IL SUO MESSAGGIO: L'Amore Infinito
Tratto dal volume: “IL MESSAGGIO DELL’AMORE INFINITO nella spiritualità sacerdotale della Venerabile Madre Luisa Margherita Claret de la Touche” Eugenio Valentini S.D.B. – EdizioniPro Sanctitate 1972.
Presentazione
Ci sono, nella Chiesa di Dio, delle vocazioni ordinarie e delle vocazioni straordinarie, delle vocazioni comuni e delle vocazioni eccezionali, delle vocazioni eroiche che hanno raggiunto la santità attraverso il « monotono quotidiano » e delle vocazioni eroiche gratificate di doni carismatici.
La vocazione di Madre Luisa Margherita è di quest'ultime.
Ora si sa che tali vocazioni, almeno in passato, non hanno mai avuto una vita facile, e che una certa diffidenza le ha sempre accompagnate sia nell'ambiente della casa religiosa durante la loro vita terrena, sia nei processi di beatificazione e canonizzazione dopo la loro morte. Basterebbe ricordare S. Brigida, S. Margherita Maria Alacoque, S. Bernadetta, S. Gemma Galgani e tante altre anime, che il Signore ha chiamato per vie straordinarie e difficili alla vetta della santità. Spiritus ubi vult spirat.
Dio è il Padrone Assoluto, e non gli si può domandare il perché delle sue scelte e delle sue deliberazioni o la ragione della sua maniera di procedere.
Il Vaticano II ha rimesso in onore la profezia e i carismi anche per i semplici cristiani, e pur mantenendo alla Chiesa gerarchica il diritto di giudicare di tali doni, ha tuttavia spalancato le porte all'azione dello Spirito e ha tolto un po' di quella diffidenza che, in altri tempi, era diventata come una seconda natura per gli uomini di chiesa chiamati a giudicare in materia.
I segni dei tempi, dopo il Concilio, vanno in altra direzione.
Ci sono Fondatori di Ordini e Congregazioni Religiose, dotati di carismi straordinari, i quali conducono perfettamente a termine la loro missione; ce ne sono altri, che sono morti sul fior degli anni, agli inizi dell'Opera intrapresa; e ci sono quelli, come il Padre De Foucauld e la nostra Madre Luisa Margherita, che possono essere paragonati al seme che è posto nella terra e muore, e solo dopo un inverno più o meno lungo, germoglierà nell'Opera preordinata da Dio. Abbiamo veduto, nella seconda parte, come quest'ultima sia stata la sorte di Betania del Sacro Cuore.
Ora dobbiamo presentare al mondo il Messaggio di questa fondatrice, che ha vissuto tutta la sua vita nell'attesa dell'Opera da compiere, e che ha dovuto, per questa stessa Opera, rinunciare perfino a vederla nascere.
Il Messaggio di Madre Luisa Margherita racchiude una spiritualità, una dottrina e una missione.
La spiritualità è quella dell'abbandono e della sofferenza; la dottrina e quella dell'Amore infinito; la missione è l'Opera della Alleanza Sacerdotale, per la trasmissione di questa dottrina d'Amore a tutto il mondo.
La spiritualità è stata vissuta dalla Madre in tutta la sua vita, ed è stata lasciata in eredità all'istituto da lei fondato, a Betania del Sacro Cuore.
Nella biografia della Madre abbiamo dimostrato questo. Per dimostrare la seconda parte di questa asserzione, bisognerebbe fare la storia dell'Istituto.
Ma già lo scopo stesso di questa fondazione e la ragione per cui fu approvata da Roma lo dimostra all'evidenza. A Madre Luisa Margherita venne consigliata la fondazione di una Casa religiosa; avente lo scopo specifico di pregare per i Sacerdoti e di essere la radice nascosta che doveva alimentare, con le preghiere e l'immolazione, l'Opera Sacerdotale.
Oggi si parla correntemente del carisma permanente del Fondatore. Ora il carisma permanente di Madre Luisa Margherita fu proprio questo.
Essa scrive: « L'Opera dell'Amore per il Sacerdozio non si può fare, come altre opere, per mezzo del denaro: si può fare soltanto con molte sofferenze, sacrifici e umiliazioni».
« Mi è sembrato che la volontà di Gesù a mio riguardo è che io dimentichi sempre più me stessa per lasciarlo regnare solo in me, per lasciarlo agire in vece mia in ogni cosa. E poi vuole l'umiltà, un'umiltà profonda, assoluta, tutta fondata sulla conoscenza della mia miseria passata e presente. Amare, prediligere le umiliazioni, le abbiezioni, le contraddizioni, ecco la mia vera parte; il resto, le grazie di Gesù, i lumi, tutto ciò che passa attraverso me, è per il Padre, per le anime, per i miei sacerdoti. Per me nient'altro che la sofferenza e l'umiltà ».
In altra circostanza Gesù le dice: « Tu dovrai immolarti per il mio clero ».
Ci pare che detta spiritualità sia già stata presentata, anche se non ex professo, nella biografia, ora il compito di questa terza parte è dunque quello di proporre la dottrina dell'Amore infinito nella luce del Vaticano II, e la missione dell'Alleanza Sacerdotale Universale, anche per venire incontro alle anime generose che desiderano contribuire alla soluzione della crisi che travaglia il Clero cattolico.
Sono due temi grandiosi e difficili, ma sono ciò che l'umanità attende in questo momento di dubbi e di sfiducia.
All'alba di questo secolo, quasi divinandone la storia, Madre Luisa Margherita compose un cantico la cui ultima strofa diceva così: « L'Amore! E' la tua speranza, secolo ventesimo: esso ti farà vincitore di tutti i tuoi nemici. Va dunque a Dio! Va ad imparare come si ama: davanti a te è il Cristo che ti mostra il suo Cuore! ».
Questo grido, possiamo dirlo, è stato accolto oggi dal Concilio Vaticano II, e risuona ormai su tutta la terra, in questo rinnovamento di spirito, che passa attraverso la Chiesa e l'umanità.
SEZIONE PRIMA
L'AMORE INFINITO
CAPITOLO I
ATTUALITA' E SALESIANITA' DI QUESTO MESSAGGIO
L'attualità
Ricordiamo le parole scritte da Madre Luisa Margherita all'inizio di questo secolo: « L'Amore! Ecco la parola che si deve lanciare alle anime, è il rimedio potente al male che le strazia, è il focolare ardente che darà nuove fiamme, a questo mondo diaccio che l'egoismo soffoca ».
Ci sono innegabilmente delle somiglianze tra la crisi intellettuale dell'inizio del secolo e la crisi che sta attraversando oggi la società, specialmente nel campo delle idee. Si è parlato di un modernismo e di un neo-modernismo, quest'ultimo molto più fine e più deleterio del primo. All'atteggiamento santamente duro di Pio X, risponde oggi un atteggiamento altrettanto chiaro, ma molto più soave e comprensivo, di Paolo VI. Basta sentirlo parlare.
Ma anche lui, indica il rimedio nella dottrina dell'Amore infinito. Parlando il 4 giugno 1967 nella Basilica Vaticana, in occasione della domenica del Buon Pastore, ai giovani di Azione Cattolica, egli così si esprimeva: « Di questa rivelazione del Vangelo dovremmo ringraziare, con le lacrime agli occhi, il Signore, poiché concerne il destino di ciascuno di noi...
« Ancor prima di aprirmi alla coscienza e alla vita, io sono già nel Cuore di Cristo, l'Uomo-Dio; sono il suo gregge, il suo avere, la sua ricchezza...
« Io sono salvabile; dunque non vi è più alcun motivo di disperazione.
« Questa pagina del Vangelo cancella, quindi, la disgrazia più grande che possa toccare all'umanità: appunto il ritenersi abbandonati, reietti; il disperare. Quando si pensa agli scritti di gran parte della letteratura moderna, che terminano con asserzioni desolate sulla impossibilità del ricupero, del tornare, del riprendere, del rivivere, del risorgere, bisogna proclamare che il Vangelo sconfigge tali errori, supera l'abisso e proclama: tu puoi, tu devi sperare. Voltati indietro: guarda Chi ti insegue: Dio ti è vicino. Gesù ti ama: è il Salvatore. Basta aprire le braccia, abbandonarti fiducioso sul suo Cuore. Egli non ti farà aspettare. Ti desidera proprio in questo atteggiamento di umiltà e intende svelarsi a te nel supremo dono della sua bontà...
« Ricordatevi, o figli, o fratelli, che Cristo è buono; anzi è la Bontà inesauribile; è l'Amore infinito ».
Purtroppo l'uomo moderno sa guardare poco all'insù. Preferisce la dimensione orizzontale.
Guarda i problemi contingenti della società che lo circonda e a cui appartiene, anche se vive isolato nei grandi alveari dei moderni grattacieli. Intriso di scetticismo fin nelle midolla, preoccupato dell'unico dato esistenziale, accerchiato e stordito dal bombardamento incessante delle notizie e delle immagini, egli non sa più riflettere, pensare con calma. « Lo sguardo di chi oggi guarda romanticamente il cielo, - scrive Urs von Balthasar - non incontra che ciminiere fumanti. Viviamo in un freddo mondo di lavoro, che impegna inesorabilmente tutto l'uomo. Anzi, nel quartiere moderno, nell'appartamento moderno con le sue stanze comunicanti, piene del rumore dei bambini, non c'è neppure più un angolo, dove uno si possa concentrare e gustare la concentrazione. Tanto meno il sacerdote delle grandi città, assillato giorno e notte: se finisce a singhiozzo il suo breviario, ciò costituisce il massimo che si può pretendere da lui. Oggi si tratta di incontrare Dio nell'azione, altrimenti non lo si troverà. Il mondo è avviato e nessuno ne fermerà più il motore.
« Così essi parlano e non desiderano più sentire argomenti contrari ».
Ma quando manca la forma della vita cristiana, cioè l'Amore, allora tutto si sconvolge e isterilisce, anche le idee e le tendenze più nobili e necessarie. Per l'analisi e la dimostrazione di questo asserto, basta leggere dell'opera or ora citata tutto il capitolo secondo, intitolato: « Dio dietro le spalle, o critica delle tendenze generali » con i suoi cinque paragrafi: l'ambiguità di ciò che è necessario - tendenza biblica, liturgica, ecumenica - tendenza a « mondo mondano ». Purtroppo si ha paura dell'Amore.
« Vi sono delle persone - scrive Carlo Massabki - che, senza essere disumane o inficiate di giansenismo, non amano la parola « amore »: essa le indispone, perché è stata insozzata e profanata da labbra impure e da cuori che adorano se stessi. Noi non ci lasciamo fermare da questo scrupolo.
« Del resto, non si tratta qui dell'amore-sensualità né dell'amorevoluttà, ma dell'amore propriamente detto. E questa parola noi la pronunciamo con un rispetto infinito ed una emozione religiosa perché è il nome stesso di Dio.
« Ci sono altri che non vogliono che si dica che tutta la religione cristiana si riduce ad un amore. Sembra loro troppo sentimentale - a meno che non appaia invece troppo esigente. Vogliono, dicono, una religione virile. Come se l'amore non fosse virile! L'amore vero non ha nulla a vedere con il passatempo romantico in cui l'uomo si riposa dalle fatiche del suo mestiere di uomo! Niente è meno sentimentale dell'amore del Cristo e del cristiano ».
Sarà questa una delle caratteristiche degli scritti di Madre Luisa Margherita sull'Amore infinito. Basta leggere le sue due opere: « Il Sacro Cuore e il Sacerdozio » e « Il libro dell'Amore infinito ».
Del resto, per chi abbia un po' di dimestichezza con i grandi mistici, si accorge subito che c'è ben altro che sentimento: c'è dottrina profonda, c'è un'introspezione psicologica eccezionale, c'è umanità, c'é poesia, c'è un'esperienza del divino che trascende le più acute analisi filosofiche e attrae a sé le menti pensose dei destini umani. Ne porteremo un esempio.
Il canto dell'Amore infinito
L'« Imitazione di Cristo » oggi non è più di moda. Si è gridato contro un'ascetica monastica e disumana, si è portato al settimo cielo l'amore umano, si è messo in evidenza tutto ciò che di bello e di grande c'é nelle creature e nel mondo, tanto da non saper più vedere le bellezze celesti.
Eppure, se percorriamo le pagine più belle delle varie letterature, se raccogliamo insieme tutti gli accenti ispirati di quelli che hanno cantato l'amore, ben difficilmente troveremo una pagina così profonda, così lirica, così piena di sapienza e di esperienza divina, quale si trova nel cap. V del libro III dell'« Imitazione di Cristo ».
Evidentemente per gustarla occorre un palato delicato, non abituato a cibi grossolani, occorre quell'abitudine al distacco che fa apprezzare i beni superiori, occorre soprattutto un'esperienza del divino, come la visse e la seppe esprimere un S. Francesco d'Assisi o un S. Giovanni della Croce nelle sue mirabili poesie.
In alcuni studi da noi pubblicati, abbiamo rivendicato per Giovanni Gersen, abate di S. Stefano di Vercelli dal 1220 al 1243, la paternità dell'Imitazione. Contemporaneo di S. Francesco d'Assisi e di S. Antonio da Padova, il Gersen molto probabilmente li conobbe in occasione del loro soggiorno a Vercelli, e se ne inebriò tanto da citare espressamente il primo e implicitamente il secondo, in due passi della « Imitazione ».
Il Gersen fu un emulo di questi due santi nell'amore di Dio, e testimone di questo amore è appunto questo passo del cap. V del libro III: « Gran cosa è l'amore e un bene così grande, che solo fa leggero ogni peso e tollera con animo uguale ogni disuguaglianza.
Perché porta il peso senza sentirlo, e fa dolce e gustosa ogni amarezza. Il nobile amore di Gesù sprona a cose grandi, e spinge a desiderare sempre cose più perfette. L'amore tende all'alto, né soffre d'essere trattenuto da veruna cosa bassa.
« L'amore vuole essere libero e alieno da qualsiasi affezione mondana, acciocché non gli sia impedito l'interno vedere, e da qualche temporale comodità non rimanga impacciato, né per disagio sia vinto.
« Nulla è più dolce dell'amore; nulla più forte, più sublime, più espansivo, più giocondo e più dovizioso; nulla migliore, né in cielo, né in terra; poiché l'amore è nato da Dio, ne può sovra cose create quietarsi, ma in Dio solo.
« L'amante vola, corre e giubila; è libero e nulla l'arresta.
« Dà tutto per il tutto e il tutto trova in tutte le cose: perché riposa in quell'uno, che è il sommo sopra tutte le cose, dal quale ogni bene emana e procede.
« Non bada a doni; ma più che a tutti i beni, guarda al donatore. « Spesso amore non conosce misura, ma fuor di misura divampa. L'amore non sente il peso, non fa conto delle fatiche, tenta più di quello che può, non si scusa col pretesto dell'impossibilità perché pensa che tutto gli sia possibile e permesso.
« E perciò l'amore è potente in ogni cosa, e fa ed eseguisce molte cose anche là, dove chi non ama, manca e soccombe.
« L'amore veglia, e anche dormendo è vigilante; affaticandosi non si stanca; pressato, non opera per forza; minacciato con si conturba; ma come fiamma vivace e ardente fiaccola, si spinge in alto e va oltre sicuro.
« Se alcuno ama, intende ciò che dice questa voce.
« Forte grido agli orecchi di Dio è quel caldo affetto dell'anima, che dice: Mio Dio, amore mio, Tu sei tutto mio e io sono tutto tuo.
« Dilatami nel tuo amore, affinché io impari a gustare con la interna bocca del cuore, quanto soave sia l'amare, e liquefarsi e nuotare nell'amore.
« Che l'amore mi rapisca e mi elevi al di sopra di me stesso, per eccesso di fervore e di stupore.
« Che io canti l'inno dell'amore; e te segua, Diletto mio, in alto; l'anima mia si strugga nelle tue lodi, giubilando d'amore.
« Che io ami Te più di me, e me solamente per Te, e in Te quelli che t'amano davvero; come vuole la legge dell'amore, che è un raggio della tua luce.
« L'amore è pronto, sincero, pio, giocondo; è dilettevole, forte, paziente; è fedele, prudente, longanime, virile, né pensa mai a se medesimo.
« Imperocché quando uno pensa a se medesimo, allora finisce d'amare.
« L'amore è circospetto, umile e retto: non è molle, non leggero, non intento a cose vane; ma è sobrio, casto, stabile, quieto e nei sensi ben custodito.
L'amore è soggetto e ubbidiente ai suoi prelati; vile e dispregevole ai suoi occhi; a Dio devoto e grato, in cui confida e spera sempre, anche quando non gusta di Lui; poiché senza dolore non si vive nell'amore...
« Chi non è pronto a patire ogni cosa e a conformarsi alla volontà del Diletto, non è degno di essere chiamato amante. Bisogna che chi ama abbracci volentieri, per amore del Diletto, tutte le cose dure e amare, né si diparta da lui per qualsivoglia contrarietà che sopravvenga ».
A sette secoli di distanza, Madre Luisa Margherita Claret de la Touche ha scritto il « Libro dell'Amore Infinito ». Le espressioni sono differenti, mai cuori si incontrano e il messaggio che essa lancia ai suoi sacerdoti risuona dei medesimi accenti.
Le anime innamorate di Dio hanno avuto la stessa esperienza mistica e non possono quindi esprimersi in modo completamente diverso. Ecco la preghiera che conclude la prima parte del « Libro dell'Amore Infinito »: « O Cristo-Amore! Vivifica il cuore dei tuoi sacerdoti col tuo stesso Cuore, riscalda il loro amore col tuo! Che essi vivano intieramente di Te: la loro carne sia la tua carne, il loro cuore il tuo Cuore, ardentissimo e dolcissimo.
« Gesù, il mondo ha tanto bisogno d'amore! ha tanto bisogno di luce! Dagli l'amore e la luce attraverso i tuoi sacerdoti, vivendo in essi sempre di più.
« Vivi nel tuo sacerdozio; parla, agisci, pensa, ama in lui e per lui ».
Di questo messaggio il sacerdozio cattolico ha bisogno oggi più che mai.
Salesianità di questo messaggio
Il messaggio di Madre Luisa Margherita è eminentemente salesiano. E questo non solo perché essa fu Visitandina, ma anche per il suo contenuto.
S. Francesco di Sales è il dottore dell'amore. Tutta la salesianità può essere compendiata in questo passo del Teotimo: « L'uomo è la perfezione dell'universo, lo spirito è la perfezione dell'uomo, l'amore quella dello spirito e la carità quella dell'amore; perciò l'Amore di Dio è il fine, la perfezione, l'eccellenza dell'universo. In questo, o Teotimo, consiste la grandezza e il primato del comandamento dell'amor divino detto dal Salvatore il primo e il massimo comandamento. Questo comandamento è come un sole, che dà lustro e dignità a tutte le sacre leggi, a tutte le ordinazioni divine e a tutte le Sacre Scritture. Tutto è fatto per questo celeste amore e tutto al medesimo si riferisce: dall'albero sacro di questo comandamento pendono, come suoi fiori, tutti i consigli, le esortazioni, le ispirazioni e gli altri comandamenti e, come suo frutto, la vita eterna ».
Si sa quale importanza abbiano le ispirazioni nella spiritualità salesiana. Per S. Francesco il consenso alle ispirazioni è determinante, perché esse sono per il bene ciò che le tentazioni sono per il male: chi non consentirà alle prime, soccomberà sotto il colpo delle seconde. Si geme spesso sotto il peso del peccato o della grigia mediocrità solo perché ci si rifiuta di lasciarsi prendere e condurre dallo Spirito Santo, ché questi sono gli allettamenti con cui Dio ci risveglia, ci scuote, ci incita alle sante virtù, all'amore celeste, ai buoni propositi, a tutto quanto, insomma, ci istrada verso il nostro bene eterno. Questo è invero ciò che lo Sposo definisce battere alla porta (Cant. 5, 2) e parlare al cuore della sposa (Is. 40, 2), risvegliarla quando essa dorme (Cant. 25, 2), invocarla e reclamarla quando è assente (Cant. 2, 10-13), invitarla ad assaporare il proprio miele e a cogliere mele e fiori nel proprio giardino (Cant. 5, 1; 6, 1) e cantare e far risuonare alle orecchie la dolce sua voce (Cant. 2, 14).
Come si vede, fin dal 1609 il santo schiude a Filotea le vie della mistica: queste ispirazioni vengono da Dio; esse ci fanno avanzare con entusiasmo sulla via della carità, questa virtù mirabile, - come diceva il Vescovo di Ginevra a Jean-Pierre Camus -, che è mezzo e fine ad un tempo, punto di partenza ed arrivo e strumento per arrivarvi. E lo stesso Camus domandava: E per amare, che fare? - Non v'è strada migliore per arrivare all'amore che amare, poiché come s'impara a studiare studiando, a giocare giocando, a ballare ballando... così si impara ad amare Dio e il prossimo solo se li si ama. E chi prende un'altra strada si sbaglia.
Solo che non bisogna smarrirsi di fronte alle esigenze dell'amore.
L'amore infatti, una volta entrato nel cuore, la fa da padrone e la stessa volontà, pur rimanendo libera, ne è terribilmente influenzata.
« Platone affermò che l'amore è "povero, stracciato, nudo, scalzo, meschino, senza casa, giacente sulle porte, a ciel sereno, sempre indigente". E' povero, perché fa abbandonare tutto per l'oggetto amato; è senza casa, perché fa uscire l'anima dal suo domicilio per seguire sempre colui che ama; è meschino, pallido, magro, perché fa perdere il sonno, il cibo, il bere. E' nudo e scalzo, perché fa abbandonare ogni altro affetto per prendere quello della cosa amata; dorme fuori di casa, sul nudo terreno, perché fa rimanere il cuore amante allo scoperto, facendogli manifestare le sue passioni con sospiri, pianti, lodi, sospetti, gelosie; è disteso come un pezzente alle porte, perché rende l'amante continuamente attento agli occhi e alla bocca della cosa amata, è sempre vicino alle sue orecchie per parlarle e mendicare dei favori dei quali non è mai sazio: ora gli occhi, le orecchie e la bocca sono le porte dell'anima. Infine la sua vita è di essere sempre nell'indigenza, perché se giunge ad essere sazio, non arde più e allora non è più amore. So bene, o Teotimo, che Platone parlava così dell'amore... delle persone mondane, ma tali proprietà si trovano anche nell'amore celeste e divino. Osservate... i primi dottori del santo amore evangelico ed ascoltate quanto diceva uno di essi che era stato più travagliato: "Anche in questo momento noi soffriamo la fame e la sete, e siamo ignudi, e presi a schiaffi e non abbiamo ove posarci; e ci affanniamo a lavorare con le nostre mani: maledetti, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, supplichiamo; noi siamo ancora stimati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti (I Cor. 4, 11-13). Quasi dicesse: Siamo tanto abbietti che se il mondo è un palazzo, noi ne siamo la spazzatura; e se è un frutto, noi ne siamo il rifiuto. Chi li aveva ridotti in tale stato, domando, se non l'amore? ».
S. Francesco di Sales, nelle sue opere e nelle sue lettere, non fa che parlare dell'amore, ma sotto questa parola egli intende la carità infusa e lo Spirito Santo stesso che la infonde nei nostri cuori.
Egli la vede come un'emanazione del cuore di Cristo, che pone come stemma della Visitazione, quasi a testimonianza del suo affetto per il Cuore di Gesù. Non per nulla la Madre di Chantal, quasi echeggiando i sentimenti del Santo Fondatore, esce in espressioni di questo genere: « Mia carissima sorella, divenite veramente umile, dolce e semplice, affinché per questo mezzo il vostro... cuore sia un vero cuore di Gesù. Il dolce Gesù riempia il vostro cuore dell'amore purissimo del suo. Questa violenza che Dio richiede ora da voi, mia cara figlia, rapirà infine il suo divin Cuore e il suo santo paradiso. E' per questo che la Madre Clément poté scrivere, nel 1638, più di trent'anni prima delle rivelazioni di Paray-le-Monial: « Il nostro santo Fondatore ha istituito un Ordine nella Chiesa per onorare l'adorabile cuore di Gesù Cristo e le sue due care virtù, che sono il fondamento delle regole e delle costituzioni della Visitazione ». Queste righe giacevano ancora a Melun nel segreto delle note intime di quest'anima veramente santa, quando nel 1643, i dottori della Sorbona approvavano una raccolta di meditazioni per i ritiri annuali delle religiose di Santa Maria. Per desiderio di S. Giovanna Francesca di Chantal, erano state scritte a Parigi da Madre Lhuillier, di cui S. Francesco di Sales aveva diretto la vocazione. In esse si è meravigliati di leggere questo tratto: « Considerate che non solamente il nostro dolce Salvatore ci mostrò il suo amore con tutta l'opera della Redenzione operata per noi come per tutti i cristiani, ma che Egli ci obbliga specialmente, noi della Visitazione, col dono e favore che ha fatto al nostro Ordine, e a ciascuna di noi in particolare, del suo cuore o per meglio dire delle virtù che in esso risiedono, perché Egli ha fondato il nostro amabilissimo Istituto su questi due princìpi: Imparate da Me che sono mite ed umile di cuore ».
La devozione al S. Cuore di Gesù è divenuta, dopo S. Margherita Maria Alacoque, una delle divozioni ufficiali della Visitazione, ed è perfettamente intonata alla mente e allo spirito del Fondatore.
Era riservato ad un'altra Visitandina, esattamente a tre secoli di distanza, a Madre Luisa Margherita, un ulteriore sviluppo e perfezionamento di questa devozione. Infatti il Trattato dell'Amor di Dio fu terminato nel 1614, e nel 1914 Madre Luisa Margherita terminava il suo « Libro dell'Amore infinito ».
Ma un altro parallelo si può istituire tra il Padre e la Figlia, tra S. Francesco di Sales e Madre Luisa Margherita.
Si deve infatti notare che S. Francesco di Sales ha vissuto il suo libro prima ancora di scriverlo, perché se è certo che il Teotimo rappresenta il risultato oltre che dei favori celesti, di profondi studi, di lunghe fatiche, di ventiquattro anni di predicazione, è altresì vero che esso è il frutto dell'esperienza personale dell'autore e perciò va considerato come la storia più intima e più vera dell'anima di S. Francesco di Sales. Tutta la sua vita spirituale, magnifica creazione della bontà divina, costituisce la preparazione ed il fattore principale del Teotimo, perché la nota distintiva, il carattere particolare della vita e della spiritualità salesiana è quella dell'amor divino, di cui il santo tratta magistralmente nel suo capolavoro e di cui la sua anima fu talmente ricolma che riuscì a suscitare, nel suo Ordine e fuori di esso, tutta una schiera e una generazione di santi.
Ognuno, che conosca la vita e gli scritti di Madre Luisa Margherita, vede che di essa si può dire altrettanto. Anzi il Libro dell'Amore infinito, rimasto incompiuto, fu integrato dalle note intime della Serva di Dio, scritte parecchi anni prima.
Abbiamo detto sopra che era riserbato a lei un ulteriore sviluppo e perfezionamento della devozione al S. Cuore.
Nel 1961 a Barcellona in Spagna, in occasione dell'inaugurazione e consacrazione del tempio al S. Cuore sul Tibidabo, si svolse il Primo Congresso Internazionale sulla devozione al S. Cuore. In quella circostanza si commentò teologicamente l'Enciclica Haurietis aquas di Pio XII, e, senza che vi si pensasse, si pose il sigillo sulla dottrina presentata mezzo secolo innanzi da Madre Luisa Margherita.
P. Héris nell'introduzione a « Il S. Cuore e il Sacerdozio » scrive: « Non possiamo infatti fare a meno di costatare che gli spiriti, sotto l'influenza del progresso scientifico e a causa del materialismo invadente, si sono oggi considerevolmente evoluti. Se la devozione al S. Cuore quale la proponeva Margherita Maria, non ha perduto nulla del suo valore autentico ed è ancora capace di santificare molte anime, conviene tuttavia riconoscere che la mentalità religiosa moderna sente ripugnanza per certe esagerazioni d'una pietà troppo sensibile e aspira a un approfondimento della fede, nell'adesione al mistero divino pienamente vissuto.
« E' per questo che Pio XII invitava i fedeli a vedere nell'amore umano, sensibile e soprannaturale del Cuore di Gesù, un punto di partenza per elevarsi fino alla meditazione e all'adorazione dell'amore divino del Verbo Incarnato, ed entrare così nella contemplazione e nel culto di quest'Amore Infinito che è, nella Trinità Santa, il principio e la sorgente dell'Incarnazione redentrice del Figlio di Dio ».
L'Amore Infinito nel Vaticano II
Il Concilio Vaticano II è stato un Concilio d'amore, un Concilio che, come disse il Card. Lercaro, non volle definire nuove dottrine, non volle condannare nessuno, cercò solo un linguaggio con cui presentare a tutti gli uomini il messaggio della salvezza. Si può dire che il Vaticano II, fin dall'inizio, risenti l'influsso del grande cuore di Papa Giovanni, di cui così fu scritto: « Il Papa, dallo Spirito pentecostale, ha suscitato movimenti d'amore irreversibili. Elia se n'è andato, ma non potrà essere che un Eliseo che ne raccoglierà il mantello. Papa Giovanni, ti bacio la mano che non potrà mai cessare dal benedire; vorrei baciarti il cuore, cui nessuna pesante pietra tombale potrà mai impedire di battere ».
L'Eliseo che raccolse la gravosa eredità fu Paolo VI. Ed è lui che, all'apertura della IV sessione, ha sottolineato questa missione d'amore. Stralciamo da quel memorando discorso alcune parti che dimostrano chiaramente il nostro asserto: « Venerati fratelli
« ... Non sembra difficile dare al nostro Concilio Ecumenico il carattere d'un atto d'amore: d'un grande e triplice atto d'amore: verso Dio, verso la Chiesa, verso l'umanità.
« ... Il Concilio si iscrive nella storia del mondo contemporaneo come la più alta, la più chiara, la più umana affermazione d'una religione sublime, non inventata dagli uomini, ma rivelata da Dio, e consistente nel rapporto sopraelevante di amore, che Egli, il Padre ineffabile, mediante Cristo, suo Figlio e nostro Fratello, ha stabilito, nello Spirito Santo vivificante, con l'umanità.
« ... E l'amore nostro, qui, ha già avuto ed avrà espressioni che caratterizzano questo Concilio davanti alla storia presente e futura. Tali espressioni risponderanno un giorno all'uomo studioso di definire la Chiesa in questo momento culminante e critico della sua esistenza: che cosa faceva, egli domanderà, in quel momento la Chiesa cattolica? - Amava! sarà la risposta. Amava con cuore pastorale, tutti lo sanno, anche se è ben difficile penetrare la profondità e la ricchezza di questo amore, fatto tre volte scaturire da Cristo nel cuore pentito e ardente di Simone Pietro...
« Questo Concilio lo dice: la Chiesa è una società fondata sull'amore e dall'amore governata! Amava, la Chiesa del nostro Concilio, ancora si dirà, amava con cuore missionario. Tutti sanno come questo sacrosanto Sinodo ha intimato ad ogni buon cattolico d'essere apostolo, e come ha spinto i traguardi dello zelo apostolico a tutti gli uomini, a tutte le razze, a tutte le nazioni, a tutte le classi: l'universalità dell'amore, anche quando essa vince le forze di chi la persegue o esige da lui dedizione totale ed eroica, qui ha avuto, e l'abbia per sempre, la sua voce solenne.
« Amava, sì, ancora, la Chiesa del Concilio Ecumenico Vaticano II, con cuore ecumenico, vale a dire con ampiezza aperta, umilmente, affettuosamente, tutti i Fratelli cristiani ancora estranei alla perfetta comunione con questa nostra Chiesa, una, santa, cattolica ed apostolica. Se, nota ricorrente e patetica è stata nelle trattazioni di questo Concilio, essa è certo quella, rivolta al grande problema della reintegrazione di tutti i Cristiani nell'unità voluta da Cristo, alle sue difficoltà, alle sue speranze: non è questa, venerabili Fratelli, e voi, reverendi e diletti Osservatori, una nota di carità?...
« L'amore che anima la nostra comunione non ci sequestra dagli uomini, non ci rende esclusivisti, non egoisti. Anzi, perché amore che viene da Dio, ci educa al senso dell'universalità...
Il Concilio offre alla Chiesa, a noi specialmente, la visione panoramica del mondo: potrà la Chiesa, potremo noi fare altrimenti che guardarlo e amarlo? - Sarà questa contemplazione uno degli atti principali dell'incipiente Sessione del nostro Concilio: ancora, e soprattutto, amore; amore agli uomini di oggi, quali sono, dove sono, a tutti. Mentre altre correnti di pensiero e di azione proclamano ben diversi princìpi per costruire la civiltà degli uomini, la potenza, la ricchezza, la scienza, la lotta, l'interesse, o altro, la Chiesa proclama l'amore. Il Concilio è un atto solenne d'amore per l'umanità. Cristo ci assista, affinché davvero sia così ».
La teologia dell'Amore
Senza voler irrigidire le asserzioni, potremmo dire che, dopo l'epoca patristica e soprattutto dal sorgere della Scolastica, la teologia si era rifugiata nelle scuole ed era patrimonio esclusivo di profondi pensatori, che disputavano tra loro, lasciando cadere solamente le briciole delle loro elucubrazioni sul popolo di Dio. Gli stessi Concilii Ecumenici erano conosciuti solo per le loro condanne e le loro conclusioni perentorie, e, molte volte, gli « Atti delle loro Assise solenni » non erano neppure pubblicati o lo erano solo più tardi e sempre solo in latino, cosicché il popolo cristiano ne veniva a conoscere ben poco. Lo stesso era da dirsi per le Encicliche Papali e per altri documenti del Magistero. Al popolo giungevano solo immediatamente la predicazione dei sacerdoti, il testo dei catechismi, e mediatamente le lettere pastorali del proprio vescovo.
Col Vaticano II è venuto un grande capovolgimento. I documenti ufficiali del Concilio furono portati alla conoscenza di tutti, e, data la loro indole pastorale, misero tale dottrina immediatamente al servizio e a nutrimento di tutto il popolo cristiano.
Tutto ciò ebbe un influsso grandissimo anche sulla teologia, che cominciò ad uscire dalle aule dei seminari e a diffondersi tra il popolo, in una serie di pubblicazioni che misero, non sempre con tutta la prudenza necessaria, tutte le questioni anche quelle più spinose, in pasto al pubblico.
E' a questo punto, che la teologia sente il bisogno di rinnovarsi. Non può più rimanere un semplice studio, un'arida ricerca intellettuale, ma deve essere un fermento di vita cristiana. La teologia è una scienza, ma è anche una sapienza, e, il teologo, dice S. Tommaso, sotto l'influsso dello Spirito Santo, giudica « per modum inclinationis », e cioè per una connaturalità col divino ".
I più grandi teologi della Chiesa - S. Agostino, S. Bernardo, S. Tommaso, S. Bonaventura - sono stati nello stesso tempo grandi teologi e grandi mistici. In loro l'esperienza spirituale e l'esperienza teologica avevano intimi e misteriosi rapporti. E' innegabile che la teologia, scienza della fede, si sviluppa, se questa fede è vivente, sotto l'influsso della carità. E' questa funzione della carità (amore soprannaturale) e della contemplazione nell'intelligibilità del dato rivelato, che deve oggi essere messa in luce. Senza dirlo esplicitamente, S. Tommaso d'Aquino elaborò la sua teologia in questa luce di amore. S. Bonaventura accentuò ancora di più questo metodo, mettendolo in più chiara evidenza. L'idea fu poi ripresa dal Bail nella sua Teologia affettiva, stampata a Parigi nel 1654, dal. Contenson nella sua « Theologia mentis et cordis » (1668-1669) e dal Thomassin nei suoi « Dogmata theologica » (1680-1689).
Nel secolo passato il P. Faber segui la stessa traccia e il Sauvé a partire dal 1897 lanciò in mezzo ai fedeli, ben tredici volumi di Elevazioni dogmatiche, con « Dio intimo, Gesù intimo, ecc. ».
Questo distacco della teologia dalla mistica era stato chiaramente percepito dal Ven. Libermann, che il 23 agosto 1838 scriveva così a M. de Conny: « Non siate tanto teologo; non misurate la bontà divina con un compasso teologico, ma sulla misura dell'amore del nostro carissimo Maestro che è immensa... Credetemi, i teologi ignorano moltissimi segreti della grazia e della predestinazione, e, se noi riuscissimo a conoscere tali segreti, cesseremmo d'avere grandi apprensioni a questo proposito... Non ragionate, ma seguite Gesù... L'amore non ragiona, è cieco; ed è Gesù che gli chiude gli occhi ».
La vera e grande teologia si ride della teologia piccola e meschina. Prima di essere discussione di problemi sul piano della ragione, la teologia è, nella luce di una fede viva, contemplazione dei Misteri, ed è questo che manca a molte pubblicazioni del Post-Concilio.
Oggi, anche in teologia, è necessario un ritorno al Vangelo. La presentazione dei Misteri di Dio deve essere fatta alla sequela di Gesù, il Verbo del Padre, che non solo ci ha rivelato quello che Lui solo conosceva di scienza propria, ma ci ha insegnato anche il modo con cui presentare tali verità al popolo. Non per nulla ha detto: Imparate da Me, che sono mite ed umile di cuore.
Il cuore di Cristo è il finito infinito, se così possiamo esprimerci. La perfezione del cuore umano è in proporzione dell'imitazione più o meno perfetta del cuore di Cristo. E' giunto il tempo in cui, alla scuola di S. Francesco di Sales, si deve imperniare tutta la teologia sull'amore. E' il grande comandamento lasciatoci da Gesù.
Alla vigilia del Concilio Vaticano II è apparsa un'opera, che è un primo tentativo, meravigliosamente riuscito, di una tale teologia, ed è: « Il Cristo, incontro di due amori » di Dom Carlo Massabki, monaco benedettino dell'Abbazia di Santa Maria di Parigi.
E' in questa linea che si dovrà porre la nuova teologia se vorrà compiere la sua missione nel momento attuale, ed è in questa stessa linea che Madre Luisa Margherita ha redatto il suo messaggio e l'ha affidato al sacerdozio cattolico.
L'Amore divino e umano
L'amore! Questa cosa così semplice, elementare e così comune, di cui è pieno l'universo. Più comune dell'aria che respiriamo, più elementare delle parole infantili, più semplice dell'acqua cristallina. Comune e preziosa, elementare e potente, semplice e ricca, come è prezioso, potente e ricco l'Essere Sussistente. L'amore, anche il semplice amore umano, ha un'origine divina ed è stato generosamente dato da Dio a tutti gli uomini. Gli uomini, i veri uomini, lo posseggono con ricchezza sovrabbondante, e spesso più i poveri e i pezzenti che non i ricchi a miliardi.
Di questo amore è pieno il vagabondo che passa per la strada, e può essere un S. Benedetto Labre, il soldato che difende la sua patria, la fanciulla che fa sogni dorati nella visione di una famiglia futura, la madre che porta in braccio il suo bimbo quasi fosse il re dell'universo. Ecco l'amore, l'unico amore, divino e umano insieme, quando è vero!
Quello falso, quello che fischia e stride per le strade, che fa sfoggio di sé nelle riviste illustrate di marca pornografica, quello che è cantato da certe canzoni volgari, che è illustrato e rappresentato da tanti films e da tanta letteratura di second'ordine, non è amore, ma egoismo, voluttà, orgoglio, frenesia, delirio, piacere, è tutto quello che volete, ma non è amore.
L'amore vero è come il candore. Il candore, la bianchezza! Questo colore che sembra l'assenza di ogni colore ed è invece il più complesso e il più ricco. Fate passare un raggio di luce bianca, attraverso il prisma di poche gocce di rugiada, ed avrete la meraviglia dell'arcobaleno. Chi avrebbe detto che in quella semplicità assoluta vi fosse nascosta tanta ricchezza di colori, tutta la tavolozza del più grande pittore? Così è l'amore semplice e casto. Semplice come lo squillo di tutte le voci infantili, è una nota sola come il trillo di un uccello. Ma fatela vibrare davanti ad uno strumento rivelatore. La semplice nota rivelerà tutta la gamma dei suoi suoni, che intrecciano la più grande sinfonia. Tale è l'amore!
Semplice e all'apparenza invisibile, come l'atomo. Gli scienziati del secolo scorso avevano creduto di aver scoperto l'atomo, quale la parte indivisibile della materia, e ne erano fieri. Ma non passarono molti anni e si scoprì che, scrutando a fondo quella realtà microscopica, così piccola da non essere quasi neppure immaginabile si era a contatto con un sistema planetario: un nucleo, un sole, attorno al quale, in corsa vertiginosa, danzavano molteplici pianeti: gli elettroni. E si procedette oltre e l'atomo fu scisso e si scoperse la forza più potente del mondo, la forza atomica. Ma la stessa forza atomica non è paragonabile alla potenza dell'amore, che raggiunge quasi i limiti dell'infinito.
C'è una parola di S. Giovanni che ci fa stupire: « Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore viene da Dio, e chiunque ama, è nato da Dio e conosce Dio. Colui che non ama non conosce Dio, perché Dio è amore » (I Giov. IV, 7-8).
Da queste parole ispirate sembrerebbe potersi concludere che chiunque ami, checché ami, purché realmente ami, quegli ama Dio. Ami pure l'arte, la politica, la filosofia, la scienza, la patria, la famiglia, la sposa, il figlio, il fratello, il padre, la madre, i fiori, gli uccelli, le stelle, l'universo; se veramente ama queste creature, non egoisticamente, ma di amore di compiacenza, di benevolenza, egli ama il loro creatore e cioè ama Dio. Ogni autentico amore ha in sé qualcosa che lo rende implicitamente divino. In ogni vero amore c'è qualcosa di acosmico, di sopraterrestre, di soprarazionale, staremmo quasi per dire di soprannaturale.
Anche qui ci sorregga la parola di un libro ispirato, del Cantico dei Cantici: « Hai ferito il mio cuore, sorella mia sposa, hai ferito il mio cuore con un lampo dei tuoi occhi, con un ciondolo abbandonato dei tuoi capelli » (Cant. IV, 9). Che un amore grande, insanabile nasca per un'inezia, vorremmo dire per una sciocchezza quale il muovere di una pupilla o il dondolare di una chioma, ciò, checché si dica, comunque lo si spieghi, è assolutamente superiore alla conoscenza, e soprarazionale. Non c'é proporzione veruna tra il pensiero e l'amore. C'è una sproporzione sconfinata! E tutti i veri amanti hanno sperimentato questo. Potremmo applicare a ciò, quello che San Paolo ha scritto della predicazione: « Piacque a Dio, con la stoltezza della predicazione, far salvi i credenti ». Analogamente è piaciuto a Dio, attraverso la stoltezza di circostanze insignificanti, infiammare i cuori d'amore per la creazione, per i loro simili. E ancora, con più profondità, è piaciuto a Lui, attraverso le cose sensibili e visibili, elevare i nostri cuori alla conoscenza e all'amore di Dio.
Quando poi questa potenza di amore si rivolge direttamente a Dio, come nei grandi mistici, quali un S. Agostino, una S. Gertrude, un S. Bernardo, un Gersen, una S. Caterina da Siena, una S. Teresa, un S. Giovanni della Croce, allora sgorgano da quelle anime dei capolavori di esperienza mistica e di poesia, di valore inestimabile.
Rivelazioni private
Tocchiamo qui un tema dei più scabrosi e dei più discussi, e cioè quello del valore delle rivelazioni private. Madre Luisa Margherita ne fu elargita in maniera straordinaria, quantunque le sue, più che rivelazioni, fossero illuminazioni. Ci pare quindi necessario chiarire alcuni punti, a questo proposito, per sciogliere eventuali dubbi e dare una visione teologica di questo settore profetico nella vita della Chiesa.
Nel 1952 Carlo Rahner S.J., nel suo volume « Visionen and Prophezeiungen » portò un buon contributo alla soluzione della questione, ma anche lui dovette concludere che di troppi aspetti del problema la soluzione era tutt'altro che soddisfacente.
Perciò, alcune riflessioni sull'argomento non saranno fuori posto. La rivelazione privata può essere riguardata come una rivelazione individuale immediata, una rivelazione sociale e mediata, un miracolo o una profezia.
Sono questi tutti aspetti che, pur lasciando intatta l'intima essenza della rivelazione privata, la presentano da diversi punti di vista e permettono nel loro complesso di individuarne meglio la portata e la importanza.
Alcuni, recensendo il libro del Rahner sopracitato, si sono meravigliati che l'illustre autore avesse potuto venire alla conclusione, che non c'è alcuna differenza essenziale tra la rivelazione pubblica e quella privata.
Questi recensori però hanno facilmente dimenticato il contesto in cui tale giudizio è stato proferito. Il Rahner studia in tale contesto la rivelazione privata entitativamente considerata e non la conoscibilità che di essa si può avere da parte dei fedeli. Ora è evidente che, trattandosi di rivelazione pubblica, che deve essere accettata da tutti sotto pena di eterna dannazione, Iddio è tenuto a dare tali garanzie di credibilità, a cui nessuno, di buona volontà, possa sfuggire; mentre, trattandosi di rivelazione privata, non necessaria, non obbligatoria, tali garanzie possono anche non esserci. Questo però non altera in nulla la natura entitativa del fenomeno, la quale perciò resta identica in ogni specie di rivelazioni. Bisogna dunque dire che è una vera ingiustizia, una mancanza di logica e un pericolo quello di esigere, per le rivelazioni private, tali prove che, se fossero esigite per la rivelazione pubblica, sarebbe impossibile poter stabilire una base razionale della fede cristiana.
Occorre quindi equilibrio ed onestà anche nello studio delle rivelazioni private, anche se esse non sono affatto necessarie per la nostra salvezza.
Per uno studio accurato di esse ci pare non solo opportuno, ma, vorremmo dire, necessario considerare i vari aspetti sopra elencati, e distinguere perciò vari generi di rivelazioni, tenendo conto soprattutto del fine che certamente Dio si prefigge nel concederle.
Se, come abbiamo visto, entitativamente non c'è differenza tra rivelazione pubblica e rivelazione privata, la differenza che si rivela tra esse dipenderà dall'oggetto materiale e dal fine.
Parlando di rivelazioni private autentiche, è infatti evidente che la causa efficiente è la medesima, come per le pubbliche, e cioè Dio. La differenza da parte dell'oggetto materiale e del fine consiste in questo, che tutte le rivelazioni pubbliche sono considerate come parte costitutiva della rivelazione ufficiale globalmente presa, e come tali sono state affidate alla Chiesa che le custodisce e le propone infallibilmente. Le rivelazioni private, invece, non sono costitutive del deposito della rivelazione e non sono affidate alla Chiesa come tale, ma sono date da Dio ordinariamente ad anime sante per scopi particolari. Quali saranno questi scopi?
Il Rahner dice che le rivelazioni private non comunicano verità nuove, ma comandi nuovi, come sarebbe lo stabilirsi e il diffondersi di una nuova devozione, già contenuta virtualmente o implicitamente nel deposito della Rivelazione.
Ci pare però che questo non corrisponda completamente a verità, e che non tenga conto della distinzione tra rivelazioni a scopo individuale e a scopo sociale.
Perché Iddio non potrebbe dare una rivelazione privata ad un'anima, per il perfezionamento dell'anima stessa. perché essa abbia una conoscenza più profonda della Rivelazione, quale aiuto o quale premio per una vita spirituale più alta?
La rivelazione è una locuzione di Dio attestante.
Iddio è padrone assoluto dei suoi beni e li può comunicare a chi e come vuole. Come Egli ha voluto innalzare Paolo al terzo cielo e fargli vedere cose che egli non poté a noi manifestare. così a certe anime egli può dare rivelazioni misteriose, sia in forma fantastica, sia in forma intellettiva, per una maggior intelligenza della vita intima di Dio e dei suoi disegni provvidenziali sul mondo.
Dopo un sogno durato tre notti consecutive (28-30 dicembre 1860) Don Bosco attestò: Io ebbi maggiori cognizioni sulla teologia in quelle tre notti, che non in tutto il tempo che studiai in seminario.
Come nella vita spirituale si hanno due forme di vita religiosa: quella contemplativa e quella attiva, così nelle rivelazioni private individuali ve ne potranno essere di quelle a scopo personale e altre a scopo apostolico.
Evidentemente tra queste ultime ce ne sono alcune che hanno una missione pressoché universale, come quelle di Paray-le-Monial, di Lourdes, di Fatima, e potrà darsi che domani, tra queste, si debba enumerare anche quella di Madre Luisa Margherita, ed è per queste che si adatta bene la spiegazione del Rahner, che le considera piuttosto come comandi nuovi di Dio.
Alla luce dell'esperienza della Chiesa e dei moderni studi di psicologia e di mistica, una delle maggiori difficoltà, riguardo alle rivelazioni private autentiche, è quella della loro conoscibilità. Ma qui sorge il problema centrale di tali rivelazioni, e cioè: può Dio dare una rivelazione autentica, senza fornire i mezzi per discernerla come tale? In altre parole: l'anima che riceve una tale rivelazione, non ha il diritto di non essere ingannata?
In campo puramente teorico, la risposta è facilissima, e cioè: negativa al primo quesito, e affermativa al secondo. Quando però scendiamo dal campo astratto a quello concreto, e consultiamo su questo la storia della Chiesa, troviamo che la cosa è difficilissima. In teoria: Dio né si inganna, né può ingannare. Il demonio non può intervenire senza lasciare un segno del suo intervento.
In pratica: l'anima può ingannare se stessa, per mancanza della debita considerazione, dell'umiltà necessaria, o per causa di malattie psichiche o morali.
Di qui la precauzione della Chiesa, che, non potendo avere una visione dello stato delle singole anime, prudentemente diffida e cede solo all'evidenza. D'altra parte ogni rivelazione soprannaturale, per essere accettata, sia da parte dell'individuo che della Chiesa, deve autenticare la sua origine divina, attraverso il miracolo o la profezia.
Siccome però ci sono dei miracoli quoad nos, che possono essere compiuti da una potenza angelica o demoniaca, la certezza in questi casi si raggiunge attraverso i criteri morali, quelli stessi indicati da Gesù: Non può un albero buono fare frutti cattivi, né un albero cattivo fare frutti buoni. E perciò dai loro frutti voi li giudicherete.
Ora soprattutto per le rivelazioni sociali, occorre saper attendere la stagione dei frutti, per pronunciarsi con sicurezza.
Questi frutti, nel nostro caso, non si sono fatti attendere, e, senza voler anticipare il giudizio della Chiesa, che del resto si è già espressa con l'approvazione degli scritti della Serva di Dio, ci pare di poter concludere che nel messaggio di Madre Luisa Margherita c'è la garanzia dell'autenticità.
L'analisi teologica di P. Héris O.P.
E a questo proposito abbiamo alcune pagine inedite del più grande studioso di Madre Luisa Margherita, il P. Ch. V. Héris O.P., già più volte citato, che confermano e completano l'analisi da noi sopra esposta. Egli scrive: « Ogni anima cristiana, che vive la sua fede e nella quale lo Spirito Santo diffonde la sua carità, non può non sentirsi attratta, in vista di accrescere il suo amore, a conoscere sempre più questo Dio che a lei si rivela attraverso l'insegnamento di Cristo e degli Apostoli. L'autorità della Chiesa le è sempre presente per garantirle l'autenticità e il senso della parola rivelata e per aprirle il deposito della fede. All'anima cristiana non rimane che assimilarla, meditarla, e scrutare così il mistero divino per nutrirsene e viverne. Due vie a lei si offrono per giungere a questa meta: la via dell'intelligenza che si sforza di cogliere il senso della dottrina che gli è insegnata, di precisarne i termini e di tirarne le conseguenze: è la via del teologo, e il suo lavoro è innanzitutto un lavoro razionale di "messa a punto" e di sintesi. Ma già l'adulto che apprende il suo catechismo e che non si contenta di ritenerne le formule a memoria, ma che al contrario si applica a prenderne una conoscenza riflessa e approfondita, fa opera d'apprendista teologo. Non occorre dire che la ricerca e lo studio teologico richiedono umiltà di spirito, sottomissione al dato rivelato, e all'insegnamento della Chiesa. Non si affronta il mistero per comprenderlo in maniera esauriente, ma per sottomettercisi con un'intelligenza più illuminata. E' necessaria la grazia di Dio per compiere un tale lavoro, e questa grazia, ottenuta con la preghiera, viene dallo Spirito di verità che illumina le menti e i cuori.
« C'è un'altra via, che non s'oppone alla precedente, ma che la sostiene e la completa, ed è quella della contemplazione infusa. L'anima cristiana, abbiamo detto, che si sforza di comprendere una verità rivelata, la medita e cerca di penetrarla il più possibile. Tuttavia, lasciata alle sue proprie forze, soprattutto se non possiede i mezzi tecnici del teologo, non può andare molto lontano nell'approfondimento di questa verità. Ma se quest'anima vive d'amore, se veramente si è donata a Dio, sottomettendogli interamente la sua volontà, pronta a seguire Cristo nel cammino del sacrificio e dell'immolazione, se in altre parole, essa ha intrapreso a camminare deliberatamente per la via della santità, allora non è possibile che lo Spirito Santo, utilizzando i doni che Egli ha deposto in essa con la grazia santificante, non le dia anche la sua propria luce e, con questa, una penetrazione approfondita e vissuta delle verità della fede. Questi lumi dello Spirito, che sono elargiti all'anima principalmente per mezzo dei doni dell'intelletto e della sapienza, possono essere più o meno frequenti: tutto dipende dal grado di carità dell'anima, dalla purezza delle sue intenzioni e dalla sua sottomissione alle esigenze divine. Pervenuta tuttavia a un alto grado di perfezione, è normale che, sotto la condotta dello Spirito, essa viva abitualmente di contemplazione infusa, soprattutto se la grazia si inserisce in una natura più affettiva che attiva e già disposta alla conoscenza intuitiva dell'amore.
« Questa vita contemplativa, notiamolo bene, è orientata direttamente verso la perfezione personale dell'anima, o più precisamente verso la perfezione della sua carità - perché non ce n'é altra per il discepolo di Cristo, - dunque verso un'unione a Dio sempre più intima nell'amore. Ma la carità che ci unisce a Dio, ci congiunge ugualmente ai nostri fratelli: non c'é che una carità, quella che va a Dio e che, da Dio, discende sul prossimo, immagine di Dio. Noi non formiamo che una cosa sola in Cristo, perché, nell'amore, noi non formiamo che uno con Lui e con Dio. "Se voi mi amate, diceva Gesù, amatevi gli uni gli altri come Io ho amato voi".
« Non c'è dunque da stupirsi che un'anima, profondamente contemplativa, senta il suo amore traboccare sui suoi fratelli. Anzi deve essere così e il mondo beneficerà necessariamente delle effusioni della sua carità. Questo beneficio verrà a lui, dapprima e innanzitutto, dalla potenza della sua preghiera presso Dio, dalla fecondità delle sue immolazioni: poiché il contemplativo è un grande amico di Dio; come l'apostolo, egli completa nel suo corpo ciò che manca alla Passione di Cristo, e contribuisce così alla redenzione del mondo. Ma il mondo ha anche bisogno di verità, e poiché il contemplativo è entrato nei segreti divini e li percepisce con un'acutezza più grande, scrutando sotto l'azione dello Spirito "le profondità di Dio", è impossibile che non ne faccia beneficiare i suoi fratelli.
« Se i teologi hanno un compito da svolgere nella Chiesa, contribuendo all'esplicitazione delle verità della fede, i mistici ne hanno uno analogo e l'hanno adempiuto nel corso dei secoli. I carismi sono stati dati alla Chiesa per edificazione di tutti, e tra essi c'è il carisma profetico destinato alla diffusione della verità divina: "I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, leggiamo in Gioele,... e anche i vostri servi e le vostre serve" (Gioele, II, 28-29). Tuttavia, mentre il mistico, con la sua unione a Dio nella preghiera e nella sua imitazione a Cristo crocifisso, concorre in maniera normale alla salute delle anime, in virtù della legge della comunione dei santi, non appartiene che allo Spirito Santo di distribuire a chi vuole i suoi carismi in utilità di tutti. Dal solo fatto che, per il dono dell'intelletto e della sapienza, l'anima ha l'intuizione del mistero divino, non ne segue immediatamente che essa possa comunicare i risultati della sua contemplazione senza rischio d'errore, soprattutto se essa non possiede i mezzi d'espressione che sarebbero offerti a un teologo mistico dalla scienza acquisita delle cose di Dio. Lo Spirito soffia dove vuole; a Lui solo appartiene di decidere se adoperare un contemplativo alla diffusione della verità. Un'anima che, da se stessa e senza essere spinta dallo Spirito, si dedicasse a far conoscere i suoi lumi interiori agli altri in vista della loro edificazione, rischierebbe fortemente di mescolare il suo senso proprio, i suoi propri pensieri o le sue immaginazioni personali alle illuminazioni di Dio e di cadere nell'illusione o in ragionamenti inutili, per non dire puerili. Esempi di tali aberrazioni non mancano.
« Bisogna dunque che lo Spirito Santo stesso dia all'anima, con carismi appropriati, la possibilità di trasmettere agli altri ciò che può essere loro utile e benefico. Egli lo fa in diversi modi: dapprima con l'illuminazione dell'intelligenza, non già come abbiamo già detto, insegnando nuove verità, ma facendo comprendere più profondamente il deposito della fede. E, siccome l'intelligenza umana ha bisogno di immagini e di parole per pensare, sarà il più sovente a proposito della parola rivelata della Sacra Scrittura, che l'anima riceverà la luce che gliene farà penetrare il senso profondo. Lo Spirito Divino può anche arricchire l'immaginazïone di paragoni, di analogie, di termini appropriati che permetteranno all'anima di capire essa stessa la verità contemplata prima di trasmetterla agli altri.
« Infine, nell'espressione stessa attraverso la quale l'anima comunica ciò che ha ricevuto, lo Spirito può assisterla e aiutarla affinché essa dica correttamente ciò che essa ha visto o inteso. E' così che Dio procede a riguardo dei suoi profeti ispirati, portatori di nuove verità di cui occorre assicurare la trasmissione autentica e infallibile. La Rivelazione essendo conchiusa, Dio non è per nulla tenuto ad agire così a riguardo dei mistici; Egli può accontentarsi di rischiarare la loro intelligenza, lasciando loro la cura di tradurre, sotto la loro responsabilità, ciò che essi hanno visto; può arricchire la loro immaginazione senza pertanto sostenerli nell'interpretazione che essi ne danno; può infine aiutarli nella trasmissione stessa del messaggio che loro ha confidato, ma che tuttavia porterà sempre l'impronta del temperamento di chi l'ha scritto. E poiché in definitiva l'infallibilità non è loro garantita, sarà sempre possibile ai mistici di mescolare le loro proprie vedute personali alle ispirazioni dello Spirito, e di prendere per messaggio di Dio ciò che non è altro che il risultato delle loro proprie riflessioni. E' per questo che gli scritti dei mistici dipendono sempre dal giudizio della Chiesa, e, finché essa non si è pronunciata a loro riguardo, appartiene ai teologi emettere un giudizio prudenziale, sotto condizione dell'approvazione gerarchica.
« Ma anche questa approvazione può portarsi su un doppio oggetto: dapprima sul valore reale di questi scritti, presi in se stessi e giudicati in rapporto ai dati della fede; la Chiesa dichiarerà allora che non c'è nulla in essi di contrario all'insegnamento autentico, e che possono portare al bene e all'amore di Dio: una tale approvazione è inclusa nel decreto di canonizzazione. Ma la Chiesa può pronunciarsi anche sulla origine soprannaturale delle comunicazioni mistiche: la questione qui è più delicata, ed è raro che la Chiesa impegni la sua autorità su questo punto. Essa lo fa talvolta per certi grandi santi, quali S. Giovanni della Croce, S. Teresa d'Avila, S. Margherita Maria. Noi abbiamo ugualmente il diritto di pensare che Teresa del Bambino Gesù fu assistita dallo Spirito di Dio per rimettere in luce la dottrina evangelica della via di infanzia spirituale. Ma in tale materia la Chiesa non impone le sue decisioni alla nostra fede teologale, come se si trattasse di una verità definita, ma fa solamente appello alla nostra docilità religiosa per sottomettere il nostro giudizio. D'altra parte, e bene ripeterlo, anche quando la Chiesa garantisce e l'origine e il contenuto propriamente soprannaturale di certe comunicazioni, essa non prende mai sotto la propria responsabilità le loro espressioni umane, come lo stile, le immagini... che sono per lo più frutto dell'epoca, dell'ambiente e delle persone.
« All'infuori di questi casi eccezionali, tocca al teologo portare un giudizio prudenziale sugli scritti mistici: sia sul loro valore intrinseco in funzione dei dati della fede, sia sulla loro origine soprannaturale; giudizio che dovrà sempre, soprattutto in ciò che concerne l'ultimo punto, essere dato sotto condizione delle decisioni del magistero.
« Alla luce di questi principi, è possibile esaminare gli scritti di Madre Luisa Margherita. Si può dapprima considerarli nel loro valore oggettivo, e noi sappiamo che tutti i teologi che li studiarono, riconobbero di non aver trovato nulla che non fosse conforme alla sana dottrina. Questo costituisce già un punto capitale, perché, anche a supporre che non si potesse stabilire in quale misura vi sia stato l'intervento di Dio, non resterebbe meno vero che questi scritti possederebbero in se stessi una valore reale e sarebbero capaci di fare del bene alle anime ».
Questo giudizio dell'eminente teologo dà il massimo di garanzia umana a quanto verremo presentando della dottrina nella Serva di Dio sull'Amore infinito, e sul messaggio che essa indirizzò al mondo attraverso il Sacerdozio cattolico.
CAPITOLO II
L'AMORE INFINITO NEGLI SCRITTI DI MADRE LUISA MARGHERITA
« E' forse Madre Luisa Margherita la portatrice di questa dottrina? No, certo!
« Fu il Cristo che, venendo sulla terra, ci mostrò con le parole, con la vita, con il sublime sacrificio, che Dio è Amore.
« Fu Lui che non solo ce lo rivelò, ma ci rese sensibile questo Amore infinito.
« Fu Lui che, inviandoci lo Spirito Santo, accese nel cuore dei suoi fedeli le fiamme del suo Amore.
« Fu Lui che, lasciandoci il suo Vangelo, ci lasciò il codice dell'Amore.
« E qual'è dunque il compito di Madre Luisa Margherita? Che cosa ha ella di nuovo da dirci?
« Nulla di nuovo: il Vangelo non cambia.
« Ella non ha che un richiamo da trasmetterci, un richiamo che Dio ci fa nella sua Misericordia, un richiamo ad entrare più profondamente nella conoscenza dell'essenza stessa di Dio: l'Amore!
« E' una chiave che ella ci mette nelle mani, con la quale entreremo nel mistero di Dio e scopriremo il nostro Cristianesimo ».
In occasione della prima edizione del volume: « Al Servizio di Dio Amore », Mons. Montini, oggi S.S. Paolo VI, così scriveva al Vescovo di Ivrea Mons. Rostagno, in data 4 gennaio 1950: « L'Augusto Pontefice, nell'omaggio del libro dal titolo « Al Servizio di Dio Amore » (Madre Luisa Margherita Claret), offertogli dal Consiglio Centrale dell'Opera dell'Amore Infinito, da lei presieduto, ha visto un chiaro attestato di pietà filiale e di uno zelo, attivamente rivolto alla diffusione di idee e di sentimenti, che sono e che saranno sempre più fattore di rinascita e fermento di vita soprannaturale.
La Santitâ Sua si allieta che a tale opera, rispondente a urgenti necessità dell'ora presente, il volume porti un contributo di luce e di entusiasmo, che a molti cuori pensosi sarà di aiuto per purificarsi, per riflettere e per salire verso verità di fondamentale importanza ».
Ed ecco alcuni aspetti di questa mirabile dottrina, esposti con le parole stesse di Madre Luisa Margherita.
L'Amore infinito
« Vedo l'Amore infinito in tutti i misteri della nostra Fede; esso li spiega, li precisa, li illumina di una luce intensa e pur così dolce, che gli sguardi interiori possono fissarsi in essa senza esserne abbagliati ».
« Dio è Amore! Il suo grande lavoro è amare; Egli ama da tutta l'eternità e per tutta l'eternità!
« Mentre l'Amore Infinito, esercitandosi in se stesso, si compiace nel meraviglioso commercio che va dal Padre al Figlio, e dal Figlio e dal Padre allo Spirito Santo, in questa ineffabile comunicazione che le tre Persone divine si fanno del medesimo Amore, che e la loro Essenza ed il loro Essere, Egli agisce ancora al di fuori di se stesso; e siccome l'azione propria dell'Amore è di amare, Egli ama ogni creatura, ogni opera uscita dalla sua onnipotente parola; tutto ciò che fu, che è, che sarà.
« Dio ama. Ecco di che si occupa nel possesso sovrano del suo Essere e nella pace serena della sua gloria immortale. Egli ama. Qui sta la sua vita, la sua azione, il suo piacere, il suo cibo divino, il suo riposo ineffabilmente dolce. Egli ama. Vuole amare e bisogna che continui ad amare. Il suo Amore è Lui stesso; se cessasse di amare, Egli cesserebbe all'istante di esser Dio.
« Dio è Amore! Egli dona l'Amore senza misura. Lo versa con abbondanza inesauribile sopra l'intiera creazione. Nulla sfugge a questo diluvio divino, che tutto vuol inghiottire.
« Dio ama, ma vuole essere riamato: l'Amore ha bisogno di corrispondenza, e se, nel seno stesso della Divinità, il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo si ricambiano così perfettamente, che si amano di un medesimo amore che è il loro essere e la loro essenza; così l'Amore infinito vuol trovare fuori di se stesso una reciprocità, relativa senza dubbio e proporzionata alle debolezze dell'essere creato, ma reale.
« Dio versa torrenti di amore sulla creatura, e a sua volta la creatura deve amare. Dio ha deposto in ognuna di esse, col fatto della sua creazione, un principio d'amore, non però in tutte le creature nello stesso grado né sotto la stessa forma. Ne deriva di piena giustizia e per necessità, che ogni creatura debba amare secondo la sua natura e la volontà del suo Creatore. Essa tutto ha ricevuto da Dio; tutto gli deve ridonare. Essa non è ciò che e se non da Dio; deve dunque impiegare tutto il suo essere per Dio.
« Questo amore primario, indispensabile della creatura, ha come due moti: il primo, di restituzione, cioè la creatura dà qualche cosa a Dio, gli restituisce; il secondo, di sottomissione ed obbedienza, compie la volontà del suo creatore.
« Noi osserviamo questo modo d'amare, mirabilmente esercitato dalle creature inferiori. La terra ha ricevuto da Dio la fecondità e sempre essa produce per il suo Creatore. Il fiore ha ricevuto lo splendore del suo calice e la dolcezza del suo profumo; esso si schiude in ogni primavera per il suo Dio, offrendogli la sua bellezza ed il soave profumo. L'uccello ha ricevuto l'agilità delle ali, la dolcezza del suo gorgheggio, e vola e canta alla presenza del suo Dio. Gli animali selvaggi che popolano i deserti hanno ricevuto dal loro Creatore l'agilità della corsa, la forza delle loro difese, la bellezza del loro pelo; ed essi crescono alla presenza di Dio, secondo le leggi della loro natura, compiendo la volontà divina e moltiplicandosi secondo il beneplacito del loro Padrone. Questo compimento regolare della volontà divina e questo dono rinnovato di ciò che hanno in loro stesse, e la forma, il modo di amare delle creature di ordine inferiore.
« Ma Iddio ha formato creature d'ordine superiore a queste. In esse pure ha deposto principi d'amore; e siccome queste hanno ricevuto di più dalla munificenza divina, così devono rendergli di più. Da esse Iddio non si aspetta soltanto quell'amore naturale, istintivo, proprio delle creature inferiori. Avendole create ragionevoli, attende da esse un amore ragionevole; avendole dotate di una volontà libera, attende un amore volontario; avendole create a sua immagine, esige un amore somigliante al suo.
« Dio ha deposto nell'uomo non solo il primo principio d'amore che ha dato alle creature inferiori, e col quale egli dovrebbe già come per istinto tendere a sottomettersi a Lui, ma gli concesse molto di più. Gli diede un'anima adorna d'intelligenza, di memoria e di volontà; e per mezzo di queste tre facoltà, l'uomo può entrare nella conoscenza del Suo Creatore e sviluppare nel suo cuore un amore superiore, sovranamente e veramente degno di Dio.
« E' questo amore illuminato, quest'amore libero, che l'uomo deve a Dio. Perché adunque non glielo tributa? Perché dunque l'amore è così poco sentito dal cuore umano? Parlo dell'amore vero, dell'amore puro, dell'amore soprannaturale, voluto da Dio, derivante da Lui, e che a lui deve risalire. L'amore, non già come il senso guasto della creatura maledetta l'ha concepito, ma tale, quale l'Amore Infinito s'aspetta dall'essere ragionevole; un amore limitato, creato, senza dubbio, come la stessa creatura, ma illuminato, libero e forte.
« Ciò malgrado, pochi uomini amano Dio, come vuole essere amato!... Il senso dell'uomo, profondamente scosso dal peccato, ha perduto la nozione chiara del vero. Esso brancola, si sbaglia, devia; non ha più la bella e luminosa intelligenza, la volontà ferma e dritta che possedeva nei primi giorni della sua creazione; non gliene restano più che rovine. Perciò lo si vede scostarsi continuamente dalla verità, mutare l'ordine delle cose, trasformare il bene in male, ed anteporre spesso il male al bene: il giudizio dell'uomo non è più ripieno della rettitudine primitiva, si piega e troppo spesso si smarrisce.
« L'umanità, dopo la prima colpa, è caduta in molti errori; ma, forse, sopra nessun punto si è ingannata come sopra l'amore. A misura che l'uomo s'allontanava da Dio, si attaccava maggiormente alle creature; e, per contentare il suo cuore che reclamava l'Amore Infinito, gli dava a pascolo quest'attaccamento funesto, chiamandolo "l'amore".
« L'uomo dimentico di Dio, non unendosi più a Lui per mezzo dell'Amore, non sapendo più ciò che aveva da credere, non osando più nulla sperare, si trovò in mezzo al mondo come un povero naufrago, perduto nell'oceano. Cercò di afferrare tutto ciò che a lui si presentava; si attaccò ad ogni piccolo resto fluttuante del naufragio ed abbracciandolo come un disperato, se lo strinse al cuore e si persuase ch'ei l'amava.
« Ma questo non era l'amore. L'amore vero, il solo che merita questo nome divino, è quello che risale a Dio, unico principio d'amore. Le cupidigie terrestri, le voluttà carnali sono passioni scatenate dalla colpa originale, sono produzione del preccato. Mai esse potranno contentare contemporaneamente l'intelligenza ed il cuore dell'uomo, mai esse saranno l'amore.
« L'intelligenza ed il cuore dell'uomo! Due strumenti meravigliosi creati da Dio! Toccati dal soffio divino dell'Amore infinito, essi dovevano, in un perfetto accordo, esalare la più soave armonia, e, raccogliendo, in certo modo, tutte le note sonore indirizzate al cielo dalle creature inferiori, formarne un inno melodioso di lode, di riconoscenza e di adorazione.
« Tutta la morale bellezza dell'uomo, quell'armonia umana che da lui deve salire verso il cielo, consiste in quest'accordo, in questo perfetto equilibrio, che egli conserva ed intrattiene fra l'intelligenza ed il cuore. Il tocco d'una mano sola, un solo soffio deve farli vibrare allo unisono; e solo l'Amore Infinito è l'artista divino capace di toccare questi strumenti armoniosi, da Lui stesso creati! ».
« Noi non conosciamo Dio! Dio è Amore, e noi non lo sappiamo. Quando Egli ci colpisce con una prova dolorosa, a tutta prima ne facciamo le meraviglie; poi riconosciamo la sua potenza, ci inchiniamo davanti ad essa, ma non pensiamo al suo Amore.
« Eppure, se in Dio, in cui tutto è eterno, si potesse dire che qualche cosa ebbe la precedenza, io direi che, prima di essere potente sapiente, prima di essere giusto e buono, Iddio era già l'Amore: e senza dubbio si può dire, perché prima che Egli agisse sul nulla, non aveva ancora fatto vedere la totalità della sua potenza; prima della creazione dell'angelo e dell'uomo, prima della formazione dei mondi, non aveva ancora manifestata tutta la sua meravigliosa sapienza; prima che avesse formato le creature inferiori verso le quali si potesse inclinare, non aveva ancora manifestata tutta la grandezza della sua bontà; prima che il male esistesse, non aveva esercitata la pienezza della sua giustizia. « Ed Egli era già l'Amore!
« Nulla vi era in Dio prima dell'Amore, e l'Amore era prima di tutte le cose.
« Quando la mia anima contempla questi misteri divini, cade in adorazione. O Dio Amore!... Se noi conoscessimo bene questo, se sempre, senza esitazione e come di primo impulso noi risalissimo verso di Te, sorgente unica degli esseri, la via unica, il movimento unico! Noi abbiamo forse la fede, ma crediamo in un Dio che non è che potenza e giustizia.
« Non crediamo in Te; Tu sei l'Amore! non un amore debole, impotente e molle, oh! no... O Dio Amore, so che senti l'ingiuria, so che hai la potenza per vendicarla, so che la giustizia risplende nelle tue opere; ma so pure che essa è dominata dalla misericordia »
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Gli abissi dell'Amore
« Per qualche tempo fui intenta a considerare l'Amore infinito, e la mia anima ne riportò delle impressioni così soavi e forti che ne voglio notare qualcosa.
« Vedevo davanti a me un abisso tanto vasto che nessun occhio umano poteva scandagliare: era l'Amore Creatore.
« L'Amore infinito aveva sentito il bisogno di effondersi fuori di se stesso e aveva decisa la creazione dell'uomo per potersi effondere in lui. E come una giovane madre prepara con amore, di propria mano, la culla del bimbo che sta per dare alla luce, e si sforza di renderla non solo dolce e comoda, ma graziosa e lieta; così Dio, che doveva essere padre e madre, preparò con amore la culla dell'uomo, l'universo, e si compiacque di ornarlo e di arricchirlo di tutto ciò che poteva servire all'utilità, al bene e alla gioia della sua creatura prediletta.
« Talvolta Iddio s'arrestava nell'opera sua, considerando ciò che già aveva fatto. Vedeva se nulla mancava, e trovava che tutto ciò era buona cosa. Infine, quando il grande edificio dell'universo fu ultimato e disposto a ricevere l'ospite regale per il quale era stato preparato, Iddio creò l'uomo; ed è qui che l'Amore infinito ci compiacque.
« La SS. Trinità si mosse a consiglio, l'uomo fu formato, ed il soffio divino, lo spirito di Dio, l'Amore gli diede la vita, la vita della anima e quella del corpo, una vita perfetta, pura, la vita quale Iddio la faceva per l'uomo.
« Allora vidi un altro abisso. L'uomo aveva peccato, aveva trasgredito l'ordine di Dio, e questa creatura ribelle doveva essere punita. La Santità infinita reclamava i suoi diritti, e la Giustizia stava per annientare questo essere che alle liberalità dell'Amore Creatore non aveva risposto che con la disobbedienza e l'orgoglio.
« Ma l'Amore, l'Amore Mediatore, s'interpose tra l'uomo peccatore e Dio oltraggiato, scavò un abisso profondo e la Giustizia non poté più raggiungere l'uomo per colpirlo. Per molti secoli questo Amore Mediatore preservò la creatura peccatrice dai colpi della divina Giustizia; guidava i patriarchi e si rivelava loro, parlava per mezzo dei profeti, conservava la vera nozione di Dio nel popolo eletto, lavorava per preparare l'umanità intiera all'opera della Redenzione...
« Un terzo abisso d'amore mi si parava innanzi, così vasto, profondo e incomprensibile, che solo un Amore incomprensibile poteva spiegare: era l'Amore Redentore.
« Il Verbo si era incarnato, aveva visitata la terra, aveva manifestato all'uomo i misteri nascosti della salvezza, aveva dato tutto il suo sangue, e l'umanità colpevole era stata lavata in questo bagno generoso. Tutta la vita di Gesù, tutte le sue adorabili immolazioni erano racchiuse in esso.
« L'Amore-Sacerdote aveva offerto l'Amore Vittima, il mondo era riscattato, la Giustizia divina disarmata; tra il Creatore e la creatura si compiva la riconciliazione definitiva. Gesù era morto per darci la vita; risorto, aveva ultimata la formazione della Chiesa; ora risaliva al Padre. « Un altro abisso d'amore mi appariva: l'Amore Illuminatore! Lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio, l'Amore sostanziale del Padre e del Figlio era disceso sulla Chiesa per fecondarla, come prima aveva fecondato il seno verginale di Maria.
« La Chiesa aveva generato numerosi figli e lo Spirito Santo continuava ad illuminarla; i misteri erano rivelati più chiaramente; le anime, infiammate dall'Amore, servivano Dio come voleva essere servito, in spirito e verità; la parola degli Apostoli, il sangue dei martiri, gli insegnamenti dei dottori, i decreti dei Concilii, quei fari viventi di luce che sono i santi, suscitati al momento opportuno dall'Amore Illuminatore, comparivano a completare l'ornamento meraviglioso della divina Sposa del Cristo.
« Un quinto abisso d'Amore mi si svelò; i tempi erano compiuti; nuovi cieli e nuova terra erano apparsi, e l'Amore-Glorifacatore stava per incoronare gli eletti; nulla mancava alla pienezza divina; tutte le creature erano rientrate nel seno del Padre e l'Amore, nel glorificarle, glorificava se stesso.
« Quest'abisso immenso conteneva tutti gli esseri; simile a un torrente di divine delizie inondava tutti i benedetti e divorava i maledetti come un fuoco struggente e vendicatore. L'Amore regnava da padrone sovrano e incontestato. Aveva compiuto l'opera sua, aveva riportata la vittoria, e gli era resa ogni gloria.
« E vidi ancora un altro abisso, le cui proporzioni nessuna parola umana potrebbe esprimere, e che nessuna intelligenza creata non ha mai misurato. Era l'Amore senza forma, l'Amore senza manifestazioni esteriori: era Dio stesso.
« Prostrata alla soglia di questo imperscrutabile abisso, l'anima mia adorava in silenzio e mi pareva di udire una voce che mi diceva: "L'Amore Infinito circonda, penetra e riempie tutte le cose; è la sorgente unica della vita e di ogni fecondità, è il principio eterno degli esseri, è il loro fine eterno. Se tu vuoi possedere la vita, se non vuoi essere sterile, spezza i vincoli che ancora ti legano a te stessa e alle creature, e gettati in questo abisso" » 29.
Le qualità dell'Amore
« In tutti questi giorni mi sono fermata su queste quattro parole di S. Paolo: Latitudo et longitudo, et sublimitas et profundum.
« La Carità di Dio immensa, infinita, non poteva essere misurata dall'occhio umano, dallo sguardo dell'anima. Allora l'Essere-Amore condensò in qualche modo questa Carità divina, e la rese visibile nel Cuore del Verbo Incarnato. Gli esseri creati hanno potuto vedere in questo Cuore creato, ma adorabile e divino, la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità dell'Amore Infinito.
« Latitudo: L'Amore infinito abbraccia tutti gli esseri. Non vi è creatura che l'Amore infinito non stringa tra le sue braccia; non una sola che egli non abbia voluta, mirata e amata; non una che non abbia dotata e provvista di tutto ciò che ne costituisce la forma e l'esistenza. « In primo luogo l'Angelo, pura creatura, spirito immateriale, fiamma di fuoco vivente. L'uomo, che alla forma materiale d'un corpo di carne unisce l'anima immortale, la luce dell'intelligenza e della ragione; creatura ammirabile che nasconde in un velo passibile e mortale un'anima spirituale, luce creata, vivificata dalla vita divina.
« Poi l'animale, che cresce e si moltiplica sotto la benedizione di Dio, guidato in modo sicuro al suo fine dall'istinto. L'albero della foresta, che in ogni primavera sente una linfa di vita salire su per il suo tronco secolare e sprigionarsi in gemme verdeggianti; l'erba dei campi che piega sotto la brezza che l'inclina, e fiorisce a gloria del suo Creatore. Più in basso, i corpi inerti, che ricevono pure dal principio divino la loro forma e il loro splendore.
« Longitudo: la durata senza limiti di questo amore. Un giorno le creature hanno cominciato a ricevere l'Amor di Dio e fu quello della creazione; ma in Dio l'amore per la creatura non ebbe principio.
« Egli portava l'idea di esse in Se stesso da tutta l'eternità. Cosicché prima ancora di crearle Iddio le amava, e le ha amate dall'istante che le ha concepite nel suo pensiero. Ma le ha forse concepite nel tempo?
Non ne ebbe invece l'idea in Sé fin da quando fu Dio? E quando cominciò a essere Dio?
« Da tutta l'eternità, senza principio, l'Amore infinito ha dunque abbracciate tutte le creature. Cesserà Egli un giorno di amarle? Giammai! L'amore in Dio è immutabile e senza vicissitudini. Ciò che ha amato una volta, Egli lo ama sempre, e se talora percuote, se distrugge, è sempre l'Amore che lo guida. Egli ha amato da tutta l'eternità e amerà per tutta l'eternità.
« Longitudo: chi misurerà la lunghezza di questo Amore infinito? Chi gli fisserà un principio e gli assegnerà un termine? Egli ha amato sempre, e amerà sempre, eternamente.
« Sublimitas: l'Amore infinito si elevò ad altezze incomprensibili. S'è innalzato nel Padre fino alla generazione del Verbo divino, Parola onnipotente, Sapienza eterna, Figlio unico, in tutto uguale al Padre.
« Si è innalzato nel Padre e nel Figlio fino alla processione dello Spirito Santo, principio di ogni amore, di ogni santità: Dio come il Padre ed il Figlio.
« Si è innalzato nella Trinità divina fino a formare l'unità più perfetta, di modo che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono che un solo amore, un Dio unico in tre Persone.
« S'è innalzato in questo Dio unico fino all'idea della creazione, fino al compimento di questa grande opera, fino alle liberalità divine di cui le creature sono state favorite.
« Quest'Amore divino comparve nella sua sublimità quando immaginò l'Incarnazione, quando, dopo la caduta dell'uomo, disarmò la Giustizia, quando, malgrado i continui peccati, conservò la sua misericordiosa pazienza.
« Quest'Amore fu sublime quando il Verbo s'incarnò; quando si fece bambino, povero, umiliato e sofferente; quando visse fra noi nella semplicità, nella bontà, nel dono di tutto se stesso. Sublime quando agonizzò nel giardino degli ulivi alla vista delle nostre iniquità, quando comparve incatenato, flagellato, deriso, crocifisso! Sublime da lunghi secoli nel tabernacolo, ove si fa prigioniero, nel santo sacrificio dove si immola, nell'Eucaristia dove si fa nostro nutrimento.
« O sublimità dell'Amore infinito di Dio, chi potrà sollevarsi fino a voi per comprendervi?
« Profundum: e chi mai potrà discendere fino ai vostri impenetrabili abissi? L'Amore infinito, questo meraviglioso edifizio composto dall'Onnipotenza, dall'infinita Sapienza, dalla sovrana Bontà, dalla invariabile Giustizia, dalla divina Misericordia, dal Bene assoluto, dalla perfetta Bellezza, ha fondamenta così profonde che nulla mai poté scuoterle.
« Il tempo che tutto distrugge nulla ha potuto contro di Lui; la marea delle iniquità umane si è infranta contro di Lui come l'onda furiosa s'infrange contro lo scoglio di granito.
« L'eternità intera non basterà all'anima eletta per scandagliare gli intimi penetrali di questo abisso d'amore!
« Profundum! Andiamo al Cuore di Gesù. Attraverso la larga apertura fattagli dalla lancia, guardiamo in questo abisso della Carità divina, cerchiamo di scandagliarne la profondità. Ma no, la vertigine coglie l'anima davanti a questa voragine d'amore; dobbiamo chiudere gli occhi, abbandonare ogni appoggio e lasciarci cadere, cadere, cadere senza fine in queste divine profondità, senza cercare di comprendere, senza voler spiegare.
« L'Amore non si spiega: si desidera, si vuole, si sente, si gusta, ci si inebbria; di esso si vive, si muore: non lo si conosce!
« O Profundum! ».
Gli impulsi dell'Amore
« Che vuoi tu dire, anima mia, e perché vuoi parlare di ciò che supera la tua intelligenza? Mi sento spinta, da una forza potente e pur dolce, a manifestare l'Amore infinito che è in Dio, che è Dio stesso.
« Sovente resisto a quest'impulso: rinchiudo in me quei torrenti d'amore che discendono dall'alto: taccio, poi cerco di distrarmi; mi lascio trasportare dal movimento delle cose esteriori; scuoto in qualche modo questo peso divino che a poco a poco diviene sempre più pesante. « Non posso parlare; e a che scopo scrivere ancora, se ripeto sempre la stessa cosa? Mi lascio dunque come schiacciare e seppellire da quel non so che di traboccante, di forte, vivente, eterno, che chiamo l'Amore infinito.
« Ma viene il momento in cui questa sovrabbondanza s'accresce tanto che soffoca, e non posso più resistere, e devo lasciare traboccare al di fuori un po' di ciò che si è accumulato dentro di me.
« Ed è soprattutto dopo la santa Comunione che sento aumentare in me questa divina pienezza e che i lumi mi vengono più chiari, più numerosi su questo mistero della Carità divina.
« Che dirò dunque ora?
« Dirò che Dio è Amore. Quest'Amore che è la sua essenza, forma ad un tempo e l'Unità della sua natura, e la Trinità delle Persone. L'Amore infinito vivente e vivificante, vivente in sé e per se stesso e vivificante al di fuori, non tende solo per sua propria natura a comunicarsi, ma per l'intensità della sua vita e della sua immortale fecondità Egli è la comunicazione stessa.
« L'Amore infinito, perché vivo e fecondo, è un movimento a. Questo movimento si compie in Dio stesso per comunicazione delle tre Persone.
« Io non so trovar parole per parlare di questo movimento divino in se stesso; è come una circolazione ininterrotta che va dal Padre al Figlio e allo Spirito; è un moto vitale unico, sì veloce e intenso che, al primo sguardo dell'anima mia, si direbbe un'immobilità.
« Questo moto di amore si produce anche al di fuori. La più meravigliosa produzione di questo movimento esteriore dell'Amore è l'umanità di Gesù.
« Vorrei poter spiegare la differenza che vi è tra il movimento che l'Amore infinito fa in se stesso e quello che fa al di fuori di sé.
« Il moto interiore, se non mi sbaglio, non tende né a creazioni, né a produzioni nuove. E' un moto di riposo e di godimento: un moto completo che non può né aumentare, né diminuire, né cambiare. E' la pienezza dell'Amore che si contenta in un moto perpetuo e sempre eguale tra le divine Persone.
« Il moto esteriore tende alla creazione, tende a una incessante produzione. E', per così esprimermi, un moto operativo che si soddisfa con una perpetua produzione di grazie, di doni, di vita spirituale, di creazioni e di vite materiali.
« Questi due moti, o piuttosto quest'unico moto, non e meno fecondo nell'una che nell'altra sua forma.
« Esso è fecondo in Dio per l'eterna generazione e processione; esso è fecondo fuori per la grazia e la creazione ».
I sogni dell'Amore
« Nelle altezze serene dove Egli dimora, in quel gran silenzio eterno dove riposa, senza interrompere l'atto permanente che opera, Dio fa dei sogni d'amore.
« Potrebbe forse sognare altro, Lui, l'Amore infinito? Che cosa potrebbe fare se non opera d'amore? Dio aveva dunque sognato di amare e di essere amato, non più soltanto da Sé stesso, ma da esseri nuovi, creati da Lui sui quali potesse espandere i flutti vivificanti del suo Amore sovrabbondante e dai quali potesse ricevere a sua volta l'omaggio sommamente dolce di un amore sottomesso e riconoscente.
« E l'Angelo e i mondi e l'umanità erano comparsi successivamente per opera del Verbo onnipotente, e lo Spirito di Amore si era compiaciuto in queste opere eccellenti. L'uomo, l'ultimo nato della creazione, era prediletto da Dio come un beniamino, e Iddio faceva su di lui dei nuovi sogni di amore.
« Ah! quanto sono belli i sogni di Dio!...
« Come un abile scultore, Egli aveva modellata l'umanità; con un soffro le aveva dato la vita e l'aveva veduta così bella nel primitivo candore, che s'era invaghito ardentemente di unirsi ad essa e di unirla strettamente a Sé. Ben presto il peccato era sopraggiunto a coprire del suo fango infetto il capolavoro divino: ma il sogno di Dio era rimasto. « Venuta la pienezza dei tempi, il Verbo discese: si rivestì di una carne passibile e mortale, si fece uomo. Ed ecco che il sogno divino si era realizzato. Dio e l'uomo formavano uno solo; in Gesù Cristo essi non formavano che una persona divina... Ma Dio è l'Amore e l'Amore è insaziabile di unione. Egli sognò dunque nuove unioni: e furono l'Eucaristia, la Chiesa al cui corpo uni intimamente il suo Spirito; e fu il Sacerdozio, nel quale depose il suo Cuore.
« L'Amore infinito aveva sognato l'unione; l'Amore onnipotente l'aveva realizzata; l'Amore sapientissimo e giustissimo l'aveva ultimata in quell'ammirabile modo che dà a Dio ogni gloria; l'Amore, tutto bontà e misericordia, nell'ultimarla, aveva rialzata l'umanità decaduta, per mezzo dell'Incarnazione l'aveva riabilitata e incoronata ».
« Se avessi il tempo e fossi meno ignorante, vorrei scrivere ciò che vedo dell'Amore infinito, per poterlo far capire agli altri.
« E' il desiderio di essere più amato che porta Dio a manifestare così l'Amore che è in Lui, che è Lui stesso.
« E' la sovrabbondanza del suo Amore che l'ha reso Creatore, è il suo Amore che ha ispirato l'Incarnazione e l'ha fatto Redentore e Salvatore. E' il suo Amore che ha formato la Chiesa e il Sacerdozio, ha inventato l'Eucaristia e tutti i sacramenti.
« Il suo Amore ha disposto il purgatorio per le anime che le prove della vita non hanno abbastanza purificato. Il suo Amore ha preparato il soggiorno della pace, della gioia e della gloria per le anime di buona volontà. E' l'Amore oltraggiato e misconosciuto che ha creato l'inferno. « L'Amore dovunque, l'Amore in tutto! Perché? Perché Dio stesso è Amore e non può produrre nulla, nulla toccare senza lasciare l'impronta di questo stesso Amore ».
L'inferno stesso, opera dell'Amore
« Mi hanno riferito che un Sacerdote, un religioso, allontanatosi dalla via retta, diffondeva una dottrina contraria a quella della Chiesa e negava l'esistenza dell'inferno, allegando che Dio è troppo buono, che ha troppo amore per punire eternamente. Mio Dio! come è triste vedere coloro che dovrebbero essere la luce del mondo e le colonne della Chiesa, gettare delle tenebre nelle anime e rovesciare le fondamenta della fede! Ma io credo all'inferno precisamente perché credo al tuo Amore, o gran Dio potente e buono. Se Tu non fossi l'Amore, se, rinchiuso egoisticamente nella tua beatitudine, Tu non gettassi sugli esseri a Te inferiori che degli sguardi indifferenti, forse l'inferno potrebbe anche non esistere. Ma Tu!... Tu hai creato tutto per amore, hai formato l'uomo a tua divina somiglianza; l'hai vivificato col tuo proprio soffio, l'hai colmato dei tuoi doni; e a questa creatura così riccamente dotata, hai domandato soltanto un po' di confidenza, di fedeltà e di amore; e quando essa Ti disprezza e si rivolta contro di Te, resterai impassibile come un essere incompleto, privo di amore e di sentimento?
« O mio Dio, credo ai rigori della tua giustizia, perché credo alle eccessive tenerezze del tuo Cuore.
« Ti amo, mio Dio, Amore infinito, che ti curvi sulla tua creatura, la sostieni e la rialzi; ma ti amo pure, Amore sconosciuto e oltraggiato, che esigi riparazione e punisci. Se l'inferno non esistesse, non ti amerei tanto.
« Quando vedo un principe che nel suo regno lascia impuniti tutti i delitti, quando lo vedo distribuire con profusione i suoi favori sui ribelli e sui traditori come sui sudditi fedeli, e trascinare nel fango la grandezza e la maestà regale, non posso far a meno di disprezzarlo e chiamarlo ingiusto e fiacco. No, se non ci fosse l'inferno, non ti potrei amare... Se l'inferno non esistesse, mancherebbero tre splendide gemme alla corona delle tue sublimi perfezioni; vi mancherebbero la giustizia, la potenza, la dignità.
« Ti amo e Ti adoro, mio Dio, nella tua misericordia per i deboli, nella tua bontà per i piccoli, nella tua liberalità per i poveri; ti adoro nei tuoi perdoni senza riserva, in quest'ineffabile amore che dal tuo seno discende verso le creature; nelle tue attese senza stanchezza, in quelle grazie infine che spandi con profusione sulle anime per commuoverle, per ricondurle, per illuminarle, per vincerle!
« Ti adoro pure, Ti amo appassionatamente, grande, maestoso, terribile, che consumi in una fiamma eterna coloro che hanno resistito alle pressioni del tuo Amore.
« Del resto non sei Tu, mio Dio, sommamente buono, che condanni e danni; sono gli stessi cattivi che, rifiutando di buttarsi nelle fiamme del tuo eterno Amore, si precipitano in quelle della tua giustizia eterna! Si, ti amo tal quale sei, Ti adoro coronato dall'insieme infinito di tutte le perfezioni, giusto quanto buono, grande per la tua potenza e santità come per la tua misericordia, e sempre l'Amore, l'Amore infinito, l'Amore che crea, che dona, che perdona, che vivifica; l'Amore che comanda, che riprende, che castiga ».
« Dio non sarebbe Dio, se non fosse sommamente perfetto. Non sarebbe perfetto, se fosse solamente buono e non fosse nello stesso tempo infinitamente sapiente, infinitamente grande, infinitamente giusto, infinitamente santo. Ora conviene alla sua grandezza, alla sua giustizia, alla sua santità che Egli neghi alla creatura il possesso della felicità infinita e della gloria eterna, se essa non se l'è meritata attraverso la prova.
La prova è precisamente la libertà dell'uomo che deve scegliere tra il bene e il male. Dunque, necessità del male per la prova. Dio non è l'autore del male: lo permette unicamente per la prova. Ma la dottrina della Chiesa sulla grazia, che ci assicura che Dio dà sempre all'uomo una grazia sufficiente per resistere al male, ci mostra Dio infinitamente buono, poiché offre alla creatura un soccorso onnipotente per trionfare nella prova che Egli le impone. La dottrina della Chiesa e i suoi insegnamenti illuminano tutta la questione. Volerla risolvere con la sola filosofia, senza appoggiarla alla luce della fede, è voler vagare continuamente nelle tenebre »
«Il Libro dell'Amore Infinito»
La prima edizione di questo volumetto di pagine XXIX-201 vide la luce a Treviso, in lingua francese, dall'Editrice Trevigiana nel 1928, con una lettera della Segreteria di Stato di Sua Santità, a firma del Card. Gasparri, e un'altra del Vescovo diocesano, Mons. Longhin.
La presentazione è del Consiglio dell'Opera Sacerdotale di Ivrea, con una raccomandazione del Vescovo Mons. Filipello.
La prefazione, benché non firmata, è certamente del P. Héris O.P., e contiene due parti. La prima (pp. IV-XII) ha per titolo: « L'Amore infinito e la missione di Madre Luisa Margherita »; la seconda (pp. XII-XXIX) è intitolata: « Il Libro dell'Amore infinito - Sua storia ».
L'operetta è divisa in tre parti. La prima (pp. 1-49) tratta dei bisogni della nostra epoca. La seconda (pp. 51-171) è costituita dal Piccolo Trattato dell'Amore infinito. La terza (pp. 173-201) ha per titolo: « Unione nell'Amore - dono di sé all'Amore - l'apostolato dell'Amore ».
E' degno di nota che la stesura originale della Serva di Dio si arresta a pag. 90. Il resto è dato dalle « Note intime » di Madre Luisa Margherita, note da essa stessa indicate come brani che dovevano servire alla composizione dell'opera.
Nello stesso anno vide la luce la prima edizione italiana, stampata dal Marietti di Torino.
La stesura dell'opera, cominciata nel febbraio 1913 e poi sospesa, si realizzò dall'8 agosto al 31 ottobre 1913, mentre pellegrinava da un monastero all'altro nell'attesa di partire per Roma.
Vien da pensare al Rosmini che; durante le traversie del soggiorno napoletano, al seguito di Pio IX, mentre è preconizzato Cardinale, e cade poi in disgrazia del Pontefice, scrive il mirabile commento al Vangelo di S. Giovanni.
E si può anche ricordare S. Giovanni della Croce che, nel carcere di Toledo, scrive il Cantico Spirituale, come Commento al Cantico dei Cantici.
Si è che i mistici, anche in mezzo alle prove più dure, sanno mantenere la pace, nell'abbandono totale della loro anima all'Amore infinito di Dio.
Stralci dal « Libro dell'Amore infinito »
« Oserò io, o Dio, parlare di Te? I teologi e i più grandi dottori dicono che Tu sei "l'Incomprensibile" e che nessuno può darti il nome che conviene alla tua sublime Grandezza. E io, l'ignoranza e la miseria personificata, pronuncierò il tuo nome divino? ».
Elevazione
« L'anima cristiana, rifatta da Gesù Cristo conforme all'immagine di Dio, l'anima cristiana che non ha rinnegato il suo battesimo e vive le opere della fede, esulta di santa letizia quando, sotto le volte di una maestosa basilica, ode migliaia di voci cantare il "Credo".
« Ma essa trasalisce pure, quest'anima credente, ed è dolcemente intenerita quando, chinata sopra una culla, ode un bimbo balbettare, svegliandosi, il nome sacro di Gesù.
« Così, o mio grande Iddio! quando la voce possente dei Pontefici, quando la scienza illuminata dei Dottori e dei Padri proclama le tue incomparabili grandezze, nell'alto del cielo, il tuo Essere divino esulta per la gloria accidentale che ne riceve. E quando, chino sopra la mia miseria, o mio dolcissimo Padre celeste, mi senti balbettare il tuo Nome sacro, anche il Cuore tuo divino s'intenerisce e Tu sorridi alla tua creatura ».
« Oh mio Dio, o mio Padre ineffabilmente buono, insegnami a pronunciare il tuo Nome sacro; illumina la mia mente, purifica le mie labbra; guida, quando lo scriverò, la mia mano tremante ed inesperta di bambina; frena i movimenti del mio cuore che vorrebbe slanciarsi verso di Te, mio bene sommo, unico oggetto dei miei più ardenti desideri ».
Il nome di Dio
« Nel principio dei tempi Dio aveva dato a Se stesso un nome: "Jehovah! Colui che è". L'Essere assoluto, sovranamente indipendente e libero nella condotta degli avvenimenti, l'Essere -esistente per, se stesso. « Mosé, il grande legislatore degli Ebrei, il privilegiato che con la dolcezza e con la forza aveva attirati gli sguardi di Dio, riconoscendo nel roveto ardente del deserto la presenza della Divinità, le aveva domandato il suo nome e Dio aveva risposto dalle fiamme ardenti: "Io sono Colui che sono!".
« Risposta profonda che rivelava Iddio come l'Essere supremo, essenziale, unico, causa e principio degli esseri, di una stabilità e unità assoluta, senza possibilità di mutamento, di diminuzione o accrescimento. Ma risposta misteriosa, come tutte le manifestazioni divine dell'Antico Testamento, che non rivelava il segreto di Dio e teneva l'anima umana sospesa davanti a questo Essere incomprensibile.
« L'uomo, troppo vicino ancora alla caduta originale, portando in se il suo marchio infamante, poteva soltanto intravedere la Divinità nascosta sotto i suoi divini attributi. Ed ora chiamava Iddio l' "Onnipotente", quando vedeva la sua potenza manifestarsi con strepitosi prodigi; ora Lo chiamava la "Divina Sapienza", allorché considerava l'ordine così sapiente dell'universo e di tutte le opere divine; altre volte Lo chiamava l' ''Altissimo", quando i misteri della divina condotta sorpassavano la sua intelligenza finita di creatura; altre volte ancora Lo chiamava la "Somma Bontà" e la "Misericordia", allorché si sentiva circondato dalle tenerezze divine e riabilitato con perdoni senza fine.
« Tutti questi nomi rappresentavano un aspetto particolare di Dio, senza riprodurlo tutto così com'è. Perché chi Lo chiamava l' "Onnipotente" non evocava il ricordo della sua bontà, chi Lo chiamava la "Somma Bontà" faceva in certo qual modo dimenticare la sua giustizia. « I patriarchi e i profeti non conobbero il vero nome di Dio: avevano intravista la Divinità, ma non l'avevano vista. Camminavano ancora in mezzo alle ombre; la luce piena della rivelazione era riservata a più tardi.
« Spuntarono finalmente i giorni della Redenzione e Iddio, facendo alla terra una nuova rivelazione di Se stesso, prese forma umana. La seconda Persona della SS. Trinità s'incarnò, il Verbo divino si fece uomo, unendo, con un atto d'infinita misericordia, la natura divina alla natura umana. Ed ecco Gesù Cristo, Dio e uomo, così veramente Dio come veramente uomo: l'uomo-Dio. "Gesù Cristo" è dunque il nome di Dio; ma di Dio incarnato, vivente sopra la terra e poi trionfante in cielo nella sua santissima umanità. Questo Nome sacro non rappresenta Dio tutto intiero, ma solamente Dio nella sua forma di Verbo Incarnato.
« Gesù Cristo, passando in mezzo a noi, s'è rivelato "potente in opere e in parole", giusto e forte nella repressione del male, pieno di sapienza nei suoi insegnamenti, puro di una purezza senza ombra; caritatevole e buono con tutti; eroico nella pazienza e nel sacrificio.
« Nella sua profonda umiltà si chiamava Egli stesso il "Figlio dell'uomo", mentre coloro che avevano riconosciuto in Lui il "Figlio di Dio" e che comprendevano la sua divina missione, Lo chiamavano il "Salvatore del mondo".
« Come è bello questo nome di Salvatore! come è divino! Ma pure non compendia tutto Dio.
« A Dio è necessario un nome che possa dirlo contemporaneamente Creatore e Salvatore, che racchiuda in se stesso l'ïdea dell'onnipotenza, della sapienza infinita, della giustizia, della bontà, della misericordia, della grandezza, della forza, della dolcezza, della bellezza, del bene assoluto e dell'eternità senza principio e senza fine. Un nome che possa convenire a Dio puro spirito, quanto a Dio fatto uomo, a Dio Padre, a Dio Figlio, a Dio Spirito Santo; un nome che dica assieme l'Unità e la Trinità di Dio; un nome che racconti tutte le sue opere; un nome che spieghi tutti i suoi misteri di gloria e di abbassamento...».
« Nel giorno della Pentecoste lo Spirito Santo discende sopra la Chiesa adunata; questo Spirito vivificatore la illumina, la riscalda, la feconda e ben presto sentiamo sgorgare dal cuore infiammante e dalle labbra verginali dell'Apostolo prediletto le parole rivelatrici: "Deus Charitas est!". Dio è Amore!...
« Iddio vedendo l'uomo, purificato dal grande sacrificio del Calvario, rientrato in grazia, ritornato suo figlio, sottomesso ed erede della sua gloria, non ha più segreti per lui.
« Rivelandogli il suo nome: "l'Amore", si fa da lui conoscere per intero. Nel medesimo tempo gli svela tutti i suoi misteri, il segreto delle sue divine ispirazioni e la ragione dei suoi atti. Dio è l'Amore! Ecco il vero nome di Dio! Ma Dio è infinito, Egli è dunque l'Amore infinito. « L'Amore infinito è la sua essenza, la sostanza del suo Essere, ed è pure il suo Nome. Egli si chiama l'Amore infinito, perché è l'Amore personificato, perché tutto ciò che fa è Amore, e perché fa tutto per l'Amore, nell'Amore ».
Dio in se stesso
« Gli antichi filosofi avevano cercato di comprendere il mistero della Divinità. Riunendo nel loro spirito, con una profonda considerazione, tutti i lumi della ragione naturale, erano arrivati a conoscere qualche cosa dell'Essere divino. Avevano anzitutto compreso che nessun corpo, né nulla di ciò che è soggetto a mutamento, è Dio; e "avevano cercato, dice S. Agostino, il Dio sovrano al di sopra di ogni anima e di ogni spirito mutabile".
« Avendo visto, prosegue lo stesso dottore, che i corpi e gli spiriti esistono con una maggiore o minore forma e che, destituiti da ogni forma, non sussisterebbero, erano venuti a conoscere che esiste un Essere nel quale risiede la forma prima e immutabile (e per conseguenza non paragonabile a nessun altro), e avevano creduto che questo Essere è il principio supremo, principio che ha fatto tutte le cose e che non è stato fatto da alcuno".
« La rivelazione cristiana non ha rigettato questi primi trovati della ragione umana; li ha perfezionati, estesi, e noi vediamo la Fede cattolica insegnarci che Dio è un purissimo spirito, l'Essere perfettissimo, creatore delle cose visibili ed invisibili; onnipotente, onnisciente, immenso, infinito.
« Questo principio divino, infinitamente completo e perfetto, questo Essere unico, Creatore di tutti gli altri esseri, questo Dio eterno, sommamente potente, sommamente sapiente, sommamente buono, S. Giovanni, ispirato da Dio stesso, L'ha chiamato: "L'Amore!
Deus Charitas est!...".« Ma l'Amore in Dio, sarebbe forse soltanto un attributo come la potenza o la bontà? No, risponde un pio autore: "L'amore, più che un attributo e una perfezione di Dio, è lo stesso essere e la sostanza di Dio". E, appoggiandosi sulla parola di S. Giovanni, aggiunge: "Se Dio è l'Amore, si può rovesciare la definizione dell'Apostolo e dire: Lo Amore è Dio!".
« L'Amore è la sostanza di Dio, l'Amore è Dio. Se noi vogliamo conoscere Iddio in Sé stesso, cerchiamo adunque di spiegarci la sua divina sostanza, tanto almeno quanto lo permetterà la debolezza del nostro spirito; cerchiamo di comprendere questo Amore infinito che è Dio stesso.
« Che cosa è dunque l'Amore? Grande e ardua questione. Chi saprà rispondervi? Si è parlato molto d'amore, si è scritto molto sull'amore, da secoli. Ma di quale amore? Sovente della corruzione dell'amore, che è l'amore carnale; qualche volta di quel riflesso del vero amore che risplende ancora nel cuore della creatura; raramente del grande gratuito Amore che Iddio riversa in mille forme diverse sopra la medesima creatura; e ben più raramente ancora dell'Amore eterno e infinito, che e la sostanza di Dio e la Divinità stessa ».
« Il cuore dell'uomo innocente rifletteva, come uno specchio purissimo, l'Amore infinito; dopo il peccato, il riflesso s'è impallidito, ma sussiste ancora ».
« L'Amore nel cuore dell'uomo è luce, è forza, è movimento. E' luce. Vedete come esso illumina la sua vita; come proietta sopra gli esseri amati un'irradiazione speciale che li trasfigura. Vedete come illumina colui che ama e gli fa scoprire i mezzi più adatti per piacere a coloro che sono oggetto del suo amore, per consolarli, per renderli felici. E' una luce così viva, che abbaglia e impedisce di discernere i difetti, le imperfezioni delle persone amate; è una luce così dolce e affascinante, che abbellisce ogni cosa e fa andare in estasi; è una Luce così penetrante e chiara, che, quando sale verso Dio, rimuove ogni velo ed entra nei divini misteri.
« L'amore è forza. Che potenza esso dona alla volontà! quanti atti, superiori alle forze umane, produce! che coraggio talvolta suscita! fino a qual eroismo esso non conduce? Osservate il soldato, elettrizzato dall'amore della patria; affranto da lunghi combattimenti, mezzo morto di fame e di freddo, brandisce ancora le armi e si getta nella mischia. Osservate la madre presso il letto d'agonia del figlio morente. Non sente la stanchezza di tante notti vegliate, di tante lacrime sparse; dimenticando la propria debolezza, solleva quel corpo che vien meno, e, quando è spirato, l'amore materno le dà ancora la forza di comporlo nella bara con le sue proprie mani e di seguirlo al luogo dell'ultimo riposo. Osservate la vergine, timida, in mezzo al fischio delle palle, fascia le piaghe sanguinanti e le membra mutilate; l'amore del suo Dio, l'amore del prossimo hanno centuplicato le forze di questa debole donna, ed eccola affrontare tutti i pericoli e disprezzare la morte.
« L'amore è movimento. Chi potrà dire l'attività dell'amore? L'amore è sempre in azione attorno agli oggetti amati. Quante fatiche affronta per renderli più ricchi, più potenti, più felici! Esso moltiplica e varia senza posa le testimonianze della sua tenerezza. "Corre, vola e non conosce stanchezza" quando si tratta di offrire se stesso, di donarsi, di immolarsi. L'amore è movimento, esso è adunque anche vita (poiché la vita è movimento); e, se è vita, è pure fecondità. L'amore è essenzialmente vivente e fecondo: esso produce senza posa affetti nuovi e nuovi desideri; col suo calore vitale ispira le arti, la poesia, le opere del genio, suscita atti di valore, sublimi dedizioni e sacrifici che sorpassano le forze umane.
« Se nel cuore dell'uomo, dove l'amore non è che allo stato di riflesso, proietta già tanta luce e produce tanta forza; se il movimento è così attivo, la sua vita così intensa, la sua fecondità così meravigliosa, che sarà dunque mai del sole stesso dell'Amore infinito? ».
« L'Amore infinito, Dio, è la Luce increata, la vera luce che illumina ogni uomo; è la luminosa Sapienza che va da un'estremità all'altra con forza e dolcezza; è il sole di Giustizia risplendente che scruta le più remote fibre dei cuori; è il gran Giorno eterno che non conosce né notte né successione di tempi. L'Amore infinito è la Verità senza ombra di errore, l'irradiamento chiarissimo della santità e della purezza senza macchia.
« L'Amore infinito-Dio, è la forza, la potenza senza limiti che può tutto. Niente l'arresta né la può incatenare; è una forza che domina tutto, che sostiene tutto, che trascina tutto, una forza immutabile che nulla può scuotere.
« L'Amore infinito, Dio, è il movimento stesso; è il motore divino che comunica il movimento a tutto ciò che si muove. E' un movimento vivente, fecondo e fecondante, che produce e fa produrre; è una fecondità sostanziale che produce per se stessa, in se stessa, fuori di se stessa traendo le creature dal nulla.
« Dio non è soltanto la luce, l'Onnisciente; non è soltanto la forza, l'Onnipotente; non è soltanto la vita e la fecondità, il Creatore delle cose visibili e invisibili; non è soltanto il principio primo, immenso, infinito, sorgente dell'essere che ha fatto ogni cosa e non è stato fatto; ma è tutto questo assieme e quindi è l'Amore infinito, perché l'Amore è tutto questo.
« Iddio, considerato in Sé stesso, è l'Amore infinito, eterno; lo Amore senza forma, senza manifestazione esteriore. Immenso, profondo, senza limite e senza misura, Esso riveste, penetra e riempie tutte le cose. E' la sorgente unica della vita e di ogni fecondità; è il principio eterno degli esseri e il loro eterno fine! ».
Unità e Trinità
« Dio è Amore e questo Amore, che è la sua Essenza, costituisce nello stesso tempo e l'Unità della sua natura e la Trinità delle sue Persone. « Per mezzo della conoscenza dell'Amore infinito possiamo comprendere, fino a un certo punto, questi due grandi misteri: "Unità e Trinità", e possiamo tentare di spiegarli alla nostra intelligenza. Considereremo anzitutto, come nel capitolo precedente, il riflesso dell'Amore e poi, aumentando la sua luce e moltiplicandola, potremo intravvedere l'astro luminoso che ha prodotto il riflesso.
« L'amore nel cuore dell'uomo vuole essere solo e re. Non vi possono contemporaneamente esistere due amori uguali. L'uomo può avere parecchi amori, ma ciascuno di essi deve essere unico o diversamente è un medesimo amore che ama molti oggetti. Un padre, per esempio può amare i suoi numerosi figli, ma nel suo cuore è un solo amore, l'amore paterno.
« Quando due cuori si amano a vicenda con un amore uguale, non sono due amori, ma un solo amore che li unisce.
« E anche se sembrasse possibile che gli amori finiti, i riflessi di amore, fossero multipli, potrebbe non essere unico l'Amore infinito, l'Amore eterno?
« Si possono ragionevolmente concepire di fronte due amori infiniti? Sarebbero certo due rivali e forse due odii.
« L'Amore vuole essere amato e, se è ardente, è necessariamente geloso. Essendo infinito e onnipotente, potrebbe permettere che esista un suo rivale, uguale a lui e che, come lui, reclamasse l'impero dei cuori? Quale lotta gigantesca, quale duello eterno, non solamente nelle altezze del cielo, dove gli Angeli hanno combattuto le loro battaglie, ma nell'universo intero, poiché Dio è immenso e riempie tutto! E questo duello terribile non avrebbe mai fine, come non avrebbe mai avuto principio, perché i due combattenti sarebbero immortali, eternamente viventi nella gelosia del loro amore.
« L'Amore infinito, Dio, deve essere unico. Nella maestà tranquilla della sua Unità divina, regna senza rivali sull'immensità senza confini; regna dall'eternità all'eternità e gode, nella perfezione del suo Essere infinitamente semplice, un ineffabile riposo.
«Questo riposo, che non è certo né una immobilità, né un sonno, ma un riposo vivente e attivo, procede dalla pienezza di perfezione che è in Lui, e questa pienezza forma la sua Unità».
« Ma se l'Amore Infinito è unico, non è però solo, non può essere solo.
« L'Amore ha troppo bisogno d'unione, di comunicazione, di contraccambio: è necessario che doni, che si doni e che riceva; è un movimento, ma non un movimento nel vuoto, non un movimento irriflessivo e senza scopo.
« L'Amore ha bisogno di amare. Che cosa ha fatto l'Amore infinito nella sua Unità divina e semplicissima? Ha amato se stesso e, per il solo fatto della sovrabbondanza della sua vita e della sua incomparabile fecondità, l'Amore è stato Tre in Uno e Uno in Tre. Le tre divine Persone che formano la Trinità di questa Unità sono perfettamente uguali tra Loro, possedendo ciascuna in Se stessa la totalità dell'Amore infinito che e indivisibile.
« Questo Amore infinito, vivente e vivificante; vivente in sé e per se stesso, vivificante al di fuori, non solo per sua propria natura tende a comunicarsi, ma è, per l'intensità della sua vita e della sua immortale fecondità, la comunicazione stessa.
« L'Amore infinito, perché vivente e fecondo, è un movimento. Questo movimento avviene in Dio medesimo con la comunicazione delle tre divine Persone. E' come una circolazione ininterrotta che va dal Padre al Figlio e allo Spirito Santo; è un movimento vitale, unico, così veloce e intenso, che a prima vista si direbbe un'immobilità ».
« Chi potrebbe parlare come si conviene di questo Amore infinito che passa e ripassa in un flusso e riflusso divino tra le tre Persone della Santissima Trinità? Quale Amore nel Padre! Quale oceano di luce, di purità e di verità è mai il profondo mistero della generazione del Verbo! Quale potenza di paternità, quale movimento di vita divina! Il Padre ama e dice il suo Amore, e questo Verbo-Amore che Egli pronuncia, in uno slancio eterno, è suo Figlio, ma Figlio perfettamente simile a Lui stesso, poiché è tutto il suo Amore. Il Figlio ama! Quale Amore nel Verbo, splendore nella gloria del Padre! E' un irradiamento splendido che ritorna al seno del Padre donde esce: e il Padre e il Figlio, eternamente penetrati del medesimo fuoco sacro, dicono assieme il loro mutuo Amore. Da questo mutuo Amore procede lo Spirito Santo: Amore sostanziale del Padre e del Figlio, fiamma di purissimo fuoco, dono sacro che l'Amore fa all'Amore.
« L'Amore finalmente è l'unione; è questa forza vivente e beneficante che di parecchi ne fa uno solo. Ora il Padre, il Figlio, lo Spirito, i Tre che sussistono distintamente senza mai né separarsi, né confondersi, sono un solo ed unico Dio: la loro Trinità è la stessa Unità.
« Così l'Amore infinito, in un'estasi eterna, va dal Padre al Verbo e allo Spirito Santo. Rinchiuso in se stesso, trova ineffabili delizie a comunicarsi in se stesso nelle tre divine Persone; sono ricambi, unioni e possessi senza fine, inenarrabili dolcezze e godimenti infiniti.
Solo l'Amore infinito può gettare un po' di luce sopra i divini misteri dell'Unità divina e della Trinità, ma con questa conoscenza tutto si rischiara; l'anima non resta più attonita davanti a ciò che sorpassa il suo pensiero, anzi essa pure entra in questo movimento d'Amore, vi penetra e si immerge in queste tenebre luminose.
« Vede l'Amore infinito nel Padre, vivente e vivificante; poi questo medesimo Amore, che nel Verbo Incarnato si rende sensibile alla intelligenza e al cuore della creatura; infine questo medesimo divino Amore che agisce nell'uomo, lo illumina e lo spinge al bene con l'azione dello Spirito Santo.
« Gesù Cristo, l'Amore Incarnato, di cui S. Giovanni ha potuto dire: "Noi che L'abbiamo conosciuto, abbiamo creduto all'Amore", ci rivela colle sue divine labbra, in quattro brevi parole, i due divini misteri dell'Unità e della Santa Trinità: "Io sono la Via, la Verità e la Vita". "Io sono" è l'Unità divina, è Dio che si afferma unico: "Io sono Colui che sono". E' il Dio di ieri, il Dio di oggi, il Dio di domani, l'Eterno! "Io sono e in Me, unico, sono tre: la Via, la Verità, la Vita". « Il Padre è la Via. La sua onnipotenza non è la via che ha condotto con la creazione il nulla fino all'essere e, con la grazia, l'essere fino a Dio? E Gesù Cristo non ha Egli stesso detto: "Nessuno viene a Me, se il Padre mio non l'attira"?
« Il Figlio è la Verità, Verbo Incarnato, Luce da luce, divina Sapienza che illumina la via col suo splendore: "Colui che mi segue non cammina nelle tenebre".
« Lo Spirito Santo è la Vita, la fecondità. Non si librava Egli sulle acque all'aurora del tempo, per fecondarle? E' ancora lo Spirito che ha reso fecondo il seno della Vergine Maria e che ha dato la vita alla Chiesa.
Così l'Amore infinito, che ci è apparso in Gesù Cristo, è un solo Amore in tre Persone, e queste tre Persone sono questo medesimo Amore; ed eternamente si amano e si ameranno di questo unico Amore, che è la loro propria sostanza e forma la loro beatitudine.
« E nel seno della Divinità vi sono per sempre movimenti sacri, riposi ineffabili, ricambi pieni di delizie; una pienezza di forza, di luce e di vita che si compiace in se stessa e che gioisce di se stessa. E' la divina beatitudine dell'Amore eterno, antica e sempre nuova, che non conosce stanchezza, né sazietà; ma che vuole sempre amare ciò che sempre ha amato e ciò che amerà per sempre ».
«L'Amore creatore»
« Il movimento esteriore dell'Amore tende, l'abbiamo detto, a una incessante produzione.
« L'Amore ha bisogno di comunicarsi e occorre si riversi fuori, agisca e produca, perché è sovrabbondante in se stesso; l'attività del suo movimento ha una intensità divina, ed Egli è la vita e la fecondità essenziale.
« Perciò l'Amore infinito risolvette di creare. La creazione doveva uscire dalla sua pienezza, doveva essere la divina effusione della sua sovrabbondanza.
« Sarebbe possibile spiegare altrimenti la creazione? Che bisogno aveva Dio delle creature? Mancava forse qualche cosa alla sua gloria e alla beatitudine infinita prima che esse fossero create? Dio ha creato, perché ha troppo amato. Non ha potuto contenere in Sé il suo Amore, e dovette lasciarlo effondersi.
"Non volle altro se non trovare a chi far del bene; e siccome non v'era nulla nel nulla, dal nulla creò una quantità innumerevole di creature con cui poté soddisfare la propria liberalità, facendo a tutte larga parte dei suoi beni".
« Fu Creatore perché Egli è l'Amore infinito, cioè un movimento, una forza, una vita, una fecondità infinita.
« Ogni fecondità umana si esercita su qualche cosa che già esiste. Sia la fecondità naturale come quella dell'intelligenza o del genio, producono soltanto col concorso di sostanze corporali o intellettuali, da cui traggono nuove forme. La loro è opera di trasformazione.
« La fecondità dell'Amore infinito è ben diversa; essa è veramente creatrice: si esercita sul nulla; per virtù propria, senza l'ausilio di materia prima di nessuna specie, dal nulla produce tutto ciò che vuole. Dio crea senza fatica, l'azione sua non è altro che il suo volere: "Egli disse e tutto fu fatto".
« Quando dunque venne l'ora scelta dalla Sapienza eterna per la creazione del mondo, l'Amore infinito, non volendo più contenere la pienezza di vita che è in Lui, con un sol atto della sua bontà infinita e della sua onnipotente Volontà, fece uscire dal nulla cielo e terra. "In principio creavit Deus coelum et terram".
« Ora l'Amore è uscito dal Seno della Divinità e si riversa come un torrente, senza cessare mai, sopra la creazione appena uscita dal nulla.
«Creavit coelum! Quale opera meravigliosa dell'Amore Infinito il cielo, gli spazi immensi».
E a questo punto si arrestò la penna di Madre Luisa Margherita. E anche noi arrestiamo qui le citazioni del suo profondo pensiero teologico, rimandando i lettori, che ne desiderassero di più, all'opera stessa e alle altre opere già citate, principalmente al volume: « Al Servizio di Dio-Amore ».
SEZIONE SECONDA
L'OPERA DELL'AMORE INFINITO
CAPITOLO I
L'ALLEANZA SACERDOTALE UNIVERSALE
« L'amore non può restare inattivo in un'anima: esso è, per sua natura, diffusivo.
« Quando un'anima possiede l'Amore Infinito, il suo desiderio più bruciante è di donarlo ad altre anime, la sua pena più intima e profonda è vedere che questo Amore non è amato.
« Madre Luisa Margherita cerca perciò di santificarsi, e di riempirsi di Dio, per essere come un canale attraverso il quale l'Amore infinito passa per andare al mondo; essa si dona a Lui con la fedeltà,
l'abnegazione, per essere al suo servizio in questa grande opera della conquista delle anime; essa si offre con gioia alla sofferenza ed all'umiliazione, perché sa che queste sono le prime armi della conquista.
« E poiché sono i Sacerdoti gli strumenti primi di quest'opera divina della salvezza delle anime, per loro dona tutta se stessa all'Amore; per aiutarli nel loro ministero, prega e soffre e, quando lo può, dona la sua collaborazione umile, generosa, disinteressata, piena di rispetto e di abnegazione ».
Apostola dell'Amore infinito
Pregare, offrirsi, soffrire per i Sacerdoti, strumenti del Regno dell'Amore infinito, fu la missione di Madre Luisa Margherita. Il 14 novembre 1906 essa così scriveva nelle sue « Note intime »: « Da un mese non ho scritto nulla. La mia disposizione interiore è sempre stata la stessa: dilatazione dell'anima nell'Amore infinito, sofferenza nella parte inferiore, ma sofferenza assorbita in qualche modo dall'Amore.
« Ho pregato molto per i miei Sacerdoti, ho donato loro tutto ciò che ho fatto e sofferto.
« Talvolta soffro un dolore intenso nel vedere le loro anime, la loro fede, la loro fedeltà in pericolo. Forse è male ciò che sto per dire, forse non è in regola; ma mi pare di provare quel sentimento intimo e doloroso delle madri che vedono i loro figli esposti ad un grande pericolo.
« Vorrei poter proteggere, difendere, custodire queste anime sacerdotali che Gesù mi ha insegnato ad amare tanto; vorrei poterle avviluppare nell'Amore infinito, nasconderle nel Cuore del Divin Maestro, affinché esse sfuggano ai pericoli che le minacciano.
« Non potendo nulla per esse, vado da Gesù: gli dico che l'amo, che lo voglio amare con tutto il cuore, con tutte le mie forze; con la mia tenerezza, con le mie amorose suppliche, cerco di strappargli le grazie necessarie ai miei Sacerdoti.
« In questo intimo dolore materno che mi strazia il cuore, l'Amore infinito, vivente nella mia anima, spande una pace, una dolcezza, un riposo tutto celeste.
« Ho paura per le anime dei miei Sacerdoti; ma non temo per il Sacerdozio, per la Chiesa.
« Ho una fiducia assoluta, forte, serena nel trionfo del Cristo e del Regno del suo Amore infinito. Tutte le agitazioni presenti, tutte le battaglie di idee, tutte le lotte di princìpi contrari, questo straripamento universale di errori che inonda le intelligenze, disseccando i cuori, tutto verrà a morire ai piedi del Cristo, come le onde, finalmente calme dopo una grande tempesta, vengono a spirare dolcemente sulla spiaggia ».
E confidandosi con P. Charrier, mentre sente tutta la sua nullità, contemporaneamente lo stimola ad adoperarsi per l'Opera che le stava tanto a cuore: « L'Amore Infinito! Basta intravederlo un istante per essere rapiti di gioia e riempiti di pace.
« Ah, se le anime comprendessero l'Amore infinito! E' incredibile come sono pochi quelli che lo conoscono! E questa è la pena di Nostro Signore, è la sua tristezza, come uomo, il vedere come sia misconosciuto l'Amore infinito.
« Non le posso dire quanto, in questi tempi, abbia desiderio di morire. Faccio soltanto schiocchezze sulla terra, e poi vi vedo tanto male. Vorrei andare a perdermi nell'Amore infinito; ma prima vorrei fare qualche cosa per farlo conoscere, almeno come lo conosco io. Vorrei fare questo piccolo piacere a Nostro Signore, manifestare il suo Amore infinito. Ho sempre più il sentimento che sono nata soltanto per questo. Non sono nata per essere religiosa, per essere superiora; certo devo essere tutto ciò nella volontà di Dio; ma non è la mia ragione di essere.
« La mia ragione di essere è che io sia un nulla, una piuma che vola al vento, un granello di sabbia sollevata dal mare; ma questa piuma, questo granello di sabbia, messaggeri dell'Amore infinito ».
« Nostro Signore si accontenta di vederci agire sotto il suo movimento con fedeltà, con i mezzi adatti a favorire la sua opera; ma non vuole né sollecitudini naturali, né fretta inconsiderata; a Lui basta che andiamo avanti dolcemente, senza voler anticipare l'ora sua. L'ora scelta da Dio è sempre la migliore.
« Tuttavia non piacerebbe a questo buon Maestro che noi restassimo interamente inattivi e che, sia per fiacchezza, sia per mancanza di confidenza in Dio, sia per qualunque altro motivo naturale, l'obbligassimo in qualche modo a ritardare la sua ora.
« Per me, Padre, morrò contenta quando Gesù mi chiamerà, anche se non avrò ancora veduto nulla di quanto mi sembra che Egli voglia sia fatto, purché mi sia adoperata fedelmente a fare da parte mia il poco che posso.
« In realtà, quando morremo, non importerà se avremo compiuto un'opera, se essa sarà riuscita oppure no. Basta che noi abbiamo fatto coraggiosamente la parte di lavoro che ci fu assegnata ».
Origini remote dell'Opera
« 6 giugno 1902 - Festa del Sacro Cuore.
« Ieri mi trovavo dinanzi al Santissimo Sacramento; soffrivo, ed ero in quello stato d'animo spossato e doloroso nel quale mi trovavo da qualche settimana, quando Gesù si fece sentire alla mia anima.
« L'adoravo, dolcemente consolata dalla sua presenza e, mentre Lo pregavo per il nostro piccolo Noviziato, Gli chiedevo qualche anima da formare per Lui.
« Allora Egli mi rispose: "Ti darò delle anime di uomini". Profondamente meravigliata di queste parole, di cui non comprendevo il significato, me ne stavo silenziosa, cercando di spiegarmele, e Gesù riprese: "Ti darò delle anime di Sacerdoti".
« Sempre più meravigliata Gli dissi: "Mio Gesù, come farai Tu ciò?".
"Tu dovrai immolarti per il mio Clero. Voglio darti istruzioni durante questa ottava; scrivi tutto ciò che ti dirò".
« Non volevo più scrivere, ma obbedirò a Gesù.
« Ieri sera mi disse: "Il mio Sacerdote è un altro Me stesso; Io l'amo, ma deve essere santo.
"Diciannove secoli fa, dodici uomini hanno cambiato il mondo; ma non erano soltanto uomini, erano Sacerdoti.
"Anche oggi dodici Sacerdoti potrebbero cambiare il mondo".
« Questa mattina: "Il Sacerdote è un essere talmente investito di Cristo, che diventa quasi un Dio; ma è pure uomo, e bisogna che lo sia. "E' necessario che Egli senta le debolezze, le lotte, i dolori, le tentazioni, i timori, le rivolte dell'uomo; è necessario che sia miserabile per essere misericordioso; è necessario che sia forte, puro, santo per poter santificare.
"Il mio Sacerdote deve avere il cuore largo, tenero, ardente, potente per amare. Deve amare tanto il Sacerdote! Deve amare Me, suo Maestro, suo fratello, suo amico, suo consolatore, come l'ho amato Io ed Io l'ho amato fino a confondere la mia vita con la sua, fino a rendermi obbediente alla sua parola. Deve amare ancora la mia Sposa, la sua, la Santa Chiesa, e di quale amore la deve amare! di un amore intenso e geloso, geloso della sua gloria, della sua purezza, della sua unità, della sua fecondità.
"Infine deve amare le anime come suoi figli. Qual padre ha tanti figli da amare come il Sacerdote?" ».
« 7 giugno.
"Il cuore del mio Sacerdote deve essere una fiamma ardente che riscalda e che purifica. Se il mio Sacerdote conoscesse quali tesori di Amore racchiude il mio Cuore per lui! Venga al mio Cuore, attinga in esso, si riempia d'amore fino a traboccarne e a spanderlo sul mondo. "Margherita Maria ha mostrato il mio Cuore al mondo; tu mostralo ai miei Sacerdoti, attirali tutti al mio Cuore" » -
« 10 giugno.
« Dopo la Comunione ho detto a Gesù: "Mio Salvatore, quando 1a nostra beata Sorella mostrò il tuo divin Cuore al mondo, i tuoi Sacerdoti lo videro: forse non basta?". Gesù ha risposto: "Adesso ne voglio far loro una manifestazione speciale".
« Poi mi ha fatto conoscere che vi è un'opera da compiere - riscaldare il mondo con l'Amore - opera per cui vuole servirsi dei suoi Sacerdoti. E con un'espressione così commovente e tenera, che mi fece venire le lacrime agli occhi, mi disse: "Ho bisogno di loro per attuare l'Opera mia". Perché possano spandere l'Amore, ne devono essere pieni; nel Cuore di Gesù devono andare ad attingerlo.
"Il mio Cuore è il calice del mio Sangue, mi disse ancora; se vi è qualcuno che abbia il diritto e il dovere di bere ad esso, non è forse il mio Sacerdote, che ogni giorno porta alle sue labbra il calice dell'altare? Venga al mio Cuore e beva" ».
« 12 giugno.
« Ieri ebbi in vista per tutto il giorno come un raggruppamento particolare di Sacerdoti attorno al Cuore di Gesù, un'Opera riservata a loro. Non so se sbaglio... Oh, quanto avrei bisogno di luce e di soccorso! Soffro, eppure l'anima è in una pace profonda: tutto in me è calmo, non ho tentazioni ne pensieri penosi o faticosi.
« L'intimo della mia anima è dolcemente assorbito da Gesù. Quando voglio pensare qualche cosa da me stessa intorno a ciò che Egli mi comunica, non lo posso: non mi viene nulla di netto, di preciso. Al contrario, appena Egli parla o tocca la mia anima con le sue divine impressioni, tutto e chiaro, luminoso, positivo.
« 13 giugno.
« Stamattina, ragionando tra me e me, pensavo che si potrebbe forse fare un ramo speciale della Guardia d'onore per i Sacerdoti. Gesù mi disse: "No". Mi fece comprendere che non voleva che i Sacerdoti fossero soltanto degli adoratori del suo Cuore, ma voleva formare una milizia che combattesse per il trionfo del suo Amore. Quelli che faranno parte di questa milizia del Cuore divino si impegneranno, tra l'altro, a predicare l'Amore infinito e la Misericordia, ad essere uniti tra loro per il bene, formando un cuor solo e un'anima sola, senza mai porsi a vicenda ostacoli nelle loro opere » -
« 25 giugno 1902.
Ieri, festa di S. Giovanni Battista, entrata in coro, mi misi, semplicemente in ispirito, ai piedi di Gesù, senza dir nulla. Tosto mi sentii l'anima come separata da tutto e, intellettualmente vidi un cielo d'autunno triste e freddo, nel quale un forte vento sospingeva grossi nuvoloni grigi: in basso, la terra bruna, senza vegetazione, si stendeva a perdita d'occhio. Alcuni uomini passavano: prendevano dal loro seno della semenza e la spandevano a piene mani sulla terra, e la voce di Gesù mi disse: "Voglio che i miei Sacerdoti siano seminatori di amore" ».
Primo abbozzo dell'Opera
« I desideri di Gesù. - Il primo desiderio di Gesù è la salvezza delle anime; risollevare il mondo per mezzo dell'Amore, stabilire il regno dell'Amore infinito su tutta la terra. Il suo secondo desiderio è di servirsi in questo grande lavoro, dei Sacerdoti, farne degli ausiliari attivi, e per mezzo di loro agire sulle anime e sul mondo. Il terzo desiderio è, mi pare, un'opera che raggruppi e prepari i Sacerdoti e li santifichi per questa grande missione.
« L'Opera. - Dunque un'opera, una confraternita, una società, si chiami come si vuole, composta esclusivamente di Sacerdoti; non solo quelli di Francia, ma del mondo intero, che li unisca tra di loro e li metta sotto le divine influenze del Sacro Cuore, dell'Amore infinito.
« Fine. - Il fine dell'Opera sarebbe di santificare i Sacerdoti, unirli, farli agire con uno stesso spirito, penetrarli di amore, farne come una grande armata che combatta ovunque per il bene, ravvivando nelle anime il fuoco divino dell'amore, sviluppando l'azione sacerdotale per mezzo dell'unione.
« Mezzi. - I mezzi che l'Opera adoprerebbe per la santificazione del Sacerdote sarebbero i seguenti:
« 1° - Unione a Gesù Cristo con lo studio e con la pratica delle virtù sacerdotali del suo Cuore; il Sacerdote dell'Opera dovrebbe modellarsi su Gesù Cristo, entrare nei suoi pensieri, prendere i suoi sentimenti, vivere la sua vita. Dovrebbe sforzarsi a riprodurre in se stesso Gesù Cristo nel modo più perfetto possibile e confrontare sovente la sua vita interiore e quella esteriore col divino modello, procurando con questo mezzo di perfezionare sempre più in sé la rassomiglianza divina.
« 2° - Unione fraterna nell'amore di Dio e delle anime; intesa, unione e cooperazione nelle opere, ecc.
« Obblighi. - Se i Sacerdoti appartenessero già a qualche opera sacerdotale, come ad esempio quella di Montmartre, saranno fedeli nell'adempirli, nel seguirne le direttive, ecc., sempre secondo lo spirito della società. L'Opera non imporrebbe ai suoi membri che una meditazione al mattino su Nostro Signore, sui doveri del Sacerdote, ecc.; alla sera un esame diligente sulla giornata; la partecipazione alle riunioni, e lo zelo nel diffondere con la parola, con gli scritti, con le opere, la conoscenza dell'Amore infinito e della Misericordia.
« L'organizzazione. - Un centro generale, un direttore generale, ispirato dal Fondatore.
« I Sacerdoti di ciascuna diocesi saranno raggruppati sotto un direttore diocesano, nominato o riconosciuto dal direttore generale, approvato e protetto dal Vescovo.
« I Sacerdoti di ogni città o di ogni plaga si uniranno tra loro, si raduneranno una volta al mese sotto la presidenza di un Sacerdote, delegato o nominato dal direttore diocesano. Dunque un direttore generale, che nomina o riconosce i direttori diocesani, e questi a loro volta delegano dei presidenti alle riunioni nelle città o nelle plaghe della loro diocesi.
« Le adunanze. - Quanto alla riunioni, ecco come credo si potrebbero fare. Il presidente farà lui stesso o farà fare da un Sacerdote, avvertito in antecedenza, (sia membro dell'Opera o no) una conferenza sui doveri del Sacerdote, le virtù sacerdotali, la conformità con Gesù Cristo, ecc.
« Questa conferenza, più che dotta o letteraria, dovrà essere semplice, apostolica, tendente unicamente al bene delle anime degli uditori.
« Si farà qualche esercizio di pietà in onore del Sacro Cuore di Gesù; vivente nell'Eucaristia. Questa prima parte della riunione si potrà fare benissimo in una chiesa o cappella. Poi, in una conversazione familiare (nell'abitazione del presidente o in una sala apposita), i confratelli si ecciteranno all'amore di Gesù e delle anime; si comunicheranno i loro progetti per il bene; si esporranno le difficoltà, ecc.
« I giovani Sacerdoti vi troverebbero una direttiva per il loro zelo, i loro studi, le loro letture, ecc. Ciascuno cercherà di fare del bene ai fratelli. Il presidente dovrà spiegare in questo uno zelo particolare: dirigerà la conferenza, la manterrà nello spirito della Società, visiterà i membri ogni tanto, e, se noterà qualche cosa di riprovevole, cercherà di rimediarvi.
« I presidenti dovranno tenersi ben dipendenti dal direttore diocesano, e questo dovrà ricorrere facilmente alla direzione generale, di modo che vi sia una grande unità di vedute, di movimento e di azione ».
Progetto del Verbo Incarnato sui Sacerdoti
« 1èMaggio 1903.
« Dio, Amore infinito, ha deposto in ciascuna anima, creandola, un principio di vita immortale, una piccola scintilla di amore; ed è questa scintilla, uscita dall'Infinito divino, che attira continuamente Iddio verso le anime.
« Vi è in Dio come un bisogno di andare verso le anime per raggiungere quella scintilla uscita da Lui e che e in loro.
« Quando l'anima e pura, vi è un'attrazione mutua: Dio va verso l'anima e l'anima si sente attirata verso Dio.
« Quando l'anima non è pura, non sente il movimento d'attrazione: è insensibile.
« Dio, infinitamente puro, sente sempre questo divín movimento. Ma non può penetrare nelle anime; esse sono in qualche modo materializzate; i peccati che si susseguono, le preoccupazioni temporali e soprattutto il raffreddamento del cuore le hanno indurite e pietrificate; l'Amore infinito non può entrare in esse per ricongiungersi alla piccola scintilla della loro propria vita.
« Allora il Verbo, nostro eterno e divin Mediatore, s'e presentato nuovamente al Padre e ha detto: "Ho trovato un mezzo per far penetrare nel mondo l'Amore, e così purificarlo e riscaldarlo. Andrò da coloro che ho fatto partecipi del mio Sacerdozio eterno e che lo continuano sulla terra, andrò dei miei Sacerdoti. Le loro anime sono più pure, essi sono più liberi dalle sollecitudini della terra; li attirerò al mio Cuore; li riempirò d'amore e, per mezzo loro, l'Amore infinito si effonderà nelle anime".
« Ed ecco il piano di Gesù: il Sacerdote, ripieno di amore, comunicherà le fiamme divine alle anime poste sotto la sua influenza diretta (poiché ogni Sacerdote ha un certo numero di anime sotto la sua influenza); queste, a loro volta, riscalderanno le anime che le circondano e così, a poco a poco, l'Amore infinito riprenderà possesso del mondo ».
Spirito dell'Opera
« 7 giugno 1903.
« Ho domandato parecchie volte a Nostro Signore che volesse dirmi qualche cosa su queste parole: "Se qualcuno vuol venire, ecc.". E sempre Egli mi ha rivolta verso il suo Cuore. Sembra che non sia tanto la sua croce che voglia dare oggi ai Sacerdoti, quanto piuttosto il suo Cuore. Vuole mostrarlo, darlo a loro, perché dice: "Quando conosceranno meglio il mio amore, quando mi ameranno di più, riceveranno e porteranno più facilmente la mia croce".
« Egli vuole che nell'Opera nulla sappia di riforma, perché non viene in uno spirito di riforma, ma in uno spirito di amore.
« Egli vuole che nulla di quanto sarà scritto o detto possa gettare delle ombre sui suoi consacrati, sui suoi prediletti. Egli vuole, il nostro divin Gesù, che in quest'Opera della santificazione del sacerdote, si usino delle infinite delicatezze.
« Vorrei poter mostrare il suo Cuore come lo vedo, così adorabilmente dolce, tenero per le anime, per i suoi sacerdoti.
« I disegni di Gesù, i suoi desideri, sono molto semplici: risollevare il mondo, sottrarlo da quella freddezza scettica, da quello spirito di paganesimo che l'avvolge; in quest'Opera Egli ha bisogno di ausiliari e chiama i suoi Sacerdoti; e, prima di adoperarli nel grande lavoro del risollevamento del mondo, apre loro i tesori del suo indefettibile amore. Dice loro: "Venite ad attingere in questo mio Cuore la luce, la forza, la vita".
« Vuole comunicare ai suoi Sacerdoti un'abbondanza di vita, vita divina, soprannaturale, affinché a loro volta possano comunicarla e vivificare le anime.
« Gesù non vuole che, sotto pretesto di riparare qualche torto, di correggere qualche difetto, si parli senza rispetto né delicatezza, e si mettano in pubblico le mancanze di quelli che devono essere il sale della terra, la luce delle intelligenze.
« Mi sembra che Nostro Signore vuole che dica che lo spirito dell'Opera deve essere uno spirito di amore, di misericordia; uno spirito che eleva le anime al disopra della terra, che le distoglie dalla vista del loro fango per trasportarle in alto, nell'Amore Infinito; uno spirito che divinizzerà il Sacerdote, che lo renderà, per mezzo dell'amore, un altro Gesù Cristo.
« Questa unione al Cristo per mezzo dell'amore renderà il Sacerdote santo, forte, misericordioso, potente sulle anime.
« Quest'Opera deve mostrare al Sacerdote il vero fine della sua vita, la vera ragione del suo essere, e aumentando il suo amore, dargli la forza di essere ciò che deve essere, affinché possa compiere l'Opera di Dio nella salvezza del mondo.
« 24 giugno 1903.
"Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua".
« Queste parole sono veramente il compendio, il programma divino che Gesù traccia ai suoi Apostoli, ai suoi Sacerdoti, e che dovrà servire di modello alla loro vita.
"Se qualcuno vuol venire", è l'appello di Gesù al Sacerdote.
« La vita di quest'eletto dovrà essere santa, pura, elevata al disopra del fango della terra: è per questo che il Maestro non costringe nessuno ad abbracciarla. Egli invita: "Se qualcuno vuole". Deve essere una volontà libera, illuminata, coraggiosa che risponda: "Voglio". E quando si sarà così pronunciato, quando la volontà libera e forte dell'uomo l'avrà gettato nelle braccia del Sacerdozio, non dovrà più indietreggiare né cedere. Appoggiato al Dio potente, sostenuto dalla grazia che scende per lui da tutte le piaghe del Cristo, dovrà seguire Gesù senza volgere indietro lo sguardo.
« E quando avrà risposto a questo amorevole invito di Gesù che dovrà fare il Sacerdote? E Gesù risponde: "Rinneghi se stesso".
« Non è alle ricchezze, ai beni di quaggiù, che il Sacerdote deve rinunziare; egli può legittimamente possederle, purché versi il suo oro nelle mani dei poveri, o l'adoperi per la gloria di Dio.
« Non è dalle affezioni pure, dalle amicizie sante che deve distaccarsi; il Sacerdote, che vive la vita di Gesù, può amare i suoi ed effondere il cuor suo in altri cuori amici. Non e agli onori, non alle dignità che deve rinunziare, perché, se non li deve ne desiderare, né ricercare, può tuttavia, se il volere divino l'impone, curvarsi umilmente sotto il loro peso e portarli con coraggio in nome del Maestro.
« Ma il Sacerdote deve rinunziare a se stesso. Non a quell'essere nuovo, santificato nel Cristo, che il battesimo prima, l'Eucaristia poi, i doni dello Spirito Santo, infine l'unzione sacerdotale, hanno dovuto formare in lui, ma a quell'essere puramente naturale, a quell'umanità degradata dalla colpa originale, infangata e avvilita dal peccato.
« E' a quest'essere inferiore, agitato da tante cupidigie, tormentato da tante passioni, che il Sacerdote deve rinunciare.
« Quale grande opera, rinnegare se stesso! Non è solo il lavoro di un'ora, e perciò Gesù aggiunge: "Prenda ogni giorno la sua croce". « La croce del Sacerdote è la dedizione completa di se a Dio, la conformità con Gesù, la fedeltà alla Chiesa, la sollecitudine per le anime. « Ogni giorno la deve riprendere. Ogni giorno il Sacerdote ascende l'altare: là riprende la croce sua, la croce dei suoi santi doveri e non la dovrà deporre che all'aurora seguente, risalendo i gradini del santuario.
« Durante i troppo brevi istanti del sacrificio, il Sacerdote non porta più la sua croce; porta quella di Gesù che rappresenta e nel quale, per così dire, entra; all'altare di Dio, che letifica la sua giovinezza, il sacerdote depone la croce personale, perché non è più lui che vive allora, ma è il Cristo che vive in lui.
« Ogni giorno il Sacerdote prende dunque la sua croce e Gesù lo chiama al suo seguito con quelle parole: "Mi segua".
« Seguire Gesù vuol dire andare alla gloria, ma anche passare per la sofferenza; il sacerdote lo sa; sa che camminando sulle orme del Maestro, incontrerà talvolta l'umiliazione, soventissimo il dolore, sempre il sacrificio, l'abnegazione completa.
Egli sa che dovrà dare i suoi sudori, le sue lacrime, forse il sangue, ma non ha paura: Gesù fa la strada; egli non ha che da mettere il piede sull'orma dei suoi passi, non ha che da seguire questo capo divino, che alla testa dei suoi sostiene lo sforzo dei combattimenti, e, facendo scudo col suo corpo a coloro che lo seguono, li protegge e assicura loro la vittoria ».
« Luglio 1903.
« Mi erano venute alla mente queste parole di Nostro Signore a S. Pietro: "Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle". Secondo l'interpretazione comune, gli agnelli sono i fedeli, le pecorelle i Sacerdoti. E pensavo che Gesù, in questa sola parola "pecorelle", aveva racchiuso tutti i doveri del sacerdote: doveri verso Dio, doveri verso il Pontefice romano, vicario di Gesù Cristo, verso i suoi fratelli nel Sacerdozio, verso le anime.
« La pecorella appartiene completamente al suo padrone; a lui deve la vita, la fecondità; egli ha diritto di disporre di essa a suo piacimento. Il Sacerdote è debitore di tutto se stesso a Dio, suo Padrone supremo; appartiene completamente a Gesù Cristo; a lui deve la fecondità delle sue opere, e, se occorre, il sacrificio della propria vita.
« La pecorella deve essere docile al pastore che la dirige in nome del padrone; deve rispondere alla sua voce, seguirlo nei pascoli ove la conduce, deve essergli fedele e ubbidiente. Così il Sacerdote deve essere docile alla voce del Pontefice supremo, entrare nelle sue vedute, nutrire la sua anima soltanto delle dottrine che egli approva, e rimanere fedele, incrollabilmente unito e sottomesso alle direttive di Pietro.
« Ciascuna pecorella del gregge ha, verso quelle che la circondano, il solo dovere della dolcezza e dell'unione; non deve sbrancarsi dal gregge, non deve rimaner sola, ché correrebbe rischio di perire. Gesù vuole che tra i suoi Sacerdoti vi sia un'unione intima; vuole che essi conservino l'unità della fede nei vincoli della carità fraterna, e che, lavorando in uno stesso spirito, diano la pace al mondo e la gloria a Dio.
« Infine la pecorella è madre, madre degli agnelli: li porta nel suo seno, li nutre del suo latte, li riscalda, li custodisce.
« Il Sacerdote non è soltanto padre delle anime, ne e pure la madre: deve avere per loro l'amore tenero e delicato delle madri; deve amarle fino al sacrificio.
« Deve dare alle anime la parte migliore della sua vita; nutrirle, per così dire, della sua propria sostanza, sostanza dell'anima, spirituale e purissima; riscaldarle con le fiamme dell'Amore infinito, difenderle dal male ».
Il sacerdozio cattolico
« Ieri sera, dopo l'obbedienza, mi ero ritirata nella cappella del nostro santo Fondatore, e, mentre adoravo il SS. Sacramento, ebbi una veduta interiore singolare: vidi un grande albero carico di molti frutti. Ve n'erano dei bellissimi, perfettamente maturi e senza macchia alcuna; altri, nascosti sotto le foglie, erano sani, ma meno belli e non completamente maturi; altri poi erano d'un colore nerastro, piccoli e avvizziti.
« Mentre consideravo tutto ciò, mi fu mostrato che quell'albero dalle radici potenti, dal tronco vigoroso, era il Sacerdozio cattolico, e Gesù mi disse: "Dei frutti guasti non preoccuparti, cadranno da se; stacca invece le foglie che fanno ombra sugli altri, affinché il sole dell'Amore infinito possa farli maturare, indorarli, renderli simili a quelli che tu vedi tanto belli" ».
« 17 Aprile 1904.
« Mi era venuta alla mente questa parola di S. Paolo: "Tutto appartiene a voi; voi a Cristo, e il Cristo a Dio". Subito mi furono date queste altre parole: "Dio appartiene al Cristo, il Cristo al Sacerdote, il Sacerdote alle anime".
« Contemporaneamente fui tutta applicata a considerare queste parole, e, tirata fuori di me stessa, sono entrata in una contemplazione molto soave dei misteri di amore contenuti in esse. Voglio tentare di notarne qualche poco.
"Dio è di Gesù Cristo". Gesù Cristo è Dio lui stesso. Vedevo l'intimo possesso che l'umanità di Gesù ha della Divinità, e reciprocamente; vedevo l'unione sacrosanta, l'abbraccio ineffabile che si fa in Gesù delle sue due nature, la divina e l'umana. Da questo mutuo possesso nascono le meravigliose attrattive di Gesù: quella grandezza unita a un'umiltà profonda, quella giustizia collegata con la più tenera bontà, quella forza unita ad una instancabile pazienza, quella santità somma aggiunta alla più compassionevole misericordia. La luminosa divinità di Gesù, che traspare dalla sua umanità, mi appariva con un così dolce splendore; e la sua umanità, trasfigurata dalla luce divina, mi sembrava così bella, che tutta l'anima si portava verso di Lui e sembrava che volesse abbandonare il corpo per andare a congiungersi con questa adorabile meraviglia.
"Gesù è del Sacerdote". Egli si è dato volontariamente a lui. Per mezzo dell'Eucaristia, e nel santo Sacrificio della Messa, Egli diventa possessione divina del Sacerdote. Gesù tutto intiero: il suo spirito, la sua dottrina, le sue parole, la sua anima santissima, il suo Cuore amorosissimo, il suo corpo purissimo, la sua divinità appartiene al Sacerdote. che ne può disporre come di suo bene, di sua particolare proprietà. Egli lo prende nelle sue mani, si disseta con il suo Sangue, si nutre della sua Carne, e, non solamente vive egli di Gesù, ma ne fa vivere gli altri. Non solamente può egli godere della possessione di Gesù, ma può donarlo e farlo godere ad altre anime.
« Gesù è del Sacerdote! Il Sacerdote pure è di Gesù: è necessario che vi sia reciprocità. E siccome Gesù si è donato per intiero al Sacerdote, così il Sacerdote per intiero deve essere di Gesù. Per intiero: il suo spirito, il suo cuore, il suo corpo; cioè tutta la sua intelligenza ed i suoi pensieri; tutte le sue affezioni e le sue volontà; tutte le sue opere, tutti i momenti della sua vita.
« Il Sacerdote appartiene a Gesù! Gesù può dunque disporne con lo stesso potere con cui il Sacerdote dispone di Gesù. Affinché tra loro vi sia uguaglianza, fa d'uopo che il Sacerdote sia nelle mani di Gesù Cristo, come la candida Ostia nelle mani del Sacerdote. Vedevo quanto vi ha di profondo e di divino in questa unione di Gesù con il Sacerdote e del Sacerdote con Gesù. Essa non è un'unione come quella del Verbo con la umanità in Gesù, ma è certamente una unione molto stretta ed intima.
"Il Sacerdote appartiene alle anime". Egli è possessione loro, come lo è di Gesù. Essendo proprietà delle anime, non è più dunque padrone di sé, ne può vivere più per se stesso. E' indispensabile che si doni, si consacri tutto alle anime. La madre non appartiene al suo figlio? Non deve ella donarsi tutta a lui? Ed il figlio non acquista forse il diritto a tutti i soccorsi ch'essa è capace di dargli nella sua debolezza? Il figlio pure appartiene alla madre: è suo, lo porta dove vuole, lo accarezza e lo riprende, ne dispone insomma a suo talento per il bene; ed ha diritto alla sua obbedienza. Così pure le anime appartengono al Sacerdote; e da questa doppia possessione, fatta nello spirito e nella grazia di Gesù, deve nascere, da parte del Sacerdote, una dedizione senza limiti; da parte delle anime, una confidenza senza riserva.
« Consideravo ciò che vi può essere di delicato, di eccellente nel cuore del Sacerdote per le anime, che sono il suo tesoro, il suo bene, il suo splendido possesso; e ciò che dovrebbe pur trovarsi di rispettoso e confidente nelle anime per il Sacerdote, che Dio ha loro donato onde condurle a Lui ».
« 3 Novembre 1904.
« Pregavo per le anime del Purgatorio e avevo un gran desiderio di strapparvi con le mie preghiere, unite ai meriti infiniti di Gesù, le anime che sono più care al suo Cuore, quelle che Egli più desidera di vedere presto nella sua gloria.
« Mi pareva che una voce interiore mi dicesse: "Prega dunque per le anime di sacerdoti". Io non avevo ancora pensato a queste anime di Sacerdoti trattenute nel Purgatorio.
« Vidi che molte ve n'erano in quel luogo di espiazione e di purificazione, e conobbi che il più gran numero vi si trovava per insufficiente attaccamento alla Chiesa e amore alle anime. Questi privilegiati di Gesù si trovano nel Purgatorio, non tanto per le loro negligenze nel servizio diretto di Dio, quanto piuttosto per la mancanza di zelo e di amore per la Chiesa e per le anime. Ma Gesù ha un desiderio immenso di vederle uscire da quel luogo.
« Avendo domandato perché Iddio rimproverasse così sovente ai Sacerdoti questa mancanza di zelo e di amore, mi fu data questa spiegazione: se un uomo abbandona la sua sposa casta e fedele, se rifiuta ai suoi figli il nutrimento che è loro necessario, non è forse molto colpevole? Il Sacerdote è unito alla Chiesa come uno sposo alla sposa, sposa fedelissima e sommamente pura; se manca di zelo per i suoi interessi, se è indifferente ai suoi dolori e alle sue gioie, se, pur senza prendere posizione contro di essa, non si preoccupa né della sua gloria né della sua conservazione, né del suo sviluppo; se lascia le anime, di cui è stato costituito padre, senza dar loro il nutrimento spirituale di verità e di amore di cui hanno bisogno per vivere, per svilupparsi, per crescere, non commette forse una grande mancanza? ».
Il Sacerdozio, cuore mistico della Chiesa
« Maggio 1906.
« Il Cuore di Gesù si è scoperto a me questa volta, non come cuore di carne, umile, dolce, palpitante nell'umano suo petto; neppure come il simbolo sensibile del suo ardente amore, quel vaso sacro in cui si elaborò il Sangue redentore e che il ferro della lancia aprì sul Calvario; ma quale Cuore mistico.
« Non ha forse Gesù, il Verbo Eterno del Padre, oltre il corpo di carne, che rivesti per meglio unirsi alla nostra natura, un corpo mistico che Egli formò con amore e di cui è il capo? E questo corpo, come ogni corpo vivente, non ha forse delle membra ed un cuore?
« La Chiesa è il corpo mistico di Gesù, i fedeli sono le sue membra, il Sacerdozio è il suo cuore. Sì, il Sacerdozio è il cuore di questo corpo vivente, di cui Gesù è il capo!
« Un corpo muore se il capo o il cuore sono colpiti mortalmente, poiché è dal capo e dal cuore che la vita irradia in tutto il corpo; ma esso può, senza che la sorgente della sua vita si esaurisca in lui, veder cadere parecchie delle sue membra. Così la Chiesa può talora vedere, e con dolore, perire alcune delle sue membra, senza che la sua vita venga meno, poiché il suo Capo, Gesù-Amore, è immortale ed il suo cuore, il suo Sacerdozio santo, innestato su Gesù, Sacerdote eterno, non può perire.
« Secondo il piano divino, il Sacerdozio, cuore mistico di Gesù è vero cuore della Chiesa, è dunque per essa un organo di vita così necessario, così indispensabile, come il cuore lo è per il corpo umano. Senza il suo capo, Gesù, senza l'anima sua, lo Spirito Santo, la Chiesa non esisterebbe; e senza il suo cuore, senza il Sacerdozio che la riscalda e vivifica, essa sarebbe morta. Per mezzo suo il moto divino, che le viene dal suo Capo, è comunicato a tutte le membra, il sangue vivificante della grazia scorre fino alle sue estremità ed il calore vitale dell'amore riscalda le sue membra.
« Ma che cosa è in se stesso questo Sacerdozio santo? Esso è un organo unico, senza dubbio, ma composto di una moltitudine di parti. I Pontefici, i Sacerdoti, tutti gli organi della sacra gerarchia sono quelle parti, le molecole, per così dire, che, unite insieme, formano il corpo del Sacerdozio. Il Sacerdozio è dunque quel che sono le stesse parti che lo compongono.
« Ora, esso è il cuore della Chiesa, e perché compia in lei le sue funzioni di vita, è indispensabile che sia robusto e sano, libero e ardente, ed il suo moto, pieno, sempre uguale e dipendente.
« I - Bisogna che sia robusto e sano. - E' la purezza che lo rende forte. Il Sacerdote casto è forte contro se stesso, forte contro i nemici che lo istigano nel suo interno, e contro quelli che lo assaltano dal di fuori. Per la sua purezza, egli si eleva al disopra degli altri uomini; li domina con la dignità e con la potenza che gli viene da quell'energia sovrumana con cui vince se stesso. Con la Purezza egli estingue i germi che ogni uomo riceve dalla sua discendenza umana, e, se non può distruggerli affatto, li rende almeno inerti.
« II - Bisogna che sia libero e ardente. - Libero, si, dagli ostacoli che l'ostilità degli empi suscita al Sacerdote; libero dalle viste umane od ambiziose, libero dalle ricerche della sensualità e del benessere; libero fuori e libero dentro, di quella libertà vera che gli permette di compiere l'opera di Gesù; ma non già certamente di quella libertà falsa che pretendono certi spiriti indipendenti e fuorviati, i quali solo confidano in se stessi, rigettando ogni autorità legittima ».
Il Sacerdozio, prolungamento dell'Incarnazione
« Dio aveva amato in modo particolare l'umanità, perché era l'ultima sua creazione: ha amato segnatamente il suo Sacerdozio, come l'ultima forma data ai suoi sogni di unione. Gesù Cristo, Dio e uomo, si è compiaciuto a fare del Sacerdote una specie d'incarnazione nuova della sua Persona, e ciò per amore dell'umanità che Egli voleva favorire con una rappresentazione visibile, umana e permanente di se stesso. Il Cristo, risuscitato e asceso al cielo, ha voluto in un certo modo rivivere sulla terra nel Sacerdote e per mezzo di lui unirsi ancora visibilmente ed esteriormente alle generazioni successive che popolano i secoli. Dal Cuore di Cristo, ardente del desiderio di restare sempre tra gli uomini per istruirli, consolarli, purificarli, è uscito il Sacerdozio! L'unione del Sacerdote con il Cristo deve rassomigliare all'unione stretta e completa che esiste tra la natura divina e la natura umana del Verbo Incarnato: Gesù e il Sacerdote, in un certo modo e fatta la debita proporzione, non devono più formare che una persona nel rispetto e nell'amore dei fedeli, come nell'autorità spirituale esercitata sulle anime.
Quanto amore in Gesù per il Sacerdote nel quale rivive! ma, a sua volta, quale amore deve pure avere il Sacerdote per Gesù dal quale riceve ogni grandezza!
« In realtà il Sacerdote, di per se stesso, non è superiore agli altri uomini. Quando il Cristo, fissando il suo sguardo su di un'anima, la nota per farla camminare al suo seguito e farla partecipare al suo eterno Sacerdozio, non le dà una natura differente dalle altre. La separa dalla moltitudine senza punto esentarla dalle miserie comuni all'umanità. Egli prende possesso di essa riservandosi, se è fedele, di elevarla, di perfezionarla, di ingrandirla con la grazia della sua divina unione. Dio si è rivelato all'uomo per mezzo del Cristo: il Cristo continua a rivelarsi all'uomo per mezzo del Sacerdote. Il Sacerdote, dopo il Cristo, è dunque una rivelazione visibile e sensibile di Dio attraverso i secoli: è una misericordiosa estensione del grande mistero dell'Incarnazione ».
« Il Sacro Cuore e il Sacerdozio »
La storia di questo piccolo libro, con tutte le traversie che lo accompagnarono è stata abbondantemente narrata nella biografia della seconda parte. Vogliamo qui darne soltanto un saggio, là dove descrive l'amore di Gesù per i suoi Sacerdoti dopo la sua Ascensione.
« Appena formato nel seno di Maria, il Cuore di Gesù aveva palpitato d'amore per il suo Sacerdozio. Il figlio di Zaccaria era stato il primo a sentirne le divine influenze, e, come abbiamo visto, tutta la vita del Salvatore non fu che un lungo seguito di testimonianze di questo incomparabile amore. Nelle ultime ore della sua vita, e persino nella morte, amava il suo Sacerdozio. Dopo la sua risurrezione, si dedica totalmente ad esso, lo colma dei suoi più insigni favori e lo uguaglia, per così dire, a Sé stesso.
« Ma ora che è risalito nei cieli, che farà? nella beatitudine ove regna, nella gloria eterna che gli appartiene di diritto e che tuttavia ha voluto conquistare, il suo Cuore non è cambiato poiché ciò che amava durante la sua vita terrena, lo ama sempre, lo ama di un amore eterno senza vicissitudini e senza fine.
« Perciò, nel momento in cui abbandona la terra, vediamo l'adorabile Maestro lasciare ai suoi Sacerdoti un nuovo pegno della sua tenerezza: mentre sale al Cielo, dalle sue mani benedicenti cade sui suoi amatissimi discepoli un dono di grazia insigne, precursore dei doni ancora più meravigliosi che presto lo Spirito Santo comunicherà loro. « L'Autore ispirato nota espressamente che, dopo l'Ascensione del loro buon Maestro, gli Apostoli lasciarono il Monte degli Ulivi e rientrarono pieni di gioia a Gerusalemme: avevano perduta la presenza visibile, tanto consolante e tanto fortificante del loro Maestro, si vedevano soli di fronte ad un avvenire pieno di persecuzioni e di sofferenze, senza forze, senza luce, in un'attesa piena di incertezze, incaricati di una schiacciante missione. La tristezza, l'inquietudine, lo scoraggiamento ed il dolore dividevano il loro cuore, e tuttavia rientrarono con l'anima inondata di gioia.
« Era il dono del Cuore di Gesù al suo Sacerdozio: non una consolazione vana ed una soddisfazione volgare, ma un'unzione santa che, uscita dalla Carità divina e passata dalle mani di Gesù, penetra fino al più intimo dell'anima dei suoi Apostoli. Era, se così ci si può esprimere, la gioia sacerdotale.
« Il Sacerdote soffre, soffre forse più di un altro perché deve vivere sempre al di sopra di se stesso, perpetuamente separato da tutto ciò che è soltanto umano; ma se è fedele, risente tuttavia in fondo alla anima un sentimento di gioia soprannaturale, una serenità tranquilla, un'unzione particolarmente dolce che dall'intimo fondo di lui si irradia fino al suo esteriore. Ordinariamente, il sacerdote fedele e fervente è gioioso. Tutte le mattine, salendo l'altare del Sacrificio, ripete col Salmista: "Entrerò all'altare di Dio, a Dio che allieta la mia giovinezza" (Salmo 42, 4). La purezza della sua vita e l'unzione della gioia sacerdotale gli conservano infatti la giovinezza, e fino ad età avanzata il Sacerdote conserva una freschezza d'animo, una vivacità di sentimento ed una delicatezza di impressioni che gli altri uomini non possono avere.
« Un solo amore riempie il cuore del Sacerdote: l'amore di Dio. E quest'unico e vivificante amore non inganna. Una sola ambizione lo sublima e lo guida: la gloria del suo Dio. E questa nobile ambizione non è mai delusa. Per questo la gioia inonda la sua anima ed è per lui una prima e magnifica ricompensa ai sacrifici che si è imposto, è una pregustazione della beatitudine promessa ai valorosi soldati di Cristo ed assicurata agli amici particolari del Salvatore.
« Dieci giorni dopo l'Ascensione, il Consolatore promesso, lo Spirito d'Amore, che procede dal Padre e dal Figlio, era inviato da Gesù ai suoi Apostoli per completare la sua opera in essi, per terminare di istruirli, per illuminarli, fortificarli ed arricchirli dei doni più eccellenti. Quel giorno l'Amore infinito non ebbe né misure né riserve, e si riversò in così grande abbondanza sul Sacerdozio, che Pietro ed i suoi fratelli non furono soltanto nutriti e saziati dalla Grazia, ma furono da essa veramente inebriati e talmente trasportati dall'Amore, che un solo istante bastò a trasformarli.
« Dopo questo dono ineffabile dello Spirito Santo fatto da Gesù al suo Sacerdozio, non ci fu neppure un giorno, forse neppure una ora che non fosse segnata da nuove testimonianze di tenerezza del Cuore di Gesù per i suoi Sacerdoti. Nel lungo succedersi dei tempi vediamo questo Amore infinito avvolgere il Sacerdozio, mentre il divin Maestro lavora con lui, combatte per lui e vive in lui.
« Durante i lunghi secoli in cui il sangue cristiano inondava la terra, il Sacerdozio era là, nelle prime file dei martiri ad incoraggiare i deboli e sostenere chi vacillava. Quanti Pontefici e Sacerdoti hanno allora ricevuto la palma dei vittoriosi!
« Quando compaiono le eresie, il Sacerdozio è là per difendere la verità in pericolo: sono i Gregorii, i Basilii, gli Agostini, che Gesù illumina e drizza come un'invincibile barriera davanti all'errore e alla menzogna.
« Come Gesù ha fatto grande il Sacerdozio in un Ambrogio, che respinge il padrone del mondo dalla soglia della sua Cattedrale e lo sforza a piegare le ginocchia nella penitenza; quanto lo fa potente in un Leone, che arresta con un gesto il torrente straripante dei barbari.
« E durante quel periodo di trasformazioni in cui si elaborava una nuova civiltà, è ancora il Sacerdozio che vediamo rischiarare della sua luce le Nazioni nascenti ed i popoli nuovi. Quanti grandi Pontefici sulla Cattedra di Pietro, quanti Santi Vescovi che, con la fede cristiana, portano in tutti i regni gli splendori della morale evangelica. Più tardi, è la voce di un Pontefice, la voce di un Sacerdote che scuotono l'Europa intera e la gettano, entusiasta e fremente, alla conquista del Sepolcro del Cristo.
« La divina Teologia, la Filosofia, le Scienze, e le stesse Arti ricevono dal Sacerdozio un impulso nuovo: al suo soffio vivificante, si vedono sbocciare nello stesso tempo gli immortali scritti di un Tommaso d'Aquino e di un Bonaventura, e la meravigliosa architettura delle nostre Cattedrali gotiche.
« Accanto alle Scienze ed alle Arti, brillano le più sublimi virtù e, se seguiamo il corso dei secoli, sempre vediamo Gesù colmare dei suoi più divini favori i suoi Pontefici ed i suoi Sacerdoti. Egli incorona il suo Sacerdozio di tutte le glorie: gli dà l'impero sulle anime, lo fa grande, potente, disinteressato, caritatevole e misericordioso come Lui stesso, lo fa umile nelle persecuzioni, coraggioso nelle sofferenze, forte contro i nemici della fede, ardente per la conquista delle anime.
« Ed ecco, uno dopo l'altro, Domenico ed i suoi Predicatori; i figli umili e poveri di S. Francesco; Ignazio e la sua scelta schiera; Filippo Neri ed i Santi Sacerdoti che lo seguono; il grande Vescovo di Milano, che unisce alla porpora cardinalizia la povertà del Cristo e le austerità degli anacoreti; il Vescovo di Ginevra, dolce e forte, maestro della pietà e Dottore dell'Amore.
« E, per non fermarsi che alla Francia durante quei secoli così fecondi in grandi e sante opere, un Vincenzo de Paoli ripieno della carità del Salvatore e quella falange di santi Sacerdoti: i Bérulle, i Condren, gli Olier, ed i ferventi discepoli che essi formano; sono i grandi oratori che fanno risplendere la verità dall'alto del pulpito cristiano, e quella folla di valenti missionari di tutte le nazioni, che fanno germinare con i loro sudori ed il loro sangue nuove cristianità su tutte le plaghe.
« Durante i giorni tenebrosi della Rivoluzione francese, a quanti Sacerdoti fedeli Gesù non accorda l'onore e la grazia di versare il loro sangue per il suo Nome. Altri prendono la via dell'esilio, altri ancora espongono con ammirabile dedizione la loro vita per la salvezza delle anime.
« Ed in seguito, Gesù ha forse chiuso le sue mani ed arrestato il corso dei suoi doni? Vediamo coronati dalla tiara ammirabili Pontefici: Pio IX, ripieno della bontà del Salvatore, così grande nella fortuna, così paziente e forte nelle disgrazie, proclamatone dell'Infallibilità e della Immacolata Concezione; Leone XIII, che illumina il mondo con la luce delle sue immortali Encicliche, re senza territorio, senza tesori e senza eserciti, che domina tutti i re del mondo e ne diventa l'arbitro.
« In Germania, in Italia, in Francia, dappertutto, Vescovi, degni successori degli Apostoli, resistono con la forza del Cristo alle invasioni delle rivoluzioni, esponendo se stessi ai colpi dell'empietà per difendere le pecorelle del loro ovile. Ne vediamo morire sulle barricate o sotto il piombo dei nemici di Dio, sante vittime immolate per il popolo.
« E quanti Sacerdoti, Fondatori di Opere di zelo, quanti lottatori della parola, quanti pii e ferventi, quanti piccoli ed umili: i Vianney, gli Eymard, gli Chevrier, i Cottolengo, i Bosco e tanti altri favoriti da Gesù, amico degli uomini, con i doni più meravigliosi e da Lui innalzati tanto in alto nella santità.
« Come Gesù l'ha amato il suo Sacerdozio, quante prove del suo immortale amore gli ha dato durante i venti secoli trascorsi dopo la sua entrata nella gloria! Il divin Maestro non ha cessato un solo istante di vivere nei suoi Sacerdoti, e sono le sue divine virtù, è la sua luminosissima intelligenza, gli splendori della sua anima e la bontà del suo Sacro Cuore, che abbiamo visto di volta in volta risplendere in essi. Gesù ha versato la sua anima, ha comunicato il suo Cuore al suo Sacerdozio: ecco ciò che durante tanti secoli ha reso i Sacerdoti così grandi, ciò che li ha fatti così puri; così buoni, così caritatevoli e così illuminati ».
Il Sacerdozio, milizia scelta dell'Amore Infinito
Ritiro del Luglio 1912
« ...Vidi d'una vista intellettuale, sotto di me, uno spazio immenso, dov'erano di fronte il bene e il male pronti per combattersi. Allora, alla voce di Dio, si presentarono in gran numero degli uomini, dei Sacerdoti; ad ognuno era assegnato un posto, e, a poco a poco, tutti stretti in schiera, formarono un'armata pronta ad ingaggiare battaglia.
« Vi erano corpi di tutte le qualità. Gli uni erano quelli che combattono con la parola, con gli scritti, con le opere di zelo; altri, i corpi religiosi, erano corpi di riserva destinati agli assalti sanguinosi.
« Ma la gran massa, il grosso dell'armata, quelli che combattono le battaglie regolari e la cui perfetta disciplina, la paziente resistenza e la fedeltà assicurano la vittoria, sono i Sacerdoti del Clero secolare, parroci, vice parroci, oscuri insegnanti che nelle città e nelle campagne, dal levar del sole al suo tramonto, devono aver le armi alla mano per lottare contro il male.
Ho bisogno di molte parole per dire ciò che vedevo; ma in Dio tutto e così semplice, così chiaro, che basta soltanto un movimento della anima per vederlo e comprenderlo, ed ancora era infinitamente più preciso di quel che io possa esprimere.
« Poi la vista è svanita, ed io sono rimasta ad adorare senza comprendere ».
« 25 luglio.
« Poco fa, all'orazione, Nostro Signore mi ha mostrato di nuovo quel grande esercito di Sacerdoti e mi ha detto: "Ti incarico di distribuire ad essi le armi". Nel medesimo tempo mi fece comprendere che queste armi sono l'Amore; che bisognava fare ai Sacerdoti la rivelazione dell'Amore infinito che è Dio, che è in Dio, e che Dio ha per essi. Quésta rivelazione accenderà nel cuore dei Sacerdoti una così grande vampata di amore, che diventeranno ardenti per combattere il male e potenti per conquistare le anime.
« Vedendo la mia impotenza ad eseguire la volontà di Nostro Signore, sono rimasta là, davanti a Lui, le lacrime mi sono salite agli occhi e ho detto: "Che cosa posso fare? Ho dato alle stampe il piccolo libro che mi hai dettato; ho versato nel cuore del mio Vescovo tutto ciò che mi hai donato per i tuoi Sacerdoti. Che cosa posso fare ancora, se non pregare e soffrire?". E sono rimasta là, lungamente, inabissata nel mio nulla ».
« 30 luglio.
« Ieri ho avuto varie viste sull'Opera dell'Amore, ma non so come esprimerle. Gesù vuole dai suoi Sacerdoti qualche cosa di estremamente semplice. Tutto è talmente semplice in Dio e nell'Amore infinito! E' il pensiero umano, il lavoro umano che complica tutto!
« Se avessi gli Statuti dell'Opera, mi pare che li semplificherei ancora. Lo scopo dell'Opera è la conoscenza dell'Amore infinito, il suo spirito è l'Amore, il suo esercizio principale è l'Amore, il suo mezzo di azione sulle anime è l'Amore.
« Tutto si riduce a questa parola divina: "L'Amore infinito". Perché l'Amore infinito è Dio, e Dio è il principio e la fine di ogni cosa. Egli è tutto in ogni cosa, e nulla è senza di lui.
« Senza l'Amore infinito non vi e più nulla ».
Carattere universale dell'Opera
« Quest'Opera d'Amore, desiderata e domandata da sì lungo tempo dal divin Maestro, mi pare che sia proprio un vincolo universale tra i Sacerdoti, vincolo basato sull'Amore che Gesù ha per loro e che essi devono avere per Gesù.
« L'Opera comincerà necessariamente in qualche diocesi, ma non per questo essa sarà diocesana. Gesù vuole qualcosa di molto largo, che si possa adattare a tutti i luoghi, a tutte le anime, a tutti gli usi.
« Una parola detta nel giugno 1902 mi ritorna sovente in questo tempo e sembra indicarmi gli inizi dell'Opera: "Diciannove secoli fa dodici uomini hanno cambiato il mondo, ma non erano soltanto uomini: erano Sacerdoti. Anche oggi dodici Sacerdoti potrebbero cambiare il mondo".
« Non è forse un inizio molto umile che Gesù vuole per la sua grande Opera? Non è forse soltanto ad un piccolissimo numero di Sacerdoti che Egli vuole, in un primo tempo, confidare i tesori del suo Amore infinito?
« Gli Statuti che sono stati preparati potranno forse essere adatti per un paese; ma credo, se non mi sbaglio, che ci vorrà qualche cosa di più largo, di più flessibile.
« E per le particolarità, ogni nazione ed ogni diocesi potrà adattare l'Opera secondo i bisogni e le usanze speciali.
« E' certo che vi sono dei punti un po' vaghi; ma, per un'Opera generale ed universale, occorrono grandi linee e bisogna lasciare tanta larghezza che ogni nazione, ogni diocesi vi si possa adattare nella determinazione dei punti particolari e pratici, che certamente non possono essere identici per tutte le nazioni, e qualche volta possono variare persino tra diocesi e diocesi.
« Penso che Nostro Signore voglia che la rivelazione del suo Amore infinito e il dono del suo Cuore divino ai Sacerdoti siano universali.
« Mi sembra che Gesù voglia formare un legame di amore e di carità tra il suo Sacro Cuore e la parte eletta del Sacerdozio.
« Vi sono opere Sacerdotali molto belle e molto buone; quasi ogni diocesi ha la sua, e se ne formano quasi continuamente delle nuove.
« Nessuna però è generale, universale, e lo si comprende, perché ogni nazione, ogni provincia ha i suoi bisogni particolari e l'Opera creata risponde a questi bisogni.
« Eppure Gesù, se non m'inganno, vuole qualche cosa di universale, di cattolico. E' dunque necessaria un'opera molto larga, che si adatti a tutti i luoghi, a tutti gli spiriti e che leghi insieme, con un vincolo molto semplice e molto forte, tutte le altre opere già formate.
« Ho fatto vedere l'Opera come un legame di carità universale, destinata ad essere, propriamente parlando, non un'opera di più aggiunta alle altre già assai numerose, ma un vincolo molto largo che unisca insieme tutte le altre opere e faccia la fusione completa di tutti i Sacerdoti del mondo ».
CAPITOLO II
LA MISSIONE ATTUALE DEL CLERO
Il 5 ottobre 1913 Madre Luisa Margherita, dal monastero di Pisa, così scriveva a Mons. Filipello: « Lavoro del mio meglio, ed ho quasi terminato la prima parte: "La missione del Clero, scopo, forma. Ciò che il Clero deve dare e ciò che deve essere". In questo momento sto lavorando attorno a questo ultimo capitolo ».
Chi rilegge oggi, dopo il Vaticano II, le pagine scritte dalla Madre su questo argomento, è colpito da un senso di stupore e di meraviglia, e dice a se stesso: quest'anima era veramente pervasa da spirito profetico, e aveva il carisma di conoscere quelli che oggi si chiamano « i segni dei tempi ».
Stralceremo da quelle pagine i passi più significativi, quale contributo alla soluzione della crisi che travaglia oggi il Clero cattolico.
I bisogni del nostro tempo
« Il clero, ai nostri tempi, è chiamato a rappresentare una parte molto importante e deve esercitare una potente influenza sui popoli…
« Pare di enunciare un paradosso. Il volgo, coloro che solo si fermano alle apparenze; gli spiriti antireligiosi, ripieni di parzialità; gli scoraggiati, che non hanno più risorse per la speranza, perché non ne hanno più per la lotta; gli scettici, e sono i più numerosi, che non vogliono credere alla possibilità del bene; tutta questa folla, leggendo ciò che scriviamo più sopra, ci riterrà per utopisti, se pur ci farà grazia di non prenderci per ingenui o visionari.
« Eppure, ciò che noi presentiamo è una verità, che gli spiriti chiaroveggenti cominciano a intravedere e di cui i buoni si rallegrano.
« Sì, nonostante il vento delle rivoluzioni che soffia da più di un secolo; nonostante gli errori moderni che irretiscono le intelligenze e cercano di soffocarvi i germi della fede; nonostante le insidiose persecuzioni che tentano di abbattere il cristianesimo e di farlo scomparire dalle anime, la Chiesa non ha cessato di svilupparsi e il Clero cattolico, con la dottrina e con la virtù, ha, quasi dappertutto, acquistato, non dico il posto d'onore, perché all'onore della terra esso deve dar poco peso, ma il rispetto e la stima di tutte le coscienze rette ».
« L'astro della Chiesa s'innalza sull'orizzonte; è questo un fatto indiscutibile per ogni spirito retto. Ciò nonostante, non è alle intelligenze illuminate che vivono nel mondo, né a quelle che ignorano o fuggono la luce, che noi indirizziamo queste pagine. Le abbiamo scritte per il Clero e a lui umilmente le dedichiamo, pregandolo di accettarle come una testimonianza del nostro rispetto, del nostro amore e della illimitata nostra devozione... Il giovane clero vi troverà, crediamo, il segreto di un generoso coraggio per attuale i disegni di Dio in una carriera feconda, e i veterani del Sacerdozio vi scopriranno forse una consolazione per le fatiche già sopportate, e un incoraggiamento per le ultime lotte ».
La missione del Clero ai nostri tempi
« Abbiamo detto che ai nostri tempi il Clero è chiamato a rappresentare una parte importante: lo scopo e la sostanza della sua missione divina sono sempre i medesimi, come dimostreremo.
« Se ora diamo uno sguardo ai differenti popoli del mondo, vedremo manifestarsi, nella generalità degli spiriti, le medesime tendenze, anche se con diverse sfumature. Ciò non deve farci meraviglia. I progressi moderni hanno tanto facilitato le comunicazioni intellettuali, che le opinioni e i sistemi si propagano quasi simultaneamente anche nelle più remote parti del mondo.
« E proprio ai nostri giorni, non si può negarlo, lo scetticismo ha pervaso tutti i popoli. Non solo praticamente rigettano la loro fede molti cristiani, - cosa spiegabile, dato il freno che la fede impone alle cattive tendenze, per quanto non si possa scusare, - ma persino i pagani, i maomettani, ai quali la falsa religione lascia la libertà del male, cominciano a dubitare delle- false loro divinità, dei loro pretesi profeti, a ridersi del loro culto, a disprezzare i loro libri e le antiche loro tradizioni. Ma non cercano per questo la vera luce; soltanto i loro spiriti, trasportati da questo vento di scetticismo, negano ora ciò che i loro padri avevano per tanto tempo creduto, ciò che avevano stabilito con la forza o sostenuto con le persecuzioni.
« Il bisogno di dubitare è ormai generale. E il contagio del dubbio giunge, non solo alle intelligenze dei vecchi, scoraggiati dalle prove di una lunga esistenza o agli uomini ancora nel pieno possesso della virilità, ma che la lotta per l'esistenza o la sazietà dei piaceri ha portato verso la materia, o ai giovani trasportati dal fuoco delle passioni; ma arriva, il contagio del dubbio, perfino all'intelletto degli adolescenti e dei fanciulli, che imparano ancora sui banchi delle scuole i primi rudimenti delle lettere. E' un lento veleno che porta la decomposizione morale in tutte le nazioni, corrompendo gli spiriti e abbandonandoli, senza forza di resistenza, alle violenze delle passioni naturali.
« Vi sono ancora, è vero, di quelli che amano e cercano il soprannaturale, perché hanno bisogno di credere a qualche cosa che sia superiore ad ogni loro comprensione; ma per soddisfare questo bisogno, invece di cercare l'alimento che desiderano, nella verità rivelata, fanno rivivere le superstizioni antiche che la luce del Vangelo aveva dissipato, i falsi sistemi dei filosofi antichi su cui la verità del cristianesimo aveva trionfato; oppure si danno alle colpevoli curiosità delle pratiche spiritiche e ipnotiche e a tutti i pericoli di questi artificii occulti.
« L'amore del meraviglioso, dello straordinario li domina; così essi preferiscono il soprannaturale diabolico o immaginario al vero e santificante soprannaturale divino, che è controllato dalla Chiesa e appoggiato dalla sana ragione.
« Se le intelligenze sono sviate, le volontà non lo sono meno: e tutto questo perché i cuori sono pervertiti. "La volontà domina tutte le facoltà dello spirito umano, dice S. Francesco di Sales, ma a sua volta è dominata dall'amore che la rende tale quale esso è". La volontà è dominata dal cuore che troppo sovente la porta fuori della retta via; essa potrebbe dirigere il cuore e scegliersi il suo amore; ma dell'amore, una volta scelto, essa diviene schiava.
« L'uomo era stato creato per grandi amori. Doveva prima di tutto amare Iddio, suo Creatore, suo Padre, doveva amarlo con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze. Ma, come abbiamo visto, lo scetticismo, l'indifferenza e qualche volta anche l'odio, hanno distrutto in lui questo sentimento divino.
« L'uomo doveva amare chi gli aveva data la vita, il padre e la madre, che lo avevano sostenuto nella debolezza dell'infanzia, che lo avevano istruito e indirizzato al lavoro e alla virtù. Ma ai nostri giorni, quanti figli ingrati, avidi d'indipendenza, abbandonano il focolare paterno, senza rispetto e senza riconoscenza per chi li ha ricolmati di benefici.
« L'uomo doveva amare i propri fratelli, e, con essi, tutta la famiglia umana; tutti questi uomini, posti dalla Provvidenza forse un po' più in alto di lui, o proprio al suo livello o più in basso nella scala sociale, ma che sono pur sempre suoi compagni di lavoro sulla terra, suoi aiuti e cooperatori nell'opera dell'incivilimento e del progresso. Invece, quale spettacolo si presenta ai nostri occhi? La lotta di classe, la società dilaniata; chi è in basso, disperatamente cerca di salire per prendere il posto di chi è in alto; chi è forte, cerca di schiacciare chi è debole.
« L'uomo doveva amare la patria, fino a dare la vita per difenderla. In modo speciale doveva teneramente amare quel lembo di terra ove Dio aveva posto la sua culla, luogo pieno di ricordi d'infanzia, dove l'aria sembrava più adatta ai suoi polmoni e la luce più dolce ai suoi occhi.
« Invece, che cosa vediamo attorno a noi? L'amore dei piaceri o l'esca della ricchezza strappa l'uomo dal paese natio e lo getta, facile preda, nel pericolo di tutte le seduzioni, di tutte le bassezze.
« Doveva amare la sua sposa, anima eletta con cui si era volontariamente unito: ossa delle sue ossa, carne della sua carne, aiuto fedele che doveva portare con lui il peso delle sollecitudini della famiglia, consolare i suoi dolori, condividere le sue gioie e sempre stare al suo fianco, compagna inseparabile nel cammino della vita. Invece, il divorzio è venuto in molte nazioni a spezzare il vincolo coniugale, e il numero delle unioni non santificate dalla benedizione di Dio va sempre più e dovunque moltiplicandosi; uomini senza principio soprannaturale, senza dignità né stabilità, in balia del capriccio, delle passioni.
« Doveva amare i figliuoli, preziosa corona di gioia per il focolare e speranza e sostegno della sua vecchiaia; doveva crescerli all'onore e alla virtù, sviluppare nei loro cuori tutti quei grandi amori che rendono l'uomo coraggioso e fedele, coltivare nelle loro menti le grandi verità che li fanno leali e coscienti. Ma anche l'amore paterno è deviato e batte una falsa strada. E' diminuito il numero delle nascite, la famiglia si è ristretta come i cuori; si ebbe paura dei vincoli, dei pesi, e l'educazione, invece di frenare e regolare le nascenti passioni del fanciullo, le ha sviluppate e abbandonate a se stesse.
« Venne l'egoismo, e si insediò nel cuore dell'uomo, prendendo il posto di tutti questi amori sì puri e sì forti, che dovevano formare il più bell'ornamento della sua vita e rendergliela felice.
Ecco dunque che l'intelligenza e il cuore, queste due basi, sono da rigenerare, raddrizzare e rimettere in equilibrio ora, come cento, mille anni, venti secoli fa, e il Clero di oggi deve ancora tendere a lavorare al medesimo scopo del Clero che l'ha preceduto. Due particolari però caratterizzano il nostro tempo: lo notiamo qui solo di passaggio perché vi ritorneremo sopra. Anzitutto noi vediamo l'universalità delle medesime tendenze; la somiglianza, in mezzo ai più differenti popoli, dei loro errori e delle loro debolezze. Questo ci dice che il Clero di tutto il mondo è chiamato ai medesimi combattimenti come alle medesime vittorie, e che è necessaria la più completa unione fra tutti i suoi membri; unione di pensiero e di volontà, senza cui non vi potrebbe essere unità d'azione.
« In seguito abbiamo visto che, se le intelligenze hanno bisogno di luce e di verità, i cuori hanno ancora più bisogno di calore e di vita, perché l'aridità dello spirito, che è lo scetticismo, dipende in gran parte dall'aridità del cuore, che è l'egoismo.
« Sarà quindi necessario conquistare gli spiriti per mezzo dei cuori. Quando il cuore dell'uomo sarà di nuovo capace di amare, il suo spirito sarà presto conquistato alla verità. "Iddio, ha detto il grande Bossuet, ha dato alle creature il mezzo per ritornare alla sorgente e unirsi al loro Creatore; e questo mezzo è l'amore!... L'amore dorme in fondo al cuore della creatura, ma non è morto, il Clero può ridestarlo; se anche fosse veramente morto in qualche cuore, il Clero potrebbe ancora risuscitarlo.
« Se i Sacerdoti stanno strettamente uniti a Gesù Cristo, il Sacerdote Eterno, imitandolo e amandolo, diventano altrettanti Cristi e possono essere, come Lui, la risurrezione e la vita! »
Forma della missione del Clero
« Vediamo ora sotto quale forma si presenta la missione del Clero. Certamente questa forma è nuova e deve armonizzare con lo stato presente della società e con i suoi bisogni, con la posizione del Clero nel mondo, con i mezzi di cui dispone e le difficoltà che incontra... Il mondo frivolo e dissoluto, vedendo il corpo sacerdotale, pensa che non vi sia vita in lui, che non sia altro che un mucchio d'ossa essicate; ma il mondo s'inganna... lo Spirito d'amore ha soffiato sopra di esso.
« Il Clero dispone di mezzi numerosi. Ha la parola, la predicazione, l'insegnamento, la penna, il ministero attivo; ha la propria preghiera assidua e fervente, che non è il mezzo meno potente per fare il bene; ha il buon esempio.
« Se molteplici sono i mezzi, le difficoltà che intralciano la divina missione del Clero sono senza numero; ma, con la grazia e una energica volontà, non sono insormontabili. Una delle più grandi difficoltà è, senza dubbio, quella di poter avvicinare le anime. Esse sfuggono e si sottraggono alla ricerca del Sacerdote; sembra che abbiano paura della sua azione santificante.
« La forma attuale della missione del Clero sarà la carità e il dono di se stesso; solamente in questo modo potrà avvicinare le anime.
« Abbiamo visto che è specialmente necessario andare al cuore dell'umanità per restaurarlo e riscaldarlo; occorre quindi che il Sacerdote compenetri i diversi mezzi del suo apostolato con un'ardente carità: e, più che applicarsi a convincere gli spiriti, conviene che si sforzi di entrare nei cuori gelidi ed induriti, per trasformarli con la forza dei suoi esempi.
« Questo esempio possente, col quale il Clero potrà toccare i cuori e trascinarli, sarà il dono totale e assoluto di se stesso. Se noi guardiamo a noi stessi, ci troviamo ben povera cosa, un uomo, un nulla: siamo un poco di polvere che vive per un po' di tempo e poi ritorna polvere. Ciò è vero riguardo al corpo; ma Iddio ha lavorata questa polvere con le sue mani divine e l'Amore infinito ha vivificato questo nulla col suo soffio. E se pensiamo al carattere sacerdotale che contrassegna l'anima del Sacerdote per tutta l'eternità, quale grandezza! quale valore quasi infinito non ha egli mai!
« Perciò, quando un Sacerdote si dona, dà molto; e il dono di se stesso, se è completo e per sempre, ottiene tutto, sia da Dio che dalla creatura.
« Il Clero adunque, per compiere l'opera d'amore alla quale è chiamato in questo momento, non ha che da donare se stesso. Nella pienezza della volontà, con cuore generoso ed animo confidente nella grazia, nella sua grazia, nella grazia del suo Sacerdozio, il Clero deve rinnovare il dono di se stesso a Dio, alla Chiesa e alle anime.
« Il dono di sé a Dio. - Questo dono è già stato fatto, è vero, il giorno in cui il Sacerdote, offrendosi volontariamente, ha ricevuto il sacro carattere del Sacerdozio; ma può essere sempre rinnovato e sempre più perfetto.
« Infatti, chi non vede che il dono di se stesso è più ricco di forza soprannaturale e più prezioso allo sguardo divino, quando si rinnova dopo qualche anno di ministero, allorché il Sacerdote, del ministero. ha gustato le gioie, ma ha pure provato le difficoltà, le tristezze e i dolori; allorché ha sentito le lotte della natura di fronte a sacrifici prolungati, che da principio, nel fervore del primo slancio, gli sembravano meno duri; quando ha conosciuto la stanchezza del lavoro senza risultati visibili? E quale valore non acquista questo dono se, conosciuto l'Amore infinito, il Sacerdote si dona all'Amore con una reciprocità d'amore e, dimenticando se stesso e non cercando più che la gloria di Dio, si dona per essere sacrificato all'Amore e per l'Amore?
« Il dono di sé alla Chiesa. - Può essere rinnovato e reso sempre più profondo. Si fa con una adesione sempre più perfetta e una dipendenza più completa. La Chiesa è nostra Madre, e noi la dobbiamo teneramente amare come madre, e a lei dobbiamo l'omaggio del nostro filiale rispetto e della nostra obbedienza. Donarci alla Chiesa importa non solo riceverne i dogmi e la dottrina, ma è dipendere da essa nella direzione dei pensieri, come delle opere e dell'apostolato; è tenerci strettamente uniti con i fratelli nel Sacerdozio con un vincolo di carità soprannaturale.
« Il dono di sé alle anime. - Consiste nel dedicarsi senza riserva alla loro salvezza, non risparmiando nulla, né tempo né forze, né salute, né vita per servirle nelle loro necessità; consiste nell'immolare ogni giorno i propri gusti, le proprie inclinazioni e persino le più legittime soddisfazioni, ai bisogni e alle particolari esigenze di queste anime che sono la parte più bella e preziosa dell'eredità del Sacerdote, l'ultimo lascito di Gesù morente.
« Solo donando se stesso così, il Clero farà l'opera magnifica alla quale è ora chiamato. Opera di restaurazione, di rinnovamento, di civilizzazione spirituale, intellettuale e morale. Opera che egli compirà ridonando Gesù Cristo al mondo, facendo entrare le anime nel Santuario del suo Sacro Cuore e loro rivelando il mistero dell'Amore infinito ».
Ciò che il Clero deve dare
« La carità divina ha diverse forme; ma ve n'è una soprattutto alla quale il mondo pagano non ha saputo resistere, davanti alla quale tutti gli idoli dell'antichità sono crollati. Questa forma, apparentemente debole, da venti secoli s'è impadronita della società e l'ha trasformata, purificata, elevata e illuminata: questa forma divina e umana nello stesso tempo, è Gesù Cristo.
« Il Clero deve mostrare al mondo l'ammirabile e adorabile figura di Gesù Cristo, che sarà di nuovo la sua luce e la sua salute: deve donare Gesù Cristo, ma Gesù Cristo "tutto intero". Pesiamo bene questa parola "tutto intero". Quanti conoscono solo a metà Gesù Cristo, quanti non lo conoscono affatto ».
« Gesù è la Carità divina, la Misericordia incarnata: Egli si abbassa, si china, si dona, è l'umiltà di Gesù; ma se la creatura può salire con il suo amore fino al Cuore di lui, deve pure, conoscendo il proprio nulla, restare, per parte sua, molto in basso ai suoi piedi.
« Dobbiamo amare con passione questo Uomo-Dio, il misericordioso Salvatore disceso volontariamente dal Cielo per redimerci, istruirci, consolarci. Dobbiamo aspettarci tutto da Lui, a Lui tutto confidare; bisogna andare a Lui con cuore di figlio che si apre, che crede, che riceve e dona; ma anche nelle espansioni d'amore la creatura deve conservare la debita distanza.
« Il Clero deve fare conoscere Gesù Cristo e Gesù cristo tutto intiero. Deve farlo conoscere con la parola e con gli scritti, deve donarlo con il suo ministero, deve presentarlo vivente con i sui esempi ».
« In questo tempo di scetticismo e di egoismo, è necessario che l'Amore, la Misericordia, siano predicati su tutta la terra. Il Cuore di Dio ha un desiderio immenso di perdonare e di donare: per poco amore che veda in un cuore per rispondere al suo, Egli perdona. Che cosa mai potrà servir meglio per far nascere e crescere l'amore nel cuore umano, che il conoscerlo nella sua stessa essenza, in Dio?
« Chi pensa praticamente all'Amore di Dio? Chi crede, come bisogna credere, alla sua Misericordia? Diciamo "Come bisogna", perché spesso vi si crede in modo da permettersi tutto, contando con presunzione su di essa.
« Come si sfigura, si abbassa e si avvilisce la persona adorabile di Gesù, così si travisa il vero senso dell'Amore. "L'Amore è una gran cosa, è un bene veramente grande" dice il pio autore dell'Imitazione; e invece se ne fa un qualche cosa di piccolo, di naturale, di carnale, anche quando si tratta dell'Amore di Dio.
« In questi ultimi tempi parecchi autori, senza dubbio con l'ottimo desiderio di attirare le anime all'Amore, hanno voluto metterlo alla loro portata, rimpicciolendolo, e ne è risultato un amore snervante, senza vigore, che si appoggia soltanto sopra la sensibilità ed è incapace di fortificare i cuori e far loro produrre azioni magnanime e forti virtù. « L'Amore di Dio, considerato in Dio stesso, è ben diverso. E' commovente, è squisito nella sua tenerezza, una tenerezza divina! Ma è anche sublime, forte e pieno di mirabile potenza e maestà. Per raggiungerlo, si sente il bisogno di elevarsi, di fare qualunque sforzo, e ciò sviluppa il coraggio e irrobustisce la virtù. Per mezzo di Gesù Cristo, per la porta divina, sempre aperta, del suo Cuore, entreremo nel tempio dell'Amore eterno, comprenderemo prima noi ciò che è, e vedremo che Esso ci circonda e ci stringe da ogni parte, che riempie il mondo, che si espande nell'immensità senza fine. Solo l'anima umana gli rimane chiusa: non intieramente però perché sarebbe annientata, ma essa ha quasi chiusa la porta all'Amore.
« Tutte le creature ricevono con la vita questa effusione dello Amore infinito: esse si volgono al loro Creatore e si aprono alle influenze vitali che da Dio discendono in esse; ma l'anima dell'uomo, libera di amare il suo Dio più che qualunque altra creatura, questa anima volontariamente si restringe e si chiude all'Amore. L'Amore infinito non può più entrare nelle anime ».
Ciò che il Clero deve essere
« Abbiamo detto che la missione del Sacerdote è di ridare Gesù Cristo al mondo e di rivelare l'Amore infinito. Ma non si può dare se non ciò che si possiede; e se si deve dare molto, bisogna possedere in abbondanza. Il Sacerdote dovrà adunque possedere Gesù Cristo e l'Amore più che qualunque creatura.
« E' necessario che s'impregni di Gesù Cristo, che Lo riproduca colla più grande perfezione possibile; che conformi il suo spirito allo spirito di Gesù, il suo cuore al Sacro Cuore di Lui. E' necessario che si lasci penetrare dall'Amore, e che quindi rimuova tutti gli ostacoli che impedirebbero in lui la sua azione santificante. E' necessario che il Sacerdote rimanga nell'Amore e che l'Amore rimanga in lui.
« Iddio ha amato il mondo fino a donargli il suo Figlio Unigenito; ha amato il Sacerdozio fino a voler vedere in lui lo spirito e il Cuore del suo stesso Figlio.
« Le tre Persone della SS. Trinità prendono una somma compiacenza d'amore nel cuore del Sacerdote, del Sacerdote fervente, devoto, casto e umile, del Sacerdote immagine e riproduzione vivente di Gesù Cristo. Il Padre vede in Lui la più perfetta immagine del Verbo Incarnato; un secondo Gesù Cristo, così simile al primo da quasi non poternelo distinguere: vi vede uno specchio tersissimo nel quale si riflettono le virtù di questo suo Figlio prediletto; intende, nella voce del Sacerdote, quella di Gesù.
« Il Verbo vede nel Sacerdote un fratello della sua sacra umanità, un amico, una creazione del suo Cuore, un altro Se stesso, per mezzo del quale Egli continua tutte le sue opere e nel quale la sua vita umana, la sua vita di Sacerdote e di Vittima, è come prolungata nei secoli.
« Lo Spirito Santo riconosce in esso il suo tempo particolare, il serbatoio nel quale può versare i suoi doni nella più larga misura, lo strumento proprio della sua azione sulle anime e una materia tutta preparata per le sue fiamme d'amore.
« Ma il Sacerdote, tanto amato dalla Trinità adorabile, le deve un contraccambio d'amore. Non deve soltanto amare Dio così, in generale, come fanno i fedeli; ma è necessario che abbia un sentimento d'amore particolare per ciascuna delle tre divine Persone. Deve avere per il Padre un amore di adorazione e rispetto filiale, simile all'amore di Gesù per il suo divin Padre; per il Figlio, un amore d'unione che lo tenga in continuo rapporto con Lui; per lo Spirito Santo, un amore di docilità e di dipendenza. Solo al contatto del Cuore di Gesù i Sacerdoti comprenderanno il mistero dell'Amore e infiammeranno i loro cuori.
« Hanno tanto bisogno di abnegazione e di carità soprannaturale in questo tempo: devono amare molto, e dare, dare sempre! Oh, vadano dunque al Cuore di Gesù! In questo Cuore sacro vi sono ancora parti inesplorate, destinate ai suoi Sacerdoti; e un dominio che ha riservato a loro. Sono abitazioni d'amore dove solamente i Sacerdoti entreranno e dove essi troveranno tutto ciò di cui hanno bisogno per essere fedeli rappresentanti di Gesù. E quando vi saranno entrati, ne usciranno rivestiti di una grazia speciale che agirà sopra le anime.
« Molti Sacerdoti sono entrati in queste divine dimore senza saperlo e sono stati i veri continuatori della missione di Gesù; ma quando ne conosceranno la via, vi entreranno molto più numerosi e sarà la salvezza di molte anime.
« Questa via è il Cuore di Gesù-Sacerdote, conosciuto e meditato; è il Sacerdote che cede in sé il suo posto a Gesù e che agisce unicamente sotto il suo impulso divino. E' il cuore del Sacerdote, fuso con quello di Gesù per mezzo della conoscenza e dell'amore; è il compimento della parola di Gesù al divin Padre: "Siano una cosa sola come una cosa sola siamo Noi, affinché siano consumati nell'unità" ».
CAPITOLO III
ATTUAZIONE DELL'OPERA DELL'AMORE INFINITO
Il sogno che Madre Luisa Margherita aveva concepito, come Visitandina, di un istituto tutto dedito, con la preghiera e la sofferenza, alla santificazione del Clero per il trionfo nel mondo dell'Amore infinito, sembrava, con la morte della Fondatrice, svanito nel nulla. Che anzi « la Piccola Casa dell'Amore infinito » che aveva fondato a Vische, non era stata riconosciuta dalla Visitazione di Annecy, ed essa aveva dovuto accettare, con immenso dolore, di vedersi quasi messa al bando dall'Istituto in cui aveva vissuto, amato e sofferto. Eppure, secondo essa, quello era l'ideale della Visitazione, secondo la mente del Fondatore.
Infatti ne aveva scritto così il 17 marzo 1911: « Il nostro Istituto, nel pensiero di Dio, doveva essere un ausiliario orante del Sacerdozio. Negli scritti della Visitazione questo appare ad ogni passo. All'inizio del direttorio si legge: ..."Che tutta la loro vita e le loro attività siano per aiutare con le preghiere e i buoni esempi la santa Chiesa, e per la salute delle anime". Altrove il nostro santo Fondatore ci chiama figlie dei Vescovi, figlie del Clero; ci dona, per Superiore Generale, "Nostro Signore Gesù Cristo e il suo Vicario in terra, il Papa", per Superiori delle Case, i Vescovi stessi o il Sacerdote del Clero, che essi designeranno come Padre spirituale e loro rappresentante; per confessore ordinario, un Sacerdote del Clero díocesano e non un religioso qualunque. Benché ci faccia dare gli ultimi Sacramenti dal confessore ordinario, il nostro santo Fondatore stabilisce, al termine delle costituzioni, che il Curato della parrocchia debba fare la nostra sepoltura, per avere, dice egli, ancora questo segno di unione con il Corpo Ecclesiastico della Santa Chiesa. Ci ordine di fare ogni mese una Comunione generale per la santa Chiesa, il Papa e gli Ecclesiastici. Ma sarebbe troppo lungo enumerare tutto ciò che, negli scritti della Visitazione, dimostra l'intenzione dei nostri Santi Fondatori a questo riguardo.
« Nel decorso dei tempi, non abbiamo forse perduto di vista questa intenzione primaria della nostra istituzione? L'opera dell'educazione della gioventù che, a seguito di circostanze diverse, venne ad aggiungersi alle nostre Regole, malgrado l'opposizione nettissima dei nostri Fondatori, non ci ha forse fatto dimenticare insensibilmente questa grande missione d'aiuto al Sacerdozio? Noi siamo figlie dei Vescovi, figlie del Clero. Le figlie non devono innanzitutto pregare, lavorare per i loro padri, donarsi e soffrire per essi?
« Quasi tutte le anime più ferventi e più favorite da Dio del nostro Istituto hanno avuto questo impulso di dedizione al Sacerdozio in maniera al tutto speciale. Per non citare che le principali: c'è la Beata Margherita M. Alacoque, Anna Maddalena Remusat, G. Benigna Goyez e Maria di Sales Chapuis, che si credette perfino in dovere di fondare una congregazione d'uomini, ausiliari del clero, per rispondere alla ispirazione che non le dava tregua. E, cosa degna di nota, non vediamo noi la Madre Maria di Gesù Deluil-Martini, così consacrata al Sacerdozio, sentirsi dapprima attirata e condotta alla Visitazione? Se ella vi avesse trovato in vigore lo spirito di unione e di dedizione al Sacerdozio, sarebbe certamente rimasta. Essa non ne usci che per dare alla Chiesa, al Sacerdozio, quelle ausiliari oranti che noi avremmo dovuto essere ».
Questa era l'eredità che Madre Luisa Margherita lasciava a Suor Margherita Revnaud, che sarebbe diventata la confondatrice dell'Opera dell'Amore Infinito.
Mons. Filipello, che primo aveva fatto la consacrazione all'Amore infinito e che fu negli ultimi anni il direttore e il sostegno della Madre, prese anche lui la responsabilità di questa eredità, e anzi fu proprio lui che, appoggiandosi al Card. Cagliero, ottenne di rimettere in marcia la istituzione, o meglio curò la piccola pianta nascente che stava germogliando, dopo il triste inverno, dal seme, costituito dalle spoglie mortali della Fondatrice, affidato alla terra.
Primo documento di fondazione dell'Opera
Mons. Filipello infatti, in data 30 giugno 1916, pubblicava il seguente decreto, di cui riproduciamo i brani essenziali: « La Chiesa cattolica tenne sempre in somma considerazione i Monasteri, come quelli che non solamente offrono un sicuro asilo alle anime chiamate a vita più perfetta, ma aiutano pure il ministero sacerdotale, danno al mondo esempio di vita più santa, e colla preghiera, colle sacre funzioni e colle opere di carità, si dedicano mirabilmente alla salvezza degli uomini.
« Per questo, già da lungo tempo, Noi ardentemente desideravamo che si fondasse una nuova Casa della Visitazione nella nostra Diocesi. « ... E' certamente ammirevole che questa nuova pia istituzione, sebbene colpita da molti e gravi travagli, avversità, stenti, specialmente dopo la morte della Superiora, Madre Luisa Margherita Claret de la Touche (14 maggio 1915), in così breve tempo abbia prodotto abbondanti frutti spirituali.
« Stando così le cose, in considerazione dei desideri e delle istanze del Clero e dei fedeli, e Noi pure desiderando che la santa opera di questa Istituzione continui a sommo beneficio di tutta la nostra Diocesi... - dopo avere per maggior sicurezza esposto certi dubbi alla Santa Sede - ...considerando che la Divina Provvidenza molto spesso diede manifesti segni di speciale sua predilezione verso questa Casa, procurandole in modo meraviglioso soccorsi e perfino il vitto quotidiano,
« ... per le Presenti: Confermiamo e approviamo il Monastero femminile, fondato a Vische con nostra approvazione da Suor Luisa Margherita Claret de la Touche, e servendoci delle facoltà a Noi concesse da S.S. Benedetto XV per tramite dell'Em. Card. Giovanni Cagliero, lo istituiamo sotto il titolo di "Sacratissimo Cuore di Gesù", per evitare difficoltà presenti e future, affinché risponda meglio al voto e desiderio del Sommo Pontefice, che si è degnato di scegliere egli stesso tale titolo, e affinché le Suore godano maggior libertà di pregare specialmente per la Chiesa e per i Sacerdoti, giusta l'intenzione più volte manifestata dalla Fondatrice Luisa Margherita: di adattarsi cioè ad altre regole, se in seguito fossero sorte difficoltà per la prima osservanza.
« A questa nuova Casa, non dovendo essere altro che un rampollo germogliato dal tronco secolare piantato da San Francesco di Sales, adattato tuttavia alle necessità ed esigenze della presente età, ordiniamo l'osservanza della Regola di questo Santo, giusta il suo spirito, e da Noi approvata con il fine particolare - da tempo già esposto alla Sacra Congregazione dei Religiosi - che ivi si innalzino a Dio preghiere per il Sommo Pontefice e per la Chiesa Universale e particolarmente per i Sacerdoti, affinché tutti vivano secondo il Cuore Sacratissimo di Gesù ed esercitino il sacro ministero, rispondendo alla divina loro missione di diffondere la conoscenza del divino Amore Infinito ».
Secondo decreto di Mons. Filipello
Dopo il precedente decreto, la Visitazione di Santa Maria di Vische era divenuta Visitazione del S. Cuore. Ma questo doveva durare poco tempo, perché sorsero nuovi ostacoli e nuovi reclami contro questo nuovo titolo dato alla fondazione.
Per mettere fine a questo stato di cose, Benedetto XV investi della questione la S. Congregazione dei Religiosi. Ed è in base alla decisione della suddetta Congregazione, che il Vescovo di Ivrea emanò questo nuovo decreto: « Alle dilette Figlie del Monastero di Vische, da Noi eretto il 19 Marzo 1914, dietro autorizzazione emanata dalla Sacra Congregazione dei Religiosi col Rescritto 19 Febbraio 1914, carità, gaudio e pace nel Signore.
« Ci era noto l'abbandono vostro pieno e incondizionato alle disposizioni della S. Sede, quale imparaste dagli insegnamenti e dalla condotta della venerata vostra Fondatrice Madre Luisa Margherita Claret de la Touche, che niente volle intraprendere dei disegni a lei ispirati da Dio, senza averne prima implorato dal Vicario di Gesù Cristo l'assenso e la benedizione, concessile col prezioso autografo dell'8 febbraio 1914.
« Tuttavia ci siamo grandemente compiaciuti del pronto ed ilare atto d'obbedienza da voi prestato alla decisione 25 gennaio 1918 della Sacra Congregazione dei Religiosi, siccome quello che, a giudizio umano,
- dopo le molteplici e difficili prove cui il Signore permise foste assoggettate nei quattro anni trascorsi - dovette costare di più al vostro cuore intimamente unito alla Visitazione.
« Secondando perciò il vostro voto di intiera e cordiale adesione non solo ai precetti, ma anche alle esortazioni e ai consigli della Suprema Autorità;
« Per le presenti, che ordiniamo siano segnate negli atti della Curia e aver forza di decreto:
« 1° - Al titolo attuale del vostro Monastero - Visitazione del Sacro Cuore - sostituiamo quello di Betania del Sacro Cuore; parola che per l'etimologia e pei fatti storici che ricorda, ci pare adatto a denominare la vostra comunità, la quale, per grazia di Dio, fu, e per la sua misericordia speriamo continuerà ad essere, Casa di afflizione rassegnata, di obbedienza filiale e di esaudimento completo;
« 2° - Approviamo le variazioni apportate al vostro abito monastico;
« 3° - Confermiamo i vostri Statuti, che, già da Noi altra volta modificati ed infine approvati con Nostro Decreto 30 giugno 1916, diedero finora ottimi risultati;
« 4° - E supplicando fervidamente il Pontefice Eterno a voler sempre accogliere le vostre preghiere e azioni, rivolte tutte in special modo al bene della Chiesa, del Papa e del Sacerdozio cattolico, affinché l'Amore infinito del Sacro Cuore di Gesù sia sempre più conosciuto sulla terra a mezzo dei Sacerdoti cattolici - secondo le costituzioni dell'Opera Sacerdotale, chiamata Alleanza Sacerdotale Universale degli Amici del Sacro Cuore, opera annessa al Monastero e lasciatavi in eredità dalla pia Fondatrice -, affettuosamente vi accordiamo la nostra benedizione. Ivrea, dal nostro Palazzo Vescovile,
il 24 aprile 1918 + Matteo Vescovo »
Fondazione dell'Alleanza Sacerdotale
Dopo la risposta della Sacra Congregazione dei Religiosi e la fondazione ufficiale definitiva di Betania del Sacro Cuore, ormai la via era libera anche per la fondazione dell'Alleanza.
Il P. Charrier aveva fatto stampare un opuscolo dal titolo: « Appello ai Sacerdoti: scopo, spirito e statuti dell'Alleanza Sacerdotale Universale degli Amici del S. Cuore ».
Da parte sua, Monsignore d'Ivrea giudicò giunto il momento di agire, e con decreto del 16 giugno 1918 eresse ufficialmente e canonicamente nella sua diocesi l'Alleanza Sacerdotale.
L'Alleanza, come Madre Luisa Margherita aveva pensato, prendeva dunque vita all'estero e non in Francia, dove l'opuscolo del Padre Charrier era stato accolto piuttosto freddamente. Mons. Filipello fece tradurre l'opuscolo in italiano e il 10 ottobre lo mandava a tutti i Vescovi del Piemonte. L'accoglienza, qui, fu nettamente favorevole. Poiché la diocesi di Ivrea aveva fondata l'Opera, doveva pure avere per la prima la sua Sezione diocesana dell'Alleanza.
Anche la guerra, che riteneva un gran numero di Sacerdoti sotto le armi, era infine terminata, e verso la fine del maggio 1919 la maggior parte di essi erano restituiti al loro ministero. Fu allora che, per desiderio di Monsignore, venne costituito un Comitato di alcuni Sacerdoti, con l'incarico di lavorare per concretizzare l'Alleanza per la diocesi di Ivrea ed elaborare gli Statuti particolari della Sezione Diocesana.
Il compito non era facile: si trattava di farsi un'idea esatta di quest'Opera al fine di proporla al Clero della Diocesi. Ora, a parte Mons. Filipello, nessuno dei Sacerdoti incaricati di questa missione conosceva gli scritti di Madre Luisa Margherita, la sua dottrina dell'Amore infinito, e il senso spirituale e universale che essa aveva sempre richiesto per l'Opera Sacerdotale. Fu consultato il P. Charrier, che si sforzò di illuminare gli spiriti, con una carità e una dedizione instancabili, e in quei giorni fu veramente, come l'aveva predetto Madre Luisa Margherita, « l'anima dell'Opera ».
Questi sforzi durarono più di un anno; poi il 12 settembre 1920 la Sezione Sacerdotale diocesana di Ivrea fu ufficialmente fondata. Il 1° ottobre seguente, nove Sacerdoti, ai piedi del SS. Sacramento esposto nella Cappella di Betania del S. Cuore, pronunziavano il loro atto di consacrazione e donazione all'Amore infinito, costituendo così il primo nucleo della Sezione dell'Alleanza Sacerdotale.
Decreto definitivo di Mons. Filipello
A dieci anni di distanza, il 1° ottobre 1930, Sua Ecc. Mons. Filipello riassumeva, nel seguente decreto, in modo ammirabile questa concezione dell'Opera dell'Amore Infinito:
« Ai Venerandi Confratelli ed ai diletti Figli dell'uno e dell'altro sesso, che diedero il nome all'Opera dell'Amore Infinito, salute e benedizione nel Signore.
« Ci ha colmati di grande consolazione il fatto che quest'Opera, suggerita, come pare, da Dio alla pia Suor Luisa Margherita Claret de la Touche, e cominciata umilmente e quasi nel segreto, siasi propagata a poco a poco in modo tale che dapprincipio non era lecito sperare. Godemmo poi particolarmente, constatando come essa, col progresso del tempo, siasi sviluppata e vada tuttora sviluppandosi secondo le viste e la forma concepite dalla Suora predetta.
« Infatti voi ben sapete che l'Opera Sacerdotale è l'Opera dell'Amore Infinito. Il punto di partenza, secondo rilevasi dagli scritti di Suor Luisa Margherita, è il dono speciale del Sacro Cuore di Gesù ai Sacerdoti, dal quale dono derivano ai medesimi particolari grazie.
« 1° - Perché conoscano essi i primi l'Amore Infinito attraverso il Cuore di Gesù, allo stesso modo che l'Apostolo prediletto, posando il capo sul divin Cuore, conobbe le sublimi altezze della Divinità;
« 2° - Perché della dottrina dell'Amore infinito vivano costantemente in modo da essere veramente un cuor solo e un'anima sola;
« 3° - Perché diffondano tale dottrina mettendola alla portata dei fedeli. Quest'Opera è essenzialmente uno spirito e una vita di amore attinti dal Cuore di Gesù e diffusi in tutto il Sacerdozio, e per esso in tutte le anime.
« Il suo esercizio principale è l'amore, e il mezzo di azione sulle anime è ancora l'amore.
« Tale Opera, oggigiorno simile a robusta pianta, ha gettato profonde radici e sviluppato quattro vigorosi rami che vanno ognor più estendendosi a maggior gloria di Dio.
« I - Alleanza Sacerdotale Universale degli Amici del S. Cuore, la quale si studia:
a) di far conoscere ai Sacerdoti il dono speciale che il Sacro Cuore ha fatto a loro;
b) di vivere essa stessa il più intensamente possibile e di far vivere alle anime la dottrina dell'Amore infinito.
« II - Aggregati dell'Alleanza, che possono essere chierici o laici e cercano:
a) di penetrarsi del medesimo spirito dell'Opera;
b) di secondare con la preghiera e con l'azione l'Alleanza Sacerdotale;
« III - Betania del Sacro Cuore, Istituto da Noi fondato con Decreto 19 marzo 1914, che ben si può chiamare la radice nascosta in terra e il focolare dell'Opera dell'Amore Infinito e che ha per iscopo:
a) di consacrare la propria vita alla SS. Trinità, Dio eterno, Padre, Figlio e Spirito Santo, Amore Infinito, affinché l'Opera suddetta, per mezzo del Sacerdozio, si faccia in tutte le anime, cooperando a tal nobile fine mediante la preghiera, l'immolazione e l'irradiazione dello spirito dell'Opera stessa;
b) di ottenere, con la loro vita contemplativa e con l'adorazione in spirito e verità dell'Amore Infinito, di cui il Cuore di Gesù è il tabernacolo vivente, grazie sovrabbondanti per il Sommo Pontefice, la Chiesa e il Sacerdozio cattolico e, in modo tutto particolare, per l'Alleanza Sacerdotale degli Amici del Sacro Cuore.
« IV - Fedeli Amiche di Betania del S. Cuore, che possono essere laiche o religiose di altri Istituti, le quali, unite spiritualmente, intendono vivere ed agire per lo stesso fine di Betania del S. Cuore.
« Per tal modo, questi quattro rami, che tendono tutti allo stesso scopo, vengono a formare unità mirabile di cuori e una schiera eletta di anime che lavorano a dilatare sulla terra il Regno di Dio, Amore Infinito.
« Questo è lo sviluppo che l'Opera è venuta prendendo a poco a poco.
« Ciò premesso:
« Volendo ora sanzionare, per quanto è da Noi e il più largamente possibile per parte Nostra, lo sviluppo suddetto,
« Per le Presenti Nostre « che ordiniamo vengano registrate negli atti di Curia:
« 1° - Confermiamo i Decreti riguardanti l'Opera Sacerdotale e i suoi rami da noi emanati il 19 marzo 1914; 24 aprile 1918; 7 giugno 1918 e 12 settembre 1920, e, mentre provvisoriamente lasciamo la Sede della medesima nella Cappella di Betania, dichiariamo sin d'ora che essa passerà di fatto nel Santuario dell'Opera, appena questo possa funzionare.
« 2° - Confermiamo parimenti e approviamo gli Statuti, le Direttive ed il funzionamento attuale dell'Opera predetta.
« 3° - E congratulandoci con tutti coloro che fanno parte della medesima e la favoriscono, ce ne riserviamo la Presidenza e la Direzione, sino a quando il Sommo Pontefice vorrà degnarsi di prenderla Egli stesso direttamente.
« Dato ad Ivrea, dal Palazzo Nostro Vescovile il 1° ottobre 1930,
« decimo anniversario della fondazione della Prima Sezione della «Alleanza Sacerdotale».
F.to Matteo Vescovo
Stato attuale dell'Opera
A quarant'anni di distanza qual'è lo stato attuale dell'Opera?
Dei quattro rami di cui è composta l'Opera, tre sono particolarmente vigorosi, mentre il quarto, quello degli Aggregati, essendo prevalentemente formato da chierici del clero secolare e regolare, non è suscettibile di continuo aumento. Essi sono: l'Istituto di Betania del Sacro Cuore, l'Alleanza Sacerdotale e le Fedeli Amiche di Betania. A questi si deve aggiungere il Pio Sodalizio delle Missionarie dell'Amore Infinito, che ha ottenuto in questi ultimi tempi un notevole sviluppo, ed è un Istituto Secolare in formazione, che ha la sua sede a Candia Canavese (Torino).
1) L'Istituto di Betania del Sacro Cuore, radice nascosta e profonda di tutta l'Opera, ottenne nel 1958 il Decreto di lode della Sacra Congregazione dei Religiosi, e fu dichiarato di diritto pontificio. Attualmente svolte la sua attività di preghiera, di sacrificio e di diffusione della dottrina dell'Amore Infinito, in Italia (particolarmente in Piemonte, in Liguria e a Roma), in Francia e nella Repubblica Argentina.
2) L'Alleanza Sacerdotale, che ebbe origine ad Ivrea, ha ormai preso un'estensione notevole e conta quasi 3000 iscritti, tra cui 7 cardinali, 3 patriarchi e 79 tra arcivescovi e vescovi.
Essa è costituita in Pia Unione diocesana a Ivrea, Biella, Torino, Treviso, Roma, Mossoul (Iraq), Alessandria d'Egitto, Buenos Aires, Parigi e Rio Gallegos (Argentina).
Tra quelli che appartennero all'Alleanza si annoverano già tre servi di Dio, di cui si è iniziato il processo di beatificazione, e sono: Don Oreste Fontanella (1883-1953) della Diocesi di Biella, Don Secondo Pollo (1908-1914) dell'archidiocesi di Vercelli, il Metropolita Andrea Szeptyckyi, Arcivescovo di Leopoli (Ucraina).
Le nazioni che contano il maggior numero di sacerdoti iscritti, sono: l'Italia, il Medio Oriente, l'Argentina, la Francia, la Germania, la Polonia, la Svizzera, gli Stati Uniti, l'Uruguay, la Bolivia, il Canadà, il Belgio, il Brasile, la Spagna, la Colombia.
3) Il gruppo più numeroso dell'Opera è costituito dalle Fedeli Amiche di Betania del Sacro Cuore.
Esse sono sparse in tutto il mondo e contano circa 12.000 iscritte, di cui 6.000 in Italia, 1.000 in Francia, 3.000 nel Sud America, 2.000 nei paesi di lingua tedesca.
In Italia i centri più importanti sono: Roma, Ivrea, Torino, Milano, Bergamo, Brescia, Genova, Cagliari, Bari, Padova, Piacenza e Viterbo.
Il Bollettino « Betania del Sacro Cuore », oltre le edizioni francese, spagnola e tedesca, nella sola edizione italiana raggiunge:
1) In Europa: l'Austria, il Belgio, la Francia, la Germania, l'Inghilterra, l'Irlanda, la Jugoslavia, la Polonia, il Portogallo, la Spagna, la Svizzera e la Turchia.
2) In Africa: l'Africa centrale, l'Egitto, il Sudan e il Tanganika.
3) In Asia: Hong-Kong, Cipro, Filippine, Formosa, Giappone, Giordania, India, Laos, Libano, Siria, Tailandia.
4) In America: l'Argentina, il Brasile, il Canada, il Messico, S. Domingo, gli Stati Uniti.
5) L'Australia.
Nell'America Latina i gruppi più importanti sono nell'Argentina, in Bolivia e nel Brasile.
In poco più di 50 anni l'Opera si è dunque irradiata dalla piccola casa di Vische ed ha acceso fiaccole e focolari d'Amore Divino in tutte le parti del mondo.
E' molto ed è poco, di fronte ai tre miliardi di uomini che popolano la terra!
Ma il fuoco dell'Amore Infinito non si può spegnere, e la missione dell'Opera, la più grande e la più eccelsa in sé considerata, la più urgente e necessaria per l'attuazione del rinnovamento auspicato dal Vaticano II, deve continuare a realizzarsi e ad espandersi a gloria di Dio e a felicità temporale ed eterna dell'umanità intera.
CONCLUSIONE
Un Sacerdote, passato da Vische nell'ottobre 1929, così scriveva alla confondatrice:
« Vorrei potervi scrivere con raccoglimento, come converrebbe a voi, care Suore sacerdotali di Betania, votate all'adorazione e al culto dell'Amore Infinito... Il mio soggiorno in questa Casa benedetta mi ha fatto bene. Vi ringrazio, Madre, d'aver avuto la bontà d'invitarmi. Non avrei capito Betania e la sua Opera, senza passarvi, o almeno, non le avrei capite così bene.
« Permettetemi di felicitarmi con voi per questa bella vocazione! « Fra le vocazioni contemplative è indubbiamente una delle ultime arrivate, quindi la più bella, giacché la Chiesa si perfeziona e si orna di gioielli sempre più ricchi, come una sposa per il grande giorno delle nozze eterne. E la vostra vocazione speciale è precisamente l'imitazione della vita del cielo, o, piuttosto, di ciò che vi è di più essenziale, di ultimo nell'eternità: la vita d'amore ».
Dieci anni prima della sua morte, e precisamente il 3 ottobre 1905, prima ancora di abbandonare la Francia, Madre Luisa Margherita aveva scritto: « Gesù mi disse press'a poco queste parole: "Ho deposto il mio Amore nella terra del tuo cuore, come una semenza; bagnata dalla rugiada della mia grazia e riscaldata dai raggi del mio cuore, essa ha germogliato tra le miserie e la corruzione della tua umanità. Il suo germe è spuntato sulla terra.
"Giorno verrà in cui la messe sarà abbondante: verranno dapprima i Sacerdoti a nutrirsi dei suoi frutti e, dopo di loro, se ne nutriranno le anime".
« Gesù diceva queste parole nell'intimo della mia anima, lentamente, gravemente, ma con una bontà dolce e penetrante. Un po' più tardi ha aggiunto: "L'Opera è fatta, riposati nel mio Amore!" ».
E il 24 aprile 1906 essa scriveva ancora nelle sue « note intime »: « Mi sembrava di assistere allo spuntar del sole. Un orizzonte immenso si stendeva dinnanzi a me e lentamente si imporporava del fuoco dell'Amore, e questa porpora cominciava a brillare come un metallo in fusione. Il sole dell'Amore infinito non risplendeva ancora nel cielo, ma una luminosità preannunciava la sua presenza, e, se le valli rimanevano ancora nell'ombra, le cime dei monti si illuminavano.
« Le cime, le anime pure, il Sacerdozio santo, presentivano già lo spuntare di un Sole più ardente.
« Oh! vedere l'Amore Infinito risplendere su tutte le anime, vedere quel Sole divino illuminare il mondo! Mio Dio, quanto sarebbe bello! ».
Perché questo desiderio ardente divenga una realtà, lanciamo un invito a tutti i Sacerdoti del mondo, e in particolare ai Soci della Alleanza Sacerdotale: Cari Confratelli, prendiamo coscienza di questa nostra missione, di questo appello che è giunto fino a noi; sentiamoci gli araldi di questo Amore Infinito, sola salvezza per il mondo moderno, e corrispondiamo alla nostra vocazione, in questo rinnovamento della Chiesa, proclamato dal Concilio, affinché l'umanità intera venga a conoscenza della verità suprema del cristianesimo, rivelata da S. Giovanni:
DEUS CHARITAS EST, DIO E' AMORE!
«In questo tempo di scetticismo e di egoismo, è necessario che l'Amore, la Misericordia, siano predicati su tutta la terra. Il Cuore di Dio ha un desiderio immenso di perdonare e di donare.......»