PADRE GIUSEPPE REY
Fondatore della Congregazione di San Giuseppe
Nella
schiera di questi uomini umili, che sono passati sulla terra senza far rumore
per immolarsi per i propri fratelli con abnegazione feconda, il fondatore della
Colonia Penitenziaria di Citeaux occuperà sempre un luogo privilegiato. Quanto
ammirevole la sua opera! Ci attira con una viva simpatia il giovane orfano che
procede nel cammino della vita senza guida, senza difesa, col volto splendente
di questa dolce aureola: l'innocenza e la sofferenza. C'è però anche
un'angustia più profonda, più pungente: quella del bambino povero, colpito
prematuramente dalla cancrena del vizio e spinto alla ribellione, al disordine
della vita, e, a causa dell'abbandono, inclinato fatalmente ad una perversione
progressiva. Davanti a questa miseria, dolorosa fra tutte, l'abate Rey si sentì
colpito da compassione immensa, commosso nel più profondo del cuore. «Questi
bambini infelici, egli si disse in modo deciso, per Dio e per la patria io
desidero lavorare per elevarli, per renderli onesti e degni della società, per
la loro virtù. Anche se fosse necessario dare il mio sangue e la mia vita per
questo, con l'aiuto della Provvidenza li salverò». Veramente fratello, col
cuore di un San Vicenzo de' Paoli, di un de la Salle, di un de l'Epée, di un
don Bosco, senza alcun altro mezzo se non quello della sua carità fiduciosa, si
pose all'opera. Tosto la Francia vide sorgere questi rifugi penitenziari,
meraviglie ben poco ricordate dal secolo XIX
che si chiamano Colonie di Oullins, di Citéaux, di San Genest-Lerpt. Sul
finire del secolo XVII nasceva un bambino fra l'umile gente della provincia
ecclesiastica di Lyon: un bambino che, cinquant'anni più tardi, avrebbe
cacciato i profanatori del tempio dell'antica e celebre abbazia di Citeaux.
Il su nome:
GIUSEPPE REY
Nacque
il 5 gennaio 1798 a Pouilly-les-Feurs, in un'umile casetta di proprietà dei
coniugi Giacomo Rey e Margherita Montmain. Secondo l'usanza delle famiglie
cristiane dell'epoca, Giuseppe fu battezzato lo stesso giorno della nascita,
nella storica chiesa del paese natale, dal rev. Padre Chirat, un missionario
pieno di zelo e spirito cristiano. Ancora oggi si custodisce il fonte
battesimale in cui il piccolo Giuseppe ricevette l'acqua del battesimo.
Margherita Montmain e il suo sposo Giacomo Rey appartenevano ad una famiglia
umile, ma cristiana, povera di beni materiali. In dieci anni di matrimonio, i
coniugi Giacomo e Margherita si videro benedetti due volte dal cielo. La
primogenita Giovanna restò sulla terra solo per 14 mesi per poi volare alla
dimora eterna lasciando i genitori immersi nel dolore, però rassegnati alla
volontà di Dio. I due sposi riposero la propria fiducia nel Signore e
chiedevano che, per intercessione della Vergine, li benedicesse di nuovo. Questa
benedizione si ebbe con la nascita del piccolo Giuseppe. Il padrino del bambino
si chiamava Giuseppe e gli diede il proprio nome: il nome del padre putativo di
Gesù. Quale nome migliore poteva convenire a colui che tosto sarebbe stato il
Padre di tanti bambini poveri e orfani? Quando giunse il momento di dare un nome
alla nuova famiglia religiosa, il Padre Rey non esitò un istante e la chiamò
«Congregazione di San Giuseppe». Pouilly-les-Feurs, luogo di nascita del Padre
Giuseppe Rey, ha una sua storia: quest'umile villaggio si trova in una località
pittoresca del dipartimento della Loire. Secondo antiche tradizioni questo
paesello faceva parte durante la dominazione dell'impero romano - della città
di Feurs, che fu capitale della provincia di Forez. Il villaggio di
Pouilly-les-Feurs era circondato da una muraglia. Ad una data distanza una
dall'altra si aprivano porte grandissime, che ancor oggi si conservano
perfettamente. Vi erano delle torri costruite dai monaci benedettini di Cluny
che, nel Medio Evo, avevano là un monastero. Queste torri furono innalzate nel
secolo XVI per proteggersi dalla invasione dei protestanti e calvinisti. I
monaci benedettini furono la difesa di queste belle contrade. Le immense
costruzioni che essi fecero e che hanno ispirato gli anni ed anche i secoli,
ancor oggi testimoniano il loro zelo e la loro energia. Il monastero, costruito
nell'anno 966, più di mille anni fa, divenne successivamente scuola e ospedale.
Però l'eredità più grande e più preziosa che hanno lasciato questi monaci
benedettini a Pouilly-lesFeurs è la bella chiesa. Costruita verso il secolo
XI, presenta un insieme originale, mescolanza di vari stili architettonici. La
torre quadrata che serve da campanile è d'una solidità a tutta prova. La
cupola, il campanile monumentale e il suo stile, ricordano ai visitatori le
basiliche romane. Il patrono è San Pietro Apostolo. In una delle strade del
paese di Pouilly-les-Feurs ancora oggi si può vedere, sebbene riattata, la
modesta casa natale del Padre Giuseppe Rey. Una placca in marmo, posta dalle sue
Religiose, la distingue dalle altre case. In essa Giuseppe trascorse i primi
anni di vita insieme alla mamma Margherita. Nonostante il tenore di vita povero,
nel focolare non mancò mai il pane. Il bambino con cui il Cielo aveva benedetto
questi sposi, formava la loro consolazione e la loro maggiore speranza. Di
Giacomo Rey il figlio non conservò se non un ricordo vago, scolpito nella sua
memoria grazie ad un episodio della sua tenera infanzia. Suo padre divideva il
tempo tra il suo lavoro di tessitore e il lavoro dei campi. Molto spesso
prendeva come compagno il figlioletto. Ma, poiché questi era assai piccolo, non
riusciva a seguire in fretta il padre e correva dietro di lui, ma ben presto,
stanco, si metteva a sedere per terra e chiedeva al padre di prenderlo in
braccio; Giacomo Rey lo alzava dal suolo e, con attenzione e amabilità, lo
metteva nel cesto in cui portava gli utensili del lavoro, poneva il cesto sul
proprio capo e, così, faceva divertire e ridere il piccolo che godeva assai
scuotendo la testolina per respirare aria pura e contemplare i campi. La
famigliarità del padre e del figlio, però, non durarono a lungo. Giuseppe
aveva soltanto due ani quando perse il suo caro padre. A 38 anni, Giacomo Rey
lasciava una moglie molto giovane e un bimbo piccolino. Margherita Montmain
accettò questa dura prova come proveniente dalla mano di Dio suo Padre e, come
la donna forte della Sacra Scrittura, si impegnò con amore nel vegliare sul
piccolo Giuseppe. Penuria e povertà si fecero presto sentire nell'umile e
cristiano focolare. Margherita ha fiducia e chiede alla Vergine il suo materno
aiuto. Dio aveva preparato alla vedova e all'orfano un protettore generoso nella
persona del Reverendo Fessieux, un sacerdote venerando della parrocchia di
Pouilly-les-Feurs. Ben presto egli notò il piccolo Giuseppe fra gli altri
bambini della parrocchia per la sua puntualità alle funzioni religiose. Chiese
allora alla mamma che il figlio entrasse tra i chierichetti. Giuseppe aveva solo
sette anni. Il Reverendo Fessieux coglieva questa opportunità per portare aiuto
al bambino e a sua madre.
COSE DA BAMBINI
Giuseppe
cresceva come tutti i bambini della sua età: anche se subiva l'ascendente della
vita di pietà della mamma Margherita, non gli piacevano le preghiere prolungate
e aveva sempre fretta di terminare. Nella sua parte di chierichetto agiva in
modo da rendere orgoglioso il parroco e la mamma, che si compiaceva nel vedere
nel figlio la serietà di un bambino devoto e responsabile. Partecipava a tutti
i giochi dei bambini della sua tenera età; ma se lo si voleva vedere contento,
bisognava dargli delle palline per giocare. Questo lo rendeva felice, era un
gioco che lo faceva davvero contento. Quando si comportava bene, sua madre lo
premiava regalandogli palline colorate. Il bambino le stava a contemplare, poi
le conservava in un sacchetto fattogli dalla mamma: «Guarda, mamma, guarda
quante palline ho! oggi ne ho vinte alcune ad un compagno; però alcune ne
regalerò ad un altro che perde sempre e gliele donerò per amore di Gesù!».
BAMBINO
PRIVILEGIATO
Fra
tutti i bambini del suo villaggio, Giuseppe Rey è il solo privilegiato: il suo
parroco, l'abate Fessieux viene nominato Direttore del Seminario minore di Verrières
e porta con sé il piccolo Giuseppe, per iniziarlo alle prime nozioni della
lettura e della scrittura. Giuseppe aveva sette anni. Per la prima volta lascia
sua madre, la sua casa, i compagni del paesello per iniziare una vita nuova in
un ambiente diverso. Il bambino si aprì come un fiore sotto i raggi di un sole
favorevole e lasciò che nel suo cuore docile e tenero penetrasse il bene
ricevuto dal suo caro protettore. Due anni dopo il Padre Fessieux ritorna in
parrocchia e il piccolo Giuseppe torna con lui da sua madre.
SPUNTA LA LUCE
In
questo tempo lo zelante pastore e la madre del bambino lo preparano per il
grande atto della Prima Comunione. «Mi ricordo - diceva il Padre Rey quando già
era a Citeaux - delle preghiere prolungate di mia madre; ma la mia devozione non
era pari alla sua... io avevo sempre fretta di terminarle». «Quanto si
mostrava edificante - diceva suo cugino, il Reverendo Montmain - nel prepararsi
alla Confessione». Giunse alla fine il gran giorno. Devoto come un angelo e
accompagnato dalla sua madre esemplare, si accosta a ricevere Gesù eucaristico
dalle mani del suo Padre, l'abate Fessieux, che era stato il suo protettore,
maestro e padre spirituale, colui che più tardi sarà il suo collega e amico.
TEMPI DIFFICILI
Gli
edifici vetusti del monastero dei monaci benedettini di Cluny, che erano serviti
come asilo-scuola sotto la direzione dell'abate Fessieux, furono chiusi per
ordine del governo nel 1811. Giuseppe Rey si sentì deluso nelle sue speranze;
gli parve impossibile riannodare il filo interrotto dei suoi studi. Si mise ad
aiutare sua madre lavorando per guadagnarsi il pane col sudore della sua fronte.
Più d'una volta, mentre si dava alle dure fatiche, ricorderà con pena e
nostalgia i giorni felici trascorsi nella scuoletta tranquilla di Pouilly e il
suo buon maestro. Sono trascorsi anni molto difficili. La guerra antireligiosa
è stata fatale per tutta la Francia e anche il suo caro villaggio ne ha subito
l'influenza. Giuseppe aveva compiuto dieci anni. Frustrato il suo desiderio di
continuare gli studi, non perde le speranze d'un giorno in cui si riaprirà la
scuoletta dell'abate Fessieux, che funzionava nella casa parrocchiale.
PENSANDO AL
FUTURO
Giuseppe
Rey si trova ora nei primi anni dell'adolescenza, ha quindici anni... Comincia a
pensare e a far progetti per il futuro; e si pone sempre la stessa domanda: «Cosa
sarà nel domani?... quale deve essere la mia strada?...» Però Dio non si fa
attendere, incrocia il suo cammino, illuminandolo con forza irresistibile. «A
quindici anni - così dice il suo cugino l'abate Montmain - chiese a mia madre
che gli celebrassi una Messa secondo le sue intenzioni per conoscere i disegni
di Dio». L'abate Fessieux sarà l'uomo della Provvidenza, destinato ad
orientare decisamente le aspirazioni di Giuseppe. Adesso si sente sicuro e forte
tra le braccia dell'Amore e si dispone a seguire la propria sublime vocazione:
«Essere sacerdote di Cristo».
VERSO LA META
Una
seconda volta Giuseppe Rey viene inviato al Seminario minore di Verrières, ora
però quale seminarista. Giuseppe Rey ha diciassette anni. E ora l'adolescente
meritò di ricevere le più lusinghiere ricompense. Per questo Seminario minore
sono passati anche il Santo Curato d'Ars, il suo grande consigliere spirituale,
Champagnat e tanti altri sacerdoti, onore di questo Seminario e onore della
Chiesa. Giuseppe Rey si fece apprezzare per l'equilibrio del suo carattere,
l'apertura di cuore, l’entusiasmo nel gioco, la dedizione e la docilità verso
i professori. La ristrettezza del luogo e la scarsità del cibo erano grandi in
questo tempo, per cui i giovani sopportavano molte privazioni. In un'occasione
il seminarista Giuseppe Rey si accusò davanti al suo Direttore di aver preso
del pane. «Perché l'hai fatto, figlio mio?» «Perché avevo fame» rispose
Giuseppe Rey. «Ebbene, caro figlio, continua pure e che questa azione non turbi
molto la tua coscienza».
E'ACCOLTO NEL
SEMINARIO DELL 'ARGENTIERE
Terminati
nel Seminario minore di Verrières gli studi di retorica, all'inizio del corso
del 1817, Giuseppe Rey viene accolto nel Seminario di l'Argentière (Rhone) per
compiervi gli studi di filosofia. In questo Seminario frequentò un corso
completo; al termine si diplomò in filosofia con una tesi meritevole di lode.
Questo alunno - scrisse un giorno il Direttore del Seminario - giunse ad essere
un sacerdote santo ed una delle glorie della Diocesi di Lyon. Il Seminario
dell'Argentière si trova in una verde pianura. Tutto ci parla di un passato
storico che ha lasciato tracce indelebili. La Chiesa del Popolo e il Castello
sono costruzioni che stupiscono il visitatore. L'immagine della Vergine,
scolpita nel legno, che domina nel Seminario, fu rifugio e conforto dei giovani
studenti che, come il filosofo Giuseppe Rey, ricorrevano a Lei per implorarne la
benedizione materna e riporre nelle sue mani la propria perseveranza.
NEL SEMINARIO
MAGGIORE MENTRE SI AVVICINA ALLA META
Nel
1818 il giovane filosofo raggiunse i risultati necessari per essere ammesso nel
Seminario maggiore di S. Ireneo a Lyon, per iniziare gli studi di teologia. Con
grande gioia rivestì l'abito ecclesiastico. Restò tre anni in questo Seminario
e i Superiori gli affidarono proprio la responsabilità che, per la sua indole,
l'attirava meno. Sarà infermiere dei suoi condiscepoli, li assisterà con amore
e in essi scoprirà Cristo sofferente. Offrirà loro tutta la propria carità di
apostolo; imparerà a esercitare le opere di carità a cui consacrerà ben
presto l'intera sua vita. Giuseppe aveva compiuto ventun anno e ancora non
aveva ricevuto
il sacramento
della Confermazione, per motivi politici che non l'avevano permesso.
GIUNGE IL
GIORNO TANTO DESIDERATO
Il
17 giugno, festa della Ss. Trinità, era giunto per Giuseppe Rey il momento più
solenne della sua vita. Il giovane diacono ricevette la Sacra Unzione: Giuseppe
aveva fatto la sua Grande Scelta: «Cristo». Tutto il resto non aveva più
senso. Aveva trovato la perla... il tesoro del Vangelo e aveva venduto tutto per
acquistarlo: aveva scelto la parte migliore, che non gli sarebbe stata tolta.
Ricevette, con la Sacra Unzione, un potere negato agli Angeli. Per la prima
volta immola con le proprie mani la Santa Vittima. Quale spettacolo mirabile
offerse, nel mese di giugno dello stesso anno, nella storica Chiesa del suo
paese natale, Pouilly-les Feurs, assistito dal venerando abate Fessieux, ora
suo collega, e alla presenza di Margherita Montmain, la madre
sua tanto amata ed
esemplare, così profondamente
commossa da versare lagrime di gioia e riconoscenza a Dio che aveva scelto il
suo unico figlio quale suo ministro. L'abate Giuseppe Rey sembrava un altro
uomo: raccolto, devoto, ardente del desiderio della gloria di Dio, abbandonato
tra le braccia della Vergine, sua Madre del cielo.
VITA APOSTOLICA
Un
mese dopo l'Ordinazione, i suoi Superiori lo assegnarono come Vicario della
parrocchia di Nervieux, città posta in prossimità di Feurs. Sotto la direzione
immediata del Parroco, egli cominciò a manifestare il proprio zelo sacerdotale.
A neppure quattro mesi da quando era giunto a Nerveiux, il Parroco morì. Fu sostituito da un giovane sacerdote, per
cui l'abate Rey venne destinato dai Superiori alla città di Saint Germain
Laval, come Vicario. Per quattro anni si dedicò al nuovo ministero a cui dà
tutto il suo zelo e amore apostolico. Lunghe ore in confessionale, sempre
disposto ad accogliere chiunque avesse bisogno. Le anime accorrevano a lui per
avere consiglio e conforto spirituale. Nei momenti liberi prendeva gli attrezzi e dava
lezione di agricoltura agli uomini più sprovveduti. Non trascurava però, nel
medesimo tempo, di dividere tra loro il pane della Parola di Dio e di portarli a
trasformare il duro lavoro in lode al Creatore. Dall'altra parte egli stesso
confida al cugino, l'abate Montmain: «Quando ho un po' di tempo disponibile,
passeggio sulle sponde del fiume... mi incanta la solitudine». In queste
passeggiate si raccoglieva in sante meditazioni, facendo progetti eroici.
Desideroso di un ministerio più attivo, suo gusto era di ritrovarsi con uno dei
suoi condiscepoli e compatrioti. Assecondando questi santi desideri che cercò
di realizzare, chiese ai suoi Superiori il relativo permesso, che gli fu
concesso e che aumentò nel suo spirito il desiderio della salvezza delle anime.
Per attuare questo desiderio e permesso, lasciò la vicaria nel luglio 1825. Una
volta a Lyon, attese con santa impazienza il momento di partire... ma Dio aveva
i suoi disegni su questo sacerdote giovane ed entusiasta. Non tardò a cadere
infermo e dovette trattenersi lì per ritrovare la salute malferma. I Superiori
compresero che la salute non gli consentiva un così lungo viaggio e una vita
così faticosa. Giuseppe Rey accetta la volontà di Dio, ma ha fiducia che un
giorno potrà partire per la Cina e saziare l'incontenibile desiderio di salvare
anime per Cristo. Pronuncia il fiat richiesto dalla volontà divina. Contro la
sua volontà lo inviano come Vicario a Chaponost. Lì rimase per un anno, dando
esempio di vita apostolica e di pietà profonda, vi trascorse l'anno 1826.
NATALE 1826
In
questo Natale l'abate Giuseppe Rey venne eletto Parroco della piccola borgata di
Miserieux, presso il fiume Loire. La sua abilità rende veneranda questa Chiesa
di stile romanico, costruita in pietra. Il suo campanile richiama l'attenzione,
perché si erge sottile e bello. Il nuovo Parroco svolse il suo apostolato per
il bene dei suoi fedeli e le sue capacità di muratore per rimodernare l'antica
Chiesa. Dopo aver celebrato il santo sacrificio della Messa l'abate Rey pareva
un vero operaio. Con le proprie mani costruì una dimora degna della Regina del
cielo. Anche oggi si può vedere la semplicità del suo stile. La casa
parrocchiale di Miserieux nulla aveva di lussuoso: i mobili poveri e semplici di
sua madre Margherita che era venuta a vivere insieme al suo caro figlio
Giuseppe, costituivano tutto il suo addobbo. Il giovane Parroco manifestò tutto
il suo zelo apostolico; come pastore delle anime e catechista entusiasta,
dimostrava grande
interesse per
l'amministrazione dei Sacramenti. Un ministero così attivo e fecondo ben presto
fu nocivo alla sua salute delicata. Perciò si trovò costretto a chiedere ai
Superiori che gli permettessero di lasciare la parrocchia e prendere un po' di
riposo così necessario per la sua salute scossa. Prima di lasciare la
parrocchia di Miserieux si preoccupò per la sua anziana mamma e ottenne
l'autorizzazione della Diocesi perché potesse essere rimpiazzato dal cugino,
l'abate Montmain, che volentieri si incaricò della zia Margherita. Alcuni mesi
più tardi il Parroco di Pouilly-les Feurs la riportò nel suo paese per
offrirle un riposo sereno. Trascorse così i suoi ultimi anni
nell'asilo-ospedale di quello che era l'antico monastero dei monaci benedettini.
RIPOSO E
RIFLESSIONE
L'abate
Giuseppe Rey, rassicurato sotto questo aspetto per la tranquillità della madre,
si recò a Lyon, alla casa-riposo di Fourvière, e trascorse il tempo della
convalescenza all'ombra del Santuario di Maria. In questa opportunità
favorevole per continuare a studiare la propria vocazione, si sentì portato con
insistenza a farsi missionario in terra cinese... ma la salute non glielo
permetteva. Chiese allora al Signore di illuminarlo e di dargli i mezzi per
realizzare questa partenza e, se fosse veramente la sua volontà, di nuovo
pronunciò il suo fiat... Attese sereno e in preghiera l'ora di Dio, la
manifestazione della sua volontà divina, lasciò tutto nelle mani di Maria.
Ella, come buona madre, saprà condurlo nelle vie di Dio. Si sentì un po'
meglio, il suo zelo non gli dava tregua; si presentò al Vescovo, Mons. de Pins,
per chiedergli di occuparlo in un'attività per la salvezza delle anime. Intanto
ricupererà la salute e potrà partire per le Missioni. «Abate Rey, lei chiede
di evangelizzare degli uomini selvaggi?». «Oh, si, Monsignore. Per questo
chiedo di partire per la Cina». «Figlio mio, io le proporrò delle donne
selvagge. Lei avrà un vero campo di azione apostolica che sazierà i suoi
desideri di evangelizzazione; potrà realizzare la sua vocazione missionaria».
Immediatamente lo nomina Cappellano delle Religiose di Gesù-Maria, che hanno
una casa-rifugio di ragazze sulla collina di Fourvière. Questa casa era un
rifugio per ragazze pervertite, che le Religiose assistevano con una carità
degna della loro fondatrice.
LA FONDATRICE
DI GESÙ-MARIA
La
Madre Maria di Sant'Ignazio apparteneva ad una ricca famiglia lionese e per
realizzare le sue aspirazioni di fare il bene a vantaggio delle giovani vittime
del vizio, aveva aperto a Lyon una casa-rifugio con questo scopo. L'abate
Giuseppe Rey si interessò vivamente di questa opera e del suo fine attraverso
alla Fondatrice, donna forte, che aveva grandi ideali apostolici e desiderio
della salvezza delle povere giovani vittime del vizio e della povertà.
Frequenti erano i suoi colloqui con la Madre Fondatrice e in essi andava
scoprendo il proprio cammino provvidenziale. Si trovava nel proprio ambiente e
il suo zelo apostolico cresceva ed egli vedeva in queste giovani le anime che
Dio gli affidava per guadagnarle a Lui. Le Religiose si sentivano appoggiate
alla propria attività missionaria e nel giovane sacerdote vedevano un inviato
da Dio. Anche qui egli pone in evidenza le sue capacità di muratore e con la
collaborazione delle buone Religiose e delle ospiti traccia il progetto per la
nuova cappella della casa. La realizzazione di questa cappella fu la
realizzazione di un gran desiderio della Madre Maria di Sant'Ignazio che,
compiaciuta, vedeva il suo nuovo cappellano dedicarsi con amore a quest'opera,
che sarebbe stata gradita ben presto al Re del cielo nella santa Eucaristia. In
questa costruzione non si può trovare uno stile ricercato: tutto è semplice.
la cappella fu una realizzazione. Ancora oggi si può apprezzare l'opera
compiuta dal pio cappellano. Restò in questa casa cinque anni, lasciando
esempio di virtù eroiche, con una vita sacrificata fino ai limiti del possibile
e facendosi notare per la sua pietà. Durante la sua permanenza come cappellano
alle Religiose di Gesù-Maria, morì la sua santa madre nell'asilo-ospedale di
Pouilly-les-Feurs, nel 1834. Alcuni anni dopo, mentre era Superiore di Citeaux,
cedette le sue sostanze, la sua casa paterna, a favore di questo asilo che aveva
dato amorosa ospitalità a sua madre Margherita.
LA SUA VITA DI
PIETÀ
La
pietà che l'abate Giuseppe Rey era ispirata ai misteri più sublimi della
religione. Sua devozione
particolare era
Gesù nell'Eucaristia. Nel celebrare la santa Messa - secondo testimoni
del tempo - egli sembrava un angelo. La Passione del Signore gli suggeriva i
sentimenti più teneri. Amava contemplare a lungo il Signore in alcune scene
della Passione. La devozione alla Vergine crebbe assai in lui da quando visse
presso il santuari di Fourvière, consacrato a Maria. Là aveva molteplici
opportunità di celebrare il santo sacrificio della Messa nel santuario della
Vergine Nera. La dimensione ridotta del suo orfanotrofio non limitava la sua
abnegazione; la sua carità lo aveva reso popolare in tutto il quartiere nel
quale esercitava una grande influenza.
L'INSURREZIONE
DI LYON NEL 1834
Ci
fu poi la terribile insurrezione dell'aprile 1834. Lyon vide insanguinate le sue
strade, le colline di Fourvière in potere degli ammutinati, il suo antico
Santuario, sacra salvaguardia della città, trasformato in arsenale e piazza
d'armi. Come ultima disgrazia, il Santissimo Sacramento restava prigioniero nel
tabernacolo, esposto a tutti i sacrilegi, Cosa fare per portarlo via? Da un
lato, questo non sarebbe stato senza pericolo; dall'altro poteva essere un
tentativo inopportuno. Non sarebbe stato occasione di una profanazione neppure
immaginabile?
Riflettè
e decise! In questo tempo, tra i fucili e le baionette, un uomo, un sacerdote,
si avvicina alla porta del Santuario. E' l'abate Rey. Il suo atteggiamento
impone rispetto, il suo sguardo esprime fiducia. Annuncia che viene come
parlamentare e spiega la sua richiesta in due parole. Bastano per suscitare nel
cuore di quegli esaltati che l'ascoltano sentimenti di religiosità naturale;
man mano che parla, egli osserva le occhiate feroci che si raddolciscono e i
fucili puntati contro di lui lentamente si abbassano. «Dove porterete il
Santissimo Sacramento?» chiese alla fine un operaio. «Se lo permettete, lo
porterò a casa mia». Un silenzio di approvazione fu la risposta. «Amici miei,
- continuò l'abate Rey - il Santissimo Sacramento è il Dio della vostra Prima
Comunione. Lo porterò sul mio petto, senza nessuna cerimonia, se lo desiderate
e lo chiedete, per non disturbarvi». «No, no, signor abate, - disse allora una
voce - piuttosto, come nella festa del Corpus Domini! Io sono stato chierichetto
e porterò il turibolo». Altri si offrono per portare le candele e il
baldacchino. Si sospesero le ostilità, si organizzò la processione e si vide
il Dio dell'Eucaristia portato dall'abate Rey mentre passava in trionfo in mezzo
all'esercito dell'insurrezione, allineato come scorta d'onore. Giunto non
lontano dal suo orfanotrofio, l'eroico sacerdote vide venirgli incontro le sue
Religiose. «Amici miei - disse allora volgendosi agli insorti- avete compiuto
molto bene il vostro dovere. Ora tocca a queste donne compiere il proprio. Però
prima, per ringraziarvi, io vi benedirò tutti. Lo gradite?». «Sì, sì! Viva
il signor abate!». «Presentate le armi! Inginocchiatevi!» gridò con voce
potente il Comandante del distaccamento. E l'abate Rey impartì la benedizione.
La Rivoluzione aveva già segnalato fra le altre opere l'orfanotrofio come luogo
che doveva essere saccheggiato e distrutto. Però il loro cappellano stava
attento. Quando la massa minacciosa e vociferante dei sediziosi si presentò
alla porta dell'orfanotrofio di Gesù-Maria e spalancò la porta: «Entrate
amici miei» disse l'abate Rey a questi furibondi con franca bontà. Offre loro
una fresca bevanda e tutto ciò che essi chiedono. La truppa si mette a bere e
nel frattempo l'abate spiega loro che cosa è un orfanotrofio. «Noi strappiamo
queste ragazze alla miseria, le educhiamo in modo che un giorno possano essere
le vostre spose, intelligenti, lavoratrici, capaci di sacrificio, degne di voi.
Sareste contente se le lasciassimo prigioniere della fame e del vizio?». I
sediziosi si ritirarono con ammirazione, senza aver distrutto nulla. La maggior
parte di loro stringeva la mano al cappellano.
SUGGERIMENTI DI
UN AMMUTINATO
Il primo segno
della sua
vocazione provvidenziale si manifestò all'abate Rey durante questi
giorni di insurrezione sociale. «Quello
che fate per le ragazze abbandonate - così gli disse un insorto, di cui egli
aveva conquistato il cuore - perché non lo fate anche per i ragazzi?». Queste parole penetrarono nel suo cuore come una freccia.
Perché, infatti, migliaia di ragazzi cadono nel vizio e nel delitto? Perché,
caduti una volta, sono portati a ricadere così sovente? Non è per caso la
mancanza di una mano paterna che li guidi e li conduca all'ovile? La mancanza di
una educazione che li abitui al lavoro, all'obbedienza? Che suggerisca loro il
senso del dovere e della responsabilità morale? Quale opera è più necessaria
di questa? Quale missione più bella, più cristiana, più patriottica, più
necessaria in questo secolo di crisi politica e sociale? Da questo momento, come
in altri tempi la valida pastorella di Domremy, l'abate Rey «ascoltò le sue
voci misteriose» che lo chiamavano alla salvezza dell'infanzia sviata. Si mise
a cercare per le vie di Lyon e ad accogliere a casa sua i vagabondi senza
focolare, i ragazzi viziosi o accecati dal vizio, i piccoli monelli ribelli.
Aveva un'abilità meravigliosa e straordinaria nell'interessarli, istruirli,
catechizzarli, divertirli. Nello stesso tempo esercitava su di loro un
ascendente irresistibile. Così la sua casa divenne rapidamente il luogo d'incontro di tutti i
disgraziati del quartiere. Ben presto questi si trovarono pigiati nei locali,
per il loro gran numero. Infine la casa non fu abbastanza grande per accogliere
tutti coloro che bussavano alla sua porta. L'ora era giunta. L'abate Rey comunicò
ai Superiori ecclesiastici il grande piano che portava in cuore:
fondare una sorta di rifugio in cui i ragazzi, vivendo come in famiglia,
fossero occupati in un lavoro continuo nella campagna: 'spada e aratro'!
esclamava Bugeaud in Argelia: con la spada e l'aratro! Con la croce e l'aratro!
disse l'abate Rey. Risanare moralmente mediante la religione e il lavoro! Questo
profondo progetto
fu compreso dall'Arcivescovo
di Lyon. In questo stesso momento un grande cristiano di Lyon, M. Périsse,
figlio maggiore, libraio, pensava di creare un rifugio per i ragazzi. «Saremo
pronti - disse l'abate Rey - però manca un uomo per la direzione». «Se lo
volete, io sarò questo uomo». «Lascerebbe le sue orfane?» «Per un'opera
simile, sì!». «Bene. Tornate domani alla tre!». L'indomani l'élite
dell'alta società di Lyon si pigiava nei saloni del Sig. Périsse. Il
cappellano delle orfane espose il suo progetto, fu vivamente applaudito, e la
nuova opera fu decisa. Poco tempo dopo si acquistò a Ouillins (Rhone) la
proprietà Monduteigny, e l'abate Rey l'iniziò con il nome di 'Rifugio San
Giuseppe' la prima colonia agricola fondata in Francia nel 1835. I giovani
detenuti del dipartimento del Rhone, gli orfani di Lyon e i ragazzini raccolti
per via confluivano là. Il loro numero raggiunse rapidamente i 150. Con loro
l'abate Rey cominciò a lavorare come un padre in mezzo ai suoi figli,
formandoli soprattutto mediante i suoi esempi. A forza di amarlo, insegnò loro
a obbedirlo, a lavorare, a credere, a pregare. «Amiamo Dio, ha detto San
Vincenzo de' Paoli, però a prezzo delle nostre braccia e col sudore della
nostra fronte. L'amore di cui Dio ha bisogno è l'amore che lavora». L'abate
Rey si offrì a Dio nei suoi ragazzetti. Nutre e cura i loro corpi, stimola il
loro spirito, eleva il loro cuore, purifica la loro coscienza. Rivela loro il
vero Dio ignorato da loro fino a questo momento, il Dio giusto, però Padre al
di là ogni bontà infinita che riversa su coloro che Lo pregano e Lo amano.
Dice queste cose nei suoi insegnamenti, ma la sua vita l'afferma con ancora
maggior eloquenza. Così, in queste anime rinnovate, di cui il vizio ha
intaccato solo la superficie, la cura morale e la trasformazione fu rapida e
prodigiosa. In brevissimo tempo l'abate Rey volse queste anime a Dio e alla virtù.
Le prove, comunque, non mancarono al rifugio nascente. In primo luogo, si
organizzò un complotto interno, per minarlo alla base, facendo sparire
tragicamente il Fondatore e i suoi aiutanti. Una domenica si faceva un piccolo
pranzo nella casa in onore di alcuni Benefattori. Gli invitati erano allegri,
quando nel bel mezzo del pranzo si serve un piatto di maccheroni. Il piatto
circolò fra i convitati e il Padre Rey mangiò per primo. Quasi nel medesimo
momento fu preso da dolori atroci, violenti. «Fermatevi,
signori esclamò
- siamo avvelenati!». Il sig.
Bonnefoy, medico della casa, era fra gli invitati. Infatti constata
immediatamente che una mano criminale ha mescolato arsenico ai maccheroni e in
dose forte. Grazie a un antidoto poderoso, il Direttore del rifugio e i suoi
ospiti riuscirono a salvare la vita, ma contrassero una predisposizione alle
malattie intestinali. Dapprima la povertà era tale nel rifugio che gli aiutanti
più d'una volta soffrirono la fame. Nel giardino del rifugio c'erano patate
lasciate dal proprietario precedente. Durante il primo inverno venivano raccolte
sotto la neve ed era questo il loro nutrimento. Ed era tuttavia necessario
mangiarle razionate. Se non si mangiava tutto nel primo pranzo, il Padre Rey,
riponendo il resto delle patate sulla credenza, diceva: «Il primo tra noi che
avrà maggior fame, ne mangerà una». Per nutrire i suoi orfani, il coraggioso
Direttore del rifugio non esitava a trasformarsi in mendicante. Tutta la gente
contribuì, non eccettuata la sua famiglia, che non era ricca. Suo cugino,
l'abate Montmain, un venerando anziano di ottanta anni, dispensato dal ministero
pastorale per l'età, scriveva un giorno che l'abate Rey gli aveva chiesto del
denaro per acquistare una mucca, garantendo che glielo avrebbe restituito.
Quando il Padre Rey ricevette il denaro, scrisse al suo cugino comunicandogli
che la mucca era stata comprata e che gli poteva scrivere una lettera di credito
a San Giuseppe, col denaro che gli aveva assicurato di rendere. Il buon vecchio
rise anche di quest’avventura. Talvolta l'abate Rey usciva al mattino presto
da Oullins fino a Lyon a piedi e andava a battere alla porta dei ricchi della
città. Se, nel mezzo del suo andare e venire eroico, era preso da sgomento,
pensava allora ai suoi ragazzi. Se la fame era troppo grande, si sedeva allora
su una panchina solitaria ed isolata d'una grande piazza, prendeva dalla sua
tasca un pezzo di pane e lo mangiava in fretta, per poter così continuare la
sua strada. A notte tornava stanco, affamato, sudato, polveroso, celando
talvolta nel proprio intimo amare delusioni, ma sempre col volto sorridente. In
un salotto lussuoso, dopo un banchetto, è cosa molto facile e assai frequente
impietosirsi con forti lamenti per l'infelicità dei disgraziati di questo mondo
e lodare con frasi eloquenti l'abnegazione nascosta e le privazioni eroiche in
favore dei poveri. Però è più raro in realtà essere personalmente generoso.
Quanti parlano in modo ammirevole della beneficenza ma, giunto il momento, non
mettono in pratica tale generosità! Nel freddo intenso dell'ultimo inverno, una
grande dama venne condotta a visitare una di queste case gelide. «Dio mio!
povera gente! - disse a chi l'accompagnava - Sarà necessario che io invii loro
un po' di legna». Di ritorno a casa sua, l'elegante signora si sdraiò sul suo
morbido sofà presso un buon fuoco. «Sarà necessario a qualcuno le dice -
mandare la legna a quella povera gente?». «Aspettate
rispose - non c'è fretta; mi pare che ora faccia meno freddo». L'abate
Rey si trovò più di una volta di fronte a persone caritatevoli come questa!
Però nella cattolica e antica città di Lyon, culla dell'Opera Propaganda della
fede, i cuori delicati e generosi furono molti e il Direttore di Oullins incontrò
gran numero di tali persone che appoggiarono la sua opera. Dio gli ottenne anche
aiutanti. Il primo fu un giovane savoiardo. In cerca di lavoro a Lyon, questo
giovane si indirizzò all'abate. Desgeorges, che lo inviò al rifugio di San
Giuseppe. Il savoiardo andò a chiedere all'abate Rey se aveva del lavoro. «Si,
amico mio, per tutto il tempo che vorrai». Poiché non si era fatta parola
circa il salario, il giovane glielo chiese. «Sta' sicuro che sarai pagato bene».
Dicendo questo il Padre Rey condusse fino al giardino il giovane operaio che vi
rimase lavorando per tutto il giorno, e così nei giorni successivi. Alla fine
di alcune settimane, testimone sempre più commosso dell'abnegazione del Padre,
della bellezza della sua opera, il savoiardo comprese che a una tale persona non
si doveva chiedere denaro. Gli offrì il poco che aveva, promettendo che
l'avrebbe aiutato con tutte le sue forze, chiese di rivestire l'abito di
Fratello di San Giuseppe. Dopo sei mesi di prova, l'abate Rey lo ricevette.
Questi è il primo collaboratore a cui diede l'abito religioso. Fratel Biagio,
come fu chiamato, fu posto a capo della calzoleria, in cui insegnò il mestiere
a diversi ragazzi. Presto si presentarono altri Fratelli. Si associarono a loro
sacerdoti, tutti per fare a gara con lo spirito di sacrificio del bravo
Fondatore. Il numero dei Postulanti giunse a 40. L'abate Rey, al principio, si
era dato al lavoro in cucina, nella lavanderia, ecc. al servizio umile delle
Suore di San Giuseppe dei Cistercensi. Decise ben presto di formare per le sue
case Religiose speciali. Il cardinal de Bonald che aveva detto: «Non ci saranno
mai Religiose fra questi bricconi!» alla fine diede il proprio consenso. Il
Clero di Lyon, il Curato d'Ars, mandarono allora al Padre Rey numerose giovani
lavoratrici come Postulanti. La prima vestizione delle Suore di San Giuseppe
avviene il 2 febbraio 1845. Il Noviziato fu ben presto pieno. Dieci anni dopo la
sua fondazione, il Rifugio di Oullins poté, come un albero, essere giudicato
dai suoi frutti. Dei molti ragazzi giunti al Rifugio come incorreggibili ne
uscirono trasformati in operai sinceramente onesti e cristiani. Facevano onore
ai loro maestri e benefattori. Ciò che ora riferiremo dà un'idea di molteplici
casi simili. Un giorno una vedova afflitta conduce contro il suo volere a
Oullins il figliolo di 16 o 17 anni di età. L'intelligente Direttore, al primo
sguardo, lesse sul volto del giovane i segni di una profonda demoralizzazione,
sentimenti di odio, di vendetta, di furore, concentrati a tal punto che ne fu
preoccupato. Mentre
la madre, piangendo dà relazione sommaria della condotta del figlio, questi, a
gambe incrociate, col cappello sul capo, ascolta in apparenza tranquillo. Per il
suo sguardo focoso e il suo digrignar di denti, si può intuire l'agitazione che
cresceva nel suo animo infiammato. Il Padre fa finta di non notare niente. «Vostro
figlio non è stato capito dai suoi Superiori - disse alla madre - è stato
offeso dai suoi compagni di collegio. Da ciò derivano tutte le sue disgrazie.
E' meglio che non si preoccupi di questo». E comincia a esprimere al giovane
tante prove di bontà, di tenerezza, di fiducia, che egli resta meravigliato e a
poco a poco commosso, cessa il proprio atteggiamento insolente, si toglie il
cappello, e alla fine si dichiara vinto. Dopo un istante, toglie dal seno due
pistole e, consegnandole al Padre Rey, gli dice: «Prenda, una pistola era
destinata a lei e l'altra a me. Però, ora tutto è finito, mi sottometterò a
tutto ciò che lei disporrà». «Almeno le pistole non sono cariche». «Non
sono cariche?». Di fronte c'era una porta. Il giovane puntò le pistole, si
udirono due detonazioni e due fori nella porta testimoniarono che le pallottole
l'avevano trapassata. Alcuni anni dopo, il Padre Rey stava passando per una
piazza di Lyon. Si sentì chiamare. Un signore si getta al suo collo,
l'abbraccia commosso, lo chiama 'Padre'. «Chi sei tu?» chiese il Padre Rey. «Come?
Non riconosce più il suo antico Fernando? Sono sposato, ho figli. Lei deve
venire a casa mia: si trova in questa borgata». Il Padre Rey lo segue e
Fernando chiama sua moglie e i suoi figli: «Venite a vedere il vostro Padre!
Figli miei, venite ad abbracciarlo. Senza di lui io dove sarei?». Fernando era
il giovane delle pistole, convertito in un eccellente padre di famiglia e
Direttore di una grande casa commerciale. Simili sorprese erano abituali, per
cui il Rifugio di Oullins conquistò presto l'ammirazione e la simpatia
pubblica. Dal 1845 la Congregazione di San Giuseppe era definitivamente
costituita, ed era composta di Padri, tutti sacerdoti, di Fratelli, di
Religiose. Ognuno aveva una missione diversa, anche professando la stessa Regola
e obbedendo allo stesso Superiore. Nello stesso tempo abbondavano le vocazioni
di anime desiderose di sacrificio che venivano da ogni parte, offrendo il
proprio aiuto. Con la speranza di un bene maggiore, l'umile e infaticabile Fondatore
sognava di dare un nuovo impulso alla sua opera, quando la Provvidenza venne in
suo aiuto.
NON HO NEMMENO
UN CENTESIMO
L'Abbazia
di Citeaux, fondata nel 1098 da San Roberto di Molesme, durante parecchi secoli
fu cenacolo di persone eminenti, di dottori, di santi e brillò come un faro
sopra tutta l'Europa cristiana. L'ordine dei Cistercensi era composto da
monasteri di 1800 uomini e di 1400 religiose, quando il vento della rivoluzione
del 1789 trasformò in una rovina e in un grande deserto l'antica abbazia che
era stata svenduta. A poco a poco, la grande proprietà finì col cadere in mano
degli Inglesi, discepoli di Saint Simone e di Fourier. Lì, dove i santi
Alberico, santo Stefano e san Bernardo avevano dato sublime esempio di lavoro,
della penitenza e dell'orazione, i fratelli Young sognarono di stabilire una
comunità secondo il sistema di Fourier. Il progetto riuscì. Ma in breve tempo,
la folle impresa crollò sotto il doppio peso del ridicolo ed un enorme deficit.
In questo tempo, passando un giorno per una via di Lyon, Padre Rey fu
interpellato da un negoziante che lo condusse a casa propria. «Padre Rey, sa
che Citeaux è in vendita?». «Perchè?». «Ecco... che magnifica colonia
agricola Citeaux sarebbe!». «Senza dubbio. Ma lei parla ad un uomo che non ha
in tasca nemmeno dieci centesimi. E come proponi che questo uomo compri una
colonia? Quanto vale Citeaux?». «Circa un milione». Udendo questo, Padre Rey
mosse verso la porta, contrariato per gli importuni, quando il commerciante lo
chiamò, si sedette un momento alla sua scrivania e poi gli tese un foglio di
carta su cui aveva scritto: «Sottoscrizione
per acquistare
Citeaux, per trasformarla in
una colonia agricola. M.L. 50.000 franchi». L'abate Rey non aveva più fretta
di andar via. Pensando al numero di ragazzi innumerevoli che Citeaux gli avrebbe
permesso di accogliere, pianse di gioia. Il generoso negoziante, il sig. La
Forte, era quello che gli aveva dato già 10.000 franchi per Oullins. Il Padre
Rey andò via pieno di speranza e passò il resto della giornata a presentare il
foglio delle sottoscrizioni ad un certo numero di famiglie ricche del quartiere
Bellecour. La stessa notte, la
sottoscrizione raggiungeva già i 300.000 franchi. La vendita di Citeaux si
realizzò nel tribunale di Beaune dinanzi a un giudice. Quando si vide là un
sacerdote dal portamento così semplice e così povero che si presentava per un
acquisto di tale importanza, si ebbero dubbi sulla sua solvenza. «Lei ha di che
pagare?» chiese il presidente al Padre Rey. «Signore, non ho un centesimo».
«Come? Non ha un centesimo e vuole comprare Citeaux?». «Non ho un centesimo,
ma questo signore si impegna a pagare al posto mio». Indicava il sig. Mathieu,
un possidente di Lyon che l'aveva seguito a Beaune e che aggiunse: «Si,
signori, se l'abate Rey non paga, pagherò io». Fu fatto l'acquisto e nel
giugno successivo nel 1846 il Fondatore di Oullins andò a prendere possesso di
Citeaux, in nome della carità cristiana. E la meraviglia non fu piccola in
tutta la regione, quando il povero sacerdote giunse al monastero col suo bastone
e il suo umile bagaglio, seguito da compagni altrettanto poveri. Però, quando
si vide che dava asilo ai condannati dalla giustizia, a ragazzi puniti come
ladruncoli, respinti dalla società e dalle famiglie, allora la meraviglia lasciò
posto alla più grande sfiducia. La colonia di Citeaux, come l'abate Rey la
chiamò, si popolò un po' per volta: dapprima da parte di ragazzi condannati
dai tribunali alla rieducazione nel riformatorio. Poi dai ragazzi di famiglie
onorevoli, caduti molto presto nel disordine e per i quali le famiglie
sollecitavano l'ammissione nella colonia. In un terzo tempo, per poveri
vagabondi, per lo più orfani raccolti qua’ e là e che avevano bisogno
urgente di esseri protetti dai peggiori istinti. In dati tempi il numero dei
ragazzi oltrepassò i 900. Nel 1865 una relazione del Direttore della colonia al
Consiglio di Vigilanza ci dice che, su 585 membri della colonia, 57 erano stati condannati in
giudizio per vagabondaggio, 25 per mendicità, 217 per furto, 9 per ferite, 14
per incendi, omicidi, ecc., 263 erano stati inviati da altri ospizi o dalle
famiglie per essere corretti dai loro vizi o cattiva condotta. Gli ospiti del
riformatorio erano così divisi: dai 5 ai 10 anni di età in numero di 25; 300
dai 10 ai 15 anni; 260 dai 15 ai 20 anni. Con simili lavoratori il Padre Rey
iniziò il restauro degli edifici: canalizzazione delle acque, allevamento degli
animali, coltivazione degli orti, cura dei giardini, ecc. Uno si chiede come poté
Padre Rey organizzare l'obbedienza, l'ordine, il lavoro e come la colonia poté
non essere distrutta da simili operai! Quando il Fondatore di Oullins, nel 1835,
per la prima volta prospettò ai magistrati di Lyon il suo progetto di
riformatorio speciale: «Via, signor abate! - gli fu risposto
Lei scherza! Con mezzi correzionali potenti noi abbiamo un bel da fare
per dominare questi piccoli monelli; e lei, senza gendarmi, senza guardiani,
senza muraglie né serramenti, pretende di raggiungere questo fine?». E' una
utopia! L'abate Rey tornò alla carica, espose in modo più chiaro i propri
intenti, infine parlò così bene che gli fu affidato, non senza timore, una
dozzina di piccoli cattivi soggetti. Alcuni mesi dopo, non si rideva più. Era
un tale prodigio, che gli si presentarono tanti ragazzi che non si poteva
riceverli tutti. «Ci sono fra di voi degli apostoli di Dio - diceva un giorno
il rivoluzionario Rattazzi a un santo sacerdote - avete una forza morale
misteriosa ben più grande di tutta la forza materiale di cui disponiamo noi.
Potete regnare sul cuore dei giovani e penetrare nelle coscienze umane. Noi non
lo possiamo; è cosa riservata al potere vostro». Questa confessione del famoso
statista italiano spiega la storia di Oullins, di Citeaux e di tutte le
realizzazioni dell'abate Rey. Abbiamo lasciato intravedere, in queste grandi
linee il piano del suo metodo particolare di rieducazione, di riforma dei
giovani. Ci rimane da esporre l'organizzazione pratica, ben presto imitata da
tante altre istituzioni.
UN ESERCITO D
'AMORE
E'
un principio che un esercito vale quanto valgono i quadri dei suoi comandanti.
Secondo questo, il quadro dell'esercito dei detenuti in un riformatorio consiste
nel suo personale direttivo. A Citeaux esso è composto dai Padri, Fratelli e
Suore dell'Istituto di San Giuseppe, il cui Superiore è il Direttore della
colonia. Fra tutti i maestri c'è poi una mirabile unità d'intenti di spirito e
di metodo. Nel 1869 i Padre erano sei, i Fratelli e le Suore erano duecento. «E'
secondo l'età e lo sviluppo fisico e morale che si classificano i ragazzi» -
ci dicono le relazioni del Direttore della colonia. Vi sono tre divisioni, più
una di tutti i piccoli, che si chiamava Asilo, affidata alle Suore. La direzione
religiosa e morale di ogni divisione è affidata
ad un
sacerdote che
chiamano affettuosamente col nome di Padre. A capo di ogni divisione un
fratello centralizza la direzione disciplinare sotto l'autorità del Direttore.
Ogni divisione è suddivisa in sezioni più o meno numerose, secondo le necessità
del lavoro e dei lavoratori. A capo di ogni divisione c'è un Fratello che guida
i ragazzi e veglia su di loro, insegna loro a lavorare e lavora con loro, li
riprende, li anima, segnala il voto che ciascun alunno ha meritato ogni giorno e
dà la propria informazione al capo-divisione. In ogni divisione è eletto fra
gli alunni più capaci e intelligenti un dato numero di capi, chiamati aiutanti.
La loro funzione consiste nell'aiutare i Fratelli e sostituirli nella vigilanza
e nella direzione dei lavori e nell'osservanza della disciplina. Come distintivo
hanno un fiocco rosso sul cappello. Como si vede, l'autorità superiore sta
nelle mani dei Padri, ma si esercita soprattutto per mezzo dei Fratelli. Il
Fratello, così come è stato formato dall'abate Rey è, così ci pare, la più
bella invenzione di Citeaux, l'ingranaggio essenziale della colonia: cosa che
manifesta il segreto dei suoi mirabili risultati. In altro tempo, la Chiesa
aveva stabilito ordini religiosi militari; crea ora gli ordini attivi. Per
nobilitare il lavoro e la povertà, Cristo scelse di essere povero e operaio.
Per imitare Cristo, salvare le anime dei detenuti e nello stesso tempo per
togliere alla loro patria un pericolo sociale, il Fratello si fa come lo stesso
detenuto, diventa come lui povero, obbediente, lavoratore. L'esempio, nel bene
come nel male, è ciò che esercita il maggior potere. Per conquistare il
ragazzo al cammino della virtù, per orientarlo al lavoro, farlo progredire con
coraggio nel campo del lavoro, come sul campo di battaglia, il segreto non sta
nel dire: Avanti, camminate! ma piuttosto: Avanti, camminiamo! Guardate questa
squadra di muratori che si arrampicano sulle impalcature. Guardate nel posto più
faticoso e pericoloso: questo uomo è l'abate Rey, che con la cazzuola di
muratore o col martello in mano lavora così alacremente. Nulla all'esterno e
nel suo abito lo differenzia dai suoi compagni di lavoro, nulla se non la
destrezza con cui maneggia i suoi utensili, perché lavora con maggiore abilità,
aiutando quelli che esitano, orientando quelli che sbagliano e animando quelli
che vacillano. «C'è lì il Fratello, c'è il capo della squadra; e mediante
questi segni riconoscerete ugualmente tutti gli altri nelle diverse mansioni
agricole e industriali. Non cercherete nel loro intimo né nel loro abito il
distintivo del loro compito. Portano lo stesso cappello di paglia, la stessa
blusa, gli stessi calzari; mangiano lo stesso pane; dormono in letti uguali,
vivono una vita identica in tutto... Questi Fratelli si sono fatti muratori,
carpentiere, fabbri, sarti, zappatori, birrai, panettieri, vignaioli, soldati
istruttori, ecc. per bastare a se stessi in tutte le necessità della casa e per
dare a ognuno dei detenuti il lavoro che gli è più consono secondo le sue
capacità e che gli consentirà di vivere onestamente alla fine della sua
detenzione. Sono le loro braccia che consentono alla colonia di vivere; son loro
che l'abitano, la sostengono; sono le loro braccia che hanno risanato le sue
praterie, resi fecondi i suoi campi, creato i suoi giardini, costruito le sue
case, fabbricato i suoi utensili per coltivare; sono loro che garantiscono il
sostentamento di tutti i ragazzi, insegnando loro un mestiere. Questo quadro
della vita dei Fratelli riflette quella dei Padri. Lo stesso cibo, lo stesso
letto austero, la stessa abnegazione. «All'interno della colonia - scriveva nel
1865 il sig. Michel - l'abate Rey porta lo stesso abito dei Fratelli. C'è una
sola diversità: il suo cappello di paglia e la sua blusa sono più rovinate
dalle intemperie e dalla fatica, perché egli dà a tutti esempio nel lavoro. E'
il primo che si alza e l'ultimo che si corica, iniziando il lavoro quando è
necessario, avendo occhio a tutto, vigilante e saggio, insieme agricoltore,
industriale, negoziante, amministratore, e sempre sacerdote e padre; trae dalla
sua ardente carità una forza ed un'attività tale che uno si stupisce nel
constatarla a tal punto in un corpo che sopporta il peso di tante fatiche e di
tanti anni. Lo vedrete di preferenze là dove c'è un lavoro difficile e
faticoso, che occorre terminare, là dove è necessario un esempio di animazione
o di pazienza per incoraggiare coloro che lavorano. Lo distinguerete fra tutti,
non per il suo vestito che è uguale a quello degli altri Fratelli, ma piuttosto
per il suo slancio, per la sua letizia comunicativa, per la semplicità dei suoi
modi, per l'autorità della sua parola, del suo sguardo, del suo atteggiamento,
per la sincerità della sua fisionomia, la cui espressione spirituale, franca e
simpatica, attira di volta in volta fiducia e rispetto, ed esprime l'ascendente
che esercita sopra tutti coloro che si avvicinano a lui. Il suo esteriore
ricorda quello di san Vincenzo de Paul e del Fratello Filippo: ossia non si fa
notare per la grandezza della persona, né per la regolarità dei lineamenti.
Però sotto questa apparenza povera, sotto questo abito modesto, sotto queste
apparenze rustiche, appaiono le ricchezze interiori dell'anima in tutti gli
atteggiamenti e vedendolo agire e udendolo parlare, riconoscete subito in lui
l'apostolo il Fondatore, l'uomo delle azioni buone e delle grandi imprese».
Ascoltiamo questa relazione tipica di un giovane detenuto a un visitatore della
colonia: «Un giorno la mia squadra fu incaricata della pulizia d'una fogna.
quando giungemmo li davanti, il fango era così ripugnante ed emanava una tale
puzza che nessuno voleva accingersi al lavoro. La maggior parte non faceva che
volgere indietro il capo ed esitare; io, spinto dalla mia ribellione, gridavo
con forza che si voleva asfissiarci e che, anche se mi avessero incatenato e
picchiato, non avrei posto mano ad un lavoro così sudicio e dicevo agli altri
che sarebbero stati dei vigliacchi se si fossero sottomessi. L'abate Rey aveva
visto quanto accadeva, aveva udito le mia parole. Mi si avvicinò e prese la
pala che io avevo nelle mani. Io credevo che probabilmente voleva spezzarmela
sulle spalle, come meritavo. Nulla di tutto ciò! Quando l'ebbe in mano, si calò
risoluto nella fogna, col fango fino al ginocchio e, senza dire una sola parola
né a me nè agli altri, cominciò a pulir la fogna, gettando sul prato la
sporcizia contaminata della fogna. Se mi avesse picchiato con una mazza, non
avrei preso una così immediata decisione. Mi precipitai al fianco dell'abate
Rey, dove già stavano i miei compagni, e piangendo lo supplicai che mi
consegnasse la pala e se ne andasse. 'No, mi rispose lui con dolcezza, ma con
una fermezza che mi chiuse la bocca. No! Tu non hai voluto servirti della pala
per fare il tuo dovere; lo farò io al posto tuo e non te la darò fino a che
non sia terminato il lavoro. Tu puoi andartene a riposare!'. Oh, Signore, dire
ciò che passò in me non sarà possibile. Se non mi avesse usato la carità di
porgermi un'altra pala, mi sarei gettato ai suoi piedi in quel fango e da solo
avrei pulito la fogna e tolto il fango con le mie due mani. Restò con noi fino
alla fine e potete immaginare se la fogna fu ripulita bene e in breve. Dopo
rimase in silenzio e non mi disse mai una sola parola circa questo fatto...
Quando mi trovo di fronte ad un lavoro duro, non faccio altro che pensare alla
lezione e all’esempio dell'abate Rey e questo mi basta».
DALL'AURORA
La
riforma e l'educazione degli ospiti di Citeaux ha inizio fin dalla tenera età.
Un grande edificio separato, con un grande cortile interno, sta riservato
specialmente alle Religiose. Vi sono sistemate le cucine, coi forni a vapore, la
lavanderia, la stireria, ecc. e l'asilo. Le Suore vi hanno la vigilanza e la
direzione di tutti gli alunni più piccoli. A un bambino di sei anni manca
l'amore e l'attenzione di una madre. Lì trova nel cuore delle buone Suore.
Dolcemente, ma al momento giusto, esse lo iniziano al lavoro. Vedi attorno a una
grande tavola, nella cucina, questo gruppo di quindici o venti bambini allegri.
Puliscono le foglie di un cavolo cappuccio o d'insalata, sgranano i piselli,
sbucciano le patate, ecc. Si insegna loro a leggere. Quando
lascia l'Asilo,
l'alunno viene incorporato
nella divisione dei piccoli, dei mezzani e dei grandi. Se è possibile, si
lasciano liberi di scegliere il proprio lavoro, anche se la maggior parte si
orienta verso l'agricoltura. Il terreno che appartiene alla Colonia comprende
211 ettari di terra da arare, 124 ettari di prateria, 15 di giardino, 16 di
vigneto, 15 di bosco. La Colonia, nel 1869, alleva 70 mucche, 18 buoi, 20
cavalli, 10 muli, 300 pecore, 80 maiali, 200 galline. Centosedici ragazzi erano
occupati nell'agricoltura e nella orticultura; gli stabilimenti industriali
davano lavoro agli altri. La Colonia ha 2 mulini che lavorano per la colonia
stessa e per la gente di fuori. Ha una quantità di operai per condurre i
cavalli, sellai, muratori e scalpellini, stampatori, tessitori, pentolai,
scultori in legno, fabbri, sarti, fabbricanti di cappelli di paglia, ecc. Questa
varietà di lavori permette di imparare un lavoro secondo le attitudini e i
gusti. Il ragazzo si dedica con ardore al proprio lavoro, come se fosse un
ordine dell'imperatore Severo: «Laboremus! Lavoriamo!». Nello stesso
fabbricato ognuno ha il proprio lavoro diverso, proporzionato alla sua età e
alle sue forze, ma incalzante e a cui deve obbedire. Non c'è ora né minuto che
non abbia la sua occupazione, dalla prima all'ultima ora del giorno e dal primo
all'ultimo giorno dell'anno. Il regolamento tiene il detenuto occupato
nell'ingranaggio di una attività incessante. Sia d'estate sia d'inverno, non
importa il tempo: che piova, geli o nevichi, non si cessa un istante di
lavorare. Se non si può lavorare nei campi, i lavoratori industriali si aprono
agli operai giardinieri e agli agricoltori che vengono iniziati a lavori facili.
Poi viene il momento del taglio del fieno, del raccolto della vendemmia; allora
le industrie chiudono i propri stabilimenti, per aiutare i lavoratori dei campi.
Gli studi nella scuola si alternano con i lavori manuali, riposando tra un
lavoro e un altro. Durante tre o quattro ore al giorno, ogni giorno, l'alunno va
in classe per studiare grammatica, storia, geografia, disegno, quanto è
necessario sapere in geometria per conseguire un certificato di studi. Anche le
ricreazioni sono attive e mirano a ciò che è utile. Qui si studia la musica:
sia il canto sia uno strumento. Altrove, uno si occupa di attività ginnica, si
esercita in attività militari, tenute in grande onore. A capo di ogni divisione
in cammino, rulla un tamburo, a cui fanno eco gli strumenti agresti dei profani.
Come nella caserma, il segnale degli esercizi è dato con rulli di tamburi e
tocchi militari. Al «Comando» ogni divisione si reca in modo disciplinato là
dove il regolamento lo chiama. Rendendosi conto che quello del terrore è un
governo di breve durata, l'abate Rey ha voluto che i castighi fossero rari e
dati in modo tale da animare chi ha sbagliato a ricominciare a fare bene. Non si
può far retrocedere un torrente impetuoso alla sua sorgente, lì si pone una
diga e lo si dirige. Un potente mezzo di azione sono le ricompense: sono
numerose, varie, importanti e consistono soprattutto in promozioni, incarichi di
fiducia. Mai, sotto nessun pretesto, danno diritto a favori nel cibo o nella
bevanda. Però il fondamento supremo dell'educazione riformatrice di Citeaux è
l'educazione del cuore e della volontà mediante l'influenza religiosa. Al
giovane detenuto che è cresciuto sotto l'unica legge dei propri istinti,
l'insegnamento del catechismo, le pratiche cristiane, sembrano all'inizio un
freno penoso. Però, non appena comincia ad assimilarle e comprendendole meglio,
la luce vera comincia a brillare nella sua coscienza. La religione produce in
lui un richiamo profondo, definitivo al dovere, instillando in lui il sentimento
intimo della propria riabilitazione. Da questo momento i detenuti abbracciano
con amore le pratiche religiose. Si preparano soprattutto per la Prima Comunione
e per la Cresima, con immensa gioia. Citeaux conta ogni anno da 100 a 200 Prime
Comunioni. «Ogni domenica dice
una relazione del Direttore della Colonia la Parola di Dio viene predicata ai nostri giovani
alunni durante la Messa. Ogni giorno, nei rispettivi quadri, si dà loro
l'istruzione religiosa per un quarto d'ora, suggerimenti circa le virtù del
proprio stato o esortazioni per l'adempimento del proprio dovere. Il sacerdote
incaricato di ogni divisione impiega la propria giornata intera nel dare
consigli particolari, esortando, animando, correggendo. I ragazzi li accolgono
con affetto filiale, gli aprono il cuore, seguono i suoi consigli, gli
manifestano le proprie pene e combattimenti intimi, le proprie mancanze. Poveri
esseri che hanno bevuto il vizio col latte materno, e che dai propri genitori
hanno appreso solo a disprezzare e a maledire, adesso odono parole mai udite da
loro fino a quest'ora. Comprendono come una rivelazione la virtù, l'onore, il
rispetto, il sacrificio. Trovano accanto a loro un padre, quasi una madre, una
famiglia, e comprendono che al termine della vita c'è un Dio che li ricompensa,
un Dio così a lungo nascosto ai loro sguardi. Per loro, per i più, vivere non
sarà più un assaporare i piaceri brutali, ma piuttosto compiere il proprio
dovere, se è necessario, il sacrifico per quelle realtà sante che si chiamano
Onore, Patria, Famiglia, tenendo sempre lo sguardo rivolto verso l'Essere
immutabile che è il fine supremo della vita». E' cosa meravigliosa vedere
quanto l'esistenza dei giovani assomiglia a quella degli antichi religiosi: «Il
lavoro, la solitudine, la povertà sono titoli d'onore e di nobiltà dello stato
monastico» ha detto san Bernardo. E lo stesso santo, nel monastero di Citeaux,
era celebre come discepolo quanto come maestro. Ascoltiamo il monaco Palladio
quando racconta il genere di vita degli illustri cenobiti della Tebaide, in cui
fu testimone oculare: non pare che, per caso, abbia descritto la vita dei
ragazzi dell'abate Rey? Egli dice: «Gli uni coltivavano la terra nei campi,
altri nel giardino; altri lavoravano nel mulino o nella panetteria. Vi sono
alcuni che si occupano nel penoso lavoro dei fabbri, altri a sbattere panni,
altri nel conciare il cuoio. Molti fabbricano scarpe. Infine un certo numero di
loro intreccia cesti e canestri». Dietro gli esempi degli antichi religiosi, i
detenuti trovano piacere nel lavoro. Ciò che si cercherebbe inutilmente in loro
è la noia. E come potrebbe esistere in questo insieme di lavori gradevoli,
vari, in armonia con l'interesse di ognuno, che riempie tutta la giornata? A
Citeaux non c'è muro, non ci sono serrature, nessuna barriera, nulla che
ricordi il carcere. La campagna, l'essere insieme coi suoi grandi e sorridenti
orizzonti, è tutta per il detenuto; con l'incanto della libertà: egli respira
aria pura, percorre al mattino e alla sera tutte le strade. I suoi maestri lo
trattano con benevolenza, con dolcezza; non gli parlano se non in modo educato.
Il suo nutrimento è, per quanto si può desiderare, sano e abbondante. Nel
1864, cinquantuno detenuti della prigione di La Roquette furono portati a
Citeaux. Nel primo pasto, uno di loro disse al suo vicino: «D'accordo che i
vostri Padri cerchino di allettarci: che pranzo speciale ci danno oggi!». «Però
se è il pranzo di tutti i giorni!». «Come? Avete tutti i giorni pane così
bianco come questo, minestra a piacere, un cibo dal sapore così buono, che
neppure l'hanno i granatieri della guardia e birra che costa così poco?». «Infatti
abbiamo tutto questo tutti i giorni, perché i Padre dicono che per lavorare
bene è necessario essere ben nutriti». «Perbacco! Non siete tanto
disgraziati. Vedo che venendo da La Roquette a Citeaux non abbiamo perso nulla
col cambio!». Infatti il maresciallo Vaillant, giunto
all'improvviso, assaggiò un giorno il vitto ordinario della colonia e lo trovò
eccellente. Dove potrebbe andare il detenuto per stare meglio? Sa che, fra
qualche anno, quando lascerà Citeaux, un certificato del Direttore gli aprirà
le porte di tutte le fattorie, di tutti gli stabilimenti, di tutti i castelli
della regione. Secondo i suoi gusti potrà diventare agricoltore, operaio in
un'industria o giardiniere. Nella attesa, egli si sente in una grande famiglia,
in cui è amato, in cui si veglia su di lui secondo le esigenze della fede
cristiana. Gli interessi della colonia sono suoi. Partecipa alle sue gioia, è
certo che anche a lui appartiene qualcosa dei miglioramenti di Citeaux; per
questo pone nuovo slancio nel lavoro. E' per questo che la colonia ottiene i
primi premi nelle esposizioni agricole della regione. Nei mercati di Nuits e di
Dijon, il burro di Citeaux è così rinomato che viene pagato più caro di un
quarto, e bisogna chiederlo in anticipo per poterlo avere. C'è commercio di
grano, che viene inviato a Lyon e a Parigi. La casa Vilmorin ed altre fanno
continue richieste a Citeaux. «In una visita a Citeaux
racconta il sig. Michel abbiamo
visto inviare a una casa di Lyon del frumento per un importo nientemeno che di
3.000 franchi». La creazione dell'abate Rey è una specie di immenso
collegio, con
carattere semirurale,
semimilitare, che nello stesso tempo ha fattorie, fabbriche, scuola, caserma,
famiglia e comunità. E' un fatto comprovato che quasi tutti i giovani che
vengono ammessi, in poco tempo si rieducano. Dal 1846 molte migliaia di
detenuti, vagabondi, ecc., dopo essere giunti alla colonia con tutti i vizi,
vanno via convertiti in veri lavoratori, sinceramente onesti e cristiani. La
società ha avuto il piacere di vederli poi perseveranti nella via del bene e
dell'onore.
SI SCATENA LA
TEMPESTA
La
prova è il battesimo delle opere di Dio. La fondazione cisterciense non la evitò
e dovette crescere nella tormenta. Però l'abate Rey aveva ricevuto dal cielo
una tempra di ferro, una costanza rara, una fede provvidenziale, circa l'esito
della sua impresa. Seppe lottare, fare migliorie continue e attendere. «Cos'è
la perseveranza cristiana?». «E' il progresso», ha detto Madame Swuetchine. L'abate
Rey giunge a trasformare gli ostacoli in mezzi. All'inizio, la colonia
incontrò, in tutte le città vicine, solamente prevenzioni, sfiducia e ostilità.
In questa situazione, ci fu la carestia del 1847. Il Direttore di Citeaux fece
venire subito da Marsiglia gran quantità di frumento, lo fece macinare nei suoi
mulini, ammassare nelle sue dispense e vendette poi il pane a prezzo di costo a
tutti coloro che lo volevano. La colonia ottenne così diritto di cittadinanza.
GLI AVVENIMENTI
DEL 1848
Una
gente smarrita si scaglia contro il fabbricato di Oullins, gli appicca il fuoco.
Citeaux riceve dal Governo l'ordine perentorio di sloggiare entro 48 ore. Gli
sforzi del passato, le speranze dell'avvenire, l'opera che tanto gli era costata
e che tanto bene prometteva era la ragione suprema della sua vita; l'abate Rey
vede tutto questo sommerso in un istante dalla tempesta. Che colpo per lui! E
tuttavia la sua grande anima conserva tutta la calma. Si reca a Dijon, incontra
il Commissario del Governo, e non solo viene ritirato l'ordine di sloggiare, ma
anche, aprendo gli occhi e constatando il bene recato dalla colonia di Citeaux,
il Governo dichiara che è monumento «protetto» e promette di mandarvi 500
nuovi detenuti nel 1850. Un Decreto imperiale del 6 maggio 1853 dichiarò che
era opera di utilità pubblica. Nel 1859, con l'approvazione della Francia, il
Padre Rey ricevette la Croce della Legione d'onore. Dopo la prova esterna, ecco
quella all'interno della colonia. Fu la prima: una epidemia di febbre tifoidea
che, dopo avere decimato la Cote d'or, si scagliò con furore sopra la colonia,
uccidendo molti detenuti, Fratelli e Suore. Però immediatamente il sollecito
Direttore mise in atto la riforma del regime alimentare. Si iniziò a ritmo più
intenso la coltivazione della vite e del luppolo e Citeaux poté subito avere
vino per i suoi infermi e birra per tutti in tutti i pasti. Nel 1858, una mano
criminale appiccò fuoco ai granai dello stabilimento. L'abate Rey lo fece
ricostruire nel modo più idoneo, in modo tale che il sinistro fu occasione di
una nuova prosperità. Altra difficoltà si ebbe per l'ampliamento della
colonia. Poiché lo Stato aveva proposto l'invio di nuovi detenuti assai
numerosi, l'abate Rey per accoglierli ampliò i fabbricati. Però, quando tutto
era ormai pronto, l'amministrazione rispose che aveva cambiato parere e rifiutò
di mantenere le sue promesse. Che fece allora il Direttore di Citeaux? Apre
gratuitamente le porte delle sue case agli orfani degli ospizi, ai poveri che
gli vengono raccomandati, e l'aumento della popolazione operaia permette di
intraprendere nuovi e maggiori lavori. Ormai da molto tempo la colonia di
Oullins era risorta dalle sue rovine. Nel 1866, una nuova colonia agricola venne
fondata a Saint-Genest Lerpm, vicino a S. Stefano; e ben presto accolse 120
ragazzi. Una prova più pericolosa delle altre per Citeaux fu l'aver accolto nel
1854, 54 detenuti della colonia di La Roquette; nel 1867 l'aver accettato 39
condannati dell'isola di Levant. In particolare questi ultimi erano dei
depravati. Tosto grazie ad un raddoppiamento di vigilanza, di alcuni mezzi
energici, soprattutto mediante l'esclusione o separazione di 10 di questi
giovani malvagi, tarati fin nel profondo, la disciplina non venne meno e si poté
costatare la forza della educazione cisterciense. Inoltre si poté ammirare
questo fenomeno: alcuni dei giovani peggiori risultarono tra i migliori. Fra i
detenuti di La Roquette, un ragazzo di 19 anni era stato segnalato del tutto
indisciplinato e particolarmente pericoloso. «Oh!
disse il ragazzo stesso al Direttore di Citeaux
non sarà Lei che riuscirà a dominarmi! Mi mandi in un carcere dove mi
hanno detto che finirò per depravarmi del tutto». «Spero che non sarà così
e che sarai un buon soggetto, un uomo buono ed un operaio onesto». Replicò con
un no secco e aggiunse che sarebbe stato solo un boia e un carnefice, per
giustificare quanto avevano detto i suoi carcerieri. Dopo 18 mesi ottenne la
dimissione prima del tempo dal Segretario generale del Ministero degli Interni
che era stato a visitare la colonia. Da più di un anno, la sua condotta era
stata tale che non aveva mai meritato un solo rimprovero né un solo castigo, né
dato luogo a nessuna lagnanza; e quando il Segretario generale, meravigliato per
questa trasformazione, gli aveva accordato in anticipo la libertà, chiese come seconda
grazia, di poter restare a Citeaux poiché intendeva farsi Fratello. Nel
1868 un detenuto morì a Nevers, vittima della più eroica carità, mentre
cercava di salvare un padre di famiglia dalle fiamme di un incendio di petrolio.
Nei suoi ultimi istanti, i suoi pensieri furono rivolti a coloro a cui doveva
così buoni sentimenti: «Ciò di cui mi dolgo
diceva è morire lontano dai
miei buoni Padri di Citeaux». L'intera città partecipò ai funerali. Il
sacerdote della Parrocchia poté dire presso la sua tomba: «Dio l'ha ricevuto
nel suo seno, poiché è passato tra le fiamme del sacrificio». Forse questo
detenuto era stato condannato alla rieducazione correttiva di Citeaux come
incendiario? o per lo meno era stata una mancanza simile. Leibnitz ha avuto
ragione quando ha detto: «Si riformerebbe il mondo se si riformasse
l'educazione».
L'ABATE REY
PRIGIONIERO DEI TEDESCHI
Per
la Francia, come per la colonia di Citeaux, la guerra del 1870 fu crudele e
particolarmente dolorosa. L'invasione tedesca, comunque, manifestò in modo
mirabile l'abnegazione ammirevole del padre Rey verso il suo paese e l'ardente
patriottismo che aveva saputo instillare nei suoi ragazzi. Nove giovani si
arruolarono come volontari all'inizio delle ostilità. La notizia delle nostre
sconfitte animò l'entusiasmo patriottico della colonia: 22 giovani chiesero di
aver l'onore di difendere il paese in bisogno. Nello stesso tempo altri 70 fra i
più forti, intelligenti, chiesero di arruolarsi nella compagnia dei franchi
tiratori. Avuto il consenso dell'autorità dipartimentale, la piccola e valida
truppa si trovò presto pronta e provvista dalla colonia di quanto le era
necessario: divise militari, tende, ecc. Il sig. de Rochetaillèe, capitano del
dipartimento della Loire, venne per portare una bandiera; il suo drappo portava
scritto da un lato: «Dio e Patria» e dall'altro: «Franchi-tiratori di Citeaux».
La compagnia, ben decisa, seguita da vari Fratelli di san Giuseppe che dovevano
arruolarsi, partì verso Dijon il 23 ottobre 1870 e si recò alla prefettura a
chiedere le armi promesse. Lo spirito irreligioso dominava però i consigli
generali e municipali della Bourgogne. Il corpo di volontari di Citeaux era
stato formato sotto la direzione d'un sacerdote: e questo fu bastante perché,
all'ultimo momento, si negassero le armi alla compagnia. Ponendo davanti a tutto
la patria, i volontari cistercensi si arruolarono in corpi diversi. Quello che
portava il nome della Colonia era formato da oltre 200. Molti si fecero notare
per il loro valore. Un ex alunno riportò la medaglia militare, guadagnata per
un atto di valore nell'esercito della Loire. Un altro fu decorato con la
medaglia militare e la croce della Legione d'onore, meritata per la sua condotta
nella località di Metz. Quando l'invasione tedesca giunse in Bourgogne, Citeaux
si trovava al centro delle ostilità. Si conosce la triste storia di questa
banda di avventurieri stranieri, venuti sul nostro territorio come un stormo di
uccelli rapaci su un campo di uccisi. I Garibaldini fecero più d'una visita a
Citeaux. Lo stesso Garibaldi fu un giorno in un grande cocchio di gala: ma non
fu se non un mezzo di sfuggire al pericolo di uno scontro con i nostri nemici.
Il 15 novembre la Colonia si trovò circondata da diversi lati da una selva di
baionette. Varie bocche di cannoni erano rivolte contro Citeaux. Un parlamentare
giunse per annunciare che se, per le 8, fosse restato un solo franco tiratore
nell'edificio, si sarebbe fatto fuoco immediatamente. Vi fu subito un movimento
delle truppe tedesche. Da tre lati diversi si videro tre colonne nemiche che
venivano incontro: una per la strada di Dijon, un'altra per la strada di
Saint-Jean-deLosné e la terza per la strada di Izeure, con l'artiglieria.
Quando la Colonia fu completamente circondata, tre ullani vennero a
parlamentare. Da parte sua il padre Donat e altri due padri, alzando un
tovagliolo sulla punta d'un bastone fecero alcuni passi innanzi. Diedero agli
ullani la propria parola d'onore che nella casa non c'era nessun uomo armato.
Cinque minuti dopo 2000 prussiani, sempre in ordine di battaglia, puntando i
cannoni, si avvicinarono. Tre cavalieri vennero per accertarsi che nella casa
non c'era nessun soldato francese. Allora? Posti dei corpi di guardia in ogni
parte, i 2000 soldati entrarono nella casa come per saccheggiarla. «In modo
brusco, duro, gridando e in collera» il comandante Wolf mandò a chiamare il
Direttore. Gli intimò di consegnargli 3000 franchi, oppure avrebbe appiccato il
fuoco al fabbricato. Le truppe tedesche sarebbero rimaste nella casa come
guarnigione (dapprima 500 uomini); la colonia avrebbe dovuto nutrire 240 uomini
alloggiati in una costruzione vicina, ecc. Gli insolenti vincitori tosto avevano
coscienza della propria brutalità selvaggia: oltre i loro corpi di guardia, le
pallottole, le baionette, temevano per la propria sicurezza. Cosa fare?
Pensavano che, se essi si fossero impadroniti della persona del Superiore, del
suo Direttore venerando, sarebbe stato per loro una garanzia: fu quindi deciso
di prenderlo come ostaggio. Per questo mancava un pretesto. Lo trovarono. Il
disordine e il saccheggio della colonia era una cosa indicibile. Il padre Rey
correva qua’ e là angustiato. Improvvisamente si accorse che si dava
abbondanza ai cavalli il pane della sua casa e che sarebbe mancato ai suoi
ragazzi. Protestò subito energicamente con un sergente, pregando che si
impedisse questo abuso. Il sergente lo riferì al comandante. La risposta fu
l'ordine di far prigioniero il Superiore. Brutalmente, senza lasciargli nemmeno
il fiato, il venerando anziano fu portato in una delle stanze a pianterreno e fu
affidato alla custodia di 12 uomini. Tutta la casa era sconvolta. Il padre Donat
va a cercare il comandante, torna altre tre volte nel pomeriggio. La Superiora
delle Religiose e con lei alcune delle Consorelle fanno in modo, a loro volta,
di recarsi dove c'è il comandante prussiano. Si gettano ai suoi piedi e lo
supplicano con le lacrime perché rimetta in libertà il loro Padre. Ma il suo
cuore resta ancor più duro che l’elsa della sua sciabola. L'indignazione
generale della colonia ebbe termine finalmente mediante una pressione morale
sugli ufficiali; impauriti dinanzi l'irritazione che s'indovinava contro di
loro, dopo 24 ore, ordinarono la libertà del P. Rey. L'allegria fu grande anche
di poca durata; gli occupanti avevano bisogno d'un altro ostaggio. Fratello
Agostino vieta l'entrata nella sala di musica a un sergente; fu fatto
incarcerare tutto subito a pane ed acqua invece del Padre Superiore. Ecco qui
l'ordine del giorno fissata per a Citeaux il 16 novembre del 1870. Aiuta questo
per a farci una idea del giogo straniero. «Ogni abitante di Citeaux che fossi
incontrato in campagna, sarà arrestato e rimesso a Dijòn. Se fossi incontrato
durante la notte, le sentinelle hanno l'ordine severa de fucilarlo. Se si riceve
la notizia di che gli abitanti di Citeaux sono in contatto con le autorità
civile o con le truppe francesi, tutto lo stabilimento sarà bruciato. «Le armi
che potranno essere a Citeaux saranno immediatamente rimesse al direttore, il
quale li renderà al signor comandante. Se dopo si trovano fucili a Citeaux sarà
il signor direttore chi risponderà con la sua persona. Per ordine superiore:
Wachs. «I nostri ragazzi dice il
padre Rey nella sua relazione del 1872 furono
costretti con le minacce e la violenza a guidare i nostri mezzi per trasportare
i soldati nemici a impadronirsi dei villaggi vicini. In uno di questi percorsi,
la colonna prussiana fu assalita a fucilate dai franchi-tiratori, e due dei
nostri ragazzi si trovarono con le divise rovinate dalle pallottole». «Io
protestai contro questa violazione delle leggi della guerra e dichiarai che se
si fosse ripetuta prima di esporre la vita dei ragazzi che mi erano affidati, io
avrei preso il loro posto. Devo dire che i comandanti nemici cedettero alle mie
osservazioni». Durante una settimana Citeaux poté constatare nei particolari quanto
erano stati
brutali i comportamenti dei
prussiani, la loro voracità, la mancanza sgradevole di igiene. A loro
richiesta, si inviano i recipienti sudici del porcile della chiavica; e senza
far attenzione a ripulirli, prima mettono in essi la zuppa e la carne con cui
preparano il proprio pranzo. In seguito, in diverse occasioni, Citeaux fu di
nuovo invasa dalle truppe tedesche; finirono col saccheggiarla senza pietà. «In
ricambio, la colonia fu lieta di poter ricevere, alimentare, alloggiare
distaccamenti più o meno numerosi dell'esercito francese o dei suoi diversi
corpi, il cui totale supera i 5000 militari. Furono curati 40 poveri soldati
francesi, più di 300 di loro ricevettero vestiti, panciotti di lana e divise
militari. Chiedemmo, dice il padre Rey senza però ottenerla, la facoltà di
organizzare vicino a noi un'infermeria in località che ne erano restate prive
quando i nostri ragazzi erano andati via. Può essere che la patria riconosca un
giorno quale siano i sentimenti che la religione ispira». Un giornale
antireligioso (Il 'Progrès de Lyon') osò fare delle insinuazioni contro il
Superiore di Citeaux mediante un'accusa infernale. L'abate Rey avrebbe fatto
nascondere 40 prussiani nei sotterranei, per consegnarli alle pattuglie del
Rhone, alloggiavano nel distaccamento. Questa calunnia fu uno dei dolori più
pungenti della vita del fondatore di Citeaux. Rivolgendosi, in seguito, al
periodico, non gli fu difficile esporre in un modo più chiaro del giorno la
crudele falsità, l'assurdità dell'accusa contro il suo onore. Non fu lui solo
a giustificarsi. Il capitano Millet, lo stesso che comandava la compagnia della
guardia nazionale di Lyon, il 28 novembre scrisse al giornale lionese in termini
indignati. Gli ufficiali dello Stato Maggiore del battaglione, il comandante
Marengo, il capitano ausiliare, ecc. mandarono una loro protesta non meno
energica. «L'accoglienza eccellente che abbiamo ricevuto a Citeaux
scrisse al padre Rey il capitano Millet
i servizi reali che ci avete prestato, provano in modo evidente che i
vostro cuore è patriottico, è veramente francese».
LA PACE DELLA
TERRA, LA PACE DEL CIELO
Dopo
la firma della pace, 34 piccoli emigrati dell'Alsazia-Lorena furono accolti a
Citeaux, dove trovarono la patria e la famiglia. Il rimpatrio dei Fratelli e dei
giovani avvenne rapidamente: gli stabilimenti agricoli e industriali poterono
essere ricostruiti e ben presto la colonia ritornò alla sua fiorente attività.
Malgrado la sua età, il padre Rey continuava ad essere d'esempio per tutti.
Come mons. Dupanloup, si dice che aveva come programma: «Vivere e morire
lavorando». In mezzo ai rigori dell'inverno, nonostante la neve, mentre tutti
stavano riparati in casa, egli ogni giorno usciva: «E' necessario che mi
guadagni il pane». Sopraggiunsero dei dolori che gli impedirono di curvarsi.
Gli vennero fatte allora delle ginocchiere e così trovò ancora un mezzo per
lavorare la terra stando in ginocchio. L'amore al lavoro, non gli permise di
lasciare al secondo posto la preghiera. Una giovane suora, avvilita perché era
sempre inferma, andò da lui a confidargli il timore di essere rinviata dalla
Congregazione di san Giuseppe a causa della sua salute. «Sorella mia
le disse il padre se non può fare grandi lavori, preghi molto, perché chi
prega lavora». Alle cinque del mattino, ogni giorno, l'abate Rey celebrava la
Messa col raccoglimento di un angelo, con una devozione così profonda come se
vedesse Gesù sull'altare. Durante il giorno, sia che andasse in campagna, sia
che ne ritornasse, la sua mano snocciolava lentamente il Rosario e il suo cuore
si elevava verso Dio. Se l'instancabile lavoratore cercava di radunare tesori,
erano tutti per il cielo. Personalmente si era votato ad una povertà tale che
possedeva solamente una veste foderata per l'inverno e sfoderata per l'estate.
«Se spenderemo meno, potremo educare più orfani». Da ciò, lo spirito di
economia che cercava di inculcare nei ragazzi, predicandolo sempre con
l'esempio. Così, quando camminava per i sentieri della colonia, se incontrava
pezzetti di legna secca, li raccoglieva e li portava a casa. Questi pezzetti di
legna erano l'unica provvista che teneva nella sua stanza per l'inverno. Doveva
accendere una
lampada? Per risparmiare un
fiammifero si serviva dello stoppino d'un lume di cui sollevava il vetro con
pericolo di bruciarsi le dita... Queste attenzioni suscitavano forti impressioni
nello spirito dei Fratelli e dei ragazzi. La frugalità del santo religioso
ricorda i tempi antichi. Il suo cibo egli lo prendeva in fretta sempre dal
piatto posto dinanzi a lui nel refettorio. Poco importava che il cibo fosse
freddo: «Per me è sempre buono!». Come i suoi alunni, verso le quattro
prendeva un po' di merenda. Quando arrivava in refettorio e incontrava il
ragazzo incaricato di raccogliere i pezzetti di pane avanzati, morsicati da
tante parti dai giovani, egli diceva: «Dammi uno di questi pezzetti», e
prendeva sempre quello che era più morso. Questa austerità durò per tutta la
sua vita. Abbiamo detto che nella colonia egli portò sempre una veste uguale a
quella dei Fratelli e dei detenuti, con la differenza che il suo era il più
rammendato. Più di una volta venne qualcuno dal sacerdote, per intercedere per
un inserviente padre. Un gruppo numeroso e scelto venne un giorno a visitare
Citeaux e vide un operaio che con la sua zappa colpiva il suolo per scavarne un
abbeveratoio. «Olà! buon uomo gridò
una voce potete dirmi dove si trova
il padre Superiore?». «L'accompagnerò là dove si trova» rispose il
lavoratore. E, portando la camicia sotto il braccio, guidò il nobile gruppo, lo
fece entrare nell'ufficio, si nascose e torno poco dopo vestito con la veste del
padre Superiore. Un'altra volta un visitatore incontrò all'ingresso della
colonia un operaio occupato con vigore a togliere l'erbaccia d'un canale. «Amico
mio - gli disse, ponendogli in mano una monetina - potreste condurmi dal padre
Superiore?». «Subito!». Lo sconosciuto avanza chiacchierando, entra
nell'ufficio e riconosce nel suo interlocutore il padre Rey che aveva visto: «Ah,
per questa volta, padre mio, mi avete rubato la mia moneta!». Gli scherzi
gioviali non erano sgraditi al santo sacerdote. Un giorno bussò a una delle
porte del refettorio. «Chi è?» chiese il Fratello incaricato del refettorio.
Il padre, imitando la voce d'un ragazzetto risponde vagamente. Questo inganna il
Fratello. Credendo che aveva a che fare con un giovane alunno: «Va' via - gli
rispose per non fare la fatica di aprire - va', hai buone gambe!». Il padre
obbedì e andò all'altra porta ridendo di gran cuore, mentre il buon Fratello
si sprofondava in scuse. Nei primi anni di Oullins, quando i ragazzi non erano
così numerosi, l'abate Rey si sentiva il dovere di tagliar loro i capelli con
le proprie mani. Non si poteva vedere, senza intenerirsi, rivestito di un grande
grembiale, mentre passava sopra queste teste spettinate la macchinetta, con la
delicatezza affettuosa di una madre. Un giovane alsaziano giunse un giorno al
noviziato: non sapeva parlare se non nel dialetto della sua gente, e la scarsità
dei suoi vocaboli suscitava il riso dei suoi compagni in modo tale che egli non
osava pronunciare neanche una parola. Il padre Superiore suggerisce, gli ordina:
«D'ora in poi verrai a lavorare ogni giorno con me». E, per via o in casa, il
«buon padre» diceva al novizio il nome in francese di tutte le cose che
cadevano sotto gli occhi e glielo faceva ripetere. Alla fine di alcuni mesi, il
Fratello Martin parlò il francese come uno della Bourgogne. La carità del
padre Rey non era esclusiva. Un padre negoziante gli dichiarò: «Signor abate,
vi trovo in necessità estrema. Potreste comprarmi una certa quantità di merce
e farmi il servizio di pagarmela in contanti?». Immediatamente il padre mandò
a chiamare le Suore della sua comunità e disse loro che scegliessero nella
merce del negoziante tutto ciò che poteva essere utile alla casa. Alla fine
degli acquisti, le Suore trovarono che il prezzo era molto caro. «Sorelle, non
è questa la cosa principale - disse loro il padre Superiore in disparte -
quest'uomo si trova in difficoltà ed è necessario aiutarlo». Ammesso alla
udienza di un principe davvero onnipotente, e invitato dallo stesso principe a
manifestargli che cosa avrebbe potuto fare per il bene della colonia, il padre
Rey dimentica tutte le preoccupazioni di ordine materiale: «Principe - gli
disse commosso - vi chiedo solo una cosa: la grazia o il perdono per dieci dei
miei ragazzi». Parole in cui vibra l'accento di un vero padre. Paragonabile con
la carità del padre Rey era soltanto la sua umiltà. Giunto alla fine della sua
vita, questo santo sacerdote, questo vero grande uomo, fondatore di una
congregazione religiosa ammirabile, educatore meraviglioso della gioventù,
inventore di un così importante sfruttamento agricolo e industriale, quando
avrebbe potuto dire senza orgoglio con Orazio: «Eregi monumentum» (Ho
innalzato un monumento), si celò nella sua comunità come un essere inutile e
l'ultimo di tutti. Giunse ai 50 anni di sacerdozio il 17 giugno 1871, però
invano i suoi numerosi figli insistono con lui perché si celebrino solennemente
il suo giubileo d'oro. Non gradisce se non la parola dell'Imitazione: «Amate di
essere nascosti e ritenuti un nulla». Il 31 dicembre di questo stesso anno, le
Suore della sua comunità vengono a salutarlo. Il padre Superiore risponde
facendo loro apprezzare l'onore e la gioia di appartenere alla Congregazione di
san Giuseppe. «In quanto a me –aggiunge - ah! come è per me fonte di gioia
essere uno dei suoi membri». Gli onori dei superiori finirono col pesargli.
Paragonandosi al letame che non nutre meglio la terra di quando sta sotto terra,
vuole terminare la sua carriera nel silenzio,
nell'ombra, nel lavoro
sconosciuto, nell'obbedienza; e chiese di dimettersi da Direttore
di Citeaux
e da
Superiore della
Congregazione di san Giuseppe (1873). Il padre Donat, suo amico e confratello da
venti anni fu eletto al suo posto per gli stessi anni. La carriera così
faticosa del padre Rey giungeva così alla sua fine. Alcuni mesi dopo, un
flemone lo abbatté come il falciatore fa con l'erba che deve raccogliere.
Intuendo che la sua ora era giunta, il padre Rey fece generosamente il
sacrificio della sua vita. Si armò con fede ardente, dei sacramenti della
Chiesa e passò gli ultimi momenti animando i suoi figli. Il giorno di Pasqua i
quattro padri Direttori entrarono nella sua stanza conducendo ognuno per mano un
alunno aiutante maggiore della propria divisione. Quando si inginocchiarono, il
padre Donat disse al venerato Fondatore che quei quattro ragazzi, rappresentando
tutti i loro compagni, venivano a chiedergli la benedizione paterna. Il santo
patriarca parve ritrovare le forze e lentamente alzò sopra le loro teste la
mano scarna e tremante, chiedendo con emozione le grazie al cielo. I quattro
ragazzi si alzarono e si accostarono per baciare la mano che li aveva benedetti
e si ritirarono soffocando i singhiozzi. L'indomani la grande famiglia di
Citeaux aveva perso suo padre (6 aprile 1874). Per l'ultima volta in squadre di
venti, i novecento ragazzi andarono a rendere omaggio ai resti dell'insigne
benefattore. Seguì un'affluenza continua di gente di ogni ceto. Ognuno chiedeva
di poter far toccare al corpo del venerando religioso qualche oggetto di pietà.
Un ex alunno, da lontano venuto a sapere della morte del padre Rey, parte
immediatamente, raggiunge Citeaux, sale alla camera mortuaria: «Oh, padre mio!»
e scoppia in singhiozzi sconsolati. Presieduti da Mons. Dard, Vicario Generale e
Delegato del Vescovo di Dijon,
i funerali assomigliarono ad
un corteo trionfale. Si notò una delegazione del Consiglio generale della Cote
d'or, subito riunitasi. Nel cimitero, il sig. Robinet de Clerj, Procuratore
Generale, in un discorso fu l'interprete eloquente della gratitudine e del
dolore pubblico. Durante l'ultima assoluzione un Fratello di san Giuseppe cadde
a terra improvvisamente come colpito dal peso del suo dolore. Era il primo
Fratello legato al padre Superiore nella fondazione di Citeaux. Rimase una
settimana fra vita e morte. Sepolto dapprima nel cimitero provinciale della
colonia, il corpo del padre Rey fu poi traslato in un loculo del nuovo cimitero
il 18 novembre 1884. Il suo cuore, chiuso in una urna, venne conservato nel coro
della chiesa di Citeaux. Una placca di marmo porta questa iscrizione: Dove stava
il suo tesoro, lì sta il suo core. Suo tesoro furono Dio, i giovani e i
bambini. Oggi, quando un forestiero visita Citeaux, una delle prime cose che
attira il suo sguardo è, in mezzo ai cesti di fiori e di verde, un magnifico
monumento elevato dalla colonia al suo fondatore. Simile al buon pastore che
cerca la pecora perduta, l'abate Rey è ritratto mentre conduce per mano uno dei
ragazzi di cui è stato padre. «Uno non può sottrarsi a un sentimento di
ammirazione vedendo questo eroe della carità - scriveva non molto tempo fa un
visitatore- e uno si trattiene con piacere davanti al suo monumento per dirgli:
grazie». Il sig. Robinet de Clerj ha detto che il nome del venerabile religioso
che ha accolto in nome di Cristo intere generazioni di giovani condannati ad una
depravazione fatale e che, in cambio, ha dato alla patria migliaia di operai
laboriosi, di onesti e utili cittadini, sarà scritto con caratteri indelebili
fra i maggiori servitori della giustizia e del paese. L'eroico sacerdote non ha
potuto vedere, in genere, tutti i frutti dell'albero da lui piantato e che ha
continuato, sopra la sua tomba, a estendere a distanza i propri rami benefici.
«Colui che fonda una famiglia religiosa continua a vivere sopra la terra - ha
detto Cheteaubriand - la sua azione, nella società umana, sfugge a ogni calcolo».
L'abate Rey meditava da molto tempo la fondazione di una società per la
protezione dei ragazzi nella Cote d'or. Questo doveva esserne il fine: 1) far
educare a Citeaux il maggior numero possibile di ragazzi infelici. 2) procurar
loro lavoro conveniente alla loro uscita da Citeaux e dar loro aiuto morale.
Questa società venne fondata alcuni mesi dopo la sua morte, e fin dalla fine
del 1884, contò trecento membri sottoscrittori. Altro desiderio del Fondatore
si realizzò nel 1885: l'opera degli ex detenuti fu adottata dalla Congregazione
di san Giuseppe. Quest'opera venne fondata a Couson (Rhone) dal padre Villon,
discepolo del padre Rey, col nome di Rifugio di san Leonardo. Essa offre un
asilo provvisorio a quelli che sono usciti di prigione, e riabilitandoli durante
qualche tempo a una vita laboriosa e cristiana, ne facilita il ritorno alla
società onesta. I figli dell'abate Rey hanno incorporato nel 1880 l'opera dei
sordomuti e dei giovani ciechi, che si trovava a Soisson, col nome di Istituto
san Medardo. Questa casa comprende settanta sordomuti e venti ciechi. Oltre
l'insegnamento ordinario, viene data loro un'istruzione professionale di un
lavoro. Quanto alla colonia di Citeaux, benché la sua popolazione sia diminuita
da quando lo Stato ha preso la decisione di educare su sua iniziativa i ragazzi,
continua con la stessa intelligenza, lo stesso sacrificio, lo stesso risultato,
l'opera del Fondatore, ma per lo più estende la sua attività in altre
direzioni, ricevendo più facilmente in seguito i ragazzi che le famiglie
avranno bisogno di affidarle. Dopo aver trascorso più di 140 anni, la
fondazione della Congregazione delle Piccole Suore di san Giuseppe, le figlie
dell'abate Rey, desiderose di fare conoscere le virtù del loro amato Fondatore,
l'Abate Giuseppe Rey, venerano le sue reliquie nella casa madre di Montgay. Lì
si custodiscono le medaglie che gli furono date dell'Imperatore Napoleone
Bonaparte, quando gli venne concesso il distintivo di Cavaliere della Legione
d'onore, come pure le palme Accademiche. Si conservano anche il calice usato dal
venerabile Fondatore, e il messale che gli era stato donato in omaggio dal
Ministero degli Interni, parte dei suoi scritti e oggetti d'uso personale. Nella
cappella della casa generale si conserva il suo cuore. In un monumento annesso
alla cappella, si conserva il suo corpo incorrotto.