PADRE NOSTRO
INTRODUZIONE
La preghiera più recitata da noi cristiani è degna di essere meditata a lungo. Non è tanto facile per noi, che abbiamo già delle abitudini, accogliere il modo di pregare del Signore!
Per questo, lungo tutti i tempi, pastori, mistici e dottori, discepoli grandi e piccoli di Gesù, hanno cercato di aiutare i cristiani a cogliere dalle parole del 'Padre Nostro' qualcosa del suo Spirito, onde renderli sempre più coscienti del loro pregare.
Proviamo ancora una volta a rileggerla, come non l'avessimo mai imparata a memoria, parola per parola.
Chissà che lo Spirito Santo non ci conceda di entrare un po' più profondamente nel suo pregare, nel suo amare il Padre e nel servizio di salvezza di Gesù al mondo!
don Vigilio Covi
PADRE
I discepoli di Gesù sanno pregare come tutti i buoni ebrei, che, tre volte al giorno, si fermano a recitare brani della Parola di Dio, in particolare i Salmi.
Tuttavia essi percepiscono che Gesù, loro Rabbi, ha un nuovo modo di vivere la preghiera. Spesso lo vedono lasciare il gruppo e ritirarsi in luoghi solitari. Sanno che lo fa per pregare. E quando egli prega con loro, essi s'accorgono che le sue parole non sono ripetizione meccanica, ma sgorgano cariche di vita dalle sue labbra, come fossero dette per la prima e unica volta.
Maestro, insegnaci a pregare!
Insegnaci! Vogliamo imparare da te!
Del resto ogni rabbi si distingue per la sua preghiera. Ogni rabbi ha regole particolari di preghiera per i suoi discepoli, diverse da quelle degli altri. Anche i discepoli di Gesù vogliono distinguersi dagli altri gruppi, vogliono essere 'qualcuno'.
Quale può essere la preghiera che li faccia riconoscere appartenenti allo stesso gruppo e nello stesso tempo li distingua dagli altri gruppi?
La domanda dei discepoli di Gesù è bella, benché pericolosa.
Gesù ha realmente un modo di pregare unico, nuovo, vero, ma il motivo per cui i discepoli lo vogliono conoscere potrebbe nascere dal confronto con gli uomini, da orgoglio e da spirito di divisione. Essi motivano infatti così la loro richiesta: "Poiché anche Giovanni ha insegnato a pregare ai suoi discepoli". (1)
Essi vorrebbero essere un gruppo distinto, riconoscibile da gesti e formule che non costano! Non conoscono ancora il loro Maestro, che si distingue dagli altri maestri per il fatto che egli si dona, si offre, fino alla morte!
Gesù risponde alla domanda dei suoi discepoli. Egli con molta benevolenza accoglie la loro richiesta e "detta" una preghiera, che non è fatta per riconoscersi e per distinguersi! Si accorgeranno che non è una preghiera che da adito all'orgoglio spirituale e alle divisioni, bensì è una preghiera che trasforma il cuore di colui che prega, una preghiera che mette l'uomo davanti a Dio come membro di un corpo, mette i discepoli uniti davanti al Padre come fratelli coscienti d'essere a servizio di tutto il mondo.
Non sarà infatti un metodo diverso di pregare a farli riconoscere come discepoli di Gesù, ma la loro vita: "Da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri".(2)
La loro preghiera sarà quindi l'accoglienza intima di un atteggiamento che li rende "in pratica" fratelli. Se pregheranno così, i discepoli di Gesù diverranno 'uno' con lui, diverranno dono, offerta. Se pregheranno come Gesù, la loro vita sarà 'uno' con la sua!
I discepoli di Gesù diverranno capaci di essere fratelli, di morire gli uni per gli altri, di portare i pesi gli uni degli altri, di vivere senza interessi personali, senza ambizioni, senza idoli!
La preghiera di Gesù non è un momento distinto dagli altri momenti, ma esprime il vero senso di tutto il suo vivere, che è il rapporto col Padre, e, nello stesso tempo, lo alimenta.
Imparare a pregare da Gesù non significa quindi imparare a "fare" qualcosa, o a "dire" qualcosa, ma imparare a vivere un rapporto continuo, stabile e fedele col Padre: e questo trasforma tutta la vita!
PADRE, abbi pietà di noi: desideriamo pregarti col cuore del tuo Figlio!
Ti ringraziamo di avercelo dato come Maestro del nostro rapporto con te.
1) Lc 11,1 - 2) Gv 13,35
B.
"Quando pregate dite: Padre..."
Gesù comincia il suo insegnamento facendo notare ai suoi che la loro preghiera è diversa da quella dei farisei e da quella dei pagani, non perché siano diverse le parole (anche queste sono diverse!), ma perché è diverso il cuore che prega, sono diversi i desideri, diverse sono le prospettive della vita, diversa è la conoscenza di Dio e la conoscenza di se stessi, diversi sono gli interessi che muovono i sentimenti e i pensieri.
La preghiera dei farisei è impregnata di ambizione e di orgoglio. Sono contenti di se stessi, del proprio pregare e del proprio agire. La loro preghiera viene fatta e vissuta per attirare la stima degli uomini. I farisei credono d'essere i migliori tra gli uomini, di essere quelli che non peccano, quelli che osservano la Legge, quelli che perciò 'meritano' la stima di Dio! Essi ritengono, dato che sono ligi alle norme, di essere già in possesso del Regno dei cieli. Ritengono di non aver bisogno di misericordia, perché non sono peccatori come gli altri! La loro preghiera perciò risente di questa maniera di pensare. In che modo?
Essi non hanno nulla da ascoltare da Dio, perché già sanno tutto! Non hanno da chiedere clemenza e perdono, perché sono osservanti. Non si pongono davanti a Lui insieme con gli altri per non diventare immondi come loro.
Non fate e non pregate come loro!
Gesù raccomanda ai suoi discepoli di non pregare così perché questa non è preghiera. Questo modo di pregare non incontra Dio, che è amore.
Questo pregare è una strumentalizzazione del rapporto con Dio per far bella figura davanti agli uomini. (1)
I discepoli di Gesù non dovranno prendere come modello nemmeno la preghiera dei pagani.
Per quanto essi preghino e per quanto moltiplichino le loro parole nel pregare, i pagani non devono suscitare invidia ai cristiani. I pagani pregano, eccome! Ma la loro preghiera in fin dei conti è tempo ed energia sprecati. "Non sprecate parole come i pagani!" Gesù è così chiaro e sicuro. Come mai?
E' semplice. I pagani non cercano "il volto di Dio" (2), ma cercano solo di ottenere qualcosa da lui. Non amano Dio, a loro interessa 'qualcosa'! Adoperano molte parole (3) perché vogliono essere ascoltati, essere esauditi. Credono di sapere cosa manca alla propria esistenza, alla propria felicità e fanno di tutto per ottenerla da quel "dio" che secondo loro può tutto! Chiedendo, cercano di convincerlo ad intervenire. Se non bastano le parole a renderlo bendisposto gli offrono persino sacrifici.
Il profeta Elia diceva così ai profeti pagani del dio Baal: "Gridate con voce più alta, perché certo egli è un dio. Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato si sveglierà." (4)
Gli stessi filosofi dell'antichità, sia gli stoici che gli epicurei, sono giunti a concludere che pregare è inutile. E non hanno tutti i torti: una preghiera intesa così è inutile, non lascia traccia nella vita, non migliora l'esistenza.
L'egoista, pregando così, rimane egoista. Il violento e il prepotente con questa preghiera rimangono oppressori. Il ladro e l'impuro rimangono tali. L'avaro rischia persino di diventare ancora più avaro.
La preghiera del pagano contiene una certa fiducia in Dio, ma si tratta di una fiducia interessata. Il cuore di chi prega rimane chiuso, ripiegato su di sé e sui propri "bisogni". Il pagano che prega per ottenere qualcosa da Dio non si ferma a considerare invece se Dio ha qualcosa da chiedere: non ascolta! E nemmeno si ferma a incontrare il suo sguardo per godere della luce del suo Volto!
Evidentemente Gesù ha una preghiera molto diversa da proporci!
Signore Gesù, insegnami a pregare! Donami una preghiera che mi aiuti a entrare nel cuore del Padre, che ama sempre!
Padre, ti amo, ti ascolto: parla al mio cuore perché voglio assomigliare a Te!
1) Mt 6,5 2) Sal 27,8 3) Mt 6,7 4) 1Re 18,27
C.
Gesù vuole che i suoi discepoli, mentre pregano, siano liberi da ogni preoccupazione. Egli sa che le preoccupazioni impediscono di incontrare veramente una persona nel suo intimo, perché tengono la mente e il cuore bloccati. Le preoccupazioni, anche le più semplici e immediate che possiamo avere, ci impediscono di 'vedere' il Volto di Dio, di incontrarlo, di amarlo perfettamente.
Prima ancora di insegnarci la preghiera, Gesù ci esorta ad escludere le preoccupazioni, o meglio, lo spirito di preoccupazione. Quel Dio davanti al quale ci poniamo nella preghiera è un padre! Egli sa ciò di cui possiamo aver bisogno. Egli conosce già tutte le nostre necessità, perché ci ama!
Io perciò posso lasciar sgorgare nel mio cuore la gioia di incontrarlo. Mi interesserò di Lui. Egli è già interessato di me.
Per questo escludo il mio "io" dalla preghiera, altrimenti non si aprono le porte del mio cuore al suo ingresso.
"Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate". Non serve quindi che io pensi alle mie necessità!
Proprio perché so che il mio Dio è mio Padre, non ho preoccupazioni, la mia preghiera diviene totalmente nuova: potrò mettermi in contemplazione e in ascolto e lo potrò fare con tutta libertà interiore. Non sarò 'preoccupato' che dal mio incontro con Dio nasca qualche vantaggio, mi giunga qualche novità, si accresca il mio patrimonio di denaro o di idee o di potenza o di capacità o di stima da parte degli uomini...
Il mio "io", se libero da se stesso, potrà protendersi a donarsi, ad amare, a godere la bellezza di Dio, ad ascoltare i suoi desideri e disporsi a realizzarli.
Abbiamo già notato che Gesù, ancor prima di iniziare la preghiera, non chiama Dio semplicemente 'dio' (questo è un nome generico che ognuno può riempire di un significato diverso). Egli lo chiama 'Padre': dagli evangelisti e dagli apostoli sappiamo che Gesù ha addirittura usato il termine aramaico che stava sulla bocca dei bambini verso il loro genitore: "abbà", come se noi dicessimo oggi 'papà' o 'papi'!
Con questo termine inizia la preghiera che Gesù vorrebbe fiorisse sulle labbra dei suoi discepoli. "Papà"!
Esprimersi in questo modo è diventare bambino! (1)
Il cristiano che incomincia a pregare si fa piccolo. E diventa tenero, dolce come un bambino.
Così fa Gesù, che sa di essere conosciuto dal Padre. Un papà conosce il figlio prima ancora che nel figlio nasca la coscienza di se stesso, prima che egli si interroghi sul significato della propria esistenza. Questo significato è dentro il segreto dell'amore del papà! Gesù non cerca mai di conoscere se stesso perché a lui basta incontrare il Padre, essere con lui nel rapporto di figlio.
Quando si sviluppa e si manifesta questo rapporto c'è gioia di esistere e tutto acquista un significato grande e bello! Chiamando Dio "papà" l'uomo realizza se stesso pienamente, perché accetta d'essere amato da Colui che continuamente dona vita!
Signore Gesù, grazie che mi fai conoscere il vero volto di Dio: Tu me lo fai amare con tenerezza come mio papà! Mi dai certezza d'essere amato, seguito, protetto, atteso!
Ti ringrazio.
E ringrazio te, Papà, d'essere davvero mio Papà! Mi affido a te, mi fido di te, vengo a te con Gesù, tuo vero figlio!
1) Mt 18,3
D.
Prima di introdurre i discepoli nella propria preghiera, Gesù dona loro la propria conoscenza di Dio: Egli lo rivela come un "papà".
La stessa preghiera può avere significati e effetti diversi se la conoscenza di Dio è diversa. Gesù cerca perciò di rivelare ai discepoli il nome del Padre,(1) di far loro comprendere che sono già amati e voluti da Dio. Egli li rende convinti, con parole e opere, che Dio è amico degli uomini, che non vuole essere loro padrone, che non ha interessi da difendere, ma solo amore da riversare nei loro cuori.(2)
Gli uomini fanno molta fatica ad accettare questa 'lezione' di Gesù, perché essi hanno radicato nel cuore il concetto di un Dio geloso, rivendicatore, punitore, un Dio che non dimentica i peccati dell'uomo. Da quando Adamo s'è lasciato andare al sospetto su Dio è entrata nell'umanità questa diffidenza. E ogni peccato che l'uomo commette risveglia e alimenta questa idea... sbagliata.
Ci vuole tutta la sapienza e la pazienza di Gesù, la sua umiliazione nel Giordano, la sua opera a favore dell'uomo indemoniato e oppresso dalle malattie - viste come castigo di Dio per il peccato -, la sua morte e la sua Risurrezione, e infine il dono del suo Spirito perché l'uomo veda realmente e sempre Dio come un vero Padre!
Quando io accetto che Dio sia mio "papà", allora posso entrare nel modo di pregare di Gesù. Solo allora capisco la preghiera di Gesù, e la trovo completa! Allora quella preghiera diventa la strada o la scala o la porta che mi introduce nella vita di Dio, cioè nel suo cuore. Allora la preghiera diventa pure impercettibile, ma sicura via che trasforma la mia esistenza. Allora la preghiera non è più inutile, tempo perso, energia sprecata.
Quando vedo Dio come abbà/papà mi accorgo che non sono io a raggiungerlo, ma che è Lui che raggiunge me; non sono io ad amarlo, ma è Lui che ama me.(3)
Quando lo vedo 'papà', non lo penso più distante, irraggiungibile; non mi preoccupo più di dirgli qualcosa, ma piuttosto comincio a godere di Lui. Se lo vedo 'papà' sono contento di sentire la sua voce, di udire la sua parola.
Egli mi potrà semplicemente chiamare per nome, o mi potrà dire una parola che mi rassicura e mi consola, o mi potrà pure chiedere di fare qualche fatica...; è papà, lo ascolto con attenzione, gli obbedisco con gioia. Da Lui continua a scaturire la mia vita.
Sento vera la frase del Salmo (4): "Se Tu non mi parli io sono come colui che scende nella fossa!". La parola del mio Dio è opera di un Padre, è vita che sgorga da Lui e mi raggiunge e mi tiene in piedi. Con la parola "papà" Gesù ci introduce nella conoscenza e nel rapporto che Egli ha con Dio!
Quale differenza con la conoscenza di Dio che ci vorrebbero trasmettere i cosiddetti filosofi! Essi costruiscono l'immagine di Dio - o dipingono un Volto di Dio - con le idee scaturite dalle esperienze dell'uomo. Queste esperienze sono però tutte segnate, oltre che dal limite, anche dal difetto e dal peccato di egoismo e di materialismo. Il Volto di Dio che ne nasce non dona gioia, non porta alla confidenza e all'umiltà, ma solo a farsi grandi e a cercar la propria gloria.
Gesù mi fa godere d'esser amato, e di esser amato da un Padre che vuol essere papà per me. Pregando con Gesù mi trovo davanti a Colui che vuole la mia esistenza e la mia felicità.
Signore Gesù, voglio imparare da Te a contemplare il Padre, ad amarlo, ad ascoltarlo: Tu solo mi metti con lui in vero rapporto sì che lo possa incontrare veramente! Tu apri i miei orecchi perché io possa ascoltare le parole che il Padre mi rivolge!
1) Gv 14,7; 8,19; 17,6.26 2) Lc 15,11ss 3) 1Gv 4,10 4) 28,1
E.
La prima parola della Preghiera di Gesù, quella preghiera che deve diventare la mia, non è un titolo onorifico, non è un aggettivo per quanto vero e bello possa essere.
La prima parola è uno strappo al mio cuore e alla mia mente, è un'apertura improvvisa per un nuovo rapporto d'amore.
"Papà!"
Chi non ama, o chi ama se stesso soltanto o la propria gloria tra gli uomini, troverà altre parole per rivolgersi a Dio.
Questa parola è vera quando è pronunciata con amore. Chi non ama non riesce a dirla facendola propria.
Dire 'papà' provoca un crollo di quell'orgoglio e individualismo innato o di quello costruito in noi dalla nostra cultura o dalla coscienza che ci siamo fatti di noi stessi.
Il termine 'papà' non è un nome qualunque di persona estranea, ma è un'apertura, un riconoscere la propria dipendenza e poi anche riconoscenza.
Dire 'papà' a Dio è come dirgli: "Io so di esistere perché tu lo vuoi, so che tu mi ami, la mia vita è frutto del tuo amore; io c'entro con te, senza di te non vivo!"
Dirgli 'papà' è mettersi in pace: qualunque cosa mi spaventi o mi opprima, con questa parola nel cuore ritrovo sicurezza e coraggio. Succede a me ciò che avviene al bambino che dà la mano al papà o gli salta in braccio: non ha più paura!
Dire a Dio 'papà' è ritrovare il proprio posto, la propria identità più profonda e più duratura; io non esisto come qualcuno che dev'esser qualcosa, io ci sono come uno che è amato e che può rispondere all'amore.
Io sono 'qualcuno' quando rispondo a colui che mi ama da sempre; la mia grandezza è la grandezza di Colui che mi ama e al quale io mi offro!
Se non rispondessi all'amore del Padre sarei proprio un nulla, un vuoto!
Quando dico, alzando gli occhi al cielo, 'papà', rompo l'orgoglio del mio individualismo, del mio sogno di essere grande. In quel momento si apre in me la possibilità di ricevere i misteri di Dio, che sono misteri d'amore, di umiltà, di semplicità e di mitezza. E' solo ai piccoli che Dio rivela il suo essere, è coi piccoli che Egli entra in comunione. (1)
Quando dico 'papà' a Dio, scompaiono tutti i miei interessi terreni, i miei castelli, i miei desideri. E' come dicessi: mostrami i tuoi desideri, li voglio realizzare anch'io, voglio collaborare con te, fare quel che tu fai. Anche il bambino è contento di fare ciò che fa la mamma, e di aiutare il papà nei suoi lavori da grande! Dio non è più un concorrente, ma il primo confidente; non è colui che mi limita, ma colui che mi apre a possibilità nuove, le sue!
Quando dico 'papà' a Dio, il mio amore per lui non rimane più nascosto!
Questa prima parola della preghiera dei discepoli di Gesù porta all'esterno l'affetto che c'è nel cuore: è una parola che li compromette! Chi li ascolta si accorge che essi amano, che il loro cuore è occupato, che essi hanno coscienza d'esser amati, che sono soddisfatti.
Questa prima parola li rende testimoni della salvezza! Essi non si accorgono, eppure l'amore impiegato nel pronunciare queste due sillabe 'abbà', 'papà', li rende testimoni di colui che non si vede; chi li ascolta comincia a 'vedere' Dio, a convincersi dell'esistenza di Uno che ci ama!
Padre buono e grande, ti voglio anch'io chiamare 'papà'!
Tu sei mio padre, tu mi ami, tu stesso hai voluto che io esistessi, che io venissi alla luce, che io fossi presente in questo mondo creato dalla tua bontà per mezzo del Verbo, tuo Figlio!
Tu ti prendi cura di me, ed io mi presento a te per fare ciò che tu fai, per ascoltare la tua voce e correre ad ogni tuo cenno, perché è il cenno di chi ama!
Papà!
1) Mt 11,25-27
F.
Gesù ha pregato in questo modo.
Egli inizia tutte le sue preghiere con l'invocazione: 'Padre', "papà"!(1) Egli mette anche sulle nostre labbra la sua parola, perché vuole che nel nostro cuore entri il suo amore.
Donandoci questa parola egli anzitutto ci mette nella condizione di comprometterci.
Chi prega in questo modo non può rimanere freddo, normale, uguale a sempre. Si nota, non che egli è capace di formulare belle parole, ma che egli è in relazione d'amore con l'Amore, che è bambino, figlio!
In tal modo siamo appunto 'portati' ad accettare in noi spirito da figli.
Noi siamo tentati di rimanere di fronte a Dio con uno spirito di soggezione, come servi o schiavi di fronte al padrone, col volto abbassato e gli occhi umiliati. Gesù ci vuol rialzare, ci vuol rendere coscienti della nostra grande dignità e del grande rispetto che Dio stesso ha verso di noi, verso la nostra libertà e la nostra persona.
Dicendo 'Padre' noi accettiamo nella nostra vita lo spirito di figli, lo Spirito Santo: è Lui che grida nei nostri cuori: "abbà". E' lo Spirito Santo stesso, Spirito di Dio, che ci solleva alla confidenza, alla fiducia nel Padre e a godere della fiducia che Egli dà a noi come a figli! Non esiste più la paura di Dio, ma comincia la gioia d'essere più che uomini, "d'essere appunto figli di Dio"! (2)
La preghiera che Gesù ci "insegna" è perciò un nuovo atteggiamento, mai presente sinora nel cuore umano!
Da quando Adamo ha accettato di dubitare dell'amore di Dio, egli non è più stato capace di chiamarlo Padre.
Adamo, e con lui e come lui ogni uomo dopo la prima ribellione della vita, s'è allontanato dalla confidenza e dalla fiducia.
Unendoci ora a Gesù - nuovo Adamo - per dire 'Padre' ritorniamo alla verità piena, torniamo alla luce, per vedere Dio come realmente è, uno che ci ama e ci stima! Non guardiamo più un "dio", ma un "papà"!
Il termine "abbà" non è un 'nome', è di più! Pronunciando questa parola entriamo in un rapporto, in un movimento d'amore reciproco.
Pronunciare un nome divino avrebbe per noi il significato di possedere, di entrare in un rapporto quasi di uguaglianza, se non di superiorità, di conoscenza che possiede qualcosa o tutto di Dio; ne conseguirebbe pure un rapporto di orgoglio o di giudizio verso gli altri uomini che 'non conoscono' lo stesso nome. Per questo il nome di Dio rimane nascosto all'uomo e l'uomo percepisce che non lo potrebbe pronunciare impunemente.
Anzi, Dio stesso non ha bisogno di un nome per essere identificato, essendo Egli l'unico!
L'uomo tentato dagli idoli ha bisogno di distinguere il Dio vivente dagli idoli muti!
L'uomo che presume di poter pronunciare il nome di Dio entra nelle dimensioni della magia e si costruisce un mondo di poteri e di dominio sugli altri uomini: esce dall'amore, s'allontana dal Dio vero!
Dire "abbà" invece è manifestare la propria appartenenza e dipendenza, è come dire: "So di chi sono, so di non essere solo, di non essere orfano, so di essere accolto, amato! So che qualcuno - Dio stesso - s'è fatto responsabile della mia vita; è Lui che le dà il significato e il valore. Io sono sicuro oggi e domani, qualunque cosa accada, perché ci sei Tu! Mi fido di te!"
Prova, quando preghi, a ripetere anche tu "papà"!
E quando parli di Dio con qualcuno usa il termine 'Padre'.
E se preghi insieme a qualche amico, o insieme alla tua fidanzata, o insieme ai figli e alla moglie, dì a voce alta non solo "Signore, Dio...", ma anche "Padre" e "papà": t'accorgerai d'esser testimone di Dio, e avrai più umiltà e sicurezza, e potrà nascere un rapporto più semplice e più serio con le persone con cui stai pregando!
"Papà", eccomi, sono tuo figlio. Ti ringrazio di essere mio padre, di essere tu il mio Dio. Manifestami le tue intenzioni e i tuoi modi di fare, perché voglio collaborare con te ai tuoi progetti!
Eccomi!
"Sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia." (3)
1) Mt 11,25-27; Mc 14,36; Gv 11,41; 12,28; 17,1.5.11.21.24.25
2) Rom 8,15; Gal 4,6-7 3) Sal 131,2
NOSTRO
A.
Quando Gesù prega a voce alta dice semplicemente 'Padre', o 'abbà'. Quand'egli parla di Dio ai suoi discepoli dice "Padre vostro". (1)
Egli fa una distinzione: per Lui Dio è Padre in modo diverso che per noi. Egli è il 'Verbo' eterno che s'è fatto carne, è l'Unigenito di Dio (2). Per lui il termine figlio di Dio ha un significato pieno, completo, perfetto: la sua vita è tutta 'generata' da Dio, che quindi è per lui 'Padre' nel senso più profondo e vero. Noi siamo 'generati nel peccato', in noi c'è qualcosa che non è amore, che non può provenire da Dio! Nella nostra vita ci sono tendenze che non hanno origine dall'Amore del Padre. Non siamo del tutto "figli" di Dio; non tutto di noi è generato da Dio!
E' lui stesso che - nonostante l'impurità della nostra vita - ci sceglie, ci lava e purifica, ci unisce al proprio Figlio nutrendoci del suo Sangue, e da quel momento ci considera e accoglie come figli. La nostra figliolanza a Dio è quella di Gesù, è la partecipazione a quella del Figlio. S.Giovanni continua a ripeterlo: "A quanti l'hanno accolto ha dato potere di diventare (di essere) figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome" (3). "Chiunque crede che Gesù è il Cristo è nato da Dio". (4) "Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio non ha la vita". (5)
Anche S.Paolo annuncia il suo 'vangelo', (buona notizia), così: "In lui ci ha scelti... predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo". (6) Siamo figli 'adottivi', scelti benché indegni. Con questa parola l'apostolo fa risaltare ancora più la gratuità dell'amore del Padre!
Gesù non ci lascia solo intuire, ma afferma chiaramente questa distinzione quando mette in bocca a Maria di Magdala l'annuncio per i suoi "fratelli": "Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro"! (7)
Il Padre è Padre per tutti, ma in maniera diversa per Gesù e per noi.
I discepoli che pregheranno diranno però "Padre nostro", papà "di noi"!
Il cristiano, quand'è giunto a credere in Gesù, non si è trovato solo: si è trovato immediatamente dentro una famiglia. Divenire figlio di Dio in Gesù e trovarsi accanto dei fratelli è stato un unico atto, un'unica esperienza.
Il cristiano che ha ricevuto il dono della figliolanza ha pure nel contempo ricevuto il dono della fratellanza. Divenire figlio di Dio è stato contemporaneo al divenire fratello di coloro che sono già in Gesù.
Quando S.Paolo ha cominciato a credere in Gesù e l'ha accolto come Figlio di Dio si è scoperto fratello di molti, di quelli che avevano paura di lui. Sono stati essi a farlo passare alla vita nuova (8), alla vita di figlio di Dio!
Se il cristiano si rivolge al Padre lo può fare solo come membro del Corpo di Cristo! Anche se dicesse 'Padre mio', lo direbbe come espressione del Corpo di cui fa parte! Non esiste un 'figlio di Dio' isolato. Se uno è figlio di Dio lo è perché inserito nel Corpo di Cristo, tralcio dell'unica vite, fratello dell'unica famiglia fondata su Gesù!
Io, figlio di Dio, ho bisogno della presenza degli altri figli di Dio per esserlo: se non sono unito al Corpo di Cristo non sono più figlio di Dio! E' lui stesso, il Padre, il viticoltore che pota e che taglia i tralci che non ricevono più la linfa della Vite. (9)
Persino i carismi che - come figlio di Dio - ricevo, hanno bisogno degli altri figli di Dio, perché devono essere esercitati per edificare l'unità dell'edificio spirituale, della Chiesa, altrimenti si snaturano.
Padre nostro!
Papà di noi che crediamo in Gesù, di noi che formiamo la tua Chiesa, Corpo visibile del Tuo unigenito Figlio!
1) Mt 5,16.45; 6,1.8.14.26.; 7,11 2) Gv 1, 2.14.18 3) Gv 1,12 4) 1Gv 5,1
5) 1Gv 5,12 6) Ef 1,5 7) Gv 20,17 8) At 9,19 9) Gv 15,1
B
Padre 'di noi', che siamo discepoli del tuo Figlio, che formiamo un solo corpo con lui dal momento del nostro Battesimo, che in lui siamo rinati! Da te viene la vita che riceviamo in Gesù!
Ci presentiamo a te in unità, come un solo Corpo, una sola Famiglia, un solo essere con Gesù. Siamo uniti nel tuo figlio, siamo tua chiesa. Ci lega la forza del tuo Spirito, Spirito di Gesù tuo Figlio, che ci fa obbedienti e sottomessi gli uni agli altri. Ci unisce l'amore per il tuo Unigenito, ci unisce lui stesso, mentre ci tiene uniti a sè.
Padre nostro!
Questa seconda parola della preghiera, 'nostro', ci rende coscienti della preziosità e della bellezza e necessità della Chiesa. Nella chiesa possiamo vivere l'unità e così sperimentare la Paternità di Dio.
Nella divisione sperimenteremmo la 'paternità' del divisore, il diavolo, con dolorose conseguenze di sofferenza e di oppressione. Dal suo dominio siamo stati strappati da Gesù, che ci ha trasferiti nel suo Regno per essere un solo Corpo. Gesù, accettando la morte dalle mani del Padre, ha vinto il maligno che voleva fare della morte l'ultima e definitiva occasione di ribellione dell'uomo a Dio. Gesù invece ne ha fatto l'occasione del definitivo dono di sè, dell'atto d'amore più grande e più puro! Ormai siamo con lui un solo Corpo offerto al Padre.
Siamo contenti d'essere 'chiesa'! Io sono fiero di esserne membro insieme a tutti quelli che hanno Gesù come Signore.
Nella parola 'nostro' c'è questa consapevolezza e questa gioia!
Padre 'di noi', di noi che siamo edificio spirituale, l'edificio nel quale tu accogli gli uomini attorno al tuo Figlio per amarli!
Padre di noi, che siamo la manifestazione del tuo amore concreto, che nell'unità riveliamo al mondo la tua intenzione di unire tutti nel vincolo della pace!
'Padre nostro'!
Tutti insieme contempliamo il Padre, lo amiamo tutti uniti. Non bastano i miei occhi per vederlo, lo ammiro con gli occhi dei fratelli, degli altri amici di Gesù. Non basta il mio cuore per amarlo, lo amo anche col cuore di tutti gli altri cristiani! Non basta la mia preghiera, lo adoro e lo esalto anche con la voce di tutta la Chiesa!
Padre nostro!
Non sono nemmeno capace di pregare: ho bisogno continuo di imparare: "insegnaci a pregare"!
Insegnaci a pregare come tuo Corpo, come tua Chiesa.
Noi "nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede... per i credenti secondo il disegno di Dio". (1)
Noi cristiani siamo coloro che non sanno pregare! dobbiamo continuamente imparare. Impariamo dallo Spirito di figli che Gesù ci trasmette! E lo Spirito non ci suggerisce formule, parole o riti, ma ci mette in atteggiamento di figli, di fratelli che si tengono per mano e si aiutano gli uni gli altri ad alzare lo sguardo con fiducia, con amore, con abbandono:
Padre nostro!
Il cuore si riempie di gemiti inesprimibili, di sentimenti che non trovano espressione con le parole. Gioia, comunione, fiducia reciproca, apertura di cuore, festa: tutto è contenuto nella grande esclamazione che le varie voci del Corpo di Cristo innalzano: "Padre nostro"!
1) Rom 8,26s
C
Fino a qualche tempo fa ero abituato a pregare questa parola - nostro - immaginandomi la folla sterminata e indistinta di tutti gli abitanti della terra. Pensavo: Dio è Padre di tutti allo stesso modo! Vedevo cristiani e buddisti, atei e musulmani, induisti e gnostici, satanisti e... indipendenti, tutti figli di Dio. Avrei criticato duramente chi si fosse azzardato a dirmi che quel 'nostro' si riferisce solo ai cristiani battezzati! Avrei risposto: ma allora nella preghiera siamo egoisti, pensiamo solo a noi stessi!
Ora invece mi pare di comprendere che nella nostra preghiera non deve mancare la chiarezza di come stanno le cose. Il Padre è Padre di Gesù! Egli è Padre di chi è tutt'uno con Gesù! Egli vuol esser Padre di chi ancora non gli è 'figlio', di chi ancora non gli appartiene con questa dipendenza vitale: egli vuol esser loro Padre, li tratta con l'amore di un papà, ma essi non lo possono ancora in verità chiamare Padre, nè in qualche modo lo vogliono! E' solo Gesù accolto nel cuore in pienezza che fa sgorgare il grido gioioso e fiducioso: abbà! papà!
Quel 'nostro' si riferisce a noi 'Chiesa'. E non è un intimismo sterile, anzi! La 'Chiesa' è opera di Dio nel mondo. Un'opera di Dio non può essere inutile!
Dio ha radunato attorno al Figlio e nel Figlio la comunità dei credenti come un suo dono al mondo, suo dono agli uomini di tutto il mondo e di tutti i tempi. Noi siamo Chiesa per il mondo, siamo l'espressione concreta dell'amore del Padre per tutti gli uomini. Per il mondo e nel mondo noi dobbiamo perciò essere 'Chiesa'! Perché l'amore del Padre possa giungere agli uomini noi "dobbiamo" essere chiesa, mantenere l'identità e la separazione (se così si può dire) della Chiesa come comunione di persone che si distinguono dalle altre.
Ci vedi orgoglio o superbia? Il pericolo può esserci.
Ma se consideri l'essere uniti nella Chiesa come obbedienza a Dio e come disponibilità a compiere la missione che ci viene affidata non c'è nè orgoglio nè superbia. Noi chiesa non saremmo veri missionari di Gesù e non saremmo missionari adeguati per il mondo se non vivessimo a fondo e radicalmente l'unità che ci è donata.
Di questa unità - che, dal momento che esiste, ci distingue dagli altri che non accolgono Gesù come Signore - dobbiamo avere piena coscienza! Come potremmo altrimenti viverla? Se non fosse chiara la nostra unità e identità di Chiesa, così come è chiara agli occhi del Padre, non saremmo testimoni di Gesù! La nostra unità stessa in Gesù è già salvezza e già testimonianza che Egli è colui che salva l'uomo dal suo egoismo - terribile nemico che divide.
Ci possiamo perciò presentare al Padre come unità, come Chiesa, come realtà chiara e distinta! Egli non può che goderne, perché vede che il suo disegno si sta realizzando. La nostra unità è realizzazione del "disegno" di Dio: i suoi "figli" sono finalmente fratelli. La nostra unità in Gesù è testimonianza dell'amore del Padre che ha inviato il figlio per trasmettere il suo Spirito ai cuori divisi degli uomini: la nostra unità è vita trinitaria, vita divina 'quasi' incarnata nei rapporti umani.
L'unità che viviamo come chiesa è la gioia di Dio!
Padre nostro!
Padre di noi, che siamo la tua soddisfazione, il tuo compiacimento!
D.
L'unità dei cristiani è il dono che il Padre continua a offrire al mondo. Quando siamo uniti tra noi perché Gesù è il nostro Signore, allora siamo noi stessi la concretezza dell'amore di Dio per tutti gli uomini.
"Siano uno come noi perché il mondo creda".(1)
Gesù ha chiesto questo al Padre come il dono più grande per il "mondo"!
Perché mai Gesù non ha chiesto al Padre suo la pace per il mondo? perché non gli ha chiesto il benessere e il progresso? perché non gli ha chiesto la capacità di dialogare tra culture diverse? perché non gli ha chiesto l'onestà degli uomini di governo o la libertà di autodeterminazione dei popoli?... Perché?
Gesù ha chiesto solo l'unità dei suoi discepoli, un'unità fatta di fiducia e di obbedienza com'è l'unità del Padre col Figlio e del Figlio col Padre. La vita di unità tra i cristiani inoltre non è considerata da Gesù come strumento per realizzare nel mondo la liberazione dalle ingiustizie, dalla fame, dalla guerra, ma è vista in funzione della fede in lui: "perché il mondo creda che tu mi hai mandato".
E' la fede in Gesù che trasforma l'uomo fin dalle radici e lo libera dai suoi mali e lo salva. E' la fede in Gesù che rende l'uomo capace di comunione con gli altri uomini. E' la fede in Gesù la vera vita dell'uomo.
Noi, cristiani, con l'unità che la fede in Gesù ci fa vivere, diventiamo i salvatori del mondo! La nostra unità è il dono di Dio all'uomo d'oggi, perché è quella realtà che permette agli uomini di qualunque cultura e di qualunque religione di accorgersi della presenza viva di Gesù Salvatore e di accogliere la sua umile opera di redenzione e liberazione dal peccato, come pure di accogliere il suo dono che rinnova la faccia della terra, lo Spirito Santo!
Sono perciò umilmente fiero d'essere membro della Chiesa. Non ne ho alcun merito, anzi, sono sempre trascinato dal mio egoismo a rovinare e offuscare e indebolirne l'unità. La misericordia del Padre però è così grande che - perdonando - ristabilisce e rafforza l'unità tra i cristiani.
Quell'aggettivo 'nostro' rivolto al Padre gli dà veramente gloria! Esso evidenzia pure la sua misericordia, che è uguale per noi e per il mondo. La sua misericordia che ristabilisce continuamente la nostra unità è al tempo stesso misericordia per il mondo, che può così arrivare alla fede in Gesù, suo Inviato!
La nostra unità è veramente preziosa agli occhi del Padre!
Noi cristiani siamo "importanti" perché siamo "uno", perché realizziamo il suo "disegno"! Noi siamo tentati di ritenere che sia importante il nostro amore per i poveri, la nostra attenzione agli 'ultimi', il nostro parlare di giustizia, il nostro accusare e pubblicare le oppressioni, il nostro far valere i diritti delle varie categorie di persone che teniamo divise per età o per occupazione; per il Padre invece è importante la nostra unità. Gesù chiede solo questo 'miracolo', l'essere 'uno' dei suoi!
Quando "la moltitudine dei credenti era un cuor solo e un'anima sola" (2) non esistevano più ingiustizie nè oppressioni, nè primi nè ultimi: esisteva lo Spirito Santo che illuminava tutti e attirava anche quelli di fuori con forza irresistibile verso Gesù e la sua Chiesa per lasciarsi 'salvare' e per poter dire insieme:
Padre nostro!
1) Gv 17,21.23 2) At 4,32
E.
La parola 'nostro' è la parola missionaria della preghiera di Gesù! Se sentiamo questo termine come l'unità della Chiesa in Gesù per il Padre, esso, invece di chiuderci, ci apre! Se lo intendiamo come espressione della folla anonima di tutto il mondo, esso ci lascia amorfi e indifferenti.
Noi siamo le membra del Corpo del tuo Figlio, di quel figlio che tu hai mandato per salvare il mondo dalla sua disgregazione e dal potere del Divisore che lo tiene già distante da te e in contraddizione con i suoi propri desideri migliori!
Noi siamo il dono del Padre al mondo: siamo il luogo dove, chi si lascia salvare, può aggregarsi, trovare comunione e spazio di vita, dove chi si unisce può trovare armonia in se stesso! Siamo il luogo dove Gesù è presente e operante: "dove due o tre sono riuniti nel mio Nome, là io sono"! (1)
Il Padre è Padre della nostra unità e in essa trova la sua gloria! E' nella nostra unità che si manifesta maggiormente la sua Paternità! Siamo il luogo dove il figlio Gesù continua la sua missione.
La Chiesa che vive unita e consapevole della propria unità è di fatto missionaria, e lo è non per il suo fare, ma semplicemente perché è unita.
La realtà dell'unità, che ci fa rivolgere al Padre col termine "nostro", è così preziosa che ci deve trovar pronti al martirio.
La disponibilità e la volontà a non rompere l'unità della Chiesa può giungere a renderci capaci di sopportare ingiustizie, torti, incomprensioni. Ci rende capaci persino di rinunciare a veder realizzati i nostri ideali più belli, anche quelli di una chiesa migliore.
Non è raro trovare dei santi che hanno dato questa lezione. Hanno sacrificato i loro ideali di perfezione della Chiesa pur di non incrinarne l'unità!
Mi viene alla mente Antonio Rosmini, ma ce ne sono molti altri nel passato e nel presente.
Il cristiano che dice "Padre nostro" forse non trova pagani che lo offendono e lo uccidono, ma può trovare altri cristiani che lo ingannano, lo derubano, gli fanno dei torti, gli rovinano il buon nome. Può trovare persino uomini rappresentativi della Chiesa che lo umiliano, lo mettono in discredito, gli fanno subire ingiustizie. Ecco il suo martirio, l'occasione della sua testimonianza a Gesù: egli non rompe l'unità, perché la chiesa unita è più importante di una chiesa 'perfetta'.
La chiesa unita è dono del Padre, la chiesa divisa è strumento del Maligno.
La chiesa unita può essere una realtà sulla terra, la chiesa perfetta è solo celeste.
Dicendo 'nostro' al Padre risveglio la consapevolezza della mia partecipazione alla Chiesa e del compito che Dio stesso le affida nel mondo.
Questa parola tiene desto lo spirito missionario del singolo fedele, che è nel mondo come figlio di Dio per portarvi il suo amore, e soprattutto quell'amore completo che è racchiuso nel Nome di Gesù. Questa parola mi dà la motivazione costante della mia ricerca di unità con gli altri cristiani superando gli ostacoli posti dai miei e dai loro difetti e peccati.
Padre nostro: tu ci vedi uniti saldamente al tuo Figlio e perciò anche tra noi.
Tu ci vedi così e perciò hai fiducia che il nostro essere nel mondo porterà frutto: una continua irradiazione della Luce e della gloria di Colui che tu hai mandato quando hai rivelato il tuo amore al mondo!
1) Mt 18,20
F.
Padre nostro!
E' l'esclamazione dei figli che contemplano Dio e non lo sentono distante, freddo, anonimo! E' un'esclamazione che risponde all'amore già ricevuto e già goduto in pienezza. E' una parola che crea un clima di famiglia: un'unica famiglia formata da Dio e dagli uomini, da Lui e da noi. Nasce un clima intimo, raccolto, profondo, vero.
In questo clima familiare il centro rimane Lui, Dio, il Padre!
E' molto viva la tendenza dell'uomo di porre al centro della vita, e perciò anche della sua preghiera, i problemi del momento.
Qui invece il centro è sempre il "Papà"! Gli occhi restano fissi su di lui, per contemplarlo, per coglierne i movimenti delle mani e degli occhi, per "spiare" dai più sottili e miti cenni i segni dei suoi più reconditi desideri.
Chi è istruito da Gesù nel pregare tiene al centro della sua attenzione il Padre.
Talora nella mia preghiera posso esser tentato di riandare al mondo coi suoi problemi scottanti e reali.
Talora posso essere addirittura tentato di cercare nella mia memoria immagini e notizie con cui occupare il tempo della preghiera, qualcosa da porre innanzi tra me e il Padre. Pongo un ostacolo tra me e lui ed egli non può illuminarmi, riversare in me il suo spirito, la sua vita. Egli desidera rendermi simile a Gesù, suo Figlio, e servirsi di me per portare luce al mondo.
Il centro dell'attenzione è il Padre: non solo della mia, ma della nostra, dell'attenzione della Chiesa! Se non lo fosse essa non porterebbe nessuna novità a quel mondo di cui si occupa, sarebbe sale senza sapore, cioè non sarebbe più se stessa!
Siamo figli, guardiamo sempre a Lui!
Se Egli ci trova così orientati decisamente al suo Volto e al suo Cuore potrà adoperarci 'a modo suo' per quel mondo che Egli "ha tanto amato"!
Dio si è potuto servire di Giuseppe per il bene dei suoi fratelli che l'avevano venduto e per il bene di tutto il popolo egiziano che l'aveva alternativamente onorato e perseguitato: lo ha potuto fare semplicemente perché sempre Giuseppe è rimasto orientato a Lui!
E allo stesso modo tutti quelli che hanno mantenuto il cuore in Dio sono divenuti benedizione per tutto il popolo.
Coloro che hanno voluto mettere al centro del cuore i problemi del mondo si sono perduti.
Gesù stesso non ha voluto mettere al centro il governo dei regni della terra, ma la sottomissione al Padre: solo in questo modo ha vinto il nemico dell'uomo.(1)
Non siamo noi a dar vita al mondo. Il Padre è colui da cui sgorga la vita!
Quando e se vogliamo essere utili al mondo rimaniamo rivolti al Padre, uniti intimamente al suo Figlio come una famiglia che non sopporta divisione tra i suoi membri: è disposto a rinunciare all'eredità piuttosto che rinunciare all'armonia!
Noi guardiamo te, Padre, e tu guardi noi: i nostri occhi s'incontrano col tuo Amore e ne rimaniamo avvinti. Tu ci vedi come vedi il tuo unico Figlio, amato e prediletto e perciò mandato a prendere su di sè il peccato del mondo.
Noi contempliamo te come l'Amore che ci fa godere d'essere vivi e presenti e disponibili a portare a te tutto il mondo perché sia avvolto con noi dalla tua Luce intramontabile.
1) Mt 4,8-11
CHE SEI NEI CIELI
A.
In principio Dio creò il cielo e la terra. (1) Egli ha pensato alla nostra dimora e alla sua! Esse sono dimore distinte, ma non necessariamente distanti.
Il cielo è diverso dalla terra. Questa si caratterizza dal fatto che noi la conosciamo, la scrutiamo, ce ne serviamo, la abbelliamo, la desideriamo, la abitiamo e la roviniamo.
I cieli invece non li conosciamo: restano fuori dalle nostre mani.
Sono parte della creazione di Dio. Egli li ha voluti insieme alla terra, contemporaneamente. Sono anch'essi "opera delle tue dita" (2), oggetto delle cure più delicate del Padre. Sia i cieli che passano sia quelli che verranno, sono opera di Dio (3). Essi sono testimoni della gloria di Dio insieme con le altre sue meraviglie e la raccontano agli uomini (4).
Egli ha nascosto molto ai nostri occhi, ma vede ciò che noi non vediamo.
Cieli e terra sono due realtà che si contrappongono, e si completano.
La terra è abitazione dell'uomo, mentre i cieli sono l'abitazione di Dio: là Egli è... nascosto! Nei cieli apre le sue finestre per scrutare gli uomini e cercare quelli che lo amano! (5)
I cieli, essendo fuori della portata delle nostre mani e superando le nostre capacità di visione e comprensione, sono visti da noi come il simbolo che esprime l'inaccessibilità e la santità irraggiungibile di Dio, del nostro Padre. Noi non lo vediamo, mentre egli ci vede sempre!
Perché il nostro Padre si nasconde? Non vuol esser raggiunto? Eppure egli ci raggiunge in ogni momento col suo amore! Noi lo cerchiamo, perché lo vorremmo "vedere", ed egli si nasconde e, così, nasconde anche il suo amore!
Noi col profeta Isaia (6) chiediamo a Dio di squarciare i cieli e scendere! I "cieli" per lui non creano problema, mentre per noi sono come una barriera che ci impediscono di "vederlo", di riconoscerne cioè la presenza e di goderne l'amore. Siamo sempre impauriti dall'opera del nostro nemico che devasta la terra e i rapporti fraterni degli uomini e dei popoli. La presenza di questo nemico ci impedisce di godere della terra come opera del Padre e di usarla per amare. Non siamo contenti di essa, proprio perché in essa si possono nascondere insidie e tranelli. Desideriamo e chiediamo lo squarcio dei cieli, perché Dio faccia della terra sua dimora, suo 'cielo' dove non possa posarsi il piede devastatore del nemico.
La nostra preghiera viene esaudita.
Il Padre ode il grido del suo popolo e apre i cieli. Non li apre però a caso.
I cieli si aprono sopra Gesù mentr'egli si addossa i peccati del mondo. Gesù esce dall'acqua del Giordano carico dei peccati degli uomini e i cieli si aprono. Il Padre non resiste più, non riesce più a rimanere distante e sconosciuto e nascosto agli uomini. E' tolto dalle loro spalle il peccato e viene sollevato da Gesù sulle proprie spalle innocenti; il peccato è accolto dall'Amore del Figlio; è questo il momento in cui il Padre apre i cieli: ora gli uomini possono vedere il suo amore, il suo amore di papà. Da quei cieli esce la voce e scende lo Spirito. I cieli rimangono ancora misteriosi, ma riversano sulla terra i loro tesori: la voce carica d'amore del Padre e il suo Spirito che riempirà la terra e renderà presente su di essa tutto l'amore di Dio.
E' una novità che si ripete ogni volta che un figlio di Dio invece di dire: "la colpa è tua", dice: "la colpa è mia", e partecipa in tal modo all'opera del Figlio che toglie il peccato del mondo. Anche allora un cielo si apre e lascia vedere l'amore più puro, l'amore divino!
1) Gen 1,1 2) Sal 8 3) Apoc 21,1; 2Pt 3,3 4) Sal 19 5) Sal 53,3 6) Is 63,19
B.
I cieli sono stati aperti su Gesù. La terra non soffre più la disperazione dell'abbandono, non è più in balìa di se stessa, non è più sotto il dominio del peccato. La terra ospita la luce nuova, una nuova aria, una nuova speranza: i cieli hanno riversato l'amore che perdona, dai cieli è uscito quell'amore che sembrava non esistesse e non fosse possibile. Dai cieli ora fluisce novità continua: essi rimangono sempre cieli, sempre insondabili per la mente dell'uomo; ma da essi viene la pienezza nel cuore dell'uomo e la pace nei rapporti tra gli uomini.
Ora questo cielo è il nostro cielo. Esso rimane sempre aperto là dove s'è squarciato quel giorno! Esso rimane aperto sul Figlio dell'Uomo, su Gesù. I suoi discepoli possono vedere gli angeli salire e scendere; i messaggeri di Dio portano al Padre ciò che avviene sulla terra e portano sulla terra la continua notizia dell'amore fedele del Padre!
I cieli sono aperti su Gesù,(1) Egli è la 'scala' che li tiene uniti alla terra, e i discepoli sono i suoi testimoni.
Ci sono e ci saranno ancora uomini che gridano: "Squarcia i cieli e scendi!", ma smetteranno di gridare, soddisfatti e felici, quando presteranno ascolto ai discepoli di Gesù e su di lui vedranno il cielo aperto. Anche quello più buio lascia uscire una luce sfolgorante e parole che nessuno riesce a ripetere!
In quel cielo ora risiede Gesù stesso, il Signore. Come sommo sacerdote egli continua a celebrare il sacrificio per noi col suo sangue (2). Così i cieli ci diventano familiari, pur conservando la loro misteriosità! Risuonano di lodi e inni e canti e grida d'amore di nuvole di testimoni dell'amore del Padre (3): desideriamo abitarvi e ci sono già promessi: anche noi vi potremo 'sedere' (4) come in casa nostra. E' la dimora del 'nostro Padre'!
E anche noi, come figli che godono la fiducia del loro papà, possiamo dal nostro 'trono regale', lasciar fluire sulla terra, ancora piena di ombre, l'amore che perdona: anche noi apriamo qualche cielo oscuro davanti al cuore e allo sguardo incredulo di chi crede d'averci offesi e di non poter più trovare pace, quando doniamo loro il perdono.
I Cieli sono aperti, ma solo su Gesù!
Se perdiamo di vista Gesù ci ritroviamo sotto un cielo chiuso, non vediamo più nè sentiamo più l'amore del Padre. Per godere l'apertura del cielo dobbiamo guardare sempre Gesù, tenere lo sguardo fisso su di lui mentre porta il peccato del mondo: mentre sale sul Calvario accogliendo la croce.
I cieli infatti sono quella dimensione della creazione che sfugge al nostro controllo e alla nostra comprensione. E' là che l'amore del Padre rimane nascosto. quante cose e quanti fatti sono per noi misteriosi, senza spiegazione!
Quante cose e avvenimenti formano un tutt'uno con la nostra vita e con quanto ci circonda e noi non li comprendiamo, anzi, li sentiamo come disgrazie, come stanze buie, tenebrose, impossibili, e ci ribelliamo. Noi non riusciamo a vedere nulla che ci appartenga dentro di essi, non riusciamo a vedervi dentro amore. La paternità di Dio rimane nascosta da quei fatti: malattie, incidenti, morti, ingiustizie, prepotenze, violenze... Queste realtà sono come un cielo impenetrabile: noi non le controlliamo nè le comprendiamo.
Queste realtà sono un cielo che vela e nasconde il volto di Dio.
Può egli essere nascosto là dentro? Può esserci dentro il suo amore?
Quanti 'cieli' rimangono chiusi, conservando il loro segreto!
Eppure, se guardo Gesù che sale dal Giordano coi peccati del mondo sulle proprie spalle, e se lo contemplo mentre si offre a salire sulla Croce, allora i 'cieli' che mi circondano si aprono, e io ricomincio a vedere un Padre che mi ama e ci ama.
1) Gv 1,51 2) Ebr 9,11-24 3) Ebr 12,1; Ap 7,9ss 4) Ef 1,20
C.
Il Padre che è nei cieli è e rimane 'papà' benché dimori in luoghi a noi sconosciuti e nuovi. Ed Egli rimane padre 'nostro': mi raggiunge col suo amore attraverso i fratelli, e raggiunge i miei fratelli anche attraverso me. Quello che per me è 'cielo' incomprensibile può diventare cielo aperto per qualche mio fratello, e viceversa. Il Padre è nostro, e noi lo contempliamo insieme e ci aiutiamo a vedere il suo amore, anche là dove egli lo nasconde.
Ricordo d'aver letto - non so più in quale libro - un episodio avvenuto in uno dei numerosi campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale. Un gruppo di donne è condannato alla camera a gas. Una di esse piange disperata e grida. Le si avvicina Suor Maria, una suora ortodossa: ella prova a convincerla con belle parole che oltre la morte il Padre ci attende, che la morte è il momento di passaggio per una nuova vita.
Ma quella donna grida ancor più forte la sua disperazione.
Allora Sr.Maria le dice: "Non credi? Guarda, ecco, vengo anch'io con te nella camera a gas." Quella donna smette di gridare, e il pianto di tutto il gruppo si trasforma in un canto meraviglioso.
Sr.Maria ha aiutato quel gruppo di donne a vedere l'amore del Padre persino là, nella morte, il luogo dove l'amore è maggiormente nascosto.
Non c'è fatto della vita che non porti in sè amore di Dio. S. Paolo lo ha affermato quando ha scritto: "Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio". (1) Dio redime persino il peccato perché esso diventi strumento di salvezza. Nella Liturgia pasquale la Chiesa canta "felix culpa" pensando che la colpa di Adamo ci permette di godere e scoprire il volto così misericordioso e dolce del Padre. Se non ci fosse stato il peccato non sapremmo quanto grande e buono è il nostro Dio!
Il nostro Padre è nei cieli! Egli nasconde il suo amore perché noi possiamo trovarlo dappertutto; così egli ci può amare di sorpresa, e ci può amare senza che ce ne accorgiamo!
Egli è nei cieli: rimane libero da ciò che succede sulla terra. Egli perciò non è costretto a reagire alle nostre azioni buone o cattive: le può sopportare tutte, può continuare ad amarci dopo le nostre risposte positive e anche dopo quelle negative.
Gesù dice che il Padre fa sorgere il suo sole sui buoni e sui malvagi. Lo può fare perché è nei cieli, e non si spaventa nè si sorprende della nostra incomprensione o del giudizio che noi formuliamo sul suo agire. Egli è superiore a tutto e sa che i nostri occhi sono offuscati e ingannati da ciò che brilla sulla terra.
Nei cieli il Padre può decidere la nostra correzione col silenzio o con l'intervento: e noi non comprendiamo nè l'uno nè l'altro.
Ogni azione di Dio è "misteriosa", comprensibile solo finché nei nostri occhi rimane vivo lo splendore della croce di Gesù.
Persino la nostra "missione" dentro il suo progetto viene decisa e compiuta 'nei cieli': solo dopo un lungo e silenzioso e sofferto amare noi ci accorgiamo che la missione pensata dal Padre per noi non consiste in ciò che si vede, nelle azioni che attirano l'attenzione o il grazie degli uomini, ma nell'amore a Gesù che vi abbiamo 'impastato', nascosto, macinato insieme!
L'amore di Dio non sta in ciò che noi comprendiamo della sua azione, perché è sempre un amore che viene dai cieli: un amore più grande, più puro, più lungimirante di quello che noi pensiamo d'aver capito. Siamo avvolti e travolti da un amore superiore: non ci resta che abbandonarci, e dire con sempre maggior decisione:
Padre nostro che sei nei cieli!
1) Rom 8,28
D.
"Padre nostro che sei nei cieli".
Il suo essere nei cieli ce lo rivela ancor più "papà".
Noi vorremmo talora averlo come padrone: in certe situazioni sarebbe più comodo..., ma egli - proprio perché sa nascondere l'amore - rimane sempre padre: può sopportare i nostri sbagli di responsabilità piuttosto che, togliendocela, privarci dell'amore che ci fa crescere.
Talvolta invece vorremmo averlo come 'servo' che ci ubbidisce, che tien conto delle nostre adulazioni o dei nostri goffi tentativi d'ingannarlo. Egli, tenendosi nascosto, può sfuggire facilmente a queste menzogne.
Egli rimane superiore nell'amore: nascosto sì, ma presente ovunque, come i cieli azzurri sono dappertutto e coprono tutte le nubi. Egli rimane nei cieli aperti: aperti sì, ma non "distrutti".
E' là che noi perciò lo cercheremo.
Egli ci manifesta il suo amore attraverso le realtà visibili, ma noi cerchiamo lui al di là di esse.
Egli ci dona di rallegrarci attraverso le sue creature e di donarci le sue consolazioni in vari modi graditi. Ma noi cerchiamo il suo amore anche dentro ciò che ci fa soffrire, dentro quei fatti personali o sociali che generalmente sono chiamati disgrazie!
Quando diciamo "Padre nostro che sei nei cieli" scompare perciò dal nostro cuore ogni lamentela e ogni brontolio. Non scompare il soffrire, ma sapendo che dentro di esso è celato l'amore del Padre come in un 'cielo', non lo rifiutiamo: piuttosto lo offriamo e cerchiamo luce per vedere quel volto che ci ama, che ci tratta da figli come tratta il Figlio.
"Nei cieli"!
Qui è entrato pure Gesù; anch'egli si è 'nascosto'! E "nei cieli" siamo destinati pure noi (1): "la nostra patria è nei cieli"!
Giungeremo anche noi a vivere fuori di ciò che è visibile e palpabile, comprensibile e afferrabile.
Quando accogliamo l'amore continuo del Padre e ci uniamo a Gesù diveniamo noi pure incomprensibili e inafferrabili. Non ci smuove più l'adulazione, nè la critica o l'offesa; i regali e le privazioni non ci condizionano più. Ci diranno: "hai la testa tra le nuvole", oppure: "non hai i piedi per terra", oppure: "non ami più nessuno"! Noi diremo: "siamo seduti nei cieli", siamo "in patria".
Ma se qualcuno di coloro cui siamo divenuti incomprensibili osserverà con amore Gesù, allora comincerà a vedere l'amore che è nella nostra vita. I cieli sono aperti solo sopra Gesù!
Dato che siamo destinati ai cieli e là possiamo vivere il meglio della vita possiamo cominciare subito a "mortificare quella parte di noi che appartiene alla terra" (2). Lo faremo diventando 'indifferenti' alle cose e ai fatti che succedono.
'Indifferenti' è una parola brutta, perché Dio Padre non è indifferente a nulla. Il suo modo di porsi di fronte a tutto senza scomporsi, senza giudicare e accusare, senza smettere di amare, è visto come indifferenza dagli uomini. Ma indifferenza non è; è un amore più grande, che vuol coprire d'amore e non lasciarsi trascinare fuori dall'amore!
E' l'amore del papà che ama i figli, e li ama tutt'e due, quello che subisce e quello che genera la violenza. Santa indifferenza: amore più grande!
1) Ef 1,20; Fil 3,20 2) Col 3,5
E.
Padre nostro che sei nei cieli!
Se i cieli sono il "luogo" del Padre non mi lascerò condizionare dalla terra nei miei rapporti con gli altri cristiani nè con gli altri uomini!
I beni della terra e i fatti della terra potranno essere superati e relativizzati, perché ci sono altre realtà!
Questa parola della preghiera mi fa alzare gli occhi dal visibile all'invisibile.
Il Padre stesso guardando a noi non si ferma all'apparenza, ma va ad osservare il cuore.
E noi, che ci abituiamo a tenere gli occhi rivolti a lui, diventiamo capaci di vedere quello che a prima vista rimane nascosto. Quando guardo una persona, se sono abituato a tenere gli occhi nei cieli del Padre, non rimango più colpito dal vestito, nè dal tono di voce, nè dagli anelli o dalla facilità di usare il libretto degli assegni, nemmeno dai movimenti bruschi di chi si vuol dar sussiego o da quelli depressi di chi vuol tener rivolta a sè l'attenzione: vedo invece la ricchezza o la povertà interiore, la capacità o incapacità di amare, il rapporto vero o falso o inesistente con Gesù.
"Sei nei cieli"! Una parola che mi spinge alla contemplazione, ad un'attenzione diversa, a vedere al di là del visibile.
Quando incontro una persona che mi ama, riconosco il cuore tenero del Padre che mi fa gustare la sua presenza. Quando incontro una persona che mi invidia o mi odia, o mi tratta con noncuranza, vedo il desiderio del Padre che io ami in maniera del tutto gratuita, come lui.
M'imbatto in un contrattempo o in una sofferenza? Vedo in questa inaspettata situazione una chiamata di Dio ad amare in modo nuovo.
Incontro una gioia, un fatto che mi rallegra? Vedo la sapienza del Padre e la sua gratuità!
Dio mi vede sempre dai cieli, ma anch'io posso 'imparare' a vederlo sempre dalla terra! Non mi devo lasciar abbagliare dalle cose, soprattutto da quelle che mi potrebbero far sorgere vanagloria o superbia.
L'umiltà e la piccolezza è la luce che può penetrare ogni presunta oscurità dei cieli.
Quando scompare la luce del giorno che mi dà un senso di autosufficienza e di sicurezza, quando sembra che i cieli divengano più tenebrosi, è proprio allora che essi mi lasciano vedere il brillare delle stelle e le increspature della luna.
L'umiltà è quella situazione apparentemente buia che mi permette di gustare i segreti più profondi e più belli dell'amore del "nostro Padre". Egli ha rivelato "le sue cose" ai piccoli e agli umili! (1)
L'umiltà mi permette di rimanere all'ombra di Gesù, nascosto in lui: Egli è nei cieli che contempla direttamente il Padre! Certo, allora lo vedo anch'io! Godo cioè direttamente il suo amore, e gli rispondo!
Non mi occorre una situazione o una posizione particolare: un punto di osservazione qualunque, un momento qualunque della giornata, un qualsiasi sentimento che sorge in me o una qualunque sensazione: tutto può diventarmi "finestra" per incontrare lo sguardo di colui che mi tratta da figlio, che mi dona responsabilità di fratello, che mi riveste di sentimenti paterni verso tutto il mondo.
Padre, sei nei cieli!
Sei sopra, ma accanto a me! Sei sopra, ma dentro di me, perché anche il mio cuore talora è un cielo... impenetrabile!
1) Mt 11,25
F.
C'è ancora una parola che mi ritorna con insistenza quando penso ai cieli come dimora di Dio. E' una frase che S. Paolo scrive agli Efesini: "Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose". (1)
Viene presentato Gesù. Gesù è disceso: ha reso visibile e palpabile la vita di Dio, il suo amore. Ha comunicato agli uomini, 'quaggiù' sulla terra, l'amore e la capacità di amare del Padre. "E' lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli".
Non solo Gesù entra nei cieli, ma "ascende al di sopra di tutti i cieli".
Mi sembra che queste parole ci vogliano condurre ad una contemplazione più pura.
Gesù, il Figlio di Dio, è al di sopra di tutte le realtà create, visibili e invisibili. Egli è al di sopra di tutto ciò che ci possiamo persino immaginare come dimora o manifestazione di Dio. Egli supera tutte le nostre fantasie più belle, e tutte le situazioni - anche quelle a noi incomprensibili e inspiegabili - non lo condizionano.
Gesù è nel regno della libertà piena: può esercitare il suo amore senza poter essere fermato da qualcosa. Egli può addirittura amare senza bisogno di cose o gesti o segni visibili o invisibili.
Egli è asceso al di sopra di tutti i cieli "per riempire tutte le cose".
Le cose devono essere riempite? e di che cosa?
Tutte le realtà sono considerate come dei recipienti: i recipienti possono essere vuoti o pieni.
Con quale "sostanza" il Figlio di Dio vorrà riempire tutte le cose?
Non c'è dubbio, Egli riempie tutto di amore, Egli fa sì che ogni cosa - ogni creatura - sia un dono, un oggetto carico di amore desiderato e cercato non in sè, bensì per l'amore di cui è portatore, ogni cosa strumento e dono del Padre, ogni cosa ci orienta al Padre.
Ora che il Figlio è "al di sopra di tutti i cieli" non consideriamo più le realtà divise in realtà terrestri e celesti: tutto è pieno, tutto è dono, tutto è degno di attenzione e d'accoglienza. Non c'è più il poco e il molto, il meno e il più, il brutto e il bello, il dolce e l'amaro. In ogni cosa, sia che essa appaia piccola o grande, c'è la Pienezza!
Non desidero più nulla di diverso di quanto io già sono o di quanto io già posseggo: entro nella pace e nell'abbandono.
Anch'io dal Figlio di Dio sono riempito.
Anch'io sono segno e dono di Colui che è Padre, Padre nostro, che i cieli e la terra non possono contenere, benché Egli si degni di abitare i cieli e di fare della terra "lo sgabello per i suoi piedi"!
"Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti". (2) La pienezza con cui Gesù crocefisso, risorto e asceso 'sopra tutti i cieli' riempie tutte le cose è questa presenza del Padre veramente plenaria: è "Padre di tutti": tutti lo devono ringraziare come propria fonte e tutti perciò devono a lui fare riferimento
"E' al di sopra di tutti": nessuno si può confondere con lui, nessuno può diventare Dio al suo posto o presumere di poter far senza un rapporto con lui!
"Agisce per mezzo di tutti": nessuno è povero, nessuno è disprezzabile, nessuno è sotto un altro, poiché il Padre può adoperare le mani e la volontà e il cuore di ogni essere umano, compresi il più piccolo, il più debole, il più emarginato.
"Ed è presente in tutti": davanti ad ogni uomo chiniamo il capo e davanti ad ogni uomo sacrifichiamo i nostri progetti e le nostre regole, perché in ogni uomo compare l'onnipotenza, la misericordia e la domanda d'amore del nostro Padre.
Quanto sono grandi e quanto sono piccoli i cieli in cui abita il Padre nostro! Persino colui che mi passa accanto sul marciapiede o nell'automobile, persino lui è un 'cielo': "è presente in tutti"!
Padre nostro che sei nei cieli!
Ti amo, ti amo insieme a Gesù, ti amo sempre.
Amo te che mi ami dovunque,amo te che incontro ogni giorno,
amo te che ti nascondie quando intuisco che sei nascosto già ti vedo dentro un fatto o dietro gli occhi delle persone che incontro!
E tutto grazie a Gesù!
1) Ef 4,10 2) Ef 4,6 - Nulla osta: Mons. I.Rogger, Trento, 30/1/1994
SIA SANTIFICATO IL TUO NOME
A.
Gesù continua a rispondere ai suoi discepoli. Essi gli hanno chiesto che insegnasse loro a pregare. E il Signore, dopo averli introdotti alla contemplazione del Padre, li porta ora ad esprimere dei desideri!
I desideri, che coloro che pregheranno dovranno esprimere, non sono frutto di un ripiegamento su di sé, non sono attese egoistiche, ma sono nuovi, sono desideri sgorganti dall'amore di quel Padre che essi hanno contemplato.
Quel Padre, di cui hanno scoperto l'amore, ha un'identità, un progetto e una volontà ben precisi: i discepoli di Gesù desiderano che questi possano manifestarsi e compiersi.
I desideri non sono domande qualsiasi: sono proposte nelle quali si è disposti a lasciarsi trascinare, coinvolgere; anzi, è proprio ciò che si vuole, essere coinvolti.
La bambina che desidera fare una torta chiede alla mamma di mettersi all'opera: ella sa che verrà coinvolta nel lavoro!
Il bambino che desidera un gioco, chiede al papà di costruirglielo, sapendo che verrà richiesto anche della propria collaborazione.
Il figlio che conosce i progetti del proprio padre desidera che essi si realizzino, e per questo si offre, si mette a disposizione per collaborare, per faticare insieme.
Gesù suggerisce dei desideri a chi impara a pregare.
Suggerendo i desideri indica dei possibili campi di lavoro su cui orientare la propria fatica, le proprie scelte, la propria offerta di collaborazione, la vita.
La preghiera del cristiano diviene così un preciso orientamento della propria esistenza, diventa lasciarsi trascinare nello stesso movimento d'amore del Padre, diviene comunione sempre più completa con lui, col suo amore.
Il primo desiderio riguarda il Nome del Padre.
"Sia santificato il tuo Nome"!
Che cos'è il Nome?
Per noi il nome è semplicemente una parola, un suono delle labbra, spesso senza significato. Eppure il nome è sempre importante.
Col nome viene identificata una persona - grande o piccola, povera o ricca, intelligente o meno, non importa - col nome la persona viene contraddistinta, col nome viene manifestata la sua presenza oppure se ne richiama la memoria. Col nome una persona può venir chiamata oppure rifiutata. Il nome è la persona stessa che lo porta!
Ogni uomo ha un nome: quand'egli viene accolto nel mondo il primo atto d'amore che riceve è l'attribuzione di un nome!
E Dio ha un nome?
Anch'egli deve poter essere identificato, contraddistinto come il Dio vivente, per non essere confuso con una delle molteplici immagini divine costruite dall'uomo o suggerite all'uomo dal nemico stesso di Dio.
Dio, il vero e unico Dio che ha dato vita agli uomini e li ha amati, deve poter essere riconosciuto, richiamato alla memoria, interpellato con un 'suo' "nome" che lo distingua dagli idoli vuoti e vani, che non hanno altra relazione con gli uomini se non l'inganno.
Non troviamo perciò strana la domanda che Mosè rivolge a quel 'Dio' che lo chiama e lo vuol rimandare in Egitto dagli Israeliti: "Ecco, io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?"(1)
Gli uomini vogliono sapere donde viene la voce che li chiama, che li interpella.
Voglio sapere chi è colui che mi dà un compito o che mi chiede obbedienza, perché non voglio essere imbrogliato. Non ci si può fidare di uno sconosciuto. Voglio sapere almeno se egli è uno che ha dimostrato di amarmi o se è uno che mi sfrutta.
Chiedendo il nome, gli israeliti vogliono sapere se quel 'dio' è uno sconosciuto oppure uno con cui già esiste un rapporto o un'esperienza su cui poggiare la propria fiducia.
Conoscere il nome di Dio è perciò un'esigenza più che legittima, anzi doverosa.
Gesù stesso durante l'ultima Cena, nella preghiera rivolta al Padre, riassume così la propria opera in mezzo ai discepoli: "Ho fatto conoscere loro il tuo nome!"
Conoscere il "Nome" di Dio è necessario, il 'volerlo' conoscere però può nascondere una tentazione.
1) Es 3,13
B.
L'uomo che conosce il nome di Dio potrebbe abusarne, potrebbe voler evocare la potenza di Dio per motivi egoistici, per ambizione, o per farsi ubbidire dagli altri uomini. È antica la tentazione della magia: adoperare il nome di un "Dio" per interessi personali e per opprimere o sfruttare il prossimo; chi sa di possedere un nome di Dio corre altre grandi tentazioni, non ultima quella dell'orgoglio, di ritenersi migliore di altri che, nel loro repertorio di parole, non posseggono quel 'nome' speciale.
La risposta che il Dio vivente dà a Mosè, e tramite lui al popolo, vuole aiutarli ad evitare questa serie di tentazioni. Egli rivela un "nome" che li aiuti a riconoscerlo con un rapporto di fiducia totale, di abbandono pieno alla sua Sapienza, di amore e, quindi, di obbedienza. L'uomo non incontra Dio quando possiede una parola in più, ma quando sa mettersi davanti a Lui come un figlio, come un bambino.
Il "nome" consegnato a Mosè non è un suono particolare, una parola strana; quel "nome" è l'avvio di un rapporto di fiducia e d'amore.
"Io sono colui che è" sta a dire: "Non preoccuparti come chiamarmi, occupati invece di stare con me e di darmi fiducia. Io sono vivo, Io ci sono sempre, puoi fidarti. Io sono qui per te, ti amo, mi occupo di te, non sei solo, né orfano né abbandonato. "Io sono colui che sono": non è importante un nome sulle tue labbra, è importante la fiducia nel tuo cuore. Non ti do un nome da possedere, ti do la mia presenza sicura, stabile, fedele. Non aver più paura! "Io sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe": puoi trovarmi nella vita dei tuoi padri. Ho agito con fedeltà già alle radici della tua storia, sono già impegnato con te prima che tu nascessi, ho preparato io la tua esistenza con sapienza, con dimostrazione di provvidenza, con potenza d'amore, con umiltà. Ho guidato i passi ai tuoi antenati; la tua vita dipende già dal mio agire."
Il nome dato a Mosè non è una parola da pronunciare, ma l'avvio di un rapporto con cui rispondere all'amore già impegnato da Dio. Se entriamo a fondo in questo nome di Dio ci accorgiamo che esso è già una grande preparazione a vivere da figli con lui, il Padre!
L'evangelista Giovanni racconta più volte che Gesù ha applicato a sè questa espressione: "Io sono"!
"Quando avrete innalzato il figlio dell'uomo allora saprete che Io sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre così io parlo."(1) Dio, il Dio dei Padri e di Mosè, il Dio fedele alle promesse, si fa identificare e si fa contraddistinguere tramite la persona di Gesù. Egli si manifesta nel Figlio innalzato, nel Figlio obbediente fino alla morte, nel Figlio che porta l'amore sulla croce, nella profondità stessa e nella tenebra della sua morte.
La fedeltà di Dio all'uomo, la Pienezza dell'Amore che ha creato l'uomo e lo continua ad assistere, si manifesta in Gesù. È Gesù l'"Io sono", l'amore con cui Dio ama il mondo.
È Gesù che mostra il vero volto di Dio, che lo mostra come colui che dà la vita, come Padre: "Chi vede me vede il Padre"! "Io e il Padre siamo uno"!
Nome di Dio, di quel Dio che è Padre per gli uomini, è la persona di Gesù: "Egli è immagine del Dio invisibile". (2) "Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato." (3)
Possiamo vedere nella Persona di Gesù il Nome di Dio, perché è attraverso di Lui che il Dio dei Padri, il Padre che ama gli uomini e il mondo, si fa incontrare e amare.
Agli uomini piace conoscere un nome di Dio come parola da usare per distinguersi e ritenersi veri adoratori, giudicando gli altri o ignoranti o menzogneri. Ma questa è una delle tentazioni di Satana che vuole impedire all'uomo di conoscere il Padre, e quindi di conoscere se stesso come figlio di Dio e fratello di tutti.
Un nome, per quanto bello o strano possa apparire, può essere pronunciato "invano", può cioè esser pronunciato come qualcosa di vuoto, come non contenesse la pienezza dell'amore, può esser pronunciato come si pronuncia il nome di un idolo. Un nome di Dio potrebbe esser pronunciato senza impegno di amore e senza manifestare amore; sarebbe come un'espressione che non rivela alcuna relazione tra lui e noi, come il nome di una persona qualunque con cui non abbiamo nulla a che fare, o peggio, di cui noi possediamo i segreti e la 'potenza'.
Un nome potrebbe essere applicato persino a un'immagine di un dio formulata dall'uomo, dalla sua fantasia o dalla sua intelligenza, dai suoi interessi più o meno velati di ambizione, di potere o di piacere.
Ti ringraziamo, Padre, di non averci dato altro nome con cui chiamarti che la parola con cui i bambini chiamano il loro papà!
Ti ringraziamo che hai posto davanti al nostro sguardo il tuo figlio Gesù per conoscerti e per iniziare il nostro rapporto d'amore con te!
1) Gv 8,28 2) Col 1,15 3) Gv 1,18
C.
Gesù manifesta il volto di un Dio che è Amore, lo contraddistingue come Padre, lo identifica tra infinite immagini di 'Dio' e lo richiama alla nostra memoria senza tentennamenti.
La persona di Gesù con tutta la sua vita ci apre i cieli per vedere e incontrare il Dio vivo, Colui che ci ama, il Padre. Gesù è il "Nome" di Dio!
La persona di Gesù, che vive da figlio, ci richiama il Padre. E noi, amando il Figlio, diamo l'amore più gradito al Padre. Ascoltando il Figlio porgiamo attenzione al Padre, che lo ha mandato come sua Parola.
Quando Gesù adempie il suo ruolo di figlio, in lui noi incontriamo il Padre con tutto il suo amore. Quando Gesù dice: "Padre, non la mia, ma la tua Volontà sia fatta" e si offre nell'atto d'amore culminante sul Calvario a Gerusalemme, allora egli è "Nome di Dio"! "Quando avrete innalzato il figlio dell'uomo saprete che "Io sono"", comprenderete veramente chi è Dio, lo conoscerete: è uno che ama, che vi ama, che non risparmia nulla per liberarvi dalle vostre schiavitù, è Padre.
Con l'espressione "Io sono" Gesù manifesta la propria divinità, ma nel senso che Egli è l'amore del Padre. Con questa espressione si offre a noi come "Nome" di Dio e manifesta in che cosa consista la divinità di Dio: è amore, dono gratuito di sè, amore che vuole salvezza e comunione con me!
"Io sono con voi fino alla fine del mondo", fino alla fine, fin dentro la morte, conseguenza ultima del peccato. Gesù è presenza divina, presenza dell'amore totale, l'amore del Padre che dà la vita.
"Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre". 1)
Poiché Gesù ha donato se stesso in un'obbedienza totale, Egli mostra l'intima natura di Dio, che è amore. Egli riceve il nome sublime, il Nome stesso di Dio.
"Davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua" (2): queste parole del profeta Isaia sono riferite a Dio e S.Paolo le usa per Gesù: Egli è il Nome di Dio!
Ora questo vero "Nome" di Dio è una Persona! È un nome che non è dato agli uomini da pronunciare, ma da amare. Non conosce il vero "Nome" di Dio chi non ama Gesù; lo conosce chi rimane unito a Lui!
Conosce e riconosce il Dio vero, - il Padre, Colui che ci ha dato la vita e ci attende, - solo chi s'avvicina a Gesù e si lascia amare da Lui! Questi fa esperienza della consolazione e della pienezza di vita e del ristoro che vengono da Dio. Questi conosce Dio veramente come Dio! Gesù è il nome divino che può esser "conosciuto" solo con l'amore, offrendosi a Lui, avvicinandosi e rimanendo con Lui.
Potremmo dire che il Nome di Dio non è pronunciato rettamente se non col seguire Gesù!
Io conosco il Nome di Dio Padre quando seguo Gesù!
Io pronunzio il Nome del Dio vivente in modo che gli altri conoscano qualcosa della sua identità, del suo Amore, quando seguo Gesù! E tanto più chiaramente lo do a conoscere, quanto più liberamente e profondamente seguo Gesù salendo con lui sulla croce.
Posso dire d'aver conosciuto Dio avvicinando persone che soffrivano e sopportavano croci e inimicizie per amore di Gesù, stavano o stanno con lui sul Calvario. Da questa loro sequela viene a me l'eco sempre più chiaro del vero "nome" di Dio, una eco che contiene la misericordia e la fedeltà, la sapienza e la previdenza, l'intelletto e la mitezza, l'umiltà e la fortezza di quel Dio che è vivo, e non può perciò esser racchiuso semplicemente in due o tre sillabe dell'uno o dell'altro linguaggio degli uomini.
La vita dei Santi, sempre presenti nella storia della Chiesa - Corpo di Cristo - è il risuonare continuo del vero Nome di Dio!
La memoria dei santi diviene memoria di Dio e aiuto per identificarlo con sempre maggior chiarezza: essi sono stati dentro l'amore di Gesù, trasformati dal suo esser Figlio, purificati dalla sua croce in tutti i loro sentimenti. Insieme con Lui essi, con la vita, fanno riecheggiare nel mondo, e soprattutto ai miei orecchi e al mio cuore, il Nome vero e santo dell'unico Dio vivo e vero, del mio e nostro Padre!
Grazie, Padre, che mi fai conoscere il tuo Nome attraverso l'amore di Gesù e la sua vicinanza a me! Grazie, Gesù, che mi fai conoscere il Padre!
1) Fil 2,9-11 2) Is 45,23
D.
Ci siamo soffermati lungamente a "udire" il Nome di Dio. Cerchiamo ora di entrare nel significato del desiderio che Gesù vuol metterci nel cuore e nella Volontà: "SIA SANTIFICATO IL TUO NOME"!
Sia santificato.
Questo termine non viene per nulla usato nel linguaggio corrente: deve perciò esser spiegato. So di non esserne capace, se non in maniera molto rudimentale: faccio quel che posso, il resto lo completerà lo Spirito Santo!
Santificare, fare santo, dovrebbe voler dire mettere nella condizione di non subire gli influssi della terra, portar fuori dalla stretta dipendenza di ciò che succede sulla terra. Sulla terra si muove l'egoismo e l'orgoglio dell'uomo, l'invidia di Satana, l'inganno dei vari interessi assurti a idoli, capaci di orientare le decisioni libere degli uomini.
Chi vien portato fuori da questa dipendenza vive sotto l'influsso di un'altra forza: l'amore del Padre. Viene santificato perciò chi assume, come unico movente dei propri sentimenti e delle proprie azioni, l'amore di Dio e lascia senza conseguenze le spinte interiori o esteriori provenienti da provocazioni di odio, di indifferenza, di invidia, di orgoglio, di piacere, di violenza ecc.
È santificato ciò che non esprime più necessità umane o materiali ed è fatto strumento dell'amore del Padre. Chi viene santificato diventa libero, veramente libero, perché agisce e vive solo portato dall'amore del Padre! Diventando santa, una persona viene purificata da qualunque desiderio terreno ed effimero, da qualunque scopo superficiale ed egoistico, per diventare espressione solo dell'Amore eterno del Padre.
Padre nostro, sia santificato il tuo Nome!
Padre, desidero ardentemente che Tu renda puro e libero da condizionamenti terreni Colui attraverso cui Tu ti manifesti e ti fai identificare e conoscere...
Di per sè il Nome di Dio non ha bisogno di esser santificato: "santo è il tuo nome"!
Gesù - Nome di Dio - è "il Santo di Dio", non ha bisogno di santificazione: già prima della nascita è stato dichiarato tale, e persino i demoni gli gridavano quest'appellativo. (1)
Gesù, "nome di Dio", è santo, e proprio per questo è Nome del Dio tre volte santo!
Le tentazioni che Gesù vince nel suo deserto fanno capire con chiarezza che Egli vuol dipendere solo dal Padre: egli, il Figlio, vuol rimanere figlio, vuol rimanere in dipendenza e in ascolto della Parola di Dio: non si lascia condizionare né dalla propria fame, né dalle attese che gli uomini avevano di vederlo Messia, né dal bisogno dei popoli di essere governati rettamente. Egli si lascia muovere solo dall'amore del Padre, quando egli vorrà. Gesù è il santo!
Il nostro modo di conoscere e avvicinare Gesù, invece, dev'essere purificato, liberato da interessi terreni, dalle nostre concupiscenze. Il nostro modo di amare Gesù, il Santo, dev'essere santificato.
Quante volte noi, proprio noi cristiani, guardiamo a Gesù come se Egli fosse colui che accontenta i nostri desideri o realizza i nostri sogni egoistici! Lo vediamo talora solo come Colui che può guarire le nostre malattie, che può toglierci dai problemi causati anche dai nostri peccati, lo vediamo solo come colui che deve realizzare i sogni di promozione, di ricerca di lavoro o di comodità varie... Vediamo Gesù come terapeuta o come mago che ci toglie il peso delle responsabilità e ci rende facile la vita.
Padre, sia santificato il tuo Nome!
Padre, fa che noi non guardiamo a Gesù come pagani che interpellano un idolo, come a chi debba realizzare le nostre volontà impure! Concedici di conoscere Gesù, tuo Nome Santo, come colui che ti ubbidisce e che può realizzare la tua Volontà in noi!
Concedici di accogliere e amare Gesù per imparare da Lui la tua Volontà e ricevere da Lui lo Spirito Santo per realizzare i tuoi disegni di Padre!
Libera da ogni impurità e da ogni scoria egoistica e superficiale la nostra conoscenza di Gesù, cosicché Egli possa farci vedere in tutta nitidezza e splendore il tuo Volto! Padre!
1) Mc 1,24
E.
Nel mondo ora siamo presenti noi che diciamo: "Padre nostro!". Ora nel mondo, privo della conoscenza di Dio, affondato nella tenebra, ci siamo noi. Attorno a noi si diffondono modi di pensare e di vivere che ignorano completamente il Padre. Spesso gli uomini fanno riferimento a Dio, ma non al Padre. Se sei attento scopri che il Dio, di cui parlano gli uomini, è spesso una loro immaginazione, un 'dio' che essi possono definire persino ingiusto o cattivo! Essi sono migliori di lui. Come può ancora risuonare nel mondo il tuo nome, Padre? Che cosa si può fare perché tu sia riconosciuto come il papà, come colui che ama, che dà la vita agli uomini e ne rispetta la libertà, come colui che usa pazienza e misericordia?
Nel mondo ci siamo noi, che siamo tuoi, acquistati dal tuo Figlio, che ha lasciato a noi il suo Nome e il suo Spirito! Di noi l'apostolo Paolo ha scritto: "Voi avete in lui parte alla sua pienezza" (1), e la 'sua pienezza' è "la pienezza della divinità"! (2)
Noi, quindi, membra del Corpo di Cristo, partecipiamo alla divinità, cioè all'amore, del nostro Signore.
Siamo noi ora investiti del compito di essere l'eco del Nome di Dio. Siamo noi che possiamo, con la nostra vita, essere d'aiuto ad identificare e contraddistinguere il Dio vivo e vero, il Dio che ama e salva.
Anche noi, con Geremia profeta, possiamo dire: "Siamo chiamati col tuo Nome!" (3)
E perciò ancora continuiamo la preghiera: per amore del tuo nome salvaci! per amore del tuo nome liberaci, per amore del tuo nome purificaci, per amore del tuo nome togli da noi le incrostazioni dell'egoismo! Per amore del tuo nome - poiché è la nostra vita che lo fa conoscere al mondo di oggi - santificaci!
Padre nostro, sia santificato il tuo nome!
Noi dobbiamo essere santificati da te, altrimenti siamo un nome storpiato, un nome incompleto, un nome che suona persino male agli orecchi dell'uomo. Noi dobbiamo essere liberati dalla concupiscenza e dall'ambizione, dalle vanità, dagli egoismi, dai peccati d'ogni genere, dall'avarizia e dalla gelosia, altrimenti Dio non può esser conosciuto come il Padre che ama sempre e tutti, e che nasconde il suo amore e la sua pazienza dentro ogni cosa e dentro ogni evento.
Gli uomini, abituati alle idee strane su Dio e convinti della verità delle sue immagini false, devono trovare nel mondo da loro conosciuto qualche novità attraente, che faccia loro vedere qualcosa del Padre. Questo è il compito dei discepoli di Gesù. Da Lui essi imparano a porgere l'altra guancia e a dare il mantello a chi li priva della tunica: essi imparano a non misurare la generosità sulle richieste dell'uomo, ma su quelle superiori del Padre, e imparano a reagire a ciò che avviene sulla terra con l'amore che essi attingono nei cieli. Da Gesù essi ricevono la forza quotidiana per essere 'diversi' da come ci si aspetterebbe.
Gli uomini abituati a lamentarsi sempre di tutto e di tutti, del caldo e del freddo, di chi serve e di chi comanda, devono incontrare chi non si lamenta di nulla per poter conoscere il Padre che si serve di tutto e di tutti per amare!
Il nome di Dio siamo noi, noi che viviamo all'ombra della croce di Gesù e alla luce della Risurrezione. Conoscendo la nostra debolezza, il nostro peccato e l'intermittenza del nostro amore dobbiamo dire sempre: santifica il tuo nome, Padre! Santifica noi poiché la nostra vita serve a rivelare la tua identità. Rendici puri, togli da noi i sentimenti di tristezza e anche quelli della gioia che dipende solo dalle cose terrene. Rendi il nostro sguardo limpido, perché possiamo godere solo di te e rattristarci di ciò di cui il tuo Spirito si rattrista!
Il profeta Ezechiele parlava anche e soprattutto di noi cristiani quando diceva:
"Santificherò il mio nome grande disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro.
Allora le genti sapranno che io sono il Signore, quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi."
"...Io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo... Non per riguardo a voi, io agisco, dice il Signore Dio - sappiatelo bene!"
"Le genti sapranno che io sono il Signore che santifico Israele quando il mio santuario sarà in mezzo a loro per sempre!"
Il "santuario", che sta per sempre, è l'edificio spirituale costruito con le pietre vive che sono i credenti che si poggiano su Gesù, pietra angolare! Luogo d'incontro con Dio Padre è la Chiesa che egli offre al mondo come luogo pieno del suo amore.
Rendici santi, perché tu sei santo!
Santificaci, e il tuo nome risplenderà glorioso e sarà conosciuto e amato!
1) Col 2,10 2) Col 2,9 3) Ger 14,9 4) Ez 36, 23s.28
F.
Gesù ha fatto risplendere il Nome del Padre quando è stato innalzato sulla croce: in quel momento gli uomini d'allora e quelli di oggi vedono l'amore più disinteressato, l'amore puro e misericordioso, l'amore divino. Colui che manifesta il Padre dev'essere innalzato.
"Viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato". (1) Per far conoscere l'amore donato al Padre e l'amore con cui il Padre ama, Gesù deve e vuole accogliere l'opera del principe del mondo, l'umiliazione, le sofferenze, la morte.
Egli disse ancora: "E che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo Nome." (2)
Gesù si offre alla sua "ora", all'ora della sua morte, per glorificare il Nome del Padre. È nel momento della morte, vissuta come offerta di se stesso, che Gesù - figlio - mostra al mondo che il Padre suo è amore.
"Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me" (3): non con la gloria umana, ma con la gloria dell'amore che si offre, Gesù attrae gli uomini e li convince che Dio è amore!
"E io ho fatto conoscere loro il tuo Nome, e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro." (4)
Quando l'uomo, discepolo di Gesù, conosce il Nome del Padre, non possiede un vocabolo in più, ma vive un amore più grande, l'amore pieno, l'amore con cui Dio ama il Figlio! Conoscere il Nome di Dio consiste nel condividerne l'amore, quell'amore che "consegna" il Figlio, e che gli dà tutta l'attenzione e tutta la fiducia.
Quando io conosco Dio e il suo Nome - cioè la sua vera identità - amo Gesù con amore totale, vivo per lui ed egli vive in me.
Se Gesù ci manifesta il Nome di Dio con la sua morte, anche noi, membra del Corpo di Cristo, manifesteremo il nome del Padre con la nostra "morte", col nostro esser uniti alle sue sofferenze e alla sua croce. Per questo anche noi con lui siamo "luce del mondo", (5) partecipiamo ad illuminare la presenza del Dio vero sulla terra!
A noi perciò il Signore non vuole risparmiare le persecuzioni. Ha detto ai suoi: "Se hanno odiato me odieranno anche voi" e "il mondo vi odia" (6); Gesù, pregando il Padre, non ha chiesto per i suoi "che li tolga dal mondo". (7)
Egli sa bene che le sofferenze e la croce sono doppiamente necessarie: da una parte esse purificano la fede e l'amore, lo vagliano e lo fortificano; d'altra parte innalzano: mettono in evidenza agli occhi di tutti - anche dei più distratti e degli scettici - la gloria dell'amore divino presente nell'uomo. Per questo S. Paolo poté scrivere: "Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati." (8)
La Chiesa è sempre sulla croce. I cristiani che amano il Signore più di se stessi non sono mai senza croci, né si meravigliano d'essere perseguitati. (9) La Chiesa in ogni tempo e in ogni luogo sperimenta la croce. Talora sono i vescovi o i sacerdoti, talvolta sono i religiosi, talvolta sono i cristiani di qualche categoria sociale che soffrono ostilità o emarginazione, ma sempre è la Chiesa che dà la vita perché il nome del Padre sia glorificato e conosciuto! E dove la Chiesa rifiuta la croce e accetta compromessi col mondo, là Dio non viene conosciuto come Padre, ed è l'umanità a soffrire la mancanza di luce e sicurezza, la mancanza di vita.
Padre nostro, sia santificato il tuo nome!
Non rifiuto croci e sofferenze purché il tuo Nome risplenda! Anzi, santifica e purifica la mia vita e la vita di quella parte di Chiesa in cui vivo, perché il tuo amore sia conosciuto in tutto il suo splendore!
Non sono io che santifico il Nome del Padre! È Lui stesso che purifica la mia vita e quella della Chiesa da ogni egocentrismo e da ogni vanità e avarizia, perché chi ci vede e chi ci incontra possa vedere e sperimentare l'incontro con l'amore del Padre; chi ci vede capaci d'amare dentro la persecuzione e dentro la sofferenza e la morte, incontri quel Dio che dà la vita anche a chi è afflitto e disperato dalla paura del vuoto e della morte.
Il Padre ci santifica donandoci lo Spirito di Gesù, perché la nostra vita sia lo splendore del suo essere amore!
Sia santificato il tuo nome, Padre!
Gesù sia conosciuto come tuo inviato che ci manifesta i tuoi voleri, e non solo come un guaritore o un amico che riempie le nostre solitudini!
Gesù sia amato come Colui che ci può dare il tuo Spirito Santo che ci trasforma in amore!
Purifica, Padre, il nostro cuore e la nostra Chiesa, perché accogliamo il tuo Spirito per poter manifestare al mondo, con la nostra affabilità, che tu sei amore, che sei Padre cui affidarci e cui obbedire.
Tutti riconosceranno che i loro idoli, - denaro, ambizione, successo, grandezze, piaceri - sono inganno: li abbandoneranno per lasciarsi amare da Te e unirsi al tuo figlio nel suo Corpo, la Chiesa, edificio da Te costruito per far conoscere ancora a tutti, nei secoli, il Tuo Nome!
1) Gv 14,30 2) Gv 12,27.28 3) Gv 12,32 4) Gv 17,26 5) Mt 5,14
6) Gv 15,18 7) Gv 17,15 8) 2Tim 3,12 9) 1Pt 4,12
VENGA IL TUO REGNO
A.
È il secondo desiderio che esprimiamo al nostro Padre. È il desiderio dei poveri, di coloro che attendono tutto da Dio, perché si sono accorti di non poter ricevere dagli uomini se non illusioni e delusioni. I regni umani, di cui fanno esperienza, sono solo capaci di far soffrire, di opprimere, di far nascere speranze e di smorzarle subito. I poveri perciò desiderano ardentemente un altro regno, il regno di quel Dio che ama e non può ingannare! Il loro desiderio è così forte, che diviene disponibilità a collaborare, a lasciarsi 'usare' da quell'amore con cui il Padre vorrebbe guidare le convivenze umane.
Venga il "tuo" regno, regno di Padre!
Nell'antichità, lungo la storia dei Patriarchi, Dio non è mai chiamato col titolo di re. Questo termine gli viene attribuito piuttosto tardi, quando il popolo d'Israele - sedotto dal modo di vivere degli altri popoli - vuole un re, per essere come gli altri! Il profeta Samuele 1) è costretto a concederlo, e consacra a questo scopo Saul, e più tardi Davide.
Dai popoli pagani il re era considerato divinità; la sua autorità era assoluta. Era lui, il re, che decideva ciò che doveva esser considerato bene e ciò che doveva esser considerato male. Il re non si sentiva in dovere di render conto a nessuno del proprio operato. Egli - come una divinità - godeva perciò di venerazione e adorazione. La sua immagine veniva adorata e adulata come quella di un 'dio'. Il popolo d'Israele aveva voluto un re.
Dio lo concesse, ma non perché fosse considerato 'dio'. Anzi, a questo re sarà proibito farsi delle immagini! E dovrà anch'egli consultare il Signore attraverso i profeti e far riferimento continuo alla sua Parola. L'unico vero re, infatti, l'unico cui ispirarsi per emanare leggi o dare sentenze, è Dio. È da Lui che l'uomo chiamato col titolo di re, riceve il compito di governare. È da lui che dipende continuamente la missione del re a favore del popolo ed è a Lui che egli deve ricorrere per averne consiglio.
Il re sarà persino ripetutamente oggetto di correzione e di castigo da parte di Dio! L'operato di Saul e quello di Davide è spesso rimproverato da Dio attraverso i profeti! Sia Saul che Davide, che i re dopo di loro, sono puniti da Dio: essi non possono decidere il bene e il male, non possono erigersi ad autorità assoluta, devono obbedire ai comandi dell'unico vero ed eterno re del popolo d'Israele, che è Dio stesso. Il re può venire pure destituito da Dio: ciò è accaduto a Saul stesso!
L'unico vero re è il Dio vivente! Gli uomini, anche gli uomini cui è data responsabilità per gli altri, devono guardare sempre a lui e ubbidirgli. È Dio, il nostro Padre, l'unico che porta in prima persona il titolo e le prerogative di "re". I re terreni devono limitarsi a rappresentarlo, a portare sulla terra le sue parole e a render concreta e viva la sua autorità.
È tentazione ricorrente per gli uomini considerare separate l'autorità di Dio e quella del re. Siamo tentati di vedere le loro autorità come concorrenti l'una dell'altra. Le conseguenze sono disastrose: viene così costantemente ripresentato il peccato originale. L'uomo viene portato a ritenere che la sua vita in società sia esonerata dall'obbedienza a Dio: egli vive così una dicotomia, una doppia dimensione morale tra vita personale e vita sociale. Si può arrivare ad attribuire al re l'autorità di Dio: ciò fa anche comodo, perché il re è un uomo soggetto a debolezze e compromessi ed è capace, pur di compiacere la folla, di lasciarsi dirigere e influenzare dagli umori della gente.
È proprio ciò che è successo a Gerusalemme la vigilia della festa di Pasqua: Pilato è capace di ritenersi autorità assoluta, tanto da dichiarare a Gesù: "Non sai che ho potere di liberarti e ho il potere di metterti in croce?" Egli ritiene d'avere il potere di dichiarare "buona" l'ingiustizia di condannare l'innocente. Eppure, proprio lui è così debole da lasciarsi condizionare dai ricatti dei Giudei! E questi, con una frase lapidaria, ma espressiva, si allontanano decisamente da Dio: "Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare." Essi vogliono costringere Pilato e per questo rinnegano la regalità di Dio; si dichiarano senza dio! o meglio, proclamano la divinità del re umano, di Cesare, ricalcando in modo blasfemo la parola del Decalogo: "Non avrai altro Dio all'infuori di Me"! Giungono a tanto per imporre il loro volere, per essere essi stessi l'autorità assoluta del popolo.
I poveri continuano a pregare: Venga il tuo Regno, Padre! Venga il tuo Regno su questa terra divisa e smembrata tra i regni umani che sono tutti in balìa della violenza, della prepotenza, del ricatto reciproco, della sopraffazione, della lotta. Venga il tuo Regno, l'unico che allontana il dominio e la tirannia di Satana.
Venga il tuo Regno, regno di un padre, regno dove ci possiamo sentire amati e stimati, protetti e responsabilizzati.
Venga il TUO Regno!
1) 1Sam 8
B.
La parola "regno" può significare due realtà diverse. Anzitutto con essa possiamo esprimere ciò che si dice pure col termine "regalità": la dignità, la natura, la maniera di essere del re, il tipo di relazioni che vengono instaurate da uno che sia "re"!
Con la parola "regno" possiamo inoltre intendere il "reame", il territorio cioè su cui vige l'autorità di un determinato re, i confini entro i quali è valida la sua parola e obbligatoria la sua legge.
Quando parliamo di regno di Dio si possono intendere tutt'e due i significati. Normalmente però prevale il primo.
Consideriamo la regalità del Padre!
Venga il tuo Regno, Padre!
Noi vogliamo che si manifesti come re il Padre, il nostro Padre!
Il regno che desideriamo è quello dove vige la paternità di Dio come rapporto determinante della società. Entro questo 'regno' gli uomini possono considerarsi figli, e come tali sentirsi amati, voluti, stimati, apprezzati.
Ciò che conta in questo regno non è il denaro, non è la potenza, e nemmeno la cultura. Ciò che conta è il modo di fare del Padre, quel modo di gestire la vita che è proprio del nostro Padre. Come egli si rapporta al Figlio in spirito d'amore, così i figli tra loro. Gesù si è espresso in questi termini: "L'amore col quale mi hai amato sia in essi". (1)
Venga il tuo regno:
siano evidenti ed espliciti tra di noi i tuoi modi di amare!
Risulti chiaro tra di noi il tuo amore che sa dare la vita, che sa prendere iniziative a favore degli altri, che non abbandona nessuno, che non esclude il cattivo e il perverso, che sa perdonare, che sa accogliere con gioia e senza rimprovero colui che ritorna con umiltà, che esce a convincere chi ha modi di pensare privi di misericordia, che non vuole la morte del peccatore, ma la sua guarigione!
Tra noi abbia vigore il tuo modo di apprezzare ogni realtà creata sottomettendola e usandola a favore dell'uomo! Tra noi prenda piede il tuo modo di non far differenze tra ricchi e poveri e mendicanti! Tra noi ci sia la capacità di mettere davanti a tutto e a tutti il Figlio tuo, venuto a cercare chi era perduto e a farti conoscere a noi come Padre!
Il regno del Padre è un modo di vivere insieme, noi col Padre, animato dallo Spirito Santo: "Il Regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia pace e gioia nello Spirito Santo". 2)
Il Regno di Dio non è regno materiale. Non si occupa anzitutto di ciò che riguarda il corpo, del progresso tecnico - economico - sociale. Nel Regno di Dio si bada alla volontà del Padre, a condividere tutto come fratelli, e in questo sta la gioia, la festa di tutti.
La gioia di tutti nasce nella pace, che non è solo assenza di conflitti, ma volontà e capacità di condividere i doni di Dio, sia spirituali che materiali. Questa pace nasce dalla Giustizia, dal cercare cioè di compiere la Volontà del Padre! Lo Spirito Santo è il segno distintivo di questo regno e il legame che ne unisce i membri.
Questa regalità stabilisce un 'reame' nuovo. I confini di questo regno non sono confini territoriali, né possono essere confini nazionali o linguistici o razziali! Non sono nemmeno confini culturali, né economici, né geografici.
I confini di questo regno passano dentro il cuore dell'uomo. Sono io stesso che mi posso mettere al di qua o al di là, dentro o fuori. Quando mi metto in posizione di figlio davanti al Padre, allora entro. La stabilità di questa posizione non è ancora in me, che sono infedele, ma nel Figlio, in Gesù. Il mio accogliere Gesù è perciò decisivo.
Questo regno dentro di me può crescere, può occupare sempre più spazio, può conquistare sempre maggior consistenza e sicurezza. Per esistere deve rompere barriere interiori, quelle che il mio orgoglio e la mia ambizione e i miei 'ragionamenti' continuano a innalzare.
Il regno del Padre dentro la mia vita provoca dei notevoli cambiamenti e delle grandi rivoluzioni: tutte interiori, che poi si possono vedere sino all'esterno. Quando regna il Padre in me non cerco più il "mio", né metto in evidenza l'"io". Non esiste più permalosità, né si fa più viva la rabbia! Inoltre scompare l'invidia e l'unico sentimento che sostituisce l'antipatia sarà la compassione. I presunti nemici non vengono chiamati più con questo nome, ma risultano persone da salvare, persone cui vorrei giungesse quello stesso Regno che è penetrato nelle mie resistenze.
Quando regna il Padre in me l'unica persona veramente grande è Gesù! e soltanto lui!
Padre, regna su di me! Regna in me!
1) Gv 17,26 2) Rom 14,17
C.
"Venga il tuo Regno."
Il regno del Padre è un regno che deve continuamente venire, non è mai del tutto instaurato. Dal momento che i suoi confini passano all'interno dei cuori, la lotta per la sua vittoria e il suo allargamento è sempre in atto! Chiunque voglia partecipare a questo Regno deve vincere dure battaglie contro il proprio egoismo e contro la propria sete di potere. Chi è dentro questo regno deve mantenere un cuore da figlio per godere del tutto la presenza del Padre e il suo modo di amare e di agire; egli deve perciò continuamente tornare "bambino", deve vincere quella naturale inclinazione a essere 'grande' che abbiamo dentro i nostri reconditi desideri. Chi vuol far parte di questo regno deve lottare contro la falsa concezione di libertà che ci sentiamo addosso: riteniamo d'esser liberi quando possiamo accontentare tutte le nostre passioni, e non ci accorgiamo che questa è invece una schiavitù che fa soffrire noi stessi e gli altri privandoci di quella comunione col Padre, che sola ci riempie il cuore di gioia e di festa!
S.Paolo insiste nell'esortarci ad affrontare con lucidità e decisione questa lotta: "Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale sì da sottomettervi ai suoi desideri. Offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio. Il peccato non dominerà più su di voi, perché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia". (1)
Ciò che regna in noi, che trova spazio facile dentro i nostri desideri, è il peccato, cioè la distanza da Dio, un orientamento disposto a far senza di Lui, se non addirittura a mettersi contro la sua sapienza e il suo amore. Peccato è la strada che va in direzione opposta a quella che ci farebbe incontrare col Padre. Questo peccato regna nel nostro corpo mortale: i desideri della natura umana sono di comodità e piacere, di vanità e potenza, di superiorità e di ambizione: la nostra anima si sottomette e collabora con grande facilità a camminare in questa direzione.
"Offrite voi stessi a Dio": la vittoria inizia con un atto di obbedienza e di amore. Quando alziamo lo sguardo per incontrare quello di Dio, ci accorgiamo di incontrare l'amore di un papà, la gratuità del suo dono, l'attrazione della sua luce. Ed allora non facciamo più fatica a gettarci nelle sue braccia e ad offrirci a lui. Ci accorgiamo che la sua sapienza non è una legge che ci opprime, ma un dono d'amore che ci salva, una "grazia"!
Lasceremo che il suo amore ci pervada e ci renda suoi collaboratori tanto da "cercare" soltanto il suo Regno.
Già Gesù ci aveva detto: "Cercate il Regno di Dio e la sua Giustizia, e tutto il resto ve lo troverete dinanzi" (2). Questa è la via della vera figliolanza che permette a Dio di manifestare la sua paternità: cerchiamo il suo Regno. Lo cerco anzitutto in me, cerco di essere obbediente in tutto, di essere portatore di quell'amore che muove il cuore del Padre. Cerco il Regno del Padre dentro di me e attorno a me. Al resto Lui ha già pensato e al momento opportuno lo provvederà.
Il pieno e perfetto regno di Dio nel cuore dell'uomo si manifesta solo in Gesù! Egli è il figlio perfetto, in Lui il Padre è veramente "re". In Gesù ogni parola del Padre viene realizzata con amore, in Gesù il regno di Dio non trova ostacoli. Con la sua dipendenza e col suo amore obbediente Gesù fa risplendere l'amore paterno di Dio, la sua dignità regale! E la persona di Gesù, con tutto ciò che fa e dice, si manifesta come il vero ""reame" del Padre, il suo regno, dove non ci sono confini: Dio può chiedere qualunque cosa a Gesù, perfino di soffrire, di tacere e di morire, e Gesù realizza tutto con amore divino, puro, con un perfetto dono di se stesso senza tentennamenti e senza restrizioni.
Gesù è il "luogo" dove il Padre regna; e diventa così la persona che manifesta a noi anche la regalità del Padre. Quando Pilato lo ha interrogato a questo proposito: "Tu sei il Re dei Giudei?", Gesù ha potuto spiegarsi: "Per questo sono venuto... per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce." (3)
Gesù è venuto per manifestare la verità, l'amore del Padre, che altrimenti non è riconosciuto dagli uomini. Gesù mostra il Padre, dona il suo amore, rappresenta la sua regalità per il popolo d'Israele e per tutti i popoli.
Ci sono altri che collaborano a questa manifestazione, e sono quelli che "ascoltano la sua voce"!
Voglio essere anch'io dentro i confini di questo regno: ascolto perciò la sua voce. Accolgo le sue parole e sono attento al tono con cui egli le pronuncia: è un grande amore a Dio che lo pervade, un amore dal quale anch'io mi sento amato! Le sue parole sono pronunciate senza violenza e senza pretesa; la sua voce risuona in modo da attirare l'attenzione e da risvegliare il desiderio di rispondere. Gesù stesso lo ha riconosciuto quando nella preghiera ha detto: "Tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano". (4) Ogni essere umano si sente benevolmente "soggiogato" dall'amore di Gesù e attratto verso di lui. E ciò senza che Gesù voglia dominare; anzi, egli attira a sè gli sguardi di tutti quando viene innalzato, quando rinuncia del tutto e per sempre ad avere qualunque desiderio per sè. È in quel momento che si realizza la profezia ripetuta dall'arcangelo Gabriele a Maria: Egli "regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine". (5)
Nel momento in cui Gesù entra totalmente nel Regno del Padre, comincia a regnare per sempre. E il primo a goderne è il ladrone, che - superando la tentazione del suo compagno e dei capi e dei soldati - si compromette a rispettarlo e amarlo pubblicamente.
1) Rom 6,12-14 2) Mt 6,33 3) Gv 18,37 4) Gv 17,2 5) Lc 1,33
D.
Sulla terra ci sono i nemici del Regno di Dio, che sono chiamati da S. Paolo coi termini di Principati, Potestà e Potenze (1): questi termini evidenziano la sete di dominio e di comando che in essi si sviluppa. Essi vengono "ridotti al nulla" da Gesù. Egli infatti, accettando in sè l'opera del principe del mondo (2) e offrendo al Padre come propria dimostrazione d'amore la sofferenza, toglie ogni forza al suo nemico, che non riesce a far sì che il Figlio si ribelli al Padre, non riesce a introdurre sentimenti di violenza o di vendetta nel cuore di Gesù. Il principe del mondo non ha potere alcuno su di lui, che potrà così consegnare al Padre intatto il Regno!
La regalità che Gesù mostra al mondo incredulo "non è di quaggiù"! Pilato non deve temere di essere spodestato dal regno di Gesù! È a lui, timoroso, che Gesù ricorda "il mio regno non è di quaggiù". Il regno di cui egli è depositario non dipende dagli uomini: non viene creato da loro, né può esser ereditato per nascita e nemmeno può essere difeso o sostenuto con metodi umani. Il regno voluto dall'uomo e difeso dalla forza dell'uomo non manifesta il Regno del Padre: i metodi umani conoscono la violenza, comportano l'adozione dei suggerimenti di Satana. (3)
Gesù non accoglie le proposte sataniche (4) per avere un regno e una regalità sugli uomini. Egli accetta il regno solo dal Padre, un regno di amore dove la sua autorità regale è fondata sul dono di sè, sull'offerta del proprio servizio, anche se ciò comporta umiliazione, (5) sull'attesa paziente e sulla preghiera (6).
I discepoli di Gesù non comprendono subito. Essi sono disposti a usare le armi: Pietro estrae la spada dal fodero. Gesù stesso gliela fa riporre. Non vuole che i suoi combattano se non con l'unica arma che l'amore tiene sempre pronta: l'offerta di sè!
La regalità che Gesù manifesta in questo modo è tale che non gli viene offuscata nemmeno dalla corona di spine, né dal mantello di porpora, né dalla canna che gli vien posta in mano. Queste violenze, e le derisioni che ne conseguono, non fanno che evidenziare la sua più vera e profonda regalità: una regalità interiore che gli viene dall'alto, una dignità superiore a qualsiasi attesa.
I nemici del regno di Dio riescono solo a far risplendere tutta la sua purezza, a evidenziarne le caratteristiche più profonde e spirituali, a metterne in luce l'essenza, che è l'amore del Padre: così come l'oro messo nel fuoco viene separato da eventuali scorie e può risplendere in tutta la sua bellezza!
Gesù non considera il Regno di Dio come un tesoro di cui esser geloso. Egli ne indica le strade a tutti, cominciando già nel giorno del suo primo incontro con le folle, sul monte. Là egli proclama: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli!"
La regalità di Dio è già presente nella vita dei poveri in spirito! Queste persone hanno deciso di vivere staccati dalle ricchezze, di non porre in esse la propria sicurezza e di non desiderarle, come se la salvezza dipendesse da quanto si possiede; queste persone, che scelgono la povertà come condizione normale, hanno lasciato l'idolatria e possiedono già il regno dei cieli: essi sono i poveri che danno fiducia solo al Padre!
Essi sono coloro che s'aspettano tutto, anche la propria santità e la propria salvezza, come dono dal Padre. Questi sono in grado di ricevere il Figlio, il Regno pieno di Dio! Anzi, proprio per la loro dipendenza dal Padre e conseguente povertà volontaria, essi hanno già ricevuto lo Spirito del Figlio e ne godono la pienezza e la gioia!
Chi sceglie la povertà sceglie Dio Padre come proprio Dio, come proprio Re!
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei cieli!
Anche coloro che nel mondo sono fedeli a cercare la volontà del Padre e a realizzarla, anche costoro sono somiglianti al Figlio, portano in sè il suo Spirito e partecipano perciò alla sua regalità. La persecuzione è la loro condizione specifica, quella stessa che ha colpito Gesù, il Figlio di Dio. Come è avvenuto per Lui, la sofferenza procurata dall'odio del nemico di Dio non toglie loro la dignità regale, anzi, la evidenza e dà loro occasione di aggrapparsi con maggior decisione e costanza al Padre: essi sono il suo Regno!
Ad essi Gesù può dire: "Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù d'Israele". (7)
Gesù gode di poter condividere il regno del Padre con i suoi. I suoi sono quelli che non hanno fuggito la prova, non l'hanno evitata, ma vi hanno "perseverato": essi hanno sostenuto lo scandalo e la follia della croce. Sembra impossibile che Dio sia presente là dove è una croce, una morte vergognosa, il rifiuto da parte di quelli che contano. I discepoli di Gesù perseverano, gli restano fedeli, soffrono insieme. Regneranno insieme, perché la regalità di Dio risplende su di loro, ed essi sono il luogo dove il Padre manifesta realizzata la sua volontà.
"Se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo"! (8)
"Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono." (9)
Con queste promesse solenni e ripetute, come non godere? Già siamo "beati", già la gioia regna nel nostro cuore. Perciò il cristiano è colui che non perde la speranza né la serenità pur in mezzo alle difficoltà e incomprensioni. In esse risplende il regno del Padre come fiaccola in luogo oscuro!
1) 1Cor 15,24 2) Gv 14,30 3) Mt 20,24.28 4) Mt 4,9s 5) Gv 13,3-5 6) Gv 6,15 7) Lc 22,28-30 8) 2 Tm 2,12 9) Ap 3,21
E.
Quando io faccio parte del regno del Padre, quando sono dentro il suo "reame" posso cominciare a vivere nella pace interiore: egli stesso infatti si occupa del suo regno. Noi gli obbediamo per essere riconosciuti suoi, ed egli "si comporta" da padre nei nostri riguardi!
Come un padre verso i suoi figli, così il Padre verso di noi: con amore e attenzione non lascerà mancare nulla di ciò che è necessario e utile. Hanno vissuto quest'esperienza tutti i santi che si sono occupati del Regno di Dio sulla terra. L'hanno vissuta e la vivono i cristiani che danno fiducia a Dio anzitutto obbedendo alla parola di Gesù e non preoccupandosi di difendersi e di arrangiarsi!
Ci accorgeremo di essere governati da Dio stesso. Egli l'ha promesso:
"Se il mio popolo mi ascoltasse, se Israele camminasse per le mie vie!
Subito piegherei i suoi nemici e contro i suoi avversari porterei la mia mano". (1)
Non può far parte del regno di Dio chi si prostra "a un Dio straniero" (2): "nessun idolatra avrà parte del regno di Cristo e di Dio". Nessun idolatra, nessuno che presti obbedienza a se stesso e alle proprie concupiscenze, all'avarizia e alla sete di potere. Chi vive con questi "dei" nel cuore non gode la pace del Regno!
Il regno di Dio, proprio perché è esigente - forse si potrebbe dire totalitario, perché esige che nessun'altra parola se non quella di Gesù sia accolta - è un regno che deve continuamente essere "seminato", e viene seminato piccolo, in misura minima. Ma per quanto i suoi inizi in un determinato ambiente siano piccoli, ha in sè la forza per crescere e svilupparsi e divenire efficace (3) come il minuscolo seme di senapa.
È un regno sempre nascosto. Non ha confini né manifestazioni di grandezza che possano colpire lo sguardo. Chi vi fa parte è sempre umile, ma dovunque è presente agisce allargando a macchia d'olio l'amore e la compassione; dovunque è nascosto si fa sentire, trasformando i rapporti sociali e comunitari in rapporti fraterni e solidali. È un regno che ha la proprietà del lievito, che, nascosto nella farina, la amalgama e la prepara a divenir pane!
Il regno di Dio non appare, non è afferrabile con facilità: lo si deve cercare là dove nessuno lo sospetta presente: è un tesoro nascosto. È un tesoro che dà quella gioia e quella soddisfazione che non può esser trovata altrove. È nascosto: deve essere ricercato con cura. È nascosto nel campo: comporta fatica il dissotterrarlo, e comporta sopportare le derisioni di chi non sa apprezzare il campo - che non è diverso dagli altri campi! Il campo va comprato prima di possederne il tesoro che vi è nascosto: si diventa possessori del tesoro diventando possessori del campo!
Il regno di Dio è dentro situazioni normali, di fatica normale. Puoi goderne quando hai accettato come del tutto tua quella situazione di vita che all'esterno appare del tutto senza importanza e senza valore particolare!
La gioia del regno di Dio è quella del mercante di perle che riesce a venire in possesso della perla più bella e più grande. Egli, pur avendo già delle perle preziose, non è soddisfatto: rimane in ricerca. Trovata la migliore non fa fatica a privarsi di tutte le altre: di quelle deve privarsi per poter portare con sè l'unica più bella. Il Regno di Dio è tuo e tu vi sei dentro pienamente quando avrai consegnato tutti gli altri valori e terrai per te soltanto l'unico, il Figlio di Dio!
È proprio Lui che l'annuncia (4) e lo annuncia come una lotta, una fatica. Per entrarvi è necessario uno sforzo, perché la porta è stretta (5). Lo sforzo è quello del vendere tutto, del lasciare le altre perle finora considerate le più belle. La fatica è quella dell'obbedienza: "Non chi dice Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio entrerà..."(6).
Ed è fatica anche il rimanervi. In esso - che lo si consideri nel proprio cuore o nella comunione con gli altri - si muovono ancora "scandali e operatori di iniquità". Nel mio cuore continuano a pullulare ostacoli all'obbedienza alla parola del Padre, ostacoli alla fede piena e cedimenti di azioni egoistiche. E così nel cuore di altri che - come me - già hanno fatto i primi passi di entrare nel Regno del Padre. È la zizzania, che rimane, che non può venire subito sradicata.
Il regno di Dio perciò non è solo godimento, solo star bene, come certi predicatori annunciano. Il regno di Dio non allontana la croce, perché di essa vive, con essa è apparso, di essa si gloria.
Il regno dei cieli porta sempre la croce: è sempre soggetto a persecuzione: "Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti lo rapiscono" (7): c'è sempre chi odia i discepoli di Gesù "senza ragione" (8). È sempre in atto la "tenebra" che vuole soffocare la luce. Il maligno trova sempre collaboratori per cercare di distruggere il regno dei cieli e farlo sparire dalla faccia della terra. Ma non ci riesce, anzi, riesce solo a evidenziarne la bellezza e lo splendore, perché coloro che sono oggetto del suo odio e della sua violenza rispondono con amore, continuano a reagire col bene, perseverano nell'amore a Gesù.
Noi stessi, tu ed io, membri del regno di Dio, non solo godremo d'esser protetti dal Padre, ma regneremo con Gesù! diverremo partecipi della sua regalità e della sua autorità, "non come i dominatori di questo mondo" (9), ma a suo modo: "chi è il primo tra voi sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti".
E questo avviene già. Questa è la prova più evidente che siamo già a pieno titolo dentro il Regno!
1) Sal 80,14s 2) Sal 80, 10 3) Mt 13, 31 4) Mc 1,15; Lc 16,16) 5) Mt 7,13 6) Mt 7,21 7) Mt 11,12 8) Gv 15,25 9) Mt 20,25-28
F.
Il Regno è del Padre, ma il Padre ha dato il titolo regale a Gesù. Come Gesù ha manifestato agli occhi degli uomini la regalità del Padre, così ha iniziato tra di essi concretamente anche il suo reame!
C'è un luogo concreto dove si manifesta il Regno di Dio, quello che io desidero venga! Dove lo possiamo vedere, incontrare?
Ci riferiamo sempre a Gesù! Di chi è Egli il capo? Gesù è il capo del corpo che è la Chiesa! I suoi discepoli, uniti a Lui e tra loro dallo Spirito Santo, sono la Chiesa, il suo regno, il luogo dove egli è riconosciuto re e, come tale, ubbidito e glorificato.
Non ci vergogniamo della Chiesa, benchè essa riunisca solo peccatori, perché anche questa è opera sua: "Ha fatto di noi un regno" (1). Ci dobbiamo vergognare del nostro peccato, delle nostre disubbidienze e dei nostri litigi, ma non della sua opera.
La Chiesa è il regno di Dio!
Purtroppo la Chiesa non lo realizza pienamente, a causa appunto del peccato ancora operante nei suoi membri. In essa ognuno deve ancora convertirsi. In essa c'è ancora qualche spazio dato all'"operatore di iniquità"; in essa vale l'invito: "il santo si santifichi ancora" (2).
Nella Chiesa c'è ancora chi tiene il proprio occhio, il proprio piede e la propria mano più importante (3) che non "l' entrare nella vita".
Eppure nella Chiesa, nonostante questi limiti posti dall'uomo, c'è la "pienezza": la pienezza del dono di Dio, la pienezza dell'amore del Padre, la pienezza della santità, la pienezza della gloria! Nella Chiesa il Regno del Padre si manifesta con la trasmissione della sua Parola e del suo perdono, con la consegna della sua Vita e della sua santità, con l'accoglienza del Corpo e Sangue del suo Figlio! I misteri dell'amore divino vissuti e accolti sacramentalmente sono la vita, l'ossatura della Chiesa. In essa vengo fatto partecipe concretamente dei benefici del Regno. A presiedere la Chiesa è stato posto colui che tiene in mano le chiavi del Regno!
Quando un uomo entra in essa con la celebrazione del S. Battesimo, viene fatto partecipe della regalità di Gesù Cristo: egli viene unto e consacrato in questa regalità. Le sue debolezze e i suoi peccati, la sua ignoranza e i suoi difetti potranno nascondere e rendere inoperosa questa regalità, ma non possono toglierla.
Il suo ascolto e la sua preghiera, la sua umiltà e il suo servizio, il suo amore per Gesù e la sua comunione con i fratelli porteranno invece questa regalità a divenire evidente e a manifestarsi nel suo splendore.
La Chiesa manifesta e offre un luogo concreto al Regno di Dio sulla terra, eppure non lo limita.
Anche fuori di essa lo Spirito Santo suscita adesione a Gesù! Il Regno di Dio comincia fuori della Chiesa dove qualcuno inizia a guardare con simpatia e amore al Figlio di Dio! "Chi non è contro di noi è per noi" (4) ha detto il Signore ai suoi a riguardo di certuni che pronunciavano con stima e amore il suo Nome. Del Regno del Padre non vediamo i confini, se non quelli che portiamo nel nostro cuore.
Possiamo gloriarci d'esser membri della Chiesa, ma senza vanto personale, perché siamo ancora da convertire. Possiamo gloriarci d'essere al centro della manifestazione del Regno del Padre, ma senza giudicare gli altri: possono precederci, anche se "pubblicani" o "prostitute"! Il ladrone ha preceduto tutti, proprio lui, l'omicida.
Il Regno di Dio è presente già qui sulla terra, ma continua e si fa più grande dopo, al di là della morte. È un dono del Padre ai discepoli di Gesù: "Al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno" (5)!
"Il regno dei cieli è in mezzo a voi" e "viene con potenza": lo si può accogliere con la disponibilità di un bambino (6), bisogna cercarlo 7) con tutto l'impegno e la decisione possibili, pronti persino a "cavarsi l'occhio" (7). Lo si può amare tanto da decidere per esso di "farsi eunuchi", da rinunciare cioè al matrimonio (8), ad uno dei diritti più sacri della vita.
Per il regno di Dio si può lavorare e impegnarsi, come attesta l'apostolo Paolo di se stesso e dei suoi collaboratori (9): lavorare per il Regno di Dio corrisponde perciò all'annuncio evangelico, alla predicazione della morte e risurrezione di Gesù, l'evento che ha portato sulla terra tutto l'amore del Padre e ha dato agli uomini il nuovo orientamento, la nuova luce e la nuova forza per vivere la comunione eterna nel tempo!
Il Regno presente sulla terra è già inizio d'eternità e continua al di là dell'esperienza terrena. Gesù dichiara: "Ho potere sopra la morte e sopra gli inferi" (10), e dei servi di Dio è scritto: "Regneranno nei secoli dei secoli" (11). Proprio all'al di là è destinato: "Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre" (12).
La preghiera che Gesù mette sulle nostre labbra: "Venga il tuo Regno", è un grande desiderio, il desiderio stesso di Dio!
Desideriamo che il Padre sia obbedito e amato da tutti! Desideriamo che venga meno il regno di Satana, principe di questo mondo, che rende gli uomini schiavi e incapaci di comunione, e il regno del peccato sostenuto dalla legge!
Desideriamo un rapporto di amore, di vera figliolanza con Dio, un rapporto di obbedienza sostenuta dall'amore e non dalla paura di sbagliare. Desideriamo che il Figlio, Gesù, sia l'unico ad essere obbedito, poiché è l'unico che porta la parola del Padre! Desideriamo e ci rendiamo disponibili a far sì che tra noi ci sia solo un rapporto da fratelli, rapporto fondato sulla paternità di Dio.
Venga il tuo Regno! Venga il Regno del Figlio tuo, che ci consegnerà a Te! Di lui è scritto: "Egli mi invocherà: Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza. Io lo costituirò mio primogenito, il più alto tra i re della terra". (13)
Venga il tuo Regno nel mio cuore, si manifesti sempre più luminoso nella tua chiesa e attiri a sè tutti i popoli! Padre nostro, venga il tuo regno!
1) Ap 1,6 2) Ap 22,11 3) Mc 9,47 4) Mc 9,40 5) Lc 12,32 6) Mc 10,15 7) Mt 6,33 8) Mt 5,29 9) Mt 19,22 10) Col 4,11 11) Ap 1,18 12) Ap 22,5 13) 1Cor 15,24 14) Sal 88,27s
SIA FATTA LA TUA VOLONTA' COME IN CIELO COSI' IN TERRA
A.
"Fammi conoscere la strada da percorrere, perché a te s'innalza l'anima mia.
Insegnami a compiere il tuo volere, perché sei tu il mio Dio.
Il tuo spirito buono mi guidi in terra piana." (1)
Anche il terzo desiderio che esprimo al Padre nasce dall'amore. So d'essere amato da lui e perciò desidero che si compia ciò che Lui vuole: sono sicuro che ciò che egli vuole è il meglio, è veramente necessario, è il bene mio e di tutti. Prima ancora di conoscere la sua Volontà, desidero che essa avvenga: Egli è il Padre. So che egli ama e perciò la sua Volontà è certamente amore! So che Egli dà la vita e perciò sono certo che la sua Volontà è mantenere e difendere e perfezionare la vita!
Sia fatta la tua Volontà!
Tutto ciò che esiste, esiste per Volere del Padre! Tutta la creazione è manifestazione e realizzazione della sua Volontà: egli ha voluto i cieli e la terra, e così è avvenuto. Tutto lo spazio della creazione visibile e invisibile è occupato dalla Volontà di Dio, dal suo amore di Padre. "Tutto ciò che vuole il Signore, egli lo compie in cielo e sulla terra, nei mari e in tutti gli abissi" (2). Tutto è già "pieno" della sua Volontà realizzata. Non accade nulla che non sia dentro il volere divino: "Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo." (3) "Bene e male, vita e morte, povertà e ricchezza, tutto proviene dal Signore" (4). "Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?" (5). "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!" (6).
Tutto è già nel volere divino, e io dico ancora: sia fatta la tua Volontà! Perché Gesù ci fa esprimere questo desiderio?
La Volontà del Padre non è ancora realizzata? Che dio è quel Dio che non fa ciò che vuole? Forse non è capace? Ha egli dei desideri più grandi delle sue possibilità? È un 'dio' troppo debole? È un 'dio' che non si fa valere? Dio non è 'dio' del tutto?
Questa preghiera potrebbe suonare incomprensibile, potrebbe far problema a chi vede Dio come una di quelle divinità immaginate dall'uomo. L'uomo immagina Dio come un padrone. Un padrone, anche a costo d'esser violento e inflessibile, raggiunge i suoi scopi, fa la propria volontà. Tutto deve accadere come lui ha pensato e voluto: non occorre ricordarglielo.
Ma il Dio che Gesù ci fa incontrare e conoscere non è così. Il Dio che Gesù ci pone davanti agli occhi e al cuore è un padre, è papà! Il papà non è padrone. Egli sa che i suoi figli godono di libertà, anzi egli vuole che essi siano liberi e rispetta la loro libertà. Un papà attende che i suoi figli crescano, attende che essi maturino le proprie decisioni, li vuole responsabilizzare perché li vuole collaboratori intelligenti e attenti nella sua opera.
Vedendo Dio come Padre possiamo comprendere e accettare che la sua Volontà sia ancora in via di realizzazione. Almeno quella volontà di cui l'uomo è realizzatore, quella volontà che impegna le mani e la mente e il cuore degli uomini, quella volontà divina non è ancora perfezionata. Dentro i suoi disegni il Padre ha previsto l'uomo anche come... architetto, come ideatore e programmatore. Là è impegnata anche tutta la pazienza di Dio!
Gli uomini, cui è consegnato il creato, si sono dispersi infatti su strade diverse, pericolose, tracciate dagli idoli della mente e del cuore: sono vie che si allontanano dal Padre e che distanziano sempre più i suoi figli tra di loro. Sono strade che creano falsi bisogni, strade sulle quali vengono sacrificati i figli e le figlie alle 'divinità' della vanagloria e dell'orgoglio, del successo e della salute. Sono strade sulle quali - dopo breve percorso - gli uomini si scontrano con i propri fratelli generando schiavitù, oppressioni, sofferenze.
Dai crocicchi di queste strade noi dobbiamo e vogliamo gridare: Padre, sia fatta la tua Volontà! Solo tu ci puoi salvare! Solo la tua Volontà può ristabilire l'armonia tra di noi, solo la tua decisa e forte Volontà d'amare può renderci accettabile e gioiosa la vita.
Il Padre, che è sempre padre e non accetterà mai d'essere padrone nemmeno se glielo chiediamo noi suoi figli - come il figlio prodigo l'ha chiesto a suo padre nella nota parabola (7) -, rispetta il dono grande della libertà che manifesta la nostra somiglianza a lui, e pazienta. Il male e il Maligno vogliono impedire il realizzarsi della Volontà del Padre, e continuano a porre ostacoli e a tramare insidie. E il Padre non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e torni a vivere: perciò egli attende!
La sua attesa diviene la nostra attesa, durante la quale teniamo il desiderio fisso su quella Volontà che è chiara, bella, santa, e lo esprimiamo senza posa: "Sia fatta la tua Volontà": Tu sei il nostro Padre, non cambiare i tuoi progetti, non variare i tuoi modi di fare, continua a esserci Papà e ad esigere da noi di imitarti. Continua a proporci di cambiare noi i nostri falsi desideri con i tuoi. Insisti a volere ciò che hai programmato, perché i tuoi disegni sono disegni di un padre, sono opere e sentimenti che danno la vita e la alimentano in maniera piena, gioiosa, completa. Padre nostro, non lasciarti condizionare dai nostri errori, non reagire ai nostri sbagli e alle nostre disobbedienze e prepotenze nei tuoi riguardi: continui a compiersi la tua Volontà, quella che avevi prima della nostra defezione, prima del nostro peccato! Padre nostro, sia fatta la tua Volontà!
1) Sal 143,8.10 2) Sal 135,6 3) Is 45,7 4) Sir 11,14 5) Gb 2,10 6) Gb 1,21 7) Lc 15,11
B.
Noi chiediamo al Padre: sia fatta la tua Volontà. Ma come facciamo a sapere che essa è bella e buona, dal momento che non la vediamo realizzata sulle nostre strade, tutte segnate dall'egoismo, dal peccato, dalla superbia, dalla sofferenza? Come possiamo desiderarla se non la conosciamo?
Anzitutto noi ci fidiamo. Noi vogliamo fidarci di Colui che ci ha dato la vita e che trova la sua gioia e la sua gloria nel mantenercela! Ci fidiamo del nostro Padre. La sua Volontà è volontà di padre: egli ci ama, egli ha solo amore verso di noi e perciò la sua Volontà non può che essere buona, oltre che sapiente e previdente. La sua Volontà è una volontà che dona pace alla terra: "Pace in terra agli uomini della volontà buona"! (1) La Volontà buona di Dio è che gli uomini abbiano pace, entrino in questa dimensione della vita per poter gustare tutto il suo amore anche nei loro rapporti reciproci.
E poi, la Volontà del Padre, benché non ancora realizzata sulla terra, è pienamente e completamente avvenuta "in cielo", e là essa continuamente avviene e si svolge! Noi possiamo perciò sempre contemplare la realizzazione della Volontà del Padre: basta che teniamo lo sguardo fisso in cielo!
Testa all'in su? No! ma occhi chiusi e mente aperta a quel luogo dove l'amore di Dio non trova gli ostacoli della volontà dell'uomo. Il cielo è il "luogo" non toccato dalle mani impure e grondanti sangue dell'uomo. Il cielo è quella parte di "creazione" non modificata dall'intervento dell'uomo, sempre peccatore. In cielo non c'è l'egoismo che blocca e intralcia l'amore. In cielo non si conosce ribellione né peccato. In cielo si esprime liberamente e in tutta pienezza l'amore del Padre, là esso viene accolto e ad esso si risponde adeguatamente. Là risplende la Volontà del Padre: là si può "vedere" che la sua Volontà è amore, è armonia che illumina tutto e rende tutto festa e gioia.
Ma dov'è questo "cielo" che noi possiamo contemplare e da cui lasciarci ispirare?
Dov'è quel luogo che noi non abbiamo ancora rovinato e chiuso al Volere del Padre? dov'è quel luogo dove Satana non ha avuto influsso e dove non può penetrare per sconvolgere e disperdere?
Questo luogo l'abbiamo trovato, finalmente è sotto i nostri occhi. Esso è il "cuore" del Figlio, è la vita terrena, umana, concreta del Figlio di Dio.
Su di lui "gli angeli salgono e scendono" (2), su di lui il cielo è aperto: nella sua vita gli angeli di Dio, suoi messaggeri, manifestano il volere del Padre e ne ricevono risposta in ritmo incessante. Essi non si stancano di salire e scendere, perché in lui l'amore del Padre non trova remore di sorta.
Il principe di questo mondo "non ha nessun potere su di me" (3) ha affermato Gesù: il suo cuore, la sua vita è il Regno del Padre, il "luogo" dove si compie la Volontà del Padre. Il Figlio di Dio è il punto di riferimento per "vedere" già realizzata la Volontà del Padre.
Dicendo "come in cielo così in terra" noi pensiamo volentieri agli angeli che sono "potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola" (4) "suoi ministri che fate il suo volere" (5). Agli angeli possiamo certamente pensare, ma noi non li vediamo. Essi sono ubbidienti, ma noi restiamo insoddisfatti perché li dobbiamo "immaginare", e facendoci delle immagini possiamo vagare ancora nell'incertezza delle nostre idee.
Il Figlio di Dio invece, divenendo uomo, ci permette di "vedere" come nella nostra situazione possa concretizzarsi quella Volontà divina che altrimenti rimarrebbe nascosta dal velo dell'eternità.
La vita di Gesù, da Betlemme al sepolcro di Gerusalemme, ci mostra pienamente quali sono i pensieri, i desideri e i progetti di Dio Padre. In questa vita così singolare, perché non toccata dal peccato, eppure così uguale alla nostra, noi vediamo la piena armonia dell'uomo con Dio, la piena confidenza del Figlio col Padre, una confidenza provata persino dalla croce. Da questa vita costatiamo che Volontà di Dio è che noi siamo figli per lui e nello stesso tempo che gli assomigliamo facendoci come "padri" gli uni per gli altri, divenendo capaci di amarci fino a dare la vita perché altri abbiano la vita!
Sia fatta la tua Volontà, come in cielo così in terra!
Sì, Padre, desidero e voglio che si realizzi il tuo amore anche nella mia vita come in quella del Figlio tuo! Che la tua parola si compia in me qui sulla terra, si compia pienamente secondo il tuo desiderio.
So che esso è vita per me, è gioia e pienezza. So che esso può costare il morire di quei desideri che io mi sono costruito, di quei sogni che ho coltivato, e anche di quelle opere che ho già realizzato pensando di rendermi utile al mondo. So che il tuo desiderio può contrastare quello delle persone che mi sono vicine e che perciò io ne riceverò odio, indifferenza, derisione o inimicizia.
Si compia in me il tuo volere, qualunque cosa esso mi costi. Sono lieto di potermi sapere tuo collaboratore!
1) cfr Lc 2,14 2) Gv 1,51 3) Gv 14,30 4) Sal 103,20 5) Sal 103, 21
C.
Che cosa intendiamo per "Volontà" del Padre? è qualcosa che Egli vuole imporre? È un suo capriccio che si deve compiere comunque?
Essa è Volontà del nostro Padre: è amore! Egli ci ha creati, ci ha voluti. La nostra esistenza è già sua Volontà. La sua Volontà è amore che ci comunica - quando lo accogliamo - il suo stesso donarsi, il suo movimento d'offrirsi gratuitamente.
L'amore di Dio è il movimento che dal Padre genera il Figlio e dal Figlio risponde al Padre offrendo se stesso: la Volontà di Dio è che questo suo amare continui sempre e dovunque, anche nel tempo in cui siamo posti e nel nostro spazio, che trovi espressione nel nostro cuore e nel nostro volere, nel mio pensare e nel mio operare.
Da questo movimento fatto d'amore su strade d'amore l'uomo è uscito fin dall'inizio, ed esce ancora. L'uomo è uscito dal "Paradiso" e continua a uscire dal rapporto di armonia con Dio, perché egli vuole una libertà e un'autonomia che cancellano l'amore - vera somiglianza col Creatore - col pretesto di guadagnarla con la propria ribellione.
L'amore del Padre vuole attrarre nuovamente l'uomo, lo vuole ancora amico, anzi, figlio. L'amore del Padre vuole perdonare, vuole rimediare all'errore dell'uomo, di ogni uomo. Ecco la Volontà del Padre: che ciascuno di noi ritorni nel movimento d'amore: questa è la salvezza dell'uomo.
Questo è il "beneplacito della sua Volontà" (1): "ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra" (2). Tutte le cose cioè devono ritrovare come loro punto di riferimento e di unità "Cristo", che è da sempre nel movimento dell'amore divino.
Quando da studente lavoravo in fabbrica, in Germania, costatavo che la mia fatica mi faceva stare vicino agli operai emigrati: mi pareva che così - anche senza parole da parte mia - potevo servire Gesù, portandolo nel mio cuore accanto a loro. Gesù Cristo era il punto di riferimento nel mio lavoro, che in tal modo realizzava la Volontà del Padre. Di quella fatica non ebbi mai a pentirmi, anzi, mi dà tuttora gioia il ricordarla. Essa aveva come punto di riferimento Gesù Cristo, e mi rendeva - con lui - figlio per il Padre!
Il Padre "vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità!" (3) Queste sono parole che esprimono chiaramente qual è la Volontà del Padre, e tuttavia risultano ancora cariche di mistero. Che significa "che tutti gli uomini siano salvati"? e come possono "conoscere la verità"?
Gli uomini - tutti, come insiste S. Paolo nei primi capitoli della lettera ai Romani - non sono salvi!
Tutti gli uomini sono lontani da Dio, tutti si perdono su strade buie, tutti vagano nell'insicurezza e di quando in quando s'accorgono di essere ingannati persino dalle proprie "certezze". Tutti devono essere salvati, nessuno riesce a salvarsi da sè. Il Padre li vuole salvare facendo loro "conoscere la verità": egli vuol rendere se stesso visibile dai loro occhi, vuol far risplendere al loro sguardo il suo amore nascosto ovunque, perché essi possano - sapendo d'essere amati - rispondere con l'amore facendo di se stessi un dono. Egli realizza questo suo Volere-Amore mettendo davanti a loro il Figlio: "questa è la Volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna" (4).
Agli uomini, nati fuori del Paradiso, fuori del rapporto di fiducia e d'amore con sè, il Padre vuol far vedere il Figlio: così essi sapranno e vedranno qual è il modo di vivere gradito a lui, quel modo che è il più vero e pieno per essi stessi.
La nostra contemplazione dell'umanità di Gesù è volontà chiara di Dio. Gesù è stato posto in alto perché potesse esser visto, perché tutti potessero alzare lo sguardo e commuoversi, reagire con l'amore all'opera compiuta dal peccato. Il peccato di tutti, servendosi di quello di alcuni, ha innalzato Gesù sulla croce: chi guarda a lui in obbedienza a Dio incontra lo sguardo d'amore del Padre, sa d'essere amato a tal punto e non dispera più del proprio peccato: non deve cercare scusanti, come ha fatto Adamo, o attenuanti alle proprie colpe, come facciamo noi, perché vede già realizzata l'espiazione in maniera gratuita.
La Volontà divina di salvare l'uomo, di ricuperare la fiducia e quindi l'armonia, è già realizzata, là, sulla croce. Perciò guardo al Crocifisso: contemplo in esso non l'opera del male, ma il dono dell'amore. E quando vedo qualcuno che soffre e soffrendo offre, ne sono consolato: quell'amore innalzato è ancora presente nel mondo, è un amore che garantisce la salvezza mia e di molti.
E quando anch'io ho sofferto per un malore improvviso che mi ha costretto all'inoperosità con grandi dolori, il poter offrire a Gesù crocefisso quelle ore interminabili mi dava pace e gioia e consolazione. Ero sicuro che quei momenti erano preziosi per il compiersi del volere del Padre in me, perché mi davano l'occasione di amare in modo puro, di assomigliare quindi a Gesù nel suo amore gratuito.
Guardare a Gesù è salvezza, è ritorno all'amore di Dio, diventando simile a lui. Osservando la Volontà del Padre ne possiamo distinguere un duplice movimento: il primo è ciò che Egli stesso vuol operare nel mondo per ogni singola persona e per tutti gli uomini; il secondo è ciò che Egli vuole che noi facciamo per il bene e la gioia nostra e di tutti.
Questi due aspetti li vediamo uniti nella vita di Gesù: Egli, portando a compimento le Scritture, realizza la Volontà del Padre, e la realizza proprio come amore, unendo la sua compassione per gli uomini. L'amore del Padre diventa volontà del Figlio e l'amore del Figlio risalta come Volontà del Padre.
Ti ringraziamo, Signore, Gesù! Tu sei la luce che rivela al mondo quanto esso sia amato dal Padre che lo vuole salvare! Con le tue parole noi diciamo ancora:
Padre, sia fatta la tua Volontà come in cielo così in terra!
1) Ef 1,6 2) Ef 1,10 3) 1Tim 2,4 4) Gv 6,40
D.
Gli evangelisti continuano a farci notare che tutto ciò che faceva Gesù realizzava le S. Scritture. Talora ciò avveniva senza un intervento della volontà di Gesù stesso, come durante la sua infanzia (1). Altre volte Egli stesso agisce sapendo di compiere ciò che sta scritto (2). È bello e arricchente leggere tutti i Vangeli cercando di cogliere quest'aspetto dell'amore di Gesù.
L'autore della lettera agli Ebrei (3) ci presenta il nostro Salvatore così:
"... entrando nel mondo Cristo dice: "Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà." ... Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre."
Cristo Gesù vuole ciò che il Padre vuole: questa volontà egli la legge nel Salmo 40, citato nella lettera agli Ebrei.
Egli offre il proprio corpo, la propria vita d'uomo, perché noi possiamo essere santificati: la volontà del Padre diventa volontà del Figlio ed è da lui realizzata pienamente.
Com'è grande e buono Gesù! Quanta luce viene dal contemplare quest'unità del Figlio col Padre, un'unità d'amore che ci coinvolge tutti salvandoci dal nostro ripiegarci in noi stessi. Io non sono capace di ringraziare il Padre e il Figlio di questo loro amore e di avercelo fatto conoscere! Solo lo Spirito Santo che è in me può dare gioia al loro cuore, lo Spirito che essi stessi hanno effuso sui credenti.
Gesù continua a far notare ai suoi discepoli che egli vuole solo ciò che vuole il Padre, vuole essere "uno" con lui, tanto da mostrare a tutti con la propria volontà qual'è la volontà di Dio. Mentr'egli si trova seduto al pozzo di Giacobbe in Samaria prende l'occasione della fame dei suoi amici per dire loro: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera" (4). Mio cibo!
Gesù, tu non desideri null'altro e trovi la tua sazietà nel realizzare l'amore che Dio ha per tutti gli uomini, anche per quelli che vivono nell'idolatria e nel peccato. Egli vuole incontrare anche i Samaritani, e tra loro la donna infedele che ha avuto e lasciato i cinque mariti! Tu, Gesù, conosci questa volontà del Padre dalla Scrittura del profeta Osea (5), che attesta il suo amore per Efraim, popolo di Samaria.
Ai Samaritani Gesù vuol rivelare il vero volto di Dio, lo vuol far conoscere (6) come Padre (7) che si lascia amare e che ama senza far paura.
Anche ai suoi discepoli Gesù ha rivelato il Padre, e si compiace d'averlo fatto. Questa è l'unica "opera" di cui egli si vanta - se così si può dire - davanti al Padre stesso: "Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini..." (8) ed è ciò che egli continua anche oggi: "e lo farò conoscere".
Possiamo assicurarci da questi passi evangelici che la volontà di Dio si realizza quando noi lo conosciamo come Padre, e come tale lo amiamo: allora ci è data comunione piena con lui, siamo quasi... divinizzati, cioè veniamo rivestiti e riempiti dell'amore più puro: "perché l'amore col quale mi hai amato sia in essi e io in loro " (9).
L'amore del Padre per il Figlio e il Figlio stesso sono in me, quando "conosco" Dio come Padre! Nulla è più grande e perfetto di questo!
Ti ringrazio, Gesù, perché con la potenza del tuo Spirito operi anche in me questa unione. La tua opera di salvezza è compiuta! Ma continua a inviare la tua potenza dall'Alto perché le tentazioni non mi facciano ripiombare nell'abisso del mio orgoglio, dove Dio è visto come Potere e non come Papà che ama: là vedrei la mia vita realizzarsi nella superbia e non nell'umile offerta di me stesso. So che è Volontà del Padre che tu, Gesù, non perda nulla di quanto egli ti ha dato (10), perciò voglio rimanere unito a te: questa è la volontà di Dio per me, l'unica, perché se faccio questa sarò poi unito a te e avrò quindi amore e forza per realizzare tutti i disegni di Dio. "Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato": così Gesù ha risposto a quanti gli chiesero: "Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?" (11)
Non si potrebbero nemmeno discernere gli insegnamenti di Dio da quelli puramente umani se non si volesse fare la Volontà di Dio (12). Il discernimento spirituale è un dono dato solo a chi vuole compiere la Volontà del Padre!
La vita di Gesù è tutta un'obbedienza d'amore. In Lui l'amore al Padre è tanto pieno e traboccante, che Egli non vede null'altro: "Non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato" (13). Egli non formula nemmeno a se stesso dei desideri propri: sarebbero un inciampo che gli impedirebbe d'esser figlio in pienezza.
Eppure anch'egli sperimenta la forza della volontà della carne dell'uomo, quella volontà di vivere che rifiuta istintivamente la morte e il fallimento umano. Nel Getsemani egli deve lottare fino al sudore di sangue per portare e trattenere la sua umanità dentro l'amore perfetto al Padre: "La mia anima è triste fino alla morte..." "E diceva: "Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu"."
"In preda all'angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra" (15).
Gesù sente in sè una volontà che si opporrebbe a quella del Padre, e perciò non la "vuole": Egli sceglie di compiere il "beneplacito" del Padre: portare il suo amore fin dentro la morte, quella morte ci cui tutti gli uomini hanno paura, come già il profeta aveva annunciato: "Quando offrirà se stesso in espiazione si compirà per suo mezzo la volontà del Signore". (16)
1) Mt 2,22s; 2,5.15.15.23 2) Lc 4,17-21; Mt 4,12-16; 5,17 3) Ebr 10,7-9 4) Gv 4,34 5) Os 11,8 6) Os 6,3 7) Gv 4,21.23 8) Gv 17,6.26 9) Gv 17,26 10) Gv 6,39 11) Gv 6,28 12) Gv 5,30 13) Gv 7,16 14) Mc 14,36 15) Lc 22,44 16) Is 53,10
E.
Come posso io, che sono solo un uomo, e per di più peccatore, conoscere ciò che vuole Dio stesso? Come posso conoscere i suoi disegni?
Egli stesso vuole far conoscere agli uomini i suoi progetti!
"Il Signore diceva: "Devo io tener nascosto ad Abramo quello che sto per fare...? Infatti io l'ho scelto perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia ad osservare la via del Signore..."" (1) Il Salmo 103 dice ancora: "Ha rivelato a Mosè le sue vie, ai figli d'Israele le sue opere" (2). Su questa linea continua Gesù con i suoi discepoli: "Tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi" (3). È Gesù il Figlio che sa ciò che fa il Padre, e lo rivela ai suoi, e lo rivela gradatamente, perché anch'essi devono essere preparati a portarne il peso (4). Sarà lo Spirito Santo, Spirito di verità, che farà conoscere tutto l'amore e tutti i progetti dell'amore del Padre (5). "L'uomo naturale - dice S. Paolo - non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito." (6) Coloro cui Gesù ha dato lo Spirito Santo possono conoscere i "segreti di Dio" e quindi i disegni del suo amore: e qualcuno in particolare, qualcuno che è scelto da Dio stesso a parlare agli altri a suo nome. È tra questi Paolo. Anania infatti gli dice: "Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà..." (7).
Proprio l'Apostolo Paolo, quando scriverà ai Romani, dirà: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi, rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto"(8). Anche a noi perciò può esser dato di conoscere la Volontà di Dio, ma alla condizione che prepariamo la nostra mente e il nostro cuore. Non è possibile conoscere la volontà di Dio per coloro che sono conformati alla mentalità del mondo, per coloro che rimangono schiavi dei modi di vedere e di pensare egoistici, edonistici e materialisti. Non è possibile nemmeno per coloro che tengono un cuore superbo, orgoglioso e saccente: in questo senso sono da leggere le parole di Gesù: "Ti benedico, o Padre, ... perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli" (9). Per conoscere la Volontà di Dio è necessaria una preparazione che consiste nella conversione interiore profonda, in un cambiamento della mente e del cuore. È necessario lasciar perdere tutti i desideri che noi ereditiamo dal mondo, i suoi modi di orientarsi nelle scelte quotidiane, i suoi costumi. Per mettere nella nostra mente i pensieri di Dio si rende necessario svuotarla di tutte le abitudini di pensare che ci sembrano logiche e che diamo per scontate.
Non riusciamo ad ascoltare la Voce del Padre se apparteniamo ancora al mondo. Gesù parlava proprio così ai Giudei ostili a Lui: "Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio" (10). E ancora a Pilato diceva: "Chi è dalla verità ascolta la mia voce" (11). Per poter ascoltare e quindi apprendere la Volontà del Padre è indispensabile un cammino ascetico di distacco effettivo dalla volontà del mondo. Se non si è liberi dal desiderio di far bella figura davanti agli uomini, dal cercare la gloria gli uni dagli altri, dall'apparire uguali a tutti, non ci può essere capacità ad accogliere la rivelazione della volontà di Dio. I pensieri di Dio infatti non sono quelli degli uomini, distano troppo, sono troppo diversi. Talvolta addirittura i pensieri degli uomini si confondono con quelli di Satana: Gesù dice proprio "Va' via, Satana" a Pietro, che accoglieva il modo di pensare degli uomini (12).
La volontà del Padre esprime tutto il suo amore: come potrò conoscerla e accoglierla ed eseguirla, se il mio cuore è ancora egoista, se i miei pensieri e desideri stanno ancora cercando soddisfazioni per me, ambizioni, ricchezze e onori?
Povero me!
Chiedo a Te, Gesù, di purificare il mio cuore. Se è necessario qualche scossone, o qualche malattia, o qualche delusione grande perché io impari a staccarmi dalla vanità del mondo, a liberarmi e scrollarmi di dosso il suo vano e vuoto modo di comportarsi, fallo pure, fallo presto. Desidero essere libero, non avere impedimenti per poter conoscere la Volontà del Padre mio e per poterla realizzare pienamente!
Così entro in un rapporto più stretto con te, in rapporto di "parentela". Tu stesso hai detto: "Chi fa la volontà del Padre mio, costui è mio fratello sorella e madre" (13). Non ti preme, Gesù, avere un nuovo fratello?
So che questo cammino di libertà dal mondo per entrare nei disegni di Dio è un cammino che costa caro. "Coloro che soffrono secondo il volere di Dio..." ha scritto l'apostolo Pietro (14). È possibile soffrire per compiere il volere di Dio; per amare veramente è possibile incontrare anche grandi e lunghe sofferenze. Queste sofferenze sono il prezzo che volentieri pago per potermi rendere utile al Regno di Dio, a tutti gli uomini, al mondo intero.
Sono le sofferenze derivanti dal diverso comportamento del cristiano in mezzo al mondo, comportamento che s'identifica con quello degli "agnelli in mezzo a lupi". "Questa è la Volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all'ignoranza degli stolti" (15). "Questa è la Volontà di Dio, la vostra santificazione..." (16).
"Benedetto sei tu, Signore, mostrami il tuo volere.
Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene.
Nella tua volontà è la mia gioia, mai dimenticherò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io veda le meraviglie della tua legge.
Io sono tuo: salvami, perché ho cercato il tuo volere."... (17)
1) Gen 18,17.19 2) Sal 103,7 3) Gv 15,15 4) Gv 16,12 5) Gv 16,13-15 6) 1Cor 2,14 7) Atti 22,14 8) Rom 12,2 9) Mt 11,25 10) Gv 8,47 11) Gv 18,37 12) cfr.Mt 16,23 13) Mc 3,35; Mt 12,50 14) 1Pt 4,19 15) 1Tess 4,3-8 16) 1Pt 2,15; 4,1-4 17) Sal 119,12.14.16.18.94
F.
Sia fatta la tua Volontà...
Normalmente noi abbiamo delle "volontà" che mettiamo davanti a Dio perché egli le approvi e le realizzi! Molte preghiere dei cristiani rientrano in questo modo di fare.
Ora Dio, essendo Padre, trova gioia nell'esaudire i suoi figli. Gesù stesso aveva detto: "Se voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!" (1) E perciò ha raccomandato di chiedere, cercare e bussare. Il Padre vuole donarci la gioia di accorgerci che egli è Padre! Naturalmente però le nostre domande o richieste devono rientrare nei suoi disegni d'amore, altrimenti come potrà Egli esaudirci? non può fare quello che risulterebbe un male per noi, anche se al momento noi non ci accorgiamo di ciò che ci nuoce.
Possiamo chiedere ciò che vogliamo al Padre, ma prima dobbiamo diventare discepoli del suo Figlio. E da discepoli veri, che stanno imparando da lui un nuovo modo di vivere e pensare, sorgeranno in noi desideri e richieste graditi al Padre stesso.
L'evangelista Giovanni, scrivendo la prima lettera, ci dice: "Qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta" (2). Qualunque cosa... secondo la sua volontà! Quant'è necessario quindi conoscere e amare la volontà del Padre! Egli non ci potrebbe altrimenti esaudire e noi non avremmo la gioia di accorgerci della sua vicinanza! Dovremmo lasciare ogni nostra domanda inespressa, come dice S. Paolo, perché l'esprima lo Spirito con gemiti inesprimibili (3). Il cieco nato - guarito da Gesù - esprime con semplicità queste verità così: "Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta" (4). Fare la Volontà del Padre è la condizione per essere in comunione reale e reciproca con lui. Egli obbedisce a chi gli obbedisce! Egli ascolta chi lo ascolta! E in chi lo ascolta mette i propri pensieri e il proprio amore, tanto da agire per mezzo di lui.
Il desiderio, anzi, la volontà più urgente e primaria di Dio Padre è che gli uomini siano salvi, che siano liberati dal Maligno e dal suo male, e possano godere la gioia della comunione piena con sè e con tutti.
Dio vuole la salvezza di tutti! Conoscendo questa Volontà del Padre mio, voglio anch'io la salvezza di tutti, che tutti conoscano lui e il Figlio, perché in questo sta la vita eterna, la gioia del vivere dell'uomo. Il Padre vuole... e perciò a me, che cerco la sua Volontà, egli chiede collaborazione per salvare, per far conoscere il suo Figlio e attraverso di lui far conoscere il proprio Volto a chi gli è ancora lontano.
Che cosa chiederà a me in concreto il Padre? cosa chiederà a te? Quale la sua Volontà per noi? e per voi?
A ognuno egli chiede di entrare in modi diversi nel suo disegno: ad Abramo ha chiesto un impegno diverso che a Mosè, ai Profeti diverso che agli Apostoli. A Maria Egli ha chiesto e dato un ruolo diverso che non agli evangelisti. Varie e diverse sono le chiamate - le vocazioni - nella Chiesa, perché diversi sono i servizi possibili in ordine alla salvezza del mondo.
A ciascuno poi sono date capacità diverse secondo il servizio che gli è richiesto. Non tutti devono "parlare" e quindi non occorre che tutti sappiano predicare. Non tutti devono essere pastori, e quindi non occorre che tutti sappiano guidare il gregge. Tutti però devono testimoniare l'amore del Padre e la vittoria di Gesù, e perciò a tutti è dato lo Spirito Santo perché possano amare, perdonare, donarsi, in modo da alimentare il fuoco di carità della Chiesa, che è il fuoco dell'amore di Dio!
Tutti conosciamo come volontà di Dio per tutti l'amore, e ognuno starà attento a scoprire i modi concreti del proprio amore, cioè la propria vocazione.
Ogni cristiano sta in contemplazione, in ascolto attento per conoscere la volontà particolare del Padre per sè. E si fa pure aiutare da chi avesse un dono di ascolto di Dio più accentuato ed esperimentato. Che cosa comporta per me l'amore che Dio ha per tutti? Se il mio cuore è libero e pronto a fare la Volontà del Padre, Egli non impiegherà molto a farmela conoscere. Nel frattempo... ascolto Gesù, lo ammiro, lo accolgo e con lui mi offro. Questa è Volontà certa di Dio Padre in ogni momento.
Padre, sia fatta la tua Volontà come in cielo così in terra!
Si realizzi il tuo amore per tutti gli uomini: come l'ha realizzato Gesù morendo "in alto" sulla croce, così anch'io mi offro ogni giorno a portare il tuo amore in tutte le situazioni degli uomini.
Padre, "nella tua volontà è la mia gioia" (5)
Egli "conceda a voi tutti volontà di adorarlo e di compiere i suoi desideri con cuore generoso e animo pronto" (6).
1) Mt 7,11 2) 1Gv 5,14 3) cfr Rom 8,26-27 4) Gv 9,31 5) Sal 119,33 6) 2Macc 1,3
DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO
A.
Padre nostro...
Gesù continua a rispondere ai discepoli che gli hanno chiesto d
’insegnar loro a pregare.Finora la preghiera che egli ha messo nel loro cuore e nella loro mente li ha portati a contemplare l
’amore del Padre e a farsi suoi servitori.La preghiera ha dato ai discepoli delle ali per volare al di sopra e al di fuori del mondo che li condiziona, li ha messi in grado di vivere dentro la mente e il cuore di Dio stesso: così sono stati pure liberati da quell'egoismo che potrebbe rovinare la preghiera stessa, il rapporto col Padre.
Pregando con le parole di Gesù i discepoli hanno dovuto occuparsi della sua santità, del suo Regno, dei suoi progetti, hanno dovuto farsi servi dell'amore del Padre per tutto il mondo: così essi hanno raggiunto - per grazia, senza saperlo - le radici della libertà! Ora, chi ha pregato con Gesù, s'è dimenticato di sè, ha rinnegato i propri sogni di successo, di ricchezza, d'ambizione, di lunga vita e di salute, perché ha dovuto occuparsi dell'amore del proprio Padre! Chi ha pregato fin qui con Gesù è libero da quelle necessità così urgenti che fanno dimenticare quelle più profonde e più grandi, è libero di accogliere Dio nella propria vita, perché è diventato libero dal pensare a sè.
Con questa libertà essi possono guardare a se stessi e al mondo in cui vivono con uno sguardo nuovo, con desideri più precisi, e quindi possono parlare al Padre di sè e dei propri fratelli con quell'amore che incontra veramente quello divino, perché da questo è originato.
Ora Gesù ci porta a osservare la situazione in cui viviamo con lo sguardo nuovo e luminoso e raggiante acquisito nel contemplare il Padre e ciò che è suo: Nome, Regno, Volontà!
Possiamo rivolgere gli occhi alla concretezza della nostra vita, perché nei nostri occhi s'è accesa la luce della Sapienza divina.
Con l'amore dei figli che conoscono l'amore del Padre, possiamo parlare con lui di noi stessi. Un figlio che si lascia amare dal Padre e che si è offerto a fare la sua volontà può avere libertà e gioia di domandare, di chiedere, di intervenire affinché il Padre stesso guardi a lui e si occupi di lui.
Ora il figlio chiede al Padre.
Gesù però mi insegna non a chiedere per me, bensì per noi! Non solo, egli mi fa chiedere a nome dei fratelli e insieme con loro.
Dacci oggi il nostro...
Non sono io solo a chiedere, siamo
“noi” che chiediamo. Dio esaudisce la preghiera della Chiesa, della comunità, perché è in essa che si nasconde e si manifesta la sua Vita che è comunione. Io chiedo non come singola persona - che possa poi vantarsi d'essere esaudita -, ma come membro del corpo di Cristo, come uno di tanti, come voce di molti che si presentano uniti e umili all'unico Padre."Se due di voi si accorderanno sopra la terra per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà: perché là dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro".1 E' Gesù, il Figlio, che ottiene tutto dal Padre. Noi siamo membra del suo corpo, e ciò si rende evidente e si avvera quando diviene concreta la nostra unità e armonia di fratelli.
Possiamo noi chiedere al Padre qualunque cosa? Chi ci autorizza?
Gesù stesso ha insistito: "chiedete, e vi sarà dato"! Egli rivolge queste parole ai suoi discepoli, a coloro che vivono già seguendolo e obbedendogli, le rivolge a coloro che fanno propri i suoi desideri e perciò chiederanno solo ciò che rientra in un rapporto vero di figli con Dio.
"Se le mie parole rimangono in voi chiedete quel che volete e vi sarà dato".2 Se le mie parole rimangono in voi: quando cioè vi lasciate istruire da me e mi amate!
"Se chiederete qualcosa al Padre nel mio Nome egli ve la concederà. finora non avete chiesto nulla nel mio Nome. Chiedete, e ottenete, perché la vostra gioia sia piena!"3 Chiedere sì, ma "nel mio Nome"! Chiedere come persone che sono un tutt'uno con Gesù, che hanno fatto proprio il suo amore e la sua offerta al Padre!
Uniti a Gesù noi abbiamo confidenza col Padre, e il Padre ci esaudisce, perché Egli dà fiducia al Figlio. Il Padre sa che il Figlio gli ha ubbidito con un amore che l'ha portato fino alla morte. All'obbedienza risponde l'obbedienza: il Padre obbedisce alle parole del Figlio... anche quando sono pronunciate da noi, uniti al Figlio.
Infatti "il Padre stesso vi ama, perché voi mi avete amato"!4
Non ci stupisce quindi il fatto che Dio realizzi con la sua potenza le parole dei santi, di coloro che hanno amato e amano Gesù!
Grazie, Padre, per il tuo amore con cui ricompensi il nostro a Gesù. Egli si è reso amabile perché su di noi scenda il tuo amore e ci avvolga come fiamma di fuoco che arde e non brucia!
1 Mt 18,20 2. Gv 15,7 3. Gv 16,23s 4. Gv 16,27
B.
Domandare, chiedere, ... che cosa? Che cosa posso chiedere a Dio?
Da ciò che chiedo, Dio s'accorge chi io amo: se amo me stesso o se amo lui! Che cosa si può chiedere a Dio, da cui proviene già tutto quello che abbiamo? Che cosa chiedere al Padre che ci ha dato la vita e ci ha fatto conoscere la sua Volontà e ci ha mostrato la bellezza del suo Regno? Che cosa chiedere al Padre, che mi ha fatto gustare la dolcezza e la santità del suo Nome?
"Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare...".1 Noi siamo "ignoranti", non lo è però lo Spirito di Dio riversato nei cuori di coloro che credono: "lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio".2 "Del resto noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno" 3
Noi perciò chiediamo al Padre, perché Gesù ci ha detto di chiedere. Chiediamo con fiducia anzitutto la sapienza, "senza esitare, perché chi esita somiglia all'onda del mare mossa e agitata dal vento; e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l'animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni." 4 Noi chiediamo, ben sapendo che la preghiera più vera viene pronunciata dallo Spirito Santo, che chiede per noi più di quanto noi stessi possiamo immaginare! Chiediamo perciò senza timore dei nostri errori di valutazione, perché il Padre ascolterà lo Spirito e le sue richieste. Chiediamo qualunque cosa: già nel chiedere qualsiasi cosa veniamo esauditi, perché nel chiedere si sviluppa in noi l'umiltà e il sentirci piccoli, atteggiamenti che attirano in noi lo Spirito Santo e l'amore delicato del Padre. Qualora noi chiedessimo anche solo pane da mangiare, riceveremmo Spirito Santo! E' così buono il Padre che ci esaudisce al di là e al di sopra di ogni attesa. Mentre ci rivolgiamo a lui con ignoranza, egli ci riveste dello Spirito di sapienza!
Chiedendo con umiltà manifestiamo fiducia e confidenza; sapendo che "non sappiamo" se ciò che domandiamo è il nostro vero bene, che non sappiamo "cosa sia conveniente", diamo ancor più fiducia al Padre. La nostra ignoranza sul vero bene per noi sposta la nostra attenzione, dalle cose che desidereremmo ottenere, alla Persona cui ci rivolgiamo.
Proprio perché sappiamo di essere "ignoranti" diamo peso e ci affidiamo alla sapienza del Padre. Egli sa! Egli ascolta i desideri dello Spirito, quelli più intimi e nascosti a noi stessi.
Se il Padre mi esaudisse in ciò che io chiedo, chissà se arriverei là dove desidero!
Volevo arrivare in tempo ad un appuntamento con una persona importante. Il Padre non mi ha esaudito: sono arrivato in ritardo. Ma quella persona aveva un ritardo maggiore del mio! Ho chiesto al Padre la salute per un amico, ma è stato durante la malattia, e grazie a quella, che egli è giunto alla fede.
Un giovane mi ha promesso che, se fosse piovuto la domenica seguente, avrebbe partecipato ad un incontro di preghiera. Ho chiesto al Padre la pioggia. Egli mi ha esaudito, ed io ero felice. Ma il giovane non ha partecipato. Non chiederò più la pioggia, ma direttamente la partecipazione. Anzi, nemmeno questo chiederò, perché il mio amico potrebbe partecipare senza convertirsi! Chiederò la conversione; e questa nei tempi e nei modi che lo Spirito Santo conosce!
Uno dei fratelli della mia comunità, quand'era incaricato della coltivazione dell'orto, ha chiesto al Padre alcune piantine di pomodoro per completare un'aiuola. Un'ora dopo sono "arrivate" due cassettine di pomidoro maturi! Così ascolta il Padre! Anzi, ancora più. Dal racconto di un amico missionario: una donna musulmana cerca con perseveranza una chiesa cristiana, fiduciosa di essere in essa ascoltata ed esaudita. Chiede a Dio che faccia tornare suo marito adultero. Ella ha già preparato il coltello per ucciderlo. Ebbene, cosa fa il Padre? La esaudisce, anzi, ancor più! Prima di far ritornare il marito le mette nel cuore la capacità e la volontà di perdonare; ora ella gode l'armonia e la pace con tutta la sua famiglia.
Noi chiediamo qualcosa, qualcosa addirittura che ci potrebbe far del male, ma il Padre ci dona Spirito Santo. Noi siamo capaci persino di chiedere ricchezze, benessere, denaro, per amore del quale molti peccano, radice di tutti i mali, spine che soffocano la Parola seminata in noi da Gesù!
Nonostante la nostra ignoranza possiamo chiedere. Il Padre ci darà di più. Così noi passiamo dalla fiducia che il Padre ci dia qualcosa alla fiducia che egli sa che cosa!
Egli è contento e gode che io sviluppi il mio discernimento di figlio, egli gode che io sia attento al suo Regno: non si spaventa se di quando in quando sbaglio nel chiedere! Perciò chiedo. Continuo a domandare, lasciando però a lui libertà di fare diversamente, di esaudirmi a suo modo, in maniere che io non riuscirei ad immaginarmi. Chiedo, senza pretendere!
Padre, eccomi. Ascolta la voce dello Spirito Santo. Io non la intendo, perché egli si esprime con gemiti inesprimibili. Ma tu, che scruti i cuori, sai interpretare questi gemiti come il grido di uno che vuole essere tuo per sempre!
1 Rom 8,26 2 Rom 8, 26-27 3 Rom 8, 28 4 Gc 1,6-8
C.
Gesù nella preghiera ci fa usare pure un
’indicazione cronologica: oggi! Egli ci fa chiedere oggi per essere esauditi oggi! Gesù non ci insegna l’attesa paziente? Egli ci vuol vedere immersi in una fiducia confidente! Noi chiediamo a Dio di comportarsi come egli esige da noi. Egli ci dice: "ascoltate oggi la sua voce, non indurite il cuore"! Oggi! Dio è immerso nell’eternità, e l’eternità sembra fatta di solo “oggi”. Nell’eternità non ci sono ritardi e nemmeno anticipi. Quando Dio dice una cosa quella s’avvera nel suo giorno. Così egli tratta le nostre parole: quello che chiediamo lo ascolta e ci esaudisce (per sua grazia, a suo modo) subito! L’oggi di Dio a noi, a volte, sembra lungo; ciò succede perché misuriamo il tempo con l’egoismo, il Padre invece lo misura con l’amore.Chiediamo: dacci oggi! Si, il domani infatti non ci appartiene, e perciò non ce ne preoccupiamo. Perché chiedere qualcosa per il domani? Ci sarò io domani? Avrò bisogno domani delle stesse cose di cui ho bisogno oggi? Il Padre rimane Padre anche domani. Egli non sparisce nè cambia natura. Se oggi posso rivolgermi a lui con fiducia, domani ancora di più.
La tentazione del mio egoismo vorrebbe portarmi a chiedere a Dio tutto quanto serve per non avere più bisogno di Lui! Chiedere in una volta sola tutto quanto serve per la vita, così non mi devo più umiliare, non mi devo più preoccupare di mantenere un rapporto col Padre... E
’ una tentazione forte, la tentazione dell’idolatria: mi posso occupare delle cose invece che di Dio!Gesù conosce questa tentazione che è piuttosto vecchia e ripresentata in vari modi in tutti i tempi e in tutti i popoli. Anche a lui è stata presentata dal Tentatore laggiù nel deserto dei quaranta giorni. E
’ la tentazione di arrangiarsi a procurarsi il pane senza dipendere dal Padre. "Se sei figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane".1 Dato che sei Figlio di Dio, cos’aspetti? Usa il potere della parola di Dio: “dì” e i sassi diventeranno pane. Occupati del pane con i tuoi talenti, con il ‘potere’ della tua divinità.Gesù, che è davvero
“figlio” di Dio, non vuol smettere di essere tale, di chiamare Dio “mio Padre”, non vuol smettere di dipendere da Lui e dalla sua Parola.Egli è un figlio che vuol rimanere figlio, che con amore ascolta il Padre e gli ubbidisce. Egli risponde quindi:
“Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.2 Il vero figlio di Dio sta in ascolto.Gesù non vuole che i suoi discepoli, e tutti quelli che crederanno in Lui, cadano in questa tentazione, e perciò mette sulle nostre labbra quell
’ “oggi”. Questa parola non vuole limitare l’intervento del Padre, ma vuole mantenere in noi vivo il rapporto filiale quotidiano con Lui. Noi siamo figli che non devono dimenticare nemmeno per un giorno l’intimità e la confidenza con Dio: sarebbe la nostra morte spirituale, e allora a cosa servirebbe il pane? Sarebbe solo un inganno!Dacci oggi!
Dà a
“noi”! E’ la seconda volta che incontriamo nella preghiera del Signore l’accenno al "“noi"”. Dopo l’iniziale Padre "di “noi”" questo riferimento non era più ritornato.Insegnando a pregare, Gesù non mette mai sulle nostre labbra le parole "
“io"” e “"mio"”. Egli non ci vuol vedere isolati. Egli ci vede già membra di un Corpo, parte di un "“noi"”, ci vede uniti saldamente e indissolubilmente, ci vede fratelli di una sola famiglia dove non c’è proprietà privata e divisione di beni. Egli ci vede membra di quella Chiesa che a Gerusalemme ha cominciato a “tenere ogni cosa in comune; "chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno... Ogni giorno tutti insieme... spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio...”"3 Chi prega il Padre, con certezza d’essere ascoltata, è la Chiesa, Corpo di Cristo, suo Capo.Gesù ci fa pregare uniti, attenti gli uni alle necessità di tutti, partecipi della stessa comune fiducia nell
’unico Padre. Egli ci fa pregare insieme, perché egli stesso ha chiesto al Padre che i suoi siano uno, una sola cosa in Lui! Gesù non sopporta che i suoi siano divisi: è la sua croce più pesante, il peccato dentro la sua Chiesa!La preghiera che Gesù insegna è preghiera comunitaria, sempre, anche quando chi la pronuncia è un eremita o un monaco benedetto per vivere una vita in solitudine. Anche questi è membro del Corpo di Cristo e dirà soltanto:
“"dacci oggi il nostro...”" Gesù non ci insegna a pensare ciascuno per sè. La preghiera dei suoi non dev’essere impregnata di amor proprio, ma di amore, di dono di sè, di attenzione costante al Padre che ama tutti gli uomini.Dacci oggi!
Grazie, Gesù, che mi fai esercitare ogni giorno il rapporto dolce e benefico col Padre. Grazie che mi fai desiderare la povertà, perché la mia fiducia e vicinanza al Padre non venga mai meno! Grazie che mi ricordi d
’avere dei fratelli!1. Mt 4,3 2. Mt 4,4 3. Atti 2,44-47
D.
Il pane! Gesù ci fa chiedere al Padre ciò che serve alla vita. Questo termine,
“"pane"”, può esser pronunciato e inteso nel suo significato letterale, oppure in senso figurato. Il pane è il nutrimento da cui riceviamo energia per muoverci, per lavorare, per divertirci, per vivere.Col termine
“pane” possiamo intendere pure altre realtà necessarie alla vita dell’uomo: affetto, compassione, comprensione, solidarietà, istruzione... Che cosa intendeva Gesù quando ha insegnato a pregare ai suoi dodici? Che cosa ci è lecito pensare di questa sua parola?Egli l
’ha accompagnata con due aggettivi: 'nostro' e 'quotidiano' ! Questi possono aiutarci a comprenderlo!Anzitutto
“nostro”: è il pane che serve alla comunità, quel pane senza del quale la comunità non vivrebbe, si disgregherebbe. E’ quel “pane” che viene posseduto insieme, “mangiato” insieme, e mantiene così uniti i fratelli in un’unica famiglia, in un unico corpo. Questo pane è quindi quel cibo che è necessario perché “noi” viviamo come Corpo di Cristo! E’ il nutrimento necessario perché si sviluppi l’unità delle varie membra.Quotidiano: attorno a questo termine, presente sia nel vangelo di Matteo che in quello di Luca, ci sono molte ipotesi e spiegazioni, essendo un termine poco usato dagli scrittori greci. Esso può avere il significato di "
“per il giorno che viene"”, oppure "“per quel tanto di cui c’è bisogno"”, cioè "poco", lo strettamente necessario. Lo stesso termine potrebbe aver pure il significato di "“soprasostanziale"”, che è al di sopra e al di fuori delle cose materiali.Questa varietà di traduzioni ci permettono di comprendere nella preghiera aspetti e significati della nostra vita sempre più vasti, più profondi e spirituali. Così possiamo vedere come il Signore è "ecumenico"! Egli sa accogliere la preghiera di chi chiede il pane della sopravvivenza terrena e quella di chi chiede il pane della vita eterna! Dio è Padre di tutta la nostra vita in tutti i suoi aspetti, e, come sa rispettare e favorire la nostra crescita
“in età”, così rispetta e ama e favorisce la nostra crescita “in sapienza e in grazia”!1Il libro del Siracide descrive gli uomini intenti nei lavori materiali:
“"La loro preghiera riguarda i lavori del mestiere" 2! Poi aggiunge:
"
“Differente è il caso di chi si applica e medita la legge dell’Altissimo... Di buon mattino rivolge il cuore al Signore, che lo ha creato, prega davanti all’Altissimo, apre la bocca alla preghiera, implora per i suoi peccati. Se questa è la volontà del Signore, egli sarà ricolmato di spirito di intelligenza, come pioggia effonderà parola di Sapienza, nella preghiera renderà lode al Signore..." 3La preghiera di Gesù è per gli uni e per gli altri: egli unisce tutti in sè! Egli stesso ci ha dato un motivo di riflessione, quando, seduto sul mezzogiorno sull
’orlo del pozzo, disse alla Samaritana: "“dammi da bere". Non c’era nessun altro: egli stesso aveva permesso ai suoi di entrare in città a comprare da mangiare. Ma quando essi tornarono col cibo, li prevenne: "Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete".” E i discepoli si domandavano l’un l’altro: "”Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?” "4Gesù sa che è necessario bere e mangiare, e sente anch
’egli la sete e la fame, ma sa pure che mangiare e faticare senza la sapienza di Dio non giova.Ci fermiamo al primo e più immediato significato della parola
“pane”. L’uomo ha bisogno di nutrirsi e lavora e fatica per questo. L’apostolo Paolo raccomanda: "Chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla... A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace." 5 Il lavoro e il cibo rientrano nel disegno di Dio, che ha sottomesso all’uomo tutta la creazione. Eppure a causa del suo peccato l’uomo prova la sofferenza della fatica e della fame, e ogni giorno incontra affamati e assetati.Il popolo di Mosè nel deserto fece l
’esperienza della preghiera per il pane: "Alla loro domanda fece scendere le quaglie e li saziò con il pane del cielo".6Il Padre è certamente
“contento” che ci rivolgiamo a Lui, anche se i motivi per cui lo facciamo sono semplici e banali. Ma nulla è banale, nessuna cosa è normale, quando essa ci porta ad un rapporto di figli col Padre. Nulla è al di fuori del suo sguardo, nulla, nemmeno quel pane che c’è in tavola tutti i giorni. Gesù stesso ci dà l'esempio: ogni volta che egli si mette a mangiare, prima di spezzare il pane alza gli occhi al cielo e benedice il Padre. Egli riconosce così che la nostra vita, anche solo l’essermi svegliato stamattina, è dono di Dio; il continuare a vivere è dono suo. Il lavoro, con cui l’uomo si procura il pane e il pesce, è dono di Dio. Anche questi doni, così materiali, sono occasione per contemplare e amare il Padre, occasione per mantenere vivo un quotidiano rapporto con Lui. Non c’è nulla di così piccolo che rimanga al di fuori della grandezza di Dio. Se Egli non si interessasse delle mie piccole cose, sarebbe forse grande? Non sarebbe più Padre!Grazie, Padre, che t
’interessi di tutto! A te non sfuggono le mie necessità, nemmeno le più piccole. Ti benedico per il pane, per quel pane che ritengo un diritto, e invece è un dono! Ogni volta che mi siedo a tavola vedo la tua paternità!1. cfr Lc 2,52 2. Sir 38,34b 3. Sir 39,1-8 4. Gv 4,7.32-33 5. 2Ts 3,10-12 6. Sal 105,40
E.
Dà a noi il nostro pane d
’ogni giorno, il pane che basta per oggi. La mancanza di cibo, di tutto ciò che è necessario alla vita, compreso l’affetto e la compagnia degli uomini, - di cui oggi si sente tanto il bisogno, - mette in luce i segreti del nostro cuore. Queste situazioni sono occasioni nelle quali si rende manifesto ciò che c’è nel nostro intimo: fede o incredulità, riconoscenza o pretesa, abbandono fiducioso o ribellione, obbedienza o disobbedienza."Nel loro cuore tentarono Dio, chiedendo cibo per le loro brame;
mormorarono contro Dio dicendo:
”Potrà forse Dio preparare una mensa nel deserto?Ecco, egli percosse la rupe e ne scaturì acqua, e strariparono torrenti.
Potrà forse dare anche pane o preparare carne al suo popolo?
”Non ebbero fede in Dio nè speranza nella sua salvezza."
1Così è scritto del comportamento del popolo nel deserto: fame e sete erano banchi di prova della fiducia in quel Dio che s
’era già ripetutamente dimostrato grande. Ma l’uomo ha difficoltà, non vorrebbe sempre fidarsi, vorrebbe finalmente aver nelle proprie mani la propria sorte. E’ da questa radicale sfiducia in Dio che l’uomo si muove per garantirsi il proprio futuro: e l’uomo non dice più “dacci il nostro pane quotidiano”, ma si preoccupa del “mio pane per tutta la vita”.Quando un cristiano entra in questa tentazione non si sente più fratello di nessuno, abbandona la comunione profonda coi suoi fratelli, comincia a
“disertare le riunioni”2 e finisce col perdere la fede. Egli diviene sempre più inquieto, non s’accorge più delle povertà altrui, l’ascolto della Parola di Dio lo stanca al punto che non la cerca più."Molti sono andati in rovina a causa dell
’oro, il loro disastro era davanti a loro.E
’ una trappola per quanti ne sono entusiasti, ogni insensato vi resta preso." 3Gesù non vuole che entri nel cuore dei suoi il desiderio della ricchezza, perché egli sa che non si può contemporaneamente servire Dio e Mammona. Egli perciò insegna a chiedere il pane quotidiano: quello che basta per oggi. Se io ne volessi di più, quello sarebbe tolto alla tavola dei fratelli. Quanti poveri nel mondo! Quanti senza pane! Quanti muoiono di fame! Queste sofferenze e morti sono causate dall
’accumulo delle ricchezze.Il peccato genera morte ancora. Il peccato d
’avarizia e di egoismo causa la morte. Il pane dei popoli sottoalimentati è finito nelle tasche dei popoli ricchi, chiuso nelle casseforti delle nostre banche, che lo adoperano a continuare l'ingiustizia in modi sempre più subdoli e violenti.Quando dico "dacci oggi il nostro pane quotidiano" pronuncio un giudizio contro me stesso, se ho i magazzini pieni: chiedo il pane
“nostro”, mi dichiaro pronto ad amministrare quel pane che dal Padre è destinato “a noi”, e invece lo riservo al mio proprio futuro, che del resto non so se ci sarà. S. Paolo esorta così i cristiani: "Chi è avvezzo a rubare non rubi più, anzi si dia da fare lavorando onestamente con le proprie mani, per farne parte a chi si trova in necessità.”4 “In tutte le maniere io vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere." 5E S. Giacomo: "E ora a voi che dite: «Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni», mentre non sapete cosa sarà domani!" 6
Le parole dei profeti e degli apostoli stessi sono dure e tremende per coloro che ammassano ricchezze, perché tale preoccupazione manifesta un cuore idolatra: è segno che la fiducia è posta nelle cose invece che nel Padre! Questa idolatria poi è fonte di sofferenze e di ingiustizie sempre crescenti: "Ai ricchi di questo mondo raccomanda di non essere orgogliosi, di non riporre la speranza sull
’incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché ne possiamo godere; di fare del bene, di arricchirsi di opere buone, di essere pronti a dare, di essere generosi, mettendosi così da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera." 7 S. Paolo stesso si fa promotore di una colletta a favore della Chiesa povera di Gerusalemme ed esorta i cristiani della Grecia ad essere generosi, a non temere la povertà, perché "Anche Gesù “da ricco che era si è fatto povero per voi". 8La preghiera che Gesù ci mette nel cuore e sulle labbra ci vuol aiutare anche in questo: a desiderare solo il puro necessario, a vedere i beni di cui disponiamo come un dono di Dio per la nostra comunità di fratelli nel Signore; e la nostra comunità ne dispone per donare i segni dell
’amore del Padre a tutti, anche a quelli che si dimostrano nemici: così anche i beni terreni divengono strumento per l’annuncio concreto della paternità di quel Dio che Gesù ci vuol far conoscere e amare a nostra salvezza.Ciò che sta a cuore del cristiano è proprio il conoscere e far conoscere, l
’amare e il far amare quel Dio che Gesù ci presenta come Padre! Tutte le energie del credente si indirizzano a questa gloria di Dio, anche i beni di questo mondo. Dio non ci dà forse il pane e l’acqua per farsi conoscere a noi vicino, per noi papà? Noi, che impariamo da lui, non useremo le stesse cose per essere portatori del suo amore? Siamo i figli suoi, consacriamo tutto, proprio tutto alla sua gloria; tutto diventi strumento per far incontrare gli uomini col suo amore, che è grande perché non gli sfuggono i piccoli bisogni di ogni uomo!Padre, nostro, dacci il pane nostro: con esso ti faremo conoscere, con esso divulgheremo il tuo amore, tramite esso annunceremo la tua paternità a coloro che non ti hanno ancora mai visto e mai amato! Padre!
1. Sal 78,18-20.22 2. Ebr 13 3. Sir 31,6-7 4. Ef 4,28 5. Atti. 20,35 6. Gc4,13 7. 1Tm 6,17-19 8. 2Cor 8,9
F.
Gesù aveva insistito con i suoi discepoli : "Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete... Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta." 1 Forse che egli, insegnandoci la preghiera, ci fa tornare indietro? Il Padre sa..., perché dunque ricordarglielo, perché dirglielo? Gesù non vuole contraddirsi. Il pane, cui Egli accenna nella preghiera, è sì il pane materiale, - e ci insegna a desiderare sotto lo sguardo del Padre solo quel poco che è necessario giorno per giorno -, ma di certo è anche un altro pane, un altro nutrimento necessario alla vita.
Egli stesso aveva respinto la tentazione del Maligno dicendo: "Non di solo pane vivrà l
’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”." 2 L’uomo ha bisogno della parola di Dio per vivere. Io devo sentire rivolta a me la parola del Padre: "Se tu non mi parli io sono come chi scende nella fossa." 3 Senza la Parola del Padre non viviamo, siamo tristi, senza amore, ci distruggiamo a vicenda. Gesù ha detto quelle parole mentre sentiva la fame di quaranta giorni. La Parola "che esce dalla bocca di Dio”" è più necessaria del pane materiale, è quella parola che dà la vita, la parola che crea. Anche i poveri hanno bisogno anzitutto di questa Parola. Anche i miseri apprezzano "una parola più del dono”" ! Senza la vita interiore formata e nutrita dalla Parola di Dio, a che serve il pane?"Poco con il timore di Dio è meglio di un gran tesoro con l
’inquietudine.Un piatto di verdura con l
’amore è meglio di un bue grasso con l’odio." 4La parola di Dio che crea in noi la vita, che forma in noi l
’amore, che ci fa portatori della sua luce e della sua sapienza, è un pane necessario, indispensabile, quotidiano. Ogni giorno questo pane dev’essere sul nostro tavolo, a portata di mano, sempre pronto.La parola di Dio ci conforta, ci dà luce, e ci indica pure i voleri di Dio. Questa Parola chiede al Padre: dacci oggi il nostro pane. Dacci le tue parole, i segni della tua volontà, perché sappiamo ciò che dobbiamo fare. "Nella tua volontà è la nostra pace". Gesù stesso, ai discepoli che lo invitavano a mangiare quello che avevano comperato, rispose: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera." 5 Senza questo cibo, che serve mangiare? Se non conosco lo scopo della mia vita e non uso le mie energie per raggiungerlo, a che serve acquisirne ancora? Il pane della Parola dà significato al pane della mensa.
"Questo tuo alimento manifestava la tua dolcezza verso i tuoi figli.
... perché i tuoi figli, che ami, o Signore, capissero che non le diverse specie di frutti nutrono l
’uomo, ma la tua parola conserva coloro che credono in te".6La parola del Padre è il pane che gli chiedo. Questa Parola e questo Pane è Gesù stesso! "Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo
”."7 "Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame”!" 8 "Prendete e mangiate; questo è il mio corpo." 9Ecco il pane di cui non solo io, ma tutta la comunità cristiana, la Chiesa, ha bisogno ogni giorno. Questo è il pane che chiediamo insieme per tutti noi e per tutto il mondo: il pane del rendimento di grazie, il pane eucaristico, il corpo di Cristo! Questo è il pane che la Chiesa possiede, che la Chiesa amministra per tutti i suoi membri. E
’ mangiando questo Pane che la Chiesa acquista energie d’amore per divenire fermento di comunione, di perdono, di unità per tutti i popoli.Ma questo pane ci viene dato da Dio tramite lo Spirito Santo. E
’ lo Spirito Santo invocato dalla Chiesa sul pane che trasforma questo in Corpo di Cristo. Ed è lo Spirito Santo che fa di noi, che mangiamo quel Pane, un solo corpo! Mangiando quel Pane cotto dal fuoco dello Spirito, riceviamo anche noi il calore dell’amore, la luce della sapienza, la forza e la dolcezza della comunione. Mangiando quel Pane diventiamo una sola cosa nello Spirito, riceviamo lo Spirito che ci unisce per essere dono di vita al mondo!E
’ bello constatare che anche Gesù pensava allo Spirito Santo quando nominava il pane. Nel vangelo secondo Luca, Gesù, subito dopo aver donato la preghiera del Padre nostro ai suoi discepoli, racconta una parabola, quella dei tre pani.10"Un amico va a mezzanotte da un amico a dirgli: Prestami tre pani da mettere davanti a un amico...; quello glieli darà per la sua insistenza." E poi conclude l
’invito alla fiducia così: “"se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!”"Lo Spirito Santo è il pane
‘soprasostanziale’ di cui si nutre la comunità dei cristiani. Senza di esso la comunità non riesce a stare unita, senza di esso la comunità non diventa luogo d’amore per gli uomini nè riflesso di Dio, non è comunità. Se c’è Spirito Santo in noi e tra noi, la nostra vita è sazia, e la nostra unità è sicura.Quando prego con le parole di Gesù io chiedo al Padre lo Spirito Santo: Padre, dacci il nostro pane quotidiano, donaci lo Spirito Santo perché senza di lui non saremmo tua comunità, tua Chiesa, non saremmo il Corpo di Cristo, tuo Figlio.
S. Pietro ci esorta così: "Come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza." 11
Che cos
’è questo puro latte spirituale, nutrimento necessario per crescere nella vita cristiana, se non lo Spirito Santo? Il latte è il primo nutrimento che la madre offre dal proprio corpo e dona ai figli appena nati. La Chiesa ai suoi figli fa succhiare lo Spirito Santo nei segni sacramentali che la manifestano e la rendono madre. Attraverso i santi Sacramenti, che sono il suo "“corpo"”, il “luogo” dove essa si rende concreta, la Chiesa dona lo Spirito di Dio, quello che essa stessa ottiene dal Padre con la sua preghiera quotidiana e con la sua sequela costante al Signore Gesù. Egli lo ha consegnato sulla croce e lo ha alitato da risorto. Da lui, presente in mezzo ai suoi ministri, riceviamo ancora il soffio Santo; dalla sua bocca riceviamo l’Alito che ci rende capaci di perdono e di comunione!Padre, donaci il pane della tua Parola! Donaci da mangiare ogni giorno il Corpo del tuo Figlio! Dacci da bere il latte dello Spirito, che ci fa amare il tuo Figlio e ci fa comprendere la tua Parola: diverremo anche noi figli tuoi e anche noi saremo tuo pane che sazia la fame del mondo. Anche da noi si effonderà la luce e il calore del tuo amore, e la terra sarà nuova, riceverà un volto nuovo sul quale le lacrime saranno asciugate.
Padre, ascolta il tuo Spirito stesso, che prega in noi!
1. Mt 6,25-33 2. Mt 4,4 3. Sal 4. Pr 15,16-17 5. Gv 4,34 6. Sap 16,21.26 7. Mt 6,33 8. Mt 6,35 9. Mt 26,26 10. Lc 11,5-8.13 11. 1Pt 2,2
RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI COME NOI LI RIMETTIAMO AI NOSTRI DEBITORI.
A.
"E
’ in te la sorgente della vita!” 1 “E io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza." 2Inizio con queste parole, tratte dai salmi, la riflessione sui debiti.
La vita che noi viviamo scaturisce dal Padre: egli si fa chiamare così proprio per questo. E la vita nostra non è solo quella che viene alimentata dal pane di frumento, ma anche quella sostenuta dalla Parola di Dio e rallegrata dal fuoco dello Spirito! La nostra vita è vita di figli degli uomini, ma essa è completata e vivificata dalla vita di figli di Dio, figli del Padre! Sia l
’uno che l’altro aspetto della nostra esistenza sono un dono, dono gratuito, mai ‘pagato’, mai ricompensato da noi! E’ un debito? No, il dono non crea mai debito. Il Padre non ci fa debitori!Il debito comincia a sussistere quando ci prendiamo qualcosa che non è compreso nel dono. Il dono ci fa godere comunione, ci fa sentire d
’essere amati, ci tiene in rapporto d’amore. Il debito ci fa entrare in rapporto di soggezione e di paura, di preoccupazione e di distacco.Adamo era in comunione con Dio e in piena armonia con lui finché godeva del dono della vita e del giardino e dei frutti del giardino e di Eva e della sua presenza al proprio fianco. Egli ha cominciato a sentire distacco e paura e soggezione e preoccupazione quando ha voluto prendersi ciò che non gli era stato donato. Da quel momento egli era in debito, un debito presente tra lui e Dio, tra lui e Eva, e persino tra lui e gli alberi del giardino, tra la sua anima e il suo corpo. Un debito pesante: l
’anima non accettava più il corpo così com’era, lo voleva coprire strappando le foglie agli alberi e nascondendolo a Eva. Il corpo non sopportava più un’anima senza comunione con Dio e voleva fuggire.Il peccato ha introdotto il debito nella vita dell
’uomo e lo ha radicato fin nel profondo.Chi ha debiti vive male: un peso continuo lo opprime, lo rende triste, gli impedisce la gioia. La sua vita è diventata una schiavitù: nulla gli appartiene del tutto. Chi ha debiti non è più sicuro di nulla, non gode del frutto del suo lavoro, non ne può far conto. La vita stessa gli pare sfuggire inutilmente...
E
’ la situazione del peccatore, di colui cioè che non si accontenta dell’amore del Padre, della sua fiducia, della confidenza con lui, e vuole altro, vuole vivere da solo.Il peccato ha trasformato la vita dell
’uomo: l’ha compenetrata talmente che l’ha fatta diventare un debito così grande che non può essere pagato nemmeno con la vita stessa.”"Nessuno può riscattare se stesso o dare a Dio il suo prezzo.
Per quanto si paghi il riscatto di una vita non potrà mai bastare." 3
La parabola con cui Gesù presenta la necessità della preghiera che ci sta insegnando illustra bene la condizione del debitore: "Non avendo costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito." 4
Gesù, nella preghiera, risveglia in noi il ricordo dei debiti: questi non si possono dimenticare, non si possono ignorare: qualcuno li deve pagare, altrimenti rimangono come un peso continuo che soffoca, che impedisce il respiro e la gioia!
Rimetti a noi i nostri debiti!
Noi abbiamo dei debiti.
I debiti sono di ogni singola persona, ma ci sono pure debiti comunitari, sociali. Io personalmente sono debitore, e lo sono pure in quanto la mia comunità è debitrice!
Verso chi sono i debiti? Verso il Padre, il nostro Padre. Ma ne abbiamo anche verso i fratelli e verso gli altri uomini: non riusciamo a
“pagare” né gli uni né gli altri.Quali sono i
“nostri debiti”? E’ difficile stabilire con precisione a cosa stia pensando Gesù. Probabilmente egli non vuole nemmeno che lo sappiamo perché non ci spaventiamo né ci disperiamo. Egli vuole portarci con fiducia al Padre, con fiducia, ma anche con realismo. Siamo debitori davvero e noi non possiamo rifarci. Doni ne abbiamo ricevuti molti, e noi li abbiamo usati - tutti e sempre - con egoismo anziché con amore, per alimentare il nostro egoismo anziché per rispondere all’amore del Padre.Abbiamo ricevuto come dono, e perché rimanga dono che glorifica il Padre, sia la vita che la salute, il pane quotidiano e le capacità al lavoro e all
’organizzazione, abbiamo ricevuto fratelli e sorelle: e noi abbiamo trattato tutto e tutti come strumento di potere o di piacere, di ambizione o di vanagloria; abbiamo cambiato la natura delle cose. Come potremo restituire loro la loro natura originaria? Come possiamo riparare i danni e riprendere un rapporto d’amore e di riconoscenza?Abbiamo usato per il male quanto il Padre ci ha donato per il bene e così abbiamo rovinato anche quanto egli non ci ha messo nelle mani. Abbiamo fatto nostro quanto destinato ad altri; abbiamo messo sotto il potere di Satana ciò che era dono di Dio e manifestava la sua gloria. Il nostro debito è grande. Il mio debito è enorme.
Padre, abbi pietà di me! Abbi pietà di noi. Siamo debitori verso di te. Non ci è rimasto nulla, di quanto tu ci hai dato, che possa piacerti. Abbiamo rovinato tutto, non abbiamo nulla che possiamo restituirti. Persino i doni più preziosi li abbiamo macchiati, mescolati di orgoglio e di vanità, di egoismo e di avarizia.
Padre nostro, siamo scoperti e nudi ai tuoi occhi e persino malati e incapaci di piena fiducia verso di te. Di quando in quando i nostri occhi rovinati ti vedono padrone, anziché Padre, e ci prende la paura. Prendici almeno come tuoi servi!
1. Sal 36,10 2. Sal 22,30-31 3. Sal 49,8-9 4. Mt 18,23
B.
Anche in questa supplica accorata il "
“noi"” si riferisce alla comunità cristiana, la Chiesa. La Chiesa ha dei debiti verso il Padre. La comunità cristiana ha ricevuto il suo essere comunità come un dono. Gesù ha pregato il Padre e ha ottenuto che i suoi divenissero “uno,” come lui col Padre,1 ha ottenuto lo Spirito Santo per loro, lo Spirito che ha fatto di molti un solo corpo.2Gesù ha versato il suo sangue perché dai suoi
“fratelli” fosse cancellato ogni debito e potessero ritrovare l’unità e l’armonia col Padre e tra loro. Ed essi sono stati rivestiti di spirito di comunione e di fraternità, di unità e di sapienza, di servizio e di rivelazione. Ma i cristiani hanno lasciato talora che i doni destinati all’unità creassero divisione, e quelli destinati al servizio diventassero potere, quelli dati per l’evangelizzazione servissero all’ambizione della cultura.Anche come comunità siamo debitori! Siamo debitori verso il Sangue di Gesù e verso lo Spirito Santo!
Perciò nella preghiera diciamo: rimetti a noi! Siamo
“noi” come “corpo”, come “famiglia”, che invochiamo l’impossibile.Abbiamo debiti comuni: il debito di tutti pesa su ciascuno e il debito di ciascuno pesa su tutti. Insieme perciò chiediamo e supplichiamo: il mio debito pesa sugli altri e il debito del fratello pesa su di me. Osservando i nostri debiti non ci metteremo a discutere e a soppesare tra di noi le varie responsabilità per criticarci e accusarci e aumentare così le distanze e le sofferenze: ci metteremo soltanto a chiedere insieme quel dono che supera ogni aspettativa, la remissione totale del debito.
L
’esperienza comune del nostro peccato ci ha umiliato tanto, che non abbiamo nulla di cui vantarci gli uni sopra gli altri. La nostra umiliazione ci unisce nell’umiltà della richiesta di perdono. E il nostro peccato comunitario ci fa stare pure con umiltà accanto agli uomini del mondo per chiedere il perdono anche per il loro peccato, benché essi non ne siano ancora coscienti.Rimetti a noi i nostri debiti!
I nostri debiti li possiamo chiamare peccato, ma sono ancora peggiori, essendo il frutto del nostro peccato.
Col peccato ci siamo ribellati e attraverso questa ribellione abbiamo rovinato la gloria di Dio, le sue opere, i suoi progetti, i segni della sua Presenza.
Quando, con la mia superbia o con l
’avidità del denaro, offendo o reco ingiustizia ai fratelli, ho peccato di superbia e di frode; ma con questo peccato ho distrutto pure l’unità e la bellezza della Chiesa, l’opera attraverso cui Dio si manifesta come amico degli uomini, e così impedisco ad essi di avvicinarsi con decisione e fiducia a lui.I nostri peccati provocano sempre una lunga catena di
“debiti”!Siamo davvero debitori nei confronti di Dio, lo siamo tutti, perché tutti peccatori.
"Dio, tu conosci la mia stoltezza e le mie colpe non ti sono nascoste.
Chi spera in te, a causa mia non sia confuso,... per me non si vergogni chi ti cerca, Dio d
’Israele." 3Rimetti a noi i nostri debiti...
Dal profondo di questa situazione senza speranza alziamo lo sguardo, poiché sappiamo che il nostro Dio è sempre Padre. Non speriamo nulla da noi stessi, ma da lui possiamo attenderci ancora amore, quell
’amore che - se Dio fosse come noi - sarebbe impossibile aspettarci. Da lui sì, ce l’aspettiamo: non perché siamo capaci di pregarlo, ma perché egli si è fatto conoscere come il Dio della misericordia, e perché egli in quest’opera di perdono e condono che chiediamo può manifestarsi ancor più come il Dio Amore:"Per la grandezza della tua bontà, rispondimi, per la fedeltà della tua salvezza, o Dio.
” 4“
Dio li salvò per il suo nome per manifestare la sua potenza." 5Perciò, riflettendo in noi stessi, come il figlio minore della parabola raccontata da Gesù, possiamo avere speranza.
"Ho detto: «confesserò al Signore le mie colpe» e tu hai rimesso la malizia del mio peccato." 6
Al nostro Padre riconosciamo la capacità di aver misericordia e la possibilità di rimediare ai nostri debiti. Egli può, perché è buono.
La nostra domanda è perciò già una professione di fede nella onnipotenza dell
’amore del nostro Dio. Egli è capace di regalare quanto noi non saremo mai in grado di restituire. Egli è capace di non mettere in conto quanto ci siamo presi e quanto abbiamo distrutto, persino il suo stesso buon nome, il suo onore presso gli estranei. Egli è capace di non esigere riparazione per i danni del nostro peccato e per il nostro peccato stesso.Egli, cioè, ama noi più delle cose che potrebbe attendersi da noi.
"Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato." 7
"Distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe!" 8
Padre, rimetti a noi i nostri debiti!
1. Gv 17 2. 1Cor 12 3. Sal 69,6-7 4. Sal 69,14 5. Sal 106,8 6. Sal 32,5 7. Sal 51,3-4 8. Sal 51,11
C.
É una domanda coraggiosa, una richiesta che si può fare solo ad un papà. Chi s
’azzarderebbe a chiedere la remissione di debiti ad un estraneo? A un altro si può chiedere tutt’al più di dilazionare la restituzione, di attendere, di aver pazienza. Ad un papà si può chiedere la remissione. Un papà potrebbe addirittura averne a male, o offendersi, se il figlio non avesse questo coraggio, o meglio, questa umiltà e questa fiducia nel suo amore di padre. Un padre ha amore sempre, perché i suoi figli sono suoi! Egli li conosce, li ha amati e attesi prima della loro esistenza, li sa amare ancora e li sa ancora attendere: così è il nostro Padre. Egli si fa chiamare con questo nome da noi perché ricordiamo sempre che può non solo amarci, ma può sempre generarci come figli. Egli dalle pietre può trarre figli di Abramo, ai ribelli può dare ancora vita di figli. Gesù ce lo ha ricordato raccontando la parabola del figlio prodigo e degenere: quel figlio si prefiggeva, ritornando a casa, - e ritornava solo per poter aver un po’ di pane da mettere sotto ai denti - di farsi accogliere come servo: "Non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni”" 1. Ma il padre esclamò: "Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”." 2Il figlio è di nuovo figlio; il padre gli ridà vita da figlio accanto a sé!
La nostra domanda perciò manifesta confidenza: prendiamo sul serio il nostro esser figli di Dio. É per questo che diciamo: rimetti a noi...
Se il Padre non potesse o non riuscisse o non volesse rimetterci i nostri debiti, come si potrebbe
“pagare” un peccato? Cercano di darcene risposta le varie religioni e le varie legislazioni dei vari popoli del mondo.Solo il sangue, - pensano gli uomini -, può pagare i debiti dell
’uomo con Dio e degli uomini tra loro. La pena di morte nelle legislazioni statali o tribali o di clan e di casta non è forse la risposta a questa questione insolubile? E qualcuno che sente il peso del proprio peccato arriva persino a suicidarsi, pensando che questa sia l’unica soluzione al proprio debito verso gli uomini e verso Dio. Le religioni più sensibili sostituiscono al sangue umano quello degli animali; religioni più immediate conoscono il sacrificio umano, sia nelle foreste equatoriali, sia nelle ‘chiese sataniche’ cresciute nel nostro benessere. Il sangue degli animali scorreva a ruscelli durante le feste nel tempio di Gerusalemme, fino alla sua distruzione. Ed ora ogni anno scorre a torrenti a Mina, nel giorno stabilito dal rituale del Pellegrinaggio islamico alla Mecca, o, nello stesso giorno, - il Giorno del Sacrificio - nelle loro abitazioni in tutto il mondo.Il nostro Padre non ama il sangue:
“
"Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri?Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli all
’Altissimo i tuoi voti;invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria
”.3“
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi." 4Al nostro Padre non diciamo solo: rimetti a noi i nostri debiti: gli chiediamo di lasciarci in vita!
Ed egli risponde alla nostra domanda in una maniera del tutto inaspettata: egli rimette il nostro debito di figli spostando il nostro peccato sulle spalle del Figlio, su Gesù!
"Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui l
’iniquità di noi tutti”.5“
Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità...egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori."
6Non è il Padre che obbliga il Figlio, che lo costringe a sostituirsi a noi nel portare il peccato del mondo: è Gesù stesso che
“vede” il desiderio del Padre di salvarci, e si offre! Gesù ci ama in questo modo: vede il nostro debito e se lo accolla. Il suo amore è veramente amore! Egli si presenta per questo ‘scambio’ quando entra nel fiume Giordano, con le acque ormai sporche del peccato della moltitudine, e dice a Giovanni: "Conviene che così adempiamo ogni giustizia”."7La giustizia che Gesù intende è il compiersi della Volontà del Padre, e Volontà del Padre è la salvezza degli uomini, il loro ritorno alla santità e all
’armonia originaria. Gesù, entrando nell’acqua che s’è insudiciata del peccato di molti, prende su di sé il castigo meritato da loro, realizza la profezia di Isaia e diviene il salvatore del mondo.Con il suo gesto significativo, Gesù compie tutto l
’amore del Padre, lo porta a destinazione rendendolo efficace per tutti i peccatori.Le sue parole a Giovanni potrebbero essere tradotte così:
“io mi prendo sulle spalle tutto il peso del peccato dell’uomo; offro la mia vita per pagare il debito dei peccatori che si sono pentiti e sono entrati in quest’acqua battesimale: l’amore del Padre per loro si realizza e si manifesta nel mio offrirmi”.Il Padre accetta l
’atto del Figlio e spalanca i cieli con la sua voce, e lo Spirito Santo si fa visibile perché tutti sappiano: qui c’è l’uomo vero, gradito a Dio, che realizza il suo Disegno, la pienezza del suo Amore!Il mistero non è più nascosto. Ora vediamo l
’amore del Padre. Egli risponde in anticipo alla nostra domanda di perdono!Padre santo, che accogli Gesù come agnello che toglie il peccato del mondo, ti ringraziamo e ti adoriamo! Signore Gesù, che ti offri a
‘pagare’ i nostri debiti, ti amiamo. Possiamo chiederti di donarci il tuo stesso Spirito?1. Lc 15,19 2. Lc 15,24 3. Sal 50,13-15 4. Sal 51,19 5. Is 53,6 6. Is 53,11-12 7. Mt 4,15
D.
Io sono già stato perdonato molte volte. Ho già goduto il perdono e il condono del Padre. Dei miei molti peccati non sento più il peso, né spirituale né psicologico. Ho addirittura sperimentato che persino le conseguenze dei miei peccati sono state redente e adoperate da Dio per il suo Regno. La misericordia del Padre s
’è resa tangibile, concreta: io sono ancora in vita, nonostante avessi meritato la morte; sono ancora in confidenza con Dio, nonostante mi sia allontanato dal suo amore in svariate occasioni.Non solo: avuta l
’esperienza e la certezza del perdono del Padre, anch’io l’ho imitato. Come figlio che "fa ciò che vede fare dal Padre" 1 ho perdonato a qualcuno che m’ha offeso o danneggiato.Sento presente in me la capacità di Dio! E
’ realmente nelle mie possibilità la capacità di rimettere i debiti ai miei debitori.Parlo di me, ma sono sicuro che ciò vale anche per te! Anch
’io sono stato perdonato dagli uomini, m’è stato rimesso anche da loro il mio debito.Ci sono molti che sanno fare ciò che il Padre fa.
Abbiamo presente la parabola che Gesù ha raccontato per convincerci della necessità di imitare il Padre in questo aspetto del suo amore. Il servo, cui è stato rimesso un grosso debito dal suo padrone, non vuole rimettere a sua volta un debito minore ad un suo conservo. Egli è definito malvagio: è capace di accogliere il condono, ma non è disposto ad imitare e ripetere la bontà che ha sperimentato. In lui 'funziona' solo l
’egoismo: ma l’egoismo non è in grado di ricevere l’amore, di portarlo a lungo, di esserne permeato. Perciò il condono già accordatogli gli viene ritirato.Noi non fatichiamo a comprendere questa parabola: è troppo semplice. Non facciamo fatica a disapprovare il comportamento del servo malvagio.
Abbiamo già ricevuto spirito da figli che vogliono imitare il Padre.
E
’ già presente in noi il desiderio di essere come il Padre nostro, è già in noi la sua “natura”, la sua volontà di salvezza per tutti gli uomini, anche per coloro che ci avessero offeso.E
’ per questo che non fatichiamo a domandare, è per questo che abbiamo il coraggio di dire: "rimetti a noi i nostri debiti, come noi..."Sappiamo che non si ripeterà la storia della parabola, perché abbiamo già rimesso a qualcuno il suo debito con noi.
Rimetti a noi, come...
Questa parola della preghiera è importante. Gesù vuole che la diciamo, vuole che la decidiamo: Egli vuole che anche nella preghiera facciamo riferimento alla nostra esperienza.
Dicendo "come noi" non intendiamo indicare al Padre il motivo per cui perdonarci: Egli ci ama per primo, non è Lui che possa imparare da noi, che debba imitarci! Non vogliamo dare a Lui nemmeno la misura del perdono con cui chiediamo di essere amati: non c
’è confronto tra il debito dei nostri fratelli con noi e il nostro col Padre! Inoltre i debiti che ci sono tra di noi sono debiti in famiglia, dei quali siamo tutti corresponsabili.Il Padre perdona e condona "per amore del suo Nome", perché è misericordioso, perché è buono, perché è
‘Padre’.Dicendo "come noi" esprimiamo la nostra certezza del suo esaudimento, la certezza del suo amore, poiché constatiamo che Egli ha messo anche in noi la capacità di un amore che ama l
’uomo più delle cose, più di se stesso. Se egli ha dato a noi tale capacità, quanto più grande non sarà la sua! Il “come noi...” esprime speranza e confidenza totale.Inoltre, dal desiderio e dalla speranza di essere perdonati nasce e cresce in noi la volontà di perdonare ancora più e più profondamente e più prontamente.
Una gioia grande ci riempie l
’anima quando perdoniamo, perché sappiamo che stiamo compiendo un’opera divina! Mentre perdoniamo siamo collaboratori del Padre. Il nostro perdono gli dà gloria, perché rende evidente la bellezza del suo Regno e la gioiosità della sua Volontà! Perdonando riteniamo le persone più importanti di qualunque altra cosa; perdonando affermiamo che nostro Nemico non può essere l’uomo, ma il Maligno che lo affligge e lo usa come strumento del male. Come il Padre, anche noi vogliamo salvare l’uomo dal suo Nemico, che viene vinto non dall’odio, ma dall’amore. Se io odiassi colui che mi ha odiato sarei io pure vittima del Maligno, che vuole prolungare la catena del male. Perdonando invece io spezzo questa catena terribile!In che cosa consiste il mio perdono agli uomini?
Mi sento dire spesso da qualcuno: non sono capace di perdonare! E io stesso talvolta devo superare difficoltà, prolungate dai miei ragionamenti e dalla mia sensibilità e dai miei risentimenti, prima di riuscire a perdonare.
Il nostro perdono consiste nel mettere sulle spalle di Gesù il peccato dei nostri fratelli. Noi non saremmo capaci altrimenti di portarne il peso e ci ribelleremmo. Se consideriamo il peccato dei fratelli come già alzato da Gesù, già presente sulla sua croce, oppure noi stessi ve lo poniamo, allora tutto cambia e anche i nostri risentimenti si smorzano e i nostri ragionamenti si placano.
Se è così il nostro perdono ai fratelli, esso può durare a lungo, in eterno; esso diventa un perdono efficace, perché è amore al Padre ed è condivisione dell
’offerta di Gesù.Padre, tu mi hai dato la possibilità di perdonare ai fratelli, di fare ciò che tu vuoi fare, di amare come tu ami! Ti ringrazio e ti benedico perché permetti che anch
’io consegni al tuo Figlio Gesù non solo i miei peccati, ma anche quelli dei fratelli che mi hanno fatto soffrire.Gesù, Agnello di Dio, abbi pietà di noi!
1. Gv 5,19
E.
Noi rivolgiamo seriamente la domanda al Padre: "rimetti a noi...": abbiamo davvero debiti e desideriamo essere condonati realmente. Ebbene, questa preghiera non rimane senza risposta concreta.
Gesù risorto alita sugli Apostoli lo Spirito Santo dicendo: "A chi rimetterete i peccati saranno rimessi!
”" Questo è un dono impensato, grandioso, inimmaginabile. I discepoli di Gesù che ricevono Spirito Santo possono rimettere i peccati: e Dio stesso ubbidisce alla loro voce. É Gesù risorto che affida questo compito ai suoi Dodici; Gesù risorto non muore più: questa sua Parola perciò è ancora e sarà sempre attuale.Il Padre attraverso Gesù ha consegnato alla Chiesa il compito di rispondere alla mia domanda!
La risposta non è affidata perciò al passato né al futuro, non è un ricordo né una promessa, essa è continuamente presente e viva là dove è presente e viva la Chiesa.
Finché esisterà la Chiesa io potrò udire la risposta alla mia preghiera! Quando mi avvicino al ministro della Chiesa, pentito e desideroso di ricevere il perdono del Padre, egli stesso mi risponde con la voce di coloro che il Figlio ha scelto e inviato e riempito del suo Spirito.
Rimetti a noi i nostri debiti...!
Grazie, Padre: tu l
’hai già fatto molte volte e molte volte ancora mi raggiungerà la tua risposta concreta; la udrò io stesso con le mie orecchie, e ne godrò con tutto il mio essere!Ancora più mi stupisci quando tu perdoni ai fratelli con la mia voce. La mia voce di peccatore è adoperata da te per togliere dagli uomini il peso del loro peccato e porlo sulla croce di Gesù! Quale meraviglia incredibile!
Io, ministro della tua Chiesa, - noi come comunità cristiana - rimettiamo in nome tuo, per tuo incarico, i peccati dei tuoi figli.
Rimetti a noi come noi li rimettiamo!
Sì, noi rimettiamo i debiti degli uomini con la forza del tuo Spirito, con la Parola che Gesù ci ha messo sulle labbra, con l
’amore che tu hai posto nel nostro cuore. Noi, tua Chiesa, rimettiamo i debiti in maniera sacramentale: con un gesto affidatoci da te! É questo gesto, che la Chiesa non cessa di esercitare, che dà speranza agli uomini, che toglie dalla disperazione i peccatori colpevoli dei più vergognosi delitti.Non c
’è peccato che il Padre non possa perdonare: non c’è colpa per la quale non possa esserci la parola del perdono da parte della Chiesa.L
’uomo è capace di orribili decisioni e di terribili azioni che possono provocare sofferenze inaudite a singole persone, a famiglie intere o a interi popoli. Sembra impossibile che ci possa essere perdono per delinquenti così gravi. Eppure nella nostra preghiera non sono espressi limiti, nè essi sono dati alla parola che la Chiesa ha da pronunciare sul peccato. La misericordia del Padre infatti è misericordia di Padre, di uno che continua a generare vita: egli è capace di dare vita nuova, vita di santità, anche al peccatore più ripugnante della terra! La misericordia mostra i confini della grandezza di Dio!La nostra domanda di perdono presuppone la capacità di lasciarsi perdonare, di lasciarsi amare gratuitamente. Ciò non è sempre facile, non è per nulla facile. Noi vorremmo meritare il perdono, vorremmo pagare il nostro debito per non considerarci più debitori. Ciò non è ovviamente possibile. É questo orgoglio che fa precipitare il peccatore nella disperazione, come Giuda. Voler rimediare noi stessi al nostro peccato è impossibile. É necessario lasciarsi amare.
Gesù ha detto chiaramente: "Se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli". Caratteristica del bambino è accettare senza difficoltà l
’amore che gli vien dato, accettarlo senza alcuna remora. Noi adulti abbiamo maturato - chissà perché - la mentalità che nel Vangelo è tipica dei farisei, i quali vogliono comperare e pagare l’amore di Dio.Quando Gesù vuol lavare i piedi a Pietro, questi si rifiuta. I motivi istintivi e psicologici di tale rifiuto possono essere vari e diversi, ma uno è sicuro: è difficile lasciarsi amare. L
’uomo non accetta che un altro, gratuitamente, soffra o fatichi per lui.Quando ho chiesto agli uomini della mia parrocchia di presentarsi il Giovedì Santo per lasciarsi lavare i piedi, solo pochissimi hanno accettato l
’invito. Le motivazioni istintive per il rifiuto erano più forti delle motivazioni di fede. I bambini invece hanno accolto subito con gioia la stessa proposta: ed essi non si facevano problema d’avere i piedi puliti e profumati!Di fronte a Gesù, e a Gesù che perdona e porta il mio peccato, è possibile solo questo atteggiamento: mi lascio amare da lui gratuitamente, senza meritare nulla, senza
“pagare” il dono che mi vien fatto. A questa condizione è possibile avere comunione, “aver parte”, con lui. Gesù vive di amore gratuito e dona l’amore divino, che è sempre gratuito: possiamo essere in comunione con lui perciò solo vivendo lo stesso amore. Ricevere il perdono è possibile solo a chi si lascia amare gratuitamente, e perdonare è possibile a chi ama gratuitamente.Sia il perdono che si riceve sia quello che si dona è opera divina, è amore divino: divino significa perfetto: l
’amore è perfetto quando non si fa pagare!Signore Gesù: grazie alla tua Parola e al tuo Spirito, noi, tua Chiesa, tuo Corpo, rimettiamo ai nostri fratelli i loro debiti: così tu rispondi alla nostra richiesta! Ti ringraziamo di poter godere, perdonati e purificati, piena comunione con te e col Padre nostro che è nei cieli!
F.
"Come il Signore vi ha perdonato così fate anche voi".1 S. Paolo ci fa quest
’invito, che rende la Chiesa un luogo di comunione sempre rinnovata. Noi facciamo ciò che fa il Signore, senza opporre resistenze e ragionamenti. Il fatto che il Signore perdona è motivo sufficiente per perdonare. La raccomandazione con cui Gesù conclude l’insegnamento della preghiera è molto chiara e molto severa: da essa comprendiamo come il nostro perdono ai fratelli non sia facoltativo."Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe".2 Qui il nostro perdonare diviene la condizione necessaria per ricevere il perdono del Padre. Egli ci perdona sempre e soltanto perché egli è buono, ma noi non siamo perdonati, non siamo trasformati dall
’amore del Padre, se noi stessi non perdoniamo. Come mai non riusciamo talora a perdonare? Può essere utile ripetere qui in cosa consiste il perdono, sia quello che riceviamo sia quello che doniamo. Il Padre perdona noi ponendo su Gesù il peso del nostro peccato; noi perdoniamo quando poniamo su Gesù il peso del peccato dei fratelli. Se non riusciamo a perdonare è perché - probabilmente - non abbiamo con Gesù un rapporto di fiducia piena, non siamo ancora convertiti.Non sai perdonare? Non sforzarti, ma rivedi il tuo amore a Gesù, rinnovalo. Cerca di amare Gesù più di te stesso, di accettare che egli porti il tuo peccato e ti sia salvatore. Non avrai ancora finito, che t
’accorgerai di esser capace di perdonare.Noi possiamo infatti perdonare perché possiamo chiedere a Gesù di portare il peccato, possiamo affidarlo a lui. É solo per questo che possiamo amare i nemici! Che significa amarli? Significa desiderare per loro la salvezza, desiderare che anch
’essi godano piena comunione col Padre e con Gesù, e pregare per questo e per questo soffrire e offrire.É questo amore che ci qualifica
“figli di Dio”! "Amate i vostri nemici... e sarete figli dell’Altissimo." 3Quando non riesco subito a perdonare, perlomeno dico:
“"Signore Gesù, perdona tu questo peccato del fratello”". Questa preghiera mi aiuta a distaccarmi dai miei risentimenti e a vedere il mio ‘nemico’ amato da Gesù, in rapporto con lui: ed è una liberazione!Gesù non ha paura dei nostri peccati, né dei peccatori! Egli non fugge questa nostra situazione, proprio perché ci ama. É nella condizione di peccatori infatti che noi incontriamo il suo amore, che lo conosciamo. E se il nostro peccato è grande, il Signore vede in noi la possibilità di un amore più grande. É sua la domanda al fariseo Simone: "Un creditore aveva due debitori: l
’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi da restituire condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?”" La risposta è ovvia. Il nostro peccato non spaventa Gesù, poiché egli - perdonandolo - vede l’occasione di una nostra crescita nell’amore, nella somiglianza al Padre.Perdono e amore sono sempre in stretta relazione. Gesù lo vede osservando la donna, la peccatrice, che gli bagna i piedi di lacrime e li bacia. "Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco".
Amare per esser perdonati; farsi perdonare tutto per amare in modo perfetto.
Siamo peccatori davvero, tutti. Non possiamo ignorarlo. Il nostro amore, se non manteniamo la coscienza d
’esser perdonati, rischia di diventare orgoglioso e di non esser quindi più amore, ma ricerca della propria gloria.Ricordare il proprio peccato diventa quindi occasione di autenticità dell
’amore. L’apostolo Giacomo raccomanda perciò: "Confessate i vostri peccati gli uni gli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti ”".4 Essere peccatori non è vergognoso, quando si desidera essere del Signore! Possiamo riconoscere il nostro essere peccatori di fronte a tutti: è verità, è il primo passo con cui diamo gloria a Dio, che è grande perché è misericordioso.Nel riconoscere questa nostra comune situazione e nel pregare per il perdono reciproco c
’è la nostra guarigione. Esiste un legame reale - anche se spesso misterioso - tra peccato e malattia. Possiamo perlomeno comprendere che tutt’e due queste situazioni sono opera del nemico dell’uomo. Peccato e malattia danno gloria a Satana, fino a che non siano consegnati a Gesù. A lui si consegna il peccato e a lui si offre la malattia perché Egli ne redima le sofferenze e ne tolga la tentazione. Quando il peccato è consegnato, anche con l’aiuto dei fratelli, è perdonato; e quando la malattia è offerta, essa stessa opera una guarigione dello spirito, quando non cessi addirittura di esistere.Rimetti a noi i nostri debiti, come noi...
La preghiera che Gesù ci mette sulle labbra non è solo parole: essa crea condizioni interiori che ci danno salvezza, essa ci libera dal nostro io mentre la pronunciamo, ci trasforma.
La contemplazione del Padre che ci riempie di fiducia tanto da chiedergli perdono ci rende pure attenti al nostro agire come suoi figli e suoi collaboratori nel salvare e liberare gli uomini dal male.
E questo è appunto l
’oggetto della frase che segue nella preghiera.Padre santo e buono, non permettere che il mio cuore reagisca al peccato dell
’uomo: diventerei cattivo, irascibile, acido e triste.Concedimi di reagire sempre e soltanto al tuo amore, a quello che hai per me e a quello che hai per ognuno, a quell
’amore che mi hai manifestato attraverso Gesù in croce. Io e tu saremo uniti nel perdonare sempre: Tu santo e io perdonato, saremo uno nel distribuire l’amore su questo mondo da te voluto e atteso!1. Col 3,13 2. Mt 6,14-15 3. Lc 6,35 4. Gc 5,16
NON CI INDURRE IN TENTAZIONE, MA LIBERACI DAL MALE
A
.E
’ la terza richiesta che presentiamo al Padre. Anche ricevendo da lui il pane quotidiano - quello materiale e quello eucaristico e spirituale - e il suo perdono, la nostra vita rimane tuttavia sempre in pericolo. Abbiamo dei nemici, o, meglio, un Nemico: uno solo, personale e comunitario. Egli è nemico mio ed è nemico della Chiesa. Abbiamo bisogno d’esser protetti, d’esser difesi. Questa supplica che conclude la preghiera ricevuta dal Signore Gesù fa eco alle innumerevoli grida d’aiuto di cui è impregnato il Salterio:"
“Più numerosi dei capelli del mio capo sono coloro che mi odiano senza ragione”.1“
...Sono in pericolo: presto, rispondimi”.2“
Ma io sono povero e infelice, vieni presto, mio Dio”.3“
O Dio non stare lontano: Dio mio, vieni presto ad aiutarmi”.4“
Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta”.5“
Ascolta la voce del mio grido, o mio re e mio Dio!”" 6Siamo molto deboli: la nostra vita e la nostra fede è sempre in pericolo. Il nostro amore al Padre è minacciato. Che cosa ci resterebbe se esso scomparisse? Dio stesso ci mette alla prova: Egli deve
‘vedere’ se lo amiamo davvero! Ma il nostro nemico ne approfitta, e trasforma le prove dell'amore in tentazioni contro il Padre."
“Nessuno quando è tentato dica: sono tentato da Dio; perché Dio non può esser tentato dal male e non tenta nessuno al male" ”7. Siamo certi che Dio non vuole allontanarci dal suo cuore, ma Egli vuol vedere se il nostro amore per lui è amore vero oppure se è una vicinanza interessata: sono vicino al Padre perché lo amo, o gli sono vicino perché ne ho dei vantaggi economici, sociali, di salute, di prestigio? Dio deve saperlo, o meglio, io stesso devo accorgermene e trarne le conseguenze: o avvicinarmi davvero a lui in maniera pura dall’egoismo, o staccarmi del tutto per non illudermi e per non ingannare gli altri.Dio perciò mette alla prova i suoi amici e coloro che si dicono suoi amici. "Dio mise alla prova Abramo: ...prendi tuo figlio, il tuo unico figlio..."8 Prima di presentarsi alle generazioni seguenti come amico di Dio Abramo deve dimostrare d
’esserlo. L’occasione propostagli è una dura prova. Abramo ama davvero Dio più di se stesso? Ubbidisce alla parola di Dio o al proprio ragionamento? Segue le indicazioni di Dio o i propri istinti umani e paterni?Questa è una prova nella mente di Dio, che gode della fiducia del suo amico. Sarebbe tentazione nella mente di Satana, che spera in una disobbedienza da parte di Abramo: le ragioni del cuore e quelle della vita lottano contro la Parola del Padre.
Abramo non trova nulla di più sicuro che la parola di Colui che lo ha creato e chiamato: "Egli
“è capace di far risorgere dai morti”." 9 Nulla è meglio di ciò che Dio chiede: non è egli l’amico degli uomini, non è lui il Padre, che nulla disprezza di quanto ha creato? Perché dubitare? Stolto chi abbandona la parola del Padre per seguire i ragionamenti e le certezze provenienti dalle esperienze “normali: tutto il creato è nelle mani di Dio, onnipotente e fedele! Per mantenere la propria parola Dio supera le stesse leggi della natura.L
’angelo, che appare ad Abramo durante la sua obbedienza per fermargli la mano tesa sul figlio, gli dice: "Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio. ...Tu hai obbedito alla mia voce."10La prova superata da Abramo è tipica, e si ripete - in forme sempre diverse - per ogni credente: "Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere... per metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi."11
Il Signore sa certamente cosa c
’è nel nostro cuore, ancora prima di metterlo alla prova. Siamo noi che ne dobbiamo divenire coscienti! Ci è fin troppo facile l’illusione di ritenerci veri figli di Dio anche senza fidarci della sua paternità e senza affidarci alla sua sapienza! Il Padre ci vuole veramente suoi. Egli ci vuole abituare ad esser suoi in tutte le circostanze, ad esser portatori “collaudati” del suo amore. Le sue prove, nel mentre mettono in evidenza la saldezza del nostro attaccamento filiale a lui, lo purificano. Di purificazione c’è sempre bisogno, perché in innumerevoli modi il nostro io si compiace di se stesso. Devo essere educato e corretto spesso, sempre. Con troppa facilità ritorno ad amare me stesso e i miei pensieri, più che la parola e la promessa di Dio. Le prove devono essere continue, perché continua è la necessità di correggere i desideri e la volontà, i sentimenti e le intenzioni.Padre santo e buono, tu mi scruti e mi conosci. Tu sai cos
’è necessario per la mia crescita e la mia purificazione. Non temo le tue prove, ma tu donami la forza d’amore che ha avuto il tuo Figlio per esserti fedele anche nei momenti più difficili e terribili.Ti ringrazio, perché ascolti!
1. Sal 69,5 2. Sal 69,18 3. Sal 70,6 4. Sal 71,12 5. Sal 21,12 6. Sal 5,3 7. Gc 1,13s 8. Gen 22,1 9. Ebr 11,19 10. Gen 22,12.18 11. Dt 8,2
B.
Chi compra dell
’oro vuol essere certo che ciò che egli acquista è veramente oro, altrimenti non lo potrebbe usare per i suoi scopi. La prova passa per il fuoco. L’oro viene colato e in tal modo anche eventualmente purificato da scorie o da altri materiali che vi fossero mescolati."Dio, tu ci hai messi alla prova, ci hai passati al crogiolo, come l
’argento." 1"Ora dovete essere un po
’ afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore... ".2Anche Gesù passa la prova. Egli non ne avrebbe bisogno. Il suo cuore non deve essere purificato, perché in lui non c
’è peccato. Egli ama il Padre al di sopra di tutto, eppure anch’egli viene ‘provato’. Siamo noi che abbiamo bisogno di vedere che anche l'amore del Figlio è provato. Noi e il mondo non crediamo che una persona ci ami se non la vediamo soffrire per noi. Se uno soffre con me e per me, so che egli è un amico di cui mi posso fidare. Gesù è cosciente di questa nostra ‘necessità’: “Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre.” Non basta che il Padre sappia: il mondo deve sapere, perché è il mondo che deve accogliere Gesù come amico, come Salvatore, come rivelatore del Padre."Non parlerò più a lungo con voi perché viene il principe del mondo;
egli non ha nessun potere su di me, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre!" 3
Bisogna: è necessario! È volontà di Dio che il mondo sappia... Come fa il mondo a sapere? Il mondo ha dei modi particolari di sapere, e Gesù si sottomette a questi modi: egli accetta volontariamente la venuta del principe del mondo nella propria vita, nel proprio rapporto col Padre. Il principe del mondo ha modi di agire violenti, terribili. Gesù non lo rifiuta, si lascia tormentare da lui, pur senza obbedirgli, senza accogliere nel proprio cuore il suo odio, il suo male, le sue reazioni. Il principe del mondo viene, e dalle conseguenze di questo venire Gesù risplende nel suo rapporto col Padre, rapporto d
’amore. Gesù dipende dal Padre, ascolta il Padre, continua ad offrirsi al Padre, adoperando per questo offrirsi ciò che il Maligno gli fa subire. Ma Gesù non subisce, egli offre. La sofferenza e la morte sono per lui tentazione, ma egli le accoglie come dalle mani del Padre: "Non devo bere il calice che il Padre mi ha dato?" 4Gesù così mostra la sua piena e totale figliolanza superando la prova, e la supera facendo della morte un atto d
’amore e di fiducia al Padre.Egli, che ci mette sulle labbra la preghiera: "Padre, non c
’indurre in tentazione", ci mostra come si possono e si debbono vivere i momenti che potrebbero essere di tentazione! Egli trasforma la tentazione in occasione per rivelare il suo amore al Padre!Non c
’indurre in tentazione!La tentazione è presente spesso, sempre. "Il maligno come leone ruggente va in giro cercando chi divorare." 5 Sono parole dell
’Apostolo Pietro, che conosce già la vita dei cristiani. Il Signore Gesù aveva detto la stessa cosa parlando del seme di zizzania sparso nel campo seminato del buon seme. Il maligno cerca coloro che vogliono servire il Signore per tentarli6 e vuole insinuarsi ovunque nell’opera di Dio! Con tecniche e sollecitazioni subdole egli vuole costringere gli uomini a ribellarsi al Padre, a vederlo come nemico, come padrone, anziché come padre!È proprio questa la tentazione profonda con cui egli si rivolge a Gesù nel deserto di Giuda. Egli vorrebbe che Gesù decidesse azioni
‘buone’, di fede addirittura o di amore ai popoli; il suo suggerimento pretenderebbe l’agire di Gesù da solo, indipendente dal Padre; egli vorrebbe vedere un Figlio che segue i propri pensieri senza ascolto del Padre..., e motiva le proposte con la parola: se sei Figlio di Dio! È come dire: "se sei Figlio di Dio fatti padrone"! Come se Dio fosse un padrone. Sappiamo come Gesù ha affrontato quella situazione: "se sono figlio resto figlio! Se sono figlio di Dio ascolto il Padre e gli obbedisco! Dato che sono figlio sono certo d’essere amato dal Padre, che continua a custodirmi ed è pronto a dirmi i suoi disegni perché ha fiducia di me. Dato che sono figlio mi nutro delle sue parole!"La tentazione mi vuol far dimenticare la paternità di Dio e la conseguente fiducia che posso avere in lui. Se davanti a me rimane l
’immagine di un Dio padrone faccio presto a desiderare d’essere al suo posto, a fare a meno di lui, a giudicarlo, e quindi escluderlo dalle mie decisioni.Non c
’indurre in tentazione!Non permettere che mi dimentichi del tuo amore, che mi dimentichi che sei mio padre, che ti curi di me. Non permettere che abbandoni la mia fiducia piena in te! Padre nostro, non lasciarci cadere in quest
’inganno che distrugge il nostro rapporto con te e ci lascia la disperazione di essere orfani, di non essere fratelli, ma concorrenti e nemici gli uni degli altri. Quando c’è la tua prova non permettere ch’io cada in balìa del Maligno.Padre nostro, non lasciarci in balìa di noi stessi. Rimani presente tu, fa risplendere il tuo volto di Padre! Che non cediamo alla seduzione di vederti padrone: vorremmo essere noi stessi padroni che non devono rispondere a nessuno delle proprie azioni.
Tu sei Padre: confido in te e ti ascolto.
1. Sal 65,10 Is 48,10 2. 1Pt 1,6 3. Gv 14,31 4. Gv 18,11 5. 1Pt 5,8 6. Sir 2,1
C.
Il libro di Giobbe inizia presentandoci Satana che vuole mettere alla prova la fedeltà dell
’amico di Dio. Egli manifesta il dubbio che tale fedeltà non sia il prezzo pagato per comprare il proprio benessere e quello dei propri figli. "Toccalo nell’osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia!"1 Il Signore permette a Satana di colpire il suo servo con la malattia. Attraverso la prova Giobbe risplende ancor più come amico di Dio.Anche S. Paolo vede l'agire del Maligno come strumento di Dio: "Perché non montassi in superbia per la grandezza delle mie rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia." 2 Dio si serve dell
’opera di Satana per custodire il suo apostolo dal cadere in superbia! Questo modo di considerare la tentazione è nuovo e liberante! Possiamo rimanere liberi e senza paura anche di fronte agli interventi del Maligno: anch’egli è - misteriosamente, ma realmente - servo della Provvidenza di Dio. Il suo agire, che pur fa soffrire l’uomo, mantiene nell’uomo stesso, ricco di esperienze divine, il clima dell’umiltà. L’uomo si scopre debole e infermo proprio a causa della forza e della violenza di Satana, e perciò non s’insuperbisce, non confida in se stesso, ma si butta con decisione nelle braccia della grazia che viene dall’alto, ritenendosi sempre uno che riceve tutto! "Ti basta la mia grazia", risponde il Signore all' apostolo che chiede con insistenza di esser liberato dalla tentazione e dalla sofferenza. La grazia di Dio non ha bisogno della forza dell’uomo per agire, anzi!Non c
’indurre in tentazione!Questa preghiera mantiene in noi l
’umiltà. Se sto in piedi non è per mia bravura, ma perché il Padre risponde al mio grido!La storia degli uomini non è sempre storia di vittorie. La S. Scrittura ci fa conoscere grandi sconfitte del popolo di Dio e di singole persone chiamate alla sua santità. Se l'uomo fosse sempre vittorioso sul male, egli diverrebbe superbo, e la superbia lo porterebbe alla rovina. L'uomo, trovandosi davanti a Dio come davanti a un mago che ubbidisce sempre ai suoi desideri, sarebbe attento solo al proprio egoismo, si ritroverebbe sicuro solo di sè; alla fine sarebbe triste come un orfano, senza padre, e quindi senza vera sicurezza e senza stabilità!
Il popolo d
’Israele, nel deserto, trovandosi in reali difficoltà, ma godendo pure di promesse sicure, continua a mormorare, a lamentarsi: non dà fiducia a quel Padre che gli ha dimostrato più volte d’amarlo, anzi, si fa “tentatore” di Dio: "misero alla prova il Signore dicendo: il Signore è in mezzo a noi si o no?" 3 Il popolo vorrebbe da Dio benedizione incondizionata, senza previo ascolto, senza esser coinvolto nei suoi piani. Ciò significherebbe trattare Dio come un mago, non come un Padre."Non tenterai il Signore Dio tuo"4, ripete Gesù! il Padre rimane Padre sempre, io perciò rimango sempre figlio.
Voglio restare anch
’io in questo atteggiamento, anche se talora la violenza degli uomini sembra prevalere, e prevale. L’esser figlio però conserva al cuore la pace e la pienezza della serenità, conserva in noi la vera maturità dell’uomo.Gesù ci ha mostrato, in maniera ancora più profonda di Abramo, questa maturità, la grandezza e la verità dell
’uomo che resta figlio del Padre. "Abramo per fede, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: in Isacco avrai una discendenza...”. “Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti..."5. Abramo non dubita di Dio: egli mantiene le sue promesse non con le capacità dell’uomo, ma con la sua onnipotenza: gli si può perciò ubbidire, anche se la sua parola sembra all’uomo contraddittoria. La fede di Abramo è grande.Quella di Gesù è la stessa fede, ma ancor più grande.
Gesù offre se stesso: "Padre, non la mia, ma la tua volontà sia fatta". Durante la sua passione tutto lascia comprendere che è all
’opera Satana, il principe del mondo: è lui che suscita il tradimento e l’odio e la condanna. Eppure Gesù rimane affidato al Padre: Padre, nelle tue mani affido il mio spirito.Come dicesse: "il Padre mi è Padre anche se io, per continuare ad essere figlio, per non smettere di amare e di dipendere da lui, devo entrare nella morte. Io entro nella morte che mi viene presentata dal Maligno, ma credo che il Padre è sempre colui che dà la vita, ed egli manterrà la promessa che il Regno di Davide non avrà fine: anzi, la manterrà in un modo ancora più bello di quello che l
’uomo potrebbe immaginare!"Gesù supera una prova superiore a quella di Abramo. Egli è vittorioso sulla tentazione che lo raggiunge in cima al Calvario dalla bocca dei sommi Sacerdoti, dalla bocca del ladrone e dei soldati, e dall
’assenza dei suoi discepoli. Mentre la vita gli sfugge, quella vita che sa essere eterna, egli dice: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.Gesù si fida del Padre! Lo considera sempre papà! Rimane intimamente unito a lui: nessuno e nulla, nemmeno la morte, lo smuove da questa unità. La tentazione, che lo vorrebbe diviso dal Padre, è vinta!
Io non posso che guardare a Gesù quando mi trovo nel cuore forza e pensieri e parole che mi vorrebbero trascinare in un
’autonomia o in una indipendenza da Dio che me lo dipingono padrone più che papà. Guardando a Gesù vedo la mia vittoria. Guardando a me stesso cederei subito, perché l’amore di me stesso mi farebbe perdere l’amore.Guardo a Gesù: è lui la mia vittoria, è lui la vittoria di tutta la Chiesa: è lui la risposta del Padre alla supplica: non c
’indurre in tentazione!Padre, grazie per il tuo Figlio Gesù. È con lui che vivo, unito a lui: è lui il sostegno che mi tiene in piedi nel cammino verso di te, è lui la guida, è lui il bastone cui posso appoggiarmi e la luce cui posso affidarmi. Con lui non temo di andare errando senza meta! Con lui sono saldo nel pericolo. Grazie per il tuo Figlio Gesù!
1. Gb 2,5 2. 2Cor 12,7 3. Es 17,7 4. Mt 4,7 5. Ebr 11,17-19
D.
La traduzione letterale dal greco del Vangelo di Matteo ci farebbe dire: strappaci dal Maligno! Strappaci!
Il Maligno è come "leone ruggente in cerca di chi divorare", ed egli ci ha già
‘azzannati’. Noi portiamo già il segno dei morsi del leone; il maligno ha trovato qualche appiglio in noi, in qualche misura ci ha già in suo potere."Sono corrotti, fanno cose abominevoli: nessuno più agisce bene." 1
Così afferma il salmo, e ad esso fa eco S. Paolo 2:"
“Giudei e Greci, tutti, sono sotto il dominio del peccato."I nostri peccati, le nostre tendenze, le nostre concupiscenze sempre risorgenti, e talora accontentate, sono testimonianza che il Maligno ha già riportato qualche vittoria in noi: e perciò egli vanta dei diritti sulla nostra vita.
Padre nostro, strappaci!
Il maligno è stato ed è più forte di noi, ma non di Te! Tu sei più forte di lui: strappaci dalle sue zanne, dalle sue fauci.
Su Gesù il Maligno non ha alcun potere, perché egli è senza peccato, ma su di noi può agire, perché in noi esiste già qualcosa che gli appartiene, l'egoismo, la concupiscenza, il peccato. Noi perciò gridiamo: "Liberaci, strappaci dal Maligno."
Questo grido è anzitutto un riconoscimento della nostra situazione: siamo già rovinati dal peccato, da quello di Adamo e da quello di tutte le generazioni che ci hanno preceduto, nonchè dal nostro.
Questo grido è pure un atto di fede: sapendo della vittoria di Gesù riportata anche per noi, esprimiamo tutta la fiducia nel Padre: egli può farlo, egli ci può liberare!
Guardando la storia dell'umanità vediamo come Dio è già intervenuto ad esaudire questa preghiera.
Osserviamo i modi con cui s
’è dimostrato liberatore dell’uomo.Egli ha liberato Mosè dal faraone: lo ha liberato non senza la fede e la fatica di Mosè!
Egli ha liberato Davide da Saul, ma non in maniera magica!
Egli sta liberando la donna dalla furia del dragone, com
’è espresso nelle visioni dell’Apocalisse: mentre Michele e i suoi angeli combattono e vincono in cielo, sulla terra continua la battaglia.Così il Padre libera anche noi attraverso Gesù Cristo nostro Signore nella lotta della volontà, che vuole il bene, contro la concupiscenza, che spinge al male.3 Dio ci ascolta, ci vuol liberare dal potere del Maligno: egli lo fa, ma comincia quando ci vede seriamente intenzionati a essergli fedeli e seriamente impegnati nel lottare per questa fedeltà.
Dio ubbidiva a Mosè quando Mosè alzava il suo bastone: ma Mosè doveva alzare il bastone, e ciò gli costava un impegno totale della sua fede.
Dio ha salvato Davide da Saul, ma Davide ha rinunciato a farsi giustizia da sè.
Dio ha liberato la donna, ma essa s
’è ritirata e nascosta nel deserto.La liberazione operata dal Padre non esonera l
’uomo dalla fatica e dalla sofferenza. Fatica e sofferenza non sono un male, perché nemmeno la croce di Gesù è stata un male.Quando egli prega per i suoi discepoli dice infatti: "Non chiedo che tu li tolga dal mondo (dove ci sono tribolazione e morte), ma che li custodisca dal Maligno." 4
La nostra preghiera si unisce necessariamente a quella del Figlio: non chiediamo che ci venga tolta la croce, la fatica, la sofferenza, la persecuzione, ma solo d
’esser liberati dal Maligno.Quanto Gesù chiedeva al Padre per i discepoli lo riteneva necessario pure per sé. Nel Getsemani, quando egli s'accorse che Pietro lo avrebbe voluto difendere dalle guardie e dai soldati, gli disse: "Rimetti la spada nel fodero
”." 5 Questo comando poteva avere il seguente significato: "tu non mi difendi coi metodi violenti che appartengono a Satana. Non mi devi difendere dagli uomini, come fossero dei nemici, né dalla sofferenza, ma, semmai, mi devi difendere dal Maligno, che vorrebbe separare il cuore del figlio dal Padre. Se mi vuoi veramente difendere, cerca la volontà del Padre, obbedisci a Lui!" "Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?" Togliendomi la croce mi impediresti di compiere il disegno d’amore del Padre.L
’apostolo S. Paolo dirà poi che le sofferenze non sono un vero pericolo per l’uomo:"Chi ci separerà dall
’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? In tutte queste cose siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati.”" 6 Queste situazioni, percepite dal nostro corpo come pericolo, possono essere campo di vittoria per lo Spirito, luogo dove si manifesta la gloria di Dio in noi.Il Maligno infatti agisce più facilmente nel benessere, nella popolarità, nell
’ambizione. "Coloro che vogliono arricchire cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione.”" 7 Così l’Apostolo istruiva Timoteo e gli raccomandava di ammonire i cristiani per preservarli dal perdere la fede. Egli riprendeva così la sapienza del salmista che già da secoli aveva osservato: "L’uomo nella prosperità è come gli animali che periscono." 8 E Gesù aveva detto: "Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi”." 9 L’uomo senza croce è un uomo disarmato: il suo nemico lo vince facilmente.Esemplare è l
’atteggiamento di Giuditta, che non si spaventò di fronte alla difficoltà in cui versava il suo popolo, già assediato dall'esercito di Oloferne. Quella difficoltà terribile era già tentazione per i capi del popolo, cui ella disse: "Voi volete mettere alla prova il Signore onnipotente, ma non ci capirete niente. Attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da Lui: ... Ringraziamo Dio che ci mette alla prova, come ha già fatto con i nostri padri. Ricordatevi quanto ha fatto con Abramo, quali prove ha fatto passare ad Isacco e quanto è avvenuto a Giacobbe... Certo, come ha passato al crogiolo costoro, non altrimenti che per saggiare il loro cuore, così ora..." 101. Sal 14 2. Rom 3,9 3. Cfr. Rom 7,14 4. Gv 17,15 5. Gv 15,11 6. Rom 8,35 7. 1Tm 6,9 8. Sal 49,13 9. Lc 6,26 10. Giud 8,11-25
E.
Il Padre ascolta i suoi figli. Egli ascolta anche quest
’ultima preghiera con cui termina l’insegnamento di Gesù. Il Padre già ha mandato il Figlio anche per liberarci dal Maligno: "Dio consacrò di Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth, che passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui." 1L
’azione di Gesù è un’azione liberatrice. Gli esempi narratici dagli evangelisti sono molteplici: la sola presenza e vicinanza di Gesù spaventa il Nemico, che si rivela e lascia l’uomo - sua preda - non appena risuona la Parola del Signore. Gesù è il grande liberatore. Là dove egli è presente, il Maligno fugge. Dove Gesù viene accolto e amato avviene guarigione e liberazione.Ciò che vale per le singole persone, per i figli di Dio, vale pure per la Chiesa. Ognuno di noi, quando dice: "Non c
’indurre, ... ma liberaci...", pensa a se stesso o pensa a qualcuno cui è particolarmente unito. La nostra preghiera però, anche per questa domanda, è formulata al plurale: liberaci! È la Chiesa, è tutta la comunità cristiana che prega così.La Chiesa conosce le colpe dei singoli cristiani, ma conosce pure i debiti di gruppi e di comunità intere. La Chiesa sente come proprio il peccato di qualche pastore o di qualche fedele; sente come propria la tentazione dei propri membri. Può succedere che in qualche periodo, o in qualche circostanza, o in qualche luogo, tutta una Chiesa locale soffra la medesima tentazione e che solo pochi dei suoi membri, qualche santo, se ne accorga, e lotti con vocazione profetica.
Anche come Chiesa perciò possiamo e dobbiamo dire: "Padre, non c
’indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno"! Non permettere che questa porzione del tuo popolo cada nel rifiuto della tua paternità, nel rifiuto della fiducia nel tuo amore!Alcune tentazioni presenti nella Chiesa - accolte dai cristiani - sono maggiormente frequenti nell
’arco della storia e più difficilmente riconosciute come tali. Dio però non ci lascia senza discernimento spirituale: Egli dona questo carisma a qualcuno che - pur soffrendo - lo eserciti per tutti i fratelli.Una di queste tentazioni, che facilmente diventano appigli di Satana per rendere inutile la presenza e la testimonianza della Chiesa stessa nel mondo, è l
’inclinazione a presentare se stessa, invece che predicare Gesù Salvatore! La Chiesa è importante sì, e io sono fiero di esserne membro: la sua importanza consiste però nel fatto che essa è l’unica realtà che, con la propria esistenza, presenta al mondo, e offre alle persone di questo mondo, il Pane di vita, il Figlio di Dio, la luce per ogni uomo! Il suo compito è importante, indispensabile, ma anch' essa è bisognosa continuamente dello stesso Pane, della stessa Luce, dello stesso annuncio che proclama agli altri!Non è necessario che la Chiesa parli di se stessa, se non per quanto serve all
’annuncio della piena rivelazione dei disegni di Dio. É necessario che essa sia in continuo ascolto e in perseverante obbedienza alla Parola di Dio. La Chiesa, che parla di sé e si occupa di far conoscere se stessa e di farsi riconoscere, rischia di perdere tempo ed energie, se non addirittura di deviare il cammino di quanti sono bisognosi di salvezza!Da questa tentazione ne scaturisce un
’altra: per far sì che la Chiesa sia accettata dal mondo, i cristiani possono dimenticare la propria missione; siccome il mondo bada all'esteriorità, essi sono tentati di cercare di crescere di numero ad ogni costo, di avere attività culturali e sociali ambite dal mondo, di avere a disposizione gli stessi mezzi che ha il mondo. Il dar fiducia all' organizzazione e al denaro anziché alla potenza di Spirito Santo fa sì che la Chiesa divenga... sale senza sapore. Chi l’avvicina non gusta il sapore di Dio, la comunione d’amore dello Spirito Santo, la mitezza di Gesù.Seguendo questa tentazione cresce nei membri della Chiesa la voglia di fare, di agire, di essere presenti ovunque e comunque. Ma essere presenti solo col nome cristiano, anziché con lo Spirito di Dio, a chi gioverà? Essere presenti con le forze umane non rende ancora presente il mistero pasquale, mistero della morte di Gesù con la conseguente sua Risurrezione! Essere presenti in un ambiente del mondo senza essere intimamente uniti a Gesù e senza portare in esso la sua presenza non è forse un illudersi e un ingannare? Ci si illude di essere accolti, ma ciò che viene accolto è la nostra azione, non la Persona del Signore! L
’influsso del mondo sulla Chiesa diviene più forte che non l’influsso della Chiesa sul mondo!La tentazione conclusiva è l'attenzione - in nome della prudenza - ad evitare la testimonianza di Gesù che porta al martirio!
Quando la Chiesa è senza martiri essa è una Chiesa inutile, morta, assente. La Chiesa universale non è mai senza martiri. Anche la nostra epoca ne ha visti molti, a schiere, a est e a ovest, a nord e a sud! In varie occasioni risplende nella vita della Chiesa la parola che essa canta ogni domenica mattina: "La tua grazia vale più della vita."2 Ma, nelle singole Chiese locali, la tentazione di allontanare il martirio è tuttora forte, ed è segno che, agli occhi dei cristiani, il mondo è divenuto più importante che non la propria missione in esso.
Non c
’indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno!Rendici attenti a te, Padre, amanti del tuo Figlio fino a rischiare di essere disprezzati e lasciati da parte, portatori del tuo Spirito che agisce nella debolezza, nell
’impotenza umana! Non lasciar cadere la tua Chiesa nella tentazione di accomunarsi al mondo per accontentare il mondo. Non lasciare che la tua Chiesa perda il senso della sua missione di portare il Nome di Gesù Cristo Crocifisso!1. Atti 10,38 2. Sal 63,4
F.
Il fatto che la Chiesa si trovi a vivere come «piccolo gregge» in mezzo al mondo, cioè nell
’ostilità e nel disprezzo, è la sua ‘fortuna’! Essa è aiutata così a mantener viva la propria ‘diversità’ dal mondo, diversità data dalla propria missione di trasmettere, proprio a quel mondo che le si fa nemico, l’amore del Padre!La Chiesa ha l'occasione di lasciar vedere che il proprio cuore appartiene a Gesù, che è lui il suo Sposo, unico e meraviglioso. I membri della Chiesa che si tengono uniti nella preghiera comune e nella dimostrazione di fraternità gioiscono del proprio compito di essere "sale della terra e luce del mondo" e si rafforzano nella consapevolezza di questo insostituibile servizio, che ha il suo scopo ultimo nella vita eterna, nel benessere finale dell
’umanità: la beatitudine promessa oltre il secolo presente, oltre la morte!Noi cristiani, istruiti dalla storia della Chiesa, a cominciare dalla vicenda dei primissimi discepoli del Signore, sappiamo che il Maligno non desiste dalla sua opera distruttrice, e perciò continuiamo a pregare: liberaci dal Maligno! Questa preghiera non può e non deve essere abbandonata: essa ci mantiene vigilanti, ed essa ci ottiene dal Padre la vittoria con cui egli incorona gli umili1 che s
’affidano al suo intervento di Padre!Liberaci dal Maligno!
Questo Nemico continua a seminare la sua zizzania nel campo del Buon Seminatore. Dopo la semina della Parola, in qualunque ambiente, in ogni gruppo, in tutte le Parrocchie, cresce quest
’erba che infastidisce, ruba terreno, soffoca il buon grano.In mezzo al gregge, tra le pecore, ci sono i capri, che alla fine verranno separati: ma intanto possono deviare il cammino delle pecore, disorientarle, disturbare il loro riposo e la loro unità.
Nella rete dei pescatori c
’è sempre del 'pesce cattivo’, che impegna il lavoro di cernita, di continua attenzione e discernimento dei pescatori per separare, distinguere, scegliere.Liberaci dal Maligno!
La sua presenza vuole distruggere l
’opera di Dio. Dio - 'a fatica' - costruisce l’unità, col suo Spirito ci fa entrare in comunione gli uni con gli altri, ci fa essere un solo corpo, una sola famiglia, ci fa fratelli! Il Maligno agisce anzitutto distruggendo e minando ogni forma di comunione divina. Egli comincia nelle famiglie, tentando di distruggere il sacramento del Matrimonio, e continua nelle varie forme di vita riunita nel nome di Gesù: associazioni, comunità religiose, parrocchie. Cerca di dividere persino i fedeli dai loro pastori e i pastori dai fedeli, i sacerdoti dal proprio vescovo e i vescovi tra di loro.Le divisioni nella Chiesa sono il frutto che manifesta la presenza del Divisore, il diavolo. Le divisioni dei cuori sono il vero « male » che distrugge l
’opera di Dio, che rovina la Chiesa e, in essa, i cuori delle singole persone,Gesù è presente dove due o tre sono riuniti nel suo nome. Il Diavolo divide, perché vuole impedire la presenza del Signore.
Io perciò cerco di mantenere l
’unità con i credenti e con i pastori, a costo di cedere, a costo di rinunciare alle mie buone ragioni. Alle buone ragioni posso rinunciare, ma non alla Presenza di Gesù: è lui che salva gli uomini, non lo salvano i migliori progetti apostolici. Rinuncio alle mie idee, non a dare a Gesù la possibilità d’esser presente, e quindi di salvare. Questa è la principale mia convinzione e il mio principale progetto cui non posso rinunciare.Liberaci dal Maligno!
Il Padre ci ascolta e ci esaudisce donandoci lo Spirito Santo, Spirito di unità, di comprensione, di fedeltà, di sopportazione, di accoglienza, di pazienza!
Noi continuiamo, costretti dal ripetersi del nostro peccato, a dire: Liberaci, Padre, dal male, dal vero male che dà gloria a Satana, la divisione.
Continuiamo a ripetere questa accorata supplica: strappaci dal Male! È una preghiera sempre urgente, sempre necessaria, attuale.
Il Padre ci concede di accorgerci che non tutto ciò che ci viene in mente, non tutte le sensazioni che proviamo e non tutte le convinzioni che ci formiamo sono ispirazione del suo Spirito. Ciò che non unisce e non edifica l
’unità non viene da lui, nemmeno se ha un’immediata apparenza di bellezza o di logica o di bontà. La preghiera finale del Padre nostro ci mantiene attenti e vigilanti: dobbiamo difendere l'unità della comunità, espressione e frutto di vita di Dio tra gli uomini!Questa preghiera, ancora, pur alimentando la nostra umiltà, ci dona speranza: siamo deboli e incapaci di essere fedeli alla nostra figliolanza divina, ma possiamo contare sempre sulla potenza che il Padre impegna per noi. Egli ci strappa dal male, anche se esso è già riuscito a danneggiare la Chiesa e i cuori dei fedeli.
Questa preghiera infine ci prepara al martirio per la testimonianza di Gesù. Per strapparci dal Maligno il Padre fa di tutto, e noi siamo pronti a tutto, anche a perdere beni materiali, denaro, onore, buon nome, gloria umana, efficienza, persino la salute e la vita stessa.
Per conservare l
’unità nella Chiesa può rendersi necessaria la mia rinuncia a tutto, persino alla mia vita: ma "la tua grazia vale più della vita" !Padre nostro che sei nei cieli, non c
’indurre in tentazione, ma liberaci dal Male!Abbi pietà di noi: tu che hai consegnato il Figlio perché noi fossimo perdonati, libera la tua Chiesa dall
’azione del Divisore. E noi saremo un cuor solo e un’anima sola, per la tua gloria.1. Sal 149,4 2. Sal 63,4
"Poiché tuo è il Regno, tua la potenza e la gloria nei secoli!"
Con queste parole termina la preghiera del Signore in alcuni antichi codici.
Con queste parole la terminano i fratelli cristiani di confessione evangelica (i protestanti), e con queste parole la terminiamo noi nella celebrazione eucaristica.
Noi ti chiamiamo Padre, facciamo la tua Volontà e chiediamo a te il Pane e il Perdono e la Protezione poiché tuo è il Regno, tua la Potenza, tua la Gloria nei secoli!
Consento e approvo, Mons. Iginio Rogger, cens.eccl.,Trento, 2 aprile 1995