PADRE DAMIANO DA CINGOLI

(Piammartino di Cingoli 06/05/1875 - Macerata 23/08/1936)

Francescano - apostolo del confessionale.

 

Chi era Padre Damiano?

 

Piammartino è un grumo di case a lato della strada campestre che si percorre per andare da Villa Torre a Villa Strada, due frazioni del comune di Cingoli.

Vi sono passato più volte, mentre andavo da Torre a Strada, giovane sacerdote, per inviti di evangelizzazione. Gente semplice, cordiale e povera con la quale scambiavamo un gesto o una parola di saluto. Bambini e ragazzi, in buon numero, in giochi improvvisati; le mamme nelle faccende domestiche e nel lavoro dei campi con i mariti che assicu­ravano il fabbisogno familiare tagliando legna nei dintorni. In una di quelle case, negli anni 1870-80, nella casa Sfascia, erano in sei, i genitori ed i quattro figli, ad uno dei quali, a 16 anni, balenò l'idea di farsi frate. Magari, pensava, come si diceva, frate non da Messa, perché egli era analfabeta, dato che a Piammartino non c'era nemmeno una classe della scuo­la elementare. Ne fece cenno al proprio parroco, il parroco di Villa Strada, a due chilometri da Piammartino. Era un sacer­dote vero uomo di Dio, quel don Raffaele Perugini, ed intuì che quel figlio dei coniugi Sfascia era un alberello più pre­zioso degli alberi che il padre portava a casa nel suo lavoro di boscaiolo. Lo consigliò perciò ad imparare a leggere e a scri­vere; egli stesso gli avrebbe fatto da maestro di lingua e di conto. Damiano si rivelò così interessato che don Perugini gli impartì anche i primi elementi della lingua latina, tanto che, quando egli chiese ai Cappuccini di essere accolto, venne ammesso al ginnasio in un loro collegio. Diede buona prova, passò al noviziato, poi allo studio della teologia ed il 4 giugno 1898 venne ordinato sacerdote. Aveva 23 anni e per 38 anni, sino alla sua morte, a 61 anni di età, si impegnò a vivere il suo sacerdozio polarizzato in Cristo e consumandosi nel ministe­ro.

Una figura, quella di Padre Damiano, tanto diversa ma anche tanto simile a quella di Giovanni Maria Vianney, il santo curato d'Ars. L'uno sacerdote di un ordine di vita con­sacrata, l'altro sacerdote diocesano; l'uno italiano, l'altro francese. Ma ambedue ardenti di amore a Dio e dediti intera­mente alla salvezza degli altri.

E simili, perché anche Padre Damiano si incamminò nella triplice via della penitenza, della dedizione pastorale, della preghiera che caratterizzò il cammino spirituale del santo curato d'Ars.

Una vita lastricata di tanta umiltà, di quella umiltà che indusse Padre Damiano, sin dall'inizio, ad assicurare il suo Ministro Provinciale che egli era disponibile "per i conventi nei quali nessuno voleva andare" ed a chiedere al suo Padre Guardiano di "affidargli i luoghi più difficili". Una vita di penitenza quotidiana per la quale Padre Damiano nel cibo si privò abitualmente della carne e del vino e usò prendere il sonno della notte su rudi tavole. Egli stimava questo suo stile di vita penitente come la migliore preparazione alla forma­zione del ministero da lui prediletto, quello del sacramento della penitenza e della direzione spirituale. Sempre pronto a confessare, usava tutti i mezzi per indurre qualcuno a con­fessarsi. Ascoltava, comprendeva le situazioni più delicate, invitava al pentimento e alla conversione, infondeva speran­za, esortava a un cammino di perfezione da percorrere, dice­va, "non a passo" ma intenti "a correre con perseveranza tenendo lo sguardo fisso su Gesù che dà origine alla fede e la porta a compimento" (Eb 12,2).

La sua parola raggiungeva i cuori perché era facile avver­tire che quanto egli diceva agli altri lo viveva come suo pro­gramma personale di vita, incentrato in Cristo e nella Madonna.

Si sapeva che egli passava gran parte del giorno e della notte in adorazione alla SS. Eucaristia, presente nel taberna­colo. Testimonia un suo confratello: "Un giorno mi recai a fargli visita nella infermeria di Macerata. Non trovandolo da nessuna parte, mi fu detto di dare un'occhiata in cappella. Aperta la porta, lo vidi in ginocchio davanti all'altare, con il viso e le mani protese verso il tabernacolo, come fuori dei sensi, senza accorgersi del rumore fatto e della mia presenza". Egli viveva costantemente di Dio e per Iddio.

Fervida la sua devozione alla Madonna con i quindici sabati mariani, i cinque venerdì dell'Addolorata, il mese di maggio, i digiuni del sabato, la preghiera del Rosario, "spes­so in ginocchio e con gli occhi pieni di lacrime". Un amore filiale che cercava di diffondere nelle famiglie, alle quali si presentava con tanta semplicità, nella sua chiara identità di frate cappuccino, augurando di tutto cuore pace e bene, con­vinto e lieto testimone della spiritualità di San Francesco d'Assisi.

Mons. Odo Fusi Pecci Vescovo emerito di Senigallia

 

"Troppo presto per andare in paradiso"

 

Chiuso nella stanzetta dell'infermeria dei Cappuccini di Macerata, il giovane chierico Fra Bernardo Gabrielli da Offida delirava per la febbre. Una febbre lucida, che gli permetteva di riflettere e di rammaricarsi della decisione dei medici, categorici nell'imporgli di interrompere gli studi nel convento di Fermo, convinti che gli conveniva di più prepa­rarsi all'esame di Dio che a quello degli uomini.

Aveva 25 anni, ma la pleuro-polmonite (che a quei tempi non perdonava nessuno), giustificava l'allarmismo con cui era stato frettolosamente trasportato a Macerata, tra malati ultra­sessantenni. Il responsabile dell'infermeria ebbe tuttavia qual­che dubbio sulla diagnosi del medico fermano, e chiamò quel­lo del convento, persuaso che una visita più attenta e un esa­me più accurato avrebbero ridestato qualche speranza.

Il medico non si fece attendere, ma si limitò a leggere la diagnosi del collega fermano; a fare qualche domanda generi­ca all'ammalato, chiuso nel suo dolore consapevole e scavato; a informarsi sull'andamento della febbre, andandosene poi via subito, non senza aver detto ai religiosi che si preparassero al peggio perché "è impossibile - sillabò - che un organismo co­sì debilitato riesca a superare la malattia".

Uscito il medico entrò nella stanza di Fra Bernardo uno dei "sessantenni" ricoverati nella stessa infermeria, un fraticello piccolo e gracilissimo (pesava più la barba da sola che tutto il corpo), che correggeva l'andatura zoppicante con un bastone più alto di lui e che si faceva compagnia con un lungo rosario logorato dall'uso. "Sicché tu vorresti andartene in paradiso? troppo presto, troppo presto! Devi ancora lavorare; e molto"!

Le parole del vecchio caddero come una pioggia benefica sull'arsura di un autunno languido di siccità e scossero Fra Bernardo che fissò l'anziano confratello con occhi infiammati di febbre, sorridendo amabilmente, convinto che egli fosse lì per dargli un coraggio che medici e malattia gli avevano or­mai tolto.

"Io non avevo mai visto quel fraticello fisicamente insigni­ficante - scrisse più tardi - ma egli entrò nella mia stanza, e poi nella mia vita, come una vecchia conoscenza e parlò con una sicurezza tranquillizzante".

 

Un sognatore

Se era sconosciuto a Fra Bernardo, il "fraticello" era cono­sciuto dagli altri religiosi, fra i quali godeva fama di santo. Non da parte di tutti, purtroppo, ma questo deponeva a suo fa­vore, perché la storia è piena di santi che, ignorati in casa pro­pria (compreso Gesù, minacciato di morte a Nazareth), si prendono la rivincita dopo la morte, "costringendo" gli "in­creduli" a deporre in proprio favore davanti al tribunale eccle­siastico una volta avviato il loro processo di beatificazione.

Il "fraticello", dunque. Si trattava di Padre Damiano da Cingoli, il "sognatore" su cui alcuni facevano troppe riserve, chiedendosi se uomini come lui sono utili all'umanità, oppu­re vanno combattuti proprio per quella carica di fuga che il so­gno sembra favorire. Egli era arrivato nell'infermeria dei Cap­puccini di Macerata dopo una vita che va raccontata per lun­go, tanto è piena di insegnamenti, di episodi edificanti, di mi­racoli che gli meritarono la "canonizzazione" popolare.

Chi conosceva tutto questo credette opportuno riflettere sulle strane parole rivolte all'infermo e si permise di consi­gliare la visita da parte di un altro medico, direttore del di­spensario provinciale.

Più diligente degli altri colleghi, questi visitò accurata­mente il giovanissimo infermo, gli prescrisse una serie di me­dicine e, in capo a una settimana, egli era in piedi, sano e rin­vigorito, tanto che, dopo una breve convalescenza, riprese lo studio. "Va bene le medicine - scrisse Padre Bernardo raccon­tando l'episodio - ma io sono convinto che la mia guarigione venne dalle preghiere di Padre Damiano, il quale tutti i giorni veniva nella mia stanza a recitare il rosario con me e per me".

I contrari al "sognatore" furono serviti perché ai santi spes­so succede di essere incompresi dalla storia del loro oggi e del loro domani; ma il loro dopodomani, che è poi il nostro pre­sente, finisce per dar loro ragione. Se a volte possono sembra­re "anacronistici" è perché hanno ragione troppo presto.

Padre Damiano non si limitò alle preghiere, ma, com'è co­stume dei santi, caricò sulle sue spalle la croce di Fra Bernar­do. Qualche mese prima di morire confessò a Fra Camillo Gat­tafoni a Macerata di essersi offerto vittima a Dio per la guari­gione di Fra Bernardo. così giovane!", disse.

Dio lo prese in parola e lo portò con sé sette mesi dopo, consunto da una serie di malattie dovute non tanto all'età (61 anni), quanto alla sua impazienza di unirsi eternamente a Co­lui che aveva sempre amato e servito.

 

Tempo e grazia: i grandi doni di Dio

 

Damiano Sfascia nacque in contrada Piammartino di Villa Strada - Cingoli - il 6 maggio 1875, tre anni pri­ma della morte del suo corregionale Pio IX. Suo padre era bo­scaiolo e dalle piante aveva assimilato una certa durezza di carattere che stonava col nome - Pacifico - e che faceva pesa­re sulla famiglia, soprattutto su Angela, la moglie, impegnata a tirar su quattro figli, a curare le faccende di casa e l'im­mancabile lavoro nei campi, "rituale" di tutte le mamme d'un tempo, quando non si parlava di disoccupazione della donna.

 

Il boscaiolo

La famiglia era così povera che, non potendo provvedersi gli attrezzi agricoli, dovette accontentarsi di un orticello e d'un pollaio, adattandosi a lavorare nei campi degli altri. Pa­cifico rifiutava sdegnosamente la situazione e sfogava la sua stizza sul tronco delle querce disposte in geometrie irregolari lungo i fossi che, dopo una corsa asmatica tra gli ulivi fatti piantare dal cingolano Pio VIII Castiglioni, mischiavano (e mischiano) le acque con quelle del fiume Musone.

Stanco della situazione, un bel giorno Pacifico decise di partire per l'Argentina, convinto che "l'altro mondo" fosse migliore di quello che lasciava. Invece lo trovò uguale e tornò quasi subito, protestando perché neppure lì c'era "la giusti­zia che cercava.

Piammartino era (ed è) la frazione d'una frazione, quindi era più che assurdo parlare di strutture pubbliche, compresa la scuola. Per cui, quando il 3 marzo 1891, a 16 anni, Damiano chiese di entrare tra i Cappuccini per "diventare - come dice­va lui - frate penitenziale e di preghiera", domandò di essere accolto tra i fratelli non chierici. I superiori decisero invece per il sacerdozio e lui ubbidì, piegandosi a una preparazione accelerata alla scuola del proprio parroco, don Raffaele Peru­gini, un sant' uomo che lo avviò al "latinuccio", d'obbligo per chi aspirava all' altare.

Che si trattasse di una corsa contro il tempo lo si deduce dal fatto che l'anno dopo - 1892 - Damiano cominciò il novi­ziato a Camerino, conservando eccezionalmente il nome di battesimo, e dall'ordinazione sacerdotale, che ricevette il 4 giugno 1898 a Fermo dall'arcivescovo mons. Roberto Papi­ri, nella cappella dell'arcivescovado.

L'anno precedente (accettate questo riferimento ai Papi nella vita di un uomo che amò la Chiesa come sua madre) aveva ricevuto il sacerdozio Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII.

 

A Trieste e a Fermo

Gli anni tra il noviziato e il sacerdozio Padre Damiano li aveva passati a Trieste, dove emise la professione religiosa il 24 ottobre 1896, e dove studiò filosofia nel convento che i Cappuccini delle Marche avevano in quella città prima che la grande guerra facesse del Veneto un meeting di tragiche sce­neggiature militari, allestite, si disse, per ristabilire i confini violati.

A Fermo studiò teologia e vi terminò gli studi il 21 giu­gno del 1900, quattro mesi prima che Papa Leone XIII (un al­tro Papa!) pubblicasse l'Enciclica Tametsi futura, una stupen­da trattazione mistica che mostra come nel sacrificio redento­re di Cristo si trova la spiegazione ultima di tutto ciò che si compie sulla terra.

Un'Enciclica appropriata, perché gli anni della giovinezza di Padre Damiano coincidono con la "tempestosa irruzione dell'ateismo" denunciata dal Pontefice e che si riassume nel laicismo, l'atteggiamento dello spirito che rifiuta. in teoria e in pratica, la fede e tutto ciò che da essa procede, tanto che, qualche anno dopo, Pio XI lo definì "una peste del nostro tempo in cui si ritrovano, in ciò che hanno di peggio, tutti gli errori".

Non è facile dire in che misura tutto questo si ripercosse nei conventi in cui Padre Damiano completò la sua formazio­ne. È facile però dire che, anche se qualcosa vi approdò - non del laicismo, ma del modernismo, che è cosa completamente diversa - al punto che alcuni ne pagarono le conseguenze (co­me Padre Fedele da S. Vittoria e Padre Alfonso da Monsam­martino, suoi insegnanti, ai quali peraltro egli fu sempre af­fezionatissimo), Padre Damiano non se ne curò molto perché, come tutti i santi era convinto che il mondo si rinnova co­minciando a rinnovare se stessi; che i troppi ragionamenti non fortificano, ma indeboliscono; che "la vera civiltà - come dis­se uno vissuto poco prima di lui - non è nel gas o nel vapore, ma nel lavoro di ogni giorno per diminuire le conseguenze del peccato originale" (Baudelaire).

Un'altra ragione del suo supposto disinteresse per le vi­cende e le scoperte del tempo (è di quegli anni la telegrafia senza fili, il cinematografo, l'automobile, l'aeroplano e via dicendo), va cercata nella decisione che prese allorché per­cepì di non essere adatto all'apostolato del pulpito, ma a quel­lo nascosto della direzione spirituale e della confessione. Concentrò quindi tutto il suo interesse sullo studio della teo­logia morale e dell'ascetica, discipline più consone all'attività che avrebbe svolto e alle quali mise mano subito, memore che il tempo e la grazia non si possono sciupare, perché sono i più grandi doni di Dio.

 

“A me piace così”

 

Dalla metà del 1900 al 1932 Padre Damiano percorse le Marche con un itinerario così vasto che permette­rebbe di coprire la carta della regione d'una fittissima tela lu­minosa, sanguigna, imperlata di sudore e di pianto, come ap­paiono imperlate di rugiada, all' alba, le reti di ragno tese fra la ramaglia d'un bosco.

E questo sia perché l'itineranza del religioso ai suoi tempi era più richiesta di oggi, sia perché fu lui stesso a volerla, fa­cendo due richieste insolite, una al Ministro Provinciale e l'altra al guardiano dei conventi che via via lo accolsero. Al primo fece sapere di essere disponibile per i conventi "in cui nessuno vuole andare"; al secondo che non dimenticasse di affidargli "i luoghi più difficili".

Fu accontentato, e in poco più di trent' anni passò in dieci conventi della regione, raggiunti sempre a piedi, lasciando spesso tracce di sangue sui sassi e sui pruni. Inizialmente por­tava i sandali, ma da quando prese per seria la burla d'un con­fratello che gli fece notare come il consumo dei sandali supe­rava la spesa per i mezzi pubblici, scelse di camminare scal­zo.

 

Penitente fin dall'infanzia

Come faceva nei campi di Piammartino, dove si allenò al­la penitenza che prolungava anche di notte, dormendo sopra due mattoni nascosti sotto le lenzuola e flagellandosi le spal­le con una corda irta di punte di ferro, fino a versar sangue.

Le sue penitenze stupiscono e, più che all'imitazione, costringono all' ammirazione. Per lui erano ovvie e naturali, per la sola ragione che Cristo ha scelto una vita di sofferenze e di privazioni. "Pensavo a te nella mia agonia; alcune gocce del mio sangue le ho versate per te. Làsciati condurre dalle mie leggi", geme il Salvatore nel Mistero di Gesù di Pascal.

Padre Damiano non conosceva naturalmente le parole del pensatore francese, ma conosceva quelle di Gesù.

E gli bastava quello, per essere un'icona di Dio nonostan­te l'abito liso, il volto in contrasto con i canoni della bellezza umana, le membra un po' rotte, ma con gli occhi profondi e vivaci, propri di chi è abituato a scrutare le profondità del pa­radiso.

Nelle parrocchie in cui arrivava non indulgeva a nessun ri­poso, ma si chiudeva in confessionale o vegliava in preghie­ra, disciplinandosi. La stessa vita faceva in convento, dove passava le poche ore di sonno disteso su due tavole e qualche volta all'aperto.

 

"Libera me, Domine..."

Un giorno Padre Pietro da Montegiorgio gli chiese un paio di tavole per farci una libreria: sapeva dov'erano e voleva ri­sparmiargli la penitenza che faceva da anni.

- Abbi pazienza, ma per ora mi servono - rispose diploma­ticamente 1' interpellato che sdegnava decisamente le mollez­ze traditrici del letto.

In altra circostanza gli fu giocato un tiro originale. Veden­dolo tornare spossato dal servizio religioso in una frazione molto lontana, alcuni confratelli lo seguirono furtivamente in cella e, non appena lo videro sdraiato sul giaciglio, comincia­rono a cantare il "Libera me, Domine...", cioè il responsorio che un tempo si cantava durante le esequie.

Padre Damiano si passò una mano sulla barba irsuta per far vedere che era ancora vivo e, stringendosi nelle spalle ossute, mormorò:

- A me piace così, che ci volete fare?

A un altro confratello che gli chiese come riuscisse a bere sempre acqua calda (che chiamava scherzosamente "acqua delle pentole" perché la prendeva nella prima pentola che gli capitava), rispose che purtroppo non c' era riuscito come avrebbe voluto e che qualche volta gli aveva fatto anche ma­le. "Ma a Gesù in croce è stato offerto l'aceto, molto più in­digesto dell'acqua - aggiungeva - quindi lasciatemi fare".

Poi si chiudeva in camera o si rifugiava nell'orto, sedotto dal fascino delle piante limpide di plenilunio e profumate di essenze, specialmente quando si torcevano alle struggenti melanconie dell' autunno.

 

"Quistu murirà santu"

 

I fioretti su questo tema sono tanti e bisogna fare un scel­ta. L'austerità che lo accompagnò per tutta la vita e che avrebbe stroncato un soldato e sfinito un pellegrino, a lungo andare divenne una sua seconda natura. Aveva conosciuto la fatica fin da piccolo, quand'era manovale dei muratori, e ne aveva approfittato per dare alla lama della sua anima una guaina resistentissima, d'uomo forte materialmente, nono­stante l'apparente gracilità, e spiritualmente: senza debolezze, o abbandoni, o improvvise spossatezze.

Don Leopoldo Giardini, un faceto curato della campagna fermana, un giorno gli ricordò un gustoso episodio accaduto a Porto S. Giorgio. "Padre Damiano - gli disse sorridendo - ri­cordi quella volta che ci trovammo al Porto insieme? Io pre­dicavo e tu confessavi; io mangiavo e tu facevi penitenza".

Padre Damiano accennò un lieve si con la testa e non ri­spose.

 

"Per me lo sapete, vero?"

Tutti sapevano, d'altronde, che mangiava l'indispensabile per sopravvivere, rifiutando sistematicamente carne e vino. Quando nelle canoniche veniva portata a tavola la carne, lui si affacciava garbatamente in cucina e diceva: "Per me lo sa­pete, vero?" E gli veniva portata a tavola una bella porzione di verdura cotta. "Se non poteva far questo - ha scritto Padre

Bernardo Gabrielli - tirava fuori qualche battuta di spirito o qualche episodio curioso, pur di condurla per le lunghe ed evitare cibo e bevande che non rientravano nel suo menù".

Capitava anche che fosse lui stesso a portare alle varie perpetue le verdure da cuocere, offertegli dai contadini o raccolte da lui stesso nei campi ondulati di vento e ridenti di acque fuggitive.

Il parroco di Curetta di Servigliano se lo vide arrivare in casa accaldato e sfinito in un torrido pomeriggio estivo. Cer­tissimo che fosse ancora digiuno, gli fece preparare due uova. "No, don Angelo, grazie: ne basta solo uno", supplicò con la poca voce che gli rimaneva.

 

"L'uomo non fa quello che non vuole"

Quando era in convento da solo (accadeva spesso, soprat­tutto a S. Vittoria in Matenano, dove visse per anni in compa­gnia delle acque e delle stelle) faceva di "peggio" perché mi­schiava minestra e cenere, rispondendo a chi una volta lo col­se sul fatto: "Va bene così; l'uomo non fa quello che non vuo­le".

Allorché a Fermo venne a mancare il cappellano del cimi­tero, la gente chiese che venisse sostituito da Padre Damia­no, conoscendone l'amabilità, la disponibilità e soprattutto la capacità di confortare in momenti particolarmente dolorosi. Il superiore si oppose, giustificando così il rifiuto.

- Se fa tanti sacrifici in convento, sotto la sorveglianza del guardiano che lo frena e lo regola con la sua autorità, che co­sa farebbe sentendosi libero e solo?

Quello che stupisce di più, comunque, non è la sua peni­tenza, ma il sorriso con cui la faceva. Sono molti quelli che soffrono, ma pochi solitari riescono a irradiare luce dal loro dolore. La faccia scura danneggia l'etica e l'estetica. Padre Damiano appartiene a questa aristocrazia spirituale di anime penitenti che corporalmente riflettono una sensibile felicità che in lui traspariva anche dalle spiritose battute in latino maccheronico che muovevano al sorriso, sdrammatizzavano situazioni critiche, risolvevano quelle imbarazzanti, invitava­no benevolmente a riflettere.

 

"Ego scio... ego scio..."

Se vedeva qualcuno pavoneggiarsi con ninnoli costosi e vistosi, indicando il cimitero, diceva: "Sed non portabis illuc" (sarai sepolto senza di loro). A chi gli faceva notare che quel suo stile di vita era il modo migliore per rovinarsi la salute, ri­spondeva: "Ego scio, ego scio, lo so, lo so".

Ma non mutava vita.

A Cingoli sfidò coraggiosamente la neve per soccorrere le monache di S. Sperandia. Racconta suor Rosaria Zenobi:"Un anno, per le abbondanti nevicate, rimanemmo isolate nel mo­nastero. Trascorsi tre giorni, quando non c'era speranza che qualcuno potesse venirci in aiuto, sentimmo suonare il cam­panello alla porta: era Padre Damiano.

Dal convento dei Cappuccini aveva azzardato di venire da noi, avendo grande pena in cuore perché eravamo senza Mes­sa, senza comunione e bisognose, forse, di qualche aiuto.

Arrivò tutto coperto di neve e bagnato di sudore per lo sforzo e lo strapazzo. La madre Badessa volle che entrasse nel monastero e passasse per la clausura, per risparmiargli il tra­gitto esterno fino alla chiesa.

Attraversando la cucina, dov'era acceso un bel fuoco, non si fermò neppure un attimo a scaldarsi né ad asciugarsi, ma andò direttamente a celebrar Messa, zuppo e affaticato com'era.

Terminata la celebrazione, felice e contento di quell'atto di carità, se ne tornò in convento, lasciandoci commosse fino alle lacrime".

"Altra volta - continua a narrare suor Maria Rosaria - ven­ne da S. Vittoria a Cingoli a piedi. Devotissimo di S. Speran­dia, volle fare un pellegrinaggio dalla cittadina ascolana al suo sepolcro a piedi e digiuno, passando la notte sotto un al­bero per un breve riposo. Arrivato al santuario passò ore e ore in ginocchio davanti all'urna della santa, ma senza alzare il velo che ne copre le reliquie. Quando gliene chiedemmo il motivo, rispose sorridendo che S. Sperandia sapeva e vedeva bene che lui era lì e che anche lui sapeva la stessa cosa, per cui non occorreva altro".

 

"Sono pronto, tagli pure"

Volle subire tre operazioni completamente sveglio. Do­vendo asportargli un tumore sul lato destro del collo, il chi­rurgo insistette per l'anestesia, ma lui rifiutò stendendosi sul lettino e dicendo: "Son pronto; tagli pure, che non mi muo­verò". E dire che aveva orrore del sangue!

Quello che per gli altri poteva sembrare assurdo, per lui era naturale: andare a piedi, fermarsi a parlare con i contadi­ni, confessare sul ciglio della strada, cadere sfinito a terra, be­re al beccuccio d'una sorgente che scendeva dal monte, ingi­nocchiarsi sul sentiero con un bestemmiatore per suggerirgli le parole con cui chiedere perdono (era intransigente con i be­stemmiatori e con chi non santificava la festa), togliere dalle spalle d'una donna un fascio di legna e caricarlo sulle proprie, erano gesti così spontanei in lui (e così insoliti negli altri), che tutti lo seguivano come si segue qualcuno che, ancora vivo, è già leggenda.

Bello l'episodio del bestemmiatore, che va rievocato nella sua plasticità: da gruppo marmoreo scolpito all' aperto.

Padre Damiano camminava per la campagna, quando sentì una bestemmia che rotolò nell'aria come un tuono. Traballò come se fosse stato colpito da un fulmine, ma si riprese subi­to: tolse i sandali e corse verso il bestemmiatore, costringen­dolo a fermarsi mettendosi a braccia larghe in mezzo alla stra­da. L'uomo si fermò e Padre Damiano, puntandogli contro l'indice, gridò: "Dio non si offende! Scendi e inginocchiati per chiedergli perdono".

L'uomo stava per reagire, ma poi scese e si inginocchiò vi­cino al frate, chiedendo perdono a Dio. Poi si alzò lentamen­te, sfinito, come se avesse vangato un ettaro di terreno. Ma era felice. Solo allora Padre Damiano si accorse che il cielo era azzurro e che le rondini vi tracciavano pentagrammi sen­za note.

Tutti sentivano di dover essere migliori accanto a un uomo che cercava solo le anime, liberandole dal freddo artiglio di satana. Qualcuno non l'accettava; qualche altro lo considera­va un semplicione, uno "sciapetto" da compatire; altri ancora lo scambiavano per un esibizionista e quasi un denigratore di tutti gli affetti, lontano mille miglia da quel Gesù che nel Van­gelo manifesta più soavità che asprezza.

C'era anche, però, chi riconosceva in lui il soffio dello Spirito che spira come vuole, perfino come l'uragano. L'im­portante è saperlo riconoscere e saperlo amare nella sua aspra realtà; cioè anche quando entra nella casa della nostra anima spaccando i vetri.

Gli umili riconoscevano e amavano questo Spirito in Pa­dre Damiano, senza porsi le dotte domande dei sapienti e dan­do ai suoi atteggiamenti i colori giusti e la meraviglia neces­saria. In alcune sue azioni c'è l'anima dei Fioretti francesca­ni, anche se non c'è la pagina. Per questo, rispondendo a chi la pensava diversamente, la gente comune diceva: "Quistu murirà santu!"

Anche se il mondo è "un lodatore di virtù finte", come di­ceva Leopardi, qualcuno va controcorrente, vede giusto e sa scoprire la perla nascosta nel campo.

 

Il vento sulla vela

 

Nato sotto la protezione d'un santo, Padre Damiano "doveva" raggiungere la stessa meta. Il nome gli fu posto infatti perché le difficoltà della nascita si risolsero quando la mamma lo affidò a uno dei due santi medici orien­tali (Cosma e Damiano) detti anargiri, perché curavano i ma­lati gratuitamente. Le difficoltà furono serie, se fu deciso di battezzarlo subito, completando più tardi le cerimonie in par­rocchia.

Per una di quelle rivelazioni che lo Spirito riserva agli eletti, capì fin da piccolo il valore della sofferenza e la cercò con gesti superiori all' età. Quando Angela, premurosa come tutte le mamme, si alzava di notte per controllare il sonno dei figli, rimboccare le coperte, chiudere la finestra o aprirla, se­condo l'umore delle stagioni, spesso non lo trovava a letto, ma sull'uscio, sdraiato per terra e con un mattone per cusci­no. A una zia che lo rimproverò perché, oltre a mettere in an­sia la mamma, si rovinava la salute, rispose: "Lasciami per­dere: tu non sai quanto bisogna soffrire, se Gesù ha sofferto tanto".

Cristo non vuole ammiratori, ma discepoli. Non sa che far­sene di chi lo loda; vuole chi lo segua.

 

Viveva la passione di Cristo

Fin da piccolo, Damiano percepì l'esperienza della croce allo stato di avvenimento e non di memoria, considerandola non solo come un fatto attuale, ma da imputare a se stesso:

Cristo soffre per causa mia. D'altronde l'oggetto d'ogni espe­rienza cristiana della croce non può consistere in una sempli­ce pratica della compassione, ma deve arrivare alla autoim­putazione. Come avvenne a tanti santi, egli arrivò al punto di non leggere più la passione di Cristo, ma di pensarla e di ri­viverla nella sua piccola vita.

Solo così si spiega la scelta di camminare sempre a piedi e scalzo; di rifiutare il refrigerio d’una bevanda; di bere solo acqua e di preferire le verdure alla carne; di scegliere sempre l'ultimo posto. Fin dai primi giorni di convento rinunciò vo­lutamente al riposo e ai pochi momenti di svago, impegnan­dosi nei lavori dell'orto, della cantina, della chiesa, impazien­te di migliorare una coltura, di riparare una porta, di abbelli­re un altare che voleva in ordine e pulitissimo. Una volta mi­nacciò di non celebrar Messa se non gli permettevano di cam­biare un tovaglia sudicia di cera e di vino.

Nel 1895 affrontò senza anestesia l'operazione dell'ernia, trovatagli quando passò la visita militare a Udine, cosa che ri­peté più tardi quando gli fu asportata un'escrescenza mascel­lare, giustificandosi col dire che Gesù in croce rifiutò l'ane­stesia che si offriva ai condannati.

Trovandosi a Fermo con Fra Marcellino da Capradosso e Fra Giuseppe da Rapagnano, gareggiò con tutt'e due in peni­tenze e preghiere, esortandosi a vicenda a "fare senza parla­re", noncuranti dei sorrisetti di compassione che li circonda­vano, ma che più tardi cedettero il posto a un' ammirazione che dura ancora e che non finisce di riferirsi a loro quando si parla del recupero del "vero spirito cappuccino".

Duro con se stesso, era però estremamente attento alle ne­cessità degli altri, in convento e fuori. A S. Vittoria lastricò da solo, pietra dopo pietra, una scorciatoia che collegava il con­vento al paese, stanco di veder la gente arrivare in chiesa in­zaccherata di terra o bianca di polvere; aiutò i contadini a mi­gliorare le case; a portarvi l'elettricità; a rinnovare un intona­co; ad allargare una finestra; a canalizzare acque sorgive. Im­bracciò vanga e zappa per aiutare le donne rimaste sole in ca­sa durante la guerra; scrisse e lesse le lettere che esse si scam­biavano con gli uomini al fronte; aiutò per anni una mamma a sfamare e imboccare il figlio disabile; procurò medicine e ghiottonerie agli anziani e ai malati. Una signora conservò a lungo in casa una bottiglia di rosolio ricevuta da lui, che ne conobbe il malcelato desiderio di averla mentre era in ospe­dale.

Nel frattempo insegnava una preghiera; educava alla bel­lezza della fede; alla purità del mistero cristiano. Si univa al rosario che sentiva recitare al piano superiore, inginocchian­dosi vicino all'uscio; diceva parole di conforto; richiamava una pagina di catechismo, preoccupato non di chi non sapeva, ma di chi poteva sapere cose non vere. "Su, su, coraggio - dis­se a una donna che aveva una famiglia numerosa - se continui così ce la farai: la tessera per il paradiso è assicurata".

 

Uomo generoso

A Cingoli si interessò per far portare l'elettricità dalla fa­mosa Piazza Padella al convento, contattando gli uffici com­petenti di Falconara e S. Severino Marche, che raggiungeva sempre a piedi. Inoltre collaborò attivamente a scavare il poz­zo che si trova ancora accanto alle mura di cinta, "vestito di tuta, madido di sudore, sporco di polvere e di fango".

Durante il servizio militare, che svolse per un paio di me­si nel 1918, prima a Brescia e poi in Ancona, si addossò i ser­vizi più faticosi e più umili, nonostante le beffe di chi lo con­siderava un "buono a nulla", compreso un capitano che lo umiliava continuamente solo perché era un frate.

A S. Pietro Monco aiutò due fratelli, angosciati per il fal­limento a cui stavano esponendosi per la crisi che aveva col­pito il loro lanificio. A situazione ormai disperata, arrivò lui, capì che il male veniva dal loro disaccordo, li rappacificò, be­nedisse lo stabilimento e il lavoro riprese immediatamente. Il primo panno che uscì dai telai fu per lui, per una tonaca nuo­va. Accettò e fece cucire il saio, ma non lo indossò mai.

A Macerata, a Cagli, a Fossombrone, a Cingoli, a Iesi... ovunque lasciò il ricordo d'un atto di bontà, di un gesto di mi­sericordia, di una cortesia, di un rimbrotto ("aveva le ugnet­te" disse di lui un confratello), di una goccia di sangue sui sassi, di un'estasi... risposte generose allo Spirito che soffia­va sulla sua vela.

 

"Gran medico delle anime"

 

La santità è un'esperienza spirituale, interiore, consu­mata principalmente fra l'anima e Dio. Ciò che ne ap­pare all'esterno non è mai tutto: resta sempre un margine va­stissimo, incontrollabile, di possibilità e di sorpresa, senza ag­gettivi correnti. Oltre quel margine il cuore e la testa dell'uo­mo non possono avanzare con i ferruzzi della critica e del­l'induzione storica, ma solo con gli abbandoni della fantasia e le sfide della preghiera.

Non è facile, perciò, parlare dell'apostolato più specifico e più nascosto di Padre Damiano, scelto, pare, per l'incapacità di esporsi in pubblico con la predicazione, ma più esattamen­te perché gli permetteva di trasmettere meglio alle anime la passione per la santità.

 

"Niente, ma vatti a confessare"

"Gran medico delle anime - scrisse il dott. Pierluigi Perri, che fu ricondotto da lui sulla strada della verità - con pronto intuito faceva la diagnosi, con la bontà attraeva, con la sem­plicità guidava, con l'esempio convinceva. Con i penitenti fu sempre benevolo e indulgente, accogliendoli con volto amico e con parole incoraggianti".

Sempre. È un avverbio da sottolineare vigorosamente, per­ché mai a nessuno disse: "Aspetta, ora non ho tempo". Era troppo convinto che l'anima è bella e santa perché amata da Dio e non che è amata da Dio perché è bella e santa, per non andarle subito incontro.

Qualsiasi anima, fosse quella della lavandaia di Fossom­brone, del postino di S. Ippolito o quella di Alberto Del Fan­te, il massone convertito da Padre Pio e suo primo biografo. Padre Damiano lo incontrò mentre tornava a Fermo in treno e ne divenne il confidente, il confessore e il padre spirituale. Per vari anni ogni metà del mese egli arrivava al convento di Macerata per una giornata di ritiro insieme a lui, "stemperan­do vicino alla sua dolcezza - è stato scritto - la rigidezza con cui lo trattava Padre Pio".

Del Fante gli portò il dott. Giorgio Festa, il medico incari­cato di controllare le stimmate di Padre Pio. Anche lui ne divenne un penitente assiduo e devoto.

"Se è morto da santo - ha scritto Egle Paoloni Caferri – è proprio perché era sempre pronto a confessare la gente e per­ché usava tutti i mezzi per indurre qualcuno a confessarsi". A Pasqua escogitava l'impossibile per indurre gli uomini al sa­cramento della riconciliazione, andandoli a trovare nelle of­ficine, nelle botteghe, per i campi, impaziente di vederli riconciliati con Dio. "Tutte le anime debbono tornare a chi le ha create - diceva - preghiamo perché questo avvenga. Ci sono tanti pesci; uno tira l'altro. Preghiamo.

Quando riconsegnava gli orologi riparati e gli veniva chie­sto quanto gli fosse dovuto, rispondeva:

- Niente, ma vatti a confessare.

Appena veniva chiamato lasciava tutto, compresa la cola­zione o il pranzo, e si chiudeva in confessionale, da dove più volte fu tirato fuori svenuto per la stanchezza e il digiuno.

Alzarsi da mensa per confessare gli accadeva spesso, ed era conseguenza logica di quello che compiva ogni mattina sulla mensa dell'altare. L'Eucaristia non sopporta la sedentarietà, ma spinge a servire gli altri, perché altrimenti sarebbe un sacrameno incompiuto. Gesù nel cenacolo lo "completò" lavando i piedi agli apostoli. Padre Damiano lo completava “lavando” le anime con dedizione ammirevole, persuaso di servire e di raggiungere così Colui col quale desiderava rima­nere per sempre.

"Avevo 17 anni quando mi confessai da lui la prima volta - ha scritto Medusa Capodagli da Fossombrone - e rimasi tal­mente colpita dalla sua bontà, che scaturiva da quella di Dio, proponendomi che bontà e solo bontà doveva essere il pro­gramma della mia vita. Tra tanti altri cappuccini, anche di ri­lievo, il santo era lui; ed era lui il confessore più ricercato. A Fossombrone confessava in duomo e più d'una volta, mentre si incamminava verso la chiesa, diceva alle donne che vede­va pigrire al sole: "Mi chiamo frate Sfascia e confesso tutti i giorni nella cattedrale: vi aspetto. Poche deludevano la sua at­tesa".

Sempre a Fossombrone era a disposizione delle lavoratri­ci della seta che passavano quasi tutte al suo confessionale al mattino presto o al pomeriggio, dall'una e mezzo alle 18. A quell'ora, d'inverno, era buio fitto, ma esse lo trovavano sem­pre là. Andavano volentieri, attratte non dal suo aspetto, che non incoraggiava davvero ad ascoltarlo, ma dalla sua mitez­za, dalla sua bontà e dalla sua comprensione, così rare che non si incontravano in nessun altro. Le pochissime volte che non lo trovavano in chiesa andavano a piedi al convento, no­nostante la salita per arrivarvi"

Con lui, epigone di una lunga schiera di santi vissuti nel convento, il colle era diventato un rogo di luce.

 

"Ho trovato chi mi salverà"

La testimonianza di Paolo Valentini, di S. Ippolito, è corsa da una trepidazione che la rende umanissima. Bel ragazzo, amante dei festini, mangiapreti convinto e deciso, non trala­sciava un ballo o un ritrovo, certo di "riempire" così la vita. Invece essa restava vuota, e quindi pesante. Arrivò perfino a giurare di uccidere il prete del suo paese, spinto dal galateo malavitoso dei compagni, che erano la sua brutta copia.

Non lo fece perché trattenuto da un amico e da un ammo­nimento dello stesso sacedote: "Paolo, se ascolti le mie paro­le, vali più di me che te le ho dette".

Dopo vari propositi di cambiar vita, tutti regolarmente di­sattesi, compreso quello fatto nella trincea sul Bainsizza, fra il crepitio delle mitraglie, finalmente incontra Padre Damiano e dice subito: "Ho trovato chi mi salverà".

Stupendo mistero questa improvvisa nascita della fede! Pentirsi è un dono di Dio. Pur peccatore, Paolo non cercava scuse per la sua condotta, e chi non fa questo è già sulla via della salvezza.

"Dopo la prima confessione - aggiunge Paolo - iniziarono per me tre anni di gaudio spirituale, soprattutto perché mi dis­se che in capo a sei mesi "il diavolo non sarebbe più stato pa­drone della mia vita". Avvenne proprio così.

Per incoraggiarmi a lasciare il peccato mi parlava d'una penitente che ne aveva combinate più di Carlo in Francia, ma che poi era diventata una cristiana esemplare. I santi sono riu­sciti, diceva, perché non dobbiamo riuscire noi?"

Concetti che gli ribadiva nelle lettere che gli scriveva da S. Vittoria, da Fermo e da Macerata; lettere semplici, disadorne, a volte anche scorrette (sono 27), ma piene d'un affiato com­movente e in una delle quali confessa che "da 36 anni ho fat­to il mio possibile per portare tutti in paradiso".

A distanza di anni, Paolo parlava di Padre Damiano con l'entusiasmo e l'ammirazione del primo incontro, vivendo così esemplarmente che la figlia Elvira ha scritto: "Com'è bello aver avuto un babbo così! Le virtù che maggiormente ammiravo in lui erano la fede e la sincerità. Faceva tutto sen­za vergognarsi, anche se sapeva di essere deriso".

 

Come confessava?

Cosa diceva ai penitenti Padre Damiano? "Poche cose e in forma quasi ingenua - ha scritto Padre Bernardo Gabrielli - ma aveva un grande ascendente sul penitente, per cui ogni sua parola era accettata con molta devozione. Inoltre sapeva su­scitare un'estrema confidenza. Aprirsi con lui era facile, per­ché comprendeva le situazioni più delicate, trovando la paro­la adatta per ogni circostanza".

Quel suo parlar semplice e breve era squisitamente evan­gelico (il Padre nostro consta di 40 parole e i comandamen­ti di 53), e quindi il più bel sigillo della verità. Ma era anche una scelta per far capire bene e a tutti che lo scoraggiamento non doveva prevalere sulla speranza, né il lamento sulla leti­zia di riavvicinarsi a Dio. A chi si dispiaceva di non poter far luce raccomandava almeno di non fare ombra. La novità del­le sue poche parole stava nel silenzio che lasciavano nell'ani­ma appena le udiva: un silenzio che favoriva la riflessione, il pentimento, il proposito.

Nessuna meraviglia, perciò, che davanti al suo confessio­nale ci fosse sempre gente "come alla fiera", ha detto una donna; che davanti alla sua cella dell'infermeria approdasse gente che veniva da lontano; che lo chiamassero perfino i de­tenuti nel carcere penale di Fossombrone; che ci fosse anche chi voleva confessarsi soltanto da lui. Perfino in punto di morte.

A Sant'Elpidiuccio di Montélparo un contadino disse chia­ramente ai familiari che lo invitavano a ricevere gli ultimi sa­cramenti: "Solo se viene Padre Damiano". Egli ne fu avverti­to e a piedi da Cingoli corse a raccogliere l'ultima confes­sione del moribondo, salvando in extremis una partita spiri­tuale che sembrava persa per sempre. Non fu la prima volta, del resto, che Padre Damiano decidesse una gara tra il bene e il male al novantesimo minuto.

Altre volte fu avvertito da voci non umane.

A Fossombrone assisteva da tempo una giovane di 28 an­ni, tubercolotica e provata da una serie di sventure familiari:

morte del padre e del fratello, dissesto finanziario e perdita del lavoro. "Il 12 novembre del 1928 - scrive Medusa Capodagli - a ora insolita Padre Damiano si recò a casa dell'infer­ma per confessarla e confortarla. Non fu chiamato da nessu­no, perché non c'erano stati peggioramenti.

Finita la confessione se ne andò. Ma aveva appena passa­to il ponte sul Metauro, che si diffuse la notizia della morte dell'inferma. Padre Damiano aveva misteriosamente presen­tito che la mia amica era alla fine.

Il fratello dell'ammalata ne fu talmente commosso che propose di confessarsi anche lui". Pochi come Padre Damia­no univano la passione per i diritti sacrosanti di Dio alla com­passione per i doveri disattesi dagli uomini.

È spontaneo, parlando di Padre Damiano confessore, rife­rirsi a quanto avveniva in quegli anni a Padova con S. Leo­poldo Mandic e a S. Giovanni Rotondo con S. Pio da Pietrei­cina, cappuccini come lui. Padre Damiano non ha avuto at­torno al suo confessionale le loro folle oceaniche, ma ha avu­to certamente la loro stessa santità, messa a servizio degli umili, com'è dovere di ogni servo premuroso del popolo di Dio.

Servo che cammina col popolo, col compito di sveltirne la lentezza del passo e imprimere alla sua itineranza i ritmi di un' accelerazione carica di attese. Servo attento a non esaspe­rare nessuno, ma anche coraggioso per gridare al lupo quan­do entra fra il gregge; per smascherare e combattere i vizi pa­lesi e nascosti dei ricchi come dei poveri, ricordando che l'uo­mo disposto a lanciare pietre per aria, non deve poi accusare Dio se gli ricadono sulla testa.

 

"Se è celeste, che vada in paradiso"

 

Parlando di Padre Damiano come confessore, sarebbe riduttivo considerarlo un uomo adatto solo a converti­re peccatori incalliti nel male; a invitare al sacramento della riconciliazione anime che non vi si accostavano da tempo; a raddrizzare i sentieri della vita di quanti lo cercavano per rac­contargli le loro pene, chiedendo conforto. Anzi, per chi ne conosce a fondo la vita e lo spirito, questo è un aspetto se­condario, perché innanzitutto egli è stato un plasmatore di anime. La luce che gli splendeva nelle mani callose di lavoro sembrava nascosta e flebile, ma come tutti gli asceti e i misti­ci, egli la rivolgeva verso le anime, avviandole verso la sua sorgente e trasformando le pietre d'inciampo in pietre di gua­do.

 

"Capisci cosa voglio dire?"

Sentire Gesù (come Gemma Galgani, egli poteva dire di "essere nato per Lui") significava per lui trasmetterlo agli al­tri, anche a quelli che non lo "capivano" pienamente, ma che pian piano, grazie alla sua benevola insistenza, desideravano "conoscerlo". Gli bastava questo, perché nel desiderio di co­noscere Dio non solo c'è una specie di vaccinazione contro il male (il desiderio è una medicina, e la medicina non è una con­quista, bensì un aiuto), ma c'è soprattutto la spinta decisiva verso la virtù, non imposta, ma sollecitata, allevata, educata.

"La confessione per lui - ha scritto Medusa Capodagli - più che un ascoltare e un ricevere i peccati, era l'occasione per animare e risvegliare, per avviare al miglioramento, men­tre per il fedele era il momento per accogliere l'esortazione o il consiglio, che riaccendeva la speranza e la fiducia". Il tutto con voce dolce come un accordo d'arpa, ma provocatrice co­me un rimorso incrostato sulla coscienza degli interessati.

"Il terreno della vostra anima è pronto - disse a una signo­ra di Fermo, dimostrando un'intelligenza tenuta lucida dalla contemplazione - cosa risolvete di fare? Per la via della per­fezione non dobbiamo camminare a passo, ma correre senza stancarci. Da voi vorrei una cosa: che siate sempre contenta senza mai contentarvi. Mi capite cosa voglio dire con que­sto?"

"Ho capito" rispose la donna, che dimostrò con la vita di aver afferrato la forza allusiva delle parole negli echi di ri­mando.

 

La pece sul cuscino

Un' altra che capì bene quello che diceva, fu una ragazza di S. Vittoria, la città in cui Padre Damiano passò molti anni della sua vita religiosa. Il giorno della festa di S. Valentino si chiuse di buonora in confessionale, uscendone verso mezzo­giorno per celebrar Messa e con una sorpresa davvero insoli­ta. Il cuscino del confessionale gli si era stranamente attac­cato alla tonaca e non riusciva a staccarlo. La gente in un pri­mo tempo sorrise, vedendolo così impacciato e palesemente indispettito, poi si indignò e alla fine si commosse. Si seppe, infatti, che il fidanzato della ragazza, convinto che essa fos­se entrata in monastero su suggerimento del frate, si era ven­dicato spalmando una tubetto di pece sul cuscino incriminato.

Nessuno invece protestò quando entrò in convento un al­tro suo penitente, un certo Domenico Biondi da Rapagnano, nonostante i parenti fossero contrari. Più tardi Padre Damia­no si trovò con Domenico - diventato Fra Giuseppe da Rapa­gnano - nel convento di Fermo, insieme al Servo di Dio Fra Marcellino da Capradosso, gareggiando con tutti e due nel fuggire comodità e privilegi, armi pesanti che, come quelle di Saul, non permettono di abbattere Golia.

Esigente, efficace e disposto a qualsiasi sacrificio pur di stabilire il regno di Dio nelle anime, non era però importuno. "Le nostre conversazioni - ha detto Pierluigi Perri - erano tutt' altro che pesanti. Esse toccavano argomenti di vita devo­ta, di morale, e sfumavano intorno alla bellezza del creato, al­le meraviglie della natura, alla virtù delle erbe, alla bontà de­gli uomini".

Usava anche le parole forti, ma solo con chi sapeva che avrebbe saputo capirle. "Il Signore vi fa le grazie, ma voi non volete accettarle", disse a una donna che non si decideva a mutar vita, costruendo dighe di carta dove occorrevano quel­le di cemento armato. Alla risposta che la buona volontà non mancava, aggiunse: "Si, potrà anche esserci, ma è come ave­re volontà di dare un pezzo di pane al povero, senza però met­terglielo tra le mani".

Dava consigli vedendo lontano. Una giovane particolar­mente bella e agiata gli chiedeva da tempo che voleva farsi suora, ma lui non sembrava dar peso alla cosa. Finalmente un giorno in tono quasi ispirato le disse: "Andate pure, ma ricor­datevi che dalle suore sarete maltrattata e dai frati malvista. Se ve la sentite, partite pure, altrimenti restate a casa".

La ragazza era decisa e partì, ma si avverò subito quello che le aveva detto Padre Damiano. La superiora la guardava di traverso e non la voleva. Padre Damiano lo seppe, corse al monastero e redarguì risolutamente la badessa, che rispose con meditato puntiglio. "Avete l'anno di noviziato e non è giusto rimandarla così; se non va, provvederete dopo", tagliò corto il religioso.

Passò del tempo e il fraticello si riaffacciò in convento per chiedere informazioni. "Padre Damiano - le rispose sorriden­do la superiora - di buone figliole ne ho avute tante, ma come questa mai".

Non sempre aveva bisogno della confessione per capire lo stato delle anime: a volte gli bastava solo uno sguardo. - Al­lorché incontrò una mia consorella - racconta suor Maria Ro­sana Zenobi - sospese il lavoro che stava facendo in mona­stero, la segui a lungo con uno sguardo penetrante e disse che avrebbe fatto un'ottima riuscita se avesse trovato un buon di­rettore spirituale, altrimenti avrebbe avuto e dato noie "con quel carattere che si fa trascinare".

I fatti gli diedero ragione, giacché suor Maria Teresa, "quella giovane", ebbe una sua storia spirituale tutta partico­lare. "A me successe qualcosa di simile perché, stringendomi un giorno i polsi, mi disse che non potevo fare i lavori che fa­cevano le altre, perché molto più debole di loro. Naturalmen­te risposi che non era vero, che potevo far tutto, ma lui insi­stette, dicendomi chiaro e tondo che non dovevo portare "quel" cilicio né fare la disciplina con "quel" ferro irto di pun­te o addirittura con la corda.

Avrei voluto insistere, ma lui mi azzittì sostenendo che mi avrebbe portato lui una disciplina adatta e di cui mi sarei do­vuta servire. Infatti qualche giorno dopo mi fece chiamare in parlatorio e me la diede. Inutile dire che l'ho conservata co­me il suo ricordo più caro".

 

"Fatele bere due sorsi d'acqua"

Nel 1920 a Cingoli infierì "la spagnola", l'epidemia che fece migliaia e migliaia di vittime in tutta Italia. Ammalai an­ch'io e si temette per la mia salute, anche perché il medico aveva detto che non c'erano speranze. Avevo 19 anni e nel monastero si diffuse una comprensibile tristezza.

Una sera arriva Padre Damiano e chiede mie notizie. "Sta­te tranquille, Maria Rosaria non morirà. Fatele bere due sorsi d'acqua e guarirà". Da tempo non potevo ingerire niente, tut­tavia feci il possibile per bere i due sorsi consigliati da Padre Damiano e guarii subito.

Qualche mese dopo tornò e gli fu chiesto di pregare per suor Alma Celeste, gravemente inferma. "Se è celeste, lasciatela andare in paradiso", rispose. E in capo a dieci giorni la suora morì".

Una donna di Sorbolongo (un paesino vicino a Fossom­brone) ammalò gravemente e i medici le prescrissero una me­dicina molto costosa. Non avendo i soldi per comperarla, pen­sò di chiedere aiuto a Padre Damiano e si incamminò verso il convento dei Cappuccini. Attraversando la ferrovia le venne in mente di aspettare il passaggio del treno e lasciarsi morire fra le rotaie, ma vinse il desiderio di incontrarsi con il frate che tutti dicevano santo.

Egli le parlò con calma invitandola a confidare in Dio e nel Beato Benedetto; la benedisse e la mandò via confortata e...affamata, perché, arrivata a casa, mangiò tanto pane da sentirsi sazia. Era una cosa che non faceva da tre anni; ma sentì di doverlo fare perché nel pane trovò la sua guarigione.

Ci sono molti altri episodi che rivelano il suo spirito pro­fetico e che la gente riteneva il frutto naturale della sua unio­ne con Dio. Con amore impaziente essa non gli concesse l'appuntamento con la morte per crederlo santo. Accade in­fatti che, mentre il verdetto della Chiesa docente è possibile soltanto sopra la tomba dei santi, il popolo cristiano si ripren­da con loro, ogni tanto, qualcuno degli antichissimi diritti,di quando eleggeva vescovi e canonizzava gli uomini che sti­mava di più.

E per "quel" popolo, Padre Damiano è santo.

Padre Elia da Cupramontana (un vero uomo di Dio anche lui) racconta che a Fossombrone arrivò un telegramma che annunciava la morte della mamma d'un religioso. Padre Da­miano sentì e intervenne subito.

- Che? tua madre è morta? Ma no, sta' tranquillo, non so­lo non è morta, ma avrà ancora qualche anno di vita". E fu co­sì.

Quando, nel 1927, morì a Iesi Padre Fedele da Monterado, un esimio musicista, amico di Lorenzo Perosi e religioso di altissima virtù, Padre Damiano ne diede notizia ai confratelli in tempo reale. Mentre stavano conversando, egli si fece im­provvisamente serio e disse che in quel momento il buon re­ligioso era morto. Quando arrivò la notizia ufficiale, si con­statò che tutto era avvenuto nel giorno e nell' ora annunciata da lui.

Congedando un giorno Paolo Valentini di S. Ippolito, il postino da lui riportato a Dio, disse:

-     Tornate presto o non mi rivedrete più.

-     Parte, forse? - chiese con apprensione il penitente.

-     O muoio o vado via...Ma forse non morirò; andrò via.

Infatti ammalò abbastanza seriamente, ma si riprese e fu trasferito.

 

Dove attingeva le sue intuizioni?

Anche se si conosce la risposta, è naturale chiedersi dove attingesse luce, forza e intuizioni profetiche un uomo così equilibrato, prudente e corretto, doti di un uomo buono, ma semplice. Se glielo avessero chiesto, probabilmente si sareb­be confuso, ma nessuno glielo chiedeva, sapendo che il se­greto stava nel gran tempo che giorno e notte passava a "par­lare con Gesù", che è un modo di vivere, perché Dio è cosa che non si può possedere senza sentire il bisogno di posse­derne di più. È come l'amore, che più ti ama più lo ami. È il tesoro che si aumenta aumentandosi.

"Un giorno - racconta Padre Eusebio da Cagli (altro santo con la S maiuscola) - mi recai a fargli visita nell'infermeria di Macerata. Non trovandolo da nessuna parte, mi fu detto di da­re un'occhiata in cappella. Aperta la porta, lo vidi in ginoc­chio davanti all'altare con il viso e le mani protese verso il ta­bernacolo, come fuori dei sensi, senza accorgersi del rumore fatto dalla porta e dalla mia presenza.

Lo chiamai, ma stentò a muoversi e a tornare in sé, come chi si sveglia da un sonno profondo".

Conoscere gli altri è notizia, curiosità. Può essere cultura. Conoscere Cristo è vita, è possedere la visione e la soluzione del nostro destino. Quem nosse vivere. La vita è conoscere Lui, la sua persona, più ancora della sua dottrina. C'è chi ha detto che il vero conoscere è espresso bene dal verbo france­se conaitre, che dice di un conoscere che è un nascere insie­me. Un vero conoscere. Quello dei santi.

Altri confratelli attestano che, davanti al tabernacolo dice­va parole che avevano il sapore di cose vedute. "Non lo vedi quel bel Gesù? Eccolo, eccolo, sta qui! Quanto è buono! quanto ci ama!"

Al Padre Provinciale che, trovandolo d'estate in chiesa su­dato e con un respiro affannoso, gli chiese come stava, rispo­se:

- Bene, Padre Provinciale molto bene.

- Eppure dal respiro non si direbbe.

Padre Damiano indicò il tabernacolo e rispose:

- Meglio di così? C'è Lui; c'è Lui. Quando c'è Lui tutto va bene; anzi, benissimo.

Egli viveva in uno stato eucaristico permanente e vi tra­scinava anche gli altri. Si avverava in lui quello che diceva il Beato Jacopone da Todi: "Bello è et cortesia/impazzir per lo Messia". A Cingoli entusiasmò tanto i seminaristi verso l'Eu­caristia che tutti raccolsero una sua idea audace: mettere in­sieme i loro oggettini d'oro e fonderli per farci la chiavetta del tabernacolo.

Poiché a tanta intimità con Dio non si arriva improvvisa­mente. ma dopo una lunga contemplazione, va detto che Pa­dre Damiano viveva costantemente di Dio e per Dio. Qualco­sa di simile aveva sostenuto secoli prima con altre parole S. Bonaventura da Bagnoregio, affermando che la sapienza cri­stiana consiste in estatici rapimenti e non in statici compiaci­menti. La mente deve essere continuamente rapita, e veloce­mente rapita, dalle creature al creatore, dalla terra al cielo.

Probabilmente Padre Damiano non conosceva il testo di S. Bonaventura, ma ne aveva ereditato lo spirito.

Che é cosa molto più importante.

 

Mai ozioso e mentalmente sempre in Paradiso

 

Dovendo ora parlare della devozione alla Madonna di Pa­dre Damiano, che fu costante, profonda e autentica, perché divenne un' imitazione della Vergine, ci si può servi­re di una mistica francescana di cui egli non conobbe gli scritti, pur conoscendone il nome. Si tratta della Beata Batti­sta Varano da Camenno, vissuta tra il 1458 e il 1524. autrice di molte e originalissime opere di carattere ascetico-mistico e autobiografico.

Fra le prime c'è una Novena alla Vergine che è un piccolo ca­polavoro di meditazioni sulla vita della Madonna, adatte a in­serirvi un rapido riassunto della vita di Padre Damiano. Par­tendo dall'umiltà della Vergine e dal suo silenzio durante la permanenza al tempio, la Beata Battista indugia su alcuni mo­menti della sua vita, dicendo che non era "mai oziosa e men­talmente sempre in Paradiso", fedele alla preghiera notturna, dalla quale "quando si partiva, pareva che dalla sua vergina­le faccia uscissero raggi di splendore".

Portando Gesù nel grembo, insieme con Lui cresceva in lei "il suo amore e il desiderio di adorare questo Dio piccolino", tanto che i nove mesi della gestazione le parvero "le mille mi­gliaia di anni", durante i quali cresceva in lei "il desiderio di popparlo".

"Fortificata da esso dolce Gesù" e superato il doloroso pe­riodo di Natale e della fuga in Egitto, durante il quale si nutrì di solo "pane e acqua alle rare fontane incontrate", ella trovò "tutto il paradiso" vivendo "in dolce sua compagnia a Na­zaret". "O regina del paradiso - scrive la Beata - che cosa sa­rebbe stato vedere tutt 'e due mangiare in povera mensa, solo con pochi frammenti di pane e un piccolo vaso d'acqua!" Quando Gesù iniziò la vita pubblica, Maria "si affliggeva la mente quando chiamavano il Figlio suo seduttore del popo­lo, indemoniato, bevitore di vino, bestemmiatore, e quando vedeva le diligenze dei giudei in farlo morire... Così è da sa­pere che per nostra cagione ella patì tanti dolori e afflizioni". Dopo la tragedia del calvario, durante la quale "il suo cuore pareva al tutto diviso al mezzo", la Varano descrive l'appari­zione del Risorto alla madre (felice intuizione, alla quale noi siamo arrivati solo oggi!), l'Ascensione ("ella lo mirò tanto assorta che quasi le pareva salire insieme con il Figlio") e la Pentecoste ("la Vergine aveva questo desiderio più per gli apostoli e per tutti i fedeli, che erano e che dovevano venire, anziché per lei medesima, perché essa ne era già tutta pie­na"). Dice anche che trascorse gli ultimi anni "in ogni eserci­zio spirituale di orare, meditare, contemplare nel suo orato­rio che era tutto un paradiso, dove il suo viso diventava più splendido dello stesso sole.

Ella - conclude la Beata di Camerino - è l'unico rifugio e conforto di tutti gli eletti... e sarebbe disposta a morire per tut­ti se fosse di necessità".

 

Sinossi audace

Mettendo accanto a queste pagine la vita di Padre Damia­no (passi l'audacia della sinossi!), ci si accorge come egli ab­bia impostato la vita sul modello di quella della Vergine be­nedetta, descritta dalla Beata Battista.

"Mai oziosa e mentalmente sempre in paradiso", scrive la clarissa. Padre Damiano fu un lavoratore instancabile, impe­gnato nell'orto, nel convento, nei campi dei contadini, nella piccola officina in cui riparava orologi e attrezzi di ogni ge­nere, rivelandosi un artigiano abile e paziente. Portò la luce elettrica o l'acqua nei conventi (a S. Vittoria fece gli impian­ti da solo). Nel monastero di S. Sperandia a Cingoli, scrisse suor Maria Rosaria Zenobi, "con capacità fece tanti lavori nella chiesa (il lucernario del cupolone) e nel monastero (im­pianto elettrico). D'estate riparò tutto il tetto sotto il sole co­cente, a piedi nudi sopra i coppi infocati, da solo e con umiltà e generosità inaudite, senza chiedere o accettare ristoro. Cer­ti giorni, per non sospendere il lavoro, non tornò in convento neppure per mangiare, e nemmeno volle nulla da noi in mo­nastero. A mezzogiorno diceva che avrebbe mangiato più tar­di; alla sera che ormai era notte e doveva tornare in conven­to.

Un anno passò un'intera giornata ad addobbare la chiesa per la festa di S. Sperandia, togliendoci da un grosso imba­razzo perché, dato che il sacrestano era stato chiamato alle ar­mi, non sapevamo proprio come fare. Fu un lavoro di grande pericolo e che richiedeva molta attenzione; ma, abile, indu­strioso e attento com'era, se la cavò alla perfezione".

Tuttavia rispettò sempre la gerarchia dei valori, tenendo conto della classifica giusta delle cose che contano. Prima Dio, poi il resto; fare diversamente l'avrebbe considerato un addentare le bucce rinunciando al frutto che c'è dentro.

"Quando si partiva dall 'orazione pareva che dalla sua faccia verginale uscissero raggi di splendore", scrive la Bea­ta Battista della Madonna. Le testimonianze sul raccoglimen­to di Padre Damiano si sprecano. "In attesa delle confessioni, stava inginocchiato dietro 1' altar maggiore con il volto coper­to dalle mani. ..Quando, uscito dalla sua estasi, si accorse che lo stavo aspettando - ha scritto un confratello - si scusò e si mise subito a mia disposizione". E un altro: "Se dovessi dire che cosa mi ha impressionato di più in lui, direi che è stata la sua perseveranza nella preghiera".

Senza di essa anche lui avrebbe dato "uno scorpione a chi gli chiedeva un uovo o un serpente a chi gli chiedeva un pe­sce". Nessuno può far luce con le lampade bruciate.

"Stava in preghiera immobile, con grande riverenza, tanto da muovere alla compunzione e alla tenerezza chi, non visto, l'ammirava". "La sua Messa non aveva nulla di eccezionale, e non era nemmeno lunga. Eppure si percepiva di assistere al­la celebrazione fatta da un santo per il raccoglimento e l'at­teggiamento profondo di fede e di umiltà che esprimeva". "Quando si allontanava dall'altare sembrava un altro e così leggero che sembrava non toccasse terra

Se è vero, come diceva Barth, che Dio ha tempo per l'uo­mo, l'uomo deve aver tempo per Dio perché solo così si po­trà fruire in tempi brevi di ciò che le sapienti strategie umane non possono ottenere.

"Durante il viaggio in Egitto, Maria si nutrì di pane e ac­qua alle rare fonti incontrate", scrive la Varano. Padre Da­miano fu talmente povero che fu paragonato a S. Francesco perché non ne era un'immagine, ma una presenza.

Portava sandali "che sembravano fatti apposta per cammi­nare con difficoltà e disagio"; viveva in una celletta disador­na e poverissima, le cui imposte sembravano le palpebre del­la morte; andava a piedi nudi anche nella stagione più fredda; aveva solo due tonache, una per la notte e l'altra per il gior­no, greve di asprigni sudori di campo; un solo fazzoletto che divideva in due. Installando l'impianto elettrico nel monaste­ro di S. Sperandia "confezionò gli isolatori con pezzi di can­na e gli interruttori con pezzi di legno uniti a forma di forbi­ci. Legava il filo elettrico agli isolatori con filo comune, che noi aiutanti dovevamo tagliare preciso per non mancare allo spirito di povertà".

 

Il "suo" oratorio

Esagerazioni? Può darsi, ma dettate solo da un amore sin­cero per una virtù eminentemente francescana e in difesa del­la quale Padre Damiano a volte alzava insolitamente la voce.

"Se si permetteva qualche garbata osservazione - ha scrit­to Padre Bernardo Gabrielli - era soltanto quando i superiori, secondo lui, lasciavano un po' correre sulla povertà.

Egli non vedeva solo la poesia della povertà, ma ne conside­rava l'esercizio come l'unico e insostituibile mezzo di vita spirituale, indispensabile per ogni vero figlio del Poverello d'Assisi, il termometro unico della spiritualità cappuccina".

"Il suo oratorio era un paradiso..." conclude la Varano nella Novena, parlando della Madonna. A S. Vittoria Padre Damiano aprì un oratorio per i giovani in cui curava la cate­chesi, preparava alla confessione e ascoltava la gente che vo­leva parlargli. "In questo modo - ha scritto un testimone - fe­ce rifiorire tra i giovani e nel popolo la fede, formando più d'una generazione cristiana. L'oratorio fu per tanti anni un lu­minoso faro di vita".

I tempi erano diversi dai nostri, d'accordo, ma c'erano nell'aria sintomi che facevano prevedere un mondo indifferente verso la Chiesa perché i cattolici cominciavano a rinunciare ad essere differenti.

Il ricordo dell'oratorio (che richiama alla memoria le "Cappelle serotine" di S. Alfonso M. dè Liguori a Napoli) durò a lungo a S. Vittoria e ridestò scintille di speranza nel cuore di tanti giovani per i quali Cristo era forestiero, la Chie­sa un'estranea, il Vangelo un brandello di ricordi infantili.

È chiaro che l'oratorio di cui parla la Varano non era fat­to di pietra, ma di carne: inutile dire che Padre Damiano "co­struì" anche questo. Da lì nasceva la devozione per i santua­ri mariani, soprattutto quello di Loreto (il primo luogo che vi­sitò dopo il servizio militare fu proprio questo) e dell'Ambro; lì coltivava la preghiera prolungata davanti alle immagini del­la Madonna; da li scaturiva lo zelo con cui celebrava le sue feste; fioriva la devozione ai quindici sabati, ai cinque ve­nerdì dell'Addolorata e al mese di maggio; lì crescevano i di­giuni del sabato; lì si moltiplicava la recita delle antifone ma­nane; si destavano l'orante veglia nella notte della "Venuta" e la fedeltà inflessibile al breviario e al rosario, recitato "spes­so in ginocchio e con gli occhi pieni di lacrime".

Da lì, infine, nasceva una profonda compassione per i mal­dicenti che S. Francesco definiva "portatori di veleno sotto la lingua", e che comandava di mettere nelle mani del "pugile" fra Giovanni da Firenze, il quale, come dice Salimbene nelle sue Croniche, era talvolta "spietato carnefice".

Lì nacque anche il perdono che chiese e accordò a un confratello che lo aveva contrastato sempre e in tutto, tentando perfino di infangarne il nome con una denuncia che solo il tempestivo intervento del Superiore Provinciale fermò sul na­scere. Tutto nacque dall'invidia, che la Beata Battista Varano chiama "mala bestia cruentata del sangue del prossimo e a cui nessuno riesce ad abbassare la rabbia".

E dire che lui fece l'impossibile per non coprire con la propria ombra le facce di chi aveva intorno. Aveva tanto ri­spetto per gli altri e tanta amorevole carità che "se i piedi dei confratelli santi non erano, a lui però così sembravano".

Il suo rifiuto di "credere male del suo prossimo" non era cecità dinanzi all'evidenza di un fatto, ma soltanto rifiuto d'un giudizio; un atto che lui temeva sia perché solo Dio ègiudice, sia per evitare di crearsi dentro un cuore maligno. Al­l'udito per sapere, egli preferiva l'occhio che non ha bisogno di intermediari. Ma il suo occhio guardava senza scorgere, per questo non dava mai giudizi.

 

"Padre 'mpicciatellu"

Nessuno come lui lavorò per ridestare la devozione alla Madonna nelle famiglie portando immagini, rosari, suggeren­do la recita delle giaculatorie, insegnando canti (per la sua be­nevola intromissione nelle case lo chiamavano "padre 'mpic­ciatellu") e opponendosi energicamente a presunte apparizio­ni che alimentavano il fanatismo, distogliendo dalla vera de­vozione. Frequenti gli inviti a rivolgersi alla sua intercessio­ne, come consigliò a un giovane confratello in difficoltà ("Guarda Maria Immacolata, sarà pulita tutta la tua vita e santa la tua morte") e alle ragazze dell' oratorio di Santa Vittoria:

"Siate buone, brave e sempre devote della Madonna. Quan­do vi sorprende qualche tentazione o viene qualcuno a darvi fastidio, pregate la Madonna; dite tre Ave Maria, anche solo con la mente, e vincerete sempre".

Le sue parole semplici e disadorne facevano capire a tutti dov' è la fontana a cui attingere le acque della speranza e del­la fiducia, in modo che ognuno poteva così dissetarsi alle sorgenti ristoratrici.

Fu la devozione alla Madonna a fargli presentire che sa­rebbe morto in prossimità d'una delle più grandi sue feste:

morì infatti il 23 agosto, al termine dell'ottava dell'Assunta.

 

Pioggia di grazie

 

Viveva immerso nel soprannaturale. La sua fede profonda, nutrita di soda pietà, alimentava la sua vita interiore e la sua attività esteriore".

La gioia che percorre questa breve testimonianza di don Giuseppe Selandari si respira in ogni parola: Padre Damiano vi brilla di una luce senza intenti di intempestiva glorificazio­ne, semplice e convincente come la vita di Frate Leone, di Frate Bernardo da Quintavalle o di Fra Ginepro, Frati dei tempi di Rivo Torto o della Porziuncola. I tempi di Francesco, insomma.

L'agiografo (sit venia verbo!) a volte si scoraggia di fron­te a carenze documentarie che occupano certe zone della sua indagine e compromettono in parte avvenimenti e giudizi. Ma accade anche che un'intera documentazione su un fatto o su una persona focalizza di meno un'esistenza di quanto fa una sola frase che riporta un'esperienza vissuta, come questa te­stimonianza scritta su un quadratino di carta lucente di grazia. Per conoscere un paesaggio basta anche la luce d'un fulmine che lampeggia.

Da quella fede profonda di cui parla don Salandri scaturi­vano i fatti meravigliosi che la gente chiamava miracoli e che la solerzia di Padre Fulgenzo da Lapedona (a cui si deve la prima biografia del Servo di Dio Fra Marcellino da Capradosso) ha raccolto a Macerata e Montegiorgio. Ci si doman­da a quali e quanti risultati si sarebbe arrivati, se la ricerca fosse stata estesa a tutti gli altri luoghi (e sono tanti!) in cui visse Padre Damiano.

Accontentiamoci di questi, anche perché ad Amelia Fore­si, non sapendo come comportarsi quando fu pregata di rac­contare qualche episodio miracoloso, lo stesso Padre Damia­no disse che non occorreva parlare, visto che la Madonna gli voleva così bene che avrebbe pensato Lei a glorificarlo sulla terra.

Noi però possiamo raccontarne qualcuno, pur senza esse­re curiosi nell'indagare, né voler apparire ingenui tessendo un panegirico.

 

"Preghiamo perché non muoia"

Il 3 ottobre del 1933, primo venerdì del mese, Padre Da­miano disse alla signora Foresi di prepararsi ad accettare una grave malattia del marito, avvocato Tito Tacci, di Mogliano, con studio a Macerata e a Civitanova. "Per la festa di Cristo Re - disse - sarà colpito da una paralisi. Pregate insieme a me perché non muoia".

Avvenne proprio così. Il 29 ottobre, mentre a Civitanova si preparava per andare a Messa, l'avvocato si irrigidì come un blocco di marmo. Fu trasportato subito a Macerata e si te­lefonò a Padre Damiano perché l'indomani andasse a visitar­lo. Egli andò, si rese conto della gravità del male e chiese di appartarsi per pregare. "Prima pregò a mani giunte - ha rac­contato un testimone - e occhi chiusi; poi levò lo sguardo, co­me se guardasse qualcuno che gli parlava e lui approvava col capo. Poi gli si irradiò il volto di gioia, sorrise e, sorridendo con gli occhi scintillanti, mormorò istintivamente: “Grazie”. Stando ancora in ginocchio, si voltò verso la signora Ame­lia e le disse: "La Madonna mi ha concesso la grazia". Poi si alzò, si avvicinò all'ammalato, lo benedisse e gli fece un ca­rezza sulla guancia, comunicandogli che la Madonna l'aveva esaudito, però lui doveva comprare una campana grossa per la chiesetta della Sacra Famiglia nella contrada di Poggio Im­periale. L'avvocato, che era ancora senza parola, mostrò tre dita per far capire che ne avrebbe comprate tre, come disse non appena riuscì a parlare alla moglie che era in cucina a preparare il caffè per Padre Damiano.

"Vivrà ancora sette anni - aggiunse il religioso - poco più poco meno. Un'altra cosa: un anno dopo morirà tua madre". Infatti l'avvocato morì il 14 gennaio 1941 e la mamma della signora Amelia nel febbraio del 1942.

Sempre alla signora Tacci - alla quale rivelò di non aver mai commesso un peccato mortale - raccomandò di farsi ope­rare d'ernia, prima che fosse trasferito un chirurgo che le ispi­rava tanta fiducia. La signora non sapeva nulla del malessere, anche perché i medici non le avevano detto niente. Tuttavia ubbidì e si fece operare.

Il chirurgo intervenne subito, ma notificò al marito che la ferita non si sarebbe rimarginata, per cui la signora fece chia­mare Padre Damiano per l'ultima confessione. Egli arrivò col suo passetto stanco e chiese all'inferma se voleva vivere o morire. "Se, vivendo, dovessi perdere l'anima, preferisco mo­rire" rispose lei. "Allora dovete vivere". concluse lui trac­ciando un segno di croce sulla ferita che rimarginò subito.

 

"Eccoti un po' d'olio"

Davanti all'immagine della Madonna nella chiesa dei Cappuccini di Macerata fu vista un giorno una donna che piangeva disperatamente accanto a una ragazza incinta, sua nipote, paralizzata dal terrore di portare in grembo un cada­verino. La signora Amelia, che era lì per caso, se ne interes­sò subito e corse a cercare Padre Damiano, il quale era in sa­crestia e si presentò prima di essere chiamato. "La Madonna ti fa la grazia - disse alla ragazza prima ancora che qualcuno aprisse bocca - ma tu prometti che d'ora in poi guarderai so­lo tuo marito?".

La ragazza strabiliò. Chi aveva potuto dire a Padre Da­miano che il marito aveva avuto un diverbio con un suo pre­sunto spasimante?

"Eccoti un po' d'olio della lampada di Gesù - continuò a dire Padre Damiano consegnandole un batuffolo d'ovatta zuppo d'olio - ma a Lui non si può prendere l'olio senza re­stituirlo, perché la lampada gli fa compagnia giorno e notte. Ungi il braccio e la gamba e dì tre Ave Maria alla Madonna al mattino, a mezzogiorno e alla sera. In cambio, una volta a ca­sa, sarai guarita".

Inutile dire che avvenne proprio così.

 

"Penserò a tutto io"

Rosa Bozzi, madre di Amelia, si precipitò un giorno a Macerata per farsi accompagnare dalla figlia da Padre Da­miano perché voleva raccomandargli sua nuora in pericolo di vita per un parto prematuro, complicato da una nefrite puru­lenta. Padre Damiano stava confessando e le due donne si ras­segnarono ad aspettare. A un certo punto egli scostò la tendi­na del confessionale e disse ad Amelia: "Dite a vostra madre che se ne vada, perché penserò a tutto io".

E richiuse la tenda.

Rosa protestò. "Come penserà a tutto lui, se io non gli ho detto niente". "Mamma, prendi il treno e vattene - consigliò Amelia - quello sa già tutto".

Quando arrivò a casa, Rosa fu salutata dal pianto del ni­potino, nato durante la sua breve assenza, e dalle lacrime di consolazione della nuora, guarita dalla nefrite.

 

"La mia piaga rimarrà così"

Un giorno fu chiamato a fare un esorcismo a Sforzacosta. Risalendo in automobile dopo aver liberato l'uomo, batté co­sì violentemente sul predellino della macchina che cadde a terra, procurandosi una grossa piaga sul polpaccio della gam­ba destra. Amelia (è sempre lei che racconta) gli portò una medicina speciale. "L'accetto per i Frati - disse Padre Damia­no - perché la mia piaga deve rimanere così

Il superiore gli impose per obbedienza di farsi curare dal prof. Barone, che intervenne con un unguento "capace di gua­rire la piaga in quattro o cinque giorni".

"Sarà - commentò Padre Damiano - ma la mia non guarirà, perché l'ho avuta per espiazione".

E se la portò nella tomba.

Altre grazie sono state ottenute dai suoi parenti in Argen­tina; qualcuna è stata ottenuta nelle Marche dopo la sua mor­te e altre se ne ottengono oggi, tanto che si è deciso di aprire il processo per la beatificazione.

Che probabilmente si avrà, se è vero che la Madonna lo promise a Padre Damiano con poche parole che egli rivelò fu­gacemente, come se gli fossero sfuggite nell'attimo d'una di­strazione.

 

Verso l'eternità

 

Non c'è giorno su cui non cade, rapida, la sera. So­prattutto se la giornata è stata turbata da sconvolgimenti atmosferici, che, nella vita degli uomini, corrispondono alle malattie, e in quella dei santi alle penitenze.

"Padre Damiano - ha scritto una sua devota - non poteva morire vecchio perché troppo penitente". Infatti a 57 anni ce­dette. Colpito da un ictus che lo paralizzò parzialmente, me­nomato nella vista, sofferente di nefrite e con una piaga puru­lenta sul polpaccio della gamba destra, fu mandato da Montegiorgio nell' infermeria di Macerata.

Accettò il trasferimento e le malattie, ma non si sentì di­spensato dal lavoro, lieto di essere incaricato della "diaconia di Cristo", come diceva S. Ignazio di Antiochia. Sostenuto dal bastone, visitava i confratelli a letto, si informava sulle loro condizioni di salute, sbrigava servizi adatti alle sue possibi­lità, ascoltava le confessioni di penitenti che venivano anche da lontano (don Vincenzo Lanci arrivava periodicamente da Fossombrone), spazzava la chiesa, passava ore e ore inginoc­chiato davanti all' altare a pregare per tutti come l'uomo che "soffre le cose di Dio" (Pati divina, diceva S. Tommaso) e quelle degli uomini (Pati humana). Cristo non ci ha liberato dalla sofferenza, ma dalla sofferenza inutile.

"Libero dalle funzioni di chiesa e dall'insegnamento - ha scritto don Oreste Prosperi - correvo al convento, aprivo la porta, mi affacciavo sulla navata e vedevo Padre Damiano con la corona in mano accanto al tabernacolo. Sembrava una visione".

"Lo trovai a letto, malato - attesta don Filippo Piccinini, fondatore delle Ancelle della Misericordia - chiuso in una stanzetta e tutto raccolto in un atteggiamento di commovente bontà e umiltà".

Negli ultimi mesi di vita, tra una confessione e l'altra, an­ziché prendersi una boccata d'aria come gli veniva consiglia­to da medici e confratelli, rimaneva in stanza recitando il ro­sarìo "perché solo così - diceva mostrando la corona - si con­vertono i peccatori e si salvano le anime". A volte succedeva che non arrivasse nessuno, soprattutto d'inverno, quando il giorno stenta a nascere dalla nebbia ed entra in agonia a mez­zogiorno. Allora qualcuno, storpiando un passo della Bibbia, gli diceva: "Padre Damiano, io li chiamavo, ma essi non cor­revano". E lui, mostrando la corona, sorridendo rispondeva:

"Con questa, se non oggi verranno domani!"

È stupendo, com'è già stato detto, l'apprezzamento indi­scusso che egli ebbe della confessione sacramentale, ritenuto un mezzo decisivo nella vita spirituale. Egli la considerava la tappa d'una progressiva conversione, un itinerario della luce, un sacramento irrimpiazzabile quasi alla pari del battesimo; una vera rinnovazione del battesimo. Nella sua "povera" teo­logia egli era certo che, come il battesimo sta all'origine del­la fede come abito infuso, così la confessione produce carità teologale e lume nella mente.

Noi oggi ne abbiamo fatto il frutto di precetti istituzionali, sostenendo che nella forma odierna è opera di monaci, intro­dotta molto tardivamente, tant'è vero che un Concilio (il La­teranense IV, del 1215) parla della sua sufficienza, "almeno una volta all’anno”. La 'scoperta' ci ha dato la stessa soddi­sfazione che può dare l'allontanamento d'un peso che soffo­ca o la gioia di una libertà riconquistata. Per questo, però, la vita cristiana scade sempre più e i cristiani assomigliano a co­lui che pretende di appendere un cappello a un chiodo dipin­to su un muro.

Chi ha vissuto il sacramento della riconciliazione come l'ha vissuto Padre Damiano dice che le più grandi grazie ri­cevute sono connesse alle povere confessioni fatte ai piedi d'un sacerdote; che le esperienze mistiche più profonde sono da attribuire alla potenza di questo sacramento, non tanto perché ci si può liberare da eventuali peccati, ma per l'espe­rienza amorosa che si fa del Sangue redentore di Cristo.

 

Il confortatore

Confortando gli altri, egli confortò anche se stesso. Infatti tutti concordano nel dire che durante la malattia non emise mai un lamento, non ebbe mai un'impazienza, certo che Ge­sù è il nostro cireneo. "Eppure - ha scritto Padre Bernardo Ga­brielli - a detta dei medici curanti, i vari mali che lo tormen­tavano dovevano procurargli dolori lancianti, che lo costrin­gevano a una dieta severa, resa anche più austera dal suo spi­rito di penitenza, e gli consentivano a mala pena di trascinar­si penosamente e pesantemente lungo i corridoi dell'inferme­ria.

Nonostante tutto era sempre sereno, a volte addirittura al­legro, tanto da trasmettere buonumore ai confratelli infermi con qualche battuta di spirito, qualche frasetta latina, come usava spesso, con il racconto di qualche episodio vivace. Sembrava che non fosse malato, ma che si trovasse nell'in­fermeria per edificare e sostenere gli altri". Solo chi soffre male fa soffrire.

Bella questa sottolineatura sulla sua letizia, perché dimo­stra che, nonostante il peso della giornata terrena, gli era ri­masto un sorriso d'avanzo per chi era più tribolato di lui.

Fedele alla levata antelucana, faceva la Via Crucis, si im­mergeva nella meditazione, si abbandonava a un interminabi­le ringraziamento dopo la celebrazione della Messa e poi co­minciava il giro delle stanze, dicendo ai malati: "Diciamo il rosario?" E cominciava senza aspettare risposta.

Avendo costruito il quadro di riferimento della sua esi­stenza con le schegge della croce, aveva raggiunto un equili­brio evangelico, frutto di buon volere e di opere buone. Non era mai stato superiore, ma aveva imparato a comandare sul più arrogante dei sudditi: il proprio io. La sua spiritualità, pri­ma che una dottrina, fu un perenne atto battesimale nelle ac­que della misericordia di Dio.

Un uomo che stava scrutando l'aurora dell'ultimo matti­no, non poteva dimenticare Colei da cui è sorta quella vera, per cui viveva in simbiosi con Maria, il cui rosario teneva co­stantemente così stretto in mano che il pollice restò malfor­mato per sempre. Guardandolo si capiva che cosa Dio diven­ta per l'uomo che lo ama "con fede profonda e senza ritegno" (S. Bernardo).

 

Le ultime ore

La malattia precipitò e, finché fu possibile percepire il bi­sbiglio delle sue parole. furono udite solo invocazioni e pre­ghiere. Morì il 23 agosto, a ridosso della festa dell'Assunta.

Non avendo un abito decente, fu sepolto con quello che gli diede Fra Camillo, l'infermiere che lo assistette negli ultimi mesi di vita e che gli trovò nella stanza solo un rocchetto di filo e un ago. Se avesse dovuto fare testamento, avrebbe do­vuto lasciare solo l'anima e il corpo, "ché certamente, per amore e desiderio ed affezione, altro non possedeva in questo mondo".

Quando la notizia arrivò a S. Vittoria in Matenano furono suonate le campane a morto e fu indetto un lutto pubblico.

Il suo volto, ruvido ma bello per l'anima che vi affiorava con un sorriso simile a una lama di luce, divenne come l'a­veva dipinto 50 anni prima Ciro Pavisa affrescando a Fos­sombrone la cappella in cui si conservano le reliquie del Bea­to Benedetto da Urbino, fresco e luminoso, come se un'au­reola precorritrice ne avesse anticipato la gloria che la Chiesa domani potrebbe riconoscergli.

Chi non vorrebbe morire così?

Cinque anni dopo la signora Amelia Foresi chiese di po­terne esumare la salma per metterla in un loculo, memore di quanto aveva fatto per il marito.

Racconta Fra Edoardo Baldassari: "Andammo al cimitero con una cassa di lusso, suscitando le meraviglie del custode, il quale diceva che bastava una cassettina di pochi soldi, per­ché avremmo trovato solo un mucchietto d'ossa. Invece, no­nostante che il coperchio della cassa con cui era stato sepolto fosse rotto in più parti, trovammo il corpo integro, coperto di carne, le guance con la barba che tutti conoscevamo. La to­naca era tarlata e le mani leggermente nere.

Il superiore. Padre Giuseppe da Civitanova. era fuori di sé:

il custode non voleva credere ai suoi occhi".

L'unica che non si meravigliò fu proprio la signora Tacci, perché ricordava perfettamente quanto Padre Damiano le ave­va detto poco prima di morire. "Morirò presto, però fra pochi anni mi rivedrai".

 

Chissà che un giorno...

Durante l'ultima guerra un ufficiale tedesco, che guidava un plotone in ritirata, si aggirava per le campagne di Villa Strada di Cingoli con una carta topografica in mano. Cerca­va Piammartino, segnato sulla carta come "grosse Dorf', grande villaggio. Quando gli indicarono le poche case che compongono il villaggio esclamò: "Das ist seher klein, ma questo è piccolo!"

Chi dice che domani, se avverrà davvero la beatificazione di Padre Damiano, Piammartino non finisca sui libri di pre­ghiera, dove ogni cosa diventa grande?