni. A quanto mi risulta, non è mai accaduto che il Sant'Uf-fizio abbia riesaminato una pratica già archiviata con il proposito di modificarne le conclusioni. Bisogna lasciar loro il tempo per mo-tivare le ragioni di questo cambiamento.

6

A San Giovanni Rotondo la vita di Padre Pio scorreva nell'immobilità assoluta. La sua giornata era fat-ta soprattutto di preghiera. La Messa che celebrava in una celletta trasformata per l'occasione in piccola cappella, alla presenza del so-lo inserviente, durava anche tre ore, ed era seguita da almeno un'ora di ringraziamento in coro. Il tempo libero il Padre lo trascorreva in biblioteca a leggere libri di storia della Chiesa e di teologia. Pochissime persone riuscivano a entrare in convento e ad avere contatti con lui. Solo un giovane di San Giovanni Rotondo, Pe-truccio, cieco dalla nascita, aveva il privilegio di poter incontrare il Padre quando voleva. E attraverso quel giovane Padre Pio face-va arrivare, di tanto in tanto, qualche bigliettino agli amici, alle "figlie spirituali". Era l'unico conforto umano che si concedeva. Secondo le dispo-sizioni dei Superiori, gli sarebbe stato proibito anche quello. Ma Padre Pio era una persona con cuore e sentimenti, e sapeva che quel piccolo, innocente sotterfugio, non faceva del male a nessuno e gli permetteva di portare un po' di sollievo alle persone che lo amava-no e che, in questa situazione, soffrivano pensando a lui. I pellegrini, sapendo che non era più possibile incontrare il Padre, a poco a poco erano andati scemando. Con l'arrivo della stagione invernale, quasi più nessuno saliva al convento. Il sagrato della chie-sa, un tempo sempre popolato, era deserto. Il silenzio assoluto. Ogni giorno, verso il tramonto, arrivava una ragazza che entrava in chiesa e si fermava a lungo a pregare. Poi usciva e, lentamente, fa-ceva un giro intorno alle mura dell'orto, guardando di tanto in tanto verso il convento nella speranza di vedere Padre Pio. Per i pellegrini di passaggio era una sconosciuta, mentre gli abitanti di San Giovan-ni la conoscevano bene: era Cleonice, una delle "figlie spirituali" di Padre Pio, la più giovane e quella che gli era più affezionata. Il Padre l'aveva vista crescere fin da quando era bambina. Orfana di papà, aveva trovato in lui un sostegno affettivo straordinario. Un "secon-do papà" che, con i suoi consigli e incoraggiamenti, l'aveva aiutata, soprattutto negli anni difficili degli studi magistrali. Adesso, non potendo parlare con lui, si sentiva orfana per la seconda volta. - Non devi andare al convento - gli ripeteva sua madre, Car-mela, anche lei "figlia spirituale" di Padre Pio. - Lo sai che non puoi vedere il Padre. Che ci vai a fare? - Se mio padre fosse in carcere - rispondeva Cleonice - io continuerei a girare intorno a quel carcere pur di poterlo védère. Padre Pio è come un papà per me, lo sai bene. Non posso rinun-ciare a tentare di vederlo, sia pure da lontano. Carmela capiva. Soffriva moltissimo anche lei per Padre Pio, ma anche per quella sua figlia, così affezionata al religioso. Un giorno Cleonice pensò di servirsi di Petruccio per far giunge-re un bigliettino al Padre. Su un foglio strappato da un quaderno di scuola scrisse: "Caro Padre, non vi affliggete tanto. Ora voi po-tete stare più vicino a Gesù, potete pregare di più". - Petruccio, fammi il favore, consegna questo bigliettino al Pa-dre - disse Cleonice al fortunato giovane che poteva entrare e uscire dal convento quando voleva. - Certo, Cleonice, lo faccio volentieri - rispose Petruccio che, nonostante il suo handicap, sapeva perfettamente quali erano le persone più care e vicine a Padre Pio, di chi poteva fidarsi e a chi poteva fare dei favori. Il giorno dopo Petruccio tornò da Cleonice con la risposta. Sul-lo stesso foglio il Padre aveva scritto: "Prega, e non credere che io sia contento. Farò la volontà di Dio. Ma devi sapere che la missio-ne del sacerdote è sull'altare e in confessionale". Il Padre, quindi, obbediva a quanto gli era stato imposto, ma ri-badiva la sua convinzione che quel "carcere" non era giusto, né davanti agli uomini né davanti a Dio. Aveva ricevuto una missine da Dio e doveva esercitarla. Non aveva commesso colpe che giustificassero quella punizione. Perciò soffriva. "Non credere che io sia contento." Cleonice voleva essergli vicino, fare qualche cosa per lui. Desi-derava fargli sentire il suo affetto filiale. Aveva escogitato un pia-no: trovare il modo di far sapere al Padre che, in alcuni momenti della giornata, si metteva in contatto spirituale con lui e, insieme, restavano uniti nella preghiera davanti a Dio. Tornò da Petruccio con un nuovo biglietto per il Padre in cui gli domandava quanto tempo, la sera dopo cena, si tratteneva in coro a pregare. Lui le rispose che ci stava fino alle li. Allora Cleonice gli scrisse: "Padre, mentre voi siete nel coro a pregare, io salgo nel-la soffitta della mia casa, dove c'è un abbaino dal quale posso ve-dere il convento. Vi tengo compagnia pregando per voi e per le vostre intenzioni". Padre Pio le rispose: «Ti permetto di stare a pregare in soffitta solo fino alle 11, ma non un minuto di più. Prima di ritirarmi nel-la mia cella, io vado a spegnere il faro che, quando comincia a far buio, viene acceso davanti alla chiesa. Quando vedi che spengo quel faro, sappi che ti do la benedizione e la buona notte". Leggendo quel biglietto Cleonice provò una grande gioia. Ave-va instaurato un contatto, un dialogo a distanza. Un dialogo tra anime: quella di un giovane sacerdote segnato nel corpo con il si-gillo di Cristo e ingiustamente incarcerato; e quella di una ragazza segnata dall'innocenza e dall'entusiasmo della propria giovinezza vissuta alla luce della fede e dell'amore. Tutte le sere Cleonice saliva in soffitta e si affacciava a quell'abbaino che le permetteva di vedere da lontano il faro acceso davan-ti alla chiesa del convento. Restava là, concentrata nella preghiera più intensa, sapendo di trovarsi davanti a Dio insieme al Padre, che in quel medesimo istante pregava nel coro della chiesa di fron-te al tabernacolo. E, in comunione spirituale con lui, offriva amo-re e sacrifici, offriva tutta se stessa per continuare la missione su-prema del Cristo, la salvezza del mondo. Cleonice si immergeva nella contemplazione dell'universo, «visi-bile e invisibile", come insegnava il «Credo". Guardava il cielo, a volte stellato, a volte denso di nubi minacciose, e si domandava quanto grande fosse, dove abitassero gli angeli, i santi, Dio. Imma-ginava quell'immenso mondo spirituale, e lo sentiva vivo e palpitante. Lo pregava per il suo "Padre" che tanto l'aveva aiutata e tan-to le voleva bene. Trascorreva le ore in questo stato di rapimento. Il freddo a volte era pungente, umido, penetrava nelle ossa, ma lei re-sisteva in attesa del "segnale" della buona notte. I fratelli di Cleonice si lamentavano. - Quella è fanatica - dicevano. - Con questo freddo può prendere un accidente. Si rivolgevano alla madre, Carmela: - Falla ragionare. eosa crede di ottenere standosene lassù sul tetto, come una pazza? - Avete ragione, ma non mi ascolta - si lamentava mamma Carmela. - Dice che Padre Pio è d'accordo, glielo ha permesso lui di stare là a pregare fino alle 11. - Fantasie, invenzioni. Figurati se Padre Pio ha tempo di pen-sare a lei, con tutto quello che gli succede. è fissata. Se va avanti così, si ammala. Carmela, sobillata da tutti i figli, si allarmava e non smetteva di richiamare la figlia alla realtà. - Cleonice, per favore, non essere ridicola. - Mamma, lasciami tranquilla. - Non posso lasciarti tranquilla vedendo che ti comporti da ir-responsabile. - Sto solo a pregare in unione con il Padre: che faccio di male? - Stai al freddo. Le notti ormai sono gelide, potresti ammalar-ti. Prega standotene a letto, sotto le coperte, al caldo. - La preghiera che conta non è quella fatta di parole, ma di soffe-renze. Padre Pio prega soprattutto con le stigmate che sanguinano. - Se questi tuoi sacrifici portassero un beneficio al Padre, capi-rei, ma non servono a niente. Rischi solo la polmonite. - Non è vero che i sacrifici non servono a niente. Sono preziosi, invece. Me lo ha insegnato il Padre. Noi, uniti a Cristo, formiamo un "unico corpo mistico". I meriti che una singola persona ottiene con le preghiere, le sofferenze, i sacrifici sopportati per amore di Gesù, servono ai fratelli che ne hanno bisogno. Il Padre soffre, offre le sue sofferenze per la conversione dei peccatori e sa che in questo modo ottiene la salvezza di tante anime. Restando lassù, sui tetti, al freddo, unita in preghiera con lui, io so di collaborare alla sua mis-sione. Per questo lo faccio. Il Padre mi ha detto di restare finché lui spegne il faro, perché in quel momento mi dà la benedizione. Carmela capiva. Quelle parole, quei concetti li aveva sentiti an-che lei da Padre Pio. Sapeva che facevano parte del suo insegna-mento, delle sue convinzioni. Ma aveva paura per la salute della figlia. Cleonice, invece, si sentiva coinvolta in un grande progetto. La sua povera vita di ragazza qualsiasi di un paesino sul Gargano era illuminata dalla consapevolezza di essere, attraverso e in unione con Padre Pio, in contatto con Dio, di fare qualche cosa di utile per il mondo. La sua esistenza era, in questo modo, piena, viva, fortemente motivata. Certe sere, però, soprattutto in quel gelido mese di dicembre, c'era la nebbia. Cleonice, nell'abbaino, si trovava avvolta in una nu-be grigiastra, umida, che penetrava nelle ossa. Il freddo era più atro-ce. Cercava di difendersi tenendo una coperta sulle spalle. Conti-nuava a guardare nella direzione del convento, tentando di scorgere il faro. Non voleva perdere il momento in cui il Padre lo spegneva, perché sapeva che in quel preciso istante le mandava la sua benedi-zione. Era l'attimo magico in cui si sentiva perfettamente unita a lui; il momento in cui poteva trasmettergli tutto il proprio affetto, sa-pendo che Padre Pio la pensava e che insieme erano immersi nella bontà infinita di Dio. Pregava e piangeva chiedendo al Signore che allontanasse quella brutta coltre di foschia. E quasi sempre, verso le 11, si levava una leggera brezza che squarciava la nebbia, e Cleonice poteva vedere quando il Padre spegneva il faro. "Oh, Signore, vi ringrazio" pregava Cleonice tra lacrime di gioia e andava a letto felice. Una sera, mentre era a tavola con la famiglia e le critiche dei fratelli per il suo comportamento che loro ritenevano assurdo era-no più forti del solito, arrivò Petruccio. - Ho un biglietto di Padre Pio per Cleonice - sussurrò a Car-mela che era andata alla porta. - Grazie, Petruccio, glielo do subito. Vuoi restare a cena con noi? - No, signora Carmela, vado a casa, mi aspettano. - Chi era, mamma? - domandò Antonietta, la figlia maggio-re, quando la madre rientrò in cucina dove stavano cenando. - Era Petruccio. Ha portato un biglietto di Padre Pio per Cleo-nice - e lo allungò alla figlia che lo lesse immediatamente. - Possiamo sapere che cosa ti scrive? - domandò Giuseppe, il cognato, con tono ironico. Cleonice lo guardò amareggiata perché sapeva che non le crede-va mai. Pòi lesse ad alta voce: - La tua compagnia mi è di conforto, pregherò per te. Padre Pio. Quelle parole furono accolte da un gran silenzio. In famiglia ca-pirono finalmente che il Padre sapeva delle veglie notturne di Cleonice e le apprezzava. La ragazza, quindi, non era una mito-mane. Da quel giorno non la presero più in giro. A Pietrelcina la notizia che Padre Pio non riceveva più i pellegrini, non si faceva vedere tra la gente e non celebrava la Messa in chiesa aveva portato apprensione, soprattutto tra i suoi parenti. Michele Forgione, il fratello maggiore, continuava a chiedere informazioni. Ma, purtroppo, dopo la morte del vecchio parroco, Don Salvatore Pannullo, i nuovi sacerdoti non ne sapevano molto più di lui. - Non ti preoccupare, se fosse ammalato te lo avrebbero fatto sapere - gli dicevano per tranquillizzarlo. Michele, conoscendo le strane difficoltà in cui suo fratello si di-batteva, non era affatto sereno. Temeva soprattutto che le chiac-chiere giungessero alle orecchie del papà, Grazio. Dopo la perdita della moglie, Grazio si era chiuso in se stesso. Stava tutto il giorno nei campi e, tornando a casa, parlava poco. Michele cercava di di-strarlo, ma senza riuscirci. Nuove preoccupazioni per il figlio reli-gioso avrebbero potuto aumentare le sue sofferenze. Michele andò da Don Orlando, il sacerdote amico di famiglia e legatissimo a Padre Pio. - Cercate di sapere esattamente che cos'è accaduto - gli do-mandò apprensivo. - Conta su di me, Michele - gli promise Don Orlando parlan-dogli con tono sicuro. - Ho già chiesto in giro e so che sta bene. Non scende a celebrare la Messa in chiesa per le solite beghe che co-nosci anche tu. I suoi Superiori vorrebbero evitare l'eccessivo entu-siasmo con cui viene accolto. La gente gli vuole troppo bene. Gli sta addosso, vuole toccarlo. Figurati che gli tagliano perfino i vestiti per potersene andare con un suo ricordo. Ecco la ragione per cui vogliono tenerlo fuori dalla mischia. Subito dopo le feste andrò a trovano e gli porterò i tuoi saluti. Comunque, tranquillizzati che tuo fratello sta bene, ne sono sicuro. Michele tornò a casa sereno, e Don Orlando iniziò a organizzare il viaggio a San Giovanni. Da tempo pensava di andare a trovare il suo Piuccio, ma per una ragione o per l'altra aveva sempre rimanda-to. Le preoccupazioni di Michele lo avevano convinto. "Chissà come si sentirà restando sempre chiuso in convento,' diceva fra sé. "Sono stato proprio cretino a non pensare di andare subito da lui." Il giorno dell'Epifania il Sud fu invaso da una corrente di aria cal-da proveniente dall'Africa, e sembrava che fosse arrivata la primave-ra con grande anticipo. Don Orlando decise di affrontare il viaggio. - Caro Peppino, ti vedo tanto volentieri - gli disse Padre Pio abbracciandolo con affetto. - Che fatica entrare qua dentro - si lamentò Don Orlando. - Non ti volevano far passare? - Ho dovuto litigare. Io sono un sacerdote e sono tuo cugino, perbacco. Inoltre, vengo a nome di tuo fratello Michele e di tuo padre Grazio. - Devi avere pazienza, Peppino. I miei confratelli hanno rice-vuto degli ordini e cercano di rispettarli per non offrire occasioni alle autorità per altri rimproveri, altre restrizioni. A proposito, co-me stanno i miei? - Bene. Però Michele è preoccupato. Teme che qualche pette-golezzo arrivi alle orecchie di tuo padre. Grazio è sempre tanto solo e parla poco. Non si sa come potrebbe prenderla. - Povero papà mio, quanto vorrei essergli vicino! - Ma qui sei proprio in prigione! - esclamò Don Orlando, al quale non era affatto andata a genio l'accoglienza ricevuta. - So no venuto molte altre volte, mi conoscono, mi hanno sempre fatto tante feste, ho dormito in convento. Ohè, questa volta non mi vo-levano far passare! è dovuto intervenire il Guardiano. E ho fatto la voce grossa. Ma che sta succedendo, Piuccio? - Che ti devo dire? Non capisco. Non mi sento colpevole di nulla, non ho avuto nessun processo, ma sono stato ugualmente condannato. Che ci posso fare? - Sorrise amaramente. Don Orlando lo fissò dritto negli occhi. - Senti, Piuccio - gli disse - noi due siamo come fratelli, ci vo-gliamo bene. Non devi avere segreti per me: come stai veramente? Padre Pio abbassò lo sguardo e chinò il capo restando in silenzio. - Ho capito, non ti va molto bene - aggiunse Don Orlando. - Va male, Peppino - sospirò il Padre. - Va molto male. Vi-vere sempre qua dentro, senza poter fare niente per gli altri, è du-ra. Faccio la volontà di Dio. Ma se Lui mi ha fatto diventare sa-cerdote, mi ha affidato la missione di dedicarmi alla salute dei fratelli, non può volere che me ne stia chiuso qui dentro senza svolgere alcun apostolato. Nel caso avesse voluto questo da me, mi avrebbe chiamato a fare il trappista, il monaco benedettino. - Come hai trascorso il Natale? - Puoi immaginare... Ero abituato a viverlo in mezzo alla gen te. Confessioni a non finire, il presepe, la Messa di mezzanotte con la processione per portare la statua di Gesù Bambino nel pre-sepe. Niente di tutto questo. Qui, solo. Per fortuna posso dire la Messa e quindi conversare con Gesù. - Padre Raffaele mi ha detto che il giorno di Natale sei rimasto sull'altare sette ore. - Ho cercato conforto in Gesù. Mi sentivo morire. Mi sono ag-grappato a Lui e ho cercato di trascorrere tutto il giorno con Lui. Crocifisso al crocifisso. Padre Pio tolse dalla tasca del saio il suo grande fazzoletto e si asciugò gli occhi. - Vedi, Peppino, io non sono forte. Non ho una gran salute. Non sarei potuto diventare un predicatore, un professore, un mis-sionario come tanti miei confratelli. Avevo chiesto al Signore di potermi dedicare all'apostolato delle confessioni, e sembrava che lui mi avesse ascoltato. Mi sentivo utile esercitando quel ministe-ro, e me lo hanno tolto. Adesso non servo proprio a niente. Sono inutile, Peppino. - Non dire così. Nessuno è inutile. Tu preghi e sai che la pre-ghiera vale molto più dell'azione. - Me lo dico sempre anch'io e cerco di pregare giorno e notte. - Hai notizie da Roma? So che il Padre generale e tanti tuoi amici influenti stanno cercando di porre fine a questo assurdo iso-la mento. - Lo so, ma pare che non si arrivi a una conclusione positiva. - Come trascorri le tue giornate? - Prego, studio, leggo e do noia ai miei confratelli. - Mi hanno detto che non hai perduto il tuo buon umore, la voglia di scherzare, di raccontare barzellette. - Faccio il buffone. Siamo un po' tutti buffoni in questo mon-do, e ognuno deve ingegnarsi di fare il buffone dove il Buon Dio l'ha messo. Dovrei tediare i miei confratelli mettendo in mostra le mie lacrime di sangue? - Hai contatti con i tuoi "figli spirituali", con le "figlie spiri-tuali"? - Non so niente. Qualche biglietto di nascosto, come un ladro. Spero che il Signore mi perdoni. - Fatti coraggio, Piuccio. - Non ne ho quasi più, Peppino. - Insomma, sei proprio carcerato... - Peggio. Un carcerato vero, condannato per colpe autentiche, conosce il proprio destino. Dopo la sentenza, sa quanti anni, quan-ti mesi, quanti giorni devono passare prima della sua liberazione. Può contare le ore trascorse e quelle che deve ancora trascorrere in galera. Beato lui. Ma io? Non so niente. Non so perché sono carce-rato e quanto dovrò restare qui al chiuso. Non c'è processo, non c'è sentenza, non ci sono neppure accuse. è terribile, Peppino, te lo di-co io, è terribile! - Hai qualche idea da suggerirmi? Pensi che io possa fare qual-cosa per te? - Che vuoi fare, Peppino? Con chi te la vuoi prendere? Non si sa niente, questa è la verità. Vieni a trovarmi di tanto in tanto in modo che possa vedere il viso di un vero amico. Questo puoi fare. Cerca di volermi bene, Peppino. Si sta tanto male senza affetto. - Sai quanto te ne voglio, Piuccio. Stai tranquillo che tornerò presto e non preoccuparti che nessuno riuscirà a tenermi fuori del convento. Si abbracciarono. Don Orlando ricordò di averlo gia visto così sconvolto dal dolore tanti anni prima, nel 1918, quando aveva appena ricevuto le stigmate. "è sempre più crocifisso, povero diavolo" pensò e a stento riu-scì a frenare la commozione.

7

Con il trascorrere del tempo la posizione di Francesco Morcaldi a San Giovanni Rotondo diven-tava sempre più critica. I suoi amici cominciarono a dubitare di lui. Aveva fatto tante promesse, e con le sue iniziative aveva susci-tato tante speranze. Li aveva indotti a prendere decisioni gravi, a tradire la fiducia di altri amici, ma non era accaduto niente. Nes-sun risultato positivo. Qualcuno pensava che Morcaldi, per interessi suoi personali, facesse il doppio gioco, che fingesse di sostenere la causa di Padre Pio ma in realtà fosse alleato dei potenti cardinali di Roma. Morcaldi sentiva questa diffidenza crescente. Ricevette delle let-tere anonime in cui veniva bollato come "traditore" e "venduto". "Questa non è più la mia patria" si disse amareggiato. E così i suoi viaggi a Roma si facevano sempre più frequenti, e i suoi sog-giorni nella città eterna sempre più lunghi. A Pasqua ricevette una lettera da Brunatto: l'amico gli annun-ciava che, per la fine di aprile, sarebbe rientrato a Roma. Era una lettera breve e fredda. "Qualcuno ha provveduto ad avvertirlo di quanto è accaduto" pensò Morcaldi. Ne fu profondamente amareggiato, perché quel "qualcuno" doveva senz'altro appartenere al ristrettissimo grup-po di coloro che avevano collaborato con lui a consegnare libri e documenti al cardinale Rossi. "L'operazione è fallita" disse ancora fra sé Morcaldi "e adesso naturalmente danno tutta la colpa a Pazienza." Non se la sentiva di stare a Roma, nell'appartamento di via Tibullo, ad aspettare l'arrivo di Brunatto. Se ne andò. Prima a Na-poli, da alcuni parenti, poi a Campobasso. Ai primi di maggio, però, decise di tornare a Roma. "Ho combinato un guaio" si disse "ma in buona fede. Non de-vo scappare come un colpevole. Affronterò le mie responsabilità." Brunatto sapeva già tutto. Aveva gli occhi iniettati di sangue per la rabbia. Cominciò a urlare e a offendere. Morcaldi ascoltava pa-ziente, sapendo che l'amico aveva pienamente ragione. A un certo momento però si accorse che qualcosa non andava in quella sceneggiata. Tante volte aveva visto Brunatto in preda al furore, ma questa volta era diverso. Sembrava che la sua ira non fosse autentica. L'amico piangeva, imprecava, urlava, minacciava, sfoggiava un repertorio infinito di offese, ma lo faceva con troppa baldanza. "Mi sta sicuramente nascondendo qualcosa" pensò Morcaldi. Sentiva che l'amico era molto arrabbiato, ma ancora pimpante, si-curo di sé. Non era disperato, sconfitto, come uno che ha perduto tutto. Era infuriato, ma consapevole di avere ancora buone carte da giocare. Infatti, a un certo punto della sua sfuriata, urlò con veemenza: - Vai, vai pure dai tuoi padroni e dì loro che io, nei miei archi-vi, ho ancora tanto di quel materiale che potrò riscrivere il libro, anzi, ne compilerò uno ancor più terribile, che questa volta farà veramente tremare il Vaticano. Quelle parole caddero come manna nella mente esausta di Mor-caldi. I suoi occhi ebbero un lampo. Un'illuminazione folgorante accese la sua fantasia. "Ci siamo" pensò con un profondo senso di orgoglio. "Mi ave-te fregato, ma è arrivato il vendicatore. Ora toccherà a voi fer-marlo, perché io non muoverò più un dito." Avrebbe voluto ringraziare l'amico, abbracciarlo, ma non era il caso. Se ne andò senza una parola, a testa bassa, fingendo di sen-tirsi straziato per il rimorso. In realtà, fremeva di soddisfazione. La matassa ingarbugliata degli avvenimenti si stava sciogliendo a suo favore. Lasciata la casa di Brunatto, Morcaldi si diresse alla chiesa di Santa Teresa per parlare con Padre Saverio. - Devo vedere subito il cardinale - gli disse concitato. - Perché? Che è successo? - domandò Padre Saverio. - Ho cose gravissime da comunicargli. - Le può dire a me. - Devo parlare direttamente con lui - tagliò corto Morcaidi con un tono che non ammetteva repliche. - Domani sera parto per San Giovanni. Se il cardinale è interessato à saperle, mi deve ricevere domattina. Questa notte dormirò alla pensione Sant'An-na, vicino al Vaticano. - E se ne andò. Al mattino presto, mentre stava facendo colazione alla pensione Sant'Anna, una persona gli portò un biglietto da parte di Padre Saverio. Morcaldi lo aprì subito e lesse: "L'appuntamento è fissa-to per mezzogiorno - Lei, Eminenza, non ha preso in considerazione le mie solleci-tazioni - esordì Morcaldi non appena si trovò nello studio del cardinale Rossi. - Pensava che io smaniassi per ragioni personali. Invece ero soltanto uno che sapeva vedere lontano. Adesso le cose sono cambiate. Io mi ritiro da questa vicenda, dirò ai miei amici di aver fallito. Ma ora lei dovrà vedersela con Brunatto. Aveva parlato rimanendo in piedi, entrando immediatamente in argomento, senza preamboli, con voce pacata ma triste. Il cardi-nale, colto di sorpresa, aveva nell'espressione del viso un senso di sconcerto e di irritazione. - Si spieghi, per favore - disse freddo. - Non capisco che co-sa vuol dire. Mi esponga un argomento per volta. - è tornato il mio socio dalla Francia - spiegò calmo Morcal-di. - Ha saputo che le ho consegnato i libri e i documenti ed è andato su tutte le furie. Se ci fosse stata la liberazione di Padre Pio, come lei aveva promesso, tutto si sarebbe appianato, perché anche il mio amico si batte per lo stesso scopo. Ma la liberazione non c'è stata, e adesso le cose si mettono veramente male. - Mi dispiace molto per lei - commentò il porporato. - No, non deve dispiacersi per me, Eminenza. Deve dispiacersi per lei. - Che significa? - Lei non conosce Brunatto. Non può neppure immaginarselo. Si è arrabbiato con me, ma sa che io non c'entro. La sua vendetta sarà feroce contro di lei e contro il Vaticano. - Non vedo che cosa potrà fare - ribatté con sprezzante sicu-rezza il cardinale. - Lo saprà presto. Ieri sera, durante una tremenda sfuriata, tra insulti ed epiteti di ogni genere, mi ha detto delle cose che forse potrebbero interessarla. Conoscendolo, sarei pronto a scommettere che le ha dette apposta perché io gliele riferissi. Mi ha urlato: "Vai, vai pure dai tuoi padroni e dì loro che io, nei miei archivi, ho ancora tanto di quel materiale che potrò riscrivere il libro, an-zi, ne compilerò uno ancor più terribile, che questa volta farà ve-ramente tremare il Vaticano". Lei, Eminenza, mi ha ingannato. Aveva promesso la liberazione di Padre Pio in cambio dei libri e dei documenti. Adesso dovrà vedersela con Brunatto. - è stato lei a ingannare me - disse il cardinale Rossi alzando la voce. - Mi aveva giurato di avermi consegnato tutti i documenti. - Le ho consegnato tutto quello che avevo e di cui ero a cono-scenza. Ma Brunatto è più astuto di quanto pensassi. Non si è fi-dato neppure di me. Io non so che cosa abbia nascosto né dove lo custodisca. Ma è certo che possiede documenti in abbondanza. - Non ha più niente - insinuò il cardinale. - Finge, per otte-nere chissà che cosa. - Brunatto non finge - replicò Morcaldi. - Me ne sarei ac-corto. Era troppo sicuro di sé e per niente disperato. E un uomo molto pericoloso, se lo ricordi. - Intende minacciarmi? - Nessuna minaccia, Eminenza, solo qualche informazione, che probabilmente le sarà molto preziosa quando dovrà discutere con quel mio ex amico. - Comprendo la sua delusione - disse il cardinale cambiando tono - ma le assicuro che ho fatto di tutto per mantenere quanto le avevo promessò. è una pratica complessa, tuttora in corso, e sono certo di portarla a buon fine. - Sono esattamente sette mesi che me lo ripete. Mi auguro che arrivi presto in porto, soprattutto per Padre Pio. A me, a questo punto, non interessa più. L'operazione che abbiamo condotto in-sieme, con la consegna dei libri e dei documenti, è superata. Ades-so ne inizia un'altra che fa capo soltanto a Brunatto. Io non ci posso più fare niente. - Io conosco lei, ho preso impegni con lei e continuerò a trat-tare sulla base degli accordi che abbiamo raggiunto. Se insorge-ranno nuove difficoltà, le affronteremo a tempo debito. - La ringrazio della fiducia, però le consiglio di non pensare più a me, a quello che ci siamo detti, ma di tenere d'occhio Brunatto. - Mi sembra che lei abbia paura di questo suo amico. - Non ho paura: lo conosco e so di che cosa è capace. - La Chiesa non ha paura di nessuno. Tratteremo anche con lui - disse il cardinale. - Me lo auguro - rispose Morcaldi. - Così potrà apprezzare la mia onesta e assoluta devozione per la Chiesa. Morcaldi salutò cortesemente e se ne andò. Tornò nell'apparta-mento di via Tibullo. Brunatto non c'era. Raccolse le proprie co-se. Dopo quanto era accaduto, non poteva più vivere in quella ca-sa. Si fermò ancora una notte alla pensione Sant'Anna e il giorno dopo ripartì per San Giovanni Rotondo.

8

Francesco Morcaldi passo un csta-te orribile a San Giovanni Rotondo. Caldo, afa, noia e tanta tristez-za. Il suo morale era a terra. Sentiva di aver fallito nell'impresa più importante della sua vita. Aveva tradito la fiducia di un grande ami-co con il proposito di ottenere un vantaggio per Padre Pio, ma senza risultato. Il Padre continuava a vivere recluso. Morcaldi aveva chiesto di-verse volte al Guardiano di poterlo incontrare, ma la risposta era sempre la stessa: - Padre Pio dice che è meglio evitare. Ogni tanto si recava al convento. Passeggiava sul sagrato della chiesetta, che era tornato deserto e silenzioso come prima dell'arri-vo del Padre. I rari pellegrini che ancora si avventuravano fin lassù erano smarriti e incerti, come lui. Da Roma continuavano ad arrivare lettere di Padre Saverio e di Padre Bini con l'assicurazione che la pratica andava avanti. Mor-caldi leggeva e sorrideva malinconico. "La pratica procede" com-mentava fra sé tristemente. "è da un anno che procede." Gli amici di San Giovanni Rotondo, a poco a poco, si resero con-to che Morcaldi era stato ingannato in buona fede. Non era affatto un "traditore", un "venduto", come spesso lo avevano bollato. Aveva giocato una partita rischiosa e gli era andata male. Ma forse era stata la scelta più saggia che si potesse fare. E poi avevano sapu-to che anche Padre Pio l'aveva approvata. Cercarono di coinvolgere Morcaldi in altre iniziative a favore del Padre. Lui dava la sua adesione, ma non aveva più voglia di lottare. Sentiva molto anche il dolore per aver perduto l'amicizia di Brunatto. Insieme avevano sofferto e si erano battuti per Padre Pio. E adesso non si parlavano, non si scrivevano più. Tutto finito. Matteo Merla e Antonio Massa desideravano ricucire lo strappo. Continuavano a tenere contatti epistolari con Brunatto a Parigi, ma con fatica. Brunatto era sospettoso. Non dava notizie di sé, del pro-prio lavoro. Invece chiedeva sempre informazioni su Padre Pio. Verso la metà di novembre del 1932 Brunatto inviò una lettera ad Antonio Massa. Con il pretesto di rispondere ad alcune osser-vazioni dell'amico, scopriva finalmente le proprie carte. Parlava di sé e di quello che stava combinando. Una lettera lunga, dettaglia-ta, perfino violenta. Era evidentemente un messaggio che Brunat-to voleva far conoscere a tutti coloro che come lui si battevano per la causa di Padre Pio. E voleva farlo conoscere anche in Vati-cano, al Sant'Uffizio. Antonio Massa convocò gli amici e andò lui stesso a casa di Morcaldi per convincerlo a partecipare alla riunione. - Mi ha Scritto Emanuele, ma la lettera è indirizzata a tutti noi. è importante, devi venire. - Non ne ho voglia - rispose pigramente Morcaldi, ma in realtà la visita di Massa gli aveva fatto piacere e finì per promettere che quella sera sarebbe stato presente. - Questa lettera - esordì Massa mostrandola agli amici quan-do si trovarono come al solito a casa delle sorelle Serritelli - è un po' imbarazzante per noi. Dimostra che Emanuele ormai è deciso a pubblicare i suoi documenti a qualunque costo. Ma noi sappia-mo che Padre Pio non vuole gesti estremi, scandali, attacchi alla Chiesa. Nel mese di aprile, quando Emanuele è venuto a Roma, il Padre gli ha inviato un biglietto per invitarlo a ripartire per Parigi. Temeva che, con le sue intemperanze, mandasse a monte le tratta-tive pacifiche che Francesco stava conducendo con il cardinale Rossi. - Trattative che non hanno mai dato frutti - lo interruppe tri-ste Morcaldi. - Ma che Padre Pio comunque aveva approvato. - Magra consolazione, visti i risultati. - In ogni caso, il discorso non è stato chiuso, e il cardinale continua a far sapere che intende mantenere le promesse. Io riten-go perciò che le intenzioni bellicose di Brunatto potrebbero essere assai nocive. - Facci sapere che cosa ha scritto, se vuoi che possiamo valuta-re - suggerì Matteo Merla. Antonio Massa prese la lettera e si mise a leggerla. Caro Antonio, stai diventando un coniglio. La tua lettera è un'altra prova della stu-pida arrendevolezza e della gretta mentalità che indusse Morcaldi a ce-dere, senza neanche il piatto di lenticchie, un patrimonio che era costato sacrifici incalcolabili ai barattieri, ai sodomiti che si annidano, o peggio, che trionfano, nella Chiesa di Cristo. Non vi è possibilità d'intenderci con voi e con i vostri morbidi sistemi. Da nove anni vado subendo mortificazioni, umiliazioni e diffama-zioni di ogni genere per aver voluto troppo ascoltare i vostri consigli di prudenza! Ma adesso non mi sento di dover sopportare il peso della viltà e del-lo spergiuro. Ormai non sono più solo. Per sostenere questa lotta improba e co-lossale mi sono dovuto associare con altri amici di provata fedeltà e di indiscusso valore giornalistico e politico. Siamo legati da un giuramen-to sacro, che porterebbe le più gravi conseguenze a chi dovesse infran-gerlo, e il lavoro vedrà comunque la luce. Lutero, di cui tu vorresti farmi emulo, mirava a scardinare la Chiesa di Cristo. Noi miriamo a purificarla da quelli che la insozzano e la stupra-no. Nessuna scomunica potrà farci paura. L'universalità dei fedeli giudi-cherà al lume di documenti inconfutabili. Avrei puntualmente mantenuto la promessa fatta al cardinale Rossi nella mia lettera del mese di agosto scorso, se non avessi dovuto provve-dere a tradurre il testo nelle diverse lingue. Ma il tempo perduto sarà largamente compensato dalla maggior diffusione in edizioni popolari ed economiche e dalla perfezione dell'opera, in cui vedranno la luce altri documenti (in confronto dei quali quelli sottratti sono balocchi sfuggiti provvidenzialmente alla vostra razzia. Un'importante casa editrice mi ha fatto proposte molto vantaggiose per acquistare l'opera. Non ho ceduto, temendo che volesse deliberata-mente monopolizzare il lavoro per sottrarlo alla circolazione. Caro Antonio, lontano dalla patria e dai miei, volontariamente esilia-to in terra straniera, sento la nostalgia dei giorni trascorsi nella tranquil-la serenità dell'eremo di San Giovanni, vicino al buon Padre che seppe rinnovare e trasformare il mio spirito sommerso nelle miserie della vita. Sia questa per te come la confessione di un morente. Non infrangere il segreto neanche con il Padre. Da circa dieci anni mi vado battendo perché dall'autorità ecclesia-stica sia fatta giustizia intorno ai fatti accertati dalla visita apostolica a San Giovanni Rotondo. Purtroppo, non solo i colpevoli rimangono impuniti, ma, anzi, per quanto ho ultimamente appreso, i sacerdoti de-linquenti amnistiati vengono premiati dal nuovo arcivescovo di Man-fredonia. Se finalmente giustizia sarà fatta, e inoltre all'Innocente e al Giusto verrà dato pieno apostolato e non gli saranno più recate molestie di sor-ta, la mia opera, che pure costa tante fatiche, rimarrà occulta in omag-gio alla giustizia finalmente resa. Ma se, come tutto fa supporre, ciò dovesse ritardare, nessuna po-tenza umana arresterà il corso fatale della storia. Questa è la condizione imposta dai miei amici. Con immutato affetto ti abbraccio. Emanuele - Bisogna portare quanto prima questa lettera al cardinale Rossi - disse Morcaldi come uscendo da un letargo. - Emanuele mi raccomanda il segreto - obiettò Massa. - Di-ce che non devo parlarne neppure con il Padre.- Emanuele ha scritto a te con l'evidente intenzione che tu fac-cia leggere la lettera a me e che io la porti al cardinale. Vuole far sapere che è pronto a divulgare il libro, ma è cosciente che si trat-ta di un gesto estremo che solleverà un grave scandalo. E quindi tenta un'ultima mediazione. La conclusione della lettera è chiara: offre ancora una trattativa. Dice di essere disposto a fermarsi se verrà concessa la libertà al Padre. Dobbiamo portare la lettera al cardinale per due ragioni: impedire le pubblicazione di quel libro e tentare ancora una volta di ottenere la liberazione di Padre Pio. - Forse hai ragione - disse Massa. - Certo che ho ragione - ribatté deciso Morcaldi. - Lo cono-sco bene Emanuele. - Chi porta la lettera al cardinale Rossi? - Ci vado io, devo andarci io - precisò Morcaldi. - Il cardi-nale ha una trattativa aperta con me, e chissà che, riprendendo i contatti, non si decida a mantenere le promesse fatte. Francesco Morcaldi aveva una gran voglia di tornare in attività dopo mesi di delusioni e di pigrizia. La tristezza del fallimento lo aveva come paralizzato, e aveva trascorso tutti quei mesi vittima di un'abulia patologica. Certi giorni non si faceva neppure la bar-ba. Ora le sferzate della lettera di Brunatto lo avevano risvegliato e si sentiva pieno di energie come un tempo. Si organizzò per tornare a Roma. Sapeva che doveva disporre al-meno di una settimana, perché la burocrazia vaticana era lenta. Per ottenere un appuntamento con un cardinale, s6prattutto se titolare di una Sacra Congregazione, bisognava aspettare giorni e giorni. Faceva già freddo. Certe mattine erano rigide. Ricordò che un anno prima, più o meno negli stessi giorni, era stato a Roma per incontrare il cardinale, e in quell'occasione l'illustre porporato gli aveva detto: - Stia tranquillo, ho promesso e manterrò. Era tornato da lui nel mese di aprile, dopo lo scontro con Brunatto. Allora aveva riferito al porporato le parole minacciose dell'amico adirato. Adesso gli avrebbe riferito l'esito di quelle minacce. Du-rante l'estate Brunatto si era dato da fare per organizzare e realiz-zare quanto promesso. Morcaldi prese alloggio alla pensione Sant'Anna, che era diven-tata il suo quartier generale nella capitale. Andò subito da Padre Sa-verio e gli consegnò una copia della lettera di Brunatto dicendogli: - Deve farla avere con urgenza a sua Eminenza, e gli dica che voglio parlargli al più presto anch'io. Padre Saverio lesse la lettera. - è terribile - commentò mettendosi le mani nei capelli. Morcaldi poi prese contatto con Padre Bini, Don Orione e il dottor Festa. A tutti mostrava una copia della lettera. Voleva che la notizia di quella nuova iniziativa si diffondesse, seminasse il pa-nico. Diceva a tutti che il nuovo libro di Emanuele era veramente spaventoso. La voce circolò veloce negli ambienti giusti provocando l'effetto desiderato. Ingigantita dalla fantasia di coloro che la riferivano, decise di ricevere Morcaldi, che, tramite Padre Saverio, da giorni gli aveva chiesto udienza. Il nuovo incontro di Morcaldi con il cardinale Rossi fu piutto-sto imbarazzante. Sua Eminenza si sentiva a disagio. Capiva di es-sere in torto. Era trascorso molto tempo dalle sue promesse, e non le aveva ancora mantenute. Morcaldi, tuttavia, non fece alcun ac-cenno a vicende che ormai appartenevano al passato. Gli sviluppi della situazione erano assai più importanti. - Come avevo previsto - disse Morcaldi - Brunatto ha rea-lizzato quanto aveva minacciato a suo tempo. - Ho letto la lettera - rispose il cardinale. - Dunque si è reso conto che sta per scoppiare la bomba. - Secondo lei, quello che lascia intendere ha un fondamento di realtà? - La lettera è stata scritta perché fosse portata in Vaticano - rispose Morcaldi. - Ma è abitudine di Brunatto parlare soltanto quando ha già realizzato i suoi piani. - Quindi il nuovo libro cui accenna esisterebbe già. - è pronto per essere divulgato. - Che cosa può avere di nuovo in mano il signor Brunatto? - domandò il cardinale visibilmente preoccupato. - A quanto ho potuto sapere in questi mesi - rispose Morcal-di con una certa baldanza, soddisfatto di vedere il cardinale a di-sagio - possiede molti altri documenti legati alla vicenda di Pa-dre Pio che non mi aveva dato per scrivere Lettera alla Chiesa. Documenti, quindi, di cui neppure io conosco l'esistenza e che Brunatto aveva nascosto all'estero. - Saranno più o meno gli stessi che abbiamo ritirato noi. -.Non sembra proprio - obiettò Morcaldi con l'intenzione di spaventare Sua Eminenza. - Brunatto non aveva voluto utilizzarli in quel libro giudicandoli lui stesso troppo deleteri per l'immagine della Chiesa. Adesso li tira fuori perché è esasperato. - Si sa qualcosa di più preciso circa questo nuovo libro? - Si conosce il titolo: Gli anticristi nella Chiesa di Cristo. è un grosso volume diviso in due parti; la prima si intitola "I fatti", la se-conda "I documenti". è stato stampato da una casa editrice costi-tuita allo scopo che si chiama "Aldana". Brunatto lo ha firmato con lo pseudonimo di John Willoughby. è già pronta la prima edi-zione in cinque lingue. Sotto il titolo, in copertina, si legge: "Tre-cento documenti originali che sfidano ogni velleità di smentita co-stituiscono l'armatura di questo formidabile atto di accusa". - Quante cose conosce! Perché non me ne ha parlato prima? - Lei era diventato latitante. - Che cos'altro sa? -Mentre netla mia Lettera alla Chiesa venivano attaccate le persone implicate nelle calunnie a Padre Pio, in questo libro la de-nuncia si allarga. I documenti riportati riguardano. anche alte per-sonalità della Chiesa che non hanno niente a che fare con Padre Pio. Lei sa bene che nel 1927 Brunatto ricevette l'incarico ufficiale scritto dàl cardinale Gasparri, allora segretario di Stato, di esegui-re, per espresso desiderio del Papa, delicatissime indagini su una grave vicenda che coinvolgeva importanti ecclesiastici. Mentre svolgeva quel lavoro gli capitarono per le mani documenti estre-mamente riservati. Ha tirato fuori tutto inserendolo nel suo libro. - A quale scopo? - Dimostrare appunto che all'interno della Chiesa operano a volte anche persone abiette. - Una faccenda davvero preoccupante - commentò il cardinale. - Che l'azione di Brunatto sia dettata dalla rabbia - prosegui Morcaldi - lo dimostra anche un altro dettaglio. Della Lettera alla Chiesa aveva fatto stampare solo 1000 copie in lingua italiana. Di questo sono già pronte l'edizione di lusso in cinque lingue e le edi-zioni economiche. Intende raggiungere un vasto pubblico interna-zionale. L'intera operazione costerà certamente un patrimonio: è evidente che ha trovato dei finanziatori, e non credo che siano de-voti di Padre Pio, quanto piuttosto nemici della Chiesa di Roma. - Devo parlare con il Papa - disse ancora il cardinale. - Si ricordi, Eminenza, c'è un solo modo per fermare Brunatto: la liberazione di Padre Pio. Qualunque altra proposta non farebbe che aumentare la sua ira. - So che lei ha ragione. Però, mi creda, se non è già stato raggiun-to l'obiettivo che noi due ci eravamo proposti un anno fa, la colpa non è mia. Ho fatto il possibile per mantenere le mie promesse. An-che perché agivo a nome del Santo Padre. Gli ostacoli che ho incon-trato sono risultati imprevedibili e mi hanno veramente sconcertato. - Capisco - disse Morcaldi. - Comunque, da quanto ha visto e constatato può intuire la grandezza di Padre Pio. Non si combatte una persona con tanto accanimento se questa non ha un ruolo im-portantissimo da svolgere nella storia della Chiesa. I nemici del Pa-dre non sono i cardinali, i vescovi, i prelati, cioè coloro che lo osta-colano. Il suo nemico è il Maligno che si serve di quelle persone. - è una lettura del "caso" assai suggestiva, e potrebbe anche essere esatta. In ogni caso ci vedremo al termine delle feste di Na-tale, e spero con buon~e notizie. Mi permetta di farle gli auguri. Morcaldi sentì che il cardinale Rossi era sincero e, nonostante tutto quello che era accaduto tra di loro, provò per lui un senti-mento di simpatia. Gli andò incontro e baciò devotamente la ma-no che il cardinale gli aveva porto per stringere la sua. Il cardinale Raffaello Rossi approfittò della pausa concessa dal-le feste natalizie e di fine anno per studiare attentamente il conte-nuto della lettera di Emanuele Brunatto ad Antonio Massa e ri-flettere su quanto gli aveva riferito Morcaldi. Cercò di ottenere, - attraverso canali riservati, anche informazioni da Parigi, che con-fermarono quanto ormai sapeva. La situazione stava prendendo una brutta piega. Per fortuna evolveva lentamente, in quanto Brunatto attendeva sempre segna-li distensivi. Terminate le feste natalizie, alla ripresa dell'attività in Vaticano, il cardinale Rossi volle incontrare il cardinale Sbarretti, segretario del Sant'Uffizio, il dicastero responsabile del "caso Padre Pio". - Lo scorso anno abbiamo evitato la pubblicazione di un libro dannoso per noi - esordì - ma adesso ne è in arrivo uno assai più imbarazzante. - E gli fece leggere la lettera di Brunatto. - Dobbiamo fermare questo pazzo scatenato - disse Sbarretti. - Sembra che non sia un tipo malleabile. - Bisogna ricorrere a Padre Pio - affermò deciso il cardinale Sbarretti. - Questo Brunatto è un fanatico, e come tutti i fanatici agisce per far piacere al proprio leader. Se Padre Pio gli dà un or-dine, obbedisce ciecamente. Ci penso io, stia tranquillo. Tra qual-che settimana non si parlerà più di questo nuovo libro. - Non sarebbe più semplice concedere a Brunatto ciò che chie-de? - azzardò il cardinale Rossi. - Il Sant'Uffizio non può scendere a patti con un qualsiasi laico sconosciuto, un malfattore da quattro soldi, a quanto mi hanno ri-ferito - rispose il cardinale Sbarretti con disprezzo, guardando sor-preso l'illustre collega che aveva osato avanzare una proposta del genere. - Nella sua lunga storia Il Sant'Uffizio non ha mai ritirato un proprio decreto. Il Sant'Uffizio è la Chiesa: non sbaglia mai, non può sbagliare. Il cardinale Rossi rimase sbalordito da tanta sicurezza. Non con-divideva quell'atteggiamento intransigente, ma capì che non pote-va permettersi di criticare, perché erano questioni appartenenti a un dicastero su cui non aveva giurisdizione. - Siamo nel ventesimo secolo e non nel Medioevo - borbottò tra i denti andandosene. Il cardinale Sbarretti era sicuro che un intervento diretto di Pa-dre Pio avrebbe fermato la spregiudicata iniziativa di Brunatto a Parigi. Costringere il religioso a scrivergli era la cosa più facile di questo mondo. Bastava ordinarglielo per "obbedienza". Non vol-le tuttavia esercitare brutalmente la propria autorità. - Meglio le vie diplomatiche - diceva sempre. Convocò Monsignor Luca Pasetto, vescovo Cappuccino, dunque appartenente allo stesso Ordine religioso di Padre Pio. Gli spiegò la vicenda e lo mandò a San Giovanni Rotondo allo scopo di convince-re il Padre a scrivere a Brunatto per proibirgli di pubblicare il nuovo libro. - Si rende conto che la diffusione di quel libro sarebbe molto dannosa, oltre che per la Chiesa, anche per Padre Pio? - domandò il cardinale a Monsignor Pasetto. - Certo, Eminenza. - Glielo spieghi bene a quel suo confratello - continuò il cardi-nale parlando con estrema decisione. - Gli dica che quel libro, in un certo senso, lo ha provocato lui. Se verrà pubblicato, ne avrà sulla coscienza le conseguenze, lo scandalo, il danno che subirà la Chiesa. Glielo dica chiaramente. Deve riuscire a fermarne la pubblicazione! Monsignor Pasetto era schiacciato dalla personalità imponente del cardinale Sbarretti. Si sentiva smarrito in quell'ufficio severo e immenso, e quando poté andarsene trasse un sospiro di sollievo. Intuì che l'incarico era un po' sporco. In sostanza sarebbe dovuto andare a ricattare Padre Pio, imponendogli di scrivere una lettera che forse non avrebbe gradito scrivere. Pensò di farsi accompagnare da una persona che il Padre conosceva e stimava: Monsignor Bevi-lacqua, il vescovo che nel 1927 aveva avuto il coraggio di condurre un 'inchiesta smascherando i calunniatori del Padre. "Vedendomi in compagnia di Bevilacqua, forse si fiderà un po' di più" si disse. I due prelati arrivarono al convento di Santa Maria delle Grazie la sera del 28 marzo 1933. Andarono insieme a salutare Padre Pio, poi Monsignor Pasetto rimase a colloquio con lui. - Il cardinale Sbarretti le chiede di fermare Brunatto, che sta compiendo un'altra delle sue vergognose iniziative ai danni della Chiesa. - Sono pronto a fare tutto quello che mi si chiede - rispose Padre Pio. - Dovrebbe scrivere una lettera a quell'individuo. - Non so quanto potrà servire. - è un suo "figlio spirituale", dovrà ascoltarla. - è un figlio ribelle. Non mi ascolterà. - Lei scriva, poi ci pensiamo noi. Così ha stabilito il cardinale Sbarretti. - Se è stabilito, obbedisco - mormorò Padre Pio. Rimase qualche secondo a riflettere e poi domandò: - In concreto, che cosa dovrei dirgli? - Deve disapprovare quanto sta facendo, spiegargli che è in-giusto mettersi contro la Chiesa, che lei si dissocia. Poi faccia per-venire la lettera al Padre provinciale a Foggia: ci penserà lui a spe-dirla al signor Brunatto. Padre Pio stette ancora a lungo in silenzio. Poi disse: - Lo farò. Ma non creda che si riesca a ottenere qualcosa da quella testa matta: scatenerà un pandemonio. I due prelati rimasero a pranzo. Pasetto confidò al Guardiano di essere rimasto molto colpito dall'umiltà e dalla calma di Padre Pio. In serata ripartirono. Dovevano fermarsi a Foggia per parlare con il Provinciale. Nei giorni successivi Padre Pio si dedicò a quella dolorosa ini-ziativa. Scrivere una lettera era una cosa semplice. Si rallegrava all'idea di far giungere a Emanuele un suo scritto. Però avrebbe voluto scrivergli con il cuore, raccomandargli di essere cauto, pru-dente. Ripetergli quel che gli aveva detto tante volte: "Bisogna ba-ciare sempre la mano dolce della Chiesa, anche quando ti percuo-te". Invece era costretto a scrivergli per ottenere qualcosa. Una lettera che non aveva un'origine d'amore, spontanea, e ciò provo-cava nel cuore di Padre Pio un senso di disagio. Egli disapprovava quanto Brunatto stava facendo. Lo aveva sempre disapprovato, ma era diverso scrivergli d'istinto, per un impulso di sollecitudine, e invece farlo per un'imposizione di estranei. Padre Pio sapeva che, al solo sentir nominare il Sant'Uffizio, Brunatto si sarebbe ar-rabbiato ancor di più. Comunque, obbedì. Scrisse, ripetendo in pratica quanto gli era stato suggerito da Monsignor Pasetto. La lettera venne portata a Foggia, come era stato stabilito. Il Pa-dre provinciale la èsaminò e poi, in data 31 marzo, la spedì a Parigi. Quattro giorni dopo, il 4 aprile, dalla capitale francese arrivò un espresso indirizzato a Padre Pio. Era la risposta di Brunatto. Come il Padre aveva previsto, si trattava di un netto rifiuto di obbedire. Era il grido di rabbia e di dolore di un uomo irato che non intende-va trattare con persone che disprezzava e odiava. Brunatto, inoltre, aveva capito che il Padre era stato costretto dal-l'obbedienza a scrivere quella lettera. Fin dal 1923, infatti, Padre Pio aveva ricevuto la proibizione assoluta di tenere corrispondenza con chiunque, e mai avrebbe preso la penna per scrivergli di sua ini-ziativa. E nella sua risposta volle precisare che, questa volta, non avrebbe obbedito neppure se la lettera fosse stata scritta liberamen-te dal Padre,' perché era convinto di battersi per una giusta causa. Venerato e amatissimo Padre, ho ricevuto la sua lettera datata 28 marzo da San Giovanni Roton-do e spedita il 31 da. Foggia, in una busta che porta il mio indirizzo battuto dalla macchina della Casa provincializia. Grande è la mia me-raviglia! Iddio sa quanto ho sospirato, inutilmente, per anni, un suo scritto! Ma, ora, ne debbo dedurre che, se ella mi ha scritto diretta-mente, malgrado il noto e crudele divieto, lo ha fatto perché gliel''han-no ordinato. è questo che è cagione di ancor più grande meraviglia. Se tali ordini provengono dalla Casa generalizia, vi è davvero da restare edificati che il Generale dei Cappuccini, anziché far valere i suoi diritti di padre contro i persecutori del proprio figlio innocente, si associ alle spie per consegnare la sua testa nelle mani del carnefice, mentre il suo primo dovere è di difenderlo a costo della vita. Io non esito a qualificare sacrilega una tale azione, e per di più inu-tile, poiché se si vuole il nostro silenzio non vale tentare di ricattarci, nel nostro amore e nella nostra venerazione per lei, non altrimenti che invano si sono fatte risuonare alle nostre orecchie ogni sorta di ridico-le minacce. Il prezzo del nostro silenzio, il prezzo del libro, è noto: la liberazione del Giusto e l'allontanamento del colpevole. A questo atto di giustizia vi è un solo impedimento: il diabolico orgoglio dei giudici. La lettera fu inviata a Roma e consegnata in Vaticano. Il cardina-le Rossi, intanto, aveva ricevuto una copia del libro Gli anticristi nella Chiesa del Cristo. La portò al Papa. Pio XI era contrariato. - Possibile che non si riesca a risolvere pacificamente questo problema? - domandò con tono amareggiato. - Non stiamo mica trattando un affare di Stato. - Questo Brunatto è uno strano individuo - rispose il cardinale. - Me ne rendo conto - replicò il Papa mostrando al cardinale Rossi la lettera che Brunatto aveva inviato a Padre Pio. - Il cardina-le Sbarretti pensava che avrebbe obbedito a quello che ritiene sia il suo "Padre spirituale". Perciò gli aveva fatto scrivere invitandolo a desistere dalla sua iniziativa. Ma, come vede, non ne vuoi sapere. - A quanto mi è stato detto, è un individuo dal passato molto turbolento. Non teme niente, neppure la scomunica. E fissato con questa idea della liberazione di Padre Pio, - Mi sembra che ayevamo già parlato un anno fa di questa faccenda, e in un anno non si è trovata la formula adatta per arri-vare a una conclusione indolore? - Il Sant'Uffizio resta irremovibile nelle sue decisioni. - Sono tutti irremovibili, intrattabili, che pretendono? Che sia sempre il Papa a cedere? Pio XI era proprio di cattivo umore. Il cardinale se ne stette zit-to. Sapeva che quando il Papa aveva la luna di traverso diventava scontroso. Non gli andava mai bene niente. Meglio starsene zitti. Dopo un lungo silenzio Pio XI disse: - Mi cerchi Monsignor Enrico Conti, quel giovane lombardo amico del compianto cardinale Merry Del VaI. A suo tempo aveva seguito il "caso Padre Pio". Forse potrebbe darci ancora un valido contributo. - Lo farò subito, Santità. Il cardinale baciò la mano del Pontefice e tornò nei propri uffici. Monsignor Conti non era più tanto giovane. Gli anni erano pas-sati anche per lui. Tuttavia, coloro che lo avevano conosciuto se lo ricordavano sempre con quel suo aspetto che sprizzava energia e ottimismo. Il cardinale Rossi Io fece cercare. Era a Istanbul per una missio-ne riservata. Prima di morire, Merry Del Val lo aveva raccoman-dato al Papa. "è giovane, ma bravo" gli aveva detto. E Pio XI, che aveva sempre avuto una grande stima di Merry Del Val, aveva tenuto conto di quelle parole. In seguito, infatti, aveva nominato Conti vescovo affidandogli incarichi molto delicati e im-portanti. Il cardinale Rossi, attraverso i canali diplomatici, gli fece perve-nire un messaggio con cui lo sollecitava a rientrare al più presto a Roma. E quando Conti arrivò in Vaticano gli fece ottenere subito un incontro con il Papa. - Ho bisogno del suo aiuto immediato - gli disse il Papa salu-tandolo con cordialità Si ricordò di averlo conosciuto a Milano, all'inizio degli anni Venti, quando era direttore della Biblioteca Ambrosiana. A quel tempo aveva apprezzato la viva intelligenza di quel giovane sacerdote e lo aveva segnalato al cardinale perché lo inviasse a Roma, a perfezionarsi negli studi presso le Università del-lo Stato Pontificio. Pensava di farne un professore, ma poi Conti era stato tratWnuto nella città eterna dal cardinale Merry Del VaI. Pio XI spiegò al Monsignore le vicende del libro di Brunatto. - Deve andare a Parigi e fermare la divulgazione di quel volu-me - disse. - Conosco Emanuele Brunatto - rispose Conti. - Temo che il mio viaggio a Parigi non porterà risultati positivi. - Anche lei ha paura di quell'individuo? Ma chi è mai? - Forse un fanatico, o forse solo un romantico. Comunque, uno che quando ha un'idea in testa non la cambia per nessuna ragione. - Tentiamo - disse il Papa. - Parto questa sera stessa - rispose Monsignor Conti.

9

Monsignor Conti raggiunse Pari-gi in incognito. Viaggiava in borghese, come era spesso costretto a fare per le sue missioni segrete. Vestiva in modo classico e misura-to. Andò a salutare il Nunzio, che era al corrente del suo arrivo. Prese alloggio in un albergo vicino alla sede della Nunziatura e te-lefonò subito a Emanuele Brunatto. - Il mio ufficio si trova in boulovard Hausmann, al 146 - dis-se Brunatto. - L'aspetto. Non si erano mai incontrati prima, ma si conoscevano. Brunat-to sapeva che Monsignor Conti era il giovane prelato nel quale il cardinale Merry Del Val riponeva grande fiducia, tanto da servir-sene per investigare su Padre Pio. Conti sapeva che Brunatto era un personaggio particolare, un po' misterioso, che godeva della stima e dell'affetto del Padre. - Lei sa già la ragione per cui sono qui - esordì Monsignor Conti dopo la calorosa accoglienza di Brunatto. - Perlomeno credo di poterlo facilmente immaginare - rispo-se Brunatto. - Il Papa desidererebbe che il suo libro non venisse divulgato - affermò con voce precisa Conti entrando subito in argomento. La personalità cui aveva fatto riferimento conferì immediatamente al-la conversazione un significato straordinario che spense la baldan-za di Brunatto, costringendolo a una lunga pausa di silenzio. - Sono un figlio devoto della Chiesa - disse infine con voce sommessa. - Dio sa con quanto entusiasmo e quanto orgoglio vorrei servire il Papa. Ma in questa specifica occasione sono co-stretto a disobbedire. - Costretto! è una sua scelta. - Una scelta a cui mi hanno indotto le innomina bili ingiustizie e l'ignobile e vile comportamento di alcuni alti prelati della Chiesa -affermò Brunatto alzando la voce. E con tono sprezzante e gelido continuò: - Credo che lei sia al corrente della storia. Non sto a il-lustrargliela. Hanno scarnificato un povero frate innocente. Ho dimostrato che le accuse erano frutto di vili calunnie. I responsabili sono stati puniti perché non si poteva fare diversamente, in quanto le loro colpe erano state rese pubbliche. Ma l'innocente, invece di una doverosa riabilitazione, ha subito una nuova e più grave con-danna. Credo che si stia esagerando in modo rivoltante. - Capisco la sua amarezza - commentò Conti che non si aspet-tava una reazione così dura. - Prima di partire, mi sono sommaria-mente informato sugli ultimi sviluppi del "caso". Forse si è proce-duto con lentezza nel riconoscere che c'era stato un errore. Ma sono autorizzato ad assicura rla che le promesse saranno mantenute. - Mi permetta di non tenere in alcun conto quanto dice. Almenò per non sentirmi fesso di fronte a me stesso. L'avvocato Francesco Morcaldi nell'ottobre del 1931 ha consegnato al cardinale Rossi il mio precedente libro, con tutti i documenti originali. Mille copie stampate in Germania e duecento cliché. Faccia un rapido calcolo di quanto mi possono essere costati quei libri. Ha consegnato tutto perché il cardinale Rossi,. a nome del Papa, gli aveva promesso, in cambio, l'immediata liberazione di Padre Pio. Sono trascorsi quasi due anni e non è accaduto niente. Ha capito? Due anni! Mi dispiace che abbia fatto un viaggio inutilmente. - Le posso dare un impegno scritto. - Non serve più. Ho investito una fortuna in questa nuova tre-menda fatica. Ci sono altre persone implicate, che si sono esposte con il loro lavoro e con soldi. Siamo legati da un giuramento. L'unico modo per fermare la macchina che ho messo in moto è la liberazione immediata di Padre Pio. Fatti concreti. Le parole mi infastidiscono. Monsignor Conti avverti che la trattativa era già finita. Brunat-to aveva accumulato nel cuore una tale rabbia e un tale odio che sarebbe stato impossibile anche solo scalfirli. Fece un ultimo ten-tativo per tenere aperta la conversazione: - Posso chiederle - disse con molta gentilezza - di riflettere alla mia proposta fino a domani? - Questa è la mia unica decisione, adesso e domani - rispose secco Brunatto. Monsignor Conti si guardò le mani. Provava un notevole imba-razzo sentendosi preso di mira dallo sguardo feroce di Brunatto. A quel punto si sarebbe dovuto alzare, salutare e andarsene. Ma gli dispiaceva. Decise di cambiare argomento. Fece un leggero sor-riso di circostanza.- Sono spiacente - aggiunse con tono malinconico - che questo nostro incontro si esaurisca così in fretta e in modo tanto freddo. Sono undici anni, esattamente dal 1922, quando sono sta-to a San Giovanni Rotondo, che desideravo conoscerla. Brunatto abboccò, anche perché aveva capito che le parole del Monsignore erano sincere. - Anch'io, forse proprio fin da allora, desideravo parlare con lei - rispose con voce pacata. - Ebbi modo di sapere quanto lei, in quella occasione, aveva riferito al cardinale Merry Del Val su Padre Pio. Tutte le sue informazioni erano esatte. - Chissà che un giorno non troviamo un po' di tempo per scambiarci qualche parere su questa vicenda senza avere posizioni da difendere e persone da rappresentare. - Mi farebbe piacere. Credo che tutti e due avremmo delle co-se interessanti da confidarci. - Be' - disse Conti alzandosi dalla sedia - allora, piacere di averla conosciuta e speriamo di incontrarci presto. - Dove alloggia? - All'hotel Napoléon. - Non è lontano. Questa sera dove cena? - In albergo, credo. - Non ha impegni? - Di nessun genere. Conto di prendere un rapido per l'Italia domattina. - Se accetta, vorrei invitarla a cena, così potremmo parlare in modo disteso. - Con grande piacere - rispose Conti dimostrandosi molto fe-lice per l'invito. - La vengo a prendere alle 20,30. - A dopo, allora. Monsignor Conti camminava lento verso l'albergo. Sembrava un turista pigro e assonnato. In realtà, continuava a pensare alla ragione del suo viaggio. Nel fondo del suo cuore sperava ancora di convincere Brunatto a desistere dalla pubblicazione del libro. Gli sarebbe dispiaciuto tornare a Roma per dire al Papa: "La mia missione è fallita". Aveva capito che Brunatto era un tipo inflessibile. Ma la spe-ranza è l'ultima a morire. Del resto, una lunga conversazione a quattr'occhi al ristorante poteva offrire nuovi spunti di riflessione. E chissà, alla fine, anche suggerire ripensamenti. Inoltre, al di là dei risultati, era molto interessato a parlare di una vicenda che lo aveva sempre affascinato e a cui aveva, in passato, dedicato tanto tempo. Brunatto era l'uomo che sapeva tutto. Alle 20,30 si fece trovare pronto nella hall dell'albergo. Brunat-to aveva cambiato espressione. Era disteso, rilassato, quasi felice. - Le piacciono le famose lumache alla bourgugnonne? - Le conosco solo di fama. Mai mangiate. - La porto in un localino dove le cucinano alla perfezione. Hanno il miglior cuoco di questa specialità. E anche il miglior Beaujolais, il vino che meglio si sposa con questo piatto. Non presero il taxi. Il locale non era lontano. Camminare per il centro di Parigi, in una sera di fine maggio, era uno spettacolo. L'aria, la gente, l'allegria, i colori, formavano un paesaggio indi-menticabile. Brunatto si destreggiava tra i passanti agile e veloce. Sembrava indifferente allo spettacolo. In realtà lo assaporava con voluttà. - Monsieur Emmanuel, che piacere! - I camerieri si prodiga-vano in profondi inchini e grandi sorrisi. Arrivò anche il maitre. "Brunatto è molto conosciuto" pensava Monsignor Conti. - Le abbiamo riservato il solito tavolo - disse il maitre. - Grazie, Francois - rispose Brunatto ricambiando il sorriso cordiale del maitre. E poi, rivolgendosi a Conti: - Venga, le pre-sento il cuoco. - Si avviò verso la cucina. Entrò deciso, si avvicinò allargando le braccia a un giovane dai capelli rossi, lo abbracciò con affetto. - Devi prepararmi delle lumache super - disse parlando spe-ditamente in francese. - Questo mio amico che viene dall'Italia è un intenditore, un buongustaio. Guai se mi fai fare brutta figura. Il giovane cuoco era felice. Brunatto gli diede una manata sulle spalle. Sapeva trattare con la gente e riscuoteva un grande succes-so. Tutti gli volevano bene, lo servivano, e lui dimostrava cordia-lità e simpatia verso tutti. Sì sedettero al tavolo riservato, uno di fronte all'altro. Brunatto era ridiventato di colpo pensieroso. Monsignor Conti capì che in realtà non aveva mai dimenticato, neppure per un attimo, i propri problemi. "è uno di quegli individui" pensò "che non staccano mai. La-vorano ventiquattr'ore su ventiquattro. Sono come i segugi: fiuta-no la preda anche quando dormono." Il cameriere servì due calici di spumante bianco come aperitivo. Brunatto assaggiò e annuì con il capo. Alzò il calice guardando l'ospite, che rispose al gesto senza parole, poi gli domandò all'im-provviso: - Che cosa pensa di Padre Pio? - Non saprei. Non lo conosco - rispose il Monsignore. - Non lo conosce personalmente, ma ha studiato il caso per an-ni. Ha letto relazioni, accuse, calunnie, ha sentito giudizi, ha incon-trato persone che conoscono il Padre, si sarà certo fatto un'idea. - La cosa che mi ha sorpreso fin dall'inizio è che intorno a lui si siano formate fazioni con opinioni diametralmente opposte e ir-riducibili. Per alcuni è un santo, per altri un demonio. E quando ci si trova di fronte a prese di posizione così esasperate, è difficile che la verità stia nel mezzo. - I calunniatori sono andati giù pesanti, e le loro affermazioni sono state ampiamente divulgate anche dalla stampa. Mentre, a parte le stigmate, che di per sé fanno notizia, non si sa quasi nien-te della sua santità, perché lui non parla di se stesso. - Lei naturalmente lo considera un santo - disse Conti. - Non ho dubbi - rispose Brunatto. - Anzi, lo considero un grande santo. Dirò di più, un santo fuori da ogni schema. Un per-sonaggio che ha ricevuto una missione, per certi versi ancora sco-nosciuta, per la salvezza del mondo. - Ricordo di aver sentito parole del genere dal cardinale Augu-sto Silj e anche dal vescovo monsignor Kenealy, al rientro dalle lo-ro visite a San Giovanni Rotondo. Erano quasi spaventati da quel-lo che avevano potuto riscontrare. - Non sono un esperto di santi, ma ho letto tanti libri. Intorno a Padre Pio si sente aleggiare un mistero imperscrutabile. Le stig-mate sono un segno. Il mondo ne parla tanto perché le vede. Sono certamente una cosa immensa, un marchio divino. Ma, in un cer-to senso, ostacolano una visione globale della fenomenologia mi-stica che si riscontra in Padre Pio. Tutte le cose straordinarie che si leggono nelle vite dei santi, in lui sono presenti in maniera massic-cia. E ciò nonostante è una persona umanissima, semplice, molto affettuosa. - Da tredici anni è sotto la lente di ingrandimento di studiosi e di giudici, ed è piuttosto strano che non si sia ancora riusciti a far luce su di lui. - E io non ho ancora capito perché la Chiesa ostacola Padre Pio con tanta violenza. - La Chiesa è una grande società. Deve essere prudente. - Benissimo. Ma sono trascorsi ben tredici anni! - Sono stati anni di accuse. - Di calunnie! - Non è facile classificarle tutte in questo modo: pensi alle di-chiarazioni del vescovo di Manfredonia. - è stato dimostrato con un inchiesta svolta dalla Chiesa stessa che era lui il capo dei calunniatori, ed è stato rimosso dall'incarico. - Lo so. Ero a Roma allora. Ma pensi a Padre Gemelli. Il car-dinale Merrv Del Val doveva tener conto delle accuse che veniva-no da Manfredonia, ma furono soprattutto i giudizi di Gemelli e del professor Bignami a convincerlo. Ed erano giudizi negativi. - Gemelli non ha mai visto, e quindi non ha mai visitato, le stig-mate di Padre Pio. - Dice sul serio? - Ero presente quando venne a San Giovanni Rotondo nell'aprile del 1920. - Ma presentò una relazione scientifica ferocissima... - Perché? Ecco un'altra domanda a cui non riesco rispondere. Non credo che per Gemelli fosse importante prendersela con un povero confratello che vive sulle montagne. - è strano che si sia comportato così. Comunque, nel comples-so le varie accuse erano gravissime, non si potevano ignorare. - Ma poi la Chiesa ha scoperto che si trattava solo di calunnie. Ha trovato i responsabili e li ha puniti. Si è però rifiutata di rende-re giustizia all'innocente. Invece di reintegrarlo nella sua dignità, riconoscendo di avere sbagliato, lo ha "ricondannato" con pene più severe, dimostrando di volerlo distruggere a ogni costo. Di fronte a una simile aberrante ingiustizia, io mi sono ribellato. - Nella storia dei santi si trovano tanti altri casi del genere. - Non mi interessa la storia. Io vivo questa vicenda e non ac-cetto di essere complice di malvagità innominabili. Ma perché, mi domando, la Chiesa, una società guidata dallo Spirito Santo, com-mette ingiustizie così atroci? - Non è la Chiesa a sbagliare, sono gli uomini della Chiesa. - Diciamo pure gli uomini della Chiesa, se le fa piacere. E io continuo a domandarmi: perché persone che dovrebbero ispirare la loro condotta al Vangelo si comportano in questo modo? - Siamo tutti dei poveri peccatori. Vittime di passioni, di interes-si, di egoismi. E vittime anche delle forze del male. Non dovremmo mai dimenticare che la cronaca e la storia hanno risvolti teologici. - Che significa? - Che sono frutto dell'azione degli uomini, ma anche di quella degli "esseri invisibili". Recitando il "Credo" noi diciamo: "Credo in Dio, Creatore del cielo e della terra", cioè tutto ciò che esiste: la terra, il mondo visibile, degli uomini; il cielo, quello invisibile di Dio, degli spiriti. Nell'altra versione, detta "Simbolo di Nicea-Co-stantinopoli", quella che si recita nella Messa, si pronuncia un'altra frase che spiega la prima: "Credo in Dio, Creatore di tutte le cose vi-sibili e invisibili". E quindi verità di fede che esista un mondo invisi-bile, che ha una certa influenza su quello visibile. Noi sappiamo che è costituito dagli spiriti, dagli Angeli, alcuni dei quali sono "angeli decaduti", cioè demoni: Lucifero e i suoi seguaci. La visione cristia-na della realtà comporta la presenza costante, nella vita degli uomi-ni, della Provvidenza, di Dio, degli Angeli, ma anche delle forze del male. La Chiesa ha sempre messo in guardia contro la nefasta in-fluenza di Lucifero, che Gesù chiama "omicida fin dal principio". è, questo, un grande e imperscrutabile mistero cristiano, su cui si ri-flette poco. Eppure, è la chiave per poter capire molte cose. - In parole semplici, vorrebbe dire che Satana sta manovrando questa vicenda di Padre Pio? - Potrebbe essere. Satana cerca di distruggere l'opera di Dio e degli uomini di Dio. Non si accanisce contro persone che stanno già dalla sua parte. Concentra tutte le sue forze contro quegli indi-vidui che rappresentano un ostacolo ai suoi progetti di distruzio-ne. I santi sono il bersaglio primo. Più grandi sono, più violenta è la sua lotta. "Satana è un puro spirito, quindi ha un'intelligenza acutissima che gli permette di intuire il futuro. Sa quale influenza può eserci-tare ogni singolo individuo sulla storia del mondo. Ed è chiaro che combatte con ogni mezzo i migliori collaboratori di Cristo. "Ammettiamo, per ipotesi, che sia vero ciò di cui lei è piena-mente convinto, e cioè che Padre Pio sia realmente un sacerdote 'segnato' dal mistero di Cristo per volere di Dio, quindi un grande mistico; un 'messaggero del cielo' con una straordinaria missione da compiere. In questo caso risulterebbe essere il nemico numerò uno di Satana, ed è logico che la battaglia del Maligno contro di lui diventi feroce. Più eccelsa è la missione che Dio ha affidato a questo 'messaggero speciale', più potente sarà l'ostilità di Satana per cercare di distruggerla. E per riuscire nel suo scopo, Satana ricorre ai mezzi più efficaci. Nel caso specifico, non esiterebbe a servirsi anche delle massime autorità della Chiesa, perché così il 'messaggero' verrebbe 'totalmente squalificato' agli occhi dei cristiani. "Questa è un'ipotesi, ma è anche un modo di guardare la crona-ca da un punto di vista teologico. Però, come si fa, oggi, a dire che Padre Pio è un 'messaggero celeste' inviato da Dio per la salvezza del mondo? Potrebbe anche essere un 'mezzo diabolico' guidato dal Maligno per creare confusione tra i credenti. Solo in futuro, tra cinquanta, cent'anni, potremo sapere la verità. E gli uomini di Chiesa, che devono decidere oggi, possono anche sbagliare." - Ciò che lei dice è interessantissimo. Una spiegazione filosofi-co-teologica molto suggestiva. Io mi attengo a cose terra terra, e dico che i giudizi emessi dalle autorità della Chiesa su Padre Pio sono volutamente ciechi. - Perché? - Vanno contro ogni logica, contro una realtà di fatto che le stesse autorità ecclesiastiche hanno scoperto e constatato. - Se così fosse, ci troveremmo veramente di fronte a un abilis-simo lavoro del Maligno. Satana sarebbe riuscito a coinvolgere nella sua ragnatela contro Padre Pio perfino la massime autorità della Chiesa, compreso il Papa. Non lo posso ammettere. - Perché? Lo ritiene impossibile? - In teoria, come ho già detto, tutto è possibile, ma in pratica... - Sono state le autorità ecclesiastiche a scoprire che le accuse a Padre Pio erano false. Hanno anche smascherato gli autori di quelle calunnie e li hanno condannati. A questo punto, logica vuole che sì renda giustizia al calunniato reintegrandolo nella sua dignità. No, signori! Le autorità ecclesiastiche lo hanno nuova-mente condannato. Ha capito? Lo hanno condannato una secon-da volta pur sapendo, con certezza assoluta, che è innocente. - Non ho dati per contraddirla, ma nello stesso tempo non posso ammettere una cosa del genere. Comunque, le posso dire che già nel 1922 questa storia aveva risvolti strani. Un giorno il cardinale Merry Del Val, proprio mentre si parlava del "caso Pa-dre Pio" e aveva davanti il fascicolo con le varie accuse, mi disse: "Sono tanti e talmente violenti gli attacchi a questo religioso che non mi meraviglierei se un giorno si scoprisse che sono inventati. Ho come l'impressione che non siano i singoli individui ad acca-nirsi contro di lui, ma le forze del male". Vede? Perfino il cardina-le Merrv Del Val ipotizzava una spiegazione di tipo teologico. - Io sono stato molto vicino a Padre Pio. Quando vivevo in convento, trascorrevo ore e ore nella sua cella. Io e lui soli. Parla-vamo apertamente. Mi considerava come un figlio. A proposito di Satana, mi raccontava cose che mi facevano rizzare i capelli. Le sue lotte con il Demonio erano continue e feroci, all'ultimo san-gue. Ogni mattina si alzava bastonato e a volte pieno di lividi e di sangue. Diceva di aver lottato contro Satana per strappargli delle anime. In questi tempi di confusione, Padre Pio è il nemico princi-pale delle forze del male. Le combatte a viso aperto e senza tre-gua. E loro tentano di farlo fuori, di toglierlo di mezzo, servendosi anche delle autorità ecclesiastiche che, al contrario, dovrebbero proteggerlo. - Non ho elementi per darle ragione. è un fatto che questo fra-ticello, che vive in un paese disperso sul Gargano, da una decina d'anni richiama l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale sui valori spirituali e su verità altrimenti trascurate. - Padre Pio fa riflettere sulla figura di Cristo Salvatore, sul mi-stero della sofferenza fisica di Gesù e sulla sua Morte in croce. Ma la nostra società non vuole sentir parlare di queste realtà. è in at-to, nel mondo, una feroce battaglia contro Cristo; è guidata da Satana e affidata agli atei, in particolare alla massoneria. Io sono diventato molto amico dell'avvocato Cesare Festa, il quale, prima di essere convertito da Padre Pio, era il Gran Maestro della loggia massonica di Genova, una delle più importanti d'Italia. Mi ha rac-contato cose spaventose a proposito della lotta che la massoneria sta conducendo contro Cristo. Mi ha confidato che lui aveva l'or-dine di combattere il Padre, di calunniarlo, proprio perché è un "testimone vivente" di Cristo. E mi ha anche rivelato che ci sono vescovi e cardinali iscritti alla massoneria. - Non è il caso di esagerare. - Certo, non si deve esagerare. Ma ciò che le dico è realtà, con-statata da una persona che viveva dentro la massoneria. Contro Padre Pio hanno inventato di tutto, e lei lo sa bene. Se fosse una persona qualsiasi, che bada soltanto ai propri interessi, lo lasce-rebbero in pace. "Nel 1928 sono stato convocato da Don Orione, il fondatore dell'Opera della Divina Provvidenza, perché lo aiutassi a togliere un sacerdote da uno scandalo terribile. Don Orione aveva seguito il mio lavoro in difesa di Padre Pio, si era convinto che ho qualche capacità, e mi chiese aiuto piangendo. Quel sacerdote, Padre Ri-cardo Gild, da tredici anni reggeva il Santuario della Catena a Cassano Ionico, in Calabria. Era considerato un santo, un misti-co, e al santuario accorreva molta gente. Questo dava fastidio agli anticlericali, che erano scatenati contro di lui. Nel maggio del 1928 venne orribilmente violentata e uccisa una bambina di due anni, e il corpicino fu trovato a un centinaio di metri dal santua-rio. Bastò questo particolare per far subito cadere i sospetti su Pa-dre Gild, che fu arrestato e condotto in carcere. Scoppiò uno scandalo enorme. La massoneria soffiava sul fuoco, aiutata dal clero locale che non vedeva di buon occhio un estraneo alla gestione del santuario. Padre Gild venne accusato anche di altri quattro delitti, di cui erano state povere vittime altrettante bambine di Roma. Fu una vicenda spaventosa di cui parlarono i giornali di tutta Italia. "Quando cominciai a indagare, dovetti scontrarmi con le auto-rità massoniche, atei che andavano d'accordo con il clero. Subii minacce, attentati. E quando dimostrai che il sacerdote era real-mente innocente, facendo arrestare il vero colpevole, nessuno pre-se le difese del prete. Erano quasi tutti arrabbiati perché era risul-tato innocente. "Durante quel periodo, seppi da Don Orione che anche lui era stato vittima di feroci calunnie. All'epoca del terremoto che scon-volse la Sicilia e la Calabria, nel 1908, era stato tra i primi ad ac-correre e si era fermato a lungo per portare aiuto. Con il suo zelo e le sue capacità organizzative si attirava le simpatie e la stima del-la gente. Questo dava fastidio alle autorità, agli atei e anche al cle-ro. Decisero di distruggerlo. Cominciarono a dire che frequentava donne di malaffare. Arrivarono a contraffare la sua firma sui regi-stri di un albergo notoriamente frequentato da prostitute. Ma fe-cero di più: con la complicità di un barbiere presso il quale Don Orione andava a radersi, gli inocularono il virus della sifilide. Il barbiere infettò il rasoio e provocò a Don Orione un piccòlo ta-glio. L'infezione scoppiò violenta devastando il volto del povero prete. I suoi nemici divulgarono la notizia ovunque, creando uno scandalo incredibile. La notizia arrivò in Vaticano, e il Papa or-dinò un'inchiesta. Per fortuna Pio X aveva la più grande stima di Don Orione e lo difese. Poi il barbiere si pentì e confessò i retro-scena di quel crimine facendo i nomi dei mandanti. "Come vede, si svolge una lotta continua e terrificante contro gli uomini di Dio. E in questa lotta spesso gli atei si trovano stra-namente d'accordo con certo clero. Io credo che Padre Pio sia tan-to combattuto dagli uomini di Chiesa perché è un vero santo." - Quel che mi racconta è terribile. In un certo senso spiega le mie teorie sui risvolti teologici della storia. Ma le sue conclusioni mi sembrano esagerate. - Non lo sono, glielo assicuro. - Parliamo un po' di Padre Pio: è vero che legge nel pensiero? - E come! Non sono mai riuscito a nascondergli niente. - Allora sa anche che cosa sta facendo ora. - Certo che lo sa. Anche perché io ho agito in modo che lui fosse sempre al corrente delle mie iniziative. - Come giudica il Padre il suo comportamento? - Lo condanna. Mi ha anche scritto lettere molto cattive. Ogni giorno mi aspetto che arrivi la punizione. Perché lui punisce. Non èsempre tenero, soprattutto con i suoi "figli spirituali". Lui ha sem-pre obbedito, ha sempre difeso la Chiesa, gli ecclesiastici, ha sem-pre chinato il capo. Mi ha sempre detto: "Bisogna baciare sempre la mano dolce della Chiesa, anche quando ti percuote". Ha tentato in tutti i modi di trasmettere anche a me questo suo amore sublime per la Chiesa. E ci è riuscito. Quando stavo con lui, ragionavo come lui. Ma dopo, quando ho visto le ingiustizie, e ne ho viste tante, gli imbrogli, le cattiverie, mi sono ribellato. Ho ricominciato a ragio-nare con la mia testa e me ne sono dovuto andare. Se fossi rimasto con lui, non avrei certo potuto fare quel che sto facendo. - Non le viene mai il dubbio che forse i consigli di Padre Pio sono giusti? - Mi viene, ma lo caccio. Io voglio che il Padre torni a essere libero. - E lo sarà. Io sono venuto per offrirle la libertà di Padre Pio. E gliela offro a nome e per conto del Papa. Credo che non sia mai accaduto che il Papa abbia mandato un suo messaggero personale a un laico, un privato, per chiedergli un favore. - Comprendo. Mi sento un verme a rifiutare un favore al Pon-tefice, ma la mia risposta è no e resta no. Solo la liberazione del Padre può cambiarla. Comunque, non è di questo che dovevamo parlare. L'argomento Padre Pio è chiuso.

10

Monsignor Conti tornò a Roma sconfitto. Andò subito a riferire direttamente al Papa. Pio XI ascoltò e non fece commenti. Alludendo a Emanuele Brunatto, domandò: - Che farà adesso quel pazzo? - A quanto ne so, nei prossimi giorni presenterà alla stampa il suo nuovo libro. - Quando? - La conferenza è prevista per il 15 o 16 luglio. - Pensa che avrà veramente l'impudenza di fare una cosa del genere? - Ritengo di sì, Santo Padre. - Va bene. La delusione sul viso del Pontefice era palese. Monsignor Conti si sentiva in colpa, ma riteneva di aver compiuto fino in fondo il proprio dovere. Pio XI convocò il cardinale Sbarretti. - Provveda a ritirare tutte le restrizioni a Padre Pio. - Santità, il Sant'Uffizio ha emesso un decreto. Non è mai accaduto che lo revocasse. Dobbiamo escogitare una formula con-veniente. - Escogiti quel che è necessario, ma faccia alla svelta. Non abbiamo più tempo. Vorrei che tutto avvenisse prima del 18 luglio. Il cardinale Sbarretti capì che il Papa era contrariato. Non volle approfondire, anche perché era perfettamente al corrente di quanto stava accadendo a Parigi. Tuttavia, prigioniero del ruolo che occu-pava, non voleva che nella storia del glorioso e severo Sant'Uffizio restasse la macchia di una ritrattazione. Si chiuse nel proprio ufficio con un paio di collaboratori. Pre-valse la formula della "grazia - Siamo nel 1933, e nella Chiesa è in corso uno speciale Anno Santo per ricordare i 1900 anni della morte di nostro Signore - suggerì uno dei collaboratori del cardinale Sbarretti. - Approfit-tando della circostanza straordinaria, si potrebbe concedere a Pa-dre Pio una grazia, un indulto. - è una buona idea - rispose il cardinale. - In questo modo aggireremo tutti gli ostacoli: non ci saranno ritrattazioni, cambia-menti, ricusazioni. La "grazia" si autogiustifica. - Tempo fa il Padre generale dei Cappuccini ci aveva inviato una lettera chiedendo un "addolcimento" della condizione di que-sto frate. Quella lettera potrebbe servire da pretesto. - No, a quella lettera abbiamo già dato una risposta. Prenda contatto con il Padre generale e lo solleciti a presentare subito una "supplica di grazia" motivata dall'Anno Santo. Il Generale dei Cappuccini, Padre Alfonso, si rallegrò a quella prospettiva, che gli apparve come una buona occasione per chiude-re la dolorosa vicenda. Non pensò a Padre Pio, quanto all'Ordine, che in seguito a quella grana era sulla bocca di tutti. Fece quanto gli era stato richiesto. - Bisogna agire in fretta - gli dissero. - Padre Pio deve ri-prendere la sua vita normale prima del 18 luglio. Mancavano pochi giorni. Il Generale telegrafò al Provinciale di Foggia convocandolo a Roma. "Appena arriva l'indulto di grazia, glielo consegno, e lui lo por-ta subito a destinazione" disse fra sé. In data 14 luglio 1933, il cardinale Sbarretti firmò la lettera messa a punto da uno dei suoi collaboratori. Era una lettera ufficiale, nu-mero di protocollo 255/9. Era stata scritta e riscritta come se si trat-tasse di un documento storico. La meticolosità della stesura non era dipesa tanto dall'importanza del contenuto, quanto piuttosto dal "come" bisognava dirlo. Non ci doveva essere neppure l'ombra di una possibile marcia indietro del Sant'Uffizio. Nemmeno una paro-la che potesse far pensare a un errore commesso, a una precedente valutazione sbagliata. Ogni termine, ogni aggettivo erano stati me-ticolosamente vagliati e soppesati. Reverendissimo Padre Ministro Generale, questa Suprema Sacra Congregazione, prendendo in benevola consi-derazione l'esposto e la domanda di Vostra Paternità Reverendissima, e tenuto presente la celebrazione dell'Anno Santo Straordinario della Redenzione, accorda alla medesima Paternità Vostra la facoltà di per-mettere al Padre Pio da Pietrelcina di celebrare la santa Messa nella Chiesa del convento di San Giovanni Rotondo, ove egli attualmente ri-siede, e di autorizzarlo altresì ad ascoltare le sacramentali confessioni dei religiosi fuori della Chiesa. è mente poi di questa Sacra Congregazione che Ella, con la sua nota prudenza, prenda le necessarie precauzioni per evitare sia false inter-pretazioni, sia inopportune manifestazioni pubbliche tanto in chiesa che fuori, e faccia tenere al Sant'Uffizio un'ampia relazione in proposi-to. Con i sensi di distintissima stima, mi pregio riaffermarmi di Vostra Paternità Reverendissima devotissimo cardinale Donato Sbarretti Nel pomeriggio del 14 luglio la lettera fu consegnata a mano alla Curia generale dei Cappuccini. Il Generale la lesse ai collaboratori. - Non è proprio una liberazione - commentò - ma se non altro il Padre torna a celebrare in Chiesa, e in questo modo, alme-no esteriormente, le cose cominciano a rientrare nella norma. Fece ricopiare il documento in vari esemplari, li vidimò con un suo intervento personale e ne consegnò due a Padre Bernardo, che attendeva in Curia. Quest'ultimo partì per Foggia il giorno suc-cessivo, al mattino presto. Arrivò a destinazione alle 13,30 e qual-che ora dopo prese la corriera per San Giovanni Rotondo. - Ci siamo - annunciò gioioso al Guardiano del convento, Padre Raffaele. - Tutto finito? - domandò il Guardiano con il cuore gonfio di commozione. - Sì, tutto finito. Il nostro Padre generale ha presentato una supplica di grazia", e il Sant'Uffizio l'ha accolta. All'ora di cena, nel refettorio dei frati si respirava una strana aria di attesa. L'arrivo improvviso del Provinciale lasciava inten-dere che c'erano novità. I religiosi non ne erano contenti: da anni, ormai, le novità a San Giovanni erano sempre brutte, portatrici di castighi, punizioni, rimproveri. - Chissà che cosa ci imporranno questa volta - si domanda-vano i confratelli di Padre Pio. Era sceso in refettorio anche il Padre. Da tempo non cenava più: mentre i suoi confratelli si intrattenevano in refettorio, lui se ne stava in coro a pregare. Quella sera, però, il Guardiano lo ave-va pregato di scendere con gli altri. Era seduto al suo posto. Non aveva cenato, stava lì con gli occhi bassi. Anche lui, come i confratelli, si chiedeva per quale motivo il Provinciale fosse arrivato all'improvviso. Era certo che il motivo di quella visita riguardava, come sempre, la sua persona, ma non vole-va pensarci. Ormai si era distaccato dagli avvenimenti esterni. Aveva subito angherie di ogni genere. Non sperava più niente dagli uomini. Alla fine della cena il Padre provinciale prese la parola. - Sono lieto di essere qui, in questa comunità, per certi versi tanto provata negli ultimi anni - esordì. - Sono lieto perché questa volta vengo a portarvi una buona notizia. I frati trassero un sospiro di sollievo e si guardarono in faccia sorridenti. Il Provinciale tolse dalla tasca del saio una lettera. - Questa proviene dalla Congregazione del Sant'Uffizio - dis-se mostrandola, e sulla comunità piombò di nuovo un pesante si-lenzio. Era bastato quel nome, "Sant'Uffizio", per raggelare il sangue dei religiosi. - Ieri ero a Roma, convocato d'urgenza dal nostro Reverendissi-mo Padre generale - continuò il Provinciale. - E la ragione della convocazione riguardava proprio questa comunità. La Sacra Con-gregazione del Sant'Uffizio, accogliendo una supplica del nostro Reverendissimo Padre generale, ha concesso a Padre Pio di tornare a celebrare la Santa Messa in chiesa, come faceva un tempo. Permaneva un silenzio glaciale. I religiosi non si aspettavano una comunicazione del genere, e la sorpresa li aveva come paralizzati. - Suvvia - suggerì il Provinciale. - Facciamo un applauso al nostro confratello, che vede chiudersi un doloroso periodo della sua vita. I frati applaudirono; un applauso dapprima timido, incerto, che nel giro di qualche secondo però divenne caloroso, irrefrenabile. Era come se avessero preso coscienza dell'importanza di quella decisione per Padre Pio, e manifestavano al confratello la loro gioia. Il Padre, invece, continuava a restare immobile, al suo po-sto, con gli occhi bassi Il suo viso però era diventato rosso per la commozione. L'applauso continuava. Allora Padre Pio si alzò, andò dal Pro-vinciale, si inginocchiò davanti a lui per baciargli la mano. Ma Pa-dre Bernardo lo rialzò prontamente e lo abbracciò. Padre Pio scoppiò a piangere. Tutti i frati erano commossi. Il Padre tornò al suo posto, asciu-gandosi gli occhi in modo impacciato, con le sue mani piagate, servendosi di un grande fazzoletto. - Ringraziamo il Signore - disse Padre Bernardo. - Noi non conosciamo i disegni della Provvidenza. Sappiamo che è nostro do-vere obbedire alla Chiesa, e mi sembra che questa comunità lo ab-bia fatto, anche in situazioni difficili, con rassegnazione e diligenza. "Come vi dicevo, ieri mi trovavo a Roma. Questa mattina ho preso un treno molto presto per arrivare da voi in giornata e darvi la lieta notizia. Domani il nostro confratello riprenderà a celebrare normalmente in chiesa. Però, mi raccomando: questa informazione deve restare segreta fino a domani. I laici non devono sapere niente. è importante. Sappiamo che in passato le notizie trapelavano. Ab-biamo attribuito la colpa alla presenza in convento di certi laici, che, grazie a Dio, ora non ci sono più. In ogni caso, quelle fughe di notizie sono sempre state interpretate dal Sant'Uffizio come una mancanza di disciplina di questa comunità. Cerchiamo quindi di non rovinare tutto. So che la popolazione di questo paese vuole molto bene a Padre Pio e sarà felice di apprendere che la sua segre-gazione è finita. Ma voglio essere io stesso a dare la notizia domani, in modo che non nascano interpretazioni partigiane e scorrette. "Assieme alla lettera che concede la grazia, sono pervenute an-che alcune disposizioni dettate dal Sant'Uffizio per far sì che tutto proceda bene in questa comunità. Ma di questo parlerò domani con il vostro Superiore, e sarà lui poi a riferirvi che cosa dovrete fa-re. Intanto, godiamoci questa buona notizia con un po' di ricrea-zione. Se il Padre guardiano me lo permette, vi dispenso dal silenzio, e magari possiamo brindare con un bicchiere di vino, se il no-stro Economo ce lo passa." Risero tutti e guardarono verso il Padre economo, che fece cen-no al fratello addetto al refettorio di andare in cantina a prendere qualche buona bottiglia. I frati erano contenti. Osservavano Padre Pio che, trovandosi al centro dell'attenzione, si sentiva imbarazzato. La loro gioia era sincera, perché volevano molto bene al confratello. Soprattutto in quegli anni di sofferenza, era stato per loro un grande esempio. E si rallegravano con tutto il cuore nell'apprendere che la punizione era finalmente finita. Padre Pio era inquieto, aveva il batticuore. Conclusa la ricrea-zione, andò in coro e vi rimase a lungo. Come sempre, nelle' occa-sioni tristi e in quelle liete, trascorreva ore e ore davanti al taber-nacolo. Pregava e si confidava con il Signore. Quella "Presenza" invisibile, che per fede sapeva essere là, in modo reale, costituiva il centro della sua esistenza. Tutto il suo tempo, tutte le sue azioni, tutti i suoi pensieri vi ruotavano intorno. - Domani, Signore, torno a vedere la gente - disse. Si sof-fermò a riflettere su quella frase, che gli era venuta in mente d'istinto. "Vedere la gente." Uomini, donne, bambini, vecchi: que-gli strani esseri che popolano la terra, che litigano, peccano, si pentono, hanno tanto bisogno di amore. A quelle persone, tutte uguali per lui, tutte importanti, aveva consacrato la propria vita. Per loro soffriva, pregava, in mezzo a loro voleva vivere. "Tra poche ore tornerò a vederli da vicino" si disse. Amici, cono-scenti, ragazzi, curiosi, disperati, sofferenti. Avrebbe potuto guar-darli in faccia, fissare i loro occhi, parlare con loro. Da quanto tem-po non faceva tutto questo? Da tre anni, ma gli pareva un'eternità. "Signore, è stata dura. Incredibilmente dura. Tu mi hai chiama-to per affidarmi un gregge. Non puoi pretendere che io lo guidi re-standogli lontano. Aveva obbedito all'imposizione di restare segregato, ma prega-va in continuazione perché quell'esilio potesse finire. E quel mo-mento stava per arrivare. "Signore, ti ringrazio. Sono tanto felice. Sapevo che mi avresti ascoltato." Si alzò dal banco per avviarsi verso la cella, ma si fermò ancora, in piedi, fissando il tabernacolo. "Sì, Signore, lo sai: se me lo chiedi, sono pronto a rinunciare al-la mia libertà, a tornare ancora prigioniero, per amore tuo e dei miei fratelli. Lo so che non vi è amore più grande di quello di chi sacrifica la propria vita per gli altri." Adesso si sentiva più tranquillo. La gioia provata all'annuncio della ritrovata libertà gli era sembrata quasi colpevole. "Non bisogna ricercare la propria felicità" si disse "ma quella degli altri. Tu hai fatto così, quando eri su questa terra, e io voglio fare come te." Per tutta la notte non riuscì a chiudere occhio. Il suo cuore ga-loppava, non riusciva a calmarlo. Il 16 luglio 1933 era domenica. Da quando Padre Pio viveva "segregato", i frequentatori della chiesetta di Santa Maria delle Grazie erano diminuiti. Negli ultimi tempi non si vedevano più fo-restieri. Durante la settimana, il convento e la chiesetta erano de-serti, come prima dell'arrivo del Padre. Solo alla domenica alcune persone raggiungevano il convento per ascoltare la Messa delle 9. C'erano sempre le "figlie spirituali" di Padre Pio e quegli estima-tori sinceri che, con la loro presenza, desideravano far sapere al Padre quanto gli volevano bene. Sapevano che dal coro lui li vede-va. E sapevano che la loro presenza gli era gradita. Anche la mattina del 16 luglio, alle 9 la chiesetta era quasi pie-na. Le solite persone silenziose e tristi, raccolte in preghiera sui banchi di legno. La consegna del silenzio, chiesta dal Padre provinciale la sera prima ai religiosi della comunità, era stata rispettata. Nessuno so-spettava niente. Alle 9 in punto il Provinciale si presentò alla balaustra dell'altare. - Sono Padre Bernardo d'Alpicella, il Superiore provinciale - esordì. - Sono qui per darvi una bella notizia: Padre Pio è torna-to tra noi e da questa mattina riprenderà a celebrare la Messa in questa chiesa. Ci fu un brivido di commozione tra i presenti. Alcuni non riu-scirono a trattenere le lacrime. Soprattutto le "figlie spirituali" del Padre, che occupavano i primi banchi. - Dobbiamo essere riconoscenti al Padre generale che ha otte-nuto la grazia - continuò il Provinciale. - E raccomando a tutti la massima compostezza, ordine e serietà, evitando quindi qua-lunque manifestazione, sia in chiesa che fuori. Questo è quanto chiedono i Superiori maggiori. Poco dopo, Padre Pio con i paramenti sacri uscì dalla sacrestia e si avviò all'altare. La commozione divenne più intensa. Nella chiesa regnava un silenzio profondissimo. C'era nell'aria una ten-sione fortissima. Il Padre appariva dimagrito e quasi diafano. Pro-cedeva a occhi bassi. Il suo volto era luminoso. Ai piedi dell'alta-re, con voce calma ma che tradiva l'emozione, cominciò il rito: - Introibo ad altare Dei... La notizia che Padre Pio aveva celebrato la Messa in chiesa si diffuse in paese. Molti cominciarono a salire al convento: voleva-no vedere il Padre. Il Guardiano li aspettava sul sagrato, spiegava loro che Padre Pio aveva chiesto di restarsene in cella e raccoman-dava la calma, la tranquillità. A mezzogiorno arrivarono le auto-rità, con il sindaco, il segretario politico, i rappresentanti delle as-sociazioni. Venivano a felicitarsi. - Vogliamo organizzare una grande festa per celebrare il lieto evento - annunciò il podestà. - Non è il caso - rispose il Padre guardiano. E con prudenza, misurando le parole, spiegò che a Roma quelli del Sant'Uffizio non capivano certe manifestazioni d'affetto. Le giudicavano male, e quindi ripeterle era pericoloso. - Organizzare una festa per noi è segno di gioia - protestò il podestà. - Facciamo musica, i fuochi d'artificio, ma anche una Messa solenne. - Comprendo bene - rispose Padre Raffaele. - Io sono di queste parti. A Roma però hanno un'altra mentalità. Una festa del genere potrebbe essere interpretata come una rivolta contro di lo-ro e provocare il ritiro della concessa libertà a Padre Pio. - Per carità, allora non pensiamoci più - disse il podestà. Nel pomeriggio arrivarono molte persone anche dai paesi vici-ni, ma il Padre rimase sempre nel coro e al termine della funzione si ritirò nella sua cella. Intanto, a Parigi c'era grande fermento. Brunatto si preparava al lancio del suo libro. I corrispondenti dei più importanti giorna-li avevano già ricevuto una copia del volume, ed erano iniziate a uscire le prime recensioni. Il 19 luglio "El Liberal", un influente quotidiano spagnolo, pubblicò un lungo articolo. Nei giorni suc-cessivi seguirono altri giornali in Francia, Germania, Inghilterra e perfino in America. L'argomento che illustravano suscitava una profonda impressione. Lo scandalo dilagava. Ma fu questione di pochi giorni. Brunatto, appena seppe che Padre Pio era tornato libero, bloccò l'operazione. Dimostrando ancora una volta di essere un ribelle, sì, ma di parola, chiese agli amici giornalisti di non pubblicare più niente e sospese la diffusio-ne del volume. I suoi soci se ne lamentarono. - Non c'è niente da recriminare - rispose deciso. - Questi era-no i patti. Volevo la liberazione del Padre: è arrivata. Lo scopo è sta-to ottenuto. Salderò personalmente tutte le pendenze economiche.

11

Sembrava che tutto fosse tornato normale, al convento di Santa Maria delle Grazie. La gente aveva ripreso a frequentare la chiesetta per poter vedere Padre Pio che celebrava la Messa. Erano ripresi anche i pellegrinaggi. Quasi ogni giorno giungevano gruppi di fedeli da varie città d'Italia, tut-ti con il desiderio di vedere il Padre e di potergli parlare. Terminata la Messa, i pellegrini accorrevano verso la sacrestia, ma venivano fermati dal Padre guardiano. - Vogliamo confessarci - gli dicevano. - Accomodatevi ai confessionali - rispondeva lui. - Vi man-do subito un sacerdote. - Vogliamo Padre Pio. - Non è possibile. - Siamo venuti da lontano per confessarci da lui. - Mi dispiace, non è proprio possibile. Insistevano, e Padre Raffaele cercava di convincerli. Padre Pio, dalla sacrestia, sentiva tutto. Gli si stringeva il cuore e gli veniva da piangere. Quelle persone cercavano la sua parola di sacerdote, erano anime che gli mandava il Signore, e lui non poteva fare niente per loro. Finiva di togliersi i paramenti sacri e poi, sconsolato e triste, sa-liva in coro per fare il ringraziamento. La normalità, quindi, era solo apparente. In realtà per Padre Pio era cambiato ben poco: la prigionia, in pratica, continuava. Adesso aveva il permesso di celebrare la Messa in chiesa, e non più nella piccola cappella all'interno del convento, ma tutte le al-tre restrizioni erano rimaste: non poteva confessare, non poteva incontrare la gente, e nemmeno svolgere l'apostolato della dire-zione spirituale delle anime. - Che genere di libertà gli hanno concesso? - si domandava-no quelli del "Comitato per la difesa di Padre Pio", che tanto tem-po, tante energie, tante iniziative avevano dedicato al Padre nei tre anni della sua "segregazione" - Questa supposta libertà è solo un pretesto per tenere tranquilla la gente, per fermare le iniziative di Brunatto - si lamentavano. - Dovete avere pazienza - ripeteva anche a loro Padre Raf-faele. - Le autorità ecclesiastiche hanno l'abitudine di procedere lentamente, per gradi. Adesso hanno concesso al Padre di tornare a celebrare la Messa in chiesa; tra poco potrà anche confessare, parlare con i pellegrini eccetera. Il più sarcastico e impaziente era l'ex sindaco di San Giovanni Rotondo, l'avvocato Francesco Morcaldi. Con Emanuele Brunat-to era stato il più attivo, tra i laici, nell'organizzare iniziative e manifestazioni a favore del Padre in quei tre anni di "segregazio-ne". Ma i risultati lo deludevano profondamente. Un giorno si recò al convento per cercare di avere un quadro preciso della situazione. - Come sta il bambino? - domandò al Padre guardiano, con il quale aveva molta confidenza. - Quale bambino? - fece meravigliato Padre Raffaele. - Padre Pio. - Perché lo chiami "bambino"? - Perché lo tenete sotto controllo come un neonato. - Ah, ho capito - disse il Guardiano comprendendo il signifi-cato ironico della battuta di Morcaldi. - Io vorrei sapere - domandò l'ex sindaco - in che cosa con-siste la libertà concessa al Padre. - è meglio che non parliamo di questo rgomento - si schermi Padre Raffaele. - Padre Pio è tornato a celebrare la Messa in chie-sa, lui è contento, la gente anche. Lasciamo che le cose procedano lentamente, e tutto si sistemerà. - In concreto, che cosa è stato concesso a Padre Pio? - insi-stette di nuovo Morcaldi. - Di tornare a celebrare la Messa in chiesa. Prima non poteva farlo, adesso si. - E confessare? - Per ora solo i religiosi, cioè i suoi confratelli. - Ci sono persone che affrontano viaggi di centinaia di chilo-metri nella speranza di potersi confessare da lui. - Pazienza. Non può farlo. Il Sant'Uffizio non glielo ha con-cesso. Speriamo in futuro. Noi siam o dei religiosi, dobbiamo ob-bedire, non discutere. - Perché almeno non scende a parlare con la gente come un tempo? - Lo farà. - Tutto al futuro. -Le autorità ecclesiastiche gli hanno raccomandato di tenersi lontano dalla gente per non fomentare fanatismo e non dare adito a manifestazioni esagerate, come del resto è già accaduto in passato. - Le sue "figlie spirituali" sono molto tristi. Nessuna di loro fi-nora è riuscita neppure a salutarlo. - Quelle dovranno soffrire un po' di più. Nelle disposizioni giunte assieme alla "grazia" c era scritto che "il Padre non deve parlare con donne né dare loro da baciare la mano - Ecco perché quelle povere ragazze non riescono ad avvici-narlo. Padre Pio non può parlare con le donne! Ma perché? Cosa temono? Lo ritengono un pervertito? - Avvocato, non fare certi discorsi. - è importante, invece. Sai bene quante accuse sono State mosse al Padre su questo punto. Abbiamo dimostrato che si trattava di ca-lunnie, e le autorità ecclesiastiche hanno anche scoperto i colpevoli. Ma in pratica a Roma continuano a dar credito a quelle accuse. - Ti ripeto: noi siamo religiosi. Se vogliamo essere dei buoni frati, dobbiamo obbedire alle disposizioni dei Superiori senza cri-ticare, investigare, discutere. Padre Pio, in questo, è sempre stato di esempio a tutti. - Lui è un santo, io no. La gente di questo paese, sapendo che so-no amico di Padre Pio, continua a rivolgermi domande, e io vorrei sapere che cosa posso rispondere. - Ora Io sai, ti ho detto tutto. è importante tenere calmi gli animi, non organizzare manifestazioni, proteste. Queste cose sa-rebbero deleterie per Padre Pio. - Prima hai parlato di grazia. Che genere di grazia? - Quella concessa a Padre Pio. - Non capisco. - Il Padre generale ha inviato una supplica al Sant'Uffizio chie-dendo la grazia per Padre Pio in occasione dell'Anno Santo che stiamo celebrando. In pratica, ha chiesto che venissero tolte le proibizioni cui era stato sottoposto, e il Sant'Uffizio ha accolto la supplica. Almeno in parte. - La grazia! - esclamò Morcaldi sgranando gli occhi. - Ma la grazia viene concessa ai colpevoli, a coloro che sono stati con-dannati e stanno scontando una giusta pena! Padre Pio era vittima di calunnie, non ha mai commesso niente di male. Che grazia si può concedere a un innocente? - Gli erano state comminate delle pene, e ora sono state sospese. - Ma erano pene ingiuste! - Che ne saccio io? - è obbrobrioso, inconcepibile, inammissibile. - Avvocato, stai tranquillo, non peggiorare le cose. Tutto si si-stemerà, ma a poco a poco. Lasciamo che il Sant'Uffizio salvi la faccia, poi tutto tornerà come prima. - Non credo alle mie orecchie - ripeteva l'avvocato muoven-dosi a passetti nervosi per il sagrato. - Se Brunatto viene a sapere una cosa del genere diventa matto. La grazia a Padre Pio! All'in-nocente per eccellenza! Prima lo hanno ingiustamente condanna-to, e poi, invece di riconoscere l'obbrobrio commesso, gli hanno concesso la grazia. Doppiamente beffato. Incredibile... - Avvocato, non mettermi nei guai. Se vuoi bene al Padre, stai zitto, aspettiamo tempi migliori. Capisco il tuo stato d'animo. Non voglio rivelarti il mio. Comunque, bisogna fare di necessità virtù, accontentarsi. - Sai che cosa ti dico? Che a volte mi vergogno di essere catto-lico. Di fronte a fatti del genere, vorrei diventare musulmano, buddista, scintoista, protestante, qualunque cosa. Che altro gli hanno imposto da Roma? - Uh, nient'altro, cosucce... - E quali sarebbero queste cosucce? - La sacrestia è diventata luogo di clausura, quindi non più ac-cessibile alle donne. Quando il Padre scende per la Messa, deve prendere la scala interna, in modo che non possa essere avvicinato da estranei. Non deve, al termine della Messa, fermarsi a parlare con la gente. Nelle ricorrenze importanti, la Messa solenne sarà sempre celebrata dal Superiore, e non da Padre Pio. La sua Messa deve durare mezz'ora, e non un'ora o due come un tempo. - Chiamale cosucce! Lo trattano proprio come un bambino. Lo tengono lontano dalla gente perché potrebbe seminare scandalo e non gli permettono di confessare perché potrebbe traviare i peniten-ti. Controllano anche i suoi colloqui con il Signore, misurano le pa-role che dice a Dio. Povero Padre! Sta quasi peggio di prima... - Godiamocelo, invece di criticare - cercò d'insistere Padre Raffaele. - Vedrai che il Signore metterà tutto a posto. - Beati voi che avete la forza di pensare al Signore. Io mi rodo. Comunque, ho capito che conviene stare buoni, tanto quelli di Ro-ma trovano sempre il modo di fregarti. Da quando conosco Padre Pio, non finisco di scoprire aspetti inediti e impensabili della buro-crazia ecclesiastica, che non avrei mai potuto immaginare. Padre Raffaele si copri con le mani le orecchie come per dire che non voleva sentire quei ragionamenti. Fingeva di essere scandaliz-zato, ma nel profondo del suo cuore dava ragione a Morcaldi. "Anche in questa occasione" si diceva Padre Raffaele "Padre Pio è stato veramente trattato come un malfattore. Gli hanno usato in-giustizie vergognose. L"Osservatore Romano' e il periodico eccle-siastico 'Acta Apostolicae Sedis' avevano sempre riportato le noti-zie delle condanne al Padre. Sulla sua liberazione, nessun accenno. Probabilmente perché, come dice Morcaldi, non è affatto una 'libe-razione', ma solo una 'sospensione della pena'. La condanna, e quindi la colpa, restano. Il giudizio della Chiesa non è mutato. Pa-zienza. Preghiamo il Signore che ci aiuti a sopportare." Padre Pio ricevette il permesso di confessare gli uomini il 25 marzo 1934, mentre dovette attendere fino al 12 maggio dello stesso anno per avere la facoltà di confessare anche le donne. Ogni volta che gli veniva fatta qualche concessione, si coglieva anche l'occasione per ribadire le varie disposizioni restrittive. "Potrà" gli scrisse il Provinciale il 25 marzo 1934 "ascoltare le sacramentali confessioni degli uomini in sacrestia, prima della Messa e subito dopo, e nei grandi corridoi anche nel pomeriggio, previo il consenso del Superiore locale. Capitando qualche uomo nel resto della giornata, potrà confessarlo in coro o nella saletta. Resta a lui sempre proibito di parlare, senza una speciale autoriz-zazione del Superiore maggiore, con qualsiasi donna." In occasione della concessione della facoltà di confessare le don-ne, il Padre generale scrisse al Provinciale: "Vostra Paternità, nel-l'atto di comunicare quanto prima a Padre Pio questa buona notizia, vorrà intimargli per ordine della Congregazione del Sant'Uffizio, e anche a nome nostro, che per confessare i fedeli si rechi direttamente al confessionale e, finite le confessioni, si ritiri subito in convento senza fermarsi per nessun motivo". Il 10 agosto 1935 ricorrevano venticinque anni dall'ordinazio-ne sacerdotale del religioso di Pietrelcina. Si trattava delle sue noz-ze d'argento con Cristo, un'importante ricorrenza che doveva es-sere festeggiata. - Che facciamo? - domandò il Guardiano incontrando, qual-che giorno prima di quella data, il Superiore provinciale a Foggia. - Bella domanda! - rispose Padre Bernardo. Da tempo era stanco dell'assurda situazione in cui si trovava. Era un Superiore "straniero" a Foggia, imposto come punizione a cau-sa dello stato di emergenza provocato da Padre Pio. Erano esatta-mente undici anni che ricopriva quell'incarico, e da undici anni la maggior parte del suo tempo, delle sue preoccupazioni e dei suoi problemi aveva riguardato Padre Pio. Padre Bernardo era assolutamente convinto della straordinaria bontà del confratello, ma doveva continuare a fare il "gendarme", per far osservare le continue disposizioni che arrivavano da Roma. - Lo sa bene che il Generale e quelli del Sant'Uffizio controlla-no tutto - disse a Padre Raffaele. - Se facciamo qualcosa che non rientra nelle loro indicazioni, ci mettiamo nei guai. E mettia-mo nei guai anche Padre Pio. Quindi, niente festeggiamenti, nien-te Messa solenne, niente canto del Te Deum, niente inviti o pran-zi, insomma, nessuna festa. Purtroppo, togli questo, togli quello, si finisce per rendere quel giorno uguale a tutti gli altri. Cerchere-mo di stare vicini al Padre con tanto affetto. Verrò a San Giovanni anch'io e porterò il Vicario. Faremo venire il suo confessore, Pa-dre Agostino, cui è tanto affezionato. - Povero confratello, mi fa pena. - Anche a me. Mi suggerisca lei qualcosa di concreto che non scateni i soliti rimproveri, le solite lettere di protesta. - è bene pensarci prima, stabilire chiaramente che cosa si vuoi fare per evitare inconvenienti. Ricordo la festa del suo onomasti-co, lo scorso anno, la prima che celebrava dopo i tre anni di "se-gregazione". Una delle sue "figlie spirituali", che è maestra, a mia insaputa aveva insegnato ai suoi alunni dei canti da eseguire du-rante la Messa, credendo fosse cosa lecita e conveniente. Ma io, sentendo quelle musiche e pensando ai divieti del Sant'Uffizio, mi sono preoccupato e sono corso a fermare tutto. Immagina il dolo-re di quella ragazza, dei bambini, e dello stesso Padre Pio. - Capisco, capisco. Mi piange il cuore. Possiamo invitare a pranzo, in refettorio con i frati, il papà e il fratello del Padre, in mo-do che si senta in famiglia. è molto attaccato ai familiari, e sarà per lui cosa molto gradita. - Faremo così. Anche quel giorno tanto importante trascorse per Padre Pio senza alcuna solennità. Ma lui non se ne rammaricò. Ormai era abituato a tutto e distaccato da ogni esteriorità. Gradì molto poter pranzare con papà Grazio e il fratello Michele e si intrattenne con loro conversando affettuosamente. Nel pomerig-gio trascorse alcune ore con il proprio confessore, Padre Agostino. - Ti vedo preoccupato - gli disse quest'ultimo quando furono soli nella cella di Padre Pio. - è un periodo difficile, Padre spirituale. - Ce ne sono stati tanti altri, figliolo, fatti coraggio. - Questo sembra non finire mai. Padre Pio era proprio demoralizzato. In refettorio aveva riso, scherzato, si era mostrato felice. Ma adesso, a quattr'occhi con il confessore, svelò il suo vero stato d'animo: aveva il morale a ter-ra. Le sofferenze dei tre anni di "segregazione", anche se soppor-tate con fede e rassegnazione, avevano certamente lasciato un se-gno indelebile nel suo spirito, provocando disturbi non lievi, forse malattie psicosomatiche. Accusava infatti fortissime emicranie, inappetenza continua, insonnia, febbri improvvise. E un grave sta-to di insicurezza. - Il peggio è passato - disse Padre Agostino cercando di fargli coraggio. - Ormai hai ripreso la tua esistenza normale. - Restano le difficoltà interiori. Quell'aridità, quella freddez-za, quei dubbi nei confronti di Dio di cui le ho parlato tante volte, vanno aumentando. E il dolore che ne provo è indicibile. - I tuoi "amici invisibili" sono sempre latitanti? - Da anni ormai. Non vedo e non sento più né Gesù né la Ma-donna. Lunico che mi è vicino è l'Angelo Custode, ma anche lui non si fa vedere. - Cos'è che ti provoca maggiormente disagio in questo stato di aridità, come lo hai chiamato? - L'incertezza di essere in grazia di Dio, non sapere se le mie azio-ni sono buone o cattive. Se riesco a compierle per amore di Dio o se sono soltanto frutto di egoismo, di cattiveria. Preferirei mille croci a questo stato d'animo. Anzi, qualsiasi croce sarebbe dolce e leggera per me, se non covassi questo dubbio. Comincio perfino ad avere paura della morte, perché penso che, se dovessi morire ora, finirei all'inferno. A volte mi sembra di impazzire. Un tempo, quando face-vo dei fioretti, pregavo, mi sacrificavo, accettavo le umiliazioni, le sofferenze, "sapevo" di compiere qualche cosa che piaceva al Signo-re, che serviva alla salvezza delle anime. Ma da anni ormai questa certezza non ce l'ho più. E sono perseguitato dal pensiero che le mie azioni siano inutili, in quanto io non sono in grazia di Dio. è come se fosse stato strappato il filo che mi lega a Dio, e mi sento sperduto, in balia delle forze del male. è terribile, Padre spirituale. - Ti capisco, figliolo. è una prova grande, te l'ho già detto al-tre volte. Ma se il Signore te la impone ha uno scopo preciso. Non dimenticare che Dio ti è "Padre", ti ama in modo sublime, e quin-di agisce per il tuo bene. - Lo so, me lo ripeto in continuazione, ma non "sento" niente. Anzi, provo nausea, avversione, per questi pensieri. Speriamo che il Signore abbia misericordia di me e ponga fine a questa prova.

12

Ogni due mesi il Provinciale dei Cappuccini di Foggia, Padre Bernardo d'Alpicella, doveva inviare al Superiore generale dell'Ordine una dettagliata relazione su Pa-dre Pio. In duplice copia, gli avevano ordinato, perché il Generale doveva, a sua volta, mandarne subito una alla Suprema Congre-gazione del Sant'Uffizio. Il Provinciale non viveva a San Giovanni Rotondo, ma a Fog-gia. Doveva quindi informarsi per poter scrivere. Il suo referente era il Guardiano del convento di Santa Maria delle Grazie, Padre Raffaele. Tra loro c'era ormai un'intesa perfetta. Quell'esercizio era servito a cementare un'amicizia che all'inizio, a causa della provenienza di Padre Bernardo da un'altra provincia, sembrava impossibile. Adesso si davano del tu. Per adempiere al loro compi-to si incontravano spesso, discutevano, valutavano insieme. In questo modo avevano approfondito la conoscenza di Padre Pio. - Quanto mi pesa questa incombenza - diceva ogni volta il Provinciale. - E un impegno umiliante. Mi vergogno a dover sin-dacare continuamente su quello che Padre Pio fa, come lo fa, per-ché lo fa. Spero che Dio mi perdoni. - Anch'io non ne posso proprio più - rispondeva Padre Raf-faele. - Padre Pio è così buono, così semplice, così indifeso! E noi sempre fl a dubitare di tutto quello che fa. Prima di mettersi a scrivere, i due religiosi si soffermavano a esa-minare la situazione nei due mesi su cui il Provinciale doveva redige-re la relazione. Compilavano bilanci, facevano raffronti con i mesi precedenti e valutavano a fondo le ragioni per cui certe disposizioni del Sant'Uffizio non erano state osservate. In genere filava sempre tutto liscio. Padre Pio era ligio agli ordi-ni, li eseguiva con scrupolo. Ma per alcune restrizioni aveva una ripulsa; per esempio, per l'obbligo di celebrare la Messa in 30 mi-nuti. Ogni volta il Provinciale constatava che, su questo punto, il Padre aveva disobbedito. - Com'è andata la Messa in questi mesi? - domandò il Pro-vinciale a Padre Raffaele, che nella primavera del 1937 aveva compiuto l'ennesimo viaggio a Foggia per espletare quell'odiosa formalità. Padre Raffaele allargò le braccia scuotendo la testa: - Come sempre, anzi, peggio. Nel semestre scorso in media la sua Messa durava circa 60 minuti. In questo semestre la media è di 90 minuti e a volte di 100. - Oh, mamma mia - si lamentò il Provinciale. - Che scrivo? Il Sant'Uffizio gli ha imposto di non superare la mezz'ora! - Credo che non sia mai riuscito a rispettare quel tempo. Nep-pure la prima volta, appena arrivate le disposizioni. - Dovrebbe rendersi conto che se sgarra di 10, 15 minuti, al Sant'Uffizio possono chiudere un occhio. Ma quando raddoppia o triplica il tempo indicato, quelli possono pensare che lo fa appo-sta, o in spregio ai loro comandi, e si arrabbiano. - Gliel'ho detto e ripetuto tante volte. Risponde sempre che non ce la fa, che non è capace. Di recente poi mi ha detto che Ge-sù non vuole che lui vada in fretta durante la Messa. Gliel'ha proi-bito esplicitamente. - Ora siamo proprio perduti! - esclamò il Provinciale fingen-dosi disperato. - Se c'è Gesù di mezzo, addio comandi del Sant'Uf-fizio... E allora perché non viene Gesù a scrivere queste relazioni? I due confratelli risero. Il loro imbarazzo e la loro ritrosia nel compiere quell'adempimento denotavano il grande amore e la profonda ammirazione che avevano per Padre Pio. - E veramente ridicolo - osservò Padre Raffaele - che noi stiamo qui a misurare con il cronometro quanti minuti un sacer-dote resta sull'altare per la Messa. - Dovremmo semmai preoccuparci se la celebrasse' in modo troppo veloce, se liquidasse un rito così importante frettolosamen-te - aggiunse serio Padre Bernardo. Sarebbe infatti segno di poca fede, di trascuratezza spirituale. Non ho mai capito il senso di quella disposizione. - Forse quelli del Sant'Uffizio vogliono che Padre Pio non si di-stingua, resti anonimo, non faccia niente di diverso dagli altri sa-cerdoti. Mi sembra comunque assurdo stabilire un tempo per il più sublime tra i riti religiosi, la Messa. - E pensare - disse Padre Raffaele - che la Messa di Padre Pio è ciò che colpisce di più il sentimento religioso dei pellegrini. Di tut-ti i pellegrini, a qualunque categoria sociale appartengano. Non ho mai sentito nessuno lamentarsi perché la sua Messa è lunga. Anzi, tutti ne parlano con grandissima ammirazione e sostengono di ri-cavarne un bene spirituale immenso. In convento arrivano di fre-quente anche sacerdoti e vescovi che si fermano e assistono alla Messa del Padre. Spesso, poi, vengono a parlare con me e mi confi-dano le loro impressioni, i loro sentimenti. Sono sempre profonda-mente commossi proprio per la Messa. Un alto prelato che veniva da Roma mi ha detto poco tempo fa: "Mentre Padre Pio celebrava, ho voluto meditare sulla Santa Messa e posso dire che, in ventidue anni di sacerdozio, mai ho meditato con tanto raccoglimento né ho assistito a una Messa celebrata con tanta devozione come stama-ne". Un altro, un sacerdote bavarese, mi ha scritto: "Per me San Giovanni Rotondo è stata una novella Assisi; e ascoltando la Messa di Padre Pio ho visto Gesù Cristo sulla terra rivivere dopo venti secoli - Sono convinto anch'io che tutti i sacerdoti dovrebbero dire la Messa come la dice Padre Pio. Se veramente ci mettessimo a ri-flettere sul significato dell'immenso mistero che prende forma in quei momenti sull'altare, chi avrebbe il coraggio di celebrare in fretta? - A quelli del Sant'Uffizio non interessa il contenuto della co-sa, loro si preoccupano della forma - affermò indignato Padre Raffaele. - Non dobbiamo criticare - lo redarguì bonariamente Padre Bernardo, ma aggiunse: - Bisogna proprio dire che quei Monsi-gnori romani sono dei legulei miopi e noiosi. - Vedi che mi dai ragione? - Lasciamo perdere, altrimenti ci mettiamo nei guai. Comun-que, a noi tocca obbedire. Le disposizioni ci sono, e se non le fac-ciamo osservare ci andiamo di mezzo tutti. Che scrivo? - La verità. Dobbiamo dire la verità, perché quelli controllano, e c e sempre qualcuno che fa la spia. - Aggiungerò che "la gente segue con profonda devozione la Messa di Padre Pio e ne ricava tanto bene spirituale", in modo che al Sant'Uffizio capiscano che è una cosa bella, edificante, da ri-spettare, non da punire! Per il resto, mi sembra che sia tutto a po-sto. Che ne dici? - Non vedo per il momento altre incongruenze. Arrivano le solite lettere anonime con le solite accuse, insinuazioni. - Bisogna rassegnarsi a questa piaga delle lettere anonime - osservò Padre Bernardo. - Ho letto che da queste parti sono un'autentica mania. Lassù al Nord, da dove provengo io, nessuno scrive lettere anonime. Nessuno si interessa delle vicende dei preti, dei religiosi, a meno che non scoppino scandali gravissimi. Qui in-vece è un vizio diffuso. Talmente diffuso che i vescovi della Puglia sono stati costretti a dichiarare che chi scrive lettere anonime ca-lunniando commette un peccato gravissimo, "riservato", che solo il vescovo può assolvere. Quando si arriva a prendere queste mi-sure disciplinari, bisogna riconoscere che la gente è vittima di odi e rancori inveterati. - Negli ultimi tempi sono proprio aumentate queste lettere. - Non ti preoccupare. Leggile per tenerti al corrente di tutto, ma non badarci troppo. - Va bene, farò così. Tornando a San Giovanni, Padre Raffaele continuava a pensare a quanto aveva detto a Padre Bernardo. "L'ho ingannato" si ripeteva pieno di rimorsi. "Ho accennato alle lettere anonime ma non gli ho confessato la ragione per cui stanno diventando un problema preoccupante." Le lettere anonime da qualche tempo riguardavano un argo-mento delicato, che aveva già procurato tanti guai a Padre Pio: le donne. Padre Raffaele lo teneva nascosto perché era certo che sa-rebbe stato deleterio se fosse diventato di dominio pubblico. E dal momento che era sicuro dell'innocenza del confratello, rischiava di persona. Le lettere anonime prendevano di mira soprattutto le "figlie spiri-tuali" di Padre Pio, un gruppetto di donne che il Padre aveva fondato nel 1916, al suo arrivo a San Giovanni, e che via via si era andato infoltendo. Donne e ragazze che, sotto la sua guida, si impegnavano a condurre una vita di perfezione, dedicandosi alla preghiera, alla meditazione e all'osservanza delle virtù evangeliche, pur continuan-do a vivere nel mondo: una sorta di suore laiche. Per Padre Pio erano autentiche "figlie", che lui seguiva, consigliava, aiutava con grande amore. Per i suoi detrattori, erano le sue amanti. Negli anni della "segregazione" il Padre era stato costretto a trascurare le sue "figlie spirituali", e tra loro si era avuto un po' di sbandamento. Negli ultimi tempi, poi, erano state proprio loro, con il loro comportamento, a far sorgere nuovi sospetti e nuove critiche. Sembrava che lo spirito del male fosse riuscito a penetra-re nel gruppo seminando divisioni. Alcune si erano lasciate vince-re dall'invidia, dalla gelosia, e accusavano il Padre di avere delle preferenze, di voler più bene a certe e meno ad altre. - Io sono tutto di ognuna - diceva loro Padre Pio, che sentiva per ciascuna un grande affetto paterno. Ma loro, accecate dall'egoi-smo femminile, non riuscivano a capire. E le stupide beghe si susse-guivano provocando negli estranei una cattiva impressione. - Le lasci perdere - consigliavano i confratelli di Padre Pio, te-stimoni diretti di certi inconcepibili capricci tipicamente femminili. - Ha gli occhi del Sant'Uffizio addosso e si perde in stupidag-gini del genere. - Ma quali "figlie spirituali"! Quelle sono delle arpie. Finiran-no per rovinarlo... Padre Pio percepiva le preoccupazioni dei confratelli, anche per-ché qualcuno, che aveva maggior confidenza, gliene aveva parlato apertamente. Però non dava loro ragione. Si comportava come un papà che ha dei problemi con i figli: soffre, ma non li abbandona. Avrebbe potuto farlo. Sapeva che così si sarebbe tolto dai guai, ma non lo riteneva giusto. Lui aveva dato vita a quel gruppo e lui dove-va continuare a preoccuparsene. - Ogni anima ha bisogno di una cura speciale - spiegava ai con-fratelli che lo criticavano. - Hanno caratteri diversi, da prendersi chi per un verso e chi per un altro. - Ogni tanto, però, gli sfuggiva-no frasi che palesavano quanto soffrisse per quelle vicende: - Mi costano lacrime di sangue, queste figliole! Che croce, Signore! Continuava con pazienza a vederle, a parlare con loro, a racco-mandare la tranquillità, a sedare i loro capricci, i malintesi. In ef-fetti non avrebbe potuto comunicare direttamente con le "figlie spirituali", dato che restava in vigore la proibizione di parlare "con qualsiasi donna", ma in via eccezionale "disubbidiva" per il bene di queste persone a lùi tanto care. Padre Raffaele si era preoccupato quando aveva scoperto che, per le "figlie spirituali", da qualche tempo Padre Pio veniva meno a quanto disposto dai Superiori maggiori. Nel 1923 gli era stato infatti proibito di avere scambi epistolari con chiunque. Aveva obbedito, troncando di colpo la folta corri-spondenza che teneva da anni. Nel periodo della "segregazione", tuttavia, aveva ripreso a scrivere bigliettini a qualcuna delle sue "figlie spirituali". Scriveva, e quindi disobbediva a una precisa di-sposizione del Sant'Uffizio. Quando se ne era accorto, Padre Raffaele aveva provato una grande delusione. "Io lo considero un santo" diceva fra sé. "E un santo non può assolutamente disobbedire." Quei bigliettini erano diventati un incubo per lui. Pur sapendo di essere responsabile del comportamento del Padre davanti ai Su-periori, nQn aveva mai trovato il coraggio per affrontare l'argo-mento con lui. "Come si fa ad andare a chiedergli perché scrive letterine a delle donne!" si diceva imbarazzato. Fingeva di non sapere niente, sperando che la disobbedienza fi-nisse. Invece continuava. Anche dopo la conclusione del periodo di "segregazione", Padre Pio continuava a scrivere. Il Superiore era talmente amareggiato che non aveva ancora trovato il corag-gio di confidare il proprio segreto al Provinciale. "Prima o poi dovrò farlo" si diceva. "Altri confratelli lo hanno scoperto, e le chiacchiere corrono." Padre Raffaele era profondamente convinto che Padre Pio aves-se una missione particolare da svolgere in questo mondo. Ed era convinto che anche le sue "figlie spirituali" ne facessero parte. Quel gruppetto sarebbe certo diventato il fulcro di un grande mo-vimento spirituale. Perciò chiudeva un occhio se nel comportamento del Padre qualche cosa strideva con le severe regole che gli avevano imposto. Negli ultimi tempi, però, le trasgressioni erano aumentate. Nel maggio del 1936, dopo una breve malattia, era morta a San Giovanni Rotondo Carmela Morcaldi, madre di Cleonice. Carmela era stata una delle prime "figlie spirituali" di Padre Pio, e anche Cleonice lo era diventata fin da ragazzina. Orfana del papà, Cleo-nice aveva trovàto nel Padre una guida spirituale straordinaria, che l'aveva seguita con amore negli anni difficili dell'adolescenza e della prima giovinezza, diventando per lei una specie di meravi-glioso "padre adottivo". Adesso, con la perdita della mamma, Pa-dre Pio costituiva tutto il suo mondo affettivo, e lei si sentiva an-cor più legata a lui. Cleonice aveva, nel 1936, trentun anni. Era nata il 22 febbraio 1904, il giorno in cui Fra Pio faceva la sua professione nell'Ordine dei Frati Cappuccini. E spesso il Padre le diceva: - Un Padre nasceva alla vita religiosa, e intanto una figlia veni-va alla luce. A trentun anni, Cleonice non era più una ragazzina. Aveva un diploma di maestra, insegnava, era carina, aveva già ricevuto di-verse proposte di matrimonio, ma le aveva sempre rifiutate perché da tempo aveva fatto una precisa scelta. Aveva deciso di vivere da "suora laica", di dedicare la propria vita alla preghiera, all'aiuto del prossimo, alle opere di Padre Pio. Durante il periodo della "segregazione", il Padre aveva scritto diversi bigliettini a Cleonice. Adesso, in occasione della morte del-la madre, le aveva inviato alcune lettere. Ed erano state proprio queste lettere a mettere in crisi Padre Raffaele, che si chiedeva co-me mai quel suo santo confratello avesse deciso di disobbedire a una disposizione impartita dal Sant'Uffizio. Dopo aver trascorso alcune notti insonni, Padre Raffaele decise di tornare a Foggia per confidare al Provinciale il pesante segreto che ormai si teneva dentro da troppo tempo. - Nei nostri incontri per preparare le relazioni semestrali ti ho taciuto un particolare sul - Parla pure - lo incoraggiò Padre Bernardo. re Al Padre, come sai, è stato proibito di scrivere lettere, di tene-re corrispondenza fin dal 1922. Ha sempre obbedito, troncando la corrispondenza con alcune persone di cui faceva il direttore spiri-tuale per lettera. Però mi sono accorto che negli ultimi tempi invia bigliettini e lettere a qualche "figlia spirituale". In particolare, du-rante l'ultimo anno, a una di loro, Cleonice Morcaldi, che è rimasta orfana di entrambi i genitori. Scrive, e quindi disobbedisce. - Mamma mia, è un fatto veramente grave! - esclamò Padre Bernardo. - Non riuscivo a trovare il coraggio per dirtelo. - E adesso? Se informo il Sant'Uffizio, come dovrei, succede il finimondo. Quelli, quando sentono parlare di donne vedono non il Demonio, ma tutto l'inferno! Se taccio, rischio ancora di più. - Anche perché - aggiunse Padre Raffaele - non sono il solo a sapere delle lettere. Altre persone ne sono al corrente, religiosi e laici. - Un bel guaio. Ma perché Padre Pio fa di queste stupidaggini? - Me lo sono domandato tante volte. è una delle cose che non capisco. - Avrà perso la testa per una di quelle ragazze. Càpita. - No, questo è assolutamente da escludere - replicò deciso Padre Raffaele. E allora? - Vai a capirlo. Conosco Padre Pio da una vita ormai. è puro come un angelo. è un tipo sentimentale e vuole certamente bene alle sue "figlie spirituali". In lui il sentimento affettivo è molto forte: è un uomo traboccante d'amore, inteso in tutte le sfumature spirituali. Ma escludo nel modo più assoluto qualsiasi coinvolgi-mento morboso, di tipo erotico. Nel caso specifico, per Cleonice Morcaldi, come per altre "figlie spirituali", prova un amore pa-terno, grande, ma santo. Me lo ha confermato anche Padre Ago-stino, il suo confessore. Del resto, anche Gesù amava alcune don-ne più di altre: Maria e Marta, le sorelle di Lazzaro, Maddalena e quelle che lo seguivano ovunque... - Mi sembra - lo interruppe Padre Bernardo - che fai tutti questi ragionamenti per convincere soprattutto te stesso. Diciamo con franchezza che ti trovi a dover giudicare una vicenda estrema-mente delicata, e che il comportamento di Padre Pio ci mette tutti nei guai. - Sì, forse hai ragione, era proprio questo che volevo dire e ti chiedo di aiutarmi perché davvero non so che decisione prendere. Padre Bernardo rimase in silenzio, riflettendo su quanto gli era stato riferito. Non era molto disteso, e il suo viso rifletteva un'evi-dente contraddizione. - Insomma - sbottò - questo Padre Pio ce ne combina di tutti i colori. Con tutti i guai che già abbiamo, adesso ci sono anche le lettere, le donne, le "figlie spirituali", le orfane. Quanta pazienza! Guardò Padre Raffaele e vedendo che era triste gli sorrise. - Mi prendi alla sprovvista, non saprei neppure io che decisio-ne adottare - disse. - Forse bisogna attendere, riflettere. Per il momento non direi niente a quelli di Roma. Vediamo se riusciamo a risolvere il problema tra di noi. Tu cerca di tenere la situazione sotto controllo. Se puoi, parla con Padre Pio. - Come faccio? Mi sento morire al solo pensiero di affrontare un argomento del genere con lui. - Allora aspettiamo, e che Dio ce la mandi buona. - Padre, voi mi avete tradito - mormorò Cleonice con voce rot-ta dal dolore. Si era accostata al confessionale di Padre Pio non per confessarsi, ma per dare sfogo a un cruccio interiore che l'aveva let-teralmente sconvolta. Non era facile poter parlare con il Padre, e a volte approfittava del confessionale per confidargli le proprie pene. - Che ti succede, figliola? - domandò calmo Padre Pio. - Amalia mi ha raccontato tutto quello che vi ho confidato. Voi le avete rivelato i miei sentimenti. Sono veramente mortificata e anche arrabbiata. Non mi sarei mai aspettata un simile tradi-mento da voi. - Figlia mia, come osi pensare una cosa simile? Vorresti dubi-tare della mia serietà? Te ne ho forse mai dato motivo? - Eppure Amalia sa cose che io ho confidato solo a voi. - Non mi avevi accennato a certi appunti che avevi scritto per parlarmi dei tuoi problemi? - Sì, è vero. - Dove sono? - A casa, nella mia cameretta. - No, figliola. Tu li hai perduti, e Amalia li ha trovati. Sei stata tu stessa a tradirti, perdendo quelle carte e scatenando in Amalia la gelosia. Io non c'entro. Mi dispiace per quella povera figliola che non ha capito. - E adesso? - Non so che cosa succederà. Quella ragazza è ormai vittima della gelosia. Sta fantasticando, sogna, fa mille congetture. La gelosia acceca. Non so che cosa farà, e mi dispiace per la sua sof-ferenza. - Devo andare a parlare con lei. - No, ti consiglio piuttosto di farti vedere il meno possibile a parlare con me. - Ma io devo vedervi, sentire una vostra parola. Da quando è morta la mamma non ho più nessuno, solo voi. - Ti capisco, figlia mia. Ho sofferto terribilmente anch'io quando ho perduto la mamma. Ma dobbiamo guardare la realtà con gli occhi della fede. Noi sappiamo che la vita non finisce, ma continua in Dio, nell'aldilà. I nostri cari ci sono sempre vicini in Dio. La mamma tua dal cielo ti guarda e ti segue. Più di quanto poteva farlo quando era qui con te, su questa terra. - Padre, quando parlate di mia mamma dite sempre che e in cielo". Mai avete detto che è "in paradiso". Perché? - Figliola! Sono pochissime le anime che lasciando la terra ar-rivano direttamente al cospetto di Dio. Tutte hanno qualcosa da purificare, da lustrare, da togliere. E allora passano per il purgato-rio, che è uno stato in cui le anime stanno in attesa", bruciano nel desiderio della perfezione assoluta e in questo modo si purifi-cano. Tutti passano per il purgatorio. La tua mamma era una san-ta, e lo sai bene. Ma anche lei ha dovuto fare una breve sosta in quel luogo di purificazione. Ti posso assicurare, però, che ora è in paradiso. Vi è entrata questa mattina, l'ho saputo mentre celebra-vo la Messa. - La mamma ci proteggerà, ci aiuterà, ma io ho bisogno di sentire di tanto in tanto una vostra parola. - Facciamo così: se hai la necessità di scrivermi per comunicar-mi qualcosa, non firmare le lettere con il tuo nome e non chiamar-mi Padre Pio. Usa un altro nome. Per esempio, chiamami Racheli-na, così, se perdi le lettere, svii la curiosità di chi le trova. E quando vieni in chiesa, se hai bisogno di parlarmi, dopo aver salu-tato il Signore e aver parlato con lui, fai un colpetto di tosse. Allora io capisco e vado nel confessionale, dove possiamo parlare D'accordo? - Va bene, Padre, faremo così, ma non abbandonatemi. Ora vado, beneditemi. - Che il Signore sia sempre con te. E comportati bene. Preoc-cupati di essere chiara davanti a lui. Il giudizio degli uomini non conta niente. Amalia aveva deciso di vendicarsi. Leggendo i fogli smarriti da -Cleonice, si era convinta che Padre Pio avesse delle preferenze e non accettava questo fatto. Non ebbe il coraggio di andare a di-scutere della vicenda con il Padre. Si chiuse in se stessa, lasciando-si corrodere dalla gelosia. Cominciò a diffondere malumore tra le compagne. Qualcuna le dava ragione e si unì a lei. Con queste amiche Amalia abbandonò il gruppo delle "figlie spirituali" di Padre Pio per passare tra i suoi nemici. Divenne una delle sue più accanite accusatrici e, purtrop-po, lo incolpava inventando calunnie. Padre Raffaele vide all'improvviso aumentare le lettere anonime contro Padre Pio. Contenevano segnalazioni precise: denunciavano incontri segreti, nel cuore della notte, tra Padre Pio e qualcuna delle sue "figlie spirituali". Indicavano l'ora, parlavano di chiavi duplicate. Il Guardiano era spaventato. Si dava da fare per tenere tutto sotto controllo, ma gli riusciva difficile da solo. Si confidò con un confratello, Padre Vittore, che occupava la cella accanto a quella di Padre Pio ed era un tipo calmo e riservato. - Sta succedendo qualcosa di molto brutto - gli rivelò. - A che cosa alludi? - domandò Padre Vittore. - A Padre Pio. - Altre restrizioni in vista? - No. Si tratta difatti che accadono qui, nel nostro convento. Ricevo lettere anonime che contengono gravi insinuazioni. Si dice che Padre Pio di notte riceva in convento delle donne. - Ne ho sentito parlare - commentò Padre Vittore con tono imperturbato. - Da chi? - Dai confratelli. Credo che anche Padre Giuseppe abbia rice-vuto lettere del genere. Sai che lui è sempre stato scettico su Padre Pio. Il delatore probabilmente ne era al corrente e quindi si è ri-volto anche a lui inviandogli missive simili a quelle che hai rice-vuto tu. - Allora c'è un complotto - disse il Guardiano. - L'anonimo delatore manda le lettere a me in quanto Superiore del convento, per avvertirmi che devo denunciare ciò che sta accadendo; e man-da altre lettere a Padre Giuseppe per spaventarmi, farmi sapere che anche altri sono al corrente dei fatti, e che quindi non posso tenere nascosta la vicenda. Farabutto, mi vuole incastrare. E una mossa proprio cattiva contro Padre Pio. - Povero confratello, non lo lasciano mai in pace. - Anche lui, però! Con queste "figlie spirituali"... Non potreb-be mandarle tutte al diavolo? - I santi, chi li capisce? - Tu continui a ritenerlo tale? - Vorresti che cambiassi opinione per qualche pettegolezzo? So-no anni che vivo accanto a Padre Pio e conosco bene la sua condotta. - Hai ragione. Una persona va giudicata dall'insieme della sua condotta, non sulla base di chiacchiere. Però dobbiamo far luce su questi fatti. è importante stabilire che cosa ci sia di vero. Nel caso la vicenda arrivi a Roma, devo avere chiara la situazione in modo da poter controbattere alle accuse. - Quindi, che cosa vuoi fare? - Spiare Padre Pio. Nelle lettere si segnala perfino a che ora ri-ceverebbe le donne. Guarda qui. Padre Raffaele tolse dalla tasca del saio l'ultima lettera anonima che aveva ricevuto il giorno prima. - Vedi? - disse al confratello indicandogli un punto preciso. - Qui dice che questa sera, verso le 23, il Padre scenderà ad apri-re la porta della chiesa per far entrare una donna. - Fammi vedere - ribatté Padre Vittore prendendo la lettera e osservandola attentamente. - Che c'è? Che hai scoperto? - domandò il Superiore. - Questa è la scrittura di una donna. - Ne sei sicuro? - Ho letto un libro di grafologia, una scienza moderna che stu-dia la scrittura. L'autore è Padre Girolamo Moretti, un conventua- le, considerato, almeno in Italia, il padre di questa scienza. è un trattato interessante, e qualcosa ho imparato. Ti assicuro che que-sta scrittura ha tutti i caratteri tipici della grafia femminile. - Interessante! - Probabilmente si tratta di una delle "figlie spirituali" di Pa-dre Pio che ultimamente si sono allontanate da lui, che vuole ven-dicarsi calunniandolo. - Potrebbe essere proprio così. Ma io vorrei controllare il com-portamento del Padre per avere la certezza che le accuse sono false e quindi poterlo difendere. Tu mi devi aiutare. - Volentieri. - Ho già studiato un piano. Da questa sera ci daremo il cam-bio per seguire, di nascosto s'intende, i movimenti di Padre Pio. Lo terremo d'occhio tutta la notte. E controlleremo anche che le porte del convento e della chiesa siano chiuse. Ho pensato a uno stratagemma: ho preparato delle striscioline di carta sottili, quasi invisibili. Alla sera tardi, non appena il Padre si è ritirato nella sua cella, tu, che gli vivi accanto, vieni subito ad avvertirmi, e io vado a incollarle sulle porte. Se qualcuno, durante la notte, le apre, le striscioline si rompono e noi, al mattino, abbiamo la certezza che c'è stato qualcuno. Poi troveremo il modo di sapere chi ha aperto le porte di notte. - Va bene, sarò con te. Padre Raffaele e Padre Vittore cominciarono questo faticoso traffico. Era novembre e faceva freddo. Era gravoso svegliarsi nel cuore della notte per andare in giro a ispezionare le porte, incolla-re le striscioline di carta e alzarsi al mattino prima degli altri per controllare. Per non far rumore, i due confratelli camminavano scalzi. Quando tornavano a letto, i loro piedi erano freddi come il ghiaccio. Questi controlli durarono mesi. Nemmeno una sola volta tro-varono una strisciolina di carta rotta. Nessuno, quindi, aveva mai aperto le porte di notte. Mai un movimento sospetto di Padre Pio o di altri religiosi. Un giorno il Guardiano ricevette una lettera anonima molto lunga, che riferiva una quantità incredibile difatti farneticanti e affermava che, quella sera, alle 23, ci sarebbe stato un importante incontro tra Padre Pio e la misteriosa donna. - Padre Vittore, questa sera siamo di vedetta - disse al con-fratello. - è arrivata una lettera? - Sì, una lettera delirante. Comunque, dice che stasera alle 23 la donna entrerà in chiesa, e noi dobbiamo assolutamente controllare. - Bne, prepariamoci a vegliare. Si disposero nei punti strategici. Padre Raffaele controllava il coro dove, in genere, Padre Pio restava a pregare fino alle 23. Pa-dre Vittore sorvegliava la cella, così avrebbe potuto sapere se il Padre, una volta lasciato il coro, si ritirava nella sua cella o anda-va in un'altra parte del convento. Quando i frati erano già a letto, Padre Raffaele, furtivo e a piedi scalzi come sempre, andò a sigillare le porte. Poi si appostò in attesa. Padre Pio era nel coro. Intorno alle 23 si alzò per rientrare in cella. Ma invece di dirigersi lungo il corridoio scese in cucina, forse per be-re un sorso d'acqua. Come lo vide imboccare le scale, il Guardiano ebbe un tuffo al cuore. Voleva fermarlo, poi desistette. "Non potrei mai scoprire la verità" penso. Rimase ancora per un po' nel proprio nascondiglio e poi, veloce e guardingo, scese anche lui le scale. Cercò in cucina, in refettorio, nel corridoio, ma di Padre Pio non c'era più traccia. Guardò an-che in chiesa: niente. "Sarà uscito" si disse sconcertato. Non c'erano altre spiegazioni. Salì di nuovo al primo piano e bussò alla cella di Padre Vittore. - L'ho perso, non so più dove sia finito - mormorò addolorato. - Zitto - fece Padre Vittore mettendosi un dito sulle labbra. - è nella sua cella. - Nella cella? Da quanto tempo? - bisbigliò Padre Raffaele. - Da una decina di minuti. - Quando è uscito dal coro, l'ho vistò scendere le scale e ho pensato che andasse ad aprire la chiesa. Dopo un po' l'ho seguito, ma di lui nessuna traccia. - Sarà sceso a bere in cucina. - Ma non l'ho visto risalire. - Ti dico che è tornato subito in cella, ero in ascolto. - Sei sicuro che sia ancora lì? - Certo che ne sono sicuro. Padre Raffaele si avvicinò lentamente alla porta. Accostò l'orec-chio nella speranza di percepire qualche rumore. Sentì in effetti qualcosa e si avvicinò ancor di più. Il rumore ritmico, inconfondi-bile, era quello tipico di un monaco che si flagellava. In modo pe-sante. Si sentiva anche la voce addolorata di Padre Pio che accom-pagnava quel severo rito con la recita del Miserere, il salmo di David, usato per le preghiere di penitenza. Al Padre superiore vennero le lacrime agli occhi. Si sentì umilia-to e confuso. - Noi lo spiamo alla ricerca delle sue colpe, e lui è lì a flagellarsi - disse al confratello. - Siamo proprio cattivi. Il giorno seguente l'anonimo delatore inviò una seconda lettera dicendo che la sera prima, alle.23, Padre Pio aveva aperto la porta della chiesa e vi si era intrattenuto a lungo insieme alla misteriosa donna. - Vigliacco, farabutto, bugiardo, assassino - borbottava Pa-dre Raffaele camminando frettoloso verso la cella di Padre Vittore. - Se potessi averti qui ti strozzerei con le mie mani. Adesso ho le prove che sei solo un volgare mentitore. Ieri sera Padre Pio a quell'ora era nella sua cella che faceva penitenza, forse proprio per cercare di salvare la tua anima dannata. Il Superiore aveva deciso di lasciar perdere, di non curarsi delle lettere anonime e di non trascorrere più le notti al freddo girando per il convento. L'anonimo delatore, però, continuava la sua ope-ra farneticante, e a marzo accadde un fatto che portò di nuovo lo scompiglio nel convento di Santa Maria delle Grazie. - Ho colto Padre Pio in flagrante - disse Padre Giuseppe pre-sentandosi nella cella di Padre Raffaele. - Che cosa hai detto? - domandò il Guardiano. - Ieri sera tardi ho visto una donna entrare in chiesa. Sono sce-so e ho trovato Padre Pio sulle scale mentre saliva verso il corri-doio: certamente tornava dalla chiesa dove era andato ad aprire la porta alla donna. - Sei sicuro? - Sicurissimo. - Che cosa ti ha detto quando lo hai incontrato sulle scale? - Che era andato in cucina. - E tu? - Gli ho parlato della donna che avevo visto dal finestrone. Lui ha finto di cadere dalle nuvole ed è venuto con me a cercare. - Avete trovato la donna? - No, perché a un certo punto lui ha detto che aveva paura dei ladri e non ha voluto andare in chiesa a vedere. - E tu, ci sei andato? - No. Ero troppo furibondo. Se l'avessi trovata, l'avrei am-mazzata. - Quindi non l'hai vista. - L'ho vista mentre correva verso la porta della chiesa. E più tar-di mentre se la svignava. Invece di andare a dormire sono stato ap-postato al finestrone, e molto tempo dopo l'ho vista allontanarsi. Padre Giuseppe era esasperato. Era sicuro di quanto diceva. Pretendeva che il Guardiano denunziasse il fatto al Provinciale, che cacciasse Padre Pio dal convento. Padre Raffaele cercò di cal-marlo, ma si rese conto che non avrebbe ottenuto niente. Il con-fratello avrebbe certamente parlato in giro e forse anche scritto ai Superiori maggiori. Per cercare di impedire lo scandalo, chiamò Padre Agostino, con-fessore di Padre Pio, gli raccontò la vicenda e gli chiese di andare a parlare con il Padre. Padre Agostino si fermò tre giorni nel convento e svolse una minuziosa inchiesta. Interrogò Padre Pio e Padre Giu-seppe, li mise a confronto. Un incarico umiliante e penoso. - Non ho cavato un ragno dal buco - disse alla fine Padre Ago-stino al Guardiano. - Padre Giuseppe è fermo sulle sue posizioni, ma non ha visto la donna in chiesa e non l'ha neppure vista entrare. Dice di averla vista avvicinarsi. Del resto, non l'ha nemmeno vista uscire; sostiene di averla scorta dietro quel mucchio di sassi scavati dalla roccia dove dovrebbe sorgere la sede del Terz'Ordine. Lui giu-ra di aver visto una donna, e potrebbe avere ragione. Ma non ci so-no prove di nessun genere che quella donna sia entrata in chiesa. "Ho inoltre accertato che la porta della chiesa era chiusa a chia-ve, e la chiave l'aveva il sacrestano. A un certo momento Padre Giuseppe e Padre Pio sono andati insieme dal fratello sacrestano a prendere la chiavi con l'intenzione di aprire la porta della chiesa. Ma poi non l'hanno fatto, per paura dei ladri, ed è stato Padre Giuseppe a riportare la chiave al sacrestano. Quindi, la chiesa non è stata aperta. La donna non può essere entrata." Padre Agostino fece una lunga pausa, poi con tono sereno pro- I segui: Conosco Padre Pio da anni. Mentre rispondeva alle mie do-mande su questa faccenda, parlava con serenità. Si vedeva che è limpido come l'acqua. Padre Giuseppe invece era concitato, con-fuso dalla rabbia e dal desiderio di trovare il confratello in fallo. La mia convinzione, certissima, è che Padre Pio sia del tutto estra-neo a vicende del genere. Semmai è Satana che inventa, fa vedere, costruisce, elabora. Il Padre non c'entra niente. - Sono d'accordo con te - commentò Padre Raffaele. - E so-no proprio stufo. è più di un anno ormai che spio, passo le notti al freddo, nascosto negli angoli più imprevedibili, per controllare la condotta di Padre Pio. è ridicolo! Come si fa a dubitare di un confratello come lui? Basta guardarlo in faccia. Basta osservare come vive, come prega, quante penitenze fa. Siamo vittime di Sa-tana pure noi che dubitiamo. Mi vergogno di quello che ho fatto, n6n me lo perdonerò mai. è ora che la smettiamo con questa mentalità inquisitoria. Lasciamo che Padre Pio viva, agisca, realiz-zi ciò che lo Spirito di Dio gli suggerisce. Io non voglio più sentir-mi responsabile di azioni vigliacche come quelle che ho compiuto alle sue spalle nel corso di quest'anno. - Caro Padre Raffaele, tutto quello che hai fatto quest'anno è stato preziosissimo - ribatté Padre Agostino. - La tua è una testi-monianza straordinaria per la storia. Senza il tuo lavoro sarebbero potuti restare dei dubbi sulla moralità di Padre Pio. Tu e Padre Vit-tore, con le vostre meticolose ricerche, avete dimostrato senza om-bra di dubbio che le accuse delle lettere anonime non avevano alcun fondamento concreto, erano inventate di sana pianta; si trattava quindi, ancora una volta, solo di calunnie. lo, a mia volta, con l'in-chiesta che ho svolto, ho provato che nemmeno i sospetti del nostro confratello stavano in piedi. Quindi, abbiamo definitivamente chia-rito un brutto equivoco. Ricordati quel che ti dico e tienilo bene a mente: la tua opera è stata preziosissima. Hai reso un grande servi-zio a Padre Pio. - Ti ringrazio di pensarla così - disse Padre Raffaele confor-tato da quelle parole che non si aspettava. - Mi auguro che tu abbia ragione, però io mi sento un verme.

13

Abbiamo preso Macallè - disse trionfante Padre Filippo, un giovane religioso cappuccino di pas-saggio a San Giovanni Rotondo. Si era presentato nella sala della ricreazione con un giornale in mano e il viso raggiante. - Fai vedere. - Alcuni frati gli si avvicinarono per leggere la notizia. Padre Pio non si mosse. Stava guardando fuori della fine-stra e non si girò neppure verso i confratelli eccitati. Lo notizie belliche di quel periodo, che riferivano delle vittorie della campagna italiana nell'Africa Orientale, lo rendevano triste. - Non hai spirito patriottico - lo rimproveravano i confratel-li. E ogni volta che venivano annunciate nuove imprese, cercava-no di coinvolgerlo. - Abbiamo conquistato Amba Alagi. - Siamo entrati in Addis Abeba. - Il Duce ha proclamato l'Impero. - Mussolini ha stretto un patto con Hitler e ha proclamato l'asse Roma-Berlino. Padre Pio taceva a pregava. Aveva fama di grande veggente. Pa-dre Agostino e Padre Benedetto lo avevano interrogato spesso sul-le sorti dell'Italia all'inizio della prima guerra mondiale. E anche adesso arrivavano personalità ecclesiastiche e politiche a chiedere consigli. Il Padre non gradiva domande su quell'argomento e dava risposte sibilline, polemiche. - Non dobbiamo dimenticare il sangue che scorre in Spagna. Sangue chiama sangue - ribatteva a coloro che magnificavano le vittorie fasciste. - Che significa, Padre? - L'Europa piangerà tanti morti... Una follia infernale ci tra-scinerà nell'abisso. - Siete sempre pessimista, Padre. Perché non festeggiate anche voi le conquiste africane del nostro paese? - Non è terra nostra. Noi perderemo malamente ciò che ab-biamo rubato. Perderemo Tobruk, la Cirenaica... E poi ci ritirere-mo fino a Bengasi... e poi fino al deserto, e poi fino a Tripoli... e poi in Sicilia... e poi in Italia. - Dite sul serio? Avverranno di sicuro queste sciagure? - Anche di peggio, fratello, molto peggio. 112 febbraio morì Pio XI. Ai primi di marzo venne eletto Papa il cardinale Eugenio Pacelli, che prese il nome di Pio XII. - è 'nu bello Papariello - commentò il Padre. - Lasciate in pace Padre Pio - fece sapere subito Pio XII alla Curia vaticana. Il nuovo Papa conosceva la storia del celebre frate. Una sua sorel-la, Maria Teresa Pacelli Germi, era devota del Padre e informava il fratello di tutto quel che accadeva a San Giovanni Rotondo. Nel 1932, quando il cardinale Pacelli era da poco diventato segretario di Stato di Pio XI, l'avvocato Francesco Morcaldi, che si batteva per liberare Padre Pio dalla "segregazione" ordinata dal Sant'Uffi-zio, gli aveva inviato una lunga lettera in cui riassumeva tutta la storia del Padre e invocava un suo intervento. Nella veste di segretario di Stato, il cardinale Pacelli aveva dife-so il Padre nei limiti di quanto poteva fare senza intromettersi in problemi che non erano di sua competenza. Ma adesso che era Papa aveva deciso di proteggerlo. Per Padre Pio inizio un periodo caratterizzato da una certa li-bertà d'azione, che gli permise di realizzare grandi opere. Intanto, l'Europa veniva travolta dalla guerra. Cleonice Morcaldi aveva ottenuto un posto di insegnante a San Giovanni Rotondo e ne era molto felice. Dopo la morte della mamma, era rimasta praticamente sola, dato che i suoi fratelli e sorelle si erano sposati. - Perché non vieni ad abitare vicino al convento? - le suggerì Padre Pio. - Saresti più comoda per raggiungere la chiesa e pre-gare il Signore. Cleonice aveva scelto di dedicare la propria esistenza a Dio e al-le opere del Padre. Vendette la parte della casa paterna che le spet-tava e, aggiungendo al ricavato i propri risparmi di insegnante, si fece costruire una casetta nei pressi del convento. Viveva come una monaca: tutto il tempo libero lo dedicava alla preghiera. Trascorreva ore e ore inginocchiata in chiesa davanti al tabernacolo. Ogni giorno, finite le lezioni scolastiche, si affrettava verso il convento. Arrivava in tempo per vedere Padre Pio che, terminato il pranzo, usciva dal portone del convento e si recava in chiesa per le preghiere di ringraziamento. Al termine delle preghiere il Padre sostava sul piazzale per fare un po' di ricreazione, e allora era pos-sibile avvicinarlo, parlargli. A volte c'erano diverse persone, altre volte nessuno, soprattutto in quei mesi invernali, dopo che era scoppiata la guerra. E Cleonice era contenta di restare sola a con-versare con Padre Pio. Erano i momenti delle domande, delle con-fidenze. Aveva preso l'abitudine di mettere per iscritto tutte le ri-sposte del Padre. Era sicura che le sue parole costituissero delle indicazioni preziose, da conservare e trasmettere. Un giorno il Padre, uscito di chiesa, si avviò verso la montagna. Oltrepassò la spianata del sagrato e si incamminò tra le pietre. I suoi piedi feriti si muovevano incerti sul terreno accidentato. Cleonice gli stava appresso preoccupata. Il viso del Padre era radioso, ispira-to, sembrava che vedesse di fronte a sé non quel pendio roccioso e deserto, bensì costruzioni meravigliose, un villaggio pieno di animazione. Guardava e sorrideva. E continuava ad andare avanti, in-curante degli ostacoli che incontrava sul terreno. Padre, state attento a dove mettete i piedi. Potreste cadere e fe-rirvi - gli consigliava preoccupata Cleonice, che faticava a seguirlo. Lui non rispondeva. Sembrava non sentire le sue parole e conti-nuava a procedere incurante dei pericoli. - Padre, il vostro passo è traballante. Ecco, attento, quella pie-tra non è solida, rischiate di inciampare... Niente. Padre Pio era assente, distratto, rapito in altri pensieri. Ma, Padre, dove state andando? - lo supplicava Cleonice. - Qui ci sono solo sassi, non c e sentiero. - Li toglieremo tutti, questi sassi - disse finalmente Padre Pio, come svegliandosi da un sogno. - Li porteremo via e faremo tut-to il resto con l'aiuto di Dio... Poi, rivolgendosi a Cleonice, aggiunse quasi a spiegare il suo in-solito comportamento: - Mio cibo è fare la volontà del mio Signore... Mio pane quo-tidiano e mia delizia è la sofferenza. - erché siete venuto a esplorare la montagna? - gli domandò Cleonice. - Prega, figliola, perché si compia il disegno di Dio così come Lui vuole. Dio è Provvidenza, Dio provvede. - Padre, non vi capisco. - Vedi, il buon Dio mi ha affidato una missione terrena: la fondazione di una clinica per i poveri infermi d'anima e di corpo. - E proprio su questa montagna arida e sassosa vuole una cli-nica? - domandò Cleonice in tono ironico. - Smembreremo tutta la montagna. - E con che mezzi? - Con quelli del Signore. - è un lavoro ciclopico. Occorreranno soldi a palate. - Non ti affannare. Le offerte verranno, spontaneamente e in abbondanza. La clinica sorgerà, e sarà bella e grande. Quello di Padre Pio era un progetto ambizioso. Cleonice, pur avendo una grande fiducia in lui, lo riteneva assurdo. - Chi verrebbe mai a farsi ricoverare quassù? - domandava al Padre tutte le volte che lui riprendeva a parlare del suo progetto. - La gente di San Giovanni è povera, non ha soldi per farsi cura-re in una clinica. è un sogno irrealizzabile, un'utopia. Il Padre sorrideva. - Non sono io, figliola, a volere una clinica quassù - le ri-spondeva. - Io sono soltanto un piccolo inutile mezzo nelle mani del Signore. Lui ha i suoi fini. Il mio compito è rendermi utile, col-laborare alla loro realizzazione. A qualcuno dei suoi amici aveva fatto capire che la clinica gli era stata chiesta da Gesù stesso, durante una visione. Perciò costruirla era diventato un suo pensiero fisso. "La mia grande opera terrena" la chiamava, facendo intendere che sarebbe stata come la "sintesi" visibile e concreta della sua missione. Era un sogno che, in realtà, coltivava da anni. La sofferenza fi-sica degli ammalati aveva sempre sconvolto il suo animo. Nel 1914, confidandosi con il direttore spirituale, gli aveva scritto in una lettera: Mi pare che Iddio abbia versato nella mia anima molte grazie ri-guardo i poveri bisognosi. Alla vista di un povero provo una grandissi-ma compassione e desidero subito soccorrerlo. Se dessi ascolto al mio cuore, sarei disposto a spogliarmi anche dei vestiti per darli a lui. Se poi il povero è anche ammalato, sarei disposto a prendere su di me tut-te le sue afflizioni, pur di liherarlo. Nelle sue conversazioni il Padre ricordava spesso l'esperienza militare compiuta all'Ospedale Trinità di Napoli. Ricordava lo smarrimento dei giovani soldati ammalati che aveva conosciuto in quell'enorme costruzione. Erano sofferenti, tristi, lontani da casa, venivano trattati come oggetti, umiliati, trascurati. Nei loro occhi leggeva una pena infinita. - In ogni uomo ammalato vi è Gesù che soffre! - diceva ai suoi amici. - In ogni povero vi è Gesù che langue! In ogni amma-lato povero vi è due volte Gesù che soffre e langue. E ancora: - L'uomo che, superando se stesso, si china sulle piaghe del fratello sventurato, eleva al Signore la più bella, la più nobile pre-ghiera, fatta di sacrificio e di amore vissuto. Nel 1919, quando si era diffusa la notizia delle stigmate, erano iniziati i pellegrinaggi della speranza a San Giovanni Rotondo, e su-bito Padre Pio aveva pensato al sollievo di quelle persone sofferenti. - Arrivano qui in cerca di conforto spirituale e materiale - di-ceva. - Dobbiamo dare loro l'aiuto più sollecito. L'ospedale più vicino era a Foggia: 40 chilometri di strada disa-giata. Nessuno degli ammalati poveri di San Giovanni Rotondo o dei paesi vicini si sarebbe mai potuto far ricoverare e curare a Fog- gia. E se gli ammalati che venivano da lontano per incontrare Padre Pio avessero avuto bisogno di un ricovero urgente, sarebbe stato molto problematico aiutarli. Così lui aveva deciso di fondare un ospedale. Lo progettò con gli amici medici di San Giovanni Rotondo, e nel 1925 ci fu l'inaugurazione. Il Padre ne affidò la direzione al dottor Merla, che, affascinato dalla personalità del religioso stig-matizzato, aveva abbandonato l'ideologia comunista per diventa-re un fervente cristiano. Padre Pio, però, in quel periodo era nel mirino del Sant'Uffizio. Le autorità ecclesiastiche ostacolavano la sua attività in ogni mo-do. Divieti, restrizioni, limitazioni, proibizioni si susseguivano in continuazione, fino ad arrivare alla "segregazione" totale, che durò tre anni. Il Padre non poté seguire la sua creatura come sa-rebbe stato necessario, e l'ospedale, che aveva chiamato "Ospeda-le di San Francesco", non ebbe fortuna. Divenne una struttura fa-tiscente, abbandonata, e nel 1938 crollò in seguito ad alcune scosse di terremoto. Nel cuore e nella mente del Padre, tuttavia, restava il suggeri-mento di Gesù. E lui non dimenticava: la sua mente continuava a progettare, studiare, verificare. Nel 1929 alcuni amici di Roma lo avevano invitato a partecipa-re a una società per azioni, legata a una serie di brevetti degli in-ventori Fausto Zarlatti e Umberto Simoni che avrebbero rivolu-zionato il sistema ferroviario mondiale. Questi amici erano il conte Vincenzo Bajocchi, il conte Alessandroni, l'avvocato Anto-nio Angelini Rota e l'ingegner Umberto Simoni. - Non posso - rispose. - Come religioso sono legato al voto di povertà, che mi impedisce di entrare in una società per azioni. La vostra offerta, comunque, è provvidenziale. Voi sarete i primi a collaborare alla mia grande opera terrena. - Quale opera? - Lo saprete a suo tempo, ora non posso parlare. Se siete d'ac-cordo, mi faccio rappresentare nella società da un mio figlio spiri-tuale, Emanuele Brunatto. è un tipo un po' ribelle, ma capacissi-mo. Lui saprà divulgare bene il brevetto e riuscirà a farlo fruttare. Brunatto entrò nella società come prestanome di Padre Pio. Si tra-sferì a Parigi e affrontò un lavoro massacrante per vendere all'estero quel brevetto, che in Italia invece era ostacolato da alcune forze po-litiche. Il Padre lo seguiva da lontano e con la massima discrezione. Intanto sceglieva le persone che lo avrebbero aiutato nel suo progetto. Non era facile trovarle. Nessun professionista avrebbe mai accettato di lavorare a un progetto come quello che prospet-tava Padre Pio: costruire una clinica sul fianco di una montagna, in un luogo lontano dai grandi centri, tagliato fuori dalle vie di comunicazione, dove non c'era neppure un acquedotto. E farlo senza un piano finanziario sicuro. - Con quali mezzi realizzerete la clinica? -gli aveva domanda-to Cleonice il giorno in cui il Padre le aveva confidato il suo sogno. - Con quelli del Signore - aveva risposto lui. Il Signore era la sua banca. Tuttavia, ingegneri, impresari, progettisti e ammini-stratori volevano qualche cosa di più concreto. Padre Pio sapeva che doveva "prepararsi" i collaboratori cer-cando uomini capaci di credere nei sogni. Il dottor Guglielmo Sanguinetti era nato a Parma, ma viveva ed esercitava la professione di medico a Borgo San Lorenzo, nel Mu-gello. Era un medico eccezionale, molto preparato, coscienzioso, amato dai suoi pazienti, ma imbevuto da quell'anticlericalismo e materialismo ateo che andava di moda soprattutto tra i medici al-l'inizio del secolo. - Vorrei andare a San Giovanni Rotondo - gli disse un giorno la moglie, signora Emilia. - A far che? - domandò il dottor Sanguinetti. - A vedere Padre Pio. Ci vanno tutti... Il medico, che aveva un'autentica venerazione per la moglie, non volle contraddirla ma precisò subito: - Io non voglio avere niente a che fare con quel frate. Posso ve-nire con te, ma solo come tuo autista. - Va bene - disse la moglie ridendo alla manifestazione di scetticismo del marito. Fecero il viaggio il 28 giugno 1935. Ogni giorno il dottor Sangui-netti accompagnava la moglie con l'auto fino al convento e se ne stava fuori dalla chiesa. Una mattina, tuttavia, incuriosito, volle as-sistere alla Messa. E poi, sempre spinto dalla curiosità, raggiunse anche lui la sacrestia per poter vedere quel religioso da vicino. Il Padre si stava togliendo i paramenti sacri. Sanguinetti si mi-metizzò nel gruppo dei presenti. Quando ebbe finito, il Padre si girò, puntò gli occhi dritto verso di lui, lo chiamò per nome, come se lo conoscesse da sempre, e gli disse: - Tu devi venire qui ad aiutarmi a costruire un grande ospedale. Il dottor Sanguinetti si mise a ridere, ma rimase molto impres-sionato dal fatto che il Padre lo avesse chiamato per nome. "Chi gli avrà parlato di me?" si interrogava turbato. I coniugi Sanguinetti dovevano restare a San Giovanni Rotondo alcuni giorni, ma il medico non si decideva a ripartire. Tornava con-tinuamente al convento e si aggirava inquieto sul sagrato. Non par-lava neppure alla moglie di ciò che stava accadendo nel suo cuore. Dopo qualche giorno Padre Pio si affacciò sulla porta dellà chiesa e, vedendo il medico, gli parlò come se stesse continuando il discorso iniziato giorni prima: - Vendi quel poco che hai a Firenze e vieni ad abitare qui da me. - è impossibile - rispose Sanguinetti. - A Firenze ho i miei pazienti, i miei affari, la mia attività. E poi io non sono un medico ricco, non ho risparmi per potermi costruire una casa in questo paese. - Tu hai una carta che risolverà presto i tuoi problemi - sen-tenziò il Padre e si allontanò. Sanguinetti, tornato a Firenze, continuava a pensare alle strane parole di Padre Pio. Un giorno gli venne comunicato che aveva vinto un grosso premio. Da tempo possedeva dei buoni del tesoro e, in seguito a un'estrazione, aveva vinto una somma rilevante. In quel momento capì il significato delle parole del Padre. "Lui sapeva già" disse fra sé. "Devo andare da lui." E divenne uno dei primi collaboratori del Padre nel progetto della costruzio-ne di una grande clinica. Carlo Kiswarday era un farmacista di Zara. Era un uomo mol-to ricco. Possedeva una farmacia, case e terreni. Era sposato con Mary, una signora gentile, figlia di un conte, e non avevano figli. Cattolico fervente, era affascinato dai segni carismatici. Avendo saputo che in Germania viveva una certa Teresa Neumann, aveva detto alla moglie: - Dobbiamo andare a conoscerla. Erano partiti in treno. A Bressanone, durante una sosta in sta-zione, si erano messi a conversare con dei passeggeri tedeschi, che dissero loro: - Anche voi in Italia avete un grande stigmatizzato. - Mai saputo - rispose il dottor Kiswarday. - Padre Pio da Pietrelcina, un frate cappuccino che vive in Pu-glia, a San Giovanni Rotondo. è ritenuto un grande santo. Intor-no a lui accadono prodigi strepitosi di cui si parla ovunque. - Allora andiamo da Padre Pio - disse il farmacista alla mo-glie. Scesero dal treno e cambiarono itinerario. - Fatti una casetta qui - gli suggerì Padre Pio dopo averlo co-nosciuto. - Ti voglio vicino a me, ti voglio molto vicino a me. Il dottor Kiswarday cominciò a recarsi a San Giovanni Rotondo con frequenza. Comperò del terreno e si costruì una casa. Padre Pio gli fece conoscere il dottor Sanguinetti, di cui divenne amico. Il Padre poi chiamò anche un agronomo di Perugia, il dottor Mario Sanvico, che aveva una fabbrica di birra. - Ti voglio qui, mi servi - gli disse. - Sono a disposizione - rispose Sanvico. Un medico, un farmacista, un agronomo: "tre moschettieri" pronti a gettarsi nella mischia per Padre Pio. La guerra incombeva. A Bari una compagnia di attori comici si sforzava tutte le sere di far ridere la gente. Gli attori, giovani e squattrinati, erano pieni di problemi. Ce n'erano due molto legati tra di loro: Carlo Campanini, torinese, e Mario Amendola, romano. Delusi dalla vita e dalla loro attività, che non presentava sbocchi per l'avvenire, discutevano spesso insieme ponendosi a volte anche problemi filosofici. - Un tempo era facile credere in Dio - affermò una sera Cam-panini. Era l'inizio della Settimana Santa del 1939. Il richiamo della vicina Pasqua aveva portato le loro discussioni su temi reli-giosi. - Un tempo - continuò - c'erano grandi santi, come San Francesco, Sant'Antonio, San Giovanni Bosco, che compivano miracoli. E la gente, di fronte ai loro prodigi, era costretta a riflet-tere, a interrogarsi. Oggi i santi non esistono più, non avvengono miracoli, e nessuno pensa più a Dio. - Non è vero - rispose Amendola. - I santi ci sono anche og-gi, basta cercarli. - E dove li trovi? Se ce ne fosse almeno uno, tutti quanti ne parlerebbero. - Proprio qui in Puglia - ribatté Amendola - c'è un frate santo che fa cose straordinarie. - Di che genere? - è un portento: guarisce, ti legge nell'anima, aiuta la povera gente. - Ho bisogno di soldi - disse ridendo Campanini. - Be', aiuta anche chi ha bisogno di soldi. - Figurati! è forse un santo ricco sfondato che firma assegni milionari a chiunque gli chiede aiuto? - domandò con ironia Campanini. - è un povero frate, ma di quelli che ti danno una mano. Un mio cugino è stato salvato dalla disperazione da lui. Era nei guai fino al collo: senza una lira, senza lavoro, era andato volontario a combat-tere in Spagna pur di fare qualcosa. Una volta tornato, sua moglie gli aveva detto: «Se sei qui, lo devi a Padre Pio, che ha pregato per te. Gli ho fatto voto che saresti andato a ringraziarlo". "Allora mio cugino partì per San Giovanni Rotondo e raccontò al Padre la sua disastrosa situazione. Il frate gli disse perentorio: 'Torna nella tua città natale, Falconara'. 'Non è possibile' rispose mio cugino. 'A Roma ho degli amici che ogni tanto mi aiutano, a Falconara morirei di fame.' 'Vai a Falconara' gli ripeté Padre Pio. "Mio cugino tornò a Roma e riferì alla moglie, che lo convinse ad ascoltare il consiglio del Padre. E così si trasferì con tutta la fa-miglia nella città marchigiana. Lì incontrò sua madre, che alcuni mesi prima se n'era andata da Roma per non pesare su di lui, e ora cercava di sopravvivere chiedendo la carità sulla porta delle chiese. Si erano riuniti e trascorsero due mesi tra incredibili difficoltà. "Un giorno arrivò da Ancona un signore che cercava proprio mio cugino. Gli disse: 'Vengo da parte delle autorità fasciste. Il fe-derale vi aspetta domani mattina nel suo ufficio. "Mio cugino andò all'appuntamento. Il federale gli disse: 'Voi avete combattuto in Spagna e quindi sapete parlare lo spagnolo'. 'Sì, Eccellenza' rispose mio cugino. 'Bene, abbiamo bisogno di voi', e sull'istante gli fece un contratto di 100 lire al giorno, 3000 ire al mese. Hai capito? C'è la canzone che dice 'Se potessi avere 1000 lire al mese', e lui ne riceve 3000. Ora sta proprio bene, è di-ventato ricco e non finisce di ringraziare Padre Pio." - Per la miseria, questo Padre Pio è un mago fantastico! - commentò Campanini, che aveva ascoltato con stupore il raccon-to. - Perché non andiamo anche noi da questo frate? - Be' - disse Mario Amendola - San Giovanni Rotondo non è lontanissimo da Bari. Si potrebbe organizzare un viaggio. - Giovedì e venerdì non si lavora per via della Settimana San-ta, potremmo fare una capatina. Nelle prime ore del pomeriggio di quel giovedì santo, i due attori erano a San Giovanni e si aggiravano intorno al convento di Santa Maria delle Grazie. Scanzonati, scettici, irriverenti, curiosavano dappertutto e distraevano i fedeli con le loro battute dissacranti. - Che volete? - domandò loro il Guardiano del convento. - Parlare con Padre Pio - risposero. - Non è possibile. Il Padre non riceve in questi giorni. Le sue ferite gli provocano dolori e sanguinano tutto l'anno, ma durante la Settimana Santa lo riducono in uno stato pietoso, per questo motivo non riceve nessuno. - Ma noi siamo attori, veniamo da lontano e abbiamo solo questi due giorni liberi. La nostra compagnia sta lavorando a Bari. Siamo fermi oggi e domani per la Settimana Santa, però sabato sera ripren-diamo lo spettacolo e non avremo altra occasione di venire quassù. Dalla chiesa uscì un frate dall'aspetto severo che a Campanini sembrò altissimo. - Neanche in questi giorni mi lasciate pregare... - disse con un tono di voce cupo. - Cosa volete? Campanini capì che quello doveva essere il religioso mago. - Padre, siamo due poveri artisti - disse cercando di suscitare compassione nel frate. - Tutti siamo poveri - gli fece eco Padre Pio. - Sono un attore comico e giro il mondo facendo il buffone - disse ancora Campanini. - Anch'io sono un buffone - ribatté il Padre. - La mia è una vita infernale - insistette Campanini. - Viag-gio tutto l'anno come un zingaro. Sono sposato, ho tre figli. Per il mestiere che faccio, dalla legge vengo considerato senza fissa di-mora, e nessuno vuole affittarmi una casa. Mia moglie lavora con me e dobbiamo lasciare i figli a una cognata. Vorrei trovarmi un lavoro che mi permettesse di restare accanto ai miei figli. - Io sono un sacerdote - disse Padre Pio. - Mi interesso del-le cose dello spirito. Dovete venire qui per confessarvi, non per chiedere lavoro. Andate in chiesa a prepararvi, vi confesserò do-mattina dopo la Messa. - Ma noi... - Campanini voleva dire che non erano venuti per la confessione, ma il Padre era già rientrato in chiesa. - Che facciamo? - domandò Campanini all'amico Amendola. - Ormai siamo qui, ed è già sera. Ci torna conto aspettare. Ve-diamo che succede domani. La mattina seguente i due attori si alzarono prima dell'alba per arrivare presto in chiesa e prendere posto in prima fila. Volevano seguire la Messa di Padre Pio da vicino. Avevano saputo che du-rante la celebrazione il Padre si toglieva i mezzi guanti ed erano curiosi di vedere le misteriose ferite che aveva alle mani. - Inginocchiatevi - dissero quelli che stavano dietro di loro. - Noi non vediamo. Campanini e Amendola si inginocchiarono. Tuttavia, non es-sendo abitati a quella scomoda posizione, si rialzarono quasi subi-to con le ginocchia intorpidite. - Inginocchiatevi - ripeterono quelli dietro in tono più mi-naccioso. I due attori capirono che bisognava scegliere: o inginocchiarsi o perdere il posto privilegiato. La Messa sembrò loro eterna. Al termine si avvicinarono al con-fessionale del Padre. - Inginocchiati - disse Padre Pio a Campanini che gli stava di fronte impalato. - Da quanto tempo non ti confessi? - gli do-mandò. - Da piccolo sono stato in collegio dai Padri delle Scuole Cri-stiane - rispose Campanini. - Ogni mattina, prima delle lezioni, ci costringevano ad andare a Messa. La cosa mi ha talmente scoc-ciato che, uscito dal collegio, non ho più messo piede in una chiesa. - Da quanto tempo non ti confessi? - domandò di nuovo il Padre in tono burbero. - Da tanto tempo, Padre - rispose Campanini. - Da tanto tempo quanto? - Mah, diciamo dieci, quindici anni. - E addo' si statu, nella foresta? Che cosa hai fatto? Campanini non sapeva da dove cominciare. - Ho capito - disse Padre Pio. E cominciò a raccontargli la sua vita. Sapeva tutto: era come se leggesse in un libro. L'attore era stupito e commosso insieme. Il Padre parlava con voce calma, dolce, addolorata. Attraverso quella voce, quelle inflessioni cari-che di sofferenza, Campanini capì che la sua vita disordinata, di-stratta, era vergognosa. Sentì, per la prima volta dopo tanti anni, il desiderio di cambiare, di mettere ordine in se stesso, di dare una risposta seria agli interrogativi che ogni tanto si presentavano alla sua mente. - Devi promettermi di cambiare - gli disse Padre Pio. - Padre, non so se ne sarò capace - rispose l'attore. - Devi esserne capace. - Sono un povero disgraziato. - Tutti lo siamo. - Non so fare altro che il buffone. Non sono neppure un bravo attore. - Figliolo, hai perduto il metro con cui si deve misurare la vita. Tu credi che siano importanti coloro che hanno successo, fama, ricchezza. Ti sbagli, figliolo. Una persona è importante quando èin grazia di Dio. Cioè quando si trova nella luce, quando fa il be-ne, vive nella verità. Fuori da Dio e dalla sua legge, noi siamo ze-ro. La ricchezza, anche la più eccelsa, è un inganno. Nessuno può comperarsi un secondo di vita in più, neppure con tutti i soldi del mondo. La bellezza fisica è soltanto un'apparenza. Se non è soste-nuta da quella morale e da quella spirituale, è una maschera che si scioglie come cera a contatto con la morte. Non dimenticare mai che devi morire, figliolo. Che fai? Gli scongiuri? Non pensare che io voglia spaventarti, ti dico solo la verità che gli altri vogliono nasconderti. Stai con Dio, e tutto il resto ti verrà regalato. Campanini voleva confessargli la vera ragione per cui aveva fat-to quel viaggio. "Padre" avrebbe voluto dirgli "fatemi trovare un lavoro vicino a casa, ànche da magazziniere, purché possa vivere accanto ai miei figli." Ma non ne ebbe il coraggio. Padre Pio aveva alzato la mano e gli stava dando l'assoluzione. - Vai, figliolo - gli disse. - Vai e non peccare più. I due attori tornarono a Bari e ripresero la loro solita routine. Al-cuni mesi dopo Campanini fu chiamato a Roma. A Cinecittà stava-no per iniziare le riprese del film Addio giovinezza, tratto dalla cele-bre commedia di Nino Oxilia. Si trattava di un lavoro importante, che sarebbe stato diretto da Ferdinando Maria Poggioli, uno dei più quotati registi di quel momento. Allora le parti venivano assegnate dal ministero della Cultura Popolare. Per i ruoli femminili erano state scelte celeberrime attrici quali Maria Denis e Clara Calamai. Per il ruolo di Leone erano candidati quattro famosi attori: Nino Besozzi, una specie di Mastroianni del tempo, Umberto Melnati, che lavorava con De Sica e trionfava in tutta Italia, Paolo Stoppa e Carlo Romano. Campanini non era conosciuto in quegli ambienti, ma fu chiamato lui. Non voleva crederci. "è uno scherzo" continuava a ripetere fra sé, mentre era in viaggio verso la capitale. - Volete proprio me? - domandò al funzionario del ministero della Cultura. - Il regista sostiene che lei è il più adatto al ruolo. Campanini stava per domandargli chi fosse il regista, ma si fermò in tempo. "Che figura avrei fatto" pensò con terrore. Fu sottoposto a un provino velocissimo e gli affidarono la parte. Tutti i colleghi lo guardavano invidiosi. - Questo è un autentico miracolo - commentava Campanini confuso. - Un colpo di fortuna incredibile. - E pensava al rac-conto dell'amico Amendola a proposito di quel suo cugino che Padre Pio aveva mandato a Falconara. - Quel frate è veramente un mago eccezionale - ripeteva. La sera del 9 gennaio 1940 i "tre moschettieri di Padre Pio", il medico Guglielmo Sanguinetti, il farmacista Carlo Kiswarday e l'agronomo Mario Sanvico si avviaroiio verso il convento. Il Pa-dre li aspettava nella sua celletta. Avevano da poco concluso la prima riunione ufficiale del "Co-mitato per la fondazione della Clinica". L'avevano tenuta nella ca-setta prefabbricata che Sanguinetti e Kiswarday si erano costruiti sulla via per il convento. E ora andavano dal Padre con il docu-mento firmato dai componenti il Comitato. Tra l'altro, vi si leggeva: "Fondatore dell'opera: Padre Pio da Pietrelcina (che momentaneamente desidera non essere nomina-to); segretario.' dottor Mario Sanvico; cassiere contabile: dottor Carlo Kiswarday; tecnico medico: dottor Guglielmo Sanguinetti; direttrice organizzazione interna: signorina Ida Seitz". Padre Pio li attendeva. Lesse il documento che avevano redatto e commentò commosso: - Da questa sera comincia la mia grande opera terrena. Bene-dico voi e tutti coloro che faranno donazioni all'opera, che diven-terà sempre più bella e più grande. I tre amici si inginocchiarono, il Padre alzò la sua mano destra piagata e tracciò nell'aria un ampio segno di croce. - Troveremo certo molte difficoltà sul nostro cammino - dis-se - ma voi sapete che Qualcuno lassù ci guida, e non dobbiamo spaventarci. Era particolarmente sereno e felice. Aveva l'aria di uno che sta partendo per un lungo viaggio. Era euforico. - La nostra è un'opera d'amore - aggiunse. - Un solo atto d'amore dell'uomo verso Dio ha tanto valore ai suoi occhi che Lui stimerebbe ben poca cosa il ripagarlo con il dono di tutta la creazione... "L'Amore non è altro che la scintilla di Dio negli uomini... l'es-senza stessa di Dio impersonata nello Spirito Santo... "Noi, povere creature, dovremmo dedicare a Dio tutto l'amore di cui siamo capaci... Il nostro cuore, per essere adeguato a Dio, do-vrebbe essere infinito, ma purtroppo solo Dio è infinito... Comun-que dobbiamo impiegare tutte le nostre energie nell'amore, così che il Signore un giorno possa dirci: 'Avevo sete, e tu mi hai dissetato; avevo fame, e tu mi hai sfamato; soffrivo, e tu mi hai consolato'. Questo conta nella vita. E questo è ciò che noi vogliamo fare." Si frugò nelle tasche ed estrasse una monetina d'oro. Me l'ha data oggi una vecchietta per le opere di bene. Ecco, voglio essere io a fare la prima offerta.

14

Bernardo Rosini era un giovane di Offida, un paesino in provincia di Ascoli Piceno. Apparteneva a una famiglia da tempo devota di Padre Pio. Si era laureato e aveva trovato da poco un buon posto nell'apparato governativo. Allora si era sposato. Andò a fare visita a Padre Pio per ringraziarlo di quanto aveva. Era certo che il Padre, a cui spesso si era raccomandato, avesse contribuito alla sua buona sistemazione. - Caro giovanotto - gli disse il Padre appena lo vide - se vuoi continuare ad avere un lavoro, devi lasciare il posto che oc-cupi adesso. - Ma, Padre, l'ho appena ottenuto! - ribatté Rosini meravi-gliato. - Te lo ripeto: se vuoi avere un lavoro, cambia. - La sistemazione che ho conseguito - cercò di spiegare Rosini - è veramente ideale. Un posto del genere uno se lo sogna per una vita. Oltre tutto, sono orgoglioso perché sono riuscito a otte-nerlo senza alcuna raccomandazione politica. Non vorrei proprio perderlo. - Siamo nel 1941 - disse Padre Pio. - L'Italia perderà la guerra, il fascismo cadrà, e i posti di lavoro che dipendono dal go-verno non esisteranno più. Tu devi entrare nell'aeronautica. Rosini rimase impietrito dalle parole del Padre e dalla sicurezza con cui le aveva pronunciate. Si senti mancare la terra sotto i pie-di. Credeva di essersi sistemato per tutta la vita, ma quelle parole facevano a brandelli le sue sicurezze. E suscitavano dubbi terribili sull'avvenire della patria. Gli italiani, a quel tempo, avevano la certezza della vittoria. Non tanto per la forza del loro esercito, ma soprattutto perché i loro alleati, i tedeschi, si erano impadroniti di buona parte dell'Europa centrale, avevano occupato la Polonia e la Francia, e le loro armate erano vittoriose anche sugli altri fron-ti. In quel momento era assurdo pensare che le parole di Padre Pio avessero un senso. - è sicuro, Padre, che perderemo la guerra? - domandò con angoscia. - Non c'è speranza quando si va contro il Papa e si bestemmia la Madonna. - La Germania, nostra alleata, sta conquistando l'Europa. - Hitler è manifestamente contro il Papa ed è un fanatico as-sertore della religione del sangue. Sarà punito. - E l'Italia? - Non resterà legata alla Germania fino alla fine. Se l'Italia vincesse la guerra con la Germania, i tedeschi, a guerra finita, ci schiaccerebbero sotto i piedi. Bernardo Rosini tornò a casa molto preoccupato. Sapeva pero che Padre Pio non si sbagliava mai e cominciò a darsi da fare per seguire i suoi consigli. La guerra seminava desolazione. Viaggiare era diventato diffici-le. Il flusso di pellegrini verso San Giovanni Rotondo era diminui-to, e in parte anche cambiato. Adesso si vedevano meno uomini, meno ammalati, ma erano cresciute in compenso le donne. Mam-me, nonne, giovani spose, fidanzate, si recavano dal Padre a chie-dere informazioni dei loro cari al fronte. - Padre, che debbo pensare di mio marito? - Di mio figlio? - Del mio fidanzato? Da tempo non ho notizie. E mostravano le foto. Il Padre guardava, rifletteva e dava loro una risposta. - Vai in pace. - Stai tranquilla.- Tornerà. - Preghiamo, figliola. La gente conosceva bene il preciso significato di quelle frasi sec-che. E sapeva che il Padre non sbagliava. I nemici lo accusavano di stregoneria. - Si comporta come le megere che fanno le carte - dicevano scandalizzati. Ma le loro critiche si perdevano senza significato nel dolore della fiumana di gente che accorreva dal Padre in cerca di una parola di speranza. Un giorno Padre Pio si trovò di fronte Cleonice, la sua «figlia spirituale". Anche lei teneva una foto tra le mani. - è mio nipote Giovannino - gli disse. - I suoi genitori stan-no impazzendo per il dolore. è il loro primogenito. è stato fatto prigioniero, e da un anno non ricevono più notizie. - Scrivigli una lettera - bisbigliò il Padre. - Non sappiamo dove si trovi, non sappiamo dove mandarla. - Affidala all'Angelo Custode - aggiunse lui sempre con voce sommessa.- Magari... Voi, Padre, potete servirvi dell'Angelo Custode, ma noi... Padre Pio la guardò severamente. Cleonice vide nei suoi occhi un rimprovero, ma anche una delusione. Capì che aveva dimo-strato ancora una volta di dubitare di lui, delle sue parole. - Be', Padre, se lo dite voi... - azzardò. - Allora, io scrivo la lettera. Cosa devo mettere al posto dell'indirizzo? - Il nome del destinatario. - Epoi... - Basta. Cleonice non sapeva che altro chiedergli. Era imbarazzata. Con tutto l'amore e la stima che aveva per il Padre, non riusciva a im-maginare che il suo consiglio potesse avere un senso concreto. Aveva avuto tante prove dell'incredibile forza della fede del Padre, ma ogni volta dubitava. La sua mente razionale si rifiutava di cre-dere, di ammettere che potessero accadere cose del genere. Con fatica decise di seguire il consiglio di Padre Pio. Quella sera stessa preparò la lettera, scrisse sulla busta il nome del nipote e la mi-se sul comodino, rivolgendo un pensiero all'Angelo Custode: "Pa-dre Pio mi ha detto di fare così, ora tocca a te eseguire i suoi ordini". Al mattino, con sua grande sorpresa, la lettera non c'era più. "Sarà caduta" disse fra sé Cleonice e la cercò sul pavimento, sotto il letto, dietro il comodino. Niente. Corse al convento da Padre Pio. Ho scritto la lettera e non la trovo più - gli disse concitata. - Ma che credi? Che gli Angeli siano dei fannulloni? Se hai scrit-to e l'hai affidata all'Angelo Custode, lui sta facendo il suo dovere. Cleonice non riusciva a seguire il Padre in questi suoi ragiona-menti. Non lo contraddiceva per rispetto, ma, pur sforzandosi, non riusciva ad avere la sua stessa fede cieca nel soprannaturale. Una quindicina di giorni più tardi ricevette una lettera di Gio-vannino. Il giovane ringraziava la zia per avergli scritto e dava precise notizie di sé, di dove si trovava e del suo stato di salute. - Mio Dio! - esclamò Cleonice coprendosi il viso con le mani mentre un brivido le percorreva tutto il corpo. E rivolgendo gli occhi al cielo, disse: - Signore, ma Padre Pio chi è veramente? Cleonice era sconvolta per quanto aveva constatato. Era l'ennesi-ma volta che si imbatteva in quell'alone di mistero che avvolgeva l'esistenza di Padre Pio, e ne era rimasta ancora profondamente col-pita. Non dubitava che il Padre fosse una grande anima, un essere privilegiato e amato da Dio. Ma i continui interventi del cielo, così clamorosi, che accadevano intorno a lui con tanta naturalezza le fa-cevano paura. La costringevano a credere che la normale esistenza di ciascun essere umano è in realtà attorniata da presenze meravi-gliose, che neppure la più fervida delle fantasie potrebbe immagina-re. E il Padre non solo conosceva quelle presenze, ma era in contatto con loro, parlava con loro, e poteva servirsi di loro, della loro poten-za, come ci si serve dell'aiuto di cari amici. Cleonice non riusciva a tenere per sé gli eventi misteriosi legati a Padre Pio di cui veniva a conoscenza. Sia pure con molta pru-denza, raccontava quanto sapeva. Spesso, però, dalle persone con le quali sì confidava veniva a conoscere altri fatti portentosi, che aumentavano il suo stupore e la sua ammirazione. - Sono andata da Padre Pio disperata - le raccontò una gio-vane sposa di Foggia. - Pochi giorni dopo il matrimonio mio ma-rito era stato costretto a imbarcarsi su un incrociatore diretto in Grecia. E dai giornali avevo saputo che, lungo il viaggio, la nave era stata silurata dagli inglesi. Piangevo chiedendo al Padre noti-zie. "Calmati" mi disse lui. "Tra due giorni riceverai una bella no-tizia." Due giorni dopo mio marito telefonò dall'Inghilterra, di-cendo che era stato raccolto dal sottomarino che aveva silurato l'incrociatore, e che stava bene. - Il mio fidanzato era impegnato sul fronte iugoslavo - le rac-contò Caterina, una sua amica. - Da mesi non ricevevo sue noti-zie. Sono andata da Padre Pio con la sua foto, e lui mi ha detto: «Stai tranquilla, ritornerà". è tornato. A Spalato lo avevano con-dannato a morte, ma è riuscito a fuggire ed è tornato a casa. Un giorno, sul sagrato della chiesa, Cleonice si imbatté nella si-gnora Luisa Vairo in lacrime. - Che cosa le succede, signora Luisa? - le domandò preoc-cupata. - Niente, niente, sono lacrime di felicità. Luisa Vairo era italo-inglese. Apparteneva a una famiglia ricchis-sima. Era stata famosa per la sua bellezza e aveva frequentato tutti i migliori salotti d'Europa. Poi aveva incontrato Padre Pio, aveva ab-bandonato il mondo e si era stabilita definitivamente a San Giovan-ni per essere vicina al Padre che le aveva fatto trovare Dio. - Mio figlio è ufficiale della Marina britannica - racconto trattenendo a stento il pianto di consolazione. - Un paio di setti-mane fa avevo letto sui giornali che la nave sulla quale era imbar-cato era stata affondata e molti marinai erano morti. Piangendo ero corsa da Padre Pio e lui mi aveva detto: "Non piangere, tuo fi-glio non è morto" e mi aveva dato l'indirizzo di dove si trova. Ho scritto, ma non avrei mai creduto che mio figlio si trovasse vera-mente a quell'indirizzo, e invece ecco, è arrivata la sua risposta. èvivo, sta bene, non so come ringraziare il Padre". E la signora Vài-ro, vinta dalla commozione e dalla felicità, riprese a piangere a dirotto, mentre Cleonice ruminava nella mente i propri interrogativi sul "mistero" di Padre Pio. Cercò qualche spiegazione dai confratelli del Padre. - Ha sentito che cos'è accaduto alla signora Vairo? - domandò a Padre Agostino, il confessore di Padre Pio, che dal 1944 era anche Superiore del convento di Santa Maria delle Grazie. - Padre Pio non finisce mai di sorprendermi. - Ogni giorno arrivano lettere con testimonianze sconvolgenti - rispose Padre Agostino. - Un signore ha scritto che, mentre stava confessandosi dal Padre, avrebbe voluto rivolgergli una domanda, ma non osava. Riguardava la salvezza eterna di alcune persone di fa-miglia che avevano perso la vita in un bombardamento. «Quelle sono salve" disse Padre Pio, rispondendo alla domanda che quel signo-re aveva nel cuore ma che non aveva avuto il coraggio di fare. "Un sacerdote ha avvicinato il Padre in sacrestia mentre stava to-gliendosi i paramenti sacri dopo la celebrazione della Messa. Ha preso dalla tasca delle fotografie e gliele ha mostrate. Prima di riu-scire a fargli la domanda, il Padre gli ha detto: 'Nessuno dei due, anzi dei tre, è più su questa terra'. Il sacerdote si è accorto allora che aveva mostrato al Padre due fotografie, ma in realtà ne aveva por-tate con sé tre, una era rimasta in tasca. "Una signora aveva perduto il marito e temeva che fosse in pur-gatorio. Desiderava chiedere qualche cosa al Padre ma non ne aveva il coraggio. Guardandola con un sorriso, lui le ha detto con sicurezza: 'è in paradiso'. "A una ragazza che aveva perduto il babbo ha detto: 'Il tuo papà è in cielo. La sua anima è passata per le mie mani'. 'Ma non era credente...' ha obiettato la ragazza. 'A volte' ha commentato Padre Pio 'basta una lacrima di pentimento.' "Da ogni parte d'Italia ci arrivano segnalazioni e testimonianze di persone che affermano di aver avuto salva la vita grazie a Padre Pio. Bombe rimaste inesplose vicino a qualcuno che era raccolto in preghiera attorno alla fotografia del Padre. Un grosso proiettile lan-ciato da un aereo, dopo aver sfondato cinque piani di un palazzo, si è conficcato dolcemente a terra vicino a una foto del Padre. L'imma-gine di Padre Pio è un porta fortuna, un parafulmine, e continuiamo a ricevere richieste da persone che vogliono una sua foto. "Il Padre, nella sua semplicità, quando gli riferisco queste cose, ci scherza sopra. Un giorno un confratello gli ha consigliato di stare attento perché c'era in giro uno squilibrato che diceva di volerlo uc-cidere. E lui si è mostrato preoccupato. Allora il confratello gli ha detto: 'Non devi allarmarti, questi maniaci parlano tanto ma non agiscono mai'. E il Padre: 'Mi preoccupo, invece. Che credi? Pensi forse che io abbia in tasca la foto di Padre Pio che mi protegge?'. "Cara figliola" concluse Padre Agostino "noi siamo fortunati di essere testimoni di simili prodigi della bontà del Signore. Ma dob-biamo anche tenere presente che abbiamo una grande responsabi-lità di fronte al mondo e alla storia. Dio ci chiederà conto di come abbiamo accolto questi segni che lui ci manda attraverso il Padre." Le confidenze di Padre Agostino avevano aumentato la meravi-glia di Cleonice, che un giorno volle affrontare l'argomento con lo stesso Padre Pio. - Padre, ma voi come spiegate tutti i fatti incredibili che vi ac-cadono? azando gli occhi al cielo il Padre le rispose: - Figliola, io sono un mistero di fronte a me stesso. Bernardo Rosini aveva seguito il consiglio di Padre Pio. Pur non riuscendo a immaginare che potesse aver ragione nelle previsioni che gli aveva fatto, aveva lasciato il posto di lavoro ottenuto con tanta fatica, era entrato nell'esercito, aveva vinto un concorso ed era stato destinato alla Scuola di applicazione dell'Aeronautica di Firenze. Finito il corso, era stato mandato a prestare servizio pres-so l'aeroporto di Palese, vicino a Bari. Un giorno ci fu un attacco a sorpresa da parte di bombardieri americani. Provenivano dal mare ad altissima quota. Giunti sul-l'aeroporto, si buttarono giù in picchiata, sganciando decine di bombe. Sulla zona si scatenò un pauroso inferno di fuoco. Tutti gli aerei italiani e tedeschi furono distrutti. Si ebbero morti e feriti. Rosini, in mezzo a quell'inferno, continuava a invocare Padre Pio e stringeva una medaglietta della Madonna che il Padre gli aveva regalato. A un certo momento una granata gli scoppiò pro-prio vicino. Senti le schegge micidiali che gli sfiorarono il viso, ma rimase miracolosamente illeso. Qalche giorno dopo si recò a San Giovanni Rotondo per rin-graziare Padre Pio e decise di fermarsi tre giorni. La pace e il silen-zio del luogo lo affascinavano. Andò dal Padre a dirgli che si sa-rebbe fermato ancora un giorno. - No - ribatté secco Padre Pio. - Devi lasciare San Giovanni Rotondo oggi stesso. - Vorrei proprio restare almeno fino a domani - insistette Rosini. - Via, via subito! - sbottò il Padre e se ne andò anche lui in chiesa a confessare le donne. Rosini era confuso. Sapeva che le parole di Padre Pio nasconde-vano sempre un profondo significato, e quindi bisognava metterle subito in pratica. Però voleva essere certo di aver capito bene. At-tese quindi in sacrestia che il Padre ayesse terminato di confessare. C'era anche un signore di Bologna che aspettava in sacrestia. Aveva seguito la conversazione di Rosini con il Padre. - Padre Pio ha il dono di conoscere anche ciò che accade mol-to lontano - disse quasi a voler indicare che era meglio unifor-marsi alle sue parole. - Sì, è vero, l'ho constatato diverse volte - rispose Rosini. - Quando arrivai quassù la prima volta - aggiunse il bolo-gnese - Padre Pio, senza conoscermi, senza avermi mai visto pri-ma, senza sapere niente di me, mi venne incontro e mi disse: "Pec-cato che tu sia venuto proprio oggi. Devi tornare subito a Bologna perché è morto tuo padre". Rimasi di sasso. Presi il primo treno e arrivai a casa un'ora prima dei funerali. - Terribile - osservò Rosini diventando subito pensieroso. Non aveva preso in considerazione l'eventualità che a casa potes-se essere accaduto qualcosa. In quel mentre Padre Pio rientrò in sacrestia e vedendo Rosini gli dissevero: - Sei ancora qui? Devi andartene subito. Rosini lo guardò con un'espressione preoccupata. - Vai, vai in pace - aggiunse dolcemente il Padre porgendogli la mano, che Rosini baciò con grande devozione. Il giovane soldato corse a prendere la corriera. Lungo il viaggio continuava a pensare a quanto gli aveva raccontato il signore di Bologna ed era angosciato. Tuttavia ripeteva fra sé: «Mi ha detto di andare in pace. Vuoi dire che non mi devo preoccupare Arrivato a casa, trovò che in famiglia tutto era a posto. Continua-va a domandarsi perché mai il Padre gli avesse ordinato di partire in fretta. La risposta la ricevette il giorno successivo, quello che aveva scelto per il viaggio di ritorno a casa. Quel giorno si scatenò un in-terminabile bombardamento su Foggia, e uno dei punti presi di mi-ra dai bombardieri fu la stazione ferroviaria, che venne praticamen-te distrutta. Se non avesse ascoltato le parole di Padre Pio, si sarebbe trovato in mezzo a quell'inferno rischiando di rimetterci la vita. Bernardo Rosini continuò a prestare servizio a Palese anche do-po l'arrivo delle truppe che liberarono il Sud d'Italia. I soldati del-l'Aeronautica militare italiana collaboravano con gli Alleati. Un giorno cominciò a sentire strani racconti tra i piloti dell'avia-zione angloamericana. Erano soldati di varie nazionalità, inglesi, americani, polacchi, palestinesi, e di diverse religioni, cattolici, or-todossi, musulmani, protestanti, ebrei. Giovani intelligenti e sani. - Ogni volta che ci avviciniamo a qualche zona del Gargano, nei pressi di San Giovanni Rotondo - raccontavano - vediamo nel cielo un monaco con le mani protese, e i nostri aerei non ri-spondono più ai comandi, virano e tornano indietro. Quei racconti venivano ascoltati con diffidenza e ironia al campo. - Sono soltanto dei piloti ubriachi - commentavano alcuni ufficiali indignati. Rosini pensò subito a Padre Pio. - Com'è questo monaco che vedete? - domandò. Le loro descrizioni erano discordanti, ma restava il fatto che nessuno di loro era riuscito a portare a termine la missione. - Soldati - affermò con gravità il generale americano che li comandava - questa è una missione importante. In quella zona c e stato segnalato un deposito di materiale bellico tedesco e dob-biamo distruggerlo. Forza, andiamo, verrò io con voi. Il generale prese il comando di una squadriglia di bombardieri. Al campo tutti erano curiosi di sapere che cosa sarebbe accaduto. Poco dopo la squadriglia rientrò. Il generale americano era scon-volto. - è proprio vero - disse. - C'è un fantasma nel cielo che co-manda i nostri aerei. Appena giunti nei pressi del bersaglio, ho vi-sto ergersi davanti a noi quella figura ieratica, con la mani alzate. Le bombe si sono sganciate automaticamente cadendo nei boschi, e gli aerei hanno invertito la rotta, senza alcun intervento da parte nostra. - Io conosco quel fantasma - intervenne Rosini. E raccontò al generale di Padre Pio. Il generale americano era scettico, ma ri-mase colpito da quanto Rosini gli aveva raccontato. - Tu mi porterai da quel monaco - gli disse. Qualche tempo dopo, non appena fu possibile, Rosini guidò una delegazione di ufficiali americani a San Giovanni Rotondo. Appena varcata la soglia della sacrestia, i soldati si trovarono di fronte un gruppo di frati. - è quello - dissero i soldati indicando Padre Pio. Lui, sorridente, si avvicinò alla delegazione. Andò dritto dal ge-nerale e battendogli una mano sulla spalla gli disse: - Dunque, sei tu quello che voleva farci fuori tutti. Folgorato da quello sguardo e dalle parole del frate, il generale, pur essendo di religione protestante, si inginocchiò commosso da-vanti a lui. Padre Pio lo invitò a rialzarsi e continuando a conver-sare bonariamente lo accompagnò insieme agli altri soldati fin sul sagrato, dove si salutarono. - Come parla bene la nostra lingua - osservò meravigliato il generale rivolgendosi a Rosini, che annuì con il capo. Non fece al-cun commento perché era letteralmente allibito. Aveva assistito a una scena incredibile: Padre Pio aveva sempre continuato a parla-re in dialetto pietrelcinese, i soldati in americano, e si erano com-presi alla perfezione.

15

Con la fine della gnerra riprese vi-ta il progetto della grande clinica a San Giovanni Rotondo. Padre Pio convocò i suoi "tre moschettieri", Sanguinetti, Sanvi-co e Kiswarday, e disse loro: - Adesso dobbiamo metterci concretamente al lavoro. Aveva già scelto il nome per la sua clinica. - Si chiamerà - disse ai tre collaboratori - «Casa Sollievo della Sofferenza". - Se deve essere un ospedale, una grande clinica, forse il termi-ne «casa" non e il più adatto - obiettò il dottor Sanguinetti. - No, no, la parola giusta è proprio "casa" - ribatté deciso il Padre. - Non voglio neppure sentir parlare di ospedali, per ca-rità! L'ammalato, soprattutto se povero e di umili origini, si sente sperduto quando, sofferente, è costretto a vivere lontano dalla propria casa e dai propri familiari. Venendo a curarsi da noi, deve trovare un ambiente affettuoso, premuroso come quello di casa sua. E in questo ambiente, tutti coloro che gli stanno intorno de-vono avere un solo scopo, un solo obiettivo: "sollevare" le sue sofferenze, soprattutto con l'amore, con la sollecitudine, pensan-do che in quell'ammalato è presente Cristo. Il primitivo Comitato, sorto in forma privata nel 1940, il 5 otto-bre 1946 si diede una costituzione legale. Davanti al notaio Girola-mo Caggiarelli di Foggia venne registrato l'atto costitutivo della "Società Anonima Casa Sollievo della Sofferenza". Presidente, Sua Eccellenza il marchese Giovanni Sacchetti di Roma; vicepresidente, il dottor Sanvico; consigliere delegato, il dottor Sanguinetti; cassie-re, il dottor Kiswarday. I responsabili della Società si recarono subito a Roma per infor-mare il Generale dei Cappuccini di quanto stavano per fare a San Giovanni Rotondo. - Vorremmo che lei prendesse l'opera sotto la sua protezione lo invitò il presidente Sacchetti. - Non possiamo - rispose il Generale dei Cappuccini. - Noi siamo vincolati dal voto di povertà, non ci è permesso impegnarci in imprese del genere. Tutt'al più, quando l'opera sarà finita, pos-siamo prestare i nostri aiuti spirituali agli ammalati, come faccia-mo in parecchi ospedali di Roma. I dirigenti della Società tornarono mortificati. Presero contatti con alcuni ingegneri e architetti per avere dei progetti. - Chi finanzia l'opera? - domandavano gli ingegneri. - La Provvidenza - rispondevano gli amici di Padre Pio. Gli ingegneri riflettevano, poi arrivava la risposta, che più o meno era sempre la stessa: - Siamo pieni di impegni, non abbiamo tempo per metterci a seguire anche questo. Fu deciso di lanciare un bando, diffondendo la notizia anche at-traverso i giornali. Nel giro di alcuni mesi arrivarono diverse risposte. Furono esa-minate. Padre Pio rimase impressionato da un solo progetto. - Ecco, questa è la mia clinica - disse osservando il disegno. - Proprio così io l'ho "vista", e così deve essere. Il progetto era firmato da un certo ingegner Candeloro di Pe-scara. Venne convocato, e si scoprì che l'ingegner Candeloro non esisteva: il progetto era stato presentato da Angiolino Lupi, che non era neppure geometra. I frati di San Giovanni Rotondo si scandalizzarono, volevano denunciare il mistificatore, ma Padre Pio si oppose. Aveva letto nel suo cuore, aveva capito che quello era l'uomo giusto e lo volle accanto a sé. Angiolino Lupi era un abruzzese dal carattere difficile n'a ge-nialoide. Figlio di povera gente, aveva studiato tra mille sacrifici riuscendo a ottenere la licenza tecnica. Aveva poi seguito saltua-riamente dei corsi all'Accademia delle Belle Arti. Non aveva alcun titolo per firmare il progetto per una clinica, ma poteva vantare un'esperienza pratica di straordinario valore. Lupi non aveva mai avuto un lavoro specifico. Quando si pre-sentava un posto libero, lui si improvvisava esperto di quel settore e tentava la sorte. Da giovane, a Castelfreddone, per guadagnare qualcosa foto-grafava i defunti. La gente, da quelle parti, era molto povera e non spendeva soldi per farsi fotografare. Quando moriva qualcuno, i parenti si la-mentavano di non avere immagini del defunto. Allora si faceva avanti Angiolino, con una Kodak da poche lire. Strofinando il volto dei cadaveri con un pannolino inzuppato di acqua tiepida, riusciva a far aprire loro gli occhi per qualche attimo, il tempo ne-cessario per scattare una foto. Una volta lasciato il paese, Angiolino, che era un omone alto e solido, aveva lavorato a Chieti, Lanciano, Pescara, Roma, in Siria e in Egitto. Aveva fatto il falegname, il muratore, il pavimentista, l'imbianchino, il decoratore, il tornit9re, lo scenografo. Padre Pio capì al volo il suo valore. Era proprio l'uomo che fa-ceva per lui. - Lupi sarà il progettista, il realizzatore e il direttore dei lavori della "Casa Sollievo della Sofferenza" - disse e ordinò ai propri collaboratori di aprire le trattative con lui. Il Padre aveva una gran fretta. - Abbiamo perduto sei anni a causa della guerra - insisteva con i suoi collaboratori. - Dobbiamo cominciare i lavori al più presto. Lupi doveva portare a termine un precedente impegno a Pesca-ra e non sarebbe stato libero prima di maggio. Padre Pio decise di cominciare egualmente. Chiamò a San Giovanni Rotondo Don Giuseppe Orlando, il sa-cerdote suo compaesano, che gli era particolarmente amico e con il quale aveva già realizzato altre difficili iniziative. - Devi. aiutarmi a costruire la mia grande opera terrena - gli confidò. - Che significa? - domandò Don Orlando. Sapeva dell'ambi-zioso progetto, ma fino a quel momento il Padre non gliene aveva mai parlato direttamente, e voleva sentire proprio da lui come sta-vano davvero le cose. - Ho deciso di costruire una grande clinica - disse il Padre. - Dove? - Qui, vicino al convento. - Non arriverà mai nessuno quassù per farsi curare. Tempo e soldi buttati. - La vuole il Signore - disse Padre Pio. - Il Signore si sarà sbagliato. - Peppino! - Va bene, Piuccio, conta su di me. Ritengo che sia un'impresa impossibile, ma ti voglio aiutare. Che devo fare? - Cominciare i lavori. - Bisogna prima avere un progetto, dei finanziamenti, sapere esattamente che cosa si vuoi fare. - Il progetto c e, ma intanto bisogna cominciare lavori. Don Orlando sbuffava. Aveva da poco portato a termine un al-tra grande opera voluta da Padre Pio: la chiesa e il convento dei Cappuccini a Pietrelcina. I lavori erano iniziati nel 1926, ventun anni prima, e non erano ancora finiti. Aveva giurato di non met-tersi più in imprese del genere. E invece... Voleva capire bene e domandò ancora: - Piuccio, che genere di clinica vorresti? - Una clinica per gli ammalati. - Ho capito. Ma per quanti ammalati? Qualcosa di simile al-l'Ospedale di San Francesco che avevi creato nel 1925? - No, quello era un ospedaletto. Il Signore vuole una clinica grande, meravigliosa, una "reggia" per gli ammalati. Deve essere un esempio di come bisogna curare gli ammalati, di come si devo-no comportare i medici. Un ospedale importante, che diventi an-che un tempio per la scienza. Io vedo qui - e si guardava intorno indicando con la mano il territorio che intendeva occupare - una cittadella della medicina. - Qui, per ora, ci sono solo rocce - precisò sarcastico Don Orlando. - E anche volendo spianarle, si riuscirà a ottenere lo spazio per una costruzione modesta, che non potrà mai rispec-chiare il sogno che hai in testa. - Ma noi spianeremo la montagna. La frantumeremo, costruiremo dentro le sue viscere. Da questi sassi sorgerà un complesso maestoso, degno del Signore. Don Orlando si guardava intorno passandosi una mano dubbio-sa sul mento. Le rughe della sua fronte si infittivano e provava un gran desiderio di scappare. Nessun entusiasmo, nessuna ispirazio-ne. Aveva sempre creduto nelle intuizioni carismatiche del suo Piuc-cio, ma il sogno della clinica gli sembrava proprio assurdo. Anche se fossero venute le truppe americane a lavorare, non avrebbero potu-to fare granché tra quelle rocce. - Non c'è spazio - insistette. - Non c'è possibilità di movi-mento, di lavoro. Qui è tutta roccia. E San Giovanni è quassù, iso-lato, non ci sono nelle vicinanze fabbriche o stabilimenti per procu-rarci la materia prima per le costruzioni. Dove andremo a prendere la calce, il cemento, la sabbia, il marmo, i mattoni, il legno, i rivesti-menti, i mobili, le suppellettili? Ciò che vicino a Foggia potrebbe costare cinque, quassù costerà dieci. è un progetto irrealizzabile. - Ti devi fidare del Signore - rispose Padre Pio sorridente. - Ci penserà lui ad appianare tutte le difficoltà. Don Orlando, però, non riusciva proprio a convincersi e scrol-lava il capo sconsolato. - Devi cominciare i lavori - continuava a ripetere Padre Pio al-l'amico Don Orlando. Durante quella sua permanenza a San Giovanni Rotondo, il sa-cerdote era ospite in convento. In refettorio pranzava vicino al Pa-dre, che ogni tanto gli dava dei colpi nel fianco con il gomito ripe-tendogli: - Devi cominciare i lavori. - Va bene, cominciamo - disse finalmente il sacerdote. - Oh, così mi piaci! - Ma cosa devo fare? Io non sono un ingegnere. - I lavori veri e propri prenderanno il via tra qualche settima-na, quando arriverà Lupi con la sua impresa - gli spiegò il Padre. - Però adesso è necessario cominciare. - Se si tratta di qualche settimana, non puoi aspettare? - No, bisogna iniziare. - Perché? - Perché sì, testardo. Padre Pio aveva alzato ~ voce. Don Orlando capì che lui sape-va il perché, ma non voleva dirlo. - Va bene, dimmi che devo fare. - Qualunque cosa, purché si lavori. - Potrei tracciare una strada, che poi servirebbe per trasportare il materiale per la costruzione. - Ottimo - commentò il Padre. - Comincia a fare la strada Don Orlando convocò alcune persone che conosceva. Parlò con I "figli spirituali" del Padre che avevano delle responsabilità in paese; fece arrivare degli operai e ne assunse una ventina. E una mattina si presentò nel posto indicato dal Padre con picco, badili e rotoli di spago e cominciò a tracciare l'idea di una strada. Un giovane prete passeggiava pensieroso sul sagrato davanti al-la chiesetta del convento di Santa Maria delle Grazie. I pellegrini che gli passavano accanto lo guardavano con curiosità e gli sorri-devano. Alto, atletico, possente, sembrava un attore del cinema, uno di quei sacerdoti protagonisti di certi film che cominciavano ad arrivare allora dall'America. Era una calda giornata di fine aprile 1947, ma di primo mattino a San Giovanni Rotondo c'era sempre una brezza pungente. - Sia lodato Gesù Cristo, Don Carlo - disse Padre Raffaele avvicinandosi sorridente al giovane prete. - Sempre sia lodato - rispose il sacerdote con voce calda e poderosa. - Ha dormito bene? - Profondamente. è un posto incantevole, e posso finalmente gustare un po' di silenzio. A Roma avevo perduto questo piacere. Qui mi sembra di trovarmi in certi luoghi della mia Polonia dove amo tornare proprio per sentire il silenzio. Parlava con accento straniero, ma il suo italiano era discreto Era studente di teologia a Roma e aveva approfittato delle vacan-ze pasquali per fare la conoscenza di Padre Pio. La sua figura, co-sì singolare per prestanza e armoniosità di tratti, non poteva pas-sare inosservata. Tutti lo salutavano, e lui rispondeva a chiunque con grande cordialità. Padre Raffaele lo trattava con molto riguardo. Era Stato per tanti anni Guardiano del convento e adesso aveva il titolo di Vica-rio, ma, per la sua lunga e profonda amicizia con Padre Pio, aveva anche l'incarico di prendersi cura degli ospiti speciali che arrivavano da lontano. - Il Padre mi ha detto che l'aspetta nella sua cella alle il - disse Padre Raffaele al giovane prete polacco. - A quell'ora in genere ha finito di confessare. - Grazie, grazie. Intanto approfitto per fare una passeggiata per i campi e respirare quest'aria fresca. - Vuole che l'accompagni? - No, non si disturbi. - Ci vediamo più tardi, allora. - A dopo. Il sacerdote si allontanò di buon passo lungo le mura del con-vento per raggiungere i campi. Padre Raffaele tornò in convento. Don Carlo si chiamava in realtà Don Karol Wojtyla. I frati fati-cavano a ricordare quel cognome difficile da pronunciare, perciò lo avevano messo da parte e avevano semplificato anche il nome nel più facile e familiare Don Carlo. Era arrivato da alcuni giorni. Aveva una lettera di presentazione di un Padre domenicano, professore di teologia all'Angelicum e grande amico di Padre Pio, e quindi era stato accolto come un confratello e ospitato in convento. I religiosi avevano notato che il Padre si era intrattenuto più vol-te e a lungo con lui.- Questo prete deve avere gravi problemi di coscienza - com-mentavano. - Eh sì, in genere il Padre va per le spicce. Con questo invece trascorre ore e ore. - Chissà da chi è raccomandato... Il giovane polacco, che aveva ventisette anni ed era sacerdote da appena Otto mesi, si stava specializzando in teologia mistica, per-ciò era molto interessato a tutta la fenomenologia carismatica. Avendo sentito parlare del Padre e delle stigmate che aveva sul corpo, volle a tutti i costi conoscere il religioso. Tuttavia, dopo il loro primo incontro, il motivo di studio era passato in secondo piano per lasciare posto a un vivissimo interes-se personale. Tra i due era scoccata una scintilla d'intesa. Il giova-ne sacerdote polacco trovava in Padre Pio una fonte di preziosi consigli per la propria vita spirituale; il Padre, dal canto suo, "ve-deva" in quel giovane un sacerdote "segnato" di grazie particolari per la storia della Chiesa. Come le ho detto ieri, non ho ancora una visione ben chiara della m vocazione - si confidò Don Carlo quando fu di nuovo a tu per tu con Padre Pio. Erano seduti nell'orto del convento. "Sotto gli alberi fa più fresco e si ragiona meglio" gli aveva det-to il Padre, e anche a Don Wojtyla piaceva stare all'aria aperta.- Non ho dubbi sulla scelta da me compiuta di dedicare la mia esistenza a Dio nel sacerdozio - aggiunse. - Però sono forte-mente attratto dalla vita contemplativa e vorrei ritirarmi in un monastero di clausura, mentre il mio arcivescovo si oppone e insi-ste perché io rimanga nella vita attiva della diocesi. - Sono due modi diversi di servire il Signore - osservò Padre Pio. - Ma tutti e due importanti. Direi indispensabili alla vita della Chiesa. - Gesù, nel Vangelo, indica la vita contemplativa come «la par-te migliore". Lo insegnò in casa delle sorelle Marta e Maria. Marta era indaffarata nei lavori domestici, mentre Maria stava ai piedi di Gesù ascoltando le sue parole.. Marta se ne lamentò, pretendendo un aiuto, e Gesù disse: "Maria ha scelto la parte migliore". - è vero. Però, se non ci fosse stata l'azione di Marta, non avrebbero potuto pranzare. E poi, la scelta di Maria si confaceva al suo carattere. è importante scegliere in armonia con le proprie inclinazioni. - Io finora ho condotto un'esistenza molto attiva. Sono diven-tato sacerdote solo lo scorso novembre, e la mia vocazione si è sviluppata in questi ultimi tempi, durante la guerra. In realtà, non ho neppure mai vissuto in seminario, perché era stato chiuso dai nazisti. Di conseguenza non conosco bene la vita in comunità, ma credo di essere attratto dall'esistenza contemplativa. Per questo, dovendo venire a studiare a Roma, ho scelto di specializzarmi in Teologia mistica. Sto preparando una tesi di laurea sulle opere di San Giovanni della Croce. Sono affascinato dagli scritti di questo santo, come da quelli di Santa Teresa d'Avila. Come le ho detto, vorrei ritirarmi in un monastero, ma non so se sia la decisione giu-sta. Che ne dice lei, Padre? - Figliolo, non vedi bene in te stesso e pretenderesti che possa. riuscirci io? - Voi siete un grande esperto di anime. - Per guidare un'anima bisogna conoscerla a fondo. Ti ho in-contrato due giorni fa, e domani te ne vai. è difficile per me darti dei consigli. - Ho grande fiducia in voi. - Sbagli. Devi aver fiducia in Dio, che ti è vero padre. - Certo, avete ragione, ma Dio fa conoscere la sua volontà at-traverso persone di sua fiducia. Sono venuto da voi per sentire che cosa vuole Dio da me. - Caro figliolo, l'atteggiamento importante da tenere nella vita dello spirito è quello della "disponibilità". Non dobbiamo tanto preoccuparci di prendere delle decisioni precise, quanto piuttosto di essere attenti ai segni, alle minime indicazioni che possono ve-nire dal cielo. Se vogliamo fare la volontà di Dio, dobbiamo ascol-tare la sua voce per capire che cosa vuole da noi. Lui ci ha creati, e ha un certo pensiero, dei progetti, su di noi. Non ce li impone, ce li suggerisce. Ecco l'importanza di ascoltare, di pregare per capire, di osservare. Lui si fa sempre sentire al momento giusto. - Io mi sono comportato in questo modo quando ho comincia-to a sentire i primi richiami. Non avevo esperienza di queste cose, studiavo all'università ed ero assorbito dalla letteratura, dal teatro. Però cominciarono ad accadere dei fatti, e io cercavo di leggerli. - Esatto, hai detto la parola giusta: bisogna cercare di leggerli. - Ma non è sempre facile. Penso che rivolgersi a persone più esperte nella via dello spirito sia giusto. - è giusto. Però i suggerimenti che vengono da fuori non sono mai importanti come quelli che arrivano nel cuore direttamente da Dio. - Ne sono convinto. - Non dimenticare mai, figliolo, che Dio ti è Padre, e quindi ti ama infinitamente. Se appena si accorge che sei attento alla sua voce, non smetterà di parlarti, di suggerirti, di guidarti. "Comunque, ascolta: se posso dirti la mia impressione, penso che tu dovresti restare dove sei. Cioè sacerdote della Chiesa polacca. La Chiesa ha tanto bisogno di te, e non solo la Chiesa polacca. Sento che tutta la Chiesa potrà avvalersi della tua opera. Dio ti ha riempito di doni. Non te li ha dati inutilmente, per tuo diletto, ma per la Chie-sa. Ascolta bene la sua voce e non tradirla. Grandi cose ti aspettano. - La Polonia sta uscendo da un brutto periodo di sangue. - Giorni peggiori stanno per arrivare. Il nemico della Verità si abbatterà su molte nazioni per distruggere l'opera di Gesù. Lo scontrò sarà terribile, e intere popolazioni verranno private del dono della fede. Occorrono guide forti. è l'ora dei martiri, caro fi-gliolo, ricordalo. Preghiamo la Madonna perché le forze del male non abbiano il sopravvento. - Lei, quindi, mi consiglia di non entrare in monastero... - Sì, io penso che tu debba restare dove sei. Diventerai guida della tua gente e guida della Chiesa. Dovrai soffrire molto. Vedo la tua veste bianca macchiata di sangue, ma la Vergine benedetta veglia su di te. Vai figliolo, vai, il mondo ha bisogno di te. Realizzare una strada su quel terreno accidentato e roccioso era un impresa ciclopica. Don Orlando se ne accorse subito. Ma gli operai erano animati da un entusiasmo incredibile. San Giovanni Rotondo era un paese povero, e la guerra aveva aggravato il pro-blema della disoccupazione. Molti giovani erano disperati perché non riuscivano a trovare il modo di guadagnare qualcosa. Uidea che stessero per iniziare grandi lavori era stata accolta dalla popo-lazione con enorme favore. La gente intravedeva la possibilità di trovare un'occupazione, o di ottenere comunque qualche vantag-gio dalla costruzione di un ospedale. La clinica di Padre Pio era una specie di miraggio che incantava gli abitanti di San Giovanni. Ogni sera Don Orlando, rientrando dal lavoro, si sentiva sem-pre più stanco. Era una stanchezza psichica, interiore, provocata soprattutto dal fatto che non capiva la ragione di tutto quel fati-care. Però trovava sempre Padre Pio che lo aspettava e con amore gli spolverava la veste domandandogli com'era andata. E bastava-no i gesti affettuosi del Padre, le sue attenziQni materne, per fargli dimenticare l'abbattimento. Un giorno, mentre era intento al solito lavoro, Don Orlando vi-de arrivare un'auto lussuosa. Giunta vicina al "presunto" cantie-re, rallentò e si fermò proprio dietro di lui. Don Orlando si girò e attraverso il finestrino abbassato vide una giovane donna, sorri-dente e molto bella. Accanto a lei sedeva un signore che aveva vi-sto altre volte, il marchese Bernardo Patrizi. Parlando un italiano stentato, con forte accento anglosassone, la signorina domandò: - Che cosa state facendo? Una grande clinica - rispose Don Orlando in tono ironico. Avrebbe voluto dirle che qualcuno voleva, in quel luogo, una gran-de clinica, ma che era un impresa impossibile. - Per fare una grande clinica occorre molto denaro - disse la signorina. - Lo so bene - rispose Don Orlando. - Quanto denaro servirà? - domandò ancora la signorina. - Quattrocento milioni - rispose Don Orlando per chiudere una conversazione che riteneva assolutamente inutile. Era una ci-fra strepitosa, un'autentica bomba. - E chi paga? - continuò imperturbabile la signorina. - Chi passa paga - disse il sacerdote girandosi verso la sua in-terlocutrice, come per dirle che si stava mettendo in un bel guaio. La signorina gli sorrise e replicò: - Io allora passo. Don Orlando la seguì con lo sguardo. Era rimasto molto im-pressionato, non solo dal sorriso simpatico della ragazza, ma so-prattutto da quell'auto lussuosa. "Mai vista un 'auto simile da queste parti" si disse asciugandosi il sudore dalla fronte. Era maggio, le giornate erano già afose, e quando splendeva il sole, come quel pomeriggio, il caldo picchia-va terribile. E lui, tra quelle rocce, non stava li per dirigere gli ope-rai: lavorava come uno di loro. Batteva il picco cercando di incu-neare la punta tra le vene della roccia per far saltare dei pezzi di sasso. Era una fatica bestiale, che toglieva il fiato. La signorina con la lussuosa auto aveva raggiunto il convento. Era scesa e si guardava intorno con un'espressione luminosa. - Mi aspetti qui - le disse il marchese Patrizi avviandosi verso la chiesa. Poco dopo uscì accompagnato da un religioso, che sorri-se alla signorina e si allontanò veloce. - è andato a chiamare Padre Pio - disse il marchese. - è questo il conventino? - domandò la signorina. - Tutto qui - rispose Bernardo Patrizi. - Quel muro gira tut-to intorno alla costruzione e recinge anche l'orto. Come ha visto, laggiù sono iniziati i lavori per la clinica. - Vorrei vedere il luogo dove è avvenuto il prodigio delle stig-mate - disse la donna. - La condurrò senz'altro. è là, nel coro che sta sopra la porta della chiesetta. Sulla porta della chiesa si affacciarono due religiosi. - Ecco Padre Pio - annunciò il marchese. La donna fece alcu-ni passi verso i religiosi. - Questa signorina è inglese - disse il marchese rivolgendosi al Padre. - è venuta appositamente da Londra per conoscerla. èuna giornalista, ma si interessa soprattutto di problemi economi-ci. Scrive su "The Economist", uno dei giornali più prestigiosi del settore. Padre Pio la scrutò con i suoi occhi indagatori e le sorrise in mo-do garbato e molto gentile. Il marchese se ne accorse e disse a se stesso: "Buon segno, il Padre ha capito che è una brava ragazza". - Mi chiamo Barbara Ward - disse la giovane avvicinandosi al Padre e baciandogli con grande devozione la mano che lui le aveva presentato. E aggiunse subito: - Ho visto che avete iniziato i lavori della clinica. - Speriamo che il Signore ci aiuti - commentò il Padre. - Ho dei progetti per questa sua opera - dichiarò la signorina - ma glieli esporrò con più calma durante il mio prossimo viag-gio in Italia. Adesso - aggiunse abbassando la voce - vorrei par-larle di un mio problema personale urgente. - Scusateci - disse Padre Pio rivolgendosi alle persone presen-ti, e alla signorina Ward: - Venga con me. - Le fece strada e l'accompagnò nel salottino, dove in genere riceveva gli ospiti. - Ho una grande grazia da chiederle, Padre - esordì Barbara Ward diventando improvvisamente seria. - Dimmi, figliola - la incoraggiò lui con voce dolce e tono paterno. - Padre, sono innamorata. I suoi occhi scintillavano di commozione. - Lo vedo - rispose il Padre. - E sento che il tuo cuore è feli-ce. Il Signore benedice il tuo amore. - Però ho un grave problema. - Non esistono problemi gravi per il Signore e per chi ha fede. - Io sono cattolica - disse Barbara. - Cattolica praticante. Il mio fidanzato invece, che è australiano, è protestante. Come lei sa, la Chiesa non vede di buon occhio i matrimoni misti. Anzi, li sconsiglia e li ostacola. Il mio fidanzato è un uomo straordinario, retto. Crede in quello che la sua famiglia gli ha insegnato. Io desi-dero tanto che lui si converta in modo che possiamo sposarci, ma non posso imporglielo. Chieda al Signore questa grazia per me, Padre. - Barbara era commossa. Aveva le lacrime agli occhi. - Capisco, figliola, il tuo dolore, ma non devi preoccuparti - la consolò Padre Pio. - Il Signore vede nel tuo cuore, vede nel cuore del tuo fidanzato, e ci penserà lui a. far sì che tutto vada a buon fine. è lui il "papà". - Pensa che il mio fidanzato si convertirà? - Sì, figlia mia, se il Signore lo vuole si convertirà. - Ma quando? - Se il Signore lo vuole, anche in questo momento. Barbara Ward fissò Padre Pio. Non riusciva a capire il significato di quelle sue risposte elementari. Le pareva che fosse distratto, su-perficiale. Ebbe come l'impressione che non desse importanza a quel problema, che per lei era grandissimo. Era profondamente innamo-rata e nello stesso tempo fedele alla propria fede. Perciò incontrava grandi difficoltà che ostacolavano il suo sogno di un matrimonio fe-lice. E credette che il Padre non fosse riuscito a capire il suo dramma. Lasciò San Giovanni Rotondo delusa. Passando accanto a Don Orlando, con il quale poco prima si era intrattenuta in cordiale conversazione, non lo degnò neppure di uno sguardo. "Il padre l'ha cacciata via" pensò il sacerdote. Anche il conte Patrizi avverti subito che Barbara non era più lo-quace come durante il viaggio verso il convento. Qualcosa era ac-caduto. Ma non si azzardò a indagare. Ritornarono a Roma. Barbara Ward si fermò ancora qualche giorno nella capitale per sbrigare delle incombenze di lavoro e poi rientrò a Londra. Ad attenderla all'aeroporto c'era il fidanzato, il comandante australiano Jackson. Barbara non lo vedeva da alcune settimane poiché lui si era recato in America per impegni di lavoro. Era con-sigliere delegato dell'UNRRA (United Nations Relief and Rehabili-tation Administration: Amministrazione delle Nazioni Unite per il soccorso e la ricostruzione), un'organizzazione internazionale sor-ta nel 1943, con sede amministrativa a Washington, che si interes-sava di dare aiuti gratuiti alle nazioni colpite dalla guerra per la ri-costruzione postbellica. Come lo vide, Barbara ebbe un tuffo al cuore. Era perdutamen-te innamorata di quell'omone alto quasi due metri. è sentì ancor più cocente il proprio problema di coscienza, il fatto cioè di ap-partenere a religioni diverse e trovare difficoltà per un matrimo-nio felice. Jackson le corse incontro con un trasporto che non aveva mai notato in lui prima di allora. La strinse forte tra le sue braccia po-derose, e Barbara ebbe l'impressione di sciogliersi in quell'abbrac-cio struggente. Sentì la labbra del fidanzato che tremavano mentre la baciava. - Quanto mi sei mancato... - gli sussurrò commossa. - Anche tu, Barbara, mi sei mancata da morire. Non dobbia-mo più stare lontani per così tanto tempo. Voglio che ci sposiamo presto. - Qh, volesse il Signore che fosse vero! - esclamò lei con un tono triste, trattenendo a stento le lacrime. - Barbara - disse Jackson guardandola negli occhi - sono diventato cattolico. - Come? - Sì, ho fatto l'abiura e ho ricevuto il battesimo. Barbara lo fissava trasognata. - Mi sarebbe piaciuto che tu fossi presente alla cerimonia - aggiunse ancora. - Ma volevo che fosse Padre Joseph a battez-zarmi, perché è stato lui a seguirmi in questi anni di ricerca, e chissà quando avremmo trovato l'occasione per ritrovarci tutti e due a New York. Così ho voluto farti questa sorpresa. - Oh, caro! - Barbara lo abbracciò stretto piangendo. Anche lui non riuscì a trattenere le lacrime. - Quando ti sei battezzato? - gli domandò. - Quattro giorni fa. - A che ora? - Verso mezzogiorno. Ma perché tutte queste domande? - Incredibile! - esclamò Barbara. - Proprio mentre io parla-vo con lui, tu ricevevi il battesimo. E lui mi ha detto: "Anche in questo momento, se il Signore lo vuole". - Ma che stai dicendo? Barbara gli raccontò dell'incontro con Padre Pio, di quello che era andata a chiedergli e delle risposte del Padre. - Io gli parlavo a San Giovanni Rotondo, e lui vedeva ciò che stava accadendo a New York. è un santo, un grande santo, devi andare a trovano, è lui che ci ha fatto la grazia. Alcuni giorni dopo il comandante Jackson partiva per Roma. Tra i numerosi impegni della sua agenda c'era anche una visita a San Giovanni Rotondo. - Mi raccomando - gli disse Barbara salutandolo all'aeropor-to di Londra. - Ricordati che ha bisogno di 400 milioni per la sua clinica. - Va bene, me lo hai già ripetuto dieci volte. è una cifra folle, ma vedrò di accontentarti. Aveva già un'idea.

16

Jackson noleggiò un'auto con au-tista a Roma e si fece portare a San Giovanni Rotondo. Aveva le ore contate, ma non voleva mancare a quell'impegno. Padre Pio lo ac-colse con un sorriso affettuoso, come se lo avesse conosciuto da sempre. - Sono contento, figliolo, che tu sia venuto - lo salutò. - Barbara mi ha parlato molto di lei, Padre. - Desiderava tanto che le vostre anime fossero unite non solo davanti a Dio, ma anche davanti agli uomini - disse Padre Pio. - Le voglio molto bene. - Lo merita, figliolo. Sarete felici, pregherò sempre per voi. - Barbara mi ha parlato della vostra clinica. - Abbiamo iniziato i lavori proprio nei giorni scorsi. - So che avete bisogno di fondi, e credo di potervi venire incon-tro. Io sono consigliere delegato dell'UNRRA, un'associazione istitui-ta dal governo americano per la ricostruzione nel dopoguerra. Se voi poteste dare alla clinica il nome di Fiorello La Guardia, penso che potrei farvi avere quei 400 milioni che avete chiesto a Barbara. - Quattrocento milioni? - domandò Padre Pio sorpreso. - Sì, Barbara mi ha detto che avete bisogno di 400 milioni. Accennava a quella cifra con indifferenza, quasi si trattasse di una normale offerta. Il Padre credette di aver capito male: era una cifra enorme. Fece chiamare Don Orlando e ~i presentò il comandante Jackson. - è il fidanzato di Barbara, la signorina che è venuta a trovarci una quindicina di giorni fa. Dice che può farci avere 400 milioni se diamo il nome di Fiorello La Guardia alla clinica. Che ne pensi? Don Orlando guardò Padre Pio per capire quale fosse il suo pensiero, ma sul volto del religioso non si leggeva niente. Rimase qualche attimo in silenzio, come per valutare l'offerta, e poi disse: - Ci deve scusare, comandante Jackson, ma noi viviamo quas-sù, fuori dal mondo, e non siamo molto aggiornati sulle cose del mondo. Potrebbe dirci chi è Fiorello La Guardia? Il comandante sorrise. - Fiorello La Guardia - rispose - è un personaggio molto no-to negli Stati Uniti, soprattutto in questo momento perché è scom-parso pochi mesi fa. è stato un politico di grande valore, fin dagli anni Venti. è stato deputato al Congresso e per molti anni sindaco di New York. Ultimamente era direttore generale dell'UNRRA. Era di origine italiana, anzi pugliese, la sua famiglia proveniva da que-ste parti, un paese in provincia di Foggia. Dopo la sua scomparsa, in America si continua a parlare di lui, e se io potessi dire che qui in Italia, in Puglia, si sta costruendo una grande clinica in suo onore, sono certo che vi farebbero avere quei soldi. - Non ci sono problemi - rispose subito Don Orlando. - Ci fa piacere ricordare un italiano che si è fatto tanto onore all'estero - aggiunse Padre Pio. - Bene - disse a sua volta il comandante Jackson consultando il proprio orologio da polso. - Il mio tempo purtroppo è tiranno. Vi farò avere notizie appena arrivo a Washington. Baciò la mano del Padre, strinse calorosamente quella di Don Orlando e salì sull'auto. Padre Pio e Don Orlando restarono sotto l'olmo sul sagrato per assistere alle manovre, lente e difficoltose in mezzo a tutti quei sassi, che l'autista dovette fare per girare l'auto su se stessa e prendere la direzione del ritorno. Quando finalmen-te ci riuscì, salutarono sventolando felici i fazzoletti. - Quattrocento milioni! - esclamò Padre Pio, il cui viso era radioso di gioia. - Il Signore è proprio buono con noi. - Sono stato io a chiedere i soldi alla giornalista - si affrettò a dire Don Orlando, anche lui felice di quanto era accaduto. - Mi aveva domandato quanto ci occorreva per la clinica e ho sparato quella cifra. Porca miseria, potevo dire 600! - Non scherzare mai con la Provvidenza - osservò serio Pa-dre Pio. - Hai visto con quale semplicità parlava di quella cifra? Gli americani hanno soldi a palate. Per loro 400 o 800 milioni è la stessa cosa. - La Provvidenza ha stabilito 400, altrimenti il Signore ti avreb-be suggerito di dire alla signorina Barbara un'altra cifra. Padre Pio si portò al limite del sagrato per poter vedere meglio il cantiere. Guardava gli operai al lavoro. Don Orlando era dietro di lui, pensieroso. Improvvisamente disse: - Ecco, adesso finalmente capisco! - Che cosa? - domandò il Padre. - Perché tu avevi tanta fretta che iniziassi i lavori... Sapevi che sarebbe arrivata quella giornalista... e sapevi anche... Il Padre gli diede un affettuoso manrovescio sul petto. - Vai, vai a lavorare, Peppino, e non fantasticare con quella tua testolina balzana - gli disse sorridendo bonario. Don Orlando si avviò verso il cantiere. Camminava con il capo chino pensando ai soliti interrogativi che sempre gli tornavano al-la mente quando scopriva aspetti assolutamente imprevedibili e misteriosi del comportamento di Padre Pio. "Ma chi è quest'uomo?" borbottava fra sé. «Che cosa passa per il suo cervello? Prevede tutto, sa tutto, conosce anche il futuro. Piuccio, chi sei veramente?" Carlo Campanini era diventato un attore famoso. Dopo Addio giovinezza aveva girato un film dietro l'altro. I colleghi, invidiosi, lo chiamavano "Prezzemolo", perché lo si trovava in tutti i film. Adesso era ricco, aveva una bella casa a Roma, possedeva auto americane fuori serie, vestiva all'ultima moda. - Ti vedo preoccupato - gli disse un giorno Mario Amendola incontrandolo a Cinecittà e notando che aveva il volto rabbuiato. - Sono triste, tremendamente triste - rispose Campanini. - Non ne hai motivo. Le cose per te vanno a meraviglia, tutti ti invidiano. Che vuoi di più dalla vita? - Vorrei morire. - Non dire fesserie! La fortuna ti perseguita. Dopo la nostra visita a Padre Pio non hai smesso un giorno di lavorare e hai gua-dagnato una barca di soldi. Ti ha pr~prio aiutato, come aveva fat-to con mio cugino. - è vero. Però Padre Pio mi aveva chiesto di cambiare condot-ta, e io non l'ho fatto. Anzi, sono diventato una bestia. - Ma dai! - Mario, ho nausea di me stesso. Ho raggiunto la fama, la ric-chezza, la mia famiglia vive in una bella casa, ho avuto tutto quel-lo che sognavo e che avevo chiesto a Padre Pio. Però non ho cam-biato vita come gli avevo promesso. Sono una fogna. Non vado mai a Messa, ~on prego, non rispetto la mia famiglia, ho relazioni illecite, vivo immerso nella menzogna. E tutto questo ha creato un vuoto tremendo dentro di me. A volte invidio quelli che hanno il coraggio di togliersi la vita. - Non esagerare. Torna da Padre Pio e vedrai che ti sentirai bene. - Ho paura di lui. Lo penso in continuazione, ma non troverò mai il coraggio dì tornare lassù. Lo farei se riuscissi a cambiare vita, ma so che non cela farò mai. Sono immerso nel fango e nei vizi. - Be', io ti consiglio di tornare da Padre Pio al più presto - gli disse Amendola in tono perentorio. - Lui è buono, ti ha aiutato, ma se non torni da lui, a un certo momento sarà lui a venire in cerca di te, e allora saranno guai. Ascoltami, Carlo, vai a trovarlo al più presto e confidati con lui. Campanini sapeva che Mario Amendola gli era amico sincero. E sapeva anche che quanto gli aveva detto era giusto. Doveva tor-nare da Padre Pio, e doveva farlo al più presto. Si prese due giorni di permesso e partì. Arrivò a San Giovanni Rotondo con la sua auto americana fuo-riserie. Padre Pio lo aspettava sul sagrato della chiesa. Lo guardò scendere dalla macchinona. Campanini gli si avvi-cinò sorridente. - Si ricorda di me, Padre? - domandò baldanzoso e si chinò per baciargli la mano. Il Padre, però, la ritirò rapidamente e diede, sul capo piegato in avanti dell'attore, un pugno formidabile. - Vergognati! - gli disse con voce cattiva. Campanini, che per il colpo in testa aveva perso l'equilibrio e quasi cadeva a terra, si sentì ridicolo. Guardò irato il Padre e si imbatté in quei suoi occhi terribili che lo fulminavano. Un attimo, e il Padre se n'era già andato. C'erano altre persone sul sagrato che avevano assistito alla scena e udito quel poderoso "Vergognati!". L'attore era diventato rosso per la rabbia. Il suo orgoglio feri-to si ribellava. - Ma io me ne frego - disse girandosi di scatto e avviandosi a passi veloci verso la sua vistosa fuoriserie americana parcheggiata sulla strada. "Questo è pazzo" borbottò fra sé. "Io me ne torno a Roma. Non capisco perché perdo tempo a venire quassù." Salì in macchina, accese il motore e partì sgommando, ma fece solo poche decine di metri. Si sentì inondare da una tristezza infi-nita. Fermò l'auto, scese e si avviò a piedi. Era nei pressi del muro che costeggiava l'orto del convento. Si inoltrò nel verde dei campi. Aveva il cuore in tumulto. Si sedette su un sasso e cominciò a piangere a dirotto. Un pianto irrefrenabile. Mai, in tutta la sua vita, aveva pianto in quella maniera. E mentre piangeva, pensava alla propria esi-stenza. Sentiva la voce irata di Padre Pio, vedeva i suoi occhi che lo condannavano e rifletteva sui propri errori. Capiva che il Padre aveva ragione. Come poteva condurre quella vita disordinata, fa-tua, piena di sotterfugi, di bugie, di compromessi, dopo che il Si-gnore gli aveva elargito tanti favori? Improvvisamente sentì una voce, o gli parve di sentire una voce, che lo chiamava per nome: "Carletto". Era una voce dolce, pre-murosa, come quella di sua madre quando lui era bambino, ma aveva il tono e le inflessioni della voce di Padre Pio. "Carletto, figlio mio." C'era tanta tenerezza in quella voce che Campanini si sentì an-cor più sconvolto. L'orgoglio adesso aveva ceduto il passo alla consapevolezza delle proprie colpe. Sono un vigliacco" disse fra sé l'attore. "Devo tornare da lui e chiedergli perdono." Si avviò alla macchina e tornò sul sagrato della chiesa. Padre Pio era là, immobile sulla porta della chiesa, che aspettava. Cam-panini gli si avvicinò timidamente. Il Padre gli andò incontro e lo abbracciò. - Vieni, figliolo, vieni che dobbiamo parlare. - In Italia stanno costruendo una grande clinica in onore di Fio-rello La Guardia - disse il comandante Jackson durante una riunio-ne dei dirigenti dell 'UNRRA che si svolgeva nella sede amministrativa dell'organizzazione, a Washington. E illustrò il piano dell'opera. Era un abile parlatore e sapeva convincere la gente. - Hanno bisogno di fondi - disse ancora. - L'ospedale sorge a San Giovanni Rotondo, in provincia di Foggia, in Puglia, la regione d'origine della famiglia di Fiorello La Guardia. è una delle zone più povere dell'Italia del Sud, resa ancor più povera dalla guerra. L'idea è stata di un frate cap-puccino, Padre Pio, che tutti ritengono un santo. Io stesso gli ho par-lato e ho visto con i miei occhi i lavori della clinica gia iniziati. Il comandante aveva preparato una dettagliata relazione scritta che distribuì agli altri dirigenti dell'UNRRA. An4ò poi a trovare la ve-dova di Fiorello La Guardia e parlò a lungo anche con lei. La donna si commosse fino alle lacrime sentendo che l'Italia voleva onorare suo marito. Jackson fece circolare la notizia sui giornali creando un alone di simpatia popolare intorno all'iniziativa e non trovò, quindi, difficoltà a far approvare la proposta dell'aiuto finanziario. Anzi, tutti si sentivano orgogliosi di partecipare a quella nobile impresa, e il consiglio d'amministrazione dell'UNRRA deliberò all'unanimità di assegnare 400 milioni per la costruzione della grande clinica in ono-re di Fiorello La Guardia a San Giovanni Rotondo. - Voglio essere io a dare la notizia al governo italiano - disse la vedova di Fiorello La Guardia. - Mio marito, se fosse vivo, piangerebbe di gioia nel sapere quanto gli vogliono bene i suoi conterranei. - E inviò un telegramma al capo del governo italia-no, l'onorevole Alcide De Gasperi, annunciando un finanziamen-to di 400 milioni per la clinica di Padre Pio. - Che cos'è? - d6mandò De Gasperi leggendo il telegramma. - Dove si trova questa clinica? - Nessuno ne sapeva niente. De Gasperi inviò il telegramma al prefetto di Foggia chiedendo informazioni. Il prefetto pensò che il capo del governo fosse irritato per il fatto di non essere al corrente di una vicenda che stava com-muovendo l'America. Ma lui stesso non ne sapeva nulla. Chiamò il medico provinciale, che cadde dalle nuvole. - Io non ho ricevuto richieste di permessi per costruire nessuna clinica e non ho concesso autorizzazioni - rispose. - Quel frate continua a combinare guai - commentò irritato il prefetto, che ricordava bene quanti grattacapi Padre Pio avesse già dato alle forze dell'ordine alla fine degli anni Venti. - Adesso si met-te a costruire una clinica così importante da far intervenire il gover-no degli Stati Uniti. E lo fa senza aver ricevuto le necessarie autoriz-zazioni sanitarie. è una cosa inconcepibile! Andate un po' a vedere. Da Foggia partirono diverse auto con il medico provinciale, fun-zionari della Sanità, della questura e dei carabinieri. Raggiunsero San Giovanni, salirono verso il convento e si fermarono all'inizio della nuova strada in costruzione, anche perché non era più possi-bile proseguire in macchina. - Chi vi ha dato il permesso di costruire una clinica senza le necessarie autorizzazioni? - cominciò a dire uno dei funzionari agli operai al lavoro.. - Noi non sappiamo niente - risposero. Uno di loro, spaventato dalla presenza di diversi questurini, corse da Don Orlando, che si trovava all'estremità opposta della strada: - Don Peppino, scappate, scappate, sono venuti per arrestarvi. - Perché? - Perché state a fare la clinica senza il loro permesso. - E che ne sanno loro, se noi facciamo una clinica, o un orfa-notrofio, o una chiesa? Fateli venire da me. Poco dopo il gruppo dei funzionari era davanti a Don Peppino. Gli mostrarono il telegramma arrivato dall'America. - Sono stati stanziati 400 milioni per la clinica di Padre Pio, ma noi non ne sappiamo niente. - Io non ho mai ricevuto richiesta di autorizzazioni per la co-struzione di una clinica - disse il medico provinciale. - Non ci posso credere! - esclamò Don Peppino guardando e riguardando il telegramma della vedova di Fiorello La Guardia. I suoi occhi erano fissi sulla cifra: "400 milioni". - Non sarà mica un brutto scherzo? - domandò fulminando con uno sguardo i funzionari della prefettura. - Non è uno scherzo - disse il medico provinciale. - Però il prefetto è preoccupato. Anzi, è irritato perché non ne sa niente. Don Orlando capì al volo la delicatezza della situazione. Era un abile diplomatico, quando voleva. - Non abbiamo ancora inoltrato le necessarie richieste di auto-rizzazione perché il progetto è in fase di congettura - disse parlan- do con la massima calma. - Figuratevi se non sarete informati ap-pena avremo deciso. Ora, come vedete, stiamo solamente facendo una strada. Controlliamo il terreno per vedere se sia possibile rea-lizzare una costruzione su queste rocce. Poi vi presenteremo il pro-getto dettagliato con la richiesta delle necessarie autorizzazioni. - E questi soldi? - domandò il medico provinciale indicando il telegramma. - Un funzionario del governo degli Stati Uniti è un devoto "fi-glio spirituale" di Padre Pio rispose Don Orlando. - è venuto qui, si è entusiasmato per il progetto, e di sua iniziativa ha voluto interessare il governo americano, che evidentemente ha trovato molto interessante la nostra idea. - Un funzionario del governo americano è stato qui da voi? - domandarono incantati i questurini. - Sì, viene spesso, è amico del Padre - rispose Don Orlando. Sapeva di far colpo con le sue affermazioni. L'America era il mito era la nazione che aveva vinto la guerra e che portava ricchezza. Essere amici degli americani faceva guadagnare prestigio. - Andiamo da Padre Pio a dargli la buona notizia - propose il sacerdote. Si avviò verso il convento accompagnato dai funzionari. Adesso erano tutti per Padre Pio. Il medico provinciale volle avere l'onore di dare la notizia al Padre. - Potete contare su di me - concluse. - Avrete il mio appoggio. Mandatemi però al più presto il progetto, in modo che lo possa in-viare a Roma per dimostrare che qui procede tutto in modo regolare. - Non ti preoccupare, figliolo, riceverai il progetto al più presto. Appena i funzionari se ne furono andati, il Padre disse a Don Orlando: - Andiamo a ringraziare il buon Dio. La Provvidenza continua ad aiutarci. - Quel Jackson e la sua fidanzata sono stati di parola e velocis-simi! Sono proprio due Angeli del Signore - disse Don Orlando. - E tu sarai il terzo - aggiunse subito Padre Pio. - Domani partirai per Roma veloce come un fulmine, e non sognarti di ritor-nare senza quei soldi! Sorrisero ed entrarono in chiesa. Al mattino presto del giorno successivo Don Peppino andò a sa-lutare Padre Pio. Era pronto per prendere la corriera per Foggia, e di lì il treno per Roma. Portava con sé una povera valigetta. - Dovrò certamente fermarmi alcuni giorni - disse. - Fai capo ai nostri amici romani, il marchese Sacchetti e il conte Patrizi - i raccomandò il Padre. - Loro conoscono le burocrazie ministeriali e ti daranno una mano per risolvere il pro-blema in fretta. - Non ti preoccupare. Sarò di ritorno al più presto. Mai avrebbe potuto immaginare Don Peppino che quello sareb-be stato soltanto il primo di una lunga serie di viaggi a Roma, per cercare di incassare i soldi che gli americani avevano mandato in Italia per la clinica di Padre Pio. Il governo italiano era irritato per il fatto che l'UNRRA avesse stanziato tanti soldi per un privato e fece di tutto per non cedere un centesimo a Padre Pio. I funzionari si rivolsero ai dirigenti dell'UNRRA per sapere se quei soldi erano stati assegnati al gover-no italiano o proprio al Padre. - è un finanziamento per la clinica di Padre Pio in onore di Fiorello La Guardia - risposero. Il governo italiano non ne era convinto. Padre Pio protestava. Don Peppino inveiva. Gli amici del Padre cercavano tutti i modi per sbloccare il denaro. Alle fine il Padre riuscì ad avere 250 milioni. Gli altri 150 milio-ni se li tenne il governo di Roma. - Sono soldi rubati - disse Padre Pio quando lo informarono su come si era finalmente onclusa la vicenda. - Quei 150 milio-ni appartengono alla "Casa Sollievo della Sofferenza", non al go-verno italiano. Non porteranno fortuna a chi li ha sottratti al fine per cui sono stati donati. Era addolorato e anche irritato. - Rassegniamoci - disse un suo confratello. - Noi possiamo anche farlo - rispose il Padre. - Però resta il fatto che quei soldi sono stati rubati. La carità è la più grande del-le virtù cristiane, ma la giustizia è superiore alla carità. Per questo io non posso dimenticare.

17

Due volte al giorno, nella tarda mattinata e verso il tramonto, suonava la sirena. - Via, via, al riparo - diceva la gente, e tutti cercavano di mettersi al sicuro. Acuto e insistente, il suono si spandeva lungo i fianchi della montagna e nelle campagne intorno al convento di Santa Maria delle Grazie. - Fa ricordare gli anni di guerra. - Allora le sirene annunciavano i bombardamenti che distrug-gevano le case. - Adesso annunciano lavoro. I contadini o i pellegrini che si trovavano da quelle parti sapevano che, dopo una decina di minuti, sarebbero brillate le mine nel cantiere dove si stava costruendo la clinica di Padre Pio. Le pietre sarebbero volate come proiettili, ma non mettevano paura: quelle esplosioni erano segno di vita, di attività, di lavoro. Ogni mattina all'alba un piccolo esercito di uomini e donne lascia-va il centro abitato di San Giovanni Rotondo per raggiungere il can-tiere della clinica. Procedevano a gruppetti, festosi, come se andasse-ro a una scampagnata. Quattrocento, cinquecento, e in certi periodi anche ottocento persone avevano trovato un'occupazione. Per un paese povero e privo di iniziative, era un vero miracolo economico. - Padre Pio ci ha salvati dalla povertà - dicevano gli operai percorrendo a piedi i due chilometri che dal paese li conducevano al cantiere. - Grazie a lui, San Giovanni Rotondo è diventato un centro in espansione che tutti invidiano. - Padre Pio ha fatto per noi più di tutti gli onorevoli che vo-gliono governarci. Per le strade, nelle case, in piazza, si respirava aria di festa, soddi-sfazione, entusiasmo. La gente aveva ritrovato la fiducia, aveva vo-glia di vivere, frequentava i negozi e i luoghi pubblici. Le discussioni politiche di quegli anni, che in tutta Italia dividevano comunisti, de-mocristiani, socialisti, fascisti, repubblicani, si sviluppavano anche a San Giovanni Rotondo. Lì, però, la popolazione era unita e anda-va sempre d'accordo quando il discorso cadeva su Padre Pio. Il Padre non si recava quasi mai al cantiere. - Non voglio disturbare il lavoro - diceva a coloro che lo invi-tavano. Tuttavia, aveva una gran voglia di vedere e seguire la sua "creatura". E di tanto in tanto ci si faceva accompagnare in mac-china. Girava intorno alla grande fabbrica, si fermava a parlare con gli operai, ammirava i progressi dei lavori, scambiava qualche pa-rere con Angiolino Lupi, l'impresario, poi tornava in convento. - La clinica è la pupilla dei miei occhi - diceva. Ogni volta che usciva dal coro, dove si era intrattenuto in preghiera, si fermava a al finestrone del corridoio per "spiare". Guardava, tendeva l'orecchio per sentirei rumori del cantiere. Di sera, all'ora della chiusura, scen-deva sul sagrato e attendeva il rientro di Don Orlando. - Com'è andata? Che cosa avete fatto? Cos'è accaduto? Voleva sapere tutto, nei minimi dettagli. Don Orlando riferiva, descriveva e Padre Pio si commuoveva. L'edificio cresceva e diventava sempre più bello; 106.000 metri cubi di roccia erano stati spazzati via a colpi di mine, 160.000 me-tri cubi di mattoni e cemento erano apparsi come per incanto su un'area di 35.000 metri quadrati. La costruzione, maestosa nelle sue linee armoniose e classiche, aveva trasformato il paesaggio. La brutta landa di sassi era ormai un ricordo. E tutto intorno i fian-chi della montagna erano stati addolciti con la messa a dimora di oltre 100.000 piante. Lo spirito di Padre Pio aleggiava anche negli angoli più remoti del cantiere. Gli operai si sentivano trattati con gentilezza, corte-sia, amore, e rispondevano con profonda riconoscenza. Anche i non credenti in quel luogo sentivano il desiderio di pregare. Tutti avevano l'impressione di impegnarsi per una costruzione di loro proprietà. E per questo lavoravano molto ed erano felici di farlo. Gli uomini scelti da Padre Pio come dirigenti di quell'impresa, che avevano la responsabilità degli operai, erano tutte persone straordinarie. Don Orlando, Sanguinetti, Sanvico, Kiswarday, non facevano mai pesare la loro autorità. Per quella gente erano degli amici, dei consiglieri. E anche Angiolino Lupi. Progettista, impresario, direttore dei lavori, era il nocchiero di quella imponente nave. utti lo temevano; e lo criticavano. - E' un uomo dal carattere impossibile - dicevano. - Quando sei di fronte a lui, devi stare attento a come parli... - Guai a contraddirlo! - Scatta per un niente, s'infiamma, s'infuria e bestemmia. Ma tutti gli volevano bene. Lupi si stava dimostrando un genio. Aveva creato un cantiere che funzionava con la precisione di un orologio. Aveva arruolato una truppa di braccianti che sapevano solo picconare, e in poco tempo li aveva trasformati ili operai specializzati, in tecnici. Aveva dato loro non solo un'occupazione, ma un mestiere. Il suo cantiere era un prodigio di efficienza. Lo aveva organiz-zato come una struttura militare, con squadre, capisquadra, grup-pi di squadre, e riusciva a ottenere risultati stupefacenti. A San Giovanni Rotondo e nei paesi circostanti non c'erano in-dustrie che potessero fornire le materie prime necessarie per un cantiere di quelle dimensioni. E Lupi se le era inventate: intorno al cantiere e nei sotterranei della clinica aveva allestito una miriade di piccole officine che preparavano tutto quello di cui la costru-zione aveva bisogno. Aveva creato una fornace per la calce: la roc-cia scavata per le fondamenta dell'edificio veniva cotta e trasfor-mata in calce viva;' oppure macinata per la creazione del finto marmo, del cemento. C'erano una falegnameria e un'officina dove si forgiavano gli strumenti necessari al lavoro. Aveva inventato una macchina per tritare le pietre. All'inizio mancava l'acqua, che veniva trasportata al cantiere con carri trainati da buoi e muli, un impresa ciclopica, ma poi Lupi aveva costruito un acquedotto. - Chi è quell'uomo? Dove l'ha trovato Padre Pio? - si doman-davano gli ingegneri, gli architetti, gli impresari che arrivavano a San Giovanni Rotondo per ammirare l'imponente costruzione. - Complimenti, Padre, per la clinica e anche per i suoi collabo-ratori - dicevano a Padre Pio. - Non è facile organizzare e diri-gere una squadra di queste dimensioni. E i suoi uomini sono ecce-zionali. Ma l'ingegnere responsabile di tutto, dove l'ha scovato? - è un mio caro figliolo spirituale - rispondeva il Padre senza aggiungere altro. Nessuno, tra quei visitatori illustri, alcuni dei quali venivano an-che dall'estero, avrebbe mai immaginato che Lupi non aveva alcun titolo accademico: era un autodidatta. Lo giudicavano uno dei mi-gliori professionisti sulla piazza. Il Padre ne era orgoglioso. Gli ave-va dato fiducia, e Lupi aveva risposto impegnandosi con tutto se stesso e dimostrando di possedere capacità fuori dell'ordinario. Era un comandante di quelli che stanno sempre in prima linea. La sua giornata iniziava alle 2 di notte. Le ore che precedevano l'alba erano ideali per progettare, disegnare, preparare il lavoro per il cantiere. Alla sera non smetteva prima delle 23. Si era rica-vato una tana all'interno del cantiere, una baracca di legno dove teneva le sue carte e i disegni e dove in pratica viveva tutta la setti-mana. A volte non andava a casa neppure la domenica. - Lupi è meraviglioso - riconoscevano tutti. - Nessuno avrebbe potuto fare meglio di lui - ripetevano Don Orlando e il dottor Sanguinetti a Padre Pio. - è proprio l'uomo della Provvidenza - affermava il Padre sod-disfatto. Nei suoi giretti in macchina intorno al Cantiere, osservava da lontano il possente Angiolino che, sull'impalcatura, impartiva ordini, controllava, misurava. Lo salutava con la mano. Raramente lo incontrava. Lupi era un orso, non amava parlare, preferiva dimo-strare quel che sapeva fare. Comunque, quando si incontravano per discutere di qualche dettaglio importante, il Padre ripeteva sempre al suo impresario: - Se non ci fossi stato tu, non avrei questo gioiello. - Lupi abbas-sava la testa, non rispondeva, ma era l'uomo più felice del mondo. Alla domenica la clinica di Padre Pio diventava meta di gitanti e di curiosi. Gruppi di amici, intere famigliole, e anche diversi pro-fessionisti raggiungevano il cantiere a piedi e si fermavano ad am-mirare e a fare commenti. All'inizio dei lavori, molti erano perplessi. - Impossibile che possa sorgere un ospedale in un luogo tanto ostico- commentavano guardando il paesaggio brullo e pietroso - E se anche sorgesse, a che servirebbe? Chi verrebbe mai a farsi curare quassù, lontano dal mondo civile? Mano a mano che si procedeva, però, i giudizi mutavano. Ades-so che i lavori per la clinica erano arrivati al tetto e il paesaggio tutto intorno era stato trasformato, il pessimismo aveva lasciato il posto all'entusiasmo. - Qui è accaduto un miracolo - dicevano i visitatori. - Solo Padre Pio poteva cambiare l'ambiente in questo modo. Quelli che venivano da fuori constatavano le straordinarie tra-sformazioni sociali che si notavano nell'intero paese. - La clinica di Padre Pio ha creato lavoro, occupazione, sviluppo. - Lavorando in quel grande cantiere, centinaia di contadini hanno imparato un mestiere, una specializzazione tecnica, e han-no cominciato a costruire case, ad aprire officine. - Alla periferia di San Giovanni Rotondo stanno sorgendo vil-lette, pensioncine, trattorie, negozietti: un nuovo paese! «Per questa zona povera del Sud" scrisse un giornalista "Padre Pio sta facendo molto di più della Cassa del Mezzogiorno." Il successo, inevitabilmente, suscitò invidie. Un pomeriggio nel cantiere della clinica arrivò un usciere del tribunale di Foggia. - Devo vedere Lupi Angelo - annunciò con aria funesta. Lo accompagnarono nella tana dell'impresario, che fungeva an-che da suo ufficio. - è lei il signor Lupi Angelo? - domandò l'usciere in tono in-quisitorio. - Sì - rispose lui scrutandolo sospettoso. - Firmi qui - disse l'usciere presentandogli delle carte. - Cos'è? - domandò Lupi sempre più sospettoso. - Una citazione. - Che significa? - Un ingegnere di Foggia l'accusa di esercitare abusivamente la professione di architetto. Dovrà difendersi in tribunale. - Io non sono architetto - affermò Lupi. - Esatto. Eppure è responsabile di una costruzione che solo un architetto o un ingegnere sono autorizzati a realizzare. Quindi eser-cita in modo abusivo una professione per la quale non è abilitato. - Non ho fatto del male a nessuno! - protestò Lupi. - Questo lo stabilirà il tribunale. Io sono soltanto un usciere e ho l'incarico di consegnarle questa citazione. Firmi, per favore. Lupi firmò. Tracciando il proprio nome su quel foglio, le sue mani grosse, callose, piene di lividi, tremavano. Una tristezza immane scese sul suo viso rugoso, sulle gote bru-ciate dal sole e incorniciate da un'ispida barba di cinqu giorni. L'usciere se ne andò, e Lupi chiuse la porta della baracca. Lo faceva raramente. La sua tana era sempre aperta a tutti: chiunque poteva entrare a chiedere un consiglio, a esporre un 'osservazio-ne. Quando Lupi chiudeva la porta, c'era aria di temporale. Angiolino si sentiva distrutto. In quegli anni aveva lavorato co-me un mulo, e adesso la burocrazia veniva a rovinare tutto. Conosceva bene quell'imputazione, gli era stata addebitata altre volte. Era una maledizione che lo perseguitava. Lui, nato in una famiglia povera, non aveva potuto studiare, conseguire un titolo, e gli si impediva di esplicare la sua creatività.m Sapeva di possedere delle doti eccezionali. Lavorando in giro per il mondo ed esercitando mille mestieri, aveva acquisito un'esperien-za straordinaria. Sapeva di poter tenere testa a qualunque ingegne-re. Ma la legge non glielo consentiva. Non poteva fare niente di quello che sapeva fare come nessun altro. Solo Padre Pio gli aveva accordato fiducia. Anche dopo aver sa-puto che non era ingegnere, aveva scelto il suo progetto per costrui-re quella clinica e aveva voluto che fosse lui a realizzarlo. Era la pri-ma volta che a Lupi veniva offerta l'occasione per dimostrare al mondo che cosa era capace di fare. Tutti si erano complimentati per ciò che aveva realizzato: anche ingegneri e architetti famosi si erano congratulati con lui. Ed ecco che ora la legge, sollecitata da un invi-dioso, veniva a distruggere tutto. Lupi rimase tutto il giorno chiuso nella sua tana. Nessuno ebbe il coraggio di andare a parlargli. Quando suonò la sirena che annun-ciava la fine del lavoro, uscì. Si era messo la giacca. Cercò Don Or-lando che si avviava verso il convento e gli disse con voce triste: - Avrei bisogno di parlare con Padre Pio. - Vieni con me - gli rispose il sacerdote, che sapeva già tutto. Era la prima volta che Lupi chiedeva udienza al Padre. Rispettava quel frate, anzi, lo amava moltissimo. Tuttavia gli stava alla larga: era géloso dei propri sentimenti e non si apriva mai con nessuno. Fecero il tragitto che dal cantiere portava al convento in un si-lenzio glaciale. Lupi non parlava mai molto, ma quando aveva qualche preoccupazione era una tomba. - E una serata fresca - disse a un certo punto Don Orlando ten-tando di rompere quel silenzio imbarazzante. Lupi però non rispo-se, e il sacerdote capì che non valeva la pena aggiungere altre parole. Padre Pio, come sempre, attendeva sul sagrato per ascoltare da Don Orlando il resoconto della giornata. Vedendo che con lui c'era anche Angiolino Lupi, andò loro incontro, preoccupato che potesse essere accaduto qualcosa di grave. - Come sono contento che mi hai portato Angiolino - disse al compaesano. E poi, riv6lgendosi all'imprenditore: - Che bella sorpresa mi fai, Angiolino. Dovresti venire più spesso a trovarmi. Lupi rimase muto. Era imbarazzato. Il Padre lo guardò negli occhi e vide la sua desolazione. - Vieni qua, figliolo - gli disse paterno. - Ti vedo stanco, siediti qui vicino a me. Si sedettero sotto il grande olmo. Lupi continuava a restare muto. - Ha un problema - disse Don Orlando. - Dimmi, caro figliolo: di che cosa hai bisogno? - lo incorag-giò Padre Pio. Lupi gli porse la denuncia. Il Padre la lesse attentamente. Non se l'aspettava, e ci rimase male. - Non ti preoccupae - disse, ma era pensieroso, preoccupa-to. Sentiva il dolore di Lupi ed era indignato. Quante volte aveva provato la stessa sofferenza. Essere colpiti alla schiena, solo per invidia! Padre Pio fremeva, ma non voleva lasciarlo vedere e stava lì, con la testa china, in silenzio. - Mi metteranno dentro? - domandò Lupi con un filo di voce. Al Padre vennero le lacrime agli occhi. Quella frase, sussurrata con tanto dolore, gli fece capire che cosa passava nell'animo di quell'omone. E risvegliò in lui tristissimi ricordi. Anche lui, infat-ti, era stato "messo dentro". Non in prigione, ma in convento, per 764 giorni, segregato, senza poter avere nessun contatto con il mondo esterno. Perché? Non aveva fatto niente. E Lupi? Che male aveva fatto? Niente di niente. Non si era nep-pure spacciato per architetto perché aveva dichiarato subito, fin dall'inizio, di essere un autodidatta. - Non temere, figliolo - disse finalmente Padre Pio. - Non te-mere, i giudici avrànno buon senso. L'uomo che ti ha denunciato ha ricevuto la sua laurea dagli uomini; tu, invece, l'hai avuta da Dio. - Speriamo bene - sospirò Lupi. - Tu non hai alcuna colpa - continuò il Padre alzando la voce e usando un tono che si era improvvisamente acceso di rabbia e di ribellione. - Nel caso, i giudici dovranno prendersela con me. So-no stato io a sceglierti, a incaricarti di svolgere questo lavoro. E tu lo hai eseguito come nessun ingegnere avrebbe potuto fare. Non temere, verrò io in tribunale a difenderti, a testimoniare. E se è il caso, dovranno arrestare me. Lupi sorrise. Guardando il Padre, vide che i suoi occhi sprizza-vano indignazione e provò un profondo senso di felicità. Questo era il Padre Pio che lui adorava. Adesso non gliene importava più niente del tribunale: questo era il giudizio che desiderava ricevere. Per un attimo aveva temuto che, di fronte alle difficoltà, anche Pa-dre Pio lo avrebbe scaricato. Era quello che gli era sempre accadu-to. Ma Padre Pio era veramente diverso da tutti. Adesso Angioli-no si sarebbe gettato anche nel fuoco per lui. - Va bene, Padre - disse Lupi con voce rinfrancata. - Vi rin-grazio. - E si alzò per andarsene. Padre Pio lo richiamò: - Ma dove vai, figliolo? Vieni qua, che non ti posso mai vede-re, siediti. - E cominciò a rivolgergli domande a proposito del la-voro. Lupi rispondeva felice. Don Orlando ascoltava e sorrideva: non aveva mai visto Angiolino Lupi così raggiante.

18

Nel cantiere della clinica di Padre Pio si lavorava senza sosta, e in giro per il mondo si raccoglievano offerte per finanziare l'impresa. Migliaia di persone collaboravano dando il loro obolo e sollecitando la carità degli amici. Si organizza-vano lotterie, pesche di beneficenza, serate artistiche, spettacoli teatrali; i negozi esponevano le cassettine per la raccolta delle offer-te. Tutte le città erano onorate di partecipare a quell'iniziativa, e non solo le città italiane: le offerte arrivavano da tutto il mondo. Da New York un giorno arrivò una busta con 5 dollari e un bi-glietto firmato da un certo Mario Gambino. «Sono un operaio italoamericano" scriveva. "Lavoro come in-serviente di pulizia all"Hunter College'. Ho sentito parlare del-l'ospedale di Padre Pio e voglio contribuire." Qualche tempo dopo Gambino mandò altri 10 dollari. "Uno per ciascuno dei miei dieci figli" scrisse. E con orgoglio ag-giunse il nome di ciascuno dei suoi figli: Calogero, Salvatrice, Anto-nio, Salvatore, Rosaria, Francesco, Giuseppina, Rosario, Maria, Giuseppe. Padre Pio si commosse. - Sono i soldi di questa gente povera ma piena di fede a rap-presentare la' più grande ricchezza della nostra clinica - disse ai suoi collaboratori. - Questi 15 dollari devono diventare il sim-bolo del nostro modo di vivere e agire. Si studiò un'idea; si decise di utilizzarli come prima offerta di un fondo cui il Padre volle dare il nome di quell'operaio di New York: «Fondo Gambino". - Nata dalla carità, la «Casa Sollievo della Sofferenza" - disse Padre Pio - deve attuare con scrupolo il principio della carità, sia nell'uguaglianza del trattamento tra coloro che possono pagare o sono iscritti a enti previdenziali, sia nell'accogliere chi non ha da dare, per il proprio ricovero, altra moneta che quella del dolore. Il malato povero non deve mai sentire il disagio della sua condizione. Il costo della sua assistenza sarà coperto dal «Fondo Gambino". Mano a mano che la clinica cresceva e assumeva il suo aspetto imponente, qualcuno, anche tra i più stretti collaboratori del Pa-dre, cominciò a nutrire dei dubbi. - Non ti sembra che abbiamo un po' esagerato? - domandò un giorno il dottor Sanguinetti a Padre Pio che, da lontano, ammi-rava la clinica. - In che senso? - Troppo lusso, troppi marmi, troppo spazio. Sono critiche che sento da ogni parte, e a volte vengono dei dubbi anche a me. - Ti vengono dei dubbi!... - Padre Pio lo fulminò con uno sguardo indignato. - E tu, come lo vorresti il tabernacolo? - do-mandò farfugliando le parole, tanta era la foga con cui voleva esprimere il suo pensiero. - Come una scatola di biscotti vuota? Lo vuoi di latta o prezioso per accogliere il Signore? Quell'ospe-dale accoglierà il Signore sofferente nelle sue membra vive. - Sì, secondo il tuo ragionamento, il lusso, in un certo senso, viene giustificato - ribatté calmo Sanguinetti. - Ma bisogna fare i conti con i piedi per terra. Quando non ci sarai più tu a polariz-zare l'attenzione della gente, come vivrà un ospedale del genere, costruito quassù, su una montagna? Verranno ancora i pellegrini? Continueranno ad arrivare le offerte? - Gli amministratori di questo ospedale - replicò il Padre con tono profetico - avranno sempre tanti soldi che non sapranno dove metterli. Devono preoccuparsi solo di rispettare il fine per cui la cli-nica è stata costruita: il «sollievo della sofferenza, soprattutto delle persone povere". Questo ha voluto Gesù, e questo deve essere fatto. Il giorno in cui dimenticheranno questo fine, tutto cadrà in rovina. - Per un ospedale così imponente, occorrono montagne di de-naro - osservò il dottor Sanguinetti. - Te lo ripeto - disse il Padre. - Denaro ce ne sarà sempre. La Provvidenza è generosa. Se hai paura ora, non sai che cosa ti aspet-ta. Quel che abbiamo fatto è solo l'inizio. La clinica in pochi anni si ingrandirà, diventerà una vera cittadella della scienza medica. Padre Pio rimase in silenzio, come se stesse riflettendo. Poi ag-giunse: - Adesso, però, devo pensare all'altra parte della mia opera. Quando ho cominciato a parlarti di questo ospedale, ti ho detto che sarebbe stato "la mia grande opera terrena". Ma per la verità, la clinica è solo un aspetto di questo progetto, quello visibile, fisi-co. L'altro aspetto, il cui fine riguarda sempre il "sollievo della sofferenza", è legato alla preghiera. Sarà costituita da un grande movimento. Migliaia e migliaia di uomini e di donne, uniti in gruppi, che useranno la preghiera come arma per alleviare e medicare le sofferenze del mondo. - Non abbiamo ancora finito la clinica e dobbiamo già gettar-ci in un nuovo ambizioso progetto? - domandò preoccupato il dottor Sanguinetti. - No - rispose il Padre. - Questa seconda parte della mia ope-ra si svilupperà da sola. Si diffonderà per il mondo come un vento d'amore, realizzando un grande, immenso ospedale invisibile. Padre Pio cominciò a parlare sempre più spesso di questa «se-conda parte" della sua opera terrena. Lo faceva con i collaborato-ri, ma soprattutto con le "figlie spirituali". - La "Casa Sollievo della Sofferenza" - diceva - deve essere la punta visibile di un enorme iceberg, vagante per il mondo, co-stituito da migliaia e migliaia di persone che pregano. Si trattava di un progetto ambizioso che il Padre coltivava già da anni. Aveva dato vita al primo umile nucleo di questo esercito nel 1916, fondando il gruppo delle "figlie spirituali". A quel ma-nipolo di ragazze aveva insegnato a pregare, a vivere di preghiera continua. Il gruppo 5! era mantenuto lungo il corso degli anni, di-ventando un seme pronto a sbocciare. - è giunta la vostra ora - disse il Padre alle "figlie spirituali". - Il mondo sta vivendo momenti drammatici. Il Maligno ha este-so il suo potere velenoso provocando danni immani. Il Signore chiede preghiere, e noi dobbiamo rispondere. Riprese le "conferenze" settimanali del giovedì con le sue "figlie spirituali", come aveva fatto tanti anni prima, per iniziarle alla' vi-ta interiore. Riprese a trasmettere i propri pensieri, le proprie ispi-razioni, alle persone che gli erano sempre state fedeli, anche nei periodi difficili della persecuzione. Anime semplici, generose, umi-li, loro avrebbero certamente intuito l'aspetto prezioso dell'im-portanza della preghiera nella sua grande opera terrena. - La clinica che abbiamo costruito ha uno scopo preciso, rac-chiuso nel suo nome: il sollievo della sofferenza - spiegò Padre Pio alle sue "'figlie spirituali". - Voi, e tutti coloro che si uniranno a voi, attraverso l'esercizio della preghiera insieme, costituirete la "clinica invisibile" per il sollievo delle sofferenze del mondo. La mia opera terrena ha quindi due volti: uno materiale, fisico, costi-tuito dall'edificio della clinica; l'altro, invisibile, senza confini, sen-za barriere, costituito dalla preghiera di coloro che, uniti nel mio nome, offriranno suppliche e sacrifici a Dio per tutti i sofferenti, nell'anima e nel corpo, sparsi per il mondo. Soprattutto per quelle sofferenze provocate all'umanità dal nemico di Dio, Satana. - Perché, Padre, dite che è giunta l'ora? - domandò Angela, una delle "figlie spirituali" del gruppo fondato nel 1916. - Il mondo si trova a un bivio drammatico - rispose. - La guerra non ha spinto a riflettere e non ha cambiato le persone. Il Papa, Pio XII, che è dotato di spirito profetico, continua a ripeter-lo: "E già iniziata, sotto più aspetti, un'ora delle tenebre, in cui lo spirito della violenza e della discordia versa sull'umanità la san-guinosa coppa di dolori senza nome - Il Papa ha detto queste parole all'inizio della seconda guerra mondiale - osservò Maria, un'altra "figlia spirituale" del gruppo originario. - Ora la guerra è finita, il mondo si sta riprendendo. - è vero, la guerra è finita. La guerra, però, era solo una delle conseguenze dell'ora delle tenebre di cui ha parlato Pio XII. Il peggio deve ancora venire. - Ci spaventate, Padre - intervenne Francesca. - Il Papa è tuttora molto preoccupato e continua a mettere in guardia i credenti contro l'opera distruttrice del Maligno. Dobbia-mo credere al Papa, che è il Cristo visibile. - Quali sono i pericoli che ci minacciano? - Satana ha progettato di cancellare Dio dalla mente degli uomini. Ci sarà una terribile battaglia, e noi siamo chiamati a com-battere in prima fila. Recentemente il Papa ha detto: «è ben noto che oggi quasi tutta l'umanità va dividendosi in due schiere oppo-ste: con Cristo o contro Cristo. Il genere umano al presente attra-versa una formidabile crisi che si risolverà in salvezza con Cristo o in funestissime rovine - Ci sarà una nuova guerra? - La guerra delle bombe, figlia mia, per ora è terminata, ma continua quella ideologica, fatta di violenze inaudite, per scardina-re l'ordine della Verità con la negazione di Dio. Questa guerra si sta diffondendo in tutto il mondo con conseguenze inimmaginabili. - Vi riferite, Padre, all'ideologia marxista? - Mi riferisco a tutte quelle ideologie che si rifanno al materiali-smo ateo, e negano la verità vera dell'universo, che è Dio. Dio è al-l'origine di tutto. Dio che è Padre e ha voluto fare dell'uomo il suo figlio prediletto, erede del paradiso. Chi crede più a queste meravi-gliose realtà? Pio XII ha detto: "I banditori del male, predicando il materialismo e rigettando ogni speranza di una eternità beata, por-tano gli uomini a una condizione di vita quanto mai indegna". - Che dobbiamo fare noi? - Ve lo dice il Papa: "La forza che voi dovete opporre al mate-rialismo è la vostra fede cattolica, con tutta la sua ricchezza, con tutte le energie della sua convinzione, con tutta la sua pienezza del-la vita divina. Questa forza è capace di dominare vittoriosamente il materialismo, ed è tale che la possiede solo l'uomo di vita interiore, l'uomo che prega, l'uomo che è pieno di Dio". - Ma noi siamo solo delle povere donne: che possiamo fare per problemi che riguardano il mondo intero? - Voi non siete delle povere donne, siete delle "figlie di Dio". Voi potete parlare a Dio, che è nostro Padre. Sarà Lui a utilizzare la vostra umile preghiera per la salvezza del mondo. - Come può la preghiera di una mamma di famiglia, sconosciu-ta, povera e semianalfabeta come sono io, essere utile al mondo? - Santa Teresina del Bambin Gesù è entrata in monastero quan-do aveva quindici anni ed è morta a ventiquattro senza esserne mai uscita. Eppure Pio XI nel 1927 l'ha proclamata "patrona delle Missioni". Come se avesse trascorso una lunga esistenza nelle Indie, o nelle foreste africane, a divulgare il Vangelo. è questo il miracolo della preghiera. I nostri poveri gemiti, passando attraverso l'amore infinito di Dio, vengono "trasformati" in grida potenti, in energia pura, travolgente, che ha un peso incalcolabile nelle vicende del mondo. - Voi, Padre, ci avete insegnato a pregare per la vostra missio-ne fin da quando eravamo ragazze: era questo l'obiettivo che vole-vate raggiungere? - Nel lontano 1916, quando abbiamo creato il nostro gruppo, il Signore ci aveva suggerito di pregare insieme, senza specificare il fine preciso che voleva affidarci. Questo si è chiarito a poco a po-co lungo il corso del tempo. Adesso ha una fisionomia precisa, un ideale concreto. è giunto il momento della vostra missione. Dio vuole che questo gruppo e lo spirito di questo gruppo si diffondano nel mondo. Voi, mie "figlie spirituali", dovete crescere e molti-plicarvi. Il vostro piccolo gruppo deve diventare un esercito, e il grano di senape un albero. Voi avete speso la vostra vita a pregare per me e per la mia missione. Adesso dovete diffondere questa idea. Sull'esempio di quanto voi avete fatto per anni, devono na-scere altri gruppi come il vostro. Il Papa ha detto: "Ciò di cui la Chiesa ha urgente bisogno sono fedeli e gruppi di fedeli di ogni condizione che, liberi dalla schiavitù del rispetto umano, confor-mino tutta la loro vita e la loro attività ai comandamenti di Dio e alla legge di Cristo". E ancora: "Pregate, pregate, pregate: la pre-ghiera è la chiave dei tesori di Dio, è l'arma del combattimento e della vittoria in ogni lotta per il Bene e contro il Male". E anch'io vi dico: non stancatevi mai di pregare, questa è la cosa essenziale. La preghiera fa violenza al cuore di Dio, ottiene le grazie necessa-rie. Diamoci da fare, rimbocchiamoci le maniche, rispondiamo noi per primi a questo appello lanciato dal Pontefice romano. - Ma perché, Padre, è tanto necessario pregare? Non è più im-portante l'azione? - La preghiera è il pane e la vita dell'anima, il respiro del cuo-re. Attraverso la preghiera noi prendiamo contatto direttamente con Dio e riceviamo da lui la linfa che ci nutre davvero. - Gesù ha detto che la nostra fede è vana senza le opere. - L'azione, coerente con i nostri pensieri, è la dimostrazione pratica della nostra fede. La preghiera, però, è il colloquio con Dio. è la formazione della fede. Con la preghiera ci mettiamo in contat-to con Lui, e Lui insegna, parla, suggerisce, guida. Il fine ultimo del-l'uomo e dell'universo è Dio. Ma noi siamo esseri finiti, mentre Dio è infinito. Nella nostra contingenza, non potremmo mai compren-dere qualcosa di Dio. Con la preghiera, invece, l'ostacolo insor-montabile viene superato, perché è Dio stesso che scende nel nostro cuore e si comunica. Molti cercano Dio nei libri, ma alla fine si ac-corgono che lo trovano veramente solo nella preghiera. Non c'è niente di più importante della preghiera. Uazione senza la preghie-ra è un agitarsi inutile. - Nel Vangelo Gesù ha detto: "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto". E altrove: "In verità, in ve-rità vi dico, quanto domanderete al Padre in nome mio ve lo con-cederà". Perché, allora, le nostre preghiere spesso restano inascol-tate? - Dio ascolta sempre le preghiere e concede sempre quanto do-mandiamo. Sempre, tenetelo bene a mente! Lo ha promesso e lo mantiene. Ma Lui vuole il nostro bene supremo. è il nostro Padre e non ci concederà mai qualcosa che potrebbe risultare a nostro danno. "Una mamma ricama. Il bambino, seduto sul suo sgabelletto bas-so, non vede che il rovescio del ricamo: un confuso intrecciarsi di co-lori e di fili. Se fosse un pochino più alto, se vedesse il ricamo dalla parte giusta, il disegno e i colori sarebbero al loro posto. Ecco, figlia mia, noi siamo seduti sullo sgabello basso e non vediamo che il rove-scio del ricamo. Ma un giorno lo vedremo dalla parte giusta, e allo-ra capiremo che Dio ha sempre ascoltato le nostre preghiere, conce-dendoci quel che era davvero utile alla nostra salvezza. "Figlie mie, è l'ora della preghiera. è giunta l'ora della vostra mis-sione. La 'Casa Sollievo della Sofferenza' e i Gruppi di preghiera sa-ranno una cosa sola. Come fossero l'anima e il corpo della stessa persona. Questa è la mia grande opera terrena."

19

Padre Agostino, venga, presto, la vogliono al telefono - disse Padre Raffaello trafelato. - Chi è? - Non ha detto il nome, però la telefonata viene dal Vaticano. Padre Agostino da San Marco in Lamis si avviò faticosamente verso il tavolino al centro del corridoio, dove da qualche tempo era stato installato un apparecchio telefonico. Confessore e diret-tore spirituale di Padre Pio, era da tre anni anche Guardiano del convento di Santa Maria delle Grazie. Per tutta la vita aveva pro-tetto e difeso il Padre, e molti sapevano che era la strada più sicu-ra p&r trasmettere messaggi a Padre Pio. Per questo motivo riceve-va spesso telefonate di personalità importanti. - Pronto, sono Padre Agostino, con chi parlo? - disse all'ap-parecchio. - Hai visto l"'Osservatore Romano"? - L'interlocutore dal-l'altra parte del filo non pronunciò il proprio nome, ma Padre Agostino lo riconobbe dalla voce: era Monsignor Alfredo Otta-viani, assessore del Sant'Uffizio. - No, onsignore, qui l"'Osservatore" arriva con un giorno di ritardo, Io leggerò domani. - Fallo, e poi sappimi dire. Monsignor Ottaviani era uno dei massimi responsabili della Su-prema Sacra Congregazione per la difesa della Fede e della Dottrina. - Che cosa c'è di importante? - domandò Padre Agostino. - Leggi e saprai. Salutami il nostro amico. Era il 24 febbraio 1951. Padre Agostino rimase con l'apparec-chio in mano, stupito per quella strana telefonata. Conosceva da tempo Monsignor Ottaviani. Sapeva che era una potenza in Vaticano. Allora aveva sessant'anni e godeva della sti-ma di Papa Pacelli. La carica che occupava era importantissima. Segretario del potente dicastero del Sant'Uffizio era il cardinale Pizzardo, ma in pratica faceva tutto lui, Monsignor Ottaviani. Ed era, sia pure segretamente, un sincero estimatore di Padre Pio. - Sull"'Osservatore" deve esserci qualche cosa di molto im-portante che riguarda Padre Pio - disse Padre Agostino. Smaniava dalla curiosità. Non ce l'avrebbe fatta ad attendere fino al gior-no dopo: decise di mettersi in contatto telefonico con la Curia generale a Roma. Parlò con un suo vecchio confratello, Padre Al-berto, con il quale tante volte si era confidato ai tempi delle perse-cuzioni contro il Padre. Gli raccontò francamente della telefonata ricevuta. - Cerco il giornale e poi ti richiamo - rispose Padre Alberto, il quale, a sua volta, aveva capito che doveva trattarsi certamente di cosa importantissima. Verso mezzogiorno il telefono squillò di nuovo nel silenzio del convento di Santa Maria delle Grazie. Padre Agostino era ancora lì, vicino all'apparecchio, e rispose subito. - Ho letto - esordì Padre Alberto. - E allora? - Straordinario. - Dimmi, non tenermi sulle spine... - Sull"'Osservatore" di oggi c'è un lungo articolo firmato da Monsignor Alfredo Ottaviani. Tratta della superstizione. Dopo aver spiegato perché la Chiesa interviene sempre con severità nel giudicare i carismi straordinari e gli eventi prodigiosi, Ottaviani elenca le località che da molti pellegrini sono frequentate come "luoghi benedetti" e che egli giudica invece "luoghi di superstizio-ne", proprio perché i fatti che dovrebbero santificarli non hanno i crismi dell'autenticità. E nell'elenco non compare San Giovanni Rotondo. - Tutto qui? - commentò Padre Agostino deluso. - Ma non capisci? Questa è una bomba! - replicò Padre Alber-to. - Qui a Roma l'articolo sta suscitando un putiferio. Negli am-bienti ecclesiastici tutti ne parlano, tanto a proposito dei nomi dei luoghi inclusi e condannati, come per quelli esclusi. Il fatto che Ot-taviani, assessore del Sant'Uffizio, non abbia incluso tra i luoghi di superstizione San Giovanni Rotondo ha suscitato un'impressione enorme. è una tacita approvazione. Il Generale ha dichiarato che si tratta del primo oggettivo riconoscimento degli eventi accaduti a San Giovanni Rotondo dopo oltre trent'anni di condanne. - In effetti, forse hai ragione - disse Padre Agostino, che aveva cominciato a intuire. - Non avevo riflettuto al fatto che l'articolo è pubblicato dall'"Osservatore Romano" ed è firmato dall'assesso-re del Sant'Uffizio. è veramente un'approvazione indiretta: ecco perché il Monsignore mi ha telefonato. Ti ringrazio. - Telefona agli amici, avvertili, dì loro di comperare il giornale e di diffonderlo. è importantissimo. - Lo farò senz'altro. Di nuovo grazie. Padre Agostino corse a raccontare tutto ai confratelli. Telefonò al Provinciale e ai più affezionati amici di Padre Pio. Era felice. Si commuoveva riferendo la notizia. Avverti anche le autorità civili di San Giovanni. Tutti erano soddisfatti. - Vittoria! - esultavano. - Finalmente la Chiesa si è accorta e ammette che a San Giovanni Rotondo è accaduto qualcosa di veramente santo. I nemici di Padre Pio erano velenosi. Quell'articolo per loro era stato una doccia fredda. I più arrabbiati erano alcuni Monsignori del Sant'Uffizio che da sempre avevano combattuto il "frate con le stigmate". - è una vergogna - affermarono indignati. - Monsignor Ot-taviani, in qualità di assessore del Sant'Uffizio, doveva inserire San Giovanni Rotondo nell'elenco dei luoghi di superstizione, an-che solo per coerenza con i suoi predecessori. Il Sant'Uffizio, in-fatti, ha già più volte condannato i pellegrinaggi a quel convento e ha condannato anche Padre Pio. Questa presa di posizione è scan-dalosa. Giurarono di vendicare l'onore della Suprema Sacra Congrega-zione. E la loro vendetta si consumò l'anno successivo. La costruirono con una perfidia diabolica. Si aggrapparono al canone 1399 del codice di diritto canonico. Uarticolo 5 di quel ca-none "proscriveva", cioè poneva all'indice, tutti i libri e gli opusco-li che narravano di nuove apparizioni, rivelazioni, visioni, profezie, miracoli eccetera, qualora fossero stati divulgati senza osservare le "prescrizioni canoniche". Una di queste (canone 1385) imponeva che dette pubblicazioni dovessero essere sottoposte alla revisione ecclesiastica e ottenere l'imprimatur, cioè l'approvazione scritta per la stampa. - Occorre emanare un decreto per riaffermare questa prassi - dissero al segretario del Sant'Uffizio, cardinale Pizzardo. - Al giorno d'oggi numerosi libri trattano di argomenti molto delicati senza autorizzazione,. Sono pieni di inesattezze, di affermazioni er-rate, e provocano grande confusione tra la gente. - Sono d'accordo con voi - rispose il cardinale. I nemici di Padre Pio prepararono un decreto che aveva di mira le pubblicazioni prive di imprimatur, e il cardinale Pizzardo lo auto-rizzò in pieno. Nella formulazione definitiva, però, il decreto si limi-tava a condannare Otto pubblicazioni su Padre Pio. Le nominava una per una, con titolo e autore, dichiarandole "proscritte", da in-serire nei libri all'indice; in tal modo, di fronte all'opinione pubblica internazionale, questa presa di posizione si trasformava in una nuo-va clamorosa e forte condanna contro il Padre. Non erano libri a ca-rattere dottrinale, con pretese teologiche, che potevano creare con-fusione tra i credenti. Erano semplicemente resoconti di cronaca, pubblicazioni di tipo giornalistico, per le quali non era affatto ne-cessario l'imprimatur. Ma il fine segreto era colpire Padre Pio. Il decreto fu pubblicato sull'"Osservatore Romano" il 3 agosto 1952 e fece una grandissima impressione. Anche perché un anno prima c'era stata la sorprendente tacita approvazione degli eventi riguardanti Padre Pio da parte di Monsignor Ottaviani, assessore del Sant'Uffizio. Il nuovo decreto smentiva Ottaviani. I nemici di Padre Pio avevano messo a segno un colpo di mano: forti della certezza che il Sant'Uffizio non si sarebbe mai rimangiato una de-cisione, avevano giocato quella carta sicuri di colpire in profon-dità e in modo irreparabile. I tempi, però, erano cambiati. Sul trono di Pietro sedeva Papa Pacelli, un uomo coraggioso e impavido che non accettò quel sopruso. Intervenne personalmente, e due giorni dopo, il 5 agosto, l"'Osservatore Romano" dovette ritornare sull'argomento e pub-blicare un lungo articolo a spiegazione di quel decreto. Articolo che rappresentava una vera e propria smentita. Il Papa, tuttavia, fece molto di più. Con una presa di posizione che non aveva precedenti, rese nullo il decreto. Nelle riforma del codice voluta da Pio X nel 1908 era stato stabilito che tutti i de-creti delle Sacre Congregazioni, per acquisire valore giuridico,'do-vevano essere pubblicati sulla "Gazzetta ufficiale" del Vaticano, vale a dire gli "Acta Apostolicae Sedis", un bollettino quindicina-le. Il decreto del Sant'Uffizio riguardante le biografie di Padre Pio però non vi comparve, trasformandosi quindi in un decreto senza alcun valore. Il fatto era inaudito per la mentalità di allora. Mai un Papa si era messo contro il Sant'Uffizio, il dicastero di cui egli stesso era prefetto. Se lo aveva fatto, dovevano esserci ragioni eccezionali. Molti si scandalizzarono. Gli esperti, tuttavia, in quella presa di posizione di Papa Pacelli videro una seconda importantissima ap-provazione per il "frate con le stigmate". I giornali intuirono l'estrema importanza di quella guerra diplo-matica ad altissimo livello. Cinque inviati, provenienti dai princi-pali quotidiani italiani, arrivarono a San Giovanni Rotondo per raccogliere informazioni precise e ricevere chiarimenti. Non sappiamo niente - disse il nuovo Guardiano, Padre Ferdinando, che da pochi mesi aveva preso il posto di Padre Ago-stino, ammalatosi gravemente. Al convento di Santa Maria delle Grazie, infatti, la vita conti-nuava immutata. Il cantiere della "Casa Sollievo della Sofferenza" procedeva a pieno ritmo. I pellegrini riempivano la chiesetta. Pa-dre Pio trascorreva gran parte della giornata in confessionale. I giornalisti cercavano notizie, ma nessuno era in grado di aiu-tarli. Verso sera, il Padre uscì sul sagrato ad attendere il ritorno di Don Orlando dal cantiere e fu assalito dai cinque inviati. - Padre, che ne dice del decreto che metteva all'indice Otto sue biografie e che ora è stato ripudiato dal Papa? - Perché, quel decreto non è stato inserito nell"'Acta Apostoli-cae Sedis"? - Che cosa prova constatando che la Chiesa, dopo tante con-danne, crede in lei? Padre Pio, bersagliato da tutte quelle domande, si guardava intorno smarrito e frastornato. Con lo sguardo chiedeva aiuto a qual-che confratello. - Che ne saccio io di queste cose? - ripeteva confuso. - Io sono soltanto un povero frate che prega. - La Chiesa adesso ammette che le sue stigmate sono autentiche! - Figliolo, preghiamo insieme la Madonna che ci dia la grazia della fede. - E vero che Pio XII le ha scritto una lettera? - Il Papa ha cose importanti cui pensare. Preghiamo il Signore che lo assista. Vi benedico figlioli e vi prometto che pregherò per voi domattina nella Messa. In aiuto di Padre Pio arrivò il Guardiano. - Signori giornalisti - disse con cortesia - non vedete che il Padre è a disagio? Su, per favore, lasciatelo passare, lasciate che rientri in convento. - Non ha risposto alle nostre domande - disse l'inviato del "Corriere della Sera - Il Padre non sa niente di queste cose. - Lo riguardano da vicino, però. - Ma lui pensa solo a pregare. Non gli interessa se è stimato o deriso. - E lei, che ne pensa? - domandò l'inviato del "Messaggero" di Roma. - Come è stata valutata dall'Ordine dei Cappuccini questa presa di posizione del Papa a favore di Padre Pio? - Per la verità, noi non sappiamo niente. - Come sarebbe niente! Gli esperti affermano che siamo di fronte a una presa di posizione clamorosa. Il Papa, per difendere Padre Pio, ha bocciato un decreto del Sant'Uffizio dopo che era già stato pubblicato. - Che significa bocciato? - domandò il Guardiano che non ave-va compreso l'esatta importanza di quanto era accaduto. - I decreti del Sant'Uffizio, perché abbiano valore, devono es-sere pubblicati nelle "Acta Apostolicae Sedis", e quello della proi-bizione di otto biografie di Padre Pio non è statO pubblicato, quindi non ha alcun valore - spiegò il giornalista. - Magari lo pubblicheranno sul prossimo numero - osservò il Guardiano. - No, no, gli esperti dicono che doveva essere pubblicato ades-so, ma il Papa non lo ha permesso. - Noi frati dobbiamo obbedire - disse il Guardiano. - Solo obbedire e mai discutere. Quando la Chiesa lo ha condannato, Pa-dre Pio ha chinato il capo. Quando lo ha assolto, ha ancora chinato il capo. Lui vive nell'amore e nell'umiltà, per questo la gente gli vuoi bene. Il Padre spesso ripete: «Le spighe alte, le più vanitose, sono vuote. Le spighe più basse, le più umili, sono cariche di chic-chi". E raccomanda a tutti: "Umiliati amorosamente davanti a Dio e agli uomini, perché Iddio parla a chi tiene le orecchie basse". I giornalisti risero a quelle battute. Tentarono qualche altra do-manda, ma il Guardiano era impenetrabile. Tornarono in albergo delusi. - Tanta strada, tanta fatica per non avere niente in mano -disse l'inviato della "Stampa" di Torino. - Sbagliano i monaci a non parlare con noi - aggiunse quello del «Corriere della Sera". - Dobbiamo pur scrivere qualcosa, e non avendo niente di preciso in mano, siamo costretti ad arrampi-carci sui vetri rischiando di sbagliare. - è inevitabile, in queste vicende ecclesiastiche, dire delle cor-bellerie. Perché non vogliono aiutarci? - Poi, se usciamo con articoli pieni di inesattezze, si arrabbia-no e dicono che siamo incompetenti. Raggiunsero l'albergo. - Che facciamo? - Intanto andiamo a cena - suggerì l'inviato del «Messagge-ro" - e poi, domani, vedremo. Potremo parlare con la gente, an-dare a visitare i lavori per la costruzione della clinica, mettere in-sieme un articolo di cOstume, raccogliere dati sul movimento dei pellegrini. Ce n'è da scrivere... Erano alloggiati all'hotel Sicilia. Come sempre, decisero di ce-nare insieme. In genere approfittavamo di quegli incontri per scambiare opinioni e spettegolare su qualcuno del loro ambiente. Quella sera, però, la conversazione non si discostava da Padre Pio. Avevano visto quel religioso solo per alcuni minuti, ma non riuscivano a dimenticarlo. - Hai visto come era a disagio quando gli abbiamo rivolto quelle domande? - Hai notato le sue mani? - Che sia veramente un santo? - Tu, Carlo, lo conosci bene Padre Pio - disse l'inviato del "Corriere" al collega del "Popolo", quotidiano della Democrazia Cristiana. - Ho letto parecchi tuoi articoli su questo frate e so che vieni spesso qui. Perché non metti una buona parola e ci fai ri-cevere per un'intervista? - Sono nelle tue medesime condizioni - rispose l'inviato del "Popolo" - Via, non fare il modesto... - Conosco l'ambiente perché lo frequento spesso, ma non cre-dere che il Padre abbia qualche preferenza per me e mi dia delle informazioni. Mai mi ha parlato in veste di giornalista. E se per caso mi azzardassi a rendere pubbliche certe sue confidenze, non potrei più farmi vedere. Non credere che sia un personaggio faci-le: è severissimo, e capita che ti prende a botte. - Ti prende a botte? - Non è un modo di dire: molla certi scapaccioni che non li dimentichi... Risero tutti divertiti. La cena ormai era finita e si fecero servire dei digestivi. A quell'ora di solito iniziavano i pettegolezzi sui colle-ghi, sui politici, sulle attrici, sui personaggi celebri che avevano in-tervistato. Quella sera, invece, continuavano a parlare di Padre Pio. - Ma tu, Carlo, da giornalista e non da cattolico quale sei, che ne pensi di questo frate? - domandò l'inviato del "Messaggero". - è un santo, ne sono sicuro. - Le piaghe che ha alle mani e ai piedi? - Un mistero. - Molti affermano che se le procuri lui. - Impossibile. Sono trascorsi ventiquattro anni, sarebbero an-date mille volte in cancrena. Da un punto di vista medico, scientifi-co, quelle piaghe non hanno spiegazione. Non ci sono alternative. - E i miracoli? Ci sono stati davvero? - Lo avete scritto anche voi. Ogni volta che si è verificata una guarigione portentosa, sono stati i vostri giornali laici a darle maggior risalto. Noi cattolici siamo più discreti. - Be', si tratta difatti strepitosi, e la gente li legge con avidità. - Hai detto giusto: sono fatti, e i fatti si raccontano, non si di-scutono. - Tu, hai conosciuto qualche miracolato? - Parecchi. Ogni volta che vengo qui sono assalito da persone che desiderano raccontarmi le loro storie meravigliose. Alcune so-no davvero incredibili. - Racconta, racconta. - Che posso dire? - Qual è il prodigio che ti ha colpito di più? - Dirò che a me fanno più impressione i cambiamenti spiritua-li, le conversioni. Certo, vedere un paralitico che, all'improvviso, riprende a camminare o un sordo che recupera l'udito, colpisce veramente. A riflettere bene, però, le conversioni improvvise sono ancora più clamorose. è quasi impossibile cambiare la mentalità a una persona. E qui i cambiamenti radicali e totali sono continui. - Porta qualche bell'esempio. - Al mattino, in chiesa, è facile vedere un giovane alto e robu-sto che resta ore intere inginocchiato a pregare. Tutti lo notano perché è molto distinto, sempre ben vestito. Parla poco anche per-ché è francese e non conosce la nostra lingua. Forse lo avete visto anche voi. - Credo di averlo visto, e mi sono domandato chi fosse - dis-se l'inviato della «Stampa". Ha un aspetto che colpisce. - Quello è un medico francese, il dottor Michel Boyer. - Un nome che ho già sentito. - Ne sono certo. è stato uno degli eroi della Resistenza francese, un maquis celebrato e osa nnato per le sue imprese leggendarie. Co-munista ateo, è uscito dalla guerra civile con una grande amarezza nell'animo per gli orrori cui aveva assistito. Un'amarezza che lo aveva intaccato profondamente, al punto che aveva quasi deciso di farla finita. Vagava da una parte all'altra della Francia in cerca di qualcosa che gli desse la forza di riprendere fiducia. Chiedeva aiuto ai suoi compagni comunisti, ma invano. Un giorno un suo amico, intuendo quanto fosse grave la sua disperazione, gli suggeri: "Per-ché non fai un viaggio in Italia e non vai a trovare Padre Pio"? "'Padre Pio? Chi è?' domandò. 'Un frate che ha le stigmate, pia-ghe simili a quelle del Cristo' gli disse l'amico. 'Le ha fin dal 1918, e nessun medico è mai riuscito a guarirle. Nello stesso tempo però, non sono andate in cancrena. Sono piaghe grondanti sangue e quindi dovrebbero emanare un cattivo odore, invece niente. Emanano anzi un profumo soavissimo. A volte la gente lo avverte anche a migliaia di chilometri di distanza, come segno della sua presenza. è un santo, compie guarigioni prodigiose, vai a trovar-lo, forse potrebbe aiutarti.' "Boyer, che è medico, sorrise amaro. Ciò che l'amico gli riferiva era insostenibile da un punto di vista scientifico. "'Non fa per me' rispose. 'Non credo in queste cose. Se il tuo Padre Pio è quel che tu dici, mi mandi un segno: allora potrei an-che andare a trovano.' "Qualche tempo dopo Boyer si trovava a Lugano. Passeggiava di sera lungo la riva del lago contemplando i riflessi argentei del-l'acqua Era solo e più disperato del solito. 'è meglio farla finita' diceva fra sé, e pensava di gettarsi a capofitto in quelle acque. Ma ecco, all'improvviso, un profumo soavissimo. Si trovava in una zona di periferia, dove non c'erano neppure abitazioni. Da dove poteva venire quel profumo? Boyer si guardò intorno, cercando di capire, sforzandosi di individuare la fonte da cui poteva arrivare quella fragranza. Era un profumo inconfondibile di rose e violet-te. Si ricordò del racconto dell'amico riguardo al profumo di Pa-dre Pio. Cercò ancora e poi tornò in albergo, preparò alla svelta la valigia, raggiunse la stazione e prese il primo treno per l'Italia. è arrivato qui dal Padre, lo ha incontrato, e non se ne è più andato. Ora è un uomo sereno, che ha ritrovato la gioia di vivere. Ha de-ciso di dedicare la sua esistenza agli ammalati e sarà uno dei primi medici della 'Casa Sollievo della Sofferenza'." - Una bella storia: è possibile intervistare questo medico? - Non credo. è uno che ha sepolto il proprio passato e non ama rinvangarlo. - Tu gli hai parlato? - è stato lui a raccontarmi la sua storia. - Chissà quante ne hai sentite in questo ambiente... - Ogni volta che vengo scopro fatti nuovi, storie fantastiche. Ve lo ricordate Costante Rosatelli? - Quello di Velletri? L'agit-prop comunista che si è convertito? - Esatto. Ha ritrovato la fede qui, da Padre Pio. Era considerato uno dei comunisti più battaglieri dei Castelli Romani; argomenta-tore politico stringato, uomo da comizi e da blocchi stradali. La sua conversione, di cui hanno in parte riferito i giornali, ha dei risvolti scòncertanti che fanno capire come Padre Pio sia veramente un mi-stero. Me li ha raccontati lo stesso Rosatelli. Un giorno del 1948, mentre tornava a casa, vide a una finestra di uno stabile vicino a dove abita un frate che lo guardava insistentemente. Si meravigliò perché non aveva mai saputo che quella casa fosse frequentata da un frate, e mentre guardava il religioso sparì. Qualche tempo dopo, quello stesso frate cominciò ad apparirgli in sogno. Lo vedeva di-stintamente, sempre con quello sguardo indagatore, che gli diceva brevi frasi: "Vieni da me", "Ti aspetto", "Vieni a confessarti". Quei sogni erano diventati un' ossessione. Poi, un giorno, sua sorel-la Gma gli parlò di Padre Pio, raccontandogli tutta una serie di fat-ti prodigiosi. Lui rideva e commentò: "Sono tutte balle per voi don-nette". Il giorno successivo si presentò a casa sua una parente che era tornata da San Giovanni Rotondo portando con sé delle imma-ginette del Padre. Come vide il frate, Rosatelli rimase di stucco: era lo stesso che gli era apparso alla finestra della casa e che vedeva in continuazione nei suoi sogni. "Il 6 luglio 1949 era qui, e andò a confessarsi da Padre Pio. 'Da quanto tempo non ti confessi?' gli domandò il Padre. 'Da cinque anni rispose Rosatelli dicendo un numero a caso. 'Non dire bu-gie' gli rispose il Padre serio. 'Sono dodici anni che non ti confes-si.' E, quasi a voler fargli capire che lo conosceva bene, aggiunse: 'Allora, la tessera comunista la strappi tu o la strappo io?'." - Ma sono poi veri tutti questi dettagli? - domandò il collega del "Corriere", impressionato dalle doti di chiaroveggenza di Pa-dre Pio. - Quel che ho riferito lo so perché me lo ha raccontato lui, Ro-satelli - rispose l'inviato del "Popolo". E proseguì: - Un'altra conversione straordinaria, di cui si è parlato molto sui giornali, è quella di Italia Betti. - La comunista di Bologna? - La "passionaria rossa dell'Emilia", come tutti la chiamavano. O anche "la virago di Marx". è sepolta qui, nel cimitero. Ha chiesto di poter avere la tomba il più vicino possibile ai genitori di Padre Pio. Insegnava matematica al liceo "Luigi Galvani" di Bologna. Un tipo veramente curioso. Aveva partecipato alla Resistenza e poi era diventata una comunista sfegatata. Girava su una moto rossa. E sta-ta una delle più attive fra le donne dell'UDI, una dirigente delle asso-ciazioni in difesa della scuola laica. Poi fu colpita da un male incura-bile, la malattia la fece riflettere e la spinse a San Giovanni Rotondo, dove si convertì, abiurò i suoi errori e morì come una santa. - A queste conversioni provocate dalla sofferenza estrema io credo poco - commentò l'inviato del "Corriere - Certo, la malattia fa riflettere. Ma non tutti gli ammalati si convertono - osservò Carlo, l'inviato del "Popolo". - Sono storie veramente incredibili - disse l'inviato del "Mes-saggero". - Un caso che mi ha molto colpito - continuò il giornalista cattolico - è quello di Savino Greco. E un ex comunista e un attivista di Cerignola, molto noto qui in Puglia. Appena terminata la guerra era il portabandiera del proletariato. Aveva imparato a battersi per la classe operaia dal suo concittadino, Giuseppe Di Vittorio, sindacalista socialista. Ma lui era più radicale. Seguiva le teorie di Marx e le direttive di Togliatti e odiava la Chiesa e ogni forma di religione. "Due anni fa si è ammalato. Un tumore al cervello e uno dietro l'orecchio destro. Nessuna speranza di salvezza. "'Sono stato trasportato all'ospedale di Bari' mi ha raccontato. 'Avevo una gran paura del dolore e della morte. Ed è stata questa paura che mi ha fatto nascere nell'animo il desiderio di rivolgermi a Dio, cosa che non facevo più da quando ero bambino.'"Da Bari viene portato a Milano per essere sottoposto a un'opera-zione nel tentativo di salvargli la vita. Il medico che lo visita gli dice che l'operazione presenta estreme difficoltà e risultati assai dubbi. "Mentre si trovava in ospedale a Milano, vide in sogno Padre Pio. Essendo pugliese, conosceva il 'frate con le stigmate'. Il Padre, sem-pre nel sogno, gli mise una mano sulla testa e gli disse: 'Vedrai che con il tempo guarirai. "La mattina dopo Greco si sentì meglio. I medici constatarono stupiti il rapido miglioramento, però continuavano a ritenere l'in-tervento indispensabile. Greco, terrorizzato, poco prima di entra-re in sala operatoria fuggì dall'ospedale e si. rifugiò in casa di pa-renti, a Milano, dove si trovava anche la moglie. "Dopo alcuni giorni, però, i dolori ripresero fortissimi e, non riuscendo più a resistere, tornò in ospedale. I medici, indignati, non volevano più prendersi cura di lui, poi la loro coscienza pro-fessionale ebbe il sopravvento. Tuttavia, prima di procedere al-l'operazione decisero di sottoporlo ad altri esami e, con grande stupore, trovarono che dei tumori non c'era più alcuna traccia. "'Ero sorpreso anch'io' mi ha detto Greco 'non tanto per quel che dicevano i medici, ma perché, mentre mi stavano facendo gli esami, avevo avvertito un intenso profumo di viole e sapevo che quel profumo annunciava la presenza di Padre Pio. Prima di la-sciare l'ospedale ho chiesto il conto.' 'Non mi dovete nulla' mi ha risposto il professore 'perché io non ho fatto nulla per guarirvi.' "Tornato a casa, è venuto con la moglie qui a San Giovanni per ringraziare il Padre. Ma, appena giunto, i dolori sono ripresi vio-lentissimi, tanto che è svenuto. E stato trasportato di peso, a brac-cia, nella sacrestia, davanti al Padre Pio. C'erano molti curiosi, che attendevano il prodigio. Quando si è ripreso, Savino Greco ha detto al Padre: 'Ho cinque figli e sono molto ammalato, salvatemi Padre, salvate la mia vita "'Non sono Dio' ha risposto il Padre 'e non sono nemmeno Ge-sù Cristo, sono un prete come tutti gli altri, forse anche meno. Non faccio miracoli io'. "'Vi prego Padre, salvatemi' ha implorato Greco piangendo. "Padre Pio è rimasto in silenzio, raccolto in preghiera, poi gli ha detto: 'Va a casa e prega. Io pregherò per te. Tu guarirai'. Greco ètornato a casa e da allora sta bene, non ha più avuto disturbi." - Anche questo è un fatto formidabile - dissero gli inviati. - Sentite quest'altro - continuò Carlo. - Giuseppe Canapo-ni, toscano di Arezzo, impiegato delle ferrovie, nel giugno del 1946 rimane vittima di un pauroso incidente stradale. Esce di casa in motocicletta per andare al lavoro e finisce sotto un camion. Sembra maciullato. Lo ricoverano all'ospedale e gli riscontrano fratture al cranio, all'arco sopraccigliare sinistro, rottura del tim-pano, la frattura di alcune costole e cinque fratture alla gamba si-nistra. è rimasto tra la vita e la morte per una settimana, poi è ini-ziata una lunga e faticosa ripresa. "Passava da un ospedale all'altro. è stato ricoverato a Sartea-no, Chiusi, Montepulciano, alla Clinica ortopedica di Siena e poi al Rizzoli di Bologna. Dopo vari interventi le fratture del femore erano state in parte sanate, ma a causa di una serie di complica-zioni la gamba sinistra era completamente rigida. "I medici parlavano di 'anchilosi fibrosa del ginocchio sinistro'. Decisero di tentare la 'flessione forzata del ginocchio su apparec-chio di Zuppinger in anestesia generale'. Tuttavia, le aderenze mu-scolari e i legamenti che bloccavano l'articolazione erano così re-sistenti che anche quell'intervento risultò inutile. Anzi, quando i medici insistettero con maggior forza, il femore si spezzò di nuo-vo, e Canaponi dovette restare per altri tre mesi con la gamba ingessata. "'Ero demoralizzato' mi ha raccontato lui stesso. 'E cattivo co-me una belva ferita. Non volevo vedere nessuno, non volevo più vivere. Sfogavo tutto il mio dolore contro mia moglie, che tentava di farmi coraggio.' "'Per muovermi adoperavo le stampelle, ma riuscivo a trasci-narmi solo per pochi metri, perché la gamba, oltre che essere rigi-da, era ancora piena di ferite sanguinanti e dolorosissime. Spesso, volendo fare da solo, cadevo e allora urlavo, bestemmiavo contro Dio e contro tutti.' "'Mia moglie era credente, io no. Lei andava in chiesa, e io la rimproveravo. Bestemmiavo per farle dispetto, e lei piangeva.' "Sua moglie, sapendo che la medicina non poteva più fare nien-te, pensò di portare il marito da Padre Pio. Canaponi si mise a im-precare anche contro quel frate, ma alla fine si lasciò convincere. "Il viaggio, in quelle condizioni fu spaventoso. Canaponi andò a confessarsi. 'Non dissi niente' mi ha raccontato. 'Parlò solo lui. Sapeva tutto di me: che bestemmiavo ma che poi mi pentivo. Alla fine, quando ha alzato la mano per darmi l'assoluzione, si è rivol-to verso di me e mi ha fissato intensamente. Sotto quello sguardo il mio corpo ha cominciato a tremare come se fosse stato colpito da una violenta scossa elettrica.' "'Senza accorgermene, mi sono inginocchiato e ho fatto il segno della croce. Poi, sempre senza pensare alla gamba, mi sono alzato, ho preso le stampelle in mano e mi sono allontanato camminando regolarmente. Mia moglie, che era in chiesa, mi ha visto arrivare con le stampelle in mano, e, stupita, mi ha detto: Giuseppe, ma tu cammini!' "'Mi sono fermato, e solo allora mi sono reso conto di quanto era accaduto: camminavo davvero!' "Canaponi è tornato in albergo. Continuava a flettere la gamba perché non riusciva a convincersi di essere guarito. Salito in came-ra, si è toltò i pantaloni per esaminare bene le ferite, che fino a po-co prima erano doloranti e sanguinanti. Non c'erano più. "Il ritorno a casa si è trasformato in una marcia trionfale. Ovun-que si fermava raccontava quanto gli era accaduto. Arrivò al paese la sera dell'ultimo dell'anno, verso mezzanotte. Nel teatro c'era il veglione. Entrò con la moglie e cominciò a ballare. "Tutti conoscevano le sue condizioni, e vedendolo restarono ammutoliti. Si fecero da parte e lo lasciarono solo in mezzo alla sala, per osservarlo meglio, poi scoppiarono in un fragoroso batti-mani. Canaponi ballò per più di due ore. Da allora non ha più avuto alcun disturbo." - E i medici? - Tornò a farsi visitare alla Clinica ortopedica di Siena. I medi-ci erano esterrefatti. Prima di tutto, nel vedere che camminava. E poi perché secondo le radiografie la sua gamba non era assoluta-mente cambiata. L'anchilosi fibrosa al ginocchio sinistro era sem-pre presente, e Canaponi non avrebbe potuto in nessun modo camminare. In seguito il professor Giuntini volle presentare il ca-so a Roma, a un congresso medico. Canaponi fu esaminato da di-versi specialisti, e tutti restarono meravigliati. "Giuseppe Canaponi viaggia sempre con in tasca la relazione del celebre professor Leopoldo Giuntini, redatta su carta intestata 'Università di Siena, Clinica ortopedica', di cui Giuntini è diretto-re, e la fa leggere a tutti. L'ha fatta leggere anche a me. In un ca-poverso c e scritto: 'Si ha ragione quindi di ritenere che la subita-nea ripresa del movimento articolare, nel caso del Canaponi, costituisca un evento straordinario che non può trovare, nei limiti delle attuali conoscenze scientifiche, una spiegazione logica'. Det-te da un uomo del valore di Giuntini, queste parole fanno vera-mente pensare." - Incredibile, questa è una storia sconvolgente - commento l'inviato del "Corriere - Un fatto che, quando sarà opportunamente documentato, susciterà stupore grandissimo sta ancora accadendo - continuò a raccontare l'inviato del "Popolo". - Ne ho avuto notizia in am-bienti riservatissimi, ma attendibili. Come sapete, il cardinale Jo-seph Mindszenty, primate di Ungheria, è in galera dal 1949, con-dannato all'ergastolo dal regime comunista di quel paese. Si trova nelle carceri di Budapest. Ebbene, si dice che in quelle carceri, sor-vegliatissime, entri spesso un frate con la barba, portando tutto l'occorrente perché il cardinale possa celebrare la Messa. Il frate si ferma,. serve la Messa a Mindszenty e poi se ne va. Non è stato au-torizzato dai comunisti: le guardie non lo vedono passare. "Appa-re" all'interno, e non si sa come. Si dice che sia Padre Pio che si re-ca dal cardinale in bilocazione. Un "figlio spirituale" del Padre gli ha rivolto qualche domanda sull'argomento, e pare che lui abbia confermato. Solo se un giorno il cardinale avrà la fortuna di usci-re vivo da quel carcere, potremo avere una conferma. Io, comun-que, ritengo che la cosa sia autentica. Anche perché difatti del ge-nere ne succedono parecchi nella vita di Padre Pio. - Ma è spaventoso... - è assurdo! - A Padre Pio giungono lettere da tutto il mondo - raccontò an-cora il giornalista cattolico. - Ci sono alcuni religiosi che le leggono e rispondono. Padre Domenico è un americano incaricato di leggere la corrispondenza in lingua inglese. Un giorno mi ha mostrato una lettera proveniente dalla Cecoslovacchia. L'avevano spedita alcune suore che vivono isolate su una montagna. Subito dopo la guerra in quel paese sono stati aboliti i conventi, gli istituti religiosi. Esistono ancora sacerdoti e suore, ma vivono in clandestinità. Vestono in bor-ghese, e soltanto pochissime persone conoscono la loro vera iden-tità. Ebbene, quelle suore, che vivono in un casolare isolato su una montagna, ringraziavano Padre Pio perché era andato a trovarle e a celebrare la Messa da loro. Si rammaricavano perché non si era vo-luto fermare neanche per accettare una tazza di brodo. Gli chiedeva-no se avesse fatto buon viaggio e se avesse avuto noie alla frontiera. "Dalla lettera si capiva che erano perfettamente convinte di aver avuto una visita reale di Padre Pio. Ma noi sappiamo che il Padre non si è mai mosso da San Giovanni Rotondo." - Se non sapessi che sei un giornalista serio non crederei una sola parola di quanto ci hai raccontato - commentò l'inviato del-la «Stampa". - Ti capisco - rispose Carlo. - Io stesso, a volte, ascoltando queste vicende dai testimoni diretti, dai protagonisti, mi domando se ho a che fare con persone attendibili o con vittime di allucina-zioni. Ma poi ci sono i riscontri oggettivi: malattie che scompaio-no, fatti annunciati che si realizzano, quest'uomo che ti legge nell'anima come fosse un libro stampato. Il mondo di Padre Pio è veramente assurdo, questa è la parola giusta. Ma è assurdo pro-prio perché egli ha un piede in un'altra dimensione, nel regno del-lo spirito, dove a noi non è permesso entrare. - Che ore abbiamo fatto? - domandò l'inviato del "Messag-gero". - è l'una - rispose quello del "Corriere". - Bisogna andare a dormire. - E chi riesce più a dormire, adesso? - sbottò l'inviato della "Stampa". - Dopo i racconti di Carlo, come si fa? - Hai paura? - No, paura no, ma è certo che queste cose sconvolgono. Se decidi che siano balle, allora stai tranquillo. Ma se ritieni che sia-no pQssibili, allora tutti i parametri razionali a cui sei abituato vanno a farsi benedire, e ti senti nudo come un verme. In un bel guaio mi hai messo, caro Carlo. I cinque inviati si alzarono dal tavolo e si avviarono verso le lo-ro camere.

20

Padre, perché non prestate i vo-stri soldi a Giuffrè? - Padre Gianantonio era venuto apposita-mente da Foggia per suggerire questa idea al confratello. Sapeva che si trattava di un argomento delicato e aveva perciò atteso il momento opportuno per affrontarlo, quando non c'erano intorno orecchi indiscreti. - Chi è questo Giuffrè? - domandò Padre Pio. Erano rimasti loro due soli nella saletta del convento che serviva per la ricreazio-ne serale. Gli altri confratelli si erano ritirati nelle loro celle. - Giuffrè è un grande benefattore - rispose Padre Giananto-nio abbassando la voce e avvicinando la sedia a quella di Padre Pio per poter parlare con maggior confidenza. Era primavera. Fa-ceva già caldo nel Sud, e le finestre della stanza erano spalancate. - I benefattori mandano i soldi a me, per la mia clinica - os-servò Padre Pio. - Anche Giuffrè vi darebbe molti soldi - affermò deciso Pa-dre Gianantonio. - è diventato famoso proprio perché offre su-bito il 30, il 50, il 70 e anche il 100 per cento di interesse a chi gli presta soldi. - Non capisco. - Padre Pio era distratto. Sembrava quasi che avesse sonno, in realtà era l'atteggiamento che assumeva di solito quando gli parlavano di argomenti che destavano in lui qualche sospetto. - Ammettiamo che voi prestiate a Giuffrè 10 milioni per un anno - cominciò a spiegargli Padre Gianantonio. - Lui ve ne re-stituisce 15 e anche di più: 18, 20. E gli interessi può darveli anche subito. - Questo Giuffrè è uno che moltiplica i soldi, allora. - In un certo senso sì. - Ma chi è? Gesù? - No, è un banchiere. - Allora ha il suo tornaconto. - Certamente. Lui i soldi li fa girare, li fa fruttare, sa come uti-lizzarli al meglio. Però è un uomo buono, un credente, che non pensa ad arricchirsi ma mette le sue capacità al servizio degli altri. - No, no, fratello, c'è qualche cosa che non quadra in questa faccenda. - Cardinali, vescovi, religiosi, suore ricorrono a lui. Con il suo aiuto sono stati costruiti conventi, chiese, asili. Anche molti nostri confratelli collaborano con lui. Vanno dai benefattori, si fanno pre-stare dei soldi e li consegnano a Giuffrè. Lui paga interessi altissimi, e loro se ne tengono una parte per le opere di carità, mentre una parte la danno ai proprietari del denaro, così tutti ci guadagnano. - Caro figliolo, non ci capisco niente di soldi, però, a naso, questa è una faccenda che puzza. - è una cosa santa. - Non mi pare proprio. Da un punto di vista morale è assoluta-mente illecita. Ci troviamo di fronte a uno scambio di denaro, un prestito, o un mutuo come potrebbe essere chiamato, che però viene fatto con i criteri dell'usura, in quanto gli interessi sono fuori da tut-te le regole. L'usura, mio caro, è un grave peccato contro la giustizia commutativa e comporta anche l'obbligo della restituzione. No, no, figliolo, non sono cose per noi. Non c'è niente di santo. Agire in que-sto modo significa offendere la legge di Dio. - Ma lo fanno tutti... - Questo non cambia la natura della questione morale - ta-gliò corto Padre Pio. Si alzò di scatto dalla sedia. - Buona notte, fratello - disse e se ne andò via. Padre Gianantonio lo seguì men-tre usciva dalla stanza curvo strascicando i piedi. - Ne riparleremo - mormorò sottovoce indignato. Il "caso Giuffrè", in quel momento, era una specie di virus che imperversava per tutta Italia. Fin dall'inizio degli Anni Cinquanta, Gian Battista Giuffrè, un romagnolo di Imola impiegato di banca al Credito Romagnolo, aveva cominciato ad attirare l'attenzione con le sue iniziative finanziarie. A chi gli prestava soldi corrispon-deva interessi anticipati che andavano dal 30 al 100 per cento. Erano condizioni giudicate assurde dagli esperti di finanza, ma fa-cevano colpo. Soprattutto sulla povera gente che, allettata dai for-ti e immediati guadagni, cadeva facilmente nella trappola. Giuffrè aveva intuito che i clienti più disinformati riguardo alle questioni economiche si trovavano fra il clero e i religiosi. Comin-ciò a rivolgersi soprattutto a loro. Con un doppio utile risultato: otteneva molti soldi perché era semplice convincerli, e così acqui-stava credito anche presso i laici. - Anche i vescovi si fidano di me - dichiarava Giuffrè con or-goglio citando i nomi degli illustri ecclesiastici suoi clienti. Così parroci, religiosi e suore accorrevano con fiducia cieca. E anche molti laici gli affidavano il loro denaro. Era un periodo difficile. Gli italiani, appena usciti dalla guerra, avevano bisogno di fondi per ricostruire il paese. Soprattutto i re-sponsabili delle comunità religiose. Conventi, scuole, istituti, case parrocchiali, chiese e asili che erano stati danneggiati o distrutti dai bombardamenti necessitavano di restauri, di ristrutturazioni, e Giuffrè era sempre pronto a mettere a disposizione immediata-mente del denaro liquido. I vescovi invitavano i loro parroci a chiedere soldi ad amici e parenti per consegnarli a Giuffrè, ritirare gli interessi anticipati, restituirne una parte ai proprietari del denaro e utilizzare il resto per le loro opere. Lo stesso facevano i Superiori provinciali degli Ordini religiosi, delle suore. Giuffrè era diventato una specie di "santo protettore". Lo chiamavano "l'uomo della Provvidenza", il "banchiere di Dio". Veniva citato come esempio perfino nelle omelie domenicali in chiesa, invocato nelle difficoltà, e riceveva tante benedizioni. In poco tempo aveva messo in piedi ùna girandola che macina-va miliardi; un meccanismo grandioso ma infernale, sempre piu avido di soldi. Non poteva fermarsi mai: alla prima sosta, tutto sarebbe crollato. Un vortice spaventoso. Per Giuffrè e per la sua organizzazione Padre Pio costituiva un boccone molto ghiotto. Intorno a lui e alla sua clinica infatti pio-vevano soldi da tutto il mondo; e poi era un personaggio famosis-simo e di grande prestigio. Se Giuffrè avesse potuto far sapere che anche Padre Pio si fidava di lui, avrebbe triplicato i suoi affari. Per questo motivo continuava a inviare messaggeri al Padre, persone importanti e fidate, che avevano il compito di convincer-lo. Giuffrè aveva concluso molti affari con il Padre provinciale di Foggia, e si servì di lui per spingere il religioso di Pietrelcina a fare quella scelta. - Padre Pio, io vi parlo a nome def Provinciale - esordì aper-tamente il giorno successivo Padre Gianantonio tornando sull'ar-gomento dei soldi e di Giuffrè. - E che mi dici a nome del Provinciale? - gli domandò il Padre. - Lui è amico di Giuffrè, ha realizzato tante opere con il suo aiuto e mi ha incaricato di prospettarvi questa possibilità. Con tutte le offerte che ricevete, potreste raddoppiare gli incassi. - I soldi che ricevo sono mandati dalla Provvidenza, e mi devo accontentare - affermò Padre Pio. - Ma con gli interessi che vi darebbe Giuffrè potreste realizzare altre opere e venire incontro alle necessità della Provincia. - San Francesco ci ha insegnato che i desideri dei Superiori so-no degli ordini per noi frati - disse Padre Pio. - Ma in questo caso, figliolo, mi dispiace proprio di non poter soddisfare quelli del nostro Provinciale. I soldi che ricevo non sono miei. I benefat-tori me li mandano con uno scopo preciso, e io devo rispettare la loro intenzione. Se li destinassi ad altro scopo, diventerei un la-dro. Disporrei di una cosa non mia. Oltre tutto, come già ti ho detto, questo modo di agire non è secondo la morale. è illecito, e il Provinciale non può desiderare che io commetta un peccato. - Voi, Padre, avete una mentalità all'antica - insistette Padre Gianantonio. - Adesso bisogna adattarsi al mondo che cambia. - L'inferno, caro figliolo, non cambia. Al termine di questa mia vita, io non voglio andare all'inferno. - Via, non esageriamo - disse sorridendo Padre Gianantonio. - Non esagero per niente - rispose serissimo il Padre. - Il comportamento che tu mi suggerisci è illecito. Gravemente illeci-to. Se io lo accettassi, commetterei peccato mortale. Padre Gianantonio si rese conto che il confratello era irremovibi-le e non gli rimase che avvertire chi lo aveva mandato. Giuffrè, per conquistarlo, ricorse perfino all'aiuto di alcuni vescovi che conosce-vano bene il Padre, ma niente: lui rimase inespugnabile. Padre Pio, però, soffriva. Tutte quelle insistenze a tenere un comportamento illecito provenivano da confratelli che amava, da Superiori che stimava, da sacerdoti e vescovi, e gli facevano capire in quale misera situazione morale erano stati trascinati tanti rap-presentanti di Cristo dalla bramosia di denaro. - Il "dio denaro" ha accecato anche i pastori della Chiesa - disse con amarezza parlando ad alcuni "figli spirituali". - Come possiamo pretendere poi che il popolo rispetti la legge di Dio e cammini verso la terra promessa? Si rese conto che il denaro stava rovinando anche la comunità di Santa Maria delle Grazie. Le offerte che arrivavano da tutto il mondo erano fonte di discussioni, divisioni e rancori tra i suoi confratelli. - Sono soldi della carità, dell'amore - diceva spaventato Pa-dre Pio. - Dovrebbero servire per il "sollievo della sofferenza" e invece provocano odio. La "Casa Sollievo della Sofferenza" era diventata un problema grave. Padre Pio l'aveva offerta fin dall'inizio al proprio Ordine religioso che però, giudicandola un'impresa assurda e destinata al fallimento, l'aveva rifiutata. Per conferirle una sistemazione giuri-dica, il Padre era stato costretto allora a ricorrere a una società per azioni costituita da laici, alla quale l'Ordine Cappuccino era rimasto totalmente estraneo. Ma adesso che l'impresa marciava a gonfie vele ed era diventata una miniera d'oro, i frati la volevano e avevano scatenato una guerra spietata contro i "borghesi". - Padre Pio appartiene all'Ordine Cappuccino - sostenevano I frati. - è legato al voto di povertà. Tutto quello che gli viene dato non è suo, appartiene alla comunità religiosa. - La gente gli manda offerte per uno scopo preciso, la "Casa Sollievo della Sofferenza" - lo difendevano i suoi amici. - Lui non diventa proprietario dei soldi che gli affidano, è soltanto un amministratore e deve rispettare la volontà degli offerenti. In convento, alla presenza di Padre Pio, si accendevano dispute giuridiche e morali sempre più accanite. I frati temevano che le of-ferte, che pervenivano al Padre in quanto religioso, finissero alla "Casa Sollievo della Sofferenza". I responsabili della clinica teme-vano che le offerte destinate alla realizzazione della sua opera ve-nissero incamerate nelle casse del convento. Era in corso una lotta tra i due enti. Il Padre guardiano ordinò di esporre in vari punti del convento alcuni cartelli in cui si avver-tiva che "nessun borghese era autorizzato a ricevere lettere indi-rizzate a Padre Pio I dirigenti della clinica, offesi, se ne lamentarono con il Padre: - I frati non si fidano di noi. In realtà, non si fidavano più nemmeno di Padre Pio. Rispolverando una disposizione del Sant'Uffizio del 1922 che proibiva al Padre di tenere corrispondenza, il Guardiano ordinò che tutte le lettere a lui indirizzate (che contenevano sempre delle offerte) fos-sero messe in una cassetta sulla quale, a caratteri cubitali, fece scrivere: "Lettere per Padre Pio e per il convento". Così, neppure il Padre poteva ricevere le offerte. Le missive venivano ritirate dal Guardiano in persona, che passava l'eventuale offerta alla "Casa Sollievo della Sofferenza" solo se I intenzione della lettera in tal senso era esplicita. La nuova disposizione indignò ancora di più gli amministratori della clinica. Il clima di sospetto, di tensione e di accuse peggiorò. E tutto a causa dei soldi. - Non dobbiamo dimenticare quel che ci ha insegnato San Francesco - diceva il Padre amareggiato. - E cioè che i soldi sono lo sterco di Satana. Servono, e dobbiamo utilizzarli per le opere di Dio. Ma non dobbiamo sporcarci le mani e tanto meno l'anima. - Padre, perché vi vedo sempre triste in questo periodo? - do-mandò Cleonice Morcaldi a Padre Pio. - Figliola, ho tante preoccupazioni - le rispose dolcemente lui. - Ci avete insegnato che bisogna affidarle al Signore. - Hai ragione. Mi sforzo di farlo, ma non sempre ci riesco. I problemi sono tanto gravi. Io voglio costruire opere d'amore, però Satana si intromette, entra nel cuore degli uomini e vuole trasfor-mare tutto in opere di odio. Da tempo Cleonice aveva preso l'abitudine di scrivere in un quaderno tutto quello che il Padre le diceva, convinta che ogni sua parola fosse un tesoro. Lo conosceva fin da quando era una ragazzina. Lui l'aveva in un certo senso adottata, perché era orfana del papà e poi anche della mamma. Con il suo carattere semplice e ingenuo, Cleonice riusciva a porre le domande più indiscrete, e il Padre rispondeva. Non si trovava in imbarazzo di fronte a lei. Cleonice ne era co-sciente e capì che in questo modo poteva sapere cose che il Padre non avrebbe mai confidato a nessun altro. Perciò, quando riusciva a restare sola con lui ne approfittava. Negli ultimi tempi era incuriosita dal comportamento del Padre durante la celebrazione della Messa. Aveva l'impressione che sof-frisse più del solito, che la sua partecipazione al rito del sacrificio di Cristo fosse più profonda, più reale. Aveva notato che il Padre a volte piangeva, oppure si interrompeva, quasi bloccato da soffe-renze immani che gli impedivano di proseguire. - Secondo me, durante la Messa il Padre rivive misticamente tutta la Passione di Cristo - diceva Cleonice alle amiche. Avevano conosciuto una giovane carismatica che aveva fatto lo-ro un racconto impressionante: mentre stava ascoltando la Messa celebrata dal Padre, improvvisamente sul capo del Padre aveva vi-sto una corona di spine. Gli aculei si conficcavano nelle sue tem-pie lacerandole e facendo uscire il sangue, che gli colava a rivoli lungo il viso. - Dobbiamo sapere se la visione risponde alla realtà - aveva detto Cleonice Morcaldi alle sue amiche. Era ricorsa a una pittri-ce, "figlia spirituale" di Padre Pio, e le aveva chiesto di realizzare un quadro che raffigurasse perfettamente la visione di quella gio-vane carismatica. - Adesso lo mostriamo al Padre - disse Cleonice quando il quadro fu pronto. - Se ci caccia via indignato, vuoi dire che l'im-magine non rispecchia la realtà di quello che lui vive durante la Messa. Se invece tace, significa che quella ragazza ha visto ciò che accade realmente. Si recarono dal Padre con quel quadro, piene di timore. - Padre, una vostra "figlia spirituale" vi ha fatto un ritratto e vorremmo che lo benediceste - esordì Cleonice. Glielo mostrò. Il dipinto era impressionante: ritraeva il viso di - Tutto intorno al capo. - Quante sono? - Non lo so. Trenta, trecento, chi lo sa... - Questo supplizio dura per tutta la Messa? - E anche prima e dopo. Il diadema non si lascia mai. - Soffrite anche le pene del viaggio verso il Calvario? - Le soffro, sì, ma ce ne vuole per arrivare a quello che pati il Divino Maestro! - Chi vi fa da Cireneo? - Gesù stesso. - Vi ho visto tremare mentre salivate i gradini dell'altare. Per-ché? Per quello che dovevate soffrire? - Non per quello che dovevo soffrire, ma per quello che dove-vo offrire. - In quale momento del divino sacrificio patite di più? - Sempre, e in modo crescente. - Ma il massimo del patimento? - Dalla consacrazione alla comunione. - In quale momento della Messa soffrite la flagellazione? - Dal principio alla fine, ma più intensamente dopo la consa-crazione. - Perché piangete quasi sempre quando leggete il Vangelo? - E ti par poco che un Dio conversi con le sue creature? E che sia da loro contraddetto? E che sia continuamente ferito dalla loro ingratitudine e incredulità? - Perché soffrite tanto al momento della consacrazione? - Perché è proprio lì che avviene una nuova e ammirabile di-struzione e creazione. I segreti del Sommo Re non si svelano senza profanarli. Mi domandi perché soffro? Non lacrimucce, ma tor-renti di lacrime vorrei versare! Non rifletti sul tremendo mistero? Un Dio vittima dei nostri peccati!... E noi siamo i suoi macellai...- Come vi reggete in piedi sull'altare? - Come si reggeva Gesù sulla croce. - Ditemi cosa potrei fare per alleggerire il vostro Calvario... - Alleggerirlo?! Di, piuttosto, appesantirlo. Bisogna soffrire! - E penoso assistere al vostro martirio senza potervi aiutare - Anche l'Addolorata dovette assistere. Per Gesù, certo, era più confortante avere una Madre dolorante, che una indifferente. - Che faceva la Vergine ai piedi di Gesù Crocifisso? - Soffriva nel vedere soffrire suo Figlio. Offriva le sue pene e i dolori di Gesù al Padre celeste per la nostra salvezza. - La Comunione è una incorporazione? - è una fusione. Come due ceri che si fondono insieme e più non si distinguono. - Quando vi unite a Gesù nella Santa Comunione, che cosa dobbiamo chiedere per voi al Signore? - Che sia anch'io un altro Gesù, tutto Gesù, sempre Gesù. - Ho! notato, Padre, che piangete anche quando fate la Comu-nione. - Se la Chiesa emette un grido: "Tu non sdegnasti l'utero della Vergine", parlando dell'Incarnazione, che dire di noi miserabili, che "mangiamo" il corpo di Cristo? - Gesù in croce è morto: durante la Messa monte anche voi? - Misticamente nella Santa Comunione. - Quanto amate Gesù, Padre? - Il desiderio è infinito, ma in pratica, ahimè! Starei per dire zero, e me ne vergogno. - Padre, come dobbiamo ascoltare la Santa Messa? - Come vi assistettero la Santissima Vergine e le pie donne. Come San Giovanni assistette al sacrificio eucaristico e a quello cruento della croce. - Che benefici riceviamo ascoltandola? - Non si possono enumerare. Li vedrete in paradiso. I leggeri rintocchi della campanella del convento avvertirono che era mezzogiorno. Dalla clinica si levò il sibilo della sirena che segnalava la pausa per il pranzo. - Devo andare - disse Padre Pio. - Che l'Angelo del Signore ti accompagni sempre. Cleonice baciò la mano del Padre, che si avviò verso la porta della chiesetta. Attese che fosse entrato e poi prese la strada per tornare a casa. Si fermò di fronte allo spiazzo dove sorgeva la clinica. Guar-dando, ricordava il paesaggio brullo di un tempo. Tuttavia non pensava al miracolo di quella costruzione, bensì alle parole tre-mende che aveva ascoltato dal Padre. Quelle confidenze, quelle ammissioni, quelle rivelazioni, sollevavano un velo su una realtà mistica straordinaria, bellissima e che, nello stesso tempo, metteva paura. Conferiva al Padre una dimensione spirituale gigantesca. Cleonice guardò verso il cielo azzurro e terso e pregò dal profon-do della sua anima: "Mio Signore, vi ringrazio di avermi concesso di conoscere un vostro figlio che vi è così tanto vicino". I lavori erano conclusi. La solenne inaugurazione della clinica venne fissata per il 5 maggio 1956. - La chiesa, in quel giorno, festeggia San Pio, quindi è l'ono-mastico del Padre - disse il dottor Sanvico parlando al gruppo dei soci fondatori della "Casa Sollievo della Sofferenza". - Cre-do sia giusto che la clinica venga inaugurata proprio in quel gior-no, per far sapere al Padre che è sua, del tutto sua. E stato l'unico a credere sempre ciecamente nella sua realizzazione. Neppure noi, i suoi collaboratori più stretti, all'inizio pensavamo che l'impresa potesse arrivare a buon fine. - Sì, è giusto festeggiare insieme Padre Pio e la clinica - ap-provarono tutti. Sanvico era l'unico superstite dei famosi "tre moschettieri" che erano stati a fianco del Padre fin dall'inizio, cioè fin da quando, appena scoppiata la guerra, il Padre aveva espresso per la prima volta il desiderio di realizzare quell'opera. Gli altri due, il dottor Guglielmo Sangùinetti e il dottor Carlo Kiswarday, se n'erano an-dati. Proprio come Mosè, prima di poter vedere la terra promessa. Padre Pio aveva pianto alla loro morte, perché in loro aveva tro-vato dei fratelli e degli amici impareggiabili. Furono preparati grandi festeggiamenti. Non per celebrare un successo mondano, ma per esaltare un'idea che era nello stesso tempo una missione a favore dei fratelli colpiti dalla malattia. Sapendo che a Padre Pio piacevano le cose concrete, si decise di festeggiare la circostanza con un importante convegno medico: un simposio di cardiochirurgia presieduto dal professor Pietro Valdo-ni e con la partecipazione di celebri scienziati provenienti da tutto il mondo. Padre Pio era raggiante. Vedeva che cominciava ad avverarsi il sogno da lui vagheggiato: la sua clinica doveva essere un tempio del "sollievo della sofferenza" realizzato grazie all'amore cristia-no e alla scienza medica più qualificata. Pubblicizzata dai gruppi di preghiera, la giornata fu grandiosa. Una folla strabocchevole gremiva il piazzale della chiesa, quello della clinica e la strada adiacente. Intervennero autorità dello Sta-to, alti prelati, luminari della scienza. Fra gli altri erano presenti il presidente del Senato, Cesare Merzagora, il presidente della Ca-mera onorevole Petrilli, il ministro Braschi in rappresentanza del governo, l'onorevole Enrico Medi, il Generale dell'Ordine dei Cappuccini, la vedova di Guglielmo Marconi, il tenore Beniamino Gigli. La Chiesa era rappresentata dal cardinale Giacomo Lercaro, grande amico di Padre Pio. - La "Casa Sollievo della Sofferenza e terminata - disse Padre Pio iniziando il suo discorso. - Ringrazio i benefattori di ogni par-te del mondo che hanno cooperato alla sua realizzazione. Questa èla creatura che la Provvidenza, aiutata da voi, ha creato. Ve la pre-sento: ammiratela e benedite insieme a me il Signore Iddio. La clinica era lì, alle sue spalle, maestosa, magnifica, incredibi-le. Poteva contare sulla consulenza di celeberrimi medici amici di Padre Pio, che erano tutti presenti per festeggiarlo: i professori Valdoni, Alonzo, Condorelli, Ascenzi, Chini, Cassano, Dogliotti, Puddu, Di Raimondo, Marino, Zuco, Monaldo De Sanctis per l'Italia; e inoltre White e Wangensteen per gli Stati Uniti; Olive-crona e Nylon per la Svezia; Cibert-Queraltò per la Spagna; Ta-quini per l'Argentina; Lequime per il Belgio; Mahaim per la Sviz-zera; Lian per la Francia; Evans per l'inghilterra. -è stato deposto nella terra un seme, che il Signore riscalderà con i suoi raggi d'amore - disse ancora Padre Pio. - Una nuova milizia fatta di rinunce e d'amore sta per sorgere a gloria di Dio, a conforto delle anime e dei corpi infermi. Il cardinale Lercaro intervenne sviluppando alcune riflessioni sul tema evangelico tanto caro a Padre Pio: «Dove è carità e amo-re ivi è Dio". - Ve ne siete accorti a San Giovanni Rotondo - affermò il cardinale di Bologna. - E se n'è accorto tutto il mondo: qui c'è Dio. Ed evidentemente dovevano esserci la carità e l'amore. Al termine del simposio, i medici andarono a trovare il Padre, che disse loro: - Voi avete la missione di curare il malato. Ma se al letto dell'ammalato non portate l'amore, non credo che i farmaci serviran-no a molto. - Vi porto l'ammirata commozione di Parigi e di tutta la Fran-cia - dichiarò il professor Lian baciando la mano al Padre. Il professor Taquini, uno dei più famosi medici dell'America Latina, disse: - Padre Pio, vi prego di benedire il mio lavoro, la mia famiglia, l'Argentina tutta. Accanto a voi la carità vive. - Torno in America profondamente ammirato per l'opera di Padre Pio - disse a sua volta il professor White, medico persona-le del presidente Eisenhower. - Questa clinica, più di ogni altra al mondo, mi sembra la più indicata per studiare i rapporti che in-tercorrono tra lo spirito e la malattia. Con il suo tipico stile inglese, il professor Evans affermò: - Questo è il più bel fine settimana che io abbia trascorso in tutta la mia vita. E questi sono i momenti più importanti del mio importantissimo fine settimana. Il professor Nylon dichiarò: - Nel giorno memorabile dell'inaugurazione di questa casa, ele-vata per accogliere i nostri simili e aiutarli nelle loro sofferenze e per essere viva testimonianza della continuità del progresso scienti-fico, noi ci inchiniamo rispettosamente davanti a Padre Pio, l'auto-re di questo magnifico atto di carità. Per ultimo intervenne il professore americano Wangensteen: - Tutto qui è bello, buono e meraviglioso - disse. - Io però ho un grande cruccio: che di Padre Pio al mondo ve ne sia uno so-lo. Peccato che non ve ne siano di più. Il professor Di Raimondo tradusse la frase. Sul volto del Padre, fino a quel momento molto raccolto, si disegnò la schiarita di una franca risata. Si copri il viso con le mani ed esclamò: - Poveri noi! Dio ce ne scampi e liberi! Tre giorni dopo i medici della "Casa Sollievo della Sofferenza" furono ricevuti da Pio XII. Il Papa approfittò per aggiungere an-che il suo plauso personale alla grande opera voluta da Padre Pio. - L'Ospedale di San Giovanni Rotondo - disse - è il frutto di una delle più alte intuizioni, di un ideale lungamente maturato e perfezionato a contatto con i più svariati e crudeli aspetti della sofferenza morale e fisica dell'umanità. Era il momento del trionfo, della gloria. L'umile fraticello del Gargano trafitto da misteriose piaghe, osannato dalle folle e più volte condannato dal Sant'Uffizio, invocato dai sofferenti come un autentico taumaturgo e sospettato dalla Chiesa di peccati e im-brogli, era lì, davanti alla sua grande opera terrena, realizzata con il concorso di migliaia di amici sparsi in tutto il mondo, esaltato da uomini politici, da scienziati e da alcuni alti prelati. Sembrava che, dopo anni di lotte e sofferenze, avesse finalmente vinto la sua battaglia. Ma il lieto fine è una prerogativa che appartiene solo al-le fiabe. La vita è diversa. Soprattutto quando i valori in gioco so-no quelli sublimi dello spirito. Le forze del male erano in agguato. Momentaneamente sconfitte, si preparavano per l'ultimo dram-matico assalto.

21

Fate largo, arriva il sacrestano di Padre Pio. - Proprio davanti all'ingresso di Cinecittà si era ferma-to un taxi e ne era sceso Carlo Campanini. Gli attori che stavano entrando negli stabilimenti, vedendolo, avevano deciso di aspettar-lo. Campanini era uno dei protagonisti del cast del film in cui la-voravano. - Dacci la tua santa benedizione - disse Ignazio, protagonista del film, inginocchiandosi per terra con le mani giunte. - Sfotti, sfotti pure - rispose Campanini fermandosi di fronte a loro. - Ma vedrai che prima o poi verrai a supplicarmi di ac-compagnarti da lui. è sempre là che ti aspetta. - Digli che non ho la vocazione per diventare un "mangiao-stie" come te. Risero tutti. Campanini ormai era conosciuto ovunque come un devotissimo "figlio spirituale" di Padre Pio. Dopo la sua seconda vi-sita a San Giovanni Rotondo aveva completamente cambiato vita. Tutte le mattine, prima di recarsi al lavoro, andava a Messa e faceva la Comunione. Non perdeva mai occasione per parlare di Padre Pio, e i colleghi lo prendevano in giro. Bonariamente però, perché in fon-do molti ammiravano il suo coraggio e la sua coerenza. - Non ti sarai mica offeso... - gli disse Ignazio alzandosi in piedi e abbracciandolo con affetto. - Figurati! - rispose l'attore ricambiando l'abbraccio. - Mi hai abituato a cose ben peggiori. Del testo, meglio essere un man-gia ostie" che un "mantenuto" come te. - Ah, ah, ah... - risero gli altri attori. - Vigliacco - sbottò Ignazio accusando il colpo. - Adesso of-fendi. Glielo dirò io a Padre Pio che razza di cristiano falso sei. In-vece di porgere gentilmente l'altra guancia, come insegna il Van-gelo, tu attacchi e schiaffeggi. - Andiamo, andiamo, signori: siamo in ritardo - disse l'aiuto regista. Si avviarono verso i rispettivi camerini. Campanini teneva un immagine del Padre bene in vista sul ta-volino. Parrucchiere, truccatrici, donne delle pulizie, andavano a salutare l'attore, a raccontargli i loro guai, a raccomandarsi. - Commendatore, mio figlio ha gli esami... - Mia suocera deve essere operata... - Hanno ricoverato la mia mamma... - Commendatore, dica al Padre una parolina. A volte arrivavano anche colleghi importanti, con enormi pro-blemi. Sorridenti, sfavillanti nei loro abiti lussuosi, ma con l'infer-no nel cuore. Allora Campanini chiudeva la porta del camerino e rimaneva a lungo con loro. - Da quando sono un «figlio spirituale" di Padre Pio - diceva ridendo - faccio un doppio lavoro: l'attore e il consolatore. Ma èil secondo mestiere a darmi le più grandi soddisfazioni. Alle 5 del pomeriggio il regista disse: - Per oggi basta, ci vediamo domattina alle 10. Campanini si sentiva stanco. Si avviò verso il camerino per cam-biarsi e struccarsi. - Carlo, posso accompagnarti a casa? Ho qui la mia auto - gli disse Franco Luni, un giovane collega. - Ti ringrazio, Franco, mi fai proprio un favore, questa matti-na sono venuto in taxi. - Ti aspetto all'ingresso. - Farò in un attimo. Franco Luni era il "bello" della compagnia. Non più giovanissi-mo, senza una spiccata personalità artistica, era però il cocco delle primedonne, che se lo contendevano. Conduceva una vita disordi-nata, che influiva negativamente anche sulla sua professionalità. Nutriva una grande ammirazione per Campanini e soffriva quando i colleghi lo prendevano in giro. - Mi dispiace per il comportamento incivile che Ignazio tiene sempre nei tuoi confronti - gli disse non appena Carlo fu salito sull'auto. - Sei ancora fermo alla scena di questa mattina? - domandò Campanini. - Ero indignato e volevo intervenire. - Ma no, no, lascia perdere. è un gioco, un rito, si divertono. - Dovrebbero avere maggior rispetto per le convinzioni degli altri, soprattutto se riguardano la religione. Sono schifosi quando si comportano così. - Lasciali fare... Blaterano tanto, ma appena hanno un guaio corrono da me per supplicarmi di accompagnarli a San Giovanni Rotondo. è vero che anche Walter Chiari è venuto da Padre Pio? - No, Walter non è mai venuto da Padre Pio. Sono anni che io e Walter parliamo del Padre. Lui ha un grande rispetto per il Pa-dre, anzi, una grande ammirazione. Walter è del tutto diverso da come appare. La sua fede religiosa è seria e profonda, però non riesce a tenere una condotta adeguata, e allora non vuole venire dal Padre. Pensa che siamo partiti diverse volte da Roma per rag-giungere San Giovanni Rotondo. Arrivati a Foggia, lui scappava. «So che se vengo lassù devo cambiare vita mi diceva. «E non ne sono capace." Scappava via, nel vero senso della parola. Io lo rin-correvo. Era sconvolto, a volte piangeva come un bambino. Un giorno ho raccontato queste scene al Padre, e lui mi ha detto: "Povero figliolo, quanto soffre - Quanti colleghi hai accpmpagnato da Padre Pio? - Tanti. E tutti quelli che sono venuti non lo hanno più dimen-ticato. è questa la cosa straordinaria del Padre: una volta che ti ha visto e ha preso contatto con te, è come se avesse gettato un amo nel tuo cuore: ti ha preso e non ti molla più. Anche se continui a camminare sulla strada sbagliata, lui ti è accanto, e prima o poi ti cambia. Io l'ho incontrato nel 1939. Mi ha fatto delle grazie im-portantissime, e io, invece di essergli grato e seguire i suoi consigli e i suoi insegnamenti, ero diventato il più grande peccatore che tu possa immaginare. Eppure, sentivo che mi era sempre accanto e mi tormentava. Nel 1946 non ho più resistito e sono dovuto tor-nare da lui. Mi ha accolto con un pugno sulla testa che quasi me la spacca. Ma aveva ragione. Quel gesto mi ha fatto riflettere. Ho capito e ho cambiato vita. - Tutti i colleghi che hai accompagnato lassù hanno cambiato vita? - Non lo so. Come si fa a vedere nella coscienza delle persone? A volte le apparenze ingannano. Qualcuno lo ha fatto, si è messo a posto con la coscienza; altri hanno continuato a vivere come prima, almeno apparentemente, ma Padre Pio non lo hanno più dimenticato. Lo so bene, perché continuano a tenere contatti con me, a confidarmi le loro difficoltà, a chiedermi consigli, e spesso torniamo insieme dal Padre. "Macario, per esempio. Dopo che è venuto dai Padre, è cam-biato. è diventato un cristiano fervente e praticante. Non si direb-be vedendolo e sentendo la verve irresistibile delle sue battute. Ep-pure, è un'altra persona. Quando siamo andati insieme l'ultima volta a San Giovanni, Macario ha chiesto al Padre se poteva fare una certa commedia insieme a me. 'Certo che la puoi fare' gli ha risposto Padre Pio. 'Basta che tu non riprenda certi spettacoli sconci che facevi prima, altrimenti qui non ci metti più piede.' C'era molta gente lì intorno, e noi due eravamo conosciuti. Il Pa-dre ne approfittò e rivolgendosi verso di noi disse forte: 'Ricorda-tevi di farvi un po' di onore, perché finora non ve lo siete fatto'. "Con Macario sono andato anche in pellegrinaggio a Lourdes. Alla sera mi diceva: 'Carlo, diciamo il rosario insieme'. Abbiamo fatto insieme anche i primi venerdì del mese: per nove mesi, tutte le mattine del primo venerdì del mese, andavamo a Messa insieme e facevamo la Comunione. Macario ha proprio cambiato vita. «Un altro amico che è venuto con me da Padre Pio e ha riporta-to da quell'incontro un ricordo indelebile è Tino Scotti. Quando ci incontriamo, si parla sempre del Padre, e si capisce che è diver-so da prima. Va a Messa quasi tutte le mattine. Quando è in giro con la compagnia teatrale, ne approfitta per visitare santuari e chiese. Insomma, vive la sua fede con convinzione. "Nel 1954 Tino mi ha scritto una lettera da Siracusa, dove è stato testimone di un fatto prodigioso. La porto con me e ogni tanto la leggo perché è commovente e fa capire quanto sia cam-biato questo attore. Nessuno penserebbe che dietro i lazzi e le bat-tute micidiali di Tino ci siano una grande fede e un grande amore per Dio. Senti, te la voglio leggere. E eccezionale." Campanini estrasse dal portafoglio una lettera ormai a brandelli. - Conosci la storia della Madonna delle lacrime di Siracusa? - domandò. E cominciò a raccontare: - Nell'agosto del 1953 una giovane donna siciliana stava pregando in casa, davanti a un qua-dretto di gesso che raffigurava il Cuore Immacolato di Maria San-tissima, allorché vide scendere delle lacrime dagli occhi della Ma-donna. Sconvolta, chiamò i vicini, e tutti quanti poterono vedere. Il fenomeno si ripeté tante altre volte. Le lacrime furono esaminate e risultarono lacrime umane. Si verificarono delle guarigioni,. eventi accertati, che hanno avuto anche il riconoscimento delle autorità ecclesiastiche. Nel 1954 Tino Scotti si trovava da quelle parti per motivi di lavoro, è andato a vedere il quadretto miracoloso e ha avuto la fortuna di assistere al prodigio. Senti che cosa mi ha scritto in quell'occasione. Campanini incominciò a leggere: Caro Campanini, di passaggio per Siracusa, in visita alla Madonna delle lacrime, ho avuto l'alto dono divino di assistere io di persona alla lacrimazione. Le mie mani tremavano, caro Campanini! Non puoi immaginare l'emo-zione! Erano due giorni che la Madonna non lacrimava, ma non appe-na entrato nella casetta ove Ella sta appesa a un muro e avvicinatomi, ho visto sgorgare dai suoi occhi divini una lacrima che bagnò la mia mano destra. Tutti i presenti gridarono al miracolo e si inginocchiar~ no pregando. Io, come inebetito, non ebbi il coraggio di muovermi, e sempre piu' avvicinando il mio viso, rimasi fisso con i miei occhi sul suo volto, che si irrigava continuamente di lacrime. Mi dettero un ba-tuffolo di ovatta per asciugare le gote e uscii da quella casetta come in un sogno. So che tu sei molto devoto e credi più di quanto possa aver creduto io fino a pochi giorni fa, ed è per questo che ho subito pensato a te... Sono certo di recarti una grande gioia sapendo quanto tu sia devoto anche a Padre Pio. Campanini ripiegò con diligenza il foglio sgualcito e io rimise nel portafoglio. - I rotocalchi sono pieni di storie sugli attori - disse - ma nessuno potrebbe immaginare questi risvolti spirituali. E sono tut-ti frutto di incontri con Padre Pio. "Un collega che ama il Padre ma, come Walter Chiari, non vuoi venire da lui perché sa che dovrebbe cambiare vita, è Totò" conti-nuò a raccontare Campanini. "Quando ci incontriamo parliamo sempre del Padre, e ogni volta Totò si entusiasma e mi dice: 'Por-tami da lui'. Ma non si combina mai. Solo una volta avevamo fis-sato il giorno. Sia io che lui avevamo del tempo libero e si poteva fare il viaggio. Quando gli domandai a che ora saremmo partiti, rimase in silenzio e poi mi disse con molta franchezza: 'Carlo, io non posso venire dal Padre. Non sono ancora preparato. Ho certi appetiti che non riesco a scacciare. Quando finiranno, andrò da Padre Pio'. Ingenuamente gli risposi: 'Attento: alla radio hanno detto che nel mondo muoiono 250.000 persone al giorno, e che il 30 per cento muore di morte improvvisa, quindi è pericoloso per la tua anima fare certi calcoli...'. Totò, da buon napoletano, è molto superstizioso e cominciò a danzare per la stanza facendo le corna. 'Ho capito' gli dissi. 'Non toccherò più questo argomento.' "Mario Riva ha avuto un incontro piuttosto difficile con il Pa-dre. Mario ha dei problemi familiari: è diviso dalla moglie e vive éon una collega. è credente, ma la sua posizione gli impedisce di frequentare i sacramenti, e ne soffre. Un giorno mi domandò se potevo scrivergli due righe di presentazione per fare visita al Pa-dre. 'Non ce n e bisogno' gli risposi. 'Da Padre Pio le raccoman-dazioni non servono. "Arrivato a San Giovanni Rotondo, si avvicinò a un gruppo di frati in mezzo ai quali c'era il Padre. 'Sono amico di Campanini, vorrei vedere Padre Pio'. E il Padre: 'Cosa vuoi da lui?'. E Riva: 'Vorrei vederlo'. 'Be', allora guardami' rispose il Padre. 'Potremo dire di esserci visti e guardati.' "Riva tirò fuori di tasca un rotolo di biglietti da 10.000 e disse: 'Ho visto quell'ospedale là fuori e desidero fare un'offerta'. Il Pa-dre prese la penna stilografica che il presentatore teneva nel ta-schino della giacca e scrisse su uno di quei biglietti qualcosa che fece impallidire Mario. «'è un amico di Carletto' intervenne Fra Daniele, il confratello che spesso gli sta accanto e che è amico mio. 'Deve andare via, perché non lo confessate?' "'Tu non sai com'è inguaìato questo disgraziato rispose il Pa-dre e se ne andò via. "Mario Riva, nonostante quell'incontro non troppo sereno, non ha dimenticato Padre Pio. Ha capito che quel rimprovero non era dettato dal disprezzo, ma dall'amore. Qualche tempo fa l'ho incontrato al Palazzo dei Congressi dell'EUR, dove ci assegnavano il premio della 'Maschera d'oro'. Come mi ha visto, mi è venuto incontro dicendo: 'Come sta Padre Pio? Quando lo vedi, digli che Mario Riva prega tutte le sere perché lui non abbia mai a dimenti-carsi di me. "Anche Fausto Coppi ha avuto un brutto incontro con il Padre. Era andato a San Giovanni Rotondo con la moglie. La gente lo aveva riconosciuto e gli si era fatta intorno chiedendo autografi. Padre Pio, uscendo dal convento, lo vide, gli si avvicinò e disse ad alta voce: 'Dov'è la signora Coppi?'. Tutti si guardarono intorno, e la moglie del ciclista si fece avanti. Allora il Padre le disse: 'Si-gnora Coppi, stai attenta che non t'accoppi'. Tutti si misero a ri-dere, perché avevano creduto che volesse fare una battuta di spiri-to. Non rise Fausto, però. Sette giorni dopo sui giornali sarebbe scoppiato lo scandalo della 'dama bianca'. Coppi lasciò la moglie e la figlia. Padre Pio certamente lo sapeva. "A Beniamino Gigli, quando lo vide la prima volta, il Padre dis-se: 'Ti chiami Gigli, però non sei un giglio. Hai la camicia bianca, ma la tua anima è nera. Vai via, allontanati da me'. Il famoso te-nore, che era impegolato in una brutta faccenda familiare, scop-piò a piangere. Decise di cambiar vita; e lo fece. è diventato un amico del Padre. Quando rientra in Italia dalle sue tournée al-l'estero, va sempre a San Giovanni Rotondo. Padre Pio lo accoglie con grande affetto. Gigli ha il privilegio di trascorrere qualche ora del pomeriggio nell'orto del convento, insieme al Padre e agli altri religiosi. E il Padre gli chiede sempre di cantare Mamma. 'Orsù Beniamino, cantami Mamma' gli dice. Il tenore si alza in piedi e comincia a intonare la canzone, ma non è mai riuscito a finirla, perché a un certo punto il Padre, vinto dalla commozione, scoppia a piangere, si alza e scappa nella sua cella." - Ma quanta gente hai accompagnato lassù? - Non lo so neppure io. Lisa Gastoni, Eisa Merlini, Benito Lorenzi, Luzzi, Lea Padovani, Franco Scandurra, Aldo Fabrizi e tanti altri. Tutti hanno delle storie bellissime da raccontare. Ma non voglio annoiarti. Ti voglio però raccontare la storia di un me-dico rinomato, il professor Mario Spallone. - Quello di Togliatti? - Proprio lui, il medico personale di Palmiro Togliatti, quello che ha curato il leader comunista dopo il famoso attentato del '48. Anche lui è un comunista convinto. L'ho conosciuto subito dopo la guerra, si era laureato da poco. Militava nel Partito co-munista fin da quando era studente di liceo ed era stato in carcere sotto il fascismo. Aveva partecipato alla Resistenza. "Per arrotondare lo stipendio, quando lo conobbi faceva anche l'assicuratore. Bazzicava tra noi attori perché avevamo un po' di soldi e stipulavamo facilmente delle polizze sulla vita. Io conti-nuavo a parlargli di Padre Pio, lui rideva e si annoiava. "Una sera venne a casa mia e mi disse: 'Ho bisogno che mi ac-compagni a San Giovanni Rotondo'. 'Ti sei convertito?' gli doman-dai meravigliato. 'Non fare domande cretine' ribatté lui. 'Va bene' risposi. 'Quando pensi di andare a San Giovanni?' 'Subito' disse. 'Mia moglie è giù in macchina che aspetta. Partiamo adesso.' "Avevo degli impegni, ma non fiatai. Quando si tratta di Padre Pio, voglio essere sempre disponibile. A volte attendere significa perdere l'autobus.'Andiamo' dissi. Avvertii mia moglie e via. "Mario Spallone era nervoso, me ne ero accorto subito. Si viag-giava in un silenzio carico di tensione. Sua moglie, nel sedile po-steriore dell'auto, stava zitta pure lei. Io cercavo di rompere il si-lenzio con qualche battuta, che però non aveva alcun successo, cosi finii per stare zitto anch'io. "Facemmo un bel tratto di strada senza pronunciare una paro-la. Era ormai buio; il traffico quasi inesistente. Le luci delle case che incontravamo lungo il percorso trasmettevano un senso di ca-lore umano, di tenerezza. Dalle finestre vedevamo le sagome delle persone sedute a tavola. Approfittai per pregare un po' e pensare a Padre Pio. A un certo momento Spallone ruppe il silenzio e mi disse: 'Devo raccontarti una cosa allucinante. Se non fosse acca-duta a me, non potrei mai crederci. "'Racconta, racconta' lo invitai io. 'Da quando conosco Padre Pio ne ho sentite di tutti i colori, non riesco più a meravigliarmi di niente.' "Spallone fece ancora una lunga pausa e poi attaccò: 'Come sai, mi sto specializzando nella clinica medica diretta dal professor Frugoni, e per guadagnare qualcosa faccio le visite notturne. Sono in contatto con una farmacia che mi passa le chiamate. è duro al-zarsi nel cuore della notte, e per questo motivo di solito mi ac-compagna mia moglie, oppure il nostro cane lupo. Una notte di due settimane fa il farmacista mi ha passato una chiamata che ve-niva dall'Appia Nuova. C'era brutto tempo e ho deciso di andare da solo, anche senza il cane. Sono partito con questa automobile. Dopo qualche chilometro mi sono accorto che sul sedile qui ac-canto, proprio dove sei seduto tu, c'era un frate con la barba. Car-lo, ti giuro: l'ho guardato bene! Era identico alle foto di Padre Pio che tu mi hai fatto vedere tante volte!'. "Spallone era visibilmente emozionato. Fece ancora una lunga pausa, poi riprese: 'Sono rimasto allibito, frastornato, puoi imma-ginare! Comunque ho cercato di stare calmo. Ero ben sveglio e in piena coscienza, mi sono stropicciato gli occhi e, adagio, ho girato ancora lo guardo verso il sedile: il frate, o il fantasma di un frate, non ti saprei dire, era lì, tranquillo, come assorto in preghiera. Im-magina quello che potevo provare. Ho atteso ancora alcuni secon-di, che mi sono sembrati eterni, poi ho guardato di nuovo: stessa scena. Ho allungato una mano per toccarlo, ma è penetrata nel suo corpo come se fosse stato fatto di luce. Ho riprovato, ma non sentivo niente, nessuna resistenza. Eppure lì c'era una presenza. A un certo momento ho avuto l'impressione che quel frate mi par-lasse. Non udivo delle parole, era come se la comunicazione avve-nisse in altro modo. Il frate mi ha detto che all'indirizzo dove sta-vo andando avrei trovato due vecchietti, marito e moglie. Che il vecchietto aveva avuto un ictus. 'Non devi curarlo facendogli il solito salasso, che non serve a niente' ha aggiunto deciso. 'Usa in-vece quel farmaco nuovo che ti porti nella borsa, vedrai che tutto andrà bene', ed è scomparso. "Ho continuato a guidare in mezzo a quel diluvio, ma ero scon-volto. Ero rimasto sorpreso anche dall'accenno al medicinale nuo-vo, che effettivamente avevo con me nella borsa. Si trattava di un campione di un ritrovato americano indicato proprio per le emor-ragie, che mi era stato dato da un rappresentante di farmaci pochi giorni prima. "Arrivato a destinazione, ho trovato davvero la situazione che mi era stato descritta dal fantasma. Un vecchietto magrolino era stato colpito da un emorragia cerebrale. Le sue condizioni erano gravissime. Sua moglie era disperata. Ho pensato subito di fare un salasso, ma, ricordando le parole del fantasma, ho optato per il nuovo medicinale. "Sono rimasto lì a controllare le reazioni. Sembrava un farmaco portentoso. Il vecchietto ha reagito subito bene, e verso il mattino potevo ritenere che fosse fuori pericolo. "'Adesso la situazione è sotto controllo' ho detto alla signora. 'Io torno a casa, ma se avesse bisogno mi chiami. Posso andare in bagno a lavarmi le mani?' "La signora mi ha indicato il bagno. Mentre mi stavo lavando, ho sentitò che diceva al marito: 'Hai visto? è proprio un medico giovane, come mi aveva detto Padre Pio'. Sentendo quel nome e pensando a quanto mi era accaduto durante il viaggio, mi sono pre-cipitato fuori dal bagno. 'Che cosa ha detto?' le ho domandato. "La donna mi ha raccontato che la notte precedente aveva so-griato Padre Pio. Il irate le aveva detto che suo marito sarebbe sta-to male, ma lei non doveva spaventarsi perché lui avrebbe manda-to un giovane medico, suo amico, che lo avrebbe curato bene. 'Lei è proprio giovane e carino, come il medico che mi ha promesso il Padre' ha detto la donna. "A me tremavano le mani. Ho salutato e me ne sono andato, al-trimenti sarei svenuto. "Ho tenuto nascosto questo fatto anche a mia moglie. Ho cer-cato di convincermi che si era trattato di un'allucinazione. Ma quel frate, Carlo, continua a perseguitarmi. Me lo vedo sempre davanti, lo sogno, lo sento, non ne posso più. Così oggi ho deciso, ho raccontato tutto a mia moglie e poi sono venuto da te. Devo andare da lui e chiarire una volta per sempre questa situazione.', "Spallone sudava per lo sforzo psicologico compiuto nel rac-contarmi quanto gli era accaduto. Lui, medico e comunista, non si ritrovava affatto a suo agio in quella vicenda. Io invece lo avevo ascoltato divertendomi. In quella storia riconoscevo il tipico com- portamento di Padre Pio. Quando decide di chiamarti, suscita intorno a te una ragnatela di coincidenze incredibili, finché non ti decidi a capitolare. "'Perché ridi?' mi domandò Spallone sospettoso. 'Perché mi sembra di rivivere ciò che è capitato a me' gli risposi. 'Padre Pio ti chiama. Di questo sono certo. Che cosa voglia da te, te lo dirà lui. Ma non ci sono dubbi, ti sta chiamando.' "Spallone non rispose." - Arrivammo a San Giovanni alle 4,30 del mattino. C'era già molta gente in attesa per la Messa. Io conoscevo tutte le strade per entrare in convento anche a quell'ora. Lasciammo la moglie di Spallone in macchina e via, su al primo piano del convento, dove ci sono le celle dei frati. "Bussai alla porta di Padre Pio. Stava preparandosi per la Mes-sa. Uscì e, come vide Spallone, fissandolo con occhi di fuoco gli disse: 'Lazzarone, finalmente ce l'hai fatta a venire a trovarmi "Spallone era imbarazzatissimo. Il Padre, cambiando tono di voce, aggiunse: 'Però, Mario, non ti dare troppe arie e non crede-re di essere un bravo medico. Sei bravo perché ci sono io alle tue spalle e ti guido. Se a quel vecchietto avessi fatto un salasso come volevi, credi che se la sarebbe cavata così bene?'. "Sentendosi chiamare per nome e udendo un chiaro accenno alla stranissima storia che gli era capitata, Mario Spallone crollò in gi-nocchio. Piangeva come un bambino, travolto da un'emozione for-tissima. Padre Pio mi guardò ed era sorridente. Mi aspettavo la so-lita ramanzina, per il fatto che Spallone era un comunista. Invece il Padre mise la sua mano sulla testa del mio amico e gli accarezzò i capelli. 'Figliolo' gli disse con voce dolcissima. 'Mi raccomando, cammina dritto e non dimenticare Gesù.' Lo aiutò a rialzarsi e lo abbracciò. "Non conosco la vita privata di Spallone, ma so che non ha più di-menticato Padre Pio. Ha battezzato i suoi figli, sono stato io il loro padrino. Un cambiamento certamente c'è stato, e grande ritengo." Campanini rimase in silenzio. Anche Franco Luni taceva. Il traffico romano a quell'ora era intenso. Improvvisamente Luni disse: - Carlo, accompagneresti anche me da Padre Pio? Campanini lo guardò serio e rispose: - Non sono viaggi che si fanno per turismo. - So che cosa pensi - disse Luni. - Che con la mia vita disor-dinata non abbia voglia di cambiare. Forse non ci riuscirò mai, ma vorrei provare. Mia madre è preoccupata. Quando mi vede piange. è devota di Padre Pio. Mi ha detto che lo sogna spesso, e che in tutti i sogni il Padre si lamenta per la mia condotta. L'ulti-ma volta che l'ho vista, ha voluto mettere sul cruscotto della mia auto una foto di Padre Pio. Io mi vergognavo di tenerla lì, in vista, e appena ripartito da casa l'ho nascosta nel cassetto del cruscotto. Apri, è ancora lì. Mentre rientravo a Roma, nei pressi di Orvieto, a una curva mi sono trovato di fronte un camion che viaggiava in mezzo alla strada. Era impossibile salvarsi. Ho frenato, e anche il camion ha fatto lo stesso. Ci siamo fermati a un millimetro l'uno dall'altro. Carlo, a un millimetro! Il conducente è sceso pallido come un morto. Si è inginocchiato per terra e piangeva. Io trema-vo come una foglia. 'Correvo troppo' mi ha detto 'ma Padre Pio ci ha "L'ho guardato stupito. E lui mi ha indicato il santino di Padre Pio che aveva bene in vista sul cruscotto del suo camion. Non ho detto niente, ma vedendo quell'immagine e pensando a quella che io tenevo nascosta nel cassetto, mi sentivo ancor più sconvolto. Ho capito che era stato lui a salvarci. Non c'erano dubbi: solo un mira-colo poteva aver impedito uno scontro terribile. "'Carlo' ha continuato Luni emozionato 'devo andare da Padre Pio. Questa sera ho voluto accompagnarti a casa per chiederti di portarmi da lui. Sono certo che mi ha salvato la vita. Andavo forte, Carlo, e anche il camion andava forte, lo scontro era inevitabile."' Campanini aveva ascoltato il racconto del suo giovane collega con viva attenzione. - Ne ho sentiti tanti di questi episodi - disse. - Dovrei aver-ci fatto l'abitudine, invece mi emoziono sempre. Tua madre sogna Padre Pio, ti dà il santino, anche il camionista ne ha uno sul cru-scotto. Certo, qualcuno potrà dire che sono tutte coincidenze, ma chiamale coincidenze! Io non ho dubbi che sia proprio il Padre a creare tutte queste coincidenze per spingerti a riflettere. - Accompagnami da lui - ripeté Franco Luni. - Sei libero sabato? - domandò Campanini. - Sì, sabato e anche domenica. - Allora ci andiamo. Avevo già in programma un viaggio a San Giovanni. - Devo mettere la sua foto bene in vista sul cruscotto? - No, tienila nel cassetto, nascosta. Padre Pio non ama la pub-blicità. Non desidera che si sbandieri ai quattro venti il vincolo che ci lega a lui. Vuole che si cambi dentro, nel cuore, nella con-dotta. Non vuole dei bigotti, ma persone che vivano con dignità e orgoglio la fede. Fermati qui, dopo la curva, io sono arrivato. Ti ringrazio del passaggio. Allora, a sabato. Bisogna partire molto presto, in modo da essere a San Giovanni verso mezzogiorno: è il momento migliore per poter parlare con il Padre. Carlo Campanini e Franco Luni arrivarono al convento di San-ta Maria delle Grazie alle 10,30. Erano partiti dalla capitale pri-ma dell'alba. Padre Pio si trovava in fondo al sagrato, dove stava benedicen-do un'auto. C'era molta gente intorno. Si avvicinarono. Fra Da-niele, che era accanto al Padre, riconobbe Campanini, lo salutò con la mano e sussurrò al Padre: - è arrivato Carletto. Padre Pio continuò nella sua funzione. Recitò le preghiere, be-nedisse con un ampio gesto l'auto che aveva di fronte e al termine gettò uno spruzzo di acqua benedetta nella direzione di Campani-ni mormorando: - Vade retro, Satana. - L'attore sentì la frase e sorrise. Sapeva che era rivolta a lui: Padre Pio con gli amici era un burlone delizioso. Terminata la cerimonia, Campanini si avvicinò al Padre che fin-se di non riconoscerlo. - Che cosa vuole questo signore? - domandò rivolgendosi a Fra Daniele. - è Carletto Campanini, l'attore. - Il "buffone", vorrai dire - lo corresse il Padre. E poi, rivol-to a Campanini: - Quando metterai la testa a posto e comincerai a farti un po' di onore davanti a Dio? - Ho portato questo amico che vuole conoscervi, Padre - dis-se Campanini. Padre Pio scrutò Luni e disse: - Ci conosciamo. - No, Padre, si sbaglia, non ci siamo mai visti - precisò Luni. - Hai la memoria corta, figliolo. Se non fermavo la tua macchina in tempo, avresti fatto un bel botto contro quel camion a Orvie-to. - Lo fulminò una seconda volta con una delle sue occhiate mi-cidiali e si avviò verso il convento. Luni era rimasto di pietra. - Vieni, vieni - gli disse Campanini scuotendolo. - Non me-ravigliarti di niente. Il Padre sa tutto. Vieni, dobbiamo seguirlo, così potrai parlargli. Padre Pio procedeva tra due ali di folla. Tutti volevano toccano, baciargli la mano. Gli lanciavano messaggi: - Padre, guariscimi. - Padre, dammi la tua benedizione. - Padre, fammi baciare le stigmate. - Padre, ricordati di mia madre che sta male. C'era chi gli presentava una fotografia, una maglietta, un fazzo-letto. Il Padre si fermava, guardava, benediceva, toccava gli ogget-ti. Posava la sua mano sul capo delle persone. - Padre, stringetemi a voi - gridava una donna da lontano. Seguiva il procedere lento del religioso tra la folla, e ogni tanto fa-ceva sentire quel richiamo monotono, amorfo, urlato forte per so-vrastare il frastuono della gente. La petulante ripetizione, quasi a intervalli regolari, diventava ridicola e noiosa. A un certo momen-to il Padre, voltandosi verso la donna, le disse: - Va bene, ho capito. Ti stringo, figlia mia, ti stringo e ti strozzo. Fra Daniele si fermò di fronte a un uomo molto ben vestito e mormorò qualche cosa a Padre Pio. - Un viaggio così lungo per vedere me? - disse il Padre. - Non lo avete a casa un libro di preghiere? Potevate risparmiarvi il viag-gio. Un"'Ave Maria" vale più di un viaggio, figlio mio. - Siamo di Pietrelcina - gridò un signore. Il Padre si girò da quella parte e il suo volto si illuminò. - Paesà, che notizie mi portate? - domandò. - Stiamo tutti bene e vi aspettiamo sempre. Quando tornerete al vostro paese? - Quando vorrà il Signore. Salutatemi la Morgia. Forse la gen-te cara e semplice che ho conosciuto laggiù non tornerà mai più. - vi ricordate di noi? - Figlio mio, di Pietrelcina ricordo pietra su pietra. Molto ci de-ve stare a cuore il nostro paese. Fate il possibile per essere di esem-pio a tutti. - Maria insiste per quella grazia che voi sapete - aggiunse an-cora l'uomo. - La vuole proprio. Padre Pio sorrise e rispose: - Digli a Maria accussì: che Gesù Cristo quella grazia proprio non gliela vo' fa. Io mica lo posso pighà pe' lu collo. Risero tutti. Una donna gli si parò davanti a braccia alzate. - Padre - disse - come sei bello. Lui la guardò sorpreso e poi disse ridendo: - Su via, figliola, fammelo passà 'sto bell'omo. Entrò in convento dal portone. Fra Daniele si affrettò a trattene-re la gente e a chiudere. Però fece passare Campanini e il suo amico Il Padre li attendeva. Era affaticato. - Quanto ti fermi, Carletto? - domandò con dolcezza al-l'attore. - Sei appena arrivato e già te ne vai? - Ho fatto una volata per farvi conoscere questo mio amico che ha bisogno. Il Padre guardò Luni. - Vieni con me, figliolo - gli disse prendendolo sottobraccio. - Vieni, noi due adesso dobbiamo parlare seriamente - e si al-lontanò con lui.

22

Il 25 marzo 1957 alcuni ufficiali della Tributaria, al comando del tenente colonnello Carlo Formosa, effettuarono una perquisizione nella casa del banchiere Gian Batti-sta Giuffrè a Imola, sequestrando una gran quantità di materiale compromettente. "Giuffrè inquisito" titolarono i giornali a caratteri cubitali. «Giuffrè nel mirino della giustizia." - Era inevitabile, prima o poi il caso doveva scoppiare - com-mentarono gli esperti. - Adesso ci sarà una strage di piccoli, ingenui risparmiatori. Qualche mese dopo Pio XII, valutate le informazioni che gli erano giunte sul "caso", emano un istruzione con cui si diffida-vano tutti i vescovi, tutti i Superiori delle Congregazioni e degli Ordini religiosi dall'intrattenere rapporti con Giuffrè stesso e, do-ve rapporti fossero in corso, si imponeva di troncarli all'istante. Il "banchiere di Dio" accusò immediatamente il colpo. Gli ec-clesiastici erano le colonne portanti della sua organizzazione, e senza il flusso di entrate che gli garantivano, indispensabili per pa-gare elevati interessi, Giuffrè fu costretto a dichiarare fallimento. La Chiesa si trovò impegolata' in uno scandalo senza precedenti. Sessantadue vescovi e centinaia di religiosi e religiose erano coin-volti nel fallimento Giuffrè; non con soldi propri, ma raccolti dai laici. E i laici ora reclamavano il denaro, minacciand6di ricorrere ai tribunali. Il Papa impose agli ecclesiastici coinvolti di restituire fino all'ultimo centesimo. La Banca del Vaticano avrebbe anticipa-to le somme necessarie, ma i vescovi e i religiosi colpevoli in seguito avrebbero dovuto risarcirla. Pio XII istituì anche una commissione cardinalizia affinché seguisse la vicenda. I Frati Cappuccini furono costretti a sborsare una somma che, secondo una relazione riservata del Superiore generale, "portò l'Ordine sull'orlo della bancarotta". I responsabili di quel disa-stro, sollecitati a darsi da fare per cercare di tamponare la rovina, guardavano con speranza a Padre Pio. - A lui arrivano miliardi, ci darà una mano - si dissero fiduciosi. Una delegazione composta da tre religiosi raggiunse San Giovan-ni Rotondo. Era guidata da Padre Gianantonio, che già in altre oc-casioni aveva contattato Padre Pio per ottenere del denaro da con-segnare a Giuffrè. - Abbiamo bisogno del vostro aiuto, Padre. - Come mai? - Siamo coinvolti nel fallimento Giuffrè e dobbiamo pagare. - Ve lo avevo detto che era una trappola. - Avevate ragione, e noi non vi abbiamo ascoltato. Però abbia-mo sbagliato in buona fede: volevamo ricostruire i nostri conventi danneggiati dalla guerra. - E adesso? - Il Vaticano ha pagato per noi, ma ora dobbiamo restituire la somma che ha anticipato. - Quanto? - Una cifra spaventosa... - Purtroppo, io non posso fare niente per voi. Come ti ho già spiegato in altre occasioni, Padre Gianantonio, i soldi che mi arri-vano non sono miei. Se li destinassi a scopi diversi da quelli indi-cati dal benefattori, diventerei un ladro. - Ma voi, Padre, siete un figlio di quest'Ordine, di questa Pro-vincia religiosa. Avete il coraggio di abbandonarci in queste gra-vissime difficoltà? - Mi piange il cuore, ma non posso offendere Dio commetten-do azioni illecite. - Tradite quindi i confratelli? - Con la disperazione nell'animo. La disperazione di Padre Pio era autentica. Egli sentiva fortissi-mo il legame con l'Ordine Cappuccino, cui aveva consacrato la propria esistenza, e soffriva vedendo i confratelli nei pasticci. Il suo dolore era così grande da spingerlo addirittura a commettere qualche peccatuccio, per aiutare almeno i confratelli della Provin-cia di Foggia. Dopo lunghi tentennamenti e dubbi di coscienza, chiamò l'amministratore della "Casa Sollievo della Sofferenza", il commendator Angelo Battisti, e con le lacrime agli occhi gli chiese di dar loro una mano. - Vedi se puoi, in coscienza, offrire qualche piccolo contribu-to - gli disse. Battisti si fece in quattro. Spostò pagamenti, dilazionò impegni e trovò il modo di trasferire una somma consistente, pari a oltre 100 milioni di allora, alla Curia provinciale. Altri milioni furono prestati a interessi zero. Tuttavia era poca cosa di fronte alle necessità. C'erano poi i bisogni dell'Ordine. Anche il Generale guar-dava a Padre Pio come a un'ancora di salvezza. - è veramente assurdo che una grande famiglia come la nostra affoghi nei debiti quando un suo componente naviga nell'oro! -esclamò indignato Padre Gianantonio, il quale, dopo l'incontro con Padre Pio, era andato a lamentarsi dal Generale dell'Ordine Cappuccino. - Oltre tutto - aggiunse lasciandosi prendere dalla foga - noi non chiediamo a Padre Pio di regalarci i soldi, ma soltanto di pre-starceli per un certo periodo di tempo. - Gli amministratori della "Casa Sollievo della Sofferenza", con i quali ho parlato anch'io - disse il Generale - sostengono di non essere in grado di venirci in aiuto, anche perché sono impe-gnati nel lavori di ampliamento della clinica. - Ecco un altro aspetto assurdo di questa vicenda - si acca-lorò Padre Gianantonio. - Noi dobbiamo trattare con dei laici, dei borghesi, come se la clinica fosse stata realizzata da loro e non da un nostro confratello. - Be', per la verità, da un punto di vista giuridico i responsabi-li sono loro, i laici - osservò il Generale. - L'Ordine ha rifiutato, fin dall'inizio, di prendersi la responsabilità di quest'opera. - Ma è pur sempre stata ideata da un frate - replicò Padre Gianantonio. - Ed è stata costruita con le offerte indirizzate a un frate cappuccino. Ai laici la gente non avrebbe inviato offerte. Io dico che è giunta l'ora di rimettere le cose a posto. Padre Pio è un frate, vincolato ai voti di povertà e obbedienza: bisogna costrin-gerlo a osservarli. - Pio XII lo ha dispensato dal voto di povertà proprio perché possa amministrare la sua opera. - Adesso però bisogna cambiare - insistette Padre Gianantonio. - L'Ordine ora vuole prendersi cura, come è giusto, della clinica. Perciò si caccino via i laici e subentri l'Ordine Cappuccino. Padre Pio è un frate, le sue opere devono essere dell'Ordine a cui appartiene. - Sì, dovrebbe essere così - ammise l Geherale. - Se me lo permette, Reverendissimo Padre, vorrei lavorare per capovolgere la situazione. - Magari ci riuscisse. Padre Gianantonio era stato uno dei più fedeli collaboratori di Giuffrè. A nome della Provincia di Foggia e dell'Ordine Cappucci-no aveva consegnato miliardi al "banchiere di Dio". Adesso s'im-pegnava a trovare il denaro necessario per tamponare i debiti e considerava la clinica di Padre Pio la sua ancora di salvezza. - Bisogna liberare la "Casa Sollievo della Sofferenza" dalle grinfie dei borghesi - ripeteva ovunque - L'Ordine Cappuccino deve riprendersi ciò che gli appartiene. La mattina del 9 ottobre 1958 i notiziari radio diffusero la noti-zia della morte di Pio XII. Il decesso era avvenuto alle prime luci dell'alba nella residenza papale estiva di Castelgandolfo. Pio XII aveva ottantadue anni. Appresa la notizia, Padre Pio andò in chiesa a pregare e vi rima-se a lungo. Il suo dolore era grandissimo. Tuttavia, quando uscì dalla chiesa verso mezzogiorno, il suo viso era sereno. Confidò a Padre Agostino, il suo confessore: - Il Papa ora è nella gloria del paradiso. Il Signore me lo ha fatto vedere. - Poi, diventando improvvisamente triste aggiunse: - è finita, Padre spirituale. Adesso Satana si scatena.Che intendi dire, figliolo? - Lo saprete presto, Padre. - Padre Pio non ha più un protettore. Adesso possiamo regola-re i conti con lui - affermò gioioso Padre Gianantonio a com-mento della morte di Pio XII. Aveva già ideato un piano per togliere la "Casa Sollievo della Sofferenza" al Padre. Inoltre aveva costituito un gruppo di confra-telli fidati che lo avrebbero aiutato nell'impresa. La scomparsa del Papa che aveva sempre difeso Padre Pio facilitava il suo compito. Al Sant'Uffizio cominciarono subito ad arrivare lettere di prote-sta contro la comunità religiosa del convento di Santa Maria delle Grazie, contro la "Casa Sollievo della Sofferenza" e soprattutto contro Padre Pio. Arrivavano con una frequenza e una costanza che ricordavano gli anni Venti. Diverse erano lettere anonime, ma la maggior parte erano fir-mate, corredate di lunghe relazioni frutto di inchieste private, con tanto di testimonianze giurate. I nemici di Padre Pio adesso agiva-no senza nascondersi, a viso scoperto. Si sentivano protetti, spal-leggiati. Si capiva che c'era un disegno preciso dietro quanto stava accadendo: tutto era organizzato per raggiungere un obiettivo molto evidente. La campagna denigratoria spaziava a largo rag-gio. Le lettere accusatorie venivano inviate al Sant'Uffizio, ma an-che ad altre Congregazioni competenti e perfino al Pontefice. Sul trono di San Pietro, dopo la morte di Pio XII, era stato eletto il cardinale Angelo Roncalli, che aveva preso il nome di Giovanni XXIII. Era un bergamasco già anziano, che aveva sempre svolto il suo ministero lontano da Roma e quindi non era esperto dello "sti-le curia le". Non conosceva i meandri segreti dove venivano prese le decisioni e dove si annidavano raggiri, ricatti, vendette, il tipico sottobosco delle corti che non era assente neppure in Vaticano. Saggio, prudente, pacifico, tollerante, Giovanni XXIII poteva esse-re definito imperturbabile. Tuttavia, leggendo quanto arrivava sul suo tavolo riguardo a Padre Pio, si era spaventato. Conosceva la vicenda del religioso di Pietrelcina. Pur non aven-do mai avuto contatti diretti con lui, aveva seguito sui giornali le varie polemiche in cui era stato coinvolto fin dagli anni Venti, e alla fine si era convinto che fosse veramente un sant'uomo. Ora quelle accuse, così dettagliate e documentate, lo sconvolgevano. Le denunce, infatti, erano gravissime: Padre Pio veniva accusato di trasgredire sistematicamente i voti di povertà, obbedienza e ca-stità. Nelle lettere si sosteneva che il Padre si serviva delle offerte destinate alla clinica per favorire amici e parenti, e in particolare alcune donne, sue predilette, che si erano costruite case nuove nei pressi del convento con i soldi avuti da lui. Era accusato inoltre di non tenere in alcun conto le disposizioni emesse dai Superiori, e di criticare vescovi, cardinali e lo stesso Papa. Gli addebiti più gravi, comunque, riguardavano la sua mora-lità. Si affermava che da anni avesse rapporti sessuali con alcune sue "figlie spirituali", proprio quelle cui avrebbe regalato del de-naro affinché si costruissero la casa vicino al convento. Le avreb-be ricevute in convento anche di notte e sarebbe andato di nasco-sto a visitarle nelle loro abitazioni. Giovanni XXIII era terrorizzato. "Se queste notizie finiscono sui giornali" diceva fra sé "la Chie-sa ne avrà un danno enorme." Ne parlava concitatamente con i propri collaboratori, in partico-lare con il segretario del Sant'Uffizio, il cardinale Alfredo Ottaviani. - Eminenza, ma che succede? Il cardinale Ottaviani, uomo di grande esperienza curiale, non si era allarmato più di tanto. Tuttavia era preoccupato per il nuovo atteggiamento degli accusatori. Quel loro agire spavaldamente a viso scoperto, firmando le accuse, denotava una sicurezza sospetta. - Questi sono pazzi scatenati - commentava leggendo le ac-cuse. - Fino a qualche mese fa a San Giovanni Rotondo era tutto tranquillo, e adesso si scopre che sarebbe un covo di vipere. Il cardinale Ottaviani si sentiva, in un certo senso, coinvolto in quell'ondata di accuse. Capiva che i delatori miravano a colpire pure lui. Era stato lui, infatti, a prendere per primo, in qualità di esponente del Sant'Uffizio e in modo quasi ufficiale, le difese di Padre Pio. Lo aveva fatto nel 1951, quando era assessore del Sant'Uffizio. In un articolo pubblicato dall"'Osservatore Roma-no" aveva elencato i luoghi di pellegrinaggio che giudicava "covi di superstizione", perché basati su manifestazioni spirituali fasul-le. E in quell'elenco non aveva incluso San Giovanni Rotondo, che era così entrato automaticamente nell'elenco dei luoghi di culto ammessi Significava che, dopo trent'anni di condanne, comminate proprio dal Sant'Uffizio, Padre Pio, che era all'origine, con i fenomeni cari-smatici che lo riguardavano, dei pellegrinaggi a San Giovanni Ro-tondo, aveva ricevuto un riconoscimento di altissimo valore. I ne-mici giurati del Padre si erano ribellati, ma erano i tempi di Pio XII, grande protettore del religioso di Pietrelcina. E il Papa in persona era intervenuto per difendere la presa di posizione di Ottaviani. Adesso che Pio XII non c'era più, i nemici del Padre si erano scatenati di nuovo con furia raddoppiata. Ed evidentemente vole-vano colpire anche lui, Alfredo Ottaviani, che nel frattempo era diventato cardinale e segretario della Suprema Congregazione per la difesa della Dottrina e della Fede. "Devo reagire" disse fra sé il cardinale Ottaviani. "Devo difen-dere quanto scrissi nel 1951. E per poterlo fare in modo adeguato, è necessario che io sappia con assoluta certezza che cosa sta real-mente accadendo a San Giovanni Rotondo." Aveva bisogno di una relazione precisa e oggettiva; gli serviva inoltre un abile investigatore, perché sentiva che l'ambiente era al-quanto ostile. Passò in rassegna mentalmente i nomi di diversi col-laboratori segreti e si soffermò su uno: Monsignor Amedeo. Ricordandolo, sorrise. Insieme a lui aveva risolto casi assai con-torti. "Non lo sento da parecchio" pensò con rammarico. "Ormai deve essere anziano, ma è stato il migliore." Lo fece cercare. - è appena uscito dall'ospedale dove è stato operato alla prostata - gli riferirono i segretari. - Fatelo venire subito da me - ordinò il cardinale. Monsignor Amedeo era sulla sessantina, acciaccato nel fisico ma con la mente sempre lucidissima. Il cardinale lo abbracciò con affetto. - Ho bisogno di te - gli confidò. - Sono infermo. - Mi servi infermo - disse il cardinale. Monsignor Amedeo sorrise, si sedette e accese una sigaretta. - Sempre quel tuo maledetto vizio del fumo - lo rimproverò il cardinale. - Ti fa male, soprattutto adesso che sei appena uscito dall'ospedale. - Lo so. Pazienza - rispose Monsignor Amedeo. - Hai ancora dei parenti a San Giovanni Rotondo? - gli do-mandò Ottaviani. - Un fratello e due sorelle. Tutti e tre sposati, con famiglie nu-merose. - Dovresti andare a San Giovanni a trascorrere la convalescenza. Il cardinale raccontò in modo dettagliato all'amico quanto sta-va succedendo intorno a Padre Pio e concluse: - Ho bisogno di sapere come stanno davvero le cose. Io l'ho di-feso, anche ufficialmente, il Padre, e non credo di essermi sbagliato. Adesso però i suoi nemici attaccano anche me. Ho l'impressione che si stia preparando una battaglia tremenda e non voglio essere preso alla sprovvista. Devo avere una visione precisa della situazio-ne. Tu sei il più adatto a fornirmela, e le tue condizioni di salute ti favoriscono: nessuno potrebbe sospettare che sei a San Giovanni Rotondo per ficcare il naso. Devi farmi questo favore. - Sto male, comunque ci vado - rispose Monsignor Amedeo. - Quel povero disgraziato ne ha subite tante che andrei anche al-l'inferno per dargli una mano. - Lo conosci? - Un po'. Quando ero ragazzo gli ho servito Messa, ma non credo si ricordi di me. - Che ne pensi? - Non ho mai visto nessuno dire la Messa come lui. è uno che ci crede sul serio. Ho sempre pensato che sia un vero santo. - Anch'io. Ecco perché dobbiamo aiutarlo a tutti i costi. Monsignor Amedeo rimase tre settimane a San Giovanni Roton-do in casa di parenti, ufficialmente in vacanza per ricuperare le for-ze dopo un delicato intervento chirurgico. Quasi nessuno in paese si accorse della sua presenza. Eppure, grazie alla sua abilità, alle co-noscenze, alle astuzie del mestiere in cui era sempre stato un genio, riuscì a svolgere una mole di lavoro immensa. Tornato a Roma, andò a riferire al cardinale Ottaviani. - La lotta contro Padre Pio è spietata - esordì. - Credo che questa volta difficilmente riuscirà a restare in piedi. - Mi spaventi - rispose il cardinale. - Ma che sta succedendo? - Il movente principale sono i soldi, e tu sai che quando ci so-no di mezzo quelli può succedere di tutto. Padre Pio riceve offerte da tutto il mondo, e la "Casa Sollievo della Sofferenza "incassa somme da capogiro. Così, alcuni gruppi di potere vogliono quella gallina dalle uova d'oro. - Chi sono? - Diciamo che sulla piazza agiscono tre gruppi. L'Ordine Cap-puccino, che si è pentito di aver rifiutato la Casa quando il Padre gliela offrì all'inizio e vorrebbe arrivare a una nuova sistemazione giuridica. Poi ci sono gli attuali amministratori, che dopo tanti sa-crifici si sentono minacciati nei loro giusti diritti e non vorrebbero cedere la clinica a chi prima l'aveva rifiutata. Almeno, non inten-dono cederla finché la soluzione non sarà ben accetta al Padre. - E il terzo gruppo? - Si tratta dei frati da sempre sostenitori di Padre Pio, gli amici fidati che non hanno mai dubitato di lui e che per lui sono stati spesso puniti. Esasperati da tante incomprensioni e persecuzioni, stanno lavorando a un'idea rivoluzionaria e sorprendente: creare una comunità indipendente intorno al Padre. Mediterebbero cioè una scissione in seno all'Ordine stesso, per andarsene a vivere nel-la "Casa Sollievo della Sofferenza". Padre Pio, già fondatore della clinica, diventerebbe così il fondatore di una nuova comunità reli-giosa, che si prefiggerebbe di realizzare anche gli ideali spirituali contenuti nello statuto della clinica. Una mossa a sorpresa che sta suscitando molti timori. - Interessante. E secondo te, chi avrà il sopravvento in questa corsa? - Difficile saperlo. Gli amici di Padre Pio vorrebbero raggiun-gere i loro scopi legalmente, con un'iniziativa alla luce del sole. L'Ordine Cappuccino invece non agisce in prima persona: si fa rappresentare da una combriccola di congiurati poco raccoman-dabile. C'è di mezzo un parroco romano che tu conosci, un frate coinvolto nel fallimento Giuffrè per miliardi, e un altro frate psi-copatico che appartiene alla comunità di San Giovanni Rotondo. Una compagnia di svitati che si danno comunque un gran daffare pescando nel torbido, e io temo che saranno loro ad avere il so-pravvento. - Sarebbe triste. - Stanno facendo cose atroci. Vogliono screditare Padre Pio in modo che venga condannato dalla Chiesa e automaticamente al-lontanato dalla gestione della clinica. - Sono loro, quindi, che inviano tutte queste lettere di accuse contro il Padre... - Il loro piano punta soprattutto a scalfire la moralità del Pa-dre. Intendono dimostrare che è un vizioso e un libertino, che se la spassa con le "figlie spirituali". - Cosa mi dici di queste benedette "figlie spirituali" che salta-no sempre fuori in tutte le accuse contro Padre Pio? - La storia è questa. Le "figlie spirituali", o "pie donne", o "fedelissime" come vengono chiamate, sono tutte donne ormai anziane. Padre Pio le conobbe negli anni Venti. Allora erano gio-vani, alcune forse anche belle, e qualcuna molto ricca. Un'ame-ricana, Maria Pyle, era un'ereditiera, figlia di un magnate del pe-trolio: ha lasciato tutto per vivere vicino al Padre. Un'altra, Luisa Vario, era una delle donne più belle d'Europa, animatrice dei sa-lotti più esclusivi, e anche lei ha abbandonato tutto per Padre Pio. Sono persone che meritano un grandissimo rispetto. Oggi, data l'età e gli acciacchi, sono donne al di sopra di ogni tentazione. E ridicolo pensare che il Padre possa perdere la testa per loro. E am-messo, per assurdo, che l'avesse perduta da giovane, adesso do-vrebbe aver tranquillamente raggiunto la pace dei sensi... "Queste donne hanno sacrificato la vita per lui. Non si sono sposate, hanno accettato un'esistenza di penitenza e preghiera. Si tratta di persone eccezionali, ammirevoli. Naturalmente sono en-tusiaste di questo religioso di cui conoscono meglio di qualunque altro i carismi, la bontà, le sofferenze, lo zelo, il mistero. Lo ado-rano. Quando lo vedono gioiscono come bambine, gli mandano baci; cose normalissime, sane, sante. Padre Carmelo, un religioso equilibrato, aveva permesso che una volta la settimana potessero incontrare tutte insieme Padre Pio, in foresteria, per restare un po' con lui. Un regalo straordinario. Da giovani stavano molto vicine al Padre, ma con l'afflusso dei pellegrini questo non era più pos-sibile. Gli incontri settimanali, perciò, erano una festa. Accoglie-vano il Padre con grida di gioia, di evviva. 'Padre caro, Padre bel-lo... Padre dolcissimo...', e i baci schioccavano da ogni angolo della foresteria. Il Padre, che è un uomo di un equilibrio straordi-nario, rideva, scherzava, gioiva con loro. Ma quei fanatici dei con-giurati hanno registrato questi incontri e li spacciano come festini immorali e orge. "Quei maniaci, allo scopo di procurarsi prove di immoralità del Padre, hanno installato microfoni non solo in foresteria ma anche nella sua cella, in sacrestia e perfino nel confessionale." - Questo è orribile. - Hanno fatto di peggio. Con un cinismo veramente diabolico hanno assoldato alcune ex "figlie spirituali", "ex" nel senso che lungo il corso degli anni si sono dissociate allontanandosi da Pa-dre Pio. Sono persone a modo, distinte, stimate. Le hanno istruite e le mandano in giro a confessarsi da sacerdoti e autorità ecclesia-stiche importanti, di quelle che hanno un peso sui destini del Pa-dre. Sono venute anche qui a Roma per confessarsi a membri del Sant'Uffizio. In confessione, umilmente, con imbarazzo, queste donne raccontano di aver subito molestie sessuali da parte di Pa-dre Pio. Insinuano, piangendo, che il Padre le induceva in peccato, e di non aver avuto il coraggio di sottrarsi alle sue profferte. Capi-sci l'astuzia infernale di questo stratagemma? Non accusano il Pa-dre direttamente, ma confessano un peccato commesso con lui; in questo modo instillano nella mente della persona che dovrà giudi-care il Padre un'informazione tremenda. Oltre tutto, un'informa-zione che, coperta dal segreto sacramentale, non può neppure es-sere verificata. "Questi cospiratori senza scrupoli stanno provocando danni mo-rali spaventosi, che difficilmente, credo, potranno essere riparati." -E il Padre? - Soffre. Sa tutto e sopporta. Un giorno gli hanno annunciato che sarebbe arrivato da Roma quel parroco che sta con i cospiratori, e lui ha mormorato: "Arriva il traditore". "Che cosa avete det-to?" gli ha domandato il confratello, e lui: "Niente, niente, parlo da solo, come i vecchi rimbambiti". "Intorno a lui i cospiratori stanno facendo il vuoto. Tentano di isolarlo. Lui parla per enigmi, sembra che intenda lanciare dei messaggi, ma, come sempre, non vuole offendere nessuno, e per-ciò preferisce tacere e soffrire. Mentre ero lì io, sono arrivati al-cuni suoi amici che per lui sono come dei fratelli. Si sono fermati alcuni giorni senza riuscire ad avvicinarlo. Lo hanno visto soltan-to di sfuggita prima di andarsene. 'Possiamo tornare per Natale?' gli hanno domandato. 'Tempo permettendo... Di questi tempi...' ha risposto vago e preoccupato. 'Padre, vogliamo stare un po' in-sieme' hanno insistito. 'Non è giunta ancora l'ora... Bisogna pri-ma passare per la prova del sangue.' 'Allora, Padre, arrivederci.' 'Figlioli, dove, come e quando Dio vuole. Anche in paradiso.' "Usa un linguaggio criptico, in modo che possa intendere chi èin grado di farlo. Ma è evidente che lui sa tutto." - Gli hai parlato? - No. L'ho visto, e mi ha salutato. Lo conosco da anni. "Prega per me" gli ho detto. "Ne ho più bisogno io" mi ha risposto. E fis-sandomi negli occhi ha aggiunto: "E tu lo sai bene", facendomi capire che sapeva perché ero lì. - Che situazione complicata! - commentò il cardinale, che era diventato pensieroso. - Ora capisco tante cose... Si è vera-mente scatenato Satana. Ti ringrazio, come sempre mi sei stato preziosissimo. Adesso vai a riposarti sul serio, che te lo meriti. Il 14 aprile 1960 il Generale dei Cappuccini inviò una lettera al Papa «implorando" una visita apostolica a San Giovanni Rotondo. Alcuni giorni dopo Giovanni XXIII ricevette in udienza privata il Generale con i suoi più stretti collaboratori. Parlarono di Padre Pio e dell'ambiente di San Giovanni Rotondo. Si dissero molto preoccupati e invocarono ancora la «visita apostolica". Il Papa assicurò che avrebbe preso seriamente in esame la loro richiesta. Giovanni XXIII era sempre più spaventato. Il dossier contenen-te le accuse contro Padre Pio che teneva sul tavolo era diventato un volume massiccio. La richiesta di una "visita apostolica" da parte degli stessi Superiori del Padre lo aveva meravigliato. - Allora la situazione è davvero grave - commentò. Decise di parlare con il vescovo di Manfredonia, Monsignor Andrea Cesarano, responsabile giuridico di San Giovanni Roton-do e quindi anche della comunità religiosa del convento 4i Santa Maria delle Grazie. Giovanni XXIII conosceva bene Cesarano: lo aveva avuto tra i suoi collaboratori quando era giovane. Lo convocò d'urgenza con un telegramma e lo ricevette in udienza privata alle 9 di sera.- Eccellenza, che mi dice di Padre Pio? - gli domandò subito a bruciapelo. - Santità, che devo dire? - rispose un po' sorpreso il vescovo. - Dico che è un religioso esemplare, un santo. - Ne è proprio sicuro? Questa è la mia convinzione. C'era una strana atmosfera. Quelle domande inattese intimidi-vano e infastidivano Monsignor Cesarano. - Se 16 ricorda? - disse il Papa. - è stato proprio lei a farmi conoscere Padre Pio. O meglio, a parlarmene. Mi trovavo a Pari-gi, nel 1947, in veste di Nunzio Apostolico. Mi servivano infor-mazioni sicure su quel religioso e mi rivolsi a lei, che era suo ve-scovo fin dal 1932, se non sbaglio. Lei mi rispose con una lunga lettera che mi impressionò molto. Tra le altre cose mi scrisse: "Da tutti è ritenuto un santo, e il bene spirituale che fa è immenso." E anche: "Posso attestare, mettendo da parte ogni carisma sopran-naturale, che è un uomo di eccezionali virtù, e che il suo nascosto apostolato è una vera sorgente di feconda vita spirituale per le anime . Non si spaventi: non ho una memoria da elefante. Sono andato a rileggermi quella lettera che conservo. E ora le domando se quelle sue affermazioni sono ancora attuali, oppure se negli ul-timi tempi lei ha cambiato idea. - La mia stima per Padre Pio è aumentata, Santità - rispose Cesarano. - Ora lo conosco meglio, e confermo quanto allora le scrissi. - Molti non la pensano come lei. - Prese dalla scrivania il volu-minoso dossier e cominciò a sfogliarlo commentando con il vescovo le varie accuse. Citando i brani di alcune lettere, il Papa appariva vi-sibilmente imbarazzato; e anche Monsignor Cesarano lo era. - Queste accuse - osservò Giovanni XXIII- sono così detta-gliate, documentate, con menzione di persone, fatti, circostanze, che è impossibile non prenderle in considerazione. Deve tener pre-sente che questo dossier non proviene da privati: mi è stato invia-to ufficialmente da persone al di sopra di ogni sospetto. - Capisco, Santità, ma sono convinto che si tratti di calunnie. C'è in atto una guerra a San Giovanni Rotondo. Alla clinica di Pa-dre Pio arrivano molti soldi, e tutti li vogliono. Si è scatenato l'in-ferno contro il Padre e la sua opera. - E se per caso queste accuse avessero un fondamento? Se fi-nissero sui giornali? Sa che danno ne verrebbe per la Chiesa? - Santità, Padre Pio è innocente - ripeté Monsignor Cesarano con le lacrime agli occhi. - Sarei pronto a dare la vita per lui. Papa Giovanni congedò il vescovo, che non gli era stato di grande aiuto. Nei giorni successivi si consigliò con altri collabora-tori. Alcuni difendevano Padre Pio, ma la maggior parte lo accu-sava, manifestando dubbi e sospetti. "è dal 1918 che dà fastidio alla Chiesa" affermò un anziano porporato. Il Papa non volle prendere decisioni. Come pastore della Chiesa, responsabile del bene delle anime, preferì indagare. E non potendo farlo di persona, decise di ricorrere a uno strumento previsto dal codice di diritto canonico, indicato come "visita apostolica". Deci-se di mandare un suo inviato con il compito di osservare, interroga-re, farsi un'opinione e riferire. Ne parlò con il cardinale Ottaviani e il 22 luglio affidò l'incari-co di compiere la "visita apostolica" a San Giovanni Rotondo a Monsignor Carlo Maccari, che era allora segretario del Vicariato di Roma.

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Monsignor Maccari arrivò a San Giovanni Rotondo il 30 luglio 1960, verso le 5 del pomeriggio. Si recò alla «Casa Sollievo della Sofferenza", dove era atteso, e fu al-loggiato nel migliore appartamento, quello riservato alle autorità. - Quanto lusso - disse guardandosi intorno. Si sentiva soddi-sfatto. Aveva temuto di dover alloggiare in qualche angusta came-retta conventuale, che con quel caldo soffocante sarebbe stata cer-tamente un forno. Invece aveva trovato una sistemazione degna di un grande albergo. - Mi rinfresco e tra una mezz'ora vengo in convento a salutare i religiosi - disse al Guardiano che, insieme all'amministratore della clinica, il commendator Angelo Battisti, lo aveva accompa-gnato in camera. - Faccia con comodo, Monsignore - rispose il Guardiano. Maccari era affaticato. Aveva lasciato Roma al mattino presto e si era fermato prima a Foggia, per salutare il Provinciale, e poi a Man-fredonia dal vescovo, Monsignor Cesarano. Maccari aveva quaran-tasette anni ed era un giovane Monsignore nel pieno della carriera. Era stato assistente al Seminario romano, vicedirettore al Seminario di Sant'Apollinare, docente all'Università del Laterano e poi primo parroco nella zona periferica del Prenestino, a Roma. Ora era segre-tario del Vicariato di Roma e animatore della pastorale giovanile delle scuole della capitale attraverso il Centro studentesco romano. Mentre si preparava ripensò all'incarico che gli avevano affidato; si rendeva perfettamente conto della sua grande importanza. Aveva ricevuto ordini dal Sant'Uffizio, ma dietro suggerimento del Papa in persona, ed era quindi deciso a soddisfare a ogni costo le attese del Santo Padre. Quando scese per andare in convento, trovò il Guardiano che lo attendeva. Attraversarono insieme il piazzale. I frati erano già tutti radunati in refettorio. Monsignor Maécan espletò le forma-lità di rito e lesse il decreto di nomina a Visitatore Apostolico, co-me rappresentante del Papa. - Voi conoscete bene qual è il mio compito qui, vi prego perciò di aiutarmi a svolgerlo nel migliore dei modi - disse. - Per evita-re di dare nell'occhio ai laici e ai curiosi, verrò io nel convento per i vari colloqui con ciascuno di voi. Poi tutti i religiosi, uno a uno, andarono a ossequiano. Gli ba-ciavano la mano, e il Guardiano faceva una breve presentazione. Quando arrivò il turno di Padre Pio, il Guardiano disse: - Ecco il nostro confratello più famoso. - Maccari sorrise e porse la mano. Mentre il Padre la prendeva con la sua, coperta dal mezzo guanto marrone, Maccari ebbe un istintivo gesto di repulsa che non sfuggì a Padre Pio. Il mattino successivo, dopo la colazione, Maccari convocò il commendator Angelo Battisti, che oltre a essere l'amministratore della "Casa Sollievo della Sofferenza', era amico strettissimo di Pa-dre Pio. - Perché giù nell'atrio ci sono tutti quei festoni e quei fiori? - domandò. - Ho visto che anche questa mattina sono continuate ad arrivare ghirlande. - Ci stiamo preparando per la grande festa, Monsignore - ri-spose Battisti con aria gioiosa. - Quale festa? - Le nozze d'oro del nostro caro Padre. 1110 agosto ricorrono i cinquant'anni della sua consacrazione sacerdotale. è un traguar-do straordinario, e vogliamo celebrarlo come si conviene. - Coè? - Solennemente - disse Battisti con orgoglio. - Qui nel Sud queste feste sono sacre. Tutto il paese è in grande attesa. L'ammi-nistrazione comunale ha deliberato per proprio conto manifesta-zioni speciali, che ancora non conosciamo perché desiderano fare una sorpresa al Padre. E noi stiamo organizzando una solenne ce-rimonia in chiesa e poi una bella festa qui nella sua clinica. Parlando dei preparativi per la festa Battisti sprizzava entusia-smo. Il 500 anniversario di sacerdozio è il traguardo più prestigio-so nella vita di un sacerdote e viene celebrato con rituali tradizio-nali che risalgono ai primi tempi della Chiesa. Tutta la comunità cristiana in cui il sacerdote opera gli si stringe intorno per festeg-giarlo, e anche le autorità ecclesiastiche partecipano inviando tele-grammi e lettere. Interviene sempre anche il sommo Pontefice con una benedizione speciale, che viene comunicata attraverso una pergamena autografata. - Scusi, ma chi vi ha autorizzato? - riprese acido Maccari. - Noi ci siamo autorizzati. è un nostro omaggio al Padre. So-no mesi che ci stiamo pensando. Abbiamo preparato delle imma-ginette-ricordo, stiamo lavorando a un "numero unico" del gior-nalino dell'Opera di Padre Pio che sarà pronto a giorni, a cui hanno inviato la loro adesione più di ottanta vescovi e cardinali. Insomma, vogliamo fare una cosa davvero degna del nostro Pa-dre. Naturalmente è tutto concordato con il Guardiano e anche con il Provinciale. - No, commendatore, non andiamo bene - disse Maccari scuotendo la testa visibilmente irritato. - Io sono qui, mandato dal Papa, per indagare su Padre Pio. Evidentemente perché ci sono aspetti della sua condotta non del tutto edificanti. E non si può fe-steggiare l'imputato mentre su di lui è in corso un'azione investi-gativa così importante.Imputato? Azione investigativa? Non capisco! - balbettò il commendator Battisti con aria trasognata. - Be', non penserà che io sia venuto qui per distribuire diplomi di benemerenza - ribatté Maccari. - Una "visita apostolica" èun atto giuridico grave, provocato da situazioni molto incresciose, perciò non voglio sentir parlare di feste di nessun genere. Bisogna sospendere tutto. - Non è possibile! - esclamò Battisti allarmato. - Il pro-gramma è stato distribuito da tempo. I Gruppi di preghiera hanno prenotato gli alberghi, arriveranno da ogni parte d'Italia e anche dall'estero. - Gruppi di preghiera ha detto? Per carità! - Ma non si possono fermare, è praticamente impossibile. E poi, che cosa direbbero? Come giustificare questo cambiamento? - Insomma, il Visitatore sono io, e si fa solo ciò che io dico - affermò Maccari perentorio alzando la voce. Seguirono alcuni at-timi di silenzio glaciale. Poi il Monsignore aggiunse: - Voglio ve-dere tutto quello che state preparando: il ricordino, il "numero unico", il programma della festa, mi porti tutto. - Va bene, Eccellenza. A malincuore il commendatore scese nel proprio ufficio, raccol-se il materiale che teneva sul tavolo, lo mise in una cartella e tornò nell'appartamento di Maccari. Il vescovo si era messo a leggere i giornali. Prese i documenti che Battisti gli porgeva e cominciò a esaminarli. Lesse il santino. Una frase diceva: "Fa' che i Gruppi di preghiera diventino fari di luce e di amore". - No, questo non va bene. Nessun accenno ai Gruppi di preghie-ra - disse il Monsignore e con un tratto di penna cancellò la frase. - I santini sono già stati stampati - osservò Battisti. - Be'? Ristampateli - ribatté secco Maccari. Srotolò un grande manifesto con il programma della festa. Les-se in silenzio e poi sentenziò: - Non voglio vedere manifesti di nessun genere. E non ci sa-ranno discorsi commemorativi. Potrete tenere la Messa cantata e basta. Vedo che è annunciata la presenza del vescovo di Manfre-donia. Bene, gli telefonerò dicendogli di non venire. Il "numero unico", poi, deve essere totalmente cancellato. - Sono più di Ottanta i vescovi che, sapendo di questo «nume-ro unico", hanno inviato la loro testimonianza, e ci sono anche dei cardinali - ribatté Battisti. - Ormai è tutto pronto, finito. Stiamo aspettando solo il telegramma del Papa. - Non ci saranno telegrammi del Papa - sentenziò Maccari. - E il «numero unico" va cancellato. Chiaro? Il commendatore sudava. Il tono di voce e i modi scortesi del Monsignore non lasciavano dubbi all'interpretazione. Si rese con-to che la situazione era disperata. - Io non sono stato informato di qtiesto inconveniente - ag-giunse Maccari. - Non desidero essere presente alla festa. Me ne ritorno a Roma e riprenderò il mio lavoro quando sarà finita. Battisti andò subito ad avvertire i propri collaboratori. Tutti ri-masero allibiti. La redazione del giornalino dell'Opera, che stava lavorando al "numero unico", si sentì frustrata. Aveva fra le mani dei documenti straordinari: quasi cento interventi di altrettante personalità ecclesiastiche. Monsignor Montini, arcivescovo di Mi-lano, aveva mandato una commovente lettera scritta a mano. Altre lettere bellissime erano state scritte dal cardinale Lercaro, arcive-scovo di Bologna, e dal cardinale Meyei, arcivescovo di Chicago. Erano arrivati gli auguri di letterati, politici, scienziati, famosi me-dici. Come rinunciare a un materiale del genere? E come giustifica-re la non pubblicazione del "numero unico", dopo che era stata an-nunciata? - Non se ne parla neanche. Noi continuiamo il nostro lavoro come stabilito - affermò il redattore capo, responsabile della pub-blicazione. - Non si può. Monsignor Maccari lo ha categoricamente proi-bito - ribatté amaro Battisti. - Non siamo suoi dipendenti e non siamo religiosi. Lui non ha alcuna autorità su di noi. Facciamo quel che ci piace. - Forse è opportuno sentire Padre Pio prima di decidere - suggerì Battisti. - Questo sì, sono d'accordo. Dobbiamo sempre agire in sinto-nia con il Padre, anche se in questo modo verrà a sapere che cosa gli stiamo preparando. E addio sorpresa. - Pazienza. Ci è andata davvero male. Com'era prevedibile, Padre Pio ebbe un'unica esortazione: - Figlioli, dobbiamo fare una sola cosa: obbedire. Guardò i volti di tutte quelle persone, tristi e demoralizzate, e sorridendo aggiunse: - Vi conosco bene. So con quanto amore stavate preparando la festa. Vi ringrazio e ricambio con tutto il cuore. Furono così sospesi tutti i preparativi. I santini-ricordo vennero ristampati con alcune correzioni, i manifesti con gli "Evviva!" e altre frasi osannanti il festeggiato distrutti, i programmi da affiggere ai muri disdetti. - Ci siamo sbarazzati di tutto. Però, almeno il "numero uni-co" dobbiamo assolutamente prepararlo - disse il caporedattore. - Non si può scherzare. Ci sono di mezzo tante personalità im-portanti, ecclesiastiche e civili, alle quali noi stessi abbiamo solle-citato un intervento. Ci sono articoli che sono stati scritti apposi-tamente per questa circostanza da celebri scrittori quali Bacchelli, Bargellini, Salvaneschi, Bedeschi, Graham Greene. Come spiegare a questa gente che cos'è accaduto? Ci facciamo la figura dei dilet-tanti. E poi, da un momento all'altro dovrebbe arrivare anche l'in-tervento del Papa, un telegramma o una benedizione. Lo abbiamo richiesto alla segreteria di Stato. - Maccari sostiene che non arriverà nessun telegramma dalla Santa Sede - disse' Battisti. - Il sostituto della segreteria di Stato, Monsignor Dell'Acqua, ce lo ha promesso... - Cosa devo dire? Speriamo. Attesero fiduciosi. In quello stesso periodo altri due confratelli di Padre Pio aveva-no celebrato, in altre località della provincia di Foggia, il giubileo sacerdotale, e per loro era stata rispettata in pieno la tradizione. Da Roma il Papa aveva puntualmente inviato la sua personale be-nedizione su una pergamena dorata. Perciò i redattori che stavano preparando il "numero unico erano certi che sarebbe arrivata anche per Padre Pio e attendevano. Nel frattempo il "numero unico", un volumetto del formato «grande quaderno", era pronto: ben 140 pagine. Ciascun interven-to delle personalità che avevano inviato le loro felicitazioni era si-glato con firma autografa. E tutti quei nomi facevano un grande ef-fetto. Mancavano solo le congratulazioni da mettere nelle pagine di apertura, però da Roma continuava a non arrivare niente. Padre Pio stava dunque collezionando un record: era l'unico sacerdote cattolico che non riceveva alcun cenno dal Vaticano per il 500 anni-versario di sacerdozio, quasi fosse un sacerdote indegno. Come se in quel mezzo secolo di apostolato, invece di aver servito onorevol-mente la Chiesa, si fosse macchiato delle colpe più orribili. I redattori del «numero unico" attesero ancora, ma alla fine do-vettero rassegnarsi. Erano in difficoltà: non sapevano cosa inven-tarsi per aprire il loro libretto. Questo tipo di pubblicazioni, in apertura, reca sempre la foto del Papa e lo scritto che egli ha in-viato per la ricorrenza. Sovvertire una consuetudine del genere si-gnificava creare allarme e scontento. Per Padre Pio, tuttavia, la lettera del Papà non era arrivata. Neppure due righe di circostan-za, firmate dall'ultimo dei segretari della Santa Sede. Così, alla fi-ne, fu deciso di usare ugualmente la foto benedicente di Papa Gio-vanni, e di apporvi in calce non le parole del Pontefice bensì un intervento ad hoc, un breve articolo firmato da un laico, Giovanni Gigliozzi, popolare giornalista radiofonico, "figlio spirituale" di Padre Pio e suo collaboratore. Di seguito venivano le lettere dei cardinali e tutte le testimonianze dei vescovi. Il 10 agosto migliaia di persone arrivarono a San Giovanni Ro-tondo per stringersi intorno a Padre Pio. Con le lacrime agli occhi seguirono la Messa da lui celebrata, ma, come aveva comandato il Visitatore Apostolico, non ci furono discorsi commemorativi. Il Padre era commosso per la presenza di tutta quella gente e, nello stesso tempo, anche triste per l'insolito stile della festa. Dalla sua bocca, come sempre, non uscì però né un lamento né una critica. Il 13 agosto, al mattino presto, Monsignor Maccari ritornò a San Giovanni e iniziò concretamente la "visita apostolica". Chia-mava le persone che doveva interrogare, le faceva giurare sul Van-gelo di dire la verità e iniziava con le domande. La visita doveva riguardare i rapporti tra il convento di Santa Maria delle Grazie e la "Casa Sollievo della Sofferenza", ma in realtà Maccari poneva domande solo su Padre Pio. Domande sul-la vita privata e la moralità del Padre.

Erano piuttosto imbarazzanti. Le persone, quasi tutte donne, le note "figlie spirituali" di Padre Pio, uscivano dall'interrogatorio letteralmente sconvolte. Cominciarono a lamentarsi. Andarono da Padre Raffaele, il più fidato amico di Padre Pio, che viveva a San Giovanni fin dal 1927 ed era stato per tanti anni Guardiano. - Questo Visitatore è un pazzo - disse Giacinta a nome delle sue compagne. - Ci ha rivolto domande impertinenti e offensive. Noi adesso lo denunceremo ai carabinieri. - Signore, per carità! Non creiamo altri guai a Padre Pio. Stia-mo calmi. Sopportiamo... - Sopportiamo un accidente! - esclamò indignata Giacinta. - Io non sopporto un bel niente! - Ma che cosa vi ha domandato di tanto offensivo? Si guardarono imbarazzate. - Cose veramente assurde - rispose Giacinta. - Per esempio: "Tu credi che Padre Pio sia Dio? Come lo trovi in confessione? Hai mai fatto l'amore con lui? Quante volte? Che sensazioni pro-vi quando ti guarda?". - Oh Gesù Maria! - esclamò Padre Raffaele. - E ha insistito su questo argomento per tutto il tempo del collo-quio. Io mi sono lamentata, e lui ha ribattuto che doveva indagare. Ma indagare su cosa? Poi ha detto che in Padre Pio regna il demonio dell'impurità e che la sua vita è un "sensualismo mistico". Mi ha in-vitata a cambiare confessore se voglio il bene della mia anima. - Non è possibile. Forse avete capito male... - disse Padre Raffaele. - Padre Raffaè, non mettetevi di mezzo anche voi - sbottò Giacinta arrabbiata. - Quello è un cafone, e noi lo denunciamo. Solo un demonio può pensare certe cose e fare certe domande. - State calme, non fate niente. Andrò io a parlare con il Mon-signore. Non aggraviamo le cose. Quello stesso giorno Padre Raffaele ricevette la visita della Su-periora delle suore che lavoravano nella clinica. - Padre, siamo scandalizzate. - Che cos'è accaduto? - Il Visitatore ci ha convocate tutte insieme e ha tenuto una con-ferenza. Non ha fatto che parlar male di Padre Pio, mettendo in dubbio la sua moralità. Avendo saputo che alcune di noi andavano da lui per avere consigli e confessarsi, ha aggiunto: "Vi suggerisco di scegliervi un altro confessore". Alle più giovani ha chiesto se Padre Pio aveva fatto loro proposte impudiche. Ma dico, come si permet-te? Siamo sicuri che questo Visitatore sia un vero sacerdote? Padre Raffaele era sconvolto e indignato. Non poteva lasciar ca-dere la cosa. Le lamentele che aveva sentito erano troppo gravi. Si armò di tutto il coraggio che possedeva e affrontò il Visitatore. - Monsignore - gli disse - mi deve scusare, ma dovrebbe stare attento a rivolgere certe domande durante gli interrogatori, domande che mettono in dubbio la moralità di Padre Pio... - Come fa a dire questo? - ribatté secco Maccari. - Be', le persone da lei interrogate si sono scandalizzate e sono venute a lamentarsi da me. - Gli interrogatori sono segreti, perciò quelle persone hanno violato un segreto sancito da giuramento. - Erano sconvolte. - Ho degli ordini precisi da rispettare. E poi, per quale motivo vengono a lamentarsi proprio da lei e non vanno invece dal Guar-diano? - Perché io le conosco bene. Sono qui dal 1927 e per tanti an-ni sono stato Superiore del convento. - Come mai questo privilegio? Lei certamente è amico e pro-tettore di Padre Pio. - Io sono un religioso come tutti gli altri. E se sono qui da tanto tempo è per obbedire a quanto mi hanno imposto i Superiori. - E allora continui a obbedire. Io sono il rappresentante del Papa, e lei non deve farmi osservazioni di nessun genere. - Questa è gente semplice... - Non direi. Qui c'è una situazione esplosiva. Ognuno vive co-me crede e non vengono osservati 'gli ordini. Non si osserva la clausura. A Padre Pio è stato proibito di scrivere lettere fin dal 1922, e lui continua a disobbedire. Anche in questi giorni, nono-stante la mia presenza, ha inviato dei bigliettini a certe sue intime. - Sono calunnie. - Li ho fatti sequestrare io stesso. Mi spieghi anche un'altra co-sa: come mai ci sono dei laici che possono andare dal Padre quando vogliono? Mi risulta che abbiano addirittura le chiavi del convento. - Gli unici due laici che possono andare da Padre Pi6 sono Pie-truccio, il cieco, e Silvio, lo spazzacamino. Ci vanno fin da quan-do erano ragazzi. Aiutano il Padre nelle piccole faccende. - Sono proprio loro, invece, a portargli i bigliettini delle donne e a portare poi alle donne le risposte. - Si tratterà di richieste di preghiere, raccomandazioni di casi disperati... - Questo lo dice lei. In ogni caso, d'ora in poi più nessun laico deve entrare in convento. Qui bisogna cambiare tutto. Padre Pio deve essere ridimensionato e ricondotto all'osservanza della regola. è assolutamente necessario trovare un direttore spirituale che lo ri-porti nell'ortodossia. La visita di Monsignor Maccari continuò su una linea di seve-rità. Lo stesso Padre Pio fu sottoposto a lunghi interrogatori che vertevano più o meno sullo stesso argomento. Al termine del suo lavoro Maccari si ritiro in un convento di suore vicino a Roma, dove rimase a lungo per scrivere la relazione, che in-viò poi al Sant'Uffizio. Era un documento di circa 200 pagine, coper-to dal segreto più assoluto. I "figli spirituali" del Padre, però, riusci-rono a corrompere il dattilografo che l'aveva ricopiato e, pagando milioni, ne ottennero una copia. Era una relazione terribile, zeppa di illazioni, sospetti e accuse contro Padre Pio. Tra l'altro, Maccari scriveva che il Padre "copulabat cum muh'ere bis in ebdomada", cioè aveva rapporti sessuali con donne due volte la settimana. La relazione di Monsignor Maccari attizzò ancora di più il fuo-co che ardeva nel Sant'Uffizio, e d'improvviso furono emanati se-veri provvedimenti contro Padre Pio. Gli fu espressamente proibi-to di celebrare matrimoni e battesimi, di confessare i malati, di parlare con i fedeli. Ai sacerdoti e ai vescovi era assolutamente vietato servirgli la Messa. Le sue confessioni non dovevano durare più di tre minuti ciascuna, e la sua Messa non doveva superare i 30 minuti. Fu stabilito che il Padre non doveva più avere alcun contatto fisico con la gente. A questo scopo il convento di San Giovanni fu trasformato in un carcere vero e proprio: vennero in-nalzate sbarre, transenne, cancelli, furono messe catene e lucchet-ti. Inoltre, al Padre fu ordinato in modo tassativo di non ricevere mai donne da solo, né in foresteria né in altro luogo. La lettera del Sant'Uffizio che conteneva tutti questi provvedi-menti si chiudeva con frasi molto dure: "Padre Pio venga invitato a ottemperare a queste regole in virtù dell'obbedienza religiosa e, nel caso di una deprecabile inadempienza, non si escluda l'uso delle pene canoniche". Un linguaggio rude e minaccioso, inusitato nella normale burocrazia ecclesiastica. Un tono che in genere si adoperava soltanto nei confronti dei ribelli che si erano già dimo-strati recidivi nelle loro colpe.

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Perché ci sono quelle catene in-torno all'altare? - I pellegrini che si recavano a San Giovanni Rotondo e la gente del paese che andava in chiesa per assistere al-la Messa rimanevano interdetti di fronte ai cambiamenti interve-nuti al convento. Ovunque erano sorti cancelli chiusi con lucchèt-ti, transenne e sbarre. - Si vuole impedire che la gente infastidisca Padre Pio quando celebra la Messa - rispondevano con un certo imbarazzo i frati. - Per il troppo entusiasmo gli stanno addosso, tutti intorno. Non lo lasciano quasi respirare. - E le transenne in giro per la chiesa? - Quelle servono per creare un corridoio protetto, in modo che il Padre possa passare tra la folla senza pericolo. Ci sono dei fanatici che vengono qui con le forbici e gli tagliano il saio per avere delle reliquie. Le spiegazioni dei frati in genere venivano accettate e condivise dalla gente, che condannava il comportamento di certi esaltati. I pellegrini più attenti, però, non riuscivano a spiegarsi perché il Padre fosse stato isolato, come mai non era più possibile avvicinar-lo e parlargli. E soprattutto perché egli stesso apparisse tanto ab-bacchiato e chiuso. Inoltre, non capivano perché non venisse più accompagnato dai confratelli, che non lo aiutavano a salire gli sca-lini dell'altare nemmeno quando il suo passo era così incerto da farlo barcollare paurosamente. Al posto del confratello che prima seguiva il Padre sorreggendolo in caso di bisogno, adesso c'era un frate dall'aspetto silenzioso e severo, che se ne stava qual-che metro in disparte e lo vigilava come una sentinella. - Chi è? - si domandava la gente indicandolo a dito. - Il nuovo Guardiano. - E perché se ne sta appresso al Padre e non lo aiuta a salire i gradini? - Ha l'ordine di vigilare affinché nessuno usi delle preferenze per Padre Pio. Da Roma sono arrivati ordini che impongono al Pa-dre di vivere come gli altri, di essere considerato uno qualunque. - Vogliono ridurlo a niente... - Dicono che intorno a lui si è creato un mito, e che quel mito deve essere distrutto. Le voci si susseguivano fosche e angoscianti, ma anche cariche di risentimento per il trattamento riservato a Padre Pio. Era guar-dato a vista, come un detenuto pericoloso, e costretto a fare tutto in fretta. Se si attardava nel celebrare la Messa, un frate lo inter-rompeva per sollecitarlo. Se si intratteneva con una persona nel confessionale per più di tre minuti, qualcuno andava a dirgli di sbrigarsi. Il Padre si era chiuso in un silenzio quasi assoluto. Pensava sol-tanto a obbedire alle disposizioni e a pregare. Anche quando pas-sava tra quelle transenne, le sue labbra si muovevano impercetti-bili, nella preghiera. - Come si sente, Padre? - gli domandò un religioso gesuita che era andato a trovarlo. - Non ne posso più. Appariva tremendamente invecchiato. Le malattie e i disturbi di cui soffriva si erano aggravati, e certe mattine non aveva la forza per alzarsi da letto e non scendeva in chiesa a celebrare la Messa. A Roma intanto era iniziato il conciliò Vaticano Il. Da tutto il mondo giungevano nella capitale vescovi e cardinali. E i prelati, soprattutto stranieri, approfittavano dei fine settimana liberi dagli impegni per andare a San Giovanni Rotondo a vedere e parlare con Padre Pio. La "visita apostolica" effettuata da Monsignor Maccari aveva stabilito che il Padre era un grande peccatore, ciò nonostante i rappresentanti della Chiesa si recavano in pellegri-naggio da tutti e si sentivano edificati pur potendo vederlo solo da lontano. Tra i vescovi giunti a Roma per il concilio c'era il polacco Karol Wojtyla. Aveva quarantadue anni ed era vescovo da quattro: uno dei più giovani del mondo. Aveva preso alloggio presso il Collegio polacco, sull'Aventino, ed era felice di essere tornato nella città eterna, dove tanti anni prima aveva studiato teologia. Doveva ri-manervi fino alla metà di dicembre e aveva in programma, oltre agli impegni conciliari, tanti altri progetti. A Roma aveva ritrovato Monsignor AndreI Deskui, suo compa-gno di seminario a Cracovia. Deskur, che era diventato un prelato influente e frequentava i più esclusivi circoli curiali, lo introduceva nei segreti vaticani e gli presentava un sacco di personalità. - Chi vuoi conoscere questa settimana? - gli domandava il lunedì mattina Monsignor Deskur. E Wojtyla gli sottoponeva un elenco. Benché giovanissimo, Karol Wojtyla al concilio divenne Subito il portavoce della delegazione dei vescovi polacchi che, forte di venti-quattro unità, era la più numerosa proveniente dal mondo comuni-sta e perciò godeva di una certa autorità sulle problematiche che af-fliggevano la Chiesa oltre cortina. Era felice del suo successo. E il suo amico Deskur lo aiutava. Insieme formavano una squadra effi-cientissima: due giovani amici all'acme delle loro forze fisiche e intellettuali. Una sera, rientrando al Collegio polacco, Wojtyla trovò una let-tera con una notizia dolorosa: la dottoressa Wanda Poltawska, moglie del suo amico Andrej Poltawski, era malata. Era stata rico-verata in ospedale, e gli esami clinici avevano messo in evidenza la presenza di un tumore. Wojtyla conosceva bene quella donna: era una delle sue miglio-ri collaboratrici. La brutta notizia lo sconvolse. Lo riportò con i piedi per terra, facendogli dimenticare i successi della carriera ec-clesiastica e costringendolo a riflettere sulle tristi e semplici realtà della vita. Conosceva quella donna, conosceva suo marito, cono-sceva le sue quattro figlie. E quella malattia terribile non lasciava spazio alle speranze. - Perché sei così triste oggi? - gli domandò Monsignor Deskur. - Ho avuto brutte notizie da Cracovia - rispose Wojtyla. - Il regime? - No, una persona amica. Sta morendo per un tumore. E ha solo quarant'anni. - Mi dispiace. è un tuo parente? - Qualcosa di più - disse Wojtyla. E dopo una dolorosa pau-sa di silenzio aggiunse: - Si tratta di una mia collaboratrice, la dottoressa Wanda Poltawska. è medico, psichiatra, abbiamo la-vorato molto insieme sui problemi della famiglia. Abbiamo scritto dei libri, e abbiamo lavoro e progetti per il futuro. - Lo sguardo di Wojtyla si perse nel vuoto mentre riportava alla mente tanti ri-cordi. - Che destino strano il suo - riprese dopo un'altra pausa. - In che senso? - domandò Deskur. - Pensa che, nel 1940, quando aveva diciassette anni, fu arre-stata dai nazisti e portata in un lager, dove rimase cinque anni, sottoposta ai più atroci maltrattamenti ed esperimenti medici. Cinque anni d'inferno, ed è sopravvissuta. Adesso, a quarant'an-ni, viene distrutta da un tumore. - Ma è ancora viva: finché c'è vita c'è speranza! - Secondo la lettera, i medici sono pessimisti. Pensano di ope-rarla, ma non danno speranze. Bisogna pregare: solo un miracolo potrebbe salvarla. - Preghiamo. Questa sera inviterò a pregare anche le suore, e domani la ricorderò nella Messa. - Conosci qualche anima mistica, qualche carismatico a cui possiamo chiedere aiuto? - Non saprei, però domanderò in giro e vedrai che qualcuno lo trovo. - Nel 1947 - disse Wojtyla - ero andato a San Giovanni Ro-tondo, in Puglia, a trovare Padre Pio, un frate cappuccino con le stigmate. Mi aveva fatto un'ottima impressione. - Esiste ancora, eccome! è un grande mistico, e dicono che operi prodigi strepitosi. Ha costruito lassù una clinica meraviglio-sa che ha voluto chiamare "Casa Sollievo della Sofferenza". Intor-no a lui sono sorte tante polemiche, e recentemente è stato sotto processo per un intervento del Sant'Uffizio, ma io sono convinto che sia un grande santo. - Vorrei parlare con lui. - Come già fatto! Conosco la persona giusta. Nella segreteria di Stato lavora un signore che è anche l'amministratore della "Ca-sa Sollievo della Sofferenza". è amico di Padre Pio, rivolgiti a lui. - Potrei scrivere una lettera al Padre e fargliela recapitare da questa persona. - Scrivi, e la lettera sarà consegnata immediatamente. Karol Wojtyla salì in camera, prese un foglio da lettera intestato e incominciò a scrivere. Le parole scaturivano sincere dal suo cuo-re. Si rivolse a Padre Pio con affetto, rispetto e umiltà ma anche con grande franchezza, chiedendogli di pregare per la salute di questa sua amica. Poi consegnò la busta a Deskur. Questi si recò in Vaticano e la portò a un suo amico della segreteria di Stato, che chiamò Angelo Battisti. - Un vescovo polacco chiede di far pervenire con urgenza que-sta lettera a Padre Pio. Potresti portargliela? - Oggi è sabato, e nel pomeriggio vado proprio a San Giovan-ni, come faccio ogni fine settimana per svolgere i miei compiti di amministratore. - Bene, eccola. Mi raccomando, consegna la nelle sue mani. - Non dubiti, Monsignore. Era già buio quando Battisti bussò alla porta della cella di Pa-dre Pio. Nella sua veste di amministratore della "Casa Sollievo della Sofferenza" aveva libero accesso al convento, e appena arri-vato a San Giovanni vi si era recato subito. - Ave Maria - rispose Padre Pio. Era la frase che usava per dire "avanti". Battisti entrò nella cella immersa nel buio. Dalla finestrella en-trava un chiarore indistinto. Accese la luce. Il Padre era seduto nella poltrona accanto al letto. Teneva il cappuccio sulla testa e intorno alle sue spalle era avvolto un grande scialle di lana. - Beneditemi, Padre - disse Battisti inginocchiandosi e ba-ciandogli la mano. - Ben arrivato, Angiolino. Com'è andato il viaggio? - lo salutò il Padre con affetto. - Bene, bene, Padre. - Mi raccomando, ricordati di non correre. Con questo tem-po... Hai trovato nebbia? - Un poco. Ma non era fitta. - Raccomandati sempre alla Madonna e all'Angelo Custode. - Le ho portato una lettera - disse Battisti porgendogliela. - Di chi è? - Me l'hanno consegnata alla segreteria di Stato. Ve l'ha scrit-ta un vescovo polacco che si è molto raccomandato che fosse con-segnata personalmente a voi. - Apri e leggi - disse Padre Pio. Chinò il capò per ascoltare. Era raggomitolato su se stesso, avvol-to nello scialle. Stava in quella posizione tutto coperto perché aveva freddo, ma soprattutto per concentrarsi meglio nella preghiera. In quella posizione pregava anche per ore e ore, senza muoversi. Battisti strappò la busta ed estrasse il foglio. L'intestazione reca-va: "Curia Metropolitana Cracoviensis". - E scritta in latino - disse Battisti e cominciò a leggere: - Ve-nerabilis Pater, rogo te orationem fundere pro quadam matre qua-trum puellarum, quadraginta annorum, Cracovie in Polonia (du-rante ultimo bello per quinque annos in campo concentrationis in Germania) nunc in periculo gravissimo sanitatis et etiam vitae ra-tione canceris: ut Deus ei eiusque familiae misericordiam suam in-stante Beatissima Vergine ostendat. In Christo obligatissimus Ca-rolus Wojtyla Episcopus tit., vicarius capitularis cracoviensis in Polonia. (Venerabile Padre, ti chiedo di pregare per una certa ma-dre di quattro ragazze, di quarant'anni, che vive a Cracovia, in Po-lonia (durante l'ultima guerra fu per cinque anni nei campi di con-centramento in Germania) e ora si trova in gravissimo pericolo di salute, anzi di vita, a causa di un cancro. Prega affinché Dio, con l'intervento della &atissima Vergine, mostri misericordia a lei e al-la sua famiglia. In Cristo obbligatissimo. Karol Wojtyla.) - è il Vicario capitolare della diocesi di Cracovia - osservo Battisti. Padre Pio stava raccolto. Aveva ascoltato senza proferire parola e continuava a rimanere assorto, in assoluto silenzio. Battisti atte-se un po' e non sentendo risposta aggiunse: - Padre, devo riferirgli qualche messaggio? Padre Pio attese ancora, poi girò la testa verso Battisti. - Angiolino, a questo non si può dire di no. Battisti rimase sbalordito. Non aveva mai sentito una risposta del genere uscire dalla bocca del Padre. Consegnava lettere e peti-zioni al Padre ogni sabato, e lui lo esortava alla preghiera, alla fi-ducia neI Signore, alla pazienza. Mai aveva detto: "A questo non si può dire di no". "Chi sarà mai questo Karol Wojtyla?" si do-mandava Battisti. Il lunedì mattina, rientrato a Roma, riferì alla persona che gli aveva dato la lettera di aver svolto l'incarico. - Monsignore, ho consegnato di persona la lettera a Padre Pio. - Devo riferire qualche risposta? - Il Padre ha risposto in modo strano. Mi ha detto: "A questo non si può dire di no". Ma chi è questo Wojtyla? - Mah, a quanto ne so è un giovane vescovo polacco, molto amico di Monsignor Deskur. Dicono che al concilio si stia facendo notare per alcuni interventi saggi. è una testa d'uovo, forse diven-terà arcivescovo di Cracovia, adesso che è morto il titolare. Co-munque, è davvero una risposta strana quella di Padre Pio. Ne parlerò con Monsignor Deskur. Battisti riprese il suo lavoro, ma continuava a pensare alla frase del Padre. Quelle che aveva avuto dal Monsignore erano informa-zioni utili, però non spiegavano quella strana risposta. Le parole di Padre Pio nascondevano qualcosa di particolare, di misterioso. Battisti cercò di ottenere altre informazioni su quel giovane vesco-vo dal nome impronunciabile, ma nessuno lo conosceva. Il 28 novembre era un mercoledì. Arrivato al lavoro alla segre-teria di Stato in Vaticano, Battisti fu subito convocato dal Monsi-gnore suo capo ufficio, che gli disse: - Ho un'altra lettera del vescovo polacco per Padre Pio. - Un'altra! Va bene, gliela porterò sabato. - Forse sarebbe meglio se tu ci andassi prima di sabato. Sem-bra molto urgente anche questa. - Se lei mi autorizza, Monsignore, ci vado volentieri. Ho un sacco di lavoro arretrato da sbrigare a San Giovanni. - Facciamo così: ci vai domani, giovedì, e ti fermi fino a dome-nica, così potrai portarti avanti con le tue pratiche amministrative. - La ringrazio, mi fa veramente un favore. Battisti andò a trovare Padre Pio nel primo pomeriggio di giovedì. Un pallido sole scaldava l'aria, e il Padre era seduto in veranda. Battisti lo salutò e ricevette la benedizione in ginocchio, poi disse: - Ho un'altra lettera dal vescovo polacco. - Apri e leggi - gli ingiunse il Padre. Stesso foglio intestato alla diocesi di Cracovia, stessa meticolo-sa grafia. Battisti lesse con voce chiara: -Venerabilis Pater, mulier babitans Cracoviae in Polonia, mater quatrum puellarum, die 21 - XI, ante operationem chirurgicam repente sanitatem recuperavit. Deo Gratias. Tibique, Pater Venera-bilis, item maximas gratias ago nomine ipsius eiusque mariti et cunc-tae familiae. In Christo Carolus Wojtyla, vicarius capitularis Craco-viensis. Venerabile Padre, la donna abitante a Cracovia in Polonia, madre di quattro ragazze, il giorno 21 novembre, prima dell'opera-zione chirurgica, è guarita all'improvviso. Rendiamo grazie a Dio. E anche a te, Padre venerabile, porgo i più grandi ringraziamenti, a no-me della stessa donna, di suo marito e di tutta la sua famiglia. In Cri-sto Karol Wojtyla, Vicario capitolare di Cracovia. La lettera conteneva una notizia da far perdere la testa. Battisti rimase in silenzio con il foglio in mano. Era sconvolto. Una setti-mana e mezza prima il vescovo Wojtyla si era raccomandato alle preghiere di Padre Pio per una persona colpita da tumore. Il Padre aveva risposto dicendo: "A questo non si può dire di no". E ades-so era arrivata la notizia della guarigione istantanea, avvenuta in ospedale sotto il controllo dei medici. Battisti si accorse che gli tremavano le mani. Una commozione tremenda premeva nel suo cuore. Sapeva che non gli era possibile fare commenti per eventi del genere: il Padre lo avrebbe rimprove-rato aspramente. Ma quel silenzio stava diventando un tormento, perché anche il Padre se ne stava zitto. Era assorto e teneva le ma-ni giunte appoggiate al mento. Forse pregava, oppure seguiva sol-tanto il corso dei suoi pensieri misteriosi e "vedeva" cose lontane. Voltandosi verso di lui, finalmente il Padre disse: - Ringraziamo il Signore e la Madonna. Non abbandonano mai i figli che pregano. - E dopo un'altra lunga pausa: - Angio-lino, conserva queste due lettere, perché diventeranno utili. Ora vai, lasciami solo, ci vediamo questa sera. Battisti lasciò la veranda. Scese le scale, uscì sul sagrato e si av-viò verso la clinica che, nella luce del sole di fine novembre, era radiosa. Non c'era nessuno per strada, e Battisti si asciugò le lacri-me che aveva a stento trattenuto fino a quel momento. A Roma Karol Wojtyla aveva ritrovato la sua verve e il suo buon umore. Anzi, era diventato euforico. - Hai notizie dalla Polonia? - gli domandò Monsignor Deskur. - Magnifiche notizie, Andrej - Racconta, non mi dici niente... - La dottoressa Poltawska è guarita. - L'hanno operata? - Il giorno 21 hanno rifatto le analisi e gli esami clinici in vista dell'intervento chirurgico il giorno successivo. Del tumore non c'era più alcuna traccia. - Scherzi? - Mi ha scritto un mio amico medico che faceva parte del-l'équipe che doveva operare. Sono tutti stupiti. Sostiene che un er-rore diagnostico è da escludere, perché ci sono le radiografie che documentano in modo evidentissimo la presenza del male e le analisi di laboratorio sulle biopsie. Non riescono a spiegarsi come possa essere accaduto. - E tu? - Noi sappiamo, AndreI. Abbiamo pregato molto, abbiamo invitato a pregare. E quel religioso che ha le stigmate come Cristo è veramente un uomo di Dio. Me ne ero accorto anche nel 1947, e adesso ho la conferma che non mi ero sbagliato. Monsignor Deskur guardò l'amico che sorrideva felice. Aveva un'altra domanda sulla punta della lingua. Avrebbe voluto do-mandargli: "Perché, dopo la prima lettera, Padre Pio ha detto: 'A questo non si può dire di no?"'. Ma non lo fece. Sapeva che Karol Wojtyla non avrebbe gradito quella domanda.

25

Padre, datemi la vostra benedi-zione. Torno a casa. Era il 12 novembre 1959 commendator Alberto Galletti, mi-lanese, si era inginocchiato davanti à Padre Pio nella sacrestia della chiesetta di Santa Maria delle Grazie. "Figlio spirituale" del Pa-dre, aveva trascorso una settimana a San Giovanni Rotondo e si accingeva a rientrare a casa. - Vai, figliolo. E che l'Angelo del Signore ti accompagni e ti protegga. - E con la mano bendata il Padre tracciò una croce sul capo del "figlio spirituale". - Vorrei chiedervi una benedizione ~peciale anche per il nostro arcivescovo, il cardinale Montini - disse ancora il commendator Galletti. - Oh, non una benedizione, ma una fiumana di benedizioni -rispose Padre Pio. - E aggiungo la mia indegna preghiera. Ma tu dì all'arcivescovo che, dopo questo Papa, toccherà a lui salire sul trono di Pietro. Si prepari. Hai capito? Glielo devi dire! - Lo farò senz'altro, Padre. Tornato a Milano, il commendator Galletti come prima cosa andò a trovare l'arcivescovo e gli riferì l'ambasciata di Padre Pio. - Oh... le strane idee dei santi!... - commentò il cardinale Montini. Conosceva bene il Padre. Aveva imparato a stimarlo la-vorando accanto a Pio XII, di cui era stato segretario di Stato, e (...) era nota la grande stima che Papa Pacelli nutriva per quel reli-gioso. Fu contento quindi di sapere che il Padre pregava per lui, ma non diede peso alle sue previsioni. Eppure risultarono esatte. Quattro anni dopo, il 21 giugno 1963, al termine di un conclave brevissimo durato un solo giorno, il cardinale Montini fu eletto successore di Giovanni XXIII e pre-se il nome di Paolo VI. Il nuovo Papa si ricordò subito di Padre Pio. Sapeva tutto quel-lo che gli era capitato. Conosceva le polemiche, le accuse, i risul-tati della "visita apostolica" di Monsignor Maccari, le disposizio-ni emanate dal Sant'Uffizio. Ed era anche al corrente del modo in cui il Padre stava sopportando il suo calvario. Qualche mese dopo la sua elezione, il Papa convocò il cardinale Alfredo Ottaviani, segretario del Sant'Uffizio. - è mio desiderio - gli disse - che Padre Pio svolga il suo mi-nistero in piena libertà. - Sono d'accordo con lei, Santo Padre - rispose il cardinale Ottaviani, che era sempre Stato anche lui un difensore del Padre. Di colpo l'atmosfera a San Giovanni Rotondo cambiò radical-mente. Sparirono dalla chiesa le transenne, le sbarre, le catene. Caddero nel dimenticatoio le varie disposizioni che facevano del Padre un sorvegliato a vista, e gli fu di nuovo affidato un confra-tello che lo aiutasse negli spostamenti. Non tutti furono però solleciti a uniformarsi ai desideri del Pa-pa, e allora Paolo VI convocò un'altra volta il cardinale Ottaviani e gli disse: - Faccia sapere ai Superiori religiosi dei Cappuccini che devo-no comportarsi con Padre Pio come se non fosse tenuto al voto di obbedienza. Si trattava di un intervento perentorio, che rappresentava il de-siderio di concedere un po' di pace a un uomo ormai anziano, tor-mentato da tutti durante tutta la sua esistenza. L'intervento risoluto di Paolo VI servì a rendere meno dolorosi gli ultimi anni di Padre Pio. Questi era ormai segnato in modo ir-reparabile dagli acciacchi e dalle sofferenze fisiche e morali. Gior-no dopo giorno andava perdendo il suo vigore. Faticava sempre più a camminare. Con i piedi gonfi come palloni si trascinava dolorosamente dall'altare al confessionale e, quando era chiamato alla finestra della sua cella per impartire la benedizione, cosa che avveniva molte volte al giorno, si alzava a fatica dalla poltrona e arrancava verso la finestrella trascinando i piedi. La notte non riu-sciva a dormire. Per quasi un anno lo tormentò un grosso forun-colo all'orecchio sinistro; gli fu bruciato più volte da specialisti, ma si riformava puntualmente. L'asma bronchiale gli provocava un fortissimo senso di oppressione al petto che spesso lo lasciava senza respiro. L'artrosi gli procurava lancinanti dolori aJle ginoc-chia e alla colonna vertebrale; a un certo punto non riuscì più a muovere le gambe, e dovette ricorrere a una sedia a rotelle. Non me le sento più - confidava a chi lo accompagnava. Anche il suo umore era cambiato. Sempre faceto e burlone, perfi-no nei momenti più difficili della sua vita, ora se ne stava in dispar-te, silenzioso, anche durante la ricreazione serale. Tuttavia temeva di essere lasciato da solo. Chiedeva a Padre Alessio, il confratello addetto alla sua persona, di non abbandonarlo. - Figlio mio, rimani qui, perché non mi lasciano in pace un secondo. - Chi vi tormenta, Padre? - Se vedessi quel che vedo io, moriresti di spavento. I "figli spirituali" gli si stringevano allora intorno con affetto. - Come sta, Padre? - Sto tutto fracassato - rispondeva con voce stanca. Il caldo, che era sempre stato suo acerrimo nemico, lo faceva soffrire moltissimo. D'estate andava spesso soggetto a collassi e svenimenti. - Padre, deve riposare, starsene a letto - gli consigliavano i medici. - Ma io non posso stare in cella mentre in chiesa le anime aspettano - rispondeva. Un giorno un gruppo di "figli spirituali" andò a trovarlo e a sa-lutarlo. - Figlioli - disse loro - un altro poco mi vedrete, e dopo non mi vedrete neppure con il cannocchiale. - Padre, per amor di Dio, non ci lasciate orfani. - Ricordatevi che in cielo posso aiutarvi di più. Dopo aver preparato i posti, verrò con Gesù e vi prenderò con me. Siate co-stanti e perseveranti, non abbandonate mai l'ovile. Dove sarò io, sarete anche voi. - Padre, potremo stare veramente vicino a voi in paradiso? - Non sapete quel che dite - rispose. - E che paradiso sarebbe per me, che luogo di perfetta totale felicità sarebbe, se i miei figli non fossero tutti vicini a me? Saremo vicini come se fossimo tutti quanti sulla punta di un ago. Quel che vi raccomando è di amarvi come io vi amo. La gioia più grande di un padre è che i figli si ami-no, che formino un solo cuore, una sola anima. Ve lo ripeto: amatevi come io vi amo. Il 20 settembre 1968 ricorrevano cinquant'anni. dall'impressio-ne delle stigmate di Padre Pio. - Bisogna organizzare una grande festa - disse un confratello al Padre. - Altro che festa! Dovrei fuggire e scomparire per la confusio-ne che provo. Figliolo mio, sappi che io sono il più grande pecca-tore del mondo. - Ma Padre, se è da cinquant'anni che siete crocifisso come Cristo... - Cinquant'anni di indegnità! Padre Pio desiderava che la ricorrenza passasse sotto silenzio. Ma i "figli spirituali" e i rappresentanti dei Gruppi di preghiera avevano deciso di affluire a San Giovanni Rotondo da ogni parte del mondo. I Superiori stabilirono di dedicare il 20 settembre, un venerdì, alla preghiera e alla celebrazione di una festa intima e spirituale. I giorni 21 e 22 però, vale a dire sabato e domenica, ci sarebbe stata festa grande. I figli spirituali avrebbero organizzato a San Giovanni un raduno di tutti i rappresentanti dei Gruppi di preghiera. E avrebbero festeggiato con amore il Padre. Il programma fu divulgato, e cominciarono ad arrivare preno-tazioni da ogni parte. Nel giro di poco tempo gli alberghi non ave-vano più un posto letto libero; andarono esauriti anche quelli dei paesi vicini e di Foggia. Molti fedeli, non avendo trovato per tem-po una sistemazione, decisero di dormire in automobile. La mattina del 20 settembre il Padre celebrò la Messa come sempre alle 5. La chiesa era stracolma. l'altare maggiore e il crocifisso del coro erano stati letteralmente coperti di rose rosse. Poi, per tutto il giorno il Padre rimase in cella o in coro a pregare, e in serata i "figli spirituali" gli manifestarono il loro affetto con una fiaccolata che parti dal piazzale davanti alla clinica e arrivò fin sotto le finestre della cella del Padre. Lui però fu costretto a resta-re a letto: un improvviso malore gli aveva tolto ogni forza. Il mat-tino successivo, quando cercò di alzarsi, fu colto da un attacco d'asma violentissimo, e venne chiamato di corsa il medico. Debo-le e spossato dalla tosse, il Padre non riuscì a celebrare la Messa. Il 22 settembre, domenica, il Padre si era un po' ripreso. Al mattino molto presto scese come al solito nella sacrestia per pre-pararsi a celebrare la Messa delle 5. Trattandosi di un giorno di grande festa, il Guardiano aveva dato ordine che la Messa fosse solenne, cioè cantata. - Non posso farcela - si lamentò Padre Pio. Una Messa can-tata comportava per il sacerdote una fatica notevole. Il Padre si sentiva ancora debole, ma la sua richiesta non fu ascoltata. Arrivò all'altare sulla sedia a rotelle. La sua voce era stentorea e tremolante, e a mano a mano che il rito procedeva sul suo viso si notava uno sforzo enorme. Al "Prefatio" era così stremato che non riuscì a cantarlo e lo recitò. Poco dopo si smarrì: invece del "Pater noster" intonò il "Prefatio". Poi, quando la Messa era quasi al termine, ebbe un collasso. Barcollò vistosamente. - Oddio, il Padre sviene - gridarono coloro che gli erano vici-ni. La folla dei fedeli fu percorsa da un brivido. I confratelli che gli stavano accanto lo sostennero. Fra Guglielmo Bilì, un america-no gigantesco, lo prese tra le braccia possenti e lo adagiò delicata-mente sulla sedia a rotelle. Poi lo condusse in sacrestia. Qui il Pa-dre si riprese e chiese di poter fare il ringraziamento della Messa in sacrestia, e non nel coro, come era sua abitudine. Sembrava non volesse allontanarsi dalla gente che si accalcava alla balaustra e alla porta della sacrestia per avere sue notizie. Continuava a guardare quei suoi "figli spirituali", quasi volesse riempirsi gli oc-chi con i loro visi preoccupati. - Ora vado a confessare - disse a un certo momento. - Padre, non è prudente, siete affaticato - lo consigliarono i confratelli. - è il mio dovere, devo andare, le anime aspettano. Io accontentarono, ma il tragitto verso il confessionale dovette essere interrotto perché il Padre si sentì di nuovo mancare. Allora fu condotto in cella e messo a letto. Riposò tranquillo e alle 10 volle alzarsi. - Voglio salutare per l'ultima volta i miei figli - disse. Il piazzale della chiesa era gremito di gente. Era l'ora in cui, cin-quant'anni prima, nel corpo del Padre si era compiuto il grande mi-stero. Trascinandosi a fatica, sostenuto dai confratelli, entrò nel co-ro della vecchia chiesetta, sostò davanti al crocifisso di legno, poi si affacciò alla finestrella che dava sul sagrato. Agitò la mano coperta dal mezzo guanto. La folla rispose con un boato di grida, applausi e uno sventolare di fazzoletti bianchi. Padre Pio piangeva. Verso sera scese in chiesa e dal matroneo assistette alla Messa ve-spertina. Al termine tentò di alzarsi per benedire la gente, ma non ci riuscì. Rimase piegato in due, incapace di muoversi, e fu sollevato di peso, adagiato sulla sedia a rotelle e ricondotto in cella. Stava molto male. Chiese di avere accanto Padre Pellegrino da Sant'Elia a Pianisi, che da tempo lo vegliava durante la notte. Pa-dre Pellegrino occupava una cella vicina, comunicante con quella di Padre Pio, dove era stato installato un citofono. Così Padre Pel-legrino poteva sentire qualsiasi rumore e intervenire prontamente a ogni richiamo del confratello. In genere Padre Pellegrino prendeva servizio verso mezzanotte, ma quella sera Padre Pio chiese di lui intorno alle 9. - Dov'è Padre Pellegrino? Fatelo venire, per favore - si lamentava. - Eccomi, sono qui, Padre spirituale. - Per favore, figlio mio, non lasciarmi solo. - Non mi muovo, Padre, state tranquillo. Gli altri confratelli se ne andarono. Padre Pio sembrava assopi-to. Padre Pellegrino guardò la stanza soffermandosi sui particola-ri. La vedeva tutti i giorni, quella cella, eppure non l'aveva mai os-servata bene. Addossata alla parete c'era la branda semplice e povera su cui riposava il Padre. Accanto, un inginocchiatoio con sopra una sveglia, un orologio, il crocifisso. Sulla parete, in fondo ai piedi del letto, un grande dipinto della Madonna. Di fronte alla branda un tavolino, sul quale Padre Pio teneva i suoi oggetti per-sonali: una spazzola, un paio di limette per le unghie, un tagliacarte, una sveglia, due orologi, un breviario, le fotografie del Pa-pa, di parenti, di qualche amico e altre piccole cose. Accanto al tavolo, la poltrona. Guardando le sveglie e gli orologi, Padre Pellegrino sorrise. "La sua mania" pensò. "Ha sempre avuto paura di arrivare in ritardo!" Si avvicinò al letto. Il Padre si era addormentato. Allora spense la luce e andò nella stanza accanto. Verso le li sentì la voce di Padre Pio che lo chiamava. - Eccomi - disse entrando nella cella. - Che ore sono? - domandò il Padre. - Le 11. - Grazie, fratello. Dalle il a mezzanotte chiamò altre cinque volte, chiedendo sem-pre l'ora. Padre Pellegrino accorreva e scopriva che il Padre appari-va sereno, tranquillo, come le altre notti. I suoi occhi lacrimavano, ma questo succedeva spesso. Pregava in continuazione. Subito dopo la mezzanotte chiamò per la sesta volta. - Puoi restare con me, figlio mio? - Certo che posso. Padre Pellegrino si sedette sulla poltrona come faceva di solito. - No. Vieni qui, vicino a me - disse il Padre indicando con la mano la sedia. Padre Pellegrino accostò la sedia al letto e si sedette. U Padre gli prese la mano stringendola forte. Tremava come un bambino feb-bricitante. Continuava a chiedere l'ora, come se avesse un appuntamento e fosse impaziente. Non si era mai comportato così, e Padre Pelle-grino cominciò a preoccuparsi. - Guagliò, a dette Messe? - Padre spirituale, è presto per la Messa. - Stamattina la dirai per me. Poco dopo Padre Pio volle confessarsi. Al termine disse: - Figliolo, adesso vorrei rinnovare nelle tue mani l'atto della professione religiosa. Padre Pellegrino ebbe un attimo di sorpresa Si trattava di un gesto che i frati facevano per consuetudine sul letto di morte. Però non aveva l'impressione che Padre Pio fosse così grave. - Non è necessario - si affrettò a dire. - Sì, è proprio necessario - ribatté il Padre. Si raccolse in preghiera. Porse le mani giunte al confratello, che le strinse tra le sue, e con voce tremante pronunciò la formula di rito: - Io, Padre Pio, faccio voto e prometto a Dio Onnipotente, al-la Beata Maria sempre Vergine, al Beato Padre San Francesco, a tutti i santi, e a te, Padre, per tutto il tempo di vita mia, di osser-vare la Regola e la Vita dei Frati Minori, per il signor Papa Ono-rio confermata, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. - E io - gli rispose Padre Pellegrino - se tutte queste cose os-serverai, ti prometto da parte di Dio la vita eterna. Una placida serenità avvolse il volto del Padre. - Figlio mio, se oggi il Signore mi chiama, chiedi perdono per me ai confratelli di tutti i fastidi che ho dato loro. Chiedi anche una preghiera per l'anima mia. - Sono sicuro, Padre, che il Signore vi farà vivere ancora a lun-go. Ma se doveste avere ragione voi, vi chiedo un'ultima benedi-zione per i confratelli, i "figli spirituali" e gli ammalati. - Sì, sì. Li benedico tutti. Chiedi al Superiore che sia lui a dare per me questa benedizione. Il Padre chiuse gli occhi e per alcuni minuti rimase immobile in silenzio. - Non respiro bene a letto, aiutami ad alzarmi. - Forse non è prudente, Padre. - Mi sentirò meglio in piedi. Padre Pellegrino lo aiutò a sedersi sul letto e poi a vestirsi. Il Pa-dre andò al lavabo e si passò dell'acqua sul volto prendendola con le mani dalla brocca. Si pettinò la barba e si sedette in poltrona. - Guarda se il cielo è stellato. - Sì, Padre, è pieno di stelle - disse Padre Pellegrino dopo aver sbirciato dalla finestra della cella. - Allora usciamo. - Il Padre si alzò dalla poltrona da solo. Si raddrizzò completamente, cosa che non faceva da anni. Padre Pel-legrino si avvicinò per sostenerlo, ma si accorse con stupore che non ne aveva bisogno. Camminava dritto e spedito come un giovane. Il confratello lo seguiva allibito. "Non l'ho mai visto così bello e leggero" disse fra sé. Il Padre uscì nel corridoio, si avvicinò alla porta della veranda e accese la luce con le sue mani, cosa che non faceva mai. - Che meraviglia! - mormorò guardando il cielo stellato. Ri-mase alcuni minuti in contemplazione silenziosa, poi sedette sulla poltrona di vimini dove spesso, di pomeriggio, si fermava a pregare. All'improvviso cominciò a impallidire. - Torniamo in camera - disse. Il confratello si avvicinò per aiutarlo ad alzarsi e si accorse che si era appesantito. Non aveva più energia per reggersi, e da solo Padre Pellegrino non riusciva a sostenerlo. - Stia fermo qui sulla poltrona che vado a prendere la sedia a rotelle. Anche in camera faticò molto a spostarlo dalla sedia a rotelle alla poltrona. Sembrava diventato un corpo morto, come se anche la più piccola briciola di energia lo avesse abbandonato. Il suo viso era pallido, le labbra cianotiche. Ripeteva con voce sempre più debole: - Gesù, Maria, Gesù, Maria... Padre Pellegrino si spaventò. - Vado a chiamare il Guardiano. - No, figlio mio, non disturbare nessuno, va già meglio. Seduto in poltrona il Padre guardava fisso la parete di fronte, dove c'erano il ritratto della madre e altre fotografie. - Chi c'è lì? - domandò al confratello. - è il ritratto di sua madre. - Io vedo due mamme. "Gli si è annebbiata la vista" pensò Padre Pellegrino sempre più allarmato. Si avvicinò al quadretto e lo indicò con il dito. - Vede, Padre, questo è il quadretto con il ritratto della sua mamma. Mentre queste sono altre fotografie. - Non preoccuparti, ci vedo benissimo. Lì vedo due mamme. Padre Pellegrino ebbe un sussulto. Tutti i confratelli che cono-scevano bene Padre Pio sostenevano che vedesse spesso la Madon-na. Dicevano che la Vergine era sempre presente nella sua cella e che a volte gli serviva la Messa. Lui stesso lo aveva sorpreso men-tre parlava come se davanti a lui avesse avuto la Vergine, e ne era rimasto sorpreso. "Forse il Padre in questo momento vede la Madonna" pensò. Voleva rivolgergli delle domande per avere la certezza di quella vi-sione, ma si accorse che le forze stavano per abbandonarlo. In po-chi attimi le condizioni di Padre Pio erano precipitate. Padre Pelle-grino andò a bussare alla vicina cella di Padre Guglielmo. Questi avverti il Guardiano e altri confratelli. Qualcuno telefonò in clini-ca. Accorsero i medici trafelati, cercarono di dare ossigeno al Pa-dre per tenerlo in vita e gli fecero delle iniezioni. Ma fu tutto inu-tile. Alle 2,30 Padre Pio, senza un sussulto, senza un respiro affannoso, chinò dolcemente il capo ed esalò lo spirito a Dio. Nella cella si fece un gran silenzio. Dopo una decina di minuti fu necessario iniziare le operazioni per la preparazione della sal-ma. Il corpo del Padre venne disteso sul letto. Dalle mani gli furo-no sfilati i mezzi guanti e dai piedi le calze. I presenti erano curio-si di poter finalmente ammirare quelle piaghe che per mezzo secolo avevano costituito il mistero del Padre. Ma rimasero senza parole. Le mani e i piedi erano perfettamente intatti. Nessun se-gno di ferite, neppure una piccola cicatrice. La pelle era liscia e ro-sea come quella di un bambino. I frati si guardavano in faccia perplessi. Nella mente di qualcu-no che non aveva mai creduto a Padre Pio si fece vivo un pensiero beffardo: "Era tutto un imbroglio". Solo i medici continuarono a osservare attenti e profondamente colpiti. Giravano e rigiravano quelle mani e quei piedi. Li palpavano, li piegavano, li scrutavano alla ricerca di un piccolissimo segno. Os-servarono anche il costato, che appariva perfettamente sano. - Che ne pensate? - azzardò a un certo momento il Padre guardiano. - è accaduto un nuovo grande prodigio - rispose con voce commossa il dottor Francesco Valdi. - Le piaghe sono scomparse senza lasciare cicatrici. Una cosa inaudita, inconcepibile dal punto di vista scientifico. Che le piaghe ci fossero, ne siamo certi, perché esistono le relazioni mediche di diversi colleghi che le hanno stu-diate. Qualsiasi ferita lascia sempre un segno. Nel nostro caso non è avvenuto. Perché la ferita si richiudesse in questo modo, si è do-vuta verificare una "ricostruzione" dei tessuti, una "creazione" di nuove cellule, di nuova carne, di nuova epidermide. Solo in virtù di un intervento miracoloso poteva succedere una cosa del genere. La notizia della morte di Padre Pio trapelò qualche ora dopo. At-traverso le radio e i giornali fu diffusa in ogni parte del mondo. E come per incanto il mondo scoprì quanto popolare e amato fosse il Padre. Tutti piangevano la scomparsa del «frate con le stigmate" e dicevano che era morto un "grande santo". La salma venne esposta nella chiesa di San Giovanni Rotondo alle 8,30 di quel mattino, e per quattro giorni ci fu una processione continua di devoti e ammi-ratori che volevano rendere omaggio al Padre. Passavano davanti alla bara, depositavano un fiore, piangevano, lo salutavano, lo ba-ciavano. Non potevano fermarsi perché l'afflusso era ininterrotto. Giovedì 26 settembre, alle 15,30, un corteo funebre di oltre 100.000 persone sfilò per le vie di San Giovanni Rotondo. Dall'al-to, una pioggia di petali: dagli elicotteri della polizia e dell'avia-zione alcune persone gettavano dei fiori. A sera la salma venne tu-mulata nella cripta della chiesa di Santa Maria delle Grazie, sotto un blocco monolitico di granito azzurro del Labrador. "E adesso?" si domandò Padre Pellegrino smarrito. Era rimasto solo accanto alla tomba, nel silenzio freddo della cripta illuminata fiocamente. Sembrava che non riuscisse a staccarsi da quel luogo. Negli ultimi anni aveva trascorso molte notti accanto a Padre Pio, era stato testimone difatti arcani, di scene inspiegabili, di presenze invisibili e aveva ricevuto confidenze preziose che adesso, nella sua mente, tornavano con interrogativi, domande, dubbi, speranze. "Adesso, Piuccio, dove sei?" si domandava. La risposta gli sem-brava lampante: "Certamente tu sei già in paradiso. Dopo tutto quello che hai sofferto e patito su questa terra!". Tuttavia gli ven-ne anche un dubbio. Ricordò alcune frasi che il Padre aveva detto qualche settimana prima a una delle sue «figlie spirituali": - Quando sarò morto, pregherò San Pietro di poter aspettare sulla porta del paradiso, per far entrare tutti i miei figli quando arri-vera nno. Poi entrerò anch'io. Padre Pellegrino sorrise. - Eh, sì, saresti capace di fare anche questo, Piuccio - disse commosso e salutò con un gesto della mano.