Onore
a voi che credete!
Siete
salvi mediante la fede
Viviamo
in un tempo in cui molte persone si costruiscono una "fede" a propria
misura, oppure su misura la va a cercare tra gruppi e sètte o novità varie.
In tutta questa baraonda di credenze e religioni io
godo ancor più di quella fede, sicura e secolare, che mi è trasmessa dalla
Chiesa. In essa sono stato
battezzato fin dalla culla, in essa voglio terminare i miei giorni. Se di
qualcosa posso vantarmi è proprio di questa fede: ne
sono fiero, con umiltà e con amore. Questa fede, che è mia perché è
un dono che ho ricevuto e non una mia costruzione, è
la mia grandezza: essa mi tiene piccolo, abbandonato alle braccia forti e
tenere del Padre, come a quelle di una madre! È una fede di cui mi sento
onorato, come dice S.Pietro.
Amo la mia fede! Don
Vigilio Covi
1.
"Tutto ciò che non viene dalla fede è peccato." (Rom 14,23b)
"La
parola di Dio è viva, efficace..." (Ebr ). Ogni parola di Dio è viva.
Ogni parola di Dio produce frutto. Anche la Parola che ho messo a titolo di
questa pagina è parola viva. Oggi l'apostolo me l'ha ripetuta, me l'ha seminata
nel cuore. È stata una sorpresa, anzi, una frustata, come quella con cui Gesù
sul piazzale del tempio ha rovesciato tavoli e scacciato mercanti con buoi e
pecore e colombe.
Questa parola rimane in me e mette radici adagio adagio. "Tutto ciò che
non viene dalla fede..."
Mi ero abituato a pensare che ci sono molte cose buone al di fuori della fede.
La cultura in cui sono immerso mi porge continuamente questa bevanda: anche
senza un rapporto con Dio c'è molto del bene. Atei buoni, cristiani anonimi,
azioni e iniziative sociali e umanitarie, proposte di pace e di collaborazione
con chiunque "crede" nella bontà e nel valore della vita e del
benessere, della solidarietà e dell'ecologia...
Mi ero abituato a questa visione della realtà e mi ci trovavo bene, tanto bene
che ormai quasi consideravo la "fede" come qualcosa in più, un bene
grande, ma non assolutamente necessario, perché molti si occupano di valori
grandi anche senza di essa.
Ora è giunta questa parola che S. Paolo ha inviato ai cristiani di Roma.
Se un valore non viene dalla fede è peccato.
Se la pace non viene dalla fede è peccato.
Se la solidarietà non viene dalla fede è peccato.
Se l'ecologia, l'amore alla vita, la grandezza dell'uomo, la fraternità,
l'uguaglianza sociale... non viene dalla fede è peccato!
Se la purezza e il rispetto sessuale, i sentimenti di amore per un uomo o per
una donna e il conseguente desiderio di maritarsi, il rifiuto della violenza, la
protezione dei bambini, l'onestà sul lavoro, l'osservanza dei riti... non viene
dalla fede è peccato!
S. Paolo scuote la mia anima come si scuote una tovaglia: tutto vola via come
immondizia. Rimane la possibilità di adagiarvi sopra la fede come un grande
recipiente. Da esso si potrà attingere.
Perché è peccato tutto ciò che non viene dalla fede?
Provo a comprendere questa parola dell'apostolo, che è parola di Dio, per
renderla del tutto mia. Dio infatti non parla per ingannarmi.
"Tutto ciò che non viene dalla fede è peccato."
Provo
a rifare il ragionamento che ha fatto l'apostolo, per comprendere questa parola
di Dio, per renderla tutta mia.
S. Paolo sa che si può mangiare di tutto e che l'uomo non può essere
condannato da Dio perché mangia qualunque cosa Egli ha creato. L'apostolo sa
però che non tutti godono di questa libertà interiore: egli, con la propria
libertà, non vuol causare sofferenza o scandalo ad altri, né spingere alcuno
ad agire contro la propria fede.
La libertà è un grande dono, ma è un dono di quel Padre che ama anche l'uomo
non ancora maturo nella libertà interiore. Se io, nonostante tutto, mangio ogni
cosa in presenza di chi non è interiormente libero di farlo, faccio torto al
Padre, che invece rispetta la sua sensibilità.
Se un'azione non ha origine dal rapporto obbediente e fiducioso con Dio, essa
non mi porta a lui. Se un'azione da me giudicata buona e sgorgante dal mio
desiderio di far cose buone non mi orienta al Padre, non mi avvicina a lui: di
essa io ringrazierò soltanto il mio "buon cuore", la "mia"
propria iniziativa, la "mia" sensibilità. L'azione "buona"
mi porterà a inorgoglirmi, ad esser soddisfatto di me stesso, a concludere: io
sono qualcuno, ho fatto qualcosa di utile. Quest'azione perciò è peccato: mi
ha - almeno per un attimo - allontanato dal Padre, non mi ha aiutato a
considerarmi figlio suo, né a considerare le mie azioni come obbedienza a lui,
come conseguenza del suo amore gratuito per gli uomini, come conseguenza della
sapienza che egli mi ha donato. La mia azione mi ha fatto continuare il cammino
di Adamo, cammino che si allontana sempre più dal Padre.
So
che peccato è il camminare su quella strada che mi fa sbagliare mèta, su
quella strada che non mi fa giungere al Padre, presso cui soltanto c'è la vita
e la vita eterna!
Peccato sono quindi i passi di Adamo, passi mossi tenendo le spalle girate a
quel Dio che lo sta chiamando, passi - lenti o veloci non importa - con i quali
egli cerca di raggiungere dei nascondigli in cui occultarsi allo sguardo mite e
tenero del Padre. Qualunque passo Adamo muova nella direzione presa, lo
allontana ancor più. Ogni sua azione non lo avvicina al Padre, finché egli
stesso, l'Adamo ribelle, non si giri per muovere verso colui che lo sta
cercando, e che, per trovarlo, ha inviato il Figlio. Quando Adamo si lascia
trovare da Gesù comincia la fede, e con essa inizia la vita!
Nella frase che sto comprendendo non credo che il termine "peccato"
significhi "colpa". Non c'è colpa nel vivere quei valori umani che
danno un po' di gioia al vivere e al faticare degli uomini. Essi però non sono
sufficienti a darmi la vita, a portarmi presso Colui che dà la vita, al Padre!
Essi sono ancora passi mossi nella direzione che allontana.
La fede, fiducia e abbandono e obbedienza, che Gesù fa nascere in me, dà nuovo
valore a tutto: ogni cosa io faccia unito a Gesù è un pane che mi avvicina e
mi fa incontrare il Padre suo e nostro!
Tutto ciò che non ha origine dal mio rapporto di fiducia verso Dio mi distanzia
da lui. S. Paolo è drastico: egli dice "tutto". Anche il bene che io
faccio, se lo faccio senza alcun rapporto con il Padre e con Gesù, senza
coscienza (almeno implicita) di compiere la volontà di Dio e di esercitare
l'amore che egli ha riversato nel mio cuore, è un luccichio che distoglie il
mio sguardo dal suo Volto splendente!
Sarò capace di girarmi, di "convertirmi", di attingere tutto dalla
fede in Dio che mi è stata donata? Dal mattino alla sera e dalla sera al
mattino continuerò a rifarmi al Padre, insieme con Gesù, imparando da lui,
vero Figlio sempre attento a rimanere orientato a Dio!
Comincio
ad amare la "mia" fede, che diventa la sorgente unica di tutto il mio
vivere!
2. "Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini..." (Col 3,23)
Ciò
che non viene dalla fede ci tiene distanti dal Padre, fa da ostacolo alla nostra
comunione con lui: è peccato!
Tutto ciò invece che viene dalla fede è grazia! Ciò che scaturisce dalla
fiducia che ripongo in Dio è dono gratuito, è forza, è luce, è novità, è
pace!
Quando vivo nella fede Dio mi è Padre: lo vedo così, lo tratto così. Tutto il
mio pensare e il mio agire si riempie di quella caratteristica tipica dell'amore
gratuito di cui il Padre mi avvolge.
Nella fede tutto quello che faccio lo faccio come per il Signore, e tutto quello
che ricevo lo ricevo come da lui: tutto mi giunge come dono!
Gesù ha avuto i suoi discepoli come dal Padre e ha ricevuto come dal Padre
anche le umiliazioni e la croce. Ha saputo perciò donare sia ai discepoli che
ai soldati del suo Calvario il suo amore, lo stesso sguardo, la stessa luce. Gesù
è l'esempio per la mia vita di fede: egli, pur essendo figlio di Dio, - e
proprio perché figlio di Dio - ha vissuto la fede nel modo più sublime e
profondo, nel modo più costante e fermo. Egli si sapeva mandato dal Padre in
ogni momento, e perciò la sua fiducia e il suo affidarsi a lui lo tenevano
continuamente in ascolto, in attenta disponibilità. Ogni fatto, ogni incontro,
ogni domanda gli fosse rivolta la sentiva come una parola del Padre che gli
donava o gli chiedeva qualcosa.
La
mia fede è quella di Gesù. Io la vivo in modo imperfetto, tanto imperfetto da
dovermi vergognare di fronte a lui. Però la mia fede è la sua: quella che lui
ha seminato in me e coltivato con la sua Parola. La mia fede è quella che lui
ha nel Padre: io so ciò che Gesù ha detto del Padre e verso il Padre ho quella
fiducia cui Gesù mi ha sollecitato. Al Padre mi affido con quella decisione con
cui Gesù gli si è affidato. Da questa fede nascono atteggiamenti e decisioni
che sono ancora quelli di Gesù, e nella fede tutto ciò che faccio e che ricevo
acquista valore di dono.
"Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualunque altra cosa
tutto fate per la gloria di Dio". (1Cor 10,31)
Anche le cose più semplici e più quotidiane, anche quelle che si fanno ormai
automaticamente o quasi, le faccio come provenienti dalla mia fede, perché
tutta la vita ha preso questa piega. Il Padre non manca mai. Egli non si
assenta. Egli non si addormenta. Ovunque io sia e qualunque cosa faccia egli è
là, proprio come sottolinea il salmo:
"se salgo nei cieli là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti!" (Sal
139,8)
L'amore
del Padre non ha intermittenze, perciò tutto, proprio tutto è dono suo per me.
La voce di una persona che mi chiama, lo squillo del telefono, l'insonnia
notturna, il cibo preparato, il ritardo di un amico, il rimprovero di un
superiore, la richiesta pretenziosa di un familiare, il freddo della strada, la
pioggia o il sole, la nebbia o il gelo, la febbre o il mal di denti, la bravura
o l'inesperienza del dottore, la sete e la bevanda, tutto insomma lo vivo dentro
l'amore del Padre per me: il mio reagire a tutte queste realtà manifesta la
fiducia che ripongo in lui! Anche la mia capacità di reagire con pazienza e con
serenità e amore ad ogni cosa è suo dono, sua grazia!
Tutto ciò che viene dalla fede è grazia!
3. "Il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?" (Lc 18,8)
Perché
mai Gesù si pone questa domanda? È una domanda cui nessuno può rispondere.
Non possono rispondere i suoi discepoli e nemmeno i suoi avversari. Egli stesso
non vuol dare risposta a questo interrogativo. Si potrebbe dire che questa
domanda è una domanda retorica: con essa egli vuole far comprendere qualcosa di
importante!
Il Figlio dell'uomo al suo ritorno cercherà credenti, cercherà coloro che lo
attendono, che gli danno piena fiducia.
È strano: non è l'amore la cosa più importante? Non è sull'amore che tutti
saranno giudicati? Non è dall'amore che i discepoli saranno riconosciuti? Non
è l'amore il passaporto per il Regno dei cieli?
Eppure Gesù ci pone questa domanda. Ci sarà la fede?
Può essere la fede più importante dell'amore?
Quante persone, già capaci di amare, non sono tuttavia ancora nel Regno dei
cieli perché mancano di fede!
Bastino due esempi, uno tratto dal vangelo e l'altro dagli Atti degli apostoli.
S. Luca racconta di un ufficiale romano che ama il popolo tanto da favorire la
costruzione della sinagoga a Cafarnao. Gesù però non loda l'ufficiale per
questo suo amore, lo loda e lo esaudisce nella richiesta, per la sua fede! (Lc
7,1)
Anche Cornelio, altro ufficiale romano, è un uomo che prega e che fa elemosine.
(Atti 10,2) L'angelo che gli appare non lo sollecita né ad aumentare le
preghiere né ad essere più generoso nelle elemosine. Gli manifesta invece la
possibilità di una fede nuova, quella che Pietro annuncia.
La salvezza raggiunge Cornelio e la sua famiglia per la fede in Gesù Cristo e
non per il suo amore, nemmeno per le sue preghiere. Queste gli hanno ottenuto la
grazia di giungere alla vera fede, quella che porta alla salvezza!
Com'è importante la fede! L'amore e la preghiera non bastano. La generosità e
la bontà del cuore non portano l'uomo alla sua salvezza! Quando la vera fede
entra nell'uomo, allora anche l'amore e la preghiera trovano la propria
pienezza.
Credere in Gesù, morto e risorto: questa è l'opera che il Dio dell'amore ci
propone di compiere.
Il Dio dell'Amore e della Pace, proprio Lui, cui preme la nostra somiglianza a
Lui nell'amore, ci orienta al suo Figlio, a Gesù e ci accoglie nella sua vita
quando noi accogliamo Gesù.
Mistero dell'amore! Mistero della fede!
In Gesù la fede e l'amore trovano pienezza: la fede unisce al Figlio amato dal
Padre, l'amore diviene espressione e frutto di quest'unione. L'uomo diviene
figlio di Dio quando crede e si manifesta tale amando! Non è inutile il S.
Battesimo, che consacra la fede nel Signore Gesù generato dal Padre e datore
del suo Spirito! Il battezzato è già figlio di Dio, prima ancora d'aver
occasione o capacità d'amare!
Com'è grande la fede!
Com'è preziosa la mia fede!
Prima di amare qualunque altra cosa o persona, amo la mia fede!
La mia fede è la porta aperta nel mio cuore all'amore eterno e vero del Dio
unico e santo!
La mia fede è garanzia della presenza in me del Figlio di Dio!
La mia fede nel Figlio di Dio è la grazia e la salvezza della mia vita, del mio
essere nel mondo e nella società degli uomini.
La mia fede in Gesù vale più del mio stesso vivere e morire.
È da essa che vengo trasformato, è da essa che nasce un amore continuo e
fedele e gratuito, come quello del Padre!
È da essa che sono salvato dalle tentazioni e dai tentacoli del mondo che
propone e impone l'indipendenza e la solitudine, la violenza e la divisione, la
magia e l'apostasia.
È da essa che sono elevato ai cieli a godere le meraviglie dell'amore del Padre
per il Figlio e di Gesù al Padre e a riconoscerle presenti nella santa Chiesa
per l'effusione del Santo Spirito!
4. "Il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui." (Mt 11,11)
Gesù
ha occasione di parlare di Giovanni Battista, il suo precursore. Egli è l'uomo
che gli ha preparato la strada predicando con libertà, - e col rischio della
propria libertà, - la conversione e l'attesa della sua venuta. È l'uomo che
per lui ha sofferto le privazioni del deserto e poi, per la sua fedeltà, anche
quelle del carcere. Gesù parla di lui e ne dice la grandezza. "Tra i nati
di donna non è sorto uno più grande di Lui"!
Persino
Erode e persino il sommo sacerdote del grande Tempio sfigurano di fronte a lui.
Nessuno starebbe al confronto. Il compito di Giovanni non l'ha avuto nessuno,
nemmeno i grandi profeti. Egli solo ha indicato l'Agnello di Dio. Per un attimo
addirittura egli - il battezzatore - è apparso più grande di Gesù agli occhi
degli uomini: lo ha accolto nell'acqua e lo ha battezzato: è stato testimone
dell'umiltà del Figlio di Dio! Come mai Gesù dice che il più piccolo nel
Regno è più grande di Lui? Chi sono i piccoli del Regno dei cieli?
I piccoli del Regno sono coloro che credono in Lui, in Gesù, coloro che credono
che Gesù è mandato dal Padre, coloro che lo seguono e lo servono. I piccoli
nel Regno sono coloro che si sono uniti al Figlio immergendosi nella sua morte e
nella sua risurrezione.
Il
più piccolo nel Regno sono io, battezzato nel nome di Gesù!
Battezzato nel suo nome io sono tralcio unito alla vite, sono luce del mondo,
sono sale della terra!
Battezzato nel nome di Gesù io sono membro del suo Corpo!
Giovanni Battista non poteva dire di essere membro del Corpo di Cristo, io
invece lo posso dire!
Io sono parte del suo Corpo, in cui abita la pienezza della divinità! Ecco
perché, benché piccolo nel Regno, sono più grande di Giovanni!
Non mi vanto di alcuna grandezza, mi vanto di Gesù, che è il Regno dei cieli
stesso, quel Regno in cui il Padre può pronunciare la prima e l'ultima parola!
Mi vanto di Gesù, fondamento dell'edificio di cui io sono pietra viva! Egli è
grande, egli è la vite, egli è il capo!
La
mia fede in Gesù mi ha trasformato. La mia fede in Lui, quella che ho ricevuto
nella Chiesa, mi ha reso piccolo nel Regno e grande tra gli uomini. Anzi, la mia
fede, rendendomi figlio, insieme a Gesù, del mio Dio, mi fa stare nel mondo
come uno che ne è già fuori, già sopra. La mia fede in Gesù mi fa stare nel
mondo come sua luce, come suo lievito, come servo della sua trasformazione.
Chi nel mondo è senza strada, la può trovare perché io sono in esso come
luce; chi nel mondo è senza speranza, può risorgere perché in esso ci sono io
come figlio; chi nel mondo è senza cibo, può esser saziato, perché ci sono io
come pane e fonte d'acqua. La mia fede in Gesù - che mi rende membro del suo
Corpo e pietra del suo Edificio - mi fa grande, vero servo delle necessità
vitali degli uomini.
Attraverso di me Dio li salva! Egli, non io, li salva! E li salva per merito
esclusivo di Gesù, cui sono unito.
Come
amo la mia fede! Essa è la ricchezza più vera, perché tenendomi unito al
Corpo di Cristo - che è la Chiesa - mi rende utile al mondo e all'amore di Dio
per esso!
Amo la fede che mi fa più grande dei grandi della terra!
5. "Se non ascoltano Mosè e i profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi." (Lc 16,31)
Gesù
sta parlando delle diverse situazioni degli uomini. C'è il ricco e c'è il
povero. Fin qui nulla di particolare. Tutti hanno diritto di esistere. Ciò che
occupa il cuore di Gesù è il fatto che tra loro non vi sia nessuna comunione.
Non è colpa del povero, che va spesso - se non tutti i giorni - alla porta del
ricco: egli cerca di stabilire una, se pur misera, forma di comunione, quella
del mendicante che chiede il minimo vitale. Solo i cani del ricco rispondono a
questa ricerca di relazione. Il ricco non vede. Egli è occupato, fino alla
morte, con il problema di consumare quanto possiede. Egli non vede nessuno se
non dopo la propria morte. Solo allora s'accorge che ci sono gli altri. Quando
egli è nei tormenti si aprono i suoi occhi per vedere il povero e per
ricordarsi dei suoi fratelli, che - come lui - sono occupati dal piacere.
Vorrebbe per loro un messaggio speciale. Egli sa che essi non si lasciano
toccare da nulla. Per loro è necessario un colpo inaudito, la resurrezione di
un morto che testimoni che c'è un al di là e che cosa in quello ci attende!
Ed ecco la risposta che Gesù mette in bocca ad Abramo: "Se non ascoltano
Mosè e i profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi."
Noi non fatichiamo ad approvare questa conclusione. Vediamo molti che dicono di
sentire voci dall'al di là, di riceverne i messaggi, di vedere o averne visto
le bellezze, eppure non sono "persuasi". Questo sapere che c'è l'al
di là e sapere che esso è abitato da coloro che erano al di qua non è
sufficiente a far cambiare la vita, a mutare l'orientamento egoistico, ad aprire
gli occhi per vedere il povero che cerca comunione. Né l'opera strabiliante dei
maghi e degli indovini è sufficiente né il miracolo più attraente è capace
di far fare una svolta alla vita d'un uomo.
Solo la fede compie questo miracolo. Solo quella fede umile che si mette in
ascolto degli amici di Dio. La fede che prende sul serio quanto Dio ha già
detto, quanto egli ha già manifestato, quanto egli ha rivelato, quella fede può
salvare l'uomo dalle tendenze dell'egoismo, dalle tentazioni che trascinano alla
perdizione eterna.
E questa è la mia fede. Questa è la nostra fede. Questa è la fede che la
Chiesa mi trasmette, mettendomi ogni settimana e ogni giorno in ascolto delle
Scritture. È una fede umile, perché le Scritture ci sono state donate
attraverso uomini; esse risentono della cultura degli uomini e dei loro limiti.
È una fede silenziosa, perché spesso non capisce e non intende, ma continua ad
ascoltare e attendere che colui che parla doni pure lo Spirito, il soffio, che
fa penetrare nel cuore la Verità anche sorpassando la nostra intelligenza.
È una fede immersa nel mistero, che vive già in anticipo la gioia che attende
nel futuro.
È una fede operosa, perché mi fa gustare comunione con coloro che hanno
creduto e con coloro che credono e con coloro che vivono dell'amore del Padre,
coi poveri!
L'ascolto umile e obbediente delle Scritture, di Mosè e dei Profeti, mi fa
scoprire accanto a me la presenza del Risorto, di colui che davvero è venuto
dall'alto per portarci con sé in Alto, nel cuore del Padre. L'ascolto delle
Scritture è la luce che apre gli occhi per vedere l'Unico risuscitato dai
morti, a vederlo ogni giorno allo "spezzare il pane", sia allo
spezzare il pane nell'assemblea festiva che nella solidarietà quotidiana.
Sono
fiero della fede che mi fa ascoltare le Scritture invece che portarmi alla
ricerca del sensazionale e dello straordinario!
Sono lieto e riconoscente di questa fede umile e silenziosa che produce quella
comunione che mi fa gustare la festa del banchetto eterno!
Fede amata, vera fede nell'amore del Padre!
6. "Aumenta la nostra fede!" (Lc 17,5)
Finalmente
gli apostoli aprono la bocca! Gesù ha parlato ai suoi discepoli - a tutti -
delle varie esigenze della sequela. Sono tutte grandi, tutte impegnative, tutte
cambiano gli orientamenti 'normali' della vita; ma l'ultima, quella che li
impegna a perdonare sette volte al giorno, è la più grossa! Nemmeno Mosè, col
suo coraggio e con la sua autorità aveva azzardato tanto, anzi, egli aveva dato
una parola di Dio per regolare la vendetta alla pari: occhio per occhio, dente
per dente. Gesù non ne tiene conto. Egli tiene conto solo del motivo per cui
Mosè ha frenato la sete di vendetta dell'uomo verso l'altro uomo, del peccatore
verso il peccatore, e dà un nuovo colpo di freno così a fondo da arrestare
ogni movimento di reazione al peccato, all'offesa. Se tuo fratello pecca, perché
tu dovresti sostituire l'amore che hai sempre avuto per lui con l'odio? Se tuo
fratello pecca devi tu smettere la somiglianza con il Padre tuo, che è
misericordioso e lento all'ira? Se tuo fratello pecca contro di te, non hai tu
in questo fatto un'occasione preziosa per rivelare il volto del tuo Dio?
Gli apostoli comprendono. Le parole di Gesù non possono essere vissute che
nella fede, nel rapporto amoroso col Padre, nella fiducia posata completamente
su di lui. La vita che Gesù propone, con tutti i suoi risvolti personali
sociali ed economici, è affrontabile solo se c'è una fede grande e forte.
Ed ecco che essi, con umiltà, ma con decisione, chiedono: "Aumenta la
nostra fede!"
Essi
sanno d'avere una fede piccola.
Essi sanno che essa è dono e che è un dono che Gesù stesso può accordare.
"Aumenta la nostra fede!"
Non
rifiutiamo la tua Parola. Non rifiutiamo né ci ribelliamo alle tue esigenze,
non ci scoraggiamo vedendo quanto siamo lontani dal tuo modo di vivere e di
vedere la vita dei figli di Dio, ma intervieni tu.
"Aumenta la nostra fede!"
Noi
crediamo già, siamo già arrivati sulla strada che porta al Padre, già abbiamo
iniziato a prendere sul serio la tua Parola e vogliamo prendere sul serio tutto
quello che ci hai detto, ma non abbiamo la forza di attuarlo. Non è dell'uomo
vivere la vita divina!
"Aumenta la nostra fede!"
Il
dono di Dio è grande, ma non è abbastanza. Siamo credenti, ma troppo poco. Sii
più generoso con noi. Donaci una fede diversa da quella degli altri, più
grande.
Gesù
ascolta la richiesta dei dodici e sente muoversi in essa una congerie di
sentimenti e convinzioni: alcuni da rimproverare, altri da illuminare, altri da
apprezzare.
Ciò che piace a Gesù in questa domanda è senza dubbio l'umiltà che l'ha
fatta salire alle labbra. Agli umili Dio fa grazia. La grazia però non è un
aumento di fede! Strano! Gesù sembra non approvare il fatto che la fede vada
aumentata. Essa - anche fossimo sicuri che è piccola - va esercitata. È una
grazia sapere minuscolo e impalpabile seme di senape - è così viva e grande e
potente che può compiere opere divine. Se tu agisci praticando la fede che hai,
anche se ti sembra poca, t'accorgerai che Dio è presente e operante!
Fidati di Dio, e riuscirai a perdonare una, due, tre,... sette volte al giorno.
Fidati del Padre, e riuscirai a vivere la sobrietà e la povertà con gioia!
Fidati del Padre, e riuscirai a godere del ritorno del fratello traviato.
Fidati del Padre, e riuscirai a vivere la verginità e la purezza richiesti dal
tuo esser figlio di Dio.
Fidati, affidati, e le piante si sradicheranno e i monti si sposteranno per fare
strada all'amore senza confini del tuo Dio: e il tuo cuore sarà uno col suo!
7. "...perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome!" (Gv 20,31)
L'evangelista
Giovanni scrive il motivo per cui ha narrato alcuni tra i molti segni operati da
Gesù durante la sua vita terrena e dopo la sua risurrezione. Essi sono
destinati ad alimentare la fede dei cristiani.
"Affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio
perché,
credendo, abbiate la vita nel suo nome!"
Ecco descritta in sintesi la fede: essa
non è credere in Dio, non è credere che c'è Qualcuno al di sopra di noi, non
è un senso religioso indefinito; la fede quindi non è quella di qualsiasi
religione.
Non chiunque crede qualcosa ha la fede. Fede è credere che Gesù è il Cristo,
il Figlio di Dio! Qui il termine 'credere' significa ritenere per certo,
professare che è vero che Gesù è il consacrato da Dio, cioè incaricato e
abilitato ad agire a suo nome e con la sua potenza!
Questo Cristo è il Figlio di Dio, ha con Dio un rapporto così vicino di
dipendenza, di origine. Egli è l'Unigenito dal Padre, come lo stesso
evangelista scrisse iniziando a scrivere il Vangelo. Il Figlio di Dio è Gesù,
è l'uomo venuto nella carne, morto e risorto! Ecco il contenuto della fede, la
prima e fondamentale notizia cui aderire. A che cosa serve? A che serve credere
in questo? Quale scopo ha il credere in Gesù, Cristo, Figlio di Dio? Lo dice lo
stesso evangelista:
"...perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome!"
Questa
è la fede che dà la vita. Qualunque altra fede non dà la vita.
Credi in un Dio qualunque? Non hai la vita.
Credi nel Dio dei Testimoni di Geova? Non hai la vita.
Credi negli dèi pagani? Non hai la vita.
Credi nel Dio di Buddha, se ne ha uno? Non hai la vita.
Credi in una tua propria immagine di "dio", il Dio lavoro, il Dio
denaro, il Dio progresso...? Non hai la vita!
Al limite, credi nel Dio dell'Antico Testamento, senza il compimento delle sue
promesse? Non hai la vita, come non l'avevano i farisei incontrati da Gesù.
Credi in Gesù, consacrato da Dio e suo Figlio? Hai la vita!
Vuoi provare? Per capire bisogna provare. Io non ho parole per spiegarlo. Certo,
un morto non sa cos'è la vita. Glielo puoi cercare di spiegare, non lo capirà.
Io so che fino a quando non ho aderito con chiarezza e coscientemente a Gesù
ero come... morto. La fede che avevo mi costringeva ad agire con onestà, con
purezza, con sincerità. La fede in Dio mi dipingeva i miei peccati come
orribili azioni e mi faceva sentire in colpa spesso e volentieri, perché
incapace di evitarli. La fede in Dio mi rendeva impegnato, impegnatissimo, ma
anche triste e teso, in continua tensione per gli impegni imposti dalla fede.
Che tristezza, credere in Dio! Era un Dio senza volto. Era sì il Dio unico, il
Dio di tutti, il Dio di sempre, ma mi faceva scoprire creatura sempre infedele.
Credere in Dio: una morte! Capisco perché molti non vogliono credere in Dio. E
ora io non dico a nessuno di credere in Dio.
Io credo in Gesù, Cristo Figlio di Dio!
Credendo in Gesù mi sento amato, voluto, desiderato. Credendo in Gesù sento
entrare in me un soffio diverso, una vita! E credendo in Lui sento una comunione
bella e profonda con chi mi dice che egli pure crede in Lui!
Credendo in Gesù so d'essere figlio, di avere un Padre che mi dà fiducia e
apprezza la mia vita, il mio lavoro, il mio riposo. Credendo in Gesù scopro il
volto di Dio, tanto da non chiamarlo più Dio, ma "papà"! Credere in
Gesù, Cristo Figlio di Dio, entra in me una vita che sperimento nuova e vera,
profonda e duratura, che cresce e matura incessantemente. Potessi anch'io
scrivere un Vangelo perché tu credendo abbia la vita! Ma non occorre: esso è
già scritto, è spiegato, è illustrato!
Grazie,
Signore Gesù, Cristo Figlio di Dio, per la vita che ricevo credendo in te! Sono
contento di dirtelo e di rinnovare questa fede che mi unisce a tutti coloro che
credono in te risorto dai morti, tanto da sentirmi con loro una famiglia.
8. "Vista la loro fede..." (Lc 5,20)
Gesù
vede la fede.
Ho sempre pensato che la fede fosse una realtà invisibile, qualcosa che può
rimanere nascosta nel cuore dell'uomo.
Gesù invece vede la fede di alcuni uomini silenziosi saliti sul tetto della
casa dov'egli si stava intrattenendo con scribi e farisei in importante
conversazione.
Gesù vede quello che io non vedo, egli vede ciò che gli altri uomini non
vedono. La fede allora è visibile? Sono i miei occhi ciechi? Oppure io non sono
abituato a "leggere" ciò che gli altri uomini non vedono?
Ho provato a guardare con Gesù.
Gesù ha visto come si muovevano quegli uomini, alcuni sani e uno paralitico.
Dai loro gesti ha colto i sentimenti del loro cuore.
Egli ha "visto" in quale rapporto essi si mettevano con lui. Lo hanno
cercato, hanno voluto a tutti i costi giungere a lui per porgli davanti il più
debole e povero di loro. Essi ne hanno portato il peso, non se ne sono
vergognati. Non hanno avuto soggezione dei "grandi" venuti da
Gerusalemme, né hanno badato alle regole del galateo di non disturbare, di non
interrompere, di non rovinare.
Quegli uomini sono stati decisi nel voler raggiungere Gesù, perché Egli si
trovasse davanti concretamente e visibilmente il motivo della loro sofferenza e
del loro bisogno. In questa decisione, mossa da una grande speranza, Gesù ha
visto fede.
Che fede ha "visto" Gesù?
Che cosa è "fede" per lui?
Quegli uomini non hanno pensato di portare il loro amico nella sinagoga, luogo
d'incontro e di preghiera. Essi non hanno nemmeno pensato ad una preghiera
particolare e nemmeno a recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme per offrire un
sacrificio.
Essi hanno fatto l'impossibile per "depositare" il loro peso davanti a
Gesù! Essi hanno così manifestato fede in lui: di lui hanno avuto fiducia, più
che della preghiera, più che della sinagoga, più che dei riti del tempio nella
Città Santa! Col loro gesto essi hanno fatto vedere che ritenevano Gesù e la
sua Volontà e la sua Parola come la vera Presenza del Dio Amore, il Dio che ama
l'uomo debole e sofferente.
Non si sono sbagliati.
Gesù ha visto che essi volevano entrare in rapporto con lui, che essi lo
avevano già accolto nella loro mente e nel loro cuore come un dono di Dio; ha
visto che essi hanno manifestato la certezza che Dio è misericordioso, è
fedele, è potente, è amico dell'uomo, è pietoso, è attento all'uomo
sofferente, e che questo Dio vede con gli occhi di Gesù, ama col suo cuore,
parla con le sue labbra, agisce con le sue mani.
Essi credono che Gesù è presenza di Dio, è Dio!
Essi credono che Dio ha mandato tra di loro e per loro Colui che lo rappresenta.
Essi credono che Dio non li ha abbandonati, anzi, si è avvicinato a loro
concretamente in Gesù!
Gesù ha visto la loro fede!
Essi non hanno aperto bocca, eppure Gesù ha visto la loro fede.
Avvicinandosi a lui essi si sono ritrovati all'inizio del cammino di Adamo, si
sono ritrovati a tu per tu con Dio, come se non gli avessero mai voltato le
spalle Avvicinandosi in quel modo a Gesù essi hanno accolto il dono che Dio
porge agli uomini: si ritrovano faccia a faccia con lui, umili e accoglienti.
Dio è di nuovo Padre per loro!
Così Gesù deve riconoscere che la distanza causata dalla spaccatura del
peccato è stata eliminata.
Egli "deve" dire al paralitico: "Ti sono rimessi i peccati!"
come se dicesse: "Non c'è più separazione tra te e Dio, perché tu hai
accolto il Suo dono, hai accolto Me."
Gesù ha visto la fede e ne dichiara le conseguenze.
9. «Per opera sua credete in Dio, che l'ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria e così la vostra fede e la vostra speranza sono fisse in Dio.» (1Pt 1,21)
S.
Pietro sta parlando dell'«agnello senza difetti e senza macchia», agnello
quindi di un sacrificio gradito e riuscito, accolto ed esaudito da Dio. La
nostra fede è opera sua! Noi crediamo perché Gesù si è offerto al Padre in
sacrificio: la nostra fede è conseguenza di quest'atto d'amore unico e
irripetibile.
La nostra fede non è 'nostro' merito, non è 'nostra' conquista nemmeno quando
per viverla facciamo grande fatica.
È
sul Calvario che nasce la mia fede.
Io mi fido di quel Dio di cui si è fidato Gesù sulla Croce. Mi affido a quel
Dio nelle cui mani Gesù in croce ha posto il suo Spirito. Io ho conosciuto Dio
e ho imparato a fidarmi proprio di lui quando ho cominciato a vedere -
contemplare - Gesù come agnello.
Se
ora posso dire a Dio: "Tu sei mio Padre", ciò è merito di Gesù! Se
mi affido a Dio nelle difficoltà e conto sulla sua opera e sulla sua potenza è
ancora merito di Gesù.
Conosco Dio grazie a Gesù e mi abbandono a lui ancora grazie a Gesù!
"Per
opera sua credete in Dio!"
È
prezioso il mio credere perché scaturisce dalla croce di Gesù, dal suo fianco
trafitto. Amo la mia fede, perché è frutto di quell'albero di vita irrigato
dal Sangue del mio Signore.
Posso vantarmi della mia fede, ma non posso vantarmi nè del fatto che io credo
nè del fatto che conosco il Dio in cui credere e i misteri del suo volere e del
suo amore.
È un dono il mio credere; Gesù ha versato il sangue per potermi offrire questo
dono: ecco perché lo tengo caro. Il sangue di Gesù! O meglio, il sangue del
Corpo di Cristo!
Gesù
col suo sangue ha compiuto l'opera da cui scaturisce la fede che ho ricevuto, ma
poi, perché questa potesse giungere fino a me s'è aggiunto il sangue del Corpo
di Cristo, cioè di tutte le sue membra!
Ne avevano coscienza gli apostoli. S. Paolo con chiarezza scrisse: "Sono
lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo quello che manca nella
mia carne ai patimenti di Cristo...!" Le sue sofferenze sono per lui
sofferenze del Corpo di Cristo. Gesù ci ha già salvati con la sua morte e la
sua morte ha riportato vittoria sul peccato, sulla distanza cioè che ci tiene
separati dal Padre, ma perché questa vittoria potesse arrivare a coinvolgermi
ecco le tribolazioni affrontate dagli apostoli, ecco il sacrificio dei martiri,
ecco i digiuni e le veglie degli asceti, ecco le fatiche dei sacerdoti, ecco la
fedeltà e la pazienza e la misericordia dei miei genitori, la loro fatica
nell'istruirsi per poter dare a me, piccolo, le grandi conoscenze che reggono la
vita! Quanti sono i patimenti di Cristo, portati e offerti dal suo Corpo! Il
dono di grazia guadagnato da Gesù sul Calvario continua a correre le strade
della terra sui piedi di coloro che con lui e per lui si offrono in un perenne
sacrificio d'amore: sacrificio che sale da un fuoco sempre acceso sul quale
bruciano, come incenso fragrante, le membra del Corpo di Cristo!
Com'è
preziosa la mia fede! Quale prezzo è stato pagato perché essa dal Calvario di
Gerusalemme potesse raggiungermi qui!
Amo la mia fede, fede di apostoli e di martiri, fede di santi, fede dell'unica
Chiesa davvero fedele!
10. "Alcuni aderirono a lui e divennero credenti." (Atti 17,34)
Hanno
avuto un bel coraggio Dionigi e Damaris e qualche altro ad accogliere la fede in
Gesù, risuscitato dai morti! Hanno avuto il coraggio di distinguersi da tutti
gli altri, sapienti e grandi, gente importante di Atene.
Fin che S. Paolo parlava degli dei e del Dio ignoto, del Dio grande, creatore di
tutto e di tutti, vicino a noi più di noi stessi, presente e quasi immedesimato
nella nostra vita e nella nostra storia, tutti stavano ad ascoltare. Fin che si
tratta di osservare e di ammirare e di ragionare sulle esperienze e sulle opere
degli uomini tutti pensano e ci stanno.
Quando
però l'apostolo comincia a riportare la Parola di quel Dio grande, parola che
tocca l'agire degli uomini per cambiarlo, allora gli orecchi si chiudono, almeno
per il momento: "Ti sentiremo su questo un'altra volta". Un Dio che
parla, un Dio che agisce nella vita dell'uomo, anche se vi agisce per
risuscitarlo da morte, è un Dio scomodo, un Dio da mettere da parte per altra
occasione. Per essi ora è l'uomo che deve agire. Dio non deve occupare lo
spazio dell'uomo. Paolo deve tacere. I grandi e i sapienti non negano che Dio
sia giudice della terra, ma non sopportano che egli giudichi per mezzo di un
uomo, anche se risuscitato dai morti. Per essi il giudizio di Dio dev'essere
racchiuso dentro leggi e frasi sapienti, non dev'essere in bocca ad un uomo:
nemmeno se questi è risuscitato!
Ai sapienti rimane la loro "sapienza".
Dionigi
e Damaris invece divennero credenti. Quale miracolo è avvenuto in loro? Essi si
sono abbassati, hanno affidato la loro vita non più alla propria sapienza, ma a
quel Gesù ora annunciato come giudice costituito da Dio. Hanno ritenuto se
stessi ignoranti e impotenti e peccatori; Paolo aveva detto infatti: "Dopo
esser passato sopra ai tempi dell'ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini
di tutti i luoghi di ravvedersi". Essi hanno avuto l'umiltà di ritenersi,
pur essendo greci, uguali a tutti gli altri e bisognosi come gli altri di
cambiare modo di vivere.
Divennero
credenti. La fede negli dèi che prima adoravano non era fede. Solo ora
divengono credenti. Da quando nella loro vita entra Gesù essi diventano
credenti. Prima erano nei "tempi dell'ignoranza"!
Avevano sì il "dio ignoto", dal cui nome ignorato Paolo prende lo
spunto per parlare del Dio conosciuto! Avevano persino poeti con intuizioni su
Dio che si possono condividere. Già delle stelle brillavano nella loro notte,
ma la notte rimaneva buia: erano tempi dell'ignoranza. Chi non conosce Gesù,
chi non crede alla sua risurrezione dai morti e non si sottopone al suo giudizio
è nei tempi dell'ignoranza!
Potete
dirmi che alcune credenze sono fondate su filosofie antichissime e su tradizioni
accolte da popoli immensi, tanto da guadagnarsi il titolo di grandi religioni.
Ma l'antichità e la diffusione non fanno verità.
Io mi metto dietro a Dionigi e dietro a Damaris, derisi con Paolo, per credere
alla prova data da Dio a Gesù col risuscitarlo dai morti e lasciarmi giudicare
dalla sua parola!
E amo questa fede; miracolo del Dio vivente!
11. "Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?" (Gv 11,40 )
Ci
troviamo davanti ad una tomba, una di quelle scavate nella roccia del pendio
d'una montagna, un po' fuori Betania. Alcuni uomini si stanno avvicinando alla
grossa pietra che la chiude, per smuoverla. La sorella del morto fa qualche
rimostranza. Il morto non è solo morto, ora già manda odore. Non si può
smuovere la pietra, altrimenti bisognerebbe scappare.
È a questo punto che Gesù, meravigliato per l'intervento di Marta, fa questa
domanda: "Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?". Ci
sono due notizie importanti dentro questo interrogativo di Gesù. Anzitutto
questa: della sua parola non occorre dubitare. Quel che lui ha detto avviene
certamente. Ciò che esce dalla bocca di Gesù, Figlio di Dio, si realizza
sicuramente, come si realizza "ciò che esce dalla bocca di Dio".
Gesù è manifestazione del Padre, e così la sua Parola. Come non si può e non
si vuole dubitare della Parola di Dio così non si deve dubitare della parola di
Gesù! Egli si meraviglia che Marta invece ne dubiti. Forse che lei non è
credente? Proprio lei che appena prima aveva detto solennemente: "Sì, o
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel
mondo". Tra il dichiarare la fede e il viverne le conseguenze passa
differenza, ci vuole esercizio pratico!
La
seconda notizia che Gesù dà è questa: chi crede, vede l'invisibile. Chi vive
nella fede vede la gloria di colui che nessuno ha mai visto. La gloria di Dio c'è
anche se io non la vedo. Ma i miei occhi si possono aprire per accorgersi della
Presenza di Dio. Che cos'è la gloria di Dio? È il modo concreto e visibile
attraverso cui Dio si manifesta, attraverso cui cioè posso accorgermi che Dio
è amore, è Padre, è colui che dà la vita a chi ne è privo, colui che fa
quanto ha promesso a favore dell'uomo povero e peccatore.
Gesù
sta per mostrare la gloria di Dio a Marta. Ella però deve credere. Ella deve
fidarsi di Gesù, deve affidarsi al suo discernimento, lasciare che i presenti
ubbidiscano al suo ordine, così anormale, di aprire il sepolcro, ella deve
rimanere appoggiata sulle parole udite e non sul proprio ragionamento.
Gesù aveva appena presentato la fede come l'atteggiamento di chi lo accoglie
come propria vita per il tempo e per l'eternità: "chiunque vive e crede in
me, non morrà in eterno. Credi tu questo?".
Se
Marta non continuasse a credere tra poco vedrebbe sì Lazzaro uscire dalla
tomba, ma non riuscirebbe a riconoscere la presenza viva e operante di Dio in
Gesù. Se Marta non credesse, il rivivere di suo fratello sarebbe solo notizia
da prima pagina di giornale e non cambierebbe nulla in lei.
Se ella crede, invece, quel morto che ode la voce di Gesù diverrebbe per lei un
nuovo luogo della Presenza di Dio altrettanto grande e solenne del tempio santo.
La gloria di Dio è vedere un morto che ubbidisce a Gesù e ricomincia a
camminare con l'aiuto di qualcuno che lo libera dalle fasce con cui altri
l'avevano bloccato nella morte.
Marta, credente in Gesù Figlio di Dio, quante volte vedrà la sua gloria! Ogni
persona, bloccata nella propria impotenza dalle abitudini e credenze e modi
'normali' praticati da tutti in generale, che comincia a camminare con i propri
piedi in obbedienza alla chiamata di Gesù, è gloria di Dio!
Chi crede nel Figlio di Dio ne gode immensamente!
Signore
Gesù, tu che sei risorto per non ricadere mai più nella morte nè nella
minaccia o nella paura della morte, tu sei l'uomo vivente, la gloria di Dio per
sempre!
Guardando te vedo davvero gloria di Dio, Gesù risorto! Alleluia!
12. "Coloro che credono in Dio si sforzino di essere i primi nelle opere buone." (Tt 3,8)
Ho
parlato fin qui della bellezza della fede. E chissà quanto ancora si potrebbe
aggiungere! La nostra fede mette in luce la Presenza e il Volto del vero Dio,
che non riusciamo mai a fissare, perché splendente come il sole. Vediamo solo i
vari aspetti del nostro vivere illuminati e riscaldati e resi significativi e
belli dalla sua luce che li raggiunge da varie angolature diverse.
Per questo amo la nostra fede!
Essa però diventa capacità e forza e stimolo ad assomigliare a quel Dio in cui
crediamo. Egli è amore, e noi - credendo in lui - non possiamo che disporci ad
amare. La fede vera, man mano si sviluppa, ci fa crescere nell'amore! Se questa
crescita non avviene è segno che la fede che diciamo di avere o non c'è o è
piantata male. Un fiore reciso è ancora fiore, ma non produrrà frutto; così
è di una fede bella, ma senza radici nascoste.
S. Paolo ha raccomandato al suo discepolo Tito di vegliare sulla fede dei
cristiani, una fede che deve rimanere ortodossa, cioè non deviare verso
credenze e opinioni umane per quanto attraenti o impressionanti, fondata sulla
risurrezione di Gesù, una fede, ma che deve pure esser vista attraverso opere
buone!
L'amore
per il loro Dio deve spingere i cristiani a farlo conoscere. E se Dio è amore
lo si può far conoscere con opere d'amore. Se Dio è bontà lo si fa conoscere
con le opere buone! I cristiani perciò, che conoscono e amano e si affidano a
Dio Padre, amante degli uomini, faranno a gara a compiere quei gesti che fanno
risplendere la sua luce e il suo amore per gli uomini.
Quali sono le opere buone? Sono infinite, perché infinito è Dio, il Buono!
Ed
è il suo Spirito che le suggerisce e le alimenta e poi ne diffonde la luce
perché chi le vede le possa riconoscere come opera e dono e splendore di Dio.
L'apostolo che ci ricorda questa grazia e dovere dei credenti elenca pure, in
nostro aiuto, alcune opere buone nelle quali si devono distinguere i credenti:
"esser sottomessi ai magistrati e alle autorità",
"obbedire", "non parlar male di nessuno", "evitare le
contese, essere mansueti, mostrando ogni dolcezza verso tutti gli uomini".
(3,1-2)
Sembra
che S. Paolo veda risplendere sui cristiani la stessa luce che emanava da Gesù!
È lui il sottomesso, l'obbediente, è lui mite e umile di cuore, è lui colui
che non parla male di nessuno, nemmeno dei suoi carnefici!
Gesù è il vero e primo credente, il primo nelle opere buone. Gesù è
l'esempio e il modello per chi crede in Dio.
Egli non è solo un esempio. Non mi limiterò a guardare i suoi gesti per
imitarli. Cercherò invece di tenermi unito a lui - come tralcio alla vite -
perché anche nuove opere buone, per nuove circostanze, possano esser prodotte
da lui in me!
"Tutto posso in colui che mi dà forza!"
Signore
Gesù, tu che sei mite e umile e dolce con tutti, che sei ubbidiente e
sottomesso con amore, che sei benevolo verso tutti e per tutti ti sei offerto
senza riserve, continua ad operare in me secondo questo tuo stile, con un amore
che porti queste caratteristiche. Così anche la mia esistenza contribuirà a
far conoscere il Dio vivente, a farlo amare da molti!
13. "Fissando lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore delle fede". (Ebr 12,2)
Per
la seconda volta colui che scrive la lettera agli Ebrei invita a fissare
l'attenzione su Gesù. La prima volta (3,1) lo presenta come "apostolo e
sommo sacerdote della fede che noi professiamo"; questa volta "autore
e perfezionatore della fede"!
La fede non è possibile senza Gesù! È lui che la forma, lui che l'annuncia,
lui che la consacra e la porta a compimento.
Di fede ce n'è stata e ce n'è molta nel mondo e nella storia. La stessa
lettera fa un lunghissimo elenco di personaggi vissuti nella fede e testimoni
della fede, da Abele fino agli ultimi profeti, e fino ai martiri delle
persecuzioni sopportate dal popolo ebraico.
È una fede che rende "graditi a Dio", perché si crede "che egli
esiste e che ricompensa coloro che lo cercano". È una fede che fa offrire
doni a Dio, che dà luce per vedere la condanna in cui si trova il mondo, che fa
obbedire alla chiamata di Dio, che fa attendere la Città eterna! È una fede
che ad Abramo fa offrire il figlio, che fa essere profeti e fa sopportare
persecuzioni e sofferenze fino alla morte. È forte perciò questa fede, è
grande, fruttuosa.
Ma
di essa l'autore è Gesù. Se non ci fosse la speranza della sua ricompensa, la
vita eterna e la risurrezione che lui ha inaugurato, questa fede sarebbe
illusione. È Gesù l'autore della fede che rende gli uomini testimoni di Dio
nelle prove dure, nelle lotte e nelle tribolazioni che li fanno soffrire dopo
essersi dati a lui. Egli è pure l'autore della fede dei patriarchi e dei
profeti che non l'hanno conosciuto, eppure l'hanno atteso e desiderato.
Ed
è lui il perfezionatore. È lui che illumina pienamente il nostro credere, in
modo che sappiamo chi è quel Dio cui ci affidiamo, e quanto possiamo fidarci di
lui.
Ed è ancora Gesù che perfeziona, nel senso che porta a compimento, rende
perfetta la nostra fede: la rende perfetta perché ci immerge nel mistero così
chiaro della sua morte e risurrezione. Così la nostra fede ci porta a offrirci
in sacrificio spirituale, a far morire "ciò che di noi appartiene alla
terra", a morire a noi stessi rinnegando le nostre voglie e concupiscenze,
a tenere il cuore disponibile alle necessità dei fratelli, è ancora la nostra
fede che ci stimola a stimare gli altri superiori a noi stessi, a praticare la
carità di Dio, a vivere trasformando il nostro ambiente in un luogo dove regna
l'amore, a cercare la pace con tutti fidandoci di Dio come di un papà che
davvero ci vuol bene!
Egli perfeziona la nostra fede anche nel senso che la vive lui per noi: egli si
offre al Padre, per noi! Egli si affida a lui, per noi. Egli muore mostrandocene
l'amore, il volto, la misericordia, la fedeltà, e così noi siamo facilitati,
quasi sospinti con dolce forza, ad amarlo e ad offrirci a lui.
Gesù vive per noi sulla croce la pienezza della fede. Quando grida: "Mio
Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?" Gesù vive tutti i nostri
momenti difficili di fede, tutti i momenti in cui noi non saremmo capaci di
credere e ci lasceremmo sopraffare dalla paura della sofferenza, della
solitudine e della morte. Gesù completa quella fede in cui noi vacilliamo. Gesù
così presenta al Padre la nostra fede perfezionata, completa, pura: e il Padre
la gradisce e ci premia!
Grazie
a Gesù, autore e perfezionatore della mia fede! Com'è bella la mia fede quando
è pienamente vissuta: ecco, la tiene in mano Gesù, e da sommo sacerdote, la
offre al Padre: essa vi sale come incenso gradito e santo!
Grazie,
Gesù, per la mia fede che tu custodisci!
14. "Se noi manchiamo di fede, egli rimane fedele!" (2Tim 2,13)
Questa
citazione non è completa. Essa è preceduta da un'altra frase: "se noi lo
rinneghiamo, anch'egli ci rinnegherà". Rinnegare Gesù è il non
riconoscerlo come nostro Maestro dopo aver goduto dei suoi insegnamenti, non
riconoscerlo nostro Salvatore, dopo esser stati guariti e rivitalizzati da lui,
non riconoscerlo nostro Redentore, dopo esser stati perdonati dalla sua Parola
di misericordia. Se noi lo rinneghiamo egli non può dire al Padre: "questi
è mio discepolo, questi è tuo figlio". Rinnegarlo significa tornare al
mondo, a quel mondo che gli è nemico, che lo ha rifiutato e crocifisso.
Tornando al mondo impediamo a Gesù di poterci presentare al Padre come suoi.
L'Apostolo S. Paolo ce lo dice. La nostra perseveranza nell'amore di Gesù e
nella fede in Lui è importante, essenziale. Però anch'egli sa che la
perseveranza è talora difficile, e che la perseveranza nella fede conosce alti
e bassi, momenti di fervore e momenti di apatia, di stanchezza, di aridità, di
fatica, di buio, di solitudine.
In questi momenti la nostra fede non è assente, ma è poco incisiva, poco
significativa, non è più testimoniante. In questi casi la nostra fede è come
il motore di una macchina cui non arriva benzina. Il motore c'è, ma non si
muove e non muove nulla.
Cosa fare in questi momenti? Come reagire? L'Apostolo dice: "se noi
manchiamo di fede, egli è fedele perché non può rinnegare se stesso".
Noi
possiamo esser trovati mancanti di fede. Ci possono essere giornate in cui non
abbiamo più fiducia, in cui dubitiamo della presenza del Signore accanto a noi,
giornate in cui siamo demoralizzati. Ebbene: "egli rimane fedele".
Gesù continua a trattarci da amici, continua a stare con noi, come è rimasto
assieme ai suoi discepoli impauriti e disperati sulla barca in mezzo alla
tempesta di vento, come s'è avvicinato ai due discepoli sfiduciati che hanno
abbandonato Gerusalemme per tornarsene a Emmaus, come ha chiamato i sette che
sul Mar di Galilea non pescavano nulla senza di lui.
"Egli
rimane fedele".
S. Paolo ce lo ricorda, così in quei momenti risorge la nostra fiducia in lui.
Sapendo che "Egli rimane fedele" non permetteremo che la stanchezza,
l'inquietudine degli uomini, la violenza di Satana, la paura delle difficoltà e
della solitudine, la lunghezza dell'aridità influiscano sulla nostra fede, sul
nostro cammino deciso col Signore.
"Egli
rimane fedele!"
È più importante ciò che fa Gesù di ciò che siamo capaci di fare noi. È più
importante continuare la nostra contemplazione del suo volto, che piangere sulla
nostra apatia, è più influente sul cuore del Padre la fedeltà di Gesù che la
mia stanchezza. Importante è che Gesù possa dire di me: "Questi è mio!
È stanco, ma è mio! È tentato, ma è mio! È arido, ma è mio! Ha una fede
debole, ma è mio! È incapace di fidarsi di me, ma è mio!"
Gesù,
proprio così: sono tuo!
Tienimi per mano anche se mi vedi stralunato, sfiduciato, senza amore. Continua
la tua fedeltà: tu sei amore. Tu sei obbediente al Padre, tu sei Figlio, tu sei
lo sposo della Chiesa. Tu sei il Capo del Corpo, di cui io sono membro infermo,
tu sei il medico venuto per i malati, tu sei il perdono di Dio per i peccatori,
tu sei la risurrezione per i morti.
Tu non puoi rinnegare te stesso, tu devi continuare a donare vita, luce, forza,
perdono, a darci il pane che nutre e il vino che rallegra, l'acqua che disseta!
Gesù, io vivo della tua fedeltà!
La mia fede, anche ci fosse solo per vedere la tua fedeltà nella mia mancanza
di fede, come è grande, come è bella e preziosa!
Tu mi fai amare la fede che mi hai dato!
15. "Riprovati in materia di fede!". (2Tm 3,8 - 1Tm 4,1)
Purtroppo
conosciamo anche la possibilità di ritenere veri errori e deviazioni in materia
di fede. Questa non è la debolezza di chi non riesce a fidarsi del Padre e
affidarsi a lui, ma è la pretesa o l'orgoglio di affermare asserzioni che non
sono fondate sulla sua Parola, bensì su ragionamenti umani o su fantasie, più
o meno attraenti!
Anche questa è una possibilità. E non è così distante dalle comunità
cristiane, se già l'apostolo S. Paolo ha dovuto occuparsene!
C'è chi, venendo a contatto con la dottrina cristiana e con il Credo degli
Apostoli, non abbandona il proprio desiderio di affermarsi, di farsi maestro e
di avere discepoli e ammiratori. Del Credo accetta una parte, quanto gli serve
per farsi accogliere, e ne cambia qualcosa per iniziare una novità, per
proporsi come maestro, per farsi ammirare come intelligente. "Io professo
il Credo della Chiesa, con alcune varianti", mi ha detto una 'brava'
persona, onesta, gentile e sorridente.
Le piccole "varianti" al Credo sono quegli appigli dell'orgoglio
dell'uomo che lo tengono completamente fuori dell'umiltà di Dio; e lo
trattengono nella tenebra. Chi mantiene in sé dell'orgoglio mantiene la porta
aperta al nemico di Dio. Chi si ritiene superiore all'intelligenza della Chiesa
chiude le porte allo Spirito Santo. E dove non c'è lo Spirito di Dio non può
esserci la luce dei suoi misteri, nè la verità!
Perciò coloro che sono "riprovati in materia di fede" "non
progrediranno oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti".
"Riprovati
in materia di fede!"
Essi cambiano le verità della fede per giustificare qualcuno dei propri
atteggiamenti o delle proprie abitudini. In pratica rimangono in balìa del
proprio egoismo non volendo sottomettersi del tutto nell'obbedienza alla Parola,
alla Chiesa, alla Tradizione della Chiesa. Obbedire alla Tradizione della Chiesa
è esercizio e garanzia di umiltà, è grazia, è essere membra di quel Corpo di
Cristo glorioso che continua a portare gli stessi segni della croce: non vengono
mai cambiati, nè tolti, nè cicatrizzati!
Amando la mia fede, mia perché è della Chiesa cui appartengo, rinuncio a
vedute personali, rinuncio a fare del Credo una palestra di superbia e di vani
ragionamenti, e cerco invece fedeltà a coloro che l'hanno vissuta e che in
questa fede si sono santificati!
Mi accorgo che amo di più la fede, ed essa mi trasmette maggior pace e serenità,
se so che essa non è frutto del mio ragionamento, ma un dono ricevuto, un
aggancio sicuro alla vita della Chiesa, una partecipazione chiara alla vita dei
Santi che ora fanno parte dell'assemblea che loda in eterno la gloria del Padre
e del Figlio e dello Spirito Santo.
Signore
Gesù, ti ringrazio, perché anche tu, come il Padre, ti manifesti ai piccoli,
ai poveri, agli umili. Ti manifesti a coloro che accettano con semplicità la
fede della tua Chiesa, a coloro che obbediscono e amano senza orgoglio, a coloro
che cercano fedeltà agli insegnamenti degli Apostoli.
Gesù, che ami la Parola di Mosè e dei Profeti, non ci proponi di essere
originali nel credere, ma di accogliere con umiltà il deposito di fede della
Chiesa, come tu sei rimasto fedele alle Parole che hai trovato già scritte!
Ti ringrazio, e ti chiedo lo Spirito Santo, perché anch'io sia trovato
perseverante fino alla fine e non sia riprovato in materia di fede! Abbi
misericordia di me, e salvami!
16. "Se non credete non avrete stabilità." (Is 7,9b)
Il
profeta Isaia parlava con grande decisione e sicurezza. Egli godeva
dell'esperienza di secoli di storia del suo popolo, oltre che dell'esperienza
personale. Ripensando agli avvenimenti accaduti nel passato egli poteva giungere
a questa conclusione: "Se non credete non avrete stabilità."!
La stabilità di un popolo non si fonda su se stesso, sui propri valori, sulla
propria forza, sulla propria sapienza. Persino i popoli più potenti e valorosi
e quelli più intelligenti sono finiti nel nulla, quasi tutti dimenticati.
L'unico popolo che al tempo di Isaia poteva vantare più di un millennio di
storia era il suo popolo, quello di Dio, quel popolo che, nonostante errori e
defezioni, nonostante tradimenti e dimenticanze, aveva sempre mantenuto un
'piccolo resto' di fedeli, di poveri indifesi che ponevano la propria fiducia
nel Dio vivente e non si lasciavano ingannare dalla forza del denaro, dalle
promesse dei potenti, nè impaurire dalle minacce dei violenti.
Essi s'erano abituati ormai a vedere la morte di questi, l'inganno di quelli e
l'illusione dell'oro, che pur splendente e luccicante non dà mai a nessuno nè
vita nè gioia nè consolazione nè capacità d'amare!
Proprio questi poveri - a dispetto di tutta la boria e saccenteria e la
ricchezza dei grandi - avevano garantito la continuità del popolo nella sua
terra! Essi avevano creduto. Essi avevano posto la loro speranza nelle promesse
del Dio vivo, quel Dio che tiene il suo Volto nascosto, ma che si fa presente a
coloro che, pur non vedendolo, gli restano fedeli.
"Se
non credete non avrete stabilità."
Ora il profeta propone quell'esperienza. Egli la propone al popolo ebraico, ma
questa sua parola vale per ogni comunità: la comunità di un paese, di una
nazione, di una famiglia!
È Dio l'unico che può pronunciare l'Amen sicuro su ogni vocazione, su ogni
convocazione e su ogni promessa dell'uomo.
Io credo che Dio è fedele. Mi fido della sua Parola pronunciata, non delle mie
prudenze e constatazioni. Mi affido alle sua Promesse, e non alle mie decisioni,
alle sue benedizioni e non ai miei voti.
Io
credo in te, Padre! Credo in te, Gesù, salvatore. Credo in te, Spirito Santo
vivificante.
La mia stabilità sei tu, Ss.ma Trinità!
La stabilità della mia famiglia sei ancora tu. Al di fuori della fede in te non
c'è esperienza di comunione, non c'è amore che sappia arrivare fino al dono di
sé, fino alla sofferenza e alla morte! Al di fuori della fede in te c'è
continua incertezza, insicurezza, tensione e paura! Fidandomi di te il mio cuore
riposa, le mie membra si saziano della tua Presenza, le mie incertezze si
rassicurano.
Credere in te è vita, è pace e grande sicurezza.
Com'è preziosa la fede che tu m'hai dato! Com'è bella la fede che tu, con la
tua fedeltà, coltivi in me e in tutta la tua Chiesa! Amo la fede dei miei
fratelli, amo la mia fede, amo la fede che dà stabilità secolare al mio
popolo! Fede amata!
"Onore
a voi che credete." (1Pt 2,7)
È
S. Pietro che leva il cappello - se così possiamo dire - a coloro che hanno
dato alla propria vita come fondamento la persona di Gesù. In un altro passo di
questa sua prima lettera (1Pt 1,8) egli manifesta stupore e ammirazione vedendo
che delle persone hanno saputo credere in Gesù senza averlo mai nemmeno visto!
Ora tributa loro onore. Sono persone importanti quelli che credono. La fede li
innalza agli occhi di Dio: perché non dovrebbero essere grandi anche agli occhi
degli uomini? Coloro che credono introducono nel mondo la salvezza, portano nel
bel mezzo degli uomini la presenza della divinità, aprono i cuori dei peccatori
alla speranza, fanno vedere agli occhi stupiti e diffidenti del mondo la vera
pace, la comunione fraterna, la gioia serena, l'amore gratuito e disinteressato.
Chi più benemerito di questi nella storia dei popoli? Perché dare onore ai
potenti che tiranneggiano, ai sapienti che umiliano, ai ricchi che sfruttano,
agli intelligenti che si vantano, e non darne agli umili che aprono i cieli?
Onore
dunque a voi che credete!
L'apostolo che scrive ora ai cristiani dell'Asia Minore ha appena ricordato che
essi sono l'edificio spirituale costruito da Dio sul fondamento di una
"pietra d'angolo, scelta, preziosa": "chi crede in essa non
resterà deluso." Queste persone non si sono lasciate ingannare, sono
persone sicure e stabili, non perché superbe o sicure di sé, ma perché è
sicura la "pietra" su cui sono fondate. Esse meritano onore, perché
di loro Dio si serve come di un edificio, sia per abitarvi lui stesso, sia per
accogliervi quanti egli vuole amare, difendere, ristorare, accasare!
Onore
dunque a voi che credete!
Mi sento onorato anch'io. Ed è nientemeno dell'onore del primo apostolo, anzi
di Gesù stesso, e quindi anche del Padre, che io godo. Non m'importa che mi
onorino o mi disprezzino coloro che comandano nel mondo. Anche se essi mi
rifiutano, come rifiutano la pietra su cui io sono al sicuro, non cambia nulla.
Continuo a credere, continuo a posarmi e a lasciarmi portare da quella Pietra
d'angolo. L'edificio che viene costruito anche per la mia fede potrà un giorno
accogliere e riscaldare anche quelli che ora lo guardano sprezzanti
dall'esterno. L'amore che la mia fede custodisce e alimenta è destinato anche a
loro. La speranza che rende vivi e luminosi i miei occhi è pronta anche per
loro.
Continuo a credere, continuo ad amare la mia fede, quella fede che mi fa essere
pietra viva unita alle altre pietre vive perché possa innalzarsi in mezzo al
mondo l'edificio in cui molti si riparano, ricevono forza, sono risanati, si
rimettono a cantare!
Grazie,
Signore Gesù, che mi onori insieme al Padre! Ne godo!
È un onore che torna a gloria tua, perché è di Te e del tuo Spirito che si
riempie la mia vita quando credo.
È il tuo frutto che io porto, la tua sapienza che viene manifestata in me
quando credo.
È la tua gloria che risplende quando tu mi onori! Per questo tu hai chiesto al
Padre d'esser glorificato, perché la tua gloria fa risplendere in tutto il suo
splendore la sua! Così anch'io godo che tu mi onori, così la misericordia e la
potenza d'amore e la fedeltà del Padre appaiono agli occhi del mondo!
Gloria e onore a te, mio Signore Gesù!
"Ho
conservato la fede." (2Tm 4,7)
Alcuni
non hanno conservato la fede. Con tristezza l'apostolo Paolo fa il nome di
qualche discepolo che è ritornato al mondo. Ritirandosi dalla fede in Gesù
quel fratello è ripiombato nelle tenebre, cittadino del regno della morte.
Paolo, incarcerato e prossimo ormai al sacrificio supremo, può invece vantarsi
di aver conservato la fede.
La fede è considerata così come un tesoro, un bene prezioso, ricevuto e
conservato intatto per essere consegnato. È un tesoro che ricorda i talenti o
le dramme che i servi hanno ricevuto e - dopo averli fatti fruttificare - hanno
riconsegnato al loro signore non rimanendone privi, ma ricevendoli centuplicati.
Mi stupisce ancora che S.Paolo, vicino alla morte e all'incontro col suo
Signore, non dica: "Sono rimasto nell'amore, ho continuato ad amare, ho
compiuto opere d'amore." Anche se ciò è vero, egli sa che non sono quelle
opere a salvarlo. Certamente è vero che l'Apostolo che ha scritto l'inno alla
carità lo ha pure vissuto, ma egli può solo ricordare d'essere rimasto nella
fede.
Egli sa che è il sacrificio di Gesù che lo ha salvato, è la carità di Gesù
che lo ha fatto figlio di Dio e lo ha reso perseverante nell'amare: egli sa
dunque che è il suo rimanere appoggiato su di lui, è la fede che lo salva!
Proprio come aveva detto Gesù: chi crederà e sarà battezzato sarà salvo!
Se egli, apostolo di Cristo, ha amato fino a versare il proprio "sangue in
libagione", se egli per amore dei pagani ha sofferto senza lamento naufragi
e battiture, fame freddo e lapidazioni, se egli ha offerto il proprio corpo come
sacrificio a Dio gradito, ciò è avvenuto grazie alla sua fede. La fede ha
sostenuto e ha fatto da radice al suo amore!
"Ho
conservato la fede."
Gesù gli direbbe: "sei rimasto con me nelle mie prove." (Lc 22,28)
"Ho
conservato la fede."!
Non è possibile conservare la fede come i funghi sott'olio. La fede non è un
oggetto, non è qualcosa di estraneo alla vita. Essa è il rapporto di fiducia,
di abbandono, di amore al Padre e al suo Dono. Dire "ho conservato la
fede" è come dire: "Ho continuato ad ascoltarti, Padre, ho continuato
a seguirti, Gesù, mi sono sempre abbandonato a te, Spirito Santo! Ti ho
ubbidito, Signore, ti ho servito, mi sono lasciato guidare da te. E ora ancora
faccio conto non di ciò che io ho fatto, ma delle tue promesse, della tua
misericordia, della tua fedeltà."
"Ho
conservato la fede."
Provo una santa invidia per l'apostolo. Ma sono pure certo che Gesù ascolta
ancora la preghiera dell'umile e la porta sull'altare del cielo insieme al suo
sangue. Perciò, non potendo ancora io dire "ho conservato la fede",
dico:
Signore
Gesù, tu che mi hai acquistato col tuo sangue,
tu che mi hai conquistato col tuo amore,
tu che mi hai liberato molte volte dal male,
tu che sei risorto per attirarmi a te,
continua la tua fedeltà.
Io sono povero peccatore,
sono incapace d'essere fedele:
presenta tu al Padre per me la tua fedeltà.
Conserva tu la mia fede fino al giorno del mio incontro con te e con la tua
Chiesa, che canta l'alleluia della tua fedeltà!