IL MESE DI S. GIUSEPPE

Mons. Gioacchino Brandi

EDIZIONI DEHONIANE ANDRIA - ROMA - NAPOLI

PRIMO GIORNO Devozione a s. Giuseppe

I - La devozione più bella dopo quella di Maria. - Aggiungere al mese del S. Cuore e a quello di Maria un mese consacrato a S. Giu­seppe significa porre l'ultima gemma sulla corona della Sacra Fa­miglia, comporre un'armonia perfetta, che è come l'eco dell'armo­nia risonante nel cielo. Accendiamoci del santo desiderio di passare santamente questo mese. Il primo sorriso della primavera che spunta c'invita alle sere­ne gioie, alle dolci speranze, ai santi pensieri, che si gustano ai piedi del trono di Giuseppe.

II - La devozione più feconda. - Il trattenersi con lui nel racco­glimento della preghiera è di una dolcezza ineffabile. Ci si sente di stare col padre, di riposare su di un cuore paterno, profumato dalla presenza del Fanciullo Gesù, nella casa di Nazaret. Quel ministero paterno, che Giuseppe spiegò a favore del suo Figliuolo, lo prodiga dal cielo a favore del corpo mistico di lui, di tutta la Chiesa, di cia­scuno di noi. Quel potere d'intercessione ch'esercita lassù, sul Cuo­re del suo Figliuolo, che tocca l'onnipotenza supplichevole di Ma­ria, gode a impiegarlo a favore nostro, con una premura e una tene­rezza che rapisce. Non vi è grazia, che non possa ottenersi per la mediazione di lui. Quante grazie di salvezza, di santificazione, di pa­ce, nonché di beni temporali vantaggiosi all'anima! Quante ne tiene preparate in questo mese, a favore dei suoi devoti! Come lo passeremo questo sacro tempo, a glorificare il nostro santo, a ottenere l'amore e la speciale protezione? Faremo con grande raccoglimento questa meditazione, ne porte­remo il ricordo durante il giorno, con la rispettiva giaculatoria e con la pratica del proponimento preso. Gli offriremo qualche sacri­ficio. L'amore si prova sempre con qualche cosa che costa alla natu­ra. Quanto più costa, tanto più vale. Prenderemo di mira qualche difetto, di cui emendarci, e qualche virtù, di cui sentiamo maggiore il bisogno, con l'intento di rassomi­gliarci a lui. Gli rivolgeremo ogni giorno una preghiera, piena di viva fiducia.

Fioretto: Visitare una chiesa o un'immagine di s. Giuseppe, e of­frirgli la pratica di questo mese, domandandogli il fervore e la per­severanza in esso. Giaculatoria: Fa', o Giuseppe, che la mia vita trascorra nella pu­rezza, e sia sempre tutelata dalla tua protezione.

 

SECONDO GIORNO La vocazione di Giuseppe

I - Vocazione sublime. - Iddio, che nell'eternità vedeva e pre­stabiliva ogni cosa, dovette, nel comporre la figura di Giuseppe, coinvolgerla negli splendori della sua Maestà, profondere i tesori della sua sapienza e della sua potenza, per stampare in lui un'orma assai più vasta del suo spirito. Lo collocò in cima alle gerarchie del creato, immediatamente dopo e accanto alla primogenita fra tutte le creature. La missione da confidargli era tutta divina, e doveva as­sumere proporzioni immensurabili, per la salvezza del mondo inte­ro. Gli assegnò per questo una pienezza di grazia pari a tanta altez­za, e una provvidenza singolare, che ne avrebbe tracciato ogni pas­so. Anima che mediti, rallegrati profondamente dinanzi a questi su­blimi misteri di predestinazione, e renditi conto della tua vocazione al cristianesimo e allo stato, in cui la Provvidenza ti ha posto.

II - Corrispondenza fedelissima. - Tanta grandezza di santità Giuseppe la racchiuse nel suo cuore, e l'avvolse nelle pieghe del suo ammirabile silenzio. Egli è solo intento a mettere a profitto il ricco tesoro di grazia. È incredibile, dice s. Teresa, il termine a cui giun­gerebbe un'anima, se corrispondesse a tutte le grazie del Signore. Che dire di Giuseppe? Nessuna grazia scendeva invano nel suo cuo­re, nessuna ispirazione, nessun impulso al bene rimaneva sterile, portato sulle ali dell'autore, saliva ogni giorno più in alto. Egli è sempre il servo fedelissimo. Un prodigio lo designa sposo della Ver­gine, ed egli l'accetta; un timore inquieto lo turba al riguardo di lei, egli pensa solo a dimetterla segretamente, e presto si rassegna alle assicurazioni dell'angelo; un editto imperiale lo chiama a Betlem, ed egli va fiducioso in Dio solo, e si rifugia con Maria in una grotta; un messaggio angelico lo conduce in Egitto e poi lo riconduce a Na­zaret, ed egli sempre docile si lascia guidare dalle mani di Dio.

La sua vita è un incessante Amen, gtude,armonica risonanza sulla terra delle note segnate da Dio nel cielo: Fu per questo definito per antonomasia il giusto. Qui sta, o anima, l'essenza della perfezione: nell'assicurarsi della divina chiamata e nel corrispondervi fedelmente; nel vivere a ogni passo in conformità con il divino volere, nel rinnegare la volontà propria e lasciarsi condurre dall'adorabile e amabilissima volontà di Dio, anche nelle cose più difficili. È la volontà di un padre buono e onnipotente.

Fioretto: Vivere in questo giorno in fedelissima corrispondenza a tutte le ispirazioni della grazia. Giaculatoria: Giuseppe fedelissimo, prega per noi.

 

TERZO GIORNO Lo sposo di Maria

I - Il degno sposo. - Ambedue sono nobili, discendenti dalla reale famiglia di Davide. La comune aristocrazia del sangue è appe­na un'ombra della vicendevole sublimità dello spirito. Dio, che tut­to proporziona in armonia stupenda, diede a Maria uno sposo de­gno di Lei, preparato nelle celesti officine dello Spirito Santo. Ma­ria è il riflesso più perfetto dell'immensa perfezione di Dio, la sua grandezza bacia la sponda dell'infinito. E Giuseppe partecipa larga­mente dei medesimi fulgori. Privilegi e carismi singolari ne adorna­no l'anima. Non vi è sulla terra né mai sorgerà creatura più cara al Signore, tesoro più prezioso, giglio più candido, rosa più olezzante di celesti profumi, che Maria. E codesto pegno, codesto tesoro, co­desto fiore, viene confidato, come in custodia delicatissima, a Giu­seppe. Di quali raggi egli splenderà, di quali gemme sarà adorno? L'intelligenza umana abbagliata di tanta luce si perde, ed è costret­ta a inchinarsi dinanzi a tanta dignità. Chi giungerà su l'altezza del monte del Signore, ove risiede Maria? Un innocente di mano e mon­do di cuore. Tale è Giuseppe, innocente, con morale certezza anche prima del nascere e mondo di una purezza giammai contaminata dalla più lie­ve macchia. Eleviamo sempre più in alto l'ammirazione della dignità di Giu­seppe, e il nostro cuore si sentirà dolcemente attratto verso di Lui.

II - Il santo sposo. - È un giovane eletto da Dio, che sorpassa la í purezza degli angeli. Egli; al contatto della santa sposa, bella d'aspetto, come la luna, non solo non deve contaminarla, ma spiega­Te per lei un'azione di custodia e di assistenza, da garantirne la ver­ginale purezza. Quali candidi fulgori, quali celesti profumi si espan­dono nella casa di Nazaret! Quali gemme brillanti debbono scam­biarsi i due santi sposi! Sono come due gigli di un medesimo stelo. Gli angeli del cielo rimangono estàsiati a tale scintillio di amore pu­rissimo, in carne mortale. La santità ha degli incanti, a cui non si resiste. Maria è per eccel­lenza la santificatrice delle anime. Chi le sta a contatto è travolto nei profumi celestiali della sua virtù eccelsa. Nessuno però visse con lei in intimità di sposo per trent'anni, sotto il medesimo tetto, nel comune ideale di custodire e preparare il redentore del mondo. Ciò che ci fa veramente grandi al cospetto di Dio non sono le doti di natura o di fortuna, non l'alto grado sociale, ma la virtù, soprat­tutto la virtù di perfezione fondata, come in Giuseppe, su profonda umiltà. La virtù ci avvicina a Dio, ci unisce a Lui, ci mette in intima comunicazione con la Madre celeste, ce ne guadagna le grazie più elette, ci assicura una morte santa e un'eterna corona.

Fioretto: Offriamo a s. Giuseppe qualche sacrificio, che più ci co­sti, per ottenere con l'imitazione delle sue virtù, l'intimità con Ma­ria. Giaculatoria: Casto Sposo di Maria, prega per noi.

 

QUARTO GIORNO La dura prova

I - L'angoscia. - La prova è compagna inseparabile della vita cristiana, sigillo della vita dei santi; più alta la meta da raggiunge­re, più angosciosa la prova. Gli anni della giovinezza di Giuseppe e dei primi tempi di quella beata unione erano trascorsi sereni; ma, appena Gesù entrò nel se­no di Maria, suscitò tempeste, segno dell'alta missione e dell'accele­rata santificazione di lui. D'un tratto Giuseppe fu sorpreso da ina­spettati segni di maternità in Maria. Maria s'accorge dell'angoscia del santo suo sposo. Una sola paro­la basterebbe a rassicurarlo; ma si guarda bene da qualsiasi inizia­tiva umana in un mistero tutto divino, e si chiude in umile e religio­so silenzio. Né Giuseppe si permette d'interrogarla. Che fare? La legge intanto gl'impone l'obbligo della denunzia. Ma egli, non osa neppure pensarlo. In tal duro travaglio, avverte in fon­do all'anima un vago presentimento, che qualche cosa di misterioso si avveri nella santa creatura, che ha sposato. Dibattuto tra pensieri così contrastanti, prega, riflette con calma, e prende la decisione di allontanarsi segretamente, e frattanto rimane in silenzio nella fidu­ciosa attesa degli eventi.  Oh! se avessimo i medesimi sentimenti, i medesimi riguardi, nel giudicare i nostri superiori, il nostro prossimo, e nel regolare la no­stra condotta verso di essi!

II - La consolazione. - Iddio aveva letto nel cuore di Giuseppe, e si era compiaciuto della prova pazientemente sofferta e saggia­mente risolta. Egli che suole consolare gli umili, non volle ritardare la ricompensa. Mentre Giuseppe era avvolto nei suoi ansiosi pensie­ri, ecco d'improvviso farsi la luce del chiarimento e della consola­zione. Gli apparve in sonno un angelo dal cielo, che gli disse: «Non temere di accogliere Maria in tua consorte, poiché ciò che in Essa è stato concepito è in virtù di Spirito Santo». «Ella partorirà un Fi­glio, a cui tu porrai nome Gesù. Egli difatti salverà il suo popolo dai peccati ». Alla tempesta succede la calma, alle tenebre la luce, al travaglio la consolazione. In un solo istante gli risplende di nuova luce l'inno­cenza e la verginale purezza di Maria, e gli si svela la mirabile venu­ta del redentore, già verificatasi in seno alla sua casa, la sublime missione ch'Egli ha da compiere di padre legittimo e di custode di Lui. Esprimere i sensi di stupore, di confusione, di gioia, di ricono­scenza, che vibrarono nel cuore di Giuseppe, non è di labbro uma­no. Quando si fu riavuto dalla prima emozione, sentì di dover consa­crare a Maria un amore più devoto e più santo. Alla loro unione è concessa una fecondità divina; la sua sposa è divenuta il tabernaco­lo dell'Altissimo! Egli dovrà godere tutti i diritti della paternità sul verbo di Dio incarnato, imporgli il nome di Gesù, custodirlo e pre­pararlo alla sublime opera della Redenzione del mondo! Allora con uno slancio di amore purissimo fa una consacrazione di tutto se stesso all'alta missione che il Signore si è degnato confidargli. Se noi, nelle difficili emergenze della vita usassimo quella pru­denza animata dalla carità, che evita tante divisioni di animi, e gio­va a conservare la pace del cuore e la pace scambievole! Se, anziché appoggiarci sui motivi umani, rivolgessimo lo sguardo in alto, e at­tendessimo con fiducia le disposizioni della divina Provvidenza e le sue dolci consolazioni!

Fioretto: Custodire in questo giorno diligentemente i nostri sensi, e reprimere i primi moti del cuore. Giaculatoria: Giuseppe prudentissimo, prega per noi.

 

QUINTO GIORNO Il castissimo Sposo

I - Modestia angelica. - La Chiesa, volendo lodare con benedi­zione Giuseppe, ha preferito attribuirgli sopra ogni altro il titolo di castissimo, sì come quello che più emerge in Lui, quasi la sua carat­teristica, nei rapporti con Maria. Penetriamo per un tratto tra le pareti della casa di Nazaret, os­serviamone gli svariati punti di contatto con la purissima fra le Vergini, e nella conversazione, e nella mensa, e nel riposo, e nella gioia, e, nel dolore, e nelle diverse situazioni familiari. Quale stu­penda visione! Senza una grazia speciale e senza una virtù più che eroica, sarebbe inspiegabile tale intimità di convivenza nuziale, unica nel suo genere, scintillante di una purezza celestiale, mai più vista. Giuseppe, nella sua condizione, non si trova imbarazzato, ma è di una disinvoltura ingenua, frutto della grazia che lo ricolma. Nessu­na nube gli turba il pensiero o l'immaginazione, nessuno sguardo men che modesto, nessuna parola o atteggiamento men che pudico. Anche nelle situazioni più difficili e più delicate, Giuseppe conserva imperturbato il suo candore: sta dinanzi a Maria con quella riveren­za che si deve al Signore, al tempio dello Spirito Santo. La casa di Nazaret è uno sprazzo di cielo, dove nulla entra di contaminato. Pieni di profonda ammirazione e venerazione, inchiniamoci di­nanzi a un simile quadro magnifico, e cerchiamo di ritrarne, con l'aiuto di s. Giuseppe, le linee più adatte al nostro stato. Una riser­vatezza di tratto, congiunta a un'abituale modestia e ad una delica­ta custodia dei sensi, ci metterà al sicuro da ogni pericolo di mac­chiare la bella virtù.

II - Caste delizie. - Una delle basi, che rende soave l'esercizio della purezza è il voto che si offre al Signore. Per mezzo del voto, la castità passa dal dominio del timore a quello dell'amore, dalla reale necessità a una spontanea e generosa donazione. È una giusta presunzione che Giuseppe abbia fin dai giovani anni consacrato al Signore la sua verginità, confermata anche dall'inse­gnamento dei padri della Chìesa. Non poteva accadere altrimenti per colui che doveva essere accolto come sposo della più pura fra le vergini, di Colei che è designata la Vergine per eccellenza. In com­pagnia di Lei, l'entusiasmo per la purezza toccò il colmo. Egli si sentiva trasportato in mezzo agli angeli, in una regione celestiale, dove si rifletteva il candore della luce divina. Era quello in grado sommo il premio promesso ai puri di cuore. Beati i puri di cuore perché essi vedranno Dio. La virtù che sopra ogni altra merita le consolazioni del Signore è la purezza, sì come quella che, per amor di Lui, rinunzia alle gioie sensibili. È un'anticipata beatitudine, riservata ai puri di cuore, che perciò son detti beati. Per quanto Giuseppe fosse messo alla prova d'incessanti tribolazioni, il suo spirito nuotava sempre in un oceano di celestiali delizie, per la sua fiducia in Dio.

Fioretto: Fare una mortificazione corporale, in riparazione di tut­te le violazioni, con cui si offende la bella virtù. Giaculatoria: Giuseppe castissimo, prega per noi.

 

SESTO GIORNO Giuseppe il giusto

I - Il valore della giustizia. - Questo appellativo di giusto l'ha consacrato lo Spirito Santo, nel vangelo. Giuseppe è il giusto per antonomasia. È questo tutto l'elogio di Lui. L'uomo ha bisogno di molte parole, per esprimere qualche altro concetto. A Dio è bastata una parola sola comprensiva, per esprimere quanto si accoglie di più perfetto in Giuseppe. Gli altri santi sono encomiati per qualche virtù caratteristica, Giuseppe per tutte insieme. È questa la prerogativa del nostro caro santo. Egli doveva essere un modello di giustizia, perché era chiamato a custodire Gesù, il giusto dei giusti, a custodire Maria specchio di giustizia. Fu giusto prima del suo nascere, come vuole la tradizione, perché il Signore gli permise di venir santificato nel seno materno; fu giusto in tutto il corso della sua vita, perché risplendette in ogni virtù, con un pro­gresso ascendente verso le cime della perfezione. Quale differenza tra la nostra pretesa giustizia e quella di Giusep­pe! Quante alternative di voli e di ricadute, quante deficienze nella pratica del bene, quante mire secondarie e interessate, nelle stesse opere sante, quanta grettezza nel dare al Signore, quanta ricerca e, vana compiacenza di noi stessi! Proponiamo di vivere e di operare con rettitudine d'intenzioni e di affezioni, unicamente per Dio.

II - La perfetta giustizia di Giuseppe. - Scrive s. Pier Crisologo che Giuseppe, in quanto giusto, era un uomo perfetto, il quale pos­sedeva tutte le virtù in grado eminente. Egli era giusto, soggiunge s. Giovan Crisostomo, perché possedeva perfettamente tutte le virtù. L'appellativo di giusto era in lui sinonimo di santo. Si comportò difatti in maniera irreprensibile in tutte le contingenze della vita. Rispetto a Dio egli si dedicò con tutto l'animo a procurare la sua maggior gloria, e ad adempiere perfettamente la sua volontà. Ri­spetto a sé stesso, non cercò se non quello che riguardava la sua maggior perfezione. Egli fioriva come la palma, ed a somiglianza del cedro moltiplicava le opere buone, progredendo di virtù in vir­tù, e irradiando la luce feconda dei suoi buoni esempi. La santità che raggiunse fu pari all'altezza della sua dignità. S. Giuseppe non pose limiti nel corrispondere alla grazia. Noi in­vece siamo soliti misurare, temendo che essa debba esigere troppo da noi. Tendiamo sempre a lesinare sulla dedizione di noi stessi al Signore. Non facciamo mai tutto quanto è da noi, per compiere esattamente ogni nostro dovere e ogni iniziativa di bene, di guisa che la dedizione non è mai né intera né costante. Preghiamo con fervore s. Giuseppe che dilati il nostro cuore alla generosità verso il Signore.

Fioretto: Esaminiamoci a fondo, per cercare quale sia la rinuncia, che il Signore forse da tempo ci domanda, e risolviamoci generosamente a farla. Giaculatoria: Giuseppe giustissimo, prega per noi.

 

SETTIMO GIORNO Giuseppe a Betlemme

I - Il gaudio della natività. - Un'ubbidienza pronta all'editto del Cesare di Roma, che chiamava i popoli al censimento, prevalse sulla preoccupazione del prossimo evento, e lo condusse con Maria da Nazaret a Betlemme, attraverso un lungo e fastidioso viaggio. I due santi sposi procedono in silenzio, in tutto raccolti nel pen­siero di Gesù, che Maria porta nel seno verginale; e, se talvolta di­scorrono, non si occupano che di Lui. Giunti a sera, Maria, sentendo approssimarsi l'ora del divin par­to, ne dà avviso allo sposo, e si mettono entrambi alla ricerca di un alloggio. Ma per il Figliuolo di Dio, che nasce per la salute del mon­do, non v'è posto alcuno. L'abito dimesso, l'aspetto umile e modesto li rende oggetto di rifiuto, e sono costretti a prendere di notte il lar­go per la campagna, e rifugiarsi in una grotta, che, per giunta, è una stalla. Giuseppe ne è addolorato per la santa sposa e per il nascente Bambino, ma non si turba affatto, né esce in alcun lamento. V'è qualche cosa di più alto, che lo commuove e lo assorbe. È l'ora di mezzanotte; nel silenzio e nelle tenebre si compie l'inef­fabile mistero. Maria in un'estasi d'amore dà alla luce il divin par­goletto. Giuseppe sta modestamente raccolto in un cantuccio della grotta, e, quando Maria lo ha avvolto in poveri panni e lo ha adagia­to nella mangiatoia, accorre sollecito ad adorare il suo Dio, divenu­to come suo figliuolo, e ad effondere tra le lacrime della commozio­ne il suo cuore paterno. Quale gioia inonda le fibre del cuore di Giuseppe, in quell'ora so­lennissima! Egli gode la gioia di sapersi redento. La stalla è già tra­sformata in un paradiso di luce, e nel cuore sente echeggiare il can­to degli angeli: «Gloria a Dio nei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà». Persuadiamoci che non v'è altra gioia all'infuori di quella, che viene da Dio e dal santo amore di Lui. Siamo noi abbastanza grati al Signore dell'immenso dono di essere redenti? Proviamo una gioia simile a quella di Giuseppe, nell'unirci a Gesù nella santa comunio­ne?

II - Le insigni virtù di Giuseppe. - La scena di Betlem è troppo tenera e commovente, ed è altresì di grande lezione per noi. Giusep­pe vi rappresenta una parte rilevante. Egli è il capo della famiglia, che in quell'ora si completa, ed è tutto compreso della missione, che il nato Salvatore viene a compiere. Il cantíco degli angeli ne di­ce l'alta finalità, Gesù, al solo apparire, ne spiega il programma e i mezzi per raggiungerlo. Egli nasce tra i profumi del candore di una Vergine; nasce povero, umiliato tra dure sofferenze. Benché di no­bile stirpe, vive contento della sua condizione bassa e spregevole, e accetta senza alcun turbamento i rifiuti degli albergatori. Gli tocca di alloggiare con la sua degna sposa in una stalla, e vi si rassegna, senza muovere alcun lamento. È privo di tutto, non può procurare al divin pargolo né una culla, né delle fasce convenienti per avvol­gerlo. Soffre molto per Maria, che partorisce così disagiatamente, soffre ancora per il tenero Bambino, che vagisce tra i rigori del freddo e dell'umido, sulla dura paglia. Quale contrasto tra l'infinita dignità di un Dio e questo complesso di povertà, di squallore e di patimento! Eppure quale armonia! Nessuna ricchezza, nessuno splendore, nessun corteggio poteva essere degno di un Dio incarna­to. La sua grandezza sta nel rifiutar tutto questo, e nell'adornarsi delle gemme di una umile e penosa povertà. Sublime lezione per noi. Gesù, al suo primo apparire, ha inalberata la bandiera, su cui è scritto: povertà, umiltà, mortificazione. Ecco la via diritta, per rendere gloria a Dio, e ritrovar la pace, preludio della salvezza. È una via aspra e costosa alla natura. Ma Gesù la inaugura e la percorre come gigante, e Giuseppe lo segue per primo, e con la sua protezione ce la cosparge di rose, e ce la rende gioconda. L'amo­re e la confidenza ce ne assicureranno il felice percorso.

Fioretto: Tenersi profondamente umile e distaccato, durante il giorno, specialmente nelle occasioni avverse, che s'incontreranno. Giaculatoria: O Giuseppe, povero e umile, rendi il cuor nostro si­mile al tuo.

 

OTTAVO GIORNO Giuseppe povero

I - Spirito di povertà. - La povertà materiale, senza lo spirito di povertà, vale poco. Il mondo abbonda di poveri, particolarmente in questa epoca di decadimento, ma che hanno il cuore avido di posse­dere i beni dei ricchi. Quando la povertà reale è volontaria, o alme­no bene accettata, diventa virtù e si chiama spirito di povertà; come possiede spirito di povertà il ricco, che non ha il cuore attaccato al­le ricchezze. Discendente di reale famiglia, ora decaduto al livello di un mise­ro fabbro, Giuseppe era costretto a lavorare tutti i giorni, per pro­curarsi il necessario alla vita. Quante umiliazioni gli arrecava il suo mestiere, nel contatto col pubblico, specie in Egitto! Rifiuti, di­sprezzi del lavoro, lesinamenti su la mercede. La bottega di Giusep­pe era di minuscole dimensioni; la suppellettile di casa scarsa e mo­desta; il cibo frugale, le vesti di panno grossolano. Tutto codesto squallore di povertà formava il più splendido orna­mento, per l'altezza della sua dignità, e non recava alcuna pena o turbamento al cuore di Giuseppe, distaccato dai beni fugaci di quaggiù. Se sapessimo valutare il pregio della povertà di spirito, non ci meraviglieremmo, al vedere come i santi la sposassero con amore di preferenza e rinunziassero a tutti i beni della terra. Radice di tut­ti i mali è la cupidigia. Le ricchezze agognate e ricercate accendono nel cuore brame molteplici e nocive, che conducono a perdizione. Se il Signore ce ne concede, facciamone buon uso, specialmente nella carità; ma non vi attacchiamo il cuore; se ce ne priva, non ci mettiamo in pena, ma facciamo buona compagnia alla famiglia di hlazaret, e confidiamo nella divina Provvidenza, che non ci farà mancare il necessario.

II - Le ricchezze della povertà. - Giuseppe era privo di tutto, dove­va lavorare, per procurarsi il pane quotidiano, ma per contrario era ricco di ogni bene celeste. Oltre che possedere Gesù, fonte di ogni ricchezza, che avrebbe potuto, volendolo, colmarlo in un istante di quanto si potesse desiderare, oltre che possedere la nobiltà dell'ani­mo, superiore a tutte le avidità dei beni materiali, egli possedeva la generosità, ispirata da un grande amore, onde non solo accettava le privazioni della povertà, ma ne godeva, e ne faceva un'offerta al suo dolce Signore, fattosi povero bambino fra le sue braccia, per amore degli uomini. La virtù della povertà crea un vuoto, ma più che il vuoto della borsa fa il vuoto del cuore. Questo vuoto è la condizione per procu­rare la pienezza di Dio e dei beni celesti. In tal vuoto, colmato di spi­rituali ricchezze, nuotava soddisfatto il cuore di Giuseppe, nella si­curezza che nulla mai gli sarebbe mancato del necessario, e, se per caso fosse mancato, come difatti mancò a Betlem, gli stenti e i disa­gi conseguenti si sarebbero volti, nelle viste del Signore, a sua mag­gior gloria, ad aumento di meriti per lui e a vantaggio delle anime. Come è stolta la prudenza della terra, che si appoggia ai beni ma­teriali, e in essi ripone la sicurezza della sua felicità! Le ricchezze terrene sono caduche, arrecano grandi ansie, suscitano una folla di desideri inutili e nocivi, che possono condurre alla perdizione. I santi, a somiglianza di Giuseppe, hanno sposata la povertà, e nella rinuncia della materia, godevano nel sentirsi liberi e agili, per vola­re a Dio. S. Luigi Gonzaga nell'atto di far la rinunzia legale del mar­chesato e del corteo di beni annessi a favore del secondogenito Ro­dolfo, gongolava di letizia, mentre il fratello era tutto impacciato. S. Francesco sposò "Madonna povertà". Se sapessimo spogliarci di ogni sollecitudine terrena, quanta li­bertà di spirito e quanta pace godremmo in compenso!

Fioretto: Facciamo oggi una larga elemosina o una pia offerta, per rintuzzare la nostra sollecitudine per i beni temporali. Giaculatoria: O Giuseppe, amante della povertà intercedi per noi.

 

NONO GIORNO Giuseppe umile

I - Il fondamento della vita interiore. - Virtù fondamentale di ogni altra è l'umiltà. Chi non poggia l'edificio della perfezione su questo solido fondamento s'illude. Non bisogna credere alla virtù di quelle anime, che, pur sembrando buone per altro verso, manca­no di vera umiltà. Volgiamo lo sguardo al nostro caro santo, insegna s. Agostino che quanto più alto si vuole innalzare l'edificio della santità, tanto più profondo deve essere il fondamento dell'umiltà. Giuseppe, senza al­cuno studio, sentì e visse questa virtù, accanto a Colui che, essendo il tutto, si era fatto niente e un giorno avrebbe detto: Imparate da me, che sono umile di cuore. E poiché doveva superare in perfezio­ne tutti gli altri santi, si distinse per una profondissima umiltà, sino ai più alti. Il primo passo fu il riconoscere i suoi limiti, e per nulla appoggiarsi su di sé medesimo. Egli passò inosservato, senza alcun rumore, quasi sfiorasse la terra. Si chiuse in profondo silenzio, an­che nelle circostanze rilevanti della vita; di lui nessuna parola nel vangelo, che sia uscita dalle sue labbra. Anche dopo la morte, Iddio permette che rimanga avvolto nell'oscurità; e ci vogliono secoli per essere ben conosciuto e glorificato. Essere umile senz'alcun merito - osserva qui s. Bernardo - è necessità: essere umile con merito è virtù; ma essere umile, con le prerogative e la gloria di Giuseppe, è un prodigio che lo innalza al di sopra della propria elevatezza. Umiliamoci, se questo è il caso nostro, dinanzi alla figura umile di Giuseppe, e persuadiamoci che non faremo alcun passo, come in­segnò s. Tommaso, nella via della perfezione, 'se non ameremo l'umiltà e il disprezzo.

II - I preziosi frutti dell'umiltà. - Il chicco di frumento messo profondamente sotto terra, secondo la parola divina, viene su rigo­glioso, e produce frutti abbondanti; così l'umiltà che seppellisce il nostro io orgoglioso e pieno di sé, reca frutti consolanti: frutti di esaltazione, frutti di grazia, frutti di gaudio. Giuseppe, nei vari trat­ti della sua vita, profondamente abbassato, si è andato nasconden­do, è quasi scomparso alla vista degli uomini. E il Signore, che esal­ta gli umili, lo ha innalzato alla dignità di padre suo. Come l'umiltà di Maria ha causato l'elezione alla dignità di Madre di Dio, così l'umiltà di Giuseppe, afferma lo stesso s. Bernardo, lo ha elevato al­la dignità di sposo di Lei e quindi di padre putativo del medesimo fi­gliuolo di Dio. Iddio respinge lungi dal suo cuore i superbi e colma di grazia gli umili. Giuseppe abbondò di un torrente di grazia, in proporzione al­la pienezza, di cui fu ricolma Maria. Anima pia, che mediti, se ami veramente ascendere il monte della perfezione, e gustarne le sante delizie, attendi sopra tutto all'acqui­sto dell'umiltà, che ne è l'insostituibile condizione. Riconosci i tuoi limiti e la tua miseria, senza però perderti di coraggio. Non cercare la stima e l'affetto degli altri; ama il nascondimento, è non dolerti, se si fa poco conto di te; prendi volentieri l'ultimo posto, e cedi la preferenza agli altri. L'umiltà è il soglio della sapienza, il pallio del­la grazia, il preludio della gloria.

Fioretto: Accettiamo le umiliazioni di oggi, ripetendo al Signore: È bene, Signore, che io sia stato umiliato. Giaculatoria: Giuseppe, mite e umile di cuore, prega per noi.

 

DECIMO GIORNO Giuseppe paziente

I - La pazienza di Giuseppe. - La parola mortificazione spaven­ta le anime deboli; eppure è una condizione indispensabile della vi­ta cristiana. Essa significa: far morire la natura, per animare la vita della grazia. Tutto il mistero della Redenzione si esplica nella pa­zienza e nella morte di croce. donde è sbocciata la vita. Giuseppe doveva concorrere a questo mistero di sofferenze e di morte, per ridonare la vita alle anime. Dopo Cristo e Maria, il mon­do deve la sua salvezza a Giuseppe. Ed eccolo in ogni passo con Ge­sù mortificato e paziente. Anche prima che Gesù nascesse, Giusep­pe ha sofferto con amore i disagi della povertà, gli stenti del lavoro giornaliero, ha sopportato con pazienza ammirevole la dura prova dell'ansia per le condizioni di Maria. Ma da che Gesù è venuto in mezzo a loro, la vita sua è divenuta un continuo martirio. Soffre il dolore del distacco dalla casa di Nazaret, per l'imminen­te partenza per l'Egitto, con tutti i disagi del luogo e del pericoloso viaggio. Soffre tutti i maltrattamenti di quel popolo barbaro e sco­nosciuto, con le difficoltà di stabilirvi dimora e acquistar clientela. Quanti penosi adattamenti e quante rinunzie! Eppure quanta pa­zienza, nel non muovere alcun lamento, nell'accettare imperturba­to ogni disposizione della divina Provvidenza! Quale confusione per te, o anima, che rifuggi al solo nome di sof­ferenza e di mortificazione, che, appena ti coglie la tribolazione, esci in impazienze e in lamenti, se pure non imprechi contro le crea­ture che te le procurano! Sarebbe tanto alleviata la tua croce, se tu sapessi volgere lo sguardo in alto al Signore a quel Dio, che te 1a permette per tuo bene, se sapessi perciò accettarla con rassegnazio­ne e abbracciarla con amore.

II - L'eroismo e le consolazioni della pazienza. - Il nome di pa­zienza viene interpretato: scienza della pace. Dal giorno che è entra­to il peccato nel mondo, ha avuto inizio il mistero del dolore, qual pena a esso dovuta. La redenzione l'ha trasformato in mezzo di espiazione e di merito, non meno che in prova di amore. Giuseppe non doveva soffrire per punizione, perché innocente, ma, partecipando al mistero della Redenzione, soffrì in compagnia di Gesù per la salvezza delle anime. Se altri santi soffrirono più di lui, nessuno soffrì per un più degno fine. Gli anacoreti fecero gran­di astinenze, per conservare la vita dell'anima, ma Giuseppe si pri­vò del necessario, per sostenere la vita di Gesù e di Maria; i martiri soffrirono atroci tormenti per il nome di Gesù, ma Giuseppe espose la propria vita per salvare quella del Redentore del mondo. Davvero egli avrebbe potuto esclamare con l'apostolo Paolo: «So­vrabbondo di gioia in ogni mia tribolazione. È dono dello Spirito Santo il saper valutare il pregio della pazienza nelle tribolazioni della vita. Chi ha questa luce dall'alto, si convince che, con la tribo­lazione bene accettata, l'anima diventa eroica come i martiri. Do­mandiamo sì grande gaudio al nostro caro santo.

Fioretto: Offriamoci al Signore, pronti ad accettare tutte le con­trarietà della vita, e particolarmente quelle di questo giorno, ripe­tendo col profeta. Il mio cuore è pronto, o mio Dio, il mio cuore è preparato. Giaculatoria: Giuseppe pazientissimo, prega per noi.

 

UNDICESIMO GIORNO Il padre putativo di Gesù

I - L'altissima dignità. - Giuseppe è il padre putativo di Gesù. Di padre ha tutti i diritti come tutti i doveri; è costituito sulla terra come l'ombra e la figura del Padre celeste, fa da tutore, da angelo custode del suo Signore. Gli angeli ed i serafini del cielo lo contem­plano estatici, e lasciano a lui la custodia e la guida del loro Signo­re. Giuseppe deve nutrirlo, vestirlo, conservargli la vita, dirigerne i passi e anche in certo senso educarlo; essere insomma sotto diverso rispetto il salvatore del suo Salvatore.Colui che è la sapienza increata, che ha una volontà perfettissima, che regge l'universo, a cui s'inchinano riverenti gli angeli, ai cui cenni ubbidiscono tutte le creature, rinunzia alla sua provvidenza divina, e si lascia governare e dirigere dalla prudenza di Giuseppe; sta per ben trent'anni come docile figliuolo alla dipendenza di Lui. Dinanzi a questo mistero d'infinita degnazione d'amore, Giusep­pe rimane conquistato e annientato. Suo principale compito è di stare abitualmente in profonda adorazione, al cospetto della mae­stà del Dio fatto carne, che stringe fra le braccia, pur continuando a lavorare. Quando avverrà, o anima, che tu sia dominata da un sol pensiero, da una sola intenzione, da un solo affetto: Iddio, tuo creatore e tuo bene sommo? Quando sarai intimamente compresa dal senso del ri­—spetto dell'infinita maestà di Dio, dall'amore massimo a Lui dovu­to, e farai convergere tutti i tuoi pensieri, tutte le tue parole, tutte le tue azioni a questo unico intento: la gloria di Dio e il compimento del suo beneplacito, nel compimento perfetto dei tuoi doveri?

II - Le tenerezze e le gioie della paternità. - Quando Giuseppe stringeva tra le braccia il celeste bambino, quando lo guidava per mano nell'età fanciulla, quando se lo vedeva accanto docile garzon­cello, nella sua bottega, provava tenerezze ineffabili. Contemplava a faccia svelata Colui, che i patriarchi e i profeti non videro, se non in figura, ne raccoglieva i dolci sorrisi, gli sguardi divinamente rag­gianti, e se lo stringeva al petto, lo carezzava, lo copriva di baci, si effondeva in calde lacrime; mentre il cuore gli batteva forte di un amore, che non ha l'eguale nella storia dell'umana paternità, per­ché nessun padre ebbe mai per figliuolo il Figlio stesso di Dio, né al­cun cuore paterno ebbe la squisitezza dell'amore paterno di Giu­seppe. E chi può dire la gioia, che accompagnava il possesso di Ge­sù in tanta effusione d'amore? Questa gioia era così grande - affer­ma s. Giovanni Crisostomo - che, senza un miracolo, ne sarebbe morto dall'emozione. Se alcuni santi, favoriti dalla presenza di Gesù nelle visioni cele­sti, ardevano di un amore così forte, che, non potendo più soppor­tarne le fiamme, esclamavano: «Basta, Signore, basta!», che deve pensarsi di Giuseppe, il quale vedeva sensibilmente quell'umile Sal­vatore, che non l'abbandonava mai né di giorno, né di notte, che te­neva abbracciato quanto tempo voleva, e n'era accarezzato ogni momento? Anima pia che mediti, ti attrae questo spettacolo di tenerezza e di amore per Gesù? Vuoi anche tu possederlo nel tuo cuore? Sii umile e pura come Giuseppe. Vivi unicamente per Gesù, donati tutta a Lui, con dedizione e abbandono perfetto. Accostati di frequente alla santa comunione, con gran fede e amore, e stringilo fortemente al cuore.

Fioretto: Fare la s. comunione con rinnovato fervore, e ripetere nel giorno varie comunioni spirituali, abbracciandoti spiritualmen­te a Gesù, con il cuore di Giuseppe. Giaculatoria: Padre nutrizio del Figliuolo di Dio, prega per noi.

 

DODICESIMO GIORNO Giuseppe nella presentazione al tempio

I - Rito della presentazione. - Erano trascorsi quaranta giorni dalla nascita di Gesù, quando Maria e Giuseppe si avviarono al tem­pio di Gerusalemme, per compiere il rito della purificazione, come del riscatto del primogenito. Molteplici ragioni li avrebbero esenta­ti da cotesto atto. Le donne comuni, col perdere la verginità e dare alla luce un figliuolo, concepito nel peccato di origine, contraevano una certa macchia. Maria, invece, era vergine, vergine lo sposo, e Gesù non era un primogenito qualunque, ma l'unigenito del Padre, santo, innocente ed elevato più in alto dei cieli. Tuttavia si sottomi­sero con umile semplicità a questo rito, che dovrà a sua volta conte­nere un alto significato. Giunti al tempio, offrono Gesù Bambino per le mani del sacerdo­te, e lo riscattano, come solevano i poveri, con l'offerta di cinque si­cli e due tortorelle. Poi sopraggiunge il vecchio Simeone, condotto dallo Spirito Santo. Aveva atteso quest'ora con ferma fiducia, con la sicurezza di non morire, prima di vedere il nato Redentore, e, do­po aver innalzato un cantico di ringraziamento al Signore, con ac­cento profetico si rivolge a Maria, e le annuncia che quel Figliuolo è posto in segno di contraddizione, e che una spada a due tagli le tra­figgerà il cuore. Quali atroci sofferenze per il cuore di Maria! Ma Giuseppe che vi assiste e ascolta, sebbene ecclissato, non può rimanere estraneo. Nessun cuore bruciò mai di maggiore affetto per il Figliuolo di Dio e per la Madre sua come quello di Giuseppe, il quale risentì le mede­sime trafitture, e insieme a lei ne fece una generosa offerta al Si­gnore per la salvezza delle genti. In questa cerimonia, che ha un gran valore al cospetto di Dio, Giuseppe non assume alcuna parte appariscente, il suo concorso è tutto interiore. Impariamo a valutare le cose e le azioni non dall'ap­parenza esteriore, ma dall'interna disposizione del cuore. Non è l'occhio dell'uomo, a cui dobbiamo piacere, ma allo sguardo di Dio, che penetra il cuore.

II - Gli insegnamenti di Giuseppe. - Maria porta Gesù al tem­pio, e Giuseppe l'accompagna. Durante il rito, Egli sta presente, ma di lui il vangelo non fa parola, né egli si fa innanzi, per mostrarsi in alcun modo. È questa la legge e la sua forma di vita. Interiormente però egli prende una parte attiva a quanto si svolge al cospetto di Dio. È tutto un mistero di vita interiore per lui. Egli ascolta le paro­le del sacerdote, del vecchio Simeone, e se ne commuove profonda­mente. Egli offre l'olocausto con una generosità, che solo è vinta da quella di Maria. Egli soffre nel cuore uno strazio indicibile. Quel Fi­gliuolo tanto caro, portato su con tanti stenti, che passerà benefi­cando, dovrà essere vittima di dolori e d'ignominie inaudite! Oh quanta atrocità! Solo Dio poté misurare la profondità dei sentimen­ti del cuore di Giuseppe in quel momento solennissimo. È tutto un mistero di virtù, di cui ci dà l'esempio; di profonda umiltà, ecclis­sandosi in tutto, di fede vivissima, nel compiere il sacro rito con re­ligioso rispetto, e nel credere alle parole di Simeone; di carità pu­rissima, nell'offrire quanto di più caro aveva al mondo: il Figliuolo del suo Dio e il figliuolo del suo cuore; di pazienza invitta, nel sop­portare le laceranti ripercussioni delle parole di Simeone e delle trafitture del cuore di Maria. Come sono preziosi i sacrifici intimi, che sfuggono allo sguardo degli uomini, e splendono solo al cospetto di Dio! Com'è vero che le virtù, che meglio adornano la carità, e la dimostrano di pura lega, sono l'umiltà che si nasconde, e la mortificazione che rinuncia! Preghiamo s. Giuseppe, che ce ne innamori, e ce ne faccia parteci­pi, con la forza della sua preghiera.

Fioretto: Ricercare qual è il sacrificio, che più ci costa, e che forse il Signore ci domanda invano da tempo, e proponiamo di offrirglie­lo generosamente per le mani di s. Giuseppe, in espiazione delle no­stre colpe e per la perseveranza dei giusti. Giaculatoria: O Giuseppe, custode della Vergine purissima, prega per noi.

 

TREDICESIMO GIORNO Giuseppe profugo

I - La fuga. - Non passano che pochi giorni e la profezia di Si­meone comincia ad avverarsi. Gesù è gia fatto segno di contraddi­zione. Erode, preso dall'orgoglio e dalla gelosia del potere, decreta la strage degl'innocenti; ma la Provvidenza, che veglia sulla vita del Salvatore, si affretta a salvarlo. La persona scelta per tale ufficio è naturalmente Giuseppe. Un angelo gli appare in sogno di notte, e gli dice: «Prendi il Bam­bino e la Madre, e fuggi in Egitto». Non si rivolge a Maria, ma a co­lui che sta a capo della sacra famiglia. Come il Signore serba l'ordi­ne in ogni cosa, e vuole il consenso libero delle sue creature! Giu­seppe docile alla divina parola si leva di notte, ne dà avviso alla spo­sa; e immediatamente muovono alla volta dell'Egitto. È presto detto; ma il farlo richiede una fede invitta, un coraggio eroico e un sacrificio enorme. Giuseppe è la guida responsabile, gravato dalla preoccupazione d'ingrate sorprese, di difficoltà di viaggio, di provvigioni per il sostentamento, di soste notturne, in cerca di ospitalità e di luoghi di rifugio. Quanti pensieri ansiosi, quante sollecite preveggenze volge nell'animo, lungo il percorso di giorno e di notte! Ma, nell'avvicendarsi dei sospetti incontri, tra quelle lande im­pervie e desolanti, Giuseppe conserva inalterato il suo stile di vita. Non si turba, né s'abbatte, non perde un attimo della sua abituale serenità, non esce in lamenti né in impazienze; anzi incoraggia e so­stiene l'amata sposa, con un totale abbandono alla condotta della divina Provvidenza. Egli possiede Gesù, egli lo contempla, lo ab­braccia e tanto gli basta. Quante volte Iddio mette le anime a simili prove! Il distacco dalla casa paterna, dalla città natia, dai nostri familiari...! Spesso code­ste prove strappano lacrime cocenti, fanno uscire in lamentele e brontolii, se pure non provocano esitazioni a obbedire. Impariamo da s. Giuseppe ad abbandonarci in tali circostanze ai santi voleri di Dio, ed a lasciarci guidare dall'adorabile Provvidenza sua, che tutto volge al nostro maggior bene.

II - L'esilio e il ritorno. - Appena messo piede in terra egiziana, si aprì per Giuseppe una nuova serie di sofferenze. Quella dimora, protratta per lungo tempo, fu per lui un vero esilio: terra straniera, tra gente sconosciuta, di altra lingua, di religione idolatra, di costu­mi pagani, di tratto spesso rude, specie verso gli stranieri. Quante cause di privazioni e di disagi! E Giuseppe, sempre uguale a sé stes­so, rimaneva in pace. Che cosa gli poteva mancare o metterlo in af­fanno, quando egli possedeva Gesù, conversava con Lui, e poteva dirgli ciò che gli passava nel cuore? Il pensiero che egli lavorava per Lui, che stentava la vita, per salvare quella del Figliuolo divino, era una sorgente di conforto inesprimibile, che cambiava in gioia tutte le sue afflizioni. Non è raro che, anche trovandoci in ambienti spirituali, non sem­pre ferventi e osservanti, ci sentiamo come nell'Egitto: incompresi, contrariati nelle stesse pratiche della vita spirituale, e forse fra de­trattori e avversari. Sono prove del Signore codeste, di cui bisogna far tesoro. Le prove della vita presente hanno il vantaggio della temporanei­tà. Giuseppe era vissuto in quell'esilio, in una fiduciosa attesa. Di­fatti, trascorso un tempo piuttosto lungo, l'angelo ancora una volta gli apparve in sogno, e gl'ingiunse di prendere la sposa e il Bambino e di ritornare a Nazaret, perché il persecutore era morto; ed egli do­cile e pronto al comando di Dio prese con Maria la via del ritorno. Beata l'anima, che ripone tutta la sua confidenza nella bontà del divin Cuore! Le prove di quaggiù son tutte di breve durata, la vita stessa è un momento, che scompare di fronte all'eternità: Maggior­mente beata l'anima, che nelle prove si lascia guidare dalla santa ubbidienza, e riposa tranquilla nella volontà del Signore.

Fioretto: Sopportare in pace tutte le contraddizioni del giorno, senza mostrarlo, e ubbidire prontamente specie nelle cose più ripu­gnanti. Giaculatoria: O Giuseppe, sollecito difensore di Gesù, prega per noi.

 

QUATTORDICESIMO GIORNO Giuseppe animato da viva fede

I - Spirito di fede. - Giuseppe, che rifulse di una luce superiore nella schiera dei santi, fu per eccellenza l'uomo dello spirito di fe­de. "Quella fede che passa ogni velo" (Manzoni). Se giudichiamo la sua persona e la sua vita, di là da questa luce, ci appare un uomo comune, un povero fabbro, perseguitato dalla sorte e tenuto in nessun conto dai suoi contemporanei. Ma, se pene­triamo nel suo interno, e lo consideriamo al cospetto di Dio, alla lu­ce della rivelazione, ci apparirà la personificazione del tipo perfetto del giusto, che vive precisamente di fede. Che cosa mai gli fece ab­bracciare, in quei tempi nebulosi dell'ebraismo, la negletta vita del­la verginità? Qual motivo lo indusse a legarsi in connubio con una vergine, se non una fede viva? Quel silenzio rigorosamente serbato, quel desiderio incessante di occultarsi, di scomparire, nel passare inosservato nelle circostanze più solenni della vita di Gesù, erano l'espressione del senso profondo della sua missione alla luce ra­diante della sua fede viva. Se la fede fosse il faro della nostra vita! Se le verità rivelate fosse­ro la norma dei nostri apprezzamenti, il principio movente di tutte le nostre azioni! Se scorgessimo Iddio padre in tutti i nostri supe­riori, l'immagine di Gesù in tutti i nostri prossimi, in noi stessi un cumulo di misericordie da parte di Dio, un niente assoluto e misera­bile da parte nostra, come sarebbe ben dritto e regolato il cammino della nostra vita verso la mèta finale!

II - Le prove della fede. - Senza le prove non si ha la fede fer­ma. "Perché eri buono, fu necessario che la tentazione ti provasse". Sono le prove, a cui Dio suol sottoporre le anime più forti e più care al suo cuore. Così agì con i grandi patriarchi, come Abramo, Giuseppe, Giobbe; così fece con Maria, così pure con Giuseppe. Quel bambino povero ed esile, respinto d'ogni parte, riparato in una stalla, giacente sulla paglia, riscaldato dall'alito di due animali, poteva mai credersi il divin Salvatore del mondo? Eppure Giuseppe si prostrò dinanzi a quella culla, per adorarlo profondamente e ab­bracciarlo qual suo figliuolo putativo. Come mai quel Dio, che nutre tutte le generazioni, che alimenta gli uccelli dell'aria e veste i gigli dei campi, ha bisogno di stentare, qual umile garzone, presso il banco del fabbro, per procurare il so­stentamento giornaliero? Poteva Egli almeno scegliere un'occupa­zione più decorosa, e riscuotere con l'ammirazione della sua sa­pienza il prestigio conveniente alla sua divina missione. Ma Giusep­pe s'inchina dinanzi ai disegni e alle vie imperscrutabili della divina Provvidenza, e in quel fanciullo suo collaboratore riconosce il Fi­glio del Dio vivente, da poter esclamare in cuor suo con una fede più illuminata del principe degli apostoli: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente. La fede, di cui vive il giusto, va soggetta a prove di ombre e di te­nebre, che riescono a dissipare soltanto quelli che resistono da for­ti, fortes in fide. Siamo spesso spettatori su questa terra di fatti ine­splicabili all'umana prudenza; le penose traversie delle anime buo­ne e la prosperità degli empi, l'arrogante fortuna del male, il gover­no ingiusto, animato da passioni, di superiori che abusano del pote­re, l'insuccesso di opere intraprese per la gloria di Dio, i flagelli co­muni a colpevoli e innocenti, le incessanti preghiere non esaudite, le forti e interminabili tentazioni dei giusti, il potere arruffato da mani indegne, il numero sterminato dei non credenti e dei peccato­ri, e così via. Ma il cristiano, che ha lo spirito di fede, sa bene che questa è terra d'esilio, palestra di combattimento, luogo di purifica­zione e di merito per il cielo, in cui spesso domina la potestà delle tenebre. Nell'eternità poi ci saranno svelati, tra gli splendori della visione, i misteriosi e amorosi disegni del Padre comune.

Fioretto: Fare una visita a Gesù Sacramentato, parlandogli, come se lo vedessimo, ed esponendogli tutte le nostre necessità. Giaculatoria: O Giuseppe, fedelissimo, prega per noi.

 

QUINDICESIMO GIORNO Giuseppe fiducioso nella divina Provvidenza

I - Fiducia incrollabile. - La confidenza illimitata in Dio è sigil­lo della santità. Essa è frutto d'una fede viva, ed è alimentata dalla carità. L'anima, che vede tutto in Dio e Dio in tutte le cose, non du­bita dell'intervento di Lui, in ogni sua necessità. Quando il cielo si oscura, e vengono meno tutte le umane speranze, allora suona l'ora di Dio per l'anima, che si abbandona in Lui. Niente piace tanto a Dio; niente tocca maggiormente il suo cuore quanto la confidenza, come niente chiude le vie della Provvidenza quanto lo scoraggia­mento e la sfiducia. La figura di s. Giuseppe emerge nella schiera dei santi come un ti­po di fiducia incrollabile; doveva quindi apparire attraverso le pro­ve più ardue, il giusto confidente per eccellenza. Nella casa di Nazaret, a Betlem, sulla via dell'Egitto, alla volta del tempio di Gerusalemme, l'attendevano le prove più difficili. Che cosa è che gl'infonde tanta fiducia, anzi tanta sicurezza, tra prove così ardue? La fede viva e l'amore ardente. Si potrebbe op­porre che, avendo Gesù con lui, non aveva di che temere. Ma Gesù aveva parvenze comuni, e le circostanze reali erano preoccupanti. Solo allo sguardo della fede traspariva il raggio della divinità; sol­tanto un cuore vibrante di tenerezza poteva ripercuotere i battiti del Cuore di Cristo, e abbandonarsi in Lui, con fiducia incrollabile. È questo, o anima, il modello da aver presente in tutte le contin­genze della vita, specialmente quando ti senti presa da sgomento per gli assalti violenti del male, o per qualche sciagura che ti colpi­sce. Abbandonati allora alla condotta della divina Provvidenza sem­pre paterna, e attendi con sicurezza il soccorso divino, ripetendo spesso: Cuor di Gesù, confido in voi!

II - Fiducia giustificata. - Si legge di Abramo che, mentre si ac­cingeva a immolare il figliuolo Isacco, secondo il comando di Dio, e a rischio delle promesse di Lui, sperò contro ogni speranza. Ma la fiducia eroica del più giusto fra i giusti superò certamente quella di Abramo, e venne magnificamente giustificata dal divino intervento. Nessuno mai ha confidato nel Signore, ed è rimasto confuso; molto meno poteva rimaner confuso Giuseppe. Così in ogni istante della sua vita la Provvidenza ne guida i passi. Le ore grigie e le dure prove si susseguono quasi ininterrotte, ma, dopo ogni tempesta, il cielo si rasserena; a ogni sofferenza succede la pace e la gioia. Giuseppe abbraccia con riconoscenza il dono di Dio, e prende maggior lena ad abbandonarsi per l'avvenire, con fiducia incrollabile, nelle mani del Padre celeste. È questo il ritmo della vita dei giusti, che tra le pene dell'esilio, non si perdono d'animo, ma ripongono tutta la loro confidenza nel­la bontà di Dio. "Spero in te, Signore, non sarò confuso in eterno".

Fioretto: Fare una mortificazione di gola, ripetendo a se stesso: «Anima di poca fede, perché hai dubitato?». Giaculatoria: O Giuseppe, modello di fiducia in Dio, prega per noi.

 

SEDICESIMO GIORNO Giuseppe a Nazaret

I - Vita d'intimità. - O casa di Nazaret, vera dimora degli ange­li! Tu hai la sorte di albergare Colui che i cieli non possono contene­re. Tu sei palestra di ogni virtù. È questo il soggiorno ordinario di Gesù, dove passa il maggior tempo della sua vita mortale. Qui si abbozza il gran disegno di un mondo nuovo, qui si plasma il gran modello della famiglia cristia­na, dove il padre è guida, maestro, esempio. Qui si sviluppa l'incanto della sua vita adolescente e giovane, tra le carezze, i baci ed i sorrisi di Giuseppe e di Maria, in una beata corrispondenza d'amorosi sensi. È il divino che si abbraccia con l'umano, in una maniera misteriosa. Gesù si abbassa, e prende for­ma di servo; Maria e Giuseppe sono innalzati a una sfera tutta divi­na. Comandano a colui al quale ubbidisce l'universo. Quanta armonia, quanta unione tra di loro! Quale intimità d'in­tenti e di aspirazioni! Il silenzio vi regna sovrano, mentre i cuori battono all'unisono. Le parole, piuttosto rare, sono regolate da una prudenza e da una carità sovrumana; l'argomento, che li occupa so­pra ogni altro, è il compimento del beneplacito di Dio. Ognuno di essi al suo posto si studia di secondare i desideri dell'altro, di dargli piacere in tutto, di rendergli meno aspra la po­vertà ed i sacrifici di ogni ora. Gesù sottomesso volentieri ad en­trambi. Maria docile ai voleri dello sposo, Giuseppe a capo tiene la direzione della famiglia, ma con uno spirito interiore di umiltà pro­fonda, e con una modesta amabilità esteriore, che forma l'incanto degli angeli. Oh! se nelle famiglie, nelle comunità, nelle associazioni di qual­siasi nome, regnasse tanta armonia! Se, nella dimenticanza di sé, nella rinuncia alle pretese dell'amor proprio e della natura immor­tificata, ognuno tenesse il suo posto, e si studiasse di sottostare -'la legittima autorità; come di far piacere agli altri, di cedere volentie­ri il meglio, quanto sarebbe alleviato il peso della vita comune, qua­le ordine e per conseguenza quale pace vi regnerebbe! Le anime tutte imparino da Giuseppe a riporre in Gesù e nella dolce Madre ogni affetto, ogni loro speranza, a non ricercare che il divino beneplacito, nel sacrificio della vita giornaliera, nella con­formità a tutte le disposizioni della divina Provvidenza.

II - Vita di santificazione. - È scritto nei libri santi che la via del giusto è simile alla luce del sole, che si avanza e cresce sino a giorno perfetto. Che deve dirsi dell'anima di colui, che fu per anto­nomasia appellato giusto dallo stesso Spirito Santo? Codesto avan­zamento nella~santità è il fenomeno che principalmente deve ammi­rarsi nella vita di Nazaret. Il segreto sta nella presenza e nella inti­mità con Maria e con Gesù. La casa di Nazaret è nel vero senso un santuario, una serra di fio­ri olezzanti, il domicilio delle più elette virtù, l'oggetto della com­piacenza della Triade augusta, la delizia e l'incanto degli angeli. Chi vi avesse posto piede, non già con l'animo scettico e duro di qualche egiziano o degli ebrei, ma bensì illuminato dalla fede, non avrebbe potuto più allontanarsene, tanto la possente attrattiva l'avrebbe ra­pito.

Fioretto: Fare una visita in una chiesa, dove si conservi l'eucari­stia, recandovisi come in pellegrinaggio alla Casa di Loreto, per trattenersi un po' di tempo in santa contemplazione della vita di­ Giuseppe, in compagnia di Maria e di Gesù. Giaculatoria: O Giuseppe, capo dell'alma famiglia di Nazaret, pre­ga per noi.

 

DICIASSETTESIMO GIORNO Vita di solitudine e di raccoglimento

I - Vita di solitudine. - Nazaret è un paesello della Giudea di poco conto, disperso nel verde dei campi e solitario. Il silenzio dei suoi viottoli è appena interrotto dal rumore di qualche veicolo e di qualche strumento da lavoro. Qui Giuseppe ha fissato la sua casuc­cia e, separata da essa, la sua bottega di fabbro. Qui abitano i perso­naggi più illustri, che possegga la terra. Vivono tranquilli e pacifici. E’ qui che si svolge la vita nascosta e privata dell'Uomo-Dio. Nessu­no meglio di Giuseppe poteva fargli da padre. Egli era tutto raccol­to in sé stesso, concentrato nel pensiero e nel possesso di Gesù. Ge­sù era tutto per lui. A misura che cresceva in sapienza, in età e in grazia, gli riempiva ogni giorno più la mente e il cuore. Quale monito e quale confusione per noi, tanto pieni di noi stessi e tanto avidi di mostrarci, di comparire, di tutto sapere. Si vive per­ciò spesso agitati e malcontenti di sé, vuoti di mente, aridi nella pre­ghiera, senza il gusto di quella pace, che sorpassa ogni umano senti­mento, e che forma il nostro maggior bene quaggiù.

II - Vita di raccoglimento. - La vita a Nazareth si svolgeva in un perfetto raccoglimento interiore. Si ponga dinnanzi allo sguardo cotesto stato interiore, si elevi ad alta potenza, e si avrà un qualche concetto di quello che era il racco­glimento di Giuseppe, e quindi il suo rapimento in Gesù, che forma­va tutta la ragione del suo vivere, dell'anima sua. Nessuna divaga­zione nei sensi e nella mente, nulla penetrava delle mire terrene, il cuore era come un mare calmo, un cielo serenissimo. Codeste sono le delizie riservate alle anime di vita interiore, che sanno tenersi raccolte, e nel raccoglimento unite al Signore. Il si­lenzio esteriore è la prima barriera del raccoglimento, ma, per con­servarlo e alimentarlo, occorre la barriera del silenzio interiore, che sgombra lo spirito dei vani pensieri, delle vagolanti immagina­zioni, degli affetti naturali, per far posto alla presenza di Dio e alla dolce unione con Lui.

Fioretto: Riservarsi durante il giorno alcuni minuti di rigoroso si­lenzio, per aprire la via al silenzio interiore. Giaculatoria: S. Giuseppe, amico del Sacro Cuore, prega per noi.

 

DICIOTTESIMO GIORNO Vita di lavoro

I - Lavoro assiduo. - La bottega di Giuseppe a Nazaret, secon­do la tradizione, era separata dalla casetta. È questo il posto del suo sacrificio giornaliero. Il dovere del sostentamento della sacra fami­glia s'impone, e quanto! Tutto grava sulle sue spalle. Giuseppe lavora coadiuvato da Gesù, che qual umile garzoncello gli presta l'opera con perfetta docilità. Non era difatti conosciuto altrimenti che come il figliuolo del fabbro. Quanti stenti e quanti sacrifici, nel condurre a termine l'opera loro, nel consegnarla ai clienti, nel riscuotere la mercede, per provvedere agli incalzanti bi­sogni giornalieri! Bisogna intanto considerare che il fabbro di Nazaret non è un ar­tigiano comune. La dignità e la santità della persona si riflettono in tutte le sue azioni. Dopo il peccato originale il lavoro è diventato una pena di espia­zione, ma è anche un mezzo di sostentamento e un sollievo, per te­nere in esercizio le naturali energie, un onesto svago, per evitare i gravi danni dell'ozio. Ma il lavoro deve essere come quello di Giu­seppe: ordinato, costante, utile, cioè rispondente all'esigenza del proprio stato, e finalmente fatto con competenza, coscienza e con spirito di sacrificio.

II - Lavoro santificato. - S. Giuseppe lavorava nella maniera più perfetta, più col cuore che con le braccia. Lavorava con Gesù, lavorava per Gesù: ecco il tipo del lavoratore ideale. Il saper di lavo­rare con Lui e per Lui gli faceva vibrare il cuore di un amore, che non si esprime a parole. Egli presiedeva al governo della santa famiglia, e per conseguen­za era assunto ad esemplare di ogni capo della famiglia cristiana. Il lavoro per lui formava un dovere sacro, santificato dalla preghiera, dalla più pura intenzione verso Dio e dal desiderio di adempiere il suo beneplacito. Non si può trovare nella storia dei santi un modello più perfetto di quella vita ideale, che armonizza l'azione con la contemplazione. Il lavoro, senza lo spirito di preghiera, non ha pregio al cospetto di Dio, e quindi non guadagna alcun merito. Tale dev'essere il programma della vita cristiana, in qualunque stato uno si trovi, come tale fu il programma della vita di Giuseppe, in compagnia di Gesù.

Fioretto: Adempiere con la massima esattezza i lavori del giorno, con lo spirito elevato a Dio. Giaculatoria: O Giuseppe, modello dei lavoratori, prega per noi.

 

DICIANNOVESIMO GIORNO Vita di preghiera

I - Preghiera vocale. - La casa di Nazaret non era soltanto un eremo e un'officina, ma soprattutto un tempio. Tra quelle umili pa­reti si raccoglievano le due creature più sante e più partecipi della divinità, insieme al Dio fatto uomo: tre persone degne di culto e in diretta comunicazione con Dio. Maria e Giuseppe però, e Gesù, nel­la sua umanità creata, dovevano comunicare con Dio mediante la preghiera. Quale preghiera! la più fervida, la più santa, la più accet­ta al Padre celeste, la più feconda, quella cioè che attirava su di loro e sulla povera umanità tesori immensi di grazie. Nessuna anima santa e nessun angelo del cielo ha potuto mai pregare con ardore e con efficacia somigliante. Quanto vale la preghiera ben fatta! Quanto è più preziosa al co­spetto di Dio la preghiera comune nella pubblica chiesa! Anima che mediti, sappi tenere ordine nella tua giornata, e dare il primo posto alla preghiera, sì come quella che riguarda direttamente l'onore di Dio. Fissane l'orario, e sii costante nell'osservarlo. Lascia da parte, quando preghi, ogni pensiero di terra, ogni sollecitudine estranea, e applicati con tutta l'anima ad adorare Iddio.

II - Preghiera mentale e vitale. - La preghiera, che principal­mente occupava l'anima di Giuseppe, era la mentale. Questa sopra tutto forma il segreto della vita interiore, questa mette l'anima in comunicazione diretta con Dio, questa è che squarcia i veli, per sco­prire all'anima la visione di Dio e porla in intimità e in unione con Lui. Questa specie di preghiera formava l'atmosfera propria di Giu­seppe. Egli godeva nel più alto grado il dono della contemplazione, afferma s. Bernardino da Siena. Aveva forse bisogno di grandi sfor­zi, per elevarsi ad essa? La presenza di Gesù era come il primo pre­ludio, ossia il punto di partenza della sua preghiera mentale. Quella fronte, su cui lampeggiava il raggio della divinità, quegli occhi, da cui come da due stelle sfolgorava lo splendore della gloria del Pa­dre, quei lineamenti profilati dall'azione dello Spirito Santo, quelle parole riverberanti di sapienza divina, quei tratti stupendi, che for­mavano l'estasi degli angeli, erano per lui come il velo da cui tra­spariva la pienezza della divinità. Giuseppe allora si elevava alla contemplazione della bellezza e della santità di Dio e dei suoi subli­mi misteri. Chi mai penetrò più di Giuseppe in quell'oceano di luce e di amore? Grande esempio per te, o anima di vita interiore. Cerca di consa­crare le prime ore del giorno, che sono le migliori, alla santa medi­tazione. Portavi tutta l'attenzione dell'animo, preparane i punti la sera precedente, ritornavi col pensiero, durante la notte, se per ca­so il sonno s'interrompa, e appena svegliata al mattino. Trattieniti durante la meditazione in intimo colloquio con Dio, e offrigli propo­siti particolari e generosi.

Fioretto: Stabilire le preghiere vocali giornaliere, fissarne le ore ed esservi fedele. Giaculatoria: O s. Giuseppe, ottienici che i nostri cuori stimino nel loro giusto valore le cose terrene e amino Dio con amore perfetto.

 

VENTESIMO GIORNO Smarrimento di Gesù

I - Gesù smarrito. - Gesù era giunto al dodicesimo anno, tra gl'incanti più fulgidi dell'età adolescente. Gli correva allora l'obbli­go di accompagnare Giuseppe e Maria nella visita annuale, che fa­cevano al tempio di Gerusalemme. Era costume che gli uomini pro­cedessero separati dalle donne. Al ritorno ognuno degli sposi crede­va che Gesù stesse con l'altro, ma, giunti alla sera, si accorsero che Egli mancava. Quale amara sorpresa, quale dolore! Lo ricercano dappertutto, ne domandano a parenti e amici pongo­no attenzione a tutti i posti, dove si sarebbe potuto fermare, ma in­vano. Anche noi andiamo soggetti alla perdita di Gesù. Avviene talvolta per nostra stoltezza, che trascinati dalla cupidigia o dall'orgoglio, lo allontaniamo dal nostro cuore, con grave rischio di andar perdu­ti. Ma ciò che rende più deplorevole la nostra sorte, è il nessun ram­marico per tale perdita, è l'indifferenza, in cui ristagniamo, e forse per lungo tempo. Segno codesto di poco o nessun amore per Gesù. Allora invece occorre rialzarsi presto, riconoscere la propria mise­ria, e mettersi con premura alla ricerca di Gesù.

II - Gesù ritrovato. - Iddio non affligge, che per consolare, non mette a prova, che per accrescere il merito, non si nasconde, che per svelarsi più amabile. Giuseppe aveva moltiplicato le ricerche, aveva tentato ogni mez­zo, ma invano. Ritornati difatti nel tempio, al terzo giorno, ebbero la dolce sorpresa di trovarlo seduto a disputare in mezzo ai dottori, sfolgorante di sapienza divina. «Figliuolo - esclamò Maria - per­ché ci hai fatto questo? Ecco che il padre tuo ed io oppressi dal dolo­re ti andavamo cercando». Il cuore di Giuseppe dovette sussultare d'intima gioia, ma, secon­do il suo costume, egli si tenne in silenzio, e tanto più godette, quan­to più s'era affaticato nella ricerca di Gesù. Così parimenti accade alle anime che mosse dalla grazia, si met­tono con sforzo alla ricerca di Gesù, e si riconciliano con Lui. Quan­ta letizia arreca l'incontro con Gesù! Come allora si gusta la dolcez­za del servire e amare Iddio! E quanta forza essa infonde, per poter perseverare nel bene! Né è meno soave la gioia di un'anima tiepida, che finalmente risorge dal suo letargo, esce dal ristagno delle sue miserie, e corre alacre nel servizio di Dio. È forse la tiepidezza il tuo stato presente? Gesù lo ritroverai nella preghiera fervente, nella lettura spirituale, soprattutto nella medi­tazione, fatta con seria applicazione.

Fioretto: Trascorrere un'oretta in Chiesa meditando il proprio stato spirituale presente, e progettare l'avvenire. Giaculatoria: O Giuseppe fortissimo, che ritrovasti con gaudio Gesù nel tempio, prega per noi.

 

VENTUNESIMO GIORNO Giuseppe acceso di carità verso Dio

I - Amor tenero. - La carità è virtù regina, che supera ogni al­tra, che domina sovrana, e tutte insieme le abbraccia e le avviva. Se volessimo formare un concetto adeguato della carità di Giu­seppe verso Dio, dovremmo saper misurare il grado di perfezione, a cui egli ascese e la pienezza di grazia, di cui Dio lo adornò, poiché la carità costituisce l'essenza della perfezione. Alla luce di quella fede sfolgorante, di cui era illuminato, e sotto l'influsso di quella grazia piena, Dio formava per lui l'unico bene, l'unico oggetto degno di tutto il suo amore, il suo tesoro, la sua felicità, il suo caro tutto, ca­pace di attrarne tutti gli effetti. A lui erano rivolti i suoi pensieri, le sue aspirazioni, le sue speranze, i suoi interessamenti, i palpiti più cocenti del cuore, tutto ciò che era in lui convergeva verso quest'unico centro: Dio. Il padre è capace di qualunque sacrificio per il figliuolo; neanche l'ingratitudine lo arresta. Ma Giuseppe era divenuto padre, per vo­lere di Dio, la sua angelica verginità, afferma s. Agostino, divenne feconda della paternità stessa. L'essere padre di un tal Figlio signi­ficava l'aver avuto dal Padre celeste una certa partecipazione del suo medesimo affetto paterno. Gesù era tutto per lui. Ecco il modello perfetto del puro amore di Dio. Noi siamo fatti per Dio. Egli è il nostro bene sommo. Tutta la vita, le nostre facoltà, i nostri sensi, la nostra intelligenza, il nostro cuore debbono pola­rizzarsi verso Dio.

II - Amore operoso. - L'amore non si arresta a semplici senti­menti, ma, come la fiamma che divampa, si effonde in preghiera, la­voro, sacrificio. La preghiera è l'amore che loda, che conversa, che ripara, che si dona. Era questa l'occupazione incessante di Giusep­pe, non solo nell'alta conversazione con Gesù, ma con gli slanci che erompevano dal suo cuor, e s'innalzavano verso il Padre celeste. Tutta cotesta espansione di amore mirava all'unione intima con Gesù, a star sempre con Lui e non separarsene giammai. Qui trova­va tutto il suo riposo, il suo tesoro, il suo paradiso, sulla terra. Quell'abbracciarlo, quello stringerlo al petto, quel carezzarlo e ba­ciarlo erano l'espressione esteriore di quell'intimità e unità di pen­sieri e di affetti, che formavano di due cuori un cuor solo, di due anime un'anima sola. Impara da Giuseppe, o anima, il modo come si ama Gesù. Quante volte affermi di amarlo, sei sicura di poter ripetere con s. Pietro «Signore, Tu sai che io ti amo?». Lo potrai ripetere sicuramente, quando l'amore diventerà la legge e l'anima della tua vita, quando cioè la preghiera sarà per te un dolce conversare con Lui.

Fioretto: Mostrare il proprio amore a Dio con le opere, compien­do con diligenza, le azioni ordinarie di oggi. Giaculatoria: O Giuseppe, ardente di amore di Dio, intercedi per noi.

 

VENTIDUESIMO GIORNO Giuseppe acceso di carità verso il prossimo

I - Carità sulla terra. - Giuseppe è ottimo esemplare di cotesta nobile virtù della carità. L'amore deve essere ordinato, e la prima e più ordinata carità si effuse dal suo cuore nel seno della sacra fami­glia. Quali cure solerti e delicate egli prodigava a Gesù ed a Maria! Quali parole tenere e infiammate sgorgavano da quelle labbra all'indirizzo della diletta sposa e del Figliuolo putativo! Di tutto era preveggente; non c'era pensiero, non c'era affetto, non c'era azione né sacrificio, che non fosse diretto ad accontentarli, a render loro meno gravosa o più sopportabile la dura vita giornaliera. I suoi mo­di così umili, i suoi tratti così amabili e soavi erano un profumo di delizie per quei due nobilissimi cuori. Giuseppe fu anche a contatto di parenti, di amici, di clienti, di concittadini, di egiziani. Egli amava tenersi umile al suo posto; ma, quando la necessità o la carità l'obbligava a uscir dal suo guscio, era tutto bontà e generosità con ogni sorta di persone. Rivelò la SS. Vergine a Santa Brigida: «Non udii mai uscire dalla sua bocca paro­le di leggerezza, di mormorazione, o d'impazienza». Irradiato dagli splendori della sapienza incarnata, vedeva in tutti gli uomini tante immagini di Dio, tanti fratelli, e il suo cuore si com­moveva del più tenero amore. La carità di Giuseppe è la traduzione in atto dei caratteri attribuì­ ti dall'apostolo s. Paolo a questa virtù. La carità è la negazione asso­luta dell'egoismo: non è ambiziosa, non invidiosa, non cerca il fatto suo, non opera invano; è invece benigna, paziente, compassionevo­le; tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, e per conseguenza tutto perdona.

II - Carità dal cielo. - Che dire della carità del cuore di Giusep­pe? Egli sa che tutta la sua grandezza la deve alla Redenzione degli . uomini. Se non vi fossero stati uomini da salvare, egli non sarebbe stato innalzato alla dignità di padre putativo del Redentore, e per conseguenza di padre tenerissimo di tutta l'umana famiglia. Se egli è padre di Gesù, e noi tutti membri del corpo mistico di Lui, è anche padre nostro. Se noi, in virtù della Redenzione, siamo fratelli adot­tivi di Gesù e figli di Maria, secondo la grazia, Giuseppe è anche il padre nostro adottivo. Se egli fu a capo della sacra famiglia, è an­che il padre della grande famiglia dei redenti, sparsa nel mondo. Giuseppe è della medesima nostra natura, e conobbe a prova tutte le nostre miserie e tutte le nostre pene. Stentò, pianse, soffrì, com­batté e vinse. Tutte le pene le abbracciò per amor di noi, condivi­dendole con Gesù, che si preparava a dare il sangue e la vita per noi. Ora dal cielo, ove regna coronato dell'aureola di padre del Reden­tore e di padre nostro, ci ama teneramente, nella maniera più per­fetta e più efficace. Iddio che lo ha posto in tanta gloria, gli dà senza dubbio di scorgere tra gli splendori del cielo tutte le nostre necessi­tà, tutti i nostri affanni e tutti nostri pericoli. A tal vista il suo cuore vibrante di carità s'intenerisce per tutti e ciascuno di noi, e con la sua valida intercessione provvede al soccorso.

Se Giuseppe ha per noi un cuore di padre, noi dobbiamo avere per lui un cuore di figli. Al padre si deve riverenza, amore, ubbi­dienza. Eleviamo la nostra stima per la dignità, per la santità, per la bontà paterna di Lui. Onoriamolo in tutti i modi, specie nei giorni a lui consacrati. Il nostro amore verso di lui sia filiale, riconoscente e pieno di fiducia nel suo aiuto. La nostra obbedienza consista nell'adempiere i suoi desideri, che sono quelli di secondare le ispi­razioni della grazia, e d'imitare le sue virtù, quali, a preferenza l'umiltà, la mitezza, l'amore al nascondimento e al sacrificio.

Fioretto: Mostrare a tutti un volto benevolo e paziente. Giaculatoria: O Giuseppe, sollievo dei miseri, prega per noi.

 

VENTITREESIMO GIORNO Giuseppe conformato alla volontà di Dio

I - Conformità in ogni passo. - Questa conformità fu la legge di vita del caro Giuseppe, la norma che regolava ogni suo passo. Non poteva essere altrimenti. Egli era il padre di Colui che era venuto sulla terra, precisamente per fare la volontà del Padre suo celeste. Non avrebbe saputo trovare altro movente più nobile e persuasivo, che il santo volere di Dio. Egli conosceva a fondo che il miglior mo­do di procurare gloria a Dio e di piacergli è quello di fare in tutto ciò che Egli vuole. E, per ottenere un sì gran bene, avrebbe rinun­ziato a tutto, anche alla vita, e si sarebbe sobbarcato a qualunque sacrificio. È volere di Dio, come la grazia gl'ispira, che conservi interamente la sua verginità; è espresso volere di Dio che egli si sposi a una ver­gine, per custodirne il virgineo candore, e Giuseppe è pronto ad adempierlo con gioia. È volere di Dio, manifestato attraverso l'edit­to di Cesare, che egli si allontani da Nazaret e vada insieme a Maria con disagio a Betlem, a dare il nome, e Giuseppe non discute, né si lagna dell'inopportunità del momento. È volere di Dio che si adatti in una stalla per la nascita divina del suo Figliuolo, e Giuseppe con 'inalterata serenità vi si rassegna. Era tanto verosimile che la legge della purificazione non riguardasse né Maria né il bambino; ma quella legge non accenna ad alcuna eccezione, e Giuseppe con Ma­,-ria non osano permettersi una singolarità, che forse avrebbe richia­tnato l'ammirazione; e vanno al tempio, nella massa comune dei co­íútugi, a offrire il bambinello, e Maria a purificarsi. La legge mosaica prescrive di recarsi ogni anno al tempio, nella eorrenza della Pasqua, e Giuseppe puntualmente si reca con ani­ilare a Gerusalemme, insieme a Maria, a offrire al Signore il tri­ito della preghiera e del sacrificio. Iddio permette la prova dolo­a dello smarrimento di Gesù, e Giuseppe, col cuore straziato ma o, lo ricerca con sollecitudine, e lo ritrova nella gioia. Perché stentare da mattina a sera presso il banco del lavoro e fare stentare ,Colui che sostenta il mondo; perché tante contrarietà e disprezzi dal popolo, perché rinchiudersi nell'oscurità a coprire della sua ombra Colui che è l'aspettato di tutte le genti? Ma Giuseppe non si domanda tutti questi perché. Egli legge in ogni evento, in ciascuna circostanza, una disposizione dell'imperscrutabile volontà di Dio, e, nell'uniformarvisi, trova tutto il suo contento, tutta la sua gioia. Ciò che Dio vuole è disposto da una sapienza infinita, da un amo­re tenerissimo di padre, ordinato sempre al nostro vero bene. Nien­te di più giusto, di più santo, di più vantaggioso, che conformarsi a questa adorabile volontà in ogni sua disposizione, anche la più con­traria e la più ripugnante.

II - Uniformità perfetta e gioiosa. - Ecco delineata in questi tratti l'uniformità di Giuseppe al volere divino. Tutto in lui era amore, tutti i suoi atti e movimenti procedevano dall'amore. A ogni ordine e disposizione proveniente da Dio, o per segni sovrannatura­li, o per vie ordinarie, corrispondeva in lui una prontezza e una gioia nell'uniformarvisi, senza replica o difficoltà di sorte. Ma sif­fatta prontezza era l'espressione di quell'intimo slancio di amore, onde si moveva a discrezione del soffio della grazia. Egli non cono­sceva altra norma, altro ritmo del suo vivere, se non la volontà e il gusto di Dio, secondo che si andava manifestando. I vari tratti della sua vita sotto lo sguardo di Dio erano come le armonie di una musi­ca stupenda, le cui note erano scritte nel libro del santo volere divi­no, che formava tutto il compiacimento dell'Altissimo. Sollevati in alto, anima che mediti, a considerare come nulla vi è di più vero, di più giusto, di più adorabile, che il beneplacito divino. Nulla può escogitarsi di più conveniente, di più vantaggioso per noi, che ciò che Egli vuole; nulla di più santo e per conseguenza di più giocondo che il suo beneplacito e la virtù di conformarsi ad es­so, con perfetta letizia. Cerca di intuirlo con la preghiera, col domandar consiglio; procu­ra di metterlo in atto con la fedeltà alle divine ispirazioni, con l'ub­bidienza pronta, con la rassegnazione perfetta in ogni evento. Ab­bandonati alla sua condotta, e proverai quaggiù le delizie della pa­ce, quale saggio anticipato del cielo.

Fioretto: Fare, con l'aiuto di s. Giuseppe, un atto di accettazione di tutte le disposizioni della divina volontà, presenti e future, specie di quelle che maggiormente costano alla natura e all'amor proprio. Conformità alla volontà divina. Giaculatoria: O Giuseppe, perfettamene uniformato al divino vo­lere, prega per noi.

 

VENTIQUATTRESIMO GIORNO Giuseppe semplice

I - Semplicità esteriore. - Tale fu la vita di Giuseppe, come quella di Maria. Egli passava come un uomo comune, un artigiano qualsiasi. Gli amici ed i clienti non si accorgevano affatto della sua grandezza, non scorgevano in lui nulla di straordinario. La sua vita era tutta nascosta con Gesù Cristo in Dio; degli umani eventi sapeva si poco, che non si permetteva neanche di pensarvi, o di domandar­ne. La sua preghiera era semplice quanto sublime. Le parole erano rare e misurate dalla necessità o dalla carità. Il suo contegno era af­fatto naturale, scevro di ogni artifizio o affettazione. Di sé, del suo nobile lignaggio, dell'alto suo ufficio, e dalla grandezza dei suoi ca­ri non faceva cenno alcuno, anzi si notava in lui uno studio continuo di tacere e di occultarsi. Non si avvaleva mai di fronte agli altri di una sua prerogativa, che pur ne aveva delle somme, anzi neppure pareva di averne alcuna. Si persuada l'anima di vita interiore che la vera virtù non fa alcun rumore, non ama il comparire, o di distinguersi dagli altri, non ama di mostrarsi e di parlar di sé; si studia invece di occultarsi, di di­menticarsi e di lasciarsi dimenticare. Siffatta semplicità di vita dà all'anima una grande serenità. Dopo poi di aver operato, la libera da ogni delusione o turbamento. Beata l'anima semplice! Essa ripo­sa in Dio, e Dio si degna di comunicare con lei.

II - Semplicità interiore. - Uno era il suo intento: glorificare Id­dio, procurargli piacere in tutto; a tale finalità dirigeva ogni suo pensiero, ogni suo accento, ogni suo passo, senza illusioni e sotti­gliezze, con l'esclusione assoluta di ogni vana compiacenza, di ogni soddisfazione propria, di ogni mascherato pretesto. Difatti, nel compimento dei più alti misteri, Giuseppe tace, si raccoglie tutto in sé stesso, e si nasconde. Egli è tutto per Dio, contempla e gode la pienezza di Dio. Uno è il suo amore. Non v'è altro oggetto per il cuore, all'infuori di Dio. Lo amava in veste umana con l'amore di padre, e del più te­nero dei padri; lo amava ardentemente con l'amore del più insigne tra i santi, di quell'amore, che sorpassa gli ardori dei serafini del cielo. Nessuna creatura riuscì mai ad attrarre un suo sguardo, a toccare una fibra del suo cuore, che non fosse per Dio. L'avere Gesù tra le braccia, stretto al suo petto; condurlo per mano, così come si raffigura dall'arte sacra, è l'espressione esatta di quell'intima unio­ne che lo legava al suo Dio. Una la sua aspirazione: andare a Dio, possederlo, comunicarlo agli altri; ma tutto questo senza affanno o agitazione di sorta, per­ché conosceva a fondo con chi aveva da fare, e si abbandonava inte­ramente in Lui. Tutto il resto gli scorreva dinanzi, senza interessar­lo punto se non in quanto si riferiva a Dio. Nessuna preoccupazio­ne, nessuna curiosità riuscì mai a turbare la sua calma. Se avesse potuto comunicare a tutto il mondo Gesù, con tutte le delizie, di cui riboccava il suo cuore, l'avrebbe fatto, a costo di qualunque,sacrifi­cio; ma egli sapeva che non era giunta l'ora, e ne preparava l'avven­to con la più imperturbata tranquillità. Se si considerasse che la vera sapienza sta tutta in questa unità, da cui scaturisce la semplicità di spirito, si adopererebbe ogni mez­zo, per acquistare questo tesoro, che forma i santi, e dona loro un anticipato paradiso. Scomparendo ogni altro interesse, ogni ricerca di creature e di sé medesimo, rimane solo quel tratto di unione che congiunge l'anima con Dio. Cerchiamo Dio solo e il suo santo amore, e troveremo come s. Giuseppe, con il riposo dell'animo, le vere gioie dei santi.

Fioretto: Custodire durante il giorno il silenzio e la modestia, e fa­re il proposito di una vita più semplice, contenti di Dio solo. Tacere quando ci si sente offesi. Giaculatoria: Nella semplicità del mio cuore, con gaudio ho offerto ogni cosa al Signore. Custodisci questa volontà. (o beato Giuseppe).

 

VENTICINQUESIMO GIORNO Giuseppe ricolmo di grazia e di gloria

I - Pienezza di grazie e di privilegi. - È principio inconcusso della scienza sacra che il Signore conferisce a ciascun'anima la gra­zia adeguata alla missione e all'ufficio, a cui la destina. La dignità, la missione di Giuseppe, dopo quella di Maria, è la più alta, nei rapporti della persona di Cristo. Qual santo mai può vanta­re di aver esercitato l'ufficio di padre putativo del medesimo Figlio di Dio, e di casto sposo della sua SS. Madre? di averlo custodito, di­feso, sostenuto, e di averne guidato i passi, per i lunghi anni della vita nascosta, di essere vissuto con Lui in intimità di affetti, che ap­pena si riesce a concepirne un'idea? di aver concorso con Lui alla incomparabile opera della redenzione del mondo? A tanta altezza doveva corrispondere una grazia piena, relativa alla pienezza di grazia della Madre divina. Come la grazia conferita a Maria, posta nell'economia dell'unione ipostatica è di suo genere, che s. Bernar­dino appella grazia materiale, così quella conferita a Giuseppe, po­trebbe appellarsi, nel suo genere proprio, grazia paternale. Questa grazia andava sempre crescendo in Lui. A misura che era fedele a corrispondervi, prendeva proporzioni sempre maggiori fi­no ai vertici di quella pienezza, che sorpassa i limiti raggiunti dagli altri santi. Ecco un modello perfetto e soave della vita interiore. La linfa vi­tale della santità è la grazia. Essa è un dono del divin Cuore, ma è anche frutto di meriti, che richiede la nostra fedele e generosa coo­perazione. Non sta la santità in opere appariscenti e strepitose, bensì nell'acquisto, nella conservazione e nell'accrescimento della grazia. Apprezzare questo dono incomparabile, tesoreggiarlo, con una diligenza immensamente superiore alla cura dei beni tempora­li, è il segreto di farsi santo.

Qual conto tu fai di dono si prezioso, e come lo metti a profitto?

II - Pienezza di meriti e di gloria. - La vita di Giuseppe era una musica armoniosa, con un ritmo sempre crescente, una sublime ascensione nei firmamenti della santità. Egli fu per eccellenza il giusto, il servo buono e fedele, che, introdotto poi nei gaudi del Si­gnore, toccò tra gli splendori del cielo una pienezza di gloria, che sorpassa quella di tutte le sfere dei santi e degli angeli. Giuseppe con la beata Vergine in cielo è premiato al di sopra degli angelici co­ri. Secondo alcuni teologi, s. Giuseppe, in cielo, è circonfuso dei di­vini splendori, non solo con l'anima, ma anche col corpo. Così s'ad­diceva al padre del Figlio divino, che si ricomponesse integra nel cielo la sacra Famiglia, senza alcun indugio, come erano stati uniti sulla terra (s. Bernardino da Siena). Questo santo innamorato di s. Giuseppe, predicando un giorno a Padova, disse al popolo: «lo vi ac­certo, fratelli, che s. Giuseppe è in cielo, in corpo ed in anima, ri­splendente di gloria». La gloria dei santi nel cielo, meditata profondamente, è un effica­ce stimolo alla pratica della virtù. Come essi, fatti della stessa no­stra natura, anche noi possiamo mirare in alto, nel cammino della santificazione, e, se non eguagliarli, almeno tendere ad accostarci. La gloria è frutto di merito, e questo è opera della grazia e della no­stra fedele cooperazione.

Fioretto: Dopo uno sguardo al nostro interno, proponiamo di su­perare a ogni costo quelle difficoltà, che ostacolano o ritardano la nostra santificazione, per esempio, la dissipazione. Giaculatoria: O Giuseppe, pieno di grazie e di meriti, intercedi per noi.

 

VENTISEIESIMO GIORNO Giuseppe modello e patrono delle anime di vita interiore

I - Modello di vita interiore. - Lo spirito di fede, nel più largo senso della parola, animò tutti i tratti della vita di Giuseppe. Assicura s. Bernardino da Siena che ebbe il dono della contemplazione nel suo più alto grado. Quale contemplazione! Nessun santo ebbe per ben trent'anni sotto il suo sguardo il verbo di Dio incarnato. Ma, ciò che l'occhio vedeva la mente penetrava sino al fondo. Mentre lo sguardo e la parola di Ge­sù lo rapivano, fasci di luce erompenti dall'alto gli svelavano i più profondi misteri. Quel complesso di meraviglie incomprese, che è la degnazione del verbo fatto carne, la redenzione del mondo, l'effu­sione della grazia attraverso la storia della Chiesa, gli riluceva allo sguardo, e in sé tutto l'assorbiva, come in un'estasi beata. La sua vi­ta era un'altissima orazione continua. A noi non è dato di pervenire a cotesta sommità, che mette lo stu­pore in chi la contempla. Ma poiché la vita interiore dispone i suoi gradi, che si possono percorrere gradatamente, possiamo bensì far­ci animo, e sforzarci di ascendere in alto. Il primo passo sta nel to­gliere ogni impaccio che ci leghi ai beni della terra, poi, mediante il raccoglimento, il silenzio tenuto con amore, l'esercizio dell'orazio­ne ben fatta e della presenza di Dio, potremo sulle ali dell'amore elevarci all'unione sempre più stretta con Lui.

II - Patrono della la vita interiore. - Sono molti i motivi, che traggono il cuore di Giuseppe a favore delle anime di vita interiore. Primeggia fra tutti il motivo della somiglianza, la quale è sorgente di amore. Che cosa rappresenta la santità di Giuseppe se non un esemplare perfetto di vita interiore? Egli visse di Gesù e con Gesù in una unità indissolubile, dopo quella di Maria. Egli guarda con oc­chio di compiacenza quelle schiere di anime che come lui si offrono tutte a Gesù, e vivono solo di Lui e per Lui. Nell'esercizio della vita interiore le anime si sforzano di amare, di glorificare quel Gesù, che formava tutto il suo bene; esse attuano nella maniera più bella il fine della sua missione quaggiù, di donare Gesù e di stabilire il suo regno nei cuori. Scrive al riguardo s. Tere­sa di Gesù: «Ho sempre veduto le persone, che hanno per Lui una de­vozione vera, sostenuta dalle opere, progredire nella virtù, perché questo celeste protettore favorisce in modo meraviglioso il progresso spirituale delle anime, che a Lui si raccomandano... Coloro che non trovano chi loro insegni a fare orazione, prendano per maestro que­sto ammirabile santo, e sotto la sua direzione vadano sicuri che non si smarriranno». Com'è consolante avere dopo Dio un'assistenza sicura nel cammi­no della perfezione! Molte le insidie, a ogni passo pericoli, riluttan­te e fiacca la nostra natura. Ma uno sguardo a s. Giuseppe, la mano fiduciosa alla sua paterna guida ne garantirà il conseguimento di quelle grazie efficaci, che ci condurranno sicuramente alla meta da Dio segnata.

Fioretto: Eleggere s. Giuseppe come direttore spirituale invisibile dell'anima propria, studiarne la condotta nei vari tratti della vita, e proporsi di ricorrere al suo aiuto, in ogni dubbio o bisogno della vi­ta spirituale. Confrontare spesso la propria condotta con quella di Giuseppe. Giaculatoria: S. Giuseppe, esemplare e patrono delle anime pie, intercedi per noi.

 

VENTISETTESIMO GIORNO Giuseppe morente

I - Preziosa fine. - Se è preziosa al cospetto di Dio la morte del giusto, quella di Giuseppe, che fu definito dallo Spirito Santo il giu­sto per eccellenza, dovette esser sopra ogni altra, preziosissima. In qual epoca sia avvenuta, il vangelo non ce lo dice, ma dottori, come s. Girolamo, s. Bonaventura, ed altri, affermano che divenne all'inizio della vita pubblica di Gesù, prima delle Nozze di Cana di Galilea. Ed è naturale che, se fosse vissuto ancora, l'avremmo in­contrato certamente nella passione, a piè della croce, per assistere Gesù e confortare Maria con la sua dolce presenza. Col termine della vita nascosta di Gesù, la sua missione era com­piuta. Una pia tradizione, che mette capo a un'autorevole storia orientale, narra che fu preavvisato da un angelo del tempo della sua morte, e che egli abbia implorato e ottenuto l'assistenza dell'Arcan­gelo s. Michele e la presenza del suo angelo custode. Ma ciò che rende singolare la morte di Giuseppe, esempio unico nella storia dei santi, è la presenza sensibile di Gesù e di Maria al suo capezzale. Quale morte invidiabile: L'innocenza inalterata, una purezza verginale angelica, un serto di virtù eroiche a un grado ine­guagliabile, una pienezza di grazia, coronata da un cumulo di meri­ti ne arricchivano l'anima, riposante in una celestiale serenità! Gesù e Maria lo avevano assistito affettuosamente, prestandogli i più accurati servizi, ma nell'ora estrema gli stettero immobili ac­canto, e si prodigarono in tratti di affetto e di devozione delicatissi­mi. Espressioni di cielo, pensieri più che santi, parole divinamente sublimi, effusioni le più tenere sgorgavano dal Cuore di Cristo in quell'ora, in cui il dolce padre suo in terra varcava la soglia del tem­po. Mentre Maria si struggeva in lacrime cocenti, Gesù ne sorregge­va il capo con la mano sua amorosa, e gli prospettava l'eterno pre­mio. Questa commovente visione, degna di profondi riflessi, ci sia sti­molo possente a ben prepararci alla morte. L'arte di ben morire for­maya l'occupazione dei santi. È vero che la morte è il triste tributo del peccato, ed è avvolta in una nube di spavento, ma è vero altresì che è dolce morire per le anime che vivono come già morte alle creature e a sé medesime. «Non avrei creduto che fosse così dolce morire», esclamava il venerabile Suarez in quell'ora estrema. Fac­ciamo ogni cosa, come se fosse l'ultima della nostra vita. Potremo allora,attendere con ferma speranza la preziosa morte dei giusti.

II - Felice transito. - Mentre Gesù gli pronunciava l'ultima e più rassicurante parola di affetto, e Giuseppe si abbandonava nelle sue braccia, tenendo stretta la sua mano divina, lo spirito suo eletto volava nel seno di Abramo, detto comunemente il limbo. Questo era il luogo riservato ai giusti, nell'attesa della venuta del Salvatore, e colà dovette fermarsi Giuseppe certamente, ma in una condizione distinta. Gersone e altri sacri scrittori affermano che tra i corpi risorti dei santi padri, alla risurrezione di Gesù, fu certamente il corpo di Giu­seppe, che ricongiunto all'anima si recò presso la diletta sposa, e apparsole raggiante di gloria la colmò di consolazione. Il giorno poi dell'Ascensione gloriosa di Gesù, brillò di luce radiante in mezzo al­lo stuolo di angeli e di santi, che facevano corteggio al re immortale della gloria, e in anima e corpo fu introdotto con Lui nel cielo. È questa la conclusione di una sublime santità. Com'è bello con­templare la glorificazione del nostro caro santo! Tale visione, men­tre ci sospinge in alto al desiderio sincero della perfezione, ci apre il cuore alla più consolante speranza di averlo nostro patrono e no­stro conforto nell'ora estrema. Egli è deputato precisamente a que­sto compito dalla divina Provvidenza. S. Teresa di Gesù narra la morte edificante delle sue prime reli­giose tanto devote di s. Giuseppe: «Ho osservato in esse - così scri­ve- nel momento di rendere l'ultimo respiro, una calma e una tran­quillità indicibile: si sarebbe detto che esse cadessero in un'estasi; e nel soave riposo dell'orazione; nulla indicava esternamente che la minima tentazione turbasse l'intima pace che godevano". Facciamoci animo dunque. Adoperiamoci a battere con alacrità la via della virtù, e riponiamo in una fervida devozione a s. Giusep­pe tutta la nostra fiducia per quell'ora estrema, decisiva, della no­stra eternità.

Fioretto: Proporre d'invocare ogni giorno l'aiuto e l'assistenza di s. Giuseppe alla propria morte e per i moribondi della giornata. Giaculatoria: O s. Giuseppe, patrono dei moribondi, prega per noi.

 

VENTOTTESIMO GIORNO Giuseppe nella gloria

I - Gloria massima. - Le virtù principali, che introducono in cielo le anime, e le esaltano sopra le altre, sono la purezza e l'umiltà. In quella città santa nulla vi entra di macchiato, ma tutto spira cando­re e purezza, o conservata intatta, o almeno riacquistata. Giuseppe poggiò sulle vette di questa virtù. Non dovrà per questo toccargli un trono di gloria accanto a quello di Maria, in cui assidersi non so­lo con l'anima ma anche col corpo? La sua umiltà tipica, nutrita dalla passione del nascondersi e dell'annientarsi, gli doveva fruttare senza dubbio da parte di colui che esalta gli umili, una sublimazione di gloria senza confronto. Il Signore, che vive l'umile abbassamento del suo servo fedele, lo pro­clamò solennemente beato al cospetto degli angeli, dei santi e di tutte le generazioni. Mira in alto, o anima che mediti, dilata il cuore, alla generosità verso il Signore, non gli negare i sacrifici che ti domanda, vinci te stessa, innamorati sempre più della purezza e dell'umiltà; senza al­cun timore di superbia, aspira alla maggiore altezza della virtù e della gloria, e poi confida nella generosità infinita del Signore.

II - Trono singolare. - Gli scritti sacri pensano che ilirono di s. Giuseppe in cielo sia collocato alla destra di Gesù, presso il trono di Maria. Come quella santa famiglia visse insieme sulla terra una vita di fatica e di amore, così ora in anima e corpo regna insieme nel cie­lo in una vita di gloria e di amore. Maria è coronata in cielo quale regina immortale di gloria, che di­stende la sua regale sovranità sugli angeli e sui santi; Giuseppe, che ne fu lo sposo purissimo, deve di ragione partecipare alla gloria di quella maestà regale. Se s. Agostino insegna che Iddio fa degli eletti tanti piccoli re, siffatta dignità tocca in grado superiore a Giusep­pe, che tutti li sorpassa. Che dire poi dell'immenso oceano di beatitudine, in cui affonda il cuore di Giuseppe? Quegli occhi, che si fissarono sul volto affasci­nante di Gesù, ora lo mirano radioso della trascendente bellezza della divinità, e la cedono allo sguardo interiore dell'anima, che pe­netra le inesauribili e incantevoli perfezioni della divina essenza; quel cuore,. che pulsò accanto a quello di Gesù, ora è trasformato in un cuore tutto nuovo, divampante di amore e riposante nelle brac­cia di quel Dio, che è carità per essenza, e che lo inebria di una gioia inaccessibile a mente umana. Giuseppe dal cielo ci sorride, ci aspetta e ci tende la mano, per trarci un giorno tra gli splendori dei suoi gaudi eterni.

Fioretto: Dare in onore di s. Giuseppe una larga offerta per opere pie, ovvero a un povero; dare a tutti un sorriso sincero. Giaculatoria: Giuseppe, trionfante nella gloria del cielo, prega per noi.

 

VENTINOVESIMO GIORNO Giuseppe potente

I - Potere sovrano. - Il potere dei santi nel cielo è pari alla loro gloria, come la gloria è proporzionata al loro merito. Tutto è dispo­sto in quella città suprema, ove maggiormente splendono i divini at­tributi, in un'armonia incomparabile. Più un santo si avvicina al trono di Dio maggiore è il suo potere, a favore dei poveri militanti nel terreno esilio. Quale sarà il posto occupato dal nostro caro intercessore in cote­sta magnifica gerarchia? È evidente che Egli deve trovarsi al centro del coro osannante e orante dei cieli, con un potere d'intercessione, che tutti gli altri avanza. Ciò è dovuto alla sua santità superiore, so­pra tutto a quella oscurità trascurata, in cui volle nascondere le sue grandezze in vita. È sempre l'umiltà la leva possente, che innalza le anime alle più alte sfere della perfezione. Scrive s. Tommaso, l'angelico dottore: «Parecchi santi hanno rice­vuto da Dio il potere di assisterci in certi particolari bisogni, ma il credito di s. Giuseppe non ha limiti, si estende a tutte le nostre neces­sità, e chi lo invoca con piena fiducia è certo di essere prontamente esaudito. È grande consolazione dell'anima e motivo di dolce speranza la certezza d'avere in cielo un potente intercessore presso il trono di Dio. La maestà di Lui spaventa l'anima, quando si sente manchevo­le, e incute soggezione il rimorso, sia pure di lieve infedeltà. Ma la persona di un santo della medesima nostra natura, posto dalla divi­na Provvidenza come mediatore potente tra noi e Dio, infonde co­raggio, e ci fa arditi a chiedere ogni sorta di grazie. Chi non si giova di questo dono prezioso si priva di aiuti e di grazie insperate, di cui sentirà il gran vuoto nell'eternità.

II - Potere paterno. - Il padre possiede il cuore del figlio, specie se sia virtuoso e irreprensibile; egli sa toccare le fibre di quel cuore, e ne ottiene ciò che vuole. «La natura rende un padre onnipotente sul cuore di suo figlio» (s. Antonino). Che dire del Cuore di Cristo ri­spetto a Giuseppe? Se è scritto - dice s. Bernardo - che il Signore fa la volontà di coloro che lo temono, come ricuserà di fare quella di Giuseppe, che lo alimentò sì lungo tempo col sudore della sua fronte? Vi è in cielo una trasfusione di cuore e di bontà tra quei tre cuori, che pulsarono all'unisono in terra: il Cuore adorato di Gesù, quello di Maria e di Giuseppe, la quale si trasfonde a sua volta in torrenti di grazie e di benedizioni a favore di coloro che le implora­no. Domandiamo le grazie spirituali per l'intercessione di Giuseppe. Ma preghiamo con le dovute disposizioni, ci è degnamente, attenta­mente, devotamente? Rimoviamo gli ostacoli al nostro esaudimen­to? sradichiamo dal cuore gli attacchi alle creature? reprimiamo le nostre passioni? sradichiamo una volta per sempre la mala pianta dell'amor proprio? Andiamo al trono del nostro protettore col cuore così disposto, e faremo voli nella via della santità, e otterremo, con la grazia, ogni altro bene utile all'anima nostra.

Fioretto: Facciamo una visita a un altare dedicato a s. Giuseppe, o prostriamoci in casa davanti a una sua immagine: domandiamogli con fiducia e con volontà risoluta la grazia di migliorare il nostro stile di vita cristiana. Giaculatoria: O Giuseppe, efficacissimo patrono e nostro media­tore, prega per noi.

 

TRENTESIMO GIORNO. Confidenza in s. Giuseppe

I - Confidenza incrollabile. - S. Francesco di Sales si sforzava d'inculcare la devozione e la confidenza in s. Giuseppe alle anime che dirigeva. Possedeva egli una sola immagine nel suo breviario ed era quella di s. Giuseppe. «Oh qual gran santo - egli diceva alle re­ligiose della Visitazione - è il glorioso sposo della Vergine divina!.. Come potremo dubitare del credito, di cui egli gode in cielo? Sia dunque grande la nostra confidenza e ricorriamo in ogni caso alla sua potente intercessione». S. Ignazio di Loyola era devotissimo del nostro santo. Nel suo ,.oratorio aveva un'immagine di lui. Alla presenza di questo gran maestro della vita interiore, amava di fare orazione o di celebrare il s. sacrificio. A piè di questo direttore per eccellenza delle anime pie, poneva per iscritto i suoi dubbi e le sue difficoltà, per averne la soluzione. II. - Confidenza filiale. - L'amore del padre ha una caratteristi­ca sua propria, quella di dimenticare sé e di palpitare per i figli, di far suoi i loro interessi, di sacrificarsi per il loro maggiore bene, con una generosità, che solo può paragonarsi a quella della madre. I loro bisogni, le loro difficoltà, i loro dubbi, le loro pene come le lo­ro gioie si ripercuotono nel suo cuore, e lo fanno palpitare, soffrire, gemere, gioire con essi. Egli adopera ogni industria, e sa trovare ri­sorse impensate, per provvedere al loro benessere. Che dire del cuore paterno di Giuseppe? di quel cuore formato dallo Spirito Santo, per essere padre di Gesù e padre nostro? Bisognerebbe poter misurare la distanza, che passa tra il cuore del padre terreno e il cuore di questo padre celeste, donatoci da Dio, per saper qualche cosa di quella tenerezza inesausta, vibrante d'immensa carità, onde egli accompagna in ogni istante la vita dei suoi figliuoli, e particol­armente di quelli, che ripongono in Lui tutta la loro confidenza. Domandiamogli ogni specie di grazie: grazie di conversione, gra­zie di rinnovamento spirituale, grazie di vittoria delle tentazioni, grazie di dominio di noi stessi, grazie di apostolato, anche grazie temporali; purché concorrano alla gioia di Dio, grazia soprattutto di una buona morte. Non stanchiamoci di pregarlo anche quando non ci vediamo esauditi alle prime istanze.

Fioretto: Fare il proposito di recitare ogni giorno una breve pre­ghiera a s. Giuseppe, e di imitare il suo silenzio quando siamo offe­si. Giaculatoria: Ripetere spesso: s. Giuseppe, voi siete il padre mio, pensateci voi.

 

TRENTUNESIMO GIORNO Giuseppe protettore della Chiesa

I - Protezione di diritto. - Come Giuseppe fu il capo della sacra Famiglia di Cristo, così è il protettore della grande famiglia, fondata a Lui, per continuare attraverso i secoli la sua divina missione re­entrice e santificatrice. Gesù e la Chiesa sono una sola cosa. Chi la perseguita, perseguita Gesù, chi l'ama, la difende, la propaga rende quest'omaggio a Cristo Gesù che volle subire la morte, per santifi­carla e renderla gloriosa. La Chiesa appartiene a Giuseppe, come gli appartiene la persona del suo amato Figlio. La cura e la protezione della Chiesa entra nel campo della missione, che esercitò quaggiù, e si estende maggior­mente e si perfeziona nella missione del cielo. Il riconoscimento di questo patronato a favore della Chiesa, per tanti titoli spettante a Giuseppe si è andata facendo strada lungo i secoli, e si è affermato ogni giorno più. Toccò all'immortale Pio IX, al Pontefice dell'Immacolata, l'onore e la consolazione di proclama­re Giuseppe patrono universale della Chiesa. Difatti nel dì 8 dicem­bre 1870, durante il Concilio Vaticano I, il santo Pontefice, racco­gliendo i voti di tutto l'orbe cattolico, in mezzo al plauso universale, gli affidava le sorti della Chiesa, dichiarandolo solennemente prin­cipale patrono di essa. Rallegriamoci di tanta sorte. L'esaltazione della Chiesa, la diffu­sione di questo regno sociale di Cristo è gloria e appartenenza no­stra. Noi siamo le membra di questo corpo mistico, e la dichiarazio­ne ufficiale del Vicario di Gesù, che ci mette sotto lo scudo di tanto patrono, è nuovo motivo alla nostra devozione e alla nostra confi­denza. S. Giuseppe è con noi e per noi. Non disperiamo delle sorti della Chiesa, anche nelle ore più tristi. La sua protezione è garanzia di vittoria. Giuseppe l'assiste e la sua preghiera debella le potenze infernali.

II - Patronato di fatto. - Al suo validissimo intervento si devo­no gli allori raccolti dalla Chiesa lungo i secoli: il trionfo sull'impe­ro di Roma pagana, l'eroico coraggio di milioni di martiri, il ricono­scimento ufficiale del cristianesimo, la scia luminosa della tradizio­ne dei padri e dei dottori, la fede ardente dei primi cristiani, la vit­toria riportata contro tante eresie, scismi e insidie d'ogni sorta, e sopratutto la larga e incessante diffusione del vangelo nelle terre infedeli. Giuseppe è l'insigne patrono delle missioni cattoliche. So­no le irresistibili suppliche di Lui, presso il trono del suo Figlio di­vino, che ottengono tante vocazioni missionarie. È per lui che tanti cuori generosi rompono vincoli di famiglia, di patria, di comodi, e si slanciano eroicamente in terre inospitali e desolate, alla conqui­sta delle anime, per condurle all'ovile di Cristo. Com'egli condusse incolumi in Egitto il bambino e la giovane madre, attraverso vie so­litarie e insicure, così accompagna in ogni passo i cari missionari, e li conduce sani e salvi alla loro nobile meta. In quest'età tanto fosca e trepida per la pace, i cuori di pastori e di fedeli si volgono fiduciosi a Giuseppe, e attendono dalla sua infalli­bile mediazione, con la pace la salvezza delle genti. Egli dal cielo di­stende il suo patrocinio sul mondo intero, e volge il suo sguardo pa­terno sulla rocca del Vaticano e sul successore di Pietro, e fa piovere grazie e benedizioni su tutto l'ovile di Cristo. Sia suggello di questo bel mese un patto col nostro caro santo di vivere abbandonati tra le sue braccia, nel dolce riposo di una confi­denza filiale e sicura, in uno studio incessante di ricopiarne le vir­tù, sopratutto l'amore al nascondimento. Rivolgiamo a Lui assidua la nostra preghiera, usandola come arma invincibile non solo indi­viduale ma anche sociale, prendendo a cuore con le nostre sorti, quelle di tutta la Chiesa cominciando dalla nostra parrocchia; e at­tendiamo poi con sicurezza la sua dolce assistenza nell'ora estrema.

Fioretto: Fare un atto di consacrazione a s. Giuseppe, e disporre i nostri parenti a fare insieme o a rifare la consacrazione alla sacra Famiglia. Giaculatoria: O Giuseppe, protettore della santa Chiesa, prega per noi.