MISTICA CITTA’ DI DIO

Vita della Vergine Madre di Dio

di

Suor Maria di Gesù

Abbadessa del Monastero dell’Immacolata di Agreda dell’Ordine dell’Immacolata Concezione

 

Libro 1°

 

Mistica Città di Dio, miracolo della sua onnipotenza e abisso della gra­zia. - Storia divina e vita della vergine Madre di Dio, regi­na e signora nostra, Maria Santissima, restauratrice della colpa di Eva e mediatrice della grazia. - Dettata e manife­stata in questi ultimi secoli dalla medesima Signora alla sua schiava suor Maria di Gesù, abbadessa indegna del mona­stero dell'Immacolata Concezione della città di Agreda. Per nuova luce del mondo, gioia della Chiesa cattolica e fiducia dei mortali.

 

Salve, Figlia del Padre

Salve, Madre del Figlio di Dio

Salve, Sposa dello Spirito Santo

Salve, Tempio

della Santissima Trinità

 

«Questa divina Storia, come nel corso di essa ho conti­nuamente ripetuto, lascio scritta per obbedienza ai miei superiori e confessori che dirigono la mia anima, assicuran­domi per questo mezzo essere volontà di Dio che la scri­vessi e obbedissi alla sua beatissima Madre, che da molti anni me lo ha comandato; e sebbene l'ho sottoposta tutta alla censura e giudizio dei miei confessori, senza che ci sia parola che non abbiano visto e conferito con me, con tut­to ciò la sottopongo di nuovo al loro miglior giudizio, e so­prattutto all'emenda e correzione della santa Chiesa catto­lica romana, protestando di restare soggetta alla sua cen­sura e insegnamento, come sua figlia, per credere e tenere solo quello che la medesima santa Chiesa, nostra madre, approverà e crederà, e per riprovare quello che riproverà, perché in questa obbedienza voglio vivere e morire. Amen».

Suor Maria di Gesù di Agreda, Mistica Città di Dio, 111,791.

 

* * * * * * *

PREFAZIONE ALLA «MISTICA CITTÀ DI DIO»

 

È per me motivo di grande soddisfazione poter presen­tare la nuova traduzione italiana della Mistica Città di Dio, opera singolare della venerabile Madre Maria di Gesù di Agreda e culmine della letteratura barocca del secolo XVII. Non solo a motivo della possibilità offertami di collabora­re alla diffusione di un'opera che ha avuto più di duecen­to edizioni, integrali o ridotte, e che è stata tradotta in nu­merose lingue. Soprattutto perché oggi, dopo il Concilio Vaticano Il, si impone la rivalutazione degli scrittori dei secoli passati, che se da una parte sono ben accolti dalla pietà popolare, poiché utili per formazione mariana, dal­l'altra non sono apprezzati a causa dell'influsso del giudi­zio negativo, in molti casi errato, comunque sempre rive­dibile, espresso da non pochi cosiddetti studiosi senza la conoscenza del testo originale dell'opera.

Si aspetta, pertanto, con interesse la parola della Chie­sa che, come in altre circostanze, apra nuove vie per giun­gere ad una migliore conoscenza dell'insegnamento ma­riologico, proposto da Madre Agreda con i suoi scritti.

I suoi insegnamenti, del resto, non sono stati mai con­dannati dalla Chiesa come contrari alla fede, quantunque la Mistica Città di Dio per qualche tempo sia stata inseri­ta nell'Indice dei libri proibiti. Erano tempi in cui difen­dere il primato di Cristo e della Vergine sua Madre nel­l'ordine della creazione, la sua immacolata concezione, la

sua assunzione al cielo, l'associazione della Vergine all'o­pera salvifica di Cristo Gesù suo Figlio, chiamare la Ver­gine con i nomi di discepola di Cristo, madre e maestra della Chiesa, mediatrice di grazia, promuovere il culto del suo servizio e della sua imitazione e difendere l'infallibi­lità pontificia, non era ciò che la moda progressista ri­cercava con piacere negli autori.

Le dispute, inoltre, tra le grandi scuole teologiche tra­sformavano facilmente in dogmi indiscutibili le opinioni di alcuni grandi maestri, difendendole ad oltranza, qualifi­cando come false o eretiche le opinioni contrarie.

Oggi le questioni scolastiche hanno meno peso rispetto al passato. Oltre a ciò, è in atto un sano revisionismo che porta alla valorizzazione anche delle opinioni che, rima­nendo nell'ortodossia, sono contrarie a quelle di un'altra scuola di pensiero.

Mi è sembrato opportuno iniziare con le riflessioni pre­cedenti la presentazione di questa nuova traduzione ita­liana della Mistica Città di Dio anche se è un'opera dottri­nalmente sicura, nella quale non mancano visioni che pro­vengono dalla conoscenza remota del genere letterario at­traverso il quale la Madre Agreda si manifesta come vera maestra di linguaggio. Questo si avverte fin dalle parole del titolo: Mistica Città di Dio.

Il simbolismo dei termini con i quali si descrive la Ver­gine ci dice subito che il linguaggio, che presiede alla re­dazione dell'opera, è un linguaggio poetico, metaforico. In altre parole, non è un manuale scolastico che con il ragionamento e il discorso dimostra ogni affermazione, né un'opera rivelata in tutte e in ciascuna delle sue pa­role, cosa questa inammissibile dato il concetto che ab­biamo di rivelazione. Invece, si tratta di un'opera nella quale l'Autrice utilizza la sua grande cultura, certamente legata al suo tempo, per esporre le sue intuizioni sor­prendenti e il suo messaggio mariano, sempre soggetto al magistero della Chiesa, come lei stessa reiteratamente di­chiara e desidera.

L'opera dell’Agreda è nella linea di ciò che Paolo VI chia­mava cammino della bellezza o via pulchritudinis, una li­nea molto accessibile alle anime semplici, per le quali Ma­dre Agreda scrive. Le ragioni del cuore e del sentimento van­no sempre al di là di ciò che riesce a vedere la ragione.

E se i suoi dati storici, geografici, delle scienze naturali, compresi quelli della sua esegesi biblica, non possono ovviamente essere sempre condivisi, e questo vale per tut­ti gli scrittori del tempo e dei tempi precedenti, tuttavia c’è da tenere presente la sua fedeltà al magistero della Chiesa, dal quale mai si è separata volontariamente, e alla stessa Chiesa, madre e maestra della fede, alla cui autorità ha sempre desiderato essere sottomessa senza alcuna difficoltà.

La vita di fede della concezionista francescana trasmet­te un messaggio di speranza cristiana e si trasforma, a vol­te, in un fuoco di carità sincera. L'amore alla Trinità san­ta, al Verbo incarnato, alla sua Madre immacolata e alla Chiesa si fa sollecita preoccupazione per la salvezza degli uomini. E si serve della Mistica Città di Dio, descritta per obbedienza, come mezzo per diffondere la buona notizia attraverso la vita della nostra Signora, la promozione del suo culto e la venerazione fedele verso colei che è madre e maestra della Chiesa.

All'approssimarsi del terzo millennio dalla nascita di Cri­sto l'opera della Madre Maria di Gesù di Agreda, continua ad offrirsi alla pietà sincera della nostra gente come un va­lido cammino, affinché, con la sua lettura, l'uomo giunga all'incontro con la «Mistica Città di Dio», che invoca co­me Maria, Madre di misericordia.

GASPAR CALVO MORALEJO, OFM

Presidente

Pontificia Accademia Mariana Internazionale

 

PRESENTAZIONE

 

I libri dell'abbadessa spagnola Maria di Agreda sulla vita di Maria sono ritenuti una delle più importanti opere ma­riane della letteratura cattolica e della mistica cristiana. Do­po la morte dell'Autrice, l'opera venne ripresa e revisionata accuratamente da parte di teologi e a ciò seguì nel 1670 la prima edizione a cura della tipografia reale di Madrid, che si diffuse in modo incredibilmente rapido. Nel 1681 e 1684 in breve tempo furono approntate altre edizioni; anche l'In­quisizione spagnola esaminò questi scritti e sancì la propria approvazione. Le edizioni si moltiplicarono anche in altri luoghi (Barcellona e Valenza in Spagna, Perpignano in Fran­cia e si diede corso a traduzioni in altre lingue.

La Mistica Città di Dio fu tuttavia fin dal principio un'o­pera attaccata violentemente da più versanti, ma contempo­raneamente sperimentò anche il massimo riconoscimento. Il cardinale Aguirre, dell'Ordine dei benedettini, il 4 agosto del 1699 scrisse all'Arcivescovo di Parigi: «È certo che nessuno, per quanto erudito, avrebbe potuto presentare con la redazio­ne di quell'opera delle nozioni così sublimi in modo così na­turale. Ognuno deve essere moralmente convinto che tutto ciò che questa grande serva di Dio ha scritto, è stato composto per ispirazione dello Spirito Santo e con il particolare soccor­so della beatissima Vergine». Il papa Pio XI, in un'udienza pri­vata nel 1929, disse al reverendo Fiscar Marison, traduttore in lingua inglese: «Lei ha realizzato una grande opera a ono­re della Madre di Dio... Impartiamo la benedizione apostolica a tutti i lettori e divulgatori della Mistica Città di Dio».

La prima traduzione italiana uscì a Palermo nel 1703. Se­guirono edizioni dei libri a Milano nel 1709, a Trento nel 1712, diverse edizioni a Napoli nel 1727 a Venezia nel 1740, le ultime edizioni a Torino nel 1861 e 1881. In lingua fran­cese apparve già nel 1695 a Marsiglia e Lione, la prima edi­zione polacca nel 1730 a Cracovia, nel 1949 l'edizione in­glese a Wheeling e prima, nel 1912, a Chicago, negli Stati Uniti. Le traduzioni in più di venticinque lingue testimo­niano il suo riconoscimento e la sua popolarità in tutto il mondo. Quest'opera grandiosa uscì per la prima volta in lin­gua tedesca ad Augusta e Dillingen nel 1715, 1718 e 1719, poi nel 1768 a Innsbruck, nel 1886 a Regensburg, pubbli­cata dai Redentoristi. Particolarmente si distinse il prof dr. Albert Drexel, studioso molto apprezzato e docente a Inn­sbruck, Roma e San Gallo, in Svizzera, morto nel 1977. Nel 1955 curò la pubblicazione della traduzione fatta dalla so­rella Assunta Volpert di Steyl. Dopo il suo ritorno in patria, la sua cerchia di amici in Germania fondò nel 1978 l'asso­ciazione S. Alberto Magno che si prefigge una doppia fina­lità: la diffusione di quest'opera particolarmente come sussi­dio nei paesi di lingua tedesca e, ulteriormente, per pro­muovere per quanto possibile il processo di beatificazione dell'abbadessa Maria di Agreda, inaugurato subito dopo la morte, ma sempre procrastinato a causa di circostanze av­verse e che ora attende di essere ripreso e portato a termine. La guida dell'Associazione fu affidata ai coniugi Albert (+ 1989) e Anna (+ 1998) Hauser, che già precedentemente ave­vano collaborato alla cura della prima edizione insieme con il già citato prof dr: Drexel.

Da dieci anni l'Associazione cerca di avviare una nuova edizione dell'opera omnia in italiano. Da sempre il popolo italiano ha dimostrato venerazione e amore fervidissimi al­la Madonna, che l'ha benedetto con l'abbondanza delle sue

grazie ed apparizioni in molti luoghi. Quest'opera annuncia le meraviglie di Maria in misura ancor maggiore della cele­brazione a lei tributata un tempo da sant'Alfonso Maria de' Liguori, dottore della Chiesa e fondatore dei Redentoristi. In essa Maria ci viene presentata nell'intera opera salvifica del Figlio, come ausiliatrice e corredentrice. Questa immagine risplende nei testi conciliari, in cui Maria, nella Costituzio­ne dogmatica sulla Chiesa, viene realmente delineata come tipo della Chiesa e generosa corredentrice (cf Lumen Gen­tium, cap. VIII).

Con l'aiuto della Curia Generalizia dei francescani a Ro­ma, specialmente grazie al dr. Herbert Schneider OFM, l'as­sociazione S. Alberto Magno poté accettare il collegamento con la tipografia Porziuncola di Assisi, che si è incaricata della nuova edizione dell'opera omnia in due volumi, rilega­ti in un'accurata edizione corredata di illustrazioni a colori e ben rifinita per veste tipografica. La rielaborazione lingui­stica dell'antico testo italiano dell'edizione di Torino del 1881 fu curata dalle Clarisse del Monastero di Cortona. La prefa­zione fu stilata con parole di riconoscenza da padre Gaspar Calvo Moralejo, presidente della Pontificia Accademia Ma­riana Internazionale di Roma, che attualmente sta condu­cendo uno studio sulla mariologia degli scritti di Maria di Agreda, mentre l'opera è in corso di pubblicazione nella se­rie Biblioteca Mariana Francescana.

Lo sguardo alla grande missione della Chiesa alle soglie del terzo millennio ci mostra la portata dell'opera Mistica Città di Dio per la spiritualità della Chiesa e la devozione dei fedeli. Nell'enciclica Tertio Millennio Adveniente, papa Giovanni Paolo Il definisce l'obiettivo di tutta la pastorale:

«La nuova evangelizzazione del mondo per il duemila». Cri­sto deve rinascere nel cuore degli uomini e dei popoli. Ciò tuttavia può avvenire solo in conformità all'ordine della sal­vezza come nella sua prima venuta nel mondo: «Per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria» (Credo Apostolico). In preparazione al grande Giubileo del 2000, il 1997 è dedicato a Cristo, il 1998 allo Spirito Santo e il 1999 al Padre. Questo triennio è però caratteriz­zato dalla presenza trasversale di Maria nel suo particolare rapporto con le persone divine come figlia del Padre, madre del Figlio e sposa dello Spirito Santo.

Ci auguriamo che la nuova edizione di quest'opera pos­sa contribuire a una conoscenza sempre più approfondita dei misteri della «Mistica Città di Dio», che Dio Padre per opera dello Spirito Santo ha mirabilmente posto nell'anima della Madre del Figlio suo. Con Maria possiamo varcare la soglia della speranza; lei è l'aurora di una nuova epoca e la promessa per la vittoria della Chiesa sulle forze maligne del presente. Possa realizzarsi la grande speranza espressa da pa­pa Pio XII il 31 ottobre del 1942, quando consacrò tutto il mondo al suo Cuore Immacolato: «O Madre e Regina del mondo! Il tuo amore e la tua protezione affrettino la vitto­ria del Regno di Dio! Tutti i popoli, in pace con Dio e tra loro, ti lodino in eterno! Con te intonino da un capo all'al­tro della terra l'eterno Magnificat della gloria, dell'amore e della gratitudine al Cuore di Gesù. In lui solo possono tro­vare la verità, la vita e la pace».

L'Editore

Associazione S. ALBERTO MAGNO

D 78599 Gosheim, Wttbg

Germania

 

INDICAZIONI PER LEGGERE E MEDITARE

 

Colui che prende in mano per la prima volta questo testo non può leggerlo così normalmente come se leggesse un altro libro, perché la sua origine non nasce dalla sapienza umana, ma è ispirata dalla Regina del cielo. È volontà di Dio che la conoscenza umana sia mediata dalla Madonna. Per l’intercessione di colei che è Sede della Sapienza, po­tremo avvicinarci al Figlio di Dio, Sapienza eterna. Alla scuo­la di Maria comprenderemo con devozione i misteri del pia­no divino della salvezza e della nostra redenzione, e li ser­beremo come la serva umile del Signore in un cuore fede­le. Per questa ragione raccomandiamo, prima di leggere il libro, di recitare una delle preghiere che seguono. Allora lo Spirito Santo ci illuminerà l'intelletto in forza della grazia che ha infuso nel cuore della Madonna. Così saremo intro­dotti nella «Mistica Città di Dio», affinché la nostra vita di­venti un Magnificat vivente come la vita di Maria: «L'anima mia magnifica il Signore!».

Saluto alla Beata Vergine Maria

Ave, Signora, santa regina, santa Madre di Dio, Maria, che sei vergine fatta Chiesa

ed eletta dal santissimo Padre celeste che ti ha consacrata

insieme col santissimo suo Figlio diletto e con lo Spirito Santo Paraclito;

tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene.

Ave, suo palazzo ave, suo tabernacolo, ave, sua casa.

Ave, suo vestimento, ave, sua ancella, ave, sua Madre.

E saluto voi tutte, sante virtù,

che per grazia e illuminazione dello Spirito Santo venite infuse nei cuori dei fedeli, perché da infedeli

fedeli a Dio li rendiate.

San Francesco d’Assisi

Invocazione alla Vergine Maria

 

Maria, figura della Chiesa, sposa senza ruga e senza macchia, che imitandoti «conserva verginalmente integra la fede, salda la speranza, sincera la carità», sostieni le persone consacrate nel loro tendere all'eterna e unica bea­titudine.

A te, Vergine della Visitazione, le affidiamo, perché sap­piano correre incontro alle necessità umane, per portare aiuto, ma soprattutto per portare Gesù. Insegna loro a pro­clamare le meraviglie che il Signore compie nel mondo, perché tutti i popoli magnifichino il suo nome. Sostienile nella loro opera a favore dei poveri, degli affamati, dei sen­za speranza, degli ultimi e di tutti coloro che cercano il Figlio tuo con cuore sincero.

A te, Madre, che vuoi il rinnovamento spirituale e apo­stolico dei tuoi figli e delle tue figlie nella risposta d'amo­re e di dedizione totale a Cristo, rivolgiamo fiduciosi la no­stra preghiera. Tu che hai fatto la volontà del Padre, pron­ta nell'obbedienza, coraggiosa nella povertà, accogliente nella verginità feconda, ottieni dal tuo divin Figlio che, quanti hanno ricevuto il dono di seguirlo nella vita consa­crata, lo sappiano testimoniare con una esistenza trasfigu­rata, camminando gioiosamente, con tutti gli altri fratelli e le altre sorelle, verso la patria celeste e la luce che non conosce tramonto.

Te lo chiediamo, perché in tutti e in tutto sia glorifica­to, benedetto e amato il sommo Signore di tutte le cose, che è Padre e Figlio e Spirito Santo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 marzo, solennità dell'Annunciazione del Signore, dell'anno 1996, decimotta­vo di pontificato.

GIOVANNI PAOLO Il

Dalle città

Canto della Chiesa pellegrina

Rit. O Madre santa, arca dell'amore, ci rifugiamo in te!

Tu ci doni Cristo Salvatore:

onore e gloria a te, o Madre santa!

1 Popolo santo pellegrino nel mondo...

Raccolti intorno ai nostri pastori...

Uniti insieme da un'unica fede...

Uniti a Cristo e allo Spirito Amore...

2 Con i nostri dubbi e le nostre angustie...

Con i timori e con le speranze...

Colmi di gioia o pieni di tristezza...

Ma confidando nell'amore del Padre...

3 Con i parenti, genitori e amici...

Coi nostri vecchi, con i sofferenti...

Coi nostri giovani, fanciulli e bambini...

Con tutti i fedeli del nostro paese...

4 Per acclamarti, città di eroi...

Per onorare tutti i tuoi santi...

Perché ci porti a Cristo Redentore...

Perché ci guidi all'incontro del Padre...

(per un pellegrinaggio mariano)

5 Per onorarti, Vergine santa...

Per acclamarti madre del Signore...

Perché ci porti a Cristo Redentore...

Perché ci guidi all'incontro del Padre...

La Famiglia Cristiana: Nella casa del Padre, nr 184, Editrice Centro Catechistico Salesiano, Torino 1982

 

Maria, madre mia carissima

Dammi il tuo cuore, così bello, così puro, così immacolato, così pieno di umiltà e di amore, che io, come tu, accolga Gesù e che mi affretti a portarlo agli altri.

MADRE TERESA DI CALUTTA, + 5/9/1997

Tu splendi, o Vergine

1 Tu splendi, o Vergine, nel tuo mistero:

figlia di Davide, madre del Cristo; tutti ti acclamano, santa Maria, con te ringraziano l'eterno Padre.

Rit. Ave, regina dei cieli,

vergine madre del Cristo

o Maria santissima,

o speranza del mondo!

(Misteri gaudiosi)

2 Tu quando l'angelo porta l'annuncio, rispondi umile alla sua lode. Madre mirabile dell'uomo-Dio, il santo Spirito in te riposa.

(Misteri dolorosi)

3 Tu per gli uomini soffri col Figlio, fatta partecipe dei suoi tormenti. Nel pianto generi figli di Dio, con gioia susciti la nuova vita.

(Misteri gloriosi)

4 Tu primogenita sei nella Chiesa, sei vivo simbolo del suo destino.

Assunta in gloria, regni nel cielo, vivi nei secoli, santa Maria!

La Famiglia Cristiana: Nella casa del Padre, nr. 169, Editrice Centro Catechistico Salesiano, Torino 1982

 

Tu sorpassi ogni lode

O vergine immacolata, Madre di Dio, piena di grazia, colui che tu hai generato, l'Emmanuele, è il frutto del tuo seno. Nella tua maternità tu hai nutrito tutti gli uomini. Tu Sorpassi ogni lode e ogni gloria.

Io ti saluto, Madre di Dio, gioia degli angeli, perché tu superi in pienezza quello che di te hanno detto i profeti.

Il Signore è con te: tu hai dato la vita al Salvatore del mondo.

Questa preghiera, trovata in Egitto, è stata incisa da ma­no anonima su terrecotte. Essa risale al III o Iv secolo. Il te­sto si ispira al saluto dell'Angelo a Maria.

 

Beata sei tu, Maria

Beata sei tu, Maria, e beata la tua anima benedetta, la tua beatitudine sorpassa quella di tutti i beati; beata sei tu che hai portato, abbracciato e accarezzato il bambino, colui che sostiene i secoli con la sua segreta parola. Beata sei tu la cui bocca pura s'è posata sulle labbra di colui che i serafini non osano fissare nel suo splendore.

Beata sei tu che hai allattato col tuo latte puro

la fonte donde i viventi attingono vita e luce; beata sei perché l'universo intero

risuona della tua memoria, e gli angeli e gli uomini celebrano la tua festa... Figlia di poverelli, ella fu la Madre del Re dei re; diede al mondo povero la ricchezza di cui può vivere; ella è la barca carica dei beni e dei tesori del Padre, che riversò le sue ricchezze nella nostra dimora vuota...

GIACOMO DI SARUG,

Liturgia della Chiesa di Antiochia, V secolo

 

Preghiera per la beatificazione della venerabile suor Maria di Gesù

 

Signore Dio nostro, glorifica sulla terra la venerabile madre Maria di Gesù di Agreda. Per mezzo di lei abbia­mo conosciuto i meravigliosi tesori della grazia, che tu hai concesso alla Madre Immacolata del tuo Figlio. Concedi anche a noi la grazia, come alla venerabile suor Agreda, di giungere a Gesù, nella via della nostra vita spirituale, per Maria. Ti preghiamo per Gesù Cristo tuo Figlio, no­stro Signore, e per intercessione della Vergine Maria, Ma­dre nostra. Amen.

 

(+ 1665 Agreda, Spagna)

 

INTRODUZIONE

I

SUOR MARIA DI GESÙ DI AGREDA (1602-1665)

 

Agreda è un'antica città castigliana appartenente alla provincia di Soria, che confina con l'Aragona e si trova nel­lo stesso tempo molto vicino al confine della Navarra. Si trova pertanto racchiusa nel confine di tre regni storici di Spagna, tra i contrafforti del Moncayo. Fino all'ultimo rior­dinamento delle diocesi appartenne a quella di Tarazona. Attualmente conta circa cinquemila abitanti.

Nel Medioevo vissero insieme, all'interno della città, rap­presentanti delle tre religioni monoteiste. Per questo si se­gnalano in Agreda quelli che furono i quartieri moro o giu­deo, così come l'edificio che servì da sinagoga.

La venerabile suor Maria di Gesù, chiamata molto co­munemente la Madre Agreda, ha reso celebre nel mondo il nome di Agreda. Qui, infatti, nacque, visse e morì, sen­za mai uscire dai confini della città.

 

Infanzia e gioventù

 

I genitori di suor Maria furono Francesco Coronel e Caterina de Arana. La madre, sebbene nata in Agreda, era oriunda di Vizcaya, come la stessa Venerabile ricor­da. Nel convento di Agreda si conserva infatti ancora il documento di nobiltà degli Arana, del 1540.

Francesco e Caterina ebbero undici figli, però sette mo­rirono in età precoce. Sopravvissero soltanto due figli e due figlie: Francesco, Giuseppe, Maria e Geronima.

La Venerabile stessa ci ha lasciato un ritratto dei suoi genitori: aspetto, costumi e altre caratteristiche. Dice che la madre aveva un carattere molto più attivo e vivace del padre, ma entrambi erano profondamente religiosi.

La famiglia Coronel-Arana frequentava molto i france­scani di San Giuliano; così si chiamava l'antico convento francescano, situato alla periferia della città. La madre ave­va lì il suo confessore e andava ogni giorno alla Messa nel­la chiesa del convento. Così non passava giorno senza che frati francescani visitassero la famiglia.

La Venerabile confessa che, nella sua prima infanzia, sembrava molto timida e incapace e, allo scopo di stimo­larla, sua madre la trattava con durezza. «In verità posso dire che nella mia vita li vidi (i genitori) col volto sereno solo dopo che fui religiosa». La spiegazione che suor Ma­ria ci dà di questo suo comportamento nella sua prima in­fanzia è molto diversa da quello che i suoi buoni genitori potevano comprendere. Ci dice, infatti, che in età che lei non può precisare, che dovette però coincidere con lo spun­tare dell'uso di ragione, senza che precedesse informazione esteriore né insegnamento di creature, perché ancora non aveva l'età conveniente, ricevette una conoscenza di Dio, del mondo e della condizione dell'uomo peccatore i cui effetti le sarebbero rimasti per tutta la vita.

Come reazione a quella conoscenza, concepì un timore che mai l'abbandonò: timore di offendere Dio e perdere la grazia. Al cessare dell'insegnamento passivo rimase come so­spesa. Si vedeva circondata da pericoli, piena di miserie, non osava parlare con le creature che riteneva tutte superiori a sé. Atterrita da tale conoscenza, si recava in luoghi nasco­sti. Per tutto questo, i genitori la giudicavano insensata e vana e tenevano con lei l'atteggiamento burbero che abbia­mo detto. «Che dobbiamo fare di questa creatura che non è adatta per il mondo né per la religione?».

A tutto questo si aggiunsero diverse infermità, che a tre­dici anni la condussero alle soglie della morte: «Si scavò la fossa per la mia sepoltura», dice lei. Però sopportava tutte le sofferenze con grande forza d'animo, perché rico­nosceva di essere figlia di una razza peccatrice, obbligata a soddisfare Dio per i suoi peccati".

Dunque, al principio la trascuravano e non apprezza­vano la sua riservatezza e poca grazia, però presto impa­rarono a rispettarla; dopo imparò a leggere con prontezza, ed era obbediente.

Quando compì dodici anni, cominciò a parlare di farsi re­ligiosa. La prima idea fu di prendere l'abito tra le carmeli­tane scalze di Tarazona; i suoi genitori se ne stavano già in­teressando, quando sopraggiunse una circostanza totalmen­te imprevista, che avrebbe cambiato il corso della sua vita.

La madre della Venerabile, Caterina de Arana, ebbe una rivelazione, confermata dal suo confessore, fr. Giovanni di Torrecilla, secondo la quale avrebbero dovuto trasformare la casa in convento ed entrare in esso, come religiose, la madre con le due figlie, mentre il padre e i due figli sa­rebbero entrati come religiosi nell'Ordine di san France­sco. In realtà i due figli maschi erano già religiosi in det­to Ordine. Prima di questo, Maria si conformò al nuovo piano e decise di non andare a Tarazona. Però l'idea era così strana che incontrò la resistenza del padre e più an­cora quella di un fratello di lui, Medel. Anche l'opposi­zione del vicinato fu, in un primo tempo, generale. Dicevano «che era un'offesa al santo matrimonio»

Così trascorsero tre anni. Tuttavia, a poco a poco si su­perarono le opposizioni e le difficoltà; il padre cambiò pa­rere e nel 1618, dopo alcuni lavori di adattamento, la ca­sa di Francesco Coronel fu trasformata in convento di mo­nache. Francesco, seguito poi dal fratello Medel, entrò francescano, in qualità di fratello laico, nel convento di Nalda (Soria).

Suor Maria considera il tempo trascorso, prima che il progetto della nuova fondazione si trasformasse in realtà, come un periodo di dispersione. L’entusiasmo per il proget­to e i lavori vari la distraevano troppo dalla sua vita spiri­tuale, e arrivò al punto di cedere alla tentazione di vanità.

Il nuovo convento doveva essere dell'Ordine della Im­macolata Concezione. Senza dubbio il fervore immacoli­sta, che in Spagna conosceva allora uno dei suoi momenti migliori, fu la causa di questa preferenza. Però tra le Concezioniste c'erano due rami: uno di calzate e l'altro di scalze. Madre e figlia si decisero per l'istituto delle scalze. Ma siccome nell'area della provincia francescana di Bur­gos, alla quale apparteneva la fondazione di Agreda, non c'erano Concezioniste scalze ma solo calzate, si commise l'anomalia di far venire da Burgos tre monache Concezio­niste calzate, in qualità di fondatrici di un convento che doveva appartenere all'altro ramo scalzo. Per questa ra­gione suor Maria dirà che la fondazione non ebbe buon principio, poiché le fondatrici venute da Burgos dovevano insegnare un modo di vita che esse non avevano professa­to né praticato.

Quando prese l'abito, insieme alla madre e alla sorella, suor Maria aveva sedici anni. Subito ci furono nuove vo­cazioni. In questa prima epoca la abbadessa era tra quel­le venute da Burgos in qualità di fondatrici.

Una volta vestito l'abito, suor Maria reagisce contro la dissipazione precedente e si dedica tutta alla vita spiritua­le. Fatta la professione nel 1620, comincia nella sua vita un periodo di infermità, tentazioni e straordinarie fatiche, che sarà seguito peraltro da fenomeni spirituali rilevanti.

 

Le «esteriorità»

 

Quando suor Maria aveva diciotto anni, ossia l'anno seguente la sua professione, cominciano ad aver posto nella sua vita alcuni fenomeni mistici straordinari, ai quali si diede indiscreta pubblicità, senza che lei lo volesse né lo sapesse. Uno dei confessori che ebbe in questo tem­po fu il sopraddetto fr. Giovanni di Torrecilla. Di lui la

Venerabile dice che era più buono che discreto. Suor Maria andava con frequenza soggetta ad estasi e rapimenti, fenomeni di levitazione e altre manifestazioni, e accorreva molta gente a vederla in questo stato. Le mo­nache - allora governavano la comunità quelle venute da Burgos - anziché impedire le esibizioni, le fomentavano.

 

«E si aggiunse alla mia sventura che, dopo la Comunione, mi sol­levarono il velo e mi videro alcuni secolari. E siccome questi rapimenti fanno tanto chiasso nel mondo imprudente, la pubblicità si este­se e andò avanti. Le superiore che avevo erano amicissime di queste esteriorità, così si impegnarono con gli uni e con gli altri secolari, e avendolo concesso ad alcuni, non potevano rifiutarlo ad altri.

Mi avvisò di questo un infermo, che si trovava lì, e venne al con­vento per vedermi e fu con me molto discreto; la mia amarezza e il mio dolore fu tale, che feci voto di non andare a ricevere nostro Si­gnore senza rinchiudermi nel comunicatorio. Chiesi un lucchetto fuo­ri di casa, lo misi e mi chiudevo a chiave; lo potevo fare, perché mi comunicavo da sola per le molte infermità che avevo. Altre volte, quan­do mi nascondevano la chiave, bevevo lo sciroppo o prendevo una me­dicina, perché non mi obbligassero a ricevere nostro Signore, rite­nendo cosa migliore restare priva di questo conforto, piuttosto che si facesse un'imprudenza così grande, come mostrarmi a tutti quelli che accorrevano, poiché solo sentire il chiasso di quelli che venivano mi faceva svenire. Mi rimproveravano aspramente e mi dicevano che ero disobbediente e per obbedire mi arrendevo».

 

Lei stessa, molti anni più tardi, quando racconterà con più esperienza e conoscenza le vie del Signore, si riferirà con alcune riserve alle vicende di quegli anni

Di fronte alle lamentele dell'interessata, il ministro pro­vinciale, fr Giovanni di Villalacre intervenne per mettere fine a quelle esibizioni. Per ordine del suddetto Provincia­le, lei stessa chiese a Dio di toglierle tutte le «esteriorità» e Dio glielo concesse. Questo avvenne nel 1623.

 

«Il modo che trovai di mettere fine a questa pubblicità fu che, ar­mata di fede e di speranza, andai dal Signore e, prostrata davanti al suo Essere immutabile, gli dissi che non me ne sarei andata, finché non mi avesse concesso di togliermi tutte le esteriorità in pubblico e gli chiesi che i benefici che mi avrebbe fatto fossero da solo a sola; e supplicai il superiore, che era il padre fr. Giovanni di Villalacre, provinciale, di proibire alle religiose di mostrarmi ai secolari quan­do ero raccolta. Il superiore lo fece candidamente e l'Altissimo fin da quel momento mi cambiò il cammino e mi mise in un altro, del qua­le era necessario scrivere molto per chiarirlo. Dilatò grandemente la capacità dell'intendere, le facoltà e i sentimenti, perché, per la gran­de ammirazione di una così alta conoscenza, non perdessi i sensi, e in questo stato conoscevo più in un istante, che in tutti gli avveni­menti di tre anni».

 

A partire da questa data, la vita mistica della Venerabi­le, sebbene più elevata, resterà nascosta, senza queste ri­percussioni esteriori.

I fenomeni cessarono e questa novità produsse non pic­cola impressione nelle monache, dando luogo a pareri di­versi. Per molte, tale interruzione rendeva sospetto tutto il passato. Lei taceva. Solo alla madre naturale parlò qual­che volta, vedendola contristata per questo motivo.

A questi anni delle «esteriorità» appartengono anche i supposti viaggi della Venerabile, per evangelizzare gli in­dios del Nuovo Messico. Quando molti anni più tardi suor Maria fu sottoposta a interrogatorio dai censori dell'In­quisizione, la maggior parte delle domande si riferivano a questi presunti viaggi della monaca in America, riportati in un Memoriale che si diffuse molto e di cui è autore fr Alfonso di Benavides, custode del Nuovo Messico, che si recò in Spagna nel 1630 e stette in Agreda. Di questo pro­cesso diremo qualcosa più oltre.

Nello stesso anno 1623, le prime fondatrici fecero ri­torno a Burgos e al loro posto si trasferirono da Madrid, dal convento del Caballero di Gracia, altre tre monache, anch'esse in qualità di fondatrici. Queste erano davvero Concezioniste scalze e governarono il convento per quat­tro anni. Nel 1627 parve ai superiori religiosi che conve­nisse nominare abbadessa la Venerabile, e così fecero, seb­bene ancora non avesse compiuto venticinque anni.

Suor Maria conservò sempre un ricordo molto buono delle monache del Caballero di Gracia, per il loro lavoro come educatrici della nuova fondazione. Si conservano let­tere della Venerabile a dette religiose. In esse si rivelano aspetti altamente simpatici della sua personalità: la spon­taneità, l'umanità e l'affettuosità del carattere.

 

Abbadessa

 

Per undici anni, ossia fino a che si compirono venti an­ni dalla fondazione del convento, suor Maria fu abbades­sa per nomina dei superiori religiosi. Dopo che fu conces­so il diritto di elezione alla comunità, fu eletta, triennio dopo triennio, fino alla morte. Solo una volta l'interessa­ta, ricorrendo al nunzio Rospillosi, ottenne che non si des­se la dispensa per rieleggerla nuovamente e così restò un triennio, dal 1652 al 1655, senza essere abbadessa.

Il governo della Venerabile fu un insieme di prudenza, dolcezza ed efficacia, una via di mezzo tra lo zelo indiscreto e l'eccessiva indulgenza. Fu per trentacinque anni a capo della comunità.

Anche nella vita temporale si conobbe l'efficacia del suo governo. Nel primo anno del suo incarico decise di edifi­care un nuovo convento, fuori dalle mura del paese, vici­no al convento dei francescani. Lo cominciò con così po­chi mezzi da disporre soltanto di cento reali, che un de­voto le prestò. La costruzione tardò sette anni. La fece mol­to grande, con una chiesa graziosa e tutti i laboratori ne­cessari. Il trasferimento delle monache nel nuovo conven­to si verificò nel 1633 e si celebrò con grande pompa.

Quando nell'interrogatorio dell'Inquisizione si insinuò che la Venerabile avesse violato il voto di clausura con i suoi viaggi nelle Indie, lei rispose con grazia che era usci­ta dalla clausura una sola volta, in processione, nel tra­sferimento dal convento vecchio al nuovo.

Quando suor Maria cominciò a governare, le rendite non bastavano per il sostentamento di dodici religiose. Alla sua morte lasciò una rendita fissa per sostentarne trentatré.

Nel 1652 il convento concezionista di Agreda si convertì a sua volta in convento fondatore. La Venerabile cedette quattro delle sue religiose per una nuova fondazione con­cezionista in Borja. Esistono lettere della Venerabile alla nuova comunità, che sono state pubblicate recentemente.

I direttori spirituali

 

Data la parte importante che i confessori e direttori spi­rituali svolsero nella vita spirituale della Venerabile, pare doveroso fermarsi su questo punto. Suor Maria fu un ani­ma presa durante tutta la vita da un «eccessivo timore»:

timore di sbagliare, di traviarsi. Per questo si assicurò sal­damente all'obbedienza, alla direzione dei rappresentanti di Dio. «Mai - lei dirà - mi sono tranquillizzata senza questa guida». Al direttore manifestava tutta la sua coscienza, le grazie e i favori del Signore, e non faceva niente senza la sua approvazione e il suo consiglio. Nel monastero di Agre­da si conservano ancora inedite le sabatine, ossia i reso­conti di coscienza, che ogni sabato presentava per iscritto al direttore. Aveva molto fissa nell'anima la frase del Si­gnore nel Vangelo: «Chi ascolta voi, ascolta me; chi obbe­disce a voi, obbedisce a me» (cf Lc 10,16)26.

Occorre dire che tutti i suoi direttori e confessori, così come i suoi superiori ecclesiastici, furono dell'Ordine fran­cescano, poiché le religiose erano soggette alla giurisdi­zione dei superiori religiosi dell'Ordine a cui appartenevano o a cui erano iscritte; e l'Ordine della Concezione, qua­si dai suoi stessi inizi, si pose sotto la tutela dell'Ordine di san Francesco.

Durante il noviziato ebbe un confessore che a tutte le sue richieste di permesso per fare penitenza si opponeva con un «no». Suor Maria comprese in seguito il bene che le fece.

Durante il periodo delle «esteriorità» ebbe vari confes­sori, i cui nomi conosciamo per le loro risposte all'inter­rogatorio dell'Inquisizione: il già citato fr. Giovanni di Tor­recilla, fr Giovanni Battista di Santa Maria e fr. Tomma­so Gonzalo.

Con l'intervento del provinciale, fr. Giovanni di Villala­cre, per mettere ordine nelle cose della Venerabile, co­mincia un lungo periodo di ventiquattro anni in cui è di­retta da p. Francesco Andrea della Torre. Questo Padre la diresse poi dal 1623 fino al 1647, anno in cui morì. Du­rante il suo mandato, suor Maria scrisse per la prima vol­ta la Mistica Città di Dio; in sua assenza, per indicazione di un altro confessore occasionale, la sospese, poi tornò a scriverla parzialmente e alla morte di lui tornò a bruciar­la. Samaniego ci informa che il re Filippo IV fece nomi­nare vescovo questo Padre, però egli rinunciò per atten­dere meglio alla direzione della Venerabile.

Tra le lettere di suor Maria al re ricorrono alcuni ordi­ni che questo Padre le dava di consultare il cielo su alcu­ne questioni, o di consegnare notizie con visioni sopran­naturali. Anche nella Mistica Città di Dio, come è risapu­to, ricorrono domande che faceva a Dio o alla Vergine per ordine del confessore.

Dopo la morte di questo direttore, rimase per qualche tempo sola, ossia senza direttore. È questo il tempo in cui si lamenta con il re del fatto che l'Ordine francescano non conserva, come dovrebbe, il segreto delle sue cose.

Fu altresì adesso, in questo interregno di direttori, che fu sottoposta all'interrogatorio dell'Inquisizione. In una let­tera al re allude al fatto, e fa riferimento agli eventi della sua gioventù, sui quali si svolse principalmente detto in­terrogatorio:

 

«Nella mia attività non ci sono altre novità oltre a quella che scris­si a V M.; quando giunsi a quella visita rimasi tanto sola e senza con­siglio, che mi sembrò necessario ricorrere alla protezione del prelato, che è il p. Manero. Il Signore mi mandò questa prova quando non c'era confessore né alcun religioso che conoscesse il mio interno, es­sendo morto quello a cui lo avevo manifestato. Ho affidato la mia di­fesa all'Altissimo e alla Regina del cielo; se chiedono che soffra, gioio­sissima abbraccerò la croce. Poiché amo e stimo V. M., le chiedo di dichiarare che, per la sola bontà di Dio, mi lasciò libera la coscienza e la volontà nelle materie spirituali, sebbene temessi di fare errori, es­sendo una donna ignorante. Ma fece così, perché avevo cominciato il cammino della virtù quando ero molto piccola, all'epoca in cui Dio mi manifestò la sua misericordia».

 

Infine, lo stesso anno 1650, comincia a dirigerla p. An­drea di Fuenmayor; che la diresse fino all'ora della morte. Di lui ella dice che è contenta, perché custodisce il segreto:

 

«Il mio confessore distribuì già la sua giornata; è molto dotto e ha tenuto due volte l'ufficio di Provinciale, e ciò che mi consola è che conserva grande segreto nelle mie cose»

 

Suor Maria si trovava sotto la direzione di questo Pa­dre, quando, per ordine suo, scrisse la redazione definiti­va della Mistica Città di Dio. Il p. Fuenmayor sopravvisse alcuni anni alla sua diretta, scrisse una vita di lei e depo­sizioni testificali, che esistono manoscritte.

 

Corrispondenza epistolare con il Re

 

Non c'è dubbio che uno degli episodi più simpatici della vita di suor Maria è quello delle sue relazioni con il re Filippo IV con il quale mantenne corrispondenza episto­lare per lo spazio di più di vent'anni (1643-1665). Bisogna riconoscere che le relazioni di suor Maria con il re di Spa­gna non sono più che un capitolo, il più importante se si vuole, nel contesto delle molteplici relazioni e della va­riatissima ed estesa corrispondenza epistolare che la Ve­nerabile sostenne con molteplici persone del suo tempo. Suor Maria scrisse lettere a papi, re, generali di Ordini re­ligiosi, vescovi, nobili ed ogni ceto di persone della Chie­sa e della società. Dunque, dando per scontato che molta di questa corrispondenza sia andata perduta, non si può fare a meno di restare ammirati considerando il volume, l'estensione, la qualità e varietà della sua attività episto­lare e letteraria. Ben poté parlare Sandoval di un mondo in una cella. Veniamo dunque al tema della sua corri­spondenza con Filippo IV.

Nel luglio del 1643 Filippo IV si trattiene ad Agreda, di passaggio per Saragozza. Visita suor Maria, e le propone l'idea di mantenere corrispondenza con lei. Il re le scriverà a mezzo margine, affinché la risposta della monaca vada nel medesimo piego. E, secondo l'accordo, pochi giorni do­po il re le scrisse da Saragozza la sua prima lettera. Così iniziò questa celebre corrispondenza, che si doveva inter­rompere solo con la morte della Venerabile. L'edizione di Silvela consta di 614 lettere, delle quali 314 sono della mo­naca, e il resto del re.

Che cosa cercava Filippo IV quando bussò alle porte di quel monastero? Aiuto soprannaturale senza dubbio, poi­ché i mezzi umani e naturali gli venivano meno per il mo­mento. Il panorama della monarchia spagnola era inquie­tante: Catalogna sollevata, guerre e rivalità con Francia, Fiandre, Italia, Portogallo; mancanza di mezzi e soccorsi per attendere a tanti «impegni»... Il re progettava di al­lontanare da sé l'onnipotente valido conte duca di Oliva­res, che l'opinione popolare incolpava di tutti i disastri. Però solo e senza ministro, l'abulico Filippo IV che pote­va fare? La coscienza gli diceva per di più che con la sua vita sregolata recava offesa a Dio. In tale angustia ricorre, pertanto, ad un'anima santa, confidando che con le sue preghiere di intercessione presso Dio, le sue luci e i suoi consigli, lo aiuterà ad uscire da quel labirinto.

Suor Maria non deluse le speranze che il re riponeva in lei. Con fedeltà e perseveranza esemplare si pose a ri­spondere alle lettere reali, dispiegando per questo mezzo un vero lavoro di rieducazione cristiana del monarca; nel medesimo tempo non tralasciò di dargli consigli appro­priati in questioni di ordine politico o militare che il mo­narca le esponeva. Così, per esempio, in un momento in cui il re si sentiva tentato di passar sopra ai privilegi di Aragona, suor Maria lo avvertì che non lo facesse per nul­la al mondo. Quando il re voleva estendere all'Aragona la giurisdizione dell'Inquisizione, suor Maria gli consigliò di lasciar da parte questo progetto, essendo inopportuno in quel momento; l'essenziale d'altronde era ottenere la coo­perazione aragonese, per la quale doveva allentare i punti di contrasto. Dopo la riconquista di Barcellona, la mo­naca gli consigliò di porvi dei ministri che si accordasse­ro bene con gli abitanti del luogo. Silvela è giunto a di­re che la monaca di Agreda, con la sua chiaroveggenza e il suo intuito, salvò l'unità della Spagna in quell'ora vera­mente critica e decisiva.

Nell'ordine internazionale, convinse il re a fare la pace con la Francia. Ed effettivamente ebbe la consolazione di veder realizzato questo obiettivo con la firma della Pace dei Pirenei. Suor Maria ebbe una preoccupazione costan­te e generale nel consigliare la pace. Non le entrava in te­sta che per conquistare un castello dovessero morire tanti uomini redenti da Cristo:

 

«Per difendere cose terrene, piazze o regni (ha poca importanza che li tengano gli uni o gli altri) si sparge tanto sangue di cristiani, muoiono migliaia di migliaia di uomini, rovinano i re le loro faccen­de, tengono i poveri vassalli oppressi, pieni di tributi...».

 

La preoccupazione per i poveri, trasmettere al re le la­gnanze, vessazioni e fatiche di questi, è un'altra delle co­stanti che si avvertono in queste lettere. Per inciso viene a dire che lo stato ecclesiastico sente poco la necessità del­la pace, perché ad esso non gli importano le conseguenze della guerra, che tanto affliggono i poveri.

Come pare, più di una volta suor Maria si sentì sco­raggiata e tentata di sospendere quella corrispondenza, so­prattutto vedendo la poca emenda del re (fatto che a lei non restava nascosto, poiché era al corrente delle cose del­la Corte); però la sostenne un fuoco di amore o ardore, che lei credeva infuso, e la impegnava a lavorare per quel­la monarchia, la cui causa veniva identificata con quella di Dio e della sua Chiesa.

Il re, da parte sua, quasi costantemente ripete nelle sue lettere l'aiuto che riceve dalla corrispondenza di suor Maria, la gioia con cui si prende il compito di scriverle, la for­tuna che ritiene per lui l'averla conosciuta, la pena che sen­te quando la monaca tarda a rispondere. Senza dubbio, quel­lo che confortava e commuoveva il re era soprattutto il ve­dere l'intima comprensione e il sincero interesse con cui quell'anima di Dio si dava da fare per il suo bene e per la causa della sua monarchia. Si vedano alcuni passi:

 

«In tutte le lettere che mi scrivi, trovo nuovi motivi di gradimento, poiché riconosco con chiarezza l'amore che mi porti e i desideri tanto vivi che hai del mio maggior bene, sia spirituale che temporale. Questo mi consola molto in mezzo alle preoccupazioni in cui mi trovo, poiché è grande aiuto in esse sapere che c'è chi desidera alleggerirle e chi lo procura con tanto sicuro e certo cammino, come quello dell'orazione»

«Con molto piacere ho ricevuto la tua lettera, come mi succede per tutte quelle che mi scrivi, e in verità non nascondono l'amore che mi porti e il fatto che desideri i miei successi, poiché tutto quello che mi riferisci in esse lo dichiara sufficientemente. Io questo lo apprez­zo e lo gradisco molto, e torno a raccomandare di continuare questa buona opera che mi fai, che spero debba giovarmi molto; non tra­scurarla e non scoraggiarti nel ritenerti tanto umile strumento, poi­ché Dio cerca più questi che i superbi».

«Gran desiderio ebbi la settimana scorsa di rispondere alla tua let­tera, però non mi fu possibile perché si accavallarono molti impegni nel momento in cui la staffetta partiva; ne ho risentito molto, perché non c'è per me miglior momento di quello in cui parlo con te, nel mondo che mi è possibile. Apprezzo e gradisco molto, suor Maria, quanto mi dici, l'affetto e il desiderio che mostri del mio maggior bene, nel quale riconosco quanto fine e sincera è l'amicizia che mi porti, poiché qualunque riga della tua lettera lo dice espressamente e, particolar­mente, i santi e veritieri insegnamenti che mi dai in essa, tutto diri­gendo alla mia salvezza, che è l'unico fine cui dobbiamo aspirare».

 

Un tratto che denota la delicatezza d'animo di suor Ma­ria è l'assoluto disinteresse con cui servì il re. Intendiamodire che mai approfittò delle sue relazioni con lui per ri­cavare vantaggi temporali per sé, il suo convento e i suoi familiari. A quel che pare, il fratello maggiore della Vene­rabile, Francesco, cercò di valersi dell'influsso di sua so­rella per arrivare ad essere vescovo; le chiese di ottenergli un'udienza dal re. Suor Maria, che non riuscì a farlo de­sistere dal suo intento, avverti in precedenza il re della vi­sita; gli suggerì di dirgli buone parole e di licenziarlo, sen­za però prendere sul serio le sue pretese.

 

L'esame dell'Inquisizione

 

Nelle pagine precedenti abbiamo fatto allusione varie volte all'interrogatorio dell'Inquisizione cui fu sottoposta la Venerabile. L'Inquisizione spagnola aprì il processo per la prima volta nei confronti della Venerabile nel 1635. Però per il momento sembra che si fosse limitata a fare alcune domande a diversi testimoni e informatori, lasciando la co­sa in sospeso per molti anni.

Però nel 1649 si riprende l'esame. Al trinitario p. An­tonio Gonzalo del Moral si comanda di andare ad Agreda come censore del Santo Ufficio e di interrogare la Vene­rabile davanti al notaio sulla base di un questionario di ottanta domande, la maggior parte delle quali si riferisce ai suoi sospetti viaggi nelle Indie. Suor Maria riconosce che negli anni delle «esteriorità», avendo sentito parlare dell'evangelizzazione degli indios, credeva a volte di esse­re trasportata lì e di predicare loro; però sempre nutrì dubbi sulla realtà di tali fatti. D'altra parte, Benavides e altri padri rispettabili diedero il fatto per inconcusso e le fecero firmare il famoso Memoriale. La spaventarono dicendole «che poteva cadere nell'eresia di Pelagio, attri­buendo alla natura ciò che era soprannaturale». «Mi ar­resi - dice - più all'obbedienza che alla ragione». Nelle ri­sposte della Venerabile vediamo il giudizio che molti an­ni dopo si era formato sul periodo delle «esteriorità». Rac­contando i favori che gli angeli le facevano, i confessori le ordinavano per obbedienza di domandare il nome di detti angeli, e ne disse alcuni.

Per quel che si deduce dall'interrogatorio, tutta la que­stione dei viaggi nelle Indie ebbe origine da una lettera del p. Francesco Andrea della Torre, direttore della Venerabi­le, all'arcivescovo del Messico, don Francesco Manso di Zùniga, nella quale gli diceva di verificare se nel Nuovo Messico sapessero di una monaca che andava facendo con­versioni. Più tardi giunse di lì fra Alfonso di Benavides, di­cendo che, effettivamente, era stata vista e dava particola­ri.

Egli redasse un Memoriale che fu diffuso largamente. Alla domanda del censore perché avesse firmato il Memo­riale di Benavides, suor Maria dichiarò che quando firmò era turbata, e può affermare che così firmò quel che non sapeva, e pensava che lei sbagliasse ed essi avessero ra­gione: al vedersi davanti tanti padri non seppe fare altro. Aggiunse che i frati e le monache disposero il quaderno come vollero, e fecero poco caso al suo timore. Dicevano che aveva timori imprudenti e scrupolosi.

Infine, suor Maria aggiunse che, circa la questione del suo essere andata nelle Indie, più di una volta pensò di fa­re una dichiarazione sincera per iscritto, vedendo che ne parlavano in maniera diversa, e in alcune cose ingiganti­vano la verità; però, credendo che il tempo l'avrebbe fatto dimenticare, pose tutta la sua cura nel bruciare le carte che aveva scritto.

Il censore fr Antonio Gonzalo del Moral, trinitario, chiu­de il processo facendo una dichiarazione sopra l'alto con­cetto che si era formato dell'interrogata e scusando la faccenda del suo essersi recata nelle Indie per le circostanze ampiamente descritte.

Occorre domandarsi ora che cosa mosse l'Inquisizione a proseguire una causa che per molti anni era rimasta semi-dimenticata. Pare che l'occasione fu la seguente: il duca di Hijar era stato processato per congiura contro il re, e du­rante il processo presentò, a modo di discolpa, una lettera della Venerabile. Anche il p. Monteron, francescano, era sta­to messo in prigione, perché nei suoi discorsi parlava di ri­velazioni che annunciavano disgrazie a danno del re. Di fat­to, nell’interrogatorio si fecero domande alla Venerabile sulle sue relazioni con il duca di Hijar e con il p. Monteron.

 

Ultima malattia e morte

 

La Venerabile fu sempre di salute cagionevole e soffrì di diversi acciacchi e infermità. Silvela ha contato i salas­si di cui lei fa menzione nelle sue lettere, e risultano set­tantuno nello spazio di quattordici anni.

In una lettera del 19 novembre 1660 parla al re di aver sofferto di una grande infermità, per cui ha versato san­gue dalla bocca. In quella del 6 giugno del 1661 parla di giramenti di testa, che le offuscano la vista e le procura­no angosce mortali.

L'ultima infermità, secondo il biografo, fu causata da una febbre e da un ascesso al petto. Furono undici giorni in tutto quelli in cui dovette rimanere a letto. In ognuno di essi servì di edificazione generale alle religiose; ad esse per suggerimento del confessore, e vedendo che piangeva­no amaramente, parlò in questi termini, al momento di ri­cevere l'estrema unzione:

 

«Sorelle, non fate così; considerate che non abbiamo avuto altre prove e che si devono ricevere con uniformità di animo quelle che Dio manda; se la divina Maestà chiede che ci separiamo, si compia la sua santissima volontà. Quello che vi chiedo è di servire il Signore osser­vando la sua santa legge, di essere perfette nell'osservanza della vostra regola e fedeli spose di sua Maestà, e comportarvi come figlie della Vergine santissima, poiché sapete quel che le dobbiamo ed è nostra Madre e superiora. Abbiate pace e concordia tra voi e amatevi le une le altre. Custodite il vostro segreto, astraetevi dalle creature e ritiratevi dal mondo: lasciatelo prima che lui vi lasci. Siate distaccate dalle cose di questa vita e lavorate mentre ne avete il tempo; non rimanda­te questo ultimo slancio quando impedisce tanto il peso dell'infermità e la prostrazione della natura. Adempite gli obblighi, ché con questo io avrò meno purgatorio per tanti anni di superiora. Se camminate così, riceverete dal Signore la benedizione, e anche io ve la do».

Allora, alzando la mano e facendo su di loro il segno della croce, disse: «La virtù, la virtù, la virtù, vi raccomando».

Subito si avvicinarono una dopo l'altra a chiederle singolarmente la sua benedizione, e a ciascuna l'amorosa Madre diede gli avvertimenti e i consigli che in particolare le convenivano, della cui efficacia e me­ravigliosa riuscita ciascuna, per quel che la riguarda, testimonia.

 

Fu assistita negli ultimi momenti dal provinciale Sa­maniego e dallo stesso ministro generale dell'Ordine, p. Salizanes, che trovandosi in cammino per San Domenico del­la Calzada, per presiedere il capitolo che dovevano cele­brare le province di Burgos e Cantabria, deviò verso Agre­da e così poté trovarsi presente alla morte ed alle esequie della Venerabile. Morì nel giorno di Pentecoste, 24 maggio 1665, all'ora terza. Al suo funerale accorse numerosa fol­la, poiché era universalmente stimata. Dopo pochi mesi, come se la perdita della sua fedele e sincera amica l'aves­se prostrato, anche Filippo IV morì.

* * *

Il monastero della Concezione di Agreda, a tre secoli da questi fatti, conserva vivo e operante il ricordo della Ve­nerabile. Dentro le sue mura si conservano religiosamente numerosi oggetti che la riguardano: tra essi, gli otto libri della Mistica Città di Dio, autografi, e numerosi altri scrit­ti e documenti; il corpo della Venerabile, deposto in un'ur­na preziosa, e quello di sua madre, Caterina di Arana; la tribuna in cui si ritirava, la cella che abitò, con due fine­stre, una verso il Moncayo e l'altra verso il Nord; l'abito francescano che portava sotto quello dell'Ordine concezio­nista e casule ricamate da lei. Effettivamente suor Maria fu riconosciuta esperta e abile per i lavori a mano, e si in­tendeva di panni e stoffe, come evidenzia nella Mistica Città di Dio, parlando del vestito che con le sue mani ha filato e tessuto la Vergine per il bambino Gesù.

Suor Maria, come tanti altri casi rilevanti della spiri­tualità cristiana, è la realizzazione più compiuta di quel paradosso evangelico, secondo il quale dalla morte ger­moglia la vita, dalla contemplazione l'azione, e la prova evidente che la vita nascosta in Cristo è la molla più po­tente del vero amore al prossimo.

 

II

COMPOSIZIONE DELLA «MISTICA CITTÀ DI DIO»

 

Il problema dell'autenticità

 

Un alone di dubbio si stende a volte intorno all'auten­ticità della Mistica Città di Dio. La vera autrice di quest'o­pera sarà realmente la celebre monaca di Agreda, suor Ma­ria di Gesù? La ragione principale per dubitare di ciò con­siste nella difficoltà intrinseca al fatto che una monaca di clausura, senza formazione teologica né studi, potesse rea­lizzare un'opera tanto grandiosa, letteralmente impregnata di citazioni dalla sacra Scrittura, piena di dottrina subli­me, scritta in uno stile talmente elevato e ieratico, di rara perfezione. Non sarà più ragionevole pensare che sotto la firma della monaca si nasconda l'opera - se non intera, al­meno parziale - di qualche frate anonimo dell'Ordine di san Francesco? Il sospetto diventa tanto più consistente, quando sappiamo che i francescani hanno lavorato in mo­do incredibile per portare avanti la causa della Venerabile e del suo libro. Ci consta altresì che suor Maria nella sua vita mantenne intime relazioni con i padri di quell'Ordine. La nota di scotismo, ripetute volte lanciata come accusa contro l'opera, contribuisce inoltre ad aumentare il sospetto che la paternità dell'opera ricada, in tutto o in parte, sui francescani che la diressero o ebbero a che fare con lei. È’ risaputo anche che i teologi dell'epoca, alquanto impego­lati in polemiche di scuola, cercavano appoggio e confer­me alle loro posizioni in anime favorite da Dio con visio­ni e rivelazioni. Per tutto questo, la questione dell'autenti­cità risulta qui irrinunciabile.

Cominciamo con l'avvertire, tuttavia, che il problema dell'autenticità non dobbiamo intenderlo in modo assolu­to, come se per affermare l'autenticità dovessimo dire che suor Maria redasse l'opera da sola, senza nessun genere di influenze e di aiuti. Questo si oppone a ciò che l'Autrice stessa afferma molte volte, che tutti e ciascuno dei temi trattati nell'opera, particolarmente i più difficili, li confe­riva con i suoi maestri e direttori spirituali. Evidentemente dovette subire l'influsso, e molto notevole, dei teologi che consultava. Però, da qui ad affermare che fu una redattri­ce che copiava, poco meno che alla lettera, quel che que­sti teologi le suggerivano, c'è una bella differenza.

La questione consisterebbe, ancor meglio, nel sapere fi­no a che punto operò questo influsso dei teologi, se giun­se ad essere di tale importanza che non si possa attribui­re all'Autrice l'appartenenza formale, e non solo materia­le, dell'opera. Non è possibile determinare con esattezza il grado di questo influsso, per la medesima forma in cui si esercitò, poiché si realizzò principalmente per mezzo di conversazioni e consultazioni orali, di cui, naturalmente, non è rimasta prova. Lo stesso deve dirsi delle prediche ascoltate. Però in ogni caso, sebbene non sia possibile de­terminare questo influsso, crediamo di poter affermare, per le ragioni che vedremo in seguito, che suor Maria di Ge­sù di Agreda è la vera autrice della Mistica Città di Dio.

Per questo, e come presentazione dell'opera nello stes­so tempo, ricordiamo brevemente i punti storici fermi, e cerchiamo di ricostruire la complicata storia della genesi e gestazione di quest'opera, fondandoci soprattutto sui da­ti che risultano da altri scritti, che certamente sono della Venerabile, in particolare le lettere scritte da lei o dirette a lei, sulle testimonianze dei suoi direttori e su quello che si desume dal testo stesso della Mistica Città di Dio.

Suor Maria di Gesù morì nell'anno 1665. L'edizione principe dell'opera apparve in Madrid cinque anni dopo, ossia nel 1670. Durante i cinque anni che intercorrono tra la morte di suor Maria e la comparsa del libro, questo fu esaminato da una commissione di teologi dell'Ordine fran­cescano, che, rispettando scrupolosamente il testo dell'o­pera, lo fecero accompagnare da note esplicative e fece­ro precedere l'edizione da un esteso Prologo Galeato e da una biografia di suor Maria, scritti entrambi dal p. Giu­seppe Ximénez Samaniego, Generale dell'Ordine france­scano. Per preparare questa edizione principe si portaro­no a Madrid gli otto volumi della Mistica Città di Dio che, interamente scritti di propria mano dalla Venerabile, si conservavano nel suo monastero di Agreda. Realizzata l'e­dizione, si tornò a depositare religiosamente gli esempla­ri autografi nel monastero di Agreda, dove ancor oggi si conservano.

Poche sono le opere celebri di una certa antichità che godano di una posizione tanto privilegiata. Intendiamo di­re: è raro che esista l'originale autografo delle medesime, come avviene in questo caso. Consta che tanto la Venera­bile come quelli che l'assistevano si impegnarono e inte­ressarono, per ovviare future difficoltà o possibili obie­zioni, a lasciare un originale autografo perfetto, scritto di sua mano e convenientemente firmato. Avevano coscien­za che si trattava di un'opera grande, trascendentale, e in­tendevano prevenire ogni possibile obiezione. Del resto, la Venerabile aveva esperienza che le copie o trascrizioni dei suoi scritti, fatte da altri, non sempre erano del tutto fe­deli, e fece in modo, senza dubbio, di lasciare una bella copia fatta di suo proprio pugno.

Che la scrittura di questi otto volumi sia della Venera­bile non si può ragionevolmente dubitare. Suor Maria di Gesù ha una calligrafia inconfondibile, e confrontando la scrittura di questi volumi con quella degli altri suoi scrit­ti, l'uniformità balza all'evidenza.

Però tutto questo, pur essendo importante, non basta per risolvere il problema; anzi, in parte, lo complica ulte­riormente, perché, volendo immaginare inganni o ipotesi possibili, forse non fu fatto tutto questo per nascondere ar­tifici? Non poté suor Maria copiare o scrivere con la sua mano un'opera di cui in realtà non era lei la vera autrice, prendendo precauzioni perché questo non venisse scoper­to? È’ necessario confessare che, immaginando ipotesi pos­sibili, per quanto poco probabili, non si può scartare que­sta congettura.

 

I decreti romani sull'autenticità dell'opera

 

Nel secolo XVIII, nell'ultimo tentativo, per così dire, che i sostenitori della causa della Venerabile fecero per ottener­ne la glorificazione, Roma promulgò perfino due decreti so­pra l'autenticità della Mistica Città di Dio. Il fatto è che agli occhi della Santa Sede il processo di beatificazione di suor Maria era legato al problema dei suoi scritti, soprattutto del­la sua grande opera, la Mistica Città di Dio. Prima di pro­cedere alla sua beatificazione era indispensabile procedere all'esame degli scritti e affrontare i problemi teologici im­plicati in essi. L'opera che presentava più difficoltà sotto que­sto aspetto era la Mistica Città di Dio. Era pertanto certo che quest'opera fosse realmente di suor Maria? Questo è il primo punto da risolvere. Se non era la vera autrice dell'o­pera, in tal caso il processo poteva andare avanti senza te­ner conto di lei; però se suor Maria era l'autrice, bisognava sciogliere prima le riserve teologiche che pesavano su di lei. Tale era il punto di vista di Roma.

Per risolvere il problema dell'autenticità dell'opera si fe­cero portare a Roma gli otto volumi autografi, che esisto­no nel monastero di Agreda, i quali furono sottoposti ad un esame peritale. Conseguenza di tale accertamento fu il decreto di autenticità, emesso dalla Sacra Congregazione dei Riti l'8 maggio 1757, decidendo che, a giudicare dall'i­dentità della scrittura di questi volumi e degli altri scritti, certamente di sua mano, risulta che la predetta Mistica Città di Dio fu scritta da suor Maria. Questo primo decre­to si basa, dunque, sull'identità di calligrafia che c'è tra l'o­riginale della Mistica Città di Dio e altri scritti autografi della Venerabile.

È’ evidente però che, assolutamente parlando, questo non basta per provare che lei fu l'autrice formale dell'o­pera, poiché è possibile che sia stata una semplice copista o amanuense di un'opera concepita e redatta in preceden­za da un altro. A tal fine, in Roma si procedette ad un se­condo esame, fondato questa volta sullo studio approfon­dito delle caratteristiche dello stile, confrontandolo con al­tri scritti che certamente sono della celebre monaca. Que­sto secondo esame raggiunse ugualmente un esito in fa­vore dell'autenticità: era evidente l'uniformità dello stile tra l'opera e altri scritti autentici della Venerabile. Questo se­condo decreto porta la data dell'11 marzo 1771. Risultato di tutto questo fu la sospensione definitiva, o «silenzio per­petuo», che Clemente XIV impose alla causa di beatifica­zione della Venerabile. Dato che risultava essere lei l'au­trice dell'opera e che sulla detta opera pesavano riserve teo­logiche gravi, si proibiva di proseguire ulteriormente la causa della sua beatificazione.

La prova dell'autenticità fu, pertanto, la causa dell'ar­resto del processo.

A considerare tutto non sono mancati, sebbene po­steriormente, coloro che hanno supposto che ci furono influenze decisive di altre mani nella composizione di quest'opera. Così, per esempio, il p. Andréa Ivars, OFM, fondandosi su alcuni passi della corrispondenza di suor Maria con Filippo IV, avanzò l'ipotesi che il p. Pietro Manero, francescano, avesse dovuto influire sulla secon­da e definitiva redazione della Mistica Città di Dio, tan­to che arrivò a mettere in discussione la vera paternità dell'opera.

Per chiarire nei limiti del possibile questi estremi, si ritiene utile ricordare brevemente la genesi dell'opera, la sua lunga gestazione, la storia delle sue due redazioni; fis­sare le date, confrontare i dati che risultano dalla mede­sima opera con quelli che risultano dagli altri scritti del­la Venerabile o delle persone che ebbero a che fare con lei; mettere a confronto lo stile di quest'opera con quello di altri scritti indubbiamente suoi; conoscere i direttori che ebbe, le date in cui la diressero; altre persone che, per quel che sappiamo, ebbero a che fare con lei e tutti gli al­tri dati che fanno al caso.

 

Prima redazione della «Mistica Città di Dio»

 

L'opera conobbe per lo meno due redazioni complete, oltre a tentativi parziali, ossia fu redatta completamente due volte dalla sua Autrice. La seconda redazione, che è quella definitiva, è più ampia ed estesa della prima.

Ricostruiamo brevemente la storia della prima redazione.

Tanto Edoardo Royo quanto il p. Ivars sono del parere che la Venerabile scrisse per la prima volta la sua opera tra gli anni 1637 e 1643. La stessa suor Maria ci dice tas­sativamente che cominciò a scrivere quest'opera nel 16376. A quel tempo direttore spirituale della Venerabile era il p. Francesco Andrea della Torre. Ella stessa confessa che per lo spazio di dieci anni cercò di resistere agli impulsi che sentiva, finché cominciò a scrivere per la prima volta la Storia della Vergine.

Quando, alla fine del 1643, la Venerabile comincia la cor­rispondenza con il re Filippo IV si capisce che l'opera era già scritta. Una copia di essa è stata inviata al re, che la legge e riferisce le impressioni che suscita la sua lettura. In realtà, poiché l'opera era estesa e constava di tre parti, in un primo tempo gli inviò una copia della prima, e in se­guito gli furono inviate le rimanenti, man mano che por­tava a termine la copia o trascrizione. Poiché la Venerabi­le nelle sue lettere al re parla di «scrivere» nel senso di co­piare, questo principalmente indusse in errore il p. Ivars, pensando che allora stesse scrivendo l'opera, quando in realtà essa era fatta e terminata, e solamente si trattava di farne una trascrizione o copia per destinarla al re. Di que­sta copia dice che la fecero «alcuni religiosi giovani senza esperienza», e che non ebbe l'opportunità di rivederla. Sap­piamo, dunque, che il re aveva una copia dell'opera nella sua prima redazione, con la raccomandazione di conserva­re su di essa il segreto. Nella corrispondenza che si svolse tra Filippo IV e la Venerabile ci sono numerose allusioni a quest'opera. Si può vedere una qualunque delle due edizioni di queste lettere, quella del Silvela o la più recente di Seco Serrano. Si parla, per esempio, dell'opera nella sua pri­ma redazione nelle lettere scritte dal re nelle seguenti da­te: 9 marzo 1644; 5 agosto, 21 settembre, 1 ottobre 1646; e nella lettera scritta dalla Venerabile al monarca il 5 otto­bre 1646. Molte altre della medesima corrispondenza se ne potrebbero citare.

Questa prima redazione della Mistica Città di Dio fu bru­ciata dalla stessa Autrice in data che al presente non si può precisare con chiarezza, poiché è discussa dagli auto­ri; si salvò però, dalla distruzione, la copia o trascrizione che era rimasta a disposizione del re.

Rispetto alle ragioni o cause che spinsero la Venerabile a prendere questa decisione, ella riferisce unicamente gli scrupoli e timori da cui era presa per aver messo mano ad un'opera tanto ardua, ed altresì il consiglio di un confesso­re che l'assisteva in assenza del direttore principale. Quan­do questi ritornò, la rimproverò aspramente e le ordinò di scriverla di nuovo; però nel 1647 questo direttore morì e, per consiglio del medesimo direttore di prima, che doveva essere un religioso anziano, fece un secondo fuoco di carte. Secondo il p. Samaniego, agiografo della Venerabile, il pri­mo rogo fu nel 1645, nel corso di un'assenza prolungata del direttore, Francesco Andrea della Torre, e il secondo, nel 1647, poco dopo la morte dello stesso.

La Venerabile si distinse sempre per un grande amore alla verità, e costantemente la perseguitò il timore di es­sere ingannata o vittima di illusioni. Solo la parola auto­revole del rappresentante di Dio era capace di sostenerla; però quando un confessore le consigliò di bruciare gli scrit­ti, obbedì all'istante. Probabilmente detto confessore, il cui nome non conosciamo, non condivideva il modo in cui la Venerabile era diretta.

Il p. Ivars ha avanzato l'ipotesi che la Venerabile aves­se bruciato l'opera per paura dell'Inquisizione. Quando pre­vide che stava per addensarsi su di lei la tempesta, bruciò l'opera, e così poté dire agli inquisitori che non aveva al­tri scritti, oltre alcune insignificanti carte che mostrò; nul­la disse della copia che esisteva nelle mani del re, e gli in­quisitori non vennero a saperlo. Questo esame inquisitorio ebbe luogo in Agreda stessa, alla grata del monastero, il parlatorio conventuale, nel 1649-1650. In verità, la suppo­sizione del p. Ivars, che l'opera fosse stata bruciata durante l'Inquisizione non si appoggia su nessun documento. Al contrario il p. Samaniego, biografo della Venerabile, atte­sta altra causa

 

Seconda redazione della «Mistica Città di Dio»

 

In quanto alla seconda redazione dell'opera, si cono­scono con esattezza le date del suo inizio e termine: ini­ziò nel 1655 e terminò nel 1660.

In questa epoca il p. Andrés di Fuenmayor dirigeva la Venerabile. Egli le impose il precetto di rifare l'opera. In realtà, esistendo, come esisteva in potere del re, una copia della prima redazione, ed essendo stata recuperata detta opera dal p. Pietro Manero - che poi fu vescovo di Tarazona e morì nel 1659, non era necessario fare una nuo­va redazione propriamente detta. Perché l'Autrice ritenne necessario o conveniente rifare l'opera? Conosciamo vari passi in cui l'Autrice espone la ragione, e in tutti quelli è sempre la stessa, vale a dire: perché allora aveva una nuo­va e maggiore comprensione del mistero di Maria. Prima, quando scrisse per la prima volta, siccome la luce della grazia era abbondante e molto limitata la sua capacità, non poté dire tutto, ed inoltre l'attenzione al contenuto dell'o­pera l'assorbì molto.

Nella corrispondenza medita a don Francesco di Borja c’è una lettera della Venerabile, in data 3 aprile 1648, in cui già si riscontra la necessità di scrivere nuovamente l'o­pera e le ragioni del fatto. Si veda il passaggio:

 

«Signore mio: Se V. S. ha letto (come mi dice) qualcosa della Storia, vedrà che sia per l'impostazione, lo stile e la rivelazione di alcuni misteri occulti, non conviene in nessun caso che venga al­la luce. Per questo domandavo a v. S. se l'avesse vista; e la terza parte, della quale v. S. non è al corrente, contiene una maggiore manifestazione della grazia, perché riguarda ciò che meno nella Chiesa di Dio è stato scritto, ed è qui esposto in maniera più am­pia. Quale impressione ne avranno, se, vivendo io, verrà alla luce? Persone sagge non riescono a capacitarsene ed io ritengo di dover optare per il silenzio, ma anche perché il contrario non sarebbe prudenza.

Mi chiede v. S. perché la scrivo una seconda volta: è perché no­stro padre fr Francesco Andrés ed io ne abbiamo riscontrato l'uti­lità per molte ragioni e prima che morisse ho cominciato a riscri­verla. Le principali sono che, essendo la materia tanto abbondan­te e feconda, era impossibile che i limiti umani si elevassero a ma­nifestare, né potessero esprimere quel che l'intelletto veniva a co­noscere e in una sola volta non si poteva dir tutto. In diverse let­tere e biglietti scrissi al nostro defunto molte cose tra le più es­senziali, perché gli parve opportuno di fare un originale perfetto, essendo le trascrizioni che ne hanno fatto difettose e anche muti­le. Perché V. S. abbia un originale perfetto a disposizione, gliene faccio avere uno buono e molto ampliato; già lo sa il padre Palma, e mi fa pressione perché lo porti a termine. Se v. 5. si troverà vicino al signor don Fernando, gli dia maggiori notizie di tutto»

 

La nuova e più profonda intelligenza che aveva del te­ma, le aggiunte parziali che in forma di biglietti andava facendo, consigliavano di rifare a fondo l'opera e lasciare un originale perfetto e rifinito di essa, dal momento che, finché l'Autrice era in vita, non si giudicava prudente la sua pubblicazione.

In una lettera senza data, scritta dalla Venerabile al p. Giovanni di Palma, spiega in termini simili perché scrive l'opera per la seconda volta:

 

«La ragione e causa perché si torna a scrivere per la seconda volta la Storia della Regina del Cielo: - Per volontà del Signore e per ordine dell'obbedienza ho scritto per la seconda volta questa divina Storia, perché nella prima, essendo la luce con cui cono­scevo i suoi misteri tanto abbondante e feconda, e la mia capacità limitata, non bastò la lingua né furono sufficienti i termini, né la velocità della penna, per dire tutto. Tralasciai alcune cose, e con il tempo e la rinnovata intelligenza mi trovo disposta a scriverle, sebbene sempre tralascerò di dire molto di ciò che ho inteso, per­ché riferire tutto non è mai possibile. Al di là di questo ho cono­sciuto un'altra ragione nel Signore, e questa è che la prima volta, quando scrissi, mi distraeva molto l'attenzione del contenuto e l'or­dine di quest'opera; e furono grandi le tentazioni e i timori che l'anima non le desse il necessario che il Signore chiedeva scriven­dola nel mio cuore, pesando nel mio spirito il suo insegnamento come fa ora quando mi manda la sua ispirazione, e si può com­prendere dal seguente avvenimento... »

 

Il p. Ivars, prendendo lo spunto da alcune espressioni che si trovano nella corrispondenza epistolare tra Filippo IV e la Venerabile, sospetta che il sopra citato p. Pietro Manero dovette esercitare qualche influsso sulla seconda redazione della Mistica Città di Dio. In effetti il re, nel­la lettera del 23 marzo 1650, dice alla Venerabile che il p. Manero ha visto la copia della prima redazione, che era a disposizione proprio del re, e che detto p. Manero aveva notato alcune cosette da discutere con lei, al fine di perfezionare l'opera. Molto più tardi, nella lettera del 3 febbraio 1657, la Venerabile riferisce al re che detto Pa­dre, nominato vescovo di Tarazona, le ha fatto visita. Non è facile determinare l'influsso che il p. Manero poté ave­re sull'opera. Secondo il p. Samaniego nel suo Prologo Galeato, il p. Manero suggerì alla Venerabile di compor­re di nuovo l'opera omettendo i termini teologici e sco­lastici, poiché la presenza di tali termini è attinente alle rivelazioni divine. La Venerabile presentò la proposta al Signore e le fu risposto che le sono stati dati i termini più adeguati alla finalità dell'opera, e che non c’è niente da cambiare. Alla fine, poi, se qualche influsso ebbe, pro­babilmente si ridusse ad alcune correzioni di termini.

Quando il re le chiese quali innovazioni avesse intro­dotto nella seconda redazione, lei rispose:

 

«Signor mio, nella Storia della Regina del Cielo io aggiunto alcuni misteri, chiarendo meglio quelli precedenti; l'ho perfezio­nata tralasciando alcune ripetizioni di termini, e ai tre libri che v. M. vide aggiungo il quarto, che contiene alcune cose particolari della Madre di Dio, e la disposizione che si richiese per scrivere la sua santissima vita, con grandi insegnamenti mistici e morali. Per scrivere questo trattato impiegherò molto. La Storia cercherò di abbreviarla, e se Dio mi dà vita invierò l'una e l'altra a V M., con l’assicurazione del segreto che la materia richiede, e per l'af­fetto che professo a V. M. non so occultarle niente dei miei mag­giori segreti».

 

Indichiamo di seguito le lettere della corrispondenza epistolare tra Filippo IV e la Venerabile in cui si parla del­l'opera, la necessità di scriverla di nuovo, o si fa riferi­ynento al carattere della composizione della stessa nella sua seconda redazione: 5 dicembre, 18 dicembre 1649; 26 feb­braio, 11 marzo, 23 marzo, 1 aprile 1650; 11 marzo 1651; 10 aprile, 3 maggio, 20 dicembre 1652; 3 febbraio, 12 feb­braio, 2 marzo 1657.

 

Confronto delle due redazioni

 

Non esistendo attualmente nessun esemplare autografo né apografo della prima redazione dell'opera, non è pos­sibile valutare la quantità e la qualità delle differenze tra la prima e la seconda redazione. L'unico esemplare della prima, dopo il rogo fatto dalla Venerabile, fu la copia che ebbe in suo potere Filippo IV; però questa copia fu a sua volta bruciata nell'anno 1682, ossia dopo che apparve l'e­dizione della Mistica Città di Dio. Questo rogo fu effet­tuato dal p. Samaniego, Ministro Generale dell'Ordine francescano, che lo fece seguendo le istruzioni date per iscritto dalla stessa Autrice, che, una volta fatta la se­conda redazione, considerava superflua e non più valida la prima. Da questo rogo si salvò unicamente un foglio che recava il titolo della terza parte e la firma dell'Au­trice, foglio che fu sottratto da un frate nel momento in cui si procedette a bruciare l'esemplare. Da questo foglio sappiamo qual era originariamente il titolo dell'opera. Di­ce così:

 

«Mistica Città di Dio, miracolo della sua onnipotenza e abisso della grazia. - Storia divina e vita della vergine Madre di Dio, re­gina e signora nostra, Maria Santissima, restauratrice della colpa di Eva e mediatrice della grazia. - Dettata e manifestata in questi ultimi secoli dalla medesima Signora alla sua schiava suor Maria di Gesù, abbadessa indegna del monastero dell'Immacolata Con­cezione della città di Agreda. Per nuova luce del mondo, gioia del­la Chiesa cattolica e fiducia dei mortali».

 

Confrontando questo titolo con quello della seconda re­dazione si vede che è sostanzialmente identico, però sono stati modificati alcuni termini, vale a dire sono stati usati termini di maggiore esattezza e precisione teologica. In­vece di «autrice della vita e della luce», dice ora «ripara­trice della colpa di Eva e mediatrice della grazia». Invece di «rivelata» dice «dettata e manifestata». Probabilmente l'influsso dei padri prima citati si limitò a cose di questo genere

 

Confronto con altri scritti della Venerabile

 

Un'altra via, che riteniamo valida e solida, per chiarire l'autenticità della Mistica Città di Dio, consiste nel con­frontare quest'opera con altri scritti sicuri della Venerabi­le e comprovare l'unità di stile, l'affinità di linguaggio; di pensiero, di idee, ecc., che si riscontra in essi. Per stabili­re il confronto, scegliamo l'estesa corrispondenza epistola­re che mantenne con il re Filippo IV; accidentalmente ri­correremo anche ad altre fonti: lettera del papa Alessan­dro VII, risposte della Venerabile all'esame inquisitorio e varie. Poiché il tema è vastissimo, possiamo solo abboz­zarlo. Vale a dire, ci limiteremo a rilevare alcuni indizi e a segnalare piste.

Cominciamo registrando la constatazione che in en­trambi gli scritti, lettere al re e Mistica Città di Dio, si ri­scontra la presenza di espressioni identiche, che si ripeto­no a profusione.

Così, per esempio, in entrambe le opere si ripete mol­tissime volte, riferendosi a Dio, il qualificativo «l'Altissimo» e «l'Onnipotente»; e in minor numero, però ugualmente con una certa frequenza, l'espressione «l'essere immutabi­le di Dio» e qualche altra simile. La spiritualità della Madre di Agreda ha qualcosa di sublime: lei ha gustato e sen­tito come pochi l'ineffabilità dell'essere di Dio, la grandez­za dei suoi attributi e, tanto nelle sue lettere al re come nella Mistica Città di Dio o nelle sue risposte all'esame in­quisitorio, ne ha lasciato tracce toccanti. Suor Maria è un a­nima che ha un sentimento molto vivo della trascendenza ineffabile di Dio.

Riferendosi alla condizione delle cose create, che sono per natura finite e limitate, la Venerabile usa le espressio­ni «coartato», «limitato». Queste espressioni appaiono con frequenza nei due scritti.

La Venerabile ama anche usare la parola «repubblica», per designare l'insieme delle facoltà, dei sentimenti, ecc., che l'uomo possiede.

Parlando degli anni che trascorsero dalla creazione fino all'incarnazione, tanto nelle lettere al re come nella Misti­ca Città di Dio, appare lo stesso computo di 5199 anni.

Una delle idee che più costantemente affiorano, nel­l'ampia corrispondenza epistolare che suor Maria man­tenne con il re Filippo IV è che le monarchie cattoliche devono stare al servizio della Chiesa, difenderla, ecc. Tra queste monarchie lei vedeva che la Spagna era la princi­pale. E senza dubbio questa fu la causa per cui con tan­to impegno lavorò nella formazione spirituale di Filippo IV, nonostante conoscesse bene i suoi difetti e sapesse lo scarso frutto che ottenevano i suoi sforzi. Orbene, nella Mistica Città di Dio, possiamo comprovare la presenza delle stesse idee.

«Visione astratta della Divinità» è terminologia o tecni­cismo caratteristico della Madre Agreda. Non ricordiamo di aver visto questa espressione nelle lettere al re. È’ noto che in esse suor Maria si propone di partecipare al suo desti­natario quel che la luce divina le mostra, però ridotto al­l'ordine comune: «Nel modo che la distanza lo permette, rendo partecipe V. M. degli insegnamenti che la divina lu­ce mi concede, disponendoli secondo l'ordine comune e oc­cultando il mistero del Re celeste, perché V. M. riceva da esso quel che è da gustare e gli altri non lo conoscano».

Lo stesso dice nella Mistica Città di Dio (libro I, capito­lo Il), quando spiega i modi delle comunicazioni divine e i diversi stati in cui la sua anima si trova rispetto ad essi. A volte - dice - Dio le dà licenza e ordine «di ammonire qual­cuno; tuttavia vuole che ciò sia fatto parlando al cuore con ragioni piane, chiare, comuni e caritative in Dio».

Nell'esame inquisitorio (risposta alla domanda 66) tro­viamo anche l'espressione «specie astrattive». La detta do­manda 66 fu di questo tenore: «Se in qualche occasione ha visto Dio chiaramente e distintamente e in quali tempi e occasioni».

La risposta della Venerabile a questa domanda è am­pia e bellissima. Nega di aver mai avuto visioni intuitive, però crede di poter affermare di aver avuto un'altra vi­sione molto inferiore «per specie astrattive». Senza dub­bio si riferisce all'esperienza mistica essenziale o contem­plazione infusa.

Nella Mistica Città di Dio la Venerabile usa l'espressio­ne «visione astrattiva» ripetute volte, attribuendola alla Ver­gine. Dove più estesamente e di proposito si riferisce a questo genere di visione della Divinità che ebbe la Vergi­ne è nella parte I, libro Il, numero 631ss.

La devozione agli angeli è un'altra caratteristica rile­vante e notevole della spiritualità della Madre Agreda. El­la ha vissuto o creduto di vivere in relazioni intime con questi spiriti celesti. Per la corrispondenza mantenuta con il re vediamo ugualmente che a lui raccomanda più volte questa devozione. Anche nell'esame inquisitorio le fu rivolta una domanda su questo punto; lei confessò candidamente la devozione che sempre ebbe per gli an­geli e i benefici che da essi aveva ricevuto; riconobbe an­che senza esitazioni che a volte avvertiva intellettual­mente la loro presenza. In quanto alla Mistica Città di Dio, è per di più conosciuto il ruolo tanto rilevante che in essa svolgono gli angeli in tantissimi episodi della vita della Vergine, per cui sembra superfluo e noioso fare citazioni.

Lo stesso, parallelamente, si può dire del posto che oc­cupa il demonio, il suo intervento nel mondo, ecc. Suor Maria confessa candidamente di aver notizia e conoscen­za di esso. La sua lettera a papa Alessandro VII e talvol­ta la testimonianza più eloquente su questo punto. Le re­lazioni con il mondo soprannaturale sono in certo modo familiari. Sommamente interessanti a questo riguardo so­no le rivelazioni che ricevette o credette di ricevere di due egregi defunti, cioè, la regina Isabella di Borbone e il prin­cipe Baldassarre Carlos. Nella Mistica Città di Dio l'in­tervento del mondo diabolico è altresì molto frequente e del tutto conosciuto, perché siano necessarie citazioni.

Uno dei passi delle lettere al re che presenta un suo più evidente parallelismo con la Mistica Città di Dio è quello in cui descrive le doti di cui godrà il beato, tanto nella sua anima quanto nel suo corpo. Non solo le parole, ma per­sino alcune intere espressioni sono identiche.

In una lettera scritta al re in data 19 marzo 1648 (vol. Il, p. 289) la Venerabile confessa che, dopo i misteri che appartengono all'essere di Dio, a Cristo e a sua Madre, quel che le ha rapito l'anima e avvinto il cuore è la grandezza e meraviglia di un'anima in grazia, e descrive tale bellez­za con termini splendidi. Nella lettera del 10 maggio 1649

(voi. Il, p. 370) dice che, descrivendo la Storia della Regi­na del Cielo, ossia la Mistica Città di Dio, ha ricavato un grande concetto e stima dello stato di grazia. Si dovreb­bero citare molti passi della Mistica Città di Dio che si ri­feriscono a questo tema.

Sulla possibilità di raggiungere la perfezione con l'aiu­to della grazia, scrive al re in una lettera del 25 ottobre 1647 (vol. Il, p. 254). Nella Mistica Città di Dio l'idea si trova in molti passi

Il ricorso costante alla sacra Scrittura è un'altra carat­teristica degli scritti della Venerabile. Nella lettera al re del 5 luglio 1652 (vol. Il, p. 167) chiede scusa per questo, però adduce che le parole della Scrittura possiedono un'effica­cia divina e per questo ricorre ad esse; in quella del 7 no­vembre 1653 (vol. Il, p. 259) torna ad esprimere la stessa idea. Per quanto si riferisce alla Mistica Città di Dio, pos­siamo dire che essa è tutta come un manuale di citazioni e allusioni al testo sacro, che evidenziano nell'Autrice una familiarità e un grado di conoscenza veramente notevole dei libri santi.

E per il momento basta. Comprendiamo che questo la­voro di confronto della Mistica Città di Dio con altri scrit­ti della Venerabile potrebbe essere portato molto avanti, e sicuramente con risultati positivi. Un semplice sguardo a due dei suoi opuscoli, la Scala per salire alla perfezione e le Norme della sposa, dà l'impressione di identità di stile, di concezione, di tratto unico e di sentimento. Però non possiamo dilungarci oltre. I dati che abbiamo riferito si ri­ducono il più delle volte a dettagli lessicali e affinità di idee. Questi indizi, a prima vista insignificanti e irrilevanti, di solito sono i più indicativi, come sanno bene quelli che si occupano di critica storica.

Crediamo, insomma, che uno stesso modo di parlare e di sentire nell'anima si percepisca attraverso tutti questi scritti, e che questo manifesti abbastanza chiaramente la stessa Autrice, con la sua individualità e personalità in­confondibile.

 

Carattere personale della «Mistica Città di Dio»

 

Riassumendo: dinanzi alla moltitudine delle testimo­nianze documentali di prim'ordine, che attribuiscono sen­za discrepanza alcuna la Mistica Città di Dio a suor Ma­ria, l'ingente quantità di notizie che abbiamo raccolto pas­so per passo sulla composizione dell'opera, l'identità di lin­guaggio, di stile e di pensiero tra l'opera in questione e altri scritti autentici di Suor Maria, non è ragionevole du­bitare dell'autentica paternità della Mistica Città di Dio. Per il resto, attribuire ad un'anima totalmente immersa in Dio nel cammino della perfezione, come fu suor Maria, la soverchieria di copiare e presentare come sua un opera scritta da altri è, oltre che falso, irriverente.

L'opera è, pertanto, sua.

Quanto all'influsso che su di essa esercitarono i diret­tori e teologi che trattarono con suor Maria, rimane ac­certato quel poco che si può determinare. Risulta che si trattò di un influsso superficiale e accidentale, che in nul­la inficia la vera paternità formale dell'opera.

Questa stessa conclusione, che dunque l'influsso fu su­perficiale e accidentale, si impone se teniamo conto del ca­rattere molto personale dell'opera. In effetti, la struttura stes­sa e l'unità di concezione dello svolgimento del tema è un caso singolare, unico e originale, difficilmente compatibile con influssi notevoli di diverse persone. L'opera, in tutte le sue righe, possiede una perfetta omogeneità di linguaggio,

stile, idee, ragionamenti, affetti, ecc., senza che si riscontri nessuna frattura dell'unità e uniformità.

Le stesse dottrine propriamente teologiche, tanto quel­le comuni quanto quelle della scuola - queste ultime do­vute senza dubbio ai teologi e direttori francescani - ap­paiono esposte nell'opera con un carattere completamente personale, come qualcosa, per dir così, di digerito, vivido e personalizzato da chi scrive l'opera. Anche nei casi in cui utilizza termini e idee proprie dei teologi, la sua utilizza­zione ed esposizione non presenta mai il tecnicismo pro­prio di un teologo, ma la medesima impronta personale delle altre pagine.

Inoltre, tutta l'opera è impregnata di alcuni caratteri propri ed esclusivi, che denotano in chi l'ha composta una personalità femminile, tipica di una religiosa che vive in clausura ed è dedita alla vita mistica. Se non si conosces­se il nome dell'Autrice, bisognerebbe affermare che dall'a­nalisi del carattere personale dell'opera si deduce indiscu­tibilmente la personalità femminile, religiosa e mistica di chi l'ha prodotta.

Quanti hanno dubitato che suor Maria, una donna sen­za studi teologici, possa essere la vera autrice formale del­la Mistica Città di Dio, sono stati indotti a dubitare sicu­ramente, tra le altre cose, della molta erudizione che si manifesta nell'opera. Non crediamo, tuttavia, che questo sia un ostacolo.

Suor Maria di Agreda, per ciò che traspare della sua per­sonalità nella sua attività umana, religiosa e letteraria, fu senza dubbio una persona intellettualmente superdotata, con una capacità eccezionale di comprendere, ricordare e assimilare tutto quanto udiva o leggeva; le sue lettere al re ne dimostrano la penetrante intelligenza, l'assennatezza e la saggezza. Si aggiunga a tutto questo una speciale assi­stenza divina che lei assicura di avere, e che noi non pos­siamo negare, senza giungere necessariamente ad affermare in lei una scienza infusa in tutto, e non c'è nessun mo­tivo per negarle l'erudizione che dimostra nell'opera. La sua straordinaria intelligenza, la sua eccezionale capacità mne­monica, le sue numerose ore di riflessione e meditazione nel ritiro claustrale, unite alla speciale assistenza divina, èciò che spiega come possa maneggiare questa enorme quan­tità di dottrine e dati conferendo al tutto questa impronta personale caratteristica con cui lo ha elaborato.

L'uso che suor Maria fa delle dottrine della scuola fran­cescana scotista denota indubbiamente un influsso effetti­vo dei teologi che la circondavano. Questa è un'altra delle ragioni di coloro che hanno dubitato dell'autenticità for­male dell'opera.

Però questo, tenendo conto del carattere personale che suor Maria dà a tutta l'esposizione, come abbiamo cercato di delineare, non si oppone evidentemente alla paternità for­male dell'opera. Suor Maria, come tutti, è figlia del suo tem­po e del suo ambiente, come lo furono anche gli autori sa­cri ispirati da Dio. Lei, suor Maria, conosce le divisioni di scuola e le loro dottrine opposte o divergenti, e cerca pre­cisamente di superarle, raggiungendo la verità autentica, sin­cera, limpida e senza divisioni, quale lei crede di aver inte­sa nelle illuminazioni che Dio o i suoi santi le comunica­no. Possiede sufficiente personalità e indipendenza per giu­dicare secondo quello che le è stato dato di comprendere, e si sforza di farlo così con coscienza. Di fatto, è sicuro, ha una marcata simpatia per le dottrine della scuola france­scana, dovuta - ripetiamo - a un influsso effettivo che esi­stette. Però questo non autorizza a pensare che fu usata co­me strumento per dare l'apparenza di rivelazioni a dottrine di scuola; suor Maria era molto intelligente e perspicace, aveva troppa personalità e onestà per divenire facile stru­mento di questi intrighi. Semplicemente ebbe un influsso francescano, come avrebbe potuto averne un altro differen­te in circostanze diverse, nella mentalità e nel modo proprio di pensare, il quale non ne infirma in assoluto l'autenticità e l'originalità.

Altra cosa e che, una volta pubblicata l'opera, alcuni anni dopo la morte dell'Autrice, la Mistica Città di Dio si trasformerà di fatto in bandiera di controversie tra scuo­le, come di fatto avvenne; ma quel che successe dopo non dimostra affatto che l'opera fu predisposta precisamente per questo.

L'opera fu quello che suor Maria voleva che fosse: una raccolta di dati e dottrine, raccolti dalle fonti a sua dispo­sizione, meditati in lunghi tempi di preghiera e contem­plazione, sanzionati dalle rivelazioni divine che riceveva nel­la sua vita mistica di unione con Dio e con gli esseri cele­stiali, e strutturati in modo meraviglioso in una storia di­vina di Maria santissima, per edificazione dei fedeli.

A suor Maria di Gesù di Agreda spetta, dunque, la glo­ria - perché di vera ed eccellente gloria si tratta - di es­ser stata la vera autrice della immortale opera Mistica Città di Dio.

 

III

VICENDE DELLA «MISTICA CITTÀ DI DIO»

 

Il secolo XVII è stato qualificato come il «secolo d'oro» della mariologia; al suo splendore la Spagna contribuì in maniera unica. Tuttavia, negli ultimi decenni si comincia a sentire già la fatica della decadenza. La devozione ma­riana, a forza di evitare gli aspetti fondamentali, si disar­ticola, perdendosi in questioni tali, che oggi definiremmo oziose e alcune perfino sconvenienti. Pensiamo, per esem­pio, alla reazione di Baillet contro «i devoti indiscreti del­la Vergine».

Questi motivi, uniti all'intransigenza delle scuole e allo spirito debosciato della Spagna del secolo XVII, furono le cause principali che fecero appassire l'ideale della riforma teologica.

In questo ambiente venne alla luce la Mistica Città di Dio. Presentata dall'Autrice come divinamente rivelata, e chiamata dalla scuola francescana come standard delle idee che allora difendeva (predestinazione assoluta della Vergi­ne e sue conseguenze: immacolata concezione, ecc.), la lu­ce che pretese di irradiare nel mondo restò oscurata dalla critica di quanti erano contrari a detta scuola, o militava­no nelle avanguardie dello «spirito geometrico» e gianse­nista del tempo. L'opera restò alla mercé di una delle più accanite controversie che si registrano nella storia della mariologia.

Passata a miglior vita la venerabile suor Maria di Gesù di Agreda il 24 maggio 1665, il p. Salizanes, in quel tem­po Ministro Generale dell'Ordine francescano, ordinò che si raccogliessero tutti i suoi scritti. Il principale di quelli che si ebbero fu la Mistica Città di Dio. Dopo la lettura e l'esame con persone dotte, il p. Salizanes si convinse «che sarebbe di gran servizio a Dio e utilità dei fedeli che ve­nisse alla luce presto... se dopo essere esaminata con dili­genza si trovava corrispondere tutta l'opera, senza alcuna dissonanza, a ciò che promette il suo titolo».

Si formò una giunta esaminatrice, integrata da padri della provincia di Burgos, tra i quali figurava il p. Andrea di Fuenmayor, l'ultimo confessore della Venerabile. Dopo l'esame, tutti convennero che la sopraddetta opera «nien­te conteneva contro la fede e i buoni costumi, ed anzitut­to era conforme alla dottrina cattolica». La giunta decise, inoltre, di illustrarla con prefazioni e note esplicative nei passi più oscuri. Incarico che, per lettera del 12 novembre 1669, viene affidato dal p. Salizanes al p. Giuseppe Ximé­nez Samaniego. Lo si nominava, inoltre, incaricato di stam­pare l'opera, con la proibizione di variare il contenuto del­la medesima.

Completata con il Prologo Galeato, note, relazioni della vita di suor Maria, tavole ed elenchi, licenze dell'Ordinario e del Consiglio Reale di Castiglia, fu consegnata alla stampa e pubblicata nell'anno 1670.

Mancavano tuttavia per la stampa il prologo, le note, le approvazioni, le tavole e gli elenchi quando l'Inquisizione spagnola già la sequestrava. Il Supremo Tribunale intimò al religioso incaricato della stampa e allo stesso editore, nella cui abitazione si custodivano i fascicoli stampati, sot­to le pene e censure stabilite, di non pubblicare né divul­gare l'opera senza nuovo ordine del Santo Ufficio. All'ap­parenza il motivo di tale provvedimento fu la diffusione clandestina tra persone particolari di alcuni pieghi stam­pati: «sia perché essi li presero di nascosto o senza per­messo della Religione, sia per desiderio dello stesso edito­re o di qualcuno dei suoi dipendenti, sia per lo zelo indi­screto di alcuni devoti curiosi, sia perché presero copia del­l'esemplare che persona sovrana, Filippo IV chiese al Ge­nerale passato, senza poter resistere alla somma autorità e desiderio che manifestò di vederlo, sebbene gli fosse fat­to presente dal Generale che non erano ancora stampati con le dovute licenze, sia altre prevenzioni». Questo mo­do di procedere violava il decreto di Urbano VIII del 3 maggio 1625, che richiedeva l'approvazione di una com­missione di teologi e della Santa Sede, in tal modo i libri di questo genere, pubblicati senza tali requisiti, si consi­deravano come non approvati.

Il fatto sta che, nonostante le proteste e giustificazioni del p. Samaniego, solo attraverso un esame che durò diciasset­te anni, durante i quali si celebrarono cinquantasette sessio­ni, si espresse favorevolmente l’Inquisizione spagnola il 3 lu­glio 1686, e con essa diciassette università spagnole e stra­niere. Nel medesimo tempo ordinava di raccogliere tutte le edizioni anteriori «diffuse furtivamente» per vedere se con­cordavano con l'originale, cioè con l'edizione del 1670 stam­pata in Madrid da Bernardo di Villadiego.

L'Inquisizione spagnola redasse in seguito ai primi esa­mi un elenco di avvertenze e obiezioni contro l'opera, ri­chiedendo espressamente di inviano all'Ordine di san Fran­cesco per la difesa.

Iniziato il processo diocesano della beatificazione nel­l'anno 1668, veniva introdotto nella Congregazione dei Riti il 21 giugno 1672. Clemente X, su istanza di Carlo Il, firmò un decreto, il 28 gennaio 1673, con cui iniziò il pro­cesso apostolico, lasciando a carico del cardinale Portocar­rero l'esame dei libri. Il 2 settembre 1679 la Congregazio­ne dei Riti consegnò i libri al Santo Ufficio che, conside­rando non l'opera in quanto tale ma quello che conveniva all'ambiente, si pronunciò contro la Mistica Città di Dio, finendo per includerla nell'Indice dei libri proibiti il 24 giu­gno 1681 per decreto di Innocenzo X1. Una delle principali accuse fu che l'Autrice presentava come divinamente rivelate le dottrine di Scoto. Si segna­lano anche come causa di questa condanna i pregiudizi di un certo censore, la violazione del decreto di Urbano VIII, e che si narrino nell'opera storie apocrife e si esageri il culto a Nostra Signora

Se la decisione dell'Inquisizione spagnola causò stupo­re, non meno io causò quella della romana, giacché nes­suno aveva dato alcuna sentenza in Spagna e la censura non era basata sull'originale.

Venuto il Ministro Generale a Madrid dopo la visita ca­nonica, chiese protezione ai re Carlo Il, ebbe il patrocinio dei principi e magnati e diresse a sua Santità un memo­riale in cui chiedeva la soppressione dei decreto, fin quan­do l'Ordine avrebbe dato soddisfazione ai dubbi proposti dalle Congregazioni.

Il Papa, sempre disposto a soddisfare i disegni dei re, ordinò la soppressione del decreto per Spagna e Portogal­lo, sebbene «il procedimento e la pratica di questa Sacra Congregazione dispongono il contrario». Questo avvenne il 9 novembre 1681.

L'opera di Maria di Agreda era già conosciuta nei mon­do religioso, quando il p. Crosset pubblicò in Marsiglia nel 1695 la versione francese del primo volume della Storia di­vina. «Fece la traduzione, e la stessa traduzione, come si dice, suscitò l'imitazione», commenta Arbiol nel prologo del suo Certamen.

Sintetizzando il processo della Sorbona, così come ce lo narra Arbiol, incontriamo in esso le seguenti tappe: il 2 mag­gio 1696 si convocarono i comizi della facoltà per sottopor­re ad esame il libro di Maria di Agreda. La critica fu affi­data a quattro dottori (era costume in tali casi eleggere 10, 14 o 20 dottori). Dopo 61 giorni di studio redassero una sum­ma di 19 articoli in cui si condannavano 60 proposizioni del­la Mistica Città di Dio. Nelle assemblee del 2 luglio promul­garono la sentenza condannatoria. E cominciò la guerra nel­la facoltà teologica. Gli «agredisti» e «mariani» vedevano co­me buona e retta la dottrina agredana, e proponevano che il giudizio definitivo lo desse la Chiesa. Al contrario, gli «an­tiagredisti», «antimariani» o «sediziosi» la condannavano e riscontravano in essa gli errori di Ario, Nestorio, Pelagio, Fo­zio, Bayo, Giansenio, qualificando la sua Autrice come im­pudica, sacrilega, idolatra, pelagiana, luterana, quietista.

Il giorno 14 era quello stabilito per la votazione. Furo­no tanto violente le discussioni tra «mariani» e «antima­riani» che fino ai giorno 10 di settembre non poterono de­cidere nulla. Nel frattempo, ciò nonostante, i dottori inca­ricati dell'esame approvarono la censura che avevano pre­sentato per la discussione.

Il primo ottobre 1686 fu resa di dominio pubblico una seconda censura che aveva per titolo Censura Sacrae Fa­cultatis Parisiensis, dove, dopo una introduzione in onore della Vergine, si riferiva quella dei dottori incaricati. Però questa censura non fu sottoposta a votazione pubblica e nonostante l'opposizione dei «mariani» si sciolsero le as­semblee. È la «Censura supposititia», che, ad eccezione del prologo, è simile alla prima

Si è soliti porre come causa della censura parigina il gal­licanesimo e il giansenismo regnanti in quei tempo in Fran­cia. Nei quarto periodo della guerra dei trent'anni (1635-1649), la casa degli Asburgo rimase sconfitta. Richelieu e la sua politica si oppongono alla politica spagnola, e al rina­scimento gallico si oppone il tramonto dell’impero spagno­lo. D'altra parte, nella seconda metà dei secolo XVII assi­stiamo in Francia ad una grande rivolta contro la scolasti­ca e contro i «devoti indiscreti» della Vergine, movimento che aveva come sottofondo io «spirito geometrico» dell'in­tellettualità francese, costituiva il germe essenziale del gian­semsmo e cuiminò nella «illustrane».

Che le università spagnole assumessero la difesa della Mistica Città di Dio come causa propria e si strappasse­ro le vesti davanti alla «ingiustizia francese», non c'è nul­la di strano, se teniamo conto dell'opposizione esistente tra Francia e Spagna, così come la differente traiettoria culturale e la qualifica di «giansenista» con cui si deno­minava nella penisola iberica l'università francese. La que­stione «suor Maria di Agreda» si trattò in Spagna come causa nazionale, allo stesso modo in cui era stata assun­ta la causa dell'Immacolata. Le università di Granada, Burgos, Cadice, Madrid, Canarie, Alcalà, Tolosa, Lovanio, Saiamanca, con i diciassette collegi maggiori, si pronun­ciarono contro la Sorbona e a favore della Mistica Città di Dio.

Nasce così una delle vertenze più ampie nella bibliogra­fia della controversia agredana. I successori di Innocenzo XI furono coinvolti nella problematica controversia.

Il papa Clemente XI reintegrò la commissione esamina­trice e fece togliere l'opera dall'Indice. In più, avendo chie­sto di esaminarla la Congregazione dell'Indice, rispose che non era necessario, poiché non c'era in essa niente di ma­le e d'altronde esisteva già una congregazione particolare per io scopo. Con tutto ciò, nel 1713, la condannò di nuo­vo il Vescovo inquisitore, appoggiandosi al decreto del 1681. Però una volta di più interviene il re di Spagna, ora Filip­po V e i libri rimangono autorizzati.

Benedetto XIII determina, nell'anno 1729, che proceda la causa di beatificazione senza nuovo esame dei libri. Però il suo successore, Clemente XII, dispone di fermare la cau­sa e, come motivazione, adduce che nei decreto del 1681 Innocenzo XI proibisce di proseguire la causa senza pre­vio esame dei libri. Per questo si istituì una commissione per fare una revisione dell'opera, e così porre fine alla con­troversia e alla causa.

Muore Clemente XII e tutto rimane sospeso fino all'an­no 1743, in cui Filippo V chiede a Benedetto XIV che si prosegua il lavoro. E infine, nel 1747, promulgò un decre­to in cui, senza considerare che sia ancora sottoposta a giu­dizio l'autenticità della Mistica Città di Dio, permette «gra­tia speciali» di proseguire la causa di beatificazione, re­stando sempre in piedi il dubbio sopra le virtù. Dice, dei resto, che, sia come sia, i libri non contengono alcun er­rore. L'autenticità delle opere venne approvata nel 1757.

Morto Benedetto XIV il suo successore, Clemente XIV dispone che in virtù dei decreto dei suo immediato prede­cessore, si possa procedere «ad ulteriora», esaminando pri­ma l'eroicità delle virtù. I consultori non opposero nulla alle virtù. L'unica obiezione che fecero è che, tuttavia, non si era ancora concluso l'esame delle opere. Si formò una nuova commissione esaminatrice. Si riunì il 27 aprile 1773 e fece la revisione dei libri conforme ai voti del 1747, fat­ti da Benedetto XIV e che si conservavano in Castel Sant'Angelo. Però, come il re di Spagna ricevette notizia della causa, fece scrivere al suo ministro di Roma, perché interponesse la sua supplica in ordine a trasferire la deci­sione ad altra congregazione.

Si trovò infine la congregazione. Tutto si trattò in se­greto e per vari mesi nessuno seppe niente. Secondo il pro­motore della fede, la maggioranza dei voti della congrega­zione furono contrari all'approvazione degli scritti. E al­cuni che erano favorevoli, al veder il dictamen di Benedetto XIV, che si conservava in Castei Sant'Angelo, cam­biarono opinione. Il Sommo Pontefice disse la cosa come stava e dispose che non se ne parlasse più.

Così terminò la controversia della Mistica Città di Dio e, parallelamente, il processo di beatificazione della sua Autrice.

Posteriormente, al tempo di Pio IX, Leone XIII e Pio XI, si inviarono ai medesimi Pontefici molte valide racco­mandazioni a favore della causa, alle quali fu data atten­zione, come conveniva alle altissime personalità che le scrissero, però, in concreto, non si fece alcun passo utile.

 

 

IV

GENERE LETTERARIO DELLA «MISTICA CITTÀ DI DIO»

 

Per leggere e interpretare debitamente un'opera, è ne­cessario tener conto del suo genere letterario. Se questo è valido per qualunque genere di opere, molto più lo sarà per le opere redatte in un genere letterario non frequen­te e che, inoltre, si presta per sua stessa natura a interpretazioni e valutazioni diverse. Tale è il caso della Mi­stica Città di Dio.

Per questo diamo alcune indicazioni - sempre nell'o­biettivo ristretto che ci siamo proposti più questa intro­duzione - che servano per determinare il genere lettera­rio della Mistica Città di Dio. Segnaleremo la sua strut­tura letteraria esterna, le sue caratteristiche letterarie in­terne di opera narrativa e «profetica», e aggiungeremo al­cune osservazioni sulle sue fonti di informazione e il suo linguaggio.

 

Struttura letteraria esterna

 

La Mistica Città di Dio si divide in tre parti. La prima comprende dalla predestinazione di Maria fino all'incar­nazione del Verbo; la seconda dall'incarnazione fino all'a­scensione di Cristo; e la terza, dall'ascensione fino all'in­coronazione di Maria nei cieli.

Ciascuna di queste tre parti va preceduta da una intro­duzione propria; l'introduzione alla prima parte è di fatto una introduzione a tutta l'opera.

Nei capitolo finale dell'opera si aggiunge, a mo' di ap­pendice, una lettera dell'Autrice alle religiose del convento di Agreda.

Le parti sono divise in libri: la prima parte comprende due libri (I e Il), la seconda quattro libri (III, IV, V e VI) e la terza due libri (VII e VIII). La divisione in libri ha per oggetto, secondo la sua propria Autrice, di rendere più fa­cile e pratica la consultazione di un'opera tanto estesa. L'autografo originale, in effetti, scrupolosamente prepara­to dall'Autrice, è disposto e distribuito in otto volumi cor­rispondenti agli otto libri. La divisione in libri, sebbene realizzata per la ragione pratica di comodità di consulta­zione, si attiene a un ordine sistematico progressivo di di­stribuzione di materie, come si può apprezzare vedendo l'indice generale.

Ogni libro è distribuito in capitoli, che cominciano la loro numerazione di nuovo in ciascun libro. In cambio, ogni suddivisione o paragrafo, di cui consta ciascun ca­pitolo, reca una numerazione marginale che comincia in ciascuna delle parti e continua attraverso i capitoli e li­bri che comprende la parte. La numerazione marginale corrisponde, poi, alle parti indipendentemente dai libri. Solamente le introduzioni a ciascuna parte hanno la lo­ro numerazione indipendente e propria di ciascuna.

Ogni capitolo reca ordinariamente, a partire dal capi­tolo sedicesimo della prima parte, uno o più paragrafi con­clusivi, che contengono quello che l'Autrice chiama, con queste o simili parole, «Insegnamento che mi diede la Re­gina del cielo».

Tutte queste divisioni, distribuzioni e numerazioni sono poste dalla medesima Autrice, che le ha curate ai dettaglio. Avvertiamo di passaggio che abbiamo ritenuto conveniente conservarle al medesimo modo nella presente edizione, per rispetto dell'originale e la facilità che offrono per il con­fronto con altre edizioni più o meno fedeli.

Questa è la struttura esterna dell'opera. Passeremo ora a trattare quello che costituisce propriamente il suo gene­re letterario, cominciando con l'annotare alcune osserva­zioni sopra il titolo stesso dell'opera.

 

Il titolo dell'opera

 

Il titolo completo dell'opera è smisuratamente lungo per il gusto attuale; obbedisce, senza dubbio, al gusto e allo stile dell'epoca in cui scrive l'Autrice; con tutto ciò, a no­stro parere, determina con molta precisione il genere let­terario dell'opera. Ecco qui il titolo completo: Mistica Città di Dio, miracolo della sua onnipotenza e abisso della gra­zia. - Storia divina e vita della vergine Madre di Dio, regi­na e signora nostra, Maria Santissima, restauratrice della colpa di Eva e mediatrice della grazia. - Dettata e manife­stata in questi ultimi secoli dalla medesima Signora alla sua schiava suor Maria di Gesù, abbadessa indegna del mona­stero dell'Immacolata Concezione della città di Agreda. Per nuova luce del mondo, gioia della Chiesa cattolica e fiducia dei mortali.

Una breve analisi di questo lungo titolo ci rivela le ca­ratteristiche dei genere letterario dell'opera.

L'opera sarà, come prima intenzione, una storia divina e vita di Maria santissima, e non una esposizione teologi­ca. È’ una narrazione, non un trattato né una divulgazio­ne di teologia dogmatica o spirituale. Questo, se non altro, è già un dato notevole, che non si deve perdere di vista, se si vuole leggere suor Maria nei suo genere, anche se la sua Autrice è stata qualificata «teologa francescana» e il suo nome e le sue affermazioni ricorrono negli scritti e nelle discussioni dei teologi.

Inoltre, questa storia e vita è una storia divina, una sto­ria di Maria vista in luce divina; non solo, dunque, nella sua dimensione biografica umana, ma certamente e so­prattutto, fin nella sua dimensione divina, ossia sul piano degli interventi storico-salvifici di Dio e sul piano dell'inti­mità personale di Maria con Dio. Non si racchiude questa vita e storia nell'ambito spazio-temporale di una biografia, ma si apre all'orizzonte metastorico di una personalità e funzione che trascendono lo spazio e il tempo e si collo­cano nell'accadere salvifico divino e nella vicenda perso­nale e spirituale di Maria. Inoltre è la storia e vita di una donna, eccezionale in tutti i sensi, che costituisce un caso unico e singolare ed esercita una funzione specialissima; è la storia della «Vergine Madre di Dio, regina e signora nostra, Maria santissima, restauratrice della colpa di Eva e mediatrice della grazia», titoli che configurano la funzio­ne e la personalità di Maria. Quello che suor Maria si preoccupa di riferire in questa storia e vita è il racconto del conferimento ed esercizio di questa funzione unica e specialissima, e la risposta e l'attitudine spirituale in cia­scun momento dell'esercizio di questa funzione in questa donna singolare. Tutto il contenuto religioso, salvifico e spi­rituale che la teologia scopre in Maria è biografato e nar­rato da suor Maria di Gesù. In questa prospettiva, nell'o­pera di suor Maria c'è molta teologia e molta dottrina spi­rituale, sebbene non sia né un trattato teologico, né un e­sposizione «ex professo» di dottrina spirituale. Precisa­mente, l'originalità dell'Autrice, il suo genere letterario pro­prio, è narrare, e non esattamente esporre tutta la ricchezza teologico-spirituale contenuta in Maria.

Orbene, questo «soggetto» della storia divina suor Maria lo concepisce, attenendosi al titolo, come «mistica città di Dio, miracolo della sua onnipotenza e abisso della grazia». Queste espressioni indicano l'esperienza fondamentale del­l'Autrice e la messa a fuoco personale dell'opera; con esse l'Autrice ci segnala qual è il suo punto di vista, come vede e sente Maria, qual è la visuale meravigliosa da cui lei con­templa Maria e cerca di comumcaila così ai lettori. Queste espressioni sono la sintesi del pensiero di suor Maria sulla Vergine santissima e il filo conduttore che vibra in tutta la sua narrazione. Attraverso tutta l'opera l'Autrice cercherà di farci vedere come Maria è la città mistica in cui Dio abi­ta, come è stata oggetto insuperabile dell'onnipotenza divi­na e come la meravigliosa grazia di Maria non può espri­mersi se non in termini abissali.

Facendo un altro passo in questa breve analisi del ti­tolo, vediamo che questa storia divina e vita di colei che è «mistica città di Dio», miracolo della sua onnipotenza e abisso della grazia» si presenta «come dettata e manifestata» dalla medesima Signora all'Autrice. Questo è un altro punto fermo del suo genere letterario. Suor Maria scriverà come chi comunica quello che ha inteso o co­nosciuto per mezzo di una manifestazione soprannatu­rale, sentendosi come un veicolo che trasmette alcuni «misteri» e insegnamenti ricevuti dall'alto e non alcune riflessioni personali.

Questa manifestazione ricevuta si caratterizza, attenen­doci sempre al titolo, con un segno escatologico, «in que­sti ultimi secoli», e con un segno carismatico, «per nuova luce del mondo, gioia della Chiesa cattolica e fiducia dei mortali». L'opera, poi, si caratterizza nel suo genere lette­rario per l'elemento escatologico e quello carismatico, de­stinato all'illustrazione ed edificazione pia.

Insomma, questa breve analisi del titolo rivela già i ca­ratteri essenziali del genere letterario dell'opera: è una nar­razione di contenuto salvifico e spirituale, che si presenta attraverso il prisma di un carisma profetico.

L'analisi della natura del contenuto dell'opera medesi­ma chiarisce, come vedremo, le caratteristiche anche del suo genere letterario, indicate già nel titolo.

 

Genere narrativo

 

In effetti, tutto il contenuto dell'Opera si presenta in for­ma narrativa, come la relazione degli episodi che costitui­scono la storia divina e vita di Maria.

Le esposizioni dottrinali non narrative sono poche e sempre sporadiche, accidentali e come preliminari o espli­cative del narrato.

La narrazione abbraccia tutta la traiettoria che va da quando Maria è predestinata nella mente divina per esse­re Madre di Dio, fino a che è assunta definitivamente in cielo, dove siede intercedendo per noi. In questa prospet­tiva entra tutta la storia umano-divina di Maria.

Per elaborare questa narrazione, suor Maria ha fatto te­soro dei dati che le porgono gli evangelisti e la sacra Scrit­tura in genere; le tradizioni storiche trasmesse nella Chie­sa attraverso la liturgia e l'arte sacra, più o meno influen­zate dai vangeli apocrifi; le ricostruzioni letterarie dei mi­steri sacri fatte dagli autori dei libri di pietà e meditazio­ne, e i dati adeguati per la conoscenza della teologia, spe­cialmente mariologica.

Tra tutti questi dati con i quali suor Maria tesse la sua narrazione, non dà preferenza agli episodi esterni, mira­colosi e meravigliosi, come può pensare chi si lascia im­pressionare da una lettura superficiale dell'opera, ma agli episodi interni, intimi, se possiamo esprimerci così. La sua attenzione, preferibilmente, è rivolta agli episodi che ser­vono per profilare e captare in profondità le prerogative e la funzione di Maria nel piano salvifico, e a quelli che ri­velano la profondità della vita spirituale di Maria. Così si tratterà di descrivere per esteso i favori e doni speciali che la preparano spiritualmente per gli avvenimenti più im­portanti della sua vita; i poteri speciali che Dio le conce­de per la sua condizione di Madre di Dio, come, per esem­pio, il dominio sulle creature irrazionali; le grazie mistiche che Dio concede a Maria, come visioni, estasi, rapimenti, ascensioni al cielo; gli episodi di ordine preternaturale, co­me sono gli interventi dei demoni, le sue lotte e i conci­liaboli, ecc.

A tutto questo si aggiunga che l'esperienza spirituale di Maria, la vita intima della sua anima - storia divina an­che in questo senso - occupa un posto riservato, con la particolarità che suor Maria riferisce i fatti intimi, le vi­brazioni spirituali, come riproducendoli dall'interno di Ma­ria, dalla sua propria esperienza spirituale. Nel corso dell'opera sono numerosissimi i paragrafi posti in bocca a Ma­ria e redatti in prima persona. L'Autrice, anima sperimen­tata in temi mistici, interpreta e ricostruisce i sentimenti di Maria in ciascun momento importante della sua vita; la sua esperienza mistica le serve per fare una proiezione del­le sue proprie esperienze a quelle che poté avere Maria, fa­cendo una specie di trasferimento che le permette di rico­struire la storia intima di Maria. È questo, senza dubbio, uno degli aspetti più originali e più ricchi dell'opera.

In quest'ordine di episodi interni o intimi si trovano principalmente i «misteri nascosti» che sono svelati o ri­velati all'Autrice: sono privilegi spirituali, doni mistici, as­sunzioni in cielo, poteri spirituali, ecc.

Gli episodi esteriori, come quelli che piace raccontare agli evangeli apocrifi, si trovano anche nell'opera di suor Maria; però sono come la struttura esterna imprescindibi­le e, a volte, quasi solo come una giustificazione e mani­festazione della vita spirituale e dei doni interiori di Ma­ria. Per esempio, i poteri che Dio concede a Maria come Regina dell'universo si rivelano in alcune manifestazioni miracolose esterne. La relazione di questa classe di epi­sodi non obbedisce mai in suor Maria a mera curiosità sto­rica che intenda coprire lacune, ma si fonda sulla neces­sità di dar forma concreta e storica al contenuto teologi­co-spirituale della vita di Maria.

Il carattere meraviglioso dell'opera è di origine soprat­tutto spirituale e non esterno. Quanto a quest'ultimo, l'Au­trice conserva una certa discrezione, almeno secondo il gu­sto dell'epoca in cui scrive, incentrato sul meraviglioso ad oltranza. E se si confrontano le narrazioni della Mistica Città di Dio con quelle di alcuni evangeli apocrifi, si vede bene che l'Autrice è più sobria negli episodi puramente esteriori.

Per ponderare il ricco contenuto spirituale dell'anima di Maria, l'Autrice ricorre in qualche caso, diremmo, ad alcu­ni «midrashim», che le permettono di dare forma storico-narrativa a questo contenuto. Così si devono interpretare si­curamente certi episodi, per esempio di guarigione, che ser­vono per rendere manifesta la carità della Vergine e i suoi poteri di Regina; altrettanto si dovrà dire di certe visioni e ascensioni al cielo, che servono all'Autrice per dar forma concreta e narrativa al contenuto di alcuni titoli mariani; sono «episodi teologici» più che storici.

In definitiva, utilizzando un genere letterario narrativo, suor Maria ci descrive colei che è «mistica città di Dio, mi­racolo della sua onnipotenza e abisso della grazia».

 

Genere profetico

 

Tutta questa narrazione di contenuto storico, salvifico, spirituale e mistico, si inquadra a sua volta e si presenta in un genere letterario profetico. Usiamo il termine «pro­fetico» nel suo significato più generale come specifico e proprio di chi parla in nome di Dio e nel suo nome istrui­sce ed esorta.

Suor Maria non scrive in suo nome, ma nel nome di una voce celeste che la guida, cioè profeticamente. Questa voce è di Dio, di Maria santissima o degli angeli, special­mente di Maria. L'Autrice scrive come chi trasmette «quel che ha sentito» e «come lo ha inteso» nelle «intelligenze» che Dio le dà di se stesso, per mezzo di Maria o degli an­geli. La sua opera è una storia e vita «dettata e manifesta­ta» dalla Signora. Dalla prima all'ultima pagina dell'opera è evidente ed espressamente affermata questa attitudine di scrivere per impulso di una luce soprannaturale. Tutta l'o­pera è scritta, poi, nel genere letterario profetico.

Intendiamo dire con questo che tutto il contenuto pro­fetico dell'opera è puro genere letterario? Certamente no. Suor Maria scrive utilizzando il genere letterario profeti­co, però non come un mero artificio letterario, ma con­vinta di trasmettere effettivamente quel che ha inteso at­traverso la luce divina.

Che cosa ha inteso suor Maria mediante la luce divina? Bisogna distinguere quello che è frutto dell'influenza divi­na e quello che è apporto dell'Autrice? Che cosa pretende di dirci suor Maria quando afferma che l'opera è stata «det­tata e manifestata»? Qui sta il problema; problema che con­siste nel decifrare il genere letterario profetico in cui scri­ve l'Autrice.

Non pretendiamo di dare una risposta esaustiva a que­sti interrogativi, che, dato il carattere di vicenda intima personale e di relazione, di interazione divino-umana, han­no qualcosa di ineffabile. Non cerchiamo di decifrare un enigma di psicologia mistica. Vogliamo fare, più modesta­mente, alcune osservazioni sul genere letterario profetico, che usa l'Autrice, basandoci su ciò che lei stessa afferma.

Cominciamo col trascrivere il testo più significativo ri­guardo alla stessa Autrice. Prima di descrivere diversi stati mistici di grado superiore o inferiore in cui riceve le comu­nicazioni divine, precisa più in concreto come riceve la co­municazione divina per scrivere l'opera. Ecco qui il testo:

 

«Nell'altro stato, inferiore a quello che ho detto, vedo la Vergi­ne santissima in se stessa e gli angeli: comprendo e conosco che il modo di insegnarmi, parlarmi ed illuminarmi è simile alla manie­ra in cui gli angeli medesimi si danno luce, comunicano e parlano gli uni con gli altri e al modo in cui quelli superiori illuminano gli inferiori. Il Signore stesso, come causa prima, dona questa luce, ma siffatta luce partecipata, di cui questa Regina fruisce con tan­ta pienezza, viene poi da lei comunicata alla parte superiore della mia anima, cosicché io conosco sua Altezza, le sue prerogative e i suoi misteri nello stesso modo in cui l'angelo inferiore conosce ciò che gli comunica quello superiore. Inoltre si comprende mediante l'insegnamento che trasmette, l'efficacia che possiede e altre qua­lità della visione che si sentono e si gustano, quali la purezza, l'al­tezza e la verità della stessa visione, in cui niente d'impuro, di oscu­ro, di falso o di sospetto si riconosce, e niente di santo, di puro e di vero si tralascia di riconoscervi. Lo stesso mi accade conversando a loro modo coi santi principi; ugualmente il Signore mi ha spie­gato molte volte che l'illuminazione della mia anima e la comuni­cazione con essa è la stessa che hanno tra sé. Anzi, molte volte mi accade che l'illuminazione passi per tutti questi canali, cioè che il Signore dia la rivelazione e la luce, o l'oggetto di essa, la Vergine santissima me la manifesti e gli angeli mi suggeriscano i termini. Altre volte - ed è più frequente - fa tutto ciò il Signore e mi am­maestra; altre volte lo fa la Regina, dandomi tutto lei, ed altre gli angeli. Talora sogliono darmi solo l'illuminazione, e prendo io da quello che ho inteso i termini per spiegarmi. In questo potrei sba­gliare se il Signore lo permettesse, poiché sono donna ignorante, mi valgo di quello che ho udito e, quando trovo qualche difficoltà nello spiegare le manifestazioni, ricorro al mio maestro e padre spi­rituale nelle materie più ardue e difficili».

 

Alla luce di questo testo, e di altri che si potrebbero ad­durre, è evidente che l'espressione «dettata e manifestata», presente già nel titolo, non vuol dire sempre un dettato ve­ro e proprio che l'Autrice va trascrivendo, come può farlo una segretaria. Intenderlo così sarebbe andare contro quel che l'Autrice stessa afferma espressamente: «Anche son soliti darmi l'intelligenza sola, e i termini per esprimermi li trovo io di ciò che ho inteso... e mi servo di ciò che ho sentito». Leggendo l'opera si vede che questa difficoltà, di non avere i termini precisi e appropriati e di andare a cer­carli, è quasi abituale, dal momento che nel corso della stessa si lamenta, quasi in tutti i capitoli, di non trovare i termini adeguati per esprimere tutta la grandezza e tutta la bellezza di ciò che ha inteso. Con questa osservazione,

se non altro, viene scartata l'interpretazione semplicistica del profetismo di suor Maria inteso come un dettato.

Anche nei casi in cui «le vengono dati i termini» per esprimersi, si tratta di un modo di insegnamento e di il­lustrazione «che è simile a quello in cui gli stessi angeli si danno luce e comunicano e parlano gli uni con gli altri e i superiori illuminano gli inferiori». Questo l'Autrice lo ri­pete persino tre volte nel testo trascritto. In altri passi del­l'opera torna a parlare di questa maniera che gli angeli hanno di comunicarsi, dei suoi modi distinti e della pos­sibilità di estendere questa comunicazione ad alcune crea­ture umane. Orbene, questo modo di comunicarsi degli angeli tra loro da superiore a inferiore, che si estende a lei, «non sembra si debba intendere, secondo il contesto, nel senso di conversazioni sensibili, con pronuncia di pa­role determinate, ma di una illuminazione che suggerisce i vocaboli adeguati... e sempre si vede obbligata l'anima a realizzare questa traduzione del linguaggio angelico in quello delle parole umane»9. Si tratta di una comunica­zione spirituale che deve concretizzarsi in termini umani. Anche in questi casi di una illuminazione molto chiara in cui «le si danno i termini», difficilmente si può parlare del­la trascrizione di un dettato. Nelle esperienze mistiche l'a­nima si trova sempre nell'alone del misterioso e dell'inef­fabile; è fenomeno comune nelle anime con esperienze mi­stiche: anche quello che vedono e intendono con chiarez­za non riescono ad esprimerlo con la stessa chiarezza nel volgerlo al linguaggio usuale umano, e alcune volte incon­trano più facilità e altre volte meno per esprimersi ade­guatamente. La comunicazione angelica che si rivolge al­l'anima, come quella di un angelo superiore a un angelo

inferiore, si farà in «termini» angelici, necessari in ogni ca­so di un doppiaggio umano.

D'altra parte, come abbiamo visto nel testo addotto, suor Maria usa a volte le sue proprie risorse per esprimersi: «i termini per esprimermi li trovo io di quel che ho compre­so... e mi valgo di ciò che ho udito».

Ugualmente, e nel medesimo testo, suor Maria confes­sa che «quando trovo qualche difficoltà nel dichiarare le intelligenze, ricorro al mio maestro e padre spirituale nel­le materie più ardue e difficili». Per altre affermazioni del­l'Autrice si vede che questa consultazione non si limitò al­le «materie più ardue e difficili», ma si estese a tutta l'o­pera: Questa divina Storia, come in essa viene ripetuto, la­scio scritta per l'obbedienza ai miei superiori e confesso­ni...; e sebbene l'abbia sottoposta tutta alla censura e giu­dizio dei miei confessori, senza che ci sia parola che non abbiano visto e conferito con me, la sottometto di nuovo al suo miglior sentire e soprattutto all'emenda e correzio­ne della santa Chiesa cattolica romana

Tutto questo significa che, a quello che nelle «intelli­genze» le viene comunicato, si deve aggiungere nell'elabo­razione e redazione dell'opera, per confessione della stes­sa Autrice, il suo lavoro personale di trovare i termini e consultare i suoi maestri e confessori.

Inoltre, quando si tratta di redigere l'opera, viene a co­noscere in molti casi la diversità di opinioni degli autori e storici; lei, tuttavia, non si occupa di comporre queste controversie. La sua posizione, il suo genere letterario, non è questo: Voglio avvertire che in molte cose di quel­le che sto scrivendo mi risulta diversità di opinioni tra i santi Padri e autori... e altri dubbi che non mi dilungo a dichiarare, perché non è necessario per il mio scopo e perché io scrivo soltanto quel che mi viene insegnato e riferito, o che l'obbedienza alcune volte mi ordina di do­mandare per tessere meglio questa divina Storia. E nelle cose che scrivo non conveniva introdurre dispute, perché fin dal principio, come allora dissi, intesi il Signore che chiedeva scrivessi tutta questa opera senza opinioni, ma con la verità che la divina luce mi avrebbe insegnato.

Il suo genere letterario non è quello di un teologo o di uno storico, ma quello di «una donna ignorante» che si la­scia guidare dalla luce divina, sebbene riconosca certe ne­cessità di opinioni diverse nella teologia e nella stona12. Lei, come «donna ignorante», non ricorre a un metodo teo­logico o storico, ma alla luce che le insegna e la guida, e cerca di scrivere questa Storia senza opinioni, perché non le si scambi con la notizia della verità.

Con tutto ciò, questa «notizia della verità» non esclude il suo proprio metodo di lavoro personale nell'elaborazione dell'opera, anzi, a ragion veduta, segnala i criteri di lavoro personale che guidano nella composizione dell'opera: «Quel che scrivo è conseguente e non si oppone in cosa alcuna al testo sacro, e corrisponde alla dignità della materia che trat­to; pertanto non posso dare maggiore autorità a questa Sto­ria e nemmeno chiederà di più la pietà cristiana». Utiliz­za, inoltre, per la redazione dell'opera, alcuni criteri pratici di convergenza e conseguenza, di conformità al testo sacro e trattamento degno della materia.

E, quel che è di più, dà ad intendere che il valore di quel che dice dipende dalla misura in cui si è sforzata di attenersi a questi criteri, e questo apprezzamento lo rimette ai dottori e maestri: «Il giudicare se ciò che scrivo sia conforme alla verità della Scrittura e, con la maestà e gran­dezza dell'argomento che tratto, se le cose abbiano tra lo­ro adeguato rilievo e connessione, tutto questo lo rimetto alla dottrina dei miei maestri e superiori, ed al giudizio dei saggi e dei credenti».

Come si arguisce dalle osservazioni che stiamo facen­do, fondate sui testi dell'Autrice, il suo genere letterario profetico non esclude, anzi include un lavoro personale molto intenso dell'Autrice nella concezione, elaborazione e redazione dell'opera. Lei stessa è molto cosciente del fatto che, nella redazione dell'opera, collabora da parte sua con l'influenza divina e questo per lei costituisce perfino una fonte di preoccupazione. Non abbiamo trovato questa sua idea espressa nella Mistica Città di Dio, ma in un'altra sua opera, Nonne della sposa, scritta sotto il medesimo cari­sma dell’influenza divina, e che giudichiamo perfettamen­te applicabile al nostro caso. In risposta a un dubbio pro­posto dalla Venerabile, l'Altissimo le risponde:

 

«La riserva che fai di ordinario quando scrivi, che temi di aiu­tarti con discorso umano o con altre scienze che per altra via hai potuto acquisire, viene da questo; e avverti che non puoi dire: «Ge­sù» senza la mia grazia, ed è necessario valerti di quel che hai udito, visto, letto e comunicato con confessori; perché tutto va di­retto ad un fine, ed è che operi il più perfetto. Non cercare di in­dagare se questi consigli e insegnamenti sono tutti rivelati; perché io opero come voglio e alcune volte do la luce e la conoscenza di cui sono l'Autore, altre volte l'anima la riceve per via superiore e gliela occulto, altre le creature si valgono di quel che hanno ac­quisito e udito, perché non sempre si deve operare per via di mi­racoli ed anche bisogna aiutare il discorso e intendimento con quel che comprendi.

E così, lascia il tuo timore di quel che si penserà dite più di quel che sei, e che si prenderà per soprannaturale quel che è na­turale; fa' attenzione ad avere solo intenzione di compiacermi e compiere la mia volontà, la quale ti spingerà a fare ciò tanto più quanto tu lo desideri e rinnegherai il tuo affetto per operare con il mio. E per accertare tutto quel che qui scrivi, rimettilo alla vo­lontà e censura dei tuoi superiori e confessori e a quella della mia Chiesa santa, che è diretta dallo Spirito Santo. Se, poi, ciò che ti chiedo ti mette in contrasto con i ministri del mio Evangelo, che sono tuoi maestri, sappi che devi fare e porre per opera prima quello che essi ti ordinano che quel che a te pare essere luce di­vina e soprannaturale; perché nelle intelligenze ci può essere in­ganno ed errore, e nell'obbedienza mai si trovò, né per te lo si tro­verà; perché provvedo io all'umiltà della creatura per dar luce a chi la dirige e governa. E i continui timori che hai di accertare se questi miei insegnamenti siano veritieri, rimettili nelle mani del­l'obbedienza, ed essi saranno la tua luce e via; poiché chi obbedi­sce ai superiori, obbedisce a me, poiché stanno al mio posto e nel­la mia Chiesa. Questa è una verità infallibile».

 

Il testo che abbiamo trascritto è ben esplicito. Suor Ma­ria nutre i suoi timori che in quel che scrive si aiuta con le sue conoscenze acquisite con mezzi naturali, per cui si penserà di lei più di quel che è, e si prenderà per so­prannaturale quel che è naturale. La risposta di Dio non solo non nega questa supposizione, ma la conferma; però questo non ha importanza, così deve essere. In ogni caso, deve dar preferenza alle disposizioni dei suoi superiori e confessori più che a quel che a lei pare luce divina e so­prannaturale.

Aggiungiamo un'altra osservazione. Il carattere «rivela­to» della sua Storia divina a volte l'Autrice lo presenta co­me un'approvazione susseguente di quel che ha scritto da parte del Signore e di Maria. Questo avviene nelle intro­duzioni alle parti seconda e terza, riguardo alla parte pri­ma e seconda, e nel capitolo finale dell'opera rispetto a tut­ta la Storia.

Tutte queste osservazioni non impediscono di supporre che l'opera sia stata scritta sotto l'influsso di un'ispirazio­ne o di un'azione divina speciale; né escludono tanto me­no che nell'opera si contengano vere e autentiche rivela­zioni come quelle che il Signore è solito concedere a mol­te anime sante.

Del resto, a queste rivelazioni o all'insieme dell'opera «dettata e manifestata», l'Autrice stessa non pretende di da­re più valore di quel che la Chiesa dà alle rivelazioni pri­vate, senza arrogarsi l'autorità della rivelazione pubblica, e rimette tutto al giudizio della Chiesa.

Dunque con queste osservazioni non pretendiamo di aver delucidato totalmente la portata dell'opera «rivelata» della Mistica Città di Dio, certo riteniamo che appaia suf­ficientemente chiaro che il genere letterario profetico che l'Autrice utilizza, unito alle indicazioni che lei stessa fa, non autorizza a dare alla «rivelazione» dell'opera un ca­rattere assoluto, ma condizionato a questo genere, nell'or­dine delle comunicazioni mistiche e al lavoro personale dell'Autrice che opera mossa da Dio.

Per il resto, una delle poche varianti che conosciamo nella seconda redazione dell'opera rispetto alla prima, co­me già si è fatto notare, è precisamente la sostituzione del termine «rivelata», che appariva nel titolo della prima re­dazione, con l'espressione «dettata e manifestata»; sostitu­zione fatta di proposito, senza dubbio per diminuire la for­za della parola «rivelata».

Tenendo conto di tutto questo, quando si confrontano le affermazioni, sempre sfumate e moderate che l'Autrice stessa fa a proposito di quel che scrive, «quel che ha in­teso» o «quel che le è stato comunicato», con le afferma­zioni un po' assolute ed entusiaste dei teologi immediatamente posteriori, che arrivano ad addurre le loro afferma­zioni dottrinali come «rivelazioni», si coglie l'impressione che questi autori entusiasti credessero di trovare in suor Maria più di quello che lei avesse inteso affermare, quan­do dice di appoggiarsi a questa assistenza divina che la guida. Le stesse controversie a proposito del fatto che suor Maria «insegni come rivelate le dottrine scotiste», lasciano l'impressione che questi teologi avessero una credulità me­ravigliosista e miracolista, che li portò a discutere la que­stione delle «rivelazioni della madre Agreda» su un piano estraneo a quello che occupano nell'Autrice stessa; mancò a questi autori un certo senso di sobrietà che, al contra­rio, era molto presente nella medesima suor Maria, poiché le sue proprie esperienze mistiche, nelle quali sapeva che potevano infiltrarsi inganni, e la sua coscienza ben pro­nunciata di donna ignorante, la portavano a diffidare di se stessa e a non dare eccessiva importanza alle sue stesse af­fermazioni, che sempre cercava di vedere ratificate e san­zionate dai dotti.

Un teologo attuale, naturalmente, perfettamente co­sciente delle cautele che impone la conoscenza del genere letterario anche dei testi sacri, equipaggiato con le cono­scenze di critica storica e di ermeneutica di testi e molto preoccupato di meravigliosismi credibili, trova ingenue e metodologicamente erronee queste polemiche e controver­sie appassionate. Sinceramente, non si seppe cogliere il genere letterario della Mistica Città di Dio; in cambio, le numerosissime anime che hanno cercato nell'opera, non principalmente alcune conoscenze teologiche, ma una gui­

da sicura e un alimento della loro vita spirituale, hanno saputo cogliere meglio il senso genuino dell'opera e il suo genere proprio.

In effetti, il profetismo di suor Maria è un carisma di edificazione ecclesiale. La sua opera è stata «dettata e ma­nifestata... in questi ultimi secoli... per nuova luce del mon­do, gioia della Chiesa cattolica e fiducia dei mortali». Que­ste parole, un po' solenni, indicano chiaramente la co­scienza e il convincimento di suor Maria che la sua Sto­ria divina ha una speciale trascendenza per la vita della Chiesa. Tutte le osservazioni fatte in precedenza non ci au­tonzzano a minimizzare questa coscienza e questa con­vinzione dell'Autrice.

Però, d'altra parte, queste stesse parole precisano per­fettamente qual è il vero obiettivo dell'opera e in che or­dine di cose l'opera può avere importanza nella Chiesa. L'importanza dell'opera non consisterà nelle nuove cono­scenze teologiche che apporta, ma nel fatto che contribuirà a fomentare la pietà cristiana. Questo aspetto ci porta a precisare meglio in che cosa consista il suo genere lette­rario profetico.

Suor Maria si sente eletta da Dio, dunque indegna da parte sua, per trasmettere alla Chiesa e al mondo un mes­saggio; e così lo confessa in innumerevoli passi dell'opera. Il suo messaggio è di illustrazione e di esortazione; il suo genere letterario profetico è didattico e monitorio, come avviene in ogni carisma profetico.

La Mistica Città di Dio è un'opera che si prefigge l'in­tento moraleggiante e l'edificazione. Quel che in definitiva cerca e intende suor Maria con le sue narrazioni, riferite con tono profetico, è far conoscere meglio Maria santissi­ma, perché questo serva al miglioramento dei costumi e alla edificazione dei fedeli.

Il suo carisma profetico lei lo ha ricevuto «per nuova luce del mondo, gioia della Chiesa cattolica e fiducia dei mortali»; e questa luce, questa gioia e questa fiducia sa­ranno effettive in quanto si mettono in pratica i desideri della Signora e regina del cielo: il miglioramento dei co­stumi e il progresso spirituale. La Mistica Città di Dio è un libro di illustrazione ed esortazione; ad esse vanno dirette ciascuna delle sue righe.

Più di un quarto dell'opera - i paragrafi finali di cia­scun capitolo - destinato espressamente a dare insegna­menti ed esortazioni di condotta e profitto spirituale, si po­ne in bocca a Maria. Inoltre l'Autrice, nel corso delle nar­razioni, utilizza costantemente le occasioni per dare istru­zioni ed esortazioni spirituali.

Del resto tutta l'opera ha questa finalità: prima di tut­to la stessa edificazione dell'Autrice, che si sente impegnata a mettere in pratica l'insegnamento spirituale che riceve; in secondo luogo, l'edificazione delle sue stesse sorelle di clausura, alle quali esso va diretto molto in particolare; e in terzo luogo, sebbene valga per tutta l'opera, l'edifica­zione comune dei fedeli.

I «misteri nascosti» di Maria, che l'Autrice va disvelan­do, sono per suscitare una maggiore devozione e imita­zione di Maria e per stimolare alla pratica degli insegna­menti di suo Figlio. Tra gli episodi della vita di Maria che l'Autrice tratta ampiamente e minuziosamente, stanno, co­me già abbiamo indicato, quelli della sua vita intima, spi­rituale, quelli che rivelano la risposta spirituale di Maria alle grazie che riceve, ossia, quelli che più direttamente possono servire di esempio e di edificazione spirituale.

Suor Maria è persuasa che una migliore conoscenza del­le eccellenze, delle grazie e della santissima vita di Maria possa essere una risorsa efficacissima per la pietà cristia­na, e per questo le riferisce minuziosamente.

Il suo genere letterario profetico, didattico ed esortati­vo è caratterizzato da questa preoccupazione di edifica­zione e per questo scrive con termini piani, accessibili, semplici; e anche quando a volte impiega termini teologici, non utilizza tecnicismi eruditi, come già abbiamo rilevato.

Non riteniamo necessario insistere su questo punto: è evidente in tutta l'opera. Non è un libro di teologia, né una semplice storia, né soltanto «un libro di rivelazioni»; è un libro di edificazione.

Aggiungiamo soltanto che questo messaggio di insegna­mento ed esortazione spirituale ha un certo carattere di ur­genza escatologica, che è in dipendenza dalla conoscenza di misteri occulti. Questa matrice escatologica è indicata nel titolo, in questi ultimi secoli, e alcune volte nel testo dell'opera. L'Autrice spiega le ragioni per cui sono stati te­nuti nascosti finora questi misteri. Questa matrice escato­logica - che, per il resto, è comune al messaggio recato da libri di rivelazioni, da apparizioni mariane che danno ori­gine a santuari, ecc. - non appare, tuttavia, molto accen­tuata nell'Autrice, come al contrario avviene in certi auto­ri della sua epoca, com'è il caso notevole del p. Tenorio.

In conclusione, il genere letterario della Mistica Città di Dio è quello di una narrazione profetico-edificante.

 

Fonti d'informazione

 

La Mistica Città di Dio non è un'opera scritta su detta­to, una mera trascrizione. Suor Maria si è servita per la sua redazione, prima di tutto, della luce divina che l'ha guidata, del discorso umano, di altre scienze che per diverse vie ha potuto acquisire, di quel che ha udito, visto, letto e comunicato con confessori e superiori.

La Mistica Città di Dio raccoglie innumerevoli dati e suppone una erudizione molto notevole di conoscenze teo­logiche, bibliche, storiche, leggendarie, ecc. È evidente che fu necessario informarsi per scrivere l'opera.

Non è compito facile, tuttavia, scoprire le fonti imme­diate di informazione di suor Maria, nel senso di dipen­denza letteraria, al momento di scrivere l'opera. Questa dif­ficoltà si basa sulle seguenti ragioni: la sua infanzia trascorre nella città di Agreda; non è passata per le aule, né ha seguito corsi accademici di nessun tipo.

La sua formazione, per quel che si può cogliere dal suo genere di vita - rinchiusa in un convento di clausura fin da giovanissima - e per quel che lei stessa dice del suo tratto con confessori e superiori, non è principalmente di letture, ma di conversazioni; non è libresca ma orale.

La Mistica Città di Dio, per concezione, struttura, idea, obiettivo, stile e ragioni fondamentali in genere, è un'ope­ra originale senza paragone notevole con qualunque altra l'abbia preceduta.

Inoltre, quest'opera è nata da un'anima che ha goduto di grazie mistiche, all'apparenza autentiche, e di un cari­sma profetico che rende difficile delimitare - già lo ab­biamo rilevato - quel che c'è in essa di ispirazione so­prannaturale e di lavoro e studio naturale.

L'Autrice presenta l'opera, non come risultato di studi, né solamente come frutto di riflessioni o meditazioni pie, ma come frutto della luce che la guida e come opera ap­partenente più al Signore e a Maria che a se stessa.

Tutto questo - è evidente - rende difficile il compito di trovare le fonti di informazione e di ispirazione letteraria dell'opera. Con tutto ciò, abbiamo cercato di trovare que­ste fonti di ispirazione.

Abbiamo realizzato le nostre ricerche confrontando la Mi­stica Città di Dio con gli evangeli apocrifi, con le vite di Cri­sto e di Maria, con rifacimenti di racconti apocrifi, con li­bri di meditazione della vita e passione di Cristo, con libri di rivelazioni, ecc.; abbiamo esaminato con speciale cura i libri esistenti nel convento di Agreda, che per la loro data di stampa poterono trovarsi lì al tempo della Venerabile.

Tuttavia le nostre ricerche non hanno scoperto, in nes­sun caso, una dipendenza letteraria prossima. Nelle rela­zioni che non sono basate sui testi canonici, che sono quelli che principalmente impostano la questione, esistono, co­me era da presumere, molte coincidenze e un accordo fon­damentale in alcuni casi con altre opere del genere, però tutto questo unito a divergenze, differenze di dettaglio, e a volte non solo di dettaglio; in nessun caso abbiamo sco­perto una coincidenza di tal natura che autorizza a parla­re di una dipendenza letteraria prossima. Suor Maria scri­ve tutto, d'altronde, con la sua impronta e il suo stile per­sonale propri.

Con questo non vogliamo dire che tutte le conoscenze e tutti i dati storici e leggendari che la Venerabile maneggia siano germogliati in lei per scienza infusa e come per ge­nerazione spontanea. Tuttavia qui non è possibile distinguere quel che è frutto di una informazione soprannaturale, di istruzione o di scienza infusa, e quel che è raccolta perso­nale dell'Autrice, frutto del suo lavoro di informazione.

Crediamo che la spiegazione dell'amplissima erudizione di dati teologici, biblici e storico-leggendari trattati dal­l'Autrice, a parte l'illuminazione divina, bisogna trovarla

nella fonte principale di informazione che ebbe a sua di­sposizione: le predicazioni udite e, specialmente, le ampie e frequenti conversazioni mantenute con i suoi confessori e superiori a causa della direzione della sua anima e del­la redazione della Storia divina.

La sua informazione teologica in particolare è, senza dubbio, frutto di queste conversazioni con i confessori, che, come è risaputo, erano buoni teologi. Non sappiamo se les­se per conto suo trattati di teologia. È possibile che i suoi confessori e maestri glieli prestassero, tanto più che, nel convento francescano di San Giuliano di Agreda, dove ri­siedevano i suoi confessori, il suo ultimo confessore, il p. Andrea Fuenmayor, possedeva una svariata biblioteca, in cui «occupavano il tempo i religiosi di ogni classe». Il fat­to, poi, è verosimile; dunque noi incliniamo a credere che fu informata a viva voce più che per la lettura di opere teologiche. Suor Maria pose tutta la sua opera alla censu­ra e giudizio dei suoi confessori, senza aver parola che non abbiano visto e conferito con lei.

Dato questo genere di informazioni, non è possibile af­fermare una dipendenza letteraria diretta. Per questa ra­gione diamo nel capitolo seguente di questa introduzione un ampio riassunto delle idee teologico-mariane dell'Au­trice, confrontandole con gli autori della sua epoca. Cre­diamo di rendere così un servizio utile per ulteriori studi comparativi.

In quanto all'informazione biblica e all'uso della sacra Scrittura, tanto abbondante nell'opera, riteniamo che bi­sogna distinguere: la concezione circa i sensi della Bibbia e le annotazioni storico-esegetiche sui libri sacri hanno la loro origine, senza dubbio, nella stessa fonte di informa­zione orale delle sue conoscenze teologiche; invece l'uso e l'interpretazione dei testi sacri è più lavoro personale suo, sebbene senza escludere l'indottrinamento.

Osserviamo che l'Autrice conosce e domina particolar­mente, prima di tutto il Nuovo Testamento, i libri sapien­ziali, in modo speciale i Salmi e il Cantico dei Cantici, e i libri profetici. Non crediamo di andare molto lontano dal­la verità se affermiamo che i testi che l'Autrice conosce meglio, senza essere gli unici, sono quelli utilizzati al suo tempo nell'ufficio divino in forma di letture, salmi, canti­ci, responsori, ecc.; questo vale specialmente per la parte dei libri profetici che lei utilizza. Si veda, nel capitolo se­guente prima riferito di questa introduzione, una indica­zione dei principi biblico-mariani dell'Autrice e qualche al­tra osservazione sull'utilizzazione della Bibbia.

Suor Maria conosce il latino della Vulgata, lo traduce con una certa libertà, parafrasando e un po' come a me­moria, e non sembra attenersi ad una versione castigliana che ha di fronte. La sua conoscenza del latino riteniamo che non renda necessaria una spiegazione soprannaturale. Vive in un'epoca in cui la cultura risente dell'influsso del latino che viene insegnato ed è la lingua comune alla mag­gior parte delle opere; si tratta, d'altronde, di una religio­sa di coro, che impiega molte ore del giorno e della notte a parlare con Dio in latino, dotata nel suo caso di una pe­netrante intelligenza e perspicacia, con la possibilità di con­tinue consultazioni. Tenendo conto di questi dati, non è strano che sia giunta a padroneggiare il latino della Vul­gata a sufficienza per tradurlo da se stessa. Poté anche aiu­tarla Dio in questo, certamente.

In quanto alla informazione dei dati non biblici di tipo storico, autentici, tradizionali, leggendari, apocrifi, di origi­ne pia, ecc., riteniamo, allo stesso modo, che si debbano n­trovare principalmente in ciò che abbiamo detto, cioè le sue conversazioni con i confessori. Ci riferiamo a dati specifici e un po' memorizzati, perché si deve tener conto che la pietà cristiana popolare e basilare, le tradizioni e la liturgia stes­sa con alcune festività di origine apocrifa, hanno contribui­to a formare in ciascuna epoca un patrimonio comune di credenze, che sono il canale della formazione e della vita spirituale del cristiano. Questo patrimonio comune ha avu­to sempre le sue contaminazioni di origine più o meno le­gittima. L'epoca di suor Maria è notevolmente meravigliosista nella pietà cristiana e persino nella stessa teologia.

Questo fondo comune lo ricevette senza dubbio suor Maria come vera figlia della sua epoca. Noi ci riferiamo, poi, ad una conoscenza molto più minuziosa di questi da-ti di tipo storico e pensiamo alle informazioni apportate dai suoi formatori ed educatori. Bisognerebbe aggiungere qui, verosimilmente, la lettura di libri di meditazione, vite di Cristo, agiografie, ecc. senza che, tuttavia, possiamo de­terminare in concreto quali furono, sebbene è risaputo che questo genere di letteratura fosse molto conforme al gusto dell'epoca.

Più in particolare, la stessa Autrice allude in rarissime occasioni ad alcune opere di storici, come il p. Quaresmio, che adduce a conferma dì alcune delle sue affermazioni storico-geografiche. Si può trattare di opere che i suoi con­fessori misero a sua disposizione. In ogni caso, come già abbiamo ripetuto, l'Autrice narra i fatti, presi o no diret­tamente dalle opere lette, in maniera personale, senza che si possa notare una dipendenza letteraria prossima.

Per questo motivo prescindiamo dal porre nel testo del­l'Autrice a piè di pagina le possibili fonti utilizzate, come fu nostra intenzione cominciando a preparare questa edi­zione, perché non abbiamo scoperto in nessun caso una dipendenza letteraria prossima.

V

DOTTRINA MARIOLOGICA DELLA «MISTICA CITTÀ DI DIO»

E TEOLOGIA DEL SUO TEMPO

 

Nello scrivere la sua Mistica Città di Dio, suor Maria di Gesù di Agreda non si propone altro che narrare sincera­mente, «senza opinioni né contemplazioni», «senza dispu­te», la vita della Madre di Dio, «regina e signora nostra», «restauratrice della colpa di Eva» e «mediatrice della gra­zia», «per nuova luce del mondo, gioia della Chiesa catto­lica e fiducia dei mortali». La sua prima intenzione, alta­mente spirituale è quella di proporre e proporsi un mo­dello da imitare, uno «specchio in cui gli uomini vedano le proprie ingratitudini», Maria santissima.

Si tratta di un'opera in cui l'Autrice narra una Storia divina, iniziata negli eterni decreti di Dio, e portata a com­pimento nel cielo, quando Maria è proclamata regina del­l'universo.

Crediamo che il suo nucleo centrale, come già abbiamo rilevato, sia la narrazione dell'avvenire di Dio nella sua «eletta» per preparare in lei la sua «città mistica», il «mi­racolo della sua onnipotenza» e l'«abisso della grazia». Mi­stica Città di Dio e Storia divina sono due titoli che vanno indistintamente congiunti, tanto nel linguaggio dell'Autri­ce come di Filippo IV, Samaniego e i confessori. Sembra anzi che a volte preferiscano Storia divina a Mistica Città. Sarebbe del resto illogico, tenendo conto dell'intenzione di suor Maria di Gesù, chiederle un trattato di mariologia, che puntualizzi con la precisione concettuale caratteristi­ca di questi trattati.

In questa parte tenteremo di cogliere la sua ispirazione mariana. Cercheremo di determinare così il significato che l'esistenza della Madre di Dio ha per l'Autrice. Sebbene si tratti di una «storia divina», non è un semplice racconta­re fatti della vita della Vergine, e tanto meno si tratta di una concezione mariologica sistematizzata. Con ciò, nel corso della vita di colei che è «mistica città di Dio, mira­colo della sua onnipotenza e abisso della grazia», la Vene­rabile ci dà una sua interpretazione di ciò che la figura della Madre di Dio significa nella storia della salvezza. Al­cune volte lo fa espressamente, come quando interpreta di­versi testi della sacra Scrittura, o fa digressioni poste in bocca a Dio, alla Vergine e a lei stessa; altre volte la lascia intuire tra le righe a partire dagli stessi fatti narrati.

Per la nostra esposizione ci limiteremo a questi elementi dottrinali, prescindendo da tutti i dati concreti della vita della Vergine o da elementi di tipo psicologico e mistico.

 

Principi e figure biblico-mariane

 

Prima di addentrarci propriamente nell'esposizione del­la dottrina mariologica della Mistica Città di Dio, racco­glieremo, a mo' di introduzione, alcuni principi e figure bi­blico-mariane, che sono come gli indicatori che dirigono la concezione mariologica dell'Autrice.

Possiamo convenire con Henri De Lubac che, si pensi quel che si pensi della Storia della Vergine, il titolo di Mi­stica Città di Dio, applicato a Maria, è giusto e suggesti­vo. Se il titolo di Storia divina ci pone nel contesto degli eventi di Dio intorno alla scelta della Madre sua, quello di Mistica Città di Dio ci può dare il risultato di questo in­tervento divino.

Suor Maria di Gesù non ci offre una spiegazione espli­cita del titolo che dà alla sua opera. Designa la Vergine con l'appellativo di «mistica città di Dio», specialmente nell'esporre il capitolo ventunesimo dell'Apocalisse, dove concepisce Gerusalemme come il simbolo della Madre di Dio, essendo il centro e lo scenario delle meraviglie del­l'Altissimo; nello stesso tempo è la città fortificata con una muraglia di dodici porte, per significare l'impero che Ma­ria ha sul «serpente», la sua potenza per comunicare la grazia di Dio agli uomini e la facilità che essi trovano di accedere alla salvezza per la porta di Maria. È, in effet­ti, la «mistica città» di rifugio, nella quale gli uomini pos­sono trovare la loro salvezza e apprezzare il contributo di lei in qualità di Regina e madre di pietà.

Maria è la «mistica città di Dio», essendo la «casa e cor­te» del Re, in cui egli sarà «dimorante nel mondo», vivrà con gli uomini e si farà loro fratello. Lo è ugualmente per­ché Dio si ricrea in lei, comunicandole la magnificenza del­le sue perfezioni per costruire nella sua figura un segno del­la natura umana, sulla quale si eleva come mediatrice e di­spensatrice di queste stesse perfezioni. Infine, è la «misti­ca città di Dio», per costituire il luogo delle delizie del Crea­tore ed essere il tabernacolo della santissima Trinità. Que­sta «mistica città di Dio» è il «miracolo della sua onnipo­tenza» e l'«abisso della grazia».

Concepita Maria come «mistica città di Dio», nel du­plice significato di segno di Dio davanti agli uomini e se­gno degli uomini davanti a Dio, la Venerabile trova il fon­damento di tutto quanto si può affermare della Vergine nella dignità che le dà la sua destinazione alla divina mater­nità. Per questa ragione è predestinata al secondo posto dei decreti divini ad extra. Nel crearla, Dio prima la pre­para e la «vagheggia» con la sua provvidenza, giacché la sua missione richiedeva di entrare in una relazione diret­ta con la Divinità; ella sarà il «miracolo della sua onnipo­tenza». Tanta compiacenza trovava Dio nella sua «mistica città», che pare abbia consegnato suo Figlio per possede­re questo «abisso della grazia».

Altra idea chiave che, unita a questa, opera continua­mente nella mente della Venerabile, è quella di essere Ma­ria collaboratrice di Cristo nella redenzione degli uomini, dato che, predestinata dopo di lui e con lui, in virtù del­la correlazione esistente tra i due, partecipa intimamente alla sua missione salvifica. Di fatto, nella «piazza di que­sta città si spacciò quel "fiat" che diede principio alla mag­giore opera che Dio abbia fatto e che mai farà», dando con ciò al Verbo eterno «un corpo umano in cui poter sof­frire e redimere gli uomini, per farli suo popolo, suo ta­bernacolo e sua dimora», e consacrandosi come sua com­pagna «nel modo che poté». Vi sono altri punti da cui bal­zano all'evidenza la provvidenza con cui Dio si volge a Maria e la preoccupazione di lei di essere fedele all'ini­ziativa divina e rendersi simile a suo Figlio nella dignità e perfezione, dal momento che con lui parteciperà all'o­pera della salvezza.

Maria, inoltre, è propriamente la «città mistica» di Dio:

l'esemplare di una corrispondenza assoluta alla grazia nel­la natura umana - «abisso della grazia» - per ristabilire in essa l'antica perfezione che era stata perduta a causa del peccato. Dio si placa compiaciuto per questa «città misti­ca», giacché in essa trova piena corrispondenza all'inizia­tiva del suo amore.

C'è un'altra grande idea che viene ad essere come la li­nea direttrice intorno a cui si organizza la Mistica Città di Dio: Cristo, e con lui Maria, è il centro non solo dell'eco­nomia salvifica, ma altresì di tutta la creazione. Entrambi sono gli esemplari nei quali erano previsti tutti gli esseri e per i quali si obbligava l'Altissimo per non attendere a tut­to ciò che il genere umano poteva disobbligarlo costrin­gendolo. Sul modello di questi due «originali», il Signore andava copiando tutto il genere umano, perché mediante essi si rendesse somigliante alla Divinità. Avendo l'uomo deformato con il peccato la propria immagine, Dio invia suo Figlio «passibile e riparatore», per restituire alla crea­zione la bellezza della grazia e l'amicizia di Dio.

Era giusto che prima della formazione del primo uomo Dio creasse tutte le altre creature, perché costituissero lo scenario e l'ambiente in cui sarebbe comparso il Re del creato e potesse trovare in esse «la mensa gustosissima, abbondante e sicura della divina conoscenza e del divino amore». Allo stesso modo, prima che giungesse al vertice la grande comunicazione di Dio ad extra, era giusto che il Creatore disponesse tutte le cose e tutti gli eventi, perché Cristo potesse trovare un ambiente predisposto al suo in­gresso nella mortalità.

Con Maria si predispone la preparazione dell'ambiente:

prima dell'incarnazione del Verbo si trovano già in lei al­cuni segni della nuova economia. Era una creatura di ta­le perfezione, che nella «pesante e profonda notte» del­l'Antico Testamento obbligava Dio, in un certo senso, a de­cretare l'incarnazione del Verbo". Era lei che suppliva alla nostra «ingratitudine», «vigliaccheria» e «rozzezza», per quanto era possibile a una semplice creatura.

Sono numerose le figure veterotestamentarie che nel corso della Mistica Città di Dio si applicano a Maria, oltre ai testi che l'Autrice applica direttamente alla Vergine.

Maria è la nuova Ester, che prende il posto di Eva, re­spinta dal regno di Dio a causa della sua disobbedienza.

È’ l'Arca dell'Alleanza, che portò dentro di sé la «pietra angolare» (1 Cor 3,11) che si staccò dal monte dell'eterna generazione (Dn 2,34), e che aveva per missione di «unire i due popoli: quello giudaico e quello gentile» (Ef 2,20). Portò altresì nel suo seno la manna della Divinità e della grazia e la verga dei prodigi. Da questa «arca mistica» do­veva fluire verso gli uomini la fonte delle grazie, cioè Dio stesso. Non conobbe d'altra parte la «corruzione del pec­cato attuale», né «il tarlo nascosto dell'originale», anzi fu prima rivestita con l'oro di grazie e doni altissimi. Infine è l'Arca dell'Alleanza, perché Dio non poteva tralasciare di co­stituire come propiziatorio questa mistica e vera arca.

Maria è la pinza d'oro (Is 6,6) che strappa il fuoco del­la Divinità, la brace che deve purificare il mondo. È la Vergine che doveva dare alla luce l'Emmanuele, la Figlia di Sion e visione di pace, il monte al quale in primo luogo de­ve venire il Verbo dalla «rupe del deserto» (Is 16,1), cioè dal cielo, giacché il cielo senza gli uomini può essere pa­ragonato a un deserto.

È ugualmente la spiga fertile venuta dall'Egitto e che porta in sé il dorato frumento che deve alimentare molti

(Lv 23,10); la piccola nube (1 Re 18,44) che stilla una piog­gia salutare per refrigerio dei mortali; la porta chiusa (Ez 4,2) aperta soltanto per Dio.

Figura di Maria è la donna che la Genesi annuncia co­me colei che deve schiacciare la testa al serpente. La pie­na vittoria sul serpente l'ottiene, senza dubbio, la morte redentrice di Cristo, quando si compie l'oracolo di Abacuc (3,2~5).

È infine il roveto mistico che ardeva senza consumarsi, per significare nello stesso tempo l'unione della natura umana e divina nel Verbo senza detrimento di nessuna del­le due, e la verginità perpetua della Madre del Verbo, non solo quanto al corpo, ma anche quanto all'anima, poiché, sebbene doveva procedere da Adamo secondo la natura, in nessun modo doveva bruciare nella sua colpa.

L'Autrice, oltre ad applicare queste figure veterotesta­mentarie a Maria, interpreta mariologicamente anche i se­guenti testi dell'Antico Testamento: Proverbi 8,22-31; 31,lOss; Siracide 24,5-12.16-22.

Deduce da Proverbi 8 le idee o i decreti che l'Altissimo ebbe nella sua mente prima di creare tutti gli esseri, e li riferisce letteralmente alle persone di Cristo e di Maria. Es­si erano in Dio i principi attivi di tutte le sue opere e co­municazioni ad extra: Cristo come principio efficiente e fi­ne della creazione; Maria come esemplare e mezzo per giungere al fine.

Basandosi l'Autrice su Proverbi 31,1 Oss, vede anche nel­la donna forte un'immagine di Maria, che Dio acquistò per sé e redense prima che esistessero le altre creature, pa­gando per lei alla natura umana il prezzo del Verbo in­carnato per prenderne parte con il Figlio allorquando gli uomini avrebbero prevaricato. Ella fu la nave diligente che trasportò il «pane divino», perché «vivessero e si comuni­cassero e alimentassero quelli che stavano lontano». Era la sentinella nella notte dell'antica legge, colei che stende­va le mani di Dio, perché inviasse nel mondo il Verbo eter­no, e le mani del Verbo perché distribuisse i doni dei suoi meriti tra gli uomini. Collaborando con Cristo alla re­denzione del genere umano, piantò la vigna della Chiesa e la vigna del paradiso che Lucifero aveva devastato. Per tutto questo le creature la chiameranno beata e Dio loderà e proclamerà le sue opere.

Infine, dal capitolo ventiquattresimo del Siracide suor Maria deduce l'eccellenza e la grandezza a cui Dio elevò la Madre di Dio sotto la guida e il magistero del suo pro­prio Figlio. Durante gli anni di Nazaret fu costituita in ve­ra arca del Nuovo Testamento, perché così servisse di nor­ma ed esemplare agli Apostoli, ai Martiri, ai Dottori e alle Vergini

Tra le narrazioni del Nuovo Testamento, sono quelle del «gran segno» apparso nel cielo (Ap 12) e quella del «nuo­vo cielo», della «nuova terra» e della «nuova Gerusalem­me» (Ap 21) quelle che più attirano l'attenzione dell'Autri­ce della Mistica Città di Dio.

Dio volle manifestarci con il «gran segno» l'eccellenza e la magnificenza della natura umana, che contro il pec­cato degli angeli avrebbe creato a suo tempo. Cristo e Maria l'«obbligano» a questo. Però volle significarci anche che avrebbe posto nel mondo un'arca di alleanza, segno del futuro Salvatore del genere umano. Maria è in questa al­leanza la «garante» degli uomini davanti a Dio, tanto ri­guardo alla perfezione ad essi destinata come alla sua re­denzione. Vestita del «sole di giustizia» e della «pienezza di grazia», come con voce potente, diede alla luce il Ver­bo eterno, voce che poi dopo essere elevato da terra in croce si udì in tutta la terra.

L'immagine del «nuovo cielo», della «nuova terra» e del­la «nuova Gerusalemme» serve alla Venerabile per darci una sintesi della sua visione della Madre di Dio. Non en­treremo nei particolari della prolissa narrazione agredana, però daremo qualche idea generale, per vedere la linea del suo pensiero.

Con Maria si ebbe un «cielo nuovo» per la divinità nel­la natura umana, perché, preservata e libera dalla colpa, dava nuova abitazione al medesimo Dio nell'unione ipo­statica. Cessò, quindi, di esistere il primo cielo, che Dio aveva creato in Adamo e che si rese difettoso e inabile per­ché il Signore vivesse in esso. Ebbe giustamente un «nuo­vo cielo» di gloria per la natura umana, giacché, rinnova­to «l'empireo» con la gloria di Cristo e di Maria e con i meriti del nostro Salvatore, passarono a occuparlo gli uo­mini. Tutta questa novità ebbe principio in Maria, conce­pita senza peccato, che impediva tutto ciò.

Così anche apparve nel mondo una «terra nuova», libe­ra dalla maledizione della terra antica, poiché per la «terra benedetta» di Maria, con lei e in lei, fu benedetta, rinnova­ta e vivificata la massa terrena di Adamo. Nella Madre di Dio cominciava a risplendere già l'aurora della grazia.

L'immagine della «nuova Gerusalemme» si applica alla Chiesa militante e trionfante, però «specificamente con­templò l'aquila generosa Giovanni alla Gerusalemme su­perna, Maria santissima, dove si trovano riassunte e rac­colte tutte le grazie... ed eccellenze della Chiesa militante e trionfante». Chiamiamo Maria nuova Gerusalemme «per­ché tutta la sua grandezza, le sue virtù e i suoi doni sono nuovi...; perché venne dopo tutti i Padri antichi, Patriarchi e Profeti, e in lei si compirono e rinnovarono i loro oracoli e le loro promesse; nuova, perché viene senza il con­tagio della colpa e discende dalla grazia per suo nuovo or­dine..., che è la cosa più nuova». In lei tutte le grazie e tutti i doni sono veramente nuovi, come partecipati diret­tamente dalla fulgida luce di Dio, poiché fu creata non in questa terra di peccato, ma nel cielo e secondo l'esempla­re del Verbo.

Mistica città di Gerusalemme, Maria è anche l'abitazio­ne santa, il tabernacolo di Dio e il mezzo per cui Dio pian­ta la sua tenda tra gli uomini. Stando il «tabernacolo di Dio» con gli uomini, l'Altissimo asciugherà le lacrime dai loro occhi e la morte e il peccato non ci saranno più, poi­ché furono distrutti già per la soave medicina dell'incar­nazione del Verbo, avendoci offerto il suo sangue e i suoi meriti, primizie in colei che nasceva immacolata.

Avremmo potuto cadere nella tentazione di pensare che Maria di Agreda, affascinata dalla figura della Ver­gine, potesse essersi dimenticata del significato preciso della Madre di Dio nella storia della salvezza, attribuen­dole tutte le qualità e perfezioni che le venivano in men­te. Per questo riteniamo conveniente aggiungere questa

sua frase, quando spiega il significato della pietra di dia­spro: questo diaspro cristallino ha delle ombre, perché è figlia di Adamo ed è semplice creatura, e tutto quello che ha di splendore del sole della Divinità è partecipato, e sebbene sembri sole divino, non lo è per natura, ma per partecipazione e comunicazione della sua grazia; creatu­ra è, formata e fatta dalla mano del medesimo Dio, per essere Madre sua. È anche il significato che l'Autrice vede nella risposta di Cristo a Maria nelle nozze di Ca­na: con quella volle mettere in rilievo che l'origine del miracolo dipendeva unicamente dalla volontà divina; vol­le dirle anche che il potere di compiere miracoli gli ve­niva da questa natura e non dalla natura umana che da lei aveva ricevuto; infine l'avverte che nella determina­zione della volontà divina non aveva parte in assoluto, poiché era qualcosa che apparteneva esclusivamente al­la sola Divinità.

Maria, «città mistica di Dio», fu dunque eletta dall'e­ternità nei disegni di Dio come Madre del Verbo incarna­to e manifestazione della sua incomprensibile perfezione davanti agli uomini, segno e specchio della Divinità allo stesso tempo che «garante» della natura umana. Così pre­figurata e descritta la vede suor Maria di Gesù nella sa­cra Scrittura.

Gli autori del secolo XVII interpretano la parola di Dio servendosi di diversi sensi: letterale, mistico, spirituale, dot­trinale, soteriologico, ecc. E così da ciascuna delle sue

espressioni deducevano, secondo questi sensi, qualche si­gnificato mariologico. Anch'essi applicano alla Vergine le figure bibliche della «città di Gerusalemme», «città custo­dita» (2 Re 19,34), «città di Dio» (Sal 86,1), «casa o tem­pio di Dio» (Sal 92,5). Non abbiamo trovato, tuttavia, che la chiamino «mistica città di Dio».

La Venerabile concorda con gli autori contemporanei nel concepire l'Antico Testamento come preparazione al Nuovo. Uguale concordanza si percepisce riguardo all'o­pinione che non era conveniente rendere pubblica la fede di Maria nella Madre di Dio, finché non fosse consolidata la fede in Cristo.

È curioso che nella Mistica Città di Dio non incon­triamo una spiegazione di Luca 1,2, testo che serve ai teologi contemporanei per attribuire alla Vergine tale pienezza di grazia, che supera quella degli angeli e dei santi.

Al contrario, se crediamo alla testimonianza di Sama­niego, pare essere peculiare di suor Maria di Gesù l'inter­pretazione mariologica di Apocalisse.

Ha richiamato anche la nostra attenzione, nel confron­tare l'opera agredana con alcune altre opere dell'epoca, l'am­biente più storico e salvifico che in quella si respira. Forse sarà dovuto precisamente al carattere di Storia divina in rapporto al quale la sua Autrice la concepisce.

 

Maria, segno della creazione

 

Dio, nella sua comunicazione ad extra, procedette, «a nostro modo di intendere», secondo un ordine di priorità e posteriorità, ordine che deve essere inteso «non già di tempo, ma di natura». Tutti gli esseri sono decretati se­condo una gradazione di perfezione ontologica e confor­me agli esemplari di Cristo e Maria, perché tutti si ele­vassero mediante questi due esemplari somiglianti a Dio.

Maria di Agreda appartiene al sistema predestinazio­nista scotista del «summum bonum summe diffusivum» in virtù di una necessità di ordine morale, secondo la qua­le a Dio «è molto più naturale fare grazie e doni di quan­to non lo sia per il fuoco salire alla sua sfera, per la pie44

tra tendere al centro e per il sole spandere la sua luce»

Tutte le opere ad extra sono libere in Dio, perché la sua propensione e inclinazione a comunicarsi è subordinata alla sua divina volontà, nonostante ciò sia come dovuto e forzato e Dio non rimane quieto né appagato del tutto nella sua stessa natura finché non diviene il centro delle creature.

Dio vide che tanta somma bontà era convenientissima nella sua equità, e come dovuto il comunicarsi, per ope­rare secondo la sua inclinazione comunicativa ed eserci­tare la sua liberalità e misericordia, distribuendo fuori di sé con magnificenza la pienezza degli infiniti tesori rac­chiusi nella Divinità. E dispose «l'ordine che doveva es­serci negli oggetti, il modo e la differenza con cui comu­nicare loro la sua divinità e le sue qualità, in modo che quel moto, per così dire, del Signore avesse giuste ragio­ni e oggetti proporzionati, e si trovasse tra loro la più bella e ammirabile disposizione, armonia e subordinazione». «L'infinità impetuosa» di Dio esigeva in primo luogo una creatura a cui potesse comunicarsi nel sommo grado possibile. L'unione ipostatica doveva essere questa prima manifestazione di Dio ad extra, sia perché «dopo essersi inteso e amato in se stesso, il miglior ordine era cono­scere ed amare quel che era più vicino alla sua divinità, qual è l'unione ipostatica»; sia perché «anche doveva la Divinità sostanzialmente comunicarsi ad extra, dopo es­sersi comunicata ad intra, perché l'intenzione e volontà divina cominciasse le sue opere dal fine più elevato»; sia infine perché l'armonia e subordinazione tra le creature doveva essere «la più ammirabile e gloriosa possibile. Conforme a ciò, doveva esservene una che fosse capo, a tutte superiore e immediatamente unita con Dio, per quan­to fosse possibile, cosicché per essa tutte le altre in un certo modo potessero passare per giungere alla sua Divi­nità». Il motivo principale di questa comunicazione non fu altro che la gloria di Dio derivata da questa stessa comunicazione

La Venerabile di Agreda, allo stesso modo di altri au­tori della sua epoca, considera l'incarnazione come uno sposalizio di Dio con la natura umana, congiungendosi con essa in quel gran mistero di cui parlò l'Apostolo (Ef 5,32), cioè in Cristo e nella Chiesa. Matrimonio spirituale, che mentre negli altri uomini si consumerà nel regno escato­logico, in Maria sarà elevato «in qualche modo» a pienez­za, «nello stesso momento in cui fu Madre del Salvatore»,

perché divenisse come garante idonea del fatto che non sa­rebbe stato negato il premio a tutti i figli di Adamo, se si fossero disposti a meritarlo con la grazia del loro Reden­tore. Perché questo matrimonio potesse realizzarsi real­mente, era necessaria l'esistenza della donna per la quale Cristo doveva apparire nel mondo.

Tre sono i motivi che, secondo l'Autrice della Mistica Città, giustificano l'esistenza di Maria al secondo posto dei decreti divini. Il primo potremmo qualificarlo come ontolo­gico, in quanto che, dopo la comunicazione somma con cui Dio era proiettato a Cristo in linea sostanziale e accidenta­le, pareva necessaria anche l'esistenza di una semplice crea­tura a livello intermedio tra Cristo e gli uomini, e ricevesse in questo modo la massima comunicazione di Dio «come la suprema tra le semplici creature umane, la più vicina a Cri­sto e, per mezzo di lui, alla Divinità». Appare in secondo luogo il motivo della divina maternità, che in realtà non co­stituisce se non un medesimo motivo con il primo, poiché fu «ordinata» e «concepita» questa semplice creatura nella mente divina «prima che facesse altro decreto di creare co­sa alcuna... come e quale apparteneva e conveniva alla di­gnità, all'eccellenza e ai doni dell'umanità del suo Figlio san­tissimo», dirigendosi verso di lei «l'impeto del torrente del­la Divinità e dei suoi attributi, quanto era capace di rice­verla una semplice creatura e come conveniva alla dignità di madre», perché «senza la madre, e tale madre, non si po­teva determinare questa generazione temporale con efficace e compiuto decreto». Infine, il terzo motivo è costituito dal­la necessità esistente nella nostra natura di un esemplare per cui potessero gli uomini e gli angeli essere discepoli del bell'amore. Dio creò «una così pura, grande, misteriosa e divina creatura, più per essere da tutte le altre ammirata con lode, che per essere descritta da alcuna».

Maria viene ad occupare pertanto, nella scala degli es­seri, un posto intermedio tra l'unione ipostatica e le sem­plici creature. Così lo esigevano tanto l'ordine e l'armonia con cui Dio decretò di creare l'universo, come la dignità, l'eccellenza e i doni dell'umanità di Cristo. La sua esisten­za divenne aperta alla duplice relazione di Dio e dell'u­manità: tocca lo «splendore di Dio» e s'incontra tra i di­scendenti di Adamo. Contribuisce ad «affratellare» questi due termini nel mistero dell'incarnazione.

Prendendo per principio la dignità della maternità divi­na, l'ispirazione poetico-mistica dell'Autrice attribuisce al­la Vergine una partecipazione alle perfezioni divine, il quarto posto nella santissima Trinità, una specie di affi­nità con Dio, una uguaglianza di proporzione con la di­gnità di Cristo. E le dà i qualificativi di sfera dell'onni­potenza divina, complemento di Dio, tempio della glo­ria di Cristo e molti altri, che si possono trovare nel cor­so della Mistica Città di Dio. È, tuttavia, una semplice crea­tura, appartiene alla stessa natura dei discendenti di Ada­mo, è l'«esemplare» e «modello» dei mortali.

Dopo la previsione del peccato, Maria appare nella cor­rente delle comunicazioni di Dio ad extra nel ruolo di ri­paratrice, divenendo così molto più evidente la sua missio­ne di segno e figura dell'umanità. Dio, perché non restasse frustrata la sua prima volontà di comunicarsi perfettissi­mamente e nel sommo modo possibile alle creature per la grazia e la gloria, determina di «restaurare» ed «eseguire» quel che esse persero in questa sola creatura, «l'anima dei suoi desideri», «frutto dei suoi attributi», «un prodigio del suo potere infinito», «un'opera che è oggetto della sua on­nipotenza» e «manifestazione della perfezione che dispo­neva per gli uomini», «il fine dello scopo prefissato che cercò nella creazione», «l'unica immagine e similitudine del­la Divinità», il complemento del suo beneplacito e suo com­piacimento per tutta l'eternità.

Fin da questo momento la figura di Maria si converte in colei che intercede per l'umanità, avendo un'intima relazio­ne con la salvezza degli uomini. Tutta la sua esistenza vie­ne ora ordinata alla sua maternità, per essere «lo strumen­to efficace» di Dio nella sua comunicazione ad extra, poi­ché per lei e con lei tutte le sue opere riceveranno il com­pimento che avevano perduto a causa del peccato.

Il fatto che l'Autrice avesse concepito la sua opera co­me una Storia divina, le diede senza dubbio la possibilità di esporci, farci intravedere o per lo meno insinuarci, una figura della Vergine in tutta la dinamica esistenziale che lei porta con sé dentro la storia della salvezza, sebbene questo sia solo percepibile tra le righe nella maggior par­te dei casi. Il senso soteriologico in cui tutta la narrazio­ne agredana va compresa a partire dalla esemplarità di Ma­ria, fa sì che l'incarnazione si concepisca non già solo come «mistero di fede», ma anche come mistero di amore nel quale la Vergine sta dalla parte degli uomini, sia come la prima redenta, sia come segno di perfezione. Con lei e per lei venne benedetta, rinnovata e vivificata la massa ter­rena di Adamo... In lei cominciò a rinnovarsi l'umana e terrena natura.

Non insistiamo più su questo punto, poiché lo vedremo come una specie di ritornello nel corso di tutta la Mistica Città di Dio, singolarmente a partire dal momento in cui Maria è costituita come vera Madre di Dio nel mondo.

L'Autrice concepisce poi la maternità divina come la co­rona della creazione. Per mezzo di essa si restaura l'antica perfezione che Dio aveva assegnato agli uomini. Cristo e Ma­ria appaiono nella dottrina agredana non tanto sotto un pri­sma escatologico, quanto esemplarista-dinamico. Nella fe­deltà, nell’amore, nell'umiltà dell'unica e singolare sposa del­l'Altissimo, egli trovò la risposta perfetta di tutta la creazione. Ad essa la Vergine dirige la sua grazia e i suoi meriti per entrare nell'intimità della natura umana come germe di salvezza. Tutto questo come conseguenza del principio di as­sociazione. Maria è il segno mediatore ed esemplare dell'u­manità, essendo pura creatura, sorella dei mortali.

 

* * *

Per quello che possiamo osservare, l'Autrice della Mistica Città di Dio segue fedelmente i principi della scuola scotista,

rispetto alla predestinazione della Madre di Dio. Posti i fon­damenti da Raimondo Lullo «ad mentem magistri», li ap­profondiscono Giovanni Baslio e Francesco Mayronys, e raggiungono la loro massima pienezza nei teologi del seco­lo XVII-XVIll, «l'età d'oro» dello scotismo.

Per Serrano, l'«ordinatissime volens» decreta nel primo segno della sua comunicazione ad extra l'incarnazione del Verbo «quia hoc summum bonum [est] et Deo immedia­tius accarius ex omnibus operibus ad extra, tum quia est summa Dei communicatio, tum etiam quia ipsi Deo co­niungitur in unitate personae, tum denique quia delicise Dei esse cum filiis hominum». Nel secondo segno appa­re la predestinazione di Maria come Madre del Verbo, e conseguentemente come la creatura più prossima alla Di­vinità per la sua nobiltà e dignità. Maria appartiene all'es­senza di Cristo «propter unitatem carnis» e perché insie­me con lui è capo dei giusti.

In Carlo del Moral, Dio «summum bonum, summe sui diffusivum» provava una necessità d'ordine morale a co­municarsi ad extra nel sommo grado possibile. Questo lo realizzò solo nell'unione ipostatica. Dopo essersi comuni­cato a Cristo tanto nella linea sostanziale quanto in quel­la accidentale, sorge nell'idea divina l'immagine di colei che doveva essere Madre del Verbo, per entrare così in comu­nione nel sommo grado possibile con una semplice crea­tura, elevandola «terminative» all'ordine ipostatico. Cristo si costituisce infine esemplare e capo degli angeli e degli uomini, missione e prerogativa nella quale partecipa «si­mul» Maria per i meriti di suo Figlio.

Urrutigoiti riferisce la predestinazione della Madre di Dio alla sua divina maternità, mediante la quale viene ordinata alla gloria e al suo principio: la grazia. Da qui il teologo sa­ragozzano deduce il principio della sua mariologia: princi­pio di eccellenza e associazione, le cui conclusioni coinci­dono non poco con quelle di Maria di Agreda. Diego Mu­rillo, saragozzano anche lui come Urrutigoiti, basa la sua teoria predestinazionista sulla diversa partecipazione delle creature alle perfezioni divine, elaborando un sistema mol­to simile a quello della venerabile scrittrice.

Al contrario, non abbiamo l'impressione che l'idea agre­dana di Maria, segno salvifico della creazione, aleggi vaga­mente negli autori dell'epoca. In Murillo leggiamo che l'uo­mo raggiunse la sua ultima perfezione secondo la sostanza nell’incarnazione di Cristo, secondo la natura nell'ascensio­ne, secondo la personalità nell'assunzione della Vergine; Ve­ga sostiene che se non fosse stato per la Vergine, Dio non avrebbe creato l'uomo. Per Portifio, Maria è la garanzia della fede dei mortali e Gonzalo Tenorio organizza la sua con­cezione mariologica intorno a questa idea.

Inoltre, vogliamo far notare che la maggior parte delle espressioni che il fervore mariano detta a suor Maria si possono incontrare nell'estesa opera di Laurentis Chriso­gonus Dalmata.

 

Maria, città santa e pura

 

Abbiamo visto il posto che Maria occupa nella storia della salvezza. Insieme con Cristo costituisce il centro di tutta la provvidenza salvifica di Dio. Ella è l'ultimo passo nell'economia dell'Antico Testamento e il primo in quella del Nuovo, all'apparire nel mondo redenta, piena di gra­zia e come mezzo per il quale il Redentore assumerà for­ma umana

Entriamo ora nel terreno della realizzazione dei disegni di Dio e della loro evoluzione, fino a giungere a quel «fiat» mediante il quale giunge a compimento il disegno di Dio, fraternizzando già con la natura umana. La provvidenza dell'Altissimo si volge ora alla futura Madre del Verbo, per preparaila al gran mistero dell'incarnazione.

Il secolo in cui la nostra Venerabile scrive la sua opera partecipava già di una diffusa tradizione immacolista. Il fatto della concezione immacolata di Maria ha ampio e so­lido fondamento tanto nella sacra Scrittura quanto nei santi Padri e viene illustrato con validi argomenti. Tutto que­sto, elaborato e sistematizzato dai teologi, viene a costi­tuire l'argomento di «convenienza», a partire dall'eccellen­za personale di Cristo, perfettissimo mediatore, e dalla di­gnità trascendente della maternità divina.

Maria di Agreda espone questo privilegio della Vergine in un modo narrativo, semplice, senza entrare nella com­plicazione delle questioni scolastiche, sebbene ci siano mo­menti in cui insinua le conclusioni delle medesime. Non dimentichiamo che scrive una vita della Vergine, Storia di­vina, destinata fondamentalmente ad alimentare la pietà dei fedeli.

Per lei, essere concepita immacolata, secondo la sen­tenza comune del suo tempo, non significava altro che es­sere priva del peccato originale e delle sue conseguenze fin dal primo momento dell'esistenza, essere cioè piena di gra­zia . Dio la preservò, così come suo Figlio, nel decreto del­la sua predestinazione alla divina maternità, da ogni con­taminazione con la discendenza del serpente. Questo, che per il Figlio era connaturale, per la Madre era soltanto par­tecipato per singolare privilegio. Così è come operò la gra­zia che la elevò all'incontro e la divinità che la penetrava nei punti più riposti della natura.

La dignità della maternità divina, derivata dal primato assoluto di Cristo, è per la nostra Autrice la radice e il fon­damento che spiega questo privilegio mariano. Se Maria fu predestinata insieme a Cristo «ab aeterno», come se­condo grado nella manifestazione delle perfezioni divine ad extra, per essere Madre di Dio, era come dovuto e ne­cessario che ricevesse anche la giustizia originale, indipendentemente da Adamo, e che fosse creata nel primiti­vo stato di innocenza. Lei non dipendeva da Adamo come capo, per quello che si riferisce alla grazia, né entrava nel patto adamitico. Dipendeva unicamente da Cristo come ca­po, e in maniera tale che insieme a Cristo era capo del medesimo Adamo. Maria santissima è la creatura più prossima ontologicamente e relativamente a Dio, e da que­sto stato le deriva la somma santità possibile. Esente dal peccato, non per una ripugnanza intrinseca, come succe­deva in Cristo, ma perché tutto questo era sconveniente per Maria, Madre e sposa di Dio, ed essendolo per questa ragione, lo fu anche per l'altra, cioè per una ripugnanza di ordine morale.

Appare di nuovo in questo punto della Mistica Città di Dio il lato esemplarista della figura di Maria, in relazione allo stato di giustizia originale in cui furono creati i nostri progenitori: posto che le creature «son divenute ingrate e ribelli», non è conveniente che la volontà di Dio rimanga bloccata. Per questo Dio crea un «modello di perfezione», che aveva disposto per gli uomini, e ristabilisce «lo scopo del disegno» che ebbe nella creazione. In Maria «restaura», «esegue» e «migliora» quello che gli uomini persero. Verso di lei si dirige la corrente della sua bontà e la sottrazione della «legge ordinaria del peccato», perché «non abbia par­te in lei la discendenza del serpente.

Sebbene con l'argomentazione precedente l'Autrice con­cluda già sufficientemente la convenienza della concezione immacolata di Maria, trascriveremo brevemente, a mo' di complemento, alcuni ulteriori argomenti ché ella ci espone:

1) era giusto e dovuto che la Divinità, bontà infinita, si rivelasse in una materia purissima, limpida e mai mac­chiata dalla colpa. Niente può opporsi alla volontà divina, forte e onnipotente. Non era poi conveniente, all'equità e provvidenza di Dio, omettere il più conveniente, perfetto e santo per il meno conveniente e santo.

2) Era conveniente che la Vergine fosse immacolata, poiché il Verbo, che doveva incarnarsi, sarebbe stato Re­dentore e maestro degli uomini e autore della perfettissi­ma legge della grazia, in cui si stabilisce il comandamen­to di onorare i genitori come causa seconda della nostra esistenza. Era giusto che questa legge fosse rispettata in primo luogo dal Verbo divino con sua Madre, rendendola degna di una grazia più ammirabile, santa ed eccellente di tutti i doni creati. Orbene, il massimo onore e beneficio per la Vergine tra tutte le grazie era quello di renderla as­solutamente immune da ogni inimicizia e avversità con Dio. E questo si otteneva liberandola dall'incorrere nel pec­cato originale.

3) Il Verbo aveva sulla terra madre senza padre; nel cie­lo, al contrario, aveva padre senza madre. Ma perché ci fosse la proporzione conveniente tra Dio Padre e questa donna madre, era necessario che fosse elevata sopra la na­tura, in modo da conseguire tutta l'affinità e uguaglianza possibile tra Dio e una semplice creatura. Orbene, questa dimensione elevata sembra reclamare nella Madre la con­cezione immacolata, perché in nessun momento potesse gloriarsi il drago infernale di aver dominato la donna alla quale Dio obbedisce come a vera madre.

4) Come alla dignità di Madre di Dio conviene che mai sia stata avversaria di Dio, così alla dignità di madre del Redentore che non abbia niente a che spartire con i ne­mici del Redentore stesso. Cioè, dovendo Cristo redimere gli uomini con la carne e il sangue ricevuti da sua madre, era tenuto a redimere in primo luogo la carne di lei, es­sendo venuto a redimere gli altri uomini. Questo natural­mente non conveniva ad un Redentore di così alta dignità. La Vergine dovette, pertanto, essere immacolata.

5) Infine, l'Autrice giunge al mistero della concezione immacolata di Maria a partire dall'antitesi che doveva esi­stere tra il demonio e la «donna». Unita la Vergine al di­vino Redentore da tutta l'eternità in un medesimo decreto di predestinazione, insieme con lui e per lui si oppone al velenoso serpente con inimicizia eterna e su di lui trionfa pienamente schiacciandogli il capo con il suo piede im­macolato. Appare già vittoriosa nella concezione stessa del suo corpo, distruggendo la forza della concupiscenza, a cui fa ricorso «il forte armato». Ancor più, appena concepi­ta, Dio le dà tale potestà e dominio su tutti i demoni, la difende ed assiste in modo tale che alla sola presenza di Maria i demoni si sentono tormentati. E, una volta com­piuta la redenzione, Dio trasferisce il regno, soggetto an­teriormente alla potestà del nemico, nelle mani di sua Ma­dre, costituendola signora e regina di tutte le creature, di­spensatrice di tutti i beni celesti e di tutte le grazie, ren­dendola sacro rifugio di tutti gli uomini e consacrandola

come assoluta e definitiva nemica del demonio. Questa nuova prerogativa viene a dar nuovo fondamento alla con­cezione immacolata, poiché diversamente non solo non ci sarebbe stata tra lei e il serpente quella inimicizia eterna, ma anzi, al contrario, sarebbe stata sottomessa a lui, cosa non confacente ad una Regina tanto eccelsa.

Nella Mistica Città di Dio sono anche presenti le questioni tradizionali della redenzione di Maria per i meriti di Cristo derivati dalla sua passione e morte e della disposizione alla sofferenza di Cristo e di Maria. La prima questione la ri­solve mediante la redenzione preservatrice in virtù dei meriti «previsti e accetti» del Verbo in «questa stessa natura e carne». L'Autrice colloca la disponibilità alla sofferenza di Cristo e di Maria dopo la previsione del peccato, perché of­frisse agli uomini un esempio di santità e di umiltà e, nel­lo stesso tempo, un sacrificio gradito alla divina volontà. Queste spiegazioni emergono, senza dubbio, nel corso della narrazione stessa, senza altri particolari che le precisino.

Nel corso di tutta la Mistica Città di Dio (Storia divi­na), Maria appare come creata e formata fin dal principio in una grazia perfettissima e suprema, come l'eletta di Dio, piena di Spirito Santo, singolare nei doni e formata da Dio secondo una speciale provvidenza, l'archivio dei divini mi­steri e sacramenti. In lei si manifestarono tutti gli attri­buti della Divinità, senza che «gliene fosse negato alcuno, per quanto fosse capace di riceverne, essendo inferiore uni­camente a Cristo nostro Signore, ma incomparabilmente superiore in gradi di grazia a tutte le altre creature capa­ci di grazia e di doni».

Come si deduce dalla dottrina agredana sulla predesti­nazione, Maria costituisce un ordine che si eleva sopra tut­ti gli angeli e le creature, essendo inferiore soltanto a quel­lo dell'unione ipostatica. E questo perché il mondo creato esigeva una armonia e subordinazione perfetta.

La sua partecipazione alla grazia è per ciò stesso supe­riore a quella di tutti gli angeli e i predestinati, quanto l'uf­ficio e la dignità di Signora e regina è superiore a quella di servo. Risiedeva nei monti santi, poiché essendo elet­ta per il divino ministero di Madre di Dio, questo esigeva in lei una grazia proporzionata alla sua missione, come la filiazione divina lo esigeva in Cristo. E se la maternità di­vina è la dignità suprema dopo l'unione ipostatica, così il grado di grazia che corrisponde ad essa, inferiore soltan­to a quello dell'umanità di Cristo, è però inaccessibile per qualunque altra semplice creatura: esiste maggiore pro­porzione tra le grazie e i doni di Maria santissima e quelli del suo dilettissimo Figlio, e tra questi e la perfezione divina, che tra tutte le virtù e la santità dei santi e quella di questa regina delle virtù.

La Venerabile di Agreda, in tutto quello che si riferisce alla grazia e ai doni di Maria, si regolava secondo il prin­cipio seguente: Maria fu adornata e preparata da Dio, che le donò tutto quello che poté donarle, e poté darle tutto ciò che volle, e volle darle tutto ciò che non era essere Dio, però il più immediato alla Divinità. Così divenne nello stesso istante della sua concezione l'«opera» e il «miraco­lo» dell'onnipotenza divina, l'«abisso della grazia» e la crea­tura più affine e prossima all'Altissimo.

Senza dubbio, la concezione immacolata di Maria non è che l'inizio della sua consacrazione reale alla storia del­la salvezza. Da questo momento comincia il mistero della vita della Vergine. Ci presenta ora l'Autrice una figura del­la Madre di Dio in continua evoluzione mistica, come pre­parazione al «fiat» che un giorno avrebbe pronunciato. Non entriamo nei particolari, perché è la parte più prolissa del­la Mistica Città di Dio. Basta dire che la dottrina agre­dana ci ricorda in questo punto quello che gli autori mi­stici narrano a proposito dell'evoluzione spirituale e misti­ca delle anime. Maria lavora diligentemente per acquisire una «perfezione» conveniente. È la Vergine pienamente fe­dele alla provvidenza di Dio su di lei, nell'oscurità della fe­de, poiché ignora tanto la sua predestinazione alla divina maternità del Redentore, quanto l'assenza di peccato ori­ginale in cui fu concepita.

D'altra parte è la Regina veramente materna, che inter­cede davanti a Dio per gli uomini, in virtù della sua stes­sa natura: poiché dimora tra gli uomini, Dio non li può condannare, anzi chiede a Dio di non ritardare la re­denzione. Purissima tra tutte le creature, epilogo della natura umana e angelica, in lei Dio si ricrea con com­piacenza per le sue perfezioni, per la sua fedeltà e la sua umiltà che compensano le imperfezioni degli uomini.

Rappresenta gli uomini davanti a Dio, il quale chiede di stabilire con loro nuove relazioni, di cui Maria immaco­lata e piena di grazia è il segno e l'inizio.

 

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Tra tutti i privilegi della Madre di Dio, quello della sua immacolata concezione era il più vivo sul piano dell'at­tenzione dei teologi nel secolo XVII. Lo consideravano sia in se stesso, sia in riferimento ad altre questioni, come per esempio quella del debito, della predestinazione e reden­zione per i meriti di Cristo. Si affaccia già nell'ambiente il problema della sua definibilità e il grado di certezza a cui era legato. Il re, i teologi e il popolo cristiano richiedeva­no e auspicavano la definizione dogmatica di quel privile­gio. Senza dubbio, restava, tuttavia un certo spirito di lotta e controversia.

Ammesso quasi da tutti il fatto della concezione im­macolata di Maria, la forza della discussione passa ora al problema del debito e della redenzione preservatrice. Ne danno testimonianza inizialmente le discussioni di Toledo e Alcalà nell'anno 1616.

Crediamo di poter affermare che i fondamenti su cui si poggia la Mistica Città di Dio per arrivare all'Immacolata, stanno nella linea teologica degli autori francescani del suo tempo. Essi infatti fondano il citato privilegio mariano ge­neralmente su due principi: quello dell'associazione di Ma­ria a Cristo, sia nella sua predestinazione assoluta, sia nel­la realizzazione della redenzione degli uomini, e quello del­la dignità della divina maternità. A questi due argomenti se ne aggiungono altri, come quello della pienezza di gra­zia, la verginità, l'assunzione, la mediazione universale, ecc. Tra essi si trovano anche quelli che la Venerabile espone. Soltanto l'argomento dell'armonia che deve esistere tra Dio-Padre e Maria-Madre, così come quello relativo all'antite­si Maria/demonio, non abbiamo potuto trovarlo nella stes­sa maniera in cui lei lo espone.

Le questioni del debito e della redenzione preservatri­ce, solo ricercando con cura possiamo trovarle nell'opera agredana. Si tenga sempre presente che anche se la Misti­ca Città di Dio sembra supporre tali o simili questioni, si muove sempre in un clima molto diverso da quello che ri­chiederebbero.

Gli autori dei secoli XVI, XVII, XVIII parlano anche con particolare attenzione della grazia concessa alla Ma­dre di Dio, giungendo in ultima analisi ad attribuirle una grazia «negative summa absolute possibilis» dal primo istante della sua concezione, idea che, senza arrivare alla sintesi di alcuni termini precisi, si trova anche nella ve­nerabile Agreda.

L'opinione che Maria cooperò attivamente alla soddi­sfazione del debito è comune tra i mariologi. Già nel se­colo XII, e specialmente nel secolo XIV parlano dell'uso di ragione che Dio concesse a colei che doveva diventare sua madre nel primo momento della sua esistenza, da cui deriva logicamente la citata opinione. Con l'uso di ragione le furono concessi anche gli altri doni: inclinazioni, virtù, ecc. Tuttavia non abbiamo trovato in nessun altro auto­re la distinzione che Maria di Agreda stabilisce tra visio­ne astrattiva e visione intuitiva.

Ci sembra giusto rilevare l'esemplarismo che l'Autrice at­tribuisce alla perfezione di Maria, così come il significato sal­vifico in cui è avvolta la narrazione agredana. Dio volle re­staurare in sua Madre, ed anche perfezionare, la bellezza del mondo che gli angeli e gli uomini avevano deturpato. Ella èil segno e l'esempio mediatore di tale volontà di Dio.

 

Maria, tabernacolo di Dio

 

Predisposta Maria come Mistica Città di Dio, conside­riamo ora il fine della sua esistenza: introdurre Cristo nel mondo, dare agli uomini il Salvatore. In questo momento trascendentale dell'umanità, svolge realmente il compito di mediatrice e di garante.

Maria, Madre di Dio, sacramento dell'umanità, viene do­tata per questo fatto di una relazione reale e salvifica con Cristo e la sua opera.

La maternità, secondo la nostra Autrice, viene costitui­ta nel Vordine fisico principalmente per questi tre atti: con­cepire, generare e dare alla luce. Maria concepì vera­mente, generò e diede alla luce il Verbo di Dio, per que­sto si chiama ed è Madre di Dio.

Però l'incarnazione di Cristo, oltre alle qualità umane in cui intervenne la Vergine direttamente, ne possiede un'altra che era estranea al suo influsso. Fu un parto di­vino, pura grazia di Dio, poiché in Maria e da Maria il Ver­bo eterno ricevette la forma umana. Rimane, senza dub­bio, come vera Madre di Dio, sebbene non della divinità, poiché il figlio che diede alla luce è nello stesso tempo ve­ro Dio e vero uomo.

Perché Maria potesse prestare la sua cooperazione allo Spirito Santo, dovette necessariamente essere elevata, poi­ché per giungere una donna di corpo terreno a dare la sua stessa sostanza, a cui Dio si unisse e con cui divenisse uo­mo, era necessario oltrepassare uno spazio infinito e ve­nire a porsi tanto lontano dalle altre creature, quanto ar­rivava ad avvicinarsi a Dio stesso. D'altra parte, se il Fi­glio partecipava alle condizioni della Madre per la somi­glianza di natura, era altresì necessaria questa elevazione, giacché non avrebbe potuto cooperare con lo Spirito San­to nella generazione di Cristo, se non avesse posseduto nes­suna somiglianza con il Figlio nelle condizioni della sua natura. Del resto, nella mente dell'Autrice questa eleva­zione non è altro che la preparazione di ordine morale-mi­stico, che già abbiamo ricordato.

Essendo ormai Maria presente nel mondo, non doveva tardare la redenzione umana e la venuta dell'Unigenito del Padre, poiché non sarebbe andato come esule nelle tende o case altrui, ma sarebbe vissuto come residente nel suo tempio e in casa propria, edificata ed arricchita con le sue stesse anticipate spese. L'Autrice ci presenta la divina ma­ternità della Vergine, prima di tutto, come il mezzo e la via per realizzare la redenzione degli uomini. È lo «stru­mento efficace» dell'intenzione salvifica di Dio. Per esso il Verbo fece il suo ingresso nel mondo in forma preordina­ta alla sofferenza e alla redenzione.

Piacque a Dio, nel decidere di comunicarsi agli uomi­ni per mezzo dell'incarnazione, di venire al mondo non dal nulla né da qualunque altra materia, ma da una don­na pienamente cosciente, madre, vergine e pura, che lo ri­vestisse della sua propria sostanza nella forma di servo. E Dio affidò i misteri dell'incarnazione alle mani della Ver­gine, alla sua fede, speranza e carità, facendo affidamen­to sul suo consenso per dare compimento con lei e per lei, a tutte le sue opere ad extra per mezzo del Verbo in­carnato. Dio, in effetti, ammette nelle sue operazioni ad extra il concorso delle creature, conservando la loro libertà ed autonomia.

Questa gran Signora considerò che dalla sua risposta di­pendeva il dispiegarsi dell'azione della beatissima Trinità, il compimento delle sue promesse e profezie, il più gradito e accetto sacrificio di quanti mai gliene fossero stati offerti:

la redenzione di tutto il genere umano, la soddisfazione e il premio della divina giustizia, la fondazione della nuova legge della grazia, la gloria degli uomini..., e tutto ciò che con­segue l'incarnazione dell'Unigenito del Padre. Rivestendo­si di fortezza più che umana, pronunciò il suo «fiat», con il quale divenne cielo, tempio e dimora della santissima Tri­nità, e fu trasformata, elevata e divinizzata. Tanto fu l'ardore con cui la sua carità ardeva davanti al mistero propo­sto, che sgorgarono dal suo cuore tre gocce di sangue, con le quali per virtù dello Spirito Santo, fu formato il corpo umano di Cristo. Cominciò così la nostra redenzione con un atto di amore «reale e vero» di Maria, e tutte le crea­ture ne beneficiarono gli effetti.

L'incarnazione del Verbo, oltre ad essere la più alta co­municazione di Dio ad extra, è la maggiore opera e il mag­gior beneficio «che ricevette lei e tutto il genere umano». Però «con questa meraviglia mai immaginata Dio prese un impegno tale, che - a nostro modo di intendere - non sa­rebbe stato per lui di tanta gloria se non avesse trovato nel­la stessa natura umana qualche garante, nella cui santità si potesse collocare con tutta pienezza un beneficio tanto sin­golare». Per questo la sapienza divina ordinò l'incarnazio­ne del Verbo. «Tuttavia, siccome questo Signore era vero Dio e vero uomo, parve che la natura umana rimanesse de­bitrice a lui stesso, se tra le pure creature non ne avesse trovata alcuna pronta a pagargli questo debito, dato che tutto quanto da parte di quelle era possibile con la grazia divina». Questo documento lo firmò Maria. Ella con la sua perfettissima carità obbligò, nella forma possibile, l'e­terno Padre perché lo desse a suo Figlio santissimo per sé e per tutto il genere umano; perché se Maria avesse ama­to meno..., non vi sarebbe stata disposizione nella natura umana perché il Verbo si incarnasse. Il merito di Maria riguardo all'incarnazione si. riduce, secondo la mente del­l'Autrice, ad un merito «de congruo».

La relazione che nasce il giorno dell'incarnazione tra Cri­sto-figlio e Maria-madre è del tutto singolare ed unica: Dio, l'essere supremo, e Maria, la suprema creatura quanto a perfezione, sono i termini di tale relazione, tanto è vero che l'Autrice la qualifica come «complemento» delle relazioni esistenti nella santissima Trinità. A partire da questo mo­mento la vita della Vergine rimane aperta ad una duplice prospettiva: è Madre di Dio e Madre del Messia. Suo Fi­glio è il Verbo incarnato per la redenzione degli uomini. Da qui la sua intima relazione con Cristo e con gli uomini

La Mistica Città di Dio ci presenta ora una figura della Vergine amante in sommo grado. L'amore è un elemento pedagogico nelle mani di Dio per condurre la sua «eletta» alla somma perfezione possibile in una semplice creatu­ra. Da questo amore nascono nella Madre di Cristo la sua sollecitudine, riverenza e venerazione crescenti da­vanti al suo figlio-Dio. Amore, scienza sublime, pienezza di grazia, viva presenza della Divinità sono gli elementi su­blimi che fanno della vita della Vergine un «cielo intellet­tuale», il «tempio vivo di Dio», una pellegrina sulla terra abitante nel cielo, però nel medesimo tempo lasciano nel suo essere la triste esperienza del suo limite, in contrasto con la pienezza di vita della trascendenza di Dio. Preci­samente il riconoscimento della sua totale dipendenza e della sua assoluta inferiorità davanti al suo figlio-Cristo portavano la Madre di Dio ad adottare un atteggiamento di umiltà in grado eroico, complemento dell'umiltà degli uomini. L'umiltà era come il substrato di tutte le sue azio­ni, come l'ingrediente necessario che rendeva tutte le sue opere secondo il volere di Dio, in modo tale che per que­sta virtù Dio si fece bambino in lei e la elesse come complemento allo stato psicologico in cui Maria si trovò dopo l'incarnazione, l'Autrice si ferma anche a con­siderare questa situazione particolare, che consiste nell'a­vere un Figlio che deve obbedire a sua Madre, al quale nel­lo stesso tempo ella deve obbedire.

Tutta la relazione di Cristo con Maria si può ridurre all'amore e alla compiacenza: amore, per essere la madre da cui aveva ricevuto l'essere umano; compiacenza, per essere la madre in cui veniva restaurata la pienezza del­la perfezione che avrebbero goduto il mondo e gli uomi­ni, a meno di non separarsene per propria volontà, per­ché la considerava come frutto suo unico e singolare, la summa di tutte le perfezioni, la forma e l'esemplare del Redentore.

Elevata da questo amore e da questa compiacenza, Cri­sto l'adorna con doni di grazia, sapienza e gloria, e le ma­nifesta gli affetti e le opere dell'anima del Verbo, in cui vedeva tutte le cose. Maria cooperava sollecitamente e fedelmente con tutti questi doni, che la pietà di suo Fi­glio le offriva.

Le relazioni materne di Maria si completano in questa nuova relazione con le altre creature. Mediante Cristo ha con esse una relazione salvifica. È l'esemplare di somma santità e purezza per gli uomini; specchio ed efficace me­diazione; lucerna perché siano illuminate le tenebre della loro cecità.

È lo strumento eccelso e vivo che ci porta «la vita di­vina», la «piccola nube» sulla quale Dio entrò nell'Egitto di questo mondo, rendendolo fecondo.

È l'avvocata degli uomini, in modo tale che questo amo­re alla salvezza umana, che Maria santissima concepì, fu una delle maggiori disposizioni che la prepararono adegua­tamente a concepire il Verbo nel suo grembo verginale.

LAutrice della Mistica Città di Dio chiama frequentemente Maria «madre nostra»: perché ci diede la vera vita, Cristo; perché ci conduce alla vera vita, come porta di salvezza. La sua maternità è il fondamento della sua mediazione. Ed il suo ufficio di mediatrice lo esercita come esemplare di san­tità, mezzo o strumento della manifestazione di Cristo, es­sendo mezzo d'intercessione e di salvezza.

 

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Sintetizzate brevemente le idee che la Mistica Città di Dio ci offre intorno alla maternità divina di Maria, pos­siamo vedere come la sua Autrice si muove nell'ambito delle questioni discusse nella sua epoca. La sua esposi­zione non si attiene certamente al rigore dei termini scien­tifici, come già altre volte abbiamo detto. Scrive una «Sto­ria divina» destinata all'alimento spirituale dei suoi let­tori. In realtà, suoi lettori sono stati in tutti i tempi per­sone del più disparato livello sociale e intellettuale. Car­lo del Moral, per esempio, la cita frequentemente nella sua opera.

Maria è la vera e propria Madre di Dio, perché generò attivamente Cristo dalla sua propria sostanza, con la coo­perazione dello Spirito Santo. È chiamata nell'opera agre­dana «strumento efficace della Divinità». Espressione che intenderemo rettamente, se teniamo conto del concetto di causalità morale di Maria riguardo all'incarnazione.

Perché potesse prestare la sua collaborazione allo Spi­rito Santo, fu necessaria una elevazione. Però nulla si di­ce sulla natura di tale elevazione: se fu intrinseca o estrin­seca. Poiché, tuttavia, sembra ridursi ad una preparazione di ordine spirituale, in modo che fosse trovata degna pri­ma dell'evento in cui doveva prendere parte attiva, sembra che si tratti di una elevazione estrinseca.

La maternità divina eleva e santifica Maria. Allo stesso modo non si dice niente sulla santificazione formale e l'es­senza di tale santificazione. Ugualmente non sappiamo nul­la sul costitutivo formale essenziale della divina maternità.

Al contrario, la nostra Autrice si trattiene ampiamente a descrivere le relazioni tra la Madre e il Figlio, e vice­versa. Afferma ugualmente con insistenza che la maternità divina costituisce il fondamento di tutti i privilegi di Ma­ria, così come che tal fatto è il dono supremo che Dio può concedere ad una semplice creatura. Si tratta di un dono di ordine morale, non fisico, che porta con sé il privilegio di partecipare, in un certo senso, alla natura divina. Infi­ne, la sua maternità divina ci dà la possibilità di chiamarla anche noi nostra Madre, regina e mediatrice della crea­zione in generale e degli uomini in particolare.

L'Autrice si compiace anche di proporci la Vergine nel­la sua qualità di esemplare vivo delle perfezioni dell'Altis­simo e della perfezione di tutte le creature, perduta a cau­sa del peccato, e che, per mezzo di questo atto mediatore della Madre di Dio, dovevano conseguire di nuovo. Queste idee corrispondono perfettamente alla missione che la Mi­stica Città di Dio attribuisce a Maria, quanto alla salvezza del genere umano.

L'Autrice della Mistica Città di Dio considera un dupli­ce aspetto nell'atto redentore: il ristabilimento dell'ordine cosmico e la riparazione dell'offesa, il cui effetto è la glo­ria dell'eterno Padre e l'esaltazione del suo Figlio, il Si­gnore. Quando l'uomo peccò, tutta la creazione speri­mentò l'angustia del disordine e l'assenza di Dio. Inoltre l'uomo, re del creato, perdendo l'amicizia del suo Signore, perse anche l'amicizia delle creature e divenne schiavo del demonio. Ciò che aveva potuto fare da solo non lo po­teva restaurare, tuttavia, con le sue forze; poiché essendo Dio l'offeso, il suo onore esige che la riparazione proven­ga da una persona di pari dignità alla sua. Fu necessario che Cristo restaurasse l'ordine cosmico e riparasse l'offesa fatta a Dio.

Maria, eletta come madre del Salvatore, partecipa in qualche modo al mistero di lui. C'è di più: essendo con­giuntamente a Cristo il mezzo della comunicazione di Dio ad extra ed essendo restaurato già nella sua persona l'an­tico ordine conculcato a causa del peccato dell'uomo, dob­biamo attribuirle anche il compito di mediatrice, esem­plare e segno sostitutivo della natura umana nella reden­zione

«Solo in Cristo, che è nostro capo c'era la virtù e la cau­sa adeguata della redenzione universale». Qualunque azio­ne di Cristo era per se stessa di valore infinito e sufficiente a redimere gli uomini in maniera sovrabbondante. Tutta­via, Dio concesse, a colei che sarebbe stata sua Madre, il privilegio di soffrire con Cristo e di essere con lui coope­ratrice nel riscatto degli uomini. Tale cooperazione non era necessaria. Era una pura grazia che «sua Maestà» conce­deva alla sua eletta.

Come gli altri autori della sua epoca, la Venerabile fon­da la cooperazione mariana alla redenzione nell'elezione di Maria come Madre di Dio. Predestinata da tutta l'eter­nità come termine correlativo della predestinazione di Cri­sto, per la sua maternità partecipa alla sorte del suo Fi­glio, che dopo la previsione del peccato si converte in se­gno di redenzione, perché meglio si manifestasse e cono­scesse l'amore infinito di Dio per gli uomini e la sua equità e giustizia ricevesse la dovuta soddisfazione. Niente im­pediva che facesse anche parte dei redenti. La redenzione particolare di cui fu oggetto costituisce un ottimo motivo di convenienza per divenire cooperatrice alla redenzione e fondamento della Chiesa. Poi, redenta con redenzione pre­servatrice, era conveniente che, quando Cristo avesse me­ritato la grazia «storicamente», si manifestassero le sue pri­mizie in Maria, e fosse così «realmente» redenta prima di tutte le altre creature.

Abbiamo già avvertito in diverse occasioni che la con­cezione mariologica agredana si svolge nelle sue linee por­tanti intorno a un segno esemplarista. Possiamo vedere in questo un altro dei motivi che concorsero in Dio, secondo la venerabile Autrice, all'elezione della Vergine come com­pagna del Redentore.

Esiste infine un'ultima ragione che viene a confermare questa convenienza di cui parliamo. Si tratta del paralleli­smo esistente tra Eva e Maria. Dall'unità di principio nel

male tra Adamo ed Eva deriva l'unità di principio nel be­ne tra Cristo e Maria.

Un motivo di minore importanza teologica è quello che conveniva all'esaltazione della virtù divina che il demonio fosse vinto da una semplice creatura, per di più donna, poiché prima aveva condotto il genere umano alla rovina mediante una donna.

Eletta Maria come cooperatrice di Cristo nel mistero della redenzione, Dio richiedeva il suo consenso, come lo aveva richiesto per l'incarnazione. È «il merito» di essere Madre di Dio. Nel «fiat» all'incarnazione «la più pura e mistica» tra le creature rappresentava tutta l'umanità de­caduta e supplicante, dato che Dio niente opera nella na­tura umana senza il consenso e l'accettazione degli uomi­ni. La redenzione è grazia di Dio, però non viene comu­nicata agli uomini senza la loro adesione e cooperazione. Nel consenso che Maria presta alla passione, la Mistica Città di Dio si sviluppa più poveramente. Non si tratta so­lo di un atto di pura educazione filiale, mescolato con ele­menti trasferenziali della personalità dell'Autrice. Maria di Agreda rappresenta le relazioni tra Cristo e Maria come una relazione filiale-materna umanamente perfetta, alla quale attribuisce indubbiamente il valore soteriologico di unità e coprincipio salvifico, ciascuno secondo la situazio­ne e attitudine propria.

Uno degli aspetti della vita della Vergine, in cui più si ri­trova l'esaltazione mariana della Venerabile, è quello della sua somiglianza con Cristo. Concepisce tutta la vita della Madre di Dio sotto questa proiezione dinamica, distinguen­do in lei come due tappe: prima è Dio che si propone di creare una pura creatura, capace di riceverlo nel suo seno, in modo che corrisponda con somma dignità alla somma eccellenza del Figlio che doveva nutrire. In secondo luogo è Cristo che, per compiere il mistero della redenzione con la dovuta proporzione, si dedicò durante tutta la vita na­scosta a prepararsi una fedele «cooperatrice e coadiutrice».

Varie sono le ragioni per le quali la Mistica Città giusti­fica la sua affermazione, oltre alla ragione di convenienza che doveva esistere tra la dignità di Madre e il Figlio.

1) Cristo voleva formare una discepola che fosse la pri­mogenita della nuova legge di grazia, l'espressione ade­guata della sua idea e la materia disposta, in cui come nel­la cera molle si imprimesse il sigillo della sua dottrina e santità, perché Figlio e Madre fossero le due tavole vere della nuova legge che veniva ad insegnare al mondo.

2) Conveniva ugualmente che Maria fosse quella pura creatura in cui si incontrassero in pienezza tutti gli effetti della redenzione. Lei doveva essere l'esemplare e la misura

della perfezione della Chiesa nella nuova legge di grazia.

3) Maria doveva «manifestare e ricevere le primizie del­la grazia», assistendo il Redentore nelle sue fatiche e fino alla morte di croce, seguendolo con animo pronto, forte, costante, invincibile e generoso. Conveniva che ricevesse una perfezione equivalente alla sua missione, per essere la scrittura pubblica in cui fosse scritto tutto quanto Dio doveva operare per la redenzione umana e restasse come ob­bligato a compierla, prendendola come coadiutrice..., e non restasse impedita per i peccati degli uomini la corrente di tante misericordie per il genere umano.

Tutto questo era ordinato a muovere la volontà e le fa­coltà della stessa Signora, perché operasse e cooperasse con la propria alla volontà di suo Figlio santissimo e me­diante essa con quella divina, e in questo modo vi fosse una similitudine ineffabile tra Cristo e Maria santissimi, ed ella concorresse come coadiutrice alla costituzione del­la legge evangelica e della Chiesa santa.

Prima di studiare come si compie il mistero del riscat­to degli uomini e con quali caratteristiche, vogliamo n­cordare l'anello della catena più significativo della dina­mica interna in cui si svolge la situazione redentrice della Vergine. Ci riferiamo al problema dell'unità di carne e san­gue tra Cristo e Maria, fondamento della cooperazione di entrambi alla redenzione come unico principio. Pensia­mo che questa non sia una questione cui dedicare molte righe; basta averla accennata. L'unica cosa che di essa ci interessa, per il nostro proposito, è che Maria coopera con Cristo alla redenzione a modo di unico principio, nella for­ma possibile ad una semplice creatura, e questo per l'u­nità che esisteva tra loro due.

La Mistica Città di Dio cataloga l'azione salvifica di Cri­sto principalmente in questi tre atti: l'intercessione davan­ti al Padre, la promulgazione della Nuova Legge, la soffe­renza. Per essi viene compensata l'offesa e restaurato l'or­dine cosmico. Maria coopera a questi tre atti, come con­veniva alla sua condizione e attitudine soteriologica.

Uno dei qualificativi dell'opera agredana, che oggi ri­sulta contrario alla nostra mentalità ecumenica, è quello di unica mediatrice dei mortali. Nonostante ciò, quel che a prima vista può provocare una reazione istintiva di se­gno negativo, quando lo esaminiamo da vicino e nel suo contesto proprio perde i suoi spigoli pungenti per conver­tirsi in una espressione corrente e normale.

Dopo ciò che abbiamo esposto in queste pagine, cre­diamo non sia difficile comprendere l'espressione agreda­na nel suo significato legittimo. Maria è la «mediatrice unica», perché in tutto il resto del genere umano non c e­ra chi potesse tanto obbligare Dio, come il fatto di avere una tal madre, perché stando lei nel mondo, il Signore dimenticò - a nostro modo d'intendere - i peccati di tut­ti i mortali, e se Maria santissima non fosse intervenu­ta tra gli uomini e Cristo, il mondo non sarebbe giunto ad avere la dottrina evangelica, né avrebbe meritato di ri­ceverla. Cristo pagò le nostre colpe e, altrettanto de­gnissimamente, Maria santissima fu mediatrice per quan­to era possibile a una semplice creatura. Così è come la Madre della grazia doveva essere: porta e mediatrice per quelli che avrebbero beneficiato della passione e reden­183

zione umana

Gli autori agredisti, che abbiamo studiato, classificano la dottrina della Mistica Città sulla mediazione redentrice di Maria nei tre atti segnalati da Francesco Suarez: il merito «de congruo» riguardo all'incarnazione, la sua impe­trazione per la salvezza degli uomini, il concepimento di Cristo-Redentore. A questi si aggiungono nella Storia di­vina altri atti con funzione ugualmente di mediazione, quali l'oblazione che Maria fece di se stessa e di suo Figlio, la sofferenza di Maria in tutta la passione di Cristo, l'aver ac­colto i meriti del Salvatore in nome dell'umanità e della Chiesa, la sua stessa esistenza.

Uno degli aspetti più espressamente rilevati dalla Vene­rabile nel corso di tutta la sua opera è quello dell'interces­sione della «donna forte», che nella notte dell'antica legge appare già come luce supplicante, perché Dio concedesse la sua inaccessibile divinità, alla natura umana, sua consimi­le. Già dalla sua immacolata concezione le «porte di que­sta città mistica di Maria santissima» erano aperte all'inter­cessione, cominciando così il suo ufficio di mediatrice, av­vocata e riparatrice. È il propiziatorio in cui il Signore cu­stodiva il seggio e il tribunale delle misericordie.

Associata da tutta l'eternità a Cristo, perché, secondo la sua condizione, costituisse con lui un «unico principio» di re­denzione, Maria soffre con lui e a lui resta unita in modo re­dentivo. Tra Madre e Figlio esiste una certa unità di carne e sangue, che produce una somiglianza integrale tra loro.

Tre sono i modi in cui «la garante» dei mortali coope­ra al riscatto del mondo: rinuncia ai diritti che come Madre aveva sul Figlio che Dio le aveva dato, offrendolo ed offrendo se stessa con lui'89; lo assiste nella predicazione della nuova legge evangelica; soffre con lui la passione e, in qualche modo, la stessa morte di croce. Nei tre atti troviamo la costante di un dolore fisico e morale, perché la passione e morte del Redentore, e con lui quella della corredentrice, doveva essere il segno di una carità inestin­guibile, un esempio per gli uomini, la fine delle anti­che figure e dei sacrifici di animali. In questo momento della cooperazione dolorosa di Maria al riscatto degli uo­mini, appare specialmente la fine psicologia femminile che l'Autrice della Mistica Città di Dio proietta sulla Vergine, presentandoci di lei una figura pienamente materna nel duplice aspetto: umano e mistico-soteriologico. Il dolore sia fisico che morale della Madre di Dio che cresce insie­me agli affetti materni con cui si vedeva legata a suo Fi­glio (affetti che, nel medesimo tempo, costituivano per Cri­sto una specie di evasione psicologica), proviene anche dalla affinità esistente tra i due, dalla comunione di idea­le redentivo tra i due, dal principio di cooperazione alla redenzione a modo di «unico principio», conseguenza del­l'unità di carne e sangue esistente tra il Redentore e la cor­redentrice.

Morendo il Redentore e offrendo a Dio Padre la crea­zione sottomessa già a sé, Maria rimane «sola» nel mon­do, come per svolgere di nuovo la missione che le era stata propria nella storia della salvezza, prima dell'incarna­zione del Verbo. Sul Calvario, Maria assiste alla morte di Cristo come rappresentante della Chiesa, e in nome della Chiesa riceve la redenzione. La riceve e le vengono appli­cati i frutti della medesima. La sua concezione immaco­lata e la confermazione in grazia con l'impeccabilità at­tuale le davano già una certa capacità per svolgere questa missione. Inoltre, come abbiamo visto prima, il giorno del-l'incarnazione si celebrarono in lei le nozze tra Dio e la Chiesa, e, nella Chiesa, con la natura umana, e con que­sto acquistò già il carattere di segno mediatore della no­stra redenzione. In lei si inauguravano i meriti previsti di Cristo. D'altra parte, la Vergine appare nel mondo come l'immagine della Chiesa: a lei - a nostro modo di intende­re - si ispirò Cristo Redentore del mondo per edificare la Chiesa santa; anticipatamente la depositò tutta nella sua Madre purissima, perché ella per prima godesse dei teso­ri con sovrabbondanza, e godendone, operasse, amasse, credesse, sperasse e ringraziasse per tutti gli altri mortali, e piangesse per i loro peccati, perché non impedissero la corrente di tante misericordie per il genere umano.

Fondata già la Chiesa, la rappresenta realmente sotto la croce. Solo Maria era allora tutta la Chiesa; ella sola cre­deva, amava, sperava, venerava e adorava l'Oggetto della fede per sé, per gli apostoli e per tutto il genere umano. E in questa maniera compensava, per quanto era possibi­le ad una semplice creatura, i disonori e i difetti di fede dei membri mistici della Chiesa.

Poiché tutto quello che il Padre possedeva lo affidò al­le mani del suo Figlio, così, quello che il Figlio possedeva lo trasferì, nell'ora della sua morte, nelle mani di sua Ma­dre. Perché così, come era stata cooperatrice del Redento­re, fosse anche la «testamentaria» ed «erede universale» della sua volontà e dei suoi tesori, e il mezzo della sua ese­cuzione, elevandosi nella «nuova Chiesa cristiana», come sostituta di suo Figlio santissimo.

Maria, poi, ai piedi della croce viene ad essere, per la sua fedeltà e umiltà, il segno e il vertice dell'umanità re­denta. Ricevette i meriti di Cristo. Per lei passarono alla Chiesa, per la Chiesa all'umanità. Così è come se lei aves­se comprato il campo nel quale piantò la vigna della Chie­sa, che Cristo, suo artefice, aveva fondato, perché la Chie­sa fu parto di Maria santissima, non solo perché generò lo stesso Cristo, ma anche perché con i suoi meriti e la sua fedeltà generò la stessa Chiesa in questa santità e rettitu­dine, e la creò nel tempo in cui visse nel mondo, coope­rando con Cristo all'opera della redenzione. La sua atti­vità materna dipende, senza dubbio, da Cristo, nel quale e per il quale generò e creò la comune santità dello spirito della Chiesa.

Oltre ad essere madre, Maria è al tempo stesso, secondo la Mistica Città, figlia e membro della Chiesa, come reden­ta dal sangue di Cristo. Nella Chiesa visse pellegrina in cam­mino verso la patria beata. Da lei ed in lei percepì l'influs­so della vita di Cristo. Gli uomini sono suoi fratelli. Per essi intercede con amore fraterno presso il Padre e coopera come prima redenta alla loro redenzione. Nella Storia divi­na Maria è chiamata frequentemente «Madre della Chiesa» e «Madre degli uomini». Madre, per la sua cooperazione «materna» al fondamento della stessa, in qualità di sorella maggiore degli uomini per la sua eccellenza e perfezione.

Forse questo è uno dei punti più significativi dell'ope­ra agredana. Maria è la «garante», l'«esemplare», il segno, la figura dell'umanità, specialmente nel momento culmine della redenzione. Coopera alla salvezza dei mortali in qua­lità di destinataria dei meriti di Cristo, sotto il duplice aspetto di Madre e membro della Chiesa.

 

* * *

La cooperazione mariana alla redenzione sembra esse­re una delle dottrine che nel secolo di Maria di Agreda si propongono tuttavia come «nuove e insolite». Per Amort costituisce uno scandalo vederla espressa nella Mistica Città di Dio. Luigi de Miranda accusa ugualmente nel 1621 l'incertezza di una verità non stabilita, che propone Maria come predestinata ad aiutare Cristo come «coadiu­trice» nell'opera della riparazione e della redenzione del genere umano

Nella cooperazione alla redenzione gli autori del secolo XVII segnalano non solo il fatto che Maria fu la Madre del Dio-Redentore, che, come abbiamo detto, costituisce per es­si il fondamento della cooperazione mariana alla redenzio­ne, ma anche il duplice carattere del suo consenso libero e cosciente all'incarnazione, fondamento sufficiente già nella stima dei Padri per chiamarla in qualche modo causa del­la nostra salvezza. Si attengono allo stesso modo al prin­cipio di unità di carne e sangue tra Cristo e Maria, come radice del fatto che la Madre di Dio sia corredentrice.

Tra gli autori contemporanei o immediatamente poste­riori a Maria di Agreda esiste anche una tendenza genera­le a considerare l'intercessione della Vergine in favore del genere umano come uno dei fondamenti per attribuirle il titolo di corredentrice. Vulpes giunge ad affermare che ogni volta che era rapita al cielo le venivano manifestati i dise­gni di Dio su ciascuno dei membri della Chiesa, perché in­tercedesse per loro. In Murillo, Maria non offre se stes­sa, offre le sofferenze di Cristo e intercede perché Dio le accolga. «Tutti la chiamano comunemente mediatrice del­la redenzione, e questo titolo non le compete solo per l'o­pera di intercessione, poiché anche i Patriarchi la presta­rono». Maria fu, secondo i santi Padri, «redentrice» e «ri­paratrice», e nello stesso senso, «mediatrice della redenzio­ne», senza che si possa dire con questo che ci redense con la sua morte allo stesso modo di Cristo, ma che cooperò alla nostra salvezza meritando «de congruo» l'incarnazione e la salvezza, pregando, soffrendo, concependo Cristo, of­frendo la sua vita e quella di suo Figlio, soffrendo con lui Alludono ugualmente detti autori al «martirio» cui fu sottomessa la Vergine immacolata nella passione di suo Fi­glio. Attraverso di lui coopera, nella misura che le era pro­pria, alla redenzione del genere umano. Il valore redenti­vo del medesimo lo pongono generalmente tanto nell'unità esistente tra la Madre e il Figlio nei dolori, come nella co­munione delle volontà. Durante la passione, la vita della Vergine è parallela a quella di Cristo. Una delle questio­ni che espongono alcuni dei menzionati autori, in relazio­ne alla sofferenza della Madre di Dio, è quella dello «spa­simo» della stessa, risolvendola affermativamente. Quare­smio ed altri autori, dopo aver definito lo «spasimo» co­me «animi deliquium», pongono anche in rilievo l'obla­zione che Maria fece di suo Figlio all'eterno Padre. Era an­che suo proprio, però conoscendo la volontà dell'Altissimo lo offre alla passione. Questo atto di volontà mariana ci meritò in qualche modo la redenzione e le diede maggio­re dignità. Di qui concludono che la salvezza eterna la dob­biamo non solo a Cristo, ma anche a Maria.

Come abbiamo avvertito già prima, forse la relazione di Maria con la Chiesa è uno dei punti più significativi dell’opera agredana. Nel momento culmine della redenzione, lei coopera alla salvezza degli uomini in quanto riceve i meriti di Cristo, sotto il duplice aspetto di Madre e mem­bro della Chiesa.

 

Maria, Regina e Signora nostra

 

La Mistica Città di Dio ci presenta la Vergine dopo la passione di Cristo come morta anche lei e sepolta con il suo proprio Figlio: è ora la Vergine del silenzio e della so­litudine, e in silenzio e solitudine vive quei tre giorni nel­l'attesa della risurrezione, lodando Dio come corredentrice e Madre del trionfatore del peccato. Durante questo tem­po appare nella mente dell'Agredana l'idea di Maria segno della Chiesa, per apparire di nuovo con più forza dopo la risurrezione di Cristo e soprattutto dopo la sua ascensio­ne al cielo. È la madre fedele e umana che accompagna suo Figlio nell'angustia e negli effetti della morte, finché risuscita vittorioso.

La risurrezione di Cristo segna l'inizio di una nuova tap­pa, quella definitiva, nell'esistenza di Maria. Era giusto che colei che era stata compagna fedele del Redentore nella pas­sione, lo fosse anche nella gloria della sua risurrezione.

Fin dall'istante della sua immacolata concezione, era scaturita come ruscello abbondante dall'oceano della Divi­nità, in cui fu ideata nei secoli eterni. Nel contatto con il Signore risorto, la corrente fedele della sua vita giun­ge al termine del suo corso.

Riteniamo conveniente segnalare qui, per il suo signifi­cato, una visione che si dice che la Vergine ebbe pochi gior­ni prima dell'ascensione. In questa visione Maria è assun­ta in cielo e collocata in un trono accanto alle tre divine Persone. Il Padre eterno le raccomanda la Chiesa, fondata dal Redentore. Lo Spirito Santo, come sposa amata al di sopra di tutte le altre creature, le comunica la sua sapien­za e grazia, per deporre nel suo cuore i misteri, le opere e la dottrina, e ciò che il Verbo incarnato ha compiuto nel mondo. Le parlò anche il Figlio e, tornando ormai al Pa­dre, la lascia nel mondo al suo posto; le affida la custodia della Chiesa e le raccomanda i suoi figli e fratelli, come il Padre li aveva raccomandati a lui. In questo momento è in­vestita davanti a tutti gli angeli e i santi con il titolo di «Re­gina di tutto il creato nel cielo e sulla terra», «protettrice della Chiesa», «signora delle creature», «madre della pietà», «interceditrice per i fedeli», «avvocata dei peccatori», «ma­dre del bell'amore e della santa speranza», e «la potente per piegare la nostra volontà alla clemenza e misericordia di­vina». In lei vengono depositati i tesori della grazia e il suo cuore sarà come le tavole su cui viene scritta la nuova leg­ge di grazia. È la sintesi dei misteri che Dio ha operato in favore degli uomini, l'opera più perfetta delle sue mani, al­la quale si comunica e nella quale manifesta la pienezza della sua volontà. Riceve infine una nuova partecipazione nell'essere, negli attributi e nelle perfezioni di suo Figlio, perché così possa esercitare il suo ministero di Madre e maestra della Chiesa al posto di Cristo.

La Venerabile presenta Maria in quest'ultima parte del­la sua opera come la semplice creatura che ha raggiunto la pienezza della perfezione. Viva immagine di suo Figlio, go­de di uno stato simile a quello della visione beatifica, in modo che, sebbene comparata a Cristo sembrasse pellegri­na, paragonata al resto dei mortali sembrava realmente tra­sumanata e beata. Possedeva già la visione astrattiva del­la Divinità. Riceve un nuovo modo di conoscere, poiché al posto delle specie sensibili Dio gliene infonde altre più pure e sottili. L'attività di Maria santissima era simile a quella dello stesso Dio, che è un atto purissimo che opera con lo stesso essere, senza che possa cessare nelle sue ope­razioni infinite. Essa sembrava tutta infaticabile e continua. In lei si combinavano perfettamente la vita attiva con la contemplativa. Infine, era spettacolo nuovo e ammira­bile per gli angeli, l'opera perfetta di Dio, in cui non in­contrava nessun impedimento, anzi al contrario l'assenso pieno della sua volontà. Per questo appare davanti a noi come l'esemplare e il segno che racchiude in sé tutti i mi­steri che Dio doveva operare per redimere il genere uma­no. Da questo luogo solitario, Maria protegge la Chiesa per comunicare ai suoi fratelli i tesori di cui lei è ripiena.

Tutta questa parte della Mistica Città è piena di appa­rizioni di Cristo a sua Madre e di assunzioni di Maria al cielo. Tanto è vero, che l'Autrice crede conveniente giusti­ficarsi. Ci troviamo dentro una Storia divina, in una evo­luzione mistica, il cui termine è una «Città mistica di Dio». Uno dei segni di questo processo cui alludiamo possiamo vederlo nella situazione di conflitto o «contraddizione» che Maria sperimentava tra la sua volontà e tendenza verso Dio, che desiderava possedere nella visione intuitiva, e il suo amore per la Chiesa, che la tratteneva verso gli uomi­ni, conflitto che andava crescendo man mano che la sua vita volgeva al termine.

Per completare questa descrizione dello stato in cui Ma­ria si trova al termine dei suoi giorni, aggiungeremo un al­tro fatto importante della Mistica Città di Dio, quello per cui appare chiaro il significato di segno della Madre di Dio come regina e signora delle creature, madre e maestra del­la Chiesa. Si tratta della vittoria finale e definitiva sul po­tere dei demoni. Maria è tentata e a questo punto schiac­cia realmente la testa del serpente. Con le vittorie di Cri­sto e di Maria, il regno di Dio, che è la Chiesa, viene più saldamente stabilito. Lei ci merita la fede e la sua diffu­sione, ci merita il cumulo di misericordie e doni acquisiti con la morte del Figlio di Dio, poiché gli uomini, pecca­tori, non potevano meritarli. In questa circostanza Ma­ria dà alla luce la Chiesa, che Cristo aveva fondato, come rappresentante della natura umana, prega Dio per gli uo­mini e ottiene con i suoi meriti e le sue perfezioni che non allontani da essa il suo volto.

Di fronte all'ambiente meraviglioso in cui si svolge ge­neralmente l'opera agredana, appaiono di quando in quan­do nelle sue pagine puntualizzazioni che pongono le cose al loro posto. Una di esse l'abbiamo nel momento in cui Maria ha occupato esistenzialmente il posto che Dio le ave­va assegnato nella sua predestinazione assoluta. Insieme è«abisso della grazia» e anche figlia di questo mondo, che nobilita la terra, il cielo, le stelle e tutti gli elementi dell’universo e dà loro grazia per l'influsso benefico che da essi ha ricevuto. Creata sulla terra e di terra, dalla terra e per la terra doveva ascendere al Creatore.

Ebbe per fine il giorno in cui doveva entrare nella bea­titudine dell'Altissimo attraverso la mortalità. Maria non era stata inclusa nella legge dei figli di Adamo, non par­tecipava delle conseguenze del peccato, e la morte non ave­va nulla a che vedere con lei. Volle, nonostante ciò, giun­gere all'immortalità mediante la morte corporale: per imi­tare suo Figlio, per imitare i suoi fratelli e figli, perché gli uomini la considerassero della loro stessa natura e vedes­sero in lei un esempio; infine, perché la morte stessa fos­se per lei fonte di meriti e di gloria. Per tutte queste ra­gioni Maria morì realmente, sopraffatta dalla tensione del suo amore per Dio. Alla sua morte tutta la creazione si riempì di tristezza. E prima di partire da questa vita, rac­comandò la Chiesa agli Apostoli, perché l'amassero e la di­fendessero.

Al terzo giorno dalla sua morte, Maria fu risvegliata dal suo sepolcro e assunta in cielo in corpo e anima, per se­dere eternamente alla destra del Figlio suo. Era la coro-nazione di tutti i privilegi che aveva ricevuto prima.

Maria risuscitò, perché la carne di Cristo, in cui egli era risuscitato, è carne di Maria. Risuscitò anche perché ave­va partecipato con lui all'opera della redenzione. L'Autri­ce paragona la risurrezione della Madre di Dio ad una nuo­va generazione. Maria generò Cristo simile a sé in quanto uomo soggetto alla sofferenza. Cristo la risuscitò e la rese simile a sé, coronandola con tutta la gloria che una sem­plice creatura poteva ricevere.

Ripiena, poi, di tutta la gloria possibile in una sempli­ce creatura, entrò nel cielo, dove fu ricevuta dalle Persone della santissima Trinità in un abbraccio indissolubile, perché h, dov'era la somma santità per essenza, fosse an­che la somma santità per partecipazione.

Una delle cose che richiamano l'attenzione del lettore, che con la nostra mentalità si accosta alla Mistica Città di Dio, è la frequenza con cui Maria è assunta al cielo du­rante la sua vita, già prima che Cristo realizzi la reden­zione ed apra le porte del cielo. L'Autrice è cosciente del­le difficoltà che questa opinione suscita e, con prudenza, teme la novità di questo privilegio mariano, sebbene non veda nessun inconveniente da parte del magistero eccle­siastico per attribuire questo miracolo al potere divino.

Furono l'umiltà e la carità le porte che le aprirono la possibilità di essere esaltata al trono di Dio, perché lì fos­se la consigliera della Sapienza divina nel governo della Chiesa. Essere esaltata al trono della Trinità non vuol di­re altro che essere fatta partecipe, in ragione della sua con­dizione di semplice creatura, delle funzioni divine del Si­gnore, re, giudice, ecc. Il suo regno e dominio si estende a tutto quello che abbraccia e comprende il regno di suo Figlio, sebbene in modo differente, per partecipazione. Maria, predestinata fin da tutta l'eternità ad essere Madre di Dio e adornata sulla terra con la massima perfezione possibile in una semplice creatura, offrì a Dio con la sua fedeltà la pienezza dell'amore di cui era stata favorita. In questo momento della sua vita riceve il premio, essendo costituita Signora e regina di tutte le creature. Prima non poteva godere pienamente di questa qualità, giacché la sua vita fedele era in cammino verso la consumazione.

Perché potesse esercitare convenientemente il suo com­pito, Dio le affidò tutti i suoi doni e i suoi favori, in mo­do che fossero tutti concessi agli uomini per la sua me­diazione. La volontà di Maria fu fatta una con la volontà di Dio, in maniera tale che quel che cade sotto il coman­do di Dio cade sotto il comando di Maria, di sua Madre, Regina e signora nostra.

Mediatrice nella sua predestinazione assoluta, media­trice anche sulla terra come figlia di Sion, perché non tar­dasse la redenzione, continua ad esserlo ora nel cielo in­tercedendo per gli uomini, suoi figli e fratelli. L'Autrice del­la Mistica Città di Dio ci ha presentato nel corso di tutta la sua opera una figura della Vergine sempre fedele al suo compito di Madre integrale.

 

* * *

 

Gli autori del secolo XVII distinguono tre momenti nel­l'escatologia mariana: la morte e risurrezione di Maria, la sua assunzione al cielo e l'ufficio di mediatrice come regi­na e signora di tutto il creato.

Il fatto della morte lo giustificano, sia dicendo che pos­sedeva una natura mortale, poiché anche se partecipò della giustizia originale non possedette lo stato di tale giusti

zia, sia affermando che anche se godeva del privilegio dell'immortalità cedette i suoi diritti. Morì realmente, per­ché gli uomini non la considerassero una dea, perché ap­parisse la sua conformità a Cristo e perché la morte le ser­visse come fonte di nuovi meriti, perché fosse esemplare ed avvocata nostra e le grandi ricchezze della sua soddi­sfazione del debito aumentassero i tesori della Chiesa. Tutti gli autori concordano nell'affermare che la sua mor­te fu effetto del suo ardentissimo amore.

Il suo corpo non conobbe la corruzione: la carne di Cri­sto era carne di Maria, preservata dal peccato originale, sempre verginale. Era inoltre giusto che il tabernacolo di Dio fosse collocato là dov'era Cristo. Per tutte queste ra­gioni risuscitò e fu assunta in cielo.

Nell'assunzione Maria fu glorificata con la somma glo­ria possibile ad una semplice creatura, come corri­spondeva alla dignità della sua divina maternità, ai suoi stessi meriti e alla sua umiltà o alla liberalità di Dio. Tutti gli autori parlano anche del trono della Vergine e della gerarchia singolare che ella occupa tra le semplici creature.

Ora in cielo è costituita Regina e signora, madre e me­diatrice di tutto l'universo. E di là può esercitare effica­cemente il suo ministero mediatore, poiché, elevata all'or­dine ipostatico per la sua divina maternità, vede nel Ver­bo le necessità di tutti i membri della Chiesa. La sua me­diazione si estende a tutto l'universo.

La dottrina della Mistica Città di Dio anche in questo punto concorda con quella degli autori contemporanei, nel­le cui opere si possono leggere molti dei dettagli narrati nella Storia divina.

A mo' di illustrazione, e perché si veda come Gonzàlez Mateo dirige il privilegio agredano delle assunzioni tem­porali di Maria, presentiamo qui la sua argomentazione. Gonzàlez Mateo è un agredista, però è anche un teologo. È questa ultima qualità quella che qui ci interessa.

Considera la dottrina che Maria fu assunta in cielo pri­ma dell'ascensione di Cristo come indubitabile, e cita in suo favore Carlo del Moral. Si basa con lui sui principi ge­nerali in base ai quali la Madre di Dio non era sottomes­sa alle leggi comuni, e quel che viene concesso ai santi non può venir meno in Maria.

Afferma, d'altra parte, che è una sentenza comune tra i Padri e i teologi che Maria vide intuitivamente l'essenza di­vina prima della passione di Cristo, ben fuori dell'incarna­zione o della nascita di Cristo. Ed argomenta di conse­guenza: è un dono molto più grande, secondo tutti i teolo­gi, che un uomo veda Dio intuitivamente nello stato di pel­legrino, che quello di essere elevato al cielo in corpo e ani­ma, perché la visione intuitiva di Dio è l'elemento formale della beatitudine e il cielo empireo non è altro che l'ele­mento materiale, il luogo destinato da Dio per manifestar­si intuitivamente agli eletti. Inoltre, secondo i teologi, la pe­na del peccato tende primariamente alla privazione perpe­tua della visione e fruizione della divina essenza e, secon­dariamente, all'esclusione perpetua dal luogo destinato ai beati. Maria si vide libera da ogni peccato, sia originale sia attuale. Di conseguenza, la legge che chiudeva il cielo a co­loro che avevano peccato non era applicabile nel caso del­la Madre di Dio. Questo privilegio non deroga il primato di Cristo nell'ascensione, giacché la sua eccellenza in que­sto aspetto consiste nel fatto che egli fu il principe della gloria e il primogenito di ogni creatura, in tal maniera che nessuno entrasse a fruire della visione beatifica, se non per i suoi meriti e in dipendenza da essi. Egli è inoltre colui che per primo entrò nel cielo permanentemente.

Da qui possiamo dedurre almeno una conclusione: per quanto estraneo possa sembrarci il citato privilegio ma­riano, ci sono teologi che si pongono seriamente la que­stione e che anzi la considerano come «indubitabile».

 

VI

DOTTRINA SPIRITUALE DELLA «MISTICA CITTÀ DI DIO»

 

Come un'appendice che completa quello che è stato esposto precedentemente sul genere letterario e la dottri­na mariologica della Mistica Città di Dio, offriamo alcune brevi indicazioni sulla dottrina spirituale contenuta nel­l'opera.

Cominciamo puntualizzando il senso del termine «spi­rituale», che in sé è sommamente ambiguo. Noi lo pren­diamo qui nel senso che questa parola ha nella denomi­nazione tecnica di «teologia spirituale». Vogliamo, poi, ri­ferirci alla dottrina ascetico-mistica contenuta in questa ce­lebre opera.

Ricordiamo brevemente alcune osservazioni già fatte. La Mistica Città di Dio è fondamentalmente un libro di edificazione. Insegna come deve comportarsi l'anima nel cammino della perfezione cristiana e religiosa. La fonte ove attinge gli insegnamenti è lo specchio della vita di Ma­ria. L'incitamento alla virtù e, anzi alla perfezione della medesima, in quest'opera è costante. Ogni capitolo ha, inoltre, una parte riservata, «insegnamento della Regina del cielo», in cui si espone un insegnamento concreto, o comportamento pratico, che mantiene relazione con il pas­so della storia della Vergine, esposto nel corpo del capito­lo. Questo insegnamento della Vergine ha la particolarità di presentarsi come dato da Maria all'Autrice per suo uso particolare e molte volte, in effetti, si riferisce alle circo­stanze concrete della vita della Venerabile; così, per esem­pio, le insegna come deve comportarsi con le sue suddite, poiché era abbadessa di un monastero di clausura. Però, al di fuori della sezione intitolata «insegnamento della Re­gina del cielo», quasi costantemente si parla della pratica della perfezione. Vi sono inoltre nell'opera esposizioni si­stematiche delle virtù.

Non intendiamo esporre qui tale insegnamento. Del resto, non presenta originalità particolare, al di fuori dell'insi­stenza nell'imitazione di Maria, in cui si trova il modello più completo di ogni virtù possibile in una semplice creatura.

Prenderemo in considerazione in modo speciale l'inse­gnamento che si riferisce agli stati mistici, che molte vol­te viene esposto nell'opera, e più che esposto, s'intravede come soggiacente alla stessa. Dico con altre parole: senza che gli stati mistici siano oggetto di esposizione diretta, tutta l'opera sarà come immersa in un mondo o ambien­te che lo suppone.

La madre Angela Sorazu, che si formò ampiamente al­la scuola della Mistica Città di Dio, ci dice nella sua Au­tobiografia che a lei sempre piacquero molto e le fecero molto bene i libri della «teologia cristiana e divina»; al contrario, sentiva una certa antipatia o prevenzione ver­so quelli di «teologia mistica». Con questa terminologia un po' originale, «teologia cristiano-divina» in opposizio­ne a «teologia mistica», vuole dire che ai suoi occhi è im­portante, e che per alimentare la nostra vita spirituale e affrettare la nostra marcia verso Dio, i libri preferiti de­vono essere quelli che centrano la nostra attenzione su Dio, su Gesù, su Maria, quelli che ci aiutano ad aderire a loro e ad elevarci sopra noi stessi. Al contrario, mani­festa le sue riserve sui libri che, con le loro analisi di stati, grazie mistiche, modi di orazione, gradi, ecc., fomen­tano un'attitudine di sguardo riflesso sopra se stessi, con gli inconvenienti e i pericoli di deviazione che ciò impli­ca. D'altronde, la madre Angela Sorazu include la Misti­ca Città di Dio tra i libri della «teologia cristiana e divi­na», cioè, tra i libri che per il loro tema costituiscono l'a­limento sano e sostanziale dell'anima, che consiste nel­l'esposizione del mistero cristiano rivelato da Dio. Questa è, in effetti, la sostanza della Mistica Città di Dio, che spiega come si trovino in essa numerose allusioni a vi­sioni e rivelazioni.

Tuttavia, in quest'opera troviamo anche molta scienza mistica, in parte esposta e ancor più sottintesa. Per la dif­ficoltà di includere una dottrina esplicita di queste cose nell'opera, l'Autrice stessa ci rimanda ad un'altra opera sua:

Leggi della sposa, vertice del suo casto amore.

Quando si legge con qualche attenzione la Mistica Città di Dio - Storia divina e vita della Vergine, tale come la Ve­nerabile ce la racconta, si avvertono in seguito molteplici indizi di un curioso fenomeno: suor Maria opera come un trasferimento o passaggio di esperienze mistiche proprie alla vita della santissima Vergine. La Venerabile fu un ani­ma di vita mistica eccezionale. Possedeva conoscenze de­gli stati mistici per averli vissuti e sperimentati, ed anche per dottrina appresa da letture e dal contatto con i suoi direttori. Così, quando descrive la vita della santissima Ver­gine, le attribuisce molti di questi stati che lei stessa ha passato e le pare naturale o verosimile che la santissima Vergine li abbia avuti.

A parte questo, esistono nell'opera curiose indicazioni sopra stati psicologico-mistici della stessa Autrice.

Qui ci vogliamo limitare a quello che lei dice della vi­ta della Vergine, in quanto le attribuisce stati mistici e una condotta pratica in riferimento agli stessi. Le nostre indi­cazioni, data l'estensione dell'opera e la vastità del tema, devono essere necessariamente frammentarie e intendiamo limitarle ai primi libri, poiché con questo ne avremo a suf­ficienza per l'obiettivo che ci siamo proposto.

Nel capitolo sedicesimo del libro I, parlando dei doni e dei favori che furono concessi alla Vergine nella sua con­cezione, afferma che le fu dato di vedere Dio «astrattiva­mente con altra luce e visione inferiore a qùella beatifica, ma superiore a tutti gli altri modi in cui Dio si può ma­nifestare o si manifesta all'intelletto creato». Nel capitolo ventesimo vi sono più particolari sul modo in cui la Ver­gine godette questa visione astrattiva già nel seno mater­no6. In seguito l'espressione «visione astrattiva della Divi­nità» appare ripetuta a profusione nell'opera, attribuendo­la alla Vergine in diversi episodi e momenti della sua vita. Come già abbiamo precedentemente accennato, con que­sta terminologia la Venerabile designa la contemplazione infusa o esperienza mistica essenziale.

Al suo nascere, la Vergine è elevata al cielo e le viene concesso un momento di visione intuitiva. Questa è pro­pria dei beati, e solo in determinati casi dice che fu con­cessa alla Vergine: alla nascita, ai tre anni quando fu por­tata al tempio, al momento dell'incarnazione, alla nascita di Gesù, ecc.. In cambio, la visione astrattiva, che è com­patibile con lo stato di viatore, le viene attribuita con mol­ta frequenza.

Nel capitolo ventitreesimo del libro I parla della fami­liarità della Vergine con gli angeli, afferma che questa fu una delle sue principali occupazioni mentre era viatrice, e precisa ciò che apprendeva da loro, ecc. In una infinità di luoghi dell'opera si parla della relazione della Vergine con gli angeli. Anche in questo particolare pare che la Venera­bile faccia un trasferimento delle sue proprie esperienze,

poiché nella sua vita mistica il rapporto con gli angeli oc­cupò un posto di primaria importanza.

Nel libro Il racconta come Maria, a tre anni, è portata al tempio per essere educata in un collegio di bambine sot­to la guida di una maestra, che non fu altri che Anna la profetessa. Così presenta la Vergine come modello della vi­ta religiosa ed espone i beni, i vantaggi e le finalità di que­sto stato. Con parole poste sulle labbra di Maria ci dice che lo stato religioso è ordinato dall'Altissimo, perché in esso si conservi la dottrina della perfezione cristiana e del­la perfetta imitazione della vita santissima di suo Figlio. È notevole la coincidenza con le espressioni del Vaticano II: «Lo stato religioso imita più fedelmente e rappresenta continuamente nella Chiesa la forma di vita che il Figlio di Dio abbracciò venendo nel mondo per fare la volontà

del Padre e che propose ai discepoli che lo seguivano»

Nel capitolo quarto del libro II, e anche in altri luoghi, dirà che il sonno non impediva a Maria l'altissima con­templazione. Non sono affermazioni gratuite, ma confer­mate dall'esperienza che senza dubbio lei conosce.

Di capitale importanza per il nostro assunto è il capito­lo quattordicesimo del libro Il, in cui di proposito e con cura ci parla della vita mistica di Maria. Sebbene lei non usi il termine «mistico» in questo senso, tuttavia abbraccia tutto questo complesso di stati, grazie e fenomeni sotto la denominazione generica di «visioni e rivelazioni». Espone i rischi e i pericoli di questo cammino che Dio segue con alcune anime, non con tutte, e proseguendo espone detta­gliatamente uno per uno i cinque generi di visioni che Ma­ria ebbe: primo, visione chiara della divina essenza, in determinati momenti; secondo, visione astrattiva della Divi­nità, o contemplazione infusa, sebbene lei non conosca que­sto termine; terzo, visioni e rivelazioni intellettuali; quarto, visioni immaginarie; quinto, visioni divine corporee. Sopra tutte queste si dilunga con una certa ampiezza e nei det­tagli. L'insegnamento pratico che la Vergine le dà in rela­zione a queste grazie è la necessità di sottomettere tutto al giudizio e alla censura dei direttori, di fare attenzione agli effetti per discernere senza inganno e di non cercare i pia­ceri del mondo nemmeno in cose lecite; questa è la scien­za che insegnano le visite dell'Altissimo.

Nel capitolo quindicesimo dello stesso libro torna al suo tema preferito della relazione della Vergine con gli angeli, come avveniva, cosa apprendeva da essi, ecc. Gli angeli era­no per la Vergine specchi in cui riverberava l'immagine di Dio. Segnala due modi di conoscere gli angeli: uno, per vi­sione immediata e l'altro, intelléttuale per immagini infu­se, alla maniera della visione astrattiva della Divinità.

Nel capitolo diciassettesimo tocca un altro tema tipico dei mistici sperimentati: quello dell'assenza di Dio. Nel ca­pitolo diciannovesimo ci informa che la bambina Maria, che si trovava come educanda nel tempio, soffrì l'assenza di Dio per dieci anni. Nel capitolo ventesimo ci dice come quel­l'assenza di Dio terminò con una visione astrattiva della Di­vinità; di essa rimasero a Maria immagini con cui subito si elevava meravigliosamente. Tutti questi dati sono senza dub­bio trasposizione di stati e fenomeni simili che ella conosce per propria esperienza, eccetto, è evidente, la visione beati­fica e le visioni puramente corporali che non poté avere.

Quando il Signore manifestò alla Vergine, che secondo la sua volontà avrebbe dovuto sposarsi, la Venerabile dice che questa fu una delle maggiori prove per la sua fede, poiché aveva fatto voto di castità. Alla fine contrae ma­trimonio con Giuseppe, che aveva fatto lo stesso voto. In questa occasione ci parla dello stato matrimoniale ed espri­me l'affermazione che è un inganno incolpare lo stato di non essere perfetti, poiché Dio non inganna mai. Per con­cludere, termina il libro Il presentando Maria come pro­totipo della donna forte, di cui ci parla la Bibbia.

Nel libro III ci presenta la vita di Maria dopo il suo ma­trimonio con Giuseppe a Nazaret. Maria - ci dice nel pri­mo capitolo - non ignorava gli effetti che la mano di Dio operava con quelli con cui trattava: molti al solo vederla o parlarle si convertivano dalla loro condizione di pecca­to. Anche qui sicuramente vi sono trasposizioni di espe­rienze vissute da lei stessa.

Per nove giorni Dio prepara la Vergine per l'incarna­zione: la preparazione consiste in visioni astrattive e in di­versi doni e poteri con cui l'adorna. Però quando l'ar­cangelo san Gabriele viene ad annunciarle il mistero, Dio la lascia nell'essere e nello stato comune delle virtù, affin­ché questo mistero si operi come sacramento di fede. In questo stato comune conferisce con l'angelo. Anche nell'episodio dello smarrimento del bambino a dodici anni ci dirà che Dio lasciò la Vergine quei tre gior­ni nello stato comune che era solita avere quando era pri­va dei particolari favori e quasi nello stato ordinario della grazia, perché fuori della vista e del colloquio dei santi an­geli sospese altri doni e benefici, che frequentemente comunicava alla sua anima santissima

Il momento dell'incarnazione è un altro dei momenti in cui, secondo la Venerabile, fu concessa a Maria la visione beatifica. Nondimeno la cronista della Vergine saggia­mente osserva che sarebbe un errore credere che ella vis­se sempre in delizie spirituali; anzi al contrario, a imita­zione di suo Figlio, visse nella gioia e nel dolore contem­poraneamente; sempre aveva presente la passione di suo Figlio, di modo che per trentatré anni continui celebrò la vigilia tanto lunga della nostra redenzione.

Nel capitolo tredicesimo spiega le doti dei beati e la par­tecipazione che ebbe di esse la Vergine. Con questa occa­sione afferma che la visione intuitiva e le molte astrattive che ebbe, sebbene tutte di passaggio, le lasciavano nel suo intelletto immagini chiare con le quali godeva di una ri­velazione e luce della Divinità; quando il Signore le si na­scondeva, usava la sola fede infusa. I divini effetti, dice nello stesso capitolo, le vengono comunicati alcuni nel modo comune della grazia e altri per ordine più sopran­naturale e miracoloso.

Nel capitolo seguente ci parla dei deliqui di cui la Ver­gine soffriva, causati dalla forza e violenza dell'amore: «Co­sì succedeva che con la ferita penetrante di questo dolcissi­mo dardo giungeva all'estremo della vita»23. Senza dubbio, l'Autrice pensa al fenomeno mistico chiamato ferita d'amo­re. In molti altri luoghi dell'opera parla in termini simili.

L'episodio della visitazione di Maria alla cugina Elisa­betta viene raccontato molto ampiamente nell'opera. Ma­ria viene informata delle cose della sua parente dall'ange­lo. Conosce che è volontà del cielo che vada a visitarla; chiede per questo licenza al suo sposo, però senza mani­festargli l'ordine del cielo. Questo particolare della con­dotta di Maria, che conservava il segreto delle cose che sa­peva per via soprannaturale, sarà insistentemente sottoli­neato dalla nostra Autrice, deducendo da tutto questo l'in­segnamento che l'anima deve occultare i favori sopranna­turali che riceve, manifestandoli solamente a chi dirige la sua vita interiore. Elisabetta, nel tempo in cui Maria si trattenne nella sua casa, poté vederla alcune volte in ora­zione: andava in estasi e si sollevava dal suolo ed era tut­ta piena di divini splendori.

PaHando dei benefici che Maria ricevette stando in ca­sa di Elisabetta, le attribuisce il dono di penetrare il se­greto del cuore e conoscere lo stato di coscienza.

Nel capitolo ventunesimo, Maria presenta a Dio nell'o­razione un desiderio di sua cugina Elisabetta, però un al­tro desiderio di lei non glielo presenta, perché sa che non è volontà di Dio.

Nel capitolo venticinquesimo si parla di come Maria prevedeva il dolore che Giuseppe avrebbe ricevuto nell'ac­corgersi del suo stato di gravidanza; tuttavia non disse nul­la a riguardo. La ragione di questo silenzio è che non ave­va l'ordine di parlare di questo, sebbene non avesse nem­meno l'ordine di tacere.

Quando cominciarono le perplessità di Giuseppe, tut­to quello che passava nel suo cuore era manifesto a Ma­ria; ciononostante, ella taceva.

La lezione di tutto questo è che si deve mantenere il segreto dei favori di Dio, eccetto con colui che dirige l'anima

Anche Giuseppe vide molte volte Maria in estasi, eleva­ta da terra e piena di risplendentissima luce. Dagli atti fervorosi ridondava alla Vergine uno splendore divino.

Quando fu emanato l'editto di Cesare Augusto che de­cretava di fare il censimento, Maria era già al corrente che suo Figlio sarebbe nato a Betlemme come pellegrino e po­vero; però non disse niente a Giuseppe, perché senza l'or­dine del Signore non manifestava il suo segreto.

La nascita di Gesù è un altro momento in cui a Maria viene concessa la visione intuitiva. Il bambino, alla nasci­ta, dice a sua Madre: «Assimilati a me». Questo sarà uno dei grandi temi della Mistica Città di Dio: Maria è la disce­pola per antonomasia di Gesù, la sua perfetta imitatrice, co­lei che assimilò il suo spirito e fu predestinata da Dio ad es­sere la copia vivente e perfetta del Figlio di Dio fatto uomo.

Secondo la Venerabile, Maria non sapeva se doveva cir­concidere il bambino. Chiederlo per via soprannaturale al Signore non le sembrava prudente, però alla fine si deci­se a farlo. Eppure, quando parla a Giuseppe della que­stione, non gli dice niente della risposta che ha ricevuto per via soprannaturale. L'insegnamento è che non si deve investigare per vie soprannaturali con vana curiosità, tan­to più che molte volte è il demonio che risponde, trasfi­gurandosi in angelo di luce. Tanto in questo capitolo quanto in generale in tutta l'opera, la Venerabile insiste molto sulla riverenza e sul rispetto all'Essere divino di cui deve essere penetrata la creatura nel suo comportamento con lui, senza passare a familiarità e «parvolezze» che di­menticano la distanza che intercorre tra la creatura e l'Es­sere infinito.

Nel capitolo quindicesimo ci dice che Maria sapeva che dovevano venire i Magi ad adorare il bambino, però nem­meno lo dice a Giuseppe, finché due messaggeri celesti glie­lo notificano. In questo capitolo e in molti altri la Vene­rabile ci avverte del modo in cui Maria conosceva gli atti interiori dell'anima di suo Figlio, che pregava l'eterno Pa­dre per il genere umano. Questa fu, in questi primi anni della vita del bambino, la scuola di Maria alla quale im­parò ad assimilare e a riprodurre gli stessi sentimenti di suo Figlio.

Nel capitolo sedicesimo si parla dei re Magi e vengono dati particolari sulla loro virtù e dignità. Erano uomini ret­ti, sinceri e di gran giustizia nel governo dei loro stati, che non essendo estesi come i regni di questo tempo, governa­vano con facilità da soli. Qui c'è talvolta una velata allu­sione ad un male conosciuto della Spagna del suo tempo, governata più dai ministri che dal proprio re. Ripetute vol­te la Venerabile rimproverò ciò all'abulico Filippo IV. Nel capitolo diciassettesimo presenta i Magi che rivol­gono dubbi e domande a Maria. A tutte lei rispondeva, con­ferendo col bambino nel suo intimo; conferiva col bambi­no nel suo intimo su tutto ciò che doveva rispondere. Nel capitolo diciottesimo ci informa di nuovo a proposito di questo favore di cui godeva continuamente, vedendo con chiarezza l'anima santissima di suo Figlio e tutti i suoi at­ti, per imitarli. Lo teneva presente come uno specchio chia­rissimo e purissimo in cui si specchiava e rispecchiava. Così giunse ad essere l'unica e straordinaria discepola in cui si stampò al vivo la sua dottrina

Quando Maria e Giuseppe vanno al tempio a presenta­re il bambino ella riceve una visione intellettuale. Poi si trattengono in Gerusalemme nove giorni per visitare il tem­pio quotidianamente, ma il quinto giorno, nel corso di una visione astrattiva, Dio manifesta alla Vergine che sarebbe­ro andati con il bambino in Egitto. Tuttavia, Maria non di­ce niente di questo a Giuseppe, fino a che egli è informa­to in sogno da un angelo.

Mentre la sacra Famiglia si dirige in Egitto, l'Autrice ci parla della mutua compenetrazione di anime che c'era tra Madre e Figlio: a volte il bambino piangeva, e Maria sa­peva che erano lacrime di amore e di compassione per il rimedio degli uomini e per le loro ingratitudini; in questa pena e in questo pianto tanto bene lo accompagnava la dolce Madre. Madre e Figlio - dice nel capitolo seguente, raccontando il viaggio nel deserto - si parlavano interior­mente e si rispondevano. Qualche volta durante la traversata del deserto Dio li provvedeva di alimento miracolosamente, però non lo face­va finché la necessità non fosse giunta agli estremi. Una volta che giungono all'abitato, cessa l'aiuto degli angeli, e allora devono ricorrere all'elemosina, finché trovano lavoro Maria in Egitto dedica tutto il giorno ai lavori manua­li, senza però trascurare per un istante la contemplazio­ne. Le ore del giorno che di solito dedicava a speciali eser­cizi le trasferì alla notte, per poter lavorare di più duran­te il giorno. Il bambino dice alla Madre: «Poiché qui non avete le sacre Scritture, che vi procuravano consolazione, leggerete nella mia scienza la dottrina della vita eterna». Maria era l'aquila reale, che poteva guardare il sole dell'i­neffabile luce da capo a piedi. Corrispondeva al fine per cui il Verbo divino si fece carne. Quando il bambino dor­miva, la Madre vedeva svelata la parte superiore dell'ani­ma santissima di suo Figlio in atti eroici di viatore e di comprensore. La lezione pratica di questi episodi di Egitto è che quan­do per mezzi umani si può provvedere debitamente, non si deve sperare nei miracoli.

Nell'anima di Gesù la Vergine conobbe quel che suc­cesse in Betlemme ai bambini innocenti. Desiderava sa­pere che ne era stato del Battista, però non si permise di domandare a suo Figlio quel che era successo, per la ri­verenza e prudenza con cui trattava queste rivelazioni

Gesù rispose al pietoso e compassionevole desiderio, ma­nifestandoglielo.

Quando il bambino Gesù fu cresciuto e fu in grado di camminare da solo, mentre ancora si trovavano in Egitto, dice alla Madre: «In voi voglio che si compia ed imprima l'alta perfezione che ho desiderato per le anime». Alla Ma­dre erano manifeste, torna a dirci l'Autrice, gli atti inte­riori dell'anima santissima del suo dolcissimo Figlio. La Vergine non aveva sempre visioni della Divinità, però sem­pre le ebbe dell'umanità e dell'anima santissima di suo Figlio e di tutte le sue opere

In Egitto Maria celebrò l'anniversario dei misteri del­l'incarnazione e della nascita, e mantenne questa consue­tudine per tutta la vita. La lezione pratica che se ne de­duce è rinnovare la memoria dei benefici ricevuti: questo ricordo causerà nel cuore effetti dolci e forti di amore per lavorare con diligenza.

Nell'anima di suo Figlio, Maria conobbe anche la vo­lontà del Padre per fare ritorno dall'Egitto alla terra d'I­sraele; niente però disse di questo a Giuseppe, finché l'angelo gliel'ordinò in sogno

Annunciando il contenuto del libro quinto, la Venera­bile esprime un'altra volta lo stesso gran pensiero, che tan­te volte abbiamo ripetuto nelle righe precedenti: «Contie­ne la perfezione con cui Maria santissima ricopiava ed imi­tava gli atti dell'anima di suo Figlio amantissimo». Questa fu la sua occupazione durante i ventitré anni di Nazaret; non sono compresi in questo conto i tre della vita pubbli­ca e i sette trascorsi in Egitto.

Affinché giunga ad essere discepola più perfetta, tan­to Dio come il proprio Figlio mettono alla prova Maria con assenze. Una di queste si protrasse per trenta gior­ni. La ragione di tutta questa condotta di Dio con Ma­ria è che la Trinità segnalò e destinò Maria come primo­genita e prima discepola del Verbo incarnato, perché for­masse in lei come il modello e l'esemplare dove doveva­no ricopiarsi tutti i santi Apostoli, Martiri, Dottori, Con­fessori, le sante Vergini e gli altri giusti della nuova Chie­sa. Dal rimanente della sua sapienza e grazia, come da un mare immenso, ridondò tutto quanto ricevettero e ri­ceveranno gli altri santi, fino alla fine del mondo69.

 

* * *

 

È’ necessario ormai sospendere l'esame dell'opera. Le in­dicazioni che precedono sono più che sufficienti per ren­dersi conto del carattere spirituale di essa e per avvertire il posto che nella stessa occupano gli stati mistici. L'Autri­ce è un'anima che è passata per questi stati, e sa bene co­me deve comportarsi la persona davanti a tali grazie. E tutto questo, come si sarà potuto osservare, lo ha trasferi­to nella vita della Vergine.

Tuttavia ci è possibile notare in queste pagine le idee dell'Autrice su alcuni punti oggi controversi di teologia mi­stica. Così, per esempio, le grazie mistiche sembrano es­sere considerate da lei come qualcosa di straordinario e miracoloso, fuori dall'ordine comune, qualcosa che di per sé non è necessario per la perfezione, sebbene sia un aiu­to potente per questa.

Si sarà notato anche l'insistenza con cui inculca il se­greto che deve mantenersi rispetto alle grazie ricevute; que­sto segreto però presenta un'eccezione: il direttore, a cui l'anima deve sottomettere tutto.

Il cammino di povertà e umiltà, che il Figlio di Dio in­carnato è venuto a percorrere, perché divenisse il nostro cammino di salvezza, fu assimilato e praticato in primo luogo da sua Madre e in grado eminentissimo; questo pen­siero capitale è una delle idee portanti della Mistica Città di Dio. La povertà e l'umiltà, come la sostanza e il rias­sunto del cammino di Cristo, appaiono in molti luoghi dei misteri dell'infanzia. Precisamente, secondo la Venerabi­le, questo fu ciò che fece dispetto a Lucifero. Essendo egli superbo, non poteva persuadersi che il Messia scegliesse il cammino della povertà e dell'umiltà, e per questo non riu­scì a convincersi che Gesù fosse il Messia fino a dopo che morì sulla croce.

Anche il principio che non si devono sperare miracoli, quando si può risolvere una qualche difficoltà con mezzi naturali, è espresso e ripetutamente formulato nell'opera, come si è visto. Lo stesso si dica dell'insegnamento secondo cui non si devono ricercare cose per via soprannaturale, il pericolo che esiste di ingannarsi nelle risposte, che queste siano del demonio, ecc.

Un punto che ripete fino alla noia, soprattutto nella se­zione intitolata «Insegnamento della Regina del Cielo», è la necessità che l'anima muoia o rinunci al piacere sensi­bile, all'amore disordinato delle cose create, come condi­zione indispensabile per darsi a Dio. All'anima si presen­ta inevitabilmente l'alternativa: o l'amore di Dio o l'amo­re del mondo. È necessario scegliere: morire all'uno al fi­ne di vivere per l'altro.

Da tutte queste considerazioni risulta evidente che l'o­pera, nella sua dottrina spirituale, è stabilmente solida e concorda in tutto con la migliore tradizione.

 

 

PRIMA PARTE

 

INTRODUZIONE ALLA VITA DELLA REGINA DEL CIELO

Le ragioni per cui è stata scritta ed altre avvertenze relative.

1. Venendo qualcuno a sapere (se mai lo saprà) che una semplice donna come me - la più indegna per condizione, ignoranza, debolezza e per le sue colpe - ardisca e si ac-cinga a scrivere di cose divine e soprannaturali, non mi farà affatto meraviglia se, ciò considerando alla cieca e sen­za riflettervi, costui mi taccerà di audace, di leggera e di presuntuosa. Tanto più in questi ultimi secoli in cui la san­ta Chiesa nostra madre abbonda di maestri e personaggi dottissimi ed è così ricca della dottrina dei santi Padri e Dottori! A maggior ragione in un momento tanto inop­portuno, in cui le anime che seguono la vita spirituale, ben­ché dirette da persone zelanti, prudenti e sagge, sono tur­bate e fluttuanti, essendo questo un cammino considerato dal mondo come sospetto e pericoloso, più di ogni altro della vita cristiana! D'altra parte nell'Opera stessa e nel suo tentativo non si trova racchiusa la giustificazione, poiché ci sono cose così elevate e superiori ai nostri desideri e co­sì sproporzionate alle forze umane che il tentarvi o nasce da mancanza di giudizio o si fa di sicuro in virtù di un'al­tra causa maggiore e più potente.

2. Invero noi, come fedeli figli della santa Chiesa, dob­biamo confessare che tutti i mortali, non solo con le loro forze naturali ma anche con quelle della grazia comune e ordinaria, sono incapaci e ignoranti e muti per un'impresa così difficile. Quale impresa ordunque? Quella di spiegare o scrivere gli arcani misteri e i magnifici prodigi che il brac­cio potente dell'Altissimo operò in quella creatura che, per farla sua madre, rese mare impenetrabile delle sue grazie e dei suoi doni depositando in lei i maggiori tesori della sua divinità. Perché meravigliarsi se la nostra ignoranza e de­bolezza si riconoscono inadeguate, quando gli stessi spiriti angelici si confessano balbuzienti per parlare di cose tanto superiori alla loro stessa mente e capacità? Perciò la vita di questa Fenice delle opere di Dio è libro tanto chiuso che non si troverà tra le creature né in cielo né in terra chi de­gnamente sia in grado di aprirlo. Può farlo solamente quel­lo stesso potente Signore che la formò più eccellente di tut­te le creature, nonché la medesima Signora, regina e madre nostra, che fu capace di ricevere doni così ineffabili e de­gna di conoscerli: quanto, quando e come manifestarli, sarà compito del suo Figlio unigenito; sta a lui scegliere stru­menti proporzionati e più idonei per la sua gloria.

3. Io avrei ben giudicato che tali sarebbero stati i mae­stri e gli uomini santi della Chiesa cattolica o i dottori del­le scuole che ci hanno tutti insegnato il cammino della ve­rità e della luce. Ma i giudizi dell'Altissimo e i suoi pen­sieri sovrastano i nostri come il cielo sovrasta la terra e nessuno ha potuto conoscere il suo pensiero né è stato mai suo consigliere. Egli tiene il peso del santuario nella sua mano e pondera i venti. Egli calcola l'estensione dei cieli con le palme delle sue mani e con l'equità del suo santis­simo consiglio dispone tutte le cose con peso e misura, dando a ciascuna un luogo e un tempo opportuno. Egli di­spensa la luce della Sapienza, per la sua giustissima bontà la distribuisce e nessuno può salire al cielo per acquistar­la, né trarla dalle nubi, né conoscere le sue vie, né inve­stigare i suoi sentieri occulti. Egli solo la custodisce in se stesso e, come effluvio ed emanazione della sua immensa carità, candore della sua eterna luce, specchio senza mac­chia e immagine della sua bontà eterna, la trasfonde at­traverso le anime sante alle nazioni, per formare con essa amici dell'Altissimo e costituire profeti. Il medesimo Si­gnore sa per quale causa e a qual fine risvegliò, chiamò e sollevò, dispose e incamminò, obbligò e costrinse me, la più vile creatura, a scrivere la vita della sua degna Madre, regina e signora nostra.

4. Non può essere pienamente compreso da prudente intelletto come, senza questo moto e questa forza della po­tente mano dell'Altissimo, potesse insinuarsi in cuore uma­no un tale pensiero o una simile determinazione in me, che mi riconosco e confesso donna debole e senza virtù. Ma come non potei pensarlo con il mio solo giudizio, co­sì non devo nemmeno resistergli caparbiamente per mia sola volontà. Quindi, affinché su tale questione si possa esprimere un giudizio retto, racconterò sinceramente qual­cosa di quello che mi è accaduto.

5. L'ottavo anno della fondazione di questo convento, all'età di venticinque anni, l'obbedienza m'impose l'ufficio, che oggi indegnamente esercito, di superiora. Mi ritrova­vo turbata e afflitta con grande mestizia e pusillanimità, perché la mia età e il mio desiderio non mi consigliava­no di governare e comandare ma soltanto di ubbidire ed essere suddita. Inoltre, sapere che per darmi tale ufficio era stata chiesta la dispensa, e altre giuste ragioni, au­mentavano i miei timori, con i quali l'Altissimo per tutta la mia vita ha tenuto crocifisso il mio cuore, con un con­tinuo ribrezzo che non riesco a spiegare, se cioè il mio cammino sia sicuro, se perderò o conserverò la sua ami­cizia e grazia.

6. In questa tribolazione gridai al Signore con tutto il mio cuore perché mi aiutasse e, se fosse sua volontà, mi liberasse da questo pericolo e incarico. È bensì vero che sua Maestà mi aveva già prevenuta qualche tempo prima, ordinandomi di accettare tale incarico e poiché io mi scu­savo e ritraevo, sempre mi consolava e mi manifestava che tale era il suo beneplacito. Con tutto ciò non ponevo fine alle mie istanze, anzi le moltiplicavo, perché capivo e ve­devo nel Signore una cosa assai degna di considerazione, cioè che, sebbene sua Maestà mi chiarificasse esser quel­la la sua volontà, che io non potevo impedire, tuttavia ca­pivo nello stesso tempo che mi lasciava libera di ritrarmi e resistere, facendo così ciò che dovevo come debole crea­tura, riconoscendo quanto fosse grande in ogni senso la mia insufficienza. Tanto sono prudenti le opere del Signo­re con noi! Ora, conoscendo questo beneplacito, m'impe­gnai al massimo per sottrarmi ad un pericolo così eviden­te ma così poco conosciuto dalla natura infetta, dai suoi residui e dalla disordinata concupiscenza. Il Signore sem­pre ripeteva che questa era la sua volontà e mi consolava a volte lui stesso, a volte attraverso i suoi angeli, che mi ammonivano affinché ubbidissi.

7. In questa tribolazione feci ricorso alla Regina mia si­gnora come all’unico rifugio di tutte le mie sollecitudini e, avendole manifestato il mio procedere e i miei desideri, si degnò di rispondermi con queste soavissime ragioni: «Fi­glia mia, consolati e il travaglio non turbi il tuo cuore; pre­parati ad esso perché io sarò tua madre e la superiora al­la quale obbedirai e lo sarò anche delle tue suddite sup­plendo alle tue mancanze. Così tu sarai la mia vicaria at­traverso la quale opererò la volontà del mio Figlio e mio Dio. In tutte le tue tentazioni e angosce fa' in modo di ri­correre a me per parlarmene e chiedermi consiglio, che in tutto ti darò. Obbediscimi e io ti favorirò e starò attenta al­le tue afflizioni». Queste sono le parole che mi disse la Re­gina, tanto consolatorie quanto vantaggiose per l'anima mia, per cui mi rincuorai e nella mia tristezza ripresi forza. Da quel giorno, la Madre delle misericordie aumentò i discor­si che già faceva con me sua schiava, perché da allora in poi comunicò con l'anima mia in modo più intimo e con­tinuo, accogliendomi, ascoltandomi e ammaestrandomi con ineffabile degnazione. Mi dava conforto e consiglio nelle mie afflizioni, mi riempiva l'anima di luce e d'insegnamen­ti di vita eterna e mi comandò di rinnovare i voti della mia professione nelle sue mani. Infine, dopo quel fatto, questa amabilissima Madre e signora nostra si confidò ancor più con la sua ancella, svelandole gli occulti e altissimi prodi­gi e i magnifici misteri che sono racchiusi nella sua vita santissima e nascosti ai mortali. E quantunque questo be­neficio o luce soprannaturale, anche prima, fosse stato con­tinuo (specialmente nelle sue festività e in altre occasioni in cui conobbi molti misteri), tuttavia non era con la pie­nezza, la frequenza e la chiarezza con cui me l'insegnò in seguito, aggiungendo molte volte il comando di scriverli co­me mi sarebbero stati suggeriti, poiché sua Maestà stessa me li avrebbe dettati ed insegnati. Specialmente in una di queste festività della santissima Vergine, l'Altissimo mi dis­se che teneva nascosti molti misteri e benefici che aveva operato con questa divina Signora quando era viatrice e che era sua volontà manifestarli, affinché io li scrivessi come mi sarebbero stati mostrati: volontà che ho conosciuto con­tinuamente in sua Maestà nei dieci anni in cui ho resisti­to finché non posi mano per la prima volta alla stesura di questa divina Storia.

8. Parlando di tale questione con i principi e gli ange­li santi che l'Onnipotente mi aveva assegnati perché mi in­dirizzassero in quest'Opera sulla vita della nostra Regina e manifestando loro il turbamento e l'afflizione del mio cuo­re, quasi balbuziente e muta per un'impresa così ardua, mi risposero più volte che era questa la volontà dell'Altissimo. In particolare, un giorno in cui mi opposi molto presen­tando la mia difficoltà, la mia impossibilità e i grandi ti­mori, mi dissero: «Con ragione, o anitria, ti avvilisci e ti turbi, dubiti e ti opponi in una cosa nella quale noi ange­li ci comportiamo allo stesso modo ritenendoci inadegua­ti a rivelare le cose alte e magnifiche che il braccio del­l'Onnipotente operò nella Madre della pietà e regina no­stra. Peraltro, o carissima, considera attentamente che il cielo e la terra passeranno e tutto ciò che esiste scompa­rirà prima che venga meno la parola dell'Altissimo. Ora, molte volte l'ha impegnata con le sue creature; e per la sua Chiesa si trova nelle sacre Scritture che l'obbediente can­terà vittoria sui suoi nemici, e non verrà ripreso per aver ubbidito. Anzi, quando creò il primo uomo e gli comandò di non mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male, fin da allora stabilì questa virtù dell'obbedien­za, confermandola con solenne giuramento per rassicura­re ancor più l'uomo, cosa che il Signore è solito fare, co­me già con Abramo quando gli promise con certezza di giuramento che il Messia sarebbe disceso dalla sua stirpe. E così fece quando creò il primo uomo assicurandogli che l'ubbidiente non avrebbe sbagliato. Egli ripeté tale giura­mento quando ordinò che il suo Figlio morisse e garantì agli uomini che chiunque avesse obbedito a questo secon­do Adamo, imitandolo nell'obbedienza con cui restaurò ciò che il primo aveva perso per la sua disobbedienza, sarebbe vissuto in eterno e il nemico non avrebbe avuto par­te nelle sue opere. Considera attentamente, o Maria, che l'obbedienza ha origine da Dio come causa prima e prin­cipale e anche noi angeli obbediamo al potere della sua destra divina e alla sua rettissima volontà; infatti non pos­siamo opporci ad essa, né la ignoriamo, vedendo l'essere immutabile dell'Altissimo faccia a faccia e conoscendo che essa è santa, pura e vera, rettissima e giusta. Ora, questa certezza che noi angeli abbiamo per mezzo della visione beatifica, l'avete rispettivamente anche voi mortali in ra­gione dello stato di viatori in cui siete, in forza di quella parola che lo stesso Signore disse dei prelati e dei supe­riori: «Chi ascolta voi ascolta me, chi obbedisce a voi ob­bedisce a me». E, dato che si obbedisce per Dio - che è la causa principale e superiore - spetta alla sua provvi­denza onnipotente far sì che gli obbedienti non falliscano qualora ciò che viene loro comandato non sia materia di colpa. Per questo il Signore assicura con giuramento che cesserà di esistere - il che è impossibile a Dio - piuttosto che venire meno alla sua parola. Infatti, come i figli di­scendono dai genitori e tutti i viventi da Adamo, moltipli­cati nella posterità della sua natura, così i superiori pro­cedono da Dio come da supremo Signore, per il quale ad essi tutti obbediscono: gli uomini a quelli terreni e gli an­geli a quelli di gerarchia superiore; e gli uni e gli altri a Dio. Tuttavia ricordati, o anima, che ti hanno ordinato tut­ti ciò che tu temi di fare; e se, volendo tu obbedire, ciò non fosse conveniente, l'Altissimo farebbe, con la tua pen­na, quello che già fece con l'obbediente Abramo quando, stando già per sacrificare suo figlio, comandò a uno di noi suoi spiriti di trattenerne il braccio e il coltello. Ora in­vece non ci comanda affatto di trattenere la tua penna, ma al contrario di portarla con volo leggero, ascoltando sua divina Maestà, dirigendoti, illuminando il tuo intelletto e prestandoti aiuto».

9. In quell'occasione i miei santi angeli e signori mi die­dero queste motivazioni e indicazioni e molte altre volte il principe san Michele mi manifestò il medesimo volere e co­mando dell'Altissimo. Di conseguenza, per le luci, i favori e gli insegnamenti continui di questo grande principe, ho co­nosciuto molti misteri imperscrutabili e magnifici del Si­gnore e della Regina del cielo. Questo santo arcangelo, in­fatti, fu uno di quelli che in vita la scortavano ed assiste­vano con gli altri che da ogni ordine e gerarchia erano stati designati alla sua custodia, come a suo tempo dirò. Inol­tre, essendo nello stesso tempo patrono e protettore uni­versale della santa Chiesa, fu anche testimone speciale e mi­nistro fedelissimo dei misteri dell’incarnazione e della re­denzione. Così appunto molte volte ho appreso da questo santo arcangelo, dalla cui protezione nei miei travagli e com­battimenti ho ricevuto singolari benefici, avendomi anche promesso di assistermi e ammaestrarmi in quest'Opera.

10. Oltre a tali insegnamenti e ad altri che non occor­re riferire, ma che dirò in seguito, il Signore in persona mi ha molte volte comandato e rivelato il suo volere sen­za altri intermediari con le parole che adesso dirò. Un gior­no, dunque, festa della Presentazione di Maria santissima al tempio, sua Maestà mi disse: «Sposa mia, nella mia Chie­sa militante tanti misteri che riguardano mia Madre e i santi sono conosciuti, ma molti sono ancora nascosti, so­prattutto quelli interiori e segreti, che ora voglio manife­stare. Voglio che tu li scriva così come ne sarai ammae­strata, specialmente quelli di Maria purissima. Io te li sve­lerò e mostrerò, dopo averli tenuti nascosti finora per gli imperscrutabili giudizi della mia sapienza, poiché secondo la mia provvidenza non era ancora il tempo opportuno. Adesso però lo è ed è anche mia volontà che tu li scriva. Obbedisci, o anima».

11. Tutte queste cose che ho narrato, ed altre ancora che potrei riferire, non sarebbero state sufficienti a farmi decidere per una cosa così ardua ed estranea alla mia con­dizione se non vi si fosse aggiunta l'obbedienza ai miei su­periori, che hanno guidato la mia anima e m'insegnano il cammino della verità. Infatti i miei dubbi e timori non so­no tali da lasciarmi tranquilla in una materia così diffici­le, mentre in altre più facili non faccio poco a calmarmi con l'obbedienza. In quanto donna ignorante mi sono sem­pre rivolta ad essa come a punto di riferimento per la mia anima, sapendo che è doveroso non scrivere cosa alcuna, per quanto sembri alta e fuor di sospetto, se non con l'ap­provazione dei maestri e dei ministri della santa Chiesa. Così ho sempre procurato di fare in ogni cosa riguardan­te la direzione della mia anima e tanto più in questa im­presa di scrivere la Vita della Regina del cielo. Mi sono adoperata moltissimo affinché i miei superiori non si oc­cupassero delle mie relazioni, dissimulando quanto potevo alcune cose, chiedendo con lacrime al Signore che desse loro luce per non sbagliare e desiderando molte volte che sfuggisse loro di mente questo affare, e che mi preservas­sero dall'errore e dall'inganno.

12. Confesso altresì che il demonio, approfittando del­la mia naturale timidezza, fece grandi sforzi per impedir­mi quest'Opera. Cercava maniere per atterrirmi ed afflig­germi e, se lo zelo e la perseveranza invincibile dei miei superiori non avessero animato la mia pusillanimità, sen­za dubbio mi avrebbe indotto a desistere. Intanto ciò da­va tempo al Signore, alla Vergine purissima e agli angeli santi di rinnovarmi la luce, i segni e le meraviglie. Tutta­via temporeggiai o, per meglio dire, opposi resistenza an­cora molti anni all'obbedienza di tutti - come in seguito dirò - senza mai osare metter seriamente mano a una co­sa tanto superiore alle mie forze. E non credo che ciò sia avvenuto senza particolare provvidenza di sua Maestà, per­ché nel corso di questo tempo sono passata per tanti even­ti e, potrei dire, per misteri e travagli tanto straordinari e svariati, che non avrei potuto con essi godere di quella quiete e serenità di spirito che è indispensabile per poter ricevere questa luce e questa rivelazione. Infatti non in qua­lunque stato, per quanto elevato e benefico, l'apice dell'a­nima può essere capace di ricevere un influsso così subli­me e delicato! A questa si aggiungeva un'altra ragione: che nella lunga dilazione potessi meglio informarmi e rassicu­rarmi mediante la nuova luce che si va guadagnando col tempo e mediante la prudenza che si acquista nella mol­teplice esperienza e che, insistendo il Signore, i santi an­geli e i miei superiori nelle loro richieste, dinanzi a così reiterate esortazioni all'obbedienza, io mi acquietassi, si­cura di non sbagliare, vincessi la mia timidezza, la mia viltà e perplessità e sperassi dal Signore quello che dispe­ravo dalla mia debolezza.

13. Confidando dunque in questa grande virtù dell'ob­bedienza, mi decisi in nome dell'Altissimo e della Regina mia signora a non resistere più oltre. Chiamo grande que­sta virtù, non solo perché essa offre in olocausto e sacri­ficio a Dio la parte più nobile della creatura - intelletto, ragione e volontà - ma anche perché nessun'altra virtù as­sicura il buon successo quanto l'obbedienza, poiché la crea­tura non opera di sua iniziativa, ma come strumento di chi la governa e comanda. Essa diede ad Abramo la forza di superare la violenza dell'amore e la legge naturale nei confronti di Isacco. Se essa fu potente per questo e per­ché il sole e i cieli trattenessero il loro velocissimo corso, ben può esserlo perché si muova la terra. Infatti se Uzzà si fosse lasciato guidare dall'obbedienza, forse nel toccare l'arca non sarebbe stato castigato come audace e temera­rio. Vedo bene che io, assai più indegna, stendo la mano per toccare non l'arca morta, figura dell'antica legge, ma l'Arca viva del Nuovo Testamento, in cui fu racchiusa la manna della Divinità e la sorgente della grazia e della sua santa legge. Ma se io taccio, ormai temo, e con ragione, di disobbedire a tanti precetti, e potrò dire con Isaia: Ohimé! Io sono perduto perché tacqui! Per questo, mia Regina e signora, sarà meglio che nella mia viltà risplen­da la vostra benignissima pietà e misericordia e il favore della vostra mano liberale; sarà meglio che voi me ne fac­ciate dono per obbedire ai vostri comandi piuttosto che su­scitare la vostra indignazione. Per tutto ciò, o Madre pu­rissima, sarà opera degna della vostra clemenza sollevare me misera da terra e servirvi di un soggetto debole e ina­deguato come strumento per opere così difficili. Con ciò magnificherete la vostra grazia nonché i favori che il vo­stro Figlio santissimo comunicò. Non lascerete spazio alla fallace presunzione per supporre che quest'Opera sia fatta con perizia umana o prudenza terrena, o forza ed autorità di disputa, ma che piuttosto voi risvegliate di nuovo i cuo­ri dei fedeli e li attiriate a voi, fonte di pietà e di miseri­cordia, con la virtù della divina grazia. Parlate, dunque, o signora, la vostra serva ascolta, e con l'ardente volontà di obbedirvi, come devo. Ma i miei desideri come potranno mai raggiungere e pareggiare il mio debito? Già mi sarà impossibile una degna retribuzione, ma se fosse possibile, oh quanto la bramerei! Suvvia parlate, o Regina potente e grande, adempite le vostre promesse e parole, manifestan­domi le grazie e le prerogative vostre, affinché la vostra grandezza sia ancor più conosciuta ed esaltata da tutte le nazioni e le generazioni. Parlate, o Signora, la vostra ser­va ascolta; parlate e glorificate l'Altissimo per le opere po­tenti e meravigliose che la sua destra ha operato nella vo­stra profondissima umiltà. Scorrano dalle sue mani, che sono anelli d'oro, piene di giacinti, nelle vostre, e da que­ste ai vostri devoti e ai vostri servi, affinché gli angeli lo benedicano, i giusti lo magnifichino, i peccatori lo cerchi­no e tutti abbiano un esempio di somma santità e purez­za. Ma soprattutto affinché con la grazia del vostro san­tissimo Figlio, io stessa abbia questo specchio e questa re­gola efficace a cui possa conformare la mia vita, poiché questo deve essere il primo scopo della mia sollecitudine nello scrivere la vostra. Quante volte me l'ha detto l'Altez­za vostra, compiacendosi così di offrirmi un esempio e uno specchio vivente e senza macchia, in cui io, specchiando­mi, possa adornare la mia anima in modo da essere vera figlia vostra e sposa del vostro santissimo Figlio!

14. Questa è tutta la mia pretesa e volontà. Perciò io scriverò non già come maestra ma come discepola, non per insegnare ma per apprendere, poiché so bene, come pre­scritto, che le donne nella Chiesa devono tacere e ascolta­re i maestri. Tuttavia, come strumento della Regina del cielo, manifesterò ciò che sua Maestà si compiacerà d'in­segnarmi e di comandarmi, perché tutte le anime sono ca­paci di ricevere lo Spirito che il suo santissimo Figlio ha promesso d'inviare su ogni genere di persone senza ecce­zione; e altresì tutti sono capaci di manifestarlo nel modo conveniente a seconda di come lo ricevono, quando la po­testà superiore lo ordina con cristiana provvidenza, come giudico che abbiano fatto i miei superiori. L'errore in me è possibile, in quanto donna ignorante, ma non nell'obbedi­re, né sarà volontario; così mi rimetto e mi assoggetto a chi mi guida e alla correzione della santa Chiesa cattolica, ai cui ministri ricorrerò sempre in qualunque difficoltà. In­tendo che il mio superiore, maestro e confessore sia testi­mone e censore di questi insegnamenti che pur ricevo e che sia altresì giudice vigilante e severo di come li metto in pra­tica, o se vengo meno all'adempimento di essi e degli altri miei obblighi, misurati in ragione di questo beneficio.

15. Per volontà del Signore e ordine dell'obbedienza ho scritto questa divina Storia per la seconda volta. Nella pri­ma infatti, poiché la luce con cui conoscevo i suoi miste­ri era oltremodo abbondante e feconda, e grande era la mia limitatezza, la lingua non bastò, né i termini e la ve­locità della penna furono sufficienti a dire tutto. Trascurai alcune cose ma col tempo e con la nuova comprensione, adesso mi ritrovo meglio disposta per scriveile, anche se lascerò sempre molto da dire di quello che intendo e che ho conosciuto perché non sarà mai possibile scrivere tut­to. Oltre a ciò, ho conosciuto nel Signore anche un'altra ragione e cioè che, quando scrissi la prima volta, spesso il materiale e l'ordine di quest'Opera mi assorbivano; inoltre le tentazioni e i timori furono così grandi e tanto eccessi­ve le tempeste dei pensieri e delle suggestioni che mi com­battevano facendomi credere temeraria nel metter mano a un'opera così sublime, che alla fine mi ridussi a bruciar­la. Non credo che ciò sia avvenuto senza speciale permes­so del Signore, perché in uno stato così turbolento secon­do me non era possibile dare all'anima quello che era con­veniente e quello che l'Altissimo voleva darle scrivendo nel mio cuore e imprimendo nel mio spirito il suo insegna­mento celestiale, come mi si domanda di fare adesso e co­me si può ricavare dall'avvenimento seguente.

16. Nel giorno dedicato alla purificazione di nostra Si­gnora, dopo aver ricevuto il santissimo Sacramento, (poi­ché ricorreva l'anniversario della mia professione) volli ce­lebrare questa santa festività con umiltà di cuore e ren­dimento di grazie all'Altissimo, che mi aveva accettato co­me sua sposa senza che lo meritassi. Nell'esercitare que­sti affetti, sentii dentro di me un mutamento efficace con abbondantissima luce che mi trasportava e mi costringe­va fortemente e soavemente alla conoscenza dell'essere di Dio, della sua bontà, delle sue perfezioni e dei suoi attri­buti, e al disinganno della mia stessa miseria. Questi og­getti, che apparivano al mio intelletto tutti nello stesso tempo, mi causavano vari effetti. Il primo era quello di rapire tutta la mia attenzione e la mia volontà; il secon­do di annichilirmi facendomi abbassare fino a terra di mo­do che il mio essere si disfaceva e sentivo un dolore vee­mentissimo di contrizione per i miei gravi peccati, col fer­mo proposito di emendarmi e di rinunciare a quanto è del mondo, sollevandomi sopra ogni cosa terrena all'amore del Signore. In questi affetti restavo quasi esanime, il dolore maggiore era consolazione e il morire vivere. Il Signore, avendo compassione del mio deliquio, per sua sola mise­ricordia mi disse: «Non perderti d'animo, o figlia e sposa mia, perché, per perdonarti, lavarti e purificarti dalle tue colpe, ti applicherò i miei infiniti meriti e il sangue che per te ho sparso. Fatti forza per giungere alla perfezione che desideri mediante l'imitazione della vita della mia Ma­dre santissima. Scrivila un'altra volta, per aggiungervi quello che manca e per scolpire nel tuo cuore il suo in­segnamento. Non irritare più la mia giustizia e non respingere la mia misericordia bruciando ciò che scrivi, co­sicché la mia indignazione non debba toglierti la luce che, senza tuo merito, ti è stata data per conoscere e manife­stare questi misteri».

17. Subito vidi la Madre di Dio e della pietà che mi dis­se: «Figlia mia, ancora non hai raccolto il frutto conveniente per l'anima tua dall'albero della vita della mia storia, che hai scritto. Ancora non sei arrivata al midollo della sua so­stanza, né hai raccolto a sufficienza di questa manna na­scosta, né hai raggiunto l'ultimo stadio di perfezione come è necessario perché l'Onnipotente scolpisca ed imprima nel­l'anima tua tutte le mie virtù e le mie perfezioni. Io devo darti la qualità e l'ornamento conveniente per tutto quello che la divina destra vuole operare in te. Ho domandato che, per mia mano e intercessione, mi dia il permesso di ador­narti con la grazia abbondantissima che egli mi ha comu­nicato e di disporre la tua anima perché tu ti rimetta a scri­vere la mia vita tenendo conto non tanto della forma este­riore quanto piuttosto del contenuto, comportandoti in ciò passivamente, senza porre ostacolo a ricevere la corrente della divina grazia, che l'Onnipotente mi indirizzò, affinché passi in te quella parte che il volere divino deciderà. Tu però fa' in modo di non troncarne il corso, né di limitarla per la tua pusillanimità e imperfezione». Subito conobbi che la Madre della pietà mi rivestiva di una veste più bian­ca della neve e più rifulgente del sole; poi mi cinse con una ricchissima cintura e disse: «Questa è partecipata dalla mia purezza». Domandò al Signore scienza infusa per adornar­mi di essa quasi come di bellissima chioma, nonché altri donativi e preziosi regali, dei quali non giungevo a cono­scere il valore sebbene vedessi che erano grandi. Dopo aver­mi così adornata, la divina Signora mi disse: «Lavora fe­delmente e diligentemente per imitarmi e per divenire mia figlia perfettissima, generata dal mio spirito e nutrita al mio petto. Ecco che io ti do la mia benedizione, affinché tu scri­va per la seconda volta in mio nome, con la mia direzione e la mia assistenza».

18. Per maggior chiarezza, tutta questa Vita santissima si raccoglie in tre parti. La prima parte sarà su ciò che ri­guarda i primi quindici anni della Regina del cielo, dalla sua immacolata concezione fino a che nel suo grembo ver­ginale prese carne mortale il Verbo eterno, e ciò che in questi anni l'Altissimo operò in lei. La seconda parte com­prenderà il mistero dell'incarnazione, tutta la vita di no­stro Signore Gesù Cristo, la sua passione e morte e l'a­scensione al cielo, che fu il tempo in cui la divina Regina visse col suo Figlio santissimo, e quanto ella fece in que­sto lasso di tempo. La terza parte riguarderà il resto del­la vita di questa Madre della grazia, da quando rimase so­la nel mondo senza Cristo nostro redentore fino all'ora del suo felicissimo transito, della sua assunzione in cielo e co­ronazione come imperatrice del cielo per vivere eterna­mente come figlia del Padre, madre del Figlio e sposa del­lo Spirito Santo. Distribuisco queste tre parti in otto libri, affinché riescano più maneggevoli e siano incessantemen­te oggetto della mia mente, stimolo della mia volontà e mia meditazione giorno e notte.

19. Per determinare il tempo in cui ho scritto questa divina Storia, si deve sapere che questo convento di re­ligiose scalze dell'Immacolata Concezione venne fondato da mio padre, fra' Francesco Coronel, e da mia madre, suor Caterina d'Arana, nella loro medesima casa, per di­sposizione e volontà divina manifestata a mia madre suor Caterina con una particolare luce e rivelazione. Fu fon­dato l'ottavo giorno dall'Epifania, il 13 gennaio 1619. Nel­lo stesso giorno prendemmo l'abito mia madre e due fi­glie; mio padre, con due figli che già erano religiosi, en­trò nell'Ordine del nostro serafico padre san Francesco, dove prese l'abito, professò, visse con edificazione di tut­ti e morì santamente. Mia madre ed io ricevemmo il velo nel giorno della Purificazione, il 2 febbraio 1620. La professione della seconda figlia, invece, si dovette ri­mandare per il fatto che non aveva l'età richiesta. Così l'Onnipotente favorì la nostra famiglia, che tutta si con­sacrò allo stato religioso. Dopo l'ottavo anno dalla fon­dazione, venticinquesimo della mia età, anno del Signo­re 1627, l'obbedienza mi diede l'ufficio di abbadessa che oggi indegnamente esercito. Passarono dieci anni di ba­dessato, nei quali molte volte ricevetti dall'Altissimo e dalla Regina del cielo l'ordine di scrivere la sua vita san­tissima e per tutto quel tempo, con timori e renitenza, mi mostrai restia a quegli ordini divini fino all'anno 1637, quando cominciai a scriverla per la prima volta. Dopo averla ultimata, bruciai tutti i miei scritti, cioè sia quelli di questa Storia sia molti altri riguardanti grandi mi­steri, a causa dei timori e delle tribolazioni riferiti in pre­cedenza e anche per consiglio di un confessore che mi assisteva (in assenza di quello principale che di solito mi dirigeva). Mi disse infatti che nella santa Chiesa le don­ne non devono scrivere. Io obbedii prontamente, ma in seguito fui aspramente rimproverata dai miei superiori e dal confessore ordinario, che conosceva tutta la mia vi­ta. Quindi mi intimarono severamente di riscriverla e an­che l'Altissimo e la Regina del cielo mi ordinarono nuo­vamente di obbedire. Ma questa seconda volta la luce che ricevetti da Dio fu così copiosa e così abbondanti furo­no i benefici che l'Altissimo mi comunicò per rinnovare e vivificare la mia povera anima con i precetti della sua divina Maestra, tanto perfetti gli insegnamenti e sublimi i misteri, che è necessario farne un libro a parte, ap­partenente alla stessa Storia, col titolo: «Leggi della spo­sa, apici del suo casto amore e frutto raccolto dall'albe­ro della vita di Maria santissima signora nostra». Col fa­vore divino comincio a scriverla l'8 dicembre 1655, gior­no dell'Immacolata Concezione.

 

 

LIBRO PRIMO

 

CAPITOLO 1

 

Due particolari visioni che il Signore mostrò alla mia ani­ma; altre rivelazioni e misteri che mi costringevano ad al­lontanarmi dalle cose terrene, sollevando la dimora del mio spirito al di sopra della terra.

 

1. Ti benedico e ti magnifico, o Re altissimo, che per tua degnazione e sublime maestà hai nascosto questi alti misteri ai sapienti e agli intelligenti e li hai rivelati a me tua schiava, la più piccola ed inutile della tua Chiesa, per essere tanto più riconosciuto e ammirato come onnipo­tente ed autore di quest'Opera quanto più lo strumento è vile e debole.

2. Questo altissimo Signore - dopo le lunghe resisten­ze di cui ho parlato, dopo molti timori esagerati e gran­di incertezze causate dalla mia codardia nel riflettere su questo immenso mare di meraviglie in cui m'immergo col timore di esserne sommersa - mi fece sentire dall'alto una virtù forte, soave, efficace e dolce, una luce che illumina l'intelletto e piega la volontà ribelle acquietando, indiriz­zando, governando l'insieme dei sensi interni ed esterni e assoggettando tutta la creatura al compiacimento e alla volontà dell'Altissimo, cosicché essa cerchi in tutto solo la sua gloria e il suo onore. Trovandomi in questa disposi­zione, udii la voce dell'Onnipotente che mi chiamava e mi attirava a sé, sollevando in alto il mio spirito. Egli mi for­tificava contro i leoni che ruggivano famelici per separa­re la mia anima dal bene offertole nella conoscenza dei grandi misteri racchiusi in questo tabernacolo e città san­ta di Dio. Egli mi liberava dalle porte delle tribolazioni at­traverso le quali m'invitavano ad entrare, circondata dai dolori della morte e della perdizione e assediata dalle fiam­me di questa Sodoma e Babilonia in cui viviamo. Vole­vano abbagliarmi perché io, cieca, mi volgessi indietro e mi abbandonassi a chi mi offriva oggetti di apparente di­letto per i miei sensi, ingombrandoli di vanità con fallacia ed inganno. Da tutti questi lacci che tendevano ai miei piedi mi liberò l'Altissimo che, sollevando il mio spirito e insegnandomi il cammino della perfezione con efficaci esortazioni, m'invitava a una vita spiritualizzata e angeli­ca nella carne mortale. In questo modo mi obbligava a vi­vere con una sollecitudine tale che dentro alla fornace non mi toccassero le fiamme e in modo che mi sapessi libe­rare dalla lingua impura, quando spesso mi raccontava frottole terrene. Così sua Altezza mi chiamava affinché mi sollevassi dalla polvere e dalla fiacchezza che la legge del peccato procura. Voleva che io resistessi agli effetti eredi­tati dalla natura corrotta e che la ostacolassi nelle sue in­clinazioni disordinate, dissipandole alla vista della luce e sollevandomi al di sopra di me stessa. Con la forza di Dio potente, con correzioni di Padre e carezze di sposo, mol­te volte mi chiamava e mi diceva: «Mia colomba e opera delle mie mani, alzati e affrettati; vieni a me che sono lu­ce e via: chi mi segue non cammina nelle tenebre. Vieni a me che sono verità sicura, santità certa, onnipotenza e sapienza, e correggo i sapienti».

3. Gli effetti di queste parole erano per me dardi di dol­ce amore, d'ammirazione, di timore e coscienza dei miei peccati e della mia viltà, per cui mi ritiravo, mi umiliavo e mi annichilivo. Il Signore mi diceva: «Vieni, anima, vie­ni, poiché io sono il tuo Dio onnipotente; e come sei sta­ta prodiga e peccatrice, così ora alzati da terra e vieni a me che sono tuo Padre, ricevi la stola della mia amicizia e l'anello di sposa».

4. Trovandomi in questa dimora, un giorno vidi sei an­geli santi che l'Onnipotente mi aveva assegnato per assi­stermi in quest'Opera guidandomi in essa, come in altre occasioni di combattimenti. Essi mi purificarono e mi pre­pararono. Fatto ciò, mi presentarono al Signore e sua Mae­stà diede alla mia anima una nuova luce, simile allo splen­dore della gloria, con la quale mi fortificò, rendendomi ca­pace di vedere e conoscere ciò che sorpassa le mie forze di creatura terrena. Subito mi apparvero altri due angeli di gerarchia superiore, che udii chiamarmi con grande for­za da parte del Signore; capivo che erano misteriosissimi e che mi volevano svelare sublimi arcani. Risposi loro con sollecitudine e, impaziente di godere di quel bene che mi annunziavano, con ardente desiderio manifestai la mia in­tenzione di vedere ciò che mi volevano rivelare ma che in­tanto mi celavano con fare misterioso. Subito essi mi ri­sposero con decisione: «Fermati, o anima». Mi rivolsi alle loro Altezze e dissi: «Principi dell'Onnipotente e messag­geri del gran Re, perché, dopo avermi chiamato, ora mi trattenete così, facendo violenza alla mia volontà e ritar­dando la mia gioia e allegrezza? Quale forza è la vostra e quale il potere che mi chiama, mi infiamma, mi sollecita e mi trattiene, e tutto questo ad un tempo? E attirandomi dietro al profumo degli unguenti del mio diletto Signore mi trattenete tuttavia come con forti catene? Ditemi la ra­gione di questo». Mi risposero: «Perché è necessario, o ani­ma, che per conoscere questi sublimi misteri, tu venga completamente spoglia dei tuoi desideri e delle tue pas­sioni, poiché non si conciliano con le cattive inclinazioni. Togliti i sandali, come fu intimato di fare a Mosè, perché potesse guardare quel roveto miracoloso». Io risposi: «Prin­cipi e signori miei, molto fu chiesto a Mosè esigendo che nella sua natura terrena si comportasse come un angelo; ma egli era santo ed io peccatrice piena di miserie. Il mio cuore si turba e mi lamento di questa schiavitù e legge del peccato che nelle mie membra sento contraria a quella del mio spirito». Ed essi: «Anima, ti si chiederebbe una cosa assai violenta se la dovessi operare con le tue sole forze, ma l'Altissimo, che vuole e ricerca questa disposizione, è onnipotente e non ti negherà l'aiuto, se glielo domandi di cuore disponendoti a riceverlo. Il suo potere, che faceva ardere il roveto senza che si consumasse, sarà ben capa­ce di far sì che l'anima imprigionata e chiusa nel fuoco delle passioni non bruci, se vuole liberarsi. Sua Maestà chiede ciò che vuole e può ciò che chiede e col suo aiuto tu puoi quel che ti ordina. Togliti i sandali, piangi ama­ramente e grida dal profondo del tuo cuore affinché ven­ga udita la tua preghiera e si compia il tuo desiderio».

5. Vidi subito un velo ricchissimo che nascondeva un tesoro e la mia volontà desiderava ardentemente che ve­nisse tolto scoprendo quello che l'intelligenza mi manife­stava come mistero. A questo mio desiderio risposero: «Ob­bedisci, o anima, in ciò in cui ti si ammonisce e che ti si comanda: spogliati di te stessa e ti sarà svelato». Per que­sto mi proposi di emendare la mia vita e di vincere i miei appetiti, e piangevo forte con sospiri e gemiti dal profon­do dell'anima mia, affinché questo bene mi si manifestas­se. E nella misura in cui facevo propositi, scorgevo aprir­si il velo che copriva il mio tesoro. Infine si aprì del tutto e con gli occhi dello spirito vidi quello che non saprei di­re né manifestare a parole. Vidi un segno grande e miste­rioso nel cielo; vidi una Donna, una signora e regina bel­lissima coronata di stelle, vestita di sole e con la luna sot­to ai suoi piedi. Mi dissero i santi angeli: «Ecco la beata donna che san Giovanni vide nell'Apocalisse e nella qua­le sono racchiusi, depositati e sigillati gli ammirabili mi­steri della redenzione. L'Altissimo e onnipotente favorì co­sì tanto questa creatura umana che desta ammirazione per­sino in noi suoi spiriti. Considera e ammira le sue perfe­zioni e scrivile, perché proprio a questo fine - dopo quel­lo del tuo profitto spirituale - ti è rivolta questa manife­stazione». Io allora conobbi così tante meraviglie che la lo­ro abbondanza mi fa ammutolire, l'ammirazione mi tiene in sospeso e non credo affatto che tutte le creature terre­ne siano capaci di conoscerle nella vita terrena, come in seguito spiegherò.

6. Un altro giorno, in tempo di quiete e serenità, in que­sta medesima dimora di cui parlo, udii la voce dell'Altis­simo che mi diceva: «Sposa mia, voglio che ti decida se­riamente, mi cerchi con diligenza e mi ami con fervore. Voglio che la tua vita sia più angelica che umana, dimen­ticandoti di tutte le cose terrene. Ti voglio sollevare dalla polvere come povera e dall'immondizia come misera; vo­glio che, mentre ti innalzo, tu ti umilii e stando alla mia presenza il tuo nardo spanda la soavità del suo profumo. Conoscendo la tua debolezza e miseria ti devi persuadere di tutto cuore che meriti la tribolazione e con essa l'umi­liazione. Guarda la mia grandezza e la tua piccolezza, con­sidera che sono giusto e santo e ti affliggo giustamente usandoti la misericordia di non castigarti come meriti. Su questo fondamento dell'umiltà sforzati di acquistare altre virtù, affinché si adempia la mia volontà. Ti assegno come maestra la Vergine madre mia perché ti istruisca, ti cor­regga e ti riprenda. Ella ti addestrerà e orienterà i tuoi pas­si secondo il mio gusto e il mio beneplacito».

7. A queste parole era presente la Regina stessa, la qua­le non si sdegnò affatto di assumere un simile incarico che sua divina Maestà le assegnava. Al contrario, accettandolo benignamente, disse: «Figlia mia, voglio che tu sia mia di­scepola e compagna ed io sarò tua maestra; ma sappi che mi devi obbedire con fortezza e da oggi in poi non deve restare più in te traccia del tuo essere figlia di Adamo. La mia vita, le opere del mio pellegrinaggio e le meraviglie che il braccio onnipotente dell'Altissimo ha operato con me devono essere tuo specchio e regola della tua vita». Io mi prostrai dinanzi al trono regale del Re e della Regina del­l'universo offrendomi di obbedire in tutto e resi grazie al sovrano Signore per il beneficio tanto superiore ai miei meriti che mi concedeva dandomi un tale patrocinio e una tale guida. Nelle mani della Vergine rinnovai i voti della mia professione offrendomi nuovamente di obbedirle e di cooperare con tutte le mie forze all'emendazione della mia vita. Allora mi disse il Signore: «Fai attenzione e guarda». Io lo feci e vidi una scala di molti gradini, bellissima, con un numero grande di angeli che la circondavano e altri che per essa salivano e discendevano. E sua Maestà mi disse: «Questa è la misteriosa scala di Giacobbe, che è casa di Dio e porta del cielo. Se tu ti preparerai e la tua vita sarà tale che i miei occhi non vi trovino nulla da riprendere, tu per essa salirai a me».

8. Questa promessa eccitava il mio desiderio, accendeva la mia volontà e teneva sospeso il mio spirito. Di conse­guenza, con molte lacrime, mi lamentavo di essere io me­desima un peso a me stessa. Sospiravo la fine della mia schiavitù e desideravo di raggiungere la meta dove non c'è più ostacolo che possa impedire l'amore. In queste ansie passai alcuni giorni, procurando di perfezionare la mia vi­ta, facendo di nuovo la confessione generale e riformando alcune imperfezioni. Sempre continuava la visione della sca­la, ma non ne intendevo il siguificato. Feci anche molte pro­messe al Signore, proponendo nuovamente di allontanarmi da ogni cosa terrena e di conservare libera la mia volontà per amare lui solo senza lasciarla inclinare verso cosa al­cuna, per quanto minima e fuor di sospetto; respinsi e ri­pudiai ogni cosa vana e visibile. Avendo trascorso alcuni giorni in questi affetti e in tale disposizione, l'Altissimo mi rivelò che quella scala rappresentava la vita, le virtù e i mi­steri della santissima Vergine. E mi disse: «Voglio, o mia sposa, che tu salga per questa scala di Giacobbe, che tu ven­ga a conoscere attraverso questa porta del cielo i miei at­tributi e a contemplare la mia divinità: sali, dunque, affret­tati, ascendi a me per essa. Questi angeli che l'assistono e l'accompagnano sono quelli che io ho destinato a custodia, difesa e presidio di questa città di Sion. Fai attenzione e, meditando queste virtù, impegnati per imitarle». Così mi parve di salire per questa scala e di conoscere la più gran­de meraviglia, il prodigio più ineffabile del Signore in una semplice creatura, la più grande santità e perfezione delle virtù che abbia mai operato il braccio dell'Onnipotente. Alla sommità di questa scala vidi il Signore dei signori e la Regina di tutto il creato: mi ordinarono di glorificarlo, lo­darlo ed esaltarlo per questi magnifici misteri e di scrivere tutto ciò che ne avessi inteso. L'eccelso Signore mi dette su queste tavole, migliori di quelle di Mosè, una legge da me­ditare ed osservare, scritta col suo dito onnipotente: egli mosse la mia volontà affinché in sua presenza manifestas­si alla purissima Regina che avrei vinto la mia resistenza e col suo aiuto avrei scritto la sua santissima vita proponen­domi tre fini. Primo: la conoscenza della profonda riveren­za dovuta al Dio eterno e come la creatura si debba umi­liare ed annientare quanto più la sua immensa maestà le si comunica, dovendo derivare dai maggiori benefici e favori, quale effetto, maggior timore, riverenza, attenzione ed umiltà. Secondo: la coscienza da parte del genere umano, dimentico del suo rimedio, di quanto deve alla sua Regina e madre pietosa nell'opera della redenzione; di quanto amo­re e riverenza ella ha avuto per Dio e di quanto noi dob­biamo averne per lei, nostra signora. Terzo: la manifesta­zione della mia bassezza e viltà e della mia inadeguata cor­rispondenza per quanto ricevo a chi dirige la mia anima e, se conveniente, a tutti gli uomini.

9. A questo mio desiderio la Vergine santissima rispo­se: «Figlia mia, il mondo è così bisognoso di questi inse­gnamenti perché non conosce né porta a Dio onnipotente la dovuta riverenza. Per siffatta ignoranza l'audacia dei mortali provoca la Giustizia, che li affligge ed opprime, e, non sapendo cercare il rimedio né vedere con la luce, re­stano nell'oblio e nelle tenebre. Ciò deriva dalla mancanza di timore e di riverenza che invece dovrebbero avere». L'Al­tissimo e la Regina mi diedero questi ed altri avvertimen­ti per chiarirmi la loro volontà riguardo a quest'Opera, co­sicché rifiutare gli ammaestramenti che questa grande Si­gnora aveva promesso di darmi parlandomi della sua san­tissima vita mi parve temerario e poco caritatevole verso me stessa. Inoltre stimai inopportuno rimandare a un al­tro momento, poiché l'Altissimo mi aveva manifestato che era questo il tempo opportuno, dicendomi: «Figlia mia, quando io inviai il mio Unigenito nel mondo, esso si tro­vava nello stato peggiore in cui fosse mai stato dal suo principio in poi, eccetto i pochi che mi servivano fedel­mente; perché la natura umana è così imperfetta che, se non si riferisce alla guida interiore della mia luce e alla pratica di quanto insegnano i miei ministri, cade subito nel profondo delle tenebre e in innumerevoli miserie, di abis­so in abisso, fino a giungere all'ostinazione nel peccato. E questo accade ogni volta che non si vuole assoggettare la propria volontà a seguire me, che sono via, verità e vita, e ad osservare i miei comandamenti senza perdere la mia amicizia. Dalla creazione e dal peccato del primo uomo fi­no alla legge che diedi a Mosè gli uomini si governarono secondo le loro inclinazioni e incorsero in gravi errori e peccati. Sebbene li commettessero anche dopo la legge col non obbedirvi e andassero così sempre più allontanando­si dalla verità e dalla luce fino a pervenire allo stato del sommo oblio, tuttavia io con paterno amore inviai alla na­tura umana la salvezza eterna e la medicina a rimedio delle sue infermità incurabili, e con ciò giustificai la mia causa. E come allora aspettai il tempo in cui avrebbe po­tuto risplendere meglio tale misericordia, così adesso vo­glio mostrarne un'altra assai grande, perché è appunto que­sto il tempo opportuno per operarla finché non giunga la mia ora, in cui il mondo troverà contro di sé tali e tanti capi d'accusa, che riconoscerà quanto sia giusta la ragio­ne del mio sdegno. In quell'ora farò conoscere il mio cruc­cio, la mia giustizia ed equità e quanto sia ben giustifica­ta la mia causa. Per farlo meglio e poiché è questo il tem­po in cui l'attributo della mia misericordia si deve mag­giormente manifestare e in cui voglio che il mio amore non resti inoperoso, avendo riguardo per i giusti che ci sono in questo tempo e che lo rendono accettabile, voglio aprire a tutti una porta attraverso cui accedere alla mia misericor­dia. Ora che il mondo è giunto al secolo più infelice da quando il Verbo si è fatto carne e gli uomini sono più di­mentichi del proprio bene, che cercavo sempre meno; ora che più volge al termine il giorno della loro vita mortale col tramonto del sole del tempo, giungendo per i reprobi la notte dell'eternità e nascendo per i giusti il giorno eter­no senza più notte; ora che la maggior parte dei mortali vive nelle tenebre della propria ignoranza e delle proprie colpe, opprimendo i giusti e disprezzando i figli di Dio; ora che la mia legge santa e divina si conculca per l'iniqua ra­gione di stato tanto odiosa quanto nemica della mia gran­de provvidenza; ora infine che mi vedo così ripagato dai malvagi, proprio in questo tempo, per riguardo ai giusti, voglio offrire una luce perché gli uomini si illuminino nel­le tenebre della loro cecità, e voglio dar loro - ammesso che vogliano avvalersene - un rimedio opportuno per giun­gere alla mia grazia. Felici coloro che lo troveranno; bea­ti quelli che ne conosceranno il valore; ricchi coloro che s'incontreranno con questo tesoro; fortunati e assai sapienti quelli che vi scruteranno dentro con riverenza e ne inten­deranno gli enigmi e i misteri! Voglio inoltre che sappia­no quanto vale l'intercessione di colei che fu rimedio del­le loro colpe, dando nel suo grembo vita mortale all'Immortale. Voglio che abbiano come specchio, in cui scorge­re la propria ingratitudine, le opere ammirabili del mio braccio onnipotente con questa semplice creatura, e in­tendo manifestarne molte altre da me compiute con la Ma­dre del Verbo, ma che finora ho tenuto nascoste per i miei alti giudizi».

10. «Nella Chiesa primitiva non manifestai tali misteri perché, essendo troppo alti, i fedeli si sarebbero soffermati troppo a scrutarli e ad ammirarli, mentre era necessa­rio che si stabilissero rapidamente la legge della grazia e il Vangelo. E benché fosse tutto compatibile, tuttavia l'i­gnoranza umana avrebbe potuto incorrere in alcuni so­spetti e dubbi troppo dannosi in un tempo in cui la fede derivata dall'incarnazione e dalla redenzione e i precetti della legge evangelica erano ancora agli inizi. Per questo lo stesso Verbo incarnato nell'ultima cena disse ai suoi di­scepoli: Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. In loro parlò a tutto il mondo, che, finché non si fosse ben radicata la legge della grazia e la fede del Figlio, non sarebbe neanche sta­to pronto a ricevere i misteri e la fede della Madre. Inol­tre al presente ne ha maggior necessità ed essa mi obbli­ga anche più della sua disposizione. Oh! Se mi obbligas­sero con l'onorare, credere e contemplare le meraviglie che la Madre della pietà racchiude in sé! E se tutti sollecitas­sero di cuore la sua intercessione, ben avrebbe il mondo qualche rimedio!... Tuttavia non voglio trattenermi dal por­re loro davanti questa Mistica Città di rifugio; tu descrivi­la e fanne il ritratto, per quanto può la tua inadeguatezza. Ma non voglio che questa descrizione ed esposizione del­la sua vita consista in opinioni né in contemplazioni quan­to piuttosto in verità certa. Quelli che hanno orecchi per intendere intendano, quelli che hanno sete vengano alle sorgenti d'acqua viva e lascino le cisterne screpolate e quelli che vogliono la luce la seguano sino alla fine» Que­sto disse il Signore Dio onnipotente.

11. Queste sono le parole che l'Altissimo mi disse nel­l'occasione che ho riferito. Del modo in cui ricevo questi insegnamenti e questa luce e in cui conosco il Signore, par­lerò nel capitolo seguente, per soddisfare l'obbedienza che me lo comanda e perché siano manifeste a tutti le rivela­zioni e le misericordie di questo genere, che ricevo e che riferirò d'ora in poi.

 

CAPITOLO 2

 

Si spiega il modo in cui il Signore manifesta all'anima mia i misteri e la vita della Regina del cielo nello stato in cui sua Maestà mi ha posto.

 

12. Per far conoscere, nel resto di quest'Opera, il modo in cui il Signore mi manifesta queste meraviglie, mi parve conveniente premettere questo capitolo, in cui ne darò spie­gazione come meglio potrò e come mi verrà concesso.

13. Da quando ho avuto l'uso della ragione, ho prova­to un beneficio del Signore, che giudico il maggiore di quanti la sua mano liberale mi ha fatti. Questo consiste in un timore intimo e grande di perderlo che Dio mi ha infuso. E ciò mi ha incitata e mossa a desiderare in tutte le cose ciò che è meglio e più sicuro, operandolo sempre e sempre chiedendolo all'Altissimo, che ha crocifisso la mia carne con questo dardo perché ho temuto i suoi giudizi sempre vivo con questo timore di perdere l'amicizia del­l'Onnipotente e di non trovarmi in essa. Mio pane di gior­no e di notte sono state le lacrime, che questa ansietà mi procurava. Essa, in questi ultimi tempi, in cui ai discepo­li del Signore che praticano la virtù è necessario starsene nascosti, mi ha portato altresì a fare grandi suppliche a Dio, implorandolo con tutto il mio cuore affinché mi gui­di e indirizzi per un cammino retto ma nascosto agli oc­chi degli uomini; sollecitando l'intercessione della Regina e vergine purissima.

14. A tali reiterate domande mi rispose il Signore: «Non temere, o anima, e non ti affliggere, perché da parte mia io ti darò uno stato e un sentiero di luce e di sicurezza tan­to nascosto e stimabile, che soltanto chi ne è l'autore lo po­trà conoscere. Cosicché tutto ciò che di esteriore è sogget­to a pericolo da oggi innanzi ti verrà meno e il tuo tesoro resterà nascosto: da parte tua custodiscilo e conservalo con una vita perfetta. Io ti metterò in una via nascosta, chiara, vera e pura, e tu cammina per essa». Da allora in poi per­cepii una trasformazione dentro di me ed uno stato molto spiritualizzato. All'intelletto fu data una nuova luce, attra­verso cui gli è comunicata ed infusa la scienza, con la qua­le conosce in Dio tutte le cose, ciò che sono in se stesse e i loro effetti. Esse gli sono manifestate perché è volere dell'Altissimo che le conosca e le veda. Ora questa luce intel­lettiva che illumina è santa, soave, pura, sottile, acuta, mo­bile, sicura e nitida, fa amare il bene e riprovare il male. È un'emanazione della virtù di Dio ed un effluvio genuino della sua luce, la quale mi si pone come specchio dinanzi all'intelletto. Con la parte superiore dell'anima e con la vista interiore, vedo molto, perché si comprende che l'ogget­to è infinito mediante la luce che da esso riverbera, quan­tunque gli occhi e l'intelletto siano limitati. In questa vista è come se il Signore sedesse sopra un trono di grande mae­stà, dove si conoscono i suoi attributi con distinzione, ben­ché con i limiti della condizione umana. Infatti lo copre co­me un cristallo purissimo che si frappone ed è per mezzo di esso che si conoscono e ravvisano queste meraviglie, que­sti attributi, ossia queste perfezioni di Dio, con grande chia­rezza e distinzione. Questo anche se attraverso quel velo, che impedisce di vederlo tutto immediatamente. cioè in­tuitivamente e senza velo; velo che è, appunto, come un cri­stallo. Tuttavia la cognizione di ciò che copre non è peno­sa per l'intelletto, ma ammirabile, poiché si comprende che è infinito l'oggetto e limitato solo colui che lo contempla; inoltre gli dà speranza che, se lo acquista, si aprirà quel ve­lo, togliendosi quello che si frappone quando l'anima si spogli della mortalità del corpo.

15. In questa conoscenza vi sono modi e gradi di vede­re, disposti dal Signore a seconda che sia sua volontà di manifestarsi più o meno, perché è specchio volontario. Ta­lora si rivela più chiaramente, talora meno, e qualche vol­ta vengono mostrati alcuni misteri, nascondendone altri sempre grandi. Questa differenza abitualmente si uniforma alla disposizione dell'anima, poiché, se essa non si trova in tutta quiete e pace, o se ha commesso veramente qualche colpa o imperfezione, per piccola che sia, non giunge a ve­dere questa luce nel modo che dico, luce in cui si conosce il Signore con tanta chiarezza e certezza, che non lascia dubbio alcuno su ciò che s'intende. Ma si comprende che è Dio colui che è presente meglio e prima che si capisca tutto quello di cui sua Maestà parla. Tale cognizione pro­voca un impulso soave, forte ed efficace per amare, servire l'Altissimo ed ubbidire a lui. In questa illuminazione si apprendono misteri grandi: quanto vale la virtù e quanto prezioso sia il possederla e praticarla; se ne conosce la si­curezza e la perfezione; si sente una virtù e forza che co­stringe al bene, contrasta e combatte il male e le passioni e molte volte le vince. Se l'anima gode di questa luce e vista interiore e fa in modo di non perderle, non può essere vinta, perché le danno coraggio, fervore, sicurezza e gioia, luce attenta e sollecita che chiama ed innalza, dà leggerez­za e brio, cosicché la parte superiore dell'anima trae dietro a sé quella inferiore ed ancora rende lieve il corpo stesso, che resta per quel tempo come spiritualizzato, sospenden­dosi il suo gravame e peso.

16. Quando l'anima conosce e sente questi dolci effet­ti, con amoroso affetto dice all'Altissimo: «Trahe me post Te», attirami dietro a te e correremo insieme. Infatti, uni­ta al suo amato, non sente più le cose della terra e, la­sciandosi attirare dalla fragranza di questi unguenti del suo diletto, viene a vivere più dove ama che dove anima. La­scia deserta la parte inferiore e, quando torna a cercarla, è per perfezionarla, riformando e in un certo senso sop­primendo questi animaleschi appetiti delle passioni. Infat­ti, se talora si vogliono ribellare, l'anima li respinge con prontezza, perché ormai non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

17. Si sente qui con certezza in tutti i moti e gli atti santi l'assistenza dello Spirito di Cristo, che è Dio ed è vi­ta dell'anima, poiché nel fervore, nel desiderio, nella lu­ce, nell'efficacia ad operare si riconosce una forza interio­re, che solo Dio può dare. Si sente l'effetto e la virtù di questa luce, l'amore che suscita e una parola intima, con­tinua e viva, che fa attendere a tutto quello che è divino e astrae da ciò che è terreno. In questo si manifesta che Cristo vive in me, la sua virtù e luce, che sempre risplen­dono nelle tenebre. Questo significa propriamente stare negli atri della casa del Signore, poiché l'anima vede do­ve rifulge la luce della lampada dell'Agnello.

18. Non dico che si possegga tutta la luce, ma una par­te si e questa parte è una comprensione superiore alle for­ze o alle capacità della creatura. Per comunicare questa vi­sione, l'Altissimo anima l'intelletto, dandogli una qualità e una luce tutta propria, perché questa potenza sia capace di conoscere ciò che è superiore alle sue forze; ciò anco­ra si comprende e si conosce in questo stato con la cer­tezza con cui si credono e conoscono le altre cose divine. Tuttavia anche qui accompagna la fede e in questo stato l'Onnipotente mostra all'anima il valore di questa scienza, di questa luce che le infonde. Non si può estinguere la sua luce; insieme con essa mi vennero tutti i beni e attraver­so le sue mani una ricchezza incalcolabile. Questa lampa­da mi precede, indirizzando i miei passi: senza frode l'ap­presi e senza invidia desidero comunicarla e non già na­scondere la sua bellezza. È partecipazione di Dio e la sua compagnia è contentezza e gioia. In un istante insegna mol­to e trasforma il cuore, con forza potente allontana e se­para dalle cose ingannevoli, nelle quali, contemplandole in questa luce, si trova un'immensità di amarezza. Per que­sto l'anima, allontanandosi sempre più da questa caducità e correndo, fugge al sacro rifugio della verità eterna ed en­tra nella cella del vino dove il sovrano Signore ordina in me la carità. Con essa mi costringe ad essere paziente e senza invidia, ad essere benigna senza offendere alcuno, a non essere superba né ambiziosa, a non adirarmi né pen­sare male del prossimo, a soffrire e tollerare tutto. Sem­pre mi istruisce e mi ammonisce nel segreto con grande forza, perché io operi ciò che è più santo e puro, inse­gnandomelo in tutto; e se sono mancante, anche se in una cosa da poco, mi riprende senza alcuna dissimulazione.

19. Questa è luce che ad un tempo illumina, infervora, ammaestra, riprende, mortifica e vivifica, chiama e trat­tiene, ammonisce e costringe, insegna a distinguere il be­ne e il male, l'altezza e la profondità, la lunghezza e la lar­ghezza, il mondo, il suo stato, la sua disposizione, i suoi inganni, le illusioni e le falsità dei suoi abitanti ed aman­ti e soprattutto m'insegna a disprezzarlo e calpestarlo, sol­levandomi al Signore, guardando a lui come sovrano, pa­drone e governatore di tutto. Nella sua Maestà vedo e co­nosco la disposizione delle cose, la forza degli elementi, il principio, la fine e il mezzo dei tempi, i loro mutamenti e le loro varietà, il corso degli anni, l'armonia di tutte le crea­ture e le loro qualità, tutti i segreti degli uomini, le loro opere e i loro pensieri e quanto siano lontani da quelli del Signore, i pericoli in cui vivono, i sentieri tortuosi che percorrono, gli stati, i governi, la loro momentanea fer­mezza e poca stabilità, qual è il loro principio e la loro fi­ne e ciò che possiedono di verità e di menzogna. Tutto que­sto si vede e si penetra in Dio distintamente con questa lu­ce, conoscendo le persone e le loro qualità. Nondimeno, discendendo ad un altro stato più basso, in cui l'anima si trova di solito e in cui si serve della sostanza e della veste della luce, ma non di tutta la sua luminosità, in esso vi è qualche limitazione di quella conoscenza così alta circa le persone, gli stati e i segreti pensieri di cui ho detto. Infatti qui, in questo luogo inferiore, non ho maggiore compren­sione di quella che basta per liberarmi dal pericolo e fug­gire dal peccato, compatendo con vera tenerezza le perso­ne, senza permettermi di parlare chiaramente con alcuna, né di manifestare quel che conosco. Né potrei farlo, per­ché mi pare di restare muta, se non quando l’Autore di queste opere talvolta mi dà il permesso e mi ordina di am­monire qualcuno; tuttavia vuole che ciò sia fatto parlando al cuore con ragioni piane, chiare, comuni e caritative in Dio e chiedendo aiuto per queste necessità, che per que­sto appunto mi sono manifestate.

20. Quantunque abbia conosciuto tutto ciò con chiarez­za, il Signore non mi ha mai mostrato la fine infelice di nes­suna anima, che si sia dannata. Ciò è stata provvidenza di­vina, perché così è giusto e, se non per grandi fini, non si vuole manifestare la dannazione di alcuno e inoltre perché, se io la conoscessi, credo che ne morirei di dolore. Questo sarebbe effetto della cognizione derivata da questa luce, poiché è una grande sofferenza vedere che un'anima è privata per sempre di Dio. Per questo lo supplicai di non mostrar­mi nessuno che si danni, ma, se io potessi, dando la mia vi­ta, liberare qualcuno che sia in peccato, non ricuserei la tri­bolazione, né che il Signore me lo mostrasse; ma colui per il quale non vi è più rimedio, ah, no! Che io non lo veda!

21. Mi è data questa luce, non già perché io palesi il mio segreto in particolare, ma piuttosto perché ne faccia uso con prudenza e sapienza. Questa luce mi resta come una sostanza che vivifica (benché sia accidentale), che ema­na da Dio, e come un abito da usare per regolare bene i sensi e la parte inferiore. Nondimeno, nella parte superio­re dello spirito godo sempre di una visione e abitazione di pace e conosco intellettualmente tutti i misteri che mi ven­gono mostrati circa la vita della Regina del cielo e molti altri della fede, che quasi incessantemente tengo presenti; per lo meno non perdo mai di vista la luce. E se qualche volta discendo, come creatura, per attendere alla conver­sazione umana, subito il Signore mi chiama con rigore e forza soave e mi riporta all'attenzione delle sue parole e locuzioni, e alla conoscenza di questi misteri, di queste gra­zie, virtù ed opere sia interiori che esteriori della Madre vergine, come andrò esponendo.

22. In questo modo, inoltre, negli stati e nella luce che dico, vedo e conosco la medesima Regina e signora nostra quando mi parla, nonché i santi angeli e la loro natura e perfezione. Alcune volte li conosco e li vedo nel Signore ed altre in se stessi, ma con differenza, perché per conoscerli in se stessi discendo qualche grado più in basso. Di questo mi rendo conto e questo risulta dalla differenza degli og­getti e dal modo di muovere l’intelletto. In questo grado più basso vedo e intendo i santi principi e parlo con loro: essi conversano con me e mi manifestano molti di quegli stes­si misteri che già il Signore mi ha mostrato; la Regina del cielo mi rivela e manifesta quelli della sua santissima vita, nonché le vicende mirabili di essa. Con distinzione cono­sco ciascuna di queste persone in se stessa, sentendo gli ef­fetti divini che ognuna mi provoca nell'anima.

23. Nel Signore poi li vedo come in uno specchio vo­lontario, poiché sua Maestà mi mostra i santi che vuole e come gli piace, con una chiarezza grande e con effetti più alti; infatti si conoscono con ammirabile luce lo stesso Si­gnore, i santi e le loro eccellenti virtù e meraviglie e come essi le operarono con la grazia, in forza della quale tutto poterono. In questa conoscenza la creatura resta più ab­bondantemente e adeguatamente piena di gaudio, che la riempie di maggiore virtù e soddisfazione, e rimane come nel riposo del suo centro. Questo perché quanto più tale cognizione è intellettuale e meno corporea ed immagina­ria, tanto più la luce è forte, alti gli effetti e maggiore la sostanza e certezza che si sente. Ma anche qui vi è una differenza: si sa che è un grado superiore il vedere e co­noscere il Signore, i suoi attributi e le sue perfezioni, i cui effetti sono dolcissimi e ineffabili, e che è un grado infe­riore vedere e conoscere le creature, anche se nello stesso Signore. Questa inferiorità mi pare che nasca in parte dal­la stessa anima, la cui vista, essendo limitata, non con­templa tanto Dio con le creature quanto la sola sua Mae­stà senza di esse; questa sola vista mi pare contenga mag­giore pienezza di gaudio, che il vedere in Dio le creature. Questa conoscenza della Divinità è così delicata che, al­meno finché siamo mortali, l'osservare in essa qualsiasi al­tra cosa la impedisce alquanto.

24. Nell'altro stato, inferiore a quello che ho detto, ve­do la Vergine santissima in se stessa e gli angeli: com­prendo e conosco che il modo di insegnarmi, parlarmi ed illuminarmi è simile alla maniera in cui gli angeli mede­simi si danno luce, comunicano e parlano gli uni con gli altri e al modo in cui quelli superiori illuminano gli infe­riori. Il Signore stesso, come causa prima, dona questa lu­ce, ma siffatta luce partecipata, di cui questa Regina frui­sce con tanta pienezza, viene poi da lei comunicata alla parte superiore della mia anima, cosicché io conosco sua Altezza, le sue prerogative e i suoi misteri nello stesso mo­do in cui l'angelo inferiore conosce ciò che gli comunica quello superiore. Inoltre si comprende mediante l'insegna­mento che trasmette, l'efficacia che possiede e altre qua­lità della visione che si sentono e si gustano, quali la pu­rezza, l'altezza e la verità della stessa visione, in cui nien­te d'impuro, di oscuro, di falso o di sospetto si riconosce, e niente di santo, di puro e di vero si tralascia di ricono­scervi. Lo stesso mi accade conversando a loro modo coi santi principi; ugualmente il Signore mi ha spiegato mol­te volte che l'illuminazione della mia anima e la comuni­cazione con essa è la stessa che hanno tra sé. Anzi, mol­te volte mi accade che l'illuminazione passi per tutti que­sti canali, cioè che il Signore dia la rivelazione e la luce, o l'oggetto di essa, la Vergine santissima me la manifesti e gli angeli mi suggeriscano i termini. Altre volte - ed è più frequente - fa tutto ciò il Signore e mi ammaestra; al­tre volte lo fa la Regina, dandomi tutto lei, ed altre gli an­geli. Talora sogliono darmi solo l'illuminazione, e prendo io da quello che ho inteso i termini per spiegarmi. In que­sto potrei sbagliare se il Signore lo permettesse, poiché sono donna ignorante, mi valgo di quello che ho udito e, quando trovo qualche difficoltà nello spiegare le manife­stazioni, ricorro al mio maestro e padre spirituale nelle materie più ardue e difficili.

25. In questi tempi e stati ricevo molto di rado visioni corporee, ma ne ho alcune immaginarie, e queste sono di grado molto inferiore a tutte quelle che ho detto, le quali sono sublimi e molto spirituali, ossia intellettuali. Quello che posso assicurare è che in tutte le rivelazioni grandi e piccole, inferiori e superiori del Signore, della Vergine san­tissima e dei santi angeli, ricevo abbondantissima luce e insegnamento molto proficuo, in cui vedo e conosco la ve­rità, la più grande perfezione e santità, e sento una forza e luce divina che mi spinge a desiderare la maggiore pu­rezza dell'anima e la grazia del Signore, di morire per es­sa e di operare in ogni cosa il meglio. Mediante i gradi e i modi di queste manifestazioni che ho detto, conosco tut­ti i misteri della vita della Regina del cielo, con grande profitto e giubilo del mio spirito. Per questo con tutto il mio cuore e con tutta la mia mente magnifico l'Onnipo­tente, lo esalto, lo adoro e lo riconosco come Dio santo, onnipotente, forte, ammirabile, degno di lode, di magnifi­cenza, di gloria e di riverenza per tutti i secoli. Amen.

 

CAPITOLO 3

 

La manifestazione che ebbi della Divinità e della decisione che Dio prese di creare tutte le cose.

 

26. O Re altissimo e sapientissimo Signore! Quanto in­comprensibili sono i tuoi giudizi e quanto inaccessibili le tue vie! Dio invitto, che vivi in eterno e che da sempre sei, chi potrà conoscere la tua grandezza, o sarà all'altezza di raccontare le tue magnifiche opere? E chi ti potrà dire: «Perché le facesti così?». Infatti tu sei altissimo al di so­pra di tutti e la nostra vista non ti può raggiungere, né il nostro intelletto comprendere. Benedetto sii tu, o Re ma­gnifico, che ti degnasti di svelare a questa tua schiava e vile vermicello grandi e altissimi misteri, sublimando ed elevando la dimora del mio spirito là dove vidi cose che non saprò ridire. Vidi il Signore e creatore di tutti. Vidi un'Altezza non espansa in se stessa prima di creare qual­siasi altra cosa. Ignoro il modo nel quale mi si mostrò, ma non ciò che vidi e compresi. E sua Maestà, che tutto com­prende, sa bene come, a parlare della sua divinità, il mio pensiero resta sospeso, l'anima mia si turba profonda­mente, le mie facoltà si arrestano nelle loro azioni e tutta la parte superiore, lasciando quella inferiore deserta e i sensi inattivi, se ne vola dove ama, abbandonando ciò che anima. E in tali amorosi svenimenti e deliqui, i miei oc­chi versano lacrime e la mia lingua ammutolisce. O altis­simo e incomprensibile Signor mio, oggetto infinito del mio intelletto! Oh, come alla tua vista - giacché sei immenso ed eterno - mi ritrovo annichilita, il mio essere si confon­de con la polvere e a stento percepisco quel che sono! E come ardisce questa piccolezza e miseria fissare lo sguar­do nella tua magnificenza e maesta grande? Anima, o Si­gnore, il mio essere, avvalora la vista e da' vigore al mio cuore impaurito, tanto che possa riferire ciò che io ho visto e obbedire al tuo comando.

27. Con l'intelletto vidi l'Altissimo così come egli è in se stesso e compresi chiaramente con vera cognizione che egli è un Dio infinito nella sostanza e negli attributi, eter­no, somma Trinità in tre Persone ed un solo vero Dio. Tre, perché si esercitano le attività del conoscersi, comprendersi ed amarsi, e uno solo, per conseguire il bene dell'unità eter­na. È Trinità di Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Padre non è fatto, né creato, né generato, né può esserlo, né può ave­re origine. Conobbi che il Figlio trae la sua origine dal Pa­dre, ma solamente per eterna generazione - essendo en­trambi ugualmente eterni - ed è generato dalla fecondità dell'intelletto del Padre. Lo Spirito Santo procede dal Pa­dre e dal Figlio per amore. In questa Trinità indivisa non vi è cosa che si possa dire anteriore o posteriore, maggio­re o minore: tutte e tre le Persone in se stesse sono egual­mente eterne ed eternamente uguali, essendovi unità di es­senza in trinità di Persone, cioè un Dio solo nella indivi­sa Trinità e tre Persone nell'unità di una sola sostanza. Non si confondono le Persone per il fatto che è un Dio solo, né si separa o si divide la sostanza per il fatto che sono tre Persone, ed essendo distinte nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, è una sola e medesima la divinità, è ugua­le e identica la gloria e la maestà, la potenza, l'eternità, l'immensità, la sapienza e la santità e tutti gli altri attri­buti. E benché siano tre le Persone in cui queste infinite perfezioni sussistono, tuttavia è uno solo il Dio vero, san­to, giusto, potente, eterno ed immenso.

28. Ebbi anche la rivelazione che questa divina Trinità comprende se stessa con una vista semplice, senza che le sia necessaria una nuova e distinta conoscenza, sapendo il Padre quello che sa il Figlio e il Figlio e lo Spirito Santo quello che sa il Padre; che fra loro si amano reciproca­mente con uno stesso amore immenso ed eterno. È un'u­nità d'intendere, di amare e di operare, uguale ed indivi­sibile; è una semplice, incorporea, indivisibile natura; è un essere di Dio vero, nel quale si trovano in supremo ed in­finito grado tutte le perfezioni unite e raccolte insieme.

29. Conobbi la forma di queste perfezioni dell'Altissi­mo: che egli è bello senza neo, grande senza quantità, buo­no senza qualità, eterno senza tempo, forte senza infiac­chire, vita senza mortalità, verità senza menzogna, presente in ogni luogo, riempiendolo senza occuparlo e stando in tutte le cose senza estensione. Non ha contraddizione nel­la bontà, né difetto nella sapienza; in essa è irraggiungibi­le, nei consigli terribile, nei giudizi giusto, nei pensieri se­gretissimo, nelle parole veritiero, nelle opere santo, nei tesori munifico. Lo spazio non lo dilata, né l'angustia del luogo lo restringe; in lui non c'è volontà che cambi, né tri­stezza che lo turbi, né cose passate che passino, né futu­re che si succedano. A lui nessuna origine diede principio, né tempo darà fine. O immensità eterna, quali intermina­bili spazi ho visto in te! Quale infinità riconosco nel tuo infinito Essere! La vista non ha confine, né diminuisce, contemplando questo oggetto illimitato! È questo l'Essere immutabile, l'Essere sopra ogni altro essere, la santità per­fettissima, la verità invariabile. È questo l'infinito, la lati­tudine e la longitudine, l'altezza e la profondità, la gloria e la sua origine, il riposo senza fatica, la bontà in grado immenso. Vidi tutto ciò nello stesso tempo e non riesco a dire quel che vidi.

30. Vidi il Signore come era prima di creare cosa al­cuna e con stupore guardai dove aveva la sua sede l'Altis­simo; infatti non vi era il cielo empireo, né vi erano gli al­tri cieli inferiori, né sole, né luna, né stelle, né elementi, ma c'era solo il Creatore senza aver creato cosa alcuna. Se ne stava tutto solo, senza la presenza degli angeli, né de­gli uomini, né degli animali; per questo compresi che di necessità si deve ammettere che Dio era nel suo stesso es­sere e che non ebbe necessità né sentì bisogno di nessuna cosa di quelle che egli creò, poiché era infinito negli at­tributi prima di crearle non meno che dopo e in tutta la sua eternità li possedette e possederà, come soggetto indi­pendente e increato. Infatti nessuna perfezione assoluta e semplice può mancare a sua Divinità, poiché egli solo è ciò che è e contiene in se stesso in modo eminentemente ineffabile tutte le perfezioni che si trovano nelle creature; inoltre, ogni cosa che esiste, è racchiusa in quell'Essere in­finito, come gli effetti sono contenuti nella loro causa.

31. Compresi che l'Altissimo se ne stava appunto nel­l'immobilità del suo stesso essere, quando fra le medesime Persone divine - a nostro modo d'intendere - fu deciso di comunicare le loro perfezioni, distribuendole in doni. E vo­glio dire, per spiegarmi meglio, che Dio conosce le cose con un atto in se stesso indivisibile, semplicissimo e sen­za discorso: egli non procede dalla cognizione di una co­sa a quella di un'altra, come procediamo noi, che discor­riamo col pensiero conoscendo prima una cosa con un at­to dell'intelletto e subito dopo un'altra con un altro. Ma Dio conosce tutte le cose contemporaneamente, senza che ci sia, nel suo intelletto infinito, né un prima né un dopo, dato che tutte sono unite insieme nella conoscenza divina increata, come lo sono nell'essere di Dio, dove sono rac­chiuse e contenute come origine prima.

32. In questa conoscenza, che prima si chiama di sem­plice intelligenza, secondo la naturale precedenza dell'intel­letto sulla volontà, si considera in Dio un ordine non già di tempo, ma di natura, secondo il quale noi concepiamo l'at­to dell'intelletto divino come un precedere quello della vo­lontà. Infatti noi consideriamo prima di tutto in Dio il solo atto d'intendere, senza la decisione della sua volontà di da­re la vita alle creature. Ora, in questo stadio o momento, le tre Persone divine si consultarono insieme, con quell'atto d'intendere, sulla convenienza delle opere ad extra, vale a dire di tutte le creature che furono, sono e saranno.

33. Inoltre Dio volle degnarsi di soddisfare al desiderio che gli espressi, per quanto indegna, di conoscere l'ordine che egli seguì, o quello che noi dobbiamo comprendere, nella creazione di tutte le cose; cosa che io gli domanda­vo per conoscere il posto che, secondo quest'ordine, la Ma­dre di Dio e regina nostra ebbe nella mente divina. Per questo dirò, come meglio potrò, quello che mi fu risposto e manifestato e l'ordine che in Dio c'è tra queste idee, sud­dividendolo in momenti perché altrimenti non si può adat­tare alla nostra capacità la conoscenza di questo sapere di­vino, che già qui si chiama scienza di visione e alla quale appartengono le idee, ossia le immagini delle creature, che stabilì di creare e che nella sua mente ha ideate, cono­scendole infinitamente meglio di come le vediamo e co­nosciamo noi al presente.

34. Quantunque questo sapere divino sia uno, sempli­cissimo e indivisibile, tuttavia, poiché le cose che vede so­no molte, fra loro ordinate in modo che le une sono pri­ma delle altre e le une hanno vita o esistenza attraverso le altre, con rispettiva dipendenza, è necessario dividere la scienza divina - e così la volontà - in molti stadi e in mol­ti atti che corrispondano ai diversi stadi, secondo l'ordine degli oggetti. Così diciamo che Dio concepì e determinò prima questo che quello, o l'uno per mezzo dell'altro, e che, se prima non avesse voluto e conosciuto con scienza di visione una cosa, non avrebbe voluto neppure l'altra. Con ciò non si vuole inferire che vi siano in Dio molti at­ti d'intendere o di volere, ma vogliamo solamente dire che le cose sono concatenate fra loro e le une succedono alle altre. Immaginandole con questo ordine oggettivo, ricom­poniamo, per meglio comprenderle, l'ordine stesso negli at­ti della scienza e volontà divina.

 

CAPITOLO 4

 

Si dividono in momenti successivi i decreti divini, rivelan­do quello che in ciascuno Dio stabilì circa la sua comuni­cazione ad extra.

 

35. Compresi che quest'ordine doveva essere diviso nei seguenti momenti: nel primo Dio conobbe i suoi attributi divini e le sue perfezioni, con la propensione ed ineffabi­le inclinazione a comunicarsi fuori di sé. Questa fu la pri­ma cognizione che Dio è comunicativo ad extra. Perciò Dio, vedendo la natura delle sue infinite perfezioni e l'ef­ficace potenza che racchiudono in se stesse per compiere opere meravigliose, nella sua equità vide che ad una così grande bontà era più che opportuno comunicarsi, per ope­rare secondo la sua inclinazione comunicativa e per eser­citare la sua liberalità e misericordia, distribuendo con ma­gnificenza fuori di sé la pienezza dei suoi infiniti tesori rac­chiusi nella divinità. Infatti, essendo infinito, a lui è molto più naturale fare grazie e doni di quanto non lo sia per il fuoco salire alla sua sfera, per la pietra tendere al centro e per il sole spandere la sua luce. Questo profondo mare di perfezioni, quest'abbondanza di tesori, questa impetuosa in­finità di ricchezze, volge tutta a comunicarsi per sua incli­nazione, ma anche per la volontà e la sapienza di Dio stes­so, il quale, per la comprensione che ha di sé stesso, sa be­ne che fare doni e grazie, comunicandosi al di fuori, non è un diminuirle ma piuttosto un accrescerle, dando un op­portuno sfogo a quella inestinguibile sorgente di ricchezze.

36. Dio guardava tutto ciò in quel primo momento, do­po la comunicazione ad intra (dentro se stesso) già avve­nuta con le emanazioni eterne. E ponendovi attenzione, si trovò come condotto da se stesso a comunicarsi ad extra (al di fuori), riconoscendolo come cosa santa, giusta e mi­sericordiosa, dato che nessuno glielo poteva impedire. Conforme al nostro modo d'intendere, ben possiamo im­maginare che, in un certo senso, Dio non stava quieto, né tranquillo, finché non fosse arrivato al centro delle crea­ture, nelle quali e con le quali trova le sue delizie, ren­dendole partecipi della sua divinità e delle sue perfezioni.

37. Due cose mi stupiscono, mi tengono sospesa e inte­neriscono il mio tiepido cuore lasciandolo come annichilito in questa cognizione e luce che sperimento: la prima è quel­la inclinazione e quel peso che vidi in Dio e la veemenza della sua volontà di comunicare la propria divinità e i te­sori della sua gloria; la seconda è l'ineffabile e incompren­sibile immensità dei beni e dei doni che conobbi che vole­va distribuire, e come li creava destinandoli a tal fine, ri­manendo infinito come se niente avesse dato. Infatti io in­tesi che, in questa inclinazione e in questo suo desiderio, egli era disposto a santificare, giustificare e riempire di do­ni e di perfezioni tutte le creature insieme e ciascuna in par­ticolare, dando ad ognuna più di quanto hanno tutti i santi angeli e serafini messi insieme, quantunque fossero stati capaci di ragione e dei suoi doni tutte le gocce e la sabbia del mare, tutte le stelle, le piante, gli elementi, e tutte le creature irrazionali, purché da parte loro si disponessero ad accoglierli e non opponessero alcun ostacolo alla sua gra­zia. Oh, terribile peccato e malizia del peccato! Tu sola ba­sti per trattenere l'impetuosa corrente di tanti beni eterni!

38. Nel secondo momento conferì e decretò questa co­municazione della Divinità, perché fosse per maggiore gloria ad extra e per maggiore esaltazione di sua Maestà, manife­stando la sua grandezza. In questo istante Dio guardò tale esaltazione come fine del comunicarsi e del farsi conoscere nella liberale profusione dei suoi attributi, usando cioè la sua onnipotenza per essere conosciuto, lodato e glorificato.

39. Nel terzo momento conobbe e determinò l'ordine e la disposizione, vale a dire le modalità di questo comuni­carsi, in modo che, nell'effettuare una così ardua determi­nazione, si ottenesse il fine più glorioso. Non altrimenti determinò l'ordine che doveva esserci negli oggetti, la ma­niera e la differenza con cui comunicare loro la sua divi­nità e le sue qualità, in modo che quel moto, per così di­re, del Signore avesse giuste ragioni e oggetti proporzio­nati, e si trovasse tra loro la più bella e ammirabile di­sposizione, armonia e subordinazione. In questa fase si de­terminò in primo luogo che il Verbo divino s'incarnasse e si rendesse visibile; si decretò la perfezione e i tratti della santissima umanità di Cristo nostro Signore, la quale così restò come impressa nella mente divina. In secondo luo­go, fu presa la stessa decisione per gli altri ad imitazione di lui, ideandosi nella mente divina l'armonia dell'umana natura coi suoi ornamenti, composta di corpo organico ed anima propria, anima fornita di apposite facoltà per co­noscere e godere il suo Creatore, discernendo tra bene e male, per amare con libera volontà lo stesso Signore.

40. Compresi che era necessario che questa unione ipo­statica della seconda Persona della santissima Trinità con la natura umana fosse la prima opera e il primo oggetto in cui l'intelletto e la volontà divina uscissero ad extra, per ragioni altissime che non potrò spiegare. Una ragione è che, dopo essersi Dio conosciuto ed amato in se stesso, l'ordine migliore era quello di conoscere ed amare ciò che era più immediato alla sua divinità, cioè l'unione ipostati­ca. Un'altra ragione è che, essendosi comunicata sostan­zialmente ad intra, doveva anche comunicarsi sostanzial­mente ad extra, affinché l'intenzione e volontà divina co­minciasse le sue opere per il fine più alto e le sue qualità si comunicassero con un ordine perfetto. Infatti quel fuo­co della divinità doveva operare principalmente, e il più possibile, in ciò che più le era immediato, quale è appun­to l'unione ipostatica, e in primo luogo doveva comunica­re la sua divinità a chi doveva pervenire, dopo Dio, al più alto ed eccellente grado nella sua conoscenza e nel suo amore, nelle opere e nella gloria della sua stessa divinità. Diversamente, Dio si sarebbe esposto - secondo il nostro basso modo d'intendere - al pericolo di non conseguire questo fine, che era il solo che potesse avere proporzione con una così meravigliosa opera e giustificarla. Era anche conveniente e necessario, dato che Dio voleva creare mol­te creature, che le creasse con armonia e subordinazione, e che questa fosse la più ammirabile e gloriosa possibile. Conforme a ciò, doveva esservene una che fosse capo, a tutte superiore e immediatamente unita con Dio, per quan­to fosse possibile, cosicché per essa tutte le altre in un cer­to modo potessero passare per giungere alla sua Divinità.

Per questa ed altre ragioni, che non posso spiegare, sola­mente nel Verbo incarnato si poté provvedere alla dignità delle opere di Dio, per conseguire così nella natura un bel­lissimo ordine, che altrimenti non vi sarebbe stato.

41. Nel quarto momento si decisero i doni e le grazie che all'umanità di Cristo nostro Signore, unita con la di­vinità, si dovevano dare. E qui l'Altissimo allargò la mano della sua liberale onnipotenza e dei suoi attributi, per ar­ricchire quella santissima umanità e anima di Cristo con abbondanza di doni e di grazie, nella completa pienezza e nel sommo grado possibile. Così in tale stadio fu determi­nato quello che poi disse Davide: Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio. Infatti il torrente dei suoi doni, orientandosi a questa umanità del Verbo, le comunicò tut­ta la scienza infusa e beata, tutta la grazia e la gloria, di cui la sua anima santissima era capace, e quanto conve­niva ad un soggetto che era insieme Dio e uomo vero, ca­po di tutte le creature capaci della grazia e della gloria, che da quella corrente impetuosa doveva traboccare in lo­ro con l'ordine in cui avvenne.

42. Il decreto della predestinazione della Madre del Ver­bo incarnato appartiene conseguentemente e come in se­condo luogo a questa stessa fase, perché fu qui che io in­tesi che questa semplice creatura era stata pensata prima che Dio stabilisse di crearne qualunque altra. Così ella fu concepita nella mente di Dio prima di tutte, come spetta­va e conveniva alla dignità, all'eccellenza e ai doni dell'u­manità del suo santissimo Figlio; subito tutto l'impeto del torrente della Divinità e dei suoi attributi si orientò verso di lei, per quanto era capace di riceverlo una semplice crea­tura, come si conveniva alla dignità di Madre.

43. Confesso che nel comprendere questi altissimi mi­steri e decreti fui rapita dall'ammirazione e sollevata fuo­ri del mio stesso essere. Inoltre, conoscendo questa san­tissima e purissima creatura formata e ideata nella mente divina ab initio (fin dal principio) e prima di tutti i seco­li, con giubilante fremito del mio spirito magnifico l'On­nipotente, che prese la stupenda e misteriosa decisione di crearci una così pura, grande, misteriosa e divina creatu­ra, più per essere da tutte le altre ammirata con lode, che per essere descritta da alcuna. Tanta è questa mia ammi­razione, che io potrei dire quello che diceva san Dionigi areopagita, che, cioè, se la fede non mi insegnasse e l'in­telligenza di ciò che sto contemplando non mi facesse com­prendere che è Dio colui che la formò nella sua idea e che solo la sua onnipotenza può aver formato e formare una simile immagine della sua Divinità, se questo, appunto, non mi fosse stato mostrato tutto ad un tempo, io avrei potu­to senza dubbio sospettare che la Vergine madre fosse el­la stessa una divinità.

44. Oh, quante lacrime sgorgano dai miei occhi, e qua­le dolorosa sorpresa prova la mia anima, vedendo che que­sto divino prodigio non è noto a tutti i mortali, né a tutti è manifesta questa meraviglia dell'Altissimo! Molto se ne conosce, è vero, ma è molto più quello che se ne ignora, poiché questo libro sigillato purtroppo non è stato ancora aperto. Io resto assorta nella conoscenza di questo taber­nacolo di Dio e riconosco che il suo Autore è più ammi­rabile nella sua formazione che in quella di tutte le altre creature a lei inferiori. Infatti, quantunque la diversità del­le creature manifesti mirabilmente la potenza di colui che le creò, tuttavia in questa sola, Regina di tutte, si rac­chiudono e contengono maggiori tesori che non in tutte le altre unite insieme e la varietà e il valore delle sue ric­chezze glorificano chi ne è l'autore più di tutto il resto de­gli esseri creati messi insieme.

45. Fu qui che - a nostro modo d'intendere - si fece promessa al Verbo e si strinse con lui come una specie di contratto, riguardante sia la santità, la perfezione e i doni di grazia e di gloria, dei quali doveva essere adorna colei che era destinata ad essere sua Madre, sia la protezione, la custodia e la difesa che sarebbero state accòrdate a questa vera Città di Dio, nella quale Dio contemplò le grazie e i meriti che avrebbe acquistati per se stessa, nonché i frutti che avrebbe ottenuto per il suo popolo col suo amore, che avrebbe contraccambiato a sua Maestà. In questo medesi­mo momento, come terza ed ultima decisione, Dio deter­minò di creare il luogo in cui il Verbo incarnato e sua Ma­dre avrebbero dovuto vivere e abitare. In vista di loro, e per loro soli, creò dapprima il cielo e la terra coi loro astri ed elementi e quanto in essi è contenuto. Successivamente, il suo intento e decreto fu per le membra di cui l'uomo-Dio doveva essere capo e per i servi dei quali doveva essere Re, poiché tutto ciò che è necessario e opportuno fu disposto e preparato precedentemente con provvidenza regale.

46. Passo al quinto momento, benché abbia già trova­to quel che andavo cercando. In questo stadio, dunque, fu decretata la creazione della natura angelica. Di essa fu prevista e stabilita innanzi la creazione, nonché la dispo­sizione ammirabile in nove cori e in tre gerarchie, essen­do la più eccellente e corrispondente nell'essere spiritua­le alla Divinità. Del resto, quantunque la prima intenzio­ne di Dio fosse quella di creare gli angeli per sua gloria e perché assistessero al trono di sua Altezza, lo conosces­sero e l'amassero, tuttavia, conseguentemente e seconda­riamente, li destinò anche ad assistere, glorificare, onora­re, riverire e servire, sia l'umanità divinizzata nel Verbo eterno, riconoscendola per capo, sia la sua santissima ma­dre Maria, regina degli stessi angeli, perché fosse loro or­dinato di portarli sulle loro mani in tutte le loro vie. In questa fase Cristo nostro Signore, con i suoi infiniti me­riti presenti e previsti, meritò loro tutta la grazia che do­vevano ricevere, essendo allo stesso tempo istituito loro capo, esempio e supremo re del quale sarebbero stati ser­vi. E sebbene il numero degli angeli fosse quasi infinito, i meriti di Cristo nostro bene furono più che sufficienti per meritare loro la grazia.

47. A questo momento appartiene la predestinazione degli angeli buoni e la riprovazione dei cattivi. In esso Dio, nella sua scienza infinita, vide e conobbe col dovu­to ordine tutte le opere degli uni e degli altri. Pertanto, con la sua libera volontà e liberale misericordia, prede­stinò quelli che lo avrebbero ubbidito e riverito e riprovò quelli che per il loro disordinato amor proprio si sareb­bero levati in superbia e disobbedienza contro la sua Mae­stà. Contemporaneamente decise di creare il cielo empireo, dove manifestare la sua gloria e premiare in essa i buoni, nonché la terra e il resto per le altre creature e, nel centro e profondo di essa, l'inferno, per il castigo de­gli angeli cattivi.

48. Nel sesto momento fu stabilito di creare un popo­lo, un gruppo di uomini per Cristo già prima determina­to nella mente e volontà divina. Fu deciso di formare l'uo­mo a sua immagine e somiglianza, affinché il Verbo in­carnato avesse fratelli somiglianti ed inferiori e un popo­lo della sua stessa natura, di cui essere capo. In tale istan­te fu determinato l'ordine della creazione di tutta l'uma­na stirpe, la quale doveva avere origine da un uomo e una donna soli e da loro propagarsi fino alla Vergine e al suo Figlio, nell'ordine concepito. Si ordinarono anche, per i meriti dello stesso Cristo nostro bene, la grazia e i doni che sarebbero stati loro elargiti, nonché la giustizia origi­nale, nel caso in cui avessero voluto perseverare in essa. Fu prevista la caduta di Adamo e, in lui, di tutti, fuorché della Regina, che in questo decreto non fu compresa. Fu ordinata la riparazione e che perciò Cristo fosse disposto alla sofferenza: per liberale grazia furono eletti i prede­stinati e per retta giustizia furono riprovati i presciti. Fu ordinato tutto ciò che è necessario e conveniente per la conservazione dell'umana natura e per conseguire questo fine della redenzione e della predestinazione, lasciando li­bera la volontà agli uomini, dato che questo era più conforme alla loro natura e alla divina giustizia. E non fu per loro un aggravio perché, se col libero arbitrio avreb­bero potuto peccare, altresì con la grazia e con la luce della ragione avrebbero potuto non farlo. Inoltre Dio non voleva violentare nessuno, come pure a nessuno viene me­no o nega il necessario. Infatti, avendo egli scritto la sua legge in tutti i cuori degli uomini, nessuno può discol­parsi se non lo riconosce e non lo ama come sommo Be­ne e autore di tutto il creato.

49. Nel comprendere questi misteri, mi si mostrarono con grande chiarezza e forza i motivi altissimi che i mor­tali hanno di lodare e adorare la grandezza del Creatore e redentore di tutti, per essersi manifestato in queste opere e averci dimostrato la sua magnificenza. Ma, nello stesso tempo, conobbi quanto essi sono tardi nel riconoscere que­sti doveri e nel ricambiarlo di tali benefici. Per questo l'Al­tissimo si lamenta e si sdegna di tanto oblìo. E mi co­mandò ed esortò a fare bene attenzione a non cadere io pure in tale ingratitudine, ma piuttosto ad offrirgli un sa­crificio di lode e un cantico nuovo, affinché anzi lo ma­gnificassi al posto di tutte creature.

50. O altissimo e incomprensibile Signore mio! Chi po­trebbe avere l'amore e la perfezione di tutti gli angeli e i giusti per proclamare ed esaltare degnamente la tua gran­dezza! Confesso, grande e potente Signore, che questa crea­tura vilissima non poté meritare un così grande beneficio, quale è il darmi questa conoscenza e questa luce così chia­ra della tua altissima Maestà, alla cui vista ora compren­do anche la mia piccolezza, che prima ignoravo, non co­noscendo quale e quanta sia la virtù dell'umiltà che si ap­prende in questa scienza. Non che io voglia dire che ora la possieda, ma neanche nego che conobbi il cammino si­curo per trovarla, poiché la tua luce, o Altissimo, m'illu­minò, la tua lampada m insegno i sentieri per vedere ciò che ero e che sono, e per temere quello che posso diveni­re. Rischiarasti, o Re altissimo, il mio intelletto ed in­fiammasti la mia volontà con l'oggetto nobilissimo di que­ste facoltà, attirandomi tutta al tuo volere. E questo con­fesso a tutti i mortali, perché mi abbandonino ed io ab­bandoni loro. Io sono per il mio diletto e, quantunque non lo meriti, il mio diletto è per me. Rinvigorisci, o Signore, la mia fiacchezza, affinché io corra dietro alla fragranza dei tuoi profumi, e correndo ti raggiunga, e raggiungen­doti non ti lasci né ti perda.

51. In questo capitolo la mia espressione è inadeguata e incerta, poiché se ne potrebbero fare molti libri, ma tac­cio, perché non so parlare e sono donna ignorante, e per­ché il mio intento è stato solamente quello di manifestare come la Vergine madre fu pensata e prevista ante saecula nella mente divina. Per quello che ho compreso di questi altissimi misteri, mi rivolgo al mio cuore e, tutta raccolta in me stessa, in una silenziosa ammirazione, esalto l'Au­tore di siffatte grandezze col cantico dei beati, dicendo:

«Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti».

 

CAPITOLO 5

 

La conoscenza che l'Altissimo mi diede della sacra Scrittu­ra, riguardo al capitolo ottavo dei Proverbi, a conferma del capitolo precedente.

 

52. Parlerò, o Signore, con la tua grande Maestà, poi­ché sei il Dio della misericordia, sebbene io sia polvere e cenere, e supplicherò la tua incomprensibile grandezza af­finché dal tuo trono altissimo tu guardi a questa vilissima e inutilissima creatura, e affinché tu mi sia propizio, con­tinuando a darmi la tua luce per illuminare il mio intel­letto. Parla, o Signore, la tua serva ascolta. Parlò dunque l'Altissimo che corregge i saggi e, rimandandomi al capi­tolo ottavo dei Proverbi, mi illuminò su questo mistero, co­me è lì contenuto, e innanzi tutto me ne rivelò il senso let­terale, che è il seguente:

53. Il Signore mi possedette nel principio delle sue vie, prima che facesse cosa alcuna, dal principio. Fui ordinata dall'eternità e dalle cose antiche, prima che fosse fatta la ter­ra. Ancora non esistevano gli abissi e già io ero concepita; ancora non erano scaturite le sorgenti delle acque, né i mon­ti si erano stabiliti col loro greve peso; prima dei colli io ve­nivo generata, prima che facesse la terra, i fiumi e i cardini del mondo; quando preparava i cieli, io ero presente; quan­do con legge certa e tracciando un cerchio arginava gli abis­si, quando nell'alto dava consistenza ai cieli e pesava le fon­ti delle acque; quando circondava il mare col suo confine e dava ordine alle acque perché non uscissero dai loro confi­ni; quando poneva le fondamenta della terra, io ero con lui, disponendo tutte le cose, ogni giorno mi dilettavo, scherzando continuamente dinanzi a lui, scherzando sul globo terrestre, e la mia delizia era stare con i figli degli uomini.

54. Sin qui è il passo dei Proverbi su cui l'Altissimo mi illuminò. Anzitutto intesi che tratta delle idee e dei decre­ti presenti nella sua mente divina prima di creare il mon­do; compresi che letteralmente parla della Persona del Ver­bo incarnato e della sua Madre santissima e misticamente dei santi angeli e profeti; poiché prima di fissare e forma­re le idee per creare il resto delle creature materiali, ideò e determinò l'umanità santissima di Gesù Cristo e della sua purissima Madre: questo significano le prime parole.

55. Il Signore mi possedette nel principio delle sue vie. In Dio non vi furono vie, né la sua divinità ne aveva bi­sogno, eppure le fece, perché per queste vie tutte le crea­ture capaci di conoscerlo io conoscessero e si recassero a lui. In questo principio, prima che nella sua idea creasse qualunque altra cosa, e quando voleva fare sentieri ed apri­re cammini nella sua mente divina per comunicare la sua divinità e per dare inizio a tutto, dapprima stabilì di crea­re l'umanità del Verbo, che doveva essere la via per cui gli altri sarebbero andati al Padre. Insieme a questo decreto vi fu quello relativo alla sua santissima Madre, per mezzo della quale la Divinità doveva venire nel mondo, forman­dosi e nascendo da lei come Dio e come uomo. Perciò di­ce: «Dio mi possedette». Infatti la Maestà divina li posse­dette ambedue. Possedette il Figlio in quanto Dio, perché come tale già era possesso, proprietà e tesoro del Padre, senza potersene separare, dato che sono una stessa so­stanza divina con lo Spirito Santo. Non meno lo posse­dette in quanto uomo, per la conoscenza e il decreto del­la pienezza di grazia e di gloria che gli avrebbe elargito fin dalla sua creazione ed unione ipostatica. Ma poiché ta­le decreto e possesso non si doveva eseguire se non per mezzo della Madre, che avrebbe generato e partorito il Ver­bo, giacché non stabilì di crearne il corpo dal niente, né da altra materia, era conseguente che egli possedesse co­lei che doveva dargli forma umana. E così la possedette e la riservò per sé in quello stesso istante, volendo efficacemente che in nessun tempo e momento avesse diritto o parte in lei, per quanto spetta alla grazia, il genere uma­no, né alcun altro, ma solamente lui, il Signore. Egli si impadronì di questa proprietà come di parte unicamente sua, come doveva essere per dargli forma umana della sua stessa sostanza; solo lei poteva chiamarlo figlio ed egli po­teva chiamare solo lei madre, e madre degna di avere un Dio per figlio, volendosi Dio fare uomo. Ora, come tutto questo precedeva in dignità tutto il creato, così dovette an­che precedere nella volontà e mente del supremo Creato­re. Perciò dice:

56. Prima che facesse cosa alcuna, dal principio. Fui or­dinata dall'eternità e dalle cose antiche. In questa eternità di Dio, che noi concepiamo ora come rappresentandoci un tempo interminabile, quali erano le cose antiche, se non ve n'era ancora nessuna creata? È’ chiaro che egli parla del­le tre Persone divine e vuol dire che dalla sua divinità sen­za principio e da quelle cose che solo sono antiche, cioè la Trinità indivisa - poiché il resto, che ha principio, è tut­to nuovo - l'unione del Verbo eterno con l'umanità per mezzo della santissima Vergine fu ordinata quando solo esistere l'antico Increato e prima che s'immaginasse il fu­turo da crearsi. Entro questi due estremi si pose al centro l'unione ipostatica, con l'intervento di Maria santissima, co­sicché entrambi, Cristo e Maria, furono ordinati immedia­tamente dopo Dio e prima di ogni altra creatura. Tale or­dine fu il più ammirabile che mai si fece e che mai si farà. Così la prima e più stupenda immagine della mente di Dio, dopo l'eterna generazione, fu quella di Cristo, e subito do­po quella della sua Madre.

57. Di fatto, quale altro, se non questo, può essere sta­to l'ordine che qui si pone in Dio: in lui l'ordine consiste nell'essere tutto unito ciò che ha in se stesso, senza biso­gno che una cosa tenga dietro all'altra, né che alcuna si perfezioni aspettando le perfezioni dell'altra, succedendosi tra loro stesse. Tutto fu ordinatissimo nella sua eterna na­tura, lo è e sempre lo sarà. Quello che ordinò fu che la per­sona del Figlio s'incarnasse e da questa umanità divinizza­ta cominciasse l'ordine del volere divino e dei suoi decreti, che fosse il capo e l'esempio di tutti gli altri uomini e di tutte le altre creature, al quale tutti fossero ordinati e su­bordinati. Questo infatti era il più perfetto ordine ed ac­cordo nell'armonia delle creature: che uno fosse primo e superiore e da lui avesse inizio l'ordine di tutta la natura, specialmente quella dei mortali. Ma tra questi la prima era la Madre dell'uomo-Dio, come la suprema tra le semplici creature umane, la più vicina a Cristo e, per mezzo di lui, alla Divinità. Con tale ordine cominciò a sgorgare dal tro­no di Dio l'acqua di fonte cristallina, in maniera che scor­resse prima verso l'umanità del Verbo, e subito dopo verso la sua santissima Madre nel grado e nel modo possibile ad una semplice creatura, ma altresì adeguato ad una creatu­ra che fosse Madre dello stesso creatore. Ora, era opportu­no che tutti gli attributi divini si effondessero in lei e che non gliene fosse negato alcuno, per quanto fosse capace di riceverne, essendo inferiore unicamente a Cristo nostro Si­gnore, ma incomparabilmente superiore in gradi di grazia a tutte le altre creature capaci di grazia e di doni. Questo fu l'ordine disposto dalla Sapienza: incominciare da Cristo e dalla Madre sua; per questo il testo aggiunge:

58. Prima che fosse fatta la terra. Ancora non esistevano gli abissi e già io ero concepita. La terra di cui qui si parla è quella del primo Adamo. Prima che si decidesse la sua formazione e che nella mente divina si formassero gli abis­si delle idee ad extra, Cristo e la Madre sua erano già ideati e formati. Si chiamano abissi perché tra l'essere di Dio increato e quello delle creature vi è una distanza infinita e questa, a nostro modo d'intendere, fu misurata solo quan­do le creature furono ideate e formate, poiché proprio al­lora furono nel loro modo quegli abissi di distanza im­mensa. Ma prima di tutto questo il Verbo era già concepi­to: non solo per la generazione eterna del Padre, ma anche perché era stabilita e concepita nella mente divina la sua generazione temporale da Madre vergine piena di grazia, mentre senza la madre, e tale madre, non si poteva deter­minare questa generazione temporale con efficace e com­piuto decreto. Qui dunque, in quella immensità beatifica fu concepita, allora, Maria santissima e la sua memoria eter­na fu scritta nel seno di Dio, affinché per tutti i secoli e l'e­ternità non fosse mai cancellata. Così restò impressa e di­segnata dal supremo Artefice nella sua mente divina e pos­seduta dal suo amore con inseparabile amplesso.

59. Ancora non erano scaturite le sorgenti delle acque. Ancora le immagini e le idee delle creature non erano usci­te dall'origine e dal principio loro, dato che non erano an­cora sgorgate le fonti della Divinità, per mezzo dei canali della bontà e della misericordia affinché la volontà divina decidesse l'universale creazione e la comunicazione dei suoi attributi e delle sue perfezioni. Infatti, rispetto a tutto il resto dell'universo, queste acque e queste sorgenti erano an­cora trattenute e racchiuse nell'immenso pelago della Divi­nità, non avendo nel loro stesso essere scaturigini né cor­renti per manifestarsi e non essendo state inviate agli uo­mini; ma appena cominciarono ad esistere, furono indiriz­zate a Cristo e alla sua Madre vergine. Quindi si aggiunge:

60. Né i monti si erano stabiliti col loro greve peso: per­ché fino ad allora Dio non aveva ancora deciso neppure la creazione degli alti monti, vale a dire dei Patriarchì, dei Profeti, degli Apostoli, dei Martiri e degli altri Santi di mag­giore perfezione, né ancora era stato stabilito il decreto di così importante decisione col suo greve peso e con la sua equità, in quel modo forte e soave che ha Dio nei suoi con­sigli e nelle sue grandi opere. Inoltre ella fu generata non solamente prima dei monti, che sono i grandi santi, ma pri­ma delle colline, che sono gli ordini dei santi angeli, prima dei quali fu formata nella mente divina sia l'umanità san­tissima di Gesù Cristo unita ipostaticamente al Verbo divino, sia la Madre che la generò. Questo Figlio e questa Ma­dre furono prima di tutti gli ordini angelici, per cui, se Da­vide disse nel salmo 8: Che cosa è l'uomo perché te ne ri­cordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi? Eppure l'hai fat­to poco meno degli angeli, tutti devono intendere e cono­scere che Cristo è insieme uomo e Dio, e che appunto per­ché è Dio, e ad un tempo uomo superiore, sta al di sopra di tutti gli uomini e di tutti gli angeli, e tutti sono inferio­ri e servi suoi. Ne consegue che egli è primo nella mente e nella volontà divina e, unitamente e inseparabilmente con lui, vi è una Donna e vergine purissima, perché madre sua e quindi superiora e regina di ogni altra creatura.

61. Intanto se l'uomo - come dice lo stesso salmo - fu coronato di onore e di gloria e costituito sopra tutte le ope­re delle mani del Signore, questo fu perché l'uomo-Dio suo capo gli meritò tale corona, come meritò quella che ebbe­ro gli angeli. Di conseguenza, lo stesso salmo, dopo aver detto che l'uomo fu abbassato ad essere inferiore agli an­geli, aggiunge che lo costituì sopra le opere delle sue mani, cioè anche sopra gli angeli, perché anch'essi sono ope­ra delle sue mani. E così Davide comprese tutto dicendo che Dio fece gli uomini poco inferiori agli angeli, ma che, se erano inferiori nella natura, doveva pure esservene uno che fosse superiore e costituito sopra gli stessi angeli per­ché anch'essi opera delle mani di Dio. Questa superiorità aveva origine dall'essere della grazia, cioè non derivava so­lo dalla divinità unita all'umanità, ma anche dall'umanità stessa, in virtù della grazia che dall'unione ipostatica sa­rebbe risultata in essa e poi nella sua Madre santissima. Non solo, ma persino alcuni dei santi, in virtù dello stes­so Signore incarnato, possono conseguire un grado ed un seggio superiore agli stessi angeli. Ora, dice:

62. Io venivo generata ed è più che dire concepita. Infatti, l'essere concepita si riferisce all'intelletto divino del­la beatissima Trinità quando fu conosciuta e quando fu co­me discussa l'opportunità dell'incarnazione, mentre l'esse­re generata si riferisce alla volontà che decise quest'opera perché fosse eseguita efficacemente, poiché la santissima Trinità nel suo divino concistoro stabilì e in un certo sen­so eseguì prima di tutto in se stessa quest'opera meravi­gliosa dell'unione ipostatica e dell'essere di Maria santissi­ma. Perciò, in questo capitolo, prima dice che fu concepi­ta e poi che fu generata, ossia costituita, perché dapprima fu conosciuta e subito dopo determinata e voluta.

63. Prima che facesse la terra, i fiumi e i cardini del mon­do. Prima di formare un'altra terra - perciò ripete due vol­te terra - cioè quella del paradiso terrestre, dove il primo uomo fu trasportato dopo essere stato creato dalla prima terra, dalla polvere (dal campo di Damasco), prima di que­sta seconda terra in cui l'uomo peccò, fu stabilito di crea­re l'umanità del Verbo, nonché la materia da cui doveva essere formato, che era la Vergine, dato che Dio doveva prevenirla affinché non avesse parte nel peccato, né fosse ad esso soggetta. I fiumi e i cardini del mondo sono la Chiesa militante e i tesori della grazia e dei doni che con impeto dovevano sgorgare dalla sorgente della Divinità, raggiungendo tutti, e, in modo particolarmente efficace, i santi e gli eletti. Essi appunto come cardini si muovono in Dio, rimanendo dipendenti dal suo volere attraverso le virtù della fede, della speranza e della carità, mediante le quali si sorreggono, si animano e si regolano, muovendosi ver­so il sommo bene ed ultimo fine, nonché verso le relazio­ni con gli uomini, senza perdere i cardini a cui si appog­giano. Ancora qui si comprendono i sacramenti e l'ordi­namento della Chiesa, la sua protezione ed invincibile fermezza, la sua bellezza e santità senza macchia né ruga perché appunto ciò significano questo «mondo» e questi «fiumi» della grazia. Ora, prima che l'Altissimo preparas­se tutto ciò, ordinasse questo «mondo» e corpo mistico di cui Cristo nostro bene doveva essere capo, decise l'unione del Verbo con la natura umana e ne stabilì la Madre, per mezzo ed intervento della quale avrebbe operato queste meraviglie nel mondo.

64. Quando preparava i cieli, io ero presente. Quando pre­parava e predisponeva il cielo e il premio che voleva elar­gire ai giusti figli di questa Chiesa dopo il loro esilio, era lì presente l'umanità unita col Verbo, meritando loro come ca­po la grazia, e con lui era presente altresì la sua Madre san­tissima. Dio, avendo preparato al Figlio e alla Madre la mag­gior parte di tale gloria, sul loro esempio, preparava e pre­disponeva quella che voleva dare agli altri santi.

65. Quando con legge certa e tracciando un cerchio ar­ginava gli abissi... Questo versetto sta a significare che Dio decideva di cingere gli abissi della sua divinità nella Per­sona del Figlio, con legge e confine certi, che nessun vi­vente avrebbe potuto vedere né comprendere, quando fa­ceva questo cerchio e questa specie di argine. In esso nes­suno mai poté, né può, penetrare fuorché il solo Verbo - dato che egli solo può comprendere se stesso - per umi­liarsi e racchiudere la divinità nell'umanità, la divinità ed umanità insieme prima nel ventre di Maria santissima e poi nella piccola quantità e nelle specie del pane e del vino, e infine con esse nell'angusto petto di un uomo pec­catore e mortale. Tutto questo indicavano quegli abissi, quella legge, quel cerchio o confine, che chiama legge cer­ta sia per il molto che comprende, sia per segnare la cer­tezza di questo fatto, che pareva impossibile ad essere quanto malagevole a spiegarsi. Invero, non pare che Dio potesse sottostare a una legge, né chiudersi entro limiti de­terminati, eppure tanto poté fare e rese possibile la sa­pienza e la potenza del Signore stesso, nascondendosi in una cosa limitata.

66. Quando nell'alto dava consistenza ai cieli e pesava le fonti delle acque; quando circondava il mare col suo confine e dava ordine alle acque perché non uscissero dai lo­ro confini. Qui ai giusti dà il nome di cieli, perché lo so­no, poiché Dio ha in loro la sua dimora per mezzo della grazia, per la quale dà ad essi sede e fermezza, sollevan­doli - quantunque viatori - al di sopra della terra, se­condo le disposizioni di ciascuno, e poi, nella Gerusa­lemme celeste, dà loro luogo e sede, secondo i loro me­riti. Per essi soppesa le fonti delle acque e le divide, di­stribuendo a ciascuno con equità e peso i doni della gra­zia e della gloria, le virtù, gli aiuti e le perfezioni, se­condo quello che la divina sapienza dispone. Quando fu deciso di fare questa divisione delle acque, fu stabilito di dare all'umanità unita al Verbo tutto il mare della grazia e dei doni che gli derivava dalla divinità in quanto Uni­genito del Padre. Ora, benché questo mare fosse infinito, gli si pose un confine, che fu l'umanità in cui abita la pienezza della divinità. In questo confine rimase nasco­sta trentatré anni, per poter abitare con gli uomini, e per­ché non accadesse a tutti come ai tre Apostoli sul Tabor. Nello stesso istante in cui tutto questo mare e queste fon­ti della grazia giunsero a Cristo Signore nostro, come im­mediato alla Divinita, ridondarono anche nella sua Ma­dre santissima come immediata al suo Figlio unigenito. Infatti senza la Madre, e tale madre, non sarebbero stati disposti ordinatamente, con tutta perfezione, i doni del suo Figlio, né poteva cominciare con altro fondamento l'ammirabile armonia della creazione celeste e spirituale, nonché la distribuzione dei doni nella Chiesa militante e in quella trionfante.

67. Quando poneva le fondamenta della terra, io ero con lui, disponendo tutte le cose. Le opere ad extra sono co­muni a tutte e tre le Persone divine, perché tutte sono un solo Dio, una sola sapienza, un solo potere, cosicché era necessario e inevitabile che il Verbo, in cui secondo la Di­vinità furono fatte tutte le cose, fosse col Padre per farle. Ma qui dice di più, perché anche in quanto uomo il Ver­bo era già presente nella volontà divina con la sua Madre santissima, dato che, come per mezzo del Verbo in quan­to Dio furono fatte tutte le cose, così in primo luogo per lui, come il fine più nobile e degno, furono create le fon­damenta della terra e tutto quanto è contenuto in essa. Per questo dice:

68. Ogni giorno mi dilettavo, scherzando continuamente dinanzi a lui, scherzando sul globo terrestre. Il Verbo in­carnato gioiva tutti i giorni, perché conosceva tutti i gior­ni dei secoli e le vite dei mortali che, confrontate con l'e­ternità, sono un breve giorno. Di questo gioiva: che la suc­cessione dei secoli avrebbe avuto un termine, affinché, compiuto l'ultimo giorno in tutta perfezione, gli uomini godessero della grazia e corona di gloria. Gioiva, come enu­merando i giorni in cui sarebbe disceso dal cielo in terra ad assumere la natura umana. Sapeva che i pensieri e le opere degli uomini erano come uno scherzo e che tutti era­no burla ed inganno. Guardava ai giusti, che, comunque deboli e limitati, erano tuttavia adatti a ricevere la comu­nicazione e manifestazione della sua gloria e delle sue per­fezioni. Guardava il suo stesso essere immutabile, la po­chezza degli uomini e come doveva incarnarsi tra loro; si dilettava nelle sue stesse opere, particolarmente in quelle che disponeva per la sua Madre santissima, dalla quale gli era tanto gradito prendere forma d'uomo, facendola degna di un'opera così ammirabile. Erano questi i giorni nei qua-li il Verbo incarnato si deliziava. E siccome al concepire e ideare tutte queste opere e alla decisione efficace della di­vina volontà, doveva seguire l'esecuzione di tutte, il Verbo divino aggiunse:

69. La mia delizia era stare con i figli degli uomini. La mia delizia è patire per loro e favorirli, il mio piacere è mo­rire per loro, la mia letizia essere loro maestro e riparatore. La mia delizia è sollevare il povero dalla polvere e unir­mi all'umile, per questo abbassare la mia divinità, copren­dola e nascondendola con la loro natura: annichilirmi e umi­liarmi, sospendendo la gloria del mio corpo per farmi pas­sibile e meritare loro l'amicizia del Padre mio, divenire me­diatore tra la sua giustissima indignazione e la malizia de­gli uomini ed essere loro esempio e capo, che possano imi­tare e seguire. Queste sono le delizie del Verbo incarnato.

70. O Bontà incomprensibile ed eterna, quanto ammi­rata e sospesa io rimango, vedendo le immensità del vostro essere immutabile a confronto con la piccolezza dell'uomo! E quanto ancora vedendo il vostro amore farsi mediatore tra due estremi di tanto incomparabile distanza, amore in­finito per una creatura non solamente piccola, ma anche ingrata! Oh, su quale oggetto basso e vile voi ponete, o Si­gnore, i vostri occhi, e su quanto nobile oggetto poteva e doveva l'uomo porre gli occhi e gli affetti suoi, in vista di un così grande mistero! Sospesa nella meraviglia e nella te­nerezza del mio cuore, lamento la sventura dei mortali, le tenebre e la cecità loro, perché non si dispongono a cono­scere quanto presto la vostra Maestà cominciò a guardarli e a preparare loro la vera felicità, con tanta cura e con tan­to amore, come se nella loro consistesse la vostra.

71. Fin da principio, ab initio, il Signore ebbe presente nella sua mente tutte le opere e il loro ordinamento, così come le doveva creare: le numerò e pesò con la sua equità e rettitudine. E come sta scritto nella Sapienza, conobbe la disposizione del mondo prima di crearlo, il principio, il mez­zo e la fine dei tempi, i loro mutamenti, il ciclo degli anni, la disposizione delle stelle, la forza degli elementi, la natu­ra degli animali, l'istinto delle bestie, la forza dei venti, le differenze delle piante, le virtù delle radici e i pensieri degli uomini. Tutto soppesò e numerò, e non solamente le creature materiali e razionali, come suona alla lettera, ma tutte lé altre che misticamente sono da queste significate e che tralascio, perché ora non è questo il mio intento.

 

CAPITOLO 6

 

Il dubbio che presentai al Signore sull'insegnamento di que­sto capitolo e la rispettiva risposta.

 

72. Circa l'intelligenza e l'insegnamento dei capitoli pre­cedenti, mi si presentò un dubbio, provocato da ciò che molte volte ho udito da persone dotte, cioè argomenti di cui si disputa nelle scuole. Il dubbio era questo: forse che il motivo principale per cui il Verbo divino s'incarnò fu quello di farlo capo e primogenito di tutte le creature e di comunicare ai predestinati - per mezzo dell'unione ipo­statica con la natura umana - i suoi attributi e le sue per­fezioni nel modo conveniente per grazia e per gloria? Fu dunque un fine secondario assumere la natura passibile e morire per gli uomini? Se è vero tutto questo, come mai nella santa Chiesa vi sono, al riguardo, tante opinioni di­verse? Anzi, la più comune è che il Verbo eterno sia sce­so dal cielo con l'intento principale di redimere gli uomi­ni per mezzo della sua passione e morte.

73. Presentai con umiltà questo dubbio al Signore e sua Maestà si degnò di rispondermi, dandomi insieme una com­prensione e una luce molto grande, nella quale conobbi e compresi molti misteri, che non potrò spiegare perfetta­mente, per la profondità di significato delle parole che il Signore mi rivolse in risposta. Egli così mi disse: «Sposa e colomba mia, ascolta, perché come tuo Padre e maestro vo­glio rispondere al tuo dubbio e ammaestrarti nella tua igno­ranza. Considera attentamente che il fine principale e le­gittimo della decisione che presi di comunicare la mia di­vinità nella persona del Verbo unita ipostaticamente alla na­tura umana, fu la gloria che da questa comunicazione doveva risultare al mio nome e alle creature capaci di quella gloria che io volli dare loro. Questo decreto si sarebbe sen­za dubbio attuato mediante l'incarnazione anche se il pri­mo uomo non avesse peccato, perché fu irrevocabile e in­condizionato nella sostanza. La mia volontà, che in primo luogo fu quella di comunicarmi all'anima e all'umanità unita al Verbo, doveva dunque essere efficace poiché ciò era conforme alla mia santità e alla rettitudine delle mie ope­re; perciò, sebbene tale decreto fosse l'ultimo nell'esecuzio­ne, fu il primo nell'intenzione. E se io tardai ad inviare il mio Unigenito, fu perché stabilii di preparargli prima nel mondo un gruppo eletto e santo di giusti, i quali, dato il presupposto del peccato comune, sarebbero stati come ro­se tra le spine degli altri peccatori. Ma, vista la caduta del genere umano, decisi espressamente che il Verbo venisse nel mondo in forma passibile e mortale per redimere il suo popolo, di cui era capo. Ciò avvenne affinché si manife­stasse e si conoscesse ancor meglio il mio amore infinito verso gli uomini e si desse così debita soddisfazione alla mia equità e alla mia giustizia, cosicché, essendo un uomo ed essendo il primo ad esistere colui che peccò, fosse al­tresì un uomo, e fosse il primo nella dignità, il Redentore; infine, affinché gli uomini conoscessero in ciò la gravità del peccato ed uno solo fosse l'amore di tutte le anime, come uno solo è anche il Creatore, il vivificatore, il redentore e colui che li deve giudicare. Inoltre, volli costringere i mor­tali a questa gratitudine e a questo amore non castigandoli, come gli angeli apostati, senza possibilità di appello; al contrario invece, perdonai all'uomo e l'aspettai, e lo fornii di un opportuno rimedio, esercitando il rigore della mia giustizia nel mio Figlio unigenito e facendo penetrare nel­l'uomo la pietà della mia grande misericordia».

74. «Affinché tu intenda meglio la risposta al tuo dub­bio, devi considerare bene che, non essendoci nei miei de­creti successione di tempo, né avendone io necessità per operare ed intendere, coloro che dicono che il Verbo s'in­carnò per redimere il mondo, dicono bene, e coloro che dicono che si sarebbe ugualmente incarnato se l'uomo non avesse peccato, parlano altrettanto bene, se però s'intende con verità. Infatti, se Adamo non avesse peccato, sarebbe disceso dal cielo nella forma che per quello stato sarebbe stata opportuna, ma poiché peccò, emanai il secondo de­creto, che cioè discendesse passibile perché, visto il pec­cato, conveniva che lo riparasse così come fece. E sicco­me desideri sapere in quale modo si sarebbe verificato que­sto mistero dell'incarnazione del Verbo se l'uomo avesse conservato lo stato d'innocenza, sappi che la forma uma­na sarebbe stata la medesima nella sostanza, ma col dono dell'impassibilità ed immortalità, quale ebbe il mio Unige­nito dopo che risuscitò, fino a quando non salì al cielo. Avrebbe così vissuto e conversato con gli uomini e i mi­steri sarebbero stati a tutti manifesti. Molte volte avrebbe rivelato la sua gloria, come fece una sola volta quando vis­se come mortale. Ma quello che mostrò ed operò dinanzi a tre apostoli nello stato mortale, lo avrebbe manifestato, nello stato di immortalità, dinanzi a tutti, e tutti i viatori avrebbero visto il mio Unigenito con grande gloria e con la sua conversazione si sarebbero consolati, né avrebbero posto impedimento ai suoi divini effetti, perché sarebbero stati senza peccato. Tuttavia la colpa impedì e distrusse tutto questo e per essa fu opportuno che venisse in forma passibile e mortale».

75. «Ora l'esistenza, nella mia Chiesa, di opinioni di­verse circa questi ed altri misteri, è nata da questo: ad al­cuni maestri io rivelo alcuni misteri e ad altri ne manife­sto di diversi, perché i mortali non sono capaci di riceve­re tutta la luce. Né era conveniente che, finché sono viatori, si desse ad uno solo di essi la conoscenza di tutte le cose, perché, anche nello stato di beati, la ricevono per parti e la si dà loro proporzionata allo stato e ai meriti di ciascuno, secondo i criteri distributivi della provvidenza. Infatti la pienezza era solamente dovuta all'umanità del mio Unigenito e, rispettivamente, a sua Madre. Gli altri mortali non la ricevono tutta, né sempre abbastanza chia­ra da poter essere certi in tutto; perciò l'acquistano con fa­tica, con l'uso delle lettere e delle scienze. Inoltre, quan­tunque nelle mie Scritture vi siano tante verità rivelate, tut­tavia, siccome molte volte io li lascio nella conoscenza na­turale - sebbene talora io li illumini dall'alto - ne segue che i misteri vengono compresi con diversità di pareri, si trovano differenti spiegazioni e sensi nelle Scritture e cia­scuno segue la sua opinione, così come le intende. E ben­ché il fine di molti sia buono, e la luce e la verità nella sostanza sia una sola, tuttavia s'intende e si usa di essa con diversità di giudizi ed inclinazioni, a seconda che gli uni siano più propensi ad alcuni maestri e gli altri più ad altri; da qui nascono tra loro stessi le controversie».

76. «Tra le altre cause per cui è più comune l'opinione che il Verbo sia sceso dal cielo col principale intento di re­dimere il mondo, una è data dal fatto che il mistero della redenzione e il fine di queste opere è più conosciuto e ma­nifesto, perché si compie e si ripete tante volte nelle sacre Scritture. Al contrario, il fine dell'impassibilità non fu sta­bilito né deciso in modo assoluto ed esplicito, per cui tut­to quello che sarebbe appartenuto a questo stato rimase nascosto e nessuno può saperlo con certezza, se non colui al quale in particolare io darò luce o rivelerò ciò che è op­portuno di quel decreto e dell'amore che portiamo alla na­tura umana. E sebbene questo potrebbe muovere molto i mortali se lo considerassero e penetrassero, tuttavia il de­creto e le opere della redenzione dalla loro caduta sono più potenti ed efficaci per muoverli e attirarli alla conoscenza ed al contraccambio del mio immenso amore, che è il fine delle mie opere. Perciò faccio in modo che questi motivi e misteri siano più presenti e più trattati, perché è conveniente così. E considera che in un'opera possono an­che esservi due fini, quando uno si pone sotto qualche con­dizione, come fu quello che, se l'uomo non avesse pecca­to, il Verbo non sarebbe disceso in forma passibile, ma che, se avesse peccato, sarebbe stato passibile e mortale; così, in qualsiasi caso, non si sarebbe tralasciato di compiere l'incarnazione. Io voglio che i misteri della redenzione sia­no riconosciuti, stimati e tenuti sempre presenti, per dar­mene il contraccambio. Non altrimenti, però, voglio che i mortali riconoscano il Verbo incarnato come loro capo e come causa finale della creazione di tutto il resto della na­tura umana, poiché - dopo quello della mia benignità - egli fu il principale motivo che ebbi per dare l'esistenza al­le creature. Per questo deve essere onorato non solamen­te perché redense il genere umano, ma anche perché die­de motivo alla sua creazione».

77. «Sappi inoltre, mia sposa, che io permetto e di­spongo che molte volte i dottori e i maestri esprimano opi­nioni diverse, affinché gli uni dicano il vero e gli altri, con le forze naturali del loro ingegno, dicano ciò che è dub­bio; altre volte permetto anche che dicano quello che non è, quantunque non discordi subito dalla verità oscura del­la fede, nella quale tutti i fedeli stanno fermi. Infine altre volte permetto che dicano quello che è possibile, secondo ciò che essi intendono. E con questa varietà si va inda­gando la verità e la luce, e ancor più si manifestano i mi­steri nascosti, poiché il dubbio serve di stimolo all'intel­letto per investigare la verità. In questo le controversie dei maestri hanno un'onesta e santa causa. Ne segue anche che si conosce, dopo tante diligenze e tanti studi dei gran­di e perfetti dottori e sapienti, che vi è nella mia Chiesa una scienza che li rende superiori a tutti i saggi del mon­do, ma che vi è in pari tempo, sopra tutti, colui che cor­regge i saggi, e sono io, che solo so tutto e tutto com­prendo e misuro senza poter essere misurato né compre­so; infine gli uomini, per quanto scrutino i miei giudizi e le mie testimonianze, non potranno mai intenderli perfet­tamente, se io, che sono il principio e l'autore di ogni sa­pienza e conoscenza, non avrò dato loro l'intelligenza e la luce. Sapendo questo i mortali, voglio che mi lodino, ma­gnifichino, proclamino, esaltino e glorifichino».

78. «Nondimeno è mio volere che i dottori acquistino per sé molta grazia, luce e gloria con il loro impegno one­sto, lodevole e santo, che si vada sempre più scoprendo ed appurando la verità con l'avvicinarsi di più alla sua origi­ne e così, investigando con umiltà i misteri e le opere am­mirabili della mia destra, vengano ad esserne partecipi, go­dendo del pane dell'intelletto delle mie Scritture. Grande provvidenza ho usato io coi dottori e i maestri, benché le loro opinioni e i loro dubbi siano stati tanto diversi e con differenti fini. Infatti il loro contrastarsi e contraddirsi a vicenda talvolta è per mia maggior gloria ed onore, altre volte è per altri fini di natura terrena. Questa rivalità e passione ha fatto in modo che procedessero e procedano per vie diverse. Pur con tutto ciò li ho guidati, retti, illu­minati, assistendoli con la mia protezione, in modo che la verità è stata ampiamente esplorata e manifestata, la luce per conoscere non poche delle mie perfezioni e opere me­ravigliose molto si è diffusa, e le sacre Scritture sono sta­te interpretate così profondamente, che ho trovato in ciò grande compiacimento. A causa di ciò il furore dell'infer­no, con incredibile invidia - molto più nei tempi presenti

- ha innalzato il suo trono d'iniquità, impugnando la ve­rità, presumendo di bersi il Giordano e di oscurare, con eresie e basse dottrine, la luce della fede, contro la quale ha seminato la sua falsa zizzania, con l'aiuto degli uomi­ni. Tuttavia la Chiesa e le sue verità si conservano in mo­do assolutamente perfetto, e i fedeli cattolici, sebbene non poco avvolti e accecati da altre miserie, per quanto ri­guarda la verità della fede, ne mantengono la luce in mo­do del tutto perfetto. Veramente io chiamo tutti con pa­terno amore a questo bene, ma pochi sono gli eletti che mi vogliono rispondere».

79. «La mia provvidenza dispone che vi siano tra i mae­stri molte opinioni affini e che sempre più si scrutino le mie testimonianze, con l'intento che agli uomini viatori, mediante l'accurata ricerca, gli studi e le loro fatiche, sia chiaro il midollo delle divine Scritture. Tuttavia voglio an­cora, o mia sposa, che tu intenda come gradirei molto che le persone dotte estinguessero e allontanassero da sé la su­perbia, l'invidia, l'ambizione dell'onore vano, le altre pas­sioni e gli altri vizi che da questo s'ingenerano; insomma, tutta la cattiva semenza che seminano i cattivi effetti di tali occupazioni e che io per ora non sradico, perché con essa non si sradichi anche quella buona». Questo mi ri­spose l'Altissimo, con molte altre cose che non posso ma­nifestare. Sia benedetta eternamente la sua grandezza, che si degnò d'illuminare la mia ignoranza e soddisfarla così adeguatamente e misericordiosamente, senza sdegnare la piccolezza di una donna insipiente e del tutto inutile. Gra­zie e lodi senza fine le rendano tutti gli spiriti beati e tut­ti i giusti della terra.

 

CAPITOLO 7

 

Come l'Altissimo diede inizio alle sue opere, creò tutte le co­se materiali per l'uomo e gli angeli e gli uomini perché for­massero un popolo, di cui il Verbo incarnato fosse capo.

 

80. Causa di tutte le cause, e creatore di tutto quello che esiste, fu Dio. Egli, col potere del suo braccio, volle dare inizio a tutte le sue ammirabili opere ad extra quan­do e come fu sua volontà. L'ordine e l'inizio di questa crea­zione viene da Mosè riferito nel primo capitolo del libro della Genesi e poiché il Signore me ne ha dato la com­prensione, dirò qui quello che conviene, per indagare sin dal loro principio le opere e i misteri dell'incarnazione del Verbo e della nostra redenzione.

81. Il capitolo primo della Genesi alla lettera dice così: In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era infor­me e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: «Sia la luce!». E la lu­ce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno. In questo primo giorno, la Genesi dice che in principio Dio creò il cielo e la terra, perché da ciò il Dio potente incominciò ad operare, stan­do nel suo essere immutabile e quasi uscendone per crea­re fuori da se stesso le creature, che in quel momento co­minciarono ad esistere in se stesse. E in certo qual modo Dio cominciò a ricrearsi nelle sue creature, quali opere ade­guatamente perfette. Inoltre, affinché anche il loro ordine fosse perfettissimo, prima di creare creature intellettuali e razionali, formò il cielo per gli angeli e gli uomini, e la terra, dove i mortali dovevano essere viatori. Tali luoghi erano così proporzionati ai loro fini e così perfetti, che, come dice Davide, i cieli narrano la gloria di Dio e il fir­mamento e la terra annunziano le opere delle sue mani. I cieli, con la loro armonia, manifestano la magnificenza e la gloria, perché sono deposito del premio preparato per i santi; il firmamento della terra annunzia che devono es­servi creature e uomini che l'abitino, innalzandosi per suo mezzo al Creatore. Ma prima di crearli, l'Altissimo volle preparare loro, creandolo, tutto il necessario per questo e per la vita che li avrebbe mandati a vivere, affinché da ogni parte si trovino costretti ad ubbidire e ad amare il loro Creatore e benefattore, e conoscano, per mezzo delle sue opere, l'ammirabile suo nome e le infinite sue perfezioni.

82. Della terra, la Genesi dice che era informe e non lo dice del cielo, perché in esso Dio creò gli angeli nell'istante in cui disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Infatti non parla della luce materiale soltanto, ma anche delle luci angeli­che e intellettuali. Né volle far più chiara menzione di lo­ro che chiamandoli con questo nome (luci), per l'indole de­gli ebrei troppo facile ad attribuire la divinità a cose nuo­ve ed altresì inferiori agli spiriti angelici. Tuttavia molto appropriata fu la metafora della luce nell'indicare la natu­ra degli angeli e, misticamente, la luce della scienza e del­la grazia con cui nella loro creazione furono illuminati. Unitamente al cielo empireo Dio creò la terra, per forma­re nel suo centro l'inferno, poiché, nell'istante in cui fu creata, per divina disposizione rimasero nel mezzo di que­sto globo molte profonde e spaziose caverne, adatte per l'inferno, il limbo e il purgatorio. Nell'inferno ad un tem­po fu creato fuoco materiale e le altre cose che lì, al pre­sente, servono di pena ai dannati. Il Signore doveva divi­dere subito la luce dalle tenebre e chiamare la luce gior­no, come le tenebre notte. Questo non avvenne solo tra la notte e il giorno naturali, bensì anche tra gli angeli buoni e i cattivi, dando ai buoni, che chiamò giorno, e giorno eterno, l'eterna luce della sua visione; al contrario, chiamò i cattivi notte del peccato, precipitandoli nelle tenebre eter­ne dell'inferno, affinché comprendiamo tutti quanto nel ca­stigo andarono congiunte la liberal misericordia del Crea­tore e vivificatore e la giustizia del rettissimo giudice.

83. Gli angeli furono creati nel cielo empireo e nello stato di grazia affinché, per mezzo di essa, il merito pre­cedesse il premio della gloria. Infatti, quantunque fossero nel luogo di tale gloria, tuttavia la Divinità non si era ma­nifestata loro faccia a faccia, né con chiarezza, fino a che, per mezzo della grazia, quelli che obbedirono alla divina volontà lo meritarono. E così questi angeli santi, non al­trimenti che gli altri apostati, rimasero assai poco nello stato di viatori, perché la creazione, lo stato e il termine loro consistettero in tre stazioni, divise con qualche inter­vallo in tre stadi o momenti. Nel primo furono tutti creati e adornati di grazia e doni, restando bellissime e per­fette creature. A questo momento seguì una stazione, nel­la quale a tutti fu proposta e intimata la volontà del loro Creatore e fu loro ordinato di operare riconoscendolo co­me supremo Signore, adempiendo così al fine per cui li aveva creati. In questa stazione, si verificò, tra san Michele con i suoi angeli e il drago con i suoi, quella grande bat­taglia, che san Giovanni riporta nel capitolo dodicesimo dell'Apocalisse: gli angeli buoni, perseverando nella grazia, meritarono la felicità eterna, mentre i disobbedienti, le­vandosi contro Dio, meritarono la pena che scontano.

84. Ora, benché in questa seconda stazione tutto poté succedere molto brevemente, in considerazione della na­tura angelica e del potere divino, nondimeno intesi che la pietà dell'Altissimo si trattenne alquanto, e con qualche in­tervallo presentò loro il bene e il male, la verità e la fal­sità, il giusto e l'ingiusto, la sua grazia ed amicizia e la malizia del peccato e l'inimicizia di Dio, il premio e il ca­stigo eterno, nonché la perdizione per Lucifero e per co­loro che lo avessero seguito. Mostrò loro anche l'inferno con le sue pene ed essi lo videro tutto, perché nella loro natura tanto superiore ed eccellente si possono vedere tut­te le cose come sono in se stesse, essendo create e limita­te, di modo che, prima di decadere dalla grazia, videro chiaramente il luogo del castigo. E sebbene non abbiano conosciuto in egual misura il premio della gloria, tuttavia ebbero di essa un'altra conoscenza e la promessa manife­sta ed esplicita del Signore. Con questo l'Altissimo giusti­ficò la sua causa ed operò con somma equità e rettitudi­ne. Ma poiché tutta questa bontà e giustificazione non ba­stò a trattenere Lucifero e i suoi seguaci, essi furono pu­niti come pertinaci e precipitati nel profondo delle caver­ne infernali, mentre i buoni furono confermati in grazia e in gloria eterna. Tutto questo avvenne nel terzo momento, nel quale si conobbe, con tale fatto, che nessuna creatura fuori di Dio è per sua natura impeccabile, dal momento che l'angelo, che la possiede tanto eccellente e che la ri­cevette adorna con tanti doni di scienza e di grazia, alla fine peccò e fu perduto. Ora, che farà la fragilità umana, se il potere divino non la difende qualora essa lo obblighi ad abbandonarla?

85. Resta da sapere la motivazione di Lucifero e dei suoi seguaci nel loro peccato, motivazione che vado cercando e da cui presero l'occasione per la loro disubbidienza e ca­duta. Riguardo a ciò compresi che poterono commettere molti peccati secundum reatum, benché non abbiano com­messo gli atti di tutti, ma, da quelli che con la loro volontà depravata commisero, rimase loro un'abituale inclinazione per tutti gli atti malvagi, inducendovi altri ed approvando quei peccati che non potevano operare da soli. Per il mal­vagio desiderio che allora ebbe Lucifero, incorse in un disordinatissimo amore di se stesso; questo gli venne dal ve­dersi con doni maggiori e con maggiore bellezza di natu­ra e di grazia rispetto a tutti gli altri angeli inferiori. In ta­le cognizione si trattenne soverchiamente, e la còmpiacen­za, che provò di se stesso, lo ritardò e intiepidi nella rico­noscenza che doveva al suo Dio, come alla causa unica di tutto quello che aveva ricevuto. E rivolgendosi di nuovo a rimirarsi, si compiacque nuovamente della sua bellezza e delle sue grazie, le attribuì a se stesso e le amò come sue. Questo disordinato amor proprio non solamente lo fece peccare di vanagloria per quello che aveva ricevuto da un'al­tra superiore virtù, ma altresì lo spinse ad invidiare e a bramare altri doni ed eccellenze altrui, che egli non pos­sedeva. Quindi, non potendole conseguire, concepi un odio ed uno sdegno mortale contro Dio - che lo aveva creato dal niente - e contro tutte le sue creature.

86. Da qui ebbero origine la disobbedienza, la presun­zione, l'ingiustizia, l'infedeltà, la bestemmia ed anzi quasi una specie di idolatria, perché desiderò per sé l'adorazio­ne e la riverenza dovute a Dio solo. Bestemmiò la sua gran­dezza e santità, venne meno alla fede e alla lealtà che do­veva e pretese di distruggere tutte le creature e presunse di potere tutto questo e molto di più; ne derivò che la sua superbia cresce sempre e persevera, benché la sua arro­ganza sia maggiore della sua fortezza, perché in questa non può crescere, mentre nel peccato un abisso chiama un al­tro abisso. Il primo angelo che peccò fu Lucifero, come consta dal capitolo quattordicesimo di Isaia; egli indusse altri a seguirlo e così si chiama principe dei demoni non già per natura, giacché per essa non poté avere questo ti­tolo, ma per la colpa. D'altra parte quelli che peccarono non furono solamente di una gerarchia o di un ordine, ma furono in molti a cadere.

87. Ora per rendere manifesto, come mi fu dimostrato, quale fu l'onore e l'eccellenza che con tanta superbia bramò e invidiò Lucifero, faccio presente che, come nelle opere di Dio vi fu equità, peso e misura, così, prima che gli angeli si potessero orientare a diversi fini, la sua provvidenza de­cise di manifestare loro, immediatamente dopo la loro crea­zione, il fine per cui li aveva creati di una così alta ed ec­cellente natura. Di tutto ciò ricevettero spiegazione in que­sta forma: prima ebbero intelligenza molto chiara dell'es­sere di Dio, uno nella sostanza e trino nelle Persone, e ri­cevettero ordine di adorarlo e riverirlo come loro creatore e sommo Signore, infinito nel suo essere e nei suoi attri­buti. A quell'ordine si arresero tutti, seppure con qualche differenza; infatti gli angeli buoni ubbidirono per amore e per un principio di giustizia, assoggettando il loro affetto di buona volontà, ammettendo e credendo ciò che era su­periore alle loro forze, e ubbidendo con gioia. Lucifero in­vece si assoggettò perché gli pareva che fosse impossibile il contrario. Non lo fece dunque con carità perfetta, perché divise la volontà dandone parte a se stesso e parte alla ve­rità infallibile del Signore. Questo fece sì che il precetto gli riuscisse alquanto violento e arduo e che non lo compisse con affetto pieno di amore e di giustizia; così si dispose a non perseverare in esso. Sebbene questa remissione e tie­pidezza nell'operare questi primi atti con ritrosia non gli togliesse la grazia, nondimeno di qui cominciò la sua cat­tiva disposizione, riportandone una certa debolezza nella virtù e svogliatezza nello spirito, tanto che la sua bellezza non rifulse come doveva. L'effetto che questa rilassatezza e difficoltà, a mio parere, procurò in Lucifero, fu somiglian­te a quello che fa nell'anima un peccato veniale avvertito. Non affermo con questo che abbia allora peccato mortal­mente né venialmente, poiché adempì il precetto di Dio, ma questo adempimento fu debole ed imperfetto, e più per es­servi spinto dalla forza della ragione che per amore e vo­lontà di ubbidire; così si dispose a cadere.

88. In secondo luogo, Dio manifestò loro che avrebbe creato una natura umana e creature razionali inferiori per­ché amassero, temessero e riverissero Dio, come loro au­tore e bene eterno. Manifestò loro che avrebbe molto fa­vorito tale natura, che anzi la seconda Persona della stes­sa Trinità santissima si sarebbe incarnata e fatta uomo, in­nalzando la natura umana all'unione ipostatica e alla per­sona divina e che essi dovevano riconoscere come capo quella persona, uomo e Dio, non solo in quanto Dio, ma anche in quanto uomo; lo avrebbero dovuto riverire e ado­rare, dovendo essere essi, gli angeli, inferiori a lui in di­gnità e grazia, e suoi servi. Inoltre fece loro comprendere la convenienza, l'equità, la giustizia e la ragione che c'era in questo, perché era appunto l'accettazione dei meriti pre­visti di quell'uomo-Dio che aveva loro meritato la grazia che possedevano e la gloria che avrebbero posseduto; per la sua gloria essi stessi erano stati creati e sarebbero sta­te create le altre creature, dovendo egli essere a tutte su­periore e dovendo, quelle che fossero capaci di conoscere e godere Dio, essere tutte popolo e membra di quel capo per riconoscerlo e riverirlo. Tutto questo, senza indugio, fu ordinato agli angeli.

89. A tale comando tutti gli angeli ubbidienti e santi si arresero e prestarono ossequioso assenso, con umile ed amo­roso affetto e con tutta la loro volontà. Ma Lucifero con su­perbia ed invidia oppose resistenza e provocò gli angeli suoi seguaci perché facessero altrettanto, come di fatto fecero, seguendo lui e disobbedendo al divino mandato. Il reo prin­cipe li persuase che sarebbe stato loro capo e che avrebbe costituto un principato indipendente e separato da Cristo. L'invidia e la superbia poterono causare in un angelo tanta cecità e un affetto così disordinato da essere origine e con­tagio, perché si comunicasse a tanti altri il peccato.

90. Qui segui la grande battaglia, di cui san Giovanni parla, che avvenne nel cielo. Poiché gli angeli obbedienti e santi, con ardente zelo di difendere la gloria dell'Altissi­mo e l'onore del Verbo contemplato già nella sua incarna­zione, chiesero il permesso e il beneplacito al Signore per resistere e opporsi al drago e fu loro concesso. In questo, peraltro, si compì un nuovo mistero: quando a tutti gli an­geli si propose di ubbidire al Verbo incarnato, si diede lo­ro un terzo precetto, in forza del quale dovevano ritenere ugualmente superiore una donna, nelle membra della qua­le avrebbe assunto la natura umana l'Unigenito del Padre. Tale donna sarebbe stata loro regina e padrona di tutte le creature, distinta e avvantaggiata nei doni di grazia e di gloria più di tutte le creature angeliche ed umane. Gli an­geli buoni, obbedendo a questo precetto del Signore, ac­crebbero la loro umiltà, per cui non solo lo accolsero, ma lodarono anche il potere e i misteri dell'Altissimo. Non co­sì Lucifero e i suoi compagni: essi, per questo precetto e mistero, si levarono in superbia e in vanità anche mag­giori, a tal punto che, disordinatamente furibondo, egli bramò per se stesso il privilegio di essere capo di tutta la stirpe umana e di tutti gli ordini angelici; e se ciò fosse avvenuto mediante l'unione ipostatica, che questa si ope­rasse in lui stesso.

91. Quanto all'essere inferiore alla Madre del Verbo in­carnato e signora nostra, vi si oppose con orrende be­stemmie, prorompendo in uno sdegno sfrenato contro l'Au­tore di così grandi meraviglie. Di conseguenza, provocan­do anche gli altri, questo drago diceva loro: «Questi ordi­ni sono ingiusti e si fa affronto alla mia grandezza; però questa natura a cui tu, Signore, guardi con tanto amore e che ti proponi di favorire tanto, io la perseguiterò e di­struggerò, e in questo impiegherò il mio potere e la mia cura. Io precipiterò questa donna, Madre del Verbo, dallo stato in cui tu prometti di porla e nelle mie mani dovrà perire il tuo intento».

92. Questo superbo vaneggiare irritò il Signore al pun­to che, umiliando Lucifero, gli disse: «Questa donna, che tu non hai voluto rispettare, sarà quella che ti schiaccerà il capo, e da lei sarai vinto ed annientato. Infatti, se per la tua superbia facesti entrare la morte nel mondo, per l'u­miltà di questa donna vi entrerà la vita e la salvezza di tut­ti i mortali; questi godranno il premio e la corona, che tu e i tuoi seguaci avete perduto». Ciononostante, a tutto que­sto il drago replicava con sdegnosa superbia contro quan­to intendeva della divina volontà e dei suoi decreti e mi­nacciava tutto il genere umano. Per questo gli angeli buo­ni, conoscendo il giusto sdegno dell'Altissimo contro Luci­fero e i suoi apostati, con le armi dell'intelletto, della ra­gione e della verità combatterono contro di loro.

93. Un altro mirabile mistero operò qui l'Onnipotente. Manifestato per intelligenza a tutti gli angeli il grande mi­stero dell'unione ipostatica, mostrò loro la santissima Ver­gine in un segno, o figura, a somiglianza delle nostre vi­sioni immaginarie, secondo il nostro modo d'intendere. E così presentò e fece conoscere loro la natura umana pura in una perfettissima donna, nella quale il braccio potente dell'Altissimo doveva rendersi più ammirabile che in tutto il resto delle creature, perché in lei depositava le grazie e i doni della sua destra in grado superiore ed eminente.

Questo segno, ossia questa visione della Regina del cielo e madre del Verbo incarnato, fu noto e manifesto a tutti gli angeli, sia buoni che cattivi. I buoni a quella vista ammu­tolirono di ammirazione, prorompendo in cantici di lode, e fin da allora cominciarono a difendere l'onore del Dio incarnato e della sua Madre santissima, armati di questo ardente zelo e dello scudo inespugnabile di quel segno. Il drago e i suoi alleati, invece, concepirono un implacabile furore e odio contro Cristo e la sua santissima Madre; av­venne così tutto ciò che si trova nel capitolo dodicesimo dell'Apocalisse, la cui spiegazione esporrò, come mi fu da­ta, nel capitolo che segue.

 

CAPITOLO 8

 

Prosegue il discorso precedentemente riportato con la spie­gazione del capitolo dodicesimo dell'Apocalisse.

 

94. Il testo letterale di questo capitolo dell'Apocalisse dice: Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le do­glie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un ter­zo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divora­re il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a goverare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. La don­na invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta gior­ni. Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi an­geli combattevano contro il drago. Il drago combatteva in­sieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, co­lui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati an­che i suoi angeli. Allora udii una gran voce nel cielo che di­ceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato preci­pitato l'accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava da­vanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell'Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a mo­nre. Esultate, dunque, o cieli, e voi che abitate in essi. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tem­po». Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si av­ventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio. Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente. Allora il serpente vomitò dalla sua boc­ca come un fiume d'acqua dietro alla donna, per farla tra­volgere dalle sue acque. Ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca. Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i co­mandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. E si fermò sulla spiaggia del mare.

95. Sin qui il testo letterale dell'Evangelista, che parla al passato, perché allora gli si presentava la visione di ciò che già era avvenuto, e dice: Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi pie­di e sul suo capo una corona di dodici stelle. Questo segno apparve realmente nel cielo per volontà di Dio, che lo pro­pose apertamente sia agli angeli buoni che ai cattivi, affin­ché in vista di ciò determinassero la loro volontà ad obbe­dire ai precetti del suo beneplacito. Così lo videro prima che i buoni si decidessero al bene e i cattivi al peccato e fu come segno di quanto ammirabile si sarebbe dimostra­to Dio nella formazione della natura umana. Sebbene aves­se già dato agli angeli cognizione di questa rivelando loro il mistero dell'unione ipostatica, nondimeno volle manife­starla loro in modo differente in una semplice creatura, la più perfetta e santa che dopo Cristo nostro Signore avreb­be creato. Ella fu, inoltre, come segno da cui gli angeli buo­ni venissero assicurati che, sebbene Dio rimanesse offeso dalla disobbedienza dei cattivi, non per questo si sarebbe trattenuto dall'eseguire il decreto di creare gli uomini, poi­ché il Verbo incarnato e quella donna, Madre sua, lo avreb­bero obbligato infinitamente più di quanto potessero di­sobbligarlo gli angeli disobbedienti. Fu anche come arco­baleno, a somiglianza del quale si sarebbe posto, dopo il diluvio, quello delle nubi, per dare la certezza che, se gli uomini avessero peccato e disubbidito come gli angeli, non per questo sarebbero stati puniti senza remissione, ma avrebbe apprestato loro un salutare farmaco e il rimedio per mezzo di quel mirabile segno. Fu come se dicesse agli angeli: «Non castigherò in questo modo le creature che creerò, perché appunto dalla natura umana discenderà quel­la donna nel cui grembo prenderà carne mortale il mio Uni­genito, il quale sarà il restauratore della mia amicizia, il pacificatore della mia giustizia, colui che riaprirà il cam­mino della felicità chiuso dalla colpa».

96. Come prova di ciò l'Altissimo, alla vista di quel se­gno, dopo che gli angeli ribelli furono castigati, si mostrò ai buoni come rasserenato e placato dall'ira procuratagli dalla superbia di Lucifero. A nostro modo d'intendere, in un certo senso si ricreava con la presenza della Regina del cielo, rappresentata in quell'immagine, facendo capire agli angeli santi che, per mezzo di Cristo e della sua Madre, avrebbe posto negli uomini la grazia e i doni che gli apo­stati, per la loro ribellione, avevano perduto. Quel segno apportò anche un altro effetto negli angeli buoni: siccome per la perfidia e la contesa di Lucifero erano - a nostro modo d'intendere - come contristati e afflitti e quasi tur­bati, l'Altissimo volle che con la vista di quel segno si ral­legrassero e si accrescesse loro, con la gloria essenziale, questo gaudio accidentale, meritato con la vittoria ripor­tata. Vedendo cioè quella verga di clemenza che si pre­sentava loro in segno di pace, subito conoscessero che non si doveva intendere per loro la legge del castigo, avendo essi ubbidito alla divina volontà e ai suoi precetti. Gli an­geli nello stesso tempo penetrarono in quella visione mol­ti misteri e segreti dell'incarnazione racchiusi in essa; al­tri circa la Chiesa militante e i suoi membri; come essi stessi avrebbero assistito e soccorso il genere umano, cu­stodendo gli uomini, difendendoli dai loro nemici e gui­dandoli all'eterna felicità; che tale felicità ricevevano essi stessi per i meriti del Verbo incarnato, avendoli sua divi­na Maestà preservati in virtù dello stesso Cristo, previsto nella sua mente divina.

97. Come tutto questo fu di grande allegrezza e gioia per gli angeli buoni, così risultò di altrettanto tormento per i cattivi e fu come inizio e parte del loro castigo, avendo subito compreso ciò di cui non si erano approfittati e che quella donna doveva vincere e schiacciare la loro testa. In questo capitolo l'Evangelista comprese tutti questi misteri, più altri che non posso spiegare, e specialmente in questo gran segno, benché lo riferisse in modo oscuro ed enig­matico, fino a che giungesse il tempo.

98. Il sole, di cui era vestita la donna, è il Sole verace di giustizia. Da ciò gli angeli dovevano intendere che era volontà efficace dell'Altissimo assistere sempre egli stesso questa donna, essendole presente per grazia, farle scudo e, con la protezione del suo invincibile braccio, difenderla. Ella aveva sotto ai suoi piedi la luna, perché nella divisio­ne che questi due pianeti fanno del giorno e della notte, la notte della colpa, rappresentata dalla luna, doveva re­stare ai suoi piedi, mentre il sole, che è il giorno della gra­zia, doveva vestirla tutta eternamente. Ciò anche perché sotto ai suoi piedi avrebbero dovuto stare le defezioni dal­la grazia, che sono proprie a tutti i mortali, senza che mai potessero aver posto nel suo corpo o nella sua anima, cor­po e anima che dovevano andare sempre crescendo in san­tità, al di sopra di tutti gli uomini e di tutti gli angeli. Quin­di ella sola doveva uscire libera dalla notte e dalle defe­zioni di Lucifero e di Adamo, cose che ella avrebbe sem­pre calpestato senza che potessero prevalere su di lei. Per questo il Signore, in presenza di tutti gli angeli, le pose sotto i piedi, come vinte, tutte le colpe e le forze del pec­cato originale ed attuale, affinché i buoni la conoscessero e i cattivi - anche se non penetrarono tutti i misteri di quella visione - paventassero quella donna ancora prima che esistesse.

99. La corona delle dodici stelle, come è chiaro, sono tutte le virtù che avrebbero redento questa Regina del cie­lo e della terra; il mistero di essere dodici fu pure per de-

signare le dodici tribù di Israele, alle quali gli eletti e tut­ti i predestinati si riducono, come indica l'Evangelista nel capitolo settimo dell'Apocalisse. Ora, siccome tutti i doni, tutte le grazie e le virtù di tutti gli eletti dovevano coro­nare la loro Regina in grado immensamente superiore al loro, le fu posta sul capo tale corona di dodici stelle.

100. Era incinta. Era necessario infatti che, in presen­za di tutti gli angeli, per letizia dei buoni e pena dei cat­tivi, che resistevano alla divina volontà e a questi misteri, si manifestasse che tutta la santissima Trinità aveva eletto madre dell'Unigenito del Padre quella meravigliosa donna. Inoltre, siccome questa dignità di Madre del Verbo era la maggiore, il principio e il fondamento di tutte le altre ec­cellenze di questa grande signora e di questo celeste segno venne presentata agli angeli, appunto in quella forma, va­le a dire come ricettacolo di tutta la santissima Trinità nel­la divinità e nella Persona del Verbo incarnato. Data l'in­separabilità della loro unione e l'indissolubilità della loro coesistenza, le tre Persone divine non possono che essere necessariamente l'una nell'altra. Tuttavia, solo la Persona del Verbo assunse carne umana, divenendo il frutto del grembo di Maria.

101. Gridava. Difatti, sebbene la dignità di questa Regi­na e siffatto mistero dovessero restare da principio nasco­sti, affinché Dio nascesse povero, umile e sconosciuto, tut­tavia questo parto diede poi grida così grandi, che l'eco pri­mo bastò a turbare e far uscire fuori di sé il re Erode ed i suoi e ad obbligare i Magi ad abbandonare le case e le lo­ro patrie per venire a cercarlo; i cuori degli uni si turba­rono e quelli degli altri palpitarono di affetto. E, crescendo, il frutto di questo parto, poiché fu innalzato sulla croce, diede grida così grandi che si udirono dall'oriente all'occi­dente e dal settentrione al mezzogiorno. Tanto si fece sen­tire la voce di quella donna, che, partorendo, diede alla lu­ce la Parola dell'eterno Padre.

102. Gridava per le doglie e il travaglio del parto. Non dice questo perché dovesse partorire con dolori, poiché ciò non era possibile in un simile parto divino, ma perché per questa madre fu un gran dolore e tormento che, quanto all'umanità, quel corpicino divinizzato uscisse dal segreto del suo grembo verginale al fine di patire, obbligato a da­re soddisfazione al Padre per i peccati del mondo e a pa­gare ciò che non avrebbe commesso. La Regina del cielo doveva conoscere, e di fatto conobbe, tutto questo per la scienza che possedeva delle Scritture. E invero, per il na­turale amore di tale madre a tale figlio, necessariamente doveva sentire questa pena, quantunque con uniformità al volere del Padre. Inoltre, per questo tormento, si com­prende anche quello che avrebbe patito la pietosissima Ma­dre, prevedendo i tempi nei quali avrebbe dovuto restar priva della presenza del suo tesoro, dopo che fosse uscito dal suo talamo verginale. Se infatti, quanto alla divinità, lo aveva concepito nell'anima, nondimeno, quanto all'u­manità, avrebbe dovuto starsene molto tempo senza di lui che comunque era suo Figlio e figlio unicamente suo. E quantunque l'Altissimo avesse deciso di preservarla dalla colpa, non così però dai travagli e dai dolori corrispon­denti al premio che le era preparato. Pertanto i dolori di questo parto non furono effetti del peccato come nelle di­scendenti di Eva, ma bensì dell'intenso e perfettissimo amore di questa divina Madre verso il suo unico e santis­simo Figlio. Tutti questi misteri furono per gli angeli buo­ni altrettanti motivi di ammirazione e di lode, mentre per i cattivi furono il principio della loro punizione.

103. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. A quanto detto sinora, se­guì il castigo di Lucifero e dei suoi alleati, perché alle sue bestemmie contro quella donna rappresentata nel segno, fu trasformato da bellissimo angelo che era in un fierissimo ed orribilissimo drago, del quale altresì in quel momento apparve il segno sensibile della sua forma esteriore. Levò in alto con furore le sette teste, che furono sette legioni o squadroni, nei quali si ripartirono tutti quelli che, avendo seguito lui, precipitarono. A tutte queste schiere, poi, die­de un capo, ordinando loro di peccare, incitare e spingere ai sette peccati mortali, che comunemente si chiamano ca­pitali perché in essi si racchiudono gli altri peccati; questi angeli sono dunque i capi delle bande che si sollevano con­tro Dio. Essi si distinguono in superbia, invidia, avarizia, ira, lussuria, gola ed accidia, che furono i sette diademi con i quali Lucifero, trasformato in drago, venne coronato, dan­dogli l'Altissimo questo castigo, che egli guadagnò per sé come per gli angeli suoi alleati, quale premio della sua or­ribile malvagità. A tutti infatti fu assegnato un castigo con pene corrispondenti alla loro rispettiva malizia e all'essere stati autori dei sette peccati capitali.

104. Le dieci corna delle teste indicano i trionfi dell'i­niquità e della malizia del drago, nonché la glorificazione e l'arrogante e vana esaltazione che egli attribuisce a se stes­so nella pratica dei vizi. Con questi affetti pervertiti, per conseguire il fine della sua arroganza, offrì agli infelici an­geli la sua depravata e velenosa amicizia, con finti princi­pati, poteri e premi. Furono tali promesse, piene di bestia­le ignoranza, la coda con cui il drago trascinò un terzo delle stelle del cielo; le stelle, in verità, erano quegli angeli che, se avessero perseverato, in seguito sarebbero stati risplen­denti come il sole, con gli altri angeli e i giusti, per l'eter­nità. Al contrario, il meritato castigo li precipitò nella ter­ra della loro sventura, fino al centro di essa che è l'infer­no, dove staranno eternamente privi di luce e di gioia.

105. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. Tanto fu smi­surata la superbia di Lucifero che pretese di porre il suo trono nelle altezze; in presenza di quella visione della donna, con sommo vaneggiamento, disse: «Eppure il figlio, che questa donna deve partorire, è di natura inferiore alla mia: io lo divorerò e lo farò perire, contro di lui leverò una fazione che mi segua, seminerò dottrine contro i suoi pensieri e contro le leggi che ordinerà, lo combatterò e contrasterò in eterno». Ma la risposta dell'Altissimo fu che appunto quella donna avrebbe partorito un figlio maschio, il quale avrebbe governato le genti con scettro di ferro. Il Signore soggiunse: «Quest'uomo non solo sarà figlio di que­sta donna, ma anche Figlio mio, uomo e Dio vero, così po­tente che vincerà la tua superbia e stritolerà il tuo capo. Sarà per te e per tutti coloro che ti ascolteranno e segui­ranno giudice potente, che ti comanderà con scettro di fer­ro e sventerà tutti i tuoi disegni alteri e vani. Questo Fi­glio sarà innalzato al mio trono per sedersi alla mia de­stra e giudicare, ed io porrò i suoi nemici a sgabello dei suoi piedi, perché su di essi trionfi. Sarà premiato come uomo giusto che, essendo Dio, ha tanto operato per le sue creature; tutti lo conosceranno e gli tributeranno riveren­za e gloria. Ma tu, il più sventurato, conoscerai il giorno dell'ira dell'Onnipotente. Questa donna poi verrà posta nel deserto, dove avrà un luogo da me stesso a lei preparato». Questo luogo solitario, dove fuggì la donna, indica la sin­golarità della nostra grande Regina nell'essere esente da ogni peccato, unica e sola nella santità somma, poiché, es­sendo donna della comune natura dei mortali, precedette tutti gli angeli nella grazia e nei doni, come nei meriti che con essi ottenne. Così fuggì e si pose in una vera solitudi­ne tra le semplici creature, essendo unica e senza uguali in mezzo a tutte loro. Tale solitudine era così lontana dal peccato che il drago non poté raggiungere la donna con la vista e sin dalla sua concezione non poté riconoscerla. Co­sì l'Altissimo la pose sola ed unica nel mondo, senza alcun rapporto col serpente né subordinazione a lui; anzi, con fermezza e decisa protesta, decretò e disse: «Questa don­na, dal primo istante della sua esistenza, sarà mia eletta ed unica per me. Io fin da ora la preservo dalla giurisdi­zione dei suoi nemici e le assegno un luogo di grazia emi­nentissimo ed unico, perché vi sia nutrita per milledue­centosessanta giorni». Per tale numero di giorni la Regina del cielo doveva rimanere in uno stato altissimo di singo­lari benefici interiori e spirituali, oltremodo ammirabili e memorabili. Ciò avvenne negli ultimi anni della sua vita, come riferirò al momento opportuno con l'aiuto della di­vina grazia. In questo stato fu nutrita in modo così divino che il nostro intelletto è troppo limitato per comprender­lo. Ora, essendo questi benefici il fine a cui erano stati or­dinati gli altri doni che la Regina del cielo ricevette in vi­ta, l'Evangelista decise di riportarli nei particolari.

 

CAPITOLO 9

 

Prosegue la spiegazione del capitolo dodicesimo dell'Apocalisse.

 

106. Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva in­sieme con i suoi angeli. Avendo il Signore manifestato ai buoni e ai cattivi angeli quello che precedentemente ab­biamo riferito, il santo principe Michele e i suoi compa­gni, per il permesso divino, presero a combattere contro il drago e i suoi seguaci. Fu una battaglia ammirabile, poi­ché si combattevano con l'intelletto e con la volontà. San Michele, per lo zelo dell'onore dell'Altissimo, di cui arde­va il suo cuore e armato della sua divina forza come del­la propria umiltà, resisteva alla delirante superbia del dra­go dicendo: «L'Altissimo è degno di onore, lode e riveren­za, di essere amato, temuto e obbedito da ogni creatura. Egli è potente nell'operare tutto quanto la sua volontà vuo­le e ad un tempo niente egli può volere che non sia mol­to giusto, poiché egli è increato e indipendente da ogni al­tro essere. Egli ci diede il nostro stesso essere per sua so­la grazia, creandoci e formandoci dal nulla, e può così crea­re altre creature quando e come sarà suo beneplacito. La ragione vuole dunque che noi, prostrati e umiliati dinanzi a lui, adoriamo la sua maestà e la sua regale grandezza. Venite dunque, angeli, seguitemi: adoriamolo e lodiamo i suoi ammirabili ed imperscrutabili giudizi e le sue perfet­tissime e santissime opere. È Dio altissimo, sopra ad ogni creatura: tale non sarebbe se noi potessimo pervenire a comprendere le sue grandiose opere. È infinito in sapien­za e bontà, è ricco nei suoi tesori e benefici, e come Si­gnore di tutto, che di nessuno ha bisogno, può comunicarli a chi più gli piace, né può fallire nella sua scelta. Può amare chi ama, donarsi a chi ama e amare chi vuole, in­nalzare, accrescere ed arricchire chi gli è gradito, ed in tut­to sarà sempre saggio, santo e potente. Adoriamolo con rendimento di grazie per avere deciso la meravigliosa ope­ra dell'incarnazione, per avere onorato il suo popolo e aver­ne decretato la redenzione in caso di caduta. Adoriamo co­lui che è un'unica Persona in due nature, divina e umana; riveriamolo e accogliamolo come nostro capo; proclamia­mo che è degno di ogni gloria, lode e magnificenza e co­me autore della grazia e della gloria esaltiamone la virtù e la divinità».

107. Con queste armi combattevano san Michele e i suoi angeli, e come con forti dardi ferivano il drago e i suoi, che da parte loro li avversavano con bestemmie. Tut­tavia, non potendo resistere alla vista del santo principe, il drago era dilaniato dal furore e per il tormento che ciò gli infliggeva avrebbe voluto fuggire; ma la divina volontà ordinò che non solo fosse castigato, ma altresì vinto, e a suo dispetto conoscesse la verità e il potere di Dio. Dice­va dunque bestemmiando: «Ingiusto sei, o Dio, ad eleva­re la natura umana al di sopra di quella angelica. Io so­no l'angelo più eccellente e bello e a me si deve il trionfo. Io porrò il mio trono sopra le stelle, sarò somigliante al­l'Altissimo e mai mi assoggetterò ad alcuno di natura in­feriore, né mai consentirò che alcuno mi preceda o sia più grande di me». Le stesse cose ripetevano gli apostati se­guaci di Lucifero. Ma replicò loro san Michele: «Chi c’è che possa uguagliarsi o mettersi alla pari col Signore che abita nei cieli? Ammutolisci, o nemico, nelle tue spropo­sitate bestemmie, e poiché l'iniquità ti ha posseduto, al­lontanati da noi, o infelice, e con la tua cieca e malizio­sa ignoranza incamminati alla tenebrosa notte e al caos delle pene infernali. Ma noi, o spiriti del Signore, adoria­mo e veneriamo questa fortunata donna che darà al Ver­bo eterno carne umana, e riconosciamola nostra Regina e signora».

108. In questo combattimento, quel grande segno della Regina era scudo per gli angeli buoni e arma offensiva con­tro i cattivi, poiché a quella vista i motivi di conflitto di Lucifero non avevano forza: egli si turbava e quasi am­mutoliva, non potendo sopportare i misteri che in quel se­gno erano rappresentati. Ora, come per divina virtù era ap­parso quel misterioso segno, così pure sua divina Maestà volle che apparisse allora l'altra figura, o segno, del drago rosso, e che in quella Lucifero fosse ignominiosamente pre­cipitato giù dal cielo con terrore e spavento dei suoi se­guaci e con stupore degli angeli santi, poiché tutto questo fu causato da quella nuova dimostrazione del potere e del­la giustizia di Dio.

109. È malagevole tradurre in parole quanto avvenne in quella memorabile battaglia, per la distanza che vi è tra le corte ragioni materiali e la natura e l'operare di tali e tan­ti spiriti angelici. Ma i cattivi non prevalsero, perché l'in­giustizia, la menzogna, l'ignoranza e la malizia non pos­sono prevalere contro l'equità, la verità, la luce e la bontà, né mai queste virtù possono essere superate dai vizi. Per­ciò dice il testo sacro che da allora in poi non si trovò più posto per loro nel cielo. Veramente con i peccati che que­sti angeli ingrati commisero, si resero indegni dell'eterna visione e compagnia del Signore e il loro ricordo si can­cellò dalla sua mente, dove prima di cadere erano scritti per i doni di grazia che aveva dato loro. Rimasti così pri­vi del diritto che avevano a quei posti, che erano preparati per loro se avessero obbedito, questo diritto si trasferì agli uomini, ai quali quei posti furono destinati; le tracce degli angeli apostati rimasero talmente cancellate che mai più furono ritrovate nel cielo. Oh, infelice malvagità e non mai abbastanza esagerata infelicità, degna di così orrendo e formidabile castigo! L'Apocalisse soggiunge e dice:

110. Il grande drago, il serpente antico, colui che chia­miamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu pre­cipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Il santo principe Michele scagliò giù dal cielo Lu­cifero, trasformato in drago, con questa invincibile parola:

«Chi come Dio?», la quale fu così efficace da precipitare quel superbo gigante con tutti i suoi eserciti e lanciarli con formidabile ignominia negli inferi, cominciando, dal mo­mento stesso del suo sventurato castigo, a portare i nuovi nomi di drago, serpente, diavolo e satana, che gli impose il santo arcangelo nella battaglia e che attestano la sua ini­quità e malizia. Per essa, privato della felicità e dell'onore di cui si era reso immeritevole, fu ugualmente privato an­che dei nomi e dei titoli onorifici, acquistandosi quelli che rivelano la sua ignominia, mentre il suo malvagio intento, da lui manifestato e intimato ai suoi alleati, di ingannare e pervertire quanti sarebbero vissuti nel mondo, evidenzia la sua perversità. Ma ecco che colui il quale già feriva le genti con i suoi pensieri fu trascinato all'inferno, come di­ce Isaia nel capitolo quattordicesimo, nelle profondità del­l'abisso, e il suo cadavere fu dato in preda al tarlo e al ver­me della sua cattiva coscienza. Di fatto si adempì in Lu­cifero quanto dice il profeta in quel passo.

111. Rimasto libero il cielo dagli angeli cattivi ed es­sendosi aperto il velo della Divinità a quelli buoni ed ob­bedienti, che trionfavano gloriosi mentre i ribelli portava­no il peso della loro maledizione, l'Evangelista prosegue a dire che udì una gran voce che diceva: Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l'àccusatore dei no­stri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio gior­no e notte. Questa voce, che l'Evangelista udì, era della persona del Verbo; la udirono con intelligenza tutti gli ange­li santi e ne risuonò l'eco perfino nell'inferno, dove fece tremare e inorridire i demoni. Essi però non ne compre­sero tutti i misteri, ma solamente quel tanto che l'Altissi­mo volle manifestare per loro pena e castigo. E fu voce del Figlio in nome dell'umanità che doveva assumere, chie­dendo all'eterno Padre che fosse compiuta la salvezza, la forza e il regno di sua Maestà e la potenza del suo Cristo, dato che già era stato scacciato l'accusatore dei fratelli del­lo stesso Cristo Signore nostro, che erano gli uomini. E fu come una supplica dinanzi al trono della santissima Tri­nità, che fosse compiuta la salvezza e la forza e fossero confermati ed eseguiti i misteri dell'incarnazione e della redenzione contro l'invidia furibonda di Lucifero, che era precipitato dal cielo adirato contro la natura umana, di cui il Verbo divino si sarebbe vestito. Per questo, con com­passione e amore sommo li chiamò fratelli, dicendo che Lucifero li accusava giorno e notte, perché in presenza del­l'eterno Padre e di tutta la santissima Trinità li accusò nel giorno in cui godeva della grazia, disprezzandoci fin da al­lora con la sua superbia; molto più poi ci accusa nella not­te delle sue tenebre e della nostra caduta, senza che mai cessi questa accusa e persecuzione, finché il mondo du­rerà. Chiamò inoltre forza, potenza e regno le opere e i misteri dell'incarnazione e della morte di Cristo, essendo stato per mezzo di queste che egli manifestò ed esercitò la sua forza e potenza contro Lucifero.

112. Fu questa la prima volta che il Verbo, in nome del­l'umanità, intercedette per gli uomini dinanzi al trono del­la Divinità e, a nostro modo d'intendere, il Padre eterno prese in esame questa supplica con le Persone della san­tissima Trinità; palesando in parte ai santi angeli il decre­to del divino concistoro su questi misteri, disse loro: «Lu­cifero ha innalzato la bandiera della superbia e del pecca­to, e con ogni malvagità e furore perseguiterà il genere umano; con astuzia pervertirà molti, valendosi per di­struggerli di loro stessi che, accecati dai peccati e dai vi­zi, in diversi tempi, per temeraria ignoranza prevariche­ranno. Ma la superbia mentirà a se stessa, perché ogni pec­cato e ogni vizio dista infinitamente dal nostro essere e dalla nostra volontà. Innalziamo dunque il trionfo della virtù e della santità e per questo s'incarni la seconda Per­sona, facendosi passibile; insegni e renda stimabili l'umiltà, l'obbedienza e tutte le virtù ed operi la salvezza dei mor­tali. E quantunque sia vero Dio, si umilii e si faccia il più piccolo di tutti; sia uomo giusto ed esemplare e maestro di tutta santità e muoia per la salvezza dei suoi fratelli. Solo la virtù venga ammessa nel nostro tribunale e trion­fi sempre sui vizi. Solleviamo gli umili ed umiliamo i su­perbi; facciamo che siano gloriosi, nel nostro beneplacito, i travagli e glorioso il patirli. Decidiamo di assistere i sof­ferenti e i tribolati: che i nostri amici siano sì corretti e afflitti, ma per tali mezzi acquistino la nostra grazia e ami­cizia, operando anch'essi la salvezza, secondo la loro pos­sibilità, con la pratica della virtù. Siano beati coloro che piangono, felici i poveri e coloro che patiranno per la giu­stizia e per Cristo, loro capo. Siano innalzati i piccoli e magnificati i mansueti di cuore. Siano amati come figli no­stri i pacifici. Siano a noi carissimi quelli che perdone­ranno e, soffrendo le ingiurie, ameranno i loro nemici. As­segniamo a tutti copiosi frutti di benedizioni della nostra grazia e premi di gloria immortale nel cielo. Il nostro Uni­genito tradurrà in pratica questo insegnamento e quelli che lo seguiranno saranno eletti, diletti, consolati e premiati, e le loro buone opere saranno generate nel nostro pensiero come causa prima di ogni virtù. Permettiamo che i mal­vagi opprimano i buoni e formino parte della loro corona, mentre a se stessi stanno meritando il castigo. Vi sia si lo scandalo per il buono, ma sia sventurato chi lo provocherà, e felice chi lo patirà. Gli orgogliosi e i superbi affliggano e bestemmino gli umili e i grandi e potenti i piccoli; op­primano gli afflitti e questi, anziché maledizioni, diano be­nedizioni; e finché saranno viatori, siano riprovati dagli uomini, ma poi siano esaltati con gli spiriti e gli angeli no­stri figli, e godano dei seggi e dei premi che gli infelici e gli sventurati hanno perduto. I pertinaci e i superbi siano condannati ad eterna morte, dove conosceranno la loro protervia e l'insipiente loro procedere!».

113. «Ma affinché tutti abbiano davanti un esempio e grazia sovrabbondante, se di essa vorranno approfittare, di­scenda il Figlio nostro, passibile e riparatore, e redima gli uomini, che Lucifero farà cadere dal loro felice stato, e li riscatti con i suoi infiniti meriti. Sia compiuta la salvezza fin da ora nella nostra volontà e determinazione che vi sia un redentore e maestro, che meriti ed insegni, nascendo e vivendo povero, morendo disprezzato, condannato dagli uo­mini a morte turpissima e vergognosa. Sia giudicato pec­catore e reo e dia soddisfazione alla nostra giustizia per l'offesa del peccato; e per i suoi meriti previsti usiamo del­la nostra misericordia e pietà. Così intendano tutti che l'u­mile, il pacifico e colui che opererà la virtù, soffrirà e per­donerà, questi solamente seguirà il nostro Cristo e sarà no­stro figlio. Infatti nessuno potrà entrare per libera volontà nel nostro regno se non avrà dapprima rinnegato se stes­so e, portando la croce, non avrà seguito il suo capo e mae­stro. Questo sarà il nostro regno, composto dai perfetti e da quelli che legittimamente avranno sofferto e combattu­to perseverando sino alla fine. Questi parteciperanno del­la potenza del nostro Cristo, che ora si è compiuta, perché è stato precipitato l'accusatore dei suoi fratelli e si è com­piuto il suo trionfo, affinché, lavandoli e purificandoli col suo sangue, siano per lui l'esaltazione e la gloria. Egli solo sarà degno di aprire il libro della legge di grazia. Egli solo sarà la via, la luce, la verità e la vita per cui gli uo­mini verranno a me. Egli solo aprirà le porte del cielo e sarà mediatore ed avvocato dei mortali che in lui avran­no un padre, un fratello e un protettore, dato che hanno anche un persecutore ed accusatore. E intanto gli angeli, che quali figli nostri operarono la salvezza e la virtù e di­fesero la potestà del mio Cristo, siano coronati e onorati per tutta l'eternità alla nostra presenza».

114. Questa voce, che contiene i misteri nascosti fin dal­la fondazione del mondo e manifestati poi per mezzo de­gli insegnamenti e della vita di Gesù Cristo, uscì dal tro­no, e nel suo contenuto voleva dire assai più di quello che io possa spiegare. Nello stesso tempo furono assegnate agli angeli buoni le funzioni che avrebbero dovuto esercitare: ai santi Michele e Gabriele che fossero messaggeri del Ver­bo incarnato e di Maria santissima sua madre; anziché fos­sero ministri in tutti i misteri dell'incarnazione e della re­denzione. Molti altri angeli furono destinati, con questi due principi, per lo stesso ministero, come in seguito dirò. L'On­nipotente diede ad altri l'ordine di accompagnare ed assi­stere le anime, di ispirarle ed ammaestrarle nella santità e nelle virtù contrarie ai vizi, ai quali Lucifero aveva pro­gettato di indurle, e di difenderle e custodirle come por­tandole nelle loro mani, affinché ai giusti non fossero d'in­ciampo le pietre, che rappresentano le reti e gli inganni che i loro nemici avrebbero tramato contro di essi.

115. Altre cose furono stabilite in questa circostanza, in cui l'Evangelista dice che si è compiuta la potenza, la sal­vezza e il regno di Cristo. Ma quello che fu operato più misteriosamente fu che i predestinati furono segnati, posti in numero determinato e scritti nella mente divina per i meriti di Gesù Cristo nostro Signore. Oh, mistero e segre­to inesplicabile di ciò che passò nel seno di Dio! Oh, feli­ce sorte per gli eletti! Qual punto di più grande peso? Qual mistero più degno dell'onnipotenza divina? Qual trionfo della potenza di Cristo! Beati infinite volte i membri che furono designati e uniti a un simile capo! O Chiesa gran­de, popolo eletto, assemblea santa, degna di un simile ca­po e maestro! Nella meditazione di un mistero così profon­do, il giudizio delle creature si arresta, il mio intendimen­to rimane sospeso e la mia lingua ammutolisce.

116. In questo concistoro delle tre divine Persone fu dato e consegnato all'Unigenito del Padre quel libro mi­sterioso dell'Apocalisse e in quel frangente fu composto, firmato e chiuso con i sette sigilli di cui parla l'Evangeli­sta, finché si fosse incarnato. Infatti fu allora che lo aprì, sciogliendone per suo ordine i sigilli mediante i misteri che, a cominciare dalla sua nascita, andò operando nella sua vita e morte, sino ad averli tutti compiuti. Ciò che il libro conteneva era tutto quello che decise la santissima Trinità dopo la caduta degli angeli. Si riferisce all'incar­nazione del Verbo, alla legge di grazia, ai dieci comanda menti, ai sette sacramenti, a tutti gli articoli della fede e a ciò che in essi è contenuto, e all'ordine di tutta la Chie­sa militante, dando potenza al Verbo affinché, incarnato, come sommo sacerdote e pontefice santo, comunicasse il potere e i doni necessari agli Apostoli e agli altri sacerdo­ti e ministri della Chiesa.

117. Fu questo il misterioso principio della legge evan­gelica. In quel trono e concistoro segretissimo si stabilì e si scrisse nella mente divina che sarebbero stati scritti nel li­bro della vita coloro che avrebbero osservato questa legge, che di qui appunto ebbe origine, essendo così i pontefici e i prelati altrettanti successori o vicari dell'eterno Padre. Da sua Altezza traggono il loro principio i miti, i poveri, gli umili e tutti i giusti. Questa fu ed è la loro nobilissima ori­gine, per cui, quanto ai superiori, si deve dire che chi ub­bidisce a loro ubbidisce a Dio e chi disprezza loro disprez­za Dio. Tutto questo fu decretato nella mente divina e nel­le sue idee, e si diede a Cristo Signore nostro il potere di aprire, a suo tempo, questo libro, che fino ad allora rimase chiuso e sigillato. Nel frattempo l'Altissimo diede il suo pat­to e le testimonianze delle sue parole divine nella legge na­turale e in quella scritta, con opere misteriose, manifestan­do parte dei suoi segreti ai Patriarchi e ai Profeti.

118. Per queste testimonianze e per il sangue dell'A­gnello dice che i giusti vinsero questo drago. Infatti, seb­bene il sangue di Cristo nostro Signore sia sufficiente e so­vrabbondante perché tutti i mortali vincano il loro accu­satore, e sebbene anche le testimonianze e le parole vera­cissime dei suoi Profeti siano di grande virtù e forza per l'eterna salvezza, tuttavia anch'essi, i giusti, con la loro li­bera volontà cooperano all'efficacia della passione e re­denzione, e delle Scritture, e ne conseguono il frutto, vin­cendo se stessi e il demonio col cooperare alla grazia. E non lo vinceranno solo in ciò che comunemente Dio co­manda e richiede, ma con la sua forza e la sua grazia giun­geranno a dare le loro anime e ad esporle alla morte per il Signore, per le sue testimonianze e per acquistare la co­rona trionfale di Cristo Gesù, così come hanno fatto i mar­tiri a testimonianza e difesa della fede.

119. In vista di tutti questi misteri, il testo aggiunge:

esultate, dunque, o cieli, e voi che abitate in essi. Rallegra­tevi, perché dovete essere dimora eterna dei giusti, anzi del giusto dei giusti, Cristo Gesù, e della sua santissima Ma­dre. Rallegratevi, o cieli, poiché nessun'altra creatura ma­teriale e inanimata ebbe maggior fortuna di voi, che dove­te essere la casa di Dio per i secoli eterni e in essa riceve­re come vostra Regina la creatura più pura e più santa che il potente braccio dell'Altissimo abbia fatto. Per questo ral­legratevi, si, o cieli, e tutti voi che in essi vivete, angeli e giusti destinati a essere compagni e ministri di questo Fi­glio dell'eterno Padre, nonché della Madre sua, e membra di questo corpo mistico, il cui capo è lo stesso Cristo. Ral­legratevi, o angeli santi, perché col ministero, con i servi­zi, la difesa e la custodia vostra ai mortali, vi procurerete premi di gloria accidentale. E in particolare san Michele, principe della milizia celeste, si rallegri per aver difeso in battaglia la gloria dell'Altissimo e dei suoi venerandi misteri e per essere stato eletto a ministro dell'incarnazione del Ver­bo e a singolare testimone dei suoi effetti sino alla fine. Con lui si rallegrino tutti i suoi alleati, difensori del nome di Cristo Gesù e di sua Madre, poiché nell'esercizio di que­sti ministeri non perderanno affatto il godimento della glo­ria essenziale che già posseggono. Per tutti questi così su­blimi misteri, si rallegrino ed esultino i cieli.

 

CAPITOLO 10

 

Si conclude la spiegazione del capitolo dodicesimo dell'Apo­calisse.

 

120. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è pre­cipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo. Guai alla terra dove si commetteranno così innumerevoli colpe e scelleratezze! Guai al mare, poi­ché, al vedere tali offese al Creatore, non scatenò la sua corrente per affogare i trasgressori, vendicando le ingiurie al suo creatore e Signore! Ma guai piuttosto al mare profondo, e indurito nell'empietà, di coloro che seguirono questo diavolo, il quale è disceso a voi per farvi guerra con ira così grande, inaudita e crudele che altra somigliante non ve n'è! È ira di ferocissimo drago e più che di leone divoratore che pretende di annientare tutto e reputa poco tempo i giorni del secolo per sfogare la sua rabbia. Tanta è la sete, tanta la bramosia che egli ha di danneggiare i mortali, che tutto il tempo della loro vita non gli basta, perché deve finire, mentre il suo furore agognerebbe tem­pi eterni, se si potessero dare, per far guerra ai figli di Dio. Ma sopra a tutti la sua ira ha di mira quella fortunata don­na, che gli deve schiacciare la testa. Per questo l'Evange­lista prosegue:

121. Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio ma­schio. Appena l'antico serpente vide l'infelicissimo luogo e stato in cui, precipitato dal cielo empireo, era caduto, arse tanto più di risentimento e di invidia, rodendosi le vi­scere quasi come un verme. E contro la donna, Madre del Verbo incarnato, concepì una tale indignazione, che nes­suna lingua può esprimere né alcun intelletto umano può comprendere. Ciò si può rilevare da quello che subito av­venne, quando questo drago si trovò precipitato sino agli inferi coi suoi eserciti malvagi; io qui lo riferirò, secondo la mia capacità, e conformemente a come mi fu intellet­tualmente manifestato.

122. Tutta la prima settimana, di cui riferisce la Gene­si, nella quale Dio era intento alla creazione del mondo e delle sue creature, Lucifero e i suoi demoni si trattennero nel macchinare e discutere maligni disegni contro il Ver­bo che si sarebbe incarnato e contro la donna da cui, in­carnandosi, sarebbe nato. Nel primo giorno, che corri­sponde alla domenica, furono creati gli angeli e furono da­te loro leggi e prescrizioni alle quali dovevano obbedire. I malvagi disubbidirono, trasgredendo gli ordini del Signo­re; di conseguenza, per divina provvidenza e disposizione, accaddero tutte le cose sopra narrate fino al mattino del secondo giorno, corrispondente al lunedì, in cui Lucifero col suo esercito fu scacciato e precipitato. A questa dura­ta di tempo corrisposero quelle stazioni degli angeli, cioè quelle della loro creazione e delle loro opere: battaglia, ca­duta o glorificazione. Dopo la loro prima esperienza del­l'inferno, Lucifero e i suoi, tutti radunati in esso, tennero un conciliabolo, che durò fino al giorno corrispondente al giovedì mattina. In questo tempo Lucifero impiegò tutto il suo sapere e malvolere diabolico nel discutere coi diavoli e architettare come poter maggiormente offendere Dio e vendicarsi del castigo da lui avuto. La conclusione che al­la fine trassero fu che la maggior vendetta e ingiuria con­tro Dio, dato che sapevano che doveva innamorarsi degli uomini, sarebbe stata l'impedire gli effetti di quell'amore ingannando, persuadendo e, per quanto possibile, costrin­gendo gli uomini a perdere l'amicizia e la grazia di Dio, ad essergli ingrati e ribelli alla sua volontà.

123. Diceva Lucifero: «In ciò dobbiamo faticare impie­gando tutte le nostre forze, tutta la nostra sollecitudine e scienza. Ridurremo le creature umane al nostro dettame e volere per rovinarle: perseguiteremo questa genia di uo­mini e li priveremo del premio loro promesso. Impegnia­mo tutta la nostra vigilanza perché non giungano a vede­re il volto di Dio, dato che a noi fu ingiustamente negato. Io ho da riportare su di loro grandi trionfi e tutto di­struggerò e ridurrò al mio volere. Seminerò nuove sette ed errori, e leggi in tutto contrarie a quelle dell'Altissimo. Io susciterò in mezzo agli uomini dei profeti e dei caporioni che diffondano le dottrine, che io seminerò tra di loro, e poi a disprezzo del loro Creatore li collocherò con me in questo profondo tormento. Affliggerò i poveri, opprimerò gli afflitti, perseguiterò il misero: seminerò discordie, pro­vocherò guerre, solleverò popoli contro popoli, genererò su­perbi e arroganti, estenderò la legge del peccato e, dopo che in essa mi avranno ubbidito, li seppellirò in questo fuoco eterno, anzi, confinerò nei luoghi di maggiore tor­mento quelli che più si alleeranno con me. Sarà questo il mio regno, questo il premio che io darò ai miei servitori».

124. «Farò guerra sanguinosa al Verbo eterno, quan­tunque sia Dio, poiché sarà anche uomo di natura inferio­re alla mia. Eleverò il mio trono sopra il suo e la mia di­gnità sopra la sua: lo vincerò, lo abbatterò con la mia po­tenza ed astuzia, e la donna, che deve essere sua Madre, perirà così tra le mie mani. Che è mai una donna per la mia potenza e grandezza? E voi, voi, o demoni, che con me siete ingiustamente oppressi, seguitemi ed ubbiditemi in questa vendetta, come lo faceste nella disubbidienza! Fin­gete di amare gli uomini per rovinarli, serviteli per ingan­narli e distruggerli, assisteteli per pervertirli e trascinarli in questi miei inferi!». Non vi è lingua umana che possa spie­gare la furibonda malizia di questo primo conciliabolo, te­nuto da Lucifero nell'inferno contro il genere umano, che ancora non esisteva, ma sarebbe esistito. Là si coniarono tutti i vizi e i peccati del mondo, di là sbucarono la men­zogna, le sette e gli errori, e ogni specie d'iniquità trasse origine dal caos di quella abominevole congrega, al cui prin­cipe servono tutti quelli che operano la malvagità.

125. Finito questo conciliabolo, Lucifero volle parlare con Dio e sua Maestà glielo permise per i suoi altissimi giudizi. Questo avvenne nel modo in cui satana parlò quando chiese di tentare Giobbe, e avvenne nel giorno che corrisponde al giovedì. Parlando col Signore, disse:

«Signore, dato che la tua mano è stata tanto severa con me, castigandomi con così grande crudeltà, e poiché hai determinato tutto quanto hai voluto a favore degli uomi­ni che vuoi creare, e vuoi magnificare e innalzare così tan­to il Verbo incarnato, non tralasciando di arricchire coi doni che le prepari quella donna che deve essere sua Ma­dre, usa almeno equità e giustizia. Inoltre, poiché mi de­sti licenza di perseguitare gli altri uomini, dammela an­che perché io possa tentare e osteggiare questo Cristo Dio-uomo e la donna che sarà Madre sua, e dammela in mo­do che io possa usare in questo tutte le mie forze». Altre cose disse allora Lucifero, e conoscendo che senza il con­senso del Signore onnipotente niente avrebbe potuto in­traprendere, si umiliò a chiederla, per quanto violenta fos­se tale umiltà nella sua superbia, perché l'ira e le brame di conseguire quello che desiderava erano così grandi, che la sua superbia si arrese ad esse, cedendo l'una malvagità all'altra. Ma per tentare Cristo Signore nostro e partico­larmente la sua santissima Madre, si sarebbe umiliato infinite volte, benché temesse che lei gli avrebbe schiaccia­to la testa.

126. Rispose il Signore: «Non devi, satana, chiedere co­me debito di giustizia un simile permesso e licenza, per­ché il Verbo incarnato è tuo Dio e Signore onnipotente e supremo, per quanto debba essere unitamente vero uomo, mentre tu non sei che una sua creatura. Infatti, se gli al­tri uomini peccheranno e per questo si assoggetteranno al tuo volere, tuttavia nel mio Unigenito incarnato il peccato non può aver luogo, e, se farai schiavi della colpa gli uo­mini, Cristo sarà santo, giusto e separato dai peccatori, i quali anzi, cadendo, saranno da lui sollevati e redenti. Non solo, ma quella donna stessa contro cui covi tanta rabbia, benché creatura e figlia di semplice uomo, nondimeno ho già determinato di preservarla dal peccato e sempre deve essere mia, né per titolo o diritto di sorta voglio che tu ab­bia mai parte in lei».

127. Satana replicò: «Dunque, quale meraviglia che que­sta donna sia santa se mai deve avere nemico che la perseguiti e inciti al peccato? Ciò non è equità né retta giu­stizia, né può essere conveniente, né consigliabile». Luci­fero aggiunse altre bestemmie con arrogante superbia, ma l'Altissimo, che tutto dispone con infinita sapienza, gli ri­spose: «Io ti darò licenza perché tu possa tentare Cristo, che in ciò sarà esempio e maestro per gli altri. Te la do anche per perseguitare questa Donna, ma non potrai sten­dere la mano su di lei: voglio che Cristo e sua Madre non facciano eccezione in questo, ma che siano tentati da te come gli altri». Il serpente si rallegrò per un simile per­messo più che per l'altro che già aveva di perseguitare il genere umano, anzi, per effettuarlo, si propose di impie­gare maggior cura - come fece - che in qualsivoglia altra impresa; e non volle affidarla ad altro demonio, ma ese­guirla da se stesso. Perciò dice l'Evangelista:

128. Il drago si avventò contro la donna, che aveva par­torito il figlio maschio, perché col permesso avuto dal Si­gnore mosse inaudita guerra e persecuzione contro colei che immaginava essere la Madre del Dio incarnato. Dirò a suo tempo quale sorta di lotte e di combattimenti furono questi; per ora dichiaro solamente che furono grandi oltre ogni umano pensare. Non altrimenti fu mirabile il modo di resistervi e gloriosissimamente vincerli, poiché si dice che alla Donna, per difendersi dal drago, furono date le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tem­pi e la metà di un tempo. Alla Vergine santissima furono date queste due ali prima di entrare in questo combatti­mento, essendo stata prevenuta dal Signore con singolari doni e favori. Un'ala fu la scienza infusa di grandi miste­ri che le fu nuovamente data; l'altra fu una nuova e profon­dissima umiltà, come spiegherò a suo tempo. Con queste due ali innalzò il volo al Signore, luogo suo proprio, per­ché in lui solo era tutta la sua vita e il suo pensiero. Volò come aquila reale, senza mai piegare il suo volo verso il nemico, essendo sola in questo volo, col vivere distaccata da ogni cosa terrena e creata, e sola col solo ed ultimo fi­ne, che è la Divinità. In questa solitudine fu nutrita con la manna dolcissima e l'alimento della grazia, delle parole di­vine e dei favori del braccio onnipotente. Per un tempo, due tempi: ebbe questo alimento per tutta la sua vita e in particolare nel tempo in cui affrontò le maggiori battaglie con Lucifero, avendo allora ricevuto favori proporzionati e più grandi; s'intende inoltre l'eterna felicità in cui furono premiate e coronate tutte le sue vittorie.

129. E la metà di un tempo lontano dal serpente. Questo mezzo tempo fu quello che la santissima Vergine trascorse libera dalla persecuzione del drago e senza vederlo, poiché dopo averlo vinto nei combattimenti che ebbe con lui, per divina disposizione se ne stette, vittoriosa, completamente libera. Questo privilegio le fu concesso perché godesse del­la pace e quiete che si era ben meritata, risultando vinci­trice del nemico, come dirò in seguito. Tuttavia, per il tem­po in cui durava ancora la persecuzione, dice l'Evangelista:

Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d'ac­qua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. Ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla pro­pria bocca. Contro questa divina Signora, Lucifero impiegò e indirizzò tutta la sua malizia e le sue forze, perché, di quanti furono da lui tentati, nessuno gli importava tanto quanto la sola Maria santissima. Con l'impeto con cui cor­re la piena di un grande e spumoso torrente, così e con maggior violenza uscivano dalla bocca del drago le impo­sture, le scelleratezze e le tentazioni contro di lei. Ma la ter­ra la aiutò, perché la terra del suo corpo e delle sue pas­sioni non fu maledetta, né ebbe parte in quella sentenza di castigo che Dio ci inflisse in Adamo ed Eva, vale a dire che la nostra terra sarebbe stata maledetta e che, restando fe­rita nella natura col fomite del peccato che incessantemen­te ci punge e ci combatte, avrebbe prodotto spine anziché frutti. Di tale fomite il demonio si vale per rovinare gli uo­mini, poiché, trovando dentro di noi queste armi tanto of­fensive contro noi medesimi, si approfitta delle nostre in­clinazioni; così, con lusinghe, allettamenti e inganni, ci at­tira dietro agli oggetti sensibili e terreni.

130. Al contrario di noi, Maria santissima, che fu terra santa e benedetta dal Signore senza esser toccata da fomite né da altro effetto del peccato, non poté essere mi­nacciata di pericolo da parte della terra; anzi, questa la favorì con le sue inclinazioni ordinatissime, composte e sog­gette alla grazia. Così aprì la bocca ed inghiotti il torren­te delle tentazioni che inutilmente il drago vomitava, per­ché non trovava in lei terreno favorevole n'é disposizione al peccato, come accade negli altri figli di Adamo. In essi le passioni disordinate e terrene, anziché inghiottire que­sto fiume, concorrono a produrlo, perché le nostre passioni e la nostra natura corrotta si oppongono sempre alla ra­gione e alla virtù. Di conseguenza, conoscendo il drago quanto fossero vani tutti i suoi attentati contro quella mi­steriosa donna, nel testo si dice:

131. Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, con­tro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. Questo drago, supe­rato gloriosamente in ogni cosa dalla Regina di tutto il creato e, assaggiando già prima del tempo, con questo fu­rioso tormento suo e di tutto l'inferno, la confusione che meritatamente lo attendeva, se ne andò, deciso a muovere una guerra spietata contro le altre anime della progenie di Maria santissima, che sono i fedeli contrassegnati nel bat­tesimo col sangue di Gesù Cristo per custodire le sue te­stimonianze. Di fatto, vedendo che non potevano ottenere nulla contro Cristo nostro Signore e sua Madre, a maggior ragione tutta l'ira di Lucifero e dei suoi diavoli si rivolse contro la santa Chiesa e i suoi membri, di cui Cristo è ca­po. Specialmente, poi, e con ira tutta particolare, questo nemico fa guerra alle vergini di Cristo, affaticandosi per distruggere questa virtù della castità verginale, come se­mente eletta ed eredità della castissima Vergine, madre del­l'Agnello. Per questo si dice:

132. E si fermò sulla spiaggia del mare. Questa indica la spregevole vanità di questo mondo, della quale questo dra­go si sostenta, cibandosene come di fieno. Tali cose avven­nero nel cielo e molte furono manifestate agli angeli nei decreti della divina volontà riguardanti i privilegi preparati per la Madre del Verbo, il quale in lei si sarebbe incarnato. Nel­la spiegazione di ciò che appresi mi sono espressa con po­che parole, perché la sovrabbondanza dei misteri fu tale che mi trovai sprovvista di termini adeguati per esprimeili.

 

CAPITOLO 11

 

Nella creazione di tutte le cose, l'Altissimo ebbe presente Cri­sto Signore nostro e la sua santissima Madre; elesse e favorì il suo popolo rappresentando questi misteri.

 

133. Nell'ottavo capitolo dei Proverbi la Sapienza dice di se stessa che era presente quando l'Altissimo disponeva tutte le cose, durante la creazione. Ho detto poco sopra che questa Sapienza è il Verbo incarnato, il quale, quando Dio pensava nella sua mente divina la creazione di tutto il mondo, era presente con la sua santissima Madre. In quel­l'istante, infatti, non vi era solo il Figlio coll'eterno Padre e lo Spirito Santo nell'unità della divina natura, ma anche l'u­manità che doveva assumere era presente al primo posto di tutto il creato, prevista e ideata nella mente divina del Padre, in unione con l'umanità della sua Madre santissima, che gli avrebbe dato la sua stessa carne. In queste due per­sone furono previste tutte le sue opere. Da ciò l'Altissimo si sentiva come obbligato a non tener più conto, secondo il nostro modo di parlare, di tutto quello con cui il genere umano e gli angeli caduti avrebbero potuto disobbligarlo dal procedere alla creazione di tutto il rimanente del mon­do e delle creature che stava facendo a servizio dell'uomo.

134. L'Altissimo guardava al suo Figlio unigenito fatto uomo e alla sua santissima Madre, come a modelli che egli aveva formato con la grandezza della sua sapienza e del suo potere per avvalersene come di originali, dei quali il genere umano sarebbe stato una copia. Voleva che tutti gli uomini, simili a queste due immagini della sua divinità, fossero, mediante questi due esemplari, somiglianti a lui stesso. Creò anche le cose materiali necessarie alla vita umana; fece ciò con molta saggezza affinché alcune ser­vissero anche da simboli per rappresentare, in qualche mo­do, le due santissime persone di Cristo e Maria, che esse dovevano servire e ai quali Dio mirava principalmente. Con questa intenzione egli fece i due grandi luminari del cie­lo, il sole e la luna affinché, dividendo il giorno dalla not­te, rappresentassero il sole di giustizia, Cristo Gesù, e la sua santissima Madre, bella come la luna, che separano il giorno della grazia dalla notte del peccato. Il sole rischiara la luna ed entrambi illuminano tutte le altre creature, dal firmamento fino all'estremità dell'universo.

135. Creò e perfezionò anche le altre cose, perché do­vevano servire a Cristo e a Maria santissima e, grazie a lo­ro, agli altri uomini. Prima di crearli dal niente, imbandì una mensa gustosissima, abbondante, sicura e memorabi­le, molto più di quella di Assuero. Li voleva creare per sua delizia e per invitarli alla conoscenza del suo amore. Co­me cortese e generoso Signore, desiderava che il convita­to non dovesse attendere, che fosse un tutt'uno l'essere creato e il ritrovarsi assiso alla mensa della divina cono­scenza e dell'amore, affinché non ritardasse in ciò che più gli doveva interessare, cioè riconoscere e lodare il suo on­nipotente Creatore.

136. Nel sesto giorno della creazione formò e creò Ada­mo, uomo di quasi trentatré anni, età pari a quella che Cristo, nostro bene, avrebbe avuto alla sua morte; lo fece tanto somigliante alla sua santissima Umanità che nel cor­po a fatica si sarebbe distinto, e anche nell'anima lo fece simile a lui. Da Adamo, poi, formò Eva così simile alla Ver­gine che la imitava in tutte le sue fattezze e nella perso­na. Il Signore, con sommo gradimento e benevolenza, guar­dava a questi due ritratti degli originali, che voleva creare a suo tempo, e in vista di quelli diede loro molte benedi­zioni, felice d'intrattenersi con essi e coi loro discendenti, fino a quando fosse arrivato il giorno della formazione di Cristo e di Maria.

137. Purtroppo il felice stato in cui Dio aveva creato i due progenitori del genere umano durò molto poco: l'invi­dia del serpente, che spiava la loro creazione, subito si ri­svegliò contro di loro, anche se non poté vedere la forma­zione di Adamo e di Eva, come invece vide tutte le altre cose nel momento in cui furono create. In verità il Signo­re non volle manifestargli l'opera della creazione dell'uo­mo, né la formazione di Eva dalla costola, anzi gliele ten­ne nascoste fino a quando ne completò l'opera. Il demo­nio vide l'ammirabile disposizione dell'umana natura sopra tutti gli altri esseri creati e la bellezza delle anime, non­ché la leggiadria dei corpi di Adamo e di Eva. Appena si accorse di ciò e conobbe che il Signore li guardava con paterno amore e che li aveva fatti padroni e signori di tut­to il creato lasciando loro la speranza della vita eterna, la sua ira, già grande, infuriò a dismisura. Non c'è lingua che possa esprimere la furia e i movimenti rapidi e improvvi­si di quella bestia feroce, aizzata dalla sua invidia, per to­gliere loro la vita. E, come un leone, l'avrebbe fatto in quell'istante, se non avesse conosciuto che una forza ben più grande lo tratteneva. Macchinava, però, e s'ingegnava per trovare il modo di sbalzarli dalla grazia dell'Altissimo af­finché si ribellassero a lui.

138. Qui Lucifero prese un abbaglio: come il Signore da principio gli manifestò che il Verbo si sarebbe fatto uomo nel grembo di Maria santissima, ma non gli svelò né dove né quando, così ora, per la stessa ragione - affinché egli cominciasse ad avvertire l'ignoranza del mistero e del tem­po dell'incarnazione - gli nascondeva il modo della crea­zione di Adamo e della formazione di Eva. Ne seguì che, avendo volto principalmente l'ira e l'attenzione contro Cri­sto e Maria, ebbe il sospetto che probabilmente Adamo fos­se venuto da Eva e questa fosse la Madre e quegli il Verbo incarnato. Sentendo che una forza divina lo tratteneva per­ché non li facesse morire, in lui cresceva sempre più que­sto sospetto. Avendo conosciuto i comandi che Dio impose loro - i quali non gli rimasero occulti perché udì il discor­so che fece ad Adamo ed Eva - si spense a poco a poco il dubbio, anche perché, mentre ascoltava, investigò l'indole dei due progenitori. Così cominciò fin d'allora, come leone famelico, a circuirli cercando la porta d'entrata delle incli­nazioni che via via veniva a conoscere in ciascuno di loro. Fino a quando non si fu disingannato completamente, oscil­lava tra l'ira contro Cristo e Maria, e il timore di esserne vinto. Quello che soprattutto lo spaventava, era il disonore che gli sarebbe toccato, se chi l'avesse vinto fosse stata la Regina del cielo: non Dio, ma una semplice creatura.

139. Riflettendo dunque sul precetto che Adamo ed Eva avevano ricevuto, iniziò a tentarli armandosi dell'inganno, contrastando, con tutta la sua forza, la divina volontà. Ma non assalì prima l'uomo, bensì la donna, sia perché la conobbe d'indole più delicata e più debole, sia perché an­dando contro di lei era più sicuro che ella non fosse il Cri­sto, sia infine perché contro di lei, dopo quel segno che aveva visto nel cielo e la minaccia che Dio gli aveva fatto a riguardo di quella donna, nutriva somma indignazione. Tutto questo lo spinse ad assalire prima Eva di Adamo. La predispose suggerendole molte immaginazioni e molti pen­sieri travolgenti e disordinati, affinché si ritrovasse molto turbata. Siccome in un'altra parte ho scritto già riguardo a questo, non mi dilungherò nel descrivere quanto violen­temente e inumanamente la tentò. Per il mio scopo basta sapere ciò che dicono le sacre Scritture, e cioè che prese la forma di serpente, con la quale parlò ad Eva, che ini­ziò quella conversazione che non avrebbe dovuto tenere. Così dall'ascoltarlo passò a rispondergli e a credergli; di qui, poi, ad infrangere il comando che le era stato ordi­nato; e infine a persuadere il marito che lo infrangesse an­che lui a danno suo e di tutti, perdendo così, loro e noi, il felice stato in cui l'Altissimo ci aveva posti.

140. Quando Lucifero vide la caduta di entrambi e co­me la bellezza interiore della grazia e della giustizia origi­nali si erano convertite nella bruttezza del peccato, furono incredibili la pomposa vanagloria e il trionfo che mostrò ai suoi demoni. Ben presto, però, li dovette perdere, quando seppe che, contrariamente ai suoi desideri, l'amore divino si era dimostrato pietoso e misericordioso verso di loro la­sciando spazio alla penitenza, oltre che alla speranza del perdono e della grazia, se si fossero disposti ad accoglierli con dolore e contrizione. Anzi, quando Lucifero conobbe che la bellezza della grazia e dell'amicizia di Dio veniva re­stituita loro, nuovamente tornò a turbare tutto l'inferno ve­dendo gli effetti del pentimento. Il suo cruccio aumentò an­cor più quando udì la sentenza che Dio decretava contro i rei tra i quali anch'egli era compreso; sopra ogni cosa lo tormentò sentir ripetere che la donna gli avrebbe schiac­ciato la testa, minaccia che aveva già udito in cielo.

141. Dopo il peccato si moltiplicarono i figli di Eva. Si fece, così, la distinzione dei buoni e dei rei, degli eletti e dei reprobi, dei seguaci di Cristo nostro redentore e mae­stro e di quelli di Satana. Gli eletti seguono il loro capo con la fede, l'umiltà, la carità, la pazienza e con tutte le virtù; per conseguire il trionfo, sono assistiti, aiutati e abbelliti dalla grazia divina e dai doni che lo stesso Signore e ripa­ratore di tutti meritò loro. I reprobi, invece, senza ricevere questi benefici e favori dal loro falso condottiero e senza volere altro premio all'infuori della pena e della confusione eterna dell'inferno, lo seguono con la superbia, la presun­zione, l'ambizione, le immoralità e le malvagità introdotte dal padre della menzogna e autore del peccato.

142. Nonostante ciò l'ineffabile benignità dell'Altissimo diede loro la sua benedizione, affinché, in essa, la stirpe umana crescesse e si moltiplicasse. La sua altissima prov­videnza permise che il primo parto di Eva portasse le pri­mizie del peccato nell'ingiusto Caino, mentre il secondo parto indicasse, nell'innocente Abele, il riparatore del pec­cato, Cristo nostro Signore. Cominciò così a presentarlo contemporaneamente come figura e come modello da imi­tare, affinché, nel primo giusto, si desse inizio alla legge di Cristo e al suo insegnamento, di cui tutti gli altri dove­vano essere discepoli in forza della giustizia, anche quan­do fossero perseguitati ed oppressi dai peccatori, dai re­probi e dai loro stessi fratelli. Per questo si ebbe in Abe­le la prima prova della pazienza, dell'umiltà e della man­suetudine; in Caino, invece, dell'invidia e di tutte le altre malvagità a beneficio del giusto e a perdizione di se stes­so, per il trionfo del cattivo e la sofferenza del buono. Con questi spettacoli si diede il via agli altri che, successiva­mente, avrebbe rappresentato il mondo, formato dalle due città: Gerusalemme per i giusti e Babilonia per i reprobi, ciascuno con il proprio capo e il proprio condottiero.

143. L'Altissimo volle che, nella peculiarità della crea­zione, il primo Adamo fosse figura del secondo. Come pri­ma di Adamo creò ed ordinò il regno di tutte le creature delle quali lo fece signore e capo, così, prima di inviare il suo Unigenito, lasciò passare molti secoli, affinché egli tro­vasse, nella moltiplicazione del genere umano, un popolo di cui essere capo, maestro e vero re, senza che rimanes­se un solo momento privo di regno e di vassalli. Questa doveva essere la meravigliosa armonia disposta dalla divi­na Sapienza, cioè che fosse ultimo nell'esecuzione ciò che era primo nell'intenzione.

144. Avvicinandosi per il mondo il momento in cui il Verbo doveva discendere dal seno dell'eterno Padre per ve­stire la nostra mortalità, elesse e predispose un popolo scel­to e nobilissimo, il più ammirabile che prima e dopo si sia mai visto. In esso, poi, designò una stirpe illustre e santa, dalla quale il Figlio di Dio potesse discendere secondo la carne. Io non mi soffermo a riferire la genealogia di Cri­sto Signore nostro, perché non è necessario dal momento che è già stata riportata dai santi Evangelisti. Dico solo, a lode dell'Altissimo, che in molte occasioni mi ha mo­strato, in vari tempi, il suo incomparabile amore per que­sto popolo, i favori che operò in esso, nonché i sacri mi­steri che in tali benefici erano racchiusi e che poi furono manifestati nella santa Chiesa, senza che mai abbia preso sonno il custode d'Israele.

145. Diede Profeti e santi Patriarchi i quali, con imma­gini simboliche e profezie, ci preannunciarono, da lontano, quello che ora felicemente possediamo, affinché li veneria­mo per il loro apprezzamento della legge di grazia e per come la sospirarono e domandarono. Dio manifestò a que­sto popolo il suo essere immutabile attraverso molte rive­lazioni, ed esso lo manifestò a noi per mezzo delle sante Scritture, racchiudendovi immensi misteri, ai quali potes­simo pervenire attraverso la fede. Il Verbo incarnato li compì e li rese tutti credibili, lasciando così alla sua Chie­sa la dottrina sicura e l'alimento spirituale delle divine Scrit­ture. Quantunque i profeti e i giusti di quel popolo non ab­biano potuto gioire di vedere con i propri occhi Cristo, il Signore non fu meno generoso con loro, manifestandosi in profezie e suscitandone l'affetto; affinché sollecitassero la sua venuta e domandassero la redenzione di tutto il gene­re umano. La sintonia, l'armonia di tutte queste profezie, di tutti questi misteri e sospiri degli antichi Padri, erano per l'Altissimo come un soavissimo concerto che risuonava nell'intimo del suo petto, con cui, secondo il nostro modo d'intendere, ingannava il tempo, o forse lo accelerava, nel­l'attesa di discendere a dialogare con gli uomini.

146. Per non intrattenermi troppo su quanto il Signo­re, a proposito di questo, mi ha fatto conoscere, e per giun­gere presto a quello che desidero raccontare riguardo ai preparativi che il Signore fece per inviare nel mondo il Ver­bo incarnato e la sua santissima Madre, li accennerò suc­cintamente secondo l'ordine delle divine Scritture. Il libro della Genesi contiene ciò che riguarda l'esordio e la crea­zione del mondo a favore del genere umano, la divisione delle terre e delle nazioni, il castigo e la restaurazione, la confusione delle lingue, l'origine del popolo eletto, la sua discesa in Egitto, insieme a molti altri e grandi misteri che Dio rivelò a Mosè, per farci conoscere l'amore e la giusti­zia che fin da principio mostrò agli uomini al fine di atti­rarli alla sua conoscenza e al suo servizio e manifestare quello che aveva fissato di fare per l'avvenire.

147. L'Esodo contiene ciò che successe in Egitto al po­polo eletto, le piaghe ed i castighi che Dio inviò per riscat­tarlo misteriosamente, l'uscita e il passaggio del Mar Rosso, la legge scritta data con tanti accorgimenti e tante meravi­glie, molti altri misteri che Dio realizzò per il suo popolo, affliggendo ora i suoi nemici ora il popolo stesso, castigan­do gli uni come giudice severo e correggendo gli altri come padre amantissimo, insegnando a riconoscere il beneficio nelle avversità. Grandi meraviglie fece con la verga di Mo­sè, che prefigurò la croce sulla quale il Verbo incarnato sa­rebbe stato sacrificato come agnello, rimedio per gli uni e rovina per gli altri; fu figura della croce anche il Mar Ros­so, che difese il popolo con muri di acque, e annegò, con le stesse, gli egiziani. Con questi misteri Dio tesseva la vita dei santi, ora di allegrezza, ora di pianto, ora di sofferenza, ora di sollievo e copiava tutto, con infinita sapienza e attenzio­ne, dalla vita e dalla morte futura di Cristo Signore nostro.

148. Nel Levitico si descrivono e stabiliscono molti sa­crifici con riti legittimi per placare Dio; essi preannunciavano l'Agnello che si sarebbe sacrificato per tutti, gli stes­si che poi anche noi avremmo immolato a sua divina Mae­stà, non più simbolicamente, ma realmente. Si descrivono anche le vesti di Aronne che fu figura di Cristo, benché quest'ultimo non fosse sacerdote secondo l'ordine inferio­re di Aronne, bensì al modo di Melchisedek.

149. I Numeri contengono il cammino nel deserto, pre­figurando quello che Dio avrebbe operato nella Chiesa con il suo Unigenito, con la sua santissima Madre e con gli al­tri giusti che, in diversi modi, sono rappresentati nei fatti della colonna di fuoco, della manna, della pietra da cui zampillò acqua. Contengono anche altri grandi misteri e racchiudono quelli che si riferiscono all'aritmetica, essen­doci dei segreti molto profondi.

150. Il Deuteronomio è come una seconda legge, non diversa dalla prima, bensì ripetuta in modo differente e più rappresentativa di quella evangelica. Per il fatto che, per gli occulti giudizi di Dio e per ragioni di convenienza co­nosciute dalla sua divina sapienza, si doveva ritardare l'in­carnazione del Verbo, l'Altissimo rinnovava e ordinava leg­gi più somiglianti a quella che avrebbe poi stabilita per mezzo del suo Figlio unigenito.

151. Giosuè introduce il popolo di Dio nella terra pro­messa e gliela assegna oltre il Giordano, operando gran­di prodigi, come evidente figura del Redentore, sia per il nome che per le opere. Simboleggia la distruzione dei regni in possesso al demonio, nonché la separazione e divisione dei buoni e dei cattivi che si farà nell'ultimo giorno.

152. Dopo Giosuè, avendo già il popolo preso possesso della terra promessa e desiderata, che in primo luogo e pro­priamente significa la Chiesa acquistata da Gesù Cristo con il prezzo del suo sangue, vengono i Giudici, dai quali pren­de nome l'omonimo libro. Questi furono mandati da Dio per governare il suo popolo che, per i suoi continui peccati e la sua idolatria, subiva guerre da parte dei Filistei e degli altri nemici suoi vicini. Dio difendeva e liberava Israele quando ritornava a lui con la penitenza e la conversione. In questo libro si racconta quello che fece Debora, giudicando il po­polo e liberandolo da una grande oppressione, e quello che fece Giaèle, la quale collaborò per la vittoria. Furono donne entrambe forti e valorose. Tutte queste storie sono evidente figura e testimonianza di ciò che avviene nella Chiesa.

153. Finito il tempo dei Giudici, Israele domandò i re, perché voleva essere governato come le altre nazioni. An­che i libri dei Re racchiudono grandi misteri sulla venuta del Messia. La morte del sacerdote Eli e del re Saul indi­ca l'aspro giudizio sulla legge antica. Sadok e Davide raf­figurano il nuovo regno, il sacerdozio di Cristo e la Chie­sa che in rapporto alla totalità degli uomini racchiude in sé solo un piccolo numero. Gli altri re d'Israele e di Giu­da, come le ripetute prigionie, rappresentano altri grandi misteri della santa Chiesa.

154. Vi fu a quei tempi il pazientissimo Giobbe. Tutte le sue parole rimandano a misteri riguardanti la vita di Cristo, la risurrezione dei morti, il giudizio ultimo di cia­scuno, la forza e l'astuzia del diavolo. Dio pose Giobbe, in primo luogo, come esempio di pazienza per i mortali, af­finché tutti apprendessimo da lui come sopportare le fati­che. Noi sappiamo come è avvenuta la morte di Cristo, ma ci fu già un santo che, pur vedendolo da lontano, lo imitò con tanta pazienza.

155. Nei numerosi e grandi Profeti, che Dio inviò al suo popolo al tempo dei re, quando maggiore era il bisogno, si trovano molti misteri che l'Altissimo non tralasciò di ri­velare e dichiarare loro perché riguardano la venuta del Messia e la sua legge. Lo stesso fece, ancora prima, con gli antichi Padri e i Patriarchi. Ciò serviva a mostrare con­tinuamente la figura del Verbo incarnato e a preparargli il popolo e la legge che doveva insegnare.

156. Abbondanti e copiose facoltà diede ai tre grandi pa­triarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe, perché lo si chiamas­se Dio d'Abramo, d'Isacco e di Giacobbe. Egli volle ono­rarsi di questo nome per dare onore agli stessi Patriarchi, manifestando la loro dignità e le loro eccellenti virtù, oltre i segreti che aveva loro confidato perché gli dessero un nome così onorevole. Ad Abramo, per rappresentare dal vivo ciò che l'eterno Padre avrebbe operato con il suo Unigeni­to, chiese di sacrificare Isacco. Mentre l'obbediente padre stava per attuare il sacrificio, il Signore, come glielo aveva comandato, così glielo impedì, affinché la messa in opera di quest'azione così eroica fosse riservata al Padre eterno, che avrebbe sacrificato concretamente il suo Unigenito. Egli volle dimostrare, con il gesto di Abramo, che l'amore per Dio deve essere più forte della morte. Non era conveniente, tra l'altro, che una figura tanto espressiva restasse incom­piuta, per cui Abramo sacrificò un ariete, immagine del­l'Agnello che doveva togliere i peccati del mondo.

157. A Giacobbe fece vedere quella misteriosa scala densa di significati occulti, dei quali il più grande rap­presentava il Verbo fatto uomo, nostra via e scala che con­duce al Padre. Per suo tramite la divina Maestà discese tra noi. Per suo mezzo gli angeli, che c'illuminano e custodi­scono, ascendono e discendono, conducendoci con le loro mani, affinché le pietre dell'errore, delle eresie e dei vizi non siano di inciampo nel cammino della vita. In mezzo a tali pietre saliamo questa scala con la fede e la speran­za della santa Chiesa, la casa di Dio, che altro non è se non la porta del cielo e la santità.

158. A Mosè, per renderlo superiore al faraone e capo del suo popolo, mostrò quel mistico roveto che ardeva sen­za bruciare, simbolo profetico della Divinità celata dalla nostra umanità, senza che quest'ultima intacchi il divino, né il divino consumi l'umano. Il roveto rappresentava an­che la verginità della Madre del Verbo, non solo nel cor­po, ma anche nell'anima mai macchiata, che, pur discen­dendo da Adamo, non fu intaccata dalla colpa originale.

159. Davide, con la grandezza del suo cuore, cantò le misericordie dell'Altissimo includendo nei suoi salmi tut­ti i doni di Dio e i misteri, non solo della legge di grazia, ma anche di quella scritta e di quella naturale; non tacque le testimonianze, i giudizi, e le opere dell'Altissimo che te­neva salde nel suo cuore per meditarle giorno e notte. Per­donando gli oltraggi, volle rappresentare colui che avreb­be perdonato i nostri; così gli furono fatte le promesse più chiare e certe della venuta del Redentore nel mondo.

160. Salomone, re pacifico, e per questo figura del ve­ro re, diffuse, come un fiume, la sua grande sapienza, per manifestare, con diverse forme di componimenti, i miste­ri e le grazie di Cristo, specialmente nella metafora del Cantico dei Cantici, dove racchiuse gli arcani del Verbo in­carnato, della sua santissima Madre, della Chiesa e dei fe­deli. Lasciò anche degli insegnamenti morali, che costitui­scono la fonte alla quale molti altri scrittori attinsero le acque della verità e della vita.

161. Chi potrà apprezzare degnamente il beneficio di Dio, il quale ci donò, tramite il suo popolo, l'illustre schie­ra dei santi Profeti, nei quali l'eterna Sapienza versò ab­bondantemente la grazia della profezia, illuminando la Chiesa con tante luci, che da così lontano ci preannun­ciassero il sole di giustizia e i raggi che doveva espande­re nella legge di grazia con le sue opere? Isaia e Gere­mia, i due grandi profeti, furono eletti per diffondere in modo sublime i misteri dell'incarnazione del Verbo, la sua nascita, la sua vita e la sua morte. Isaia ci promise che una vergine avrebbe concepito e partorito un figlio, che si sarebbe chiamato Emmanuele, e che un bambino sa­rebbe nato per noi e avrebbe portato sulle sue spalle il segno della sovranità. Ci annunziò anche il resto della vita di Cristo, con tanta chiarezza, che la sua profezia sembrò un Vangelo. Geremia profetizzò una meraviglia nuova: una donna avrebbe portato nel suo grembo un uo­mo perfetto che poteva solo essere il Cristo, vero Dio e vero uomo. Annunziò la sua venuta, la sua passione, gli oltraggi che avrebbe subito e la sua morte. Rimango stu­pita e meravigliata considerando questi profeti. Isaia chie­de che, dalla pietra del deserto al monte della figlia di Sion, Dio mandi l'Agnello dominatore della terra; que­sto agnello, che è il Verbo incarnato, come Divinità sta­va nel deserto del cielo dove non vi erano uomini. Lo chiama anche pietra per il riposo, per la fermezza e per la quiete eterna che gode. Il monte, dal quale chiede che venga, è misticamente la Chiesa nella quale Maria san­tissima, figlia della visione di pace, è Sion. Il Profeta la pone al centro affinché il Padre invii l'agnello, suo uni­genito Figlio. In tutto il resto del genere umano, nessu­no lo può vincolare a fare ciò come tale Madre, che a questo divino agnello deve offrire il corpo per la sua san­tissima umanità. Questo contiene quella dolcissima pre­ghiera e profezia.

162. Anche Ezechiele vide la vergine Madre come figu­ra o metafora di quella porta chiusa, che solo per il Dio d'Israele si sarebbe aperta e nessun altro uomo sarebbe passato per essa . Abacuc contemplò Cristo Signore nostro in croce e con profonde parole profetizzò i misteri della redenzione, gli ammirabili effetti della passione e morte del Redentore. Gioele descrive la terra delle dodici tribù, figu­ra degli Apostoli, che dovevano essere a capo di tutti i fi­gli della Chiesa. Preannunciò anche la discesa dello Spiri­to Santo sui servi e le serve dell'Altissimo, specificando il tempo della venuta e della vita di Cristo. Anche tutti gli al­tri Profeti, ciascuno nei propri messaggi, lo annunciarono, perché l'Altissimo volle che tutto fosse detto, profetizzato e prefigurato abbondantemente da lontano, così che tutte queste ammirabili opere potessero testimoniare il suo amo­re e la sua sollecitudine per gli uomini, nonché le grazie di cui arricchiva la sua Chiesa, e biasimare la nostra tiepi­dezza e indifferenza. Gli antichi Padri e Profeti s'infiam­marono d'amore solo nell'ombra e nella figura, cantando lode e gloria a Dio; noi invece, che possediamo la realtà e il giorno della grazia, rimaniamo sepolti nell'oblio di tanti benefici; abbandonando la luce, preferiamo le tenebre.

 

CAPITOLO 12

 

Con lo sviluppo del genere umano si moltiplicarono sia le preghiere dei giusti per la venuta del Messia sia i peccati. In questa notte dell'antica legge Dio mandò nel mondo due lu­ci che annunziassero la legge di grazia.

 

163. Mentre aumentava di gran numero la discendenza e la stirpe di Adamo, si moltiplicavano i giusti e gli ingiu­sti, le preghiere dei santi per il Redentore e i delitti dei peccatori immeritevoli di questo beneficio. Il popolo di Dio e la gloria del Verbo che doveva incarnarsi erano già deli­berati e la divina volontà operava per la venuta del Mes­sia. Il regno del peccato, nei figli della perdizione, aveva esteso la sua malizia quasi completamente, ma era giunto il tempo opportuno del rimedio. Erano aumentati la glo­ria e i meriti dei giusti: i Profeti e i santi Padri, illumi­nati dalla luce divina, ravvisavano la salvezza e la pre­senza del loro Redentore. Per questo moltiplicavano le loro preghiere, chiedendo a Dio che finalmente si adem­pissero le profezie e le promesse fatte al suo popolo. Al trono della divina misericordia mostravano la tediosa e lunga notte trascorsa nelle tenebre del peccato dopo la creazione del primo uomo, oltre alla cecità causata dal­l'idolatria in cui era sprofondato tutto il resto del gene­re umano.

164. L'antico serpente aveva contagiato tutta la terra e sembrava godere tranquillamente del possesso degli esse­ri umani. Gli uomini, allontanando lo sguardo dalla luce della stessa ragione naturale o da quella derivante dal­l'antica legge scritta, invece di cercare il Dio vero, se ne creavano molti falsi, ciascuno a proprio gusto, senza ac­corgersi di quanto la confusione di tante divinità ripu­gnava alla perfezione, all'ordine, alla quiete. Questi er­rori erano diventati un tutt'uno con la malizia, l'ignoran­za e la dimenticanza del Dio vero e nessuno rifletteva sul­l'infermità e sul torpore mortale che si pativa nel mon­do, tanto che neppure i poveri afflitti supplicavano per chiedere rimedio a tutto ciò. Regnava la superbia, il nu­mero degli stolti era incalcolabile e l'arroganza di Luci­fero pretendeva di ingoiare le acque pure del Giordano.

A causa di queste ingiurie, Dio si vedeva più offeso e me­no legato agli uomini, e la giustizia, sua prerogativa, av­vallava i motivi per cui annientare tutto il creato facen­dolo ritornare al suo antico non essere.

165. Allora l'Altissimo, parlando in termini umani, si ricordò della sua misericordia: inclinando il piatto della bilancia della sua incomprensibile giustizia con la legge della clemenza, volle dare maggior peso alla sua bontà, alle suppliche e alle opere dei giusti e dei Profeti del suo popolo, che alla malvagità e alle offese di tutto il resto dei peccatori. Così in quella ingrata e noiosa notte della legge antica deliberò di dare sicure garanzie col giorno della grazia, inviando nel mondo due fulgide luci che an­nunciassero lo splendore, già vicino, del sole di giustizia, Cristo nostra salvezza. Queste furono san Gioacchino e sant'Anna, pensati e creati dalla divina volontà affinché fossero secondo il suo cuore. San Gioacchino aveva una casa, una famiglia e dei parenti a Nazaret, città della Ga­lilea. Egli fu sempre uomo giusto e santo, illuminato con particolare grazia e luce. Comprendeva molti misteri del­le Scritture e degli antichi Profeti; con incessante e fer­vorosa preghiera chiedeva a Dio l'adempimento delle sue promesse. La sua fede e la sua carità penetravano i cie­li. Era uomo molto umile e puro, di santa condotta e grande sincerità, ma assai forte e severo, di incompara­bile dignità e onestà.

166. Sant'Anna aveva la sua casa a Betlemme. Era una giovane innocente, umile e bella, e, fin dalla sua fanciullez­za, santa, composta e ricolma di ogni virtù. Godeva di grandi e continue mamfestazioni dell'Altissimo e abbandonava il suo cuore alla contemplazione. Era, nello stesso tempo, orante e laboriosa, così che giunse alla pienezza della per­fezione delle due forme di vita: attiva e contemplativa. Co­nosceva le divine Scritture per scienza infusa, comprenden­do profondamente i loro misteri nascosti; fu. anche incom­parabile nelle virtù della fede, della speranza e della carità. Favorita da questi doni, pregava incessantemente per la ve­nuta del Messia e le sue preghiere furono accette al Signo­re, tanto che, in modo singolare, egli le rispose che gli aveva rapito il cuore. Con ciò è fuori dubbio che i meriti di sant'Anna, tra i santi dell'Antico Testamento, furono deter­minanti per accelerare la venuta del Verbo.

167. Questa donna pregò con grande fervore affinché l'Altissimo le desse uno sposo che la aiutasse nell'osser­vanza della divina legge per essere perfetta nell'adempi­mento dei suoi precetti. Nel momento in cui sant'Anna chiedeva questo al Signore, egli dispose che anche san Gioacchino facesse la stessa preghiera, cosicché queste due richieste fossero presentate al tribunale della beatissima Trinità, dove furono ascoltate ed esaudite. Per ordine divi­no si stabilì che Gioacchino ed Anna si sposassero e fos­sero i genitori di colei che doveva essere la Madre di Dio. Fu inviato l'arcangelo Gabriele affinché manifestasse ad en­trambi la volontà divina. A sant'Anna apparve corporal­mente, mentre pregava con grande fervore, chiedendo la venuta del Salvatore del mondo e la liberazione degli uo­mini. Ella vide l'angelo d'immensa bellezza e fulgore, tan­to che causò in lei timore e tremore con gioia interiore e luce dello spirito. Sant'Anna si prostrò con profonda umiltà in rispetto al messaggero del cielo, ma egli la trattenne e la confortò, perché doveva generare l'arca della vera man­na, Maria santissima, Madre del Verbo eterno. L'arcangelo Gabriele, quando fu inviato a portare questo annuncio, co­nosceva già il mistero del Signore e la grazia in esso con­tenuta, benché gli altri angeli del cielo lo ignorassero, per­ché solo a lui fu fatta questa rivelazione direttamente dal Signore. Non rivelò, però, completamente, a sant'Anna que­sto grande mistero, ma le chiese attenzione dicendole:

«L'Altissimo ti benedica, o sua serva, e sia la tua salvezza. Dio ha udito le tue preghiere e desidera che tu perseveri in esse chiedendo la venuta dei Salvatore. È suo volere, an­che, che tu prenda come sposo Gioacchino, uomo retto di cuore e gradito ai suoi occhi; con lui potrai perseverare nell'osservanza della legge divina e nel suo servizio. Con­tinua le tue preghiere e suppliche, senz'altra preoccupa­zione, perché il Signore stesso disporrà poi come avverrà tutto questo. Tu intanto cammina per i retti sentieri della giustizia: il tuo cuore sia sempre rivolto al cielo e rimani in attesa della venuta del Messia; rallegrati nel Signore che è la tua salvezza». Detto ciò, l'angelo si sottrasse alla sua vista lasciandola nella luce di molti misteri delle Scritture, confortata e rinnovata nello spirito.

168. A Gioacchino l'angelo non apparve e non parlò di persona come a sant'Anna, ma l'uomo di Dio udì in sogno queste parole: «Gioacchino, sii benedetto dalla divina de­stra dell'Altissimo, persevera nei tuoi desideri, vivi con ret­titudine e cammina verso la perfezione. Il Signore vuole che tu prenda come tua sposa Anna, alla quale egli ha dato la sua benedizione. Abbi cura di lei, stimala come pegno del­l'Altissimo e ringrazialo per averla affidata a te». Dopo que­sto fatto Gioacchino chiese immediatamente in sposa la gio­vane Anna. Uniti in matrimonio, ubbidirono alla disposi­zione divina, senza che l'uno manifestasse all'altra il segre­to se non dopo che furono trascorsi alcuni anni; ma di que­sto parlerò in seguito. I due santi sposi vissero a Nazaret procedendo custoditi dal Signore. Le loro opere furono pie­nezza di virtù perché compiute con rettitudine e sincerità; per questo si resero assai graditi e accetti all'Altissimo sen­za timore. Dei guadagni e dei profitti dei loro averi ogni anno facevano tre parti. La prima era l'offerta per il Signore nel tempio di Gerusalemme, la seconda veniva distribuita ai poveri, la terza serviva per il mantenimento della vita fa­miliare. Dio accresceva loro i beni temporali, perché li di­stribuivano con tanta generosità e carità.

169. Essi vivevano senza violare la pace, nella concor­dia, senza accuse e litigi di sorta. Anna, donna umile, era in tutto soggetta e abbandonata alla volontà di Gioacchi­no; l'uomo di Dio, da parte sua, imitando devotamente l'u­miltà della sua sposa, si preoccupava di prevenire e indo­vinare le sue intenzioni e, confidando in lei, non fu mai deluso. Vissero in perfetto amore tanto che in tutta la lo­ro vita non ebbero mai un dissenso, poiché vollero sem­pre venirsi incontro nei loro desideri. Poiché erano uniti nel nome del Signore, l'Altissimo stava in mezzo a loro con il suo amore premuroso. San Gioacchino poi adempì il comandamento dell'angelo di rispettare la sua sposa e di avere cura di lei.

170. Il Signore favorì sant'Anna con larghe benedizio­ni, concedendole dei doni altissimi di grazia e di scienza infusa che la disponessero alla felice sorte che l'attende­va, cioè esser madre della Madre di Dio. Essendo le ope­re dell'Altissimo compiutamente perfette, fu conseguente il fatto che egli la rendesse degna di diventare la madre di quella creatura che, in purezza e santità, doveva esse­re superiore a tutto il creato e inferiore solo a Dio.

171. Questi santi coniugi trascorsero venti anni senza poter avere figli, cosa che, a quel tempo e secondo la cul­tura di quel popolo, era considerata una sventura. Da par­te dei vicini e conoscenti dovettero patire vergogna e di­sprezzo, considerandosi esclusi dal partecipare alla ve­nuta del Messia che speravano. Ma l'Altissimo, che per­mise questa umiliazione come prova per predisporli alla grazia che aveva preparato, concesse loro pazienza e fe­deltà, affinché seminassero, con lacrime e preghiere, il felice frutto che avrebbero poi raccolto. Fecero grandi suppliche dal profondo del loro cuore, secondo quanto era stato loro comandato dall'alto; al Signore espressero il voto che, se avesse dato loro dei figli, avrebbero con­sacrato al suo servizio, nel tempio, il frutto della bene­dizione ricevuta.

172. Questo voto fu espletato sotto uno speciale impul­so dello Spirito Santo. Così egli dispose che colei la qua­le doveva essere la dimora dell'unigenito Figlio di Dio, pri­ma ancora di essere concepita, fosse offerta e affidata dai suoi genitori allo stesso Signore. Se loro prima di cono­scerla e crescerla non si fossero impegnati con speciale vo­to di offrirla al tempio, notando poi la sua amabilità e dol­cezza, non avrebbero potuto espletarlo con tanta solleci­tudine per il grande amore che le avrebbero portato. A no­stro modo di intendere, fu grazie a questo voto che il Si­gnore placò la sua gelosia dovuta al fatto che la sua Ma­dre santissima sarebbe nata da altri, consolandosi, in vista di tale offerta, nell'attesa di crearla.

173. Per un anno intero, da quando il Signore co­mandò loro di invocarlo, perseverarono con appassiona­te preghiere, finché avvenne che san Gioacchino, per ispi­razione divina, andò al tempio di Gerusalemme per of­frire suppliche e sacrifici per la venuta del Messia e per­ché venissero esauditi i suoi desideri. Trovandosi l'anzia­no e venerabile Gioacchino con altri del suo popolo ad offrire i soliti doni e le offerte dinanzi al sommo sacer­dote, Isaccar, altro ministro del culto di rango inferiore, lo riprese aspramente, perché, essendo sterile, faceva la sua offerta insieme agli altri. Tra le altre cose gli disse:

«Tu, o Gioacchino, cosa ti preoccupi di offrire essendo un uomo inutile? Allontanati da tutti e non irritare Dio con le tue offerte e i tuoi sacrifici, perché non sono a lui graditi». Il sant'uomo, offeso e confuso, con umiltà e amo­re si rivolse al Signore e gli disse: «Altissimo Signore e Dio eterno, per vostro ordine e volere io venni al tempio; ora chi sta nel vostro luogo mi disprezza. Sono i miei peccati che meritano questa ignominia, ma se da una par­te l'accolgo per volere vostro, dall'altra non disprezzate l'opera delle vostre mani». San Gioacchino uscì dal tem­pio rattristato, sebbene interiormente nella pace e nella tranquillità, e si recò verso una casa di campagna che possedeva. Vi rimase alcuni giorni in solitudine e supplicò il Signore con questa preghiera:

174. «Altissimo Dio eterno, da cui dipende tutta la vi­ta e la salvezza dell'uomo, prostrato al vostro cospetto vi supplico affinché voi, bontà infinita, possiate guardare la pena della mia anima e ascoltare le mie richieste e quel­le della vostra serva Anna. Ai vostri occhi i nostri desi­deri sono palesi: se io non merito di essere esaudito, non vogliate disdegnare l'umile mia sposa. Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, antichi padri nostri, non nascondeteci la vostra pietà; non permettete, voi che sie­te padre, che io sia tra gli empi e tra coloro dei quali voi respingete le offerte, considerandomi inutile per il fatto che non mi concedete discendenti. Ricordatevi, o Signo­re, dei sacrifici e delle offerte dei vostri servi e Profeti, miei antichi padri; ricordatevi delle loro opere che fu­rono gradite ai vostri occhi. Dal momento che volete che io, con fede, mi rivolga a voi, che siete potente e ricco di misericordia, concedetemi quello che desidero e chiedo per voi, dato che nel mio domandare vi obbedisco e com­pio la vostra santa volontà. Se le mie colpe ritardano la vostra misericordia, allontanate da me ciò che non vi è gradito e vi trattiene. Voi siete potente, o Dio d'Israele, tutto quello che volete lo compite senza impedimento. Giungano ai vostri orecchi le mie preghiere: se io sono povero e misero, voi siete infinito e sempre pronto ad usare misericordia verso gli umiliati. E dove me ne an­drò lontano da voi, che siete il Re dei re, il Signore dei signori, l'Onnipotente? Avete ricolmato di doni e benedi­zioni, per generazioni, i vostri figli e servi; a me insegnate a desiderare e attendere dalla vostra generosità quello che avete operato verso i miei fratelli. Se a voi piacerà con­cedermi ciò che vi domando, offrirò e consacrerò al ser­vizio del vostro santo tempio il frutto della mia discen­denza che riceverò dalla vostra mano. Ho affidato il mio cuore e la mia mente alla vostra volontà desiderando al­lontanare sempre i miei occhi dalla vanità. Fate di me, o Signore, ciò che a voi piace e rallegrate il nostro spirito esaudendo la nostra speranza. Guardate dal vostro trono questa umile polvere, che sono io, e sollevatela, affinché vi glorifichi, vi adori; in tutto io compia la vostra volontà e non la mia».

175. Questa fu la richiesta che Gioacchino fece nel luo­go appartato. Nello stesso tempo l'angelo Gabriele rivelò a sant'Anna che sarebbe stata preghiera gradita all'Altis­simo, se gli avesse richiesto una discendenza nei figli, con lo stesso amore e la stessa tensione con i quali li desi­derava. Quando la santa donna seppe che questa era la volontà divina, e nel medesimo tempo quella del suo spo­so, con umile disponibilità e fede si presentò al Signore, pregandolo come le era stato ordinato e disse: «Dio Al­tissimo, Signor mio, creatore e custode universale di tut­te le cose, che la mia anima onora e adora come Dio ve­ro, infinito, santo ed eterno, prostrata davanti a voi de­sidero parlarvi, benché sia polvere e cenere, per mani­festarvi la mia necessità e afflizione. Signore Dio, voi che siete da sempre, fateci degni della vostra benedizione donandoci il frutto santo da offrire al vostro servizio nel tempio. Ricordatevi, o mio Signore, che la vostra serva Anna, madre di Samuele, era sterile, ma per la vostra grande misericordia il suo desiderio fu esaudito. Io sen­to nel mio cuore una forza che mi dà vigore e mi inco­raggia a chiedervi di usare anche con me questa miseri­cordia. Ascoltate, dunque, la mia umile preghiera, dol­cissimo Signore e mio sovrano; ricordatevi dei favori, dei doni e dei sacrifici dei miei antichi Padri e dei prodigi che voi operaste in essi con la potenza del vostro brac­cio. Io, Signore, vorrei offrire un'oblazione a voi gradita e accetta, ma la più grande e la sola che è in mio pote­re è la mia anima, la forza e i sentimenti ricevuti da voi e tutto ciò che sono. Se guardandomi dal vostro trono mi vorrete donare dei figli, fin da ora li consacro e li offro perché vi servano nel tempio. Signore, Dio d'Israele, se è vostra volontà e beneplacito volgere lo sguardo a questa vile e povera creatura e consolare il vostro servo Gioac­chino, concedetemi di farvi questa domanda; in tutto si compia la vostra volontà santa ed eterna».

176. Queste furono le richieste che fecero san Gioac­chino e sant'Anna. Pur essendo stata illuminata su di esse e sull'incomparabile santità di questi felici padri, non pos­so, per mia grande inadeguatezza e incapacità, esprimere tutto quello che ho appreso e sentito, né posso riferire tut­to. Non è necessario del resto, essendo già sufficiente per il mio scopo quello che ho detto. Per avere un ampio con­cetto di questi santi conviene confrontarli col nobile fine per cui furono scelti da Dio, che fu quello di essere pro­genitori diretti di Cristo Signore nostro e genitori della sua Madre santissima.

 

CAPITOLO 13

 

Il santo arcangelo Gabriele annunzia il concepimento di Ma­ria santissima e Dio concede a sant'Anna una speciale grazia.

 

177. Le suppliche dei santi Gioacchino ed Anna giun­sero al cospetto della beatissima Trinità. Furono ascoltate e accolte, così che il volere divino fu manifestato ai santi angeli, come se le tre divine Persone parlassero con loro e dicessero: «Per la nostra bontà abbiamo disposto che la persona del Verbo assuma carne umana perché porti la sal­vezza a tutto il genere umano. Questo è quanto abbiamo manifestato e promesso ai nostri servi, i Profeti, affinché lo annunciassero a tutta la terra. Sono troppi i peccati e le malvagità degli esseri viventi che ci costringerebbero ad usare con rigore la nostra giustizia! Ma la nostra bontà e misericordia è più grande di tutte le iniquità, tanto che queste non bastano ad estinguere la nostra carità. Guar­diamo alle opere delle nostre mani create a nostra imma­gine e somiglianza per essere eredi e partecipi della nostra eterna gloria. Rivolgiamo lo sguardo ai nostri servi e ami­ci che ci hanno dato compiacimento, e a tutti coloro che saranno grandi nel renderci lode. In modo singolare guar­diamo colei che sarà eletta fra migliaia, gradita sopra tut­te le creature e scelta per la nostra gioia e la nostra sod­disfazione, colei che dovrà accogliere nelle sue viscere la persona del Verbo, rivestendola della carne umana e mor­tale. Dal momento che quest'opera deve avere inizio per manifestare al mondo la ricchezza della nostra divinità, è ora il tempo opportuno perché si compia questo mistero. Gioacchino ed Anna trovarono grazia presso di noi e pietosamente li abbiamo custoditi e predisposti con la virtù dei nostri doni e delle nostre grazie. Essi, messi alla pro­va nella loro sincerità, rimasero fedeli, e con genuino can­dore resero le loro anime accette e gradite al nostro co­spetto. Vada, dunque, Gabriele come nostro ambasciatore e porti novità di gioia per loro e per tutto il genere uma­no, manifestando loro che, per nostra somma bontà, sono stati guardati ed eletti».

178. Gli spiriti celesti conobbero questa volontà e deci­sione dell'Altissimo. L'arcangelo Gabriele, mentre era pro­strato in adorazione davanti a lui, come usano fare quegli spiriti purissimi, in atteggiamento di umiltà dinanzi al tro­no della santissima Trinità, udì una voce proveniente dal trono stesso, che gli diceva: «Gabriele, illumina, rincuora e consola i nostri servi Gioacchino ed Anna; riferisci che le loro preghiere sono giunte a noi e che la nostra cle­menza ha esaudito le loro suppliche. Prometti loro che ri­ceveranno un frutto di benedizione sostenuti dalla nostra forza: Anna concepirà e partorirà una figlia alla quale dia­mo fin da ora il nome di Maria».

179. All'arcangelo Gabriele furono rivelati molti miste­ri e segreti riguardanti questo messaggio e gli fu coman­dato di scendere subito dal cielo per comunicarlo. Appar­ve a san Gioacchino che stava in preghiera e gli disse: «O uomo giusto e retto, il Signore ha visto dall'alto del suo trono i tuoi desideri. Egli ha ascoltato i tuoi lamenti, ha esaudito le tue preghiere e vuole renderti felice sulla ter­ra. Anna, la tua sposa, concepirà e partorirà una figlia che sarà benedetta fra tutte le donne e ritenuta beata da tutte le nazioni. Il Dio eterno, increato e creatore di ogni cosa, retto nei suoi giudizi, forte e onnipotente, m'invia a te, per­ché ha gradito le tue azioni e le tue elemosine. Dal mo­mento che le opere di carità inteneriscono il cuore dell'Onnipotente e accelerano le sue misericordie, egli vuole generosamente arricchire la tua casa e la tua famiglia do­nandoti una figlia che Anna concepirà e alla quale lo stes­so Signore imporrà il nome di Maria. Fin dalla sua infan­zia sarà consacrata al tempio e a Dio, come gli avete pro­messo. Sarà grande, eletta, potente e piena di Spirito San­to; la sua concezione sarà miracolosa perché Anna è ste­rile e sarà una meravigliosa fanciulla per quanto riguarda la sua vita e le sue opere. Loda il Signore, o Gioacchino, e glorificalo per un tale beneficio, perché con nessun'altra nazione ha compiuto una così grande opera. Andrai a ren­dere grazie al tempio di Gerusalemme; come prova della verità della lieta notizia che ti porto, incontrerai alla por­ta aurea la tua sposa Anna, che andrà al tempio per lo stesso motivo. Intanto ti avverto che questo è uno dei più nobili annunci, perché il concepimento di questa bambina rallegrerà il cielo e la terra».

180. Tutto questo fu rivelato in sogno a Gioacchino, mentre faceva la sua lunga preghiera, proprio come ac­cadde poi a san Giuseppe, sposo di Maria santissima, quan­do gli fu manifestato che la gravidanza di Maria era ope­ra dello Spirito Santo. San Gioacchino si risvegliò con una grande gioia nel cuore. Con prudenza, semplice e timoro­sa nello stesso tempo, serbò nel suo cuore il mistero di Dio, abbandonando il suo spirito con viva fede e speran­za alla volontà dell'Altissimo. Si recò al tempio, come gli era stato ordinato, per rendergli azioni di grazie e lodare i suoi imperscrutabili giudizi.

181. Mentre a san Gioacchino accadeva questo, Anna era assorta in preghiera e contemplazione, volgendo lo sguardo al Signore e al mistero dell'incarnazione del Ver­bo eterno, che ella sperava secondo quanto l'Altissimo le aveva rivelato illuminandole la mente. Con profonda umiltà e viva fede fece questa orazione supplicando l'Altissimo af­finché accelerasse la venuta del Salvatore dell'umanità: «Al­tissimo re e Signore di tutto il creato, io misera e sprege­vole creatura, ma opera delle vostre mani, desidererei of­frire la mia vita, che ho ricevuto da voi, affinché vi de­gniate di abbreviare il tempo che ci separa dalla nostra sal­vezza. Oh, se la vostra infinita pietà si volgesse alla nostra necessità! Oh, se i nostri occhi potessero vedere il Salva­tore e redentore degli uomini! Ricordatevi, o Signore, del­la misericordia che avete usato nei tempi antichi con il vo­stro popolo promettendogli il vostro Figlio unigenito e te­nete conto dell'impegno che avete preso nella vostra infi­nita pietà. Che arrivi presto questo giorno tanto desidera­to! È mai possibile che l'Altissimo voglia discendere dal suo santo cielo? È mai possibile che voglia scegliersi una madre terrena? Chi sarà mai quella donna così felice e for­tunata? Beato chi la potrà vedere! Chi sarà degna di esse­re la serva delle sue serve? Fortunate le generazioni che la vedranno, che si prostreranno ai suoi piedi e la venere­ranno! Sarà dolce vederla e ascoltarla! Felici gli occhi che la vedranno, gli orecchi che udranno le sue parole e la fa­miglia dalla quale l'Altissimo sceglierà la Madre sua! Ven­ga eseguito presto, o Signore, questo ordine: si compia il vostro divino volere».

182. Tale fu la preghiera che sant'Anna fece dopo aver ricevuto la rivelazione di questo ineffabile mistero; collo­quiava di tali cose con il suo santo angelo custode, che tante volte e sempre più chiaramente in questa occasione le si manifestò. L’Altissimo volle che l'annuncio del conce­pimento delia sua Madre santissima assomigliasse, in qual­che modo, a quello che si sarebbe poi realizzato nell'in­carnazione. Sant'Anna meditava con umile fervore sul mi­stero di colei che avrebbe dovuto diventare la Madre del Verbo incarnato e la Vergine santissima fece altrettanto per colei che avrebbe dovuto diventare la Madre del Signore, come dirò a suo tempo. L'angelo che portò i due messag­gi fu lo stesso, in forma umana, ma si mostrò alla vergi­ne Maria con superiore bellezza e aspetto più misterioso.

183. Il santo arcangelo si presentò, in forma umana, bello e splendente più del sole, a sant'Anna e le disse: «An­na, serva dell'Altissimo, io sono uno degli angeli del con­siglio di sua Altezza, inviato dal cielo per la sua divina compiacenza, che guarda gli umili della terra. Buona è l'o­razione incessante e l'umile confidenza. Il Signore ha udi­to le tue richieste, perché egli sta accanto a coloro che lo invocano con viva fede e speranza e lo attendono con pa­zienza. Se ritarda nell'esaudire le preghiere e le suppliche dei giusti, è per prepararli ad accogliere molto più di quel­lo che chiedono e desiderano. La preghiera e l'elemosina aprono i tesori del re onnipotente e lo spingono ad esse­re ricco di misericordia verso coloro che lo pregano. Tu e Gioacchino avete chiesto un frutto di benedizione e l'Al­tissimo ha deciso di donarvene uno ammirabile e santo per arricchirvi di doni divini e concedervi molto più di quan­to avete chiesto. Dal momento che vi siete mostrati umili nelle vostre suppliche, egli vuole mostrarsi grande nel con­cedervi quanto avete domandato, perché gradisce molto la creatura quando chiede con umiltà e confidenza senza coartare il suo infinito potere. Persevera nell'orazione e in­voca dall'Altissimo la salvezza del genere umano, senza stancarti e con insistenza. Mosè, con suppliche incessanti, guadagnò la vittoria del suo popolo; Ester con intensa pre­ghiera e confidenza ottenne la salvezza dalla morte; Giu­ditta, anche lei con l'orazione, fu resa capace di un'opera tanto ardua come difendere Israele, benché fosse una don­na delicata e debole. Davide sconfisse Golia perché invocò il nome del Signore. Elia impetrò il fuoco dal cielo per il suo sacrificio e con la sua preghiera aprì e chiuse i cie­li. L'umiltà, la fede e le elemosine tue e di Gioacchino so­no giunte al trono dell'Altissimo ed egli ha inviato me, suo angelo, a portare delle liete notizie per il tuo cuore perché vuole farti felice e fortunata. Egli ti sceglie come madre di colei che concepirà e partorirà l'Unigenito del Padre e di­spone che tu la chiami Maria. Ella sarà benedetta tra le donne e piena di Spirito Santo. Sarà la nube che spanderà la rugiada dal cielo a refrigerio dei mortali; in lei si com­piranno le profezie dei vostri antichi Padri. Sarà la porta della vita e della salvezza per i figli di Adamo. Sappi che ho annunziato a Gioacchino che sarà padre di una figlia felice e benedetta; il Signore, però, non gli ha manifesta­to che ella sarà la Madre del Messia. Per questo tu devi mantenere il segreto; andrai subito al tempio a ringrazia­re l'Altissimo, perché la sua destra potente ti ha favorita così generosamente. Incontrerai Gioacchino alla porta au­rea e lì parlerai con lui di questi eventi. Ma in particola­re, o benedetta dal Signore, l'Altissimo vuole arricchirti dei suoi favori più singolari. Nel silenzio parlerà al tuo cuo­re e darà inizio alla legge di grazia, facendoti concepire colei che rivestirà l'immortale Signore di natura umana. È in questa umanità unita al Verbo che si compirà col suo sangue la vera legge di misericordia»

184. Affinché l'umile cuore di sant'Anna non venisse me­no a causa dello stupore e dell'esultanza per l'annuncio che le dava il santo angelo, fu fortificata, nella sua debolezza, dallo Spirito Santo. Così ascoltò ed accolse il messaggio di­latando il suo animo con incomparabile gioia. Subito si alzò e andò al tempio di Gerusalemme, dove incontrò san Gioac­chino, come l'angelo aveva detto ad entrambi. E insieme ringraziarono l'Autore di questa meraviglia, offrendo doni particolari e sacrifici; nuovamente furono illuminati dalla grazia del divino Spirito. Così pieni di celeste consolazione se ne tornarono a casa comunicandosi come il santo ar­cangelo Gabriele aveva parlato a ciascuno di essi riguardo al beneficio con cui il Signore avrebbe dato loro una figlia, la quale sarebbe stata immensamente felice e beata. Fu in questa occasione che si rivelarono anche che lo stesso an­gelo santo, prima del matrimonio, aveva ordinato ad en­trambi di unirsi per volontà di Dio, per servirlo insieme. Per venti anni si erano taciuti questo segreto, fino al mo­mento in cui lo stesso angelo promise loro la nascita di ta­le figlia. A questo punto fecero nuovamente voto di offrir­la al tempio e di andarvi ogni anno in quella data, trascorrendo tutto il giorno in lodi e ringraziamenti e facen­do molte offerte. Difatti in seguito adempirono a questo vo­to e cantarono lodi e benedizioni all'Altissimo.

185. La prudente Anna non rivelò mai, né a san Gioac­chino né a nessun altro, il segreto che sua figlia avrebbe dovuto essere Madre del Messia. E il santo padre Gioac­chino, durante tutta la sua vita, non seppe altro se non che ella sarebbe stata una donna grande e misteriosa. Peraltro nei suoi ultimi momenti di vita, l'Altissimo gli rivelò la di­gnità di sua figlia, come dirò più avanti. Mi è stata data una profonda conoscenza delle virtù e della santità dei due genitori della Regina del cielo; non mi trattengo oltre ad esporre cose che noi fedeli dobbiamo supporre, per affret­tarmi al mio principale intento.

186. Dopo la prima concezione, quella del corpo della Madre della grazia, e prima di creare la sua anima santis­sima, Dio fece un singolare favore a sant'Anna. Ella ebbe un'altissima visione intellettuale di sua Maestà, in cui egli, comunicandole grandi rivelazioni e doni di grazia, la dispose e prevenne con larghe benedizioni. Purificandola la spiritualizzò ed elevò la sua anima e il suo spirito così che da quel giorno non si dedicò mai più a cosa umana che po­tesse impedirle di tenere fisse in Dio la sua mente e la sua volontà, senza perderlo mai di vista. Durante questo bene­ficio il Signore le disse: «Anna mia serva, io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe: la mia benedizione e la mia luce eterna sono con te. Io formai l'uomo per sollevarlo dalla polvere e farlo erede della mia gloria, anzi partecipe della mia divinità. Io avevo deposto in lui molti doni collo­candolo in uno stato perfetto, ma egli diede ascolto al ser­pente e perse tutto. Ora, per mio solo beneplacito, dimen­ticando la sua ingratitudine, voglio riparare i suoi danni e compiere quello che ho promesso ai miei servi e Profeti: in­viare il mio Unigenito e loro redentore. I cieli sono chiusi e gli antichi Padri non possono vedere il mio volto e rice­vere il premio loro promesso, della mia eterna gloria, così che l'inclinazione della mia bontà infinita è come violenta­ta non potendo comunicarsi al genere umano. Vorrei ormai usare con esso la mia munifica misericordia e mandargli la persona del Verbo eterno che si faccia uomo, nascendo da una donna che sia ad un tempo madre e vergine immaco­lata, pura, benedetta e santa sopra tutte le creature. Ecco io ti faccio madre di questa mia eletta ed unica ».

187. Io non posso spiegare tanto facilmente quale ef­fetto produssero queste parole dell'Altissimo nel cuore di sant'Anna, che fu la prima, tra tutte le creature umane, a ricevere la rivelazione del mistero che la sua figlia santis­sima sarebbe diventata la Madre di Dio. Era opportuno che lo conoscesse, poiché doveva partorirla ed allevarla co­me conveniva al tesoro che possedeva. Ella ascoltò con profonda umiltà la voce dell'Altissimo e con cuore docile rispose: «Signore, Dio eterno, è consuetudine della vostra bontà immensa ed opera del vostro braccio potente solle­vare dalla polvere chi è povero e disprezzato. Io, o Si­gnore Altissimo, mi riconosco una creatura indegna di ta­li misericordie e benefici. Che mai potrà fare questo vile vermicello in presenza vostra? Può solo ofirirvi come ringraziamento il vostro stesso essere e la vostra grandez­za e come sacrificio la sua anima e le sue forze. Fate di me, o Signore, secondo la vostra volontà, dal momento che mi abbandono totalmente ad essa. Io vorrei essere così de­gnamente vostra come richiede questo favore; ma che farò io, che non merito neppure di essere la schiava di colei che deve essere madre del vostro Unigenito e figlia mia? So bene, e sempre lo confesserò, che io sono povera; ma ai piedi della vostra grandezza sto aspettando che usiate con me la vostra misericordia, poiché siete Padre pietoso e Dio onnipotente. Rendetemi, o Signore, come mi volete, in ragione della dignità che mi date».

188. Sant'Anna in questa visione ebbe un'estasi mera­vigliosa nella quale le fu data una profonda conoscenza della legge naturale, di quella scritta e di quella evange­lica. Conobbe come la divina natura nel Verbo eterno si doveva unire alla nostra, e come la sua santissima uma­nità sarebbe stata sollevata all'essere divino, oltre a mol­ti altri misteri che si sarebbero rivelati con l'incarnazio­ne del Verbo. Fu attraverso queste illuminazioni, e altri doni divini di grazia, che l'Altissimo la predispose per il concepimento e la creazione dell'anima della sua figlia santissima e Madre di Dio.

 

CAPITOLO 14

 

L'Altissimo manifestò agli angeli il tempo stabilito per la concezione di Maria santissima e scelse alcuni di loro per custodirla.

 

189. Nel tribunale della volontà divina, come principio inevitabile e causa universale di tutto il creato, si decreta­no tutte le cose che devono essere, con le loro condizioni e circostanze, senza che alcuna sia dimenticata, né possa, una volta stabilita, essere ostacolata dalle potenze create. Il mondo con i suoi abitanti dipende da questo ineffabile governo che concorre con le cause naturali, senza che sia mai mancato o possa mancare niente a ciò che è necessa­rio. Tutto fece Dio e tutto sostiene col suo volere; è lui che fa sussistere tutte le cose o le annienta, facendole tornare al nulla da cui le ha tratte. Le creò per la gloria sua e del Verbo incarnato, così che fin dal principio della creazione aprì i sentieri e dispose le vie attraverso le quali lo stesso Verbo sarebbe sceso a prendere forma umana e a vivere con gli uomini, affinché questi salissero a Dio, lo cono­scessero, temessero, cercassero, servissero ed amassero per poi lodarlo e fruirlo eternamente.

190. Il suo nome fu ammirabile su tutta la terra ed esaltato nella piena comunione dei santi con cui costituì un popolo gradito, del quale il Verbo incarnato fosse ca­po. E quando già tutto era disposto secondo la volontà del­la sua provvidenza ed era giunto il tempo prestabilito per la creazione della donna meravigliosa vestita di sole, che era apparsa nel cielo e che doveva rallegrare ed arricchire la terra, la santissima Trinità stabilì quello che io, pur nella limitatezza della mia comprensione e delle mie parole, cercherò di manifestare.

191. Ho già detto che per Dio non esiste né passato nè futuro, perché lui ha presente tutto nella sua mente divi­na e infinita e conosce con un solo e semplicissimo atto della sua volontà. Noi, riducendo tutto ciò secondo il no­stro limitato modo di parlare e di intendere, consideria­mo che sua Maestà guardò ai decreti che stabilivano di creare una madre confacente e degna perché il Verbo si facesse carne. L'adempimento delle sue leggi è inevitabile. Per questa ragione, essendo ormai giunto il tempo favo­revole e stabilito, le tre divine Persone dissero fra loro: «E’ ormai tempo che diamo inizio all'opera del nostro bene­placito, creando quella pura creatura ed anima che deve trovare grazia ai nostri occhi al di sopra di tutte le altre. Dotiamola di ricchi doni e deponiamo in lei sola i più grandi tesori della nostra grazia. Tutte le altre, alle quali demmo vita, furono ingrate e ribelli al nostro volere op­ponendosi al nostro intento di conservarle nel felice stato originale di quando creammo i primi uomini, cosa che im­pedirono per loro colpa. Non essendo conveniente che la nostra volontà resti bloccata, creiamo in tutta santità e perfezione questa creatura nella quale non abbia parte al­cuna il disordine del primo peccato. Creiamo un'anima se­condo i nostri desideri, un frutto dei nostri attributi, un prodigio del nostro infinito potere, che non venga toccata dalla macchia del peccato di Adamo. Facciamo un'o­pera che sia un oggetto degno della nostra onnipotenza e un esemplare della perfezione che prepariamo per i nostri figli, e sia il fine del disegno che pensammo nella crea­zione. E poiché hanno tutti trasgredito nella libera volontà e decisione del primo uomo, sia questa sola creatura quel­la in cui restauriamo ed eseguiamo ciò che perdettero al­lontanandosi dal nostro volere. Sia ella unica immagine e similitudine della nostra divinità, sia compimento del no­stro beneplacito, al nostro cospetto, per tutta l'eternità. In lei depositeremo tutte le prerogative e le grazie che nella nostra prima e condizionata volontà avevamo destinate agli angeli e agli uomini se si fossero mantenuti nello sta­to originale. Avendole essi perdute rinnoviamole in questa creatura, aggiungendo a questi molti altri doni, affinché il decreto che facemmo non resti del tutto senza effetto, ma migliorato in questa nostra eletta ed unica. Noi ave­vamo stabilito ciò che era più santo e preparato ciò che era migliore, perfetto e lodevole per le creature, ma esse lo perdettero; liberiamo allora la corrente della nostra bontà a favore di questa diletta esentandola dalla legge co­mune a tutti i mortali, affinché in lei non sia seminato il cattivo seme del serpente. Io voglio scendere dal cielo nel­le sue viscere e in esse rivestirmi, mediante la sua stessa sostanza, della natura umana.

192. È’ giusto e doveroso che la Divinità, bontà infini­ta, si depositi e si celi in una materia purissima, limpida e non macchiata da colpa. Alla nostra giustizia e provvi­denza non sarebbe conveniente tralasciare ciò che è più decoroso, perfetto e santo, per compiere qualcosa di me­no perfetto, dal momento che nulla può resistere alla nostra volontà. Il Verbo che si deve incarnare, essendo re­dentore e maestro degli uomini, deve porre le fondamen­ta della perfettissima legge di grazia per insegnare loro ad obbedire e ad onorare il padre e la madre, come cause se­conde del loro essere naturale. Si vuole che questa legge sia praticata innanzitutto dal Verbo divino, onorando co­lei che egli si elesse per madre, rendendola degna di sé con braccio potente e favorendola con quanto vi è di più am­mirabile, santo ed eccellente in fatto di grazie e doni. Tra questi l'onore e il beneficio più singolare sarà il non as­soggettarla ai nostri nemici, né alla loro malizia; così sarà libera dalla morte della colpa.

193. Sulla terra il Verbo deve avere una madre, ma non un padre, come nel cielo ha un padre senza una madre. Come c'è giusta corrispondenza, proporzione e consonan­za nel chiamare egli Dio Padre e questa donna Madre, co­sì vogliamo che ci sia la stessa corrispondenza ed ugua­glianza possibile tra Dio e la creatura, affinché mai il dra­go possa gloriarsi di essere stato superiore alla donna, al­la quale obbedì Dio come a vera madre. La dignità di es­sere esente dalla colpa è dovuta e conveniente a colei che sarà la Madre del Verbo; per lei è una grazia maggiormente stimabile e più vantaggiosa, poiché l'essere santa è un be­ne più grande che l'essere semplicemente madre, nono­stante che all'essere Madre di Dio spetti tutta la santità e la perfezione. Davvero la carne umana dalla quale il Ver­bo dovrà prendere forma, dev'essere libera dal peccato, poi­ché egli, dovendo redimere i peccatori, non deve riscatta­re la sua stessa carne, redentrice essa stessa per la sua unione con la divinità. È quindi anticipatamente preserva­ta perché noi abbiamo già previsto e accettato gli infiniti meriti del Verbo in questa stessa carne e natura. Anzi vogliamo che questo tempio, questa gloriosa abitazione del­la sua umanità, sia per il Verbo incarnato un motivo di gloria per tutta l'eternità.

194. La madre sarà figlia del primo uomo, ma, quanto alla grazia, singolare, libera ed immune dalla colpa di lui. Riguardo alle doti naturali deve essere perfettissima e am­maestrata con speciale provvidenza. Dovendo poi il Verbo incarnato essere maestro d'umiltà e santità attraverso le tribolazioni che dovrà patire - scelte da lui in eredità co­me, agli occhi nostri, il più apprezzabile tesoro per confon­dere la vanità e l'ingannevole falsità dei mortali - così vo­gliamo che questa parte tocchi anche a colei che sarà sua Madre. Ella sarà unica e singolare nella pazienza, ammi­rabile nel soffrire e col suo Unigenito offrirà un sacrificio di dolore tanto accetto alla nostra volontà e di maggiore gloria per lei».

195. Fu questo il decreto che le tre divine Persone ma­nifestarono agli angeli santi esaltando la gloria e la vene­razione dei loro profondi e impenetrabili giudizi. Dio fece agli angeli questa nuova rivelazione della sua grandezza, per consentire loro di scoprire l'ordine ammirabile e l'ac­cordo meraviglioso delle sue opere, poiché la sua divinità è uno specchio che nella stessa visione beatifica manife­sta, quando a lui piace, nuovi misteri ai beati. Tutto que­sto non è altro che la conseguenza di ciò che nei capitoli precedenti ho scritto riguardo alla creazione degli angeli, cioè che Dio aveva detto loro di venerare e riconoscere su­periori il Verbo incarnato e la sua santissima Madre. Es­sendo ora giunto il tempo destinato alla formazione di que­sta grande Regina, era necessario che il Signore non lo te­nesse nascosto, egli che tutto dispone con peso e misura. È’ inevitabile che, da parole umane e così limitate quali sono quelle che io riesco a trovare, resti velata la conoscen­za di così segreti misteri che mi ha dato l'Altissimo. Ad ogni modo, secondo la mia capacità, dirò quello che potrò riguardo a quanto il Signore manifestò agli angeli in que­sta occasione.

196. Sua Maestà disse: «È ormai giunto il tempo sta­bilito dalla nostra provvidenza per far nascere la creatura più gradita e accetta ai nostri occhi, la restauratrice della prima colpa del genere umano, colei che deve schiacciare la testa al serpente, colei di cui era figura quella singola­re donna che, come grande segno, apparve alla nostra pre­senza, colei che deve rivestire di carne umana il Verbo eterno. S'avvicina già l'ora così felice per gli uomini in cui distribuiremo i tesori della nostra divinità per aprire loro le porte del cielo. Si attenui ormai la severità della nostra giustizia nel castigare, che fino ad ora è stata usata per gli uomini, e si conosca l'attributo della nostra misericordia, arricchendo le creature con i tesori della grazia e dell'e­terna gloria che il Verbo incarnato ha meritato.

197. Abbia, infine, il genere umano un riparatore, un maestro, un mediatore, un fratello e un amico che sia vi­ta per i morti, salute per gli infermi, consolazione per chi è nella tristezza, sollievo per gli afflitti, riposo e compagno per i tribolati. Si compiano ormai le profezie dei nostri servi, e si adempiano le promesse di inviare un Salvatore. Allo scopo di eseguire tutto secondo il nostro beneplacito, dando inizio al mistero nascosto fin dalla costituzione del mondo, scegliamo per la formazione della nostra diletta Maria il grembo della nostra serva Anna, affinché in esso sia concepita e creata la sua anima beatissima. Sebbene il suo concepimento e la sua formazione debbano seguire l'ordine comune della procreazione naturale, tuttavia, per quanto riguarda la grazia, si segue un ordine diverso, di­sposto giustamente dal nostro immenso potere.

198. Già sapete come l'antico serpente, dopo quel gran­de segno che vide di questa meravigliosa donna, tenda continuamente insidie a tutte le donne, cominciando dal­la prima che creammo, e perseguiti con astuzia e frodi quelle che conosce più perfette nella loro vita e nelle lo­ro opere, nella speranza di trovare, tra tutte, quella che gli deve calpestare e schiacciare la testa. Quando, rivolto a questa creatura purissima e senza colpa, la riconoscerà santa, porrà tutti i suoi sforzi nel perseguitarla secondo l'idea che si farà di lei. La superbia di questo drago sarà più grande della sua forza; è nostro volere, però, che voi di questa nostra città santa e di tale tabernacolo del Ver­bo incarnato abbiate speciale cura e protezione custoden­dola, assistendola, difendendola dai nostri nemici per il­luminarla, confortarla e consolarla con degna cura e ri­verenza, finché sarà viatrice».

199. A questa proposta dell'Altissimo, i santi angeli, con umiltà profonda e prostrati dinanzi al trono regale della santissima Trinità, si mostrarono sottomessi e pronti al di­vino mandato. Ciascuno di essi, gareggiando santamente con gli altri, desiderava essere inviato, offrendosi per un così felice ministero. Tutti poi innalzarono all'Altissimo in­ni di lode e un cantico nuovo, perché stava per giungere l'ora in cui avrebbero visto il compimento di ciò che con ardentissimo desiderio avevano per molti secoli supplicato di vedere. Io conobbi in quest'occasione che, dopo la gran­de battaglia nel cielo di san Michele col drago e i suoi al­leati, nella quale questi ultimi furono precipitati nelle te­nebre sempiterne lasciando gli eserciti di san Michele vit­toriosi e confermati nella grazia, questi santi spiriti co­minciarono subito a chiedere che si compissero i misteri riguardanti l'incarnazione del Verbo, che allora conobbe­ro. Perseverarono in queste ripetute richieste fino al mo­mento in cui Dio manifestò loro il compimento di ciò che desideravano.

200. Per tale ragione essi, sollecitati da questa nuova ri­velazione, giubilarono e glorificarono il Signore dicendo: «Al­tissimo e incomprensibile Dio e Signore nostro, tu sei de­gno di ogni adorazione, lode e gloria in eterno; noi siamo solo creature create per tua divina volontà. Mandaci, ti sup­plichiamo, o potentissimo Signore, ad eseguire le tue me­ravigliose e misteriose opere, affinché si compia in tutto il tuo giustissimo beneplacito». I celesti principi si riconosce­vano, con queste manifestazioni, inferiori alla grande don­na; desideravano, se fosse stato possibile, essere più puri e perfetti per poter essere più degni di custodirla e servirla.

201. Immediatamente l'Altissimo stabilì coloro che do­vevano occuparsi di così nobile incarico; ne elesse quindi cento da ciascuno dei nove cori, per un totale di nove­cento. Ne scelse altri dodici, i quali, in forma umana vi­sibile ma con simboli della redenzione sulle loro vesti, la potessero assistere nelle cose più ordinarie. Questi sono i dodici angeli che custodivano le porte della città di Ge­rusalemme, come è descritto nel libro dell'Apocalisse al capitolo ventunesimo. Di questi parlerò in un capitolo suc­cessivo. Il Signore, poi, ne destinò altri diciotto di livello superiore perché ascendessero e discendessero dalla scala mistica di Giacobbe con i messaggi della Regina a sua Al­tezza e di lui a lei. Infatti molte volte la Regina li invia­va all'eterno Padre per essere guidata in tutte le sue azio­ni dallo Spirito Santo, per non fare nulla senza il bene­placito divino a cui si preoccupava di fare riferimento an­che nelle cose più piccole. Quando non era informata da illuminazioni particolari, mandava questi santi spiriti a presentare al Signore i suoi dubbi e i suoi desideri per compiere quello che era più gradito alla sua santissima volontà, chiedendo di sapere ciò che le comandava, come dirò poi nel corso di questa Storia.

202. Oltre a tutti questi santi angeli, il Signore assegnò e nominò altri settanta serafini dei più eccelsi e più vicini al trono della Divinità, affinché comunicassero con la Prin­cipessa del cielo nello stesso modo in cui comunicano e parlano tra loro e i superiori illuminano gli inferiori. Que­sto beneficio fu concesso alla Madre di Dio - sebbene fos­se superiore per dignità e per grazia a tutti i serafini - per­ché era viatrice e inferiore agli angeli nella natura. Quan­do il Signore, a volte, si allontanava o si nascondeva, co­me vedremo più avanti, i settanta serafini la illuminavano e consolavano. Ella conferiva con loro sui suoi ardenti sen­timenti d'amore e sulle sue ansie per quel tesoro nascosto che aveva in sé. Furono scelti per questo beneficio in nu­mero di settanta come corrispondenti agli anni di lei, i quali furono appunto settanta, e non sessanta, come diremo a suo tempo. In questo numero sono compresi quei sessan­ta prodi che, secondo il terzo capitolo del Cantico dei Can­tici, custodivano il talamo di Salomone; erano scelti tra i più valorosi d'Israele, addestrati alla guerra e muniti di spa­de per i pericoli della notte.

203. La ragione per cui questi principi e valorosi capita­ni vennero scelti dai supremi ordini gerarchici per custodi­re la Regina del cielo fu che in quell'antica battaglia tra gli spiriti umili e il superbo drago, essi furono eletti cavalieri nell'esercito del supremo Re, affinché con la spada della sua virtù e della parola divina combattessero e vincessero Lu­cifero con tutti i suoi seguaci. Questi sommi serafini, in quella battaglia vittoriosa, si distinsero per lo zelo dell'onore del­l'Altissimo, come capitani coraggiosi ed esperti nell'amore di­vino. Queste armi della grazia furono donate a loro per virtù del Verbo incarnato, che riconobbero capo e Signore, difen­dendo il suo onore insieme a quello della sua santissima Ma­dre. Per questo motivo viene detto che custodivano il tala­mo di Salomone e gli facevano da scorta, con le spade ai fianchi ad indicare la generazione umana e in essa l'uma­nità di Cristo Signore nostro, concepita nel talamo vergina­le di Maria dal suo purissimo sangue e dalla sua sostanza.

204. Gli altri dieci serafini, che mancano per raggiun­gere il numero di settanta, furono anch'essi partecipi di quel­l'ordine superiore: contro l'antico serpente manifestarono grande riverenza alla divinità ed umanità del Verbo, oltre che alla sua santissima Madre. Tutto ciò ebbe luogo in quel­la battaglia dei santi angeli. A coloro che capeggiavano in questa lotta venne concesso, per onore speciale, di essere le guardie della comune Regina e siguora. Tutti insieme for­mano una schiera di mille angeli, tra serafini ed altri di or­dine inferiore. Questa città di Dio fu sovrabbondantemente presidiata per essere difesa dagli eserciti infernali.

205. A capo di questo invincibile squadrone fu posto il principe della milizia celeste, san Michele, il quale, pur non assistendo sempre la sua Regina, molte volte l'accompa­gnava e le si manifestava. L'Altissimo lo destinò alla cu­stodia della santissima Madre per alcuni particolari misteri, come speciale messaggero di Cristo nostro Signore. Fu finalmente nominato il santo principe Gabriele, affinché, da parte dell'eterno Padre, scendesse tra le legazioni dei santi angeli per dedicarsi ad altri ministeri riguardanti la Principessa del cielo. Questo fu ordinato dalla santissima Trinità affinché la difendesse e custodisse.

206. Tutte queste nomine furono grazia dell'Altissimo. Io intesi che egli, nel farle, osservò un certo ordine di giu­stizia distributiva, perché usò equità e provvidenza, consi­derando le opere e la volontà dei santi angeli che accetta­rono questi misteri rivelati all'inizio intorno all'incarnazio­ne del Verbo e a sua Madre. Nel mostrarsi obbedienti al­la divina volontà alcuni espressero inclinazioni ed atten­zioni diverse rispetto ad altri nell'esercizio dei misteri che vennero loro proposti. D'altra parte non furono elargite a tutti le stesse grazie, la stessa volontà e gli stessi senti­menti. Alcuni, venuti a conoscenza dell'unione delle due nature, divina e umana, nella persona del Verbo, nascosta nei limiti di un corpo ed innalzata ad essere capo di tut­to il creato, ebbero speciale devozione per questo mistero. Altri poi si stupirono che l'Unigenito del Padre si rendes­se passibile per il grande amore verso gli uomini, al pun­to di offiirsi e morire per loro. Un'ultima parte, infine, si distinse nel lodare Dio per la creazione in Maria di un'a­nima e di un corpo di così sublime eccellenza, superiore a tutti gli spiriti angelici così ché da lei potesse prendere carne il Creatore di tutti. La distinzione degli angeli, ad­detti ai vari misteri di Cristo e di sua Madre, fu fatta se­condo le inclinazioni di ciascuno e in premio di esse, co­sì come verranno santificati coloro i quali in questa vita si saranno distinti per speciali virtù: Dottori, Vergini, ecc.

207. In corrispondenza di tale distinzione i vari angeli, quando si manifestavano alla Madre di Dio, come dirò più avanti, avevano stemmi diversi che rappresentavano ri­spettivamente i misteri dell'incarnazione, della passione di Cristo Signore nostro, della grandezza e dignità riservate alla stessa Regina. Ella non venne subito a conoscenza di quest'ultimo mistero perché l'Altissimo ordinò agli angeli di non rivelarle che sarebbe divenuta la Madre del suo Uni­genito, fino al tempo stabilito dalla sua sapienza. Tuttavia dovevano parlare con lei dei misteri dell'incarnazione e del­la redenzione per infervorarla e spingerla a fare le sue ri­chieste. È’ impossibile esprimere a parole, e le mie sono li­mitate, una così alta luce e rivelazione.

 

CAPITOLO 15

 

La concezione immacolata di Maria, madre di Dio, in virtù del potere divino.

 

208. La divina Sapienza aveva preparato tutte le cose perché la Madre della grazia fosse senza macchia. Erano già venuti tutti i Patriarchi e i Profeti ed erano già stati innalzati i monti sui quali doveva sorgere questa mistica Città di Dio. Le aveva assegnato, con la forza della sua destra, incomparabili tesori per ornarla ed arricchirla. Ave­va costituito mille angeli per presidiarla e custodirla, i quali dovevano servirla da fedeli vassalli come loro regina e signora. La fece discendere da una stirpe regale e nobile e le scelse, per nascere, dei genitori santi e perfetti come non ve ne furono altri in quel secolo. Se ce ne fossero stati al­tri più idonei per generare una tale figlia che eleggeva per Madre, l'Onnipotente li avrebbe sicuramente prediletti.

209. Venne donata loro abbondante grazia e benedizio­ne dalla sua destra; li arricchì con ogni genere di virtù, con il lume della scienza divina e con i doni dello Spirito Santo. Dopo che i due santi, Gioacchino ed Anna, ebbero conosciuto che sarebbe stata loro donata una figlia am­mirabile e benedetta fra le donne, si iniziò l'opera della prima concezione, quella cioè del corpo purissimo di Ma­ria. Quando si sposarono Anna aveva ventiquattro anni e Gioacchino quarantasei. Dopo il matrimonio trascorsero venti anni senza prole e, quando la figlia venne concepita, la madre aveva quarantaquattro anni e il padre sessanta­sei. Anche se ciò avvenne secondo l'ordine naturale comu­ne, tuttavia la virtù dell'Altissimo le tolse ogni imperfezio­ne lasciandole il necessario e l'indispensabile della natura, perché potesse generare il più eccellente corpo che vi fu e sarà in una semplice creatura.

210. La grazia operò affinché non ci fosse né colpa né imperfezione, solamente virtù e merito. Il concepimento, quantunque naturale e comune, fu però diretto, corretto e perfezionato dalla forza della grazia divina, affinché questa avesse il suo effetto senza impedimento della natura. Fu in sant'Anna che risultò più evidente l'intervento divino, perché era sterile. Senza miracolo non avrebbe potuto concepire dal momento che il concepimento, per via naturale, non ha le­gami né dipendenza con il soprannaturale, bensì con la so­la partecipazione dei genitori i quali, come concorrono na­turalmente all'effetto della propagazione, così offrono la ma­teria e intervengono in modo imperfetto e senza misura.

211. In questa concezione il padre, pur non essendo na­turalmente infecondo, a causa dell'età era incapace di pro­creazione. Venne però reso fecondo per virtù divina così che poté partecipare attivamente. Così la natura e la gra­zia concorsero insieme: la prima in misura necessaria e in­dispensabile, la seconda sovrabbondante, vigorosa ed effi­cace, per assorbire la stessa natura, senza confonderla, ma elevandola e migliorandola miracolosamente, affinché si conoscesse che questa concezione avvenne per grazia, con l'apporto della natura solo per quanto era necessario per­ché questa figliola avesse genitori naturali.

212. Per riparare alla sterilità della santissima madre Anna non le fu restituita la fertilità, ma fu il Signore che operò miracolosamente il concepimento e offrì la condi­zione per la formazione del corpo. Cessato poi il miraco­lo di questa straordinaria concezione, la madre rimase nel­la sua sterilità. Questo intervento divino mi sembra si pos­sa intendere con quello che fece Cristo, Signore nostro, quando san Pietro passeggiò sulle acque. Allora, per so­stenerlo, non fu necessario che le acque si indurissero, né che venissero convertite in cristallo o ghiaccio su cui egli potesse passeggiare, come avrebbero potuto fare altri. Sen­za che venissero convertite in ghiaccio, il Signore permise che sorreggessero il corpo dell'Apostolo per effetto della sua virtù miracolosa. Così, cessato il miracolo, poiché dun­que le acque erano rimaste liquide, san Pietro, che vi cam­minava sopra, cominciò a vacillare e ad affondare.

213. Molto simile a questo, sebbene molto più ammira­bile, fu il miracolo del concepimento di Maria santissima. I suoi genitori, protetti dalla grazia, furono ben lontani dal­la concupiscenza e dal piacere, per cui, da parte umana in questa concezione non ci fu peccato, perché la divina Prov­videnza aveva già prestabilito che essa fosse immacolata. Questo fu un miracolo che l'Altissimo riservò soltanto a co­lei che degnamente doveva essere sua Madre, perché, se era conveniente che nella sostanza della sua concezione fosse generata secondo l'ordine degli altri figli di Adamo, era an­che più conveniente e dovuto che, serbata intatta la natu­ra, concorresse con questa la grazia in tutta la sua virtù e potenza, segnalandosi ed operando in lei più che in tutti i figli di Adamo e in Adamo ed Eva stessi, i quali diedero inizio alla corruzione e alla concupiscenza sregolata.

214. Nella formazione del corpo purissimo di Maria, se­condo il nostro modo di intendere, la sapienza e la po­tenza dell'Altissimo operarono con tanta cura sia nella quantità che nella qualità dei quattro umori naturali - san­guigno, melanconico, flemmatico e collerico - e nella me­scolanza perfettissima di questa composizione, in modo che esso agevolasse senza impedimento gli atti interiori di un'anima così santa, quale sarebbe stata quella che avreb­be dovuto dare vita ad esso. Questo miracoloso tempera­mento fu l'inizio e la causa della serenità e della pace che conservarono le facoltà della Regina del cielo durante la sua vita, senza che alcuno di questi elementi le facesse guerra, la contraddicesse o predominasse sugli altri. Anzi si aiutavano e si servivano reciprocamente per mantener­si in quell'anima senza corruzione. A questa, il corpo di Maria santissima non andò mai soggetto e nulla le venne meno o le sopravanzò. In esso tutto fu sempre, secondo la quantità e la qualità, in equilibrio perfetto.

215. Certamente questo corpo, pur essendo in tutto d'am­mirabile composizione, sentiva il disagio delle inclemenze del caldo e del freddo e quello delle altre influenze degli astri. Anzi, quanto più era su misura e perfetto, tanto più lo of­fendeva qualunque estremo, in quanto aveva meno dell'e­stremo contrario per difendersi. Tuttavia in una costituzio­ne così ben proporzionata, i contrari trovavano meno da al­terare e tanto meno da operare: per la delicatezza il poco era più sensibile che in altri corpi il molto. Quel miracolo­so corpo, che si formava nel grembo di sant'Anna, non era capace di doni spirituali prima di avere un'anima, ma lo era dei doni naturali. Questi furono concessi a Maria per ordi­ne e virtù soprannaturali con quelle qualità che erano con­venienti alla singolare grazia che le era destinata. Per que­sto motivo le fu data una struttura così perfetta che la na­tura da sola non poteva arrivare a formare creature simili.

216. La mano del Signore creò i nostri progenitori Ada­mo ed Eva con qualità convenienti alla giustizia originale e allo stato di innocenza. Anzi, in tale grado uscirono dalle sue mani migliori di come sarebbero stati i loro discendenti se li avessero avuti in quello stato, perché solo le opere del Si­gnore sono perfette. Allo stesso modo, sebbene in maniera più eccellente, manifestò la sua onnipotenza nella formazio­ne del corpo di Maria santissima. Egli operò con maggiore provvidenza e abbondanza di grazia, perché questa creatura superava non solo i progenitori che avrebbero subito il pec­cato, ma tutte le altre creature corporali e spirituali. A no­stro modo di intendere, Dio ebbe maggior cura nella sola formazione del corpo della sua Madre santissima che non in quella di tutto il mondo celeste e di quanto è racchiuso in esso. Con tale regola si devono cominciare a misurare i doni e i privilegi di questa Città di Dio, dalle prime fonda­menta su cui si elevò la sua grandezza, fino ad essere la più immediata e la più vicina all'infinità dell'Altissimo.

217. Quanto fu distante, dunque, il peccato e il fomite da cui risulta, da questa miracolosa concezione! Ciò non fu solo nell'Autrice della grazia, sempre distinta e trattata secondo questa dignità, ma anche nei suoi genitori; nel suo concepimento il peccato fu tenuto a freno e legato affin­ché non perturbasse la natura, che in quell'opera era infe­riore alla grazia e serviva come strumento al supremo Ar­tefice. Egli è superiore alle leggi sia della natura che del­la grazia. Da qui cominciava già a distruggere il peccato, minando e abbattendo il castello del forte armato per ro­vesciarlo e spogliarlo di quanto tirannicamente possedeva.

218. Il giorno in cui avvenne la prima concezione, cioè quella del corpo di Maria santissima, era domenica, corri­spondente a quella della creazione degli angeli, dei quali el­la doveva essere Regina e signora. Per la formazione e la crescita degli altri corpi sono necessari, secondo l'ordine na­turale e comune, molti giorni perché si organizzino e ab­biano la disposizione richiesta per infondere in essi l'ani­ma razionale. Dicono che per gli uomini ne occorrono qua­ranta, mentre per le donne ottanta, poco più o poco meno secondo il calore naturale e la disposizione della madre. In­vece, nella formazione del corpo di Maria santissima, la virtù divina abbreviò il tempo naturale e ciò che si sareb­be dovuto operare in ottanta giorni, o quanti naturalmen­te sarebbero stati necessari, si fece in modo perfetto in set­te. In questi giorni nel grembo di sant'Anna quel corpo mi­racoloso fu plasmato e preparato, con la debita crescita, per ricevere la santissima anima della nostra Signora e regina.

219. Il sabato dopo questa prima concezione, si fece la seconda, nella quale l'Altissimo creò l'anima di sua Madre e la infuse nel corpo. Così entrò nel mondo la creatura più santa, perfetta e gradita ai suoi occhi più di quante ne ha create e creerà sino alla fine del mondo o per l'eternità. Fu misteriosa l'attenzione che Dio pose nel far corrispon­dere quest'opera con quella della creazione di tutto il re­sto del mondo in sette giorni, come è riferito nella Gene­si. Senza dubbio fu qui che egli si riposò, avendo dato compimento a quella immagine nel realizzare l'opera pen­sata mediante la creazione dell'essere a tutti superiore, con cui dava inizio all'opera dell'incarnazione del Verbo divino e alla redenzione del genere umano. Per Dio e per tutte le creature fu un giorno di grande festa.

220. Per il mistero della concezione di Maria santissima lo Spirito Santo ordinò che, nella Chiesa, il sabato fosse consacrato alla Vergine, come giorno in cui le fu fatto il più grande beneficio: creare la sua santissima anima e unir­la al suo corpo, senza peccato originale né effetto alcuno di questo. Il giorno che oggi la Chiesa celebra non è quel­lo della concezione del corpo, ma quello dell'infusione del­l'anima dopo la quale stette nove mesi precisi nel grembo di sant'Anna, tempo trascorso dalla concezione fino alla na­tività di questa Regina. Nei sette giorni che precedettero l'infusione dell'anima, solo il corpo si dispose e organizzò per virtù divina, affinché questa creazione corrispondesse a quella che avvenne al principio del mondo. Fu nell'istante della creazione ed infusione dell'anima di Maria santissima che la beatissima Trinità disse, con affetto e amore più gran­di di come riferisce la Genesi: «Formiamo Maria a nostra immagine e somiglianza, come vera nostra figlia e sposa e madre dell'Unigenito della sostanza del Padre».

221. In forza di questa divina parola e dell'amore con cui uscì dalla bocca dell'Onnipotente, fu creata e infusa l'a­nima nel corpo di Maria santissima. Nello stesso momen­to fu riempita di grazia e di doni al di sopra dei più alti serafini del cielo: nemmeno per un istante fu priva della lu­ce, dell'amicizia e dell'amore del suo Creatore, o toccata dalle tenebre del peccato originale. La sua giustizia fu, an­zi, perfetta e superiore a quella data ad Adamo ed Eva quan­do furono creati. Ebbe in dono un perfetto uso della ra­gione proporzionato alle grazie che riceveva, affinché non le tenesse neppure per un istante oziose, ma con esse ope­rasse effetti mirabili e sommamente graditi al suo Signore. Confesso che mi trovo assorta nella luce di questo grande mistero e il mio cuore, per insufficienza di parole, si scio­glie in sentimenti di ammirazione e di lode nel silenzio. Ammiro la vera Arca dell'alleanza costruita, abbellita e col­locata nel tempio di una madre sterile con maggior gloria di quella posta nella casa di Obed-Èdom e nel tempio di Salomone. Vedo formato l'altare nel Sancta Sanctorum sul quale si deve offrire il primo sacrificio per implorare e pla­care Dio. Vedo come la natura forza i limiti del suo ordi­ne per raggiungere l'ordine vero, mentre si stabiliscono nuo­ve leggi contro il peccato senza tenere conto di quelle co­muni, né della colpa, né della stessa grazia. Vedo, cioè che si stanno formando una nuova terra e dei cieli nuovi, dei quali il primo è il grembo di un'umilissima donna guarda­ta dalla santissima Trinità. Assistono innumerevoli esseri dell'antico cielo e mille angeli sono destinati a custodire il tesoro di un piccolo corpo della dimensione di un'ape.

222. In questa nuova creazione si udì nuovamente risuo­nare, ma con maggiore forza, la voce del suo Creatore che, soddisfatto della sua opera di onnipotente, disse che era mol­to buona. Si accosti umilmente la debolezza umana a que­sta meraviglia e confessando la grandezza del Creatore gra­disca il nuovo beneficio elargito a tutto il genere umano nel­la Corredentrice. Abbia fine ormai lo zelo avverso ricono­scendosi vinto dalla forza della luce divina. Se l'infinita bontà di Dio, come mi fu mostrato, nella concezione della sua san­tissima Madre si sdegnò davanti al peccato originale, glo­riandosi di avere una giusta causa ed un'occasione opportu­na per distruggerlo ed arrestarne il corso, perché alla sa­pienza umana sembra bene ciò che per Dio fu ripuguante?

223. Mentre veniva infusa l'anima nel corpo di questa divina Signora, l'Altissimo volle che sant'Anna, madre di Maria, sentisse e riconoscesse in modo eccelso la presen­za della Divinità. Fu ripiena di Spirito Santo e fu accesa interiormente di esultanza e devozione superiori alle sue forze umane, tanto che fu rapita in un'estasi sublime in cui fu illuminata riguardo ai più arcani misteri e inneggiò al Signore con nuovi canti di gioia. Questa grazia le fu concessa per tutto il corso della sua vita, ma fu più intensa durante i nove mesi in cui portò nel suo grembo il tesoro del cielo. In questo tempo tali benefici le furono rinnovati e ripetuti più frequentemente con la comprensione del­le divine Scritture e dei più profondi misteri racchiusi in esse. O fortunatissima donna, ti chiamino davvero beata e ti lodino tutte le nazioni e le generazioni del mondo!

 

CAPITOLO 16

 

L'Altissimo rivestì di virtù l'anima di Maria santissima; ella compì le prime opere nel grembo di sant'Anna. Sua Maestà comincia ad insegnarmi ad imitarla.

 

224. Dio avviò l'impetuoso torrente della sua divinità per rallegrare la mistica città dell'anima santissima di Maria facendolo sgorgare dal fonte della sua infinita sapien­za e bontà. L'Altissimo aveva deciso di porre in questa di­vina Signora i più grandi tesori di grazie e virtù che mai siano stati dati, o saranno dati in eterno ad altra creatu­ra. Quando giunse l'ora di donarli a lei, cioè nel medesi­mo istante in cui fu concepita, l'Onnipotente, con soddi­sfazione, esaudì il desiderio che fin dall'eternità aveva co­me in sospeso, finché non ne fosse giunto il tempo op­portuno. Il fedelissimo Signore fece questo: riversò nell'a­nima santissima di Maria, nell'istante della sua concezio­ne, tutte le grazie e i doni in grado così eminente che nes­suno dei santi né tutti insieme vi poterono mai arrivare. Con parole umane tutto ciò non si può manifestare.

225. Sebbene allora fosse ricolmata, come sposa che di­scendeva dal cielo, di ogni perfezione e di ogni sorta di grazia interiore, non fu necessario che le esercitasse tutte subito, ma solamente quelle che poteva e che erano con­venienti allo stato in cui si trovava nel grembo di sua ma­dre. Le prime furono le virtù teologali, fede, speranza e ca­rità, che hanno per oggetto Dio. Ella esercitò subito que­ste virtù conoscendo la Divinità, le sue perfezioni, i suoi attributi infiniti, la trinità e la distinzione delle Persone, con profonda fede. Questa conoscenza di Dio non ne im­pedì un'altra che le fu data, come presto dirò. Esercitò an­che la virtù della speranza che riguarda Dio come oggetto della beatitudine e come fine ultimo. Quell'anima santissi­ma si sollevò e s'incamminò verso Dio con intensissimi de­sideri di unirsi a lui senza essersi prima rivolta ad altro e senza vivere un istante solo senza questo movimento inte­riore. Nello stesso modo e nel medesimo istante, ella eser­citò la virtù della carità, che riguarda Dio come infinito e sommo bene, con tale forza e tale stima della divinità che tutti i serafini, nella loro grande veemenza e virtù, non po­tranno mai giungere a così alto grado.

226. Ebbe poi le altre virtù, che ornano e perfezionano la parte razionale della creatura, nella stessa misura delle teologali; le furono date anche virtù morali e naturali in grado miracoloso e soprannaturale, e nello stesso grado, soltanto però a un livello molto più alto nell'ordine della grazia, le furono infusi i doni e i frutti dello Spirito Santo. Ebbe scienza infusa, sapienza di tutte le scienze e delle ar­ti naturali. Da questo conobbe e seppe tutto il naturale e il soprannaturale che porta alla grandezza di Dio, di modo che fin dal primo istante, nel grembo di sua madre, fu sa­piente, prudente, illuminata e capace di comprendere Dio e tutte le sue opere più di quanto lo furono e lo saranno in eterno tutte le altre creature, ad eccezione del suo Figlio santissimo. Una tale perfezione consistette non solo nelle virtù che le furono infuse in così eminente grado, ma an­che negli atti che vi corrispondevano secondo la loro con­dizione ed eccellenza, di modo che nello stesso momento poté esercitarli col potere divino, il quale per ogni bisogno non si pose dei limiti, né si assoggettò ad altra legge se non a quella della sua divina e più che giusta volontà.

227. Di tutte queste virtù e grazie e di quanto opera­no si dirà molto nel corso della presente Storia della vita santissima di Maria; esprimerò qui solo qualcosa di ciò che operò nell'istante della sua concezione mediante i be­nefici che le furono dati e la luce che ricevette da essi. Con gli atti delle virtù teologali, come ho detto, della virtù della religione e delle altre virtù cardinali che ne conse­guono, conobbe Dio nel suo essere, e come creatore e co­me glorificatore. Con atti eroici lo riverì, lo lodò, lo rin­graziò perché l'aveva creata; lo amò, lo temette e lo adorò offrendogli sacrifici di magnificenza, lode e gloria per il suo essere immutabile. Conobbe i doni che riceveva, no­nostante qualcuno le fosse nascosto: per questo rese gra­zie con profonda umiliazione e con prostrazioni corpora­li che subito fece nel grembo di sua madre con quel così piccolo corpo. Con tali atti ella ebbe più merito in quello stato che non tutti i santi nel massimo grado della loro perfezione e santità.

228. Ella ebbe un'altra visione e cognizione, superiore agli atti della fede infusa, del mistero della Divinità e del­la santissima Trinità. Se in quell'istante non la vide intuiti­vamente come i beati, la vide però astrattivamente con al­tra luce e visione inferiore a quella beatifica, ma superiore a tutti gli altri modi in cui Dio si può manifestare o si ma­nifesta all'intelletto creato. Le furono mostrate alcune spe­cie o immagini della Divinità così chiare e manifeste, che in esse conobbe l'essere immutabile di Dio e in lui tutte le creature, con maggiore luce ed evidenza di come una crea­tura può essere conosciuta da un'altra. Queste immagini fe­cero da specchio chiarissimo che rifletteva tutta la Divinità e in essa le creature: in questa luce e in queste immagini di Dio le vide più distintamente e chiaramente di quanto le conoscesse in se stesse per mezzo della scienza infusa.

229. In tutti questi modi le furono evidenti, fin dalla sua concezione, tutti gli uomini e tutti gli angeli nel loro ordine, le loro dignità e i loro compiti, nonché tutte le crea­ture irragionevoli nelle loro nature e qualità. Conobbe la creazione, lo stato e la rovina degli angeli, la giustifica­zione e la gloria dei buoni, la caduta e il castigo dei cat­tivi, la primitiva innocenza di Adamo ed Eva, l'inganno, la colpa e la miseria che ne seguì sia per loro stessi sia per tutto il genere umano, e il decreto della volontà divina per la loro riparazione ormai già disposta e quasi giunta al mo­mento di essere compiuta. Conobbe l'ordine e la natura dei cieli, degli astri e dei pianeti, la qualità e disposizione de­gli elementi, il purgatorio, il limbo e l'inferno, come tutte queste cose e quelle racchiuse in esse erano state create e conservate dal potere divino, solamente per la sua bontà infinita, senza che ne avesse necessità alcuna. Soprattut­to conobbe ciò che Dio avrebbe rivelato del suo mistero facendosi uomo per redimere tutto il genere umano, la­sciando i cattivi angeli senza questo rimedio.

230. Mentre l'anima santissima di Maria conosceva per ordine tutte queste meraviglie, nell'istante in cui fu unita al corpo, operava gesti eroici delle varie virtù con incom­parabile stupore, lode, glorificazione, adorazione, umilia­zione, amore di Dio e dolore dei peccati commessi contro quel sommo Bene che riconosceva autore e fine di tante ammirabili opere. Contemporaneamente offrì se stessa in sacrificio gradito all'Altissimo, cominciando da quel mo­mento a benedirlo, amarlo e riverirlo con fervoroso affet­to, per riparare alla mancanza di amore e di riconoscen­za da parte sia degli angeli cattivi sia degli uomini. Invitò poi gli angeli santi, ella che già ne era la Regina, ad aiu­tarla a glorificare il creatore e Signore di tutti, e a prega­re anche per lei.

231. In quell'istante il Signore le presentò gli angeli che le assegnava per custodirla: ella li vide e li conobbe, mo­strò loro benevolenza ed ossequio invitandoli ad inneg­giare con canti di lode all'Altissimo. Li preavvisò che que­sto sarebbe stato il compito che dovevano svolgere con lei in tutto il tempo della vita mortale, mentre l'assistevano e la custodivano. Conobbe similmente tutta la sua genea­logia, tutto il resto del popolo santo eletto da Dio, i Pa­triarchi, i Profeti e quanto sua Maestà fosse stata mera­vigliosa nei doni, nelle grazie e nei favori che aveva ope­rati con loro. È’ davvero stupendo che la beatissima Ver­gine, già fin dal primo istante in cui la sua santissima ani­ma fu creata, nonostante le diverse parti del suo santissi­mo corpo si distinguessero appena, piangesse di dolore per la caduta del genere umano e versasse lacrime nel grembo di sua madre ben sapendo quanto fosse terribile peccare contro il sommo Bene. Dio, nella sua onnipoten­za, operò questo prodigio affinché non le mancasse nes­suna eccellenza che potesse tornare a onore di colei che era eletta ad essere Madre di Dio.

232. Per questo miracoloso affetto fece suppliche, fin dal primo istante, per la salvezza del genere umano, assu­mendo l'ufficio di mediatrice, avvocata e riparatrice. Pre­sentò a Dio il grido dei santi Padri e degli altri giusti del­la terra, affinché la sua misericordia non ritardasse la sal­vezza dei mortali, che ella già guardava come fratelli. An­cor prima di vivere tra loro, li amava con ardentissima ca­rità; appena fu concepita cominciò ad essere loro benefat­trice per l'amore divino e fraterno che ardeva nel suo in­fiammato cuore. L'Altissimo gradì tali domande più di tut­te le orazioni dei santi e degli angeli; questo fu manife­stato a lei, che era creata per essere Madre dello stesso Dio, nonostante ella ignorasse allora questo fine. Conobbe però l'amore dello stesso Signore e il suo ardente deside­rio di scendere dal cielo per redimere gli uomini. Ed era giusto che Dio, per affrettare la sua venuta, si mostrasse obbligato, più che da ogni altro, dalle preghiere e richie­ste di quella creatura per la quale principalmente veniva e dalle cui viscere doveva ricevere la carne, compiendo in es­sa la sua opera più ammirabile, fine di tutte le altre.

233. Pregò ancora nello stesso istante della sua conce­zione per i suoi genitori, Gioacchino ed Anna, che, prima di vedere col corpo, vide e conobbe in Dio. Subito esercitò con loro la virtù dell'amore, della riverenza e della grati­tudine di figlia, riconoscendoli causa seconda della sua esi­stenza. Fece anche molte altre domande generali e parti­colari per differenti necessità. Con la scienza infusa di cui era fornita, compose nella sua mente e nel suo cuore un inno di lode per aver trovato, alla porta della vita, la pre­ziosa dramma che perdemmo tutti fin dal principio. Trovò la grazia che le andò incontro e la Divinità che l'aspetta­va ai limiti della natura. Le sue facoltà incontrarono, nel primo istante del suo esistere, il nobilissimo Oggetto che le mosse cominciando a porle in esercizio, perché solo per lui erano create. Dovendo essere sue in tutto e per tutto, a lui si dovevano le primizie delle loro attività, cioè la co­gnizione e l'amore divino. Non vi fu, così, in questa Si­gnora né istante di vita senza conoscere Dio, né cognizio­ne senza amore, né amore senza merito. In questo, nien­te fu piccolo o misurato con le leggi comuni e le regole generali. Tutto fu grande e tale uscì dalla mano dell'Altis­simo, perché ella camminasse, crescesse, ed arrivasse ad essere così magnifica che Dio solo ne fosse maggiore. Oh, che bei passi furono i tuoi, o figlia del principe, dato che col primo di essi giungesti alla Divinità! Bella sei ben due volte, poiché la tua grazia e bellezza è ogni bellezza e gra­zia. Divini sono i tuoi occhi ed i tuoi pensieri sono come la porpora del re, poiché rapisti il suo cuore e lo legasti, facendolo prigioniero del tuo amore nel santuario del tuo grembo verginale e del tuo cuore.

234. Qui veramente dormiva la sposa del re, e il suo cuore vegliava. Dormivano quei sensi che appena aveva­no la loro forma naturale e non avevano ancora visto la luce materiale del sole; intanto quel divin cuore, più in­comprensibile per la grandezza dei suoi doni che per la piccolezza della sua conformazione, vegliava nel talamo di sua madre con la luce della Divinità che lo irraggiava, in­fiammandolo nel fuoco del suo immenso amore. Non con­veniva che in questa divina creatura le facoltà inferiori dell'anima operassero prima di quelle superiori, né che l'o­perare di queste fosse inferiore o uguale a quello delle al­tre creature. Infatti, se l'operare corrisponde all'essere di ciascuna cosa, colei che da sempre era superiore a tutte in dignità ed eccellenza, doveva operare con proporziona­ta superiorità rispetto ad ogni creatura angelica o umana. Non le doveva mancare l'eccellenza degli spiriti angelici, i quali nel momento in cui furono creati fecero subito uso delle loro facoltà, perché questa stessa grandezza e pre­rogativa le era dovuta, come a colei che era creata per es­sere loro Regina e signora. Le spettava, anzi, con vantag­gi tanto più grandi, quanto la dignità di Madre di Dio è superiore a quella di suo servo e il nome di Regina a quel­lo di vassallo, poiché a nessuno degli angeli il Verbo dis­se: «Tu sei mia madre»; né qualcuno di loro poté mai di­re a lui: «Tu sei mio figlio». Soltanto tra Maria e il Ver­bo eterno ci fu questa comunicazione e questa vicende­vole corrispondenza. In ragione di ciò si deve misurare e ponderare la grandezza di Maria, come fece l'Apostolo con quella di Cristo.

235. Nello scrivere questi misteri del Re, quando già è un onore rivelare le sue opere, confesso la mia limita­tezza di donna e mi affliggo perché parlo con termini co­muni e vuoti, che non arrivano a definire ciò che intendo nella luce di cui è investita la mia anima in tali misteri. Per non avvilire tanta grandezza sarebbero necessarie ben altre parole ed espressioni particolari e appropriate, ma la mia ignoranza non le trova. E quando le possedesse, sarebbero troppo elevate per l'umana debolezza. Essa si ri­conosca inferiore ed impotente a fissare il suo sguardo su questo sole divino, che con raggi di divinità viene al mon­do, sebbene coperto dalla nube del grembo materno di sant'Anna. Se tutti desideriamo che ci sia data l'opportu­nità di avvicinarci a contemplare questa meravigliosa visione, andiamoci nudi e liberi: gli uni dalla naturale pusillanimità, gli altri dal timore, benché il tutto sia ma­scherato dall'umiltà. Andiamoci poi con somma devozione e pietà, lontani dallo spirito di discordia, così che ci sia dato di vedere da vicino, in mezzo al roveto, il fuoco del­la Divinità, senza esserne consumati.

236. Ho detto che l'anima santissima di Maria, quando fu concepita, vide in modo astrattivo la divina Essenza, dal momento che non mi fu data luce per dire ch'ella vide la gloria quale veramente è. Con ciò intendo esprimere che questo privilegio fu solo della santissima anima di Cristo per l'unione sostanziale con la Divinità nella persona del Verbo, affinché rimanesse sempre unita con essa per mez­zo delle facoltà dell'anima per somma grazia e gloria. E come Cristo nostro bene cominciò ad essere contempora­neamente uomo e Dio, così cominciò a conoscere Dio e ad amarlo come comprensore. Ma l'anima della sua Madre santissima non era unita sostanzialmente alla Divinità, e così non agì subito come beata, poiché entrava nella vita per essere viatrice. Essendo la più vicina all'unione ipo­statica, ebbe tuttavia una visione di poco inferiore a quel­ia beatifica, ma superiore a tutte le altre visioni e rivela­zioni della Divinità avute dalle creature, eccettuata la chia­ra visione con la piena fruizione. La visione di Dio, che ebbe la Madre di Cristo nel primo istante, sia per alcune modalità sia per alcune qualità, eccelse su quella chiara di altri, in quanto ella conobbe più misteri astrattivamente, che non altri con visione intuitiva. Il non aver visto, però, la Divinità faccia a faccia nel momento della sua conce­zione, non significa che poi non l'abbia veduta molte vol­te nel corso della sua vita, come in seguito dirò.

 

Insegnamento che mi diede la Regina del cielo su questo capitolo

 

237. Ho detto sopra come la Regina e madre di mise­ricordia mi aveva promesso che, quando sarei giunta a scri­vere le prime azioni delle sue facoltà e virtù, m'avrebbe istruita affinché riflettessi la mia vita nello specchio pu­rissimo della sua: è questo l'intento principale del suo ri­velarsi a me. Questa gran Signora, fedelissima nelle sue parole e sempre vicina a me con la sua presenza, quando cominciò a rivelarmi tali misteri, iniziò a mantenere la sua promessa in questo capitolo, come fece ugualmente negli altri. Così io scriverò alla fine di ogni capitolo ciò che sua Altezza m'insegnerà, come faccio ora.

238. Figlia mia, io voglio che, dallo scrivere i misteri della mia santissima vita, tu raccolga per te stessa il frut­to che desideri. Voglio che il premio della tua fatica sia la maggior purezza e perfezione della tua vita, se con la gra­zia dell'Altissimo ti disponi ad imitarmi, mettendo in pra­tica ciò che udrai. Questa è anche la volontà del mio Fi­glio santissimo: che tu applichi le tue forze a compiere ciò che io t'insegnerò, facendo attenzione, con tutta la stima del tuo cuore, alle mie virtù ed opere. Ascoltami con ac­curatezza e con fede, perché io ti dirò parole di vita eter­na, t'insegnerò il massimo della santità e della perfezione cristiana e quello che è maggiormente accetto agli occhi di Dio. Da questo momento comincerai a prepararti per ri­cevere la luce nella quale intuirai chiaramente gli occulti misteri della mia santissima vita e la dottrina che deside­ri. Prosegui questo lavoro e scrivi ciò che a tal fine t'inse­gnerò. Or dunque ascolta.

239. La creatura che indirizza il suo primo movimento a Dio, quando riceve l'uso della ragione, compie un atto di giustizia verso di lui, così che, conoscendolo, lo possa ama­re, riverire e adorare come suo creatore e Signore unico e vero. I genitori hanno l'obbligo naturale di guidare i loro figli fin da bambini in questa conoscenza, indirizzandoli con cura perché subito cerchino il loro ultimo fine e lo in­contrino attraverso i primi atti della ragione e della vo­lontà. Dovrebbero essere attenti ad allontanarli dalle inge­nuità e burle puerili, alle quali la stessa natura corrotta li inclina se si lasciano agire senza alcun educatore. Se i pa­dri e le madri prevenissero questi inganni e questi costu­mi non buoni dei loro figli, e fin dalla loro giovane età li ammaestrassero sul loro Dio e creatore, questi sarebbero preparati a conoscerlo e ad adorarlo. La santa mia madre, che ignorava la mia sapienza e il mio stato, fece con me tutto questo così puntualmente e per tempo che, portan­domi nelle sue viscere, adorava in mio nome il Creatore, tributandogli per me atti di somma riverenza e rendendogli grazie per avermi creata. Lo supplicava anche che mi custodisse, difendesse e liberasse dallo stato in cui io al­lora mi trovavo. Similmente i genitori devono chiedere con fervore a Dio che disponga con la sua provvidenza che le anime dei bambini arrivino a ricevere il battesimo e siano libere dalla schiavitù del peccato originale.

240. Se poi la creatura ragionevole non avesse ricono­sciuto e adorato il Creatore al momento dell'uso della ra­gione, deve farlo nel momento in cui lo conosce per mez­zo della fede. Non deve, però, fermarsi qui; anzi l'anima dovrà impiegare questa conoscenza per non perderlo mai di vista, per temerlo sempre, amarlo ed onorarlo. Quanto a te, figlia mia, hai ottemperato questo dovere d'adorazio­ne verso Dio in tutto il corso della tua vita; ma ora voglio che tu lo adempia ancora meglio come io te lo insegnerò. Fissa lo sguardo interiore della tua anima nell'essere di Dio, che non ha né principio né fine, e contemplalo infi­nito negli attributi e nelle perfezioni. Egli solo è la vera santità, il sommo bene, l'oggetto nobilissimo della creatu­ra, colui che diede l'essere a tutte le cose create e che, sen­za averne alcun bisogno, le sostenta e governa. Egli è la somma bellezza senza macchia, né difetto alcuno; egli è eterno nell'amore, veritiero nelle parole, fedelissimo nelle promesse; egli è colui che diede la sua stessa vita, abban­donandosi ai tormenti per il bene delle sue creature, sen­za che alcuna lo abbia meritato. In questo immenso cam­po di bontà e di benefici, dilata la tua vista ed impegna le tue forze per non dimenticarlo e non allontanarti da lui. Sarebbe una scortesia e slealtà se, dopo aver conosciuto in questo modo il sommo Bene, lo dimenticassi con esecra­bile ingratitudine. Tale sarebbe la tua, se dopo aver rice­vuto una maggiore luce divina della fede, superiore a quel­la comune, traviassi il tuo intelletto con la tua volontà dal­la via dell'amore divino. Se qualche volta, per tua debo­lezza, tu ti trovassi in questa situazione, torna subito a ri­cercare la strada con prontezza e diligenza; umiliata, ado­ra l'Altissimo dandogli onore, magnificenza e lode eterna. Bada bene che devi considerare come tuo proprio compi­to fare questo incessantemente per te e per tutte le altre creature, e voglio che tu te ne mostri sempre sollecita.

241. Per esercitarti in questo con più forza, medita nel tuo cuore ciò che sai che ho fatto, e come quella prima vi­sione del sommo Bene lasciò il mio cuore ferito d'amore. Per questo mi diedi tutta a lui per non perderlo, vivendo sollecita, mai riposando, ma camminando fino a raggiun­gere il centro dei miei desideri ed affetti, perché, essendo infinito l'oggetto, l'amore non vuole essere finito, né deve riposare fino a che non lo possieda. Alla conoscenza di Dio e all'amore per lui deve seguire la conoscenza di te stessa, pensando e riflettendo sulla tua pochezza e viltà. Sappi che queste verità bene intese, ripetute e meditate, producono divini effetti nelle anime. Udite queste ed altre parole del­la Regina, dissi a sua Maestà:

242. «Signora mia, di cui sono schiava e a cui, per es­serlo nuovamente, mi dedico e mi consacro, non senza mo­tivo il mio cuore, per vostra materna degnazione, bramava ardentemente questo giorno nel quale potessi conoscere l'i­neffabile altezza delle vostre virtù nello specchio delle vo­stre divine opere e udire la dolcezza delle vostre salutari parole. Confesso, Regina mia, con tutto il mio cuore, di non avere compiuto opera buona per meritare in premio que­sto beneficio. Penso che scrivere la vostra santissima vita sia piuttosto un'opera d'eccessiva audacia, tanto che non meriterei perdono, se non lo facessi unicamente per obbe­dire alla vostra volontà e a quella del vostro Figlio santis­simo. Accogliete, o mia Signora, questo sacrificio di lode e parlate: la vostra serva vi ascolta. Risuoni, dolcissima Si­gnora mia, nei miei orecchi la vostra soavissima voce, dal momento che voi avete parole di vita. Proseguite così, o mia Padrona, il vostro insegnamento, affinché in questo ma­re immenso delle vostre perfezioni il mio cuore si dilati ed abbia degna materia per lodare l'Onnipotente. Nel mio pet­to arde quel fuoco che la vostra pietà ha acceso, per desi­derare ardentemente ciò che la virtù ha di più santo, di più puro e di più accetto agli occhi vostri. Nel profondo di me sento la legge della carne contrastare quella dello spirito; ciò mi causa ritardo od imbarazzo e giustamente temo che m'impedisca il bene che voi, o pietosissima Madre, mi of­frite. Guardatemi, dunque, o Signora mia, come figlia istruendomi come discepola, correggendomi come serva e costringendomi come schiava se dovessi tardare o resiste­re. Non voglio che accada questo, ma purtroppo per debo­lezza cadrò. Io alzerò gli occhi per conoscere l'essere di Dio, con la divina sua grazia controllerò i miei affetti, così che si innamorino delle sue infinite perfezioni; se lo raggiungo non lo lascerò più. Però voi, Signora e madre della cono­scenza e del bell'amore, chiedete a vostro Figlio e mio Si­gnore che non mi abbandoni, dal momento che si mostrò generosissimo nel favorire la vostra umiltà, o Regina e si­gnora di tutto il creato.

 

CAPITOLO 17

 

Proseguendo il mistero della concezione di Maria santissima mi fu fatta comprendere la prima parte del capitolo ventu­nesimo dell'Apocalisse.

 

243. Il beneficio della concezione immacolata di Ma­ria santissima racchiude tanti e così imperscrutabili mi­steri che, per rendermi più capace di penetrarlo, sua Mae­stà me ne rivelò molti di quelli che san Giovanni pone nel capitolo ventunesimo dell'Apocalisse, rimettendomi al­la comprensione che di essi mi era data. Per dichiarare qualcosa di ciò che mi fu manifestato, dividerò la spie­gazione di quel capitolo in tre parti, al fine di evitare un poco la molestia che potrebbe causare se si trattasse tut­to insieme. Darò prima la versione letterale, che è la se­guente:

244. Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimo­rerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul tro­no disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse:

«Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci. Ecco sono compiute! Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio. Ma per i vili e gl'increduli, gli abietti e gli omicidi, gl'immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e zolfo. È’ questa la seconda morte».

245. Questa è la prima delle tre parti del testo lettera­le ed io la spiegherò in questo capitolo dividendola nei suoi versetti. Vidi poi - dice l'Evangelista - un nuovo cielo e una nuova terra. Essendo già uscita Maria santissima dalle ma­ni di Dio onnipotente e trovandosi così già nel mondo la materia immediata da cui si sarebbe formata l'umanità san­tissima del Verbo che doveva morire per l'uomo, l'Evange­lista dice che vide un cielo nuovo e una nuova terra. Non senza grande proprietà poterono chiamarsi cielo nuovo quella natura e il seno verginale in cui e da cui si formò. In questo cielo, infatti, Dio cominciò ad abitare in un mo­do nuovo, ben differente da quello in cui aveva fino allo­ra abitato nel cielo antico ed in tutte le creature. Si chiamò cielo nuovo anche quello dei santi dopo il mistero dell'incarnazione, poiché da questa ebbe origine per esso la no­vità di venire abitato dai mortali, cosa che prima non ac­cadeva, e di venire rinnovato dalla gloria dell'umanità san­tissima di Cristo, nonché da quella della sua purissima Ma­dre. Tale gloria fu tanto grande, dopo quella essenziale, che bastò per rinnovare i cieli e dare loro nuova bellezza e splendore. Benché qui stessero gli angeli buoni, questa era già come cosa antica e vecchia, per cui fu grande novità che l'Unigenito del Padre con la sua morte restituisse agli uomini il diritto alla gloria perduto per il peccato e li in­troducesse nel cielo, da cui erano stati esclusi, impotenti a riacquistarlo da se stessi. Siccome questa novità per il cielo cominciò da Maria santissima quando l'Evangelista la vide concepita senza il peccato, che impediva tutto ciò, questi disse che aveva visto un nuovo cielo.

246. Vide anche una nuova terra, perché la terra antica di Adamo era maledetta, macchiata e rea della colpa e del­la condanna eterna, mentre la terra santa e benedetta di Maria fu terra nuova, scevra dalla colpa e dalla maledizio­ne di Adamo. Fu terra talmente nuova che dall'epoca della prima formazione, cioè quella di Adamo ed Eva, non si era vista né conosciuta al mondo altra terra nuova sino a Ma­ria santissima. Fu terra talmente nuova e scevra dalla ma­ledizione di quella antica e vecchia che in questa terra be­nedetta si rinnovò anche tutta l'altra dei figli di Adamo. Ve­ramente per la terra benedetta di Maria, e con essa ed in essa, restò benedetta, rinnovata e vivificata quella di Ada­mo, che fino allora era stata maledetta ed era invecchiata nella sua maledizione. Si rinnovò tutta per Maria santissi­ma e per la sua innocenza. Essendo cominciato in lei que­sto nnnovamento della natura umana e terrena, san Gio­vanni dice che in Maria concepita senza peccato vide un cielo nuovo ed una terra nuova. Quindi prosegue:

247. Perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi. Venendo al mondo ed apparendo in esso la nuova terra ed il nuovo cielo di Maria santissima e di suo Figlio, uomo e Dio vero, era conseguente che sparissero l'antico cielo e la terra invecchiata della natura umana e terrena con il pec­cato. Ci fu un nuovo cielo per la Divinità nella natura uma­na, che, preservata e libera dalla colpa, dava una nuova abi­tazione al medesimo Dio mediante l'unione ipostatica nel­la persona del Verbo, mentre cessò di esistere il primo cie­lo, che Dio aveva creato in Adamo, ma che si era macchiato rendendosi inadatto ad essere abitato da Dio. Questo scom­parve e subentrò un altro cielo nuovo con la venuta di Maria. Cominciò anche ad esistere un nuovo cielo della gloria per la natura umana, non perché fosse stato rimosso o fos­se scomparso l'empireo, ma perché questo cessò di essere senza uomini come era stato per tanti secoli. Quanto a que­sto, cessò di essere il primo cielo e divenne un cielo nuo­vo per i meriti di Cristo, che già cominciavano a risplen­dere nell'aurora della grazia, Maria santissima sua madre. Così, scomparvero il primo cielo e la prima terra, che sino allora era stata senza rimedio. Anche il mare non c'era più, poiché con la venuta di Maria santissima e di Cristo ven­ne meno il mare di abominazioni e peccati che inondava il mondo e sommergeva la terra della nostra natura. In ve­rità, il mare del sangue di Cristo sovrabbondò e superò quel­lo dei peccati, essendo di valore tale che in comparazione nessuna colpa ha peso. Se i mortali volessero approfittare di questo mare infinito della misericordia divina e del me­rito di Gesù Cristo nostro Signore, cesserebbero di esistere tutti i peccati del mondo, essendo l'Agnello di Dio venuto per cacciarli e distruggerli tutti.

248. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Poiché tutti questi misteri cominciavano da Maria santissima e si fondavano su lei, l'Evangelista di­ce che la vide sotto la forma della città santa di Gerusa­lemme, parlando della regina con questa metafora. Gli fu concesso di vederla in tale forma affinché conoscesse me­glio il tesoro che ai piedi della croce gli era stato racco­mandato ed affidato e lo custodisse con degna stima; in­fatti, anche se nessuna predisposizione del discepolo pote­va essere tale da supplire alla mancanza della presenza del Figlio della Vergine, poiché san Giovanni prendeva il suo posto, era conveniente che fosse illuminato in modo confor­me alla dignità ed all'ufficio che riceveva venendo sosti­tuito al Figlio naturale.

249. La santa città di Gerusalemme, per i misteri ope­rati da Dio in essa, era il simbolo più conveniente di colei che era sua Madre, nonché centro e compendio di tutte le meraviglie dell'Onnipotente. Per questa stessa ragione è sim­bolo anche della Chiesa militante e di quella trionfante. La vista dell'aquila generosa che fu Giovanni si estese a tutte queste cose, per la corrispondenza e l'analogia che hanno tra loro queste mistiche città di Gerusalemme, ma contem­plò soprattutto la Gerusalemme suprema che è Maria san­tissima, in cui stanno raccolte e riepilogate tutte le grazie, le meraviglie, i doni e le virtù della Chiesa militante e di quella trionfante. Tutto quello che fu operato nella Gerusa­lemme di Palestina e tutto ciò che essa ed i suoi abitanti si­gnificano si trova racchiuso in Maria purissima, città santa di Dio, in modo più mirabile ed eccellente che nel resto del cielo, della terra e di quanti lì vivono. La chiama nuova Ge­rusalemme per la novità di tutti i suoi doni, della sua gran­dezza e delle sue virtù, causa di nuova meraviglia per i san­ti; inoltre, perché venne dopo tutti i Padri antichi, i Pa­triarchi e i Profeti ed in lei si compirono e rinnovarono le loro voci, i loro oracoli, le loro promesse; ancora, perché viene senza il contagio della colpa e discende dalla grazia secondo un ordine tutto nuovo, distante dalla comune leg­ge del peccato; infine, perché entra nel mondo trionfando sul demonio e sul primo inganno, e questa è la cosa più nuova che si sia vista nel mondo dal suo principio in poi.

250. Essendo ciò del tutto nuovo sulla terra e non po­tendo provenire da questa, san Giovanni dice che discen­deva dal cielo. Anche se secondo l'ordine comune della na­tura discese da Adamo, non venne per la via battuta ed or­dinaria della colpa per la quale erano passati tutti i suoi predecessori, figli di quel primo delinquente. Per questa so­la Signora ci fu un decreto a parte nella divina predesti­nazione e si aprì un nuovo sentiero attraverso il quale ve­nisse al mondo con il suo Figlio santissimo, senza essere compagna nell'ordine della grazia ad alcun altro mortale e senza che alcun altro fosse compagno a lei ed a Cristo no­stro Signore. Così, scese nuova dal cielo della mente e del­la determinazione di Dio. Dalla terra, macchiati da essa, discendono tutti gli altri figli di Adamo, mentre questa Re­gina di tutto il creato venne dal cielo, discendendo solo da Dio per l'innocenza e la grazia. Comunemente diciamo che uno viene da quella casa o prosapia da cui discende e di­scende da dove ha ricevuto il suo essere. Ora, l'essere na­turale che Maria santissima ricevette da Adamo si ravvisa appena nel contemplarla madre del Verbo eterno e quasi a lato dell'eterno Padre per la grazia e la partecipazione alla sua divinità che ricevette per tale dignità. Questo è in lei l'essere principale, per cui l'altro, quello che ha dalla natura, risulta accessorio e secondario. Per questo, l'Evan­gelista fissò lo sguardo su quello principale, che scese dal cielo, e non su quello accessorio, che venne dalla terra.

251. Prosegue dicendo che era pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Per il giorno del matrimonio i mor­tali cercano il maggiore ornamento e l'abbigliamento più elegante che si possano trovare per abbellire la sposa ter­rena e non importa che i gioielli più ricchi si abbiano in prestito, purché niente le manchi. Quindi, se confessiamo, come è necessario confessare, che Maria purissima fu spo­sa della santissima Trinità ed allo stesso tempo madre del­la persona del Figlio e che per tali dignità fu adornata e preparata dal medesimo Dio onnipotente, infinito e ricco senza misura e limiti, quale ornamento, quale preparazio­ne, quali gioielli saranno quelli con cui egli impreziosì la sua sposa e madre perché divenisse degna sposa e degna madre? Avrà forse riservato qualche gioiello nei suoi teso­ri? Le avrà negato qualche grazia di quelle con cui il suo potente braccio avrebbe potuto arricchirla ed abbellirla? L'a­vrà lasciata brutta, scomposta, macchiata in qualche parte o per qualche istante? Sarà stato scarso od avaro con la madre e sposa sua colui che elargisce prodigiosamente i te­sori della sua divinità a tante anime che rispetto a lei so­no meno che serve, meno che schiave della sua casa? Tut­te loro confessano, con il medesimo Signore, che una sola è l'eletta e la perfetta, che le altre devono riconoscere, te­stimoniare e magnificare come immacolata e fortunatissi­ma fra le donne e della quale piene di ammirazione con giubilo e lode domandano: «Chi è costei che sorge come l'au­rora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati?». È’ Maria santissima, unica spo­sa e madre dell'Onnipotente, che discese nel mondo ador­na e preparata come sposa della beatissima Trinità, per il suo sposo e figlio. Questo arrivo ed ingresso nel mondo av­venne con tanti doni della Divinità che la sua luce la rese più vaga dell'aurora, più bella della luna, più eletta e sin­golare del sole, senza che nessuna a lei si potesse parago­nare, più forte e potente di tutti gli eserciti del cielo e dei santi. Discese adornata e preparata per Dio, che le diede tutto ciò che egli volle, volle darle tutto ciò che poté e poté darle tutto ciò che non era essere Dio, sebbene fosse quan­to di più vicino alla sua divinità e di più distante dal pec­cato potesse trovarsi in una semplice creatura. Questo ornamento fu intero e perfetto; non sarebbe stato tale se le fosse mancato qualcosa e le sarebbe mancato se fosse esi­stita qualche istante senza l'innocenza e la grazia. Forse, senza questa, sarebbe bastato a renderla così bella che l'or­namento ed i brillanti della grazia fossero posti sopra un volto deforme, macchiato dalla colpa, o sopra una veste su­dicia ed indecente? Vi sarebbe rimasta sempre qualche im­perfezione, per cui, per quanti accorgimenti si fossero usati, non si sarebbe mai potuto togliere l'ombra o il segno della macchia. Tutto ciò era poco conveniente per Maria, madre e sposa di Dio, e quindi anche per lui, che non l'a­vrebbe affatto adornata e preparata con amore di sposo né con attenzione di figlio, se per vestire la madre e sposa sua avesse cercato una stoffa macchiata e vecchia, mentre ne aveva in casa una ricca e preziosa.

252. È’ ormai tempo che l'intelletto umano si estenda e si dilati per onorare la nostra grande Regina e chi avesse opinioni contrarie su tale punto, fondate su percezioni di­verse, si ritiri e si trattenga dallo spogliarla dell'ornamen­to della sua purezza immacolata nell'istante della sua di­vina concezione. Per la forza della verità e della luce in cui vedo questi ineffabili misteri, confesso una e più volte che tutti i privilegi, le grazie, le prerogative, i favori ed i doni di Maria santissima, incluso quello di essere madre di Dio - per come mi sono fatti conoscere - dipendono ed hanno origine dall'essere stata immacolata e piena di gra­zia nella sua concezione purissima, cosicché senza questo beneficio tutti gli altri apparirebbero informi e mancanti ovvero come un sontuoso edificio senza fondamento soli­do e proporzionato. Hanno tutti relazione secondo un cer­to ordine e collegamento con la purezza ed innocenza del­la concezione. Per questo si è dovuto necessariamente toc­care tante volte questo mistero nel corso di questa Storia, cominciando dai decreti divini sulla formazione di Maria e del suo Figlio santissimo in quanto uomo. Non mi dilungo più su questo, ma avverto tutti che la Regina del cie­lo apprezzò talmente l'ornamento e la bellezza che il suo Figlio e sposo le diede nella sua purissima concezione che in proporzione di tale stima sarà la sua indignazione con­tro chi con ostinazione e perfidia pretenderà di spogliarla di ciò, infliggendole tale macchia mentre il suo Figlio san­tissimo si è degnato di manifestarla al mondo così adorna e bella, per gloria sua e speranza dei mortali.

253. Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra lo­ro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il "Dio-con-loro ». La voce dell'Altissimo è grande, forte, soave ed efficace per muovere ed attirare completamente a sé la creatura. Tale fu questa voce che san Giovanni udì uscire dal trono della santissima Trinità. Essa gli rapì tutta l'attenzione che era richiesta, dicendogli di fissare lo sguardo sul tabernacolo di Dio, affinché mediante il raccoglimento conoscesse perfet­tamente il mistero che gli veniva palesato vedendo la di­mora di Dio con gli uomini: egli avrebbe vissuto con loro, sarebbe stato il loro Dio ed essi suo popolo. Tutto questo mistero era racchiuso nel vedere Maria santissima discen­dere dal cielo nella forma che ho detto, perché, stando que­sta dimora di Dio nel mondo, conseguiva che lo stesso Dio venisse a stare con gli uomini, vivendo ed abitando in es­sa senza allontanarsene. In verità, fu come dire all'Evange­lista: «Il re ha già la sua casa e corte nel mondo, per cui è evidente che andrà ad abitare in essa». Ma in che modo abiterà in tale dimora? Prendendo da essa stessa la forma umana, per passare nel mondo ed abitare con gli uomini, essere loro Dio ed essi suo popolo, come eredità di suo pa­dre ed allo stesso tempo di sua madre. Del Padre eterno fummo eredità per il suo Figlio santissimo non solo perché in lui e per lui creò tutte le cose e le diede a lui in eredità nell'eterna generazione, ma anche perché come uomo egli ci riscattò nella nostra stessa natura, facendoci suo popolo e sua eredità paterna e rendendoci suoi fratelli. Per la stessa ragione della natura umana fummo e siamo eredità legittima della sua santissima Madre, perché ella gli diede la forma della carne umana con cui ci acquistò per sé. Per questo ella, essendo sua Madre e figlia e sposa della san­tissima Trinità, veniva ad essere signora dell'intero creato, che il suo unigenito doveva ereditare. Certamente ciò che concedono le leggi umane, essendo basato sulla ragione na­turale, non doveva mancare in quelle divine.

254. Uscì questa voce dal trono regale per mezzo di un angelo che mi parve dicesse all'Evangelista: «Fa' bene at­tenzione e guarda la dimora di Dio con gli uomini, in cui vivrà con loro ed essi saranno suo popolo. Egli diventerà loro fratello prendendo la loro forma per mezzo di questo tabernacolo che è Maria, che vedi scendere dal cielo per la sua concezione e formazione». Noi possiamo risponde­re con lieto sembiante a questi cortigiani del cielo che la dimora di Dio sta molto bene con noi, perché è nostra ed attraverso di essa diverrà nostro anche Dio. In essa rice­verà vita e sangue da offrire per noi, facendoci suo popo­lo, vivendo con noi come in sua casa e dimora, poiché lo riceveremo come sacramento, resi così a nostra volta sua dimora. Siano contenti, questi divini spiriti e principi, di essere fratelli più grandi e meno bisognosi degli uomini. Noi siamo i piccoletti e deboli che abbiamo bisogno dei doni e dei favori del nostro Padre e fratello. Venga nella dimora della Madre sua e nostra, prenda la forma della carne umana dalle sue viscere verginali; la Divinità si ri­vesta e viva con noi ed in noi. Teniamocelo così vicino che egli sia nostro Dio e noi suo popolo e sua dimora. Ne stu­piscano gli spiriti angelici e, rapiti da tali meraviglie, lo be­nedicano; godiamolo noi mortali, accompagnandoli nella medesima lode di ammirazione e di amore. Ora il testo continua:

255. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi, non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le co­se di prima sono passate. Mediante il frutto della reden­zione umana, di cui ci fu dato pegno certo nella conce­zione di Maria santissima, si asciugarono le lacrime che il peccato aveva provocato negli occhi dei mortali. Per que­sto, per coloro che approfitteranno delle misericordie del­l'Altissimo, del sangue e dei meriti di suo Figlio, dei suoi misteri e sacramenti, dei tesori della sua Chiesa e dell'in­tercessione della sua santissima Madre, non ci sarà mor­te, né dolore, né pianto, avendo cessato di esistere la mor­te causata dal peccato ed avendo avuto fine tutto ciò che da essa era conseguito. Il vero pianto se ne andò negli abis­si con i figli della perdizione, dove non è rimedio. Il do­lore delle tribolazioni temporali, poi, non è pianto né do­lore vero, ma apparente; esso sta bene insieme alla vera e somma allegrezza ed anzi, accolto di buon animo, è di inestimabile valore. Come pegno di amore lo scelse per sé, per sua Madre e per i suoi fratelli lo stesso Figlio di Dio.

256. Neppure vi saranno grida e voci di lamento, per­ché i giusti ed i saggi sull'esempio del loro Maestro e del­la Madre umilissima devono imparare a tacere, come fa la semplice pecorella quando è condotta ad essere vittima e sacrificio. Al diritto che ha la fragile natura di cercare qualche sollievo in grida e lamenti devono rinunciare gli amici di Dio, che vedono sua Maestà, loro capo ed esem­pio, umiliato sino alla morte obbrobriosa della croce per riparare i danni della nostra poca capacità di soffrire e di sopportare. Di fronte ad un simile esempio, come si può permettere alla nostra natura di alterarsi e lamentarsi nel­le tribolazioni? Come le si può accordare di muoversi in modo disordinato e contrario alla carità, mentre Cristo vie­ne a stabilire la legge dell'amore fraterno? L'Evangelista torna a dire che non ci sarà più dolore, perché, se ne do­veva restare uno negli uomini, era quello della cattiva co­scienza, ma come rimedio a questo male fu medicina co­sì soave l'incarnazione del Verbo nelle viscere di Maria san­tissima che già esso è piacevole e causa di allegrezza. An­zi, neanche merita il nome di dolore, perché contiene in sé il sommo e vero gaudio e con la sua introduzione nel mondo passarono le cose di prima, cioè i dolori ed i rigo­ri inefficaci della legge antica, poiché si temperarono e terminarono con l'abbondanza della legge evangelica nel dare la grazia. Per questo, soggiunge: «Ecco, io faccio nuo­ve tutte le cose». Questa voce venne da Colui che stava as­siso sul trono, poiché egli stesso si dichiarò artefice di tut­ti i misteri della nuova legge del Vangelo. Poiché questa novità cominciava da una cosa così singolare e non pen­sata dalle creature come l'incarnazione dell'Unigenito del Padre in una Madre vergine e purissima, era necessario che, se tutto doveva essere nuovo, non vi fosse in lei al­cuna cosa vecchia, come è il peccato originale, antico qua­si quanto la natura, per cui, se la madre del Verbo che sta­va per incarnarsi lo avesse avuto in sé, Dio non avrebbe fatto nuove tutte le cose.

257. E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono cer­te e veraci. Ecco, sono compiute!». Per parlare umanamen­te, Dio soffre vivamente della dimenticanza delle grandi ope­re d'amore che egli fece per noi con la sua incarnazione e con la redenzione degli uomini. Perciò, in memoria di tan­ti benefici ed in riparazione della nostra ingratitudine, co­manda che si scrivano. Così i mortali dovrebbero scriverle nei loro cuori e temere l'offesa che commettono contro Dio con una così villana ed esecrabile dimenticanza. Benché sia vero che i cattolici hanno fede in tali misteri, con la non­curanza che mostrano nel gradirli e con quella che fanno supporre nel dimenticarli, pare che tacitamente li neghino, vivendo come se non li credessero. Quindi, affinché abbia­no un accusatore della loro triste ingratitudine, il Signore dice che queste parole sono certe e veraci. Ed essendo ve­ramente tali, si vedano il torpore e la grettezza dei mortali nel non convincersi di verità che, come sono fedelissime, sarebbero efficaci per muovere il cuore umano e vincerne la ribellione, quando come vere e fedelissime si fissassero nella memoria, si ruminassero in essa e si ritenessero cer­te, infallibili ed operate da Dio per ciascuno di noi.

258. Per altro, non essendo i doni di Dio soggetti a pen­timento, poiché non ritratta il bene che fa anche se di­sobbligato dagli uomini, dice che già è compiuto, quasi la­sciasse intuire che, sebbene per la nostra ingratitudine lo abbiamo irritato, non vuole retrocedere nel suo amore. An­zi, avendo inviato al mondo Maria santissima senza la col­pa originale, già dà per compiuto tutto quanto appartiene al mistero dell'incarnazione. Trovandosi, infatti, Maria pu­rissima sulla terra, non pare che il Verbo eterno possa re­stare nel solo cielo senza scendere a prendere carne umana nel suo seno. Assicura maggiormente ciò soggiungendo: «Io sono l'Alfa e l'Omèga, la prima e l'ultima lettera, che come principio e fine racchiude la perfezione di tutte le opere, per cui, se do a queste principio, è per condurle fino alla perfezione del loro ultimo fine. Così farò per mezzo di questa opera di Cristo e Maria; come con essa diedi principio a tut­te le opere della grazia, così attraverso di essa darò loro fi­ne. E nell'uomo porterò e guiderò tutte le creature a me, come a loro ultimo fine e come a centro dove riposano».

259. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni. Af­finché s'intendesse che tutto quanto Dio fa ed ha fatto per gli uomini è gratuito e senza obbligazioni di sorta, disse l'A­postolo: Chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualco­sa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio?. L’o­rigine di tutte le fonti non deve la sua corrente a nessuno di quelli che vanno a bere da esse, ma spontaneamente ed in modo gratuito vengono date a tutti quelli che vi accorro­no. Se non tutti partecipano della sua acqua, ciò non è col­pa della fontana, ma solo di chi non va a berne, mentre es­sa sta invitando tutti con abbondanza ed allegrezza. Anzi, poiché non vanno a lei e non la cercano, esce essa stessa a cercare chi la riceva e corre senza fermarsi. Tanto gratuita­mente e spontaneamente si offre a tutti! Oh, tiepidezza ri­prensibile dei mortali! Oh, abominevole ingratitudine! Se niente ci deve il vero Signore Dio e se ci diede e ci dà ogni cosa per grazia, se tra tutti i benefici e le grazie il maggio­re fu essersi fatto uomo ed essere morto per noi, poiché con tale beneficio ci diede tutto se stesso, correndo l'impeto del­la divinità fino ad incontrarsi con la nostra natura per unir­si con essa e con noi, com'è possibile che, essendo noi tan­to assetati di onore, gloria e piaceri, non andiamo a bere tutto questo a tale fontana che ce lo offre gratuitamente? Così ne vedo la causa: non è della gloria vera e del vero ono­re e riposo che siamo assetati; perciò aneliamo a ciò che èingannevole ed apparente, disprezzando le fonti della grazia che ci aprì Gesù Cristo nostro bene con i suoi meriti e con la sua morte. A chi avrà sete della divinità e della grazia, però, il Signore promette che darà gratuitamente dell'acqua della vita. Oh, quale compassione e dolore che, essendosi scoperta la sorgente della vita, tanto pochi siano assetati di essa e tanti invece corrano alle acque di morte! Soltanto chi vincerà in se stesso il demonio, il mondo e la propria carne possederà queste cose. Dio aggiunge che costui le pos­sederà, perché, essendo queste acque date a lui per grazia, potrebbe temere che venga un tempo in cui gli siano nega­te o tolte; quindi, per rassicurarlo, Dio dice che gli saranno date in possesso pieno ed illimitato.

260. Lo assicura, inoltre, con un'altra nuova e maggio­re affermazione, dicendogli: Io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio. Ora, se egli è per noi Dio e noi siamo figli, è evidente che con ciò egli ci ha fatto suoi figli. Essendo fi­gli, consegue che siamo eredi dei suoi beni; ed essendo eredi, sebbene tutta questa eredità sia gratuita, è per noi sicura come lo sono per i figli i beni del loro padre. Di più, essendo egli allo stesso tempo Padre e Dio infinito ne­gli attributi e nelle perfezioni, chi potrà dire quanti o quali siano i beni che ci offre facendoci suoi figli? Qui si com­prendono l'amore paterno, l'esistenza, la vocazione, la sto­ria e la giustificazione, i mezzi per raggiungerla e, come fine di tutto, la glorificazione ed uno stato di felicità che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo. Tutto questo è riservato per quelli che vince­ranno, mostrandosi figli coraggiosi e veri.

261. Ma per i vili e gl'increduli, gli abietti e gli omicidi, gl'immorali, i fattucchieri, gli idolatri e tutti i mentitori è ri­servato lo stagno ardente di fuoco e zolfo. È questa la se­conda morte. In questo terribile elenco si sono iscritti con le loro stesse mani innumerevoli figli della perdizione, perché è infinito il numero degli stolti che ciecamente scel­gono la morte, rinunciando al cammino della vita. Non ac­cade perché questo è nascosto a quanti hanno occhi, ma perché li chiudono alla luce, lasciandosi sempre affascinare ed accecare dalle arti di satana, che, secondo le diffe­renti inclinazioni e voglie degli uomini, offre loro il vele­no nascosto in diverse bevande di vizi che appetiscono. I vili sono quelli che ora vogliono ed ora non vogliono, sen­za avere gustato la manna della virtù, che a loro si pre­senta insipida, e senza avere inoltrato il piede nel cammi­no della vita eterna, che appare loro un'impresa terribile, mentre il giogo del Signore è dolce ed il suo carico è leg­gero. Ingannati così da questo timore, si lasciano vince­re prima dalla codardia che dalla fatica. Altri poi, incre­duli, o non ammettono le verità rivelate negando loro fe­de, come gli eretici, i pagani e gli infedeli, oppure, se le credono come cattolici, pare che le odano da lontano e che le credano per altri anziché per se stessi. Così, hanno una fede morta ed operano come se fossero increduli.

262. Gli abietti sono quelli che, seguendo senza ritegno né freno qualunque vizio, anzi gloriandosi delle malvagità e non facendo alcun caso di commetterle, si rendono spre­gevoli a Dio, esecrabili e maledetti, giungendo ad uno sta­to di ribellione che rende loro quasi impossibile fare il be­ne. Costoro, allontanandosi dal cammino della vita eterna come se non fossero creati per essa, si separano e si alie­nano da Dio, dai suoi benefici e dalle sue benedizioni, di­venendo abominevoli allo stesso Signore ed ai suoi santi. Gli omicidi sono quelli che, senza timore né riverenza del­la divina giustizia, usurpano a Dio il diritto di supremo si­gnore per governare l'universo e castigare e vendicare le ingiurie, meritando in tale modo di venire misurati e giu­dicati con la stessa misura con cui essi hanno voluto mi­surare gli altri e giudicarli. Gli immorali sono quelli che per un breve ed immondo piacere, aborrito appena com­piuto senza che ne venga saziato il disordinato appetito, non si curano dell'amicizia di Dio e disprezzano le gioie eterne, le quali, saziando, sono desiderate sempre più e soddisfano senza che mai si debbano perdere. I fattucchieri sono quelli che credettero e sperarono nelle false promes­se del serpente mascherato sotto l'apparenza di amico, re­stando così ingannati e pervertiti per ingannare e perver­tire altri. Gli idolatri sono quelli che, andando in cerca del­la divinità, non la trovarono, mentre sta vicino a tutti. La attribuirono ad oggetti che non potevano averla, perché la davano loro quelli stessi che li fabbricavano: ombre inani­mate della verità e cisterne screpolate, incapaci di conte­nere la grandezza del Dio vero. I mentitori sono quelli che si oppongono alla somma Verità che è Dio e, abban­donandosi all'estremo contrario, si privano della sua retti­tudine e virtù; confidano più nel finto inganno che nello stesso autore della verità e di ogni bene.

263. L'Evangelista dice di avere udito che per tutti co­storo è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E’ questa la seconda morte. Avendo Dio giustificato la sua causa con la grandezza dei suoi benefici e delle sue mise­ricordie senza numero, con lo scendere dal cielo a vivere e morire tra gli uomini per riscattarli con la sua medesi­ma vita ed il suo sangue, con il lasciare tante sorgenti di grazia a nostro libero uso e gratuite nella santa Chiesa, e soprattutto la madre della medesima grazia e fonte della vita, Maria santissima, per mezzo della quale poterla otte­nere, chi mai potrà redarguire la divina equità e giustizia, se di tutti questi benefici e tesori i mortali non hanno vo­luto approfittare e se hanno rinunciato all'eredità della vi­ta per seguire con un momentaneo diletto quella della mor­te? È’ naturale che raccolgano quello che hànno seminato e che la loro parte ed eredità sia il fuoco eterno in quel­l'abisso terribile di zolfo dove non è redenzione né più spe­ranza di vita, per essere incorsi nella seconda morte. Que­sta è interminabile per la sua eternità, ma tuttavia meno abominevole della prima morte del peccato che i reprobi si attirarono volontariamente con le proprie mani, poiché fu morte alla grazia, causata dal peccato che si oppose al­la bontà ed alla santità infinita di Dio offendendolo quan­do doveva essere adorato e riverito. Giusto castigo è la mor­te per chi merita di essere condannato; a lui l'applica la giustizia rettissima. Per mezzo di essa Dio viene glorifica­to e magnificato, come con il peccato fu disprezzato ed ol­traggiato. Sia egli per tutti i secoli temuto ed adorato. Amen.

 

CAPITOLO 18

 

Prosegue il mistero della concezione di Maria santissima con la seconda parte del capitolo ventunesimo dell'Apocalisse.

 

264. Proseguendo, la versione letterale del capitolo ven­tunesimo dell'Apocalisse si esprime così: Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell'Agnello». L'angelo mi trasportò in spirito su di un mon­te grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma pre­ziosissima, come pietra di diaspro cristallino. La città è cin­ta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodi­ci tribù dei figli d'Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello. Co­lui che mi parlava aveva come misura una canna d'oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a for­ma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L'angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l'altezza sono eguali. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro brac­cia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall'angelo. Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo.

265. Questi angeli, di cui parla in questo luogo l'Evan­gelista, sono sette tra quelli che stanno alla presenza di Dio, ai quali egli ha dato potere di punire alcuni peccati degli uomini. Questa vendetta dell'ira dell'Onnipotente av­verrà negli ultimi secoli del mondo ed il castigo sarà così nuovo che né prima né dopo nella vita mortale se ne sarà visto altro maggiore. Siccome questi misteri sono arcani e non di tutti ho luce, né appartengono tutti a questa Sto­ria, non occorre che mi dilunghi in essi; passo subito a ciò che mi interessa. Questo angelo che parlò a san Giovanni è quello per mezzo del quale Dio vendicherà con terribile castigo le ingiurie fatte contro la sua santissima Madre, poiché, per averla disprezzata con folle audacia, hanno ec­citato l'indignazione della sua onnipotenza. Essendosi la santissima Trinità impegnata ad onorare ed innalzare que­sta Regina del cielo sopra ogni creatura umana ed angeli­ca e a porla nel mondo come specchio della divinità ed unica mediatrice dei mortali, Dio avrà particolare cura di punire le eresie, gli errori, le bestemmie e qualsiasi irrive­renza commessa contro di lei, il non averlo glorificato, co­nosciuto ed adorato in questa sua dimora e il non avere approfittato di una così incomparabile misericordia. Que­sti castighi sono profetizzati nella Chiesa santa. E sebbe­ne l'enigma dell'Apocalisse copra di oscurità questo rigore, guai agli infelici cui toccherà e guai a me che offesi un Dio così forte e potente nel castigo! Rimango stupefatta nel venire a conoscere una calamità così grande come Dio la minaccia.

266. L'angelo parlò all'Evangelista e gli disse: Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell'Agnello. Qui dichiara che la città santa di Gerusalemme che gli mostrò è la sposa dell'Agnello, intendendo sotto questa metafora - come ho già detto - Maria santissima, che san Giovanni contem­plava, madre e sposa dell'Agnello che è Cristo, perché tut­ti e due questi uffici la regina ebbe ed esercitò divinamente. Fu sposa di Dio, unica e singolare per la particolare fede e per l'amore con cui questo matrimonio fu compiuto. Fu madre del Signore incarnato, dandogli la sua sostanza e carne mortale ed allevandolo e nutrendolo nella forma umana che gli aveva dato. Per vedere ed intendere così alti misteri, l'Evangelista fu sollevato in spirito su di un al­to monte di santità e di luce, poiché senza uscire da se stesso e sollevarsi sopra la debolezza umana non li avreb­be potuti comprendere, come per le stesse cause non li in­tendiamo noi creature imperfette, terrene ed abiette. Così sollevato, dice: Mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, edificata e formata non sulla terra, do­ve era come pellegrina e straniera, ma in cielo, dove non si poté costruire con materiali di terra semplice e comu­ne. In verità, se dalla terra ne fu presa la natura, fu allo scopo di sollevarla al cielo, per edificare qui questa città mistica in modo tutto celestiale, angelico ed anche divino e simile alla Divinità.

267. Aggiunge che era risplendente della gloria di Dio, poiché l'anima di Maria santissima partecipò della divinità, dei suoi attributi e delle sue perfezioni in modo tale che, se fosse possibile vederla nel suo proprio essere, appari­rebbe illuminata con lo splendore eterno del medesimo Dio. Cose grandi e magnifiche sono state dette nella Chiesa cat­tolica su questa città di Dio e sulla gloria che ricevette dal­lo stesso Signore. Eppure, tutto è poco ed i termini uma­ni sono insufficienti, cosicché l'intelletto creato, vedendosi vinto, finisce per dire che Maria santissima ebbe un non so che della Divinità, confessando così la verità nella so­stanza ed allo stesso tempo la propria ignoranza inabile a spiegare ciò che si riconosce vero. Se fu costruita in cie­lo, solo il suo artefice conosce la sua grandezza, la paren­tela e l'affinità che egli contrasse con Maria santissima, as­similando le perfezioni che le donò a quelle stesse che rac­chiude in sé la sua infinita divinità e grandezza.

268. Il suo splendore è simile a quello di una gemma pre­ziosissima, come pietra di diaspro cristallino. Non è tanto difficile intendere come assomigli al cristallo e al diaspro insieme, cose così dissimili tra loro, quanto lo è compren­dere come sia somigliante a Dio; però, per mezzo di quel­la similitudine conosceremo in qualche modo quest'ultima. Il diaspro contiene molti colori, aspetti e molteplicità di om­bre, di cui si compone; invece, il cristallo è chiarissimo, pu­rissimo ed uniforme. Tutti e due insieme formano una sin­golare e bella varietà. L'anima di Maria santissima fu com­posta ed intessuta di diverse virtù e perfezioni, in modo ta­le che tutte queste grazie, e lei stessa, furono simili ad un cristallo purissimo, senza neo né atomo di colpa. Anzi, nel­la sua limpidezza e purezza, ella riflette e presenta aspetti di divinità, come il cristallo che, colpito dal sole, pare lo tenga dentro di sé riverberando come il sole stesso. Questo diaspro cristallino ha anche delle ombre, poiché Maria è fi­glia di Adamo, non più che creatura, e tutto il suo splen­dore le è comunicato dal sole della Divinità. Così, benché sembri sole divino, non lo è per natura, ma per partecipa­zione e comunicazione della sua grazia; è creatura forma­ta e plasmata dalla mano dello stesso Dio, ma quale dove­va essere per divenire sua Madre.

269. La città è cinta da un grande e alto muro con do­dici porte. I misteri racchiusi in questa muraglia ed in que­ste porte di una tale città mistica, cioè Maria santissima, sono così grandi ed imperscrutabili che io, donna igno­rante e tarda, potrò difficilmente esprimere a parole ciò che mi verrà rivelato. Avverto che nel primo istante della concezione di Maria santissima, quando Dio le si manife­stò per mezzo di quella visione ed in quel modo che ho ri­ferito sopra, tutta la beatissima Trinità - a nostro modo di intendere - fece un accordo e quasi un contratto con que­sta signora, come rinnovando gli antichi decreti di crear­la ed esaltarla, ma senza per il momento darne a lei co­noscenza. Avvenne con un dialogo tra le tre divine Perso­ne, in cui si espressero così:

270. «La dignità che stiamo per dare a quella semplice creatura, di nostra sposa e Madre del Verbo, richiede come cosa a lei dovuta che noi la costituiamo regina e signora dell'intero creato. Per questo, oltre ai doni ed alle ricchez­ze della nostra divinità, che le concediamo in dote per lei stessa, conviene che le diamo autorità di disporre dei teso­ri delle nostre misericordie infinite, perché da essi possa trarre e distribuire a suo piacere le grazie ed i favori ne­cessari ai mortali, specialmente a quelli che la invocheran­no come suoi figli e devoti, e perché possa arricchire i po­veri, risanare i peccatori, fare grandi i giusti ed essere uni­versale patrocinio di tutti. Perciò, affinché tutte le creature la riconoscano come loro Regina, superiora e depositaria dei nostri beni infiniti con facoltà di poterli dispensare, le consegneremo le chiavi del nostro cuore e volere, dovendo essere in tutto l'esecutrice del nostro beneplacito con le creature. Le daremo anche dominio e potere sul dragone nostro nemico e su tutti i suoi alleati, cosicché temano la sua presenza ed il suo nome e da questo siano schiacciati e fatti svanire i loro inganni. Inoltre, tutti i mortali che ri­correranno a questa città di rifugio, lo trovino certo e si­curo, senza timore dei demoni né dei loro inganni».

271. Senza manifestare all'anima di Maria santissima tutto ciò che era contenuto in questo decreto ed in questa promessa, il Signore in quel primo istante le comandò di pregare con affetto e di intercedere per tutti, procurando e sollecitando la loro salvezza eterna, specialmente per quelli che si fossero raccomandati a lei nel corso della lo­ro vita. La santissima Trinità le prometteva che in quel ret­tissimo tribunale niente le sarebbe stato mai negato: co­mandasse, dunque, al demonio cacciandolo con autorità e forza da tutte le anime, poiché in tutto questo l'avrebbe assistita il braccio dell'Onnipotente. Non le fu, però, rive­lata la ragione per cui le veniva concesso tale favore e gli altri contenuti in esso, e cioè che doveva diventare Madre del Verbo. Perciò san Giovanni, dicendo che la città santa aveva un grande e alto muro, volle significare questo be­neficio fatto da Dio a sua Madre costituendola sacro rifu­gio, custodia e difesa degli uomini, affinché tutti i figli di Adamo trovassero ciò in lei come in una città forte e den­tro una muraglia sicura contro i nemici e facessero ricor­so a lei come a regina potente, signora dell'intero creato e dispensatrice di tutti i tesori del cielo e della grazia. Dice, poi, che questa muraglia era molto alta, perché il potere di Maria purissima per vincere il demonio e per sollevare le anime alla grazia è così alto che è prossimo a Dio stes­so. Insomma, questa città è così ben guarnita e difesa ed è talmente sicura per sé e per quanti cercano in essa protezione che tutte le forze create non potranno mai con­quistare né scalare le sue mura; lo può solo Dio.

272. Queste mura della città santa hanno dodici porte, perché il suo ingresso è libero ed aperto a tutte le nazio­ni e le generazioni, senza escluderne alcuna. Tutti, anzi, essa invita, affinché nessuno - se non lo vuole - sia pri­vato della grazia e dei doni dell'Altissimo né della sua glo­ria, per mezzo della Regina madre di misericordia. Sulle dodici porte stanno dodici angeli. Questi santi principi so­no i dodici da me sopra citati tra i mille che furono de­stinati alla custodia della Madre del Verbo che stava per incarnarsi. Ministero di questi dodici angeli, oltre che l'as­sistenza alla regina, fu il servirla specialmente nell'ispira­re e difendere le anime che con devozione invocano Ma­ria nostra regina in loro difesa e si distinguono nella de­vozione, nella venerazione e nell'amore verso di lei. L'E­vangelista dice che li vide sulle porte di questa città per­ché essi sono ministri che agiscono nell'aiutare, ispirare e dirigere i mortali, cosicché entrino per le porte della pietà di Maria santissima all'eterna felicità. E molte volte ella li manda con ispirazioni e favori, affinché sottraggano dai pericoli e dalle tribolazioni dell'anima e del corpo coloro che la invocarlo e sono suoi devoti.

273. Soggiunge che avevano nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele, perché gli angeli ricevono i loro nomi dal ministero e dall'ufficio per cui vengono in­viati nel mondo. Poiché questi dodici principi assisteva­no la Regina del cielo specialmente per cooperare secon­do il suo volere alla salvezza degli uomini e poiché sot­to il nome delle dodici tribù d'Israele sono significati tut­ti gli eletti che formano il popolo santo di Dio, l'Evange­lista dice che tali angeli avevano i dodici nomi delle do­dici tribù, come destinati ciascuno alla propria tribù, e che attendevano alla protezione ed alla cura di quanti per queste porte dell'intercessione di Maria santissima sareb­bero entrati nella Gerusalemme celeste da tutte le nazio­ni e le generazioni.

274. Meravigliandomi io di tale e tanta grandezza di Ma­ria purissima e che ella fosse la mediatrice e la porta per tutti i predestinati, mi fu fatto intendere che questo bene­ficio corrispondeva all'ufficio di madre del Cristo e al be­neficio che come madre aveva fatto al suo Figlio santissi­mo ed agli uomini: aveva donato a lui dal suo purissimo sangue e dalla sua sostanza il corpo umano, con cui avreb­be patito e redento gli uomini. Così, in qualche maniera el­la pati e morì in Cristo per questa unità di carne e di san­gue; inoltre, lo accompagnò nella sua passione e morte, che pati volontariamente come poté, con sovrumana umiltà e fortezza. Per questo, avendo cooperato alla passione ed avendo dato a suo Figlio la sostanza in cui soffrire per il genere umano, il Signore in cambio la fece partecipe della dignità di redentrice e le consegnò i meriti ed il frutto del­la redenzione affinché li distribuisse e solo per sua mano venissero comunicati ai salvati. Oh, ammirabile tesoriera di Dio, quanto sicure si trovano nelle tue divine e liberali ma­ni le ricchezze della destra dell'Onnipotente! La città aveva a oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. A ciascuna parte del mondo corrispondono tre porte e nel numero di tre dispensa a tut­ti noi mortali quanto possiedono cielo e terra, anzi quello stesso che diede l'esistenza a tutto il creato, cioè le tre di­vine Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo. Ciascuna delle tre vuole e dispone che Maria santissima abbia porte per sollecitare i doni di Dio a favore dei mortali. E sebbene sia un Dio solo in tre Persone, ciascuna delle tre le dà ingres­so e libero accesso perché questa purissima Regina entri al tribunale della santissima Trinità per intercedere, chiedere ed ottenere doni e grazie da distribuire ai suoi devoti che la cercheranno e la legheranno a sé in qualsiasi parte del mondo, cosicché in nessun luogo ci sia scusa per alcuno dei mortali di ogni generazione e nazione, essendovi non una sola, ma tre porte aperte verso tutte le parti dell'uni­verso. Già accedere ad una città che abbia libero ed aper­to l'ingresso per una porta è cosa così facile che se qual­cuno non entrasse non sarebbe per mancanza di porte, ma perché egli stesso si trattiene e non vuole mettersi in sal­vo. Che cosa potranno qui rispondere gli increduli, gli ere­tici ed i pagani? E che cosa i cattivi cristiani e i peccatori ostinati? Se i tesori del cielo stanno in mano alla nostra Madre e signora, se ella per mezzo dei suoi angeli ci chia­ma e sollecita e se è la porta, anzi molte porte del cielo, come avviene che siano tanti quelli che se ne stanno fuori e tanto pochi quelli che vi entrano?

275. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'A­gnello. I basamenti immutabili e forti su cui Dio edificò la città santa di Maria sua madre furono tutte le virtù che lo Spirito Santo le dava con speciale disposizione. Dice poi che furono dodici, con i dodici nomi degli Apostoli, sia perché ella fu fondata al di sopra della più alta santità di coloro che sono i più grandi tra i santi, secondo quel det­to di Davide per cui le sue fondamenta sono sui monti san­ti, sia perché la santità e la sapienza di Maria furono per gli Apostoli il loro fondamento e la loro fermezza dopo la morte di Cristo e la sua ascesa al cielo. Anche se sempre fu loro maestra ed esempio, allora fu lei sola il maggiore sostegno della Chiesa primitiva. Essendo stata destinata a questo ministero fin dalla sua immacolata concezione me­diante le grazie e le virtù corrispondenti, viene detto qui che i suoi basamenti erano dodici.

276. Colui che mi parlava aveva come misura una can­na d'oro e misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi. In queste misure l'Evangelista racchiuse grandi misteri riguardanti la dignità, le grazie, i doni ed i meri­ti della Madre di Dio. Fu veramente grande la sua misu­ra, cioè quella della dignità e dei benefici che Dio pose in lei; ma a questa corrispose l'altra della sua gratitudi­ne per quanto fu possibile, cosicché le due misure furo­no uguali. La sua lunghezza è uguale alla larghezza, co­sicché in tutte le sue parti è proporzionata ed uguale, sen­za che in lei si trovino mancanza, disuguaglianza o spro­porzione alcuna. Non mi dilungo per ora su questo, ri­mettendomi a ciò che dirò in tutto il corso della sua vi­ta. Avverto solamente che questa misura, con cui furono misurate la dignità, i meriti e le grazie di Maria santis­sima, fu l'umanità del suo benedettissimo Figlio unita al Verbo divino.

277. Questa umanità viene chiamata canna dall'Evan­gelista per la fragilità della nostra natura di debole carne e viene detta d'oro per la divinità della persona del Ver­bo. Fu con questa dignità di Cristo, Dio ed uomo vero, con i doni della natura unita alla divina Persona e con i meriti di questa che venne misurata dallo stesso Signore la sua Madre santissima. Fu lui che la misurò con se stes­so ed ella, misurata così da lui, risultò uguale e propor­zionata nell'altezza della sua dignità di madre. Nella lun­ghezza dei suoi doni e benefici e nella larghezza dei suoi meriti, in tutto fu uguale senza mancanza né sproporzio­ne. Se non poté essere uguale in modo assoluto al suo Fi­glio santissimo con quella uguaglianza che i dotti chia­mano matematica, a quanto sento - e ciò perché, essen­do Cristo Signore nostro uomo e Dio vero ed ella sem­plice creatura, la misura doveva necessariamente eccede­re infinitamente la cosa misurata - Maria purissima eb­be una certa uguaglianza di proporzione con il suo Figlio santissimo. Di fatto, come a lui niente mancò di quanto gli conveniva e di quanto doveva avere come Figlio vero di Dio, così a lei niente mancò di quanto le era dovuto né ella mancò a quanto doveva come Madre vera dello stesso Dio. Così, ella come madre e Cristo come figlio eb­bero uguale proporzione di dignità, di grazia e di doni, come anche di meriti; e nessuna grazia creàta vi fu in Cri­sto che con data proporzione non fosse nella sua Madre purissima.

278. Dice che misurò la città con la canna: misura do­dici mila stadi. Questa misura di stadi ed il numero dodi­cimila con cui fu misurata la divina Signora nella sua con­cezione racchiudono profondi misteri. L'Evangelista chiamò stadi la misura perfetta con cui si misura l'altezza di san­tità dei predestinati, secondo i doni di grazia e di gloria che Dio nella sua mente e nei suoi eterni decreti dispose ed or­dinò di comunicare loro per mezzo del suo Figlio che sta­va per incarnarsi, valutandoli e determinandoli con la sua infinita equità e misericordia. Con questi stadi tutti gli elet­ti e l'altezza delle loro virtù e dèi loro meriti sono misurati dal medesimo Signore. Infelicissimo colui che non giun­gerà a tale misura né si troverà corrispondente ad essa, quando il Signore lo misurerà! Il numero dodicimila com­prende tutto il resto dei predestinati ed eletti, ricondotti ai dodici capi di queste migliaia, cioè i dodici Apostoli prin­cipi della Chiesa cattolica, così come nel capitolo settimo dell'Apocalisse sono ricondotti alle dodici tribù d'Israele. Ciò accade perché tutti gli eletti si devono conformare ed attenere alla dottrina che gli Apostoli dell'Agnello insegnarono, come ho già detto sopra circa quel capitolo.

279. Da tutto ciò si conosce la grandezza di questa città di Dio, Maria santissima, poiché, se agli stadi materiali as­segniamo almeno centoventicinque passi per ciascuno, im­mensa si stimerebbe una città di dodicimila stadi. Maria santissima, signora nostra, fu misurata con gli stadi con cui Dio misura tutti i predestinati. Dell'altezza, lunghezza e larghezza di tutti loro insieme non avanzò nulla, perché colei che era Madre del medesimo Dio e loro regina e signora li uguagliò e da sola poté contenere più del resto dell'intero creato.

280. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquaranta­quattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini ado­perata dall'angelo. Questa non fu la misura della lunghezza delle mura della città di Dio, ma della sua altezza. Se gli stadi del quadrato della città erano da tutte le parti dodi­cimila sia in lunghezza sia in larghezza, necessariamente le mura dovevano averne un po' di più, specialmente nella su­perficie esterna, per potere racchiudere dentro di sé tutta la città. Ora, la misura di centoquarantaquattro cubiti, di qualunque specie fossero, era poco per le mura di una città tanto estesa, mentre era assai proporzionata per la loro al­tezza e per la sicura difesa di chi in essa vivesse. Questa altezza indica quanto e come fossero al sicuro in Maria san­tissima tutti i doni e tutte le grazie, sia di santità sia di di­gnità, che pose in lei l'Altissimo. Spiega ciò dicendo che l'altezza conteneva centoquarantaquattro cubiti, che è som­ma composta da tre distinti numeri disuguali, designanti tre diversi muri - uno grande, uno di media misura, uno piccolo - corrispondenti alle opere che la Regina del cielo fece in ciò che era maggiore, in ciò che era medio ed in ciò che era piccolo. In lei non c'era niente di piccolo, ma le materie in cui operava erano differenti, e quindi anche le opere. Le une erano miracolose e soprannaturali, le al­tre morali, riguardanti le varie virtù; di queste, poi, alcune erano interiori ed altre esteriori. A tutte diede tanta pie­nezza di perfezione che per quelle grandi non tralasciò quel­le piccole, né per queste mancò in quelle superiori. Le pra­ticò tutte in così alto grado di santità e con tale compiaci­mento del Signore che fu a misura del suo Figlio santissi­mo, tanto nei doni naturali quanto in quelli soprannatura­li. Perciò, la misura era nient'altro che quella dell'uomo­Dio. Questo è l'angelo del gran consiglio, elevato sopra tut­ti gli uomini e tutti gli angeli; e come il Figlio superò tut­ti gli angeli e gli uomini così fece in proporzione anche la Madre. L'Evangelista prosegue dicendo:

281. Le mura sono costruite con diaspro. Le mura di una città sono ciò che prima si incontra e si offre alla vista di chi la guarda. Ora, la varietà degli aspetti e dei co­lori con le loro ombre che contiene il diaspro, di cui era­no costruite le mura di questa città di Dio, Maria santis­sima, significa l'umiltà ineffabile dalla quale erano celati ed accompagnati tutti i privilegi e le grazie di questa gran­de regina. Infatti, pur essendo degna Madre del suo Crea­tore, esente da ogni macchia di peccato e da ogni imper­fezione, si presentò alla vista degli uomini con le ombre della legge comune agli altri figli di Adamo, sottometten­dosi ai disagi della vita ordinaria, come a suo luogo dirò. Però, questa muraglia di diaspro, che lasciava vedere que­ste ombre come nelle altre donne, era solo nell'apparenza come parte esterna della città, a cui serviva da inespugna­bile difesa. Della parte interiore, invece, l'Evangelista dice:

La città è di oro puro, simile a terso cristallo. Maria san­tissima, infatti, né nella sua formazione né nel corso del­la sua vita innocentissima ebbe mai in sé alcuna macchia che oscurasse la sua cristallina purezza. Come una mac­chia o un neo, fossero pure una particella, se cadessero nel cristallo mentre questo si forma, non si potrebbero mai più togliere via in modo che non si riconosca il difetto, o al­meno che una volta c'è stato, e sempre sarebbero una im­purità nella sua trasparente chiarezza; così, se Maria pu­rissima avesse contratto nella sua concezione la macchia o il segno della colpa originale, sempre quel difetto si scor­gerebbe in lei e la sfigurerebbe, per cui ella non potrebbe più essere cristallo purissimo e nitidissimo. Non sarebbe neppure oro puro, poiché la sua santità ed i suoi doni con­terrebbero quella lega del peccato originale che la farebbe reputare di valore minore, mentre questa città fu oro e cri­stallo, perché fu purissima e simile a Dio.

 

CAPITOLO 19

 

Contiene l'ultima parte del capitolo ventunesimo dell'Apoca­lisse sulla concezione di Maria santissima.

 

282. Il testo della terza ed ultima parte del capitolo ven­tunesimo dell'Apocalisse, che sto spiegando, è come segue:

Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedònio, il quarto di sme­raldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l'ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l'undecimo di giacinto, il dodicesimo di ame­tista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente. Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello. Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poi­ché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l'o­nore delle nazioni. Non entrerà in essa nulla d'impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell'Agnello. Sin qui il testo lette­rale del capitolo ventunesimo.

283. Avendo l'altissimo Dio eletto questa città santa di Maria come sua abitazione, la più proporzionata e gradi­ta che fuori di se stesso potesse avere in una semplice crea­tura, non era grande cosa che dei tesori della sua divinità e dei meriti del suo Figlio santissimo fabbricasse le fon­damenta delle mura della città adorne di ogni specie di pietre preziose, affinché con uguale corrispondenza la for­tezza e sicurezza, che sono le mura, la bellezza ed emi­nenza di santità e di doni, che sono le pietre preziose, e la concezione, che è il fondamento del muro, fossero pro­porzionate in se stesse e con il fine altissimo per cui le fondava, che era vivere in lei per amore e per l'umanità che doveva ricevere nel suo ventre verginale. L'Evangelista dice di avere visto tutto questo in Maria santissima, per­ché alla sua dignità e santità, come anche alla sicurezza richiesta dal fatto che Dio doveva vivere in lei come in for­tezza inespugnabile, conveniva che le fondamenta delle sue mura, ossia i primi principi della sua concezione imma­colata, fossero fabbricati con ogni genere di virtù in gra­do eminentissimo e talmente prezioso che non si potesse­ro trovare altre pietre più ricche come fondamento di que­sto muro.

284. Dice che il primo fondamento o pietra era di dia­spro. La varietà e la durezza di questa pietra significano la costanza e la fortezza che furono infuse a questa gran­de Signora al momento della sua concezione santissima, perché con esse rimanesse disposta nel corso della sua vi­ta a praticare tutte le virtù con invincibile magnificenza e perseveranza. E siccome queste virtù concesse a Maria san­tissima ed infuse in lei nella sua concezione, significate da queste pietre preziose, ebbero uniti singolari privilegi do­nati dall'Altissimo e simboleggiati in ciascuna di queste do­dici pietre, io li spiegherò come mi sarà possibile, affinché si intenda il mistero che racchiudono i dodici fondamenti della città di Dio. Con la virtù della fortezza, fu a lei con­cessa una speciale superiorità ed il potere sopra l'antico serpente, perché lo potesse abbattere, vincere e sottomet­tere; le fu dato anche di incutere un certo terrore ai de­moni, affinché fuggissero da lei e da molto lontano la te­messero, come tremando di avvicinarsi alla sua presenza. Perciò, essi non si avvicinavano mai a Maria santissima senza restare afflitti da grande pena. La divina Provviden­za con lei fu così liberale che non solo la escluse dalla leg­ge comune ai figli del primo padre sottraendola alla colpa originale ed a quella soggezione al demonio che contrag­gono tutti coloro che in essa sono compresi, ma, scevra da tutti questi danni, le concesse anche quel potere contro i demoni che tutti gli uomini persero per non essersi con­servati nello stato di innocenza. Inoltre, essendo Madre del Figlio dell'Eterno, sceso nelle sue viscere per distruggere l'impeto malvagio di questi nemici, le fu concessa potestà regale partecipata dall'essere di Dio, mediante la quale sog­giogava i demoni e li ricacciava più volte nelle caverne in­fernali, come poi dirò.

285. Il secondo fondamento era di zaffiro. Questa pie­tra imita il colore del cielo sereno e chiaro e mostra certi piccoli punti o particelle d'oro risplendente; significa la se­renità e tranquillità che l'Altissimo accordò ai doni ed al­le grazie di Maria santissima, affinché sempre godesse, co­me un cielo immutabile, di una pace serena senza nubi di turbamento. In tale serenità tralucevano certi aspetti di di­vinità fin dalla sua concezione, sia per la partecipazione e la somiglianza delle sue virtù agli attributi divini, special­mente quello dell'immutabilità, sia perché molte volte, mentre era ancora viatrice, le fu aperto il velo e vide chia­ramente Dio, come dirò in seguito. In questo dono sua di­vina Maestà le accordò ancora la singolare virtù ed il pri­vilegio di comunicare quiete e serenità di mente a chi la chiedesse per sua intercessione. La domandassero tutti i cattolici angustiati e turbati dalle inquiete tempeste dei vi­zi, che così la otterrebbero!

286. Il terzo fondamento era di calcedònio. Questa pie­tra prende il nome dalla provincia dove si trova, che è la Calcedonia. Ha il colore del carbonchio e di notte il suo splendore imita quello di una lanterna. Il mistero di que­sta pietra sta nel significare il nome di Maria santissima e la virtù del medesimo. Ella lo prese da questa provincia del mondo dove si trovò, chiamandosi figlia di Adamo come gli altri e Maria, che in latino, mutato l'accento, significa i mari, perché fu l'oceano delle grazie e dei doni di Dio. Per inondare e sommergere il mondo con essi, entrò in questo mediante la sua concezione purissima, eliminando in tal modo la malizia del peccato ed i suoi effetti e scacciando le tenebre dell'abisso con la luce del suo spirito illuminato dalla sapienza divina. Corrispondente a questo fondamen­to, le fu concessa dall'Altissimo la speciale virtù di dissipa­re, mediante il suo nome di Maria, le spesse nubi dell'in­fedeltà, di distruggere gli errori delle eresie, del paganesi­mo, dell'idolatria e tutti i dubbi contro la fede cattolica. Se gli infedeli si rivolgessero a questa luce invocandola, certa­mente dileguerebbero assai presto dalle loro menti le tene­bre dell'errore, che si estinguerebbero tutte in questo mare per la virtù celeste che a tal fine le fu concessa.

287. Il quarto fondamento era di smeraldo, il cui colo­re verde ed allegro ricrea la vista senza stancarla. Simbo­leggia misticamente la grazia ricevuta da Maria santissima nella sua concezione, perché, essendo piena di amabilità e di grazia agli occhi di Dio ed a quelli delle creature, senza offendere mai il suo dolcissimo nome né la sua reputazio­ne, mantenesse in se stessa il verde e la forza della santità, delle virtù e dei doni che aveva e che avrebbe ricevuto. Cor­rispondentemente a tale dono, l'Altissimo le diede anche fa­coltà di distribuire questo beneficio, comunicandolo ai fe­deli devoti che l'avrebbero invocata per ottenere la perse­veranza e la fermezza nell'amicizia di Dio e nelle virtù.

288. Il quinto fondamento era di sardònice. Questa pie­tra è trasparente ed il suo colore imita soprattutto l'incar­nato chiaro, sebbene partecipi di tre colori: in basso del ne­ro, in mezzo del bianco ed in alto del rosso chiaro; tutto ciò rende una varietà graziosa. Misticamente questa pietra con i suoi colori rappresenta contemporaneamente la Madre ed il Figlio che doveva generare. Il nero contrassegna in Maria la parte inferiore e terrena, cioè il corpo anneri­to dalla mortificazione e dalle tribolazioni che patì, nonché il corpo del suo santissimo Figlio deformato per le nostre colpe. Il bianco significa la purezza dell'anima della vergi­ne Madre e quella di Cristo nostro bene. L'incarnato indi­ca nell'umanità la divinità unita ipostaticamente e nella Ma­dre manifesta l'amore partecipatole dal suo Figlio divino e tutti gli splendori della divinità che le furono comunicati. Per questo fondamento le fu inoltre concesso che il valore dell'incarnazione e della redenzione, già sufficiente per tut­ti, divenisse per i suoi devoti efficace mediante la sua in­tercessione e le sue preghiere e che, perché conseguissero questo beneficio, impetrasse loro una devozione particola­re ai misteri ed alla vita di Cristo Signore nostro.

289. Il sesto fondamento era di cornalina. Anche questa pietra è trasparente. Poiché imita la fiamma chiara del fuo­co, è simbolo del dono concesso alla Regina del cielo di ar­dere incessantemente nel suo cuore del divino amore, co­me la fiamma del fuoco. Mai tale fiamma si estinse o di­minuì nel suo petto. Anzi, accesa dall'istante medesimo del­la sua concezione, andò poi sempre crescendo; ora arde in lei nel più alto grado di cui può essere capace una sempli­ce creatura ed arderà così per tutta l'eternità. Corrispon­dentemente a tale dono, le fu concesso il privilegio specia­le di dispensare l'influsso dello Spirito Santo, il suo amore ed i suoi doni a chi li avrebbe domandati per mezzo di lei.

290. Il settimo fondamento era di crisòlito. Questa pie­tra imita nel suo colore l'oro rifulgente con qualche somi­glianza di lume o di fuoco; ciò si scopre più di notte che di giorno. Rappresenta, perciò, l'amore ardente che Maria santissima portò alla Chiesa militante, ai suoi misteri, al­la legge di grazia. Tale amore spiccò tanto più nella notte da cui essa fu coperta per la morte di suo Figlio, nella qua­le fu maestra degli Apostoli nella comprensione della leg­ge santa del Vangelo ed implorò incessantemente con l'ar­dore più profondo lo stabilirsi della Chiesà e la salvezza dell'umanità intera. Ella sola seppe e poté stimare degna­mente la legge santissima di suo Figlio. Di questo amore fu preventivamente dotata fin dalla sua immacolata con­cezione, per divenire coadiutrice di Cristo nostro Signore. Così, le fu concesso il particolare privilegio di ottenere a chi l'avrebbe invocata la grazia di disporsi a ricevere i sa­cramenti della santa Chiesa con frutto spirituale e di non mettere ostacolo ai loro effetti.

291. L'ottavo fondamento era di berillo. Questo è di co­lore verde e giallo; ha però più del verde, per cui imita molto l'oliva e riluce brillantemente. Rappresenta le sin­golari virtù della fede e della speranza che furono date a Maria santissima nella sua concezione con speciale splen­dore, affinché intraprendesse ed operasse cose ardue ed al­te, come difatti operò per la gloria del suo Creatore. In­sieme a questo dono, le fu concesso di poter dare ai suoi devoti coraggio, forza e pazienza nelle tribolazioni e nelle difficoltà, dispensando queste virtù e questi doni in forza della fedeltà divina e dell'assistenza del Signore.

292. Il nono fondamento era di topazio. Questa pietra è trasparente, di colore viola scuro; è stimata di grande valore. Fu simbolo dell'onestissima verginità di Maria si­gnora nostra ed allo stesso tempo della sua divina mater­nità, cose che ella stimò grandemente, con umile gratitu­dine che le durò tutta la vita. Nella sua concezione do­mandò all'Altissimo la virtù della castità e subito il Si­gnore gliela offrì per tutto il tempo in cui sarebbe stata viatrice. Ella conobbe fin da allora che le veniva accor­data in misura superiore ai suoi desideri, e non solo per sé; il Signore, infatti, le concesse anche di essere maestra e guida delle vergini e delle anime caste e di ottenere con la sua intercessione ai suoi devoti questa virtù e la perse­veranza in essa.

293. Il decimo fondamento era di crisopazio, il cui co­lore è verde e mostra un po' di oro. È’ figura della fermis­sima speranza concessa a Maria santissima nella sua con­cezione, ritoccata con l'amore divino che la faceva risalta­re. Tale virtù fu salda nella nostra Regina, come era con­veniente perché comunicasse questa medesima qualità al­le altre virtù; la sua stabilità si fondava sulla fermezza im­mutabile del suo animo generoso e forte in tutte le tribo­lazioni e le prove della sua vita santissima, specialmente durante la passione e morte del suo Figlio benedettissimo. Allo stesso tempo le venne concessa la grazia singolare di essere efficace mediatrice presso l'Altissimo per ottenere ai suoi devoti questa virtù della fermezza nella speranza.

294. L'undicesimo fondamento era di giacinto, che pre­senta il colore viola perfetto. Questo fondamento significa l'amore per la redenzione del genere umano, infuso in Ma­ria santissima nella sua concezione, partecipato anticipa­tamente da quello che il suo Figlio e nostro redentore avrebbe avuto per morire per gli uomini. Come da questo si sarebbe originato tutto il rimedio della colpa e la giu­stificazione delle anime, così con tale amore, che da quel­l'istante sarebbe durato sempre in seguito, fu concesso al­la nostra Regina il privilegio speciale che per sua inter­cessione i peccatori di ogni genere, per quanto grandi ed abominevoli, se l'avessero invocata di cuore, non sarebbe­ro stati esclusi dal frutto della redenzione e dalla giustifi­cazione e per mezzo di questa potente avvocata avrebbero potuto conseguire la vita eterna.

295. Il dodicesimo fondamento era di ametista, di co­lore rifulgente cangiante in violetto. Il mistero di questa pietra o fondamento corrisponde in parte al primo, perché significa una specie di virtù che fu data nella sua conce­zione a Maria santissima contro le potestà dell'inferno, af­finché i demoni, anche quando non comandava loro né operava cosa alcuna contro di loro, sentissero uscire da lei una forza che li affliggesse e tormentasse quando volesse­ro avvicinarsi alla sua persona. Questo privilegio le fu da­to per l'incomparabile zelo che ella aveva di esaltare e di­fendere la gloria di Dio ed il suo onore. In virtù di questo singolare beneficio, Maria santissima ha un particolare po­tere per scacciare i demoni dai corpi umani con l'invoca­zione del suo dolcissimo nome, così potente contro questi spiriti maligni che al sentirlo le loro forze restano abbat­tute ed infrante. Questi sono in sostanza i misteriosi si­gnificati dei dodici fondamenti sui quali Dio edificò la sua città santa, Maria. È’ vero che essi contengono molti altri segreti relativi ai favori da lei ricevuti che non posso ora spiegare, ma nel corso di questa Storia li andrò manife­stando, come il Signore mi darà luce e forza per farlo.

296. L'Evangelista prosegue dicendo: E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola per­la. Il numero di tante porte di questa città fa conoscere che, per mezzo di Maria santissima, della sua dignità inef­fabile e dei suoi meriti, l'accesso alla vita eterna si rese agevole e libero. Era come cosa dovuta e corrispondente all'eccellenza di questa eminente Regina che in lei e per lei si magnificasse l'infinita misericordia dell'Altissimo per l'apertura di tante vie attraverso le quali Dio si potesse co­municare ai mortali e questi potessero entrare a parteci­parne per mezzo di Maria purissima avvalendosi dell'aiu­to dei suoi meriti e della sua potente intercessione. Il pre­gio, la grandiosità e l'attraente bellezza di queste dodici porte, che erano altrettante perle, dimostrano la dignità ed il valore di questa imperatrice delle altezze, come anche la soavità del suo nome dolcissimo per attirare a Dio i mor­tali. Maria santissima conobbe bene questo beneficio del Signore per il quale era fatta singolare mediatrice del ge­nere umano e dispensatrice dei tesori della Divinità per mezzo del suo Figlio unigenito. Compresa da tale cono­scenza, la prudente e amorevole Signora seppe rendere i meriti delle sue opere e della sua dignità tanto preziosi e belli che formano l'ammirazione dei beati del cielo. Per questo le porte di questa città furono perle preziose per il Signore e per gli uomini.

297. Corrispondentemente a ciò, l'Evangelista dice: E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente. La piazza di questa città di Dio, Maria santissima, è il suo in­timo, dove, come in piazza e centro comune, concorrono tutte le facoltà e tutto ciò che entra per mezzo dei sensi e per altre vie e dove ha luogo il commercio e si trattano gli affari della repubblica dell'anima. In Maria santissima que­sta piazza fu oro molto lucente e puro, perché era come formata di sapienza e di amore divino. Mai si trovò qui tie­pidezza, ignoranza o inavvertenza; tutti i suoi pensieri fu­rono elevati ed i suoi sentimenti infiammati d'immensa ca­rità. In questa piazza furono trattati i misteri altissimi del­la Divinità; qui fu pronunciato quel «fiat mihi» che diede inizio alla più grande opera che Dio abbia fatto o farà mai; qui furono formulate e discusse innumerevoli petizioni da presentare al tribunale di Dio per il genere umano; qui so­no anche depositate ricchezze tali che basterebbero per sol­levare dalla povertà tutto il mondo, se tutti partecipassero al commercio di questa piazza. È’ anche piazza d'armi con­tro il demonio e contro ogni genere di vizi, poiché nell'in­timo di Maria purissima si trovano tali grazie e virtù che, mentre la rendono terribile contro l'inferno, danno anche a noi forza e coraggio per vincerlo.

298. Dice di più: Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio. Il tempio nelle città serve per la preghiera e per il culto che rendiamo a Dio e sarebbe una grande mancanza se nella città di Dio non ce ne fosse uno quale conviene alla sua grandezza ed eccellenza. In questa città, che è Maria santissima, ci fu un tempio così sacro che il medesimo Dio onnipotente e l'Agnello, cioè la divinità e l'umanità del suo Unigenito, furono il suo tempio, poiché in Maria abitaro­no come nel loro luogo legittimo, e tempio in cui venne­ro adorati ed onorati in spirito e verità più degnamente che in tutti i templi del mondo. Essi a loro volta furono tempio di Maria purissima, perché ella stette compresa, circondata e come racchiusa nella divinità e nell'umanità, che le servivano come abitazione e dimora. Mai cessò, stan­do in essa, di adorare, venerare e pregare il medesimo Dio ed il Verbo incarnato nel suo grembo, per cui stava in Dio e nell'Agnello come in un tempio, poiché ad esso convie­ne la santità continua in tutti i tempi. Anzi, per conside­rare degnamente questa divina Signora, sempre dobbiamo immaginarcela chiusa come in un tempio in Dio e nel suo Figlio santissimo. Qui intenderemo quali atti di amore, adorazione e venerazione doveva compiere, quali delizie doveva sentire con il Signore e quali suppliche in quel tem­pio doveva porgergli a beneficio del genere umano, poiché, vedendone in Dio la grande necessità di riscatto, accesa di carità, gridava e supplicava dall'intimo del cuore per la sal­vezza dei mortali.

299. Dice poi l'Evangelista: La città non ha bisogno del­la luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello. Dov'è uno splendore sommamente maggiore e più vivo di quello del sole e della luna, certo questi astri non sono necessari. Così anche nel cielo empireo, dov'è splendore di infiniti soli, non c'è bisogno di questo che illumina noi, sebbene sia così lucente e bello. In Maria santissima, nostra regi­na, non fu necessario che si trovassero altro sole o altra luna di creature che la istruissero o illuminassero, poiché da sola e senza bisogno di esempio seppe rendersi gradi­ta a Dio; nemmeno la sua sapienza, santità e perfezione nell'operare poterono avere altro maestro ed arbitro che il medesimo sole di giustizia, il suo Figlio santissimo. Tut­te le altre creature furono ignoranti per insegnarle come meritare di essere Madre degna del suo Creatore. A que­sta medesima scuola ella apprese ad essere umilissima ed ubbidientissima tra le umili e le ubbidienti. Per questo, sebbene venisse istruita da Dio stesso, non tralasciò di in­terrogare anche i più piccoli e di ubbidire loro in ciò in cui conveniva; anzi, come singolare discepola di colui che corregge i sapienti, imparò questa divina filosofia da tale maestro. Ne uscì così sapiente che l'Evangelista poté ag­giungere:

300. Le nazioni cammineranno alla sua luce. Di fatto, se Cristo Signore nostro chiamò i Dottori ed i Santi con il nome di lucerne accese e poste sul candelabro della Chie­sa per illuminarla e se i Patriarchi, i Profeti, gli Apostoli, i Martiri ed i Dottori, con la luce che hanno diffuso, han­no riempito la Chiesa cattolica di tanto chiarore che sem­bra divenuta un cielo con molti soli e molte lune, che co­sa si doveva dire di Maria santissima, il cui splendore ec­cede incomparabilmente quello di tutti i maestri della Chie­sa, anzi dei medesimi angeli del cielo? Se i mortali aves­sero gli occhi aperti per vedere questi raggi di Maria san­tissima, ella sola basterebbe senza dubbio per illuminare ogni uomo che viene al mondo e per avviarlo sui retti sen­tieri dell'eternità. Alla luce di questa santa città hanno cam­minato quelli che sono giunti alla conoscenza di Dio ed è per questo che san Giovanni dice che le nazioni cammi­neranno alla sua luce. Aggiunge poi:

301. I re della terra a lei porteranno la loro magnificen­za. Grandemente felici saranno i re ed i principi che nel­le loro persone e monarchie lavoreranno con sollecitudine per adempiere questa profezia. Tutti lo dovrebbero fare, perché saranno beati coloro che eseguiranno ciò rivolgen­dosi con affetto intimo del cuore a Maria santissima ed impiegando la vita, l'onore, le ricchezze e la grandezza del­le loro forze e dei loro stati nella difesa di questa città di Dio, nel diffondere la sua gloria per il mondo e nel ren­derne il nome sempre più grande nella Chiesa e contro la folle audacia degli infedeli ed eretici. Con profondo dolo­re mi stupisco dei principi cattolici, che non si curano di guadagnarsi il favore di questa Signora e di invocarla, per­ché sia per loro rifugio e protezione, ausiliatrice ed avvo­cata nei pericoli, che per loro sono maggiori. Se per i re ed i potenti i pericoli sono grandi, ricordino che non è mi­nore il loro dovere di mostrarsi grati a questa divina Re­gina e signora, poiché ella dice di se stessa che per lei re­gnano i re, i principi comandano ed i potenti amministrano la giustizia, che ama quelli che la amano e che quelli che renderanno illustre il suo nome conseguiranno la vita eter­na, perché sperando in lei non peccheranno.

302. Non voglio nascondere la luce che più volte mi fu data, e specialmente in questo luogo, perché la manifesti. Nel Signore mi fu mostrato che a tutte le afflizioni della Chiesa cattolica ed a tutte le tribolazioni che il popolo cri­stiano soffre fu sempre posto rimedio per l'intercessione di Maria santissima e che nell'afflitto secolo presente, in cui la superbia degli eretici tanto si innalza contro Dio e la sua Chiesa affranta e piangente, esiste un solo rimedio per tali deplorabili miserie. Questo è che i monarchi ed i regni cattolici si rivolgano alla madre della grazia e misericordia, Maria santissima, guadagnandosi il suo favore con qualche singolare servizio atto ad accrescere e dila­tare la sua devozione e la sua gloria per tutta la terra, af­finché, volgendosi verso di noi, ci guardi con misericor­dia, ottenga grazia dal suo Figlio santissimo per la rifor­ma dei vizi oltremodo sfrenati che il nemico comune ha seminato nel popolo cristiano e con la sua intercessione plachi l'ira del Signore che così giustamente ci castiga, mi­nacciandoci flagelli e disgrazie ancora più gravi. Da que­sta riforma e dalla conversione dai nostri peccati segui­ranno anche la vittoria contro gli infedeli e l'estirpazione delle false sette che opprimono la santa Chiesa, poiché Maria santissima è la spada che le deve estinguere e re­cidere in ogni luogo.

303. Oggi il mondo sperimenta il danno di questa di­menticanza. Se i principi cattolici non perseguono prosperi successi nel governo e nel mantenimento dei loro regni, nell'aumento della fede cattolica, nella lotta con i loro ne­mici, nelle guerre o vittorie contro gli infedeli, tutto ciò av­viene perché non dirigono il proprio cammino tenendo Ma­ria come punto di orientamento e non l'hanno posta come principio e fine immediato delle loro azioni e dei loro pen­sieri, dimenticando che questa regina passeggia per i sen­tieri della giustizia per insegnarla agli altri, portarli ad essa ed arricchire coloro che la amano.

304. Oh, principe e capo della santa Chiesa cattolica! Oh, prelati, che vi chiamate anche suoi principi! Oh, prin­cipe cattolico e monarca di Spagna, a cui, per legame na­turale, per singolare affetto e per ordine dell'Altissimo in­dirizzo questa umile ma vera esortazione! Gettate la vostra corona ed il vostro regno ai piedi di questa Regina e si­gnora del cielo e della terra, cercate la riparatrice di tutto il genere umano, ricorrete a colei che con potere divino è al di sopra di ogni potenza umana ed infernale, rivolgete il vostro affetto a colei che tiene nelle sue mani le chiavi della volontà e dei tesori dell'Altissimo, pòrtate il vostro onore e la vostra gloria a questa città santa di Dio, che non li chiede perché ne ha bisogno per accrescere i suoi, ma piuttosto per migliorare e dilatare i vostri. Offritele con la vostra pietà cattolica, e di tutto cuore, qualche omaggio grande e gradito, in ricompensa del quale sono pronti per voi infiniti beni, la conversione dei gentili, la vittoria con­tro gli eretici ed i pagani, la pace e la tranquillità della Chiesa, nuova luce e nuovi aiuti per migliorare i costumi e per rendere voi stesso un re grande e glorioso in questa vita e nell'altra.

305. Oh, regno e monarchia della Spagna cattolica, e come tale fortunatissima! Oh, se alla fermezza ed allo ze­lo della tua fede, che hai ricevuto oltre i tuoi meriti dalla destra onnipotente, tu aggiungessi il santo timore di Dio corrispondente alla professione di questa tua fede, che ti rende singolare fra le nazioni di tutta la terra! Oh, se per conseguire questo fine e questa corona delle tue felicità tutti i tuoi abitanti si innalzassero con ardente fervore al­la devozione di Maria santissima! Come risplenderebbe al­lora la tua gloria! Come saresti illuminata! Come saresti protetta e difesa da questa Regina e come sarebbero ar­ricchiti di tesori celesti i tuoi re cattolici! Come verrebbe propagata per loro mano in tutte le nazioni la soave legge evangelica! Considera attentamente che questa grande prin­cipessa onora coloro che la onorano, arricchisce coloro che la cercano, glorifica quelli che celebrano il suo nome e di­fende quelli che sperano in lei. Per esercitare con te que­sti uffici di madre singolare ed usare nuove misericordie, ti assicuro che aspetta e desidera che tu cerchi la sua be­nevolenza e ne solleciti il materno amore. Allo stesso tem­po, però, considera che Dio non ha bisogno di nessuno e può cambiare le pietre in altrettanti figli di Abramo, co­sicché, se ti rendi indegna di un bene tanto grande, egli può riservare questa gloria per chi lo servirà e se ne ren­derà meno immeritevole.

306. Ora, perché non ignori il servizio con cui potrai oggi guadagnarti il favore di questa Regina e signora di tutti, tra i molti che ti insegnerà la tua devozione e pietà, considera lo stato in cui si trova in tutta la Chiesa il mi­stero della sua immacolata concezione e ciò che ancora manca per stabilire con fermezza le fondamenta di questa città di Dio. Nessuno giudichi questo suggerimento come proprio di donna debole ed ignorante o effetto di una de­vozione particolare e dell'amore al mio Istituto ed alla mia professione, che va sotto il titolo religioso di Maria im­macolata, poiché a me bastano la fede e la luce che ho ri­cevuto in questa Storia. No, non è per me questa esorta­zione, né mi permetterei di farla semplicemente basandomi sul mio giudizio ed opinione; ma in ciò ubbidisco al Signore che apre la bocca dei muti e scioglie la lingua de­gli infanti. Chi ancora si stupisse di questa tanto liberale misericordia, faccia attenzione a ciò che di questa Signo­ra aggiunge l'Evangelista, dicendo:

307. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il gior­no, poiché non vi sarà più notte. Le porte della misericor­dia di Maria santissima non sono mai state né stanno mai chiuse, né vi fu in lei notte di colpa che, dal primo istan­te della sua vita e concezione, chiudesse le porte di que­sta città di Dio, come negli altri santi. Come in un luogo dove le porte stanno sempre aperte entrano ed escono tut­ti quelli che lo vogliono, in ogni tempo ed ora, così a nes­suno dei mortali è interdetto l'entrare liberamente in rela­zione con Dio attraverso le porte della misericordia di Maria purissima, dove è aperto il banco del tesoro del cielo, senza limitazione di tempo, luogo, età o sesso. Tutti sono potuti entrare fin dalla sua fondazione, perché per questo l'Altissimo la edificò con tante porte, e non chiuse, ma aperte, con libero accesso ed in piena luce. Fin dalla sua concezione purissima, infatti, cominciarono ad uscire da queste porte misericordie e favori per tutto il genere uma­no. Avere tante porte, attraverso le quali escano le ricchezze di Dio, non la rende però meno sicura dai nemici. Per que­sto il testo aggiunge:

308. Non entrerà in essa nulla d'impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell'Agnello. L'Evangelista conclude questo capi­tolo ritornando sul privilegio delle immunità di questa città di Dio, Maria, cioè assicurandoci che in lei non entrò nul­la d'impuro, perché le furono dati immacolati l'anima ed il corpo. Non si sarebbe potuto dire che non sarebbe en­trato in lei nulla d'impuro quando avesse avuto la colpa originale, sebbene non i peccati attuali. Tutto ciò che en­trò in questa città santa fu quello che era scritto nel libro della vita dell'Agnello; Dio, infatti, prese l'esempio e l'ori­ginale per formarla dal suo Figlio santissimo e da nessun altro poté copiare virtù alcuna di Maria santissima, per quanto piccola, se in lei potevano esservene di piccole. E se a questa porta di Maria corrisponde l'essere città di ri­fugio per i mortali, ciò è sotto la condizione che in lei non possa aver parte né ingresso chiunque commette abominio o falsità. Non devono, però, gli impuri e peccatori figli di Adamo disperare di avvicinarsi alle porte di questa città santa di Dio, poiché, se si recano a cercare la purezza del­la grazia umiliati e compunti, la troveranno in queste por­te della grande Regina, non in altre. È limpida, è pura, è sovrabbondante di grazie; soprattutto, è madre della mise­ricordia, dolce, amorevole e potente per arricchire la no­stra povertà e togliere le macchie di tutte le nostre colpe.

 

Insegnamento che mi diede la Regina del cielo in questi ca­pitoli

 

309. Figlia mia, i misteri di questi capitoli racchiudono grande dottrina e luce, benché in essi tu abbia tralasciato di dire molte cose. Approfitta di quanto hai inteso e scrit­to, per non ricevere invano la luce della grazia. Quello, poi, di cui ti voglio brevemente avvertire è che non devi perderti d'animo nel combattere le passioni per essere sta­ta concepita nel peccato, discendente dalla terra e con in­clinazioni terrene, finché tu le abbia vinte ed abbia vinto in esse i tuoi nemici. Con le forze della grazia di Dio al­tissimo, che ti aiuterà, puoi innalzarti sopra te stessa e farti discendente del cielo, da dove viene la grazia. Per con­seguire questo, tu devi tenere la tua continua abitazione nelle altezze, stando fissa con la mente nella conoscenza dell'essere immutabile e delle perfezioni di Dio, senza per­mettere che di lì ti strappino i pensieri di alcun'altra cosa, benché necessaria. Con questa incessante memoria e visio­ne interiore della grandezza di Dio, starai disposta in tut­to il resto per operare quello che è più perfetto nelle virtù e ti renderai idonea a ricevere l'influsso ed i doni dello Spi­rito Santo, giungendo così allo stretto vincolo dell'amicizia e della comunicazione con il Signore. Per non impedire in questo la sua santa volontà, che molte volte ti è stata in­dicata e manifestata, sforzati di mortificare la parte infe­riore della creatura, dove vivono le inclinazioni e le pas­sioni negative. Muori a tutto ciò che è terreno, sacrifica in presenza dell'Altissimo tutti i tuoi appetiti sensitivi, senza soddisfarne neppure uno, non fare la tua volontà senza ob­bedienza e non uscire dal segreto del tuo intimo, dove ti il­luminerà la luce dell'Agnello. Adornati per entrare nel ta­lamo del tuo sposo e lasciati abbellire, come farà la destra dell'Onnipotente, se tu collaborerai e non gli porrai osta­colo. Purifica la tua anima con molti atti di dolore per aver­lo offeso e con ardentissimo amore lodalo e magnificalo. Cercalo, non ti riposare finché trovi colui che l'anima tua desidera e non lo lasciare. Voglio che tu viva in questo pellegrinaggio come quelli che già lo hanno terminato, con­templando senza interruzione l'Oggetto che li rende glorio­si. Questa deve essere la norma della tua vita, perché con la luce della fede e lo splendore di Dio onnipotente, che ti illuminerà e riempirà il tuo spirito, lo ami, lo adori e lo ve­neri senza interruzione. Questa è la volontà dell'Altissimo a tuo riguardo. Bada bene a ciò che puoi guadagnare ed a ciò che puoi perdere. Non volere da te stessa metterlo a ri­schio, ma assoggetta la tua volontà rimettendoti totalmen­te alla direzione del tuo sposo, alla mia ed a quella del­l'ubbidienza, con la quale ti devi misurare in tutto. Questo fu l'insegnamento che mi diede la Madre del Signore, alla quale io, piena di confusione, risposi dicendo:

310. Regina e signora di tutto il creato, io che sono vo­stra e bramo esserlo per tutta l'eternità, lodo l'onnipoten­za dell'Altissimo, che tanto si compiacque di farvi grande. Poiché siete così felice e potente presso di lui, vi supplico, Signora mia, di guardare con occhi di misericordia questa vostra serva povera e misera. Con i doni che il Signore ha posto nelle vostre mani per distribuirli ai bisognosi, ponete riparo alla mia piccolezza, arricchite la mia estrema po­vertà e costringetemi come Signora a volere ed operare ef­ficacemente ciò che è più perfetto, cosicché trovi grazia agli occhi del vostro Figlio santissimo e mio Signore. Gua­dagnatevi questo onore, sollevando dalla polvere la più inu­tile creatura. Nelle vostre mani io pongo la mia riuscita. Vogliatela con efficacia, o Signora e regina mia, poiché il vostro volere è santo e potente per i meriti del vostro Fi­glio santissimo e per la parola della beatissima Trinità im­pegnata con voi ad accettare ogni vostra volontà e do­manda, senza respingerne alcuna. Non posso vincolarvi a questo in alcun modo, poiché sono indegna; ma in cam­bio vi presento, o Signora mia, la vostra medesima santità e clemenza.

 

CAPITOLO 20

 

Ciò che avvenne nei nove mesi della gravidanza di sant'An­na e ciò che fecero in quel tempo Maria santissima e sua madre.

 

311. Poiché - come ho detto - Maria santissima fu con­cepita senza peccato, il suo spirito, da quella prima visio­ne di Dio, restò tutto assorto e rapito dall'oggetto infinito del suo amore. Questo, cominciato nella stretta dimora del grembo materno nell'istante in cui fu creata la sua fortu­natissima anima, non venne mai più meno, ma continuò ininterrotto e continuerà per tutta l'eternità nel sommo gra­do di gloria possibile ad una semplice creatura, che ella gode alla destra del suo santissimo Figlio. Affinché, poi, andasse sempre crescendo nella contemplazione e nell'a­more divino, oltre le immagini infuse delle altre creature e quelle impresse in lei dalla prima manifestazione della santissima Trinità, per le quali esercitò molti atti delle virtù che li poteva operare, il Signore le rinnovò la meraviglia di quella visione astrattiva della sua divinità, concedendogliela altre due volte. La Trinità le si manifestò in questo modo tre volte prima della nascita: una nell'istante in cui fu concepita, l'altra verso la metà dei nove mesi e la terza il giorno prima di venire alla luce. Sebbene tale genere di visione non fosse continuo, ne ebbe un altro alquanto in­feriore, ma anch'esso assai alto. Questa contemplazione di Dio attraverso la fede ed una illuminazione speciale fu con­tinua in Maria santissima e superò quelle di tutti gli altri viatori insieme.

312. Quanto alla visione astrattiva di Dio, sebbene non fosse opposta allo stato di viatrice, pure era così alta e vi­cina alla visione intuitiva che non doveva essere continua in questa vita mortale per chi aveva da meritare la gloria intuitiva con altri atti. Tuttavia, non cessava di essere un sommo beneficio della grazia a questo scopo, perché la­sciava impresse nell'anima immagini del Signore tali da sollevarla assorbendo tutta la creatura nell'incendio dell'a­more divino, che attraverso di esse si rinnovò nell'anima santissima di Maria finché ella stette nel grembo di sant'An­na. Qui avvenne che, possedendo l'uso perfettissimo della ragione e tenendosi occupata in continue domande a fa­vore del genere umano, in atti eroici di riverenza, adora­zione ed amore di Dio e nel conversare con gli angeli, non risentì l'angustia del naturale e stretto carcere del grembo materno, né le mancò il non usare i sensi, né le riusciro­no pesanti i disagi propri di quello stato. A tutto ciò non faceva attenzione, stando più nel suo Amato che nel grem­bo di sua madre, anzi più che in se stessa.

313. Lultima di queste tre visioni fu accompagnata da nuovi e più stupendi favori del Signore, che le manifestò che era giunto il momento di uscire alla luce del mondo ed alla vita tra i mortali. Allora la Principessa del cielo, ubbidendo alla volontà divina, disse al Siguore: «Dio al­tissimo, padrone di tutto il mio essere, anima della mia vi­ta e vita della mia anima, infinito in attributi e perfezio­ni, incomprensibile, potente e ricco di misericordia, re e signore mio, mi avete creata dal niente e senza alcun mio merito mi avete arricchita con i tesori della vostra grazia e luce divina, affinché, conoscendo io subito il vostro es­sere immutabile e le vostre divine perfezioni, nessun altro che voi fosse il primo oggetto della mia vista e del mio amore, né cercassi altro bene fuorché voi, che siete il som­mo vero e tutto il mio conforto. Ora, Signore mio, mi co­mandate di uscire alla luce materiale ed alla vita delle creature; ma io in voi, dove tutto si conosce come in uno spec­chio limpidissimo, ho visto il pericoloso stato e le miserie di tale vita. Se in essa, per mia fragilità e debolezza natu­rale, dovessi mancare anche in un solo punto nel vostro amore e servizio e morire allora, fate che io muoia piut­tosto qui adesso prima di passare ad uno stato in cui vi possa perdere. Se, però, Signore e padrone mio, la vostra santa volontà si deve adempiere destinandomi al tempe­stoso mare del mondo, vi supplico, altissimo e potente be­ne dell'anima mia, di guidare la mia vita, di dirigere i miei passi e di dare forma a tutte le mie azioni secondo il vo­stro maggiore compiacimento. Ordinate in me la carità, perché con il nuovo uso delle creature essa divenga in me sempre più perfetta tanto verso di voi quanto verso di lo­ro. In voi ho conosciuto l'ingratitudine di molte anime; quindi, a ragione io temo, essendo della loro natura, di po­tere anch'io commettere la medesima colpa. In questa an­gusta caverna del grembo di mia madre ho goduto degli spazi infiniti della vostra divinità; qui possiedo tutto il be­ne che siete voi, o mio diletto. Essendo ora solo voi la mia parte ed il mio possesso, temo di perdervi fuori di questo luogo recluso, alla vista di altra luce e con l'uso dei sensi. Perciò, se ciò fosse possibile e conveniente, io preferirei n­nunciare alla vita cui mi avvicino e rimarne priva; però, non si faccia la mia volontà, ma la vostra. Poiché così vo­lete, datemi la vostra benedizione per nascere al mondo ed in esso non allontanate mai da me la vostra divina prote­zione». Dopo questa preghiera della dolcissima bambina Maria, l'Altissimo le diede la sua benedizione, le comandò di uscire alla luce materiale di questo sole visibile e la il­luminò su quanto doveva fare per conseguire questi suoi desideri.

314. Intanto, la felicissima madre sant'Anna aveva pas­sato la sua gravidanza tutta spiritualizzata, per gli effetti divini e per la soavità che sentiva nelle sue facoltà. Tutta-via, la divina Provvidenza, per conferire maggiore gloria alla santa e rendere più sicura la sua navigazione, aveva disposto che in qualche modo la sua nave portasse la za­vorra di alcune tribolazioni, poiché senza di esse non si guadagnano che scarsamente i frutti della grazia e dell'a­more. Perché si comprenda meglio ciò che le avvenne, si deve avvertire che il demonio, dopo essere stato precipita­to con i suoi angeli cattivi dal cielo alle pene infernali, an­dava sempre indagando e spiando con grande vigilanza tut­te le donne più sante dell'antica legge, per vedere se pote­va incontrare quella di cui aveva visto in cielo il segno ed il cui piede gli doveva schiacciare il capo. Tanta era l'ira di Lucifero che non affidava tale cura solo ai suoi inferio­ri, ma, valendosi di loro contro alcune donne virtuose, egli stesso vigilava e insidiava quelle che vedeva segnalarsi di più nelle virtù e nella grazia dell'Altissimo.

315. Con questa malignità ed astuzia pose molta atten­zione alla straordinaria santità della grande sant'Anna e a tutto ciò che veniva scoprendo di quanto in lei succedeva. Se non riuscì a conoscere il valore del tesoro che racchiu­deva il suo grembo, poiché il Signore gli nascondeva que­sto ed altri misteri, tuttavia sentiva contro di sé una gran­de forza e virtù che ridondava da sant'Anna. Non poter pe­netrare la causa di quell'effetto potente lo portava ad esse­re in alcuni momenti molto turbato e triste nel suo furore. Altre volte si calmava un poco considerando che quella gra­vidanza aveva avuto inizio nello stesso modo di tutte le al­tre e che non vi era da temere alcuna novità; il Signore, in­fatti, lasciava che si ingannasse nella sua ignoranza ed an­dasse fluttuando tra le onde superbe della sua rabbia. Ep­pure, vedendo tanta tranquillità nella gravidanza di sant'An­na, il suo spirito perversissimo s'insospettiva. Talora sco­priva anche che era assistita da molti angeli; soprattutto, poi, era tormentato dal sentirsi debole nel resistere alla for­za che usciva dalla fortunata sant'Anna, cosicché cominciò a sospettare che non fosse lei sola a causare ciò.

316. Turbato per questi timori, il drago determinò di tentare di togliere la vita a sant'Anna e, se non gli fosse riuscito, di procurare almeno che abortisse. La superbia di Lucifero era, infatti, tanto smisurata che confidava di po­ter vincere o uccidere la Madre del Verbo che doveva in­carnarsi, a meno che non gli venisse tenuta nascosta, e ad­dirittura lo stesso Messia redentore del mondo. Fondava questa eccessiva arroganza sulla superiorità della sua na­tura di angelo rispetto a quella umana, quanto a condi­zione ed a forze, come se all'una e all'altra non fosse su­periore la grazia ed entrambe non fossero subordinate al­la volontà del loro Creatore. Spinto da questa audacia, pre­se a tentare sant'Anna con molti spaventi, suggestioni, sus­sulti e sospetti circa la verità della sua gravidanza, facen­dole presente la sua età avanzata e la lunga sterilità. Il de­monio faceva tutto ciò per provare la virtù della santa e per vedere se l'effetto di queste suggestioni gli apriva un varco per assalirne la volontà con qualche consenso.

317. L'invitta sant'Anna, però, resistette virilmente a questi colpi. Armata di umile fortezza, di pazienza, di pre­ghiera incessante e di viva fede nel Signore, sventava gli ingannevoli stratagemmi del drago, che anzi le ridondava­no in aumenti sempre maggiori di grazia e di protezione divina. La difendevano anche i principi angelici che cu­stodivano la sua santissima Figlia e scacciavano i demoni dalla sua presenza. Non per questo l'insaziabile malizia del nemico desistette. Siccome la sua arrogante superbia ec­cede la sua forza, cercò di valersi anche di argomenti uma­ni; con questi, infatti, si ripromette sempre vittorie mag­giori. Tentò dapprima di far crollare la casa di san Gioac­chino, affinché sant'Anna fosse scossa e sconvolta dal ter­rore. Non essendo potuto riuscirvi, perché opposero resi­stenza gli angeli santi, suscitò alcune donnicciole vili, co­noscenti della santa, perché la oltraggiassero. Esse esegui­rono ciò con grande ira, ingiuriandola con parole oltre mi­sura offensive e beffandosi della sua gravidanza, dicendo che nella sua età avanzata non poteva essere altro che un artificio del diavolo.

318. Sant'Anna non se ne turbò; anzi, sopportò quelle ingiurie con mansuetudine e carità, continuando a trattare con molto riguardo chi le faceva, guardando da allora quel­le donne con maggiore affetto e facendo loro benefici più grandi. Non per questo la loro ira si temperò, possedute com'erano dal demonio ed infiammate di odio contro la santa. E siccome, quando uno si dà una volta in balia di tale crudele tiranno, questo acquista sempre più forza per tirare al suo volere chi gli si assoggetta, egli incitò quei vili strumenti perché intentassero qualche vendetta contro la persona e la vita di sant'Anna. Non lo poterono, però, con­seguire, perché la virtù divina rese sempre più deboli ed inefficaci le già fiacche forze di quelle donne e nulla pote­rono eseguire contro la santa. Anzi, vinte con ammonizio­ni, furono per le sue preghiere condotte al riconoscimento della loro colpa ed alla correzione della loro vita.

319. Così il drago fu vinto, sebbene non abbattuto, poi­ché subito si valse di una donna di servizio dei santi coniugi, provocandola contro sant'Anna. Costei fu peggiore di tutte le altre donne, perché, agendo nella sua casa, era avversario più pertinace e pericoloso. Non mi dilungo a narrare ciò che il nemico tentò per mezzo di lei, poiché fu quello stesso che aveva provato per mezzo delle altre donne, sebbene con mo­lestia e pericolo maggiori per la santa. Con il favore divino, però, ella vinse questa tentazione più gloriosamente che le altre, perché non sonnecchiava il custode d'Ismele, che di­fendeva la sua santa città e la teneva guarnita di tante sen­tinelle scelte tra i più coraggiosi della sua milizia. Questi mi­sero in fuga Lucifero ed i suoi, perché non molestassero più la fortunata madre, che stava già aspettando il felicissimo parto cui si era preparata con gli atti eroici delle virtù eser­citate e con i meriti acquistati in questi combattimenti, av­vicinandosi così alla fine desiderata della sua attesa. Ed io pure desidero quella del presente capitolo, per udire il salu­tare insegnamento della mia Signora e maestra. Anche se tutto quello che scrivo mi è offerto da lei, ciò che mi sta più a cuore è la sua materna ammonizione, cosicché l'attendo con sommo gaudio e giubilo del mio spirito.

320. Parlate dunque, o Signora, poiché la vostra serva vi ascolta. E se me lo permettete, benché sia polvere e ce­nere, vi esporrò un dubbio che mi si è presentato in que­sto capitolo, poiché in tutto ricorro alla spiegazione che voi vi degnate di darmi, Madre, maestra e signora mia. Il dubbio è questo: essendo voi stata concepita senza pecca­to e possedendo l'anima vostra santissima una così alta co­noscenza di tutte le cose mediante la visione della Divinità, come poterono stare insieme a questa grazia timore e tre­pidazione così grandi di perdere l'amicizia di Dio offen­dendolo? Se nel primo istante della vostra esistenza vi pre­venne la grazia, come tanto presto potevate temere di per­derla? E se l'Altissimo vi fece esente dalla prima colpa, co­me potevate cadere in altre ed offendere colui che vi ave­va preservato da quella?

 

Insegnamento e risposta della Regina del cielo

 

321. Figlia mia, ascolta la risposta al tuo dubbio. Seb­bene nella visione di Dio che io ebbi nel primo istante aves­si saputo che ero concepita senza macchia e senza pecca­to, questi benefici e doni dell'Altissimo sono di natura ta­le che, quanto più si conoscono e rendono sicuri, tanto maggiore cura ed attenzione risvegliano per conservarli e per guardarsi dall'offendere il loro autore, che li comuni­ca per sola sua bontà. Inoltre, mostrano tanto chiaramen­te la loro provenienza dalla sola virtù divina e dai meriti del mio Figlio santissimo che la creatura, non vedendo in se stessa altro che indegnità ed insufficienza, comprende con piena evidenza che riceve ciò che non merita, non po­tendo appropriarsene perché cosa altrui. Conosce non me­no che ne è causa superiore un Signore che, come li con­cede per pura liberalità, così può ugualmente toglierli a lei per darli a chi più gli piace. Da questo necessariamente nascono la sollecitudine e la vigilanza per non perdere ciò che si possiede per sola grazia, adoperandosi diligente­mente per conservarlo e facendo fruttare il talento, per­ché si conosce che questo è il solo mezzo per non perde­re ciò che si ha in deposito e che viene dato alla creatura perché renda il contraccambio e lavori a gloria del suo Creatore. Attendere a questo fine è condizione necessaria per conservare i benefici della grazia ricevuta.

322. Si ha consapevolezza anche della fragilità della na­tura umana e della sua libera volontà tanto per il bene quanto per il male. Questa conoscenza non mi fu tolta dal­l'Altissimo, né viene tolta ad alcun viatore; anzi, viene la­sciata a tutti. Ciò è conveniente, affinché alla sua vista si radichi il santo timore di cadere in una colpa, sia pure pic­cola. In me, poi, questa luce fu maggiore, perché conobbi che una piccola mancanza dispone ad un'altra peggiore, e la seconda è castigo della prima. È’ ben vero che in segui­to alle grazie ed ai benefici prodigati da Dio alla mia ani­ma non mi era possibile cadere in peccato. La sua Prov­videnza, tuttavia, dispose questo favore nascondendomi la certezza assoluta di non peccare, cosicché io conoscevo che a me, da sola, era possibile cadere e che dipendeva solo dalla volontà divina il non farlo. Così, egli riservò per sé la conoscenza della mia sicurezza, lasciando a me la sol­lecitudine ed il santo timore di peccare come viatrice, che dal momento della mia concezione sino alla morte non per­si mai; esso, anzi, andò crescendo in me con la vita.

323. Inoltre, l'Altissimo mi diede discrezione ed umiltà perché non gli ponessi domande circa questo mistero né mi fermassi ad esaminarlo, attendendo soltanto a fidar­mi della sua bontà e benevolenza, certa che mi avrebbe assistita perché non peccassi. Da questo derivano due di­sposizioni necessarie alla vita cristiana: la prima è man­tenere l'anima in pace; l'altra è non perdere il timore e la vigilanza nel custodire questo tesoro. Essendo questo un timore filiale, non diminuiva l'amore, ma anzi lo ac­cendeva ed accresceva sempre più. Queste due disposi­zioni di amore e timore formavano nella mia anima un accordo divino tale da armonizzare tutte le mie azioni in modo che mi allontanassi dal male e mi unissi sempre più al sommo Bene.

324. Amica mia, da ciò puoi rilevare il modo miglio­re di riconoscere le cose dello spirito: vedere se sono ac­compagnate da vera luce e da sana dottrina, se insegna­no la maggiore perfezione delle virtù e se muovono ad essa con grande forza. I benefici che discendono dal Pa­dre della luce hanno questo di proprio: assicurano umi­liando ed umiliano senza rendere diffidenti, danno con­fidenza non disgiunta da sollecitudine e vigilanza e ren­dono solleciti con riposo e pace, affinché queste disposi­zioni nel compiere la volontà divina non si impediscano tra loro. Ora tu, anima, mostra umile e fervorosa grati­tudine al Signore per essere stato tanto liberale con te, che te lo sei meritato così poco; infatti, ti ha illuminato con la sua luce divina aprendoti in qualche modo gli ar­chivi dei suoi segreti e prevenendoti con il timore di of­fenderlo. Tuttavia, fa' uso di questo timore con misura e piuttosto eccedi nell'amore: sono le due ali dello spirito per sollevarti al di sopra di tutte le cose terrene e di te stessa. Procura, dunque, di abbandonare ogni disposizio­ne disordinata che ti causi eccessivo timore, affidando al Signore la tua causa e prendendo per tua propria la sua. Temi finché tu sia purificata e libera dalle tue colpe e dal­la tua ignoranza; ama il Signore finché tu sia tutta tra­sformata in lui e lo abbia reso interamente padrone ed arbitro delle tue azioni, senza che tu lo sia più di alcu­na. Non ti fidare del tuo giudizio, non credere di essere saggia, poiché il proprio discernimento è facilmente oscu­rato dalle passioni che lo tirano dietro a sé; insieme, poi, trascinano la volontà, per cui si finisce per temere ciò che non si deve e per credersi sicuri in ciò che non convie­ne. Ritieniti sicura soltanto in modo da non riposare nel­la tua sicurezza con frivolo compiacimento interiore, du­bita e temi finché tu non abbia trovato, mediante una sol­lecitudine quieta, il giusto mezzo in tutto; lo troverai sem­pre se ti sottometterai all'ubbidienza dei tuoi superiori ed a ciò che l'Altissimo ti insegnerà ed opererà in te. Seb­bene la bontà delle disposizioni si desuma dal fine cui sono dirette, tuttavia esse si devono regolare con l'obbe­dienza e con il consiglio, perché senza tale direzione gli atti in cui si traducono risultano mal riusciti e senza pro­fitto. In ogni cosa, insomma, starai attenta a praticare ciò che è più santo e perfetto.

 

CAPITOLO 21

 

La nascita fortunata di Maria santissima, signora nostra. I favori che ricevette subito dalla mano dell'Altissimo e come le posero il nome nel cielo e sulla terra.

 

325. Giunse il giorno, lieto per il mondo, del felicissimo parto di sant'Anna e della nascita di colei che veniva alla luce santificata e consacrata per diventare Madre di Dio. Questo parto avvenne l'ottavo giorno del mese di settem­bre, compiuti nove mesi interi dalla concezione della san­tissima anima della nostra Regina e signora. Fu preavver­tita sua madre Anna da una illuminazione interiore, nella quale il Signore le diede l'avviso che si avvicinava l'ora del parto. Così, piena della gioia dello Spirito divino, era tutta presa ad ascoltare la sua voce e prostratasi in orazione chie­se al Signore che l'assistesse con la sua grazia e la sua pro­tezione, per il buon esito del parto. Subito sentì nel suo se­no un movimento, che è naturale quando le creature stan­no per venire alla luce. Nello stesso tempo, la bambina Ma­ria, più che fortunata, fu rapita, per provvidenza e virtù di­vina, in un'estasi altissima, nella quale assorta ed astratta da tutte le operazioni sensitive, venne al mondo senza per­cepirlo con i sensi, come invece avrebbe potuto se assieme all'uso della ragione, che aveva, li avesse lasciati, per natu­ra, operare in quel momento. Il potere dell'Altissimo, però, dispose in questo modo, affinché la Principessa del cielo non avvertisse il naturale evento del parto.

326. Maria nacque pura, bella e tutta piena di grazie, manifestando con esse che era esente dalla legge e dal tri­buto del peccato. E benché nella sostanza venne al mon­do come gli altri figli di Adamo, tuttavia la sua nascita fu accompagnata da circostanze e grazie particolari, che la resero miracolosa ed ammirabile in tutta la natura, non­ché lode eterna per il suo Autore. Questa divina stella mat­tutina spuntò, dunque, al mondo, intorno alla mezzanotte, cominciando così a dividere la notte dell'antica legge e del­le prime tenebre dal giorno nuovo della grazia, che stava già per apparire. Colei che aveva la mente fissa nella Di­vinità fu così, conformemente agli altri bambini, avvolta in panni e posta ed accomodata in una culla; e venne tratta­ta come una bambina quella che, in sapienza, eccedeva tut­ti i mortali e gli stessi serafini. Sua madre Anna non con­sentì che in quel momento fosse toccata da altri, ma lei stessa, con le sue mani, l'avvolse in fasce, senza esserne impedita dal parto, poiché fu libera dal doloroso travaglio cui sono soggette, ordinariamente, tutte le altre madri.

327. Sant'Anna ricevette nelle sue mani colei che, es­sendo figlia sua, era insieme il maggior tesoro del cielo e della terra; semplice creatura sì, ma inferiore solo a Dio e superiore invece ad ogni cosa creata. Con fervore e con la­crime la offrì alla sua divina Màestà, dicendo nel suo in­timo: «Signore d'infinita sapienza e potenza, creatore di tutto ciò che esiste, io vi offro il frutto del mio seno, che ho ricevuto dalla vostra bontà, con eterna riconoscenza per avermelo concesso senza che io potessi meritarlo. Fate del­la figlia e della madre ciò che piace alla vostra santissima volontà e guardate la nostra piccolezza, dall'alto della vo­stra sede e grandezza. Siate eternamente benedetto, per­ché avete arricchito il mondo con una creatura così gra­dita al vostro beneplacito e perché in lei avete preparato la dimora e il tabernacolo in cui viva il Verbo eterno. Io mi congratulo con i miei santi Padri e Profeti, ed in loro con tutto il genere umano per il pegno sicuro, che ad es­si donate, della redenzione. Ma come tratterò io quella che mi date per figlia, non meritando nemmeno di essere sua serva? Come toccherò la vera arca dell'alleanza? Concede­temi, o Signore e mio re, la luce necessaria per conoscere la vostra volontà e per eseguirla con il vostro compiaci­mento ed al servizio di mia figlia».

328. Il Signore rispose alla santa suggerendole nell'in­timo l'ispirazione di trattare la bambina come fa qualsia­si madre, senza dimostrarle all'esterno riverenza, e por­tandogliela, però, nel suo interno: nel crescerla adempisse, quindi, i doveri di una vera madre, avendone cura con sol­lecitudine ed amore. Così fece appunto la felice madre ed usando questa facoltà, senza venir meno alla riverenza do­vuta, si deliziava con la sua santissima figlia, trattandola ed accarezzandola come fanno le altre madri con le loro figlie, sempre però con la stima e con l'attenzione degne di quel mistero così imperscrutabile e divino che si rac­chiudeva tra madre e figlia. Gli angeli con tanti altri spi­riti celesti venerarono devoti la dolce bambina, tra le brac­cia di sua madre, e le suonarono delle celesti sinfonie, di cui udì qualcosa sant'Anna; i mille angeli, invece, destinati alla custodia, si presentarono davanti alla gran Regina, per dedicarsi al suo servizio. Fu questa la prima volta che la divina signora li vide in forma corporea con i segni e le vesti, di cui parlerò in un altro capitolo; e la bambina li pregò che lodassero l'Altissimo con lei ed in nome suo.

329. Nel momento in cui nacque la nostra principessa Maria, l'Altissimo inviò l'arcangelo san Gabriele a portare ai santi Padri del limbo questa notizia tanto lieta per lo­ro. Subito il messaggero celeste scese ad illuminare quel­la profonda caverna, rallegrando i giusti che vi si trovava­no. Annunciò loro che già cominciava a spuntare il gior­no della felicità eterna e della redenzione del genere uma­no; giorno tanto desiderato ed aspettato dai santi Padri e preannunziato dai Profeti. Era già nata la Madre del Mes­sia promesso, per cui essi avrebbero ben presto visto la salvezza e la gloria dell'Altissimo. Il santo principe inoltre svelò loro le eccellenti virtù di Maria e tutto ciò che la ma­no dell'Onnipotente aveva cominciato ad operare in lei, af­finché conoscessero meglio il felice principio del mistero, che avrebbe posto fine alla loro prolungata prigionia. Di questa notizia, si rallegrarono in spirito i Padri, i Profeti e gli altri giusti che dimoravano nel limbo; e con nuovi cantici lodarono il Signore per tale beneficio.

330. Tutto ciò che ho riferito successe in breve tempo. Intanto, la nostra Regina, appena vide la luce del sole ma­teriale, conobbe con i sensi i suoi naturali genitori ed al­tre creature; questo fu il primo passo della sua vita nel mondo. Il braccio onnipotente dell'Altissimo ricominciò co­sì ad operare per lei nuove meraviglie, superiori ad ogni pensiero umano. La prima, oltremodo stupenda, fu d'in­viare innumerevoli angeli, affinché sollevassero in anima e corpo, al cielo empireo, l'eletta per madre del Verbo eter­no, secondo quello che il Signore disponeva. Ubbidirono i santi principi e, prendendo la bambina Maria dalle brac­cia di sua madre sant'Anna, si ordinarono con pompa so­lenne in una festosa processione, portando fra cantici d'in­comparabile giubilo la vera arca della nuova alleanza, per­ché dimorasse per un po' di tempo non nella casa di Obed­Èdom, ma nel tempio del sommo Re dei re, dove poi sa­rebbe dovuta rimanere eternamente. Da questo mondo al supremo cielo fu il secondo passo che Maria santissima fe­ce nella sua vita.

331. Chi potrà degnamente esaltare questo stupendo prodigio della destra dell'Onnipotente? Chi potrà descrive­re il gaudio e lo stupore degli spiriti celesti, quando guar­davano quella meraviglia così nuova tra le opere dell'Al­tissimo, e con nuovi cantici la celebravano? In Maria ri­conobbero e riverirono la loro regina e signora, eletta per madre di colui che doveva essere loro capo, e che era cau­sa della grazia e della gloria che possedevano, poiché egli le aveva loro ottenute con i suoi meriti in previsione del divino consenso. Ma quale lingua o pensiero dei mortali potrebbe entrare nel segreto del cuore di quella tenera bam­bina, e capire o descrivere che cosa sentì durante lo svol­gimento di un privilegio così singolare? Lo lascio pensare a coloro che sono animati da sentimenti di vera pietà cat­tolica e molto più a quelli cui sarà dato conoscerlo nel Si­gnore; noi invece lo vedremo quando per la sua infinita misericordia giungeremo a goderlo faccia a faccia.

332. La bambina Maria fece il suo ingresso nel cielo empireo per mano degli angeli e prostratasi con amore al­la presenza del trono dell'Altissimo, si avverò - secondo il nostro modo d'intendere - ciò che prima era accaduto in figura, quando Betsabea si presentò al figlio Salomone, che dal suo trono giudicava il popolo d'Israele; ed egli alzato­si ricevette sua madre e la colmò di onori dandole il po­sto di regina al suo fianco. Lo stesso fece, ma con mag­giore gloria ed in modo ancor più ammirabile la persona del Verbo eterno con la bambina Maria, che si era eletta per madre. Egli la innalzò sul suo trono e le diede, al suo fianco destro, il titolo di madre sua e di regina di ogni co­sa creata, benché tutto ciò si operasse senza che ella co­noscesse la propria dignità né il fine di misteri e privilegi così ineffabili; ma per ricevere questi le sue deboli forze furono sostenute dalla potenza divina. Le vennero, infatti, elargite grazie e doni nuovi, con i quali furono rispettiva­mente elevate le sue capacità esteriori; e riguardo alle fa­coltà interiori, oltre alla nuova grazia ed alla luce con le quali furono preparate, Dio le elevò in modo adeguato a ciò che le doveva essere rivelato. Inoltre, avendole dato il lume necessario, svelò la sua divinità, manifestandosi a lei in modo chiaro e indicibilmente sublime. Fu questa la pri­ma volta che la bambina Maria vide la santissima Trinità.

333. Della gloria che in questa visione ebbe la bambina Maria, dei nuovi misteri che le furono rivelati e degli ef­fetti che ridondarono nella sua purissima anima, furono so­lo testimoni l'autore di così inaudito miracolo e gli angeli stupefatti, che in Dio stesso conoscevano già qualcosa di questo mistero. Ritrovandosi la Regina alla destra del Si­gnore che doveva divenire suo figlio e vedendolo faccia a faccia, gli chiese, più felicemente di Betsabea, che donasse l'intatta Sunnamita Abisag, cioè la sua inaccessibile divi­nità, all'umana natura sua propria sorella, e che adempis­se la sua parola scendendo dal cielo sulla terra, celebran­do così il matrimonio dell'unione ipostatica nella persona del Verbo, poiché tante volte lo aveva promesso agli uomi­ni per mezzo dei Patriarchi e dei Profeti. Lo pregò anche di affrettare la redenzione del genere umano, attesa da tan­ti secoli, poiché si moltiplicavano i peccati e la rovina del-le anime. Ascoltò l'Altissimo questa richiesta a lui tanto gra­dita, e promise a sua Madre, diversamente da Salomone, che subito si sarebbe disobbligato dalle sue promesse e sa­rebbe venuto nel mondo, incarnandosi per redimerlo.

334. In quel concistoro e tribunale divino della santissi­ma Trinità si decise di dare il nome alla bambina Regina; e siccome nessun nome è legittimo e proprio se non quel­lo che si pone nell'essere immutabile di Dio, dove con equità, peso, misura ed infinita sapienza si dispensano ed ordinano tutte le cose, allora la divina Maestà volle impor­glielo da se stessa, nel cielo. Manifestò così agli spiriti an­gelici che le tre divine Persone avevano decretato e formu­lato, sin dall'eternità, i dolcissimi nomi di Gesù e di Maria per il figlio e per la madre; e si erano compiaciute in essi, tenendoli scolpiti nella loro mente eterna, e presenti in tut­te le cose a cui avevano dato esistenza, poiché proprio per il loro servizio le avevano create. Mentre i santi angeli ve­nivano a conoscenza di questi e di altri misteri, udirono una voce dal trono, che, nella persona del Padre eterno, di­ceva: «La nostra eletta sarà chiamata Maria e questo nome deve essere meraviglioso e grande; quelli che lo invoche­ranno con devoto affetto, riceveranno copiosissime grazie; quelli che lo apprezzeranno e pronunceranno con riveren­za, saranno consolati e vivificati; tutti ritroveranno in esso il rimedio dei loro mali, i tesori per arricchirsi e la luce che li guidi verso la vita eterna. Questo nome sarà terribile con­tro l'inferno, schiaccerà il capo al serpente, ed otterrà insi­gni vittorie sui principi delle tenebre». Ordinò poi il Signore agli spiriti angelici, che annunziassero questo felice nome a sant'Anna, affinché si operasse sulla terra quello che si era stabilito nel cielo. La divina bambina, prostratasi con affetto dinanzi al trono, rese riconoscenti ed umili grazie all'Essere eterno e con ammirabili e dolcissimi cantici ri­cevette il suo nome. Se si dovessero descrivere i privilegi e le grazie, che le furono concessi, sarebbe necessaria uno­pera a parte, di più volumi. I santi angeli, nel trono del­l'Altissimo, venerarono e riconobbero, di nuovo, Maria san­tissima come futura madre del Verbo e come loro regina e signora; e ne ossequiarono il nome prostrandosi, ogni vol­ta che lo pronunciava la voce dell'eterno Padre. Particolar­mente lo venerarono quelli che lo avevano come stemma sul petto; tutti invece intonarono cantici di lode per miste­ri così grandi ed insondabili. La neonata Regina, però, con­tinuò ad ignorare la causa di tutto ciò che vedeva, perché non le venne manifestata la sua dignità di madre del Ver­bo sino al tempo dell'incarnazione. Intanto sempre con giu­bilo e con riverenza i santi angeli la riportarono sulla ter­ra nelle braccia di sant'Anna, alla quale rimase nascosto quanto era accaduto, nonché l'assenza di sua figlia, poiché in vece sua suppli uno degli angeli custodi, prendendo, per questo scopo, un corpo aereo. Oltre a ciò, per molto tem­po, mentre la divina fanciulla dimorava nel cielo empireo, sua madre Anna ebbe un'estasi di altissima contemplazio­ne, in cui, benché ignorasse quel che si operava nella sua bambina, le furono manifestati gli ineffabili misteri della dignità di madre di Dio, per la quale era stata eletta la sua figlia santissima. La prudente donna li conservò nascosti nel suo cuore, tenendoli, però, sempre presenti nella men­te, per tutto quello che doveva operare con lei.

335. Otto giorni dopo la nascita della grande Regina, scese dall'alto una moltitudine di angeli béllissimi e mae­stosi, portanti uno scudo sul quale era scolpito, a caratteri brillanti e risplendenti, il nome di Maria. Manifestandosi tutti alla fortunata sant'Anna le dissero che il nome di sua figlia doveva essere quello che essi portavano sullo scudo, e cioè Maria: nome che le aveva dato la divina Provviden­za, ordinando in tal modo che anche lei e Gioacchino glie­lo imponessero subito. La santa chiamò il marito e gli fe­ce conoscere la volontà di Dio riguardo al nome della loro figlia ed il fortunatissimo padre lo accolse con giubilo e con devoto affetto. Decisero così di chiamare i parenti ed un sacerdote, e con un sontuoso e solenne banchetto posero il nome di Maria alla loro neonata. Gli angeli celebrarono questa festa cantando una dolcissima melodia, sentita solo dalla madre e dalla figlia che restò così col nome che la santissima Trinità le aveva dato nel cielo il giorno in cui era nata e sulla terra l'ottavo giorno dopo l'evento. Fu scrit­to poi nel registro comune, quando sua madre andò al tem­pio per adempiere la legge, come si dirà in seguito. Sino allora il mondo non aveva visto un parto simile a questo né un altro sarebbe potuto accadere in una semplice crea­tura. Questa fu la nascita più fortunata che la natura poté salutare, poiché portò una bambina la cui vita, già dal pri­mo giorno, non solo fu esente dalla macchia del peccato, ma fu più pura e santa di quella dei supremi serafini. La nascita di Mosè fu celebrata per la bellezza e l'avvenenza del bambino; ma questa non era che apparente e corrutti­bile. Oh, come è bella la nostra grande bambina! Oh, com'è bella! È tutta bella e soavissima nelle sue delizie, perché possiede tutte le grazie e le bellezze, senza alcun difetto. Fu motivo di sorriso e di letizia, per la casa di Abramo, la na­scita di Isacco, il figlio promesso da Dio e concepito da madre sterile; ma tale parto non ebbe una grandezza mag­giore di quella originata e trasmessa dalla nostra bambina Regina, per cui fu preordinata tutta quella gioia straordi­naria. E se quel parto fu ammirabile e di tanto giubilo per la famiglia del patriarca, perché era prefigura e prepara­zione della natività della dolcissima Maria, così in questo si devono rallegrare il cielo e la terra, perché nasce colei che viene a restaurare le rovine del cielo e a santificare il mondo. Quando nacque Noè, si consolò suo padre Lame­ch, perché seppe che Dio attraverso suo figlio avrebbe as­sicurato la continuità del genere umano, per mezzo del­l'arca, e avrebbe accordato di nuovo le benedizioni che gli uomini avevano demeritato per i peccati commessi. Tutto questo, però, avvenne affinché nascesse questa bambina, che doveva essere la vera riparatrice, essendo, ancora una volta, l'arca mistica a contenere il nuovo e vero Noè, atti­randolo dal cielo, per riempire di benedizioni tutti gli abi­tanti della terra. Oh, felice parto! Oh, lieta nascita, che in tutti i secoli passati sei stata il compiacimento della san­tissima Trinità, il gaudio degli angeli, il refrigerio dei pec­catori, l'allegrezza dei giusti e la singolare consolazione dei santi che ti stavano aspettando nel limbo!

336. Oh, preziosa e fulgida margarita, che ti dischiu­desti alla luce del sole racchiusa nella grezza conchiglia di questo mondo! Oh, grande bambina! Se alla luce materia­le gli occhi terreni ti ravvisano appena, dinanzi a quelli del sovrano e della sua corte superi in dignità e bellezza tut­to ciò che non è Dio stesso. Tutte le generazioni ti bene­dicano; tutte le nazioni riconoscano e lodino la tua grazia e la tua bellezza. La terra sia rischiarata da questa nasci­ta; i mortali si rallegrino perché è nata per loro la corre­dentrice che colmerà il vuoto causato dalla prima colpa; vuoto in cui da essa sono stati lasciati. Sia benedetta ed esaltata la vostra benignità verso di me che sono polvere e cenere, la più abietta. E se mi date il permesso, o mia Signora, di parlare alla vostra presenza, vi esporrò un dub­bio, che mi è affiorato su questo mistero della vostra na­scita, riguardo a quello che operò l'Altissimo con voi nel­l'ora in cui vi pose alla luce materiale del sole.

337. Questo è il dubbio: «Come si potrà intendere che per mano dei santi angeli siete stata portata con il corpo fi­no al cielo empireo ed alla vista della Divinità? Poiché se­condo la dottrina della santa Chiesa e dei santi dottori, il cielo fu chiuso e come interdetto per gli uomini fino a che il vostro santissimo Figlio non lo aprì con la sua vita e la sua morte, entrando in esso come redentore e capo, quan­do, cioè risorto, vi salì nel giorno della sua ammirabile ascen­sione, essendo egli il primo per il quale furono aperte quel­le porte eterne, che erano state chiuse per il peccato».

 

Risposta ed insegnamento della Regina del cielo

 

338. Carissima figlia mia, è vero che la divina giustizia, per il primo peccato chiuse il cielo ai mortali fino a quan­do il mio santissimo Figlio non lo aprì, pagando abbon­dantemente per gli uomini con la sua vita e la sua morte. Fu così conveniente e giusto che il Redentore, che come capo aveva unito a sé le membra redente, entrasse pnma degli altri figli di Adamo nel cielo, aprendolo per loro. E’ vero che se Adamo non avesse peccato, non sarebbe stato necessario osservare questo ordine, per poter gli uomini salire al cielo empireo a godere della Divinità, ma vista la caduta del genere umano, la santissima Trinità stabilì quel­lo che ora si sta eseguendo ed adempiendo. Davide cantò questo grande mistero nel salmo ventitreesimo, quando, parlando con gli spiriti del cielo, disse due volte: «Solleva­te, porte, i vostri frontali, alzatevi porte antiche, ed entri il re della gloria». E ripeté agli angeli che le porte erano aper­te solo per loro, mentre per gli uomini stavano chiuse. E benché quei cortigiani del cielo non ignorassero che il Ver­bo incarnato aveva già tolto a quelle porte le sbarre e le serrature della colpa - salendo ricco e glorioso con le spo­glie della morte e del peccato e presentando nella gloria dei santi Padri del limbo il frutto della passione che por­tava su di sé - con tutto ciò, i santi angeli vengono qui de­scritti come meravigliati e stupiti di questa novità straor­dinaria, domandandosi tra loro: «Chi è questo re della glo­ria, essendo uomo e della stessa natura di Adamo che per­dette per sé e per tutto il genere umano il diritto di sali­re al cielo?».

339. Al dubbio rispondono loro stessi, dicendo che il re della gloria è il Signore forte e potente, il Signore poten­te in battaglia, il Signore degli eserciti. Il che è un mo­strarsi consapevoli che quell'uomo, venuto dal mondo per aprire le porte eterne, non era solo uomo, né era sotto­messo alla legge del peccato, ma era vero uomo e vero Dio e che, forte e potente in battaglia aveva vinto il forte ar­mato che regnava nel mondo, e lo aveva spogliato del suo regno e delle sue armi. Gli angeli lo chiamano il re della gloria, il signore delle virtù, perché le aveva operate come loro Signore, cioè con autorità e senza gli ostacoli del pec­cato e delle sue conseguenze. E, come signore delle virtù e re della gloria, veniva ora trionfando e ripartendo virtù e gloria ai suoi redenti, per i quali, in quanto uomo, ave­va patito ed era morto; in quanto Dio, invece, li sollevava all'eternità della visione beatifica, avendo spezzato le ser­rature, ossia gli ostacoli posti dal peccato.

340. O anima, questo fu quello che fece il mio diletto figlio, vero Dio e vero uomo, che, come signore d'ogni virtù e grazia, m'innalzò e mi adornò fin dal primo istante del­la mia immacolata concezione. Quindi non essendo stata colpita dall'obice del primo peccato, non ebbi l'ostacolo, proprio degli altri mortali, ad entrare per le porte eterne del cielo, anzi, riguardo a questo, il potente braccio di mio figlio si comportò con me, come con la signora delle virtù e regina del cielo. Parimenti, dovendolo rivestire, nel suo farsi uomo, della mia carne e del mio sangue, per la sua benignità volle prevenirmi, facendomi simile a lui in pu­rezza e nella esenzione della colpa come anche in altri do­ni e privilegi divini. Inoltre, poiché non ero schiava della colpa, non esercitavo affatto le virtù come chi è soggetta ad essa, ma come signora delle mie facoltà, senza conflit­to interiore e con pieno dominio; simile non tanto ai figli di Adamo quanto al Figlio di Dio che era anche mio figlio.

341. Per questa ragione gli spiriti celesti mi aprirono le porte eterne che reputavano loro, riconoscendo così che il Signore mi aveva creata più pura di tutti i supremi ange­li del cielo, anzi loro Regina e signora di tutte le creature. E comprendi, o carissima, che chi fece la legge, poté sen­za contraddizione dispensare da essa. In questo modo, operò il supremo Signore e legislatore, stendendo verso di me lo scettro della sua clemenza più nobilmente di quan­to non fece Assuero verso Ester, affinché non si inten­desse che le leggi circa la colpa, comuni agli altri mortali, fossero fatte per me, che dovevo diventare la Madre del­l'autore della grazia. E benché io, come semplice creatura non potessi meritare questi benefici, tuttavia la clemenza e la bontà divina si volsero verso di me liberalmente, ri­mirandomi come umile serva, affinché lodassi eternamen­te l'autore di tali opere. E voglio che anche tu, o figlia mia, lo esalti e lo benedica per esse.

342. L'insegnamento che ora ti do è questo: avendoti eletta con liberale pietà, come mia discepola e compagna, quando eri ancora povera e abbandonata, cerca con tutte le tue forze di imitarmi in un esercizio che io ho pratica­to per tutta la mia vita da quando venni al mondo, senza tralasciarlo nemmeno un giorno, per quanti pensieri e tri­bolazioni avessi. L'esercizio consisteva nel prostrarmi alla presenza dell'Altissimo, ogni giorno allo spuntare della lu­ce, ringraziandolo e lodandolo per il suo essere immuta­bile, per le sue infinite perfezioni e per avermi creata dal nulla. Inoltre, riconoscendomi sua creatura e sua fattura, lo benedicevo ed adoravo rendendogli onore e magnifi­cenza come si deve al supremo Signore e al creatore mio e di tutto ciò che esiste. Sollevavo così il mio spirito, met­tendolo nelle sue mani, e con fiducia e profonda umiltà mi abbandonavo chiedendogli che, in quel giorno e per tut­ti gli altri della mia vita, disponesse di me secondo il suo volere e che m'insegnasse tutto ciò che gli fosse di mag­giore gradimento, per adempierlo. Nell'espletare i diversi impegni quotidiani replicavo più volte questi atti e nell'in­terno consultavo prima la divina Maestà chiedendole con­sigli, licenza e benedizione per tutte le mie azioni.

343. Sii molto devota del mio dolcissimo nome. Sappi intanto che sono stati molti i privilegi e le grazie che l'On­nipotente ha legato al mio nome. Nel rendermene conto alla vista di Dio, mi sentii, in modo sommo, tenuta alla ri­conoscenza e fui presa da una grande sollecitudine di cor­rispondere, tanto che tutte le volte che mi veniva alla me­moria il mio nome, Maria, ed accadeva molto spesso, e tutte le volte che mi sentivo nominare, provavo un incitamento alla gratitudine e al compimento di ardue imprese per il Signore, che me lo aveva dato. Lo stesso nome hai tu. Perciò voglio che questo nome operi in te i medesimi effetti, in modo che tu mi imiti fedelmente in ciò che hai appreso in questo capitolo, senza venirvi meno da oggi in poi, qualunque cosa accadesse. Qualora, per debolezza, tu cadessi nell'indolenza, rientra subito in te stessa e, alla pre­senza del Signore e a quella mia, riconosci con dolore la tua colpa. Con sollecitudine e costanza in questo santo esercizio, eviterai molte imperfezioni e ti abituerai piano piano a praticare le virtù nel più alto grado, secondo il vo­lere dell'Altissimo. Egli allora non ti negherà la sua grazia divina se ricercherai davvero la sua luce e ciò che è più gradito e desiderato dal tuo cuore e dal mio, cioè di ascol­tare e ubbidire con tutta te stessa al tuo sposo e Signore, il quale vuole per te ciò che è più puro, santo e perfetto e una volontà pronta e disposta ad eseguirlo.

 

CAPITOLO 22

 

Come sant'Anna adempì nel suo parto alla legge di Mosè e come la bambina Maria procedeva nella sua infanzia.

 

344. Era precetto della legge, nel capitolo dodicesimo del Levitico, che la donna, partorendo una figlia, si consi­derasse immonda per due settimane e rimanesse poi nel­la purificazione del parto sessantasei giorni, cioè il doppio del parto di un maschio. Compiuti tutti i giorni della sua purificazione, era stabilito che offrisse un agnello di un an­no in olocausto, sia per le figlie che per i figli, e un co­lombino o una tortorella per il peccato, consegnandoli al sacerdote davanti alla porta del tabernacolo perché li of­frisse al Signore e pregasse per lei; con ciò veniva purifi­cata. Il parto della fortunata sant’Anna fu purissimo come conveniva alla sua divina figlia, dalla quale traeva origine la purezza della madre. E sebbene, per questo motivo, non avesse bisogno di altra purificazione, volle, tuttavia, paga­re il debito della legge, adempiendola puntualmente e la­sciandosi così reputare come immonda, agli occhi degli uo­mini, quando invece era del tutto libera dalle prescrizioni di purificazione che la legge ordinava.

345. Trascorsi i sessanta giorni della purificazione, sant'Anna salì al tempio, con la mente infiammata d'amo­re divino, portando nelle sue braccia la sua benedetta bam­bina. Accompagnata da innumerevoli angeli e avendo con sé le offerte secondo la legge, arrivò alla porta del taber­nacolo e parlò con il sommo sacerdote, il santo Simeone. Egli dimorando a lungo nel tempio ebbe il privilegio che la bambina Maria fosse offerta al Signore, in sua presen­za e proprio fra le sue braccia. E sebbene, nelle varie oc­casioni capitategli, Simeone non conoscesse la dignità del­la divina signora, tuttavia, come diremo in seguito, avvertì, per tutto il tempo, nel suo spirito intense movenze ed im­pulsi che gli facevano intuire la grandezza di quella bam­bina agli occhi di Dio.

346. Sant'Anna gli offri l'agnello e la tortora insieme ad altri doni, e con umiltà e tra le lacrime gli chiese di pre­gare per lei e per sua figlia, affinché il Signore perdonas­se loro, se avessero avuto qualche colpa. Dio, però, non eb­be di che perdonare ad una figlia e ad una madre in cui la grazia era così abbondante; ebbe, piuttosto, di che pre­miare la loro umiltà, essendosi presentate come peccatri­ci, quando invece erano santissime. Il santo sacerdote ri­cevette l'oblazione e sentendosi lo spirito infiammato e mosso da uno straordinario giubilo, senza avvertire altra cosa né manifestare quello che sentiva, disse tra sé: «Che novità è questa che sento? Forse per caso queste donne so­no parenti del Messia che deve venire?». Restando con que­sto dubbio e con questa gioia, mostrò loro grande bene­volenza. Intanto, la santa madre Anna entrò tenendo in braccio la sua santissima figlia e, con devotissime e tene­re lacrime, la offrì al Signore, conoscendo lei sola al mon­do il tesoro che le era stato dato in deposito.

347. Rinnovò, allora, sant'Anna il voto, fatto innanzi, di offrire al tempio la sua primogenita, appena fosse giunta all'età conveniente; e subito fu illuminata dall'Altissimo con l'infusione di nuova grazia e nuova luce, sentendo nel suo cuore una voce che le diceva di adempiere il voto portan­do e offrendo al tempio la sua bambina entro tre anni. Questa voce fu come un'eco di quella della santissima Re­gina che con la sua preghiera toccò il cuore di Dio, affin­ché risuonasse in quello di sua madre. In verità, quando la madre e la figlia entrarono nel tempio, la dolce bambi­na vedendo con i propri occhi la grandezza e la maesto­sità riservate al culto di Dio, rimase piena di stupore, tan­to che avrebbe voluto prostrarsi e baciare il suolo del tem­pio, per adorare il Signore. E così a quello che non poté fare esternamente supplì l'affetto interiore: adorò e bene­disse Dio con un amore così ardente e con una riverenza così profonda che né prima e né dopo la eguagliò altra creatura. Parlando interiormente con il Signore elevò allo­ra questa preghiera:

348. «Altissimo ed ineffabile Dio, re e Signor mio, de­gno di ogni gloria, di ogni lode e di ogni riverenza; io, umi­le polvere, ma vostra fattura, vi adoro in questo luogo san­to, vostro tempio; vi esalto e vi glorifico per il vostro es­sere e per le vostre infinite perfezioni. Rendo grazie, per quanto può la mia povertà, alla vostra benignità, perché avete concesso di vedere con i miei occhi questo tempio santo, questa casa di preghiera, dove i vostri Profeti ed i miei antichi Padri vi lodarono e vi benedirono, e dove la vostra generosa misericordia operò per mezzo loro tante meraviglie e tanti misteri. Degnatevi, o Signore, di acco­gliermi, affinché io possa servirvi nel tempo stabilito dal vostro santo volere».

349. Si offrì così come umile serva del Signore, quella che era Regina di tutto l'universo; e come prova, che l'Al­tissimo accettava tale offerta, scese dal cielo una luce ful­gidissima che rivestì la bambina e la madre, ricolmandole di nuovi splendori di grazia. Sant'Anna tornò a sentire che al terzo anno era, di nuovo, chiamata a presentare sua fi­glia al tempio, poiché il compiacimento che l'Altissimo avrebbe dovuto ricevere da quell'offerta e l'amore con cui la divina bambina lo desiderava non consentivano un ul­teriore ritardo. Gli angeli santi assegnati alla sua custodia e tanti altri presenti a questo atto intonarono dolcissimi canti di lode all'Autore delle meraviglie; ma di quanto suc­cesse non ebbero cognizione altre persone, all'infuori del­la santa bambina e di sua madre Anna che avvertirono, in parte interiormente e in parte all'esterno, ciò che era av­venuto di spirituale ed anche di sensibilmente percettibile. Accanto a loro soltanto il santo Simeone riuscì a vedere qualcosa di quella luce sensibile. Sant'Anna ritornò così a casa sua, ricca del suo tesoro e colma dei nuovi doni del­l'Altissimo.

350. Alla vista di tali opere l'antico serpente anelava a conoscere ogni cosa, ma il Signore gli occultava ciò che non doveva sapere e gli lasciava intravedere quanto con­veniva perché, opponendosi a tutto ciò che egli cercava di distruggere, venisse a servire come strumento dell'esecu­zione dei giudizi misteriosi di Dio. Questo nemico faceva molte congetture circa le singolari ed eccezionali cose che scopriva nella madre e nella figlia. Quando vide, tuttavia, che portavano le offerte al tempio e come peccatrici os­servavano quello che la legge comandava, chiedendo per di più al sacerdote che pregasse per loro perché fossero perdonate, rimase accecato ed il suo furore si acquietò, credendo che quella madre e quella figlia fossero allo stes­so livello di altre donne comuni, e di uguale condizione, benché più perfette e sante delle altre.

351. La sovrana bambina veniva, intanto, trattata come gli altri bambini della sua età. Il suo cibo era quello co­mune e assai parco nella quantità; lo stesso valeva per il sonno, sebbene venisse coricata per dormire. Non impor­tunava né infastidiva, come gli altri bambini, con i soliti vagiti, ma si rivelava gentile e dolce. Dissimulava, però, spesso questa singolarità - benché già si mostrasse Regi­na e signora - piangendo e singhiozzando più volte per i peccati del mondo e per ottenerne il rimedio con la venu­ta del Redentore degli uomini. In questa tenera età, infat­ti, l'espressione del suo viso era si gioiosa, ma velata da una certa severità e da una straordinaria autorevolezza e, pur accogliendo alcune carezze, non ammetteva vezzi pue­rili. Delle carezze, però, che non erano date da sua madre e che quindi erano meno misuràte ed imperfette, limitava il numero con speciale virtù e con la serietà che mostrava già da piccolina. La prudente sant'Anna trattava la bam­bina con incomparabile cura, diligenza e delicatezza. An­che suo padre Gioacchino l'amava come padre e come san­to, benché allora ne ignorasse il mistero; e la bambina si mostrava con lui affettuosa, dal momento che lo ricono­sceva come padre e pertanto caro a Dio. Nonostante da lui accettasse di essere accarezzata più che dagli altri, tutta­via Dio fin d'allora infuse sia nel padre sia negli altri uno straordinario rispetto e riverenza verso colei che si era elet­ta per madre, tanto che il puro amore del padre nelle espressioni sensibili era sempre misurato e moderato.

352. La bambina Regina era in tutto amabile, ammira­bile e perfettissima, e se nell'infanzia fu sottomessa alle co­muni leggi della natura, queste tuttavia non furono di osta­colo alla grazia. Quando dormiva vigilava con il cuore: non tralasciava né interrompeva gli atti interni d'amore o altre mozioni affettuose che non dipendono dai sensi esterni.

Essendo ciò possibile anche ad altre anime, cui la poten­za divina voglia concederlo, è certo che Dio non tralasciò di operarlo in colei che elesse per Madre sua e per regina di tutto il creato, largheggiando con lei in ogni genere di grazie più che con tutte le altre creature ed oltre la loro stessa immaginazione. Dio, nel sonno naturale, parlò a Sa­muele nonché ad altri Santi e Profeti, ed a molti mandò sogni misteriosi o visioni, poiché per illuminare l'intellet­to poco importa alla sua potenza che i sensi esterni dor-mano nel sonno naturale o siano sospesi dalla forza che li rapisce in estasi. Nell'uno e nell'altro caso l'attività dei sen­si cessa: eppure anche senza di essi lo spirito ode, ascolta e parla con gli oggetti con cui è in relazione. Per la cele­ste Regina fu questa una legge perenne, dalla sua conce­zione e per tutta l'eternità; e mentre era pellegrina sulla terra godette di queste grazie non ad intervalli, come le al­tre creature, ma incessantemente. Quando era sola o l'a­dagiavano per dormire, benché il suo sonno fosse breve, conversava con i suoi angeli dei misteri e delle lodi del­l'Altissimo e godeva di visioni divine e del colloquio con il sommo re. Essendo stato tanto frequente il suo trattare con gli angeli, nel capitolo seguente spiegherò anche i mo­di in cui le si manifestavano e qualcosa delle loro straor­dinarie virtù.

353. Regina e signora del cielo, se come madre pieto­sa e mia maestra vorrete ascoltare, senza offendervi, le mie ignoranti parole, vi esporrò alcuni dubbi che in que­sto capitolo mi sono affiorati alla mente. E qualora, per la mia ignoranza e il mio ardire, cadessi in errore inve­ce di rispondermi, o Signora, correggetemi con la vostra materna pietà. Il mio dubbio è questo: «Sentivate, voi, durante l'infanzia, l'abbandono e la fame che provano na­turalmente gli altri bambini? E se così era, in che modo chiedevate gli alimenti e gli aiuti necessari, essendo tan­to ammirabile la vostra pazienza da non usare il pianto come voce e come parola, a differenza degli altri bambi­ni?». Inoltre ignoro se alla vostra Maestà fossero penosi i bisogni di quell'età, come l'essere ora fasciata ora sfa­sciata, essere nutrita con il cibo dei bambini e ricevere quello che gli altri accolgono senza riflettervi, perché pri­vi dell'uso della ragione; mentre a voi, o Signora, niente passava inosservato. Infatti, mi sembra quasi impossibile che non dovesse esservi esagerazione o difetto riguardo alla misura, al tempo o alla quantità o a simili condizio­ni: voi ne avevate la piena consapevolezza, perché pur bambina per l'età, eravate grande per cognizione, confe­rendo così il giusto peso ad ogni cosa. D'altra parte, per divina prudenza, voi conservavate la serietà e la dovuta compostezza, mentre la vostra età e le leggi di natura ri­chiedevano il necessario. Intanto, non lo chiedevate pian­gendo come i bambini, né parlando come gli adulti. Il vo­stro pensiero non era manifesto, né eravate trattata co­me una persona avente già l'uso della ragione; tantome­no vostra madre poteva conoscere quello di cui avevate bisogno - se, come e quando - per provvedere e servire vostra Maestà convenientemente ed in tutto. Questo mi causa stupore e suscita in me il desiderio di conoscere i misteri che vi si celano.

 

Risposta ed insegnamento della Regina del cielo

 

354. Figlia mia, volentieri rispondo a ciò che ti me­raviglia. È’ vero che io ebbi la grazia e l'uso perfetto del­la ragione fin dal primo istante del mio concepimento come tante volte ti illustrai. Inoltre come gli altri bam­bini, provai i bisogni dell'infanzia e fui allevata secondo l'uso comune a tutti. Sentii fame, sete, sonno e disagi corporali, andando incontro a questi inconvenienti, co­me una figlia naturale di Adamo. D'altra parte era giu­sto che io imitassi il mio santissimo Figlio, che doveva accettare tali difetti e tali pene; e ciò al fine di riportar­ne merito ed essere anch'io esempio di imitazione per gli altri mortali. Essendo, tuttavia, governata dalla grazia di­vina, io facevo uso del cibo e del sonno con peso e mi­sura, pigliandone meno degli altri e solo quello che era di stretta necessità per la crescita naturale e per preser­vare la vita e la salute. Il disordine in queste cose, in­fatti, non solo è contro la virtù, ma anche contro la stes­sa natura, perché ne viene alterata e corrotta. Per l'e­quilibrio della mia persona, nella perfetta armonia delle sue parti e componenti, certo io sentivo la fame e la se­te più degli altri bambini ed in me questa mancanza di cibo era ancor più pericolosa. Tuttavia, se non me lo da­vano nel tempo prescritto, sopportavo con pazienza ed aspettavo il momento opportuno per chiederlo. Invece, sentivo meno la mancanza del sonno perché rimanendo sola avevo la libertà di vedere gli angeli e conversare con loro sui misteri divini.

355. Lo stare coperta e avvolta con fasce non mi arre­cava grande fastidio, ma viva allegrezza, conoscendo per luce divina che il Verbo incarnato doveva patire una mor­te ignominiosa e doveva essere legato in modo obbro­brioso. Quando ero sola mi ponevo perciò a forma di cro­ce, pregando come lui, perché sapevo che il mio diletto doveva morire proprio su quella, sebbene ignorassi, allo­ra, che il crocifisso doveva essere mio figlio. In tutti i di­sagi che patii dopo essere venuta al mondo, però, con­servai sempre l'equilibrio e la gioia, tanto che non si di­partì mai dal mio cuore una considerazione che voglio che tu tenga presente continuamente, ed è questa: di ponde­rare sempre nella mente e nel cuore le verità eterne ed in­fallibili, per discernere tutte le altre cose rettamente, sen­za sbagliare, dando così a ciascuna il peso e il valore che si merita. Comunemente, infatti, è qui che cadono in er­rore e si accecano i figli di Adamo; ed io non voglio, fi­glia mia, che questo capiti pure a te.

356. Appena venni al mondo e vidi la luce che mi illu­minava, sentendo gli effetti degli elementi, gli influssi dei pianeti e degli astri, la terra che mi accoglieva, il cibo che mi nutriva, io resi subito grazie all'Autore della vita, e ri­conobbi le sue opere non come un debito che egli avesse verso di me, ma come un beneficio. In seguito perciò quan­do mi mancava qualcosa di cui avevo bisogno, sopportavo senza inquietarmi, anzi con gioia ammettevo che si face­va con me quanto era nella ragione, poiché essendomi tut­to elargito per grazia e senza merito, era giusto che io ne fossi priva. Dimmi dunque, o anima: se io penso e con­fesso una verità che la ragione umana non può né igno­rare né negare, dove hanno il senno gli uomini e quale sen­so di giudizio mostrano, quando mancando loro qualcosa che bramano e, forse, per niente utile, si rattristano e s'in­furiano gli uni contro gli altri e perfino si irritano con Dio stesso, come se ricevessero da lui qualche torto? Si inter­roghino: quali tesori, quali ricchezze possedevano prima di ricevere la vita? Quali servizi fecero al Creatore perché do­nasse loro l'esistenza? Se il niente non può altro guada­gnare che il niente né meritare l'essere che dal niente gli fu dato, quale obbligo ha Dio di conservare per giustizia ciò che gli fu elargito per grazia? Quando Dio crea e chia­ma all'esistenza, non è un beneficio che prodiga a se stes­so, bensì alla creatura ed è così grande come lo sono la vita ed il suo fine. Se l'uomo con il dono della vita ha con­tratto un debito di riconoscenza che non riuscirà mai a pagare - dica - quale diritto rivendica ora perché avendo­gli dato Dio l'essere, senza che lo meritasse, debba con­servarglielo, nonostante i reiterati e frequenti demeriti? E dove tiene la garanzia o la carta di assicurazione in cui si attesti che niente debba mancargli?

357. Se inoltre il primo movimento e la prima opera furono una nuova concessione e quindi un nuovo debito contratto, come può chiederne un secondo con impa­zienza? E se la somma bontà del Creatore gratuitamente provvede all'uomo il necessario, perché egli si turba quan­do gli manca il superfluo? Oh, figlia mia, che colpa ese­crabile e che cecità abominevole è questa degli uomini! Ciò che il Signore dà loro per grazia non lo gradiscono, né si mostrano riconoscenti, e per quello che nega loro, per giustizia e talvolta per somma misericordia, si in­quietano e si insuperbiscono e se lo procurano con mez­zi ingiusti ed illeciti attirandosi le conseguenze dell'erro­re. Già con il primo peccato che l'uomo commette, per­de Dio e insieme perde l'amicizia di tutte le creature, che - se non fosse Dio stesso a trattenerle - si rivolterebbero a vendicare l'ingiuria fatta al creatore e negherebbero al­l'uomo la possibilità di servirsi dei beni come sostenta­mento e vita. Il cielo lo priverebbe della sua luce e dei suoi influssi, il fuoco del suo calore; l'aria gli neghereb­be il respiro e tutte le altre cose a loro modo farebbero lo stesso, per giustizia. Poi, quando la terra non darà più i suoi frutti e gli elementi negheranno il loro contributo e le altre creature si armeranno per vendicare le irrive­renze fatte contro il creatore, allora l'uomo ingrato e vi­le si umilii e non accumuli su di sé l'ira del Signore nel giorno stabilito per il rendiconto, in cui gli verrà fatta questa accusa così terribile.

358. E tu, anima mia, fuggi da un'ingratitudine tan­to perniciosa e riconosci umilmente che per grazia rice­vesti l'essere e la vita, e questa il suo Autore ti conserva per grazia. Riconosci che senza meriti ricevi gratuita­mente tutti gli altri benefici e che ricevendo molto e restituendo poco, ti rendi, ogni giorno, meno degna: cre­sce pertanto verso di te la generosità dell'Altissimo e co­sì anche il tuo debito verso di lui. Voglio che questa con­siderazione ti accompagni sempre, per risvegliarti e spin­gerti a compiere molti atti virtuosi. Se poi ti mancherà l'apporto delle creature irrazionali, possa tu rallegrarti nel Signore, rendendo a lui grazie e a loro benedizioni, perché obbediscono al creatore. Parimenti, se le creatu­re razionali ti perseguiteranno, tu amale con tutto il cuo­re e considerale come strumenti della giustizia divina, perché in qualche modo la tua colpa venga gradualmen­te estinta. Abbraccia i travagli, le avversità e le afflizio­ni e cerca in essi consolazione, perché, oltre a divenire il mezzo per scontare le colpe che hai commesso, sono l'ornamento della tua anima e le gioie più ricche agli oc­chi dello sposo.

359. Questa sia la risposta al tuo dubbio. Ora, desi­dero darti l'insegnamento che ti ho promesso per ogni capitolo. O anima rifletti, dunque, sulla puntuale solle­citudine che la mia santa madre Anna mostrò nell'a­dempiere, con il massimo compiacimento del Signore, il precetto della legge divina. Ti esorto, allora, ad imitarla, osservando inviolabilmente ed indistintamente tutti i pre­cetti della tua Regola e delle Costituzioni, perché Dio pre­mia largamente questa fedeltà, mentre, invece, si offen­de della negligenza. Io, sin dalla concezione, fui senza peccato e quindi non sembrava necessario presentarmi al sacerdote, perché il Signore mi purificasse. Nemmeno mia madre aveva peccato, perché era molto santa, tutta­via ubbidimmo con umiltà alla legge e perciò meritam­mo di crescere grandemente in virtù e grazia. Il disprezzo delle leggi giuste e ben ordinate ed anche la dispensa da esse, per ogni piccola cosa, scompaginano il culto e il ti­mor di Dio, e confondono e sconvolgono il sistema del­le regole umane. Negli obblighi del tuo Ordine guardati bene, perciò, dall'elargire facili dispense sia per te sia per le altre. Quando l'infermità o qualche giusta causa lo per­metterà, fallo con misura e con il consiglio del tuo con­fessore, giustificando la tua azione davanti a Dio e agli uomini mediante l'approvazione dell'obbedienza. Se ti troverai stanca e spossata non tornare indietro dal tuo rigore, poiché Dio ti darà forza secondo la tua fede. Non dispensare mai per motivi di occupazioni: serva ciò che vale di meno a ciò che vale di più, e lo segua, come la creatura il Creatore. Inoltre, bada che nell'esercitare l'uf­ficio di superiora sarai meno discolpata, poiché per da­re esempio devi essere la prima nell'osservanza delle leg­gi; e giammai tu possa trovare motivi o giustificazioni umane che ti dispensino da essa, anche se, talvolta e per la stessa ragione, tu debba trovarti nella condizione di farlo per le tue sorelle e suddite. Considera, o carissima, che ti do questo insegnamento per il fatto che da te esi­go il meglio e la perfezione: necessario si rivela questo rigore, essendo l'osservanza dei precetti un debito verso Dio e verso gli uomini. Nessuno si lusinghi pensando che basti soddisfare il Signore, senza pagare il debito che si ha con il prossimo: dare il buon esempio e non essere occasione di scandalo. Regina e signora di tutto il creato, io vorrei raggiunge­re la purezza e la virtù degli spiriti celesti, perché il cor­po corruttibile, che appesantisce l'anima, sia sollecito nel­l'adempire questo divino insegnamento. Sono diventata di peso a me stessa; ma con l'aiuto della vostra intercessione e col favore della grazia cercherò, o Signora, di ubbidire alla volontà vostra e di Dio con prontezza ed affetto di cuo­re. Non mi venga mai meno la vostra intercessione e la vo­stra protezione né l'insegnamento della vostra santa ed al­tissima dottrina.

 

CAPITOLO 23

 

I segni con cui i santi angeli custodi di Maria santissima le si manifestavano. Le loro perfezioni.

 

360. Ho già detto che gli angeli custodi di Maria erano mille, e non uno solo come capita per ogni comune mor­tale. E in considerazione della sua dignità, i mille angeli custodivano e assistevano Maria con una vigilanza supe­riore a quella di qualsiasi altro angelo verso l'anima a lui raccomandata. Oltre questi mille, che erano suoi custodi assidui ed ordinari, la servivano, nelle diverse occasioni che si presentavano, molti altri angeli, specialmente dopo il concepimento del Verbo divino incarnato. Dissi anche, co­me sopra, che la scelta e la nomina di questi mille angeli furono fatte da Dio al tempo della creazione, della giusti­ficazione dei buoni e della cadutà dei cattivi. Dopo che fu loro proposto, come a viatori, l'oggetto della divinità, ven­ne anche manifestata la santissima umanità che avrebbe assunto il Verbo, nonché raffigurata la sua purissima Ma­dre, affinché li potessero riconoscere come loro superiori.

361. Quindi, gli angeli apostati furono castigati, mentre furono premiati quelli ubbidienti, secondo la proporzione che il Signore nella sua giustissima equità volle osservare. Or dunque, per quanto concerne il premio accidentale elar­gito agli angeli, come ho già avuto modo di dire, esso non fu dato in egual misura: la diversità dipendeva dai diffe­renti sentimenti di affetto che provavano verso i misteri del Verbo incarnato e della sua purissima Madre; misteri che, per ordine, andarono conoscendo prima e dopo la ca­duta degli angeli cattivi. Proprio a questo premio acciden­tale si riferiscono l'essere stati eletti per assistere e servire Maria santissima e il Verbo incarnato, come anche il mo­do e la forma che prendevano, nell'apparire visibilmente alla regina. Questo è quello che intendo spiegare in que­sto capitolo, confessando, tuttavia, la mia incapacità: è mol­to difficile, infatti, racchiudere in un semplice discorso, fat­to di parole e di termini materiali, le perfezioni e le opera­zioni di questi spiriti puri ed eccelsi. Se io passassi sotto si­lenzio questo punto, tralascerei nella storia una gran parte delle sublimi occupazioni che tenevano impegnata la Regi­na del cielo, quando era pellegrina sulla terra. Dopo aver esercitato le opere con il Signore, la sua occupazione prin­cipale era quella di trattare con i suoi ministri, gli spiriti an­gelici; e pertanto senza questa illustre parte, il racconto del­la sua santissima vita sarebbe rimasto incompleto.

362. Presupponendo, dunque, quanto finora ho detto degli ordini, delle gerarchie e delle differenze di questi mil­le angeli, aggiungerò qui la descrizione della forma con la quale apparivano corporalmente alla Regina e signora, ri­mandando ad altri capitoli il racconto delle apparizioni pu­ramente spirituali e soprannaturali, e dei vari generi di vi­sioni che aveva la regina. I novecento angeli eletti dai no­ve cori, cento cioè da ciascuno, furono scelti tra quelli che nutrivano maggiore stima, affetto e rispetto per Maria san­tissima. Quando, poi, le apparivano visibili, davanti agli oc­chi, avevano l'aspetto di ragazzetti, ma di estrema bellez­za e grazia. Il corpo mostrava poco di terreno, perché era purissimo, quasi un cristallo animato e sfavillante di glo­ria, simile a corpi gloriosi e rifulgenti. Alla bellezza uni­vano dignità e compostezza nel portamento, unitamente ad un'amabile severità. Il vestito era talare, ma sembrava for­mato di una luce raggiante, simile ad oro brillante e ful­gidissimo, tramezzato da assortimenti di finissimi colori, che apparivano alla vista come un'ammirabile e bellissima varietà. Ci si accorgeva, però, facilmente, che quell'orna­mento e quella forma visibili non erano qualcosa di per­cepibile al tatto materiale né si sarebbero potuti toccare con la mano, sebbene si lasciassero distinguere, come av­viene per il raggio del sole che, facendo apparire le particelle lucenti, entra per le fessure di una finestra. La ra­diosità di questi angeli era, tuttavia, incomparabilmente più viva e più bella dello splendore del sole.

363. Tutti gli angeli portavano sulle loro teste delle co­rone di vivacissimi e finissimi fiori che olezzavano una fra­granza soavissima, celeste, mai odorata sulla terra. In ma­no portavano delle palme tessute e variopinte, significanti le virtù che Maria santissima doveva esercitare santamen­te e le corone di gloria che doveva conseguire. Tutto que­sto le veniva manifestato anticipatamente e con dissimu­lazione, e produceva in lei effetti di gaudio e di giubilo. Sul petto portavano un distintivo simile, in qualche modo, a quelli tessuti sugli abiti degli ordini militari. Era una scritta che diceva: Maria madre di Dio, e costituiva per questi santi principi un segno di gloria, ornamento e bel­lezza; ma alla regina Maria ne venne tenuto nascosto il si­gnificato, finché non ebbe concepito il Verbo incarnato.

364. Questo distintivo con la scritta colpiva l'occhio per lo straordinario splendore che emanava, risaltando e rilu­cendo in mezzo al fulgido ornamento degli angeli. Essi, inoltre, variavano le loro comparse e i colori per dare si­gnificato e senso alla diversità dei misteri e delle molte­plici prerogative racchiusi nella santa Città di Dio. La scrit­ta Maria madre di Dio conteneva il più alto titolo onorifi­co e la più elevata dignità che si potessero avverare in una semplice creatura; con questo titolo essi onoravano la lo­ro e nostra regina, restandone a loro volta onorati... In ve­rità, ricevettero questo sigillo come segno d'appartenenza e premio, per essersi distinti nella devozione e nella vene­razione di colei ritenuta la più degna di onore da tutte le creature. Mille volte felici quelli che meritarono la singo­lare corrispondenza dell'amore di Maria e del suo santis­simo Figlio!

365. Gli effetti che questi santi principi con il loro ab­bigliamento suscitarono nell'animo di Maria, nessuno, al di fuori di lei, potrebbe spiegarli. Le manifestavano me­taforicamente il mistero della grandezza di Dio e la perfe­zione dei suoi attributi: i benefici che le aveva reso e le rendeva, quando l'aveva creata, eletta, arricchita e favori­ta di tanti doni celesti e tesori divini. Il suo cuore, me­diante questi, s'infiammava in grandi incendi d'amore e di lode a Dio, mentre gli effetti crescevano in lei con l'età e il succedersi degli avvenimenti. Quando, poi, si compì l'in­carnazione del Verbo, gli angeli le svelarono i misteri, e spiegarono la misteriosa scritta che portavano sul petto, fi­no allora rimasta a lei nascosta. Dinanzi alla spiegazione del contenuto di quella incantevole scritta ed a quello che le venne fatto comprendere circa la sua dignità al cospet­to di Dio, tanto furono il fuoco d'amore, la profonda umiltà, il tenero affetto che si risvegliarono nel candido cuore di Maria - pur riconoscendosi ella incapace e indegna di una elezione così ineffabile e di un mistero così immenso - che non ci sono parole adeguate a spiegarlo.

366. I settanta serafini, piu vicini al trono di Dio, scel­ti per assistere la Regina, furono quelli che più si distin­sero nella venerazione e nell'ammirazione del mistero del­l'unione ipostatica delle due nature, divina e umana, nella persona del Verbo. Dal momento che erano più intima­mente uniti a Dio per la conoscenza intellettuale e l'amo­re, desiderarono più degli altri che questo mistero si ope­rasse nel seno di una donna; a questa singolare e specia­le inclinazione corrispose il premio, sia quello che con­cerne la gloria essenziale, sia quello che concerne la glo­ria accidentale. A quest'ultima - di cui sto parlando - si riferiscono l'onore di assistere Maria santissima e l'essere testimoni dei misteri che in lei si operano.

367. Quando i settanta serafini le apparivano visibil­mente, la Regina li contemplava nella stessa forma in cui li vide nell'immaginazione il profeta Isaia e cioè con sei ali. Con due si coprivano il capo, per significare, con que­sto umile atteggiamento, la debolezza del loro intelletto a penetrare il mistero al cui servizio erano chiamati: pro­strati dinanzi alla maestà del loro autore, credevano in que­sti misteri e li distinguevano attraverso il velo dell'oscura conoscenza che veniva loro data e per la quale esaltavano con eterna lode i santi ed imperscrutabili giudizi dell'Al­tissimo. Con le altre due ali si coprivano i piedi, la parte inferiore del corpo, e con ciò volevano alludere alla stessa Regina e signora del cielo e alla sua natura umana e ter­rena. Coprivano i piedi in segno di venerazione, perché re­putavano Maria la suprema tra tutte le creature: per la sua incomprensibile dignità e per la sua incommensurabile grandezza la più vicina a Dio stesso e superiore ad ogni intelletto umano creato. E li coprivano, anche, per indica­re che, per quanto fossero sublimi serafini, non potevano paragonare i loro passi con quelli di Maria, per la sua ec­celsa dignità e nobiltà.

368. Con le due ali del petto volavano, oppure le di­spiegavano, per dare ad intendere similmente due cose:

una, l'incessante movimento e volo di amore verso Dio, nonché la lode e la profonda riverenza che gli tributavano; l'altra, la rivelazione che facevano, a Maria santissima, della parte più interna del loro petto, dove nell'essere e nel­l'operare riverberavano, come in un limpidissimo specchio, i raggi della Divinità. Non era perciò necessario né op­portuno che questa si manifestasse continuamente a Ma­ria, mentre era ancora pellegrina sulla terra. La santissi­ma Trinità dispose che la figlia e sposa avesse per ministri i serafini, che sono le creature più intimamente unite e vi­cine alla Divinità, affinché in essi, questa grande Regina vedesse ritratto, come in un'immagine viva colui che non poteva guardare sempre nella sua forma originale.

369. In questa maniera, la divina sposa godeva del n­tratto del suo amato, mentre ne era lontana come viatrice e pellegrina sulla terra; la visione di questi infiammati, sublimi principi del cielo e le conversazioni con essi accen­devano il suo cuore con il fuoco ardente dell'amore divi­no. Il genere e il modo poi di comunicare con gli angeli, indipendentemente dai sensi, erano gli stessi di quelli che osservavano tra loro: gli angeli superiori di un coro illu­minano gli inferiori, come ho già detto altre volte. Sebbe­ne la Regina del cielo fosse in dignità e grazia superiore a tutti, tuttavia nella natura, come dice Davide, l'uomo fu fatto inferiore agli angeli. Pertanto, l'ordine, in cui si co­municano le illuminazioni e si ricevono le influenze divi­ne, segue la natura e non la grazia.

370. Gli altri dodici angeli che, come dissi sopra, sono quelli delle dodici porte, di cui san Giovanni parla nel ca­pitolo ventunesimo dell'Apocalisse, si distinsero nell'amore e nella lode a Dio, poiché erano a conoscenza che egli vo­leva farsi uomo, essere maestro degli uomini, conversare familiarmente con loro e quindi redimerli e, con i suoi meriti, aprire loro le porte del cielo, assumendo come sua coa­diutrice, in questo mirabile mistero, la sua santissima Ma­dre. Questi angeli posero un'attenzione speciale alle mera­vigliose opere della redenzione ed alle vie che Dio avrebbe insegnato, perché gli uomini s'incamminassero verso la vi­ta eterna; vie simboleggiate dalle dodici porte, che corri­spondono alle dodici tribù. La ricompensa di questa sin­golare devozione fu di destinare, come Dio fece, questi an­geli ad essere testimoni e segretari dei misteri della reden­zione e cooperatori della stessa Regina del cielo nel pnvi­legio e servizio di essere madre di misericordia e media­trice di salvezza per tutti coloro che fossero ricorsi a lei. Perciò, dissi sopra che la regina Maria si serve particolar­mente di questi dodici angeli per proteggere, difendere ed aiutare i suoi devoti nelle loro necessità e bisogni, e soprattutto per liberarli dal peccato, ogni volta che questi si rivolgono a lei ed agli angeli nella supplica ed invocazione.

371. Questi dodici angeli le apparivano in forma cor­porea, come quelli a cui accennai precedentemente, salvo che portavano numerose corone e palme, come segno dei premi riservati ai suoi devoti. Il loro servizio consisteva nel farle conoscere, in modo singolare, l'ineffabile pietà del Si­gnore verso il genere umano, e nel sollecitarla perché ella lo lodasse e ne chiedesse l'esecuzione per gli uomini. A ta­le scopo, sua Altezza inviava questi angeli, con tali richie­ste, al trono dell'eterno Padre, come pure li mandava ad illuminare e soccorrere i devoti che la invocavano o quelli che ella voleva aiutare e proteggere. Ciò avvenne fre­quentemente al tempo della Chiesa primitiva, quando at­traverso il ministero degli angeli aiutò gli Apostoli che si trovavano in mezzo alle tribolazioni ed ai travagli. Tutto­ra dal cielo questi dodici angeli esercitano il medesimo uf­ficio, assistendo i devoti della loro e nostra Regina.

372. Gli altri diciotto angeli, che restano a formare il numero di mille, furono quelli che si distinsero per l'amo­revole dedizione ai misteri dolorosi del Verbo incarnato; per questo fu molto grande la gloria che ne ebbero in pre­mio. Apparivano a Maria santissima in una forma oltre-modo bella: come ornamento portavano diversi segni del­la passione di Cristo e di altri misteri della redenzione; in particolare avevano una croce sul cuore e una sul braccio, entrambe di singolare bellezza e rifulgenti di una vivissi­ma luce. La vista di un abito così singolare risvegliò nella Regina una grande ammirazione nonché la memoria, col­ma di tenerezza e compassione, di ciò che avrebbe dovu­to patire il Redentore del mondo; suscitò anche fervorosi atti di riconoscenza e rendimento di grazie per i benefici che gli uomini avrebbero ricevuto attraverso la redenzione e il riscatto dal peccato. La nostra amata Signora si servi­va, spesso, di questi angeli e li inviava al suo santissimo Figlio con diversi messaggi e suppliche per il bene e la sal­vezza delle anime.

373. Nel descrivere le forme ed i segni, ho detto anche qualcosa sulle perfezioni di questi spiriti celesti e sui ser­vizi che prestavano, ma molto limitatamente in confronto a quello che in realtà sono. Si tratta di invisibili raggi del­la Divinità, velocissimi nei movimenti e nelle operazioni, potentissimi nella forza, perfettissimi nella capacità di in­tendere, senza cadere nel pericolo dell'inganno, ed immu­tabili nella natura e nella volontà. Inoltre, quello che ap­prendono una volta non lo dimenticano più né lo perdono più di vista. Sono pieni di grazia e di gloria e non corro­no il rischio di perderie; essendo incorporei ed invisibili, quando l'Altissimo permette agli uomini di vederli, assu­mono un corpo apparente, percettibile ai sensi e conforme allo scopo. Tutti questi mille angeli della regina Maria era­no, nella schiera dei loro cori, superiori e tale rango di su­periorità riguardava la grazia e la gloria. Essi provvidero alla custodia della nostra amata Signora, incessantemente e per tutta la vita. Adesso in cielo godono della sua vista e della sua compagnia in modo del tutto speciale e gratuito. Ve ne sono alcuni tra loro che lei invia di preferenza ed or­dinariamente; però, tutti e mille in alcune occasioni servo­no per questo ministero, secondo il volere di Dio.

 

Insegnamento che mi diede la Regina del cielo

 

374. Figlia mia, voglio condensare la dottrina di questo capitolo in tre ammonizioni. La prima è che ti mostri gra­ta con eterna lode e riconoscenza al beneficio che Dio ti elargì nel donarti gli angeli a che ti assistano, ti ammae­strino e ti indirizzino nelle tue tribolazioni e fatiche. Que­sto è un beneficio che i mortali ordinariamente dimenti­cano con biasimevole ingratitudine e grave villania, non considerando quanto siano grandi la misericordia e la be­nignità divina nell'ordinare a questi santi principi - che so­no di una natura superiore, spirituale, e pieni di gloria, di­gnità e bellezza - di assistere, custodire e difendere le crea­ture terrene, così piene, invece, di miserie e di colpe. Per questo oblio, gli uomini ingrati si privano di molti favori da parte degli stessi angeli e suscitano lo sdegno e la col­lera del Signore. Tu, perciò, o carissima, riconosci il dono che hai ricevuto e cerca con tutte le tue forze di corri­spondervi.

375. La seconda ammonizione è che tu, sempre ed in ogni luogo, porti riverenza ed amore a questi spiriti divi­ni, come se li vedessi con gli occhi del corpo. Sii, dunque, attenta ed accorta, come chi sta alla continua presenza dei cortigiani del cielo e non ardire di fare in presenza loro ciò che in pubblico non faresti; né osa tralasciare di ope­rare per il servizio del Signore ciò che essi fanno o che vo­gliono da te. Considera bene, anche, che essi contemplano sempre il volto di Dio, quali beati; per cui non è giusto che, se volgono contemporaneamente lo sguardo su di te, vedano qualcosa di indecente. Mostrati dunque grata del­la loro vigilanza, difesa e protezione.

376. La terza ammonizione è che tu stia attenta alle ispirazioni, chiamate ed ammonizioni con cui ti sollecitano ed illuminano in modo da orientare la tua mente e il tuo cuore a vivere nella memoria ed alla presenza di Dio, e all'esercizio di tutte le virtù. Pondera bene: tu spesso li chiami ed essi ti rispondono; tu li cerchi e li trovi; quan­to spesso hai chiesto loro notizie sugli attributi e le qua­lità del tuo diletto ed essi te li hanno elencati; quante al­tre volte ti hanno spronato ad amare il tuo sposo, e ripreso dolcemente a causa delle tue trascuratezze e tiepidezze. E quando per le tue tentazioni e la tua debolezza hai per­duto l'orientamento della luce, essi ti hanno aspettato, sop­portato pazientemente e aperto gli occhi, riconducendoti sul diritto cammino della giustificazione e della testimo­nianza del Signore. Non dimenticare, dunque, o anima, il tanto che tu, a preferenza di molte nazioni e generazioni, devi a Dio, per i benefici di questi angeli; e sforzati di es­sere grata al Signore e agli stessi angeli, suoi ministri.

 

CAPITOLO 24

 

I santi esercizi e le occupazioni della Regina del cielo nel pri­mo anno e mezzo della sua infanzia.

 

377. il silenzio, che nei primi anni gli altri bambini os­servano per necessità naturale, perché non sanno né posso­no parlare, se non balbettando in modo maldestro, fu, in­vece, per la nostra divina bambina, una virtù eroica. Infat­ti, se le parole sono frutto dell'intelletto e comunicazione del pensiero, e se Maria santissima ne fu perfettamente dotata sin dalla sua concezione, ne consegue che ella, subito dopo la nascita, non scelse il silenzio perché non poteva parlare, ma perché liberamente non voleva farlo. E se agli altri bam­bini mancano le forze naturali per aprire la bocca, muove­re la tenera lingua e pronunciare le parole, invece nella bam­bina Maria non fu presente questo difetto: per la sua natu­ra più robusta, e per l'autorità e il dominio che esercitava su tutte le cose, le sue stesse facoltà le avrebbero infatti ub­bidito, qualora lo avesse ordinato. In lei invece il non par­lare fu virtù e grande perfezione; teneva nascosta così la sua sapienza e grazia, evitando l'ammirazione che di fatto avreb­be suscitato il veder parlare una neonata. Del resto, non so se, chi avesse parlato, nonostante ne fosse impedito per na­tura, sarebbe stato da ammirare più di colei che, potendolo invece fare, tacque per un anno e mezzo.

378. Fu volontà dell'Altissimo che, nel tempo in cui gli altri bambini non possono ordinariamente parlare, la no­stra bambina mantenesse questo silenzio. Venne eccezio­nalmente dispensata da questo ordine, soltanto quando po­teva, da sola, conversare con i suoi santi angeli custodi o rivolgersi al Signore con suppliche e preghiere vocali. E in verità, non vi era nessun motivo che ella si astenesse - come capitava con i mortali - dal parlare con Dio, auto­re di questo beneficio, e con gli angeli suoi messaggeri quando le apparivano sotto sembianze corporee; anzi era conveniente che, non essendone impedita, pregasse con la bocca, ed evitasse così di tenerla in ozio per lungo tem­po. Sua madre sant'Anna, tuttavia, non sentì mai parlare la bambina, né venne a conoscenza che potesse farlo in quell'età. Il che evidenzia quanto lo stare in silenzio di Maria, in quel primo anno e mezzo della sua infanzia, fos­se veramente il frutto della virtù. In quel tempo, quando le parve opportuno, la madre sant'Anna liberò, slegando le fasce, le braccia e le mani della bambina Maria, così che ella poté stringere quelle dei suoi genitori e baciarle con deferente sottomissione e riverente umiltà. Rimase fe­dele a quest'usanza fin tanto che essi vissero. In quell'età, inoltre, lasciava intendere ai suoi genitori, con segni e ge­sti esteriori, di desiderare la loro benedizione e perché lo facessero preferiva parlare al loro cuore piuttosto che chie­derlo con la bocca. Fu così grande la riverenza che nutrì nei loro confronti da non venirne mai meno, come del re-sto giammai mancò all'obbedienza, recò loro molestia o pena, poiché conosceva i loro pensieri e preveniva i loro desideri.

379. In tutte le sue azioni e i suoi movimenti era illu­minata dallo Spirito Santo e perciò faceva ogni cosa nel modo più perfetto. Benché l'esecuzione risultasse comple­ta, tuttavia il suo ardentissimo amore non restava soddi­sfatto, e rinnovava continuamente i fervorosi affetti dell'amore, anelando e aspirando così a carismi migliori. Le ri­velazioni divine e le visioni puramente spirituali erano, nel­la bambina Regina continue ed ininterrotte, poiché l'Altis­simo le stava sempre vicino e l'assisteva. E se talvolta la divina provvidenza sospendeva temporaneamente queste forme di visioni e di cognizioni, ella dirigeva la sua atten­zione a quelle precedenti, poiché della rappresentazione chiara di Dio - che, come dissi sopra, ebbe subito dopo la nascita allorché fu portata in cielo dagli angeli - le erano rimaste impresse le immagini cognitive (species intellegi­biles) di quanto aveva visto. Dopo che ebbe lasciato la cel­la del vino, inebriata d'amore, il suo cuore restò talmen­te ferito che ella, ogni qualvolta si volgeva a questa con­templazione, si infiammava tutta. Essendo però il suo cor­po delicato e debole, mentre l'amore era forte come la mor­te, giungeva a languire appassionatamente d'amore e ne sarebbe morta se l'Altissimo non le avesse rafforzato, me­diante una miracolosa virtù, la parte più debole e conser­vato la vita. Molte volte, tuttavia, il Signore permetteva che quel corpo delicato e vergineo, per la veemenza dell'amo­re, cadesse in deliquio. Allora i santi angeli la sorreggeva­no e confortavano e così si adempì la parola della sposa del Cantico dei Cantici: Fulcite me floribus quia amore lan­gueo! - Sostenetemi e rinfrancatemi con fiori perché lan­guisco d'amore. Questo fu per la Regina del cielo un mar­tirio del genere più nobile, ripetutosi migliaia di volte, con il quale sorpassò tutti i martiri sia nell'acquistare meriti che nel patire sofferenze e dolori.

380. La pena dell'amore è qualcosa di così dolce e de­siderabile, che chi la patisce, tanto più ardentemente bra­ma di sentir parlare della persona che ama, quanto più ha motivo per amarla: vuole curare la ferita con il rinnovarla. Con questa graziosissima illusione l'anima rimane sospesa tra una vita penosa e una dolce morte. Questo succedeva alla bambina Maria quando parlava con i suoi angeli di Dio, del suo amato e essi le rispondevano. Molte volte li in­terrogava con queste parole: «Servi del mio Signore e suoi messaggeri, che siete le opere più belle delle sue mani e le scintille di quel fuoco divino che accende il mio cuore, che godete della sua bellezza eterna senza velo né copertura, descrivetemi le caratteristiche e le qualità del mio amato. Avvisatemi se in qualche modo gli ho dato dispiacere. Fatemi sapere ciò che brama e vuole da me, e non indugiate ad alleviare la mia pena, perché languisco d'amore».

381. Gli spiriti celesti le rispondevano: «Sposa dell'Al­tissimo, l'amato vostro è solo. Egli è il solo che ha l'esse­re da se stesso. Non ha bisogno di nessuno, mentre tutti hanno bisogno di lui. Egli è infinito nelle perfezioni, im­menso nella grandezza, senza limiti nel potere, confini nel­la sapienza, misura nella bontà. È colui che diede princi­pio a tutto il creato, senza avere egli principio; egli gover­na il mondo senza stancarsi, e lo conserva senza averne bisogno. Veste di bellezza il creato e le creature e nessu­no può contenere la sua infinita bellezza: rende beati quelli che giungono a vederlo faccia a faccia. Sì, o Signora, im­mense sono le perfezioni del vostro Sposo; la nostra intel­ligenza si perde nell'abisso della sua luce e i suoi giudizi sono ininvestigabili per qualsiasi creatura».

382. In questi ed in altri simili colloqui, superiori alla nostra comprensione, la bambina Maria si intratteneva con i suoi angeli e con l'Altissimo, rimanendone trasformata. Cresceva sempre più nel fervore e nel desiderio ardente di vedere il sommo Bene, che amava oltre l'immaginabile. Co­sì spesso, per volontà del Signore e per mezzo dei suoi an­geli, veniva rapita con tutto il corpo al cielo empireo, dove godeva della presenza di Dio. Alcune di queste volte ne ave­va un'idea nitida, altre invece soltanto per mezzo di im­magini cognitive infuse (species infusae), quantunque chia­rissime e sempre sublimi. Accanto a molti altri misteri, co­nosceva pure, per intuizione e in modo evidente, gli ange­li nonché i gradi, l'ordine del loro rango e le gerarchie. Dal momento che questo beneficio venne concesso a Maria più volte, di conseguenza e proprio per gli atti che esso susci­tava in lei, ne venne a contrarre un amore così intenso e forte da sembrare una creatura più divina che umana. Nes­sun'altra sarebbe stata in grado di comprendere questo do­no o altri corrispondenti, nemmeno la stessa natura mor­tale della bambina avrebbe potuto riceverli senza morirne e se Dio per miracolo non l'avesse tenuta in vita.

383. Quando in quella tenera età le capitava di riceve­re qualche ossequio o favore, da parte dei suoi santi genitori o da qualche altro, lo accettava sempre con cuore umi­le e riconoscente, chiedendo al Signore che li ricompen­sasse per quel bene che per amore suo le facevano. E pur avendo raggiunto un così grande ed elevato grado di san­tità, ripiena della luce di Dio e della scienza dei suoi mi­steri, si reputava l'ultima tra le creature. Nella stima di se stessa, in confronto a loro, si metteva all'ultimo posto e si riteneva indegna perfino dell'alimento necessario alla vita, ella che era Regina e signora di tutto il creato.

 

Insegnamento della Regina del cielo

 

384. Figlia mia, tanto più uno riceve, quanto più si de­ve reputare come il più povero perché il suo debito è mag­giore. E se tutti devono umiliarsi, perché da se stessi sono nulla, nulla possono e nulla posseggono, per la stessa ra­gione si deve abbassare ancor più nella polvere, chi essen­do polvere e cenere è stato innalzato dalla potente mano dell'Altissimo più degli altri. In verità limitandosi a se stesso e riconcentrandosi in se stesso, senza essere né valere cosa alcuna, egli si ritrova così più indebitato ed obbligato per ciò che da se stesso non può giungere a soddisfare. La creatura conosca allora quello che è da se stessa, cosicché nessuno potrà mai dire: «Io mi sono fatto da me; mi so­stento da me e per me; posso allungarmi la vita; io posso allontanare la morte». Tutto l'essere e la conservazione del­le creature dipende dalla mano del Signore. Si umilii dun­que, in sua presenza, la creatura; e tu, o carissima, fa' in modo di non dimenticare questi insegnamenti.

385. Voglio anche che tu apprezzi, come un prezioso tesoro, la virtù del silenzio, che io ho cominciato ad os­servare dalla mia nascita. Infatti avendo conosciuto nel­l'Altissimo tutte le virtù, mediante la luce di cui beneficiai, mi affezionai molto a quella del silenzio, tanto da propor­mela come amica e compagna di tutta la vita; così la os­servai con inviolabile silenzio, benché potessi parlare fin da quando venni al mondo. Sappi che il parlare senza pe­so e misura, è una spada a due tagli che con una lama fe­risce chi parla e con l'altra chi ascolta; ed ambedue di­struggono la carità o quantomeno la ostacolano insieme alle altre virtù. Da ciò puoi comprendere quanto Dio resti offeso dal vizio di una lingua sfrenata e quanto sia giusto che allontani il suo spirito e nasconda il suo volto a chi si abbandona a ciarle, rumori e pettegolezzi; se si parla mol­to non si possono evitare gravi peccati. Soltanto con Dio e con i santi si può conversare senza pericolo, ed anche con essi è opportuno usare misura e discrezione; ma con le creature è molto difficile tenere la via maestra, senza passare dal giusto e necessario all'ingiusto e superfluo.

386. Il rimedio che ti preserverà da questo pericolo con­siste nel tenerti sempre più vicina all'estremo contrario, ec­cedendo piuttosto nel tacere e nello stare in silenzio, perché il mezzo prudente di dire solo il necessario si trova più dalla parte del tacere molto, che non da quella del par­lare eccessivo. Rifletti, o anima: tu non puoi andare dietro alle inutili e superflue conversazioni delle creature, senza lasciare di conversare con Dio nel segreto del cuore. E ciò che non faresti, senza vergogna e senza temere di essere sgarbata, con le creature, non devi farlo con il Signore, Dio tuo e di tutti. Chiudi l'orecchio alle chiacchiere fallaci e menzognere che potrebbero istigarti a dir ciò che non de­vi, poiché non è giusto che parli più di quel che ti ordina il tuo Dio e Signore. Attendi invece alla sua santa legge, che ha scritto liberamente di sua mano nel tuo cuore; ascol­ta la voce del tuo pastore che ti parla dentro e rispondi a lui, e a lui solo. Voglio perciò avvisarti che se tu vuoi es­sere mia discepola e compagna, devi distinguerti soprat­tutto nella virtù del silenzio. Taci molto e scrivi fin d'ora questo insegnamento nel tuo cuore e cerca di affezionarti sempre più a questa virtù, perché io per prima cosa desi­dero da te quest'amore per il silenzio e poi ti insegnerò co­me devi parlare.

387. Non intendo, con ciò, vietarti di parlare con le tue figlie e suddite, quando si tratta di ammonirle e di conso­larle; discorri inoltre con quelli che ti possono parlare del tuo amato Signore e delle sue perfezioni, risvegliando in te l'ardente sete del suo amore. Con queste conversazioni invece di perdere, acquisterai così quel desiderato silenzio tanto utile alla tua anima, e proverai avversione e nausea per i ragionamenti mondani. Inoltre proverai gusto a par­lare solo del bene eterno che brami, e per la forza dell'a­more che trasformerà il tuo essere in quello del tuo dilet­to, in te verrà meno l'impeto delle passioni. Sarà così che giungerai a sentire qualcosa di quel dolce martirio che io pativo quando mi lamentavo del corpo e della vita, perché mi sembravano dure prigioni che trattenevano il mio volo verso Dio; ma non il mio amore. O figlia mia, dimentica ogni cosa terrena nel segreto del tuo silenzio e seguimi con tutto il fervore e le forze del tuo spirito, per giungere allo stato in cui il tuo sposo t'invita, e dove tu possa sentire quella consolazione che io provavo nella mia soave pena di amore, sentendomi dire: «Colomba mia, dilata il tuo cuore ed accogli, diletta mia, questa dolcissima pena per­ché dal tuo affetto il mio cuore è ferito». Questo mi dice­va il Signore ed anche tu l'hai sentito più volte poiché sua Maestà parla a chi se ne sta solo e ama il silenzio.

 

CAPITOLO 25

 

Come ad un anno e mezzo la santissima bambina Maria cominciò a parlare. Le sue occupazioni fino all'ingresso nel tempio.

 

388. Venne il tempo in cui il sacro silenzio della puris­sima Maria doveva infrangersi in modo salutare e gradito a Dio per ascoltare sulla nostra terra la voce di quella tor­tora divina, annunciatrice della primavera della grazia. Pri­ma però di ricevere il permesso dal Signore di comincia­re a parlare con gli uomini - che avvenne nel diciottesimo mese della sua infanzia - ebbe una visione intellettuale del­la Divinità, non per intuizione, ma per immagini. Il Si­gnore le rinnovò le visioni che altre volte aveva ricevuto e moltiplicò le grazie ed i favori. In questa visione si svolse tra la bambina e il Signore un dolcissimo colloquio che con timore oso riportare con mie parole.

389. La piccola Regina parlò dunque a Dio e disse: «Al­tissimo Signore ed incomparabile Dio! Come potete essere così prodigo di favori con la più povera e la più inuti­le delle creature? Come potete riversare, con così amabile degnazione, la vostra grandezza sulla vostra ancella che è incapace di ricambiarvi? Dunque l'Altissimo si degna di guardare l'umiltà della sua serva? L'Onnipotente arricchi­sce la tapina? Il Santo dei santi s'inchina sulla polvere? Io, o Signore, sono la più piccola fra tutte le creature; sono quella che merito meno i vostri benefici. Che cosa farò dunque alla vostra presenza? Con che cosa vi ricambierò di ciò che vi devo? O Signore, che cosa ho mai io, che non vi appartenga, se siete voi a darmi la vita, l'essere e il mo­vimento? Io mi rallegro anche, mio amatissimo Signore, nel vedere che non c'è bene che non sia vostro e che fuo­ri di voi stesso la creatura non possiede nulla; che sia con­suetudine e gloria per voi innalzare chi è più basso, favo­rire chi è più misero e dare l'essere a chi non lo ha, af­finché la vostra magnificenza sia maggiormente conosciu­ta ed esaltata».

390. Il Signore le rispose e disse: «Colomba e diletta mia, tu trovasti grazia ai miei occhi; tu sei la mia amica, scelta per la mia delizia. Ed io voglio manifestarti ciò che maggiormente desidero e bramo da te». Questi accenti del Signore ferirono di nuovo il cuore tenerissimo, sebbene forte, della bambina, sciogliendolo d'amore; e l'Altissimo compiacendosene proseguì dicendo: «Io sono il Dio della misericordia e amo con immenso amore i mortali: tra i molti che mi hanno tradito con i loro peccati conto alcu­ni uomini giusti ed amici che mi hanno servito e mi ser­vono di cuore. Ed io ho stabilito di salvarli, inviando loro il mio Unigenito, perché non siano privi della mia gloria, né io della loro eterna lode».

391. A questa dichiarazione, replicò la bambina Maria:

«Altissimo Signore e re potente, vostre sono le creature e vostro è ogni potere; voi Solo siete il santo, la guida su­prema di tutto il creato. La vostra stessa bontà v'impegni ad affrettare la discesa del vostro Figlio unigenito per re­dimere i figli di Adamo. Giunga finalmente il giorno so­spirato dai miei antichi Padri e vedano i mortali la vostra eterna salvezza. Perché mai, o mio amato Signore, essen­do voi il padre pietoso delle misericordie, rimandate tan­to l'opera della salvezza per i vostri figli prigionieri ed af­flitti, che da tanto tempo l'aspettano? Se la mia vita può contribuire a qualcosa, io ve la offro, pronta a sacrificar­la per loro».

392. Allora l'Altissimo con grande benevolenza le or­dinò che, da quel momento in poi, più volte e tutti i gior­ni, gli chiedesse di affrettare l'incarnazione del Verbo per il riscatto di tutto il genere umano; e che piangesse i pec­cati degli uomini che ostacolavano la loro stessa reden­zione e salvezza. E subito le dichiarò che era giunto il tempo di esercitare tutti i sensi e che per sua maggior glo­ria conveniva ormai che parlasse con le creature umane. La bambina per adempire bene questo precetto si rivolse a Dio e disse:

393. «Altissimo Signore di incomprensibile grandezza, come oserà la polvere; l'infima delle creature, trattare mi­steri così alti e reconditi e considerati di inestimabile prez­zo perfino da voi? Come potrò esigerne da voi il compi­mento e che cosa può mai ottenere la creatura che non vi ha servito in niente? Tuttavia voi, o mio diletto, vi sen­tirete obbligato dalla stessa necessità e così l'inferma cer­cherà la salute, l'assetata desidererà le sorgenti della vo­stra misericordia ed ubbidirà alla vostra divina volontà. E se voi ordinate, o Signore, che io apra le mie labbra per trattare e parlare con altri fuori di voi stesso, che sie­te tutto il mio bene e il mio desiderio, vi supplico di vol­gere lo sguardo alla mia fragilità e al pericolo in cui po­trei cadere. È molto difficile, infatti, per la creatura dotata di ragione, non eccedere nelle parole e non sbaglia­re ed io, perciò, tacerei tutta la vita, con il vostro con­senso, per non cadere nel rischio di perdervi. E se ciò do­vesse accadere, per me sarebbe impossibile vivere anche un solo istante».

394. Questa fu la risposta della bambina Maria, che te­meva tantissimo il nuovo e pericoloso ministero della pa­rola che le veniva comandato; sicché per quanto dipende­va dalla sua volontà, se Dio glielo avesse consentito, avreb­be desiderato osservare un perfetto silenzio e starsene zit­ta tutta quanta la vita. Quale umiliazione e quale esem­pio sublime per l'insipienza dei mortali! Colei che par­lando non poteva peccare, temeva tanto il pericolo della lingua; e noi, che non possiamo parlare senza peccare, ci sentiamo morire e ci consumiamo per farlo. Dunque, o dolcissima bambina e Regina di tutto il creato, perché vo­lete tacere? Non considerate, o mia Signora, che il vostro silenzio sarebbe rovina del mondo, tristezza per il cielo e perfino, a nostro limitato modo di intendere, una grande perdita per la santissima Trinità? Non sapete che con la risposta «Fiat mihi» all'arcangelo, contribuirete, in un cer­to modo, al compimento di tutto ciò che è stato preordi­nato, dando all'eterno Padre una figlia, all'eterno Figlio una madre, allo Spirito Santo una sposa, riparazione agli angeli, rimedio agli uomini, gloria ai cieli, pace alla ter­ra, un'avvocata al mondo, salute agli infermi, vita ai mor­ti, compiendo inoltre la volontà di Dio circa tutto quello che egli può desiderare fuori di se stesso? Ora, se dalla vostra sola parola dipende la maggior opera dell'onnipo­tenza divina e il bene di tutto il creato, come potete, o Si­gnora e maestra mia, tacere, mentre è d'uopo che voi par­liate? Parlate pure, o bambina, e la vostra voce si faccia sentire in tutto il cielo!

395. Iddio si compiacque del prudentissimo riguardo del­la sua sposa ed il suo cuore fu nuovamente ferito dall'amo­revole timore della nostra bambina. Soddisfatte della loro diletta, le tre divine Persone, conferendo tra loro circa la sua richiesta, pronunciarono le parole del Cantico dei Cantici: «Piccola è la nostra sorella e ancora non ha seni; che fare­mo per la nostra sorellina il giorno in cui parlerà? Se lei fos­se un muro, le costruiremmo sopra un recinto d'argento. Pic­cola sei agli occhi tuoi, sorella nostra diletta, ma grande sei e sarai agli occhi nostri. Per questo disprezzo di te stessa con uno dei tuoi capelli hai rapito il nostro cuore. Sei piccola anche nella stima che hai di te stessa e proprio questo ci af­feziona a te e ci fa innamorare ancora di più. Non hai ca­pezzoli per nutrire con le tue parole e neppure la legge sul­l'impurità, che non volli e non voglio che s'intenda fatta per te, ti riconosce donna. Ti umilii, mentre sei grande sopra ogni altra creatura; temi, mentre sei sicura; vuoi prevenire il pericolo, mentre non ti può minacciare. Che faremo noi con la nostra sorella il giorno che per nostra volontà aprirà le sue labbra per benedirci, quando invece i mortali le aprono per bestemmiare il nostro santo nome? Che faremo per ce­lebrare un giorno così festivo come è quello in cui parlerà? Con che cosa premieremo questa sua precauzione così umi­le e sempre gradita ai nostri occhi? Dolce fu il suo silenzio e dolcissima sarà al nostro orecchio la sua voce. Se lei è un muro forte, per essere stata edificata con la virtù della no­stra grazia e rafforzata con la potenza del nostro braccio, rie­difichiamo allora sopra una così grande fortezza, nuove tor­ri d'argento, aggiungendo così nuovi doni ai passati. E sia­no d'argento questi doni, perché ne divenga più ricca e pre­ziosa; siano purissime le sue parole quando parlerà, candi­de, terse e sonore al nostro orecchio; sulle labbra abbia sem­pre diffusa la nostra grazia e sia sempre con lei la nostra onnipotente mano e protezione».

396. Nello stesso tempo in cui, a nostro modo di in­tendere, conferivano le tre divine Persone, la nostra divi­na bambina venne consolata e confortata nell'umile angu­stia di dover incominciare a parlare. Il Signore le promi­se allora di essere presente in lei e di dirigerla nelle paro­le, affinché tutte fossero di suo gradimento. Impetrò così da sua Maestà di nuovo la benedizione, per aprire le sue labbra piene di grazia. Quindi per agire in tutto con at­tenzione e prudenza, la prima parola che proferì, la rivol­se ai suoi genitori, san Gioacchino e sant'Anna, chiedendo loro la benedizione, poiché erano quelli che dopo Dio le avevano dato la vita. I due fortunati santi la sentirono par­lare con gioia e nello stesso tempo videro che cominciava a camminare da sola. Sua madre Anna felice, prendendola in braccio, le disse: «Figlia mia e diletta del mio cuore, sia per volontà e per gloria dell'Altissimo che noi ascoltia­mo la tua voce e le tue parole e che tu cominci a cammi­nare per crescere nel suo servizio. Siano le tue espressio­ni e le tue parole poche, misurate e ben ponderate; ed i tuoi passi siano retti e indirizzati al servizio e all'onore del nostro Creatore».

397. La santissima bambina ascoltò queste ed altre pa­role che sua madre sant'Anna le disse; le scrisse nel suo tenero cuore, per custodirle con profonda umiltà ed obbe­dienza. Nell'anno e mezzo seguente, fino al compimento dei tre anni, quando andò al tempio, furono però molto poche le parole che pronunciò, eccetto quando la chiama­va sua madre per sentirla parlare e le ordinava di conver­sare con lei sui misteri divini. E questo faceva la bambi­na, ascoltando ed interrogando sua madre. Colei che in sa­pienza superava tutti i mortali voleva invece essere istrui­ta ed educata: e così figlia e madre s'intrattenevano in dol­cissimi colloqui sul Signore.

398. Non sarebbe facile e neanche possibile narrare quello che fece la bambina Maria, durante questi diciotto mesi in cui visse in compagnia di sua madre che, con­templando alcune volte la propria figlia, più degna di ve­nerazione dell'arca figurativa dell'alleanza, versava copiose e dolci lacrime d'amore e di gratitudine. Mai le rivelò però il segreto che teneva chiuso nel suo cuore, cioè che lei era eletta a diventare madre del Messia, nonostante trattasse­ro molte volte di questo ineffabile mistero, nel quale Ma­ria si infiammava di ardentissimo amore e diceva cose su­blimi su di esso e sulla propria dignità che ancora igno­rava. Nella fortunatissima madre sant'Anna cresceva così sempre più l'allegrezza, l'amore e la cura per la propria fi­glia, il suo tesoro più prezioso.

399. Le forze della tenera bambina Regina non erano proporzionate agli umili lavori cui la spingevano la profon­da umiltà ed il suo amore, poiché la signora di tutte le creature, stimandosi l'ultima, voleva mostrarsi tale anche in tutto ciò che faceva, occupandosi dei lavori più vili e più servili della casa. E credeva che se non avesse servito tutti, non avrebbe soddisfatto il suo debito né corrisposto al volere del Signore; ma nell'appagare il suo infiammato amore restava indietro, perché le sue forze non arrivava­no a quanto desiderava. I supremi serafini baciavano la terra su cui lei posava i suoi santi piedi. Tuttavia si sfor­zava alcune volte di compiere dei lavori umili, come puli­re e spazzare la casa e, siccome non glielo permettevano, cercava di farlo quando si trovava da sola; allora l'assiste­vano e l'aiutavano i santi angeli, affinché raccogliesse in qualcosa il frutto della sua umiltà.

400. La casa di Gioacchino non era molto ricca, ma nemmeno povera. Quindi conformemente allo stato digni­toso della sua famiglia, sant'Anna desiderava adornare la sua santissima figlia con il miglior vestito che poteva per­mettersi, sia pure entro i limiti della morigeratezza e del­la modestia. L'umilissima bambina accettò questo segno di affetto e delicatezza materni, senza opporsi, per tutto il tempo in cui ancora non parlava. Quando invece inco­minciò a parlare, chiese umilmente a sua madre che non le mettesse vestiti costosi ed eleganti ma che fossero gros­solani, poveri e, se possibile, usati da altri e di colore scu­ro, cinereo, simile a quello che oggi usano le monache di santa Chiara. La santa madre, che riguardava e venerava la propria figlia come sua Signora, le rispose: «Figlia mia, io farò quello che mi chiedi riguardo alla forma ed al co­lore del vestito che desideri, però tu sei una bambina de­bole e non puoi portare stoffe grossolane come chiedi; per­ciò in questo ubbidirai a me».

401. La bambina, ubbidiente al volere di sua madre sant'Anna, non replicò, perché mai lo faceva. Si lasciò co­sì vestire di quell'abito che le diede e che fu, però, del co­lore e della forma che aveva desiderato: simile agli abiti con cui sogliono vestire i bambini, per i quali si è fatto un voto. Certo lei lo avrebbe desiderato più povero e ru­vido, ma compensò questo con l'obbedienza, che è la virtù più sublime del sacrificio. Così la santissima bambina fu ubbidiente a sua madre e allo stesso tempo povera nel ve­stire, ritenendosi indegna anche di quello che usava per difesa naturale della vita. Nell'obbedienza ai genitori fu bravissima e prontissima per tutti i tre anni che visse in loro compagnia perché, conoscendo per divina scienza i loro pensieri e gli intimi desideri, si teneva pronta ad ub­bidire in tutto. Per quello, poi, che faceva da sé chiedeva sempre il permesso e la benedizione di sua madre, ba­ciandole la mano con umiltà e riverenza. E benché la pru­dente madre esternamente vi acconsentisse, tuttavia internamente era colma di venerazione per la grazia e la di­gnità della figlia.

402. Questa, alcune volte, in tempi favorevoli, si ritira­va in solitudine per godere con più libertà della vista e dei colloqui divini con i santi angeli e per manifestare loro con segni esterni l'ardente amore verso il suo e loro Dio. Fa­ceva molti esercizi; si prostrava piangendo ed affliggeva quel corpicino, delicato e innocente, per i peccati dei mor­tali, implorando la misericordia dell'Altissimo affinché pro­digasse loro grandi benefici: doni e grazie che fin d'allora cominciò ad ottenere. E benché il dolore interiore, per le colpe che conosceva, e la forza dell'amore, che le causava tale dolore, producessero in lei, gli effetti di una pena e di un tormento intensissimo, tuttavia, non soddisfatta di que­sto, cominciò ad usare in quell'età le prime forze corpo­rali. Le mise in pratica con la mortificazione e la peni­tenza, per essere in tutto Madre di misericordia e media­trice della grazia, senza trascurare neppure per un istan­te, alcuna azione per cui ottenere benedizioni su di sé e su di noi.

403. Giunta all'età di due anni cominciò a distinguersi molto nella dedizione e nella carità verso i poveri. Chiede­va a sua madre sant'Anna l'elemosina per loro; e la pia ma­dre piena di bontà e di compassione veniva incontro sia ai poveri che alla sua santissima figlia, esortando quest'ulti­ma, maestra di carità e di perfezione, ad amarli e riverirli. Oltre quello che riceveva dalla madre, la santa bambina, fin da quella tenera età, riservava parte del suo cibo per di­stribuirlo ai poveri. Poteva così dire con più diritto di Giob­be: «Dalla mia fanciullezza crebbe con me la compassio­ne ». Dava poi l'elemosina, non come chi fa un beneficio gratuito, ma come chi soddisfa un debito di giustizia, di­cendo nel suo cuore: «A questo fratello e signor mio ciò è ben dovuto, perché, se lui non lo possiede, io lo possiedo senza meritarlo». Consegnandogli l'elemosina gli baciava la mano e, se si trovava da sola, gli baciava anche i piedi o, non potendo far questo, baciava il suolo che il povero ave­va toccato. Mai dava, però, l'elemosina a qualcuno senza farla anche all'anima, pregando per essa; e così i poveri an­davano via rifocillati nel corpo e nello spirito.

404. Non meno ammirabili furono l'umiltà e l'obbe­dienza della santissima bambina nel farsi insegnare a leg­gere e istruire su altre cose, come è naturale in quell'età. Così l'educarono i suoi genitori; e tutto imparava colei che era piena di scienza infusa su tutte le cose create. Taceva ed ascoltava, con stupore degli angeli che ammiravano in una tale bambina una prudenza tanto singolare. Sua ma­dre sant'Anna, conformemente all'amore e all'illuminazio­ne che riceveva, stava attenta alla divina Principessa e per le sue azioni benediceva l'Altissimo. Avvicinandosi però il tempo di condurla al tempio, cresceva con l'amore anche il batticuore, al pensiero che al termine dei tre anni, sta­biliti dall'Onnipotente, le sarebbe stato imposto di adem­piere il voto. La bambina Maria incominciò così a prepa­rare sua madre, manifestandole, sei mesi prima, il deside­rio che aveva di vedersi già nel tempio. Le parlava dei be­nefici che aveva ricevuto dalla mano del Signore, di come fosse doveroso adempiere alla sua santissima volontà e di come nel tempio, dedicandosi a Dio, sarebbe stata più vi­cina a lei di quanto non lo fosse in casa.

405. Sant'Anna ascoltava le prudenti parole della sua bambina Maria; e benché fosse rassegnata alla volontà di­vina e volesse adempiere la promessa di offrire la sua ama­ta figlia, tuttavia la forza dell'amore naturale verso un pe­gno così unico e caro - il tesoro di cui ella conosceva il valore inestimabile - combatteva nel suo fedelissimo cuo­re con il dolore della sua assenza, che già la opprimeva pur essendo vicino alla bambina. E senza dubbio di una pena così veemente e dura ne sarebbe morta, se la mano onnipotente dell'Altissimo non l'avesse confortata, perché la dignità e la grazia - note solo a lei - della sua divina figlia, le avevano rapito il cuore; e la sua presenza e il suo tratto erano più desiderabili della sua stessa vita. Con que­sta angoscia rispondeva talvolta alla bambina, dicendo: «Fi­glia mia diletta, per molti anni ti ho desiderato, per pochi invece merito di godere della tua compagnia, purché si adempia la volontà di Dio. Tuttavia sebbene non mi op­pongo alla promessa di portarti al tempio, nondimeno mi resta tempo per adempierla; abbi per ora pazienza, finché arrivi il giorno in cui si avvereranno i tuoi desideri».

406. Pochi giorni prima che compisse tre anni, Maria santissima ebbe una visione astratta della Divinità, nella quale le fu manifestato che già si avvicinava il tempo in cui Dio ordinava che fosse portata al suo tempio, per vi­vere ivi dedicata e consacrata al suo servizio. A questo an­nuncio il suo purissimo spirito si riempì di nuova gioia e riconoscenza; e parlando con il Signore lo ringraziò e dis­se: «Altissimo Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, mio eterno e sommo bene, poiché io non posso lodarvi degna­mente lo facciano, a nome di questa umile serva, tutti gli spiriti angelici, perché voi, immenso Signore, che di nes­suna cosa avete bisogno, riguardate questo vile vermiciat­tolo con la grandezza della vostra prodiga misericordia. Co­me mai proprio a me questo beneficio: che mi riceviate nella vostra casa ed al vostro servizio, mentre non merito neppure l'angolo più oscuro e spregevole della terra? La­sciatevi muovere dalla vostra bontà, così che io possa sup­plicarvi di ispirare ai miei genitori il compimento della vo­stra santa volontà».

407. Immediatamente sant'Anna ebbe un'altra visione, nella quale il Signore le ordinò di adempiere la promessa, portando al tempio sua figlia per presentarla a Dio, nello stesso giorno in cui compiva tre anni. Non vi è dubbio che questo precetto fu per la santa madre di maggior dolore di quanto non fu per Abramo quello di sacrificare Isacco; ma il Signore stesso la consolò e confortò, promettendole la sua grazia ed il suo sostegno, quando le avrebbe tolta la sua amata figlia e sarebbe rimasta da sola. La santa ma­dre si mostrò allora rassegnata e pronta per adempiere quello che l'altissimo Signore le comandava; ed ubbidien­te fece questa orazione: «Signore, Dio eterno, padrone di tutto il mio essere, io ho già offerto al vostro tempio e per il vostro servizio la figlia mia, che voi mi avete donato con ineffabile misericordia; è vostra ed io ve la dono, renden­dovi grazie per il tempo in cui l'ho tenuta e per averla con­cepita e cresciuta. Ricordatevi, però, o Dio e Signor mio, che nel custodire questo vostro inestimabile tesoro io ero ricca. Avevo compagnia in questo deserto ed in questa val­le di lacrime; allegrezza nella malinconia; sollievo nei miei travagli; specchio per regolare la mia vita ed esempio di sublime perfezione, che spronava la mia tiepidezza ed in­fervorava il mio affetto. E per questa sola creatura, io at­tendevo la vostra grazia e la vostra misericordia. Ora te­mo nel ritrovarmi senza di lei, che mi manchi tutto! Gua­rite, o Signore, la ferita del mio cuore e non trattatemi se­condo quello che merito, bensì guardatemi come pietoso Padre di misericordia. Io porterò mia figlia al tempio, co­me voi, o Signore, mi comandate».

408. Nello stesso tempo san Gioacchino aveva avuto un'altra visita o visione divina, nella quale il Signore gli co­mandava lo stesso ordine che aveva comunicato a sant'An­na. I santi coniugi conferirono tra loro due e conoscendo la volontà divina decisero di adempierla con rassegnazio­ne; stabilirono così il giorno per portare la bambina al tem­pio. Il dolore che il santo vegliardo sentì nel profondo del suo cuore fu immenso, ma non così violento come quello di sant'Anna, perché lui ignorava il mistero altissimo che sua figlia sarebbe divenuta la Madre di Dio.

 

Insegnamento della Regina del cielo

 

409. Figlia mia, carissima, considera che tutti i viventi nascono destinati alla morte. Non conoscono il termine del­la loro vita, ma sanno con certezza che il loro tempo è bre­ve e l'eternità è senza fine ed in essa l'uomo raccoglierà solamente ciò che avrà seminato di cattive o di buone ope­re; queste daranno allora il loro frutto, di morte o di vita eterna. In un viaggio così pericoloso non vuole perciò Dio che qualcuno conosca con certezza se sia degno del suo amore o del suo disprezzo, affinché, se dotato di ragione, questo dubbio gli serva da stimolo a cercare con tutte le sue forze l'amicizia del Signore. E Dio giustifica la sua cau­sa dal momento in cui l'anima comincia a fare uso della ragione, perché da allora accende in essa una luce e sin­deresi, che la stimola e la inizia alla virtù; la distoglie dal peccato, insegnandole a distinguere tra il fuoco e l'acqua approvando il bene e correggendo il male, scegliendo la virtù e riprovando il vizio. Egli inoltre risveglia l'anima e la chiama a sé con ispirazioni sante, con impulsi continui e per mezzo dei sacramenti, dei comma di fede, dei pre­cetti, dei santi angeli, dei predicatori, dei confessori, dei superiori, dei maestri; di ciò che l'anima prova in sé nelle afflizioni e nei benefici che Dio le manda; di ciò che sen­te nelle tribolazioni altrui, nelle morti ed in altri avveni­menti e mezzi che la sua provvidenza dispone per attira­re tutti a sé, perché vuole che tutti siano salvi. Di tutte queste cose Dio fa una catena di grandi aiuti e favori, di cui la creatura può e deve usare a suo vantaggio.

410. A tutto ciò si oppone la parte inferiore e sensitiva dell'uomo che, con il fomite del peccato, inclina verso le cose sensibili e muove la concupiscenza e l'irascibilità, af­finché, confondendo la ragione, trascinino la volontà cie­ca ad abbracciare la libertà del piacere. Il demonio, da par­te sua, con inganni e con false ed inique suggestioni oscu­ra il senso interiore e nasconde il veleno mortale che si trova nei piaceri transeunti. L'Altissimo però non abban­dona subito le sue creature, anzi rinnova la sua miseri­cordia, gli aiuti e le grazie. E se esse rispondono alla sua chiamata ne aggiunge tante altre secondo la sua equità; dinanzi alla corrispondenza dell'anima le va aumentando e moltiplicando. Così come premio, perché l'anima ha do­vuto vincersi, si vanno attenuando le inclinazioni alle sue passioni ed al fomite e lo spirito si alleggerisce sempre più, potendosi sollevare in alto, molto al di sopra delle tendenze negative e del cattivo nemico, il demonio.

411. L'uomo invece che si lascia trasportare dal dilet­to e dalla spensieratezza porge la mano al nemico di Dio e suo; e quanto più si allontana dalla divina bontà tanto più si rende indegno delle sue grazie e sente meno gli aiu­ti, benché siano grandi. Così il demonio e le passioni ac­quistando maggiore forza e dominio sulla ragione la ren­dono sempre più inetta ed incapace di accogliere la gra­zia dell'Altissimo. O figlia ed amica mia, in questa dottri­na consiste il punto principale da cui dipende la salvezza o la perdita delle anime, cioè dal cominciare a fare resi­stenza agli aiuti del Signore o ad accettarli. Voglio perciò che non trascuri questo insegnamento affinché tu possa rispondere alle molte chiamate che l'Altissimo ti volge. Cerca allora di essere forte nel resistere ai tuoi nemici, puntuale e costante nell'eseguire i desideri del tuo Signo­re, così gli darai soddisfazione e sarai attenta nel fare il suo volere, che già conosci con la sua luce divina. Un gran­de amore portavo ai miei genitori e le parole e la tene­rezza di mia madre mi ferivano il cuore, ma, sapendo che era ordine e compiacimento del Signore che io li lascias­si, mi dimenticai della mia casa e del mio popolo, non per altro fine se non per quello di seguire il mio sposo. La buona educazione ed il buon insegnamento della fan­ciullezza giovano molto per il resto della vita, affinché la creatura si ritrovi più libera e già abituata all'esercizio del­le virtù, incominciando così dal porto della ragione a se­guire questa stella, guida vera e sicura.

 

Fine del 1° libro