PADRE GIUSEPPE REY

Fondatore della Congregazione di San Giuseppe

 

Nella schiera di questi uomini umili, che sono passati sulla terra senza far rumore per immolarsi per i propri fratelli con abnegazione feconda, il fondatore della Colonia Penitenziaria di Citeaux occuperà sempre un luogo privilegiato. Quanto ammirevole la sua opera! Ci attira con una viva simpatia il giovane orfano che procede nel cammino della vita senza guida, senza difesa, col volto splendente di questa dolce aureola: l'innocenza e la sofferenza. C'è però anche un'angustia più profonda, più pungente: quella del bambino povero, colpito prematuramente dalla cancrena del vizio e spinto alla ribellione, al disordine della vita, e, a causa dell'abbandono, inclinato fatalmente ad una perversione progressiva. Davanti a questa miseria, dolorosa fra tutte, l'abate Rey si sentì colpito da compassione immensa, commosso nel più profondo del cuore. «Questi bambini infelici, egli si disse in modo deciso, per Dio e per la patria io desidero lavorare per elevarli, per renderli onesti e degni della società, per la loro virtù. Anche se fosse necessario dare il mio sangue e la mia vita per questo, con l'aiuto della Provvidenza li salverò». Veramente fratello, col cuore di un San Vicenzo de' Paoli, di un de la Salle, di un de l'Epée, di un don Bosco, senza alcun altro mezzo se non quello della sua carità fiduciosa, si pose all'opera. Tosto la Francia vide sorgere questi rifugi penitenziari, meraviglie ben poco ricordate dal secolo XIX  che si chiamano Colonie di Oullins, di Citéaux, di San Genest-Lerpt. Sul finire del secolo XVII nasceva un bambino fra l'umile gente della provincia ecclesiastica di Lyon: un bambino che, cinquant'anni più tardi, avrebbe cacciato i profanatori del tempio dell'antica e celebre abbazia di Citeaux.

 

Il su nome: GIUSEPPE REY

Nacque il 5 gennaio 1798 a Pouilly-les-Feurs, in un'umile casetta di proprietà dei coniugi Giacomo Rey e Margherita Montmain. Secondo l'usanza delle famiglie cristiane dell'epoca, Giuseppe fu battezzato lo stesso giorno della nascita, nella storica chiesa del paese natale, dal rev. Padre Chirat, un missionario pieno di zelo e spirito cristiano. Ancora oggi si custodisce il fonte battesimale in cui il piccolo Giuseppe ricevette l'acqua del battesimo. Margherita Montmain e il suo sposo Giacomo Rey appartenevano ad una famiglia umile, ma cristiana, povera di beni materiali. In dieci anni di matrimonio, i coniugi Giacomo e Margherita si videro benedetti due volte dal cielo. La primogenita Giovanna restò sulla terra solo per 14 mesi per poi volare alla dimora eterna lasciando i genitori immersi nel dolore, però rassegnati alla volontà di Dio. I due sposi riposero la propria fiducia nel Signore e chiedevano che, per intercessione della Vergine, li benedicesse di nuovo. Questa benedizione si ebbe con la nascita del piccolo Giuseppe. Il padrino del bambino si chiamava Giuseppe e gli diede il proprio nome: il nome del padre putativo di Gesù. Quale nome migliore poteva convenire a colui che tosto sarebbe stato il Padre di tanti bambini poveri e orfani? Quando giunse il momento di dare un nome alla nuova famiglia religiosa, il Padre Rey non esitò un istante e la chiamò «Congregazione di San Giuseppe». Pouilly-les-Feurs, luogo di nascita del Padre Giuseppe Rey, ha una sua storia: quest'umile villaggio si trova in una località pittoresca del dipartimento della Loire. Secondo antiche tradizioni questo paesello faceva parte durante la dominazione dell'impero romano - della città di Feurs, che fu capitale della provincia di Forez. Il villaggio di Pouilly-les-Feurs era circondato da una muraglia. Ad una data distanza una dall'altra si aprivano porte grandissime, che ancor oggi si conservano perfettamente. Vi erano delle torri costruite dai monaci benedettini di Cluny che, nel Medio Evo, avevano là un monastero. Queste torri furono innalzate nel secolo XVI per proteggersi dalla invasione dei protestanti e calvinisti. I monaci benedettini furono la difesa di queste belle contrade. Le immense costruzioni che essi fecero e che hanno ispirato gli anni ed anche i secoli, ancor oggi testimoniano il loro zelo e la loro energia. Il monastero, costruito nell'anno 966, più di mille anni fa, divenne successivamente scuola e ospedale. Però l'eredità più grande e più preziosa che hanno lasciato questi monaci benedettini a Pouilly-les­Feurs è la bella chiesa. Costruita verso il secolo XI, presenta un insieme originale, mescolanza di vari stili architettonici. La torre quadrata che serve da campanile è d'una solidità a tutta prova. La cupola, il campanile monumentale e il suo stile, ricordano ai visitatori le basiliche romane. Il patrono è San Pietro Apostolo. In una delle strade del paese di Pouilly-les-Feurs ancora oggi si può vedere, sebbene riattata, la modesta casa natale del Padre Giuseppe Rey. Una placca in marmo, posta dalle sue Religiose, la distingue dalle altre case. In essa Giuseppe trascorse i primi anni di vita insieme alla mamma Margherita. Nonostante il tenore di vita povero, nel focolare non mancò mai il pane. Il bambino con cui il Cielo aveva benedetto questi sposi, formava la loro consolazione e la loro maggiore speranza. Di Giacomo Rey il figlio non conservò se non un ricordo vago, scolpito nella sua memoria grazie ad un episodio della sua tenera infanzia. Suo padre divideva il tempo tra il suo lavoro di tessitore e il lavoro dei campi. Molto spesso prendeva come compagno il figlioletto. Ma, poiché questi era assai piccolo, non riusciva a seguire in fretta il padre e correva dietro di lui, ma ben presto, stanco, si metteva a sedere per terra e chiedeva al padre di prenderlo in braccio; Giacomo Rey lo alzava dal suolo e, con attenzione e amabilità, lo metteva nel cesto in cui portava gli utensili del lavoro, poneva il cesto sul proprio capo e, così, faceva divertire e ridere il piccolo che godeva assai scuotendo la testolina per respirare aria pura e contemplare i campi. La famigliarità del padre e del figlio, però, non durarono a lungo. Giuseppe aveva soltanto due ani quando perse il suo caro padre. A 38 anni, Giacomo Rey lasciava una moglie molto giovane e un bimbo piccolino. Margherita Montmain accettò questa dura prova come proveniente dalla mano di Dio suo Padre e, come la donna forte della Sacra Scrittura, si impegnò con amore nel vegliare sul piccolo Giuseppe. Penuria e povertà si fecero presto sentire nell'umile e cristiano focolare. Margherita ha fiducia e chiede alla Vergine il suo materno aiuto. Dio aveva preparato alla vedova e all'orfano un protettore generoso nella persona del Reverendo Fessieux, un sacerdote venerando della parrocchia di Pouilly-les-Feurs. Ben presto egli notò il piccolo Giuseppe fra gli altri bambini della parrocchia per la sua puntualità alle funzioni religiose. Chiese allora alla mamma che il figlio entrasse tra i chierichetti. Giuseppe aveva solo sette anni. Il Reverendo Fessieux coglieva questa opportunità per portare aiuto al bambino e a sua madre.

 

COSE DA BAMBINI

Giuseppe cresceva come tutti i bambini della sua età: anche se subiva l'ascendente della vita di pietà della mamma Margherita, non gli piacevano le preghiere prolungate e aveva sempre fretta di terminare. Nella sua parte di chierichetto agiva in modo da rendere orgoglioso il parroco e la mamma, che si compiaceva nel vedere nel figlio la serietà di un bambino devoto e responsabile. Partecipava a tutti i giochi dei bambini della sua tenera età; ma se lo si voleva vedere contento, bisognava dargli delle palline per giocare. Questo lo rendeva felice, era un gioco che lo faceva davvero contento. Quando si comportava bene, sua madre lo premiava regalandogli palline colorate. Il bambino le stava a contemplare, poi le conservava in un sacchetto fattogli dalla mamma: «Guarda, mamma, guarda quante palline ho! oggi ne ho vinte alcune ad un compagno; però alcune ne regalerò ad un altro che perde sempre e gliele donerò per amore di Gesù!».

 

BAMBINO PRIVILEGIATO

Fra tutti i bambini del suo villaggio, Giuseppe Rey è il solo privilegiato: il suo parroco, l'abate Fessieux viene nominato Direttore del Seminario minore di Verrières e porta con sé il piccolo Giuseppe, per iniziarlo alle prime nozioni della lettura e della scrittura. Giuseppe aveva sette anni. Per la prima volta lascia sua madre, la sua casa, i compagni del paesello per iniziare una vita nuova in un ambiente diverso. Il bambino si aprì come un fiore sotto i raggi di un sole favorevole e lasciò che nel suo cuore docile e tenero penetrasse il bene ricevuto dal suo caro protettore. Due anni dopo il Padre Fessieux ritorna in parrocchia e il piccolo Giuseppe torna con lui da sua madre.

 

SPUNTA LA LUCE

In questo tempo lo zelante pastore e la madre del bambino lo preparano per il grande atto della Prima Comunione. «Mi ricordo - diceva il Padre Rey quando già era a Citeaux - delle preghiere prolungate di mia madre; ma la mia devozione non era pari alla sua... io avevo sempre fretta di terminarle». «Quanto si mostrava edificante - diceva suo cugino, il Reverendo Montmain - nel prepararsi alla Confessione». Giunse alla fine il gran giorno. Devoto come un angelo e accompagnato dalla sua madre esemplare, si accosta a ricevere Gesù eucaristico dalle mani del suo Padre, l'abate Fessieux, che era stato il suo protettore, maestro e padre spirituale, colui che più tardi sarà il suo collega e amico.

 

TEMPI DIFFICILI

Gli edifici vetusti del monastero dei monaci benedettini di Cluny, che erano serviti come asilo-scuola sotto la direzione dell'abate Fessieux, furono chiusi per ordine del governo nel 1811. Giuseppe Rey si sentì deluso nelle sue speranze; gli parve impossibile riannodare il filo interrotto dei suoi studi. Si mise ad aiutare sua madre lavorando per guadagnarsi il pane col sudore della sua fronte. Più d'una volta, mentre si dava alle dure fatiche, ricorderà con pena e nostalgia i giorni felici trascorsi nella scuoletta tranquilla di Pouilly e il suo buon maestro. Sono trascorsi anni molto difficili. La guerra antireligiosa è stata fatale per tutta la Francia e anche il suo caro villaggio ne ha subito l'influenza. Giuseppe aveva compiuto dieci anni. Frustrato il suo desiderio di continuare gli studi, non perde le speranze d'un giorno in cui si riaprirà la scuoletta dell'abate Fessieux, che funzionava nella casa parrocchiale.

 

PENSANDO AL FUTURO

Giuseppe Rey si trova ora nei primi anni dell'adolescenza, ha quindici anni... Comincia a pensare e a far progetti per il futuro; e si pone sempre la stessa domanda: «Cosa sarà nel domani?... quale deve essere la mia strada?...» Però Dio non si fa attendere, incrocia il suo cammino, illuminandolo con forza irresistibile. «A quindici anni - così dice il suo cugino l'abate Montmain - chiese a mia madre che gli celebrassi una Messa secondo le sue intenzioni per conoscere i disegni di Dio». L'abate Fessieux sarà l'uomo della Provvidenza, destinato ad orientare decisamente le aspirazioni di Giuseppe. Adesso si sente sicuro e forte tra le braccia dell'Amore e si dispone a seguire la propria sublime vocazione: «Essere sacerdote di Cristo».

 

VERSO LA META

Una seconda volta Giuseppe Rey viene inviato al Seminario minore di Verrières, ora però quale seminarista. Giuseppe Rey ha diciassette anni. E ora l'adolescente meritò di ricevere le più lusinghiere ricompense. Per questo Seminario minore sono passati anche il Santo Curato d'Ars, il suo grande consigliere spirituale, Champagnat e tanti altri sacerdoti, onore di questo Seminario e onore della Chiesa. Giuseppe Rey si fece apprezzare per l'equilibrio del suo carattere, l'apertura di cuore, l’entusiasmo nel gioco, la dedizione e la docilità verso i professori. La ristrettezza del luogo e la scarsità del cibo erano grandi in questo tempo, per cui i giovani sopportavano molte privazioni. In un'occasione il seminarista Giuseppe Rey si accusò davanti al suo Direttore di aver preso del pane. «Perché l'hai fatto, figlio mio?» «Perché avevo fame» rispose Giuseppe Rey. «Ebbene, caro figlio, continua pure e che questa azione non turbi molto la tua coscienza».

 

E'ACCOLTO NEL SEMINARIO DELL 'ARGENTIERE

Terminati nel Seminario minore di Verrières gli studi di retorica, all'inizio del corso del 1817, Giuseppe Rey viene accolto nel Seminario di l'Argentière (Rhone) per compiervi gli studi di filosofia. In questo Seminario frequentò un corso completo; al termine si diplomò in filosofia con una tesi meritevole di lode. Questo alunno - scrisse un giorno il Direttore del Seminario - giunse ad essere un sacerdote santo ed una delle glorie della Diocesi di Lyon. Il Seminario dell'Argentière si trova in una verde pianura. Tutto ci parla di un passato storico che ha lasciato tracce indelebili. La Chiesa del Popolo e il Castello sono costruzioni che stupiscono il visitatore. L'immagine della Vergine, scolpita nel legno, che domina nel Seminario, fu rifugio e conforto dei giovani studenti che, come il filosofo Giuseppe Rey, ricorrevano a Lei per implorarne la benedizione materna e riporre nelle sue mani la propria perseveranza.

 

NEL SEMINARIO MAGGIORE MENTRE SI AVVICINA ALLA META

Nel 1818 il giovane filosofo raggiunse i risultati necessari per essere ammesso nel Seminario maggiore di S. Ireneo a Lyon, per iniziare gli studi di teologia. Con grande gioia rivestì l'abito ecclesiastico. Restò tre anni in questo Seminario e i Superiori gli affidarono proprio la responsabilità che, per la sua indole, l'attirava meno. Sarà infermiere dei suoi condiscepoli, li assisterà con amore e in essi scoprirà Cristo sofferente. Offrirà loro tutta la propria carità di apostolo; imparerà a esercitare le opere di carità a cui consacrerà ben presto l'intera sua vita. Giuseppe aveva compiuto ventun anno e ancora non  aveva  ricevuto  il  sacramento  della Confermazione, per motivi politici che non l'avevano permesso.

 

GIUNGE IL GIORNO TANTO DESIDERATO

Il 17 giugno, festa della Ss. Trinità, era giunto per Giuseppe Rey il momento più solenne della sua vita. Il giovane diacono ricevette la Sacra Unzione: Giuseppe aveva fatto la sua Grande Scelta: «Cristo». Tutto il resto non aveva più senso. Aveva trovato la perla... il tesoro del Vangelo e aveva venduto tutto per acquistarlo: aveva scelto la parte migliore, che non gli sarebbe stata tolta. Ricevette, con la Sacra Unzione, un potere negato agli Angeli. Per la prima volta immola con le proprie mani la Santa Vittima. Quale spettacolo mirabile offerse, nel mese di giugno dello stesso anno, nella storica Chiesa del suo paese natale, Pouilly-les­ Feurs, assistito dal venerando abate Fessieux, ora suo collega, e alla presenza di Margherita Montmain, la madre  sua tanto  amata ed esemplare,  così profondamente commossa da versare lagrime di gioia e riconoscenza a Dio che aveva scelto il suo unico figlio quale suo ministro. L'abate Giuseppe Rey sembrava un altro uomo: raccolto, devoto, ardente del desiderio della gloria di Dio, abbandonato tra le braccia della Vergine, sua Madre del cielo.

 

VITA APOSTOLICA

Un mese dopo l'Ordinazione, i suoi Superiori lo assegnarono come Vicario della parrocchia di Nervieux, città posta in prossimità di Feurs. Sotto la direzione immediata del Parroco, egli cominciò a manifestare il proprio zelo sacerdotale. A neppure quattro mesi da quando era giunto a Nerveiux, il Parroco morì. Fu sostituito da un giovane sacerdote, per cui l'abate Rey venne destinato dai Superiori alla città di Saint Germain Laval, come Vicario. Per quattro anni si dedicò al nuovo ministero a cui dà tutto il suo zelo e amore apostolico. Lunghe ore in confessionale, sempre disposto ad accogliere chiunque avesse bisogno. Le anime accorrevano a lui per avere consiglio e conforto spirituale. Nei momenti liberi prendeva gli attrezzi e dava lezione di agricoltura agli uomini più sprovveduti. Non trascurava però, nel medesimo tempo, di dividere tra loro il pane della Parola di Dio e di portarli a trasformare il duro lavoro in lode al Creatore. Dall'altra parte egli stesso confida al cugino, l'abate Montmain: «Quando ho un po' di tempo disponibile, passeggio sulle sponde del fiume... mi incanta la solitudine». In queste passeggiate si raccoglieva in sante meditazioni, facendo progetti eroici. Desideroso di un ministerio più attivo, suo gusto era di ritrovarsi con uno dei suoi condiscepoli e compatrioti. Assecondando questi santi desideri che cercò di realizzare, chiese ai suoi Superiori il relativo permesso, che gli fu concesso e che aumentò nel suo spirito il desiderio della salvezza delle anime. Per attuare questo desiderio e permesso, lasciò la vicaria nel luglio 1825. Una volta a Lyon, attese con santa impazienza il momento di partire... ma Dio aveva i suoi disegni su questo sacerdote giovane ed entusiasta. Non tardò a cadere infermo e dovette trattenersi lì per ritrovare la salute malferma. I Superiori compresero che la salute non gli consentiva un così lungo viaggio e una vita così faticosa. Giuseppe Rey accetta la volontà di Dio, ma ha fiducia che un giorno potrà partire per la Cina e saziare l'incontenibile desiderio di salvare anime per Cristo. Pronuncia il fiat richiesto dalla volontà divina. Contro la sua volontà lo inviano come Vicario a Chaponost. Lì rimase per un anno, dando esempio di vita apostolica e di pietà profonda, vi trascorse l'anno 1826.

 

NATALE 1826

In questo Natale l'abate Giuseppe Rey venne eletto Parroco della piccola borgata di Miserieux, presso il fiume Loire. La sua abilità rende veneranda questa Chiesa di stile romanico, costruita in pietra. Il suo campanile richiama l'attenzione, perché si erge sottile e bello. Il nuovo Parroco svolse il suo apostolato per il bene dei suoi fedeli e le sue capacità di muratore per rimodernare l'antica Chiesa. Dopo aver celebrato il santo sacrificio della Messa l'abate Rey pareva un vero operaio. Con le proprie mani costruì una dimora degna della Regina del cielo. Anche oggi si può vedere la semplicità del suo stile. La casa parrocchiale di Miserieux nulla aveva di lussuoso: i mobili poveri e semplici di sua madre Margherita che era venuta a vivere insieme al suo caro figlio Giuseppe, costituivano tutto il suo addobbo. Il giovane Parroco manifestò tutto il suo zelo apostolico; come pastore delle anime e catechista entusiasta,  dimostrava  grande  interesse  per l'amministrazione dei Sacramenti. Un ministero così attivo e fecondo ben presto fu nocivo alla sua salute delicata. Perciò si trovò costretto a chiedere ai Superiori che gli permettessero di lasciare la parrocchia e prendere un po' di riposo così necessario per la sua salute scossa. Prima di lasciare la parrocchia di Miserieux si preoccupò per la sua anziana mamma e ottenne l'autorizzazione della Diocesi perché potesse essere rimpiazzato dal cugino, l'abate Montmain, che volentieri si incaricò della zia Margherita. Alcuni mesi più tardi il Parroco di Pouilly-les ­Feurs la riportò nel suo paese per offrirle un riposo sereno. Trascorse così i suoi ultimi anni nell'asilo-ospedale di quello che era l'antico monastero dei monaci benedettini.

 

RIPOSO E RIFLESSIONE

L'abate Giuseppe Rey, rassicurato sotto questo aspetto per la tranquillità della madre, si recò a Lyon, alla casa-riposo di Fourvière, e trascorse il tempo della convalescenza all'ombra del Santuario di Maria. In questa opportunità favorevole per continuare a studiare la propria vocazione, si sentì portato con insistenza a farsi missionario in terra cinese... ma la salute non glielo permetteva. Chiese allora al Signore di illuminarlo e di dargli i mezzi per realizzare questa partenza e, se fosse veramente la sua volontà, di nuovo pronunciò il suo fiat... Attese sereno e in preghiera l'ora di Dio, la manifestazione della sua volontà divina, lasciò tutto nelle mani di Maria. Ella, come buona madre, saprà condurlo nelle vie di Dio. Si sentì un po' meglio, il suo zelo non gli dava tregua; si presentò al Vescovo, Mons. de Pins, per chiedergli di occuparlo in un'attività per la salvezza delle anime. Intanto ricupererà la salute e potrà partire per le Missioni. «Abate Rey, lei chiede di evangelizzare degli uomini selvaggi?». «Oh, si, Monsignore. Per questo chiedo di partire per la Cina». «Figlio mio, io le proporrò delle donne selvagge. Lei avrà un vero campo di azione apostolica che sazierà i suoi desideri di evangelizzazione; potrà realizzare la sua vocazione missionaria». Immediatamente lo nomina Cappellano delle Religiose di Gesù-Maria, che hanno una casa-rifugio di ragazze sulla collina di Fourvière. Questa casa era un rifugio per ragazze pervertite, che le Religiose assistevano con una carità degna della loro fondatrice.

 

LA FONDATRICE DI GESÙ-MARIA

La Madre Maria di Sant'Ignazio apparteneva ad una ricca famiglia lionese e per realizzare le sue aspirazioni di fare il bene a vantaggio delle giovani vittime del vizio, aveva aperto a Lyon una casa-rifugio con questo scopo. L'abate Giuseppe Rey si interessò vivamente di questa opera e del suo fine attraverso alla Fondatrice, donna forte, che aveva grandi ideali apostolici e desiderio della salvezza delle povere giovani vittime del vizio e della povertà. Frequenti erano i suoi colloqui con la Madre Fondatrice e in essi andava scoprendo il proprio cammino provvidenziale. Si trovava nel proprio ambiente e il suo zelo apostolico cresceva ed egli vedeva in queste giovani le anime che Dio gli affidava per guadagnarle a Lui. Le Religiose si sentivano appoggiate alla propria attività missionaria e nel giovane sacerdote vedevano un inviato da Dio. Anche qui egli pone in evidenza le sue capacità di muratore e con la collaborazione delle buone Religiose e delle ospiti traccia il progetto per la nuova cappella della casa. La realizzazione di questa cappella fu la realizzazione di un gran desiderio della Madre Maria di Sant'Ignazio che, compiaciuta, vedeva il suo nuovo cappellano dedicarsi con amore a quest'opera, che sarebbe stata gradita ben presto al Re del cielo nella santa Eucaristia. In questa costruzione non si può trovare uno stile ricercato: tutto è semplice. la cappella fu una realizzazione. Ancora oggi si può apprezzare l'opera compiuta dal pio cappellano. Restò in questa casa cinque anni, lasciando esempio di virtù eroiche, con una vita sacrificata fino ai limiti del possibile e facendosi notare per la sua pietà. Durante la sua permanenza come cappellano alle Religiose di Gesù-Maria, morì la sua santa madre nell'asilo-ospedale di Pouilly-les-Feurs, nel 1834. Alcuni anni dopo, mentre era Superiore di Citeaux, cedette le sue sostanze, la sua casa paterna, a favore di questo asilo che aveva dato amorosa ospitalità a sua madre Margherita.

 

LA SUA VITA DI PIETÀ

La pietà che l'abate Giuseppe Rey era ispirata ai misteri più sublimi della religione. Sua  devozione  particolare  era  Gesù nell'Eucaristia. Nel celebrare la santa Messa - secondo testimoni del tempo - egli sembrava un angelo. La Passione del Signore gli suggeriva i sentimenti più teneri. Amava contemplare a lungo il Signore in alcune scene della Passione. La devozione alla Vergine crebbe assai in lui da quando visse presso il santuari di Fourvière, consacrato a Maria. Là aveva molteplici opportunità di celebrare il santo sacrificio della Messa nel santuario della Vergine Nera. La dimensione ridotta del suo orfanotrofio non limitava la sua abnegazione; la sua carità lo aveva reso popolare in tutto il quartiere nel quale esercitava una grande influenza.

 

L'INSURREZIONE DI LYON NEL 1834

Ci fu poi la terribile insurrezione dell'aprile 1834. Lyon vide insanguinate le sue strade, le colline di Fourvière in potere degli ammutinati, il suo antico Santuario, sacra salvaguardia della città, trasformato in arsenale e piazza d'armi. Come ultima disgrazia, il Santissimo Sacramento restava prigioniero nel tabernacolo, esposto a tutti i sacrilegi, Cosa fare per portarlo via? Da un lato, questo non sarebbe stato senza pericolo; dall'altro poteva essere un tentativo inopportuno. Non sarebbe stato occasione di una profanazione neppure immaginabile?

Riflettè e decise! In questo tempo, tra i fucili e le baionette, un uomo, un sacerdote, si avvicina alla porta del Santuario. E' l'abate Rey. Il suo atteggiamento impone rispetto, il suo sguardo esprime fiducia. Annuncia che viene come parlamentare e spiega la sua richiesta in due parole. Bastano per suscitare nel cuore di quegli esaltati che l'ascoltano sentimenti di religiosità naturale; man mano che parla, egli osserva le occhiate feroci che si raddolciscono e i fucili puntati contro di lui lentamente si abbassano. «Dove porterete il Santissimo Sacramento?» chiese alla fine un operaio. «Se lo permettete, lo porterò a casa mia». Un silenzio di approvazione fu la risposta. «Amici miei, - continuò l'abate Rey - il Santissimo Sacramento è il Dio della vostra Prima Comunione. Lo porterò sul mio petto, senza nessuna cerimonia, se lo desiderate e lo chiedete, per non disturbarvi». «No, no, signor abate, - disse allora una voce - piuttosto, come nella festa del Corpus Domini! Io sono stato chierichetto e porterò il turibolo». Altri si offrono per portare le candele e il baldacchino. Si sospesero le ostilità, si organizzò la processione e si vide il Dio dell'Eucaristia portato dall'abate Rey mentre passava in trionfo in mezzo all'esercito dell'insurrezione, allineato come scorta d'onore. Giunto non lontano dal suo orfanotrofio, l'eroico sacerdote vide venirgli incontro le sue Religiose. «Amici miei - disse allora volgendosi agli insorti- avete compiuto molto bene il vostro dovere. Ora tocca a queste donne compiere il proprio. Però prima, per ringraziarvi, io vi benedirò tutti. Lo gradite?». «Sì, sì! Viva il signor abate!». «Presentate le armi! Inginocchiatevi!» gridò con voce potente il Comandante del distaccamento. E l'abate Rey impartì la benedizione. La Rivoluzione aveva già segnalato fra le altre opere l'orfanotrofio come luogo che doveva essere saccheggiato e distrutto. Però il loro cappellano stava attento. Quando la massa minacciosa e vociferante dei sediziosi si presentò alla porta dell'orfanotrofio di Gesù-Maria e spalancò la porta: «Entrate amici miei» disse l'abate Rey a questi furibondi con franca bontà. Offre loro una fresca bevanda e tutto ciò che essi chiedono. La truppa si mette a bere e nel frattempo l'abate spiega loro che cosa è un orfanotrofio. «Noi strappiamo queste ragazze alla miseria, le educhiamo in modo che un giorno possano essere le vostre spose, intelligenti, lavoratrici, capaci di sacrificio, degne di voi. Sareste contente se le lasciassimo prigioniere della fame e del vizio?». I sediziosi si ritirarono con ammirazione, senza aver distrutto nulla. La maggior parte di loro stringeva la mano al cappellano.

 

SUGGERIMENTI DI UN AMMUTINATO

Il  primo  segno  della  sua  vocazione provvidenziale si manifestò all'abate Rey durante questi giorni di insurrezione sociale. «Quello che fate per le ragazze abbandonate - così gli disse un insorto, di cui egli aveva conquistato il cuore - perché non lo fate anche per i ragazzi?».  Queste parole penetrarono nel suo cuore come una freccia. Perché, infatti, migliaia di ragazzi cadono nel vizio e nel delitto? Perché, caduti una volta, sono portati a ricadere così sovente? Non è per caso la mancanza di una mano paterna che li guidi e li conduca all'ovile? La mancanza di una educazione che li abitui al lavoro, all'obbedienza? Che suggerisca loro il senso del dovere e della responsabilità morale? Quale opera è più necessaria di questa? Quale missione più bella, più cristiana, più patriottica, più necessaria in questo secolo di crisi politica e sociale? Da questo momento, come in altri tempi la valida pastorella di Domremy, l'abate Rey «ascoltò le sue voci misteriose» che lo chiamavano alla salvezza dell'infanzia sviata. Si mise a cercare per le vie di Lyon e ad accogliere a casa sua i vagabondi senza focolare, i ragazzi viziosi o accecati dal vizio, i piccoli monelli ribelli. Aveva un'abilità meravigliosa e straordinaria nell'interessarli, istruirli, catechizzarli, divertirli. Nello stesso tempo esercitava su di loro un ascendente irresistibile. Così la sua casa divenne rapidamente il luogo d'incontro di tutti i disgraziati del quartiere. Ben presto questi si trovarono pigiati nei locali, per il loro gran numero. Infine la casa non fu abbastanza grande per accogliere tutti coloro che bussavano alla sua porta. L'ora era giunta. L'abate Rey comunicò ai Superiori ecclesiastici il grande piano che portava in cuore:  fondare una sorta di rifugio in cui i ragazzi, vivendo come in famiglia, fossero occupati in un lavoro continuo nella campagna: 'spada e aratro'! esclamava Bugeaud in Argelia: con la spada e l'aratro! Con la croce e l'aratro! disse l'abate Rey. Risanare moralmente mediante la religione e il lavoro! Questo  profondo  progetto  fu  compreso dall'Arcivescovo di Lyon. In questo stesso momento un grande cristiano di Lyon, M. Périsse, figlio maggiore, libraio, pensava di creare un rifugio per i ragazzi. «Saremo pronti - disse l'abate Rey - però manca un uomo per la direzione». «Se lo volete, io sarò questo uomo». «Lascerebbe le sue orfane?» «Per un'opera simile, sì!». «Bene. Tornate domani alla tre!». L'indomani l'élite dell'alta società di Lyon si pigiava nei saloni del Sig. Périsse. Il cappellano delle orfane espose il suo progetto, fu vivamente applaudito, e la nuova opera fu decisa. Poco tempo dopo si acquistò a Ouillins (Rhone) la proprietà Monduteigny, e l'abate Rey l'iniziò con il nome di 'Rifugio San Giuseppe' la prima colonia agricola fondata in Francia nel 1835. I giovani detenuti del dipartimento del Rhone, gli orfani di Lyon e i ragazzini raccolti per via confluivano là. Il loro numero raggiunse rapidamente i 150. Con loro l'abate Rey cominciò a lavorare come un padre in mezzo ai suoi figli, formandoli soprattutto mediante i suoi esempi. A forza di amarlo, insegnò loro a obbedirlo, a lavorare, a credere, a pregare. «Amiamo Dio, ha detto San Vincenzo de' Paoli, però a prezzo delle nostre braccia e col sudore della nostra fronte. L'amore di cui Dio ha bisogno è l'amore che lavora». L'abate Rey si offrì a Dio nei suoi ragazzetti. Nutre e cura i loro corpi, stimola il loro spirito, eleva il loro cuore, purifica la loro coscienza. Rivela loro il vero Dio ignorato da loro fino a questo momento, il Dio giusto, però Padre al di là ogni bontà infinita che riversa su coloro che Lo pregano e Lo amano. Dice queste cose nei suoi insegnamenti, ma la sua vita l'afferma con ancora maggior eloquenza. Così, in queste anime rinnovate, di cui il vizio ha intaccato solo la superficie, la cura morale e la trasformazione fu rapida e prodigiosa. In brevissimo tempo l'abate Rey volse queste anime a Dio e alla virtù. Le prove, comunque, non mancarono al rifugio nascente. In primo luogo, si organizzò un complotto interno, per minarlo alla base, facendo sparire tragicamente il Fondatore e i suoi aiutanti. Una domenica si faceva un piccolo pranzo nella casa in onore di alcuni Benefattori. Gli invitati erano allegri, quando nel bel mezzo del pranzo si serve un piatto di maccheroni. Il piatto circolò fra i convitati e il Padre Rey mangiò per primo. Quasi nel medesimo momento fu preso da dolori atroci, violenti. «Fermatevi,  signori    esclamò -  siamo avvelenati!». Il sig. Bonnefoy, medico della casa, era fra gli invitati. Infatti constata immediatamente che una mano criminale ha mescolato arsenico ai maccheroni e in dose forte. Grazie a un antidoto poderoso, il Direttore del rifugio e i suoi ospiti riuscirono a salvare la vita, ma contrassero una predisposizione alle malattie intestinali. Dapprima la povertà era tale nel rifugio che gli aiutanti più d'una volta soffrirono la fame. Nel giardino del rifugio c'erano patate lasciate dal proprietario precedente. Durante il primo inverno venivano raccolte sotto la neve ed era questo il loro nutrimento. Ed era tuttavia necessario mangiarle razionate. Se non si mangiava tutto nel primo pranzo, il Padre Rey, riponendo il resto delle patate sulla credenza, diceva: «Il primo tra noi che avrà maggior fame, ne mangerà una». Per nutrire i suoi orfani, il coraggioso Direttore del rifugio non esitava a trasformarsi in mendicante. Tutta la gente contribuì, non eccettuata la sua famiglia, che non era ricca. Suo cugino, l'abate Montmain, un venerando anziano di ottanta anni, dispensato dal ministero pastorale per l'età, scriveva un giorno che l'abate Rey gli aveva chiesto del denaro per acquistare una mucca, garantendo che glielo avrebbe restituito. Quando il Padre Rey ricevette il denaro, scrisse al suo cugino comunicandogli che la mucca era stata comprata e che gli poteva scrivere una lettera di credito a San Giuseppe, col denaro che gli aveva assicurato di rendere. Il buon vecchio rise anche di quest’avventura. Talvolta l'abate Rey usciva al mattino presto da Oullins fino a Lyon a piedi e andava a battere alla porta dei ricchi della città. Se, nel mezzo del suo andare e venire eroico, era preso da sgomento, pensava allora ai suoi ragazzi. Se la fame era troppo grande, si sedeva allora su una panchina solitaria ed isolata d'una grande piazza, prendeva dalla sua tasca un pezzo di pane e lo mangiava in fretta, per poter così continuare la sua strada. A notte tornava stanco, affamato, sudato, polveroso, celando talvolta nel proprio intimo amare delusioni, ma sempre col volto sorridente. In un salotto lussuoso, dopo un banchetto, è cosa molto facile e assai frequente impietosirsi con forti lamenti per l'infelicità dei disgraziati di questo mondo e lodare con frasi eloquenti l'abnegazione nascosta e le privazioni eroiche in favore dei poveri. Però è più raro in realtà essere personalmente generoso. Quanti parlano in modo ammirevole della beneficenza ma, giunto il momento, non mettono in pratica tale generosità! Nel freddo intenso dell'ultimo inverno, una grande dama venne condotta a visitare una di queste case gelide. «Dio mio! povera gente! - disse a chi l'accompagnava - Sarà necessario che io invii loro un po' di legna». Di ritorno a casa sua, l'elegante signora si sdraiò sul suo morbido sofà presso un buon fuoco. «Sarà necessario a qualcuno le dice - mandare la legna a quella povera gente?». «Aspettate  rispose - non c'è fretta; mi pare che ora faccia meno freddo». L'abate Rey si trovò più di una volta di fronte a persone caritatevoli come questa! Però nella cattolica e antica città di Lyon, culla dell'Opera Propaganda della fede, i cuori delicati e generosi furono molti e il Direttore di Oullins incontrò gran numero di tali persone che appoggiarono la sua opera. Dio gli ottenne anche aiutanti. Il primo fu un giovane savoiardo. In cerca di lavoro a Lyon, questo giovane si indirizzò all'abate. Desgeorges, che lo inviò al rifugio di San Giuseppe. Il savoiardo andò a chiedere all'abate Rey se aveva del lavoro. «Si, amico mio, per tutto il tempo che vorrai». Poiché non si era fatta parola circa il salario, il giovane glielo chiese. «Sta' sicuro che sarai pagato bene». Dicendo questo il Padre Rey condusse fino al giardino il giovane operaio che vi rimase lavorando per tutto il giorno, e così nei giorni successivi. Alla fine di alcune settimane, testimone sempre più commosso dell'abnegazione del Padre, della bellezza della sua opera, il savoiardo comprese che a una tale persona non si doveva chiedere denaro. Gli offrì il poco che aveva, promettendo che l'avrebbe aiutato con tutte le sue forze, chiese di rivestire l'abito di Fratello di San Giuseppe. Dopo sei mesi di prova, l'abate Rey lo ricevette. Questi è il primo collaboratore a cui diede l'abito religioso. Fratel Biagio, come fu chiamato, fu posto a capo della calzoleria, in cui insegnò il mestiere a diversi ragazzi. Presto si presentarono altri Fratelli. Si associarono a loro sacerdoti, tutti per fare a gara con lo spirito di sacrificio del bravo Fondatore. Il numero dei Postulanti giunse a 40. L'abate Rey, al principio, si era dato al lavoro in cucina, nella lavanderia, ecc. al servizio umile delle Suore di San Giuseppe dei Cistercensi. Decise ben presto di formare per le sue case Religiose speciali. Il cardinal de Bonald che aveva detto: «Non ci saranno mai Religiose fra questi bricconi!» alla fine diede il proprio consenso. Il Clero di Lyon, il Curato d'Ars, mandarono allora al Padre Rey numerose giovani lavoratrici come Postulanti. La prima vestizione delle Suore di San Giuseppe avviene il 2 febbraio 1845. Il Noviziato fu ben presto pieno. Dieci anni dopo la sua fondazione, il Rifugio di Oullins poté, come un albero, essere giudicato dai suoi frutti. Dei molti ragazzi giunti al Rifugio come incorreggibili ne uscirono trasformati in operai sinceramente onesti e cristiani. Facevano onore ai loro maestri e benefattori. Ciò che ora riferiremo dà un'idea di molteplici casi simili. Un giorno una vedova afflitta conduce contro il suo volere a Oullins il figliolo di 16 o 17 anni di età. L'intelligente Direttore, al primo sguardo, lesse sul volto del giovane i segni di una profonda demoralizzazione, sentimenti di odio, di vendetta, di furore, concentrati a tal punto che ne fu preoccupato. Mentre la madre, piangendo dà relazione sommaria della condotta del figlio, questi, a gambe incrociate, col cappello sul capo, ascolta in apparenza tranquillo. Per il suo sguardo focoso e il suo digrignar di denti, si può intuire l'agitazione che cresceva nel suo animo infiammato. Il Padre fa finta di non notare niente. «Vostro figlio non è stato capito dai suoi Superiori - disse alla madre - è stato offeso dai suoi compagni di collegio. Da ciò derivano tutte le sue disgrazie. E' meglio che non si preoccupi di questo». E comincia a esprimere al giovane tante prove di bontà, di tenerezza, di fiducia, che egli resta meravigliato e a poco a poco commosso, cessa il proprio atteggiamento insolente, si toglie il cappello, e alla fine si dichiara vinto. Dopo un istante, toglie dal seno due pistole e, consegnandole al Padre Rey, gli dice: «Prenda, una pistola era destinata a lei e l'altra a me. Però, ora tutto è finito, mi sottometterò a tutto ciò che lei disporrà». «Almeno le pistole non sono cariche». «Non sono cariche?». Di fronte c'era una porta. Il giovane puntò le pistole, si udirono due detonazioni e due fori nella porta testimoniarono che le pallottole l'avevano trapassata. Alcuni anni dopo, il Padre Rey stava passando per una piazza di Lyon. Si sentì chiamare. Un signore si getta al suo collo, l'abbraccia commosso, lo chiama 'Padre'. «Chi sei tu?» chiese il Padre Rey. «Come? Non riconosce più il suo antico Fernando? Sono sposato, ho figli. Lei deve venire a casa mia: si trova in questa borgata». Il Padre Rey lo segue e Fernando chiama sua moglie e i suoi figli: «Venite a vedere il vostro Padre! Figli miei, venite ad abbracciarlo. Senza di lui io dove sarei?». Fernando era il giovane delle pistole, convertito in un eccellente padre di famiglia e Direttore di una grande casa commerciale. Simili sorprese erano abituali, per cui il Rifugio di Oullins conquistò presto l'ammirazione e la simpatia pubblica. Dal 1845 la Congregazione di San Giuseppe era definitivamente costituita, ed era composta di Padri, tutti sacerdoti, di Fratelli, di Religiose. Ognuno aveva una missione diversa, anche professando la stessa Regola e obbedendo allo stesso Superiore. Nello stesso tempo abbondavano le vocazioni di anime desiderose di sacrificio che venivano da ogni parte, offrendo il proprio aiuto. Con la speranza di un bene maggiore, l'umile e infaticabile Fondatore sognava di dare un nuovo impulso alla sua opera, quando la Provvidenza venne in suo aiuto.

 

NON HO NEMMENO UN CENTESIMO

L'Abbazia di Citeaux, fondata nel 1098 da San Roberto di Molesme, durante parecchi secoli fu cenacolo di persone eminenti, di dottori, di santi e brillò come un faro sopra tutta l'Europa cristiana. L'ordine dei Cistercensi era composto da monasteri di 1800 uomini e di 1400 religiose, quando il vento della rivoluzione del 1789 trasformò in una rovina e in un grande deserto l'antica abbazia che era stata svenduta. A poco a poco, la grande proprietà finì col cadere in mano degli Inglesi, discepoli di Saint Simone e di Fourier. Lì, dove i santi Alberico, santo Stefano e san Bernardo avevano dato sublime esempio di lavoro, della penitenza e dell'orazione, i fratelli Young sognarono di stabilire una comunità secondo il sistema di Fourier. Il progetto riuscì. Ma in breve tempo, la folle impresa crollò sotto il doppio peso del ridicolo ed un enorme deficit. In questo tempo, passando un giorno per una via di Lyon, Padre Rey fu interpellato da un negoziante che lo condusse a casa propria. «Padre Rey, sa che Citeaux è in vendita?». «Perchè?». «Ecco... che magnifica colonia agricola Citeaux sarebbe!». «Senza dubbio. Ma lei parla ad un uomo che non ha in tasca nemmeno dieci centesimi. E come proponi che questo uomo compri una colonia? Quanto vale Citeaux?». «Circa un milione». Udendo questo, Padre Rey mosse verso la porta, contrariato per gli importuni, quando il commerciante lo chiamò, si sedette un momento alla sua scrivania e poi gli tese un foglio di carta su cui aveva scritto: «Sottoscrizione  per  acquistare  Citeaux,  per trasformarla in una colonia agricola. M.L. 50.000 franchi». L'abate Rey non aveva più fretta di andar via. Pensando al numero di ragazzi innumerevoli che Citeaux gli avrebbe permesso di accogliere, pianse di gioia. Il generoso negoziante, il sig. La Forte, era quello che gli aveva dato già 10.000 franchi per Oullins. Il Padre Rey andò via pieno di speranza e passò il resto della giornata a presentare il foglio delle sottoscrizioni ad un certo numero di famiglie ricche del quartiere Bellecour. La stessa notte,  la sottoscrizione raggiungeva già i 300.000 franchi. La vendita di Citeaux si realizzò nel tribunale di Beaune dinanzi a un giudice. Quando si vide là un sacerdote dal portamento così semplice e così povero che si presentava per un acquisto di tale importanza, si ebbero dubbi sulla sua solvenza. «Lei ha di che pagare?» chiese il presidente al Padre Rey. «Signore, non ho un centesimo». «Come? Non ha un centesimo e vuole comprare Citeaux?». «Non ho un centesimo, ma questo signore si impegna a pagare al posto mio». Indicava il sig. Mathieu, un possidente di Lyon che l'aveva seguito a Beaune e che aggiunse: «Si, signori, se l'abate Rey non paga, pagherò io». Fu fatto l'acquisto e nel giugno successivo nel 1846 il Fondatore di Oullins andò a prendere possesso di Citeaux, in nome della carità cristiana. E la meraviglia non fu piccola in tutta la regione, quando il povero sacerdote giunse al monastero col suo bastone e il suo umile bagaglio, seguito da compagni altrettanto poveri. Però, quando si vide che dava asilo ai condannati dalla giustizia, a ragazzi puniti come ladruncoli, respinti dalla società e dalle famiglie, allora la meraviglia lasciò posto alla più grande sfiducia. La colonia di Citeaux, come l'abate Rey la chiamò, si popolò un po' per volta: dapprima da parte di ragazzi condannati dai tribunali alla rieducazione nel riformatorio. Poi dai ragazzi di famiglie onorevoli, caduti molto presto nel disordine e per i quali le famiglie sollecitavano l'ammissione nella colonia. In un terzo tempo, per poveri vagabondi, per lo più orfani raccolti qua’ e là e che avevano bisogno urgente di esseri protetti dai peggiori istinti. In dati tempi il numero dei ragazzi oltrepassò i 900. Nel 1865 una relazione del Direttore della colonia al Consiglio di Vigilanza ci dice che, su 585 membri della colonia, 57 erano stati condannati in giudizio per vagabondaggio, 25 per mendicità, 217 per furto, 9 per ferite, 14 per incendi, omicidi, ecc., 263 erano stati inviati da altri ospizi o dalle famiglie per essere corretti dai loro vizi o cattiva condotta. Gli ospiti del riformatorio erano così divisi: dai 5 ai 10 anni di età in numero di 25; 300 dai 10 ai 15 anni; 260 dai 15 ai 20 anni. Con simili lavoratori il Padre Rey iniziò il restauro degli edifici: canalizzazione delle acque, allevamento degli animali, coltivazione degli orti, cura dei giardini, ecc. Uno si chiede come poté Padre Rey organizzare l'obbedienza, l'ordine, il lavoro e come la colonia poté non essere distrutta da simili operai! Quando il Fondatore di Oullins, nel 1835, per la prima volta prospettò ai magistrati di Lyon il suo progetto di riformatorio speciale: «Via, signor abate! - gli fu risposto   Lei scherza! Con mezzi correzionali potenti noi abbiamo un bel da fare per dominare questi piccoli monelli; e lei, senza gendarmi, senza guardiani, senza muraglie né serramenti, pretende di raggiungere questo fine?». E' una utopia! L'abate Rey tornò alla carica, espose in modo più chiaro i propri intenti, infine parlò così bene che gli fu affidato, non senza timore, una dozzina di piccoli cattivi soggetti. Alcuni mesi dopo, non si rideva più. Era un tale prodigio, che gli si presentarono tanti ragazzi che non si poteva riceverli tutti. «Ci sono fra di voi degli apostoli di Dio - diceva un giorno il rivoluzionario Rattazzi a un santo sacerdote - avete una forza morale misteriosa ben più grande di tutta la forza materiale di cui disponiamo noi. Potete regnare sul cuore dei giovani e penetrare nelle coscienze umane. Noi non lo possiamo; è cosa riservata al potere vostro». Questa confessione del famoso statista italiano spiega la storia di Oullins, di Citeaux e di tutte le realizzazioni dell'abate Rey. Abbiamo lasciato intravedere, in queste grandi linee il piano del suo metodo particolare di rieducazione, di riforma dei giovani. Ci rimane da esporre l'organizzazione pratica, ben presto imitata da tante altre istituzioni.

 

UN ESERCITO D 'AMORE

E' un principio che un esercito vale quanto valgono i quadri dei suoi comandanti. Secondo questo, il quadro dell'esercito dei detenuti in un riformatorio consiste nel suo personale direttivo. A Citeaux esso è composto dai Padri, Fratelli e Suore dell'Istituto di San Giuseppe, il cui Superiore è il Direttore della colonia. Fra tutti i maestri c'è poi una mirabile unità d'intenti di spirito e di metodo. Nel 1869 i Padre erano sei, i Fratelli e le Suore erano duecento. «E' secondo l'età e lo sviluppo fisico e morale che si classificano i ragazzi» - ci dicono le relazioni del Direttore della colonia. Vi sono tre divisioni, più una di tutti i piccoli, che si chiamava Asilo, affidata alle Suore. La direzione religiosa e morale di ogni divisione è  affidata  ad  un  sacerdote  che  chiamano affettuosamente col nome di Padre. A capo di ogni divisione un fratello centralizza la direzione disciplinare sotto l'autorità del Direttore. Ogni divisione è suddivisa in sezioni più o meno numerose, secondo le necessità del lavoro e dei lavoratori. A capo di ogni divisione c'è un Fratello che guida i ragazzi e veglia su di loro, insegna loro a lavorare e lavora con loro, li riprende, li anima, segnala il voto che ciascun alunno ha meritato ogni giorno e dà la propria informazione al capo-divisione. In ogni divisione è eletto fra gli alunni più capaci e intelligenti un dato numero di capi, chiamati aiutanti. La loro funzione consiste nell'aiutare i Fratelli e sostituirli nella vigilanza e nella direzione dei lavori e nell'osservanza della disciplina. Come distintivo hanno un fiocco rosso sul cappello. Como si vede, l'autorità superiore sta nelle mani dei Padri, ma si esercita soprattutto per mezzo dei Fratelli. Il Fratello, così come è stato formato dall'abate Rey è, così ci pare, la più bella invenzione di Citeaux, l'ingranaggio essenziale della colonia: cosa che manifesta il segreto dei suoi mirabili risultati. In altro tempo, la Chiesa aveva stabilito ordini religiosi militari; crea ora gli ordini attivi. Per nobilitare il lavoro e la povertà, Cristo scelse di essere povero e operaio. Per imitare Cristo, salvare le anime dei detenuti e nello stesso tempo per togliere alla loro patria un pericolo sociale, il Fratello si fa come lo stesso detenuto, diventa come lui povero, obbediente, lavoratore. L'esempio, nel bene come nel male, è ciò che esercita il maggior potere. Per conquistare il ragazzo al cammino della virtù, per orientarlo al lavoro, farlo progredire con coraggio nel campo del lavoro, come sul campo di battaglia, il segreto non sta nel dire: Avanti, camminate! ma piuttosto: Avanti, camminiamo! Guardate questa squadra di muratori che si arrampicano sulle impalcature. Guardate nel posto più faticoso e pericoloso: questo uomo è l'abate Rey, che con la cazzuola di muratore o col martello in mano lavora così alacremente. Nulla all'esterno e nel suo abito lo differenzia dai suoi compagni di lavoro, nulla se non la destrezza con cui maneggia i suoi utensili, perché lavora con maggiore abilità, aiutando quelli che esitano, orientando quelli che sbagliano e animando quelli che vacillano. «C'è lì il Fratello, c'è il capo della squadra; e mediante questi segni riconoscerete ugualmente tutti gli altri nelle diverse mansioni agricole e industriali. Non cercherete nel loro intimo né nel loro abito il distintivo del loro compito. Portano lo stesso cappello di paglia, la stessa blusa, gli stessi calzari; mangiano lo stesso pane; dormono in letti uguali, vivono una vita identica in tutto... Questi Fratelli si sono fatti muratori, carpentiere, fabbri, sarti, zappatori, birrai, panettieri, vignaioli, soldati istruttori, ecc. per bastare a se stessi in tutte le necessità della casa e per dare a ognuno dei detenuti il lavoro che gli è più consono secondo le sue capacità e che gli consentirà di vivere onestamente alla fine della sua detenzione. Sono le loro braccia che consentono alla colonia di vivere; son loro che l'abitano, la sostengono; sono le loro braccia che hanno risanato le sue praterie, resi fecondi i suoi campi, creato i suoi giardini, costruito le sue case, fabbricato i suoi utensili per coltivare; sono loro che garantiscono il sostentamento di tutti i ragazzi, insegnando loro un mestiere. Questo quadro della vita dei Fratelli riflette quella dei Padri. Lo stesso cibo, lo stesso letto austero, la stessa abnegazione. «All'interno della colonia - scriveva nel 1865 il sig. Michel - l'abate Rey porta lo stesso abito dei Fratelli. C'è una sola diversità: il suo cappello di paglia e la sua blusa sono più rovinate dalle intemperie e dalla fatica, perché egli dà a tutti esempio nel lavoro. E' il primo che si alza e l'ultimo che si corica, iniziando il lavoro quando è necessario, avendo occhio a tutto, vigilante e saggio, insieme agricoltore, industriale, negoziante, amministratore, e sempre sacerdote e padre; trae dalla sua ardente carità una forza ed un'attività tale che uno si stupisce nel constatarla a tal punto in un corpo che sopporta il peso di tante fatiche e di tanti anni. Lo vedrete di preferenze là dove c'è un lavoro difficile e faticoso, che occorre terminare, là dove è necessario un esempio di animazione o di pazienza per incoraggiare coloro che lavorano. Lo distinguerete fra tutti, non per il suo vestito che è uguale a quello degli altri Fratelli, ma piuttosto per il suo slancio, per la sua letizia comunicativa, per la semplicità dei suoi modi, per l'autorità della sua parola, del suo sguardo, del suo atteggiamento, per la sincerità della sua fisionomia, la cui espressione spirituale, franca e simpatica, attira di volta in volta fiducia e rispetto, ed esprime l'ascendente che esercita sopra tutti coloro che si avvicinano a lui. Il suo esteriore ricorda quello di san Vincenzo de Paul e del Fratello Filippo: ossia non si fa notare per la grandezza della persona, né per la regolarità dei lineamenti. Però sotto questa apparenza povera, sotto questo abito modesto, sotto queste apparenze rustiche, appaiono le ricchezze interiori dell'anima in tutti gli atteggiamenti e vedendolo agire e udendolo parlare, riconoscete subito in lui l'apostolo il Fondatore, l'uomo delle azioni buone e delle grandi imprese». Ascoltiamo questa relazione tipica di un giovane detenuto a un visitatore della colonia: «Un giorno la mia squadra fu incaricata della pulizia d'una fogna. quando giungemmo li davanti, il fango era così ripugnante ed emanava una tale puzza che nessuno voleva accingersi al lavoro. La maggior parte non faceva che volgere indietro il capo ed esitare; io, spinto dalla mia ribellione, gridavo con forza che si voleva asfissiarci e che, anche se mi avessero incatenato e picchiato, non avrei posto mano ad un lavoro così sudicio e dicevo agli altri che sarebbero stati dei vigliacchi se si fossero sottomessi. L'abate Rey aveva visto quanto accadeva, aveva udito le mia parole. Mi si avvicinò e prese la pala che io avevo nelle mani. Io credevo che probabilmente voleva spezzarmela sulle spalle, come meritavo. Nulla di tutto ciò! Quando l'ebbe in mano, si calò risoluto nella fogna, col fango fino al ginocchio e, senza dire una sola parola né a me nè agli altri, cominciò a pulir la fogna, gettando sul prato la sporcizia contaminata della fogna. Se mi avesse picchiato con una mazza, non avrei preso una così immediata decisione. Mi precipitai al fianco dell'abate Rey, dove già stavano i miei compagni, e piangendo lo supplicai che mi consegnasse la pala e se ne andasse. 'No, mi rispose lui con dolcezza, ma con una fermezza che mi chiuse la bocca. No! Tu non hai voluto servirti della pala per fare il tuo dovere; lo farò io al posto tuo e non te la darò fino a che non sia terminato il lavoro. Tu puoi andartene a riposare!'. Oh, Signore, dire ciò che passò in me non sarà possibile. Se non mi avesse usato la carità di porgermi un'altra pala, mi sarei gettato ai suoi piedi in quel fango e da solo avrei pulito la fogna e tolto il fango con le mie due mani. Restò con noi fino alla fine e potete immaginare se la fogna fu ripulita bene e in breve. Dopo rimase in silenzio e non mi disse mai una sola parola circa questo fatto... Quando mi trovo di fronte ad un lavoro duro, non faccio altro che pensare alla lezione e all’esempio dell'abate Rey e questo mi basta».

 

DALL'AURORA

La riforma e l'educazione degli ospiti di Citeaux ha inizio fin dalla tenera età. Un grande edificio separato, con un grande cortile interno, sta riservato specialmente alle Religiose. Vi sono sistemate le cucine, coi forni a vapore, la lavanderia, la stireria, ecc. e l'asilo. Le Suore vi hanno la vigilanza e la direzione di tutti gli alunni più piccoli. A un bambino di sei anni manca l'amore e l'attenzione di una madre. Lì trova nel cuore delle buone Suore. Dolcemente, ma al momento giusto, esse lo iniziano al lavoro. Vedi attorno a una grande tavola, nella cucina, questo gruppo di quindici o venti bambini allegri. Puliscono le foglie di un cavolo cappuccio o d'insalata, sgranano i piselli, sbucciano le patate, ecc. Si insegna loro a leggere. Quando  lascia  l'Asilo,  l'alunno  viene incorporato nella divisione dei piccoli, dei mezzani e dei grandi. Se è possibile, si lasciano liberi di scegliere il proprio lavoro, anche se la maggior parte si orienta verso l'agricoltura. Il terreno che appartiene alla Colonia comprende 211 ettari di terra da arare, 124 ettari di prateria, 15 di giardino, 16 di vigneto, 15 di bosco. La Colonia, nel 1869, alleva 70 mucche, 18 buoi, 20 cavalli, 10 muli, 300 pecore, 80 maiali, 200 galline. Centosedici ragazzi erano occupati nell'agricoltura e nella orticultura; gli stabilimenti industriali davano lavoro agli altri. La Colonia ha 2 mulini che lavorano per la colonia stessa e per la gente di fuori. Ha una quantità di operai per condurre i cavalli, sellai, muratori e scalpellini, stampatori, tessitori, pentolai, scultori in legno, fabbri, sarti, fabbricanti di cappelli di paglia, ecc. Questa varietà di lavori permette di imparare un lavoro secondo le attitudini e i gusti. Il ragazzo si dedica con ardore al proprio lavoro, come se fosse un ordine dell'imperatore Severo: «Laboremus! Lavoriamo!». Nello stesso fabbricato ognuno ha il proprio lavoro diverso, proporzionato alla sua età e alle sue forze, ma incalzante e a cui deve obbedire. Non c'è ora né minuto che non abbia la sua occupazione, dalla prima all'ultima ora del giorno e dal primo all'ultimo giorno dell'anno. Il regolamento tiene il detenuto occupato nell'ingranaggio di una attività incessante. Sia d'estate sia d'inverno, non importa il tempo: che piova, geli o nevichi, non si cessa un istante di lavorare. Se non si può lavorare nei campi, i lavoratori industriali si aprono agli operai giardinieri e agli agricoltori che vengono iniziati a lavori facili. Poi viene il momento del taglio del fieno, del raccolto della vendemmia; allora le industrie chiudono i propri stabilimenti, per aiutare i lavoratori dei campi. Gli studi nella scuola si alternano con i lavori manuali, riposando tra un lavoro e un altro. Durante tre o quattro ore al giorno, ogni giorno, l'alunno va in classe per studiare grammatica, storia, geografia, disegno, quanto è necessario sapere in geometria per conseguire un certificato di studi. Anche le ricreazioni sono attive e mirano a ciò che è utile. Qui si studia la musica: sia il canto sia uno strumento. Altrove, uno si occupa di attività ginnica, si esercita in attività militari, tenute in grande onore. A capo di ogni divisione in cammino, rulla un tamburo, a cui fanno eco gli strumenti agresti dei profani. Come nella caserma, il segnale degli esercizi è dato con rulli di tamburi e tocchi militari. Al «Comando» ogni divisione si reca in modo disciplinato là dove il regolamento lo chiama. Rendendosi conto che quello del terrore è un governo di breve durata, l'abate Rey ha voluto che i castighi fossero rari e dati in modo tale da animare chi ha sbagliato a ricominciare a fare bene. Non si può far retrocedere un torrente impetuoso alla sua sorgente, lì si pone una diga e lo si dirige. Un potente mezzo di azione sono le ricompense: sono numerose, varie, importanti e consistono soprattutto in promozioni, incarichi di fiducia. Mai, sotto nessun pretesto, danno diritto a favori nel cibo o nella bevanda. Però il fondamento supremo dell'educazione riformatrice di Citeaux è l'educazione del cuore e della volontà mediante l'influenza religiosa. Al giovane detenuto che è cresciuto sotto l'unica legge dei propri istinti, l'insegnamento del catechismo, le pratiche cristiane, sembrano all'inizio un freno penoso. Però, non appena comincia ad assimilarle e comprendendole meglio, la luce vera comincia a brillare nella sua coscienza. La religione produce in lui un richiamo profondo, definitivo al dovere, instillando in lui il sentimento intimo della propria riabilitazione. Da questo momento i detenuti abbracciano con amore le pratiche religiose. Si preparano soprattutto per la Prima Comunione e per la Cresima, con immensa gioia. Citeaux conta ogni anno da 100 a 200 Prime Comunioni. «Ogni domenica   dice una relazione del Direttore della Colonia   la Parola di Dio viene predicata ai nostri giovani alunni durante la Messa. Ogni giorno, nei rispettivi quadri, si dà loro l'istruzione religiosa per un quarto d'ora, suggerimenti circa le virtù del proprio stato o esortazioni per l'adempimento del proprio dovere. Il sacerdote incaricato di ogni divisione impiega la propria giornata intera nel dare consigli particolari, esortando, animando, correggendo. I ragazzi li accolgono con affetto filiale, gli aprono il cuore, seguono i suoi consigli, gli manifestano le proprie pene e combattimenti intimi, le proprie mancanze. Poveri esseri che hanno bevuto il vizio col latte materno, e che dai propri genitori hanno appreso solo a disprezzare e a maledire, adesso odono parole mai udite da loro fino a quest'ora. Comprendono come una rivelazione la virtù, l'onore, il rispetto, il sacrificio. Trovano accanto a loro un padre, quasi una madre, una famiglia, e comprendono che al termine della vita c'è un Dio che li ricompensa, un Dio così a lungo nascosto ai loro sguardi. Per loro, per i più, vivere non sarà più un assaporare i piaceri brutali, ma piuttosto compiere il proprio dovere, se è necessario, il sacrifico per quelle realtà sante che si chiamano Onore, Patria, Famiglia, tenendo sempre lo sguardo rivolto verso l'Essere immutabile che è il fine supremo della vita». E' cosa meravigliosa vedere quanto l'esistenza dei giovani assomiglia a quella degli antichi religiosi: «Il lavoro, la solitudine, la povertà sono titoli d'onore e di nobiltà dello stato monastico» ha detto san Bernardo. E lo stesso santo, nel monastero di Citeaux, era celebre come discepolo quanto come maestro. Ascoltiamo il monaco Palladio quando racconta il genere di vita degli illustri cenobiti della Tebaide, in cui fu testimone oculare: non pare che, per caso, abbia descritto la vita dei ragazzi dell'abate Rey? Egli dice: «Gli uni coltivavano la terra nei campi, altri nel giardino; altri lavoravano nel mulino o nella panetteria. Vi sono alcuni che si occupano nel penoso lavoro dei fabbri, altri a sbattere panni, altri nel conciare il cuoio. Molti fabbricano scarpe. Infine un certo numero di loro intreccia cesti e canestri». Dietro gli esempi degli antichi religiosi, i detenuti trovano piacere nel lavoro. Ciò che si cercherebbe inutilmente in loro è la noia. E come potrebbe esistere in questo insieme di lavori gradevoli, vari, in armonia con l'interesse di ognuno, che riempie tutta la giornata? A Citeaux non c'è muro, non ci sono serrature, nessuna barriera, nulla che ricordi il carcere. La campagna, l'essere insieme coi suoi grandi e sorridenti orizzonti, è tutta per il detenuto; con l'incanto della libertà: egli respira aria pura, percorre al mattino e alla sera tutte le strade. I suoi maestri lo trattano con benevolenza, con dolcezza; non gli parlano se non in modo educato. Il suo nutrimento è, per quanto si può desiderare, sano e abbondante. Nel 1864, cinquantuno detenuti della prigione di La Roquette furono portati a Citeaux. Nel primo pasto, uno di loro disse al suo vicino: «D'accordo che i vostri Padri cerchino di allettarci: che pranzo speciale ci danno oggi!». «Però se è il pranzo di tutti i giorni!». «Come? Avete tutti i giorni pane così bianco come questo, minestra a piacere, un cibo dal sapore così buono, che neppure l'hanno i granatieri della guardia e birra che costa così poco?». «Infatti abbiamo tutto questo tutti i giorni, perché i Padre dicono che per lavorare bene è necessario essere ben nutriti». «Perbacco! Non siete tanto disgraziati. Vedo che venendo da La Roquette a Citeaux non abbiamo perso nulla col cambio!». Infatti  il  maresciallo Vaillant,  giunto all'improvviso, assaggiò un giorno il vitto ordinario della colonia e lo trovò eccellente. Dove potrebbe andare il detenuto per stare meglio? Sa che, fra qualche anno, quando lascerà Citeaux, un certificato del Direttore gli aprirà le porte di tutte le fattorie, di tutti gli stabilimenti, di tutti i castelli della regione. Secondo i suoi gusti potrà diventare agricoltore, operaio in un'industria o giardiniere. Nella attesa, egli si sente in una grande famiglia, in cui è amato, in cui si veglia su di lui secondo le esigenze della fede cristiana. Gli interessi della colonia sono suoi. Partecipa alle sue gioia, è certo che anche a lui appartiene qualcosa dei miglioramenti di Citeaux; per questo pone nuovo slancio nel lavoro. E' per questo che la colonia ottiene i primi premi nelle esposizioni agricole della regione. Nei mercati di Nuits e di Dijon, il burro di Citeaux è così rinomato che viene pagato più caro di un quarto, e bisogna chiederlo in anticipo per poterlo avere. C'è commercio di grano, che viene inviato a Lyon e a Parigi. La casa Vilmorin ed altre fanno continue richieste a Citeaux. «In una visita a Citeaux  racconta il sig. Michel  abbiamo visto inviare a una casa di Lyon del frumento per un importo nientemeno che di 3.000 franchi». La creazione dell'abate Rey è una specie di immenso  collegio,  con  carattere  semirurale, semimilitare, che nello stesso tempo ha fattorie, fabbriche, scuola, caserma, famiglia e comunità. E' un fatto comprovato che quasi tutti i giovani che vengono ammessi, in poco tempo si rieducano. Dal 1846 molte migliaia di detenuti, vagabondi, ecc., dopo essere giunti alla colonia con tutti i vizi, vanno via convertiti in veri lavoratori, sinceramente onesti e cristiani. La società ha avuto il piacere di vederli poi perseveranti nella via del bene e dell'onore.

 

SI SCATENA LA TEMPESTA

La prova è il battesimo delle opere di Dio. La fondazione cisterciense non la evitò e dovette crescere nella tormenta. Però l'abate Rey aveva ricevuto dal cielo una tempra di ferro, una costanza rara, una fede provvidenziale, circa l'esito della sua impresa. Seppe lottare, fare migliorie continue e attendere. «Cos'è la perseveranza cristiana?». «E' il progresso», ha detto Madame  Swuetchine.  L'abate Rey  giunge  a trasformare gli ostacoli in mezzi. All'inizio, la colonia incontrò, in tutte le città vicine, solamente prevenzioni, sfiducia e ostilità. In questa situazione, ci fu la carestia del 1847. Il Direttore di Citeaux fece venire subito da Marsiglia gran quantità di frumento, lo fece macinare nei suoi mulini, ammassare nelle sue dispense e vendette poi il pane a prezzo di costo a tutti coloro che lo volevano. La colonia ottenne così diritto di cittadinanza.

 

GLI AVVENIMENTI DEL 1848

Una gente smarrita si scaglia contro il fabbricato di Oullins, gli appicca il fuoco. Citeaux riceve dal Governo l'ordine perentorio di sloggiare entro 48 ore. Gli sforzi del passato, le speranze dell'avvenire, l'opera che tanto gli era costata e che tanto bene prometteva era la ragione suprema della sua vita; l'abate Rey vede tutto questo sommerso in un istante dalla tempesta. Che colpo per lui! E tuttavia la sua grande anima conserva tutta la calma. Si reca a Dijon, incontra il Commissario del Governo, e non solo viene ritirato l'ordine di sloggiare, ma anche, aprendo gli occhi e constatando il bene recato dalla colonia di Citeaux, il Governo dichiara che è monumento «protetto» e promette di mandarvi 500 nuovi detenuti nel 1850. Un Decreto imperiale del 6 maggio 1853 dichiarò che era opera di utilità pubblica. Nel 1859, con l'approvazione della Francia, il Padre Rey ricevette la Croce della Legione d'onore. Dopo la prova esterna, ecco quella all'interno della colonia. Fu la prima: una epidemia di febbre tifoidea che, dopo avere decimato la Cote d'or, si scagliò con furore sopra la colonia, uccidendo molti detenuti, Fratelli e Suore. Però immediatamente il sollecito Direttore mise in atto la riforma del regime alimentare. Si iniziò a ritmo più intenso la coltivazione della vite e del luppolo e Citeaux poté subito avere vino per i suoi infermi e birra per tutti in tutti i pasti. Nel 1858, una mano criminale appiccò fuoco ai granai dello stabilimento. L'abate Rey lo fece ricostruire nel modo più idoneo, in modo tale che il sinistro fu occasione di una nuova prosperità. Altra difficoltà si ebbe per l'ampliamento della colonia. Poiché lo Stato aveva proposto l'invio di nuovi detenuti assai numerosi, l'abate Rey per accoglierli ampliò i fabbricati. Però, quando tutto era ormai pronto, l'amministrazione rispose che aveva cambiato parere e rifiutò di mantenere le sue promesse. Che fece allora il Direttore di Citeaux? Apre gratuitamente le porte delle sue case agli orfani degli ospizi, ai poveri che gli vengono raccomandati, e l'aumento della popolazione operaia permette di intraprendere nuovi e maggiori lavori. Ormai da molto tempo la colonia di Oullins era risorta dalle sue rovine. Nel 1866, una nuova colonia agricola venne fondata a Saint-Genest Lerpm, vicino a S. Stefano; e ben presto accolse 120 ragazzi. Una prova più pericolosa delle altre per Citeaux fu l'aver accolto nel 1854, 54 detenuti della colonia di La Roquette; nel 1867 l'aver accettato 39 condannati dell'isola di Levant. In particolare questi ultimi erano dei depravati. Tosto grazie ad un raddoppiamento di vigilanza, di alcuni mezzi energici, soprattutto mediante l'esclusione o separazione di 10 di questi giovani malvagi, tarati fin nel profondo, la disciplina non venne meno e si poté costatare la forza della educazione cisterciense. Inoltre si poté ammirare questo fenomeno: alcuni dei giovani peggiori risultarono tra i migliori. Fra i detenuti di La Roquette, un ragazzo di 19 anni era stato segnalato del tutto indisciplinato e particolarmente pericoloso. «Oh!  disse il ragazzo stesso al Direttore di Citeaux  non sarà Lei che riuscirà a dominarmi! Mi mandi in un carcere dove mi hanno detto che finirò per depravarmi del tutto». «Spero che non sarà così e che sarai un buon soggetto, un uomo buono ed un operaio onesto». Replicò con un no secco e aggiunse che sarebbe stato solo un boia e un carnefice, per giustificare quanto avevano detto i suoi carcerieri. Dopo 18 mesi ottenne la dimissione prima del tempo dal Segretario generale del Ministero degli Interni che era stato a visitare la colonia. Da più di un anno, la sua condotta era stata tale che non aveva mai meritato un solo rimprovero né un solo castigo, né dato luogo a nessuna lagnanza; e quando il Segretario generale, meravigliato per questa trasformazione, gli aveva accordato in anticipo la libertà, chiese come seconda grazia, di poter restare a Citeaux poiché intendeva farsi Fratello. Nel 1868 un detenuto morì a Nevers, vittima della più eroica carità, mentre cercava di salvare un padre di famiglia dalle fiamme di un incendio di petrolio. Nei suoi ultimi istanti, i suoi pensieri furono rivolti a coloro a cui doveva così buoni sentimenti: «Ciò di cui mi dolgo  diceva  è morire lontano dai miei buoni Padri di Citeaux». L'intera città partecipò ai funerali. Il sacerdote della Parrocchia poté dire presso la sua tomba: «Dio l'ha ricevuto nel suo seno, poiché è passato tra le fiamme del sacrificio». Forse questo detenuto era stato condannato alla rieducazione correttiva di Citeaux come incendiario? o per lo meno era stata una mancanza simile. Leibnitz ha avuto ragione quando ha detto: «Si riformerebbe il mondo se si riformasse l'educazione».

 

L'ABATE REY PRIGIONIERO DEI TEDESCHI

Per la Francia, come per la colonia di Citeaux, la guerra del 1870 fu crudele e particolarmente dolorosa. L'invasione tedesca, comunque, manifestò in modo mirabile l'abnegazione ammirevole del padre Rey verso il suo paese e l'ardente patriottismo che aveva saputo instillare nei suoi ragazzi. Nove giovani si arruolarono come volontari all'inizio delle ostilità. La notizia delle nostre sconfitte animò l'entusiasmo patriottico della colonia: 22 giovani chiesero di aver l'onore di difendere il paese in bisogno. Nello stesso tempo altri 70 fra i più forti, intelligenti, chiesero di arruolarsi nella compagnia dei franchi tiratori. Avuto il consenso dell'autorità dipartimentale, la piccola e valida truppa si trovò presto pronta e provvista dalla colonia di quanto le era necessario: divise militari, tende, ecc. Il sig. de Rochetaillèe, capitano del dipartimento della Loire, venne per portare una bandiera; il suo drappo portava scritto da un lato: «Dio e Patria» e dall'altro: «Franchi-tiratori di Citeaux». La compagnia, ben decisa, seguita da vari Fratelli di san Giuseppe che dovevano arruolarsi, partì verso Dijon il 23 ottobre 1870 e si recò alla prefettura a chiedere le armi promesse. Lo spirito irreligioso dominava però i consigli generali e municipali della Bourgogne. Il corpo di volontari di Citeaux era stato formato sotto la direzione d'un sacerdote: e questo fu bastante perché, all'ultimo momento, si negassero le armi alla compagnia. Ponendo davanti a tutto la patria, i volontari cistercensi si arruolarono in corpi diversi. Quello che portava il nome della Colonia era formato da oltre 200. Molti si fecero notare per il loro valore. Un ex alunno riportò la medaglia militare, guadagnata per un atto di valore nell'esercito della Loire. Un altro fu decorato con la medaglia militare e la croce della Legione d'onore, meritata per la sua condotta nella località di Metz. Quando l'invasione tedesca giunse in Bourgogne, Citeaux si trovava al centro delle ostilità. Si conosce la triste storia di questa banda di avventurieri stranieri, venuti sul nostro territorio come un stormo di uccelli rapaci su un campo di uccisi. I Garibaldini fecero più d'una visita a Citeaux. Lo stesso Garibaldi fu un giorno in un grande cocchio di gala: ma non fu se non un mezzo di sfuggire al pericolo di uno scontro con i nostri nemici. Il 15 novembre la Colonia si trovò circondata da diversi lati da una selva di baionette. Varie bocche di cannoni erano rivolte contro Citeaux. Un parlamentare giunse per annunciare che se, per le 8, fosse restato un solo franco tiratore nell'edificio, si sarebbe fatto fuoco immediatamente. Vi fu subito un movimento delle truppe tedesche. Da tre lati diversi si videro tre colonne nemiche che venivano incontro: una per la strada di Dijon, un'altra per la strada di Saint-Jean-de­Losné e la terza per la strada di Izeure, con l'artiglieria. Quando la Colonia fu completamente circondata, tre ullani vennero a parlamentare. Da parte sua il padre Donat e altri due padri, alzando un tovagliolo sulla punta d'un bastone fecero alcuni passi innanzi. Diedero agli ullani la propria parola d'onore che nella casa non c'era nessun uomo armato. Cinque minuti dopo 2000 prussiani, sempre in ordine di battaglia, puntando i cannoni, si avvicinarono. Tre cavalieri vennero per accertarsi che nella casa non c'era nessun soldato francese. Allora? Posti dei corpi di guardia in ogni parte, i 2000 soldati entrarono nella casa come per saccheggiarla. «In modo brusco, duro, gridando e in collera» il comandante Wolf mandò a chiamare il Direttore. Gli intimò di consegnargli 3000 franchi, oppure avrebbe appiccato il fuoco al fabbricato. Le truppe tedesche sarebbero rimaste nella casa come guarnigione (dapprima 500 uomini); la colonia avrebbe dovuto nutrire 240 uomini alloggiati in una costruzione vicina, ecc. Gli insolenti vincitori tosto avevano coscienza della propria brutalità selvaggia: oltre i loro corpi di guardia, le pallottole, le baionette, temevano per la propria sicurezza. Cosa fare? Pensavano che, se essi si fossero impadroniti della persona del Superiore, del suo Direttore venerando, sarebbe stato per loro una garanzia: fu quindi deciso di prenderlo come ostaggio. Per questo mancava un pretesto. Lo trovarono. Il disordine e il saccheggio della colonia era una cosa indicibile. Il padre Rey correva qua’ e là angustiato. Improvvisamente si accorse che si dava abbondanza ai cavalli il pane della sua casa e che sarebbe mancato ai suoi ragazzi. Protestò subito energicamente con un sergente, pregando che si impedisse questo abuso. Il sergente lo riferì al comandante. La risposta fu l'ordine di far prigioniero il Superiore. Brutalmente, senza lasciargli nemmeno il fiato, il venerando anziano fu portato in una delle stanze a pianterreno e fu affidato alla custodia di 12 uomini. Tutta la casa era sconvolta. Il padre Donat va a cercare il comandante, torna altre tre volte nel pomeriggio. La Superiora delle Religiose e con lei alcune delle Consorelle fanno in modo, a loro volta, di recarsi dove c'è il comandante prussiano. Si gettano ai suoi piedi e lo supplicano con le lacrime perché rimetta in libertà il loro Padre. Ma il suo cuore resta ancor più duro che l’elsa della sua sciabola. L'indignazione generale della colonia ebbe termine finalmente mediante una pressione morale sugli ufficiali; impauriti dinanzi l'irritazione che s'indovinava contro di loro, dopo 24 ore, ordinarono la libertà del P. Rey. L'allegria fu grande anche di poca durata; gli occupanti avevano bisogno d'un altro ostaggio. Fratello Agostino vieta l'entrata nella sala di musica a un sergente; fu fatto incarcerare tutto subito a pane ed acqua invece del Padre Superiore. Ecco qui l'ordine del giorno fissata per a Citeaux il 16 novembre del 1870. Aiuta questo per a farci una idea del giogo straniero. «Ogni abitante di Citeaux che fossi incontrato in campagna, sarà arrestato e rimesso a Dijòn. Se fossi incontrato durante la notte, le sentinelle hanno l'ordine severa de fucilarlo. Se si riceve la notizia di che gli abitanti di Citeaux sono in contatto con le autorità civile o con le truppe francesi, tutto lo stabilimento sarà bruciato. «Le armi che potranno essere a Citeaux saranno immediatamente rimesse al direttore, il quale li renderà al signor comandante. Se dopo si trovano fucili a Citeaux sarà il signor direttore chi risponderà con la sua persona. Per ordine superiore: Wachs. «I nostri ragazzi  dice il padre Rey nella sua relazione del 1872  furono costretti con le minacce e la violenza a guidare i nostri mezzi per trasportare i soldati nemici a impadronirsi dei villaggi vicini. In uno di questi percorsi, la colonna prussiana fu assalita a fucilate dai franchi-tiratori, e due dei nostri ragazzi si trovarono con le divise rovinate dalle pallottole». «Io protestai contro questa violazione delle leggi della guerra e dichiarai che se si fosse ripetuta prima di esporre la vita dei ragazzi che mi erano affidati, io avrei preso il loro posto. Devo dire che i comandanti nemici cedettero alle mie osservazioni». Durante una settimana Citeaux poté constatare nei  particolari  quanto  erano  stati  brutali  i comportamenti dei prussiani, la loro voracità, la mancanza sgradevole di igiene. A loro richiesta, si inviano i recipienti sudici del porcile della chiavica; e senza far attenzione a ripulirli, prima mettono in essi la zuppa e la carne con cui preparano il proprio pranzo. In seguito, in diverse occasioni, Citeaux fu di nuovo invasa dalle truppe tedesche; finirono col saccheggiarla senza pietà. «In ricambio, la colonia fu lieta di poter ricevere, alimentare, alloggiare distaccamenti più o meno numerosi dell'esercito francese o dei suoi diversi corpi, il cui totale supera i 5000 militari. Furono curati 40 poveri soldati francesi, più di 300 di loro ricevettero vestiti, panciotti di lana e divise militari. Chiedemmo, dice il padre Rey senza però ottenerla, la facoltà di organizzare vicino a noi un'infermeria in località che ne erano restate prive quando i nostri ragazzi erano andati via. Può essere che la patria riconosca un giorno quale siano i sentimenti che la religione ispira». Un giornale antireligioso (Il 'Progrès de Lyon') osò fare delle insinuazioni contro il Superiore di Citeaux mediante un'accusa infernale. L'abate Rey avrebbe fatto nascondere 40 prussiani nei sotterranei, per consegnarli alle pattuglie del Rhone, alloggiavano nel distaccamento. Questa calunnia fu uno dei dolori più pungenti della vita del fondatore di Citeaux. Rivolgendosi, in seguito, al periodico, non gli fu difficile esporre in un modo più chiaro del giorno la crudele falsità, l'assurdità dell'accusa contro il suo onore. Non fu lui solo a giustificarsi. Il capitano Millet, lo stesso che comandava la compagnia della guardia nazionale di Lyon, il 28 novembre scrisse al giornale lionese in termini indignati. Gli ufficiali dello Stato Maggiore del battaglione, il comandante Marengo, il capitano ausiliare, ecc. mandarono una loro protesta non meno energica. «L'accoglienza eccellente che abbiamo ricevuto a Citeaux  scrisse al padre Rey il capitano Millet  i servizi reali che ci avete prestato, provano in modo evidente che i vostro cuore è patriottico, è veramente francese».

 

LA PACE DELLA TERRA, LA PACE DEL CIELO

Dopo la firma della pace, 34 piccoli emigrati dell'Alsazia-Lorena furono accolti a Citeaux, dove trovarono la patria e la famiglia. Il rimpatrio dei Fratelli e dei giovani avvenne rapidamente: gli stabilimenti agricoli e industriali poterono essere ricostruiti e ben presto la colonia ritornò alla sua fiorente attività. Malgrado la sua età, il padre Rey continuava ad essere d'esempio per tutti. Come mons. Dupanloup, si dice che aveva come programma: «Vivere e morire lavorando». In mezzo ai rigori dell'inverno, nonostante la neve, mentre tutti stavano riparati in casa, egli ogni giorno usciva: «E' necessario che mi guadagni il pane». Sopraggiunsero dei dolori che gli impedirono di curvarsi. Gli vennero fatte allora delle ginocchiere e così trovò ancora un mezzo per lavorare la terra stando in ginocchio. L'amore al lavoro, non gli permise di lasciare al secondo posto la preghiera. Una giovane suora, avvilita perché era sempre inferma, andò da lui a confidargli il timore di essere rinviata dalla Congregazione di san Giuseppe a causa della sua salute. «Sorella mia  le disse il padre  se non può fare grandi lavori, preghi molto, perché chi prega lavora». Alle cinque del mattino, ogni giorno, l'abate Rey celebrava la Messa col raccoglimento di un angelo, con una devozione così profonda come se vedesse Gesù sull'altare. Durante il giorno, sia che andasse in campagna, sia che ne ritornasse, la sua mano snocciolava lentamente il Rosario e il suo cuore si elevava verso Dio. Se l'instancabile lavoratore cercava di radunare tesori, erano tutti per il cielo. Personalmente si era votato ad una povertà tale che possedeva solamente una veste foderata per l'inverno e sfoderata per l'estate. «Se spenderemo meno, potremo educare più orfani». Da ciò, lo spirito di economia che cercava di inculcare nei ragazzi, predicandolo sempre con l'esempio. Così, quando camminava per i sentieri della colonia, se incontrava pezzetti di legna secca, li raccoglieva e li portava a casa. Questi pezzetti di legna erano l'unica provvista che teneva nella sua stanza per l'inverno. Doveva  accendere  una  lampada?  Per risparmiare un fiammifero si serviva dello stoppino d'un lume di cui sollevava il vetro con pericolo di bruciarsi le dita... Queste attenzioni suscitavano forti impressioni nello spirito dei Fratelli e dei ragazzi. La frugalità del santo religioso ricorda i tempi antichi. Il suo cibo egli lo prendeva in fretta sempre dal piatto posto dinanzi a lui nel refettorio. Poco importava che il cibo fosse freddo: «Per me è sempre buono!». Come i suoi alunni, verso le quattro prendeva un po' di merenda. Quando arrivava in refettorio e incontrava il ragazzo incaricato di raccogliere i pezzetti di pane avanzati, morsicati da tante parti dai giovani, egli diceva: «Dammi uno di questi pezzetti», e prendeva sempre quello che era più morso. Questa austerità durò per tutta la sua vita. Abbiamo detto che nella colonia egli portò sempre una veste uguale a quella dei Fratelli e dei detenuti, con la differenza che il suo era il più rammendato. Più di una volta venne qualcuno dal sacerdote, per intercedere per un inserviente padre. Un gruppo numeroso e scelto venne un giorno a visitare Citeaux e vide un operaio che con la sua zappa colpiva il suolo per scavarne un abbeveratoio. «Olà! buon uomo  gridò una voce  potete dirmi dove si trova il padre Superiore?». «L'accompagnerò là dove si trova» rispose il lavoratore. E, portando la camicia sotto il braccio, guidò il nobile gruppo, lo fece entrare nell'ufficio, si nascose e torno poco dopo vestito con la veste del padre Superiore. Un'altra volta un visitatore incontrò all'ingresso della colonia un operaio occupato con vigore a togliere l'erbaccia d'un canale. «Amico mio - gli disse, ponendogli in mano una monetina - potreste condurmi dal padre Superiore?». «Subito!». Lo sconosciuto avanza chiacchierando, entra nell'ufficio e riconosce nel suo interlocutore il padre Rey che aveva visto: «Ah, per questa volta, padre mio, mi avete rubato la mia moneta!». Gli scherzi gioviali non erano sgraditi al santo sacerdote. Un giorno bussò a una delle porte del refettorio. «Chi è?» chiese il Fratello incaricato del refettorio. Il padre, imitando la voce d'un ragazzetto risponde vagamente. Questo inganna il Fratello. Credendo che aveva a che fare con un giovane alunno: «Va' via - gli rispose per non fare la fatica di aprire - va', hai buone gambe!». Il padre obbedì e andò all'altra porta ridendo di gran cuore, mentre il buon Fratello si sprofondava in scuse. Nei primi anni di Oullins, quando i ragazzi non erano così numerosi, l'abate Rey si sentiva il dovere di tagliar loro i capelli con le proprie mani. Non si poteva vedere, senza intenerirsi, rivestito di un grande grembiale, mentre passava sopra queste teste spettinate la macchinetta, con la delicatezza affettuosa di una madre. Un giovane alsaziano giunse un giorno al noviziato: non sapeva parlare se non nel dialetto della sua gente, e la scarsità dei suoi vocaboli suscitava il riso dei suoi compagni in modo tale che egli non osava pronunciare neanche una parola. Il padre Superiore suggerisce, gli ordina: «D'ora in poi verrai a lavorare ogni giorno con me». E, per via o in casa, il «buon padre» diceva al novizio il nome in francese di tutte le cose che cadevano sotto gli occhi e glielo faceva ripetere. Alla fine di alcuni mesi, il Fratello Martin parlò il francese come uno della Bourgogne. La carità del padre Rey non era esclusiva. Un padre negoziante gli dichiarò: «Signor abate, vi trovo in necessità estrema. Potreste comprarmi una certa quantità di merce e farmi il servizio di pagarmela in contanti?». Immediatamente il padre mandò a chiamare le Suore della sua comunità e disse loro che scegliessero nella merce del negoziante tutto ciò che poteva essere utile alla casa. Alla fine degli acquisti, le Suore trovarono che il prezzo era molto caro. «Sorelle, non è questa la cosa principale - disse loro il padre Superiore in disparte - quest'uomo si trova in difficoltà ed è necessario aiutarlo». Ammesso alla udienza di un principe davvero onnipotente, e invitato dallo stesso principe a manifestargli che cosa avrebbe potuto fare per il bene della colonia, il padre Rey dimentica tutte le preoccupazioni di ordine materiale: «Principe - gli disse commosso - vi chiedo solo una cosa: la grazia o il perdono per dieci dei miei ragazzi». Parole in cui vibra l'accento di un vero padre. Paragonabile con la carità del padre Rey era soltanto la sua umiltà. Giunto alla fine della sua vita, questo santo sacerdote, questo vero grande uomo, fondatore di una congregazione religiosa ammirabile, educatore meraviglioso della gioventù, inventore di un così importante sfruttamento agricolo e industriale, quando avrebbe potuto dire senza orgoglio con Orazio: «Eregi monumentum» (Ho innalzato un monumento), si celò nella sua comunità come un essere inutile e l'ultimo di tutti. Giunse ai 50 anni di sacerdozio il 17 giugno 1871, però invano i suoi numerosi figli insistono con lui perché si celebrino solennemente il suo giubileo d'oro. Non gradisce se non la parola dell'Imitazione: «Amate di essere nascosti e ritenuti un nulla». Il 31 dicembre di questo stesso anno, le Suore della sua comunità vengono a salutarlo. Il padre Superiore risponde facendo loro apprezzare l'onore e la gioia di appartenere alla Congregazione di san Giuseppe. «In quanto a me –aggiunge - ah! come è per me fonte di gioia essere uno dei suoi membri». Gli onori dei superiori finirono col pesargli. Paragonandosi al letame che non nutre meglio la terra di quando sta sotto terra, vuole terminare la sua carriera nel  silenzio,  nell'ombra,  nel lavoro sconosciuto, nell'obbedienza; e chiese di dimettersi da Direttore  di  Citeaux  e  da  Superiore  della Congregazione di san Giuseppe (1873). Il padre Donat, suo amico e confratello da venti anni fu eletto al suo posto per gli stessi anni. La carriera così faticosa del padre Rey giungeva così alla sua fine. Alcuni mesi dopo, un flemone lo abbatté come il falciatore fa con l'erba che deve raccogliere. Intuendo che la sua ora era giunta, il padre Rey fece generosamente il sacrificio della sua vita. Si armò con fede ardente, dei sacramenti della Chiesa e passò gli ultimi momenti animando i suoi figli. Il giorno di Pasqua i quattro padri Direttori entrarono nella sua stanza conducendo ognuno per mano un alunno aiutante maggiore della propria divisione. Quando si inginocchiarono, il padre Donat disse al venerato Fondatore che quei quattro ragazzi, rappresentando tutti i loro compagni, venivano a chiedergli la benedizione paterna. Il santo patriarca parve ritrovare le forze e lentamente alzò sopra le loro teste la mano scarna e tremante, chiedendo con emozione le grazie al cielo. I quattro ragazzi si alzarono e si accostarono per baciare la mano che li aveva benedetti e si ritirarono soffocando i singhiozzi. L'indomani la grande famiglia di Citeaux aveva perso suo padre (6 aprile 1874). Per l'ultima volta in squadre di venti, i novecento ragazzi andarono a rendere omaggio ai resti dell'insigne benefattore. Seguì un'affluenza continua di gente di ogni ceto. Ognuno chiedeva di poter far toccare al corpo del venerando religioso qualche oggetto di pietà. Un ex alunno, da lontano venuto a sapere della morte del padre Rey, parte immediatamente, raggiunge Citeaux, sale alla camera mortuaria: «Oh, padre mio!» e scoppia in singhiozzi sconsolati. Presieduti da Mons. Dard, Vicario Generale e Delegato del Vescovo  di  Dijon,  i  funerali assomigliarono ad un corteo trionfale. Si notò una delegazione del Consiglio generale della Cote d'or, subito riunitasi. Nel cimitero, il sig. Robinet de Clerj, Procuratore Generale, in un discorso fu l'interprete eloquente della gratitudine e del dolore pubblico. Durante l'ultima assoluzione un Fratello di san Giuseppe cadde a terra improvvisamente come colpito dal peso del suo dolore. Era il primo Fratello legato al padre Superiore nella fondazione di Citeaux. Rimase una settimana fra vita e morte. Sepolto dapprima nel cimitero provinciale della colonia, il corpo del padre Rey fu poi traslato in un loculo del nuovo cimitero il 18 novembre 1884. Il suo cuore, chiuso in una urna, venne conservato nel coro della chiesa di Citeaux. Una placca di marmo porta questa iscrizione: Dove stava il suo tesoro, lì sta il suo core. Suo tesoro furono Dio, i giovani e i bambini. Oggi, quando un forestiero visita Citeaux, una delle prime cose che attira il suo sguardo è, in mezzo ai cesti di fiori e di verde, un magnifico monumento elevato dalla colonia al suo fondatore. Simile al buon pastore che cerca la pecora perduta, l'abate Rey è ritratto mentre conduce per mano uno dei ragazzi di cui è stato padre. «Uno non può sottrarsi a un sentimento di ammirazione vedendo questo eroe della carità - scriveva non molto tempo fa un visitatore- e uno si trattiene con piacere davanti al suo monumento per dirgli: grazie». Il sig. Robinet de Clerj ha detto che il nome del venerabile religioso che ha accolto in nome di Cristo intere generazioni di giovani condannati ad una depravazione fatale e che, in cambio, ha dato alla patria migliaia di operai laboriosi, di onesti e utili cittadini, sarà scritto con caratteri indelebili fra i maggiori servitori della giustizia e del paese. L'eroico sacerdote non ha potuto vedere, in genere, tutti i frutti dell'albero da lui piantato e che ha continuato, sopra la sua tomba, a estendere a distanza i propri rami benefici. «Colui che fonda una famiglia religiosa continua a vivere sopra la terra - ha detto Cheteaubriand - la sua azione, nella società umana, sfugge a ogni calcolo». L'abate Rey meditava da molto tempo la fondazione di una società per la protezione dei ragazzi nella Cote d'or. Questo doveva esserne il fine: 1) far educare a Citeaux il maggior numero possibile di ragazzi infelici. 2) procurar loro lavoro conveniente alla loro uscita da Citeaux e dar loro aiuto morale. Questa società venne fondata alcuni mesi dopo la sua morte, e fin dalla fine del 1884, contò trecento membri sottoscrittori. Altro desiderio del Fondatore si realizzò nel 1885: l'opera degli ex detenuti fu adottata dalla Congregazione di san Giuseppe. Quest'opera venne fondata a Couson (Rhone) dal padre Villon, discepolo del padre Rey, col nome di Rifugio di san Leonardo. Essa offre un asilo provvisorio a quelli che sono usciti di prigione, e riabilitandoli durante qualche tempo a una vita laboriosa e cristiana, ne facilita il ritorno alla società onesta. I figli dell'abate Rey hanno incorporato nel 1880 l'opera dei sordomuti e dei giovani ciechi, che si trovava a Soisson, col nome di Istituto san Medardo. Questa casa comprende settanta sordomuti e venti ciechi. Oltre l'insegnamento ordinario, viene data loro un'istruzione professionale di un lavoro. Quanto alla colonia di Citeaux, benché la sua popolazione sia diminuita da quando lo Stato ha preso la decisione di educare su sua iniziativa i ragazzi, continua con la stessa intelligenza, lo stesso sacrificio, lo stesso risultato, l'opera del Fondatore, ma per lo più estende la sua attività in altre direzioni, ricevendo più facilmente in seguito i ragazzi che le famiglie avranno bisogno di affidarle. Dopo aver trascorso più di 140 anni, la fondazione della Congregazione delle Piccole Suore di san Giuseppe, le figlie dell'abate Rey, desiderose di fare conoscere le virtù del loro amato Fondatore, l'Abate Giuseppe Rey, venerano le sue reliquie nella casa madre di Montgay. Lì si custodiscono le medaglie che gli furono date dell'Imperatore Napoleone Bonaparte, quando gli venne concesso il distintivo di Cavaliere della Legione d'onore, come pure le palme Accademiche. Si conservano anche il calice usato dal venerabile Fondatore, e il messale che gli era stato donato in omaggio dal Ministero degli Interni, parte dei suoi scritti e oggetti d'uso personale. Nella cappella della casa generale si conserva il suo cuore. In un monumento annesso alla cappella, si conserva il suo corpo incorrotto.