MISTICA CITTA' DI DIO

Vita della Vergine Madre di Dio

di

 Suor Maria di Gesù

Abbadessa del Monastero dell'Immacolata di Agreda dell'Ordine dell'Immacolata Concezione

 Libro 2°

   CAPITOLO 1

 La presentazione di Maria santissima al tempio al suo ter-zo anno di età.

412. Tra le ombre che furono figura di Maria santissi-ma, nessuna fu più espressiva dell'arca dell'alleanza, per la materia di cui era fabbricata, per ciò che conteneva den-tro di sé, per l'uso a cui serviva nel popolo di Dio e per quello che mediante la stessa, con essa e per essa, il Si-gnore operava. Tutto ciò non era che un abbozzo di que-sta Signora e di ciò che per mezzo di lei e con lei lo stes-so Signore avrebbe operato nella Chiesa. La materia, ossia il cedro incorruttibile di cui, non a caso ma per divina di-sposizione, fu fabbricata, significa Maria nostra mistica arca, libera dalla corruzione della colpa personale come dalla tignola occulta del peccato originale con il suo inse-parabile fomite delle passioni. L'oro finissimo e puro di cui l'arca era rivestita dentro e fuori, indica la sublime per-fezione della grazia e dei doni di cui Maria risplendeva nei pensieri, nelle facoltà, nelle virtù, nelle opere e nei costu-mi; non si poteva infatti trovare parte, né tempo, né mo-mento, in cui quest'Arca non fosse tutta piena e vestita di grazia di squisito valore, tanto all'interno che all'esterno.

 413. Le tavole di pietra su cui era scritta la legge, l'ur-na piena di manna e la verga dei prodigi, contenute e cu-stodite nell'antica arca, non potevano meglio significare il Verbo che si sarebbe incarnato in Maria santissima, arca viva. Egli è la pietra viva, il fondamento dell'edificio della Chiesa. Egli è la pietra angolare che si staccò dal monte dell'eterna generazione per unire due popoli, giudei e gen-tili, prima tanto divisi. Egli è la pietra su cui fu scritta, dal dito di Dio, la nuova legge di grazia e che fu depositata nell'arca verginale di Maria, per far intendere che questa grande regina era depositaria di tutto ciò che Dio era ed operava con le creature. L'arca racchiudeva anche la man-na della divinità e della grazia, nonché il potere, ossia la verga dei prodigi e dei miracoli. Dio volle che solamente in quest'Arca mistica e divina trovassimo la sorgente delle grazie, che è Dio stesso, e che da lei queste traboccassero sugli altri uomini; perciò volle che in lei e per lei si ope-rassero i miracoli e i prodigi del suo braccio, perché rico-noscessimo che tutto quello che il Signore vuole, è ed ope-ra, si trova racchiuso e depositato in Maria.

 414. Da tutto ciò conseguiva che l'arca dell'antico te-stamento - non per la figura e l'ombra, ma per la verità che significava - servisse da piedistallo e base al propizia-torio, sede del Signore e tribunale delle sue misericordie, dove udire il suo popolo, rispondere e dare corso alle do-mande e ai favori che voleva loro fare. Per il fatto che Dio rese solamente Maria santissima suo trono di grazia e non rinunciò a sovrapporre il propiziatorio a questa mistica e vera arca, avendola fabbricata per racchiudersi in essa, il tribunale della giustizia rimase in Dio solo, quello della mi-sericordia fu posto in Maria. A lei, come a trono di gra-zia, noi possiamo andare a presentare con sicura confi-denza le domande che, fuori di questo propiziatorio, non sarebbero ascoltate; a chiedere cioè i benefici, le grazie e le misericordie a favore del genere umano che, altrove, non avrebbero corso.

 415. Un'Arca così misteriosa e sacra, fabbricata dalla mano dello stesso Signore per essere sua abitazione e pro-piziatorio per il popolo, non stava bene fuori del tempio, dove fu custodita l'arca materiale che era solo figura di questa, vera e spirituale, del nuovo testamento. Perciò l'Au-tore di questa meraviglia ordinò che Maria santissima fos-se collocata nella sua casa, nel tempio, compiuti tre anni dalla sua nascita. è' vero che con grande stupore trovò una differenza assai notevole in ciò che avvenne alle due arche. Quando il re Davide trasferì l'arca in diversi luoghi e, in seguito, suo figlio Salomone la collocò nel tempio co-me sede sua propria - quantunque quell'arca non avesse altra grandezza se non quella di significare Maria purissi-ma e i suoi misteri - le sue traslazioni furono celebrate con grande festa e giubilo da parte di quell'antico popolo. Questo provano le solenni processioni che Davide fece dal-la casa di Abinadàb a quella di Obed-èdom, nonché da questa al tabernacolo di Sion, città di Davide, e quando da Sion Salomone la traslò al nuovo tempio, che per or-dine del Signore aveva edificato come casa di Dio e casa di preghiera.

 416. In tutte queste traslazioni l'arca dell'antica al-leanza fu portata con pubblica venerazione, con culto so-lenne di musiche, danze, sacrifici, con il giubilo dei re e di tutto il popolo d'Israele, come riferiscono i libri dei Re, di Samuele e delle Cronache. Invece la nostra arca misti-ca e vera, Maria santissima, benché fosse la più ricca, sti-mabile e degna di venerazione tra le creature, non fu por-tata al tempio con tanto solenne apparato, né con si pub-blica ostentazione. In questa misteriosa traslazione non intervennero né sacrifici di animali, né pompa reale, né maestà di regina; fu trasportata dalla casa di suo padre Gioacchino sulle umili braccia di sua madre Anna, la qua-le, sebbene non fosse molto povera, tuttavia in quella oc-casione portò la sua diletta figlia al tempio, per presen-tarla e depositarla, con umili vesti, povera e sola. Dio vol-le che tutta la gloria e la maestà di questa processione fosse invisibile e divina, poiché i misteri di Maria santis-sima furono così sublimi e nascosti che ancora oggi mol-ti di essi continuano ad essere tali secondo gli imper-scrutabili giudizi del Signore, il quale ha stabilito il tem-po opportuno per ogni cosa.

 417. Poiché mi meravigliavo di ciò alla presenza del-l'Altissimo lodando i suoi giudizi, sua Maestà si degnò di rispondermi in questo modo: «Ascolta, o anima: io volli che fosse venerata l'arca dell'antica alleanza con tanto festeg-giamento ed apparato, perché era figura di colei che do-veva essere Madre del Verbo incarnato. Quell'arca era ir-razionale e materiale e senza difficoltà si poteva usare una tale solennità; ma con l'Arca vera e viva, non lo permisi, finché visse su questa terra, per insegnare, con tale esem-pio, ciò che tu e gli altri dovete osservare finché siete viatori. Per i miei eletti, che da sempre sono scritti nella mia mente, non voglio che l'onore e il plauso pubblico e smo-dato degli uomini sia, già nella vita mortale, premio per ciò che operano per servirmi e rendermi gloria. Né è conveniente per loro trovarsi nel pericolo di dividere l'amore tra colui che li giustifica e li fa santi e coloro che già li ce-lebrano per tali. Uno è il Creatore che li fece e li sostenta, li difende e illumina ed uno deve essere l'amore, una la lo-ro attenzione, che non si deve dividere in parti, anche se fosse per ricambiare e gradire gli onori che si fanno ai giu-sti con pio zelo. L'amore divino è delicato, la volontà uma-na fragilissima e limitata; dividendola, ciò che fa diviene assai poco e molto imperfetto, e facilmente ne perde tutto il merito. Fu per dare al mondo questo insegnamento e per lasciare un esempio vivo in colei che era santissima - né poteva peccare data la mia protezione - che io volli non fosse conosciuta, né onorata durante la sua vita, né porta-ta al tempio con visibile ostentazione ed onore».

 418. «Inoltre, io inviai dal cielo il mio Unigenito e creai colei che doveva essere sua Madre, perché togliessero il mondo dal suo errore e disingannassero gli uomini, mo-strando loro l'iniquità della legge stabilita dal peccato, per cui il povero è disprezzato e il ricco stimato, l'umile è ab-bassato e il superbo innalzato, il virtuoso vituperato e il peccatore onorato, il timorato è ritenuto insensato e l'ar-rogante valoroso; la povertà è fuggita dagli uomini stolti e carnali come cosa ignominiosa e sgraziata e sono invece ricercate come cose stimabili la ricchezza, il fasto, l'osten-tazione, gli onori e i piaceri transitori. Tutto ciò il Verbo incarnato e sua Madre vennero a riprovare e condannare come cose ingannevoli, affinché i mortali conoscessero il terribile pericolo in cui vivono amandole e abbandonan-dosi ciecamente in braccio al fallace inganno di quanto è sensibile e dilettevole. Per questo insano amore essi fug-gono la santa umiltà, la mansuetudine, la povertà ed al-lontanano da sé tutto ciò che è virtù vera, penitenza, ne-gazione delle loro passioni. Eppure è questo che obbliga la mia giustizia e che è gradito ai miei occhi, perché sol-tanto questo è cosa santa, onesta, giusta e degna di essere premiata d'eterna gloria, come il contrario merita di ve-nir punito con pena eterna».

 419. «Tale verità non vedono gli occhi di coloro che non vogliono orientarsi verso la luce che gliela insegnerebbe, ma tu, o anima, ascoltala e scrivila nel tuo cuore mediante l'e-sempio del Verbo incarnato e di colei che fu sua Madre e lo imitò in tutto; fu santa e, dopo Cristo, fu la prima nel mio giudizio e gradimento, per cui si meritava ogni vene-razione ed onore da parte degli uomini, benché non potes-sero dargliene quanta ne meritava. Tuttavia io disposi e vol-li che allora non fosse onorata né conosciuta, per mettere in lei quanto c'è di più santo, perfetto, stimabile e sicuro, affinché i miei eletti potessero imitarlo imparando dalla Maestra della verità: l'umiltà, il silenzio, il nascondimento, il disprezzo della vanità mondana, fallace e da temersi som-mamente, l'amore alle sofferenze, alle tribolazioni, alle in-giurie e alle afflizioni da parte delle creature. Ora, siccome tutto questo non può stare insieme con il plauso, gli onori e la stima degli uomini del mondo, stabilii che Maria pu-rissima non avesse tali cose, né voglio che i miei amici le ricevano e le accettino. E se qualche volta io, per la mia gloria, li faccio conoscere al mondo, non è perché essi lo desiderano o lo cercano, ma perché nell'umiltà, senza usci-re dai loro limiti, si conformino alla mia volontà; in realtà, essi desiderano soltanto quanto il mondo disprezza e quan-to operarono e insegnarono il Verbo incarnato e la sua san-tissima Madre». Fu questa la risposta del Signore alla mia riflessione e meraviglia e ciò mi lasciò soddisfatta e am-maestrata intorno a quello che debbo e desidero praticare.

 420. Compiuti i tre anni stabiliti dal Signore, Gioac-chino ed Anna partirono da Nazaret, accompagnati da al-cuni congiunti; sulle braccia di sua madre portarono l'ar-ca vera e viva, Maria santissima, per depositarla nel tem-pio santo di Gerusalemme. La bella bambina correva con i suoi fervorosi affetti dietro la fragranza degli unguenti del suo Diletto, per trovare nel tempio colui che già por-tava nel cuore. Questo piccolo e umile seguito di creature terrene procedeva senza alcuna ostentazione visibile, ma accompagnato da numerosi angeli discesi dal cielo a cele-brare questa festa, oltre ai custodi della Regina bambina. Cantando con armonia celestiale nuovi inni di gloria e di lode all'Altissimo, proseguivano il loro viaggio da Nazaret a Gerusalemme. La Principessa dei cieli, che udiva e ve-deva tutto, camminava a grandi passi alla vista del supre-mo e vero Salomone e i suoi fortunati genitori sentivano grande consolazione e giubilo nel loro spirito.

 421. Arrivati al tempio, sant'Anna, felice di entrarvi con la sua figlia e Signora, la prese per mano, mentre san Gioac-chino assisteva entrambe; entrati, tutti e tre fecero fervo-rosa e devota orazione al Signore: i genitori donandogli la figlia e lei offrendo se stessa con profonda umiltà, adora-zione e riverenza. Soltanto Maria conobbe come l'Altissimo la accettava e riceveva; nello splendore divino che riempì il tempio, udì una voce che diceva: «Vieni, mia sposa, mia eletta, vieni al mio tempio, dove voglio che tu mi renda lo-de e mi benedica». Fatta la loro orazione si alzarono e si recarono dal sacerdote; i genitori gli consegnarono la loro bambina Maria e il sacerdote la benedì. Quindi tutti insie-me la portarono all'abitazione dove si trovava il collegio del-le fanciulle, che venivano solitamente educate nel raccogli-mento e nei costumi, fino al raggiungimento dell'età del matrimonio; in particolare si ritiravano là le primogenite della tribù reale di Giuda e di quella sacerdotale di Levi.

 422. La salita al collegio aveva quindici gradini da do-ve uscirono altri sacerdoti a ricevere Maria, la bambina be-nedetta. Quello che la portava - uno degli ordinari che per primo l'aveva ricevuta - la pose sul primo gradino, Maria gli chiese licenza e quindi, rivolta ai genitori Gioacchino e Anna, piegando le ginocchia, domandò loro la benedizio-ne, baciò la mano all'uno e all'altra e li pregò di racco-mandarla a Dio. I santi genitori le diedero la benedizione con grande tenerezza e commozione e lei salì da sola i quindici gradini con incomparabile fervore e gioia, senza volgersi indietro, né versare lacrime, senza fare alcuna azio-ne da fanciulla, né mostrare pena per il commiato dai ge-nitori, cosicché tutti, vedendola in così tenera età fornita di tale rara fortezza e regalità, rimasero grandemente me-ravigliati. I sacerdoti l'accolsero e la condussero al colle-gio delle altre vergini ed il sommo sacerdote Simeone la consegnò alle maestre, una delle quali era Anna, la profe-tessa. Questa santa donna era stata favorita da una spe-ciale grazia e luce dell'Altissimo perché si prendesse cura della bambina di Gioacchino ed Anna e così fece per di-vina disposizione, meritando, per la sua santità e le sue virtù, di avere come discepola colei che doveva essere Ma-dre di Dio e maestra di tutte le creature.

 423. Gioacchino ed Anna tornarono a Nazaret afflitti e poveri, poiché erano rimasti privi del tesoro più ricco del-la loro casa, ma l'Altissimo li confortò e li consolò. Il san-to sacerdote Simeone, benché allora non conoscesse il mi-stero racchiuso in Maria, fu grandemente illuminato per riconoscerla santa ed eletta dal Signore ed anche gli altri sacerdoti ebbero di lei alta stima e riverenza. Nella scala ascesa dalla bambina s'adempi ciò che Giacobbe vide nel-la sua, cioè gli angeli che salivano e scendevano, gli uni accompagnando, gli altri uscendo a ricevere la loro Regi-na; alla sommità stava Dio per accoglierla come figlia e sposa. Maria conobbe che quella era veramente la casa di Dio e la porta del cielo.

 

424. La bambina Maria, consegnata ed affidata alla sua maestra, chiese in ginocchio, con profonda umiltà, la be-nedizione e la pregò di accoglieria sotto la sua obbedien-za perché le fosse maestra e consigliera, avendo pazienza per tutto quello che avrebbe avuto da patire per causa sua. Anna, la profetessa, l'accolse amabilmente dicendole: «Fi-glia mia, voglio che voi troviate in me una madre e una protettrice, ed io mi occuperò della vostra educazione con tutta la sollecitudine possibile». Con la stessa umiltà Ma-ria passò subito da tutte le altre fanciulle che ivi abitava-no, salutando e abbracciando ognuna e offrendosi come loro serva. Chiese poi a tutte, essendo più grandi e più istruite di lei su ciò che in quel luogo dovevano fare, che le insegnassero e le comandassero, ringraziandole perché, senza suo merito, l'avevano accettata come loro compagna.

 Insegnamento della santissima vergine Maria

 425. Figlia mia, la maggior fortuna che possa capitare in questa vita mortale ad un'anima è che l'Altissimo la condu-ca alla sua casa per consacrarla totalmente al suo servizio, poiché con tale beneficio la riscatta da una pericolosa schia-vitù e la libera dalla vile servitù del mondo, dove le toc-cherebbe mangiare il pane col sudore della sua fronte, sen-za godere di libertà perfetta. Chi è così ignorante e stolto da non vedere il pericolo della vita mondana, impigliata in tante leggi ed usanze pessime, introdotte dall'astuzia diabo-lica e dall'umana perversità? La parte migliore è la vita re-ligiosa e appartata: qui si trova il porto sicuro, mentre al-trove è dovunque tempesta, fremere d'onde spumeggianti, piene di dolori e disgrazie. Il fatto che gli uomini non vo-gliano riconoscere questa verità, né gradire questo singolare beneficio, è dovuto a un'indegna durezza di cuore e alla noncuranza di loro stessi. Tu però, o figlia mia, non ren-derti sorda alla voce dell'Altissimo, ma fai attenzione e coo-pera con essa. Ti avverto: una delle maggiori cure del de-monio è quella d'impedire la chiamata del Signore che di-spone le anime perché si dedichino al suo servizio.

 426. Il solo atto pubblico e sacro di ricevere l'abito ed entrare nella vita religiosa, sebbene non sempre si faccia col dovuto fervore e con tanta purezza d'intenzione, fa mon-tare in ira e furore il drago infernale e i suoi demoni, sia per la gloria che ne risulta al Signore e l'allegrezza dei santi angeli, sia perché il mortale nemico sa che la vita reli-giosa santifica le anime e le perfeziona. Infatti, molte vol-te avviene che, pur avendo qualche anima abbracciata que-sta vita per motivi meramente umani e terreni, in seguito vi s'introduce ad operare la grazia divina che tutto miglio-ra e riordina. Se tanto può la grazia, anche quando in prin-cipio non ci fu l'intenzione retta che conveniva, quanto più potente ed efficace sarà la luce e la virtù del Signore, uni-ta alla disciplina religiosa, nel momento in cui l'anima en-tra mossa dall'amore divino e con l'intimo, sincero deside-rio di trovare Dio, servirlo e amarlo?

 427. Tuttavia, affinché l'Altissimo riformi o innalzi a maggiore perfezione colui che entra nella vita religiosa, da qualunque motivo vi sia attratto, bisogna che chi ha volto al mondo le spalle, non vi rivolga più gli occhi e che an-zi cancelli ogni immagine dalla memoria, dimenticando tutto ciò che ha lodevolmente lasciato nel mondo. Coloro che non badano a questo avvertimento, mostrandosi in-grati e sleali con Dio, sono senza dubbio puniti col casti-go della moglie di Lot. Tale castigo non è certamente, per divina pietà, pubblico e visibile agli occhi esteriori, come lo fu il primo, ma allo stesso modo è interiormente rice-vuto e fa restare freddi, aridi, senza fervore né virtù. Per siffatto abbandono della grazia essi non conseguono il fi-ne della loro vocazione, non progrediscono nella vita reli-giosa, non vi trovano consolazione spirituale e non meri-tano neppure che il Signore li guardi e li visiti come figli; anzi, egli li rifiuta, come schiavi infedeli e disertori. Con-sidera, o Maria, che per te tutto il mondo dev'essere mor-to e crocifisso e tu devi essere senza memoria per tutto ciò che lo riguarda, senza ricordi, senza attenzioni, né affetto a cose terrene. Se talora sarà necessario esercitare la ca-rità col prossimo, fa' in modo di ordinare le cose ponen-do sempre al primo posto il bene della tua anima, la tua sicurezza, quiete, pace e tranquillità interiore. Se vuoi es-sere mia discepola ti ammonisco e ti comando di essere estremamente attenta in questo, senza porti nessun limite, se non l'eccesso che fa cadere nel vizio.

 CAPITOLO 2

 Un singolare favore che l'Altissimo fece a Maria santissima appena si trovò nel tempio.

428. Quando Maria, accomiatati i genitori, restò sola nel tempio, la maestra le assegnò la cella che le toccava tra le altre vergini, ciascuna delle quali aveva una piccola stanza. Pensando che quello era suolo e locale del tempio, subito la Principessa del cielo lo baciò adorando il Signo-re e ringraziandolo di quel nuovo beneficio. Ringraziò la stessa terra d'averla accolta e sorretta, riconoscendosi in-degna di un tale bene, perfino di calpestarla e stare su di essa. Si rivolse poi ai suoi angeli dicendo: «Principi cele-sti, messaggeri dell'Altissimo, miei amici e compagni fedeli, vi supplico con tutto l'affetto della mia anima: custoditemi in questo santo tempio del mio Dio, come vigilanti sentinelle, avvisandomi di tutto ciò che devo fare, istruen-domi ed orientandomi come maestri e guide. Così io riu-scirò a compiere in modo perfetto la volontà dell'Altissi-mo, darò soddisfazione ai santi sacerdoti, ubbidirò alla mia maestra e anche alle mie compagne». Rivolgendosi poi in particolare ai dodici angeli, i dodici dell'Apocalisse di cui ho già parlato precedentemente, disse: «Ed a voi, miei mes-saggeri, chiedo, se l'Altissimo vi darà il suo permesso, di andare a consolare i miei santi genitori nella loro afflizio-ne e solitudine».

 429. I dodici angeli ubbidirono alla loro Regina ed el-la, rimasta con gli altri in divini colloqui, sentì subito una virtù superiore che fortemente e soavemente la muoveva, innalzandola ad un'ardente estasi; in quello stesso mo-mento l'Altissimo ordinò ai suoi serafini di illuminare que-st'anima santissima e prepararla al nuovo favore che sta-va per farle. All'istante le fu data una luce ed una qualità divina che perfezionò e proporzionò le sue facoltà all'og-getto che Dio voleva manifestarle. Così disposta, accom-pagnata da tutti i suoi santi angeli e da molti altri anco-ra, avvolta da una piccola nuvola splendente, la bambina fu sollevata corpo ed anima fino all'empireo, dove fu ac-colta dalla santissima Trinità con benevolenza e compiaci-mento. Giunta alla presenza dell'altissimo e onnipotente Si-gnore si prostrò, come era solita fare nelle altre visioni, adorandolo con profonda umiltà e riverenza. Tornarono al-lora ad illuminarla una seconda volta con un'altra luce, mediante la quale vide la Divinità intuitivamente e chia-ramente; fu questa, all'età di tre anni, la seconda volta che l'Altissimo le si manifestò in modo intuitivo.

 430. Non vi è sentimento né linguaggio che possa ma-nifestare gli effetti di questa visione e partecipazione del-la natura divina. La persona dell'eterno Padre parlò allora alla futura Madre del suo Figlio dicendole: «Colomba, di-letta mia, voglio che tu veda i tesori del mio essere im-mutabile e delle mie infinite perfezioni, nonché gli occul-ti doni destinati alle anime da me elette eredi della mia gloria, che saranno riscattate col sangue dell'Agnello che deve dar la vita per loro. Conosci, figlia mia, quanto sono magnanimo verso le creature che mi conoscono e mi ama-no, quanto sono veritiero nelle parole, fedele nelle pro-messe, potente ed ammirabile nelle opere. Osserva, mia sposa, questa verità infallibile: chi mi seguirà non vivrà nelle tenebre. Tu, dunque, come mia eletta, sii testimone visibile dei tesori preparati per esaltare gli umili, rimune-rare i poveri, far grandi i piccoli, premiare quanto faran-no o patiranno i mortali per il mio nome».

 431. Altri grandi misteri conobbe la santissima Bambi-na in questa visione di Dio, poiché l'oggetto è infinito. E sebbene avesse già avuto un'altra chiara manifestazione, resta ancora infinitamente da comunicare, suscitando sem-pre maggiore meraviglia e più ardente amore in chi rice-ve tale favore. Maria santissima rispose al Signore dicen-do: «Altissimo, supremo, eterno Dio! Voi siete incompren-sibile nella vostra grandezza, ricco nelle misericordie, ab-bondante nei tesori, ineffabile nei misteri, fedele nelle pro-messe, veritiero nelle parole e perfetto in tutte le vostre opere, perché siete Signore infinito ed eterno nell'essere e nella perfezione. La mia piccolezza che potrà mai fare, o altissimo Signore, alla vista della vostra grandezza? Mi ri-conosco indegna di guardare la vostra altezza, ma allo stes-so tempo mi riconosco bisognosa di essere da voi guarda-ta. Alla vostra presenza, o Signore, ogni creatura resta an-nientata: che farà allora questa vostra serva che è polve-re? Adempite in me ogni vostro volere e beneplacito e, se ai vostri occhi sono tanto stimabili i patimenti, il disprez-zo, l'umiltà, la pazienza e la mansuetudine dei mortali, non permettete, o mio Diletto, che io sia privata di un così ric-co tesoro e di tali pegni del vostro amore; quanto al pre-mio che ne consegue, datelo ai vostri servi ed amici che assai meglio di me lo meriteranno, poiché io non ho fat-to né patito niente per servirvi e darvi soddisfazione».

 432. L'Altissimo gradì molto la domanda della Bambina e le fece conoscere il suo consenso concedendole nel corso della sua vita travagli e patimenti per amor suo. Maria non intese, per il momento, né il tempo né il modo in cui tut-to questo sarebbe accaduto; tuttavia, per il beneficio e fa-vore d'essere stata eletta a soffrire per il nome e per la glo-ria del Signore, gli rese grazie e, tutta accesa dal desiderio di conseguire ciò, chiese il permesso di fare in sua presen-za i voti di castità, povertà, obbedienza e perpetua clausu-ra nel tempio, dove l'aveva chiamata. A tale richiesta il Si-gnore rispose: «Mia sposa, i miei pensieri sovrastano quelli di tutte le creature; tu, mia eletta, ignori al presente ciò che nel corso della vita ti potrà accadere e come non sarà possibile dare in tutto compimento ai tuoi desideri nel mo-do che tu ora pensi. Quanto al voto di castità permetto e voglio che tu lo faccia e quanto alle ricchezze terrene che vi rinunci fin da ora; ma quanto agli altri voti voglio sol-tanto che tu agisca, in ciò che sarà possibile, come se li avessi fatti. Il tuo desiderio si adempirà, nel tempo futuro della legge di grazia, in molte altre giovani che ti segui-ranno e, per servirmi, faranno gli stessi voti, vivendo in co-munità, cosicché tu sarai madre di molte figlie».

 433. Subito, la santissima Bambina fece il voto di ca-stità alla presenza del Signore; per il resto, senza obbli-garsi, rinunciò ad ogni cosa terrena e creata, proponendo inoltre di ubbidire per Dio a tutte le creature. In seguito adempì questi propositi con maggior puntualità, fervore e fedeltà di chiunque altro abbia promesso o prometterà in futuro, con voto, le stesse cose. Cessò allora la visione in-tuitiva e chiara di Dio, ma la bambina non fu restituita al-la terra, perché subito, in un altro stato più basso, ebbe un'altra visione immaginaria dello stesso Signore, stando ancora nell'empireo; nello stesso modo seguirono altre vi-sioni immaginarie alla presenza della Divinità.

 434. In questa seconda visione vennero alcuni dei se-rafini più vicini al Signore, che per suo comando la ador-narono e rivestirono nella seguente maniera. Dapprima tut-ti i suoi sentimenti furono come illuminati con una luce che li riempiva di grazia e di bellezza; quindi le fecero im-mediatamente indossare una veste, una tonaca splenden-te e preziosissima, la cinsero d'una cintura di pietre di va-rio tipo e di diversi colori trasparenti, brillanti e risplen-denti che la rendeva bella al di sopra d'ogni umano pen-siero; era segno del candore della sua purezza unito alle virtù molteplici ed eroiche della sua anima. Le misero an-che un monile, una collana di inestimabile bellezza e va-lore: aveva tre grandi perle - simbolo delle tre maggiori e più eccellenti virtù, fede, speranza e carità - che pende-vano sul petto, a indicare il loro proprio luogo, la sede di così ricche virtù. Le diedero poi sette anelli di rara bel-lezza e le sue mani furono inanellate dallo Spirito Santo in segno dei sette doni con cui l'adornava in modo emi-nentissimo. Per completare un tale abbigliamento, la san-tissima Trinità mise sopra il suo capo una corona impe-riale di materiale prezioso con gemme inestimabili e la co-stituì sua sposa e imperatrice del cielo. A conferma di tut-to ciò la sua veste, candida come la neve e risplendentis-sima, era raffinatamente ricamata di alcune cifre d'oro fi-nissimo e brillante che dicevano: Maria, figlia dell'eterno Padre, sposa dello Spirito Santo e madre della vera luce. Quest'ultima espressione non fu intesa dall'eccelsa Signo-ra, ma solo dagli angeli che, tutti assorti nelle lodi del-l'Autore, assistevano ad un'opera così nuova e singolare. Stando già per compiersi tutto ciò, l'Altissimo infuse ne-gli stessi spiriti angelici nuova attenzione, ed ecco che dal trono della santissima Trinità usci una voce, che parlando a Maria santissima disse: «Tu sarai nostra sposa, nostra diletta, scelta fra tutte le creature per l'eternità; gli angeli ti serviranno, tutte le nazioni e le generazioni ti chiame-ranno beata».

 435. Quando la Bambina fu adornata con i divini orna-menti, subito si celebrò lo sposalizio più solenne e mirabi-le che mai avrebbero potuto immaginare gli stessi cheru-bini e serafini, poiché l'Altissimo l'accettò per sposa unica e singolare e la costituì nella dignità più alta possibile a una semplice creatura, per depositare in lei la sua stessa divinità nella persona del Verbo, e con lui tutti i tesori del-la grazia che a tale grandezza convenivano. L'umilissima tra gli umili, tutta assorta nell'abisso d'amore e di stupore che tali favori e benefici le avevano suscitato, alla presenza del Signore disse: «Altissimo re, Dio incomprensibile, chi siete voi e chi sono io, perché la degnazione vostra si volga a questa polvere, indegna delle vostre misericordie? In voi, o mio Signore, come in un chiaro specchio, conoscendo il vo-stro essere immutabile, vedo e conosco senz'inganno la bas-sezza e la viltà del mio. Contemplo la vostra immensità e il mio niente e in questa visione resto annientata, meravi-gliandomi che la vostra infinita Maestà si pieghi ad un ver-miciattolo così vile, degno solo di rifiuto e di disprezzo fra tutte le creature. O Signore, mio bene, quanto sarete ma-gnificato ed esaltato in quest'opera! Quale ammirazione su-sciterete a causa mia negli spiriti angelici, che conoscono la vostra infinita bontà, grandezza e misericordia, nel sol-levare la polvere, per collocare colei che è povera tra i prin-cipi! Io, mio re e mio Signore, vi accetto come mio sposo e mi offro come vostra schiava. Il mio intelletto non avrà altro oggetto, né la mia memoria altra immagine, né la mia volontà altro fine e desiderio fuorché voi, sommo, vero, uni-co bene e amore mio. I miei occhi non si alzeranno per ve-dere creatura umana, né le mie facoltà e i miei sensi at-tenderanno a nient'altro all'infuori di voi e di ciò a cui la vostra Maestà mi vorrà indirizzare; solo voi, mio diletto, sa-rete per la vostra sposa ed ella sarà per voi solo, Bene in-sostituibile ed eterno».

 436. L'Altissimo si compiacque grandemente per come la sovrana Principessa aveva accolto lo sposalizio celebra-to con la sua anima santissima. Pose nelle mani di lei, co-me sua vera sposa e signora di tutto il creato, tutti i teso-ri della sua potenza e grazia, comandandole di chiedere qualunque cosa desiderasse, poiché niente le sarebbe sta-to negato. Così fece l'umilissima colomba e chiese al Si-gnore, con ardentissima carità, di inviare il suo Unigenito al mondo per la salvezza dei mortali, di chiamare tutti al-la vera conoscenza della sua Divinità, di far crescere i suoi genitori Gioacchino ed Anna nell'amore e nei doni della sua divina destra, di consolare e confortare nelle loro sof-ferenze i poveri e gli afflitti; infine, per se stessa domandò l'adempimento e il beneplacito della divina volontà. Furo-no queste le domande più particolari che in quest'occa-sione la nuova sposa Maria fece alla beatissima Trinità. In seguito, tutti gli spiriti angelici a lode dell'Altissimo into-narono nuovi inni d'ammirazione e quelli incaricati da sua Maestà, con musica celestiale, riportarono la santissima bambina dall'empireo al tempio, dove l'avevano presa.

 437. Appena giunse al tempio, per mettere subito in pra-tica ciò che aveva promesso in presenza del Signore, la Bambina andò dalla sua maestra e le consegnò tutto quan-to sua madre sant'Anna le aveva lasciato, perfino certi libri ed il vestiario, pregandola di volerne fare dono ai poveri, o di disporne altrimenti come le sembrava meglio; per il resto chiese che le comandasse ed ordinasse tutto ciò che do-veva fare. Piena di discernimento, la maestra che, come ho già detto, era Anna la profetessa, per divino impulso ac-cetto quanto Maria le presentava, lasciandola povera di tut-to fuorché del vestito, ma nello stesso tempo si propose di aver cura di lei in modo particolare, come di colei che più d'ogni altra era povera e abbandonata, visto che tutte le al-tre fanciulle avevano del denaro e disponevano liberamen-te anche di altre cose, oltre quelle loro assegnate.

 438. Inoltre la maestra diede alla dolcissima Bambina una regola di vita, che intelligentemente aveva stabilito in precedenza con il sommo sacerdote. Così, mediante tale nudità e sottomissione, la Regina e signora delle creature ottenne di restare sola, spogliata di tutto e perfino di se stessa, senza riservarsi altro affetto o possesso, fuorché il solo ardentissimo amore del Signore e il proprio abbassa-mento e disprezzo. Veramente io confesso la mia somma ignoranza, viltà, incapacità e indegnità di spiegare misteri così alti ed occulti. Che cosa potrà mai dire una donna inutile e vile laddove sarebbero insufficienti gli stessi sa-pienti e perfino la scienza e l'amore dei cherubini e dei se-rafini? So bene che col solo parlarne offenderei la gran-dezza di misteri così venerabili, se non mi scusasse l'ob-bedienza; ma, pur accompagnata da essa, temo e credo d'i-gnorare e tacere il più, di conoscere e palesare il meno, ri-guardo a ciascuno dei misteri di questa città di Dio, Ma-ria santissima.

 Insegnamento della santissima vergine Maria

 439. Figlia mia, tra i favori grandi e ineffabili che ho ricevuto dalla destra dell'Onnipotente nel corso della mia vita, uno è stato appunto quello che hai ora finito di scri-vere. Quando vidi chiaramente la divinità e l'essere in-comprensibile dell'Altissimo, conobbi arcani misteri e in quell'ornamento e sposalizio ricevetti incomparabili bene-fici, avvertendo nello spirito sentimenti dolcissimi e divi-ni. Il desiderio che poi ebbi di fare i quattro voti di po-vertà, obbedienza, castità e clausura, riuscì molto gradito al Signore, cosicché egli stabilì che nella Chiesa le religio-se facessero gli stessi voti, come avviene oggi. Di là ebbe origine ciò che fate voi religiose, secondo il detto di Davi-de nel salmo 44: Con lei le vergini compagne a te sono con-dotte, poiché l'Altissimo ordinò che i miei desideri fosse-ro il fondamento delle istituzioni religiose nella legge evan-gelica. Io poi adempii interamente e perfettamente tutto quanto avevo promesso al cospetto del Signore; secondo quanto fu possibile al mio stato non guardai mai in viso nessun uomo, neppure il mio sposo Giuseppe, anzi nep-pure gli stessi angeli quando mi apparivano in forma uma-na, anche se li vedevo e li conoscevo tutti in Dio. Non mi attaccai a nessuna cosa creata o razionale, né ad alcuna attività o inclinazione umana, né ebbi volontà mia propria, né mai si udì dalle mie labbra: «Voglio, non voglio... farò, non farò», poiché in tutto mi dirigeva l'Altissimo, diretta-mente o per mezzo dell'ubbidienza alle creature, cui mi as-soggettavo di mia spontanea volontà.

 440. Devi sapere, o carissima, che lo stato religioso è sacro e ordinato dall'Altissimo perché in esso si conservi la dottrina della perfezione cristiana e l'imitazione della vi-ta santissima di mio Figlio. Per questo motivo egli è mol-to sdegnato contro quelle anime religiose che dormono di-mentiche di un così grande beneficio e vivono trascurate e rilassate più di molti altri; così le aspetta un giudizio e un castigo ben più severo. Anche il demonio, serpente an-tico ed astuto, mette più diligenza e sagacità nel tentare i religiosi e le religiose di quanta ne usi con gli altri; quan-do riesce a far cadere una persona religiosa, cresce la sol-lecitudine di tutto l'inferno per impedire che si rialzi me-diante i rimedi che a tale scopo tiene pronti la religione: l'ubbidienza, i santi esercizi, l'uso frequente dei sacramen-ti. Ora, affinché tutto ciò si perda e non giovi al religioso caduto, il nemico mette in opera tanti stratagemmi che il solo conoscerli farebbe inorridire. Molto però se ne può ri-levare riflettendo sugli sforzi che i religiosi fanno per di-fendere le loro rilassatezze, scusandole se possibile con qualche pretesto o mettendosi a disobbedire e abbando-nandosi a sempre maggiori disordini e peccati.

 441. Sta' dunque attenta, figlia mia, e temi assai un co-sì grande pericolo. Procura sempre con le forze della gra-zia divina di sollevarti al di sopra di te stessa, senza per-mettere ad alcun affetto o moto disordinato di introdursi nella tua volontà. Voglio che tu faccia ogni sforzo per mo-rire alle tue passioni e spiritualizzarti, affinché, estinto in te tutto ciò che è terreno, passi ad un genere di vita più angelico che umano. Per corrispondere al nome di sposa di Cristo, devi uscire dai confini di ciò che è umano per sollevarti allo stato divino; quantunque tu sia terra, devi essere terra benedetta, senza spine di passioni e il cui frut-to copioso sia tutto per il Signore, che ne è il padrone. Se dunque hai per sposo il potente e supremo Signore, il Re dei re e Signore dei signori, non volgere gli occhi e tanto-meno il cuore ai vili schiavi, le creature umane; per la di-gnità di cui sei stata insignita come sposa dell'Altissimo, gli angeli stessi ti amano e ti rispettano. Se tra i mortali si considera temeraria audacia quella d'un uomo vile che metta gli occhi sulla sposa del principe, qual delitto sarà porli sulla sposa del Re celeste e onnipotente? Né sarà cer-to minore la colpa di lei, se ciò permette e consente. Ri-fletti sul terribile castigo riservato a tale colpa; non te lo faccio vedere perché per la tua debolezza verresti meno. Basti il mio insegnamento a farti eseguire quanto ti ordi-no e a far sì che come discepola tu mi imiti fin dove ar-rivano le tue forze. Sii sollecita di inculcare questa dottri-na alle tue monache e procura che la mettano in pratica.

 442. Dopo che l'eccelsa Signora ebbe parlato, io dissi: «Signora mia, regina pietosa, gioisce la mia anima all'u-dire le vostre dolcissime parole, piene di spirito e di vita. Quanto bramerei scriverle nell'intimo del mio cuore me-diante la grazia del vostro Figlio; vi supplico di ottener-mela! Se mi permettete, parlerò in vostra presenza come discepola ignorante con la sua Signora e maestra. Bramo, o Madre, mio rifugio, che per adempiere ai quattro voti della mia professione, come mi comanda vostra Maestà e come è mio dovere eseguire, sebbene lo desideri troppo tiepidamente, vi degniate di darmi un insegnamento più ampio, che mi serva da guida nell'adempimento dei voti promessi, secondo il desiderio che avete infuso nel mio cuore».

 CAPITOLO 3

 Insegnamento datomi dalla Regina del cielo sui quattro voti della mia professione.

 443. Figlia ed amica mia, non voglio negarti l'insegna-mento che mi chiedi con tanto desiderio di tradurlo in pra-tica; ricevilo con stima, con animo devoto e pronto a met-terlo in atto. Il libro dei Proverbi dice: Figlio mio, se hai garantito per il tuo prossimo, se hai dato la tua mano per un estraneo, se ti sei legato con le parole delle tue labbra e ti sei lasciato prendere dalle parole della tua bocca... Confor-me a questa verità chi ha fatto voto a Dio ha dato la ma-no della propria volontà, per non restare libero di sceglie-re altre opere fuorché quelle per cui si è obbligato, secon-do la volontà di colui a cui si è legato con la sua stessa bocca, mediante le parole della professione religiosa. Pri-ma di fare i voti, poteva scegliere la strada da seguire, ma dopo essersi vincolata, l'anima religiosa deve sapere che ha perso totalmente la sua libertà, consegnandola a Dio nel-la persona del proprio superiore. La rovina o la salvezza delle anime dipende da come usano la loro libertà. Ora, siccome i più la usano male e si perdono, l'Altissimo ha disposto lo stato religioso e l'ha reso stabile mediante i voti. La creatura, usando una sola volta della sua libertà, quando sceglie definitivamente quello stato con prudente determinazione, consegna con quel solo atto alla Maestà divina ciò che perderebbe con molti, se rimanesse libera di volere o non volere.

 444. Con questi voti si perde felicemente la libertà per il male e si assicura per il bene, mediante il freno che svia dal pericolo e addestra a un cammino piano e si-curo. L'anima perde servitù e soggezione alle proprie pas-sioni ed acquista su di esse un nuovo potere, divenendo regina e padrona di se stessa. Resta così soltanto subor-dinata alla grazia dello Spirito Santo, che la guida in tut-te le sue azioni, dal momento che ella impiega tutta la sua volontà nell'operare soltanto quello che ha promes-so a Dio. Con ciò la creatura passa dallo stato di schia-va all'eccellente dignità di figlia dell'Altissimo, dalla con-dizione terrena a quella angelica, cosicché i difetti, ca-stigo del peccato, non la toccano affatto. Nella vita mor-tale non è possibile che tu possa giungere a comprende-re quali e quanti beni e tesori spirituali acquista l'ani-ma, disponendosi con tutte le sue forze e tutti i suoi af-fetti ad adempiere perfettamente i voti della sua profes-sione; perciò ti assicuro, o carissima, che le religiose perfette e austere possono giungere al merito dei martiri ed anche superarli.

 45. Figlia mia, tu hai conseguito il felice principio di tanti beni il giorno in cui hai scelto la parte migliore; fai attenzione però, perché ti sei legata a un Dio eterno e po-tente, a cui ogni segreto del cuore è manifesto. Se menti-re con gli uomini e mancare con loro alle giuste promes-se è cosa tanto brutta e disprezzabile per chi ragiona, quan-to più sarà grave mancare di fedeltà a Dio nei santi voti a lui fatti? A lui come tuo Creatore, custode e benefattore, devi gratitudine; come padre, riverenza; come sposo, lealtà; come amico, cordiale corrispondenza; come colui che è fe-dele per sempre, fede e speranza; come sommo ed eterno bene, amore; come Dio onnipotente, sottomissione e come giudice giusto, timore santo e umile. Ora, se tu venissi me-no alle promesse fatte nella tua professione, commettere-sti il più sleale tradimento contro tutti questi titoli e mol-ti altri ancora. E se per tutte le religiose, che vivono con l'obbligo di condurre una vita spirituale, è abominevole co-sa chiamarsi spose di Cristo ed essere membra e schiave del diavolo, ciò sarebbe molto più brutto per te, che hai ricevuto più di ogni altra e che per questo sei tenuta a su-perare tutte nell'amore, nella sofferenza, nella riconoscen-za per tanti incomparabili benefici e favori.

 446. Considera, dunque, o anima, quanto tale colpa ti renderebbe disprezzabile di fronte al Signore, nonché a me, agli angeli ed ai santi, dal momento che tutti siamo testimoni dell'amore e della fedeltà che egli ha mostrato con te, come sposo ricco, benigno e generoso. Adoperati per non offenderlo nel molto e neppure nel poco; non co-stringerlo ad abbandonarti lasciandoti in potere delle pas-sioni peccaminose. Non sarebbe forse questa peggiore sventura dell'essere abbandonati al furore degli elementi, a quello degli animali selvaggi o degli stessi demoni? In-fatti, anche se tutte queste cose esercitassero contro di te la loro ira e il mondo ti assoggettasse ad ogni pena e di-sonore, tutto sarebbe per te meno dannoso del commet-tere una sola colpa veniale contro Dio, che devi servire ed amare in tutto e per tutto. Qualunque tribolazione di que-sta vita è male minore della colpa, perché finisce con la morte; invece, la colpa può essere eterna, e con essa sarebbe tale la pena.

 447. Nella vita attuale qualsiasi sofferenza intimorisce molto i mortali e li spaventa, perché essendo presente li ferisce nella loro sensibilità; invece la colpa non li turba né li intimorisce perché, distratti e abbagliati dalle cose vi-sibili, non riflettono su ciò che la segue, cioè la pena eter-na dell'inferno. E quantunque questa sia inclusa nello stes-so peccato e non possa esserne separata, il cuore umano è così greve e tardo da lasciarsi ingannare dalla colpa sen-za vedere il castigo, perché i suoi sensi non l'avvertono an-cora. E' vero che i mortali potrebbero vederlo e sentirlo con la fede, ma la lasciano inoperosa e morta come se neanche l'avessero! O disgraziata cecità, o negligenza e stu-pidità, che tieni ingannevolmente oppresse tante anime ca-paci di ragione e di gloria! Non vi sono parole adeguate a descrivere questo tremendo pericolo! Figlia mia, fuggi e li-berati, mediante un santo timore, da uno stato così infeli-ce e, anziché cadere in esso, sopporta tutti i tormenti del-la vita che passa presto, poiché niente ti mancherà se non perderai Dio. Un mezzo molto efficace sarà considerare che per te e per coloro che sono nel tuo stato non esiste una colpa di scarsa importanza. Il poco devi temerlo molto, poiché non è tale agli occhi dell'Altissimo che conosce co-me, disprezzando le piccole cose, il cuore si apre per in-trodurne delle maggiori; inoltre non è lodevole un amore che non si cura del dispiacere della persona amata, fosse anche in cose piccole.

 448. Le anime religiose devono osservare un certo or-dine nei loro desideri. Prima di tutto devono mostrarsi sol-lecite e puntuali nell'adempiere gli obblighi dei voti e di tutte le virtù che in essi sono contenute. In secondo luo-go vengono le altre opere volontarie, che eccedono il do-vuto. Quest'ordine viene di solito invertito da certe anime che, ingannate dal demonio con uno zelo di perfezione ec-cessivo, mancano gravemente agli obblighi che derivano dal loro stato e cercano di aggiungere altre azioni cui si impegnano di propria volontà; generalmente sono cose piccole ed inutili e sono causate da spirito di presunzio-ne, per la brama di rendersi singolari, di essere osserva-te, di distinguersi fra tutte come molto zelanti e perfette, mentre in realtà sono molto lontane dall'esserlo. Io non voglio vederti cadere in questa mancanza troppo biasi-mevole e perciò ti chiedo in primo luogo di adempiere al-l'obbligo dei voti e della vita comune; solo dopo aggiun-gerai ciò che, con la grazia divina e secondo le tue forze, ti sarà possibile; tutto ciò, se è ben ordinato e congiunto, abbellisce l'anima rendendola perfetta e ben accetta agli occhi di Dio.

 449. Il voto principale e più importante della vita reli-giosa è quello dell'obbedienza, perché contiene la rinuncia totale alla propria volontà, in modo tale che alla religiosa non resta giurisdizione né diritto alcuno su se stessa per dire: «Voglio o non voglio, voglio fare o non voglio fare». A questo ha rinunciato con l'obbedienza, lasciando tutto nelle mani del superiore. Per adempiere bene questo voto, fa' in modo di non ritenerti sapiente, né padrona del tuo volere o intendere, poiché l'ubbidienza vera dev'essere co-me la fede, stimando, riverendo e credendo ciò che co-manda il superiore, senza pretendere di esaminarlo o di comprenderlo. Tu, quindi, per ubbidire ti devi considerare senza ragione, senza vita e senza giudizio; come corpo mor-to che si lascia muovere e governare a piacere, vivi unica-mente per eseguire con la più grande prontezza la volontà del superiore. Non fermarti mai a ragionare su ciò che hai da fare, pensa solo a come eseguire bene ciò che ti comanderanno, sacrifica il tuo volere e mortifica tutti i de-sideri delle tue passioni; con questa efficace determinazio-ne, moriranno in te tutti i tuoi moti e solo l'obbedienza sarà la vita e l'anima delle tue opere. Nella volontà del tuo superiore deve stare racchiusa la tua con tutti i tuoi mo-vimenti, le tue parole, le tue opere; in tutto devi cercare che ti venga tolto il tuo modo di essere e te ne venga da-to uno nuovo, che non sia per niente tuo, ma tutto del-l'obbedienza, senza alcuna resistenza.

 450. Considera bene che il modo più perfetto di obbe-dire è questo: il superiore non incontri dissonanza alcuna che lo disgusti, ma anzi trovi un'obbedienza che lo com-piaccia pienamente al vedere che quanto comanda viene fatto con prontezza, senza replicare, né mormorare, né ave-re altre reazioni scomposte. Il superiore fa le veci di Dio, chi ubbidisce ai superiori ubbidisce a Dio stesso, che li di-rige e illumina su quanto ordinano ai loro sudditi per il be-ne e la salvezza delle loro anime. Perciò il disprezzo che si mostra verso i superiori va a colpire Dio stesso, che, per mezzo di loro ed in loro, manifesta la sua volontà. Devi pensare che è lo stesso Signore a muovere la loro lingua, ossia che essi sono la lingua di Dio onnipotente. Figlia mia, adoperati per essere obbediente al fine di cantar vittoria; non temere mai di sbagliare quando obbedisci, perché que-sta è la via sicura, e lo è a tal punto che per il giorno del giudizio Dio non tiene conto degli errori di chi ubbidisce ed anzi cancella gli altri peccati per il solo sacrificio del-l'obbedienza. Mio Figlio santissimo offrì all'eterno Padre la sua preziosissima passione e morte con particolare amore per gli obbedienti, affinché per questa virtù fossero avvan-taggiati nel perdono e nella grazia e perché quanto avreb-bero operato per ubbidienza fosse opera sicura e perfetta. Molte volte, per placare il Padre sdegnato con gli uomini, gli mostra ch'egli morì per loro, obbedendo fino alla mor-te di croce. Anche l'obbedienza di Abramo e di suo figlio Isacco fu così gradita al Padre che egli si ritenne obbliga-to non solo a salvare dalla morte un figlio che si mostrava tanto obbediente, ma anche a farlo padre del suo Unigeni-to, distinguendolo fra tutti gli altri e stabilendolo come ca-po e fondamento di tante benedizioni.

 451. Il voto di povertà è un generoso liberarsi del pe-sante carico delle cose temporali. Esso alleggerisce lo spi-rito, solleva la debolezza umana e libera il cuore, capace per la sua nobiltà di beni eterni e spirituali. Esso lascia lo spirito soddisfatto e sazio, fermando il desiderio dei teso-ri terreni e dando un certo dominio su tutte le ricchezze, di cui consente di fare un nobile uso. La povertà libera-mente scelta contiene, o figlia, questi ed altri beni mag-giori, sconosciuti ai figli del secolo; essi sono privi di tut-ti questi beni, perché amano le ricchezze e sono nemici della santa e veramente ricca povertà. Costoro non si ren-dono conto, benché ne siano vittima, di quanto sia oppri-mente il peso delle ricchezze che li abbassa fino a terra, anzi fin dentro le viscere della terra, a cercarvi l'oro e l'ar-gento con inquietudini, veglie, fatiche degne non d'uomini ragionevoli, ma di irragionevoli bruti, che non sanno né ciò che fanno, né quel che patiscono. Se le ricchezze so-no tanto pesanti prima di essere acquistate, quanto più lo saranno dopo il loro conseguimento? Lo dicano quanti con questo carico sono caduti fino all'inferno, lo dicano gli smi-surati affanni nel conservarle, e molto più le leggi intolle-rabili che hanno introdotto nel mondo le ricchezze ed i lo-ro facoltosi possessori.

 452. Se tutto ciò aggrava lo spirito, se opprime tiran-nicamente la sua debolezza, se avvilisce la nobile capacità che l'anima ha dei beni eterni e dello stesso Dio, è certo che la povertà, liberamente scelta, ristabilisce la creatura nella sua generosa condizione, la solleva dalla vile servitù e la pone nuovamente nella nobile libertà in cui fu creata come signora di tutte le cose. La creatura mai ne è così padrona come quando le disprezza, mai ha un possesso maggiore o fa un uso migliore delle ricchezze di quando le distribuisce o le lascia volontariamente; niente sazia maggiormente l'appetito che il gusto di non averne. Ma quello che è più importante è che la povertà, lasciando li-bero il cuore, lo rende capace di essere riempito da Dio dei tesori della sua divinità.

 453. Figlia mia, io desidero che tu approfondisca mol-to questa filosofia e scienza divina così dimenticata dal mondo e non solo dal mondo, ma anche da molte anime religiose che ne hanno fatto promessa a Dio. L'indignazio-ne di Dio è grande contro questa colpa e i trasgressori, senza neanche avvertirlo, ricevono subito un grave casti-go; scacciando da sé la povertà, allontanano al tempo stes-so lo spirito di Cristo, mio figlio santissimo, e quel che lui ed io siamo venuti ad insegnare agli uomini con la prati-ca della più stretta povertà. Al presente non si accorgono di un tale castigo, perché il giusto giudice dissimula, ed essi sguazzano nell'abbondanza che desiderano; ma nel rendiconto che li attende si troveranno confusi e disin-gannati di fronte al rigore che li aspetta e a cui prima non pensavano, non immaginandosi neppure che la giustizia di-vina fosse così dura.

 454. I beni temporali furono creati dall'Altissimo per-ché servissero ai mortali soltanto per sostentare la vita; ottenuto questo fine, cessano di essere necessari. La vita, essendo limitata, con poco si può soddisfare, poiché in breve finisce, mentre l'anima sopravvive; non è cosa ra-gionevole che il pensiero di questa, che è eterna, sia so-lo temporaneo e passeggero, e che invece la bramosia di acquistare le ricchezze per la vita, che è passeggera, sia perpetua ed eterna negli uomini. è una grandissima per-versità aver scambiato i fini ed i mezzi in cose tanto im-portanti e disparate; abbiamo dato ignorantemente alla breve e mal sicura vita del corpo tutto il tempo, tutta la sollecitudine e tutte le forze, nonché tutta la vigilanza del-l'intelletto, mentre alla povera anima non vogliamo con-cedere in molti anni più di qualche ora e molte volte al-la fine della vita!

 455. Approfitta dunque, o figlia mia carissima, della ve-ra luce che ti ha dato l'Altissimo per liberarti da un er-rore così pericoloso. Rinunzia ad ogni attaccamento ed amore per qualunque cosa terrena, non essere disordina-tamente sollecita per il sostentamento della vita con il pre-testo che ne hai bisogno e che il convento è povero. Quan-do poi ti occuperai di questo per quanto è necessario, fal-lo in modo tale che, quando ti venisse meno quello che desideri, tu non ti turbi, né lo brami con afflizione, quan-tunque ti sembri di farlo per il servizio di Dio, poiché tan-to meno lo ami, quanto più pretendi di amare con lui al-tre cose. Al molto devi rinunziare come superfluo di cui non hai bisogno e che sarebbe delitto trattenere inutil-mente. Il poco poi devi stimarlo poco, essendo stoltezza maggiore lasciarsi occupare il cuore da ciò che non vale niente e disturba molto. Se poi ottieni tutto ciò di cui a tuo giudizio credi aver bisogno, non sei veramente pove-ra, poiché la povertà in senso proprio e rigoroso sta nel-l'aver meno di quello che è necessario e colui al quale niente manca si chiama ricco; ma l'aver di più, anziché ricchezza, è piuttosto inquietudine ed afflizione di spirito, come il bramarlo e custodirlo, senza farne uso, viene ad essere una specie di povertà che priva per di più di quie-te e di riposo.

 456. Voglio che tu abbia una libertà di spirito tale da non attaccarti a cosa alcuna, piccola o grande che sia, ne-cessaria o superflua. Quanto a ciò che ti occorrerà per la vita corporale, devi accettare soltanto quanto è indispen-sabile per non morire, o per non vestire indecentemente; però il tuo abito sia il più povero e rattoppato e nel man-giare scegli il cibo più grossolano, senza ricerca di gusto particolare. Domanda piuttosto quello a cui senti maggio-re avversione e che meno ti sollecita il gusto, cosicché ti venga dato ciò che non desideri e ti manchi ciò che più appetisci; in tal modo riuscirai ad operare in tutto la più grande perfezione.

 457. Il voto di castità abbraccia la purezza dell'anima e quella del corpo, cosa facile a perdersi; a seconda del mo-do in cui si perde è difficile, o anche impossibile, riacqui-starla. Questo gran tesoro è depositato in un castello con molte porte e finestre: se non sono ben custodite e difese non lo rendono sicuro. Figlia mia, per osservare questo vo-to con perfezione, è indispensabile che tu faccia un patto inviolabile con i tuoi sensi: essi devono muoversi soltanto per ciò che sarà loro ordinato dalla ragione e a gloria del Creatore. Morti i sentimenti, è cosa agevole sconfiggere i nemici, che solamente per mezzo di essi potrebbero vin-certi, poiché i pensieri non si risvegliano, se per mezzo dei sensi non entrano nell'anima immagini che li fomentino. Tu non devi toccare, né guardare nessuno, non devi parla-re a persona umana di qualsiasi condizione, tanto uomo che donna, né devi lasciar entrare nella tua fantasia le lo-ro immagini. In questa cura vigilante, che molto ti racco-mando, consiste la custodia della purezza che voglio da te; se ti occorrerà di dover parlare per carità o per obbedien-za - solo per queste due ragioni devi trattare con le crea-ture - fallo con severità, modestia e riservatezza.

 458. Per ciò che riguarda la tua persona, vivi come pel-legrina e forestiera nel mondo: povera, mortificata, tribo-lata, amando l'asprezza di ogni cosa temporale, senza de-siderare riposo né comodità, come persona assente dalla sua casa, dalla propria patria, che viene condotta in cam-po contro forti nemici soltanto per faticare e combattere. Siccome tra questi nemici il più grave e pericoloso è la carne, ti conviene resistere alacremente alle tue passioni e, in esse, alle tentazioni del diavolo. Innalzati sopra te stes-sa e cerca un abitazione molto elevata, distante da ogni co-sa terrena. Qui potrai vivere all'ombra di colui che desi-deri e nella sua protezione godere tranquillità e riposo ve-ro. Abbandonati con tutto il tuo cuore e con tutte le tue forze al suo casto e santo amore; immaginati che per te più non esistano creature, se non in quanto ti aiutano ed obbligano ad amare e servire il Signore.

 459. A colei che si chiama sposa di Cristo e lo è per professione, nessuna virtù deve mancare, specialmente la castità, perché è quella che più l'avvicina e rende simile al suo sposo. Essa la spiritualizza, l'alleggerisce della corru-zione terrena, la solleva alla natura angelica rendendola in qualche modo perfino partecipe della natura divina. è' una virtù che abbellisce ed adorna tutte le altre, innalza il cor-po ad uno stato più elevato, illumina la mente e conserva le anime nella loro nobiltà, superiore a tutto ciò che è cor-ruttibile. Siccome questa virtù è un frutto speciale della re-denzione, meritato dal mio santissimo Figlio sulla croce, dove tolse i peccati del mondo, viene perciò singolarmen-te detto che le vergini accompagnano e seguono l'Agnello.

 460. Muro che difende la castità e tutte le altre virtù è il voto di clausura; è come l'incastonatura in cui esse si conservano e risplendono; è un privilegio del cielo per esi-mere le religiose, spose di Cristo, dai gravi e pericolosi tri-buti che la libertà del mondo paga al principe delle sue va-nità. Mediante questo voto le religiose vivono in un sicu-ro porto, mentre le altre anime, nella tempesta dei peri-coli, sono sbattute e minacciate di naufragio ad ogni pas-so. Godendo di tanti vantaggi la clausura non si deve re-putare come un luogo angusto; ivi si aprono dinanzi alla religiosa i vasti campi della virtù e della conoscenza di Dio, delle sue infinite perfezioni, dei suoi misteri, nonché delle ammirabili opere che fece e fa per gli uomini. In questi campi estesi e spaziosi, l'anima può e deve espandersi e ri-crearsi; solo quando non lo fa, la clausura, che è la mag-giore delle libertà, le pare uno stretto carcere. Per te, fi-glia mia, non vi è altra estensione, né io voglio che tu ti restringa tanto da contentarti dei brevi limiti del mondo intero. Poggia in alto sulla sublime cima della conoscenza di Dio e del suo amore, dove solo puoi vivere in libertà senza confini né limiti che ti angustino; li conoscerai quan-to stretto, vile e disprezzabile è tutto il creato.

 461. A questa clausura obbligatoria del corpo, tu fa' di aggiungere quella dei tuoi sensi. Essi, così rafforzati, con-serveranno la tua purezza interiore e con essa il fuoco del santuario, che sempre devi alimentare e custodire affin-ché non si estingua. Per lucrare il merito della clausura e custodire bene i tuoi sensi, non andar mai alla porta, né alla grata, né alla finestra; anzi, non ricordarti neppure che il convento ne abbia, se non per adempiere gli stret-ti doveri del tuo ufficio, o per ubbidienza. Non desidera-re cosa alcuna, poiché non devi ottenerla, e non ti affati-care per ciò che non devi desiderare. Insomma, dalla tua riservatezza, circospezione e cautela, dipenderanno il tuo bene e la tua pace, il dar soddisfazione a me e il merita-re per te l'abbondante frutto d'amore e di grazia, che de-sideri come premio.

 CAPITOLO 4

 La perfezione con cui Maria santissima osservava i riti del tempio e ciò che qui le ordinarono.

 462. Proseguendo la nostra storia, dopo che la santissima Bambina ebbe consacrato il tempio con la sua presenza e di-mora, crebbe realmente in sapienza e grazia dinanzi a Dio e agli uomini. Le rivelazioni datemi, riguardo a ciò che la ma-no potente di Dio operava nella Principessa del cielo in que-gli anni, mi pongono come sul margine di un mare vastissi-mo e interminabile, che mi stupisce; rimango dubbiosa per-ché non so da dove entrare in questo pelago così immenso per uscirne con sicurezza, essendo necessario tralasciare mol-te cose e arduo dire bene le poche. Dirò, dunque, ciò che mi dichiarò l'Altissimo in una particolare occasione:

 463. «Le opere che nel tempio fece colei che doveva es-sere Madre del Verbo, furono in tutto e per tutto perfettis-sime; penetrarle eccede la capacità d'ogni creatura umana ed angelica. Gli atti delle sue virtù interiori furono tanti e di così alto merito e fervore che superarono quelli dei se-rafini; e tu, o anima, conoscerai riguardo ad essi molto più di quello che potrai spiegare con le parole. è' però mia vo-lontà che, nel tempo della tua peregrinazione nel corpo mor-tale, ti proponga Maria santissima come principio della tua gioia e la segua per il deserto della rinunzia e del rinnega-mento di ogni cosa umana e visibile. Seguila mediante una perfetta imitazione, conforme alle tue forze ed alla luce che stai ricevendo. Ella sarà la tua stella polare, la tua maestra e ti renderà palese la mia volontà. In lei troverai la mia leg-ge santissima, scritta con la potenza del mio braccio, e po-trai meditarla notte e giorno. Ella sarà per te colei che per-cuoterà la pietra dell'umanità di Cristo, affinché in questo deserto della vita scaturiscano e si riversino in te le acque della divina grazia e della luce, con le quali sarà saziata la tua sete, illuminato il tuo intelletto e infiammata la tua vo-lontà. Sarà la colonna di fuoco che ti darà luce, la nube che ti farà ombra proteggendoti dagli ardori delle passioni e dalle ire dei tuoi nemici. In lei avrai l'angelo che ti gui-derà e ti allontanerà dai pericoli di Babilonia e di Sodoma, perché non ti colga il mio castigo. In lei avrai una ma-dre che ti amerà, un'amica che ti consolerà, una signora che ti comanderà, una protettrice che ti difenderà e una re-gina che servirai e alla quale ubbidirai in felice schiavitù. Nelle virtù che praticò la Madre del mio Unigenito nel tem-pio, troverai una regola universale di somma perfezione, su cui potrai ordinare la tua vita, uno specchio senza macchia che riflette l'immagine del Verbo incarnato, un ritratto pre-ciso di tutta la santità di lui. Vi troverai la bellezza della verginità, le attrattive dell'umiltà, la prontezza della devo-zione e dell'ubbidienza, la fermezza della fede, la sicurezza della speranza, il fuoco della carità e un quadro preciso di tutte le meraviglie della mia destra. Questo è l'esempio con cui devi regolare la tua vita, questo lo specchio dinanzi al quale devi aggiustarti e adornarti per accrescere la tua bel-lezza e grazia, come sposa che brama apparire al cospetto del suo sposo e Signore».

 464. «Se la nobiltà ed il merito del maestro servono da stimolo al discepolo, rendendogli più amabile la sua dot-trina, chi mai potrà attirarti con maggior forza di una mae-stra che è la Madre stessa del Signore? Chi più di colei che fu da me scelta come la più pura e santa tra le crea-ture, senza macchia di colpa, affinché fosse al tempo stes-so vergine e Madre del mio Unigenito, che è lo splendore della mia divinità nella mia stessa sostanza? Ascolta, dun-que, una così sovrana maestra; seguila imitandola in tutto e medita sempre senza interruzione le sue ammirabili qua-lità e virtù. A tale scopo devi riflettere sulla sua vita nel tempio; essa fu come un originale che devono ricopiare tutte le anime le quali, sul suo esempio, si consacrano per essere spose di Cristo». Questo è l'insegnamento che mi fu dato dall'Altissimo riguardo a ciò che Maria fece durante gli anni vissuti nel tempio.

 465. Discendo ora nei particolari circa le sue occupa-zioni, dopo quella visione della Divinità di cui ho già det-to. Dopo aver offerto tutta se stessa al Signore e tutte le sue cose alla maestra, restando assolutamente povera e ab-bandonata nelle mani dell'ubbidienza, coprendo sotto il ve-lo di queste virtù i tesori di sapienza e grazia in cui su-perava i più alti serafini, chiese umilmente ai sacerdoti ed alla maestra che le indicassero la norma di vita che dove-va osservare e le occupazioni in cui doveva esercitarsi. Il sacerdote ed Anna, la maestra, guidati dalla luce divina lo-ro data, parlarono insieme e, desiderosi di assegnare al-l'eccelsa Bambina compiti proporzionati all'età di tre an-ni, la chiamarono alla loro presenza. La Principessa del cielo per udirli si mise in ginocchio dinanzi a loro; essi le dissero di alzarsi, ma la bambina, con tutta modestia, li pregò che le permettessero di stare in quella posizione, dal momento che si trovava alla presenza del ministro e sa-cerdote dell'Altissimo e della sua maestra, dei quali voleva rispettare l'ufficio e la dignità.

 466. Il sacerdote allora le parlò dicendo: «Figlia, anco-ra piccola il Signore vi ha condotto a questa casa, suo san-to tempio; mostratevi dunque a lui grata per tale favore e procurate di approfittarne adoperandovi molto nel servir-lo con sincerità e cuore perfetto, studiandovi d'apprende-re e di rivestirvi in ogni modo di virtù. Così da questo sa-cro luogo potrete poi ritornare nel mondo pronta per sop-portare i suoi travagli e ben armata per difendervi dai suoi pericoli. Obbedite alla vostra maestra Anna e cominciate per tempo a portare il giogo soave della virtù, affinché vi sia meno pesante per il resto della vita». La bambina ri-spose: «Vi prego, o signor mio, come sacerdote e ministro dell'Altissimo di cui fate le veci, e allo stesso tempo prego la mia maestra di volermi comandare e insegnare ciò che io devo fare per non sbagliare; ve ne supplico, desiderosa in tutto di ubbidire alla vostra volontà».

 467. Il sacerdote ed Anna, la maestra, avvertivano una grande illuminazione interiore ed una certa forza divina che li spingeva a dedicarsi in modo particolare alla Bambina e ad aver cura di lei più che delle altre; perciò, comunican-dòsi il grande concetto che ciascuno di loro si era fatto, senza però conoscere da dove venisse loro quel misterioso impulso, decisero di assisterla e di occuparsi di lei e della sua direzione con una sollecitudine tutta speciale. Non po-tendo però questo estendersi soltanto alle azioni esteriori e visibili, non le potevano dare delle norme per gli atti inte-riori e per gli affetti del cuore, che solo l'Altissimo regola-va con singolare protezione e grazia; così quel candido cuo-re restò pienamente libero per crescere ed avanzare nelle virtù interiori, senza cessare un solo istante di praticarle tutte nel sommo grado della loro perfezione.

 468. Il sacerdote le diede delle indicazioni dicendole: «Figlia mia, ecco come dovrete regolare le vostre azioni. Alle lodi, ai cantici del Signore, voi assisterete con devo-zione e non tralascerete mai nelle vostre orazioni di pre-gare l'Altissimo per i bisogni del tempio e del suo popolo e per la venuta del Messia. Alle ore otto della sera vi riti-rerete a dormire e all'aurora vi leverete a pregare e bene-dire il Signore fino all'ora terza. Da terza fino a mezzo-giorno sarete occupata in qualche lavoro manuale, perché possiate essere istruita in tutto. Nella refezione che pren-derete dopo il lavoro, osserverete la temperanza che con-viene. Quindi subito ve ne andrete ad ascoltare ciò che v'in segnerà la vostra maestra; il resto del giorno lo occupere-te nella lettura delle sacre Scritture. In tutto poi mostra-tevi umile, affabile ed ubbidiente a quanto la maestra vi comanderà».

 469. La santa Bambina, ascoltando il sacerdote, rimase sempre in ginocchio, quindi gli chiese la benedizione e la mano per baciarla; così fece anche con la maestra. Nel suo cuore, intanto, si propose di vivere osservando quanto le avevano indicato per tutto il tempo che fosse rimasta in quel luogo, se non le avessero comandato altrimenti. Quan-to si era proposto, poi, lo adempì come se fosse stata l'ul-tima delle discepole, benché in realtà lei fosse la maestra d'ogni santità e virtù. Veramente i suoi affetti e il suo ar-dente amore si estendevano a molte più opere esteriori di quelle che le ordinavano, ma sempre le sottopose al giudi-zio del ministro del Signore, anteponendo il sacrificio del-la santa e perfetta ubbidienza al proprio parere e a tutti i suoi fervori; come maestra d'ogni perfezione, conosceva che si compie meglio la volontà divina abbandonandosi umil-mente ad ubbidire che non con le più sublimi aspirazioni ad altre virtù. Questo raro esempio insegna a noi religiose a non seguire i nostri entusiasmi, né i nostri giudizi con-tro quelli dei superiori e contro l'ubbidienza impostaci dal-la loro volontà; è Dio stesso che in loro ci indica qual è il suo beneplacito, mentre noi nei nostri desideri cerchiamo di soddisfare il nostro capriccio. Se nei superiori opera Dio, in noi, invece, quando ci opponiamo a loro, operano la ten-tazione, la passione cieca e l'inganno.

470. La Regina e signora nostra si distinse maggior-mente, oltre quanto le ordinarono, nel chiedere il permes-so alla sua maestra di servire tutte le sue compagne, d'e-sercitare i più umili servizi della casa, come spazzare, pu-lire, lavare le stoviglie. E quantunque questo potesse sem-brare una novità, poiché si era soliti trattare con partico-lare riguardo le primogenite, l'umiltà incomparabile della divina Principessa non poteva frenarsi, né contenersi nei limiti della maestà, senza abbassarsi alle occupazioni più vili, che faceva con umiltà così vigilante da prevenire tut-te le altre. Con la scienza infusa che aveva, conosceva già tutti i misteri e i riti del tempio; eppure, come se non li conoscesse per nulla, li volle apprendere con la disciplina e l'esperienza, senza mancare mai ad alcuna celebrazione. Era poi molto attenta a vivere nel sincero disprezzo di sé, a ricercare la propria umiliazione ed ogni mattina e sera chiedeva la benedizione alla sua maestra e le baciava la mano; faceva così anche quando la maestra le ordinava qualche atto di umiltà e le dava il permesso di farne. Alcune volte, se glielo concedeva, le baciava anche i piedi con profondissima umiltà.

471. L'eccelsa Principessa era così docile, così premu-rosa, sottomessa e diligente nell'umiliarsi, nel servire e nel rispettare tutte le giovani che vivevano nel tempio, che a tutte rapiva il cuore e a tutte ubbidiva come se ciascuna fosse la sua maestra. E, per l'ineffabile e celestiale pru-denza che aveva, sapeva ordinare le sue azioni in modo da non perdere alcuna occasione per prevenire tutte le al-tre nelle opere manuali, umili e che fossero allo stesso tempo di servizio alle sue compagne e di gradimento alla divina volontà.

472. Ora, che dovrò dire io, vilissima creatura, o che dovremo dire tutti noi cristiani, figli della santa Chiesa, giunti a questo punto a scrivere e meditare questo esem-pio vivo di umiltà? Ci pare una gran virtù che l'inferiore ubbidisca al superiore ed il minore al maggiore, ancor più grande che l'uguale s'adatti ad ubbidire in ciò che gli co-manda un altro suo uguale; ma chi non resterà stupito e chi non si vergognerà della sua vana superbia, vedendo che la Regina si umilia alla schiava, la santissima e perfettis-sima fra tutte le creature ad un verme, la signora del cie-lo e della terra ad un'infima donna e tutto ciò sinceramente e di vero cuore? Chi è che si guarda in questo lucido spec-chio e non vede la propria infelice presunzione? Chi potrà immaginare di avere conosciuto la vera umiltà e tanto me-no di saperla praticare, quando la ravvisa e la contempla in Maria santissima? Noi, che viviamo sotto l'ubbidienza promessa, ricorriamo a questa luce per conoscere e cor-reggere i nostri disordini, quando l'ubbidienza dei supe-riori, rappresentanti di Dio, ci è molesta e dura opponen-dosi alle nostre voglie. Venga meno la nostra durezza, si umilii la nostra superbia, svanisca anche la presunzione di chi si crede ubbidiente ed umile solo per essersi talvolta sottomesso ai superiori, mentre non è ancora giunto a per-suadersi d'essere inferiore a tutti, come si giudicò colei che è a tutti superiore.

473. La bellezza, la gentilezza e l'affabilità della nostra Regina erano incomparabili; in lei si trovavano in grado perfetto tutti i doni naturali di anima e corpo e questi, fat-ti risaltare dalla luce della grazia sovrannaturale e divina che riverberava in essi, presentavano un ammirabile com-posto di bellezza e di grazia nell'essere e nell'operare, che attirava l'ammirazione e rapiva il cuore di tutti. Tuttavia la divina Provvidenza moderava le dimostrazioni che avreb-bero fatto quanti trattavano con lei, se si fossero abban-donati alla forza dell'amore che li accendeva a suo riguar-do. Nel mangiare e nel dormire era, come nelle altre virtù, perfettissima; si regolava con grande temperanza, senza mai eccedere, moderandosi anche in ciò che era necessa-rio. Benché il breve sonno che prendeva non le impedisse l'altissima e usuale contemplazione, se ciò fosse dipeso dal-la sua volontà, ne avrebbe fatto a meno; ma per ubbidire, nel tempo assegnato si ritirava e così nel suo umile e po-vero letto pieno di virtù e attorniato dagli angeli e dai serafini, che la custodivano e assistevano, godeva delle vi-sioni più alte, esclusa quella beatifica, e dell'amore più in-fiammato.

474. Distribuiva le sue occupazioni con rara discrezio-ne, dando a ciascuna il tempo opportuno. Leggeva molto le Scritture e la sua scienza infusa la rendeva così capace di penetrare in esse e nei loro misteri, che nessuno le re-stò nascosto. In verità l'Altissimo le manifestò tutti i se-greti e lei, parlando con i suoi santi angeli custodi e do-mandando molte cose con profondità e acutezza, si con-fermava in essi. Se questa sovrana Maestra avesse scritto ciò che comprese, noi possederemmo molte altre scritture divine; riguardo poi a quelle che possediamo, avremmo co-noscenza completa e perfetta dei profondi misteri e signi-ficati che racchiudono. Lei però, di tutta questa pienezza di scienza, si avvaleva per culto, lode e amore di Dio; la indirizzava tutta a questo fine, senza che in lei alcun rag-gio di luce rimanesse ozioso o sterile. Celere nel ragiona-re, profonda nell'intendere, alta e nobile nei pensieri, pru-dente nell'eleggere e disporre, efficace nell'operare, in tut-to era una regola perfetta ed un oggetto prodigioso di stu-pore agli uomini e agli angeli, nonché al Signore stesso, che l'aveva fatta tutta a misura del suo cuore e del suo compiacimento.

 Insegnamento dell'eccelsa Signora

 475. Figlia mia, la natura umana è imperfetta e negli-gente nell'operare la virtù. Essa è fragile, e presto viene meno, perché è molto incline al riposo e ripugna la fati-ca con tutte le sue forze. Perciò, quando l'anima ascolta e asseconda i propri istinti, questi prendono talmente il sopravvento sulle forze della ragione e dello spirito, che le riducono a vile e pericolosa servitù. In qualunque ani-ma questo disordine è terribile, ma incomparabilmente di più Dio lo aborrisce nei suoi ministri e nei religiosi, per i quali, essendo più strettamente obbligati ad esser per-fetti, è anche maggiore il danno di non uscire sempre vit-toriosi da questa lotta con le passioni. Da questa tiepi-dezza nella resistenza e dall'essere frequentemente vinti, risulta una tale spossatezza e perversità di giudizio, che giungono a contentarsi di fare alcune manifestazioni di virtù assai superficiali, credendosi con ciò sicuri; anzi, sembra loro di trasportare un monte da un luogo all'al-tro, senza invece aver fatto alcuna cosa di reale profitto. Il demonio poi vi aggiunge altre distrazioni e tentazioni in modo che, tenendo in poco conto le leggi della vita re-ligiosa, vengono a mancare quasi in tutte e, giudicando ciascuna come cosa piccola e da poco, arrivano al punto di perdere la retta cognizione delle virtù e di vivere in una falsa sicurezza.

476. Quindi, o figlia mia, guardati bene da un così pe-ricoloso inganno e considera che trascurare volontaria-mente un'imperfezione dispone e apre la via ad altre, che portano ai peccati veniali, e questi ai mortali; così, via via, procedendo di abisso in abisso, si arriva al fondo e a com-piere ogni male. Per prevenire questa rovina, si deve bloc-care la corrente da molto lontano, poiché un atto che for-se pare piccolo è una difesa che tiene distante il nemico; i precetti e le leggi delle opere maggiori obbligatorie sono poi il muro della coscienza, per cui, se il demonio rompe il primo baluardo e se ne impossessa, si avvicina per im-padronirsi del secondo e se in questo fa una prima brec-cia con qualche peccato, anche se non grave, è già al pun-to di poter dare l'assalto al regno interiore dell'anima con facilità e quasi con certezza di riuscita. Perciò essa, tro-vandosi debilitata per gli atti viziosi, priva delle forze del-la grazia, non resiste più con vigore e il demonio, che l'ha già in parte conquistata, finisce per assoggettarla piena-mente ed opprimerla, senza incontrare resistenza.

477. Considera dunque, o carissima, quanta debba es-sere la tua vigilanza fra tanti pericoli, per non addor-mentarti in mezzo ad essi. Considera che sei religiosa, sposa di Cristo, superiora, istruita, illuminata e piena dei più singolari benefici; perciò a misura di questi ed altri titoli compresi in essi, devi essere tanto più sollecita, do-vendo mostrarti riconoscente al Signore e ricambiarlo. Im-pegnati per essere puntuale nell'osservanza di tutti i riti e di tutte le leggi della vita religiosa; per te non ci sia né precetto, né comando, né atto di perfezione che sia pic-colo. Non disprezzarne alcuno, ma osservali tutti, perché agli occhi di Dio tutto ciò che si fa per suo compiaci-mento è prezioso e grande. è certo che a lui è caro ve-der adempiuto ciò che comanda e il non curarsene l'of-fende. Considera in tutto che hai uno Sposo cui devi pia-cere, un Dio cui devi servire, un Padre cui devi ubbidire, un Giudice che devi temere e una Maestra che devi imi-tare e seguire.

478. Per adempiere tutto ciò ti conviene rinnovare nel-la tua anima una risoluzione forte ed efficace, non dare ascolto alle tue inclinazioni e non assecondare la debolez-za della tua pigra natura. Per le difficoltà che avvertirai, non omettere alcuna azione, fosse anche di baciare la ter-ra quando sei solita farlo, come si usa nella vita religiosa. Tanto il poco quanto il molto adempilo con affetto e co-stanza e sarai così gradita agli occhi di mio Figlio ed ai miei. Nelle opere che vorrai offrire spontaneamente chie-di consiglio al tuo confessore o al tuo superiore suppli-cando Dio che dia loro luce per comprendere e presen-tandoti poi spoglia d'ogni inclinazione e d'ogni desiderio. Ciò che ti ordineranno scrivilo nel tuo cuore e realizzalo con puntualità; non decidere mai di fare alcuna cosa per buona che ti sembri, quando ti è possibile ricorrere al-l'obbedienza e al consiglio; infatti la volontà di Dio ti si manifesterà sempre in questo modo.

 CAPITOLO 5

 Il grado perfetto delle virtù di Maria santissima e come era-no da lei praticate.

 479. La virtù adorna e nobilita la razionalità della crea-tura e la inclina a bene operare. è' una qualità permanen-te che difficilmente si separa dalla facoltà, a differenza del-l'atto che subito passa e non rimane. Inclina alle azioni rendendole facili e buone, cosa che la sola facoltà non fa, in quanto indifferente sia alle opere buone che alle catti-ve. Maria santissima fu adornata, fin dal primo istante del-la sua vita, con tutte le virtù in grado eminente e queste andarono aumentando continuamente mediante la grazia che le veniva rinnovata e mediante le opere perfette con cui esercitava tutte le virtù infuse in lei dal Signore, ac-quistandosi i più alti meriti.

480. Poiché la celeste Principessa non fu toccata dalla colpa, che inclina al male e resiste al bene, queste facoltà non erano in lei disordinate, né avevano quella ripugnanza da vincere che abbiamo noi; inoltre avevano una certa atti-tudine ad essere rese inclini dalle virtù a ciò che è miglio-re, più perfetto, più santo e più lodevole. Tuttavia, in quan-to semplice creatura passibile, era anche soggetta a sentire pena, nonché a propendere, senza colpa, al lecito riposo, tralasciando almeno alcune opere che eccedono il dovuto. A vincere questa inclinazione naturale l'aiutarono le virtù, con il cui impulso la Regina del cielo cooperò così coraggiosa-mente che mai rese vana o impedì la forza con la quale es-se in tutte le opere la muovevano e la purificavano.

481. L'anima di Maria, dotata di tutte le virtù, ordinate tra loro nella più bella armonia, era talmente illuminata, nobilitata, indirizzata al bene e al fine ultimo d'ogni crea-tura, docile, pronta, attiva ed allegra nel bene operare che, se fosse possibile alla nostra debole vista penetrare nel se-greto di quel cuore, lo vedremmo come l'oggetto più bello e più ammirabile di tutte le creature, quello di maggiore go-dimento dopo lo stesso Dio. Tutte le virtù si ritrovavano in Maria santissima come nel proprio centro; in lei toccavano la loro ultima perfezione senza che si potesse dire: «Man-ca ancora questo per essere cosa perfettamente bella». Ol-tre le virtù infuse, ebbe anche quelle acquisite, che si pro-curò con l'esercizio e con l'uso. E quantunque nelle altre anime si dica che un solo atto non è virtù, perché è neces-sario ripeterne molti per acquistaHa, in Maria santissima le opere furono tanto efficaci, intense e perfette, che ciascuna di esse sorpassava quelle delle altre creature tutte insieme. E poiché in lei furono così ripetuti gli atti virtuosi senza perdere nulla della loro efficacia, chi potrà comprendere quali virtù furono quelle che la divina Signora acquistò con le proprie opere? D'altronde, se la bontà dell'atto virtuoso si desume non solo dal modo in cui si compie, ma altresì dal fine per cui si fa, ecco che questo fine in Maria santis-sima fu il più alto che le opere delle creature possano ave-re: fu il medesimo Dio. Perciò non fece nulla senza essere mossa dalla grazia e senza indirizzare l'opera alla maggior gloria e al compiacimento del Signore, guardando sempre a lui come motivo ed ultimo fine.

482. Queste due specie di virtù infuse e acquisite han-no come base un'altra virtù detta naturale, perché nasce in noi con noi stessi, in forza della natura razionale; si chiama sinderesi. è questa una cognizione, proveniente dalla luce dell'intelletto, dei primi fondamenti e principi della virtù, un'inclinazione della volontà alla virtù; corri-sponde a quella luce dell'intelletto da cui procede, come la cognizione che devi amare chi ti fa del bene, che non de-vi fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te stesso, o cose simili. Nella nostra Regina questa virtù naturale si trovava in modo eccellente ed ella, con somma chiarezza, ne riceveva tutto il bene che ne poteva derivare, fino alle più remote conseguenze, poiché le permetteva di ragiona-re con incredibile vivacità e rettitudine. Per questi ragio-namenti si avvaleva della sua conoscenza infusa delle crea-ture, specialmente delle più nobili ed universali: dei cieli, del sole, della luna, delle stelle, dei pianeti e dell'armonia con cui sono disposti. Invitava tutte queste creature a lo-dare il loro Creatore e ad attirare l'uomo dietro a sé per fargli conoscere Dio, senza trattenerlo, se non per quanto fosse utile ad elevarlo al creatore ed autore di tutto.

483. Le virtù infuse si riducono a due ordini o classi. Nella prima entrano soltanto quelle che hanno per ogget-to immediato Dio. Per questo si chiamano teologali e so-no la fede, la speranza e la carità. Nel secondo ordine stan-no tutte le altre virtù che per oggetto prossimo hanno qual-che mezzo o bene onesto, che serve ad indirizzare l'anima verso il fine ultimo: Dio stesso; queste si chiamano virtù morali, perché appartengono ai costumi e, sebbene siano molte come numero, si riducono a quattro cardini: la pru-denza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. Di tutte queste virtù e delle loro specie parlerò più avanti, per spie-gare come tutte e ciascuna si trovavano nella nostra Regi-na. Per ora avverto solamente in generale che nessuna le mancò nel più perfetto grado e che con esse ebbe tutti i doni e tutti i frutti dello Spirito Santo, nonché le beatitu-dini. Fin dal primo istante della sua concezione, Dio non tralasciò d'infonderle, tanto nella volontà quanto nell'intel-letto, nessun genere di grazia e beneficio, per abbellire con perfezione la sua anima e le sue facoltà. Per dirlo in una parola: quanto di buono l'Altissimo poté darle, come Ma-dre del suo Figlio e secondo la sua capacità di semplice creatura, tutto le diede in altissimo grado. Inoltre, tutte queste virtù si accrebbero in lei: quelle infuse perché le au-mentò con i suoi meriti, quelle acquisite perché le generò con gli intensissimi atti che faceva.

 Insegnamento della Madre di Dio

 484. Figlia mia, l'Altissimo, a tutti gli uomini, senza dif-ferenza, comunica la luce delle virtù naturali. A quelli poi che con l'esercizio di esse e mediante gli altri aiuti divini dispongono il loro animo, egli concede anche le virtù infuse, dando loro la grazia giustificante; come Autore della natura e della grazia distribuisce tali doni, secondo la sua equità e il suo beneplacito. Nel battesimo infonde le virtù della fede, della speranza e della carità e con esse anche altre, affinché, col soccorso di tutte, la creatura operi be-ne, senza contentarsi soltanto di conservare i doni ricevu-ti in virtù del sacramento, studiando di acquistarne altri con le proprie forze ed i propri meriti. Certamente sareb-be somma fortuna e felicità per gli uomini poter corri-spondere all'amore dimostrato dal loro Creatore e reden-tore nell'abbellire in tale modo le loro anime e nell'agevo-lare l'esercizio virtuoso della volontà mediante le grazie infuse. Invece, non corrispondere a tale beneficio li rende estremamente infelici, poiché in questa slealtà consiste la prima e la maggiore vittoria del demonio contro di loro.

485. Da te voglio, o anima, che ti eserciti e ti adoperi con le virtù naturali e soprannaturali per acquistarne altre, ripetendo con incessante diligenza gli atti di quelle che Dio amabilmente e liberalmente ti ha comunicate. Ti sia utile per questo pensare che i doni infusi, uniti a quelli che l'a-nima va in seguito acquistando e guadagnando, formano un ornamento e una composizione d'ammirabile bellezza e di sommo gradimento agli occhi dell'Altissimo. Rifletti inol-tre, o carissima: se tu, dopo che la mano del Signore è sta-ta così generosa con la tua anima nel profondere tali be-nefici e nell'arricchirti della sua grazia, ti mostrassi ingra-ta, la tua colpa e la tua responsabilità sarebbero maggiori di quelle di molte generazioni. Considera bene la bellezza delle virtù, che anche da sole illuminano le anime; perciò sarebbe già cosa grande ed onorevole il possederle, anche se non avessero altro fine che quello naturale e non le se-guisse altro premio. Inoltre, quanto più sublimi le rende avere per loro ultimo fine Dio stesso, che è ercano con la verità e la bontà insite in loro! E quanto grande è il pre-mio, dal momento che fanno capo allo stesso Dio, renden-do così la creatura pienamente fortunata e felice!

CAPITOLO 6

 La virtù della fede e il suo esercizio in Maria santissima.

 486. Secondo quanto riferisce san Luca, santa Elisa-betta compendiò in breve la grandezza della fede di Maria santissima, quando le disse: Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore. La fede di questa gran Signora si deve misurare dal grado della sua felicità e beatitudine e dalla sua ineffabile dignità; se ella infatti giunse alla maggiore grandezza possibile dopo quella di Dio, ciò avvenne per la singolare eccellenza della sua fe-de. Credette che il più grande di tutti i misteri si doveva compiere in lei e nel prestare fede a questa verità, del tut-to nuova e mai udita prima, fu tale la sua prudenza e scien-za da trascendere ogni intelletto umano ed angelico. Il mo-dello della sua fede poteva essere tracciato soltanto nella mente divina, nella quale tutte le virtù di questa Regina vennero come fabbricate dal braccio potente dell'Altissimo. Io mi trovo sempre molto imbarazzata nel parlare di que-ste virtù, specialmente di quelle interiori, perché da una parte è assai grande la luce che intorno ad esse mi è sta-ta data, dall'altra sono molto limitati i termini umani per spiegare i concetti e gli atti di fede generati nell'intelletto e nello spirito della più fedele di tutte le creature, anzi di colei che da sola vale più di tutte le altre creature insie-me. Purtroppo mi riconosco incapace di dire quello che ri-chiederebbe il mio desiderio e, molto più, l'argomento; tut-tavia dirò quel che potrò.

487. La fede, in Maria santissima, toccò il sommo gra-do di perfezione raggiungibile in una creatura umana; que-sta virtù fu in lei come un prodigio manifesto della po-tenza divina in mezzo a tutta la natura creata. Perciò in qualche modo servì per soddisfare Dio, compensando la mancanza di fede degli altri uomini. A loro, ancora viato-ri, l'Altissimo diede questa bella virtù, perché con lo spiri-to si elevassero alla conoscenza dei suoi misteri e delle sue opere, con la certezza, la sicurezza e l'infallibilità di chi lo vede già faccia a faccia, come gli angeli beati; infatti lo stesso oggetto e la stessa verità che questi vedono con pie-na chiarezza, appare anche a noi per fede, cioè sotto il ve-lo e la nube di questa virtù.

488. Basta volgere gli occhi al mondo per conoscere su-bito quante nazioni, monarchie e province fin dal princi-pio si sono rese indegne di questo magnifico beneficio, co-sì male apprezzato e contraccambiato dai mortali; quante lo hanno infelicemente rigettato da sé, dopo che il Signo-re l'aveva loro misericordiosamente concesso; quanti fedeli, dopo averlo ricevuto senza alcun merito, non sanno trar-ne profitto sfruttandolo, ma lo tengono invece come cosa superflua, di nessun valore. E così, invece di essere loro guida per raggiungere l'ultimo fine, resta ozioso, inutile e senza alcun effetto o vantaggio. Quindi alla giustizia divi-na conveniva trovare qualche risarcimento a questa com-miserabile perdita, in modo che un così incomparabile be-neficio non rimanesse senza un adeguato e proporzionato contraccambio da parte delle creature, per quanto fosse lo-ro possibile. Perciò fra tutte Dio ne volle trovare almeno qualcuna in cui la virtù della fede fosse in grado perfetto, per servire da esempio e misura a tutte le altre.

489. Questo fu appunto quello a cui provvide la gran-de fede di Maria santissima. Fu tale che, se anche al mon-do non vi fosse stato nessun altro al di fuori di lei, a Dio sarebbe convenuto creare questa bella virtù, a causa di lei e per lei. Maria da sola, con la sua grandissima fede, fece si che la divina Provvidenza non patisse mancanza da par-te degli uomini, né restasse delusa a causa della poca cor-rispondenza degli uomini a tale riguardo. A questo prov-vide la fede della sovrana Regina che riprodusse in sé con somma perfezione la divina idea di questa virtù. Quindi la sua fede può servire da norma e misura a tutti gli altri cre-denti, i quali saranno più o meno avanzati in questa virtù, a seconda di quanto si accosteranno alla perfezione del-l'incomparabile fede di lei. Maria fu perciò eletta maestra ed esempio per tutti i Patriarchi, i Profeti, gli Apostoli, i Martiri e quanti hanno creduto e crederanno sino alla fi-ne del mondo.

490. Qualcuno potrebbe avere dubbi su come la Regi-na del cielo potesse esercitare la fede, poiché ebbe molte visioni chiare della Divinità e molte altre astrattive, ossia quelle che rendono evidente all'intelletto ciò che conosce. Il dubbio si fonderebbe sulle parole della Scrittura: La fe-de è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. è come dire che, riguardo alle cose che ora speriamo, cioè l'ultimo fine e la beatitudine, finché vi-viamo non abbiamo altra presenza né sostanza od essen-za fuorché quella che la fede contiene nel suo oggetto cre-duto oscuramente e come attraverso uno specchio; la for-za di questa fede ispirata ci inclina a credere ciò che non vediamo, così come l'infallibile certezza di ciò che credia-mo conferisce alla ragione una testimonianza convincente e alla volontà sicurezza, per cui si crede senza dubbio ciò che si desidera e si spera. Conformemente a questa dot-trina, se la santissima Vergine era giunta in questa vita a vedere e a possedere Dio senza il velo della fede, non pa-re che le dovesse restare alcuna oscurità, così da dover cre-dere per fede ciò che aveva visto faccia a faccia, tanto più se nel suo intelletto rimanevano le immagini acquistate nel-la visione chiara, o almeno evidente, della Divinità.

491. Questo dubbio, anziché contrastare l'esistenza del-la fede in Maria santissima, la ingrandisce e la innalza mol-tissimo. In realtà il Signore, privilegiando sua Madre in que-sta virtù, come in quella della speranza, volle che si di-stinguesse e si elevasse al di sopra di tutti gli altri viatori. Perché ella fosse maestra ed artefice di queste grandi virtù, Dio volle che il suo intelletto fosse illuminato talora con gli atti perfetti della fede e della speranza, talora con la visio-ne e col possesso, benché transitorio, del fine e dell'ogget-to che credeva e sperava; così avrebbe potuto conoscere nel-la loro origine e gustare alla loro fonte quelle verità che, come maestra dei credenti, avrebbe dovuto insegnare a cre-dere. D'altronde era facile per il potere di Dio congiungere queste due cose nell'anima santissima di Maria; ed essen-do facile, era in qualche modo come dovuto alla sua pu-rissima Madre, dal momento che per lei nessun privilegio, per quanto grande, era sconveniente, né doveva mancarle.

492. è pur vero che la chiarezza dell'oggetto che cono-sciamo non può stare insieme all'oscurità della fede, con la quale crediamo ciò che non si vede, come il possesso non può stare con la speranza. Per questo Maria santissima, quando godeva di queste visioni chiare o astrattive, non esercitava gli atti oscuri della fede, né usava tale virtù, ma solo la scienza infusa. Però non per questo restavano oziose le due virtù teologali della fede e della speranza, perché il Signore, quando voleva che Maria santissima ne facesse uso, sospendeva le visioni chiare ed evidenti, con le quali cessava la scienza attuale ed operava la sola fede oscura. La sovrana Regina restava a volte in tale stato perfetto quan-do il Signore si nascondeva e le sottraeva la conoscenza chiara, come accadde nel mistero dell'incarnazione.

493. Veramente non conveniva che la Madre di Dio fos-se priva del premio delle virtù infuse della fede e della speranza; per ottenerlo aveva da meritarlo e per mentar-lo aveva da esercitare queste virtù in misura proporzio-nata al premio. E siccome questo fu incomparabile, tali furono anche gli atti di fede che questa grande Signora esercitò circa ciascuna delle verità cattoliche, che conob-be e credette tutte, in modo chiaro e perfetto, come via-trice. Da una parte è chiaro che, quando l'intelletto ha evi-denza di ciò che conosce, non aspetta, per aderirvi, l'as-senso della volontà; prima che questa glielo comandi è co-stretto, dalla medesima chiarezza, a prestare fermo con-senso. D'altra parte è certo che, quando Maria santissima acconsenù all'annuncio dell'arcangelo, fu degna d'incom-parabile premio, perché nell'assenso a tale mistero ebbe il merito, come avvenne anche negli altri misteri a cui ugual-mente credette. Ora, come poteva avvenire ciò se non per-ché l'Altissimo aveva disposto che in questi casi usasse del-la sola fede infusa e non della scienza? Tuttavia anche quando operava con la scienza aveva il suo merito per l'a-more col quale la esercitava.

494. Neppure quando perse Gesù fanciullo ebbe l'uso del-la scienza infusa, con la quale avrebbe potuto conoscere do-ve ritrovarlo. Allora non ebbe nemmeno visioni chiare di Dio. Lo stesso accadde ai piedi della croce, quando il Si-gnore sospese le illuminazioni che nell'anima santissima di sua Madre avrebbero impedito il dolore. In quel momento, infatti, conveniva che lo sentisse e che operassero la sola fede e la sola speranza. Il gaudio che le avrebbe prodotto qua-lunque visione o conoscenza di Dio, anche se astrattiva, na-turalmente avrebbe impedito il dolore, a meno che Dio non avesse fatto un miracolo per cui potessero stare insieme pe-na e giubilo. Ma alla divina Maestà conveniva lasciare la Re-gina del cielo nella sofferenza, perché i meriti e l'imitazio-ne del suo Figlio santissimo potessero stare insieme con le sue grazie e la sua dignità di Madre. Per questo cercò il fan-ciullo con dolore, come lei stessa disse, e con fede viva e speranza. Lo stesso accadde nella passione e resurrezione dell'unico e amato Figlio; in quel momento la fede della Chiesa perseverò solo in lei, sua maestra e fondatrice.

495. Tre condizioni o qualità particolari si possono con-siderare nella fede di Maria santissima: la continuità, l'in-tensità e la chiarezza con la quale credeva. La continuità s'interrompeva solo quando con chiarezza intuitiva o evi-denza astrattiva contemplava la Divinità, come ho già rife-rito. Anche se solo il Signore poteva sapere quando la sua santissima Madre esercitava gli uni o gli altri atti interiori con cui lo conosceva, è certo che mai l'intelletto della Regi-na del cielo rimase ozioso, cosicché dalla sua concezione non perse mai di vista Dio. Quando era sospesa la fede, go-deva della visione chiara della Divinità o dell'evidenza del-l'altissima scienza infusa; quando le era occultata questa co-noscenza subentrava la fede, e nella successione e vicissitu-dine di questi atti si scorgeva una regolarissima armonia nel-la mente di Maria sanfissima, tanto che l'Altissimo invitava gli spiriti angelici a contemplaila, secondo quanto dice lo sposo nel Cantico dei Cantici: Tu che abiti nei giardini - compagni stanno in ascolto - fammi sentire la tua voce.

496. La fede della sovrana Principessa, per la sua effica-cia e intensità, superò quella di tutti gli Apostoli, i Profeti e i Santi messi insieme, tanto da raggiungere il massimo li-vello possibile in una semplice creatura; Maria ebbe inoltre la fede che mancò a tutti coloro che non hanno creduto, co-sicché con tale sua virtù avrebbe potuto illuminarli tutti. E quando gli Apostoli al momento della passione vennero me-no, in lei la fede perseverò talmente robusta, ferma e co-stante, che se tutte le tentazioni, gli inganni, le falsità e gli errori del mondo si fossero uniti, non avrebbero potuto im-pedire né turbare l'invincibile fede della Regina dei fedeli, perché colei che ne è fondatrice e maestra li avrebbe supe-rati e contro tutti sarebbe riuscita vittoriosa e trionfante.

497. La chiarezza, o intelligenza, con la quale credeva esplicitamente tutte le verità divine, non si può ridurre a pa-role senza oscurarla. Maria santissima sapeva tutto ciò che credeva e credeva tutto quanto sapeva; la scienza teologica infusa della credibilità dei misteri della fede e la loro intel-ligenza stava in questa Vergine sapiente nel grado più su-blime possibile a una semplice creatura. La scienza e la me-moria, superiori a quelle degli angeli, erano in lei sempre in atto senza mai farle scordare ciò che apprendeva; faceva uso di questi doni per credere profondamente, eccetto quando Dio stesso ordinava che fosse sospesa la fede. Anche se non era già beata, ma ancora viatrice, per credere e conoscere Dio, aveva l'intelligenza più eminente e più immediata, es-sendo in uno stato supenore a quello di tutti i viatori.

498. Anche se Maria santissima, quando esercitava le virtù della fede e della speranza, si trovava nello stato per lei più ordinario e basso, superava tutti i santi e gli ange-li del paradiso; lo stesso accadeva nei meriti, poiché ama-va più di loro. Che cosa sarà stato quello che operava, me-ritava e l'amore di cui ardeva, quando era sollevata dal po-tere divino ad altri benefici e ad altro stato più sublime, come nella visione beatifica o conoscenza chiara della Di-vinità? Io vorrei almeno che tutti i mortali conoscessero il valore della virtù della fede, considerandola in questo divino esempio, dove giunse alla perfezione, toccando ade-guatamente il fine al quale Dio l'aveva ordinata. Si avvici-nino gli infedeli, gli eretici, i pagani e gli idolatri alla mae-stra della fede, Maria santissima, per esserne illuminati nei loro inganni e tenebrosi errori; ritroveranno il cammino si-curo per giungere all'ultimo fine, per il quale furono creati. Si avvicinino anche i cattolici per conoscere il copioso premio di questa eccellente virtù: domandino con gli Apo-stoli al Signore che aumenti loro la fede, non per amva-re a quella di Maria santissima, ma per imitarla e seguir-la, poiché con la luce della fede ella insegna anche a noi il vero modo di praticarla, e con i suoi altissimi meriti ci dà fondata speranza di riuscirvi.

499. Il patriarca Abramo fu chiamato da san Paolo pa-dre di tutti i credenti, perché per primo ebbe la promes-sa del Messia e credette, sperando contro ogni speranza; questo indica quanto fu eccellente la fede del Patriarca che per primo credette alle promesse del Signore, quando non poteva avere umana speranza, sia perché sua moglie Sara avrebbe dovuto partorirgli un figlio essendo sterile, sia per-ché, offrendolo a Dio in sacrificio, come gli veniva ordi-nato, non capiva in che modo avrebbe potuto avere una discendenza innumerevole. Abramo credette che il potere divino soprannaturale avrebbe realizzato tutto ciò che era naturalmente impossibile e anche altre parole e promesse; per questo meritò di essere chiamato padre dei credenti e di ricevere il segno della fede per la quale era stato giu-stificato: la circoncisione.

500. Maria, nostra signora, possiede maggiori titoli e prerogative di Abramo per essere chiamata madre della fede e di tutti i credenti; nella sua mano tiene innalzato lo stendardo ed il vessillo della fede per tutti i credenti della legge di grazia. è' vero che il Patriarca fu primo in ordine di tempo e fu dato come padre e capo al popolo ebreo, co-sì come è altrettanto vero che la sua fede nelle promesse riguardanti Cristo nostro Signore e nelle parole dell'Altis-simo fu grande ed eccellente. Ma ciò non toglie che la fe-de di Maria sia stata incomparabilmente più ammirabile, cosicché ella è la prima nella dignità. Infatti, vi era mag-giore difficoltà o impossibilità nel partorire e concepire di una vergine che non in quello di una vecchia sterile; inol-tre il patriarca Abramo non era così certo che si sarebbe eseguito il sacrificio di Isacco, come lo era Maria santis-sima che si sarebbe sacrificato suo Figlio. Fu lei che in tutti i misteri credette, operò ed insegnò alla Chiesa come doveva credere nell'Altissimo e nelle opere della redenzio-ne. Così, conosciuta la fede di Maria nostra regina, vo-gliamo concludere che essa è madre dei credenti, esempio della fede cattolica e della santa speranza. Al termine di questo capitolo dico che Cristo, nostro redentore e mae-stro, godendo la somma gloria e la visione beatifica, non aveva fede, né poteva usare di essa, né con i suoi atti po-teva essere maestro di questa virtù. Però, quanto il Signo-re non poté fare direttamente, lo fece per mezzo di Maria costituendola fondatrice, madre ed esempio della fede del-la sua Chiesa. Inoltre, vuole che questa sovrana Signora e regina nel giorno del giudizio universale assista il suo san-tissimo Figlio nel giudicare coloro che non hanno credu-to, pur avendo avuto nel mondo un tale esempio.

 Insegnamento della Madre di Dio e signora nostra

 501. Figlia mia, il tesoro inestimabile della virtù della fede divina rimane nascosto a quegli uomini che hanno so-lamente occhi carnali e terreni, perché costoro non sanno stimarla e apprezzarla come richiede un dono di così in-comparabile valore. Considera, carissima, quale era lo sta-to del mondo quando non aveva fede e quale sarebbe og-gi, se il mio figlio e Signore non la conservasse. Quanti uomini, che il mondo ha celebrato come grandi, potenti e saggi, privi della luce della fede, sono precipitati dall'o-scurità della loro infedeltà in abominevoli peccati, e poi nelle tenebre eterne dell'inferno? Quanti condussero e con-ducono ancora oggi a cecità quelli che li seguono, finché arrivano a cadere tutti insieme nel profondo delle pene eterne? Questi uomini sono seguiti dai cattivi fedeli che hanno ricevuto la grazia e il beneficio della fede, ma vi-vono come se non l'avessero per nulla nelle loro anime.

502. Non ti scordare, amica mia, di mostrarti grata per questa perla preziosa che il Signore ti ha data come ca-parra e vincolo dello sposalizio celebrato con te, per atti-rarti al talamo della sua Chiesa e quindi a quello della sua eterna visione beatifica. Esercita sempre la virtù della fede, poiché ti pone vicino all'ultimo fine, la meta verso cui cam-mini, l'oggetto desiderato e amato. Essa insegna il cammi-no certo dell'eterna felicità, illumina nelle tenebre della vi-ta mortale i viatori, portandoli sicuri al possesso della loro patria, verso la quale dovrebbero indirizzare i loro passi, se non fossero morti per l'infedeltà e per i peccati. Questa è la virtù che risveglia le altre, che alimenta e sostiene il giu-sto nelle sue tribolazioni, che confonde e intimorisce gli in-fedeli ed anche i fedeli tiepidi e negligenti nell'operare, poi-ché manifesta loro in questa vita i peccati, nell'altra il ca-stigo che li attende. Inoltre la fede può ogni cosa, poiché al credente niente è impossibile. Infine, la fede illumina e nobilita l'intelletto umano, ammaestrandolo affinché non er-ri nelle tenebre della sua naturale ignoranza, sollevandolo oltre se stesso perché veda ed intenda con infallibile cer-tezza tutto ciò a cui non potrebbe giungere con le sue for-ze, portandolo a credere con sicurezza come se vedesse con evidenza. La fede, infatti, spoglia l'uomo di quella grosso-lanità che lo porta a non voler credere più di quello a cui egli stesso, con la sua limitatezza, può arrivare; eppure ciò è così poco finché l'anima vive nel carcere del corpo cor-ruttibile, soggetta all'uso dei sensi! Stima dunque, figlia mia, la perla preziosa della fede cattolica che Dio ti ha dato; cu-stodiscila, esercitandola con stima e rispetto.

 CAPITOLO 7

 La virtù della speranza e il suo esercizio nella vergine nostra Signora.

 503. La virtù della fede è seguita dalla speranza, a cui quella viene ordinata. Infatti, se l'altissimo Dio ci infonde la luce della fede, con la quale tutti senza differenza giun-giamo alla conoscenza infallibile di lui, dei suoi misteri e delle sue promesse, lo fa affinché noi, conoscendolo come nostro ultimo fine e nostra felicità, e conoscendo inoltre i mezzi per raggiungerlo, ci solleviamo ad un intenso desi-derio di conseguirlo. Questo desiderio, al quale segue co-me effetto l'impegno per arrivare al sommo Bene, si chia-ma speranza; tale virtù viene data col battesimo alla no-stra volontà. Questa deve bramare l'eterna beatitudine co-me suo ultimo e sublime bene e deve sforzarsi, con l'aiu-to della grazia divina, di conseguirla, superando le diffi-coltà che in questa contesa si presentano.

504. Quanto sia eccellente la virtù della speranza si co-nosce dal fatto che essa ha per oggetto Dio come ultimo e sommo nostro bene, benché lo contempli e lo cerchi co-me cosa lontana, anche se possibile da acquisire per mez-zo dei meriti di Cristo e delle opere compiute da colui che spera. Gli atti di questa virtù si regolano con la luce della fede divina e della prudenza, con cui applichiamo a noi stes-si le promesse infallibili del Signore. Con questa regola ope-ra la speranza infusa, mantenendosi nel mezzo ragionevole tra gli estremi dei vizi contrari, cioè tra la disperazione e la presunzione, affinché l'uomo non presuma vanamente di conseguire la gloria eterna con le sue forze o senza fare ope-re per meritarla, né, se vorrà faile, tema o diffidi di conse-guifla, come il Signore gli promette e assicura. L'uomo che spera, con prudenza e nella giusta opinione di sé, applica a se stesso questa sicurezza fondata sulla fede, cosicché non viene meno né cade in disperazione.

505. Da qui si conosce che la disperazione può venire dal non credere ciò che la fede ci promette o, in caso che si creda, dal non applicare a se stessi la sicurezza delle promesse divine, giudicando erroneamente impossibile conseguirle. Tra questi due pericoli procede sicura la spe-ranza, che muove a credere che Dio non negherà a me ciò che ha promesso a tutti e, allo stesso tempo, che la pro-messa fu fatta a condizione che io da parte mia mi impe-gnassi e la meritassi col favore della grazia divina. Perciò, se Dio fece l'uomo capace di giungere alla sua visione e alla gloria eterna, non era conveniente che arrivasse a tan-ta felicità per mezzo del cattivo uso delle stesse facoltà con cui lo avrebbe goduto, ossia con i peccati; egli volle che vi giungesse usando queste facoltà in modo adeguato al fine al quale tendere, cioè con il buon uso delle virtù. Con es-se l'uomo si dispone ad arrivare a godere il sommo Bene, potendolo subito cercare in questa vita con la conoscenza e con l'amore divino.

506. La virtù della speranza ebbe in Maria santissima il sommo grado di perfezione possibile anche negli effetti e nelle condizioni; il desiderio e lo sforzo di conseguire la

visione di Dio fu in lei maggiore che in tutte le creature. Sua Altezza non ebbe solamente la fede infusa nelle pro-messe del Signore, alla quale, essendo la maggiore, corri-spondeva in proporzione la maggiore speranza; ebbe an-che la visione beatifica, nella quale per esperienza conob-be l'infinità, verità e fedeltà dell'Altissimo. Sebbene non usasse della speranza mentre godeva della visione e del possesso della Divinità, in sua assenza, quando ritornava allo stato ordinario, la memoria del sommo Bene, l'aiuta-va a sperarlo e a desiderarlo con maggior forza e inten-sità. Questo desiderio era come una nuova e singolare spe-ranza, propria della Regina delle virtù.

507. La speranza di Maria santissima ebbe anche un'al-tra causa per superare quella di tutti i fedeli, perché il pre-mio di questa sovrana Regina, che è il principale oggetto della speranza, fu superiore a quello di tutti gli angeli e i santi. Per questo, proporzionatamente alla conoscenza che l'Altissimo le diede di tanta gloria, ella ebbe la somma spe-ranza e il sommo desiderio di conseguirla. Affinché poi ar-rivasse al grado più sublime di questa virtù, sperando de-gnamente tutto ciò che il braccio onnipotente di Dio vole-va operare in lei, fu prevenuta con la luce della fede su-prema, con aiuti e doni adeguati e con una speciale mo-zione dello Spirito Santo. Ciò che diciamo della somma speranza che ella ebbe riguardo all'oggetto principale di questa virtù, si deve intendere anche riguardo agli altri og-getti, detti secondari; infatti, i benefici, i doni e i misteri, che si operarono nella Regina del cielo, furono così gran-di che il braccio onnipotente di Dio non poté stendersi ol-tre. Poiché questa grande Signora doveva divenire capace di accoglierli mediante la fede e la speranza delle promesse divine, era necessario che in lei queste virtù fossero le mag-giori possibili in una creatura umana.

508. Come si è già riferito, la Regina del cielo ebbe co-noscenza e fede esplicita di tutte le verità rivelate, nonché di tutti i misteri e di tutte le opere dell'Altissimo, e inoltre in lei agli atti della fede corrispondevano quelli della spe-ranza; chi potrà allora conoscere, tranne lo stesso Dio, quan-ti e quali siano stati gli atti di speranza che emise questa Si-gnora delle virtù, avendo conosciuto tutti i misteri della stes-sa sua gloria ed eterna felicità, insieme a quelli che in lei e nella Chiesa si dovevano operare per i meriti del suo Figlio santissimo? Soltanto per Maria sua madre, solo per darla a lei, Dio avrebbe formato questa virtù, come anche la fede.

509. Per questa ragione lo Spirito Santo la chiamò ma-dre del bell'amore e della santa speranza, perché come il dare carne al Verbo la rese Madre di Cristo, così lo Spi-rito Santo la fece madre della speranza per aver concepi-to e partorito, con il suo concorso e la sua opera specia-le, questa virtù per i fedeli della Chiesa. L'essere madre della santa speranza fu conseguente all'essere Madre di Gesù Cristo nostro Signore, poiché conobbe che in suo Fi-glio ci dava tutta la nostra sicura speranza. Per questi con-cepimenti e parti, la Regina santissima acquistò una spe-cie di dominio e d'autorità sopra la grazia e le promesse dell'Altissimo, che con la morte di Cristo nostro redento-re, figlio di Maria, si dovevano adempiere; perciò tutte queste cose ci furono date da questa Signora, quando, me-diante la sua libera volontà, concepì e partorì il Verbo in-carnato e con lui tutte le nostre speranze. In questo si adempì legittimamente quello che disse lo sposo nel Can-tico dei Cantici: I tuoi germogli sono un giardino; tutto ciò che uscì da questa Madre di grazia fu per noi felicità, paradiso e speranza certa di conseguirlo.

510. La Chiesa aveva in Gesù Cristo un padre celeste e vero, che la generò e fondò e l'arricchì di grazie, di esem-pi e di insegnamenti, mediante i suoi meriti e le sue sof-ferenze, come conviene a un tale padre, autore di quest'o-pera ammirabile; con questa perfezione era perciò oppor-tuno avere anche una madre amorosa e benigna, la quale, con carezze e con materno affetto, allevasse al suo petto i figli e con tenero e dolce nutrimento li alimentasse, quan-do, essendo ancora piccoli, non potessero sopportare il pa-ne dei robusti e dei forti. Questa dolce madre fu Maria santissima che al tempo della Chiesa primitiva, quando na-sceva nei teneri figli la legge di grazia, incominciò a dar loro dolce latte di luce e dottrina, come pietosa madre; fi-no alla fine del mondo continuerà a farlo con le sue in-tercessioni a favore dei nuovi figli, generati ogni giorno da Cristo nostro Signore con i meriti del suo sangue e per le preghiere della Madre di misericordia. Per lei nascono; el-la li alleva ed alimenta ed è dolce madre, vita e speranza nostra, origine della nostra speranza, esempio da imitare nella speranza di conseguire con la sua intercessione l'e-terna felicità, quella che il suo santissimo Figlio ci meritò, nonché gli aiuti che per mezzo di lei ci comunica per po-terla raggiungere.

 Insegnamento della santa vergine Maria

    511. Figlia mia, con la fede e la speranza, come con due forti ali, il mio spirito si sollevava, cercando l'infinito e sommo Bene, fino a riposare nell'unione del suo intimo e perfetto amore. Molte volte godevo della sua visione, del-la sua intuizione; ma se questo beneficio non era conti-nuo, per lo stato di viatrice, tale invece era in me l'eserci-zio della fede e della speranza. Esse rimanevano escluse dalla visione, ma subito le ritrovavo nella mia mente, sen-za alcun ritardo nei metterle in pratica. Quanto poi all'ardente desiderio che esse causavano nel mio spirito di giun-gere al godimento eterno di Dio, tutto ciò non può essere adeguatamente inteso dall'intelletto umano, che è limitato, ma lo conoscerà in Dio con eterna lode colui che meriterà la sua visione in cielo.

512. E tu, carissima, che già hai ricevuto tanta luce sul-l'eccellenza di questa virtù e sulle opere che io esercitavo con essa, adoperati per imitarmi incessantemente secondo le forze della grazia divina. Medita continuamente le pro-messe dell'Altissimo e, con la certezza che ti viene dalla fe-de, solleva il tuo cuore con ardente desiderio, anelando a conseguirle. Con questa ferma speranza, per i meriti del mio santissimo Figlio, giungerai ad abitare la celeste pa-tria in compagnia di tutti coloro che nella gloria immor-tale contemplano il volto dell'Altissimo. Se con questo aiu-to distacchi il tuo cuore dalle cose terrene, fissando tutta la tua mente nel bene immutabile a cui aneli, tutto ciò che è visibile ti diventerà pesante e molesto, lo giudicherai vi-le e disprezzabile e nient'altro bramerai fuorché l'amabi-lissimo oggetto dei tuoi desideri. Nell'anima mia questo ar-dore della speranza fu quello che conveniva a chi con la fede lo aveva creduto e con l'esperienza l'aveva gustato: ar-dore che nessuna parola può spiegare.

513. Inoltre, considera e piangi con intimo dolore l'in-felicità di tante anime le quali, essendo immagini di Dio e capaci della sua gloria, per le loro colpe restano prive del-la speranza vera di goderlo. Se i figli della santa Chiesa fa-cessero sosta nei loro vani pensieri e si trattenessero un po' a valutare il beneficio concesso loro da Dio, che con il dono della fede e della speranza li ha separati, senza loro merito, dalle tenebre, senza dubbio avrebbero vergogna del-la loro ingrata dimenticanza. Ma non s'inganmno, perché li aspettano maggiori e più terribili tormenti. Pensino che a Dio ed ai santi sono tanto più ripugnanti quanto mag-giore è il loro disprezzo del sangue di Cristo, in virtù del quale vennero loro fatti questi benefici. E come se tali ve-rità fossero favole, questi ingrati disprezzano il frutto del-la verità senza trattenersi un solo giorno -, e molti nean-che un'ora sola - a considerare i loro obblighi e il perico-lo che li sovrasta. Piangi, anima, questo danno e secondo le tue forze impegnati e domanda a mio Figlio il rimedio; credi che qualunque sollecitudine e sforzo metterai nel fa-re questo, ti sarà premiato da sua Maestà.

 CAPITOLO 8

 La virtù della carità di Maria santissima nostra signora.

 514. La virtù sovraeccellentissima della carità è la si-gnora, la regina, la madre, l'anima, la vita e la bellezza di tutte le altre virtù. La carità è quella che le governa tutte, le muove e le guida al loro vero ed ultimo fine. Essa le ge-nera nel loro essere perfetto, le sviluppa e conserva, le il-lumina e adorna, e dà loro vita ed efficacia. E se tutte le altre procurano alla creatura qualche perfezione e orna-mento, la carità è quella che origina l'uno e l'altra in esse e che le perfeziona, perché senza la carità sono tutte defor-mi, oscure, languide, morte e senza profitto, e in esse il dinamismo della vita non è perfetto. La carità è benigna, paziente, mansuetissima, senza emulazione, senza invidia, senza risentimento. Essa di niente si appropria, tutto di-stribuisce, origina tutti i beni e non acconsente ad alcuno dei mali per quanto dipende da lei, perché è la maggiore partecipazione del vero e sommo Bene. O virtù delle virtù e somma dei tesori del cielo! Tu sola tieni la chiave del paradiso, tu sei l'aurora dell'eterna luce, il sole del giorno del-l'eternità, il fuoco che purifica, il vino che inebria dando un nuovo sentimento, il nettare che letifica, la dolcezza che sazia senza fastidio, il talamo in cui riposa l'anima. Sei vincolo così stretto che ci fai uno col medesimo Dio, nel-la maniera in cui lo sono l'eterno Padre col Figlio ed en-trambi con lo Spirito Santo.

515. Per l'incomparabile nobiltà di questa signora del-le virtù, cioè della carità, lo stesso Dio e Signore volle - a nostro modo d'intendere - onorare se stesso col nome di lei, chiamandosi egli stesso Amore, come disse san Gio-vanni. A ben donde la Chiesa cattolica, delle perfezioni di-vine, attribuisce al Padre l'onnipotenza, al Figlio la sa-pienza e allo Spirito Santo l'amore, perché il Padre è prin-cipio senza principio, il Figlio è generato dal Padre attra-verso l'intelletto e lo Spirito Santo da entrambi procede at-traverso la volontà. Nondimeno, lo stesso Signore applica a se stesso il nome di carità nella sua pienezza e perfe-zione senza differenza di Persone, poiché di tutte e tre sen-za distinzione l'Evangelista disse: Dio è amore. Tale virtù, nel Signore, ha questa peculiarità: è il termine, lo scopo di tutte le operazioni ad intra e ad extra, perché tutte le di-vine processioni, che sono le attività di Dio dentro di sé, vanno a terminare nell'unione dell'amore e della carità re-ciproca delle tre Persone divine, per cui tra loro hanno un altro vincolo indissolubile, oltre all'unità della natura indi-visa nella quale sono un solo e medesimo Dio. Tutte le ope-re ad extra, ovvero le creature, hanno avuto origine dalla carità divina e ad essa sono ordinate, in modo che, uscen-do dal mare immenso di quella bontà infinita, facciano poi ritorno, mediante la carità e l'amore, all'origine da cui pro-vengono. Questo è pregio singolare della virtù della carità tra tutte le altre virtù e gli altri doni ed è perfetta parte-cipazione della carità divina, ha origine dallo stesso prin-cipio, mira al medesimo fine ed è inoltre proporzionata ad essa più delle altre virtù. Infatti, se chiamiamo Dio nostra speranza, nostra pazienza e sapienza, è solo perché rice-viamo dalla sua mano queste virtù e non perché siano pre-senti in Dio come in noi. Tuttavia, non solamente ricevia-mo la carità dal Signore, né egli si chiama Amore solo per-ché ce la comunica, ma anche perché la possiede in se stesso nella sua essenza. Perciò la nostra carità scaturisce da tale perfezione divina, che noi c'immaginiamo come for-ma e attributo della sua natura, con più proporzione e per-fezione di qualsiasi altra virtù.

516. La carità di Dio possiede a nostro vantaggio altre qualità ammirabili. Difatti, essendo essa il principio che ci comunicò tutto il bene del nostro essere ed essendo anche il sommo bene che è lo stesso Dio, viene ad essere lo sti-molo e l'esempio della nostra carità e del nostro amore verso lo stesso Signore. Infatti, se per amarlo non ci desta e non ci muove il sapere che in se stesso è infinito e som-mo Bene, almeno ci attirerà e ci obbligherà ad amarlo il sapere che egli è il nostro sommo bene. E se forse non po-tevamo né sapevamo amarlo prima che ci desse il suo Fi-glio unigenito, ora però, dopo che ce l'ha donato, come po-tremmo osare non amarlo? O con quale giustificazione? Poiché, se abbiamo una discolpa nel non saperci guada-gnare tale beneficio, nessuna però ne avremo se, dopo aver-lo ricevuto senza meritarlo, non ce ne mostreremo rico-noscenti ricambiando amore con amore.

517. L'esempio, che la nostra carità ha in quella divina, dimostra molto più l'eccellenza di tale virtù, benché con difficoltà io possa esprimere in questo il mio pensiero. In verità, quando Cristo Signore nostro fondava la sua per-fettissima legge di amore e di grazia, c'insegnò ad essere perfetti a imitazione del nostro Padre celeste, il quale fa sorgere il sole, che è cosa sua, sopra i giusti e gli ingiusti senza differenza. Solamente il Figlio dell'eterno Padre po-teva dare agli uomini tale insegnamento e tale esempio, perché, tra tutte le creature visibili, nessuna come il sole ci manifesta la carità divina e ce la propone per imitarla. Difatti questo nobilissimo pianeta, per sua medesima na-tura e senz'altra deliberazione fuorché la sua sola inclina-zione innata, comunica la sua luce a tutte le parti e a tut-ti quelli che sono capaci di riceverla, senza differenza: per quanto dipende da lui non la nega mai e non la toglie a nessuno. Inoltre fa questo senza che vi sia obbligato da al-cuno, senza riceverne beneficio né contraccambio di cui abbia necessità e senza trovare nelle cose, che illumina e riscalda, bontà alcuna antecedente che valga a muoverlo o ad attirarlo; anzi fa questo senza avere altro interesse fuor-ché quello di spargere la stessa virtù che contiene in sé, affinché tutti ne partecipino e la comunichino.

518. Considerando dunque le qualità di una così gene-rosa creatura, chi è colui che non scorga in essa un'im-magine della Carità increata, che si deve imitare? E chi vi sarà che non si curi di imitarla? Chi potrà immaginare di se stesso che abbia vera carità se non la imita? La nostra carità e il nostro amore non possono produrre bontà al-cuna nell'oggetto amato, come fa la carità increata del Si-gnore. Tuttavia, se non possiamo migliorare quelli che amiamo, possiamo almeno amare tutti senza interesse e senza scegliere chi amare e a chi fare del bene con la spe-ranza del contraccambio. Non dico che la carità non sia libera, né che Dio abbia fatto qualche opera fuori di sé per naturale necessità, né mira a questo l'esempio, perché tut-te le opere ad extra, che sono quelle della creazione, sono libere in Dio. Tuttavia la volontà libera non deve deviare né violentare l'inclinazione e l'impulso della carità, anzi de-ve assecondarla ad imitazione del sommo Bene. Egli, poi-ché la sua natura domanda di comunicarsi, non trovò a tal fine alcun ostacolo nella sua volontà divina, ma si la-sciò trasportare e muovere dalla sua stessa inclinazione per comunicare i raggi della luce inaccessibile a tutte le crea-ture, secondo la capacità insita in ciascuna di riceverla, senza che da parte nostra vi fossero prima bontà alcuna, servizio o beneficio, e senza che egli sperasse d'avere tale contraccambio dopo. Infatti, non ha bisogno di nessuno.

519. Avendo già conosciuto in parte la condizione del-la carità nel suo principio, che è Dio, dove mai al di fuo-ri dello stesso Signore la ritroveremo noi in tutta la sua perfezione possibile a una semplice creatura se non in Ma-ria santissima, dalla quale più immediatamente possiamo imitare come dev'essere la nostra carità? è chiaro che, uscendo i raggi di questa luce e carità dal Sole increato, dove sta senza termine e fine, essa si va comunicando a tutte le creature, fino alla più remota, con ordine, con mi-sura ed esclusivamente secondo il grado di ciascuna, a se-conda che si trovi più vicina o più distante dal suo prin-cipio. Quest'ordine mostra la pienezza e la perfezione del-la Provvidenza divina, poiché senza di essa sarebbe difet-tosa, confusa e incompleta l'armonia delle creature, che Dio ha creato per farle partecipi della sua bontà e del suo amore. Il primo posto in quest'ordine doveva essere occu-pato, dopo il medesimo Dio, da quell'anima e da quella persona che allo stesso tempo fosse Dio increato e uomo creato, affinché alla somma e suprema unione di natura seguisse la somma grazia e partecipazione d'amore, come si trovò e si trova in Cristo Signore nostro.

520. Il secondo posto spetta alla sua madre Maria san-tissima, nella quale in modo singolare riposò la carità e l'amore divino. Infatti, a nostro modo d'intendere, la Ca-rità increata non sarebbe stata affatto quieta e soddisfatta se non si fosse riversata in una creatura semplicemente ta-le, e con tale abbondanza che in lei venisse ad essere ne-pilogato l'amore e raccolta la carità di tutto il genere uma-no, in modo che ella sola potesse supplire per le altre sem-plici creature, dando così il contraccambio possibile alla Carità increata e partecipando della stessa senza le man-canze e i difetti che vi mescolano tutti gli altri mortali cor-rotti dal peccato. Solo Maria fra tutte le creature fu elet-ta, come il Sole di giustizia, affinché lo emulasse nella ca-rità e imitasse lui in questa sua virtù con la massima conformità all'originale. Ella sola seppe amare più, e me-glio, di tutte le altre insieme, amando Dio puramente, per-fettamente, intimamente e sommamente per Dio stesso e le creature per suo amore, nel modo in cui egli stesso le ama. Ella sola assecondò adeguatamente l'impulso della ca-rità e la sua inclinazione generosa, amando il sommo Be-ne come sommo bene senza alcun altro scopo, amando le creature per la partecipazione che hanno di Dio e non per il contraccambio, né per la speranza di una retribuzione. Di conseguenza, imitando in tutto la Carità increata, solo Maria poté e seppe amare in modo da migliorare chi ama-va. In verità, col suo amore operò in maniera tale che mi-gliorò il cielo e la terra in tutto ciò che esiste, eccetto Dio.

521. Quindi, se la carità di questa gran Signora si po-nesse su una bilancia e quella di tutti gli uomini e gli an-geli su un'altra, peserebbe più quella di Maria purissima che quella di tutte le altre creature, poiché queste fra tutte non giunsero a saper tanto, come ella sola, della natura e qua-lità della carità di Dio. Conseguentemente, solo Maria sep-pe imitarla con adeguata perfezione in modo superiore al-l'intera natura delle creature intelligenti. Con questo ecces-so d'amore e di carità soddisfece il debito che le creature avevano di corrispondere all'amore infinito del Signore ver-so di esse, cioè di corrispondervi per quanto si poteva ri-chiedere da loro, non dovendo il loro amore equivalere a quello infinito di Dio, perché ciò non era possibile. E come l'amore e la carità dell'anima santissima di Gesù Cristo fu-rono in qualche misura proporzionate all'unione ipostatica, nel grado possibile, così la carità di Maria fu in altro mo-do proporzionata al beneficio di averle l'eterno Padre dato il suo Figlio santissimo, affinché fosse unitamente madre di lui e lo concepisse e partorisse per rimedio del mondo.

522. Da ciò intenderemo che tutto il bene e la felicità delle creature si viene a risolvere in qualche maniera nel-la carità e nell'amore che Maria santissima ebbe per Dio. Ella fece sì che queste virtù e questa partecipazione del-l'amore divino si trovassero fra le creature nella loro ulti-ma e somma perfezione. Ella pagò interamente per tutti questo debito, mentre tutti gli altri insieme non avrebbe-ro potuto dare a Dio la ricompensa dovuta né tantomeno giungevano a conoscerla. Con questa perfettissima carità ella obbligò, per quanto era possibile, l'eterno Padre a do-narle, per sé e per tutto il genere umano, il suo Figlio san-tissimo. Infatti, se Maria purissima avesse amato meno e se nella sua carità si fosse trovata qualche mancanza, non vi sarebbe stata disposizione nella natura creata perché il Verbo s'incarnasse, mentre invece, trovandosi fra le crea-ture qualcuna che giungesse ad imitare la carità divina in grado tanto sublime, ne veniva di conseguenza che in lei sarebbe sceso il medesimo Dio, come fece.

523. Tutto questo si trova racchiuso in quella frase con cui lo Spirito Santo la chiamò Madre del bell'amore, at-tribuendo pure a lei queste parole - come si è riferito del-la santa speranza. In verità Maria è madre di colui che è nostro dolcissimo amore, Gesù Signore e redentore nostro, il più bello tra i figli dell'uomo, sia per la divinità che è d'infinita ed increata bellezza, sia per l'umanità che non ebbe colpa né inganno e alla quale non mancò grazia al-cuna di quelle che la divinità poté comunicarle. Inoltre è Madre del bell'amore, perché ella sola generò nella sua mente l'amore, la carità perfetta e la bellissima dilezione, che tutte le altre creature non seppero generare in tutta la sua bellezza, e senza difetto alcuno, in modo che potesse chiamarsi un amore assolutamente bello. Madre è del no-stro amore, perché ella lo portò al mondo, ella ce lo gua-dagnò ed ella c'insegnò a conoscerlo e a praticarlo. Infat-ti, esclusa Maria santissima, non si poteva trovare né in cielo né in terra un'altra semplice creatura che gli uomi-ni e gli angeli potessero seguire come maestra del bell'a-more. Così, tutti i santi sono come raggi di questo sole, come condotti escono da questo mare e, tanto più sanno amare, quanto più partecipano dell'amore e della carità di Maria santissima, imitandola e perciò rendendosi confor-mi a lei.

524. Cause di tale carità e amore nella nostra principes-sa Maria furono la profondità della sua altissima conoscen-za e sapienza, per la fede e la speranza infuse come per i doni dello Spirito Santo, di scienza, intelletto e sapienza, e soprattutto per le visioni intuitive, nonché per quelle astrat-tive della Divinità. Mediante tutti questi mezzi conobbe in sommo grado la Carità increata e la bevve alla sua medesi-ma fonte. Avendo conosciuto che Dio doveva essere amato per se stesso e la creatura per Dio, così fece e praticò con intensissimo e ferventissimo amore. D'altronde il potere di-vino, non trovando impedimento, né ostacolo di colpa, né di inavvertenza, ignoranza, imperfezione o indugio nella vo-lontà di questa Regina, poté operare in lei tutto ciò che vol-le e tutto ciò che non fece con le altre creature, perché nes-sun'altra ebbe la disposizione di Maria santissima.

525. Quindi la carità di Maria fu un vero prodigio del potere divino; fu il maggior saggio e la maggior testimo-nianza della carità increata di Dio in una creatura pura-mente tale e fu il disimpegno di quel gran precetto natu-rale e divino: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze, perché solo Maria di-sobbligò tutte le creature da questo impegno e da questo debito, che in questa vita, prima di vedere Dio, non sape-vano né potevano pagare interamente. Questa Signora l'a-dempì, quando era ancora viatrice, meglio dei medesimi serafini, che già erano comprensori. Ella in un certo sen-so disimpegnò anche Dio, poiché lo tolse dall'obbligo di far sì che questo precetto non restasse vano e come fru-strato da parte dei viatori. Infatti Maria purissima, ed el-la sola, lo osservò con tutta santità e perfezione per tutti loro, supplendo abbondantemente a quanto loro mancava. E se, quando Dio volle stabilire questo precetto di tanto amore e di così perfetta carità ai mortali, egli non avesse avuto presente Maria santissima, nostra regina, forse non lo avrebbe dato in tale forma, ma in vista di questa Si-gnora ben si compiacque di fissarlo in questi termini; quin-di noi le siamo debitori sia dell'avere ricevuto questo pre-cetto della perfetta carità sia dell'averlo adeguatamente adempiuto.

526. O dolcissima Madre del bell'amore, tutte le nazio-ni ti conoscano, tutte le generazioni ti benedicano, tutte le creature ti esaltino e ti lodino! Tu sola sei la perfetta, tu sola la diletta, tu sola la prescelta per tua madre che è la carità increata. Ella ti formò unica e fulgida come il sole, per risplendere col tuo bellissimo e perfettissimo amore. Av-viciniamoci dunque tutti, noi miseri figli di Eva, a questo sole, affinché ci illumini ed accenda. Andiamo a questa Ma-dre, affinché ci rigeneri nell'amore. Avviciniamoci a questa maestra, affinché c'insegni ad esercitare l'amore, la dilezio-ne e la carità bella e senza difetti. L'amore è un affetto col quale chi ama si compiace e riposa nell'amato. La dilezio-ne inoltre fa una certa scelta e separazione della cosa che si ama da tutto il resto. Ma la carità, oltre a tutto ciò, si-gnifica un'intima preziosità dell'oggetto amato, per cui si stima e brama. Tutto questo ci verrà insegnato dalla Ma-dre di questo bell'amore, il quale, appunto perché ha in lei tutte queste qualità, viene ad esser tale. Da lei apprendere-mo ad amare Dio per Dio, riposando in lui tutto il nostro cuore e tutti i nostri affetti. Apprenderemo a separare que-sto cuore da tutto ciò che non è lo stesso sommo Bene, poiché lo ama meno chi con lui vuole amare altre cose. Ap-prenderemo ad apprezzarlo e stimarlo più dell'oro e più di ogni altra cosa preziosa, poiché, al suo confronto, ogni co-sa preziosa è vile, ogni bellezza è bruttezza e ogni cosa grande e stimabile agli occhi carnali viene ad essere spre-gevole e senza valore alcuno. Quanto agli effetti della ca-rità di Maria santissima, io ne parlo in tutta quest'Opera e di essi sono pieni il cielo e la terra. Quindi non mi trat-tengo a raccontare in particolare quello che non si può spie-gare con la lingua né con parole umane o angeliche.

 Insegnamento della Regina del cielo

 527. Figlia mia, se con affetto di madre desidero che tu mi segua e mi imiti in tutte le altre virtù, in questa poi della carità, che è il fine e la corona di tutte, ti ordino espressamente come mia volontà che tu dilati oltremisura tutte le tue forze per copiare nell'anima tua con maggiore perfezione tutto ciò che ti fu fatto conoscere nella mia. Ac-cendi la lucerna della fede e della ragione per ritrovare questa dramma d'infinito valore e, avendola poi ritrovata, dimentica e disprezza tutto ciò che è terreno e corruttibi-le. Molte volte medita, considera e pondera le infinite ra-gioni e cause che vi sono in Dio perché egli debba essere amato sopra tutte le cose. E affinché tu sappia come devi fare per amarlo con la perfezione che desideri, questi sa-ranno i segni e gli effetti dell'amore dai quali conoscerai se il tuo è perfetto e vero. Osserva cioè se mediti e pensi a Dio continuamente; se adempi i suoi precetti e consigli senza tedio né disgusto; se temi di offenderlo; se, offeso, procuri subito di placarlo; se ti dispiace che sia offeso; se ti rallegri che tutte le creature lo servano; se desideri e gu-sti il parlare continuamente del suo amore; se ti consoli nel ricordarlo e averlo presente; se ti rattristi della sua di-menticanza e lontananza; se ami ciò che egli ama e abor-risci ciò che egli aborrisce; se procuri di attirare tutti alla sua amicizia e grazia; se gli domandi con confidenza; se ricevi con riconoscenza i suoi benefici; se procuri di non perderli e se li converti ad onore e gloria sua; se desideri e ti sforzi di estinguere in te stessa i moti delle passioni, che ti ritardano ed impediscono l'affetto amoroso e l'ope-ra delle virtù.

528. Questi ed altri effetti sono altrettanti indizi che la carità si trova nell'anima con più o meno perfezione. E so-prattutto quando è forte e ardente, non lascia inattive le facoltà, né tollera errori nella volontà, perché subito le pu-rifica e perfeziona tutte e non riposa se non quando gusta la dolcezza del sommo Bene che ama; senza di lui viene meno ed è come ferita, inferma e assetata di quel vino che inebria il cuore, provocando la dimenticanza di tutto ciò che è terreno, corruttibile e momentaneo. Inoltre, siccome la carità è la madre e la radice di tutte le altre virtù, su-bito si sente la sua fecondità in quell'anima in cui essa è permanente e viva, perché la riempie e adorna con gli abi-ti delle altre virtù, che con ripetuti atti va generando, co-me spiegò l'Apostolo. Non solamente l'anima che vive nel-la carità possiede gli effetti di questa virtù, con la quale ama il Signore, ma, stando nella carità, è vicendevolmen-te amata dal medesimo Dio. Di conseguenza riceve dall'a-more divino quel reciproco effetto per cui Dio rimane in colui che ama, cosicché il Padre, il Figlio e lo Spirito San-to pongono in lui il tempio della loro dimora. Questo be-neficio è talmente grande ed eccelso che con nessun ter-mine né esempio si può far conoscere nella vita mortale.

529. L'ordine di questa virtù sta nell'amare prima Dio, il quale è sopra la creatura, subito dopo amare se stesso e dopo di sé amare ciò che è più vicino a sé, cioè il pro-prio prossimo. Dio si deve amare con tutto l'intelletto sen-za errore, con tutta la volontà senza frode né divisione, con tutta la mente senza dimenticanza, con tutte le forze senza lentezza, tiepidezza o negligenza. Il motivo che la carità ha di amare Dio e tutto il resto a cui si estende, è il medesimo Dio, perché egli, che è sommo bene infinita-mente perfetto e santo, deve essere amato per se stesso. Amando Dio per questo motivo, ne segue che la creatura ama se stessa, perché essa ed il suo prossimo non sono suoi tanto quanto sono del Signore dal quale ricevono l'es-sere, la vita e il movimento. E chi con verità ama Dio per-ché egli è ciò che è, ama anche tutto quello che è di Dio ed ha qualche partecipazione della sua bontà. Per questo la carità, considerando il prossimo come opera e parteci-pazione di Dio, non fa differenza tra amico e nemico, per-ché considera solamente ciò che hanno di Dio e che sono cosa sua. Inoltre questa virtù non fa caso se la creatura che deve amare è un amico piuttosto che un nemico, un benefattore piuttosto che un offensore, ma solamente fa caso se partecipa più o meno della bontà dell'Altissimo e così, col dovuto ordine, ama tutti in Dio e per Dio.

530. Tutto il resto che le creature amano per altri fini e motivi sperandone qualche interesse, comodità o ricam-bio, lo amano con amore di concupiscenza disordinata o con amore umano e naturale e, quand'anche fosse amore virtuoso e ben ordinato, non apparterrebbe alla carità in-fusa. Di conseguenza, muovendosi gli uomini ordinaria-mente in vista di questi beni particolari e con fini interes-sati e terreni, risulta che sono molto pochi quelli che con-siderano, abbracciano e conoscono la nobiltà di questa ge-nerosa virtù, esercitandola con la dovuta perfezione, poi-ché cercano ed invocano per i beni temporali o per il be-neficio e il gusto spirituale persino lo stesso Dio. Da tutto questo sregolato amore voglio, figlia mia, che allontani il tuo cuore e che viva in, esso solo la carità ben ordinata, alla quale l'Altissimo ha inclinato i tuoi desideri. E se tan-te volte ripeti che questa virtù è la più bella, la più genti-le, e che è degna di essere amata e stimata da tutte le crea-ture, impegnati molto per conoscerla e, avendola cono-sciuta, compra una così preziosa gemma dimenticando ed estinguendo nel tuo cuore ogni amore che non sia di ca-rità perfettissima. D'ora innanzi, non devi più amare nes-suna creatura se non per Dio, per quegli attributi divini che in essa vedi rappresentati e come cosa sua, nel modo in cui la sposa ama tutti i servi e i familiari della casa del-lo sposo, perché sono suoi. E se, amando qualche creatu-ra, ti dimentichi che devi vedere Dio in essa e così non la ami solo per questo Signore, sappi che tu non la ami con amore di carità, né come da te voglio, né come l'Altissimo ti ha ordinato. Conoscerai se la ami con carità anche dal-la differenza che farai tra amico e nemico, gradevole e sgra-devole, tra più o meno cortese, tra chi ha e chi non ha grazie naturali. Tutte queste differenze non le fa la carità vera, ma piuttosto l'inclinazione naturale e le passioni de-gli appetiti, che tu devi governare con questa virtù, estin-guendoli ed eliminandoli.

 CAPITOLO 9

 La virtù della prudenza della santissima Regina del cielo.

 531. Come nelle sue attività l'intelletto precede la vo-lontà e la orienta in quelle che le sono proprie, così le virtù specifiche dell'intelletto sono prima di quelle della volontà. Ora, quantunque il compito dell'intelletto sia pre-cisamente solo quello di conoscere la verità e contem-plarla, per cui si potrebbe dubitare che le sue facoltà sia-no vere virtù - consistendo la natura delle virtù nell'indi-nare ad operare il bene - tuttavia è certo che vi sono del-le virtù intellettuali, le cui attività sono lodevoli e buone, purché regolate dalla ragione e dalla verità. Quando l'in-telletto mostra e rappresenta tale bene alla volontà, affin-ché questa lo desideri, e le dà norme di comportamento, allora l'agire dell'intelletto è buono e virtuoso, sia in or-dine all'oggetto teologico, come la fede, sia in ordine al-l'oggetto morale, come la prudenza, che ragionando indi-rizza e governa le attività degli appetiti. Perciò la virtù della prudenza, appartenendo all'intelletto, è la prima; es-sa è come la radice delle altre tre virtù morali e cardina-li, le attività delle quali sono lodevoli quando sono diret-te dalla prudenza, e sono imperfette e riprovevoli quando ne vanno disgiunte.

532. La nostra Regina e signora possedette la virtù del-la prudenza in grado supremo, proporzionato a quello del-le altre virtù finora riferite e delle altre di cui in seguito riferirò. E, proprio per la superiorità che Maria santissima mostrò nell'esercizio di questa virtù, viene chiamata dalla Chiesa col nome di Vergine prudentissima. Ora, siccome questa prima virtù è quella che governa, indirizza e co-manda tutte le attività delle altre, trattando in tutto il cor-so di questa Storia di quelle che Maria santissima praticava; si supplirà al poco che io potrei dire e scrivere di questo pelago di prudenza, dato che in tutte le sue azioni risplenderà la luce di questa virtù, con cui essa le regola-va. Quindi, per ora, io non tratterò della prudenza di Ma-ria se non in generale, spiegandone le singole parti e qua-lità secondo il comune insegnamento dei maestri e dei santi, affinché possa intendersi meglio.

533. Delle tre specie di prudenza, delle quali una vie-ne chiamata prudenza politica, l'altra prudenza purgativa e la terza prudenza dell'animo purgato o purificato e perfetto, non ne mancò alcuna alla nostra Regina. Infat-ti, sebbene le sue facoltà siano state perfettamente puri-ficate o, per meglio dire, non abbiano avuto niente da pu-rificare dalla colpa né dall'opposizione alla virtù, tuttavia dovevano essere purificate dalla naturale ignoranza, an-che per progredire da ciò che era buono e perfetto a ciò che era perfettissimo e santissimo. Questo però si vuole intendere rispetto alle sue stesse opere, comparandole fra loro e non già con quelle delle altre creature, perché, in confronto agli altri santi, non vi fu opera meno perfetta in questa Città di Dio, le cui fondamenta riposavano sui monti santi. Tuttavia, siccome dall'istante della sua con-cezione andò crescendo in se stessa nella carità e nella grazia, alcune opere, che in sé furono perfettissime e su-periori a tutte quelle dei santi, furono meno perfette ri-spetto ad altre più sublimi, alle quali successivamente si innalzò.

534. La prudenza politica in generale è quella che me-dita e soppesa tutto ciò che occorre eseguire e, confor-mandolo alla ragione, niente fa che non sia retto e buono. La prudenza purgativa è quella che disprezza tutto ciò che è visibile e ne astrae il cuore per indirizzarlo alla divina contemplazione e a tutto ciò che è celeste. La prudenza del-l'animo purgato è quella che prende di mira il sommo Be-ne e a lui indirizza tutto l'affetto per unirsi e riposare, come se non vi fosse altra cosa fuori di lui. Tutte queste specie di prudenza si trovavano nell'intelletto di Maria san-tissima per discernere e conoscere senza inganno e per in-dirizzarsi e muoversi senza negligenza né indugio a ciò che era più sublime e perfetto. Mai il giudizio di questa sovra-na Signora poté suggerire né congetturare in qualsiasi ma-teria cosa alcuna che non fosse quella migliore e più retta. Nessuno come lei giunse, e riuscì effettivamente, a pospor-re e deviare da sé tutto ciò che è mondano e visibile per indirizzare l'affetto alla contemplazione delle cose divine. E poiché le conosceva in molteplici modi, era talmente unita al sommo Bene increato, che niente valse a trattenerla o ad impedirle di riposarsi in questo centro del suo amore.

535. è' chiaro che le parti che compongono la pruden-za si trovavano con somma perfezione nella nostra Regi-na. La prima è la memoria, per conservare presenti le co-se passate di cui si ha già esperienza. Da ciò poi si dedu-cono molte regole del procedere e operare per il futuro e il presente, perché questa virtù tratta degli atti in partico-lare e, siccome non può assegnarsi una regola generale per tutti, è necessario dedurne molti dai tanti esempi ed espe-rienze; per questo si ricerca la memoria. La nostra sovra-na Regina la ebbe così tenace che non patì mai il difetto naturale della dimenticanza, perché sempre le restò fisso e presente nella memoria ciò che una volta aveva inteso ed appreso. Anzi, in questo beneficio Maria santissima ol-trepassò tutto l'ordine della natura umana ed anche di quella angelica, perché Dio compendiò in lei quanto vi è di più perfetto in entrambe. Della natura umana ebbe l'essenzia-le e dell'accidentale ebbe solo ciò che era più perfetto, più lontano dalla colpa e necessario per acquistare meriti. Per speciale grazia, ebbe molti doni naturali e soprannaturali della natura angelica in modo ancor più sublime degli an-geli stessi. Di questi doni uno fu la memoria fissa e tena-ce, senza poter dimenticare ciò che apprendeva, tanto che, come sorpassò gli angeli nella prudenza, così li superò in questa parte della prudenza che si dice memoria.

536. Solamente in una cosa l'umile purezza di Maria santissima volle limitato questo beneficio. Infatti, doven-do restarle fisse nella memoria le specie, ossia le imma-gini, di tutte le cose apprese, e fra queste anche molte bruttezze e peccati delle creature, l'umilissima e purissi-ma Principessa chiese al Signore che il beneficio della memoria non si estendesse a conservare queste immagi-ni se non quanto fosse necessario per l'esercizio della ca-rità fraterna e per praticare le altre virtù. L'Altissimo glie-lo concesse, più a testimonianza della sua candidissima umiltà che per il pericolo che poteva averne, poiché il so-le non è offeso dalle cose immonde che i suoi raggi toc-cano, né gli angeli sono turbati dalle nostre bruttezze, da-to che per quelli che sono mondi ogni cosa è monda. Ma in questo favore il Signore degli angeli volle privilegiare sua Madre più di loro, conservando nella sua memoria soltanto le immagini di tutto ciò che era santo, onesto, mondo, più amabile alla sua purezza e più gradito allo stesso Signore. Perciò anche nella sua memoria, tutta adornata delle immagini di quanto vi è di più puro e di più desiderabile, quell'anima santissima si ritrovava più bella degli angeli.

537. La seconda parte della prudenza si chiama intelli-genza. Questa riguarda principalmente ciò che si deve fa-re al presente e consiste nel comprendere profondamente e senza errore le ragioni e i principi certi delle opere vir-tuose per eseguirle, deducendo cioè dall'intelligenza il do-vere di praticare tali opere; ciò tanto a riguardo dell'one-stà della virtù in generale, quanto a riguardo di ciò che si deve fare in particolare. Così, quando io ho una profonda comprensione della verità secondo cui non si deve fare agli altri ciò che non si vuole venga fatto a noi, subito deduco come mi devo comportare nei confronti del mio prossimo. Maria santissima ebbe tale intelligenza in grado tanto più sublime rispetto a tutte le altre creature, quante più verità morali conobbe e quanto più profondamente penetrò la lo-ro infallibile rettitudine, partecipata da quella divina. In quel chiarissimo intelletto, illuminato coi maggiori splen-dori della divina luce, non vi era inganno, né ignoranza, né dubbio, né opinione come nelle altre creature, perché penetrò e comprese in generale e in particolare, come so-no in se stesse, tutte le verità, specialmente nelle materie pratiche delle virtù. Tale era in lei l'incomparabile grado di questa seconda parte della prudenza.

538. La terza parte di questa virtù si chiama provvi-denza ed è la principale fra le parti della prudenza, per-ché la cosa più importante nella direzione delle azioni uma-ne è l'ordinare il presente al futuro, affinché tutto si rego-li con rettitudine; questo fa la provvidenza. La nostra Re-gina e signora ebbe questa parte della prudenza in grado più eccellente - se ciò fosse possibile - di tutte le altre par-ti, perché, oltre la memoria del passato e la profonda in-telligenza del presente, aveva scienza e cognizione infalli-bile di molte cose future, a cui si estendeva la buona prov-videnza. Mediante questa cognizione e luce infusa, preve-niva le cose future e disponeva gli avvenimenti a tal pun-to che niente poté accaderle in modo repentino o impre-visto. Infatti ella conservava tutte le cose previste, pensate e ponderate nel peso del santuario della sua mente illu-minata con la luce infusa, aspettando così con certezza chiarissima - non con dubbio o incertezza come gli altri uomini - tutti gli avvenimenti prima che si verificassero, in modo che tutto trovasse il luogo, il tempo e l'occasione opportuna e ogni cosa venisse ben governata.

539. Queste tre parti della prudenza comprendono le sue attività intellettuali distribuite in ordine alle tre parti del tempo, cioè passato, presente e futuro. Ma le attività di questa virtù si possono considerare sotto un altro aspet-to, cioè in quanto essa conosce i mezzi per acquistare le altre virtù e in quanto indirizza le attività della volontà. In seguito a questa considerazione, i dottori e i filosofi ag-giungono alla prudenza altre cinque parti, che sono la do-cilità, la ragione, la solerzia, la circospezione e la cautela. La docilità è il buon dettame, ossia la disposizione della creatura a lasciarsi ammaestrare dai più sapienti di lei, senza far da sapiente con se stessa, senza fondarsi sul pro-prio giudizio e sapere. La ragione, che si chiama anche ra-ziocinio, consiste nel ragionare rettamente, deducendo da ciò che s'intende così in generale le particolari ragioni o consigli per le opere virtuose. La solerzia è la diligente at-tenzione, o applicazione fissa, a tutto ciò che succede - co-me la docilità a quelli che ci ammaestrano per esprime-re un giudizio retto e trarre regole di bene nelle nostre azioni. La circospezione è il giudizio e la conside-razione delle circostanze che l'opera virtuosa deve avere, poiché non basta il buon fine perché questa sia lodevole, se le mancano le circostanze e l'opportunità che è neces-saria in esse. La cautela consiste nel discernimento e nel-l'attenzione con cui si devono avvertire ed evitare i peri-coli o gli impedimenti che possono occorrere sotto l'appa-renza di virtù o impensatamente, affinché essi non ci tro-vino incauti ed inavveduti.

540. La Regina del cielo possedette tutte queste parti della prudenza senza difetto alcuno e nella loro perfezio-ne ultima. La docilità fu presente in lei come figlia legit-tima della sua incomparabile umiltà, poiché, quantunque avesse ricevuto tanta pienezza di scienza dall'istante della sua immacolata concezione e fosse la maestra e la madre della vera sapienza, si lasciò sempre insegnare dai mag-giori, dagli uguali e dai minori, giudicandosi la più picco-la di tutti e volendo essere discepola di quelli che, para-gonati a lei, erano ignorantissimi. Per tutto il tempo della sua vita mostrò questa docilità, come una candidissima co-lomba, dissimulando la sua sapienza con maggiore pru-denza di un serpente. Da bambina si lasciò insegnare da suo padre e da sua madre e nel tempio dalla sua maestra, nonché dalle sue compagne, poi dal suo sposo Giuseppe e dagli Apostoli, volendo imparare da tutte le creature per divenire un esempio portentoso di questa virtù dell'umiltà, come altrove ho riferito.

541. La ragione prudenziale, o raziocinio, di Maria san-tissima s'inferisce da quello che più volte dice di lei l'e-vangelista san Luca, cioè che custodiva nel suo cuore e me-ditava ciò che andava succedendo nelle opere e nei miste-ri del suo Figlio santissimo. Questo meditare pare opera della ragione, con la quale confrontava alcune cose prece-denti con altre che accadevano dopo; le confrontava fra lo-ro per formare nel suo cuore prudentissimi consigli e ap-plicarli a ciò che era conveniente per operare con quella sicurezza e precisione che le era abituale. E sebbene con una semplicissima occhiata o intuizione, che superava tut-to il ragionare umano, conoscesse molte cose senza biso-gno di ragionare, tuttavia, riguardo alle opere da compiere in esercizio delle virtù, poteva applicare col raziocinio le ragioni generali delle virtù alle sue stesse opere.

542. Anche nella solerzia, o diligente accortezza della prudenza, la sovrana Signora fu molto privilegiata. Ella non portava il grave peso delle passioni e della corruzio-ne, non sentiva languidezza né indugio nelle facoltà, anzi era molto spedita, pronta e facile a rendersi conto e ad attendere a tutto ciò che poteva giovare a  formare un ret-to giudizio e un sano consiglio nell'operare le viirtù in qua-lunque caso occorresse, discernendo con prontezza e ve-locità il mezzo della virtù e il modo di praticarla. Nella circospezione Maria santissima fu egualmente ammmirabile, poiché tutte le sue opere furono così compiute che nes-suna circostanza buona mancò loro, anzi tutte ebbero le migliori e le più adatte a sollevarle al più alto grado di perfezione. Essendo poi la maggior parte delle sue opere ordinate alla carità verso il prossimo e tutte tanto oppor-tune, nell'insegnare, nel consolare, nell'ammonire, nel pre-gare e nel correggere, sempre si guadagnava i cuori con l'efficace dolcezza delle sue ragioni e con l'amabilità del-le sue maniere.

543. L'ultima parte, cioè la cautela per prevenire gli ostacoli che possono disturbare o distruggere la virtù, do-veva trovarsi nella Regina degli angeli con più perfezione che negli angeli stessi. Infatti, l'alta sapienza e l'amore, che a questa corrispondeva, la rendevano così cauta e avvedu-ta che nessun fatto o impedimento la poté trovare impre-parata e senza che ella lo avesse deviato per operare con somma perfezione in tutte le virtù. Inoltre, siccome il ne-mico - come dirò più avanti - tanto si adoperava nel met-tere ostacoli, studiati ed esteriori, per il bene, dato che non poteva suscitarli interiormente nelle sue passioni, avvenne che la prudentissima Vergine esercitasse questa parte del-la cautela in modo da fare molte volte stupire tutti gli an-geli. A causa di tale discernimento e cautela di Maria santissima, il demonio concepì un timorosa rabbia ed invidia contro di lei, desiderando conoscere il potere con cui ella gli disfaceva tante macchinazioni ed astuzie che lui fab-bricava per ostacolarla e distrarla, restandone sempre de-luso, dato che sempre la Signora delle virtù le praticava nel modo più perfetto in qualsiasi materia e occasione. Co-nosciute le parti delle quali la prudenza si compone, la di-vidiamo nelle sue varie specie, secondo gli oggetti e i fini ai quali serve. E siccome il governo della prudenza può ri-guardare se stessi o gli altri, essa si divide a seconda che insegni a governare se stessi o gli altri. Quella che serve a ciascuno per il governo delle proprie e speciali azioni, cre-do si chiami enarchica; su questa non c'è niente da dire più di quanto sopra si è detto del governo che la Regina del cielo aveva principalmente di se stessa. Quella che in-segna il governo di molti si chiama poliarchica; questa si divide in quattro specie, secondo i differenti modi di go-vernare diverse parti di moltitudine. La prima si chiama prudenza regnativa ed è quella che insegna a governare i regni con leggi giuste e necessarie; essa è propria dei re, dei principi, dei monarchi e di quelli presso i quali risie-de la potestà suprema. La seconda si chiama politica, in-tendendo con tale nome quella che insegna il governo del-le città e repubbliche. La terza si chiama economica ed è quella che insegna e dispone ciò che riguarda il governo domestico delle famiglie e delle case particolari. La quar-ta è la prudenza militare ed è quella che insegna a con-durre la guerra e gli eserciti.

544. Nessuna di queste specie di prudenza mancò alla nostra gran Regina, perché di tutte le furono infuse le fa-coltà nell'istante della sua concezione e santificazione, af-finché non le mancasse grazia, virtù o perfezione alcuna atta a sublimarla e renderla bella più di tutte le altre crea-ture. L'Altissimo la formò come ricettacolo e deposito di tutti i suoi doni, come modello di tutte le altre creature, e come capolavoro della sua potenza e grandezza, affinché nella celeste Gerusalemme si conoscesse interamente quel che egli poté e volle operare in una semplice creatura. Inol-tre non rimasero oziose in Maria santissima le facoltà di queste virtù, perché nel corso della sua vita le esercitò tut-te in molte occasioni che le si presentarono. Per ciò che riguarda la prudenza economica, è cosa nota quanto in-comparabilmente la possedette nel governo della sua casa col suo sposo Giuseppe e col suo Figlio santissimo, nella cui educazione e nel cui servizio procedette con tutta quel-la prudenza che richiedeva il più alto e imperscrutabile mi-stero che Dio abbia affidato alle creature. Di questo dirò a suo luogo ciò che intenderò e potrò.

    545. In seguito esercitò la prudenza regnativa o mo-narchica come Imperatrice unica della Chiesa, ammae-strando, ammonendo e governando gli Apostoli nella Chie-sa primitiva per fondarla e stabilire in essa le leggi, i riti e le cerimonie più necessarie e utili alla sua propagazione e al suo consolidamento. E sebbene ella obbedisse loro e li interrogasse nelle cose particolari, specialmente san Pie-tro come vicario di Cristo e capo della Chiesa e san Gio-vanni come suo cappellano, tuttavia essi e gli altri pari-menti la consultavano e le obbedivano nelle cose generali e in altre relative al governo della Chiesa. Insegnò anche ai re e ai principi cristiani che le chiesero consiglio; mol-ti, infatti, dopo l'ascensione del suo Figlio santissimo al cielo, la cercarono per conoscerla. In particolare, la con-sultarono i tre re Magi, quando adorarono il Bambino, ed ella rispose ed insegnò loro tutto quello che dovevano fa-re nel governo dei loro stati, con tanta luce ed esattezza che fu loro stella e guida nel cammino dell'eternità. Essi fecero ritorno alle loro patrie illuminati, consolati ed am-mirati della sapienza, prudenza e dolcissima efficacia del-le parole che avevano ascoltato da una giovane così deli-cata. A prova di quanto si potrebbe aggiungere riguardo a ciò, basta ascoltare la stessa Regina che dice: «Per mezzo mio regnano i re e i magistrati emettono giusti decreti; per mezzo mio i capi comandano e i grandi governano con giu-stizia».

    546. Non le mancò neanche l'uso della prudenza politi-ca, perché insegnò alle repubbliche, ai popoli e ai primi fe-deli in particolare, come dovevano procedere nelle loro pub-bliche azioni e nel loro governo, come dovevano ubbidire ai re, ai principi temporali e in particolare al vicario di Cri-sto capo della Chiesa e ai suoi prelati e vescovi. Insegnò pure come dovevano disporre i concili, le definizioni e i de-creti che in essi si facevano. Anche la prudenza militare eb-be il suo posto nella sovrana Regina, perché anche su ciò fu consultata da alcuni fedeli, ai quali consigliò ed insegnò come si dovevano comportare nelle guerre giuste con i lo-ro nemici per operare con maggior giustizia e col benepla-cito del Signore. Qui potrebbe addursi il coraggioso animo e la prudenza con cui questa potente Signora vinse il prin-cipe delle tenebre, insegnando a combattere con lui con maggior sapienza e prudenza di quanta ne usarono Davide col gigante, Giuditta con Oloferne ed Ester con Aman. E quando per tutte queste azioni riferite non fossero servite queste specie e queste facoltà della prudenza nella Madre della sapienza, tuttavia conveniva che le avesse tutte, non solo per ornamento della sua anima santissima, ma prin-cipalmente per essere mediatrice ed avvocata unica del mondo. Infatti, dovendo chiedere tutti i benefici che Dio avrebbe concesso ai mortali senza essercene alcuno che non ci provenisse per sua mano ed intercessione, conveniva che ella conoscesse perfettamente le virtù che domandava per i   mortali e che tali virtù derivassero da questa Signora, co-me dall'origine e dalla sorgente più vicina allo stesso Dio e Signore, in cui sono presenti come nel principio increato.

547. Alla prudenza si attribuiscono altri mezzi, che so-no come strumenti suoi, con cui essa opera, e che si chia-mano parti potenziali. Queste sono la sinesi, virtù che ren-de capaci di giudicare rettamente; l'ebulia, virtù che indi-rizza e forma il buon consiglio; la gnome, virtù che in cer-ti casi particolari insegna ad uscire dalle regole comuni. Questa è necessaria per l'epicheya, che giudica alcuni ca-si mediante regole superiori alle leggi ordinarie. Di tutte queste perfezioni si avvalse la prudenza di Maria santissi-ma, perché nessuna come lei seppe formulare un sano con-siglio per tutti nei casi contingenti, né alcuno, fosse anche l'angelo supremo, poté esprimere un giudizio così retto in tutte le materie. Ma soprattutto la nostra prudentissima Regina conobbe le ragioni superiori e le regole di operare con tanta sicurezza nei casi in cui non potevano servire le regole ordinarie e comuni. Casi che darebbero luogo ad un lungo discorso se li volessi qui riferire; tuttavia se ne com-prenderanno molti nel procedere della sua vita santissima. Per concludere tutto questo discorso sulla sua prudenza, basta dire che la regola con cui si vuole misurare è la pru-denza dell'anima santissima di Cristo nostro Signore, al quale ella si conformò e si assimilò in tutto come colei che era stata formata per essere coadiutrice, simile a lui nelle opere della più grande prudenza e sapienza che il Signo-re di ogni cosa creata e redentore del mondo operò.

 Insegnamento della Regina del cielo

 548. Figlia mia, voglio che tu custodisca come mio in-segnamento e ammonimento per il governo di tutte le tue azioni tutto ciò che in questo capitolo hai scritto e ciò che hai compreso. Scrivi nella tua mente e conserva fissa nella memoria la cognizione che ti hanno dato della mia pru-denza in tutto ciò che io pensavo, volevo e facevo. Questa luce ti guiderà in mezzo alle tenebre dell'umana ignoran-za, affinché non ti confonda e non ti turbi il fascino delle passioni e molto più quello che con somma malizia e sol-lecitudine i tuoi nemici cercano d'introdurre nel tuo intel-letto. Sappi che il non conseguire tutte le regole della pru-denza non è colpevole nella creatura, ma l'essere negligen-te nell'acquistarle per essere preparata in tutto a dovere, è grave colpa e causa di molti inganni ed errori nelle sue ope-re. A seguito di questa trascuratezza, le passioni - partico-larmente la smodata tristezza e il piacere, che pervertono il giudizio retto nella prudente considerazione del bene e del male - si prendono molta libertà, distruggono ed im-pediscono la prudenza. Da qui hanno origine due vizi pe-ricolosi, che sono la precipitazione nell'operare senza aver riguardo ai mezzi adeguati e l'incostanza nei buoni propo-siti e nelle opere incominciate. L'ira sregolata e lo zelo esa-gerato sono entrambi vizi che precipitano e trasportano in molte azioni esteriori, che si fanno senza misura e senza consiglio. La facilità nel giudicare e il non avere fermezza nel bene sono la causa per cui l'anima imprudentemente si ritira da ciò che ha cominciato, perché accetta ciò che al-l'opposto le si presenta e con leggerezza si compiace tanto del bene vero quanto di quello apparente e falso, che le pas-sioni domandano e che il demonio le rappresenta.

549. Contro tutti questi pericoli ti voglio accorta e pru-dente; tale sarai se fai bene attenzione all'esempio delle mie opere e conservi gli insegnamenti e i consigli dell'ub-bidienza dei tuoi padri spirituali, senza la quale niente de-vi fare per procedere con consiglio e docilità. E considera attentamente che per mezzo di tale obbedienza l'Altissimo ti comunicherà copiosa sapienza, perché il cuore benigno, sottomesso e docile lo obbliga grandemente. Ricordati sem-pre della sventura di quelle vergini imprudenti e stolte, le quali per la loro inavveduta negligenza non si curarono di essere sollecite e di seguire il sano consiglio quando era tempo, e dopo, quando cercarono di rimediarvi, trovarono chiusa la porta. Procura, figlia mia, di unire la prudenza di serpente con la sincerità di colomba e le tue opere sa-ranno perfette.

 CAPITOLO 10

 La virtù della giustizia che ebbe Maria santissima.

550. La grande virtù della giustizia è quella che più ser-ve alla carità verso Dio e il prossimo e per questo è la più necessaria per le relazioni umane, perché è una facoltà che inclina la volontà a dare a ciascuno quello che gli spetta e ha per materia ed oggetto l'uguaglianza, parità o diritto, che si deve osservare col prossimo e con Dio stesso. Ma poiché sono tante le cose nelle quali l'uomo può rispetta-re questa uguaglianza o violarla col prossimo, e questo in tanti modi diversi, la materia della giustizia è molto este-sa e diffusa e molte sono le specie di questa virtù. In quan-to si ordina al bene pubblico e comune, si chiama giusti-zia legale e, poiché essa può avviare tutte le altre virtù a tal fine, si chiama virtù generale, benché non partecipi del-la natura delle altre. Ma quando la materia della giustizia è cosa determinata e riguarda solo persone particolari, tra le quali si mantiene intatto a ciascuna il suo diritto, allo-ra si chiama giustizia particolare e speciale.

551. L'Imperatrice del mondo osservò tutta questa virtù, con le sue parti e i generi o specie che contiene, verso tut-te le creature in modo senza confronto più perfetto di qua-lunque altra di esse. Infatti, ella sola conobbe con mag-giore altezza e comprese perfettamente ciò che a ciascuna era dovuto. E, sebbene questa virtù della giustizia non ri-guardi immediatamente le passioni naturali, come nel ca-so della fortezza e della temperanza, tuttavia molte volte succede che, per il fatto che le stesse passioni non sono moderate e corrette, si perde la giustizia col prossimo, co-me vediamo in quelli che per sregolata avidità o per pia-cere sensibile fanno torto agli altri. Ora, siccome in Maria santissima non vi erano passioni disordinate né ignoranza per cui non conoscesse nelle cose il giusto mezzo in cui consiste la giustizia, ella adempiva con tutti questa virtù, operando secondo diritto e giustizia con ciascuno ed inse-gnando a tutti a fare altrettanto, quando meritavano di ascoltare le sue parole e il suo insegnamento di vita. Quan-to poi alla giustizia legale, non solo la osservò soddisfa-cendo alle leggi comuni, come nella purificazione ed in al-tri precetti della legge, benché ne fosse esente come regi-na e senza colpa; ma per di più nessuno, eccetto il suo Fi-glio santissimo, attese, come questa Madre di misericor-dia, al bene pubblico e comune dei mortali, indirizzando a questo fine tutte le virtù e le opere con le quali poté me-ritare loro la divina misericordia e giovare al suo prossi-mo con altri benefici.

552. Le due specie di giustizia, distributiva e commu-tativa, rifulsero parimenti in Maria santissima in grado eroico. La giustizia distributiva governa gli atti, con i qua-li si distribuiscono le cose comuni alle persone particola-ri. Sua Altezza dimostrò questa equità in molte cose che per sua volontà e disposizione si fecero tra i fedeli della Chiesa primitiva, come la divisione dei beni comuni per il sostentamento ed altre necessità delle persone partico-lari. E anche se di sua mano non elargì mai denaro, per-ché mai ne maneggiò, tuttavia alle volte si distribuiva per suo ordine ed altre per suo consiglio. In queste cose e in altre simili dimostrò sempre somma equità e giustizia, se-condo la necessità e la condizione di ciascuno. Lo stesso faceva nell'assegnazione degli uffici e delle dignità o mi-nisteri che venivano ripartiti tra i discepoli e i primi figli del Vangelo nelle riunioni che si tenevano a tale scopo. Questa sapientissima Maestra ordinava e disponeva tutto con perfetta equità, perché tutto faceva con speciale ora-zione ed illuminazione divina, oltre che con la scienza e la cognizione ordinaria che aveva di tutti i soggetti. Quin-di, per siffatte azioni, gli Apostoli ricorrevano a lei e con lei si consigliavano altre persone preposte al governo. Di conseguenza, tutto ciò che veniva amministrato col suo consiglio era fatto e disposto con perfetta giustizia e sen-za preferenze di persone.

553. La giustizia commutativa insegna la reciproca uguaglianza tra il dare e il ricevere, come dare due per due o assegnare il giusto prezzo a una cosa, secondo il suo va-lore. La Regina del cielo esercitò questa specie di giustizia meno delle altre virtù, perché non comprava né vendeva cosa alcuna per se stessa: se era necessario comprarne o scambiarne qualcuna, lo faceva il santo patriarca Giusep-pe quando era vivo e, dopo, il santo evangelista Giovanni o un altro degli Apostoli. Questo perché il Maestro della santità, venuto a distruggere e a sradicare l'avarizia, radi-ce di tutti i mali, volle allontanare da se stesso e dalla sua Madre santissima le azioni con cui di solito si accende e si alimenta questo fuoco dell'avidità umana. Per tale ra-gione la sua Provvidenza divina ordinò che né per sua ma-no né per quella della sua purissima Madre si esercitasse-ro le azioni di compravendita proprie del commercio uma-no, fosse anche per cose necessarie a conservare la vita na-turale. Perciò la grande Regina non tralasciava d'insegna-re tutto ciò che era appartenente a questa virtù della giu-stizia commutativa, affinché la esercitassero con perfezio-ne quelli che nell'apostolato e nella Chiesa primitiva era necessario che ne usassero.

554. Appartengono a questa virtù altre azioni che si esercitano col prossimo, come il giudicare gli uni e gli al-tri con giudizio pubblico e civile o con giudizio partico-lare e privato. Del vizio contrario parlò il Signore attra-verso san Matteo quando disse: «Non giudicate, per non essere giudicati». In queste azioni di giudizio si dà a cia-scuno ciò che gli si deve, secondo la stima di colui che giudica. Per questo sono azioni giuste se si conformano alla ragione e, se si allontanano da essa, sono ingiuste. La nostra augusta Regina non esercitò il giudizio pubblico e civile, benché avesse una tale autorità da essere giudice di tutto l'universo, ma con i suoi rettissimi consigli, nel tempo della sua vita e dopo con la sua intercessione e i suoi meriti, adempì ciò che sta scritto nei Proverbi: Io cammino sulla via della giustizia e per mezzo mio i grandi governano con giustizia.

555. Quanto ai giudizi particolari mai poté trovarsi in-giustizia nel cuore purissimo di Maria, perché mai poté es-sere avventata nei sospetti, né temeraria nei giudizi; mai ebbe dubbi, né, qualora li avesse avuti, avrebbe conside-rato ingiustamente l'interpretazione peggiore. Questi vizi ingiustissimi sono propri e naturali tra i figli di Adamo, nei quali dominano le passioni disordinate di odio, invidia ed emulazione nella malizia, nonché altri vizi che li si-gnoreggiano come vili schiavi. Da queste radici così infet-te nascono le ingiustizie del sospetto maligno sulla base di indizi di poco conto, di giudizi temerari e dell'interpreta-zione peggiore di ciò che è dubbio, perché ciascuno pre-sume facilmente che il suo fratello abbia quel difetto che ha egli stesso. E se per odio o invidia si rammarica del be-ne del suo prossimo e si rallegra del suo male, facilmente e indebitamente crede di lui ciò che non dovrebbe perché glielo augura, e il giudizio segue la sua inclinazione. Da tutti questi mali del peccato fu libera la nostra Regina, co-me colei che non aveva nulla a che fare con esso. Ciò che nel suo cuore entrava e usciva era tutto carità, purezza, santità e amore perfetto e in lei risiedeva la grazia di tut-ta la verità e il cammino della vita. Per la pienezza della sua scienza e santità, di niente dubitava né sospettava, per-ché conosceva e guardava nella luce della verità e con mi-sericordia il cuore di tutti, senza sospettare male di alcu-no, senza attribuire colpa a chi non l'avesse, anzi riparan-do quelle di molti e dando a tutti e a ciascuno con dirit-to e giustizia ciò che spettava loro. Insomma, sempre era disposta con cuore benigno a riempire tutti gli uomini del-le grazie e della dolcezza della virtù.

556. Nei due generi di giustizia commutativa e distri-butiva si racchiudono molte specie e differenze di virtù, che non mi soffermo a riferire, poiché tutte quelle che con-venivano a Maria santissima erano presenti nelle sue fa-coltà e nei suoi atti supremi ed eccellentissimi. Vi sono tut-tavia altre virtù che si riducono alla giustizia perché si eser-citano con altri e partecipano alquanto delle qualità della giustizia, benché non in tutto, o perché non possiamo pa-gare adeguatamente tutto quello che dobbiamo o perché, se possiamo pagarlo, né il debito né l'obbligazione sono così rigidi come vorrebbe il rigore della perfetta giustizia commutativa o distributiva. Di queste virtù - infatti sono molte e varie - non dirò tutto ciò che contengono; ma, per non tacerne del tutto, dirò qualcosa molto brevemente, af-finché s'intenda come la nostra eccelsa Principessa le pos-sedesse tutte.

557. è debito di giustizia rendere culto e riverenza a co-loro che ci sono superiori, e, secondo il grado della loro ec-cellenza e dignità, nonché i beni che da essi riceviamo, sarà più o meno grande la nostra obbligazione e il culto che dobbiamo loro, sebbene nessuna nconoscenza giunga ad uguagliare il beneficio ricevuto o la dignità di chi lo con-cesse. A tale scopo giovano tre virtù, secondo i tre gradi di superiorità che riconosciamo in coloro ai quali dobbiamo riverenza. La prima è la virtù della religione. Con questa diamo a Dio il culto e la riverenza a lui dovuti, quantun-que la sua grandezza ne meriti infinitamente di più e i suoi doni non si possano ricambiare con gratitudine né con lo-di proporzionate. Questa virtù è nobilissima fra tutte le al-tre virtù morali, sia per il suo oggetto, che è il culto di Dio, sia per la sua materia, che è tanto estesa, essendo tanti i modi e tante le materie in cui Dio può essere immediata-mente onorato e riverito. Sono compresi in questa virtù del-la religione gli atti interiori dell'orazione, della contempla-zione e della devozione con tutte le loro parti e qualità, nonché le cause, gli effetti, gli oggetti e il fine loro. Quan-to agli atti esteriori vi è compresa l'adorazione di latria, che è la suprema e dovuta solo a Dio, con le sue specie o par-ti ad essa connesse, quali il sacrificio, le oblazioni, le deci-me, i voti, i giuramenti e le lodi esterne e vocali, poiché con tutti questi atti, se si fanno nel debito modo, Dio vie-ne onorato e riverito dalle creature, come al contrario, con i vizi opposti, viene grandemente offeso.

558. In secondo luogo segue la pietà, che è una virtù con cui onoriamo i genitori, ai quali dopo Dio dobbiamo l'esistenza e l'educazione, e riveriamo altresì quelli che con-tribuiscono a questa causa, come i parenti e la patria, che ci tutela e governa. Questa virtù della pietà è così grande che, quando essa obbliga, si deve anteporre agli atti vo-lontari della virtù della religione: così insegna Cristo Si-gnore nostro in san Matteo, dove è scritto che egli ripre-se i farisei perché, sotto pretesto del culto di Dio, inse-gnavano a negare la pietà ai genitori. In terzo luogo vie-ne l'osservanza, virtù con cui tributiamo onore e riveren-za a coloro che sono rivestiti di qualche dignità o qualità superiore, differente da quella dei genitori o della patria. In questa virtù i teologi comprendono la dulia e l'obbe-dienza quali sue specie. La dulia è quella con cui veneria-mo coloro che partecipano dell'eccellenza o del dominio del Signore supremo, che è Dio, al quale solo è dovuto il culto di latria. Quindi, con la dulia noi onoriamo i santi ed anche le dignità superiori di cui ci riconosciamo servi. L'obbedienza, poi, è quella con cui uniformiamo la nostra volontà a quella dei superiori, intendendo adempiere la lo-ro e non la nostra. E siccome la libertà propria è tanto preziosa, fra tutte le virtù morali questa virtù è d'una spe-ciale eccellenza e grandemente ammirabile. Di fatto, per mezzo di essa, noi lasciamo per amore di Dio assai più che con qualsiasi altra virtù.

559. Queste virtù della religione, della pietà e dell'os-servanza furono presenti in Maria santissima con tale pie-nezza e perfezione, che nulla mancò loro di quanto si po-tesse trovare in una semplice creatura. Quale intelletto po-trà giungere a comprendere l'onore, la venerazione e il cul-to, con cui questa Signora serviva il suo Figlio dilettissi-mo, nconoscendolo e adorandolo come vero Dio e uomo, creatore, redentore, glorificatore, sommo, infinito, immen-so nell'essere, nella bontà e in tutti i suoi attributi? Fu lei che a questo riguardo conobbe più di ciascuna e di tutte insieme le altre semplici creature, per cui, in ragione di ta-le cognizione, diede a Dio la dovuta riverenza, servendo, in ciò, d'insegnamento agli stessi serafini. In questa virtù fu talmente maestra che il solo vederla risvegliava, muo-veva e provocava tutti, con una forza misteriosa, a riveri-re il supremo Signore e autore del cielo e della terra; né aveva bisogno di altra sollecitudine per incitare ognuno, come di fatto faceva, a lodare Dio. La sua orazione, la sua contemplazione e devozione, l'efficacia che ebbero e che sempre hanno le sue preghiere, sono cose la cui conoscenza fa stupire gli angeli e i beati comprensori medesimi, sen-za che riescano a spiegarlo. Tutte le creature intellettuali sono debitrici a lei non solo di aver compensato ciò che esse hanno commesso in fatto di offesa, ma di avere al-tresì supplito a ciò che esse non hanno potuto ottenere, né operare, né meritare. Questa Signora affrettò il rimedio del mondo, né il Verbo sarebbe uscito dal seno del suo eter-no Padre se ella non fosse stata nel mondo. Fin dal primo istante nel contemplare, pregare, chiedere e tenersi devo-tamente pronta a qualunque cosa per l'ossequio divino, el-la superò i serafini. Offrì un sacrificio quale si conveniva, decime ed oblazioni, ma tutto talmente gradito a Dio, che nessun altro offerente gli fu più accetto di lei, eccetto il suo Figlio santissimo. Nelle sue divine lodi, negli inni, nei cantici e nelle orazioni vocali che fece, superò tutti i Pa-triarchi e i Profeti, e, se fossero rimaste scritte nella Chie-sa militante, come si conosceranno in quella trionfante, formerebbero l'ammirazione del mondo.

560. Non altrimenti, possedette le virtù della pietà e del-l'osservanza, conoscendo ella più di ogni altro quanto si deve ai propri genitori e quanto eroica fosse la santità dei suoi. Lo stesso fece coi suoi consanguinei, favorendoli di grazie specialissime, come avvenne al Battista, a santa Elisabetta sua madre e agli altri del collegio apostolico. Avreb-be reso felicissima la sua patria, se l'ingratitudine e la du-rezza dei Giudei avesse meritato ciò; tuttavia le fece be-nefici assai grandi e favori spirituali e visibili, per quanto permise la divina equità. Fu ammirabile nella riverenza ver-so i sacerdoti, essendo la sola che seppe e poté dare il do-vuto valore alla dignità degli unti del Signore. Questo in-segnò a tutti, come anche a riverire dopo di loro i Pa-triarchi, i Profeti e gli altri santi, e infine i signori tempo-rali e supremi nella potestà. Ella non omise nessun atto di siffatte virtù, ma in diversi tempi e in diverse occasioni li esercitò tutti e li insegnò agli altri, specialmente ai fedeli della Chiesa primitiva. In essa, ubbidendo non solo al suo Figlio santissimo e al suo sposo quando erano presenti, ma anche ai ministri della Chiesa stessa, fu per il mondo un esempio di rara obbedienza, mentre per speciali ragioni avrebbero dovuto piuttosto ubbidire a lei tutte le creature, essendo rimasta sulla terra come Signora e regina al fine di governarle.

561. Rimangono altre virtù che ugualmente si riduco-no alla giustizia, perché per mezzo di esse diamo agli al-tri ciò che dobbiamo loro per un certo debito morale, che è un titolo consono ed onesto. Queste sono la gratitudine, che si chiama anche grazia, la verità ossia veracità, la ven-detta intesa come punizione della giustizia, la liberalità, l'a-micizia o affabilità. Con la gratitudine veniamo a porre qualche eguaglianza tra noi e quelli dai quali riceviamo qualche beneficio, rendendone loro grazie secondo la qua-lità del beneficio e l'affetto con cui ce lo fecero - affetto che è la parte principale di tale beneficio - ed anche se-condo lo stato e la qualità del benefattore, perché a tutto questo si deve proporzionare la gratitudine, e ciò si può fare con diverse azioni. La veracità ci inclina a dire la ve-rità con tutti, come è giusto che si faccia nella vita uma-na e nelle necessarie relazioni umane, escludendo ogni menzogna, che in nessun caso è lecita, ogni ingannevole simulazione, ipocrisia, iattanza ed ironia. Tutti questi vizi si oppongono alla verità. E se si può, ed anzi è conveniente, declinare nel meno quando parliamo della nostra eccel-lenza o virtù, per non renderci molesti con eccesso di iat-tanza, non è però giusto il fingere meno con menzogna, imputandoci un vizio che non abbiamo. La vendetta, nel senso che si è detto, è una virtù che insegna a compensa-re o soddisfare con qualche pena il danno proprio, o quel-lo del prossimo, ricevuto da un terzo. Questa virtù è diffi-cile a praticarsi come si deve dai mortali, che di solito si lasciano trascinare da ira smodata e da odio contro i fra-telli, mancando così alla carità e alla giustizia. Tuttavia, quando non si mira al danno altrui ma solo al bene pri-vato o pubblico, questa virtù non è piccola. Ad essa infat-ti ricorse Cristo nostro Signore quando scacciò dal tempio quelli che lo profanavano. Così pure Elia ed Eliseo chia-marono il fuoco dal cielo per castigare certi peccati, e nei Proverbi si dice: Chi risparmia il bastone odia suo figlio. La liberalità serve per distribuire, secondo ragione, il de-naro o cose affini, senza cedere ai vizi dell'avarizia e del-la prodigalità. L'amicizia o affabilità consiste nel modo di conversare e trattare con tutti adeguatamente e conve-nientemente, senza adulazione né litigi, che sono vizi con-trari a questa virtù.

562. Nessuna di tali cose - né alcun'altra, se ve ne sia che si possa attribuire alla giustizia - mancò alla Regina del cielo. Tutte le possedette e tutte le esercitò con atti per-fettissimi, secondo le occasioni. Inoltre, come maestra e signora di ogni santità, a molte anime insegnò e diede lu-ce perché vi si esercitassero e le praticassero con perfe-zione. Con gli atti di religione e di culto, di cui abbiamo già detto, esercitò la virtù della gratitudine verso Dio, per-ché questo è il più eccellente modo di mostrarsi grati. E come la dignità di Maria purissima e la sua santità pro-porzionata a tale dignità si elevarono al di sopra di ogni intelligenza creata, così questa eccelsa Signora si mostrò riconoscente proporzionatamente al beneficio, per quanto possibile ad una semplice creatura; lo stesso fece riguar-do alla pietà verso i genitori e la patria, come sopra si è detto. Verso gli altri l'umilissima Imperatrice si mostrava riconoscente per qualunque beneficio, come se niente le fosse dovuto, e, sebbene le si dovesse tutto per giustizia, tutto gradiva con somma grazia e favore. Per di più, ella sola seppe spingersi sino al punto di rendere grazie per gli aggravi e le offese che riceveva, quasi fossero grandi be-nefici, dato che la sua incomparabile umiltà non ricono-sceva mai ingiurie, anzi per esse si considerava obbligata, né mai cessava di manifestare gratitudine, dimostrandosi sempre memore dei benefici.

563. Quanto alla verità con cui Maria signora nostra trattava, non si potrebbe dire abbastanza, perché, essendo ella tanto superiore al demonio, padre della menzogna e dell'inganno, certamente non poté trovarsi in lei un così abominevole vizio. La regola con cui si vuole misurare que-sta virtù della veracità è la sua carità e trasparenza, virtù che escludono ogni maniera di doppiezza e di fallacia nel trattare con le creature. Ma come si sarebbe mai potuto trovare colpa o inganno nella bocca di quella Signora, che con una parola di vera umiltà attirò nel suo seno colui che è la verità e la santità per essenza? Maria santissima si esercitò con molti atti perfettissimi anche nella virtù che si chiama vendetta, non solo insegnandola da maestra nel-la Chiesa primitiva ogniqualvolta fu necessario, ma zelan-do da sé l'onore dell'Altissimo. Infatti cercò di ricondurre sulla via della salvezza per mezzo della correzione molti peccatori, come fece più volte con Giuda; altre volte, in-vece, comandava alle creature, tutte a lei ubbidienti, che castigassero certi peccati per il bene di coloro che, com-mettendoli, si meritavano l'eterno castigo. E quantunque in queste opere fosse dolcissima e soavissima, tuttavia non tralasciava per questo di castigare, quando ciò era mezzo efficace per purificare dal peccato. Peraltro fu contro il de-monio che esercitò maggiormente la vendetta, e ciò per li-berare dalla sua schiavitù il genere umano.

564. Atti eccellentissimi esercitò ugualmente in rappor-to alle virtù della liberalità e dell'affabilità. La sua libera-lità nel dare era quale si conveniva alla suprema Impera-trice di tutto il creato, nonché a colei che sapeva stimare degnamente ogni cosa visibile e invisibile. Di quelle cose che si possono distribuire per atto di liberalità, mai ella ne tenne alcuna come sua propria piuttosto che del suo pros-simo, né mai la negò ad alcuno, né aspettò che gliela chie-dessero quando poteva darla prima. Le necessità e le mi-serie dei poveri a cui rimediò, i favori che fece loro, le mi-sericordie che sparse, anche in cose temporali, sono tante e tali che per raccontarle occorrerebbe un immenso volu-me. Inoltre, la sua graziosa affabilità con tutti fu così am-mirabile e rara che, se non l'avesse regolata con grande prudenza, tutti sarebbero corsi dietro a lei allettati dal suo tratto dolcissimo. E davvero quella sua mansuetudine e soavità, temperate da una certa severità e sapienza che ave-vano del divino, lasciavano trasparire, trattando con lei, un non so che di più che umana creatura. L'Altissimo però di-spose questa grazia in modo che, sebbene alcune volte a quelli con cui ella trattava trasparissero indizi del mistero del Re, che in se stessa racchiudeva, tuttavia subito vi sten-deva sopra come un velo e lo celava, per lasciare spazio ai patimenti, impedendo il plauso degli uomini. Tale plauso, d'altronde, sarebbe sempre stato meno del dovuto, non giungendo i mortali a conoscere quanto meritasse, o piut-tosto, essendovi il pericolo che non sapessero venerare co-me una semplice creatura colei che era Madre del Creato-re senza eccedere o scarseggiare, finché non fosse giunto il tempo in cui la luce della fede avrebbe illuminato le men-ti dei figli della Chiesa.

565. Per un uso più adeguato e perfetto di questa gran-de virtù della giustizia, i dottori le annettono un'altra par-te o strumento, che chiamano epicheja. Con questa si re-golano alcune opere che escono dalle norme e leggi co-muni, poiché queste non prevengono tutti i casi che pos-sono occorrere, né tutte le loro circostanze, per cui in cer-te occasioni è necessario operare con ragione superiore e straordinaria. La celeste Regina fu esperta ed usò di tale virtù in molti eventi della sua vita, sia prima che dopo l'a-scensione del suo Unigenito al cielo, ma in modo ancor più speciale dopo, per stabilire le cose della Chiesa primi-tiva, come dirò a suo tempo, se piacerà all'Altissimo.

 Insegnamento della Regina del cielo

 566. Figlia mia, sebbene di questa estesa virtù della giu-stizia tu abbia conosciuto molto, tuttavia ne ignori anco-ra la maggior parte; tanta è la stima che merita! La car-ne mortale di cui sei rivestita ne ritarda la comprensione e non puoi esprimere a parole tutto quello che arrivi ad intendere. In ciò che ne hai appreso troverai comunque una norma più che sufficiente del modo con cui devi com-portarti con le creature e dedicarti al culto dell'Altissimo. A tale riguardo ti avverto, o carissima, che la maestà su-prema dell'Onnipotente s'indigna giustamente per l'offesa che le fanno i mortali dimenticandosi della venerazione, adorazione e riverenza a lui dovute. Inoltre è talmente gros-solana, distratta e scortese quella che talora gli rendono, che merita castigo piuttosto che premio. Verso i principi e i magnati del mondo sanno benissimo mostrare profon-da riverenza e quasi adorazione; sanno chiedere loro aiu-to e sollecitare favori con tutti i mezzi e le attenzioni più squisite; sanno ringraziarli abbondantemente quando ot-tengono quel che desiderano e, anzi, dichiarano di voler essere loro grati tutta la vita. Ma quando si tratta del su-premo Signore che dà loro l'essere, la vita e il movimen-to, che li conserva e nutre, che li redense e li sollevò alla dignità di figli volendo dare loro la sua stessa gloria che è un bene infinito e sommo, allora si dimenticano di que-sta Maestà che non vedono con gli occhi del corpo, come se dalla sua mano non venissero loro tutti i beni, si con-tentano di serbare di lui una tiepida memoria e di rivol-gergli un qualche frettoloso ringraziamento, quasi che ciò fosse una gran cosa! Taccio poi l'enorme offesa che fanno al giustissimo reggitore dell'universo coloro che iniquamente rompono e pervertono tutto l'ordine della giustizia col loro prossimo, soffocando la ragione naturale e pre-tendendo di fare ai loro fratelli quello che non vorrebbe-ro fosse fatto a loro stessi.

567. Aborrisci, figlia mia, vizi tanto esecrabili e, per quanto puoi con le tue forze, indirizza le tue opere in mo-do che suppliscano al servizio che altri negano all'Altissi-mo con questa loro cattiva corrispondenza ai suoi benefi-ci. Tanto più, essendo tu consacrata, nel tuo stato, al cul-to divino, devi far di ciò la tua principale occupazione con grande affetto, rendendoti così in tutto simile agli spiriti angelici, che con venerazione si occupano incessantemen-te del suo culto. Porta poi rispetto a tutte le cose divine e consacrate, perfino agli ornamenti e ai vasi che servono al sacro ministero. Durante l'ufficio divino, l'orazione e il san-to sacrificio, procura di stare sempre in ginocchio; do-manda con fede e ricevi con umile riconoscenza, e questa devi mostrare verso tutte le creature, anche quando ti of-fendessero. Con tutti dimostrati pietosa, affabile, mite, sin-cera e veritiera, senza finzione né doppiezza, senza detra-zione né mormorazione, senza giudicare alla leggera il tuo prossimo. E per adempiere bene quest'obbligo di giustizia, tieni sempre fisso nella memoria e nel cuore il proposito di fare al tuo prossimo ciò che vuoi si faccia a te, e mol-to più fa' in modo di rammentarti quanto il mio Figlio san-tissimo ed io abbiamo fatto per tutti gli uomini.

 CAPITOLO 11

 La virtù della fortezza che ebbe Maria santissima

 568. La virtù della fortezza si pone al terzo posto fra le quattro cardinali e serve per moderare l'irascibilità. La bra-mosia, la cui corrispettiva virtù è la temperanza, precede l'irascibilità, perché la tensione verso l'oggetto bramato op-pone resistenza all'impeto collerico, che preclude il rag-giungimento di ciò che si brama. Pertanto tratterò prima dell'irascibilità e della sua virtù corrispondente, la fortez-za, perché questa elimina gli ostacoli che si frappongono al conseguimento dell'oggetto bramato. Perciò la fortezza è virtù più nobile della temperanza, della quale dirò nel capitolo seguente.

569. Il dominio che la virtù della fortezza esercita sul-l'irascibilità si riduce a due specie di attività. Queste sono: usare dell'ira secondo ragione e con le dovute circostanze che la rendano lodevole e apprezzabile, ossia rinunciare ad adirarsi reprimendo la passione, quando è più opportuno, dato che tanto il trattenerla quanto il darle libero sfogo può essere lodevole o no, a seconda del fine e di altre cir-costanze contingenti. La prima di queste attività o specie si chiama fortezza, benché alcuni dottori la chiamino in-trepidezza. La seconda poi si chiama pazienza, che è la parte più nobile e più alta della fortezza, ed è quella che principalmente ebbero ed hanno i santi, sebbene le perso-ne mondane, falsando il giudizio e i nomi, siano solite chia-mare la pazienza pusillanimità e fortezza la presunzione, l'impazienza e la temerità, perché non conoscono gli atti veri di questa virtù.

570. Maria santissima non ebbe moti sregolati, dettati dall'irascibilità, che dovesse reprimere con la virtù della for-tezza, perché nell'innocentissima Regina tutte le passioni erano ordinate e subordinate alla ragione e questa a Dio, che la guidava in tutte le azioni e i movimenti. Questa virtù le fu però necessaria per opporsi agli impedimenti che il demonio in diversi modi le metteva affinché non conse-guisse tutto ciò che prudentemente ed ordinatamente desi-derava per sé e per il suo Figlio santissimo. In questa va-lorosa resistenza e battaglia, nessuna fu più forte di lei fra tutte le creature, né tutte insieme poterono giungere alla fortezza di Maria nostra regina, dato che non ebbero tan-te lotte col comune nemico. Quando era necessario usare di questa fortezza o intrepidezza con le creature umane, el-la era tanto dolce quanto forte, o - per meglio dire - era tanto forte quanto soavissima nell'agire, perché tra tutte le creature solo questa divina Signora seppe rappresentare nel-le sue opere quell'attributo dell'Altissimo che, nel suo ope-rare, unisce la soavità con la fortezza. Questo fu per la no-stra Regina il modo di praticare la fortezza, senza cono-scere nel suo generoso animo alcun timore disordinato, perché era superiore ad ogni cosa creata. Né tantomeno fu impavida e audace senza moderazione, non potendo cede-re a questi estremi contrari alla virtù, perché con somma sapienza conosceva i timori che si dovevano vincere e l'ar-dire che si doveva fuggire; così, come unica donna forte, era vestita ad un tempo di fortezza e di bellezza.

571. Nella parte della fortezza che riguarda la pazien-za, Maria santissima fu più ammirabile, poiché ella sola partecipò dell'eccellente pazienza di Cristo suo figlio san-tissimo, che consiste nel patire e soffrire senza colpa, e pa-tire più di tutti quelli che hanno commesso colpe. Tutta la vita di questa celeste Regina fu un continuo sopportare tri-bolazioni, specialmente durante la vita e la morte del no-stro redentore Gesù Cristo, tempo in cui la sua pazienza superò tutti i pensieri delle creature e solo il medesimo Dio, che gliela diede, può degnamente farla conoscere. Mai questa candidissima Colomba si sdegnò con impazienza contro creatura alcuna, e nessuna pena o molestia, delle immense che più, le parve grande, né mai si contristò, né cessò di riceverle tutte con allegrezza e rendimento di gra-zie. E se la pazienza, secondo l'ordine in cui la pone l'A-postolo, è il primo parto della carità e la sua primogeni-ta, ne segue che la nostra Regina, essendo madre dell'a-more, lo fu altresì della pazienza, che si vuole misurare con l'amore. Di fatto, quanto più amiamo e stimiamo il Bene eterno, tanto più ci determiniamo a patire, per conseguirlo e non perderlo, quanto di penoso può sopportare la pazienza. Per questo Maria santissima fu pazientissima al di sopra di tutte le creature, e fu madre di questa virtù per noi che, ricorrendo a lei, troveremo questa torre di Da-vide con mille scudi di pazienza, che da essa pendono, con i quali si armano gli uomini forti della Chiesa e i campioni della milizia di Cristo nostro Signore.

572. La nostra pazientissima Regina non diede mai se-gni esteriori di femminile debolezza o di ira, perché tutto prevedeva con la luce e la sapienza divina, benché questa non le togliesse il dolore, anzi l'accrescesse. In verità, nes-sun altro poté conoscere il peso delle colpe ed offese infi-nite contro Dio come lo conobbe questa Signora, ma non per questo si alterava il suo invincibile cuore. Né per la mal-vagità di Giuda, né per le ingiurie e le ignominie dei farisei cambiò mai atteggiamento e molto meno la disposizione in-teriore. E, benché nella morte del suo Figlio santissimo par-ve che tutte le creature e gli elementi sensibili volessero per-dere la pazienza con i mortali, non potendo tollerare l'ingiuria e l'offesa del loro Creatore, tuttavia solo Maria, n-mase immobile e pronta a ricevere Giuda, i farisei e i sa-cerdoti se dopo aver crocifisso Cristo nostro Signore aves-sero fatto ricorso a lei, Madre di pietà e misericordia.

573. La mansuetissima Imperatrice del cielo avrebbe ben potuto sdegnarsi e adirarsi con quelli che diedero al suo Figlio santissimo così vergognosa morte senza oltre-passare i limiti della ragione e della virtù, tanto più che lo stesso Signore castigò, e giustamente, questo peccato. Tut-tavia, mentre mi trovavo in queste riflessioni, mi fu fatto intendere che l'Altissimo aveva disposto che questa gran Signora non avesse tali moti e atti, e ciò perché non vole-va che fosse strumento di castigo e accusatrice dei pecca-tori colei che era stata eletta mediatrice e avvocata loro. Veramente Dio la fece Madre di misericordia, affinché at-traverso di lei giungessero agli uomini tutte le misericor-die che egli voleva elargire ai figli di Adamo e vi fosse chi degnamente moderasse l'ira del giusto giudice, interceden-do per i colpevoli. Questa Signora esercitò l'ira solo col de-monio in ciò che fu necessario per la pazienza e la tolle-ranza e per vincere gli impedimenti che questo nemico ed antico serpente poteva opporre al bene operare.

574. Alla virtù della fortezza si riducono inoltre la ma-gnanimità e la magnificenza, perché partecipano delle qua-lità di essa in qualche cosa, dando fermezza alla volontà nel-la materia che loro appartiene. La magnanimità consiste nel-l'operare cose grandi, alle quali segue l'onore grande della virtù, e per questo si dice che ha per materia i grandi ono-ri. Da ciò derivano a questa virtù molte proprietà che han-no i magnanimi, come aborrire le adulazioni e le simulate ipocrisie, che solo gli animi abbietti e vili amano; non es-sere avidi, né interessati, né amici di ciò che è più utile, ma solo di ciò che è più onesto e grande; non parlare di se stes-si con iattanza; occuparsi poco delle cose piccole impiegando le proprie forze più per quelle grandi; essere più inclini a dare che a ricevere, perché tutte queste cose sono degne di maggior onore. Ma non per questo questa virtù è contro l'u-miltà, perché una virtù non può essere contraria all'altra. Infatti la maguanimità fa sì che con i doni e le virtù si ren-da l'uomo meritevole di grandi onori senza però desiderar-li ambiziosamente e disordinatamente. Inoltre, l'umiltà in-segna all'uomo a riferirli a Dio e a disprezzare se stesso per i suoi difetti e per la propria natura. A causa poi delle dif-ficoltà che incontrano nelle opere grandi e lodevoli della virtù, essi ricercano una speciale fortezza che si chiama ma-gnanimità. Il giusto mezzo di questa sta nel proporzionare le forze con le azioni grandi, affinché non le lasciamo per pusillanimità, né le intraprendiamo con presunzione o di-sordinata ambizione, o con brama di vanagloria, perché il magnanimo disprezza tutti questi vizi.

575. La magnificenza realizza anche opere grandi e può essere quella virtù comune che in tutte le materie virtuo-se compie cose grandi. Ma siccome vi è una particolare difficoltà nel fare grandi spese, anche quando sono giuste, si chiama in modo speciale magnificenza quella virtù che inclina a spese grandi regolandole con la prudenza, in mo-do che il cuore non sia misurato quando la ragione le con-siglia e non sia prodigo quando ciò non conviene, di-struggendo e consumando ciò che non è necessario. Inol-tre, sebbene questa virtù sembri confondersi con la libe-ralità, tuttavia i filosofi le distinguono, perché il magnifi-co guarda unicamente alle cose grandi senza tenere conto di altro, mentre il liberale mira solo all'amore e all'uso mo-derato del denaro. Quindi, uno potrà essere liberale senza giungere ad essere magnifico, se si trattiene nel distribui-re ciò che ha maggior grandezza e valore.

576. Queste due virtù della magnanimità e della ma-gnificenza si trovarono nella Regina del cielo con alcune qualità che non poterono ottenere gli altri che ebbero tali virtù. Solo Maria non trovò resistenza né difficoltà nell'o-perare tutte le cose grandi e solo lei le fece tutte grandi, anche nelle materie piccole, e fu la sola a comprendere perfettamente la natura e la qualità di queste virtù, come di tutte le altre. Così poté dare ad esse la suprema perfe-zione, senza che questa fosse diminuita in lei né da incli-nazioni contrarie, né dal non conoscere il modo di giun-gervi, né dall'attendere ad altre virtù, come avviene ai più santi e prudenti, i quali, quando non possono realizzare il tutto, scelgono ed operano ciò che sembra loro migliore. In tutte le opere virtuose questa Signora fu tanto magna-nima che sempre si attaccò a ciò che era più grande e più degno di onore e di gloria. Gloria ella stessa meritava da tutte le creature, ma si mostrò magnanima nell'allontanarla da sé, riferendola solo a Dio ed operando nella stessa umiltà ciò che vi è di più grande e magnanimo in questa virtù. In Maria la sua magnanima umiltà, che operava in grado eroico, era come in concorrenza con le altre sue virtù parimenti magnanime, per cui erano unite insieme come altrettante pietre preziose, che con la loro bella varietà fa-cevano a gara per trovare quale di esse ornasse meglio la figlia del Re divino, colei cioè che, al dire di Davide suo padre, portava la sua gloria dentro di sé.

577. Anche nella magnificenza la nostra Regina fu gran-de, perché, sebbene fosse povera, e, soprattutto nello spirito, senza amore alcuno a cosa terrena, con tutto ciò di-spensò magnificamente quanto il Signore le diede, come ac-cadde quando i re Magi offrirono preziosi doni al bambi-no Gesù e anche in seguito, nel tempo in cui visse in seno alla Chiesa, dopo l'ascensione del Signore al cielo. Ma la maggior magnificenza fu che, essendo ella signora di ogni cosa creata, dispose tutto affinché magnificamente, per quanto dipendeva da lei, si spendesse a beneficio dei biso-gnosi e per l'onore e il culto di Dio. Insegnò a molti que-sta virtù, essendo maestra in tutto perfetta nelle opere per compiere le quali i mortali devono lottare contro basse in-clinazioni e vili costumi, senza neppure giungere a dare ad esse il grado di prudenza che si richiede. Comunemente i mortali, secondo la propria inclinazione, desiderano l'ono-re e la gloria della virtù ed essere reputati straordinari e grandi. Per siffatta inclinazione e brama fuorviano, trala-sciando di indirizzare questa gloria della virtù al Signore di tutto. Sbagliano i mezzi e, se si presenta loro l'occasio-ne di fare qualche opera di magnanimità o di magnificen-za, vengono meno e non la fanno, perché sono di animo abbietto e vile. D'altronde, volendo comparire grandi, ec-cellenti e degni di venerazione, si appigliano ad altri mez-zi falsamente proporzionati ed effettivamente viziosi, come il mostrarsi iracondi, gonfi, impazienti, cipigliosi, alteri e millantatori. Ora, siccome tutti questi vizi non sono ma-gnanimità, anzi mostrano grettezza di cuore, essi non ac-quistano gloria né onore tra gli uomini saggi, ma piuttosto vituperio e disprezzo, poiché l'onore si trova più fuggendo-lo che cercandolo e più con le opere che con i desideri.

 Insegnamento della Regina del cielo

 578. Figlia mia, se con attenzione procuri, come io ti comando, di intendere la qualità e la necessità di questa virtù della fortezza, con essa avrai in mano le redini dell'irascibilità, che è una delle passioni che molto presto si muovono e turbano la ragione. Inoltre, avrai uno stru-mento col quale potrai operare ciò che vi è di più gran-de e perfetto nelle virtù, come tu desideri, e col quale potrai resistere e superare gli impedimenti dei tuoi ne-mici, che ti si oppongono per intimidirti quando si trat-ta di ciò che vi è di più difficile nella perfezione. Ma tie-ni ben presente, o carissima, che l'irascibilità serve alla bramosia per resistere a chi le impedisce ciò che brama; ne consegue che, se la bramosia diventa disordinata ed ama ciò che è vizioso e bene apparente, subito anche l'i-rascibilità lo diventa di conseguenza; quindi, invece di essere fortezza virtuosa, incorre in molti vizi esecrabili e brutti. Da ciò comprenderai come dall'appetito srego-lato della propria eccellenza e gloria vana, causato dalla superbia e dalla vanità, nascono tanti vizi derivanti dal-l'ira, quali le discordie, i contrasti, le risse, la iattanza, i clamori, l'impazienza, la pertinacia ed altri vizi, che han-no come radice la bramosia, quali l'ipocrisia, la menzo-gna, il desiderio della vanità, la curiosità e il voler com-parire in tutto più degli altri uomini e non per quello che si è veramente a causa dei propri peccati e delle pro-prie miserie.

    579. Da tutti questi vizi così brutti ti vedrai libera se con forza mortifichi e trattieni i moti sregolati della bramosia mediante la temperanza, della quale parlerai qui di segui-to. Quando, però, brami ed ami ciò che è giusto e conve-niente, anche se ti devi servire, per conseguirlo, della for-tezza e dell'irascibilità ben regolata, fallo in modo da non eccedere, perché chi vive soggetto al proprio amore srego-lato corre sempre il pericolo di adirarsi per troppo zelo di virtù. E talvolta si maschera e cela questo vizio sotto il manto del buon zelo: la creatura si lascia ingannare, adi-randosi per quello che essa brama per sé e volendo che sia creduto zelo di Dio e del bene del prossimo. Per questo è tanto necessaria e gloriosa la pazienza che nasce dalla ca-rità e si accompagna con la larghezza e la magnanimità, poiché colui che ama veramente il sommo e vero Bene fa-cilmente soffre la perdita dell'onore e della gloria appa-rente, disprezzandola da magnanimo come cosa vile e di nessun conto. Quantunque poi gliela diano le creature, non la stima, e negli altri travagli si mostra invincibile e co-stante; con questo si va guadagnando, per quanto può, il bene della perseveranza e della tolleranza.

 CAPITOLO 12

 La virtù della temperanza che ebbe Maria santissima.  

580. Dei due moti che ha la creatura, l'uno di deside-rare il bene sensibile, l'altro di ritirarsi dal male, quest'ul-timo si modera con la fortezza, che, come ho detto, serve a far sì che la volontà non si lasci vincere dall'irascibilità, ma la vinca invece con coraggio, soffrendo qualunque ma-le sensibile per conseguire il bene onesto. Per ordinare gli altri moti della bramosia serve la temperanza, l'ultima e la minore delle virtù cardinali, poiché il bene che ottiene non è così generale come quello cui sono volte le altre virtù, anzi la temperanza immediatamente mira al bene partico-lare di colui che la possiede. Vero è che i dottori e i mae-stri considerano anche la temperanza, in quanto significa una generale moderazione di tutti gli appetiti naturali e in questo senso è virtù generale e comune che comprende tut-te le virtù che muovono ogni tipo di desiderio in modo conforme a ragione. Tuttavia, non parliamo adesso della temperanza in questa generalità, ma in quanto serve per governare la bramosia nella materia del tatto, dove il pia-cere stimola con maggior forza, e conseguentemente in al tre materie che provocano piacere, le quali imitano la sol-lecitazione del tatto, benché non con tanta forza.

581. In questa considerazione la temperanza occupa l'ultimo posto tra le virtù, perché il suo oggetto non è co-sì nobile come quello delle altre. Tuttavia le si attribui-scono alcune eccellenze maggiori, in quanto essa ci al-lontana da oggetti più brutti e detestabili, quali sono la sregolatezza nei piaceri dei sensi, comune agli uomini e alle bestie. Perciò Davide dice che l'uomo si rende simile agli animali quando si lascia trasportare dalla passione del piacere. Questo è un vizio puerile, perché un bambino non segue la ragione, ma l'oggetto del suo desiderio, né si modera se non col castigo, che è necessario anche a frenare la bramosia in questi piaceri. Da tale disonore e bruttezza l'uomo viene liberato dalla virtù della tempe-ranza, poiché questa gli insegna a governarsi non in for-za del piacere ma della ragione. Perciò questa virtù me-ritò che le si attribuisse una certa onestà e decoro o bel-lezza, che nasce nell'uomo dal conservarsi nello stato del-la ragione contro una passione tanto indomita che poche volte ascolta la ragione e le ubbidisce; al contrario, l'as-servimento dell'uomo al piacere animale gli procura gran-de disonore per la somiglianza che così acquista con gli animali bruti e con i bambini.

582. La temperanza racchiude in sé le virtù dell'asti nenza e della sobrietà contro i vizi della gola nel mangia-re e dell'ubriachezza nel bere; l'astinenza poi comprende il digiuno. Queste sono le prime virtù della temperanza, perché all'appetito in primo luogo si presenta il cibo, og-getto del gusto, per la conservazione della natura. Dopo queste virtù seguono quelle che regolano la procreazione: la castità e la pudicizia con le loro componenti specifiche, cioè verginità e continenza contro i vizi della lussuria e dell'incontinenza, e le loro specie. A queste virtù, che so-no le principali nella temperanza, ne seguono altre che moderano l'appetito in altri piaceri minori, e quelle che moderano il senso dell'odorato, dell'udito e della vista si riducono a quelle del tatto. Ma ve ne sono altre simili a loro in materie differenti; queste sono la clemenza e la mansuetudine, che governano l'ira e l'eccessiva severità nel castigare, contro il vizio della crudeltà disumana o bestiale in cui possono degenerare. Ve n'è un'altra, che è la mo-destia, che contiene in sé quattro virtù. La prima è l'u-miltà, che trattiene l'uomo contro la superbia perché non brami disordinatamente la propria eccellenza. La seconda è la studiosità, che serve a non desiderare di sapere più di quello che conviene, e come conviene, contro il vizio della curiosità. La terza è la moderazione o austerità, che ha come fine di non bramare il fasto superfluo e l'osten-tazione del vestito e degli ornamenti. La quarta è quella che modera il desiderio sfrenato negli svaghi e nei diver-timenti, quali i giochi, le attività fisiche, le burle e i balli, ecc. E benché questa virtù non abbia un nome particola-re, è però molto necessaria e si chiama generalmente mo-destia o temperanza.

583. Per manifestare l'eccellenza che queste virtù eb-bero nella Regina del cielo, come ho detto delle altre, cre-do sempre che risultino scarsi i termini e le parole co-muni con le quali parliamo delle virtù delle altre creatu-re. Le grazie e i doni di Maria santissima ebbero mag-gior proporzione con quelle del suo dilettissimo Figlio, e queste con le perfezioni divine, di quanta tutte le virtù e la santità dei santi ne abbiano avuta con quella di que-sta sovrana Regina delle virtù. Così viene ad essere mol-to disuguale quanto di lei si può dire con le parole con cui intendiamo le grazie e le virtù degli altri santi, nei quali, per quanto esse fossero grandi e comprovate, si tro-vavano in persone imperfette soggette al peccato e al con-seguente disordine. Infatti, se di queste il Siracide dice che non si può valutare il peso dell'eccellenza di un ani-mo misurato, che diremo della temperanza della Signo-ra delle grazie, delle virtù e della bellezza di cui la sua anima santissima era ricolma? Tutti i domestici di que-sta donna forte erano forniti di doppie vesti, perché le sue facoltà erano adorne di due abiti o perfezioni d'in-comparabile bellezza e fortezza. L'uno era quello della giu-stizia originale, il quale subordinava gli appetiti alla ra-gione e alla grazia, l'altro era quello degli abiti infusi, che le aggiungevano nuova bellezza e virtù per operare con somma perfezione.

584. Tutti gli altri santi, che si distinsero nella bella virtù della temperanza, giunsero tutt'al più, seppur vi giun-sero, ad assoggettare la bramosia indomita al giogo della ragione in modo che non desiderasse smodatamente cosa alcuna che in seguito dovessero ritrattare, dolenti di aver-la bramata. E se anche qualcuno, passando oltre, giunse perfino a negare all'appetito tutto ciò che può essere sot-tratto all'umana natura senza distruggerla, tuttavia non poté mai far sì che in tutti questi atti egli non sentisse qualche difficoltà che ritardasse la tensione della volontà, o almeno una tale resistenza da non poter ottenere con tutta pienezza quanto desiderava, dovendo perciò con l'A-postolo lamentarsi dell'infelice carico di questo pesante corpo. In Maria santissima non si trovava questo disac-cordo, perché gli appetiti, senza recalcitrare o ribellarsi al-la ragione, lasciavano operare tutte le virtù con tanta ar-monia e accordo che, fortificandola come esercito di schie-re ben ordinate, facevano un coro di celestiale consonan-za. E siccome non aveva appetiti disordinati da reprime-re, esercitava la temperanza in modo tale che non poteva venirle in mente né immagine né memonà di moto sre-golato. Anzi, imitando bene le divine perfezioni, i suoi at-ti venivano ad essere come originati e ritratti da quel su-premo esempio e si rivolgevano a lui come a regola uni-ca della loro perfezione e come a fine ultimo in cui ter-minavano.

585. L'astinenza e sobrietà di Maria santissima furono d'ammirazione agli angeli, perché, essendo Regina di ogni cosa creata ed insieme soggetta alle passioni naturali del-la fame e della sete, non ebbe mai appetenza di cibi che sarebbero stati convenienti al suo potere e alla sua gran-dezza, né usava del mangiare per il gusto, ma per la so-la necessità, soddisfacendo a questa con temperanza tale che né eccedeva né poteva eccedere oltre quanto era ne-cessario alla salute e al sostentamento della vita. Inoltre, prima di cibarsi, voleva sentire il dolore della fame e del-la sete, limitando il cibo in modo che anche la grazia do-vesse in parte concorrere con lo scarso nutrimento natu-rale a sostenerla. Mai la mancanza di cibo le causò alcun disturbo; anche se ne prendeva meno di quello necessario al fabbisogno calorico, vi suppliva la divina grazia, poiché la creatura vive anche di essa e non di solo pane. L'Al-tissimo avrebbe certamente potuto sostentarla senza che ella mangiasse o bevesse, ma non lo fece, perché non era conveniente per lei perdere l'occasione di acquisire meri-ti nell'uso del mangiare e di essere esempio di temperan-za, né lo era per noi esser privati di tanto bene e di tan-ti suoi meriti. Della qualità del cibo che usava e del tem-po nel quale lo prendeva, si parla in diverse parti di que-sta Storia. Di volontà sua però non mangiò mai carne, non più che una sola volta al giorno, eccetto quando vis-se col suo sposo Giuseppe o quando accompagnava il suo santissimo Figlio nei suoi viaggi, perché in queste occa-sioni, per la necessità di adeguarsi agli altri, seguiva l'or-dine che il Signore le dava, ma sempre era straordinaria nella temperanza.

586. Della purezza verginale e del pudore della Vergi-ne delle vergini, non potrebbero parlare degnamente nep-pure i supremi serafini, poiché in questa virtù, che in es-si è naturale, furono inferiori alla loro Regina e signora. Infatti, col privilegio della grazia e col potere dell'Altissi-mo, Maria santissima era più libera ed immune dal vizio contrario che non gli stessi angeli, i quali per loro natu-ra non possono esserne toccati. Noi mortali non arrivia-mo in questa vita ad immaginare quanto grande fosse questa virtù nella Regina del cielo, perché ci ostacola mol-to il fango pesante che ottenebra all'anima nostra la can-didezza e la cristallina luce della castità. La nostra gran Regina la ebbe in grado tale che avrebbe potuto merita-tamente preferirla alla dignità di Madre di Dio, se non fosse stata appunto questa virtù che più la rendeva ade-guata a questa ineffabile grandezza. Tanto che, misuran-do la purezza verginale di Maria dalla stima che ella ne fece e dalla dignità a cui ne fu sollevata, si comprenderà in parte quale fosse questa virtù nel suo virgineo corpo e nella sua anima. Propose di osservarla dalla sua con-cezione immacolata, ne fece voto dalla sua nascita e la osservò in maniera che non ebbe mai azione, né movi-mento, né gesto con cui la violasse o ne intaccasse il pu-dore. Perciò non parlò mai a un uomo se non per volontà di Dio, né questi, né le donne stesse guardava in viso e ciò non per il pericolo, ma per il merito, per l'esempio nostro e per la sovrabbondanza della divina prudenza, sa-pienza e carità.

587. Della sua clemenza e mansuetudine Salomone disse che la legge della clemenza era sulla sua lingua, perché mai la mosse se non per distribuire la grazia che era sparsa sulle sue labbra. La mansuetudine governa l'i-ra e la clemenza modera il castigo. La nostra mansuetis-sima Regina non ebbe ira da moderare, né usava di que-sta disposizione naturale più di quello che nel capitolo passato si è detto quanto agli atti della fortezza contro il peccato e il demonio. Ma contro le creature razionali non ebbe ira che fosse diretta a castigarle, né in occasione al-cuna si mosse ad ira, né mai perse la perfettissima man-suetudine e l'immutabile ed inimitabile imperturbabilità interiore ed esteriore, né si notò differenza nell'espres-sione o nella voce o si videro in lei movimenti che indi-cassero qualche interno moto d'ira. Il Signore si servi di questa mansuetudine e clemenza come di strumento per esercitare la sua, dando corso per mezzo di essa a tutti i benefici e gli effetti delle eterne ed antiche misericordie; per tale fine era necessario che la clemenza di Maria si-gnora nostra fosse strumento adeguato di quella che il medesimo Signore usa con le creature. Infatti, conside-rando attentamente e profondamente le opere della divi-na clemenza verso i peccatori, e che di tutte Maria san-tissima fu lo strumento idoneo con cui si disponevano ed eseguivano, si comprenderà in parte la clemenza di que-sta Signora. Tutti i suoi rimproveri furono fatti pregan-do, insegnando ed ammonendo piuttosto che castigando e questo domandò ella stessa al Signore. Infatti la sua provvidenza dispose così, affinché in questa eminentissi-ma Regina la legge della clemenza risiedesse come nel-l'originale e si conservasse come in un tesoro, del quale sua Maestà si servisse e dal quale i mortali apprendesse-ro questa virtù con le altre.

588. Quanto alle altre virtù che contiene la modestia, e specialmente quanto all'umiltà e all'austerità o povertà di Maria santissima, per dirne qualche cosa degnamente occorrerebbero molti libri e molte lingue d'angeli. Però, di quello che io posso arrivare a dirne, è piena questa Storia, perché in tutte le azioni della Regina del cielo ri-fulse sopra ogni virtù la sua incomparabile umiltà. Temo molto di offendere la grandezza di questa singolare virtù, cercando di restringere in limitati confini questo pelago d'umiltà, che poté ricevere ed abbracciare colui che è in-comprensibile e senza limiti. Quanto sono giunti a cono-scere e ad operare i santi e gli stessi angeli con questa virtù, non poté giungere a far sì che la loro umiltà ugua-gliasse anche in minima parte quella che ebbe la nostra Regina. Difatti, quale dei santi o degli angeli Dio poté chiamare sua Madre? E chi, al di fuori di Maria e del-l'eterno Padre, poté chiamare suo figlio il Verbo incarna-to? Ora, se colei che in questa dignità giunse ad essere simile all'Eterno e ne ebbe le grazie e i doni convenien-ti, si pose nella stima di sé comunque all'ultimo posto tra le creature e tutte le reputò superiori a se stessa; quale odore, quale fragranza inebriante dovette mandare allo stesso Dio questo umile nardo, contenente nel suo seno il supremo Re dei re?

589. Che le colonne del cielo si umilino e si confon-dano alla presenza dell'inaccessibile luce della Maestà in-finita non fa meraviglia, dato che essi videro la rovina dei loro uguali ed essi stessi non ne furono preservati se non con benefici e ragioni comuni a tutti. Che i più for-ti ed invincibili santi si umiliassero, abbracciando il di-sprezzo e l'annientamento, riconoscendosi indegni di qua-lunque minimo beneficio della grazia e persino dello stes-so ossequio e soccorso delle cose naturali, era giustissi-mo e conseguente, perché tutti pecchiamo ed abbiamo bisogno della gloria del medesimo Dio. Nessuno è sta-to mai così santo né così grande da non poter essere mag-giore, né tanto perfetto da non mancare di qualche virtù, né tanto innocente da essere trovato irreprensibile agli occhi di Dio. E se anche si trovasse qualcuno in tutto in-teramente perfetto, rimarrebbero comunque tutti nella sfera della grazia comune e nessuno sarebbe superiore a tutti in tutto.

590. Quindi fu senza esempio e senza pari l'umiltà di Maria purissima. Infatti, essendo aurora della grazia, prin-cipio di tutto il bene delle creature, la suprema di esse, il prodigio delle perfezioni di Dio, il centro del suo amore, la sfera della sua onnipotenza, colei che lo chiamò figlio e si senù chiamare madre dallo stesso Dio, tuttavia si umi-liò fino a mettersi al di sotto di ogni cosa creata. Ed ella che, godendo della maggiore eccellenza di tutte le opere di Dio in una semplice creatura, non ne aveva altra su-periore sopra cui sollevarsi, nondimeno si umiliò talmen-te che si giudicava indegna della seppur minima stima, eccellenza o gloria che si potesse dare alla più piccola di tutte le creature razionali. Non solamente si reputava im-meritevole della dignità di Madre di Dio e delle grazie re-lative, ma anche dell'aria che respirava, della terra che la sosteneva, dell'alimento che riceveva e di qualunque osse-quio e servizio da parte delle creature e così, ritenendosi indegna di tutto, tutto gradiva come se realmente ne fos-se indegna. E per dir molto in poche parole, il fatto che la creatura razionale non brami l'eccellenza che assoluta-mente non le appartiene o che per qualche titolo non si merita, non è poi un'umiltà molto generosa, benché l'in-finita clemenza dell'Altissimo la riceva e si consideri ob-bligato da chi così si umilia. Ma la cosa mirabile è il fat-to che si umilii più di tutte le creature insieme colei che, mentre le era dovuta tutta la maestà e l'eccellenza, non la bramò né la cercò e, pur nella sua dignità di Madre di Dio, si annientò nella stima di sé, meritando con questa umiltà di esser sollevata, quasi di diritto, al dominio ed alla signoria di tutto il creato.

    591. A questa umiltà incomparabile si univano in Ma-ria santissima le altre virtù racchiuse nella modestia, per-ché la brama di sapere più di quello che conviene di so-lito nasce dalla poca umiltà o carità, vizio senza profitto ed anzi di molto danno, come accadde a Dina, la quale con inutile curiosità, uscendo a vedere ciò che non le era utile, fu veduta con tanto danno del suo onore. Dalla stes-sa radice di superbia presuntuosa solitamente hanno ori-gine la superflua ostentazione e il fasto nell'abbigliamen-to, nonché le sregolate azioni, i gesti e i movimenti cor-porali che servono alla vanità e alla sensualità, dando pro-va della leggerezza dell'animo, secondo queJlo che dice il Siracide: Il vestito di un uomo, la bocca sorridente e la sua andatura rivelano quello che è. Tutte le virtù contrarie a questi vizi in Maria santissima erano intatte e non cono-scevano contraddizione o moto che le potesse ritardare o corrompere; anzi, come figlie e compagne della sua profondissima umiltà, carità e purezza, mostravano in questa sovrana Signora certi raggi più di divina che di umana creatura.

    592. Era studiosissima senza curiosità, perché, pur ri-piena di sapienza al di sopra dei medesimi cherubini, ap-prendeva e si lasciava istruire da tutti ritenendosi igno-rante; e, quando usava della divina scienzà o indagava la divina volontà, era così prudente e lo faceva con fini co-sì sublimi e nelle dovute circostanze, che sempre i suoi desideri ferivano il cuore di Dio e lo attiravano alla sua ben ordinata volontà. Non meno ammirabile fu poi nella povertà ed austerità; infatti, essendo Signora di tutto il creato, che aveva a sua disposizione, per imitare il suo Fi-glio santissimo, rinunciò a tutto ciò che lo stesso Signo-re pose nelle sue mani. Invero, come il Padre pose tutte le cose nelle mani del Verbo incarnato, così pure questo Signore le pose tutte nelle mani di sua Madre ed ella, per fare lo stesso, le lasciò tutte con l'affetto ed effettivamen-te per la gloria del suo figlio e Signore. Della modestia delle sue azioni, della dolcezza delle sue parole e di tutto il suo aspetto basta dire che, per l'ineffabile grandezza che ne traspariva, sarebbe stata reputata più che umana se la fede non avesse insegnato che era semplice creatura, co-sì come confessò il saggio di Atene san Dionigi.

 Insegnamento della Regina del cielo

 593. Figlia mia, parlando della dignità di questa virtù della temperanza, hai detto qualcosa di quanto ne hai in-teso e di come io la esercitavo, sebbene tu tralasci di di-re molto di quanto occorrerebbe per far intendere la ne-cessità grandissima che hanno i mortali di usare la tem-peranza nelle loro azioni. Fu pena del primo peccato che l'uomo perdesse il perfetto uso della ragione e che le pas-sioni, divenute ad essa disubbidienti, si ribellassero a co-lui che si era ribellato al suo Dio disprezzandone il giu-stissimo precetto. Per riparare a questo danno fu neces-saria la virtù della temperanza, che domasse le passioni, trattenendone e moderandone le sollecitazioni, che resti-tuisse all'uomo la conoscenza della giusta misura nel de-siderio, lo educasse e lo disponesse di nuovo a seguire la ragione quale essere capace di partecipare della divinità e non già a seguire il suo piacere, come fa un animale privo di ragione. Senza questa virtù non è possibile spo-gliarsi dell'uomo vecchio, né disporsi per i doni della gra-zia e sapienza divina, perché questa non entra in un'ani-ma che abita un corpo soggetto al peccato. Soltanto co-lui che con la temperanza sa moderare le sue passioni, negando loro lo sfrenato piacere animale che appetisco-no, potrà dire e sperimentare che il Re lo introduce nella cella del suo vino delizioso e nei tesori della sapien-za e dei doni spirituali, perché questa virtù è come un deposito comune, pieno delle virtù più belle e fragranti al gusto dell'Altissimo.

    594. E sebbene io voglia che ti dia molta pena per conseguirle tutte, tuttavia desidero che consideri parti-colarmente la bellezza e il buon odore della castità, la forza dell'astinenza nel mangiare e della sobrietà nel be-re, la soavità e i buoni effetti della modestia nelle paro-le e nelle opere, nonché la nobiltà della povertà altissi-ma nell'uso delle cose. Con queste virtù otterrai la luce divina, la pace e la tranquillità dell'anima, la serenità del-le tue facoltà, il dominio delle tue inclinazioni e arrive-rai ad essere tutta illuminata dagli splendori della gra-zia e dei doni divini. Così dalla vita sensibile ed anima-le sarai sollevata alla vita angelica, che è quella che da lui che si era ribellato al suo Dio disprezzandone il giu-stissimo precetto. Per riparare a questo danno fu neces-saria la virtù della temperanza, che domasse le passioni, trattenendone e moderandone le sollecitazioni, che resti-tuisse all'uomo la conoscenza della giusta misura nel de-siderio, lo educasse e lo disponesse di nuovo a seguire la ragione quale essere capace di partecipare della divinità e non già a seguire il suo piacere, come fa un animale privo di ragione. Senza questa virtù non è possibile spo-gliarsi dell'uomo vecchio, né disporsi per i doni della gra-zia e sapienza divina, perché questa non entra in un'ani-ma che abita un corpo soggetto al peccato. Soltanto co-lui che con la temperanza sa moderare le sue passioni, negando loro lo sfrenato piacere animale che appetisco-no, potrà dire e sperimentare che il Re lo introduce nel-la cella del suo vino delizioso5 e nei tesori della sapien-za e dei doni spirituali, perché questa virtù è come un deposito comune, pieno delle virtù più belle e fragranti al gusto dell'Altissimo.

    594. E sebbene io voglia che ti dia molta pena per conseguirle tutte, tuttavia desidero che consideri parti-colarmente la bellezza e il buon odore della castità, la forza dell'astinenza nel mangiare e della sobrietà nel be-re, la soavità e i buoni effetti della modestia nelle paro-le e nelle opere, nonché la nobiltà della povertà altissi-ma nell'uso delle cose. Con queste virtù otterrai la luce divina, la pace e la tranquillità dell'anima, la serenità del-le tue facoltà, il dominio delle tue inclinazioni e arrive-rai ad essere tutta illuminata dagli splendori della gra-zia e dei doni divini. Così dalla vita sensibile ed anima-le sarai sollevata alla vita angelica, che è quella che da te voglio e che tu stessa desideri con la virtù divina. Dun-que, carissima, sii vigilante e attenta ad operare sempre con la luce della grazia e mai si muovano le tue facoltà solo per il loro piacere, ma sempre opera secondo ra-gione e a gloria dell'Altissimo in tutte le cose necessarie per la vita: nel mangiare, nel dormire, nel vestire, nel parlare, nell'ascoltare, nel desiderare, nel correggere, nel comandare e nel pregare; il tutto sia guidato in te dalla luce e dal compiacimento del tuo Signore e Dio e non dal tuo.

    595. Per poi affezionarti maggiormente alla bellezza e alla grazia di questa virtù, rifletti sulla bruttezza dei suoi vizi contrari e considera, con la luce che ricevi, quanto brutto, riprovevole, orribile e spregevole sia il mondo agli occhi di Dio e dei santi per l'enormità di tanti abomini che gli uomini commettono contro questa amabile virtù. Osserva quanti seguono come bestie l'orrore della sen-sualità, altri la gola e l'ubriachezza, altri il gioco e la va-nità, altri la superbia e la presunzione, altri l'avarizia e la brama di acquistare beni e infine tutti generalmente l'im-peto delle proprie passioni. Così essi, non cercando che il piacere presente e momentaneo, accumulano per l'avveni-re tormenti eterni e si privano della visione beatifica del loro Dio e Signore.

 CAPITOLO 13

 I sette doni dello Spirito Santo che ebbe Maria santissima.

 596. I sette doni dello Spirito Santo - secondo la com-prensione che ne ho - mi pare che aggiungano qualcosa al-le virtù corrispondenti; per questo si distinguono da esse, benché abbiano lo stesso oggetto. è certo che qualunque beneficio del Signore si può chiamare dono o regalo del-la sua mano, anche se naturale. Adesso, però, non parlia-mo dei doni così in generale, sebbene siano virtù e doni infusi, perché non tutti quelli che hanno qualche virtù o più virtù hanno per questo grazia di doni in quella mate-ria o almeno non arrivano a possedere le virtù in quel gra-do in cui si chiamano doni perfetti, come li intendono i Dottori nelle parole di Isaia, dove disse che su Cristo no-stro salvatore si sarebbe posato lo Spirito del Signore, enu-merando sette grazie, le quali comunemente si chiamano doni dello Spirito Santo. Essi sono: lo spirito di sapienza e d'intelletto, lo spirito di consiglio e di fortezza, lo spiri-to di conoscenza e di pietà e quello del timore di Dio. Questi doni si trovavano nell'anima santissima di Cristo, ridondando dalla divinità alla quale stava ipostaticamen-te unita, come nella fonte sta l'acqua che da essa sgorga per comunicarsi ad altri, perché tutti attingiamo alle sor-genti del Salvatore grazia su grazia e dono su dono ed in lui stanno nascosti i tesori della sapienza e della scien-za di Dio.

   597. I doni dello Spirito Santo corrispondono alle virtù cui si collegano. Benché quanto a questa correlazione i Dottori discorrano con qualche differenza, non ve ne può essere alcuna quanto al fine di tali doni, che consiste nel dare qualche speciale perfezione alle facoltà, affinché compiano alcune azioni ed opere assolutamente perfette ed eroiche nelle materie delle virtù; senza questa condi-zione, infatti, non si potrebbero chiamare doni particola-ri e più perfetti ed eccellenti del modo comune di ope-rare che hanno le virtù. Questa loro perfezione deve consistere principalmente in qualche speciale o forte ispira-zione e mozione dello Spirito Santo, che superi con più efficacia gli impedimenti e muova il libero arbitrio, dan-dogli maggiore forza affinché non operi debolmente, ma anzi con grande pienezza di perfezione e forza in quella specie di virtù alla quale appartiene il dono. A tutto que-sto non può giungere il libero arbitrio, se non è illumi-nato e mosso con speciale efficacia, virtù e forza dello Spirito Santo, che lo spinge fortemente, soavemente e dol-cemente, affinché segua quella illuminazione e con libertà operi e voglia quella azione che pare sia fatta nella vo-lontà con l'efficacia dello Spirito divino, come dice l'A-postolo. Perciò questa mozione si chiama istinto dello Spirito Santo; la volontà, infatti, sebbene operi libera-mente e senza violenza, in queste opere si comporta mol-to come strumento volontario e molto somiglia a questo, perché opera con minore esame della prudenza comune con la quale operano le virtù, anche se non con minore intelligenza e libertà.

   598. Mi farò intendere in parte con un esempio, av-vertendo che, per muovere la volontà alle opere di virtù, concorrono due cose nelle facoltà. L'una è il peso o incli-nazione che la stessa volontà ha in sé, che la muove cosi come la gravità porta la pietra o la leggerezza il fuoco, perché ciascuno vada verso il suo centro. Le virtù accre-scono più o meno questa inclinazione nella volontà, come fanno i vizi a modo loro; infatti, volgendola all'amore pe-sano e l'amore è il suo peso che la porta liberamente. L'al-tra cosa che concorre in questa mozione è da parte del-l'intelletto un'illuminazione nelle virtù, dalla quale la vo-lontà è mossa e determinata; essa è proporzionata alle virtù ed agli atti della volontà. Per quelli ordinari servono la prudenza e la sua deliberazione ordinaria, ma per altri atti più elevati è necessaria una più alta e superiore illuminazione e mozione dello Spirito Santo, la quale ap-partiene ai doni. Poiché la carità è soprannaturale e pro-cede dalla volontà divina come il raggio nasce dal sole, ri-ceve un particolare influsso da Dio; essa muove a sua vol-ta le altre virtù della volontà, e maggiormente quando ope-ra con i doni dello Spirito Santo.

599. Conformemente a ciò, nei doni dello Spirito San-to mi pare di conoscere da parte dell'intelletto una speciale illuminazione, nella quale esso si comporta molto passiva-mente, volta a muovere la volontà. Ad essa corrispondono le sue virtù con qualche grado di perfezione che inclina, con forza superiore a quella ordinaria, ad opere molto eroi-che. Come la pietra, se oltre al suo peso le si aggiunge un altro impulso, si muove più velocemente, così nella volontà, aggiungendo la perfezione, ossia l'impulso dei doni, i mo-ti delle virtù sono più eccellenti e perfetti. Il dono della sa-pienza comunica all'anima un certo gusto, per mezzo del quale conosce ciò che è divino e ciò che è umano senza inganno, dando all'uno ed all'altro il proprio valore e pe-so, in opposizione al gusto che procede dall'ignoranza e stoltezza umana; questo dono appartiene alla carità. Il do-no dell'intelletto chiarifica per penetrare le cose divine e conoscerle, contro la durezza e lentezza del nostro intel-letto. Quello della conoscenza fa penetrare ciò che è più oscuro e rende maestri perfetti contro l'ignoranza. Questi due doni appartengono alla fede. Il dono del consiglio in-cammina, indirizza e trattiene dalla precipitazione umana, contro l'imprudenza; questo appartiene alla sua virtù pro-pria, che è la prudenza. Quello della fortezza scaccia il ti-more disordinato e rinvigorisce la debolezza; appartiene al-la virtù dallo stesso nome. Quello della pietà rende buono il cuore, gli toglie la durezza e lo ammorbidisce contro l'empietà e la durezza; appartiene alla virtù della religio-ne. Il dono del timore di Dio umilia amorosamente contro la superbia; questo corrisponde all'umiltà.

   600. Maria santissima possedeva tutti i doni dello Spi-rito Santo, avendo come un certo diritto ad essi in quan-to madre del Verbo divino, da cui procede lo Spirito San-to, al quale tali doni si attribuiscono. Rapportando questi doni alla dignità speciale di madre, era conseguente che si trovassero in lei con la dovuta proporzione e con tanta dif-ferenza da tutte le altre anime quanta ve n'è tra il chia-marsi lei madre di Dio e tutte le altre semplicemente crea-ture. Questo accadeva anche perché la grande Regina era assai vicina allo Spirito Santo per questa dignità e per l'im-peccabilità, mentre tutte le altre creature se ne trovano molto lontane, sia per la colpa sia per la distanza dell'esi-stenza comune, senza altro rapporto o affinità con lo Spi-rito divino. Se in Cristo nostro redentore e maestro erano come nell'origine e nella fonte, si dovevano trovare anche in Maria sua degna madre come in un ricettacolo o mare da dove si distribuissero a tutte le creature, poiché dalla sua pienezza sovrabbondante si riversano su tutta la Chie-sa. Salomone espresse ciò con un'altra metafora nei Pro-verbi, dicendo che la sapienza costruì una casa su sette co-lonne, imbandì la mensa, preparò il vino ed invitò gli ine-sperti ed i privi di senno per trarli fuori dalla stoltezza ed insegnare loro la prudenza. Non mi trattengo a spiegare questo, poiché nessun cattolico ignora che Maria santissi-ma fu questa magnifica abitazione dell'Altissimo, edificata e fondata sopra questi sette doni per sua solidità e bellez-za e per preparare in questa casa mistica il banchetto di tutta la Chiesa; in Maria, infatti, è pronta la mensa, affin-ché tutti noi piccolini ed ignoranti figli di Adamo arrivia-mo a saziarci dell'influsso e dei doni dello Spirito Santo.

   601. Quando questi doni si acquistano mediante la di-sciplina e l'esercizio delle virtù superando i vizi contrari, il timore ha il primo posto; in Cristo Signore nostro, però, Isaia cominciò ad enumerarli dal dono della sapienza, che è il più alto, perché egli li ricevette come maestro e ca-po, non come discepolo che li apprendesse. Con questo stesso ordine li dobbiamo considerare nella sua Madre santissima, perché nei doni somigliò più lei al suo Figlio santissimo che le altre creature a lei. Il dono della sa-pienza contiene un'illuminazione saporosa, mediante la quale l'intelletto conosce la verità delle cose per le loro cause intime e supreme; e la volontà, con il gusto della verità del vero bene, discerne e separa questo bene da quello apparente e falso, perché è veramente sapiente co-lui che conosce senza inganno il vero bene per gustarlo e lo gusta conoscendolo. Questo gusto della sapienza con-siste nel godere del sommo Bene per un'intima unione di amore, cui segue il sapore e gusto dei bene onesto, par-tecipato ed esercitato per mezzo delle virtù inferiori al-l'amore. Perciò non si chiama sapiente colui che conosce la verità solo speculativamente, benché abbia in questa conoscenza il suo diletto, né colui che opera atti di virtù per la sola conoscenza, e tanto meno se lo fa per altra causa. Se, però, opera con intimo amore unitivo per il gusto del sommo e vero Bene, che conosce senza ingan-no, ed in lui e per lui tutte le verità inferiori, allora que-sti sarà veramente sapiente. Tale conoscenza viene data alla sapienza dal dono dell'intelletto, che la precede ed accompagna; esso consiste in un intima penetrazione del-le verità divine e di quelle che a questo ordine si posso-no ricondurre e collegare, perché lo Spirito scruta le profondità di Dio, come dice l'Apostolo.

   602. Questo medesimo Spirito sarà necessario per in-tendere e dire qualcosa dei doni di sapienza ed intelletto che ebbe l'imperatrice del cielo, Maria. L'impeto del fiume della somma Bontà, trattenuto per tanti secoli, infine ral-legrò questa città di Dio con la corrente che riversò nella sua anima santissima per mezzo dell'Unigenito del Padre e suo, che abitò in lei; fu come se - a nostro modo di in-tendere - avesse scaricato in questo pelago di sapienza l'in-finito mare della Divinità, nello stesso momento in cui Ma-ria poté invocare lo spirito della sapienza. Anzi, perché lo chiamasse venne a lei, affinché apprendesse tale sapienza senza finzione e la comunicasse senza invidia, come fece, poiché per mezzo della sua sapienza si manifestò al mon-do la luce del Verbo eterno incarnato. Questa sapientissi-ma Vergine conobbe la struttura del mondo e la forza de-gli elementi, il principio, la fine e il mezzo dei tempi, il lo-ro alternarsi, la posizione degli astri, la natura degli ani-mali e l'istinto delle fiere, i poteri degli spiriti e i ragiona-menti degli uomini, la varietà delle piante e la proprietà delle radici, tutto ciò che è nascosto, occulto e superiore al pensiero degli uomini, i misteri e le vie segrete dell'Al-tissimo. Maria santissima nostra regina conobbe e gustò tutto ciò con il dono della sapienza che, bevuta alla sua fonte originale, restò parola fatta del suo pensiero.

   603. Qui ricevette questo effluvio della virtù di Dio, questa emanazione della sua carità sincera che la fece im-macolata, preservandola dalla colpa che imbratta l'anima dei mortali, rendendola così specchio senza macchia del-la maestà di Dio. Qui attinse lo spirito che la sapienza contiene, spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sot-tile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell'uomo, stabile, sicuro, senza affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi. Tutte queste qualità di cui parlò l'autore del libro della Sa-pienza si trovarono in modo singolare e perfetto in Maria santissima, dopo che nel suo Figlio unigenito. Insieme con la sapienza le vennero tutti i beni e in tutto la precedevano questi altissimi doni di sapienza ed intelletto, affin-ché in tutte le azioni delle altre virtù fosse da essi guida-ta ed in tutte si vedesse l'impronta dell'incomparabile sa-pienza con la quale operava.

604. Degli altri doni si è già riferito qualcosa parlan-do delle virtù alle quali appartengono; ma, poiché tutto quanto possiamo intendere e dire è assai meno di quello che vi era in questa città mistica di Maria, troveremo sem-pre molto da aggiungere. Il dono del consiglio segue nel-l'ordine di Isaia quello dell'intelletto. Esso consiste in una illuminazione soprannaturale con la quale lo Spirito San-to tocca l'intimo dell'uomo, illuminandolo sopra ogni uma-na e comune intelligenza, affinché scelga ciò che è più uti-le, conveniente e giusto e respinga il contrario, condu-cendo la volontà, con le regole dell'eterna ed immacolata legge divina, all'unità di un solo amore ed alla conformità perfetta con la volontà del sommo Bene. Accogliendo que-sta ispirazione divina la creatura bandisce da sé la mol-teplicità e varietà delle inclinazioni e degli attaccamenti ai beni esteriori e terreni, che possono essere di intralcio al cuore impedendogli di ascoltare e seguire questo im-pulso e consiglio divino e di giungere a conformarsi a quel-l'esempio vivo di Cristo nostro Signore, il quale con altis-simo consiglio disse all'eterno Padre: Non sia fatta la mia, ma la tua volontà.

   605. Il dono della fortezza è una partecipazione o in-flusso della virtù divina, che lo Spirito Sant6 comunica al-la volontà creata affinché, felicemente coraggiosa, si sollevi sopra tutto quello che la debolezza umana può e suole te-mere dalle tentazioni, dai dolori, dalle tribolazioni e dalle avversità. Sorpassando e vincendo tutto, essa acquista e con-serva ciò che vi è di più arduo ed eccellente nelle virtù e, innalzandosi sempre più, trascende tutte le virtù, le grazie, le consolazioni interiori e spirituali, le rivelazioni, gli amo-ri sensibili, per nobili ed eccellenti che siano. Tutto, insom-ma, lascia dietro di sé, estendendosi con divino sforzo fino ad arrivare a conseguire l'intima e suprema unione con il sommo Bene, al quale anela con desideri ardentissimi e do-ve veramente esce dal forte la dolcezza, avendo tutto vin-to in colui che le dà la forza16. Il dono della conoscenza èuna capacità di discernere con rettitudine infallibile tutto quello che si deve credere ed operare con le virtù. Si diffe-renzia dal consiglio perché questo sceglie e quella giudica, l'uno forma la scelta prudente e l'altra il giudizio retto. Si distingue, poi, dal dono dell'intelletto perché questo penetra le verità profonde riguardanti la fede e le virtù, come in una semplice intelligenza, mentre il dono della conoscenza sa ciò che da esse si deduce ed applica le azioni esterne delle fa-coltà alla perfezione della virtù, nella quale il dono della co-noscenza è come radice e madre della discrezione.

606. Il dono della pietà è una virtù divina o influsso con il quale lo Spirito Santo ammorbidisce e in un certo modo fonde e scioglie la volontà umana, muovendola verso tutto ciò che appartiene al servizio dell'Altissimo ed al beneficio del prossimo. Con questa tenerezza e soave dol-cezza la nostra volontà sta pronta e la nostra memoria at-tenta in ogni tempo, luogo e avvenimento a lodare e be-nedire il sommo Bene ed a rendere a lui grazie ed onore, come anche ad avere compassione tenera e amorosa del-le creature, senza mancare di sovvenirle nelle loro tribo-lazioni e necessità. Questo dono della pietà non è tratte-nuto dall'invidia né conosce odio, avarizia, tiepidezza o meschinità, perché causa una forte e soave inclinazione per cui abbraccia con dolcezza e amore tutte le opere d'a-more di Dio e del prossimo; anzi, rende benevolo, pieno di riguardo, premuroso e diligente chi lo possiede. Per questo l'Apostolo dice che l'esercizio della pietà è utile a tutto, portando con sé la promessa della vita eterna, per-ché è uno strumento nobilissimo della carità.

607. Viene in ultimo luogo il dono del timore di Dio, tanto lodato, magnificato e raccomandato ripetutamente nella Scrittura divina e dai santi Dottori come fondamen-to della perfezione cristiana e principio della vera sapien-za, perché è il primo che resiste alla stoltezza arrogante degli uomini e quello che con maggiore forza la distrugge ed annienta. Questo dono così importante consiste in un'a-morosa fuga ed in una nobilissima e pudica riservatezza con cui l'anima si ritira in se stessa e nella conoscenza del-la propria condizione e bassezza, considerandola in con-fronto con la suprema grandezza e maestà di Dio, e, non volendo sentire né pensare altamente di se stessa, teme, co-me insegnò l'Apostolo. Questo santo timore ha i suoi gra-di, perché al principio si chiama iniziale ed in seguito fi-liale. L'anima, infatti, comincia a fuggire dalla colpa, come contraria al sommo Bene che ama con riverenza; passa, poi, ad abbassare e disprezzare se stessa, perché paragona la propria natura con la maestà di Dio, la propria ignoranza con la sua sapienza e la propria povertà con la sua infini-ta ricchezza. Trovandosi in tutto soggetta pienamente alla volontà divina, si umilia e sottomette anche a tutte le crea-ture per Dio, muovendosi verso di lui e verso di loro con intimo amore e giungendo così alla perfezione dei figli di Dio, cioè alla suprema unione di spirito con il Padre, il Fi-glio e lo Spirito Santo.

   608. Se mi dilungassi maggiormente nella spiegazione di questi doni, uscirei dal mio intento ed allungherei trop-po questo discorso. Quello che ho detto mi pare sufficien-te per capire la loro natura e le loro qualità. Inteso que-sto, si deve considerare che nella sovrana Regina del cie-lo tutti i doni dello Spirito Santo si trovarono non sola-mente nel grado sufficiente e ordinario che ciascuno di es-si ha nel suo genere, perché ciò sarebbe comune agli altri santi, ma con speciale eccellenza e privilegio quale non poté aver luogo in nessuno di loro, né sarebbe stato con-veniente ad altri inferiori a lei. Compreso, dunque, in che cosa consistono il timore santo, la pietà, la fortezza, la co-noscenza ed il consiglio in quanto doni speciali dello Spi-rito Santo, il giudizio umano e l'intelletto angelico si esten-dano e pensino il grado dei doni più alto, nobile, eccel-lente, perfetto e divino. Si sappia che i doni di Maria si trovano al di là di quanto possono concepire tutte le crea-ture insieme e che il più basso grado di essi corrisponde a quello più alto immaginato dal pensiero umano, come il più alto grado dei doni di questa Signora e regina delle virtù tocca, in qualche modo, il più basso grado delle ec-cellenze di Cristo e della Divinità.

 Insegnamento della Regina santissima Maria

    609. Figlia mia, questi nobilissimi ed eccellentissimi do-ni dello Spirito Santo che hai inteso sono un emanazione con cui la Divinità si comunica e si trasferisce nelle anime sante, per cui non ammettono limitazione da parte loro co-me l'hanno da parte del soggetto da cui sono ricevuti. Se le creature liberassero dagli affetti e dall'amore terreno il loro cuore, benché esso sia limitato, parteciperebbero sen-za misura del torrente della Divinità infinita, per mezzo de-gli inestimabili doni dello Spirito Santo. Le virtù purifica-no la creatura dalla bruttezza e dalla macchia dei vizi, se ne ha, e tramite esse questa comincia a ristabilire l'ordine armonico delle sue facoltà, perso prima per il peccato ori-ginale e dopo per quelli attuali suoi propri. Inoltre, le virtù aggiungono bellezza, forza e diletto nel bene operare. I do-ni dello Spirito Santo sollevano le stesse virtù ad un subli-me grado di perfezione, ornamento e bellezza mediante il quale l'anima si dispone, si abbellisce e si rende graziosa per entrare nel talamo dello Sposo, dove in modo ammi-rabile resta unita alla Divinità in un solo spirito e nel vin-colo dell'eterna pace. Da quel felicissimo stato esce fedelis-sima e sicura ad operare virtù eroiche e con esse torna a ritirarsi al medesimo principio da cui è uscita, che è lo stes-so Dio; alla sua ombra riposa tranquilla e quieta, senza che la turbino gli impeti furiosi delle passioni ed i loro appeti-ti disordinati. Pochi, però, ottengono questa felicità e so-lo per esperienza la conosce chi la riceve.

610. Medita, perciò, o carissima, e considera con profon-da attenzione come salirai al grado più alto di questi doni, perché la volontà del Signore e mia è che tu passi più avan-ti al banchetto che la sua dolcezza ti prepara con la benedizione dei doni; a questo fine, appunto, li hai ricevuti. Con-sidera, dunque, che per l'eternità vi sono solamente due cam-mini: uno, che conduce alla morte eterna per il disprezzo delle virtù e per l'ignoranza della Divinità; l'altro, che porta alla vita eterna mediante la conoscenza fruttuosa dell'Altis-simo, perché questa è la vita eterna, che si conoscano Dio e il suo Unigenito che egli ha inviato nel mondo. Battono il cammino della morte infiniti stolti, i quali non conosco-no la loro stessa ignoranza, presunzione e superbia, acceca-ti da una spaventosa insipienza. A quelli che, invece, chiamò misericordiosamente alla sua ammirabile luce, rigeneran-doli come figli della luce, diede in questa generazione il nuo-vo essere che hanno per la fede, la speranza e la carità e che li fa suoi ed eredi della divina ed eterna felicità. Ricon-dottili così allo stato di figli, diede loro le virtù che si infon-dono nella prima giustificazione, affinché come figli della lu-ce compissero proporzionatamente opere di luce, in base alle quali tiene pronti da dare i doni dello Spirito Santo. E come il sole materiale a nessuno nega il suo calore e la sua luce, se nel soggetto vi è capacità e disposizione per riceve-re la virtù dei suoi raggi, così non nega se stessa né si na-sconde ad alcuno la sapienza divina, che invita e chiama tut-ti, gridando in cima alle alture, sulle strade battute e nei sen-tieri più nascosti, presso le porte e nelle piazze delle città. La stoltezza dei mortali, però, li rende sordi, la loro empia malizia li fa dispregiatori e la loro incredula perversità li al-lontana da Dio, la cui sapienza non entra in un'anima che opera il male né abita in un corpo schiavo del peccato.

   611. Ma tu, figlia mia, rifletti bene sulle tue promesse, sulla tua vocazione e sui tuoi desideri, perché la lingua che mente a Dio uccide l'anima; non volere provocarti la mor-te con gli errori della tua vita né attirarti la rovina con le opere delle tue mani, come per mezzo della divina luce sai che fanno i figli delle tenebre. Temi l'onnipotente Dio e Signore con timore santo, umile e ben ordinato ed in tutte le tue azioni determina la tua condotta con questo maestro. Offri il tuo cuore duttile, arrendevole e docile al-la disciplina ed alle opere di pietà. Giudica con rettitudi-ne la virtù ed il vizio. Fatti animo con invincibile fortezza per operare ciò che è più arduo e sublime e per soffrire ciò che è più avverso e difficile nelle tribolazioni. Scegli con discrezione i mezzi per l'esecuzione di queste opere. Considera la forza della luce divina, con la quale trascen-derai tutto il sensibile, salirai alla conoscenza altissima dei segreti della sapienza divina ed apprenderai a dividere l'uo-mo nuovo da quello vecchio. Ti renderai capace di riceve-re la sapienza quando, entrando nella cella del vino del tuo Sposo, sarai inebriata del suo amore ed in te sarà ordina-ta la sua carità etema.

 CAPITOLO 14

 Si spiegano le forme ed i modi delle visioni divine che ave-va la Regina del cielo e gli effetti che operavano in lei.

    612. Anche se è operata dallo Spirito Santo, la grazia delle visioni divine, delle rivelazioni e delle estasi - non parlo della visione beatifica - si distingue dalla grazia giu-stificante e dalle virtù che santificano e perfezionano l'a-nima nelle sue azioni. Siccome non tutti i giusti ed i santi hanno necessariamente visioni o rivelazioni divine, si prova che la santità e le virtù possono stare senza questi doni. Da ciò consegue anche che le rivelazioni non si de-vono misurare in base alla santità e alla perfezione di quelli che le ricevono, ma alla volontà di Dio che le concede a chi più gli piace1 quando conviene e nel grado in cui la sua sapienza le distribuisce, operando sempre con peso e misura, per i fini che vuole raggiungere nella sua Chiesa. Dio può comunicare visioni e rivelazioni maggiori e più al-te al meno santo, e minori al maggiore. Anzi, può conce-dere il dono della profezia, con gli altri doni dati gratui-tamente, a persone non sante; alcune estasi possono anche avere origine da una causa che non sia precisamente virtù della volontà. Quindi, quando si confronta l'eccellenza dei profeti, non si parla della santità, che solo Dio può pon-derare, ma della luce della profezia e del modo di rice-verla; da questo si può giudicare quale sia più o meno ele-vato, secondo differenti ragioni. Il principio su cui si fon-da questo insegnamento è che la carità e le virtù che ren-dono santi e perfetti quelli che le hanno appartengono al-la volontà, mentre le visioni, le rivelazioni ed anche alcu-ne estasi riguardano l'intelletto, la cui perfezione non san-tifica l'anima.

   613. Sebbene la grazia delle visioni divine sia distinta dalla santità e dalle virtù, per cui possono separarsi, la vo-lontà e provvidenza divina molte volte le unisce secondo il fine ed il motivo che ha nel comunicare questi doni gra-tuiti delle rivelazioni particolari. Di fatto, alcune volte le ordina al beneficio pubblico e comune della Chiesa, come dice l'Apostolo. Questo accadde ai profeti che, ispirati da Dio con rivelazioni dello Spirito Santo e non di loro pro-pria immaginazione, parlarono e profetizzarono per noi i misteri della redenzione e della legge evangelica. Quando le rivelazioni e visioni sono di questa specie non è neces-sario che siano congiunte con la santità, poiché Balaam fu profeta e non era santo. Tuttavia la Provvidenza divina vol-le, come più conveniente ed opportuno, che ordinariamente i profeti fossero santi, per non depositare facilmente e spes-so lo spirito di profezia e le rivelazioni divine in vasi im-mondi - benché in qualche caso particolare Dio lo faces-se come onnipotente - ed anche perché alla verità divina ed al suo insegnamento avrebbe derogato molto la cattiva vita dello strumento, oltre che per molte altre ragioni.

   614. Altre volte le rivelazioni e visioni divine non sono tanto generali e non sono indirizzate immediatamente al bene comune, ma a quello particolare di chi le riceve. Co-me le prime sono effetto dell'amore che Dio ebbe ed ha per la sua Chiesa, così queste rivelazioni particolari han-no per causa l'amore speciale con cui Dio ama l'anima al-la quale le comunica per istruirla e sollevarla ad un più alto grado di amore e perfezione. Mediante queste rivela-zioni lo spirito della sapienza attraverso le età entra nelle anime sante per formare amici di Dio e profeti. Come ne è causa efficiente l'amore divino tutto speciale verso alcu-ne anime, così ne sono causa finale ed effetto la santità, la purezza e l'amore delle medesime anime; il beneficio di queste rivelazioni e visioni, poi, è il mezzo con il quale si ottiene tutto questo.

   615. Non voglio dire con ciò che le rivelazioni e visio-ni divine siano necessarie ed assolutamente indispensabili per rendere santi e perfetti, perché molti lo sono con altri mezzi senza questi benefici. Se, però, è verissimo che di-pende solo dalla volontà divina concedere o negare ai giu-sti questi doni particolari, da parte nostra e da parte del Signore ci sono alcune ragioni, che conosciamo, per le quali è opportuno che sua Maestà li comunichi tanto fre-quentemente a molti suoi servi. La prima tra le altre è che da parte della creatura ignorante il modo più proporzio-nato e conveniente, affinché si innalzi alle cose eterne, si introduca in esse e si spiritualizzi per giungere alla per-fetta unione con il sommo Bene, è la luce soprannaturale circa i misteri e gli arcani dell'Altissimo, che viene comu-nicata mediante particolari rivelazioni, visioni ed illumi-nazioni che l'anima riceve nella solitudine e nell'estasi; per questo il Signore stesso la invita con ripetute promesse e carezze. Di questi misteri è piena la sacra Scrittura, in par-ticolare il Cantico dei Cantici.

616. La seconda ragione è da parte del Signore, perché l'amore è impaziente e non sopporta indugio nel comuni-care i suoi beni e segreti all'amato e all'amico. Non vi chia-mo più servi [...]; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi, disse agli Apostoli il Maestro della verità eterna. Di Mosè, poi, si di-ce che Dio parlava con lui come con un amico. Anche i santi Patriarchi e Profeti non ricevettero dallo Spirito di-vino solamente le rivelazioni generali, ma anche molte al-tre particolari e private, a testimonianza dell'amore che Dio portava loro, come si rileva dalla richiesta di Mosè, quan-do lo pregò che gli lasciasse vedere la sua faccia. A que-sto accennano pure i titoli che l'Altissimo dona alle anime elette, chiamandole con il nome di sposa, amica, colomba, sorella, perfetta, diletta, bella ed in altri modi. Tutti que-sti titoli, benché esprimano la forza dell'amore divino ed i suoi effetti, significano meno di ciò che il supremo Re fa con quelli che vuole così onorare, perché solo questo Si-gnore ha il potere di fare tutto quello che vuole e sa vole-re come sposo, come amico, come padre e come infinito e sommo bene, senza restrizione né misura.

617. Questa verità non perde il suo credito perché non è intesa dalla sapienza carnale o perché alcune anime, in-fatuate da tale sapienza, si sono lasciate ingannare con al-cune visioni e rivelazioni false dall'angelo di Satana ma-scherato da angelo di luce. Questo danno non solo fu mol-to frequente nelle donne per la loro ignoranza e le loro passioni, ma anche in molti uomini in apparenza forti ed istruiti; però, in tutti nacque da una cattiva radice. Non parlo di quelli che con diabolica ipocrisia hanno finto ri-velazioni, visioni ed estasi false, senza averle, ma di quelli che con inganno le hanno patite e ricevute dal demonio, benché non senza grave colpa e consenso. Dei primi si può dire che cercano di ingannare e dei secondi che al princi-pio sono ingannati, perché il serpente antico, che li cono-sce non mortificati nelle passioni e sa i loro sensi interio-ri poco esercitati nella conoscenza delle cose divine, in-troduce in loro con sottilissima astuzia una nascosta pre-sunzione di essere molto favoriti da Dio e toglie loro il ti-more umile, gonfiandoli con vana curiosità di cose subli-mi e rivelazioni ed inducendoli a desiderare di avere vi-sioni estatiche e di distinguersi particolarmente in questi favori. Per questo aprono la porta al demonio ed egli en-tra a riempirli di errori e di illusioni, intorpidendo loro i sensi con una confusa tenebra interiore, cosicché non in-tendono né conoscono più cosa divina né vera se non qual-cuna che il nemico presenta loro per dare credito ai suoi inganni e per coprire il suo veleno.

   618. Questo pericoloso inganno si previene temendo con umiltà, non desiderando sapere cose alte e non va-lutando il proprio profitto nel tribunale appassionato del proprio giudizio e della propria prudenza, ma rimettendo-lo a Dio ed ai suoi ministri e confessori dotti, che esami-nano bene l'intenzione; non vi è dubbio, infatti, che così si conoscerà se l'anima desidera questi favori per virtù e perfezione o per la gloria esteriore degli uomini. Più sicu-ro, però, è non desiderarli mai e temere sempre il perico-lo, che è grande in tutti i tempi e maggiore al principio. La devozione e le dolcezze sensibili - supposto che ven-gano dal Signore, perché talvolta il demonio le imita - non sono mandate da sua Maestà perché l'anima è capace del cibo solido dei più grandi segreti e favori, ma come ali-mento da fanciulli, affinché essa più efficacemente si riti-ri dai vizi rigettando ciò che è sensibile e non perché im-magini di essere assai avanzata nelle virtù, dato che anche i rapimenti che risultano da meraviglia suppongono più ignoranza che amore. Quando, però, l'amore arriva ad es-sere estatico, fervoroso, ardente, pronto, vivace, inaccessi-bile, intollerante di altra cosa fuori di quello che ama e con ciò acquista dominio su ogni affetto umano, allora l'a-nima si trova disposta per ricevere la luce delle rivelazio-ni e delle visioni divine; e tanto più vi si dispone quanto meno le brama, illuminata da questa luce divina che la fa credere indegna anche di minori benefici. Gli uomini sa-pienti non devono meravigliarsi che le donne siano state tanto favorite da Dio con questi doni, perché esse sono fer-venti nell'amore, perché Dio sceglie ciò che è più debole come testimone più sicuro del suo potere ed anche perché esse non hanno conoscenza della teologia come gli uomi-ni dotti, se non l'infonde loro l'Altissimo, per illuminare il loro debole ed ignorante giudizio.

   619. Intesa questa dottrina - quando non vi fossero sta-te in Maria santissima altre speciali ragioni - conoscere-mo che le divine rivelazioni e visioni comunicatele dall'Al-tissimo furono più alte, ammirabili, frequenti e divine di quelle che diede a tutto il resto dei santi. Questi doni, co-me anche gli altri, si devono misurare con la sua dignità, santità e purezza e con l'amore che suo Figlio e tutta la beatissima Trinità portavano a lei che era madre del Fi-glio, figlia del Padre e sposa dello Spirito Santo. Con que-sti titoli le venivano comunicati gli influssi di Dio, essen-do Cristo Signore nostro e sua Madre con infinito eccesso più amati che tutto il resto dei santi angeli e uomini. Ri-condurrò le visioni divine che ebbe la nostra sovrana Re-gina a cinque gradi o generi e di ciascuno riferirò quello che potrò, come mi è stato manifestato.

 Visione chiara dell'essenza divina concessa a Marta santissima

620. La prima e più elevata visione fu quella beatifica dell'essenza divina. Mentre era viatrice, Maria la ebbe chia-ramente e di passaggio molte volte, che enumererò dal principio di questa Storia, nei tempi e nelle occasioni in cui ella ricevette questo beneficio, che è il maggiore che una creatura possa ricevere. Quanto agli altri santi, alcu-ni Dottori dubitano se nella carne mortale siano arrivati a vedere Dio in modo chiaro ed intuitivo; ma, lasciando da parte le opinioni circa gli altri, non vi può essere dubbio quanto alla Regina del cielo, a cui si farebbe ingiuria mi-surandola con la regola comune agli altri santi. Molti favori e grazie maggiori di quelle che in loro erano possibi-li ebbero luogo di fatto nella Madre della grazia; e la vi-sione beatifica è possibile, almeno di passaggio, nei viato-ri, qualunque ne sia il modo. La prima disposizione che si ricerca nell'anima che deve vedere il volto di Dio è la gra-zia santificante in grado molto perfetto e non ordinario. Quella che l'anima santissima di Maria aveva dal primo istante fu sovrabbondante e con tanta pienezza che ecce-deva la grazia dei supremi serafini. Per vedere Dio, ad es-sa si deve accompagnare una grande purezza nelle facoltà, in modo che non rimanga in esse traccia o effetto alcuno della colpa. Allo stesso modo un vaso in cui si dovesse por-re un liquido purissimo, se ne avesse contenuto uno im-puro, dovrebbe prima essere lavato, pulito e purificato be-ne, per non farvi restare più alcun odore. Poiché dal pec-cato e dai suoi effetti - soprattutto di quelli attuali - l'a-nima resta come infetta e contaminata, e quindi spropor-zionata ed incapace di unirsi con la Bontà infinita in vi-sione chiara ed amore beatifico, prima deve essere lavata e purificata in maniera che non le restino traccia, odore o sapore di peccati, né vizi, né inclinazione per essi. Ciò non si intende solo degli effetti dei peccati mortali, ma anche delle macchie che lasciano i peccati veniali; anch'essi cau-sano nell'anima la loro particolare bruttezza, come se - a nostro modo di intendere - un cristallo purissimo venisse toccato dal fiato, che subito lo appanna e rende opaco. Tut-to, insomma, si deve purificare e rinnovare per vedere Dio chiaramente.

   621. Oltre a questa purezza, che è come negazione di macchia, se la natura di colui che deve vedere Dio beati-ficamente si trova corrotta per la colpa originale, è neces-sario purificare l'impulso che orienta al peccato in modo che il primo sia soppresso o tenuto a freno, come se la creatura non lo avesse. Essa, infatti, quando vede Dio, non deve avere principio né causa prossima che la inclini al peccato o ad imperfezione alcuna, poiché al libero arbitrio deve essere diventato come impossibile tutto ciò che ripu-gna alla somma santità e bontà. Da questo e da quanto dirò in seguito si conoscerà la difficoltà di questa disposi-zione, mentre l'anima vive nella carne mortale. La ragione che io comprendo per cui questo altissimo beneficio deve essere concesso con molto ritegno, e non senza grande cau-sa e molto riguardo, è che nella creatura soggetta al pec-cato vi sono due sproporzioni e distanze immense, se si compara con la natura divina. L'una consiste nel fatto che Dio è invisibile, infinito, atto purissimo e semplicissimo, mentre la creatura è corporea, terrena, corruttibile e gros-solana. L'altra è quella causata dal peccato, che è lontano senza misura dalla somma Bontà. Questa sproporzione e distanza è maggiore della prima, ma si devono togliere en-trambe perché possano unirsi estremi tanto lontani quali sono Dio e la creatura, pervenendo questa a congiungersi nel modo supremo con la divinità e ad assimilarsi a Dio stesso, vedendolo e godendolo come egli è.

   622. La Regina del cielo aveva tutta questa disposizione di purezza e mancanza di colpa o imperfezione in grado più alto che gli stessi angeli, perché non la toccarono né il peccato originale né quello attuale né gli effetti di alcuno di essi. La grazia e protezione divine poterono in lei per questo più di quanto poté negli angeli la natura, in virtù della quale essi erano liberi dal contrarre difetti. Per que-sta parte Maria santissima non aveva sproporzione alcuna né ostacolo dovuto a colpa che la ritardasse dal vedere Dio. Per l'altra parte poi, oltre ad essere immacolata, la sua gra-zia nel primo istante superava quella degli angeli e dei santi ed i suoi meriti erano proporzionati ad essa; nel primo atto, infatti, ella meritò più di tutti loro con i più efficaci ed ultimi atti che fecero per arrivare alla visione beatifica della quale godono. Conforme a ciò, se riguardo agli altri santi è giusto che sia loro differito il premio della gloria, che meritano, finché arrivi il termine della' loro vita mor-tale e con esso anche il momento di riceverlo, non può pa-rere contro giustizia che con Maria santissima non s'inten-da così rigorosamente questa legge, ma con lei l'Altissimo abbia altra provvidenza, per cui l'ebbe mentre viveva nella carne mortale. L'amore della beatissima Trinità non poteva sopportare tanta dilazione verso questa Signora da stare senza manifestarsi a lei molte volte, tanto più che ella lo meritava più di tutti gli angeli, i serafini ed i santi, che con minore grazia e con meno meriti godevano del sommo be-ne. Oltre a questa ragione ve n'era un'altra per cui era op-portuno che la Divinità le si manifestasse chiaramente, cioè l'essere stata eletta come Madre di Dio, per cui conveniva che conoscesse con l'esperienza e con l'anticipata fruizione il tesoro della divinità infinita che doveva vestire di carne mortale e portare nel suo grembo verginale, affinché in se-guito sapesse trattare il suo Figlio santissimo come Dio ve-ro, della cui vista aveva già goduto.

623. L'anima, pur con tutta la purezza e l'integrità di cui si è detto, aggiunta anche la grazia che la santifica, non è ancora proporzionata e pronta per la visione beati-fica. Le mancano altre disposizioni ed altri effetti divini, che la Regina del cielo riceveva quando godeva di questo beneficio e di cui tanto più avrebbe bisogno qualunque al-tra anima alla quale fosse elargito questo favore nella car-ne mortale. Trovandosi dunque l'anima limpida e santifi-cata, come ho detto, viene ritoccata dall'Altissimo come con un fuoco spiritualissimo, che la riscalda e raffina co-me fa il fuoco materiale con l'oro, nel modo in cui Isaia fu purificato dai serafini. Questo beneficio opera due ef-fetti nell'anima: l'uno è che la spiritualizza separandola da - a nostro modo di intendere - ciò che è impuro e terre-no in lei e nell'unione con il corpo materiale; l'altro è che riempie tutta l'anima di una nuova luce, che scaccia oscu-rità e tenebre, come il chiarore dell'aurora dissipa la not-te. Questa nuova luce resta in suo possesso, lasciandola il-luminata e piena di nuovi splendori di questo fuoco. Ad essa seguono altri effetti nell'anima. Di fatto, se ha o ha avuto colpe, le piange con incomparabile dolore di contri-zione, talmente grande che non può arrivarvi altro dolore umano, perché tutti, a paragone di quello che qui si sen-te, sono poco penosi. Quindi, subito sente un altro effetto di questa luce, cioè la purificazione dell'intelletto da tutte le immagini di cose terrene e visibili o sensibili, acquista-te per mezzo dei sensi; queste, infatti, sono d'impedimen-to all'intelletto per vedere chiaramente il sommo spirito della Divinità. è, quindi, necessario purificarlo e sgom-brarlo da quelle immagini e raffigurazioni terrene che lo occupano, impedendogli non solo la visione chiara ed in-tuitiva di Dio, ma anche quella astrattiva, per la quale èugualmente necessario che sia purificato.

   624. Nell'anima purissima della nostra Regina, non avendo ella colpe da piangere, queste illuminazioni e pu-rificazioni producevano soltanto gli altri effetti, comin-ciando ad elevare e proporzionare la natura stessa, affin-ché non stesse così distante dal fine ultimo e non perce-pisse gli effetti dei sensi e la dipendenza dal corpo. Allo stesso tempo, causavano in quell'anima candidissima nuo-vi sentimenti e moti di umiliazione per la conoscenza di se stessa, cioè del niente della creatura comparata con il Creatore e con i suoi benefici; per questo il suo cuore in-fiammato si muoveva a molti altri atti eroici di virtù. Il beneficio di una tale luce produrrebbe simili effetti in al-tre anime, se Dio la comunicasse loro per disporle alle vi-sioni della sua divinità.

   625. La nostra ignoranza potrebbe giudicare che le di-sposizioni già riferite bastino per arrivare alla visione bea-tifica; ma non è così, perché si richiede un'altra qualità o luce più divina, prima del lumen gloriae. Questa nuova pu-rificazione è simile a quelle che ho riferito, ma differisce ne-gli effetti, perché solleva l'anima ad uno stato più alto e se-reno, dove con maggiore tranquillità sente una pace dolcis-sima, che non percepiva nello stato delle disposizioni e pu-rificazioni anteriori. In esse, infatti, si sente ancora qualche pena ed amarezza delle colpe, se ci sono state, o un tedio della stessa natura terrena e vile, effetti non conciliabili con lo stato in cui l'anima si trova così vicina ed assimilata al-la somma felicità. Mi pare che le prime purificazioni servano per mortificare e questa, di cui sto parlando, per vivifi-care e sanare la natura; l'Altissimo fa come il pittore, che prima delinea l'immagine, poi subito le dà i primi colori in abbozzo e quindi gli ultimi per farla uscire alla luce.

   626. A compimento di tutte queste purificazioni e di-sposizioni, con i loro stupendi effetti, Dio comunica l'ulti-ma, che è il lumen gloriae. Questa luce eleva, conforta e finisce di proporzionare l'anima affinché possa vedere e go-dere Dio beatificamente. Solo in essa le si manifesta la Di-vinità, la quale altrimenti non può essere veduta da crea-tura alcuna. La natura da sola non può giungere al con-seguimento di tale luce e disposizione, né alla visione di Dio, perché tutto ciò supera le sue forze.

     627. Con tutta questa bellezza di ornamenti era prepa-rata colei che era Sposa dello Spirito Santo, Figlia del Pa-dre e Madre del Figlio per entrare nel talamo della Divi-nità, quando veniva ammessa a godere di passaggio della sua vista e fruizione intuitiva. Poiché tutti questi benefici corrispondevano alla sua dignità ed alle sue grazie, non può essere compreso da ragione o pensiero creato - tanto meno da quello di una donna ignorante come sono io - quanto sublimi e divine fossero nella nostra Regina queste illuminazioni; molto meno, poi, si può ponderare e misu-rare il godimento di quell'anima santissima, superiore al gaudio più sublime dei supremi serafini e santi. Se di qua-lunque giusto, sia pure il minore tra quelli che godono Dio, è verità infallibile che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo quelle cose che Dio ha preparato, che sarà per i santi più grandi? E se lo stesso Apostolo che disse questo confessò di non poter esprime-re quello che aveva ascoltato, che dirà la nostra limita-tezza della Santa dei santi e madre di colui che è la glo-ria dei santi? Dopo l'anima del suo Figlio santissimo, che era insieme uomo e Dio vero, ella fu colei che negli infi-niti mari e recessi della Divinità vide e conobbe il maggior numero di misteri arcani. A lei più che a tutti i beati fu-rono aperti i tesori infiniti e le ampiezze dell'eternità di quell'oggetto inaccessibile che né principio né fine posso-no limitare. Lì questa città di Dio fu riempita di gioia ed allagata dal torrente della Divinità, che la inondò a tal punto con l'impeto della sua sapienza e grazia che queste la spiritualizzarono e divinizzarono.

 Visione astrattiva di Dio che aveva Maria santissima

 628. Il secondo genere di visioni di Dio che ebbe la Regina del cielo fu quello astrattivo, che è molto diffe-rente da quello intuitivo e ad esso inferiore; per questo era più frequente, benché non quotidiano od incessante. L'Altissimo comunica questa conoscenza o visione non scoprendosi in se stesso immediatamente all'intelletto creato, ma mediante qualche velo o certe immagini nel-le quali si manifesta. Essendoci una separazione fra l'og-getto e l'intelletto, questa vista è molto inferiore alla vi-sione chiara intuitiva e non mostra la presenza reale, an-che se la contiene intellettualmente con condizioni infe-riori. Benché la creatura sappia che si trova vicina alla Divinità ed in lei scopra gli attributi, le perfezioni e quei segreti divini che come in uno specchio volontario Dio vuole mostrarle e manifestarle, non sente né conosce nel sommo modo possibile la sua presenza, né la gode a sod-disfazione ed a sazietà.

   629. Tuttavia questo beneficio è grande, raro e, dopo la visione chiara, il maggiore. Benché non richieda il lumen gloriae, essendo sufficiente la luce delle immagini, né oc-corra l'ultima disposizione e purificazione alla quale segue il lumen gloriae, tutte quelle antecedenti, che precedono la visione chiara, sono necessarie anche per questa, perché con essa l'anima entra negli atri della casa del Signore Dio eterno. Gli effetti di questa visione sono ammirabili per-ché, oltre allo stato nel quale l'anima si trova già così in-nalzata sopra se stessa, la inebria di una ineffabile soavità e dolcezza, con la quale l'infiamma dell'amore divino e la trasforma in esso, causandole una tale dimenticanza e un tale distacco da tutto ciò che è terreno e da se stessa che non vive più in sé, ma in Cristo, e Cristo in lei. Inoltre, da questa visione le resta una luce che, se ella non la per-desse per sua negligenza o tiepidezza o per qualche colpa, la guiderebbe sempre al più alto grado della perfezione, in-segnandole le più sicure vie dell'eternità. Così, sarebbe per lei come il fuoco perpetuo del santuario e come la luce della città di Dio.

   630. Questa visione divina causava questi ed altri effet-ti nella nostra sovrana Regina in grado così eminente che io non posso spiegare il mio concetto con termini ordina-n. Ci lascia però intendere qualcosa il considerare lo sta-to di quell'anima purissima, dove non era impedimento di tiepidezza, né ostacolo dovuto a colpa, né trascuratezza, né dimenticanza, né negligenza, né ignoranza, né una mi-nima inavvertenza; anzi, era piena di grazia, ardente nel-l'amore, diligente nell'operare, costante ed incessante nel lodare il Creatore, sollecita ed alacre nel dargli gloria e di-sposta totalmente in modo che il braccio dell'Onnipotente operasse in lei senza incontrare contraddizione o difficoltà alcuna. Ebbe il beneficio di questo genere di visione nel primo istante della sua concezione, come ho detto a suo luogo, ed in seguito molte altre volte nel corso della sua vita santissima, come anche ho già detto in parte ed in parte dirò più avanti.

 Visioni e rivelazioni intellettuali di Maria santissima

   631. Il terzo genere di visioni o rivelazioni divine che ebbe Maria santissima fu quello intellettuale. Sebbene la conoscenza o visione astrattiva di Dio si possa chiamare anch'essa rivelazione intellettuale, io le dono un altro po-sto tutto suo e più alto, per due ragioni. L'una è che il suo oggetto è unico e supremo tra le cose intelligibili, mentre queste più comuni rivelazioni intellettuali hanno molti e vari oggetti, perché si estendono a cose materiali e spiri-tuali, nonché alle verità ed ai misteri intelligibili. L'altra ra-gione è che la visione astrattiva dell'essenza divina viene prodotta per mezzo di immagini altissime, infuse e so-prannaturali di quell'oggetto infinito. La comune rivela-zione e visione intellettuale, invece, alcune volte si forma per mezzo di immagini degli oggetti rivelati infuse nell'in-telletto, mentre altre volte queste non sono necessarie per intendere tutto, perché possono servire quelle dell'immagi-nazione o fantasia della persona che ha la visione; con es-se l'intelletto, illuminato con nuova luce e virtù sopranna-turale, può intendere i misteri che Dio gli rivela. Così ac-cadde a Giuseppe in Egitto ed a Daniele in Babilonia. Anche Davide ebbe questo genere di rivelazioni. Dopo la conoscenza di Dio, è il modo di visione più nobile e sicu-ro, perché né i demoni né gli stessi angeli buoni possono infondere questa luce soprannaturale nell'intelletto, benché possano muovere le immagini per mezzo della fantasia.

   632. Questa forma di rivelazione intellettuale fu comu-ne ai Profeti santi dell'antico e del nuovo Testamento, per-ché la luce della profezia perfetta, come essi ebbero, va a terminare nella comprensione di qualche mistero. Senza questa luce intellettuale non sarebbero stati profeti in mo-do perfetto né avrebbero parlato profeticamente; per que-sto, infatti, non basta fare profezie. Così, Caifa ed i sol-dati che non vollero dividere la tunica di Cristo Signore nostro, benché mossi da impulso divino, non erano per-fettamente profeti, perché non parlavano profeticamente, cioè con luce divina e comprensione del mistero. è' vero che anche i profeti santi e perfettamente tali, che si chia-mavano veggenti per la luce interiore con la quale con-templavano i segreti nascosti, potevano fare qualche azio-ne profetica senza conoscere i misteri che comprendeva o senza conoscerne qualcuno; ma in quell'azione non erano tanto perfettamente profeti quanto in quelle nelle quali pro-fetizzavano con comprensione soprannaturale. Questa ri-velazione intellettuale ha molti gradi, ma non è questo il luogo per spiegarli. E benché il Signore la possa comunicare da sola, senza carità o grazia e senza le virtù, di so-lito è accompagnata da esse, come avveniva nei Profeti, ne-gli Apostoli e negli altri giusti, quando Dio manifestava lo-ro come ad amici i suoi segreti, e come ancora succede quando le rivelazioni intellettuali sono dirette al maggior bene di chi le riceve, come si è detto sopra. Per questo, ta-li rivelazioni ricercano una disposizione molto buona nel-l'anima che deve essere sollevata ad esse ed ordinariamente Dio non le comunica se non quando l'anima si trova quie-ta, in pace, distaccata dagli affetti terreni e con le facoltà ben ordinate per ottenere gli effetti di questa luce divina.

633. Nella Regina del cielo queste rivelazioni intellet-tuali furono molto differenti da quelle dei santi e dei pro-feti, perché sua Altezza le aveva continue, quando non go-deva di altre visioni di Dio più alte. Oltre a ciò, lo splen-dore e l'estensione di questa luce intellettuale ed i suoi ef-fetti furono incomparabili in Maria santissima, perché co-nobbe più misteri, verità e segreti dell'Altissimo che tutti i santi Patriarchi, Profeti ed Apostoli e più che gli stessi an-geli tutti insieme, conoscendo ogni cosa con maggiore profondità, chiarezza, stabilità e sicurezza. Con essa pene-trava dallo stesso essere di Dio e dai suoi attributi fino al-la minima delle sue opere e creature, senza che le rima-nesse celato niente in cui non conoscesse la partecipazio-ne della grandezza del Creatore e la sua divina disposi-zione e provvidenza. Per questo, solo Maria santissima poté dire pienamente che il Signore le aveva manifestato le co-se invisibili e nascoste della sua sapienza, come affermò il Profeta. Non è possibile riferire gli effetti che queste ri-velazioni intellettuali causavano nella sovrana Signora, ma tutta questa Storia servirà a spiegarli. Queste visioni nelle altre anime sono di ammirabile utilità e profitto, perché illuminano altamente l'intelletto, infiammano con incredi-bile ardore la volontà, disingannano, staccano, sollevano e spiritualizzano la creatura. Talvolta pare che anche lo stes-so corpo terreno e pesante si alleggerisca e si assottigli, emulando santamente l'anima. La Regina del cielo in que-sto genere di visioni ebbe un altro privilegio che riferirò nel capitolo seguente.

 Visioni immaginarie della Regina del cielo Maria santissima

    634. Occupano il quarto posto le visioni immaginarie. Esse si formano per mezzo di immagini sensibili, causate o mosse nell'immaginazione o fantasia, le quali rappre-sentano gli oggetti in modo materiale e sensitivo, come co-sa che si guarda con gli occhi del corpo, si ascolta, si toc-ca o si gusta. Sotto questa forma di visioni i profeti del-l'antico Testamento - particolarmente Ezechiele, Daniele e Geremia - manifestarono grandi misteri che l'Altissimo ri-velò loro per mezzo di esse. In simili visioni l'evangelista Giovanni scrisse la sua Apocalisse. Per la parte che hanno di sensitivo e corporeo, sono inferiori alle precedenti; per questo il demonio le può contraffare quanto alla rappre-sentazione, muovendo le immagini della fantasia, ma non le imita quanto alla verità egli che è padre della menzo-gna. Queste visioni si devono molto schivare, esaminan-dole con la dottrina certa dei santi e dei maestri, perché se il demonio conosce qualche vivo desiderio di esse nelle anime che si dedicano all'orazione ed alla devozione, se Dio lo permette, le ingannerà facilmente. Anzi, per quan-to detestassero il pericolo di queste visioni, i santi stessi furono assaliti con esse dal demonio travestito da angelo di luce, come sta scritto nelle loro vite per nostra istru-zione e ammonimento.

635. Dove queste visioni e rivelazioni immaginarie fu-rono ricevute senza pericolo alcuno, con tutta sicurezza e con ogni qualità divina, fu in Maria santissima, la cui lu-ce interiore non poteva venire oscurata né attaccata da tut-ta l'astuzia del serpente. La nostra Regina ebbe molte vi-sioni di questo genere. In esse le furono manifestate mol-te opere che il suo Figlio santissimo faceva quando stava lontano da lei, come diremo nel corso della sua vita. Per visione immaginaria conobbe anche molte altre creature e misteri nelle occasioni in cui era necessario, secondo la vo-lontà e la dispensazione dell'Altissimo. Siccome, poi, que-sto beneficio e gli altri che la Principessa del cielo riceve-va avevano fini altissimi, in ordine tanto alla sua santità, purezza e merito quanto al bene della Chiesa in cui que-sta madre della grazia era maestra e cooperatrice della re-denzione, gli effetti di queste visioni e della loro com-prensione erano ammirabili e portavano sempre incompa-rabili frutti di gloria dell'Altissimo ed aumento di nuovi do-ni e nuove grazie nell'anima santissima di Maria. Dirò quanto suole succedere nelle altre creature con queste vi-sioni parlando di quelle corporee, perché di queste due spe-cie si deve formare uno stesso giudizio.

 Visioni divine corporee di Maria santissima

 636. L'ultimo e quinto grado delle visioni e rivelazioni è quello che avviene per mezzo dei sensi corporali este-riori; per questo, tali visioni si chiamano corporee. Posso-no succedere in due maniere. L'una è propriamente e ve-ramente corporea, cioè quando con corpo reale e dotato di peso si presenta alla vista o al tatto qualche cosa del-l'altra vita, come Dio, un angelo, un santo, il demonio, un'a-nima o altro. Si forma a tale scopo, per opera e virtù de-gli angeli buoni o cattivi, qualche corpo immateriale ed ap-parente, il quale, benché non sia corpo naturale e vero di colui che rappresenta, è veramente un corpo di aria con-densata con le sue dimensioni quantitative. Ci può essere un altra maniera di visione corporea più impropria e co-me illusoria del senso della vista, cioè quando non è cor-po reale quello che si vede, ma sono certe immagini di cor-po, di colore e simili, che un angelo può causare negli oc-chi alterando l'aria circostante. Colui che le riceve giudica di vedere qualche corpo reale presente, mentre esso non c'èì e ci sono solo immagini con le quali si altera la vista con un inganno ad essa impercettibile. Questo genere di visioni illusorie non è proprio degli angeli buoni né delle apparizioni divine, anche se è possibile che lo sia e tale poté essere la voce che udì Samuele. Ordinariamente, però, le simula il demonio per quello che contengono di inganno, specialmente per gli occhi. Per questo, come an-che perché la Regina non ebbe questo tipo di visioni, par-lerò soltanto di quelle veramente corporali, che ella aveva.

   637. Nella Scrittura si trovano molte visioni corporee avute dai Santi e dai Patriarchi. Adamo vide Dio rappre-sentato dall'angelo, Abramo i tre angeli, Mosè il roveto e molte volte il Signore stesso. Hanno avuto molte volte visioni corporee ed immaginarie anche dei peccatori, co-me Caino e Baldassar; che vide la mano sul muro. Tra le visioni immaginarie, il Faraone ebbe quella delle vac-che e Nabucodonosor quella dell'albero35 e della statua; ed altre simili si trovano nelle divine Scritture. Da questo si conosce che per queste visioni corporee ed immaginarie non si ricerca santità in colui che le riceve. è vero, però, che chi ha qualche visione immaginaria o corporea senza ottenere luce su di essa non si chiama profeta; la visione non è perfetta rivelazione in colui che vede o riceve solo le immagini sensitive, ma in colui che ne ha anche la com-prensione, che, come disse Daniele, è necessaria nella vi-sione. Così furono profeti Giuseppe e lo stesso Daniele, ma non il Faraone, Baldassar e Nabucodonosor. Come vi-sione, poi, sarà più elevata ed eccellente quella che verrà con comprensione più grande ed alta, anche se quanto a ciò che appare sono superiori quelle che rappresentano Dio e la sua Madre santissima, e dopo quelle dei santi secon-do i loro gradi.

   638. Per ricevere visioni corporee è certo che i sensi si devono trovare disposti. Quanto a quelle immaginarie, molte volte Dio le manda in sogno, come fece con il san-tissimo Giuseppe sposo di Maria purissima, con i re Magi, con il Faraone e con altri. A volte si possono rice-vere anche stando nei sensi corporali, perché essi non di-sturbano. Il modo più comune e connaturale a queste vi-sioni ed a quelle intellettuali, però> è che Dio le comuni-chi in qualche estasi o rapimento dai sensi esteriori, per-ché allora le facoltà interiori si trovano più raccolte e di-sposte per la comprensione delle cose sublimi e divine, anche se i sensi esteriori sono soliti essere di minore im-pedimento nelle visioni intellettuali che in quelle imma-ginarie, perché queste sono più vicine all'esteriore di quel-le dell'intelletto. Per questa ragione, quando le rivelazio-ni intellettuali sono immagini infuse o quando l'affetto non ci toglie i sensi, si ricevono molte volte altissime ri-velazioni di misteri grandi e soprannaturali senza perdere i sensi.

   639. Nella Regina del cielo questo succedeva molte vol-te e quasi frequentemente, perché, sebbene avesse molte estasi per la visione beatifica - per la quale sono sempre necessarie nei viatori - ed anche per alcune visioni intel-lettuali ed immaginarie, ordinariamente rimaneva nei suoi sensi; tuttavia, in tale stato aveva rivelazioni più alte che non tutti i Santi ed i Profeti nelle loro maggiori estasi, nel-le quali videro tanti misteri. Neppure per le visioni imma-ginarie i sensi esteriori disturbavano la nostra grande Re-gina, perché il suo grande cuore e la sua estesa sapienza non venivano arrestati dagli effetti di ammirazione o di amore che sono soliti rapire i sensi in tutti gli altri Santi e Profeti. Che sua Maestà abbia avuto visioni corporee de-gli angeli risulta dall'annunciazione del santo arcangelo Ga-briele. Sebbene, poi, nel corso della sua vita santissima gli Evangelisti non ne accennino altre, il giudizio pruden-te e cattolico non può dubitarne, poiché la Regina dei cie-li e degli angeli doveva essere servita dai suoi vassalli, co-me in seguito diremo spiegando il continuo ossequio che le facevano quelli della sua custodia ed altri in forma cor-porale e visibile ed in modo diverso, come si vedrà nel ca-pitolo seguente.

640. Le altre anime devono essere molto circospette e guardinghe in questo genere di visioni corporali, perché sono soggette a pericolosi inganni ed illusioni del serpen-te antico. Chi non ne avrà mai desiderio eviterà gran par-te del pericolo. Se, poi, trovandosi l'anima scevra da que-sto e da altri affetti sregolati, le accadrà qualche visione corporale o immaginaria, si trattenga molto dal credere e dall'eseguire ciò che vuole la visione, perché sarebbe segno molto cattivo. è proprio del demonio il volere subito, sen-za riflessione e consiglio, che vi si dia credito e si ubbidi-sca; non suggeriscono questo gli angeli santi, come mae-stri di ubbidienza, verità, prudenza e santità. Altri indizi e segni per conoscere la sicurezza e verità o l'inganno di que-ste visioni si ricavano dalla loro causa e dai loro effetti; ma non mi trattengo in questo, per non allontanarmi dal mio intento e perché mi rimetto ai dottori e maestri.

 Insegnamento della Regina del cielo

    641. Figlia mia, la luce che hai ricevuto in questo ca-pitolo ti offre una norma certa su cui regolarti nelle visioni e rivelazioni del Signore. Consiste in due cose. L'una nel sottoporle con cuore umile e sincero al giudizio ed all'e-same dei tuoi padri spirituali e superiori, domandando al-l'Altissimo con viva fede che dia loro luce, affinché inten-dano la sua volontà divina ed in tutto te la insegnino. L'altra sta nel tuo intimo e consiste nel considerare attenta-mente gli effetti che le visioni e rivelazioni producono, per discernerle con prudenza e senza inganno. Se chi opera in esse è la virtù divina sentirai, infatti, che questa, infiam-mandoti di amore casto e riverente verso l'Altissimo, ti muoverà e indurrà a prendere coscienza della tua bassez-za, a detestare la vanità terrena, a desiderare il disprezzo delle creature, a patire con allegrezza, ad amare la croce e portarla con cuore coraggioso e magnanimo, a deside-rare l'ultimo posto, ad amare chi ti perseguiterà, a temere il peccato ed aborriilo anche se molto leggero, ad aspira-re a ciò che c'è di più puro, perfetto e raffinato nella virtù, a contrastare le tue inclinazioni, ad unirti al sommo e ve-ro Bene. Questi saranno segni infallibili che è veramente l'Altissimo che ti visita per mezzo delle sue rivelazioni, in-segnandoti ciò che c'è di più santo nella legge cristiana ed il modo più perfetto di imitare lui e me.

.642. Per non tralasciare di mettere in pratica questo insegnamento che la benignità dell'Altissimo ti offre, ca-rissima, non dimenticarlo mai e non perdere di vista il be-neficio che egli ti ha fatto istruendoti con tanto amore e tanta tenerezza. Rinuncia ad ogni attenzione e consolazio-ne umana, ai diletti ed ai piaceri che il mondo ti offre. Re-sisti con forte risolutezza a tutto ciò che chiedono le in-clinazioni terrene, benché siano cose lecite e piccole, per-ché io voglio che tu, voltando le spalle a qualunque cosa sensibile, ami solo il patire. Ti hanno insegnato, ti inse-gnano e ti insegneranno questa scienza e filosofia divina le visite dell'Altissimo, per mezzo delle quali tu sentirai la forza del fuoco divino, che non si deve mai estinguere in te per tua colpa o tiepidezza. Sta' attenta, dilata il tuo cuo-re e cingiti di fortezza per ricevere e per operare cose gran-di. Non venire meno alla fede in queste ammonizioni, ma credile costantemente, apprezzale e scrivile nel tuo cuore con umile affetto e con stima nell'intimo della tua anima, come inviate dal tuo Sposo che è fedelissimo e come do-nate da me che sono la tua Maestra e signora.

 CAPITOLO 15

 Si spiega un altro genere di visione e comunicazione che Ma-ria santissima aveva con gli angeli santi che l'assistevano.

 643. Tanta è la forza e l'efficacia della grazia divina e dell'amore che causa nella creatura che può cancellare in lei l'immagine del peccato e dell'uomo terreno e formare un essere nuovo a immagine dell'uomo celeste, la cui vita sia nei cieli, intendendo, amando ed operando come crea-tura non terrena, ma celeste e divina. La forza dell'amore, infatti, ruba il cuore e l'anima dal soggetto che sta ani-mando e li pone e trasforma in quello che amano. Questa verità cristiana, creduta da tutti, intesa dai dotti e speri-mentata dai santi, nella nostra grande Regina e signora si deve considerare compiuta con privilegi così singolari che non si può comprendere o spiegare né con l'esempio di al-tri santi né con l'intelletto degli angeli. Maria santissima, come madre del Verbo, era signora di tutto il creato; ma, essendo immagine viva del suo Figlio unigenito, ad imita-zione di lui usò così poco delle creature visibili, delle quali era signora, che nessuno ebbe di loro meno parte di lei, tranne quel tanto che fu precisamente necessario per il ser-vizio dell'Altissimo e per la vita naturale del suo Figlio san-tissimo e sua.

644. A tale dimenticanza ed a tale allontanamento da ogni cosa terrena doveva corrispondere la vita in ciò che era celeste; questa, poi, doveva essere proporzionata alla dignità di Madre di Dio e di signora dei cieli. La relazione con gli uomini era debitamente trasformata nella comunicazione con gli angeli. Per questo era necessario e conseguente che la Regina e signora degli angeli fosse singolare e privilegia-ta nel servizio dei suoi vassalli, trattando e comunicando con loro in modo differente da quello di tutte le altre crea-ture umane, per quanto sante. Nel capitolo ventitreesimo del primo libro ho detto qualcosa circa le apparizioni ordinarie e diverse con cui gli angeli santi ed i serafini destinati ed assegnati per sua custodia si manifestavano alla nostra Re-gina e signora; nel capitolo precedente, poi, ho spiegato in modo generale le maniere e le forme delle visioni divine che sua Altezza aveva. Devo solo avvertire che, sempre in quel-la sfera e specie di visioni, le sue erano molto più eccellen-ti e divine nella sostanza, nel modo e negli effetti che cau-savano nella sua anima santissima.

     645. Per questo capitolo ho riservato un altro modo più singolare e privilegiato concesso dall'Altissimo alla sua Ma dre santissima per comunicare con i santi angeli della sua custodia e con gli altri che da parte dello stesso Signore in diverse occasioni la visitavano. Questo genere di visio-ne e comunicazione era quello che le gerarchie angeliche hanno fra loro; in esse ciascuno degli spiriti celesti cono-sce gli altri per se stessi senza altra immagine che muova il suo intelletto fuorché la medesima sostanza e natura del-l'angelo che è conosciuto. Inoltre, gli angeli superiori illu-minano quelli inferiori, informandoli dei misteri nascosti, che l'Altissimo rivela e manifesta loro immediatamente, af-finché tale conoscenza si vada derivando e comunicando dal più alto al più basso; questo ordine, infatti, si addice alla grandezza e maestà infinita del supremo Re e gover-natore di tutto il creato. Da ciò si intenderà come questa illuminazione o rivelazione tanto ordinata sia tutt'altro dal-la gloria essenziale degli angeli santi, sia perché quest'ul-tima la ricevono tutti immediatamente da Dio, la cui vi-sione e fruizione si comunica a ciascuno in misura dei suoi meriti, sia perché un angelo non può rendere un altro es-senzialmente beato, illuminandolo o rivelandogli qualche mistero, perché in tal caso l'illuminato non vedrebbe Dio faccia a faccia e senza questo non potrebbe essere beato né conseguire il suo fine ultimo.

646. Siccome, però, l'oggetto è infinito ed è specchio vo-lontario, essendo lo stesso Dio, oltre a quanto appartiene alla conoscenza beatifica dei santi, ha infiniti segreti e mi-steri, che può rivelare ed in effetti rivela, specialmente per il governo della sua Chiesa e del mondo. è in queste illu-minazioni che si osserva l'ordine gerarchico che dico. Es-sendo esse fuori della gloria essenziale, negli angeli l'esser-ne privi non si chiama ignoranza né privazione di cono-scenza, ma assenza o mancanza di conoscenza; e la rivela-zione si chiama illuminazione, purgazione o purificazione da tale assenza di conoscenza. Accade - a nostro modo di intendere - come se i raggi del sole penetrassero molti cristalli posti in ordine, i quali parteciperebbero tutti di una medesima luce comunicata dai primi fino agli ultimi, toc-cando sempre prima ai più immediati. Solo una differenza si trova in questo esempio, cioè che i vetri o cristalli ri-spetto ai raggi si comportano passivamente, senza altra at-tività che quella del sole, che li illumina tutti con una so-la azione, mentre gli angeli santi sono passivi nel ricevere l'illuminazione dai superiori ed allo stesso tempo attivi nel comunicarla agli inferiori. Comunicano queste illuminazio-ni con lode, ammirazione ed amore, poiché tutto deriva dal supremo sole di giustizia, Dio eterno ed immutabile.

647. l'Altissimo introdusse la sua Madre santissima in questo ordine ammirabile di rivelazioni divine, affinché go-desse dei privilegi che hanno come loro propri i servitori del cielo. A questo scopo, per illuminarla destinò i serafini dei quali ho parlato nel capitolo quattordicesimo del primo li-bro, che erano tra i più alti e vicini a Dio. Avevano questo incarico anche altri angeli della sua custodia, secondo quan-to la volontà divina disponeva, quando e come era necessa-rio e conveniente. La loro e nostra Regina conosceva per se stessi tutti questi angeli ed altri, senza dipendenza dai sensi e dalla fantasia e senza impedimento del corpo mortale e ter-reno. Mediante questa vista e conoscenza i serafini e gli al-tri angeli la illuminavano e purificavano, rivelando alla loro Regina molti misteri che per questo ricevevano dall'Altissi-mo. Benché questo genere di visioni intellettuali e di illumi-nazioni non fosse continuo in Maria santissima, fu molto fre-quente, specialmente quando per causarle maggiori meriti e diversi sentimenti di amore il Signore le si nascondeva o si allontanava, come dirò più innanzi. Allora gli angeli esegui-vano con maggiore attività e frequenza questo servizio, con-tinuando rordine secondo il quale si illuminavano gli uni gli altri fino ad arrivare alla Regina, dove terminava.

648. Questo modo d'illuminazione non derogava alla di-gnità di Madre di Dio e di signora degli angeli, perché in questo favore e nella maniera di parteciparne non si deve badare alla nobiltà e santità della nostra celeste principes-sa, nella quale era superiore a tutti gli ordini angelici, ma allo stato ed alla condizione della sua natùra, in cui ella era inferiore, perché viatrice e di natura umana, corporea e mortale. Per questo, vivendo in una carne passibile e con la necessità naturale dell'uso dei sensi, venire sollevata al modo di essere e di agire degli angeli fu un grande privi-legio, benché degno della sua santità e dignità. Io credo che la mano onnipotente dell'Altissimo abbia esteso que-sto favore ad altre anime nella vita mortale, benché non così frequentemente come alla sua Madre santissima, né con simile abbondanza di luce, né con altre qualità tanto eccellenti come nella regina. Se molti Dottori non senza grande fondamento concedono la visione beatifica a san Paolo, a Mosè e ad altri santi, sarà molto più credibile che alcuni viatori abbiano avuto questa conoscenza delle na-ture angeliche. Questo beneficio, infatti, non è altro che vedere intuitivamente la sostanza dell'angelo; così, quanto a questa visione, tale chiarezza concorda con il primo ti-po di visioni di cui ho detto nel capitolo precedente e, quanto all'essere intellettuale, con il terzo spiegato sopra, benché non si effettui per mezzo di immagini impresse.

649. Veramente questo beneficio non è ordinario né co-mune, ma molto raro e straordinario; così, ricerca nell'ani-ma grande disposizione di purezza e limpidezza di coscien-za. Non può stare insieme con affetti terreni né con volon-tarie imperfezioni né con effetti del peccato, poiché l'anima per entrare negli ordini degli angeli ha bisogno di una vita più angelica che umana; se mancasse, infatti, questa somi-glianza e concordanza di sentimenti, si scorgerebbe una ter-ribile sproporzione fra gli estremi di questa unione. Tutta-via, con la grazia divina la creatura, benché di corpo terre-no e corruttibile, può negarsi tutta alle sue passioni ed in-clinazioni depravate e morire al visibile cancellandone le im-magini e la memoria, così da vivere più nello spirito che nella carne. Quando arriverà a godere della vera pace, tran-quillità e quiete dello spirito, che apportino una serenità dol-ce, amorosa e soave con il sommo Bene, allora sarà meno indisposta per venire sollevata alla visione degli spiriti an-gelici con chiarezza intuitiva, per ricevere da loro le rivela-zioni divine, che essi si comunicano fra sé, e per avvertire gli effetti ammirabili che da questa visione derivano.

650. Quelli della nostra celeste Regina, essendo propor-zionati alla sua purezza ed al suo amore, non possono es-sere compresi dalla mente umana. Incomparabile era la lu-ce divina che riceveva dalla vista dei serafini, perché in un certo modo riverberava in loro 1 immagine di Dio come in specchi spirituali e purissimi, in cui Maria santissima la co-nosceva, con i suoi attributi e con le sue perfezioni infini-te. In alcuni effetti le si manifestava anche, in modo am-mirabile, la gloria che gli stessi serafini godevano, perché di questo molto si conosce vedendo chiaramente la sostan-za dell'angelo. Dalla vista di tali oggetti era tutta accesa nel-la fiamma dell'amore divino e rapita molte volte in estasi miracolose. Qui con i medesimi serafini ed angeli prorom-peva in cantici di incomparabile gloria e lode di Dio, con meraviglia degli stessi spiriti celesti. Sebbene, infatti, fosse illuminata da loro nel suo intelletto, nella volontà li lascia-va molto inferiori e, con maggiore efficacia di amore che loro, velocemente saliva ed arrivava ad unirsi all'ultimo e sommo Bene, da cui immediatamente riceveva nuovi in-flussi del torrente della divinità con cui era alimentata3. Se i serafini non avessero avuto presente l'oggetto infinito che era il principio ed il termine del loro amore beatifico, avreb-bero potuto essere discepoli di Maria santissima loro regi-na nell'amore divino, come ella era loro discepola nelle il-luminazioni dell'intelletto che riceveva.

651. Inferiore a questo genere di visione immediata del-le nature spirituali ed angeliche, e comune ad altre anime, è la visione intellettuale per immagini infuse nel modo del-la visione astrattiva di Dio, di cui sopra ho' detto. La Re-gina del cielo ebbe alcune volte questo modo di visione an-gelica, ma non tanto ordinariamente come l'altro, perché, sebbene per le altre anime giuste questo beneficio di co-noscere gli angeli ed i santi per immagini intellettuali in-fuse sia molto raro e stimabile, nella Regina degli angeli non era necessario, dato che ella comunicava con loro e li conosceva più altamente, tranne quando il Signore dispo-neva che si nascondessero e le mancasse quella vista im-mediata per maggiore merito ed esercizio; allora, li vede-va con visioni intellettuali o immaginarie, come ho detto nel capitolo precedente. Nelle altre anime queste visioni angeliche per immagini producono effetti divini, perché quegli esseri celesti sono conosciuti come effetti ed amba-sciatori del supremo Re e con loro l'anima ha dolcissimi colloqui intorno al Signore ed a quanto c'è di celeste e ter-reno, venendo su tutto illuminata, istruita, corretta, gui-data, diretta e spinta a sollevarsi all'unione d'amore per-fetta con Dio e ad operare ciò che vi è di più puro, per-fetto, santo ed elevato in materia di cose spirituali.

 Insegnamento della Regina del cielo Marta santissima

 652. Figlia mia, ammirabili sono l'amore, la fedeltà e la cura degli spiriti angelici nell'assistere i mortali nelle loro necessità; e molto abominevoli sono la dimenticanza, l'in-gratitudine e la villania degli uomini nel non riconoscere il debito che hanno verso di loro. Nelle profondità segrete dell'Altissimo, il cui volto vedono con chiarezza beatifica, questi spiriti celesti conoscono l'infinito e paterno amore del Padre che sta nei cieli per gli uomini terreni e lì sti-mano in modo giusto e degno il sangue dell'Agnello, con il quale gli uomini sono stati riscattati5, conoscendo così quanto valgoho le anime redente con il tesoro della Divi-nità. Da questo nascono negli angeli santi la vigilanza e l'attenzione che pongono nel custodire e beneficare le ani-me, tanto stimate dall'Altissimo, che le ha raccomandate alla loro custodia. Voglio che tu intenda come attraverso questo altissimo ministero degli angeli i mortali ricevereb-bero influssi grandi di luce e di favori incomparabili del Signore, se ad essi non mettessero impedimento con i pec-cati e le abominazioni e con la dimenticanza di un bene-ficio tanto stimabile. Poiché chiudono la strada che Dio con ineffabile provvidenza ha scelto per incamminarli ver-so la felicità eterna, sono molti quelli che si dannano e che con la protezione degli angeli si salverebbero, se non ren-dessero inutile questo beneficio e rimedio.

653. O figlia mia carissima, poiché molti uomini sono così pigri nel considerare le opere paterne del mio figlio e Signore, da te io voglio in questo una singolare ricono-scenza, avendoti egli tanto liberalmente favorita assegnan-doti angeli che ti custodiscano. Stai, dunque, con loro ed ascolta con riverenza i loro insegnamenti. Lasciati guidare dalla loro luce, rispettali come ambasciatori dell'Altissimo e chiedi il loro favore affinché, purificata dalle tue colpe, libera dalle imperfezioni ed infiammata di amore divino, tu possa giungere ad uno stato così spiritualizzato da essere atta a trattare con loro ed essere loro compagna, parteci-pando delle loro divine illuminazioni, che l'Altissimo non ti negherà se da parte tua ti disponi come io voglio.

654. Poiché hai desiderato sapere, con approvazione dell'ubbidienza, la ragione per cui gli angeli santi comu-nicavano con me con tanti generi di visioni, ti rispondo spiegandoti meglio ciò che con la luce divina hai inteso e scritto. La causa di questo fu da parte dell'Altissimo il suo liberale amore verso di me nel favorirmi e da parte mia lo stato di viatrice che io avevo nel mondo, perché questo non poteva essere né conveniva che fosse uniforme nelle azioni delle virtù, per mezzo delle quali la divina sapien-za disponeva di sollevarmi sopra ogni cosa creata. Doven-do procedere, come viatrice umana e dotata di sensi, con varietà di avvenimenti e di opere virtuose, alcune volte ope-ravo come spiritualizzata e senza impedimento di sensi, e gli angeli trattavano ed agivano con me come tra sé, men-tre altre volte era necessario patire ed essere afflitta nella parte sensibile dell'anima o nel corpo ed altre ancora sof-frivo necessità, solitudine ed abbandono interiore. Secon-do la vicissitudine di questi effetti e stati, ricevevo i favo-ri e le visite degli angeli, con i quali molte volte parlavo attraverso l'intelligenza, altre per visione immaginaria, al-tre per mezzo del corpo e dei sensi, come richiedevano lo stato ed il bisogno e come disponeva l'Altissimo.

655. Le mie facoltà e i miei sensi furono illuminati e fortificati in tutte queste maniere da influssi e favori divi-ni, affinché io conoscessi per esperienza tutte le attività di questo genere e per mezzo di tutte ricevessi gli influssi del-la grazia soprannaturale. Circa questi favori, figlia mia, vo-glio farti osservare che, anche se l'Altissimo verso di me fu così magnifico e misericordioso, nel favorirmi tanto la sua giustizia guardò non solo alla mia dignità di madre, ma anche alle mie opere ed alla disposizione con la quale col-laborai da parte mia, assistendomi la sua divina grazia. Di fatto, se egli santificò tutte le mie facoltà con tante grazie, visioni ed illuminazioni, fu anche a titolo di ricompensa, perché esse per amore suo si erano private di tutto ciò che era dilettevole, umano e terreno, avendo io allontanato i miei sensi da ogni rapporto con le creature, avendo n-nunciato a tutto ciò che era sensibile e creato ed essen-domi rivolta al sommo bene dandomi con tutte le mie for-ze e la mia volontà in potere del solo suo amore. Quello che in premio delle mie opere io ricevetti nella carne mor-tale fu così tanto che tu non lo puoi intendere né scrive-re, mentre vivi nella carne. Tanta è la liberalità e la bontà dell'Altissimo che fin d'ora ci dà questo premio come pe-gno di quello che ci tiene riservato nella vita eterna.

656. è vero che, quanto a me, il braccio dell'Onnipo-tente con questi mezzi intese dispormi in modo che, co-minciando fin dalla mia concezione, tutto si andasse pre-parando in me degnamente per l'incarnazione del Verbo nel mio grembo e le mie facoltà ed i miei sensi restassero santificati e proporzionati al legame e alla comunicazione che io dovevo avere con il Verbo incarnato. Tuttavia, l'Al-tissimo è tanto fedele con chi sa guadagnarsi la sua bene-volenza che anche alle altre anime non negherebbe i suoi benefici e favori secondo l'equità della sua divina provvi-denza, se si disponessero a mia imitazione vivendo non se-condo la carne, ma con vita spirituale, pura e lontana dal contagio delle cose terrene.

 CAPITOLO 16

 Continua l'infanzia di Maria santissima nel tempio; il Si-gnore la predispone a soffrire tribolazioni e muore suo pa-dre san Gioacchino.

 657. Abbiamo lasciato la nostra celeste principessa Ma-ria alla metà del primo anno della sua infanzia nel tem-pio, volgendo altrove il discorso per dare qualche notizia delle virtù che, bambina negli anni ma adulta in sapienza, esercitava con le sue facoltà, come anche dei doni e delle rivelazioni divine che riceveva dalla mano dell'Altissimo.

La santissima bambina cresceva in età ed in grazia davanti a Dio e agli uomini, ma con tale corrispondenza che sem-pre la devozione superava la natura; mai la grazia si mi-surò con l'età, ma con la volontà divina e con gli alti fini ai quali la destinava l'impetuosa corrente della Divinità, che si andava a riversare e placare in questa città di Dio. L'Altissimo continuava ad assicurare i suoi doni e favori rinnovando sempre le meraviglie del suo braccio onnipo-tente, come se fossero state riservate per la sola Maria san-tissima. Sua Altezza corrispondeva in quella tenera età, col-mando il cuore del Signore di perfetto ed adeguato com-piacimento e gli angeli santi del cielo di ammirazione. Gli spiriti celesti osservavano tra l'Altissimo e la piccola Prin-cipessa una certa gara e competizione. Il potere divino, per arricchirla, traeva ogni giorno dai suoi tesori benefici nuo-vi ed antichi1 riservati solo per Maria purissima; ella d'al-tra parte, siccome era terra benedetta, non solo non la-sciava infruttuoso in se stessa il seme dell'eterna parola e dei suoi doni e favori, né solamente dava cento per uno come i più grandi santi, ma con stupore del cielo, sebbe-ne tenera bambina, superava in amore, gratitudine, lode ed in tutte le virtù possibili i più eccelsi ed ardenti serafi-ni, senza che ci fossero tempo, luogo, occasione o mini-stero in cui non operasse il sommo della perfezione allo-ra a lei possibile.

658. Nei teneri anni della sua infanzia, quando già si era manifestata la sua capacità di leggere le Scritture, lo faceva molto spesso. Essendo piena di sapienza, confron-~va nel suo cuore ciò che cono&ceva per mezzo delle ri-velazioni divine con ciò che nelle Scritture era manifesta-to per beneficio di tutti. Durante questa lettura e questi ar-cani confronti, faceva suppliche ed orazioni continue e fer-vorose per la redenzione del genere umano e per l'incar-nazione del Verbo. Leggeva più di frequente le profezie di Isaia e di Geremia ed i Salmi, trovando lì maggiormente espressi e ripetuti i misteri del Messia e della legge di gra-zia. Su ciò che di essi intendeva e comprendeva, poi, era solita interrogare gli angeli e proporre loro questioni al-tissime ed ammirabili. Molte volte parlava del mistero del-l'umanità santissima del Verbo con incomparabile tene-rezza, prendendo come oggetto dei suoi discorsi il suo do-ver essere bambino, nascere e venire allevato come gli al-tri uomini e dover nascere da madre vergine, crescere, pa-tire e morire per tutti i figli di Adamo.

659. A queste parole e domande i suoi angeli e sera-fini rispondevano illuminandola di nuovo, confermandola e riscaldando il suo cuore ardente e verginale con nuo-ve fiamme di amore divino, ma nascondendole sempre la sua dignità altissima, benché ella si offrisse molte volte con umiltà profondissima come schiava del Signore e del-la felice madre che egli doveva scegliere per nascere nel mondo. Altre volte, interrogando gli angeli santi, diceva con ammirazione: «Principi e signori miei, è possibile che il Creatore debba nascere da una creatura e la debba ave-re come madre, che l'Onnipotente ed infinito, colui che ha creato i cieli e non può essere contenuto in essi, deb-ba chiudersi nel grembo di una donna e rivestirsi di una natura così limitata quale è quella terrena? Dunque colui che veste di bellezza gli elementi, i cieli ed i medesimi angeli si deve rendere passibile? E deve esserci nella no-stra stessa natura umana una donna tanto fortunata da poter chiamare suo figlio colui che l'ha fatta dal niente e da sentirsi chiamare madre da colui che è increato e crea-tore di tutto l'universo? Oh, miracolo inaudito! Come avrebbe potuto la capacità terrena concepire un'idea co-sì magnifica, se lo stesso Autore non l'avesse manifesta-ta? Oh, meraviglia delle sue meraviglie! Oh, felici e bea-ti gli occhi che lo vedranno ed i secoli che lo meriteran-no!». A queste esclamazioni piene di amore gli angeli ri-spondevano spiegandole i misteri divini, eccetto quello che riguardava lei.

660. Ognuno dei sublimi, umili e ardenti affetti della bambina Maria era quel «capello della sposa» che feriva il cuore di Dio con saetta di amore così dolce che, se non fosse stato conveniente attendere l'età adatta ed opportu-na per concepire e partorire il Verbo incarnato, il com-piacimento dell'Altissimo - a nostro modo di intendere - non avrebbe potuto contenersi senza prendere subito la no-stra umanità nel suo grembo. Non lo fece, benché ella dal-la sua fanciullezza quanto alla grazia e ai meriti ne fosse già capace, per dissimulare e nascondere meglio il miste-ro dell'incarnazione e affinché l'onore della sua Madre san-tissima stesse ancora più al sicuro, corrispondendo il suo parto verginale all'età naturale delle altre donne. Il Signo-re, intanto, si rendeva sopportabile questa dilazione con gli affetti e con i graditi cantici che - a nostro modo di in-tendere - attentamente ascoltava dalla sua Figlia e sposa, la quale in breve doveva essere degna madre dell'eterno Verbo. Furono tanti e così sublimi i cantici ed i salmi com-posti dalla nostra Regina e signora che, secondo la luce datami su questo, se fossero stati scritti la santa Chiesa ne avrebbe molti più di quelli che ha ricevuto da tutti i Pro-feti ed i Santi. Maria purissima, infatti, espresse e com-prese tutto ciò che essi scrissero ed oltre a ciò intese e dis-se molto di più di quanto essi giunsero a conoscere. L'Al-tissimo, però, dispose che la sua Chiesa militante avesse con sovrabbondanza negli scritti degli Apostoli e dei Pro-feti tutto quello che era necessario e riservò scritto nella sua mente divina tutto ciò che aveva rivelato alla sua Ma-dre santissima, per manifestarne poi nella Chiesa trion-fante quella parte che sarebbe stata conveniente alla glo-ria accidentale dei beati.

661. In ciò la benignità divina volle anche assecondare la volontà santissima di Maria nostra signora, la quale, per accrescere la sua prudentissima umiltà e per lasciare ai mortali questo raro esempio in virtù tanto eccellenti, sem-pre volle nascondere il segreto del Re. Quando, poi, fu ne-cessario rivelarlo in qualche parte per ossequio di sua Mae-stà e per vantaggio della Chiesa, procedette con prudenza così divina che, essendo maestra, mai cessò di essere umi-lissima discepola. Di fatto nella sua fanciullezza consulta-va gli angeli santi e seguiva il loro consiglio; dopo la na-scita del Verbo incarnato, tenne come esempio e maestro in tutte le sue azioni lo stesso suo unigenito; alla fine dei suoi misteri, dopo che fu salito al cielo, ella che era la grande Regina dell'universo ubbidiva agli Apostoli, come nel corso della Storia diremo. Fu questa una delle ragioni per cui san Giovanni evangelista copri di tanti enigmi i mi-steri che scrisse circa questa signora nell'Apocalisse, affin-ché si potessero intendere tanto della Chiesa militante quanto di quella trionfante.

662. L'Altissimo determinò che la pienezza delle gra-zie e delle virtù di Maria precedesse il culmine dei suoi meriti, estendendosi ad opere ardue e magnanime, nel modo possibile ai suoi teneri anni. Quindi, in una delle visioni nelle quali le si manifestò, sua Maestà le disse: «Sposa e colomba mia, io ti amo con infinito amore e voglio che tu faccia ciò che è più gradito agli occhi miei e dia intera soddisfazione al mio desiderio. Tu non igno-ri, figlia mia, il tesoro nascosto che racchiudono le tri-bolazioni e le pene che la cieca ignoranza dei mortali aborrisce. Tu sai che il mio Unigenito, quando si vestirà della natura umana, insegnerà il cammino della croce con la parola e con l'esempio, lasciandola in eredità ai miei eletti, come egli stesso la sceglierà per sé. Tu sai che sta-bilirà la legge di grazia sul fondamento fermo e nobile dell'umiltà e pazienza della croce, perché così richiede la condizione della natura degli uomini, tanto più dopo che per iJ peccato è rimasta depravata e male inclinata. è an-che conforme alla mia equità e provvidenza che i morta-li giungano all'acquisto della corona di gloria attraverso le tribolazioni e la croce, mezzi con i quali la dovrà me-ritare anche il mio Figlio unigenito incarnato. Per tale ra-gione intenderai, sposa mia, che, avendoti eletta con la mia destra per mia delizia ed avendoti arricchita con i miei doni, non sarebbe giusto che la mia grazia stesse oziosa nel tuo cuore, che il tuo amore fosse privo del suo frutto o che ti mancasse l'eredità dei miei eletti. Per que-sto, voglio che ti disponga a patire tribolazioni e pene per amore mio».

663. A questa proposta l'invincibile principessa Maria rispose con cuore più costante di quello di tutti i santi e martiri. Disse a sua Divinità e maestà: «Signore Dio mio e re altissimo, ho dedicato tutte le mie azioni e facoltà e l'essere stesso che ho ricevuto dalla vostra bontà infinita alla vostra divina volontà, perché questa si adempia in tut-to secondo l'elezione della vostra infinita sapienza e bontà. Se, o Signore, permettete anche a me di fare qualche scel-ta, io voglio solo patire per vostro amore fino alla morte. Vi supplico, mio Bene, di fare di questa vostra schiava un sacrificio ed olocausto di pazienza gradito agli occhi vo-stri. Io confesso il mio debito verso di voi, o Signore e Dio onnipotente e liberalissimo, perché nessuna delle creature vi deve quanto me; anzi, tutte insieme non vi sono tanto obbligate quanto me sola, sebbene io sia la più insuffi-ciente a contraccambiare come desidero la vostra magni-ficenza. Perciò, se accettate il patire a titolo di una qual-che ricompensa, vengano pure su di me le tribolazioni e tutti i dolori della morte. Vi chiedo solo la vostra divina protezione e, prostrata dinanzi al trono reale della vostra maestà infinita, vi supplico di non abbandonarmi. Ricor-datevi, Signore mio, delle promesse fedeli che per mezzo dei nostri antichi Padri e Profeti avete fatto a tutti i vostri fedeli, cioè di favorire il giusto, stare con il tribolato, con-solare l'afflitto, fargli ombra e difenderlo nella prova della tribolazione. Vere sono le vostre parole, infallibili e certe le vostre promesse, tanto che il cielo e la terra passeran-no prima che passino esse, né la malizia della creatura po-trà estinguere la vostra carità verso colui che spererà nel-la vostra misericordia. Si compia dunque perfettamente in me la vostra santa volontà».

664. L'Altissimo accettò questo sacrificio mattutino del-la tenera sposa e bambina Maria santissima e con aspet-to compiaciuto le disse: «Bella sei nei tuoi pensieri, figlia del Principe, colomba mia e diletta mia; io accolgo i tuoi desideri, graditi agli occhi miei, e voglio che nel loro adem-pimento tu sappia come già si avvicina il tempo in cui, per mia divina disposizione, tuo padre Gioacchino deve passare dalla vita mortale a quella immortale ed eterna. La sua agonia sarà molto breve, subito riposerà in pace e sarà posto con i santi nel limbo, dove attenderà la reden-zione di tutto il genere umano». Questo avviso del Signo-re non alterò né turbò il cuore regale della principessa del cielo, Maria; ma, siccome l'amore dei figli verso i genito-ri è un giusto debito della natura, e nella santissima bam-bina esso aveva tutta la sua perfezione, ella non poteva evitare il dolore naturale di restare priva del suo santissi-mo padre Gioacchino, che santamente amava come figlia. La tenera e dolce bambina senù questa dolorosa commo-zione, compatibile con la serenità del suo magnanimo cuo-re. Per questo, operando in tutto con grandezza d'animo e dando alla grazia ed alla natura ciò che a ciascuna spet-tava, fece una fervorosa orazione per suò padre Gioac-chino. Chiese al Signore che, come onnipotente e Dio ve-ro, lo guardasse nel transito della sua felice morte, difen-dendolo dal demonio specialmente in quell'ultima ora, conservandolo e stabilendolo nel numero degli eletti, poi-ché nella sua vita aveva confessato e magnificato il suo santo nome. Quindi, per vincolare maggiormente a ciò sua divina Maestà, la fedelissima figlia si offrì di patire per il suo padre santissimo Gioacchino tutto quello che il Si-gnore avrebbe ordinato.

665. Sua Maestà accettò questa preghiera e consolò la divina Bambina, assicurandola che egli avrebbe assistito suo padre, come misericordioso e pietoso rimuneratore di quelli che lo amano e lo servono, e che lo avrebbe collo-cato tra i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. Quindi, la predispose di nuovo a ricevere e patire tribolazioni. Ot-to giorni prima della morte del santo patriarca Gioacchi-no, Maria santissima ebbe un nuovo avviso del Signore, con cui egli le dichiarò il giorno e l'ora in cui doveva mo-nre. Così in effetti accadde, dopo solo sei mesi da quan-do la nostra Regina era entrata a vivere nel tempio. Av-vertita di questo, sua Altezza chiese ai dodici angeli - dei quali si è detto sopra che sono quelli che san Giovanni nomina nell'Apocalisse - di assistere suo padre Gioacchi-no nella sua infermità e di confortarlo e consolarlo in es-sa, come fecero. Poi, per l'ultima ora del suo transito in-viò tutti quelli della sua custodia e domandò al Signore che li rendesse visibili a suo padre per sua maggiore con-solazione. L'Altissimo glielo concesse subito ed in tutto as-secondò il desiderio della sua eletta, unica e perfetta, co-sicché il grande patriarca, il fortunato Gioacchino, vide i mille angeli santi che custodivano sua figlia Maria. La gra-zia dell'Onnipotente superò le sue domande ed i suoi de-sideri, poiché per suo ordine gli angeli dissero a Gioac-chino queste parole:

666. «Uomo di Dio, l'Altissimo ed onnipotente sia tua salvezza eterna e ti invii dal suo luogo santo l'aiuto ne-cessario ed opportuno per la tua anima. Maria, tua figlia, ci manda per assisterti in questa ora, nella quale devi pa-gare al tuo Creatore il debito della morte naturale. Ella èfedelissima e intercede con potenza per te presso l'Altissi-mo, nel cui nome e nella cui pace puoi partire consolato e felice da questo mondo, poiché ti ha fatto padre di una figlia così benedetta. Benché sua Maestà incomprensibile, per i suoi imperscrutabili giudizi, non ti abbia manifesta-to fino ad ora la dignità nella quale deve costituire tua fi-glia, vuole che tu la conosca adesso, perché lo magnifichi e lodi, unendo il giubilo del tuo spirito per tale notizia al dolore ed alla tristezza naturale della morte. Maria, tua fi-glia e nostra regina, è l'eletta dal braccio onnipotente af-finché nel suo grembo si vesta di carne e forma umana il Verbo divino. Ella sarà la felice Madre del Messia e la be-nedetta fra tutte le donne, superiore ad ogni creatura ed inferiore solamente a Dio. Si, la tua figlia fortunatissima deve essere la riparatrice di quanto il genere umano ha perduto per la prima colpa e l'alto monte su cui si deve formare e stabilire la nuova legge di grazia. Ecco, dunque, che tu lasci già nel mondo la sua restauratrice ed una fi-glia per mezzo della quale Dio gli prepara il rimedio op-portuno. Per questo, puoi partirne con giubilo della tua anima. Ti benedica il Signore da Sion e ti dia l'eredità dei santi, affinché tu arrivi alla visione ed al godimento della felice Gerusalemme».

667. Quando gli angeli santi dissero a Gioacchino que-ste parole, si trovava presente la sua santa sposa Anna, che lo assisteva al suo capezzale; ella udì ed intese tutto per divina disposizione. In quello stesso momento il santo pa-triarca Gioacchino perse la parola e, entrando per il sen-tiero comune ad ogni uomo, cominciò ad agonizzare con una meravigliosa lotta fra il giubilo di una così lieta noti-zia ed il dolore della morte. In questo conflitto, con le fa-coltà interiori fece molti e fervorosi atti di amore per Dio, di fede, di ammirazione, di lode, di riconoscenza, di umi-liazione e di altre virtù, che esercitò eroicamente. Assorto così nella conoscenza appena ricevuta di un mistero così divino, giunse al termine della sua vita naturale con la pre-ziosa morte dei santi. La sua anima santissima fu porta-ta dagli angeli al limbo dei santi Padri e dei giusti. Così, l'Altissimo ordinava che, per nuova consolazione e luce del-la lunga notte in cui questi vivevano, l'anima del santo pa-triarca Gioacchino fosse il nuovo messaggero di sua Mae-stà, mandato ad annunziare a quei giusti che già spunta-va il giorno dell'eterna luce e già ne era apparsa l'aurora, cioè Maria santissima figlia sua e di Anna, da cui sarebbe ben presto nato il sole della Divinità, Cristo redentore di tutto il genere umano. I santi Padri ed i giusti del limbo ascoltarono queste felici notizie e per il giubilo che ne sen-tirono innalzarono nuovi cantici di lode all'Altissimo.

668. Come ho riferito sopra, questa felice morte del pa-triarca san Gioacchino avvenne mezzo anno dopo che sua figlia Maria santissima era entrata nel tempio; quindi, el-la aveva tre anni e mezzo d'età quando restò senza padre naturale sulla terra. L'età del patriarca era di sessantano-ve anni, ripartiti così: a quarantasei anni prese in sposa sant'Anna; venti anni dopo il matrimonio ebbero Maria santissima; aggiungendo i tre anni e mezzo che aveva al-lora sua Altezza, questi anni tutti insieme fanno sessantanove e mezzo, giorno più o giorno meno.

669. Defunto il santo patriarca, padre della nostra Re-gina, gli angeli santi della sua custodia tornarono subito alla sua presenza e le diedero notizia di tutto ciò che era avvenuto nel transito di suo padre. Subito la prudentissi-ma bambina si rivolse a sollecitare con orazioni la conso-lazione di sua madre sant'Anna, domandando al Signore che la guidasse ed assistesse come padre nella solitudine in cui si trovava per la mancanza del suo sposo Gioacchi-no. Sant'Anna inviò a lei l'avviso della morte, che diedero prima alla maestra della nostra divina Principessa, affin-ché dandole tale notizia la consolasse, come fece. La sa-pientissima bambina stette ad ascoltarla, come se non sa-pesse ancora nulla, con gratitudine, con pazienza e con la calma di una regina. Siccome, però, in tutto era perfettis-sima, se ne andò subito al tempio a rinnovare a Dio l'of-ferta della lode, della preghiera, dell'umiltà, della pazienza e di altre virtù, procedendo sempre con passi tanto veloci quanto belli agli occhi di Dio. Poi, per conferire anche a queste azioni, come a tutte le altre, la massima perfezio-ne, pregò i santi angeli di accompagnarla e sostenerla nel glorificare l'Altissimo.

 Insegnamento che mi diede la Regina del cielo

 670. Figlia mia, pensa molte volte nel segreto del tuo cuore alla stima che devi avere delle tribolazioni, veri be-nefici che l'arcana provvidenza di Dio dispensa con giu-stizia ed equità ai mortali. Questi sono i giudizi giusti in se stessi, più stimabili delle pietre preziose e dell'oro e più dolci del favo del miele per chi giudica secondo ra-gione. Voglio, anima, che tu sappia che per la creatura patire ed essere tribolata senza colpa, o non per la colpa, è beneficio tale che non può esserne degna senza gran-de misericordia dell'Altissimo; invece, che Dio faccia pa-tire qualcuno per le sue colpe, benché sia misericordia, è molto giusto.

671. Se l'oro fugge dal crogiolo, il ferro dalla lima, il grano dal mulino o dalla trebbia, l'uva dal torchio, tutti sa-ranno inutili e non si conseguirà il fine per cui furono creati. Quanto, dunque, si ingannano i mortali nel supporre di poter divenire puri e degni di godere Dio eternamente ri-manendo pieni di brutti vizi e di abominevoli colpe, sen-za il crogiolo e la lima delle tribolazioni! Anche se fosse-ro innocenti non sarebbero capaci né degni di conseguire il bene infinito ed eterno per premio e per corona, per cui, come saranno tali dimorando nelle tenebre in disgrazia di Dio? Eppure, i figli della perdizione impiegano tutta la lo-ro sollecitudine nel conservarsi indegni e nemici di Dio e nel rigettare da sé la croce dei dolori, che sono il cammi-no per fare ritorno a Dio. Essi, infatti, sono luce per l'in-telletto, disinganno delle apparenze, alimento dei giusti, mezzo unico della grazia, prezzo della gloria e soprattutto eredità legittima che il mio figlio e Signore elesse per sé e per i suoi, nascendo e vivendo sempre in mezzo alle sof-ferenze e morendo in croce.

672. è da ciò, figlia mia, che tu devi misurare il va-lore del patire, che i mondani non arrivano a capire per-ché sono indegni di questa conoscenza divina e, igno-randola, la disprezzano. Rallegrati e consolati nelle tri-bolazioni e, quando l'Altissimo si degnerà di inviartene qualcuna, procura di uscirle subito incontro, per ricever-la come benedizione sua e come pegno del suo amore e della sua gloria. Dilata il tuo cuore con la magnanimità e la costanza, affinché nella sofferenza tu rimanga la stes-sa che sei nella prosperità e nei propositi. Poiché il Si-gnore ama chi è lo stesso nel dare come nell'offrire, non compiere con malinconia ciò che hai promesso con allegrezza. Sacrifica, dunque, il tuo cuore e le tue facoltà in olocausto di pazienza. Anzi, quando l'Altissimo nel luo-go del tuo pellegrinaggio ti tratterà come sua e ti segnerà con il sigillo della sua amicizia, che sono le pene e la cro-ce delle tribolazioni, canta la sua giustizia con nuovi can-tici di allegrezza e di lode.

673. Sappi intanto, o carissima, che il mio Figlio san-tissimo ed io desideriamo avere tra le creature qualche ani-ma di quelle che sono arrivate al cammino della croce, a cui poter insegnare ordinatamente questa divina scienza, deviandola dalla sapienza mondana e diabolica in cui i fi-gli di Adamo con cieca pertinacia cercano di avanzare al-lontanando da sé la salutare disciplina delle tribolazioni. Se, dunque, desideri essere nostra discepola, entra in que-sta scuola dove si insegnano la dottrina della croce e co-me cercare solo in questa il riposo e le vere delizie. Con questa sapienza non possono stare né l'amore terreno dei piaceri sensibili e delle ricchezze né la vana ostentazione e pompa che affascina gli occhi ottenebrati dei mondani, avidi di vanagloria e di quella falsa distinzione e grandezza che si attira l'ammirazione degli ignoranti. Tu invece, fi-glia mia, ama e scegli per te la parte migliore, cioè di es-sere nascosta e dimenticata dal mondo. Forse che io non ero Madre dello stesso Dio incarnato e quindi signora di ogni cosa creata insieme al mio figlio santissimo? E forse che egli non è una maestà infinita? Eppure, io fui poco conosciuta ed egli fu molto disprezzato dagli uomini. Se non fosse questo l'insegnamento più stimabile e sicuro, non l'avremmo dato con l'esempio e con le parole. Senza dubbio questa è luce che risplende nelle tenebre, amata dagli eletti ed aborrita dai reprobi.

 CAPITOLO 17

 La principessa del cielo Maria santissima comincia a patire nella sua fanciullezza; Dio le si nasconde; suoi dolci lamen-ti di amore.

 674. L'Altissimo, che con infinita sapienza dispone del-la vita dei suoi con misura e peso, determinò di eserci-tare la nostra divina Principessa con alcune tribolazioni proporzionate alla sua età ed al suo stato di piccolina, benché sempre grande nella grazia, che voleva accrescer-le con tale mezzo e con essa la gloria. La nostra bambi-na era piena di sapienza e di grazia, ma conveniva che vi aggiungesse lo studio dell'esperienza, affinché, avan-zando in essa, imparasse la scienza del patire, la quale con l'uso arriva alla sua perfezione ed al suo massimo va-lore. Nel breve corso dei suoi teneri anni aveva goduto delle delizie dell'Altissimo e delle sue carezze, come an-che delle dimostrazioni di affetto degli angeli santi, dei suoi genitori, della sua maestra e dei sacerdoti, perché agli occhi di tutti era graziosa ed amabile. Conveniva or-mai che del bene che possedeva cominciasse ad avere una nuova conoscenza, quella che si acquista con la lonta-nanza e la privazione di detto bene e con il nuovo uso delle virtù causato da tale privazione, confrontando lo sta-to dei favori e delle carezze con quello della solitudine, dell'aridità e delle tribolazioni.

675. La prima delle sofferenze che la nostra Principessa patì fu la sospensione da parte del Signore delle continue visioni che le comunicava; questo dolore fu tanto mag-giore quanto più era nuovo ed insolito e quanto più sublime e prezioso era il tesoro che ella perdeva di vista. Le si nascosero anche gli angeli santi e con il ritiro di tanti e così eccellenti e divini oggetti, che nel medesimo tem-po si occultarono alla sua vista benché non si allontanas-sero dalla sua compagnia e protezione, quell'anima puris-sima restò, a suo parere, come deserta e sola nella notte oscura della lontananza del suo amato, che prima la rivestiva di brillantissima luce.

676. Tale cosa risultò nuova alla nostra Bambina, poi-ché il Signore, sebbene l'avesse già avvertita che avrebbe ricevuto tribolazioni, non le aveva indicato quali sarebbe-ro state. Siccome, poi, il candido cuore della semplicissi-ma Colomba niente poteva pensare né operare che non fos-se frutto della sua umiltà e carità incomparabile, si disfa-ceva tutta nell'esercizio di queste due virtù. Con l'umiltà attribuiva alla sua ingratitudine il non avere meritato la presenza ed il possesso del bene perduto e con l'infiam-mato amore lo sollecitava e cercava con tali e tanti senti-menti pieni di amore e con tale dolore che non ci sono parole sufficienti per spiegarli. Allora, in quel nuovo stato, si rivolse tutta al Signore e gli disse:

677. «Dio altissimo e Signore dell'intero creato, infini-to nella bontà e ricco di misericordia, padrone mio, con-fesso che una così vile creatura non ha potuto meritare i vostri favori e la mia anima con intimo dolore si spaven-ta del vostro dispiacere e della propria ingratitudine. Se questa si è frapposta per eclissarmi il sole che mi anima-va, vivificava ed illuminava e se io sono stata tiepida nel corrispondere a tanti benefici, Signore e pastore mio, fa-te che io conosca la colpa della mia scortese noncuranza. Se, poi, come ignorante e semplice pecorella, non ho sa-puto essere grata né operare ciò che era più accetto agli occhi vostri, me ne sto prostrata a terra e nella polvere, affinché voi, mio Dio che abitate nelle altezze, vi degnia-te di sollevarmi come povera e derelitta. Le vostre mani onnipotenti mi hanno plasmato e non potete ignorare di che cosa siamo formati e in quali vasi depositate i vostri tesori. L'anima mia viene meno nella sua amarezza ed in assenza di voi che siete la sua dolce vita nessuno può da-re sollievo al mio deliquio. Ah, dove me ne andrò lonta-no da voi? Dove volgerò i miei occhi senza la luce che mi illuminava? Chi mi preserverà dalla morte senza voi che siete la vita?».

678. Si rivolgeva pure agli angeli santi e, continuan-do senza cessare i suoi lamenti di amore, parlava loro dicendo: «Principi celesti, messaggeri del supremo Re delle altezze ed amici fedelissimi dell'anima mia, perché anche voi mi avete abbandonata? Perché mi private del-la vostra dolce vista e mi negate la vostra presenza? Non mi stupisco, però, miei signori, del vostro sdegno, men-tre per mia disgrazia ho meritato di incorrere in quello del vostro e mio Creatore. Luminari dei cieli, illuminate in questa mia ignoranza il mio intelletto e, se ho colpa, correggetemi; ma impetrate dal mio Signore che mi per-doni. Nobilissimi servitori della celeste Gerusalemme, do-letevi della mia afflizione e del mio abbandono. Ditemi: dove è andato il mio amato? Ditemi: dove si è nasco-sto? Ditemi: dove lo ritroverò senza andare vagando qua e là dietro i greggi di tutte le creature? Ohimé, nem-meno voi mi rispondete, sebbene tanto cortesi, nemme-no voi che certamente conoscete dove si trova il mio Spo-so, perché mai vi allontana dal contemplare il suo volto e la sua bellezza».

   679. Si rivolgeva, poi, al resto delle creature e con rinnovate ansie di amore parlava loro e diceva: «Senza dubbio anche voi, che siete armate contro gli ingrati ver-so Dio, sarete sdegnate, essendo riconoscenti, contro chi non è stato tale. Se per la bontà del mio e vostro Si-gnore mi ammettete tra voi, benché io sia la più vile, non potete però soddisfare il mio desiderio. Molto belli e spaziosi siete voi, o cieli; belli e risplendenti anche voi, pianeti ed astri tutti; grandi ed invincibili voi, elemen-ti; e tu, o terra, sei adornata e vestita di piante odoro-se e di erbe; innumerevoli sono i pesci delle acque ed ammirabili i flutti del mare; leggeri e veloci gli uccelli; nascosti i minerali; forti gli animali; e il tutto unito in-sieme forma una bella scala ininterrotta ed una dolce armonia per arrivare alla conoscenza del mio amato. So-no, però, lunghi giri questi per chi ama e, quando sono passata rapidamente attraverso tutti, alla fine mi fermo e mi trovo lontana dal mio Bene. Con la conoscenza cer-ta che mi date voi, o creature, della sua bellezza senza misura, non si acquieta affatto il mio slancio, non si tempra il dolore, non si modera la mia pena; anzi, cre-sce il mio affanno, aumenta il desiderio, s'infiamma il cuore e nell'amore non saziato la mia vita terrena vie-ne meno. Oh, quanto mi sarebbe più dolce morire che vivere senza te, mia vita! Oh, quanto mi è penosa la vi-ta senza te, mia anima e mio diletto! Ora che farò? Do-ve mi volgerò? E come vivo ora? Anzi, come non muoio, dal momento che mi è venuto a mancare colui che è la mia vita? Quale virtù senza di lui mi sostiene? Voi tut-te, o creature, che con la vostra costante conservazione e con le vostre perfezioni mi date tanti segni del mio Signore, considerate e osservate se c'è un dolore simile al mio dolore!».

     680. La nostra divina Signora formava nel suo cuore e ripeteva con la lingua molti altri discorsi, che non pos-sono essere compresi dal pensiero creato, perché solo la sua prudenza ed il suo amore giunsero a ponderare e sen-tire quanto comporti l'allontanamento di Dio da un ani-ma che lo abbia già conosciuto e gustato in tale grado. Se gli angeli, quasi presi da gelosia nel loro santo amo-re, si meravigliavano di vedere in una semplice creatura e tenera bambina tanta varietà di atti prudentissimi di umiltà, fede ed amore e di sentimenti e slanci del cuore, chi potrà mai spiegare il gradimento ed il compiacimen-to del Signore per l'anima della sua eletta e per tutte le sue elevazioni, ciascuna delle quali feriva il cuore di sua Maestà e procedeva da un privilegio di grazia e di amo-re maggiore di quello concesso ai medesimi serafini? Se tutti loro, poi, alla vista della Divinità non sapevano eser-citare né imitare le azioni di Maria santissima né osser-vare le leggi dell'amore con tanta perfezione come lei quando lo stesso Dio le stava lontano e nascosto, chi po-trà mai descrivere quale era il compiacimento che rice-veva tutta la santissima Trinità quando le era presente? Mistero imperscrutabile è questo per la nostra limitatez-za; però, dobbiamo riverirlo con ammirazione ed ammi-rarlo con riverenza.

     681. La nostra candidissima Colomba non trovava do-ve potersi posare, dando pace al suo cuore; i suoi sentimenti, infatti, con inconsolabili gemiti e reiterati voli, si li-bravano su tutte le creature. Andava molte volte al Signo-re con lamenti e sospiri di amore; quindi, ritornava, solle-citava gli angeli della sua custodia e risvegliava tutte le creature, come se tutte fossero dotate di ragione; poi, sa-liva con il suo intelletto illuminato e con il suo ardentis-simo affetto a quell'altissima abitazione dove prima il som-mo Bene le veniva incontro e godevano reciprocamente le sue ineffabili delizie. Intanto, il supremo Signore ed inna-morato sposo, che si lasciava allora possedere ma non go-dere dalla sua diletta, sempre infiammava più e più quel purissimo cuore con il solo possederlo, aumentando i suoi meriti e possedendolo di nuovo con diversi e misteriosi do-ni, affinché più posseduto più ancora l'amasse, e più ama-to e posseduto lo cercasse per vie nuove e con rinnovate ansie di infiammato amore. «L'ho cercato - diceva la divi-na Principessa - e non l'ho trovato; mi alzerò di nuovo e, guardando meglio per le vie e le piazze della città di Dio, rinnoverò le mie ricerche. Le mie mani hanno stillato mir-ra, le mie attenzioni non bastano e le mie opere nulla possono se non aumentare il mio dolore. Ho cercato l'a-mato del mio cuore; l'ho cercato, ma non l'ho trovato. Già il mio diletto si è allontanato. L'ho chiamato, ma non mi ha risposto; ho girato intorno gli occhi per ritrovarlo, ma le guardie della città, le sentinelle e tutte le creature mi hanno molestato ed offeso con la loro vista. Figlie di Ge-rusalemme, anime sante e giuste, io vi prego, io vi suppli-co, se incontrate il mio diletto, di dirgli che vengo meno e che muoio per amore suo».

   682. La nostra Regina per alcuni giorni si profuse con-tinuamente in questi dolci ed amorosi lamenti. Quell'u-mile nardo spargeva fragranze così soavi, temendosi di-sprezzato dal Signore, mentre questi, invece, si stava ri-posando nella parte più nascosta del suo fedelissimo cuo-re. La divina Provvidenza, per sua maggiore gloria e per fare sovrabbondare i meriti nella sua sposa, prolungò que-sto termine per qualche tempo. In esso la divina Signo-ra patì più tormenti spirituali che tutti i santi insieme, poiché ondeggiava tra i sospetti ed i timori di avere per-so Dio e di essere caduta dalla sua grazia per propria col-pa; e nessuno può giungere a conoscere quanta e quale fosse l'angoscia di quell'ardente cuore, che tanto seppe amare. Solo Dio poteva ponderarla e, per sentirla, lasciava il suo cuore tra quei sospetti e timori di averlo smarrito per propria colpa.

 Insegnamento che mi diede la mia Signora e regina

    683. Figlia mia, qualunque bene è tanto più stimato dal-le creature quanto più si sa che esso è un vero bene. Poi-ché il vero Bene è uno solo e tutti gli altri non sono che beni falsi ed apparenti, soltanto questo vero e sommo be-ne deve essere conosciuto come tale ed apprezzato. Tu giungerai a stimarlo e ad amarlo come merita quando lo gusterai, lo conoscerai e lo apprezzerai sopra ogni cosa creata. Il dolore di perderlo è proporzionato a questa sti-ma e a questo amore; così, intenderai in parte gli effetti che io provai quando si allontanò da me il Bene eterno, lasciandomi dubbiosa se per caso lo avessi colpevolmente perduto. Senza dubbio, molte volte il dolore di questi so-spetti e la forza dell'amore mi avrebbero privata della vi-ta, se il Signore stesso non me l'avesse conservata.

   684. Pondera, dunque, adesso quale dovrebbe essere il dolore di perdere Dio realmente per i peccati, se in un anima che non sente i cattivi effetti della colpa può cau-sare tanto dolore la lontananza del vero bene, benché in realtà non l'abbia perso, anzi lo possegga anche se na-scosto all'occhio della sua ragione. Questa sapienza, però, non penetra nella mente degli uomini carnali; anzi, con stoltissima cecità essi stimano l'apparente e finto bene e si dolgono ed affliggono quando manca loro. Del sommo e vero Bene, poi, non si formano concetto né stima al-cuna, perché non lo hanno mai gustato né conosciuto. Sebbene il mio Figlio santissimo abbia scacciato da loro questa spaventosa ignoranza contratta per il primo pec-cato, meritando loro la fede e la carità per conoscere e gustare in qualche modo il bene che non avevano mai sperimentato, pure, ahimè, perdono la carità e la po-spongono a qualunque diletto; e la fede, restando oziosa e morta, non giova. Così vivono i figli delle tenebre, co-me se dell'eternità avessero soltanto una finta o dubbiosa cognizione.

   685. Temi, o anima, questo pericolo, su cui non si ri-flette mai abbastanza. Vigila e ivi sempre attenta e pre-parata contro i nemici, che non dormono mai. La tua me-ditazione di giorno e di notte sia su come devi lavorare per non perdere il sommo Bene che ami. Non ti convie-ne dormire né sonnecchiare tra nemici invisibili. Se, poi, talvolta il tuo amato ti si nasconderà, aspetta con pa-zienza e cercalo con sollecitudine senza riposare, perché non conosci i suoi occulti giudizi. Intanto, durante il tem-po della lontananza e della tentazione, tieni preparato l'o-lio della carità e della retta intenzione, affinché non ti manchi e tu non sia riprovata con le vergini stolte e sme-morate.

 CAPITOLO 18

 Si continua a parlare di altre tribolazioni della nostra Regi-na e pecialmente di alcune che il Signore permise per mez-zo delle creature e del serpente antico.

   686. L'Altissimo continuava a rimanere nascosto agli oc-chi della Principessa del cielo. A tale tormento, che era il maggiore, ne aggiunse anche altri, perché, infiammandosi sempre più il castissimo amore della divina Signora, le si accrescesse il merito, la grazia e la corona. Intanto il gran-de drago e serpente antico Lucifero stava attento alle ope-re eroiche di Maria santissima e, sebbene di quelle inter-ne non potesse essere testimone oculare, perché gli rima-nevano nascoste, tuttavia guardava a quelle esteriori trop-po sublimi e perfette per non tormentare la superbia e lo sdegno di questo invidioso nemico. Soprattutto lo cruccia-vano inconcepibilmente la purezza e la santità della bam-bina Maria.

   687. Mosso dunque da questo furore, radunò un con-ciliabolo nell'inferno per consultare su questo affare i più ragguardevoli principi delle tenebre e, riunitili, propose lo-ro questo ragionamento: «Il gran trionfo che oggi abbia-mo nel mondo con la possessione di tante anime che ab-biamo soggiogato alla nostra volontà, temo e sospetto che si debba vedere disfatto e annientato per mezzo di una donna e non possiamo ignorare questo pericolo, avendolo saputo al momento della nostra creazione ed essendoci sta-ta in seguito notificata la sentenza che la donna ci avreb-be schiacciato il capo. Per questo ci conviene stare all'er-ta e non essere affatto trascurati. Avete già notizia di una bambina che è nata da Anna, va crescendo in età e ad un tempo si va segnalando nelle virtù. Io ho posto tutta la mia attenzione alle sue azioni ed opere e non ho riconosciuto, nel tempo in cui comunemente gli altri cominciano a ra-gionare e a sentire le passioni naturali, che in lei si sco-prano gli effetti del nostro seme e della nostra malizia, co-me si scorge negli altri figli di Adamo. La vedo sempre composta e perfettissima, senza poterla piegare né indur-re ai trastulli peccaminosi ed umani o naturali agli altri bambini. Da questi indizi sospetto che questa sia l'eletta ad essere la Madre di colui che deve farsi uomo».

   688. «Però non posso persuadermi del tutto di ciò, per-ché ella è nata come gli altri, soggetta alle leggi comuni della creatura e i suoi genitori hanno fatto l'offerta e han-no pregato affinché a loro e a lei fosse condonata la col-pa, quando è stata portata al tempio come tutte le altre bambine. Ciononostante, benché non sia l'eletta contro di noi, nella sua infanzia si scorgono grandi principi che pro-mettono per l'avvenire celebre virtù e santità. Né io posso tollerare il suo modo di procedere con tanta prudenza e discrezione. La sua sapienza mi fa ribollire, la sua mode-stia mi irrita, la sua pazienza mi fa sdegnare, la sua umiltà mi opprime e mi annienta e in tutto ella mi provoca ad un intollerabile furore, cosicché io l'aborrisco più di tutti gli altri figli di Adamo. Ha un non so che di virtù specia-le, per cui alcune volte, volendo avvicinarmi a lei, non pos-so, e se le insinuo delle suggestioni, non le riceve. Insom-ma, tutta la mia solerzia con lei sinora si è vanificata, ri-manendo senza effetto alcuno. Qui importa a tutti trovare un rimedio ed impiegare la massima cura affinché il no-stro principato non vada in rovina. Io desidero più la di-struzione di quest'anima sola che non quella di tutto il mondo. Or dunque ditemi voi: quali mezzi, quali provve-dimenti prenderemo noi per superarla e per farla finita una volta per tutte con costei? Io da parte mia offro i premi della mia liberalità a chi sappia farlo».

   689. Si esaminò il caso in quel confuso conciliabolo, or-ganizzato soltanto a nostro danno, e, tra i molti pareri, uno di quegli orribili consiglieri disse: «Principe e signore nostro, non ti crucciare per una cosa così da poco, perché una debole donnicciola non sarà tanto potente e invinci-bile quanto lo siamo noi tutti che ti seguiamo. Tu ingan-nasti Eva, precipitandola dal felice stato in cui si trovava, e per mezzo di lei vincesti il suo capo Adamo. Dunque, come non supererai questa sua discendente nata dopo la sua prima caduta? Ripromettiti fin d'ora la vittoria e per ottenerla si determini, benché resista molte volte, di per-severare nel tentarla; se sarà necessario che deroghiamo perciò in qualche cosa alla nostra grandezza e presunzio-ne, non vi si badi, purché la inganniamo; e se ciò non ba-stera, faremo in modo di toglierle l'onore o anche di tron-carle la vita».

   690. Altri demoni rivolsero ancora a Lucifero le se-guenti parole: «Abbiamo esperienza, o principe potente, che per rovinare molte anime è mezzo efficace il valerci di altre creature. Questo è un ottimo espediente per ope-rare tutto ciò che con le nostre sole forze non possiamo. Per questa via disporremo e provocheremo la rovina di questa donna, osservando perciò il tempo e le circostan-ze più opportune che ci presenterà ella medesima col suo procedere. Ma soprattutto importa che applichiamo la no-stra sagacia ed astuzia a far sì che cominci a perdere una volta la grazia con qualche peccato. Così, appena le man-cherà questo appoggio e questo scudo dei giusti, la per-seguiteremo e tra tutti la cattureremo come colei che, tro-vandosi sola senza Dio in se stessa, non ha chi possa li-berarla dalle nostre mani. Quindi ci daremo da fare per farla disperare del rimedio».

   691. Lucifero gradì questi consigli e incoraggiamenti che gli diedero i suoi seguaci, cooperatori nella malvagità. Ed egli a sua volta inculcò e comandò loro che i più astu-ti nella malizia accompagnassero lui che si costituiva di nuovo condottiero di così ardua impresa, non volendo af-fidarla ad altre mani che alle proprie. Così, quantunque as-sistessero altri demoni, Lucifero in persona fu sempre il primo nel tentare Maria e il suo Figlio santissimo: questi nel deserto ed entrambi nel corso della loro vita, come ve-dremo più avanti.

   692. Per tutto questo tempo la nostra divina Principes-sa permaneva nelle sue pene ed afflizioni per la lontanan-za del suo amato, quand'ecco che la squadra infernale la investì in gran numero per tentarla. Ma la virtù divina, che le faceva scudo, impedì gli sforzi di Lucifero perché non potesse avvicinarsi troppo a lei, né mettere in opera tutto ciò che intentava; solo, col permesso dell'Altissimo, le in-sinuava nella mente molte suggestioni e vari pensieri di somma iniquità e malizia. Infatti il Signore non impedì che la Madre della grazia, sebbene senza peccato, fosse ten-tata in tutto, come doveva succedere in seguito al suo Fi-glio santissimo.

   693. In questo nuovo conflitto non si può facilmente concepire quanto patisse il purissimo e candidissimo cuo-re di Maria vedendosi circondata da suggestioni così alie-ne e lontane dalla sua ineffabile purezza e dall'altezza dei suoi divini pensieri. E poiché il serpente antico vide la gran Signora piangente e afflitta, si animò grandemente e con-cepì maggiori speranze, essendo accecato dalla sua stessa superbia, perché non conosceva il segreto del cielo. Perciò, animando i suoi infernali ministri, disse loro: «Persegui-tiamola adesso, perseguitiamola, poiché si scorge che già otteniamo il nostro intento e già ella sente la tristezza, stra-da alla disperazione». In tale inganno l'assalirono con nuo-vi pensieri di scoraggiamento e di diffidenza, combatten-dola con terribili immaginazioni. Ma tutto invano, dato che la pietra della virtù generosa, quanto più è percossa con forza, tanto più manda fuori scintille e fuoco di amore divino. La nostra invincibile Regina rimase talmente supe-riore e immobile contro le squadre dell'inferno, che den-tro di sé non si alterò affatto, né si lasciò influenzare da tante suggestioni, se non in quanto ne prese occasione per confermarsi ancor più nelle sue incomparabili virtù e per far avvampare maggiormente la fiamma del divino incen-dio di amore che ardeva nel suo cuore.

694. Il drago ignorava l'imperscrutabile sapienza e pru-denza della nostra celeste Principessa, per cui, sebbene la riconoscesse forte e imperturbabile nelle sue facoltà e seb-bene sentisse la resistenza della virtù divina, con tutto ciò perseverava nella sua antica superbia, dando assalto alla Città di Dio in diversi modi. Così questo astuto nemico, sen-za cambiare l'intenzione, cambiava le insidie e, tuttavia, le sue macchinazioni venivano sempre ad essere come quel-le di una debole formica contro un muro diamantino. La nostra Principessa era quella donna forte, di cui il cuore del marito può fidarsi senza timore di restare deluso nei suoi desideri. Suo ornamento era la fortezza che la col-mava di bellezza; sua veste, che aumentava il suo splen-dore, erano la purezza e la carità. L'immondo ed arrogante serpente non poteva soffrire questo oggetto, la cui vista lo accecava e turbava con sempre nuova confusione. Così de-cise di toglierle la vita e in ciò molto si sforzò tutta quel-la imponente schiera di spiriti maligni. In tale impresa im-piegarono un certo tempo, senza però migliore riuscita che nelle altre.

   695. La conoscenza di questa segreta e sacra battaglia mi causò grande ammirazione, considerando da una parte il grande furore di Lucifero contro Maria santissima nei suoi primi anni e, dall'altra, l'occulta e vigilante protezione dell'Altissimo per difenderla. Vedo quanto il Signore stesse attento alla sua eletta ed unica sposa fra le creature e osservo, allo stesso tempo, tutto l'inferno rivolto con furore contro di lei con un tale sdegno, quale fino allora non ave-va posto in opera contro alcun'altra creatura; e la facilità con la quale il potere divino rendeva vana tutta la potenza e l'astuzia infernale. O più che infelice e misero Lucifero! Quanto è più grande la tua arroganza e superbia della tua forza! Per certo sei debole e inabile ad un'impresa così stol-ta; diffida ormai di te stesso e non ti ripromettere tanti trionfi, poiché una tenera bambina ti ha schiacciato il ca-po ed in tutto ti ha lasciato vinto e deluso. Confessa che poco vali e meno sai, poiché non hai conosciuto il più gran-de mistero del Re, dalla cui potenza sei stato umiliato con lo strumento stesso che hai disprezzato, cioè una donna per sua condizione naturale debole e bambina. Oh, come sa-rebbe grande la tua ignoranza, se i mortali si valessero del-la protezione dell'Altissimo, nonché dell'esempio, dell'imi-tazione e dell'intercessione di questa vittoriosa e trionfatri-ce Signora degli angeli e degli uomini!

696. Fra queste tentazioni e battaglie che si andavano alternando, era incessante e fervorosa l'orazione di Ma-ria santissima, che diceva al Signore: «Ora, Dio mio al-tissimo, che sono nella tribolazione, starete con me; ora, che con tutto il mio cuore vi chiamo e custodisco i vo-stri precetti, arriveranno le mie domande ai vostri orecchi; ora, che patisco così gran violenza, risponderete per me. Voi, Signore e Padre mio, voi siete la mia fortezza e il mio rifugio e per il vostro santo nome mi libererete dal pericolo e mi guiderete per il cammino sicuro, so-stenendomi come figlia vostra». Ripeteva anche molti mi-steri della sacra Scrittura, specialmente i salmi che par-lano contro i nemici invisibili, e con queste armi insupe-rabili, senza perdere un atomo della pace, uniformità e conformità interna, anzi, confermandosi ancor più in es-sa, tenendo sollevato il suo purissimo spirito nelle altez-ze, combatteva, respingeva e vinceva Lucifero, con in-comparabile compiacimento del Signore e con accresci-mento dei suoi meriti.

   697. Superate queste tentazioni e lotte, incominciò un nuovo duello del serpente per mezzo ed intervento delle creature. A questo scopo egli gettò nascostamente alcune scintille d'invidia e di gelosia contro Maria santissima nel cuore delle giovani sue compagne, che vivevano nel tem-pio. Il rimedio a questo contagio era ancor più difficile in quanto provocato dalla precisione con cui la nostra divina Principessa attendeva all'esercizio di tutte le virtù, cre-scendo in sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini. Infatti, quando punge l'ambizione, gli stessi splendori del-la virtù, che si vede in altri, abbagliano e offùscano l'in-telletto, accendendo la fiamma dell'invidia. Il drago infon-deva nell'animo di quelle ignare giovani molte suggestioni interiori, persuadendole che in presenza di quel sole, che era Maria santissima, esse restavano oscurate e poco sti-mate, che le loro negligenze venivano ad essere maggior-mente notate dalla maestra e dai sacerdoti e che solo Maria sarebbe stata preferita nello stato e nelle richieste di matrimonio e nella stima di tutti.

   698. Le compagne della nostra Regina accolsero nel lo-ro cuore questa cattiva semente ed essendo poco pratiche ed esercitate nelle battaglie spirituali, la lasciarono tanto crescere che arrivò a mutarsi in una ripugnanza interiore contro la purissima Maria. Questo odio poi passò a sde-gno, con cui la guardavano e trattavano non potendo sof-frire la modestia della candida colomba, perché il drago incitava quelle incaute, rivestendole dello stesso furore che egli aveva concepito contro la madre delle virtù. Conti-nuando poi la tentazione, venne a manifestarsi negli effet-ti, e le giovani giunsero a parlarne fra loro, non sapendo da quale spirito erano spinte. Perciò concertarono di mo-lestare e perseguitare la Principessa del mondo, non co-nosciuta da loro per tale, sino a farla cacciare dal tempio. Per questo, chiamandola in disparte, le dissero parole mol-to offensive, trattandola in modo assai imperioso da si-mulatrice ed ipocrita, quasi che mirasse soltanto a guada-gnarsi con artificio la grazia della maestra e dei sacerdoti e a screditare le altre compagne, mormorando contro di esse ed esagerando le loro mancanze, mentre ella era la più inutile di tutte; le dissero anche che per questo l'a-borrivano come il demonio.

   699. La prudentissima Vergine ascoltò queste e molte altre ingiurie senza turbarsi affatto e, con umiltà, rispose: «Amiche e signore mie, avete certamente ragione nel dire che io sono la più piccola e la più imperfetta di tutte, ma voi mie sorelle, come più avvedute, dovete perdonare i miei difetti ed ammaestrare la mia ignoranza, dirigendomi in modo che riesca a fare ciò che è meglio e a darvi soddi-sfazione. Io vi supplico, amiche, che quantunque sia tan-to inutile, non mi neghiate la vostra grazia, né crediate di me che non desideri meritarla, perché vi amo e riverisco come serva, e lo sarò in tutto ciò in cui vi piacerà fare esperienza della mia buona volontà. Comandatemi, dun-que, e ditemi ciò che da me volete».

   700. Queste umili e soavi parole della modestissima re-gina Maria non ammorbidirono il cuore indurito delle sue amiche e compagne, possedute già dalla furiosa rabbia che il drago aveva contro di lei; anzi, questi, sdegnandosi mag-giormente, le incitava ed irritava ancor più, come se col dolce antidoto s'inasprisse di più la morsicatura e il veleno serpentino sparso contro la donna, che gli era stata mo-strata come segno grande nel cielo. Questa persecuzione continuò molti giorni, senza che l'umiltà, la pazienza, la modestia e la tolleranza della divina Signora bastassero a moderare l'odio delle sue compagne. Anzi, il demonio si spinse a infondere loro molte suggestioni piene di temerità, cioè che mettessero le mani sulla mansuetissima agnellina, la maltrattassero e le togliessero persino la vita. Ma il Si-gnore non permise che pensieri tanto sacrileghi avessero ef-fetto e il massimo a cui si spinsero fu l'ingiuriarla a paro-le, dandole alcune spinte. Questa battaglia avveniva in se-greto senza che ne giungesse notizia alla maestra e ai sa-cerdoti; nel frattempo la santissima Maria acquistava in-comparabili meriti e doni dall'Altissimo, per la materia che le si offriva di esercitare tutte le virtù verso sua Maestà e verso le creature che la perseguitavano e aborrivano. Ver-so queste fece atti eroici di carità ed umiltà, rendendo be-ne per male, benedizioni per maledizioni, fervide preghie-re per bestemmie e praticando la divina legge in ciò che ha di più perfetto e sublime. Verso l'Altissimo esercitò le più eccellenti virtù, pregando per le creature che la perseguitavano, umiliandosi con ammirazione degli angeli, come se fosse stata la più vile dei mortali e meritevole di ciò che operavano contro di lei. Ella eseguiva tutte queste opere con tale perfezione da superare ogni giudizio umano, e con un tal merito da superare il merito più alto dei serafini.

   701. Avvenne un giorno che quelle donne, invasate dal-la tentazione diabolica, condussero la principessa Maria in una stanza isolata e, giudicando di poter agire indisturba-te, la caricarono d'ingiurie e di offese smisurate per irri-tare la sua mansuetudine e distoglierla dalla sua immuta-bile modestia, facendole fare qualche gesto sgarbato. Ma non potendo la Regina delle virtù essere schiava di vizio alcuno nemmeno per un istante, mostrò più invincibile la sua pazienza quando era più necessaria, per cui rispose lo-ro con tanta maggior grazia e dolcezza. Quelle, offese di non conseguire il loro malvagio intento, alzarono così al-te grida che furono udite nel tempio, dove l'insolito bac-cano provocò grande sorpresa e confusione. Al rumore ac-corsero i sacerdoti e la maestra e, permettendo il Signore questa nuova afflizione della sua sposa, chiesero con gran severità la ragione di quella inquietudine. Poiché la man-suetissima colomba taceva, le altre giovani risposero con molto sdegno e dissero: «Maria di Nazaret, con la sua in-dole orribile, ci disturba e ci inquieta tutte e, quando non siete presenti, ci affligge e provoca; per cui, se non uscirà dal tempio, non sarà possibile mantenerci tutte in pace con lei. Se la sopportiamo diventa altera, se la riprendiamo si burla di tutte prostrandosi ai nostri piedi con finta umiltà, e poi con le sue mormorazioni semina la discordia e la confusione tra tutte noi».

702. I sacerdoti e la maestra condussero in un'altra stan-za la Signora del mondo, e qui la ripresero con severità cor-rispondente al credito che avevano prestato in quel momento alle sue compagne e, avendola esortata ad emendarsi e a procedere come chi viveva nella casa di Dio, la minaccia-rono che, se non l'avesse fatto, l'avrebbero congedata e cac-ciata via dal tempio. Questo era il maggior castigo che po-tevano darle, quand'anche avesse avuto qualche colpa, men-tre invece era innocente in tutto ciò che le si imputava. Chi avesse intelligenza per conoscere almeno in parte la profon-dissima umiltà di Maria santissima, intenderebbe qualcosa degli effetti che questi misteri operavano nel suo candidis-simo cuore, perché ella si giudicava la più vile delle crea-ture e la più indegna di vivere fra loro, indegna persino di calpestare la terra. A questa minaccia la prudentissima Ver-gine, tra le lacrime, rispose ai sacerdoti dicendo: «Signori, io gradisco il favore che mi fate col correggere ed istruire me, così imperfetta e vile, ma vi supplico di perdonarmi, giacché siete ministri dell'Altissimo, e di guidarmi in tutto, non tenendo conto dei miei difetti, in modo che io riesca meglio per l'avvenire a compiacere sua Maestà, nonché le mie sorelle e compagne, perché con la grazia del Signore propongo di nuovo di fare così e comincerò da oggi in poi».

   703. La nostra Regina aggiunse altre ragioni, piene di soavissimo candore e dolcissima modestia, dopodiché la maestra e i sacerdoti la lasciarono, avvertendola di nuovo con lo stesso insegnamento nel quale ella era sapientissi-ma maestra. Subito se ne andò dalle sue compagne e, pro-strandosi ai loro piedi, domandò loro perdono, come se i difetti che le imputavano avessero potuto entrare in lei che era madre dell'innocenza. Esse allora l'accolsero meglio, giudicando che le sue lacrime fossero effetto del castigo e della riprensione dei sacerdoti e della maestra, che aveva-no attirati al loro intento sregolato. Di conseguenza il dra-go, che nascostamente ordiva questa tela, innalzò a mag-gior alterigia e presunzione gli incauti cuori di tutte quel-le donne e, come avevano già fatto con i sacerdoti, prose-guirono con maggiore audacia a screditare e a mettere lo-ro contro la purissima Vergine. A tal fine escogitarono nuo-ve frottole e menzogne con l'istinto del medesimo demo-nio, ma l'Altissimo non permise mai che si dicesse o si pre-sumesse cosa molto grave o disdicevole di colei che egli aveva eletto Madre santissima del suo Unigenito. Permise solamente che lo sdegno e l'inganno delle giovani del tem-pio arrivasse ad esagerare molto alcuni piccoli, seppur finti, difetti che le imputavano, e al massimo che esse faces-sero alcuni gesti femminili e scomposti sufficienti a di-chiarare la loro inquietudine. E ciò affinché, per tale irre-quietezza e per i rimproveri della maestra e dei sacerdoti, la nostra umilissima Signora avesse occasione di esercita-re le virtù, aumentare i doni dell'Altissimo e giungere al colmo dei meriti.

   704. Ciò appunto faceva la nostra Regina con pieno compiacimento agli occhi del Signore, che si ricreava al-l'odore soavissimo di quell'umile nardo, maltrattato e di-sprezzato dalle creature che non lo conoscevano. Ella ri-peteva i suoi lamenti e gemiti per la lontananza prolun-gata del suo diletto e in una di queste occasioni gli disse: «Sommo bene e Signore mio di misericordia infinita, se voi che siete il mio padrone e il mio creatore mi avete ab-bandonata, non è molto che tutto il resto delle creature mi aborrisca e si rivolti contro di me. Ben lo merita la mia ingratitudine ai vostri benefici, ma sempre vi riconosco e vi confesso mio rifugio e mio tesoro. Voi solo siete il mio bene, il mio amore, il mio riposo, e se siete tale, ed io in-vece vi tengo lontano, come potrà riposare il mio cuore af-flitto? Le creature fanno con me ciò che devono, ma non giungono a trattarmi come merito, perché voi, Signore e Padre mio, nell'affliggere siete parco e nel premiare libe-ralissimo. Serva, o Signore, a scontare le mie negligenze il dolore di avervi io costretto a nascondervi al mio cuore, pagate con larga mano il bene che le vostre creature mi fanno guadagnare, obbligandomi a conoscere meglio la vo-stra bontà e la mia vita. Sollevate, o Signore, questa indigente dalla polvere della terra e rinnovate colei che è po-vera e vilissima tra le creature; veda io il vostro divino vol-to e sarò salva».

   705. Non è possibile né necessario riferiré tutto ciò che accadde alla nostra grande Principessa in questa prova del-le sue virtù. Basti dire per ora che ella può servire a noi da vivo esempio per sopportare con generosità di cuore qua-lunque tribolazione; a noi, dico, che abbiamo bisogno di pene e di duri colpi per soddisfare ai nostri peccati e per domare la nostra dura cervice col giogo della mortificazio-ne. Non commise colpa, né si trovò inganno nella nostra innocentissima colomba, eppure con umile silenzio e tolle-ranza si contentò di essere disprezzata e perseguitata sen-za aver provocato ciò. Vergognamoci dunque, alla sua pre-senza, noi tutti che reputiamo insopportabile ingiuria, fino al punto di vendicarci, un'offesa insignificante! L'Altissimo avrebbe certamente potuto allontanare dalla sua eletta e Madre qualunque persecuzione e contrarietà; se però in questo avesse usato del suo potere, non lo avrebbe potuto manifestare nel conservarla illesa tra le persecuzioni, né le avrebbe dato pegni così sicuri del suo amore, né ella avreb-be ottenuto il dolce frutto di amare i nemici e i persecu-tori. Noi invece ci rendiamo indegni di tanto bene quando nelle prove alziamo il grido contro le creature ed il cuore superbo contro Dio, che in tutto le governa, non volendo assoggettarci al nostro creatore e salvatore, che sa ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra salvezza.

 Insegnamento della regina del cielo Maria santissima

706. Poiché tu, figlia mia, vai riflettendo sull'esempio che si vuole ricavare da questi avvenimenti, io voglio ap-punto che questo ti serva da ammaestramento dottrinale da racchiudere nel tuo cuore con stima, allargandolo per ricevere con letizia le persecuzioni e le calunnie delle crea-ture, se parteciperai a questo beneficio. I figli della perdi-zione, i quali servendo alla vanità non sanno qual tesoro sia il patire ingiurie e il perdonarle, si fanno un onore del-la vendetta, quantunque essa, anche nei termini della leg-ge naturale, sia la maggiore viltà e il più brutto di tutti i vizi, perché si oppone più degli altri alla ragione naturale e nasce da cuore non umano, ma brutale e ferino. Al con-trario, colui che perdona le ingiurie e le dimentica, ben-ché non abbia la fede divina né la luce del Vangelo, per mezzo di questa magnanimità si fa superiore e come re della medesima natura, perché conserva di questa ciò che essa ha di più nobile ed eccellente e non paga il vilissimo tributo di farsi bestia irrazionale con la vendetta.

    707. Infatti, se il vizio della vendetta si oppone tanto alla natura, considera ora, o carissima, quale opposizione avrà con la grazia e quanto odioso e spregevole sarà il ven-dicativo agli occhi del mio Figlio santissimo, che si fece uomo, morì e patì solo per perdonare e perché il genere umano ottenesse il perdono delle ingiurie commesse con-tro il medesimo Signore. A questa sua intenzione e alle sue opere, anzi alla sua stessa natura e bontà infinita, si op-pone il vendicativo. Così facendo, egli distrugge completa-mente, per quanto dipende da lui, Dio stesso insieme con le sue opere. Perciò egli merita con questo peccato, in mo-do tutto particolare, che Dio distrugga lui. Tra colui che perdona e sopporta le ingiurie e il vendicativo, vi è la stes-sa differenza che c'è tra il figlio unico ed erede e il nemi-co mortale: questo provoca tutta la forza dell'indignazione divina e l'altro merita tutti i beni e li acquista, perché in questa grazia è immagine perfettissima del Padre celeste.

   708. Voglio, o anima, che tu comprenda come il pati-re le ingiurie con uniformità di cuore e il perdonarle interamente per il Signore è cosa più gradita ai suoi occhi che se di tua volontà facessi rigide penitenze e spargessi il tuo stesso sangue. Umiliati, dunque, davanti a quelli che ti perseguitano, amali e prega per loro di vero cuore e con questo indurrai il cuore di Dio ad amarti, giungerai alla perfezione della santità e vincerai tutto l'inferno. Con l'umiltà e la mansuetudine io confondevo quel dra-gone che tutti perseguita: non potendo il suo furore tol-lerare quelle virtù, fuggiva dalla mia presenza più veloce della folgore. Così, mediante tali virtù, ottenni vittorie grandi per l'anima mia e gloriosi trionfi a esaltazione del-la Divinità. Quando qualche creatura si muoveva contro di me, io non mi sdegnavo contro di lei, perché sapevo per certo che quella era uno strumento dell'Altissimo, gui-dato dalla sua provvidenza per il mio stesso bene e que-sta consapevolezza, come anche il considerare che quel-la era creatura del mio Signore e capace della sua gra-zia, mi portava ad amarla con sincerità e forza, né mi ac-quietavo fino a che non l'avessi ricompensata di tale be-neficio col procurarle, per quanto mi era possibile, la sal-vezza eterna.

   709. Con tutto l'impegno, dunque, sforzati di imitarmi in ciò che hai compreso e scritto. Mostrati mansuetissima, pacifica e grata verso coloro che ti saranno molesti; sti-mali sinceramente nel tuo cuore e non vendicarti del Si-gnore, vendicandoti dei suoi strumenti; non disprezzare la stimabile gemma delle ingiurie; ma, per quanto dipende da te, rendi loro sempre bene per male, benefici per offese, amore per odio, lode per insulti, benedizioni per maledi-zioni; così sarai figlia perfetta del tuo Padre, sposa ama-ta del tuo Signore, mia carissima e mia amica.

 CAPITOLO 19

 L'Altissimo dà luce ai sacerdoti circa l'innocenza di Maria santissima; a lei fa intendere che è già vicino il felice tran-sito di sua madre sant'Anna; come vi si trovò presente.

    710. L'Altissimo non dormiva né prendeva sonno tra i dolci gemiti della sua diletta sposa Maria, sebbene finges-se di non udirli, ricreandosi con essi nel prolungato eser-cizio delle sue pene, che le erano occasione di trionfi co-sì gloriosi e di essere tanto ammirata e lodata dagli spiriti celesti. Perdurava intanto il fuoco lento di quella perse-cuzione, affinché la divina fenice Maria si rinnovasse mol-te volte nelle ceneri della sua umiltà e il suo purissimo cuore e spirito rinascessero a nuovo essere e stato della di-vina grazia. Tuttavia, quando giunse il momento opportu-no di mettere termine alla cieca invidia e gelosia di quel-le giovani ingannate, affinché le loro menzogne non an-dassero a discredito di colei che doveva essere l'onore di tutta la natura e della grazia, il Signore stesso parlò in so-gno al sacerdote e gli disse: «La mia ancella Maria è gra-dita ai miei occhi, è perfetta ed eletta e non ha colpa in quello che le si attribuisce». La medesima rivelazione eb-be Anna, la maestra delle giovani. Al mattino subito il sa-cerdote e la maestra parlarono insieme circa la divina lu-ce e l'avvertimento che entrambi avevano ricevuto. Per que-sta conoscenza del cielo si pentirono dell'inganno subito e chiamarono la principessa Maria, domandandole perdono di aver dato credito alla falsa relazione delle educande, pro-ponendole inoltre tutto ciò che parve loro conveniente per sottrarla e difenderla dalla persecuzione che le facevano e dalle pene che le procuravano.

   711. Colei che era Madre dell'umiltà ascoltò questa pro-posta e rispose al sacerdote e alla maestra: «Signori, sono io quella a cui si devono i rimproveri e vi supplico di far sì che io meriti di ascoltarli, poiché come bisognosa li do-mando e li stimo. La compagnia delle mie sorelle educan-de è molto amabile e non voglio perderla per i miei de-meriti, giacché tanto devo a tutte per avermi tollerata e, in contraccambio a tale beneficio, bramo di servirle mag-giormente. Tuttavia, se mi ordinate un'altra cosa, sono qui per ubbidire alla vostra volontà». Questa risposta di Maria santissima consolò e confortò ancor più il sacerdote e la maestra, che approvarono la sua umile domanda, però da allora in poi attesero con più cura a lei, guardandola con nuova riverenza e affetto. L'umilissima vergine domandò al sacerdote la mano e la benedizione ed anche alla maestra, come era solita fare, e con questo la lasciarono. Ma come all'assetato avviene che i suoi sensi se ne corrano dietro all'acqua cristallina che si allontana da lui, così restò il cuore di Maria signora nostra tra la brama e il dolore di quell'esercizio del patire, poiché come assetata ed infiam-mata nell'amore divino giudicava che, per la cura che il sacerdote e la maestra volevano usarle, le sarebbe manca-to per l'avvenire il tesoro dei patimenti.

   712. La nostra Regina si ritirò subito e parlando da so-la con l'Altissimo gli disse: «Perché, Signore ed amato mio padrone, tanto rigore con me? Perché una così lunga as-senza e tanta dimenticanza di chi senza di voi non vive? E se nella mia lunga solitudine senza la vostra dolce e amo-rosa visione mi consolavano i pegni certi del vostro amo-re, quali erano le piccole pene che pativo, come vivrò ades-so nel mio deliquio senza questo sollievo? Perché, o Si-gnore, così presto sospendete la mano in questo favore? Chi al di fuori di voi poteva cambiare il cuore della mia maestra e dei sacerdoti miei signori? Veramente io non me-ritavo il beneficio dei loro caritatevoli rimproveri, né sono degna di sopportare angustie, perché non sono nemmeno degna della vostra bramata visione e deliziosa presenza. Ma se non ho potuto vincolarvi, Padre e Signore mio, io emenderò le mie negligenze e se volete dare qualche sol-lievo alla mia debolezza, nessun'altra cosa potrà sollevar-mi finché manchi all'anima mia la gioia del vostro volto; però in tutto aspetto con cuore sottomesso, o sposo mio, che si faccia il vostro divino beneplacito».

   713. Avendo i sacerdoti e la maestra conosciuto la ve-rità, le giovani, mitigate anche dal Signore, cessarono di molestare la nostra celeste Principessa, e il demonio fu trat-tenuto dall'istigarle. Tuttavia la lontananza con cui Dio si teneva nascosto alla divina sposa durò dieci anni - cosa mirabile! -, sebbene l'Altissimo la sospendesse alcune vol-te svelando il suo volto, affinché la sua diletta avesse qual-che sollievo. Ma non furono molte le visioni che le accordò in questo tempo e queste avvennero con minor delizia ri-spetto ai primi anni della sua infanzia. Questa lontananza del Signore fu però opportuna, perché, mediante l'eserci-zio di tutte le virtù, la nostra Regina, divenuta pratica-mente perfetta, si disponesse alla dignità che l'Altissimo le preparava. Se invece avesse goduto sempre della vista di sua Maestà nei modi in cui successivamente sarebbe stato sempre possibile - come si è detto sopra nel capitolo quat-tordicesimo di questo libro - non avrebbe potuto soffrire secondo l'ordine comune ad ogni semplice creatura.

   714. Tuttavia, durante questa sorta di ritiro e lonta-nanza del Signore, quantunque a Maria santissima man-cassero le visioni intuitive ed astrattive della divina Essenza e quelle degli angeli, l'anima sua santissima e le sue fa-coltà avevano più doni di grazia e maggiore luce sopran-naturale di quanta ne abbiano ottenuta e ricevuta tutti i santi, poiché in questo mai si raccorciò con lei il braccio dell'Altissimo. Ma in confronto delle visioni frequenti che ella ebbe nei primi anni, chiamo io lontananza e ritiro del Signore l'essere stata senza di esse tanto tempo. Questa privazione incominciò otto giorni prima della morte di suo padre san Gioacchino e subito seguirono le persecuzioni dell'inferno e poi quelle delle creature, finché la nostra Principessa arrivò a dodici anni. Li aveva già compiuti, quando un giorno gli angeli santi, senza che le si manife-stassero, le parlarono e le dissero: «Maria, il termine del-la vita della tua santa madre Anna, prefissato dall'Altissi-mo, si compie adesso; sua Maestà ha disposto che sia li-bera dalla prigione del corpo mortale e le sue sofferenze abbiano felice fine».

   715. Colpito da questa nuova e dolorosa notizia, il cuo-re della pietosa figlia s'intenerì e, prostrandosi alla pre-senza dell'Altissimo, fece una fervorosa orazione per la buona morte di sua madre sant'Anna e così pregò: «Re dei secoli invisibile ed eterno, Signore immortale e onni-potente, autore di tutto l'universo, benché io sia polvere e cenere e riconosca di aver disgustato la vostra gran-dezza, non per questo rinuncerò a parlare al mio Signo-re e ad effondere il mio cuore alla sua presenza, spe-rando, Dio mio, che non disprezzerete colei che sempre ha confessato il vostro santo nome. Lasciate, Signor mio, che vada in pace la vostra serva, che con fede invitta e speranza ferma ha sempre desiderato adempiere il vostro divino beneplacito. Approdi vittoriosa e trionfante dei suoi nemici al sicuro porto dei santi vostri eletti; la confermi il vostro potente braccio; l'assista, al termine del corso della nostra mortalità, la stessa destra che rese perfetti i suoi passi, e riposi, Padre mio, nella pace della vostra gra-zia ed amicizia colei che sempre cercò con vero cuore di ottenerla».

   716. Il Signore rispose a questa preghiera della sua di-letta non con parole, ma con un ammirabile favore che con-cesse a lei e a sua madre sant'Anna. Quella notte sua Mae-stà comandò che gli angeli santi di Maria santissima la por-tassero realmente e personalmente alla presenza della sua madre inferma e che al suo posto restasse uno di loro, pren-dendo corpo etereo della sua medesima forma. Gli angeli ubbidirono all'ordine divino e portarono la loro e nostra Regina alla casa e nella camera di sua madre sant'Anna. Trovandosi con lei e baciandole la mano, la divina Signo-ra le disse: «Madre mia e mia signora, sia l'Altissimo la vostra luce e fortezza e sia benedetto, perché per la sua be-nignità non ha voluto che io, povera e bisognosa, restassi senza il beneficio della vostra ultima benedizione. Che io dunque la riceva, madre mia, dalla vostra mano!». Sant'An-na le diede la sua benedizione e con intimo affetto rese gra-zie al Signore di quel favore come colei che conosceva il mistero della sua figlia e Regina, che ancora ringraziò per l'amore che in tale occasione le aveva manifestato.

717. Subito la nostra Principessa si rivolse alla sua san-ta madre, la confortò e animò per il transito della morte e, tra le molte altre ragioni d'incomparabile consolazione, le disse ancora queste: «Madre e diletta dell'anima mia, è necessario che per la porta della morte passiamo all'eter-na vita che speriamo. Amaro e penoso è il transito, ma fruttuoso, perché accettandolo come divino volere, è l'ini-zio della tranquillità e della pace eterna e soddisfa nello stesso tempo alle negligenze e ai difetti derivanti alla crea-tura dal non aver impiegato la vita come avrebbe dovuto. Ricevete, dunque, madre mia, la morte e pagate con essa il debito comune con allegrezza di spirito; partite sicura per andarvene in compagnia dei santi Patriarchi, Profeti, giusti ed amici di Dio, dove con essi attenderete la reden-zione che l'Altissimo c'invierà per mezzo della sua salvez-za, cioè del nostro Salvatore. La sicurezza di questa spe-ranza sarà il vostro sollievo, finché arrivi il tempo di pos-sedere il bene che tutti aspettiamo».

718. Sant'Anna rispose alla sua figlia santissima con pa-ri amore e conforto degno di tale madre e di tale figlia in quell'occasione, e con amorevolezza materna le disse: «Ma-ria, figlia mia diletta, soddisfate ora a quest'obbligo filiale di non scordarvi di me alla presenza del nostro Signore Dio e creatore, presentandogli il gran bisogno che in quest'ora io ho della sua divina protezione. Considerate ciò che dovete a chi vi concepì e vi portò nove mesi nel suo grembo, vi nu-trì al suo petto e sempre vi porta nel cuore. Domandate, fi-glia mia, al Signore che stenda la mano della sua miseri-cordia infinita su questa inutile creatura, che grazie ad essa fu chiamata all'esistenza, e venga sopra di me la sua bene-dizione in quest'ora della mia morte, poiché adesso e sem-pre ho posto tutta la mia confidenza solo nel suo santo no-me. Non mi abbandonate, amata mia, prima di chiudermi gli occhi. Voi restate orfana e senza difesa da parte degli uo-mini, ma vivrete nella protezione dell'Altissimo e spererete nelle sue misericordie antiche. Camminate, figlia del mio cuo-re, per la strada dei comandamenti del Signore, chiedete a sua Maestà che guidi i vostri affetti e le vostre facoltà e sia egli il maestro che v'insegni la sua santa legge. Non uscite dal tempio prima di prendere marito e questo avvenga col sano consiglio dei sacerdoti del Signore, chiedendo conti-nuamente a Dio che lo decida egli stesso: se sarà sua volontà darvi uno sposo, che sia della tribù di Giuda e della stirpe di Davide. Dei beni del vostro padre Gioacchino e miei, che vi appartengono, farete parte ai poveri: con essi siate larga e caritativa. Custodirete il vostro segreto nell'intimo del vo-stro cuore e continuamente domanderete all'Onnipotente che per sua misericordia voglia inviare al mondo la sua salvez-za e redenzione per mezzo del Messia promesso. Prego e supplico la sua bontà infinita che sia il vostro rifugio e ven-ga sopra di voi, con la mia, la sua benedizione».

   719. Tra così alti e divini colloqui, la fortunata madre sant'Anna provò le ultime angosce della morte, o della vita, e reclinata nel trono della grazia, che erano le braccia di sua figlia Maria santissima, rese la sua anima purissima al suo Creatore. Dopo che sua figlia le ebbe chiuso gli occhi, come le era stato richiesto, lasciando il sacro corpo ben com-posto, i santi angeli tornarono dalla loro regina Maria e la riportarono al suo posto nel tempio. In questa occasione l'Al-tissimo non impedì la forza dell'amore naturale in modo che la divina Signora non sentisse con gran tenerezza e dolore la morte della sua felice madre e con essa, restando senza tale rifugio, la sua solitudine. Tuttavia questi moti dolorosi furono nella nostra Regina santi e perfettissimi, governati e regolati dalla grazia della sua innocente purezza e pruden-tissima innocenza, per cui ella lodò l'Altissimo per le mise-ricordie infinite che nella sua santa madre aveva mostrato in vita e in morte; intanto non cessavano i suoi dolci e amo-rosi lamenti per il fatto che il Signore le si nascondeva.

   720. Tuttavia la figlia santissima non poté conoscere tut-ta la consolazione della sua felice madre nell'averla presente alla sua morte, perché ignorava la sua dignità e il mistero di cui era consapevole la madre, la quale mantenne sempre que-sto segreto, come l'Altissimo le aveva ordinato. Il fatto che stesse per spirare fra le braccia di colei che era la luce dei suoi occhi, e tale avrebbe dovuto essere per tutto l'universo, bastava a rendere la sua morte più felice di quella di tutti i mortali vissuti fino ad allora. Morì piena non tanto di anni quanto di meriti; la sua anima santissima fu collocata dagli angeli nel seno di Abramo e venerata dai Patriarchi, dai Pro-feti e da tutti i giusti che vi si trovavano. Quanto alle qualità della santissima madre, era di cuore grande e magnanimo, di chiaro e sublime intelletto, vivace e ad un tempo molto tranquilla e pacifica. Era di media statura, un po' più bassa di sua figlia Maria santissima. Il suo volto era ovale, l'aspet-to sempre uguale e molto composto, il colorito bianco e ver-miglio. Infine era madre di colei che divenne Madre di Dio. Tale dignità racchiudeva in sé molte perfezioni. Sant'Anna visse cinquantasei anni, ripartiti in questa maniera: a venti-quattro anni si sposò con san Gioacchino; ne passò altri ven-ti senza prole e nel quarantaquattresimo ebbe Maria santis-sima. Aggiungendo a questi i dodici dell'età di questa Regi-na durante i quali sopravvisse, tre in sua compagnia e gli al-tri nove nel tempio, tutti insieme fanno cinquantasei.

   721. Di questa madre grande e ammirabile ho udito dire che alcuni scrittori autorevoli affermano che si sposò tre vol-te e che in ciascuno dei tre matrimoni fu madre di una del le tre Marie, mentre altri sono d'opinione divergente. A me il Signore ha dato, per sola sua bontà, luce grande circa la vi-ta di questa fortunata santa e non mi è stato mai mostrato che si sia sposata con altri fuorché con san Gioacchino, né che abbia avuto altra figlia al di fuori di Maria madre di Cri-sto. Può darsi, non essendo necessario alla divina Storia che sto scrivendo, non mi sia stato rivelato se sant'Anna fosse spo-sata tre volte o se le altre tre Marie che sono dette sorelle di Maria santissima fossero invece cugine, figlie di qualche so-rella di sant'Anna. Quando morì il suo sposo Gioacchino, el-la aveva quarantotto anni; l'Altissimo la scelse tra tutte le don-ne affinché fosse madre di colei che sarebbe stata superiore a tutte le creature, inferiore solo a Dio e tuttavia Madre sua. E proprio per avere avuto tale figlia, divenendo per mezzo di lei nonna del Verbo incarnato, con ragione tutte le nazioni possono chiamare più che beata la felicissima sant'Anna.

 Insegnamento della regina Maria santissima

    722. Figlia mia, la più grande sapienza della creatura sta nell'abbandonarsi tutta nelle mani del suo Creatore, il quale sa molto bene a che fine l'ha formata e come la de-ve guidare. A lei spetta soltanto di vivere attenta all'ubbi-dienza e all'amore del suo Signore ed egli è fedelissimo nel prendersi cura di colui che così lo induce ad occuparsi di tutte le sue vicende per concedere esito vittorioso e favo-revole a chi confida nella sua parola. Affligge e corregge con le avversità i giusti; li consola e li fa vivere con favo-ri; li anima con le promesse e li intimorisce con le mi-nacce; a volte se ne discosta per sollecitare maggiormente sentimenti d'amore e poi si manifesta loro per premiarli e sostenerli; con questa varietà rende più bella e piacevole la vita degli eletti. Tutto ciò, appunto, è quello che acca-deva a me rispetto a quanto hai scritto, visitandomi e pre-parandomi la sua misericordia in diverse maniere, ora con favori, ora con prove da parte dell'avversario, ora con per-secuzioni da parte delle creature, ora con l'abbandono dei miei genitori e di tutti.

   723. Tra questa diversità di esercizi, il Signore non si scor-dava della mia debolezza e al dolore della morte di mia ma-dre sant'Anna unì la consolazione e il sollievo di farmi esse-re presente ad essa. O anima, quanti beni perdono le crea-ture per non voler giungere a questa sapienza! Si sottraggo-no ignare alla divina provvidenza che è forte, soave ed effi-cace, che misura i cieli e le acque, conta i passi, enumera i pensieri e tutto dispone e si abbandonano interamente in balia della loro sollecitudine, che è dura, inefficace e debo-le, cieca, incerta e precipitosa. Da questo cattivo principio si originano danni irreparabili per la creatura, privandosi essa stessa della divina protezione e degradandosi dalla dignità di avere il sostegno e la tutela del proprio Creatore. Oltre a ciò, se mediante la sapienza carnale e diabolica a cui si dà in preda, le avviene di ottenere qualche volta ciò che va cer-cando, si giudica fortunata nella sua infelicità e con gusto beve il letale veleno dell'eterna morte con l'ingannevole pia-cere che essa, così abbandonata e reietta da Dio, consegue.

   724. Conosci dunque, figlia mia, questo pericolo e tutta la tua sollecitudine consista nel gettarti sicura nelle brac-cia della provvidenza del tuo Dio e Signore, il quale, es-sendo infinito nella sapienza e nel potere, ti ama molto più di quanto tu non ami te stessa e sa e vuole per te maggiori beni di quanto tu sappia desiderare e domandare. Fidati dunque di questa bontà e delle sue promesse che non am-mettono inganno; ascolta ciò che dice per mezzo del suo Profeta, chiamando felice il giusto, mentre Dio accetta i suoi desideri e le sue preoccupazioni e se ne occupa per poi rimunerarlo largamente. Mediante questa sicurissima confidenza, giungerai in questa vita mortale a partecipare della beatitudine, per la tranquillità e la pace che godrai nella tua coscienza. E benché ti ritrovi attorniata dalle on-de impetuose delle tentazioni ed avversità e ti travolgano i flutti della morte e ti circondino le pene dell'inferno, spe-ra e soffri con pazienza, perché giungerai sicura al porto della grazia e del compiacimento dell'Altissimo.

 CAPITOLO 20

 L'Altissimo si manifesta alla sua diletta Maria, nostra prin-cipessa, con un favore singolare.

    725. La nostra divina Principessa vedeva ormai prossi-mo il chiaro giorno della desiderata visione del sommo Be-ne. Come in un chiarore che annuncia il giorno imminen-te, percepiva nelle sue facoltà la forza dei raggi di quella luce divina, che già le si avvicinava. Alla vicinanza dell'in-visibile fiamma che illumina e non consuma, si accende-va tutta, e così il suo spirito, ristorato dagli annunci di questo nuovo chiarore, domandava ai suoi angeli: «Amici e signori, mie sentinelle vigilanti e fedelissime, ditemi: a che punto sono della mia notte? E quando arriverà l'alba del mio chiaro giorno, nel quale i miei occhi vedranno il Sole di giustizia, che illumina e dà vita ai miei affetti e al mio spirito?». I santi principi risposero: «Sposa dell'Altis-simo, è vicina la vostra bramata verità e luce e non tar-derà molto perché già viene». Con questa risposta si aprì alquanto il velo che impediva la vista delle sostanze spiri-tuali e le si manifestarono i santi angeli; li vide, come al solito, nella loro stessa essenza, senza sentire impaccio o dipendenza alcuna dal corpo o dai sensi.

726. Con queste speranze, e con la vista degli spiriti di-vini, Maria santissima si risollevò alquanto alla vista del suo amato. Ma quella sorta d'amore che cerca l'oggetto no-bilissimo della volontà, si soddisfa solo con lui e senza di lui il cuore ferito dai dardi dell'Onnipotente non ha ripo-so, benché sia con gli stessi angeli e santi. La nostra Prin-cipessa, alquanto rianimata e rinfrancata, parlò ai suoi santi angeli e disse loro: «Principi sovrani e luminari della lu-ce inaccessibile, dove abita il mio amato e perché per co-sì lungo tempo non ho meritato di vedervi? In che cosa vi sono dispiaciuta, mancando di corrispondere al vostro vo-lere? Ditemi, signori e maestri miei, in che cosa sono sta-ta negligente, affinché io non sia più abbandonata per col-pa mia». Le risposero: «Signora e sposa dell'Onnipotente, noi ubbidiamo alla voce del nostro creatore e ci regoliamo tutti secondo la sua santa volontà. Egli ci comandò che ci nascondessimo alla vostra vista quando vi celò la sua, ma anche che, seppure nascosti, stessimo attenti e solleciti della vostra cura e difesa; così abbiamo fatto, stando in vo-stra compagnia benché nascosti alla vostra vista».

727. «Ditemi dunque ora - replicò Maria santissima - dove sta il mio Signore, il mio bene, il miò creatore? Di-temi se i miei occhi lo vedranno subito o se per caso l'ho disgustato, perché questa vilissima creatura pianga ama-ramente la causa della sua pena. Ministri e ambasciatori del supremo Re, abbiate compassione della mia afflizione amorosa e datemi segni del mio amato». Le risposero: «Su-bito, Signora, vedrete colui che l'anima vostra desidera; al-la vostra dolce pena subentri ormai la fiducia, perché il nostro Dio non si nega a chi così sinceramente lo cerca. Grande è, Signora, l'amore della sua bontà verso chi lo ac-cetta e sarà munifico nell'esaudire la vostra accorata ri-chiesta». I santi angeli la chiamavano Signora apertamen-te sia perché erano sicuri della sua prudentissima umiltà, sia perché erano soliti coprire la forza di questo onorevo-le titolo aggiungendovi quello di sposa dell'Altissimo, dato che essi erano stati testimoni dello sposalizio che con lei aveva celebrato sua Maestà. Del resto la divina Sapienza aveva disposto che gli angeli, nascondendole fino al tem-po opportuno solamente il titolo e la dignità di Madre del Verbo, le prestassero grande riverenza, per cui essi glielo dimostravano in molti modi, benché di nascosto la vene-rassero assai più che palesemente.

728. Tra questi dialoghi e colloqui amorosi, la divina Principessa attendeva l'arrivo del suo Sposo e sommo be-ne. Quand'ecco i serafini che l'assistevano incominciarono a prepararla con nuova illuminazione delle sue facoltà, pe-gno sicuro ed esordio del bene che aspettava. Ma siccome questi benefici accendevano ancor più l'ardente fiamma del suo amore senza tuttavia conseguire ancora il suo deside-rato fine, crescevano sempre più le sue angosce amorose; in mezzo ad esse, parlando coi serafini, disse loro: «Spiri-ti sovrani, che siete più vicini al mio Bene, specchi limpi-dissimi in cui, riverberando il suo ritratto, io ero solita con-templarlo con gaudio dell'anima mia, ditemi: dove si trova la luce che v'illumina e vi riempie di bellezza? Ditemi: per-ché il mio amato indugia così tanto? Ditemi: che cosa im-pedisce che gli occhi miei lo vedano? Se ciò accade per col-pa mia, io correggerò i miei errori; e se così è perché non merito l'adempimento del mio desiderio, mi conformerò al suo volere; se poi si compiace del mio dolore, lo patirò con allegrezza di cuore, ma ditemi: come vivrò io senza la mia stessa vita? Come mi orienterò senza la mia luce?».

729. A questi dolci gemiti i santi serafini risposero: «Si-gnora, il vostro amato non tarda quando per vostro bene ed amore si allontana e indugia, poiché per consolare egli affligge chi più ama, per dargli più gioia lo rattrista e per essere trovato si ritira; vuole che seminiate con lacrime per raccogliere poi con giubilo il dolce frutto del dolore. E se il Bene amato non si nascondesse, non sarebbe cercato con quell'ansietà che nasce dalla sua lontananza, né l'anima rinnoverebbe i suoi affetti, né crescerebbe tanto la dovuta stima del suo tesoro».

730. Le diedero quella illuminazione di cui ho parlato, per purificarle le facoltà, non perché avesse colpe da cui essere purificata, dato che non poté commetterle; ma ben-ché tutti i suoi moti ed atti in quella lontananza del Si-gnore fossero stati meritori e santi, erano necessari questi nuovi doni per pacificarle lo spirito, per attutire nelle sue facoltà l'agitazione causata dalle sofferenze e pene d'amo-re al vedere che Dio le si era nascosto e per farla passare a quest'altro stato di nuovi e differenti favori. Infatti, per proporzionare le facoltà all'oggetto e al modo di vederlo, era necessario rinnovarle e predisporle a ciò. Tutto questo fecero i santi serafini, come si è detto nel libro secondo al capitolo quattordici, e quindi il Signore le diede l'ultimo ornamento e un'ulteriore qualità per prepararla in sommo grado alla disposizione immediatamente precedente la vi-sione che le voleva manifestare.

731. Questa elevazione graduale andava provocando nelle facoltà della divina Regina gli effetti e gli atti di amo-re e virtù che lo stesso Signore intendeva produrre e che io non sono in grado di spiegare meglio. A quel punto, dunque, sua Maestà tolse il velo e, dopo essere stato tan-to tempo nascosto, si mostrò alla sua sposa unica e dilet-ta, Maria santissima, per mezzo di una visione astrattiva della divinità. Tale visione, pur non essendo immediata, fu tuttavia chiarissima e altissima nel suo genere. Per mezzo di essa il Signore asciugò le lacrime ininterrotte della no-stra Regina, premiò i suoi affetti e le sue pene d'amore ed esaudì il suo desiderio, cosicché ella riposò, tutta traboc-cante di gioia, nelle braccia del suo diletto. In questo ab-braccio si rinnovò la gioventù di quest'ardente e fervorosa aquila, per sollevare tanto più il volo alla regione impe-netrabile della Divinità. Con le specie, ossia immagini, che dopo questa visione le restarono in modo ammirabile, el-la si elevò a un'altezza che nessun'altra creatura può rag-giungere o comprendere, al di fuori di Dio.

732. Il giubilo, che la purissima Signora provò in que-sta visione, era proporzionato sia all'estrema asprezza del dolore per cui passò, sia ai meriti che precedettero tale gaudio. Ma solo io posso dire che dove abbondò il dolore, abbondò anche la consolazione, e che la pazienza, l'umiltà, la fortezza, la costanza, gli affetti e le pene d'amore di Ma-ria per tutta la durata di questa lontananza furono le più sublimi che mai siano state raggiunte da una semplice creatura. Solo la nostra Signora conobbe la finezza di questa sapienza e seppe dare il giusto peso alla privazione della visione del Signore. Ella sola percepì nel modo dovuto la sua lontananza e, sentendone tutto il peso, seppe anche cercarlo con pazienza, patire con umiltà, tollerare con for-tezza e santificare tutto ciò col suo ineffabile amore, non-ché stimare poi il beneficio e goderne.

733. Una volta sollevata a questa visione, prostrandosi con affetto alla presenza divina, Maria santissima disse a sua Maestà: «Signore e Dio altissimo, incomprensibile e sommo bene dell'anima mia, giacché sollevate dalla polve-re questo povero e vile vermicello, ricevete, o Signore, la vostra medesima bontà e gloria, con quella che vi danno i vostri servitori come umile ringraziamento dell'anima mia. E se, come di creatura vile e terrena, le mie opere vi di-spiacquero, correggete ora, Signore mio, ciò che in me non vi è gradito. O bontà e sapienza unica ed infinita, purifi-cate questo cuore e rinnovatelo, perché vi sia grato, umi-le e contrito, cosicché non lo disprezziate. Se non seppi accogliere come dovevo le piccole pene e la morte dei miei genitori, e se in qualche cosa deviai dal vostro beneplaci-to, ordinate, ve ne prego, altissimo mio Signore, le mie fa-coltà e le mie opere come Signore onnipotente, come Pa-dre e Sposo unico dell'anima mia».

734. A questa umile orazione l'Altissimo rispose: «Spo-sa e colomba mia, il dolore della morte dei tuoi genitori e l'afflizione per altre prove è naturale effetto della condi-zione umana e non è colpa; per l'amore col quale ti ras-segnasti in tutto alla disposizione della mia divina volontà, meritasti nuovamente la mia grazia e il mio favore. Io di-spenso la vera luce e i suoi effetti con la mia sapienza, co-me Signore di tutto, e formo successivamente il giorno e la notte; creo il sereno e dono anche alle tempeste il loro tempo, perché il mio potere e la mia gloria si accrescano, l'anima cammini più sicura con la zavorra della conoscenza di sé e mediante le onde violente delle tribolazioni accele-ri ulteriormente il viaggio, giunga al porto sicuro della mia amicizia e grazia e, più colma di meriti, m'induca a rice-verla con maggior compiacimento. Questo è, mia diletta, l'ordine ammirabile della mia sapienza e per questo mi na-scosi in questo tempo dalla tua vista, perché da te voglio ciò che è più santo e più perfetto. Servimi dunque, mia bella, poiché sono tuo sposo e Dio di misericordia infini-ta e il mio nome è ammirabile nella multiforme varietà delle mie grandi opere».

735. Da questa visione la nostra principessa Maria uscì tutta rinnovata e divinizzata, piena di nuova conoscenza della divinità e degli arcani misteri del Re, proclamando il suo nome, adorandolo e lodandolo con incessanti cantici e sublimi elevazioni del suo pacifico e tranquillissimo spi-rito. Nella medesima proporzione crescevano in lei l'umiltà e tutte le altre virtù. La sua continua richiesta era sempre quella di ricercare la più perfetta e gradita volontà dell'Al-tissimo e in tutto e per tutto eseguirla e adempierla. Così passò alcuni giorni, fino a che successe ciò che si dirà nel capitolo seguente.

 Insegnamento della Regina del cielo signora nostra

 736. Figlia mia, molte volte ti ripeterò la lezione della più grande sapienza per le anime, che consiste nell'otte-nere la conoscenza della croce per mezzo dell'amore alle sofferenze, imitandomi nel patirle. E se l'indole dei mor-tali non fosse tanto grossolana, essi dovrebbero esserne avi-di solo per il compiacimento del loro Dio e Signore, il qua-le in ciò ha loro manifestato la sua volontà, perché il ser-vo fedele e premuroso deve anteporre sempre il compiaci-mento del suo padrone alla sua medesima comodità. Ma la rozzezza dei mondani è tale che non solo non si lasciano vincolare dal dovere di questa buona corrispondenza ver-so il loro Padre e Signore, ma neppure dalla sua assicu-razione che tutto il loro rimedio consiste nel seguire Cri-sto sulla via della croce e nel patire, come figli peccatori, col Padre innocente per guadagnare il frutto della reden-zione con la conformazione delle membra al loro capo.

737. Ricevi dunque, o carissima, questo insegnamento e scrivilo nel tuo cuore; sappi che come figlia dell'Altissi-mo, come sposa del mio Figlio santissimo e come mia di-scepola, quando non avessi altro interesse, devi per tuo or-namento comprare la preziosa gemma del patire, per es-ser gradita al tuo Signore e sposo. E ti avverto, figlia mia, che fra i doni e i favori della sua mano e i patimenti del-la sua croce, devi anteporre, privilegiare ed abbracciare la sofferenza piuttosto che la consolazione delle sue carezze, poiché nel preferire i favori e le delizie può incidere l'a-more che porti a te stessa, mentre nell'accettare le tribo-lazioni e le pene può operare solamente l'amore di Cristo. Infatti, se fra i regali del medesimo Signore e le tribola-zioni di ogni genere, purché non dovute a colpa, si devo-no preferire le pene perfino alle gioie spirituali, che stol-tezza è mai quella degli uomini di amare così ciecamente i piaceri sensibili e turpi, aborrendo tutto ciò che è patire per Cristo e per la salvezza della propria anima?

738. La tua incessante orazione, figlia mia, sarà il ri-petere sempre: «Eccomi, o Signore, che volete fare di me? Saldo è il mio cuore, pronto e non turbato; che volete, Si-gnore, che io faccia per voi?». Queste parole devono però essere sincere e venire veramente dal cuore e devono es-sere pronunciate con intimo e fervoroso affetto, più che con le labbra. I tuoi pensieri siano alti, la tua intenzione molto retta, pura e nobile; sia quella di ricercare solo e in tutto il maggior compiacimento del Signore, il quale con peso e misura dispensa pene, grazie e favori. Esamina sem-pre con quali pensieri, con quali azioni ed in quali occa-sioni puoi offendere o compiacere di più il tuo sposo, af-finché tu conosca ciò che in te devi correggere e ciò che devi desiderare. Qualunque disordine, per quanto piccolo, e ciò che è meno puro e perfetto, anche se può apparire lecito e di qualche profitto, troncalo e allontanalo subito da te, perché tutto ciò che non è gradito al Signore devi considerarlo cosa cattiva o almeno per te inutile: nessuna imperfezione ti sembri piccola se dispiace a Dio. Con que-sto sollecito timore e questa santa sollecitudine, cammi-nerai sicura. E sii certa, carissima figlia mia, che il pen-siero umano non giunge a comprendere quanto sia gran-de la ricompensa che l'altissimo Signore riserva alle ani-me che vivono con una tale attenzione e sollecitudine.

 CAPITOLO 21

 L'Altissimo ordina a Maria santissima di sposarsi; la sua ri-sposta a questo comando.

 739. A tredici anni e mezzo, età in cui la nostra bellis-sima principessa, Maria purissima, era già molto cresciuta, ella ebbe un'altra visione astrattiva della Divinità, simile al-le altre di questo genere finora riferite. In questa visione possiamo dire che le sia avvenuto quello che narra la Scrit-tura di Abramo, quando Dio gli ordinò di sacrificare il suo figlio diletto Isacco, unico pegno di tutte le sue speranze. Dio tentò Abramo, provando ed esaminando la sua pronta ubbidienza per coronarla. Similmente, anche della nostra gran Signora possiamo dire che Dio la tentò in questa vi-sione, ordinandole di sposarsi. Da ciò comprenderemo an-che quella verità che dice: quanto sono imperscrutabili i giu-dizi del Signore, e quanto s'innalzano le sue vie e i suoi pensieri sopra i nostri! E davvero, come il cielo dalla terra distavano quelli di Maria santissima da quelli che l'Altissi-mo le manifestò ordinandole che prendesse marito per ave-re protezione e compagnia. Ella, infatti, in tutta la sua vita aveva desiderato e deciso di rimanere nubile per quanto di-pendeva dalla sua volontà, ripetendo e rinnovando più vol-te il voto di castità che in precedenza aveva fatto.

740. L'Altissimo aveva celebrato con la divina princi-pessa Maria quel solenne sposalizio, di cui si è riferito so-pra, quando fu portata al tempio, confermandolo con l'ap-provazione del voto di castità che ella fece e con la gloria e la presenza di tutti gli spiriti angelici. La candidissima colomba si era distaccata da ogni relazione umana e la sua attenzione, il suo pensiero, la sua speranza e il suo amo-re non erano rivolti a creatura alcuna, poiché era tutta con-vertita e trasformata nell'amore casto e puro di quel som-mo Bene che non viene mai meno, sapendo che sarebbe divenuta più casta amandolo, più pura toccandolo e più vergine ricevendolo. Trovandosi dunque in tale disposizio-ne fiduciosa quando il Signore le ordinò di sposarsi, sen-za manifestarle altro, quale sorpresa provò il cuore inno-centissimo di questa divina giovane che viveva già sicura d'avere per sposo solamente lo stesso Dio che glielo co-mandava? Questa prova fu maggiore di quella di Abramo, poiché egli non amava tanto Isacco quanto Maria santis-sima amava l'inviolabile castità.

741. Tuttavia, a così impensato comando la prudentissi-ma Vergine sospese il suo giudizio e ne fece uso solo per sperare e credere, meglio di Abramo, nella speranza contro la speranza, per cui rispose al Signore e disse: «Eterno Dio di maestà incomprensibile, creatore del cielo e della terra e di tutto ciò che è contenuto in essi, voi, Signore, che pe-sate i venti, e col vostro comando ponete limiti al mare, e alla vostra volontà ogni cosa creata è soggetta, ben po-tete fare di questo vile verme come più vi piace, senza che io manchi a tutto ciò che vi ho promesso; e se in questo non mi allontano, mio bene e Signore, dal vostro compia-cimento, di nuovo asserisco e confermo che voglio essere casta finché avrò vita e voglio voi solo per Signore e spo-so. Inoltre, giacché a me, come creatura vostra, spetta e compete solo di ubbidirvi, considerate, mio Sposo, che è vostro compito sollevare la mia debolezza umana da que-sto impegno, nel quale il vostro santo amore mi pone». In tale circostanza la castissima giovinetta Maria si turbò al-quanto, come avvenne poi all'annuncio dell'arcangelo san Gabriele. Tuttavia, sebbene sentisse un po' di tristezza, que-sta non le impedì l'esercizio della più eroica ubbidienza che fino ad allora aveva osservato, per cui si consegnò tutta nel-le mani del Signore. Sua Maestà le rispose: «Maria, non si turbi il tuo cuore, perché il tuo abbandono confidente mi è gradito e il mio braccio onnipotente non è soggetto a leg-gi; così sarò io ad occuparmi di ciò che a te più conviene».

742. Con questa sola promessa dell'Altissimo Maria san-tissima ritornò dalla visione al suo stato ordinario e, tra l'incertezza e la speranza in cui la lasciarono il divino co-mando e la promessa, restò sempre pensierosa, obbligan-dola il Signore in questo modo a moltiplicare con lacrime nuovi atti di amore e di confidenza, di fede, di umiltà, di obbedienza, di castità purissima e di altre virtù, che sarebbe impossibile riportare. Mentre la nostra gran Principessa era tutta assorta in questa orazione e presa da queste ansie ras-segnate e prudenti, Dio parlò in sogno al sommo sacerdo-te, che era il santo Simeone, e gli ordinò che disponesse l'occorrente per far sposare Maria, figlia di Gioacchino e di Anna di Nazaret, perché sua Maestà la guardava con spe-ciale cura ed amore. Il santo sacerdote rispose a Dio, chie-dendogli che gli manifestasse la sua volontà circa la per-sona con la quale la giovane avrebbe dovuto sposarsi. Il Si-gnore gli ordinò di radunare gli altri sacerdoti e dottori e di far loro presente che quella giovane era orfana, sola e non voleva sposarsi, ma che, per ottemperare all'usanza se-condo cui le primogenite non uscivano dal tempio senza prendere marito, era conveniente che ella facesse altrettan-to, sposandosi con chi ritenessero più adatto.

743. Il sacerdote Simeone ubbidì all'ordine divino e, avendo convocato gli altri, comunicò loro la volontà dell'Al-tissimo. Nello stesso tempo fece loro conoscere quanto sua Maestà si compiacesse di quella vergine, Maria di Nazaret, secondo quanto gli era stato rivelato. Aggiunse che, trovan-dosi nel tempio priva dei suoi genitori, era loro dovere cu-rarsi delle sue necessità e sceglierle uno sposo degno di una figlia tanto onesta, virtuosa e di costumi così irreprensibili, come ben sapevano tutti coloro che nel tempio l'avevano av-vicinata. Oltre alla sua persona, la ricchezza, la nobiltà e le altre qualità erano molto distinte, per cui conveniva consi-derare molto bene a chi tutto ciò si dovesse consegnare. Ag-giunse ancora che Maria di Nazaret non desiderava sposar-si, ma che diversamente non era conveniente per lei uscire dal tempio, perché era orfana e primogenita.

744. Discusso questo problema nell'adunanza dei sacer-doti e dei dottori, e mossi tutti da ispirazione divina, stabi-lirono che, trattandosi di una questione in cui si desiderava tanto non incorrere in errore e nella quale il medesimo Signore aveva manifestato il suo volere, conveniva ricerca-re la sua santa volontà anche nel resto e domandargli di manifestare in qualche modo la persona che fosse più adat-ta come sposo di Maria e che fosse della famiglia e stirpe di Davide, affinché si adempisse la legge. A questo scopo fis-sarono un giorno preciso, in cui tutti gli uomini liberi e ce-libi di questa stirpe che si trovavano in Gerusalemme si ra-dunassero nel tempio. Questo giorno fu poi quello stesso in cui la nostra Principessa del cielo compiva quattordici an-ni. E siccome era necessario informaila di ciò che si era sta-bilito e domandare il suo consenso, il sacerdote Simeone la chiamò e le manifestò l'intenzione sua e degli altri sacerdoti di darle uno sposo prima che uscisse dal tempio.

745. La prudentissima Vergine, arrossendo per il suo pu-dore verginale, rispose a] sacerdote con grande modestia e umiltà, e gli disse: «Io, signor mio, per quanto dipende dal-la mia volontà, desidero continuare ad osservare castità per-fetta per tutto il tempo della mia vita, dedicandomi al mio Dio nel servizio di questo santo tempio, in cambio dei gran-di beni che in esso ho ricevuto. Né ho mai avuto intenzio-ne o inclinazione per il matrimonio, giudicandomi inadat-ta agli impegni che comporta. Questa è la mia aspirazione, però voi, signore, che rappresentate Dio, m'insegnerete qua-le sarà la sua volontà». Il sacerdote replicò: «Figlia mia, il Signore accetterà i vostri santi desideri, però sappiate che al presente nessuna delle giovani d'Israele rinuncia al ma-trimonio, finché aspettiamo, secondo le divine profezie, la venuta del Messia; perciò nel nostro popolo si giudica feli-ce e benedetta colei che ha una discendenza. Inoltre, an-che nello stato del matrimonio potrete servire Dio con mol-ta santità e perfezione e, affinché abbiate chi vi accompa-gni o si conformi ai vostri intenti, pregheremo il Signore di volervi indicare egli stesso lo sposo più conforme alla sua divina volontà tra quelli della stirpe di Davide. E voi domandate la stessa cosa pregando incessantemente, affin-ché l'Altissimo vi guardi benignamente e diriga noi tutti».

746. Questo accadde nove giorni prima della decisione definitiva. In questo tempo la santissima vergine moltiplicò le sue preghiere al Signore con incessanti lacrime e sospi-ri, chiedendo l'adempimento della sua divina volontà in ciò che nel suo timore le stava tanto a cuore. In uno di questi nove giorni le apparve il Signore e le disse: «Sposa e co-lomba mia, dilata il tuo cuore afflitto: non si turbi né si rattristi. Io sono attento ai tuoi desideri e alle tue preghie-re, tutto governo e dalla mia luce è guidato il sacerdote. Io stesso ti darò uno sposo, il quale non impedisca i tuoi santi desideri, ma anzi con la mia grazia ti aiuti ad adempierli. Io ti cercherò un uomo perfetto, secondo il mio cuore, e lo sceglierò fra i miei servi. Il mio potere è infinito e non ti mancherà la mia protezione e la mia custodia».

747. Maria santissima rispose e disse al Signore: «Som-mo bene ed amore dell'anima mia, voi conoscete bene il segreto del mio cuore e i desideri che in esso avete posto dall'istante in cui mi avete dato l'esistenza. Conservatemi dunque, mio sposo, casta e pura, come ho desiderato ar-dentemente di essere per ispirazione ricevuta da voi stes-so e per essere tutta vostra. Non disprezzate i miei sospi-ri, e non allontanatemi dalla vostra divina presenza. Con-siderate, mio Signore e padrone, che sono un vermiciatto-lo vile, debole e spregevole per la mia bassezza e, se ve-nissi meno nello stato del matrimonio, mancherei a voi e ai miei desideri. Determinate dunque la mia sicura riusci-ta e non ve ne disinteressate per il fatto che io non ho me-ritato questa grazia. Infatti, anche se io sono polvere inu-tile, griderò ai piedi della vostra maestà sperando, o Si-gnore, nella vostra misericordia infinita».

748. Inoltre la castissima giovinetta ricorreva ai suoi an-geli santi, che sorpassava in santità e purezza; presentava loro molte volte l'ansietà del suo cuore per il nuovo stato che l'attendeva. Le dissero un giorno gli angeli santi: «O sposa dell'Altissimo, non potete certo ignorare né dimenti-care questo titolo, né l'amore che vi porta, né che egli è onnipotenza e verità. Per questo, Signora, pacificate il vo-stro cuore, perché i cieli e la terra scompariranno prima che vengano meno la verità e il compimento delle sue pro-messe. Qualunque cosa vi succeda, riguarda il vostro spo-so; il suo braccio onnipotente, che domina sugli elementi e tutte le creature, può arrestare la forza delle onde im-petuose ed impedire la veemenza dei loro effetti, può far si che né il fuoco bruci, né la terra sia pesante. I suoi alti giudizi sono imperscrutabili e santi, i suoi decreti ret-tissimi e ammirabili e le creature non possono compren-derli, ma devono rispettarli. Se dunque la sua grandezza vuole che lo serviate nel matrimonio, meglio sarà per voi essergli gradita in esso piuttosto che disgustarlo in un al-tro stato. Sua Maestà senza dubbio farà con voi ciò che è meglio e ciò che è più perfetto e santo; siate dunque si-cura delle sue promesse». In seguito a questa esortazione angelica si calmarono alquanto le ansietà della nostra Prin-cipessa e di nuovo chiese loro che l'assistessero e custo-dissero e che presentassero al Signore la sua conformità al volere divino e come ella stesse attendendo ciò che avreb-be ordinato.

 Insegnamento che mi diede la Principessa del cielo

 749. Figlia mia carissima, altissimi e venerabili sono i giudizi del Signore e le creature non devono investigarli, poiché non possono penetrarli. Sua Altezza mi ordinò di sposarmi, ma non me ne rivelò ancora il mistero; conve-niva tuttavia che così facessi, affinché il mondo, ignaro al-lora del mistero, giudicasse onesta la mia maternità, re-putando figlio del mio sposo il Verbo incarnato nel mio grembo. Fu inoltre mezzo opportuno per nasconderlo a Lucifero e ai suoi demoni, assai inferociti e tutti tesi a sca-ricare il loro smanioso furore su di me. Quando vide che abbracciavo lo stato matrimoniale, restò come accecato, credendo che non fosse compatibile avere per sposo un uomo ed essere madre di Dio. Con questo si tranquillizzò alquanto, dando tregua alla sua malizia. Nel farmi sposa-re, l'Altissimo ebbe pure altri fini, che in seguito divenne-ro manifesti, anche se allora mi furono nascosti, perché così conveniva.

750. Voglio dirti inoltre, figlia mia, che per me sapere di dover prendere per sposo un uomo fu il maggior dolore che avessi patito sino a quel giorno, dato che il Signore non me ne aveva ancora spiegato il mistero; e se in questa pena non mi avesse confortato la sua virtù divina, lasciandomi qual-che speranza benché oscura e indeterminata, avrei perso la vita per il dolore. Però da questo evento apprenderai quale debba essere la rassegnazione della creatura alla volontà del-l'Altissimo e come debba piegare il suo scarso intelletto sen-za voler scrutare i sublimi misteri di Dio. E quando alla creatura si presenta qualche difficoltà o pericolo in ciò che il Signore dispone e ordina, sappia confidare in lui e creda che non la pone in essi per abbandonarvela, ma per tiraila fuori vittoriosa e con trionfo, se da parte sua coopera con la grazia del medesimo Signore. Ma quando l'anima pre-tende d'indagare i giudizi della sua sapienza e preferisce se-guire la propria volontà anziché obbedire, creda e sappia che defrauda la gloria e la grandezza del suo Creatore e per-de insieme il proprio merito.

751. Io riconoscevo che l'Altissimo è superiore a tutte le creature e che non ha bisogno del nostro ragionare, ma vuole solamente la sottomissione della volontà, poiché la creatura non può dargli consiglio, ma gli deve soltanto ub-bidienza e lode. Quanto a me, sebbene il non saper ciò che mi avrebbe comandato e ordinato nello stato del matri-monio mi affliggesse molto per l'amore che io portavo al-la castità, questo dolore e questa pena non suscitarono in me alcuna curiosità d'indagare oltre, anzi servirono a far sì che la mia ubbidienza fosse più eccellente e gradita ai suoi occhi. Conforma a questo esempio la rassegnazione, che devi avere a tutto ciò che comprenderai essere gradi-to al tuo Signore e sposo, abbandonandoti alla sua prote-zione e alla fermezza delle sue promesse infallibili. In tut-to quello in cui avrai l'approvazione dei suoi sacerdoti e tuoi superiori, lasciati guidare senza resistere ai loro co-mandi né alle divine ispirazioni.

 CAPITOLO 22

Si celebrano le nozze di Maria santissima col santo e ca-stissimo Giuseppe.

752. Nel giorno in cui la nostra principessa Maria compiva quattordici anni, si radunarono gli uomini del-la tribù di Giuda e della stirpe di Davide, da cui discen-deva la celeste Signora, i quali si trovavano allora in Ge-rusalemme. Fra gli altri fu chiamato Giuseppe nativo di Nazaret, che soggiornava nella stessa città santa, perché era uno di quelli della stirpe regale di Davide. Aveva tren-tatré anni, una bella figura e un aspetto attraente, ma di incomparabile modestia e serietà; dotato di santissime in-clinazioni, era soprattutto castissimo nelle opere e nei pensieri e, fin dal dodicesimo anno d'età, aveva fatto vo-to di castità. Era parente della vergine Maria; in terzo gra-do, e di vita purissima, santa ed irreprensibile agli occhi di Dio e degli uomini.

753. Dopo essersi riuniti nel tempio, quegli uomini non sposati pregarono il Signore insieme con i sacerdo-ti, perché tutti fossero guidati dal suo divino Spirito in ciò che dovevano fare. A quel punto, l'Altissimo ispirò al cuore del sommo sacerdote di far si che a ciascuno dei giovani ivi raccolti si ponesse una verga secca nelle ma-ni e che tutti poi domandassero con viva fede a sua Mae-stà di rivelare con tale mezzo chi aveva scelto come spo-so di Maria. Siccome il buon odore della virtù ed onestà di questa vergine, nonché la fama della sua bellezza, dei suoi beni e della sua condizione sociale, come pure il fat-to che fosse la figlia primogenita e unica nella sua casa, era già manifesto a tutti, ciascuno ambiva la buona sor-te di averla come sposa. Solo l'umile e rettissimo Giu-seppe, tra i presenti, si reputava indegno di un bene co-sì grande; ricordandosi del voto di castità che egli aveva fatto e riproponendosene in cuor suo la perpetua osser-vanza, si rassegnò alla divina volontà, rimettendosi a ciò che volesse disporre di lui, nutrendo tuttavia venerazio-ne e stima per l'onestissima giovane vergine Maria più di chiunque altro.

754. Mentre facevano questa orazione, tutti quelli là ra-dunati videro fiorire solo la verga in mano a Giuseppe. Nel-lo stesso tempo, una colomba candidissima, scendendo dal-l'alto circonfusa di ammirabile splendore, si posò sopra il capo del santo. Contemporaneamente Dio gli parlò nell'in-timo con queste parole: «Giuseppe, servo mio, Maria sarà la tua sposa: accettala con attenzione e rispetto, perché el-la è gradita ai miei occhi, giusta e purissima d'anima e di corpo, e tu farai tutto quello che ti dirà». Essendosi il cie-lo dichiarato con quel segno, i sacerdoti diedero alla ver-gine Maria san Giuseppe, come sposo eletto da Dio. Chia-mandola per celebrare le nozze, la prescelta uscì fuori co-me il sole, più bella della luna. Alla presenza di tutti, il suo aspetto apparve superiore a quello di un angelo, di in-comparabile bellezza, onestà e grazia, e i sacerdoti la spo-sarono con il più casto e santo degli uomini, Giuseppe.

755. La divina Principessa, più pura delle stelle del fir-mamento, in lacrime e seria come una regina, con umiltà ma anche con maestà - poiché Maria riuniva in sé tutte queste perfezioni - prese congedo dai sacerdoti, doman-dando loro la benedizione, come anche alla maestra, e per-dono alle compagne, ringraziando tutti per i benefici rice-vuti da loro nel tempio. Fece tutto ciò con la più profon-da umiltà, misurando con molta prudenza le parole, per-ché in tutte le occasioni parlava poco e con molta sapien-za. Si allontanò così dal tempio, non senza grande dispiacere di lasciarlo contro la propria intenzione e il proprio desi-derio. In compagnia di alcuni dei ministri che tervivano nel tempio nelle cose temporali - laici dei più autorevoli - col suo sposo Giuseppe si avviò a Nazaret città   ale della felicissima coppia. Sebbene san Giuseppe fosse nato in quel luogo, seguendo quanto l'Altissimo aveva disposto per mezzo di alcune vicende, era andato a vivere qualche tempo a Gerusalemme, per migliorare la sua condizione come infatti avvenne, divenendo sposo di colei che era sta-ta scelta da Dio stesso per essere sua madre.

756. Arrivati a Nazaret, dove la Principessa del cielo aveva i suoi beni e le case dei suoi fortunati genitori, fu-rono ricevuti e visitati da tutti gli amici e i parenti con gri-da di giubilo e applausi, come si usa fare in tali occasio-ni. Avendo santamente adempito all'obbligo naturale dei contatti e delle relazioni, i due santissimi sposi Giuseppe e Maria, liberi da impegni, restarono a casa loro. Secondo l'usanza introdotta fra gli Ebrei, nei primi giorni del matrimonio era previsto che gli sposi si prendessero un po di tempo per verificare, nella convivenza, le abitudini e l'in-dole di entrambi, in modo da potersi conformare meglio l'uno all'altra.

757. In tali giorni il santo Giuseppe disse alla sua spo-sa Maria: «Sposa e signora mia, io rendo grazie all'altissi-mo Dio per il favore di avermi destinato senza merito ad essere vostro sposo, mentre mi giudicavo indegno della vo-stra compagnia; ma sua Maestà, che quando vuole può sol-levare il povero, mi ha usato questa misericordia. Quindi io desidero che voi mi aiutiate, come spero dalla vostra di-screzione e virtù, a dargli il contraccambio che gli devo, servendolo con rettitudine di cuore. A tal fine mi riterrete vostro servo, e col vero affetto con cui vi stimo, vi chiedo che vogliate supplire a molta parte del capitale e di altre doti che mi mancano, le quali mi sarebbero utili per es-sere vostro sposo; ditemi, signora, qual è la vostra volontà perché io l'adempia».

758. La divina sposa ascoltò questo discorso con cuore umile ed affabile severità nel volto, e rispose al santo: «Si-gnor mio, io sono lieta che l'Altissimo, per mettermi in questa condizione, si sia degnato di assegnarmi voi per sposo e signore, e che il servire voi mi sia stato confer-mato dalla manifestazione della sua divina volontà. Però, se me lo permettete, vi dirò le intenzioni e i pensieri, che a tal fine desidero comunicarvi». L'Altissimo intanto di-sponeva con la sua grazia il cuore retto e sincero di san Giuseppe e, per mezzo delle parole di Maria santissima, lo infiammò di nuovo di divino amore. Egli così le rispose: «Parlate, signora, il vostro servo vi ascolta». In questa oc-casione la Signora del mondo era assistita dai mille ange-li della sua custodia in forma visibile, come aveva loro ri-chiesto. Ciò era dovuto al fatto che l'Altissimo, affinché la purissima vergine operasse in tutto con maggior grazia e merito, permise che ella sentisse il rispetto e la conside-razione con cui doveva parlare al suo sposo, pur lascian-dola nella sua naturale ritrosia ed esitazione che sempre aveva avuto a parlare con gli uomini da sola, cosa che fi-no allora non aveva mai fatto, se non casualmente qual-che volta col sommo sacerdote.

759. Gli angeli santi ubbidirono alla loro Regina e l'as-sistettero, manifestandosi solo alla sua vista. In loro com-pagnia parlò al suo sposo san Giuseppe, dicendo: «Signo-re e sposo mio, è giusto che diamo lode e gloria con ogni devozione al nostro Dio e creatore, infinito nella sua bontà e incomprensibile nei suoi giudizi, che con noi poveri ha manifestato la sua grandezza e misericordia, scegliendoci per essere al suo servizio. Io mi considero, fra tutte, la creatura più debitrice a sua Altezza e, anzi, lo sono più di tutte insieme, perché, meritando meno, ho ricevuto dalla sua liberalissima mano più di loro. Nella mia tenera età, costretta dalla forza di questa verità che la luce divina mi comunicò rivelandomi il disinganno di tutto il visibile, mi consacrai a Dio con voto perpetuo d'essere casta nell'ani-ma e nel corpo. Sono sua, e lo riconosco mio sposo e Si-gnore, con volontà immutabile di mantenere la mia pro-messa di castità. Per adempiere ciò, signor mio, desidero che mi aiutiate, perché nel resto io sarò vostra serva fe-dele, ed avrò cura della vostra vita quanto durerà la mia. Accettate, signore e sposo mio, questa santa determina-zione e confermatela con la vostra, perché come offerta gradita al nostro Dio eterno, egli ci riceva entrambi quale sacrificio di soave odore, e ci conceda di giungere insieme ai beni eterni che speriamo».

760. Il castissimo sposo Giuseppe, pieno d'intimo giu-bilo per le parole della sua divina sposa, le rispose: «Si-gnora mia, dichiarandomi i vostri pensieri e casti propo-siti, avete aperto e sollevato il mio cuore, che io non vol-li manifestarvi prima di conoscere il vostro. Anch'io mi considero, fra gli uomini, debitore al Signore più di tutte le altre creature, perché da molto tempo mi ha chiamato con la sua vera luce, affinché l'amassi con rettitudine di cuore. Voglio, signora, che sappiate che a dodici anni an-ch'io ho fatto promessa di servire l'Altissimo in castità per-petua. Così ora torno a confermare il medesimo voto, per non invalidare il vostro; anzi, alla presenza di sua Altezza, vi prometto di aiutarvi, per quanto dipende da me, perché in tutta purezza lo serviate e lo amiate secondo il vostro desiderio. Io sarò, con il concorso della grazia, vostro fe-delissimo servo e compagno, e vi supplico che accettiate il mio casto affetto e mi riteniate vostro fratello, senza mai dar luogo ad altro lecito amore, fuorché quello che dove-te a Dio e poi a me». In questo colloquio l'Altissimo ri-confermò nel cuore di san Giuseppe la virtù della castità e l'amore santo e puro che doveva alla sua santissima spo-sa Maria. Così il santo gliene portava in grado eminentis-simo, e la stessa Signora con il suo prudentissimo con-versare glielo aumentava dolcemente, elevandogli il cuore.

761. Con la virtù divina con cui il braccio dell'Onnipo-tente operava nei due santissimi e castissimi sposi, senti-rono entrambi incomparabile giubilo e consolazione. La di-vina Principessa offrì a san Giuseppe di corrispondere al suo desiderio, come colei che era signora delle virtù e, sen-za difficoltà, praticava in tutto ciò che esse hanno di più sublime ed eccellente. Inoltre l'Altissimo diede a san Giu-seppe rinnovata castità e padronanza sulla natura e sulle sue passioni, perché, senza ribellione né istigazione ma con ammirabile e nuova grazia, servisse la sua sposa Maria e, in lei, la volontà e il beneplacito del Signore. Subito di-stribuirono i beni ereditati da san Gioacchino e da sant'An-na, genitori della santissima Signora. Ella ne offrì una par-te al tempio dove era stata, l'altra la distribuì ai poveri e la terza l'assegnò al santo sposo Giuseppe, perché l'ammi-nistrasse. Per sé la nostra Regina si riservò solo la cura di servirlo e di lavorare in casa, perché, quanto agli scambi con l'esterno e alla gestione dei beni, degli acquisti o del-le vendite, la vergine prudentissima se ne esentò sempre.

762. Nei suoi primi anni, san Giuseppe aveva appreso il mestiere di falegname, come il più onesto e adatto per guadagnarsi da vivere, essendo povero di beni di fortuna. Perciò domandò alla sua santissima sposa se aveva piace-re che egli esercitasse quel mestiere per servirla e per gua-dagnare qualcosa per i poveri, poiché era necessario lavo-rare senza vivere nell'ozio. La Vergine prudentissima die-de a san Giuseppe la sua approvazione, avvertendolo che il Signore non li voleva ricchi, bensì poveri e amanti dei poveri, e che fossero loro rifugio fin dove il loro capitale lo permettesse. Fra i due santi sposi nacque presto una santa contesa, riguardo a chi dei due dovesse prestare ub-bidienza all'altro come a superiore. Ma Maria santissima, che fra gli umili era umilissima, vinse in umiltà, né con-senù che, essendo l'uomo il capo, si pervertisse l'ordine del-la natura. Così volle ubbidire in tutto al suo sposo Giu-seppe, chiedendogli solamente il consenso per fare l'ele-mosina ai poveri del Signore; e il santo le diede il per-messo di farla.

763. In questi giorni il santo Giuseppe, riconoscendo con nuova luce del cielo le doti della sua sposa Maria, la sua rara prudenza, umiltà, purezza e tutte le sue virtù su-periori ad ogni suo pensare ed immaginare, ne restò nuo-vamente stupito e, con gran giubilo del suo spirito, non cessava con ardenti affetti di lodare il Signore, rendendo-gli ancor più grazie per avergli data tale compagnia e ta-le sposa superiore ad ogni suo merito. Perché poi quest'o-pera risultasse in tutto perfettissima, l'Altissimo fece si che la Principessa del cielo infondesse con la sua presenza, nel cuore del suo sposo, un timore ed un rispetto così grande che non è assolutamente possibile spiegare a parole. A pro-vocare ciò in Giuseppe era un certo splendore, come rag-gi di luce divina, che emanava dal volto della nostra Regina, dal quale traspariva anche una maestà ineffabile che sempre la accompagnava. Le succedeva infatti come a Mo-sè quando scese dal monte, ma con tanta maggiore in-tensità, perché si intratteneva con Dio più a lungo e più intimamente.

764. Subito Maria santissima ebbe una visione divina dal Signore, in cui sua Maestà le disse: «Sposa mia dilet-tissima ed eletta, vedi come io sono fedele nelle mie pa-role con quelli che mi amano e mi temono. Corrispondi dunque ora alla mia fedeltà, osservando la legge come mia sposa, in santità, purezza e in tutta perfezione. In ciò ti aiuterà la compagnia del mio servo Giuseppe che io ti ho dato. Ubbidisci a lui come devi ed attendi alla sua conso-lazione, perché tale è la mia volontà». Maria santissima ri-spose: «Altissimo Signore, io vi lodo e magnifico per i vo-stri ammirabili consigli e per la vostra provvidenza verso di me, indegna e povera creatura. Il mio desiderio è di ub-bidirvi e compiacervi come vostra serva più debitrice a voi di ogni altra creatura. Concedetemi dunque, Signor mio, il vostro favore divino, perché in tutto mi assista e mi go-verni secondo il vostro maggior compiacimento, affinché, come vostra serva, attenda anche agli obblighi dello stato in cui mi ponete, senza mai vagare fuori dai vostri ordini e dal vostro volere. Datemi la vostra approvazione e bene-dizione; con essa riuscirò a ubbidire al vostro servo Giu-seppe e a servirlo come mi comandate voi, mio creatore e mio Signore».

765. Su questi divini appoggi si fondò la casa e il ma-trimonio di Maria santissima e di Giuseppe. Dall'8 set-tembre, data delle nozze, fino al 25 marzo dell'anno se-guente, giorno in cui avvenne l'incarnazione del Verbo, i due santi sposi vissero nel modo in cui l'Altissimo li an-dava rispettivamente predisponendo all'opera per cui li ave-va scelti. La divina Signora ordinò poi gli oggetti personali e quelli della sua casa come dirò nei capitoli seguenti.

   766. A questo punto però, non posso còntenere oltre il mio affetto senza congratularmi per la fortuna del più feli-ce degli uomini, san Giuseppe. Da dove vi è venuta, o uo-mo di Dio, tanta beatitudine e tale buona sorte che ha fat-to sì che solo di voi, tra i figli di Adamo, si potesse dire che Dio stesso fosse vostro e così solamente vostro da essere ri-tenuto vostro unico figlio? L'eterno Padre vi dona sua figlia; il divin Figlio vi dona la sua vera Madre e lo Spirito Santo vi consegna e vi affida la sua sposa, ponendovi in sua vece. In tal modo tutta la santissima Trinità vi concede e vi dà in custodia per vostra legittima consorte la sua diletta, unica e fulgida come il sole. Conoscete voi, mio santo, la vostra dignità ed eccellenza? Comprendete che la vostra sposa è la Regina e signora del cielo e della terra, e voi siete deposi-tario dei tesori inestimabili di Dio? Considerate, o uomo di-vino, il vostro impegno e sappiate che, se gli angeli e i se-rafini non sono invidiosi, sono però meravigliati ed estatici per la vostra sorte e per il mistero racchiuso nel vostro ma-trimonio. Ricevete dunque le congratulazioni per tanta feli-cità in nome di tutto il genere umano. In un certo senso, voi siete l'archivio contenente il registro delle divine miseri-cordie, signore e sposo di colei di cui solo Dio è maggiore, per cui vi ritroverete, fra gli uomini e fra gli stessi ricco e nella prosperità. Ricordatevi però della nostra povertà e miseria, e di me, il più vile verme della terra, che desidero essere vostra fedele devota, beneficata e favorita dalla vostra potente intercessione.

 Insegnamento della Regina del cielo

 767. Figlia mia, dalla mia esemplare condotta nello sta-to del matrimonio in cui l'Altissimo mi pose, tu vedi condannati i pretesti che adducono, non essendo perfette, le anime che condividono tale condizione nel mondo. Nien-te è impossibile a Dio, né a chi con viva fede spera in lui e si rimette in tutto alla sua divina disposizione. Io vivevo in casa del mio sposo con la stessa perfezione con cui ser-vivo nel tempio, perché cambiando stato non mutai l'af-fetto, né il desiderio e la premura di amare e servire Dio, ma anzi l'aumentai, perché niente mi trattenesse dai miei obblighi di sposa. Fu per questo che ebbi maggiore assi-stenza dal favore divino che, con la sua mano onnipoten-te, dispose ed aggiustò tutte le cose in sintonia con i miei desideri. Altrettanto farebbe il Signore con tutte le creatu-re, se da parte loro corrispondessero adeguatamente. Esse invece incolpano lo stato del matrimonio ingannando così se stesse, perché l'impedimento a non essere perfette e san-te non è dato dallo stato, ma dai pensieri e dalla solleci-tudine vana ed eccessiva a cui si abbandonano, non cer-cando di piacere al Signore, ma preferendo il loro com-piacimento.

   768. Se nel mondo non vi è scusa per sottrarsi al do-vere di attendere alla perfezione delle virtù, meno ve ne sarà nello stato religioso per gli uffici e i servizi che in es-so si svolgono. Non ti pensare mai ostacolata dal tuo uffi-cio di superiora, perché Dio ti ha posto in tale stato per mezzo dell'obbedienza e non devi mai diffidare della sua assistenza e della sua protezione. Infatti quel giorno egli si fece carico di darti forze ed aiuti, perché tu potessi at-tendere nello stesso tempo all'obbligo di superiora e a quel-lo particolare della perfezione con cui devi amare il tuo Dio e Signore. Fa' in modo dunque di vincolarlo col sa-crificio della tua volontà, umiliandoti con pazienza in tut-to ciò che ordina la sua divina Provvidenza. Se non glielo impedirai, io ti assicuro la sua protezione e che, per espe-rienza, conoscerai sempre la potenza del suo braccio nel guidarti e nel dirigere perfettamente tutte le tue azioni.

 CAPITOLO 23

 Spiegazione della seconda parte del capitolo trentunesimo dei Proverbi di Salomone, che il Signore mi diede, a dimostra-zione del modo di vivere di Maria santissima nel matrimonto.

 769. Nell'inatteso e nuovo stato del matrimonio in cui si trovava, la principessa del cielo Maria, sollevò subito la sua mente purissima al Padre della luce, per conoscere co-me si dovesse comportare per compiacerlo maggiormente nei nuovi obblighi di tale stato. Perché io potessi dare qual-che notizia di ciò che a tale scopo sua Altezza pensò tan-to santamente, il Signore mi richiamò alle qualità della donna forte, descritte da Salomone nell'ultimo capitolo dei suoi Proverbi, scorrendo il quale, per quanto possibile, dirò ciò che mi fu dato ad intendere. All'inizio della seconda sezione si legge:

   770. Una donna perfetta chi potrà trovarla?. Il suo prez-zo viene da lontano e dagli ultimi confini della terra. La do-manda in realtà esprime un'esclamazione, se la si intende per la nostra grande e forte donna Maria, ma se la si rife-risce a qualunque altra in confronto a lei, esprimerà una ne-gazione, poiché in tutto il resto della natura umana e della legge comune non si può trovare un'altra donna forte come la Principessa del cielo. Tutte le altre furono e saranno de-boli, senza poterne eccettuare alcuna che non sia associata al demonio per la colpa. Chi troverà dunque un'altra don-na forte? Né i re e gli imperatori, né i principi più potenti della terra, né gli angeli del cielo, né lo stesso potere divi-no ne troverà una uguale, perché mai ne creerà un'altra co-me Maria santissima. Ella è l'unica e la sola senza pari, la sola senza uguali, la cui insuperabile dignità solo il braccio dell'Onnipotente ha misurato, poiché egli, dandole il suo Fi-glio eterno, della sua medesima sostanza, uguale a sé, im-menso, increato ed infinito, non le poteva dare di più.

   771. Era conveniente che il prezzo di questa donna for-te venisse da lontano, poiché sulla terra e fra le creature non lo si poteva trovare. Prezzo si chiama quel valore col quale una cosa si compra o si stima, per cui si sa quanto essa vale quando la si valuta, cioè se ne determina il va-lore. Il prezzo di questa donna forte Maria fu valutato nel consiglio della santissima Trinità, quando, prima di tutte le altre creature, Dio la riscattò o acquistò per sé, quasi ri-cevendola dalla stessa natura umana in contraccambio, poi-ché ciò è implicito nel concetto vero e proprio di acqui-sto. Il contraccambio e il prezzo che egli diede per Maria fu il Verbo eterno incarnato e - a nostro modo di inten-dere - una volta che ebbe per sé Maria, il Padre eterno si ritenne soddisfatto. Egli infatti, quando contemplò questa donna forte nella sua mente divina, la stimò e valutò così tanto, che decise di sacrificare il proprio Figlio e di sce-gliere lei come sua madre. Con questo prezzo l'Altissimo diede tutte le sue qualità, la sua sapienza, bontà, potenza e giustizia ed anche tutti i meriti del suo Figlio incarnato, per acquistare Maria ed associarla a sé, togliendola alla na-tura umana anticipatamente, perché se questa si fosse tut-ta perduta, come di fatto avvenne in Adamo, solo Maria, col suo Figlio, restasse preservata, come colei che era ap-prezzata così da lontano, che tutta la natura creata non arrivò a determinare la sua stima e valutazione. Perciò il suo prezzo e valore venne veramente da lontano.

   772. Quest'ultima espressione si riferisce anche ai confi-ni della terra, perché Dio è il principio e l'ultimo fine di ogni cosa creata, da cui tutto proviene e a cui tutto fa ritorno, come i fiumi che si riversano nel mare. Anche il cielo em-pireo è il fine sensibile e materiale di tutte le altre cose esi-stenti e, particolarmente, è la sede della Divinità. Da un al-tro punto di vista, si chiamano confini della terra i termini naturali della vita ed il fine delle virtù, fine che è come l'ul-tima linea a cui devono indirizzarsi - quasi altrettanti rag-gi alla circonferenza - tutte le azioni della vita e tutto l'es-sere degli uomini, perché tutti sono creati per conoscere ed amare il loro Creatore, come fine immediato del vivere e dell'operare. Tale spessore di significato si condensa nel di-re che il prezzo di Maria santissima viene dagli ultimi con-fini, perché la sua grazia, i suoi doni e i suoi meriti venne-ro e cominciarono dai punti più lontani a cui giunsero gli altri santi, le Vergini, i Confessori, i Martiri, gli Apostoli e i Patriarchi. E in verità tutti questi non arrivarono, alla fine della loro vita, al grado di santità da cui Maria cominciò la sua. Inoltre, sebbene più propriamente sia Cristo suo figlio e Signore nostro il fine delle opere dell'Altissimo, con al-trettanta verità si dice che il prezzo di Maria santissima vie-ne dagli ultimi confini, poiché tutta la sua castità, innocen-za e santità vennero dal suo Figlio santissimo, come da sor-gente esemplare e unico autore.

   773. In lei confida il cuore del marito e non verrà a man-cargli il profitto. Senza dubbio il santo Giuseppe fu l'uo-mo di questa donna forte, poiché l'ebbe per legittima spo-sa. Certamente poi il suo cuore confidò in lei, sperando che per la sua incomparabile virtù gli sarebbero venuti tut-ti i veri beni. Ma in modo particolare confidò in lei, quan-do la vide incinta e ancora ignorava il mistero, perché al-lora credette e sperò contro ogni speranza, tenendo conto degli indizi che conosceva, senza avere altro conforto che la santità di tale donna e sposa. Benché avesse deciso di lasciarla, non osò mai diffidare della sua onestà e del suo pudore, né separarsi dall'amore santo e puro che le-gava il suo cuore rettissimo a tale sposa. Non si trovò de-luso in cosa alcuna, né povero di beni, poiché se per pro-fitto s'intende ciò che avanza tolto il necessario, tutto fu sovrabbondante per quest'uomo, quando conobbe chi era la sua sposa e ciò che ella possedeva.

774. Questa divina Signora ebbe un altro uomo che con-fidò in lei, del quale principalmente parlò Salomone, e fu il suo stesso Figlio, vero Dio e vero uomo, che si fidò di questa donna forte sino ad affidarle il suo essere ed il suo onore davanti a tutte le creature. In questa confidenza che egli ebbe in Maria si racchiude la grandezza di entrambi, perché né Dio poté affidarle di più, né ella poté corrispon-dergli meglio, cosicché non si trovò ingannato, né gli ven-ne a mancare il profitto. Oh, stupenda meraviglia della po-tenza e della sapienza infinita! Dio confidò in una sempli-ce creatura e in una donna sino a prendere carne umana nel suo grembo e dalla medesima sua sostanza, sino a chia-mafia madre con immutabile verità. A sua volta ella lo chia-mava figlio, nutrendolo al suo seno ed allevandolo sotto la sua ubbidienza. Egli la rese coadiutrice della redenzione e restaurazione del mondo, depositaria della Divinità, di-spensatrice dei suoi tesori infiniti e dei meriti del suo Fi-glio santissimo, della sua vita, della sua predicazione e mor-te, dei suoi miracoli e di tutti gli altri misteri! A tal punto confidò in Maria santissima! La mia ammirazione cresce ancor più, sapendo che in questa confidenza non si trovò deluso, perché una donna, una semplice creatura, seppe e poté corrispondere adeguatamente a tutto quanto le si af-fidò senza venir meno, anzi senza che potesse operare in tutto con maggior fede, speranza, amore, prudenza, umiltà e pienezza di santità. Certo al suo sposo non venne meno il profitto, ma si trovò ricco e nella prosperità, ricolmo di lode e di gloria. Perciò soggiunge:

   775. Essa gli dà felicità e non dispiacere per tutti i gior-ni della sua vita. Di tale dono si può parlare anche in ter-mini di retribuzione. Di quella che Maria santissima die-de si è già parlato, ma qui mi fu anche fatta comprende-re quella che a lei diede Cristo, suo uomo e suo vero fi-glio. Infatti, se l'Altissimo rimunera tutte le opere anche minime fatte per amor suo con retribuzione sovrabbon-dante e copiosa, non solo di gloria ma anche di grazia in questa vita, quale fu la ricompensa in beni e tesori divini con cui rimunerò le opere della sua medesima Madre? So-lo colui che così fece ne è a conoscenza. Tuttavia, dal con-traccambio e dalla corrispondenza che osserva la giustizia del Signore, rimunerando con un beneficio ed aiuto più grande chi gli è fedele nel poco, si potrà intuire parte di ciò che nella vita della nostra Regina avveniva tra lei e le potenze divine. Fin dal primo istante, ella cominciò a ri-cevere un dono di grazia superiore a quello dei più alti se-rafini, oltre alla preservazione dal peccato originale. Inol-tre, corrispondendo adeguatamente a questo beneficio, crebbe in grazia ed operò in conformità con essa, così tut-ti i passi della sua vita furono senza tiepidezza, negligen-za o esitazione alcuna. Perché fa meraviglia che soltanto il suo divin Figlio fosse maggiore di lei e tutte le altre crea-ture le restassero di gran lunga inferiori?

   776. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Legittima lode, ben degna della donna forte, è dire che ella si mostra operosa e industriosa nella sua casa, fi-lando lino e lana per indumenti, a vantaggio della sua fa-miglia bisognosa di queste e di altre cose, che si possono acquistare con tale mezzo. Questo è un sano consiglio che si mette in esecuzione con mani laboriose e non oziose, perché l'oziosità della donna, che vive con le mani in ma-no, dimostra la sua pigrizia e stoltezza ed altri vizi che non si possono riferire senza vergognarsene. In questa virtù este-riore, Maria santissima fu donna forte e degno modello di tutte le donne, perché non si vide mai oziosa. Infatti lavo-rava lino e lana sia per il suo sposo e per il proprio figlio, sia per molti poveri che soccorreva col suo lavoro. Ella uni-va in sommo grado di perfezione le azioni di Marta con quelle di Maria, tuttavia si dedicava con più cura alle atti-vità interiori che a quelle esteriori. Poiché custodiva le im-magini delle visioni divine e meditava quanto andava leg-gendo nelle sacre Scritture, spiritualmente non rimase mai oziosa, né senza lavorare, e non cessò mai di aumentare i doni e le virtù dell'anima. Il testo così prosegue:

777. Ella è simile alle navi di un mercante, fa venire da lontano le provviste. Come questo mondo visibile è un ma-re inquieto e tempestoso, cosi è naturale che quelli che in esso vivono siano simili a navi, che solcano le sue onde va-riabili. Tutti lavorano in questa navigazione per portare il lo-ro pane, che è il sostegno e l'alimento della vita. Lo porta più da lontano e con maggior sudore, chi si trova più lon-tano dall'avere ciò che acquista col suo lavoro, e chi lavora di più guadagna anche di più. Vi è come una specie di con-tratto fra Dio e l'uomo, cioè che fatichi col sudore della fron-te colui che è servo, lavorando la terra e coltivandola, e che il Signore da parte sua lo assista in tutto per mezzo delle cause seconde, concorrendo con esse affinché gli diano pa-ne per il suo sostentamento, ripagandolo così del sudore del-le sue fatiche. Ora ciò che avviene nelle cose terrene, si ve-rifica ugualmente in quelle spirituali, essendovi anche in es-se come un contratto, cioè che non mangi chi non lavora.

   778. Fra tutti i figli di Adamo, Maria santissima fu la na-ve ricca e prospera del mercante, che portò il suo e nostro pane da lontano. Nessuna fu così sapientemente diligente ed operosa nel prendersi cura della sua famiglia, nessuna così previdente nel procurare quello che con divina prudenza vedeva necessario per la sua povera famiglia e per il soc-corso dei poveri. Tutto ciò meritò e guadagnò con la sua fe-de e la sua sollecitudine prudentissima, portandolo da lon-tano, perché era molto lontana dalla nostra viziosa natura umana, come anche dalle ricchezze proprie di questa natu-ra. Tutto ciò che in questo fece, acquistò, meritò e distribuì ai poveri, è impossibile calcolailo. Tuttavia, più forte ed am-mirabile fu nel portarci il pane spirituale e vivo che scese dal cielo, poiché non solamente lo trasse dal seno del Pa-dre, da dove non sarebbe uscito se non vi fosse stata que-sta donna forte, ma lo portò e introdusse nel mondo i cui meriti erano tanto lontani da lui, e dove egli non sarebbe venuto, se non fosse stato nella nave di Maria. Benché non potesse, essendo creatura, meritare che Dio venisse nel mon-do, nondimeno meritò che afirettasse il passo e che venis-se nella nave ricca del suo grembo, perché un'altra minore in meriti non avrebbe potuto accoglierlo. In breve, ella so-la fece sì che questo pane divino si vedesse, si comunicas-se ed alimentasse coloro che ne erano tanto lontani.

   779. Si alza quando ancora è notte e prepara il cibo alla sua famiglia e dà ordini alle sue domestiche. Non è meno lo-devole questa qualità della donna forte di privarsi del riposo e della dolce quiete notturna per dedicarsi alla sua famiglia, provvedendo al suo sposo, ai figli, ai parenti e ai domestici secondo il bisoguo e distribuendo, subito dopo, ai suoi servi le occupazioni proprie di ciascuno con quanto per esse è ne-cessario. La fortezza e la prudenza sono due virtù di questa donna forte che non conoscono la notte per darsi in balia del sonno o abbandonarsi alla dimenticanza dei propri obblighi, perché il riposo dal lavoro viene preso non per soddisfare il piacere personale, ma per rimediare alle necessità. La nostra Regina fu davvero ammirabile in questa prudenza economi-ca, e non ebbe né servi né serve, poiché la sua umiltà, che la rendeva desiderosa di ubbidire e di servire in tutte le faccende domestiche, non le permise di affidare a nessun altro l'eser-cizio di queste virtù. Tuttavia nella cura del suo Figlio san-tissimo e del suo sposo Giuseppe fu serva vigilantissima; mai vi fu negligenza, né dimenticanza, né ritardo o inavvertenza quanto a ciò che doveva procurare o preparare per loro.

   780. Quale lingua potrà spiegare la vigilanza di que-sta donna forte? Si alzò e rimase in piedi nel buio della notte, cioè nel segreto del suo cuore e, nell'allora nascosto mistero del suo matrimonio, aspettò attenta ciò che le sa-rebbe stato ordinato per eseguirlo in umiltà e obbedienza. Provvide i suoi domestici e servi, cioè le facoltà e i sensi, di tutto l'alimento necessario, e distribuì a ciascuno il suo legittimo sostentamento, perché il suo spirito, lavorando di giorno nei servizi esterni, non si ritrovasse bisognoso e sprovvisto del necessario. Ordinò alle facoltà, con inviola-bile disposizione, che il loro alimento fosse la luce della Divinità, che la loro incessante occupazione consistesse nel-l'ardente meditazione e contemplazione, giorno e notte, del-la legge divina, senza lasciare che una qualunque opera od occupazione esteriore la interrompesse. Questo era il mo-do in cui dirigeva e alimentava i domestici dell'anima.

781. Distribuì anche ai servi, cioè i sensi, le giuste oc-cupazioni e il loro sostentamento e, facendo uso del pote-re che aveva su di essi, comandò loro che, come servi del-lo spirito, lo servissero e, benché vivessero nel mondo, igno-rassero la sua vanità come se fossero morti ad esso, vi-vendo solo nella misura necessaria alla natjira e alla gra-zia. Ordinò loro ancora che non si alimentassero tanto del diletto che viene da ciò che è sensibile, quanto delle ele-vazioni che l'anima avrebbe comunicato e dispensata loro dalla sua traboccante pienezza. Fissò i limiti a tutti gli at-ti interiori in modo che ognuno di essi, senza mancanza alcuna, restasse circoscritto alla sfera dell'amore di Dio, servendolo ed obbedendo a lui senza alcuna resistenza, né obiezione o esitazione.

   782. Vi fu anche un'altra notte in cui questa donna for-te si alzò e si occupò di altri servi. Si alzò nella notte del-l'antica legge, oscurata dalle ombre della luce futura. Ven-ne nel mondo al termine di questa notte e a tutti i suoi domestici e servi, cioè a quelli del suo popolo e del rima-nente genere umano, ai santi padri e giusti, suoi domesti-ci, nonché ai peccatori, suoi servi, diede e distribuì, con ineffabile provvidenza, l'alimento della grazia e della vita eterna. Lo diede loro in senso così vero e proprio, che esibì come alimento colui che ricevette nel suo grembo vergi-nale e che era divenuto nostro nutrimento dalla sua me-desima sostanza e dal suo stesso sangue.

 CAPITOLO 24

 Segue lo stesso argomento con la spiegazione della parte fi-nale del capitolo trentunesimo dei Proverbi.

    783. Nessuna delle qualità della donna forte poté man-care alla nostra Regina, dato che fu anche regina delle virtù e fonte della grazia. Pensa ad un campo e lo compra e con il frutto delle sue mani pianta una vigna. Il campo della più alta perfezione, dove si genera con la massima ferti-lità quanto vi è di più soave nelle virtù, fu quello a cui pensò la nostra donna forte Maria santissima; meditandolo al chiarore della luce divina, conobbe il tesoro che rac-chiudeva. Per comprare quindi questo campo, vendette tut-to ciò che è terreno, di cui era veramente regina, pospo-nendolo al possesso del campo che acquistò, negandosi l'u-so di ciò che poteva possedere. Solo questa Signora pote-va venderlo interamente, essendo padrona di tutto, per comprare lo spazioso campo della santità. Ella sola consi-derò e conobbe adeguatamente, appropriandosene dopo Dio, il campo della Divinità e dei suoi attributi infiniti, che gli altri santi ricevettero solo in parte. Col frutto delle sue mani piantò una vigna, cioè la santa Chiesa, non solamente col darci il suo santissimo Figlio perché la formasse e la edificasse, ma anche divenendo sua coadiutrice e, dopo la sua ascensione, guida e maestra della stessa Chiesa. Piantò la vigna del paradiso celeste, che Lucifero, nella sua inau-dita superbia, aveva devastato, ed essa si riempì di nuove piante per la sollecitudine e il frutto di Maria purissima. Piantò la vigna del suo grande e magnanimo cuore con i germogli delle virtù, con la vite fertilissima, Cristo, che di-stillò nel torchio della croce il vino soavissimo dell'amore, di cui si inebriano i suoi servi prediletti e si alimentano i suoi amici.

   784. Si cinge con energia i fianchi e spiega la forza del-le sue braccia. Il vigore di coloro che sono detti forti ha sede principalmente nelle braccia, con cui si eseguono la-vori duri e pesanti. Poiché la maggior difficoltà della creatura terrena sta nel reprimere le proprie passioni ed incli-nazioni sottomettendole alla ragione, il testo sacro unisce insieme il cingersi della donna forte con l'impiego della forza del suo braccio. Anche se veramente la nostra Regi-na non ebbe ardori né moti sregolati da domare nella sua innocentissima persona, non rinunciò a essere più forte nel dominarsi di tutti i figli di Adamo, turbati a causa del pec-cato. Maggiore fu la virtù e più forte l'amore, cosicché fe-ce opere di mortificazione e di penitenza quando e dove non erano necessarie, come se lo fossero state. Infatti nes-sun peccatore obbligato a fare penitenza pose tanta forza nel mortificare le sue disordinate passioni, quanta ne im-piegò la nostra principessa Maria nel governare e santifi-care sempre più le sue facoltà e i suoi sensi. Ella castiga-va il suo castissimo corpo verginale con penitenze inces-santi, con veglie, prostrazioni e digiuni. Sempre negava ai suoi sensi il riposo e ciò che era piacevole, non perché que-sti corressero il pericolo di corrompersi, ma per operare ciò che era più santo e gradito al Signore, senza tiepidez-za, omissione o negligenza, dato che ognuna delle sue ope-re fu eseguita con tutta l'efficacia e la forza della grazia.

   785. è soddisfatta, perché il suo traffico va bene, neppu-re di notte si spegne la sua lucerna. Il Signore, che è fe-dele e benigno con le sue creature, quando comanda di mortificarci e di fare penitenza - perché il regno dei cieli subisce violenza e si deve acquistare con la forza - a que-sta stessa violenza contro le nostre inclinazioni unisce in questa vita un senso di pienezza ed una consolazione, che riempiono il nostro cuore d'allegrezza. In questa intima gioia si conosce quanto sia buono trafficare il sommo be-ne per mezzo della mortificazione, con cui domiamo le nostre inclinazioni e gli altri impulsi terreni, perché subito sentiamo il gaudio della verità cristiana, ed in esso rice-viamo un pegno di quello che aspettiamo nella vita eter-na. Colui poi che lo traffica di più, di più lo gusta e di più ne guadagna per l'eternità, per cui stima maggiormente il suo trafficarlo.

   786. Questa verità, che con l'esperienza conosciamo noi soggetti al peccato, quanto meglio l'avrà conosciuta e gu-stata la nostra donna forte, Maria santissima! E se in noi, in cui la notte della colpa è così lunga e reiterata, è pos-sibile conservare la luce divina della grazia per mezzo del-la penitenza e della mortificazione delle passioni, quanto ardente sarà stata tale luce nel cuore di questa purissima creatura! Non l'opprimeva la mediocrità della natura pe-sante e corrotta, non l'inaspriva la contraddizione dell'in-centivo dato dal peccato, non la turbava il rimorso della cattiva coscienza, né il timore delle colpe passate. Oltre a tutto ciò la sua luce sorpassava ogni pensiero umano ed angelico, per cui dovette conoscere molto bene e gustare tanto questo traffico, senza che nella notte dei suoi affan-ni e dei pericoli della vita si estinguesse la lucerna dell'A-gnello che la illuminava6.

   787. Stende la sua mano alla conocchia e gira il fuso con le dita. La donna forte, che con l'opera e il lavoro delle sue mani accresce le sue virtù e i beni della sua famiglia, si cinge di forza contro le sue passioni, gusta e conosce il traffico della virtù; ma tale donna può anche stendere ed allargare il suo braccio a cose grandi. Ciò fece Maria san-tissima senza che il suo stato o i suoi obblighi le fossero di ostacolo, poiché, sollevandosi al di sopra di se stessa e di ogni cosa terrena, estese i suoi desideri e le sue opere a quanto vi è di più grande e di più forte nell'amore e nel-la conoscenza di Dio, al di là di tutta la natura umana e angelica. Quanto più dopo le nozze si andava avvicinando alla dignità e all'ufficio di madre, tanto più andava esten-dendo il suo cuore ed allargando il braccio delle sue ope-re sante, fino a collaborare all'opera più ardua e più im-ponente dell'onnipotenza divina, quale fu l'incarnazione del Verbo. Tuttavia, poiché la determinazione e il proposito di realizzare cose grandi, se non si concretizzano sono solo apparenza senza alcun effetto, il testo dice che ella gira il fuso con le dita. Ciò significa che la nostra Regina eseguì quanto vi è di più grande, arduo e difficoltoso, nel modo in cui comprese e si propose di fare nella sua rettissima intenzione. Così fu vera in tutto, anziché essere solo cla-more o apparenza, come sarebbe la donna che se ne stes-se con la conocchia ai fianchi, ma oziosa e senza stringe-re il fuso. Perciò il testo soggiunge:

   788. Apre le sue mani al misero, stende la mano al po-vero. La donna prudente che si preoccupa della casa di-mostra grande forza, quando dona generosamente ai pove-ri, senza abbandonarsi con debolezza d'animo e diffidenza al vile timore che possa mancare il necessario alla sua fa-miglia. Il mezzo più potente poi, per moltiplicare ciò che si possiede, consiste nel ripartire liberalmente i beni di for-tuna con i poveri di Cristo, il quale, anche nella vita pre-sente, sa rendere cento per uno. Pertanto Maria santissi-ma distribuì ai poveri e al tempio i beni ereditati dai suoi genitori, lavorando inoltre con le sue mani per abbondare in questa misericordia, poiché il suo pietoso e liberale amo-re verso i poveri non restava soddisfatto se non dava loro il frutto delle sue fatiche. Non fa meraviglia che l'avarizia del mondo risenta oggi della mancanza e povertà di beni temporali, dato che gli uomini sono così poveri di pietà e di misericordia verso i bisognosi, dissipando a servizio di una smodata vanità ciò che Dio fece e creò per il sosten-tamento dei poveri e come mezzo di salvezza dei ricchi.

789. La nostra pietosa Regina e signora non solamen-te aprì le sue mani al povero, ma anche quelle di Dio che pareva tener chiuse per non mandare il Verbo divino, che i mortali non meritavano. Questa donna forte gli diede ma-ni aperte per tutti i poveri peccatori, afflitti per la miseria della colpa. Poiché questa necessità e povertà, essendo co-mune a tutti, era di ciascuno, la Scrittura li chiama tutti col nome di povero al singolare, perché l'intero genere umano era per così dire un povero e, quanto a possibilità proprie, era come se fosse stato uno solo. Queste mani di Cristo Signore nostro, aperte per operare la nostra reden-zione e per spargere i tesori dei suoi meriti e doni, furo-no le mani stesse di Maria santissima, poiché erano del suo Figlio; senza la nostra Regina, il povero genere uma-no non le avrebbe viste aprirsi a suo vantaggio.

   790. Non teme la neve per la sua famiglia, perché tutti i suoi di casa hanno doppia veste. Una volta perduto il so-le di giustizia ed il calore della grazia originale, la nostra natura restò sotto la neve gelata della colpa che restringe, impedisce e offusca il bene operare. Da qui nascono la dif-ficoltà nell'esercizio delle virtù, la tiepidezza nelle azioni, l'inavvertenza e la negligenza, l'instabilità ed altri difetti in-numerevoli, ed il ritrovarci noi, dopo il peccato, freddi nel-l'amore verso Dio, senza rifugio e difesa dalle tentazioni. La nostra Regina fu libera da tutti questi impedimenti e danni nella sua casa e nella sua anima, perché tutti i suoi domestici, cioè le sue facoltà e i suoi sensi, erano protetti dal freddo della colpa con doppia veste. Una fu quella del-la giustizia originale e delle virtù infuse, l'altra quella del-le virtù acquisite per se stessa dal primo istante. Furono anche per lei una veste doppia la grazia comune che ebbe come persona speciale, e quella particolarissima che le die-de l'Altissimo con la dignità di Madre del Verbo. Quanto al governo temporale della sua casa, non mi trattengo a parlare della sua oculatezza. Infatti nelle altre donne tale virtù può essere lodevole oltre che necessaria, ma nella ca-sa della regina del cielo e della terra Maria santissima, non ci fu bisogno di duplicare le vesti per il suo Figlio santis-simo, poiché egli ne aveva una sola, né tanto meno per sé o per il suo sposo san Giuseppe, dal momento che la po-vertà era il loro maggiore ornamento e riparo.

791. Si fa delle coperte, di lino e di porpora sono le sue vesti. Anche questa metafora dichiara l'ornamento spiri-tuale di questa donna forte. Fece una veste tessuta con for-za e di vari colori per coprirsi tutta e per difendersi dalle inclemenze e dai rigori delle piogge; per questo infatti si tessono i panni forti o i feltri, ed altri simili. La veste ta-lare delle virtù e dei doni di Maria fu impenetrabile al ri-gore delle tentazioni ed alla piena di quel fiume, che vo-mitò contro di lei l'enorme drago rosso, che san Giovanni vide nell'Apocalisse. Questa veste, oltre ad essere resi-stente, era anche molto bella per la varietà dei colori, cioè la varietà delle sue virtù bene intessute e non sovrapposte, perché erano fuse insieme nella sua medesima natura, es-sendo stata formata nella grazia originale. In essa c'erano la porpora della carità, il bianco della castità e purezza, il celeste della speranza, con tutta la varietà dei doni e del-le virtù, che da una parte la vestivano e dall'altra l'ador-navano ed abbellivano. Fu ornamento di Maria anche quel colore bianco e vermiglio, nel quale la sposa vedeva rap-presentate l'umanità e la divinità, indicandole come carat-teristiche del suo sposo. Avendo dato al Verbo il vermi-glio della sua umanità santissima, egli le diede in con-traccambio la divinità, non solamente unendo queste due cose nel suo grembo verginale, ma anche lasciando in sua Madre, più che in tutte le creature insieme, certi aspetti e raggi di divinità.

   792. Suo marito è stimato alle porte della città dove siede con gli anziani del paese. Come nei tempi antichi si giudi-cava alle porte della città, così alle porte della vita eterna si svolge il giudizio particolare di ciascuno e, nell'ultimo gior-no, avrà luogo quello generale. Nel giudizio universale avrà posto fra i nobili del regno di Dio san Giuseppe, il secondo uomo di Maria santissima, perché avrà il suo trono fra gli Apostoli per giudicare il mondo; egli godrà di questo pnvi-legio come sposo di questa donna forte che è regina di tut-ti, e come padre putafivo del primo uomo di questa signo-ra, cioè il suo Figlio santissimo, ritenuto e riconosciuto co-me Signore supremo e giudice vero nel giudizio che fa di ciascuno in particolare, ed in quello che farà degli angeli e di tutti gli uomini in generale. Di questa prerogativa parte-cipa anche Maria santissima, perché gli diede la carne con cui redense il mondo ed il sangue che versò come prezzo e 4riscatto degli uomini. Di tutto ciò se ne conoscerà il frutto, quando con grande maestà verrà il giorno del giudizio uni-versale; allora ognuno lo conoscerà e lo proclamerà.

793. Confeziona tele di lino e le vende, dà anche una cintura al cananeo. In questa solerte laboriosità della don-na forte sono racchiusi due grandi pregi della nostra Regi-na: uno è che confezionò una tela di lino puro così ampia, che poté contenere la Parola abbreviata di Dio, lo stesso Verbo eterno; l'altro è che la vendette, non già ad altri, ma allo stesso Signore, il quale le donò in contraccambio il suo medesimo Figlio, perché non si sarebbe trovato, in tutto il mondo creato, prezzo degno per comprare questa tela del-la purezza e santità di Maria, né chi degnamente potesse essere figlio suo, all'infuori del medesimo Figlio di Dio. Poi consegnò anche, senza venderla ma gratuitamente, una cin-tura al cananeo, cioè Cam, maledetto da suo padre. In-fatti, tutti quelli che parteciparono della prima maledizio-ne, restando con le vesti sciolte, cioè con le passioni sbri-gliate e gli appetiti disordinati, poterono riallacciarsi le ve-sti con la cintura che Maria santissima consegnò loro nel suo Figlio primogenito ed unigenito, e nella sua legge di grazia, allo scopo appunto che si rinnovassero, riformasse-ro e ricingessero. Perciò non avranno scusa i reprobi e i dannati, angeli e uomini, poiché tutti ebbero modo di trat-tenersi e cingersi nei loro sregolati affetti, come fanno i pre-destinati valendosi di questa grazia che per mezzo di Ma-ria santissima ebbero gratuitamente, e senza che a loro ve-nisse richiesto alcun prezzo per meritarla o comprarla.

   794. Forza e decoro sono il suo vestito e se la ride del-l'avvenire. Un altro nuovo ornamento e rivestimento del-la donna forte è la fortezza unita alla bellezza. La fortez-za la rende invincibile nel patire e nell'operare contro le potenze infernali; la bellezza le dà grazia esteriore e deco-ro ammirabile in tutte le sue azioni. Per queste due eccel-lenti qualità, la nostra Regina era amabile agli occhi di Dio, degli angeli e del mondo. Non soltanto non aveva col-pa né difetto da rimproverarle, ma aveva questa doppia grazia e bellezza, che lo sposo tanto gradì e stimò ripe-tendole più volte che era tutta bella. Dove non si trovò difetto riprovevole, nemmeno potrà esservi motivo di pian-gere nell'ultimo giorno, quando nessuno dei mortali ne ri-sulterà privo all'infuori di questa Signora e del suo Figlio santissimo. Tutti saranno e compariranno con delle colpe, commesse in vita, di cui dolersi; e i dannati piangeranno allora per non averle piante prima degnamente. In quel giorno questa donna forte sarà allegra e sorridente nel com-piacimento della sua incomparabile felicità, vedendo in ese-cuzione la giustizia divina contro i protervi e ribelli al suo santissimo Figlio.

   795. Apre la bocca con saggezza e sulla sua lingua c'è dottrina di bontà. Eccellente qualità della donna forte è il non aprire la bocca per altra cosa se non per insegnare il timore santo del Signore, e per eseguire qualche opera di clemenza. Questo adempì con somma perfezione la nostra Regina e signora. Aprì la bocca come maestra della divina sapienza, quando disse al sant'arcangelo: «Avvenga di me quello che hai detto». Parlava sempre come vergine pru-dentissima ripiena della conoscenza dell'Altissimo, per in-segnarla a tutti e per intercedere a favore dei miserabili fi-gli di Eva. Sulla sua lingua stava e sta sempre la legge del-la clemenza, come in una madre pietosa di misericordia, poiché soltanto la sua intercessione e la sua parola sono la legge inviolabile da cui dipende il nostro rimedio in tut-te le necessità, se sapremo indurla ad aprire la bocca e muovere la lingua per domandarlo.

   796. Sorveglia l'andamento della casa; il pane che man-gia non è frutto di pigrizia. Non è piccola lode della madre di famiglia il considerare ancora attentamente tutte le vie più sicure per aumentare la casa di molti beni. Ora, in questa divina prudenza solo Maria fu quella che diede nor-ma ai mortali, poiché ella sola seppe considerare ed inve-stigare tutte le vie della giustizia, ed i sentieri più corti per giungere con maggiore sicurezza e rapidità alla Divinità. Acquistò questa scienza così altamente che si lasciò indie-tro tutti i mortali e gli stessi cherubini e serafini. Conob-be e considerò il bene ed il male, il mistero profondo e na-scosto della santità, la condizione della fragilità umana, l'a-stuzia dei nemici, il pericolo del mondo e di tutto ciò che è terreno. Come conobbe tutto, così operò quello che sa-peva che si doveva operare, senza mangiare oziosa il pa-ne, e senza ricevere invano la vita o la divina grazia. Per questo meritò ciò che segue:

   797. I suoi figli sorgono a proclamarla beata e suo marito a fame l'elogio. Grandi cose e gloriose hanno detto nella Chiesa militante i veri figli di questa donna forte, pro-clamandola beatissima fra le donne; quelli invece che non si alzano a proclamarla non si ritengano suoi figli, né dot-ti, né saggi o devoti. Sebbene tutti abbiano parlato ispirati e mossi dal suo uomo, Cristo, e dal suo sposo, lo Spiri-to Santo, finora pare che il suo Figlio abbia taciuto e non si sia alzato a proclamarla avendo tenuti nascosti tanti ec-celsi misteri della sua Madre santissima. Sono così tanti, che mi fu fatto intendere che il Signore li riservò per ma-nifestarli nella Chiesa trionfante dopo il giudizio universa-le, perché non è conveniente manifestarli adesso al mon-do che è indegno e incapace di tali meraviglie. Allora par-lerà Cristo, uomo di Maria, manifestando, per la gloria di entrambi e il giubilo dei santi, le prerogative ed eccellen-ze di questa signora, e in quel giorno le conosceremo. Per ora è sufficiente che con venerazione le crediamo sotto il velo della fede e con la speranza di tanti beni.

   798. Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti, ma tu le hai superate tutte!. Tutte le anime che giunsero a con-seguire la grazia dell'Altissimo si chiamano sue figlie. Tut-ti i meriti, i doni e le virtù, che col soccorso di tale gra-zia poterono guadagnare ed effettivamente guadagnarono, sono ricchezze vere, perché tutte le altre cose terrene han-no ingiustamente usurpato il nome di ricchezza. Molto grande sarà il numero dei predestinati, e soltanto colui che conta il numero delle stelle chiamandole per nome lo co-nosce. Tuttavia, la sola Maria superò tutte insieme que-ste creature figlie dell'Altissimo e sue, non solo in ragione della maggiore eccellenza che ha perché è loro madre e tutte sono sue figlie nella grazia e nella gloria, ma anche in ragione dell'altra eccellenza immensamente maggiore che ha, essendo Madre di Dio. In virtù di questa dignità oltrepassa tutta l'eccellenza dei maggiori santi, e così la grazia e la gloria di questa Regina supererà tutta quella che hanno ed avranno tutti i predestinati. In confronto a queste ricchezze e a questi doni della grazia interiore e del-la gloria che ad essa corrisponde, l'altra grazia esteriore delle donne, che esse tanto apprezzano, è solo futile e va-na. Perciò il testo dice ancora:

   799. Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la don-na che teme Dio è da lodare. Datele del frutto delle sue ma-ni e le sue stesse opere la lodino alle porte della città. Il mondo stima erroneamente, e chiama col nome di grazia, molte cose visibili che non hanno altra grazia e bellezza fuorché quella che a loro attribuisce l'inganno delle persone ignoranti. Tali sono l'apparenza esteriore nelle buone opere della virtù, il senso di compiacimento prodotto dal-le parole dolci ed affabili, il brio nel parlare e nel muo-versi, ed ancora chiamano grazia la benevolenza dei po-tenti e del popolo. Tutto questo è inganno e fallacia, come la bellezza della donna che presto sfiorisce. Solo colei che teme Dio ed insegna a temerlo merita degnamente la lode degli uomini e del Signore. Egli, volendo lodarla, dice di darle del frutto delle sue mani, rimettendosi così, per lo-darla, alle sue grandi opere esibite in pubblico alla vista di tutti, perché esse stesse siano lingue in sua lode. Vera-mente importa assai poco che gli uomini lodino la donna, se proprio le sue opere la disonorano. A tal fine, l'Altissi-mo vuole che le opere della sua santissima Madre si ma-nifestino alle porte della sua santa Chiesa, per quanto ades-so è possibile e conveniente, riservando a più tardi la sua maggior gloria e lode, affinché duri per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 Insegnamento della Regina del cielo

 800. Figlia mia, in questo capitolo trovi grandi inse-gnamenti che ti possono servire di regola. Sebbene tu non abbia scritto tutto quanto contengono, voglio che quello che hai rivelato, ed anche ciò che non rendi noto, resti im-presso indelebilmente nell'intimo del tuo cuore, e che con inviolabile legge tu lo attui in te stessa. Per questo è ne-cessario che tu rimanga interiormente raccolta, dimenti-cando tutto ciò che è visibile e terreno, stando attentissi-ma alla luce divina che ti assiste e protegge le tue facoltà e i tuoi sensi con doppie vesti, perché tu non abbia a sen-tire freddezza o tiepidezza nella perfezione, e possa resi-stere ai moti sregolati delle passioni. Tienile a freno e mor-tificale con la cintura del timore di Dio, ed allontanati da ciò che è apparente e fallace. Solleva la mente a conside-rare il tuo cammino spirituale, nonché i sentieri che Dio ti ha insegnato per cercarlo nel segreto del tuo cuore, e per ritrovarlo senza pericolo d'inganno. Avendo poi già pro-vato la pienezza che deriva dal tenere l'anima occupata nel-le cose celesti, non permettere che per tua negligenza ven-ga meno nella tua mente la luce divina, che ti illumina nel-le tenebre. Non mangiare il pane rimanendo oziosa, ma la-vora senza dar tregua alla solerzia. Mangerai così il frut-to della tua diligenza e, rinvigorita nel Signore, farai ope-re degne del suo beneplacito e a lui gradite, e correrai die-tro il profumo dei suoi unguenti fino a giungere a posse-derlo eternamente. Amen.