OTTOBRE: IL MESE DEL ROSARIO 

1 ottobre: Il Santo Rosario: «scuola di Maria»

Il Santo Rosario è la «Scuola di Maria»: questa espressione è stata scritta dal papa Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae del 16 ottobre 2002. Con questa Lettera Apostolica il papa Giovanni Paolo II ha fatto alla Chiesa il dono di un Anno del Rosario che va dall'ottobre 2002 all'ot­tobre 2003.

Il Papa dice espressamente che con il Santo Ro­sario «il popolo cristiano si mette alla scuola di Ma­ria», ed è bellissima questa espressione che ci fa ve­dere Maria Santissima quale Maestra, e noi, suoi figli, quali alunni alla sua scuola materna. Poco dopo il Papa ribadisce ancora di avere scritto la Lettera Apo­stolica sul Rosario per esortarci a conoscere e con­templare Gesù «in compagnia e alla scuola della sua Madre Santissima»: si potrebbe riflettere, qui, che con il Rosario in mano noi siamo «in compagnia» di Maria Santissima, perché suoi figli, e siamo «alla scuola di Maria» perché suoi alunni.

Se pensiamo alla grande arte, possiamo ricordare i meravigliosi quadri dei grandi artisti che hanno raf­figurato Gesù Bambino con un libro della Sacra Scrittura in mano, in braccio alla divina Mamma, mentre questa gli insegna a leggere il libro della Parola di Dio. Maria Santissima è stata la prima e l'u­nica Maestra di Gesù, e vuole essere sempre la prima e l'unica maestra della Parola di vita per tutti i fratel­li del «primogenito» (Rm 8,29). Ogni bambino, ogni uomo che recita il Rosario accanto alla mamma, può somigliare a Gesù Bambino che impara dalla Ma­donna la Parola di Dio.

Se il Rosario, infatti, è la storia evangelica della vita di Gesù e di Maria, nessuno come Lei, la divina Madre, poteva raccontarci quella storia divino-umana, poiché Ella è stata l'unica protagonista comprimaria dell'esistenza di Gesù e della sua missione redentrice. Si potrebbe anche dire che il Rosario, nella sua sostanza, è un «rosario» di fatti, di episodi, di eventi, o meglio ancora di «ricordi» della vita di Gesù e di Maria. E «sono stati quei ricordi - scrive luminosa­mente il papa Giovanni Paolo II - a costituire, in certo senso, il "rosario" che Ella stessa ha costantemente recitato nei giorni della sua vita terrena».

Su questa base storica, è evidente che il Rosario, scuola di Maria, è scuola non di teorie ma di espe­rienze vive, non di parole ma di eventi salvifici, non di dottrine aride ma di vita vissuta; e tutta la sua «scuola» si sintetizza in Cristo Gesù, il Verbo Incar­nato, il Salvatore e Redentore universale. Maria San­tissima, in sostanza, è la Maestra che a noi, suoi alun­ni, insegna Cristo, e in Cristo ci insegna ogni cosa, perché soltanto «in Lui tutto ha consistenza» .(Col 1,17). La cosa fondamentale da parte nostra, poi, co­me dice il Santo Padre, è soprattutto quella di «im­parare Lui», imparando «le cose che Egli ha insegna­to».

   Ci fa «imparare» Cristo

E giustamente il papa Giovanni Paolo II chiede: «Ma quale maestra, in, questo, più esperta di Maria? Se sul versante divino è lo Spirito il Maestro interiore che ci porta alla piena verità di Cristo (cf. Gv 14,26; 15,26; 16,13), tra gli esseri umani, nessuno meglio di Lei conosce Cristo, nessuno come la Madre può intro­durci a una conoscenza profonda del suo mistero». Per questo il Papa conclude la sua riflessione, su que­sto punto, scrivendo, con luminosità di parole e di contenuto, che «il passare con Maria attraverso le scene del Rosario è come mettersi alla "scuola" di Maria per leggere Cristo, per penetrarne i segreti, per capirne il messaggio».

È santo e salutare, dunque, il pensiero secondo cui il Rosario ci mette alla «scuola di Maria», ossia alla scuola della Madre del Verbo Incarnato, alla scuola della Sede della Sapienza, alla scuola dunque che ci insegna Cristo, ci illumina di Cristo, ci porta a Cristo, ci unisce a Cristo, ci fa «imparare» Cristo, fino a cri­stificarci nell'intimo quali fratelli di Lui, il «Primo­genito» di Maria (Rm 8,29).

Il papa Giovanni Paolo II, nella sua Lettera Apo­stolica sul Rosario, riferisce un testo molto significa­tivo di quel grande apostolo del Rosario, il beato Bartolo Longo, il quale dice testualmente così: «Co­me due amici, praticando frequentemente insieme, so­gliono conformarsi anche nei costumi, così noi, con­versando familiarmente con Gesù e con la Vergine, nel meditare i misteri del Rosario, e formando insieme una medesima vita con la Comunione, possiamo di­venire, per quanto ne sia capace la nostra bassezza, simili ad essi, ed apprendere da questi sommi esem­plari il vivere umile, povero, nascosto, paziente e per­fetto». Il Santo Rosario, quindi, ci fa alunni di Maria Santissima, ci lega e ci immerge in Lei, per farci so­migliare a Cristo, per farci divenire immagine perfet­ta di Cristo. 

2 ottobre: Il Santo Rosario: scuola di vita cristiana

Nella sua Lettera Apostolica sul Rosario il papa Giovanni Paolo II ha scritto che «il Rosario, se risco­perto nel suo pieno significato, porta al cuore stesso della vita cristiana ed offre un'ordinaria quanto fecon­da opportunità spirituale e pedagogica per la contem­plazione personale, la formazione del Popolo di Dio e la nuova evangelizzazione».

La conoscenza e l'amore al Santo Rosario, dun­que, non soltanto sono scuola di vita cristiana, ma portano «al cuore stesso della vita cristiana», insegna il Sommo Pontefice. Inoltre, se il Rosario è stato con­siderato «compendio del Vangelo» e «scuola del Van­gelo», ancora più, secondo il papa Pio XII, esso può essere ritenuto un vero e prezioso «compendio di vita cristiana».

Alla scuola del Rosario, quindi, si impara la so­stanza della vita cristiana e «si attinge abbondanza di grazia, - dice ancora il papa Giovanni Paolo II - quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre del Redentore». Del resto, se nel Santo Rosario la Madonna ci insegna il Vangelo, ci insegna quindi Gesù, vuol dire che ci insegna a vivere secondo Cristo, facendoci cre­scere fino alla piena «statura di Cristo» (Ef 4,13).

Rosario e vita cristiana, perciò, sembrano fare unione vitale e feconda, e finché durerà l'amore al Santo Rosario, in effetti, durerà anche la vera vita cri­stiana. Un esempio luminoso a questo proposito ci viene anche dal cardinale Giuseppe Mindszenty, il grande martire della persecuzione comunista in Un­gheria, ai tempi della cortina di ferro. Il cardinale Mindszenty, difatti, ebbe lunghi anni di tribolazioni e vessazioni orribili. Chi lo sostenne nella fede impavi­da? Ad un Vescovo che gli chiedeva come avesse fatto a sopravvivere a tante atrocità subite, il Cardinale rispose: «Due àncore sicure mi mantennero a galla nella mia burrasca: la confidenza illimitata nella Chie­sa Romana ed il Rosario di mia madre».

Il Rosario è sorgente di vita cristiana pura e forte, perseverante e fedele, come conosciamo dalla vita di molte famiglie cristiane, dove è fiorita anche la santità eroica. Pensiamo, ad esempio, alla vita cristiana fervi­da ed esemplare delle famiglie che si alimentavano giornalmente del Rosario, come le famiglie di san Gabriele dell'Addolorata e di santa Gemma Galgani, di san Leonardo Murialdo e di santa Bertilla Boscar­din, di san Massimiliano Maria Kolbe e di san Pio da Pietrelcina, del beato Giuseppe Tovini e dei beati coniugi Luigi e Maria Beltrame-Quattrocchi, insieme a molte altre famiglie.

Il lamento e il richiamo del Papa

Il papa Giovanni Paolo II, nella sua Lettera Apo­stolica sul Rosario, ha dovuto purtroppo lamentare dolorosamente che un tempo la preghiera del Rosario «era particolarmente cara alle famiglie cristiane, e cer­tamente ne favoriva la comunione», mentre oggi sem­bra pressoché sparita nella maggior parte delle fami­glie anche cristiane, dove appare evidente che al posto della scuola del Rosario è presente la scuola del Televisore, maestro, per lo più, di vita mondana e car­nale! Per questo il Papa è sollecito nel ribattere e richiamare dicendo con chiarezza e vigore: «Bisogna tornare a pregare in famiglia e a pregare per le fami­glie, utilizzando ancora questa forma di preghiera».

Ma anche per i singoli cristiani, in ogni stato o condizione di vita, il Rosario è stato sorgente di vita cristiana coerente e luminosa, da san Domenico fino ai nostri giorni. Il beato Nunzio Sulpizio, ad esempio, giovane operaio, ebbe soltanto dal Rosario la forza di lavorare sotto i maltrattamenti crudeli da parte del suo padrone. Sant'Alfonso de' Liguori andava a dorso di mulo a fare la visita canonica alle singole Parrocchie attraversando campagne e valli per sentieri disagiati: il Rosario era la sua compagnia e la sua forza. Non fu forse il Rosario che sostenne il beato Teofano Venard nella gabbia in cui venne imprigionato e torturato prima del martirio? E Fratel Carlo de Foucauld, romi­to nel deserto, non volle forse la Madonna del Rosario quale Patrona del suo romitorio? Bellissimo è anche l'esempio di san Felice da Cantalice, l'umile fratello religioso cappuccino, il quale per circa quarant'anni fece il questuante per le vie di Roma camminando sempre così: «Occhi in terra, corona in mano, mente in cielo». E chi sostenne san Pio da Pietrelcina nelle sofferenze indicibili delle cinque stimmate sanguinan­ti e nelle fatiche apostoliche senza misura, se non la corona del Rosario da lui sgranata di continuo?

È proprio vero che la preghiera del Rosario ali­menta e sostenta la vita cristiana a tutti i livelli di crescita spirituale: dagli sforzi iniziali dei principianti alle ascese più sublimi dei mistici, alle immolazioni anche cruente dei martiri. 

3 ottobre: Il Santo Rosario: scuola del Vangelo

San Francesco Saverio, missionario nelle Indie, portava al collo la corona del Rosario e predicava molto il Santo Rosario perché aveva sperimentato che, facendo così, gli riusciva più facile la spiegazione del Vangelo ai pagani e ai neofiti. Perciò, se riusciva a innamorare del Rosario i nuovi battezzati, egli sapeva bene che essi avevano capito e possedevano la sostan­za di tutto il Vangelo da vivere, senza più dimenticarlo.

Il Santo Rosario, difatti, è realmente il compendio essenziale del Vangelo. È molto facile rendersi conto di ciò. Il Rosario sintetizza il Vangelo offrendo alla medi­tazione e contemplazione di chi lo recita l'arco intero della vita vissuta da Gesù con Maria sulla terra palesti­nese, dalla verginale e divina concezione del Verbo alla sua nascita, dalla sua passione alla morte, dalla sua re­surrezione alla vita eterna nel Regno dei cieli.

Già il papa Paolo VI chiamava espressamente il Rosario «preghiera evangelica». Il papa Giovanni Paolo II, poi, ha compiuto un'operazione importante cercando di completare e perfezionare il contenuto evangelico del Rosario, aggiungendo ai misteri gau­diosi, dolorosi e gloriosi anche i misteri luminosi, che integrano e perfezionano l'arco intero della vita vissu­ta da Gesù con Maria sulla terra del Medio-oriente.

I cinque misteri luminosi, in effetti, sono stati un dono particolare del papa Giovanni Paolo II che ha arricchito il Rosario degli eventi più importanti della vita pubblica di Gesù, che va dal Battesimo di Gesù nel fiume Giordano al miracolo nelle Nozze di Cana per l'intervento materno della Madre, dalla grande predicazione di Gesù alla sua Trasfigurazione sul monte Tabor, per concludersi con l'istituzione della Divina Eucaristia, prima della Passione e Morte con­tenute nei cinque misteri dolorosi.

Adesso, con i misteri luminosi, si può ben dire che nel recitare e meditare il Rosario ripercorriamo l'in­tero arco della vita di Gesù e di Maria, per cui «il compendio del Vangelo» è stato realmente completa­to e perfezionato, e il Rosario presenta ora la Buona Novella nei suoi contenuti fondamentali di salvezza per la vita eterna di tutti gli uomini, imprimendosi via via nella mente e nel cuore di chi recita piamente la santa corona.

È pur vero, certo, che i misteri del Rosario, come dice ancora il papa Giovanni Paolo, «non sostitui­scono il Vangelo e neppure richiamano tutte le sue pagine», ma appare comunque evidente che da essi «l'animo può facilmente spaziare sul resto del Van­gelo».

Catechismo della Madonna

Chi conosce il Santo Rosario, oggi, può dunque dire di conoscere realmente il compendio completo della vita di Gesù e di Maria, con i misteri fondamen­tali delle principali verità che costituiscono il patri­monio perenne della fede cristiana. In sintesi, le verità di fede contenute nel Rosario sono queste:

- l'Incarnazione redentrice del Verbo, per opera dello Spirito Santo (Lc 1,35) nel grembo vergine dell'Im­macolata, la «piena di grazia» (Lc 1,28);

- la concezione verginale di Gesù e la Maternità divi­na corredentiva di Maria;

- il parto verginale di Maria a Betlemme;

- la manifestazione pubblica di Gesù alle nozze di Cana per la Mediazione di Maria;

- la predicazione di Gesù Rivelatore del Padre e dello Spirito Santo;

- la Trasfigurazione, segno della Divinità di Cristo, Figlio di Dio;

- l'istituzione del mistero Eucaristico con il Sacer­dozio;

- il «Fiat» di Gesù Redentore alla Passione e Morte, secondo la Volontà del Padre;

- la Corredentrice con l'anima trapassata, ai piedi del Redentore crocifisso;

- la Resurrezione e l'Ascensione di Gesù al cielo;

- la Pentecoste e la nascita della Chiesa de Spiritu Sancto et Maria Virgine;

- l'Assunzione corporea e la glorificazione di Maria, Regina accanto al Figlio Re.

Appare ben chiaro, dunque, che il Rosario è un catechismo in sintesi o è un Vangelo in miniatura, e per questo, ogni bambino e ogni adulto che impara bene a recitare il Rosario conosce l'essenziale del Vangelo, e conosce le verità fondamentali della Fede alla «scuola di Maria»; e chi non trascura ma coltiva la preghiera del Rosario può sempre dire di conoscere la sostanza del Vangelo e della storia della salvezza, e di credere nei fondamentali misteri e nelle verità pri­marie della Fede cristiana. Quale preziosa scuola del Vangelo è dunque il Santo Rosario! 

4 ottobre: Il Santo Rosario: scuola di contemplazione

La cosa più importante del Santo Rosario non è la recita delle Ave Maria, ma è la contemplazione dei misteri di Cristo e di Maria durante la recita delle Ave Maria. La preghiera vocale è soltanto a servizio della preghiera contemplativa, altrimenti rischia la mecca­nicità e quindi la sterilità. Bisogna tener presente questo punto fondamentale per valutare la bontà e l'efficacia del Rosario che si recita, sia da soli che in gruppo.

La recita del Rosario impegna la voce e le labbra, la contemplazione del Rosario, invece, impegna la mente e il cuore. Quanto più è presente la contem­plazione dei misteri di Cristo e di Maria, dunque, tan­to più è alto il valore di un Rosario. In questo si sco­pre la più vera ricchezza del Rosario «che ha la sem­plicità di una preghiera popolare - dice il papa Gio­vanni Paolo II - ma anche la profondità teologica adat­ta a chi avverte l'esigenza di una contemplazione più matura».

Per favorire la contemplazione durante la recita del Rosario, infatti, si suggeriscono soprattutto due cose: 1. far seguire all'annuncio di ogni mistero la «proclamazione di un passo biblico corrispondente», che faciliti l'attenzione e la riflessione sul mistero enunciato; 2. fermarsi alcuni attimi in silenzio per meglio fissarsi sul mistero: «La riscoperta del valore del silenzio - afferma infatti il Papa - è uno dei segreti per la pratica della contemplazione e della medi­tazione». Ciò serva a far comprendere l'importanza primaria della contemplazione, senza la quale, come diceva già il papa Paolo VI «il Rosario è corpo senz'a­nima, e la sua recita rischia di divenire meccanica ripetizione di formule».

Anche in questo, i nostri maestri sono i Santi. Una volta fu chiesto a san Pio da Pietrelcina: «Come recitare bene il Santo Rosario?». San Pio rispose: «L'attenzione deve essere portata all'Ave, al saluto che rivolgi alla Vergine nel mistero che contempli. In tutti i misteri essa era presente, a tutti partecipò con l'amore e con il dolore». Lo sforzo della contem­plazione deve portarci appunto alla partecipazione ai misteri divini «con l'amore e con il dolore» della Ma­donna. A Lei dobbiamo chiedere l'attenzione amorosa alle scene evangeliche che ogni mistero del Rosario ci presenta, e da cui trarre ispirazioni e ammaestramenti di una santa vita cristiana.

Si parla con la Madonna

L'incontro più immediato che si fa nel Rosario è con la Madonna, a cui ci si rivolge direttamente con le Ave Maria. San Paolo della Croce, infatti, recitando il Rosario con tutto il suo fervore, sembrava che par­lasse proprio con la Madonna, e raccomandava perciò vivamente: «Il Rosario si deve recitare con grande devozione perché si parla con la Santissima Vergine». E del papa san Pio X si diceva che recitava il Rosario «meditandone i misteri, assorto e come assente alle cose della terra, pronunciando le Ave con tale accento che qualcuno ebbe a pensare se egli vedesse in spirito la Purissima che invocava con sì infuocato amore».

Riflettendo, inoltre, che al centro, al cuore di ogni Ave Maria c'è Gesù, si capisce subito che esso, come dice il papa Giovanni Paolo II, «costituisce il baricen­tro dell'Ave Maria, quasi cerniera tra la prima e la se­conda parte», messo ancor più in evidenza dalla breve aggiunta cristologica riferita ad ogni mistero. Ed è appunto a Lui, a Gesù, enunciato in ogni mistero, che noi si va proprio attraverso Maria e con Maria, «quasi lasciando - insegna ancora il Papa - che sia Lei stessa a suggerirlo a noi», facilitando così quel «cammino di assimilazione, che mira a farci entrare sempre più pro­fondamente nella vita di Cristo».

Nel Rosario recitato bene, in sostanza, noi ci rivolgiamo direttamente alla Madonna, con le Ave Maria lasciandoci prendere da Lei perché ci introdu­ca nella sua contemplazione dei misteri divini gau­diosi, luminosi, dolorosi e gloriosi. E, difatti, sono proprio questi misteri, dice il Papa, che «ci mettono in comunione viva con Gesù attraverso - potremmo dire - il Cuore della sua Madre». La contemplazione della mente e del cuore della divina Madre, infatti, è la con­templazione dei Santi nella recita del Santo Rosario.

Santa Caterina Labouré, dallo sguardo d'amore intenso con cui guardava l'immagine dell'Immacola­ta, lasciava trasparire anche esternamente la sua con­templazione mentre recitava il Rosario, pronunciando con dolcezza le Ave Maria. E di santa Bernardetta Soubirous si ricorda che quando recitava il Rosario i suoi «occhi neri, profondi e brillanti, diventavano celestiali. Contemplava la Vergine in spirito; sembra­va ancora in estasi». Lo stesso avveniva a san Fran­cesco di Sales, il quale consiglia anche a noi, in parti­colare, di recitare il Rosario «in compagnia dell'An­gelo Custode». Se imitiamo i Santi, anche il nostro Rosario diventerà «contemplativo», come la Chiesa raccomanda. 

5 ottobre: Il Santo Rosario: fonte di gaudio

San Giovanni Bosco era solito dire, con con­vinzione e per esperienza, che il Rosario ha la prero­gativa speciale di arrecare pace e gaudio nel cuore e nella mente, e che dove si recita il Rosario, di solito, ci saranno «giorni di pace e di tranquillità».

Il Santo Rosario, infatti, si apre con i cinque mi­steri gaudiosi che presentano la gioia per il sublime mistero dell'Incarnazione redentrice del Verbo, che è stata la «Somma opera di Dio», come la chiamava il beato Giovanni Duns Scoto, e che noi siamo chiamati a ricordare ogni giorno al suono della campana dell'Angelus, introdotto da un altro grandissimo Santo francescano, san Bonaventura da Bagnoregio.

La parola dell'Angelo Gabriele nell'annuncio a Maria Vergine: «Rallegrati, o piena di grazia!» (Le 1,28), dona l'intonazione giusta a tutto il ciclo dei mi­steri gaudiosi, che si sviluppa, poi, con l'esultanza della parente Elisabetta e del bimbo che «sussulta di gioia» nel suo grembo (cf. Le 1,44), con l'annuncio ai pastori della nascita di Gesù come «una grande gioia» (Le 2,10) cantata dagli Angeli nei cieli di Betlemme (cf. Le 19,38), con la gioia del vecchio Simeone nella Presentazione di Gesù Bambino al Tempio (cf. Lc 2,29), con il tuffo di gioia al cuore nella Madre che, ri­trovando Gesù ragazzo nel Tempio, lo chiama: «Fi­glio!» (cf. Lc 2,48).

Come ha insegnato il papa Giovanni Paolo II, nella sua Lettera Apostolica sul Santo Rosario, con questi misteri gaudiosi, «Maria ci conduce ad appren­dere il segreto della gioia cristiana, ricordandoci che il Cristianesimo è anzitutto euvanghelion, "buona no­tizia", che ha il suo centro, anzi il suo stesso contenu­to, nella persona di Cristo, il Verbo fatto carne, unico Salvatore del mondo».

È anche vero, però, che, dopo la caduta dei nostri progenitori, l'Incarnazione del Verbo di Dio è diven­tata Incarnazione redentrice, e già in questi misteri gaudiosi viene preannunciato, difatti, il dramma della Redenzione universale, particolarmente nel quarto e nel quinto mistero gaudioso: sia nella profezia del vecchio Simeone su Gesù «segno di contraddizione», con la spada che «trapassa l'anima» di Maria, (cf. Lc 2,34-35), sia nello smarrimento di Gesù a Gerusalem­me, che provocò tre giorni di ricerca e tanta angoscia a Maria e a Giuseppe (cf. Le 2,44-48).

All'ONU, con la corona in mano

L'Annuncio dell'Incarnazione è stato il grande arcobaleno della pace e della serenità dopo la tempe­sta del peccato originale e di tutti i peccati del mondo intero. Dall'Incarnazione in poi, infatti, si aprono all'umanità gli orizzonti della salvezza e della vita eterna con tutti i valori della vita umana e cristiana; e il Rosario si fa appunto portatore di questa visione cristiana delle cose più grandi, come delle più piccole,   sul quadrante non soltanto della storia di ogni uomo, ma anche della società intera e dell'intero universo. Il papa Giovanni Paolo II, infatti, insegna che, con il Rosario, ogni uomo fissa gli occhi nei quadri evan­gelici della vita di Gesù, e «contemplando la sua nascita impara la sacralità della vita, guardando alla casa di Nazaret apprende la verità originaria sulla famiglia secondo il disegno di Dio, ascoltando il Maestro nei misteri della vita pubblica attinge la luce per entrare nel Regno di Dio e, seguendolo sulla via del Calvario, impara il senso del valore salvifico. Infine, contemplando Cristo e sua Madre nella gloria, vede il traguardo a cui ciascuno di noi è chiamato, se si lascia sanare e trasfigurare dallo Spirito Santo».

La vita che è sacra, la famiglia che è voluta da Dio, la verità che è luce, il dolore che salva, il tra­guardo finale, ossia il Regno di Dio: sono questi i valori salvifici dell'Incarnazione redentrice che il Rosario presenta a nostro gaudio e speranza, a nostro sostegno e conforto. Per sostenere questi valori cri­stiani perenni e fondamentali il papa Giovanni Paolo II andò a tenere anche un solenne discorso all'ONU, nel Palazzo delle Nazioni Unite, e tenne il discorso stringendo appunto fra le mani la corona del Santo Rosario.

Di fronte ai pericoli e alle minacce di rovine spi­rituali e temporali che incombono su tutto il pianeta terra, fra i venti di guerra e di massacri che ango­sciano l'umanità, i misteri gaudiosi del Rosario ispi­rano, al contrario, serenità e letizia, gaudio e pace. Dovremmo tutti seguire e imitare il beato Luigi Orione, che al tempo delle devastanti invasioni da parte delle armate naziste, raccomandò vivamente ai suoi figli e alle sue comunità: «Opponiamo ai cannoni i Rosari e mettiamo le mani giunte al posto di quelle che impugnano le armi».

I misteri gaudiosi del Rosario siano la nostra speranza e fiducia nel cammino verso il Regno dei cieli. 

6 ottobre: Il Santo Rosario: fonte di luce

Il papa Giovanni Paolo II, nell'ottobre del 2002, ha donato alla Chiesa i cinque «misteri della luce» nel Rosario. È stato un dono preziosissimo perché ha completato e perfezionato il ciclo della vita terrena di Gesù, inserendo nel Rosario gli eventi principali e più significativi accaduti nel periodo che va dal ritrova­mento di Gesù ragazzo nel Tempio, fino all'agonia nell'orto del Getsemani, abbracciando, quindi, tutto il tempo della vita pubblica di Gesù nello svolgimento della sua missione evangelizzatrice.

Tra il Vangelo dell'infanzia e il Vangelo della Passione e Morte di Gesù si trova, infatti, il Vangelo della predicazione di Gesù che rivela al mondo il di­segno salvifico di Dio. Questa rivelazione è tutta luce che illumina l'umanità e la conduce sui passi di Colui che è la «luce del mondo» (Gv 8,12), che è la «Via, verità e vita» (Gv 14,6). 1 misteri della luce nel Ro­sario vogliono appunto presentare alla nostra medi­tazione e contemplazione questa «luce divina» che si irradia da Cristo, in Cristo e per Cristo nel Vangelo della sua vita pubblica.

L'umanità ha sempre bisogno della «luce» che viene da Dio: la luce della verità, la luce della vita, la luce dell'amore, la luce del bene: è la luce necessaria per vincere le tenebre dell'errore e della corruzione, della morte e del male. Il regno di satana nel mondo, lo sappiamo da Gesù stesso, è il regno di colui che vuole imporre sull'umanità «l'impero delle tenebre» (Le 22,53), e nessuno può essere così ingenuo da credere che i «figli delle tenebre» (cf. Lc 16,8) non siano sempre operosi e attivi in ogni modo e maniera, in ogni tempo e luogo. Di qui la necessità, l'urgenza della «luce» che illumini i nostri passi.

Negli ultimi giorni della vita di san Pio da Pietrel­cina, in una conversazione con un gruppetto di figli spirituali, alla richiesta di una valutazione sulle con­dizioni attuali del mondo e dell'umanità, Padre Pio rispose con due battute terribili, quasi lapidarie. La prima battuta: «Tutte tenebre!»; la seconda battuta: «Il mondo sta in braccio a satana!». Sono due battute micidiali che equivalgono in pieno all'espressione di Gesù sull'«impero delle tenebre» da parte del «principe» delle tenebre (cf. Le 22,53). E chi ci salverà da queste tenebre? E appunto questo l'aiuto che il papa Giovanni Paolo II vuole darci con i cinque «misteri della luce» inseriti nel Santo Rosario. È un dono estremamente salutare. E tocca a noi fare tesoro di questo novello Rosario, di questi «misteri della luce» per fugare le tenebre che ci circondano da ogni lato e per poter vivere da «figli della luce» (Lc 16,8).

Luce sul nostro cammino

Il Rosario è la scuola più semplice, è la catechesi più sicura, è il metodo più efficace per la formazione cristiana secondo la verità di Dio, la luce di Dio, la grazia di Dio e l'esempio dei Santi. Anche san Gio­vanni Bosco, grande educatore e formatore della gio­ventù cristiana, pose a fondamento del suo metodo di formazione cristiana dei ragazzi e dei giovani la recita del Santo Rosario. E quando il marchese Roberto D'Azeglio fece una visita al grande Oratorio dei ragazzi, se rimase davvero ammirato di tutta l'opera di san Giovanni Bosco, non apprezzò però una cosa di cui subito volle parlare a Don Bosco, ossia della recita giornaliera del Santo Rosario da parte dei ragazzi; questa pratica il marchese la considerava inutile, noiosa, non adatta a ragazzi e a giovani, e quindi da abolire. Ma Don Bosco gli rispose subito con fermez­za unita a dolcezza: «Ebbene, caro marchese, io invece ci tengo molto a tale pratica e su questo potrei dire che è fondata la mia istituzione; e sarei disposto a lasciare piuttosto tante altre cose ben importanti, ma non questa».

La scuola del Rosario è scuola di luce sul nostro cammino, è scuola di grazia contro gli errori e i vizi, come diceva un'antica antifona della Liturgia delle ore nel giorno della festa del 7 ottobre, in cui si affer­ma che il Santo Rosario è «singolare presidio contro le eresie e contro i vizi». E proprio per questo il demo­nio si è accanito contro il Rosario cercando di strap­parlo dalle mani di molti fedeli, tentando quasi quasi di distruggerlo. Ma non ci riuscirà mai. Così, infatti, rispose un giorno san Pio da Pietrelcina a chi si lamentava che il Rosario stesse scomparendo da molte chiese e famiglie, a causa di certi rovinosi aggiorna­menti che, nel postconcilio, non sembravano rispar­miare affatto il Santo Rosario dalla distruzione, per­ché ritenuto preghiera antica, antiliturgica, privata e monotona: «Satana mira a distruggere questa pre­ghiera - rispose Padre Pio - ma non ci riuscirà mai: è la preghiera di Colei che trionfa su tutto e su tutti». Tocca a tutti noi, però, riprendere in mano la santa corona, come sta raccomandando il Papa, per vivere da «figli della luce» (Le 16,8), indossando le «armi della luce» (Rm 13,12). 

7 ottobre: Il Santo Rosario: il dolore che salva

I cinque misteri dolorosi del Santo Rosario sono la scuola d'amore più alta e preziosa che insegna non ad evitare o a fuggire il dolore, ma a valorizzarlo, ren­dendolo mezzo di salvezza per la vita eterna, trasfigu­randolo nell'«amore più grande», come insegna Gesù che dice: «Nessuno ha un amore più grande di chi sacrifica la propria vita per gli altri» (Gv 16,16).

I cinque misteri dolorosi del Santo Rosario, infat­ti, ci mettono alla scuola di Gesù, il Redentore, che immola se stesso per la nostra salvezza offrendosi alla crocifissione cruenta sul Calvario; ci mettono alla scuola di Maria Santissima, la Corredentrice, che immola se stessa lasciandosi trapassare l'anima dalla spada già predetta dal santo vecchio Simeone durante la Presentazione di Gesù Bambino al Tempio (cf. Lc 2,34-35).

I misteri dolorosi del Santo Rosario offrono alla nostra contemplazione l' «amore più grande» di Gesù e di Maria per noi, per salvarci e per santificarci, e vogliono spingere anche noi a camminare su questa strada dell' «amare più grande» per conformarci al Redentore sull'esempio della divina Madre Corre­dentrice. La Via della Croce è sempre la via della salvezza. Discostarsi da questa via significa vanificare la salvezza. Per questo la preghiera e il sacrificio, l'a­postolato e il sacrificio, sono il vero amore che salva.

Quando pensiamo a san Pio da Pietrelcina che recitava fasci di Rosari ogni giorno sgranando la santa corona con le sue mani piagate e sanguinanti, vedia­mo bene che cosa significa la preghiera-sacrificio che salva e santifica. Era insegnamento esplicito di Padre Pio, del resto, che le anime si salvano non per regalo, ma acquistandole una per una, sempre con la stessa moneta di Gesù: la moneta del sangue! E i frutti di tutti quei Rosari di sangue di Padre Pio, di tutta quel­l'immensa preghiera-sacrificio di ogni giorno e notte, sono stati, di fatto, le grandi folle di anime attirate a Dio, le folle dei convertiti, le folle dei figli spirituali che hanno formato la sua «clientela mondiale», come ebbe a dire il papa Paolo VI, che hanno costituito la sua famiglia di figli spirituali sparsi in tutto il mondo, e che continuano ancora oggi a salire il monte del Gargano per avvicinarsi a Dio grazie a Padre Pio. Potenza del Rosario-sacrificio!

Il Rosario è il segreto!

Possiamo pensare anche all'altro grandissimo apostolo, contemporaneo di Padre Pio, san Massimi­liano Maria Kolbe, il «Folle dell'Immacolata», mar­tire nel campo della morte di Auschwitz. Ammalato gravemente di tubercolosi fin dalla giovinezza, san Massimiliano visse lavorando ugualmente senza so­ste, tra un'emottisi e l'altra, impegnandosi appassio­natamente alla salvezza delle anime «attraverso l'Im­macolata», ossia portando le anime sulla Scala bian­ca dell'Immacolata che fa salire più agevolmente al Paradiso.

Un giorno, in Giappone, un medico-radiologo dell'Università di Tokio, divenuto cattolico, incon­trandosi con san Massimiliano Maria Kolbe, volle far­gli una visita medica perché, stringendogli la mano, si era accorto che il Santo aveva la febbre alta; il medico si spaventò costatando che san Massimiliano viveva con un solo polmone neppure molto efficiente, e disse al Santo che avrebbe dovuto subito fermarsi e smet­tere ogni attività, pena una morte rapida. Il Santo, però, disse al medico che già da dieci anni i medici gli avevano fatto quella diagnosi terribile, ma che ugual­mente aveva potuto lavorare instancabilmente, pur con la febbre costante e le periodiche emottisi. Sba­lordito, il medico non poteva assolutamente spiegarsi come fosse stato possibile lavorare per dieci anni, fon­dando due «Città dell'Immacolata» in Polonia e in Giappone, con la tubercolosi addosso e con i polmoni lacerati: quale era il segreto di tanta forza e fecondità? San Massimiliano, allora, prese la corona del Rosario e mostrandola al dottore disse, sorridendo: «Dottore, questo è il mio segreto!».

Perché non fare anche noi del Rosario il nostro segreto? Possibile che debba costarci tanto la recita di una coroncina ogni giorno? E se la preghiera del Rosario ci costa, perché non capire che vale ancora di più recitarlo, proprio perché ci costa sacrificio? Pre­gare soltanto quando si ha voglia e quando non ci costa nulla, significa non pregare quasi mai o pregare con quasi nessun merito. Santa Margherita Maria Alacoque, l'apostola del Sacro Cuore di Gesù, amava intensamente il Rosario e si impegnava a recitarlo ogni giorno, sempre in ginocchio. Racconta ella stes­sa che una volta, sedutasi per recitare il Rosario, le apparve la Madonna che le disse: «Figlia mia, con tale negligenza mi servi?». La Santa non dimenticò mai queste parole, e comprese bene la preziosità della preghiera-sacrificio!

Gli esempi di san Pio da Pietrelcina, di san Massi­miliano Kolbe e di santa Margherita Alacoque ci sostengano nell'impegno generoso della recita gior­naliera del Rosario, costi quel che costi. 

8 ottobre: Il Santo Rosario: fonte di gloria

I misteri gloriosi del Santo Rosario, nella pietà mariana dei fedeli, sono la finestra aperta sull'eternità di gioia e di gloria del Paradiso, dove il Signore Risorto e la divina Madre ci attendono per farci vivere nella beatitudine del Regno dei cieli, dove Dio-Amore sarà «tutto in tutti», come insegna l'Apostolo Paolo (1 Cor 15,28).

Il Rosario dei misteri gloriosi ci chiama a con­templare e anche a condividere già, nella speranza teologale, la gioia ineffabile che Maria Santissima sperimentò sia quando vide il Divin Figlio Risorto, sia quando Ella fu assunta in anima e corpo al Cielo e incoronata nella gloria del Paradiso quale Regina degli Angeli e dei Santi. I misteri gloriosi sono la pre­figurazione sublime della gioia e della gloria del Re­gno di Dio che toccheranno a tutti i redenti morti con la grazia di Dio nell'anima.

Se è vero, come è verissimo, che Maria Santissi­ma è la nostra Celeste Mamma, è anche verissimo, dunque, che Ella vuole condurre tutti noi, suoi figli, in quella stessa «Casa del Padre» (Gv 14,2) che è la sua dimora eterna, e per questo, come insegna il santo Curato d'Ars, si può anche dire che la Celeste Mam­ma stia sempre alla porta del Paradiso in attesa del­l'arrivo di ogni suo figlio, fino all'ultimo dei salvati, alla Casa del cielo.

I misteri gloriosi del Santo Rosario, in effetti, se meditati come si deve, ci fanno innalzare la mente e il cuore in alto, verso i beni eterni, verso le cose di lassù, secondo i richiami salutari di san Paolo che scrive: «Se siete risorti con Cristo cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio, gustate le cose di lassù, non quelle della terra» (Col 3,2); e ancora: «Noi non abbiamo quaggiù una città perma­nente, ma cerchiamo quella futura» (Eb 13,14). Ri­cordiamo l'esempio di san Filippo Neri, il quale, di fronte a chi gli proponeva di accettare il cappello car­dinalizio, esclamava: «Che roba è mai questa?... Voglio il Paradiso, il Paradiso!...».

La Mediatrice della salvezza

Cuore dei misteri gloriosi è il mistero della disce­sa dello Spirito Santo nel giorno della Pentecoste, quando gli apostoli e i discepoli di Gesù si trovavano nel Cenacolo, tutti riuniti in preghiera attorno a Maria Santissima, «la Madre di Gesù» (At 1,14). Qui, nel Cenacolo, abbiamo l'inizio della Chiesa, e l'inizio av­viene in preghiera attorno a Maria, con l'effusione dello Spirito Santo Amore, che è Colui che ci fa pre­gare, che prega nell'intimo del cuore gridando «Abbà, Padre» (Gal 4,6), perché tutti i redenti tornino al Padre.

La preghiera, Maria, lo Spirito Santo: sono essi che segnano l'inizio della Chiesa-salvezza per l'uma­nità da portare in Paradiso; ma non segnano solo l'ini­zio, bensì anche lo sviluppo e la crescita della Chiesa, perché la generazione del Corpo Mistico di Cristo av­viene anch'essa, e sempre, come quella del Capo che è Cristo: ossia, avviene da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo («de Spiritu Sancto ex Maria Vir­gine»).

I misteri gloriosi del Rosario fanno ben compren­dere come l'Incarnazione, la Redenzione e la Chiesa sono finalizzate al Paradiso, polarizzate a quel Regno dei cieli, dove Maria è già presente quale splendente Madre e Regina universale che attende tutti i figli e opera attivamente «fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti», come insegna il Vaticano II (Lumen gentium 62).

Per questo i misteri gloriosi del Rosario fanno pensare soprattutto ai fratelli che si trovano ancora senza fede, senza grazia, senza Cristo e la Chiesa, vivendo «nell'ombra della morte» (Lc 1,79). Si tratta della maggior parte dell'umanità! Chi la salverà? San Massimiliano Maria Kolbe, alla scuola di san Ber­nardo, di san Luigi Grignion da Montfort e di sant'Alfonso de' Liguori, insegna che è proprio Maria Santissima la Mediatrice universale della grazia che salva; e il Vaticano II conferma dicendo che Maria Santissima «assunta in cielo non ha deposto questa funzione di salvezza, ma con la sua molteplice inter­cessione continua a ottenerci le grazie della salute eterna», e «con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano con­dotti nella patria beata» (LG 62).

Con il Rosario noi tutti possiamo cooperare alla missione salvifica universale della Madonna, e pen­sando alle folle di popoli da salvare dovremmo ardere di zelo per la loro salvezza ricordando san Massimi­liano Maria Kolbe il quale ha scritto che noi «non abbiamo il diritto di riposare finché un'anima sola rimane sotto la schiavitù di satana», ricordando anche la novella beata Teresa di Calcutta, immagine mirabile della Madre di misericordia, quando raccoglieva i moribondi dalle strade per dare a loro la possibilità di morire con dignità e con il sorriso della carità rivolto a loro. 

9 ottobre: Il Santo Rosario: amore eucaristico e mariano

Il Santo Rosario e il Tabernacolo eucaristico, la corona del Rosario e l'altare eucaristico si richiamano e fanno unità nella Liturgia e nella pietà dei fedeli, secondo l'insegnamento della Chiesa di ieri e di oggi. Si sa, infatti, che il Rosario recitato dinanzi al San­tissimo Sacramento fa guadagnare l'indulgenza plena­ria, secondo le norme della Chiesa. Questo è un dono di grazia speciale che dovremmo far nostro più che sia possibile. Il piccolo beato Francesco di Fatima negli ultimi tempi della sua grave malattia amava particolar­mente recitare molti Rosari presso l'altare del Santis­simo Sacramento. Per questo ogni mattina si faceva trasportare a braccio nella Chiesa parrocchiale di Alju­strel, presso l'altare, e là restava anche quattro ore di fila a recitare la santa corona guardando continuamente Gesù Eucaristico, che lui chiamava Gesù nascosto.

E non ricordiamo noi san Pio da Pietrelcina che di giorno e di notte pregava per ore intere con la corona del Santo Rosario in mano presso l'altare del Santissimo Sacramento, in contemplazione della soave Ma­donna delle Grazie; nel santuario di San Giovanni Rotondo? Folle e folle di pellegrini hanno potuto ve­dere Padre Pio così, raccolto nella preghiera del Ro­sario, mentre Gesù eucaristico dal Tabernacolo e la Madonna dall'immagine lo investivano di grazia su grazia da distribuire ai fratelli di esilio. E quale non doveva essere la felicità di Gesù nel sentir pregare la sua dolcissima Mamma?

E che cosa dire della Messa di san Pio da Pietrel­cina? Quando la celebrava alle quattro del mattino, si alzava all'una per prepararsi alla celebrazione eucari­stica con la recita di venti corone del Rosario! La Santa Messa e il Santo Rosario, la corona del Rosario e l'altare eucaristico: quale unità inscindibile avevano fra loro per san Pio da Pietrelcina! E non avveniva forse che la Madonna stessa lo accompagnava all'al­tare ed era presente al Santo Sacrificio? È stato Padre Pio stesso a farcelo sapere dicendo: «Ma non vedete la Madonna accanto al Tabernacolo?».

Lo stesso faceva un altro Servo di Dio, il padre Anselmo Trèves, sacerdote ammirabile, il quale pure celebrava il Sacrificio eucaristico alle quattro del mat­tino preparandosi alla Santa Messa con la recita di più Rosari.

Il Rosario, infatti, alla scuola del Sommo Pon­tefice Paolo VI, non soltanto si armonizza con la Liturgia, ma ci porta proprio alla soglia della Liturgia, ossia della preghiera più sacra e più alta della Chiesa, che è la Celebrazione eucaristica. Nessun'altra pre­ghiera, infatti, si presenta più adatta del Santo Rosario alla preparazione e al ringraziamento della Santa Mes­sa e della Comunione eucaristica.

Preparamento e ringraziamento con il Rosario.

Quale preparazione migliore, difatti, si può avere, per la celebrazione o la partecipazione alla Santa Mes­sa, della contemplazione dei misteri dolorosi del San­to Rosario? La meditazione e la contemplazione amo­rosa della Passione e Morte di Gesù, recitando i cin­que misteri dolorosi del Santo Rosario, sono la pre­parazione più affine ad una celebrazione del Santo Sa­crificio che sia partecipazione viva al Sacrificio del Calvario che il Sacerdote rinnova sull'altare, avendo Gesù nelle sue mani. Poter celebrare e partecipare al Santo Sacrifico dell'altare con Maria e come Maria Santissima: non è forse questo l'ideale superlativo per tutti i sacerdoti e i fedeli?

E quale mezzo migliore si può avere, per il ringraziamento alla Santa Messa e alla Comunione, della contemplazione dei misteri gaudiosi del Santo Rosario? È così facile rendersi conto che la presenza di Gesù nel Grembo vergine dell'Immacolata, e l'ado­razione amorosa dell'Immacolata verso Gesù nel suo Grembo (nei misteri dell'Annunciazione e della Vi­sitazione), come nella culla di Betlemme (nel mistero del Natale), diventano il modello sublime e irraggiun­gibile della nostra adorazione amorosa allo stesso Gesù presente vivo e vero, per più minuti, nella nostra anima e nel nostro corpo, dopo la Santa Comunione. Ringraziare, adorare, contemplare Gesù con l'Imma­colata: ci può essere di più?

Impariamo dai Santi anche noi. San Giuseppe da Copertino e sant'Alfonso Maria de' Liguori, san Pier­giuliano Eymard e san Pio da Pietrelcina, i piccoli beati Francesco e Giacinta di Fatima legavano stretta­mente e appassionatamente l'Eucaristia al Santo Ro­sario, la Santa Messa al Santo Rosario, il Tabernacolo al Santo Rosario. Pregare con il Rosario per preparar­si alla celebrazione dell'Eucaristia, e con il Rosario fare anche il ringraziamento alla Santa Comunione è stato il loro magistero fecondo di grazie e di virtù eroiche. Che diventi anche nostro il loro fervido amo­re eucaristico e mariano. 

10 ottobre: Il Santo Rosario: preziosità della corona

Per capire la preziosità della corona del Rosario basterebbe conoscere la vicenda dolorosissima del santo martire padre Tito Brandsma, un frate carmeli­tano olandese, arrestato dai nazisti e portato nel cam­po di concentramento di Dachau, dovè soffrì maltrat­tamenti e agonie fino alla morte di martire (nel 1942), proclamato poi «Beato» dalla Chiesa come martire della fede.

Nel campo di concentramento gli tolsero ogni cosa: il messale, il breviario, la corona. Rimasto senza nulla, il beato Tito poteva soltanto pregare, e si attac­cò perciò alla preghiera ininterrotta del Santo Rosario, servendosi delle dita per contare le Ave Maria. Finalmente un giovane compagno di prigionia gli fece una corona con dei pezzetti di legno legati da sot­tili fili di rame, incidendogli una piccola croce su un bottone della casacca, così da non far notare nulla; ma su quella crocetta il beato Tito appoggiava la mano mentre pregava, provando l'impressione di appoggiasi alla croce di Gesù lungo il cammino spossante che doveva fare ogni giorno per recarsi ai lavori forzati. Chi può dire con quanto amore il beato Tito usava quella corona del Rosario così rustica e così significa­tiva con quei pezzetti di legno e i fili di rame? Essa simboleggiava davvero la realtà dolorosa del campo di concentramento, ma appunto per questo essa era per lui il gioiello più prezioso che avesse, adoperan­dolo con la passione del martire, usandolo più che po­teva nella recita dei Rosari senza numero.

La sorella del beato Tito, Gastche, ha potuto avere quella corona del martire e la conserva come una preziosa reliquia nella sua fattoria presso Bolward. In quella corona del Rosario si possono leggere tutte le pene e le sofferenze sanguinose, tutte le preghiere e gli affetti, tutti gli atti di forza e di abbandono del santo martire, che si è offerto e immolato fra le mani della Madonna, suo unico conforto e sostegno di grazia.

La corona: così umile, ma tanto grande!

La preziosità della corona è tanto grande quanto grande è la preghiera che passa su quei grani di cocco o di legno, di plastica o di altro materiale. È su quei grani che passano le intenzioni della preghiera più ardente e più appassionata, più sofferta e più dolorosa, più gaudiosa e più ricca di speranze nella misericordia divina e nelle gioie del Paradiso. E su quei grani che passano le meditazioni dei misteri divini più ineffa­bili: l'Incarnazione del Verbo (nei misteri gaudiosi), la Rivelazione di Gesù Maestro e Salvatore (nei misteri luminosi), la Redenzione universale (nei misteri do­lorosi), la Glorificazione nel Regno dei cieli (nei mi­steri gloriosi).

La corona del Santo Rosario è un oggetto così umile e povero, ma tanto grande! La corona benedet­ta è una sorgente invisibile, ma inesauribile, di grazie e di benedizioni, pur valendo di solito ben poco, senza nessun segno esterno che la gratifichi come strumen­to così efficace di grazia. È nello stile di Dio, del resto, servirsi delle cose piccole e inconsistenti per operare grandi cose perché non ci si possa mai vantare delle proprie forze, come scrive luminosamente san Paolo: «Il Signore ha scelto le cose che non hanno consistenza per confondere quelle che credono di averla» (1 Cor 1,27).

È bellissima, a questo riguardo, l'esperienza, in­genua, ma significativa, della piccola santa Teresa di Gesù Bambino: una volta ella era andata a confessar­si, da bambina, e aveva presentato al confessore la sua coroncina del Rosario per farla benedire. Ella stessa racconta che subito dopo voleva esaminare ben bene che cosa fosse successo alla coroncina dopo la benedi­zione del sacerdote, e riferisce che, essendo sera, «giunta sotto un lampione mi fermai e, traendo di tasca la corona allora allora benedetta, la girai e rigi­rai per tutti i versi»: voleva ella rendersi conto di «com'è fatta una corona benedetta», pensando che dopo la benedizione del sacerdote fosse possibile riu­scire a carpire la ragione della fecondità di grazie che la coroncina produce con la preghiera del Rosario.

È importante che ci rendiamo conto della prezio­sità di questa corona, tenendola con cura quale com­pagna di viaggio su questa terra di esilio, fino al pas­saggio nell'aldilà. Che essa ci accompagni sempre co­me una sorgente segreta di grazie per la vita e per la morte. Non permettiamo che alcuno ce la porti via. San Giovanni Battista de la Salle, innamorato del San­to Rosario, pur essendo rigidissimo in fatto di povertà, per le sue comunità di consacrati voleva che ciascun religioso avesse una grossa Corona del Rosario e un Crocifisso in cella, come unica sua «ricchezza» in vita e in morte. Impariamo anche noi. 

11 ottobre: Il Santo Rosario: il fascino dell'Ave Maria

Il Santo Rosario è ripieno del fascino dell'Ave Maria. La corona delle Ave Maria porta in sé l'incan­to di una preghiera che risuona dalla bocca dei bam­bini, quando la mamma insegna loro l'Ave Maria, che risuona nel canto dell'Ave Maria, così frequente nella pietà cristiana; che risuona nei rintocchi suggestivi delle campane all'ora dell'Angelus tre volte al giorno. Il Rosario è lo scrigno prezioso delle Ave Maria che fanno elevare la mente e il cuore immergendoli nei misteri più ineffabili della nostra fede: l'Incarnazione di Dio nei misteri gaudiosi, la Rivelazione di Cristo nei misteri luminosi, la Redenzione universale nei mi­steri dolorosi, la Vita eterna del Paradiso nei misteri gloriosi.

Che cosa non ha prodotto il fascino dell'Ave Maria nei cuori più delicati e sensibili? Un esempio fra i tanti è quello del grande poeta e scrittore danese, Giovanni Jorgensen. Egli apparteneva ad una famiglia rigidamente luterana e ogni sera la mamma leggeva alla famiglia una pagina della Bibbia, commentandola secondo la scuola e la dottrina dei protestanti. Prima di addormentarsi bisognava recitare il Padre nostro. L'Ave Maria, invece, era considerata una vera eresia.

Il ragazzo Giovanni Jorgensen era molto legato a questa pratica della famiglia, e non pensava certo di scostarsi mai da essa. Ma una sera, invece, gli capitò che, trovandosi all'aperto, sotto il cielo stellato, si mise a recitare, in ginocchio, l'Ave Maria che aveva letto e imparato da un libro dei cattolici. Ne fu sorpre­so egli stesso, e non rivelò certo alla mamma quel che gli era accaduto quasi inavvertitamente. E tuttavia, ormai non sapeva sottrarsi al fascino della preghiera dell'Ave Maria, per cui molte volte la sera, dopo la recita del Padre Nostro, si inginocchiava sul lettino e recitava anche, con tutto l'affetto, «Ave Maria, piena di grazia... Santa Maria Madre di Dio, prega per noi...».

Crescendo negli anni e negli studi, intanto, Gio­vanni si lasciò purtroppo conquistare dalle varie dot­trine mortifere del liberalismo, del socialismo, del­l'evoluzionismo, per finire poi nell'ateismo più geli­do. Aveva perduto oramai la fede semplice della fan­ciullezza, e sembrava tutto finito irrimediabilmente. E invece, no, non era finito tutto, perché rimaneva anco­ra un filo, solo un filo, il filo misterioso di quell'Ave Maria recitata molte volte inginocchiato sul suo lettuccio... Alcune amicizie con studiosi cattolici, infat­ti, lo condussero pian piano alla fede cattolica, ed egli si convertì quindi nel 1896, ben consapevole della parte avuta dalla Madonna con quella preghiera del­l'Ave Maria, e alla Madonna volle dedicare una delle sue opere più prestigiose, «Nostra Signora di Dani­marca».

«Piena di grazia»: per noi

Si vede bene che il fascino dell'Ave Maria non è un fascino estetico, ma è un fascino di grazia, che sca­turisce sorgivo da Colei che è la «piena di grazia»; è un fascino dell'aldilà, per i misteri ineffabili che con­tiene e che esprime nella sua semplicità sublime; è un fascino tutto materno, legato alla persona dolce e soave di Maria Santissima, la Madre di Dio e Madre nostra; è un fascino di misericordia, per l'aiuto che dona al presente e per la salvezza che assicura anche «nell'ora della nostra morte».

Il Rosario è un fascio di Ave Maria, è una collana di Ave Maria, è un'aiuola di Ave Maria, profumate come rose di maggio portate sulla terra dall'Angelo Gabriele che scese a Nazaret, si presentò in casa di Maria Vergine e la salutò con gioia e riverenza dicen­do le parole: «Ave, o piena di grazia, il Signore è con te», annunciandole, quindi, il mistero dell'Incarna­zione redentiva del Verbo di Dio nel suo grembo verginale, per operare la salvezza del genere umano liberandolo dalla schiavitù della colpa dei progenitori.

«Ave, o Maria, piena di grazia!»: ci può essere invocazione più dolce di questa? più rassicurante e più ricca di ogni bene? più amabile e preziosa? più alta e sublime? La «pienezza di grazia» dell'Immacolata Madre di Dio è diventata la nostra grazia, la nostra vita divina, la nostra benedizione, la nostra salvezza nel tempo e nell'eternità. Ella, infatti, è stata «ripiena di grazia» per noi, insegna san Bernardo, e ogni volta che noi ricorriamo a Lei e la invochiamo, assicura ancora san Bernardo, la Madonna non può non aiutar­ci a sperare con ogni fiducia, perché «Ella è la ragio­ne della nostra speranza».

Fin dal mattino si aprano le nostre labbra con la preghiera dell'Ave Maria. Al mattino, l'Ave Maria ci anima ad affrontare le fatiche della giornata sotto lo sguardo materno di Maria, ripetendo anche noi, con il beato Luigi Orione, di fronte ad ogni difficoltà: «Ave Maria, e avanti!». 

12 ottobre: Il Santo Rosario: la musica delle Ave Maria

Nella vita del celebre direttore d'orchestra, Dimitri Mitropoulos, famoso in tutto il mondo, si legge questo episodio edificante che rivela la sua spe­ciale devozione al Santo Rosario, a cui aveva legato in modo particolare tutta la sua grande arte di direttore d'orchestra.

In una delle grandi serate di concerti, Dimitri Mitropoulos doveva dirigere l'orchestra della N.B.C. nell'esecuzione della settima Sinfonia di Ludwig Van Beethoven. La fastosa sala della Camegie Hall era piena e strapiena. Erano presenti musicisti e artisti, attori e studiosi dell'arte. Dimitri Mitropoulos era sa­lito sul podio e stava battendo i primi colpi per l'avvio della Sinfonia, quando a un tratto rimase con la bac­chetta levata in aria, fermo così per qualche secondo, mentre nella sala tutta la folla, all'oscuro, stava col fiato sospeso in attesa dell'inizio della Sinfonia. Ma di colpo, invece, Dimitri Mitropoulos, abbassò la bac­chetta, la posò e, tra la meraviglia di tutti, scese dal podio e, senza dire nulla, si allontanò rapido dietro le quinte.

La sorpresa lasciò tutti interdetti, non sapendo come spiegare una cosa del genere, mai successa in altri casi. Nel grande salone ritornò la luce, e tutti si chiedevano cosa mai fosse successo. Si conosceva bene chi era Dimitri Mitropoulos: un uomo distinto e posato, un artista celebre, uno dei massimi direttori d'orchestra di tutti i tempi, una persona mite e riser­vata, che abitava in una semplice cameretta al 63° piano di un grattacielo di New York, menando una vita ascetica di cristiano impegnato nella carità, per­ché devolveva ai poveri tutti gli incassi del suo lavoro di direttore. Come mai ora questo colpo di scena così a sorpresa? Che avesse avuto un malore improvvi­so?... Nessuno sapeva rispondere.

Qualche minuto di tempo in attesa, e subito il grande direttore ricomparve, calmo e sereno, con un lieve sorriso di scusa sulle labbra. Non disse nulla, salì subito sul podio, impugnò la bacchetta e diresse la set­tima Sinfonia di Beethoven con una passione che sapeva esprimere quasi magicamente l'arcana subli­mità della musica di Beethoven. E forse mai, tra i con­certi tenuti nel fastoso salone della Carnegie Hall, si registrò alla fine un'ovazione così a lungo scrosciante, formidabile.

Subito dopo, i giornalisti e gli amici furono pronti ad avvicinare il celebre maestro per chiedergli il motivo di quello strano assentarsi all'inizio del con­certo. E il maestro rispose con la sua affabilità senza riserve: «Avevo dimenticato la corona del Rosario in camera, e mai ho diretto un concerto senza il mio Rosario in tasca, perché senza il Rosario mi sento troppo lontano da Dio!».

Splendida testimonianza! Fede e arte qui si incon­trano e si fondono. La fede anima l'arte, l'arte esprime la fede. Il valore trascendente della Fede si trasfonde nell'arte trasfigurandola, rendendola risonanza viva della musica celeste, della musica divina, della musi­ca dei cieli che «cantano la gloria di Dio» (Sal 18,2).

Risuoni nelle nostre anime!

Questa musicalità celeste è contenuta in modo particolare nella preghiera del Rosario, nelle Ave Maria della corona benedetta, nelle parole sante del­l'Ave Maria che annunciano la discesa di Dio stesso sulla terra, per farsi uomo fra gli uomini e vittima per gli uomini da salvare. La musica della gioia nei mi­steri gaudiosi, la musica della verità nei misteri della luce, la musica del dolore nei misteri dolorosi, la musica della gloria nei misteri gloriosi: il Santo Ro­sario esprime, nei misteri e nelle Ave Maria, tutta la musicalità del piano d'amore di Dio che ha creato e ha redento l'uomo salvandolo dalla terribile disarmonia del peccato che è soltanto «pianto e stridore di denti» (Lc 13,28).

Basta riflettere poco, infatti, per scoprire e avver­tire nel Rosario la musica divina delle Ave Maria, la musica divina dei misteri di grazia e di salvezza che Dio dona all'umanità da salvare e redimere, da giusti­ficare e condurre in Paradiso, vivendo il Vangelo, camminando sui passi del Verbo Incarnato e della Madre Santissima, ossia del Redentore e della Corre­dentrice del genere umano, che contempliamo nei quadri evangelici del Santo Rosario, al ritmo soave e costante delle Ave Maria.

Che possa risuonare anche nelle nostre anime questa musica delle Ave Maria in ogni Rosario che recitiamo! Che possa accompagnarci dappertutto il Santo Rosario, specialmente nelle cose più importan­ti da fare e nei momenti più impegnativi della vita, se­gno di armonia divina che faccia risuonare di grazia ogni nostra parola, ogni nostra azione, ogni nostra scelta, ogni nostro comportamento. 

13 ottobre: Il Santo Rosario: la preghiera di tutti

La preziosità più alta del Santo Rosario consiste nella semplicità della sua forma, unita alla sublimità del contenuto spirituale. Una semplice coroncina fatta di ferro o di spago, di plastica o di filo, con i grani di cocco o di legno, di plastica o di vetro, di semi di piante o di altro materiale: questa è la corona del Santo Rosario che fa pregare tutti, bambini e anziani, dotti e indotti, sani e ammalati, con la contemplazione degli eventi e dei misteri più sublimi della nostra fede, dall'Incarnazione del Verbo alla Rivelazione di Cristo, con la Maternità divina e verginale di Maria «piena di grazia», che è la Vergine Madre Immacolata; dalla Redenzione universale, con la Corredenzione maria­na, alla Resurrezione di Gesù, alla Pentecoste e alla Glorificazione nei Cieli, con la gloria di Maria Assunta in Cielo in corpo e anima, e incoronata Regina dell'u­niverso accanto al Figlio Divino.

Chi ha potuto donarci un gioiello di preghiera così semplice e sublime? La risposta ci viene dal papa Leone XIII che a buon diritto è stato definito il Pontefice del Rosario. Egli afferma che solo la Ma­donna è stata l'Inventrice del Santo Rosario, nessun altro avrebbe potuto creare una preghiera e una devo­zione così preziosa e così alla portata di tutti. Anche san Pio da Pietrelcina affermava che il Rosario «è la preghiera di Colei che trionfa su tutto e su tutti. È Lei che ce l'ha insegnata, come Gesù ci ha insegnato il Pater noster».

La storia, poi, ci dice che dal papa san Pio V in poi sono stati parecchi i Sommi Pontefici che hanno bene­detto, lodato e raccomandato il Santo Rosario. San Pio X, ad esempio, dice che il Rosario è «l'orazione per eccellenza», e afferma che «dopo la Santa Messa non c'è preghiera più efficace del Santo Rosario». Il papa Pio XII lo definisce «sintesi di sacrificio vespertino, corona di rose, inno di lode, preghiera della fami­glia...». Il papa Paolo VI lo considera «preghiera per­fetta». Il papa Giovanni Paolo II lo presenta come «la mia preghiera preferita». E chi può dimenticare le immagini così ieratiche e paterne del Papa che recita il Santo Rosario per radio e per televisione, come hanno fatto soprattutto il papa Pio XII e il papa Gio­vanni Paolo II?

La preghiera di ogni cristiano

Il Rosario è stato la devozione dei Dottori della Chiesa come san Pietro Canisio, san Lorenzo da Brindisi, san Roberto Bellarmino, santa Teresa di Gesù e san Francesco di Sales. Specialmente nei lunghi anni della sua vecchiaia, sant'Alfonso de' Li­guori stava sempre «col Rosario fra le mani dalla mattina alla sera». E apostoli del Rosario furono molti grandi santi della storia della Chiesa. San Carlo Borromeo, dopo il Concilio di Trento, fece rifiorire la diocesi di Milano introducendo la recita pubblica e giornaliera del Rosario. San Filippo Neri, a Roma, praticava e predicava il Rosario con ardore inesauri­bile, e a chi gli chiedeva una pratica religiosa, egli rispondeva subito: «Recitate devotamente il Rosario e recitatelo spesso». San Luigi Grignion da Montfort, in Francia, operò moltissime conversioni con il Rosario, scrivendo anche un prezioso libretto: «Il segreto am­mirabile del Santo Rosario per convertirsi e salvar­si». San Camillo de Lellis raccomandava il Rosario negli ospedali per far risuonare di Ave Maria tutte le corsie e le camere degli infermi. Il santo Curato d'Ars si serviva del Santo Rosario per convertire il paese e la Parrocchia, attirando i peccatori alla confessione sacramentale. Sant'Antonio M. Claret fu definito il San Domenico del secolo XIX per la missione svolta a incremento del Rosario per la nostra salvezza. San Giovanni Bosco, il grande educatore dei giovani, pro­poneva il Rosario come punto fondamentale del suo metodo educativo. San Pio da Pietrelcina fece del Rosario la scala delle grazie che scendevano a fiu­mane sulla famiglia mondiale dei suoi figli spirituali.

Troviamo il Rosario fra le mani delle sante mam­me e dei santi papà di famiglia come la beata Anna Maria Taigi, la beata Gianna Molla, i beati coniugi attrocchi, i Genitori di san­ta Teresina, il beato Giuseppe Tovini, papà di dieci fi­gli; lo troviamo fra le mani di medici come san Giu­seppe Moscati, di studiosi come il beato Contardo Ferrini, di umili frati come san Felice da Cantalice e san Corrado da Parzham, di sante vergini come santa Margherita M. Alacoque, santa Caterina Labouré, santa Teresina di Gesù Bambino, santa Gemma Gal­gani, santa Bertilla Boscardin, di ragazzi e bambini come san Domenico Savio, il beato Francesco e la beata Giacinta di Fatima...

Questi sono soltanto alcuni dei molti Santi e Sante che hanno amato il Rosario trasformato in un roseto di grazie e di virtù in ogni tempo. Che il Rosario diventi anche per noi la preghiera preferita come fu per loro, sorgente di grazie e di benedizioni. 

14 ottobre: Il Santo Rosario: l'Amore che non si stanca mai...

A tutti coloro che si lamentano del Rosario dicen­do che è una preghiera monotona, che fa ripetere sem­pre le stesse parole, che alla fine diventa automatica o si trasforma in una cantilena noiosa e stancante, è bene ricordare un significativo episodio che capitò al celebre Vescovo della televisione americana, monsi­gnor Fulton Sheen. Lo racconta lui stesso così:

«...Una donna venne da me dopo l'istruzione. Mi disse:

"Io non diventerò mai cattolica. Voi dite e ripetete sempre le stesse parole nel Rosario, e colui che ripete le stesse parole non è sincero. Io non crederei mai a una simile persona. Nemmeno Iddio le crederà".

Le chiesi chi fosse l'uomo che la accompagnava. Mi rispose che era il suo fidanzato. Le chiesi:

"Vi vuole bene?". "Certamente mi vuole bene". "Ma come lo sapete?".

"Me lo ha detto".

"Che cosa vi ha detto?". "Ha detto: ti amo". "Quando ve lo ha detto?". "Circa un'ora fa".

"Ve lo aveva detto prima?". "Sì, l'altra sera".

"Che cosa disse?". "Ti amo".

"Ma non lo disse mai prima?". "Me lo dice tutte le sere".

Risposi: "Non credetegli. Egli si ripete, non è sin­cero!"».

«Non vi è ripetizione - commenta lo stesso mon­signor Fulton Sheen - nell`Io ti amo" perché vi è un nuovo momento nel tempo, un altro punto nello spazio. Le parole non hanno lo stesso significato di prima».

Così è il Santo Rosario. È una ripetizione di atti di amore alla Madonna. La parola Rosario deriva dalla parola di un fiore, la rosa, che è il fiore per antono­masia dell'amore; e il termine Rosario vuole appunto significare un fascio di rose da offrire una per una alla Madonna, rinnovandole l'atto di amore filiale dieci, trenta, cinquanta volte...

L'amore vero è instancabile

L'amore vero, infatti, l'amore sincero, l'amore profondo non solo non si rifiuta né si stanca di esprimersi, ma ha bisogno di esprimersi con la ripe­tizione dell'atto e delle parole di amore anche senza soste. Non capitava forse così a Padre Pio da Pietrelcina quando recitava i suoi trenta e quaranta Rosari di giorno e di notte? Chi avrebbe mai potuto fermare il suo cuore dall'amare?

L'amore che sia soltanto effetto di un sentimento passeggero è l'amore che si stanca, perché svanisce col passare del momento di entusiasmo. L'amore pronto a tutto, invece, l'amore che nasce dall'intimo e vuole donarsi senza limiti è come il cuore che batte senza soste, e si ripete sempre con i suoi battiti senza stancarsi (e guai se si stanca!); o è come il respiro che, finché non si ferma, fa sempre vivere l'uomo. Le Ave Maria del Rosario sono i battiti del nostro amore alla Madonna, sono i respiri di amore verso la dolcissima Mamma Divina.

A proposito del respiro, ricordiamo san Massi­miliano Maria Kolbe, il «Folle dell'Immacolata», il quale raccomandava a tutti di amare l'Immacolata e di amarla tanto da arrivare a «respirare l'Immacolata». È bello pensare che quando si recita il Rosario si può fare, per 15-20 minuti, la piccola esperienza di «respirare la Madonna» con le cinquanta Ave Maria che sono cinquanta respiri di amore a Lei...

E a proposito del cuore, ricordiamo anche l'esem­pio di san Paolo della Croce, il quale, anche da mori­bondo, non cessava mai di recitare il Rosario. Qual­cuno dei confratelli presenti si premurò di dirgli: «Ma, non vede che non ne può più?... Non si affatichi!...». E il Santo rispose: «Fratello, lo voglio dire finché sono vivo; e se non posso con la bocca, lo dico col cuore...». E’ proprio vero: il Rosario è preghiera del cuore, è preghiera d'amore, e l'amore non si stanca mai! 

14 ottobre: Il Santo Rosario: sollievo alle anime purganti

Un episodio straordinario, fra i molti che capita­vano con san Pio da Pietrelcina. Muore il papà di una signora, che era fervente figlia spirituale di Padre Pio. La signora abitava nel nord Italia. Dopo la morte del papà, la signora si mette in viaggio e arriva a San Giovanni Rotondo. Incontra Padre Pio e lo prega, in lagrime, di dirle che cosa fare per suffragare l'anima del papà morto piamente alcuni giorni prima. Padre Pio le risponde con serenità: «Recita duecento Rosari perché l'anima di tuo papà lasci il Purgatorio ed entri nel Regno dei cieli». La pia signora, confortata, si rimette in viaggio verso il nord Italia e inizia subito la recita dei duecento Rosari.

In questo episodio leggiamo la potenza del Ro­sario nel sollevare e liberare le anime purganti dalle loro terribili pene, perché entrino nella Patria dei cieli. Anche in altre occasioni san Pio da Pietrelcina, donan­do la corona del Rosario a qualcuno, diceva: «Faccia­mo tesoro del Rosario. Vuotiamo il Purgatorio!». Sarebbe davvero salutare tener presente questa esor­tazione di san Pio da Pietrelcina, soprattutto in occa­sione della morte dei nostri parenti, per i quali, di soli­to, siamo pronti a versare lagrime e a spendere soldi in corone di fiori, mentre potremmo donare a loro le corone ben più preziose e sante dei Rosari recitati senza stancarci.

È antico nella Chiesa l'insegnamento sull'effica­cia del Rosario nell'alleviare le anime purganti dalle loro sofferenze e liberarle, infine, dal Purgatorio. An­che la grande santa Teresa d'Avila ammaestrava e rac­comandava alle sue monache di suffragare generosa­mente le anime purganti con la recita dei Rosari, per­ché ogni Ave Maria è un sollievo, è un ristoro per quelle anime penanti nel fuoco dell'espiazione e della separazione da Dio Amore.

Per questo sant'Alfonso de' Liguori, ammaestrato da santa Teresa d'Avila, raccomandava: «Se vogliamo aiutare le anime del Purgatorio, recitiamo per loro il Rosario che arreca grande sollievo». E il beato Annibale di Francia affermava anch'egli che «quando noi recitiamo la corona di Maria Santissima per qualche anima, quell'anima sente quasi smorzare le ardenti fiamme che la circondano e prova un refrigerio di pa­radiso».

Un santo che fu straordinario nell'apostolato del Rosario per le anime purganti fu senza dubbio san

Pompilio Pirrotti, sacerdote piissimo e grande aposto­lo, vissuto nel secolo XVIII. Certamente la pratica di pietà mariana da lui preferita fu il Rosario, ed egli stesso si preoccupava di costruire molte corone del Rosario anche per distribuirle agli altri, incitando a recitare il Rosario per suffragare le anime purganti. La sua specialità in questa pratica mariana consisteva nel fatto che egli recitava il Rosario non soltanto dovun­que e con chiunque, ma anche con le stesse anime pur­ganti. Parrebbe incredibile, eppure le testimonianze a riguardo non ammettono dubbio o incertezza.

Nella Chiesa del Purgatorio, infatti, dove il Santo officiava, non raramente avveniva che recitando egli il Rosario si udivano con chiarezza le voci delle anime defunte che rispondevano la seconda parte dell'Ave Maria. Stupore e meraviglia colpivano tutti i presenti, ma anche una grande commozione spingeva ad un impegno generoso nella recita dei Rosari per suffra­gare quelle anime penanti in attesa del sollievo che arrecano a loro i nostri Rosari.

Il beato Giovanni Massias

Un altro grande apostolo del Rosario per le anime purganti fu il beato Giovanni Massias, padre domeni­cano, il quale recitò tanti Rosari per le anime del Purgatorio e ricevette la rivelazione che con i Rosari aveva liberato dal Purgatorio un milione e quattrocen­tomila anime. Il papa Gregorio XVI volle che questo fatto così straordinario e così edificante venisse inse­rito nella stessa Bolla di Beatificazione, a insegna­mento per tutti.

Un particolare interessante leggiamo nella vita di Maria Cicerchia: questa umile Serva di Dio si recava di frequente in visita al Cimitero; lungo il tragitto recitava Rosari senza interruzione per le anime pur­ganti, e al Cimitero amava recitare in modo speciale i misteri gloriosi del Santo Rosario. Perché i misteri gloriosi? Perché sperava che per la mediazione mater­na di Maria Santissima, Regina del Paradiso, quelle anime rinchiuse nel Purgatorio potessero lasciare al più presto quel luogo di sofferenza ed entrare nella gloria senza fine del santo Paradiso di Dio.

Animiamoci anche noi a questa carità verso le anime purganti recitando il Rosario per alleviare le loro sofferenze, per ottenere a loro la liberazione da quel luogo di pene, con l'entrata nel Regno dei cieli, dove gioire eternamente beate. Suffragare le anime purganti, del resto, è una carità che non resterà senza ricompensa sulla terra e nei cieli. Gli esempi e gli ammaestramenti dei Santi ci illuminino e ci spronino alla generosità nella recita di molti Rosari per le anime purganti. 

16 ottobre: Il Santo Rosario: preghiera missionaria

Il mese di ottobre è il mese del Santo Rosario ed è anche il mese missionario. L'unione delle due cose è santa e salutare. Le Missioni hanno certamente bisogno di preghiera senza fine. E il Rosario è la preghiera che più di ogni altra si presta ad essere pro­lungata e continua per la sua semplicità e per la sua facilità: con una coroncina in mano si può pregare dappertutto, in chiesa e in casa, per le strade e al lavoro, di giorno e di notte, da sano e da ammalato. Così hanno fatto i Santi apostoli in patria o i Santi missionari nelle terre degli infedeli da evangelizzare.

Per questo la Chiesa ha unito, nel mese di ottobre, il Rosario e le Missioni, raccomandando ai cristiani di recitare il Rosario con l'intenzione particolare di aiu­tare le Missioni nel loro sviluppo, e di sostenere i Missionari nelle loro fatiche apostoliche, nel loro sfor­zo di evangelizzazione dei popoli che non conoscono Cristo, ai quali donare Cristo, il Salvatore, per mezzo di Colei che lo ha generato e donato a tutto l'universo. Grande è infatti l'aiuto che la preghiera del Rosario dona ai missionari, i quali spesso si trovano soli e sperduti nelle terre lontane. Il santo missionario e martire dell'Oceania, Pietro Luigi Maria Chanel, fu un esempio mirabile di missionario del Rosario nella sua Missione tra gli infedeli. Il Rosario era il suo tesoro, il suo compagno di fatiche apostoliche, il suo conforto e la sua compagnia nelle solitarie e stancanti marce per le stazioni missionarie. Con la corona fra le mani egli attraversava le valli e le colline di Futuna, seminando ad ogni passo le Ave Maria.

Più ricca ancora fu l'esperienza del Rosario di san Francesco Saverio, vissuto dal 1507 al 1552. Egli fu il più grande missionario dell'Oriente, conosciuto dagli infedeli per la corona del Rosario che portava al collo e per il Crocifisso che teneva nella mano. La corona del Rosario al collo manifestava ben chiaro il suo amore alla Madonna e la sua fiducia in Lei; e l'espe­rienza gli insegnò che realmente il Rosario era la scuola di evangelizzazione più facile e sicura.

Nelle Indie, la predicazione del Rosario di san Francesco Saverio significava la spiegazione del Van­gelo alla scuola di Maria. E se egli riusciva a inculcare nei neofiti l'amore al Rosario era sicuro che essi non avrebbero più dimenticato né il Vangelo, né la vita cristiana. Per questo ci teneva moltissimo a regalare coroncine del Rosario per legare meglio le anime alla scuola evangelica di Maria Santissima.

Il Rosario ottiene anche miracoli

Anche nella Missione in Giappone san Francesco Saverio seguì lo stesso metodo di insegnamento del Vangelo attraverso il Rosario; e la devozione al Rosa­rio, infatti, attecchì bene nei novelli cristiani giap­ponesi, e durò, in effetti, nonostante le grandi perse­cuzioni che ci furono in seguito, con l'espulsione di tutti i missionari cattolici dal Giappone. Quando, tre secoli dopo, i missionari poterono tornare in Giappo­ne, i cristiani rimasti fedeli mostrarono a loro i Rosari di san Francesco Saverio, tramandati di padre in fi­glio: per mezzo di quel Rosario, infatti, essi conosce­vano e credevano al mistero dell'Incarnazione del Verbo, al mistero della Redenzione universale operata da Gesù, al mistero della vita eterna.

Per di più, con il Rosario, san Francesco Saverio non solo faceva catechesi e innamorava i fedeli della Madonna, ma operava anche guarigioni miracolose, tanto è vero che i fedeli chiedevano in prestito la sua corona del Rosario per farla passare da un malato all'altro. A guarigioni avvenute, però, spesso la coro­na del Rosario non veniva restituita a san Francesco Saverio perché diventava reliquia preziosa per tutti.

Anche l'ardente apostola santa Francesca Saverio Cabrini, missionaria degli emigrati; amava appassio­natamente il Rosario e otteneva grazie senza numero per le necessità delle missioni. Una volta, a Rosario di Santa Fe', in Argentina, dovette lottare contro le auto­rità anticlericali, e la spuntò grazie ai tanti Rosari recitati, riuscendo a fondare una casa per gli emigrati con un collegio che volle chiamare Collegio Interna­zionale del Rosario, proprio in omaggio alla Madonna del Rosario che l'aveva aiutata a superare tutti gli ostacoli.

Se vogliamo amare le Missioni - come è dovere di ogni cristiano - facciamo sì che il mese di ottobre sia il mese del Rosario e delle Missioni, e preghiamo con il Rosario senza stancarci, senza limiti, perché i biso­gni delle Missioni sono immensi e urgenti, perché i missionari hanno bisogno del nostro sostegno spiri­tuale e fraterno. 

17 ottobre: Il Santo Rosario: «preghiera della famiglia»

Il papa Pio XII definì il Santo Rosario «Preghiera della famiglia»: una preghiera fatta di rose profumate offerte alla Regina delle rose; una preghiera che è «sin­tesi di tutto il Vangelo», come dice ancora il papa Pio XII; una preghiera che è «meditazione dei misteri del Signore, sacrificio vespertino, corona di rose, inno di lode, compendio di vita cristiana, pegno sicuro del favore celeste, presidio per l'attesa salvezza»; e in un altro discorso ancora, lo stesso papa Pio XII descrive­va i pregi e gli effetti salutari del Santo Rosario parti­colarmente per gli sposi novelli, per i fanciulli, per i giovani e per le giovani, per i genitori, per gli anziani, per i malati e per i morenti. Tutte le famiglie possono avere in casa questa aiuola di rose profumate da offrire ogni giorno alla «Regina della famiglia».

Nella storia delle famiglie cristiane, infatti, non sono certamente poche le famiglie, che si sono ali­mentate e nutrite quotidianamente della preghiera del Santo Rosario, recitato insieme, genitori e figli, grandi e piccoli, sotto lo sguardo materno della Madonna visibile in un quadro o in una statuetta.

Possiamo qui ricordare particolarmente la fami­glia della beata Anna Maria Taigi, madre di sette figli. Era edificante vedere con quale cura ogni giorno la santa Mamma faceva recitare il Santo Rosario a tutta la famiglia; ella lo recitava sempre in ginocchio, nono­stante gli acciacchi dell'età e delle malattie; e anche da moribonda, la beata Anna Maria non volle mai man­care alla recita del Santo Rosario con la sua famiglia. Persino l'ultima sera, poche ore prima della sua morte, ella partecipò al Rosario della famiglia riunita nella sua cameretta. E nel dare l'ultima benedizione alla fami­glia, la Beata raccomandò al marito e ai figli partico­larmente tre cose: l'osservanza dei comandamenti di Dio, la viva devozione alla Madonna, la fedeltà alla recita giornaliera del Santo Rosario in famiglia.

Possiamo ricordare anche la famiglia di santa Teresina di Lisieux. Ogni sera, la famiglia, raccolta nella recita comunitaria del Santo Rosario, offriva la preghiera della corona come il «sacrificio vesperti­no», di cui parla il papa Pio XII. Santa Teresina stes­sa riferisce che i genitori inculcavano ai figli un amore particolare alla preghiera del Santo Rosario dandone l'esempio della recita quotidiana essi per primi, e otte­nendo i frutti speciali di una famiglia santa con le sei figlie consacrate a Dio.

Ugualmente, possiamo ricordare la famiglia della beata Gianna Molla con i suoi tre figli, e la famiglia di Luigi e Maria Beltrame-Quattrocchi, con i loro quat­tro figli tutti consacrati a Dio. La beata Gianna e i beati Luigi e Maria erano professionisti, impegnati fedelmente a custodire e a santificare la famiglia, nu­trendola giornalmente con la recita del Santo Rosario, a sostegno delle prove e delle difficoltà di ogni genere che non mancano mai nelle famiglie su questa terra di «triboli e di spine» (Gn 3,18).

Il papà con i dieci figli

Istruttivo ed edificante, poi, è stato l'esempio del beato Giuseppe Tovini, padre di dieci figli, avvocato impegnato al massimo anche nel lavoro sia di aposto­lato, sia politico e amministrativo. Oltre l'impegno di pregare con la corona del Rosario fra le mani dovun­que si trovasse - a piedi per le strade o sui mezzi di trasporto - il beato Giuseppe Tovini curava la recita del Santo Rosario in famiglia ogni giorno. «Tutti vi dovevano essere presenti, - diceva - anche i più picci­ni, perché pur non comprendendo il significato di quella preghiera le orecchie infantili si assuefacessero al ritmo della recitazione». E se capitava che, costret­to a tornare più tardi a casa, la famiglia aveva già recitato il Rosario, egli si raccoglieva e diceva il Rosario da sé, in solitudine. Doveva essere uno spet­tacolo edificantissimo quella famiglia raccolta nella preghiera del Rosario ogni sera, con il papà che si metteva sempre in ginocchio per terra sul pavimento o sul sedile della sedia, con la corona fra le mani giunte sul petto, piamente raccolto e concentrato nella recita delle Ave Maria o con gli occhi rivolti verso l'immagine della Madonna.

Lo stesso si può dire del beato Ladislao Batthyàny Strattmann, ungherese, beatificato dal Sommo Ponte­fice Giovanni Paolo II nel mese di marzo 2003. Il beato Ladislao era un medico oculista, padre di tredi­ci figli, educati alla scuola cristiana del Santo Rosario, recitato ogni giorno insieme, per alimentare la propria vita di fede.

Questa è l'immagine più reale del titolo di Regina della famiglia che la Chiesa ha dato a Maria Santissi­ma. Quando la Madonna vede l'intera famiglia rac­colta in preghiera per la recita del Santo Rosario, può dire davvero di essere la Regina di quella famiglia e di proteggere quella famiglia in maniera tutta particolare come una «piccola Chiesa domestica». 

18 ottobre: Il Santo Rosario: il segno del vero cristiano

Pier Giorgio Frassati, giovane Beato della Chiesa, era uno studente universitario simpatico e brillante nella sua vivace testimonianza di cristiano coerente e franco, che non temeva gli affronti e non rifuggiva dal sostenere la sua fede adamantina senza complessi né di inferiorità né di superiorità.

Un giorno, infatti, a Torino, camminava per la strada con la sua bella corona del Rosario in mano, che gli impediva di perdere tempo, impegnandolo interiormente a trasformare in preghiera i suoi passi svelti verso casa. Ad un certo punto incontrò un grup­petto dei suoi giovani compagni di Università, e uno di questi, vedendo la corona del Rosario nella mano di Pier Giorgio, esclamò ad alta voce:

«Oibò, Pier Giorgio, sei mica diventato bigot­to?...».

«No no - fu la pronta risposta di Pier Giorgio - sta pur tranquillo che sono rimasto semplicemente cri­stiano».

Bella la risposta, chiara come la luce dell'alba. Un cristiano che non sia figlio di Maria non è certamente fratello di Gesù Cristo, «il Primogenito tra molti fra­telli», come insegna san Paolo Apostolo (Rm 8,29). E il Rosario è un segno evidente del legame che unisce il vero cristiano alla divina Madre di Cristo e dei cri­stiani.

In più, il Rosario serve a manifestare la realtà e il contenuto della propria fede, ossia il credere nel mi­stero di Dio Uno e Trino (che si rivela nell'Annuncia­zione, nella Trasfigurazione, nella Glorificazione del Paradiso), il credere nei misteri di Cristo e di Maria, che sono i misteri dell'Incarnazione (misteri gaudiosi) e della Rivelazione (misteri luminosi), i misteri della Redenzione (misteri dolorosi) e della Resurrezione con la Glorificazione eterna (misteri gloriosi).

Il Rosario è la più semplice e splendida sintesi di tutto il patrimonio della nostra fede cristiana, presen­tata al vivo nei quadri evangelici della vita di Gesù e di Maria Santissima, vissuta a Nazaret e a Betlemme, sul Calvario e in Paradiso. Davvero, come diceva il papa Pio XII, il Rosario è «il compendio di tutto il Vangelo», è «il compendio della vita cristiana», tutta secondo Dio; e il beato Ildefonso Schuster diceva che il Rosario è «il Salterio del popolo».

La corona del Rosario al collo

Quanta insensatezza, perciò, in tutti coloro che credono di fare bene togliendo la corona del Rosario dalle mani dei fedeli, credendo o temendo che il Rosa­rio non alimenti la vera fede, affermando che, dopo la Santa Messa e la Liturgia delle ore, ci sono altre pre­ghiere o pratiche di pietà più valide del Rosario per alimentare la vita di preghiera dei fedeli. Dovremmo tutti ricordare, invece, che il papa san Pio X conside­rava il Rosario «orazione per eccellenza» e il papa Paolo VI lo definiva «orazione perfetta» per vivere secondo la fede più pura e genuina, la fede tutta evan­gelica e santa.

Proprio per questo il Rosario è la preghiera della vita di fede vissuta nella grazia di Dio alla scuola di Maria Santissima. Proprio da Lei, con il Rosario, si impara a testimoniare la propria fede, la vera fede, quella fede che confonde tutte le eresie che imperver­savano ieri e che imperversano oggi, a causa dei «falsi maestri» di ieri e di oggi, da cui ci mettevano in guardia già san Pietro (2 Pt 2,1) e san Paolo (2 Tm 4,3).

Nella vita travagliata di sant'Ignazio di Loyola, ai tempi della devastazione della fede cattolica operata dal Protestantesimo, capitò che un giorno, trovandosi il Santo a passare con i suoi primi ardenti compagni per una città della Svizzera, dove le Chiese erano state profanate dai protestanti, il popolo, rimasto fedele alla Chiesa cattolica, a vederli, esultò, riconoscendoli co­me cattolici perché portavano al collo la corona del Santo Rosario, che gli eretici avevano proibito prima di ogni altra cosa, condannando espressamente la co­rona del Rosario come «segno distintivo del cattoli­co».

Oggi siamo nelle stesse condizioni? C'è da rispondere che forse siamo in condizioni peggiori, perché non solo gli eretici - protestanti e non prote­stanti -, ma troppo spesso anche gli stessi Pastori e alcuni Gruppi ecclesiali della Chiesa cattolica hanno rinnegato il Rosario, nonostante i grandi richiami del papa Giovanni Paolo II che lo presenta come la sua «preghiera preferita» e la preghiera più urgente per i grandi bisogni dell'umanità in travaglio. Seguiamo gli esempi dei Santi e siamo anche noi ben fieri di testi­moniare la nostra perenne fede cattolica mostrando a tutti e ovunque la corona del Santo Rosario. 

19 ottobre: Il Santo Rosario: l'arma della vittoria

San Pio da Pietrelcina soleva chiamare «arma» la corona del Santo Rosario. Capitò una volta che un frate, aiutando Padre Pio ad andare a letto, sentì chiedersi dal Padre:

«Prendimi l'arma nella tasca dell'abito».

Il frate, sorpreso, guardò se nelle tasche dell'abito di Padre Pio ci fosse realmente un'arma, e poi disse al Padre:

«Padre, non c'è nessun'arma nelle tasche del vostro abito».

Ma Padre Pio insistette:

«Vedi bene che c'è, prendila e dammela».

Il frate infilò di nuovo le mani nelle tasche del­l'abito, tirò fuori la corona del Rosario, e disse a Padre Pio:

«Ma, Padre, non c'è nessun'arma nella tasca del­l'abito, c'è soltanto la vostra corona del Rosario!». «E quella che cos'è? Non è forse l'arma?».

Sì, il Santo Rosario è anche questo: è un'arma.

Ovviamente, è un'arma particolare, perché è un'arma di vittoria della grazia e della pace, un'arma di vitto­ria della virtù e della carità, un'arma di vittoria della vita e dell'amore. Il Rosario è un'arma, infatti, contro gli egoismi e le passioni, contro gli istinti e le tenden­ze cattive, contro le tenebre e le forze malvage che operano a danno delle anime, a rovina degli uomini.

San Pio stesso raccontò una volta la visione di un fatto straordinario. Si era egli affacciato alla finestra del coro e aveva visto una piazza piena di nemici che gridavano furiosamente: «A morte! A morte!...». Im­pauritosi, Padre Pio si rivolse subito alla Madonna per sapere che cosa fare in quel frangente, e per chiederle aiuto contro quelle minacce di morte. E la Madonna gli mise fra le mani la corona del Rosario con cui difendersi, manovrandola come un'arma. Allora Padre Pio si affacciò di nuovo alla finestra con la corona del Rosario fra le mani, nell'atto di puntarla sulla folla inferocita: e vide subito tutti quei nemici cadere a terra, abbattuti.

Padre Pio comprese bene, allora, quale potenza avesse l'arma del Rosario per difenderci dai nemici, per far vincere il bene sul male, la vita sulla morte, la grazia sul peccato, la pace sulla guerra, la verità sugli errori, la carità sull'odio. Che cosa non può ottenere di bene quest'arma benedetta? Sulla terra e nel Purgatorio, in vita e in morte, nelle tentazioni e nelle prove, dovunque ci sia da vincere difficoltà, da evitare pericoli, da respingere insidie, la corona del Rosario è sempre pronta per essere adoperata come arma di grazia, come arma della Regina di tutte le vittorie!

Senza quest'arma siamo sconfitti

Ricordiamo come a santa Teresina piaceva visi­tare, a Parigi, la Chiesa dedicata alla Regina delle vit­torie, che è appunto la Regina del Santo Rosario; e la stessa Santa assicura che, su questa terra, per quanto gravi siano gli assalti dei nemici, «finché il Rosario sarà recitato, Dio non potrà abbandonare il mondo, perché questa preghiera è potente sul suo cuore».

San Massimiliano Maria Kolbe, l'apostolo mira­bile dell'Immacolata, definiva il Rosario «una pre­ghiera semplice e sublime» che l'Immacolata stessa ci ha indicato a Lourdes e che deve diventare «la spada» di ogni devoto della Madonna, a richiamo biblico della «spada» dell'eroica Giuditta che tagliò la testa del terribile Oloferne, salvando il suo popolo dalla distruzione, così come a Lepanto, nel 1571, la cristia­nità si salvò con il Rosario dall'invasione mussul­mana.

Anche la serva di Dio Edwige Carboni, una misti­ca stimmatizzata dei nostri tempi, affermava che il Santo Rosario è «l'arma invincibile, contro la quale si spuntano anche le armi più affilate di satana»; e poiché la Serva dì Dìo usava spesso quest'«arma invincibile», il diavolo cercava di farle dispetti, ruban­dole la corona o spezzandogliela fra le mani.

Perché non ìmparare dai Santi ad usare quest'ar­ma della vittoria? Quante sconfitte e rovine avremmo potuto evitare, sia personalmente che collettivamente, se avessìmo fatto sempre ricorso a quest'arma! Anche l'ultima guerra degli Stati Uniti e dell'Inghilterra con­tro l'Iraq sarebbe stata evitata se tutta la Chiesa avesse obbedito al papa Giovanni Paolo II, il quale racco­mandava, con passione, la recita del Santo Rosario per salvare la pace nel mondo. Ma, invece di riempire le chiese per recitare i Rosari, quasi tutti i cristiani hanno preferito riempire le strade e le piazze per fare cortei ricchi di slogans risuonanti anche invettive e maledi­zioni, minacce e insulti di odio feroce.''  Senza l'arma della vittoria, noi siamo destinati alla sconfitta! 

20 ottobre: Il Santo Rosario: vittoria sul serpente

Tra i celebri «sogni» di Don Bosco ce n'è uno che riguarda espressamente il Santo Rosario. Don Bosco stesso lo raccontò ai suoi giovani una sera, dopo le preghiere.

Aveva sognato di stare con i suoi ragazzi che gio­cavano, mentre arrivò uno sconosciuto che lo invitò ad andare con lui. Arrivati ad una vicina prateria, lo sconosciuto indica a Don Bosco, tra l'erba, un serpen­taccio assai lungo e grosso. Atterrito a quella vista, Don Bosco voleva fuggire, ma lo sconosciuto lo rassi­curava che il serpentaccio non gli avrebbe fatto alcun male; subito dopo, lo sconosciuto era andato a pren­dere una corda per darla a Don Bosco.

«Afferra per un capo questa fune, - disse lo sconosciuto - io prenderò l'altro capo di essa, poi andrò alla parte opposta e sospenderò la corda sul serpe, facendola cadere sulla sua schiena».

Don Bosco non voleva affrontare quel pericolo, ma lo sconosciuto lo rassicurava. Quindi, dopo essere passato dall'altra parte, lo sconosciuto aveva alzato la corda per sferzar con essa la schiena del rettile che, irritato, saltellava volgendo indietro la testa per mor­dere la fune, ma invece restava allacciato da essa come mediante un cappio scorsoio.

«Tieni stretta la corda!», gridava lo sconosciuto. Poi egli aveva legato a un pero il capo della fune che aveva tra mano; quindi tolse a Don Bosco l'altro capo per legarlo all'inferriata di una finestra. Frattanto il serpe si divincolava furiosamente, ma le sue carni si laceravano finché mori, ridotto a uno scheletro spol­pato.

Morto il serpente, lo sconosciuto aveva slegato la corda dall'albero e dall'inferriata, per riporre la fune dentro a una cassetta, che chiudeva e poi riapriva. Intanto i giovani erano accorsi attorno a Don Bosco anche per vedere cosa vi fosse in quella cassetta. Essi e Don Bosco rimasero stupiti nel vedervi la corda di­sposta in modo da formare le parole «Ave Maria».

«Come vedete, - disse allora lo sconosciuto - il serpe figura il demonio e la corda simboleggia il Rosario, che risulta di Ave Maria, e con il quale si possono vincere tutti i serpenti infernali».

Schiaccia la testa al serpente

È consolante sapere questo. Con la preghiera del Santo Rosario si possono affrontare e colpire mortal­mente «tutti i serpenti infernali», ossia tutte le ten­tazioni e gli assalti del demonio che opera nel mondo per la nostra rovina, come insegna lucidamente san Giovanni Evangelista quando scrive: «Tutto ciò che è nel mondo: concupiscenza della carne, concupiscen­za degli occhi e superbia della vita... E il mondo passa con la sua concupiscenza, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno» (1 Gv 2,16).

Nelle tentazioni, dunque, e nelle insidie del mali­gno, il ricorso alla preghiera del Rosario è garanzia di vittoria. Ma bisogna ricorrere con fiducia e con perse­veranza. Quanto più è dura la tentazione o l'assalto del nemico delle anime, tanto più bisogna legarsi alla santa corona del Rosario e perseverare nella preghiera che può liberarci e salvarci per la grazia della vittoria che la divina Madre vuole sempre donarci quando a Lei ricorriamo con insistenza e fiducia.

Il beato Alano, grandissimo apostolo del Rosario, tra le molte cose belle scritte sul Rosario, ha fatto affermazioni luminose sulla potenza del Rosario e dell'Ave Maria: «Quando dico Ave Maria - scrive il beato Alano - gioisce il cielo, stupisce tutta la terra, fugge Satana, trema l'inferno..., la carne si doma...».

Il Servo di Dio, padre Anselmo Trèves, sacerdote e apostolo mirabile, venne assalito una volta da una tentazione terribile e penosissima contro la fede. Egli si attaccò con tutte le forze alla corona del Rosario, pregando con fiducia e con perseveranza, e quando si trovò liberato, potè finalmente confidare: «Ma ne ho consumate delle corone!».

Don Bosco con il suo «sogno» ci ammaestra assi­curandoci che la corona del Santo Rosario, adoperata bene, è la disfatta del demonio, è il piede dell'Imma­colata che schiaccia la testa al serpente tentatore (cf. Gn 3,15). Anche san Francesco di Sales portava sem­pre con sé la corona del Rosario, e quando fu vicino alla morte, dopo aver ricevuto l'Olio santo con l'un­zione degli infermi, si fece legare la corona del Rosario al braccio, come arma per respingere ogni assalto del nemico dell'anima.

I Santi, con i loro esempi ci garantiscono e ci con­fermano che è proprio così: la corona benedetta del Santo Rosario, usata con fiducia e con perseveranza, è sempre vincitrice sul nemico delle nostre anime. Teniamoci legati anche noi ad essa, dunque, portan­dola sempre con noi per adoperarla in ogni occasione di pericolo per la nostra anima. 

21 ottobre: Il Santo Rosario: sostegno nelle lotte

È impressionante la serie degli episodi in cui il Santo Rosario è stato di aiuto e di sostegno nelle dure lotte della vita. Se si potessero leggere le cronache delle persecuzioni contro i cattolici si scoprirebbero tesori di testimonianze eroiche a conferma della pre­ziosità della corona del Santo Rosario nell'affrontare e nel sostenere travagli e sofferenze incredibili per la ferocia e la disumanità dei persecutori. Un esempio bellissimo ci è offerto dalla cronaca che un deportato politico francese, Claude Humbert, scrisse al suo ritorno dai campi di concentramento nazisti.

«Quando arrivai al campo di Neungamme fui desti­nato ai lavori di scavo. Misi il rosario al collo e andai al lavoro. Una guardia delle SS me lo strappò brutal­mente e lo gettò fra le immondizie. Più tardi ne fabbricai uno con dei pezzetti di corda. Non avevamo assolu­tamente niente, né Messa, né oggetti di pietà: ogni culto era proibito sotto pena di morte. È allora che noi ab­biamo compreso tutto il valore e l'utilità del Rosario.

Tutti i deportati si ingegnavano a costruirne. Ce li imprestavamo parecchie volte nel corso della giorna­ta, ed era una mezza battaglia poterne avere uno. (…) Quale conforto per noi quella preghiera, l'unica che ci fosse possibile recitare. I misteri dolorosi! Li vive­vamo con Gesù Cristo e con la Vergine. Offrivamo le nostre sofferenze: la fame, il freddo, i colpi di frusta...

Andando al lavoro dovevamo fare cinque chilo­metri a piedi. Ogni giorno meditavo un rosario e i compagni si univano a me nella recita, rispondendo alle «Ave Maria»... Erano impressionanti quei rosari meditati sotto la pioggia che ci sferzava in viso. Si aveva l'impressione reale di portare la croce di Cri­sto, e la Vergine era vicina a noi [...]. A Dachau si recitava il rosario al mattino durante il lavoro. Era il breviario di tutti. Io l'avevo insegnato pure ai polac­chi, quando ero nel blocco di baracche dei polacchi.

Finì anche l'esilio e fummo rimpatriati, dopo anni di sofferenze inaudite. Eravamo pochi i superstiti di quella spaventosa avventura. Rientrando a Lione io salii a piedi scalzi al Santuario mariano di Fourvières, posto in alto sulla collina che domina la città, recitando il rosario. Era una promessa che avevo fatto nei campi di concentramento. Giunto sul piazzale, davanti alla imponente mole del Tempio, mi arrestai e recitai il secondo rosario: alla mia memo­ria affioravano tutti i ricordi del passato, i compagni di prigionia con cui pregavo, il lungo camminare attraverso i boschi, mentre si andava al lavoro, sotto lo sguardo delle SS...

La Madonna mi aveva ricondotto salvo dai campi della morte: non la benedirò mai abbastanza».

Rende forti come il diamante!

Questa vicenda drammatica è la dimostrazione più concreta del potere che ha il Rosario di sostenere e confortare anche nelle lotte più dure, e anche di fronte al pericolo della morte più inumana e feroce. Se potessero parlare l'arcipelago dei gulag in Russia (che in mezzo secolo hanno ucciso circa cento milioni di uomini!) e tutti i campi di concentramento della se­conda Guerra mondiale, quale epopea del Rosario e quanti eroismi dei condannati a morte non verrebbero rivelati al mondo intero!

Il Rosario è straordinario come preghiera, perché può essere recitato da tutti e dovunque. Più semplice di così non potrebbe essere, nella sua struttura. Basta­no anche pochi pezzetti di corda per avere un rosario fra le mani e contare le «Ave Maria». Durante il lavoro o durante il riposo, nelle lunghe marce e nelle soste forzate, in tempi di pace o in tempi di guerra, il Rosario è capace di sostenerci, di riempire ogni mente di pensieri sublimi, di alimentare la fede e la speran­za, di far avvertire ogni volta la vicinanza materna della Madonna che può e vuole soccorrerci, che può e vuole sostenerci nelle prove della vita.

Insegna bene per questo san Bernardo nel suo celebre Memorare, dicendo proprio così: «Non si è inteso mai al mondo che qualcuno ricorrendo alla vostra materna intercessione sia stato da voi abban­donato». Soltanto in Paradiso conosceremo quanta forza e coraggio ha donato il Rosario a tutti coloro che si sono stretti ad esso.

Forse anche nella nostra esperienza, sappiamo bene quanta disperazione il Rosario non ha fatto evi­tare o superare a chi non aveva più nessun motivo di sperare! Quanta forza d'animo e alimento di speranza il Rosario non ha saputo infondere in chi aveva ogni motivo per abbattersi e sfiduciarsi di fronte alla cru­deltà degli uomini sanguinari, a volte violenti più delle belve! La coroncina del Rosario è così: sa ren­dere forti come il diamante, sa confortare come un fascio di rose profumate, sa rendere vicina vicina la Madre divina. 

22 ottobre: Il Santo Rosario: dona forza a chi è stanco

Un episodio della vita del beato Giovanni XXIII ci fa ben comprendere come la preghiera del Santo Rosario sostiene e dona la forza di pregare anche a chi è stanco. Forse per noi è facile scoraggiarci se dobbia­mo recitare il Santo Rosario quando siamo stanchi, e invece, a rifletterci anche solo per poco, capiremmo che basterebbe un po' di coraggio e di determinazione per fare un'esperienza salutare e preziosa: l'esperien­za che la preghiera del Santo Rosario sostiene e fa superare anche la stanchezza.

Al papa Giovanni XXIII, infatti, legatissimo alla recita quotidiana delle tre corone del Rosario, capitò che un giorno, per il carico delle udienze, dei discorsi e degli incontri, arrivò a sera senza aver potuto reci­tare le tre corone.

Subito dopo la cena, lungi dal pensare che la stanchezza poteva dispensarlo dalla recita delle tre corone del Rosario, chiamò le tre suore addette al suo servizio e chiese loro:

«Ve la sentireste di venire con me in Cappella a recitare il Santo Rosario?».

«Volentieri, Padre Santo».

Si andò subito in Cappella, e il Santo Padre annunciava il mistero, lo commentava brevemente e intonava la preghiera. Al termine della prima corona dei misteri gaudiosi, il Papa si voltò alle suore e chiese:

«Siete forse stanche?». «No no, Padre Santo».

«Potreste recitare con me anche i misteri dolorosi?».

«Sì sì, volentieri».

Il Papa intonò quindi il Rosario dei misteri dolo­rosi, sempre con un breve commento ad ogni mistero. Al termine del secondo Rosario, di nuovo il Papa si rivolse alle suore:

«Siete stanche ora?». «No no, Padre Santo».

«Potreste completare con me anche i misteri glo­riosi?».

«Sì sì, volentieri».

E il Papa iniziò la terza corona dei misteri glo­riosi, sempre con il breve commento per la medi­tazione. Terminata la recita anche della terza corona, il Papa diede alle suore la sua benedizione e il più bel sorriso di gratitudine.

Il Rosario è sollievo e riposo

Il Santo Rosario è così. È preghiera riposante, anche nella stanchezza, se si è ben disposti e si ama colloquiare con la Madonna. Il Rosario e la stanchez­za, insieme, fanno preghiera e sacrificio, ossia fanno la preghiera più meritoria e preziosa per ottenere gra­zie e benedizioni dal Cuore della divina Madre. Ella stessa, durante le apparizioni a Fatima, non ha forse chiesto «preghiera e sacrificio»?

Se noi pensassimo seriamente a questa insistente richiesta della Madonna di Fatima, non solo non ci scoraggeremmo quando dobbiamo recitare il Rosario sentendoci stanchi, ma capiremmo che ogni volta, con la stanchezza abbiamo l'occasione santa per offrire alla Madonna una preghiera-sacrificio che sarà certa­mente più carica di frutti e di benedizioni. E questa consapevolezza di fede sostiene realmente la nostra stanchezza addolcendola lungo tutto il tempo della preghiera-sacrificio.

Sappiamo tutti che san Pio da Pietrelcina, nono­stante il pesante carico quotidiano di lavoro per le confessioni e per gli incontri con le persone che veni­vano da ogni parte del mondo, recitava di giorno e di notte tante corone del Rosario da far pensare al mira­colo di un dono mistico, di un dono straordinario rice­vuto da Dio particolarmente per la preghiera del Santo Rosario. Una sera avvenne che, dopo una delle gior­nate ancora più faticose, un frate vide che Padre Pio era andato e stava già da lungo tempo in coro a pre­gare ininterrottamente con la corona del Rosario in mano. Il frate, allora, si avvicinò a Padre Pio e con premura gli disse:

«Ma, Padre, dopo tutte le fatiche di questa gior­nata non potreste pensare un po' a riposarvi?».

«E stando qui a recitare Rosari non mi sto forse riposando?», rispose Padre Pio.

Queste sono le lezioni dei Santi. Beato chi sa impararle e metterle in pratica! 

23 ottobre: Il Santo Rosario: il filo di Arianna

È istruttiva per noi la riflessione sulla leggenda della mitologia che ci racconta del prode Teseo, un giovane eroe dell'Attica, il quale voleva affrontare ed eliminare un terribile mostro, il Minotauro, che aveva il corpo umano con la testa del toro, e che viveva in un mitico Labirinto, dove riceveva periodicamente il tri­buto espiatorio di sette fanciulli e di sette fanciulle ateniesi da lui sbranati e divorati.

Entrare nel Labirinto, però, significava non uscirne più per l'intreccio delle stradine interne che si incrociavano senza alcun ordine o possibilità di orien­tamento. C'era infatti da scoraggiarsi da parte di tutti coloro che pur volevano eliminare quel terribile mo­stro per non dover più pagare l'orrendo sacrificio delle quattordici vite umane di fanciulli e fanciulle.

Il prode Teseo, tuttavia, con coraggio e determi­nazione volle cimentarsi nell'impresa di eliminare il Minotauro, e si fece chiudere nel Labirinto; ma portò con sé un filo che Arianna, la figlia del re Minosse, gli preparò e gli diede. Entrato nel Labirinto, Teseo legò il capo del filo all'ingresso e lo distese via via avan­zando per le vie intricate del Labirinto: l'espediente del filo, tanto semplice quanto utile, gli consentì di ritrovare la via dell'uscita dal labirinto, dopo avere affrontato e ucciso l'orribile mostro.

Non è difficile vedere in quel filo di Arianna, così prezioso e salutare, un simbolo del Rosario di Maria. Se è vero, infatti, che, secondo la mitologia, intera­mente falsa e inconsistente, il filo di Arianna accom­pagnò Teseo nell'impresa vittoriosa contro il Mino­tauro e gli fu prezioso per non perdersi tra le mille vie del Labirinto, ritrovando la giusta via dell'uscita dal Labirinto, tanto più bisogna dire che, nella storia della salvezza, che è la nostra storia concreta, il Rosario di Maria aiuta realmente il cristiano a vincere ogni battaglia, senza perdersi nel selvaggio Labirinto del mondo, purché si segua la via della salvezza insegna­ta dalla santa corona.

C'è forse un uomo sulla terra, infatti, che non abbia da combattere contro i numerosi «mostri» presenti sulle strade del mondo, presenti nell'uomo stesso? Non siamo forse noi circondati da nemici interni ed esterni? Non parla forse esplicitamente san Paolo dei nostri «vizi e concupiscenze» da crocifiggere (Gal 5,24) e della legge del peccato che è nelle «nostre membra» (Rm 7,23), in questo «corpo di morte» (Rm 7,24)?

Il labirinto del nostro egoismo

Il nostro stesso cuore è stato descritto proprio da Gesù come un labirinto di miserie e di cattiverie, di immondizie e di brutture: «Dal cuore infatti proven­gono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestem­mie» (Mt 15,19). E ogni uomo ha da lottare in questo labirinto di passioni e di disordini dei quali è grande regista l'io malvagio, l'egoismo dominante, parago­nabile realmente a quel mostro del Minotauro che sbranava e divorava i sette giovani fanciulli e le sette giovani fanciulle. E non è forse vero che tante volte, e troppe volte, anche noi sacrifichiamo al nostro egoi­smo i sentimenti buoni di carità e di fraternità, di umiltà e di pazienza, di purezza e di nobiltà, di bene­volenza e di generosità?

Il Rosario, potremmo chiamarlo il filo di Maria, un filo che irradia luce e grazia da ogni grano di con­templazione, da ogni Ave Maria detta con fede e con amore per imparare a vivere fedelmente la vita cri­stiana secondo il Vangelo, per avere la forza di allon­tanare le tenebre degli errori che confondono la men­te, di vincere gli assalti delle passioni che corrompono il cuore, di respingere le seduzioni del mondo che devastano i costumi.

Se il Dottore serafico, san Bonaventura, insegna che la contemplazione dei misteri divini è arma vitto­riosa contro le tentazioni ed è antidoto perfettissimo contro il veleno della carne e dei sensi, il Rosario di Maria consiste appunto in questo, ossia nella contem­plazione dei quadri evangelici della vita di Gesù e di Maria che ci presentano i misteri divini dell'Incarna­zione e della Rivelazione di Cristo, della Redenzione e della Glorificazione eterna nei cieli: i misteri del Santo Rosario, cioè, sono specchi di luce e fari lumi­nosi sul nostro cammino di salvezza lungo il cammi­no di esilio su questa povera terra.

Ogni cristiano abbia con sé questo Rosario di Maria per attraversare le caotiche strade del mondo «posto sotto il maligno» (1 Gv 5,19), camminando con la guida e la forza di Colei che «schiaccia la testa al serpente» (Gn 3,15). Questo filo di Maria ci accompagni sempre per non smarrirci nelle prove e nei pericoli della vita, segnando costantemente per noi la via sicura del ritorno alla Casa del Padre da questa terra di «triboli e spine» (Gn 3,18). 

24 ottobre: Il Santo Rosario: una misteriosa rice-trasmittente

Capitava in Cina, durante la persecuzione comu­nista. Una delle accuse gravi contro i missionari cat­tolici era quella di avere fra le mani una radio rice­trasmittente, quando essi avevano e usavano la corona del Santo Rosario.

«Tu hai una radio rice-trasmittente»: questa era l'accusa grave di spionaggio contro il governo comu­nista.

«Che cosa è, infatti, quell'oggetto a piccoli grani che tieni fra le dita?» - chiedevano. «Tu pronunci parole misteriose mentre fai scorrere quei grani fra le dita: è evidente che stai comunicando con qualcuno attraverso quell'oggetto che è una segreta radio rice­trasmittente».

E invece era una corona del Rosario! Ma, senza volerlo, essi davano della corona del Rosario una defi­nizione perfetta, considerandola una misteriosa radio rice-trasmittente, così semplice da potersi tenere in una mano, fra le dita.

Proprio così, infatti. La corona del Rosario è ca­pace di stabilire una comunicazione e un rapporto diretto con altri, e questi altri sono nientemeno che Dio stesso, il Signore, la Madonna Santissima... Si tratta di una rice-trasmittente realmente misteriosa, quindi, perché fa entrare nel mistero di Dio e di Maria, fa contemplare i quadri della vita evangelica e del di­segno salvifico di Dio verso l'umanità bisognosa, tracciando anche le vie del cammino di salvezza verso il Regno dei Cieli per la glorificazione eterna.

Il Rosario svolge questi compiti nella maniera più semplice. Esso riceve gli impulsi della mente e del cuore di chi prega, per trasmetterli in alto. Esso accoglie in sé le pene e le speranze, la gioia e l'esul­tanza dell'uomo che prega, al quale presenta i misteri della vita di Cristo e di Maria lungo l'intero arco degli eventi da loro vissuti sulla terra in proiezione verso il Regno dei cieli.

Per questo il Rosario indica il cammino che si deve percorrere da questa terra d'esilio alla Patria dei cieli e stabilisce un collegamento - come una celeste rice­trasmittente - per colloquiare con il divin Padre e con la divina Madre, e ricevere da Loro aiuti e illuminazioni, conforto e impulsi di grazia per agire santamente nel cammino della salvezza e della santificazione.

Se tutti gli uomini usassero questa rice-trasmit­tente! C'è da credere che cambierebbe la vita di tutti perché si agirebbe tutti secondo lo Spirito e non più secondo la carne, avendo i punti di riferimento sicuri nei quadri evangelici della vita di Gesù e di Maria che sono come «un sole dall'alto» per «illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1,79).

La rice-trasmittente... in tasca

Si vede che il nemico, conoscendo bene la poten­za e il valore del Rosario, cerca in tutti i modi di impedire che esso stia fra le mani degli uomini e tenta di strapparlo a coloro che lo usano, impedendo così che essi si mettano in contatto e a colloquio con Dio e con la divina Madre che, dall'Alto, vogliono donare loro grazie e aiuti, vogliono condurli alla salvezza e alla santificazione per portarli nella Patria del Para­diso. Un grande Santo missionario, san Pietro Claver, convinto della potenza e del valore di questa rice­trasmittente, si preoccupava di procurarsi e di distri­buire 9.000 corone del Rosario ogni anno ai poveri schiavi, per i quali ogni grano del Rosario era un sostegno di grazia e di conforto nel parlare con la celeste Mamma del cielo.

E oggi, invece, anche nelle nazioni di tradizione cristiana, non solo moltissimi uomini, che pur si dicono cristiani, non usano questa misteriosa rice-trasmit­tente di grazia, ma arrivano anche ad accusare o scher­nire coloro che la usano fedelmente. Eppure non do­vrebbe essere difficile a nessuno comprendere che nella corona del Rosario tutti possono avere la più semplice e valida rice-trasmittente che indica loro l'iter sicuro della vita cristiana più genuina, e che comunica a loro grazie su grazie di ogni genere e per ogni bisogno dell'anima e anche del corpo nel cam­mino su questa terra di esilio.

San Giuseppe Moscati era un clinico molto rino­mato a Napoli per le sue diagnosi che spesso avevano del miracoloso, data la scarsità dei mezzi tecnici che si avevano a disposizione a quei tempi. Ma nessuno faceva caso che di fronte a casi veramente difficili, il medico Moscati metteva la mano in tasca e la teneva così per pochi secondi. Perché quella mano in tasca?... La risposta è che in tasca il dottor Moscati aveva la corona del Rosario e stringendola nella mano in quei momenti gli funzionava davvero come una rice­trasmittente misteriosa che gli trasmetteva la luce dall'Alto per non sbagliare diagnosi. Se usassimo tutti questa piccola rice-trasmittente, quanta luce e quante grazie in più avremmo dalla divina Madre! 

25 ottobre: Il Santo Rosario: è un mezzo di salvezza

Noi sappiamo che la Madonna può salvarci non soltanto dalla morte spirituale, ma anche dalla morte fisica; non sappiamo, però, quante volte di fatto, e in che modo, Ella ci abbia salvato e ci salva. Sappiamo con certezza, però, che, per salvarci, Ella si serve anche di un mezzo così semplice come la corona del Rosario. È avvenuto molte volte. Gli episodi sono davvero sorprendenti. Eccone uno che serve a farci comprendere anche l'utilità di avere e di portare con noi, addosso o nella borsetta, in tasca o nell'automo­bile, la corona del Santo Rosario. È un consiglio, questo, che costa poco, ma può fruttificare molto, anche la stessa salvezza della vita fisica, come inse­gna il seguente episodio.

Negli anni della seconda Guerra mondiale, in Francia, in una città del Nord, occupata dai nazisti, i quali perseguitavano gli ebrei per sterminarli, viveva una giovane ebrea, da poco convertita al Cattolicesi­mo. La conversione era avvenuta grazie soprattutto alla Madonna, come ella stessa diceva. Ed ella aveva, per riconoscenza, una devozione intensissima alla Madonna, nutrendo anche un culto di amore speciale per il Santo Rosario. La sua mamma, però, dispiaciu­ta della conversione della figlia, restava ebrea ed era decisa a restare tale. Su un punto solo aveva aderito ad un desiderio insistente della figlia, ossia al desiderio di portare sempre nella sua borsetta la corona del Santo Rosario.

Successe, frattanto, che, nella città dove abita­vano la mamma e la figlia, i nazisti intensificarono la persecuzione contro gli ebrei. Per timore di essere scoperti, la mamma e la figlia decisero di cambiare sia il nome che la città dove abitare. Trasferitesi altrove, di fatto, per un buon periodo non subirono alcun fa­stidio o pericolo, avendo anche eliminato ogni cosa e oggetto che potesse tradire la loro appartenenza al popolo ebreo.

Ma arrivò, invece, il giorno in cui due soldati della Gestapo si presentarono alla loro casa perché, sulla base di qualche sospetto, dovevano fare una se­vera perquisizione. Mamma e figlia si sentirono ango­sciate, mentre le guardie naziste iniziarono a mettere le mani su ogni cosa, decisi a rovistare dappertutto per trovare qualche segno o qualche indizio che tra­disse l'origine ebrea delle due donne. Tra l'altro, uno dei due soldati vide la borsetta della mamma, l'aprì e rovesciò fuori tutto il contenuto. Venne fuori anche la corona del Rosario con il Crocifisso, e alla vista di quella corona del Rosario, il soldato rimase di stucco, riflettette per qualche istante, poi prese in mano la corona, si rivolse al compagno e gli disse: «Non per­diamo più tempo, in questa casa. Abbiamo sbagliato a venire. Se portano questa corona nella borsetta, certa­mente non sono ebrei...».

Salutarono, quindi, chiedendo anche scusa del di­sturbo, e andarono via.

Mamma e figlia si guardarono non meno stupite. La corona del Santo Rosario aveva salvato loro la vita! Un segno della presenza della Madonna era ba­stato a preservarle da un pericolo imminente, da una morte tremenda. Quale non fu la loro riconoscenza verso la Madonna?

Portiamola sempre con noi

L'insegnamento che ci viene da questo drammati­co episodio è semplice e luminoso: la corona del Santo Rosario è un segno di grazia, è un segno di richiamo al nostro Battesimo, alla nostra vita cri­stiana, è un segno eloquente della nostra fede, e della nostra fede più pura e autentica, ossia la fede nei mi­steri divini dell'Incarnazione (misteri gaudiosi), della Redenzione (misteri dolorosi), della Vita eterna (mi­steri gloriosi), e oggi abbiamo avuto anche il dono dei misteri della Rivelazione di Cristo (misteri luminosi).

Tocca a noi capire il valore di questa corona del Rosario, di comprenderne la preziosità di grazia per la nostra anima e anche per il nostro corpo. Portarla al collo, portarla in tasca, portarla nella borsetta: è sem­pre un segno che può valere una testimonianza di fede e di amore alla Madonna, e può valere grazie e bene­dizioni di ogni genere, come può valere anche la stes­sa salvezza dalla morte fisica.

Quante volte e quanto spesso noi - specialmente se giovani - non portiamo addosso o con noi gingilli e oggettini, amuleti e portafortuna, che sanno soltanto di vanità e di superstizione? Tutte cose che per un cri­stiano diventano soltanto un segno di attaccamento alle vanità terrene, distogliendo dalle cose che valgo­no agli occhi di Dio.

La corona del Rosario è realmente una «catena dolce» che ci lega a Dio, come dice il beato Bartolo Longo, che ci tiene uniti alla Madonna; e se la portia­mo con fede, possiamo essere certi che non sarà mai senza qualche grazia o benedizione particolare, non sarà mai senza la speranza, anzitutto della salvezza dell'anima, e magari anche del corpo. 

26 ottobre: Il Santo Rosario: la semina delle grazie

Un episodio edificante si legge nella vita di san Giuseppe Cafasso. Nella città di Torino, un lunedì mattina, molto presto, il Santo, camminando per la strada, incontra una donnetta che percorre lentamente la strada con una coroncina del Rosario in mano. Il Santo, salutandola, non si trattenne dal chiederle come mai andasse girando a quell'ora insolita per le strade, e la donnetta con molta semplicità e modestia gli rispose: «Cammino per le strade di Torino e recito il Rosario seminando le Ave Maria per purificare la città da tutti i peccati della domenica... la Madonna sola può purificare la città dalle immondizie dei pec­cati commessi...». Il Santo rimase ammirato della donnetta e fece tesoro di questo esempio parlandone con frequenza nelle sue prediche e nelle esortazioni al popolo.

Un episodio simile si legge anche nella vita di Don Giovanni Rossi, il Fondatore della Pro Civitate Christiana, ad Assisi, come leggiamo in una cronaca:

«Una mattina, sulle primissime ore, Don Giovan­ni Rossi, l'apostolo della Cittadella di Assisi, incontrò per una via di Milano una giovane operaia che lo salutò rispettosamente.

È così raro il caso di ricevere in una città come Milano simili cortesie, che il buon sacerdote si fermò. "Buon giorno, figliuola" - le disse. "Dove vai?". "Alla fabbrica di...".

"Fin là? Mi pare un po' distante". "Eh, abbastanza, padre". "Quanto c'impieghi?".

"Circa un'ora".

"E perché non prendi il tram?". "Preferisco andarvi a piedi".

"Non sai che il tempo è oro? Ti par poco un'ora di cammino? Quando arrivi alla fabbrica sei già stanca". "Ha ragione, padre; ma vado sempre a piedi, tutti i giorni.

"Economia sbagliata, figliuola. Risparmi lire e ci rimetti di scarpe, di salute, di tempo".

"Ma io non lo faccio per economia". "E perché allora?".

"Perché... Vuole proprio che glielo dica?". E con un leggero rossore l'operaia soggiunse: "Per le vie della città, ancora immersa nel sonno, non faccio che dire il Rosario, ripetendo le Ave Maria. Le semino a centinaia le mie povere Ave Maria, a destra e a sinistra. Spero che la Madonna metta il buon seme in qualche cuore che ne ha bisogno e che non sa pregare".

Don Giovanni rimase ammirato e commosso. "Se questo è il motivo - disse dopo una pausa - credo che valga la spesa di consumare un più di tempo e di scarpe. Fa' pure così, figliuola. Dio ti benedica. Spargi ogni mattina il buon grano delle tue Ave Maria; qualche cosa spunterà. Il seme non cade sempre sulla polvere della via o sul marciapiede o sulle spine..."».

Impariamo dai Santi

Questi sono due piccoli episodi edificanti e istrut­tivi per tutti. Con il Rosario, con le Ave Maria noi pos­siamo operare il bene senza che nessuno ci veda o se ne accorga. Ogni Ave Maria è grazia che purifica, che illumina, che sostiene, che conforta. Quanto tempo non perdiamo noi per le strade? sui pullman? nelle file di attesa alle poste o al negozio?... Che cosa costerebbe sgranare la coroncina e dire un po' di Ave Maria?

Così facevano i Santi, nostri modelli. Pensiamo, ad esempio, al venerabile Carlo De Foucauld che recitava il Rosario fra le dune del deserto; a santa Bernardetta Soubirous, che riempiva l'infermeria, dove era ricoverata, con la recita ininterrotta di Rosa­ri; a san Massimiliano Maria Kolbe che pregava con il Rosario sui treni e sulle navi, nei viaggi e stando ricoverato in sanatorio; a san Pio da Pietrelcina che sgranava la corona del Rosario anche nei viali dell'or­to del convento, salendo e scendendo le scale. Erano davvero instancabili, i Santi, nel seminare grazie sui loro passi con la corona del Santo Rosario!

Se ci impegniamo, possiamo anche noi diventare seminatori di Ave Maria sui nostri passi ovunque ci troviamo, sgranando la coroncina del Rosario. E sarebbe una piccola semina di grazie dappertutto, per le strade, sui pullman, alle poste e al negozio... Semina silenziosa e santa, semina di grazie e di benedizioni per noi e per gli altri... Impariamo dai Santi e mettiamo in pratica. 

27 ottobre: Il Santo Rosario: la scala delle grazie

Nel primo libro della Sacra Scrittura, il Genesi, leggiamo l'episodio della visione che ebbe una notte Giacobbe, mentre era in fuga dalla casa paterna per sottrarsi alla persecuzione da parte del fratello Esaù che aveva perduto la primogenitura. Giacobbe «fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa» (Gn 28,12).

Nell'interpretazione dei Santi Padri e dei Santi, la Scala di Giacobbe simboleggia anche la Mediazione universale delle grazie di Maria Santissima, nel senso che per la Mediazione materna di Maria le nostre preghiere salgono fino a Dio, sorgente di ogni grazia, e per 1a Mediazione materna di Maria le grazie di­scendono dal Cuore di Dio attraverso le mani miseri­cordiose di Maria che le distribuisce a tutti gli uomini bisognosi.

Anche il Santo Rosario viene chiamato, per questo, Scala di Giacobbe, e la corona benedetta del Rosario è paragonata alla Scala di Giacobbe per quei cinquanta grani dell'Ave Maria che somigliano ai gra­dini di una scala su cui salgono le nostre preghiere a Dio e discendono le grazie da Dio: e tutto avviene attraverso e per mezzo di Maria Santissima, la Madre e Mediatrice universale di tutte le grazie da dispensare agli uomini.

Il beato Annibale Di Francia, grande apostolo del secolo ventesimo, Fondatore dei «Rogazionisti», ha raccomandato le devozione al Santo Rosario con zelo ardente e ha voluto paragonare il Rosario proprio alla Scala di Giacobbe con queste parole: «Il Rosario è formato di Misteri, Pater, Ave e Gloria e questi sono i vari gradini di questa scala per la quale salgono le nostre preghiere, e discendono le grazie».

Possiamo anche pensare che i grani della corona del Rosario diventano gradini della Scala di Giacobbe insieme ai venti quadri evangelici dei misteri gau­diosi, luminosi, dolorosi e gloriosi, che il Rosario pre­senta alla nostra contemplazione scandita dal ritmo delle Ave Maria. I venti misteri e le cinquanta Ave Maria, infatti, di posta in posta sostengono l'anima nello sforzo della riflessione e della meditazione con­templativa contro le insidie delle distrazioni che ten­tano di turbare la preghiera deviando i nostri pensieri e la nostra attenzione di fede e di amore.

Il Rosario è la «Scala bianca»

L'immagine della scala di grazie ci aiuta a com­prendere quanto importante ed efficace sia la pre­ghiera del Rosario per ottenere grazie e benedizioni dalla Tesoriera di tutte le grazie. Se davvero animiamo la nostra fede e il nostro amore alla Madre e Dispen­satrice di ogni grazia, nella recita dei nostri Rosari, non potremo non sperimentare anche noi la verità della fecondità di questa preghiera mariana prediletta dalla Madonna e voluta come scala di grazie proprio da Lei, che il papa Leone XIII chiama, appunto, «In­ventrice» del Santo Rosario.

Ma è necessario, è indispensabile, intanto, che recitiamo il Santo Rosario, e che lo recitiamo soprat­tutto nelle cose più difficili, e che lo recitiamo bene, con attenzione, senza stancarci o scoraggiarci se la grazia o le grazie non arrivano subito. Si sa che tante volte è proprio dal numero dei Rosari e dalla perse­veranza nel recitarli che dipende l'ottenimento di una sospirata grazia. Noi vorremmo tutto facile e a poco prezzo. Ma ogni grazia è un tesoro di Dio!

Una volta san Massimiliano Maria Kolbe, trovan­dosi in Cina per un impegno importante, si trovò in mezzo a difficoltà impreviste e insuperabili. Ci sa­rebbe stato solo da scoraggiarsi. Ma il Santo aveva il suo segreto potente. Difatti, scrive lui stesso che cosa fece: «Allora ho recitato molti rosari», e poco dopo, infatti,... «tutte le difficoltà si sono dileguate in modo insperato una dopo l'altra. Gloria all'Immacolata!».

Possiamo pensare anche alla Scala bianca di cui parlano le Fonti Francescane, presentandoci un grup­po di frati impegnato a salire verso il cielo su una Scala rossa alla cui cima Gesù è in attesa dell'arrivo dei frati. Ma i frati non reggono alla salita, e cadono l'uno dopo l'altro, appena saliti pochi gradini della Scala rossa. Allora san Francesco esorta i frati a salire per la Scala bianca, alla cui cima si trova la Madonna. Su questa scala, infatti, i frati riescono a salire più agevolmente, raggiungendo tutti la cima per entrare in Paradiso.

Così è la corona del Santo Rosario: è una scala di grazie, e di tutte le grazie. Non c'è nulla, infatti, che non si possa chiedere, e non c'è nulla che non si possa ottenere con il Santo Rosario. Tocca a noi, però, ado­perare questa santa corona senza pigrizie o indolenze, recitando il Rosario per far salire la nostra preghiera e far discendere le grazie dalle mani della Madre di ogni grazia. 

28 ottobre: Il Santo Rosario: grazia su grazia

Il tesoro del Santo Rosario è ricco di ogni grazia. Dalla storia della Chiesa e dalla vita dei Santi sappia­mo che è incalcolabile il numero delle grazie di ogni genere legate al Santo Rosario. Basterebbe anche solo pensare ai magnifici Santuari mariani dedicati alla Madonna del Santo Rosario e a tutte le Chiese dedi­cate alla Madonna del Rosario nel mondo intero per comprendere quale immenso tesoro di grazie il Santo Rosario abbia portato e sia capace di portare all'u­manità bisognosa di aiuto dall'alto.

Il Santo Rosario è la dimostrazione più concreta ed esauriente della dottrina dogmatica su Maria Santissima Madre della divina grazia e Mediatrice universale di tutte le grazie. È il senso dei fedeli, ani­mato dallo Spirito Santo, che sostiene e conferma va­lidamente questa verità di fede su Maria Santissima Tesoriera del Paradiso e Dispensatrice di ogni grazia per la salvezza e la santificazione delle anime lungo tutta la storia della salvezza.

Non può non essere incoraggiante questa verità e questa dottrina mariana, già abbondantemente collau­data nella storia della Chiesa e garantita dalle espe­rienze dei Santi che da san Domenico in poi hanno verificato di persona la potenza e la fecondità del Santo Rosario nell'ottenere per il popolo di Dio gra­zia su grazia.

Per la nostra epoca, poi, si aggiunga la testimo­nianza diretta della stessa Madre divina che è apparsa a Lourdes e a Fatima per raccomandare espressamente la preghiera del Santo Rosario, quale preghiera per ottenere ogni grazia e benedizione. I fatti straordinari delle apparizioni dell'Immacolata a Lourdes e a Fa­tima e i suoi messaggi sulla preghiera del Santo Ro­sario dovrebbero bastare più che a sufficienza per convincere chiunque dell'importanza e della preziosi­tà del Santo Rosario, che può ottenere realmente gra­zia su grazia.

Un giorno, ad una udienza pubblica, nel gruppo dei pellegrini si presentò davanti al papa san Pio X un ragazzo che aveva la corona del Rosario al collo. Il Papa lo guardò, lo fermò e gli disse: «Ragazzo, mi raccomando, con il Rosario... qualunque cosa!». Il Rosario è scrigno ricchissimo di grazie e di benedi­zioni per ogni cosa.

«L'orazione più cara a Maria»

Quando a san Pio da Pietrelcina un giorno il padre Guardiano chiese perché egli recitasse tanti Rosari di giorno e di notte, perché pregasse, in sostanza, solo e sempre con il Santo Rosario, Padre Pio rispose: «Se la Vergine Santa apparsa a Lourdes e a Fatima ha sem­pre caldamente raccomandato il Rosario, non ti pare che ci debba essere un motivo speciale per questo e che la preghiera del Rosario deve avere una impor­tanza eccezionale particolarmente per noi e per i no­stri tempi?».

Ugualmente suor Lucia, la veggente di Fatima, ancora vivente, disse un giorno con chiarezza che «da quando la Vergine Santissima ha dato grande effica­cia al Santo Rosario, non c'è problema né materiale né spirituale, nazionale o internazionale che non si possa risolvere con il Santo Rosario e con i nostri sa­crifici». E ancora: «Lo scadimento del mondo è senza dubbio frutto della decadenza dello spirito di pre­ghiera. È stato in previsione di questo disorientamen­to che la Madonna ha raccomandato con tanta insi­stenza la recita del Rosario... Se tutti recitassero il Rosario ogni giorno, la Madonna otterrebbe mira­coli».

Ma già prima di san Pio da Pietrelcina e di suor Lucia di Fatima, il beato Bartolo Longo, l'apostolo della Madonna di Pompei, aveva scritto e proclamato tante volte che il Rosario è «l'orazione più cara a Maria, la più favorita dai Santi, la più frequentata dai popoli, la più illustrata da Dio con stupendi prodigi, avvalorata dalle più grandi promesse ch'abbia fatto la Beatissima Vergine».

Adesso possiamo capire meglio perché di santa Bernardetta, la veggente di Lourdes, si diceva: «Bernardetta non fa altro che pregare, non sa far altro che scorrere i grani del Rosario... ». E chi può contare i Rosari recitati dai tre pastorelli di Fatima? Il piccolo Francesco di Fatima, ad esempio, ogni tanto spariva e nessuno sapeva dove fosse, perché egli si appartava e si nascondeva per poter recitare Rosari e Rosari. La piccola Giacinta non fu da meno quando si trovò sola sola, ricoverata in ospedale, per subire un intervento chirurgico. I due piccoli Beati, in età di dodici e dieci anni, avevano realmente capito che i Rosari sono grazia su grazia. E noi, invece, che cosa abbiamo compreso se facciamo tanta difficoltà a reci­tare anche una sola corona del Rosario al giorno?... Non vogliamo anche noi grazia su grazia?... 

29 ottobre: Il Santo Rosario: converte i peccatori

La richiesta più importante che la Madonna fece nelle sue apparizioni a Lourdes e a Fatima è quella della conversione dei peccatori. I mezzi più importan­ti che la Madonna indicò a Lourdes e a Fatima per la conversione dei peccatori sono la preghiera e la pe­nitenza. La preghiera più importante ed efficace che la Madonna raccomandò a Lourdes e a Fatima per otte­nere la conversione dei peccatori è la preghiera del Santo Rosario.

A Lourdes l'Immacolata stessa aveva la corona del Rosario fra le mani e la sgranava mentre santa Bernardetta, la piccola veggente, recitava il Rosario. A Fatima, nelle sei apparizioni alla Cova da Iria, ogni volta la Madonna raccomandò espressamente ai tre pastorelli, Giacinta, Francesco e Lucia, la recita gior­naliera del Santo Rosario.

Dagli insegnamenti della Madonna a Lourdes e a Fatima, dunque, appare evidente che c'è un legame particolare, un legame tutto speciale fra il Rosario e la conversione dei peccatori. La preghiera del Rosario, cioè, ottiene la conversione dei peccatori. L'esperien­za viva di un apostolo come san Massimiliano Maria Kolbe si riassume in quella affermazione che è insie­me verifica e conferma: «Ho sperimentato tante volte che la conversione dei peccatori si ottiene con la preghiera».

Non la sola preghiera, però, ma la preghiera unita alla penitenza. Insieme, preghiera e penitenza, sono generatrici della conversione del peccatore, della vita spirituale del peccatore. Una preghiera del Rosario comoda, una preghiera blanda, una preghiera senza sforzo, una preghiera tiepida e semidistratta, una pre­ghiera in tutta fretta e disordine, quale frutto di con­versione potrà mai produrre?

Santa Bernardetta e i pastorelli di Fatima recita­vano il Santo Rosario in ginocchio: questa è una pic­cola penitenza, ma quanto efficace! E si sa che una volta Lucia di Fatima, prima di entrare in convento, volle fare in ginocchio tutto il lungo e aspro tragitto che dal suo villaggio di AIjustrel porta alla Cova da Iria, recitando il Santo Rosario. Fu una penitenza gra­vosissima, ma per questo tanto più feconda di grazie, ricordando bene Lucia la terrificante visione dell'In­ferno, e le parole che la Madonna disse dopo: «Molte anime vanno all'inferno perché non c'è chi preghi e si sacrifichi per loro».

I Rosari di sangue vivo

Chi può dire, poi, che cosa fosse la preghiera del Rosario di san Pio da Pietrelcina? Recitare molte corone del Rosario di giorno e di notte è già una grande penitenza che a noi fa impressione e paura: e san Pio da Pietrelcina arrivava a recitare circa cento corone del Rosario ogni giorno! Non solo, ma egli sgranava sempre la corona del Rosario con quelle sue mani piagate e sanguinanti di giorno e di notte. La sua era davvero una preghiera-penitenza, i suoi Rosari erano sempre Rosari di sangue vivo! Ma era proprio con i Rosari di sangue vivo che san Pio da Pietrelcina attirava le anime e convertiva i peccatori, che «veni­vano a lui da ogni parte», come l'evangelista san Marco dice delle folle che andavano da Gesù (Mc 1,45). Quanti peccatori convertiti debbono la loro sal­vezza ai Rosari di sangue vivo di san Pio! Si potrà saperlo soltanto in Paradiso.

Che cosa dire di noi, invece, che facciamo fatica anche a recitare bene una sola corona del Rosario al giorno? E in tal modo non convertiamo né noi, né gli altri peccatori. Eppure, lo sappiamo, una corona del Rosario recitata bene è una garanzia di grazia prezio­sissima! San Massimiliano Maria Kolbe arrivò a scri­vere, una volta, nel suo Diario più intimo: «Quante corone, tante anime salve!». È veramente confortante tale sentenza; e tuttavia è sconfortante chiedersi come sia possibile ai cristiani restare indifferenti avendo a disposizione questo mezzo così semplice e salutare per salvare le anime, e ben sapendo, del resto, che, purtroppo, sono davvero tanti i peccatori e i lontani da Dio in ogni luogo, sono tanti i bisognosi, quindi, della grazia divina per convertirsi e salvarsi!

Ricordiamo anche quel grande apostolo che fu, ai suoi tempi, san Gaspare del Bufalo, il quale, nella sua fervida attività missionaria, si impegnò «a tenere esercitata nei popoli la recita del Rosario, come un mezzo assai efficace per la mutazione dei costumi». E la piccola santa Teresa di Gesù Bambino ci assicura che la preghiera del Santo Rosario «è come il fermen­to che può riformare la terra».

Anche ai sacerdoti è bene ricordare l'esperienza di san Luigi Maria Grignion da Montfort, il quale si serviva del Rosario per ottenere la conversione di tanti peccatori durante le sue Missioni, e alla fine poteva affermare con tutta sincerità: «Un sacerdote che dice e predica il Rosario ottiene più frutto in un mese che altri in un anno!».

Recitiamo ogni giorno il Santo Rosario, quindi, per convertirci e per convertire. 

30 ottobre: Il Santo Rosario: legame fra Cielo e terra

C'è un pensiero delizioso di santa Teresina che ci spiega con semplicità come la corona del Santo Ro­sario sia un legame che unisce il Cielo alla terra. «Se­condo una graziosa immagine, - dice la Santa carmeli­tana - il Rosario è una lunga catena che lega il cielo alla terra; una delle estremità è nelle nostre mani e l'altra in quelle della Santa Vergine».

Questa immagine ci fa ben capire che quando abbiamo la corona del Rosario fra le mani e la sgra­niamo devotamente, con fede e con amore, siamo in rapporto diretto con la Madonna che fa scorrere anch'Ella i grani del Rosario avvalorando la nostra povera preghiera con la sua grazia materna e miseri­cordiosa.

Ricordiamo che cosa avveniva, infatti, a Lourdes? Quando l'Immacolata appariva a santa Bernardetta Soubirous avveniva che la piccola santa Bernardetta prendeva la corona del Rosario e iniziava la recita della preghiera: a quel punto, anche l'Immacolata, che aveva la splendida corona color d'oro fra le mani, iniziava a sgranare la corona, senza dire le parole dell'Ave Maria, pronunziando, invece, le parole del Gloria al Padre.

L'insegnamento luminoso è questo: quando pren­diamo la corona del Rosario e iniziamo a pregare con fede e con amore, anche Lei, la divina Madre, sgrana la corona con noi, avvalorando la nostra povera pre­ghiera, quasi sgranando grazie e benedizioni su chi recita devotamente il Santo Rosario. In quei minuti, quindi, noi ci troviamo realmente legati a Lei, poiché la corona del Rosario fa da legame fra Lei e noi, fra il Cielo e la terra.

Ogni volta che recitiamo il Santo Rosario sarebbe molto salutare ricordare ciò, cercando di ripensare a Lourdes e di tenere presente l'Immacolata che a Lourdes accompagnava la preghiera del Rosario del­l'umile santa Bernardetta sgranando con lei la corona benedetta. Questo ricordo e l'immagine di santa Tere­sina possano aiutarci a recitare meglio il Santo Rosa­rio, in compagnia della divina Madre, guardando Lei che guarda noi e ci accompagna nello sgranare la corona.

«Incenso ai piedi dell'Onnipotente»

Un'altra bella immagine che santa Teresina ci insegna, a proposito del Rosario, è quella dell'incen­so: ogni volta che noi prendiamo la santa corona per pregare, «il Rosario - dice la Santa - sale come incen­so ai piedi dell'Onnipotente. Maria lo rinvia subito come benefica rugiada, che viene a rigenerare i cuori».

Se è antico l'insegnamento dei Santi i quali affer­mano che la preghiera, ogni preghiera, è come incen­so profumato che sale verso Dio, nei riguardi del Rosario santa Teresina completa e abbellisce questo insegnamento spiegando che il Rosario non soltanto fa salire come incenso la preghiera a Maria, ma fa anche ottenere «subito», dalla divina Madre, l'invio della «rugiada benefica», ossia la risposta in grazie e benedizioni che vengono «a rigenerare i cuori».

Possiamo ben capire, quindi, che la preghiera del Rosario sale verso l'alto con un'efficacia non comune, dovuta soprattutto alla partecipazione diretta dell'Im­macolata, ossia a quella partecipazione che Ella mo­strò anche esternamente a Lourdes accompagnando la preghiera del Rosario dell'umile Bernardetta Soubi­rous nello sgranare la santa corona. Questo comporta­mento della Madonna a Lourdes fa comprendere che Ella è proprio la Mamma vicina ai figli, ed è la Mamma che prega con i suoi figli nella recita della santa corona. Non dovremmo mai dimenticare la scena del­l'apparizione e della recita del Rosario dell'Immaco­lata con santa Bernardetta a Lourdes.

Da questo particolare così bello e significativo appare chiaro che il Santo Rosario si presenta davvero come la preghiera «prediletta» dalla Madonna, e per­ciò come la preghiera più feconda di altre preghiere per ottenere «subito» la grazia della «benefica rugia­da» che «rigenera i cuori» dei figli quando piamente sgranano la santa corona, riponendo ogni speranza in Lei, nel Cuore della Regina del Santo Rosario.

Si può capire anche, di conseguenza, che la pre­ghiera «prediletta» dalla Madonna non può non essere la preghiera più cara e più potente presso il Cuore di Dio, per cui Ella ottiene ciò che altre preghiere non possono ottenere, piegando con facilità il Cuore di Dio alle richieste che Ella rivolge in favore dei devoti del Santo Rosario. È per questo che ancora santa Teresina, con il suo magistero di umile e grande Dottore della Chiesa, insegna affermando con sem­plicità e sicurezza che «non c'è preghiera che sia più gradita a Dio del Rosario», e il beato Bartolo Longo conferma ciò quando dice che il Rosario, infatti, è la «catena dolce che ci rannoda a Dio». 

31 ottobre: Il Santo Rosario: morire con il Rosario

È certamente una grazia particolare andare incon­tro alla morte con la corona del Santo Rosario fra le mani. Parecchi Santi l'hanno chiesta e l'hanno ottenu­ta. Stringere la corona del Rosario fra le mani signifi­cava per loro stringere la mano stessa della Madonna che li assisteva nei travagli della morte per condurli poi in Paradiso.

È significativo l'esempio del beato Stefano Belle­sini, agostiniano, devotissimo della Madonna del Buon Consiglio e della Madonna del Rosario. Egli amava particolarmente portare sempre indosso la corona del Rosario per baciarla spesso e per segnarsi con essa. Col passare degli anni, egli chiese alla Madonna di poter morire con una malattia che non gli turbasse la lucidità della mente, in modo da poter recitare le sue preghiere preferite, specialmente la Coroncina a Maria Santissima della Cintura e la corona del Santo Rosario.

Il Beato fu esaudito pienamente dalla bontà del Cuore della divina Madre, che riempiva tutta la sua vita, e il pittore del beato Stefano, dovendo preparare un quadro, ha potuto ritrarlo proprio così, tutto rac­colto in preghiera dinanzi all'immagine della Madon­na del Buon Consiglio, mentre sgrana piamente la corona del Santo Rosario.

L'ultimo giorno della sua vita, infatti, il beato Stefano potette trascorrerlo in tutta tranquillità pre­gando senza interruzione con la Liturgia delle ore, con i Salmi penitenziali, con la meditazione sulla Passione e Morte di Gesù, con la novena della Purificazione, con la coroncina alla Madonna della Cintura e con la corona del Santo Rosario. Quando il Beato stava per iniziare la coroncina alla Madonna e la corona del Santo Rosario, il padre Priore, pensando che fosse troppo stancante, gli consigliò di potersi dispensare da quelle due corone; ma il Beato gli rispose subito con molta serietà e dolcezza: «Come volete che io com­paia al Tribunale di Dio senza aver recitato prima la Coroncina della Madonna, e il Rosario con le Li­tanie?». E così, poco dopo la recita del Santo Rosario, il Beato placidamente passò da questa vita sulla terra alla vita del Regno dei Cieli.

Anche san Luigi Maria Grignion da Montfort rac­comandava a tutti senza stancarsi: «Recitate ogni giorno l'intero Rosario, perché al momento della morte benedirete il giorno e l'ora in cui mi avrete cre­duto».

Al Rosario l'ultimo bacio della vita

Vogliamo chiedere anche noi la grazia di poter morire con il Santo Rosario fra le mani? Ma, per questo, dobbiamo sforzarci di amare la santa corona, di portarla sempre con noi, di venerarla e di usarla santamente con la recita del Rosario più frequente possibile; e magari ogni sera, prima di addormentarci, seguire la raccomandazione di santa Bernardetta che diceva: «Alla sera, quando andate a dormire, pren­dete la corona; addormentatevi recitandola; farete come quei bambini che si addormentano chiamando con voce sempre più fioca: mamma... mamma». Dio voglia che si possa morire proprio così, con la corona in mano, invocando la divina Mamma!

Se siamo fedeli alla recita giornaliera del Santo Rosario, dobbiamo ricordare anche la riflessione che scrisse il beato Columba Marmion sui sentimenti da avere nell'ora terribile del passaggio da questo mondo al cospetto di Dio, come lui stesso sperimentò. Scrive infatti il beato Marmion: «Se ogni giorno abbiamo ripetuto spesso alla Vergine: "Madre di Dio pregate per noi... adesso e nell'ora della nostra morte", quando sarà l'istante in cui l'adesso e l'ora della no­stra morte saranno un solo e stesso momento, saremo sicuri che la Vergine non ci abbandonerà».

Nella vita di san Giovanni Battista De Rossi si legge che, essendo moribondo, durante uno svenimento, un sacerdote suo devoto ne approfittò per prendersi la corona del Rosario. Non appena il Santo si riebbe, però, si rese subito conto di non aver più la corona del Rosario e la chiese con ansia per potersi presentare al giudizio di Dio tenendola fra le mani.

Noi siamo in molti, forse, a ricordare la salma di san Pio da Pietrelcina, esposta per più giorni nel san­tuario mariano di San Giovanni Rotondo. Il Santo stigmatizzato aveva la corona del Rosario fra le mani: quella corona della Madonna da lui venerata e ado­perata come forse nessun Santo mai ha fatto, quella corona che è stata la compagna più fedele della sua vita di preghiera e del suo ministero apostolico, quel­la corona su cui egli ha fatto passare fiumi di Ave Maria per ottenere fiumi di grazie e di benedizioni per tutti; con quella corona benedetta egli ha chiuso la sua lunga vita crocifissa passando dalla terra al Cielo.

Amiamo anche noi il Rosario perché ci accompa­gni in vita, ripetendo anche noi con il beato Bartolo Longo: «O Rosario benedetto di Maria... tu ci sarai conforto nell'ora di agonia, a te l'ultimo bacio della vita che si spegne».