MISTICA CITTA’ DI DIO

Vita della Vergine Madre di Dio

di

Suor Maria di Gesù

Abbadessa del Monastero dell’Immacolata di Agreda dell’Ordine dell’Immacolata Concezione

LIBRO OTTAVO

CAPITOLO 1

Maria santissima parte con Giovanni per Efeso e lì viene vi­sitata da Giacomo, in viaggio verso Gerusalemme, dove da Damasco è diretto anche Paolo; si dichiarano i segreti che accadono in tali spostamenti.

 

365. Appena la Signora, di nuovo nel suo oratorio, fu scesa dalla nube sulla quale era stata trasportata ed eb­be toccato il suolo, si prostrò ad abbracciare la polvere allo scopo di magnificare l'Onnipotente per quanto la sua destra aveva prodigiosamente operato in quella circo­stanza a vantaggio di lei stessa, di Giacomo e del regno in cui si era recata. Considerando con la sua ineffabile semplicità che, mentre ancora ella viveva nella carne mor­tale, si stava costruendo un tempio a lei intitolato perché vi fosse invocata, si annientò a tal punto nella stima di sé al suo cospetto che pareva si fosse completamente di­menticata di essere sua vera madre, creatura impeccabi­le e infinitamente superiore in santità a tutti i supremi serafini. Si abbassò e apprezzò questi benefici come se fosse stata un vermiciattolo e l'essere più insignificante e peccatore, giudicando che, con un simile debito, doveva sollevarsi al di sopra di se stessa a gradi di perfezione più eminente. Tanto decise e tanto fece, giungendo con la sua sapienza e modestia fin dove la nostra capacità non può innalzarsi.

366. Per quattro giorni ella spese la maggior parte del tempo in questo, come anche nel pregare con fervore per la difesa e la crescita della Chiesa, mentre Giovanni pre­parava quanto era necessario al percorso e all'imbarco per Efeso. Quindi, il cinque gennaio dell'anno quarantesimo dall'incarnazione, egli la avvisò che era ormai il momento di andare perché tutto era stato disposto. La Maestra del­l'obbedienza si inginocchiò senza replica né indugio, chie­se al Signore licenza di uscire dalla città e subito si con­gedò dal padrone della casa e dagli altri che vi dimorava­no. Si può facilmente immaginare il dolore che essi do­vettero provare, dato che, legati a lei e costretti ad esser­le affezionati con ossequio per la sua dolcissima conver­sazione e per i favori della sua generosità, in un istante re­stavano senza consolazione e senza il ricchissimo tesoro del cielo nel quale trovavano tanti beni. Si offrirono di se­guirla e, poiché non era conveniente, la supplicarono tra le lacrime di affrettare il rientro e di non separarsi defini­tivamente da quella abitazione, della quale già da molto era in possesso. Ella gradì queste pie e caritatevoli prof­ferte, lo esternò con umili e riconoscenti dimostrazioni e, dando speranza del suo ritorno, mitigò la loro sofferenza.

367. Domandò, poi, all'Apostolo il permesso di visitare i luoghi santi, adorando colui che li aveva consacrati con la sua presenza e con il suo prezioso sangue; lo fece con straordinaria devozione e nel pianto, insieme a lui, che con il sommo conforto che ricevette standole accanto esercitò eroici atti di virtù. La beatissima Vergine vide presso cia­scuno di essi l'angelo che lo difendeva e raccomandò an­cora a tutti di resistere a Lucifero ed ai suoi, affinché non li distruggessero o profanassero, come desideravano e avrebbero tentato di fare per mezzo dei giudei. Per questo li avvertì di sventare con le loro ispirazioni i pensieri malvagi e le suggestioni diaboliche con cui il drago procura di indurre gli uomini a cancellare la memoria di Cristo, e li incaricò di ciò per tutti i secoli, perché tale rabbia sa­rebbe durata per sempre. Essi eseguirono tutto quello che ordinò loro.

368. Quindi ella, genuflessa, si fece benedire per dare inizio al viaggio, come soleva fare con suo Figlio, perché nei confronti del discepolo amato, da lui lasciatole in sua vece, fu sempre docile e sottomessa. Molti credenti di Ge­rusalemme le presentarono denaro, doni e cocchi per il tra­gitto da lì alla costa, come anche tutto l'occorrente fino al­l'arrivo. La prudente Regina della povertà, però, manife­stando dimessamente gratitudine, soddisfece tutti senza prendere nulla e si diresse al porto su un asinello. Il ri­cordo degli spostamenti fatti in passato con Gesù e Giu­seppe e l'ardore per l'Altissimo, che la obbligava come al­lora a peregrinare, risvegliavano nel suo cuore teneri e ri­verenti sentimenti. Per essere ineccepibile in tutto, si ri­mise un'altra volta alla volontà di Dio, accettando, per la sua gloria e per l'esaltazione del suo nome, la pena di es­sere priva della vicinanza del suo Unigenito e del suo spo­so, mentre in molte occasioni ne aveva goduto con ab­bondante sollievo, nonché di perdere la quiete del cenaco­lo, posti così venerabili e la compagnia di tanti bravi fe­deli; poi, lo lodò per aver messo al suo fianco l'Evangeli­sta per assisterla nonostante tali assenze.

369. Per darle più sostegno e alleviamento, alla parten­za le si resero visibili tutti i suoi custodi, che la circonda­rono. Con questa scorta e quella terrena del solo Giovan­ni camminò fino alla nave in procinto di salpare, intratte­nendosi in continui e soavi colloqui e cantici con gli spi­riti sovrani, e talora con il fortunato Apostolo, il quale, pre­muroso e sollecito, si prodigava per lei con mirabile ri­guardo in tutto quello che sapeva opportuno. Per tale at­teggiamento, aveva verso di lui riconoscenza con inespri-

mibile umiltà, perché queste due qualità le facevano ap­parire i suoi servizi immensi e gratuiti, benché essi le fos­sero dovuti per tante cause.

370. Quando furono sulla riva, salirono a bordo con al­tri passeggeri. La Signora, che non era mai stata prima in mare in questo modo, penetrò con assoluta chiarezza il va­stissimo Mediterraneo e la sua comunicazione con l'ocea­no: ne scrutò la profondità, l'estensione e la larghezza, le caverne nascoste e l'occulta disposizione, le sabbie e le mi­niere, i flussi e i riflussi, gli animali, le balene, le varietà di pesci piccoli e grossi e ciò che vi era racchiuso. Ebbe, poi, nozione di quante persone vi erano annegate ed era­no perite solcandolo; si rammentò, dunque, della verità contenuta nel Siracide, cioè che i naviganti parlano dei suoi pericoli, e del passo del salmo in cui si afferma che sono mirabili l'elevarsi e la superbia delle sue tumide on­de. Intese tutto questo, oltre che per concessione speciale del Salvatore, anche perché partecipava in grado sublime dei privilegi della natura angelica, come pure degli attri­buti divini, a imitazione e somiglianza dell'umanità san­tissima di lui. Con queste prerogative, non solo ella com­prendeva ogni cosa quale è in se stessa e senza inganni, ma la sfera delle sue cognizioni sorpassava quella degli es­seri celesti.

371. Quando dinanzi alle sue facoltà e alla sua sapien­za si aprì quell'ampia prospettiva, in cui riverberava come in uno specchio nitidissimo la grandezza di Dio, sollevò il suo spirito con ardentissimo volo fino a lui, che tanto ri­splende nelle sue meravigliose opere, magnificandolo in tut­te e per tutte. Provando compassione come madre pietosa per coloro che si abbandonano all'indomita forza dei flutti per attraversarli con enorme rischio, pregò ferventemente per loro sua Maestà di proteggerli se l'avessero supplicata chiedendo con devozione la sua intercessione e il suo pa­trocinio. Egli le accordò subito quello che domandava e si impegnò a favorire chi avesse avuto con sé qualche imma­gine di lei e nelle burrasche l'avesse invocata con affetto co­me stella del mare. Questa promessa permette di capire che, se i cattolici vanno incontro a incidenti e affogano, ciò ac­cade perché essi ignorano tale soccorso o perché, per i pro­pri peccati, meritano di non ricordarsene nelle tempeste e non la implorano con vera fede; infatti, la parola dell'Altis­simo non può venire meno, né la Regina negherebbe il suo aiuto ai bisognosi e agli afflitti in grave difficoltà.

372. In questa circostanza avvenne ancora un fatto ec­cezionale. Quando Maria scorse i diversi animali acquati­ci, li benedisse e comandò loro di confessare e celebrare il proprio Creatore nella forma ad essi conveniente. Allora questi, docili, con incredibile velocità accorsero in una mol­titudine innumerevole intorno all'imbarcazione, senza che ne mancasse alcuna specie; mostrarono le teste in super­ficie e, muovendosi e agitandosi in modo singolare e pia­cevole, si trattennero a lungo, per riconoscerla come si­gnora, prestarle obbedienza, festeggiarla e in qualche ma­niera ringraziarla di essersi degnata di entrare nell'ele­mento in cui vivevano. Tutti coloro che erano lì si stupi­rono per questo prodigio mai visto, che dette motivo di ri­flessione e discussione perché tale quantità di pesci di di­sparate dimensioni, così stretti e accalcati, impediva di pro­cedere; però, non ne colsero la ragione, tranne Giovanni, che per un bel po' non riuscì a frenare le lacrime per la gioia e poi invitò la dolce Vergine a dare loro licenza di andarsene, dato che l'avevano ascoltata tanto prontamente allorché li aveva esortati alla lode. Lo fece e immedia­tamente quella massa disparve, lasciando il mare calmo, sereno e assai limpido, per cui proseguirono il viaggio e in poche giornate giunsero alla meta.

373. Scesero a terra e anche qui ella compì delle azio­ni straordinarie, curando infermi e indemoniati, che in sua presenza restavano liberi all'istante. Non mi attardo ad esporle, perché occorrerebbero parecchi libri e più tempo se dovessi riportare tutto quanto faceva e i benefici del cie­lo che spargeva ovunque, come strumento e dispensatrice dell'onnipotenza divina. Riferisco solo quelle che sono ne­cessarie per la Storia e che bastano per manifestare qual­cosa di ciò che non si sa ancora dei suoi miracoli. Risie­devano ad Efeso dei credenti provenienti dalla Palestina, sebbene non molti, e avuta notizia dell'arrivo della Madre di Gesù si recarono a visitarla e ad offrirle le proprie ca­se e sostanze. Ella, che non cercava né ostentazione né co­modità mondane, scelse come alloggio l'abitazione di al­cune donne ritirate e non ricche, che stavano sole, senza compagnia di uomini. Queste, per beneplacito del Signo­re, la misero a sua disposizione con carità e benevolenza e, dopo avere esaminato la costruzione con l'intervento de­gli angeli, assegnarono una camera notevolmente apparta­ta a lei e un'altra all'Evangelista; essi vi rimasero finché stettero in tale città.

374. Maria beatissima espresse la sua gratitudine e su­bito andò nella sua stanza, dove, prostrata come al solito, adorò l'essere immutabile di Dio. Consegnandosi in sacri­ficio per servirlo in quel posto, disse: «Altissimo, con la vo­stra immensità riempite l'universo. Io, umile ancella, desi­dero eseguire perfettamente la vostra volontà in ogni oc­casione, luogo e momento in cui la vostra provvidenza mi porrà, perché siete tutto il mio bene e tutta la mia vita. Solo a voi si indirizzano i miei aneliti e sentimenti. Orien­tate i miei pensieri, le mie parole e le mie opere affinché vi compiacciano». La prudentissima Regina comprese che egli accoglieva questa preghiera e rispondeva con la sua virtù promettendole di assisterla e governarla sempre.

375. Continuò l'orazione intercedendo per la Chiesa e ordinando ciò che era sua intenzione fare per aiutare da lì i suoi membri. Chiamò i custodi e ne inviò alcuni a soc­correre i Dodici e i discepoli, che sapeva più provati dalle persecuzioni suscitate dai diavoli per mezzo degli infedeli. Ne mandò diversi anche a difendere Paolo dai pericoli che incombevano su di lui in Damasco, da dove in quei gior­ni egli fuggì perché i giudei gli davano la caccia come af­ferma nella seconda lettera ai corinzi raccontando che fu calato per il muro, e da quelli che Lucifero gli preparava sulla strada per Gerusalemme, che stava per percorrere; contro di lui, infatti, lo sdegno dell'inferno era più furen­te che contro gli altri apostoli. Di tale spostamento egli scrive ai galati, precisando che lo fece dopo tre anni, che non si devono calcolare dalla sua conversione, ma dal suo ritorno dall'Arabia. Lo si deduce anche dal testo, in cui, terminando di parlare di quest'ultimo, soggiunge subito che andò da Cefa; esso, altrimenti, resterebbe molto confuso.

376. Con più chiarezza lo si verifica in base al compu­to che si è fatto dalla lapidazione di Stefano e del trasfe­rimento della Vergine. Il protomartire fu ucciso dopo il compimento del trentaquattresimo anno dalla nascita del Salvatore, contando dal Natale; se lo si fa dalla circonci­sione, come si usa oggi, morì a sette giorni dalla fine di quell'anno, poiché tanti ne mancavano al primo gennaio. Paolo divenne cristiano il venticinque gennaio del trenta­sei e, se fosse giunto nella città santa dopo tre anni, vi avrebbe trovato Maria e Giovanni, ma egli stesso attesta che dei Dodici non vide nessun altro se non Giacomo di Alfeo, il Minore; certo, se essi fossero stati presenti, non avrebbe omesso di incontrarli, e così avrebbe nominato an­che l'Evangelista. Ciò avvenne nel quaranta, dopo che era­no già trascorsi completamente quattro anni da allora e poco più di un mese dalla partenza della Signora, mentre gli apostoli, eccetto i due che conobbe, erano già ciascu­no nella propria provincia.

377. Secondo questo calcolo, egli spese il primo anno, o la maggior parte di esso, dirigendosi in Arabia e portan­dovi l'annuncio, e i tre successivi in Damasco. Perciò Lu­ca, benché non narri quel primo viaggio, nel capitolo no­no degli Atti comunica che, parecchi giorni dopo che ave­va abbracciato la fede, gli abitanti di tale località fecero un complotto per ammazzarlo, intendendo con tale indicazio­ne temporale i quattro anni che erano passati. Aggiunge im­mediatamente che, scoperte tali trame, i discepoli lo fece­ro discendere di notte dalle mura, e così egli arrivò a Ge­rusalemme. Sebbene qui fosse risaputa la trasformazione che si era realizzata in lui, c'era sempre timore riguardo al­la sua perseveranza, essendo stato in precedenza un nemi­co tanto dichiarato del Redentore, e dunque la comunità ecclesiale al principio si guardava da lui. Allora Bàrnaba lo prese con sé e lo condusse presso Pietro, Giacomo e gli al­tri. Paolo, ai piedi del vicario di Cristo, glieli baciò do­mandandogli con fiumi di lacrime che lo perdonasse, poi­ché si era pentito dei suoi errori e peccati, e lo accettasse tra i suoi sudditi e tra i seguaci del suo Maestro, il cui no­me desiderava diffondere fino a versare il proprio sangue.

378. Anche da questo sospetto si desume che la Regi­na non fosse più lì, perché in caso contrario egli le si sarebbe presentato prima che ad alcun altro e sarebbe ve­nuta meno ogni paura; inoltre, sarebbero state chieste informazioni direttamente a lei, che anzi nella sua pru­denza avrebbe prevenuto ciò, premurosa ed attenta come era a dare consolazione. Dato che ella era in Efeso, non c'era chi potesse assicurare della sua costanza e della sua grazia, finché Pietro non le sperimentò vedendolo prostra­to davanti a sé. A quel punto lo accolse con profondo gau­dio suo e degli altri, che benedissero tutti con umiltà e fer­vore il Signore e disposero che egli uscisse fuori a procla­mare il lieto messaggio, come in effetti fece con meravi­glia di chi lo conosceva. Le sue parole erano dardi infuo­cati che penetravano i cuori di coloro che le udivano, la­sciandoli attoniti; per questo, in due giorni l'intera città en­trò in agitazione allo spargersi della notizia della conver­sione, che già si andava apprendendo per esperienza.

379. Satana e i suoi non dormivano in questa circo­stanza, nella quale, per loro più grande tormento, li risve­gliò maggiormente il flagello dell'Onnipotente; all'ingresso dell'Apostolo in Gerusalemme, infatti, percepirono che la virtù divina operante in lui li opprimeva e rovinava. Essi, però, dal momento che la loro superbia e malizia non si estinguerà mai per l'eternità, appena sentirono contro di sé una forza tanto violenta, si irritarono ancor più nei suoi confronti. Il drago convocò con incredibile rabbia molte le­gioni dei suoi demoni, che esortò un'altra volta a farsi ani­mo e a misurare in quell'impresa il vigore della loro mal­vagità per annientare Paolo, senza che restasse in tutto il mondo una sola pietra che non fosse smossa a tal fine. Quelli eseguirono senza indugio il piano concertato e ina­sprirono Erode e i giudei nei suoi confronti, approfittando del singolare zelo con cui egli cominciò a predicare.

380. La Madre era al corrente di tutto, non solo per la sua mirabile scienza, ma anche perché i custodi che aveva mandato a proteggerlo la avvisavano di quello che succede­va. Ella aveva previsto da un lato il sollevamento che co­storo avrebbero provocato contro di lui e dall'altro l'impor­tanza di conservarlo in vita per l'esaltazione dell'Altissimo e la propagazione della buona novella, ed inoltre sapeva che cosa lo minacciasse in tale frangente; quindi, ne ricevette nuova sollecitudine, che era ulteriormente accresciuta dalla distanza dalla Palestina, dove avrebbe potuto dare sostegno ai suoi più da vicino. Comunque, non trascurò di farlo an­che da lì con l'efficacia delle incessanti suppliche che tra i gemiti moltiplicava senza sosta, e contemporaneamente prendendosi cura di essi in altri modi tramite il servizio de­gli angeli. Dio, per sollevarla, in seguito ad una di tali in­vocazioni le disse che l'avrebbe esaudita e avrebbe liberato il giovane dalle macchinazioni diaboliche. E così fu; questi, infatti, mentre stava pregando nel tempio, ebbe un'estasi straordinaria con sublimi illuminazioni e rivelazioni che lo resero giubilante, e gli fu comandato di allontanarsi pron­tamente per trovare riparo da quanti lo odiavano e non avrebbero tollerato la sua testimonianza.

381. Per questo motivo egli in quella occasione non si trattenne più di quindici giorni, come scrive ai galati; negli Atti si legge poi che dopo alcuni anni, ritornato da Mileto e da Efeso nella città santa, dove fu catturato, comunicò ta­le rapimento e l'ordine che gli era stato impartito. Riferì tutto al capo degli apostoli e, in considerazione del perico­lo che correva, fu accompagnato in segreto a Cesarèa e quin­di a Tarso, affinché evangelizzasse i gentili senza differenze. Di tutti questi eccelsi benefici Maria era lo strumento e la mediatrice, per intercessione della quale venivano elargi­ti dal suo Unigenito, e di ogni cosa aveva immediatamente cognizione, dando grazie da parte sua e della Chiesa.

382. Posto al sicuro Paolo, ella aveva fiducia che la Provvidenza avrebbe soccorso suo cugino Giacomo, per il quale aveva particolare preoccupazione e che era ancora a Saragozza, assistito dai cento spiriti celesti che a Granada gli aveva messo accanto perché lo difendessero; questi an­davano e venivano dal suo cospetto con le domande del futuro martire e gli avvertimenti che gli dava, e in tale ma­niera egli fu informato del trasferimento di lei. Quando, poi, la cappella del Pilar fu sistemata convenientemente, la affidò al vescovo e ai discepoli che rimanevano in quella località, come anche in altre della Spagna. Fatto ciò, al­cuni mesi dopo l'apparizione, partì da lì continuando a tra­smettere il lieto annuncio. Giunto sulla costa della Catalo­gna, si imbarcò per l'Italia, dove presto proseguì il viaggio finché non salpò per l'Asia, ansioso di incontrare la Vergi­ne, sua sovrana e suo rifugio.

383. Egli ottenne facilmente quello che bramava e poté prostrarsi ai piedi di colei che aveva partorito il suo Crea­tore, versando copiose lacrime di gioia e di venerazione. Con questi accesi sentimenti le espresse umilmente rico­noscenza per gli incomparabili aiuti che per mezzo di lei gli erano stati concessi dalla divina destra nel corso della sua missione, nonché per le visite che ella gli aveva fatto e per quanto in esse gli aveva donato. La Maestra della modestia lo fece subito rialzare dichiarando: «Ricordate che voi siete unto del Signore, suo Cristo e suo ministro, e io un vile vermiciattolo»; proferendo ciò, si inginocchiò e gli chiese di benedirla come sacerdote. L'Apostolo si fermò per alcuni giorni, così che dette ragguaglio al fra­tello di quello che gli era accaduto ed ebbe con lei arcani colloqui, dei quali basta riportare i seguenti.

384. La prudentissima Regina per congedarlo gli disse: «Carissimo, vi resta ormai poco tempo. Siete consapevole di quanto profondamente vi ami nel mio Gesù e aspiri ad introdurvi nell'intimo della sua amicizia senza fine, per la quale egli vi ha plasmato, redento e chiamato; voglio ma­nifestarvi adesso questo affetto e vi offro tutto quello che con l'ausilio del cielo potrò fare per voi come vera madre». A tanto ineffabile generosità Giacomo rispose con ecce­zionale riverenza: «Signora mia, che avete generato il mio Salvatore, vi ringrazio con tutta l'anima per questo nuovo favore, confacente alla vostra smisurata carità, ed imploro la vostra benedizione per andare al supplizio per lui. Se sarà suo beneplacito e a suo onore, vi scongiuro di non la­sciarmi solo nel mio sacrificio e di mostrarvi ai miei oc­chi nel transito, in modo tale che mi possiate presentare a sua Maestà come ostia gradita».

385. Ella assicurò che si sarebbe rivolta all'Onnipoten­te e non avrebbe mancato di adempiere ciò se questi aves­se disposto così a sua gloria. Con tale speranza e con al­tre parole di vita eterna lo confortò e lo incoraggiò alla sofferenza che lo sovrastava; fra l'altro affermò: «Quali tor­menti e quali pene potranno mai parere gravi per entrare nel gaudio intramontabile? Tutto quello che è violento di­viene soave, e quanto c'è di più terribile risulta amabile e appetibile per chi ha inteso che bene infinito avrà in cam­bio di una momentanea tribolazione. Mi congratulo con voi perché è prossimo il vostro affrancamento dalle pas­sioni della carne, per esultare in Dio come comprensore e vedere l'allegrezza del suo volto. A causa di tale sorte me­ravigliosa vi traete dietro il mio cuore, dato che consegui­rete tanto imminentemente quello cui anelo e abbandone­rete il mondo per il possesso indefettibile del riposo senza termine. Vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, affinché tutte le tre Persone nell'unità di una essenza vi sostengano nel dolore e vi dirigano nei vostri desideri; e il mio vi accompagnerà nel vostro lumi­noso olocausto».

386. Oltre a questo per accomiatarsi aggiunse altre co­se, con mirabile sapienza e somma capacità di consolazio­ne, e gli impose che, arrivato alla visione beatifica, esaltas­se la Trinità da parte di lei e di tutti e pregasse per la Chie­sa. Egli lo promise, supplicandola ancora di custodirlo e proteggerlo nell'ora suprema, ed ella confermò il proprio impegno. Infine, il discepolo parlò così: «Benedetta fra le donne, il vostro esempio e la vostra intercessione sono l'ap­poggio sul quale la comunità ecclesiale, adesso e per tutti i secoli, deve posare sicura tra le persecuzioni e le tenta­zioni dei nemici del Signore; e la vostra carità sarà lo stru­mento del vostro legittimo martirio. Non dimenticatevi mai del regno di Spagna, dove è stato portato il Vangelo: tene­telo sotto il vostro speciale patrocinio e conservate in esso il vostro sacro tempio e la fede che io, indegno, vi ho an­nunciato. Datemi la vostra benedizione». Maria gli garantì che lo avrebbe esaudito e, benedicendolo, lo licenziò.

387. Giacomo salutò anche Giovanni, con abbondante pianto di entrambi, non tanto per la tristezza quanto piut­tosto per il giubilo dovuto alla fortuna del fratello più gran­de, che sarebbe stato il primo nella felicità perenne e nel­la palma della vittoria. Quindi, si incamminò subito verso la città santa, dove poté predicare per qualche giorno. L'ec­celsa sovrana dell'universo rimase lì, attenta a ciò che suc­cedeva a lui e agli altri apostoli, senza perderli dalla sua vista interiore e senza interrompere le sue orazioni per lo­ro e per tutti i credenti. L'ormai vicina uccisione del testi­mone di Cristo fu occasione perché nell'ardente Madre si suscitassero tanti incendi d'amore e struggimenti di mori­re per il suo Unigenito che ella conquistò assai più corone di lui e di tutti assieme; infatti, con ciascuno si caricò di molti patimenti, più duri per il suo castissimo e fer­ventissimo cuore di quelli provocati dai coltelli e dal fuo­co per i loro corpi.

 

Insegnamento della Regina del cielo

388. Figlia mia, negli ammonimenti di questo capitolo ti sono date numerose regole per agire irreprensibilmente. Considera che, come l'Altissimo è principio e origine del­le creature e delle loro facoltà, così ne è logicamente il fi­ne: se esse ricevono tutto immeritatamente, devono tutto a chi lo concesse loro per grazia; e se è accordato loro per operare, devono tutte le opere a lui, e non a se stesse né ad alcun altro. Questa verità, che io comprendevo chiara­mente e ponderavo in me, mi spingeva all'esercizio che pa­recchie volte hai recepito e scritto con stupore, cioè a pro­strarmi al suolo e ad adorare l'essere immutabile di Dio con profonda venerazione. Meditavo su come egli mi aves­se fatto dal nulla e modellato dalla terra, e mi umiliavo al suo cospetto, confessando che mi dava vita, movimento ed esistenza, che senza di lui non sarei stata niente e che a lui dovevo ogni cosa. Con tali riflessioni tutto quello che facevo e sopportavo mi sembrava poco, pur non cessando di compiere il bene agognavo continuamente ad affaticar­mi e a penare, e non mi saziavo mai trovandomi obbliga­ta e indigente. Questa scienza è conforme alla razionalità e ancor più alla luce della rivelazione, e potrebbe essere acquistata, dato che il debito è comune e manifesto. In­tanto, tra la smemorataggine generale, ti chiedo di essere intenta ad imitarmi negli atti che ti ho reso noti, e ti esor­to soprattutto ad abbracciare la polvere e a piegarti maggiormente quando sarai sollevata ai favori dei più intimi amplessi. Osserva in che modo mi comportavo se ottene­vo qualche beneficio singolare, come allorché l'Onnipoten­te ordinò che, prima del mio trapasso, mi venisse dedica­to un santuario dove fossi invocata e celebrata. Questo ed altri doni mi fecero abbassare al di là di qualsiasi imma­ginazione, ed io ero traboccante di azioni ammirevoli; va­luta, allora, quello che tocca a te, così scarsamente rico­noscente di fronte alla sua liberalità.

389. Bramo anche, carissima, che ricalchi le mie orme nell'essere alquanto circospetta e povera nel soddisfare le tue necessità senza molte comodità, benché ti siano prof­ferte dalle tue monache e da coloro che ti vogliono bene. Al riguardo, scegli sempre o accetta ciò che è più misero, modesto, rigettato e vile, poiché non puoi seguire diversa­mente me, che rinunciai senza rumore e di buon garbo al­l'ostentazione, agli averi e a tutti gli agi che mi furono mes­si a disposizione a Gerusalemme e ad Efeso per il viaggio e per l'abitazione, prendendo il minimo indispensabile. In questa virtù ne sono racchiuse molte che fanno lieti, men­tre il mondo cieco e abbindolato si appaga e si precipita dietro a tutto quello che è opposto ad essa.

390. Stai in guardia con sollecitudine anche da un al­tro diffuso errore: gli uomini, sebbene sappiano che tutte le ricchezze del corpo e dell'anima appartengono al Si­gnore, abitualmente se ne appropriano e le tengono così strette che non solo non gliele porgono spontaneamente, ma, se egli talora le toglie loro, se ne affliggono e lamen­tano come se fossero stati ingiuriati e avesse fatto loro qualche aggravio. Tanto disordinatamente i genitori sono soliti amare i figli e i figli i genitori; i mariti le mogli e le mogli i mariti; tutti, poi, la roba, l'onore, la salute e gli al­tri beni temporali, e taluni anche quelli spirituali. Se que­sti vengono loro a mancare, non hanno misura nel dolore e, pur non potendo recuperare ciò a cui aspirano, sono inquieti e inconfortabili e passano dai sentimenti alla ragio­ne e all'ingiustizia. Con un simile vizio non soltanto con­dannano i decreti della provvidenza divina e si lasciano sfuggire i meriti che acquisirebbero consegnando a sua Maestà quello che hanno perso e sacrificandogli quello che è suo, ma fanno capire che avrebbero reputato felicità ul­tima il godere di tali realtà caduche e transitorie, e con es­se sarebbero stati contenti per molti secoli.

391. Nessuno dei discendenti di Adamo poté mai avere per nulla di quaggiù più o altrettanto affetto di quanto ne ebbi io per mio Figlio e per Giuseppe; però, poiché esso era ordinato in modo assolutamente corretto mentre ero in loro compagnia, offrii di tutto cuore al Padre il rimanere priva della loro presenza familiare per tutti gli anni che vis­si senza di essi. Sii rassegnata ed abbandonata nella stessa maniera quando avrai bisogno di qualche cosa di quelle che devi amare in Dio, giacché fuori di lui non hai licenza di amarne alcuna. Non sia perpetua in te che l'ansia di posa­re il tuo sguardo sul sommo Bene e di possederlo comple­tamente e in eterno nella patria; anela a questo con lacri­me, e a tale scopo sostieni con allegrezza tutte le amarez­ze e gli affanni. D'ora innanzi abbi il vivo desiderio di pa­tire come hanno fatto i santi, per renderti degna di lui, e fai attenzione che esso sia tale che la volontà di soffrire compensi le tribolazioni che non consegui, rattristandoti di non essere all'altezza di quanto vagheggi tanto intensa­mente. Nei voli interiori delle persone assetate della visio­ne beatitifica non si deve mescolare l'intento di sgravarsi con essa dei travagli della vita, il quale indica che non si è attaccati al Creatore, ma a se stessi e ai propri comodi; e questo non vale alcun premio ai suoi occhi, che penetrano e soppesano tutto. Se, però, come fedele serva e sposa di Gesù, opererai ciò senza inganno e con pienezza di perfe­zione, ambendo la sua contemplazione per stringerti a lui, lodarlo e non offenderlo mai più, e ricercherai tutte le pene solo a tal fine, stai certa che ci vincolerai molto a te e giungerai a quello stato di amore che sospiri, dato che è appunto per questo che siamo così generosi con te.

 

CAPITOLO 2

Maria santissima assiste san Giacomo nel suo glorioso mar­tirio e porta la sua anima in cielo, mentre il suo corpo è trasferito in Spagna; san Pietro è imprigionato e quindi mi­steriosamente liberato dal carcere.

 

392. Il nostro grande apostolo san Giacomo arrivò a Ge­rusalemme quando tutti i suoi abitanti insorgevano contro i seguaci del Redentore. Il drago e i suoi ministri avevano occultamente suscitato tale protesta, infettando più vio­lentemente con il loro velenoso fiato i cuori dei perfidi giu­dei e accendendo in essi lo zelo per la loro legge e la ge­losia della lieta novella proclamata da san Paolo, il quale, pur non essendosi trattenuto più di quindici giorni, aveva convertito molti in forza della virtù divina che agiva in lui, lasciando tutti colmi di stupore e di meraviglia. Quegli in­creduli, che si erano risollevati alla notizia della sua par­tenza, ben presto tornarono ad alterarsi per il sopraggiun­gere del nuovo predicatore, ugualmente ripieno di sapien­za e di ardore per il nome di Gesù; Lucifero, che non igno­rava la sua venuta, aizzava ed aumentava lo sdegno dei sommi sacerdoti e degli scribi, facendo in modo che fosse la causa di un ulteriore veleno che li turbasse e irritasse. Egli entrò in città annunciando con profondo fervore il Si­gnore crocifisso e la sua morte e risurrezione, e in breve tempo portò alla fede alcuni uomini, tra i quali uno chia­mato Ermogene e un altro chiamato Fileto, entrambi stre­goni che avevano stretto un patto con satana: il primo era più dotto nella magia, mentre il secondo era suo discepo­lo. Di ambedue vollero servirsi i suoi nemici per piegarlo con una disputa o, se avessero fallito, per togliergli la vi­ta con qualcuno dei loro malefici.

393. I demoni architettarono questa efferatezza per mez­zo dei giudei, strumenti della loro iniquità, poiché non po­tevano avvicinarsi di persona, schiacciati dalla grazia che sentivano in lui. Al momento della controversia, Fileto fu il primo ad affrontare l'Apostolo, perché, se non fosse riusci­to a convincerlo, sarebbe subentrato in sua vece il più esper­to Ermogene. Propose i suoi sofisticati e falsi argomenti, ma il suo rivale li dileguò come i raggi del sole dissipano le te­nebre, parlando con tanta luce ed efficacia che dovette ar­rendersi e aderire al Vangelo, di cui divenne da allora di­fensore; temendo però il suo maestro, supplicò il santo di proteggerlo da lui e dalle arti diaboliche con le quali lo avreb­be perseguitato per distruggerlo. Egli gli diede un piccolo panno che aveva ricevuto dalle mani di Maria beatissima e con tale reliquia gli permise di resistere ai sortilegi per di­versi giorni, finché Ermogene stesso non iniziò la disputa.

394. Questi non poté esimersene, benché ne avesse ti­more, perché si era impegnato a discutere con lui per scon­figgerlo. Si preoccupò così di rafforzare le proprie tesi er­rate con ragionamenti più sottili rispetto a quelli addotti dal suo allievo, ma i suoi sforzi risultarono vani contro il potere e la scienza del cielo, che nel suo avversario erano come un torrente impetuoso. Fu superato e obbligato a confessare Cristo e i suoi misteri, come era accaduto a Fi­leto, e a causa di ciò i diavoli si adirarono e lo maltratta­rono per il dominio che avevano avuto su di lui. Per re­spingerli, avendo appreso che il suo compagno se ne era liberato con quanto gli era stato regalato, chiese il mede­simo favore e san Giacomo gli donò il bastone che usava; con esso li mise in fuga perché non l'affliggessero e nep­pure gli si accostassero.

395. Il futuro martire, nell'operare queste e altre con­versioni, fu sostenuto dalle preghiere, dai gemiti e dai so­spiri che la Madre offriva dal suo oratorio in Efeso, dove, come si è già detto, conosceva per visione tutto quello che gli apostoli e i credenti compivano e aveva particolare cu­ra di lui poiché era prossimo al supplizio. I due perseve­rarono per qualche tempo nella fede, ma poi l'abbandona­rono fino a perderla completamente in Asia, come consta dalla seconda lettera a Timoteo, in cui san Paolo lo infor­ma che Bigello o Fileto e Ermogene si sono allontanati dal­la verità. Sebbene il seme della parola fosse giunto a spun­tare nei loro cuori, non affondò radici per opporsi alle ten­tazioni del principe del male, che avevano servito a lungo e con il quale avevano grande familiarità. Restarono sem­pre in loro i segni malvagi e le radici perverse dei vizi, che tornarono a prevalere facendoli precipitare.

396. Quando i giudei videro frustrata la loro vana fi­ducia, concepirono rinnovato sdegno contro Giacomo e de­cisero di eliminarlo condannandolo a morte come brama­vano. Con il denaro si accattivarono Democrito e Lisia, centurioni della milizia romana, e segretamente concerta­rono che costoro l'avrebbero catturato con le persone che avevano a disposizione e per dissimulare il tradimento avrebbero finto un tumulto o una rissa in uno dei giorni e dei luoghi in cui egli avrebbe predicato, consegnandolo nelle loro mani; l'attuazione di tale crudeltà fu a carico di Abiatar, che in quell'anno era il sommo sacerdote, e di Gio­sia, uno scriba con le sue stesse idee. Come pensarono, co­sì eseguirono. Essi si accesero d'ira perché, mentre l'Apo­stolo proclamava al popolo gli arcani della redenzione uma­na dimostrandoli con mirabile sapienza e con la testimo­nianza delle Scritture, gli uditori si mossero a lacrime di compunzione. Dato il segnale ai soldati, Abiatar ordinò a Giosia di prenderlo e questi gli buttò una corda al collo con l'accusa di sobillatore e promotore di una nuova reli­gione contro l'impero.

397. Si avvicinarono Democrito e Lisia con la loro gen­te, e lo condussero da Erode, figlio di Archelao, che era stato preparato interiormente dall'astuzia di Lucifero ed esternamente dalla malizia e dall'astio dei giudei. Il re, che incitato da questo aveva cominciato contro i discepoli, da lui aborriti, la persecuzione di cui parla san Luca nel ca­pitolo dodicesimo degli Atti, inviando truppe per oppri­merli e arrestarli, decretò che fosse decapitato subito, co­me era reclamato. Fu inesprimibile il gaudio del prigio­niero quando fu legato a somiglianza del suo Maestro e comprese ormai arrivato il momento, tanto atteso, di pas­sare da questa vita a quella imperitura attraverso il mar­tirio, come la Regina gli aveva preannunciato. Per tale be­neficio fece umili e fervorosi atti di riconoscenza, e pub­blicamente confessò e dichiarò ancora di credere in Gesù; ricordandosi, poi, di quello che le aveva domandato in Efe­so, cioè che lo assistesse nel suo trapasso, la chiamò dal profondo.

398. La Vergine, che era attenta a tutto ciò che gli ac­cadeva e con intensa preghiera lo accompagnava e favori­va, l'ascoltò dal suo oratorio e, stando assorta, osservò scen­dere una moltitudine immensa di spiriti superni di tutte le gerarchie: alcuni si diressero verso Gerusalemme circon­dandolo mentre veniva condotto al supplizio e altri si re­carono da lei. Uno di quelli di grado superiore le disse: «Imperatrice delle altezze, il Signore dell'universo vi co­manda di andare in fretta alla città santa per consolare il suo ministro e stargli accanto nell'estremo combattimento, nonché di esaudire i suoi pii desideri». Ella accondiscese con enorme gioia e gratitudine, magnificando l'Onnipo­tente per l'aiuto che concede a chi confida nella sua scon­finata misericordia e si pone sotto la sua protezione. Frat­tanto, il condannato era portato all'esecuzione e durante il tragitto compiva molti miracoli, sanando tutti coloro che soffrivano di varie malattie e liberando anche diversi in­demoniati; infatti, allorché si era diffusa la voce che stava per essere ammazzato, numerosi bisognosi erano accorsi per rimediare alla loro condizione prima che mancasse il comune mezzo del loro conforto.

399. Contemporaneamente gli angeli fecero sedere Ma­ria su un trono risplendente e la sollevarono sino al posto in cui era sul punto di essere giustiziato. Giacomo si in­ginocchiò per terra offrendosi in sacrificio e, alzati gli oc­chi al cielo, scorse nell'aria colei che stava invocando, ve­stita di divini splendori e di eccezionale bellezza, scortata dai suoi custodi. Davanti a uno spettacolo tanto straordi­nario arse di giubilo e fervore, e si commosse tutto in se stesso. Voleva gridare acclamandola vera Madre di Dio e signora di tutto, ma uno degli esseri supremi lo trattenne e dichiarò: «Servo dell'Eterno, conserva dentro di te que­sti preziosi sentimenti e non manifestare ai giudei la vici­nanza e la grazia della nostra sovrana, perché non ne so­no degni né sono capaci di capire, e anziché venerarla la odierebbero». Alle sue parole egli si contenne e in segreto, muovendo le labbra, le si rivolse così:

400. «Voi che avete generato il mio Salvatore, mia dife­sa, consolatrice degli afflitti, rifugio dei miseri, datemi la vostra benedizione, da me oltremodo sospirata in quest'o­ra. Presentate per me a vostro Figlio l'olocausto della mia vita, già acceso dalla brama di morire per l'onore del suo nome sull'altare delle vostre pure e candide mani, affinché sia accetto a colui che per me si immolò sulla croce. Affi­do il mio spirito in esse e attraverso di esse in quelle del mio Creatore». Dopo che ebbe pronunciato questo, guar­dando la Regina che parlava al suo cuore, gli venne tagliato il capo dal carnefice. Ella - o ammirabile benignità! - po­se la sua anima accanto a sé e la portò nell'empireo dinanzi al suo Unigenito, arrecando speciale gaudio e gloria a tut­ti i cittadini del paradiso, che si congratularono con lei in­tonando inni di lode. L'Altissimo accolse quell'anima e la collocò in un luogo eminente tra i principi del suo popolo, e la Vergine, prostrata davanti al suo seggio di maestà in­finita, compose un cantico come rendimento di grazie per il trionfo del primo apostolo martire. In questa occasione non contemplò la beatissima Trinità con visione intuitiva, ma astrattiva, e fu colmata di ulteriori benedizioni e favo­ri per sé e per la Chiesa, per la quale fece grandi richieste. La benedissero anche tutti i santi, e quindi gli angeli la ri­condussero al suo oratorio in Efeso, in cui uno di essi era rimasto con le sue sembianze mentre era assente. Quando vi giunse si stese al suolo, come era suo costume, ringra­ziando di nuovo per tutto ciò che era accaduto.

401. Quella notte i discepoli di san Giacomo raccolse­ro il suo corpo e di nascosto lo trasportarono al porto di Ioppe, dal quale per disposizione superna salparono con esso per la Galizia. Maria inviò loro uno dei suoi ministri perché li guidasse e li indirizzasse là dove era volontà ce­leste che sbarcassero ed essi avvertirono il suo aiuto, ben­ché non lo vedessero, poiché per tutto il viaggio interven­ne in loro soccorso, e spesso miracolosamente; quindi, è anche grazie a lei che la Spagna possiede a sua protezio­ne il tesoro di quelle sacre membra, nello stesso modo in cui ebbe l'Apostolo ancora in vita come maestro e primo testimone della fede, che ben si radicò nei suoi abitanti. Egli spirò nel quarantunesimo anno del Signore, il venti­cinque marzo, cinque anni e sette mesi dopo la sua par­tenza da Gerusalemme per recarsi lì a predicare, e sette anni dopo la crocifissione del Redentore.

402. Questo consta dal capitolo dodicesimo degli Atti, dove san Luca dice che, per la soddisfazione mostrata dai giudei per la sua uccisione, Erode fece imprigionare anche Pietro con l'intenzione di decapitarlo appena trascorsa la Pasqua dell'agnello e degli azzimi, che viene celebrata nei quattordici giorni della luna di marzo. Poiché nell'anno quarantunesimo quei giorni corrispondevano agli ultimi di quel mese secondo il calcolo solare del quale ci serviamo, da ciò si comprende che il suo supplizio precedette di po­co tale cattura, che avvenne il venticinque marzo e che poi seguirono la carcerazione e la Pasqua. La Chiesa non ne fa memoria nella data precisa, perché coincide con l'in­carnazione e di solito anche con i misteri della passione; la festa è stata dunque trasferita al venticinque luglio, quan­do il suo corpo fu trasportato in Spagna.

403. La sua morte e la rapidità con cui l'iniquo re gliel'a­veva procurata accrebbero ulteriormente l'empia crudeltà dei giudei, convinti che tormentandolo avrebbero avuto pronto lo strumento della vendetta. Lucifero e i suoi giu­dicarono la cosa nella medesima maniera e, come costoro con richieste e adulazioni, lo persuadevano con suggestio­ni a comandare l'arresto del vicario di Cristo, come in ef­fetti fece per mantenersi la loro benevolenza per i suoi fi­ni temporali. I demoni lo temevano molto per la forza che sperimentavano a loro danno e perciò segretamente acce­lerarono i tempi. Egli fu tenuto legato alle catene per es­sere giustiziato appena dopo la Pasqua e, sebbene il suo cuore fosse ben saldo, senza preoccupazione alcuna e con la stessa tranquillità che se fosse stato libero, tutti i fede­li della città erano in profondo affanno. A causa di questa sofferenza moltiplicarono le suppliche all'Altissimo affin­ché lo salvasse, perché la sua scomparsa avrebbe rappresentato un'immane rovina, e invocarono pure l'ausilio e la potente intercessione della Regina, dalla quale tutti aspet­tavano un rimedio.

404. Tale angustia non le era nascosta benché fosse in Efeso, poiché i suoi clementissimi occhi osservavano quan­to succedeva per mezzo della visione chiara che aveva di tutto, ed ella intensificava la preghiera con sospiri, pro­strazioni e lacrime di sangue, implorando la sua scarcera­zione e la difesa dei devoti. Le sue orazioni penetrarono i cieli e giunsero a ferire il suo Unigenito, che scese perso­nalmente e la trovò stesa al suolo con il volto verginale at­taccato alla polvere. Rialzandola, le parlò con tenerezza: «Madre mia, moderate il vostro dolore e manifestatemi ciò a cui anelate, perché io ve lo concederò e otterrete grazia presso di me per conseguirlo».

405. Con la presenza e le affettuose parole di Gesù ri­cevette coraggio, consolazione e gioia, giacché le pene dei credenti erano la ragione del suo martirio e il vedere san Pietro detenuto e in attesa dell'esecuzione l'affliggeva ol­tre ogni immaginazione, come anche l'apprensione per le possibili conseguenze nella comunità primitiva. Rinnovò le sue domande e dichiarò: «Mio diletto, voi conoscete bene le angosce della vostra Chiesa, le cui grida sono ar­rivate al vostro orecchio e invadono il mio intimo af­franto. Si propongono di uccidere il suo pastore: se per­mettete che questo avvenga adesso, il vostro piccolo greg­ge sarà disperso e i lupi infernali trionferanno su di voi come bramano. Or dunque, affinché io viva ordinate con autorità al mare e alla tempesta che i venti e le onde che investono questa piccola nave si quietino. Proteggete il capo del collegio apostolico e i vostri nemici restino con­fusi e, se sarà vostra volontà e a vostra gloria, si volga­no verso di me le tribolazioni, perché io patirò per i vo­stri figli e lotterò contro gli avversari invisibili con l'aiu­to della vostra destra».

406. Egli rispose: «Carissima, con la virtù e il potere che avete avuto da me, desidero che vi regoliate secondo il vo­stro volere: costruite e abbattete quanto ritenete sia conve­niente, ma vi sia noto che contro di voi si rivolterà tutto il furore dei diavoli». La prudentissima Signora lo ringraziò per questo beneficio e, offrendosi di combattere la guerra di sua Maestà, affermò: «Dio mio, mia speranza, la vostra ancella è pronta a faticare per le anime che costarono il vo­stro sangue. Benché io sia polvere inutile, voi siete infinita sapienza e potenza, e se mi assiste il vostro favore non te­merò il drago. Dal momento che nel vostro nome dispone­te che io decida e compia quello che è opportuno, intimo a Lucifero e ai suoi ministri, che stanno sconvolgendo i cri­stiani, di precipitare tutti nei loro antri e di ammutolire fi­no a quando la vostra provvidenza non darà loro licenza di risalire sulla terra». Le sue parole furono tanto efficaci che, nell'istante in cui le pronunciò ad Efeso, i demoni che era­no a Gerusalemme piombarono negli abissi senza riuscire a resistere alla forza superna che operava in lei.

407. Essi intesero che quella sciagura proveniva dalla nostra Maestra, che chiamavano nemica perché non osa­vano nominarla. Confusi e atterriti, rimasero nelle loro ca­verne finché non fu loro consentito di risollevarsi per af­frontarla in battaglia, come poi riferirò, e in questo tem­po esaminarono quali mezzi potessero scegliere a tale sco­po. Conseguito il trionfo contro il principe del male, per ottenerlo anche contro Erode e i giudei, Maria disse al Re­dentore: «Adesso, mio sovrano, se è vostro beneplacito un angelo andrà a liberare il vostro vicario». La proposta fu subito approvata e, per volontà di entrambi, come di su­premi monarchi, uno degli spiriti più eccelsi che erano pre­senti si recò alla prigione.

408. Appena vi giunse, nella notte precedente il giorno in cui Pietro doveva essere giustiziato, lo scorse legato tra i due soldati che lo custodivano insieme ad altri che sorvegliavano la porta, profondamente addormentato come loro perché privo di angustie. Per svegliarlo dovette scuoterlo e quello, assonnato, udì che gli era comandato: «Alzati in fretta, met­titi la cintura, allacciati i sandali, prendi il mantello e vieni con me». Gli caddero le catene e, senza capire che cosa gli stesse avvenendo e di che tipo di visione si trattasse, seguì il messaggero divino, il quale prima di sparire gli fece attra­versare alcune vie e gli rivelò che l'Altissimo lo aveva sciol­to dai ceppi per intercessione della Vergine. Quando tornan­do in sé comprese il misterioso beneficio, ne rese grazie.

409. Gli parve bene porsi al sicuro, informando innanzi­tutto i discepoli e Giacomo il Minore, per eseguire ciò con il consiglio di tutti. Si diresse velocemente alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, cioè al cenacolo do­ve erano riuniti, non senza afflizione, molti fedeli. Picchiò al portone e una serva, di nome Rode, scese per domandare chi fosse. Ella riconobbe la sua voce e, ricolma di gioia, la­sciandolo fuori corse a dare la notizia agli altri, che pensa­rono ad una sua fantasia; la fanciulla insisteva, ma essi, lon­tani dal supporre che il loro capo avesse potuto riacquistare la libertà, immaginarono che fosse il suo angelo. Intanto, egli in strada continuava a bussare e dunque finalmente gli fu aperto e fu accolto con enorme giubilo. Raccontò quanto era successo, affinché avvisassero in segreto Giacomo e gli altri fratelli. Prevedendo che immediatamente Erode lo avrebbe cercato scrupolosamente, decisero di allontanarlo dalla città quella notte stessa, per evitare che fosse di nuovo catturato. Allorché il re scoprì l'accaduto e non fu in grado di ritro­varlo, fece castigare le guardie e s'infuriò contro i cristiani, anche se, per la sua superbia e la sua empia condotta, Dio gli sbarrò la strada e lo punì severamente.

 

Insegnamento della Regina del cielo

410. Carissima, a causa degli effetti provocati in te dal singolare favore che Giacomo ricevette alla sua morte dal­la mia pietà, voglio rivelarti un dono che l'Eterno mi con­fermò quando gli portai la sua anima nell'empireo. Altre volte ti ho accennato qualcosa riguardo a questo segreto, ma adesso lo capirai meglio affinché ti preoccupi di esse­re veramente mia affezionatissima figlia. In quell'occasio­ne, il Padre mi parlò davanti a tutti i beati: «Colomba mia, eletta per mio compiacimento fra tutte le creature, sap­piano gli spiriti superni e i santi che a mia lode, a vostra esaltazione e a vantaggio degli uomini vi do la mia paro­la che, se essi al momento del trapasso vi invocheranno e si rivolgeranno sinceramente a voi sul suo modello, solle­citando il vostro intervento presso di me, io inclinerò ver­so di loro la mia clemenza, li guarderò con occhi benevo­li, li difenderò dai pericoli dell'ultima ora e scaccerò i cru­deli nemici che in quel passaggio si sforzano di farli peri­re. Attraverso di voi elargirò loro considerevoli aiuti per­ché resistano e si pongano in stato di grazia se collabore­ranno; voi me li presenterete ed essi otterranno il premio dalla mia destra generosa».

411. Tutta la Chiesa trionfante ed io con essa ringra­ziammo e magnificammo sua Maestà. Benché spetti ai ministri celesti il compito di condurre le anime al tribu­nale del giusto giudice appena vengono liberate dall'esi­lio terreno, ciò fu concesso anche a me, in modo subli­me ed eminente, e sovente faccio uso dei miei privilegi, così come accadde con alcuni degli apostoli. Poiché ti ve­do ansiosa di apprendere come potrai avere da me que­sto beneficio tanto prezioso, ti esorto a non privartene per ingratitudine o disattenzione. Innanzitutto lo guada­gnerai con la purezza, che è quello che più bramo da te e dagli altri, giacché il mio grande ardore per l'Onnipotente mi costringe a desiderare da tutti, con infinita ca­rità e tenerezza, l'osservanza della sua legge, perché nes­suno si allontani dalla sua amicizia; questo è quanto de­vi anteporre alla vita, morendo piuttosto che peccare con­tro il tuo sommo Bene.

412. Obbediscimi, segui il mio insegnamento, impe­gnati nell'imitare quello che di me scopri e scrivi, non frapporre intervalli nell'amare e non dimenticare mai, neppure per un istante, il profondo affetto al quale ti legò la sua immensa misericordia. Sii grata per ciò di cui sei debitrice a lui e a me, che è al di là delle tue possibilità di comprensione finché sei viatrice. Sii fedele nel corri­spondere, fervorosa nella devozione, pronta per quanto è più perfetto. Dilata il cuore e non permettere che si re­stringa con la pusillanimità, come il demonio pretende­rebbe da te. Stendi la mano a imprese forti e ardue, con­fidando sempre nel Signore; non ti avvilire e non ti ab­battere nelle avversità, non impedire il disegno di Dio in te né gli altissimi fini della sua gloria, tieni accesa la fe­de e la speranza nelle maggiori angustie e tentazioni. Per compiere tutto questo, trova ausilio nell'esempio dei miei servi e nella conoscenza che ti ho dato della felicissima sicurezza di coloro che sono sotto la protezione divina: con la fiducia e la dedizione verso di me, Giacomo ebbe nel martirio il particolare favore che ho spiegato e superò innumerevoli travagli, conquistando la corona; nella stes­sa maniera, Pietro stava tranquillo e sereno in prigione, senza mai perdere la pace interiore, e meritò che il mio Unigenito ed io avessimo una simile sollecitudine per la sua salvezza. I mondani figli delle tenebre non sono de­gni di tale soccorso, poiché si appoggiano sulle realtà vi­sibili e sulla loro astuzia diabolica. Sollevati e scuotiti da questi inganni, aspira a quello che è più eccelso, perché sarà con te il braccio vigoroso che operò in me tante me­raviglie.

 

CAPITOLO 3

Maria beatissima interviene nella circostanza della morte e del castigo di Erode; san Giovanni predica ad Efeso, dove accadono molti miracoli; Lucifero si rialza per muovere guer­ra alla Regina del cielo.

 

413. L'amore genera nel cuore alcuni effetti somiglianti a quelli che la gravità produce nella pietra: come questa si muove verso il punto in cui il proprio peso l'attira, cioè il centro, così esso, che ne è il peso, lo trae a ciò che bra­ma. Se anche alcune volte per necessità o inavvertenza il cuore si volge altrove, l'amore rimane pronto e, appena tor­na indietro, lo invia subito al suo oggetto. Sembra che ta­le peso o potere lo privi in qualche maniera della libertà, giacché lo fa diventare servo dell'amato, ma è così affin­ché la volontà, mentre l'amore è forte, non comandi nien­te al di fuori di quello che questo agogna e richiede. Da qui deriva la nostra felicità o infelicità, a seconda di come tale sentimento è impiegato, poiché colui al quale siamo legati diviene il nostro proprietario: se è malvagio e vile, ci maltratta e ci opprime; se è buono, ci esalta e ci rende tanto più fortunati quanto più è nobile e perfetto. Con que­sta filosofia io vorrei dire qualcosa delle rivelazioni che ho avuto circa il modo di vivere di Maria, che crebbe in ciò sempre maggiormente e senza interruzione né mancanza, dalla sua concezione sino a quando giunse al godimento perpetuo di Dio.

414. Tutta la celeste carità degli angeli e degli uomini, se venisse sommata insieme, sarebbe minore di quella del­la Signora; eppure, da essa risulterebbe di sicuro un in­cendio che, sebbene non infinito, ci parrebbe tale perché eccessivo per la nostra capacità. Ora, se il suo affetto an­dava oltre, solo l'Altissimo lo poté ponderare, con l'impe­to con cui la teneva soggiogata, inclinata e ordinata a sé. Capiremo che nel suo animo tanto puro, casto e acceso non vi era altro dominio, movimento o spazio che per ane­lare sommamente al bene illimitato; tuttavia, questo avve­niva in grado troppo elevato per le nostre piccole facoltà e noi possiamo crederlo più che comprenderlo, e confes­sarlo più che penetrarlo. L'ardore che pervadeva il suo in­timo sollecitava e suscitava in esso nello stesso tempo un fervente desiderio di contemplare il volto del suo diletto, che era lontano, e di soccorrere la Chiesa, che era pre­sente. In tale preoccupazione ella s'infiammava intera­mente, ma con la sua profonda scienza riusciva a domi­nare le due inclinazioni, senza che si opponessero tra lo­ro e che ne respingesse del tutto una per abbandonarsi del tutto all'altra; al contrario, si consegnava ad entrambe, con ammirazione dei santi e con pienezza di compiacimento del Santo dei santi.

415. In una simile eccellenza rifletteva sullo stato della comunità primitiva, che le era stata affidata, e su come me­glio adoperarsi per la sua quiete e propagazione. Tra que­sti affanni, le fu di qualche consolazione vedere che il vi­cario di Cristo fu scarcerato, perché attendesse alla guida dei fedeli, e che Lucifero e i suoi demoni furono scacciati da Gerusalemme e momentaneamente spogliati della loro tirannia, perché i seguaci di Gesù avessero un po' di respiro e si mitigasse la persecuzione. La sapienza superna, che di­stribuisce la tribolazione e il sollievo con misura, calcolo e peso, dispose che le fossero palesate le cattive condizioni di Erode: ella conobbe la bruttezza abominevole di quella disgraziatissima anima per i suoi grandi e spropositati vizi e per le sue reiterate colpe, che provocavano lo sdegno del giusto giudice; intese ancora che egli e i giudei, per il pessimo seme che i diavoli avevano piantato in loro, erano in­furiati contro il nostro Maestro e i suoi discepoli dopo la fuga di Pietro, e che l'iniquo re aveva intenzione di truci­dare ogni devoto che avesse trovato in Giudea e in Galilea, utilizzando tutte le sue energie e tutta la sua potestà. Ben­ché fosse informata di questa sua determinazione, non eb­be notizia di quale fine avrebbe avuto, ma, per la sua in­fluenza e depravazione, quella scelleratezza le causò enor­me orrore e quella rabbia immenso dolore.

416. Tra queste ansie e la fiducia nell'Eterno, si affaticò incessantemente supplicando il suo favore con lacrime, ge­miti e altri esercizi. Nella sua eccezionale prudenza parlò a uno dei custodi: «Ministro del Creatore, la cura della Chiesa mi sprona con veemenza ad arricchirla e a farla progredire. Vi prego di salire presso il trono di sua Mae­stà a manifestargli la mia afflizione e ad implorarlo di con­sentirmi di patire per i suoi figli, non permettendo che il governatore realizzi ciò che ha stabilito per distruggerla». Eseguì immediatamente il comando, mentre la Vergine re­stò come un'altra Ester a impetrare la liberazione e la sal­vezza del popolo. Al suo ritorno, le rispose da parte delle tre Persone divine: «Sovrana dell'universo, il Signore degli eserciti afferma che voi siete madre e regina della Chiesa e state al suo posto con la sua autorità finché siete viatri­ce. Esige che in quanto tale pronunciate con severità la sentenza contro costui».

417. Ella nella sua umiltà si turbò molto e con il vigo­re del suo amore replicò così: «Devo forse pronunciare la sentenza contro chi è a somiglianza del mio Artefice? Dal­l'istante in cui mi ha formata ho incontrato numerosi re­probi e mai ho domandato vendetta, ma anzi ho sempre bramato che ottenessero il rimedio e non fosse accelerata

la loro punizione. Recatevi di nuovo a riferirgli che il po­tere del mio tribunale è dipendente dal suo e non mi è da­to di infliggere ad alcuno la pena capitale senza consulta­re il superiore, e che, qualora ci sia modo di ricondurre Erode sul sentiero della vita, io sopporterò tutti i travagli del mondo, come la sua provvidenza decreterà, affinché non si perda». Quando ebbe portato il secondo messaggio, fu incaricato di dichiararle: «Nostra Principessa, quest'uomo è uno dei dannati, poiché è tanto ostinato nelle sue malva­gità che non accetterà nessun avviso, ammonimento o in­segnamento, né collaborerà con gli aiuti che gli saranno of­ferti, né approfitterà del frutto della redenzione, dell'inter­cessione degli eletti e dei vostri immani sforzi per lui».

418. Maria inviò per la terza volta l'angelo con queste parole: «Se è conveniente che egli soccomba perché non opprima i credenti, ricordate a Dio che nella sua infinita tenerezza mi concesse che fossi madre e rifugio dei di­scendenti di Adamo, nonché avvocata dei rei; che il mio fosse un tribunale di indulgenza per ricevere e soccorrere coloro che vi si sarebbero accostati chiedendo il mio in­tervento; che tutti, giovandosene, avessero da me la re­missione a nome del mio Unigenito. Dunque, io che ho vi­scere di misericordia verso di essi, sua opera e prezzo del suo sangue, come sarò ora dura nei loro confronti? Mai mi è stato affidato il castigo, ma sempre la clemenza, al­la quale il mio cuore è interamente inclinato, e adesso que­sto è agitato tra la compassione della carità e l'obbedien­za del rigore. Presentate la mia angustia alla beatissima Trinità e comunicatemi se gli è gradito che egli perisca sen­za che io lo condanni».

419. Ascese al cielo e fu ascoltato con estremo compia­cimento di una così profonda sensibilità; quindi, le an­nunciò: «L'Altissimo asserisce che la vostra pietà è per quanti se ne vorranno avvalere, e non per quanti la di­sprezzano e disdegnano come farà Erode, e che voi siete guida della comunità ecclesiale con tutta la sua potenza, per cui spetta a voi usarne nella maniera opportuna, giac­ché costui deve spirare per vostro verdetto». La Signora disse: «Egli è giusto e retti sono i suoi giudizi. Io soffri­rei ripetutamente la morte per riscattarlo, se liberamente non si fosse reso impossibile il perdono. È stato plasmato dalle sue mani e a sua immagine, ed è stato riacquistato con il sangue dell'Agnello che lava i peccati; non per que­sto, bensì perché è divenuto pertinace nemico dell'Eterno e indegno della sua amicizia, con la sua ineccepibile equità determino che abbia la morte che si è meritata, affinché non metta in atto le scelleratezze che intenta e non giun­ga a meritare maggiori tormenti nell'inferno».

420. Gesù compì tale prodigio a esaltazione di colei nel­la quale aveva assunto la nostra sostanza e a testimonian­za del suo innalzamento a dominatrice di tutte le creatu­re con suprema potestà su di esse, simile in questo a lui. La migliore spiegazione di siffatto mistero è costituita dal­le espressioni dello stesso Cristo che si leggono nel capi­tolo quinto di Giovanni: Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tut­to quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati. Come il Padre risu­scita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole; il Padre infatti non giudica nessuno ma ha ri­messo ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. Subito aggiunge: E gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo; lo è per mezzo della Vergine santissima e, sapendo la somiglianza che ella ebbe con lui, intenderemo la corrispondenza del­la Madre con il Figlio come del Figlio con il Padre in que­sta autorità. Sebbene ella sia regina benigna per quelli che la invocheranno, nel contempo il Signore desidera che si riconosca il suo pieno potere di giudicare e che tutti la onorino come onorano il Figlio, che l'ha associata ad esso nel grado che le compete essendo sua genitrice, per quan­to semplice donna.

421. La nostra sovrana comandò al messaggero di re­carsi a Cesarèa, dove si trovava il persecutore, e di togliergli la vita come ministro della giustizia superna. La sentenza fu eseguita prontamente e gli Atti narrano che costui fu colpito ed esalò l'ultimo respiro roso dai vermi, che lo con­sumarono miseramente; la ferita dalla quale questi e la cor­ruzione ebbero origine fu interna. Consta inoltre che, do­po la decapitazione di Giacomo e la fuga di Pietro, si era trasferito da Gerusalemme in quella città e lì aveva stret­to un accordo con gli abitanti di Tiro e di Sidone. Avvol­to nel manto regale e seduto sul podio, aveva pronuncia­to un eloquente discorso, e il popolo adulatore e vano lo aveva applaudito e acclamato come una divinità. Pazzo e folle aveva accettato tale tributo e, per non aver glorifica­to Dio e aver usurpato il suo posto con ingannevole pre­sunzione, era stato ucciso. Anche se questa colpa fu quel­la che colmò la misura delle sue perversità, non si guada­gnò il castigo esclusivamente per essa, ma pure per tutte le altre di cui si era macchiato in precedenza angariando gli apostoli, prendendosi gioco di sua Maestà, facendo ta­gliare il capo al Battista, congiungendosi in uno scandaloso adulterio con sua cognata Erodiade e commettendo in­numerevoli abominazioni.

422. L'angelo tornò immediatamente a riferire l'accadu­to alla pietosa Principessa, che, pur piangendo la perdita di quell'anima, lodò i decreti celesti ringraziando per il be­neficio che con ciò era stato elargito alla comunità dei di­scepoli, la quale cresceva e si diffondeva con la parola del Vangelo, e non soltanto nella Galilea e nella Giudea or­mai sollevate dall'oppressione di Erode; il prediletto, in­fatti, con il sostegno di lei aveva cominciato a piantare la Chiesa in Efeso. Egli era pieno di sapienza come un che­rubino e pieno di ardente carità come un serafino, e per di più aveva accanto come maestra la stessa autrice della sapienza e della carità. Con questi ricchi privilegi, poté in­traprendere grandi opere e realizzare enormi meraviglie per fondare la legge di grazia in quella località, nella zo­na circostante e persino entro i confini dell'Europa.

423. Appena arrivato, iniziò a predicare battezzando chi accoglieva la fede e confermando il suo annuncio con sin­golari prodigi mai visti tra quei gentili. Poiché nelle scuo­le dei greci vi erano parecchi filosofi e uomini dotti nelle loro scienze, benché traboccanti di errori, li convinceva in­segnando la vera scienza e avvalendosi, oltre che di segni straordinari, di ragionamenti con cui rendeva più credibi­le la sua dottrina. Affidava subito tutti i convertiti a Ma­ria, che li catechizzava e, conoscendone l'intimo e le in­clinazioni, parlava al cuore di ciascuno e vi riversava gli influssi della luce divina. Ella compiva molteplici ed ecce­zionali portenti: liberava gli indemoniati, sanava ogni in­fermità, soccorreva i poveri e i bisognosi affaticandosi al­lo scopo con le proprie mani, assisteva i malati negli ospe­dali servendoli e curandoli di persona, teneva in casa roba e vestiti per i più indigenti. Aiutava poi molti nel mo­mento della morte, affrancandoli dalla tirannia di satana e mettendoli in tale pericoloso passo sul cammino verso l'Eterno. Furono tanti quelli che trasse sulla via della ve­rità e della vita e tanti i miracoli che effettuò a questo fi­ne che non basterebbe una cospicua quantità di libri per scrivere tutto, perché non passava ora in cui non aumen­tasse il retaggio del Signore con gli abbondanti e copiosi frutti che gli conquistava.

424. I diavoli erano estremamente turbati e infuriati con­statando che di giorno in giorno la comunità primitiva si andava sviluppando grazie alla santità, sollecitudine e so­lerzia della Vergine. Sebbene si rallegrassero per la danna­zione di tutti coloro che portavano alle tenebre dell'infer­no, ricevettero terribile tormento dal decesso del perfido go­vernatore, poiché non avevano alcun timore che si ravve­desse e lo usavano come efficace strumento contro i seguaci del Redentore. La Provvidenza permise loro di rialzarsi da­gli abissi, dove erano stati precipitati dalla Regina mentre erano in Gerusalemme e dove avevano escogitato delle ten­tazioni per osteggiarla. Lucifero decise di lamentarsi di co­stei al cospetto dell'Altissimo come si era lamentato di Giob­be, quantunque con più risentimento, e con questo pro­posito prima di risalire disse ai suoi ministri:

425. «Se non distruggiamo la nostra nemica, indubbia­mente sarà lei a distruggere il nostro impero, giacché tutti conveniamo che ha una virtù più che umana, con la quale ci prostra ed annienta quando e come vuole, senza che fi­nora abbiamo trovato la maniera di abbatterla né di resi­sterle. È questo quello che non riesco a tollerare. Non mi provocherebbe tanta confusione avere a che fare con Dio ed essere sconfitto direttamente da lui, che si è sdegnato per i miei sublimi pensieri e per la mia opposizione e ha un im­menso potere per schiacciarci; ella però, pur essendo Ma­dre del Verbo incarnato, non è Dio, bensì semplice creatu­ra e di natura vile. No, non sopporterò ulteriormente che mi tratti così e mi scagli in queste profondità ogni volta che ne ha il capriccio. Andiamo tutti a toglierla di mezzo ed esponiamo le nostre querele a sua Maestà come abbiamo progettato». Il drago pose in atto il suo piano e allegò i suoi falsi diritti, protestando che egli era un angelo di natura as­sai superiore, eppure il favore superno innalzava dal suo sta­to quella che era terra e polvere in modo da non dargli la possibilità di molestarla e perseguitarla. Avverto che gli av­versari non si presentano dinanzi al sommo sovrano trami­te una visione, perché non è loro consentito di guadagnar­la, ma ottengono di dialogare con lui tramite la conoscen­za che hanno degli arcani celesti, benché limitata e forzata.

426. Il maligno ebbe licenza di tornare a muover guer­ra alla Signora, anche se gli furono negate molte delle con­dizioni che domandava poiché erano ingiuste. A ciascuna delle parti furono concesse le armi appropriate, perché il trionfo della Principessa fosse magnifico ed ella calpestas­se la testa dell'antico e velenoso serpente. Tale battaglia fu misteriosa, come illustrerò più avanti, ed è contenuta nel capitolo dodicesimo dell'Apocalisse con altri segreti che ho spiegato all'inizio di questa Storia. Segnalo unicamente che tutto ciò fu disposto non soltanto per la sua maggior glo­ria e per l'esaltazione della potestà e della sapienza divine, ma altresì affinché ci fosse un valido motivo per alleggeri­re la Chiesa dall'oppressione dei demoni e affinché la bontà infinita fosse vincolata con equità a spargervi i benefici che le sue vittorie procuravano, vittorie che esclusivamente el­la era in grado di arrivare a conseguire. L'Onnipotente ope­ra sempre così in essa, preparando e munendo alcune ani­me elette perché i seduttori le assalgano nella loro ira come sue membra: se queste li debellano con l'aiuto della gra­zia, il loro successo ridonda a vantaggio dell'intero corpo mistico dei battezzati, sui quali viene perso ogni diritto. Insegnamento della Regina del cielo

 

Insegnamenteo della Regina del cielo

427. O diletta, nella mia narrazione ti ribadisco sovente la rovina del mondo e della comunità ecclesiale e il mio materno desiderio che tu mi segua ed imiti; ne ho davve­ro fondamento per obbligarti ad unirti a me nel biasimo e a piangere quello che io piangevo quando ero tra voi, poi­ché nel tuo secolo mi affliggerei alquanto se potessi prova­re dolore. Sii sicura, carissima, che vivi in un'epoca in cui dovresti versare lacrime di sangue per le calamità dei di­scendenti di Adamo e, dal momento che non le pondererai certo del tutto in una volta, ora ti rivelo nuovamente che cosa scorgo da quassù tra gli uomini e in particolare tra i credenti. Volgi dunque gli occhi verso i pagani, che sono in gran numero nelle tenebre dell'errore, nel quale senza spe­ranza di rimedio corrono al castigo perenne. Osserva an­cora i cattolici, che, dimentichi e disinteressati di questa sciagura, non se ne angustiano affatto: come disprezzano la propria salvezza, non attendono a quella degli altri e, co­me in loro la fede è morta e manca l'amore, non si ram­maricano della dannazione di quanti sono stati anch'essi creati per lo stesso Dio e redenti con il sacrificio di Gesù.

428. Tutti sono figli di un solo Padre che sta nei cieli e ciascuno è tenuto a prendersi cura di suo fratello nella maniera in cui è capace di soccorrerlo. Un simile debito spetta soprattutto ai cristiani, che con suppliche e preghiere possono farlo, e impegna principalmente i governanti che sono più favoriti dal braccio generoso dell'Altissimo. Costoro, che per la legge evangelica godono di tante como­dità temporali e le convertono tutte in soddisfazione della carne, sono quelli che, perché forti, saranno fortemente tormentati. Se i pastori e i superiori della casa del Signo­re non pensano che a restare nella mollezza e distanti dai travagli, mettono sul loro conto lo scempio del gregge e la strage che ne fanno i lupi infernali. In che deplorevole con­dizione hanno posto il nostro popolo i governanti, i pastori e i malvagi ministri che sua Maestà gli ha dato per i suoi imperscrutabili decreti! Oh, che punizione e confusione li aspettano! Nel tribunale del retto giudice non avranno scu­se, giacché la dottrina che professano li disinganna, la co­scienza li riprende ed essi sono sordi a tutto.

429. La causa dell'Eterno e del suo onore è sola e sen­za padrone, e le sue facoltà, cioè le anime, sono senza ef­fettivo alimento: quasi tutti badano al proprio tornacon­to, ognuno con la sua diabolica astuzia e ragione di sta­to, la verità è oscurata e offesa, l'adulazione stimata, l'a­vidità sfrenata, il sangue dell'Unigenito calpestato, il frut­to del riscatto vilipeso, e nessuno vuole rischiare il suo agio o il suo utile affinché il nostro Maestro non perda ciò che gli costò la sua passione. Persino i suoi amici hanno dei difetti in questo, perché non usano della ca­rità e della santa libertà con lo zelo necessario, e i più sono vinti dalla codardìa o si accontentano di faticare sol­tanto per se stessi non preoccupandosi degli altri. Ne de­durrai che, dopo che egli ha piantato la Chiesa con le sue mani e l'ha resa fertile con il suo sangue, sono soprav­venuti quegli infelici tempi dei quali si lamentarono i pro­feti dicendo che l'avanzo della cavalletta l'aveva divorato la locusta, l'avanzo della locusta l'aveva divorato il bru­co, l'avanzo del bruco l'aveva consumato la ruggine. Quindi, nella sua vigna si comporta come chi bacchia le olive o come chi, finita la vendemmia, va racimolando, per raccogliere quanto non è stato scosso e sottratto da Lucifero.

430. Se tu ami sinceramente il tuo sposo e me, come riceverai conforto, riposo o quiete nel tuo cuore consta­tando un danno tanto penoso in coloro che egli ricom­prò con il suo sangue e io con quello delle mie lacrime? Oggi, qualora mi fosse possibile spargerle, lo farei con nuovi gemiti di compassione per i pericoli della comu­nità ecclesiale; ma, poiché non lo è, desidero che lo fac­cia tu e che ti guardi dall'accettare consolazioni umane in anni disgraziati e deprecabili. Piangi dunque amara­mente e non lasciarti sfuggire il premio di tale sofferen­za, che deve essere così viva da non ammettere altro sol­lievo che l'afflizione per colui che adori. Rifletti su quel­lo che io compii per riparare alla rovina di Erode e al­lontanare da essa chi si avvarrà della mia intercessione, che nella visione beatifica è continua per i miei devoti. Non scoraggiarti fra le tribolazioni che il Salvatore ti in­vierà affinché aiuti il tuo prossimo e gli acquisti la sua eredità, e sforzati di compensare in qualche modo le in­giurie che subisce con una purezza più di angelo che di donna terrena. Combatti le sue guerre contro i suoi ne­mici, in nome suo e mio schiaccia loro il capo e preci­pitali negli abissi comandando con autorità sulla loro su­perbia; consiglia inoltre ai sacerdoti con i quali parlerai di fare lo stesso con il potere che hanno e con profonda fede per difendere i credenti ed in essi la gloria di Dio, perché in questa maniera riusciranno ad abbatterli con la virtù divina.

 

CAPITOLO 4

Maria santissima distrugge il tempio di Diana in Efeso e vie­ne condotta dai suoi angeli nell'empireo, dove i1 Signore la prepara a combattere vittoriosamente il drago infernale in un duello, che ha poi inizio dalle tentazioni di superbia.

 

431. La città di Efeso, situata al confine occidentale del­l'Asia, è alquanto celebre per molte cose grandi che in pas­sato la fecero diventare illustre e famosa nel mondo inte­ro, ma la sua maggiore eccellenza consiste nell'avere al­loggiato per vari mesi la suprema Regina del cielo e della terra. Questo privilegio la rese oltremodo fortunata, men­tre il resto in verità le aveva fino ad allora apportato in­felicità ed infamia, avendo essa tenuto tanto stabilmente sul suo trono il principe delle tenebre. La Vergine, veden­dosi accolta generosamente e con l'offerta di numerosi do­ni, nel suo ardentissimo amore si sentì naturalmente im­pegnata a pagare con più copiose grazie l'ospitalità di co­loro che vi dimoravano, quelli a lei più vicini e benefatto­ri degli estranei; così, se con tutti era liberalissima, con es­si dovette esserlo in grado superiore. La sua gratitudine la spinse a simili riflessioni e si giudicò in dovere di assiste­re tale località: fece un'orazione speciale, pregando fervo­rosamente il suo Unigenito di effondervi la sua benedizio­ne e di illuminare come padre pietoso la gente lì residen­te, guidandola alla vera fede e alla sua conoscenza.

432. Le fu risposto che ella, Signora della Chiesa e del­l'universo, poteva fare con autorità tutto ciò che fosse di sua volontà, ma era necessario che tenesse conto degli osta­coli per i quali quel luogo non era idoneo ad accettare i doni della misericordia divina; gli abitanti, infatti, con le abominazioni di colpe antiche e presenti avevano posto ca­tenacci alle porte del perdono ed erano degni di una dura condanna, che sarebbe già stata eseguita su di essi se l'Altissimo non l'avesse rimandata a motivo di lei, il cui arri­vo era avvenuto proprio quando tali perversità erano giun­te al culmine. Intese, inoltre, che la sovrana equità le chie­deva il consenso e il permesso per l'annientamento di que­gli idolatri. Il suo compassionevole cuore si afflisse forte­mente, ma la sua quasi immensa carità non si scoraggiò e, moltiplicando le domande, replicò:

433. «Re giusto e clemente, mi è chiaro che per la pe­na attendete che non ci sia più spazio per la pazienza e che perciò, per sospenderla, è per voi sufficiente che nel­la vostra sapienza troviate un qualunque motivo, per quan­to piccolo, da parte dei peccatori. Considerate che sono stata accolta perché io rimanga qui secondo il vostro be­neplacito, che sono stata soccorsa e che a me e al vostro servo Giovanni sono stati messi a disposizione molti ave­ri. Temperate il vostro rigore e rivolgetelo pure contro di me, che me ne farò carico per la salvezza di questi mise­rabili. Voi avete bontà e magnanimità infinita per vincere con il bene il male, e potete senza fatica rimuovere ogni difficoltà affinché essi approfittino dei vostri benefici e di fronte ai miei occhi non periscano tante anime, che sono opera delle vostre mani e prezzo del vostro sangue». Egli ribatté: «Colomba mia, bramo che capiate esattamente la causa del mio sdegno e come se lo sono meritati coloro per i quali mi supplicate. Fissate la vostra attenzione e tut­to vi sarà noto». Immediatamente le fu manifestato quel­lo che segue.

434. Comprese che, parecchi secoli prima, Lucifero in uno dei conciliaboli da lui riuniti aveva parlato in questo modo: «Dalle informazioni che ho avuto nel mio stato pre­cedente, dalle parole dei profeti e da quanto Dio ha rive­lato ad alcuni suoi amici, ho scoperto che egli si deve ri­tenere assai obbligato dal fatto che in futuro persone del­l'uno e dell'altro sesso si astengano da molti vizi che è mio proposito custodire tra loro, ed in particolare dai piaceri della sensualità e dalla sete del possesso, rinunciando per­sino a ciò che sarebbe lecito. Perché lo facciano anche con­tro il mio desiderio, concederà loro consistenti aiuti, con i quali spontaneamente siano casti e poveri e pieghino il proprio volere a quello di altri. Se con queste virtù ci scon­figgeranno, otterranno premi eccezionali, come ho investi­gato in alcuni che sono vissuti in tale maniera; dunque, i miei intenti resteranno delusi, qualora non procuriamo di rimediare a un danno così enorme e di compensarlo per tutte le vie possibili alla nostra astuzia. Per di più, se il Verbo si farà carne, come abbiamo udito, sarà assoluta­mente puro e insegnerà ad esserlo a tanti altri, e perfino alle donne; esse, benché più deboli, sono più tenaci e mi tormenterebbe terribilmente che trionfassero su di me, che ho fatto cadere la loro progenitrice. Le Scritture promet­tono molto riguardo ai favori di cui i mortali godranno con la sua presenza nella loro stessa natura, che certa­mente egli deve sollevare e arricchire con la sua potenza».

435. Proseguì: «Per oppormi ho bisogno del vostro con­siglio e della vostra diligenza, e fin d'ora sforziamoci di impedirne il conseguimento». Si intuisca allora quanto lon­tana origine abbiano l'odio e le insidie dell'inferno contro la perfezione evangelica professata dagli ordini religiosi. Questo punto fu discusso ampiamente ed infine fu deciso che una quantità elevata di demoni venisse preparata per comandare le legioni che avrebbero dovuto circuire chi si fosse proposto di condurre una simile esistenza. Inoltre, fu determinato che, per deridere soprattutto la pudicizia, fos­sero subito designate delle vergini apparenti e bugiarde, le quali con tale qualifica fasulla si votassero all'ossequio di satana. I nemici valutarono che con il loro piano diaboli­co non soltanto avrebbero rapito con maggior gloria quel­le infelici, ma avrebbero anche screditato la vita consa­crata, che presumevano la Madre e il Figlio avrebbero isti­tuito. Affinché la setta da loro inventata prevalesse più facilmente, presero la risoluzione di fondarla con ogni ab­bondanza di risorse temporali e di tutto quello che risul­ta delizioso, fosse anche nascostamente; difatti, in segreto avrebbero acconsentito ad un comportamento licenzioso sotto il titolo di castità dedicata a dèi falsi.

436. Sorse tra di essi una disputa sull'opportunità che gli adepti fossero maschi oppure femmine: ad alcuni sem­bravano preferibili i primi, che essendo più costanti ne avrebbero garantito la durata, mentre altri pensavano mi­gliori le seconde, più agevolmente abbindolabili perché, discorrendo con minor capacità di ragionamento, avreb­bero tardato a riconoscere lo sbaglio; queste, infatti, sono scarsamente intelligenti, credulone, veementi in ciò che amano ed apprendono, e più atte ad essere mantenute nel­l'errore. L'ultimo parere si impose e fu approvato, senza che però si escludessero del tutto gli altri, poiché taluni avrebbero abbracciato quelle menzogne per il prestigio che ne sarebbe derivato, specialmente se fossero state di ap­poggio alle loro furberie e frodi per non perdere la vana stima che il medesimo serpente avrebbe guadagnato ad essi con la sua scaltrezza, per conservare a lungo nell'i­pocrisia e nella simulazione coloro che si sarebbero as­soggettati a lui.

437. Fu deliberata la costituzione di una congregazio­ne di finte vergini, dal momento che il drago disse: «An­che se mi compiacerebbe avere vergini dedite al mio cul­to, come ne vuole avere il Signore, la purezza mi offende tanto che non la potrei comunque sopportare. Quindi, dob­biamo far sì che esse siano oggetto delle nostre turpitudi­ni. Se qualcuna intenderà essere onesta nel corpo, colme­remo il suo intimo di fantasie e smanie immonde, salva­guardando in lei la presunzione della sua illibatezza».

438. Perché questo avesse inizio, gli spiriti maligni scru­tarono tutte le nazioni e giudicarono adatte all'esecuzione di quel disegno le amazzoni, che si erano trasferite in Scizia dall'Asia: erano combattenti, supplendo con l'arrogan­za e la superbia alla fragilità muliebre; per mezzo delle ar­mi avevano conquistato il dominio di molte province ed avevano stabilito la propria corte in Efeso, governandosi da se stesse, e sdegnavano di sottomettersi agli uomini e di accettarne la compagnia, che con tracotanza definivano schiavitù. Su questo argomento ci sono tante trattazioni, sebbene alquanto discordi, per cui non mi trattengo oltre ad affrontarlo. Basti affermare che, essendo orgogliose, am­biziose, altere e sprezzanti dell'altro sesso, furono trovate ben disposte ad essere imbrogliate con il pretesto della ca­stità. Lucifero pose in mente a diverse di loro che a moti­vo di essa sarebbero state magnificate ed ammirate, fino ad essere in qualche caso adorate come esseri divini; così, per la smisurata cupidigia di onore, si radunarono in pa­recchie e cominciarono a dimorare insieme in quella città.

439. In breve, per istigazione dei suoi ministri, aumentò considerevolmente il numero di tali donne più che pazze, tra l'apprezzamento e il plauso generale. Tra di esse ve n'era una che si distingueva per bellezza, nobiltà, talento, purezza e per altre grazie che la resero singolarmente famosa: ella si chiamava Diana. Per la venerazione in cui era tenuta e per la moltitudine che stava con lei fu dato principio al me­morabile tempio che il mondo reputò una delle sue mera­viglie e, anche se furono necessari dei secoli perché fosse completato, per la devozione che si era acquistata tra i cie­chi pagani le fu intestata la sontuosa costruzione e su quel modello da molte parti le vennero eretti tanti altri edifici sacri. Il capo dei tentatori, per accrescere la sua notorietà, le comunicava i suoi inganni, dei quali la riempiva, la ve­stiva spesso di illusorio splendore e le svelava cose occul­te affinché le predicesse; le insegnò pure alcuni riti somi­glianti a quelli usati dal popolo di Israele, per essere cele­brato con essi. Quante erano con lei la riverivano come una dèa, e lo stesso facevano i gentili, prodighi al pari che ottenebrati nell'attribuire la divinità a tutto ciò che appa­riva loro straordinario.

440. Per l'astuto raggiro, i sovrani dei regni circostan­ti, quando presero il potere dopo aver debellato le guer­riere, custodirono piamente il santuario, in cui rimase un gruppo di quelle stolte, che offrirono tra l'altro un cospi­cuo contributo perché fosse innalzato di nuovo allorché, circa trecento anni prima della redenzione, un tale lo in­cendiò. Dunque, durante il soggiorno di Maria santissima non era più in piedi il precedente, bensì questo rifabbri­cato, ed esse vi abitavano in vari ripartimenti. Siccome al tempo dell'incarnazione e della passione l'idolatria era as­sai consolidata sulla terra, non soltanto non si erano cor­rette nei propri costumi, ma erano peggiorate, e pressoché tutte avevano deprecabili relazioni con i demoni, commet­tendo con loro bruttissimi peccati e abbagliando la gente con artifici e con false profezie, con le quali satana face­va restare tutti nell'insania.

441. L'innocentissima Principessa vide vicino a sé tutto questo, e ancor di più, con afflizione tanto accesa che ne sarebbe stata ferita a morte se l'Onnipotente non l'avesse preservata in vita. Avendo constatato che il diavolo aveva per sede e cattedra di malvagità il simulacro di Diana, si prostrò davanti al suo Unigenito e gli parlò: «Eccelso Re, degno di ogni lode, è opportuno che abbiano rimedio e ter­mine siffatte abominazioni, che hanno già avuto un'ampia durata. Non posso tollerare che si dia a un'infelice ed ese­crabile creatura l'ossequio che voi solo, come Dio infinito, meritate, né che il titolo della castità sia profanato e de­dicato ai nemici. La vostra sconfinata benignità mi ha fat­to guida e madre delle vergini, che sono componente elet­ta della Chiesa, nonché il frutto più stimabile della salvezza e a voi immensamente gradito. Se tale titolo deve essere riservato a voi in coloro che saranno figlie mie, non pos­so lasciare che appartenga in modo illegittimo alle adultere. Mi lamento del serpente per l'ardire con il quale è sta­to usurpato questo diritto e vi scongiuro di castigarlo con la pena del riscatto di quelle anime dalla sua tirannia, e di farle uscire dall'asservimento alla libertà della fede e del­la vera luce».

442. Egli le disse: «Mia diletta, accolgo la vostra ri­chiesta, perché è giusto che una simile virtù non sia con­sacrata agli avversari, per quanto semplicemente di nome, mentre è così esaltata in voi e di mio sommo compiaci­mento; però, tante sono dannate e riprovate per le loro abiezioni e per la loro pertinacia, e non si rimetteranno tutte sul cammino della beatitudine». Giovanni arrivò al­l'oratorio, ma non comprese il mistero in cui ella era oc­cupata né la presenza di Gesù. Allora, la Maestra dell'u­miltà volle unire alle sue le implorazioni dell'amato Disce­polo e, domandata segretamente licenza di rivolgersi a lui, lo informò: «Carissimo, il mio cuore è trafitto dalla cono­scenza delle gravi colpe che si perpetrano contro l'Eterno nel tempio di Diana e bramo che abbiano ormai fine». L'A­postolo affermò: «Mia Signora, ho osservato qualcosa di ciò che capita in quello spregevole luogo e non sono ca­pace di contenere il pianto per la sofferenza, rilevando che al drago viene qui tributato il culto che spetta esclusiva­mente all'Altissimo; nessuno potrà arrestare questi mali se voi non vi fate carico dell'impresa».

443. Ella lo invitò ad imitarla nella preghiera per pro­curare il riparo di tale rovina e, quando si fu ritirato nel­la sua stanza, si trattenne con Cristo. Si abbassò un'altra volta al suolo dinanzi a lui e con copiose lacrime continuò le sue suppliche, perseverando in esse con ardentissimo fervore e quasi agonizzando di dolore, disponendolo a confortarla e consolarla. Finalmente le fu dichiarato: «Co­lomba mia, sia fatto senza indugio conformemente alla vo­stra volontà: comandate con autorità quanto desiderate». La Regina si infiammò di zelo per l'onore di sua Maestà e con la propria potestà ingiunse ai ministri infernali che erano nel santuario di piombare immediatamente negli abissi e di abbandonare la località che a lungo avevano posseduto. Erano numerose le legioni che vi si trovavano, inducendo in errore il mondo con le loro risposte e con­taminando quelle donne, ma in un istante, come in un bat­ter d'occhi, sprofondarono tutte in forza della sua intima­zione. Fu tanto il terrore con cui le schiacciò che, appena ebbe mosso le sue purissime labbra nel pronunciare la pri­ma parola, non aspettarono la seconda, perché erano già nelle caverne e la velocità naturale che avevano pareva lo­ro limitata per allontanarsi.

444. Non furono in grado di risalire finché non ne ri­cevettero il permesso per affrontare la battaglia che ebbe­ro con lei, ed anzi si rintanavano nei punti più distanti da quello nel quale ella era sulla superficie. Avverto che con questi trionfi Maria sbaragliò Lucifero in maniera tale che egli non poteva ristabilirsi nel medesimo posto o ripren­dere la giurisdizione di cui era stato privato, ma quella spaventosa idra era ed è così velenosa che, quantunque le fosse stata recisa una testa, ne ripullulavano delle nuove, poiché tornava alle sue iniquità con diverse macchinazio­ni ed invenzioni contro il supremo sovrano e contro la co­munità ecclesiale. Intanto ella, portando avanti la vittoria, con il consenso del Redentore spedì prontamente uno dei suoi angeli a distruggere il tempio da cima a fondo, sen­za che ne rimanesse pietra su pietra; di tutte quelle che vi dimoravano, dovevano esserne risparmiate solo nove spe­cificamente indicate, mentre le altre dovevano morire ed essere sepolte nel crollo dell'edificio, perché erano repro­be e le loro anime sarebbero precipitate fra i demoni che riverivano e ai quali obbedivano, per restare seppellite in quegli antri prima di commettere ulteriori peccati.

445. Egli eseguì l'ordine demolendo in brevissimo tem­po l'illustre e ricca costruzione, che era stata completata in vari secoli, e con enorme stupore di tutti essa apparve subito devastata e diroccata. Preservò soltanto le persone che gli erano state segnalate dalla Principessa in base al beneplacito del suo Unigenito, dal momento che come esporrò furono le uniche a convertirsi; le altre perirono e non se ne conservò memoria. Anche se gli abitanti fecero ricerche del delinquente, non riuscirono a rintracciarlo co­me era invece accaduto in occasione dell'antico incendio, giacché allora il malfattore si era manifestato per ambi­zione di fama. Da questo avvenimento l'Evangelista fu spin­to ad annunciare con maggior vigore la verità celeste e a liberare quella gente dall'inganno in cui era tenuta, e con la Madre rese grazie per il successo che avevano ottenuto sul diavolo e sull'idolatria.

446. È adesso necessario mettere in guardia i lettori dal cadere in qualche equivoco a motivo di ciò che si riferisce nel capitolo diciannovesimo degli Atti circa il tempio di Dia­na, che essi suppongono esistente quando Paolo alcuni an­ni dopo si recò là a predicare. Si narra che un abile arti­giano chiamato Demetrio, che ne lavorava riproduzioni d'ar­gento, con altri che si occupavano di cose del genere co­spirò contro di lui, perché andava sostenendo per tutta l'A­sia che non erano dèi quelli fabbricati dalle mani degli uo­mini, e persuase i compagni che tale dottrina avrebbe tolto loro ogni guadagno e avrebbe fatto cascare nel vilipendio un santuario ovunque tanto venerato. Fecero tumulto e fo­mentarono l'intera popolazione gridando: «Grande è la Dia­na degli efesini». E si verificò quanto il testo ancora rivela. Ora, affinché si intenda che questo non contrasta con quel­lo che ho scritto, preciso che il tempio di cui parla Luca fu un altro, meno sontuoso e più ordinario, che venne eretto dopo il rientro della nostra Maestra a Gerusalemme. All'arrivo dell'Apostolo era ormai stato innalzato e dall'episodio raccontato si deduce in che misura quella superstizione per­vadesse gli efesini e tutta l'Asia, sia per i molti secoli nei quali i loro antenati erano vissuti in essa sia poiché la città era divenuta celebre appunto per questa devozione. Ispirati da simili illusioni e menzogne, costoro ritenevano di non poter stare senza la loro divinità e senza elevarle luoghi di culto nel centro che ne era stato come la fonte e l'origine, poi imitato dalle altre regioni. L'ignoranza dell'autentico Dio nei pagani portò a tanto che ci fu bisogno di parecchi an­ni per farlo conoscere loro e per sradicare la zizzania di quella falsa religione, specialmente fra i romani e fra i gre­ci, che si reputavano i più saggi e avveduti.

447. Quindi, nella Vergine si accrebbe il desiderio di af­faticarsi per l'esaltazione del nome di Cristo e per la pro­pagazione della fede, perché si raccogliesse il frutto della sconfitta dei serpenti, ed ella moltiplicò le preghiere a que­sto fine. Un giorno i custodi, in forma visibile, le comuni­carono: «Nostra Regina, il Signore degli eserciti superni co­manda che vi conduciamo all'empireo, presso il suo trono, dove egli vi convoca». Rispose: «Ecco la sua serva: si com­pia in me la sua volontà». Immediatamente l'accolsero su un seggio di luce e la sollevarono sino al cospetto della Tri­nità, che non le si mostrò intuitivamente bensì astrattiva­mente. Ella si prostrò e adorò il suo essere immutabile con profonda umiltà. Il Padre le si rivolse così: «Mia diletta e colomba mansuetissima, i vostri accesi aneliti e gemiti per la mia magnificazione sono giunti al mio orecchio, le vo­stre suppliche per i credenti sono accette ai miei occhi e mi obbligano ad usare misericordia e clemenza. In ricompen­sa del vostro amore vi do un'altra volta la mia parola, con la quale voi difendiate il mio onore, annientiate i tentatori e la loro tenace superbia umiliandoli e calpestandone la cer­vice, proteggiate la mia Chiesa con le vostre vittorie ed ac­quistiate altri benefici per i suoi figli e vostri fratelli».

448. Maria esclamò: «È davanti a voi, o sommo sovra­no, la più piccola tra tutti, con il cuore pronto a qualsia­si cosa vorrete per la vostra gloria: si compia in me la vo­stra volontà». L'Eterno soggiunse: «Sia noto alla mia cor­te che io vi dichiaro guida e capo delle mie milizie, non­ché trionfatrice su coloro che mi sono ostili, perché li de­belliate nobilmente». Questo fu confermato dalle altre due Persone e tutti i beati e gli angeli proclamarono: «Si com­pia nel cielo e sulla terra la vostra volontà». Subito l'Al­tissimo chiese ai diciotto serafini più eccelsi che l'uno do­po l'altro secondo il loro ordine la decorassero ed attrez­zassero per il duello con satana. In tale circostanza si adempì misteriosamente quello che afferma il libro della Sapienza: Armerà il creato per castigare i nemici, e il resto che lì si assicura. Dapprima uscirono sei di essi e la rive­stirono con un certo lume come di impenetrabile corazza, che palesava agli eletti la sua perfezione e la sua giustizia tanto invulnerabile da assomigliare in modo ineffabile so­lo alla fortezza dello stesso Onnipotente, che tutti ringra­ziarono per questa meraviglia.

449. Ne vennero poi ancora sei, i quali, obbedendo a sua Maestà, aggiunsero un altro lume, che fu come uno splendore divino di cui le fregiarono il candido volto e che impediva ai demoni di guardarla; dunque, anche se le si avvicinavano per sedurla, non poterono mai fissare il suo viso, ed era proprio perché fosse loro nascosta che era sta­to realizzato quel prodigio. Infine, seguirono gli ultimi sei, che, incaricati di fornire strumenti offensivi a colei che ave­va la responsabilità di combattere per il supremo Re, po­sero in tutte le sue facoltà nuove qualità ed una virtù pro­porzionata ai doni concessi. Così, le fu accordata la pote­stà di ostacolare, trattenere ed arrestare a suo piacimento persino i più intimi pensieri e sforzi dei ministri di Luci­fero, che erano soggetti al suo volere senza la capacità di contravvenire alle sue intimazioni, e tuttora se ne avvale spesso a vantaggio dei fedeli e dei suoi devoti. Sia il Pa­dre sia il Figlio sia lo Spirito approvarono tutto l'orna­mento e il suo significato, attestando che otteneva in quel­la maniera la partecipazione degli attributi che sono rife­riti a ciascuno di loro, affinché tornasse con essi alla co­munità ecclesiale e abbattesse gli avversari.

450. Quindi, le impartirono la benedizione per licen­ziarla ed ella li riverì con straordinaria venerazione, prima di essere riportata nel suo oratorio dai custodi, che stupe­fatti per tali opere dicevano: «Chi è costei, che scende dal­le altezze tanto innalzata e ricca a lottare per il nome di Dio? Come è impreziosita e bella per guerreggiare le sue battaglie! O Principessa eminentissima, camminate ed avanzate prosperamente con la vostra leggiadria, proce­dete e dominate su ogni essere, e tutti lodino ed esaltino il loro Autore, che manifesta la sua generosità e il suo vi­gore nei favori che vi fa. Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti e in voi sarà benedetto da tutte le genera­zioni». Appena arrivata si stese al suolo e, stretta alla pol­vere, espresse umilmente gratitudine come era solita fare quando riceveva simili elargizioni.

451. La prudentissima Madre rimase per un po' a me­ditare e a disporsi all'imminente conflitto. Mentre era pre­sa da siffatte considerazioni, osservò che saliva dagli abis­si un drago rosso e spaventoso con sette teste, da ognuna delle quali emetteva fumo e fuoco con estremo sdegno e impeto, accompagnato da molti sotto la stessa forma. La visione fu tanto orribile che nessun altro vivente l'avrebbe potuta tollerare senza morire e si rivelò necessario che la Vergine vi fosse stata preparata e fosse stata resa invinci­bile per accettare lo scontro con quelle cruentissime bestie infernali. Queste si diressero tutte verso di lei e la minac­ciarono con furiosa rabbia e con urla: «Andiamo, andiamo ad annientare la nostra rivale. Abbiamo avuto il permesso di circuirla e di attaccarla: facciamola finita, vendichiamoci dei danni che sempre ci ha procurato e dell'essere stati pre­cipitati dal tempio della nostra Diana, ormai distrutto. An­diamo noi ora a distruggere lei: ella è una semplice don­na, e noi siamo spiriti saggi, astuti, potenti e non c'è nul­la da temere in una creatura terrena».

452. Tutte quelle schiere si presentarono con il loro ca­po provocandola a duellare. Siccome il peggior veleno di questo serpente è la superbia, per mezzo della quale ordi­nariamente introduce gli altri vizi per prostrare innumere­voli anime, stimò di iniziare da essa, colorandola in modo adeguato allo stato eccelso in cui la supponeva collocata. Allo scopo egli e i suoi si trasformarono in angeli di luce e così le si mostrarono, credendo che non li avesse scorti e riconosciuti come diavoli, nel loro aspetto proprio e le­gittimo. Incominciarono a elogiarla e adularla: «O Maria, siete grande, valorosa e forte, e il mondo intero vi onora e vi celebra per le magnifiche doti che in voi ravvisa e per le eccezionali meraviglie che compite con esse. Siete ben de­gna di questa fama, giacché non c'è alcuno pari a voi; noi ne siamo consapevoli più di tutti e quindi lo confessiamo e acclamiamo le vostre prodezze». Satana, mentre affer­mava le false verità sopra enunciate, proiettava nella sua immaginazione tentazioni di orgoglio e di presunzione, che però, invece di inclinarla o muoverla al piacere o al con­senso, furono vivi dardi di dolore che le trapassarono il can­dido e innocentissimo cuore. Non avrebbe sofferto per tut­ti i tormenti dei martiri come per queste lusinghe e, per confonderle, fece anche atti di umiltà, abbassandosi in maniera tanto mirabile ed efficace che i nemici non resistet­tero e non poterono trattenersi ulteriormente, perché fu sta­bilito che li percepissero. Fuggirono con terribili grida e di­chiarando: «Sprofondiamo nei nostri antri, poiché quel luo­go di scompiglio ci strazia in misura minore dell'insoppri­mibile modestia di costei». Dunque la lasciarono ed ella rin­graziò l'Eterno per il beneficio di tale vittoria.

 

Insegnamento della Regina del cielo

453. Figlia mia, fa parte della protervia di Lucifero pro­vare a conquistare qualcosa che egli stesso comprende im­possibile, che cioè i giusti gli siano soggetti come lo sono a Dio, per farsi simile a lui; ma non riesce a conseguire questo effetto, che contiene in sé una contraddizione, per­ché l'essenza della santità consiste nel conformarsi alla vo­lontà celeste amando l'Altissimo più di tutte le cose ed ob­bedendogli, e il peccato nell'allontanarsi da essa amando altro e obbedendo al demonio. Il decoro e la convenienza della virtù sono così corrispondenti alla ragionevolezza che neppure il maligno può negarli, per cui vorrebbe rovina­re i probi, invidioso e furibondo di non potersi avvalere di loro e smanioso di privare sua Maestà della gloria che ha nei beati per impossessarsene. Si affatica per far ca­scare ai suoi piedi qualche cedro del Libano sublime nel­la perfezione e per far discendere ad essere suoi schiavi coloro che sono stati servitori del sommo Re, impiegando in questo tutta la sua cura, la sua sagacia e la sua vigi­lanza. Dal medesimo ardente anelito gli nasce l'ansia di far sì che gli vengano dedicate delle prerogative morali, benché soltanto di nome come fanno gli ipocriti e come facevano le vergini di Diana, dato che gli sembra di par­tecipare di quello che il Signore brama e di macchiare e pervertire ciò di cui egli si compiace per comunicare la propria purezza.

454. Sappi che i raggiri e i lacci dei quali il drago si arma per corrompere i retti sono tanti che senza uno spe­ciale favore superno non si possono discernere e ancor me­no superare, liberandosi dalle sue reti e dai suoi tradimenti. Intanto l'Onnipotente desidera che la creatura, per assicu­rarsi questa protezione, non sia nella trascuratezza né con­fidi in se stessa né cessi mai di domandarla e cercarla, poi­ché indubbiamente da sola non può niente e subito perirà. La sua clemenza è notevolmente obbligata dal fervore e dalla pronta devozione, e soprattutto dalla perseverante sot­tomissione e docilità, che aiutano ad avere costanza e fer­mezza nell'opporsi all'avversario. Ti avverto, non per af­fliggerti ma perché tu usi cautela, che sono assai rare le opere lodevoli nelle quali il serpente non sparga il suo ve­leno per infettarle; infatti, generalmente procura con estre­ma astuzia di sollecitare delle tendenze che quasi occulta­mente si tirano dietro o fanno traboccare un po' l'inten­zione, affinché la persona non agisca esclusivamente per il suo sovrano e per il bene, dal momento che ogni aspira­zione diversa la vizia del tutto o parzialmente. E, siccome questa zizzania è mescolata con il frumento, al principio si individua difficilmente, se non ci si spoglia completa­mente degli affetti umani e non si esaminano le azioni al chiarore dell'illuminazione divina.

455. Tu sei informata della minaccia e della partico­lare solerzia del diavolo contro di te; non sia allora mi­nore la tua contro di lui: non ti fidare del semplice aspet­to di buona intenzione perché essa, per quanto genuina, non basta, e non sempre la si riconosce. Spesso satana con tale velo trae in inganno, proponendo qualche fine apparentemente valido o molto remoto per introdurre in qualche pericolo prossimo, e succede che quando si è ca­duti in esso non si ottiene quello che con imbroglio ci aveva inizialmente mossi. Altre volte egli per mezzo del­la buona intenzione non permette di considerare le circostanze che rendono gli atti non avveduti e mancanti. Altre poi, sotto un'intenzione che pare buona, si celano delle inclinazioni terrene, che segretamente portano via il meglio del cuore. Fra tanti rischi, il rimedio è pondera­re il proprio comportamento nello splendore che l'Eterno infonde nella parte più elevata dell'anima, grazie al qua­le si intende come distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, la menzogna dalla verità, l'amarezza delle pas­sioni dalla dolcezza della ragione. Se procederai in que­sto modo, la luce che è in te non avrà alcuna porzione di tenebra, il tuo occhio sarà sincero e monderà l'intero corpo delle tue attività, e tu sarai tutta e in tutto gradi­ta al tuo Dio e a me.

 

CAPITOLO 5

Maria santissima, chiamata dall'apostolo Pietro, torna da Efeso a Gerusalemme; continua la sua battaglia con i de­moni e affronta in mare una grande tempesta. Si narrano altri eventi straordinari che successero.

 

456. In seguito al giusto castigo ed alla meritata con­danna dell'infelice Erode, la comunità primitiva ritornò per molti giorni nella calma e nella tranquillità: benefici che acquistò dalla Vergine, con le suppliche, gli atti e le sue sollecitudini di madre. Nel contempo Barnaba e Pao­lo annunciavano la buona novella con mirabili risultati nelle città dell'Asia minore, ad Antiochia, Listra, Perge ed in molti altri luoghi, come è riferito nei capitoli tredicesimo e quattordicesimo degli Atti insieme alle meraviglie ed ai prodigi che lo stesso Apostolo delle genti vi compi­va. San Pietro, invece, fuggito da Gerusalemme appena li­berato dal carcere, si era ritirato in Asia per uscire dalla giurisdizione del tetrarca ed assistere sia coloro che si era­no convertiti lì sia quelli che stavano in Palestina. Tutti lo riconoscevano come vicario di Cristo e capo dei credenti e gli obbedivano, certi che nel cielo veniva confermato quanto egli ordinava ed operava sulla terra. Con questa fede solida ricorrevano a lui, come a supremo pontefice, nelle controversie e nei dubbi che si presentavano. I suoi più intimi collaboratori lo avvisarono così della questione mossa a Paolo ed a Barnaba da alcuni giudei ad Antio­chia ed a Gerusalemme, circa l'osservanza della circonci­sione e dei precetti di Mosè, come dirò in seguito e come riporta san Luca.

457. In questa occasione, gli apostoli e i discepoli lo pregarono di raggiungerli nella città santa per risolvere quei problemi e disporre ciò che era opportuno, affinché la predicazione non fosse ritardata proprio nel momento in cui il popolo, con la perdita del re, non aveva chi lo proteggesse e la Chiesa godeva di una serenità più stabi­le. La loro petizione inoltre allegava, per i medesimi mo­tivi, lo stesso invito a Maria poiché i devoti la desidera­vano con intimo affetto, fiduciosi che la sua presenza li avrebbe confermati nella consolazione dell'Altissimo e avrebbe dato prosperità a tutte le operazioni divine. Di­nanzi a queste comunicazioni, Pietro decise di partire su­bito, ma non prima di aver scritto alla Regina la seguente lettera:

Lettera di san Pietro a Maria beatissima.

A MARIA VERGINE MADRE DI Dio Pietro, apostolo di Gesù Cristo, servo vostro e dei servi di Dio.

458. Signora, tra i fedeli sono sorti dei dubbi e delle di­vergenze per quanto riguarda l'insegnamento del vostro Fi­glio e nostro redentore e l'antica legge di Mosè: essi vo­gliono sapere da noi se si debba continuare ad osservare quest'ultima e chiedono che sia loro palesato quello che udimmo direttamente dalla bocca del nostro Maestro. Io ritornerò presto dai miei fratelli per consultarli; intanto vi imploriamo, a sollievo di tutti e per l'amore che portate al­la comunità ecclesiale, di rientrare nella stessa città dove, dopo la scomparsa di Erode, gli ebrei vivono più pacifica­mente e i cattolici con maggior sicurezza. Molti seguaci del Messia bramano di incontrarvi e di essere consolati da voi. Non appena sarete arrivata, spediremo l'avviso nelle province in cui si trovano gli altri cristiani e, con la vostra assistenza, si delibererà quanto è proficuo riguardo alla fe­de e all'eminenza dei precetti evangelici.

459. Questo fu il tenore e lo stile della lettera. E comu­nemente tale forma di stesura fu emulata da tutti gli apo­stoli, indicando innanzitutto il nome della persona desti­nataria e poi quello del mittente, oppure viceversa, come si vede nelle epistole di san Pietro, san Paolo e degli altri. La decisione di chiamare la Principessa "Madre di Dio" come quella di nominarla nelle varie discussioni «Vergine e Ma­dre» fu presa di comune accordo dai discepoli, dopo che ebbero composto il "credo"; difatti era di enorme impor­tanza per la Chiesa consolidare nel cuore di tutti i suoi membri l'articolo della verginità e della maternità di colei che aveva generato il Salvatore. Alcuni la chiamavano "Ma­ria di Gesù", o soltanto "Maria, quella del Nazareno"; altri meno istruiti la chiamavano "Maria, figlia di Gioacchino e di Anna". Oggi viene usato più spesso il nome che le die­dero i Dodici: "Vergine e Madre di Dio", aggiungendo a que­sto anche altri titoli molto illustri e misteriosi. Un messo celeste portò la lettera alla Signora, rendendole noto da chi fosse stata redatta, ed ella la venerò subito inginocchian­dosi e baciandola, senza aprirla perché san Giovanni si tro­vava fuori a predicare; ma allorché egli fu alla sua presen­za, dopo avergli chiesto la benedizione - come era solita fare -, gliela consegnò, informandolo che era stata inviata dal sommo pontefice. Costui la interrogò sul contenuto ed ella rispose: «Voi, o signore, la leggerete per primo ed espor­rete a me quello che riporta». E così fece l'Evangelista.

460. Non posso trattenermi dallo stupore e dall'intima confusione di fronte all'umiltà e alla sottomissione che la Maestra di tutte le virtù manifestò in questa circostanza, benché apparentemente per un istante. E difatti solo la sua prudenza superna poté ritenere opportuno, per lei Madre di Dio, non leggere ciò che il vicario del suo Unigenito le aveva mandato senza il previo permesso del ministro a cui doveva attenersi, al fine di regolarsi secondo la sua volontà. Con tale esempio viene ripresa e corretta la presunzione dei sudditi, che vanno alla ricerca di artificiosi raggiri e frivole ragioni per venir meno al rispetto che devono ai su­periori; ella, invece, fu modello di santità in tutto, tanto nelle cose piccole quanto in quelle grandi. Il suo diletto, dopo aver terminato la lettura, le domandò che cosa ne pensasse, e neppure in questo ella volle mostrarsi superiore né alla pari ma soltanto obbediente, e quindi replicò: «Sta­bilite voi quello che vi sembra più conveniente, perché di­nanzi a voi sta la vostra serva pronta ad assecondarvi». Egli disse che gli pareva giusto che si facesse il volere di san Pietro dirigendosi velocemente a Gerusalemme. «È do­veroso - riprese Maria purissima - eseguire i comandi del capo dei credenti: disponete immediatamente la partenza».

461. Quindi, Giovanni andò subito a cercare l'imbarco per la Palestina, preparando quanto era necessario per il viaggio. Mentre egli si occupava di tutto questo, la divina Regina convocò le donne di Efeso, sue conoscenti, per ac­comiatarsi da loro e lasciarle istruite su quello che avreb­bero dovuto fare per restare salde nella fede. Costoro era­no settantatré e molte, oltre alle nove salvate durante la distruzione del tempio di Diana, erano vergini; tutte era­no state catechizzate e convertite dalla Signora, che aveva formato una confraternita in quella stessa abitazione dove era stata ospitata. Con loro ella incominciò ad espiare i peccati e gli abomini commessi per tanti secoli nel tempio di Diana, e diede inizio alla comune osservanza della ca­stità in quella città in cui il demonio aveva profanato tale virtù. Su tutto ciò aveva educato le suddette discepole, ben­ché esse non sapessero che quell'edificio era stato distrut­to proprio da lei; difatti, conveniva tenere nel segreto la causa di quanto era accaduto, affinché i giudei non aves­sero motivo per muoversi contro la Vergine e i gentili non si sdegnassero per lo sfrenato fervore portato alla loro dea. L'Eterno dispose, perciò, che quell'evento fosse ritenuto ac­cidentale, venisse ben presto dimenticato e non fosse nar­rato nei libri degli autori profani, come invece fu fatto ri­guardo al primo incendio.

462. La Principessa, dopo aver parlato alle sue compa­gne per consolarle del suo commiato, lasciò loro un foglio, scritto di sua mano, nel quale dichiarava: «Figlie mie, per volontà dell'Onnipotente, devo assolutamente ritornare a Gerusalemme. Durante la mia assenza cercate di tenere presente l'insegnamento che vi ho dato, udito direttamen­te dalla bocca del Redentore, che dovete riconoscere come vostro Signore e maestro, e sposo delle anime vostre, ser­vendolo ed amandolo con tutto il cuore. Serbate nella me­moria i suoi precetti, sui quali sarete illuminate dai suoi ministri e sacerdoti, che terrete in grande venerazione. Obbedite, inoltre, ai loro ordini con umiltà, senza ascoltare né ricevere altri maestri che non siano discepoli di sua Maestà o seguaci della sua dottrina. Io avrò premura che essi vi assistano e vi proteggano e non vi dimenticherò mai, intercedendo sempre a vostro favore. In vece mia resterà Maria l'antica che con sollecitudine, come ho fatto io, si prenderà cura di voi: le porterete rispetto sottomettendovi in tutto. In questa casa osserverete in modo inviolabile il ritiro e il raccoglimento. Desidero che non vi entrino mai uomini e, se sarà necessario conversare con qualcuno, ciò avvenga alla porta e davanti a tre di voi. Sarete assidue e concentrate nell'orazione, proclamerete e canterete le pre­ghiere che troverete nella stanza dove dimoravo. Cercate di mantenere il silenzio, di essere sempre mansuete e di non fare al prossimo ciò che non vorreste fosse fatto a voi. Dite sempre la verità, ed in tutti i vostri pensieri e le vo­stre parole ed opere abbiate in mente Gesù crocifisso. Ado­ratelo e confessatelo come Creatore e salvatore del mon­do; in suo nome io vi do la benedizione, supplicandolo che abiti sempre dentro di voi».

463. La purissima Madre diede queste ed altre esorta­zioni alla congregazione dedicata al suo unigenito e vero Dio. Quella che designò come superiora era una delle pie donne da cui era stata ospitata: una persona di governo, con la quale aveva avuto maggiore relazione istruendola più di tutte sulla legge e sui divini misteri. Veniva chiamata "Maria l'antica", perché la Regina aveva imposto nel batte­simo a lei e a molte altre il suo stesso nome, comunican­done loro l'eccellenza senza invidia - come afferma il libro della Sapienza - e, poiché costei era stata la prima a rice­vere questo sacramento in Efeso con tale appellativo, era detta «l'antica», a differenza delle altre, alle quali esso era stato impartito più recentemente. La suprema sovrana la­sciò loro scritto il "Credo", il "Padre nostro", i "dieci co­mandamenti" e diverse orazioni perché le recitassero vo­calmente. Inoltre, affinché eseguissero questi ed altri pii esercizi, lasciò loro una grande croce intagliata dagli spiri­ti superni con molta celerità. In più, per spronarle mag­giormente, divise fra tutte le suppellettili e le cose che ave­va, povere nel valore umano, ma ricche e di prezzo inesti­mabile poiché erano suoi pegni e dimostrazioni della sua tenerezza.

464. Si congedò infine con l'apprensione di abbando­nare coloro che proprio ella aveva generato in Cristo. Cia­scuna, pervasa dal dolore, con profondi gemiti si prostrò ai suoi piedi, come se avesse perso in un istante la con­solazione, il rifugio e la gioia interiore. Tuttavia, per la pre­mura che Maria santissima ebbe sempre di esse, le set­tantatré adepte perseverarono nel timore di Dio e nella fe­de, benché il demonio muovesse contro di loro tremende persecuzioni, sia da sé che per mezzo del popolo. Ma, pre­vedendo queste insidie, prima di partire elevò un'ardente implorazione, domandando a suo Figlio di salvaguardare e preservare dalle tentazioni quel piccolo gregge, desti­nando un custode per difenderlo da ogni pericolo di ca­duta. Il Signore fa esaudì in tutto e, in seguito, fu ella stes­sa dal cenacolo a confortare molte volte le sue compagne e ad incaricare anche i discepoli e gli apostoli che, recan­dosi in quella città, le accudissero; tale mansione adempì per tutto il tempo della sua vita.

465. Arrivato il giorno di dover salpare per Gerusalem­me, la più umile tra le umili chiese a Giovanni la benedi­zione; quindi si incamminarono insieme verso il porto, do­po aver abitato ad Efeso per due anni e mezzo. All'uscire da casa, le si manifestarono tutti i suoi mille angeli in for­ma umana, schierati in ordine di battaglia ed armati a sua

difesa come uno squadrone. Questa novità fu per lei l'av­viso di stare sempre pronta per continuare il conflitto con Lucifero e i suoi alleati. E difatti, prima di giungere alla banchina, scorse un'immensa moltitudine di legioni infer­nali che le venivano incontro sotto l'aspetto di figure spa­ventose. Seguiva un dragone con sette teste, orribile, defor­me e talmente grande da superare un bastimento; solo al vederlo così feroce ed abominevole causava enorme tor­mento. Dinanzi a queste visioni tanto terrificanti l'invinci­bile Vergine si preparò con ferventissima fede, con carità, con le parole dei salmi e con altre che aveva udito dalla bocca del Maestro. Ingiunse agli esseri celesti di assisterla, perché, ovviamente, immagini tanto atroci ed agghiaccian­ti le suscitarono qualche timore. L'Evangelista non venne a conoscenza della lotta con i diavoli sino a quando non ne fu informato da sua Altezza, che lo illuminò su tutto.

466. Dopo il loro imbarco, le vele furono spiegate, ma a poca distanza quelle furie diaboliche, che avevano il per­messo di mettere in atto la loro crudeltà, agitarono il mare scatenando una tempesta così violenta da non essere mai stata vista fino ad allora. In questa occasione l'Onnipotente volle glorificare la sua destra e la santità di Maria, consen­tendo a satana e ai suoi seguaci di dar prova di tutta la lo­ro malvagità e la loro forza. Le onde si gonfiarono con ter­ribili fragori, come se si sollevassero sui venti e apparente­mente sopra le nubi, formando fra di loro delle montagne d'acqua e di schiuma: sembrava che prendessero lo slancio per rompere le carceri nelle quali stavano rinchiuse. La na­ve veniva sferzata e sbattuta dall'uno e dall'altro lato, de­stando ad ogni colpo lo stupore di non essere ridotta in pez­zi. Alcune volte era innalzata verso il cielo, altre veniva fat­ta scendere fino a rompere le arene dell'abisso e spesso bat­teva con le coffe e le antenne contro le creste dei flutti. In alcuni momenti fu addirittura necessario che i santi angeli la sostenessero in aria e la mantenessero ferma fino a quando non fosse passato l'impeto del mare che, naturalmente, avrebbe dovuto sommergerla e ridurla in frantumi.

467. I marinai e i passeggeri riconoscevano l'effetto di tale beneficio, ma ne ignoravano la causa e, oppressi dal­l'angoscia e fuori di sé, elevavano grida e piangevano l'im­minente rovina, a loro parere inevitabile. I principi delle te­nebre per incrementare questo stato di afflizione assunse­ro forma umana e, lanciando urla come se fossero stati so­pra altri bastimenti che proseguivano sicuri, consigliavano a coloro che stavano su quello della Signora di andarsene per mettersi in salvo sugli altri. Difatti, sebbene tutti i mez­zi fossero colpiti dalla burrasca, i dragoni bramavano di mettere in atto la loro collera solo contro quello in cui era la loro nemica; e perciò gli altri, quantunque corressero un enorme rischio, non erano poi così molestati. Tale malizia fu nota solo alla Principessa e tutto l'equipaggio, essendo­ne all'oscuro, credette che le voci provenissero veramente da altri naviganti. Tratta in inganno, la truppa lasciò il co­mando, fiduciosa di poter trovare riparo su altre imbarca­zioni; ma a rimediare questo errore e a frenare l'empietà degli spiriti maligni provvidero i custodi, che assistettero la nave dove era la candidissima colomba, guidandola e reg­gendola allorché fu abbandonata e lasciata in balia del ca­so perché si fracassasse e sprofondasse a picco.

468. In mezzo ai gemiti, alla confusione e a una simile tribolazione, la purissima Madre se ne stava serena e in pa­ce nell'oceano della sua magnanimità e delle virtù che con­tinuava ad esercitare con atti tanto eroici quanto l'occasio­ne e la sua sapienza richiedevano. E, avendo esperienza dei pericoli del mare che nella venuta ad Efeso aveva cono­sciuto solo attraverso una rivelazione, si mosse nuovamen­te a compassione verso tutti quelli che navigavano, rinno­vando l'orazione e la supplica che aveva innalzato per lo­ro. Si meravigliò anche della sua indomita forza, vedendo come in una creatura insensibile risplendesse lo sdegno della divina giustizia. Passando da tale considerazione a quel­la degli uomini peccatori meritevoli dell'ira dell'Altissimo, recitò lunghe preghiere per la conversione del mondo e la diffusione della Chiesa. A questo scopo presentò al Signo­re le difficoltà della navigazione in cui, nonostante la quie­te della sua anima, pativa molto nel corpo e in modo in­comparabile nel cuore per aver capito che coloro che era­no con lei erano perseguitati dal demonio a causa sua.

469. San Giovanni, per la cura che aveva della Regina, fu partecipe di gran parte delle sue pene, che venivano ad aggiungersi a quelle sopportate da lui e, non sapendo ciò che succedeva nel suo intimo, tutto gli apparve più terri­bile; alcune volte cercava di consolare lei e anche se stes­so, parlandole e standole accanto. Benché il viaggio da Efe­so alla Palestina fosse di sei giorni, o poco più, in questa circostanza ne durò ben quindici e la tempesta quattordi­ci. Accadde allora che il santo, estenuato dalla fatica così eccessiva e prolungata, si angustiò molto e, senza potersi trattenere, le domandò: «Signora mia, che cos'è questo? Dobbiamo morire qui? Implorate il vostro Unigenito che ci riguardi con occhi di padre e ci difenda in questi peri­coli». Ella lo rassicurò: «Non vi turbate, mio diletto, per­ché è giunto il tempo di combattere le guerre dell'Eterno e vincere i suoi avversari con la fortezza e la pazienza. Io gli chiederò che non perisca nessuno di quelli che naviga­no con noi. Non dorme e non prende sonno colui che cu­stodisce Israele: i forti della sua corte ci assistono e pro­teggono; soffriamo intanto noi per chi si pose sulla croce per la salvezza di tutti». A queste parole l'Evangelista ri­prese il nuovo coraggio di cui aveva bisogno.

470. Lucifero e le sue schiere incrementarono il loro fu­rore e minacciando Maria le dissero che non sarebbe uscita viva dalla tempesta; ma queste ed altre intimidazioni erano saette molto deboli, alquanto disprezzate dalla pru­dentissima Vergine, che cercava di non farci caso disto­gliendo lo sguardo da essi senza aprire bocca. Nemmeno loro però poterono guardarla in faccia perché dal suo vi­so rifulgeva, per disposizione superna, la pienezza delle virtù. E quanto maggiore sforzo mettevano in ciò tanto me­no lo conseguivano, venendo ancor più tormentati da quel­le armi offensive, di cui sua Maestà l'aveva rivestita. Del resto, l'Onnipotente le tenne sempre nascosta la fine di que­sto lungo conflitto e non le si manifestò mai per mezzo delle visioni che ella era solita avere.

471. Tuttavia, al quattordicesimo giorno della burrasca, Gesù in persona si degnò di visitarla; scese dall'empireo ed apparendole sul mare proclamò: «Mia carissima, sono nel­l'angoscia insieme a voi». E benché la vista e le parole del proprio Figlio, in tutte le occasioni in cui ne godeva, le provocassero sempre ineffabile consolazione, in questa cir­costanza furono ancor più apprezzate. Difatti, più è gran­de la necessità, più è opportuno il soccorso. Ella allora lo adorò e rispose: «Dio mio e mio unico bene, voi siete co­lui al quale obbediscono le acque e i venti: rimirate le no­stre afflizioni e fate in modo che non muoiano le creatu­re foggiate dalle vostre mani». Egli soggiunse: «Colomba mia, da voi ricevetti sembianze umane e perciò voglio che tutti gli esseri e le cose eseguano il vostro ordine. Voi sie­te loro sovrana, perché alla vostra volontà sono sottopo­ste». La Principessa agognava che in quest'occasione Cri­sto stesso imponesse ai flutti la bonaccia, come aveva fat­to davanti agli apostoli in Galilea. Ma la situazione era al­lora diversa e, in quel frangente, nessun altro aveva quel­l'autorità. Ella obbedì e in nome del Redentore ingiunse al drago e a tutti i principi delle tenebre di lasciare libero il Mediterraneo; subito uscirono e si recarono in Palestina poiché non era stato loro comandato di sprofondare nel­l'abisso, dato che la battaglia non era ancora finita. Appe­na questi nemici si ritirarono, intimò alle acque ed ai ven­ti che si calmassero: immediatamente ritornarono in una pacifica tranquillità, tra lo stupore dei presenti che non pe­netrarono la ragione di un mutamento così repentino. Il nostro Salvatore si licenziò dalla sua santissima Madre, la­sciandola piena di giubilo e assicurandole che l'indomani sarebbe scesa a terra. E così accadde: al quindicesimo gior­no dall'imbarco la Regina e Giovanni giunsero al porto. Elevarono un cantico di lode all'Altissimo per aver libera­to tutti da pericoli così tremendi; ella ringraziò anche l'E­vangelista per averla accompagnata in quei disagi, gli do­mandò la benedizione e poi si incamminarono insieme ver­so Gerusalemme.

472. Gli angeli, come era già avvenuto all'uscita da Efe­so, la assistevano sotto l'aspetto di guerrieri, perché i dia­voli, dopo che ebbe messo piede al suolo, erano ancora in­tenti a continuare il duello. E difatti, animati da incredibi­le furore, l'assalirono con suggestioni e tentazioni che, però, come saette ritornavano contro di loro senza scalfire la tor­re di Davide, dalla quale pendevano mille scudi e tutte le armi dei prodi e il cui muro era edificato con bastioni d'ar­gento. Appena arrivata a destinazione, la grande Signora sollecitata dalla pietà e dalla devozione desiderò visitare, pri­ma di recarsi a casa sua, i luoghi consacrati con la nostra redenzione, come aveva fatto prima di partire; ma, poiché san Pietro da cui era stata invitata a rientrare si trovava in città, decise di anteporre l'obbedienza alla propria aspirazione, conoscendo l'ordine da rispettare. Quindi, si recò di­rettamente da lui al cenacolo e, postasi in ginocchio, lo sup­plicò di benedirla e di perdonarla se non aveva adempiuto premurosamente il suo beneplacito. Inoltre gli chiese la ma­no per baciargliela, come si deve ad un sommo sacerdote, e non si discolpò di aver ritardato a causa della tempesta, né proferì altro. Egli seppe i rischi che avevano corso du­rante la navigazione solamente da quanto gli fu riferito in seguito dall'Apostolo. Tutti ricevettero la loro Maestra con indicibile gioia, venerazione ed affetto e, prostrandosi ai suoi piedi, le resero grazie per essere tornata a riempirli di gau­dio e consolazione, e per aver scelto di dimorare dove avreb­bero potuto vederla e servirla.

 

Insegnamento della Regina del cielo

473. Carissima, bramo che richiami continuamente al­la memoria il consiglio che ti ho dato sin dal principio ri­guardo alla narrazione dei sublimi segreti della mia vita: questi misteri non siano rivelati alla Chiesa solamente tra­mite uno strumento insensibile, quale può essere la sem­plice esposizione, ma voglio che tu sia colei che per pri­ma e più di tutti guadagni i favori divini, eseguendo il mio insegnamento ed imitando le mie virtù. A tal fine il Si­gnore ti ha chiamata ed io ti ho eletta come figlia e di­scepola. E poiché hai una degna considerazione del mio comportamento, quando non aprii la lettera del vicario di Cristo senza il permesso di Giovanni, ti manifesterò ancor più la dottrina racchiusa in questo gesto. Ti dico perciò che non è piccola cosa praticare l'umiltà e l'obbedienza, fondamenti della perfezione cristiana: entrambe sono gra­dite all'Altissimo e ottengono copiosa rimunerazione dalla sua liberale misericordia e dalla sua equità.

474. Ti sia, dunque, noto che per l'uomo nessuna opera è più faticosa del sottomettersi a un altro, ma nessun esercizio è più necessario di questo per domare l'altera cervice che satana pretende di fomentare in tutti i discendenti di Adamo. A tale scopo i nemici si affannano con somma astu­zia per far sì che essi si attacchino al proprio parere e alla propria volontà, e usando questo inganno conseguono mol­ti trionfi e rovinano innumerevoli anime per diverse vie, spar­gendo il loro veleno in tutti gli stati e le condizioni del pel­legrinaggio terreno. Istigano occultamente ciascun suddito af­finché persegua il suo punto di vista, non osservi la regola e disprezzi ed infranga i comandi del superiore, pervertendo le disposizioni della Provvidenza che ha stabilito tutte le co­se ben ordinate. Il loro intento è che il dominio superno ven­ga annientato e perciò il mondo è alterato, pieno di confu­sione e di tenebre: ognuno si governa a suo capriccio, sen­za avere riguardo e rispetto per Dio e per la sua legge.

475. Tuttavia, tale colpa generale, odiosa agli occhi del­l'Eterno, è molto più grave nei religiosi, i quali, ritrovan­dosi vincolati ai voti nei loro Ordini, provano con forza ad allargare i lacci e a sciogliersi da essi. Non sto parlando di quelli che arditamente li violano nel poco o nel molto, giacché questa è una spaventevole temerarietà meritevole di dannazione; voglio ammonire, invece, quelli che incor­rono nel pericolo di ottenere la salvezza raccogliendo opi­nioni per limitare l'obbedienza che devono all'Onnipoten­te attraverso i superiori, ed esaminano in questa la possi­bilità di agire senza permesso, secondo le proprie aspira­zioni, cercando di evitare le trasgressioni. I vari tentativi non sono mai fatti per osservare i voti, ma per romperli, senza prestare ascolto alla coscienza che rimorde. Io allo­ra desidero avvertire le anime consacrate di non persiste­re in tale condotta perché vanno incontro al demonio, de­ciso a far loro deglutire i moscerini velenosi delle colpe minori, per allenarli ad inghiottire anche i cammelli di quelle maggiori. E coloro che, tirando la corda, si affati­cano sempre più a raggiungere la soglia del peccato mortale, meritano di essere scandagliati nell'intimo dal giusto giudice con la stessa minuziosità con cui si adoperarono durante la vita a rendersi meno obbligati verso di lui.

476. In verità, la ricerca di attenuazioni ai precetti di­vini, molto aborrita da me e da Gesù, punta a soddisfare i piaceri della carne. Difatti, è grande mancanza di carità osservarli per timore del castigo e non per amore di chi li comanda, e quindi niente si farebbe, se non vi fosse la mi­naccia della punizione. Tante volte il suddito, per non pie­garsi al prelato inferiore, ricorre a quello superiore per ave­re permessi, oppure si rivolge a colui che meno può co­noscere e comprendere il rischio a cui andrebbe incontro. Non si può negare che qualsiasi autorizzazione diventi un atto di obbedienza, ma è anche evidente che i raggiri si compiono per essere più liberi, incorrendo così in un pe­ricolo più rilevante; senza dubbio, infatti, il merito aumenta nel sottomettersi a chi è inferiore, ha peggiori qualità ed è meno conforme al volere e all'inclinazione di chi deve eseguire gli ordini. Io non appresi questa indulgente dot­trina dal mio Unigenito né la praticai, e perciò in tutto do­mandai licenza ai miei superiori, non facendo nulla senza di essi. Per aprire e leggere la lettera di san Pietro, capo della Chiesa, attesi allora la volontà del prelato inferiore, il ministro superiore più vicino a me.

477. Io non voglio, carissima, che tu segua l'esempio di quelli che si procurano i consensi per soddisfare i loro pia­ceri: ti ho scelta per emularmi nel cammino della santità e ti scongiuro di farlo. La sete di alleviamenti e giustificazio­ni rende disordinata la vita religiosa e cristiana. Sii sempre soggetta all'obbedienza, poiché non ne sei dispensata dal ser­vizio di abbadessa, avendo anche tu confessori e superiori. E se qualche volta questi sono assenti e non puoi operare con la loro approvazione, confrontati con una delle sorelle inferiori ed attieniti al suo consiglio. Considera ognuna co­me tua superiora senza che ciò ti sembri gravoso: ricordarti che sei la più infima tra i mortali. Poniti sempre in sta­to di umiltà, se vuoi essere mia vera figlia e discepola. Inol­tre, sii puntuale nel rivelarmi due volte al giorno le tue man­canze e nel chiedermi l'autorizzazione ogni volta che sarà necessario per quanto devi svolgere; in più confessa ogni giorno gli errori commessi. Io ti ammonirò e ti paleserò, di­rettamente o per mezzo dei ministri del Signore, quello che è maggiormente conveniente. Cerca anche di non venir me­no nel manifestare le tue colpe ordinarie, affinché in tutto e con tutti ti abbassi dinanzi agli occhi dell'Altissimo e miei. Bramo che tu apprenda e insegni alle tue monache questa sapienza nascosta al mondo ed alla carne. Io, conferendo­tela, intendo premiare la fatica impiegata nella stesura del­la mia storia, con le notizie che ti ho dato riguardo ad una scienza così sublime, e indirizzarti a capire che se vuoi agi­re come me alla perfezione, non devi conversare, né lavo­rare, né scrivere, né ricevere lettera, né muoverti, né avere alcun pensiero - se è possibile - senza il benestare mio e di chi ti governa. Quelli che amano le delizie terrene chiama­no queste virtù superficialità o cerimonie, ma tale insipien­za tanto superba avrà il suo castigo quando alla presenza del giusto giudice si vaglieranno le verità e si vedranno qua­li furono gli ignoranti e quali i saggi. Allora saranno pre­miati quei servi leali, fedeli nel poco come nel molto', men­tre gli stolti si renderanno conto, proprio nel momento in cui non ci sarà più rimedio, del danno che si sono arreca­ti con la prudenza carnale.

478. E, poiché appena hai saputo che io reggevo da so­la quel gruppo di donne ritiratesi nella città di Efeso ti sei accesa d'invidia, ti consiglio di confessarla. Tu e le tue so­relle dovete tenere presente che mi avete eletta superiora e patrona speciale, affinché vi guidi come sovrana; vi sia noto inoltre che io ho accettato questo incarico per sem­pre, a condizione però che siate irreprensibili nella voca­zione e dedite al vostro Dio, che vi ha scelte per sue spo­se. Avverti le tue religiose che si custodiscano e si distac­chino dalle fatue realtà, disprezzandole di tutto cuore; infondi in esse l'anelito a conservare il raccoglimento, a mantenersi nella pace, a non degenerare dall'essere figlie mie, a mettere in pratica l'insegnamento che ti ho conse­gnato in questa narrazione, e a stimarlo con somma ve­nerazione e riconoscenza, imprimendolo nel loro intimo. Nell'aver dato la mia vita, raccontata da te, come norma e orientamento delle vostre anime, compio l'ufficio di madre e superiora, affinché voi, suddite e figlie, possiate ricalca­re le mie orme, imitare le mie virtù e corrispondere alla mia fedeltà ed al mio amore.

479. Un'altra importante indicazione contenuta nel pre­sente capitolo è questa: coloro che si sottomettono a ma­lincuore, quando vi è qualche avversità in ciò che è stato ad essi ordinato, subito si contristano, si affliggono e si turbano. Oltretutto, per giustificare la loro impazienza ac­cusano chi ha impartito il comando, screditandolo presso i superiori o gli altri, come se questi fosse obbligato ad evitare i casi contingenti che possono sopravvenire nell'a­gire del suddito, e avesse a suo arbitrio il governo di tut­te le cose del mondo, per disporle secondo i gusti di chi deve eseguire. Tale inganno porta fuori strada perché mol­te volte l'Onnipotente pone nella tribolazione colui che ob­bedisce per aumentargli il merito e la corona, altre volte lo castiga per la ripugnanza con cui si è assoggettato di malavoglia, ma in nessun caso ha colpa il superiore. Il Re­dentore disse soltanto: «Chi ascolta voi e chi a voi obbe­disce, ascolta me ed obbedisce a me». Il travaglio che risulta dall'obbedire va sempre a beneficio dell'obbediente e, se questi non ne approfitta, di certo non dipende dall'au­torità. Io, benché avessi tanto sofferto durante il viaggio, non rinfacciai a san Pietro di avermi invitata a ritornare a Gerusalemme, ma anzi gli domandai perdono per non aver adempiuto con maggior celerità la sua disposizione. Evita la deforme libertà di essere un grave fardello, so­prattutto nei confronti dei tuoi superiori; riguardali con os­sequio come coloro che occupano il posto di Cristo, e co­sì sarà copioso il premio che ne otterrai. Per camminare in modo perfetto, segui l'esempio e i precetti che ti do.

 

CAPITOLO 6

La visita di Maria santissima ai luoghi sacri: i misteriosi trionfi riportati contro i demoni; la visione beatifica della Di­vinità nel cielo; il concilio celebrato dagli apostoli, gli arca­ni prodigi che accaddero in tutto questo.

 

480. È a gloria della beatissima Madre se la capacità umana non arriva mai a spiegare la pienezza di perfezio­ne di tutte le sue opere; difatti, restiamo sempre vinti dal­la grandezza di ogni sua virtù, per piccola che fosse dal punto di vista materiale in cui venne adempiuta. Da par­te nostra, comunque, non cesseremo di provarci, ma non con uno sforzo presuntuoso rivolto a misurare l'oceano del­la grazia, bensì con un approfondimento umile, diretto a magnificare in lei il Creatore e a scoprire sempre maggio­ri cose per poterle mirabilmente imitare. Io mi reputerò assai fortunata se giungerò a far recepire ai figli della Chie­sa - rivelando i favori che Dio elargì alla Vergine - qual­cosa di quanto non riesco a far capire con termini propri e adeguati, che non trovo, anche se farò il possibile, da rozza, balbuziente e senza spirito quale sono. Straordina­ri sono gli eventi che mi sono stati palesati per scrivere questo capitolo e i seguenti, in cui esporrò solo quanto po­trò: appena un accenno di quello che la fede e la pietà cri­stiana faranno meglio comprendere.

481. Dopo aver espletato l'obbedienza a san Pietro, Ma­ria ritenne conveniente assecondare la sua devozione, vi­sitando i luoghi santi del nostro riscatto. Distribuiva tut­te le sue azioni senza tralasciarne alcuna e dando pru­dentemente il proprio spazio a ciascuna, affinché non mancassero le circostanze necessarie perché fossero pra­ticate in maniera eminente. Con questa sapienza prima compiva quello che era più importante e prioritario e do­po quello che sembrava da meno, ma sempre con tutto lo zelo inerente all'esercizio di ogni cosa. Uscì dal cenacolo accompagnata dagli angeli e seguita da Lucifero e dalle sue legioni, che continuavano a muoverle guerra. I mini­stri infernali si presentavano terribili sotto l'aspetto di fi­gure così minacciose come le suggestioni che suscitavano; tuttavia, non appena ella giungeva a venerare uno dei po­sti, costoro restavano lontano, sia perché trattenuti dal po­tere divino, sia perché sentivano venir meno il loro vigo­re, indebolito dalla forza che Gesù aveva comunicato a quei territori con i misteri della sua morte e resurrezio­ne. Satana si sforzava ostinatamente di avvicinarsi, ani­mato dalla temerarietà della sua stessa superbia e dal per­messo che aveva di perseguitare e tentare la nostra so­vrana: desiderava allora - se ne avesse avuto l'opportunità - riportare su di lei qualche trionfo proprio là dove egli era stato vinto, o almeno impedirle di esternare una si­mile riverenza.

482. L'Altissimo dispose di muoversi contro i diavoli per mezzo della Regina, in modo che fossero debellati e deca­pitati dalla spada di quegli stessi atti che esigevano da lei. E così avvenne: l'ossequio con cui ella adorò il nostro Maestro e rinnovò la memoria e la riconoscenza della reden­zione li spaventò talmente da non poterla tollerare. Senti­rono contro di loro una potenza invincibile, proveniente dalla Signora, che li tormentava costringendoli a starle lon­tani, ed emettendo terrificanti ruggiti uditi solo da lei di­cevano: «Fuggiamo dalla nostra avversaria che ci confon­de tanto e ci opprime con la sua santità. Noi pretendiamo di cancellare il ricordo e il culto di questi posti, che se­gnarono la salvezza degli uomini e la nostra disfatta. Que­sta semplice creatura impedisce i nostri intenti e ripristi­na la vittoria che suo Figlio riportò su di noi dalla croce».

483. La Principessa girò per tutti i luoghi sacri scorta­ta dagli spiriti superni. Arrivata alla fine al monte degli Ulivi, mentre era assorta dove era avvenuta l'ascensione, sua Maestà scese dall'empireo con ineffabile bellezza e cir­confuso di gloria per visitarla e confortarla. Le si manife­stò con affetto e tenerezza filiali, con le qualità proprie del­la sua divinità e, con particolari benefici, la elevò al di so­pra dell'esistenza terrena tanto che per molto tempo fu astratta da ogni cosa visibile. Ella non tralasciò le opere esteriori, ma rispetto alle altre volte le fu necessaria una maggiore energia per attendervi, perché restò tutta spiri­tualizzata e trasfigurata. Fu informata dallo stesso Signo­re che quei doni erano solo una parte del premio della sua umiltà e dell'obbedienza prestata a Pietro e anteposta non solo alla propria devozione, ma anche a tutti gli altri in­teressi. Cristo, inoltre, le confermò che l'avrebbe assistita nella battaglia contro i demoni, e per realizzare questa pro­messa dispose che essi riconoscessero in lei un'autorità nuova e sublime.

484. La candidissima colomba ritornò al cenacolo e i principi del male ricominciarono a perseguitarla con le lo­ro lusinghe, sperimentando, però, lo stesso effetto che su­bisce un pallone quando, lanciato in aria con impeto, va a sbattere contro un muro di bronzo; e come accade a tale oggetto che, rimbalzando, ritorna con somma celerità al punto da cui era stato tirato, così avvenne a questi pre­suntuosi nemici, i quali, dinanzi a Maria, retrocedettero con un furore contro se stessi quasi più violento di quello che nutrivano contro di lei. Moltiplicando urla e dispetto­si lamenti, e facendo forzatamente numerose confessioni, dichiaravano: «Oh, infelici noi alla vista della felicità del genere umano! A quale eccezionale dignità è stata innal­zata una semplice creatura! Quanto ingrati e stolti saran­no i discendenti di Adamo se non sapranno guadagnarsi i beni ricevuti attraverso di lei, che è il loro rimedio e la no­stra distruzione! Grande si mostra il suo Unigenito nei suoi confronti, giacché ella non lo demerita. Per noi è un fla­gello crudele, poiché ci costringe ad affermare tali verità. Oh, se l'Eterno ci occultasse questa donna che aizza tan­to la nostra invidia! E come potremo sconfiggerla, se la sua sola presenza è per noi insopportabile? Ma consolia­moci nel prevedere che i mortali perderanno tutto quello che ella ha conseguito per loro, disprezzandola stoltamen­te. Su di essi vendicheremo le nostre molestie e mettere­mo in atto il nostro sdegno; li riempiremo di illusioni e di peccati, perché se volgeranno l'attenzione a questo model­lo tutti ne beneficeranno e imiteranno le sue virtù. Tutta­via - soggiunse Lucifero -, ciò non basta per mio sollievo: io intuisco che Dio si lascerà obbligare da sua Madre mol­to più di quanto venga disobbligato dalle colpe di coloro che noi pervertiamo. E quand'anche non fosse così, la mia eccellenza sarebbe ugualmente afflitta nel constatare che la natura umana è tanto elevata in una persona fragile, quale è costei. Tale fastidio è intollerabile: ritorniamo a perseguitarla, animiamo la nostra gelosia e la nostra rab­bia nell'affrontare l'acerbità della pena accostandoci a lei e, nonostante il tormento che subiamo, non si spenga la nostra superbia, perché in ogni caso sarà possibile schiac­ciarla qualche volta».

485. La beata Vergine conosceva e udiva tutte queste fu­riose minacce, e come sovrana perfetta le aborriva. Allora, senza mutare aspetto, si ritirò nella sua casa per medita­re con la sua eccelsa prudenza gli arcani superni in quel duello con il dragone, e le difficili questioni nelle quali la Chiesa si trovava impegnata riguardo al decreto della fine della circoncisione ed agli antichi precetti. Per tali motivi si angustiò per alcuni giorni, rimanendo sempre in racco­glimento con suppliche, gemiti e prostrazioni e, per quan­to le spettava, chiedeva all'Onnipotente di stendere la sua destra contro satana e di concederle la vittoria. Benché sa­pesse di avere dalla sua parte l'Altissimo, che non l'avreb­be lasciata soccombere nelle tribolazioni, non interrompe­va mai la preghiera, ed anzi agiva come se fosse stata la più debole di tutti, per insegnare a noi ciò che dobbiamo fare in tempo di tentazione, a noi che siamo tanto soggetti a cadere e ad essere soffocati. Domandò anche per la co­munità ecclesiale la conferma della nuova legge, pura, monda, senza ruga e libera dalle vecchie prescrizioni.

486. La Signora fece questa implorazione con arden­tissimo fervore, perché sapeva bene che il serpente e tut­to l'inferno pretendevano, per mezzo dei giudei, di con­servare la circoncisione assieme al battesimo e i riti di Mosè con la dottrina del Vangelo, e così, tratti da questo inganno, molti avrebbero perseverato nella primitiva os­servanza per i secoli futuri. Uno dei tanti trionfi da lei ri­portati sul demonio fu quello che, dal concilio di cui ora parlerò, si incominciasse a proibire la circoncisione, e in avvenire restasse sempre separato il grano puro della ve­rità evangelica dalla paglia e dalle spighe secche e senza frutto delle tradizioni mosaiche, come del resto viene fat­to oggi. La Maestra disponeva tutto questo con i suoi me­riti e le sue orazioni, mentre sapeva che Paolo e Barnaba partiti da Antiochia stavano per arrivare a Gerusalemme, inviati dai fedeli per risolvere con Pietro e gli altri tali problemi, come racconta san Luca nel capitolo quindicesimo degli Atti.

487. I due apostoli giunsero nella città santa e, certi che già vi si trovava sua Altezza, si incamminarono immedia­tamente verso la casa dove ella risiedeva; quindi, le si in­ginocchiarono dinanzi con abbondanti lacrime per la gioia di vederla. D'altra parte la felicità della Principessa di fron­te ad essi non fu minore, poiché li amava nel Signore con affetto speciale a motivo delle loro fatiche, sostenute per l'esaltazione del nome dell'Eterno e la predicazione della buona novella. La più umile degli umili desiderava che pri­ma fossero presentati al vicario di Cristo e agli altri e in­fine a lei, ma essi seppero ben ordinare la carità e la ve­nerazione, ritenendo che nessuno dovesse essere anteposto a colei che era Madre di Dio, regina dell'universo e prin­cipio di ogni nostro bene. Ella si stese anche ai piedi dei due discepoli, baciando loro la mano e chiedendo la be­nedizione. San Paolo in questa occasione ebbe un meravi­glioso rapimento estatico, in cui gli furono rivelati altri mi­steri sulla mistica città di Dio, Maria beatissima, che scor­se tutta rivestita della luce della stessa Divinità.

488. Con tale visione rimase colmo di stupore e di in­comparabile amore verso di lei e, rientrando ancor più in se stesso, le disse: «Sovrana di ogni pietà e clemenza, per­donate questo uomo peccatore e vile che ha perseguitato l'Autore della vita e i credenti». Ella rispose: «O servo del­l'Altissimo, se colui che vi ha creato e redento vi ha chia­mato alla sua amicizia, e vi ha reso strumento eletto, come non deve perdonarvi questa sua schiava? L'anima mia lo ma­gnifica ed esalta, perché in voi volle manifestarsi tanto po­tente, santo e misericordioso». Egli le rese grazie per il be­neficio della sua conversione e per i favori che gli aveva fatto dispensare, preservandolo da tanti pericoli. Anche Bar­naba fece lo stesso e poi entrambi la supplicarono di cu­stodirli e difenderli. La Vergine acconsentì e promise tutto.

489. San Pietro, come guida della Chiesa, convocò gli apostoli e i discepoli che erano nelle vicinanze di Gerusa­lemme e li riunì con gli altri al cospetto della Signora del mondo, posponendo a tal fine la sua autorità, affinché el­la non si ritirasse dall'adunanza per la sua profonda umiltà. Quindi, parlò loro: «Fratelli e figli miei in Gesù, è stato ne­cessario incontrarci per risolvere i dubbi e le questioni di cui Paolo e Barnaba ci hanno informato, ed altre cose che riguardano la propagazione della fede. Prima di discutere su ciò conviene che ci ritiriamo in preghiera, per doman­dare l'assistenza dello Spirito Santo; persevereremo in essa per dieci giorni, secondo la nostra usanza. All'inizio e alla fine celebreremo la Messa per disporre i nostri cuori ad es­sere illuminati». Questa decisione venne approvata unani­memente e, perché tutto fosse pronto il giorno successivo, la candidissima colomba pulì ed adornò decorosamente con le sue mani la sala e preparò il necessario per accostarsi all'eucaristia. Presiedette sempre il capo del collegio apo­stolico, osservando in tali circostanze gli stessi riti e le stes­se tradizioni che aveva precedentemente rispettato.

490. La nostra Maestra, che era solita occupare l'ultimo posto, ricevette la comunione dopo gli altri. Durante quel periodo tutti videro il cenacolo, in cui erano discesi tanti angeli, riempirsi di mirabile splendore e fragranza, con mol­ti effetti trasmessi dall'Onnipotente agli astanti. Furono poi stabilite le ore da dedicare all'orazione, senza mancare al ministero delle anime, per ritornare poi subito in raccogli­mento. In quei giorni la Principessa si recò da sola in un luogo in cui si trattenne senza muoversi né mangiare né conversare con alcuno. Durante questo arco di tempo ci fu­rono degli eventi così prodigiosi e misteriosi da suscitare negli spiriti celesti una nuova ammirazione, ed in me uno stupore ineffabile per quanto su di essi mi era stato pale­sato: esporrò brevemente qualcosa, perché tutto non sarà possibile. La Madre dopo essersi comunicata si appartò, ma immediatamente, per ordine superno, fu sollevata dai suoi custodi nelle altezze in anima e corpo, mentre uno di essi restò in sua vece con le sue sembianze, affinché gli apo­stoli non si accorgessero della sua assenza. Fu trasportata con maggior maestà di quella riferita in altre occasioni, per l'intento che il Signore aveva nel disporre questa meravi­glia. Quando giunse nell'area più distante dalla terra, l'E­terno comandò a Lucifero di venire dall'inferno con le sue malvagie schiere. In quel momento comparvero tutti ed el­la poté riconoscerli nel loro vero stato: erano tanto ripu­gnanti che la loro vista avrebbe suscitato in lei un'immen­sa pena, se non fosse stata armata della forza divina per­ché non provasse disgusto di fronte a quegli esseri così ese­crabili e brutti. Ciò, invece, non avvenne ad essi poiché fu fatta loro comprendere, in modo del tutto speciale e con particolari raffigurazioni, la grandezza e la superiorità che aveva colei che perseguitavano come nemica, perché si ren­dessero conto che era stata temeraria pazzia tutto quello che contro di lei avevano preteso ed intentato. Inoltre, in­tesero per maggior loro terrore che ella possedeva nel suo petto Cristo sacramentato ed era tenuta sotto la protezione dell'Onnipotente, affinché con la partecipazione delle sue virtù li umiliasse e li schiacciasse facendoli svanire.

491. I diavoli sentirono anche una voce che usciva dal­l'essere supremo: «Con lo scudo della mia invincibile de­stra difenderò sempre la comunità ecclesiale. Questa don­na schiaccerà il capo al serpente e trionferà sulla sua an­tica superbia, a gloria del mio santo nome». Essi capiro­no ed ascoltarono ciò assieme ad altri arcani concernenti

la Vergine, mentre la rimiravano a loro dispetto. E, dispe­rati, sperimentarono un dolore ed un annientamento tali da indurli a gridare: «L'Altissimo ci scagli subito nelle no­stre caverne e non ci tenga più dinanzi questa creatura che ci strazia più del fuoco. O donna forte ed imbattibile, al­lontanati tu, dal momento che noi non possiamo fuggire dalla tua presenza, a cui ci tiene legati la catena dell'infi­nita potenza. Per qual motivo ci torturi ancor prima del tempo? Tu sola nella natura umana sei strumento del som­mo sovrano contro di noi e per tuo mezzo gli uomini pos­sono acquistare i beni imperituri che noi perdemmo. E quand'anche essi non attendessero alla contemplazione beatifica, la sola tua vista, per noi castigo e tormento per­ché ti aborriamo, per loro sarebbe premio per le opere buo­ne che devono al Redentore. Lasciateci andare, ormai, Dio, fate che abbia fine questo atroce supplizio, con il quale rinnovate quello che ci infliggeste precipitandoci dal cielo; eseguite, con il vostro insuperabile braccio, quanto allora minacciaste di compiere».

492. Trattenuti a lungo davanti all'invincibile Regina, prorompevano in questi ed in altri lamentevoli trasporti di rabbia e, pur facendo degli sforzi immani per ritirarsi, ciò non fu concesso così presto come il loro furore bramava. Ma il Signore, per far sì che lo sgomento destato da Ma­ria restasse più impresso, dispose che fosse lei con la sua autorità a concedere agli avversari il permesso di scappa­re; come difatti accadde. In quell'istante, i principi delle tenebre si gettarono dal luogo in cui erano stati chiamati ad accorrere nel profondo dell'abisso, con tutta la velocità posseduta dalle loro facoltà. Emettendo allora spaventevo­li urla, turbarono i dannati con nuove pene, confessando dinanzi a loro il potere del Salvatore e di colei che lo aveva generato, benché lo conoscessero e soffrissero in modo violento per non poterlo negare. Con tale trionfo la sere­nissima Imperatrice proseguì il suo cammino fino a quan­do giunse all'empireo: qui, accolta con straordinario giu­bilo dai suoi cortigiani, dimorò per ventiquattro ore.

493. Ella si prostrò al cospetto della santissima Trinità, che adorò nell'unità di una indivisibile natura e magnifi­cenza. Quindi, pregò perché i Dodici intendessero e deter­minassero ciò che era conveniente per stabilire la legge evangelica e porre termine a quella di Mosè. Mentre ele­vava queste suppliche udì una voce, con la quale le tre di­vine Persone, singolarmente e secondo il proprio ordine, le promettevano di assistere gli apostoli e i discepoli nel dichiarare e confermare la verità della dottrina cristiana: il Padre li avrebbe governati con la sua onnipotenza, il Fi­glio, come capo, con la sua sapienza, e lo Spirito Santo, come sposo, con il suo amore e i suoi doni. La Madre vi­de che l'umanità del Verbo approvava le sue orazioni e la sua intercessione, le presentava all'Eterno e ne chiedeva l'e­secuzione, proponendo le ragioni per le quali avrebbero dovuto essere esaudite, affinché i nuovi precetti si radi­cassero nel mondo conformemente al suo volere.

494. E subito, in risposta all'intervento del suo Unige­nito, la Regina notò che dall'essere immutabile di Dio usci­va una figura a forma di tempio così puro, bello e splen­dente da sembrare edificato con diamante o lucidissimo cristallo, e adorno di molti smalti e rilievi che lo rendeva­no più leggiadro e prezioso. Gli angeli e i beati dinanzi ad esso rimasero strabiliati ed esclamarono: «Santo, santo, santo, e potente siete, o Signore, nelle vostre opere». La Trinità lo consegnò a Gesù, che lo unì a sé in un modo tanto mirabile da non poterlo esprimere con termini appropriati. Egli lo rimise poi nelle mani della Principessa, la quale, nel medesimo istante, venne circonfusa e som­mersa di splendore e contemplò la Divinità intuitivamente e chiaramente.

495. La Vergine stette in questo godimento estatico per molte ore, realmente introdotta dal supremo Re nella cel­la dell'aromatico vino, di cui parla il Cantico dei cantici. E poiché ciò che ricevette e quanto le successe in que­st'occasione trascende ogni pensiero ed ogni comprensio­ne umana, mi è sufficiente dire che fu rafforzata in lei la carità, perché la mettesse nuovamente in pratica nella Chie­sa, affidatale proprio sotto il vessillo di quella virtù. Ri­colma di tutti questi benefici, fu riaccompagnata dai mi­nistri superni al cenacolo, tenendo sempre nelle sue mani il misterioso tempio donatole da sua Maestà. Per tutti i no­ve giorni seguenti rimase in raccoglimento, senza muover­si né interrompere gli atti nei quali l'aveva lasciata la vi­sione: atti inconcepibili ed indicibili per le facoltà umane. Tra le tante altre cose che compì, distribuì i tesori della redenzione ai cristiani di quel tempo, iniziando dai Dodi­ci, e riservandoli per il futuro anche ai diversi giusti e san­ti, secondo gli occulti segreti dell'eterna predestinazione; difatti, le fu ordinato di eseguire i decreti celesti e le fu­rono dati a tal fine il dominio sulla comunità ecclesiale e la facoltà di dispensare la grazia che dal riscatto in poi si sarebbe riversata su ciascuno. Io non riesco ad accostar­mi in miglior modo ad un arcano così sublime ed inson­dabile per poterlo e farlo maggiormente capire.

496. Al termine dei dieci giorni, san Pietro celebrò l'al­tra Messa in cui le stesse persone della prima si comuni­carono. Quindi, stando tutti riuniti nel nome del Signore,

invocarono il Paraclito ed incominciarono a conferire sui loro dubbi. All'inizio parlò il vicario di Cristo, seguito da Paolo e Barnaba e dopo da Giacomo il Minore, come si dichiara nel capitolo quindicesimo degli Atti. Fu subito ap­provato di non imporre ai credenti la gravosa tradizione della circoncisione, né la legge mosaica, rilevando come la salvezza fosse già concessa per mezzo del battesimo e del­la fede nel Messia. E benché ciò sia quanto riferisce prin­cipalmente l'Evangelista, si stabilirono anche altre que­stioni, riguardanti il governo e i riti liturgici, in maniera da disciplinare i diversi abusi che alcuni, con indiscreta devozione, andavano introducendo. Tale concilio viene re­putato il primo, nonostante gli apostoli si fossero già ra­dunati per stilare il "Credo" e risolvere altri problemi. Que­sta volta, però, oltre ai Dodici vi parteciparono anche i di­scepoli; inoltre, le cerimonie per deliberare furono diffe­renti e in forma propria di determinazione, come si può notare da quanto riporta Luca: «Abbiamo deciso, lo Spiri­to Santo e noi congregati in uno...».

497. I vari provvedimenti presi vennero comunicati ai fedeli di Gerusalemme e di Antiochia, Siria e Cilicia tra­mite lettere inviate per mano di Paolo, Barnaba e altri. L'Onnipotente, in segno di assenso, fece sì che nel cena­colo in quel momento - e in Antiochia quando furono let­te le epistole - scendesse il Consolatore in forma di fuoco visibile: tutti restarono così confortati e confermati nella verità cattolica. Maria rese grazie all'Altissimo per i favori elargiti alla Chiesa e immediatamente accomiatò tutti gli astanti; per consolazione, diede loro una parte delle reli­quie degli abiti che Gesù aveva indossato durante la pas­sione e, promettendo la sua protezione e le sue preghiere, li inviò ripieni di sollievo, vigore e nuovo giubilo in modo che fossero capaci di sostenere le pene da cui erano so­vrastati. In quei giorni satana e i suoi non poterono avvi­cinarsi al cenacolo, per il timore che la Principessa aveva suscitato in essi, e benché da lontano cercassero di ordire insidie, non riuscirono ad eseguire niente contro i convo­cati. Oh, felice secolo! Oh, fortunata assemblea!

498. Frattanto, Lucifero girava sempre attorno alla Re­gina e ruggiva contro di lei come un leone; constatando, comunque, che da se stesso non otteneva nulla, cercò al­cune donne, maghe in quella città, con le quali aveva san­cito una dichiarata alleanza e le persuase a togliere la vi­ta alla Vergine per via di malefici. Esse, irretite, provaro­no ad effettuare per diverse strade le loro stregonerie, ma contro di lei non poterono fare niente: ogni volta che le si accostavano rimanevano mute e tramortite. Tra l'altro la soavissima colomba si mosse talmente a pietà da frenarle e disingannarle con dolci ed amabili parole, concedendo loro grandi benefici; di queste quattro, però, solo una si convertì e fu battezzata. Vedendo cadere tutti questi ten­tativi, l'astuto dragone rimase turbato e confuso, e si sa­rebbe ritirato dal perseguitare ulteriormente la Regina, se non fosse stato spronato dalla sua irreparabile superbia. Dio permetteva tutto ciò affinché i trionfi di sua Madre fossero più gloriosi, come racconteremo in seguito.

 

Insegnamento della Regina del cielo

499. Carissima, nella costanza e nella fortezza con le quali superai la dura ostinazione dei diavoli hai un subli­me esempio per proseguire sulla retta via ed acquistare molte corone. La natura dell'uomo e quella degli angeli - benché sia anche presente nei demoni - hanno proprietà opposte e diverse; difatti, mentre la condizione spirituale non conosce stanchezza, quella dei mortali è fragile e tan­to soggetta alla fatica che subito viene meno nell'operare e, appena incontra qualche difficoltà nell'esercizio delle virtù, si abbatte tornando indietro in quanto ha incomin­ciato. E così quello che un giorno fa con zelo, un altro lo trova noioso; una cosa che oggi le sembra facile, domani le appare difficoltosa; ora vuole, ora non vuole; ora è fer­vorosa, ora tiepida. Il serpente non si dà mai per vinto nel­l'opprimerla e tentarla, e tuttavia la Provvidenza non è mai completamente assente, perché in ogni caso pone dei li­miti ai principi delle tenebre, frenandoli con la sua potenza affinché non oltrepassino la linea del divino permesso, né mettano in atto tutte le loro inesauribili forze nel tormen­tare le anime. D'altra parte il Padre celeste aiuta i suoi fi­gli nella loro debolezza, dando la grazia per resistere ai ne­mici e abbatterli.

500. Resta pertanto imperdonabile l'incostanza di colo­ro che vengono meno nelle virtù e cedono alle seduzioni per non sopportare, con tenacia e pazienza, la poca ama­rezza che ci può essere nel compiere il bene e far fronte al male. In tali casi, si passa in fretta all'inclinazione del­le passioni, che portano a bramare ardentemente il piace­re presente e sensibile. Lucifero, nella sua diabolica astu­zia, rappresenta a queste povere creature le delizie terre­ne con grande gagliardia e con uguale prontezza pone di­nanzi ad esse la considerazione dell'acerbità della mortifi­cazione, mostrandola dannosa alla salvezza ed alla vita. Egli riesce così a rovinare innumerevoli persone, traendo­le in inganno fino a precipitarle da un abisso all'altro. Con quanto ti ho detto, sarà facile per te ravvisare lo sbaglio abominevole agli occhi miei e del Signore commesso fre­quentemente dagli amanti del mondo, che non sono capa­ci di rimanere saldi e perseveranti nel servizio dell'Altissi­mo, e di agire con bontà o fare penitenza dei loro errori. E questi stessi poi che nel bene sono vulnerabili, nel pec­care sono invece forti e nel servizio dell'avversario costan­ti: tale schiavitù li conduce ad intraprendere e ad eseguire azioni più ardue e impegnative di quante ne prescriva la legge superna. Per salvarsi sono senza vigore, ma per procurarsi la dannazione eterna sono robusti.

501. Una simile disgrazia suole toccare quei religiosi che iniziano a prestare orecchio ai loro patimenti più del ne­cessario, finendo per attardarsi nella via della perfezione o per soccombere alle lusinghe di satana. Ed affinché tu non incorra in sì gravi pericoli, ti servirà tenere presenti la for­tezza e la costanza che opposi al maligno e avere sempre innanzi agli occhi la superiorità con la quale disprezzai le sue false suggestioni, senza turbarmi e lasciarmi confon­dere, giacché questo è il miglior modo per sconfiggere la sua arrogante superbia. Neppure a causa delle sue insidie fui mai tiepida né tralasciai per un solo istante i miei pii esercizi, anzi li accrebbi moltiplicando le suppliche, le pre­ghiere e le lacrime, come si deve fare nelle battaglie con­tro nemici così maliziosi. Ti avviso, dunque, di attuare ogni cosa con la massima diligenza, perché le trame da lui or­dite contro di te non sono ordinarie, ma tessute con som­ma astuzia, come molte volte ti ho manifestato e l'espe­rienza ti insegna.

502. E poiché hai riflettuto a lungo sul terrore che in­vase i diavoli quando seppero che io tenevo in me il mio Unigenito sacramentato, ti voglio informare di due cose. La prima è che per distruggere l'inferno ed incutere pau­ra in tutti i suoi abitanti sono armi efficaci i sacramenti, soprattutto la santa eucaristia. In realtà, mirando a tale misterioso fine, Cristo istituì questo regale segno ed anche gli altri, e se oggi gli uomini non ne avvertono gli effetti nell'accostarvisi, ciò succede perché, essendosi assuefatti, hanno perduto la maggior parte della responsabilità con cui li devono ricevere. Tuttavia, ti assicuro che, se si fre­quentano con la debita riverenza e devozione, si diventa straordinariamente resistenti ai demoni, acquistando su di loro un grande dominio, simile a quello che hai appreso e descritto su di me. La ragione di tutto ciò sta nel fatto che il fuoco divino dimora nell'anima pura come nella sua sfe­ra naturale; difatti, in me rimase con tutta la vitalità pos­sibile in una candida creatura ed è per tale motivo che fui tanto temuta negli antri oscuri.

503. La seconda cosa che ti rivelo a conferma di que­sta verità è che il beneficio di portare dentro di sé Gesù sacramentato non è stato concesso solo a me, perché Dio lo ha dispensato anche ad altri. Recentemente è avvenuto nella Chiesa che egli abbia posto innanzi al dragone, per vincerlo, un'anima con l'eucaristia nel petto. Costui allora è stato talmente umiliato e abbattuto da non azzardarsi ad avvicinarsi a lei per molti giorni, supplicando l'Onnipotente che non gli facesse più vedere quella figura. In un'altra oc­casione, servendosi di alcuni eretici e di altri malvagi cri­stiani, intentò un danno così grave contro il regno cattoli­co della Spagna che, se non fosse stato arrestato dall'E­terno, già al presente la terra si troverebbe in rovina ed in preda al potere dei suoi avversari. La divina clemenza per frenarlo si valse anche in questa circostanza della medesi­ma persona della quale ti sto parlando, mostrandogliela dopo che si era comunicata: egli provò una paura tale da desistere per sempre dalla perfidia tramata. Non ti svelo chi sia questa creatura poiché non è indispensabile; ti ho consegnato questo segreto soltanto perché ti sia nota la sti­ma di cui gode al cospetto del supremo sovrano chi si di­spone ad accostarsi al corpo e al sangue di suo Figlio in modo virtuoso e decoroso. In verità, egli interviene nelle necessità dei credenti secondo i tempi e le situazioni, e non solo con me, per la mia dignità e santità di Madre, egli si dimostra liberale e potente, ma anche con le sue spose, dalle quali vuole essere riconosciuto e glorificato.

504. Da ciò comprenderai come gli spiriti maligni tema­no i fedeli che con purezza di cuore ricevono l'eucaristia e gli altri sacramenti, ed impiegano tutte le forze per schiac-

ciarli, impedendo loro di acquistare un'autorità grande quan­to quella che può trasmettere il Signore. Datti da fare, dun­que, contro nemici così infaticabili ed astuti e cerca di imi­tarmi nella virtù della fortezza. Desidero, ancor più, che tu abbia in profonda venerazione i concili della Chiesa e le sue assemblee, con quanto viene disposto e deliberato. Difatti, in ogni concilio c'è il sostegno dello Spirito Santo e in ogni assemblea il Redentore è presente, avendo promesso di es­sere in mezzo a coloro che si riuniscono nel suo nome. E, benché non si scorgano segni visibili e tangibili dell'assi­stenza del Paraclito in tali adunanze, non per questo egli tralascia di governarle nascostamente, anche se oggi i pro­digi e i miracoli non sono così necessari come nella comu­nità primitiva; ma quando ce n'è bisogno l'Altissimo non li nega. Per tutti i favori sopraddetti e specialmente per quel­li che mi ha elargito durante il pellegrinaggio terreno, be­nedici e loda la sua sconfinata misericordia.

 

CAPITOLO 7

Maria santissima dà compimento alle battaglie, trionfando gloriosamente sui demoni, come viene esposto nel capitolo dodicesimo dell'Apocalisse.

 

505. Per intendere meglio i misteri che adesso tratterò bi­sogna conoscere quelli già esposti nella prima parte della Sto­ria, dal capitolo ottavo al decimo del primo libro, dove ho parlato del dodicesimo capitolo dell'Apocalisse, come mi fu concesso di comprenderlo. E non solo allora, ma anche nel­l'intero corso della narrazione, mi sono sempre rimessa a questa terza parte per dichiarare a suo luogo come procedette­ro le battaglie della Principessa con i demoni, le vittorie ri­portate su di loro e lo stato in cui, in seguito, ella fu lascia­ta dall'Altissimo per il tempo che ancora visse sulla terra. San Giovanni ebbe notizia di tutti questi prodigi e li riferì nel suo libro - come ho già affermato altre volte -, particolarmente nei capitoli dodicesimo e ventunesimo, il cui contenuto io ora ripeto, poiché ciò è indispensabile per due motivi.

506. Il primo è che gli arcani concernenti i sovrani del­l'universo sono tanti e così sublimi che non è mai possibi­le penetrarli e manifestarli adeguatamente, e inoltre, per or­dine di sua Altezza, furono racchiusi in metafore oscure af­finché solo il Signore li potesse rivelare al momento e nel modo stabiliti dalla sua suprema volontà. Il secondo è che l'ostinata resistenza di Lucifero, animata dalla sua superba rabbia, sebbene apparentemente fosse esternata nell'insor­gere contro i comandi dell'Onnipotente, in realtà era rivol­ta a Cristo e a Maria, alla cui dignità ed eccellenza gli spi­riti disobbedienti ed apostati non volevano assoggettarsi. A causa di questa ostilità ci fu in cielo il primo combattimento tra costoro e san Michele con le sue schiere; tuttavia, allo­ra essi non poterono affrontare il Redentore e la Vergine in persona, ma soltanto, nel segno grandioso che fu loro mo­strato, la figura di colei che nel suo seno avrebbe dato for­ma umana al Verbo eterno. E così, quando giunse l'ora in cui con l'incarnazione incominciarono a svelarsi i mirabili segreti, fu necessario che si ripetesse il duello tra gli ange­li ribelli da una parte e il Figlio e la Madre dall'altra, e che ognuno trionfasse da sé sui diavoli, conformemente all'am­monizione fatta da Dio al serpente: «lo porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiac­cerà la testa e tu le insidierai il calcagno».

507. Tutto si adempì alla lettera: come dice san Paolo, il Salvatore e sommo sacerdote, a nostro esempio e a no­stra somiglianza, escluso il peccato, fu provato in ogni co­sa, e lo stesso accadde alla sua genitrice; difatti, satana ebbe il permesso di tentarli dopo la sua caduta nell'abis­so. Ma poiché questa battaglia della Regina corrispondeva alla prima avvenuta nelle altezze ed era per i principi del­le tenebre l'esecuzione della minaccia che avevano ricevu­to, espressa con l'immagine che la rappresentava, l'Evan­gelista le racchiuse insieme esponendo entrambe con le me­desime parole e gli stessi enigmi. Quindi, avendo io già il­lustrato ciò che riguarda la prima, è bene che racconti qui gli eventi della seconda. Nonostante il dragone e i suoi fos­sero stati allora puniti con la privazione della contempla­zione beatifica e sprofondati nell'inferno, in tale frangente vennero nuovamente castigati con pene accidentali, corri­spondenti agli intenti ed agli sforzi con i quali perseguita­vano la candidissima colomba. In effetti, è naturale che le creature quando ottengono quello che appetiscono provi­no piacere e soddisfazione secondo la violenza con cui lo bramano, mentre quando non lo raggiungono o succede l'opposto di quello che desiderano e si aspettano sentano dolore e afflizione. Dalla sconfitta in poi i nostri nemici nessuna cosa avevano agognato con maggior ardore quan­to di far cadere dalla grazia colei che ne era stata la me­diatrice perché i discendenti di Adamo la conseguissero. Essi dunque avvertirono un tormento indicibile, ricono­scendosi vinti e privi di ogni speranza di conquistare ciò che per tanti secoli avevano macchinato e preteso.

508. Per le stesse ragioni e per molte altre, Maria inve­ce provò un singolare giubilo vedendo l'antico serpente stri­tolato. Gesù, per il termine dello scontro e per l'inizio del

nuovo stato che ella avrebbe dovuto avere dopo la vittoria finale, le tenne preparati dei benefici così numerosi ed ec­celsi da sorpassare ogni pensiero. Per poter spiegare qual­cosa di quello che mi è stato rivelato, devo avvertire i let­tori che, a causa delle nostre limitate facoltà e capacità, le parole usate nel dichiarare gli arcani divini, sia i più ele­vati sia i più accessibili, sono sempre le stesse, anche se l'oggetto di cui parlo ha una dimensione infinita. L'onni­potenza dell'Eterno poté innalzare la Principessa da una condizione che a noi sembra altissima ad una più alta, e da questa ad un'altra ancora, diversa e migliore, confer­mandola nella pienezza di grazia e di doni: così, arrivata vicinissima all'essere di Dio, ella racchiude in sé un'im­mensa grandezza e da sola costituisce una gerarchia mag­giore di quella formata da tutto il resto degli altri esseri umani e angelici.

509. Dopo aver avvisato di questo, cercherò di riferire come meglio mi sarà possibile quello che accadde a Luci­fero sinché non fu completamente annientato da lei e dal suo Unigenito. Costui e i suoi alleati non rimasero del tut­to disingannati né dai trionfi con i quali furono scaraven­tati nell'abisso, né dai malefici intentati per mezzo di al­cune maghe di Gerusalemme, che furono tutti vani e sen­za esito. Anzi, nella loro implacabile malizia, ben presu­mendo che stesse per scadere il permesso di sedurre la Ver­gine, tramarono di compensare la brevità del tempo in­crementando la temerità ed il furore contro di lei. A tal fi­ne andarono in cerca anzitutto di uomini più maliardi, esperti nell'arte magica, e, dando a questi altre istruzioni, li incaricarono di togliere la vita alla loro rivale. Quei ma­ligni ci provarono molte volte con diverse e crudeli fattu­re, ma con nessuna poterono scalfire, di poco o di molto, la sua salute: gli effetti della colpa non avevano alcun po­tere su colei che non ebbe mai parte in essa e che per al­tri titoli era privilegiata e superiore a tutte le cause naturali. Il diavolo, considerando perduti i suoi malvagi pro­positi, per il cui compimento si era tanto affaticato, ca­stigò con empia ferocia gli stregoni. Ciò fu autorizzato dal Signore, affinché questi, meritevoli di tale punizione, co­noscessero il padrone che servivano.

510. Egli, inasprito da un nuovo sdegno, convocò i suoi seguaci e, dopo aver esposto con veemenza i motivi che avevano, sin da quando erano stati cacciati dal cielo, di met­tere in atto tutte le energie e ogni perfidia per sgominare quell'avversaria, già identificata con la donna che era stata mostrata loro, decisero di comune accordo di andare a sor­prenderla, credendo che in qualche circostanza si sarebbe trovata meno pronta o, comunque, non in compagnia di chi la difendeva. Per realizzare tale ardua impresa appro­fittarono subito della prima occasione propizia, spopolaro­no le loro caverne e confusamente assaltarono la Madre mentre stava nel suo oratorio. Questa fu la più grande bat­taglia che contro una semplice creatura si sia mai vista o mai si vedrà, dalla prima avvenuta nell'empireo sino alla fi­ne del mondo. Per comprendere meglio l'entità della colle­ra dei demoni, bisogna ponderare il loro supplizio nell'av­vicinarsi al luogo dove si trovava la Regina e nel guardar­la, sia per la forza superna avvertita, sia per le molte volte in cui erano stati oppressi e vinti da lei. E così, per far fronte a questo dolore, la rabbia si accese in essi ancora di più, obbligandoli ad ostinarsi nel combattimento e a lan­ciarsi come tra lance o spade pur di portare a compimen­to la loro vendetta; per satana, difatti, desistere era un tor­mento più pungente di qualunque altra pena.

511. Il primo assalto, principalmente diretto contro i sensi esterni della Signora e accompagnato da urla e schia­mazzi, formava nell'aria per mezzo di varie rappresenta­zioni un fracasso e uno scuotimento spaventoso, che sem­brava mandare in rovina tutta la macchina del mondo. Per incuterle ancor più paura, assunsero diverse figure visibi-

li, gli uni brutti ed abominevoli, gli altri splendenti come angeli: così camuffati finsero fra loro una straordinaria e tenebrosa rissa, di cui non si poteva intendere la causa e non si sentiva altro che il frastuono. Tale attacco fu sfer­rato per suscitare nella candidissima colomba terrore e pa­nico, e veramente li avrebbe provocati in qualunque altro essere umano, benché santo, qualora fosse stato lasciato nello stato comune della grazia, né questi li avrebbe potu­ti tollerare senza morire, poiché l'incursione durò dodici ore consecutive.

512. Maria però rimase immobile, quieta e serena e, co­me se non avesse osservato e capito niente, non si turbò né alterò, non mutò sembianze né si intristì durante l'in­fernale sconvolgimento. Immediatamente i draghi inviaro­no altre seduzioni contro le sue facoltà, vomitando in es­se la fiumana dei loro diabolici raggiri, in modo ancor più travolgente di quanto si possa raccontare. A tal fine si ser­virono di falsi consigli, rivelazioni, suggestioni, promesse e minacce, tentando ogni virtù per via dei vizi contrari e con tutti i mezzi macchinati dalla loro astuzia. Non mi trattengo a narrare dettagliatamente queste insidiose tra­me, perché non è opportuno né conveniente, ma dico sol­tanto che ella le superò gloriosamente, rispondendo con at­ti opposti ed eroici, come si può immaginare sapendo che agiva con tutta l'efficacia della pienezza della grazia e dei doni posseduti nello stato sublime in cui si trovava.

513. Pregò per tutti coloro che erano vessati e lusingati da Lucifero, poiché ella stessa sperimentava la sua malizia e la necessità del soccorso divino per abbatterla; allora, l'On­nipotente le concesse di proteggerli per sua intercessione, qualora essi l'avessero invocata. I principi delle tenebre per­severarono in questa lotta sino a giungere a non avere nes­sun'altra malvagità da saggiare contro la purissima Vergi­ne. Allora da parte sua reclamò a gran voce la giustizia, af­finché l'Eterno si alzasse, come disse Davide, a difendere la sua causa, a disperdere i nemici e ad allontanare quelli che lo aborriscono. Per emettere tale sentenza il Redento­re, accompagnato da innumerevoli ministri celesti, dai no­stri progenitori, da molti patriarchi e profeti, e da san Gioacchino e sant'Anna, scese nel cenacolo, mostrandosi a lei come figlio dolcissimo ed amoroso, e ai suoi avversari come giudice severo assiso sul seggio della Trinità.

514. La Madre si prostrò a terra e adorò il suo diletto con la venerazione e il culto che soleva rendergli. I diavo­li invece non lo scorsero, ma conobbero per altra via la sua regale presenza e, invasi da un nuovo timore, cercarono di fuggire da quel posto per schivare il pericolo tanto paven­tato; si sentirono, però, trattenuti da forti catene, le cui estremità erano state messe nelle mani della loro rivale.

515. Proruppe, intanto, dal trono una voce: «Oggi si po­serà su di voi lo sdegno dell'Altissimo; una discendente di Adamo e di Eva vi schiaccerà la testa e si eseguirà l'antica sentenza scagliata in cielo e poi in paradiso perché, disub­bidienti e superbi, avete disprezzato l'umanità del Verbo e colei che lo rivestì della carne nel suo castissimo seno». In quel momento la Principessa fu sollevata dal suolo da sei dei supremi serafini che assistevano le tre divine Persone e, posta su una nuvola splendidissima, fu collocata a lato del suo Unigenito, dalla cui divinità si irradiò un fulgore così ineffabile da avvolgerla completamente, facendola ap­parire simile al globo del sole. Sotto i suoi piedi comparve anche la luna, a significare che ella calpestava tutte le co­se inferiori, caduche e mutabili, rappresentate dalle sue di­verse fasi. Sul suo capo fu posto un diadema di dodici stel­le, simbolo delle perfezioni superne, comunicatele nel gra­do possibile ad una semplice creatura. Portava nel suo grembo l'essere di Dio e l'amore che gli era proporzionato; gridava come per le doglie e il travaglio del parto nel dare alla luce ciò che aveva concepito, affinché coloro che ne erano capaci ne partecipassero, ma tutti opponevano resi­stenza, benché ella lo desiderasse con lacrime e sospiri.

516. Tale immagine grandiosa, ideata nella mente del sommo sovrano, fu proposta a satana, che aveva assunto l'apparenza di un enorme drago rosso con sette teste co­ronate da sette diademi e da dieci corna. Questa figura manifestava che egli era l'autore dei sette vizi capitali, che pretendeva di seminarli nel mondo con le sue eresie, sim­boleggiate dai sette diademi, e che l'acutezza e la fortezza della sua astuzia e della sua perfidia avevano distrutto nei mortali la legge divina compendiata nei dieci comanda­menti, contro i quali si era armato di dieci corna. Inoltre, trascinava giù con il cerchio della coda un terzo delle stel­le del cielo, cioè le migliaia di angeli apostati suoi segua­ci, e coloro che aveva fatto precipitare, ma che sembrava­no innalzarsi al di sopra di esse per dignità o per santità.

517. Lucifero in quella brutta e spaventosa forma e i suoi in altre assai disparate persistevano nella battaglia al­la presenza di Maria, la quale stava per generare la co­munità ecclesiale, che con tale parto si sarebbe perpetua­ta ed arricchita. Aspettavano la nascita del bambino per divorarlo e per distruggerlo, se avessero potuto, e si arro­vellavano d'invidia vedendo una donna così forte istituire la Chiesa, riempirla di tante anime e fecondarla di copio­si favori, traendo dietro di sé con le sue doti, il suo esem­pio e le sue intercessioni i predestinati alla felicità impe­ritura. Nonostante lo sdegno diabolico ella diede vita a un maschio, designato a governare tutte le genti. Questi è lo spirito equo e potente della stessa Chiesa, che con la ret­titudine e l'autorità di Gesù regge con saggezza tutti i po­poli; simboleggia, inoltre, gli uomini apostolici che insie­me a lui dovranno giudicare nell'ultimo giorno con la ver­ga di ferro della giustizia celeste. Tutto ciò fu il frutto del seno della Vergine, perché non solo ella diede alla luce il Salvatore, ma con la sollecitudine e i propri meriti anche la stessa comunità dei credenti, che alimentò per la dura­ta del suo pellegrinaggio e tuttora conserva nello spirito vi­rile delle origini, custodendola nella verità cattolica, con­tro cui non prevarranno le porte degli inferi.

518. San Giovanni asserisce che il figlio fu subito rapito verso il seggio della Trinità, mentre la madre fuggì nel de­serto, in cui le era preparato un rifugio perché vi fosse nu­trita per milleduecentosessanta giorni. Questo significa che il suo parto legittimo, sia dell'intero corpo mistico che di ogni suo membro, arriva al trono regale, dove risiede il frut­to del suo concepimento naturale, Cristo, nel quale e per il quale ella li genera e sostenta. La solitudine in cui fu tra­sportata dopo il combattimento fu una condizione altissima e piena di misteri, della quale riferirò qualcosa in seguito; difatti, ella soltanto rimase in questo stato e nessun altro ha mai potuto ottenerlo o giungervi. Qui dimorò lontana da ciascun essere e ancor di più dal demonio, che, ignorando il segreto, non riuscì più a tentarla e perseguitarla.

519. Il serpente, però, prima che scomparisse quella pro­digiosa immagine, apprese ogni cosa e a causa di ciò perse la fiducia, in cui la presunzione lo aveva mantenuto per cin­quemila anni, di sconfiggere colei che sarebbe stata la Ma­dre del Messia. Da questo si può in parte comprendere quale dovette essere l'indignazione dei diavoli, soprattutto quan­do si videro legati ed atterrati dalla persona che con tanto ingegno e furiosa rabbia avevano cercato di far cadere dal­la grazia, impedendole di conseguirne gli effetti per i fede­li. E, nello sforzo di ritirarsi, la bestia diceva: «O donna, dammi l'autorizzazione a sprofondare nelle caverne oscure, perché non posso stare alla tua presenza né mi porrò più al tuo cospetto per tutto il tempo in cui vivrai su questa ter­ra. Hai vinto, o donna, hai vinto, ed io ti riconosco ricolma delle virtù di chi ti elesse come sua genitrice. O Dio, casti­gateci pure voi stesso, poiché a voi non possiamo resistere, ma non servitevi di una creatura così inferiore. La sua ca­rità ci consuma, la sua umiltà ci abbatte: in tutto è una di­mostrazione della vostra misericordia e questo ci tormenta più di molte pene. Su, miei ministri, aiutatemi! Ma che co­sa possiamo fare contro di lei, se le nostre energie non ci permettono nemmeno di ritirarci, finché ella non ci con­senta di scostarci dalla sua intollerabile vista? O stolti uo­mini, perché seguite me e lasciate la vita per la morte, la verità per la menzogna? Come potete procedere in modo tanto assurdo e folle - sì, lo ammetto a mio dispetto - men­tre avete dalla parte vostra e nella vostra natura il Verbo di­vino e costei che mi obbliga ad affermare una realtà da me interamente disprezzata e aborrita? Ciò mi spinge a pensa­re che la vostra ingratitudine sia più grande della mia. Ma­ledetta la decisione che presi di vessare questa discendente di Adamo che tanto mi opprime».

520. Mentre il dragone faceva, suo malgrado, tale con­fessione, san Michele per difendere la suprema causa si ma­nifestò alla guida dei celesti eserciti, che, con le armi dei lo­ro intelletti, sferrarono un'altra battaglia contro le legioni in­fernali, litigando con esse, riprendendole e provando a convincerle nuovamente della loro antica arroganza, della di­sobbedienza commessa nell'empireo e della temerità con cui avevano insidiato Gesù e Maria, sui quali non avevano alcun diritto, poiché entrambi erano scevri di ogni peccato e im­perfezione. L'arcangelo così agendo legittimò le opere della giustizia superna, dichiarandola ineccepibile e senza motivo di dolersi per aver castigato l'apostasia di Lucifero e dei suoi; inoltre maledisse i ribelli e intimò loro la sentenza di puni­zione, confessando il Signore come santo, retto ed onnipo­tente. Essi, invece, difesero la rimostranza e l'audacia della loro superbia, ma tutte le loro argomentazioni si rivelarono false, vane, piene di diabolica presunzione e di errori.

521. Durante questo alterco, all'improvviso si fece si­lenzio; il Re dei re parlò alla Vergine, dicendole: «Mia di­letta, scelta tra tutti dalla mia eterna sapienza come tem­pio santo e mia dimora, voi siete colei che mi ha rivesti­to della vostra natura, ha riparato la perdita del genere umano, ha ricalcato le mie orme e mi ha imitato, ha me­ritato più di tutti gli esseri grazia e doni, che in voi non sono mai stati oziosi o infruttuosi. Voi siete l'oggetto de­gno del mio infinito amore, la protezione della comunità ecclesiale, la sua signora e guida. Avete il mio benestare e il potere che come sovrano ho consegnato alla vostra fe­delissima volontà: comandate perciò al serpente che, men­tre siete in vita, non semini la zizzania degli errori e del­le eresie che ha preparato. Decapitate la sua dura cervice e schiacciategli il capo, perché voglio che durante il vostro pellegrinaggio i credenti godano di questo favore».

522. La prudentissima Principessa eseguì l'ordine e con autorità ingiunse agli spiriti maligni di tacere, di non im­piantare tra i fedeli false sette e di non avere l'ardire di in­gannare nessuno, finché ella fosse stata nel mondo, con le loro sacrileghe dottrine e i loro infondati dogmi. E così in­fatti avvenne, sebbene essi fumanti d'ira avessero inten­zione, per vendicarsi, di spargere proprio allora quel veleno tra i cristiani. Ma l'Altissimo, per l'affetto che portava alla Madre, lo impedì per mano di lei stessa e solo dopo il suo glorioso transito, a causa delle colpe dei mortali pe­sate sulla bilancia dell'equità divina, fu loro concesso di at­tuare il malefico piano.

523. Secondo la narrazione di san Giovanni, il dragone, che porta il nome di satana, fu subito fatto cadere; allon­tanatosi con tutti i suoi ministri dalla presenza della Re­gina giunse sulla terra, dove gli fu permesso di stare, co­me se la catena con cui era legato fosse stata alquanto al­lungata. In quello stesso istante si udì dall'alto la voce di san Michele: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il re­gno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è sta­to precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che 1i ac­cusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo han­no vinto per mezzo del sangue dell'Agnello e grazie alla te­stimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a morire. Esultate, dunque, o cieli, e voi che abi­tate in essi. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo». Con queste parole fu proclamato che, per i trionfi di Maria uniti a quelli del suo Unigeni­to, restavano assicurati per i giusti il regno di Dio e gli ef­fetti della redenzione umana. Tale dichiarazione si ebbe quando fu terminata la battaglia e Lucifero fu vinto e sca­raventato quaggiù; difatti, se così non fosse accaduto, sen­za dubbio costui avrebbe reso vani i frutti del riscatto. L'ar­cangelo si rallegrò con i beati, perché erano ormai schiac­ciati la testa e i malvagi propositi del demonio, che ca­lunniava gli uomini, i quali egli chiamò fratelli per la parentela delle due nature, angelica ed umana, rispetto all'a­nima, alla grazia e alla gloria.

524. Il nemico, pretendendo di pervertire i principi del­la Chiesa, enunciava al cospetto dell'Onnipotente le tra­sgressioni dei discendenti di Adamo, che, avendo ucciso il Messia, non meritavano il perdono e la salvezza, ma al con­trario il castigo dell'eterna dannazione. La dolcissima e cle­mentissima Maestra, però, si oppose a tutto questo guada­gnandoci la fede e la sua propagazione, e l'abbondanza del­la misericordia e dei benefici concessi in virtù della morte di sua Maestà: tesori demeritati dai peccati di quelli che lo crocifissero e di chi non lo accettò come redentore. Michele avvisò gli abitanti della terra con quel doloroso grido di compassione, affinché stessero pronti contro colui che era piombato su di loro con immensa rabbia. L'avversario, do­po aver conosciuto i misteri della redenzione, il potere del­la Vergine e la pienezza di grazia, di meraviglie e di elar­gizioni con cui si fondava la comunità primitiva, capì che gli restava poco tempo per eseguire i suoi disegni; difatti, da tutti questi prodigiosi eventi scaturì in lui il sospetto che presto avrebbe avuto fine il mondo, oppure che tutti avreb­bero seguito Gesù e si sarebbero valsi dell'intercessione di sua Madre per conseguire la beatitudine senza fine. Ma, ohimé, quale dolore! I mortali sono stati più pazzi, stolti e ingrati di quello che immaginò lo stesso serpente!

525. L'Evangelista afferma che, quando egli si vide pre­cipitato, progettò di opprimere la donna che aveva partori­to il figlio maschio, ma a lei furono date due ali di una gran­de aquila affinché volasse nella solitudine del deserto, dove sarebbe stata nutrita per un tempo, per due tempi e per la metà di un tempo distante dalla faccia del drago. Quest'ul­timo rigettò subito dalla bocca un copioso fiume d'acqua dietro di lei per travolgerla, se fosse stato possibile. In tale descrizione si palesa meglio la sua rabbia contro l'Altis­simo, la Principessa e i credenti, giacché da parte sua sem­pre arde l'invidia e si innalza la superbia. Allora gli restò ancora malizia per tentare di nuovo la nostra sovrana, se gli fosse stato consentito e se avesse avuto energie sufficienti, ma questa libertà non gli fu accordata; perciò si dice che furono date alla donna due ali d'aquila, perché si recasse nel rifugio preparato per lei. Le ali rappresentavano la for­za donata dal Signore alla Regina per salire dinanzi a lui e poi discendere per distribuire i tesori della grazia.

526. Poiché da quel momento in poi satana non ebbe più il permesso di lusingarla, viene narrato nell'Apocalisse che ella nel suo ritiro stava lontana da lui, e un tempo, due tempi e la metà di un tempo corrispondono a tre an­ni e mezzo, ossia i milleduecentosessanta giorni meno al­cuni. In questo stato, e in altri che riferirò, rimase la Si­gnora per il resto della sua esistenza peritura. Siccome, però, la bestia non ebbe più speranze di insidiarla, vomitò dietro di lei la sua velenosa perfidia; difatti, dopo che fu sconfitto, si riversò astutamente sui fedeli, perseguitando­li per mezzo dei giudei e dei gentili e specialmente dopo il transito di Maria li inondò con la piena delle eresie e delle false sette che teneva represse nel petto. E così, non avendo la possibilità di sfogare la sua ira, dopo essere sta­to annientato compendiò le sue minacce nella battaglia che decise di darle, vendicandosi su coloro che da lei erano tanto amati.

527. Per questo, immediatamente dopo si dichiara che egli sdegnato andò a combattere contro tutti gli altri di­scendenti della donna, contro coloro che osservano i co­mandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. Poi si arrestò sulla spiaggia del mare, simbolo de­gli innumerevoli idolatri, giudei e pagani, per i quali fa ed ha fatto guerra alla comunità ecclesiale, oltre a quella che le muove occultamente saggiando i suoi membri. Ma la terra ferma e stabile, rappresentata dall'immutabilità della Chiesa e dalla sua incontrastabile verità cattolica, le venne in soccorso, aprendo una voragine ed inghiottendo il fiume lanciato contro di lei. E così infatti avviene, poiché la Chie­sa, che è la bocca dello Spirito, ha condannato e confuta­to tutti gli errori, le sette e le dottrine false, con le parole e gli insegnamenti che escono da essa per mezzo delle di­vine scritture, dei concili e delle determinazioni dei dotto­ri, dei maestri e dei predicatori del Vangelo.

528. Giovanni racchiuse nel suo libro tutti questi e mol­ti altri misteri, raccontando il duello e le vittorie di sua Al­tezza. Ella, volendo porre fine agli scontri con Lucifero nel cenacolo, benché egli ne fosse stato già cacciato fuori e se ne stesse come legato con la catena da lei tenuta, com­prese che quella era l'occasione opportuna, nonché volontà del suo Unigenito, per scaraventarlo nelle caverne oscure. In forza di tale conoscenza slegò i demoni e con autorità comandò loro di piombare in un istante negli abissi; ap­pena ebbe pronunciato queste parole tutti caddero imme­diatamente negli anfratti più remoti dell'inferno, dove stet­tero per un po' lanciando urla di dispetto e di rabbia. Su­bito i ministri superni incominciarono ad elevare nuovi cantici al Verbo incarnato per i suoi trionfi e per quelli dell'invincibile Principessa; i progenitori, Adamo ed Eva, gli resero grazie per aver eletto quella loro figlia come ma­dre e come riparatrice della rovina che essi avevano cau­sato ai posteri; i patriarchi fecero lo stesso, perché vede­vano adempiuti felicemente e gloriosamente i loro antichi desideri e vaticini; san Gioacchino, sant'Anna e san Giu­seppe con maggior giubilo degli altri glorificarono l'Onni­potente per la figlia e la sposa che aveva loro dato; e tut­ti insieme gli intonarono lodi, confessandolo santo e mirabile nei suoi giudizi. La Vergine si prostrò davanti al tro­no regale e adorò Cristo, palesandogli la sua disponibilità ad adoperarsi nuovamente per il bene dei credenti. Gli chie­se, inoltre, la benedizione e, ottenutala con sublimi effet­ti, la domandò anche ai suoi genitori e al suo sposo, ai quali raccomandò di pregare per tutti i fedeli. Dopo aver accolto tale esortazione, quella celeste compagnia si con­gedò da lei e ritornò nell'empireo.

 

Insegnamento della Regina del cielo

529. Carissima, dopo la ribellione del serpente e dei suoi ebbero inizio nel cielo i conflitti, che si prolunghe­ranno sino alla fine del mondo, tra il regno della luce e quello delle tenebre, tra Gerusalemme e Babilonia. Sua Maestà si costituì capo dei figli della luce, autore della santità e della grazia, mentre satana si assurse a condot­tiero dei figli delle tenebre, autore del peccato e della per­dizione. Ciascuno difende il proprio partito e procura di far crescere i suoi seguaci: l'uno invita con la verità della fede, i favori della grazia, la virtù della santità, i sollievi recati nelle tribolazioni e la speranza certa della beatitu­dine promessa, e inoltre ordina ai suoi angeli di scortare, consolare e proteggere i suoi amici fino a quando non sa­ranno giunti nella sua gloria; l'altro, invece, attira i suoi con falsità, menzogne e tradimenti, e li confonde con tur­pi ed abominevoli vizi, comportandosi nei loro confronti come un vero tiranno, affliggendoli senza tregua ed op­primendoli senza concedere un attimo di respiro. In que­sto modo prepara con disumana crudeltà lacrimevoli tor­menti, che darà loro sia da sé sia per mezzo dei suoi al­leati, finché Dio sarà Dio.

530. Oh, quale dolore! Malgrado questa realtà sia così infallibile e nota, la ricompensa tanto diversa e il premio dell'uno infinitamente distante da quello dell'altro, pochi sono i soldati alla sequela di Gesù, loro legittimo re, capo e modello, mentre sono molti coloro che aderiscono alla fazione di Lucifero, senza che egli abbia dato loro la vita, gli alimenti o qualche rimunerazione, e senza che se lo sia meritato o li abbia obbligati, come, invece, ha fatto e fa il nostro Salvatore. Enorme è l'ingratitudine, stolta l'infedeltà ed infelice la cecità degli uomini! Pur essendo stata con­segnata ad essi la libera volontà di andar dietro al Mae­stro e di potergli essere riconoscenti, si sono associati al maligno, servendolo gratuitamente, aprendogli il cuore e spalancandogli l'ingresso nella casa del Signore, affinché la profani e la distrugga, e trascini alla dannazione gran par­te del mondo.

531. Questa contesa durerà sempre, perché il Principe del­l'eternità non cesserà mai per la sua infinita bontà di soc­correre coloro che ha creato e redento con il suo sangue. È conveniente, però, che egli non combatta da solo, né tan­tomeno per mezzo dei suoi custodi, perché risulta a maggior onore suo e ad esaltazione del suo nome schiacciare e confon­dere l'ostinata superbia del dragone per mano degli stessi mortali, su cui tale nemico pretende di vendicarsi. Io, sem­plice creatura, dopo il mio Unigenito fui guida e maestra di queste battaglie: i diavoli, pieni di orgoglio per il dominio dato loro dal genere umano fin dal peccato originale, furo­no annientati non solo da lui nella vita e nella morte, ma anche da me in nome suo. Con queste vittorie si fondò la comunità ecclesiale in uno stato di eccelsa perfezione, in cui avrebbe perseverato se la negligenza dei discendenti di Adamo non avesse somministrato al demonio, rimasto debilita­to e fragile, una nuova energia, con la quale ancora oggi sconvolge e manda in rovina l'intero universo.

532. Ciononostante il mio diletto non abbandona la co­munità ecclesiale, acquistata con il suo sacrificio, e nep­pure io, che continuamente la guardo come madre e pro­tettrice: vogliamo che fioriscano in essa altre anime pron­te a difendere la gloria del sommo sovrano e a guerreg­giare contro l'inferno per scompigliare ed abbattere i suoi abitanti. Quindi, bramo che tu ti disponga a ciò con l'aiu­to divino, che non ti meravigli della forza dell'avversario né ti avvilisca per la tua miseria e povertà. Sai già come la sua rabbia contro di me sia stata più grande di quella nutrita contro qualsiasi altra persona, o meglio contro tut­te insieme, ma ugualmente lo sgominai con la potenza su­perna; allo stesso modo, dunque, tu potrai fargli fronte. Impegnati a sconfiggerlo per quanto ti spetta, e così l'Al­tissimo ti preparerà per le lotte future. Sappi che la Chie­sa cattolica non sarebbe arrivata alle angustie del tempo presente, se molti dei suoi figli nutriti e cresciuti nel pro­prio seno si fossero preoccupati di sostenere la causa del­l'Eterno.

 

CAPITOLO 8

Si dichiara lo stato nel quale la santissima Madre fu posta con la visione astrattiva, ma continua, di Dio dopo che eb­be vinto i demoni, e come agiva in esso.

 

533. Nella misura in cui i misteri dell'infinita ed eterna sapienza si adempivano in Maria beatissima, ella si solle­vava al di sopra della sfera di ogni perfezione e di ogni immaginazione umana. E siccome i suoi trionfi su Lucifero e i demoni furono ottenuti proprio nelle circostanze e con i favori che ho riferito, immediatamente dopo l'in­carnazione, la redenzione e tutti gli eventi nei quali fu coa­diutrice del suo Unigenito, non è possibile alla nostra po­chezza aspirare a comprendere gli effetti che conseguiva­no nel suo castissimo cuore. Meditava le opere del Signo­re ponderandole sulla bilancia della sua mirabile pruden­za ed in lei cresceva l'incendio dell'ardore per sua Maestà, con stupore degli angeli e dei cittadini del cielo. La sua vi­ta naturale non le avrebbe consentito di tollerare gli im­petuosi voli con cui s'innalzava per immergersi nell'abisso della Divinità, se essa non le fosse stata conservata mira­colosamente. Poiché, inoltre, i suoi sentimenti di pietà l'at­traevano verso i suoi figli, che dipendevano da lei come le piante dal sole che le sostenta e vivifica, giunse ad una dol­cissima ma veemente tensione per riunire tutto in sé.

534. Questa era la sua condizione dopo le vittorie ri­portate sul drago. Sebbene fin dal primo istante e lungo l'intero corso della sua esistenza avesse effettuato quanto era maggiormente puro e sublime, senza essere ostacolata dai pellegrinaggi, dalle pene e dalle preoccupazioni per Ge­sù e per il prossimo, in tale particolare momento nel suo infiammato petto arrivarono a gareggiare la forza dell'a­more per Dio e quella dell'amore per le anime. In ciascu­no di questi frutti della carità avvertiva la violenta e san­ta emulazione con la quale essi anelano a sempre più straordinari doni della grazia. Da una parte desiderava se­pararsi dalle realtà sensibili per elevarsi alla suprema e continua comunione con l'Eterno senza alcun intralcio o tramite, imitando coloro che sono in paradiso e ancor più Cristo quando era nel mondo, in tutto ciò che non era la visione beatifica che egli aveva con l'unione ipostatica; que­sta non le era possibile, ma nondimeno la sua eccellenza e il suo fervore ricercavano quello che era più vicino allo stato di comprensore. Dall'altra parte era spinta dall'affetto per i credenti e dalla premura di provvedere a tutte le loro esigenze, perché senza il servizio di madre di famiglia non era abbastanza soddisfatta dei favori che riceveva, ed essendoci bisogno di tempo per lavorare alla maniera di Marta rifletteva su come regolarsi per non mancare in nes­suna delle due cose.

535. L'Altissimo lasciò spazio alla sua sollecitudine per­ché fosse più vantaggioso il beneficio disposto per lei con braccio vigoroso e a questo scopo le disse: «Sposa e ami­ca mia, le vostre cure e le vostre riflessioni hanno ferito il mio cuore e con la forza della mia destra voglio compie­re in voi quanto non ho mai fatto né mai farò in altre ge­nerazioni, perché voi siete mia compagna ed eletta per le mie delizie fra tutti. È pronto per voi un luogo appartato, dove vi alimenterò di me come i beati, benché in un altro modo: godrete della mia incessante contemplazione e dei miei abbracci, in solitudine, riposo e tranquillità, senza che vi siano di inciampo le creature e l'essere viatrice. Libera vi librerete verso una simile abitazione e troverete gli spa­zi immensi che la vostra sconfinata tenerezza ambisce per dilatarsi illimitatamente, per poi ridiscendere nella Chiesa e, ricolma dei miei tesori, distribuirli ai vostri fratelli in base alle loro necessità e tribolazioni, così che abbiano ri­medio».

536. Si tratta del privilegio a cui ho accennato nel ca­pitolo precedente e che Giovanni racchiude in queste pa­role: La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva pre­parato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecento­sessanta giorni. E poco dopo aggiunge: Ma furono date al­la donna le due ali della grande aquila, per volare nel de­serto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente. A causa della mia ignoranza non mi è facile spie­gare questo mistero, poiché contiene molte prerogative ri­servate esclusivamente a lei. La fede ci insegna che non siamo in grado di vagliare l'imperscrutabile onnipotenza del Signore e quindi è giusto confessare che egli ha potu­to operare assai più di quanto noi riusciamo a compren­dere, e non le si deve negare se non ciò che è evidente­mente contraddittorio in se stesso. In tutto quello che mi fu palesato affinché lo scrivessi, ammesso che io l'abbia in­teso, non ravviso nulla che impedisca che sia come l'ho ca­pito, sebbene per rivelarlo non abbia vocaboli appropriati.

537. Dunque, vinte le battaglie contro il drago e i suoi, Maria fu elevata ad una condizione in cui le fu manife­stato sua Maestà, non con una visione intuitiva, ma con un'altra, chiara e attraverso specie create, che nell'intera Storia ho chiamato astrattiva, perché non dipende dalla presenza reale dell'oggetto, né questo muove l'intelletto da sé bensì per mezzo di altre immagini che lo rappresenta­no, come se l'Eterno mi volesse infondere tutte quelle più confacenti di Roma per mostrarmela quale realmente è. L'ebbe in tutto il corso della sua vita, come sovente ho ri­petuto, ma, anche se nella sostanza non fu nuova per lei, che l'aveva avuta nell'istante del suo concepimento, lo fu allora per due motivi: il primo è che restò permanente e ininterrotta finché ella non morì passando alla visione bea­tifica, mentre nelle altre volte era stata solo transitoria; il secondo è che divenne sempre più sublime, eccelsa e al di là di ogni pensiero.

538. Perché la nostra Principessa fosse disposta oppor­tunamente le furono ritoccate tutte le facoltà con il fuoco del santuario, cioè con altri effetti celesti con i quali fu il­luminata ed innalzata sopra di sé. Poiché questo modo di essere era una partecipazione di quello dei santi ed insie­me era diverso, occorre illustrare in che cosa consistesse la somiglianza e in che cosa la differenza. La somiglianza era che contemplava il medesimo oggetto, l'Altissimo e i suoi attributi, che essi possiedono con sicurezza, e ne ave­va maggiore conoscenza; la differenza riguardava tre aspet­ti. Innanzitutto essi vedono Dio faccia a faccia e intuitiva­mente, mentre ella lo vedeva astrattivamente. Poi, essi nel­la patria non possono più crescere nella visione beatifica, né nella fruizione essenziale che è la gloria dell'intelletto e della volontà, mentre ella nella visione astrattiva che ave­va come pellegrina nel mondo non aveva termine o misu­ra ed anzi approfondiva continuamente la cognizione di lui; perciò le furono date le ali dell'aquila per volare nel mare infinito della Divinità, dove c'è sempre da apprende­re non essendoci confini a delimitarlo.

539. Inoltre, essi non patiscono né acquistano meriti, perché questo è incompatibile con il loro stato, mentre el­la pativa e acquistava meriti; altrimenti, non sarebbe sta­to tanto stimabile il beneficio per lei e per la Chiesa, giac­ché quello che compì fu di immenso valore per tutti. La Vergine era uno spettacolo ammirevole per gli angeli e gli eletti, e quasi un ritratto del Figlio, perché come regina e signora aveva la potestà di dispensare e distribuire i teso­ri della grazia, e d'altra parte così li aumentava. Benché fosse ancora nella carne, la sua posizione era simile a quel­la di Cristo nostro salvatore quando era quaggiù; infatti, confrontata con lui era viatrice, ma paragonata agli altri pareva come i comprensori.

540. Ciò richiedeva che nell'armonia dei suoi sensi e del­le sue facoltà vi fosse un nuovo ordine e un nuovo modo di agire proporzionato in tutto, e le fu dunque mutato il precedente. Tutte le specie di creature che erano in lei fu­rono cancellate, sebbene ella non ammettesse in sé se non le sole strettamente necessarie per la pratica della carità e

delle virtù; fu purificata da esse per la loro componente terrena e perché erano entrate attraverso i sensi e, al po­sto di quelle che da allora avrebbe dovuto ricevere per via naturale, gliene furono infuse altre più pure e immateria­li, con le quali conosceva in maniera più alta.

541. Tale prodigio non è difficile da capire per i dotti, ma per rendere chiare a tutti le mie affermazioni avverto che, pressappoco come negli animali, tramite la vista, l'u­dito, l'olfatto, il gusto e il tatto si introducono in noi del­le specie dell'oggetto in causa, che sono trasmesse all'im­maginazione dove si raccolgono e conservano. In noi che siamo razionali l'intelletto opera con esse e ne trae altre, spirituali, venendo perciò chiamato «intelletto agente»; per loro mezzo, intende quello che passa per i cinque sensi. Per questo i filosofi sostengono che per comprendere de­ve speculare nella fantasia per prendere di là le specie, es­sendo l'anima unita al corpo, da cui dipende.

542. Maria era esente da tutto questo e le erano infuse altre specie, in modo più sublime, mentre quelle comuni rimanevano nell'immaginazione, e l'intelletto non operava con esse se non quanto occorreva per percepire il dolore e le afflizioni. Accadeva nel tempio che ella era ciò che era accaduto in quello che la prefigurava: nella sua costruzio­ne le pietre erano state lavorate fuori e dentro non si era­no sentiti colpi di martello né alcun altro rumore, e per­sino gli olocausti avevano sempre avuto luogo sull'altare davanti al santuario, nel quale si faceva soltanto l'offerta dell'incenso e degli aromi.

543. Così anche in lei all'esterno, nei sensi, si scolpiva­no le pietre delle virtù; nell'atrio dell'immaginazione si ese­guiva il sacrificio delle pene e delle tristezze che soppor­tava per i fedeli e per le loro tribolazioni; nel Santo dei santi delle facoltà, dell'intelletto e della volontà si offriva solo il profumo della visione di Dio e il fuoco del suo in­comparabile ardore. Non erano adeguate a questo le spe­cie che entravano attraverso i sensi e che rappresentavano gli oggetti materialmente e con strepito, e dunque il pote­re del Signore ne infuse altre, più pure, dei medesimi og­getti, perché servissero alla sua contemplazione e perché accompagnassero nell'intelletto quelle che ella aveva del suo essere, che incessantemente rimirava e amava nella tranquillità e nella serenità di una pace inviolabile.

544. Esse dipendevano dall'Altissimo, nel quale rappre­sentavano al suo intelletto tutte le cose, come lo specchio riflette agli occhi tutto ciò che gli si pone davanti e questi lo conoscono senza volgersi a osservarlo: quello che i mem­bri della Chiesa domandavano, quello che doveva compie­re a loro favore nelle angustie che soffrivano e quello che la volontà superna bramava, affinché si adempisse sulla terra come in cielo. Da questa maniera di intendere e di agire era eccettuato quello che le era comandato da Pie­tro, da Giovanni o dagli altri apostoli; ella stessa lo aveva chiesto per non interrompere l'obbedienza che le era tan­to cara e per palesare che per tale via si è assolutamente sicuri del volere del sommo sovrano, senza che si debba ricorrere ad altro: l'ordine del superiore è indubbiamente quanto egli esige ed è conveniente.

545. Era escluso anche quello che riguardava l'eucari­stia. Per il resto il suo intelletto non era legato alle crea­ture di quaggiù, ma ella era libera e nella solitudine inte­riore, e godeva della visione astrattiva dormendo e ve­gliando, occupata e non occupata, lavorando e riposando, senza discutere o ragionare per conoscere il massimo del­la perfezione, quello che fosse più gradito all'Onnipotente, le necessità dei credenti e il tempo e il modo per rime­diare ad esse. Come i comprensori, che conoscono meno di tutto quanto è inerente alle creature, oltre a ciò che concerneva i cristiani e il loro governo conosceva soprattutto gli imperscrutabili misteri divini, più dei serafini e dei bea­ti. Con questo pane e cibo di vita eterna era alimentata nel deserto che le era stato preparato. Qui era sollecita dei suoi figli senza turbamento, pronta senza inquietudine, vigilan­te senza distrazione; era ricolma di sua Maestà dentro e fuori, vestita dell'oro purissimo di lui, assorta e immersa in quel mare ineffabile, ed insieme era attenta ai suoi de­voti avendo cura di loro, perché diversamente non si sa­rebbe pienamente placata la sua bontà materna.

546. Le furono date, così, le due ali della grande aqui­la, con le quali si librò tanto in alto che poté giungere ad una condizione a cui mai si elevò pensiero umano o an­gelico, scendendone per soccorrere i mortali non passo do­po passo, ma con volo leggero e veloce. O portento della destra di Dio! O meraviglia inaudita, che manifesti la sua forza infinita! Mi mancano i termini, si arresta il discorso e si è incapaci di penetrare un simile arcano. Invidiabili secoli d'oro della comunità primitiva, che gioirono di tan­to bene! Oh, felici noi se arrivassimo a meritare che nei nostri tristi giorni fossero rinnovati tali prodigi tramite la Vergine, nel grado possibile e secondo il bisogno della no­stra miseria!

547. Si capiranno meglio quella fortuna e quel modo di operare di Maria se si considereranno alcuni benefici con­cessi a delle anime che guadagnò. Abbiamo un esempio in un abitante di Gerusalemme, assai noto fra i giudei perché era distinto, di spiccato ingegno e dotato di virtù morali; egli, però, era zelante della legge, come san Paolo, e fermamente contrario al Vangelo. La nostra Regina lo comprese nel Si­gnore, che voleva che si unisse ai discepoli per le sue pre­ghiere, e, desiderando per la stima che lo circondava che ciò accadesse, innalzò suppliche tanto ardenti che furono esau­dite. Nello stato precedente avrebbe riflettuto con la prudenza e la mirabile luce che aveva per trovare i mezzi opportuni per tale scopo, mentre allora bastò che ponesse il proprio sguardo in colui che le avrebbe rivelato il da farsi.

548. Seppe che sarebbe andato da lei mediante la predi­cazione di Giovanni, che quindi ella avrebbe dovuto inviare là dove costui avrebbe potuto sentirlo. Così avvenne e con­temporaneamente il custode di quell'uomo gli ispirò di re­carsi dalla Madre del Crocifisso, che tutti lodavano perché caritatevole, modesta e pia. Egli per il momento non intese quale giovamento spirituale gli sarebbe potuto provenire dal­la sua visita, poiché era privo dell'illuminazione superna, ma fu ugualmente mosso dalla curiosità e dalla brama di in­contrarla. Gli fu sufficiente vederla e udire le parole che con sublime saggezza gli rivolse per essere completamente tra­sformato in un altro: si prostrò ai suoi piedi, professando Gesù redentore del mondo e chiedendo il battesimo, che gli fu subito amministrato dall'Apostolo. Quando fu pronun­ciata la formula lo Spirito venne in forma visibile su di lui, che poi fu sempre ricco di santità, e la Principessa compo­se un cantico di lode al Creatore per la sua liberalità.

549. Una donna della città, già battezzata, rinnegò la fede ingannata dal demonio attraverso una sua parente maliarda. La nostra Maestra ebbe notizia in Dio della sua caduta e, estremamente addolorata, si affaticò con molti esercizi con­giunti a lacrime e implorazioni perché si convertisse, cosa che è più difficile in chi volontariamente si allontana dalla stra­da della salvezza che ha cominciato a percorrere. Ottenne il rimedio della poveretta, circuita dal serpente, e conobbe che sarebbe stato conveniente farla ammonire ed esortare dall'E­vangelista, perché si rendesse conto del suo peccato. Quella lo ascoltò, si confessò, fu restituita alla grazia e poi incorag­giata dalla Signora a perseverare e a resistere al diavolo.

550. Lucifero e i suoi allora non osavano angustiare la Chiesa di Gerusalemme essendovi presente la nostra sovra­na, alla quale avevano timore di avvicinarsi poiché la sua potenza li metteva in fuga. Cercarono dunque di assoggettare alcuni credenti della parte dell'Asia in cui portavano il lieto annuncio Paolo e altri apostoli, pervertendone qualcu­no affinché apostatasse e turbasse o impedisse la loro pro­clamazione. Ella ebbe chiare in sua Maestà le macchina­zioni del nemico e gli domandò di intervenire, se era di suo compiacimento. Le fu risposto di provvedere come madre e regina dell'intero universo, e che era a lui sommamente gra­dita. Con tale licenza, si rivestì d'invincibile fortezza e, co­me una sposa che si alza dal talamo o dal trono dello spo­so e prende le sue armi per difenderlo da chi tenta di of­fenderlo, con le armi del potere divino si levò con valore contro il drago, gli tolse la preda dalla bocca, lo percosse con il suo vigore e gli ordinò di ripiombare nell'abisso. Si potrebbero riferire innumerevoli altri eventi simili, ma quel­li riportati illustrano abbastanza il suo nuovo stato.

551. È ora bene calcolare a quale età Maria beatissima ricevette questo beneficio, riassumendo quanto si è di­chiarato altrove. Quando si trasferì ad Efeso, il sei gennaio del quarantaseiesimo anno dalla nascita del suo Unigeni­to, aveva cinquantaquattro anni, tre mesi e ventisei giorni. Lì dimorò due anni e mezzo, tornando a Gerusalemme il sei luglio del quarantaduesimo anno dopo Cristo, a cin­quantasei anni e dieci mesi. Il primo concilio, di cui si è parlato sopra, ebbe luogo due mesi dopo, così che duran­te il suo svolgimento ella compì cinquantasette anni. Im­mediatamente si verificarono le battaglie e i trionfi, non­ché il passaggio alla condizione che ho spiegato, che durò per milleduecentosessanta giorni, come si afferma nel ca­pitolo dodicesimo dell'Apocalisse, prima che fosse elevata a quello sul quale mi tratterrò più avanti.

 

Insegnamento della Regina del cielo

552. Carissima, nessuno ha delle scusanti se non confor­ma la sua vita a quella di Gesù e alla mia, poiché siamo stati modello ed esempio da seguire per tutti, ciascuno nel proprio stato. Il Signore, tuttavia, sceglie delle anime e le separa dalle altre, affinché in esse si guadagni maggiormente il frutto del suo sangue, si conservi più perfetta l'imitazio­ne sua e mia, risplendano la sua bontà e misericordia. Se sono fedeli e ferventi, è segno di ignoranza assai terrena la meraviglia di alcuni nel constatare che l'Altissimo si mani­festi tanto generoso, concedendo loro favori che sorpassano ogni immaginazione umana. Quanti dubitano pretendono di negargli la gloria che egli stesso si propone di conseguire nelle sue opere, misurandole con i ristretti limiti della no­stra intelligenza, che in costoro in genere è particolarmen­te corrotta ed oscurata a causa delle colpe.

553. Se le medesime persone elette dall'Eterno hanno una grettezza tale che mettono in discussione i suoi doni, o non si dispongono ad accoglierli e usarli con prudenza e con la dovuta considerazione, sicuramente lo oltraggiano più di coloro che non hanno avuto uguali elargizioni e ta­lenti. Egli non vuole che si disprezzi e si dia ai cani il pa­ne dei figli, né che si gettino perle davanti a chi le calpe­sta, perché queste grazie singolari sono il capitale distinto e appartato dalla sua infinita provvidenza, oltre che la com­ponente principale del prezzo della redenzione. Sappi, dun­que, che commettono ciò quelli che si abbattono per le cir­costanze sfavorevoli o ardue, e quelli che si ritirano o non permettono al Salvatore di servirsi di loro come di suoi stru­menti per quanto gli piace. Tale mancanza è ancor più bia­simevole quando essi non confessano il nostro Maestro nel­la sua liberalità per paura delle tribolazioni che potrebbe­ro derivare loro e di quello che il mondo potrebbe pensa­re di simili novità. Così, intendono adempiere la volontà dell'Onnipotente soltanto allorché questa concorda con la loro: se devono fare delle azioni virtuose, ciò deve essere secondo determinate comodità; se devono amare, ciò deve essere a patto di essere lasciati nella tranquillità che bra­mano; se devono credere e stimare i benefici, ciò deve es­sere godendo delle sue carezze. Intanto, però, al soprag­giungere delle avversità e delle pene da sopportare per lui, subito subentrano in loro la scontentezza, la tristezza, il di­spetto e l'impazienza, e quindi egli si trova frustrato nei suoi desideri ed essi si rendono incapaci della santità.

554. Tutto questo, che li fa divenire inadeguati e senza profitto per sé e per gli altri, è difetto di scienza, senno e vero affetto: guardano prima a sé che a Dio e si fanno muo­vere più dall'amor proprio che dall'amore di lui; sono taci­tamente insolenti, presumendo di dirigerlo e di riprenderlo, giacché affermano che compirebbero per lui molte cose se fossero in certe condizioni, ma senza queste non possono, per non mettere a rischio la loro reputazione o la loro quie­te, neppure per il bene comune e per la sua esaltazione. E, siccome non lo dicono con chiarezza, non giudicano di es­sere macchiati di un peccato tanto temerario, peccato che il demonio nasconde loro perché non se ne avvedano.

555. Affinché tu eviti con cura una così grande scelle­ratezza, pondera profondamente quello che di me scrivi e comprendi, e come ambisco che mi imiti. Io non potevo incorrere in questi errori, e tuttavia impiegavo la mia con­tinua vigilanza e le mie preghiere per vincolare il Signore perché mi governasse in tutto per mezzo del solo suo ben accetto volere e non mi consentisse di eseguire niente che non fosse di suo beneplacito, cercando da parte mia di iso­larmi e di dimenticarmi di tutte le creature. Tu sei sog­getta a sbagliare e sai quanti lacci ti ha teso il drago da sé e tramite esse, perché vi inciampi; dunque, è ragione­vole che non cessi mai di domandare al tuo sovrano che ti guidi egli stesso e che chiuda le porte dei tuoi sensi in modo tale che non entrino immagini o figure di realtà mon­dane. Rinuncia al diritto alla tua libera volontà e cedilo al compiacimento del tuo sposo. Quando la legge divina e la carità ti obbligano a rapportarti con qualcuno, non am­mettere in te che il necessario e chiedi immediatamente che si cancellino le specie non indispensabili. Esamina ogni tua opera, parola e pensiero con sua Maestà, con me o con i tuoi angeli, che ti siamo sempre accanto, e se ne hai l'op­portunità anche con il tuo confessore, ritenendo altrimen­ti sospetto e pericoloso tutto quello che fai e decidi; veri­fica poi se ciò è conforme o meno al mio insegnamento.

556. Innanzitutto sii attenta a non perdere per nessun motivo di vista Dio, dal momento che la fede e l'ulteriore luce che hai ricevuto ti servono a tale scopo. Poiché que­sto è il tuo ultimo fine, sin dalla vita terrena comincia a conseguirlo come ti è possibile con l'aiuto della grazia. E’ +già tempo che scuota da te i timori e le suggestioni con cui il nemico tenta di ostacolarti e di impedirti di avere costantemente fiducia nei favori superni. Perfezionati nel­l'essere forte e prudente in questo e abbandonati comple­tamente ai disegni dell'Eterno, affinché in te e di te faccia quello che gli sarà gradito.

 

CAPITOLO 9

Si narrano l'intervento di Maria nella formazione dei Van­geli, la sua apparizione a san Pietro ad Antiochia e a Roma e altri favori fatti agli apostoli.

 

557. Ho già spiegato, per quanto ho potuto, quale fos­se lo stato della nostra Regina dopo il primo concilio e do­po le vittorie da lei conseguite su Lucifero e i suoi. Ben­ché tutte le meraviglie che compì in questo ed in altri periodi non siano sintetizzabili in una storia, mi è stata con­cessa una particolare illuminazione per illustrare come fu intrapresa la stesura dei Vangeli e come ella vi contribuì e si prese cura in modo miracoloso degli apostoli assenti. Nella seconda parte e altrove ho riferito che ebbe notizia di tutti gli arcani concernenti la legge di grazia ed i testi che le avrebbero conferito fondamento e stabilità. Questa cognizione le fu confermata più volte, specialmente quan­do salì al cielo all'ascensione del suo Figlio santissimo, e da allora ogni giorno, senza tralasciarne alcuno, prostrata pregava intensamente il Signore perché rischiarasse colo­ro che li avrebbero redatti e disponesse che lo facessero al momento opportuno.

558. In seguito, mentre era nell'empireo prima che le fossero affidati i credenti, fu informata che era ormai tem­po di dare avvio all'opera, affinché provvedesse come mae­stra della Chiesa. Per la sua profonda umiltà e prudenza ottenne che ciò avvenisse tramite il capo della comunità e che questi fosse assistito in una responsabilità di tanto gran­de importanza. Dunque, allorché il sacro collegio, come ri­ferisce il quindicesimo capitolo degli Atti, si riunì per ri­solvere i dubbi relativi alla circoncisione, egli affermò che occorreva fissare le verità circa la vita del nostro Redento­re, così che tutti le esponessero senza differenze o discor­danze e, bandendo l'antico patto, annunciassero il nuovo.

559. Aveva già consultato al riguardo la Madre della sa­pienza e tutti, accolta la proposta, invocarono lo Spirito perché indicasse chi scegliere. Immediatamente un raggio splendente investì Pietro e si udì una voce che proclama­va: «Il pontefice nomini quattro persone che annotino le azioni e gli insegnamenti del Salvatore del mondo». Il vi­cario di Cristo, imitato dagli altri, si gettò al suolo per rendere grazie, e quindi rialzatosi disse: «Matteo, nostro ca­rissimo fratello, scriva subito il suo Vangelo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Marco sia il secondo a scrivere il suo Vangelo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Luca sia il terzo a scrivere il suo Van­gelo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il nostro carissimo fratello Giovanni sia il quarto ed ulti­mo a scrivere il suo Vangelo nel nome del Padre, del Fi­glio e dello Spirito Santo». L'Altissimo approvò la sua de­cisione con lo stesso fulgore, che rimase finché non fu co­municata e accettata concordemente.

560. Dopo pochi giorni Matteo determinò di principia­re, e una notte stava in orazione in una stanza appartata della casa del cenacolo a chiedere luce quando gli com­parve la Signora seduta su un trono maestoso, senza che le porte si fossero aperte. Si chinò con la faccia a terra in segno di riverenza e di rispetto e, levatosi su ad un cen­no di lei, la supplicò di benedirlo. Gli furono rivolte que­ste parole: «Mio diletto, l'Onnipotente mi manda a voi con la sua benedizione, affinché con essa vi applichiate all'in­carico che per vostra buona sorte vi è toccato. Il suo Spi­rito vi aiuterà ed io ve lo impetrerò con tutto l'affetto del­l'anima mia. Quanto a me, però, conviene che palesiate solo ciò che è necessario per manifestare l'incarnazione e gli altri misteri di lui e per piantare la fede; questa si con­soliderà e quindi verranno secoli nei quali saranno rive­lati gli straordinari favori a me elargiti». Promise di ob­bedire e, mentre si faceva consigliare sull'ordine da dare al racconto, venne visibilmente il Paràclito; in presenza di lei, si mise allora a comporlo come lo leggiamo e conti­nuò anche dopo che fu sparita, terminandolo poi in Giu­dea. Lo stilò in ebraico, nel quarantaduesimo anno dalla nascita di Gesù.

561. Marco iniziò quattro anni dopo, egli pure in Pale­stina ed esprimendosi in ebraico. In tale occasione pregò il suo custode di avvertire Maria beatissima della sua inten­zione, domandando il suo aiuto e la sua intercessione. El­la lo esaudì e l'Eterno stabilì che fosse portata con la con­sueta gloria presso di lui, che perseverava nella sua implo­razione e che scorgendola su un seggio di mirabile bellez­za si prostrò e dichiarò: «O voi che avete generato il mio Maestro, io non sono degno di questo beneficio, benché sia schiavo suo e vostro». Gli fu risposto: «Colui che voi servi­te ed amate mi invia per assicurarvi che ascolta il vostro grido e che il suo Spirito vi sosterrà nel compito che vi è stato affidato». Ebbe il comando di non trattare di quanto la concerneva e in quell'istante lo Spirito scese sotto la for­ma di un magnifico chiarore circondandolo e illuminando­lo interiormente, così che intraprese il lavoro davanti alla nostra Principessa, che aveva sessantuno anni. San Girola­mo asserisce che egli redasse il testo a Roma, sollecitato dai credenti del luogo, ma avviso che questo era una tra­duzione che fece nella loro lingua, cioè in latino.

562. Due anni dopo Luca stese la sua opera in greco, vi­sitato come gli altri dalla Vergine. Considerò con lei che, per parlare dell'incarnazione e della vita del suo Unigenito, occorreva illustrare come era avvenuto il concepimento del Verbo e altre verità relative alla sua maternità, e per quel­lo si soffermò maggiormente su ciò, pur non tralasciando di tacere i segreti e le meraviglie che le appartenevano per la sua eccelsa dignità. Subito ricevette lo Spirito e comin­ciò la narrazione. Restò sempre molto devoto alla Regina e mai si cancellarono nella sua mente le specie o immagi­ni impresse da tale apparizione, che ebbe in Acaia.

563. Giovanni li imitò nel cinquantottesimo anno del Si­gnore, usando il greco poiché era in Asia Minore, dopo il transito e l'assunzione della sovrana dell'universo. Volle contrastare gli errori e le eresie che il demonio non aveva tardato a seminare e che tendevano principalmente ad an­nientare la fede nell'incarnazione del Verbo, mistero che l'aveva umiliato e vinto; per questo superò quanti l'aveva­no preceduto proponendo eccellenti argomenti per prova­re la reale ed autentica divinità di sua Maestà.

564. La Madre, sebbene fosse già tra i comprensori in cielo, si recò di persona da lui con ineffabile splendore e accompagnata da migliaia di angeli di tutte le gerarchie e di tutti i cori. Gli disse: «Mio carissimo e ministro dell'Al­tissimo, è giunto il momento opportuno perché scriviate la storia del Redentore e sia a tutti più chiara la sua natura, affinché lo confessino come Figlio del Padre, vero Dio e vero uomo. Non è ancora conveniente, però, che sveliate al mondo, tanto assuefatto all'idolatria, gli arcani che mi riguardano, perché chi deve aderire a lui non sia molesta­to da Lucifero. Sarete assistito dal Paràclito e bramo che iniziate il racconto dinanzi a me». Egli la venerò, fu riem­pito di Spirito Santo come gli altri e soddisfece il suo de­siderio; le chiese quindi la sua benedizione e la sua pro­tezione, che prima di tornare all'empireo ella gli garantì per tutta la sua esistenza terrena. Così ebbero origine i Vangeli, grazie all'intervento di lei, e i cristiani si profes­sino suoi debitori. Questa precisazione era necessaria per procedere nell'esposizione.

565. Nel nuovo modo di essere in cui si trovava, la Si­gnora, come era più elevata nella conoscenza e nella vi­sione astrattiva, aveva anche più premura per la comunità, che si allargava di giorno in giorno. La sua attenzione era rivolta innanzitutto verso gli apostoli, che erano come par­te del suo cuore, dove li teneva incisi. Si allontanarono tut­ti dalla città, tranne Giovanni e Giacomo il Minore, e dun­que ebbe straordinaria compassione per le tribolazioni che sopportavano a causa della parola che proclamavano. Se­guiva le loro peregrinazioni con questo sentimento, ma pu­re con somma riverenza per la loro condizione di sacer­doti, fondatori della Chiesa, annunciatori del messaggio di salvezza, prescelti per ciò dalla sapienza superna. Se fosse stata in uno stato inferiore non sarebbe stata in grado di vigilare su tante cose, accogliendo in sé con quella fa­cilità simili preoccupazioni e godendo contemporanea­mente di tranquillità, quiete e pace.

566. Incaricò un'altra volta i suoi custodi di avere cura di tutti coloro che stavano predicando e di accorrere pron­tamente a soccorrerli nelle sofferenze: potevano farlo senza che alcun ostacolo impedisse loro di continuare a contem­plare il volto dell'Onnipotente ed era importantissimo che cooperassero alla diffusione della lieta novella. Ebbero da Maria l'ordine di informarla di tutto, comunicandole spe­cialmente se essi mancassero di vestiti, perché indossasse­ro, come quando li aveva congedati, un abito somigliante per modello e colore a quello di Gesù e persino con l'aspetto esteriore ne trasmettessero la dottrina; a tal fine l'aiutavano a filare e tessere delle tuniche, che poi consegnavano ai de­stinatari. Quanto al cibo e al sostentamento, lasciò che ognu­no se li procurasse con il mendicare, con il lavoro delle pro­prie mani e con le elemosine che erano offerte.

567. Tramite le creature celesti, la Vergine favorì ripe­tutamente quei suoi figli negli spostamenti e nelle angu­stie che erano inflitte loro dai gentili, dai giudei e dai dia­voli che aizzavano gli uni e gli altri. Parlavano con loro e li confortavano, in forma visibile o interiormente, li libe­ravano dalle carceri, li avvisavano dei pericoli e dei com­plotti, li guidavano per le strade che dovevano percorrere scortandoli nei luoghi nei quali era bene che andassero, li istruivano su come comportarsi secondo le diverse circo­stanze e nazioni. Davano quindi ragguaglio di tutto alla lo­ro Regina, che sola si prodigava e affaticava per tutti e più di tutti. Non è possibile riferire nel dettaglio la sua dili­genza e la sua sollecitudine, poiché non passava giorno né notte senza compiere molte meraviglie ed inoltre scriveva agli Undici consigli e insegnamenti con cui li incoraggia­va, esortava e colmava di consolazione e forza d'animo.

568. È motivo di stupore ancora maggiore il fatto che talora si manifestasse personalmente ad essi allorché la in­vocavano o erano in particolari afflizioni e travagli. Al pro­posito mi limiterò a narrare quanto concerne Pietro, che in ragione della sua responsabilità era più bisognoso dei suoi suggerimenti e del suo ausilio, e per questo con più frequenza riceveva i suoi angeli e mandava quelli che gli spettavano per la sua autorità. Immediatamente dopo il concilio di Gerusalemme si recò in Asia Minore e si fermò ad Antiochia, ove pose per la prima volta la santa sede in­contrando rilevanti difficoltà. Ella, che non ne era all'o­scuro, per assisterlo in modo adeguato in una questione di tale rilievo fu sollevata sin lì su un trono glorioso dai suoi ministri. Egli era in orazione e, appena la vide tanto ri­fulgente, si stese al suolo con il consueto fervore e tra le lacrime la interrogò: «A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me che sono un peccatore?». La Maestra degli umili scese dal suo seggio e, attenuatosi lo splendo­re, si inginocchiò domandandogli la benedizione; soltanto con lui agì così durante un'apparizione, benché lo facesse anche con i suoi compagni se conversava con loro in ma­niera naturale.

569. Volle, infatti, venerare il pontefice della comunità ecclesiale, in cui viveva come pellegrina quaggiù. Dialoga­rono subito familiarmente affrontando gli ardui problemi da risolvere, uno dei quali riguardava la necessità di co­minciare a stabilire delle feste di sua Maestà, e poi tornò indietro. Quando per comando divino la sede apostolica fu trasferita a Roma, gli si presentò nuovamente e decisero di celebrare il Natale nonché la passione del Salvatore e l'istituzione dell'eucaristia, riunite insieme nel giovedì san­to. La solennità del Corpus Domini, nel primo giovedì che segue l'ottava di Pentecoste, ebbe origine parecchi anni do­po, ma l'altra è da ricondursi direttamente a Pietro e al­l'intervento della nostra Principessa, come la Pasqua, le domeniche, l'Ascensione, la Pentecoste ed altre festività. Suc­cessivamente il capo dei fedeli stette per qualche tempo in Spagna, dove visitò alcune chiese fondate da Giacomo e ne eresse delle altre.

570. In precedenza, in un periodo più prossimo al tran­sito della nostra sovrana, mentre era a Roma era scoppia­ta nella città una sommossa contro i credenti, procurando loro grande affanno. Si era ricordato allora dei benefici che in molte occasioni ella gli aveva concesso, sentendo la man­canza delle sue parole e del suo sostegno, e aveva suppli­cato i suoi angeli custodi e quelli che lo aiutavano nella sua responsabilità di informarla del suo stato, affinché lo soccorresse con la sua efficace intercessione presso il suo Unigenito; ma questi, che ne conosceva l'ardore e l'umiltà, per esaudire il suo desiderio aveva ordinato ad essi di por­tarlo al cenacolo da lei. Avevano obbedito all'istante e l'A­postolo, ancor più infiammato per il singolare favore, si era gettato pieno di giubilo ai piedi di Maria e aveva pian­to di gioia. Ella gli aveva chiesto di rialzarsi e, prostrata­si, aveva detto: «Signore mio, benedite la vostra ancella co­me vicario di Gesù». Aveva acconsentito e poi avevano re­so grazie all'Onnipotente. Pur essendole ben nota la tribo­lazione in cui era, la Vergine aveva lasciato che le fosse raccontato che cosa era accaduto.

571. Gli aveva comunicato quindi tutto ciò che in quel frangente conveniva che apprendesse per sedare il tumul­to, con una sapienza tale che egli, sebbene ne avesse già un altissimo concetto, avendo modo di sperimentare la sua prudenza con più chiara luce era restato fuori di sé per lo stupore e per la felicità. Dopo averlo istruito con vari av­vertimenti, lo aveva pregato di benedirla e lo aveva con­gedato, rimanendo a terra a forma di croce, come era sua abitudine, ad implorare che avesse termine quella perse­cuzione. Così era avvenuto, per cui Pietro aveva trovato la situazione migliorata e presto i consoli avevano permesso di professare liberamente il Vangelo. Dalle meraviglie che ho riferito si intuirà qualcosa delle altre che la Regina com­piva nel governo degli Undici e della Chiesa, che, se si do­vessero esporre tutte, occuperebbero numerosi volumi. Me ne dispenso, preferendo narrare i mirabili doni che le fu­rono elargiti negli ultimi anni, anche se di quanto ho com­preso non riuscirò a fornire che qualche indizio, dal qua­le alla pietà dei devoti sia possibile trarre motivi per lo­dare l'Autore di tanto sublimi prodigi.

 

Insegnamento della Regina del cielo

572. Mia carissima, in altre circostanze ti ho manifesta­to una delle rimostranze che ho contro i cristiani, e spe­cialmente contro le donne, nelle quali la colpa è maggiore e a me più ripugnante poiché si oppone a ciò che io feci nella mia esistenza mortale; voglio ribadire il mio disap­punto, affinché tu mi imiti e ti tenga lontana dal compor­tamento delle stolte figlie di Belial. I sacri ministri sono trat­tati senza riguardo e questa negligenza cresce ogni giorno di più. A chi può sembrare ragionevole che gli unti di Dio, eletti per santificare il mondo, per rappresentare il Reden­tore e per consacrare il suo corpo e il suo sangue, servano alcune donne ignobili e viziose? Che stiano in piedi e con il capo scoperto, e omaggino una donna altera e spregevo­le solo perché è facoltosa mentre essi sono privi di mezzi? Ha forse un sacerdote povero minor valore di uno agiato? Conferiscono forse i possessi onore, autorità ed eccellenza uguale o superiore a quella che dà sua Maestà? Gli angeli non ossequiano quanti sono nell'abbondanza per il loro de­naro, ma ossequiano i presbiteri per la loro eccelsa dignità. Come succede, dunque, che questi sono disprezzati dai me­desimi fedeli, che li riconoscono consacrati dal Salvatore?

573. È indubbio che sono assai riprensibili per il loro assoggettarsi ad altri, svilendo la propria condizione; ma, se essi hanno qualche giustificazione nella loro miseria, non l'hanno di certo nella loro superbia i ricchi, che li ob­bligano ad essere servi quando in verità sono signori. Una simile nefandezza è ripugnante per i beati ed è molto sgra­dita a me. Io, che ero Madre del Creatore, mi inginocchiavo al loro cospetto e sovente baciavo la polvere che calpesta­vano, e lo giudicavo un grande favore. La cecità del mon­do ha oscurato la loro dignità confondendo ciò che è pre­zioso e ciò che è vile, e facendo sì che nelle leggi e nei disordini siano reputati come gli altri del popolo. Gli uo­mini si lasciano servire da questi e da quelli senza diffe­renza, così che chi offre sull'altare il tremendo sacrificio dell'eucaristia ne scende immediatamente per aiutare ed accompagnare persino le donne, che per natura sono tan­to inferiori a loro e talvolta ancor più indegne per i pec­cati commessi.

574. Desidero che procuri, nella misura che ti sarà pos­sibile, di compensare questa mancanza e questo abuso. A tal fine, dal mio trono di gloria, fisso con venerazione i sa­cerdoti che sono sulla terra; guardali sempre con la mas­sima stima, come ti è normale allorché hanno il Santissi­mo Sacramento fra le mani o nel petto. Pure verso i loro ornamenti e le loro vesti sei tenuta alla riverenza con la quale io stessa lavorai le tuniche per gli apostoli. Per quan­to concerne le divine Scritture, poi, anche quello che con­tengono e il modo in cui l'Altissimo dispose che fossero re­datte ti rivelano la considerazione che devi averne. Gli evangelisti e gli altri furono assistiti dallo Spirito, affinché la Chiesa fosse colma di dottrina, scienza e luce sui mi­steri di Gesù e sulle sue opere. Presta somma obbedienza al pontefice e, all'udir pronunciare il suo nome, inchinati in segno di rispetto, come fai per il mio e per quello del mio Unigenito, perché egli è il suo vicario; così facevo con Pietro quando ero viatrice. Sii attenta in tutto, imitami per­fettamente e ricalca le mie orme, per trovare grazia agli occhi del supremo sovrano, che si ritiene profondamente vincolato da questi atti, nessuno dei quali è per lui picco­lo se eseguito per suo amore.

 

CAPITOLO 10

La memoria e gli esercizi della passione del Signore, a cui Ma­ria santissima si dedicava; la venerazione con cui riceveva la santa comunione; altre opere della sua perfettissima vita.

 

575. La grande Regina da sola e in segreto compiva ope­re con cui meritava e attirava dalla mano dell'Altissimo in­numerevoli doni, sia per i fedeli nel loro insieme, sia per migliaia di singole anime, che così guadagnava alla vita eterna; e questo senza trascurare il governo della Chiesa. D'ora in avanti, per nostra edificazione e a gloria della bea­tissima Vergine, io scriverò quello che potrò di tali verità finora ignorate. Al riguardo avverto che la gran Signora, grazie ai molti privilegi di cui godeva, teneva sempre pre­senti nella memoria la vita e i misteri del Salvatore. In­fatti, oltre alla continua visione astrattiva di Dio, che ave­va ricevuto in questi ultimi anni e nella quale conosceva ogni cosa, le era stata concessa fin dalla sua concezione la virtù, propria degli angeli, di non dimenticare mai nulla dopo averlo appreso.

576. Anche precedentemente ho detto che Maria san­tissima sentì nel suo corpo e nella sua anima le sofferen­ze delle torture inflitte al nostro Redentore: niente le restò nascosto e niente tralasciò di patire insieme a lui. Come aveva chiesto al Signore, le era rimasto impresso interior­mente e senza alterazioni tutto ciò che aveva visto nei gior­ni della Pasqua. Per disporla alla visione della Divinità, ta­li immagini non le furono cancellate - come avvenne del­le altre specie sensibili di cui parlai nella seconda parte -, anzi sua Maestà le migliorò, affinché per mezzo di esse po­tessero miracolosamente coesistere in lei la gioia di quel­la visione e le pene della passione; ciò ella bramava di spe­rimentare per tutto il tempo in cui sarebbe stata viatrice, dal momento che, per quanto dipendeva dalla sua volontà, praticò questo esercizio con totale dedizione. Il suo fede­lissimo e ardentissimo amore non le permetteva di vivere senza soffrire con colui che aveva accompagnato fino al Calvario. Il Figlio, da parte sua, le concesse favori singo­lari quale pegno e dimostrazione dell'amore che anch'egli le portava, non potendo trattenersi - per quel che ci è da­to d'intendere - dall'agire verso di lei come Dio ricco di misericordia. La santa Vergine non domandava tali doni né vi aspirava, poiché solo per rimanere crocifissa con Cri­sto e rinnovarne i dolori in se stessa desiderava continua­re la sua esistenza mortale, che altrimenti le sarebbe sem­brata infruttuosa e inutile.

577. Ordinò le sue occupazioni in modo da conservare sempre nella mente e nel cuore l'immagine di Gesù afflit­to, piagato, ferito e sfigurato dai tormenti e lo contempla­va in questa forma come in uno specchio chiarissimo. Udi­va le ingiurie, le mortificazioni, i rimproveri e le bestem­mie che egli aveva sopportato; con sguardo acuto e pene­trante rivedeva simultaneamente i luoghi, il susseguirsi de­gli eventi e le circostanze in cui si erano svolti. Benché di fronte a questo terribile spettacolo ella perseverasse tutto il giorno in eroici atti di virtù e sentisse grande compas­sione, la sua bruciante carità non restò soddisfatta. Insie­me ai suoi angeli, in particolare a quelli che portavano con sé i contrassegni degli strumenti della passione, stabilì di dedicarsi quando era sola ad altri esercizi in ore e tempi determinati, facendosi aiutare dai medesimi spiriti celesti.

578. La Regina del cielo scrisse particolari orazioni per adorare e venerare ogni piaga del Salvatore e tributare un culto speciale alle sofferenze di lui. Compose un cantico per ciascuna delle parole ingiuriose e di disprezzo che i giudei e gli altri nemici avevano rivolto al Maestro divino durante tutta la sua vita, sia per invidia dei suoi miracoli, sia per sdegno e vendetta; gli restituiva così l'onore che i suoi avversari avevano preteso di togliergli. Analogamente, compensava i gesti di scherno e vilipendio con umiliazio­ni, genuflessioni e prostrazioni profonde: era come se di­sfacesse quelle offese, confessando al contempo la divinità, l'umanità, i miracoli, le opere e la dottrina del Verbo in­carnato, al quale per tutto ciò rendeva gloria. Gli angeli l'accompagnavano in ognuno di tali atti e corrispondeva­no ai suoi desideri, meravigliati che una semplice creatu­ra fosse tanto sapiente, fedele e colma di carità.

579. Quand'anche sua Altezza non avesse avuto altra oc­cupazione che quella di fare memoria viva della passione, avrebbe sofferto e meritato davanti a Dio più di tutti gli eletti. Con la forza dell'amore e del dolore che provava, fu martire molte volte, giacché altrettante sarebbe morta se per virtù divina non fosse stata conservata in vita al fine di crescere nella santità. Se la Madre clementissima offri­va ogni sua azione per la Chiesa con ineffabile benevolen­za, consideriamo il nostro debito con lei, che tanto ac­crebbe il tesoro da cui siamo soccorsi noi, miseri figli di Eva. Perché la nostra non sia una meditazione infingarda o tiepida, voglio raccontare le manifestazioni straordinarie di quella di Maria santissima: spesso piangeva sangue e il suo volto ne restava bagnato; talvolta agonizzava sudando non solo acqua, ma anche sangue in quantità tale che giun­geva fino a terra. Ancor più stupisce sapere che talora, per il grande strazio, il cuore le si staccava muovendosi dalla posizione naturale. Quando arrivava a un simile estremo, Cristo scendeva dal cielo al fine di darle vigore e sanarle la ferita che la dilezione per lui le aveva procurato o che per lui aveva sopportato; egli stesso la confortava, consen­tendole così di continuare quegli atti di compassione.

580. Sua Maestà non le lasciava però sperimentare sen­timenti di afflizione nei giorni in cui ella celebrava il mi­stero della risurrezione, in modo che vi fosse corrispon­denza tra gli effetti e la loro causa. Del resto, alcune di queste sofferenze non erano compatibili con i doni divini, a motivo dei loro frutti che riverberavano nel corpo della santa Vergine: la gioia, ad esempio, escludeva la pena. Tut­tavia ella non perdeva mai di vista la passione del Reden­tore e vi si univa con la riconoscenza per ciò che egli ave­va patito; così la dolcezza dei favori di cui godeva era tem­perata dall'amarezza dei dolori. D'accordo con san Gio­vanni, decise di ritirarsi a celebrare la morte e sepoltura di Gesù ogni venerdì. L'Evangelista restava nel cenacolo per rispondere a quanti la cercavano e impedire a chiunque di avvicinarsi all'oratorio. In sua assenza, un altro discepolo lo sostituiva. La gran Signora si appartava per questo eser­cizio il giovedì alle cinque pomeridiane e non usciva fino alla domenica verso mezzogiorno. Affinché in quei tre gior­ni non si venisse meno al governo della comunità dei di­scepoli e si facesse fronte alle gravi necessità che even­tualmente si fossero presentate, ella dispose che, qualora la questione non potesse essere rinviata, uscisse un ange­lo con le sue sembianze e brevemente disbrigasse quanto occorreva. Tanta era la sua sollecitudine verso i suoi figli e servitori!

581. La nostra capacità non giunge né a pensare né ad esprimere ciò che avveniva alla divina Madre in quei tre giorni: soltanto il Signore, che l'operava, lo manifesterà a suo tempo nella luce dei santi. Neppure io posso spiegare quello che ho conosciuto; dico solo che ella, finché visse, ogni settimana rinnovò in se stessa quanto era accaduto al Figlio suo, dalla lavanda dei piedi sino alla risurrezione. Pregava con le parole di lui, come si è detto in preceden­za; sentiva nel corpo tutti i suoi dolori, nelle medesime parti in cui egli li aveva patiti; portava la croce e vi si di­stendeva sopra. Nei suddetti esercizi ottenne dal Salvatore benefici sovrabbondanti per i fedeli che sarebbero stati de­voti della passione e che così avrebbero continuato a cu­stodirne la memoria nella Chiesa, secondo quanto ella de­siderava con intimo affetto; perciò in forza del suo potere di sovrana promise a costoro speciale protezione. Grazie alla sua intercessione, Cristo stesso ha stabilito che siano molti a continuare durante i secoli queste pie pratiche, imi­tando lei, che fu l'autrice e la prima maestra di tanto sti­mabile occupazione.

582. Sua Altezza eccelleva nel celebrare l'istituzione del­la santa cena, componendo nuovi cantici di benedizione e di ringraziamento e compiendo fervorosi atti d'amore. A tal fine invitava uno per uno gli angeli al suo servizio e molti altri che scendevano dal cielo per accompagnarla nel­le lodi di Dio. Oh, meraviglia degna dell'Eterno! Gesù sa­cramentato permaneva in lei dopo ogni comunione fino a quella successiva e l'Onnipotente inviava numerosi spiriti celesti ad ammirarne gli effetti in quella creatura più pu­ra degli stessi angeli e dei serafini, i quali gli davano glo­ria per tale prodigio: mai in nessun altro poterono veder­ne uno simile.

583. Non era motivo di minore meraviglia per loro - come anche per noi - che la Regina del cielo, pur conser­vando degnamente in sé il pane consacrato, si preparasse ogni volta a riceverlo con rinnovato fervore, predisponen­do allo scopo opere e devozioni particolari. Ciò accadeva tutti i giorni, eccetto quelli in cui non usciva dall'oratorio. Presentava in primo luogo l'esercizio settimanale della pas­sione; poi, quando si ritirava la sera precedente al giorno in cui si sarebbe comunicata, incominciava a prostrarsi a terra con le braccia aperte, a genuflettersi e a pregare, ado­rando l'essere immutabile del tre volte Santo. Domandava al Padre di potergli parlare; lo supplicava che, senza guar­dare alla sua terrena bassezza, le concedesse di ricevere l'eucaristia ritenendovisi obbligato sia dalla propria infini­ta bontà, sia dalla carità che il Figlio dimostrava per gli uomini restando sacramentalmente presente nella santa Chiesa. Gli offriva il sacrificio cruento della croce, l'unio­ne della natura umana con quella divina nell'unica perso­na del Verbo incarnato, la dignità con cui egli aveva ma­nifestato se stesso, ciò che aveva fatto sin dall'istante in cui era stato concepito nel grembo verginale di lei; la san­tità degli angeli e le loro azioni, i meriti dei giusti che fu­rono, sono e saranno.

584. La gran Signora compiva atti di profonda umiltà, ritenendosi polvere di fronte al Creatore, rispetto al quale noi siamo tanto inferiori. Nel contemplare la magnificen­za di quel Dio che riceveva dentro di sé e, insieme, la pro­pria piccolezza, per l'amore indicibile che provava si sol­levava al di sopra dei più alti cori dei cherubini e dei se­rafini. Poiché si reputava meritevole dell'ultimo posto fra gli esseri terreni, implorava gli spiriti celesti di supplicare con lei il Signore affinché la preparasse ad accoglierlo de­gnamente. Essi le obbedivano e con venerazione e gaudio l'accompagnavano in queste orazioni.

585. La sapienza di Maria, pur essendo finita in se stes­sa, è per noi incomprensibile; ugualmente non potremo mai intendere quali fossero le opere, le virtù e i sentimenti di lei in queste circostanze. Tuttavia, è certo che erano ta­li da obbligare spesso sua Maestà a visitarla o a rispon­derle, facendole intendere il suo compiacimento nel di­scendere in lei sotto le sacre specie e nel rinnovare i pe­gni del suo infinito amore. Al momento fissato per la co­munione, l'Evangelista celebrava la messa. Non si leggeva-

no l'epistola e il Vangelo, che allora non erano ancora sta­ti scritti, ma si compivano altri riti, si proclamavano mol­ti salmi e si dicevano varie preghiere; la consacrazione, però, fu sempre nella medesima forma. Sua Altezza parte­cipava alla sacra liturgia, al termine della quale si acco­stava al sacramento, facendovi precedere tre profonde ge­nuflessioni; con ardore riceveva nel suo cuore purissimo il suo stesso Figlio, al quale aveva dato l'umanità nel suo ta­lamo immacolato. Dopo essersi comunicata, si ritirava e, se non era assolutamente necessario uscire per qualche bi­sogno urgente del prossimo, rimaneva in raccoglimento per tre ore. In quel lasso di tempo san Giovanni ebbe il privi­legio di vederla molte volte rifulgere a somiglianza del so­le, quasi emanasse raggi di luce.

586. La beata Vergine comprese essere conveniente che gli apostoli e i sacerdoti celebrassero l'incruento sacrificio eucaristico indossando arcani vestimenti diversi da quelli ordinari, per cui confezionò abiti appropriati, dando ini­zio a questa consuetudine della Chiesa. Si trattava di or­namenti non troppo dissimili da quelli usati oggi, sebbene in seguito siano stati ridotti come sono al presente. Il tes­suto però era più somigliante, perché la nostra Regina uti­lizzò lino e ricche sete provenienti dalle elemosine che ri­ceveva. Piegava e riassettava i paramenti stando in ginoc­chio o in piedi, li conservava perfettamente puliti e non li affidava ad altri sacrestani se non agli angeli suoi aiutan­ti. Ogni opera delle sue mani esalava una celeste fragran­za che infiammava il cuore dei sacri ministri.

587. Dai regni e dalle province in cui gli apostoli pre­dicavano, numerosi neofiti si recavano a Gerusalemme per conoscere la Madre del Redentore del mondo e le porta­vano ricchi doni. Fra gli altri, vennero da lei quattro prin­cipi che esercitavano il potere sulle loro terre e le presen­tarono molti oggetti di valore perché se ne servisse e ne facesse parte a tutti i fedeli. Ella disse che quelle ricchezze non si addicevano allo stile di vita scelto da lei, che era povera come suo Figlio, e dai discepoli, che lo erano co­me il loro Maestro. Quei principi insistettero perché per loro consolazione accettasse quanto le offrivano, lo distri­buisse ai bisognosi o lo destinasse al culto divino; a moti­vo di tale richiesta, Maria santissima ne accettò una par­te. Da alcune tele preziose ricavò ornamenti per l'altare, con il rimanente provvide ai poveri e beneficò gli ospeda­li dove di solito si recava e accudiva lei stessa i ricoverati stando in ginocchio. Confortava inoltre tutti i bisognosi, aiutava gli agonizzanti che poteva assistere a morire san­tamente e non cessava mai di compiere opere di carità, fattivamente o pregando nel segreto della sua stanza.

588. Ai sovrani che andarono a trovarla diede salutari consigli, ammonizioni ed istruzioni per il governo; inculcò loro di osservare ed amministrare la giustizia senza fare preferenze di persone, di riconoscersi uomini mortali al pa­ri degli altri e di temere il verdetto del supremo giudice, a cui ciascuno dovrà sottoporre le proprie azioni; soprattut­to instillò loro lo zelo di adoperarsi affinché il nome di Cri­sto fosse esaltato e si diffondesse e radicasse la fede, sulla cui fermezza si basano i veri regni. Diversamente, infatti, il servizio dell'autorità è deplorevole ed infelicissimo per­ché si presta al gioco dei demoni, e Dio, nei suoi imper­scrutabili giudizi, lo permette soltanto quale castigo sia dei regnanti che dei sudditi. Quei fortunati principi promisero di attuare i suggerimenti della Maestra degli umili e in se­guito si mantennero in contatto con lei attraverso lettere ed altre forme di corrispondenza. Lo stesso accadde rispetti­vamente a quanti la visitarono, perché tutti si allontanava­no dalla sua presenza più buoni, pieni di gioia e di confor­to indicibili. Molti che sino a quel momento non erano cre­denti al solo vederla confessavano il vero Dio ad alta voce e senza potersi trattenere, grazie alla forza che interior­mente avvertivano arrivando al cospetto della Tuttasanta.

589. Non è gran cosa che succedesse quanto detto, poi­ché sua Altezza era uno strumento efficacissimo nelle ma­ni dell'Onnipotente a beneficio dei mortali. Non solamen­te i suoi discorsi, pieni di sublime sapienza, lasciavano at­toniti e convincevano chi li udiva infondendogli nuova lu­ce, ma, come sulle sue labbra era diffusa la grazia che si comunicava attraverso le sue parole, così anche la diversa grazia e bellezza esteriori, la piacevole maestà della per­sona, la modestia del suo aspetto onestissimo, grave e gra­devole e la misteriosa virtù che da lei promanava - secondo quanto dice il Vangelo riguardo al suo Figlio santissimo' - attiravano i cuori e li rinnovavano. Alcuni restavano stu­pefatti, altri si effondevano in lacrime, altri elaboravano mirabili ragionamenti e prorompevano in lodi, magnifi­cando la grandezza del Dio dei cristiani che aveva plasmato una simile creatura. E veramente tutti potevano testimo­niare ciò che alcuni santi hanno affermato: Maria era un prodigio divino di santità. Sia eternamente esaltata e co­nosciuta da tutte le generazioni quale vera Madre dello stesso Altissimo, che la rese tanto gradita ai suoi occhi e madre tanto dolce verso i peccatori, amabile agli angeli e agli uomini.

590. Negli ultimi anni della sua esistenza terrena la bea­tissima Vergine digiunava e vegliava pressoché di continuo, accettando lo scarso cibo ed il poco riposo solo in obbe­dienza a san Giovanni, che la pregava di ritirarsi a dor­mire la notte per qualche momento. Il sonno, tuttavia, non era altro che una leggera sospensione dei sensi, che dura­va mezz'ora o al massimo un'ora, e non la privava della visione della Divinità nel modo sopra riferito. Ordinariamente il suo vitto consisteva in alcuni bocconi di pane, tal­volta però accontentava l'Evangelista che le chiedeva di mangiare un po' di pesce per fargli compagnia. Il santo fu ugualmente fortunato, in questo come negli altri privilegi di figlio di Maria santissima: non solo mangiava con lei alla medesima mensa, ma la gran Signora gli preparava le pietanze e gliele serviva come una madre al figlio, obbe­dendo a lui quale sacerdote che faceva le veci di Cristo. Ella avrebbe ben potuto rinunciare a quel sonno e a quel­l'alimento che parevano più una cerimonia che un sosten­tamento vitale; ciononostante, essendo in tutto prudentis­sima, non vi accondiscendeva per necessità bensì per umiltà, riconoscendo e pagando in qualche cosa il tributo alla natura umana.

 

Insegnamento della Regina del cielo

591. Figlia mia, guardando a ciò che ho vissuto i mor­tali si renderanno conto di fino a che punto avessi pre­sente nella memoria la redenzione e fossi riconoscente ver­so il Signore, che l'aveva operata soprattutto offrendosi sulla croce. Tuttavia in questo capitolo ho voluto darti no­tizia più particolareggiata della sollecitudine e dei ripetu­ti esercizi con cui io rinnovavo nella mia persona non sol­tanto il ricordo, ma anche i dolori della passione, affin­ché siano rimproverati e svergognati coloro che, pur sal­vati, hanno colpevolmente dimenticato questo dono ine­stimabile. Oh, quanto è volgare, detestabile e pericolosa la loro ingratitudine! L'oblio è chiaro indizio del disprezzo, giacché non si scorda mai fino a tal segno quello che si stima molto. Ora, come si spiega che gli uomini disde­gnino e cancellino dalla mente e dal cuore il bene eterno che ricevettero, l'amore per il quale l'eterno Padre sotto­pose il suo Unigenito alla morte, la carità e la pazienza con cui il medesimo Figlio suo e mio la sopportò per loro? La terra insensibile è grata a chi la coltiva, la bestia feroce a chi l'addomestica, gli stessi esseri umani si con­siderano obbligati verso i benefattori che a loro volta, quando non vengono ringraziati, se ne risentono e con­dannano una simile mancanza come una grave offesa.

592. Quale ragione vi è, dunque, che solo verso il loro Dio e salvatore siano irriconoscenti, non ricordando le sof­ferenze da lui sopportate per riscattarli dalla dannazione eterna? Per di più si lamentano se egli non li contenta su­bito in tutto ciò che desiderano. Affinché intendano quan­to l'incorri spondenza a sì grande amore si ritorca contro di loro, ti avverto, figlia mia, che Lucifero e i suoi diavo­li dicono di ciascuno di essi: «Costui non stima la grazia che l'Onnipotente gli fece redimendolo. Riteniamolo dun­que sicuramente nostro, perché chi è talmente stolto da cadere in questa dimenticanza non capirà nemmeno i no­stri inganni. Avviciniamoci per tentarlo e distruggerlo, giac­ché gli manca la miglior difesa contro di noi». E poiché la lunga esperienza ha dimostrato loro che accade quasi infallibilmente così, cercano con ogni sforzo di cancellare nei mortali la memoria del sacrificio redentivo di Cristo e di far sì che sia considerato spregevole il parlarne e il pre­dicarlo; cosa che hanno ottenuto nella maggior parte dei casi, con deplorevole rovina delle anime. Al contrario, i de­moni diffidano e temono di insidiare quelli che si dedica­no alla meditazione assidua della passione, poiché da ciò sentono scaturire contro di sé una forza irresistibile che molte volte impedisce loro di raggiungere chi richiama al­la mente quei misteri venerandoli.

593. Voglio dunque che tu, amica mia, tenga stretto al cuore questo mazzetto di mirra: imitami con tutta te stessa negli esercizi da me compiuti per emulare il mio Figlio san­tissimo nei suoi dolori e riparare le ingiurie e le bestemmie con cui i nemici che lo crocifissero oltraggiarono la sua di­vina persona. Adesso sii tu, nel mondo, chi procura di dar­gli un qualche compenso per la turpe ingratitudine e per la deprecabile trascuratezza del genere umano. Ci riuscirai, nel modo in cui desidero, se terrai sempre davanti agli occhi Gesù crocifisso, afflitto e insultato. Persevera nei suddetti esercizi, tralasciandoli solo per obbedienza o per altra giu­sta causa: se in ciò seguirai il mio esempio, ti renderò par­tecipe di quello che sperimentavo nel compierli.

594. Ogni giorno, in preparazione all'eucaristia, ti dedi­cherai innanzitutto alle pie pratiche di cui ti ho parlato e successivamente alle altre mie azioni che conosci: se io, Ma­dre del Signore, non mi reputavo meritevole di accostarmi alla santa comunione e con molti mezzi mi adoperavo per acquistare la purezza necessaria ad accogliere adeguata­mente un così alto sacramento, che cosa devi fare tu, po­vera e soggetta a tante miserie, imperfezioni e colpe? Ren­di mondo il tempio della tua anima esaminandolo alla luce divina e ordinandolo con eccellenti virtù, perché è Dio che viene in te, e soltanto lui sarebbe degno di ricevere se stes­so nel pane celeste. Invoca l'aiuto dei santi, affinché t'im­petrino la grazia da sua Maestà; ma soprattutto chiedi a me tale beneficio, perché io sono avvocata e protettrice specia­le di coloro che anelano a prendere parte con le dovute di­sposizioni alla santa cena. Quando essi mi affidano questo loro desiderio, io lo presento all'Altissimo implorandolo di esaudirli, poiché so come dev'essere il luogo atto a divenire dimora della santissima Trinità. E non ho perso, stando in cielo, la cura e lo zelo per la sua gloria, che ricercavo con tanta attenzione quando vivevo sulla terra. Infine, dopo la mia intercessione cerca quella degli angeli: anch'essi bra­mano ardentemente che tutti si avvicinino al sacro convito con grande devozione e cuore limpido.

 

CAPITOLO 11

Con nuovi benefici il Signore sollevò Maria santissima al di sopra dello stato di cui si è parlato nel capitolo ottavo di questo libro.

 

595. La Signora del cielo, trovandosi nella disposizione da me narrata nel capitolo ottavo, fu nutrita con il cibo assegnatole da Dio per i milleduecentosessanta giorni men­zionati dall'Evangelista nell'Apocalisse. Questo lasso di tempo corrisponde più o meno a tre anni e mezzo, tra­scorsi i quali Maria santissima compì sessant'anni. Ciò ac­cadde nel quarantacinquesimo anno del Signore. E come la pietra aumenta di velocità avvicinandosi al centro, ver­so il quale si muove naturalmente, così più la Regina del­l'universo si approssimava al termine della sua santa vita, più erano forti gli impeti del suo desiderio e rapidi i voli della sua anima purissima per giungere al centro della sua eterna pace. Nell'istante della sua immacolata concezione era uscita, simile a un ricco fiume, dall'oceano della Tri­nità, dalla quale era stata pensata da sempre e, grazie al­le correnti di molteplici doni, favori, virtù e meriti, era cre­sciuta in modo che ormai il mondo creato le risultava an­gusto. Con un movimento accelerato e quasi impaziente della sua sapienza e della sua carità, si affrettava a ritor­nare ad unirsi al mare dal quale era fluita per traboccare poi un'altra volta, con materna clemenza, sulla Chiesa.

596. Già negli ultimi anni, per la dolce violenza dell'a­more, ella viveva una sorta di martirio continuo. Infatti, è senza dubbio verità filosofica che in questi moti dello spi­rito il centro attragga con forza crescente ciò che gli si av­vicina. Ora, tra l'infinito, sommo Bene e la beatissima Vergine c'era una prossimità tale che solo il muro della mor­talità li separava - come ella disse nel Cantico - senza tut­tavia impedire loro di vedersi e guardarsi reciprocamente con amore; ed era un amore tanto impaziente di soffrire a causa degli ostacoli all'unione con l'oggetto amato da non volere altro che vincerli per giungere a realizzarla. Il Fi­glio bramava questa unione, ma lo tratteneva il bisogno della Chiesa di avere una simile maestra; anche la dolcis­sima Madre vi aspirava e, benché si trattenesse dal do­mandare di morire per conseguirla, non poteva raffredda­re il fervore che provava nell'intimo, per il quale sentiva acutamente il tormento della vita terrena e delle sue cate­ne che le frenavano il volo.

597. Ella intanto pativa i dolori dell'amore, che è forte come la morte, finché non fosse arrivato il tempo stabili­to dall'eterna Sapienza. In mezzo a quelle pene, chiamava l'amato perché uscisse fuori dalle sue stanze segrete, scen­desse nella campagna, si fermasse nel suo villaggio e ve­desse i fiori fragranti e i dolci frutti della sua vigna. Con le frecce dei suoi sguardi e dei suoi desideri ella ferì l'a­mato nell'intimo, lo fece volare dalle altezze e venire alla sua presenza. Un giorno avvenne che l'ardente anelito del­la Tuttasanta crebbe talmente che ella poteva veramente af­fermare di essere malata d'amore. Infatti, pur non avendo i difetti delle nostre umane passioni, si ammalò per gli slan­ci del cuore, che si mosse dal suo posto. Il Signore lo per­mise affinché, come egli stesso era la causa dell'infermità, così lo fosse gloriosamente della guarigione. Gli spiriti ce­lesti che aiutavano la Regina, meravigliati per la forza e per gli effetti della sua carità, le parlarono con il linguaggio lo­ro proprio per darle un po' di sollievo con la sicura spe­ranza del bramato possesso dell'amato. Simili rimedi, però, non spegnevano la fiamma, ed anzi la ravvivavano mag­giormente. Sua Altezza li scongiurò di riferire al suo dilet­to che era malata d'amore ed essi replicarono consegnan­dole i contrassegni da lei desiderati; ma per la veemenza dei dolori, dovette essere sorretta dai suoi custodi lì pre­senti in forma visibile. In questa e in altre circostanze dei suoi ultimi anni, si realizzarono nell'unica e degna sposa tutti i misteri nascosti nel Cantico di Salomone.

598. Il Redentore scese dal paradiso a visitarla seduto su un trono di gloria e accompagnato da migliaia di ange­li che lo lodavano e magnificavano. Accostandosi alla gran Signora, la confortò nel suo struggimento e la rinvigorì, di­cendole allo stesso tempo: «Dilettissima Madre mia, scelta per il nostro beneplacito, i gemiti e i sospiri del vostro cuo­re amorevole hanno ferito il mio. Venite, mia colomba, al­la patria beata dove la vostra sofferenza si cambierà in gau­dio, le vostre lacrime in gioia; là vi riposerete dalle vostre pene». Subito le schiere celesti, per ordine del Signore, po­sero Maria santissima sul trono accanto a lui e tra musi­che divine salirono tutti all'empireo, dove ella adorò la Tri­nità. L'umanità di Cristo nostro salvatore la teneva sempre vicino a sé, procurando giubilo accidentale ai cortigiani del cielo; quand'ecco che sua Maestà, mostrando di voler par­lare e quasi chiedendo - a nostro modo d'intendere - nuo­va attenzione ai santi, si rivolse così all'Eterno:

599. «Padre mio, questa è la donna che mi diede for­ma d'uomo nel suo talamo verginale, che mi nutrì al suo seno e mi sostentò col suo lavoro, che mi accompagnò nei miei affanni e cooperò con me alla redenzione umana, che fu sempre fedelissima e obbedì indefettibilmente alla no­stra volontà col nostro pieno compiacimento. È immaco­lata e pura, in quanto degna madre mia; per ciò che ha fatto ha raggiunto la santità perfetta che la nostra infini­ta potenza le ha comunicato. Quando aveva già conqui­stato il premio e avrebbe potuto goderne definitivamente, se ne privò per la sola nostra gloria, ritornando nella Chie­sa militante al fine di collaborare alla sua fondazione, al suo governo e al suo' magistero. Inoltre, poiché vivendo in essa sosteneva i fedeli, le abbiamo differito il riposo im­perituro di cui più volte avrebbe avuto il diritto. Nella som­ma benevolenza ed equità della nostra provvidenza, è giu­sto che ella venga ricompensata dell'amore e delle opere con cui ci obbliga più di tutti, né per lei deve valere la leg­ge comune agli altri esseri umani. Sebbene io abbia gua­dagnato loro premi e grazie senza misura, è giusto che co­lei che mi generò, la più alta delle creature, ne riceva di maggiori, giacché col suo agire corrisponde perfettamente alla nostra generosità e niente in lei ostacola la manife­stazione della forza del nostro braccio e la partecipazione, da parte sua, ai nostri tesori quale regina dell'universo».

600. A queste parole il Padre rispose: «Figlio mio, nel quale ho posto la mia compiacenza, voi siete il primoge­nito e il capo dei predestinati, ogni cosa ho messo nelle vostre mania affinché giudichiate rettamente le tribù, le ge­nerazioni e tutti i viventi'. Distribuite i miei inesauribili doni e comunicateli a vostro arbitrio alla nostra Diletta, che vi vestì di carne mortale, conformemente al suo titolo e al suo merito, tanto stimabili ai nostri occhi».

601. Il Redentore promise all'augusta genitrice che da allora in avanti, quando la domenica ella terminava gli eser­cizi corrispondenti alla risurrezione, fosse innalzata dagli angeli in paradiso e, stando alla presenza dell'Altissimo, ce­lebrasse là in anima e corpo il gaudio di quel mistero. Co­sì stabilì il Verbo incarnato con il beneplacito dell'Eterno e davanti ai santi; inoltre decise che al momento della co­munione le avrebbe mostrato la sua santissima umanità e divinità in un modo nuovo, mirabile, diverso dal prece­dente, cosicché tale beneficio fosse una ricca caparra del­la gloria che egli le aveva preparato nell'eternità. I beati conobbero quanto fosse giusto che, in onore di Dio e a di­mostrazione della sua grandezza, Maria santissima rice­vesse simili favori a motivo della propria santità e dignità e della conveniente retribuzione che ella sola rendeva per quelle azioni; e insieme agli spiriti celesti intonarono nuo­vi cantici di lode al Signore, che è santo, giusto e ammi­rabile in tutto ciò che compie.

602. Cristo nostro bene, poi, si rivolse alla gran Signo­ra: «Amatissima Madre mia, vi do la mia parola: finché ri­marrete sulla terra starò sempre con voi, in una maniera straordinaria sinora ignorata dagli uomini e dagli angeli. Con la mia presenza non proverete mai la solitudine; do­ve sono io, lì sarà la mia patria; in me troverete riposo dal­le vostre ansie amorose. Io compenserò il vostro esilio, che pure è di breve durata. Non siano più una pena i legami del corpo mortale, perché presto ne sarete libera. Fintan­toché non giungerà quel giorno, io sarò la fine delle vostre afflizioni e di tanto in tanto aprirò la cortina che impedi­sce la realizzazione delle vostre aspirazioni». La Vergine ascoltava tali promesse di grazia mantenendosi profonda­mente umile, lodando, esaltando e ringraziando l'Onnipo­tente per la generosità del grande beneficio accordatole, e ritenendosi un nulla. Un simile spettacolo non si può spie­gare né intendere in questa vita: Dio che innalza giustamente la sua degna Madre a così sublime altezza e nella sua sapienza e volontà tanto la stima, ed ella che è come in lotta col potere divino per abbassarsi e annientarsi, me­ritando proprio con ciò l'esaltazione che riceve!

603. Dopo questo fu illuminata e le sue facoltà venne­ro accresciute - come già altre volte si è detto -, affinché fosse pronta per la visione beatifica. Fu aperto il velo e vi­de Dio intuitivamente, godendo per alcune ore la fruizio­ne e la gloria essenziale più di tutti i beati. Beveva le ac­que della vita alla loro stessa sorgente, appagava i suoi ar­dentissimi desideri, giungeva al suo centro e cessava quel movimento velocissimo per poi riprenderlo daccapo. Al ter­mine di quella visione rese grazie alla beatissima Trinità e ancora pregò per la Chiesa. Completamente rinnovata e confortata, fu ricondotta dagli spiriti celesti all'oratorio, do­ve sembrava che fosse rimasto il suo corpo - secondo le modalità da me narrate altre volte - perché non si venis­se a sapere della sua assenza. Appena scesa dalla nuvola nella quale era stata portata al cospetto della divina Mae­stà, si prostrò a terra come al suo solito e si umiliò più di quanto abbiano fatto i figli di Adamo riconoscendo la lo­ro indegnità in seguito al peccato. Da quel giorno si adempì in lei la promessa del Signore: ogni domenica, quando, pas­sata la mezzanotte, finiva gli esercizi della passione e giun­geva l'ora della risurrezione, veniva sollevata dai suoi an­geli su un trono di nube e trasportata in paradiso, dove suo Figlio le andava incontro e con una sorta d'ineffabile abbraccio la univa a sé. Non sempre le si manifestava in­tuitivamente la Divinità; tuttavia quella visione, che non era gloriosa, aveva effetti analoghi che superavano ogni ca­pacità umana. In tali circostanze le schiere beate le can­tavano "Regina coeli, laetare, alleluia" e quello era giorno di grande festa per i santi, specialmente per san Giusep­pe, sant'Anna, san Gioacchino, per i più stretti congiunti della gran Signora e per i suoi angeli custodi. Ella subito parlava col Signore delle questioni più complesse della Chiesa, pregava per essa e per ciascuno degli apostoli e ri­tornava sulla terra colma di ricchezze, simile alla nave del mercante menzionata da Salomone nei Proverbi.

604. Maria aveva in qualche modo diritto a questo fa­vore, che pur restava singolare dono dell'Altissimo, per due motivi: primo, perché ella stessa aveva rinunciato volonta­riamente alla visione beatifica che le era dovuta per i suoi meriti; se ne era infatti privata per occuparsi del governo della Chiesa. L:intensità dell'amore e della brama di vede­re Dio la condusse molte volte vicino alla morte, cosicché il mezzo più adatto a conservarla in vita era quello di tra­sportarla di tanto in tanto alla sua presenza; e ciò che era possibile e opportuno veniva ad essere come debito del Fi­glio verso la Madre. L'altro motivo consisteva nel fatto che doveva risuscitare con Gesù, lei che ogni settimana ne rin­novava in sé la passione e in un certo senso moriva di nuo­vo con lui. Siccome sua Maestà si trovava già glorioso nel cielo, era logico che con la sua presenza rendesse la Ver­gine partecipe e imitatrice del gaudio della risurrezione, affinché con quella gioia raccogliesse il frutto dei dolori e delle lacrime che aveva seminato.

605. Riguardo al secondo beneficio che Cristo le pro­mise a proposito dell'eucaristia, avverto che, fino al tem­po di cui sto parlando, in alcuni giorni la gran Regina non si cibava del pane celeste, come durante il viaggio ad Efe­so, o quando san Giovanni era assente, o se capitavano al­tri contrattempi. La sua profonda umiltà la obbligava ad adattarsi alle evenienze senza chiedere nulla agli apostoli, rimettendosi a quanto essi avrebbero disposto. In tutto in­fatti fu modello e maestra di perfezione, insegnandoci l'abbandono necessario anche in ciò che ci pare molto santo e opportuno. Ma il Salvatore, che riposa nei cuori sempli­ci e che soprattutto voleva dimorare in quello di sua Ma­dre rinnovandovi spesso i suoi prodigi, ordinò che ella si comunicasse quotidianamente per il resto della sua vita. Sua Altezza conobbe nel cielo la volontà del Figlio, ma, es­sendo prudentissima nell'agire, decise che questa si com­pisse per mezzo dell'obbedienza e di san Giovanni, al fine di comportarsi in ogni cosa che la riguardava come infe­riore, umile, soggetta a chi la guidava.

606. Per tale ragione non volle essere lei a manifestare all'Evangelista quello che sapeva del volere divino. Un gior­no accadde che il santo Apostolo fu molto occupato nella predicazione e l'ora consueta della comunione passò. L'u­milissima Signora consultò i santi angeli su ciò che do­vesse fare ed essi le risposero che si doveva eseguire il co­mando di Cristo, che avrebbero avvertito san Giovanni e gli avrebbero ingiunto l'ordine del Maestro. Subito uno di loro si recò dove egli stava predicando e apparendogli dis­se: «Giovanni, il Signore vuole che sua Madre, nostra re­gina, lo riceva sacramentato tutti i giorni finché vivrà nel mondo». All'udire il messaggio, l'Evangelista ritornò im­mediatamente nel cenacolo, dove Maria si trovava in rac­coglimento, aspettando la comunione. Le disse: «Madre e signora mia, un angelo mi ha manifestato l'ordine del no­stro Dio di amministrarvi ogni giorno il suo corpo sacra­mentato». Ed ella rispose: «Voi che cosa mi ordinate al proposito?». Replicò san Giovanni: «Che si faccia ciò che il vostro Figlio comanda». Ed ella: «Ecco la sua schiava pronta ad ubbidirvi». In seguito a questo episodio parte­cipò al sacro convito quotidianamente per tutto il resto del­la sua vita. Quanto ai tre giorni degli esercizi, soltanto il venerdì e il sabato riceveva l'eucaristia, perché - lo si è detto precedentemente - la domenica essa era sostituita dalla sua salita all'empireo.

607. Da allora in avanti, quando si cibava del pane di­vino, le si rivelava il Verbo come uomo, dell'età che egli aveva quando aveva istituito il santo sacramento. In tale circostanza, benché la Divinità le si svelasse solamente con la visione astrattiva che sempre aveva, l'umanità santissima le si manifestava gloriosa, molto più risplendente ed am­mirabile che nella trasfigurazione sul Tabor. Questa subli­me esperienza, di cui godeva per tre ore di seguito e con effetti inesprimibili a parole, fu il secondo beneficio che suo Figlio le aveva promesso per compensarla un po' della dilazione della gloria eterna preparata per lei. Sua Maestà operò quella meraviglia anche per essere ripagato anzitem­po dell'ingratitudine, della tiepidezza e della cattiva dispo­sizione che noi figli di Adamo avremmo avuto lungo i se­coli nell'accostarci al sacro mistero del suo corpo e del suo sangue. Se la Vergine immacolata non avesse supplito alla mancanza di tutte le creature, tale favore non sarebbe sta­to degnamente riconosciuto da parte della Chiesa e Cristo non sarebbe rimasto soddisfatto della corrispondenza che gli uomini gli devono per essersi d to a loro in questo sa­cramento.

 

Insegnamento della Regina del cielo

608. Figlia mia, quando i mortali giungono al termine del fugace corso della loro esistenza, fissato da Dio perché me­ritino quella imperitura, svaniscono anche i loro inganni con l'esperienza dell'eternità, nella quale entrano per ricevere la gloria o la pena senza fine. Allora conoscono i giusti la lo­ro felicità, i reprobi la loro perdizione. Oh, quanto è fortu­nata, figlia mia, l'anima che nel breve tempo della sua vita procura di acquistare anticipatamente la scienza divina di ciò che così presto dovrà imparare per esperienza! Questa è la vera sapienza: non aspettare di conoscere la meta alla con­clusione della corsa, ma farlo al principio per correre con qualche sicurezza e non con tanti dubbi di conseguirla. Ades­so, dunque, considera tu come si comporterebbero quelli che, all'inizio di una gara, guardassero all'inestimabile premio po­sto al traguardo e dovessero guadagnarlo correndo fin là con ogni diligenza. Certamente costoro correrebbero alla mas­sima velocità senza distrarsi e, se non lo facessero, sareb­bero considerati pazzi o ignari di quello che perdono.

609. Così è la vita terrena degli uomini: è limitata nel tempo ma le è preparata, quale ricompensa o punizione, un'eternità di gloria oppure di tormento, che mette termi­ne alla corsa. Si nasce per parteciparvi con l'uso della ra­gione e con il libero arbitrio; in tale verità nessuno può addurre la scusa dell'ignoranza, tantomeno i figli della Chiesa. Dov'è dunque il senno di quanti professano la fe­de cattolica? Perché si lasciano irretire dalla vanità? Per­ché o a quale scopo s'inviluppano nell'amore per ciò che è fallace? Perché ignorano pervicacemente la fine a cui giungeranno tanto in fretta? Come mai fingono di misco­noscere quello che li attende? Non sanno, forse, che na­scono per morire, che il loro passaggio sulla terra è velo­ce, la morte ineluttabile, il premio o il castigo inevitabile ed eterno? Che cosa rispondono a tutto questo coloro che vivono secondo la carne, che consumano la loro esistenza transeunte - giacché ogni vita lo è - acquistando beni, ac­cumulando onori, impiegando le proprie capacità ed ener­gie nel godere di piaceri corruttibili e vilissimi?

610. Guarda, figlia mia: è falso e sleale il mondo nel quale sei nata e che hai davanti agli occhi. Voglio che tu, abitando in esso, sia mia discepola ed imitatrice, parto dei miei desideri e frutto delle mie preghiere. Dimenticalo in­teramente con intima ripugnanza; non perdere di vista la meta verso cui cammini sollecita e il fine per cui il tuo Creatore ti formò dal nulla. Questa sia sempre la tua bra­ma, l'oggetto dei tuoi pensieri e dei tuoi desideri; non vol­gerti verso realtà vane e transitorie; viva in te solo la ca­rità divina e consumi tutte le tue forze, poiché quella che le lascia libere di amare un'altra cosa e non le assoggetta, doma e mortifica non è vera carità. In te essa sia forte co­me la morte, affinché tu venga rinnovata conforme al mio volere. Non ostacolare la volontà del mio Figlio santissimo in ciò che intende operare con te e sii certa della sua fe­deltà, che rimunera dando il cento per uno. Medita con umile venerazione in quale modo egli finora si sia mani­festato a te. Inoltre, ti esorto a fare ancora esperienza del­la sua verità, secondo il mio comando. Tenendo presenti queste finalità, appena avrai finito di scrivere questa Sto­ria continuerai i miei esercizi con attenzione sempre vigi­le. Rendi grazie al Signore per il grande e stimabile bene­ficio di aver disposto, per mezzo dei tuoi superiori, che tu lo riceva ogni giorno sacramentato e, preparandoti alla co­munione sul mio esempio, continua le preghiere che ti ho insegnato.

 

CAPITOLO 12

Si narra come Maria santissima celebrava la sua Immaco­lata Concezione e la sua Natività, e quali benefici riceveva in tali giorni dal suo figlio e nostro salvatore Gesù.

 

611. Tutte le responsabilità e dignità che Maria beatis­sima aveva presso i fedeli, tra le quali quelle di regina, signora, madre, governatrice e maestra, non le erano state date vuote come le danno gli uomini, ma con la grazia so­vrabbondante che ciascuna richiedeva e Dio poteva comu­nicarle. Questa era tanta e tale che come regina conosce­va tutto il suo regno, come signora tutta l'estensione del suo dominio, come madre tutti i suoi figli e familiari, sen­za che in nessun secolo le rimanesse nascosto alcuno di essi, come governatrice tutti coloro che erano affidati alla sua cura particolare e come maestra ricolma di sapienza tutta la scienza con cui, mediante la sua intercessione, la Chiesa sarebbe stata guidata e istruita dallo Spirito sino alla fine del mondo.

612. Dunque, ebbe chiara notizia non solamente della vita, delle opere, della morte e del premio celeste di tutti i santi che l'avevano preceduta e che l'avrebbero seguita, ma anche di ogni rito, cerimoniale, definizione e festività, non­ché delle ragioni e delle necessità per le quali tutte queste cose sarebbero state stabilite nei vari tempi con l'assisten­za del Paràclito, che distribuisce il cibo nel momento più conveniente per la gloria dell'Onnipotente e per lo svilup­po della comunità dei credenti; poiché però ho già affron­tato l'argomento nel corso della Storia, specialmente nella seconda parte, non c'è bisogno che mi ripeta. Da siffatta pienezza e dalla perfezione che le corrispondeva nacque nel suo intimo una pia emulazione della gratitudine, del culto, della venerazione e della memoria che sovente aveva visto negli angeli e negli eletti, allo scopo della loro introduzio­ne nella Gerusalemme militante, nella misura in cui questa sarebbe stata in grado di modellarsi su quella trionfante.

613. Con un simile ardore più che serafico, cominciò personalmente molte pratiche che furono poi imitate, pro­ponendole e insegnandole agli apostoli perché le presen­tassero ai cristiani per quanto era allora possibile. Non so­lo inventò gli esercizi della passione che ho illustrato, ma fu pure all'origine di parecchie consuetudini che successivamente si sono rinnovate nei santuari e negli ordini reli­giosi, giacché eseguiva tutto ciò che comprendeva virtuo­so o ad esaltazione di sua Maestà e non c'era niente che ignorasse. Tra l'altro, prese a celebrare numerosi misteri del Signore e suoi, per ricordare con devozione i doni di cui era debitrice, sia quelli concessi a tutti sia quelli sin­golari elargiti a lei. Sebbene fosse sempre priva di omis­sioni o inavvertenze in questo, quando giungevano le date nelle quali erano accaduti si preparava e si segnalava ul­teriormente. Qui parlerò esclusivamente dei primi due, cioè della sua immacolata Concezione e della sua Natività, ri­mandando gli altri a più avanti; li aveva onorati fin dal­l'incarnazione, ma lo fece maggiormente dopo l'ascensio­ne e soprattutto nei suoi ultimi anni.

614. L'otto dicembre solennizzava regolarmente la sua Immacolata Concezione con eccezionale giubilo e con inesprimibile riconoscenza, perché l'apprezzava e stima­va oltremodo. Dalla sera della vigilia stava occupata in azioni ammirevoli, in lacrime di gioia, in umiliazioni, prostrazioni e inni per l'Eterno. Si considerava plasmata dal fango e discendente da Adamo secondo il normale or­dine naturale, e contemporaneamente prescelta e, unica tra tutti, preservata dalla legge comune, resa esente dal pesante tributo del peccato e concepita con sublime pie­nezza di grazia. Invitava i suoi custodi ad aiutarla e al­ternava con loro le lodi che componeva, domandando poi lo stesso agli altri abitanti delle altezze, ed intanto si ac­cendeva a tal punto nell'amore di Dio che si sarebbe con­sumata e sarebbe morta se egli avesse cessato di confor­tarla.

615. All'avvicinarsi del mattino arrivava il nostro Sal­vatore, le creature superne la sollevavano al suo seggio e su di esso entrava nell'empireo, dove la festa continuava con gaudio accidentale dei beati e dove ella si stendeva in adorazione della Trinità, che ringraziava ancora. Era dunque ricondotta alla destra del suo Unigenito, che magnifi­cava il sommo sovrano per avergli dato una madre così degna ed immune dal male. Le tre Persone divine confer­mavano quel privilegio, come se lo ratificassero e appro­vassero compiacendosi di averla tanto elevata. Perché fos­se di nuovo attestato, usciva dal trono una voce che dice­va in nome del Padre: «Belli sono i tuoi passi, o Figlia di principe, concepita purissima». Quindi, il Figlio afferma­va: «Non toccata dalla colpa è colei che mi ha rivestito del­la forma umana in cui riscattare i miei fratelli». E lo Spi­rito aggiungeva: «È tutta bella la mia sposa, è tutta bella e senza macchia».

616. I cori celesti proclamavano allora con dolcissi­ma armonia: «Maria santissima concepita senza peccato originale». Ella, nella sua prudenza, riveriva l'Onnipo­tente con un'umiltà talmente profonda da sovrastare ogni pensiero, ed era innalzata alla visione intuitiva, della qua­le si allietava per alcune ore prima di essere riaccompa­gnata al cenacolo. Adesso che è nella gloria, lassù quel giorno si celebra in un modo differente come riferirò, se mi sarà accordato, in un libro sulla Gerusalemme trion­fante, che mi è stato comandato di scrivere. La nostra Regina ne aveva fatto memoria sin da quando aveva ac­colto il Verbo nel suo grembo, per manifestargli la sua gratitudine per i favori che aveva avuto a motivo della sua eminente dignità. Quanto poi compiva al suo ritor­no all'oratorio era lo stesso che ho spiegato spesso in oc­casioni analoghe.

617. L'otto settembre ricordava la sua Natività, iniziando dalla notte antecedente con i medesimi esercizi e cantici. Benediva a l'Altissimo per il beneficio di essere venuta alla luce e di essere stata portata immediatamente presso di lui, contemplandolo intuitivamente, e ribadiva la sua determi­nazione a spendere l'intera esistenza nel servirlo nella ma­niera che gli fosse più gradita, essendo consapevole di aver­la avuta a quel fine. E colei che al suo ingresso nella vita aveva superato in meriti i supremi serafini, ormai al suo ter­mine proponeva ugualmente di incominciare ad impegnar­si, come dovendo dare principio alla virtù, e ripeteva al Si­gnore la richiesta di essere sostenuta e guidata in tutti i suoi atti, e che questi fossero diretti alla sua esaltazione.

618. Sebbene non fosse fatta salire in paradiso, ne scen­deva il Redentore con molte schiere dei suoi ministri e con gli antichi patriarchi e profeti, in particolare san Gioac­chino, sant'Anna e san Giuseppe, e al loro cospetto ella lo venerava con immensa devozione e riconoscenza. Quindi, gli angeli intonavano in suo onore "Nativitas tua, Dei Ge­nitrix virgo...", che significa: «La tua nascita, o Madre di Dio, annunciò a tutto l'universo una grande gioia, perché da te nacque il sole di giustizia, Cristo nostro Dio»; e da parte loro Adamo ed Eva inneggiavano poiché era stata partorita la riparatrice del loro danno, ed i genitori e lo sposo poiché era stata donata loro una tale figlia e una ta­le sposa. Subito Gesù la rialzava da terra e la poneva ac­canto a sé, svelandole altri arcani con visione astrattiva chiara e luminosa.

619. Così, era ancora trasformata in lui ed eccezional­mente infiammata per affaticarsi nella Chiesa, come se si accingesse a ciò per la prima volta. Poi, rimanendo al suo fianco, lo riceveva nel suo petto nell'eucaristia, che era ce­lebrata dall'evangelista Giovanni, a cui era anche concessa la felicità di udire la musica; simili misteri procuravano esultanza ai beati, che erano padrini in quella comunione, la più degna che si sia vista o si vedrà mai nel mondo do­po quella del nostro Maestro. Questi la lasciava raccolta con se stesso sotto le specie sacramentali e ascendeva all'empireo. Oh, meraviglie dell'Eterno! Se egli appare mirabile con tutti i santi, come dovette esserlo con colei che amava al di sopra di chiunque altro e per la quale aveva riservato quanto c'era di più eccelso e squisito nella sua forza e sa­pienza? Ogni creatura lo confessi e lo magnifichi!

 

Insegnamento della Regina del cielo

620. Mia diletta, desidero che il presente capitolo ri­sponda a un timore che ravviso nel tuo animo in ordine agli eventi singolari che mi concernono. Due preoccupa­zioni l'hanno assalito: innanzitutto, se tu sia adatta per scri­vere questi segreti ovvero se sarebbe preferibile una per­sona più saggia e migliore, in grado di conferire loro più autorità, perché tu sei la più misera, inutile e ignorante; inoltre, se i lettori saranno persuasi di grazie tanto rare e inaudite, principalmente delle visioni beatifiche e intuitive che sovente ebbi. Ammetto che tu sei la più piccola e li­mitata: l'hai sentito dalla bocca di sua Maestà ed io te lo confermo, e così sei tenuta a giudicarti. Considera, però, che il credito che sarà dato alla Storia non dipende da te, bensì dal suo Autore, che è la somma verità, e dalla verità che vi è racchiusa; niente avrebbe potuto aggiungerle il più alto serafino, come niente puoi toglierle tu.

621. Non sarebbe stato opportuno che a redarla fosse uno spirito celeste, e pure in tal caso gli increduli e i tar­di di cuore avrebbero trovato il modo di calunniarlo. Era necessario che lo facesse un essere umano, ma non era con­veniente che fosse dotto e preparato, perché altrimenti ci sarebbe stata la possibilità che essa si attribuisse al suo in­gegno e alla sua scienza, scambiata con la luce superna. È ulteriore gloria del nostro sovrano che si tratti di una don­na, alla quale nessun aiuto poterono portare l'istruzione e l'intelligenza, ed anch'io ho speciale compiacimento in ciò, poiché sarà palese a te e a tutti che nella narrazione non c'è nulla di tuo, né nulla che derivi da te più che dalla pen­na che usi: sei solo uno strumento di cui si serve la sua mano per rivelare le mie parole. Non aver paura che, scor­gendoti così vile e peccatrice, i mortali mi neghino l'onore che mi spetta, giacché chi non ti presterà fede non farà tor­to a te, ma a me. E benché le tue mancanze e colpe siano numerose, possono essere tutte cancellate dalla sconfinata pietà del Signore, che non ha voluto scegliere qualcuno più adeguato, ma appunto sollevare te dalla polvere e manife­stare in te la sua liberalità, collocando questa dottrina in chi ne mostrasse con più evidenza l'efficacia. Dunque, se­guila e sii tale quale brami di essere.

622. Riguardo al tuo secondo turbamento, ho già detto parecchio nel corso del racconto. Coloro che avranno di me il giusto concetto crederanno senza difficoltà, comprenden­do la proporzione e corrispondenza che tutti i benefici che illustri hanno con quello della mia maternità divina, perché le opere di Dio sono perfette e se uno ne dubita certamen­te non lo conosce né conosce me. Se egli è stato estrema­mente potente e munifico con gli eletti, e la Chiesa retta­mente ritiene che alcuni l'abbiano contemplato durante l'e­sistenza terrena, come mi si contesterà quanto si accorda ad altri tanto inferiori? Tutti i meriti che il mio Unigenito ha acquistato loro e i doni che ha loro prodigato sono fi­nalizzati alla sua esaltazione e poi alla mia, e dal momen­to che si apprezza e ama di più il fine che i mezzi, che so­no amati per esso, l'amore che lo mosse a favorire me fu maggiore di quello che lo mosse a favorire loro, che per me sono stati da lui favoriti; e non suscita stupore che abbia fatto più volte a vantaggio di colei nella quale aveva stabi­lito di incarnarsi ciò che fece una volta a vantaggio loro.

623. Gli uomini pii e prudenti sanno e hanno insegna­to che le grazie che ottenni da Cristo vanno misurate in base alla sua forza e capacità, poiché mi concesse tutte quelle che poté concedermi e che io potei accogliere; e queste non rimasero oziose in me, ma sempre fruttificarono quanto più era possibile in una semplice creatura. Egli era figlio mio e onnipotente per intervenire dove non gli fos­se posto ostacolo; quindi, dato che io non glielo posi, chi avrà l'ardire di mettere limiti alla sua azione e alla sua te­nerezza per me, da lui stesso resa degna delle sue elargi­zioni al di sopra di tutti gli altri santi, tanto più se si pen­sa che nessuno di loro rinunciò a goderlo neppure per un'o­ra per soccorrere i suoi fedeli? Qualora paia molto il di più che compì in me, sia noto che tutti i miei privilegi fu­rono fondati e racchiusi nella mia immacolata concezione, perché fu più farmi degna della sua gloria quando non po­tevo meritarla che manifestarmela quando l'avevo merita­ta e non avevo impedimenti.

624. I miei avvertimenti vincono i tuoi timori e il resto dipende da me, mentre da parte tua non devi preoccupar­ti che di imitarmi, e questo in ordine a te è lo scopo di quello che intendi e scrivi. Sii piena di sollecitudine e de­cisa a non tralasciare nemmeno una virtù, volgendo l'at­tenzione anche al comportamento degli altri beati, poiché non sei meno debitrice di loro verso la misericordia del Redentore ed io non sono mai stata con alcuno generosa come con te. Apprendi alla mia scuola la carità, la grati­tudine e l'umiltà di una mia autentica discepola, perché desidero che tu ti segnali e avanzi in questo. Celebra tut­te le mie feste con profonda devozione, invitando i citta­dini del cielo ad aiutarti, e in particolare l'Immacolata Con­cezione, dalla quale ricevetti enorme giubilo, che adesso si rinnova vedendo che un così singolare prodigio è stimato e che ne è lodato l'Autore. Nel giorno della tua nascita, sul mio esempio ringrazierai in modo speciale l'Eterno e ti di­stinguerai nel suo servizio, proponendoti di migliorare la tua vita e di cominciare nuovamente ad impegnarti in ciò, come sarebbe bene che facessero tutti senza trascorrere ta­le anniversario in vane dimostrazioni di allegria.

 

CAPITOLO 13

Maria beatissima celebra con i suoi angeli altre feste, in par­ticolare quelle della sua Presentazione, di san Gioacchino, di sant'Anna e di san Giuseppe.

 

625. La gratitudine per quanto ci è concesso dalla ma­no del sommo sovrano è una virtù così nobile che con es­sa conserviamo il nostro rapporto con lui: egli ci favorisce come potente, sovrabbondante e munifico, e noi lo rin­graziamo come poveri, umili e obbligati. È proprio di chi offre per la sua larghezza l'accontentarsi della riconoscen­za di chi è nel bisogno, ed essa è un contraccambio velo­ce, facile e dilettevole, che soddisfa il donatore impegnan­dolo ad essere di nuovo generoso. Ciò succede tra gli uo­mini magnanimi e a maggior ragione tra il Signore e i suoi figli, poiché noi siamo la stessa miseria e indigenza, men­tre egli è ricco e tale che, se possiamo immaginare in lui qualche necessità, questa non è necessità di ricevere, ben­sì di dare. Quindi, nella sua saggezza, giustizia e rettitu­dine non ci respinge mai perché sprovvisti, ma perché im­memori di quello che ci è prodigato; vuole dispensarci tan­to, ma a condizione che gli rendiamo lode. La corrispon­denza nei benefici minori lo muove a farne di più grandi e a moltiplicarli, e soltanto chi è umile se li assicura, dal momento che conseguentemente è di certo anche grato.

626. La maestra di questa scienza fu la beatissima Ver­gine, giacché, avendo ella sola avuto tutta la pienezza di grazie che poterono essere comunicate a una semplice crea­tura, non dimenticò o tralasciò di apprezzarne alcuna con la massima eccellenza. Aveva assegnato a ciascuna dei par­ticolari cantici con altri singolari esercizi, destinando allo scopo dei giorni dell'anno e in essi delle ore, e a tale pre­mura aggiungeva quella di governare la comunità eccle­siale, istruire gli apostoli e i discepoli, consigliare l'enor­me quantità di persone che andavano a consultarla, non negandosi mai a nessuno e non trascurando mai di preoc­cuparsi delle esigenze dei fedeli.

627. Se la riconoscenza vincola l'Altissimo e lo induce alla liberalità, chi riuscirà a ponderare quanto doveva toc­carlo quella che la prudentissima Madre gli palesava in mo­do eccezionale per tutte le sue innumerevoli e sublimi elar­gizioni? Noi discendenti di Adamo in paragone siamo ne­gligenti, pigri e così duri di cuore che il poco, ammesso che facciamo qualcosa, ci pare molto; al contrario, alla diligente Regina il molto pareva poco e, compiendo tutto il possibi­le per le sue forze, si giudicava manchevole. Ho già di­chiarato altrove che agiva in maniera simile a Dio, che è un atto purissimo che opera con il medesimo essere senza poter cessare nelle sue operazioni infinite, partecipando ineffabilmente di questa prerogativa: sembrava tutta un'o­perazione infaticabile e continua, e ciò non sorprende se si pensa che la grazia, che in tutti è impaziente al vedersi oziosa, stava in lei senza limiti e senza la comune misura.

628. Non so spiegare la mia affermazione meglio che ri­ferendo lo stupore degli angeli, che sovente di fronte a quel­lo che contemplavano dicevano tra sé o parlando con sua Maestà: «In costei l'Eterno si mostra mirabile più che in tut­ti gli altri! In costei la natura umana ci sorpassa considere­volmente! Sia sempre esaltato chi vi ha plasmato, o Maria. Voi siete il vanto e la bellezza dei mortali. Voi siete oggetto di santa emulazione addirittura per noi che siamo esseri spi­rituali e suscitate meraviglia nei cittadini del paradiso. Sie­te il portento dell'Onnipotente, la manifestazione della sua destra, la sintesi delle opere del Verbo, il vivo ritratto delle sue perfezioni, l'effigie dei suoi passi e l'immagine in tutto somigliante a colui che si è incarnato nel vostro grembo. Voi siete degna guida della Chiesa militante e gloria specialmente di quella trionfante, onore del nostro popolo e riparatrice del vostro. A tutte le nazioni sia nota la vostra virtù ed emi­nenza, e ogni generazione vi acclami e benedica. Amen».

629. La nostra Principessa celebrava con essi i favori che le erano stati concessi, supplicandoli di assisterla non soltanto per il suo fervente amore, che meritava e solleci­tava tutti i mezzi per l'inestinguibile sete che provoca il fuoco della carità nell'animo in cui arde, ma pure per la sua profonda umiltà, con la quale si confessava più debi­trice degli altri, che esortava ad aiutarla a pagare benché fosse l'unica ad esserne capace. In questo modo trasferiva sulla terra, nel suo oratorio, la corte del supremo Re, e fa­ceva del mondo un cielo.

630. Ricordava la sua Presentazione al tempio nella da­ta corrispondente, cominciando dalla vigilia e spendendo l'intera notte in esercizi e ringraziamenti, come in occasio­ne dell'Immacolata Concezione e della Natività. Meditava il beneficio di essere stata condotta dal sommo Bene nella sua casa in tanto tenera età e tutto quanto aveva ricevuto mentre vi dimorava, ma ancor più ammirevole è che, ri­colma di luce superna, richiamasse alla memoria gli inse­gnamenti che le avevano impartito il sacerdote e la sua mae­stra durante l'infanzia. Aveva la stessa cura in ordine a ciò che aveva appreso dai suoi genitori e successivamente dai Dodici, ed eseguiva nuovamente tutto nel grado conveniente alla sua maturità. Sebbene le fossero sufficienti le parole di Cristo, rammentava quelle di tutti, perché in materia di umi­liarsi e di obbedire come inferiore non perdeva alcun pun­to o ingegnoso segreto. Oh, a che inarrivabile livello portò gli ammonimenti dei sapienti: «Non appoggiarti sulla tua intelligenza e non credere di essere saggio; non disprezzare i racconti e gli avvertimenti degli anziani, e ascolta le lo­ro massime; non aspirare a cose troppo elevate, piegati in­vece alle umili»!

631. Sentiva come un'affezione naturale al ritiro di cui aveva goduto allora, anche se si era prontamente sotto­messa al comando di lasciarlo per gli imperscrutabili fini del nostro Creatore, che in tale anniversario la compensa­va con dei doni singolari. Il Salvatore scendeva dall'empi­reo avvolto da un eccezionale splendore e scortato dai suoi ministri, e proclamava: «Colomba mia, venite a me, che sono vostro Signore e vostro figlio. Voglio darvi un'abita­zione più sicura ed eccellente, che sarà in me medesimo: venite, carissima amica mia, alla vostra legittima stanza». A questo dolcissimo invito i serafini la sollevavano dal suo­lo, poiché al cospetto di Gesù stava prostrata finché egli non la pregava di rialzarsi, e con sublimi armonie la col­locavano al suo fianco. Subito la Vergine percepiva o ca­piva che la divinità di lui la riempiva tutta come tempio della sua gloria e la penetrava, rivestiva e circondava co­me il mare fa con il pesce che tiene in sé; per quel con­tatto sperimentava effetti ineffabili, avendo una specie di possesso di sua Maestà che non posso spiegare, nel quale provava grande soddisfazione e giubilo pur non vedendo­lo faccia a faccia.

632. Ella chiamava questa immensa grazia "il mio al­tissimo rifugio" e la solennità "festa dell'essere di Dio", e componeva mirabili cantici di gratitudine. Alla sera, poi, magnificava il nostro sovrano per tutti i patriarchi e i pro­feti, da Adamo a Gioacchino ed Anna: per quanto aveva elargito loro, per quanto avevano predetto e per quanto di essi riferiscono i testi sacri. Rivolgendosi a suo padre e sua madre esprimeva riconoscenza per essere stata offerta tan­to piccola all'Onnipotente, e chiedeva che nella Gerusa­lemme trionfante lo lodassero per ciò a nome suo e le im­petrassero da lui che l'educasse a farlo e la guidasse in ogni sua azione; soprattutto, li implorava di esaltarlo per averla esentata dal peccato originale allo scopo di sceglierla perché lo accogliesse nel suo grembo, dal momento che considerava sempre inseparabili tali favori.

633. Viveva pressappoco nello stesso modo le memo­rie dei suoi genitori, che entravano nel suo oratorio con l'Unigenito e con una moltitudine di spiriti celesti. Con questi ultimi ringraziava il suo diletto per averle conces­so di nascere da persone così rette e conformi alla sua volontà e per come le aveva premiate, e ideava altri inni che ripetevano con musica soavissima e forte. Ciascun co­ro dei suoi angeli e di quelli che in simili circostanze si univano ad essi le illustrava un attributo dell'Eterno e uno del Verbo fatto uomo, in un colloquio che le procurava incomparabile gioia e l'accendeva ulteriormente nell'a­more e che era causa di enorme gaudio accidentale an­che per i due santi. A questi Maria domandava infine di benedirla, restando stesa nella polvere mentre risalivano al paradiso.

634. Nel giorno dedicato al suo castissimo sposo, ce­lebrava il matrimonio in cui egli le era stato dato come fedele compagno per nascondere i misteri dell'incarna­zione e per compiere con eccelsa sapienza le opere della redenzione, e, poiché teneva depositato nel suo pruden­tissimo cuore questo consiglio immutabile della Provvi­denza, ponderandolo e stimandolo opportunamente, era straordinariamente esultante. Giuseppe arrivava con stu­pendo fulgore e con migliaia di ministri superni, che in­tonavano con allegrezza e compostezza i nuovi motivi scritti dalla nostra Maestra per i benefici ricevuti insie­me a lui.

635. Dopo aver speso in tale maniera parecchie ore, la Regina passava le rimanenti discorrendo delle perfezioni e delle prerogative divine, perché in assenza del Signore que­sto era ciò che la rallegrava maggiormente. Poi, per prende­re congedo lo supplicava di intercedere per lei e di rendere onore alla Trinità da parte sua, gli raccomandava le neces­sità dei credenti e degli apostoli e si faceva benedire, conti­nuando alla sua partenza le consuete manifestazioni di umiltà. Segnalo due cose: in quelle occasioni Cristo, duran­te la sua permanenza quaggiù, l'assisteva e le si mostrava trasfigurato come sul Tabor, rimunerando la sua profonda devozione e rinnovandola meravigliosamente; inoltre in esse, come in altre delle quali parlerò in seguito, ella aggiungeva una premura conveniente alla sua pietà e degna della nostra attenzione, e cioè sfamava molti poveri, apparecchiando e servendoli con le proprie mani stando in ginocchio. A tal fi­ne, ordinava all'Evangelista di trovare e condurle innanzi i più trascurati e bisognosi, ed egli eseguiva puntualmente il suo comando. La Vergine preparava pure un altro pranzo più delicato per mandarlo agli infermi indigenti che erano negli ospedali e non potevano essere portati a casa sua, e li andava a consolare e sollevare con la sua presenza. Istruì su tutto questo i suoi figli, affinché la imitassero palesandosi per quanto possibile obbligati con lodi e gesti caritatevoli.

 

Insegnamento della Regina del cielo

636. Mia eletta, l'ingratitudine nei confronti dell'Altissi­mo è una delle colpe più brutte e che rendono più odiosi ai suoi occhi e a quelli dei beati, che hanno una specie di orrore per questa turpissima villanìa. Eppure, benché essa sia per loro così pericolosa, i mortali non commettono nes­sun altro peccato con più sconsideratezza e frequenza. È certo che il medesimo Dio, per non essere tanto offeso dal­la generale dimenticanza delle sue elargizioni, vuole che la Chiesa compensi in qualche misura la mancanza in cui in­corrono i suoi membri e tutti gli altri, e dunque sono in gran numero le preghiere e i sacrifici a sua gloria; però, siccome i favori della sua liberalissima destra appartengo­no non solo alla comunità ecclesiale ma anche ad ognuno in particolare, ciò non basta ad estinguere il debito, che si è singolarmente tenuti a soddisfare.

637. Quanti vi sono che non hanno mai fatto atti di au­tentica riconoscenza verso colui che ha concesso e con­serva loro la vita, e accorda loro salute, vigore, nutrimen­to, decoro e averi materiali? Altri, poi, sono mossi ad essi non dall'amore per il Donatore, bensì dall'amore per se stessi e per le realtà terrene che si compiacciono di pos­sedere, inganno che si desume da due fattori. Il primo è che, allorché le perdono, si rattristano, adirano ed abbat­tono, senza essere capaci di pensare ad altro né altro im­plorare e apprezzare, perché hanno caro esclusivamente quello che è apparente e caduco. E sebbene sovente sia per loro una grazia l'essere privati delle buone condizioni fisi­che, delle facoltà e di cose simili affinché non vi si ab­bandonino disordinatamente, reputano tale evento una sventura e sempre desiderano correre dietro a ciò che ha termine, per perire assieme ad esso.

638. Il secondo è che, per la cieca bramosia dei beni transitori, non si ricordano di quelli celesti, che non san­no discernere e gradire. Questo errore è ripugnante e ter­ribile tra i cristiani, ai quali l'immensa misericordia del­l'Onnipotente, senza che alcuno la vincolasse e muovesse con il proprio retto comportamento, applicò in modo spe­ciale i meriti della passione del mio Unigenito. Costoro po­tevano nascere in altri secoli, antecedentemente alla sua incarnazione, oppure tra i pagani, gli idolatri e gli eretici, dove sarebbe stata inevitabile la dannazione. Egli, invece, li ha gratuitamente attratti alla fede illuminandoli sulla si­cura verità; li ha giustificati mediante il battesimo e ha dato loro i sacramenti, dei ministri e degli insegnamenti; li ha posti sul diritto sentiero e li soccorre con aiuti, li as­solve quando hanno sbagliato, li rialza quando sono ca­duti, li aspetta per la conversione, li invita con clemenza e li premia con eccezionale larghezza; li difende tramite gli angeli; si offre loro come pegno e come alimento di vi­ta spirituale, e non passa giorno od ora senza accumulare i suoi benefici.

639. Dimmi, quindi: quale gratitudine si deve a tanto liberale e paterna benignità? E quanti l'hanno? È ammi­revole soprattutto che non si siano sbarrate le porte e prosciugate le fonti della sua bontà, e questo accade poi­ché è infinita. La principale radice di una così spaven­tosa grettezza è la loro esorbitante ingordigia e avidità delle ricchezze mondane, che fa sia sembrare da poco quelle che ricevono sia ignorare le altre, più elevate. A tale stoltezza se ne accompagna solitamente una peggio­re, cioè la supplica per ottenere dal Signore non soltan­to ciò di cui hanno bisogno, ma anche ciò che ambi­scono per capriccio e che serve alla loro rovina. Fra gli uomini non è normale che si cerchi alcunché presso chi si è offeso, a maggior ragione se allo scopo di offender­lo ancor più. Per quale motivo dunque un essere vile e spregevole, nemico dell'Eterno, gli domanda il benesse­re, l'onore, la roba e altre cose che ha costantemente usa­to contro di lui?

640. E aggiungendo che mai lo ha ringraziato perché lo ha creato, redento, chiamato, atteso, perdonato e gli tiene preparata la medesima gloria di cui gode egli stes­so, qualora voglia acquistarla, è chiaramente un'inaudita temerarietà e audacia che ardisca chiedere essendosene così reso assolutamente indegno, se prima non se ne pen­te. Ti garantisco che questo frequente peccato è uno dei più evidenti segni di riprovazione in coloro che lo com­mettono sconsideratamente. È un cattivo indizio pure il fatto che l'equo giudice distribuisca abbondanza di favo­ri temporali a chi è immemore del proprio riscatto, giac­ché costui dimenticando il mezzo della salvezza anela a quello della morte e il suo conseguimento non è che un castigo.

641. Ti manifesto il pericolo affinché tu ne abbia terro­re e te ne allontani, ma intendi bene che la tua ricono­scenza non ha da essere ordinaria e comune, dal momen­to che ciò che ti è stato prodigato sorpassa ogni tua pon­derazione. Non lasciarti indurre a sminuirti con il prete­sto della modestia e a non stimarlo convenientemente. Ti è noto l'impegno del demonio nel tentare di farti sparire da davanti agli occhi le elargizioni di sua Maestà e mie, procurando che tu ritenga le tue mancanze e miserie in­compatibili con esse e con la luce che ti è stata concessa. Esci ormai del tutto da questo inganno, comprendendo che tanto più ti abbasserai ed annienterai quanto più attribui­rai a Dio quello che ti è accordato dalla sua generosità, e che quanto più gli dovrai tanto più povera ti troverai per pagare il debito. Questa consapevolezza non è presunzio­ne, bensì avvedutezza, e trascurarla non è umiltà, bensì ot­tusità oltremodo riprensibile, perché non puoi essere gra­ta di qualcosa di cui sei all'oscuro né puoi amare molto se non ti sai costretta e stimolata dai doni che ti obbligano. Sei giustamente preoccupata di non perdere la grazia e l'a­micizia dell'Altissimo, che ha operato con te quanto basta per numerose anime, ma è assai diverso l'avere prudente­mente paura di privartene e il dubitarne; il tuo avversario nella sua astuzia prova a farti equivocare e ad introdurre in te un'incredula pertinacia coperta con il manto della buona intenzione e del santo timore. Impiega quest'ultimo nel custodire il tuo tesoro e nell'avere una purezza angeli­ca, imitandomi con diligenza e mettendo in pratica tutti gli insegnamenti che a tal fine ti impartisco nella presen­te Storia.

 

CAPITOLO 14

La maniera mirabile in cui Maria santissima celebrava i mi­steri dell'incarnazione e della natività del Verbo fatto uomo e si mostrava riconoscente per questi grandi benefici.

 

642. Chi era tanto fedele nel poco come la Vergine bea­tissima indubbiamente doveva essere fedelissimo nel mol­to ed ella, se fu estremamente diligente e sollecita nel gra­dire i favori minori, di certo lo fu, con ogni abbondanza, anche nel gradire quelli maggiori che ricevette dalle ma­ni dell'Altissimo insieme a tutti noi. Fra di essi occupa il primo posto l'incarnazione del Verbo nelle sue viscere, poi­ché questa fu l'opera più eccellente e la grazia più subli­me delle numerose alle quali si poterono estendere a no­stro vantaggio il potere e la sapienza infiniti, congiun­gendo in una persona la natura divina e la natura umana per mezzo dell'unione ipostatica, che fu il principio di tut­te le elargizioni distribuite dall'Onnipotente ai mortali e agli angeli. Con quell'inimmaginabile meraviglia egli si im­pegnò al punto che non ne sarebbe uscito con tanta glo­ria se non avesse avuto tra noi qualche garante, nella cui santità e corrispondenza si guadagnasse pienamente il frutto di un così raro beneficio. La suddetta affermazione si capisce meglio considerando ciò che ci insegna la fede, cioè che dalla scienza dell'Eterno fu da sempre prevista l'ingratitudine dei reprobi, e quanto malamente si sareb­bero avvalsi di un dono mirabile e singolare come è il fat­to che Dio sia divenuto uomo vero, maestro, redentore ed esempio per ciascuno.

643. Quindi, un simile prodigio fu ordinato in maniera che ci fosse chi compensasse la loro ingiuria e la loro of­fesa e si interponesse con appropriata riconoscenza tra co­storo e sua Maestà, per soddisfarlo secondo le nostre pos­sibilità. Questo fu eseguito innanzitutto dall'umanità santissima del nostro salvatore Gesù, che fu il mediatore pres­so il Padre', riconciliando tutti con lui e scontando le col­pe di tutti con sovrabbondante eccesso di meriti; però, dal momento che egli era contemporaneamente Dio vero e uo­mo vero, pare che per la natura umana sarebbe rimasto ugualmente il debito verso di lui se tra le semplici creatu­re non se ne fosse trovata alcuna che lo saldasse per inte­ro con l'aiuto superno. Tale contraccambio gli fu offerto dalla nostra Regina: ella sola fu la segretaria del gran con­siglio e l'archivio dei suoi misteri; ella sola li comprese, ponderò e apprezzò nella misura che poteva essere prete­sa dalla natura umana senza divinità; ella sola supplì alla nostra villania e alla scarsezza e grossolanità con cui in confronto si sono mostrati obbligati i figli di Adamo; ella sola placò il suo stesso Unigenito e dette riparazione del­l'oltraggio arrecatogli da tutti per non averlo accolto come loro Signore e come vero Dio fatto uomo per riscattarli.

644. Maria ebbe questo impenetrabile arcano talmente fisso nella memoria che non lo dimenticò mai neppure per un istante. Era anche cosciente dell'ignoranza che tanti ne avevano e, allo scopo di ringraziare per esso per sé e per gli altri, faceva parecchie volte genuflessioni, prostrazioni e vari atti di venerazione, ripetendo incessantemente e in molteplici modi la seguente preghiera: «Eccelso sovrano, mi inchino dinanzi a voi, presentandomi a nome mio e di tutti. Vi lodo e benedico per la vostra straordinaria incar­nazione, vi confesso e adoro nell'unione ipostatica della na­tura umana e della natura divina nel Verbo. Se gli infelici discendenti di Eva ne sono all'oscuro o non ne sono con­venientemente grati, ricordatevi con pietà che sono in una condizione fragile, inconsapevoli e colmi di passioni, e che non possono venire a voi qualora non vi siano attirati dal­la vostra clementissima benignità'. Scusate il difetto di gen­te così debole! Io, vostra ancella e vile verme, vi magnifi­co per me e per ognuno di essi con la corte celeste, sup­plicandovi dall'intimo della mia anima di prendere a cuo­re la causa dei vostri fratelli e di ottenere loro il perdono. Guardate nella vostra sconfinata misericordia ai miseri che sono nati nel peccato, non si rendono conto del proprio danno e non sanno che cosa fanno né che cosa vada fat­to. Vi imploro per il vostro e mio popolo, perché, in quan­to siete uomo, siamo tutti della vostra natura: non voglia­te dunque spregiarla. Se in quanto Dio attribuite immen­so valore alle vostre opere, siano esse il giusto risarcimento, poiché soltanto voi siete in grado di pagare quello che ab­biamo ricevuto e dobbiamo all'Altissimo, che vi ha man­dato per soccorrere i poveri e per liberare i prigionieri'. Restituite la vita ai morti, arricchite i bisognosi, illumina­te i ciechi: siete la nostra salute, il nostro bene e tutto il nostro rimedio».

645. Ella innalzava di continuo e quotidianamente simili orazioni e, in coincidenza della data nella quale l'incarna­zione si era realizzata nel suo purissimo grembo, aggiun­geva degli esercizi per onorare il sublime evento. Era favo­rita dall'Eterno più che in altre feste da lei celebrate, giac­ché la solennità non durava un giorno, ma i nove imme­diatamente precedenti il venticinque marzo, in cui era av­venuto dopo la preparazione che ho descritto all'inizio del­la seconda parte, esponendo in nove capitoli le meraviglie che predisposero degnamente colei che doveva concepire il Verbo. Qui è necessario supporre quanto si è già affermato e riassumerlo brevemente per evidenziare come espri­messe di nuovo riconoscenza per quel sommo miracolo. 646. Cominciava dalla sera del sedici marzo e, sino al venticinque, stava ritirata senza mangiare né dormire, as­sistita dall'Evangelista esclusivamente per la santa comu­nione. L’Onnipotente le rinnovava tutti i doni che le aveva concesso allora, insieme ad altri del suo Gesù, che, essen­do ormai stato generato dalla compassionevole ed eccel­lente Regina, si incaricava di sostenerla e beneficarla in quell'occasione. Nei primi sei giorni ciò accadeva in que­sta maniera: per alcune ore della notte ella protraeva le sue solite pratiche e quindi Cristo faceva ingresso nella stanza con la maestà con la quale risiede nell'empireo, scor­tato da migliaia dei suoi ministri superni, entrando alla sua presenza con tale splendore.

647. L'accortissima e religiosissima Vergine gli prestava culto con l'umiltà e la riverenza di cui solo la sua smisu­rata prudenza era capace. Successivamente, era sollevata dai custodi e collocata alla destra di lui sul trono, dove percepiva un'ineffabile unione con la medesima umanità e divinità, che la trasportava e riempiva di gloria e di effet­ti che è impossibile spiegare a parole. Lì il Signore com­piva un'altra volta in lei i prodigi di un tempo, facendo corrispondere il primo giorno al primo, il secondo al se­condo e così via, e li accompagnava con elargizioni confor­mi allo stato attuale di entrambi. Benché Maria avesse sem­pre la scienza abituale di quanto aveva inteso in passato, diversamente il suo intelletto era applicato ad usarla con più chiarezza ed efficacia.

648. Nel primo giorno le era mostrato tutto quello che il supremo sovrano aveva fatto nel primo della creazione: in che ordine e in che modo erano sorte le cose spettanti alla giornata; il cielo, la terra e gli abissi con la loro lun­ghezza, larghezza e profondità; la luce, le tenebre e la lo­ro separazione con le varie condizioni e proprietà di tali realtà visibili. Riguardo a quelle invisibili, poi, aveva noti­zia dell'origine degli angeli, delle loro distinzioni e doti, del periodo in cui erano rimasti in grazia, della discordia tra gli apostati e gli obbedienti, della caduta degli uni e della confermazione in grazia degli altri, nonché di tutto il re­­sto che Mosè misteriosamente incluse nelle opere del pri­mo giorno. Era parimenti informata degli scopi che Dio aveva per comunicarsi e rivelarsi attraverso di esse, affin­ché gli esseri spirituali e i mortali lo conoscessero e lo­dassero. Dal momento che la ripetizione non era sterile, il Figlio le diceva: «Colomba mia, su tutto questo, attuato dal mio infinito potere, vi ho istruito prima di prendere carne nel vostro talamo castissimo, per manifestarvi la mia gran­dezza. Lo faccio ancora per riconsegnarne a voi il posses­so e il dominio come a mia vera Madre, che gli angeli, il cielo, la terra, la luce e le tenebre devono servire con do­cilità, e perché magnifichiate convenientemente il Padre per quanto la progenie di Adamo non sa apprezzare».

649. Ella soddisfaceva pienamente la sua volontà e il debito con atti di gratitudine a nome proprio e di tutti, non cessando né questi né altri arcani esercizi sino a quan­do il suo Unigenito non la lasciava. Nel secondo giorno, alla stessa maniera, il Salvatore scendeva a mezzanotte e ravvivava in lei la cognizione del secondo della creazione: la fondazione del firmamento in mezzo alle acque per di­videre le une dalle altre; il numero e la disposizione dei cieli; la loro struttura, armonia, qualità, dimensione e bel­lezza. La Signora penetrava tutto infallibilmente, come si era verificato e senza opinioni, sebbene fosse al corrente di quelle dei dottori e dei commentatori. Nel terzo giorno le era palesato ciò che di esso riferisce la Scrittura, cioè come l'Eterno avesse riunito le acque che stavano sulla ter­ra e formato il mare, scoprendo il suolo perché desse frut­ti, come subito fece al suo comando producendo germo­gli, erbe, alberi e altre cose che lo adornano. Le erano svelate le caratteristiche di tali piante e in che modo poteva­no essere utili o nocive. Nel quarto giorno comprendeva la costituzione del sole, della luna e delle stelle; la loro ma­teria e configurazione, le loro peculiarità, i loro influssi e i movimenti con i quali regolano gli anni, le stagioni e le giornate. Nel quinto giorno apprendeva la nascita degli uc­celli e dei pesci, che aveva avuto luogo dalle acque; come era avvenuta al principio e come si conservavano e molti­plicavano; le specie e le particolarità di quelli e degli altri animali. Nel sesto giorno era illuminata sulla genesi del­l'uomo, fine di tutto; sulla sua composizione e perfezione, in cui tutto era racchiuso; sull'incarnazione, alla quale era ordinata, e sugli altri segreti della somma provvidenza che conteneva, attestandone l'immensa maestà.

650. Quotidianamente intonava un cantico ad esaltazio­ne dell'Onnipotente per quanto aveva realizzato nel giorno corrispondente e per quanto ne apprendeva. Quindi, lo im­plorava intensamente per l'umanità, specialmente per i cre­denti, affinché fossero riconciliati con lui e avessero intel­ligenza di lui e delle sue opere, perché in esse e per esse lo incontrassero, amassero e celebrassero. Ponderando sia l'ignoranza di tanti, che non sarebbero giunti a questo e al­la fede che avrebbero potuto ottenere, sia la tiepidezza e negligenza dei cattolici che, pur ammettendole, non ne sa­rebbero stati abbastanza obbligati, compiva esercizi eroici e mirabili per compensare simili difetti. Gesù la sublimava proporzionatamente con una nuova partecipazione della sua divinità, cumulando in lei quello di cui costoro si ren­devano indegni per la loro riprovevole dimenticanza. Le conferiva una rinnovata autorità sulle opere del giorno, per­ché le fossero sottomesse confessandola genitrice del loro Autore, che la stabiliva suprema Regina di tutto ciò che aveva chiamato all'esistenza nell'universo intero.

651. Nel settimo giorno tali benefici le erano accresciuti, poiché da allora non veniva il nostro Maestro dall'empireo, ma era lei ad essere sollevata lassù, come era acca­duto al tempo dell'incarnazione. Per ordine dell'Altissimo, i custodi ve la trasferivano a metà della notte e, mentre el­la lo adorava, i serafini la avvolgevano in un abito più pu­ro e candido della neve e più fulgido del nostro astro. La cingevano con una cintura di pietre così pregiate e inesti­mabili che in natura non si trova nulla di paragonabile, giacché ognuna sorpassava in splendore il medesimo glo­bo del sole, anzi di parecchi soli, se questi si congiunges­sero; poi, le ponevano collane, braccialetti ed altri gioielli, commisurati alla persona che li accoglieva e a chi li con­cedeva, perché erano portati con ammirevole riverenza dal trono stesso della beatissima Trinità. Ciascun monile si­gnificava in modo diverso la comunicazione che essa fa­ceva delle proprie eccezionali prerogative, e inoltre anche i sei serafini che la decoravano rappresentavano il miste­ro del loro servizio.

652. Ai primi angeli ne succedevano ancora sei, che ab­bellivano ulteriormente Maria come ritoccandone le facoltà e accordando a tutte una grazia che non è esprimibile a parole, e quindi ne seguivano altri sei, i quali le davano qualità e lume che elevavano il suo intelletto e la sua vo­lontà per la visione e fruizione beatifica. Dopo averla resa tanto stupenda, la innalzavano insieme, in numero di di­ciotto, e la collocavano alla destra di Cristo. Ella era in­terrogata su che cosa desiderasse e, vera Ester, dichiarava: «Chiedo misericordia per il mio popolo e, a nome suo e mio, bramo di ringraziarvi del generosissimo dono che gli avete dispensato assumendo la forma umana nel mio grem­bo per redimerlo». A tali affermazioni e domande ne ag­giungeva altre di incomparabile carità e sapienza, pregan­dolo per tutti e principalmente per la Chiesa.

653. Egli parlava con l'Eterno e proclamava: «Vi bene­dico, Padre mio, e vi offro questa discendente di Adamo, a voi gradita e prescelta tra le creature come madre mia e testimonianza dei nostri infiniti attributi. Ella soltanto apprezza con cuore riconoscente il favore che io feci agli uomini rivestendomi della loro natura per insegnare il sen­tiero della vita e riscattarli dalla morte, e l'abbiamo eletta per placare il nostro risentimento contro la loro ingratitu­dine. Ella soltanto contraccambia come gli altri non vo­gliono o non riescono, e non possiamo disdegnare le sup­pliche che ci porge per loro con la pienezza della sua san­tità e del nostro compiacimento».

654. Queste meraviglie erano ripetute nei tre giorni con­clusivi della novena e il venticinque marzo, all'ora dell'in­carnazione, Dio le si manifestava intuitivamente, con più gloria di quella di cui gioivano tutti i comprensori. Ben­ché nei tre suddetti giorni essi avessero un singolare gau­dio accidentale, questo era superiore nell'ultimo, caratte­rizzato da straordinaria allegrezza per la Gerusalemme trionfante. Ciò che la nostra sovrana riceveva eccede im­mensamente la nostra immaginazione, poiché le erano ra­tificati ed aumentati in maniera ineffabile tutti i privilegi; siccome, peraltro, era viatrice per meritare ed era infor­mata di quale fosse lo stato della comunità ecclesiale nel suo secolo e di quale sarebbe stato in quelli futuri, impe­trava per ogni epoca larghe elargizioni, o meglio le gua­dagnava tutte, quante mai il sommo potere ne ha fatte e ne farà sino alla fine del mondo.

655. Nelle feste la Vergine otteneva sempre la conver­sione di moltissimi, che allora e più tardi sono venuti al­la nostra religione; in tale data, però, l'indulgenza era mag­giore, perché ha conquistato per tante monarchie, provin­ce e nazioni i benefici che hanno avuto con l'essere state convocate nella Chiesa, e quelle in cui ha perseverato di più la fede sono più debitrici alle sue implorazioni e alle sue virtù. In particolare mi è stato rivelato che quando ce­lebrava l'Incarnazione liberava le anime del purgatorio, e dall'empireo, dove questo le era assicurato in quanto Re­gina di tutto e genitrice del Salvatore, inviava dei ministri superni a trarle fuori da lì. Le consegnava poi all'Onnipo­tente come frutto di quell'evento, per mezzo del quale ave­va mandato il suo Unigenito a recuperare coloro che il ne­mico aveva così a lungo tiranneggiato, e lo onorava per es­si. Tornava sulla terra giubilante per aver lasciato accre­sciuta la corte del cielo e ancora rendeva grazie con la con­sueta umiltà. A nessuno sembri inconcepibile un simile prodigio, poiché non è gran cosa che, nel giorno in cui era stata sollevata alla sublime dignità di Madre del Signore e di dominatrice dell'intero universo, aprisse con tanta libe­ralità i tesori divini ai suoi fratelli e suoi stessi figli, con­siderando che a lei si erano spalancati allorché aveva ac­colto in sé la medesima Divinità unita ipostaticamente con la sua sostanza e che ella sola arrivava a valutare adegua­tamente questo bene, proprio per lei, comune per tutti.

656. In modo diverso solennizzava il Natale. Comincia­va dal vespro precedente con gli esercizi, gli inni e la pre­parazione, e all'ora del parto Gesù appariva con stupefa­cente splendore accompagnato da migliaia di angeli ed an­che dai patriarchi Gioacchino, Anna, Giuseppe, Elisabetta e da altri. I custodi la innalzavano e la collocavano alla sua destra, intonando con soave armonia il cantico di glo­ria che avevano elevato alla natività e alcuni tra i nume­rosi che Maria aveva composto, grata per tale mistero, ad esaltazione dell'Altissimo. Dopo essere restata occupata in questo per un buon tratto di tempo, ella chiedeva licenza e scendeva dal trono, prostrandosi di nuovo dinanzi a Cri­sto. In quella posizione lo adorava a nome del genere uma­no e lo ringraziava di essere venuto alla luce per redimer­lo; quindi, faceva una fervorosa preghiera per tutti, spe­cialmente per i credenti, presentandogli la fragilità della

loro condizione e la loro necessità dell'aiuto del suo brac­cio per giungere sino alla cognizione di lui e ottenere la vita imperitura. Allegava la misericordia per la quale egli aveva voluto nascere dal suo purissimo talamo, la povertà in cui ciò era avvenuto, le tribolazioni e le fatiche che ave­va accettato, l'essere stato alimentato al suo petto ed alle­vato da lei, e tutti gli arcani relativi a quelle circostanze. Il nostro Maestro gradiva questa orazione e, di fronte agli esseri spirituali e ai santi, si dichiarava vincolato dalla ca­rità e dalle parole della felicissima Principessa e le conce­deva un'altra volta, come dispensatrice delle sue ricchezze, di applicarle e distribuirle a proprio piacimento. Ella gli obbediva con mirabile sapienza e con eccezionale vantag­gio dei fedeli, e infine esortava gli eletti a magnificarlo da parte sua e dei mortali ed invocava la benedizione. Sua Maestà gliela impartiva e risaliva al Padre.

 

Insegnamento della Regina del cielo

657. Mia diletta, l'ammirazione con la quale esponi i se­greti che ti paleso della mia storia deve trasformarsi in lo­de di Dio, che fu così generoso con me, e in slancio al di sopra di te stessa, con la fiducia con cui esigo che domandi la mia efficace intercessione e protezione. Se sei sorpresa che fossero accumulate in me grazie su grazie, e che fos­si frequentemente visitata o portata presso l'Eterno, ram­menta quanto hai scritto, cioè che mi privai della visione beatifica per governare la Chiesa. E anche qualora questo non avesse meritato la ricompensa che mi fu data mentre vivevo nel mondo, per il mio titolo di Madre sua il Salva­tore avrebbe fatto in me meraviglie che non hanno spazio nell'immaginazione né si addicevano ad alcuno; esso ecce­de tanto la sfera delle rimanenti dignità che sarebbe tur­pe ignoranza negarmi i benefici che non si trovano negli altri. Il prendere da me carne fu per lui un impegno di tal peso che - secondo la tua maniera di intendere - non vi sarebbe riuscito se non avesse compiuto tutto quello che la sua onnipotenza può e che io ero capace di ricevere. Es­sa è infinita e non si esaurisce, e invece ciò che comuni­ca fuori di sé è finito e ha termine; peraltro, io sono una semplice creatura e, paragonato con il sommo sovrano, tut­to il creato è niente.

658. Aggiungi che non misi impedimento al suo realiz­zare in me senza limite e senza misura i favori ai quali si estendeva e, siccome questi erano sempre finiti, benché straordinari, e il suo potere era infinito, si comprende che ebbe modo di concentrare in me doni su doni. E non solo fu possibile, ma pure conveniente perché effettuasse con as­soluta perfezione il prodigio di farmi sua genitrice, dal mo­mento che nessuna delle sue opere è incompleta e man­cante. Giacché in una simile eccellenza sono contenuti, co­me nella loro origine e nel loro principio, tutti i privilegi che mi appartengono conseguentemente, quando fui cono­sciuta come tale furono conosciuti implicitamente anch'es­si, nella loro causa. Il Signore li lasciò alla pietà e all'at­tenzione dei battezzati, che per obbligarlo e guadagnare la mia difesa avrebbero parlato degnamente della mia gran­dezza e delle mie prerogative, raccogliendole e confessan­dole proporzionatamente alla loro riverenza e alla mia su­blimità. Allo scopo, molti autori hanno avuto particolare il­luminazione, nonché varie rivelazioni in proposito.

659. Poiché certi sono stati timidi per buono zelo e cer­ti altri lenti per scarsa devozione, nella sua benignità il mio Unigenito, nel periodo opportuno, ha deciso di manifesta­re questi occulti misteri senza affidarsi ai discorsi terreni o alla scienza alla quale possono arrivare, bensì alla loro medesima verità divina; così, tutti ne avranno nuova gioia e speranza, sapendo quanto io sia in grado di aiutarli, e renderanno all'Altissimo la gloria che gli spetta per me e per la redenzione.

660. Voglio che ti giudichi più in debito degli altri, per­ché ti ho scelto come mia speciale discepola affinché, redi­gendo questo racconto, tu ti innalzi con più ardente amore e con più accesi desideri di seguirmi per mezzo dell'imita­zione a cui ti invito e chiamo. L'insegnamento del presente capitolo è il tuo dovere di modellarti su di me nell'ineffabi­le gratitudine che io ebbi per l'incarnazione del Verbo nel mio grembo. Imprimila nel tuo cuore, per non obliarla mai, e distinguiti soprattutto nei giorni che corrispondono agli ar­cani che hai illustrato; in essi celebrala in mio nome con sin­golare disposizione e giubilo della tua anima, ringraziando per tutti colui che si è fatto uomo nelle mie viscere per ri­scattarli, ed esaltalo per l'onore al quale mi elevò conceden­domi ciò. Agli spiriti superni e ai santi in cielo, dopo la co­gnizione che hanno della Trinità, nulla procura maggiore stu­pore che il vederlo unito alla natura umana e, sebbene avan­zino incessantemente nella penetrazione di questo, ne resta loro parecchio da afferrare, per i secoli dei secoli.

661. Perché tu rinnovi in te il ricordo dei due eventi, cerca di acquisire umiltà e purezza angeliche, poiché con esse sarà gradita a sua Maestà la riconoscenza che gli de­vi e darai almeno un po' il contraccambio; pondera, inol­tre, la gravità delle colpe di coloro che hanno Gesù per fratello e degenerano da questa. Considerati come un ri­tratto del Dio-uomo e pensa che lo disprezzi o cancelli con ogni peccato che commetti. I discendenti di Adamo sono assai immemori della dignità alla quale furono sollevati e non si spogliano degli antichi costumi e delle antiche mi­serie per rivestirsi di Cristo; ma tu, figlia mia, dimentica la casa di tuo padre e il tuo popolo, e adornati con la bel­lezza del tuo Salvatore per piacere al supremo Re.

 

CAPITOLO 15

Si parla di altre feste che Maria beatissima celebrava, cioè di quelle della circoncisione, dell'adorazione dei Magi, della sua purificazione, del battesimo e del digiuno di Cristo, del­l'istituzione del Santissimo Sacramento, della passione e del­la risurrezione.

 

662. Nel rinnovare la memoria della vita e passione del nostro Redentore, la Regina non mirava soltanto a ren­dergli l'adeguata riconoscenza per se stessa e per l'intero genere umano e ad insegnare alla Chiesa questa scienza, come maestra della santità e della sapienza; oltre al sod­disfare un simile debito, era suo disegno vincolarlo a sé, inclinando la sua sconfinata bontà alla pietà, di cui com­prendeva bisognosa la fragilità e miseria degli uomini. Nel­la sua prudenza intendeva che egli e il Padre erano assai irritati dalle loro colpe e che nel tribunale della clemenza celeste essi non avevano niente da addurre a proprio fa­vore se non l'immensa benevolenza con la quale Dio stes­so li aveva amati e riconciliati quando erano peccatori e suoi nemici'. Dal momento che ciò era stato realizzato dal­l'Unigenito con le sue opere, i suoi tormenti e i suoi mi­steri, giudicava le date in cui questi si erano compiuti adat­te per moltiplicare le suppliche e per muoverlo al perdo­no, implorandolo di amarli perché li aveva amati, di chia­marli alla fede e all'amicizia con lui perché le aveva egli medesimo guadagnate loro, di giustificarli perché aveva conquistato loro la giustificazione e la vita eterna.

663. Né i mortali né gli angeli arriveranno a ponderare degnamente quanto il mondo debba alla sua benignità ma­terna. 1 tanti benefici che ricevette dalla destra divina, come anche le tante visioni beatifiche che le furono conces­se mentre era quaggiù, non furono per lei sola, ma pure per noi; in tali occasioni, infatti, la sua intelligenza e ca­rità giunsero al massimo grado possibile in una semplice creatura, e in misura proporzionata ella desiderava la glo­ria dell'Altissimo nella salvezza degli essere dotati di ra­gione. Siccome al tempo stesso restava viatrice per meri­tare, vince qualsiasi capacità l'incendio che divampava nel suo purissimo cuore affinché non si dannasse nessuno di coloro che potevano arrivare a godere di sua Maestà. Da quell'anelito le risultò un prolungato martirio, che sosten­ne nella sua esistenza e che l'avrebbe consumata ad ogni ora e ad ogni istante se non fosse stata preservata e sor­retta. Il supplizio fu il pensare che molti si sarebbero per­si e sarebbero rimasti per sempre privi della gioia della contemplazione del sommo Bene, e per di più avrebbero subito i perenni castighi dell'inferno, senza la speranza del rimedio da loro disprezzato.

664. La Vergine si angustiava con enorme tristezza di questa straziante infelicità, giacché la valutava e calcolava con uguale cognizione, alla quale corrispondeva peraltro il suo incredibile fervore; dunque, non avrebbe trovato sol­lievo alle sue pene qualora esse fossero state lasciate cre­scere in base alla forza della sua affezione e della conside­razione di quanto Cristo aveva fatto per riscattare i suoi fratelli. L'Onnipotente impediva le conseguenze di questo dolore fatale: a volte la conservava miracolosamente; altre la distraeva con diverse illuminazioni; altre ancora le sve­lava gli occulti segreti della predestinazione perché, capen­do le motivazioni e l'equità della sua giustizia, avesse quie­te. I suddetti erano alcuni degli espedienti con cui egli si preoccupava che non venisse meno per i misfatti e per la condanna perpetua dei reprobi. Se una sorte così sciagu­rata da lei prevista la amareggiava tanto pesantemente e se in suo Figlio produceva effetti tali che per riparare si consegnò alla crocifissione, con che parole si definirà la cieca insensatezza di chi si abbandona precipitosamente e con animo insensibile all'insanabile e mai esagerata rovina?

665. Gesù alleggeriva i suoi affanni esaudendola, di­chiarandosi impegnato dalla sua tenerezza, elargendole i suoi infiniti tesori, designandola sua elemosiniera maggio­re e affidando alla sua volontà la distribuzione delle ric­chezze delle sue misericordie, affinché con la sua luce le applicasse a coloro per i quali le reputava convenienti. Que­ste promesse erano ordinarie come erano continue le in­vocazioni che le sollecitavano, e tutto aumentava nelle fe­ste. Nel giorno in cui era avvenuta la circoncisione, Maria cominciava la preparazione allo stesso orario che nelle al­tre solennità e al solito il Verbo incarnato entrava nel suo oratorio con grande splendore, attorniato dai ministri su­perni e dagli eletti. Poiché in quella circostanza egli aveva iniziato a spargere il suo sangue e si era umiliato ad as­soggettarsi alla legge dei rei, erano ineffabili gli atti della sua castissima Madre nel commemorare la sua generosità e indulgenza.

666. La Principessa si piegava a toccare il fondo della virtù dell'umiltà: si affliggeva soavemente di ciò che il bam­bino aveva sostenuto in tanto giovane età, lo ringraziava per la progenie di Adamo, piangeva l'universale dimenti­canza nel non stimare il prezioso sangue versato con am­pio anticipo per la redenzione e, come confusa al suo co­spetto a non pagare un simile dono, si offriva di perire e di dare il proprio per sdebitarsi e per imitare il suo Mae­stro. Su queste aspirazioni teneva con lui sino a sera ar­moniosi colloqui e, non essendo opportuno porre in ese­cuzione il suo sacrificio sebbene fosse accetto, aggiungeva ulteriori invenzioni di bontà. Quanto alle carezze e ai fa­vori di cui era colmata, gli chiedeva che fossero ripartiti tra tutti; quanto invece al soffrire per suo amore e con ta­le strumento, che ella fosse singolare, ma la ricompensa

fosse condivisa con gli altri e ciascuno gustasse la sua dol­cezza perché, invitato da essa al sentiero della vita, non si smarrisse con la morte, quando egli medesimo aveva pati­to per attirare tutto a sé. Quindi, presentava al Padre il sangue che era stillato nel rito e l'abbassamento che il suo Unigenito aveva esercitato facendosi circoncidere mentre era impeccabile, e venerava quest'ultimo come Dio e uo­mo vero. Dopo altre opere di incomparabile perfezione, egli la benediva e tornava alla destra dell'Eterno.

667. Si disponeva all'adorazione dei Magi qualche gior­no prima, quasi andando mettendo insieme degli omaggi per il Signore. Il principale, che la Regina chiamava oro, erano le anime che riconduceva allo stato di grazia avva­lendosi dei custodi, che avevano da lei l'ordine di aiutar­la infondendo in numerose di esse speciali ispirazioni a conoscere l'Altissimo ed a ravvedersi, e soprattutto con le sue suppliche, con le quali affrancava tanti dall'errore, o li guidava alla fede e al battesimo, o li strappava durante l'agonia dalle grinfie del drago. C'erano, poi, la mirra, cioè le prostrazioni, le mortificazioni e altre penitenze, e l'in­censo, costituito dagli incendi e dai voli del suo ardore, dalle giaculatorie e da altri impulsi deliziosi e pieni di sa­pienza.

668. Per accoglierli, venuto il momento, sua Maestà scendeva dall'empireo con una moltitudine di angeli e di santi, ed ella, esortata l'intera corte ad assisterla, glieli por­geva con mirabile devozione e affetto elevando un'intensa orazione per tutti. Era allora innalzata al seggio di lui, do­ve partecipava in modo inesprimibile della gloria della sua umanità, divinamente unita ad essa e come trasfigurata dalla sua chiarezza e dal suo fulgore, e talora, affinché prendesse riposo nei suoi ferventissimi sentimenti, Cristo stesso la reclinava tra le sue braccia. I benefici erano tali che non vi sono vocaboli appropriati per spiegarli, poiché egli ne estraeva quotidianamente dai suoi scrigni di anti­chi e di nuovi.

669. Ricevutili, la Vergine lasciava il trono, implorava pietà per noi tutti, finiva con un inno di lode e si racco­mandava ai beati perché l'accompagnassero in questo. Suc­cedeva una cosa straordinaria: per concludere la celebra­zione, domandava ad uno ad uno ai patriarchi e agli altri di pregare l'Onnipotente di starle accanto e di dirigerla in ogni azione, inchinandosi davanti a loro come chi si ac­costasse per baciare la mano. Il Salvatore permetteva con enorme compiacimento che praticasse l'umiltà verso per­sone della sua natura, ma ella non lo faceva con gli esse­ri spirituali, che erano alle sue dipendenze e non avevano con lei quel legame. Essi le mostravano differentemente il proprio ossequio.

670. In seguito Maria ricordava il battesimo di Gesù al Giordano esternandogli magnificamente gratitudine per questo sacramento e perché aveva voluto che gli fosse am­ministrato per dargli principio. Dopo aver interceduto per i credenti, si ritirava per quaranta giorni ininterrotti in me­moria del suo digiuno, ripetendolo nella maniera in cui era stato vissuto da lui e da ella medesima sul suo modello: non dormiva, non mangiava, non usciva tranne che per gravi necessità che esigessero il suo intervento, conversa­va solo con Giovanni per la comunione e per il disbrigo delle questioni delle quali era conveniente che fosse infor­mata per il governo della comunità ecclesiale. In quel pe­riodo il prediletto era più assiduo nella casa del cenacolo e se ne allontanava di rado. Venivano molti bisognosi e in­fermi, ed egli li curava e risanava applicando loro qualco­sa della grande Signora. Venivano parecchi indemoniati ed alcuni erano liberati prima di arrivare, poiché quelli che li possedevano non avevano l'ardire di appressarsi oltre alla dimora di costei, mentre agli altri accadeva che, appena erano toccati con il suo manto, con il suo velo o con un suo oggetto qualunque, i nemici si precipitavano negli abis­si. Quando certi diavoli erano ribelli, l'Evangelista la av­vertiva e, nell'attimo in cui giungeva dai pazienti, essi li abbandonavano senza altro comando.

671. Quanto agli eventi prodigiosi che le avvenivano, oc­correrebbero molti libri per riferirli, giacché, se non si co­ricava né si nutriva, chi potrà raccontare ciò che la sua di­ligentissima sollecitudine e solerzia realizzavano in tanto tempo? Basti sapere che offriva tutto per la crescita della Chiesa, per la giustificazione delle anime, per la conver­sione del mondo, nonché per soccorrere gli apostoli e i di­scepoli che lo percorrevano per predicare. Al termine del­la quaresima il Redentore le preparava un convito somi­gliante a quello che gli era stato imbandito nel deserto e che aveva come dolcezza particolare la vicinanza di lui stes­so, splendente e circondato da migliaia di creature celesti impegnate in parte nel provvedere alla mensa e in parte nel cantare con sublime armonia, e il fatto che era egli stesso che le passava il cibo. Questa giornata era piacevo­lissima più per la prossimità dell'Unigenito e per le sue ca­rezze che per il gusto di quegli ottimi alimenti, e per rin­graziarlo ella si stendeva a terra e gli chiedeva la benedi­zione adorandolo; il nostro Maestro gliela concedeva e ri­saliva nelle altezze. In tutte le sue apparizioni la nostra so­vrana compiva eroici atti di abbassamento, sottomissione e venerazione, baciandogli i piedi, confessandosi immeri­tevole di simili privilegi e supplicando aiuti per meglio ser­virlo in futuro con la sua protezione.

672. Forse qualcuno con prudenza umana riterrà ec­cessivo il numero delle manifestazioni del Signore, che io qui narro in frequenti occasioni. Chi pensa così è ob­bligato a valutare l'eccellenza della Regina delle virtù e l'amore reciproco di tale Madre e di tale Figlio e poi a dirci quanto quelle elargizioni superino la misura trova­ta, che la fede e la ragione stimano incalcolabile con il nostro giudizio. A me, per non avere dubbi sulle mie af­fermazioni, sono sufficienti la luce con cui le apprendo e la consapevolezza che in ogni ora e in ogni istante sua Maestà discende nelle mani del sacerdote che legittima­mente pronuncia le parole di consacrazione in qualsiasi zona del pianeta, e non con un movimento fisico, ma perché il pane e il vino divengono il suo corpo e il suo sangue. Sebbene ciò si verifichi in un modo che non il­lustro e sul quale non intendo disputare, la dottrina cat­tolica mi insegna che Cristo medesimo si fa presente nel­l'ostia. Egli opera spesso questa meraviglia per gli uo­mini e per la loro salvezza, benché siano tanti gli inde­gni, persino tra i ministri dell'altare; se potesse essere vincolato a continuarla, lo farebbe soltanto per la Vergi­ne, e lo fece in effetti principalmente per lei. Non sem­bri dunque troppo che visitasse lei sola, se ella sola lo guadagnò per sé e per noi.

673. Successivamente, la Principessa celebrava la pro­pria purificazione e la presentazione al tempio del bambi­no; per questo dono e per la sua accettazione, compariva nella sua stanza la Trinità con la sua corte. Gli angeli la vestivano e ornavano con lo sfarzo e con i ricchi gioielli da me descritti nella festa dell'incarnazione, ed ella prega­va a lungo per tutti e specialmente per i devoti. In premio della sua implorazione, dell'umiltà con la quale si era as­soggettata alla legge comune alle donne e dei suoi eserci­zi, riceveva per sé un aumento di grazia e per gli altri no­tevoli benefici.

674. Ricordava la passione, l'istituzione dell'eucaristia e la risurrezione non solo tutte le settimane, ma anche annualmente nei giorni corrispondenti, come si fa ades­so nella settimana santa, e in essi alle solite pratiche ne accompagnava varie: all'ora della crocifissione si metteva a forma di croce e vi restava per tre ore, ripetendo le do­mande di Gesù e rammentando i suoi dolori; in quella domenica, però, era innalzata all'empireo, dove la visio­ne di cui godeva era beatifica e non astrattiva come nel­le altre.

 

Insegnamento della Regina del cielo

675. Carissima, lo Spirito, la cui sapienza governa la Chiesa, ha disposto per mia intercessione che ci siano so­lennità differenti per due serie di motivazioni: affinché si rinnovi la memoria dei misteri divini, della redenzione, del mio esempio e di quello degli altri santi, e i mortali siano grati al loro Creatore e liberatore e non dimentichino fa­vori che non riconosceranno mai adeguatamente; inoltre, affinché in tale periodo attendano unicamente alle cose di Dio, si raccolgano allontandosi dalle cure che abitualmen­te impiegano per gli affari temporali, bilancino con azioni lodevoli e con il buon uso dei sacramenti ciò che distrat­ti hanno perso, prendano a modello il comportamento dei beati, cerchino con insistenza il mio soccorso ed ottenga­no la remissione dei peccati e quanto la misericordia ce­leste tiene pronto per loro.

676. Così la Chiesa desidera guidare e nutrire i suoi piccoli come madre pietosa, e io, che lo sono di tutti, mi sono prefissa di condurli per questa via alla sicurezza del­la vita; ma il serpente infernale ha costantemente procu­rato, e soprattutto nella tua infelice epoca, di impedire i fini dell'Onnipotente e miei. Quando non riesce a perver­tire l'ordine della comunità ecclesiale, tenta almeno di far sì che non fruttifichi nella maggioranza dei suoi membri e che per molti una simile concessione si converta in un più pesante carico per la dannazione. Il demonio stesso l'addurrà contro di essi nel tribunale della giustizia superna e li accuserà di non aver trascorso i momenti più sacri in atti virtuosi e nell'esaltazione dell'Eterno, e di ave­re allora commesso colpe peggiori, come normalmente ac­cade alla gente mondana. Certamente è grande ed assai riprensibile la trascuratezza e il disprezzo che in genere i credenti hanno di questa verità, profanando le festività con giochi, piaceri, eccessi, e nel mangiare e bere con meno moderazione. Mentre dovrebbero placare l'Altissimo lo ir­ritano ancor più e, piuttosto che abbattere i nemici invi­sibili, sono sconfitti e permettono alla loro superbia e ma­lizia di trionfare.

677. Piangi questa rovina, giacché a me non è possi­bile come nell'esistenza terrena, sforzati di compensarla per quanto ti sarà consentito e affaticati nell'aiutare i tuoi fratelli nella loro spensieratezza. Sebbene ai religiosi competa una condotta diversa da quella dei secolari nel non fare distinzione di giorni per dedicarsi incessante­mente al culto, e così voglio che istruisca le tue suddite, bramo pure che nell'orazione e nello zelo tu e loro vi se­gnaliate nel celebrare le feste, in primo luogo quelle del Signore e le mie, con singolare preparazione e purezza di coscienza. Riempi sempre notte e dì di gesti ammirevoli e graditi a sua Maestà, ma in esse aggiungi nuovi eser­cizi interiori ed esteriori. Infervora il tuo cuore, concen­trati tutta in te stessa e, se ti parrà tanto, accresci l'im­pegno per rendere ferma la tua vocazione ed elezione, guardandoti dal tralasciare mai qualcosa per negligenza. Considera che i giorni sono cattivi e somiglianti ad om­bra che passa. Sii estremamente diligente per non tro­varti vuota di meriti e dai ad ogni ora la sua legittima occupazione, come era mia consuetudine e come soven­te ti ho insegnato.

678. Ti esorto ad essere attentissima alle ispirazioni del tuo sovrano, e fra gli altri benefici stima quello che ricevi con i suoi avvertimenti, con sollecitudine tale che tu non ometta di eseguire come puoi alcuna delle opere di mag­gior perfezione che ti verranno in mente. Ti garantisco che gli uomini per la loro noncuranza e indifferenza si priva­no di immensi tesori di grazia e di gloria. lo imitavo scru­polosamente ciò che avevo visto compiere a mio Figlio stando con lui e ascoltavo tutti i suggerimenti dello Spiri­to; questa avida premura era per me come l'ossigeno e muoveva il mio Unigenito ai suoi doni e alle sue numero­se apparizioni.

679. Perché tu e le tue sorelle ricalchiate le mie orme nel ritiro che osservavo, stabilisci nel tuo convento in che maniera dobbiate gestire gli esercizi che è vostro costume fare, stando appartate per quanto sarà accordato dall'ob­bedienza. Hai già esperienza del profitto che deriva dalla solitudine, avendo scritto in essa quasi per intero la mia storia ed essendo stata visitata in essa da Gesù con più lar­ghe elargizioni per il tuo miglioramento e per la tua vit­toria sugli avversari; dunque, affinché le tue monache sap­piano come regolarsi per uscirne con vantaggio e giova­mento, ti chiedo di redigere un trattato e di assegnare lo­ro tutte le attività e i tempi in cui ripartirle, disposte in modo che chi fa gli esercizi non manchi alla liturgia co­mune, poiché questo obbligo è da preferirsi a quelli parti­colari. Per il resto rispettino inviolabilmente il silenzio e vadano coperte con un velo, perché siano riconosciute e nessuna rivolga loro la parola. Anche chi ha degli uffici ha diritto a un simile bene, e quindi li affiderai provvisoria­mente ad altre. Domanda luce a Dio e io ti assisterò così che tu intenda più in dettaglio come mi comportavo in ta­li occasioni e lo fissi come dottrina.

 

CAPITOLO 16

Si narra come Maria beatissima celebrava le feste dell'A­scensione del Salvatore, della venuta dello Spirito, degli an­geli e dei santi, nonché altre memorie dei propri benefici.

 

680. In ciascun atto e in ciascun mistero della nostra Regina trovo continuamente nuovi segreti da penetrare e nuovi motivi di stupore e di encomio, ma mi mancano le parole adatte a palesare quanto conosco. Per quello che mi è stato dato di comprendere dell'amore del Signore verso la sua purissima Madre e degnissima sposa, pare che, se­condo l'inclinazione e il vigore di una simile carità, egli avrebbe rinunciato al trono e ai beati per stare con lei, se per ragioni diverse non fosse stato necessario che dimo­rasse nell'empireo mentre ella rimaneva sulla terra, per il periodo della loro separazione e lontananza corporale. Non si pensi che questa ponderazione dell'eccellenza di lei de­roghi a quella dell'Unigenito e a quella degli eletti, perché la divinità del Padre e dello Spirito sta nel Verbo indivisa con somma unità individuale e le tre Persone stanno tut­te inseparabilmente in ognuna, e mai il Verbo poteva sta­re senza il Padre e lo Spirito. È certo, poi, che la vicinan­za degli esseri celesti e dei santi, paragonata a quella di Maria, era per lui di minor conto, qualora ci limitiamo a considerare l'intensità del loro affetto reciproco. Per altri motivi, però, occorreva che egli, compiuta la redenzione, risalisse alla destra dell'Eterno e che la felicissima Vergine restasse nel mondo, affinché per la sua sollecitudine si ot­tenessero gli effetti del riscatto ed ella fomentasse e quasi partorisse la passione e morte di Cristo.

681. Tale fu l'ineffabile provvidenza con la quale il Sal­vatore ordinò le sue opere, lasciandole piene di sapienza e di magnificenza con il confidare con tutto il cuore in questa donna forte, come affermò per bocca di Salomone nei Proverbi. Non fu deluso nella sua fiducia, giacché costei, applicando i tesori delle sue sofferenze e del suo sangue tramite i propri meriti, gli comprò il campo in cui piantò la vigna della Chiesa sino alla fine dei tempi, cioè le anime dei fedeli, nei quali essa si conserverà fino ad allora, e dei predestinati, nei quali sarà trasferita alla Ge­rusalemme trionfante per i secoli dei secoli. Se conveni­va alla maestà dell'Altissimo che questo fosse affidato a lei, perché Gesù entrasse nella gloria dopo la sua prodi­giosa risurrezione, conveniva anche che il medesimo Ge­sù mantenesse con quella stessa che lo aveva generato, e che gli era smisuratamente cara, il rapporto e la familia­rità possibili, obbligato non solo dalla tenerezza che sen­tiva, ma pure dallo stato della Signora e dall'impresa che la impegnava quaggiù, dove la grazia, i mezzi e i benefi­ci dovevano essere proporzionati alla sublimità della cau­sa e dell'obiettivo di arcani così imperscrutabili. Egli con­seguiva nobilmente ciò con le sue assidue visite e con il frequente innalzamento di Maria al suo trono, affinché non stesse ininterrottamente fuori della corte e i membri di questa non stessero tanto a lungo privi della sua in­cantevole vista, poiché si trattava di un godimento op­portuno per tutti.

682. Le suddette meraviglie, oltre che nelle occasioni delle quali ho parlato, si ripetevano quando ella ricordava l'Ascensione, che era una festa assai grande per lei e per il paradiso. Cominciava a prepararsi dalla Pasqua, stando occupata nel meditare le elargizioni ricevute dal suo pre­ziosissimo Figlio, la compagnia degli antichi prigionieri del limbo, ormai liberati, e quanto le era accaduto in quei qua­ranta giorni, e ringraziando in maniera speciale con inni ed esercizi, come se stesse succedendo in tale momento, perché teneva tutto vivo nella sua indefettibile memoria. Non mi trattengo a riferire i particolari, avendone già scrit­to abbastanza negli ultimi capitoli della seconda parte, e dichiaro unicamente che le erano quotidianamente con­cessi incomparabili favori e influssi superni, che la divi­nizzavano e la disponevano per gli altri che avrebbe ac­colto nella solennità.

683. Arrivata la data che coincideva con il ritorno al cie­lo del nostro Maestro, questi scendeva nell'oratorio scortato da innumerevoli ministri e dai patriarchi che aveva condot­to con sé in quella circostanza. La Principessa lo attendeva stesa al suolo come al solito, annientata nel profondo della sua straordinaria umiltà, ma elevata al di sopra dell'imma­ginazione umana e angelica, al supremo grado di amore di Dio concepibile per una semplice creatura. Immediatamen­te egli le si manifestava attorniato dai cori dei beati e, rin­novando la dolcezza delle sue benedizioni, comandava che fosse tirata su dalla polvere e posta al suo fianco. Ciò era subito eseguito e i serafini adagiavano sul suo seggio colei dalla quale aveva assunto la nostra sostanza. Là l'interroga­va su che cosa desiderasse, bramasse e volesse, ed ella pro­clamava: «Mio diletto e mio sovrano, desidero la vostra esal­tazione, bramo di esprimervi gratitudine a nome degli uo­mini per la generosità con cui la vostra onnipotenza ha sol­levato la nostra natura allo splendore e al giubilo perenne, voglio che tutti vi confessino e onorino».

684. Il suo Unigenito la chiamava: «Colomba mia, pre­scelta per essere mia dimora, venite con me alla patria, do­ve sarete esaudita e vi rallegrerete di questa celebrazione con i suoi abitanti, e non con i mortali». All'istante l'inte­ra processione si incamminava nell'aria, come era avvenu­to allora, e giungeva all'empireo con la Vergine sempre al­la destra del Salvatore, fermandosi ordinatamente avvolta da singolare silenzio e attenzione non soltanto dei santi, ma dello stesso Santo dei santi. La Madre chiedeva pron­tamente licenza di lasciare il trono e, prostrata al cospet­to della Trinità, intonava una stupenda lode, comprenden­te i misteri dell'incarnazione e della redenzione con tutte le vittorie ottenute da Cristo sino alla sua mirabile salita al Padre.

685. Il Signore mostrava il suo compiacimento e gli elet­ti facevano seguire altri cantici, glorificandolo in lei, e pro­vavano un gaudio più intenso per la vicinanza e l'eccel­lenza della loro Regina. Quindi, a un suo cenno, la ricol­locavano presso di lui ed ella, dopo le illuminazioni e l'or­namento che ho illustrato altrove, gioiva per alcune ore di una visione intuitiva, durante la quale le era dato ancora il possesso di quel luogo, che le era riservato in eterno. Per nostra maggiore sorpresa e nostro maggiore debito, avver­to che ogni anno le domandava se intendesse rimanere op­pure continuare a sostenere la Chiesa sulla terra, rimet­tendo la decisione al suo arbitrio, e gli era risposto che con il suo beneplacito avrebbe ripreso a faticare per colo­ro che erano il frutto della passione.

686. Le tre Persone accettavano nuovamente la sua ri­nuncia tra l'ammirazione dei presenti, così che Maria si privò non una volta sola, bensì molte volte, del godimen­to della contemplazione per quel tempo, allo scopo di go­vernare la comunità ecclesiale e di arricchirla con i suoi ineffabili meriti. Giacché le nostre limitate capacità non sono sufficienti per spiegarli adeguatamente, non sarà un difetto di questa Storia rimandarne la conoscenza a quan­do la conseguiremo in sua Maestà; ma tutti i premi erano come conservati nel consenso di lui, affinché poi nel pos­sesso fosse nella misura possibile simile al Figlio, stando­gli degnamente accanto. Ella pregava per la magnificazio­ne dell'Altissimo, per la propagazione del Vangelo, per la conversione delle genti e per il trionfo sul demonio. Tutto le era accordato nel modo in cui si è verificato e si verifica nei secoli, e i benefici sarebbero superiori se i peccati non li impedissero rendendo la progenie di Adamo non idonea a riceverli. Successivamente, i custodi la riportava­no con sublime musica e armonia al cenacolo, dove si ab­bassava e si umiliava in segno di ringraziamento. Informo che Giovanni aveva notizia di questi prodigi e che guada­gnò di parteciparne in qualcosa, perché scorgeva la Signora tanto piena di luce che non poteva fissarla in volto per il fulgore che sprigionava. Inoltre, poiché la Maestra dell'u­miltà andava come per terra e ai suoi piedi per avere dei permessi, aveva numerose occasioni di osservarla e soven­te si smarriva per il timore riverenziale, benché sentisse rari effetti ed immensa felicità.

687. La Principessa ordinava questi favori a solennizza­re più convenientemente la Pentecoste e con essi si prepa­rava nei nove giorni mancanti, senza cessare i suoi eserci­zi e con l'ardente anelito che fossero rinnovati in lei i set­te doni. Arrivato il momento, ciò si adempiva perché, alla medesima ora della prima discesa sul sacro collegio, lo Spi­rito veniva su quella stessa che aveva concepito Gesù ed era sua sposa e suo tempio. Appariva sotto l'aspetto di fuo­co con eccezionale luminosità e strepito, ma non in ma­niera palese a tutti, non essendo più necessario come allo­ra. Ella, assistita da diverse migliaia di esseri celesti che elevavano dolcissime melodie, era completamente infiam­mata e riempita di sovrabbondanti elargizioni e di aumen­ti di quanto già aveva in grado eminente. Subito gli espri­meva la sua gratitudine per sé e per gli apostoli e i disce­poli, che erano stati colmati di sapienza e di grazie perché fossero ministri valenti e adatti a fondare la fede, e pure per il sigillo che aveva posto alle opere della redenzione; lo supplicava poi di estendere alle varie epoche i suoi influs­si e di non sospenderli mai per le colpe con le quali gli uo­mini lo avrebbero irritato. Era esaudita e i cristiani ne trae­vano e ne trarranno vantaggio sino alla fine del mondo.

688. Celebrava con speciale giubilo e devozione anche altre due feste: quella dei santi e quella degli angeli. Si disponeva ad onorare questi ultimi con le solite pratiche e con lodi che compendiavano la loro creazione, giusti­ficazione e glorificazione, con i misteri che penetrava di tutti e di ciascuno. Nella data stabilita li invitava e ne accorrevano parecchie miriadi, di ogni ordine, che en­travano con mirabile leggiadria nel suo oratorio. Qui si formavano due cori, uno composto dagli spiriti sovrani e l'altro dalla Vergine, che dava inizio ai canti alternan­dosi con loro come a versetti finché non era sera; se si udissero, sarebbero indubbiamente una delle meraviglie del Signore e provocherebbero stupore. Non trovo ter­mìni né posso dilungarmi per dichiarare il poco che ho afferrato di questo arcano: ínnanzitutto, esaltavano il lo­ro Autore in se stesso, e nelle perfezioni e negli attrìbu­ti che ne coglievano; quindi, la Regina lo benediva per come la sua grandezza, scienza e potenza sì erano ma­nifestate nell'aver chiamato all'esistenza tante e così bel­le sostanze spirìtuali e nell'averle ornate dì molteplici do­ti naturali e soprannaturali, nonché per i loro incarichi, le loro fatiche e il loro ossequio nel fare la volontà di luì e nel soccorrere e guidare i mortali e tutte le cose visi­bili e inferiori. Quelli rispondevano con la riconoscenza e con il pagamento del debito, e insieme intonavano al­l'Eterno inni nei quali lo encomiavano per aver plasma­to e prescelto a divenire sua genitrice una donna di tale purezza ed eccellenza, meritevole dei maggiori privilegi, e per averla sollevata al di sopra di tutti in virtù e splen­dore, concedendole il dominio assoluto perché fosse ser­vita, venerata e confessata degna Madre di Dio e nostra riparatrice.

689. In questo modo scorrevano le sue prerogative e ma­gnificavano sua Maestà in lei, che a sua volta lo osanna­va elencando le loro. Era dunque una giornata di straor-

dinaria gioia e consolazione per Maria e di profondo gau­dio accidentale per essi, in particolare per i mille che la custodivano, sebbene ognuno ne avesse parte nella manie­ra a lui propria. Siccome non c'erano impedimenti dovuti a ignoranza né scarsità di intelligenza e di stima di ciò che era proclamato, quel colloquio risultava incomparabilmen­te apprezzabile, e lo sarà per noi allorché lo intenderemo in paradiso.

690. Anche quando festeggiava tutti i santi di natura umana faceva precedere molte preghiere e molti esercizi, e poi scendevano nella sua stanza gli antichi patriarchi, i profeti e gli altri beati del tempo successivo alla risurre­zione. Innalzava nuovi ringraziamenti per la loro gloria e per l'efficacia che aveva avuto in costoro il sangue del Sal­vatore, e provava enorme felicità capendo il segreto della predestinazione e constatando che, dopo avere affrontato la vita nella carne tra innumerevoli rischi, erano già nella sicura letizia di quella imperitura. Acclamava per questo il Padre delle misericordie, riassumendo i favori che ciascu­no aveva ricevuto. Chiedeva a tutti di intercedere per la Chiesa e per chi militava in essa, combattendo con il pe­ricolo di perdere la corona da loro ormai conquistata. Quindi, ricordava i trionfi che aveva ottenuto con la forza divina negli scontri sostenuti con il demonio, e si mostra­va grata per tali benefici e per le anime riscattate dal po­tere delle tenebre.

691. Sarà motivo di ammirazione per gli uomini, co­me lo fu per i ministri superni, vedere una semplice crea­tura terrena realizzare prodigi così continui che sembre­rebbero inverosimili a più persone unite assieme, per quanto infiammate al pari dei supremi serafini; ma la no­stra Signora aveva una certa partecipazione dell'onnipo­tenza dell'Altissimo, che rendeva in lei facile quello che negli altri è impossibile. Negli anni finali della sua vita la sua solerzia aumentò tanto che la nostra capacità non arriva a ponderare il suo incessante operare, nel quale non lasciava ozioso alcun minuto e non riposava né di giorno né di notte; infatti, non più ostacolata dal peso della natura corruttibile, era instancabile come un ange­lo, anzi come parecchi di questi congiuntamente, ed era tutta un incendio d'immensa attività. Le ore le parevano brevi, rare le occasioni e limitati gli esercizi, perché il suo amore si estendeva sempre oltre, benché ciò che compi­va fosse senza misura. Non ho spiegato quasi niente di simili miracoli in se stessi, poiché scorgo una distanza pressoché infinita tra le rivelazioni che ho avuto e la com­prensione che riesco a raggiungere quaggiù. Non essen­do neppure in grado di esprimere pienamente quello che mi è stato palesato, come dirò quello di cui sono all'o­scuro e di cui so solo che ne sono ignara? Cerchiamo di non privarci per le nostre mancanze della luce che ci at­tende per illuminarci in cielo, giacché questo premio e godimento basterebbe a spingerci a penare e a soffrire per tutti i secoli ogni tormento e dolore dei martiri, e ne saremmo ben ricompensati con l'esultanza di conoscere la dignità e grandezza della Vergine, contemplandola al­la destra del suo Unigenito, elevata su tutti gli esseri spi­rituali e gli eletti.

 

Insegnamento della Regina del cielo

692. Figlia mia, mentre avanzi nello stendere la mia Storia, devi inoltrarti pure nella mia perfetta imitazione. Questo desiderio cresce in me come crescono in te la pe­netrazione e la meraviglia di quanto apprendi e riferisci. È il momento di risarcire quello che hai trascurato e di levare il volo allo stato al quale il Signore ti chiama e io ti invito. Riempi i tuoi atti di santità e rammenta che em­pia e crudele è l'opposizione dei nemici, di satana e del mondo per contrastarti. Non potrai superare tante difficoltà e tentazioni se non accenderai nel tuo cuore una fer­vente emulazione e un intenso ardore che con impeto in­vincibile confondano e schiaccino il capo del velenoso ser­pente, che con astuzia diabolica si avvale di svariati mez­zi ingannevoli per abbatterti o almeno arrestarti nel cam­mino, così che tu non pervenga al fine che brami e alla condizione preparata per te dall'Eterno, che ti ha prescelta per essa.

693. Non ignorare l'attenzione di Lucifero per qualun­que dimenticanza e minima inavvertenza dei mortali, poi­ché si aggira senza sosta spiando i loro comportamenti e approfitta di tutte le negligenze per insinuare scaltramen­te le sue suggestioni, muovendo le inclinazioni dal lato in cui li ravvisa incauti, perché ricevano la ferita della colpa prima di accorgersene interamente. Egli è cosciente che, quando poi la sentono e ambiscono il rimedio, trovano maggiore impedimento e dunque, per riprendersi dopo le cadute, necessitano di più abbondante grazia ed energia di quella che sarebbe stata sufficiente per resistere. Con il peccato ci si infiacchisce, l'avversario acquista vigore e le passioni divengono più indomite e insormontabili, e per questo molti cascano e pochi si rialzano. Per evitare il pe­ricolo bisogna essere vigilanti ed ansiosi di guadagnare l'aiuto divino, gareggiando ininterrottamente per fare il me­glio e affinché non rimanga vuoto alcun istante nel quale l'anima si presenti senza occupazione, distratta e non im­pegnata in opere buone. In tal modo il medesimo peso del­la natura terrena si alleggerisce, le tendenze cattive si in­deboliscono, lo stesso demonio si spaventa, lo spirito si sol­leva ed acquista forze contro la carne e dominio sui sen­si, assoggettandoli alla volontà superna.

694. Hai un vivido esempio nelle mie azioni e, perché non le scordi, te le ho manifestate con chiarezza e tu le stai scrivendo. Considera diligentemente quello che ti è mostrato in un così nitido specchio e, se mi confessi tua maestra e madre, nonché dotata di ogni eccellenza, non essere tarda nel seguirmi. Non è possibile che tu o un'al­tra creatura arriviate alla mia altezza, né Dio ti obbliga a ciò, ma è assolutamente possibile che con il suo soc­corso tu ti adorni di virtù, spendendo in questo tutto il tuo tempo e tutte le tue facoltà, aggiungendo esercizi ad esercizi, orazioni ad orazioni, suppliche a suppliche, me­riti a meriti, e non lasciando passare un giorno o un'ora senza compiere il bene. Io ero assai attiva nel governo della Chiesa e, come hai illustrato, celebravo numerose solennità, cominciando subito a dispormi alla successiva appena ne finivo una. I cristiani possono ricalcare le mie orme, e tu sei tenuta a farlo più di tutti, poiché per que­sto sono state fissate le feste e le memorie di Gesù, mie e degli altri santi.

695. Come sovente ti ho inculcato, distinguiti special­mente in quelle dei misteri del Salvatore e miei. Quindi, abbi singolare venerazione e affetto per gli angeli, sia per la loro nobiltà e bellezza e per i loro ministeri sia per i favori e benefici che hai avuto. Procura di assomigliare ad essi nella purezza, nell'elevatezza dei pensieri, nell'in­cendio di amore e nel vivere come se non avessi un cor­po e i suoi istinti. Devono essere tuoi amici e tuoi com­pagni nel pellegrinaggio, affinché poi lo siano nella pa­tria. Conversa e intrattieniti con loro ed essi ti riveleran­no le qualità e le caratteristiche del tuo sposo, dandoti notizia certa delle sue perfezioni, ti insegneranno i retti sentieri della giustizia e della pace, ti difenderanno dal maligno e ti avviseranno dei suoi raggiri, e alla loro scuo­la apprenderai le leggi della carità. Ascoltali, pertanto, e obbedisci loro in tutto.

 

CAPITOLO 17

Si narra come l'arcangelo Gabriele rivelò a Maria che le ri­manevano tre anni di vita, e quello che a questo annuncio accadde a san Giovanni e a tutte le creature.

 

696. Per riferire ciò che manca circa gli ultimi tempi della nostra fenice, Maria purissima, è giusto che il cuore e gli occhi somministrino il liquido con il quale desidero scrivere così dolci, così tenere, così commoventi meravi­glie. Vorrei avvertire i devoti di non leggerle e considerar­le come passate e lontane, giacché la virtù della fede ren­de presenti le verità e, se le osserveremo da vicino con pietà cristiana, ne sperimenteremo gli effetti e il nostro in­timo godrà del bene che i nostri occhi non giunsero a con­templare.

697. La Vergine pervenne all'età di sessantasette anni sen­za avere mai interrotto il corso dei suoi meriti né tratte­nuto il volo né mitigato l'incendio del suo ardore, dalla sua immacolata concezione, ed anzi avendo accresciuto tutto questo in ogni istante. Gli ineffabili favori che riceveva la mantenevano divinizzata e sublimata; i sentimenti, gli slan­ci e gli aneliti del suo castissimo cuore non le permetteva­no di riposare fuori dal centro del suo amore; i legami del­la carne erano divenuti violenti; l'inclinazione e la tenden­za dello stesso Eterno a unirla a sé con un laccio perenne e stretto era - a nostro modo di intendere - al culmine del­la forza; la terra, indegna per le colpe degli uomini del te­soro delle altezze, non poteva custodirlo ulteriormente sen­za restituirlo al suo padrone. Il Padre desiderava la sua uni­ca e autentica figlia, il Figlio la sua cara madre e lo Spiri­to gli abbracci della sua incantevole sposa. Gli angeli bra­mavano la vista della loro Regina, i beati quella della loro Signora e tutti i cieli con mute voci chiedevano la loro abi­tatrice e imperatrice, che li riempisse di splendore, di gioia e della sua bellezza e leggiadria. A vantaggio del mondo e della Chiesa peroravano esclusivamente la necessità che questa aveva di un simile modello e la carità del medesi­mo Dio verso i miseri discendenti di Adamo.

698. Essendo, però, inevitabile che ella arrivasse alla mè­ta del suo pellegrinaggio, nel concistoro della Trinità si di­scusse con quale ordine si dovesse glorificare, e si pesò l'affetto che a lei soltanto spettava per aver soddisfatto lar­gamente e tanto a lungo alla misericordia, rimanendo a fondare e istruire la comunità ecclesiale. L'Onnipotente de­terminò di consolarla e confortarla avvisandola con preci­sione di quanto le restava, affinché, assicurata del giorno e dell'ora del sospirato evento, lo attendesse nella letizia. A tale scopo, Gabriele fu mandato con molti altri ministri superni a notificarle quando e come si sarebbe compiuta la sua esistenza peritura ed ella sarebbe salita a quella in­tramontabile.

699. Si introdussero nell'oratorio presso la casa del ce­nacolo e la Principessa, che era stesa a forma di croce a invocare clemenza per i peccatori, all'udire le loro armo­nie si pose in ginocchio per ascoltare e guardare il mes­saggero e i suoi compagni, i quali, tutti con vesti bianche e fulgide, la circondarono con mirabile decoro e riveren­za. Avevano in mano palme e corone, ciascuna differente ma ugualmente rappresentante con inestimabile pregio una sua prerogativa. L'arcangelo la salutò con l’Ave Maria» e proseguì: «Nostra sovrana, il Santo dei santi ci invia dalla sua corte perché vi annunciamo da parte sua la felicissi­ma conclusione del vostro esilio. Verrà presto il momento da voi ambito in cui, per mezzo della morte, otterrete il possesso indefettibile della vita senza termine alla destra del vostro Unigenito. Fra tre anni esatti sarete accolta nel gaudio perpetuo dell'empireo, dove tutti già vi aspettano».

700. Ella provò immenso giubilo nel suo animo candi­do e acceso e, abbassandosi di nuovo al suolo, rispose come all'incarnazione del Verbo: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». Invitò, poi, i serafini e gli altri a darle appoggio nel magnificare l'Altis­simo per un beneficio così grande, e intonò un cantico del quale alternò i versetti con loro per due ore continue. Ben­ché essi siano estremamente solleciti, saggi ed eleganti per natura e per le doti soprannaturali che hanno, superava i suoi vassalli in ogni cosa, poiché in lei la sapienza e la gra­zia abbondavano come maestra e in loro come discepoli. Quindi, umiliandosi ancora, li incaricò di intercedere af­finché fosse preparata al passaggio e tutti, prima di an­darsene, le promisero di obbedirle.

701. Ormai sola, si prostrò tra lacrime di umiltà e di contentezza e, stringendo la polvere, pronunciò queste pa­role: «Terra, ti ringrazio di avermi sostenuto senza mio me­rito per sessantasette anni, per volontà di colui che ti ha creato. Aiutami per tutto il periodo in cui starò quaggiù, perché, come da te e in te sono stata plasmata, da te e per te io giunga all'agognato fine della contemplazione del mio Autore. E voi, cieli, pianeti, astri ed elementi, formati dal braccio vigoroso del mio diletto, testimoni fedeli e predi­catori della sua maestà, vi ringrazio di quanto avete fatto con i vostri influssi e le vostre virtù per conservarmi. Aiu­tatemi perché, con il favore divino, io migliori e sia più gradita al mio e vostro Artefice».

702. È da ritenersi che ciò sia accaduto nel giorno di agosto coincidente con quello del suo insigne transito. Da allora ella si infiammò e moltiplicò i suoi esercizi in ma­niera tale che pareva che avesse bisogno di riparare a ne­gligenze o mancanze imputabili a scarso fervore. Il vian­dante affretta il passo quando imbrunisce e ha davanti una buona porzione di cammino. Il bracciante e il salariato aumentano gli sforzi quando sovrasta la sera e il lavoro as­segnato non è ultimato. La Vergine, invece, affrettava il passo delle sue opere eroiche non per timore della notte né per i rischi del viaggio, ma per amore e per l'ardente anelito all'eterna luce; non per arrivare più celermente, ma per entrare più ricca e prospera a godere del sommo Be­ne. Scrisse subito a quanti erano dispersi per la missione per incoraggiarli nella conversione del mondo e successi­vamente ripeté varie volte questa premura. Esortò e con­fermò maggiormente i credenti della zona e, quantunque celasse il suo segreto, si comportava come chi inizia a con­gedarsi e desidera lasciare tutti traboccanti di sublimi elar­gizioni.

703. A vantaggio di Giovanni militavano ragioni speciali che lo distinguevano dagli altri, poiché era per lei un fi­glio e la curava prodigandosi eccezionalmente. Alla Regi­na, dunque, sembrò conveniente informarlo dell'avviso ri­cevuto, per cui dopo poco tempo, domandatagli la bene­dizione e la licenza di parlare, affermò: «Già vi è noto, mio signore, che io sono la più debitrice e la più vincolata a rimettermi al volere superno e che, se tutto dipende da es­so, in me si deve adempiere pienamente sempre e per sem­pre; e voi siete tenuto ad assistermi in questo, conoscen­do i titoli per i quali io sono interamente del mio Dio. La sua benignità e misericordia mi hanno rivelato che non tarderà la mia dipartita, che sarà fra tre anni. Vi imploro di soccorrermi affinché mi affatichi nel mostrare gratitu­dine all'Onnipotente e nel contraccambiare in qualche mo­do gli straordinari doni della sua generosità e benevolen­za, e vi supplico dall'intimo di pregare per me».

704. Il cuore appassionato dell'Evangelista si spezzò ed egli, senza essere capace di trattenere l'affanno e il pian­to, disse: «Mia Signora, sono abbandonato al beneplacito del supremo sovrano e al vostro, per acconsentire a quan­to mi comandate, sebbene non riesca a corrispondere ai miei obblighi e alle mie aspirazioni; ma voi proteggetemi con pietà, adesso che rimango povero e orfano della vo­stra deliziosa vicinanza». Oppresso dai singhiozzi, non fu in grado di proferire altro e, benché la dolcissima Princi­pessa lo consolasse e gli facesse animo con tenere ed effi­caci espressioni, da quell'istante restò trafitto da un dardo di dolore e di mestizia tale che lo debilitava: divenne ma­cilento e gli succedeva come ai fiori che, dopo aver segui­to il corso del sole ed esserne stati vivificati, cadono in lan­guore e appassiscono allorché esso si allontana e si na­sconde. Ella lo sostenne nella sua desolazione con molte compassionevoli promesse, assicurandolo che sarebbe sta­ta sua avvocata presso l'Unigenito. L:Apostolo avvertì Gia­como il Minore, il quale da vescovo di Gerusalemme ser­viva con lui l'Imperatrice come Pietro aveva stabilito, e i due presero a starle accanto con più frequenza, in parti­colare il prediletto, che non se ne poteva staccare.

705. L'Altissimo dispose con un'occulta e soave forza che il creato cominciasse a provare la sofferenza e ad antici­pare il cordoglio per colei che conferiva bellezza e perfe­zione all'universo. I Dodici, anche se erano disseminati in ogni regione, percepivano una nuova preoccupazione che catturava l'attenzione, e questa era il tormentoso pensiero del momento in cui sarebbe venuta meno la loro Maestra e difesa, perché l'illuminazione divina suggeriva a tutti che quel termine inevitabile non era distante. I cristiani che abi­tavano nella città santa o in Palestina coglievano in sé, co­me un misterioso annuncio del fatto, che il loro tesoro e il loro gaudio non sarebbe durato a lungo. I cieli, gli astri e i pianeti persero parecchio del proprio splendore, al pari del giorno all'approssimarsi della notte. Gli uccelli per due anni palesarono in maniera singolare la loro tristezza, poi­ché erano soliti accorrere in gran numero circondando il suo oratorio con mirabili voli e movimenti, ed elevavano delle cantilene con voci melanconiche, finché ella non ordinava che lodassero sua Maestà con i normali cinguettii; di ciò fu spesso testimone Giovanni, che si univa a loro nei gemiti. Poco prima del transito, diversi di essi si presenta­rono a lei e abbassarono al suolo le teste e i becchi, lan­ciando lugubri suoni come chi con pena si congeda defini­tivamente e come chiedendole l'ultima benedizione.

706. Le fiere tennero loro compagnia, perché la Vergi­ne, in occasione di una delle sue consuete visite ai sacri luoghi della redenzione, appena arrivata al Calvario fu at­torniata da tante bestie selvagge che erano scese da varie montagne per aspettarla. Alcune prostrandosi, altre chi­nandosi e tutte guaendo angosciosamente si fermarono per qualche ora a manifestarle l'angustia che dava loro la par­tenza della donna che confessavano regina e onore del mon­do intero. La maggiore meraviglia di questo mutamento ge­nerale fu che nei sei mesi che precedettero l'evento il sole, la luna e le stelle emisero una luce più tenue, e quando so­praggiunse si eclissarono come era accaduto allo spirare di Gesù'. Delle persone sagge e accorte notarono tali varia­zioni e alterazioni, ma, ignorandone la causa, poterono so­lamente stupirsene. 1 discepoli, invece, assistettero al tra­passo e intesero il sentimento della natura insensibile, che degnamente iniziò presto il suo pianto, mentre quella uma­na, dotata di ragione, non seppe piangere la scomparsa del­la sua legittima Signora e della sua vera gloria. Negli altri esseri pare che si adempisse la profezia di Zaccaria, il qua­le proclamò che in quel giorno sarebbero state in lutto co­me per il primogenito tutte le famiglie della casa di Dio, ognuna separatamente, ognuna a parte. Questo, che fu af­fermato del Figlio dell'eterno Padre e suo, doveva verificarsi anche per lei, primogenita e madre della vita. Come i vassalli leali e grati non si vestono a lutto soltanto alla morte dei sovrani, bensì pure se sono in pericolo, così essi si af­frettarono a mostrare afflizione.

707. Solo l'Evangelista era con loro, patendo più di tut­ti, senza riuscire a dissimulare con chi gli era più vicino nella dimora in cui era il cenacolo. Specialmente due fan­ciulle che attendevano alla Principessa e altri devoti riflet­terono sullo stato dell'Apostolo, che sovente scorsero in la­crime. Conoscendo la sua serenità, pace e affabilità, capi­rono che quella novità indicava un avvenimento assai du­ro e sconvolgente e con pio desiderio gli domandarono ri­petutamente il motivo del suo dolore. Egli non risponde­va, ma infine, non senza una disposizione superiore, im­portunato da costoro svelò che non era lontana per Maria la conclusione del suo esilio. Dunque, la tribolazione che sovrastava la Chiesa si divulgò e fu lamentata fra alcuni dei più intimi, perché nessuno di coloro che ne ebbero no­tizia fu in grado di contenere i singhiozzi. Da allora in poi furono più assidui nel recarsi da lei e, gettandosi ai suoi piedi e baciando la terra che calpestava, la pregavano di benedirli e trarli dietro a sé e di non dimenticarli nel re­gno dell'Altissimo, dove si portava tutti i loro cuori.

708. Fu un dono della misericordia e della provvidenza divine che tanti membri della comunità primitiva avesse­ro un simile avviso con rilevante anticipo, poiché l'Onni­potente non invia travagli o mali al suo popolo senza aver­li dichiarati ai suoi servi, come ci garantì per bocca di Amos. Benché questa sofferenza fosse per loro inevitabi­le, la benignità celeste determinò che, per quanto fosse sta­to possibile, guadagnassero con essa il compenso della per­dita di tale guida, vincolandola a sé affinché nel tempo che le restava li arricchisse con l'abbondanza della grazia, che aveva l'autorità di distribuire per consolarli. Fu effettiva­mente così, giacché le sue viscere materne si commossero ed ella, con insigne pietà, al termine della sua esistenza peritura ottenne ad essi e agli altri cristiani nuovi benefi­ci. Il suo Unigenito, appunto per non privarli di questi, non volle togliere loro all'improvviso colei nella quale trovava­no difesa, conforto, gioia, rimedio nelle necessità, sollievo negli affanni, consiglio nei dubbi, salute nelle malattie, soc­corso nelle pene e tutti i beni insieme.

709. Mai fu delusa la speranza di quelli che la ripose­ro in lei, che sempre salvò chi non oppose resistenza alla sua benevola clemenza; ma non c'è modo di raccontare i prodigi che compì a vantaggio degli uomini nei suoi ulti­mi due anni, per l'enorme afflusso di gente di ogni sorta che la cercava: guarì nel corpo e nello spirito gli infermi che si misero in sua presenza; convertì molti e condusse innumerevoli anime sul retto cammino, distaccandole dal­l'errore; si preoccupò di gravi indigenze dei poveri, elar­gendo agli uni ciò che aveva e ciò che le era stato offerto e aiutando gli altri miracolosamente; confermò tutti nel ti­more del Signore, nella fede e nell'obbedienza; come uni­ca dispensatrice dei tesori superni e dei meriti del Reden­tore, ne spalancò le porte con generosità, per lasciare i suoi figli nella prosperità. Inoltre, li rinfrancò e incoraggiò con la promessa di favorirli tanto, quanto al presente fa dalla destra di sua Maestà.

 

Insegnamento della Regina del cielo

710. Mia diletta, per intendere il giubilo che provocò in me l'annuncio dell'approssimarsi del mio transito, occor­rerebbe ponderare la forza del mio amore e della mia bra­ma di giungere alla contemplazione e al godimento di Dio, nella gloria che egli mi teneva pronta. È un mistero che supera la capacità umana, ma i credenti non si rendono neppure degni di penetrarne la parte alla quale potrebbe­ro arrivare, perché non si applicano alla luce interiore ed a purificarsi per accoglierla. Io e Gesù siamo stati ma­gnanimi con te in questo e ti attesto che saranno estre­mamente fortunati gli occhi che vedranno quello che tu hai veduto e gli orecchi che udranno quello che tu hai udi­to. Conserva il tuo possesso e non lo smarrire, impegnan­doti con tutte le energie per conseguire il frutto del mio insegnamento. Da oggi imitami nel prepararti al trapasso, poiché, se avessi qualche informazione al riguardo, ogni scadenza ti dovrebbe sembrare assai vicina per assicurare ciò che in tale ora si deciderà: la tua beatitudine o con­danna eterna. Nessuna creatura ragionevole ebbe il premio così infallibilmente certo come lo ebbi io, e per di più fui presto avvertita della mia dipartita; tuttavia, sai che mi di­sposi con il santo timore conveniente, facendo quanto mi apparteneva come donna terrena e maestra della Chiesa e dando esempio agli altri, che ne erano maggiormente bi­sognosi per non precipitare nella dannazione.

711. Tra gli assurdi inganni che i demoni hanno intro­dotto non ce riè alcuno più grande e pericoloso della di­menticanza della conclusione della vita e del giusto giudi­zio del rigoroso giudice. Considera che il peccato è entra­to nel mondo attraverso. questa via, perché la cosa princi­pale di cui il serpente pretese di persuadere Eva fu che non sarebbe morta' e dunque non vi pensasse. Per un simile raggiro, continuato a lungo, sono infiniti gli stolti che non ne serbano il ricordo e pervengono alla fine immemori del­la sorte disgraziata che li attende. Affinché tu non inciam­pi nella suddetta perversità, ritieniti avvisata del fatto che perirai inevitabilmente, che hai avuto molto e pagato poco e che il conto sarà proporzionato alla liberalità con la qua­le sarai stata trattata nei doni e nei talenti come pure nel­le sofferenze. Non voglio da te né più né meno di quello che spetta al tuo sposo: il tuo debito è operare sempre il meglio in qualsiasi luogo, momento e frangente, non am­mettendo trascuratezza, intervallo o negligenza.

712. Qualora per debolezza tu incorra in un'omissione, non tramonti il sole né passi il giorno senza che tu te ne sia pentita e, potendolo, l'abbia confessata come se fossi al termine della tua esistenza. Proponendo la riparazione, anche per colpe leggerissime, spenditi con nuovo fervore e con nuova sollecitudine, allo stesso modo di chi constata che gli manca il tempo per un'impresa così ardua e diffi­cile come è il raggiungere la felicità perenne e non cade­re nei tormenti. Impiega incessantemente in questo le tue facoltà e i tuoi sensi, perché la tua speranza sia salda e lieta e perché non ti affatichi invano né corra senza mè­ta come chi si accontenta di qualche buona azione e ne compie tante riprensibili e biasimevoli. Costoro non pos­sono procedere sicuri e confidenti, poiché la medesima co­scienza li abbatte e rattrista, se non sono persi nei me­schini piaceri della carne. Per rendere completi i tuoi atti, persisti negli esercizi che ti ho indicato, e tra di essi in quello della morte al quale sei abituata, con le tue orazio­ni, prostrazioni e raccomandazioni dell'anima. Quindi, ri­cevi mentalmente il viatico, come gli agonizzanti, e con­gedati da tutto. Accendi il tuo cuore con il desiderio del Signore e sollevati sino al suo cospetto, dove dovrai avere la tua dimora e dove adesso devi intrattenerti.

 

CAPITOLO 18

Negli ultimi giorni di vita Maria purissima intensifica i suoi voli e desideri di vedere Dio, prende congedo dai luoghi san­ti e dalla Chiesa cattolica, formula il suo testamento con l'as­sistenza della beatissima Trinità.

 

713. Ora che ne avrei più bisogno, mi trovo più pove­ra di ragionamenti e di parole per esprimere qualcosa del­lo stato al quale si innalzò Maria santissima nei suoi ulti­mi giorni, nonché dei suoi voli e dei suoi incomparabili sospiri di arrivare allo stretto amplesso dell'Eterno. Nella natura non c'è un esempio adatto da addurre e, se uno può servire al mio intento, si tratta del fuoco, per la sua cor­rispondenza con l'amore. L'attività e l'energia di questo ele­mento sono più mirabili di quelle di tutti gli altri: nessu­no è maggiormente impaziente nel sopportare catene, giac­ché o si spegne o le spezza per salire con estrema legge­rezza alla sua sfera. Qualora sia rinchiuso nelle viscere del­la terra, spacca il suolo, fende i monti, sradica le rupi e con eccezionale furia, dopo averle divelte, le scaglia sin do­ve permane la spinta che imprime ad esse. Anche nel ca­so in cui la prigione sia di bronzo, se non l'infrange, al­meno ne apre le porte con spaventosa veemenza e con ter­rore di chi è vicino, e manda fuori il globo di metallo che lo arrestava, con l'irruenza che l'esperienza ci insegna. Sif­fatta è questa creatura insensibile.

714. Nel cuore della Vergine il fuoco dell'amore di Dio - non so spiegarmi con altre immagini - era al massimo grado, ed è chiaro che gli effetti dovessero essere propor­zionati alla causa e non meno meravigliosi nell'ordine del­la grazia, e di così sconfinata grazia. Ella fu costantemen­te pellegrina e unica fenice nel mondo, ma, quando era or­mai sul punto di partire per il cielo e assicurata della fe­lice conclusione del suo esilio, benché si trattenesse quaggiù, la fiamma del suo purissimo spirito si elevava sino al­l'Altissimo. Non era capace di contenere gli impeti del suo intimo e non pareva che fosse arbitra dei suoi moti, poi­ché si era abbandonata completamente al dominio di tale sentimento e alla brama dell'imminente possesso del som­mo Bene, nel quale stava trasformata e dimentica della mortalità. Non scioglieva i vincoli, perché erano mantenu­ti con un prodigio, né sollevava con sé le sue membra, per­ché non era ancora il momento, quantunque l'intensità del suo ardore avrebbe potuto rapirle; però, nella dolce e vi­vace lotta al corpo rimanevano sospese le operazioni vita­li ed esso dalla sua anima divinizzata riceveva soltanto la vita dell'amore, per cui occorreva che quella fisica fosse preservata miracolosamente con un intervento superiore che non la lasciasse dissolvere ad ogni minuto.

715. Le accadde sovente di ritirarsi in disparte per da­re qualche sfogo a questi slanci, e in solitudine, rompen­do il silenzio affinché non le scoppiasse il petto, diceva: «Mio tenerissimo tesoro, attiratemi dietro alla fragranza dei vostri profumi, che avete fatto gustare alla vostra an­cella e Madre. La mia volontà è sempre stata impiegata per voi, che siete suprema verità e mia ricchezza, e mai ho saputo aver caro altro fuorché voi. O mia gloria e mia speranza! Non si dilunghi più la mia strada verso la mèta dell'agognata libertà. Strappatemi dal carcere, giunga fi­nalmente il termine al quale tendo dall'istante del mio con­cepimento. Molto ho dimorato tra gli abitanti di Cedar, ma tutte le mie forze e le mie facoltà osservano il sole che le irradia, si orientano con la stella fissa che le guida e vengono meno senza avere quanto aspettano. O angeli, per

la vostra nobilissima condizione e per la vostra fortuna di esultare della continua visione del mio stupendo diletto, vi chiedo di avere pietà. Abbiate compassione di me, viatrice tra i figli di Adamo e avvinta dai lacci della carne: riferi­te al vostro e mio Signore il motivo del mio languire, che egli non ignora; comunicategli che per compiacerlo ab­braccio spontaneamente il patire nella mia lontananza, ma non posso vivere in me e, se per vivere vivo in lui, come vivrò distante dalla mia vita? L'amore mi dà la vita e me la toglie. La vita non può vivere senza amore; come vivrò, dunque, senza quella vita che sola amo? In questa soave violenza io mi consumo: manifestatemi, per favore, le qua­lità del nostro sovrano, poiché con tali fiori aromatici avranno un po' di ristoro i miei deliqui».

716. Accompagnava così i suoi incendi interiori, con am­mirazione e giubilo dei custodi che l'assistevano. Essi, in­telligenze attentissime e ripiene della scienza superna, in una di simili occasioni le risposero affermando: «Regina nostra, se di nuovo vi è gradito udire le sue caratteristi­che, vi sia noto che è la stessa bellezza e racchiude in sé tutte le perfezioni, al di sopra di qualsiasi desiderio. È de­lizioso senza difetti, incantevole senza pari, piacevole sen­za sospetti. È inestimabile nella saggezza, senza misura nella bontà, senza limiti nella potenza; è immenso nell'es­sere, incomparabile nella grandezza, inaccessibile nella maestà, e tutti i suoi attributi sono infiniti. È terribile nei suoi giudizi, imperscrutabile nei suoi consigli, rettissimo nella giustizia, segretissimo nei suoi pensieri, veridico nel­le sue parole, santo nelle sue opere e ricco di misericordia. Lo spazio non gli dà ampiezza, la strettezza non lo ostacola; la tristezza non lo turba, né lo altera 1'allegria; nella sapienza non si inganna, nel volere non muta; l'ab­bondanza non lo accresce, la necessità non lo diminuisce; la memoria niente gli aggiunge, l'oblio niente gli sottrae; per lui né ciò che già fu è passato, né il futuro succede. Il principio non gli dette origine né il tempo gli darà fine. Senza che una causa abbia dato a lui principio, egli l'ha dato a tutte le cose, e non perché avesse bisogno di qual­cuna di esse", che al contrario devono partecipare di lui. Le conserva senza fatica, le governa senza confusione. Chi lo segue non cammina nelle tenebre, chi lo conosce è fe­lice, chi lo ama e lo acquista è beato, giacché è generoso con i suoi amici e li condurrà alla sua eterna contempla­zione e vicinanza. Questi è colui che adorate e del quale tra breve godrete per non perderlo mai più».

717. I colloqui tra Maria e i suoi ministri erano fre­quenti; però, come delle piccole gocce d'acqua non estin­guono la sete di chi è riarso per la febbre, ed anzi l'ac­cendono maggiormente, neppure tali lenitivi mitigavano la sua fiamma, poiché rinnovavano in lei la ragione del do­lore. Benché nei suoi ultimi giorni fossero incessanti i be­nefici che le erano elargiti nelle feste che celebrava e in ogni domenica, con altri che non è possibile riportare, per concederle qualche sollievo e consolazione nelle sue angu­stie l'Unigenito la visitava spesso di persona, confortando­la con mirabili grazie e carezze e assicurandole ancora che il suo esilio sarebbe durato poco: presto l'avrebbe innalza­ta alla sua destra, dove il Padre l'avrebbe collocata sul lo­ro trono e sprofondata nell'abisso della loro divinità, e la sua vista sarebbe stata una gioia per gli eletti, che la sta­vano attendendo e sospirando. Ella allora moltiplicava le orazioni per la Chiesa, per gli apostoli, per i discepoli e per coloro che nei secoli in essa si sarebbero dedicati alla predicazione e alla conversione del mondo, come anche perché tutti accogliessero il Vangelo e venissero all'auten­tica fede.

718. Tra le meraviglie che il nostro Maestro compì nel­la Vergine una fu palese non solo a Giovanni, ma pure a numerosi credenti: quando riceveva l'eucaristia, restava per alcune ore così fulgente e radiosa che pareva trasfigurata e con doti di gloria. Questo le era comunicato dal sacro corpo di Gesù, che le si mostrava trasfigurato e più glo­rioso che sul Tabor, e chi la guardava in quello stato era colmato di esultanza e di sentimenti tanto sublimi che po­tevano essere provati piuttosto che dichiarati.

719. La Principessa stabilì di licenziarsi dai luoghi san­ti prima della sua partenza per il cielo e, avuto il permes­so del prediletto, lasciò la casa con lui e con i suoi mille angeli, i quali, pur avendola sempre servita e pur essen­dole sempre stati accanto in ogni passo dall'istante della sua nascita, le apparvero con più magnificenza e splendo­re, per il nuovo gaudio di stare per risalire con lei nelle altezze. Nel distaccarsi dalle occupazioni umane per av­viarsi alla propria vera patria, si recò in tutti i posti lega­ti alla redenzione, separandosi da ciascuno con copiose e dolci lacrime, con amari ricordi di quanto suo Figlio vi aveva sofferto, con atti fervorosi ed effetti straordinari, e con gemiti e suppliche perché i cristiani fossero perenne­mente devoti ad essi. Sul Calvario si trattenne più a lun­go, chiedendo a sua Maestà che la sua passione e morte, avvenute lì, avessero efficacia per tutti. Diventò a tal punto ardente nella sua ineffabile carità che la sua vita si sa­rebbe consumata se non le fosse stata preservata dalla for­za superna.

720. Immediatamente il Signore discese dall'empireo e le rispose: «Mia colomba e mia collaboratrice nell'opera della salvezza, le vostre aspirazioni e implorazioni sono giunte al mio orecchio e al mio cuore. Vi prometto che sarò generosissimo con gli uomini, dispensando costante­mente aiuti e favori affinché con la loro libera volontà pos­sano conquistare in virtù delle mie piaghe la felicità che io tengo loro preparata, qualora essi stessi non la spregi­no. In paradiso voi sarete loro mediatrice ed avvocata, ed io riempirò dei miei doni e delle mie inesauribili miseri­cordie tutti coloro che si guadagneranno la vostra inter­cessione». Ella, prostrata ai suoi piedi, lo ringraziò e gli domandò che su quel medesimo monte, consacrato col suo sangue prezioso, le impartisse la sua ultima benedizione. Acconsentì, le confermò il suo impegno di eseguire ciò che aveva detto e se ne andò. Maria fu sollevata nelle sue pe­ne di amore e, continuando tale esercizio con la sua reli­giosa pietà, baciò il suolo e lo venerò proclamando: «Ter­ra santa, da lassù ti osserverò con l'ossequio che ti devo nella luce che manifesta tutto nella sua fonte ed origine, da cui uscì il Verbo che nella carne ti arricchì». Poi, inca­ricò ancora gli spiriti sovrani di custodire quei luoghi e di soccorrere con le loro ispirazioni chi li avrebbe visitati con riverenza, perché riconoscesse e apprezzasse l'immenso be­neficio derivante da quanto era stato realizzato in essi. Rac­comandò anche che difendessero quei santuari e, se la te­merarietà e i peccati non avessero messo ostacolo a que­sto, indubbiamente li avrebbero protetti dai pagani, impe­dendo loro di profanarli; tuttavia, in parecchie cose l'han­no fatto sino ad oggi.

721. Invitò costoro e l'Evangelista a benedirla, e tornò al suo oratorio in pianto e traboccante di affetto per quello che tanto teneramente aveva caro. Si stese con il volto nella polvere ed elevò un'altra preghiera, perseverando fin­ché, tramite una visione astrattiva, Dio le rivelò che le sue petizioni erano state intese ed esaudite nel tribunale della sua clemenza. Per dare pienezza di perfezione alle sue azioni, volle ottenere l'autorizzazione di congedarsi dalla comunità ecclesiale e gli si rivolse così: «Mio sommo Be­ne, redentore di tutti, capo dei beati e dei predestinati, giu­stificatore e glorificatore delle anime, io sono figlia della Chiesa, che è stata acquistata e piantata con il vostro san­gue. Accordatemi di accomiatarmi da una madre così be­nevola e dai fratelli che ho in essa». Comprese il benepla­cito del suo Unigenito e tra i sospiri parlò:

722. «Chiesa santa e cattolica, che nei secoli futuri sa­rai chiamata romana, mio autentico tesoro, tu sei stata l'u­nica consolazione del mio esilio, tu il rifugio e il sollievo dei miei travagli, tu il mio conforto, la mia gioia, la mia speranza; tu mi hai accompagnato nel cammino; in te ho dimorato da viatrice e tu mi hai sostenuto, dopo che in te ho ricevuto la vita della grazia per mezzo di Cristo Gesù. In te sono depositati i suoi incommensurabili meriti, tu sei per i suoi discepoli il certo transito alla terra promessa e tu fai sicuro il loro pericoloso e difficile pellegrinaggio. Tu sei la signora delle genti, alla quale spetta devozione da parte di tutti; in te le angustie, le tribolazioni, i vilipendi, i sudori, i tormenti, la croce, la morte sono gemme ine­stimabili, consacrate con la passione del tuo Maestro e pa­dre, e riservate ai suoi più fedeli servi e più intimi amici. Tu mi hai adornata dei tuoi gioielli perché entrassi alle nozze; tu mi hai resa prospera e lieta, e hai in te il tuo Autore sotto le specie sacramentali. O fortunata Chiesa mi­litante! Sei sovrabbondante di ricchezze! In te ho sempre posto tutto il mio cuore e tutti i miei pensieri, ed è già ora di partire e di abbandonare la tua soave vicinanza per ar­rivare al termine del mio viaggio. Applicami l'efficacia di tanti beni, bagnami copiosamente con il sangue dell'A­gnello, che è potente per santificare molti mondi. Io desi­dererei, a costo di mille vite, fare tue tutte le generazioni e le nazioni, affinché godano di te. Mio onore, ti lascio nel­l'esistenza peritura, ma in quella perpetua ti troverò giu­bilante in colui che racchiude ogni cosa. Di là ti guarderò con dolcezza e chiederò incessantemente che tu cresca e progredisca felicemente».

723. In questo modo si licenziò dal corpo mistico della santa Chiesa cattolica e romana, per insegnare ai suoi mem­bri, quando ne fosse giunta loro notizia, la sua considera­zione, il suo riguardo e il suo rispetto per essa, fornendo come attestato così pietose lacrime e così delicate espres­sioni. Quindi, nella sua sapienza determinò di formulare il suo testamento e palesò tale aspirazione alla Trinità, che decise di accettarla con la sua presenza regale e, discesa a lei con miriadi di angeli che stavano presso il suo trono, dopo essere stata adorata disse: «Sposa da noi prescelta, di­sponete la vostra ultima volontà, poiché sarà confermata e adempiuta dal nostro illimitato potere». La prudentissima Vergine si arrestò un po' nella sua sconfinata umiltà, per­ché prima di dichiarare la propria aspettava di ascoltare quella dell'Altissimo, che la assecondò affermando: «Mia eletta, il vostro volere mi sarà gradito; non privatevi del va­lore delle vostre opere nel prepararvi al trapasso, giacché sarete da me soddisfatta». Il Salvatore e lo Spirito ribadi­rono lo stesso ed ella ordinò il suo testamento come segue:

724. «Eccelso Signore, io, vile verme, vi venero dal profondo con la massima riverenza e vi confesso tre Per­sone in un medesimo essere indiviso ed eterno, una so­stanza, una maestà infinita negli attributi e nelle preroga­tive, che tutto avete creato e tutto conservate. Non ho ave­ri materiali da cedere, non avendo mai cercato altro fuor­ché voi, che siete ogni mio bene. Ringrazio i cieli, le stel­le, i pianeti, gli elementi e tutto il resto poiché, assoggettandosi a voi, mi hanno sostentato senza che ne fossi de­gna. Domando loro di obbedirvi e celebrarvi negli incari­chi che avete imposto, e di beneficare gli uomini; perché lo facciano meglio, trasferisco a questi il possesso - e per quanto è possibile pure il dominio - che mi avete conces­so su di essi. Giovanni avrà due vesti e un mantello che ho usato per coprirmi, essendo per me come un figlio. Sup­plico la terra di accogliere la mia salma, dal momento che è madre comune del genere umano. Consegno nelle vostre mani la mia anima, spogliata della carne e di quello che è visibile, affinché vi ami ed esalti perennemente. Nomino la Chiesa erede universale di tutto ciò che ho acquistato con il vostro soccorso e con i miei atti, e vorrei che fosse assai di più. In primo luogo bramo che sia utile per la ma­gnificazione del vostro nome, e perché la vostra volontà sia fatta in cielo come in terra e tutti i popoli vi conosca­no e vi rendano culto».

725. «In secondo luogo l'offro per gli apostoli e per i sa­cerdoti presenti e futuri, perché per la vostra ineffabile cle­menza siano idonei al loro ministero, ed edifichino con pie­nezza di scienza e di virtù coloro che avete redento con il vostro sangue. In terzo luogo lo dono per il profitto spiri­tuale dei miei devoti che mi invocheranno, perché riceva­no la vostra protezione e infine la beatitudine. In quarto luogo vi scongiuro di ritenervi impegnato dalle mie fatiche a favorire i peccatori, perché escano dal triste stato della colpa, e da adesso mi propongo di intercedere per loro per i secoli dei secoli. Ecco che al vostro cospetto ho procla­mato la mia ultima volontà, sempre sottomessa alla vostra». Dio approvò tutto e Cristo firmò, scrivendole nel cuore que­ste parole: «Si compia quello che volete e stabilite».

726. Quando anche noi mortali, specialmente se nati nella legge di grazia, non avessimo altra obbligazione ver­so Maria che questa di essere divenuti eredi dei suoi enor­mi meriti e di quanto è contenuto nel suo breve e arcano testamento, non potremmo contraccambiare neppure qua­lora dessimo la vita sostenendo i tormenti dei più eroici martiri. Non adduco poi alcun paragone con il nostro de­bito per gli immensi meriti che Gesù ci ha lasciato, poi­ché non ne trovo. Quale scusa esibiranno dunque i repro­bi, che non si avvalsero né degli uni né degli altri, ma li trascurarono e dimenticarono? Che strazio e dispetto sarà il loro allorché, senza rimedio, capiranno di aver perso de­finitivamente tanti tesori per un diletto passeggero? Am­metteranno allora la rettitudine con cui a ragione saranno castigati e allontanati dal Maestro e dalla pietosissima Si­gnora, che con stolta temerarietà spregiarono.

727. Quindi, la Regina rese grazie all'Onnipotente e, chiesta licenza di presentargli un'altra implorazione, sog­giunse: «Padre delle misericordie, se sarà di vostro ap­prezzamento e a vostra gloria, desidero che assistano al mio transito gli Undici, vostri unti, con gli altri discepoli, affinché preghino per me ed io parta con la loro benedi­zione». Il suo Unigenito le rispose: «Mia colomba, già ven­gono a voi: quelli che sono vicini giungeranno presto, men­tre a quelli che sono distanti invierò i miei angeli perché li trasportino qui. È, infatti, mio beneplacito che in tale circostanza vi siano tutti accanto, per consolazione vostra e anche loro, e per ciò che sarà a mio e vostro maggiore onore». Ella, prostrandosi al suolo, lodò la Trinità, che su­bito tornò all'empireo.

 

Insegnamento della Regina del cielo

728. Carissima, vedendoti stupita della mia stima e del mio sconfinato amore per la Chiesa, intendo aiutarti a con­cepire più profondo rispetto e venerazione per essa. Finché sei viatrice non puoi comprendere quello che avveniva nel mio intimo quando la osservavo, ma ne penetrerai più di quanto tu abbia fatto finora se pondererai che cosa mi muoveva, cioè la carità e le opere di sua Maestà verso la me­desima; devi meditarle di giorno e di notte, giacché ti ri­veleranno la sua tenerezza. Per esserne capo in questo mondo e per esserlo dei predestinati per tutta l'eternità, egli scese dal seno dell'Altissimo nel mio grembo. Per sal­vare i suoi fratelli, smarriti per la caduta di Adamo, as­sunse la loro carne passibile. Per darci l'esempio della sua vita innocentissima e trasmetterci il suo insegnamento ve­ro e salutare, dimorò fra gli uomini per trentatré anni. Per riscattarli efficacemente e guadagnare loro infiniti beni che da soli non sarebbero stati capaci di conquistare, sopportò un durissimo supplizio, sparse il proprio sangue, accettò la dolorosa e vergognosa morte di croce e, affinché dal suo sacro corpo ormai defunto uscisse misteriosamente la Chie­sa, permise che esso fosse squarciato con la lancia.

729. Poiché il Creatore si compiacque tanto della sua esistenza terrena e della sua passione, il Redentore dispo­se che i fedeli offrissero il sacrificio del suo corpo e del suo sangue, in cui si rinnovasse la sua memoria, fosse placata e soddisfatta la giustizia divina e contemporaneamente egli rimanesse in perpetuo come alimento spirituale, perché tut­ti avessero con sé la fonte stessa della grazia, nonché il via­tico e il pegno sicuro della beatitudine. Inoltre, mandò al­la Chiesa il Paràclito per colmarla dei suoi doni e della sua sapienza, promettendo che sempre l'avrebbe guidata e di­retta senza errori, dubbi e pericoli. L'arricchì con i suoi meriti tramite i sacramenti, che istituì nel numero conveniente, secondo quanto ci è necessario dalla nascita all'ul­timo respiro, per lavarci dai peccati, per sostenerci nella perseveranza e nella lotta contro i demoni, per soggiogare gli impulsi naturali, eleggendo ministri idonei a tutto ciò. Nella Chiesa militante si intrattiene familiarmente con le anime pure e le fa partecipi dei suoi segreti favori, compie miracoli e meraviglie per mezzo di esse, si ritiene vincola­to dai loro atti, ascolta le suppliche che gli rivolgono per sé o per altri, così che si conservi la comunione dei santi.

730. Vi ha posto un'ulteriore sorgente luminosa: le Scrit­ture e i Vangeli, dettati dallo Spirito, le definizioni dei con­cili e la tradizione certa ed antica. Le ha inviato al momento opportuno dottori pieni di scienza, maestri e dotti, predica­tori e sacerdoti in abbondanza. L'ha rischiarata con mirabi­li testimoni, l'ha adornata con vari ordini religiosi, nei qua­li si custodisce e si professa la vita perfetta e apostolica; la regge attraverso molti prelati e molte dignità e, affinché tut­to proceda con accordo, ha stabilito al di sopra di tale cor­po mistico e bellissimo un'autorità, il pontefice romano, che ha dotato di somma potestà e che difenderà sino alla fine dalle forze degli inferii. Tra simili benefici, non è stato il minore l'avermi lasciata dopo la sua ascensione a governarla e piantarla con la mia presenza e con le mie virtù, e da al­lora io la considero come mia, avendomi Dio comandato di averne cura in quanto sua madre e signora.

731. Questi sono i grandi motivi che io ebbi ed ho tut­tora per amarla nella misura che hai inteso, e questi voglio che risveglino e accendano il tuo cuore ad imitarmi in quel­lo che ti compete come mia discepola e come figlia mia e sua. Venerala e rispettala con tutta te stessa, godi e appro­fitta dei tesori che con il loro medesimo Autore vi sono de­positati. Procura di unirla a te e di unirti ad essa, poiché è tuo rifugio, rimedio e conforto nei travagli, è tua speranza nell'esilio, è verità e luce nelle tenebre che ti circondano. Affaticati per essa per tutto il tempo che ti resta, perché ti è stato concesso allo scopo che ricalchi le mie orme nella mia instancabile sollecitudine; questa è la tua maggiore for­tuna, che devi eternamente riconoscere. Ti avverto che con il suddetto desiderio ti ho applicato buona parte dei suoi beni, affinché racconti la mia storia, e che sua Maestà ti ha scelta come strumento per comunicare i suoi arcani per la sua gloria. Non immaginare che, per aver lavorato pa­recchio in ciò, tu gli abbia dato un po' del contraccambio con cui disobbligarti, giacché anzi sei ancor più tenuta a mettere in pratica quello che hai annotato. Fintanto che non l'avrai fatto sarai povera e debitrice, e con rigore ti sarà chiesto conto di quanto hai ricevuto. Impegnati adesso per essere senza affanno e pronta nell'ora della morte, e nulla ti impedisca di accogliere lo sposo. Rifletti su come fossi priva di ogni ostacolo, libera e distaccata da ogni cosa ter­rena, e regolandoti così fa' in modo che non ti manchi l'o­lio dell'amore per entrare con lui alle nozze per le porte della sua infinita clemenza e misericordia.

 

CAPITOLO 19

Si narra il felicissimo e glorioso transito di Maria santissi­ma, e come gli apostoli e i discepoli arrivarono a Gerusa­lemme prima che avvenisse e vi furono presenti.

 

732. Già si avvicinava il giorno stabilito perché la viva e vera arca dell'alleanza fosse collocata nel tempio della celeste Gerusalemme, con maggior splendore e giubilo di quello con cui la sua figura era stata fatta introdurre da Salomone nel santuario, sotto le ali dei cherubini. Tre gior­ni prima del felicissimo transito, gli apostoli e i discepoli si trovarono riuniti nella casa del cenacolo. Arrivò innan­zitutto Pietro, trasportato da un angelo che gli era appar­so a Roma e, annunciandogli che era ormai imminente la dipartita di Maria beatissima, gli aveva comandato da par­te del Salvatore di esservi presente. La sovrana del mondo stava ritirata nel suo oratorio, con le energie corporali al­quanto abbandonate a quelle dell'amore dell'Altissimo, poi­ché, essendo tanto prossima all'ultimo fine, partecipava con più efficacia delle sue qualità.

733. Ella gli andò incontro sulla porta della propria stanza e, postasi ai suoi piedi, gli domandò la benedizio­ne e proclamò: «Ringrazio e lodo l'Onnipotente per aver­mi condotto qui il mio Santo Padre, affinché mi assista nell'ora della morte». Entrò poi Paolo, e anch'egli ebbe la medesima dimostrazione di rispetto e del piacere che ave­va di vederlo. La salutarono come Madre di Dio, loro re­gina e signora di ogni realtà creata, con non meno soffe­renza che venerazione, sapendo di essere accorsi al suo fortunato trapasso. Fecero lo stesso gli altri, che giunsero dopo di loro e furono accolti con profonda sottomissione, riverenza e dolcezza. Per ordine di lei, Giovanni e Giaco­mo il Minore provvidero ad alloggiarli tutti comodamente.

734. Alcuni di essi, che erano stati accompagnati dai ministri superni ed informati del motivo della loro venu­ta, si infervorarono con immensa tenerezza considerando che sarebbero stati privati della loro unica difesa e conso­lazione, e sparsero abbondanti lacrime. Altri, invece, erano all'oscuro di tutto, giacché non avevano ricevuto un av­viso esteriore, ma solo ispirazioni interiori con un soave e forte impulso, grazie al quale avevano conosciuto che era volontà divina che si recassero immediatamente là; subito interrogarono il capo della Chiesa per essere rischiarati su quanto stava accadendo, perché giudicavano concorde­mente che se non ci fosse stata una novità non avrebbero avvertito una simile spinta, ed egli li radunò e parlò: «Miei figli e fratelli, sua Maestà ci ha chiamato e raccolto da luo­ghi così remoti per una causa grande e di nostro sommo dolore. Intende portare senza più indugio al trono della sua gloria colei che è nostra guida, nostra protezione e no­stro conforto, e ha determinato che le stiamo accanto in questo momento. Quando ascese alla destra dell'Eterno, pur restando orfani della sua adorabile vicinanza, ci fu la­sciata la Vergine come nostro rifugio e ristoro nell'esisten­za terrena; ma adesso che la nostra luce si allontana, che cosa faremo? Quale sollievo avremo? E quale speranza, che ci rincuori nel nostro pellegrinaggio? Non ne scopro altra se non quella che certamente un giorno la raggiungeremo».

735. Non riuscì a continuare, impedito dai gemiti e dai singhiozzi che non fu in grado di trattenere, e nessuno poté aprir bocca per un buono spazio di tempo, durante il qua­le tutti piansero copiosamente. Appena si fu fatto animo per riprendere il discorso, soggiunse: «Affrettiamoci ad en­trare al suo cospetto: stiamo con lei nel breve tratto di cammino che le rimane e chiediamole di concederci la sua benedizione». Lo seguirono dalla loro Maestra, che era in ginocchio su una piccola predella che teneva per reclinar­si allorché riposava un po', e la scorsero bellissima, piena di fulgore e scortata dai mille custodi.

736. Dall'età di trentatré anni non aveva subito cambia­menti nel suo corpo e nel suo volto, sacri e castissimi, né aveva sentito gli effetti della vecchiaia, né aveva avuto mai rughe, né era divenuta più debole, né era dimagrita, come suole avvenire agli altri discendenti di Adamo, che perdono vigore e si sfigurano rispetto a come erano nella gioventù o nella maturità. Questa immutabilità fu un suo privilegio sin­golare, sia perché corrispondeva alla stabilità della sua pu­rissima anima, sia perché derivò dalla sua immunità dal pec­cato originale, le cui conseguenze non arrivarono a sfiorar­la. Tutti si posero con ordine presso di lei, e Pietro e Gio­vanni si misero al capezzale. Maria, osservandoli con la sua consueta modestia e deferenza, si rivolse loro così: «Caris­simi, date licenza alla vostra ancella di manifestarvi i suoi desideri». Il principe del collegio apostolico affermò che le avrebbero prestato ogni attenzione e avrebbero adempiuto ogni suo comando, ma la invitava a sedersi; gli pareva, in­fatti, che dovesse essere assai affaticata per essere stata tan­to a lungo in tale posizione, che, se era opportuna per pre­gare, non lo era per conversare con loro.

737. Ella, che era Regina dell'umiltà e dell'obbedienza, decisa a praticare queste virtù fino alla morte e anche in quell'ora, asserì che li avrebbe ascoltati in quanto le do­mandavano e li implorò di benedirla. Con il consenso del vicario di Cristo, si genuflesse davanti a lui e dichiarò: «Si­gnore, in qualità di pastore universale, vi supplico di im­partirmi la benedizione a nome vostro e della Chiesa e di perdonarmi se vi ho poco servito nella mia vita, affinché salga a quella imperitura. Qualora sia di vostro gradimen­to, permettete che Giovanni disponga delle mie vesti, che consistono in due tuniche, donandole a delle donne pove­re che mi hanno costantemente legato a sé con la loro bontà». Quindi, prona ai suoi piedi, li baciò con fiumi di lacrime e con non minore meraviglia che commozione di tutti. Passò al prediletto e, stando abbassata, gli disse: «Scu­satemi se non ho esercitato come avrei dovuto l'incarico che il mio Unigenito mi affidò quando dalla croce nominò voi mio figlio e me vostra madre. Con ossequio e gratitu­dine vi rendo grazie per la pietà con la quale mi avete as-

sistito. Beneditemi per la mia partenza verso colui che mi ha creata, per gioire perennemente della sua compagnia».

738. Si accomiatò allo stesso modo da ciascuno degli apostoli e da alcuni discepoli, e successivamente dai nu­merosi circostanti insieme. Terminato ciò, si alzò e pro­clamò: «Siete stati ininterrotamente incisi nel mio intimo e vi ho voluto teneramente bene con l'ardore comunicato­mi dal mio Gesù, che ho sempre visto in voi come in suoi eletti e amici. Per suo beneplacito vado alle dimore cele­sti, dove vi prometto di avervi presenti nel nitidissimo chia­rore dell'Onnipotente, la cui contemplazione bramo ed at­tendo con sicurezza. Vi raccomando la comunità ecclesia­le, l'esaltazione dell'Altissimo, la propagazione del Vange­lo, la stima e l'apprezzamento degli insegnamenti del Re­dentore, la memoria delle sue opere e della sua passione e l'attuazione dei suoi precetti. Amate la Chiesa e amatevi gli uni gli altri con quel vincolo di carità e di pace che ave­te appreso dal vostro Maestro. E nelle vostre mani, o pon­tefice, rimetto Giovanni e gli altri».

739. Tacque e le sue espressioni, come dardi di fuoco di­vino, penetrarono nei cuori liquefacendoli; tutti, prorom­pendo in dimostrazioni di incontenibile dolore, si prostra­rono al suolo e con i loro singhiozzi toccarono profonda­mente la dolcissima Vergine. Anch'ella pianse, non impo­nendosi di resistere a così amari e appropriati gemiti, e poi li esortò a raccogliersi silenziosamente in orazione con lei e per lei. In tale placida quiete venne il Verbo incarnato su un trono d'ineffabile splendore, scortato da tutti i santi di natura umana e da tantissimi angeli di ogni coro, riem­piendo di luce la casa del cenacolo. L'innocentissima so­vrana delle altezze lo adorò, gli baciò i piedi e, stesa al suo cospetto, compì l'estremo atto di riconoscenza e di umiliazione della sua esistenza terrena, annientandosi e piegan­dosi sino alla polvere più quanto non abbiano mai fatto né faranno mai tutti gli uomini dopo aver peccato. Egli la be­nedisse e le parlò: «Mia carissima, che ho scelto come mia abitazione, è giunta per voi l'ora di essere introdotta nella gloria del Padre e mia, dove è preparata alla mia destra la sede di cui godrete per l'eternità. Poiché come Madre mia vi feci entrare nel mondo libera ed esente dalla colpa, nep­pure adesso che ne uscite la morte ha diritti su di voi: se non volete passare per essa, venite con me a prendere pos­sesso di quello che avete largamente meritato».

740. Con volto lieto gli rispose: «Mio Signore, vi scon­giuro che la vostra ancella acceda alla vita beata attraver­sando la porta comune della morte come gli altri discen­denti di Adamo. Voi che siete mio vero Dio la soffriste sen­za esservi obbligato ed è giusto che, come ho cercato di seguirvi nella vita, vi segua anche nella morte». Il Salva­tore approvò il suo sacrificio e affermò che si sarebbe adempiuto ciò che desiderava. Subito i ministri superni co­minciarono a intonare con sublime armonia qualche ver­setto del Cantico dei cantici e altri nuovi. Sia gli Undici e i discepoli sia molti devoti li percepirono con i sensi, ben­ché soltanto alcuni apostoli, tra i quali Giovanni, fossero illuminati in maniera singolare sulla presenza di Cristo, mentre gli altri avvertivano dentro di sé straordinari ed ef­ficaci effetti. Si diffuse una fragranza inebriante, che as­sieme alla musica si sentiva fin dalla strada; inoltre, tutti videro il mirabile fulgore che avvolgeva quel luogo e sua Maestà dispose che, affinché fosse testimone di una simi­le meraviglia, accorresse tanta gente da occupare le vie.

741. Quando udì la melodia, Maria si reclinò sulla sua predella, con la tunica come unita alla sua persona, con le mani giunte e lo sguardo fisso su suo Figlio, e completa­mente accesa nel suo fervore. Alle parole “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l'inverno è passato, è cessata la pioggia, se n'è andata”, ella pronunciò quelle del suo Unigenito sul duro legno: «Padre, nelle tue mani con­segno il mio spirito». Quindi, chiuse i suoi purissimi oc­chi e spirò. La malattia che le fu fatale fu l'amore, senza indisposizioni o malesseri, e il suo transito avvenne allor­ché il potere del Creatore sospese l'intervento miracoloso con cui conservava le sue forze in modo che non fossero dissolte dalle fiamme provocate dal suo ardore, permet­tendo a queste di consumare la linfa del cuore.

742. La sua candida anima lasciò il castissimo corpo e in un istante fu collocata con immenso onore accanto a Gesù. Immediatamente, le note celesti iniziarono ad al­lontanarsi nell'aria, perché quella solenne processione si avviò verso l'empireo. Il sacro corpo, che era stato tempio e tabernacolo del Dio vivente, restò pieno di radiosità e profumava al punto che coloro che lo attorniavano erano colmati di soavità interiore ed esteriore. I mille custodi del­la Regina si fermarono a proteggere tale inestimabile te­soro, mentre i fedeli, tra lacrime di afflizione e di giubilo per i prodigi che contemplavano, rimasero per un po' di tempo come assorti e poi elevarono numerosi inni e salmi in suo ossequio. Ciò accadde di venerdì, alle tre del po­meriggio, alla stessa ora in cui aveva esalato l'ultimo re­spiro il nostro Redentore. Era il tredici agosto ed ella ave­va settant'anni, meno i ventisei giorni che intercorrono tra questa data e l'otto settembre. Dopo la crocifissione del no­stro Maestro si trattenne quaggiù ventuno anni, quattro mesi e diciannove giorni, e mori cinquantacinque anni do­po il suo parto verginale. Il calcolo si fa facilmente così: aveva quindici anni, tre mesi e diciassette giorni alla na­scita del Signore, che fu ucciso a trentatré anni e tre mesi, cioè quando ella aveva quarantotto anni, sei mesi e di­ciassette giorni; se a questi si aggiungono altri ventuno an­ni, quattro mesi e diciannove giorni, si hanno i settant'anni meno venticinque o ventisei giorni.

743. In quell'occasione si verificarono grandi portenti. Il sole si eclissò e nascose la sua luce in segno di lutto per alcune ore; parecchi uccelli di diverse specie volarono al­la casa e resero alla Principessa il loro omaggio funebre con canti di lamento e con gemiti, che suscitavano il pian­to in chiunque li ascoltava; si commosse l'intera Gerusa­lemme e molti arrivavano stupiti, confessando ad alta vo­ce la potenza dell'Eterno e la magnificenza delle sue ope­re; altri apparivano attoniti e come fuori di sé, e i credenti si struggevano tra singhiozzi e sospiri; vennero anche tan­ti infermi e furono guariti; uscirono dal purgatorio quan­ti vi si trovavano. L'evento più eccezionale riguardò un uo­mo e due donne che abitavano vicino al cenacolo, che tra­passarono insieme alla nostra sovrana in stato di peccato e senza penitenza: stavano andando alla dannazione, ma, allorché la loro causa giunse al giudizio di Cristo, la dol­cissima Madre domandò misericordia, furono restituiti al­la vita e successivamente si ravvidero e si salvarono. Que­sto dono non si estese a tutti coloro che decedettero in ta­le giorno nel mondo, bensì solo a costoro, che si spense­ro al medesimo orario nella città santa. Parlerò in un al­tro capitolo della festa che ci fu in paradiso, per non me­scolarla con il nostro cordoglio.

 

Insegnamento della Regina del cielo

744. Mia diletta, oltre a quello che hai scritto sul mio glorioso transito, intendo rivelarti ancora un privilegio che mi fu concesso. Hai già dichiarato che sua Maestà rimise alla mia elezione se morire o salire senza questa sofferenza alla visione beatifica. Qualora avessi ricusato la morte, indubbiamente ciò mi sarebbe stato accordato poiché, come in me non ebbe parte la colpa, non ne avrebbe avuta nep­pure essa, che ne fu la pena. Sarebbe successo lo stesso a mio Figlio, e a maggior ragione, se non si fosse addossato il pagare per tutti alla giustizia divina per mezzo della sua passione. Io stabilii spontaneamente di morire perché aspi­ravo ad imitarlo in questo come avevo fatto nel voler pro­vare i suoi dolori; perché, avendolo osservato spirare, traen­domi indietro non avrei soddisfatto all'amore che gli dove­vo, e avrei lasciato un considerevole vuoto nella somiglian­za e conformità che desideravo avere con lui e che egli bra­mava che io avessi con la sua umanità; perché altrimenti, non avendo più modo di compensare una simile mancanza, non avrei avuto la pienezza di godimento che posseggo.

745. Perciò la mia decisione gli fu tanto gradita e la sua benignità si compiacque tanto della mia assennatezza e del mio ardore che mi premiò subito con un favore singolare per i fedeli: tutti i miei devoti che mi avessero invocato nell'agonia, interponendomi come loro avvocata per esse­re soccorsi in memoria della mia felice dipartita e della mia scelta di ricalcare le sue orme, sarebbero stati sotto la mia speciale protezione, affinché li difendessi dal demo­nio, li assistessi e quindi li presentassi al tribunale della sua clemenza e intercedessi per loro. Ebbi allora nuova po­testà e delega, e mi fu promesso che chi in precedenza si fosse rivolto a me, venerando il mistero che stai trattando, avrebbe avuto notevoli aiuti della grazia sia per morire be­ne sia per vivere con più purezza. Dunque, da oggi ricor­dalo continuamente con intimo fervore, e benedici, celebra e loda colui che compì in me prodigi così mirabili a be­neficio mio e di tutti. Con tale zelo impegnerai il Reden­tore e me a preservarti nell'ultima lotta.

746. Giacché la morte segue la vita, e questa e quella ge­neralmente si corrispondono, la garanzia più sicura della buona morte è la buona vita, e il distaccarsi nel corso del­l'esistenza dagli affetti terreni, che alla fine affliggono e op­primono l'anima, diventando per essa come forti catene che le impediscono di avere completa libertà e di sollevarsi al di sopra di ciò che ha sempre avuto caro. Gli uomini ca­piscono differentemente questa verità e operano al contra­rio! Il Signore dà loro la vita perché si svincolino dalle con­seguenze del peccato originale e non le sentano al momento della morte, e gli ignoranti e miseri discendenti di Adamo la spendono interamente nel caricarsi di ostacoli e legami per perire schiavi delle loro passioni e tiranneggiati dal ne­mico. L'antica caduta non mi toccò, né i suoi cattivi effet­ti avevano alcun diritto sulle mie facoltà; eppure, fui co­stantemente ordinatissima, povera, virtuosa, perfetta e pri­va di affezioni a realtà del mondo, e poi sperimentai que­sta suprema libertà. Tieni fissa l'attenzione sul mio model­lo e sgombra il tuo cuore ogni giorno di più, affinché con l'avanzare degli anni tu possa trovarti più sciolta, spedita e distante dalle cose materiali per quando lo sposo ti chia­merà alle nozze, e non ti sia necessario andare a cercare inutilmente in quel frangente la libertà e la prudenza.

 

CAPITOLO 20

Si narrano gli eventi concernenti la sepoltura del sacro cor­po di Maria santissima.

 

747. Affinché i fedeli non rimanessero oppressi - ed al­cuni di essi non morissero - a causa del dolore che pro­varono per il transito della beatissima Signora, fu indi­spensabile che la potenza divina li consolasse con speciale provvidenza, comunicando un particolare coraggio con il quale i cuori si dilatassero nella loro incomparabile af­flizione. Dal momento che la mancanza di fiducia di po­ter mai compensare quella perdita nella vita presente non ammetteva conforto, la privazione di quel tesoro non ave­va rimedio e la dolcissima e piacevolissima vicinanza e af­fabilità della Regina aveva rapito l'amore di ciascuno, tut­ti senza di lei furono come senza anima e senza respiro; ma Dio, che sapeva la ragione di così giusta sofferenza, li assistette in essa e con la sua forza li animò segretamen­te, perché non venissero meno e fossero in grado di occu­parsi di quanto conveniva disporre in ordine al sacro cor­po e di tutto quello che la situazione richiedeva.

748. Gli apostoli, ai quali principalmente spettava que­sto compito, pensarono senza indugio ad assolverlo e de­stinarono alle spoglie un sepolcro nuovo, che era stato mi­steriosamente preparato dall'Unigenito nella valle di Gio­safat. Ricordandosi che le membra di sua Maestà erano state cosparse di unguenti preziosi e aromatici secondo il costume dei giudei, ed avvolte nella sindone e nel sudario, giudicarono di dover fare lo stesso con quelle di sua Ma­dre. A tale scopo, chiamarono le due giovani che si erano prese cura di lei ed erano state nominate eredi delle sue inestimabili tuniche, e le invitarono ad ungerle con som­mo rispetto e a metterle in un lenzuolo, per poi deporle nel feretro. Esse si introdussero con grande timore nell'o­ratorio, dove la venerabile defunta stava sulla sua predel­la, ma la luce che la circondava le trattenne e offuscò lo­ro gli occhi in maniera che non riuscirono a sfiorarla, né a vederla, né a capire in che punto preciso si trovasse.

749. Uscirono con riverenza ancora maggiore, e con im­menso stupore e sconcerto dettero ragguaglio dell'accadu­to agli Undici, che conferirono tra loro e non senza un'i­spirazione superiore conclusero che bisognava evitare il contatto con quella santa arca dell'alleanza, che non andava trattata nel modo comune. Entrarono subito Pietro e Giovanni, che contemplarono lo splendore e contempora­neamente udirono la celeste musica dei ministri superni, alcuni dei quali intonavano: «Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te», mentre altri replicavano: «Vergine pri­ma del parto, durante il parto e dopo il parto»; da allora si sviluppò in parecchi figli della comunità primitiva la de­vozione per quest'ultimo elogio, che si è trasmesso per tra­dizione ed è giunto sino a noi, confermato dalla Chiesa. Stettero per un po' attoniti a motivo dell'ammirazione per ciò che ascoltavano e osservavano, e per deliberare come comportarsi si inginocchiarono in preghiera, domandando di essere illuminati. Intesero immediatamente una voce che diceva: «Non si scopra né si tocchi il sacro corpo».

750. Ebbero dunque intelligenza della volontà dell'Altis­simo e portarono prontamente una bara. Essendosi consi­derevolmente moderato il fulgore, si accostarono alla Prin­cipessa e con profondo ossequio sollevarono le vesti dai la­ti, senza scomporle affatto, e ve la collocarono nella mede­sima posizione. Fu per loro semplice, poiché non sentiro­no peso e con il tatto non avvertirono altro se non lievis­simamente il solo abito. Quindi, si attenuò ulteriormente la radiosità e tutti ravvisarono la bellezza del candidissimo volto e delle mani, avendo l'Eterno stabilito così perché fos­se alleviata la loro pena; per il resto, il sublime talamo del­la sua dimora fu tenuto celato, affinché né in vita né in morte si scorgessero altre parti che quelle necessarie: il vol­to per conoscerla e le mani con le quali aveva lavorato.

751. Tanta fu l'attenzione che il Maestro ebbe per il de­coro della nostra sovrana che mostrò meno zelo per il pro­prio corpo divinizzato che per il suo. La fece simile a sé nella concezione immacolata, nonché nella venuta al mon­do per quanto concerne il non permettere che percepisse attraverso i sensi il modo naturale della nascita; inoltre, la preservò dalle tentazioni di impurità. Nel nascondere il suo corpo, però, si regolò con lei, che era donna, differente­mente che con se stesso, giacché egli era uomo e redento­re per mezzo della sua passione, e peraltro la castissima Regina lo aveva supplicato di concederle che nessuno lo guardasse dopo il suo transito. Gli apostoli provvidero alla sepoltura e, con la loro diligenza e la pietà dei credenti, fu raccolta una rilevante quantità di lumi, che per un mira­colo, pur stando accesi per quella giornata e per le due se­guenti, non si estinsero né si consumarono minimamente.

752. Perché questo e molteplici altri portenti che il suo braccio compì in tale occasione fossero più noti, Dio mos­se tutti gli abitanti della città ad accorrere e, sia tra i giu­dei sia tra i gentili, rimase appena qualcuno che non as­sistesse al singolare spettacolo. Quei nuovi sacerdoti della legge evangelica alzarono colei che era tabernacolo di sua Maestà, sorreggendo sulle loro spalle il propiziatorio dei suoi oracoli e dei suoi favori, e partirono ordinatamente in processione diretti alla valle di Giosafat. Questo era il corteo visibile, ma ve ne era anche uno invisibile: davanti a tutti camminavano i mille custodi, i quali continuavano a cantare le loro melodie, che erano udite da molti e che durarono ininterrottamente per tre giorni con incompara­bile dolcezza; erano poi scese dalle altezze varie legioni an­geliche con gli antichi padri e profeti, e specialmente con Gioacchino, Anna, Giuseppe, Elisabetta, il Battista e diversi altri beati che Gesù aveva inviato alle esequie.

753. Avanzarono così e per via avvennero eccezionali prodigi, la cui spiegazione renderebbe indispensabile di­lungarsi non poco. In particolare, tutti gli ammalati furo­no perfettamente guariti e numerosi indemoniati furono li­berati senza che i diavoli avessero l'ardire di aspettare che le persone che possedevano si avvicinassero. Più mirabili furono gli eventi che si verificarono nella conversione del­le anime, poiché si spalancarono i tesori della misericor­dia e tanti vennero alla cognizione di Cristo, nostro bene, confessandolo apertamente come vero Signore e salvatore e chiedendo il battesimo; perciò, per più giorni ci fu da fa­ticare nel catechizzare e nell'amministrare quel sacramen­to a quanti avevano aderito alla fede. Nel trasportare il fe­retro gli apostoli sperimentarono effetti straordinari di lu­ce e di consolazione, e ne parteciparono pure i discepoli. La gente era stupita per il profumo, per la musica e per altri segni sorprendenti, e tutti proclamavano il Creatore immensamente potente nella Vergine, percuotendosi il pet­to con compunzione in attestazione di questo.

754. Quando furono giunti, Pietro e Giovanni, che aveva­no già posto la preziosa gemma nella bara, la tolsero da es­sa con la medesima riverenza e facilità, l'adagiarono nella for­tunata tomba e la coprirono con un telo. In tutto ciò opera­rono più le mani degli spiriti superni che le loro. Fu messo un masso dinanzi all'ingresso, come era consuetudine fare, e restarono di guardia soltanto i mille angeli di Maria, mentre gli altri risalirono all'empireo. La folla si disperse, e gli apo­stoli e i discepoli rientrarono tra tenerissime lacrime alla ca­sa del cenacolo, in cui si conservò per un anno intero il soa­vissimo odore delle sacre spoglie, e nell'oratorio addirittura per parecchi anni. Quel santuario fu luogo di rifugio in ogni necessità per coloro che vi cercavano rimedio, perché cia­scuno ve lo trovava tanto nelle infermità quanto nelle altre tribolazioni e calamità, ma le colpe di Gerusalemme, fra i ca­stighi che meritarono, dopo un certo tempo comportarono anche la privazione di un beneficio così stimabile.

755. Appena furono arrivati lì, stabilirono che qualcuno di loro stesse al sepolcro finché non fosse cessata la divina armonia, poiché attendevano la fine di questa meraviglia. Dunque, alcuni si occuparono di chi aveva abbracciato il Vangelo e altri si recarono nuovamente presso la tomba, che in quei tre giorni fu frequentata da tutti. I più assidui fu­rono Pietro e Giovanni, i quali, benché talora se ne allon­tanassero, tornavano subito dove era il loro cuore. Non omisero di porgere l'estremo saluto alla Signora dell'universo neppure gli animali, giacché il cielo si riempì di uccelli pic­coli e grandi e dalle montagne si precipitarono velocemen­te giù molte bestie e fiere: gli uni con mesti cinguettii, le al­tre con guaiti e muggiti e tutti con movimenti dolorosi, sof­frendo la comune perdita, mostravano la loro angustia. So­lo qualche giudeo incredulo, più duro delle pietre e più cru­dele delle belve, non manifestò tale sentimento, come non lo aveva manifestato per il proprio Redentore.

 

Insegnamento della Regina del cielo

756. Figlia mia, con la memoria della mia morte fisica e della sepoltura del mio corpo, esigo che sia fissata e con­fermata la tua morte e sepoltura al mondo, che deve es­sere il frutto primario dell'essere stata illuminata sulla mia storia e dell'averla narrata. Nel corso del racconto ti ho so­vente palesato questo desiderio e ti ho avanzato questa ri­chiesta, affinché non ti renda inutile il favore che hai ri­cevuto per benignità dell'Altissimo e mia. È brutta cosa che un membro della Chiesa, dopo essere morto al peccato e rinato in Cristo mediante il battesimo ed aver appreso che sua Maestà fu crocifisso per lui, ricada nell'errore; ma co­sa ben peggiore è il fatto che ciò accada in coloro che per speciale grazia sono scelti ed eletti per essere suoi amici carissimi, come quanti a tale scopo si dedicano e consa­crano al suo servizio negli ordini religiosi, secondo i dif­ferenti stati e le differenti condizioni.

757. In loro, vizi come la superbia, la presunzione, l'al­terigia, la mancanza di mortificazione, l'ira, l'avidità, l'im­purità della coscienza e altri ancora fanno inorridire l'Eter­no e i beati, che sono costretti a distogliere lo sguardo da simili mostruosità, più sdegnati e offesi di quando le ri­scontrano in soggetti diversi. Pertanto, il mio Unigenito ri­pudia numerose anime che ingiustamente portano il nome di sue spose, abbandonandole al loro malvagio consiglio, perché hanno infranto slealmente il patto di fedeltà con­tratto con lui e con me nella loro vocazione e professione. Se tutti devono temere questa sventura per evitare di com­mettere un così terribile tradimento, rifletti su quanto sare­sti spregevole ai suoi occhi qualora te ne macchiassi. È ora che tu muoia completamente ad ogni realtà visibile, e che siano sepolti il tuo corpo nella conoscenza e nell'annienta­mento di te stessa e la tua anima nell'essere di Dio. La tua vita è finita per il secolo e tu sei ormai distaccata da esso, e io sono il giudice di questa causa. Non hai più nulla a che fare con quelli che abitano sulla terra, né costoro con te, e bisogna che lo scrivere e il morire siano in te una medesi­ma cosa, come spesso ti ho raccomandato e tu hai ripetu­tamente promesso nelle mie mani con sincere lacrime.

758. Bramo che questa sia la prova del mio insegnamento e la testimonianza della sua efficacia, e non ammetterò che tu la discrediti in mio disonore, ma procurerò che tutte le creature intendano la forza del mio esempio e della mia dot­trina verificata nei tuoi atti. Non ti gioverai dei tuoi ragio­namenti, del tuo volere e ancor meno delle tue inclinazioni e passioni, poiché tutto questo in te ha già avuto termine; tua legge saranno la volontà dell'Onnipotente, la mia e quel­la dell'obbedienza, e, affinché attraverso tali mezzi tu non sia mai all'oscuro di ciò che è più santo e gradito al Signore, egli l'ha disposto di persona, tramite me, i suoi angeli e chi ti governa. Non allegare ignoranza, pusillanimità, fiacchez­za e codardìa, misura il tuo debito, sii attenta alla luce in­cessante e opera con la grazia che ti è data, giacché con tanti benefici non vi è croce pesante per te né morte così amara che non sia tollerabile e amabile. In questa risiede ogni tuo bene e deve consistere il tuo diletto, perché, se non morirai interamente a tutto, i tuoi sentieri saranno disse­minati di spine e non giungerai alla perfezione cui aneli né all'eccellenza cui sei chiamata.

759. Se il mondo non si dimentica di te, dimenticati tu di lui; se non ti lascia, rammenta che fosti tu a lasciarlo e io te ne allontanai; se ti viene dietro, fuggilo; se ti lusin­ga, aborriscilo; se ti disprezza, sopportalo; se ti cerca, non ti trovi che per glorificare in te il sommo sovrano. Per il resto, non ricordartene più di quanto i vivi sogliono ri­cordarsi dei morti e scordatene come i morti si scordano dei vivi, e non avere con nessuno più rapporto di quello che hanno fra loro i vivi e i morti. Non ti sembrerà ec­cessivo che ti abbia frequentemente ribadito questo am­monimento all'inizio, nel mezzo e alla fine della presente Storia, se pondererai l'importanza di metterlo in pratica. Considera le persecuzioni che nascostamente ti ha ordito il demonio avvalendosi della gente, sotto vari aspetti e con vari pretesti. Il Redentore ha permesso ciò per vagliarti e per donarti il suo soccorso; tu, da parte tua, mostra che ne sei consapevole e sai che è grande il tesoro e che lo cu­stodisci in un vaso fragile, mentre l'inferno cospira e si solleva contro di te. Sei nella carne peritura, circondata e combattuta da astuti nemici. Sei sposa di Gesù e io sono tua Madre e maestra. Renditi dunque conto della tua mi­seria e debolezza, e corrispondi come figlia carissima e di­scepola docile e irreprensibile in tutto.

 

CAPITOLO 21

L'anima di Maria santissima entrò nell'empireo; poi, ad imi­tazione di Cristo nostro redentore, tornò sulla terra a risu­scitare il suo santo corpo, con il quale il terzo giorno dopo la propria morte salì un'altra volta alla destra del Signore.

 

760. A proposito della gloria e della felicità di cui par­tecipano i santi nella visione beatifica, san Paolo dice con Isaia che occhio mortale non ha visto, né orecchio ha udi­to, né cuore umano ha potuto penetrare quello che Dio ha preparato per coloro che lo amano e che in lui sperano. Conformemente a questa verità professata secondo la fede cattolica, non stupisce ciò che si racconta sia successo a sant'Agostino: nonostante fosse un grande luminare della Chiesa, mentre si accingeva a scrivere un trattato sulla con­dizione dei beati, gli apparve il suo grande amico san Gi­rolamo, che in quel momento era morto ed entrato nella gioia del Signore, e lo disingannò, dichiarandogli che non avrebbe potuto conseguire il suo intento come desiderava, dal momento che nessuna lingua né penna degli uomini sarebbe stata in grado di manifestare la minima parte dei beni goduti dagli eletti in paradiso. Quand'anche di quel­la realtà non avessimo altra testimonianza dalla sacra Scrit­tura se non il sapere che è definitiva, ciò supererebbe già la nostra capacità di comprensione, che non può raggiun­gere l'eternità neppure con grandi sforzi, poiché Dio, per quanto lo si possa conoscere e amare in misura crescen­te, è inesauribile ed incomprensibile. Egli chiamò all'esi­stenza tutte le cose senza che queste consumassero il suo potere; neanche se creasse innumerevoli altri mondi sa­rebbe indebolito, perché rimarrebbe sempre infinito ed im­mutabile. Allo stesso modo, nonostante i santi che lo con­templano e ne godono siano un numero incalcolabile, egli resta da essere conosciuto ed amato senza fine; infatti, sia nella vita mortale sia in quella incorruttibile, ciascuno par­tecipa di lui in maniera limitata e in base alla propria di­sposizione.

761. Se, per tale motivo, la gloria di un beato qualsia­si, fosse anche il più piccolo, è ineffabile, che diremo di quella di Maria santissima, lei che, fra i santi, è la più si­mile al suo Figlio? Che diremo, se anche nella grazia li su­pera tutti, come l'imperatrice o la regina i suoi vassalli? Questa verità si può e si deve credere, ma finché siamo nel mondo non è possibile intenderla, né spiegarne la minima parte, perché la sproporzione e l'insufficienza delle nostre parole la possono più oscurare che chiarire. Adoperiamo­ci dunque ora non per comprenderla, ma per meritare che ci sia manifestata nella futura esistenza, quando otterremo la felicità che speriamo in misura maggiore o minore a se­conda delle opere compiute.

762. Il nostro Redentore entrò nel cielo, avendo alla sua destra l'anima immacolata della Madre. Ella fu la sola tra i mortali a non dover passare attraverso il giudizio parti­colare, che quindi per lei non ebbe luogo. Non le fu chie­sto conto dei benefici ricevuti, né le venne imputato alcun peccato, come le era stato promesso al momento in cui era stata preservata dalla colpa d'origine, era stata eletta regi­na e aveva avuto il privilegio di non essere sottomessa al­le leggi dei figli di Adamo. Per la stessa ragione, alla fine dei tempi comparirà ancora alla destra del Signore, a lui associata nel giudizio universale a cui ella, a differenza de­gli altri, non sarà sottoposta. Se nel primo istante della sua concezione fu aurora limpidissima e rifulgente, carezzata dai raggi del Sole divino al di sopra dello splendore dei più ardenti serafini; se in seguito si sollevò sino a toccare lo stesso Dio quando il Verbo si unì con la sua purissima sostanza nell'umanità di Cristo, ne conseguiva che per tut­ta l'eternità ella fosse sua compagna, con la somiglianza possibile tra Figlio e Madre, essendo egli Dio e uomo ed ella semplice creatura. Con questo titolo il Salvatore la pre­sentò all'Altissimo, al quale si rivolse in presenza dei bea­ti attenti a questa meraviglia; gli disse: «Padre mio, la mia amantissima Madre, vostra cara figlia e diletta sposa del­lo Spirito Santo, viene a ricevere il possesso della corona imperitura che le abbiamo preparato in premio dei suoi meriti. Questa è colei che nacque tra gli uomini come ro­sa tra le spine, intatta, pura e bella, degna di essere ac­colta nelle nostre mani, là dove non arrivò nessun altro e dove non possono pervenire quanti sono stati concepiti nel peccato. È lei la nostra prescelta, unica e singolare, alla quale abbiamo dato di accedere alle nostre perfezioni, su­perando la comune legge dei mortali; è in lei che abbia­mo depositato il tesoro della nostra divinità inaccessibile; è lei che con fedeltà assoluta ha conservato e fatto frutti­ficare i talenti che le abbiamo affidato; è lei che non si è mai allontanata dalla nostra volontà e che ha trovato gra­zia ai nostri occhi. Padre mio, il tribunale della nostra mi­sericordia e giustizia è rettissimo e ricompensa con ab­bondanza i servizi dei nostri amici. È giusto che a mia Ma­dre, in quanto tale, sia concesso il premio; se nella vita e nelle opere mi fu simile, per quanto lo possa una sempli­ce creatura, deve esserlo pure nella gloria e nel posto che occuperà accanto alla nostra Maestà, affinché dov'è la san­tità per essenza vi sia anche la somma santità per parte­cipazione».

763. Questo decreto del Verbo incarnato venne appro­vato dal Padre e dallo Spirito Santo. Subito l'anima san­tissima di Maria fu innalzata alla destra del suo figlio e Dio vero e collocata sul seggio regale della beatissima Tri­nità, a cui né uomini, né angeli, né serafini giunsero o giungeranno mai. In ciò consiste la sublime ed eccellente superiorità della nostra Signora: essere assisa sul medesi­mo trono delle Persone divine quale imperatrice, mentre i santi occupano il posto di servi e ministri del supremo Re. All'eminenza di quella posizione, inarrivabile per chiunque altro, nella Vergine immacolata corrispondono le doti di gloria, comprensione, visione e fruizione, perché ella gode al di sopra e più di tutti di quell'oggetto infinito, del qua­le in paradiso si sperimenta il gaudio per gradi e varietà innumerevoli. Nessuno tra i beati conosce, penetra, inten­de l'essere divino e i suoi attributi come lei; nessuno le è pari nell'amare e nel gioire dei misteri imperscrutabili del­l'Altissimo. Inoltre, sebbene tra la gloria della Trinità e quel­la della Regina del cielo vi sia una distanza illimitata, poi­ché la luce della Divinità è inaccessibile e in essa sola si trova 1'immortalità, sebbene nelle doti anche l'anima san­tissima di Cristo superi senza misura sua Madre, pure lo splendore di lei è di gran lunga più intenso di quello dei santi, somigliando a Cristo in una maniera incomprensi­bile e incomunicabile nella vita presente.

764. È intraducibile in parole la nuova esultanza che i beati acquistarono quel giorno, componendo e cantando nuovi cantici di lode all'Onnipotente e alla sua Figlia, ma­dre e sposa, nella quale egli esaltava le opere della sua de­stra. E benché nel Signore la gioia interiore non possa ac­crescersi perché è immutabile ed infinita sin dal principio, in quest'occasione le dimostrazioni esteriori della sua com­piacenza nell'adempimento dei suoi eterni disegni furono maggiori. Dal trono regale infatti usciva una voce come se fosse stata della persona del Padre, che diceva: «Nella glo­rificazione della nostra amatissima Figlia i nostri desideri sono stati appagati e la nostra santa volontà è stata pie­namente eseguita. Dal nulla, abbiamo dato l'essere ad ogni vivente, affinché fosse partecipe dei nostri beni e tesori incommensurabili, conformemente alla nostra immensa bontà. Intanto gli stessi che noi facemmo capaci di rice­vere la vita divina hanno reso inutile per sé questo bene­ficio. Solo la nostra diletta Figlia non ebbe parte alla di­subbidienza degli altri e meritò ciò che essi hanno di­sprezzato da indegni figli della perdizione. Mai, in nessun momento, ella ha tradito il nostro amore; a lei spettano i premi che con il nostro comune e condizionato volere ave­vamo preparato per gli angeli ribelli e per gli uomini che li hanno imitati, se avessero tutti cooperato con la grazia loro concessa rispondendo alla nostra chiamata. Con il suo abbandono e la sua obbedienza, ella ha compensato que­sta ingratitudine, ci ha dato pieno compiacimento nelle sue azioni e ha meritato di sedere accanto alla nostra Maestà».

765. Il terzo giorno dopo che Maria santissima aveva cominciato a godere di questa gloria per non lasciarla più, Dio manifestò ai santi la volontà di far tornare l'anima del­la Vergine sulla terra perché, riunendosi al suo corpo, lo risuscitasse e fosse di nuovo sollevata in corpo ed anima alla destra del Figlio senza aspettare la generale risurre­zione dei morti. Gli eletti non potevano ignorare l'oppor­tunità di tale dono, conseguenza delle prerogative da lei ri­cevute e della sua sublime dignità di regina dell'universo, giacché anche per i mortali è talmente credibile che, qua­lora la santa Chiesa non l'avesse riconosciuta, sarebbe sta­to giudicato empio e insensato colui che avesse preteso di negarla. In quella circostanza, tuttavia, i beati ne compre­sero la convenienza con maggior chiarezza e, non appena il Signore manifestò loro in se stesso la sua decisione, ne conobbero pure il momento preciso. Quando giunse, Cri­sto scese dal cielo con l'anima della Madre purissima alla sua destra, accompagnato da molte legioni di angeli e da­gli antichi padri e profeti. Arrivarono al sepolcro nella val­le di Giosafat e, stando tutti davanti a quel tempio vergi­nale, il Salvatore si rivolse ai santi dicendo:

766. «Mia Madre fu concepita senza colpa, affinché dal­la sua sostanza immacolata prendessi l'umanità con cui io venni nel mondo e lo redensi dal peccato. La mia carne è la sua carne, ed ella ha collaborato con me all'opera della salvezza. Per questo devo risuscitarla, come io stesso risu­scitai da morte, e voglio che ciò avvenga nel medesimo tempo e alla medesima ora, per renderla completamente simile a me». I giusti dell'antica alleanza con nuovi inni ringraziarono il Creatore per il beneficio compiuto; in par­ticolare si distinsero i nostri progenitori Adamo ed Eva e dopo di essi sant'Anna, san Gioacchino e san Giuseppe, i quali avevano speciali ragioni per magnificare Dio in quel­la meraviglia della sua onnipotenza. Subito, per ordine del Figlio, l'anima della gran Signora entrò nel corpo castissi­mo e lo risuscitò, dandogli vita immortale e gloriosa e co­municandogli le quattro doti di chiarezza, impassibilità, agilità e sottigliezza che le sono proprie.

767. Così Maria santissima in anima e corpo uscì dal sepolcro senza rimuovere il masso che lo sigillava, né mu­tare la posizione della tunica e del sudario che avevano ri­coperto la salma. È impossibile narrare come la bellezza della Vergine beata rifulgesse, e perciò non mi trattengo a farlo. Mi basta dire che ella diede all'Unigenito del Padre la forma di uomo nel suo talamo inviolato e gliela diede limpida e senza macchia perché riscattasse il genere uma­no. In cambio sua Maestà, con questa nuova grazia, le con­ferì una magnificenza analoga alla sua. In tale corrispon­denza tra Figlio e Madre, tanto misteriosa e divina, cia­scuno fece quello che poté: Maria generò Cristo simile a se stessa in quanto fu possibile e Cristo risuscitò Maria co­municandole la sua gloria, nella misura in cui ella poté ri­ceverla in quanto semplice creatura.

768. Dal sepolcro prese avvio una solenne processione che si allontanò progressivamente verso l'alto, mentre si udi­va una musica paradisiaca. Ciò accadde alla medesima ora della risurrezione del nostro Salvatore, nella domenica suc­cessiva al transito di sua Altezza, dopo la mezzanotte. Per questo motivo, sul momento il prodigio non fu noto a tut­ti gli apostoli, ma solo a quelli che vegliavano al sacro se­polcro. I santi e gli angeli entrarono nell'empireo nell'ordi­ne in cui erano partiti dalla terra; da ultimo venivano il Re­dentore e, alla sua destra, la Regina vestita con abiti in tes­suto d'oro - come dice Davide -, tanto bella da suscitare l'ammirazione dei cortigiani del cielo, che si volsero a guar­darla e a benedirla con rinnovato giubilo e canti di lode. Si udirono allora quegli elogi misteriosi che di lei lasciò scritti Salomone: «Uscite, figlie di Sion, a vedere la vostra Signora, che le stelle mattutine esaltano e i figli dell'Altis­simo festeggiano. Chi è costei che sale dal deserto come un bastoncino di profumi aromatici'? Chi è costei che sorge come l'aurora, più bella della luna, fulgida come il sole, e terribile come schiere a vessilli spiegati? Chi è costei che sale dal deserto, appoggiata al suo diletto, spargendo deli­zie in abbondanza? Chi è costei, nella quale Dio stesso ha trovato compiacimento più che in tutte le creature, al di sopra delle quali egli la solleva fino alla sua inaccessibile luce e maestà? Oh, meraviglia mai vista! Oh, novità degna della sapienza infinita! Oh, prodigio di quell'onnipotenza che tanto magnifica ed innalza la sua umile serva!».

769. Rivestita di questa gloria, la vergine Maria giunse in corpo e anima al cospetto delle tre divine Persone, che l'accolsero con un abbraccio indissolubile. Il Padre le dis­se: «Salite più in alto degli altri viventi, mia eletta, figlia e colomba mia». E il Verbo incarnato: «Madre mia, voi che mi avete dato l'umanità e, imitandomi perfettamente, ave­te contraccambiato tutto il bene che ho fatto, ricevete ora dalle mie mani il premio da voi meritato». E lo Spirito San­to: «Mia sposa amatissima, entrate nella gioia perenne che corrisponde al vostro fedelissimo amore: amate e godete senza più preoccupazioni, poiché l'inverno del soffrire è già passato e siete giunta all'eterno possesso dei nostri am­plessi». Ella rimase assorta nella Trinità santissima e come sommersa da quello sconfinato abisso del mare divino, men­tre i santi erano pieni di stupore e di nuovo gaudio acci­dentale. Poiché l'opera dell'Onnipotente si manifestò con ul­teriori meraviglie, ne riferirò qualcosa, se potrò, nel pros­simo capitolo.

 

Insegnamento della Regina del cielo

770. Figlia mia, è deplorevole ed inescusabile l'ignoranza degli esseri umani nel non rammentare di proposito la glo­ria che il Signore riserva per coloro che si dispongono a me­ritarla. Voglio che tu pianga amaramente questo oblìo così pernicioso e che te ne dolga; chi volontariamente dimentica la felicità imperitura, infatti, è in evidente pericolo di per­derla. Nessuno ha una buona scusa al riguardo, non solo per­ché conservarne la memoria o cercare di acquistarla non co­sta troppa fatica, ma anche perché, al contrario, tutti si dan­no molto da fare, spendendo ogni loro energia, per scordar­si dello scopo per il quale furono creati. Di certo una simile trascuratezza nasce dal fatto che essi si abbandonano alla su­perbia della vita, all'avidità degli occhi e alla concupiscenza della carne. Impiegando in ciò ogni facoltà dell'anima e l'in­tero arco dell'esistenza, non resta loro né sollecitudine, né at­tenzione, né spazio per pensare con calma, o anche senza calma, alla celeste beatitudine. Dicano intanto gli uomini e confessino se tale ricordo reca loro più travaglio del seguire le cieche passioni procurandosi riconoscimenti e piaceri tran­sitori, che presto svaniscono e che molte volte essi, dopo es­sersi tanto affannati, neppure conseguono.

771. Quanto è più facile per i mortali non cadere in sif­fatta perversità! Lo è soprattutto per i figli della Chiesa, i quali custodiscono la fede e la speranza, che senza alcuno sforzo insegnano loro questa verità! E quand'anche conse­guire il gaudio perenne richiedesse loro un impegno pari a quello necessario per ottenere prestigio e beni apparen­ti, sarebbe davvero grande pazzia affaticarsi per il falso e le pene eterne come per il vero e l'eterna gloria. Tu cono­scerai molto bene, figlia mia, questa detestabile stoltezza e su di essa piangerai, se consideri il tempo in cui vivi, co­sì turbato da guerre e discordie. Rifletti: sono numerosi gli infelici che vanno in cerca della morte per una breve e va­na ricompensa di onore, di vendetta e di altri vili interes­si del genere, non curandosi del loro destino più di quel che farebbero se fossero irragionevoli. Sarebbe una fortu­na per loro estinguersi con la morte corporale, come ac­cade a quelle cose che con tanta avidità ricercano, ma poi­ché la maggior parte di essi opera contro la giustizia e co­loro che pur praticandola vivono immemori del proprio fi­ne ultimo, gli uni e gli altri muoiono per sempre.

772. Questo dolore è più grande di ogni altro ed è una disavventura senza pari. Affliggiti, lamentati e piangi in­consolabilmente per la rovina di tante anime riscattate dal sangue di mio Figlio. Ti assicuro, carissima, che, se gli es­seri umani non ne fossero indegni, la carità mi indurreb­be ad inviare loro dal cielo, dove mi trovo nella gloria a te nota, parole che potessero essere sentite in tutto il mon­do. Gridando direi: «Uomini mortali ed ingannati, che co­sa fate? Per che cosa vivete? Sapete per caso che cosa sia vedere Dio faccia a faccia, partecipare del suo splendore e godere della sua compagnia? A che cosa pensate? Chi vi ha turbato ed oscurato la capacità di giudizio? Che cosa otterrete se perdete questo vero bene senza averne altro? La fatica è breve, il godimento infinito e la pena eterna».

773. Tu, compenetrata da un simile dolore che io cerco di risvegliare in te, impegnati con ogni sollecitudine per non in­correre nel medesimo pericolo, tenendo presente quale vivo esempio la mia vita, che come sai fu un continuo intenso pa­tire; quando giunsi a ricevere il premio, però, tutto quello stra­zio mi parve un niente e lo scordai come se fosse stato una cosa da poco. Risolviti a seguirmi nella sofferenza, o amica, e, se questa fosse più acuta di quella di tutti i mortali, con­siderala leggerissima: nulla ti sembri difficile, gravoso o mol­to amaro, anche se si trattasse di passare per il ferro e il fuo­co. Stendi la mano a compiere gesta eccelse e fornisci i sen­si, che sono i tuoi domestici, delle doppie vesti del soffrire e dell'agire con ogni tua facoltà. Nello stesso tempo, voglio che non ti lasci contagiare da un altro comune errore dei figli di Adamo, i quali dicono: «Contentiamoci di assicurarci la sal­vezza: ottenere maggiore o minore gloria non ha molta im­portanza, poiché staremo tutti in paradiso». Una tale igno­ranza, figlia mia, deriva da grande stoltezza e da scarso amo­re verso Dio e perciò non garantisce la salvezza, ma anzi la mette a repentaglio; coloro che pretendono di fare con l'On­nipotente questi patti lo disobbligano e lo spingono a lasciarli nel pericolo di perdere la beatitudine stessa. La fragilità uma­na opera nel bene in misura sempre inferiore rispetto al suo desiderio, per cui, quando questo non è ardente, realizza mol­to poco e rischia di essere privata della vita eterna.

774. Chi si accontenta della mediocrità e del minimo grado di virtù lascia sempre spazio, nella volontà e nelle inclinazioni interiori, ad altri affetti per cose terrene e lo fa di proposito. Un amore del genere non può essere conser­vato senza che si trovi subito in opposizione all'amore di­vino: è impossibile perciò voler mantenere l'uno e l'altro contemporaneamente. Quando la creatura decide di amare Dio con tutto il cuore e con tutte le forze, come egli co­manda, il Signore medesimo tiene in conto questa deter­minazione anche se l'anima, a causa di altri suoi difetti, non raggiunge i beni più sublimi. Il disprezzarli, però, o il non dare loro valore intenzionalmente non è da figli, né da veri amici; al contrario è da schiavi che si contentano di vivere tralasciando il resto. Se i santi potessero ritornare ad acquistare qualche grado di gloria col soffrire i tormenti del mondo intero fino al giorno del giudizio, di certo lo fareb­bero, perché conoscono realmente quanto valga il premio e amano Dio con carità perfetta. Non conviene che sia lo­ro accordata simile possibilità che invece fu concessa a me, come hai scritto in questa Storia. Col mio esempio ciò re­sta confermato e viene comprovata l'insipienza di quelli che, per evitare di abbracciare la croce di Cristo, vogliono una mercede limitata, andando contro la disposizione della bontà infinita dell'Altissimo, il quale desidera che le sue creature abbiano molti meriti e siano ricompensate copio­samente con la suprema felicità del cielo.

 

CAPITOLO 22

Maria santissima è incoronata Regina del cielo e di tutte le creature, e le sono confermati grandi privilegi a vantaggio degli uomini.

 

775. Quando Gesù si accomiatò dai discepoli per anda­re verso la sua passione, li invitò a non permettere che i loro cuori si turbassero per le cose delle quali li aveva av­vertiti, perché nella casa di suo Padre, che è il paradiso, c'erano molti posti. Li rassicurò così che vi erano premi per tutti, nonostante la diversità delle opere buone e dei meriti, e che non dovevano rattristarsi perdendo la pace e la speranza nel vedere altri arricchiti di più grazie e più avanzati nella virtù, perché c'erano molte stanze e ognuno sarebbe stato contento di quella che gli sarebbe spettata, senza invidia alcuna, essendo questa una delle grandi for­tune della felicità perenne. Ho dichiarato che la Vergine fu collocata nel posto più alto, cioè sul trono della Trinità, e sovente ho usato questo termine per parlare di misteri tan­to sublimi, come fanno pure i santi e la stessa Scrittura. Benché non siano necessari ulteriori chiarimenti, per chi capisce meno spiego che l'Onnipotente, essendo purissimo spirito senza corpo ed insieme incommensurabile, im­menso e incomprensibile, non ha bisogno di un seggio ma­teriale, poiché riempie l'universo, è presente in ogni crea­tura e nessuna di esse lo racchiude, cinge o circonda, ma anzi è lui che le abbraccia tutte in se stesso. Gli eletti, inol­tre, non lo contemplano con gli occhi corporali, bensì con quelli dell'anima; però, siccome lo fissano in qualche pun­to preciso - secondo il nostro modo di intendere -, dicia­mo che sta sul suo trono regale, anche se contiene in sé la propria gloria e in sé la partecipa loro. Non nego co­munque che l'umanità di Cristo e sua Madre abbiano una sede più eminente rispetto agli altri, né che tra coloro che sono lassù in corpo e anima ci sia un ordine di maggiore o minore prossimità ad essi, ma non è qui opportuno espor­re in che maniera questo avvenga.

776. Chiamiamo trono del sommo sovrano quello dal quale egli si manifesta ai beati come principale causa del­la gloria, come Signore eterno, infinito, che non dipende da alcuno e dal cui volere tutti dipendono, e come re, giu­dice e dominatore di tutto ciò che esiste. Il Salvatore in quanto Dio ha tale dignità per essenza e in quanto uomo per l'unione ipostatica, per mezzo della quale essa fu co­municata alla sua umanità, e così sta nell'empireo come re, giudice e dominatore, e i santi, pur sorpassando in ec­cellenza ogni nostra immaginazione, sono come servi del­la sua inaccessibile maestà. Dopo di lui in grado inferiore ne gode colei che lo ha generato, in un altro modo inef­fabile e proporzionato a una semplice creatura che gli è vicinissima, stando incessantemente alla sua destra come regina e padrona di tutto ed estendendo il suo dominio fin dove arriva quello del suo medesimo Unigenito, sebbe­ne differentemente.

777. Posta Maria nel luogo per lei preparato, le tre Per­sone palesarono alla loro corte i suoi privilegi. Il Padre, co­me primo principio, affermò: «Ella fu prescelta come prima delle nostre delizie tra tutti. Non si è mai resa indegna del nome di figlia, che le demmo nella nostra mente divina, e quindi ha diritto al nostro regno, del quale deve essere ri­conosciuta legittima e singolare regina». Il Verbo incarnato continuò: «Alla mia vera Madre appartiene tutto quello che per me fu creato e redento, e deve essere suprema regina di tutto quello su cui io sono re». Lo Spirito aggiunse: «Per il titolo di mia sposa unica e diletta, al quale ha corrispo­sto con fedeltà, deve essere incoronata regina per sempre».

778. Dunque, posarono sul suo capo una corona di glo­ria di così nuovo splendore e valore che non se ne è mai vista né mai se ne vedrà una simile in una semplice crea­tura. Contemporaneamente, uscì una voce dal trono, che proclamava: «Carissima, il nostro regno è vostro. Voi sie­te superiora, Regina e signora dei serafini, degli angeli e di tutti gli esseri; procedete e regnate prosperamente su di essi, perché nel nostro concistoro vi investiamo di com­pleta autorità. Voi, piena di grazia al di sopra di ogni al­tro, vi siete umiliata nella vostra opinione di voi stessa si­no al posto più basso: ricevete ora quello più alto, che vi è dovuto, e abbiate parte alla nostra potestà su quanto ha fabbricato il nostro braccio onnipotente. Comanderete fi­no al centro della terra, terrete soggetto l'inferno, e tutti i suoi demoni ed abitanti vi temeranno come imperatrice as­soluta delle loro caverne. Governerete su tutti gli elemen­ti, saranno in vostro potere le virtù e gli effetti di tutte le cause, con la loro azione e conservazione, affinché voi di­sponiate degli influssi dei cieli, delle piogge, delle nubi e dei frutti del suolo: distribuite pure tutto secondo la vostra determinazione, poiché a questa starà attenta la nostra vo­lontà per compiere la vostra. Sarete Regina e signora di tutti i mortali per reggere e trattenere la morte e per pre­servare la loro vita. Sarete Regina e signora della Chiesa militante, sua protettrice, sua avvocata, sua madre e sua maestra. Sarete patrona speciale dei regni cattolici e, se es­si, gli altri credenti e tutti i discendenti di Adamo vi invo­cheranno di cuore, vi ossequieranno e vi legheranno a sé, voi porgerete loro il rimedio e li soccorrerete nei travagli e nelle necessità. Sarete amica, difesa e guida di tutti i ret­ti, nostri amici: li consolerete, conforterete e colmerete di beni, nella misura in cui vi vincoleranno con la loro de­vozione. Per tutto questo, vi designiamo depositaria delle nostre ricchezze e dispensatrice dei nostri tesori, metten­do nelle vostre mani gli aiuti e i favori della nostra bontà perché voi li ripartiate: niente vogliamo concedere al mon­do se non per mano vostra, e niente negargli di quello che voi gli concederete. Sulle vostre labbra sarà diffusa la gra­zia per ciò che stabilirete nel cielo e sulla terra, ovunque vi obbediranno gli angeli e gli uomini, giacché tutte le no­stre cose sono vostre come voi siete stata ininterrottamente nostra, e regnerete con noi in eterno».

779. Per eseguire tale decreto, l'Altissimo chiese a tutti coloro che dimoravano in paradiso di darle omaggio e di confessarla regina e signora. Questo racchiuse un altro mi­stero, poiché ebbe anche lo scopo di offrirle il compenso del culto che ella aveva prestato ai santi quando le erano ap­parsi nel tempo in cui era viatrice, benché fosse la donna che aveva concepito lo stesso Dio, e perfetta ed eccelsa più di tutti loro. Allora era conveniente che, dal momento che erano comprensori, per suo più grande merito manifestas­se umiltà innanzi ad essi, avendo sua Maestà fissato così; però, adesso che era entrata in possesso di quanto le spet­tava, era giusto che la onorassero e si dichiarassero inferiori e suoi vassalli, come difatti fecero in quel felicissimo stato, nel quale tutto torna al proprio ordine e alla debita pro­porzione. La venerarono nel modo in cui avevano adorato il Salvatore, con profonda trepidazione, e chi era lì nel cor­po le si prostrò dinanzi. Queste dimostrazioni e l'incorona­zione furono motivo di sublime gloria per lei, di nuovo giu­bilo per gli eletti e di compiacenza per la Trinità, e fu un giorno del tutto festivo, di eccezionale gaudio accidentale; lo percepirono in particolare Giuseppe, Gioacchino, Anna e gli altri congiunti di Maria, nonché i suoi mille custodi.

780. Nel petto del suo corpo glorioso osservarono la for­ma di una piccola sfera di singolare bellezza e fulgore, che procurò e procura loro mirabile stupore e gioia. Essa è un premio e una testimonianza del fatto che come in un de­gno tabernacolo vi ha tenuto sotto le specie sacramentali il Verbo incarnato, e l'ha accolto con estrema purezza, senza difetti o mancanze, ma anzi con la massima pietà e con sommo amore, in un grado mai raggiunto da nessuno. Cir­ca gli altri riconoscimenti corrispondenti alle sue inegua­gliabili virtù e opere, non posso esprimermi in maniera ade­guata e capace di illustrarli, per cui rimetto ciò alla visio­ne beatifica, nella quale ciascuno ne avrà notizia per quan­to si sarà guadagnato per mezzo dei suoi atti e della sua religiosità. Ho spiegato che il transito della Vergine avven­ne il tredici agosto, mentre la sua risurrezione, assunzione e incoronazione ebbe luogo la domenica successiva, il quin­dici dello stesso mese, data in cui viene celebrata; le sue spoglie rimasero dunque nella tomba per trentasei ore, co­me quelle del Maestro. Gli anni sono stati già calcolati do- ve ho affermato che questi eventi si verificarono nell'anno cinquantacinquesimo del Signore, considerando il periodo ­che separa il natale dell'Unigenito dal quindici agosto.

781. Lasciamola alla destra del Redentore e continuia­mo a parlare degli apostoli e dei discepoli, che, perseve­rando nel pianto, restavano nella valle di Giosafat. Pietro e Giovanni, i più costanti e assidui, al terzo giorno si ac­corsero che la musica era cessata e, illuminati dallo Spi­rito, ne dedussero che l'innocentissima Madre dovesse es­sere risorta e salita all'empireo in corpo e anima, come suo Figlio. Ne dialogarono insieme rafforzandosi in tale giudi­zio e il capo della Chiesa decise che di un simile prodigio occorresse avere la prova maggiore, che fosse palese a quanti avevano assistito alla sua morte e sepoltura. Riunì quindi i fedeli ed espose le ragioni che aveva per pensare quello che tutti sapevano e per svelare quella meraviglia, che nei secoli avrebbe suscitato devozione e sarebbe stata causa di esaltazione per Gesù e per colei che lo aveva generato. Approvarono il suo parere e a un suo comando tol­sero il masso che chiudeva il sepolcro. Avvicinatisi, lo tro­varono vuoto, e scorsero la tunica della loro sovrana ste­sa come quando copriva le sacre membra, così che si ca­piva che ella era passata attraverso la veste e la lapide sen­za muoverle o scomporle. Il vicario di Cristo sollevò l'abi­to e il telo e sia lui sia gli altri, ormai tutti rassicurati, li riverirono; poi, tra la contentezza e il dolore, con dolci la­crime innalzarono lodi e cantarono salmi e inni.

782. Intanto, erano attoniti per l'ammirazione e la te­nerezza, e non riuscirono a distaccarsi da lì finché non di­scese un angelo a dire: «Uomini di Galilea, perché siete sorpresi e perché vi trattenete qui? La vostra e nostra Si­gnora è in anima e corpo in cielo, ove regna per sempre con sua Maestà. Mi invia a confermarvi nella verità e a co­municarvi da parte sua che vi raccomanda ancora una vol­ta la comunità ecclesiale, la conversione del mondo e la diffusione della lieta novella, pregandovi di riprendere su­bito il ministero che vi è stato affidato, giacché avrà cura di voi». Tale annuncio li confortò e in seguito sperimenta­rono la sua difesa nelle loro peregrinazioni e molto più al momento del martirio, poiché allora ella apparve a tutti e dopo li presentò al Salvatore. Si raccontano anche altre co­se, ma a me non sono state manifestate e perciò non le ri­ferisco, non avendo avuto in questa Storia altra libertà che quella di scrivere quanto mi è stato insegnato e ordinato.

 

Insegnamento della Regina del cielo

783. Carissima, se qualcosa potesse ridurre il godimen­to della suprema felicità che possiedo, e se con essa po­tessi ricevere qualche pena, indubbiamente me ne arre­cherebbe il vedere i credenti e l'intera umanità nel perico­loso stato in cui sono, quantunque a tutti sia noto che sto quassù come loro avvocata e protettrice, per custodirli, soccorrerli e indirizzarli verso la beatitudine. Inoltre, dato che applico a loro con clemenza i tanti privilegi che mi sono stati concessi per i titoli dei quali hai trattato altrove, sa­rebbe motivo di profonda sofferenza per le mie viscere di misericordia constatare che non solo mi tengono oziosa senza giovarsi di me, ma non invocandomi si perdono in gran numero. Tuttavia, pur non provando afflizione, mi la­mento a buon diritto di coloro che si procurano la dan­nazione e non mi permettono di avere questa gloria.

784. Nella Chiesa non si è mai ignorato il valore del­la mia intercessione né il potere che ho di porgere rime­dio a tutti, avendone io attestata la certezza con le mi­gliaia di miracoli che ho realizzato a vantaggio di chi mi ha mostrato ossequio, e quando sono stata supplicata nel­la necessità sono stata generosa, e per me si è rivelato tale l'Eterno; eppure, benché le persone che ho aiutato siano parecchie, sono poche rispetto alle mie possibilità e ai miei aneliti. Il tempo corre veloce e frattanto i mor­tali tardano a volgersi al Signore ed a conoscerlo, i cri­stiani si lasciano avviluppare dai lacci del demonio, i pec­catori si moltiplicano e le colpe aumentano. Ciò accade perché l'ardore si raffredda, e questo dopo che il Verbo si è incarnato e li ha educati con le parole e con l'esem­pio; li ha redenti con la sua passione; ha donato loro la legge evangelica, che è efficace se c'è il concorso della creatura; li ha rischiarati con una considerevole abbon­danza di prodigi e illuminazioni da sé e per mezzo dei suoi eletti; ha spalancato le porte dei suoi tesori per sua benevolenza e per mio intervento, stabilendomi come lo­ro rifugio e patrocinio. Adempio puntualmente e con lar­ghezza i miei compiti, ma nemmeno questo basta. Dun­que, come stupirsi se la giustizia superna è irritata, se i figli di Adamo hanno il castigo dei loro misfatti, che li sovrasta e già cominciano a sentire? In simili condizioni, la malizia giunge al culmine.

785. È tutto vero, ma la mia pietà e la mia indulgenza sono al di sopra, e mantengono ben incline l'infinita bontà e sospeso il rigore; per di più, l'Onnipotente intende essere munifico ed è determinato a favorirli comunque, se sa­pranno guadagnarsi la mia mediazione e vincolarmi a interpormi presso di lui. Ecco la strada sicura perché la co­munità ecclesiale migliori, i regni cattolici si riedifichino, la fede si dilati, le famiglie e gli stati abbiano saldezza, le ani­me tornino alla grazia e all'amicizia di sua Maestà. Affati­cati e collabora con me, sostenuta dalla forza divina. Il tuo impegno non deve consistere soltanto nell'avere narrato la mia Vita, bensì anche nell'imitarla con l'osservanza dei miei consigli e ammonimenti, che hai avuto assai copiosamente sia in quanto hai annotato sia in molti altri benefici corri­spondenti. Rifletti attentamente sul tuo stretto obbligo di essermi sottoposta come a tua unica Madre e legittima mae­stra e superiora, giacché ti offro queste ed altre elargizioni di singolare benignità e tu hai ripetutamente rinnovato e ra­tificato i voti della tua professione nelle mie mani, garan­tendomi speciale obbedienza. Ricordati della promessa che hai confermato più volte a Gesù e agli angeli, e tutti noi ti abbiamo palesato che ci attendiamo che tu ti comporti co­me una di loro, partecipando mentre sei nel mondo delle qualità e operazioni che li caratterizzano e intrattenendoti con essi. Nello stesso modo in cui comunicano tra sé, con quelli di grado più alto che informano gli inferiori, istrui­scano pure te sulle perfezioni del tuo diletto e ti trasmetta­no la luce della quale hai bisogno per l'esercizio delle virtù, e in particolare la carità, che ne è la signora, affinché ti in­fiammi di amore verso il tuo dolce sovrano e verso il tuo prossimo. Aspira a questo con tutte le energie, perché Dio ti trovi degna per compiere in te la sua santissima volontà e per servirsi di te in tutto ciò che desidera. Egli ti bene­dica con la sua destra, faccia splendere il suo volto su di te e ti dia pace, e tu cerca di non esserne immeritevole.

 

CAPITOLO 23

Confessione di lode e rendimento di grazie che io, suor Ma­ria di Gesù, la più misera tra i mortali, ho rivolto al Signore e alla sua santissima Madre per avere scritto questa divina Storia sotto il magistero della medesima Signora e regina del cielo.

 

786. Io vi confesso, eterno dominatore dell'intero uni­verso, Padre, Figlio e Spirito Santo, un unico e vero Dio, una stessa sostanza in tre Persone, perché, senza che vi sia alcuno che vi dia qualcosa per primo sì da riceverne il con­traccambio, soltanto per vostra benignità rivelate i vostri arcani misteri ai piccoli e, dal momento che lo fate con immensa bontà e infinita prudenza e ve ne compiacete, ciò è conveniente. Nelle vostre opere magnificate il vostro no­me, mostrate il vostro potere, manifestate la vostra gran­dezza, dilatate le vostre misericordie e vi assicurate l'ono­re che vi è dovuto in quanto siete perfetto, saggio, poten­te, benevolo, generoso e solo autore di ogni bene. Nessu­no è santo come voi, nessuno è forte come voi, nessuno è come voi, che sollevate il mendico dalla polvere, rialza­te dal niente e donate con abbondanza all'indigente. Vo­stre sono le estremità della terra e vostre sono le sfere ce­lesti. Voi siete colui che sa tutto, che fa morire e fa vi­vere, che abbassa i superbi ed esalta gli umili, che rende povero e arricchisce, affinché nessun uomo possa vantarsi davanti a voi e né il più vigoroso presuma delle proprie energie né il più debole si scoraggi per la propria fragilità.

787. Confesso voi, autentico re e salvatore del mondo, Gesù Cristo, lodandovi e riverendo chi conferisce la sa­pienza. E confesso voi, sovrana delle altezze, meritevole ge­nitrice del Redentore, tempio vivo della sua divinità, prin­cipio del nostro rimedio, riparatrice della comune rovina del genere umano, nuovo gaudio degli eletti, gloria del crea­to, mirabile strumento di sua Maestà. Vi proclamo madre dolcissima di compassione, rifugio dei miserabili, patroci­nio dei poveri e consolazione degli afflitti. Tutto quello che in voi, per voi e di voi credono gli angeli e i beati, tutto io credo; e quanto essi in voi e per voi celebrano ed ac­clamano la Trinità, tanto la celebro ed acclamo anch'io, e per tutto vi benedico. O Signora, fu esclusivamente per la vostra efficacissima intercessione e perché i vostri occhi di pietà si posarono su di me che il vostro Unigenito mi guardò con quelli della sua clemenza, e per voi non di­sdegnò di scegliere questo ignobile verme e l'ultima tra tut­ti per palesare i suoi venerabili segreti. Non riuscirono a spegnere la sua sconfinata carità le molte acque delle mie colpe e meschinità, e le mie infingarde ed esecrabili vil­lanìe non inaridirono la corrente della luce che mi ha co­municato.

788. O tenerissima Vergine, dichiaro alla presenza del cielo e della terra che ho lottato con me stessa e con i miei nemici e che il mio intimo si è turbato, diviso tra la mia indegnità e il desiderio che avevo della sapienza. Ho steso le mani verso l'alto deplorando la mia insipienza, ho ri­volto ad essa il mio cuore e l'ho trovata. Con essa ho avuto la quiete e, quando l'ho amata e ricercata, l'ho scoperta un buon possesso e non sono rimasta confusa. Ha agito in me con la sua forza e soavità, e mi ha dischiuso quello che è più incerto e nascosto alla nostra scienza. Mi sono posta dinanzi a voi, o riflesso bellissimo di Dio e città mi­stica dove egli abita, affinché nella notte e nelle tenebre del cammino di quaggiù mi orientaste come stella e mi il­luminaste come luna, ed io vi seguissi come capo, vi ob­bedissi come padrona, vi ascoltassi come maestra e in voi, come in uno specchio puro e senza macchia, mi mirassi e ravviassi con l'esempio delle vostre ineffabili azioni, non­ché della vostra eccellenza.

789. Chi poté piegare l'Onnipotente a chinarsi sino a una vile schiava se non voi, che siete la larghezza della bontà, l'ampiezza dell'indulgenza, l'impulso della misericordia, il portento della grazia e colei che riempì i vuoti dei peccati di tutti i discendenti di Adamo? Vostro è l'onore e vostro è il testo che ho redatto, non soltanto perché contiene la vo­stra ammirevole storia, ma pure perché voi gli avete dato l'inizio, il mezzo e la fine, e se voi medesima non ne foste stata l'autrice e la guida esso non sarebbe mai stato pen­sato. Sia dunque vostro il ringraziamento, poiché unica­mente voi siete in grado di renderlo al Signore per un be­neficio a tal punto raro e singolare. Io posso solo suppli­carvene in nome della Chiesa e in nome mio; così intendo fare e, umiliata al vostro cospetto più della polvere, am­metto che non avrei guadagnato questo favore e numerosi altri che ho ricevuto. Non ho riferito che quanto mi avete esposto e ordinato, sono stata uno strumento muto della vostra lingua, mosso e governato da voi. Perfezionate l'o­pera delle vostre mani, con la lode e l'esaltazione dell'Eterno e inoltre con l'esecuzione di ciò che manca, procuran­do che io metta in pratica la vostra dottrina, ricalchi le vo­stre orme, osservi i vostri precetti, corra dietro al profumo dei vostri unguenti, che è la fragranza delle vostre virtù`, da voi diffusa con inesprimibile benignità nel racconto.

790. O Imperatrice dell'universo, sono consapevole di es­sere sia la più misera sia la più debitrice tra i cristiani e, affinché nella comunità ecclesiale e davanti all'Altissimo e a voi non appaia l'orrore della mia ingratitudine, formulo questo proposito e questa promessa, che devono essere no­ti a tutti: rinuncio a ciò che c'è di visibile e materiale e mi consegno nuovamente alla volontà divina e alla vostra, per non usare il mio arbitrio se non in quello che sarà a mag­gior gloria del supremo sovrano. O benedetta fra le crea­ture, per la clemenza del Redentore e vostra ho senza me­riti il titolo di sua sposa e di vostra figlia e discepola, ed egli ripetutamente si è degnato di confermarmelo: vi prego di non permettere che io degeneri da esso. La vostra pro­tezione e la vostra benevolenza mi hanno assistito nella nar­razione; aiutatemi adesso ad attuare i vostri ammonimen­ti, nei quali consiste la beatitudine. Voi bramate e coman­date che io vi imiti: stampate, allora, ed imprimete in me la vostra immagine. Voi avete sparso la santa semenza nel terreno del mio cuore: custoditela e risvegliatela, perché frutti cento volte tanto e non la portino via gli uccelli ra­paci, il drago e i suoi demoni, che ho compreso furenti in tutte le cose che ho scritto su di voi. Conducetemi sino in fondo, reggetemi come regina, istruitemi come insegnante e correggetemi come madre. Accettate in segno di ricono­scenza la vostra stessa esistenza e il sommo compiacimen­to che con essa deste alla Trinità, come termine delle sue meraviglie. Vi celebrino gli angeli e gli eletti, vi acclamino tutte le nazioni e le generazioni, tutti in voi e per voi ma­gnifichino perennemente il loro Artefice e voi, e a loro si uniscano anche l'anima mia e tutte le mie facoltà.

791. Questa divina Storia, come nel corso di essa ho con­tinuamente ripetuto, lascio scritta per obbedienza ai miei superiori e confessori che dirigono la mia anima, assicu­randomi per questo mezzo essere volontà di Dio che la scri­vessi e obbedissi alla sua beatissima Madre, che da molti anni me lo ha comandato; e sebbene l'ho sottoposta tutta alla censura e giudizio dei miei confessori, senza che ci sia parola che non abbiano visto e conferito con me, con tut­to ciò la sottopongo di nuovo al loro miglior giudizio, e so­prattutto all'emenda e correzione della santa Chiesa catto­lica romana, protestando di restare soggetta alla sua cen­sura e insegnamento, come sua figlia, per credere e tenere solo quello che la medesima santa Chiesa, nostra madre, approverà e crederà, e per riprovare quello che riproverà, perché in questa obbedienza voglio vivere e morire. Amen.

 

EPILOGO

LETTERA DELLA VENERABILE SCRITTRICE ALLE RELIGIOSE DEL SUO MONASTERO, PER DEDICARE LORO LA SUA OPERA.

Alle religiose del Monastero dell'Immacolata Concezione del­la città di Agreda, della provincia di Burgos, dell'Ordine del nostro Padre san Francesco, suor Maria di Gesù, loro inde­gna serva e abbadessa, in nome della sovrana regina Maria santissima concepita senza macchia di peccato originale.

792. Carissime figlie e sorelle mie, presenti e future in questo convento dell'Immacolata Concezione della nostra Regina, dal momento in cui la provvidenza del Signore mi pose nell'ufficio di abbadessa, che indegnamente esercito, mi sentii trafiggere da due dardi di dolore, che sino ad og­gi mi angustiano. L'uno fu la paura di vedere messo nelle mie mani e sotto la mia responsabilità lo stato delle vostre anime, che contengono la parte più preziosa del sangue di Cristo, poiché siete state chiamate ed elette in virtù della sua crocifissione al più sublime grado di santità e purez­za; un simile tesoro depositato in vasi fragili e affidato a un altro vaso ancora più debole, cioè alla più piccola, più tiepida e più negligente di tutte, mi provocò enorme stu­pore e infinita pena. L'altro, conseguente, fu questa preoc­cupazione: chi non sa custodire la propria vigna, come cu­stodirà quella altrui? Chi trova il proprio conforto e il pro­prio rimedio nell'obbedire, come potrà perdere questo be­ne che conosce e iniziare a comandare ciò che non cono­sce? Spesso avete udito che il primo, più profumato e gu­stoso frutto della redenzione è la castità, e che con tali ti­toli onorifici la celebrava il nostro serafico Padre san Fran­cesco. Quindi, se sua Maestà sparse per tutti e a vantag­gio di tutti il sangue delle sue sacre vene, dobbiamo pen­sare che lo applicò in maniera particolare a noi religiose, e specialmente quello del suo cuore, poiché questo fu fe­rito dalla sua diletta come misteriosamente le disse, e sem­bra che colui che se lo lascia ferire offra il suo sangue con amore più grande. Per lo meno, reverendissime, appren­diamo tutte dalla dottrina cattolica, della quale ci nutre la Chiesa, che Gesù ci tratta da spose, con familiarità e te­nerezza e concedendoci straordinari doni e favori, in quanto ha in noi le sue delizie e in noi trae il profitto della sua vita e dei suoi ammaestramenti nonché della sua passione e morte straziante. Di questa verità è piena la Scrittura e soprattutto il Cantico, come quotidianamente ascoltate.

793. Non vi parranno strane la mia afflizione e la mia sollecitudine se, giacché non volete esaminare la mia de­bolezza, esaminerete ciascuna la propria. Riconosciamo che siamo tutte plasmate allo stesso modo, donne vulne­rabili, imperfette e ignoranti, e nessuna lo è più di chi do­vrebbe esserlo meno, affinché ne temiamo il pericolo; però, quanto quello della superiora sia più grave di quello delle suddite, lo pondererete collocando su un piatto della bi­lancia la vostra tranquillità e sull'altro la mia tribolazione. Sono già trent'anni che ingiustamente e facendomi violen­za rivesto tale incarico. Che sollievo posso avere sapendo che se riposo o sono assopita metto a repentaglio la ric­chezza che mi è stata consegnata, mentre l'Altissimo, per dimostrare che è il custode d'Israele, ci assicura che non prende sonno?

794. È molto che Dio domandi a una creatura terrena di non dormire, ma chi tollererebbe che ci imponesse an­che di non essere colte da torpore, se egli stesso non fos­se la sentinella che ci protegge con vigilanza, la forza che ci dà vigore, la luce che ci guida, lo scudo che ci ripara e l'autore di tutte le nostre opere? Tante volte mi avete visto mesta, altre impaziente e sempre malcontenta in questo servizio, e vi confesso che con l'esperienza dei miei limiti sarei venuta meno se il Padre delle misericordie e della consolazione non mi avesse sostenuto. Al momento op­portuno mi ha immancabilmente intimato di accettare il vostro governo e di essere docile ai miei superiori, promettendomi l'assistenza della sua grazia onnipotente, e per mia maggiore quiete e soddisfazione, senza che io avessi manifestato il suo ordine, li ha mossi ad obbligarmi con la loro autorità perché l'obbedienza mi garantisse il buon esito; così, ho sottomesso il mio giudizio al giogo impo­stomi, che siete tutte voi.

795. A questa sicurezza il Signore si compiacque di ac­compagnarne un'altra per mano della divina Vergine, la quale mi insegnò che conveniva che mi piegassi a lui e ai suoi ministri attendendo alla sua casa e, affinché non re­stasse frustrata la mia brama di essere soggetta, affermò che si sarebbe degnata di esercitare su di me l'ufficio di superiora dirigendomi in tutto, in maniera che io avrei ob­bedito a lei e voi a me. In tale occasione, cioè quando di­venni abbadessa, mi comandò di redigere la sua Storia, poiché era volere suo e del suo Unigenito come ho illu­strato nella prima introduzione, dove ho dichiarato pure l'insistenza di questa ingiunzione con il mio tardare nel co­minciare il lavoro. Fin dall'inizio mi resi conto della gran­dezza di un simile compito, e ciò non era quello che mi avviliva in misura minore, benché l'impedimento legittimo per esimermi dall'intraprenderlo fossero la mia tiepidezza e le mie colpe. Non ero allora tanto informata degli scopi del Salvatore, perché mi bastava adempiere la sua volontà, senza cercare di capire tutto. Poi, nel corso della narra­zione, ho riportato quanto la Regina mi ha consigliato e palesato riguardo al mio bene e al vostro, come vi sarà chiaro allorché leggerete il testo che vi lascio, in cui in­contrerete spesso gli ammonimenti che ella mi ha chiesto di comunicarvi.

796. Adesso che ho concluso il racconto intendo, però, spiegarmi meglio avvertendovi del debito che avete nei suoi confronti, giacché ripetutamente ho conosciuto nel suo cuore materno il particolare amore che ha per il nostro povero convento e ho appreso che per questo, e perché si sente vincolata dai vostri nobili propositi e dalle vostre pre­ghiere, si è inclinata a fare una così singolare elargizione a noi e a quelle che ci succederanno, donandoci la sua vi­ta come modello e specchio nitidissimo e senza macchia. Se anche non avessi avuto altri indizi per comprendere il suo desiderio, sarebbe stata sufficiente l'esortazione a scri­vere i presenti libri. La sua benignità moderò i miei timo­ri, confortò la mia tristezza e sollevò la mia afflizione, poi­ché, sebbene sia debole e senza doti, mi fu noto che ero tenuta a faticare per spingervi, per quanto dipendeva da me, ad essere celestiali nella purezza, scrupolose nella per­fezione e infiammate dell'ardore corrispondente al nome e allo stato che professiamo di sue figlie e di spose del no­stro Redentore.

797. Potevo aspirare a questo e ad altro per voi, ma non potevo meritarlo, né ero capace di nutrirvi e alimentarvi con la dottrina e con l'esempio necessari. Ella compensò la mia mancanza dandoci se stessa come dottrina e come esempio e aggiunse un ulteriore favore, del quale pur es­sendone al corrente non sapete tutto quello che serve per apprezzarlo adeguatamente, e che voi e coloro che vi se­guiranno dovete guardarvi dal considerare una formalità e una devozione ordinaria: avete designato con speciale af­fetto come patrona e superiora della nostra comunità la beatissima Signora, concepita senza peccato originale. Ve lo proposi per i suddetti motivi e per altri che non occor­re riferire, e tutte stendemmo il documento del suo patro­nato, che custodiamo affinché nessuna in futuro lo ignori e le abbadesse si reputino coadiutrici e vicarie di Maria, unica e perpetua superiora, e tutte a lei obbediamo e ob­bediscano, perché in ciò trova fondamento ogni nostra buona riuscita e fortuna.

798. A questa condizione ella mi concesse una simile grazia, essendo io la prima e quella che ne aveva più biso­gno, come la più misera e indegna tra tutti. Dal momento che l'altro fu una conferma del beneficio di cui sto trat­tando, voglio svelarvi che accettò la nostra elezione, poi ac­colta e ratificata da sua Maestà, e tale è la forza che essa ha nelle altezze. Ho quindi posto nelle sue mani il vaso del sangue prezioso di Gesù, che egli medesimo mi ha conse­gnato consegnandomi voi, perché abbia la massima sicu­rezza auspicabile. E siccome non per questo resto libera dall'attenzione e dalle responsabilità che mi competono, mi metto ai piedi vostri e di quelle che verranno dopo di voi, supplicandovi per Cristo e per la sua dolcissima Madre di dichiararvi legate da sì robuste è soavi catene di carità più di tutte le altre che sono nella Chiesa e nel nostro sacro Ordine. Licenziatevi da questa terra, obliatela completa­mente senza che rimanga in voi memoria di creatura al­cuna né delle case dei vostri padri, sbarazzate le vostre fa­coltà e i vostri sensi da immagini e pensieri estranei, giac­ché per saldare il vostro debito avete molto da fare e non vi è possibile soddisfare la Vergine e il suo Unigenito con una virtù comune, bensì soltanto con una condotta e un'in­tegrità angeliche. Se la gratitudine va proporzionata al do­no, come pagherete lo stesso degli altri essendo maggior­mente obbligate? Essi avrebbero potuto comportarsi con questo convento come generalmente si comportano con gli altri, ma la clemenza superna si è largamente estesa verso di noi; dunque, secondo quale norma e quale ragione non ci spetta di segnalarci nell'amore, nell'umiltà, nella povertà, nel distacco da tutto e nella santità?

799. La nostra grande Regina e abbadessa adempie il suo ufficio con premura e diligenza. A testimonianza di ciò, mentre avevo ancora da terminare la terza parte e me­ditavo di dedicarle la sua Vita, mi rispose dando la sua approvazione perché tutto la concerneva; subito, però, mi co­mandò di dedicarla a voi per insegnarvi in essa e per es­sa il cammino della salvezza e l'eccellenza per la quale sia­mo chiamate e prescelte. Benché questo sia quanto ho in­teso palesarvi, mi è parso bene riportare il discorso in cui mi ordinò che ve lo intimassi a nome suo, e poiché in tal modo parlerà lei tacerò io.

800. «Carissima, dedica l'Opera alle tue monache, no­stre suddite, e comunica loro che l'offro come specchio af­finché si adornino interiormente e come tavole della legge divina, che vi è contenuta esplicitamente e con estrema evi­denza. Desidero che si governino in base a questa e per­ciò esortale a stimarla e ad inciderla nei loro cuori senza scordarla mai. Con provvidenza dell'Eterno ho manifesta­to all'umanità il suo rimedio, e innanzitutto a loro, perché ricalchino le mie orme, che con tanta chiarezza pongo da­vanti ai loro occhi. Egli chiede che rispettino rigorosamente tre cose: la prima è che dimentichino il mondo, stando lon­tane e ritirate da ogni rapporto, relazione e intima amici­zia con gente di qualsiasi stato, posizione o sesso, e non conversino con nessuno da sole né frequentemente, nep­pure con fini retti, se non con il confessore per confessarsi; la seconda è che conservino inviolabile pace e carità vi­cendevole, amandosi sinceramente nel Signore le une le al­tre, senza parzialità, divisioni o rancori, ma volendo cia­scuna per tutte quello che vorrebbe per se stessa; la terza è che si conformino strettamente alla Regola e alle Costi­tuzioni nel molto come nel poco, da fedelissime spose. Per eseguire tutto ciò, abbiano speciale devozione per me, con attaccamento assai profondo, e anche per l'arcangelo Mi­chele e per il mio servo Francesco. Qualora qualcuna ab­bia l'audacia di alterare in qualche maniera il documento del mio patronato o di disprezzare il singolare favore di avere la mia Storia come è scritta, sappia che incorrerà nell'indignazione dell'Altissimo e mia, e sarà castigata in questa vita e nell'altra con la severità della giustizia cele­ste. A quelle che con zelo delle loro anime, dell'onore del Redentore e del mio si affaticheranno per mantenere e au­mentare l'osservanza e il raccoglimento della comunità, nonché la concordia e l'unità che esigo da esse, do la mia parola come Madre di Dio che sarò loro madre, scudo e superiora, le consolerò e ne avrò cura nell'esistenza mor­tale, e in seguito le presenterò al mio Figlio beatissimo. Ed allargo la mia promessa pure ai conventi di religiose, sia del mio Ordine della Concezione sia di altri istituti, che accetteranno e metteranno in pratica la mia dottrina».

801. Ecco quanto mi disse la nostra Maestra, e dopo questo tralascerei di esprimermi io, se non mi forzasse a farlo l'affetto che vi siete meritate avendomi sopportata per numerosi anni non soltanto come sorella, ma anche come abbadessa indegnissima. Non posso quindi negarvi tale ri­conoscenza né posso ripagarvi più adeguatamente che con il domandarvi ripetutamente di rammentare sempre quel­lo che avete ascoltato, avvertendovi che sono affermazioni di sovrana potentissima e liberalissima nel tener fede ai suoi impegni, e dura nel punire chi la offenderà. Sono de­terminata a inculcare nelle vostre menti questo avviso e ammonimento, compensando con la mia insistenza la bre­vità del mio pellegrinaggio terreno, perché, sebbene sia al­l'oscuro di quando avrà termine, il più lungo spazio di tem­po è cortissimo per espletare tanti obblighi, per cui bramo che in tutti i vostri colloqui rinnoviate la memoria dei do­ni di Gesù e di Maria.

802. E non ricordatevi solo dei benefici segreti, bensì pu­re di quelli che sua Maestà ha concesso apertamente al no­stro monastero fin dal giorno della sua fondazione, molti­plicandoli di ora in ora con la sua sovrabbondante clemen­za. A tutti parve un miracolo che con la povertà dei miei genitori gli venisse dato principio e che allo scopo si ac­cordassero le volontà della famiglia, non essendo poche sei persone per una simile unione in assenza di un intervento superno. Egli edificò la nostra casa con notevole rapidità, senza che avessimo risorse sufficienti per il minimo sosten­tamento, e la velocità, il modo e la disposizione della co­struzione, confacente e non eccessiva, furono motivo di am­mirazione generale come opera sua. A questo si aggiungo­no altre grazie, che, benché non sia necessario riferirle dal momento che ne siete informate, vincolano i cuori umili e grati a contraccambiare mostrandoci buone come si pensa che siamo e migliori di come siamo state sinora.

803. Per concludere con maggiore efficacia la mia sup­plica ed esortazione, racconterò alcuni eventi che mi sono capitati quando avevo già redatto parte della narrazione, poiché l'obbedienza mi comanda di accennarne qui qual­cosa, affinché comprendiate quanto dobbiate stimare gli insegnamenti che vi sono contenuti. Accadde dunque che nella solennità dell'Immacolata Concezione, mentre ero in coro durante il mattutino, intesi una voce che mi chiama­va e chiedeva da me nuova attenzione alle cose spirituali; subito fui innalzata da quello stato a un altro più sublime, nel quale contemplai il trono della Trinità con straordina­ria gloria e mi fu detto, in maniera tale che mi sembrava che si potesse sentire nell'intero universo: «Miseri, abban­donati, ignoranti, traviati, grandi, piccoli, infermi, deboli e tutti voi discendenti di Adamo, di ogni condizione e ses­so, prelati, principi e inferiori, udite tutti dall'oriente al­l'occidente e dall'uno all'altro polo. Venite per vostra sal­vezza alla mia generosa e infinita provvidenza tramite l'in­tercessione di colei che rivestì della carne umana il Verbo; venite, è tardi e stanno per chiudersi le porte, perché i vo­stri peccati mettono catenacci alla misericordia; venite pre­sto e affrettatevi, perché ella sola li trattiene e ha la facoltà di sollecitare ed ottenere il vostro rimedio».

804. Vidi quindi che dal medesimo essere divino usci­vano quattro globi di luce fulgente e come comete estremamente splendenti si dirigevano ciascuno verso uno dei quattro punti cardinali. Immediatamente mi fu fatto capi­re che in questi ultimi secoli Cristo desiderava accrescere e dilatare l'onore della sua beatissima Madre manifestan­do al mondo i suoi prodigi e i suoi misteri nascosti, ri­servati per suo decreto per il periodo in cui si sarebbe avu­to più bisogno di lei, affinché in esso si ricorresse al suo aiuto, alla sua protezione e alla sua mediazione. Scorsi, però, che dagli abissi saliva un drago deforme e abomine­vole, con sette teste, seguito da tanti altri: tutti percorsero la terra per individuare e scegliere alcuni uomini dei qua­li avvalersi al fine di opporsi agli intenti dell'Onnipotente, ostacolando l'esaltazione della Vergine e i favori che attra­verso le sue mani sarebbero stati elargiti ovunque. Costo­ro procuravano di spargere fumo e veleno per offuscare, distrarre e infettare i mortali, così che non cercassero e implorassero il soccorso nelle loro calamità rivolgendosi al­la dolce e pietosa Signora né la magnificassero come con­veniva per legarla a sé.

805. Tale spettacolo mi provocò legittimo dolore e al­l'istante mi accorsi che nelle altezze si preparavano due eserciti ben schierati per combattere contro di essi, uno formato dalla stessa Maria e dai santi e l'altro da san Mi­chele e dai suoi angeli. Conobbi che la battaglia sarebbe stata assai serrata da entrambi i lati, ma siccome l'equità, la ragione e il potere stanno dalla parte della nostra Mae­stra non c'era da temere nell'impresa. Eppure, là malizia di quanti sono stati raggirati dall'avversario è in grado di impedire molto i mirabili disegni di sua Maestà, che vuo­le che giungiamo al gaudio eterno, perché, essendo indi­spensabile che noi usiamo il nostro libero arbitrio, alla nostra perversità è possibile resistere alla sua bontà. Seb­bene questa causa sia della Regina di tutti e dunque sia giusto che i fedeli la reputino come propria, a noi reli­giose di questa casa ciò tocca più da vicino, giacché siamo sue primogenite e militiamo sotto il suo nome e sot­to il primo dei suoi privilegi, cioè la sua immacolata con­cezione, e inoltre ci ritroviamo da lei tanto largamente beneficate.

806. In un'altra occasione mi successe di essere note­volmente agitata, come era normale in ordine alla mia riuscita nella stesura della presente Storia, poiché la sua eccellenza sorpassava ogni immaginazione e se fossi in­corsa in qualche errore questo non sarebbe potuto esse­re di poco conto, e anche altri motivi mi affliggevano nel­la mia innata pusillanimità e scarsa virtù. Mentre ero im­mersa in siffatti pensieri, fui posta in uno stato superio­re e osservai il seggio delle tre Persone e la nostra so­vrana seduta alla destra di Gesù; ci fu come silenzio in cielo, dato che tutti erano concentrati su quello che av­veniva. Il Padre trasse fuori come dal petto del suo esse­re immenso e immutabile un volume stupendo di incre­dibile valore, ma sigillato, e consegnandolo al Figlio pro­clamò: «Questo libro e quanto vi è scritto è mio, e di mio gradimento e beneplacito». Il Redentore lo ricevette con enorme apprezzamento, e come accostandolo al loro pet­to egli e lo Spirito ribadirono la medesima dichiarazio­ne, affidandolo poi alla Principessa, che lo accolse con incomparabile compiacimento. Io consideravo la sua bel­lezza, nonché la stima che era mostrata verso di esso, e si destò in me un intenso anelito di apprenderne il con­tenuto, ma il timore e la riverenza mi trattennero e non ardii domandarlo.

807. Subito la Madre mi chiamò e mi chiese: «Brami di sapere che libro sia questo? Sta' quindi attenta e guar­dalo». Lo aprì e me lo mise davanti affinché lo leggessi, e così mi avvidi che era l'Opera che avevo redatto, con la stessa suddivisione in capitoli. Allora, continuò: «Puoi senz'altro stare tranquilla». Lo fece per acquietare e mo­derare le mie paure, come difatti accadde, perché simili verità e doni del Signore sono di natura tale che non la­sciano nell'intimo per quel momento turbamento né dub­bio, ed anzi con una soavissima forza lo riempiono, il­luminano, soddisfano e calmano; tuttavia non si dà per vinta l'ira del nemico, che, essendogli ciò permesso per nostro esercizio, torna a molestarci come mosca impor­tuna. Questo è capitato pure a me, e non ho vergato una sola parola che egli non abbia contraddetto con instan­cabile pertinacia e con tentazioni che non occorre riferi­re: solitamente provava a persuadermi che mi ero inven­tata tutto, o a volte che era tutto falso e per trarre in in­ganno il mondo; ed è tanto il suo odio contro questo te­sto che per distruggerlo si umiliava ad affermare che al massimo poteva essere una meditazione e l'effetto di con­sueta orazione.

808. Dalla sua persecuzione l'Altissimo mi difese con lo scudo e la direzione dell'obbedienza, e con i suoi con­sigli e insegnamenti, e per confermarmi nel favore di cui ho parlato ne aggiunse un altro analogo. Mentre stavo per completare il racconto, un giorno, durante la preghiera della comunità, fui elevata sempre allo stesso modo di­nanzi al trono della Trinità, e dopo gli atti e le operazio­ni che lì compie l'anima vidi che dall'essere divino, come per mezzo del Padre, si innalzava un albero straordina­riamente grande e incantevole, ai due lati del quale vi era­no il Salvatore e la Vergine. Sulle sue foglie erano scrit­ti i misteri dell'incarnazione, dell'esistenza mortale e del­la passione di Cristo nostro bene e tutti quelli concernenti la Signora, nonché le elargizioni a lei concesse. Il suo frutto era come il frutto della vita, e compresi che era la pianta significata dall'altra che il Creatore aveva colloca­to al centro del paradiso terrestre. I santi la fissavano con interesse e giubilo, e gli angeli dicevano con stupore: «Che albero è questo di così rara maestosità da procurare in noi l'invidia di coloro che godono del suo frutto? Fortunato e felice chi arriverà ad afferrarlo e ad assaggiarlo per ottenere tanta grazia e beatitudine eterna quanta es­so racchiude in sé. È ragionevole che gli uomini, avendo la possibilità di nutrirsene, non si affrettino a coglierlo? Venite, venite tutti, poiché è già maturo per essere gu­stato: il fiore che alimentò gli antichi patriarchi e profe­ti è già diventato uno squisito e dolcissimo frutto, e i ra­mi che erano irraggiungibili si sono già abbassati verso tutti». E poi rivolgendosi a me proseguirono: «Sposa del­l'Onnipotente, prendine tu per prima con abbondanza, giacché hai vicinissimo quest'albero della vita. Sia questo il frutto della tua fatica per averlo scritto e il ringrazia­mento perché ti è stato manifestato, e invoca il sommo sovrano affinché tutti i figli di Adamo lo conoscano, ap­profittino dell'occasione nel tempo che è loro accordato e lo lodino per le sue meraviglie».

809. Non è necessario comunicarvi altri eventi per muo­vervi ad affezionarvi ad esso e ai suoi frutti. Lo presento di fronte ai vostri occhi perché stendiate le mani e li as­saporiate, e vi assicuro, sorelle carissime, che non vi suc­cederà ciò che avvenne alla nostra progenitrice Eva: quel­l'albero e il suo frutto erano proibiti, mentre a questo vi invita il medesimo Dio che lo piantò; quello aveva in sé la morte, mentre questo ha in sé la vita. Cibiamoci di quanto ci offre la nostra patrona e superiora, e allonta­niamoci da quanto ci vieta, poiché bisogna evitare di os­servarlo per non toccarlo e di toccarlo per non mangiar­lo. Affinché vi disponiate meglio con gli esercizi e con il ritiro che nell'Ordine sono abituali in certi periodi, vi in­dicherò una forma per farli, traendola da questa narra­zione, come in essa ho dichiarato che mi fu comandato dalla Regina. Intanto, avvaletevi di quella della Passione del nostro Redentore e domandategli il suo soccorso per me come per voi stesse, e la sua benedizione discenda su noi tutte. Amen.

810. Terminai di redigere per la seconda volta questa divina Storia e Vita di Maria santissima il sei maggio del­l'anno milleseicentosessanta, nella solennità dell'Ascensio­ne. Supplico le religiose del nostro convento di non con­sentire che l'originale sia portato via, e di dare una copia qualora si intenda procedere ad un esame e alla censura; e, nel caso in cui sia richiesto per confrontarlo con quel­la, sia consegnato soltanto libro per libro, recuperando sempre il precedente prima di cedere l'altro, per eludere molti inconvenienti e perché è volontà del Signore e della nostra Madre.