LINEE ESSENZIALI DELL’INSEGNAMENTO DELLA CHIESA IN MATERIA DI

MORALE CONIUGALE

1. La famiglia, luogo dell’amore e della vita

Il grande e compianto Pontefice Giovanni Paolo II, nell’esortazione apostolica Familiaris Consortio sui compiti della famiglia cristiana, scriveva, ormai più di venticinque anni fa, queste illuminate parole: “La famiglia, nei tempi odierni, è stata investita da ampie, profonde e rapide trasformazioni […]. Alcune di esse sono divenute incerte e smarrite di fronte ai loro compiti o, addirittura dubbiose e quasi ignare del significato ultimo e della verità della vita familiare e coniugale […]. Consapevole che il matrimonio e la famiglia costituiscono uno dei beni più preziosi dell’umanità, la Chiesa vuol far giungere la sua voce ed offrire il suo aiuto a chi, già conoscendo il valore del matrimonio e della famiglia, cerca di viverlo fedelmente, a chi, incerto ed ansioso, è alla ricerca della verità ed a chi è ingiustamente impedito di vivere liberamente il proprio progetto familiare”. Questo opuscolo intende farsi in qualche modo eco dell’ansia apostolica del nostro compianto Pontefice ed offrire, in forma succinta ed essenziale, ma anche semplice e chiara, il nucleo essenziale di ciò che Gesù e, in obbedienza a Lui, la sua Chiesa, ha insegnato sulla famiglia umana. Compito ancora più urgente in un momento storico in cui si moltiplicano le forze disgregatrici del consorzio familiare e compaiono nuove tendenze, prassi, o costumi, gravemente disordinati dal punto di vista etico, che pretendono addirittura il riconoscimento legislativo da parte delle leggi dello Stato. Per noi cristiani la famiglia è fondamentalmente il luogo e la casa dell’amore e della vita: non l’amore “erotico” che mette al centro l’io e il soddisfacimento dei propri piaceri ed interessi, ma, per usare le espressioni di Papa Benedetto XVI, l’amore “agapico” ovvero l’amore di “carità”, che mette al centro il “tu” ed è capace anche di morire per amore dell’altro; questo amore si autotrascende nel generare una nuova vita, non già una vita semplicemente biologica, ma la vita umana destinata alla vita eterna, che i coniugi hanno l’onore e l’onere di promuovere, accogliere ed educare, agendo in nome e per conto di Dio, consci che dalle loro scelte, per volontà di Dio che ha voluto affidare un compito così sublime e così grande ad un uomo e ad una donna, dipende la sorte di vite umane (anche semplicemente l’esserci – se sono voluti o accolti – o il non esserci, se sono rifiutati o respinti), sia la riuscita della loro vita terrena che l’approdo alla vita eterna, per raggiungere la quale occorre seguire la via di Gesù, che i genitori, prima e più di ogni altro, devono trasmettere con la parola e con la vita ai propri figli.

2. Purezza, pudore, modestia, verginità e castità

Ai nostri giorni, purtroppo, a più di qualcuno questi termini suscitano un sorriso ironico di compatimento; per altri (sembrerebbero molti, purtroppo) sono semplicemente arcaici, obsoleti, anacronistici, fuori moda; addirittura per qualcun altro (si spera pochi) andrebbero banditi e sostituiti dai loro contrari: impurità, impudicizia, inverecondia, libertinaggio. Ma, come ci ricordava Giovanni Paolo II, i cristiani non si vergognano del Vangelo, che resta sempre lo stesso, dato che, come sta scritto: “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre: non lasciatevi sviare da dottrine varie e peregrine” (Eb 13,8-9).

Il Signore Gesù disse: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8). Nella purezza di cuore, infatti, sono contenute tutte le virtù necessarie per essere santi nel corpo e nello spirito, nella famiglia e nella società. La purezza è quella virtù che, nascendo dal cuore, sa dare il giusto valore a tutte le cose: prima Dio, poi tutto il resto; prima l’anima, poi il corpo; prima il bene degli altri, poi il proprio. Dio è purezza assoluta e la sua purezza consiste nel non

poter pensare il male, non poter desiderare il male, non poter fare il male; Dio è puro spirito, anche se ha creato i nostri corpi; ma più grande del corpo è l’anima, di cui però il corpo, come insegna Gesù, è specchio e riverbero.

L’amore umano sponsale, per essere autentico, deve essere esclusivo: io amo te, ho amato (e amerò) sempre e solo te, a qualunque costo, in ogni modo e in ogni tempo. Per fare questo devo custodirmi puro nei pensieri, negli occhi e nel corpo: come posso dire di aver amato soltanto una creatura, se altri mi hanno già avuto o conosciuto? Come posso dire di aver dato il cuore al mio coniuge, se non ho saputo custodirlo e preservarlo? La purezza del corpo, pertanto, trova nei pensieri e nel cuore la propria custodia, nella volontà di amare veramente la forza per essere scelta e considerata importante, nella grazia di Dio e nella sua divina purezza la garanzia di poter essere custodita, anche se a costo di grandi sacrifici. Quanti adolescenti, pensando di dimostrare l’amore, hanno perduto la propria purezza, scoprendo poi di essere stati solo strumenti da usare e poi gettare! La purezza del corpo, tuttavia, deve essere custodita dalla modestia nel vestire, ovvero da quel senso di bellezza soprannaturale, che pur curando il buon gusto, il decoro e la bellezza esteriore (che, tra l’altro, sono riflessi, pur pallidi, dell’infinita bellezza di Dio), evita di ostentare, mettere in mostra, essere occasione per lo stimolo di pensieri o desideri non puri, o addirittura, come in alcuni pubblici spettacoli (purtroppo facilmente accessibili anche a bambini e adolescenti) provoca, seduce, scandalizza, offende le norme anche più elementari del pudore. Il corpo, dunque, è la nostra modalità terrena di comunicazione e dobbiamo imparare a farne veicolo di amore autentico, e non ricettacolo di passioni e desideri bassi. Ora, il nostro amore può rivolgersi in due dimensioni: verso Dio, fino al dono totale di sé a Lui, sommamente amato, e questo è l’amore verginale; oppure verso una creatura diversa da me, complementare rispetto a me, e quindi necessariamente di sesso diverso: è questo l’amore casto, che devono vivere sia i fidanzati che gli sposati, anche se in forme diverse. I fidanzati devono fondamentalmente rispettare la santità e la sacralità di una persona (e quindi di un corpo) che ancora non gli appartiene, e quindi essere animati da un profondo rispetto dell’altro, limitando le forme di comunicazione del proprio amore (ancora precario e informe) ai soli gesti che sono idonei a veicolare l’affetto, simili a quelli che ci si scambia anche in famiglia o tra amici. Gli sposi, invece, hanno fatto dono totale e reciproco di sé, per cui il marito (ed il suo corpo) appartiene alla moglie, come lei al marito; essi dunque possono (anzi devono!) amarsi con la totalità di se stessi (corpo, anima e spirito) ed essere sempre coscienti del fatto che il loro amore può (e deve!) essere fecondo, cioè aperto alla collaborazione con l’opera creativa di Dio, che ha inscritto, negli atti coniugali, la capacità di generare la vita.

La castità coniugale, pertanto, richiede che gli sposi mantengano in un contesto di vero amore l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana; ciò comporta la connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo (ovvero la mutua e totale donazione di sé che i coniugi si scambiano) e il significato procreativo (ovvero il non porre nessun tipo di volontario impedimento al possibile concepimento di una vita umana che scaturisca dall’atto coniugale). Da questa verità fondamentale, come vedremo, dipende tutto l’insegnamento della Chiesa sulla santità del matrimonio e sulle condizioni di liceità per un esercizio santo della sessualità umana.

 

3. Insegnamenti dei Papi

Numerosi Pontefici del secolo scorso hanno emanato documenti in cui richiamano le principali verità sulla castità coniugale. Vediamone alcuni.

donazione «totale», senza manipolazioni ed alterazioni. La scelta dei ritmi naturali comporta *1) Pio XI, lettera enciclica Casti Connubii (1930)

“Poiché nel nostro tempo vi sono alcuni che, sul tema della castità del consorzio coniugale, abbandonando manifestamente la dottrina cristiana, hanno preteso pubblicamente di predicarne un’altra, la Chiesa cattolica, a cui Dio ha affidato il compito di insegnare e difendere l’integrità e onestà dei costumi, per preservare la castità del consorzio coniugale dalla turpitudine, proclama fortemente, per mezzo della Nostra parola che qualsiasi uso del matrimonio, nel quale per studio umano, l’atto sia destituito della sua naturale capacità procreatrice, va contro la legge di Dio e della natura e coloro che commettessero tali azioni si rendono colpevoli di colpa grave”. Subito dopo, per prevenire il cattivo comportamento di alcuni ministri di Dio, che si credono più grandi di Lui o della Chiesa e a cui, per la verità, alcuni fedeli si rivolgono per averne “assoluzioni facili” o inopportune liberazioni da “sensi di colpa o scrupoli di coscienza”, il Pontefice aggiunge: “Per questo ammoniamo tutti i sacerdoti che si danno ad ascoltare le confessioni e gli altri che sono in cura di anime, che non permettano ai fedeli a sé affidati di errare in un punto così grave della legge di Dio e molto più che preservino se stessi da queste falsi opinioni e non si rendano, in qualsiasi modo, ad esse conniventi. In verità, se qualche confessore o pastore di anime – Dio ci scampi – inducesse egli stesso in tali errori i fedeli a sé affidati o quanto meno ve li confermasse sia approvandoli sia con inganno tacendo, sappia che dovrà rendere severo conto a Dio, Giudice supremo, del suo ufficio tradito e ritenga rivolte a sé le parole di Cristo: ‘sono ciechi e guide di ciechi. E se un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso’ (Mt 15,14)”.

2) Paolo VI: lettera enciclica Humanae Vitae (1968).

Afferma che è intrinsecamente cattiva “ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale (= pillola anticoncezionale, spirale o sterilizzazione), o nel suo compimento (= profilattico o coito interrotto), o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali (= aborto e pillola RU 486), si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione […]. Nel compito di trasmettere la vita, quindi, gli sposi non sono liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della Chiesa”.

3) Giovanni Paolo II: esortazione apostolica Familiaris Consortio (1981).

“Nel contesto di una cultura che gravemente deforma o addirittura smarrisce il vero significato della sessualità umana, perché la sradica dal suo essenziale riferimento alla persona, la Chiesa sente più urgente e insostituibile la sua missione di presentare la sessualità come valore e compito di tutta la persona creata, maschio e femmina, ad immagine di Dio [...]. Quando i coniugi, mediante il ricorso alla contraccezione, scindono i due significati (unitivo e procreativo) dell’atto coniugale che Dio Creatore ha inscritti nell’essere dell’uomo e della donna e nel dinamismo della loro comunione sessuale, si comportano come «arbitri» del disegno divino e «manipolano» e avviliscono la sessualità umana, e con essa la persona propria e del coniuge, alterandone il valore di donazione «totale». Così, al linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione impone un linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè del non donarsi all’altro in totalità: ne deriva, non soltanto il positivo rifiuto all’apertura alla vita, ma anche una falsificazione dell’interiore verità del personale. Quando invece i coniugi, mediante il ricorso a periodi di infecondità [si tratta dei cosiddetti “metodi naturali”], rispettano la connessione inscindibile dei significati unitivo e procreativo della sessualità umana, si comportano come «ministri» del disegno di Dio ed «usufruiscono» della sessualità secondo l’originario dinamismo della l’accettazione del tempo della persona, del dialogo, del rispetto reciproco, della comune responsabilità, del dominio di sé. Ciò significa riconoscere il carattere insieme spirituale e corporeo della comunione coniugale, come pure vivere l’amore personale nella sua esigenza di fedeltà. In questo modo la comunione coniugale viene arricchita di quei valori di tenerezza e di affettività, i quali costituiscono l’anima profonda della sessualità umana, anche nella sua dimensione fisica. In tal modo la sessualità viene rispettata e promossa nella sua dimensione veramente e pienamente umana, non mai invece usata come un oggetto che, dissolvendo l’unità personale di anima e corpo, colpisce la stessa creazione di Dio nell’intreccio più intimo tra natura e persona”.

 

4. Rapporti prematrimoniali, inseminazione e fecondazione artificiale

L’insegnamento della Chiesa sui rapporti prematrimoniali e sulle tecniche di procreazione assistita si rinviene in due documenti della Congregazione per la dottrina della fede promulgati da Paolo VI e da Giovanni Paolo II: Persona humana, alcune questioni di etica sessuale (1975) e Donum vitae, rispetto della vita umana nascente e dignità della procreazione (1989).

“Molti oggi rivendicano il diritto all’unione sessuale prima del matrimonio, almeno quando una ferma volontà di sposarsi e un affetto, in qualche modo già coniugale nella psicologia dei soggetti, richiedono questo completamento, che essi stimano connaturale; ciò soprattutto quando la celebrazione del matrimonio è impedita dalle circostanze esterne, o se questa intima relazione sembra necessaria perché sia conservato l’amore. Questa opinione è in contrasto con la dottrina cristiana, secondo la quale ogni atto genitale umano deve svolgersi nel quadro del matrimonio. Infatti, per quanto sia fermo il proposito di coloro che si impegnano in tali rapporti prematuri, resta vero, però, che questi non consentono di assicurare, nella sua sincerità e fedeltà, la relazione interpersonale di un uomo e di una donna e, specialmente di proteggerla dalle fantasie e dai capricci. Ora, è un’unione stabile quella che Gesù ha voluto e che ha restituito alla sua condizione originale, fondata sulla differenza del sesso. L’unione dei corpi nell’impudicizia, invece, contamina il tempio dello Spirito Santo, quale è divenuto il cristiano. Pertanto l’unione carnale non è legittima se tra l’uomo e la donna non si è instaurata una definitiva comunità di vita. Ecco ciò che ha sempre inteso e insegnato la Chiesa, trovando, peraltro, nella riflessione degli uomini e nelle lezioni della storia un accordo profondo con la sua dottrina” (Persona Humana).

“Le tecniche che provocano una dissociazione dei genitori, per l’intervento di una persona estranea alla coppia (dono di sperma o ovocita, prestito dell’utero) sono gravemente disoneste. Tali tecniche (inseminazione e fecondazione artificiale eterologhe) ledono il diritto del figlio a nascere da un padre e da una madre conosciuti da lui e tra loro legati dal matrimonio. Tradiscono il diritto esclusivo degli sposi a diventare padre e madre soltanto l’uno per mezzo dell’altro. Anche quando siano praticate in seno alla coppia (inseminazione e fecondazione artificiali omologhe), tali tecniche  rimangono moralmente inaccettabili, in quanto dissociano l’atto sessuale dall’atto procreatore. L’atto che fonda l’esistenza del figlio non è più un atto con il quale due persone si donano l’una all’altra, bensì un atto che affida la vita e l’identità dell’embrione al potere dei medici e dei biologi e instaura un dominio della tecnica sull’origine e sul destino della persona umana. Una siffatta relazione di dominio è in sé contraria alla dignità e alla uguaglianza che dev’essere comune a genitori e figli. La procreazione è privata dal punto di vista morale della sua perfezione propria quando non è voluta come il frutto dell’atto coniugale, e cioè del gesto specifico della unione degli sposi; soltanto il rispetto del legame che esiste tra i due significati dell’atto coniugale e il rispetto dell’unità dell’essere umano consente una procreazione conforme alla dignità della persona” (Donum vitae).