PADRE
PIO E L’EUCARESTIA
I
due poli della vita di Padre Pio
«Come religioso Padre Pio visse generosamente l'ideale del frate cappuccino, come visse l'ideale del sacerdote. Per questo, egli offre anche oggi un punto di riferimento, poiché in lui si trovano sviluppati i due elementi o poteri, che caratterizzano il sacerdozio cattolico nella sua specificità e nella sua vera essenza: la facoltà di consacrare il Corpo e il Sangue del Signore e quella di rimettere i peccati. Non furono forse l'altare e il confessionale i due poli della sua vita? Questa testimonianza sacerdotale contiene un messaggio tanto valido quanto attuale» (Giovanni Paolo 11: San Giovanni Rotondo, 23 maggio 1987).
Le componenti principali della spiritualità del Servo di Dio Padre Pio da Pietrelcina sono indubbiamente due: il suo amore per Gesú e la sua devozione a Maria.
Della seconda il padre Tarcisio da Cervinara ha parlato nel libretto « Padre Pio e la Madonna », pubblicato nel 1983. Ora, in questo opuscolo, egli parla della prima.
In verità di questa egli ha parlato quasi contemporaneamente alla seconda in uno studio dal titolo « Padre Pio e l'Eucarestia », edito a puntate sul periodico « Voce di Padre Pio » (novembre 1983-maggio 1984).
Accogliendo le insistenti richieste di numerosi fedeli, ho raccolto quelle puntate e presento tutto lo studio in quest'opuscolo, che ben volentieri metto a disposizione dei devoti del venerato Padre.
Il mio augurio è un solo. Possa l'esempio mirabile del Serafino di Pietrelcina infiammare il nostro cuore di amore sempre piú grande per Gesú sacramentato.
L'augurio vale per tutti.
In modo particolare, per le anime consacrate, secondo l'esplicita indicazione dello stesso venerato Padre.
Poiché il padre Tarcisio cita spesso il documento «Presbyterorum Ordinis », ho creduto opportuno pubblicare in appendice parte del capitolo secondo del celebre decreto conciliare.
In esso vengono descritte
le principali funzioni dei presbiteri, i quali sono presentati sotto tre aspetti:
come ministri della parola di Dio, come ministri della santificazione con i
sacramenti e l'eucarestia, come guide ed educatori del popolo di Dio. Tutti
possono facilmente constatare come queste funzioni sono state fedelmente
adempiute dal venerato Padre Pio.
A riguardo abbiamo la parola autorevole di Giovanni Paolo II, il quale, il 23 maggio 1987, nel discorso pronunziato nel santuario di Santa Maria delle Grazie, affermò quanto segue: «Basta ricordare quel che insegna il Concilio Vaticano II sul Sacramento del Sacerdozio, soprattutto nel decreto "Presbyterorum Ordinis". Esso ribadisce quei valori essenziali e perenni del sacerdozio, che in Padre Pio si sono realizzati in modo eccellente ». (Cf. « Voce di Padre Pio », agosto-settembre 1987, p. 23).
San Giovanni Rotondo, 10 agosto 1990, 80°
anniversario dell'ordinazione sacerdotale di Padre Pio. Padre Gerardo Di
Flumeri Vice Postulatore
Gli atti del Vaticano II non
hanno steso una costituzione dogmatica e tanto meno un decreto nei riguardi
del mistero eucaristico.
Il concilio di Trento,
invece, ha consacrato tre sessioni, - XIII, XXI, XXIII -, su venticinque che
lo compongono, per esporre e definire la dottrina cattolica sull'Eucarestia.
Tuttavia colpisce il fatto
che quasi tutti i documenti del Vaticano II, fatta eccezione di tre testi (Inter
mirifica, Nostra aetate, Dignitatis humanae) menzionano l'Eucarestia.
I temi in cui possono essere raggruppate le numerose
riferenze conciliari sono piú di un centinaio. Sulla falsariga del concilio, ne
tratto tre, in ordine a Padre Pio:
I - L'Eucarestia nella vita
spirituale del Padre;
II - Padre Pio eccezionale
liturgo dell'Eucarestia;
III - La pastorale
eucaristica dell'apostolo di Pietrelcina.
Nella santissima Eucarestia, dice il Vaticano II, è
racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa (cf. PO 5). Essa è ancora
centro e radice di tutta la vita sacerdotale (cf. PO, 14. 18).
La vita di Padre Pio ruota intorno al tabernacolo: l'Eucarestia
è il suo centro di gravitazione.
Dalle testimonianze dei pietrelcinesi suoi coetanei
si è venuto a sapere che da fanciullo Padre Pio era assiduo alla chiesa;
apparteneva al gruppo dei chierichetti; ascoltava ogni giorno la s. Messa;
riceveva con una certa frequenza la comunione e la sua pietà euricaristica
era di edificazione a tutti.
I sacerdoti del paese additavano agli altri fanciulli
l'esempio del piccolo Francesco, con la segreta speranza di suscitare nei
chierichetti eventuali vocazioni i cui segni apparivano evidenti nel figlio di
zia Peppa.
Da frate, per ragioni di salute, Fra Pio dovette restare
per alcuni anni a Pietrelcina, in quanto i superiori speravano che l'aria
nativa gli restituisse la sanità fisica, compromessa in un modo misterioso.
La gente del paese testimonia che Fra Pio passava
ogni giorno lunghissime ore dinnanzi a Gesú sacramentato, a volte intere
nottate. A quelli che si raccomandavano alle sue preghiere era solito dire: «
Lo dirò a Gesti sacramentato, quando sarò vicino al suo tabernacolo ».
Per questo periodo poi ci vengono incontro alcuni
documenti già editati, i quali ci fanno conoscere, a guisa di sprazzi, il fuoco
eucaristico che incendiava il cuore di Padre Pio.
Innanzitutto egli sente una forza singolarissima, che
lo spinge all'Eucarestia, mentre, nello stesso tempo, è divorato da una fame
grandissima di ricevere Gesù.
Il 29 marzo 1911 scrive a p. Benedetto: « Il cuore
si sente come attratto da una forza superiore prima di unirsi a lui la mattina
in sacramento. Ho tale fame e sete prima di riceverlo, che poco manca che non
muoia di affanno. Ed appunto perché non posso di non unirmi a lui, alle volte
colla febbre addosso sono costretto ad andarmi a cibare delle sue carni.
E questa fame e sete anziché rimanere appagata, dopo
che l'ho ricevuto in sacramento, si accresce sempre piú. Allorché poi sono già
in possesso di questo sommo bene allora sí che la piena della dolcezza è
proprio grande che poco manca da non dire a Gesú: basta, che non ne posso quasi
proprio piú. Dimentico quasi di essere al mondo; la mente ed il cuore non desiderano
piú nulla e per molto tempo alle volte anche involontariamente non mi vien
fatto di desiderare altre cose » (Espist. I, 217).
Il Serafino di Pietrelcina pensa che sia una cosa
normale per tutti il fuoco che gli brucia nel petto. « Mi vado alle volte
domandando - scrive il 2 dicembre 1912 a p. Agostino - se vi siano delle anime
che non si sentono bruciare il petto del fuoco divino, specialmente allorché si
trovano dinanzi a lui in sacramento. A me sembra ciò impossibile, massimamente
se ciò riguarda un sacerdote, un religioso. Forse quelle anime che dicono di
non sentire questo fuoco, non l'avvertono a causa del loro cuore piú grande.
Solo con questa benigna interpretazione mi associo ad
essi, per non tacciarli della nota vergognosa di menzogneri » (Espii. I, 317).
Gesú è necessario a Padre Pio. Egli non sa vivere
senza Gesú sacramentato, specialmente quando turbamenti di coscienza e
afflizioni di ogni genere lo fanno martirizzare: «Mi sento... alle volte
tentato di tralasciare la comunione quotidiana, ma per il passato mi sono sempre
vinto. Tutto sia a gloria di Gesú. E come poi, o padre mio, potrei vivere senza
accostarmi a Gesú anche per una sola mattina? » (Epist. 1, 185).
A volte, di giorno in giorno, va soggetto a tentazioni:
Padre Pio in questi casi, con una certa frequenza, viene assalito dal dubbio
se abbia rigettato le insinuazioni del maligno. « Piango e gemo molto ai piè
di Gesú sacramentato per questo, - scrive il 6 luglio 1910 a p. Benedetto -, e
molte volte mi pare di esser confortato; ma sembrami pure alle volte che Gesú
si nasconde all'anima mia.
La penna è impotente a descrivere ciò che passa
nell'anima mia in questi momenti di nascondimento di Gesú » (Espit. I, 187).
In questi momenti, se è dolce il conforto del Signore,
gli è duro il nascondimento di Gesú.
La pena, che sperimenta per il nascondimento del
Diletto, porta Padre Pio a considerare le tante offese che Gesù riceve dagli
uomini proprio nel sacramento del suo amore. Che ne sarebbe - si domanda - se il
Padre celeste togliesse il Figlio suo da questo mondo per punire questi uomini
ingrati e indegni?
« Ahimé, padre mio, - scrive 1'8 settembre 1913 a
p. Agostino -, quante offese riceve Gesú dagli uomini! Mi sento agghiacciare
il sangue in considerare tanto amore di Gesú sì mal corrisposto... Quante volte
innalzo la voce al Padre celeste che per la mansuetudine di questo e per la
riverenza dovuta a quest'adorabile persona o ponga termine al mondo o dia fine a
questa iniquità. Egli è onnipotente, lo può. Supplicatelo incessantemente
anche voi a questo fine. A me non basta l'animo, perché sono debole assai, di
supplicare questo celeste Padre di togliere questo suo diletto Figliuolo da
mezzo al mondo per sottrarlo a tanti oltraggi. Che sarebbe degli uomini senza
aver Gesú in mezzo a loro; ma specialmente che ne sarebbe di me?! Sento tutta
la mia debolezza e la mia impotenza. A questo luttuoso pensiero fremo e sono
preso dall'orrore e dalla paura dei castighi che Iddio può mandare ai nostri
sventurati fratelli » (Epist. I, 414s). Una pagina questa, che gronda zelo e
amore per Gesú da ogni rigo. Sarebbe giusto che, per le tantissime offese che
riceve, Gesú venisse sottratto agli uomini. Ma che sarebbe allora di Padre
Pio, che sperimenta da ogni parte debolezza ed impotenza? È necessaria
quindi per tutti, e in particolare per lui, la presenza eucaristica di Gesú in
mezzo a noi.
I contatti di Padre Pio con Gesú eucaristico a Venafro
hanno avuto un aspetto del tutto singolare. Verso la fine di ottobre del 1911
Padre Pio raggiunge il convento di Venafro per frequentare il corso di sacra
eloquenza.
La permanenza venafrana del Padre fu molto breve.
Ammalatosi gravemente, egli dovette fare ritorno a Pietrelcina il 7 dicembre
dello stesso anno.
In questa quarantina di giorni, si verificarono intorno
a Padre Pio fenomeni straordinari.
Padre Agostino da San Marco in Lamis registra estasi,
visioni celesti, vessazioni diaboliche avvenute in questo periodo.
Padre Pio vive soltanto di Eucarestia: sono sublimi
i colloqui che intercorrono tra lui e Gesú, dopo averlo ricevuto.
Nei resoconti che il padre Agostino stende nel suo
Diario, a riguardo dei colloqui che il Padre tiene con Gesú, appare l'incendio
di amore, che brucia il cuore del frate cappuccino, prima di ricevere Gesú
eucaristico (estasi del 29 novembre 1911).
« Gesú... perché la mattina quella sete?... hai
ragione, - dice Padre Pio nell'estasi - mi manchi Tu che sei il mio Padre, il
mio Sposo » (Cf. Diario, 38).
Già nell'estasi del 28 novembre il Serafino di Pietrelcina
aveva detto a Gesú: « O Gesú io ti amo... assai... voglio essere tutto
tuo... non vedi che io ardo per te? ... Tu mi chiedi amore, amore, amore,
amore,... ecco io ti amo... vieni in me tutte le mattine... stiamo, stiamo
soli... io con te solo, tu solo con me... O Gesú, dammi il tuo amore... quando
tu vieni nel mio cuore, se tu vedi qualcosa che non piace al tuo amore, distruggila...
Io ti amo... ti terrò stretto stretto... non ti lascerò partire, tu sei libero
è vero, ma io... ti terrò stretto stretto... quasi ti toglierò la libertà »
(Cf. Diario, 35).
L'amore per Gesú sacramentato è ardente nell'anima
del Padre. Esso non è solo di donazione, ma anche d'intercessione. Nell'estasi
del 30 novembre egli ha un'accorata supplica per i sacerdoti che salgono
indegnamente all'altare: « Come non vedi?... pure all'altare ti vengono ad
insulare?... te l'hanno fatte delle grosse?... ma perché non guardi agli Angeli
tuoi, ai buoni sacerdoti?... Ma aiuta quegl'infelici... anch'essi sono
sacerdoti... I sacerdoti devi aiutarli - supplica il Padre alla fine dell'estasi
- massime ai nostri giorni... sono fatti spettacolo, bersaglio di tutti » (Cf.
Diario, 41, 43).
Padre Agostino ci riferisce ancora che Padre Pio, in
questo periodo, ricevette la santa comunione due volte in estasi, senza
accorgersene, tanto che dové dirgli: « Padre Pio, per santo, obbedienza,
ricevi Gesú dalle mie indegne mani! » (Cf. Diario, 55).
In una di queste estasi, quando ha Gesù nel cuore,
egli dice al Signore: « Già ti sentivo nel cuore come i discepoli di Emmaus...
ti sentivo... con la tua dolcezza... la sete non sa lento piú... Ah Gesú
mio, dolcezza mia... e come posso vivere senza di te? Vieni sempre, Gesú mio,
vieni, possiedi tu solo il mio cuore... Oh se avessi infiniti cuori, tutti i
cuori del cielo e della terra, anche il cuore della Madre tua, tutti tutti li
offrirei a te... Gesú mio, dolcezza mia, amore amor che mi sostiene...
grazie... a rivederci! » (Cf. Diario, 54).
Questo contatto con il Signore nell'Eucarestia andrà
aumentando durante tutto l'arco della vita del Padre. Se Padre Pio non è
all'altare, i suoi occhi sono in continuazione rivolti al tabernacolo. Basti
pensare alle ore, che egli passava accanto a Gesú sacramentato, durante il
giorno.
Al mattino, dopo aver celebrato, ascoltava in cappellina
una santa messa come ringraziamento a Gesú, che gli era sceso nel cuore.
Durante tutto il tempo delle confessioni, i suoi occhi
non dimenticavano il tabernacolo.
E che dire del tempo in cui gli fu ridotta l'attività
pastorale? Durante questo lungo e penoso periodo, Padre Pio o stava per ore ed
ore sull'altare della cappellina del convento a celebrare oppure stava in coro
dinanzi a Gesú sacramentato senza risparmio di tempo.
Il posto dunque di Padre Pio, dopo l'altare, era il
taberancolo.
E di questo ho avuto io stesso una conferma. Alla
morte di padre Agostino, - 14 maggio 1963 -, dopo i funerali, la salma
dell'estinto partí per il cimitero.
E Padre Pio, che era stato per lunghissime ore nel
matroneo, era tutto emaciato, abbattuto, stanchissimo.
Credendo di arrecargli un certo sollievo, gli dissi:
« Padre spirituale, andiamo in camera ora, cosí riposa un tantino ». E il
Padre: « Dove voglio andare, figlio mio!... Il mio posto è qua! » mi disse,
fissando con gli occhi il tabernacolo.
Solo in paradiso sarà possibile conoscere quanto
amore vi fosse nel cuore dello Stigmatizzato del Gargano per Gesti
eucaristico.
Uno spiraglio di quest'amore è contenuto nel primo
volume dell'espistolario. Padre Pio, scrivendo a padre Benedetto, l'8 settembre
1911, mentre gli confida le prime apparizioni delle stigmate che, ad intermittenza,
fanno la loro comparsa alle mani ed ai piedi, dice ancora: « Molte cose avrei
da dirle, ma mi viene meno la parola; solo le dico che i battiti del cuore,
allorché mi trovo con Gesú sacramentato sono molto forti. Sembrami alle volte
che voglia proprio uscirne dal petto » (Cf. Epist. 1, 234).
L'anima eletta di Luigina Sinapi, morta in concetto
di santità, e figlia spirituale del Padre, stando in chiesa a S. Giovanni
Rotondo, vide un faro di fuoco uscire dal cuore di Padre Pio, che era nel
matroneo, e proiettarsi sul tabernacolo.
Luigina chiese al Signore che cosa significasse
quella visione. E l'Angelo Custode le disse: « È l'amore di Padre Pio per
Gesù sacramentato ».
I valori essenziali del sacerdozio «Il Decreto "Presbyterorum Ordinis" del Concilio Vaticano II ribadisce quei valori essenziali e perenni del sacerdozio, che in Padre Pio si sono realizzati in modo eccellente. Certo, esso propone anche nuove prospettive e nuove forme di testimonianza, piú adatte alla mentalità dei nostri tempi. Ma sarebbe un grave errore se, per una mal orientata spinta al rinnovamento, il sacerdote dimenticasse quei valori fondamentali; e non ci si può certo appellare al Concilio per motivare una simile dimenticanza» (Giovanni Paolo Il: San Giovanni Rotondo, 23 maggio 1987).
L'offerta
di se stesso «Un aspetto essenziale del sacro ministero, e
ravvisabile nella vita di Padre Pio, è l'offerta che il sacerdote fa di se
stesso, in Cristo e con Cristo, come vittima di espiazione e di riparazione
per i peccati degli, uomini. Il sacerdote deve avere sempre davanti agli occhi
la definizione classica della propria missione, contenuta nella lettera agli
Ebrei: "Ogni sommo sacerdote, scelto fra gli uomini, viene costituito per
il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e
sacrifici per i peccati"» (Giovanni Paolo II: San Giovanni Rotondo, 23
maggio 1987).
1. Il sacerdozio di Padre Pio
I presbiteri, incentrati essenzialmente nel Cristo
per il loro ministero, sono sacramenti visibili del Signore per continuare tra
gli uomini il suo ministero di salvezza (PO, 5).
Il Decreto sul ministero e vita sacerdotale del Vaticano
II dice cosí: « I sacerdoti... vengono elevati alla condizione di strumenti
vivi del Cristo eterno sacerdote, per proseguire nel tempo la sua mirabile
opera, che ha reintegrato con divina efficacia l'intero genere umano » (Cf. PO,
12).
La singolare grazia di essere stato elevato da Dio
con il sacramento dell'Ordine a strumento vivo del Signore con la configurazione
a Cristo sacerdote, Padre Pio la fa trasparire in una lettera scritta il 9 agosto
1912 a p. Agostino, in cui rievoca la sua ordinazione sacerdotale.
« Ma, padre mio, mentre io scrivo dove vola il mio
pensiero? Al bel giorno della mia ordinazione. Domani, festa di S. Lorenzo, è
pure il giorno della mia festa. Ho già cominciato a provare di nuovo il gaudio
di quel giorno sacro per me. Fin da stamattina ho incominciato a gustare il
paradiso... E che sarà quando lo gusteremo eternamente!? Vado paragonando la
pace del cuore, che sentii in quel giorno, con la pace del cuore che incomincio
a provare fin dalla vigilia, e non ci trovo nulla di diverso.
Il giorno di s. Lorenzo fu il giorno in cui trovai il
mio cuore piú acceso di amore per Gesà Quanto fui felice, quanto godei quel
giorno! » (Cf. Espit. I, 297s).
I presbiteri, che debbono essere santi, ricorda il
sumenzionato Decreto, vengono elevati a tanta dignità per proseguire nel
tempo la mirabile opera del Signore. E Padre Pio vuole essere santo e allo
stesso tempo vuole essere anche una vittima. Tutte e due queste cose egli le
lascia trasparire nella immaginettaricordo che preparò per la prima messa.
« O rex, dona mihi animan meam pro qua rogo et
populum meum pro quo obsecro (Esther 7,5). Gesù / mio sospiro e mia vita / oggi
che trepidante Ti elevo / In un mistero d'amore / Con te io sia pel mondo /
Via Verità Vita / E per Te Sacerdote Santo / Vittima perfetta / P. Pio,
Cappuccino ».
Dal giorno dell'ordinazione, la santa Messa celebrata
da questo singolare figlio del Serafico, con l'andare del tempo, impressionerà
tanto il popolo di Dio, che sarà chiamata significativamente: « La messa di
Padre Pio ».
Innanzitutto il Padre sa che Gesù concede un bacio
di pace a quelli che celebrano.
Scrivendo il 17 agosto 1913 a p. Asgostino, egli dice:
« Vi consoli, caro padre, il dolce pensiero di amare Gesù e di essere assai di
piú da lui riamato. Chiediamogli la grazia di amare e di vederlo amare sempre
piú. Chiediamogli con la sposa dei sacri Cantici: "Osculetur me osculo
oris sui, quia meliora sunt ubera tua vino". Quante volte questo bacio di
pace, a noi sacerdoti specialmente, viene dato da Gesù nel santissimo
sacramento! Sí, desideriamolo ardentemente questo bacio dalla bocca divina e piú
ancora mostriamocene riconoscenti. Qual piú caro dono possiamo noi miseri
mortali desiderare da Dio?! » (Cf. Epist. I, 406).
Questo bacio di pace del Signore è accompagnato da
fenomeni singolarissimi. Essi producono cose mirabili nell'anima e nel corpo
di Padre Pio.
A p. Benedetto, 1'8 settembre 1911, confida: «All'altare
alle volte mi sento talmente un accedimento per tutta la persona, che non
posso descriverglielo. Il viso massimamente mi sembra che voglia andare
tutto in fuoco. Che segni sono questi, padre mio, lo ignoro »
(Cf. Epist. I, 234).
In poche parole, in concomitanza con la celebrazione
della santa messa, si sono verificati in Padre Pio alcuni fenomeni mistici:
tocchi sostanziali, dono delle lacrime, fusione dei cuori, stigmate, per citarne
alcuni.
Non mi fermo al dono delle lacrime, perché questo
fenomeno straordinario è stato percepito dalla maggior parte dei pellegrini,
che hanno assistito alla celebrazione della sua santa messa.
Chi non ha visto piangere il Padre quando leggeva
l'epistola o il Vangelo? Chi non ha sperimentato le tenerezze del suo animo,
che gl'imperlavano il ciglio di lacrime, quando celebrava le feste liturgiche in
onore della mamma di Gesú? E chi non ha visto fremere e piangere il Serafino di
Pietrelcina allorché all'altare si cibava con la carne immacolata del Signore?
Riguardo al tocco sostanziale riporto solamente
quello che Padre Pio sperimentò nella festa del Corpus Domini del 30 maggio
1918.
Scrivendo a p. Benedetto, il 27 luglio 1918, il Padre
dice: « Rammento che il mattino di detto giorno all'offertorio della santa
messa mi si porgesse un alito di vita; non saprei dire nemmeno lontanamente ciò
che avvenne in quel fugace momento nel mio interno, mi sentii tutto scuotere,
fui ripieno di estremo terrore e poco mancò che non venissi a mancar di vita;
poi subentrò una calma completa da me non mai sperimentata per l'addietro.
Tutto questo terrore, scuotimento e calma che l'una
succedette all'altro fu causato non dalla vista, ma da una cosa che mi sentii
toccare nella parte piú secreta ed intima dell'anima. Io non riesco a dire altro
di questo avvenimento. Piaccia a Dio farvi intendere la cosa come avvenne
nella sua realtà » (Cf. Epist. I, 1053).
Né meno espressive sono le parole del Mistico di
Pietrelcina quando parla della fusione dei cuori. In una lettera del 18 aprile
1912 il Padre confida a p. Agostino: « Il buon Gesú... non mancò... dopo di
consolarmi e fortificarmi nello spirito.
A stento potei recarmi al divin prigioniero per celebrare.
Finita la messa mi trattenni con Gesù nel rendimento di grazie. Oh quanto fu
soave il colloquio tenuto col paradiso in questa mattina! Fu tale che pur
volendomi provare a voler dir tutto non lo potrei; vi furono cose che non
possono tradursi in un linguaggio umano, senza perdere il loro senso profondo
e celeste. Il cuore di Gesù ed il mio, permettetemi l'espressione, si
fusero. Non erano piú due cuori che battevano, ma uno solo. Il mio cuore era
scomparso, come una goccia d'acqua che si smarrisce in un mare. Gesù n'era il
paradiso, il re. La gioia in me era sí intensa e sí profonda, che piú non
mi potei contenere; le lacrime piú deliziose mi inondarono il volto » (Cfr.
Epist. I, 273).
Se i fenomeni mistici colpiscono chi scorre l'epistolario
dello Stigmatizzato del Gargano, tanto ricco di doni straordinari, non meno
commovente e impressionante è quanto la santissima Eucarestia opera
fisicamente nel Serafino di Pietrelcina.
« Ieri festività di s. Giuseppe - scrive il Padre
il 21 marzo 1912 - Iddio solo sa quante dolcezze provai, massime dopo la messa,
tanto che le sento ancora in me. La testa ed il cuore mi bruciavano; ma era un
fuoco che mi faceva bene. La bocca sentiva tutta la dolcezza di quelle carni
immacolate del Figlio di Dio. Oh! se in questo momento che sento quasi ancora
tutto mi riuscisse di seppellire sempre nel mio cuore queste consolazioni
certo sarei in paradiso! » (Cf. Espist. I, 265).
Tutto questo fa capire bene il grande dolore che
viene arrecato all'umile figlio del Serafico quando, durante il servizio
militare, non gli viene data la possibilità di poter celebrare.
Scrivendo da Napoli, il 16 agosto 1917 a p. Benedetto,
il Padre dice: « Ieri mattina sono stato visitato due volte, da un capitano e
da un maggiore, e tutti e due confermarono la diagnosi fatta dagli altri. Mi fecero
la base e mi mandarono per altre osservazioni nella prima clinica medica, dove
vi passai ieri sera.
Qui se ne passeranno almeno un'altra decina di
giorni...
Sono estremamente sconfortato per l'unica ragione
che qui non si può celebrare, perché manca la cappella e fuori non ci è
permesso di uscire. Che desolazione! » (Cf. Espist. I, 931s).
In una lettera però inviata pure da Napoli, il 10
settembre 1917, se mette al corrente p. Agostino di quanto soffre fisicamente e
moralmente, Padre Pio gli dice ancora: « Sono diversi giorni che ho incominciato
a celebrare e spero che Gesù non voglia privarmi di quest'unico conforto » (Cf.
Espit. I, 930s).
Un conforto durato poco. Infatti, il 15 ottobre dello
stesso anno, scrivendo sempre da Napoli a p. Agostino, l'umile e sconsolato
figlio del Poverello dice: « In salute vado peggiorando sempre e la febbre è
assidua... Ciò che piú mi addolora si è il non poter né celebrare, né
satollarmi delle carni immacolate del divino agnello » (Cf. Espist. I, 955).
2. La messa di Padre Pio
Dopo aver visto in un diagramma direi quasi generico
l'eccezionalità di Padre Pio come liturgo, conviene dare ora uno sguarado
all'atto liturgico, che lo ha reso famoso nel mondo: «La Messa di Padre Pio».
Il Vaticano II nel Decreto sul ministero e vita sacerdotale
ha un tratto che è indicativo a riguardo. « Nel sacrificio della messa, i
presbiteri agiscono in modo speciale nella persona di Cristo, il quale si è
offerto come vittima per santificare gli uomini; sono pertanto invitati a
imitare ciò che trattano, nel senso che, celebrando il mistero della morte del
Signore, devono cercare di mortificare le proprie membra... Cosí i
presbiteri, unendosi con l'atto di Cristo sacerdote, si offrono ogni giorno
totalmetne a Dio, e nutrendosi del corpo di Cristo partecipano nell'anima alla
carità di colui che si dà come cibo ai fedeli » (Cf. PO, 13). Nella santa
messa i presbiteri agiscono nella persona di Cristo, sono cioè sacramenti
della sua presenza. Come Cristo ancora si debbono offrire per la santificazione
degli uomini imitando ciò che trattano, offrendosi cosf ogni giorno a Dio.
- Che cosa è, Padre, la vostra messa? è stato chiesto
a Padre Pio.
- Un sacro miscuglio con la passione di Gesù, è
stata la risposta.
- Padre, che cosa dobbiamo leggere nella vostra
messa? è stato chiesto ancora.
- Tutto il calvario, ha risposto Padre Pio.
L'identificazione a Cristo, voluta dal Vaticano II da parte del presbitero,
nello Stigmatizzato del Gargano non può essere piú perfetta. Non da meno è
pure lo stato vittimale che il Crocifisso di Pietrelcina assume sull'altare.
- Padre, ditemi tutto quello che soffrite nella santa
messa, gli è stato chiesto un giorno.
- Tutto quello che ha sofferto Gesú nella sua passione,
inadeguatamente, lo soffro anch'io, per quanto a umana creatura è possibile. E
ciò contro ogni mio merito e per sola sua bontà, ha egli confidato.
Ed è una sofferenza la sua che all'altare va sempre
crescendo, specialmente dalla consacrazione alla comunione.
Certo conoscere la passione del Padre all'altare è
difficile. Una metodologia per conoscerla, per quanto è possibile, l'ha
indicata lui stesso.
- Padre, come possiamo conoscere la vostra passione?
- Conoscendo la passione di Gesti: in quella di Gesú
troverete la mia.
Indicazione, questa, facile e difficile allo stesso
tempo. Facile, perché il paradigma da scoprire non è difficoltoso. Difficile,
in quanto la passione di Gesti è un mistero; misteriosa quindi è anche quella
dello Stigmatizzato del Gargano.
I momenti della passione di Gesù, Padre Pio li vive
uno per uno all'altare: agonizza con il Signore nel Getsemani; subisce la
flagellazione e coronazione di spine. Un diadema, questo, che non lo lascia mai.
Il Padre soffre ancora quello che Gesù soffrì nella
via dolorosa.
Sull'altare poi è sospeso alla croce come Gesú sul
Calvario. Recita sospeso al legno le sette parole di Gesti in croce. Soffre pure
la sete e l'abbandono. Alla comunione, infine, misticamente, muore come Cristo,
piú per amore che per dolore.
L'unione di Padre Pio con Gesú eucaristico non
termina con la messa: le specie eucaristiche si conservano incorrotte in lui
da un giorno all'altro.
« Mi avete fatto comprendere - insinua una creatura
a lui tanto devota - che le sacre specie in voi non si corrompono. Siete un
ostensorio vivente? »
« Tu lo dici! » rispose Padre Pio, con una frase di
genuino sapore evangelico.
L'unione di Padre Pio con Gesú eucaristico, diventato
all'altare singolare ed eccezionale liturgo, lo fa passare tra le anime,
terminati i divini misteri, come un ostensorio vivente. Non è forse questo il
segreto in cui trova la sua legittima spiegazione quell'accorrere, quell'accalcarsi,
quello stringersi delle folle intorno a lui, come lo fu un giorno per Gesú?
L'Eucarestia - ha detto il Vaticano II - è fonte ed
apice della vita cristiana (Cf. LG, 11).
Perché la carità come un buon seme cresca
nell'anima e vi fruttifichi, - dice ancora il Concilio - ogni fedele deve
ascoltare volentieri la parola di Dio e, con l'aiuto della sua grazia, compiere
con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti,
soprattutto all'Eucarestia (Cf. LG, 42).
La santa comunione per Padre Pio è il gran mezzo per
camminare speditamente nella via della perfezione e per raggiungere quella
sanità a cui è chiamato dal Signore ogni cristiano.
Nella lettera diretta a Maria Gargani, il 27 luglio
1917, Padre Pio dice a questa anima: « Mia cara figliuola, io penso che la
santissima Eucarestia sia il gran mezzo per aspirare alla santa perfezione, ma
bisogna riceverla col desiderio e coll'impegno di togliere dal cuore tutto
ciò che dispiace a colui che vogliamo alloggiare » (Cf. Epist. III, 282s).
Non meno indicativa è la lettera che il 17 settembre
Padre Pio scrive a Raffaelina Cerase. Il Padre indica a quest'anima il modo
con cui deve accostarsi all'Eucarestia e quello che bisogna attendersi alla venuta
del Signore: « Accostiamoci a ricevere il pane degli angeli con una grande fede
e con una gran fiamma di amore ed attendiamoci pure da questo dolcissimo
amante delle anime nostre di essere consolati in questa vita col bacio della sua
bocca. Felici noi, o Raffaelina, se arriveremo a ricevere dal Signore della
nostra vita di essere consolati di questo bacio! Allora sì che sentiremo essere
la nostra volontà sempre legata indivisibilmente con quella di Gesti, e niuna
cosa al mondo ci potrà impedire di avere un volere che non sia quello del divin
maestro » (Cf. Epist. 11, 490).
Se poi ci si trova in uno stato di sofferenza che fa
tanto soffrire il cuore, Padre Pio, il 30 luglio 1917, addita a Rachelina
Russo la via da battere per esserne liberati: « D'altronde bisogna sempre
avere coraggio, e se ci sopraggiunge qualche languore di spirito, corriamo ai
piedi di Gesú in sacramento e mettiamoci tra i celesti profumi, e saremo
indubbiamente rinvigoriti » (Cf. Epist. 111, 502).
La pratica della comunione frequente, anzi quotidiana,
è la componente principale del suo apastolato. « Frequentate la comunione
quotidiana, - scrive 1'11 dicembre 1916 alle sorelle Ventrella - disprezzando
sempre i dubbi che sono irragionevoli e confidate nell'ubbidienza cieca ed
ilare, non temete d'incontrar male » (Cf. Epist. 111, 551).
La ragione per inculcare una tale pratica è perché
l'Eucarestia è una forza contro gl'innumerevoli pericoli.
Scivendo a p. Agostino, il 18 maggio 1913, a riguardo
di un'anima, Padre Pio dice: « Sono profondamente commosso nel considerare le
grandi cose che il Signore va operando in quell'anima grandemente privilegiata.
I pericoli che attorniano quel tesoro di grazie e di evangelica purezza sono
molti purtroppo! Quindi il mezzo migliore ed unico per conservarsi fedele a Dio
per lei, che è quasi sempre a contatto di gente senza fede e senza legge, che
hanno sempre la bestemmia sulle labbra ed in cuore l'odio a Dio, è quello di
accostarsi quotidianamente a ricevere Gesù, alla mensa degli angeli » (Cf.
Epist. I, 362s).
In un'occasione analoga, allo stesso p. Agostino, il
26 giugno 1913, dietro suggerimento del cielo, in merito ad un'angelica
creatura, il Padre scrive: « Non deve mai tralasciare di satollarsi del cibo
degli angeli. Molte saranno le tentazioni che riceverà dal nemico, che non
ignora il vantaggio che da questo cibo riceverà la sua anima, e molte altre
ancora per lei, ma non si spaventi affatto. Gesú promette che non lascerà di
assisterla. La promessa di Gesù è immutabile e solo allora viene meno a ciò
che promette quando l'anima diviene infedele » (Cf. Epist. I, 379).
Le anime pie spesso vanno soggette ad aridità spirituali.
Sono queste un sentiero ordinario per chi vuole battere le vie di Dio. Un
rimedio per vincerle vi è: la santa comunione.
«Allorché duri questo genere di male, - scrive il
Padre il 6 febbraio 1918 a Erminia Gargani - non devi porti in angustia, non
devi tralasciare mai di avvicinarti al sacro banchetto del divino Agnello,
poiché nessuna cosa raccoglierà meglio il tuo spirito che il suo re, veruna
cosa lo riscalderà tanto che il suo sole, veruna cosa lo stempererà sì
soavemente che il suo balsamo. Non vi è altro rimedio piú potente che questo,
mia dilettissima figliuola » (Cf. Epist. III, 710).
A Maria Gargani, sorella di Erminia, Padre Pio, il 23
novembre 1918, fa un risoluto richiamo per non aver ricevuto l'Eucarestia; « Mi
dici che il primo giorno che sei uscita di casa, dopo la malattia sofferta, ti
astenesti dall'accostarti alla sacra mensa, dal perché temevi di trovarti in
disgrazia di Dio. Ti lodo in questo? giammai. Avresti dovuto rammentarti che
io ti dissi: finché non sei certa di trovarti in disgrazia di Dio, cioè col
peccato mortale nell'anima, non dovevi né potevi astenerti dalla comunione, ma
farsi l'atto di contrizione e disporsi ad ubbidire. Guardati bene in seguito dal
diportarti come ti sei diportata questa volta, altrimenti ti tratterò come
meriti » (Cf. Epist.111, 343).
Né meno energiche sono le parole che Padre Pio, il 2
aprile 1917, ha indirizzato ad Assunta Di Tomaso. Dopo aver indicato come
bisogna comportarsi durante gli assalti del nemico, il Padre, con tono energico,
riprende questa sua figliuola spirituale dicendo: « Non so poi affatto
compatirti né perdonarti quel modo tuo di tralasciare con facililtà la
comunione » (Cf. Epist. 111, 414).
Dopo la comunione sacramentale, Padre Pio inculca
con zelo la comunione spirituale. Ambedue sono un mezzo importante per stare
intimamente uniti a Gesú.
La comunione spirituale, a differenza di quella eucaristica,
si può ripetere tutte le volte che si vuole, e può sostituire - ma non con la
stessa efficacia - la comunione sacramentale.
Padre Pio è chiaro a riguardo.
Scrivendo a Raffaelina Cerase, il 24 ottobre 1914, il
Padre si esprime così: «Vi rammaricate che, per causa della malattia, siete
costretta a rimanervi digiuna della santissima Eucarestia; ed in ciò vi
comprendo e non vi do torto. Conviene rassegnarsi e non cessare di
supplicare Gesù che venisse a visitarvi spiritualmente. La comunione
spirituale, quando la sacramentale addiviene impossibile, supplisce in parte
alla reale » (Cf. Epist. 11, 208).
Non meno espressivo il Padre si dimostra allorché,
il 10 luglio 1917, scrive ad Assunta Di Tomaso: « Non ti inquietare quando non
puoi meditare, non puoi comunicarti e non puoi attendere a tutte le pratiche
divote. Cerca in questo frattempo di supplire diversa-
mente col tenerti unita a nostro Signore con una volontà
amorosa, con le orazioni giaculatorie, con le comunioni spirituali » (Cf.
Epist. 111, 424).
Padre Pio vuole addirittura che nel corso della
giornata, con una certa frequenza, si voli con lo spirito dinanzi al
tabernacolo per intrattenersi con il Diletto.
Scrivendo ancora ad Assunta Di Tomaso, il 4 gennaio
1922, il Padre verga a riguardo parole belle e significative: « Se non ti è
concesso di poterti trattenere a lungo in preghiera, in letture, ecc. non devi
per questo sconfortarti. Finché avrai Gesú sacramentato ogni mattina, devi
stimarti fortunata.
Nal corso del giorno, quando non ti è permesso di
fare altro, chiama Gesù, anche in mezzo a tutte le tue occupazioni, con gemito
rassegnato dell'anima ed egli verrà e resterà sempre unito con l'anima
mediante la sua grazia ed il suo santo amore.
Vola con lo spirito dinanzi al tabernacolo, quando
non ci puoi andare col corpo, e là sfoga le ardenti brame e parla e prega ed
abbraccia il Diletto delle anime meglio che se ti fosse dato di riceverlo sacramentalmente»
(Cf. Epist. 111, 448).
Si può immaginare allora quanto trafiggano il cuore
dello Stigmatizzato del Gargano gli oltraggi che vengono fatti a Gesú
eucaristico e con quale ardore egli ne chieda alle anime buone la riparazione.
Scrivendo, 1'8 marzo 1915, ad Annita Rodote, Padre Pio esce in queste
espressioni: « Un'altra preghiera non dovete mai trascurare. Vedete quanti
dispregi e quanti sacrilegi si commettono dai figliuoli degli uomini verso
l'umanità sacrosanta del suo Figliuolo nel sacramento dell'amore? A noi tocca,
o Annita, giacché dalla bontà del Signore siamo stati prescelti nella sua
Chiesa, al dir di San Pietro, a regale sacerdozio, a noi tocca, difendere
l'onore di questo mansuetissimo Agnello, sempre sollecito quando si tratta di
patrocinare la causa delle anime, sempre muto allorché trattasi della propria
causa.
Tutta la nostra vita, tutte le nostre azioni, tutte
le nostre aspitazioni siano tutte dirette a riparazioni delle offese che
gl'ingrati nostri fratelli continuamente gli fanno» (Epist. III, 62s).
L'incitamento a volare con frequenza durante la
giornata dinanzi al tabernacolo per amare e riparare è frutto di un preciso
lamento fatto dal Signore a Padre Pio. Il quale, il 12 marzo 1913, mette al
corrente padre Agostino di quanto a riguardo gli ha confidato il Signore.
«Sentite, padre mio, i giusti lamenti del nostro
dolcissimo Gesú: "Con quanta ingratitudine viene ripagato il mio amore
dagli uomini! Sarei stato meno offeso da costoro se l'avessi amati di meno. Mio
padre non vuole piú sopportarli. Io vorrei cessare si amarli, ma... (e qui Gesú
si tacque e sospirava, e dopo riprese) ma ahimé! il mio cuore è fatto per
amare! Gli uomini vili e fiacchi non si fanno nessuna violenza per vincersi
nelle tentazioni, che anzi si dilettano nelle loro iniquità. Le anime da me piú
predilette, messe alla prova mi vengono meno, le deboli si abbandonano allo
sgomento ed alla disperazione, le forti si vanno rilassando a poco a poco.
Mi lasciano solo di notte, solo di giorno nelle chiese.
Non si curano piú del sacramento dell'altare; non si parla mai di questo
sacramento di amore; ed anche quelli che ne parlano ahimé! con che
indifferenza, con che freddezza.
Il mio cuore è dimenticato; nessuno si cura piú del
mio amore; io sono sempre contristato. La mia casa è diventata per molti un
teatrto di divertimenti; anzi i miei ministri, che io ho sempre riguardato con
predilezione, che io ho amato come la pupilla dell'occhio mio; essi dovrebbero
confortare il mio cuore pieno di amarezze; essi dovrebbero aiutarmi nella
redenzione delle anime, invece chi lo crederebbe?! da essi debbo ricevere
ingratitudini e sconoscenze. Vedo, figlio mio, molti di costoro che... (qui si
chetò, i singhiozzi gli strinsero la gola, pianse in segreto) che sotto
ipocrite sembianze mi tradiscono con comunioni sacrileghe, calpestando i lumi e
le forze che continuamente dò ad essi... ".
Gesú continuò ancora a lamentarsi. Padre mio, come
mi fa male veder piangere Gesù» (Espist. I, 342s).
Nella cornice della pietà eucaristica, che Padre Pio
inculcava, non poteva mancare l'incitamento sacrificale alle anime da lui
dirette.
Il Decreto sul ministero e vita sacerdotale del Vaticano
II afferma: « È attraverso il ministero dei presbiteri che il sacrificio
spirituale dei fedeli viene reso perfetto, perché viene unito al sacrificio di
Cristo, unico mediatore; questo sacrificio, infatti, per mano dei presbiteri e
in nome di tutta la Chiesa, viene offerto nell'Eucarestia in modo incruento e
sacramentale, fino al giorno della venuta del Signore. A ciò tende e in ciò
trova la sua perfetta realizzazione il ministero dei presbiteri ». (Cf. PO,
2).
In sintomia con il futuro Concilio, il Padre ha inculcato
alle sue figlie spirituali di unire la loro offerta quotidiana alla vittima
divina, allorché questa veniva offerta sull'altare del Signore.
Egli stesso associava le anime a lui care al divin
sacrificio quando al mattino ascendeva all'altare di Dio. Padre Pio sapeva bene
che offrire con Gesú al Padre i bisogni spirituali delle anime, soprattutto
mentre offriva se stesso, era un mezzo sicuro per rendere gradite a Dio le
preghiere e ottenere allo stesso tempo con sicurezza l'esaudimento.
« Io più volte al giorno, - scrive il Padre il 17
luglio 1917 a Erminia Gargani -, presento il tuo cuore all'eterno Padre con
quello del suo diletto Figliuolo, e glielo presento immancabilmente nella santa
messa. Egli non saprebbe rifiutarlo a cagione di quest'unione, in virtú della
quale io fo l'offerta: suppongo che tu dal canto tuo fai lo stesso» (Epist. III,
699).
Quando poi deve conoscere qual è la volontà di Dio
nei riguardi di un'anima, Padre Pio scongiura il Signore durante la santa messa
perché gli sveli il suo volere.
« Riguardo al novello stato da abbracciare, - dice
il Padre il 19 maggio 1918 a Girolama Longo -, con tutta sincerità e verità ti
dico che il Signore non mi fa conoscere ancora chiaramente la sua volontà. Io
lo scongiuro assiduamente e non ho tralasciato di offrire a questo fine piú
volte il santo sacrificio della messa. Insistiamo con la preghiera, affinché
mi faccia conoscere tutta la sua volontà, lo ci penserò molto bene ed offrirò
molte altre messe ancora affine di ricevere il lume dello Spirito Santo per ben
risolvermene » (Espist. III, 1027s).
Non mancano pure suggerimenti molto utili per poter
partecipare con frutto alla santa messa, indicando il contegno da avere
nell'assistere a sf grande mistero.
Scrivendo il 25 luglio 1915 ad Annita Rodote, Padre
Pio così si esprime: « Entra in chiesa in silenzio e con gran rispetto,
tenendoti e riputandoti indegna di comparire davanti alla maestà del Signore...
Appena sei in vista del Dio sacramentato, fa' devotamente la genuflessione.
Trovato il posto, inginocchiati e rendi a Gesù sacramentato il tributo della
tua preghiera e della tua adorazione... Assistendo alla santa messa e alle
funzioni, usa molta gravità nell'alzarti, nell'inginocchiarti, nel metterti a
sedere; e compi ogni atto religioso con la piú grande devozione » (Epist.,
III, 87).
Né meno significative sono state le risposte che il
Padre ha dato quando è stato interrogato su tale settore.
- Padre, che dobbiamo fare durante la s. messa? -
Compassionare ed amare.
- Come dobbiamo ascoltare la s. messa?
- Come vi assistettero la santissima Vergine e le pie
donne. Come assistette san Giovanni al sacrificio eucaristico e a quello cruento
della croce.
È stato inoltre chiesto:
- Padre, che benefici riceviamo ascoltando la s.
messa?
- Non si possono enumerare. Si vedranno in cielo!
La fonte e il culmine della vita e dell'opera di
Padre Pio «Questa offerta deve raggiungere la sua massima espressione nella
celebrazione del sacrificio eucaristico. E chi non ricorda il fervore col
quale Padre Pio riviveva, nella messa, la passione di Cristo? Da qui la stima
che egli aveva della messa - da lui chiamata "un mistero tremendo" -
come momento decisivo della salvezza e della santificazione dell'uomo mediante
la partecipazione alle sofferenze stesse del Crocifisso. "C'è nella messa
- diceva - tutto il Calvario". La messa fu per lui la "fonte ed il
culmine", il perno ed il centro di tutta la sua vita e di tutta la sua
opera» (Giovanni Paolo II: San Giovanni Rotondo, 23 maggio 1987).
Tutta la vita personale, sacerdotale, apostolica del
Serafino di Pietrelcina ha avuto come centro l'Eucarestia.
Non vi è stato momento dell'esistenza del Padre che
non sia stato sorretto da Gesú sacramentato: a lui si è sempre unito, con lui
si è fatto vittima all'altare, incontro a lui ha convogliato tutte le anime che
sono ricorse a lui durante i lunghi anni del suo apostolato sacerdotale.
L'Eucarestia è stata quindi il punto costante di riferimento
per l'intero arco della sua vita terrena. Le cose con la morte non sono
cambiate. Padre, quando non ci sarete piú, come faremo senza di voi? gli fu
chiesto.
- Andate innanzi a un tabernacolo: in Gesù troverete
anche me, rispose Padre Pio.
Durante la vita terrena, in Padre Pio era presente
Gesú. Ora che egli non è piú, i nostri occhi, quelli della fede, possono
vederlo ancora.
Andando dinanzi a un tabernacolo: Padre Pio si trova
in Gesù.
APPENDICE
CAPITOLO
II
del
decreto PRESBYTERORUM ORDINIS sul ministero e la vita sacerdotale
IL
MINISTERO DEI PRESBITERI
Funzioni
dei presbiteri
4. Il popolo di Dio viene adunato innanzitutto per
mezzo della parola del Dio vivente, che tutti hanno il diritto di cercare sulle
labbra dei sacerdoti. Dato infatti che nessuno può essere salvo se prima non ha
creduto, i presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno
anzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Di o, seguendo il
mandato del Signore: « Andate nel mondo intero e predicate il Vangelo a ogni
creatura » (Mc 16, 15), e possono così costituire e incrementare il popolo
di Dio. Difatti, in virtú della parola salvatrice, la fede si accende nel cuore
dei non credenti e si nutre nel cuore dei credenti, e con la fede ha inizio e
cresce la comunità dei credenti, secondo quanto ha scritto l'Apostolo: « La
fede è possibile per l'ascolto, e l'ascolto è possibile per la parola di
Cristo » (Rm 10, 17). Pertanto i presbiteri sono debitori verso tutti, nel
senso che a tutti devono comunicare la verità del Vangelo, di cui il Signore
li fa beneficiare. Quindi, sia che offrano in mezzo alla gente la testimonianza
di una vita esemplare, che induca a dar gloria a Dio sia che annuncino il mistero di Cristo ai non credenti con
la predicazione esplicita; sia che svolgano la catechesi o illustrino la
dottrina della Chiesa; sia che si applichino a esaminare i problemi del loro
tempo alla luce di Cristo: in tutti questi casi il loro compito non è di insegnare
una propria sapienza, bensì di insegnare la parola di Dio e di invitare tutti
insistentemente alla conversione e alla santità. Inoltre se la predicazione
sacerdotale, che nelle circostanze attuali del mondo è spesso assai difficile,
vuole avere piti efficaci risultati sulle menti di coloro che ascoltano, non può
limitarsi ad esporre la parola di Dio in termini generali e astratti, ma deve
applicare la perenne verità del Vangelo alle circostanze concrete della vita.
In tal modo il ministero della parola viene esercitato
sotto forme diverse, in rapporto alle diverse necessità degli ascoltatori e
secondo i diversi carismi dei predicatori. Nelle regioni o negli ambienti non
cristiani, per mezzo del messaggio evangelico gli uomini vengono attratti alla
fede e ai sacramenti della salvezza; e nella comunità dei cristiani,
soprattutto per quanto riguarda coloro che mostrano di non capire o non credere
abbastanza ciò che praticano, la predicazione della parola è necessaria per
lo stesso ministero dei sacramenti, trattandosi di sacramenti della fede, la
quale nasce e si alimenta con la parola. Ciò vale soprattutto nel caso della
liturgia della parola nella celebrazione della messa, in cui si realizza un'unità
inscindibile fra l'annuncio della morte e risurrezione del Signore, la risposta
del popolo che ascolta e l'offerta con la quale Cristo ha confermato nel suo
sangue la Nuova Alleanza; offerta cui si uniscono i fedeli sia con i loro voti
e preghiere sia con la ricezione del sacramento.
I presbiteri ministri della santificazione con i sacramenti e l'eucarestia
5. Dio, il quale solo è santo e santificatore, ha voluto
assumere degli uomini come soci e collaboratori, perché servano umilmente
nell'opera di santificazione. Per questo i presbiteri sono consacrati da Dio,
mediante il vescovo, in modo che, resi partecipi in maniera speciale del
sacerdozio di Cristo, nelle sacre celebrazioni agiscano come ministri di colui
che ininterrottamente esercita la sua funzione sacerdotale in favore nostro
nella liturgia, per mezzo del suo Spirito. Essi infatti, con il battesimo,
introducono gli uomini nel popolo di Dio; con il sacramento della penitenza
riconciliano i peccatori con Dio e con la Chiesa; con l'olio degli infermi
alleviano le sofferenze degli ammalati; e soprattutto con la celebrazione della
messa offrono sacramentalmente il sacrificio di Cristo. Ma ogni volta che
celebrano uno di questi sacramenti i presbiteri - come già ai tempi della
Chiesa primitiva attesta S. Ignazio martire - sono gerarchicamente collegati
sotto molti aspetti al vescovo, e in tal modo lo rendono in un certo senso
presente in ciascuna adunanza dei fedeli.
Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici
e le opere d'apostolato, sono strettamente uniti alla sacra eucaristia e ad essa
sono ordinati. Infatti, nella santissima eucaristia è racchiuso tutto il bene
spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostro pasqua, lui il pane vivo
che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà
vita agli uomini i quali sono in tal modo invitati e indotti a offrire assieme
a lui se stessi, il proprio lavoro e tutte le cose create. Per questo
l'eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione,
cosicché i catecumeni sono introdotti a poco a poco a parteciparvi, e i fedeli,
già segnati dal sacro battesimo e dalla confermazione, ricevendo l'eucaristia
trovano il loro pieno inserimento nel corpo di Cristo.
L'assemblea eucaristica è dunque il centro della
comunità dei cristiani presieduta dal presbitero. I presbiteri insegnano dunque
ai fedeli a offrire la vittima divina a Dio Padre nel sacrificio della messa,
e a fare, in unione con questa vittima, l'offerta della propria vita. Nello
spirito di Cristo pastore insegnano altresì a sottomettere con cuore contrito
i propri peccati alla Chiesa nel sacramento della penitenza, per potersi così
convertire ogni giorno di piú al Signore, ricordando le sue parole: « Fate
penitenza, poiché si avvicina il regno dei cieli » (Mt 4, 17). Insegnano inoltre
ai fedeli a partecipare così intimamente alle celebrazioni liturgiche, da
poter arrivare anche in esse alla preghiera sincera; li spingono ad avere per
tutta la vita uno spirito di orazione sempre piú attivo e perfetto, in
rapporto alle grazie e ai bisogni di ciascuno; e invitano tutti a compiere i
doveri del proprio stato, inducendo quelli che hanno fatto maggiori progressi a
seguire i consigli del Vangelo, nel modo che meglio convenga a ciascuno. Quindi
istruiscono i fedeli in modo che possano cantare in cuor loro al Signore inni
e cantici spirituali, rendendo sempre grazie per ogni cosa a Dio Padre nel nome
di nostro Signore Gesti Cristo.
Le lodi e il ringraziamento che rivolgono a Dio nella
celebrazione eucaristica, i presbiteri li estendono alle diverse ore del
giorno con il divino ufficio, mediante il quale pregano Iddio in nome della
Chiesa e in favore di tutto il popolo loro affidato, anzi in favore di tutto
il mondo.
La casa di preghiera - in cui l'eucaristia è celebrata
e conservata; in cui i fedeli si riuniscono; in cui la presenza del Figlio di
Dio nostro Salvatore, offerto per noi sull'altare del sacrificio, viene venerata
a sostegno e consolazione dei fedeli - dev'essere nitida e adatta alla
preghiera e alle celebrazioni liturgiche. In essa i pastori e i fedeli sono
invitati a rispondere con riconoscenza del dono di colui che di continuo infonde
la vita divina, mediante la sua umanità, nelle membra del suo corpo. Abbiano
cura i presbiteri di coltivare adeguatamente la scienza e l'arte liturgica,
affinché per mezzo del loro ministero liturgico le comunità cristiane ad
essi affidate elevino una lode sempre piú perfetta a Dio Padre, Figlio e
Spirito Santo.
I presbiteri, guide ed educatori del popolo di Dio
6. Esercitando la funzione di Cristo capo e pastore
per la parte di autorità che spetta loro, i presbiteri, in nome del vescovo,
riuniscono la famiglia di Dio come fraternità viva e unita e la conducono al
Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo 2°. Per questo ministero, cosí
come per le altre funzioni, viene conferita al presbitero una potestà
spirituale, che è appunto concessa ai fini dell'edificazione' 1. Nell'edificare
la Chiesa i presbiteri devono avere con tutti dei rapporti improntati alla piú
delicata bontà, seguendo l'esempio del Signore. E nel trattare gli uomini non
devono regolarsi in base ai loro gusti, bensí alle esigenze della dottrina e
della vita cristiana, istruendoli e anche ammonendoli come figli carissimi,
secondo le parole dell'Apostolo: « Insisti a tempo e fuor di tempo:
rimprovera, supplica, esorta con ogni pazienza e dottrina »
(2 Tm 4, 2)
Perciò spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di
educatori nella fede, di curare, per proprio conto o per mezzo di altri, che
ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria
vocazione personale secondo il Vangelo, a praticare una carità sincera e
attiva, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati. Di ben poca
utilità saranno le cerimonie piú belle o le associazioni piú fiorenti, se non
sono volte ad educare gli uomini alla maturità cristiana
Per promuovere tale maturità, i presbiteri sapranno aiutarli a diventare
capaci di leggere negli avvenimenti stessi - siano essi di grande o di minore
portata - quali siano le esigenze naturali e la volontà di Dio. I cristiani
inoltre devono essere educati a non vivere egoisticamente, ma secondo le
esigenze della nuova legge della carità, la quale vuole che ciascuno amministri
in favore del prossimo la misura di grazia che ha ricevuto', e che in tal modo
tutti assolvano cristianamente i propri compiti nella comunità umana. Ma,
anche se sono tenuti a servire tutti, ai presbiteri sono affidati in modo
speciale i poveri e i piú deboli, ai quali lo stesso Signore volle
dimostrarsi particolarmente unito, e la cui evangelizzazione è presentata
come segno dell'opera messianica. Anche i giovani vanno seguiti con cura
particolare, e così pure i coniugi e i genitori; è auspicabile che tali
persone si riuniscano amichevolmente in gruppo, per potersi aiutare a vicenda a
vivere piú pienamente come cristiani nelle circostanze spesso difficili in
cui si trovano. Ricordino inoltre i presbiteri che i religiosi tutti - sia
uomini che donne - costituiscono una parte insignita di speciale dignità
nella casa del Signore e meritano quindi particolare attenzione, affinché
progrediscano sempre nella perfezione spirituale per il bene di tutta la
Chiesa. Infine, abbiano cura specialmente dei malati e dei moribondi,
visitandoli e confortandoli nel Signore.
Ma la funzione di pastore non si limita alla cura dei
singoli fedeli: essa va estesa alla formazione di un'autentica comunità
cristiana. Per fomentare opportunamente lo spirito comunitario, bisogna mirare
non solo alla Chiesa locale ma anche alla Chiesa universale. A sua volta la
comunità locale non deve limitarsi a prendersi cura dei propri fedeli, ma è
tenuta anche a sentire lo zelo missionario, che spinge ad aprire a tutti gli
uomini la strada che conduce a Cristo.
In primo luogo poi alla comunità incombe il dovere
di occuparsi dei catecumeni e dei neofiti, che vanno educati gradualmente alla
conoscenza e alla pratica della vita cristiana.
D'altra parte non è possibile che si formi una comunità
cristiana se non assumendo come radice e come cardine la celebrazione della
sacra eucaristia, dalla quale deve quindi prendere le mosse qualsiasi educazione
tendente a formare lo spirito di comunità 31.A sua volta la celebrazione
eucaristica, per essere piena e sincera, deve spingere sia alle diverse opere di
carità e al reciproco aiuto, sia all'azione missionaria e alle varie forme di
testimonianza cristiana.
Inoltre, mediante la carità, la preghiera, l'esempio
e le opere di penitenza, la comunità ecclesiale esercita una vera azione
materna nei confronti delle anime da avvicinare a Cristo. Essa infatti viene ad
essere, per chi ancora non crede, uno strumento efficace per indicare o per
agevolare il cammino che porta a Cristo e alla sua Chiesa; e per chi già crede
è stimolo, alimento e sostegno per la lotta spirituale.
Infine, nell'edificare la comunità cristiana i
presbiteri non si mettono mai al servizio di una ideologia o umana fazione,
bensí, come araldi del Vangelo e pastori della Chiesa, si dedicano pienamente
all'incremento spirituale del corpo di Cristo.