ONORE AL CROCIFISSO

PREFAZIONE

Il Figlio di Dio aveva dato al mondo le prove più sublimi del suo amore con la sua unione alla nostra umanità, coi suoi esempi di virtù individuali, familiari e sociali, con la diffusione della sua increata sapienza, e con la istituzione dei Sacramenti e della Chiesa; pure affermò che avrebbe attirato tutti al suo amore, quando sarebbe stato elevato sulla Croce: « Et ego si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum » (Ioan. XIII, 32). Volle con ciò far com­prendere che la massima prova del suo amore la avrebbe data nella Passione e Morte. La luce del Golgota sarà quindi la luce che più vivida, per tutti gli uomini e di tutte le classi sociali, si sprigionerà dal Vangelo e che più ardente lo Spirito Santo accen­derà specialmente nel cuore dei credenti.

L'Apostolo S. Paolo, che del Vangelo possedeva il genuino senso, scrivendo ai primi cristiani, prote­stava di non aver voluto, in preferenza, dar loro altro insegnamento e altro predicare che Gesù Cristo, e questo, Crocifisso. (I. Cor., cap. II, v. 2). Come per dire che il centro luminoso di tutta la sua predi­cazione, la parte più vitale della sua dottrina, la norma più formativa dei nuovi credenti, per lui, non poteva essere altri che Cristo Crocifisso.

Col pensiero dell'Apostolo concorda quello dei sommi scrittori dell'ascetica cristiana. S. Agostino afferma che « La Passione di Cristo è capace di in­formare totalmente la nostra vita »; e S. Tommaso che lo cita, aggiunge: « Nella Croce vi è la perfe­zione di tutta la legge e tutta l'arte di santamente vivere ». (D. Thom. In Ep. Ad Galat., cap. VI; I, 4). « Nella Croce vi è la salvezza - ripete anche l'illu­minato Autore dell'Imitazione di Cristo - nella Croce la somma della virtù, nella Croce la perfezione della santità. Cammina dove vuoi: non troverai via più alta al disopra nè via più sicura al disotto, fuor della via della S. Croce ». (L. II, cap. XII). S. Ber­nardo assicura di sè, che avea collocato il fondamento della sua perfezione e della sua scienza nel ricordo e nella meditazione delle ansietà ed amarezze del Signore: « In bis justitiae mibi perfectionem con­stitui; in bis plenitudinem scientiae », e, parago­nando la scienza della Croce con le altre in genere, aggiungeva: « Questa è la mia più sublime filoso­fia, conoscere Gesù, Gesù Crocifisso ». (Serm. 12 in Cant. ).

S. Alfonso dei Liguori assicurava ogni fedele: « Se vuoi profittare di virtù in virtù, crescere di grazia in grazia, medita ogni giorno la Passione del Signore. Nessun oggetto può operare nella tua anima la totale santificazione come la Passione di Cristo ». Ed aggiunge: « Oh! quanti cuori felici, nelle Piaghe di Gesù, come in altrettante fornaci di amore, si sono talmente infiammati ad amarlo, da consacrargli generosamente i beni, la vita, tutto se stessi ». (Rifless. sulla Passione. Parte I, n. 1). S. Paolo della Croce, celebre missionario per la potenza della pa­rola e per quella dei prodigi, incitava i suoi seguaci a militare sotto lo stendardo della Croce e a predi­care le umiliazioni e le glorie del Crocifisso, perchè: « Il salutare pensiero della Passione è mezzo effica­cissimo per trarre le anime dal peccato e incammi­narle alla cristiana perfezione ». (Regole dei Passio­nisti). Il glorioso e immortale Cardinal Borromeo dava, nel Catechismo Romano, pressanti norme ai sacri Pastori, oggi forse troppo dimenticate: « Il Par­roco deve con molta diligenza aver cura che i fedeli ricordino con la massima frequenza la Passione del Signore. Ogni studio devesi porre e ogni occasione cogliere per illustrare a pieno un tale argomento, in modo che i fedeli, memori di tanto beneficio, si consacrino totalmente all'amore di Dio e alla san­tità della vita ». (Cat. Conc. Trident., par. I, cap. IV, n. 1). E ancora: « I fedeli che si confessano deb­bono essere istruiti, affinché non lascino passare al­cun giorno senza che meditino qualche mistero della Passione del Signore, dalla quale siano eccitati ed infiammati ad imitarlo ed amarlo con somma cari­tà ». (Ibidem, p. II, c. V., n. 58).

Dobbiamo pertanto persuaderci che se oggi tanti sforzi di apostolato e di propaganda cattolica rie­scono quasi vani, lo si deve per non saper costruire la vita soprannaturale sulla principale e insostitui­bile base che è Gesù Crocifisso; se oggi la vita ascetica, e non soltanto tra i semplici fedeli, è tanto scadente e dà rari esemplari di santità, lo è perchè la meditazione e l'imitazione del Crocifisso non di­viene il cibo quotidiano delle nostre anime; se la devozione ai Santi, alla Madonna, al S. Cuore, alla Eucaristia, dà scarsi frutti di vita cristiana, è a mo­tivo che tale devozione troppo è allontanata dagli insegnamenti del Crocifisso.

Il presente modesto volumetto, offerto indistin­tamente ai Sacerdoti, ai Religiosi e ai Fedeli, e che, in formato più semplice tien dietro al precedente già esaurito « Alla Scuola del Crocifisso », intende dare un contributo per la maggior conoscenza del Croci­fisso, e tutte vorrebbe possibilmente infervorare le anime al suo amore e alla sua imitazione.

L'AUTORE

 

AVIATORI

1. - ARMANDO ROVEREDO IGLESIAS.

La città di Lima, nel giugno 1937, tributò acco­glienze trionfali all'aviatore comandante A. Roveredo Iglesias, reduce da una arditissima trasvolata Lima-­Buenos Aires, coronata di felice successo: tutte le classi cittadine vollero partecipare ai festeggiamenti. Roveredo però, oltre che intrepido aviatore, era cristiano esemplare. Alla vigilia della partenza, un collega straniero, riferendosi all'uso invalso di por­tare, anche sui velivoli, amuleti e sedicenti portafor­tuna, gli domandò: « E tu che mascotte porterai?». Roveredo, aprendosi al collo la camicia e mostrando un piccolo Crocifisso: « Ecco che cosa porto! - esclamò - Son cristiano e non credo alle puerilità ». (L'Osservatore Romano).

Manine di latine, peli di tasso, mezzelune, chio­di, denti, cornetti, nastri rossi, ferri di cavallo, grat­tugie, numero 13, sale rovesciato, canto di civetta, lettera a catena in nome di qualche Santo... non sono che un misero sottoprodotto della Fede, un mal regolato timore della Divinità o delle potenze oc­culte, e sopratutto uno stato di crassa ignoranza della dottrina cristiana.

2. - SUL VELIVOLO BREMA.

Guidato dalla tenacia tedesca, nel 1928, il velivolo « Brema » compiva la più difficile trasvolata atlantica per la tecnica di allora.

Dinanzi al posto dei piloti, fu appeso un Croci­fisso di marmo irlandese, regalato dal capitano Cohl. Era un magnifico atto di pietà, di fiducia e di amore. E quante volte lo sguardo di quegli audaci pionieri delle trasvolate, nei momenti più trepidi, si volse al divin Crocifisso! E il trionfo del « Brema » diven­ne il trionfo del Crocifisso.

(Rivista: L'Apostolo del Crocifisso e dell'Addolorata - PP. Serviti, Roma, maggio 1928).

L'audacia che si appoggia sulla Fede, raddoppia la sua potenza.

3. - ALL'AEREOPORTO MILITARE DI CATANIA

Nel settembre 1940, un trimotore da bombarda­mento ritornava al suo campo di base. Alcuni caccia nemici lo avevano tempestato di colpi. Dei sei uo­mini dell'equipaggio, due morti e tre feriti; un solo pilota illeso, il sottotenente Marchiggiano. Le pal­lottole gli erano passate vicinissime alla testa, senza colpirlo; solo una pallottola lo aveva colpito nel pet­to dalla parte del cuore, ma non era penetrata, per­chè aveva incontrato un Crocifisso, uno di quei pic­coli Crocifissi che tanti nostri soldati portano al collo, dono della mamma o della fidanzata: la pallottola lo contorse e deviò. Ed il pilota tornò salvo, miracolo­samente salvo per quel devoto Crocifisso, che la mamma gli aveva messo al collo prima di partire.

(Rivista: Il Crocifisso - Passionisti - Roma, gennaio 1941).

Il Crocifisso è il più sublime emblema che si possa portare sulla propria persona, sia in segno di Fede che di protezione.

 

BAMBINI

4. - VITTORIO TANNOZZINI (1926 + 1935)

« Il pensiero che mi preoccupava, anche prima della nascita - attestò la mamma - era di coltivare la sua anima candida come un giglio. Quando lo po­nevo a dormire, lo segnavo del Segno della Croce col Crocifisso che poi deponevo sotto il suo guancialino». Faceva altarini e organizzava processioni nelle quali lui portava la Croce e intonava cantici. Nel Venerdì Santo si costruiva il Monte Calvario e il Se­polcro, davanti a cui trattenevasi in preghiera. Im­parò a visitare la Via Crucis e la praticò immanca­bilmente in tutti i venerdì. Invitato una volta, perché di piccola età, a mangiare carne di venerdì: « In venerdì non si mangia carne » rispose risoluto. Bra­mava un Crocifisso al color naturale (credo che si sarebbe spaventato davanti ai Crocifissi dei pittori moderni! ...), e poichè era avviato benino al disegno, un giorno prese pennelli e acquarelli e disegnò: cor­se poi dalla mamma e presentandole un foglio di circa 50 cm. esclamò festante: « Mamma, mamma, ho il Crocifisso color carne! ». Dormendo, sognava spesso la Croce, il Crocifisso o l'Addolorata.

Viene un giorno di fiera. Si gira intorno. per curiosare e comprare. In una rivendita Vittorio scorge un quadretto dell'Addolorata: « Sembra pro­prio che mi guardi! - dice alla mamma - Li hai i soldi per comprarlo? ». La mamma glielo compra e si sente felice.

Coi denari del salvadanaio comprò un Crocifisso di metallo, davanti al quale, esposto sul suo altarino, celebrò una novena colla recita della Coroncina del­le Cinque Piaghe, e con altri riti. Ma dopo questa novena si ammala...

Giace a letto: riceve con fervore angelico la pri­ma ed ultima Comunione: Gesù lo rapisce in pro­fondo raccoglimento: ad un tratto si solleva a forza dal guanciale tenendo le braccia in alto col Croci­fisso nella destra: sembra si voglia slanciare a volo: ma, esausto di forze, ricade sul letto, sorride ai ge­nitori, chiude gli occhi per sempre. La Vergine Ad­dolorata era venuta a prendersi questo Giglio della croce per trapiantarlo nelle aiuole del Paradiso.

Sulla bara di Vittorino, che attraversò le vie di Acquapendente, piovvero dalle finestre fiori su fio­ri. (Calabresi: Vittorio Tannozzini - Ediz. Paoli­ne. Bari, 1955).

L'educazione alla virtù e alla santità non co­minciano coll'uso della ragione dei figli, ma prima ancora, molto prima ancora.

5. - MATTIA, IL CINESINO.

Aveva 11 anni - come racconta il P. Canavero, Missionario Paolino espulso dalla Cina - e nono­stante, s'era fabbricato una grande Croce. La notte vi si stendeva sopra; ma cercava di non farsi vedere da alcuno.

Una sera la mamma sentì un insolito rumore e, sospettando qualche cosa, entrò nella stanzuccia e sorprese il suo bambino sul duro legno.

- Perchè, figlio mio? - domandò la mamma commossa.

- Mamma - rispose - Gesù ha sofferto per noi... Io vorrei rassomigliargli un poco... Voglio ri­parare tanti peccati...

(Rivista: Via Verità e Vita - Ediz. Paoline - Roma, marzo 1953).

I bambini, se debitamente istruiti ed educati dalle mamme, son capaci non solo di virtù, ma an­che di eroismi. Ricordate i tre bambini di Fatima?

6. - ANTONIETTA MEO (1930 + 1937)

Di questa, bambina è stata scritta una biografia dalla nota scrittrice Miryam. Il Cardinal Piazza, par­lando della medesima bambina, ebbe a dire: «Sfo­gliando le biografie dei grandi Santi, non è dato sem­pre trovare una scienza della Croce più alta, una sete più acuta di patire, una forza così eroica e tanto ammirevole in una fanciulletta. Al babbo che le do­manda: - Sono forti i tuoi dolori? - Ella rispon­de: - Papà, il dolore è come la stoffa, più è forte e più ha valore -. In mezzo alle più acute sofferen­ze protesta: - Voglio stare sempre così, perchè amo Gesù e voglio salvare i peccatori -. A chi si mera­viglia perchè non domanda a Dio la guarigione, risponde: - Tu non sai che io sono felice di soffrire per offrire i miei dolori a Gesù -. Confidò al bab­bo: - Qualche volta mi appoggio sulla ferita e pre­mo forte per sentire più il dolore e offrirlo a Gesù ».

Antonietta spesso esprimeva a Gesù i suoi af­fetti con tenere letterine. « Caro Gesù Crocifisso, io vorrei farmi santa, e Tu aiutami. - Ti prometto che farò tanti sacrifici per riparare i peccati che ti fanno soffrire tanto... Salva molte Anime del Pur­gatorio... Io farò molti sacrifici perchè vadano in Paradiso. - Caro Gesù, dammi delle anime... dam­mene tante... Io sopporterò questa malattia perchè vengano in Paradiso molte anime. - Caro Gesù, fatti conoscere ed amare da tante anime! Fa che i Sacerdoti Ti facciano conoscere. - Voglio salvare tanti peccatori, i Russi. Ti raccomando la Spagna, tutto il mondo. Fatti conoscere da quelli dell'Abis­sinia... ».

Durante la malattia, ad ogni medicazione diceva sottovoce alla mamma: « Sono tanto contenta quan­do mi fanno la medicazione, perchè offro il mio dolore a Gesù per la conversione dei peccatori ». Un giorno un Padre Francescano le dice: « Sai, An­tonietta, quel pesce grosso forse si piglia! ». « Sì - replica la bambina - lo so, e ce ne saranno altri ancora ».

Arriva il 3 luglio, giorno in cui Antonietta aveva predetto che sarebbe morta. Bruciata dalla febbre, tre costole rotte e piagate, la gambina tagliata, i polmoni quasi inerti che le si vedono, il cuore che appare spostato, il catarro ostinato che per uscire pare che le spezzi il petto, e tutta la personcina di­venuta pelle ed ossa: ella trovasi nel colmo del martirio, ma a chiunque le chiede: « Come stai? », risponde quasi sorridente: « Sto bene! ». Dopo ba­ciato il Crocifisso della Prima Comunione, Anto­nietta se ne volò cogli Angeli. Ora al cimitero, con­tinua a ricevere visite di bambini, suore, laici, sacer­doti, e vescovi. (Rivista: Il Crocifisso - Passionisti, Roma, 1940).

L'educazione porta frutti sorprendenti quando vi collaborano, viribus unitis, le persone che trat­tano coi bambini: genitori, maestri, suore, sacerdoti.

7. - SANTA EUFRASIA PELLÉTTIER (1796 + 1868).

Bambina di dodici anni, fu consegnata alle Orso­line per la sua formazione. Vivace, impulsiva, non sempre disciplinata, amava però la Chiesa e la sua Fede.

Il fondatore della casa delle Orsoline annunziò una volta che lui stesso avrebbe esaminato le alunne sulla Religione e avrebbe dato un premio a chi meglio conoscesse il S. Evangelo: e così fece. Per gli esami orali domandò intorno alla Passione di N. S. Gesù Cristo. Quando venne la volta di Eufra­sia, questa recitò per intero la Passione, come la narrano gli Evangelisti, senza fare il minimo sbaglio.

Ebbe in premio un libro di Visite al SS.mo Sa­cramento.

Eufrasia divenne poi la fondatrice delle Suore del Buon Pastore.

(La B. Maria Eufrasia Pellettier L.I.C.E. - Torino, 1933).

I premi ai bambini sono talvolta assai efficaci; ma, naturalmente, essi debbono saper compiere qualche sforzo per meritarli, senza di che sarebbe un premiare e assecondare la loro indolenza e pi­grizia.

 

I CONVERTITI

8. - ALFREDO ORIANI (1855 + 1909).

Prese parte alla vita politica piuttosto saltuaria­mente. I suoi scritti di romanziere, storico e mora­lista, raccolti in 28 volumi, non sempre sono in armonia coi principi cattolici; tuttavia non bisogna forse escludere nell'Oriani quella buona fede per cui errò senza malvagità di animo.

Colpito da angina pectoris, lui stesso chiamò il Sacerdote. Il Priore, Don Angelo Costa, potè atte­stare che Oriani fece l'accusa del suo passato con tale profondità di umiliazione verso il Signore, da costringere alle lacrime. « Non ricordo - aggiun­se - di aver trovato un peccatore così convinto e pentito del male commesso: vidi in lui una grazia tutta speciale del Crocifisso, e fino alla morte non accusò più alcuna inquietudine, rimanendo tran­quillo e rallegrato ».

Più tardi, come per testamento, disse: « Caro Priore, desidero essere seppellito con il Crocifisso sul petto, ma stia al tempo stesso stretto fra le mie mani; voglio dormire con Lui quel sonno di pace e di perdono che mi ha concesso ».

Prima di morire disse al figliuolo: « Ugo, sii sempre buon cristiano, perchè solo il cristianesimo è la vera Religione, e il Redentore Crocifisso il pegno più caro di una vita migliore ».

Alla proposta di ricevere l'Olio degli Infermi: « Caro Priore - rispose - dammi pure questo Sa­cramento che in nome di Gesù Crocifisso ancor più santifichi l'anima mia ». La nuova grazia gl'inondava l'animo: « Priore - esclamò - come la mia mente è lucida! Che gioia inesplicabile io provo! Il Si­gnore è vicino a me! ». Stringeva tra le mani il Cro­cifisso e lo baciava spesso; guardandolo disse sorri­dendo: « A Gesù che sul Calvario offri la sua vita per me, offro questi penosi momenti! ». Poi con accento umile: « Mio Dio, mio Dio, non ho che pec­cati davanti a Te! Ho bisogno solamente del tuo perdono. Il Sangue del tuo Figlio Crocifisso me l'ottenga ». E i suoi grandi occhi si chiusero per sempre nella dolce speranza dell'avvenire.

(Rivista: L'Apost. del Crocif. e dell'Addol. - Serviti. Roma, aprile 1930).

Le grandi menti talvolta vanno soggette a grandi errori: ma, al momento in cui le passioni tacciono, le verità religiose brillano o tornano a brillare con incanto, e la luce della scienza potentemente si tuffa e beatifica nella luce della Religione.

9. - CESARE PARRINI.

Occupava un grado elevato nella massoneria fiorentina, e nel testamento aveva scritto: « Dichia­ro essere mia volontà che nessun sacerdote, di qual­siasi culto o rito, entri nella mia camera quando, per avventura, dovessi cadere ammalato a morte ». Il 18 luglio 1884, battendosi in duello col Sig. De Witt, rimase mortalmente trafitto. Trasportato in una casa attigua alla villa Torrigiani, ad una gen­tildonna che era accorsa, rivolse accorata preghie­ra: « Chiamatemi subito un Prete, voglio il Prete! ». In tutta fretta si chiamò Don Luigi Miccinesi, della parrocchia di S. Maria al Quinto, il quale dopo breve conversazione a solo con l'infermo, chiamò due testimoni e lesse davanti a loro una formula di ritrattazione che abbracciava tutto il necessario per un uomo legato da censure ecclesiastiche e che tanto aveva scritto contro la Chiesa e la Fede. Letta la formula, il Parrini, col Crocifisso al petto, dichiarò di fare quella ritrattazione, ed aggiunse: « Perdono a tutti, come desidero che Dio perdoni a me ». Indi si confessò, e, mentre si preparava per il S. Viatico, abbracciava e baciava il Crocifisso e lo pregava con intenso affetto. Un Signore, meravigliato, gli disse: « Cesare, come mai tu, che sei stato quel che sai, ora preghi così pentito il buon Gesù ». « Amico, rispose egli, in un modo si vedon le cose quando si vive, ed in un altro modo si vedono in faccia alla morte ». Dopo il Viatico, spirò col Crocifisso sul petto.

(Bollettino Salesiano - Dicembre, 1884).

Mai bisogna disperare della conversione dei gran­di traviati. I grandi nemici di Dio e della Religione, per lo più, non hanno che una maschera di ateismo, e conservano nel proprio cuore intatta quella fede che, se interviene una grazia particolare, erompe all'est èrno travolgendo tutti gli ostacoli.

10. - BENN KARPELER.

Vienna fu salutarmente scossa dalla conversione al Cattolicesimo del dott. Benn Karpeles, uno dei più alti esponenti del socialismo austriaco, avvenuta sotto l'influenza della stimmatizzata Teresa Neu­mann.

Egli stesso racconta: « Un venerdì mi trovo a Konnesreut nella stanzetta di Teresa. Il suo viso è bianco. Gli occhi sono chiusi. Rivoletti di sangue le grondano dalla fronte, e sul guanciale vedo otto chiazze sanguigne, provenienti dalla corona di spi­ne. Un'altra larga chiazza sanguigna contrassegna la ferita del costato. L'estatica sta a sedere, le mani protese in avanti. Spasimo, terrore, tormento, giu­bilo, entusiasmo si alternano nel suo viso. Teresa vede passare davanti ai suoi occhi il dramma della Passione di Cristo. Quando apre gli occhi, fissi nel vuoto, le orbite nuotano nel sangue. Lo spettacolo è terrificante.

A un certo punto, cogli occhi chiusi e coperti di grumi sanguigni, ritta su se stessa, accennando a me, disse: « Qui c'è qualcuno che non appartiene ancora a Gesù, ma egli è un uomo di buona volontà, e io lo aiuterò: io mi assumo un dolore e tutto andrà bene ». A queste parole mi sentii scosso nelle intime fibbre. Di li a mezz'ora non ne potevo più e mi allontanai. Ma vi ritornai sul mezzogiorno, assi­stendo all'ultima fase del dramma, doloroso. Mi tro­vavo nella sua stanza da circa un'ora e mezza, allor­quando la vidi ricadere riversa sul guanciale. Rimase così come in deliquio per venti minuti. Dopo questo tragico intermezzo: « Che debbo fare, le chiesi an­siosamente, per acquistare la Fede? ». « Non dartene pensiero, rispose con calma, giacchè io mi sono as­sunta per te un dolore. Non dubitare che tutto an­drà bene ».

Appresi allora con tremito di commozione, che al mattino, quando mi aveva rivolto per la prima volta la parola, sotto la piaga del costato le si era aperta un'altra ferita. Ero ormai risoluto di conver­tirmi e mi volevo far battezzare precisamente a Kon­nesreut. E a Konnesreut appunto ricevetti il Bat­tesimo, fungendo da Madrina Teresa Neumann. Du­rante la S. Messa che seguì, feci la mia Prima Comu­nione.

(M. Formiconi: Note e Spunti per l'Aposto­lato - Veritas. Roma, 1934).

Non vi è apostolato più efficace della sofferenza umana unita a quella divina del Crocifisso. Nè vi è devozione più salutare di quella del Crocifisso.

« Tornate alla Passione - ripete a tutti la pia Stim­matizzata - essa salverà il mondo! ».

11. - EVA LAVALLIERE (1886 + 1929).

Il suo vero nome fu Eugenia Fenoglio. Dopo la tragedia familiare, in cui il padre uccise la mamma e se stesso, Eva andò raminga per il mondo, prima in casa di una zia, poi in un collegio, poi in una modisteria, poi, sempre scontenta e indomabile nel suo orgoglio, si decise risolutamente per il teatro. Recatasi a Parigi, vi frequentò una scuola di danza, canto e recitazione; s'ingaggiò in un caffè-concerto di second'ordine, dove con canzonette, danze e mi­miche degne della volgarità di quel luogo, ne man­dava in visibilio i banali frequentatori. La fortuna e l'abilità sorprendente condussero Eva sulle scene dei migliori teatri di Parigi, e la fecero desiderare in altre nazioni. Ebbe a profusione trionfi, gloria e ricchezza. Era dunque felice?

« Ho trovato tutto - disse un giorno - ma non la felicità ». E in una lettera: « Io sono l'orfana perenne della terra: ho cercato sempre ma invano il nutrimento del cuore... il mio cuore muore di fame! ». Una notte, dopo un clamoroso trionfo, do­vette ripresentarsi più volte sullo scenario per rice­vere le interminabili ovazioni: infastidita però, men­tre ancora continuavano gli applausi deliranti, si diresse verso la Senna. Pensava: « Ma che faccio io al mondo?... diverto la gente scioperata, mentre la gente seria soffre tutte le conseguenze di questa guerra immane (1917). E poi come la diverto?... ignorando, calpestando tutto ciò che è onesto, puro... ».

Sulla riva del fiume, fra il buio della notte, de­pone la ricca pelliccia e si avanza per slanciarsi nelle acque; ma un operaio, da lei non visto, intuisce il disperato pensiero, corre, l'attanaglia colla sua ru­vida mano ed impedisce il passo fatale. Eva reagisce esasperata: « Lasciatemi sparire dal mondo: io sono la creatura più infelice della terra: lasciatemi mo­rire!... ». L'operaio, che doveva essere un buon cristiano, dopo che l'ebbe calmata alquanto, l'accom­pagnò sino alla porta del palazzo e, nell'accomia­tarsi, le disse: « Dio mi ha mandato là per salvarvi la vita: ma ricordatevi sempre che in Dio solo è la pace ».

Eva rinacque ad una vita nuova. Sotto la dire­zione di un prudente religioso, fece la seconda Co­munione, pianse ed espiò le sue colpe e i suoi scan­dali, e si diè all'apostolato per salvare possibilmente tante anime quante ne aveva fatto perdere. Terziaria Francescana, volle imitare il Santo di Assisi nell'amo­re al Crocifisso. E fu proprio il Crocifisso che la ria­bilitò completamente.

A quei tempi un giornale parigino pose un que­stionario: fra tante risposte, una destò l'ammira­zione dei giornalisti. Ecco le domande e le risposte:

Qual'è il mio fiore preferito? - Le spine della corona di Gesù!

Il mio sport preferito? - Le genuflessioni! Il mio ascensore preferito? - La Croce! Il mio luogo preferito? - Il Calvario!

La mia proprietà? - La tomba!

Che cosa sono io? - Un verme immondo!

E chi era quest'anima così singolare che si gode­va ascensioni tanto sublimi?... La grande attrice, Eva Lavalliere.

Ma, nell'ultima malattia specialmente, fece me­glio conoscere quanto avesse progredito alla scuola del Crocifisso. Subì operazioni raccapriccianti, le caddero i denti dagli alveoli, perdè la vista, tutto il corpo sembrava disfarsi; mai proferì un lamento, diceva anzi: « E' giusto che Dio purifichi ciò che ha peccato ».

Prima di ricevere l'Olio degli Infermi, prorup­pe in questa preghiera: « O Maestro adorato, per le vostre mani inchiodate alla Croce, Vi supplico di cancellare tutti i peccati commessi con le mie mani colpevoli... Per il dolore che i vostri piedi sosten­nero quando furono trapassati dai chiodi, cancellate tutte le immondezze dei miei piedi colpevoli... Per la santità e purezza della vostra vita, lavate tutte le macchie della mia vita impura... ». Il 10 luglio, pu­rificata nell'anima e nel corpo, moriva alla terra e rinasceva al cielo. (Felice da Porretta: Eva Laval­liere - Firenze, 1939 - L'Angelo in Famiglia - Ber­gamo, gennaio 1937).

Il mondo, pur dando trionfi, gloria e ricchezze, ubbriaca solo il cuore, senza dargli un minimo di vera pace. Il nostro Dio Crocifisso, invece, è sempre pronto ad accogliere l'anima contrita ed umiliata, e a darle, pur fermandola presso il Calvario, la pie­nezza della pace.

 

I DOTTORI SACRI

12. - S. GIOVANNI DELLA CROCE (1542 +1591).

Nato nella Vecchia Castiglia, studiò, presso i Gesuiti e attese nello stesso tempo alla cura degli ammalati dell'ospedale. Fu il primo dei Carmeli­tani Scalzi e compagno di S. Teresa nella riforma del Carmelo.

L'ebrezza delle sofferenze per amor di Cristo Crocifisso, lo spinse a denominarsi Giovanni della Croce. Croci ne ebbe a sazietà, ma ne godeva nello animo e si dilettava disegnare e dipingere Croci nelle pareti della stanza.

Perseguitato dai suoi stessi correligionari, fu condannato come profugo ed apostata e messo in pri­gione. Ma appena liberato, tornò intrepidamente a continuare l'opera sua di riforma. Fu successiva­mente Superiore in vari conventi, Vicario Generale nell'Andalusia e Primo Definitore dell'Ordine; nel 1591, per aver fatto al Capitolo Generale di Madrid una relazione abbastanza veritiera e realistica, di­venne bersaglio di nuove persecuzioni.

Un giorno il Crocifisso gli parla: « Giovanni, quale ricompensa brami che ti dia in questa vita, per i tanti travagli sofferti per me? ». Rispose: « Si­gnore, patire ed essere disprezzato per Te! ».

Consumato dalle sofferenze, dalle penitenze e dalle fatiche apostoliche, alla profferta di qual luo­go più gli piacesse per andarvi a dimorare e riposare, scelse quello in cui comandava un suo vecchio e duro avversario per avere occasione di soffrirne le vendette; e quante ne soffrì!

L'amore alle croci, ecco la gemma più fulgida della santità di questo grande e mistico Dottore del­la Chiesa! (Fra Bruno: S. Giov. della Croce – Vita e Pensiero, Milano, 1938. - A. Ceccaroni: Dizion. Eccles. Illustrato - Vallardi, Milano 1919).

La sapienza degli uomini veramente grandi, la cui mente, alla luce della Fede, sa addentrarsi nei misteri del tempo e dell'eternità, non è mai di­sgiunta da un altissimo apprezzamento per le sof­ferenze transitorie della terra.

13. -- S. BERNARDO DI CHIARAVALE (1091 + 1153).

Abate dello storico Monastero di Clairvaux, ri­formatore dei Cisterciensi, instancabile pacificatore di vescovi re e principi, vigoroso combattente contro i novatori e gli eretici, predicatore della Seconda Crociata, fu uno degli uomini più venerandi e più illustri del suo tempo. E Dante lo ricorda più volte nel suo Paradiso.

Per le fatiche apostoliche, i viaggi, i travagli e i digiuni, sentì venir meno le energie. Durante la malattia, ebbe un'estasi: gli parve di trovarsi da­vanti al tribunale di Dio e udire il demonio che contro di lui proponeva parecchi capi di accusa. Ma, ben addentro nella dottrina della Redenzione, egli rispose con fiducia: « Confesso che non sono degno della beatitudine eterna e che io non la posso ottenere coi miei propri meriti. Però il mio Signore e Maestro la possiede per doppio titolo: primo per diritto di eredità, come Figlio di Dio Padre; secondo per merito della sua Passione, come Salvatore del mondo. Egli si contenta del primo titolo e mi fa parte del secondo. Ho quindi tutta la ragione di spe­rare e confidare in Lui ».

(G. Maffei: Vite di 17 Con­fessori - Manunzío. Napoli, 1846).

Le nostre opere buone, per quanto numerose e pregevoli, non meritano una ricompensa eterna. Le grazie ed i meriti del Crocifisso, per divina bontà, sono anche nostri. Per partecipare delle grazie e dei meriti del Crocifisso, è tuttavia doveroso parte­cipare anche alla vita del Crocifisso.

14. - S. TOMMASO D'AQUINO (1225 + 1274).

E' soprannominato « Dottore Angelico », e an­che giustamente ritenuto il più grande filosofo cat­tolico.

Comunemente narrano gli storici, e i Sommi Pontefici ne fanno menzione nei loro decreti, che il S. Dottore, mentre componeva la Somma Teolo­gica, era solito trattenersi in preghiera dinanzi al Crocifisso nella cappella di S. Nicolò, in Napoli, e chiedeva di poter conoscere gli errori in cui fosse involontariamente caduto nei suoi scritti. In uno di questi colloqui, è rapito in estasi e sollevato in aria, mentre il Crocifisso, animandosi, gli dice: « Tommaso, tu hai scritto bene di me. Quale ricom­pensa vorresti? ». Il Santo rispose: « Nessun'altra che Voi, o Signore! ». E la risposta è veramente degna di tanto Dottore. (L. Ferretti: Vita dell'An­gelico Dott. S. Tommaso d'Aquino - Franco Lao, Palermo, 1865).

I veri sapienti non cercano ricompense umane, terrene; anzi, neppure cercano i doni di Dio per se stessi: bramano solo Dio personalmente, che in sè racchiude in grado infinito quanto di bene trovasi in tutta la creazione. E se, per ipotesi assurda, tutti gli altri uomini venissero meno nel loro amore a Dio, il vero santo e vero sapiente non si curerebbe di ciò, Dio solo gli basta, un Dio Crocifisso lo me­rita, e a lui solo rivolgerebbe tutta la sua vita.

15. - SAN BONAVENTURA (1221 + 1274).

Entrato nei Frati Minori a 24 anni, fu inviato a Parigi, ove terminò gli studi sotto il celebre Ales­sandro di Hales, il «Dottore Irrefragrabile». Questi, parlando un giorno del suo discepolo e alludendo al carattere e all'innocenza dei suoi costumi, disse: « Sembra che Adamo non abbia peccato in lui ». Bonaventura fu lettore di filosofia, di teologia, e, nel 1255, conseguì il titolo di «dottore». Divenuto Ge­nerale dei suoi Frati, per promuoverne una migliore disciplina, divise l'Ordine in provincie, e le pro­vincie in custodie. Scrisse molte opere filosofiche, teologiche e di pietà, ripiene di grande dottrina e soffuse di una singolare dolcezza, per cui meritò il soprannome di « Dottor Serafico ». Dice di lui l'Ali­ghieri: « ... per sapienza in terra lue Di cberubica luce uno splendore ».

E Sisto V, nella bolla di canonizzazione: « Ha scritto tali cose sulla Divinità e sulla Religione, da sembrare che per lui abbia parlato lo Spirito Santo ».

Fu anche uomo di singolare umiltà. Rifiutò l'ar­civescovado di York, e quando Gregorio X lo no­minò vescovo di Albano e cardinale, egli se ne fug­gì in Francia, ma per obbedienza dovette ritornare in Italia. Il messo che gli portò il cappello cardina­lizio, lo trovò intento in un lavoro solito: lavare le stoviglie del convento. Il medesimo Pontefice, onde far cessare lo scisma greco e migliorare la disciplina ecclesiastica, indisse un Concilio Generale a Lione, e incaricò S. Bonaventura di prepararne e ordinarne la materia. Durante la celebrazione del Concilio, il Santo ne divenne come il presidente, se non di no­me, di fatto.

(Ceccaroni: Dizion. Eccles. Illustrato - Vallardi. Milano, 1929).

Nelle vite di questo Serafico Dottore, si suol narrare il seguente episodio. S. Tommaso d'Aqui­no, meravigliato della tarata sapienza che vedeva rifulgere in lui, gli domandò in quali libri avesse formato la sua cultura. S. Bonaventura, additando­gli il Crocifisso, rispose: « Ecco la fonte ove io at­tingo le mie cognizioni! Studio Gesù, e Gesù Croci­fisso! ». Questa affermazione è la sintesi della sua grandezza.

Per tutte le menti anche le più qualificate, Gesù

è il supremo e assoluto Maestro, e la sua cattedra più insigne è la Croce.

16. - S. ALFONSO DEI LIGUORI (1696 + 1787).

Fondatore della Congregazione del SS.mo Salva­tore, Vescovo di S. Agata dei Goti, instancabile pre­dicatore di missioni popolari, pubblicò una quaran­tina di opere varie, lasciando ancora numerosi ma­noscritti. Fu canonizzato da Gregorio XVI e dichia­rato « Dottore della Chiesa » da Pio IX.

Per la fervida devozione al Crocifisso, volle che la Croce formasse l'emblema del suo istituto di mis­sionari. Ai suoi religiosi scrisse: « Non lasciate la meditazione sulla Passione di Gesù Cristo. Da essa apprendiamo quanto ci abbia amato. Io, quantunque miserabile, vi confesso in verità che non la lascio mai, nè so meditare altra cosa; ai piedi del Croci­fisso trovo tutto ». Durante tali meditazioni, difatti, più volte fu visto rapito in meravigliosa estasi. «Nel­le missioni - asseriva con esperienza - buoni sono i discorsi sul Giudizio e sull'Inferno per scuotere i peccatori; ma queste impressioni passano presto e tutto si dimentica. Al contrario, le lacrime che scor­rono alla vista del Crocifisso vengono dal cuore; e la conversione che sta basata sulla Passione di Cri­sto è più solida e più duratura ».

Coll'invocazione del Crocifisso otteneva conver­sioni e miracoli. Fece un giorno chiamare un pec­catore scandaloso per esortarlo a mutar costumi. All'entrare nella camera del Vescovo, vide costui di traverso alla soglia un grande Crocifisso, e restò lì... Ma il Santo gli disse: « Passate pure sul corpo di Gesù; non è mica la prima volta che lo calpestate, l'avete fatto spesso coi vostri peccati ». E il pec­catore si confuse, scoppiò in pianto, e mutò vita.

Il 10 agosto 1779, osservando una spaventosa eruzione del Vesuvio, ripeteva terrorizzato: « Gesù! Gesù! Gesù! », poi, pieno di confidenza, fece un se­gno di Croce verso il vulcano: in quel medesimo istante, il turbinoso pennacchio incandescente s'ina­bissò nel cratere e più non comparve.

Nella tarda età specialmente Iddio lo provò e santificò non solo con tribulazioni sopra tribulazioni e con malattie sopra malattie, ma con terribili tenta­zioni ancora. Qualcuno per rasserenarlo gli andava dicendo di non temere, avendo compiuto tante opere buone, tra cui la fondazione di una Congregazione Religiosa consacrata alla salvezza delle anime. Il santo vecchio rispose: « Ma che opere buone! Tutta la mia speranza è in Gesù Cristo e nella mia cara mamma Maria ». E di tratto in tratto lo si udiva ripetere: « Mio Gesù, Tu sei morto per me! Il tuo Sangue è la mia speranza e la mia salvezza ». Prima di morire protestò: « Tutto soffro per la Passione di Gesù ». (Tannoia: Vita di S. Alfonso - Marietti. Torino, 1880).

I più grandi Santi sono nello stesso tempo i più grandi amatori e i più grandi apostoli del Croci­fisso.

 

I FIDANZATI

17. - SANTA ELISABETTA (1207 + 1231).

Figlia di Andrea II re di Ungheria, fin da pic­colissima venne fidanzata con Ludovico, langravio di Turingia e di Assia, ed educata con Agnese, sorella del fidanzato. Le due principesse andavano insieme in chiesa, abbigliate alla stessa foggia e ornate le fronti con diadema di diamanti. Sofia, la futura suocera, si accorse che Elisabetta, sull'entrare nel sacro tempio, si toglieva dal capo la preziosa corona, per cui, alquanto indignata, gliene chiese il motivo. Ma Elisabetta con semplicità le rispose: « Non ho l'animo di comparire con dei diamanti in testa, nel luogo ove miro Gesù, coronato di spine ».

I misteri della Passione formavano l'oggetto più delizioso delle sue meditazioni, tanto che il fidan­zato, che l'aveva in somma venerazione, per farle cosa molto gradita, tra gli altri ricchi doni, le man­dò un cristallo finemente lavorato che, da un lato serviva da specchio, e dall'altro mostrava un Croci­fisso.

Visse col marito in felice armonia. Ventiquat­trenne, beatamente se ne volò al cielo, dopo avere con testamento istituito Gesù Cristo, suo erede nella persona dei poveri. (Carolina Bertini: S. Elisabetta d'Ungheria - S.E.I. Torino, 1940).

I fidanzati, anche appartenenti a buone famiglie, rimangono di sovente abbagliati, privi come sono di lunga esperienza, dalle dolcezze ed affettuo­sità esteriori, ahimè! di troppo breve durata, per cui il matrimonio poi non corrisponde ai loro sogni. In una vita di pietà e di meditazione presso il Croci­fisso, trovano invece ammaestramenti tali da prepa­rarli a quei doveri e a quelle serie virtù che ren­dono stabile il loro animo in un amore verace e duraturo.

18. LA BEATA CHIARA DA PISA (1362 + 1420).

Figlia di Pietro Gambacorta, governatore della Repubblica Pisana, sin da fanciulla fu promessa ad un giovane di potente famiglia. Chiara invece sen­tiva in sè forte la vocazione ad uno stato più per­fetto. Il contrasto che ne derivò tra figlia e genitori fu lungo ed aspro.

Un giorno, non sapendo più come superare la inflessibilità dei suoi, e stanca dei lunghi combat­timenti va a prostrarsi ai piedi del Crocifisso, si toglie dal dito l'anello che era costretta a portare come arra degli sponsali, e tra lacrime e sospiri: « Gesù mio - ripete - non altri che Te io voglio!... Te solo, per sempre!... Tu sai quel che mi sovrasta... Deh! non permettere che mi abbia a congiungere con alcun uomo mortale ». Gesù esaudì le preghiere della buona figliuola. Il giovinotto pretendente, proprio quando si cominciò a pensare alla celebrazione delle nozze, si ammalò... e se ne morì.

I contrasti familiari tuttavia non cessarono, chè i genitori volevano assolutamente collocarla nel mon­do. Ma lo Sposo Divino intervenne nuovamente. Pie­tro Gambacorta, difatti, cambiò talmente idea, che volle a sue spese fondare per la figlia un nuovo mo­nastero, sacro a S. Domenico, ove Chiara potè pro­seguire, emulata da un largo stuolo di vergini, nelle ammirabili ascensioni verso la santità.

(Raccolta di Vite dei Santi - Pagliarini. Roma, 1772).

I genitori possono, anzi debbono consigliare i figli nella scelta dello stato, senza tiranneggiarne la libertà. In caso di vocazione religiosa, oltre alla li­bertà dei figli, i genitori debbono rispettare i diritti superiori del Creatore. Prima il Padre Celeste, poi il padre terreno.

 

I F I G L I

19. - S. ALFONSO MARIA DEI LIGUORI (1696 + 1787).

Era sui vent'anni, e disimpegnava con onore la professione di avvocato. Una sera, dopo lieta con­versazione, in casa sua, dame e cavalieri se ne par­tirono, ma il servo non fece in tempo a illuminarne l'uscita. Questo sgarbo spiacque talmente a don Giu­seppe, padre di Alfonso, che, passeggiando nervoso per le stanze, non la smetteva di riprendere il mal­capitato servitore. Alfonso, invece, scusando quella inavvertenza, disse: « Papà, e che cosa è?... Quando la cominciate non la finite più!... ». Don Giuseppe, per risposta, gli vibrò uno schiaffo. L'avvocatino, umiliato, si ritirò nella propria stanza. Arriva l'ora della cena. La madre va per chiamarlo, e lo trova inginocchiato ai piedi del Crocifisso, che piangeva il suo poco rispetto. Alfonso la prega di ottenergli il perdono dal padre. Poco dopo, don Giuseppe e Al­fonso lietamente si riabbracciano. (Opere di S. Al­fonso. Tomo X - Marietti. Torino).

Ogni offesa ai genitori, come qualsiasi altro pec­cato, è un contribuire alle pene della Passione di Gesù: conviene quindi piangerla, come ogni altra of­fesa, ai piedi del Crocifisso.

20. - ALBERTO DI FALCHEMBERGH.

I Conti di Falchembergh avevano quest'unico figlio, e lo avevano mandato a Parigi per esservi educato alla corte del re di Francia, loro parente. In mezzo agli agi e alle grandezze, Alberto ne co­nobbe i pericoli e la vanità e, dopo matura deci­sione, entrò nella religione di S. Domenico. Il fatto causò vivo dispiacere e non poca indignazione fra la nobile parentela. Il padre, col seguito di nume­rosa e forte comitiva, si recò a Parigi, compi ogni tentativo per condurlo a casa, gli esagerò i rigori della vita religiosa; ma nulla ottenne.

Vi si recò anche il suo carissimo cugino, Teo­dorico, il quale, esauriti tutti gli argomenti e tutte le preghiere, alfine lo scongiurò ad avere riguardo alla propria madre che sarebbe morta di pena. Frattanto che il cugino parlava, Alberto andava fissando, sulle pareti davanti, una immagine di Gesù, crocifisso ed agonizzante, con la Madre SS.ma e S. Giovanni sotto la Croce. Appena Teodorico smise di parlare: « Vedi là - disse Alberto - quella immagine? Mira Gesù!... quanto soffrì di pena!... per nostro amore!.. quantunque fosse Creatore e Padrone dell'universo! Egli vedeva accanto a sè la Madre e il Cugino trafitti dal dolore: poteva con­solarli scendendo dalla Croce; ma non volle farlo: per nostro amore! Ebbene, neppure io, per amor di Lui, mai lascerò la croce della vita religiosa, ancorchè vedessi morire di dolore e mia madre e mio cugino ». Teodorico restò talmente impressionato di questo ragionamento che, lui pure, abbandonò il mondo e si fece religioso.

(Schmid: Catechismo Isto­rico. Vol. V - Fiaccadori. Parma, 1864).

Non sono colpevoli i figli che, per seguire la chiamata di Dio alla vita religiosa, sono costretti a difendersi dall'arbitrio dei genitori: lo sono invece i genitori, o perchè ripieni di stolti pregiudizi sulla vita religiosa, o perchè non considerano alla luce della Fede, quanto siano infinitamente superiori i diritti e l'autorità di Dio sopra i suoi e loro figliuoli.

 

I GENITORI

21. - IL PADRE VAUGAN.

Egli narra che quando era bambino, la mamma, dopo di avergli parlato del suo amore, gli disse: « C'è qualcuno che ti ama più di me! ». E gli mo­strò un Crocifisso. « Vedi? Lui in Croce, mamma rio! Lui con le mani e i piedi forati, mamma no! Lui con il cuore trafitto, mamma no! Lui, dunque, devi amare più della mamma ».

Per gli insegnamenti di una mamma cristiana tanto savia, egli divenne Sacerdote, valente predi­catore e grande innamorato del Crocifisso.

(P. Go­lía: La Missione - Gregoriana. Padova, 1948).

Abbiamo dei doveri, talvolta gravi, verso chi ci benefica, specialmente verso i genitori; ma la nostra gratitudine a un Dio, crocifisso per noi, è il più grave, il supremo e assoluto nostro dovere.

22. - BIANCA DI CASTIGLIA.

Ammirabili erano le lezioni che questa regina dava al suo bambino, il futuro S. Luigi, re di Fran­cia. Gli diceva: « Dio solo sa quanto ti voglio bene: eppure preferirei vederti qui morto ai miei piedi, anzicchè vederti commettere un peccato ». E condu­cendolo davanti al Crocifisso: « Ecco, vedi Luigi, i peccati degli uomini sono stati la causa della Pas­sione e della morte di Gesù ». Queste parole restarono impresse nel cuore di Luigi che era solito ripetere: « Piuttosto morire, ma non commettere peccati! ».

(Via Verità e Vita - Paoline. Roma, 1956).

Per sviluppare l'innocenza e l'onestà, i migliori insegnamenti si apprendono dal Crocifisso.

23. - SANTA GIOVANNA FR. DI CHANTAL. (1572 + 1641).

Questa baronessa che, dopo la morte del ma­rito, con S. Francesco di Sales fondò l'Ordine della Visitazione e ne divenne prima superiora, quando ricevette la notizia del figlio morto in guerra contro gl'inglesi e a favore della Religione, cadde in gi­nocchio, giunse le mani, e volti gli occhi al cielo disse: « Concedimi, o mio Signore e mio Dio, di parlare per sfogare il mio dolore: e che cosa dirò, se non ringraziarti dell'onore che mi hai fatto to­gliendomi l'unico figlio, mentre combatteva per la Chiesa di Roma? ». « Oh mio figlio - poi esclamò indirizzandosi al defunto - quanto sei felice d'aver sigillato col tuo sangue la fedeltà, che i tuoi avi ebbero sempre per la Chiesa di Roma! Per questo mi stimo felice, e rendo grazie a Dio d'essere stata tua madre ». Prese quindi un Crocifisso, e bacian­dolo disse: « Ricevo questo colpo, mio caro Reden­tore, con piena sottomissione, e Ti prego di ricevere questo figlio tra le braccia della divina misericor­dia ». (Oeuvres de S.te Joanne Fr.de Chantal. Tomo 1 - Migne. Parigi, 1862).

I figli appartengono anzitutto a Dio e poi ai genitori, e sono stati creati principalmente per la gloria dell'altra vita, e non per le tante miserie di questa. Onde, un ragionevole sfogo di dolore per la morte dei propri cari, deve essere sempre unito alla rassegnazione, e anche ad una certa gioia per la loro nuova felice condizione.

24. - A KONNESREUT NEL 1937.

In questo villaggio tedesco, celebre per la stim­matizzata Teresa Neumann, nel febbraio di quel­l'anno, i cattolici mostrarono eloquentemente quanto sia forte il loro attaccamento alla Religione.

Un certo Arnold, maestro di scuola elementare, si prese l'arbítrio di togliere dall'edificio scolastico il grande Crocifisso e di occultarlo a casa sua. La buona popolazione protestò energicamente, e inte­ressò il borgomastro affinchè il Crocifisso fosse ripor­tato al suo posto. Non se ne fece nulla. Allora una commissione di capi di famiglia ingiunse all'indegno maestro di rimettere il Crocifisso nella scuola: ter­mine di scadenza, la prossima domenica 28 feb­braio. Tutto vano. Ma quella stessa domenica gli uomini del villaggio, radunatisi presso la casa del maestro, in tono minaccioso dichiararono che non si sarebbero allontanati se non per portare processio­nalmente il Crocifisso alla scuola. Intervenne la gen­darmeria, ma gli uomini non si mossero. Un doga­niere, puntando la rivoltella contro la folla, ordinò lo scioglimento. Allora alcuni uomini si avanzano, e in tono energico e fiero martellano queste eroiche dichiarazioni: « Siamo pronti a morire per la Croce ad ogni istante. Abbiamo fatto la guerra, siamo stati più volte feriti, e nemmeno allora abbiamo indie­treggiato ». Intervenne infine l'autorità del circon­dario, e il Crocifisso fu portato trionfalmente alla scuola, al posto d'onore. (Il Divin Crocifisso - Pas­sionisti. Pianezza, 1937).

Per diritto di natura la Famiglia è prima e al disopra dello Stato; mentre lo Stato è in funzione di servizio a pro della Famiglia. Lo Stato ha il dovere di aiutare lo sviluppo etico-economico della Famiglia, non già di ostacolarlo. Nell'educazione ed istruzione dei figli, i genitori hanno quindi diritto di libertà e di sovranità nei confronti delle autorità governative.

25. - S. VINCENZO MARIA STRAMBI (1745 + 1824).

Aveva questo Santo l'età di 20 anni, e nel secolo andava maturando la sua vocazione allo stato reli­gioso. Per ottenere dal padre almeno un generico consenso, gli preparò una graziosa sorpresa. Si pre­sentò a lui e gli disse: « Babbo, dammi la mia ere­dità ». Domanda veramente strana, sia perchè era figlio unico, e sia perchè si era mostrato sempre incurante dei beni terreni. Il padre rimase colpito e disorientato dalla proposta; rispose tuttavia che non era il caso di fare divisioni, e che un giorno tutto sarebbe spettato a lui, unico erede. Vincenzo finse di non lasciarsi persuadere, e incalzò: « Dammi la mia eredità! ». Crebbe la meraviglia del padre, e si sforzò di convincerlo ad abbandonare quella pretesa. Vin­cenzo, allora, vedendolo troppo allarmato, gli si gettò in ginocchio, e additando l'immagine del Cro­cifisso: « Ecco, padre mio - esclamò - la porzio­ne che io vi domando: io non voglio avere altra eredità che Gesù Crocifisso! ». Ad una proposta sì inattesa, il padre si commosse, ed abbracciando il caro figliuolo, l'assicurò che mai gli avrebbe impedito una si preziosa eredità.

(P. Stanislao: Vita del B. Vincenzo M. Strambi - Roma. 1925).

La prima e la più ricca eredità dei figli è quella di aiutarli - evitando ingiustizie verso altri figli - ad abbracciare quella professione o quello stato di vita a cui si sentono inclinati e per cui mostrano sufficiente idoneità.

 

I GIOVANI

26. - GINO BARTALI.

Fu uno dei più gloriosi del ciclismo italiano e membro dell'Associazione Cattolica Fiorentina. Quan­do, al Tour de France nel 1948, fu visto sfrecciare sull'asfalto della písta, lo accolse una tempesta di applausi e di ovazioni, specialmente dei suoi conna­zionali. Appena giunto al traguardo finale al Par­co dei Principi, in Parigi, sempre fra indescrivibili manifestazioni di entusiasmo, Gino scese dalla bi­cicletta, e si fece un bel Segno di Croce.

Con questo gesto edificante, solenne, pubblico, ringraziava Dio della vittoria concessagli; ma a nes­suno dei presenti sfuggì che quel gesto era anche un'altra vittoria molto significativa sul rispetto uma­no. E fu allora che la folla proruppe in una nuova, altissima, interminabile ovazione di plauso. (Il Do­mani d'Italia).

Ogni vittoria giovanile, in qualsiasi campo del­la cultura o dello sport o della politica o della Re­ligione, appassiona sempre il pubblico: però la vit­toria morale-religiosa sul mal vezzo del rispetto uma­no, non solo suscita la leale ammirazione dei mi­gliori, ma conferisce al giovane quel decoroso ca­rattere di forza e dirittura d'animo che s'impone anche di fronte ai cattivi.

27. - EMANUELE BONILLA.

Siamo nel Messico in piena persecuzione reli­giosa. Il giovane Emanuele Bonilla, nato nella ca­pitale, era presidente del circolo giovanile di Tlal­pam, e lavorava come tipografo linotipista. Da tempo aveva offerto la propria vita per il trionfo della Religione nella sua Patria. Nel suo diario, in data 25 maggio 1927, si legge: «O Signora di Guadalupe, sai bene che io Ti amo, e che per Te lotto e soffro, pronto a dare il mio sangue. Tu, Signora, sai che sono sincero! Dillo al tuo divin Figlio che si affretti, perchè ormai è giunto il suo Regno nel Messico, del quale Tu sei la Regina. Se tu lo chiederai, otterremo subito la libertà religiosa. Sono nelle tue mani, e Tu leggi nel mio cuore che io sono pronto a dare la vita per Cristo Re! ».

Il 15 aprile 1927, mentre si trovava in una fat­toria di campagna a Salazar, venne denunziato da un miserabile giuda ed arrestato. Scriveva alla fidan­zata: «Non piangere Lucia, rassegnati. Nell'altra vita ci uniremo per non separarci mai più. E' il ri­cordo di un cuore che ti ha sempre amato e continua ad amarti per tutta l'eternità». E al fratello, dal carcere: « Oggi è Venerdì Santo; mi hanno fatto prigioniero e facilmente mi fucileranno ».

Difatti, a S. Diego di Linares, senza processo, nè giudiziario ne sommario, Bonilla venne passato per le armi proprio il Venerdì Santo, alle ore 15, dopo aver sofferto, come Gesù, il tradimento, il bacio infame, l'arresto, gl'insulti, gli schiaffi, la fla­gellazione. Anzi quei manigoldi, giudei redivivi, le­garono i piedi di Bonilla ad un albero e gli stesero le braccia a forma di croce. E lo fecero agonizzare per ben tre ore, fra i loro sollazzi, fischi, bestem­mie, e imitar latrati di cani e canti di galli. L'uffi­ciale del plotone assassino infine gli disse: « Sono le tre: è l'ora nella quale è morto il Cristo Re; va in Paradiso con Lui! ». E gli sparò a bruciapelo. L'ultima parola del martire: « Muoio per Iddio! ».

Dopo 15 giorni la mamma ottenne di esumare il cadavere, che fu trovato incorrotto, flessibile, col sangue ancora liquido.

(L. Ziliani: Il Messico Mar­tire - Libr. Cattol. Ital. Roma, 1938).

Il vero amore a Gesù non si oppone ad un sin­cero affetto per la mamma, per la fidanzata, o altre persone care, purchè prevalga sempre e su tutti lo amore per Iddio.

Il giovane che ha la forza per il sacrificio e che sa anche morire per il compimento di un sacro do­vere, è un eroe che tramanda luminosa per i secoli l'aureola del suo nome.

Il sangue del Martire, fecondato dalla grazia dello Onnipotente, è il preludio di una nuova magnifica fioritura della Chiesa.

23. - UN AMICO DI S. VINCENZO DEI PAOLI.

Un giovane, cresciuto come un giglio, aveva me­ritato particolare affetto da S. Vincenzo dei Paoli; ma poi, divenuto vizioso, cagionò non poche amarez­ze al santo amico. « Ebbene - gli disse il Santo - ormai è inutile che ti esorti a lasciare la cattiva strada; vedo che delle mie parole e del mio pianto non fai più alcuna considerazione. Ti chiedo però una sola cosa ancora: prendi quest'immagine del Cro­cifisso, e guardala ogni sera prima di addormen­tartí ».

Sebbene quest'esortazione gli sembrasse una stranezza, pure il giovane promise di attuarla. La prima. sera, nel guardare quella penante Imma­gine, si sentì alquanto scosso, tanto che solo dopo un'ora potè addormentarsi. Le altre sere?... Ne ebbe sì salutari impressioni, che durante il sonno della notte gli sembrava che gli occhi del Crocifisso insistentemente lo riguardassero. Qualche sera ebbe perfino paura di guardare la S. Immagine, e quasi quasi stava per mancare alla promessa. Ma Gesù Crocifisso trionfò, ed una mattina il giovane, recatosi da S. Vincenzo, gli disse: « Padre, non ne posso più: le lacrime di Gesù hanno vinto! ».

(Rivista del Clero Italiano - Milano, 1931).

Una forza si vince con una forza maggiore; e la potenza delle passioni giovanili, si può vincere solo con la potenza della grazia. A chi guarda. con fede il Crocifisso, tale grazia non può mancare.

29. - LA CROCE SEMPRE IN ALTO.

Sulla più alta cima dell'Appennino Reggiano, il monte Cusna (m. 2121), da anni si ergeva una Croce in legno che un'Associazione di Azione Cattolica aveva collocata lassù. Nel 1947, un gruppetto di gio­vinastri bruciava quella povera innocua Croce, che aveva visto tanti scalatori ai suoi piedi. In conse­guenza, gli Esploratori Cattolici presero l'iniziativa di portare sul Cusna una Croce di acciaio tubolare, alta m. 4,15, larga m. 2,10, del costo di lire 43.000, sborsate dagli stessi Esploratori.

Benedetta dal Vescovo Mons. Beniamino Soc­che, la Croce, prima partiva in macchina, e poi per quattro ore e mezza veniva portata per turno dagli Esploratori. L'On. Prof. Dott. Pasquale Mar­coni pronunziò un fervido e applaudito discorso, e l'Assistente Provinciale degli Esploratori, rivolto ai montanari dei paesi vicini ivi presenti, chiudeva la solenne cerimonia con queste parole: « Gli Esplora­tori Cattolici sono felici ed orgogliosi di essersi arram­picati fin quassù per portarvi la Croce di Cristo. La consegnano a voi, buona gente della montagna, come un sacro deposito. Ora tocca a voi custodirla gelosamente e difenderla ».

(Il Divin Crocifisso - Pas­sionisti. Pianezza, 1948).

Come nel campo crescono insieme e la zizzania e il buon grano, così in questo povero mondo cre­scono insieme e i buoni e i cattivi. Però come il Cri­sto Crocifisso lottò e vinse i suoi nemici, così i disce­poli del Cristo Crocifisso - i veri cristiani - hanno il dovere di prendere la rivincita sui propri avversari.

 

LE GIOVANI

30. - IL CARDINAL FERRARI (1850 + 1921).

Stava a letto gravemente infermo. Una sera chie­se al suo segretario:

- Dove siete stato in questo pomeriggio?

- Eminenza, abbiamo fatto gli esami delle no­stre propagandiste.

- Erano molte?

- Una trentina. Hanno risposto molto bene. Sono state tutte promosse, e gli esami si sono chiusi con una simpaticissima funzione. Quando si ebbe finito - ed erano presenti le loro buone mamme e i loro papà - le giovani son venute innanzi, si sono inginocchiate, ed a premio della loro cultura e della loro pietà, hanno ricevuto in dono un bel Crocifisso, come si dà alle giovani Suore che partono per le terre lontane...

Il Cardinale interruppe: « Così va bene! La Gioventù Femminile Cattolica non è un'associazione come le altre, ma è una vera congregazione di pic­cole missionarie, che oggi devono difendere con tutta la forza del loro esempio, della loro parola, magari della loro vita, la Fede di N. S. Gesù Cristo, e domani dovranno essere le nuove madri cristiane che, come l'antica madre dei Maccabei, offriranno i cuori della novella generazione cristiana d'Italia. E il miglior libro è il Crocifisso ». Il suo volto apparve tanto sorridente in quell'istante! (Piccola Ri­vista della Passione - Torino, 1921).

S. Vincenza Gerosa: « Il Crocifisso è un gran libro da meditare e imitare ».

Ven. Francesco Tenderini: «Il Crocifisso è il più bel libro che si trova nella biblioteca».

S. Felice da Cantalice: « Tutti i libri della bi­blioteca poco o nulla gioveranno, se non servono a farci ben comprendere Gesù Crocifisso ».

S. Serafino da Montegranaro: « Ecco il libro che dovete studiare per fare discorsi fruttuosi! ».

Ven. Cesare de Bus: « La Croce è il gran libro in cui apprendo tutte le scienze necessarie, tutte le virtù da praticare, tutti i vizi da combattere ».

S. Filippo Benizi: « Il Crocifisso è il mio caro libro, dove ho procurato d'imparare durante la mia vita. E' l'unico libro che sia necessario saper leg­gere ».

S. Domenico di Gusman: «Crocifisso mio bene, Voi siete il grande libro dell'amore!».

S. Angela da Foligno: « Il Crocifisso è il libro della vita, che illumina l'anima, la eleva e la tra­sforma ».

 

31. - IL CROCIFISSO TRA LE VERGINI.

Ci narra S. Tommaso d'Aquino di aver visto ed ammirato un quadro assai geniale. Rappresentava il Calvario. Gesù era agonizzante. A destra una Ver­gine stava in ginocchio presso la Croce, con in mano un calice elevato, in atto di raccogliere, con intensa espressione d'amore, il sangue che fluiva dalle piaghe del Redentore; il volto angelico e gli occhi lacrimanti teneva fissi sul volto di Gesù; aveva vesti candide, mentre una corona di rose e gigli le cingeva la fronte.

A sinistra della Croce, un'altra Vergine stava seduta e in posizione negletta, il volto contraffatto, le vesti lacere e deturpate, la corona di fiori gettata a terra e ravvolta nel fango; presso di lei, un drappello di demoni che, sghignazzando, le offrivano fiori e gemme in quantità; essa guardava cupidamente quei doni e protendeva le mani per accettarli. (Rivista: Il Divin Crocifisso - Passionisti, Pianezza, 1921).

La giovane prudente, vicina al Crocifisso, si orna di preziose virtù interiori ed arricchisce di meriti eterni. La giovane stolta, ha ribrezzo del Crocifisso, si diletta di vanità e fumo, e ancorchè all'esterno sembri la stessa bellezza, davanti a Dio è sudicia e ripugnante. L'ornamento dell'anima è infinitamente più pregevole dell'ornamento del corpo.

32. - ARGENE FATI.

Fu terziaria francescana, propagandista, membro dell'Azione Cattolica, segretaria generale della F.U.C.I., presidente diocesana di Roma, e, per la sua profonda cultura, ricercatissima conferenziera.

Costretta a subire due operazioni dolorosissime, ripeteva: « Gesù, Vi aiuto a portare la Croce! ». Sempre serena, sempre fissa collo sguardo al Crocifisso, la si udiva affermare: « Non desidero che il cielo, lo affretto colle mie preghiere; soffro per amor di Dio, per piacere a Dio, per la sua gloria ». Si te­neva a Milano un congresso per la Regalità di N. Si­gnore: ella diceva: « Oh come sono contenta di poter concorrere colla mia sofferenza al trionfo di Cristo Re! ».

Designata Presidente dell'Arciconfraternita della Passione alla Scala Santa, ebbe poi a confidare: « Dacchè mi sono avvicinata un po' più al Calvario, non so dire quale mutamento è avvenuto nel mio animo. Ci mancava proprio questo, e Gesù mi ha fatto la grazia ».

Il medico curante, che ne fece il discorso fu­nebre, tra le altre ammirabili rivelazioni, disse: «Si chiedeva il prodigio per la sua guarigione; ma quale prodigio più bello di tre anni di sofferenze inaudite, con 90 raschiature d'osso, senza una pa­rola di lamento?».

La Signorina Fati nacque a Cartoceto di Pesaro nel 1890; per motivo di studio si trasferì a Roma con tutta la famiglia, ed ivi morì il venerdì 13 ago­sto 1926.

(Rivista: Il Crocifisso - Passionisti, Ro­ma, 1926).

Lo studio ingentilisce l'animo della giovane; la virtù lo nobilita; l'amore al Crocifisso lo sublima fino all'eroismo.

33. - SANTA ROSALINDA.

Visse la giovinezza costumata e pia, ma un poco affezionata alle vanità femminili. Amava special­mente la sua bellissima chioma e vi spendeva intorno qualche studio. Un giorno si affacciò come al solito allo specchio per esaminare se le trecce fossero ben composte; ma, invece della sua immagine, vide nello specchio il volto piagato e sanguinante di Gesù Cro­cifisso. E, quel capo coronato di pungentissime spine, quegli occhi pieni di lacrime e sangue, quelle gote percosse dalle guanciate, quelle labbra smunte e disseccate dall'ardore della sete, le ferirono profon­damente il cuore, mentre alle sue orecchie sentì risuonare queste voci: « Vedi, Rosalinda, come io sono? come addentro passano queste spine? Fu la tua vanità che le ha confitte sul mio capo. E vedi quanto ti ho amata anche allora che mi offendevi? Qual'uomo si ridurrebbe a tale stato per tuo amore? A chi vuoi piacere se non a me? ».

Rosalinda si gettò ai piedi del suo Gesù, e addo­lorata e confusa si mise a piangere dirottamente. Poi si tagliò i bei capelli, fece una totale consacrazione di se stessa a Gesù Crocifisso, e il proposito magna­nimo di non volere altro sposo che Lui solo. (Zac­caria: Tesoro di Racconti - Vicenza, 1909).

Ogni donna porta dalla nascita una potente incli­nazione alla vanità e ai pavoneggiamenti. Una verace devozione al Crocifisso sviluppa nello spirito della giovane quel senso di equilibrio e di moderazione che la' rende accetta a Dio e agli uomini.

34. - WIERA FRANCIA (1898 + 1929).

Professoressa di fisica e matematica, membro illustre dell'Azione Cattolica Femminile, morta in alto concetto di virtù.

Un giorno, essendole sfuggito, per il carattere impulsivo, un impeto di collera contro i ragazzi, ecco come richiama se stessa: « Oh, anima mia, tu hai bisogno di meditare la pazienza che oggi a scuola hai perduta; oggi ti sei tanto amareggiata da dire: lo mi avveleno il sangue! Gesù è stato paziente, e non solo tra i manigoldi che lo flagellavano, tra gli empi che lo saturavano di obbrobri e d'insulti; Gesù è stato paziente coi discepoli che non lo hanno com­preso, tra le folle che non l'hanno creduto, verso gli Apostoli che lo hanno abbandonato. Tu devi essere paziente. Perchè ti amareggi? Perchè dei ragazzi sono indisciplinati, ineducati, disattenti; e a che vale la tua impazienza? No; puoi alzare la voce talvolta, ma moderatamente, misurando sempre le parole, non mostrandoti mai non padrona di te. Piuttosto sii forte nel punire, e chiedi a Dio la luce e la grazia che non hai ».

(Benedicta Cristofoli: Wiera Francia - Unione Donne Cattoliche. Roma, 1931).

A che serve l'ira? Ci guasta il sangue e debilita i nervi; ci rende offensivi, antipatici e duri e irragio­nevoli anche nelle giuste nostre pretese; ci apporta spesso il contrario del desiderato; ci oscura le gioie della vita col tetro velo della malinconia; manifesta a tutti la debolezza del nostro carattere privo di forza e di moderazione. A che serve l'ira?

 

GLI INFEDELI

35. - FRA I SELVAGGI D'AMERICA.

La tribù dei Gaspesiensi, abitatori del fiume S. Lorenzo, prestava alla Croce un culto specialissimo, che diceva esserle stato insegnato dal cielo.

Durante una peste che minacciava di distruggere quella tribù, i vecchi più savi, avvertiti in sogno da un uomo di rara bellezza, convocarono in assemblea generale quanti restavano della loro nazione moren­te. D'unanime consenso decisero di ricevere amore­volmente il Segno della Croce, che da quell'Uomo Celeste era stato portato. Gli ammalati che con ri­verenza portarono la Croce, furono miracolosamente guariti. D'allora in poi non un solo selvaggio avreb­be osato comparire davanti agli altri, senza avere in mano o sopra i vestiti quel Segno di Salute.

Quando trattavasi di deliberare su un fatto im­portante, o conchiudere la pace, o dichiarare la guerra, il Capo-tribù convocava gli anziani. Costoro entravano nel consiglio, inalberando una Croce mol­to alta, e le facevano cerchio d'attorno, ciascuno al suo posto, con una Crocetta in mano.

Se trattavasi di mandare qualche ambasciatore ad una nazione straniera, il Capo nominava e faceva entrare nell'assemblea circolare quello fra i giovani guerrieri ch'egli riconosceva più adatto, e, confida­togli il segreto della missione, traevasi dal petto una bellissima Croce, avvolta in drappo prezioso, indi, mostratala riverentemente a tutta l'assemblea, faceva un'arringa per dichiarare tutte le benedizioni che la nazione Gaspesiense aveva ricevuto dal Gran­de Spirito per mezzo della Croce. Comandava poi all'ambasciatore di farsi innanzi e di riverentemen­te riceverla, e gliela poneva al collo, dicendo: «Va e custodisci questa Croce che ti libererà da tutti i pericoli fra i quali noi ti mandiamo». L'ambascia­tore usciva dal consiglio con la Croce al collo, quale segno di onore e carattere della sua missione; mai se la toglieva se non la sera per riporla sotto il guan­ciale, fiducioso che essa avrebbe cacciato tutti i mali spiriti durante il sonno. Al ritorno, la restituiva al Capo, in pieno consiglio, con simili cerimonie a quelle con cui l'aveva ricevuta, e davanti a tutti nar­rava le vicende e i risultati della sua ambasceria.

I Gaspesiensi nulla facevano, nulla intrapren­devano senza la Croce. Il Capo-tribù la portava in mano a guisa di bastone; i marinai la ponevano ai due capi delle loro canoe; le mamme, sulle culle dei loro bambini. La Croce era posta anche nei cimiteri, come nei cimiteri cristiani; anzi gli stessi morti era­no seppelliti con una Croce, simbolo di speranza per l'altra vita.

Come spiegare una simile tradizione fra questi barbari? Si ritiene con molta probabilità che gli Scandinavi si siano spinti fin là, tanto più che l'Islanda, conquistata dagli Scandinavi, era poco distante dalla Groenlandia.

(Rivista: Il Crocifisso - Passionisti. Roma, 1933).

Tutti i popoli, tutte le razze, tutti i colori sono egualmente accetti a Dio, quando ricevono le sue verità ed osservano i suoi comandamenti. La schia­vitù politica, economica, sociale, è cristianamente, oltrechè naturalmente, immorale.

36. - CONVERSIONE DEGLI ULATESI.

Quando S. Francesco Saverio si recò nell'isola Ulate, la trovò in armi e in procinto di arrendersi al nemico aggressore per mancanza di acqua, essen­do stata tagliata la conduttura.

Il Santo penetrò coraggiosamente nello steccato, si presentò al re, gli chiese autorizzazione di erige­re una Croce e prestarle culto pubblico, assicuran­dolo che avrebbe, ottenuto dal vero Dio l'acqua desi­derata. Inoltre esortò il re, se ciò avvenisse, a pro­mettere in nome delle isole a lui soggette, di rice­vere il Battesimo e la Religione cristiana. Il re, che vedevasi perduto e in una stagione lontana dalle piogge, acconsenti.

Allora il Saverio fece lavorare e collocare in luo­go elevato una grande Croce di legno, e, attorniato da un popolo di fanciulli, donne e soldati, pregò ginocchioni Iddio a non negare una pioggia d'acqua a quelle anime, per la cui salvezza Gesù non aveva negato tutto il suo sangue. Mentre perseverava nella preghiera, il cielo cominciò a coprirsi di nuvole; e poi, con immensa gioia di quel popolo, cadde la pioggia in tanta abbondanza che si riempirono tutti i recipienti e tutte le fosse scavate. I nemici, che solo confidavano di vincere con la sete degli asse­diati, spiantarono le bandiere e si ritirarono in fuga.

Stupefatti e vinti dal miracolo, il re e tutte le genti delle sue isole, fedeli alla promessa, si bat­tezzarono. (Bartoli: Vita di S. Francesco Saverio - Torino, 1890).

La conversione delle anime è frutto dell'aposto­lato cooperante e della Grazia divina meritataci dal Redentore Crocifisso. La Grazia, tuttavia, ordinaria­mente, non interviene col potente mezzo del mi­racolo, ma in modo naturale e progressivo.

37. - PIOGGIA DI CROCI SUGLI EBREI.

S. Vincenzo Ferreri (1350-1419), cogli scritti e con la parola, si era dedicato anche alla conversione dei figli d'Israele. Una volta, a Salamanca, contro il suo costume, andò alla Sinagoga, tutto solo e col Crocifisso inalberato, in un giorno in cui gli Ebrei vi erano radunati. Dominò subito con la forza irre­sistibile della sua eloquenza i primi moti della sor­presa; ebbe palpiti di amore e lacrime calde; fece brillare agli uditori la gioia della speranza cristiana; fece anche tuonare le minacce della Divina Giusti­zia: ma... tutto inutile. L'udienza restava fredda, glaciale. Era una completa disfatta. Allora, coll'ani­ma ardentemente tesa verso il Crocifisso che trema nella sua mano, prorompe in una preghiera suprema. Il prodigio avviene. Fra le volte del tempio, nume­rose, piccole, candide Croci appariscono, e lievemen­te vanno a posarsi su ciascuno degli uditori. L'effetto fu pieno, tutti chiesero il battesimo.

Il fatto prodigioso è sicuramente storico: fu re­gistrato nelle cronache dei Domenicani di Salaman­ca, centro di grande cultura e sede della Inquisizio­ne: ce lo attesta anche la Sinagoga che da allora fu cambiata in chiesa cattolica col titolo di « Vera Crux ». (E. Battaglia: Un grande Apostolo - Dome­nicani. Firenze, 1919).

L'eloquenza, sì, è bella, è ammirevole; ma vale zero senza la Grazia. La Grazia può supplire l'elo, quenza; ma questa non può supplire quella.

38. - FUGA DI SPIRITI.

L'imperatore Giuliano (331-363), rinnegata la Fede Cristiana, tentò di ripristinare il paganesimo e di sopprimere i seguaci della vera Religione. S. Gre­gorio Nazianzeno, in un discorso contro questo im­peratore apostata, narra il seguente fatto, riportato anche da S. Agostino.

Giuliano era sceso in un sacello sotterraneo, ac­compagnato da un mago, assai celebre in quei tempi. Appena entrati sentirono rimbombare in quella mi­steriosa caverna suoni fragorosi e grida orribili, men­tre spettri spaventosi apparivano avvolti da fiamme. L'imperatore cominciò a tremare, ed essendo stato già cristiano, si fece subito il Segno della Croce. Ba­stò questo perchè gli spettri subito si dileguassero. Si ricomincia allora il superstizioso rito, ed ecco to­sto ricomparire i mostri, suscitando nell'imperatore nuovo altissimo terrore. Ripetè egli il Segno della Croce, e i demoni presero nuovamente la fuga. (S. Gregorio Nazianzeno. Tomo I; Discorso contro Giuliano - Antonio Zatta. Venezia, 1753).

Il Segno della Croce, salvo contrari disegni del­la Divina Provvidenza, ha un'efficacia formidabile contro tutti i pericoli e contro tutte le potenze oc­culte. Di f ronte ai cornetti e consimili gingilli super­stiziosi, l'inferno ride; ma paventa e fugge di f ronte all'immagine del Crocifisso o al Segno della Croce.

 

GLI INFERMI

39. - IL SOLLIEVO PIU' EFFICACE.

Una lunga esperienza aveva persuaso S. Giu­seppe Cafasso (1811-1860), che negli ultimi momenti della vita, tutto ciò che sa di mondo, di terreno, di affetti passeggeri non fa che annoiare il morente; ma basta porre tra le sue mani un Crocifisso, per dargli sollievo efficacissimo, insostituibile.

Narra il Santo nei suoi scritti: « Una persona di bel tempo moriva nel fiore degli anni; tra lamenti e gemiti, si lagnava anche di trovarsi sola e abban­donata. Il Sacerdote che l'assisteva le disse - No, non è sola. Se tutti l'hanno abbandonata, c'è un altro amico che viene a presentarsi, un altro perso­naggio che si offre a farle compagnia -. E mostran­dole un Crocifisso, soggiunse: - Eccole il vero Ami­co che le rimane al mondo! Gli altri in questo mo­mento la fuggono, si nascondono, ma Questi si fa avanti, si dispone a partire con lei finchè non sia salva al finire del suo viaggio -. La povera inferma prese . il Crocifisso, lo volle fra le mani e lo tenne stretto fino all'ultimo respiro ». Il Sacerdote che presentò il Crocifisso alla mo­rente, era proprio S. Giuseppe Cafasso. (C. Salotti: Il "B. Giuseppe Cafasso - Marietti. Torino, 1925).

Chi sta per lasciare il tempo, non può sollevare lo spirito coi sollievi temporali. L'unica fonte di dolci ed eterne speranze è il Crocifisso, morto appunto per santificare la nostra morte e favorire il nostro ingresso nelle beate soglie del Cielo.

40. - O REVOLVER O CROCIFISSO!

L'episodio è raccontato dal giornale parigino la Croix.

Un povero ammalato giace nella corsia dell'ospe­dale. Il male non cede; ma avanza giorno per giorno inesorabile. E' tutto un cadere di speranze. Qua­si del tutto paralitico, il malato soffriva molto, e co­minciò a chiedere con insistenza, con grida, con occhi stravolti... che cosa? La Suora assistente, una delle piccole Suore di Nevers, corse presso l'infermo per vedere cosa chiedesse. Domanda frenetico: «Un revolver!». La Suora ebbe un attimo d'ispirazione, salì tosto verso la parete, staccò il Crocifisso, lo po­se tra le mani febbricitanti del paralitico, dicendogli: « Questo occorre a voi, o povero fratello mio! ». Gli occhi del malato ebbero un guizzo indefinibile, poi si inondarono di caldo pianto, e quelle labbra che invocavano la morte come unico sollievo, ora baciarono la Immagine divina che gl'infuse senti­menti di conforto e di pentimento. (M. Formiconi: Note e Spunti per l'Apostolato - Roma, 1934).

Soltanto davanti alle atroci sofferenze di un Dio, agonizzante, coronato di spine, flagellato, crocifisso «per amore», il credente può sentir coraggio di sopportare, e «con amore» le atroci sofferenze della propria malattia.

41. RISPONDE CON UN SORRI50 (1878 + 1903).

Gemma Galgani stava tra le Zitine e frequentava le elementari. Un piede si ammala e gonfia molto; ma non ne parla ad alcuno. Un giorno però, a scuo­la, una panca le cade accidentalmente proprio sul piede ammalato e il tumore si rompe. E' costretta a parlarne al babbo e a mettersi a letto.

Soffriva tanto! Ma il Crocifisso, che teneva sem­pre presso di sè e che baciava frequentemente, le infondeva tale forza da soffrire il male serenamente. Una Suora le domandò: « Gemma, hai sofferto? ». Ella rispose con un sorriso.

Il chirurgo dovette operarla tagliando il tumore e raschiando l'osso. Gemma non emise un lamento, e uno dei medici presenti, meravigliato di tanta fortezza, le disse con compiacenza: « Brava, Gem­ma, hai avuto buon coraggio! ». E anche al medico, Gemma rispose con un sorriso.

(P. Amedeo Passio­nista: La B. Gemma Galgani - Roma, 1933).

Sì, anche gli stessi fanciulli, abituati alla cono­scenza e all'amore del Crocifisso, divengono capaci di tale eroismo, quale sovente non si riscontra nep­pure negli stessi adulti.

42. - MARIA DEL PACE (1793 + 1846).

Immaginate una giovane donna che per 19 anni resta immobilizzata, nel modo più assoluto e nella posizione più disagiata e tormentosa, senza mai un lamento sul labbro; anzi con serenità sorprendente, dichiararvi la sua felicità. Non vi pare di sognare? Eppure è la storia di una giovane fiorentina.

Nella sua povera cameretta, Sacerdoti e Prelati si avvicendarono per celebrarvi la Messa, a conforto della inferma, per propria devozione, e per otte­nere grazie unendo il sacrificio di Gesù a quello della martire.

Gracile di costituzione, sottoposta sin da fanciul­la a varie infermità, fu colpita da una spaventosa spinite che la immobilizzò per sempre, con il corpo piegato in due e la faccia declinata sui piedi. Quale pietà era mai vederla di notte, di giorno, mesi, anni, sempre in quella positura! Come non sarebbe scop­piata spontanea la disperazione?

Maria del Pace, al contrario, rimasta una can­dida colomba di purezza, all'età di 34 anni, quando le sopravvenne la terribile malattia, aveva molto pro­gredito alla scuola del Crocifisso. Il male del corpo non sminuì, accrebbe anzi lo slancio dell'anima ver­so il Redentore Crocifisso, la cui immagine teneva sempre in mano, sebbene dovesse stentare per fissar­vi lo sguardo. La pietà e la devozione al Crocifisso le fecero gustare delizie celesti, e le gioiva il cuore considerandosi tanto somigliante allo Sposo Divino.

Pellegrinaggi si avvicendarono di continuo alla sua stanzuccia: persone meno infelici di lei ricorrevano proprio a lei, infelicissima, per chiederle con­forto, sollievo ed aiuto; sembrava che il Signore aves­se depositato nel suo cuore inesauribili conforti per tutti.

Mori con segni di straordinaria santità, vene­rata ed invocata ancora dai fedeli. Il suo corpo ripo­sa nella chiesa di S. Salvatore al Monte.-

(Rivista: Il Crocifisso - Passionisti, Roma, 1939).

La forza, il coraggio, - lo slancio, la gioia... pro­dotti dalla Grazia, non hanno sovente alcun legame con le condizioni fisiche del nostro corpo. Per effetto della Grazia, il bambino può essere più capace del­l'adulto, il debole più resistente dei forti, l'illetterato più savio degli studiosi, l'ammalato più sereno e più lieto dei sani. Nella devozione al Crocifisso è il se­greto di tale Grazia.

43. - SANTA FRANCESCA ROMANA (1384 + 1440).

Proprio alcuni mesi dopo il matrimonio cadde ammalata e si ridusse agli estremi: i medici forse non identificarono il male, e le medicine lo peggiorarono. Alcuni parenti fantasticavano che si trattasse di qual­che magheria, ed insistevano perchè si ricorresse ad una fattucchiera. La Santa, all'udire tali discorsi, ne rimase indignata, e non volle che in sua presenza più se ne parlasse, protestando di stimare più l'onore di Dio che la sua salute, di aborrire più il peccato che qualsiasi penosa malattia. Aggiunse che si ab­bandonava al divin volere, e, se a Dio piaceva, si sentiva troppo felice di fargli il sacrificio della vita. Nel corso della malattia restò per lo più in si­lenzio, guardando e meditando il Crocifisso, e a imitazione del divin Maestro dava continui esempi di pazienza, si lasciava maneggiare come altrui pia­ceva, e mai fu udita lagnarsi per qualche mancanza di assistenza.

Dio premiò tanta virtù; e mentre tutti erano persuasi della sua prossima fine, ella abbandonò il letto e ben presto ricuperò le forze. (L. Ponzileone: Vita di S. Frane. Romana - Salviucci. Roma, 1829). Presso l'infermo intervengano soltanto il medico e il sacerdote: il primo faccia il meglio che sa e che può; il secondo appresti gli aiuti soprannaturali del­la preghiera e dei Sacramenti. Qualsiasi ricorso ad arte occulta, non può che irritare la Divina Giustizia e per nulla giovare all'ammalato, che anzi si potreb­be impressionare sinistramente con effetti danno­sissimi.

44. - S. BERNARDETTA SOUBIROU (1844 + 1879).

Aveva appena ricevuto l'abito religioso tra le Suore di Nevers, e la prediletta dell'Immacolata fu costretta a passare nell'infermeria. Durante le crisi d'asma, secchi colpi di tosse le straziavano il petto; ma neppure un lamento le usciva dalle labbra. Sol­tanto fissava lo sguardo con immenso affetto sul Cro­cifisso, e ripeteva: «Gesù mio!». Il pericolo di una morte imminente suggerì ai superiori di anticiparle la professione dei voti, dopo la quale però si rimise completamente.

L'amore a Cristo, vittima delle anime, le ispira­va sacrifici per i peccatori, per la Chiesa, per il Papa. In una lettera a Pio IX tra l'altro gli dice: «Che potrei fare, Padre Santo, per testimoniarvi il mio amore filiale? Non posso che continuare quello che ho fatto prima: soffrire e pregare. Da qualche anno mi sono costituita «Zuavo» di V. Santità, e le mie armi sono le preghiere ed i sacrifici, armi che cu­stodirò sino alla fine della mia vita: allora depor­rò solamente l'arma del sacrificio, ma quella della preghiera mi seguirà nella eternità». E Pio IX, quasi ad animarla a perseverare in tanto eroismo, le man­dò un Crocifisso, a cui era annessa l'indulgenza ple­naria «in articulo mortis».

Altri mali fisici vennero a tormentarla. Sebbene inchiodata a letto, partecipava in spirito a tutti gli esercizi della comunità. Quando le Suore si porta­vano all'orazione, ella, stringendo tra le mani il Crocifisso, rimaneva assorta nell'orazione per tutto il tempo stabilito dalla regola. Ogni giorno davanti al Crocifisso praticava la via Crucis per le care ani­me del Purgatorio.

Aveva scritto: « O Gesù mio, fatemi compren­dere la gelosia dell'amore celeste: distaccate, in­nalzate i miei affetti. Mio Dio, datemi, ve ne pre­go, l'amore della Croce. Fate che Vi ami e Voi ama­temi pure, e poi, se Vi piace, crocifiggetemi... Per amore di Gesù, accetterò generosamente le priva­zioni, le sofferenze, le umiliazioni... Ad esempio di Gesù e per amore di Gesù porterò la Croce nasco­sta nel mio cuore con coraggio e generosità... Quanto più sarò crocifissa, tanto più me ne rallegrerò! ». E la sua vita fu perfettamente conforme a quanto aveva scritto.

La Superiora del convento di Cahors le aveva mandato un Crocifisso: ella, ringraziando, rispose: «Da tanto tempo desideravo un Crocifisso per collo­carlo accanto al mio letto. Ho il permesso di tenerlo con me. Sono più felice col mio Cristo sul letto, che non una regina sul suo trono ». Sul terminare della vita un'assistente le disse: «Sorella mia, voi siete in questo momento sulla Croce». - «Gesù mio, oh, quanto l'amo!» - rispose, mentre stendeva le braccia formando con la persona una Croce. Per non separarsi dall'immagine del Crocifisso che le infon­deva sublimi sentimenti, aveva domandato che glielo fissassero sul cuore non potendolo più stringere tra le mani. Negli estremi momenti, fu allietata da una dolcissima visione; poi tornata in sè, prese ella stessa il Crocifisso in mano, lo baciò e disse: «Ho sete!», accostò appena le labbra ad una bevanda offertale, fece un'ultima volta il suo ammirabile Segno di Cro­ce, come i suoi occhi l'avevano visto fare alla Bian­ca Regina, e la si udì appena mormorare: «Santa Maria, Madre di Dio, prega per me povera pecca­trice...». La generosa vittima spirava dolcemente invocando l'Immacolata.

(M. Maria Teresa: S. Ma­ria Bernarda - Suore di Nevers. Roma, 1913).

Per morire come i Santi, bisogna vivere come i Santi, e quanto più rassomiglieremo a loro nella virtù, tanto meglio rassomiglieremo a loro nel beato transito finale.

 

I MARTIRI

45. - S. ANDREA APOSTOLO (1° secolo).

L'arte cristiana ci raffigura questo Apostolo ora presso un rozzo patibolo, su cui volge lo sguardo desioso, ora in atto di appoggiarvi l'atletica e stanca persona, più spesso in atto di agonizzarvi sopra. Tale patibolo è la cosidetta Crux Decussata, formata da due grosse travi disposte ad X. Il martire in­chiodato sulle traverse così incrociate, restava con le braccia e con le gambe allargate.

Andrea, fratello di Pietro, nativo di Betsaida, seguace del Battista, divenne il primo e fervente discepolo di Gesù, del quale godè una speciale familiarità e dilezione. Dopo la Pentecoste, secondo antiche testimonianze, a Lui toccò di evangelizzare la Cappadocia, la Galazia e la Bitinia, fino alla Sci­zia (Crimea): di 1i, dopo di essere tornato a Geru­salemme, risalì il Nord verso l'Epiro (Albania) e la Tracia (Bulgaria); scese nell'Acaia e si fermò a Pa­trasso in Grecia.

Qui il venerando Apostolo dovè redarguire il proconsole Egea, perchè osava opporsi alla predica­zione del Vangelo, dicendogli liberamente che, es­sendo giudice degli uomini, si ricordasse di avere anche lui un giudice in cielo. Le franche parole di Andrea punsero l'orgoglio del proconsole, il quale a sua volta apostrofò l'Apostolo dicendogli: « Smetti di elevare al cielo quel Cristo, al quale le stesse tue parole non valsero dall'essere sottratto alla pena di Croce». Ma l'Apostolo protestò energicamente che, se il Cristo era morto in Croce, non lo fu per alcuna debolezza o reità, ma solo perchè spontanea­mente si era offerto a quel martirio per la salute del genere umano. Incapace di comprendere un tal mi­stero, l’empio proconsole sentenziò che Andrea, quale disprezzatore degl'idoli, fosse condannato alla Croce.

Nessun eroe romano, cui il senato abbia decre­tato gli onori del trionfo, tripudiò mai quanto tri­pudiò l'Apostolo nell'apprendere la sentenza. Rag­giante di gioia, circondato dai carnefici e dalla turba piangente dei fedeli, il venerabile vecchio s'incammi­nò al luogo del martirio, e al vedere da lungi il desi­derato patibolo, erompe in una sublime esclamazione che per i secoli formerà il grido di esultanza di tutti i martiri della Fede: «Salve, o buona Croce! santa, preziosa, desiderabile Croce! impreziosita dalle mem­bra stesse del Redentore, lungamente desiderata, con immenso amore amata, senza fine cercata, e più d'una volta all'animo bramoso preparata! Toglimi, o Santa Croce, dagli uomini e rendimi al mio Mae­stro, acciocchè mi riceva per te, Colui stesso che per te mi redense!».

Fra la turba immensa degli spettatori, l'Apo­stolo fu confitto sulle rozze traverse di quella Croce, dalla quale per due giorni intieri, come da una

cattedra, non cessò di predicare le glorie eccelse del Maestro Crocifisso, la cui morte sapeva così bene imitare.

La Croce è il sospiro dei Santi! è l'orrore dei mondani! Perchè?... E' solo questione di Fede. E' vero, molti sono i credenti, ma la loro Fede spesso

è offuscata da pregiudizi mondani: ecco la ragione per cui sono pochi gli amatori della Croce.

46. - SANT'IGNAZIO (... + 107).

Secondo successore di S. Pietro nella Cattedra di Antiochia, l'anno 106, sotto l'imperatore Traia­no, fu arrestato e condotto a Roma. Tra le lettere che scrisse alle varie Chiese durante il viaggio, la più celebre è quella ai Romani, con la quale li pre­venne a non interporre i loro uffici per liberarlo dal martirio, da lui sì vivamente bramato. In essa dice: « Che nulla m'impedisca di ottenere l'eredità che mi è riserbata! Io temo la vostra carità. Voi non per­dete nulla, e io perdo Iddio, se riuscite a salvarmi. Lasciatemi essere il nutrimento delle belve, dalle quali mi sarà dato di godere Dio. Io sono frumento di Dio: è necessario che io sia macinato dai denti delle belve, affinchè sia trovato puro pane di Cristo. Pregate il Signore per me, affinché di queste mem­bra sia fatto un sacrificio a Dio. Ora comincio ad es­sere un vero discepolo. Fuoco o croce, mandre di belve, slogamento d'ossa, mutilazione di membra, tritamento di tutto 9 corpo, che tutti i supplizi del demonio cadano su me, purchè possa godere Gesù Cristo. Io cerco Colui che è morto per noi, e voglio, voglio Colui che per noi è risorto. Lasciatemi essere imitatore della Passione del mio Dio»

(P. Allard: Storia Critica delle Persecuzioni – Libr. Editr. Fiorentina. 1923. Vol 1).

La sete ardente di morire per Cristo e l'entu­siasmo del martirio, per i primi duecento anni, f u l'anima del Cristianesimo: e lo sarà sempre, sino alla fine dei secoli, anche in mancanza di persecutori esterni, se nel cuore dei cristiani arderà viva la fiamma della carità per Iddio e per il prossimo: è difatti proprio della carità perfetta anelare al martirio.

47. - IL P. MICHELE AGOSTINO PRO

E' uno dei più celebri martiri moderni di Cri­sto Re. Cadde nel Messico glorioso il 23 novembre 1927, dinanzi ai fucili dei ministri di Calles, la ma­no sinistra avvinta dal Rosario della Madonna, e la mano destra che stringe affettuosamente il Crocifisso. La sua vita è un magnifico romanzo di avven­ture eroiche per la difesa della Chiesa e per il suo apostolato tra i minatori. La sua morte sparse come un'onda di ammirazione in tutto il mondo cattolico e non cattolico. Quale il segreto del suo eroismo? Anzitutto il Crocifisso.

«La Croce! la Croce di N. S. Gesù Cristo! Essa significa per noi: amore, amore ardente, amore costante, follia d'amore. Studiamo questo libro pre­zioso». - E poi l'Addolorata: Scriveva infatti: «Lasciami vivere accanto a te, Madre mia, per tener compa­gnia alla tua solitudine triste e al tuo profondo dolore; lasciami vivere nella mia anima il lamento doloroso dei tuoi occhi e lo strazio del tuo cuore. Ciò. che io voglio sul cammino della mia vita, non è la letizia di Betlemme, non è l'adorazione del Dio Bambino nelle tue mani verginali, non voglio godere nella tua umile casa di Nazaret della cara presenza di Gesù, nè unirmi al coro degli Angeli nella tua gloriosa Assunzione. Ma voglio nella mia vita gli scherni e le beffe del Calvario, voglio la lenta pri­gionia del tuo Figliuolo, il disprezzo, l'ignominia, l'infamia, amare il mio e tuo Dio con l'immolazione del mio essere».

Prima di essere fucilato aveva detto: «Tenetevi pronti a farmi le vostre domande, quando sarò in Paradiso».

(Rivista: L'Apostolo del Crocifisso e del­l'Addolorata - Serviti. Roma, 1930).

Il martirio è l'espressione massima dell'amore per Iddio. Chi generosamente lo affronta, ottiene la totale remissione di ogni proprio debito spirituale, una,, particolare corona di gloria, una potente inter­cessione presso il trono dell'Altissimo, e, dopo con­veniente processo storico, l'universale venerazione dei fedeli sopra la terra.

48. - RINUNZIA AL TRONO (... + 295).

Santa Susanna, vergine e martire. nipote de papa S.. Caio e intima parente dell'imperatore Dio­cleziano, fin dagli anni più teneri aveva consacrato a Dio il candido giglio della sua verginità. Per le non comuni doti di corpo e di spirito, l'imperatore voleva darla in isposa a Galerio Massimiano che aveva associato all'impero, e ne fece proposta a Gambino, padre della Fanciulla. Questi si presenta a Su­sanna e le dice:

- Orsù, figlia mia, tu hai ben compreso il pre­gio e la dignità di essere sposa di Gesù Cristo, sic­come lo sei di fatto?

- lo ne sono tanto convinta, rispose Susanna. che a parer mio i troni e le corone di questo mon­do sono in confronto un puro nulla..

- Tu giudichi saviamente, riprese Gambino; ma se l'imperatore ti avesse destinata, in isposa a Gale- rio, questa novella condizione e dignità - d'imperatrice, non costituirebbe un confronto. con l'amore del tuo sposo Crocifisso?... E se tu dovessi scegliere: fra la corona imperiale e la morte da tollerarsi per amor di Gesù Cristo?

- Ah, padre mio, quanto sarei felice, se mi venisse concesso di dar la vita per amor del mio sposo divino, che ha sparso per la mia salute il suo pre­ziosissimo Sangue! Nessuna porpora è capace di al­lucinarmi, nessun martirio di spaventarmi!

- Tu avrai l'occasione tra breve di darne la prova.

Qui il generoso padre si fa ad incoraggiare la figlia al prossimo combattimento. E Susanna op­pose a tutte le lusinghe e minacce la più incrol­labile costanza, e i più atroci supplizi non valsero a farla vacillare un istante nelle promesse giurate al suo sposo divino. Fregiata della duplice corona della verginità e del martirio, questa Santa è venerata dalla Chiesa il giorno 11 agosto. (G. Deharbe: Catechismo Cattolico - Parenti. Firenze, 1877. - C. Ceccaroni: Dizion. Ecclesiastico - Vallardi. Milano, 1897).

Miss. Miss Primavera, Miss Italia, Miss Mondo, ecc., ecc.; stupidaggini di un mondo senza Fede. Nessun eroismo, anzi nessun benchè minimo sforzo di volontà per divenire una f igurella da giornale. Essere una vergine, mantenersi integra e nel corpo e nell'animo... quanti son capaci di comprendere que­st'eroismo, e quanti capaci di affrontarlo? quale for­za di volontà, quante piccole e grandi vittorie sulla corrotta natura? E chi potrà poi esaltare la verginità congiunta al martirio? La Chiesa, solo la Chiesa Cat­tolica è in grado di offrire un luminoso titolo di gloria alle fanciulle.

49. - SANTA MARIA GORETTI (1890 + 1902).

Colpita da 14 pugnalate per non macchiare il giglio immacolato della sua verginità, Maria Goretti fu ricoverata nella clinica dei Fatebenefratelli in Nettuno (Roma), dove i medici tentarono di salvarla. La poverina non potè essere addormentata, e sop­portò con eroismo non comune l'operazione di due ore. Tagli, cuciture, disinfezioni, finirono di croci­figgere quella carne innocente.

Vedendo la mamma, tentò di nascondere le sue sofferenze: «Mamma, disse, ora sto bene».

Ma poco dopo: «Mamma ho tanta sete! ». - Pazienza, figlia mia, tutto per Gesù!.

- Possibile, mamma, che non mi possa dare una goccia d'acqua?.

La Suora le presenta il Crocifisso; ella lo bacia se lo stringe al cuore: «Sì - ripete - tutto per Gesù, anche la morte! ».

E la morte si avvicina rapidamente.

L'arciprete di Nettuno, Don Temistocle Signori, per disporla al grande passo, le domandò: « Maria, vuoi perdonare all'assassino?».

La martire ebbe un brivido di terrore e di re­pulsione, ma, stringendo tra le mani il Crocifisso, disse: «Sì, per amore di Gesù, gli perdono... Dal cielo pregherò per il suo pentimento». E ricordando Gesù che aveva perdonato al ladro crocifisso, aggiun­se: «Anch'io lo voglio in Paradiso con me».

La novella Agnese del secolo XX, intrecciando gigli e rose, il 6 luglio 1902, saliva radiante di gloria alle altezze dei cieli.

(P. Aurelio Passionista: La B. Maria Goretti - Roma, 1947).

La natura dei Santi non era dissimile dalla nostra; anch'essi provarono naturalmente orrore al martirio o al perdonare i propri nemici. Ma qui en­tra il mistero della Grazia che non viene negata a chi in modo conveniente la cerca da Dio. Senza la Grazia, siamo vili, incapaci, e forse furibondi nel coprire la nostra debolezza col manto di mille appa­renti ragioni. Con la Grazia, siamo forti, potenti, capaci di frenare e vincere le più impetuose passioni dell'animo, di perdonare l'assassino, di subire con lieto animo anche il martirio.

 

I MEDICI

50. - SEN. ANTONIO CARDARELLI (1832 + 1827)

Clinico italiano di fama mondiale, Professore al­l'Università di Napoli. Deputato per cinque legi­slature, Senatore dal 1896, noto per vari studi e sco­perte nel campo patologico, fu fiero di essere e di apparire cristiano.

Nell'ultima infermità volentieri s'intratteneva a - parlare di Dio. Visitato dal Sen. Leonardo Bianchi, mostrandogli il Crocifisso, gli disse: «Ecco il vero amico e l'unico conforto! ». Di poi chiese da sé stesso gli ultimi Sacramenti, e tra le invocazioni di Gesù e di Maria chiudeva tranquillo la sua terrena esistenza. Era nato a Civitanova del Sannio, e moriva a Napoli. (Rivista: Il Crocifisso - Passionisti. Roma, 1927. - Il Nuovissimo Melzi - Vallardi. Mi­lano, 1954).

Amici ne possiamo avere; ma l'amico che su­pera tutti gli amici nell'amore è il Crocifisso. Non rare volte gli amici terreni o si allontanano o sono impotenti ad aiutarci; il Crocifisso, invece, è per il credente il conforto e l'aiuto indefettibile, special­mente quando la vita si spegne.

51. DOTT. GUIDO NEGRI (1888 + 1918).

«oglio divenire un santo: voglio suscitar san­ti. Lo posso, lo voglio, lo devo, o Gesù!». Ecco lo anelito costante di questo professore universitario. di questo medico, di questo capitano che, per l'alta virtù e dedizione, meritò ancor vivente lusinghieri e innumerevoli encomi e dai più oscuri amici e dai più augusti personaggi. Nel giovane dalla cravatta svolazzante e margherita all'occhiello, frequentatore di circoli cattolici e ritrovi secolareschi, nel brillante ufficiale, palpitava un'anima che si librava verso le vette della perfezione.

E chi gli dava ali per i voli dello spirito? Il Crocifisso!

«Ecce Homo! - esclamava indicando il Croci­fisso - ecco l'Uomo! Sinora era ideale l'uomo sazio di gioia, coronato di rose. Ora il sogno, la vita convergono in un Doloroso, cinto di spine, vestito di sangue, scettrato di canna. I Santi, cui farà ban­diera e modello il Doloroso, saranno flagellati, co­ronati, crocifissi... Oh potessi un giorno riposarmi su di una Croce!... deve essere divino! ... ».

Ed eccolo alla pratica realizzazione.

Guido, come ogni figlio di Adamo, sentiva in sè il fermento del peccato originale, e le basse sol­lecitazioni. Ma per ispegnere gli ardori dell'appetito

e conservare tutto il profumo al giglio della sua purezza, si valse di una mortificazione severa. E non solo fuggiva i diletti peccaminosi, procurava altresì di sentire un riverbero dei dolori espiatori e san­tificatori di Gesù. Dal 1910, ogni venerdì cingeva il cilizio e nel segreto della sua stanza si flagellava a sangue. Solo l'autorità del confessore poteva mode­rare il suo spirito di penitenza. Il giovedì sera, dalle undici alla mezzanotte, entrava in orazione e si univa con tutta la sua anima all'agonia del Reden­tore nel Getsemani.

Amava santificare il venerdì anche con la Comu­nione Eucaristica. Un Cappellano militare narrò que­st'episodio: «Un giovedì sera ricevetti da lui un biglietto così concepito: - Per domani, venerdì, alle ore tre pomeridiane, vengo da lei per fare la S. Comunione -. Celebrata la Messa, preparai una particola consacrata e la deposi nel tabernacolo di sassi, sotto la mia tenda. All'ora stabilita ecco il ca­pitano, tutto trafelato, venir da me per ricevere il Signore. .- Spero, gli dissi, che non avrà voluto rimanere digiuno fino a quest'ora. - Sì, sono di­giuno, rispose, ma la S. Comunione basta da sè sola a ,saziare la mia fame -. E la ricevette con la devo­zione di un angelo. Ho poi saputo che aveva vegliato tutta la notte precedente coi suoi soldati, e che quella mattina aveva lavorato per rafforzare le trin­cee. E per venire da me aveva dovuto camminare per due ore tra picchi e rocciose scoscese».

Il Crocifisso lo rese ardente e infaticabile apo­stolo tra studenti, amici, soldati, ammalati. Il Cro­cifisso non si dipartiva mai dal suo pensiero o dalla sua azione. «L'immagine del Calvario - scriveva - nella vita di ogni giorno si fissa vivamente in me: ogni giornata mi pare un piccola Golgota».

Avuto in dono un Crocifisso, vi costruì un pie­distallo a mo' di calvario, perchè meglio parlasse al suo cuore. Il suo diario, come per dire che la sua vita camminava giornalmente per le vie del sacrifi­cio, era intitolato «Itinerario della Croce». Il Croci­fisso gli ispirò zelo ardente per la Chiesa e per la Patria e poteva scrivere ad un amico: «La Chiesa Santa e la Patria diletta, unite e fuse nel solo amore dei miei vent'anni, sono come due grandezze che si integrano».

Sui vari campi di battaglia diede infinite prove di coraggio e di abnegazione. Il 27 giugno 1916, sul Colombara, cadeva colpito al cuore. Cristo e la Pa­tria accettarono quel sangue uscito da un cuore tan­to generoso.

(G. Gribaudo: Un Capitano Santo - S. E. I. Torino, 1919).

Presso il Crocifisso, il desiderio della santità s'in­fiamma, ed un cuore generoso non può non ripe­tere col Negri: «Posso divenir santo, lo voglio, lo devo, o Gesù! ».

32. - IL BEATO ALQUIRINO DI CHIARAVALLE.

Tuttora nel secolo, esercitando la medicina, si accostava agli infermi con, tanta fede e carità cri­stiana da baciarne le piaghe con tenerezza, come se baciasse le piaghe di Gesù. Divenuto monaco nella celebre abbazia dei Cisterciensi, fondata nel 1115 da S. Bernardo, la sua devozione alle Piaghe di Gesù crebbe ancora.

Essendo infermo anche lui e all'estremo della sua vita, un'apparizione del Crocifisso gli riempi l'animo di gioia incontenibile. All'Abbate ed ai mo­naci che, meravigliati di quegl'insoliti sentimenti di allegrezza, gliene chiesero il motivo, non potè fare a meno di rispondere: «Miei fratelli, a me, quan­tunque indegna creatura, N. S. Gesù Cristo ha vo­luto apparire con volto divinamente lieto e festo­so, e assicurandomi della remissione dei miei pec­cati, ha detto: - Vieni, bacia le mie Piaghe che tanto hai venerate e tante volte medicate -. Sto per morire, ma in questi momenti ogni timore è sparito e la mia anima è inondata di celeste alle­grezza».

(Tommaso Auriemma: Stanza dell'Anima Divota - Mareggiani. Bologna, 1895).

L'arte salutare della medicina, esercitata con lealtà e giustizia, eleva il medico a benefattore del­l'umanità; ma, esercitata con Fede, lo sublima al servizio del Corpo Mistico di Gesù Cristo, che ri­ceve fatto alla sua stessa persona, quello che cari­tativamente vien fatto al prossimo.

 

I MILITARI

53. - IN HOC SIGNO VINCES!

Sulle acque del Tevere, il giovane imperatore Costantino, alla testa dell'armata, muoveva. contro Massenzio, per liberare l'infelice città di Roma da questo mostro d'inferno. Diffidando però dell'arma­ta, Costantino aveva chiamato le divinità a prender parte alla sua causa. Ma, poco dopo l'ora del mezzo­giorno , una Croce sfolgorante di luce gli apparve in alto, attorno alla quale a caratteri splendenti leg­levasi: «In Hoc Signo Vinces!». Tutto l'esercíto, al pari dell'imperatore, vide questo singolare fe­nomeno. Solo al principe fu svelato il significato. Difatti la notte seguente Gesù gli apparve col me­desimo Segno, gli ordinò di riprodurlo nei «Labari» e di recarlo in battaglia. L'ordine venne tosto ese­guito.

Lunga fu la battaglia; ma la vittoria non po­teva essere più strepitosa. Massenzio affogò con le sue truppe nel Tevere, dove ne fu trovato il corpo, carico d'una pesante corazza e sepolto tra la sabbia e il fango.

L'imperatore decise di farsi cristiano, e la sua opera fu da quel momento tutta rivolta a rimediare alle sciagure della tirannia, a richiamare tra i ro­mani la felicità dell'ordine civile, e soprattutto a do­nare alla Chiesa di Gesù Cristo la pace e la piena

libertà di culto.

(P. Allard: Storia Critica delle Per secuzioni - Fiorentina. Firenze. 1923).

La Croce è la suprema bandiera delle vittorie Cristo vinse con Essa l'inferno, e la lasciò in retag­gio ai suoi combattenti. Ogni vittoria genuina e dura- , tura, sia nell'intimo dell'individuo, sia nelle fami­glie o aggregazioni, sia nella vita economica, poli­tica o religiosa, si effettua soltanto all'ombra di que­sta bandiera.

54. EUGENIO DI SAVOIA.

Questo Principe, nel 1717, sul punto di lasciare Vienna, per guidare l'esercito ungherese, si presen­ta a Carlo VI e ne chiede gli ordini. L'imperatore, commosso, lo abbraccia con queste parole: «Siate fedele al Generalissimo! ». Il Principe italiano do­manda: «Chi è questo Generalissimo?». E l'impe­ratore, dandogli un Crocifisso: «Ecco il Generalis­simo, sotto i cui ordini voi andate a combattere i nemici del nome cristiano!».

Eugenio bacia con riverenza la S. Immagine, e, pieno di fede, va, impegna la lotta, e ogni battaglia è un trionfo. (Bertolotti: Fatti Storici - Ricci. Sa­vona, 1884).

Ogni combattente prende animo e forza dal co­raggio e dalla intrepidezza del proprio generale. Non pochi cristiani vengon meno nelle prove della vita, perchè non combattono sotto lo sguardo del proprio Duce: il Crocifisso!

55. GENERALE FEDERCO BELLOTTI (... + 1924)

Prima di morire dispose nel testamento: «De­sidero che il mio corpo discenda nella terra e che sulla tomba siano scritte queste sole parole:

QUI GIACE UN GALANTUOMO CREDENTE CONVINTO ED OSSERVANTE.

Nelle «Memorie» lasciate ai congiunti vi é questa fervida testimonianza resa al Crocifisso e alla piccola e graziosa immagine di Lui: «Questo Cro­cifisso mi ha seguito per 40 anni, di giorno stretto al petto nella tasca interna della giubba, di notte sotto il guanciale: dinanzi a Lui ho pregato e pian­to: l'ho baciato sempre mattina e sera. Mi ha protet­to in gioventù, mi ha salvato nei pericoli, e in questi ultimi tempi mi ha dato forza, coraggio e rassegna­zione». (L'Ordine della Domenica - Como, 1924).

Per tutti gli uomini, abbiano essi le intenzioni più rette, la vita è un intreccio continuo di lotte intellettuali, fisiche e morali, che sospingono lo spi­rito ora a destra e ora a sinistra, ora in alto e ora in basso. Si riesce ad essere galantuomini di vero nome e si acquista il forte carattere di credenti con­vinti e praticanti, se, con benintesa devozione, si at­tinge di continuo alle acque vigorose che sgorgano dalla Croce.

56. - L'AUSTRIA E LA CROCE.

Il 2 giugno 1935, si celebrarono a Vienna so­lenni cerimonie in memoria del P. Marco d'Aviano.

investiva nei loro feudi i principi cristiani, e col qua­le egli, sovrano tedesco, volle governare il suo impero.

Presentemente, invece, nel secolo XX, una cor­rente pagana scende dal Nord e vorrebbe insinuarci disgusto contro la Croce, dicendola antieroica; vor­rebbe strapparla dagli altari e dai campanili, addi­tarla alle beffe del mondo e ridurla soltanto a se­gno di disprezzo. No: ciò non sarà mai e poi mai! Noi non rinunciamo alla Croce di Cristo, e, in nome del Crocifisso, esclamiamo con Marco d'Aviano: Fu­gite, partes adversae!

Cattolici Austriaci! imparate dalla vostra sto­ria, attingete da essa la salda fiducia in Dio, che, in questi tempi difficili, a dispetto di tutti i pusil­lanimi, alla fine dovranno vincere sempre le grandi idee della Fede Cattolica, e che queste idee, sia pu­re dopo gravi dolori, trionferanno sempre sulla bru­ta violenza delle potenze anticristiane».

(Il Galan­tuomo. Almanacco della S. E. I. di Torino, 1936).

A base di tutte le guerre vi è sempre un errore contro la Fede, che solo da Satana, maestro di men­zogna ed eterno seduttore degli uomini, può pro­venire. Per trionfare di tali errori o riappianare le vie della pace turbata, il cristiano non ha che da impugnare con salda fiducia le armi indefettibili del suo «Credo» e della sua «Croce».

 

I MISSIONARI

57. - SAN PIETRO CLAVER (1585 + 1654).

Nativo di Verdù (Spagna) nel 1610 si recò in America, ove divenne l'apostolo instancabile dei Ne­gri. La divina Passione, oltre che gradito pascolo del­le sue contemplazioni, delle sue prediche e dei suoi discorsi familiari, fu anche quella fornace ove il suo cuore si accese delle più vive fiamme dell'amore di­vino e ricevette una tempra sì forte, da reggere a fatiche e stenti naturalmente insoffribili. Meditando il Crocifisso, teneva in mano delle immaginette che al vivo gliene rappresentavano i misteri. La sola vista del Crocifisso lo accendeva in faccia. Più volte al giorno con pie considerazioni, estratte dalle opere di S. Bernardo, salutava le SS.me Piaghe. Una sola occhiata al Crocifisso - lo incoraggiava a qualunque ardua impresa.

Nella Settimana Santa, rivestito di cilizi, spine, funi, con una pesante croce sulle spalle, di notte e inosservato, girava la casa, in atto di accompagnare il Signore al Calvario. In una di tali notti, il negro inserviente, all'entrargli in camera, restò abbagliato da vívissima luce e, per due ore, potè contemplarlo genuflessa e sollevato in alto, con un Crocifisso sulla mano sinistra e con la destra poggiata sul petto.

Chiamato per confessare un negro, affetto di ma­lattia ributtante, il padrone e altre quattro persone vollero spiarlo segretamente. Che videro? Giunto presso il giaciglio, il primo movimento del Santo fu di dare indietro e smarrire di raccapriccio; ma poi, represso quel primo involontario movimento, si ac­cese di santo sdegno contro se stesso, e: «Così dun­que - fu udito dire - ricusi di aiutare il tuo pros­simo? E non è questi riscattato col sangue di Gesù Cristo? Oh, questa volta me la pagherai! ». E, snu­datesi le spalle, scaricò su di esse una tempesta di colpi, indi ginocchioni si trascinò verso l'infermo, accostò la sua faccia alle piaghe di lui, le baciò, le nettò ad una ad una, rimanendo quei signori, che non veduti lo spiavano, salutarmente stupiti e compunti.

Quando il Santo preparava al S. Battesimo i negri di Cartagena, soleva radunarli in un grande cortile. Erigeva un altare sul quale collocava alcu­ni quadri istruttivi. Al luogo più distinto era il qua­dro di N. Signore, dalle cui piaghe uscivano ruscelli di sangue che si raccoglieva in un vaso prezioso: un Sacerdote ne attingeva per battezzare un negro: in positura devota e gioconda, vi assistevano cardinali, re e principi. In un altro quadro erano dipinti dei negri riccamente vestiti: eran quelli già battezzati. Quelli che avevan rifiutato il battesimo si scorge­vano in un altro quadro, in aspetto deforme e cir­condati da mostri infernali. Le scene, consolanti e terribili, ispiravano grande stima per il Sacramento, e amore per un Dio che col suo sangue volle sal­vare e affratellare tutti gli uomini.

Con tale carità e con tali metodi, l'Apostolo dei Negri non poteva non raccogliere in America una larga messe di anime.

(P. G. Andreasi: Vita di S. Pietro Claver - Armanni. Roma, 1888).

Ammirazione?... Imitazione?... Non saprei che suggerire! Soltanto dobbiamo rilevare che se ci sen­tiamo piccoli di f ronte a questi grandi uomini di

Dio, si è che piccola è la nostra conoscenza e picco­la la nostra devozione al Dio Crocifisso.

58. - S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO (1676 +1751).

Riconoscendo l'importanza e l'efficacia della devozione alla Passione del Redentore, affermava: «Questo è il modo di santificare il mondo cattolico e di liberarlo dal tirannico impero di satana, cioè, fare ogni sforzo che tutti i fedeli pensino spesso e portino impressa nel cuore la Passione del N. Re­dentore; per il quale scopo volentieri darei in con­tributo il sangue delle mie vene, il fiato e la vita». E realmente egli, con continue missioni, percorse tutta l'Italia, santificandola con la devozione al Cro­cifisso.

In ogni ora dell'Ufficio Divino, ricordava e ono­rava un tratto della Passione. Ogni giorno visitava la Via Crucis. In tutti i venerdì masticava assenzio o altre erbe amare, e in quelli di marzo digiunava a pane ed acqua. In tutti i luoghi in cui predicava era sollecito stabilirvi, possibilmente in pittura, le Stazioni della Via Crucis. Con l'approvazione di Benedetto XIV, fece costruire nel Colosseo 14 cappel­lette per il detto esercizio, e istituì una Congrega­zione che promovesse la visita solenne e proces­sionale della Via Crucis. E sulla Via Crucis diede alle stampe delle brevi meditazioni, ancor oggi mol­to usate. Dopo ogni missione, lasciava come prin­cipale ricordo ai Sacerdoti Confessori di imporre ai penitenti la visita della Via Crucis, assicurando non esservi cosa più efficace della meditazione della Passione di Gesù per indurre l'uomo, se peccatore, ad emendarsi, e se giusto, a perseverare nella giustizia. Dovunque cercava introdurre l'usanza di suonare le campane nel pomeriggio dei venerdì, affinchè il popolo recitasse delle preghiere in ono­re dell'Agonia di Gesù e per la conversione dei peccatori. Raccomandava ad ognuno di portare in petto un piccolo Crocifisso per averne continua me­moria, e per aver subito a chi ricorrere nelle ten­tazioni. Ad un facoltoso che gli chiedeva consiglio, rispose: «Or sentite: Gesù Cristo ha sparso e im­piegato il suo Sangue per la salute delle anime, e perciò non saprei darvi miglior consiglio che impe­gnare le vostre facoltà per cooperare alla conversio­ne delle medesime». Il consiglio fu accettato.

(Opere complete di S. Leonardo da P. M. - Emiliana. Venezia, 1868).

Oggi si cercano nuovi mezzi e nuovi sussidi, af­finchè un'onda di vitalità cattolica affluisca nelle masse cristiane: tutto bene, purchè ciò si consideri accidentale e mutabile come i tempi, e non lo si confonda con l'essenziale che, immutabilmente, sa­rà soltanto Cristo, Cristo Crocifisso, fonte-originaria di tutte le grazie, di tutti i Sacramenti, di tutte le benedizioni, di tutta la vita cristiana.

59. - PIETRO GRAVINA (1575 + 1634).

Sacerdote, Gesuita, fu dai superiori stimato de­gno di essere inviato missionario tra i barbari e idolatri del Messico. Animato da quella fede che scorge nelle anime il valore del Sangue di un Dio, per la loro salvezza trascorse ben trent'anni di vita in lunghe peregrinazioni su regioni e foreste vergini, per vie, impervie e monti inaccessibili, per riviere scogliose e vorticosi torrenti.

Allo scopo di rendersi accessibile alle varie tri­bù di infedeli, riuscì ad imparare cinque difficili lingue in uso presso di loro, e di tre arrivò a com­pilarne la grammatica e il vocabolario.

Procurava di rendere più efficaci le fatiche apo­stoliche, aggiungendovi le discipline, i digiuni, i ci­lizi, il dormire per terra, il celebrare la Messa ad ora tarda. Durante le meditazioni, in cui trascorre­va anche buona parte della notte, fu visto ora solle­vato in estasi, ora raggiante di luce.

Nell'estremo della vita, pregò che gli si portas­se processionalmente un grande Crocifisso, da lui molto venerato in vita: allorchè lo ebbe innanzi, non potè frenare l'eccessivo affetto del cuore: lo volle, sebbene agonizzante, tra le mani, e mentre se lo stringeva fortemente al petto, esalò l'anima purissima, lasciando i circostanti in pianto per sì te­nero spettacolo. (G. Patrignani: Menologio - Civiltà Cattolica. Roma, 1859).

La Chiesa suol consegnare ai Missionari che partono per gl'infedeli, il Crocifisso; ed i Missiona­ri, degni di tanto nome, compiono il loro ministero di apostolato e di civilizzazione e vivono e muoiono con il Crocifisso.

60. - SAN PAOLO DELLA CROCE (1694 + 1775).

Fu chiamato anche «Il Serafino del Calvario» e «L'Apostolo del Crocifisso»: visse di un amore così grande al Crocifisso, da avere poco riscontro fra i più grandi santi del Cristianesimo.

Da fanciullo si era abituato a pensare notte e , giorno alla Passione, e, tra le letture e meditazioni, arrivava a trascorrere fino a sei o sette ore: ne par­lava ai fratelli e alle sorelle con tale ardore da muo­verli a pianto. Cresciuto ancora negli anni, nei gior­ni di venerdì, col permesso del confessore, digiunava a pane ed acqua, assaggiava fiele ed aceto e si fla­gellava anche fino a sangue.

Con superne visioni, lo Spirito del Signore lo chiamava a fondare una Congregazione di Religiosi che onorassero con culto particolare la Passione di Gesù, e che, con voto, s'impegnassero a diffonderne la devozione tra í popoli. Ai suoi seguaci diede per

abito, in memoria e lutto della Passione, una to­naca nera con in petto un cuore bianco che porta scolpito le parole: Jesu Christi Passio. Rivestita di questo abito, aveva egli contemplato in visione la stessa Regina del Cielo, la prima Passionista perso­nalmente presente al dramma del Calvario.

Un Giovedì Santo, in adorazione davanti al SS.mo Sacramento, senti prodigiosamente imprimer­si i vari strumenti della Passione nel cuore che, perciò, divenne un piccolo calvario, in cui Gesù Cro­cifisso cominciò ad abitare come in sede propria. Altra volta, mentre se ne stava in contemplazione davanti ad un grande Crocifisso, questi si anima, lo attira a se, lo stringe al petto, e dalla ferita del S. Costato, per più di tre ore, gli fa come bere la su­blime scienza della Croce. Le palpitazioni del cuore, specialmente nei giorni di venerdì, divenute sempre più impetuose e gagliarde, alla fine produssero tale incendio d'amore che, non potendosi contenere nei limiti naturali, sollevò prodigiosamente (come riferì un professore di medicina) due costole al disopra del cuore stesso, ove anche più volte restarono abbru­stolite le vesti interiori.

Nelle innumerevoli missioni che tenne al popolo, l'argomento preferito e più efficace per la salvezza delle anime era la dolorosa e ignominiosa Passione del Signore, e ne parlava con tale sentimento che talvolta la chiesa si riempiva di singhiozzi e di pian­ti. Tra i frequenti prodigi che caratterizzavano le sue prediche, narrasi quello del maggio 1735, a Rio d'Elba, quando abbracciato il Crocifisso che era sul palco, vola per aria sul capo degli uditori atterriti e piangenti, e nella stessa maniera ritorna d'onde era partito: la conversione di peccatori che un avveni­mento si straordinario produsse nel paese e nei din­torni, non è possibile descrivere.

Nella tarda età, il Servo di Dio, ricordando l'ef­ficacia divina delle prediche sulla Passione escla­mava con rimpianto: «Oh se avessi trenta anni di meno! Vorrei andare per tutto il mondo a predicare Gesù Crocifisso ai poveri peccatori».

Nel confessionale ricordava ai penitenti la Pas­sione di Gesù, e ne consigliava la meditazione quoti­diana a qualsiasi genere di persone. Per esperienza poteva affermare: «Ho convertito peccatori ostinati, banditi e persone d'ogni sorta: dopo molto tempo, riuditi in confessione, tanta era stata la mutazione di vita, che non trovavo materia d'assoluzione, per­ché, come avevo loro insegnato, erano stati puntuali nel meditare la Passione del Signore».

Nella sua vita interiore, Paolo condiva ogni cosa con la memoria del Crocifisso: digiuni, lunghi viaggi, persecuzioni, calunnie, tutto imbalsamava di quel pensiero: le sue lettere (circa 10.000) sono pro­fumate del Calvario: sul suo tavolo, libro sempre aperto, il Crocifisso: in cammino, una croce armata di 200 chiodini e portata sul petto, gli suscitava amore più generoso e instancabile: contemplava tutti i Misteri della Religione dipendenti e connessi col Mistero della Croce: l'immagine preferita del Bam­bino Gesù era quella che glielo raffigurava disteso sopra una larga Croce, come su di un letto.

Un Sacerdote, esorcizzando un energumeno, do­mandò al demonio ciò che più gli dispiacesse nel P. Paolo: «La Messa - gridò - là Messa! ». E ri­chiesto se vi fosse altro nel Santo che più gli dispia­cesse, il demonio fremendo urlò: « La Passione! ». Durante la sua vita, angelica e penitentissima, meritò di ascendere fin sugli ultimi gradini della mistica, e un prodigioso anello, portante scolpiti tutt'intorno gli strumenti della Passione, gli ricor­dava incessantemente il celeste sposalizio della sua anima col Crocifisso.

I prodigi che accompagnarono il suo lungo apo­stolato furono si numerosi e si straordinari da farlo degnamente associare ai più grandi taumaturghi del­la Chiesa.

Secondogenito di 16 figli, era nato ad Ovada, in Piemonte, e morì a Roma, ai SS. Giovanni e Paolo, ove il suo corpo riposa in una delle più splendide cappelle della Capitale.

La Provvidenza Divina ha voluto suscitare nella Chiesa Cattolica una Congregazione di propagandisti del culto della Passione, affinchè tutti i fedeli potes­sero apprezzare i vantaggi spirituali e morali del medesimo culto e formarne il centro della loro vita religiosa. Sulla Croce il Figlio di Dio decise le sorti

perenni di tutta l'umanità; nel cammino dei secoli, pertanto, la misura della decadenza o del rifiori­mento dell'umanità, collimerà con la misura dello influsso che la Croce avrà sul Cristianesimo.

 

I MUSICI

61. - CARLO GOUNOD (1818 + 1893).

Il più insigne musicista della scuola francese del secolo XIX, versato anche in lettere e filosofia, e vincitore del Grand Prix de Rome. Compose nume­rose opere di musica strumentale, drammatica, reli­giosa, di oratori e di melodie: il suo capolavoro è il «Faust»; ma la sua rinomanza mondiale è dovuta alla celebre «Ave Maria».

Uomo austero e nobile insieme, mantenne in tutta la vita la nota caratteristica della sua educa­zione religiosa. Un amico, presso cui villeggiava, ne ricorda con ammirazione il regolare intervento alle sacre funzioni: ogni mattina, a piedi, recavasi alla chiesa del villaggio, distante due chilometri, per ascoltare la S. Messa, e, in mancanza del sagrista, gentilmente si offriva a servire la Messa.

La nobiltà del suo spirito cristiano vien come sintetizzata in questo episodio: Il Nunzio Aposto­lico andò un giorno ad onorarlo con la sua visita,

e nel presentarsi gli disse: «Saluto il Maestro!». Gounod prontamente rispose: «Qui non c'è che un solo Maestro!» e fece un devoto accenno al Croci­fisso che teneva nello studio. (Enciclopedia Catto­lica - Mariotti: I Grandi Moderni - Torino 1920).

L'Arte è grande: la Religione è grande: il Ge­nio, capace di unire in sè le due grandezze, diviene sommo. I sommi Geni si onorano di avere per Mae­stro il Crocifisso.

62. - FEDERICO CHOPIN (1810 + 1849).

Gli diede i natali la Polonia. Geniale e incom­parabile musicista del piano, lasciò composizioni sl appassionate e affascinanti da essere ritenuto un esponente spiccato del romanticismo musicale.

La sua vita morale, però, non fu serena, ma of­fuscata dalle tenebre della incredulità: prima di mo­rire la grazia di Dio lo colpi potentemente, ed egli si converti.

Il P. Alessandro Stowicki, Resurrezionista, nar­ra alcune circostanze della morte del grand'uomo alla quale assistette. «Chopin aveva preso in mano e baciava di frequente il Crocifisso, mentre lagrime di sincero rammarico sgorgavano dai suoi occhi. - Credi? - gli dissi.

- Sì, credo! - rispose.

- Credi come la tua madre t'insegnò? – Si Piangendo per profonda contrizione, fece la sua lunga confessione e ricevette gli altri Sacramenti. Da quel momento Chopin si sentì trasformato: per quattro giorni e quattro notti sopportò con am­mirabile pazienza i dolori della malattia, ringra­ziando Iddio e baciando il Crocifisso; agli amici che venivano a porgergli l'ultimo saluto, raccontava la felicità di essere ritornato cristiano.

Nei momenti estremi, pregò la contessa Potocha di cantargli l'Ave Maria dello Stradella, che, solle­vatosi sui guanciali, ascoltò come in estasi. Tratte­nutosi alquanto in preghiera, e baciato di nuovo il Crocifisso, disse: «Eccomi già alla fonte della feli­cità...». E spirò.

(G. Buetti: L'Adorazione della SS.ma Eucaristia - Marietti, Torino 1937).

Ai grandi traviati solo il Crocifisso può dare adeguata speranza di perdono e serenità di coscien­za, specialmente in punto di morte.

63. - GIOVAN BATTISTA PERGOLESI (1710 + 1736).

Nativo di Jesi, compositore della scuola napo­letana, autore di opere serie e burlesche, a 26 anni di età lasciava sulla terra una fama immortale. Tra le opere sacre, lo « Stabat Mater » ottiene il pri­mato; il suo genio e il suo grande amore a Maria gareggiarono insieme nella composizione, ma per lo sforzo supremo gli troncarono la vita.

Minato dal male che non perdona, passò l'ultí-ma giovinezza nel convento dei Francescani a Poz­zuoli, ove, da Napoli, aveva trasportato i due og­getti più cari: il clavicembalo, e il quadro dell'Ad­dolorata che la mamma morente gli aveva lasciato e raccomandato.

Il Pergolesi, appena si accorse che le cure della scienza non sarebbero valse a salvarlo, pregò il me­dico che lo aiutasse almeno a vivere tanto da poter finire lo «Stabat Mater»: il medico lo invitò a confidare in Dio, e gli raccomandò riposo. «Ma come il riposo, mio caro Dottore?... Se non m'affretto, la morte mi coglierà prima che io abbia finito lo «Stabat».

Giunto infatti a comporre le prime note della ultima strofa «Quando corpus morietur», come un torrente impetuoso, l'ultimo sbocco di sangue gli tol­se le forze. Chiese coi cenni gli ultimi Sacramenti, e poi scrisse su di un foglio: «Il mio caro Anfossi finisca l'ultima strofa e consegni il lavoro alla Con­gregazione della SS. Vergine dei Sette Dolori. Rac­comando alla carità di questi buoni religiosi la mia anima. Resti il quadro dell'Addolorata sospeso al capezzale del mio letto».

(L'Angela in Famiglia - Bergamo 1937).

La devozione all'Addolorata non può staccarsi da quella del Crocifisso. Il Re dei Martiri e la Re­gina dei Dolori sono i due grandi personaggi di un unico dramma.

 

GLI OPERAI

64. - IL FALEGNAME DI BEUVRON.

Durante la burrascosa rivoluzione francese, la Chiesa di Beuvron fu spogliata e profanata, ed un grande Crocifisso, pendente dall'alto tra la navata

e il coro, fu atterrato. Un falegname del paese, inci­tato a compiere l'opera sacrilega, inorridito e sde­gnoso, si drizzò fieramente davanti a coloro che gli impartivano l'ordine, e: «Quando ci sarà da innal­zarlo - disse - potrete venire a cercarmi: ma io abbatterlo? No! giammai!». I giacobini non insistet­tero, cercarono un altro esecutore, ed il Crocifisso, rovesciato, giacque sul pavimento della chiesa. Rac­colta e conservata accuratamente, cambiati i tempi, la sacra immagine riprese il suo posto d'onore.

Un giorno quel bravo falegname, additando quel Crocifisso al parroco, gli diceva con compiacenza: «Sono io che l'ho rimesso al suo posto!».

E il buon cristiano non perdette la ricompensa. Attestò il parroco: «Lo assistetti negli ultimi mo­menti; lo vidi sul letto di morte, fissare con grande confidenza i suoi sguardi inteneriti nel Crocifisso che teneva tra le mani tremanti, posarlo con amore sul cuore e sulle livide labbra; lo vidi morire calmo e pieno di speranza, munito di tutti i conforti reli­giosi». (La Settimana Religiosa di Bayeux - Luglio 1875).

L'operaio che conosce bene e bene apprezza la Religione, non si lascia sopraffare dalla bruta forza degli empi.

65. - IN UNA DITTA.

Un Comitato Americano volle far costruire 30.000 Croci di marmo, affinchè ogni soldato degli Stati Uniti, morto nella grande guerra del 14-18, avesse sulla tomba il simbolo sacro della Redenzione. Pensò di affidarne l'esecuzione ad una ditta toscana: ma... sarebbero state salvate le Croci, prima di uscire dalla fabbrica, dagli smoccolatori di bestemmie? La trista fama del sozzo parlare della cosidetta «gentile Toscana» era ben risaputa anche in America.

Ebbene - riferisce il Card. Maffi di Pisa, che intervenne in questo affare - il Comitato America­no fece sì il contratto delle 30.000 Croci, ma impo­nendo una clausola straordinaria: che nessun operaio della ditta bestemmiasse. E ,la clausola fu rigorosa­mente osservata. (Rivista: Il Crocifisso - Passioni­sti. Roma, 1928).

Quel Comitato Americano ricorda a tutti un do­vere universale: le cose sante van trattate santamen­te. E quegli operai toscani ricordano a tutti una ve­rità pure universale: «volere è potere»: e non ci si. ripeta più, quindi, che si bestemmia senza saperlo e che non è possibile divezzarsi.

66. - VENERDI' SANTO 1950.

Sulla banchina di un porto francese un giovane sindacalista militante dice ai suoi colleghi: « Oggi è Venerdì Santo, le tre pomeridiane, anniversario della morte di Gesù in Croce, vittima della cattive­ria e del peccato degli uomini ». E li invita a in­terrompere lo scarico della nave per un minuto di silenzio e di preghiera. Brevemente tutti rivolsero il pensiero e l'affetto al loro. Redentore.

Lo stesso giorno, un giovane operaio, mentre la­vora in un arsenale, perde la Crocetta che abitual­mente porta al collo, appesa ad una catenina. Un suo compagno, la scorge per terra, esclama beffar­damente: « Guarda! »... e la getta sotto il maglio che, abbassandosi tosto, la schiaccia insieme al lin­gotto di ferro rovente. Il giovane, con semplice . fie­rezza, afferra il suo compasso di acciaio e con la pun­ta si scolpisce in petto una Croce di sangue, dicendo al profanatore: «Questa, no, non me la strapperai! ». (Rivista: Via Verità e Vita - Paolini, Roma, 1954).

Le masse degli operai, influenzate dalle varie e volubili opinioni delle filosofie politiche, sono divise tra loro e in antagonismo. L'unità - e quindi la forza e il benessere dell'operaio - non può venire che dall'Unità Eterna. Il Crocifisso predica inces santemente questa Unità Eterna, cioè, un solo Dio, una sola Religione, una sola Filosofia, una sola Mo­rale. Fuori di questa «Unità», le masse operaie com­battono inconsciamente contro i propri interessi, tur­bando la pace sociale.

67. - PIETRO BALLONE (1857 + 1983).

Semplice e modesto contadino, completamente illetterato e analfabeta, possedeva tuttavia ingegno pronto, voce morbida, gaiezza dignitosa, e larga vena poetica. La natura era il gran libro, ove leggeva il riflesso delle divine perfezioni del Creatore. In casa, nei campi, davanti ad un capannello di persone, sulla gradinata esterna della Madrice dopo le pro­cessioni, girando le vie del paese con giovanotti che suonavano lo scacciapensieri, poetava e cantava, ora sui fiori, ora sulle piante, ora sugli uccelli, ora sulle stelle, ma più spesso sui Santi, sulla Madonna e sui misteri della Fede.

Si servì di questa attitudine per onorare e fare onorare i Misteri della Passione. Molti concittadini lo ricordano ancora, nella festa dell'Addolorata, ritto sulla gradinata della chiesa, poetare per due ore di seguito, con vena inesauribile e commovente, sui dolori della gran Madre di Dio. Nel Calvario citta­dino, alla folla dei fedeli radunati, in tono da pre­dicatore e in versi scorrevoli, narrava la Passione SS.ma di Gesù Cristo, rivelando le ricchezze dello amore del Redentore per gli uomini; e il suo poe­tare sempre vivo e interessante, acceso di carità e talvolta velato di lagrime, toccava, commoveva fino al pianto i concittadini, che ritornavano alle loro case più edificati, più pii e più innamorati del Cro­cifisso.

In Castelterminì, sua città natale, la memoria

di questo contadino-poeta è aureolata di santità

(S. Cultrera: Un Contadino Santo - Unione Francesca­na. Firenze, 1942).

L'Apostolato, l'Azione Cattolica sono possibili a tutti, è un dovere per tutti, anche per gl'illetterati, purchè si abbia molta fede, molta carità e molta umiltà. La poca fede offusca la verità, la poca ca­rità la raffredda, la poca umiltà la pone in disprezzo.

 

I PITTORI

88. - JUAN DE CASTILLO.

Moriva questo pittore in Siviglia. Dopo il viati­co, mentre il parroco si indugiava a confortarne lo spirito, un chierichetto, in un canto della stanza, rav­vivava il fuoco attutito dal freddo.

Ad un tratto il morente chiese un carbone spen­to, e con esso in pochi istanti tracciò un commovente Crocifisso sulla parete vicina.

Il chierichetto espresse la sua meraviglia e chiese come avesse potuto con tanta facilità e prontezza riprodurre così bene N. Signore Crocifisso.

Il morente, quasi raccogliesse tutte le forze, disse: «Quando si ha Gesù nel cuore, lo si ripro­duce facilmente all'esterno».

Queste parole rimasero impresse nella mente del chierichetto, che sarebbe poi stato il celebre Mu­rillo. (A. e G.: Corona Infantile - Sismondi. Tori­no, 1938).

Nel campo artistico, come nel campo morale, la sentenza del Castillo ha pieno valore. Nessuno dà quel che non ha. Oggi, non pochi artisti sacri, ce­lebri soltanto per originali stranezze, ci sembra che posseggano la fede di un lucignolo fumante: una fe­de non spenta, ma quasi: cosa ci possono offrire di veramente artistico?

89. - DUE QUADRI E UN PENSIERO GENIALE.

Nella primavera del 1926, in una mostra d'arte a Parigi, fu esposto un quadro impressionante di Massimo Real Del Sarte. L'artista dipinse il Cristo portante la Croce, non affaticato, esaurito, come lo si rappresenta abitualmente, ma ritto e con incedere trionfale: le braccia della Croce raggiungono quasi l'orizzonte: dietro il Cristo, nella sua ombra gigan­tesca, avanza una folla innumerevole di persone che a gara offrono le spalle per alleviare il peso a Gesù; e sono uomini e donne, giovani e vecchi, preti e laici, soldati, bambini, suore... e tutti, il Cristo e la folla, avanzano con lo stesso ordine, con la stessa confidenza, verso un monte.

Anche Gustavo Dorè (1832 + 1883), aveva di­pinto un quadro consimile, denominato «La Valle delle Lagrime»: rappresenta una folla di gente che piange, soffre, lotta: giovani e vecchi, poveri e ric­chi, re coronati e schiavi in catene: in mezzo a que­sta moltitudine dolente si leva in alto un Uomo in lunga veste bianca con una Croce sulle spalle: tutti gli sguardi sono rivolti a questa Croce e allo stretto sentiero che indica colla destra e sbocca in larghi prati fioriti sotto il sorriso della primavera.

(Tiha­mer: Il Simbolo degli Apostoli - Gregoriana. Pa­dova, 1944).

Chi immaginasse l'umanità in cammino attraver­so i secoli, diversamente di come l'hanno rappresen­tata questi due sommi artisti, cadrebbe fatalmente nella illusione e nel pessimismo, e da lì forse nella disperazione. Per tutte le creature viatrici, la verità è stata e sarà immutabilmente quella preconizzata dall'Eterna Sapienza: con la Croce, dietro i passi di Gesù, per sentieri scabri e spinosi, ma che immet­tono nelle vie luminose, fiorite e beatifiche del cielo.

70. - GUGLIELMO ACHTERMANN.

In una delle sue grandiosi composizioni pittori­che, «La Deposizione della Croce», ha rappresen­tato anche se stesso tra i personaggi del quadro, co­me altri artisti sogliono fare. E' al sommo di una scala appoggiata alla Croce, e in atto di staccare i chiodi dai piedi del Cristo.

Richiesto perchè avesse scelto, per ritrarsi, quel personaggio piuttosto che un altro, rispose: «Coloro che esercitano la mia professione hanno, coi loro nu­merosi peccati, infisso tanti chiodi nel corpo di Cri­sto, che mi pare sia il tempo di doverne tirare qual­cuno». (Tihamer: Il Simbolo degli Apostoli - Gre­goriana. Padova, 1941).

Quale classe sociale non ha infisso i suoi chiodí nel corpo di Cristo? L'umiltà e la sincerità dello Achtermann, dovrebbero essere proprie di qualsiasi professionista.

71. - IL CROCIFISSO DI WUERTZ.

Questo bellissimo quadro si può ammirare a Pa­rigi nella cappella della Sorbona. La Croce spicca sul cielo che va rischiarandosi: inchiodato alla Cro­ce, Gesù canta il suo «Consummatum est» e volge gli occhi verso terra, ove un giovane soldato, strin­gendo con amore la sua bandiera, sta per morire: con lo sguardo Gesù gli dice: - Anche tu canta «Consummatum est», perchè anche tu hai vinto e sei morto per difendere la verità, e per la salvezza dei tuoi fratelli.

(Billet: Il Crocifisso e l'Anima con­sacrata a Dio - Cattolici Vicentini. Vicenza, 1953).

In qualunque campo si combatte o si muore per un ideale evangelico di fede o di carità, si trion­fa sicuramente con Cristo e come Cristo: al Venerdì Santo deve seguire presto la Domenica di Resurre­zione.

 

I POLITICI

72. INTRONIZZAZIONE DEL CROCIFISSO NEL PARLAMENTO BRASILIANO.

Da S. Paolo del Brasile Pio XII ricevette il se­guente telegramma:

«Deputati Cattolici dell'Assemblea Legislativa dello Stato di S. Paolo, hanno approvato 1'introniz­zazione dell'immagine di Gesù Crocifisso nel Palazzo del Parlamento, proclamando il profondo spirito cri­stiano della Costituzione e delle Leggi che ivi saran­no votate... Hanno pronunciato discorsi i rappre­sentanti di tutti i Partiti Democratici, esaltando una­nimemente la figura di N. S. Gesù Cristo. Imploria­mo Benedizione Apostolica». Seguiva la firma dei rappresentanti di nove Partiti Democratici.

Il Sommo Pontefice dava tosto incarico al Nun­zio Apostolico in Brasile, Mons. Carlo Chiarlo, di partecipare il suo augusto compiacimento al Presi­dente dell'Assemblea, nonchè a quanti apposero la loro firma al nobile messaggio, sui quali impartiva l'Apostolica Benedizione, aggiungendo che tale atto «rivela alta comprensione cristiana e prepara il no­bile Popolo Brasiliano alle fortune migliori di una vera civiltà». (Rivista: Il Divin Crocifisso - Passio­nisti. Pianezza, 1947).

C'è chi confonde Religione e Politica e c'è chi li distingue a tal punto da separarle assolutamente:

come chi confonde l'albero col ramo o chi osa affer­mare che il ramo debba vivere separato dall'albero. La regalità di Cristo - per titolo eterno e tem­poraneo ancora - è universale ed estende il suo do­minio, proprio come l'albero i suoi rami su tutto l'universo, su tutto il mondo, su tutte le nazioni, su tutti gli uomini governanti o governati: Egli ha di­ritti assoluti su tutti i legislatori; onde, il suo Van­gelo, la sua Religione, i suoi Rappresentanti, la sua Morale, debbono influire, illuminare, santificare la Politica, come ogni altra scienza umana. E santifi­care la Politica, non è fare Politica, come far luce al viandante non è identico col camminare del vian­dante. L'ateo la pensi pure diversamente; ma un cristiano, no; diverrebbe un miscredente.

Sta quindi bene intronizzare il Crocifisso in tut­te le aule della vita politica: è un posto che gli spetta di diritto.

73. - DIVIN CONSIGLIERE COMUNALE.

Il Consiglio Comunale di Moncalieri, nel 1925, in piena era fascista, lanciò un appello ai cittadini, invitandoli a non tramutare i dissenzi in odio, né gli avversari in nemici. Il Comm. Avv. Masera, di parte cattolica, insistette sul dovere del Consiglio di rispondere con sensi di fraternità ad ogni violenza, e propose che, coerentemente alle tradizioni storiche del paese, Cristo fosse acclamato Divin Consigliere del Comune. Tutti i consiglieri scattarono in piedi acclamando, a lungo. Indi fu votato il seguente ordi­ne del giorno: «Il Consiglio Comunale di Monca­lieri delibera che nell'aula consiliare sia posta l'im­magine di Cristo Crocifisso, perché, dal segno di sa­crificio dell'Uomo-Dio per l'umana redenzione, ogni Consigliere tragga ispirazione a deliberare ed agire con spirito di bontà e con senso di cristiano amore».

(Rivista: Il Divin Crocifisso - Passionisti - Pianez­za, 1925).

Ogni Comune dovrebbe avere il suo Crocifisso: è Lui che, mirato con fede, ispira il sacrificio del lavoro per il benessere dei concittadini, lo zelo del­la giustizia specialmente per i più bisognosi, e il generoso e cristiano rispetto per i propri avversari.

74. - UN ANNO DI PROTESTA.

La Lega delle Dame Cattoliche nell'Uruguay sorse spontanea nel 1906, come fiera protesta con­tro un governo iconoclasta che, per odio settario contro il Crocifisso, aveva ordinato la espulsione del­la sua immagine dalle case di salute, dagli asili, dal­le scuole e dagli ospedali. Avvenuta la sacrilega espulsione, una commissione di Signore si levò ar­ditamente contro l'atto settario, e in una grande as­semblea femminile, si determinò ad unanime consen­so che, in segno di protesta contro il governo, e di riparazione a Cristo Crocifisso, come dimostrazione di fede e di amore verso il Martire Divino così vil­mente oltraggiato, si dovesse portare durante un anno, visibilmente appeso al collo, un piccolo Croci­fisso.

Il successo della dimostrazione fu si grande, che in pochi giorni furono vendute parecchie migliaia di Crocifissi, e, prima che trascorresse un mese, non si vide quasi più una signora o signorina transitare per le strade o uscire dalle chiese e dai luoghi di onesto divertimento, che non portasse sul petto la sacra immagine di Gesù Crocifisso.

Dietro tanto risveglio religioso, l'arcivescovo Mons. Mariano Soler colse l'occasione di fondare la Lega delle Dame Cattoliche, la quale in pochi anni recò immenso bene nella Repubblica dell'Uruguay. (Rivista: Il Crocifisso - Passionisti. Roma, 1922). La lotta contro qualsiasi errore è lecita e dove­rosa, anche fino al punto di impedire agli avversari la propaganda dell'errore e del conseguente mal co­stume: come il medico che lotta contro le malattie infettive, e fino alla totale scomparsa dell'infezione. Ma, come il medico intende, in tali casi, salvaguar­dare la salute pubblica e quella dell'ammalato an­cora, così i politici cristiani, nel combattere gli av­versari, debbono mirare all'integrità morale pubbli­ca, e alla resipiscenza dei medesimi avversari. La violenza non è mai lecita, se non quando si è attac­cati con la violenza, e solo mentre dura lo stato di violenza.

75. - LA BANDIERA DEL CRISTIANO.

Garzia Moreno, presidente della Repubblica del­l'Equatore, era presente ad una missione, predi­cata dai Padri Redentoristi. I missionari vollero coronare la loro opera con l'erezione di una Croce­Ricordo. E il predicatore, nell'ultimo suo discorso, chiamava la Croce «Bandiera del Cristiano», e, ri­cordando l'episodio dell'imperatore Eraclio, rivolto in genere ai fedeli esclamava: «Io spero che tutti voi qui presenti, ponendovi sotto i piedi ogni rispet­to umano, vi stimerete felici dello stesso onore! ».

Aveva appena terminato quest'apostrofe, che Garzia Moreno, in gran divisa di generalissimo, ab­bandonato il suo posto, si avvicinò alla pesante Cro­ce già preparata per l'occorrenza, se la caricò sulle spalle e, seguito da tutto il popolo, la recò sino al luogo ove doveva essere inalberata. (Viglietti: Vita di Garzia Moreno).

Tutti i politici cristiani scelgono in genere per loro insegna la Croce; però i migliori e più fidati rap­presentanti del popolo cristiano, sono i politici che, non solo difendono, ma anche praticano la Re­ligione. Agnelli, ma non lupi vestiti da agnelli...

76. - FIRENZE E IL SUO RE.

Il 9 febbraio il Gran Consiglio di Firenze è radu­nato nell'austera sala del Palazzo della Signoria. Voleva, a nome del popolo, ringraziare Cristo Signo­re per la liberazione del micidiale flagello del colera.

Che avevano potuto gli uomini e i reggitori degli uomini difronte alla terribile sciagura? Nulla. Solo il Crocifisso, portato nelle vie mute e piene di un po­polo esterrefatto e supplicante, aveva fatto ritornare la tranquillità e la pace. Si alzò a parlare, nel nobile consesso Nicolò Capponi, capitano di giustizia, e propose ai capi del popolo di proclamare Gesù Cri­sto, «Re dei Fiorentini». Da quel giorno Firenze eb­be il suo grande Re, Gesù Cristo. (Rivista del Clero Italiano - Milano 1935).

Difronte ai gravi e svariati pericoli che minac­ciano i popoli, spesso i reggitori, anche i meglio in­tenzionati, sono impotenti: allora più che mai, é necessario invocare l'intervento supremo del Re dei Reggenti e Dominatore dei Dominatori, Cristo Cro­cifisso.

 

PONTEFICI E VESCOVI

77. - IL PRIMO PAPA (10 a. C. + 67 8. C.).

Nativo di Betsaida da famiglia di pescatori, fu da Gesù chiamato alla sua sequela e costituito Capo degli Apostoli, Primo della serie dei Sommi Ponte­fici Cristiani, e Pietra fondamentale della Chiesa Universale.

Mentre nel Getsemaní ebbe il coraggio di ta­gliare un'orecchio a Malco, nel cortile del Sommo Sacerdote ebreo, invece, forse sopraffatto e smarrito per il succedersi di un dramma impensato, non ebbe il coraggio di confessarsi discepolo di Cristo: ma fu una debolezza momentanea, che pianse per tutta la vita e accese d'incontenibile zelo il suo apostolato.

Avvenuta la Pentecoste, in due coraggiosi di­scorsi, provò ai connazionali la Divinità del Crocifis­so e l'avveramento delle profezie in suo riguardo, rimproverò loro il deicidio compiuto e li invitò a penitenza: 5000 nuovi credenti chiesero subito il Battesimo.

Evangelizzò Antiochía e tutta l'Asia Minore. Tornò a Gerusalemme dove Erode Agrippa lo fè incatenare con l'intenzione di farlo uccidere dopo Pa­squa, ma un Angelo ne spezzò le catene e lo mise in libertà. Prese la via di Roma per fondarvi la Ma­dre di tutte le Chiese: da Roma diffuse il Vangelo in Italia, nella Francia e nella Spagna: dentro la stessa Roma, nelle catacombe del Cimitero Ostria­no, sull'Aventino in casa di Priscilla e di Aquila, sul Viminale al Vicus Patricius, fra i popolani e gli schiavi, tra gli stessi cavalieri di Cesare, propaga la nuova luce e porta al Maestro Crocifisso un in­finito numero di credenti.

Ciò dispiacque ai prefetti dell'incendiatore dì Roma, che lo rinchiusero per nove mesi nel Car­cere Mamertino e, infine, lo condannarono ad essere flagellato e crocifisso. Il 29 giugno dell'anno 67, XIV del regno di Nerone, sulla placida collina del Va­ticano, donde si scorge la Capitale e i dintorni, Pietro è spogliato delle vesti e inchiodato in croce. L'anima sua esulta al pensiero che in tal guisa si ras­somiglia al Maestro Crocifisso. Ma un sentimento lo preoccupa: era proprio degno di rassomigliarlo co­sì al vivo? non era conveniente che tra lui e il Mae­stro vi fosse qualche differenza?... L'umile Apostolo chiede ai carnefici che, nel drizzar la croce, la pon­gano col capo riverso; in quella spasmodica posi­zione compie il suo olocausto pregando per Roma, per la Chiesa nascente e per il mondo intero.

Il corpo del gran Martire fu deposto dai cri­stiani in una catacomba presso i giardini di Nerone e della Via Trionfale, e anche oggi è là, quasi pietra riquadrata, sotto la grandiosa cupola di Michelan­gelo, attorno alla quale rifulge a caratteri d'oro la famosa profezia di Gesù in perenne avveramento:

«Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ec­clesiam meam! ».

Il palazzo di Nerone è un ammasso di rovine: la tomba dell'umile Pescatore si fa ogni giorno sem­pre più gloriosa, e la Croce di Gesù, posta nel vertice del Vaticano, risplende sul mondo intero come faro di verità e di amore, di glorie e di trionfi. Sempre co­sì nella storia. Tra le potenze tenebrose dell'errore e del vizio e le potenze luminose della verità e della giustizia, vi sarà irreconciliabile conflitto. Ma il suc­cesso? Sempre lo stesso: le potenze dell'errore, dopo un'effimera vittoria, cadono in perpetua ignominia; le potenze della verità, dopo un'effimera sconfitta, assurgono ai fastigi di una gloria imperitura.

78. - SAN GREGORIO VII (1013 + 1085).

Enrico IV dopo aver curvato la fronte a Ca­nossa, perfidamente si ribellò un'altra volta al Papa, e scese con un esercito dalla Germania per assediare Roma (1081). Al secondo assalto, nonostante la te­nace resistenza interna, riuscì ad incendiare le cer­chia delle mura. Un pauroso anello di fuoco strin­geva la città, da cui non si levava altro che il ran­tolo dei morenti e il pianto delle donne atterrite. Allora sugli spalti di una torre, splendido e pallido, tra il bagliore e il fumo dell'incendío, apparve il Papa Gregorio VII e con gesto solenne e calmo segnò le fiamme irrompenti col Segno della Croce. Subito ogni fuoco si spense sotto l'impeto di una grandiosa

e invisibile potenza.

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli - Vita e Pensiero. Milano, 1951).

Nel mondo spesso divampano incendi di vaste proporzioni: odi e guerre, cupidigie e miserie, ti­rannie e schiavitù, errori ed eresie, sensualità ed egoismi. E il Crocifisso, attraverso il gesto solenne­ e benedicente dei suoi Pontefici, spegne cotesti in­cendi, e sulle immani rovine fa rifiorire un'umanità sempre più cristiana.

79. - LA CAMPANA DELL'AGONIA.

Il Sommo Pontefice Benedetto XIV, il 13 otto­bre 1740, aveva comandato che in ciascun venerdì, tre ore dopo mezzogiorno, in tutto il mondo cattolico, si suonassero le campane in memoria di N. S. Gesù Cristo Morente: aveva concesso l'indulgenza di 100 giorni ai fedeli che nella medesima ora recitassero 5 Pater ed Ave secondo la sua intenzione.

Pio XI, prendendo l'occasione del massimo giu­bileo straordinario da lui indetto l'anno 1933, perchè la pietà dei fedeli aumentasse verso la Passione del Signore col ricordarla e meditarla, specialmente in giorno di venerdì, in cui il Redentore del genere umano pendendo dalla Croce offrì se stesso in ostia all'Eterno Padre, si degnò concedere a coloro che, al suono di cotesta campana e possibilmente in gi­nocchio, recitano 5 Pater ed Ave secondo l'intenzio­ne del Sommo Pontefice, aggiungendovi la breve preghiera: «Adoramus Te Christe et benedicimus

tibi», o altra simile, l'indulgenza parziale di 10 anni per ciascun venerdì, e la plenaria mensilmente, se nei singoli venerdì dell'intero mese si sia compiuto il medesimo esercizio. (Atti della S. Sede - 10 gen­naio 1933).

L'ora della morte di Gesù è l'ora più memora­bile dell'Eterna Redenzione: mai l'universo tremò di spavento come in quell'ora; mai l'umanità f u ri­conciliata con Dio come in quell'ora. Giustamente, col suono della campana, nei venerdà, i Sommi Pon­tefici, ci invitano alla riflessione e alla preghiera.

80. - IL CARDINAL FERRARI (1850 + 1921).

Arcivescovo di Milano a 44 anni e Cardinale di S. Chiesa, vide nella rapida sua ascensione non l'ono­re ma l'onere che Dio gl'imponeva e, da illuminato discepolo del Crocifisso, vi si sobbarcò di gran cuore, senza mai piegare per circa trent'anni sotto il peso della fatica.

Compì quattro volte la visita pastorale dell'im­mensa diocesi, di cui conosceva i più minuti biso­gni; tenne tre sinodi diocesani ed uno provinciale; celebrò un congresso eucaristico ed uno cattolico; prese parte a pellegrinaggi e congressi all'estero; fè sorgere parrocchie in tutti i quartieri della metro­poli e nelle borgate; ogni parrocchia ebbe il suo oratorio, la sua scuola, il suo catechismo; si aggiun­ga la quotidiana corrispondenza, la predicazione pro­digata senza limiti, le udienze concesse senza distinzione di persone, e sarà difficile comprendere come resistesse ad un lavoro così molteplice ed estenuan­te. Ma egli era un verace discepolo del Crocifisso, e dal Crocifisso attinse quella virtù che gli rese facile ed amabile l'incessante attività apostolica.

Un giorno si trovò insieme con Umberto I, ed il re, accennando alle gravezze e alle pene che mar­toriano i governanti, conchiudeva con un sospiro: «Eminenza, sapesse quanto pesi in certi momenti la corona!». E l'arcivescovo, col consueto sorriso buono e confortevole, soggiunse: «Pesa anche la Croce Vescovile, Maestà; ma l'una e l'altra diven­tano leggere e amabili, quando vi si mette sopra il Crocifisso».

Ed era proprio il Crocifisso che accendeva lo animo e lo zelo del santo pastore. A Meda in Brian­za, ove si solennizzava con pompa straordinaria la festa del SS.mo Crocifisso, volle presenziarvi; al Vangelo, sali in pulpito e recitò un poderoso pane­girico; alla processione, fece scostare i quattro sacer­doti pronti a portare su apposito sostegno il tauma­turgo Crocifisso, e presolo lui solo, come se recasse un lievissimo peso, lo portò per tutto il percorso, cantando inni sacri e recitando preghiere alternati­vamente col popolo; al ritorno in chiesa, depose il prezioso carico e risalì ancora il pulpito per lodare il popolo e infiammarlo all'amore del Crocifisso.

Una mattina, in anticamera, un Sacerdote, asse­gnato ad una parrocchia, miserabile in tutti i sensi, si sfogava coi confratelli: «Son deciso a spuntarla a tutti i costi! Che male ho fatto per castigarmi cos?? E' forse questo il premio della mia condotta e del mio lavoro?», e fu chiamato in udienza. Quando uscì dal Cardinale, tutti gli sguardi furono su di lui; aveva ancora le lagrime alle gote e un sorriso sulle labbra tremanti. «Come si fa - diceva - con quel­l'uomo che è lì; mi ha mostrato il Crocifisso; mi ha detto certe parole che, ecco, se mi mandasse in California, non potrei dirgli di no, e ci andrei vo­lentieri». Il santo pastore era solito animare se stes­so e gli altri col ricordo del Crocifisso! (Penco: Il Card. Ferrari - Arti Graf. Ponti. Milano, 1940).

L'arduità e la complessità dell'apostolato o del governo si attenuano, alleggeriscono, facilitano e ad­dolciscono, quando sul cuore e sulle labbra si sa te­nere degnamente il Divin Crocifisso.

81. - SAN VINCENZO MARIA STRAMBI (1745 + 1824).

La sua vita.di sacerdote, religioso, vescovo, si ag­girò tutt'intorno al Crocifisso e, come pianeta dal so­le, dal Crocifisso ricevè e riflettè sulle anime la luce della più alta sapienza.

Per meglio soddisfare tale devozione, abbracciò la Congregazione dei Passionisti, in cui, prima della sua elezione a vescovo di Macerata e Tolentino, si distinse come scrittore, missionario, professore di scienze sacre; superiore.

Della sua sovrumana sapienza, attinta, più che dallo studio, dalla meditazione dei misteri del Cal­vario, si giovarono, tra gli altri, S. Gaspare del Bu­falo, la Beata Anna M. Taigi, la Ven. M. Luisa Mau­rizi, la serva di Dio suor Agnese del Verbo Incar­nato, la Ven. Maria Adelaide Clotilde, il re Carlo Emanuele IV, il papa Leone XII.

Dovunque si trovasse, in convento, in missione, in viaggio, in casa di benefattori, tra qualsiasi cura episcopale, non tralasciò mai la preferita meditazio­ne sulla Passione di Gesù.

A Pontecorvo, ospite della famiglia Nora, fu vi­sto il Santo, nella stanza assegnatagli, genuflesso di­nanzi al Crocifisso, sollevato da terra e raggiante di splendore.

In diocesi e nel seminario promosse varie pra­tiche di culto al Crocifisso, specialmente la medita­zione, la Via Crucis e le Confraternite della Pas­sione.

Da Pio VII aveva ottenuto la facoltà di annet­tere ai Crocifissi l'indulgenza della Via Crucis, e ne benediceva senza limiti; a Milano in una sola volta ne benedisse più di tre mila, affermando di com­piere così una missione assai fruttuosa. Nella stessa città, ove si trovava in esilio per non aver prestato il giuramento napoleonico, consigliò il parroco di S. Stefano a collocare in luogo più decoroso una statua di Gesù Redentore in atto di portare la Croce: à tale scopo procurò generose offerte, consacrò notte­tempo (per l'avversa polizia) l'altare, compose delle preghiere per il popolo che ogni anno ancora si leg­gono dal pulpito, ed ottenne da Pio VII un'indul­genza plenaria.

Molti testimoni, tra cui il Card. Lambruschini, attestarono nei processi che il Santo, nei suoi innu­merevoli discorsi, non trascurò di parlare una sola volta della Passione: sapeva maneggiare questo ar­gomento con sì rara abilità che lo faceva entrare in qualunque trattazione con naturalezza, senza il minimo sforzo o artificio, anzi con piacere e mera­viglia di tutti. E fu predicando Cristo Crocifisso in Piazza del Popolo, che riuscì a calmare il popolo romano, quando questi, dopo avere ucciso Ugo Ba­sville, da due giorni si aggirava per la città armato e tumultuante.

Dopo che ebbe rinunziato al governo della dio­cesi, Leone XII lo volle presso di sè al Quirinale per giovarsi dei suoi consigli. Ma ecco che un giorno il Papa, per l'aggravarsi di una malattia, trovasi in fin di vita: il Santo offre tosto la vita propria in sa­crificio a Dio per la salute del medesimo: l'offerta fu gradita al Cielo: egli si ammala subito mortalmente, mentre il Papa ritorna in perfetta salute. Moriva il Santo nello stesso Palazzo del Quirinale, alla pre­cisa età di anni 79, dopo aver predetto a Leone XII altri 5 anni e 4 mesi di pontificato.

(P. Stanislao: Vita del B. Vincenzo M. Strambi - Passionisti. Ro­ma, 1925).

La Chiesa è solita porre sul petto dei Sommi Pontefici e dei Vescovi una Croce: essi difatti, come i primi Apostoli, sono i massimi testimoni del Cro­cifisso ed i massimi depositari dei tesori del Croci­fisso; questa la ragione del loro gesto rituale, conti­nuo, specialmente nelle sacre funzioni, di dare, cioè, la benedizione apostolica col Segno della Croce.

82. - ESPERIENZE DEL CARD. GUIBERT (1803 + 1886).

Quando usci come quotidiano « La Croix », grande giornale cattolico di Francia, il Padre Bailly aveva in cassa duemila franchi soltanto: era un atto di audacia senza pari cominciare così a corto di quat­trini. Ma la Provvidenza l'aiutò e in breve numerosi abbonati resero possibile la pubblicazione.

Nella testata del giornale era posta l'immagine di Gesù Crocifisso, come emblema della politica cri­stiana. Ciò parve a molti una profanazione: tanto dis­sero e tanto fecero che indussero il Card. Guibert a farne togliere l'immagine. Ebbene, inspiegabilmen­te, per una ragione o per un'altra, i lettori diminui­rono, gli abbonati cessarono e si arrivò all'orlo dei fallimento. Il Cardinale allora comprese tutto; ordi­nò che fosse rimesso al posto d'onore il Crocifisso, e davvero avvenne il miracolo. Superando ogni aspet­tativa, la Croix dovè aumentare la tiratura e divenne in breve uno dei giornali più diffusi in Francia. (Ri­vista del Clero Italiano - Vita e Pensiero. Milano, 1951).

Col Crocifisso, la vittoria finale ed il successo:

senza il Crocifisso, la sconfitta finale ed il falli­mento.

83. - L'OBELISCO DI PIAZZA SAN PIETRO.

Luigi Veuillot scrisse: « Quest'Obelisco, orna­mento del circo di Nerone, languiva, muto, da se­coli. Uno dei nostri Papi n'ebbe pietà e gli disse: Io ti darò un luogo nobile nella mia Roma. Hai vi­sto la crocifissione di Pietro, sei testimone, parlerai. Confesserai Cristo.

E, con la mano che sanava tutto e che riedificò Roma e che avrebbe riedificato il mondo, lo risol­levò: era il nostro Sisto V. Lo risollevò e lo pose qui, e non già nudo e stupidò, come un oggetto di curiosità, ma gli fece portare la Croce e l'arricchì di una particella del legno su cui il Redentore fu crocifisso. E volle che quella Croce, la cui ombra convertì il Ladrone, il cui contatto fece rivivere i morti, coprisse con la sua santità coloro che passano accanto all'Obelisco e concesse loro il perdono. Co­si il monumento pagano divenne araldo del Vangelo.

Alla pietra pagana, difatti, Sisto diede una voce degna di Roma e del Vangelo. E, mentre essa aveva celebrato gli dei Augusto e Tiberio, oggi dice: «Ec­co la Croce del Signore. Fuggite, o parti avverse. Vince il Leone di Giuda. Cristo regna. Cristo im­pera. E Cristo, contro ogni male, il popolo suo di­fenda».

Questa pietra ora così parla, cos? prega, così leva la sua voce in mezzo al popolo di Dio.

O Pietra fortunata! Spesso, passando sotto la tua ombra, ho sentito la potenza della Croce! E mi facevi provare ciò che provasti tu stessa, quando l'ombra di Gesù toccò la terra d'esilio, e fece crol­lare gl'idoli e sussultare i macigni».

(Louis Veuillot: Le Parfum De Rome - S.E.I., Torino, 1945).

Gli imperatori dell'antica Roma ebbero nel «Fa­scio» la loro voce; voce che echeggiò per vari se­coli; voce artistica, letteraria, morale, imperiale; ma era una voce troppo umana, anzi pagana: si spense.

I Sommi Pontefici della nuova Roma hanno nella «Croce» la loro voce; voce che riecheggia da 20 se­coli; voce artistica, letteraria, filosofica, morale, teo­logica, ascetica; ma è una voce umano-divina: non sí spegnerà mai.

84. - S. ELENA IMPERATRICE (246 + 328?).

Moglie di Costanzo Cloro e madre di Costantino il Grande, convertitasi al cristianesimo divenne don­na di eroiche virtù, munifica particolarmente cogli indigenti.

Nutriva una fervida devozione per i Luoghi che il Figlio di Dio aveva santificato con la sua presenza, coi suoi insegnamenti e coi suoi miracoli e, benchè ottantenne, nel 326, volle recarsi in Palestina con l'intento principale di ricercare la Croce di Gesù e trasformarla da oggetto d'ignominia in trofeo di gloria.

Arrivata a Gerusalemme, fece tosto demolire il tempio di Venere e la statua di Giove che i pagani, in odio al Cristianesimo, avevano eretto sul Calva­rio e diede inizio agli scavi di ricerca. Il successo le arrise. Trovò il Sepolcro di Gesù e, in vicinanza, tre croci, i Chiodi che confissero il Salvatore e il Titolo della sua condanna. Onde distinguere la S. Croce dalle altre, fu seguito il consiglio di S. Ma­cario, vescovo di Gerusalemme; furono portate le croci presso una donna gravemente inferma: al con­tatto delle prime due - le croci dei Ladroni - nulla avvenne; al contatto della terza - la Croce di Ge­sù - l'ammalata guarì istantaneamente. Quel giorno, 14 settembre 326, fu memorando ed eternato nella storia.

Con il cuore riboccante di gioia, la santa Impera­trice ordinò l'erezione di una basilica nel luogo stes­so del ritrovamento, ove, chiusa in ricchissima cu­stodia di argento, si conservasse e venerasse una par­te insigne della Croce.

Appagati i suoi pii desideri nella terra di Gesù, se ne tornò a Roma con le navi cariche di preziose reliquie con cui arricchire la Capitale del Cristiane­simo, tra cui un'altra parte insigne della vera Croce, il Titolo e i Chiodi, che fece collocare in pubblica venerazione nella basilica da lei stessa fatta costruire e che da allora prese il nome di «Chiesa di S. Croce in Gerusalemme».

Piena di anni e di meriti, questa celebre Passio­nista dei primi secoli, se ne volava al cielo. La Chie­sa l'ha venerata come santa e il Martirologio Romano ne ricorda la festa il 18 agosto. (Rohrbacher: Storia Universale della Chiesa - Marietti. Torino, 1878 - Perardi: Il culto - L.I.C.E., Torino, 1939).

Il culto alla Croce si trova espresso nei più an­tichi e più celebri rappresentanti del Cristianesimo primitivo ed unito alla narrazione storica di non po­chi miracoli avvenuti in quei tempi. Che ne pensano i protestanti? Non credono alla Storia? Ma la Storia è Storia, e la vera Storia non può contradire alla vera Fede.

85. - SAN LUIGI IX RE DI FRANCIA (1215 + 270).

La santità di questo monarca è tale da confon­dere i religiosi più austeri e gli anacoreti più solitari. Eccelse nella pietà verso il Crocifisso. La prudenza nel governare, la fecondità delle iniziative, l'amore verso i sudditi e la Religione, fanno ben comprendere quanto profittasse nelle lunghe meditazioni ai piedi del Crocifisso.

Digiunava con esattezza tutti i venerdì dell'an­no; in quelli di quaresima non mangiava frutta, nè carne, nè pesce. Il cilizio gli era inseparabile com­pagno, e quando il confessore gliene proibiva l'uso suppliva con più larghe elemosine. Curava personal­mente l'educazione dei suoi numerosi figli, ispirava loro il disprezzo delle vanità e dei piaceri, li infiammava di amore verso la Madonna, li abituava ad un giusto spirito di mortificazione, e, di venerdì, non permetteva che portassero sul capo verun ornamen­to. Egli stesso non indossava mai abiti preziosi, ec­cetto nelle occasioni di solenni cerimonie.

In luogo segreto soleva radunare centinaia di poveri, li lavava, li asciugava, ne baciava i piedi e le mani, li faceva sedere a lauta mensa servendoli personalmente. Con sante leggi represse numerosi disordini: la bestemmia, lo spergiuro, l'eresia, i giuochi d'azzardo, le orgie, il lusso delle donne, le ingiustizie nei processi. Per i Religiosi e i loro Or­dini ebbe particolare stima; li considerava strumenti della Provvidenza per la salvezza d'innumerevoli anime, riscattate dal Sangue di Gesù Cristo, special­mente degl'infedeli. E ,furono innumerevoli i collegi, le parrocchie, i monasteri, gli ospedali ed altri luo­ghi pii da lui fondati.

Fece venire nel suo regno la Corona di Spine di N. Signore, riscattandola con ingente somma dai Veneziani che l'avevano in pegno. Da Baldovino II, imperatore di Costantinopoli, ottenne una reliquia della Croce, la catena con cui Gesù fu legato alla colonna, la Lancia, la Canna, la Veste Rossa, la Spu­gna, una parte del Sudario, ed altre Reliquie, per custodire le quali costruì in Parigi la celebre «Santa Cappella», dotandola di copiose rendite. Per soccorrere i cristiani d'Oriente oppressi dal­l'Islam, e liberare i Luoghi Santi dal potere degli infedeli, intraprese una crociata contro i maomet­tani, che altri però dovette proseguire, giacchè egli moriva in Tunisia, dopo avere ricevuti i Sacramenti, e mentre ripeteva le parole di Gesù in Croce: «Pa­dre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio!». (Fiore dei Bollandisti - Mazzarelli. Napoli, 1879).

La Croce ha saputo e saprà degnamente ornare il capo o il petto dei migliori governanti delle na­zioni.

86. - LA CORONA REALE AL CROCIFISSO (995 +1035).

Il re Canuto trovavasi un giorno in riva al ma­re. Arrivarono alcuni ambasciatori dell'imperatore di Germania che, avvezzi all'adulazione, lo chiama­rono «il più potente dei re».

Canuto, volendo dar loro una mite ma efficace lezione di sincerità, si fece sulla sponda e comandò alle acque di non bagnarlo. Ma proprio in quel mo­mento un'ondata formidabile lo investì con violenza. «Vedete - disse allora il re - se io fossi vera­mente il più potente dei sovrani, il mare mi obbe­direbbe. Quanto è poca la nostra potenza!».

Da quel giorno egli non volle portare più la co­rona reale, ma, seguito dal suo corteo, si recò nella chiesa di Winchester, ove, toltosi dalla fronte il diadema, lo pose in capo al Crocifisso, proclaman­do con quest'atto che il più potente dei re è il solo Crocifisso. (Palazzi: Enciclopedia degli Aneddotti - Ceschina. Milano, 1935).

Il più potente dei re, il più sapiente dei legi­slatori, il più forte promotore di civilizzazione e di progresso, è Cristo, Re Crocifisso: a Lui tutti i go­vernanti debbono venerazione e sottomissione; da Lui, trarre ispirazione per attuare gli alti ideati in favore dell'umanità.

87. - DALLA CORONA DI SPINE ALLA CORONA DI GLORIA.

La regina Maria Leckzinska, principessa di Po­lonia e sposa di Luigi XV, donna di eminenti virtù e che si distinse per una grande fede nell'augusto Sa­cramento, un giorno, avvedutasi che vien portato il Viatico ad un ammalato, all'istante, come si trova, e seguita da tutta la corte, accompagna il Santissi­mo. Compiuta la cerimonia, ai conforti soprannatu­rali di Gesù, volle aggiungere il suo conforto uma­no con soave esortazione alla rassegnazione e con abbondante elemosina.

Ma nell'Eucaristia, la piissima regina amava con­templare il riflesso della Passione. Sullo sportello del Tabernacolo, nella sua Cappella di Chambord, fece dipingere due corone: in basso una corona di spine, in alto una corona di gloria, e le parole «Dall'una al­l'altra». (Buetti: L'Adorazione alla SS.mo Eucari­stia - Marietti. Torino, 1944).

O re o non re, o regine o non regine, tutti so­spiriamo una meta più alta, un ideale più luminoso, una corona di gloria. A nessuna delle sue creature Dio toglie tanta nobile aspirazione; anzi, con la pa­rola e con l'esempio ne indica la via infallibile e giusta, cioè l'incoronazione dopo il combattimento, la corona di gloria dopo quella di spine.

88. - ELENA DI SAVOIA.

Figlia del Conte di Parigi, sposa del Principe Emanuele Filiberto e Duca di Savoia, per la carità e il coraggio nel curare i soldati infermi, fu decorata, nel 1917, della medaglia d'argento al valor militare. Ancor giovane sposa, in Torino, nelle prime ore del mattino, dopo avere ascoltata la S. Messa, si recava subito a visitare e soccorrere poveri ed am­malati nelle loro case, animata da quella viva fede che le faceva vedere in essi il medesimo Gesù che quotidianamente rinnova il sacrificio del Calvario non solo sull'altare, ma anche nel suo corpo mistico. Un giorno, visitando l'ospedale, notò che nelle sale mancava il Crocifisso. Se ne rammaricò col Di­rettore, dicendogli che così gli ammalati erano privi di una grande consolazione.

- E' per evitare i microbi - rispose il Direttore. - E le lampade allora? Non offrono lo stesso inconveniente? Su via; vi manderò io otto Crocifissi di metallo.

E furono subito mandati e messi a posto.

(Buet­ti: L'Adorazione alla SS. Eucaristia - Marietti. To­rino, 1937).

La scienza medica e la Religione mai sono o possono essere in opposizione. La verità non può mai opporsi alla verità: solo l'ignoranza o la cattiveria vi possono scorgere delle antitesi. Invece la Medicina e la Religione formano il più efficace e il più com­pleto rimedio possibile per chi soffre ed è mirabil­mente composto di corpo e di anima.

89. - LE CAVALIERESSE DELLA CROCE.

L'imperatore Massimiliano I possedeva una reli­quia della SS.ma Croce, e soleva portarla indosso come scudo di protezione nelle guerre e nelle bat­taglie.

La Reliquia passò ai suoi successori Ferdinan­do III e Leopoldo I; questi la donò all'imperatrice Eleonora, vedova di Ferdinanda III.

L'anno 1668 il palazzo imperiale s'íncendiò e tutti i gioielli dell'imperatrice andarono distrutti: la croce d'oro, però, che conteneva due pezzetti della vera Croce, fu rinvenuta dopo cinque giorni illesa e intatta fra i carboni. La pia imperatrice, in memo­ria di questo miracolo, istituì l'Ordine delle Cavalie­resse, dette anche Dame della Crociera. Il Papa Cle­mente IX lo approvò ed arricchì d'indulgenze.

Le Dame, per appartenere all'Ordine, dovevano essere illustri per bontà di animo e irreprensibile condotta; dovevano onorare con culto particolare la Croce e portare come insegna una medaglia d'oro su cui spiccava una Crocetta di smalto turchino con quattro stelle nell'estremità e quattro aquile negli angoli, simboleggianti le virtù. (Moroni: Dizíonario Storico Ecclesiastico - Emiliana: Venezia, 1842).

Ogni cristiano dovrebbe portare il Crocifisso o la Croce, non solo come emblema della sua fede e come segno di protezione; ma anche come continuo incitamento alle virtù. Se crediamo nel Crocifisso, se amiamo il Crocifisso, perchè non dovremmo cre­dere nelle virtù del Crocifisso e non amare le virtù del Crocifisso?

 

LE RELIGIOSE

90. - SANTA VERONICA GIULIANI (1660 + 1727).

Durante il suo noviziato tra le cappuccine, ebbe ordine dalla maestra di provveder d'acqua l'infer­meria. Ella, senza dar limiti al fervore, nè badare alle due scale ripide che ogni volta doveva salire, ne trasportò ben trenta brocche, talchè, per lo scen­dere e salire con quel peso, le si creparono e insan­guinarono i calcagni e rimase come abbattuta e sfi­nita.

Cosa fare? La natura reclamava il necessario rí­poso; ma ella desiderava continuare il lavoro. Le si fece vedere il Divin Redentore con la Croce in ispalla, che amorevolmente le disse: «Guarda la Croce che porto Io, che tanto mi pesa!...». Tal vista e tali parole, ravvivarono la Santa, che senti rinvi­gorire le forze del corpo, e tornò più pronta di prima alla fatica.

(Salvatori: Vita di S. Veronica Giuliani - Salviucci. Roma, 1839).

Data la debolezza e la limitatezza delle forze umane, non è raro che l'animo si senta abbattuto nel compimento dei propri doveri. Ma quale la potenza di uno sguardo o di un affetto al Crocifisso! Le ener­gie non solo vengono sostenute, ma moltiplicate.

91. - IL DIVIETO DI UNA REGOLA.

Nel convento delle Domenicane di Vercelli, una prescrizione della regola vietava di bere fra un pasto e l'altro senza il permesso della superiora. Gover­nava allora quel convento la Beata Emilia, la quale rarissimamente concedeva alle sue consorelle quel permesso, esortandole a questo piccolo sacrificio in memoria della sete che Gesù patì sul Calvario.

La monaca Cecilia Avogadro, andata un giorno a chiedere il permesso di bere, ne ebbe il solito divieto, al quale tuttavia, sebbene arsa dalla sete, non mancò di uniformarsi. Ne fu però ben ricom­pensata. Dopo morta, ella apparve alla superiora, raggiante di gloria, e la ringraziò per averla indotta a quella mortificazione, in virtù della quale il suo purgatorio, che avrebbe dovuto essere di lunga du­rata a motivo del troppo affetto portato ai parenti, fu invece di molto abbreviato.

(Louvet: Il Purga­torio - Marietti. Torino. 1941).

I piccoli atti di mortificazione o di penitenza compiuti in onore di Gesù Crocifisso, hanno sommo valore per abbreviare il proprio o l'altrui purgatorio, e per accrescere la propria gloria.

92. - UN DONO DELLA SS. TRINITA’.

A Santa Margherita Alacoque comparve la SS.ma Trinità sotto la sembianza di tre giovani biancove­stiti, sfolgoranti di luce, della medesima età, statura, bellezza. L'Eterno Padre portava una grande Croce, irta di spine e carica degli strumenti della Passione. Offrendola alla Santa, le disse: «Prendi, figlia mia; ti fo lo stesso dono che al mio Figliuolo diletto». «Ed io, le disse Gesù, ti configgerò sopra di essa, come io vi fui confitto». La Terza Persona dell'ado­rabile Triade soggiunse che, essendo Egli fuoco di amore, sulla Croce l'avrebbe purificata e consumata.

(Mons. Bardi: S. Margherita M. Alacoque - Paoli­ni. Roma, 1924).

I regali di Dio, a chi si è interamente e peren­nemente consacrato al suo servizio, son quelli che elevano l'anima all'unione col Crocifisso. E' una ve­rità mistica non sempre ben compresa, come non sempre è ben compresa l'essenza pratica della per­lezione. La santità della creatura è un fiore che sboc­cia o sulla Croce o molto vicino alla Croce.

93. - AUDI ET TACE!

Suor Sigismonda, una delle prime domenicane del monastero della SS.ma Annunziata in Palermo, apparve ornata di tutte le più eroiche virtù: seppe in particolar maniera unire la pulizia della persona ad una estrema povertà di vestito, la carità e la con­discendenza verso le consorelle, specialmente infer­me, ad una puntuale e scrupolosa obbedienza; so­pratutto si distinse per un grande amore a Gesù Cro­cifisso, non limitato ai soli teneri affetti, o alla sola meditazione.

Per santificare vieppiù la sua anima, Dio per­mise che fosse calunniata di grave fallo. La priora,

senza appurare debitamente la verità, pubblicò di­nanzi a tutte le suore il delitto, le rivolse aspra e pungente riprensione, e, come se fosse rea confessa, la condannò ad una penosa e lunga penitenza. Tac­que Sigismonda, e quantunque a chiara luce poteva far conoscere la propria innocenza, preferì accettare di buon animo il castigo.

Però in seguito fu assalita dal dubbio: non era tenuta al suo buon nome? a non dar motivo di scan­dalo, manifestando la propria innocenza? Per tro­vare consiglio e pace, va in chiesa a prostrarsi da­vanti all'immagine del Crocifisso. «Mio Dio esclama - son tenuta rea di grave eccesso, castigata . con severissime penitenze, additata a tutti e da tutti aborrita come pubblica peccatrice. Ciò mi abbatte­rebbe, se non fissassi lo sguardo in Voi che, pur es­sendo candore innocentissimo di luce eterna e sa­pienza increata, foste tuttavia vilipeso, stimato pazzo, ubbriacone, indemoniato, impostore, e come tale condannato all'ignominia della Croce. Ma, o mio Dio, non resto quieta: temo che il mio tacere sia errato, mentre facendo conoscere la mia innocenza potrei evitare tanto scandalo. Illuminatemi, Vi prego, affinché possa agire come è più conforme al vostro divin volere».

Alla pietosa preghiera, il Crocifisso rispose dalla sacra immagine e scandì, ripetendole tre volte, que­ste parole: «Audi et tace!». E la pia religiosa tac­que tutto il tempo della sua vita, sopportando e calunnie e conseguenti umiliazioni con eroica pa­zienza.

Avvenuta la morte, il direttore spirituale di Si­gismonda, a cui ella tutto aveva confidato, svelò il mistero, e non mancarono segni prodigiosi che con­fermarono la santità dell'ammirabile domenicana.

(Domenico Marchese:, Sacro Diario Domenicano - G. Fasulo. Napoli, 1668).

Certi eroismi non sono possibili senza un forte amore al Crocifisso: ed un forte amore al Crocifisso non è possibile, senza averlo continuamente presente col ricordo e con la meditazione.

94. - SUOR BENIGNA CONSOLATA FERRERO (1885 + 1916).

Nacque a Torino e crebbe pia e di volontà te­nace. A scuola onde guadagnare il premio promesso a chi si distinguesse nel silenzio, si mordeva più volte la lingua; ma il premio lo vinse. Sin da fan­cíulla s'intratteneva giocondamente nella preghiera e nella meditazione.

Gesù, volendola avviare ad un amore più gene­roso, le disse: «Voglio da te maggiori penitenze. Col permesso del tuo Padre Spirituale ti legherai una fune alle reni, per modo che la carne ne resti contusa, senza però far nascere sospetti in famiglia: a tal fine procurerai di stare sempre allegra. Con­tinuerò a provarti con pene interne, e a queste ag­giungerò quelle esterne». Altra volta Gesù: «Per onorare il mio divin Cuore, ti alzerai due volte la notte, ti inginocchierai e bacerai la terra: alla prima alzata dirai come ti è stato insegnato dal mio Mini­stro; alla seconda dirai tre volte: - Gesù Crocifisso, configgimi con te! -. Non ti sgomenti l'idea che avrai molto da soffrire; il mio Cuore ti darà la forza di tutto compiere».

Gesù in appresso la sollecita a pregare e a far sacrifici per la conversione dei peccatori. E perchè ogni sua croce sia altamente meritoria, Gesù le inse­gna: «Quando soffri, sia dolori spirituali che mate­riali, rendili sommamente preziosi procurando di soffrire con puro amore. E' qui che la maggior parte delle persone, anche pie e devote, diminuiscono i loro meriti; esse vanno raccontando ciò che soffro­no, e, pur non lagnandosene, hanno desiderio che altri lo sappiano. Ciò non piace molto al mio Cuore divino che, se invia una sofferenza, vuole che sia accettata con grande rassegnazione e pazienza. Il più prezioso dono che posso fare alle mie amanti, si è appunto il dono della Croce».

A 19 anni entrò nel Monastero della Visitazione di Como, dove, per la mitezza del carattere, le fu cambiato il nome di Maria Consolata, in quello di Suor Benigna Consolata.

Nella vita claustrale Gesù la fece meglio correre per la via del giocondo sacrificio. «Mia Benigna - le diceva - poche anime camminano con passo deci­sivo nell'amore, perchè poche entrano con generosità nelle vie del sacrificio. Niente fa crescere tanto l'amore in un'anima quanto la Croce». «Mia Be­nigna - le diceva altra volta Gesù - dammi delle anime». - «Come devo fare per darti delle ani­me?» domandava lei. Ed il Maestro: «Col sacri­ficio. Che tu stia in continuo stato di sacrificio. Le anime non si salvano col far niente. Io sono morto in Croce per salvare le anime. Non ti chiedo cose grandi, no; ma una parola taciuta, uno sguardo re­presso, troncato un pensiero che piace, tutto ciò che mortifica in una parola. Unisci tutte queste piccole cose in unione dei miei meriti infiniti e acquiste­ranno grande valore. Se tu sapessi come mi piac­ciono le anime che così si immolano in silenzio! Perchè anche tra le religiose vi sono poche contem­plative e poche alle quali possa fare delle grazie straordinarie? Perchè c'è poca mortificazione». La serva di Dio, dietro questi ammirabili ammaestra­menti, si collocò sull'altare della Croce e con instan­cabile generosità si immolò al fuoco di una perenne mortificazione.

Nell'ultima malattia, terribile per dolori natu­rali e soprannaturali, non desiderava alcun leni­mento, non voleva neppure che si cacciassero le mo­sche e le zanzare, dicendo amabilmente che voleva sopportare quella noia per onorare la sofferenza di Gesù, il quale non poteva, con le mani inchiodate in Croce, procurarsi alcun sollievo.

Morì in settembre, di venerdì, alle ore tre pomeridiane.

(Breve Vita di S. Ben. Consolata Ferrero - Tip. Div. Provvidenza. Como, 1918).

Se è vero che la via della perfezione è la stessa via del sacrificio, è anche vero che il Cuore di Gesù dà la forza di tutto compiere. Egli aspetta il nostro slancio generoso, poi pensa lui a darci la sua mano.

 

I RELIGIOSI

95. - SAN SERAFINO DI MONTE GRANARO (1540+1604).

Una sera dopo cena, per onesta ricreazione dei frati, i chierici avevano improvvisato dei sermoni spirituali. Il P. Guardiano si volse a Fra Serafino e gli disse: «Orsù, Fra Serafino, voglio sentire la tua predica: fatti coraggio: va sulla cattedra e d? qualche cosa che faccia bene all'anima nostra». Fra Serafino si turbò nel ricevere tale comando, e umil­mente protestò di essere un povero idiota, incapace di interessare l'attenzione dell'uditorio. Tuttavia, vincendo ogni ritegno, per amore della santa obbe­dienza, andò modestamente sul pulpito e con grande semplicità fece il suo sermone dicendo:

«Beati voi, o predicatori, che qui siete presenti! Voi avete la sorte di spargere sulle anime il nettare della divina parola. Voi confortate il cuore di quelli che vi ascoltano, e stabilite in essi il regno della fede e della carità di N. S. Gesù Cristo. Ma vorrei rivol­gervi una domanda, miei venerati Padri: sopra qual libro componete e preparate le vostre prediche?». Così dicendo, pose le mani in una tasca della tonaca, ne trasse fuori un piccolo Crocifisso di ottone che sempre portava con sè, e poi, presentandolo, prose­guì:

«Ecco il libro che dovete studiare per fare pre­diche fruttuose al popolo cristiano. Contemplatelo bene, o Padri predicatori, il libro sul quale è bene che voi facciate il vostro studio. E' un Libro scritto col prezioso Sangue di Gesù Cristo, e con la penna dei santi chiodi, nella pergamena della sua pelle sacratissima, che è diviso in tanti capitoli quante sono le sue piaghe adorabili. Qui conviene che im­pariate quella santa fede che volete ravvivare nel­l'animo di chi vi ascolta; qui, la carità che è il fuoco portato da Gesù su questa terra; qui, la povertà e tutte le altre virtù cristiane delle quali voi dovete essere maestri. Se voi mediterete seriamente su que­sto Libro prezioso, dal vostro labbro fluiranno parole efficaci e vive che penetreranno nel fondo dei cuori. Da esso saprete trarre concetti sì elevati, ed argo­menti così forti e persuasivi, che nessuno potrà resi­stere alla possanza della vostra predicazione, ed i vostri uditori si sentiranno attirati con soave violenza ad amare ed imitare il nostro divin Redentore».

In questo tono di schietta e fervorosa eloquenza, continuò Fra Serafino, infiammandosi in volto e struggendosi in lagrime di tenerissima devozione. Tutti i frati stavano attoniti, e non rompevano il si­lenzio se non con i singhiozzi che sgorgavano dal loro cuore. E quando il discorso ebbe fine, essi benedis­sero Iddio che sulle labbra di un povero laico, aveva posto il più bel commento dell'Apostolo: «Non iudi­cavi me scire aliquid inter vos, nisi Jesum Christum et hunc Crucifixum»

(Card. D. Svampa: Vita di S. Serafino - Arcivescovile. Bologna, 1904).

Quanti Santi nella Chiesa che, privi di umana cultura, sorpassano tuttavia in sapienza coloro che per tanti anni sudarono sui libri! La scienza della santità non cammina di pari passo con lo studio dei libri, utile quanto si voglia; ma con la conoscenza, con l'amore e con l'imitazione del Redentore Croci­fisso.

96. - SAN FILIPPO BENIZI (1233 + 1285).

Giunto al termine della sua laboriosa vita, San Filippo, disteso sulle panche che gli servivano da letto, agonizzava, circondato dai confratelli che lo assistevano in quella lotta suprema.

- Datemi il mio libro! - mormora ad un tratto. Persuasi che volesse recitare qualche salmo, un confratello gli porse il Breviario; ma il Santo ten­tennando la testa e respingendolo delicatamente:

- Datemi il mio libro! - ripetè - Datemi il mio libro!

Colpito dall'istanza, qualcuno notò che Filippo non distaccava lo sguardo dal Crocifisso che pendeva dalla parete di fronte. Lo prese tosto e lo presentò al morente. Col viso raggiante, stese questi le mani tremanti, si strinse al petto l'immagine santa del Dio Crocifisso, e baciandola con ardore esclamò: «Ecco il mio libro! E' questo il mio caro libro dove io ho procurato d'imparare a leggere durante la mia vita. E' l'unico libro che sia necessario saper leg­gere». E sul Crocifisso piegò la testa, spirando.

(Amilcare Rey: Il Preziosissimo Sangue - Roma, 1949).

Il miglior libro per i piccoli, per i giovani, per gli adulti, per i vecchi, per gl'ignoranti, per i dotti, per tutte le classi sociali, nonchè per chi lascia final­mente la vita terrena è sempre, è solo il Crocifisso, perchè scritto dalla stessa Sapienza Divina.

97. - PADRE LEOPOLDO CAPPUCCINO (1866 + 1942).

Amò le anime sacrificandosi per esse tutta la vita sino all'eroismo, perchè la fede gliele rappre­sentava imporporate del sangue redentore di Cristo. Per le anime rimase chiuso 40 anni nella sua celletta confessionale a Padova, dalle 10 alle 12 ore giorna­liere, senza mai alcun riposo, senza mai un giorno di sollievo o di svago: sempre là, sia che il solleone rendesse la celletta torrida come un forno, e sia che il freddo invernale lo intirizzisse. Mai scacciò alcuno per seccanti insistenze o per l'ora importuna. Se talvolta usciva per un momento e il suono del cam­panello lo avvertiva che un altro penitente era giun­to, tornava subito indietro e manifestava la gioia del suo animo dicendo: «Eccomi, Signore, eccomi! ». E sempre così, anche per dieci, per cento volte, fino alla sera tardi, quando magari era a letto. Così tutti i giorni: sempre accogliente e sorridente senza la­sciarsi sfuggire uno scatto di sdegno, un atto d'im­pazienza, un cenno di fastidio. Spesso confessava giornate intiere con la febbre che lo bruciava. Ripeteva: «Tutto io devo fare per le anime, tutto. Io devo e voglio morire sulla breccia». Ai Superiori non domandò mai dispense o favori, domandò solo che gli permettessero di stare in confessionale più che fosse possibile. La chiusura della chiesa a certe ore determinate, fu per lui un vero martirio.

Nel suo ministero trattava le anime con tale bon­tà e generosità, che potè dire: «Sono più di 50 anni che confesso e non mi morde la coscienza di aver sempre accordata l'assoluzione; piuttosto mi dispia­ce per quelle tre o quattro volte che non ho potuto darla». A chi si meravigliava di tanta larghezza, di­ceva: «Vedi! - e indicava il Crocifisso - ci ha dato l'esempio Lui. Non siamo stati noi a morire per le anime, ma ha sparso Lui il suo sangue divino. Dobbiamo, quindi, trattare le anime come ci ha insegnato Lui con il suo esempio». Poi, scherzando, aggiungeva: «Se il Signore mi rimproverasse di trop­pa larghezza, si potrebbe rispondergli: Padrone be­nedetto, questo cattivo esempio me lo avete dato Voi, morendo sulla Croce per le anime, mosso dalla vostra infinita carità».

(Pietro da Valdiporro: Un Apostolo del Confessionale - Antoniana. Padova, 1945).

La larghezza verso i peccatori, quando sono ve­ramente pentiti e con sincerità fuggono certe occa­sioni, è una larghezza divina, meritataci dal Sangue di Gesù. Chiudere il cuore alla misericordia verso questi peccatori, sarebbe un chiudere le piaghe re­dentrici del Salvatore.

98. - SAN CAMILLO DE LELLIS (1550 +1614).

Costantemente, per tutto il corso della vita, Ca­millo si rivolse al Crocifisso per sollecitare e ricevere ordini, disposizioni, aiuti e favori per le anime e per i corpi, con la più incrollabile sicurezza e con la più amabile sincerità.

Non passava ora del giorno che egli non si ricor­dasse del Crocifisso o ne invocasse con grande fiducia l'aiuto, rifugiandosi nelle di lui sacratissime piaghe.

Uscendo di casa per le solite opere di carità, lo sguardo al Crocifisso gli comunicava una forza irresistibile. Non c'erano ostacoli che gl'impedissero un'opera buona, vicino o lontano, nelle case private o all'ospedale, sotto la pioggia o la sferza del sole. Portava sempre con sè un Crocifisso di rispettabili dimensioni: lo custodiva in petto nella parte interna dell'abito. Entrando all'ospedale e prima di partir­sene, dava a baciare il Crocifisso ai suoi ammalati, a tutti se appena poteva, uno per uno. Sia che caval­casse o sedesse in corriera, fissava gli sguardi sopra di esso, si concentrava nella contemplazione di quelle amorose piaghe, e spesso si astraeva sì fortemente dalle persone e dalle cose, da perdere talvolta la strada, o da percorrerla senza avvedersene. Nelle soste dei viaggi, il Crocifisso trasformava la camera in oratorio, restando buon tratto della notte in medi­tazione e preghiera.

Usava spesso il Crocifisso per convertire i pec­catori ostinati: ponendolo sotto i loro occhi, li costringeva a guardarlo, e con le espressioni del suo cuore infiammato, finiva per trionfare.

Anche ai suoi religiosi, particolarmente ai novizi, ai tentati, ai tribolati, Camillo ripeteva, incoraggian­doli a guardare il Crocifisso: «Se non vi basta la sua vista a tenervi lontani dal peccato, non so che altro, figliuoli miei, vi possa bastare».

A Firenze si trova un giorno in urgente neces­sità: gli mancano i mezzi. Ricorre con fiducia al Crocifisso: «Queste son pur tue creature - gli dice amorevolmente - venuti alla Religione per .servir­ti; Signore, ti prego di non li privare di aiuto». Ap­pena finito di parlare, ecco che entra il portinaio ad annunziare un signore alto, vestito a nero, mai visto, desideroso di parlare col Fondatore dei Ministri degli Infermi. «Fatelo venire», gli risponde Camillo. L'ospite entra e chiede al Santo se gli occorra qual­che cosa.

- Duecento o trecento scudi. - E tanti vi bastano?

- Lo spero.

- Pigliate e servitevene - conchiude colui - e gli dà una borsa con molti scudi. Camillo si rivolge al Crocifisso: «Io ti ringrazio, Signore, che non ab­bandoni i tuoi servi», e recita il Te Deum. Frattanto lo sconosciuto lascia la camera e la casa, insalutato ospite, e nessuno lo rivide più.

La vita di questo Santo ha più di uno di tali in­contri e sono il risultato logico di un patto solenne, costante, al quale le due parti contraenti si manten­nero fedeli: «Pensa a me - gli aveva detto il Cro­cifisso - che lo penserò a te!».

(L'Osservatore Ro­mano - Luglio, 1937).

Quanto più pensiamo al Crocifisso, tanto più il Crocifisso pensa a noi. Egli tuttavia non si f a vincere in amore nella gara, ci sorpassa infinitamente. Ogni nostro ossequio, quindi, sia pure di poco rilievo, viene sempre da Lui ripagato con divina generosità.

99. - PROPAGANDISTI DEL CROCIFISSO E DELL'AD­DOLORATA.

Nel 1233, sette ricchi mercanti fiorentini, per particolare devozione alla Beata Vergine, abbando­nata l'agiatezza delle famiglie, fondarono l'Ordine dei Serviti e stabilirono la loro dimora nella solitu­dine del Monte Senario. Nella Settimana Santa del 1240, i Sette Santi Fondatori, messa in disparte ogni occupazione estranea, si dedicarono esclusivamente alla contemplazione dei grandi misteri della Reden­zione.

Ai pii penitenti, mentre insieme erano adunati nel devoto esercizio, si presentò in visione una splen­dida Matrona, ammantata di luce. Portava nei li­neamenti l'impronta di una tristezza indicibile; ab­bondanti lagrime bagnavano i suoi occhi; aveva co­perto il capo da un lungo velo bruno che pendeva dagli omeri, e nere pure erano le sue vesti e il manto. Nelle mani recava abiti dello stesso colore e torma ed attorniata da uno stuolo di vergini e di spiriti ce­lesti, uno dei quali, a destra, teneva fra le, mani la scritta: «Servi Mariae»; un altro sosteneva aperto il Libro delle Regole; un terzo, a sinistra, agitava una palma simbolo di vittorie. Maria, riguardandoli con tenerezza, disse loro: «Ecco, o miei Diletti, io sono la Madre di Dio da voi invocata. Mirate l'abito con cui son vestita; esso indica il lutto profondo che mi oppresse l'anima alla morte del mio Unigenito: io vi ho scelto dal mondo affinché foste miei Servi: pren­dete quest'abito di lutto - e intanto offriva quelli che recava in mano - è simile al mio, e di esso rivestiti, propagate dappertutto il ricordo dei miei Dolori e della Passione del mio Gesù. Ricevete anche la Regola di S. Agostino. Siatemi fedeli, e un giorno otterrete questa palma di vita eterna».

Quando disparve la visione e ripresero i sensi, i santi religiosi si abbracciarono tra loro, e poi in­sieme promisero alla Vergine Benedetta di eseguirne fedelmente i desideri. (Luígi Salimbeni: Monte Se­nario - 1937).

Fedeltà alle Regole e propagazione della devota memoria e culto al Divin Crocifisso e ai suoi Dolori, ecco uno dei più ardenti desideri della Prima e Gran­de Passionista, la Vergine Addolorata.

 

I RICCHI

100. - SAN GIOVANNI ELEMOSINIERO (... + 1619).

Nacque in Amatunta (Cipro) verso la metà del VI secolo. Perduti la sposa ed i figliuoli, si consacrò interamente e con piena fede alle opere di carità. Per i suoi rari meriti, quantunque nè sacerdote nè monaco, fu creato Patriarca di Alessandria, nel qua­le ufficio il suo cuore si allargò vieppiù alla benefi­cenza da essere soprannominato «Elemosiniero». Per ottenere i suoi favori e le sue elemosine, non si richiedeva che essere povero o bisognoso; poi pensava lui. Ed egli dava a chiunque, concittadino, connazionale o straniero. Si informava delle neces­sità di coloro che per vergogna non le esponevano, e li sovveniva con urgenza e abbondanza. I mer­canti rovinati trovavano come ristabilire i loro ne­gozi: le famiglie ridotte alla mendicità dagli incendi o da altre disgrazie venivano sollevate; a non pochi somministrò somme ragguardevoli, per liberarli dal­le vessazioni dei creditori. Un giorno, avendo dato in segreto una grossa somma a un tale che era stato suo domestico e che non finiva di ringraziarlo con termini di tenera riconoscenza, gli rispose: «Fratel­lo, io non sono giunto a spargere del sangue per voi, come Gesù Cristo, Maestro e Signore nostro, ha fat­to per noi».

(Butler: Vite dei Santi - Emiliana. Ve­nezia, 1857).

Dietro l'esempio del Figlio di Dio che diede il suo sangue per gli altri, anche le ingenti ricchezze donate al prossimo sono sempre poca cosa, quantun­que Iddio ricompensi la nostra carità con generosità infinita.

101. - CARLO, CONTE DI FIANDRA.

Figlio di S. Canuto re di Danimarca, usava, in ossequio alle Cinque Piaghe di N. S. Gesù Cristo, vestire ogni giorno cinque poveri, e ciò faceva an­che con l'intenzione di ottenere dal Signore la gra­zia del martirio, per cui diede ogni anno più di 1300 vesti ai poveri.

Iddio gradì e il dono e l'affetto grande con cui compiva quest'opera di carità e gli concesse la glo­ria di dar la vita per causa della Religione e della giustizia.

(T. Auriennna: Stanza dell'Anima Devota nelle Piaghe di G. C. - Bologna, 1895).

In cielo si trasformano in palme di trionfo i sa­crifici compiuti con fede verso gli altri, ed in corone di gloria i doni offerti ai bisognosi. Dio ci comanda di dare, perchè ci vuol ridonare.

102. - SANTA PAOLA ROMANA (347 + 404).

Alla morte dello sposo Tossozio, della famiglia dei Cesari, Paola, insieme ai cinque figli, ne ereditò il ricchissimo patrimonio. Era cristiana ma lo spirito del Vangelo non l'aveva ancora compenetrata, per cui viveva dedita alla morbidezza, al lusso e alle vanità.

L'amicizia, però, e la devota stima che la lega­vano al grande dottore San Girolamo, la indussero ad ascoltarne i consigli, per cui, distaccatasi da ogni mondanità, volle consacrarsi con una vita perfetta al­l'amore di Cristo Crocifisso.

Si entusiasmò talmente nel meditare la Passione che difficilmente ne distoglieva il pensiero. Visitò con estrema devozione i Luoghi Santi per ravvivare maggiormente la sua fede. Con gioia e abbondanti lagrime venerò specialmente la Colonna della Fla­gellazione sul Monte Sinai, si umiliò e diffuse la sua gratitudine davanti alla Croce sul Calvario, e baciò con immenso affetto la Pietra del Sepolcro ribaltata dall'Angelo della Risurrezione.

Ormai tutta presa dall'amore di Gesù, volle ri­manere in Palestina, per meglio imitarne gli esempi. Passò il resto della vita poverissima, consacrando le sue ricchezze a soccorrere i poveri, ad aiutare i pel­legrini, a edificare monasteri, incoraggiando con la parola e con l'esempio altri ricchi a dare generosa­mente. 1 suoi funerali a Betlemme furono un trionfo. (Fiore dei Bollandisti - Mazzarelli. Napoli, 1874).

Un cuore poco illuminato dalla fede può ricer­care e creder di trovare le soddisfazioni della vita nelle ricchezze. Se questo cuore, però, si lascia com­penetrare dalla luce delle eterne verità, allora non cerca nè può trovare felicità se non nel donare e nel donarsi.

103. - SANTA ELISABETTA DI TURINGIA (1207 + 1231).

Questa santa duchessa elargiva con incredibile profusione le sue ricchezze ai poveri e si onorava di portar loro, personalmente, anche di nascosto dal marito, danaro, cibo, vestiario.

Accompagnata da una fida cameriera, un giorno scendeva per una strada remota, portando nelle pie­ghe del suo mantello pane, carne, uova e altre vivan­de da distribuire, quando, inaspettatamente, si trovò di fronte Luigi, Langravio di Turingia, suo marito, che tornava dalla caccia. Meravigliato di vederla qua­si curva sotto il peso del mantello, egli le disse in tono brusco: «Vediamo ciò che porti!», e nel tempo stesso apri il mantello che ella teneva stretto Ma non vide altro che rose bianche e rosse, di bellezza insolita, e che tanto più lo sorpresero in quanto quella non era stagione di fiori. Vedendo però il tur­bamento della sposa, il duca con liete maniere la ras­sicurò. Ma ecco altra meraviglia: vide egli comparire sopra la testa di lei una luminosa immagine di Gesù Crocifisso. Stupefatto, lasciò che la duchessa prose­guisse per la sua via, mentre egli meditabondo se ne rientrò a Warthourg.

Sul luogo ove avvenne l'incontro e la visione Luigi fece poi innalzare una colonna sormontata dalla Croce, per eternarne la memoria.

(Montalembert: Histoire de Sainte Elisabeth - Victor Retaux. Paris, 1903).

Carità e Croce fioriscono sempre vicini. La po­vertà, le malattie, le sol ferenxe d'ogni genere, sono la Croce in cui s'immolano le Membra Mistiche di Gesù. E chi si ispira alla carità, si ispira ad aiutare, a sollevare e a confortare Gesù che soffre nei suoi eletti. Chi non crede al mistero della Croce, non cre­de neppure al dovere e ai frutti della carità. Sovente la filantropia non è che una maschera dell'egoismo.

 

I SACERDOTI

104. - SAN GIOVANNI VIANNEY (1786 + 1859).

Il Santo Curato d'Ars, per parecchi anni, fu ber­sagliato da contraddizioni e persecuzioni mossegli da sacerdoti e da laici che non comprendevano la sua santità o si credevano danneggiati in qualche inte­resse.

Alcuni suoi collaboratori gli domandarono se quei gravi contrasti lo avessero turbato a tal punto da fargli perdere la pace. Essi non dimenticarono mai l'ammirabile sua risposta:

«La Croce - esclamò egli con una celeste espres­sione - la Croce far perdere la pace? Essa che ha dato la pace al mondo, che deve portarla nei nostri cuori? Tutte le nostre miserie provengono dal non amarla. Il timor delle Croci accresce le Croci. Una Croce portata semplicemente, senza quel risentimen­to che l'amor proprio esagera, non è più Croce. Una sofferenza rassegnata non è più sofferenza. Noi ci lamentiamo di soffrire! -Dovremmo anzi lamentarci di non soffrire, perocchè niuna cosa ci fa più rasso­miglianti a N. Signore, che il portar la sua Croce. Oh la bella unione dell'anima con Gesù Cristo per l'amore e per la virtù della sua Croce! Non so darmi ragione come un cristiano possa non amar la Croce e fuggirla. Non è un fuggir da Colui che ha voluto esservi confitto e morirvi per noi?».

Altra volta rispose: «Le contraddizioni ci met­tono ai piedi della Croce, e la Croce alla porta del cielo. Per giungervi bisogna essere calpestati, vili­pesi, spregiati, ridotti in polvere. Felici a questo mondo sono solo coloro che hanno la pace dell'anima in mezzo alle pene della vita; essi gustano il gaudio dei figli di Dio. Tutte le pene tornano dolci quando si soffre in unione con N. Signore. Soffrire? Che importa! Non è che un momento. Se a noi fosse dato passare otto giorni in cielo, intenderemmo il valore di quella sofferenza. Noi non troveremmo Croce abbastanza pesante, prova abbastanza amara. La Croce è un dono di Dio ai suoi amici. Oh come è bello offrirsi in sacrifizio ogni mattina al Signore, e tutto accettare in espiazione dei propri peccati! Bisogna domandare l'amore delle Croci, allora esse diventano dolci. Io ne feci l'esperienza per quattro o cinque anni. Fui calunniato, avversato, maltrat­tato. Oh! ne avevo delle Croci... ne avevo quasi più non valessi a portare! Mi feci a domandare l'amore delle Croci. Allora io fui felice, e dissi a me stesso: davvero che non vi è felicità che in questo! Non bisogna guardare mai da dove vengono le Croci; esse vengono da Dio. E' sempre Dio che dà questo mezzo a provargli l'amor nostro».

Con tali sentimenti si comprende come il nostro Santo rimanesse calmo in mezzo alle tempeste della vita. (Monnin: Il Curato d'Ars - Marietti. Torino, 1929).

I Sacerdoti, perchè più vicini a Gesù, debbono essere più vicini alla Croce di Gesù. Sono essi cor­redentori; e senza Croce non vi è ne redenzione nè corredenzione. Desiderare quindi le Croci, chiedere l'amore delle Croci, è proprio il dovere di ogni Sa­cerdote, come di ogni anima che, in collaborazione col Sacerdote, si dedica all'apostolato.

105. - IL BEATO GIOVANNI D'AVILA (1500 - 1569).

Zelante ed eloquente apostolo dell'Andalusia, convinse con la sua irresistibile facondia S. Giovanni di Dio, S. Teresa e S. Francesco Borgia a consacrarsi totalmente al Signore nella vita religiosa. Negli ulti­mi anni della sua vita laboriosissima gli fu fatto dono dal cielo di una lunga e penosa malattia. Ciò non­dimeno, per la sua grande devozione al divin Sacri­ficio della Messa, si sforzava di celebrarlo sempre. Un giorno però, recandosi a celebrare in un san­tuario, senti per la via talmente indebolite le forze e cresciuto lo spasimo che, diffidando di poter giun­gere a destinazione, pensava di tornare indietro e quella volta omettere la Messa. Mentre era così ti­tubante, gli apparve Gesù Cristo in forma di pelle­grino che, dopo avere ascoltato i lamenti del povero infermo, trasformandosi, gli disse: «Giovanni mio, coraggio! Vedi: allorchè io ricevei queste ferite, ero assai più stanco e addolorato di te; eppure non mi fermai fino a tanto che non giunsi al Calvario». Il Beato senti le forze ritornargli, e, pur penosamente, riuscì a compiere il grande atto di devozione.

(P. Longaro: Vita del B. Giov. D'Avila - Aureli. Roma, 1864).

Il Sacrificio della Messa è identico al Sacrificio del Calvario: in esso il Sacerdote riveste, sostituisce Gesù. Bisogna celebrarlo, o assistervi, con gli stessi sentimenti e con le stesse disposizioni con cui Gesù Cristo dal Getsemani pervenne al Calvario. Il cuore del Sacerdote, specialmente prima della Messa, deve risentire i palpiti del cuore di Gesù nell'immolarsi per le anime.

Ma anche qualsiasi fedele che, partecipi alla Mes­sa, dovrebbe, o nel tempo che precede la celebra­zione, o durante la medesima celebrazione, ricordare, meditare il Sacrificio del Calvario e riprodurre nel proprio cuore i sentimenti, gli affetti e le virtù di Gesù. E' il modo migliore di partecipare alla Messa o di prepararsi alla Comunione.

106. - SAC. GIUSEPPE ALLEMAND (1772 + 1836).

All'indomani della tremenda rivoluzione, que­st'umilissimo Sacerdote di Marsiglia, onorò altamen­te il clero francese con l'esercizio delle più elette virtù. Professava una speciale devozione alla Pas­sione e Morte di N. Signore, alla cui scuola egli ap­prese quello spirito di sacrificio, che fu la caratteri­stica di tutta la sua vita. Il Crocifisso - scrive il suo biografo Abbè Gaduel - era per lui il tesoro più prezioso e come il libro in cui studiava incessantemente la scienza dei santi. Soleva dire: «Si ha tutto quando si ha un Crocifisso e se ne sappia ser­vire». E fu nella meditazione del Crocifisso che egli sentì riavvamparsi nel cuore quello zelo ardente per le anime che lo indusse, fra l'altro, ad istituire le Oeuvres De jeunesse che tanti giovani preservò e tanti ne redense. Teneva quasi abitualmente fra le mani una Croce di legno, che rimirava e baciava spesso. Le più frequenti orazioni giaculatorie che uscivano dal suo labbro eran quelle che avevano rap­porto con la Passione del Salvatore. Nelle prediche, nelle esortazioni, al santo tribunale, nei colloqui di direzione, ricordava e imprimeva i sentimenti del­l'Apostolo: «Christo Confixus sum cruci. Mihi absit gloriari nisi in cruce D. N. Jesu Christi», e sempre pronunziava tali parole con accento così penetrante che giungeva al cuore. A quei giovani che gli sem­bravano più capaci di perfezione, diceva: «D'ora in poi, voi non dovete conoscere altra cosa che la Croce».

Consigliava, stando nella propria stanza, di fare qualche genuflessione davanti al Crocifisso, di ba­ciarlo con frequenza, di stringerlo al cuore nelle ten­tazioni e nelle sofferenze. Esortava altresì a mettere il Crocifisso sotto il guanciale durante la notte, e a baciarlo al mattino appena desti, per rinnovare la risoluzione di vivere durante il giorno da perfetti se­guaci di Cristo Crocifisso.

(Card. Fernando Cento, in Rivista: Il Crocifisso - Passionisti. Roma, 1938).

La scienza della Croce, acquistata nello studio e nella meditazione continua del mistero del Calva­rio, è la scienza specifica del Sacerdote. Il Sacer­dote è tale, in quanto rinnova il Sacrificio del Cal­vario: meno conosce la Croce, meno è Sacerdote; più conosce la Croce, più è Sacerdote. Agli spiriti mondani e superficiali può apparire la conoscenza del Crocifisso come oggetto secondario della scienza cristiana, e solo usa cuore dai sentimenti falsificati può ritenere la Croce una scienza o una devozione poco adatta ai tempi moderni. I Santi Sacerdoti dei tempi passati, presenti o futuri, si presenteranno, invece, a noi sempre col Crocifisso in mano, in cui fissano i loro sguardi devoti.

107. - SAN GIUSEPPE CAFASSO (1811 + 1860).

La vita ammirabile di questo S. Sacerdote è imperniata nella sublime scienza del Calvario. Il suo zelo, le sue opere di carità, il suo eroismo nel tolle­rare serenamente umiliazioni e persecuzioni, si spie­gano solo alla luce del Crocifisso.

Si recò una volta in carcere a visitare un certo Delpero, vera tigre per il grande numero di omicidi e per la ferocia con cui li aveva eseguiti, il quale dapprima lo respinse freddamente, ma poi, indignato, tentò di scagliarsi contro il suo visitatore. Questi, mo­strandogli il Crocifisso, gli disse: «Io valgo nulla, ma Costui vale tutto!». Delpero abbassò la testa, si riconciliò con Dio e, mentre veniva giustiziato, fu assistito dal medesimo Santo.

Altra volta si recò presso una signorina che, pur fornita di nobiltà, ricchezze, ingegno, onori, bellezza, era tuttavia priva del santo timor di Dio e si trovava in fin di vita, abbandonata dai medici. Si era isolata in una cupa disperazione. Don Cafasso si avvicinò alla moribonda, le presentò il Crocifisso e le disse: «Signorina, lei è abbandonata dai medici, ma non da Costui. Confidi in Esso e sarà salva». Alle parole del Sacerdote, alla vista del Crocifisso, ella proruppe in pianto, si confessò, e, accettando di buon grado il sacrificio della vita, mori serenamente.

Ai tempi in cui viveva il Santo vi erano dei Preti per i quali la recita dell'Ufficio Divino e la celebrazione della Messa erano i soli doveri cui at­tendessero. Egli invece diceva che il Sacerdote, che non si sforza di andare in cielo con molte anime, corre pericolo di non entrarvi nemmeno solo e che il servo fedele è quello che da mattina a sera si trova sul luogo del suo lavoro. E voleva che il Sacerdote si mettesse ogni-sera davanti al Crocifisso, gli chiedesse se fosse sodisfatto della giornata e stesse attento ad aspettarne la risposta.

Predicando gli esercizi agli ecclesiastici, sapeva destare nei loro animi risoluzioni generose e deci­sive, che sugellava coi ricordi dal pulpito. Uno di questi consisteva nello scrivere sopra un biglietto soltanto l'anno degli esercizi e di porlo ai piedi del

Crocifisso. «Ogni sguardo - ammoniva il Santo - che rivolgeremo a quel biglietto riuscirà per noi una predica. Quei caratteri metteranno lingue per dirci: Ricordati di quel che hai promesso davanti a Gesù Sacramentato, ai piedi del Confessore, del Croci­fisso... ».

Alla fine degli esercizi, i Sacerdoti avevano tanta stima per lui che volevan tutti confessarsi dal me­desimo. Un certo Don Giuseppe Miegge per quattro volte successive aveva bussato a questo scopo alla porta della sua camera, ma senza averne risposta. Temendo qualche sinistro, apre egualmente e... vede il servo di Dio genuflesso dinanzi al Crocifisso con le braccia larghe, immobili, e gli occhi fissi nella santa immagine. Gli chiede di confessarlo, ma Don Cafasso non si muove; ripete altre due volte la do­manda, ma questi rimane sempre immobile: il Cro­cifisso lo tratteneva in profonda estasi. (Mons. Carlo Salotti: Il B. G. Cafasso - Marietti. Torino, 1925).

Il Sacerdote è una misteriosa estensione del grande mistero dell'Incarnazione. Dio si è rivelato all'uomo prima per mezzo del Cristo, il Cristo poi continua a rivelarsi all'uomo per mezzo del Sacer­dote. Cristo dal Padre ha ricevuto ogni potere in cielo e in terra, e questo potere ha comunicato il Cristo ai suoi Sacerdoti. Cristo crea la grazia, per­dona i peccati, santifica le anime, e il Sacerdote ri­ceve nella sua ordinazione questi poteri divini di creare la grazia, perdonare i peccati, santificare le anime.

Ma Gesù per la salvezza delle anime diede il sangue e la vita, anzi tutta la sua vita f u croce e martirio; e anche il Sacerdote per tutta la sua vita, col pensiero, con l'affetto e con l'azione si unisce a Gesù Redentore in Croce per continuare a compier quel che ancora manca alla divina Passione. E la va egli compiendo quando accorre pronto al capezzale degli ammalati; costante s'inchioda nel confessionale per ascoltare tutte le miserie umane e le sana col perdono; istruisce al pulpito e all'altare; si conserva lieto e sorridente tra l'assordante vociare dei bimbi al catechismo; incessantemente sbalzato da un'adu­nanza all'altra nei diversi rami di Azione Cattolica, tra gli operai, tra i disoccupati, i senza tetto, tra quel­li che piangono e sono perseguitati per la giustizia; con pazienza e longanimità illumina i dubbiosi, so­stiene i vacillanti, solleva i caduti, accorda le liti e pacifica i contendenti; all'ingiuria contrappone una cortesia, all'insulto una carezza e alla calunnia un be­neficio; con larga mano soccorre indigenti, veste ignudi, prodiga cure ai sofferenti, limitando persino il suo vitto e negandosi il necessario riposo. Questa la vita del Sacerdote. Chi può spingerlo a tanto? Solo la Vittima divina del Calvario.

(Mons. Pietro Capiz­zi: Lettere Pastorali - Caltagirone, 1958).

 

I SANTI MISTICI

108. - SANTA CHIARA DI MONTEFALCO (1268+1308).

Spuntò nella ferace aiuola dei santi, e, qual no­vella passiflora, crescendo negli anni, sempre più protese i suoi rami attorno alla Croce. A cinque anni già è abituata alla meditazione e alla familiare con­versazione con Dio. Piange i suoi difetti come una grande peccatrice. A sei anni entra nel monastero di sua sorella, la Beata Giovanna, sotto la cui guida si fissa talmente col pensiero sulla Passione di Gesù che, nella meditazione, piange di compassione e di amore, come se si trovasse presente al dramma do­loroso. Gesù talvolta le appariva sotto sembianze di Agnello recante la Croce. Chiara si studiò di ad­divenire una perfetta immagine del Crocifisso, e: sull'altare di una perenne mortificazione, immolò le sue passioni, i suoi sentimenti, le sue vanità, il mon­do tutto, e se stessa ancora con digiuni e -altre varie penitenze. Arrivò a tale unione con Gesù Paziente che ogni cosa le parlava di Lui: un legno, un ferro, un vaso, un fiore, un albero, un monte, il sole, le te­nebre, qualsiasi oggetto muoveva la sua mente e il suo cuore a ricordare un tratto della Passione.

Un giorno Gesù le apparve in forma di giovane biancovestito, oppresso sotto il peso di una Croce enorme. La Santa lo scongiura di cedere a lei quella Croce. E Gesù le risponde: «Non trovando un luogo più adatto, pianterò la mia Croce nel tuo cuore, af­finchè morendo in essa ti rassomigli sempre più a me». Da quel momento Chiara ha la certezza che nel suo cuore si sia prodotto anche materialmente qualche fenomeno prodigioso che appartenga alla Passione di Gesù; difatti diceva alle consorelle, seb­bene non la potessero comprendere appieno: «Or­mai non temo più la rabbia del demonio, perchè ho Cristo Crocifisso nel mio cuore». Così favorita, viep­più si immerse nella contemplazione dei misteri della nostra Redenzione, in cui fu sì rischiarata dalla luce soprannaturale, che, sebbene illetterata, nel ragionar­ne faceva stupire i più grandi teologi del suo tempo.

Dopo la morte, alcune consorelle, ricordando le sue affermazioni: «Porto il Crocifisso nel mio cuo­re», animose e quasi ispirate da Dio, ne aprirono il costato e ne estrassero il cuore che, con mano diretta dalla Provvidenza, divisero in due, e con immenso stupore non solo vi trovarono l'immagine del Cro­cifisso, ma anche i vari strumenti della Passione: i flagelli, la colonna, le spine, i chiodi e la lancia; ogni cosa ben formata di carne, ben distinta e con­venientemente collocata in loculo diverso; il tutto legato insieme da un sottilissimo nervo. Il prodigio esaminato ed autenticato dai tecnici e dalla autorità ecclesiastica, richiamò sul luogo folle di pellegrini. E ancora oggi, per mezzo di questo Cuore, che tanto palpitò di amore verso Gesù Crocifisso, Dio si de­gna operare un grande numero di grazie, di miracoli

e di conversioni. (P. Lorenzo Ta rdy: Vita di S. Chiara - Tip. della Pace. Roma, 1881).

Spesso desideriamo grazie particolari da Dio, ma poi in pratica non ci curiamo di predisporre e abi­tuare l'anima a riceverle e a conservarle degnamente. Invece, il perfetto ed abituale spirito di distacco dal­le creature, di mortificazione, di meditazione e di contemplazione predispongono nella debita maniera l'anima a ricevere i favori non ordinari dell'amicizia con Dio.

109. - BEATA ANNA MARIA TAIGI (1769 + 1837).

Cresciuta nell'innocenza e nella pietà, dopo il suo matrimonio deliberò di darsi interamente al ser­vizio di Dio nello stato di coniugata, ed offrirsi, con tutta l'energia della volontà, vittima di espiazione per i propri peccati e per quelli di tutto 1'uman ge­nere. Dio esaudì le sue brame.

Ella si trovava un giorno prostrata davanti al Crocifisso; e la sua orazione era stata più lunga del solito e sulle spalle nude aveva dato moltissimi e prolungati colpi di disciplina. Mentre col sangue an­cora caldo, offerto in unione di quello di Gesù, chie­deva pietà dei poveri peccatori, tutto ad un tratto vide dinanzi ai suoi sguardi un'immensa splendida luce, come un sole. «Mio Dio - gridò la Beata - sarà forse un inganno del demonio?». Ma non tardò a persuadersi che era un dono del suo amore Cro­cifisso. La luce aveva la figura di un globo, o meglio, di un disco solare che non abbagliava i suoi occhi, sebbene rifulgesse di più che non il sole del firma­mento: era circondato da una folta corona di spine. Il Signore le disse: «Questo è uno specchio che ti faccio vedere, perché tu intenda il bene ed il male».

Cosa ammirabile! Bastava che ella a volontà fis­sasse quel Sole, per essere al corrente di tutti gli avvenimenti che potevano accadere a questo mondo:

i segreti dei gabinetti politici, le malattie con le loro fasi, crisi e rimedi risolutivi, i bisogni spirituali o temporali di ogni stato o nazione, i depravati costu­mi e le impudiche cerimonie degli idolatri, le tene­brose trame contro la Chiesa ed i governi, le procel­le dell'aria, le tempeste, i terremoti, lo stato di co­scienza degli individui: conosceva persino lo stato delle anime dopo la loro morte.

Ma il Crocifisso le aveva fatto quel dono per accenderla a tutti gli atti di carità e di sacrificio. E quante volte fu veduta, dopo aver fissato quel Sole, uscire improvvisamente di casa, gettandosi alla meglio lo scialle indosso, anche malferma di salute, tenendosi a mala pena in piedi, ed affannosa recarsi in qualche chiesa o santuario, prostrata innanzi a Gesù Sacramentato, passarvi lunghe ore in ferven­tissime orazioni. Quante volte, sul far della sera, a piedi scalzi, si recava a visitare il SS.mo Crocifisso in Campo Vaccino, o quello di S. Cecilia in Tra­stevere, o in S. Andrea della Valle! Quante volte alla settimana ella non visitava la Scala Santa! Che dire poi della visita alle Sette Chiese che intrapren­deva con amici e Monsignori, percorrendo quel lungo tratto a piedi nudi e in continua preghiera? Spesso in tutta fretta si recava presso il letto di un mori­bondo o per assicurarlo della guarigione già dispe­rata o per disporre un altro all'eternità, quantunque la malattia non apparisse grave. Certo, quelle fati­cose e penose visite, quei duri pellegrinaggi, quelle crudeli e sanguinose discipline, ben attestavano che in quel Sole misterioso avevano la loro origine, e che Anna Maria, unendosi al suo sposo Crocifisso, si studiasse di mitigare gli effetti della divina Giu­stizia, portandone ella il peso innanzi al cielo.

(La B. Anna M. Taigi - Franc. Ferrari. Roma, 1920).

Le elevazioni mistiche sono favori divini gratuiti, desiderabili, ma non necessari alla santità; sarebbe assurdo pretenderle da Dio, che le concede solo e quando piace alla sua infinita sapienza. Quanti Santi senza fenomeni mistici! Difatti non sono i carismi per se stessi, ma è la volontà protesa alla virtù che ci trasforma, santifica e quasi divinizza.

110. - SAN GIUSEPPE DA COPERTINO (1603 + 1663).

Uno spirito vivíssimo di fede lo immergeva in continue e profonde meditazioni, in ammirabili più che imitabili penitenze, e in un acceso zelo per la salvezza delle anime.

Fu visto parecchie volte prendere volo per an­dare a venerare da vicino qualche oggetto sacro.

Non lungi dal convento della Grottella, nel re­gno di Napoli, stavano erette su di una collina tre croci. Un giorno, volando, andò a posarsi sulla Croce di mezzo, e vi rimase in ginocchio per un'ora, sen­z'altro appoggio che la mano di Dio. Una sera d'esta­te, accompagnato da due Sacerdoti, arrivò vicino a quel Calvario. «Miei fratelli - disse loro - se vi fosse dato vedere il Cristo, crocifisso su quel legno, e d'abbracciarlo, su quale parte del suo corpo si po­serebbero le vostre labbra?... A te, prima, Don Do­nato! ». - «Io - rispose questi - abbraccerei la pianta dei piedi del Salvatore, indegno come sarei di fissare i miei sguardi sulla sacra sua persona».

«E tu, Don Candeloro? ». - «Io bacerei il SS.mo Costato donde derivano i Sette Sacramenti».

«E io! ... e io!... e io!... - esclamò Giuseppe, fa­cendo ciascuna volta uno slancio che però tentava di contenere - io bacerei quella bocca santissima, abbeverata di fiele e di aceto». Mandando un grido, s'alzò da terra e con rapido volo andò ad abbracciare la Croce. I Frati uscirono dal convento ed accorsero a contemplare il Santo in estasi. Tutti piangevano. Poi il superiore gli comandò in virtù di santa obbe­dienza di ritornare ai sensi ed egli uscì dall'estasi come da un profondo sonno. Abbracciato alla Croce si lasciò scorrere in basso, guardò i presenti con aria confusa e, nascostosi il volto col cappuccio, si ritirò svelto in convento.

(Schouppe: Istruzione Re­ligiosa per Esempi - Torino, 1907).

Non tutti possiamo volare corporalmente come questo Santo: ma chi o che cosa potrà impedirci di volare frequentemente con lo spirito sulla Croce o vicino alla Croce?

111. - LA STIMMATIZZATA TERESA NEUMANN.

«Torniamo alla Passione!» era il grido che ogni giorno partiva da un villaggio bavarese, dove da anni agonizzava e pregava per l'umanità una martire vi­vente: la stimmatizzata Teresa Neumann. Il nome di quest'eroina ormai è noto in tutto il mondo e cir­condato da universale ammirazione.

Figlia di artigiani, abituata al rude lavoro dei campi, robusta da potersi addossare dai 70 agli 80 Kg. di peso, ella doveva un giorno cader malata in seguito ad un atto eroico di carità compiuto durante l'incendio d'un casolare. Divenne cieca, poi fu col­pita da piaga suppurante al piede sinistro, da spinite, da paralisi, da appendicite... e, con il corredo di tan­te sofferenze che vanno dal 1918 al 1925, si dispo­se alle grandi meraviglie che si operarono in lei con tanta edificazione di anime e conversione di traviati. Durante la Quaresima del 1926, dopo varie appa­rizioni con cui il Crocifisso la dispose al dolore vo­lontario e generoso, le comparve al costato una pri­ma piaga dolorosa e profonda. Il successivo Venerdì Santo le si aprirono trafitture di chiodi alle mani e ai piedi; seguirono altre trafitture misteriose intorno alla testa; poi piaghe come di flagelli in tutto il corpo. E da allora nella casa paterna, nella povertà sua e dei suoi, nella semplicità dell'aspetto e del linguag­gio, Teresa accolse migliaia di visitatori che restaro­no colpiti dall'evidenza di tanti fatti innegabili, che non trovavano spiegazione alcuna in cause naturali, soprattutto dovendosi constatare un'assoluta mancan­za di cibo, eccetto il sostentamento della S. Comu­nione, in cui viveva da anni: cosa accertata e resa ancor più evidente dal fatto dell'immobilità assoluta dei nervi della deglutizione, che impediva alla Neu­mann di deglutire checchessia: la divina Eucaristía scendeva dalla bocca nello stomaco, senza alcun moto della lingua.

Ciò che tuttavia più colpiva era quell'udirla par­lare della Passione di Gesù con precisione meravi­gliosa di circostanze storiche, e di più il sentirla riferire, e fin nei dialetti dei vari luoghi della Pale­stina, le parole pronunziate dal Divin Maestro, dalla sua SS.ma Madre, dagli Apostoli e da vari perso­naggi. Cosa sbalorditiva in lei che appena frequentò le elementari! Si sentiva scendere addosso un sacro fremito di compassione e di amore al sentir riferire con poche e semplici espressioni l'ineffabile orrore delle scene della Passione che ella vedeva e descrive­va come tutto si riproducesse di presente. Davanti a tali scene, di cui riferiva personaggi, atti e parole, Teresa Neumann, debole donna, fra gli spasimi e le gioie delle estasi, non sentiva alcun peso dei suoi inauditi dolori, che non restarono interrotti neppur

da un minuto di sonno, sempre uguale e serena di giorno e di notte, da stupire quanti accorrevano da ogni parte del mondo a vederla e udirla parlare. F. parlò con dotti e con rudi, con credenti e increduli, con una precisione di linguaggio ed una competenza meravigliosa, e sempre, senza mutar di zelo ripeteva a tutti: «Tornate alla Passione! Essa salverà il mon­do!».

(Helmut Fahsel: Teresa Neumann - Scuola Sa­lesiana. Roma, 1935).

Il mondo oggi si appassiona per il cinema, il teatro, la televisione, lo sport, il piacere, il danaro, le scoperte... Ciononostante, sempre rasenta di ca­dere nei pericoli della guerra e della barbarie. Non sarà mai la scienza che porterà la pace e la felicità ai poveri mortali, ma la scienza virtuosa. E finchè la luce del Crocifisso non risplenderà sul mondo intero, ravvivandone lo spirito di sacrificio e di virtù, ogni speranza tramonterà nella notte degli odi e dei con­flitti. Torniamo alla conoscenza, all'amore e alla imi­tazione del Crocifisso, e il mondo si convertirà, di­venterà più umano, più degno del suo Creatore.

112. - S. -FRANCESCO D'ASSISI (1182 + 1226).

Francesco, il poeta della natura, il giullare di Dio, il poverello d'Assisi, è soprattutto il serafino del Crocifisso.

La sua conversione dalla vita di mercanzie, chi­tarrate, notturni e festosi banchetti, se iniziò con un bacio dato al lebbroso, fu decisa però ai piedi del celebre Crocifisso della Chiesa di S. Damiano.

Ogni volta che si segnava del Segno della Croce, gli pareva che il Crocifisso penetrasse più profonda­mente nel suo cuore. L'oggetto delle sue meditazioni ordinarie era la Passione di Gesù: vi s'internava vi­vamente e la piangeva come se la vedesse presente. Un giorno lo si vide piangere e singhiozzare nei bo­schi della Porziuncola. «Perchè piangí? » gli chiese il compagno di viaggio. «Piango - rispose France­sco - per la Passione e Morte di Nostro Signore». Ed era così accorato il suo pianto, che anche il com­pagno dovette piangere con lui.

La considerazione del Crocifisso, povero e pe­nane, accese il cuore di Francesco all'eroica rinunzia della vita mondana, al completo rinnegamento di se stesso, a di sposarsi con madonna povertà e a mace­rare il corpo con continui digiuni e penitenze. Venerava con grandi attestati di riverenza i Sa­cerdoti, perchè sugli altari rinnovano ogni giorno mi­sticamente la Passione del Signore. Sul rozzo abito che indossò, dopo avere restituito quello prezioso a Pietro Bernardone, disegnò col gesso una grande Croce. Con una Croce adombrata nel T (tau), sotto­scriveva le sue lettere. Al vecchio prete di S. Damia­no consegnò rispettosamente una buona somma di danaro, dicendogli: «Comprate con questo dell'olio per la lampada; che arda sempre davanti al Crocifis­so; quando sarà finito vi prego dirmelo e ve ne darà dell'altro».

Ai primi Francescani, Dio si degnò svelare sotto simboli l'amore di Francesco alla Passione di Gesù, onde animarli all'imitazione. Fra Silvestro sognò che una Croce d'oro uscisse dalla bocca di Francesco e si estendesse in tutto il mondo. Fra Leone vide una grande Croce dorata andare avanti a Francesco senza che alcuno la portasse. Fra Pacifico vide il Santo co­me trafitto da due spade incrociate, delle quali una lo trapassava dalla testa ai piedi e l'altra gli trapassava il petto e le mani.

La Croce o il Crocifisso formavano spesso il tema delle sue predicazioni. Ai primi compagni che parti­vano per le missioni all'estero raccomandava di avere sempre dinanzi agli occhi la Passione del Signore.

Verso l'ultimo della vita si accese di più intenso amore per il Crocifisso. Pregava: «O Signor mio Ge­sù Cristo, due grazie ti prego che tu mi faccia in­nanzi che io muoia! La prima, che in vita mia io sen­ta nell'anima e nel corpo, quanto è possibile, quel dolore che tu sentisti nell'ora della tua acerbissima Passione. La seconda, che io senta nel cuore, quanto è possibile, quell'eccessivo amore del quale tu, o dol­ce Signore, eri acceso a sostener volentieri tanta Pas­sione per noi». Dio tosto l'esaudì, e, volendolo ele­vare alle altezze più sublimi del divino amore, lo in­vitò a trattar seco intimamente nelle alture della Verna. Francesco vi sali, e lassù, quasi calcando il basso mondo che si perdeva nelle vanità dei piaceri e dei guadagni, si dispose meglio a salire sulla Croce

di Cristo e divenire concruci f ixus. Gli apparve come un serafino crocifisso: a quella vista Francesco, come specchio che ritrae tutta l'immagine, ricevè le stim­mate dolorose e sanguinanti nelle mani, nei piedi e nel costato. Era il 14 settembre 1224, festa della Esaltazione della S. Croce.

Due anni dopo, il 4 ottobre 1226, egli se ne mo­riva alla terra. Il suo cadavere, risplendente di bian­chezza con le stimmate rubiconde, sembrava come uno che fosse di fresco deposto dalla croce, e ai for­tunati che poterono baciarlo, parve di baciare, come Maria sul Calvario, le membra del Divin Redentore.

Quale mirabile somiglianza tra Francesco e il Crocifisso!

Ammiri altri la povertà di S. Francesco, o la sua semplicità, o il suo disprezzo della vita gaudente, o il suo amore fraterno e gentile verso tutte le creatu­re. A noi piace ammirarlo di più quando egli rag­giunge le più alte vette della santità e della vita mi­stica nella sua totale trasformazione interiore ed este­riore col Divin Crocifisso: è qui la sua massima gran­dezza, e qui sarà ancora la massima grandezza di co­loro che volessero ereditare il più genuino «spirito francescano».

 

GLI SCIENZIATI

113. - ALESSANDRO VOLTA (1745 + 1827).

Come scienziato serio studiò anzitutto e a per­fezione la Religione Cattolica: «Io riconosco - potè scrivere in una lettera - la Religione per fede so­prannaturale: non ho però tralasciato i mezzi anche umani per vieppiù confermarmi in essa e sgombrare qualunque dubbio con la lettura di molti libri sia apologetici che contrari, onde emergono le ragioni più chiare che la rendono alla ragione naturale cre­dibilissima, e tale che ogni animo non pervertito da vizi e passioni, non può non abbracciarla ed amarla».

Osservava dovunque e in compagnia di chiunque le leggi dell'astinenza e del digiuno, ascoltava la Messa festiva, si confessava e comunicava di fre­quente, accompagnava con devozione il SS.mo Sacra­mento, e insegnava nella pubblica chiesa - stiman­dosi onorato di farlo - il Catechismo ai fanciulli.

Devotissimo di Gesù Crocifisso, nella lunga di­mora in Como, la città ove nacque e morì, faceva visite molto frequenti al prodigioso Crocifisso che si venera nella chiesa dell'Annunziata, e davanti a quell'immagine s'intratteneva, compostissimo nella persona, in lunghe meditazioni. Nelle stanze delle sue case e delle sue ville teneva alcune effigie di questo taumaturgo Crocifisso, ed una, bella e grande pendeva dalla parete del suo gabinetto di fisica nel quale inventò la pila elettrica, madre di tutte le moderne invenzioni, e che, con la lampada a gas, l'elettroforo, la pistola a vento, l'elettroscopio, 1'eu­diometro ed altre scoperte, recinsero gloriosamente il suo capo di cristiano e di scienziato.

Nel cammino della gloria insieme agli osanna in­contrò i crucifige. Non pochi malevoli, mossi da in­vidia, tentarono tutte le vie per amareggiargli la vita e sfrondarne gli allori. Edotto alla scuola della Passione di Gesù, non covò odi, ma beneficò i suoi emuli. Accusato come austriacante, dovè assaporare il furore dei giacobini francesi. A Pavia gli fu sac­cheggiata la casa, danneggiato il mobilio, dispersi i libri e rubato il danaro. Calunniato qual nemico del­l'università, quasicchè volesse trasferirla a Milano, sostenne in pace villanie e strapazzi. Accusato qual nemico della Patria, quasi per miracolo potè salvarsi dal furore popolare, che l'aggredì con pugni, bastoni e colpi di ombrelli e per qualche tempo dovette ri­manere nascosto. Una grave malattia gli lasciò degli incomodi, ed egli li tollerò come doni di Dio e con­dizione vantaggiosissima per arricchirsi di meriti.

Caritatevole verso i poveri, umile e modesto in mezzo ai trionfi, sempre calmo fra le tempeste della vita, incondizionatamente sottomesso āll'autorità di­vina del Papa e della Chiesa, ricevè, prima di morire e con piena lucidità di mente, la Confessiòne, la Comunione, e l'Estrema Unzione; e tranquillo e se reno si addormentò nel Signore.

Il Crocifisso, da cui ogni bontà prende il suo magistero, e la Pila Elettrica, che l'astronomo Arago chiamò «il più meraviglioso strumento che gli uo­mini abbiano mai inventato», possono collocarsi sul suo glorioso sepolcro, simboli della grandezza del suo cuore e del suo genio.

La scienza e la fede, la natura e la grazia, sono due ali che sincronicamente volano e trasportano l'in­dividuo alle più sublimi e più vere altezze della glo­ria. E la devozione al Crocifisso, non solo non tarpa codeste ali, ma le rende più agili e più veloci.

114. - G. FRANCESCO CHAPOLLION (1790 + 1832).

Famoso orientalista e fondatore dell'Egittologia, dopo avere studiato con passione e genialità le lingue orientali e le scritture non ancora interpretate del­l'antico Egitto, riuscì a decifrare l'alfabeto gerogli­fico. Documento di tale scoperta è una lettera all'Ac­cademia Reale delle Iscrizioni, in cui distingue i ca­ratteri egiziani in geroglifici, ieratici e demotici, os­sia, sacri, sacerdotali e volgari.

Alla cultura profana seppe sapientemente dispo­sare quella religiosa. Fervente cristiano, ogni volta che scopriva un prezioso papiro, o che decifrava uno degli enigmi della scrittura egiziana, faceva un gran Segno di Croce. Era il suo modo, e un modo profon­damente cristiano, di ringraziare Dio per l'assistenza che riceveva nei suoi lavori e nelle sue scoperte.

(Mons. Vigna: Sussivi Intuitivi - Vita e Pensiero. Milano, 1937).

Non è una pia credenza, ma altamente teologico, pensare che ogni grazia, ogni dono, ogni aiuto, viene dalla Croce, o, come diceva S. Leone Magno «La tua Croce, o Signore, è la fonte di ogni benedizione e la causa di tutte le grazie».

115. - LUIGI PASTEUR (1822 + 1895).

Medico e scienziato francese, è uno dei più grandi benefattori dell'umanità per le scoperte nel campo biologico. Visse in tempo in cui il materia­lismo trionfava sull'altare della scienza; ma la Prov­videnza lo suscitò per infrangere quell'idolo adorato. Si era affermato che la materia era tutto e che da essa scaturiva anche la vita. Pasteur invece dimostrò che la materia è arida, discoprì le miriadi di vite microscopiche disseminate ovunque nell'immensa creazione e concluse, a base di esperienze, che la vita ha sempre origine dalla vita, e non può avere la prima scaturigine che in Dio solo. Pasteur è una nuova e solenne smentita di quei pseudo-scienziati che gridano esserci disarmonia tra scienza e fede.

Nell'ultima malattia esclamò: «Non voglio mo­rire come un vibrione!» e con raccoglimento e pietà ricevette gli ultimi Sacramenti.

Durante l'agonia tenne stretta nella mano sini­stra quella della sposa e nella destra il Crocifisso:

in quest'attitudine spírò. (P. Mariotti: I Grandi Mo­derni - S.E.I. Torino, 1923).

Alcuni scienziati perdono la via della fede, per­chè prima perdono la via della morale. Alla scuola del Crocifisso, non riesce difficile raddrizzare i propri costumi, e, nella unione e indissolubilità della fami­glia, procurare alla propria intelligenza tutta la gio­conda luce del naturale e del soprannaturale.

116. -- GIULIO JAMIN (1818 + 1886).

Fisico francese, professore di università, inven­tore di vari apparecchi che portano il suo nome, e autore di teorie vantaggiose nel campo scientifico.

Teneva nel salotto, al posto di onore, un bel Crocifisso. Un amico, poco credente, gli domandò con un certo riso sarcastíco: «Che cosa è quella roba?». - «Quella roba, rispose Jamin, è Colui che un giorno dovrà giudicarmi. Non voglio che quando sono vicino a morire lo debbo andare a pren­dere dalla portinaía».

(L'Angelo in Famiglia - Ber­gamo. Dicembre, 1934).

Il mistero della Croce è uno dei massimi misteri cristiani. Tra le immagini che, in segno della nostra fede, esponiamo nelle nostre case, è perciò conve­niente collocare un bel Crocifisso al primo posto d’onore.

117. - U. GIUSEPPE LE VERRIER (1811 + 1877).

Gloria massima dell'osservatorio di Parigi. Tra le sue benemerenze scientifiche, devesi annoverare la scoperta di Nettuno.

Era altresì cattolico, e senza paure e infingi­menti. Nel gabinetto di osservazione e di lavoro, collocò religiosamente il Crocifisso. E due cose si compiaceva additare con orgoglio nella sua piccola fortezza celeste: il grande telescopio a rifrazione e la immagine del Crocifisso Redentore. Nella sua pre­ghiera che recitava prima di appressarsi al cannoc­chiale, chiedeva: «...di andare più su degli astri, fino al cielo».

(P. Mariotti: I Grandi Moderni - S.E.I. Torino, 1923).

Sì, la scienza eleva, su, su, fino alle stelle; ma la fede e la devozione al Redentore Crocifisso, ele­vano più su ancora degli astri, fino al cielo, fino a Dio, nelle cui mani le stelle immense non sono che piccoli giocattoli lanciati nello spazio.

 

GLI SCRITTORI

118. - LUIGI VEUILLOT (1813 + 1883).

La penna artistica di questo figlio della Fran­cia cattolica fu sempre pronta all'offesa e alla difesa per il maggior trionfo della causa di Cristo Reden­tore. I nemici di Dio e della Chiesa, i corrompitori dello spirito e dei costumi, non trovarono grazia presso di lui, e la sua penna ora abbatteva come un colpo di scure e ora flagellava e fustigava come un knut; dove toccava lasciava sempre il segno, e a chi lo rimproverava d'intolleranza rispondeva: «In quanto ad essere intolleranti nessuno vi ha mai te­nuto meno di noi; la tolleranza non rientra nel no­stro compito. Soldati, il nostro dovere è di difendere la Croce ovunque la si attacchi. Che il nemico ot­tenga alleanza o tregua, e noi cesseremo il fuoco; ma spetta al generale, spetta alla Chiesa, di con­cludere la pace, che i suoi soldati devono osservare. E' la Chiesa che tollera quando lo giudica conve­niente; noi obbediamo. Qualcuno ci ha visto forse combattere le attenuazioni della Quaresima, od i Greci-Uniti? Noi ci accontentiamo di disapprovare le abitudini malvage, di stigmatizzare gli scritti cor­ruttori, gli spettacoli infami, le turpitudini che non offendono meno l'uomo sulla terra che Dio nel cielo. Che cosa v'è da tollerare in tutto questo? Lasciate che i cristiani si lancino nella míschia! ... ».

Tutta la vita di questo fervido scrittore del se­colo XIX è come sintetizzata nel suo testamento reli­gioso: «Ponete al mio fianco la mia penna, sul mio cuore il Crocifisso, sotto i miei piedi i miei libri, e poi chiudete in pace la mia bara. Piantate sulla mia fossa una Croce, e se mi sarà elevato un sasso, incidetevi sopra: Ho creduto, ora vedo! - Spero in Gesù: sulla terra non ho arrossito della sua legge; nell'ultimo giorno, davanti al Padre, Gesù non ar­rossirà di me». (Rivista del Clero Italiano - Vita e Pensiero. Milano, 1933 + Il Crocifisso - Passionisti. Roma, 1929).

Ogni scrittore che sente la sua nobiltà cristiana, sente ancora che la sua missione fra gli uomini è di Pensare la Verità, Onorare la Verità, Dire la Ve­rità, Difendere la Verità.

119. - JACOPONE DA TODI (1228 + 1306).

La sua vita ha del romantico: giovane avvenente, ricco, e per di più esimio oratore forense e geniale poeta, quantunque avesse al fianco un angelo di spo­sa, pure batteva irrefrenabile una via di perdizione, dimentico di Dio e della sua legge.

Invitato un giorno ad una pubblica festa da bal­lo, il presuntuoso volle presentarsi in compagnia della sua giovane e bella signora, nonostante le mol­te ritrosie di costei che, pia e pudica, rifuggiva istin­tivamente da tutti i ritrovi mondani, e che, per evi­tare disgustose scene coniugali, si sentì tuttavia costretta non solo ad accompagnarlo, ma a prender parte alle danze. Mentre queste fervono, il pavimen­to della sala si sprofonda, trascinando tra le polve­rose macerie tutte le misere coppie danzanti. E' una confusione di gente e di strida! Illeso come per mi­racolo, Giacomo De Benedetti - questo era il vero nome - corre a cercare la sua sposa adorata, ma ohimè!... è già spirante! Mentre, in preda al dolore, cerca di slacciarle i fianchi e alleviarne il respiro af­fannoso, scorge sotto le vesti e gli ori e le trine... il duro cilizio dei penitenti!...

Quella perdita, quella scoperta, aggravate dal più crucciante rimorso, causano in lui uno di quei benefici dolori che operano le più grandi trasforma­zioni.

Eccolo totalmente mutato: si distacca dal mon­do, divide tra i poveri le ingenti ricchezze, dà sde­gnosamente addio alla sua condizione elevata, cor­re a consacrarsi totalmente e unicamente al servizio del Creatore nell'Ordine dei Frati Minori. Molti li­bertini e gaudenti lo chiamano pazzo, e per renderlo più esoso gli affibiano il soprannome di «Jacopone». Pazzo? Sì, di quella santa pazzia di cui sono invasi gli amanti del Crocifisso e dell'Addolorata, i quali oggetti in tutto il rimanente della vita, ebbe nella mente, nel cuore e nelle opere. All'Addolorata de­dicò la più bella elegia che risuoni sulle labbra dei mortali, lo «Stabat Mater», e la lauda drammatica «Donna del Paradiso». Il primo - si può dire con l'Ozamam - è la poesia più commovente che pos­segga la Liturgia Cattolica, le cui strofe piovono giù come tante lacrime, i cui versi paiono tanti singhioz­zi: nè Sofocle, nè Ovidio, nè Shakespeare seppero trovare accenti di dolore più vivo e più vero; la se­conda, è piena di tali affetti e di tali tenerezze, da far dire al D'Ancona: «La dizione plebea ma robu­sta, lo stile infantile, ma possente, fanno di questa Lauda il monumento più notevole del secolo XIII». Al Crocifisso, alla cui scuola si tenne indissolubil­mente legato, dedicò, persino sul letto di morte, inni, i più belli forse che vanti la poesia sacra.

(L'Apo­stolo del Crocifisso e dell'Addolorata - Serviti. Ro­ma, 1928).

C'è chi affronta, totis viribus, l'agone delle ric­chezze, chi dei piaceri, chi degli onori. Nelle scienze, nella letteratura, nella politica, nelle arti ci si af­fanna di ottenere un pò di celebrità umana; ma, an­che dopo lunga esperienza di quella vita, si è costretti a ripetere, come nei tempi passati, così nei presenta e nei futuri: Vanità di vanità! Tutto è vanità, f uor­chè amare Dio e servire a Lui solo!

120. - CHATEAUBRIAND (1768 + 1848).

Vita agitata e tormentata la sua, ma termina col­l'identica esperienza degli uomini sommi.

Passa la fanciullezza tra le selve, la libertà dei campi e la vista dell'oceano. Giovane parigino, alla scuola di eminenti letterati, si cimenta nella poesia.

Soldato, ferito, emigra in Inghilterra, ove sperimen­ta le strettezze della miseria. Le sue prime opere: «Essai sur les Rivolutions» e «Natcher» lo mostrano infetto di materialismo. Torna in Francia, e i nuovi studi e la morte della madre lo conducono al Catto­licesimo. Pubblica «Il Genio del Cristianesimo», «I Martiri», ed altre opere, nelle quali, per la vasta e profonda cultura, per la calda eloquenza, per la ma­gnificenza di forma, appare un novatore, un pre­cursore dei grandi romanzieri.

Sostenne frattanto vari incarichi: Segretario di Ambasciata a Roma, Ministro nella Repubblica del Vallese, Pari di Francia, Ambasciatore a Berlino e a Londra, Ministro degli Affari Esteri e compì un viaggio di cultura e di devozione in Grecia e nei Luoghi Santi. Infine, per la nobiltà e rettitudine del carattere in contrasto col politicantismo del suo tem­po, disgustato della vita pubblica, si ritirò in solitu­dine, intento in elevate meditazioni dello spirito, e nella composizione delle «Memorie d'oltre Tomba».

Sul tramonto della vita meglio ancora comprese che l'unico vero sovrano da seguire e da servire è il Crocifisso, e che da Lui solo, supremo Maestro e supremo Salvatore, può provenire la giustizia e la pace di cui ha bisogno l'umanità travagliata da tante passioni. Mentre Luigi Filippo cadeva dal trono e la Repubblica si faceva strada e il cannone rintronava per le vie di Parigi, Chateaubriand si avviava all'ago­nia. Ad un tratto, quando il frastuono aumenta, il moribondo ne chiede la ragione e, alla risposta che si cambiava governo, esclamò: «Povera Società mo-' derna! Tu cambi spesso padrone; e non capisci che solo Gesù Cristo ti può salvare!». E, preso in ma­no il Crocifisso: «Ecco il mio Re!», disse.

Sulla sua tomba a Saint-Maló, presso l'Atlantico, non v'è nome, nè data, nè iscrizione, nulla. Vi si erge solo una Croce. Il grande pensatore l'aveva chie­sto al sindaco nella lettera del 1831: «La Croce di­rà che l'uomo riposante ai suoi piedi era un suddito di Cristo; questo sarà sufficiente al mio ricordo». (I1 Divin Crocifisso - Passionisti. Pianezza, 1932; Ri­vista del Clero Italiano - Milano 1951; Altri autori).

Per un grande pensatore, per un grande scritto­re, per un grande politico, per qualsiasi grande ge­nio, non vi è gloria più alta e più luminosa che di­chiararsi discepolo e seguace del Redentore Crocifisso.

121. - FRANCESCO PETRARCA (1304 + 1374).

Nessuno ignora la fama di questo nostro gran­de scrittore del trecento, uno dei più grandi poeti di tutti i tempi e di tutti: i popoli, incoronato di alloro al campidoglio di Roma nel 1341. La vita mondana, gli agi e gli onori troppo ambiti, se oscurarono al­quanto il carattere cristiano, non spensero mai in questo poeta nè la sua riverenza 'verso la Religione, ne la sua devozione al Crocifisso, se devozione può chiamarsi quella che non esclude il peccato.

Petrarca si dibattè spiritualmente fra il misticismo del Medio Evo e il naturalismo del Rinascimen­to. Senti forte ed assillante il dissidio fra la carne e lo spirito; detestava il suo operato, ma era debole; si sforzava di superare le lotte e i fastidi delle pas­sioni cercando scampo e sollievo nel Crocifisso, ma di lì a poco ricadeva nella spensieratezza. In una lettera scrisse: «La vera filosofia è nella sapienza, cioè nella sapienza di Gesù Crocifisso e unicamente in Lui possiamo erigere l'edificio dell'umano sapere e trovare la luce della verità». Ma, ben osserva il Pastor: «Nonostante questa religiosità, Francesco Petrarca non andò immune dal fermento del suo se­colo e dai pericolosi influssi dell'antichità e davanti al Crocifisso troppo dovette piangerne le conseguen­ze». Ma le pianse realmente.

Nel Venerdì Santo del 1338, il Poeta, ritirato nel suo studio, ha la mente occupata da devoti pensieri: il ricordo della Passione acuisce i suoi rimorsi. Fu allora che compose il celebre sonetto: «Padre del ciel, dopo i perduti giorni», che riproduce quasi in compendio le speranze ed i timori, i pentimenti e le suppliche del suo cuore di credente.

Il Salomi ci fa sapere che in tutti i venerdì del­l'anno, Petrarca digiunava strettamente a pane ed acqua. Anzi negli ultimi anni, quando alle rosee il­lusioni erano subentrate le amarezze per la morte non più lontana, che a lui si presentava spaventosa a causa del divino giudizio che l'attendeva, egli si alzava dopo la mezzanotte e a lungo meditava e pregava davanti ad un Crocifisso. Giova quindi sperare che il Martire Divino, quando la morte reclinò il capo del poeta solitario sul libro aperto, tenendo conto dei suoi sforzi, dei suoi pianti, delle sue penitenze, l'abbia accolto tra le sue braccia misericordiose. (A. Solerti: Storia Letteraria - Vallardi. Milano, 1904).

Amare la Religione ed amare le agiatezze, è mettersi in continui e gravi conflitti di coscienza. Lo spirito evangelico di mortificazione - se non di to­tale rinuncia - è necessario a tutti; ma è più neces­sario a chi si trova fra le ricchezze e gli onori, per tènere un carattere di fedeltà a Dio e godere di una santa tranquillità di animo.

122. - JORIS KARL HUYSMANS (1848 + 1907).

Romanziere fecondo, poeta drammatico, autore della vita della martire di ogni dolore Santa Lídu­vina e grande convertito francese, quando fu col­pito da un cancro alla bocca, che lo straziò in atro­cissima e lunga agonia, i familiari volevano confor­tarlo in ogni maniera e i medici volevano praticargli iniezioni calmanti di cocaina. Ma egli diceva loro: «Non impeditemi di soffrire! Perché cambiarmi le sofferenze del buon Dio nei cattivi comodi della terra? Io sto bene sulla Croce di Gesù».

(L'avve­nire d'Italia - Roma, Venerdì Santo 1934).

Lenire le sofferenze agli ammalati - purché non si oltrepassino le giuste norme della morale - è un grande atto di carità umano-divina; ma, rifiutare da parte degli infermi i conforti somministrati - per principio soprannaturale e purchè non si venga meno alla propria missione sopra la terra - è un eroismo proprio dei Santi.

123. - BOILEAU (1636 + 1711).

Poeta e critico letterario francese di grande fa­ma nel suo tempo, lasciò come capolavori: L'Arte Poetica, composizione didascalica in versi, e il Seg­gio, poema eroicomico.

Un giorno di venerdì sedeva a tavola con il Du­ca d'Orleans, circondato da una corona di cortigiani. Si apprestarono prosciutti, lessi, arrosti, polli, sel­vaggina, ma di magro niente. Boileau non si turbò punto, e continuò a rallegrare la compagnia con mot­ti arguti e spiritosi che era una delizia; ma non man­giava, rosicchiando appena un morsello di pane. La cosa andò avanti. Poi il Duca, un pò imbarazzato, gli disse: «Amico, che volete? Bisogna adattarvi, altrimenti vi conviene partire digiuno, perchè non vi è nulla di magro». Ma il Poeta, celiando, rispose: «Altezza, non sapete che io ho il dono dei miracoli? Non abbisogno che della vostra licenza». Il Duca consenti ed egli fece un cenno che prima aveva con­venuto coi servi, e subito uno di questi si presentò con un bel piatto di pesci arrostiti. Tutti risero di cuore a tale improvvisata ma furono costretti ad ap­plaudire un uomo così fermo nei principi e così fe-

dele nell'adempimento dei doveri religiosi.

(Gerola: Il Libro per Tutti - Salesiana. Torino, 1884).

Il Venerdì è il giorno che commemora perenne­mente la Redenzione Umana. Al grande sacrificio di Gesù conviene corrispondere con qualche nostro sacrificio. Il cristiano di fermo carattere è un cristia­no che rende verace testimonianza a Gesù Cristo e s'impone all'ammirazione dei credenti e dei miscre­denti.

 

GLI SCULTORI

124. - MICHELANGELO BUONARROTI (1475 + 1564).

Fu insigne architetto, scultore, pittore ed anche buon poeta. A lui si devono tra l'altro: i progetti per la costruzione di S. Pietro (di cui furono costrui­te solo l'abside e la cupola) e per i Sepolcri dei Me­dici; la sistemazione della Piazza del Campidoglio; l'affrescatura della Cappella Sistina; le sculture del David, Mosè, ecc. Fu detto che possedeva una ge­nialità quasi universale.

Ma ogni genio vive di sublime ed il sublime per il genio cristiano non può essere altro che Cri­sto Crocifisso. Le concezioni geniali di Michelangelo, così poderose e tanto improntate di sovrumano, fu­rono prodotto spontaneo del sublime del Golgota. Egli meditò il divino soggetto prima di ritrarlo, e, nello stupore e nella commozione intima dell'ani­mo, i suoi scalpelli batterono magistrali e sicuri.

Basterebbe per tutte le prove la Pietà in S. Pie­tro, nella quale ritraendo la Madre del Martire Di­vino, «di lacrime atteggiata e di dolore», ritrasse anche se medesimo. G. B. Marini, così elogia que­sto capolavoro:

Sasso non è Costei

Che l'estinto Figliuol qual ghiaccio Sostien pietosa in braccio.

Sasso più presto sei

Tu, che non piangi alla pietà di Lei. Anzi sei più che sasso,

Chè suole anco dai sassi il pianto uscire E i sassi si spezzaro al suo morire. Michelangelo trovò un'anima, gemella alla sua per nobiltà di sentimenti cristiani e per una grande devozione al Crocifisso: Vittoria Colonna. A richie­sta di lei, disegnò e scolpì un bellissimo Crocifisso ed un gruppo commovente della Pietà. Ma il Cro­cifisso glielo ritrasse nella massima desolazione di Gesù, con lo sguardo levato in alto e con atteggia­mento tanto accorato da sembrare che dall'occhio e dal labbro gli sfugga il grido penoso: «Dio mio, Dio mio! Perchè mi hai abbandonato?». Proprio il motivo più opportuno per consolare un'anima trop­po presto abbandonata dallo sposo partito per le armi e mai più ritornato e rimasta sola e incompresa nel dolore. Il gruppo della Pietà doveva consolarla dell'abbandono, con la desolazione di Maria, atteg­giata a un dolore quasi infinito. E, come ad universa­le condanna della viltà nell'accettare il calice del pro­prio dolore, e come monito a tener ben di conto la nostra anima riscattata dal sangue di un Dio e dalle lacrime di una Madre Divina, Michelangelo scolpi sotto quella Pietà queste geniali parole: «Non vi si pensa quanto sangue costa!». Non vi si pensa! Pur­troppo quanto è vero!

Ma egli vi pensava... Nel suo testamento dichia­rò che non avrebbe durato davanti alle prove ama­rissime e alle gelosie aggressive dei malevoli che dovè affrontare per far sorgere e condurre a termine le maggiori opere del suo genio. Il pensiero del Divino Artefice dell'Universo, che vedeva pendere dai chiodi come un malfattore, ne sostenne gli sgomenti. Que­sto pensiero lo accompagnò rincuorandolo fino alla morte. Sospirava la propria rigenerazíone, invocando nel suo sonetto a Gesù:

O carne, o sangue, o legno, o doglia estrema!... Giusto per voi si faccia il mio peccato!... Nello stesso testamento prescrisse che sul letto di morte gli fosse ricordata la Passione- di Gesù. Vecchio ed esausto per le gloriose e diuturne fatiche, egli ha già tre volte scolpito la Pietà, delle quali, una lasciata a Roma ed una a Firenze. Non è tuttora pago. Eccolo ancora con la mano scarna a scolpire ripetutamente il masso candido per trarne un'altra Pietà. Lavora di giorno, e di notte al fioco lume di una lampada; sente una smania arcana di contemplare un altro prodigio della sua fede. Ap­paiono già i mesti pallori del Figlio Morto, della Madre Moribonda. Ma non più di così... Gesù e Maria l'avranno contemplato dal cielo dove avevano ultimata per lui la corona... e lo invitavano a cin­gerla.

Dopo questo sforzo, ultimo guizzo del suo genio, Michelangelo si pone a letto. Il Sacerdote, docile al suo ultimo desiderio, gli legge la Passione di Gesù, mentre egli, come tuffato in questo pensiero, spira abbracciato al Crocifisso. Era il genio umano che si avvinceva al genio divino: il Crocifisso.

La sua salma riposa in S. Croce, a Firenze. (Gior­gio Vasari: Le Vite dei più eccellenti pittori, scul­tori, ecc.; Felice Le Monnier. Firenze, 1856; Aure­lio Gotti: Vita di Michelangelo Buonarroti; Gaz­zetta d'Italia. Firenze, 1876).

Artisti ne abbiamo anche oggi, ma pseudoarti­sti ne abbiamo forse troppi e con fama punto meri­tata. Questi ultimi, per evitare le critiche, hanno osato affermare che l'arte sia una manifestazione su­periore alla razionalità e incontrollabile dalla razio­nalità, e così... rinunziano perfino a ragionare. Per­duto il giusto criterio, alcuni artisti confondono le stranezze originali e tipiche, con opere d'arte origi­nali... E' da escludersi, specialmente nelle nostre chie­se, quella così detta arte che si vuol qualificare per moderna e che ci presenta forme sformate e atteg­giamenti innaturali.

I devoti del Crocifisso e dell'Addolorata, artisti o non artisti, abbiamo molto da apprendere dai som­mi del passato, senza volere, come per principio, ri­pudiare ogni sana forma di modernità.

125. - MONUMENTO DI PACE.

Il Cile e l'Argentina per anni furono travagliati da gelosie nazionali, rivalità di commercio e brame

di conquiste. Armi, munizioni, corazzate, eserciti, tut­to era pronto; si aspettava solo l'incidente di guerra. Nel 1900, quando il Papa Leone XIII aveva con­sacrato il mondo a Cristo Redentore e promosso la erezione di Croci e monumenti sulle più alte vette della terra, Mons. Benavente concepì l'idea di col­locare su qualche altura una statua grandiosa del Salvatore reggente la Croce, in maniera però da ri­muovere i contrasti politici ed affratellare i popoli con un vincolo di pace perenne. Il potente mezzo di due giornali -a sua disposizione ed il prestigio per­sonale, conquistarono all'idea del Vescovo il plauso e le simpatie universali. Nel 1902, le due Nazioni si sottoposero felicemente ad un arbitrato di pace. L'anno seguente, il disegno della statua per il Cri­sto delle Ande era pronto e, ottenuto il gradimento del Vescovo e dei due Ministri degli Esteri, fu deci­so che il monumento fosse internazionale e sorgesse sulla frontiera Cile-Argentina.

Gli arsenali si cambiarono tosto in scuole, ed i milioni stanziati per la guerra furono investiti nel­la costruzione di ponti, vie, edifici ed altri utili la­vori: il bronzo e l'acciaio delle armi vennero fusi per costruire la eroica statua del Principe della Pace. E' la più colossale che si sia costruita in Ame­rica: trenta piedi di altezza su una base di granito alta 32 piedi. Il Cristo sorregge nella sinistra una grande Croce, il più glorioso segno di riconciliazio­ne divina-umana, mentre la destra è. alzata a benedire le due Nazioni. Due colonne di bronzo, costrui­te in Argentina, portano due iscrizioni. Una dice: «Queste montagne si riducano in polvere prima che gli Argentini e i Cileni rompano quella pace che essi hanno giurato ai piedi di Cristo Salvatore». E l'altra: «Egli è la nostra pace, che ci ha fatti membri di una sola famiglia». (La Vergine del Rosario - Roma, 1919).

Ai nostri tempi quante trattative di pace falli­scono! Manca ai popoli la base dell'unità verace e perenne: Dio, Cristo Redentore, la Chiesa, il Van­gelo. Come si può essere fratelli quando non si è figli di un solo Padre? L'unità della concordia pro­viene dall'unità delle persuasioni, l'unità delle per­suasioni dall'unità delle idee, l'unità delle idee dal­l'unità del magistero, che unicamente e assolutamen­te proviene dal Maestro Supremo, Cristo Gesù, il quale, da Betlemme al Golgota, aprì a tutti gli uo­mini di buona volontà i tesori della Sapienza Eterna.

 

I SEMINARISTI

126. -- PIETRO LAFON.

Alunno del piccolo seminario di N. Dame de Champs, un giorno della Settimana Santa del 1894, fu condotto insieme ai suoi compagni a venerare le reliquie della Passione a Nostra Signora di Parigi. Quella mattina era stata rubata una Pisside. Pie­tro, saputo l'orribile sacrilegio, si offri subito al Cuore di Gesù come vittima di espiazione per ripa­rare quel delitto. Dio accettò la sua generosità giova­nile.

La settimana seguente, Pietro avvertì una grande prostrazione di forze e dovette mettersi a letto. Pre­sto apparirono i sintomi di una leggera scarlattina: il medico non vide alcuna gravità, ma il piccolo semi­narista capì di essere colpito a morte, e, alludendo a questa, disse: «Mamma... Dio lo vuole!».

E spirò poco dopo, tenendo le braccia in forma di Croce. (Messaggero del S. Cuore - Roma, 1897). Quando la Fede illumina la mente e la Carità accende il cuore, l'eroismo non è riservato alla mag­giore età.

127. - UN SEMINARISTA EROICO.

Siangtiang 15-VII-1944. «Dopo ogni sorta di vessazioni e di saccheggi da parte delle truppe giap­ponesi, i Missionari Italiani della Prefettura dovet-

tero assistere, senza alcun motivo al mondo, alla fu­cilazione del giovane seminarista indigeno Pietro Fu, da parte dei soldati di passaggio. Fece una morte da santo: spirò tra le braccia del Prefetto Apostolico, Mons. Pacifico Calzolari O. F. M., munito di tutti i conforti religiosi. Poche ore prima della fucilazione, i soldati tentarono invano di costringerlo a calpesta­re il Crocifisso».

Così il primo e più bel frutto della Missione è stato chiamato in cielo come un martire. (Il Croci­fisso - Passionisti. Roma, 1947).

Si sa morire per Gesù Cristo, se si sa meditare perchè è morto Gesù Cristo.

128. - UN SEMINARISTA CROCIFISSO.

A Lerida, in Ispagna, nel 1937 venne scoperto dai comunisti un seminarista, che illustrò la Fede con una morte simile a quella del Divin Salvatore.

I rossi caricarono il giovane diciottenne di una pesante Croce e poi lo trascinarono, tra beffe cru­deli e risa feroci, per le vie della città. Dopo un ignominoso e burlesco processo, sacrilega parodia di quello di N. Signore, gli domandarono chi fosse. L'eroico Martire con voce franca rispose che era un seminarista di Barbastro. Udita questa dichiarazione, i comunisti gli si lanciarono ferocemente addosso, lo svestirono e lo inchiodarono sulla Croce.

Prima di spirare, mentre la plebaglia ebbra di sangue gli lanciava insulti, egli con voce alta e chiara esclamò: «Gesù mio, per tuo amore e per la salvezza della Spagna! ».

Il fatto destò indignazione 'in tutta la Spagna dei nazionalisti, e nella chiesa della Navarra si com­memorò con solenni funzioni il novello Martire.

(Giornale: Nouvelliste - Lione, aprile 1937).

Ogni Seminarista, come ogni cristiano che si sen­ta consacrato al Maestro Redentore, deve abitual­mente tenere, nelle continue lotte col mondo, una volontà decisa e ferma di volere piuttosto morire che peccare, piuttosto morire che tradire la Fede.

 

GLI SPOSI

129. - ANELLO NUZIALE.

S. Luigi IX, re di Francia e figlio della regina Bianca (vedi n. 85), quando impalmò Margherita di Provenza, figlia del conte Berengario IV, pose al dito della consorte un anello portante una Croce ornata di gigli e margheritine, col motto: «Fuori di questo anello potremo trovare amore?».

Quell'unione fu santificata dalla pratica più se­vera dei precetti religiosi. Benedetti. da Dio, ebbero numerosa prole: undici figli, e godettero di quella pace e felicità che anche quaggiù è retaggio delle anime timorate e sante.

(P. Ludovico: S. Lodovico Re di Francia - Unione Francescana. Firenze, 1936).

L'anello della indissolubilità matrimoniale porta sempre, scolpito o no, il Segno della Croce. Se si vuol godere il profumo e la bellezza della rosa, non bisogna aver paura della sua spina. Sacrificio e feli­cità, come causa ed effetto, si stringono la mano. Chi fugge il sacrificio, sfugge la felicità.

130. - AMPIO SEGNO DI CROCE.

Uno scrittore del Corriere d'Italia, in un arti­colo del 20-XII-1922, così ci parlava:

«Io ricordo le commosse narrazioni del Vescovo di Trebisonda che riferiva episodi delle ultime vicen­de guerresche, e che sembrano storie di altri tempi:

non le storie di Sparta e delle Termopili, non le sto­rielle interminabili degli stoici che si spezzavano le vene nel bagno caldo, profumato di rose; ma le sto­rie del martirio cristiano e della luce del Cristo che dà anche alla donna - grazia sconosciuta ai pa­gani - la virtù dell'eroismo più alto.

A Khodorciur, quartiere della diocesi di Erze­rum, un grande numero di donne fu condotto sul promontorio del Kemakh. Nella montagna, il pro­montorio è tagliato a picco, sotto vi è l'abisso, e nell'abisso il fiume corre rumorosamente.

Il momento è tragico; quelle povere donne so­no tra due abissi: quello della morte e quello della infedeltà ed ignominia. Bisogna scegliere. «Neppure un istante di tempo: o rinnegate la vostra fede cri­stiana e acconsentite alle nostre voglie, o vi lancere­mo subito giù nel fiume», così gridano i turchi.

Una giovane donna viene innanzi; sembra che voglia darsi in braccio ai soldati. Invece, d'un tratto, si fa un ampio Segno di Croce e si slancia nell'abisso. Non un momento di esitazione, il segnale è dato: tutte quelle donne, centinaia di donne, si fanno in fretta il Segno della Croce e anch'esse dal promon­torio si slanciano nel vuoto... In un attimo sono scomparse! Quando i turchi hanno appena il tempo di riaversi e si guardano intorno, non vedono più­una sola donna. Laggiù, nella profondità del bur­rone, vi è soltanto il fiume, divenuto tomba delle martiri».

L'ignoranza dei nostri tempi, caratterizzata da una vasta, ma frivola cultura, e un diffuso senso di paganesimo naturalistico e amorale, può persuadere che nell'amore senza vincoli, c'è piacere e gioia. I più scandalosi e sanguinosi processi contemporanei, anche per chi non ha Fede, dovrebbero persuade­re all'opposto.

131. - ELISABETTA CANORI (1774 + 1825).

Figlia di ricchissimi genitori, per la condotta sconsigliata del marito, si ridusse al fallimento. Cio­nonostante il suo amore coniugale si mantenne puro

e fedele. Onde evitare il carcere al marito e l'infa­mia alla famiglia, si decise di andare ella stessa ai sin­goli creditori, esporre umilmente la situazione, e pre­garli di contentarsi di quel poco che le rimaneva. Il passo era troppo umiliante, ma dal Crocifisso pre­se il necessario coraggio.

Meditò le comparse di Gesù davanti ad Anna e Caifa, ad Erode e a Pilato. Si comprò un bel Cro­cifisso di ottone, che pose sul petto sotto le vesti come difesa del suo pudore e aiuto per superare le difficoltà. Ed ecco colei che prima aveva fatto bella figura in società, ora con abito dimesso, con porta­mento umile e modesto, bussa, ad una ad una, alla porta dei creditori. Per amor di Dio, ed in riguardo delle innocenti figlie, li prega di tenersi paghi di quel tanto che proporzionalmente veniva liquidato a ciascuno. Per grazia di Dio, tutti vennero a patti e liquidarono i loro crediti. Solo uno la tirò a lungo. Elisabetta aveva allora di poco passato la tren­tina, i dispiaceri e le asprezze della penitenza non erano stati bastanti a cancellare dal suo volto quel­le belle linee regolari, quel colorito vivo e naturale, e quella tale freschezza di carnagione che fu una nota caratteristica della sua persona. Nonostante il fare dimesso, appariva ancora avvenente. La sua inaspettata visita fece impressione a quel creditore che menò il discorso a lungo e alla fine disse che era necessario del tempo per fare i conti e che tor­nasse un'altra volta. Elisabetta, candida e semplice, non seppe sospettare nulla di male e ritornò. Il creditore le prodigò complimenti e finezze: essa era troppo buona, il marito non meritava più alcun ri­guardo, aveva lei il diritto di ricambiarlo come me­ritava... Elisabetta alza i suoi pudichi sguardi, che non erano soliti fissare alcuno, e mira quel ceffo d'uomo, dai cui occhi balenava un'impudica pas­sione. Quegli si crede corrisposto ed apertamente le propone di rompere la fede coniugale. Inorridisce Elisabetta, si alza dalla sedia, il suo volto si accende di viva fiamma, stringe forte forte il Crocifisso che aveva nel petto, e gli dice che si vergognasse come cristiano e come gentiluomo di scendere a simili bassezze, che era venuta solo per trattare l'affare e definire l'accomodamento, che si spicciasse e la fa­cesse finita. Quel goffo malcapitato, balbettò alcu­ne parole di scusa, e senz'altro rilasciò la quietanza

del suo avere conforme alla liquidazione.

Elisabetta, arrivata a casa, si prostrava avanti al suo Crocifisso, e lo ringraziava di averla salvata dal pericolo.

(Pagani: Biograf. della Ven. Elisabetta Canori - Tip. Art. S. Giuseppe. Roma, 1911).

La prudenza è una virtù che deve accompagnarci sempre: o evitare le occasioni o, se è impossibile evi­tarle, premunirsi. Il nemico ha due tattiche: o lodare e sorridere, o disprezzare e deridere: bisogna non compiacersi delle lodi e non dispiacersi del disprezzo.

132. - BUIO ETERNO.

Nell'agosto del 1926, un giornale polacco narra che un operaio, in giorno di venerdì, ordinò alla moglie che gli cuocesse della carne. La donna si op­pose, per rispetto all'astinenza; ma poi obbedì te­mendo le ire del marito.

Costui, prima di mettersi a tavolo, copri con uno straccio il Crocifisso che si trovava nella stanza, e disse ridendo: «Ora posso mangiare tranquillo, perchè ho coperto gli occhi al Signore; così non vedrà che io mangio carne».

La mattina seguente; la moglie, vedendo che il marito alle 10 non si era ancora alzato, andò per svegliarlo; ma quegli rispose che si sarebbe levato quando fosse giorno.

Non si può immaginare la costernazione della donna e del marito stesso, quando ambedue si ac­corsero che per il sacrilego schernitore non si sarebbe fatto più giorno in eterno! Nella notte in­fatti era divenuto cieco.

(Mons. M. Formiconi: Note e Spunti per l'Apostolato - Veritas. Roma, 1934).

La tirannia dei mariti che costringono le mogli o - viceversa - delle mogli che costringono i ma­riti, ad atti ripugnanti ad una sana coscienza cristia­na, è la negazione del vero amore, un tradimento pratico delle promesse, un atto odioso agli onesti e alla giustizia di Dio.

 

133. - CLAUDIA PROCLA.

Anna Caterina Emmerich così ci racconta una sua visione:

Mentre Gesù veniva ad Erode in mezzo ad in­sulti e scherni, vidi Pilato andare da sua moglie Clau­dia Procla, e recarsi poi insieme ad un padiglione situato sopra la terrazza del giardino, dietro il pa­lazzo. Era grande e bella, aveva un velo che pendeva dietro a lei, ma che lasciava vedere i suoi capelli attorcigliati attorno al capo e fermati da qualche or­namento; portava inoltre pendenti dalle orecchie, una collana, e sul petto una specie di fermaglio pre­zioso, che manteneva le lunghe vesti, cadenti fino a terra, in pieghe maestose.

Ella parlò a lungo con Pilato, lo scongiurò per quanto aveva di più sacro, di non nuocere a Gesù, il Profeta, il Santo dei Santi; e gli narrò qualche cosa delle visioni meravigliose che aveva avuto su Gesù la notte precedente. Aveva visto un insieme di quadri della sua vita, come l'Annunziazione di Maria,. la Natività, l'Adorazione dei Pastori, e quella dei Re, ecc., ecc. Egli le era apparso tutto circonfuso di luce, ed aveva visto la malizia e la crudeltà dei suoi nemici sotto le più orribili forme: e ancora i suoi dolori infiniti, la sua pazienza, il suo amore inestin­guibile, e la santità e i dolori della Madre sua...

Claudia aveva sofferto tutta la notte e conosciu­te più o meno chiaramente molte verità meravigliose e, quando fu risvegliata dal rumore della soldata­glia che conduceva Gesù, attratta dal chiasso insolito, aveva rivolto gli occhi a quella parte, e aveva vi­sto l'Oggetto di tutti i miracoli che le erano stati mostrati, sfigurato, contuso, maltrattato dai suoi ne­mici e trascinato attraverso il foro per essere con­dotto ad Erode. Il suo cuore rimase sconvolto, e mandò immediatamente a chiamare Pilato, al quale, tutta turbata, narrò quanto le era accaduto.

Pilato era attonito, e confrontava quanto gli diceva la moglie con ciò che aveva raccolto qua e là su Gesù, mentre ricordava il furore degli ebrei, il silenzio di Gesù e le meravigliose risposte di Lui alle sue domande. Agitato ed inquieto, accedendo alle preghiere della moglie, le disse: «Ho già di­chiarato che non trovo alcuna colpa in quest'Uomo, e non lo condannerò, perchè ho riconosciuto tutta la malizia degli ebrei». E con questa promessa, si separarono. (La Dolorosa Passione secondo le Visio­ni di A. Caterina Emmerich - L.I.C.E. Torino, 1937).

L'amore vero si preoccupa della persona amata, e, all'occorrenza, manifesta tale preoccupazione con consigli caldi e insistenti. Spesso si disprezzano i consigli delle donne, o dei minori, quasi di perso­ne deficienti o paurose. Se il consiglio è ragionevole, da chiunque provenga lo si deve accettare e attuare, senza le debolezze di Pilato.

 

GLI STUDENTI

134. - TREMILA STUDENTI RECLAMANO IL CRO­CIFISSO.

Conforme ai deliberata della Giunta Centrale dell'Azione Cattolica, il segretario della Gioventù Cattolica Italiana, nel 1923, inviava agli organi di­rettivi del movimento giovanile, una vibrata cir­colare, chiamando a raccolta tutti gli studenti medi cattolici per chiedere, mediante la sottoscrizione di appositi moduli, che nelle aule scolastiche la Fede venisse rappresentata dal suo simbolo più augusto, il Crocifisso.

Come in altre città, anche a Torino, gli studenti medi accolsero con entusiasmo l'appello, dei capi. L'ardore giovanile e la coscienza d'un dovere santo vinsero scetticismi, prevenzioni e ostilità dichiarate. In breve furono pronti i moduli. Si tennero adunan­ze preparatorie. Si cominciò tosto il lavoro di rac­colta. Ben 3025 firme stanno a dichiarare che la massa studentesca torinese era più che mai viva alle altissime idealità della Religione. Il magnifico risul­tato depose ad onore di tutti gli studenti torinesi e dei nostri giovani di Azione Cattolica che, sacrifi­cando svaghi e riposo, offersero splendido esempio di abnegazione e di coraggio cristiano.

(Rivista: Il Crocifisso - Passionisti. Roma, 1923).

Ai giovani, per lo più, è difficile stare nel mezzo:

o s'impantanano o volano. Quanti sono i giovani che, come Giovanni, posano il capo sul cuore di Ge­sù? E' bella la gioventù; ma è molto più bella quan­do il suo slancio si proietta verso ideali di virtù, di beneficenza o di religiosità.

135. - STUDENTI DI VARSAVIA.

L'anno 1928, il decano della facoltà veterinaria di Varsavia, fece porre a richiesta degli studenti, un Crocifisso nell'aula della facoltà.

Al seguente anno scolastico, il nuovo decano, Prof. Szimanowski, fece togliere il Crocifisso, pro­vocando l'indignazione e le proteste degli studenti e dell'opinione pubblica informata dell'accaduto.

Il Consiglio di facoltà, riunitosi in conseguenza, espresse il proprio biasimo per l'atto inconsulto, e ordinò il ritorno del Crocifisso al posto ove prima era stato collocato.

La maggior parte dei giornali, plaudendo alla de­cisione del Consiglio di facoltà, chiese le dimissioni dell'ateo e anticattolico professore.

(Il Crocifisso: Passionisti. Roma, 1929).

Libertà!... libertà!... quanto sei cara! Ma cia­scuno la definisce a modo suo, e non ha più signifi­cato sociale. Povera scienza, povera filosofia moder­na! Come non ci unisci nelle parole, così non ci unisci nella vita.

La libertà è una, come una è la verità. Dio è la libertà e la verità essenziale: la vera libertà umana è quella che proviene da Dio e ci è stata meritata e insegnata da Cristo Redentore, ossia, Liberatore.

136. - LEZIONE AD UN PROFESSORE.

Il periodico « L'Armonia » di Torino, 6 marzo 1927, riportava il seguente fatto, avvenuto alla scuo­la serale di ragioneria in quella città.

Il professore di matematica teneva la sua lezio­ne e tutti erano intenti ad ascoltarlo, quando si udì un colpo secco. Era la cartella di un alunno, ca­duta per terra. Il professore, innervosito dal rumore, proruppe in parole violente contro l'alunno, e pro­ferì non una ma parecchie e orribili bestemmie.

Nel profondo silenzio che seguì a quelle sacri­leghe espressioni, si alzò una voce ben chiara, forte, improntata a santo coraggio. Era un giovane catto­lico che dal suo posto, alzatosi, e con le mani giun­te rivolte al Crocifisso, appeso alla parete dell'aula, elevò una lode a Gesù Cristo, chiedendo perdono per il bestemmiatore. A quelle parole di preghiera e di riparazione, tutti gli alunni si alzarono e rimasero devotamente in piedi.

Il professore bestemmiatore restò allibito e mu­to; aveva ben meritato quella lezione.

Le scienze umane sono tra loro .un accordo in unità armonica. Una scienza non può, nè deve mai contraddire l'altra. La Religione, o Rivelata o Natu­rale, è la scienza di Dio, dalla cui sorgente fluisce ogni altra scienza umana. Per il cristiano, ogni Prof essore di scienze che contrasta con la Religione, è un professore deficiente, anormale, il cui sapere partico­lare, sia pure specializzato, contrasta col sapere uni­versale. La sua scuola è assolutamente negativa per l'integra formazione dei giovani, e questi, nel caso di insegnamenti atei o immorali, debbono rispetto­samente, ma energicamente tenersi in opposizione.

137. - CONFEDERAZIONE STUDENTI MESSICANI.

La Confederazione Nazionale degli Studenti Cat­tolici del Messico, al Ministro della Istruzione Pub­blica Puig Causauranc che aveva avuto l'ardire di imporre la remozione del Crocifisso anche dai locali dei collegi cattolici, nella sua rimostranza, così ri­spose:

«I Collegi Cattolici del Messico non possono espellere dalle loro aule Gesù Crocifisso; sarebbe lo stesso che rinnegarlo. Non è possibile una scuola cattolica senza il Crocifisso, perchè quelli che in­segnano hanno il compito di levarlo in alto con le loro mani. Quell'Immagine rappresenta il Maestro, la luce, n guida, la vita, il Padre. La Croce dà ai maestri l'autorità e ne sublima la missione, e per loro è indispensabile. E indispensabile è per gli sco­lari. Dal Crocifisso il fanciullo riceve le prime ne­cessarie lezioni della virtù e del lavoro, e da esso imparerà ad avere compassione dei miseri, a guar­darsi dal male. Ai giovani il Crocifisso dà la forza d'animo per le inevitabili lotte della vita, ed insegna loro il perdono, il reciproco amore, la purez­za... Cristo è la fonte della vera civiltà, e la stessa civiltà nostra non si spiega senza Cristo...» (L'Apo­stolo del Crocifisso e dell'Addolorata - Serviti. Ro­ma, 1927).

I Professori scolastici e i Ministri della Pubbli­ca Istruzione esorbitano talvolta dalle loro compe­tenze e dai loro diritti non assoluti. Come il medico è il competente in medicina, l'avvocato in legge, l'architetto e l'ingegnere in costruzioni... così il teo­logo è il competente in Religione. Rispettare la com­petenza, per chi almeno non ha fatto studi eguali in eguale materia è un principio fondamentale di vera scienza. In materia di Religione, teorica o pra­tica, la buona logica vuole che sia i Professori di altre scienze, sia gli studenti, e sia anche il Ministro della Pubblica Istruzione, debbono rispettare la com­petenza del Teologo. Un'azione diversa introduce la tirannia scientifica nel campo del sapere.

 

I VEDOVI

138. - CESARE GUASTI.

Uomo di solida e vasta cultura, amico e consi­gliere di illustri letterati, artisti, sacerdoti e prelati, meritò importanti uffici, tra cui quello di Archivista dell'Opera di S. Maria del Fiore, Assistente e Pri­mo all'Archivio Diplomatico, Ispettore degli Archivi dell'Emilia e delle Marche, Direttore dell'Archivio di Stato di Firenze, Sovraintendente di tutti gli Ar­chivi della Toscana, Accademico residente della Cru­sca, e Presidente del Regio Istituto di S. Nicolò, in Prato. Scrisse e pubblicò varie opere di alto valore storico.

Il suo tempo fu dominato dalla scuola del li­beralismo politico e dell'anticlericalismo, per cui rari erano i casi che un cattolico potesse avere una cattedra o un impiego: e Cesare fu una di queste eccezioni. Egli tuttavia temprato alla vera fede degli eroi cristiani, non fu di coloro che osservanti nella vita privata, eran liberali o massoneggianti nella vita pubblica. Non nascose mai la sua fede. «Io - scrisse - della Religione non accetto solo i Mi­steri e le credenze, ma ancora le pratiche. La Reli­gione non è tanto-sublime nei dogmi, quanto nel culto».

Terziario Francescano, ereditò dal Poverello di Assisi un grande amore al Crocifisso, davanti alla cui immagine accendevasi di ardori serafici. Faceva ogni mattina un quarto d'ora di orazione mentale; ogni giorno almeno compiva un atto di mortificazione; si astenne sempre dai divertimenti e dalle conversa­zioni di sapore mondano; ogni venerdì praticava par­ticolari ossequi al Crocifisso e all'Addolorata.

Dopo la morte della sposa, ricevette dal P. Mar­cellino O. F. M. un quadretto della Madonna Ad­dolorata, la quale tenendo in mano una corona di spine e cogli occhi lacrimosi rivolti al cielo espri­meva un'angoscia mortale e insieme una forza che ha del divino. Guasti intuì l'intenzione dell'amico francescano che voleva consolarlo nella dura prova, e compose una preghiera all'Addolorata, che è un vero gioiello di mistica pietà. Ne diamo qualche pe­riodo: «O Vergine Addolorata, io piango delle tue pene, per aver conforto nelle mie; giacchè non è possibile che io senta troppo grave la mia croce, quando vedo Te strettamente abbracciata alla croce del tuo Figlio, nè che io dica soverchio il mio affan­no, quando penso alla tua angoscia che, anche di­visa fra tutte le creature, basterebbe a dar la morte. Menami, dunque, dietro ai tuoi passi, al Calvario; fammi teco sedere presso il Sepolcro, perchè io vo­glio portare il mio dolore con la tua rassegnazione... Voglio pensare della morte con Te, della quale tem­peravi la ambascia con la speranza della gioiosa rí­surrezione... Dammi la virtù d'imitare il tuo esem­pio; e se nel dividermi dalla mia santa compagna mi potè sembrare più bello della vita il morire, fa che ora accetti volentieri la vita, perché si adempia in me la volontà del Signore, che a Te prolungava il martirio per aumentarti la gloria»..

Chi pensa, prega e scrive così, non può essere che un santo.

(P. Felice da Porretta: Cesare Gua­sti - Unione Francescana. Firenze, 1938).

Nella morte dei.cari, non può trovarsi più con­forto e coraggio di quanto se ne trovi nel rivestirsi dei sentimenti che ebbe Maria alla morte di Gesù.

139. - SANTA BLESILLA.

Discendente da due nobili stirpi, quella dei Grac­chi e Scipioni, dotata di un talento superiore al ses­so, bene istruita nelle lingue greca ed ebraica, spo­sata giovinetta ancora e rimasta vedova dopo sette mesi di matrimonio, continuò sempre a vivere nel fasto e nella mollezza.

Dio la scosse con una malattia che la ridusse in fin di vita. Santamente impressionata dal grave pe­ricolo di eternamente perire, risolvette di consacrar­si a Dio e abbracciare una vita seria e penitente. Sotto la direzione di S. Girolamo fece rapidi pro­gressi. Il Crocifisso divenne il suo specchio, depose gli ornamenti e le vesti pompose, rivesti abiti oscu­ri che spiravano modestia ed umiltà, si allontanò dalle usanze mondane, visse ritirata con alcune serve che trattava come sorelle, e si applicò alla lettura e alla meditazione. Ricordava le pene di Gesù con tale fervore e tenerezza che dai suoi occhi uscivano abbondanti lacrime, con le quali purificava e abbelli­va, come di perle, il viso che prima aveva sfigura­to e contaminato coi belletti. Trattava il corpo con austerità, e prendeva breve riposo.

Non mancarono, tra parenti ed amici, chi la biasimasse, chi ne ridesse, e chi la consigliasse ad avere riguardo alla sua età e rimaritarsi. Ma la fer­vida discepola del Crocifisso fece conto di tutto ciò come dello strepito delle ranocchie, e riguardò i di­sprezzi della sua persona come segni di essere dive­nuta vera discepola di Gesù, poichè - giustamente pensava - non si può piacere a Lui senza dispiacere al mondo.

Iddio si affrettò a rapirla a sè; mori in età di 20 anni, nel 384.

(Masini: Vita dei Santi - Porcelli. Napoli, 1789).

La serietà della vita conviene, proporzionatamen­te, a tutte le età. Ma quando i solenni misteri della morte trasportano quasi per forza ai più gravi pro­blemi dell'esistenza conviene - specialmente al cri­stiano - una serietà più accentuata e più dignitosa.

140. - LA BEATA BIONDA FOSCHI.

Nacque dalla famiglia dei Conti Foschi, sovrani di Verrucchio. Sposa ad un giovane buono, valoroso e potente, rimase presto vedova con la consolazione di un unico figliuolo. Gl'implacabili nemici della famiglia, però, non avendo potuto sfogare intera-

mente il loro odio contro lo sposo, ormai morto, le rapirono quest'unica consolazione, e il suo figliuo­letto innocente fu in modo barbaro trucidato. Bionda non sapeva ancora rassegnarsi a quel delitto, quan­d'ecco un nuovo e terribile colpo: seppe con chiare prove che quei manigoldi, aggiungendo oltraggio ad oltraggio, le avevano segretamente imbandito a pran­zo il cuore del suo bambino...

In questi atroci sconvolgimenti di animo, la Divina Misericordia venne in aiuto all'infelice vedo­va con una grazia straordinaria. Si iscrisse al Terzo Ordine dei Serviti, ed il pensiero di Maria Addo­lorata che, stando accanto alla Croce dell'Agoniz­zante Figlio, non può offrirgli il minimo sollievo, e pur tuttavia ciò tollera con invitta fermezza e con ineffabile misericordia verso i carnefici, fu per Bion­da un impareggiabile incoraggiamento a sostenere con cuore impavido il suo materno strazio. Presso il Cal­vario, imparò che la vendetta, comunque conside­rata, non è soddisfazione dell'animo, ma vera e col­pevole barbarie, e che la gioia più grande e più no­bile deve cercarsi nel cristiano perdono.

Vestita dell'abito dell'Addolorata, Bionda si diè particolarmente alla penitenza, per espiare anche gli errori dei suoi antenati; si afflisse con cilizi, digiuni e sanguinose flagellazioni. Dio la colmò di grazie e anche di miracoli. Morì il 2 settembre 1411. (Grap­poli d'Oro del Monte Senario - Serviti. Roma, 1933).

Nelle più gravi perse della vita, quando sarebbe follia cercare consolazioni umane, non resta al cri­stiano che appressarsi con fede al Golgota presso - l'Addolorata e il suo divin Figlio Crocifisso.

141. - SANTA LUISA DI MARILLAC.

Nacque in Parigi il 1591, da una famiglia che diede illustri uomini alla magistratura, alla corte e alla Chiesa. Da giovinetta manifestò una devozione straordinaria verso la dolorosa Passione di Gesù Cri­sto. Insistette per essere ammessa nel monastero del­le Figlie della Passione, e siccome per la salute ca­gionevole non le fu consentito, dava sfogo alla sua tenera devozione passando molte ore nel contempla­re il dolore e l'amore infinito di Gesù. Tuttavia le si concedeva di potersi ritirare di tanto in tanto in quel monastero; ed ella si univa alle Figlie della Passione, specialmente in tempo di carnevale, per riaccendere il fervore nella preghiera e nella peni­tenza, e riparare i molti peccati con cui gli uomini rinnovavano la Passione di N. Signore.

Gustava dipingere Gesù nelle amabili sembianze del Buon Pastore, circondato da candide agnelle che si dissetavano alle piaghe divine, e raffigurava se stessa in un'agnella privilegiata che, posando beata­mente sulle ginocchia del Redentore, beveva alla dolcissima piaga del costato. E sarà stato in una di queste elevazioni amorose davanti al costato aperto di Gesù Crocifisso che ideò e dipinse la prima im­magine che si conosca del S. Cuore di Gesù.

Rimasta vedova poco più che trentenne, sotto la guida di S. Vincenzo dei Paoli, divenne un vero ge­nio della beneficenza cristiana. Nei principali centri della Francia fece sorgere, tra dame e gentiluomini, una crociata in sollievo dei malati, dei vecchi, degli orfani, dei trovatelli, dei pazzi, dei feriti sui campi di battaglia e dei profughi: durante la guerra delle Fiandre potè provvedere al vitto di ben 14.000 per­sone al giorno. E questi miracoli di inaudita bene­ficenza, specialmente per le condizioni economiche di quei tempi, hanno una sola ispirazione: l'amore ardentíssimo di Luisa al Crocifisso.

Alle Suore della Carità, dette anche di S. Vin­cenzo, di cui fu madre e confondatrice, non potè dare migliore formazione che abituandole a vedere in tutti i bisognosi la stessa persona di Gesù Croci­fisso. E affinchè questo sentimento di fede non venis­se mai meno, Luisa comandò alle Suore, che per mezzo del cosidetto Orologio della Passione, ora per ora, ricordassero con opportune giaculatorie e pre­ghiere i vari misteri della Passione Divina. Volle inoltre che l'immagine del Crocifisso pendesse nello interno dell'abito dal braccio delle Suore, come a santificare con la sua presenza tutte le opere, ed ispi­rare continuamente amore al sacrificio e ilare assi­stenza agli infelici. E perchè tutto parlasse alle sue figliuole del Divino Modello della carità, prescrisse che il sigillo della sua congregazione fosse costituito da un Crocifisso chiuso in un cerchietto in forma di cuore. Oggi sotto lo sguardo del Crocifisso, circa 40.000 Suore della Carità sono consacrate al sollievo dei sofferenti.

Luisa se ne volava al cielo nel 1660. Nella cap­pella della Casa Madre delle Figlie della Carità, in Parigi, sopra una lapide sepolcrale fregiata di Croce, si leggeva questa epigrafe che sintetizza tutto un programma: «O Crux, ave, spes unica».

(Angelo Troisi: Vita di S. Luisa di Marillac - Roma, 1934).

Rispettabili sono gli Istituti di Assistenza pro­mossi sia dalla civiltà umana e sia dalla Religione. Ma quale differenza! Nei primi, gl'impiegati quasi mai soddisfatti, poca generosità, talvolta crisi e scio­peri. Nei ,secondi, dedizione spontanea, abnegazio­ne, disinteresse, generosità, ambiente soffuso di quel­l'amore soprannaturale che sa ispirare soltanto il Crocifisso.

Il Crocifisso, il Crocifisso:... Ecco il più appassionato amante degli uomini, il più fecondo ispiratore di opere di beneficenza, il più grande conforto dei sofferenti, il più po­tente formatore di eroi, di Santi, il più amabile oggetto dei piccoli e dei grandi, degli operai e dei professionisti, dei geni dell'arte, della politica e della scienza; Egli è la sorgente di vera e durevole civiltà; Egli è e dovrà essere l'unico cen­tro di tutta l'umanità.

 

ALCUNE PRATICHE DI DEVOZIONE IN ONORE DEL CROCIFISSO

1) Ogni giorno per un quarto d'ora almeno, col Crocifisso in mano o davanti alla sua immagine, me­ditare l'amore di Gesù per la nostra anima e i mira­bili esempi di virtù lasciatici nella sua Passione.

2) Ogni mattina, nell'alzarsi, baciare il Crocifis­so, accettare ed offrirgli, come fiori di grato amore, i doveri, i sacrifici e le contrarietà che incontreremo nella giornata.

3) La sera, prima di coricarsi, recitare le pre­ghiere davanti al Crocifisso e baciarne l'immagine.

4) Portare abitualmente indosso un Crocifisset­to: durante il giorno, o baciarlo di frequente, o stringerlo al petto, o ricordare un breve episodio della Passione, muovendo il cuore a brevi affetti o giaculatorie. Dall'Orazione all'Orto fino alla Sepol­tura, si può dividere la Passione in vari episodi da ricordare successivamente, come nei quadri della Via Crucis.

5) Tra le giaculatorie, ripetere a preferenza la Offerta del Sangue preziosissimo di Gesù al Divin Padre: è molto efficace e ricca di indulgenze.

6) Assistere alla S. Messa come Maria SS.ma e i pii Discepoli sul Calvario, immaginando e medi­tando la Crocifissione e Morte di Gesù, di cui la Messa è ripetizione, rappresentazione ed applica­zione.

7) Visitare la Via Crucis in chiesa, specialmente nei venerdì. Se impediti, supplirvi in casa o in la­voro recitando 20 Pater, Ave e Gloria davanti a un Crocifisso appositamente benedetto, cioè, 14 Pater, Ave e Gloria per le 14 Stazioni della Via Crucis, 5 in onore delle Cinque Piaghe, e uno secondo l'inten­zione del Sommo Pontefice. La pratica è ricca di indulgenze parziali e plenarie.

8) Fare qualche preghiera, specialmente in pri­vato, tenendo la persona a forma di Croce, colle braccia distese.

9) Visitare in chiesa, dopo il SS.mo Sacramento, l'immagine del Crocifisso e dell'Addolorata: e, se­condo la possibilità, promuoverne il culto e le feste.

10) Esporre, o intronizzare solennemente con la presenza del Sacerdote, l'immagine del Crocifisso nella propria casa, e ornarla, potendo, di luce e di fiori.

11) Promuovere la diffusione dei Crocifissetti presso i fedeli, l'intronizzazione del Crocifisso nelle case, nelle officine, nei laboratori ecc., e l'abbona­mento a qualche Rivista che tratti del Crocifisso o dell'Addolorata.

12) Recitare la breve Coroncina delle Cinque Piaghe.

13) Iscriversi a qualche Confraternita del Cro­cifisso o dell'Addolorata.

14) Santificare i Venerdì, specialmente di Qua­resima, con qualche pratica o mortificazione parti­colare.

15) Recitare ogni venerdì, verso le tre pome­ridiane, le preghiere dell'Agonia, cioè, la giacula­toria «Adoramus Te Christe et benedicimus tibi...», cinque Pater ed Ave alle Cinque SS.me Piaghe, e aggiungere tre Ave all'Addolorata.

16) Mirare e servire negli ammalati, o negli af­flitti, Gesù Sofferente.

17) Fortificare il proprio animo e trionfare su­gli umani rispetti, sia nel vestire secondo una moda cristiana, sia nel praticare qualche mortificazione o astensione da pericolosi divertimenti, e sia nello osservare fedelmente i digiuni e le astinenze coman­datici dalla Chiesa.

18) Compiere qualche atto benefico o di genti­lezza verso chi ci abbia offeso od amareggiato.

19) Nelle tentazioni, o nei gravi dolori, rifug­giarsi e rasserenarsi nel S. Costato del Crocifisso.

20) Se possibile, destinare le proprie sostanze, o parte di esse, in opere di omaggio al Crocifisso e all'Addolorata.

21) Sopra ogni cosa, odiare qualsiasi peccato, vero carnefice di Gesù; ed imitare con qualche pro­posito giornaliero, le eminenti virtù che ci lasciò nella sua Divina Passione.