IL MESE DI S. GIUSEPPE
Mons.
Gioacchino Brandi
I
- La devozione più bella dopo quella di Maria. - Aggiungere al mese del
S. Cuore e a quello di Maria un mese consacrato a S. Giuseppe significa porre
l'ultima gemma sulla corona della Sacra Famiglia, comporre un'armonia
perfetta, che è come l'eco dell'armonia risonante nel cielo. Accendiamoci del
santo desiderio di passare santamente questo mese. Il primo sorriso della
primavera che spunta c'invita alle serene gioie, alle dolci speranze, ai santi
pensieri, che si gustano ai piedi del trono di Giuseppe.
II
- La devozione più feconda. - Il trattenersi con lui nel raccoglimento
della preghiera è di una dolcezza ineffabile. Ci si sente di stare col padre,
di riposare su di un cuore paterno, profumato dalla presenza del Fanciullo Gesù,
nella casa di Nazaret. Quel ministero paterno, che Giuseppe spiegò a favore del
suo Figliuolo, lo prodiga dal cielo a favore del corpo mistico di lui, di tutta
la Chiesa, di ciascuno di noi. Quel potere d'intercessione ch'esercita lassù,
sul Cuore del suo Figliuolo, che tocca l'onnipotenza supplichevole di Maria,
gode a impiegarlo a favore nostro, con una premura e una tenerezza che
rapisce. Non vi è grazia, che non possa ottenersi per la mediazione di lui.
Quante grazie di salvezza, di santificazione, di pace, nonché di beni
temporali vantaggiosi all'anima! Quante ne tiene preparate in questo mese, a
favore dei suoi devoti! Come lo passeremo questo sacro tempo, a glorificare il
nostro santo, a ottenere l'amore e la speciale protezione? Faremo con grande
raccoglimento questa meditazione, ne porteremo il ricordo durante il giorno,
con la rispettiva giaculatoria e con la pratica del proponimento preso. Gli
offriremo qualche sacrificio. L'amore si prova sempre con qualche cosa che
costa alla natura. Quanto più costa, tanto più vale. Prenderemo di mira
qualche difetto, di cui emendarci, e qualche virtù, di cui sentiamo maggiore il
bisogno, con l'intento di rassomigliarci a lui. Gli rivolgeremo ogni giorno
una preghiera, piena di viva fiducia.
Fioretto:
Visitare una chiesa o un'immagine di s. Giuseppe, e offrirgli la pratica di
questo mese, domandandogli il fervore e la perseveranza in esso. Giaculatoria:
Fa', o Giuseppe, che la mia vita trascorra nella purezza, e sia sempre
tutelata dalla tua protezione.
I
- Vocazione sublime. - Iddio, che nell'eternità vedeva e prestabiliva
ogni cosa, dovette, nel comporre la figura di Giuseppe, coinvolgerla negli
splendori della sua Maestà, profondere i tesori della sua sapienza e della sua
potenza, per stampare in lui un'orma assai più vasta del suo spirito. Lo collocò
in cima alle gerarchie del creato, immediatamente dopo e accanto alla
primogenita fra tutte le creature. La missione da confidargli era tutta divina,
e doveva assumere proporzioni immensurabili, per la salvezza del mondo intero.
Gli assegnò per questo una pienezza di grazia pari a tanta altezza, e una
provvidenza singolare, che ne avrebbe tracciato ogni passo. Anima che mediti,
rallegrati profondamente dinanzi a questi sublimi misteri di predestinazione,
e renditi conto della tua vocazione al cristianesimo e allo stato, in cui la
Provvidenza ti ha posto.
II
- Corrispondenza fedelissima. - Tanta grandezza di santità Giuseppe la
racchiuse nel suo cuore, e l'avvolse nelle pieghe del suo ammirabile silenzio.
Egli è solo intento a mettere a profitto il ricco tesoro di grazia. È
incredibile, dice s. Teresa, il termine a cui giungerebbe un'anima, se
corrispondesse a tutte le grazie del Signore. Che dire di Giuseppe? Nessuna
grazia scendeva invano nel suo cuore, nessuna ispirazione, nessun impulso al
bene rimaneva sterile, portato sulle ali dell'autore, saliva ogni giorno più in
alto. Egli è sempre il servo fedelissimo. Un prodigio lo designa sposo della
Vergine, ed egli l'accetta; un timore inquieto lo turba al riguardo di lei,
egli pensa solo a dimetterla segretamente, e presto si rassegna alle
assicurazioni dell'angelo; un editto imperiale lo chiama a Betlem, ed egli va
fiducioso in Dio solo, e si rifugia con Maria in una grotta; un messaggio
angelico lo conduce in Egitto e poi lo riconduce a Nazaret, ed egli sempre
docile si lascia guidare dalle mani di Dio.
La
sua vita è un incessante Amen, gtude,armonica risonanza sulla terra delle note
segnate da Dio nel cielo: Fu per questo definito per antonomasia il giusto. Qui
sta, o anima, l'essenza della perfezione: nell'assicurarsi della divina chiamata
e nel corrispondervi fedelmente; nel vivere a ogni passo in conformità con il
divino volere, nel rinnegare la volontà propria e lasciarsi condurre
dall'adorabile e amabilissima volontà di Dio, anche nelle cose più difficili.
È la volontà di un padre buono e onnipotente.
Fioretto:
Vivere in questo giorno in fedelissima corrispondenza a tutte le ispirazioni
della grazia. Giaculatoria: Giuseppe fedelissimo, prega per noi.
I
- Il degno sposo. - Ambedue sono nobili, discendenti dalla reale famiglia
di Davide. La comune aristocrazia del sangue è appena un'ombra della
vicendevole sublimità dello spirito. Dio, che tutto proporziona in armonia
stupenda, diede a Maria uno sposo degno di Lei, preparato nelle celesti
officine dello Spirito Santo. Maria è il riflesso più perfetto dell'immensa
perfezione di Dio, la sua grandezza bacia la sponda dell'infinito. E Giuseppe
partecipa largamente dei medesimi fulgori. Privilegi e carismi singolari ne
adornano l'anima. Non vi è sulla terra né mai sorgerà creatura più cara al
Signore, tesoro più prezioso, giglio più candido, rosa più olezzante di
celesti profumi, che Maria. E codesto pegno, codesto tesoro, codesto fiore,
viene confidato, come in custodia delicatissima, a Giuseppe. Di quali raggi
egli splenderà, di quali gemme sarà adorno? L'intelligenza umana abbagliata di
tanta luce si perde, ed è costretta a inchinarsi dinanzi a tanta dignità.
Chi giungerà su l'altezza del monte del Signore, ove risiede Maria? Un
innocente di mano e mondo di cuore. Tale è Giuseppe, innocente, con morale
certezza anche prima del nascere e mondo di una purezza giammai contaminata
dalla più lieve macchia. Eleviamo sempre più in alto l'ammirazione della
dignità di Giuseppe, e il nostro cuore si sentirà dolcemente attratto verso
di Lui.
II
- Il santo sposo. - È un giovane eletto da Dio, che sorpassa la í purezza
degli angeli. Egli; al contatto della santa sposa, bella d'aspetto, come la
luna, non solo non deve contaminarla, ma spiegaTe per lei un'azione di
custodia e di assistenza, da garantirne la verginale purezza. Quali candidi
fulgori, quali celesti profumi si espandono nella casa di Nazaret! Quali gemme
brillanti debbono scambiarsi i due santi sposi! Sono come due gigli di un
medesimo stelo. Gli angeli del cielo rimangono estàsiati a tale scintillio di
amore purissimo, in carne mortale. La santità ha degli incanti, a cui non si
resiste. Maria è per eccellenza la santificatrice delle anime. Chi le sta a
contatto è travolto nei profumi celestiali della sua virtù eccelsa. Nessuno
però visse con lei in intimità di sposo per trent'anni, sotto il medesimo
tetto, nel comune ideale di custodire e preparare il redentore del mondo. Ciò
che ci fa veramente grandi al cospetto di Dio non sono le doti di natura o di
fortuna, non l'alto grado sociale, ma la virtù, soprattutto la virtù di
perfezione fondata, come in Giuseppe, su profonda umiltà. La virtù ci avvicina
a Dio, ci unisce a Lui, ci mette in intima comunicazione con la Madre celeste,
ce ne guadagna le grazie più elette, ci assicura una morte santa e un'eterna
corona.
Fioretto:
Offriamo a s. Giuseppe qualche sacrificio, che più ci costi, per ottenere con
l'imitazione delle sue virtù, l'intimità con Maria. Giaculatoria:
Casto Sposo di Maria, prega per noi.
I
- L'angoscia. - La prova è compagna inseparabile della vita cristiana,
sigillo della vita dei santi; più alta la meta da raggiungere, più
angosciosa la prova. Gli anni della giovinezza di Giuseppe e dei primi tempi di
quella beata unione erano trascorsi sereni; ma, appena Gesù entrò nel seno
di Maria, suscitò tempeste, segno dell'alta missione e dell'accelerata
santificazione di lui. D'un tratto Giuseppe fu sorpreso da inaspettati segni
di maternità in Maria. Maria s'accorge dell'angoscia del santo suo sposo. Una
sola parola basterebbe a rassicurarlo; ma si guarda bene da qualsiasi iniziativa
umana in un mistero tutto divino, e si chiude in umile e religioso silenzio. Né
Giuseppe si permette d'interrogarla. Che fare? La legge intanto gl'impone
l'obbligo della denunzia. Ma egli, non osa neppure pensarlo. In tal duro
travaglio, avverte in fondo all'anima un vago presentimento, che qualche cosa
di misterioso si avveri nella santa creatura, che ha sposato. Dibattuto tra
pensieri così contrastanti, prega, riflette con calma, e prende la decisione di
allontanarsi segretamente, e frattanto rimane in silenzio nella fiduciosa
attesa degli eventi. Oh! se
avessimo i medesimi sentimenti, i medesimi riguardi, nel giudicare i nostri
superiori, il nostro prossimo, e nel regolare la nostra condotta verso di
essi!
II
- La consolazione. - Iddio aveva letto nel cuore di Giuseppe, e si era
compiaciuto della prova pazientemente sofferta e saggiamente risolta. Egli che
suole consolare gli umili, non volle ritardare la ricompensa. Mentre Giuseppe
era avvolto nei suoi ansiosi pensieri, ecco d'improvviso farsi la luce del
chiarimento e della consolazione. Gli apparve in sonno un angelo dal cielo,
che gli disse: «Non temere di accogliere Maria in tua consorte, poiché ciò
che in Essa è stato concepito è in virtù di Spirito Santo». «Ella partorirà
un Figlio, a cui tu porrai nome Gesù. Egli difatti salverà il suo popolo dai
peccati ». Alla tempesta succede la calma, alle tenebre la luce, al travaglio
la consolazione. In un solo istante gli risplende di nuova luce l'innocenza e
la verginale purezza di Maria, e gli si svela la mirabile venuta del
redentore, già verificatasi in seno alla sua casa, la sublime missione ch'Egli
ha da compiere di padre legittimo e di custode di Lui. Esprimere i sensi di
stupore, di confusione, di gioia, di riconoscenza, che vibrarono nel cuore di
Giuseppe, non è di labbro umano. Quando si fu riavuto dalla prima emozione,
sentì di dover consacrare a Maria un amore più devoto e più santo. Alla
loro unione è concessa una fecondità divina; la sua sposa è divenuta il
tabernacolo dell'Altissimo! Egli dovrà godere tutti i diritti della paternità
sul verbo di Dio incarnato, imporgli il nome di Gesù, custodirlo e prepararlo
alla sublime opera della Redenzione del mondo! Allora con uno slancio di amore
purissimo fa una consacrazione di tutto se stesso all'alta missione che il
Signore si è degnato confidargli. Se noi, nelle difficili emergenze della vita
usassimo quella prudenza animata dalla carità, che evita tante divisioni di
animi, e giova a conservare la pace del cuore e la pace scambievole! Se,
anziché appoggiarci sui motivi umani, rivolgessimo lo sguardo in alto, e attendessimo
con fiducia le disposizioni della divina Provvidenza e le sue dolci
consolazioni!
Fioretto:
Custodire in questo giorno diligentemente i nostri sensi, e reprimere i primi
moti del cuore. Giaculatoria: Giuseppe prudentissimo, prega per noi.
I
- Modestia angelica. - La Chiesa, volendo lodare con benedizione
Giuseppe, ha preferito attribuirgli sopra ogni altro il titolo di castissimo, sì
come quello che più emerge in Lui, quasi la sua caratteristica, nei rapporti
con Maria. Penetriamo per un tratto tra le pareti della casa di Nazaret, osserviamone
gli svariati punti di contatto con la purissima fra le Vergini, e nella
conversazione, e nella mensa, e nel riposo, e nella gioia, e, nel dolore, e
nelle diverse situazioni familiari. Quale stupenda visione! Senza una grazia
speciale e senza una virtù più che eroica, sarebbe inspiegabile tale intimità
di convivenza nuziale, unica nel suo genere, scintillante di una purezza
celestiale, mai più vista. Giuseppe, nella sua condizione, non si trova
imbarazzato, ma è di una disinvoltura ingenua, frutto della grazia che lo
ricolma. Nessuna nube gli turba il pensiero o l'immaginazione, nessuno sguardo
men che modesto, nessuna parola o atteggiamento men che pudico. Anche nelle
situazioni più difficili e più delicate, Giuseppe conserva imperturbato il suo
candore: sta dinanzi a Maria con quella riverenza che si deve al Signore, al
tempio dello Spirito Santo. La casa di Nazaret è uno sprazzo di cielo, dove
nulla entra di contaminato. Pieni di profonda ammirazione e venerazione,
inchiniamoci dinanzi a un simile quadro magnifico, e cerchiamo di ritrarne,
con l'aiuto di s. Giuseppe, le linee più adatte al nostro stato. Una riservatezza
di tratto, congiunta a un'abituale modestia e ad una delicata custodia dei
sensi, ci metterà al sicuro da ogni pericolo di macchiare la bella virtù.
II
- Caste delizie. -
Una delle basi, che rende soave l'esercizio della purezza è il voto che si
offre al Signore. Per mezzo del voto, la castità passa dal dominio del timore a
quello dell'amore, dalla reale necessità a una spontanea e generosa donazione.
È una giusta presunzione che Giuseppe abbia fin dai giovani anni consacrato al
Signore la sua verginità, confermata anche dall'insegnamento dei padri della
Chìesa. Non poteva accadere altrimenti per colui che doveva essere accolto come
sposo della più pura fra le vergini, di Colei che è designata la Vergine per
eccellenza. In compagnia di Lei, l'entusiasmo per la purezza toccò il colmo.
Egli si sentiva trasportato in mezzo agli angeli, in una regione celestiale,
dove si rifletteva il candore della luce divina. Era quello in grado sommo il
premio promesso ai puri di cuore. Beati i puri di cuore perché essi vedranno
Dio. La virtù che sopra ogni altra merita le consolazioni del Signore è la
purezza, sì come quella che, per amor di Lui, rinunzia alle gioie sensibili. È
un'anticipata beatitudine, riservata ai puri di cuore, che perciò son detti
beati. Per quanto Giuseppe fosse messo alla prova d'incessanti tribolazioni, il
suo spirito nuotava sempre in un oceano di celestiali delizie, per la sua
fiducia in Dio.
Fioretto:
Fare una mortificazione corporale, in riparazione di tutte le violazioni, con
cui si offende la bella virtù. Giaculatoria: Giuseppe castissimo, prega
per noi.
I
- Il valore della
giustizia. - Questo appellativo di giusto l'ha consacrato lo Spirito Santo,
nel vangelo. Giuseppe è il giusto per antonomasia. È questo tutto l'elogio di
Lui. L'uomo ha bisogno di molte parole, per esprimere qualche altro concetto. A
Dio è bastata una parola sola comprensiva, per esprimere quanto si accoglie di
più perfetto in Giuseppe. Gli altri santi sono encomiati per qualche virtù
caratteristica, Giuseppe per tutte insieme. È questa la prerogativa del nostro
caro santo. Egli doveva essere un modello di giustizia, perché era chiamato a
custodire Gesù, il giusto dei giusti, a custodire Maria specchio di giustizia.
Fu giusto prima del suo nascere, come vuole la tradizione, perché il Signore
gli permise di venir santificato nel seno materno; fu giusto in tutto il corso
della sua vita, perché risplendette in ogni virtù, con un progresso
ascendente verso le cime della perfezione. Quale differenza tra la nostra
pretesa giustizia e quella di Giuseppe! Quante alternative di voli e di
ricadute, quante deficienze nella pratica del bene, quante mire secondarie e
interessate, nelle stesse opere sante, quanta grettezza nel dare al Signore,
quanta ricerca e, vana compiacenza di noi stessi! Proponiamo di vivere e di
operare con rettitudine d'intenzioni e di affezioni, unicamente per Dio.
II
- La perfetta giustizia
di Giuseppe. - Scrive s. Pier Crisologo che Giuseppe, in quanto giusto, era
un uomo perfetto, il quale possedeva tutte le virtù in grado eminente. Egli
era giusto, soggiunge s. Giovan Crisostomo, perché possedeva perfettamente
tutte le virtù. L'appellativo di giusto era in lui sinonimo di santo. Si
comportò difatti in maniera irreprensibile in tutte le contingenze della vita.
Rispetto a Dio egli si dedicò con tutto l'animo a procurare la sua maggior
gloria, e ad adempiere perfettamente la sua volontà. Rispetto a sé stesso,
non cercò se non quello che riguardava la sua maggior perfezione. Egli fioriva
come la palma, ed a somiglianza del cedro moltiplicava le opere buone,
progredendo di virtù in virtù, e irradiando la luce feconda dei suoi buoni
esempi. La santità che raggiunse fu pari all'altezza della sua dignità. S.
Giuseppe non pose limiti nel corrispondere alla grazia. Noi invece siamo
soliti misurare, temendo che essa debba esigere troppo da noi. Tendiamo sempre a
lesinare sulla dedizione di noi stessi al Signore. Non facciamo mai tutto quanto
è da noi, per compiere esattamente ogni nostro dovere e ogni iniziativa di
bene, di guisa che la dedizione non è mai né intera né costante. Preghiamo
con fervore s. Giuseppe che dilati il nostro cuore alla generosità verso il
Signore.
Fioretto:
Esaminiamoci a fondo, per cercare quale sia la rinuncia, che il Signore forse da
tempo ci domanda, e risolviamoci generosamente a farla. Giaculatoria:
Giuseppe giustissimo, prega per noi.
I
- Il gaudio della natività. - Un'ubbidienza pronta all'editto del Cesare
di Roma, che chiamava i popoli al censimento, prevalse sulla preoccupazione del
prossimo evento, e lo condusse con Maria da Nazaret a Betlemme, attraverso un
lungo e fastidioso viaggio. I due santi sposi procedono in silenzio, in tutto
raccolti nel pensiero di Gesù, che Maria porta nel seno verginale; e, se
talvolta discorrono, non si occupano che di Lui. Giunti a sera, Maria,
sentendo approssimarsi l'ora del divin parto, ne dà avviso allo sposo, e si
mettono entrambi alla ricerca di un alloggio. Ma per il Figliuolo di Dio, che
nasce per la salute del mondo, non v'è posto alcuno. L'abito dimesso,
l'aspetto umile e modesto li rende oggetto di rifiuto, e sono costretti a
prendere di notte il largo per la campagna, e rifugiarsi in una grotta, che,
per giunta, è una stalla. Giuseppe ne è addolorato per la santa sposa e per il
nascente Bambino, ma non si turba affatto, né esce in alcun lamento. V'è
qualche cosa di più alto, che lo commuove e lo assorbe. È l'ora di mezzanotte;
nel silenzio e nelle tenebre si compie l'ineffabile mistero. Maria in
un'estasi d'amore dà alla luce il divin pargoletto. Giuseppe sta modestamente
raccolto in un cantuccio della grotta, e, quando Maria lo ha avvolto in poveri
panni e lo ha adagiato nella mangiatoia, accorre sollecito ad adorare il suo
Dio, divenuto come suo figliuolo, e ad effondere tra le lacrime della commozione
il suo cuore paterno. Quale gioia inonda le fibre del cuore di Giuseppe, in
quell'ora solennissima! Egli gode la gioia di sapersi redento. La stalla è già
trasformata in un paradiso di luce, e nel cuore sente echeggiare il canto
degli angeli: «Gloria a Dio nei cieli, e pace in terra agli uomini di buona
volontà». Persuadiamoci che non v'è altra gioia all'infuori di quella, che
viene da Dio e dal santo amore di Lui. Siamo noi abbastanza grati al Signore
dell'immenso dono di essere redenti? Proviamo una gioia simile a quella di
Giuseppe, nell'unirci a Gesù nella santa comunione?
II
- Le insigni virtù di Giuseppe. - La scena di Betlem è troppo tenera e
commovente, ed è altresì di grande lezione per noi. Giuseppe vi rappresenta
una parte rilevante. Egli è il capo della famiglia, che in quell'ora si
completa, ed è tutto compreso della missione, che il nato Salvatore viene a
compiere. Il cantíco degli angeli ne dice l'alta finalità, Gesù, al solo
apparire, ne spiega il programma e i mezzi per raggiungerlo. Egli nasce tra i
profumi del candore di una Vergine; nasce povero, umiliato tra dure sofferenze.
Benché di nobile stirpe, vive contento della sua condizione bassa e
spregevole, e accetta senza alcun turbamento i rifiuti degli albergatori. Gli
tocca di alloggiare con la sua degna sposa in una stalla, e vi si rassegna,
senza muovere alcun lamento. È privo di tutto, non può procurare al divin
pargolo né una culla, né delle fasce convenienti per avvolgerlo. Soffre
molto per Maria, che partorisce così disagiatamente, soffre ancora per il
tenero Bambino, che vagisce tra i rigori del freddo e dell'umido, sulla dura
paglia. Quale contrasto tra l'infinita dignità di un Dio e questo complesso di
povertà, di squallore e di patimento! Eppure quale armonia! Nessuna ricchezza,
nessuno splendore, nessun corteggio poteva essere degno di un Dio incarnato.
La sua grandezza sta nel rifiutar tutto questo, e nell'adornarsi delle gemme di
una umile e penosa povertà. Sublime lezione per noi. Gesù, al suo primo
apparire, ha inalberata la bandiera, su cui è scritto: povertà, umiltà,
mortificazione. Ecco la via diritta, per rendere gloria a Dio, e ritrovar la
pace, preludio della salvezza. È una via aspra e costosa alla natura. Ma Gesù
la inaugura e la percorre come gigante, e Giuseppe lo segue per primo, e con la
sua protezione ce la cosparge di rose, e ce la rende gioconda. L'amore e la
confidenza ce ne assicureranno il felice percorso.
Fioretto:
Tenersi profondamente umile e distaccato, durante il giorno, specialmente nelle
occasioni avverse, che s'incontreranno. Giaculatoria: O Giuseppe, povero
e umile, rendi il cuor nostro simile al tuo.
I
- Spirito di povertà. - La povertà materiale, senza lo spirito di
povertà, vale poco. Il mondo abbonda di poveri, particolarmente in questa epoca
di decadimento, ma che hanno il cuore avido di possedere i beni dei ricchi.
Quando la povertà reale è volontaria, o almeno bene accettata, diventa virtù
e si chiama spirito di povertà; come possiede spirito di povertà il ricco, che
non ha il cuore attaccato alle ricchezze. Discendente di reale famiglia, ora
decaduto al livello di un misero fabbro, Giuseppe era costretto a lavorare
tutti i giorni, per procurarsi il necessario alla vita. Quante umiliazioni gli
arrecava il suo mestiere, nel contatto col pubblico, specie in Egitto! Rifiuti,
disprezzi del lavoro, lesinamenti su la mercede. La bottega di Giuseppe era
di minuscole dimensioni; la suppellettile di casa scarsa e modesta; il cibo
frugale, le vesti di panno grossolano. Tutto codesto squallore di povertà
formava il più splendido ornamento, per l'altezza della sua dignità, e non
recava alcuna pena o turbamento al cuore di Giuseppe, distaccato dai beni fugaci
di quaggiù. Se sapessimo valutare il pregio della povertà di spirito, non ci
meraviglieremmo, al vedere come i santi la sposassero con amore di preferenza e
rinunziassero a tutti i beni della terra. Radice di tutti i mali è la
cupidigia. Le ricchezze agognate e ricercate accendono nel cuore brame
molteplici e nocive, che conducono a perdizione. Se il Signore ce ne concede,
facciamone buon uso, specialmente nella carità; ma non vi attacchiamo il cuore;
se ce ne priva, non ci mettiamo in pena, ma facciamo buona compagnia alla
famiglia di hlazaret, e confidiamo nella divina Provvidenza, che non ci farà
mancare il necessario.
II
- Le ricchezze della
povertà. - Giuseppe era privo di tutto, doveva lavorare, per procurarsi
il pane quotidiano, ma per contrario era ricco di ogni bene celeste. Oltre che
possedere Gesù, fonte di ogni ricchezza, che avrebbe potuto, volendolo,
colmarlo in un istante di quanto si potesse desiderare, oltre che possedere la
nobiltà dell'animo, superiore a tutte le avidità dei beni materiali, egli
possedeva la generosità, ispirata da un grande amore, onde non solo accettava
le privazioni della povertà, ma ne godeva, e ne faceva un'offerta al suo dolce
Signore, fattosi povero bambino fra le sue braccia, per amore degli uomini. La
virtù della povertà crea un vuoto, ma più che il vuoto della borsa fa il
vuoto del cuore. Questo vuoto è la condizione per procurare la pienezza di
Dio e dei beni celesti. In tal vuoto, colmato di spirituali ricchezze, nuotava
soddisfatto il cuore di Giuseppe, nella sicurezza che nulla mai gli sarebbe
mancato del necessario, e, se per caso fosse mancato, come difatti mancò a
Betlem, gli stenti e i disagi conseguenti si sarebbero volti, nelle viste del
Signore, a sua maggior gloria, ad aumento di meriti per lui e a vantaggio
delle anime. Come è stolta la prudenza della terra, che si appoggia ai beni materiali,
e in essi ripone la sicurezza della sua felicità! Le ricchezze terrene sono
caduche, arrecano grandi ansie, suscitano una folla di desideri inutili e
nocivi, che possono condurre alla perdizione. I santi, a somiglianza di
Giuseppe, hanno sposata la povertà, e nella rinuncia della materia, godevano
nel sentirsi liberi e agili, per volare a Dio. S. Luigi Gonzaga nell'atto di
far la rinunzia legale del marchesato e del corteo di beni annessi a favore
del secondogenito Rodolfo, gongolava di letizia, mentre il fratello era tutto
impacciato. S. Francesco sposò "Madonna povertà". Se sapessimo
spogliarci di ogni sollecitudine terrena, quanta libertà di spirito e quanta
pace godremmo in compenso!
Fioretto:
Facciamo oggi una larga elemosina o una pia offerta, per rintuzzare la nostra
sollecitudine per i beni temporali. Giaculatoria: O Giuseppe, amante
della povertà intercedi per noi.
I
- Il fondamento della vita interiore. - Virtù fondamentale di ogni altra
è l'umiltà. Chi non poggia l'edificio della perfezione su questo solido
fondamento s'illude. Non bisogna credere alla virtù di quelle anime, che, pur
sembrando buone per altro verso, mancano di vera umiltà. Volgiamo lo sguardo
al nostro caro santo, insegna s. Agostino che quanto più alto si vuole
innalzare l'edificio della santità, tanto più profondo deve essere il
fondamento dell'umiltà. Giuseppe, senza alcuno studio, sentì e visse questa
virtù, accanto a Colui che, essendo il tutto, si era fatto niente e un giorno
avrebbe detto: Imparate da me, che sono umile di cuore. E poiché doveva
superare in perfezione tutti gli altri santi, si distinse per una
profondissima umiltà, sino ai più alti. Il primo passo fu il riconoscere i
suoi limiti, e per nulla appoggiarsi su di sé medesimo. Egli passò
inosservato, senza alcun rumore, quasi sfiorasse la terra. Si chiuse in profondo
silenzio, anche nelle circostanze rilevanti della vita; di lui nessuna parola
nel vangelo, che sia uscita dalle sue labbra. Anche dopo la morte, Iddio
permette che rimanga avvolto nell'oscurità; e ci vogliono secoli per essere ben
conosciuto e glorificato. Essere umile senz'alcun merito - osserva qui s.
Bernardo - è necessità: essere umile con merito è virtù; ma essere umile,
con le prerogative e la gloria di Giuseppe, è un prodigio che lo innalza al di
sopra della propria elevatezza. Umiliamoci, se questo è il caso nostro, dinanzi
alla figura umile di Giuseppe, e persuadiamoci che non faremo alcun passo, come
insegnò s. Tommaso, nella via della perfezione, 'se non ameremo l'umiltà e
il disprezzo.
II
- I preziosi frutti dell'umiltà. - Il chicco di frumento messo
profondamente sotto terra, secondo la parola divina, viene su rigoglioso, e
produce frutti abbondanti; così l'umiltà che seppellisce il nostro io
orgoglioso e pieno di sé, reca frutti consolanti: frutti di esaltazione, frutti
di grazia, frutti di gaudio. Giuseppe, nei vari tratti della sua vita,
profondamente abbassato, si è andato nascondendo, è quasi scomparso alla
vista degli uomini. E il Signore, che esalta gli umili, lo ha innalzato alla
dignità di padre suo. Come l'umiltà di Maria ha causato l'elezione alla dignità
di Madre di Dio, così l'umiltà di Giuseppe, afferma lo stesso s. Bernardo, lo
ha elevato alla dignità di sposo di Lei e quindi di padre putativo del
medesimo figliuolo di Dio. Iddio respinge lungi dal suo cuore i superbi e
colma di grazia gli umili. Giuseppe abbondò di un torrente di grazia, in
proporzione alla pienezza, di cui fu ricolma Maria. Anima pia, che mediti, se
ami veramente ascendere il monte della perfezione, e gustarne le sante delizie,
attendi sopra tutto all'acquisto dell'umiltà, che ne è l'insostituibile
condizione. Riconosci i tuoi limiti e la tua miseria, senza però perderti di
coraggio. Non cercare la stima e l'affetto degli altri; ama il nascondimento, è
non dolerti, se si fa poco conto di te; prendi volentieri l'ultimo posto, e cedi
la preferenza agli altri. L'umiltà è il soglio della sapienza, il pallio della
grazia, il preludio della gloria.
Fioretto:
Accettiamo le umiliazioni di oggi, ripetendo al Signore: È bene, Signore, che
io sia stato umiliato. Giaculatoria: Giuseppe, mite e umile di cuore,
prega per noi.
I
- La pazienza di Giuseppe. - La parola mortificazione spaventa le anime
deboli; eppure è una condizione indispensabile della vita cristiana. Essa
significa: far morire la natura, per animare la vita della grazia. Tutto il
mistero della Redenzione si esplica nella pazienza e nella morte di croce.
donde è sbocciata la vita. Giuseppe doveva concorrere a questo mistero di
sofferenze e di morte, per ridonare la vita alle anime. Dopo Cristo e Maria, il
mondo deve la sua salvezza a Giuseppe. Ed eccolo in ogni passo con Gesù
mortificato e paziente. Anche prima che Gesù nascesse, Giuseppe ha sofferto
con amore i disagi della povertà, gli stenti del lavoro giornaliero, ha
sopportato con pazienza ammirevole la dura prova dell'ansia per le condizioni di
Maria. Ma da che Gesù è venuto in mezzo a loro, la vita sua è divenuta un
continuo martirio. Soffre il dolore del distacco dalla casa di Nazaret, per
l'imminente partenza per l'Egitto, con tutti i disagi del luogo e del
pericoloso viaggio. Soffre tutti i maltrattamenti di quel popolo barbaro e sconosciuto,
con le difficoltà di stabilirvi dimora e acquistar clientela. Quanti penosi
adattamenti e quante rinunzie! Eppure quanta pazienza, nel non muovere alcun
lamento, nell'accettare imperturbato ogni disposizione della divina
Provvidenza! Quale confusione per te, o anima, che rifuggi al solo nome di sofferenza
e di mortificazione, che, appena ti coglie la tribolazione, esci in impazienze e
in lamenti, se pure non imprechi contro le creature che te le procurano!
Sarebbe tanto alleviata la tua croce, se tu sapessi volgere lo sguardo in alto
al Signore a quel Dio, che te 1a permette per tuo bene, se sapessi perciò
accettarla con rassegnazione e abbracciarla con amore.
II
- L'eroismo e le
consolazioni della pazienza. - Il nome di pazienza viene interpretato:
scienza della pace. Dal giorno che è entrato il peccato nel mondo, ha avuto
inizio il mistero del dolore, qual pena a esso dovuta. La redenzione l'ha
trasformato in mezzo di espiazione e di merito, non meno che in prova di amore.
Giuseppe non doveva soffrire per punizione, perché innocente, ma, partecipando
al mistero della Redenzione, soffrì in compagnia di Gesù per la salvezza delle
anime. Se altri santi soffrirono più di lui, nessuno soffrì per un più degno
fine. Gli anacoreti fecero grandi astinenze, per conservare la vita
dell'anima, ma Giuseppe si privò del necessario, per sostenere la vita di Gesù
e di Maria; i martiri soffrirono atroci tormenti per il nome di Gesù, ma
Giuseppe espose la propria vita per salvare quella del Redentore del mondo.
Davvero egli avrebbe potuto esclamare con l'apostolo Paolo: «Sovrabbondo di
gioia in ogni mia tribolazione. È dono dello Spirito Santo il saper valutare il
pregio della pazienza nelle tribolazioni della vita. Chi ha questa luce
dall'alto, si convince che, con la tribolazione bene accettata, l'anima
diventa eroica come i martiri. Domandiamo sì grande gaudio al nostro caro
santo.
Fioretto: Offriamoci al Signore, pronti ad accettare tutte le contrarietà della vita, e particolarmente quelle di questo giorno, ripetendo col profeta. Il mio cuore è pronto, o mio Dio, il mio cuore è preparato. Giaculatoria: Giuseppe pazientissimo, prega per noi.
I
- L'altissima dignità. - Giuseppe è il padre putativo di Gesù. Di
padre ha tutti i diritti come tutti i doveri; è costituito sulla terra come
l'ombra e la figura del Padre celeste, fa da tutore, da angelo custode del suo
Signore. Gli angeli ed i serafini del cielo lo contemplano estatici, e
lasciano a lui la custodia e la guida del loro Signore. Giuseppe deve
nutrirlo, vestirlo, conservargli la vita, dirigerne i passi e anche in certo
senso educarlo; essere insomma sotto diverso rispetto il salvatore del suo
Salvatore.Colui che è la sapienza increata, che ha una volontà perfettissima,
che regge l'universo, a cui s'inchinano riverenti gli angeli, ai cui cenni
ubbidiscono tutte le creature, rinunzia alla sua provvidenza divina, e si lascia
governare e dirigere dalla prudenza di Giuseppe; sta per ben trent'anni come
docile figliuolo alla dipendenza di Lui. Dinanzi a questo mistero d'infinita
degnazione d'amore, Giuseppe rimane conquistato e annientato. Suo principale
compito è di stare abitualmente in profonda adorazione, al cospetto della maestà
del Dio fatto carne, che stringe fra le braccia, pur continuando a lavorare.
Quando avverrà, o anima, che tu sia dominata da un sol pensiero, da una sola
intenzione, da un solo affetto: Iddio, tuo creatore e tuo bene sommo? Quando
sarai intimamente compresa dal senso del ri—spetto dell'infinita maestà di
Dio, dall'amore massimo a Lui dovuto, e farai convergere tutti i tuoi
pensieri, tutte le tue parole, tutte le tue azioni a questo unico intento: la
gloria di Dio e il compimento del suo beneplacito, nel compimento perfetto dei
tuoi doveri?
II
- Le tenerezze e le gioie della paternità. - Quando Giuseppe stringeva
tra le braccia il celeste bambino, quando lo guidava per mano nell'età
fanciulla, quando se lo vedeva accanto docile garzoncello, nella sua bottega,
provava tenerezze ineffabili. Contemplava a faccia svelata Colui, che i
patriarchi e i profeti non videro, se non in figura, ne raccoglieva i dolci
sorrisi, gli sguardi divinamente raggianti, e se lo stringeva al petto, lo
carezzava, lo copriva di baci, si effondeva in calde lacrime; mentre il cuore
gli batteva forte di un amore, che non ha l'eguale nella storia dell'umana
paternità, perché nessun padre ebbe mai per figliuolo il Figlio stesso di
Dio, né alcun cuore paterno ebbe la squisitezza dell'amore paterno di Giuseppe.
E chi può dire la gioia, che accompagnava il possesso di Gesù in tanta
effusione d'amore? Questa gioia era così grande - afferma s. Giovanni
Crisostomo - che, senza un miracolo, ne sarebbe morto dall'emozione. Se alcuni
santi, favoriti dalla presenza di Gesù nelle visioni celesti, ardevano di un
amore così forte, che, non potendo più sopportarne le fiamme, esclamavano:
«Basta, Signore, basta!», che deve pensarsi di Giuseppe, il quale vedeva
sensibilmente quell'umile Salvatore, che non l'abbandonava mai né di giorno,
né di notte, che teneva abbracciato quanto tempo voleva, e n'era accarezzato
ogni momento? Anima pia che mediti, ti attrae questo spettacolo di tenerezza e
di amore per Gesù? Vuoi anche tu possederlo nel tuo cuore? Sii umile e pura
come Giuseppe. Vivi unicamente per Gesù, donati tutta a Lui, con dedizione e
abbandono perfetto. Accostati di frequente alla santa comunione, con gran fede e
amore, e stringilo fortemente al cuore.
Fioretto:
Fare la s. comunione con rinnovato fervore, e ripetere nel giorno varie
comunioni spirituali, abbracciandoti spiritualmente a Gesù, con il cuore di
Giuseppe. Giaculatoria: Padre nutrizio del Figliuolo di Dio, prega per
noi.
I
- Rito della
presentazione. - Erano trascorsi quaranta giorni dalla nascita di Gesù,
quando Maria e Giuseppe si avviarono al tempio di Gerusalemme, per compiere il
rito della purificazione, come del riscatto del primogenito. Molteplici ragioni
li avrebbero esentati da cotesto atto. Le donne comuni, col perdere la
verginità e dare alla luce un figliuolo, concepito nel peccato di origine,
contraevano una certa macchia. Maria, invece, era vergine, vergine lo sposo, e
Gesù non era un primogenito qualunque, ma l'unigenito del Padre, santo,
innocente ed elevato più in alto dei cieli. Tuttavia si sottomisero con umile
semplicità a questo rito, che dovrà a sua volta contenere un alto
significato. Giunti al tempio, offrono Gesù Bambino per le mani del sacerdote,
e lo riscattano, come solevano i poveri, con l'offerta di cinque sicli e due
tortorelle. Poi sopraggiunge il vecchio Simeone, condotto dallo Spirito Santo.
Aveva atteso quest'ora con ferma fiducia, con la sicurezza di non morire, prima
di vedere il nato Redentore, e, dopo aver innalzato un cantico di
ringraziamento al Signore, con accento profetico si rivolge a Maria, e le
annuncia che quel Figliuolo è posto in segno di contraddizione, e che una spada
a due tagli le trafiggerà il cuore. Quali atroci sofferenze per il cuore di
Maria! Ma Giuseppe che vi assiste e ascolta, sebbene ecclissato, non può
rimanere estraneo. Nessun cuore bruciò mai di maggiore affetto per il Figliuolo
di Dio e per la Madre sua come quello di Giuseppe, il quale risentì le medesime
trafitture, e insieme a lei ne fece una generosa offerta al Signore per la
salvezza delle genti. In questa cerimonia, che ha un gran valore al cospetto di
Dio, Giuseppe non assume alcuna parte appariscente, il suo concorso è tutto
interiore. Impariamo a valutare le cose e le azioni non dall'apparenza
esteriore, ma dall'interna disposizione del cuore. Non è l'occhio dell'uomo, a
cui dobbiamo piacere, ma allo sguardo di Dio, che penetra il cuore.
II
- Gli insegnamenti di
Giuseppe. - Maria porta Gesù al tempio, e Giuseppe l'accompagna. Durante
il rito, Egli sta presente, ma di lui il vangelo non fa parola, né egli si fa
innanzi, per mostrarsi in alcun modo. È questa la legge e la sua forma di vita.
Interiormente però egli prende una parte attiva a quanto si svolge al cospetto
di Dio. È tutto un mistero di vita interiore per lui. Egli ascolta le parole
del sacerdote, del vecchio Simeone, e se ne commuove profondamente. Egli offre
l'olocausto con una generosità, che solo è vinta da quella di Maria. Egli
soffre nel cuore uno strazio indicibile. Quel Figliuolo tanto caro, portato su
con tanti stenti, che passerà beneficando, dovrà essere vittima di dolori e
d'ignominie inaudite! Oh quanta atrocità! Solo Dio poté misurare la profondità
dei sentimenti del cuore di Giuseppe in quel momento solennissimo. È tutto un
mistero di virtù, di cui ci dà l'esempio; di profonda umiltà, ecclissandosi
in tutto, di fede vivissima, nel compiere il sacro rito con religioso
rispetto, e nel credere alle parole di Simeone; di carità purissima,
nell'offrire quanto di più caro aveva al mondo: il Figliuolo del suo Dio e il
figliuolo del suo cuore; di pazienza invitta, nel sopportare le laceranti
ripercussioni delle parole di Simeone e delle trafitture del cuore di Maria.
Come sono preziosi i sacrifici intimi, che sfuggono allo sguardo degli uomini, e
splendono solo al cospetto di Dio! Com'è vero che le virtù, che meglio
adornano la carità, e la dimostrano di pura lega, sono l'umiltà che si
nasconde, e la mortificazione che rinuncia! Preghiamo s. Giuseppe, che ce ne
innamori, e ce ne faccia partecipi, con la forza della sua preghiera.
Fioretto:
Ricercare qual è il sacrificio, che più ci costa, e che forse il Signore ci
domanda invano da tempo, e proponiamo di offrirglielo generosamente per le
mani di s. Giuseppe, in espiazione delle nostre colpe e per la perseveranza
dei giusti. Giaculatoria: O Giuseppe, custode della Vergine purissima,
prega per noi.
I
- La fuga. - Non passano che pochi giorni e la profezia di Simeone
comincia ad avverarsi. Gesù è gia fatto segno di contraddizione. Erode,
preso dall'orgoglio e dalla gelosia del potere, decreta la strage
degl'innocenti; ma la Provvidenza, che veglia sulla vita del Salvatore, si
affretta a salvarlo. La persona scelta per tale ufficio è naturalmente
Giuseppe. Un angelo gli appare in sogno di notte, e gli dice: «Prendi il Bambino
e la Madre, e fuggi in Egitto». Non si rivolge a Maria, ma a colui che sta a
capo della sacra famiglia. Come il Signore serba l'ordine in ogni cosa, e
vuole il consenso libero delle sue creature! Giuseppe docile alla divina
parola si leva di notte, ne dà avviso alla sposa; e immediatamente muovono
alla volta dell'Egitto. È presto detto; ma il farlo richiede una fede invitta,
un coraggio eroico e un sacrificio enorme. Giuseppe è la guida responsabile,
gravato dalla preoccupazione d'ingrate sorprese, di difficoltà di viaggio, di
provvigioni per il sostentamento, di soste notturne, in cerca di ospitalità e
di luoghi di rifugio. Quanti pensieri ansiosi, quante sollecite preveggenze
volge nell'animo, lungo il percorso di giorno e di notte! Ma, nell'avvicendarsi
dei sospetti incontri, tra quelle lande impervie e desolanti, Giuseppe
conserva inalterato il suo stile di vita. Non si turba, né s'abbatte, non perde
un attimo della sua abituale serenità, non esce in lamenti né in impazienze;
anzi incoraggia e sostiene l'amata sposa, con un totale abbandono alla
condotta della divina Provvidenza. Egli possiede Gesù, egli lo contempla, lo abbraccia
e tanto gli basta. Quante volte Iddio mette le anime a simili prove! Il distacco
dalla casa paterna, dalla città natia, dai nostri familiari...! Spesso codeste
prove strappano lacrime cocenti, fanno uscire in lamentele e brontolii, se pure
non provocano esitazioni a obbedire. Impariamo da s. Giuseppe ad abbandonarci in
tali circostanze ai santi voleri di Dio, ed a lasciarci guidare dall'adorabile
Provvidenza sua, che tutto volge al nostro maggior bene.
II
- L'esilio e il ritorno.
- Appena messo piede in terra egiziana, si aprì per Giuseppe una nuova serie di
sofferenze. Quella dimora, protratta per lungo tempo, fu per lui un vero esilio:
terra straniera, tra gente sconosciuta, di altra lingua, di religione idolatra,
di costumi pagani, di tratto spesso rude, specie verso gli stranieri. Quante
cause di privazioni e di disagi! E Giuseppe, sempre uguale a sé stesso,
rimaneva in pace. Che cosa gli poteva mancare o metterlo in affanno, quando
egli possedeva Gesù, conversava con Lui, e poteva dirgli ciò che gli passava
nel cuore? Il pensiero che egli lavorava per Lui, che stentava la vita, per
salvare quella del Figliuolo divino, era una sorgente di conforto inesprimibile,
che cambiava in gioia tutte le sue afflizioni. Non è raro che, anche trovandoci
in ambienti spirituali, non sempre ferventi e osservanti, ci sentiamo come
nell'Egitto: incompresi, contrariati nelle stesse pratiche della vita
spirituale, e forse fra detrattori e avversari. Sono prove del Signore
codeste, di cui bisogna far tesoro. Le prove della vita presente hanno il
vantaggio della temporaneità. Giuseppe era vissuto in quell'esilio, in una
fiduciosa attesa. Difatti, trascorso un tempo piuttosto lungo, l'angelo ancora
una volta gli apparve in sogno, e gl'ingiunse di prendere la sposa e il Bambino
e di ritornare a Nazaret, perché il persecutore era morto; ed egli docile e
pronto al comando di Dio prese con Maria la via del ritorno. Beata l'anima, che
ripone tutta la sua confidenza nella bontà del divin Cuore! Le prove di quaggiù
son tutte di breve durata, la vita stessa è un momento, che scompare di fronte
all'eternità: Maggiormente beata l'anima, che nelle prove si lascia guidare
dalla santa ubbidienza, e riposa tranquilla nella volontà del Signore.
Fioretto:
Sopportare in pace tutte le contraddizioni del giorno, senza mostrarlo, e
ubbidire prontamente specie nelle cose più ripugnanti. Giaculatoria: O
Giuseppe, sollecito difensore di Gesù, prega per noi.
I
- Spirito di fede. - Giuseppe, che rifulse di una luce superiore nella
schiera dei santi, fu per eccellenza l'uomo dello spirito di fede.
"Quella fede che passa ogni velo" (Manzoni). Se giudichiamo la sua
persona e la sua vita, di là da questa luce, ci appare un uomo comune, un
povero fabbro, perseguitato dalla sorte e tenuto in nessun conto dai suoi
contemporanei. Ma, se penetriamo nel suo interno, e lo consideriamo al
cospetto di Dio, alla luce della rivelazione, ci apparirà la personificazione
del tipo perfetto del giusto, che vive precisamente di fede. Che cosa mai gli
fece abbracciare, in quei tempi nebulosi dell'ebraismo, la negletta vita della
verginità? Qual motivo lo indusse a legarsi in connubio con una vergine, se non
una fede viva? Quel silenzio rigorosamente serbato, quel desiderio incessante di
occultarsi, di scomparire, nel passare inosservato nelle circostanze più
solenni della vita di Gesù, erano l'espressione del senso profondo della sua
missione alla luce radiante della sua fede viva. Se la fede fosse il faro
della nostra vita! Se le verità rivelate fossero la norma dei nostri
apprezzamenti, il principio movente di tutte le nostre azioni! Se scorgessimo
Iddio padre in tutti i nostri superiori, l'immagine di Gesù in tutti i nostri
prossimi, in noi stessi un cumulo di misericordie da parte di Dio, un niente
assoluto e miserabile da parte nostra, come sarebbe ben dritto e regolato il
cammino della nostra vita verso la mèta finale!
II
- Le prove della fede. - Senza le prove non si ha la fede ferma.
"Perché eri buono, fu necessario che la tentazione ti provasse". Sono
le prove, a cui Dio suol sottoporre le anime più forti e più care al suo
cuore. Così agì con i grandi patriarchi, come Abramo, Giuseppe, Giobbe; così
fece con Maria, così pure con Giuseppe. Quel bambino povero ed esile, respinto
d'ogni parte, riparato in una stalla, giacente sulla paglia, riscaldato
dall'alito di due animali, poteva mai credersi il divin Salvatore del mondo?
Eppure Giuseppe si prostrò dinanzi a quella culla, per adorarlo profondamente e
abbracciarlo qual suo figliuolo putativo. Come mai quel Dio, che nutre tutte
le generazioni, che alimenta gli uccelli dell'aria e veste i gigli dei campi, ha
bisogno di stentare, qual umile garzone, presso il banco del fabbro, per
procurare il sostentamento giornaliero? Poteva Egli almeno scegliere un'occupazione
più decorosa, e riscuotere con l'ammirazione della sua sapienza il prestigio
conveniente alla sua divina missione. Ma Giuseppe s'inchina dinanzi ai disegni
e alle vie imperscrutabili della divina Provvidenza, e in quel fanciullo suo
collaboratore riconosce il Figlio del Dio vivente, da poter esclamare in cuor
suo con una fede più illuminata del principe degli apostoli: Tu sei il Cristo,
Figlio del Dio vivente. La fede, di cui vive il giusto, va soggetta a prove di
ombre e di tenebre, che riescono a dissipare soltanto quelli che resistono da
forti, fortes in fide. Siamo spesso spettatori su questa terra di fatti inesplicabili
all'umana prudenza; le penose traversie delle anime buone e la prosperità
degli empi, l'arrogante fortuna del male, il governo ingiusto, animato da
passioni, di superiori che abusano del potere, l'insuccesso di opere
intraprese per la gloria di Dio, i flagelli comuni a colpevoli e innocenti, le
incessanti preghiere non esaudite, le forti e interminabili tentazioni dei
giusti, il potere arruffato da mani indegne, il numero sterminato dei non
credenti e dei peccatori, e così via. Ma il cristiano, che ha lo spirito di
fede, sa bene che questa è terra d'esilio, palestra di combattimento, luogo di
purificazione e di merito per il cielo, in cui spesso domina la potestà delle
tenebre. Nell'eternità poi ci saranno svelati, tra gli splendori della visione,
i misteriosi e amorosi disegni del Padre comune.
Fioretto:
Fare una visita a Gesù Sacramentato, parlandogli, come se lo vedessimo, ed
esponendogli tutte le nostre necessità. Giaculatoria: O Giuseppe,
fedelissimo, prega per noi.
I
- Fiducia incrollabile. - La confidenza illimitata in Dio è sigillo
della santità. Essa è frutto d'una fede viva, ed è alimentata dalla carità.
L'anima, che vede tutto in Dio e Dio in tutte le cose, non dubita
dell'intervento di Lui, in ogni sua necessità. Quando il cielo si oscura, e
vengono meno tutte le umane speranze, allora suona l'ora di Dio per l'anima, che
si abbandona in Lui. Niente piace tanto a Dio; niente tocca maggiormente il suo
cuore quanto la confidenza, come niente chiude le vie della Provvidenza quanto
lo scoraggiamento e la sfiducia. La figura di s. Giuseppe emerge nella schiera
dei santi come un tipo di fiducia incrollabile; doveva quindi apparire
attraverso le prove più ardue, il giusto confidente per eccellenza. Nella
casa di Nazaret, a Betlem, sulla via dell'Egitto, alla volta del tempio di
Gerusalemme, l'attendevano le prove più difficili. Che cosa è che gl'infonde
tanta fiducia, anzi tanta sicurezza, tra prove così ardue? La fede viva e
l'amore ardente. Si potrebbe opporre che, avendo Gesù con lui, non aveva di
che temere. Ma Gesù aveva parvenze comuni, e le circostanze reali erano
preoccupanti. Solo allo sguardo della fede traspariva il raggio della divinità;
soltanto un cuore vibrante di tenerezza poteva ripercuotere i battiti del
Cuore di Cristo, e abbandonarsi in Lui, con fiducia incrollabile. È questo, o
anima, il modello da aver presente in tutte le contingenze della vita,
specialmente quando ti senti presa da sgomento per gli assalti violenti del
male, o per qualche sciagura che ti colpisce. Abbandonati allora alla condotta
della divina Provvidenza sempre paterna, e attendi con sicurezza il soccorso
divino, ripetendo spesso: Cuor di Gesù, confido in voi!
II
- Fiducia giustificata. - Si
legge di Abramo che, mentre si accingeva a immolare il figliuolo Isacco,
secondo il comando di Dio, e a rischio delle promesse di Lui, sperò contro ogni
speranza. Ma la fiducia eroica del più giusto fra i giusti superò certamente
quella di Abramo, e venne magnificamente giustificata dal divino intervento.
Nessuno mai ha confidato nel Signore, ed è rimasto confuso; molto meno poteva
rimaner confuso Giuseppe. Così in ogni istante della sua vita la Provvidenza ne
guida i passi. Le ore grigie e le dure prove si susseguono quasi ininterrotte,
ma, dopo ogni tempesta, il cielo si rasserena; a ogni sofferenza succede la pace
e la gioia. Giuseppe abbraccia con riconoscenza il dono di Dio, e prende maggior
lena ad abbandonarsi per l'avvenire, con fiducia incrollabile, nelle mani del
Padre celeste. È questo il ritmo della vita dei giusti, che tra le pene
dell'esilio, non si perdono d'animo, ma ripongono tutta la loro confidenza nella
bontà di Dio. "Spero in te, Signore, non sarò confuso in eterno".
Fioretto:
Fare una mortificazione di gola, ripetendo a se stesso: «Anima di poca fede,
perché hai dubitato?». Giaculatoria: O Giuseppe, modello di fiducia in
Dio, prega per noi.
I
- Vita d'intimità. - O casa di Nazaret, vera dimora degli angeli! Tu
hai la sorte di albergare Colui che i cieli non possono contenere. Tu sei
palestra di ogni virtù. È questo il soggiorno ordinario di Gesù, dove passa
il maggior tempo della sua vita mortale. Qui si abbozza il gran disegno di un
mondo nuovo, qui si plasma il gran modello della famiglia cristiana, dove il
padre è guida, maestro, esempio. Qui si sviluppa l'incanto della sua vita
adolescente e giovane, tra le carezze, i baci ed i sorrisi di Giuseppe e di
Maria, in una beata corrispondenza d'amorosi sensi. È il divino che si
abbraccia con l'umano, in una maniera misteriosa. Gesù si abbassa, e prende forma
di servo; Maria e Giuseppe sono innalzati a una sfera tutta divina. Comandano
a colui al quale ubbidisce l'universo. Quanta armonia, quanta unione tra di
loro! Quale intimità d'intenti e di aspirazioni! Il silenzio vi regna
sovrano, mentre i cuori battono all'unisono. Le parole, piuttosto rare, sono
regolate da una prudenza e da una carità sovrumana; l'argomento, che li occupa
sopra ogni altro, è il compimento del beneplacito di Dio. Ognuno di essi al
suo posto si studia di secondare i desideri dell'altro, di dargli piacere in
tutto, di rendergli meno aspra la povertà ed i sacrifici di ogni ora. Gesù
sottomesso volentieri ad entrambi. Maria docile ai voleri dello sposo,
Giuseppe a capo tiene la direzione della famiglia, ma con uno spirito interiore
di umiltà profonda, e con una modesta amabilità esteriore, che forma
l'incanto degli angeli. Oh! se nelle famiglie, nelle comunità, nelle
associazioni di qualsiasi nome, regnasse tanta armonia! Se, nella dimenticanza
di sé, nella rinuncia alle pretese dell'amor proprio e della natura immortificata,
ognuno tenesse il suo posto, e si studiasse di sottostare -'la legittima autorità;
come di far piacere agli altri, di cedere volentieri il meglio, quanto sarebbe
alleviato il peso della vita comune, quale ordine e per conseguenza quale pace
vi regnerebbe! Le anime tutte imparino da Giuseppe a riporre in Gesù e nella
dolce Madre ogni affetto, ogni loro speranza, a non ricercare che il divino
beneplacito, nel sacrificio della vita giornaliera, nella conformità a tutte
le disposizioni della divina Provvidenza.
II
- Vita di santificazione.
- È scritto nei libri santi che la via del giusto è simile alla luce del sole,
che si avanza e cresce sino a giorno perfetto. Che deve dirsi dell'anima di
colui, che fu per antonomasia appellato giusto dallo stesso Spirito Santo?
Codesto avanzamento nella~santità è il fenomeno che principalmente deve ammirarsi
nella vita di Nazaret. Il segreto sta nella presenza e nella intimità con
Maria e con Gesù. La casa di Nazaret è nel vero senso un santuario, una serra
di fiori olezzanti, il domicilio delle più elette virtù, l'oggetto della compiacenza
della Triade augusta, la delizia e l'incanto degli angeli. Chi vi avesse posto
piede, non già con l'animo scettico e duro di qualche egiziano o degli ebrei,
ma bensì illuminato dalla fede, non avrebbe potuto più allontanarsene, tanto
la possente attrattiva l'avrebbe rapito.
Fioretto:
Fare una visita in una chiesa, dove si conservi l'eucaristia, recandovisi come
in pellegrinaggio alla Casa di Loreto, per trattenersi un po' di tempo in santa
contemplazione della vita di Giuseppe, in compagnia di Maria e di Gesù. Giaculatoria:
O Giuseppe, capo dell'alma famiglia di Nazaret, prega per noi.
I
- Vita di solitudine. - Nazaret è un paesello della Giudea di poco
conto, disperso nel verde dei campi e solitario. Il silenzio dei suoi viottoli
è appena interrotto dal rumore di qualche veicolo e di qualche strumento da
lavoro. Qui Giuseppe ha fissato la sua casuccia e, separata da essa, la sua
bottega di fabbro. Qui abitano i personaggi più illustri, che possegga la
terra. Vivono tranquilli e pacifici. E’ qui che si svolge la vita nascosta e
privata dell'Uomo-Dio. Nessuno meglio di Giuseppe poteva fargli da padre. Egli
era tutto raccolto in sé stesso, concentrato nel pensiero e nel possesso di
Gesù. Gesù era tutto per lui. A misura che cresceva in sapienza, in età e
in grazia, gli riempiva ogni giorno più la mente e il cuore. Quale monito e
quale confusione per noi, tanto pieni di noi stessi e tanto avidi di mostrarci,
di comparire, di tutto sapere. Si vive perciò spesso agitati e malcontenti di
sé, vuoti di mente, aridi nella preghiera, senza il gusto di quella pace, che
sorpassa ogni umano sentimento, e che forma il nostro maggior bene quaggiù.
II
- Vita di raccoglimento. - La vita a Nazareth si svolgeva in un perfetto
raccoglimento interiore. Si ponga dinnanzi allo sguardo cotesto stato interiore,
si elevi ad alta potenza, e si avrà un qualche concetto di quello che era il
raccoglimento di Giuseppe, e quindi il suo rapimento in Gesù, che formava
tutta la ragione del suo vivere, dell'anima sua. Nessuna divagazione nei sensi
e nella mente, nulla penetrava delle mire terrene, il cuore era come un mare
calmo, un cielo serenissimo. Codeste sono le delizie riservate alle anime di
vita interiore, che sanno tenersi raccolte, e nel raccoglimento unite al
Signore. Il silenzio esteriore è la prima barriera del raccoglimento, ma, per
conservarlo e alimentarlo, occorre la barriera del silenzio interiore, che
sgombra lo spirito dei vani pensieri, delle vagolanti immaginazioni, degli
affetti naturali, per far posto alla presenza di Dio e alla dolce unione con
Lui.
Fioretto:
Riservarsi durante il giorno alcuni minuti di rigoroso silenzio, per aprire la
via al silenzio interiore. Giaculatoria: S. Giuseppe, amico del Sacro
Cuore, prega per noi.
I
- Lavoro assiduo. - La bottega di Giuseppe a Nazaret, secondo la tradizione,
era separata dalla casetta. È questo il posto del suo sacrificio giornaliero.
Il dovere del sostentamento della sacra famiglia s'impone, e quanto! Tutto
grava sulle sue spalle. Giuseppe lavora coadiuvato da Gesù, che qual umile
garzoncello gli presta l'opera con perfetta docilità. Non era difatti
conosciuto altrimenti che come il figliuolo del fabbro. Quanti stenti e quanti
sacrifici, nel condurre a termine l'opera loro, nel consegnarla ai clienti, nel
riscuotere la mercede, per provvedere agli incalzanti bisogni giornalieri!
Bisogna intanto considerare che il fabbro di Nazaret non è un artigiano
comune. La dignità e la santità della persona si riflettono in tutte le sue
azioni. Dopo il peccato originale il lavoro è diventato una pena di espiazione,
ma è anche un mezzo di sostentamento e un sollievo, per tenere in esercizio
le naturali energie, un onesto svago, per evitare i gravi danni dell'ozio. Ma il
lavoro deve essere come quello di Giuseppe: ordinato, costante, utile, cioè
rispondente all'esigenza del proprio stato, e finalmente fatto con competenza,
coscienza e con spirito di sacrificio.
II
- Lavoro santificato.
- S. Giuseppe lavorava nella maniera più perfetta, più col cuore che con le
braccia. Lavorava con Gesù, lavorava per Gesù: ecco il tipo del lavoratore
ideale. Il saper di lavorare con Lui e per Lui gli faceva vibrare il cuore di
un amore, che non si esprime a parole. Egli presiedeva al governo della santa
famiglia, e per conseguenza era assunto ad esemplare di ogni capo della
famiglia cristiana. Il lavoro per lui formava un dovere sacro, santificato dalla
preghiera, dalla più pura intenzione verso Dio e dal desiderio di adempiere il
suo beneplacito. Non si può trovare nella storia dei santi un modello più
perfetto di quella vita ideale, che armonizza l'azione con la contemplazione. Il
lavoro, senza lo spirito di preghiera, non ha pregio al cospetto di Dio, e
quindi non guadagna alcun merito. Tale dev'essere il programma della vita
cristiana, in qualunque stato uno si trovi, come tale fu il programma della vita
di Giuseppe, in compagnia di Gesù.
Fioretto:
Adempiere con la massima esattezza i lavori del giorno, con lo spirito elevato a
Dio. Giaculatoria: O Giuseppe, modello dei lavoratori, prega per noi.
I
- Preghiera vocale. - La casa di Nazaret non era soltanto un eremo e
un'officina, ma soprattutto un tempio. Tra quelle umili pareti si
raccoglievano le due creature più sante e più partecipi della divinità,
insieme al Dio fatto uomo: tre persone degne di culto e in diretta comunicazione
con Dio. Maria e Giuseppe però, e Gesù, nella sua umanità creata, dovevano
comunicare con Dio mediante la preghiera. Quale preghiera! la più fervida, la
più santa, la più accetta al Padre celeste, la più feconda, quella cioè
che attirava su di loro e sulla povera umanità tesori immensi di grazie.
Nessuna anima santa e nessun angelo del cielo ha potuto mai pregare con ardore e
con efficacia somigliante. Quanto vale la preghiera ben fatta! Quanto è più
preziosa al cospetto di Dio la preghiera comune nella pubblica chiesa! Anima
che mediti, sappi tenere ordine nella tua giornata, e dare il primo posto alla
preghiera, sì come quella che riguarda direttamente l'onore di Dio. Fissane
l'orario, e sii costante nell'osservarlo. Lascia da parte, quando preghi, ogni
pensiero di terra, ogni sollecitudine estranea, e applicati con tutta l'anima ad
adorare Iddio.
II
- Preghiera mentale e vitale. - La preghiera, che principalmente
occupava l'anima di Giuseppe, era la mentale. Questa sopra tutto forma il
segreto della vita interiore, questa mette l'anima in comunicazione diretta con
Dio, questa è che squarcia i veli, per scoprire all'anima la visione di Dio e
porla in intimità e in unione con Lui. Questa specie di preghiera formava
l'atmosfera propria di Giuseppe. Egli godeva nel più alto grado il dono della
contemplazione, afferma s. Bernardino da Siena. Aveva forse bisogno di grandi
sforzi, per elevarsi ad essa? La presenza di Gesù era come il primo preludio,
ossia il punto di partenza della sua preghiera mentale. Quella fronte, su cui
lampeggiava il raggio della divinità, quegli occhi, da cui come da due stelle
sfolgorava lo splendore della gloria del Padre, quei lineamenti profilati
dall'azione dello Spirito Santo, quelle parole riverberanti di sapienza divina,
quei tratti stupendi, che formavano l'estasi degli angeli, erano per lui come
il velo da cui traspariva la pienezza della divinità. Giuseppe allora si
elevava alla contemplazione della bellezza e della santità di Dio e dei suoi
sublimi misteri. Chi mai penetrò più di Giuseppe in quell'oceano di luce e
di amore? Grande esempio per te, o anima di vita interiore. Cerca di consacrare
le prime ore del giorno, che sono le migliori, alla santa meditazione. Portavi
tutta l'attenzione dell'animo, preparane i punti la sera precedente, ritornavi
col pensiero, durante la notte, se per caso il sonno s'interrompa, e appena
svegliata al mattino. Trattieniti durante la meditazione in intimo colloquio con
Dio, e offrigli propositi particolari e generosi.
Fioretto:
Stabilire le preghiere vocali giornaliere, fissarne le ore ed esservi fedele. Giaculatoria:
O s. Giuseppe, ottienici che i nostri cuori stimino nel loro giusto valore le
cose terrene e amino Dio con amore perfetto.
I
- Gesù
smarrito. - Gesù era giunto al dodicesimo anno, tra gl'incanti più fulgidi
dell'età adolescente. Gli correva allora l'obbligo di accompagnare Giuseppe e
Maria nella visita annuale, che facevano al tempio di Gerusalemme. Era costume
che gli uomini procedessero separati dalle donne. Al ritorno ognuno degli
sposi credeva che Gesù stesse con l'altro, ma, giunti alla sera, si accorsero
che Egli mancava. Quale amara sorpresa, quale dolore! Lo ricercano dappertutto,
ne domandano a parenti e amici pongono attenzione a tutti i posti, dove si
sarebbe potuto fermare, ma invano. Anche noi andiamo soggetti alla perdita di
Gesù. Avviene talvolta per nostra stoltezza, che trascinati dalla cupidigia o
dall'orgoglio, lo allontaniamo dal nostro cuore, con grave rischio di andar
perduti. Ma ciò che rende più deplorevole la nostra sorte, è il nessun rammarico
per tale perdita, è l'indifferenza, in cui ristagniamo, e forse per lungo
tempo. Segno codesto di poco o nessun amore per Gesù. Allora invece occorre
rialzarsi presto, riconoscere la propria miseria, e mettersi con premura alla
ricerca di Gesù.
II
- Gesù ritrovato. - Iddio non affligge, che per consolare, non mette a
prova, che per accrescere il merito, non si nasconde, che per svelarsi più
amabile. Giuseppe aveva moltiplicato le ricerche, aveva tentato ogni mezzo, ma
invano. Ritornati difatti nel tempio, al terzo giorno, ebbero la dolce sorpresa
di trovarlo seduto a disputare in mezzo ai dottori, sfolgorante di sapienza
divina. «Figliuolo - esclamò Maria - perché ci hai fatto questo? Ecco che
il padre tuo ed io oppressi dal dolore ti andavamo cercando». Il cuore di
Giuseppe dovette sussultare d'intima gioia, ma, secondo il suo costume, egli
si tenne in silenzio, e tanto più godette, quanto più s'era affaticato nella
ricerca di Gesù. Così parimenti accade alle anime che mosse dalla grazia, si
mettono con sforzo alla ricerca di Gesù, e si riconciliano con Lui. Quanta
letizia arreca l'incontro con Gesù! Come allora si gusta la dolcezza del
servire e amare Iddio! E quanta forza essa infonde, per poter perseverare nel
bene! Né è meno soave la gioia di un'anima tiepida, che finalmente risorge dal
suo letargo, esce dal ristagno delle sue miserie, e corre alacre nel servizio di
Dio. È forse la tiepidezza il tuo stato presente? Gesù lo ritroverai nella
preghiera fervente, nella lettura spirituale, soprattutto nella meditazione,
fatta con seria applicazione.
Fioretto:
Trascorrere un'oretta in Chiesa meditando il proprio stato spirituale presente,
e progettare l'avvenire. Giaculatoria: O Giuseppe fortissimo, che
ritrovasti con gaudio Gesù nel tempio, prega per noi.
I
- Amor tenero. - La carità è virtù regina, che supera ogni altra,
che domina sovrana, e tutte insieme le abbraccia e le avviva. Se volessimo
formare un concetto adeguato della carità di Giuseppe verso Dio, dovremmo
saper misurare il grado di perfezione, a cui egli ascese e la pienezza di
grazia, di cui Dio lo adornò, poiché la carità costituisce l'essenza della
perfezione. Alla luce di quella fede sfolgorante, di cui era illuminato, e sotto
l'influsso di quella grazia piena, Dio formava per lui l'unico bene, l'unico
oggetto degno di tutto il suo amore, il suo tesoro, la sua felicità, il suo
caro tutto, capace di attrarne tutti gli effetti. A lui erano rivolti i suoi
pensieri, le sue aspirazioni, le sue speranze, i suoi interessamenti, i palpiti
più cocenti del cuore, tutto ciò che era in lui convergeva verso quest'unico
centro: Dio. Il padre è capace di qualunque sacrificio per il figliuolo;
neanche l'ingratitudine lo arresta. Ma Giuseppe era divenuto padre, per volere
di Dio, la sua angelica verginità, afferma s. Agostino, divenne feconda della
paternità stessa. L'essere padre di un tal Figlio significava l'aver avuto
dal Padre celeste una certa partecipazione del suo medesimo affetto paterno. Gesù
era tutto per lui. Ecco il modello perfetto del puro amore di Dio. Noi siamo
fatti per Dio. Egli è il nostro bene sommo. Tutta la vita, le nostre facoltà,
i nostri sensi, la nostra intelligenza, il nostro cuore debbono polarizzarsi
verso Dio.
II
- Amore operoso. -
L'amore non si arresta a semplici sentimenti, ma, come la fiamma che divampa,
si effonde in preghiera, lavoro, sacrificio. La preghiera è l'amore che loda,
che conversa, che ripara, che si dona. Era questa l'occupazione incessante di
Giuseppe, non solo nell'alta conversazione con Gesù, ma con gli slanci che
erompevano dal suo cuor, e s'innalzavano verso il Padre celeste. Tutta cotesta
espansione di amore mirava all'unione intima con Gesù, a star sempre con Lui e
non separarsene giammai. Qui trovava tutto il suo riposo, il suo tesoro, il
suo paradiso, sulla terra. Quell'abbracciarlo, quello stringerlo al petto, quel
carezzarlo e baciarlo erano l'espressione esteriore di quell'intimità e unità
di pensieri e di affetti, che formavano di due cuori un cuor solo, di due
anime un'anima sola. Impara da Giuseppe, o anima, il modo come si ama Gesù.
Quante volte affermi di amarlo, sei sicura di poter ripetere con s. Pietro «Signore,
Tu sai che io ti amo?». Lo potrai ripetere sicuramente, quando l'amore diventerà
la legge e l'anima della tua vita, quando cioè la preghiera sarà per te un
dolce conversare con Lui.
Fioretto:
Mostrare il proprio amore a Dio con le opere, compiendo con diligenza, le
azioni ordinarie di oggi. Giaculatoria: O Giuseppe, ardente di amore di
Dio, intercedi per noi.
I
- Carità sulla terra. - Giuseppe è ottimo esemplare di cotesta nobile
virtù della carità. L'amore deve essere ordinato, e la prima e più ordinata
carità si effuse dal suo cuore nel seno della sacra famiglia. Quali cure
solerti e delicate egli prodigava a Gesù ed a Maria! Quali parole tenere e
infiammate sgorgavano da quelle labbra all'indirizzo della diletta sposa e del
Figliuolo putativo! Di tutto era preveggente; non c'era pensiero, non c'era
affetto, non c'era azione né sacrificio, che non fosse diretto ad
accontentarli, a render loro meno gravosa o più sopportabile la dura vita
giornaliera. I suoi modi così umili, i suoi tratti così amabili e soavi
erano un profumo di delizie per quei due nobilissimi cuori. Giuseppe fu anche a
contatto di parenti, di amici, di clienti, di concittadini, di egiziani. Egli
amava tenersi umile al suo posto; ma, quando la necessità o la carità
l'obbligava a uscir dal suo guscio, era tutto bontà e generosità con ogni
sorta di persone. Rivelò la SS. Vergine a Santa Brigida: «Non udii mai uscire
dalla sua bocca parole di leggerezza, di mormorazione, o d'impazienza».
Irradiato dagli splendori della sapienza incarnata, vedeva in tutti gli uomini
tante immagini di Dio, tanti fratelli, e il suo cuore si commoveva del più
tenero amore. La carità di Giuseppe è la traduzione in atto dei caratteri
attribuì ti dall'apostolo s. Paolo a questa virtù. La carità è la
negazione assoluta dell'egoismo: non è ambiziosa, non invidiosa, non cerca il
fatto suo, non opera invano; è invece benigna, paziente, compassionevole;
tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, e per conseguenza tutto perdona.
II
- Carità dal cielo.
- Che dire della carità del cuore di Giuseppe? Egli sa che tutta la sua
grandezza la deve alla Redenzione degli . uomini. Se non vi fossero stati uomini
da salvare, egli non sarebbe stato innalzato alla dignità di padre putativo del
Redentore, e per conseguenza di padre tenerissimo di tutta l'umana famiglia. Se
egli è padre di Gesù, e noi tutti membri del corpo mistico di Lui, è anche
padre nostro. Se noi, in virtù della Redenzione, siamo fratelli adottivi di
Gesù e figli di Maria, secondo la grazia, Giuseppe è anche il padre nostro
adottivo. Se egli fu a capo della sacra famiglia, è anche il padre della
grande famiglia dei redenti, sparsa nel mondo. Giuseppe è della medesima nostra
natura, e conobbe a prova tutte le nostre miserie e tutte le nostre pene. Stentò,
pianse, soffrì, combatté e vinse. Tutte le pene le abbracciò per amor di
noi, condividendole con Gesù, che si preparava a dare il sangue e la vita per
noi. Ora dal cielo, ove regna coronato dell'aureola di padre del Redentore e
di padre nostro, ci ama teneramente, nella maniera più perfetta e più
efficace. Iddio che lo ha posto in tanta gloria, gli dà senza dubbio di
scorgere tra gli splendori del cielo tutte le nostre necessità, tutti i
nostri affanni e tutti nostri pericoli. A tal vista il suo cuore vibrante di
carità s'intenerisce per tutti e ciascuno di noi, e con la sua valida
intercessione provvede al soccorso.
Se
Giuseppe ha per noi un cuore di padre, noi dobbiamo avere per lui un cuore di
figli. Al padre si deve riverenza, amore, ubbidienza. Eleviamo la nostra stima
per la dignità, per la santità, per la bontà paterna di Lui. Onoriamolo in
tutti i modi, specie nei giorni a lui consacrati. Il nostro amore verso di lui
sia filiale, riconoscente e pieno di fiducia nel suo aiuto. La nostra obbedienza
consista nell'adempiere i suoi desideri, che sono quelli di secondare le ispirazioni
della grazia, e d'imitare le sue virtù, quali, a preferenza l'umiltà, la
mitezza, l'amore al nascondimento e al sacrificio.
Fioretto:
Mostrare a tutti un volto benevolo e paziente. Giaculatoria: O Giuseppe,
sollievo dei miseri, prega per noi.
I
- Conformità in ogni
passo. - Questa conformità fu la legge di vita del caro Giuseppe, la norma
che regolava ogni suo passo. Non poteva essere altrimenti. Egli era il padre di
Colui che era venuto sulla terra, precisamente per fare la volontà del Padre
suo celeste. Non avrebbe saputo trovare altro movente più nobile e persuasivo,
che il santo volere di Dio. Egli conosceva a fondo che il miglior modo di
procurare gloria a Dio e di piacergli è quello di fare in tutto ciò che Egli
vuole. E, per ottenere un sì gran bene, avrebbe rinunziato a tutto, anche
alla vita, e si sarebbe sobbarcato a qualunque sacrificio. È volere di Dio,
come la grazia gl'ispira, che conservi interamente la sua verginità; è
espresso volere di Dio che egli si sposi a una vergine, per custodirne il
virgineo candore, e Giuseppe è pronto ad adempierlo con gioia. È volere di
Dio, manifestato attraverso l'editto di Cesare, che egli si allontani da
Nazaret e vada insieme a Maria con disagio a Betlem, a dare il nome, e Giuseppe
non discute, né si lagna dell'inopportunità del momento. È volere di Dio che
si adatti in una stalla per la nascita divina del suo Figliuolo, e Giuseppe con
'inalterata serenità vi si rassegna. Era tanto verosimile che la legge della
purificazione non riguardasse né Maria né il bambino; ma quella legge non
accenna ad alcuna eccezione, e Giuseppe con Ma,-ria non osano permettersi una
singolarità, che forse avrebbe richiatnato l'ammirazione; e vanno al tempio,
nella massa comune dei coíútugi, a offrire il bambinello, e Maria a
purificarsi. La legge mosaica prescrive di recarsi ogni anno al tempio, nella
eorrenza della Pasqua, e Giuseppe puntualmente si reca con aniilare a
Gerusalemme, insieme a Maria, a offrire al Signore il triito della preghiera e
del sacrificio. Iddio permette la prova doloa dello smarrimento di Gesù, e
Giuseppe, col cuore straziato ma o, lo ricerca con sollecitudine, e lo ritrova
nella gioia. Perché stentare da mattina a sera presso il banco del lavoro e
fare stentare ,Colui che sostenta il mondo; perché tante contrarietà e
disprezzi dal popolo, perché rinchiudersi nell'oscurità a coprire della sua
ombra Colui che è l'aspettato di tutte le genti? Ma Giuseppe non si domanda
tutti questi perché. Egli legge in ogni evento, in ciascuna circostanza, una
disposizione dell'imperscrutabile volontà di Dio, e, nell'uniformarvisi, trova
tutto il suo contento, tutta la sua gioia. Ciò che Dio vuole è disposto da una
sapienza infinita, da un amore tenerissimo di padre, ordinato sempre al nostro
vero bene. Niente di più giusto, di più santo, di più vantaggioso, che
conformarsi a questa adorabile volontà in ogni sua disposizione, anche la più
contraria e la più ripugnante.
II
- Uniformità perfetta e
gioiosa. - Ecco delineata in questi tratti l'uniformità di Giuseppe al
volere divino. Tutto in lui era amore, tutti i suoi atti e movimenti procedevano
dall'amore. A ogni ordine e disposizione proveniente da Dio, o per segni
sovrannaturali, o per vie ordinarie, corrispondeva in lui una prontezza e una
gioia nell'uniformarvisi, senza replica o difficoltà di sorte. Ma siffatta
prontezza era l'espressione di quell'intimo slancio di amore, onde si moveva a
discrezione del soffio della grazia. Egli non conosceva altra norma, altro
ritmo del suo vivere, se non la volontà e il gusto di Dio, secondo che si
andava manifestando. I vari tratti della sua vita sotto lo sguardo di Dio erano
come le armonie di una musica stupenda, le cui note erano scritte nel libro
del santo volere divino, che formava tutto il compiacimento dell'Altissimo.
Sollevati in alto, anima che mediti, a considerare come nulla vi è di più
vero, di più giusto, di più adorabile, che il beneplacito divino. Nulla può
escogitarsi di più conveniente, di più vantaggioso per noi, che ciò che Egli
vuole; nulla di più santo e per conseguenza di più giocondo che il suo
beneplacito e la virtù di conformarsi ad esso, con perfetta letizia. Cerca di
intuirlo con la preghiera, col domandar consiglio; procura di metterlo in atto
con la fedeltà alle divine ispirazioni, con l'ubbidienza pronta, con la
rassegnazione perfetta in ogni evento. Abbandonati alla sua condotta, e
proverai quaggiù le delizie della pace, quale saggio anticipato del cielo.
Fioretto:
Fare, con l'aiuto di s. Giuseppe, un atto di accettazione di tutte le
disposizioni della divina volontà, presenti e future, specie di quelle che
maggiormente costano alla natura e all'amor proprio. Conformità alla volontà
divina. Giaculatoria: O Giuseppe, perfettamene uniformato al divino volere,
prega per noi.
I
- Semplicità esteriore. - Tale fu la vita di Giuseppe, come quella di
Maria. Egli passava come un uomo comune, un artigiano qualsiasi. Gli amici ed i
clienti non si accorgevano affatto della sua grandezza, non scorgevano in lui
nulla di straordinario. La sua vita era tutta nascosta con Gesù Cristo in Dio;
degli umani eventi sapeva si poco, che non si permetteva neanche di pensarvi, o
di domandarne. La sua preghiera era semplice quanto sublime. Le parole erano
rare e misurate dalla necessità o dalla carità. Il suo contegno era affatto
naturale, scevro di ogni artifizio o affettazione. Di sé, del suo nobile
lignaggio, dell'alto suo ufficio, e dalla grandezza dei suoi cari non faceva
cenno alcuno, anzi si notava in lui uno studio continuo di tacere e di
occultarsi. Non si avvaleva mai di fronte agli altri di una sua prerogativa, che
pur ne aveva delle somme, anzi neppure pareva di averne alcuna. Si persuada
l'anima di vita interiore che la vera virtù non fa alcun rumore, non ama il
comparire, o di distinguersi dagli altri, non ama di mostrarsi e di parlar di sé;
si studia invece di occultarsi, di dimenticarsi e di lasciarsi dimenticare.
Siffatta semplicità di vita dà all'anima una grande serenità. Dopo poi di
aver operato, la libera da ogni delusione o turbamento. Beata l'anima semplice!
Essa riposa in Dio, e Dio si degna di comunicare con lei.
II
- Semplicità interiore. - Uno era il suo intento: glorificare Iddio,
procurargli piacere in tutto; a tale finalità dirigeva ogni suo pensiero, ogni
suo accento, ogni suo passo, senza illusioni e sottigliezze, con l'esclusione
assoluta di ogni vana compiacenza, di ogni soddisfazione propria, di ogni
mascherato pretesto. Difatti, nel compimento dei più alti misteri, Giuseppe
tace, si raccoglie tutto in sé stesso, e si nasconde. Egli è tutto per Dio,
contempla e gode la pienezza di Dio. Uno è il suo amore. Non v'è altro oggetto
per il cuore, all'infuori di Dio. Lo amava in veste umana con l'amore di padre,
e del più tenero dei padri; lo amava ardentemente con l'amore del più
insigne tra i santi, di quell'amore, che sorpassa gli ardori dei serafini del
cielo. Nessuna creatura riuscì mai ad attrarre un suo sguardo, a toccare una
fibra del suo cuore, che non fosse per Dio. L'avere Gesù tra le braccia,
stretto al suo petto; condurlo per mano, così come si raffigura dall'arte
sacra, è l'espressione esatta di quell'intima unione che lo legava al suo
Dio. Una la sua aspirazione: andare a Dio, possederlo, comunicarlo agli altri;
ma tutto questo senza affanno o agitazione di sorta, perché conosceva a fondo
con chi aveva da fare, e si abbandonava interamente in Lui. Tutto il resto gli
scorreva dinanzi, senza interessarlo punto se non in quanto si riferiva a Dio.
Nessuna preoccupazione, nessuna curiosità riuscì mai a turbare la sua calma.
Se avesse potuto comunicare a tutto il mondo Gesù, con tutte le delizie, di cui
riboccava il suo cuore, l'avrebbe fatto, a costo di qualunque,sacrificio; ma
egli sapeva che non era giunta l'ora, e ne preparava l'avvento con la più
imperturbata tranquillità. Se si considerasse che la vera sapienza sta tutta in
questa unità, da cui scaturisce la semplicità di spirito, si adopererebbe ogni
mezzo, per acquistare questo tesoro, che forma i santi, e dona loro un
anticipato paradiso. Scomparendo ogni altro interesse, ogni ricerca di creature
e di sé medesimo, rimane solo quel tratto di unione che congiunge l'anima con
Dio. Cerchiamo Dio solo e il suo santo amore, e troveremo come s. Giuseppe, con
il riposo dell'animo, le vere gioie dei santi.
Fioretto:
Custodire durante il giorno il silenzio e la modestia, e fare il proposito di
una vita più semplice, contenti di Dio solo. Tacere quando ci si sente offesi. Giaculatoria:
Nella semplicità del mio cuore, con gaudio ho offerto ogni cosa al Signore.
Custodisci questa volontà. (o beato Giuseppe).
I
- Pienezza di grazie e di
privilegi. - È principio inconcusso della scienza sacra che il Signore
conferisce a ciascun'anima la grazia adeguata alla missione e all'ufficio, a
cui la destina. La dignità, la missione di Giuseppe, dopo quella di Maria, è
la più alta, nei rapporti della persona di Cristo. Qual santo mai può vantare
di aver esercitato l'ufficio di padre putativo del medesimo Figlio di Dio, e di
casto sposo della sua SS. Madre? di averlo custodito, difeso, sostenuto, e di
averne guidato i passi, per i lunghi anni della vita nascosta, di essere vissuto
con Lui in intimità di affetti, che appena si riesce a concepirne un'idea? di
aver concorso con Lui alla incomparabile opera della redenzione del mondo? A
tanta altezza doveva corrispondere una grazia piena, relativa alla pienezza di
grazia della Madre divina. Come la grazia conferita a Maria, posta nell'economia
dell'unione ipostatica è di suo genere, che s. Bernardino appella grazia
materiale, così quella conferita a Giuseppe, potrebbe appellarsi, nel suo
genere proprio, grazia paternale. Questa grazia andava sempre crescendo in Lui.
A misura che era fedele a corrispondervi, prendeva proporzioni sempre maggiori
fino ai vertici di quella pienezza, che sorpassa i limiti raggiunti dagli
altri santi. Ecco un modello perfetto e soave della vita interiore. La linfa vitale
della santità è la grazia. Essa è un dono del divin Cuore, ma è anche frutto
di meriti, che richiede la nostra fedele e generosa cooperazione. Non sta la
santità in opere appariscenti e strepitose, bensì nell'acquisto, nella
conservazione e nell'accrescimento della grazia. Apprezzare questo dono
incomparabile, tesoreggiarlo, con una diligenza immensamente superiore alla cura
dei beni temporali, è il segreto di farsi santo.
Qual
conto tu fai di dono si prezioso, e come lo metti a profitto?
II
- Pienezza di meriti e di
gloria. - La vita di Giuseppe era una musica armoniosa, con un ritmo sempre
crescente, una sublime ascensione nei firmamenti della santità. Egli fu per
eccellenza il giusto, il servo buono e fedele, che, introdotto poi nei gaudi del
Signore, toccò tra gli splendori del cielo una pienezza di gloria, che
sorpassa quella di tutte le sfere dei santi e degli angeli. Giuseppe con la
beata Vergine in cielo è premiato al di sopra degli angelici cori. Secondo
alcuni teologi, s. Giuseppe, in cielo, è circonfuso dei divini splendori, non
solo con l'anima, ma anche col corpo. Così s'addiceva al padre del Figlio
divino, che si ricomponesse integra nel cielo la sacra Famiglia, senza alcun
indugio, come erano stati uniti sulla terra (s. Bernardino da Siena). Questo
santo innamorato di s. Giuseppe, predicando un giorno a Padova, disse al popolo:
«lo vi accerto, fratelli, che s. Giuseppe è in cielo, in corpo ed in anima,
risplendente di gloria». La gloria dei santi nel cielo, meditata
profondamente, è un efficace stimolo alla pratica della virtù. Come essi,
fatti della stessa nostra natura, anche noi possiamo mirare in alto, nel
cammino della santificazione, e, se non eguagliarli, almeno tendere ad
accostarci. La gloria è frutto di merito, e questo è opera della grazia e
della nostra fedele cooperazione.
Fioretto:
Dopo uno sguardo al nostro interno, proponiamo di superare a ogni costo quelle
difficoltà, che ostacolano o ritardano la nostra santificazione, per esempio,
la dissipazione. Giaculatoria: O Giuseppe, pieno di grazie e di meriti,
intercedi per noi.
I
- Modello di vita
interiore. - Lo spirito di fede, nel più largo senso della parola, animò
tutti i tratti della vita di Giuseppe. Assicura s. Bernardino da Siena che ebbe
il dono della contemplazione nel suo più alto grado. Quale contemplazione!
Nessun santo ebbe per ben trent'anni sotto il suo sguardo il verbo di Dio
incarnato. Ma, ciò che l'occhio vedeva la mente penetrava sino al fondo. Mentre
lo sguardo e la parola di Gesù lo rapivano, fasci di luce erompenti dall'alto
gli svelavano i più profondi misteri. Quel complesso di meraviglie incomprese,
che è la degnazione del verbo fatto carne, la redenzione del mondo, l'effusione
della grazia attraverso la storia della Chiesa, gli riluceva allo sguardo, e in
sé tutto l'assorbiva, come in un'estasi beata. La sua vita era un'altissima
orazione continua. A noi non è dato di pervenire a cotesta sommità, che mette
lo stupore in chi la contempla. Ma poiché la vita interiore dispone i suoi
gradi, che si possono percorrere gradatamente, possiamo bensì farci animo, e
sforzarci di ascendere in alto. Il primo passo sta nel togliere ogni impaccio
che ci leghi ai beni della terra, poi, mediante il raccoglimento, il silenzio
tenuto con amore, l'esercizio dell'orazione ben fatta e della presenza di Dio,
potremo sulle ali dell'amore elevarci all'unione sempre più stretta con Lui.
II
- Patrono della la vita
interiore. - Sono molti i motivi, che traggono il cuore di Giuseppe a favore
delle anime di vita interiore. Primeggia fra tutti il motivo della somiglianza,
la quale è sorgente di amore. Che cosa rappresenta la santità di Giuseppe se
non un esemplare perfetto di vita interiore? Egli visse di Gesù e con Gesù in
una unità indissolubile, dopo quella di Maria. Egli guarda con occhio di
compiacenza quelle schiere di anime che come lui si offrono tutte a Gesù, e
vivono solo di Lui e per Lui. Nell'esercizio della vita interiore le anime si
sforzano di amare, di glorificare quel Gesù, che formava tutto il suo bene;
esse attuano nella maniera più bella il fine della sua missione quaggiù, di
donare Gesù e di stabilire il suo regno nei cuori. Scrive al riguardo s. Teresa
di Gesù: «Ho sempre veduto le persone, che hanno per Lui una devozione vera,
sostenuta dalle opere, progredire nella virtù, perché questo celeste
protettore favorisce in modo meraviglioso il progresso spirituale delle anime,
che a Lui si raccomandano... Coloro che non trovano chi loro insegni a fare
orazione, prendano per maestro questo ammirabile santo, e sotto la sua
direzione vadano sicuri che non si smarriranno». Com'è consolante avere dopo
Dio un'assistenza sicura nel cammino della perfezione! Molte le insidie, a
ogni passo pericoli, riluttante e fiacca la nostra natura. Ma uno sguardo a s.
Giuseppe, la mano fiduciosa alla sua paterna guida ne garantirà il
conseguimento di quelle grazie efficaci, che ci condurranno sicuramente alla
meta da Dio segnata.
Fioretto:
Eleggere s. Giuseppe come direttore spirituale invisibile dell'anima propria,
studiarne la condotta nei vari tratti della vita, e proporsi di ricorrere al suo
aiuto, in ogni dubbio o bisogno della vita spirituale. Confrontare spesso la
propria condotta con quella di Giuseppe. Giaculatoria: S. Giuseppe,
esemplare e patrono delle anime pie, intercedi per noi.
I
- Preziosa fine. - Se
è preziosa al cospetto di Dio la morte del giusto, quella di Giuseppe, che fu
definito dallo Spirito Santo il giusto per eccellenza, dovette esser sopra
ogni altra, preziosissima. In qual epoca sia avvenuta, il vangelo non ce lo
dice, ma dottori, come s. Girolamo, s. Bonaventura, ed altri, affermano che
divenne all'inizio della vita pubblica di Gesù, prima delle Nozze di Cana di
Galilea. Ed è naturale che, se fosse vissuto ancora, l'avremmo incontrato
certamente nella passione, a piè della croce, per assistere Gesù e confortare
Maria con la sua dolce presenza. Col termine della vita nascosta di Gesù, la
sua missione era compiuta. Una pia tradizione, che mette capo a un'autorevole
storia orientale, narra che fu preavvisato da un angelo del tempo della sua
morte, e che egli abbia implorato e ottenuto l'assistenza dell'Arcangelo s.
Michele e la presenza del suo angelo custode. Ma ciò che rende singolare la
morte di Giuseppe, esempio unico nella storia dei santi, è la presenza
sensibile di Gesù e di Maria al suo capezzale. Quale morte invidiabile:
L'innocenza inalterata, una purezza verginale angelica, un serto di virtù
eroiche a un grado ineguagliabile, una pienezza di grazia, coronata da un
cumulo di meriti ne arricchivano l'anima, riposante in una celestiale serenità!
Gesù e Maria lo avevano assistito affettuosamente, prestandogli i più accurati
servizi, ma nell'ora estrema gli stettero immobili accanto, e si prodigarono
in tratti di affetto e di devozione delicatissimi. Espressioni di cielo,
pensieri più che santi, parole divinamente sublimi, effusioni le più tenere
sgorgavano dal Cuore di Cristo in quell'ora, in cui il dolce padre suo in terra
varcava la soglia del tempo. Mentre Maria si struggeva in lacrime cocenti, Gesù
ne sorreggeva il capo con la mano sua amorosa, e gli prospettava l'eterno premio.
Questa commovente visione, degna di profondi riflessi, ci sia stimolo possente
a ben prepararci alla morte. L'arte di ben morire formaya l'occupazione dei
santi. È vero che la morte è il triste tributo del peccato, ed è avvolta in
una nube di spavento, ma è vero altresì che è dolce morire per le anime che
vivono come già morte alle creature e a sé medesime. «Non avrei creduto che
fosse così dolce morire», esclamava il venerabile Suarez in quell'ora estrema.
Facciamo ogni cosa, come se fosse l'ultima della nostra vita. Potremo
allora,attendere con ferma speranza la preziosa morte dei giusti.
II
- Felice transito. - Mentre Gesù gli pronunciava l'ultima e più
rassicurante parola di affetto, e Giuseppe si abbandonava nelle sue braccia,
tenendo stretta la sua mano divina, lo spirito suo eletto volava nel seno di
Abramo, detto comunemente il limbo. Questo era il luogo riservato ai giusti,
nell'attesa della venuta del Salvatore, e colà dovette fermarsi Giuseppe
certamente, ma in una condizione distinta. Gersone e altri sacri scrittori
affermano che tra i corpi risorti dei santi padri, alla risurrezione di Gesù,
fu certamente il corpo di Giuseppe, che ricongiunto all'anima si recò presso
la diletta sposa, e apparsole raggiante di gloria la colmò di consolazione. Il
giorno poi dell'Ascensione gloriosa di Gesù, brillò di luce radiante in mezzo
allo stuolo di angeli e di santi, che facevano corteggio al re immortale della
gloria, e in anima e corpo fu introdotto con Lui nel cielo. È questa la
conclusione di una sublime santità. Com'è bello contemplare la
glorificazione del nostro caro santo! Tale visione, mentre ci sospinge in alto
al desiderio sincero della perfezione, ci apre il cuore alla più consolante
speranza di averlo nostro patrono e nostro conforto nell'ora estrema. Egli è
deputato precisamente a questo compito dalla divina Provvidenza. S. Teresa di
Gesù narra la morte edificante delle sue prime religiose tanto devote di s.
Giuseppe: «Ho osservato in esse - così scrive- nel momento di rendere
l'ultimo respiro, una calma e una tranquillità indicibile: si sarebbe detto
che esse cadessero in un'estasi; e nel soave riposo dell'orazione; nulla
indicava esternamente che la minima tentazione turbasse l'intima pace che
godevano". Facciamoci animo dunque. Adoperiamoci a battere con alacrità la
via della virtù, e riponiamo in una fervida devozione a s. Giuseppe tutta la
nostra fiducia per quell'ora estrema, decisiva, della nostra eternità.
Fioretto:
Proporre d'invocare ogni giorno l'aiuto e l'assistenza di s. Giuseppe alla
propria morte e per i moribondi della giornata. Giaculatoria: O s.
Giuseppe, patrono dei moribondi, prega per noi.
I
- Gloria massima. - Le virtù principali, che introducono in cielo le
anime, e le esaltano sopra le altre, sono la purezza e l'umiltà. In quella città
santa nulla vi entra di macchiato, ma tutto spira candore e purezza, o
conservata intatta, o almeno riacquistata. Giuseppe poggiò sulle vette di
questa virtù. Non dovrà per questo toccargli un trono di gloria accanto a
quello di Maria, in cui assidersi non solo con l'anima ma anche col corpo? La
sua umiltà tipica, nutrita dalla passione del nascondersi e dell'annientarsi,
gli doveva fruttare senza dubbio da parte di colui che esalta gli umili, una
sublimazione di gloria senza confronto. Il Signore, che vive l'umile
abbassamento del suo servo fedele, lo proclamò solennemente beato al cospetto
degli angeli, dei santi e di tutte le generazioni. Mira in alto, o anima che
mediti, dilata il cuore, alla generosità verso il Signore, non gli negare i
sacrifici che ti domanda, vinci te stessa, innamorati sempre più della purezza
e dell'umiltà; senza alcun timore di superbia, aspira alla maggiore altezza
della virtù e della gloria, e poi confida nella generosità infinita del
Signore.
II
- Trono singolare. -
Gli scritti sacri pensano che ilirono di s. Giuseppe in cielo sia collocato alla
destra di Gesù, presso il trono di Maria. Come quella santa famiglia visse
insieme sulla terra una vita di fatica e di amore, così ora in anima e corpo
regna insieme nel cielo in una vita di gloria e di amore. Maria è coronata in
cielo quale regina immortale di gloria, che distende la sua regale sovranità
sugli angeli e sui santi; Giuseppe, che ne fu lo sposo purissimo, deve di
ragione partecipare alla gloria di quella maestà regale. Se s. Agostino insegna
che Iddio fa degli eletti tanti piccoli re, siffatta dignità tocca in grado
superiore a Giuseppe, che tutti li sorpassa. Che dire poi dell'immenso oceano
di beatitudine, in cui affonda il cuore di Giuseppe? Quegli occhi, che si
fissarono sul volto affascinante di Gesù, ora lo mirano radioso della
trascendente bellezza della divinità, e la cedono allo sguardo interiore
dell'anima, che penetra le inesauribili e incantevoli perfezioni della divina
essenza; quel cuore,. che pulsò accanto a quello di Gesù, ora è trasformato
in un cuore tutto nuovo, divampante di amore e riposante nelle braccia di quel
Dio, che è carità per essenza, e che lo inebria di una gioia inaccessibile a
mente umana. Giuseppe dal cielo ci sorride, ci aspetta e ci tende la mano, per
trarci un giorno tra gli splendori dei suoi gaudi eterni.
Fioretto:
Dare in onore di s. Giuseppe una larga offerta per opere pie, ovvero a un
povero; dare a tutti un sorriso sincero. Giaculatoria: Giuseppe,
trionfante nella gloria del cielo, prega per noi.
I
- Potere sovrano. -
Il potere dei santi nel cielo è pari alla loro gloria, come la gloria è
proporzionata al loro merito. Tutto è disposto in quella città suprema, ove
maggiormente splendono i divini attributi, in un'armonia incomparabile. Più
un santo si avvicina al trono di Dio maggiore è il suo potere, a favore dei
poveri militanti nel terreno esilio. Quale sarà il posto occupato dal nostro
caro intercessore in cotesta magnifica gerarchia? È evidente che Egli deve
trovarsi al centro del coro osannante e orante dei cieli, con un potere
d'intercessione, che tutti gli altri avanza. Ciò è dovuto alla sua santità
superiore, sopra tutto a quella oscurità trascurata, in cui volle nascondere
le sue grandezze in vita. È sempre l'umiltà la leva possente, che innalza le
anime alle più alte sfere della perfezione. Scrive s. Tommaso, l'angelico
dottore: «Parecchi santi hanno ricevuto da Dio il potere di assisterci in
certi particolari bisogni, ma il credito di s. Giuseppe non ha limiti, si
estende a tutte le nostre necessità, e chi lo invoca con piena fiducia è
certo di essere prontamente esaudito. È grande consolazione dell'anima e motivo
di dolce speranza la certezza d'avere in cielo un potente intercessore presso il
trono di Dio. La maestà di Lui spaventa l'anima, quando si sente manchevole,
e incute soggezione il rimorso, sia pure di lieve infedeltà. Ma la persona di
un santo della medesima nostra natura, posto dalla divina Provvidenza come
mediatore potente tra noi e Dio, infonde coraggio, e ci fa arditi a chiedere
ogni sorta di grazie. Chi non si giova di questo dono prezioso si priva di aiuti
e di grazie insperate, di cui sentirà il gran vuoto nell'eternità.
II
- Potere paterno. - Il padre possiede il cuore del figlio, specie se sia
virtuoso e irreprensibile; egli sa toccare le fibre di quel cuore, e ne ottiene
ciò che vuole. «La natura rende un padre onnipotente sul cuore di suo figlio»
(s. Antonino). Che dire del Cuore di Cristo rispetto a Giuseppe? Se è scritto
- dice s. Bernardo - che il Signore fa la volontà di coloro che lo temono, come
ricuserà di fare quella di Giuseppe, che lo alimentò sì lungo tempo col
sudore della sua fronte? Vi è in cielo una trasfusione di cuore e di bontà tra
quei tre cuori, che pulsarono all'unisono in terra: il Cuore adorato di Gesù,
quello di Maria e di Giuseppe, la quale si trasfonde a sua volta in torrenti di
grazie e di benedizioni a favore di coloro che le implorano. Domandiamo le
grazie spirituali per l'intercessione di Giuseppe. Ma preghiamo con le dovute
disposizioni, ci è degnamente, attentamente, devotamente? Rimoviamo gli
ostacoli al nostro esaudimento? sradichiamo dal cuore gli attacchi alle
creature? reprimiamo le nostre passioni? sradichiamo una volta per sempre la
mala pianta dell'amor proprio? Andiamo al trono del nostro protettore col cuore
così disposto, e faremo voli nella via della santità, e otterremo, con la
grazia, ogni altro bene utile all'anima nostra.
Fioretto:
Facciamo una visita a un altare dedicato a s. Giuseppe, o prostriamoci in casa
davanti a una sua immagine: domandiamogli con fiducia e con volontà risoluta la
grazia di migliorare il nostro stile di vita cristiana. Giaculatoria: O
Giuseppe, efficacissimo patrono e nostro mediatore, prega per noi.
I
- Confidenza incrollabile. - S. Francesco di Sales si sforzava
d'inculcare la devozione e la confidenza in s. Giuseppe alle anime che dirigeva.
Possedeva egli una sola immagine nel suo breviario ed era quella di s. Giuseppe.
«Oh qual gran santo - egli diceva alle religiose della Visitazione - è il
glorioso sposo della Vergine divina!.. Come potremo dubitare del credito, di cui
egli gode in cielo? Sia dunque grande la nostra confidenza e ricorriamo in ogni
caso alla sua potente intercessione». S. Ignazio di Loyola era devotissimo del
nostro santo. Nel suo ,.oratorio aveva un'immagine di lui. Alla presenza di
questo gran maestro della vita interiore, amava di fare orazione o di celebrare
il s. sacrificio. A piè di questo direttore per eccellenza delle anime pie,
poneva per iscritto i suoi dubbi e le sue difficoltà, per averne la soluzione.
II. - Confidenza filiale. - L'amore del padre ha una caratteristica sua
propria, quella di dimenticare sé e di palpitare per i figli, di far suoi i
loro interessi, di sacrificarsi per il loro maggiore bene, con una generosità,
che solo può paragonarsi a quella della madre. I loro bisogni, le loro
difficoltà, i loro dubbi, le loro pene come le loro gioie si ripercuotono nel
suo cuore, e lo fanno palpitare, soffrire, gemere, gioire con essi. Egli adopera
ogni industria, e sa trovare risorse impensate, per provvedere al loro
benessere. Che dire del cuore paterno di Giuseppe? di quel cuore formato dallo
Spirito Santo, per essere padre di Gesù e padre nostro? Bisognerebbe poter
misurare la distanza, che passa tra il cuore del padre terreno e il cuore di
questo padre celeste, donatoci da Dio, per saper qualche cosa di quella
tenerezza inesausta, vibrante d'immensa carità, onde egli accompagna in ogni
istante la vita dei suoi figliuoli, e particolarmente di quelli, che ripongono
in Lui tutta la loro confidenza. Domandiamogli ogni specie di grazie: grazie di
conversione, grazie di rinnovamento spirituale, grazie di vittoria delle
tentazioni, grazie di dominio di noi stessi, grazie di apostolato, anche grazie
temporali; purché concorrano alla gioia di Dio, grazia soprattutto di una buona
morte. Non stanchiamoci di pregarlo anche quando non ci vediamo esauditi alle
prime istanze.
Fioretto:
Fare il proposito di recitare ogni giorno una breve preghiera a s. Giuseppe, e
di imitare il suo silenzio quando siamo offesi. Giaculatoria: Ripetere
spesso: s. Giuseppe, voi siete il padre mio, pensateci voi.
I
- Protezione di diritto.
- Come Giuseppe fu il capo della sacra Famiglia di Cristo, così è il
protettore della grande famiglia, fondata a Lui, per continuare attraverso i
secoli la sua divina missione reentrice e santificatrice. Gesù e la Chiesa
sono una sola cosa. Chi la perseguita, perseguita Gesù, chi l'ama, la difende,
la propaga rende quest'omaggio a Cristo Gesù che volle subire la morte, per
santificarla e renderla gloriosa. La Chiesa appartiene a Giuseppe, come gli
appartiene la persona del suo amato Figlio. La cura e la protezione della Chiesa
entra nel campo della missione, che esercitò quaggiù, e si estende maggiormente
e si perfeziona nella missione del cielo. Il riconoscimento di questo patronato
a favore della Chiesa, per tanti titoli spettante a Giuseppe si è andata
facendo strada lungo i secoli, e si è affermato ogni giorno più. Toccò
all'immortale Pio IX, al Pontefice dell'Immacolata, l'onore e la consolazione di
proclamare Giuseppe patrono universale della Chiesa. Difatti nel dì 8 dicembre
1870, durante il Concilio Vaticano I, il santo Pontefice, raccogliendo i voti
di tutto l'orbe cattolico, in mezzo al plauso universale, gli affidava le sorti
della Chiesa, dichiarandolo solennemente principale patrono di essa.
Rallegriamoci di tanta sorte. L'esaltazione della Chiesa, la diffusione di
questo regno sociale di Cristo è gloria e appartenenza nostra. Noi siamo le
membra di questo corpo mistico, e la dichiarazione ufficiale del Vicario di
Gesù, che ci mette sotto lo scudo di tanto patrono, è nuovo motivo alla nostra
devozione e alla nostra confidenza. S. Giuseppe è con noi e per noi. Non
disperiamo delle sorti della Chiesa, anche nelle ore più tristi. La sua
protezione è garanzia di vittoria. Giuseppe l'assiste e la sua preghiera
debella le potenze infernali.
II
- Patronato di fatto.
- Al suo validissimo intervento si devono gli allori raccolti dalla Chiesa
lungo i secoli: il trionfo sull'impero di Roma pagana, l'eroico coraggio di
milioni di martiri, il riconoscimento ufficiale del cristianesimo, la scia
luminosa della tradizione dei padri e dei dottori, la fede ardente dei primi
cristiani, la vittoria riportata contro tante eresie, scismi e insidie d'ogni
sorta, e sopratutto la larga e incessante diffusione del vangelo nelle terre
infedeli. Giuseppe è l'insigne patrono delle missioni cattoliche. Sono le
irresistibili suppliche di Lui, presso il trono del suo Figlio divino, che
ottengono tante vocazioni missionarie. È per lui che tanti cuori generosi
rompono vincoli di famiglia, di patria, di comodi, e si slanciano eroicamente in
terre inospitali e desolate, alla conquista delle anime, per condurle
all'ovile di Cristo. Com'egli condusse incolumi in Egitto il bambino e la
giovane madre, attraverso vie solitarie e insicure, così accompagna in ogni
passo i cari missionari, e li conduce sani e salvi alla loro nobile meta. In
quest'età tanto fosca e trepida per la pace, i cuori di pastori e di fedeli si
volgono fiduciosi a Giuseppe, e attendono dalla sua infallibile mediazione,
con la pace la salvezza delle genti. Egli dal cielo distende il suo patrocinio
sul mondo intero, e volge il suo sguardo paterno sulla rocca del Vaticano e
sul successore di Pietro, e fa piovere grazie e benedizioni su tutto l'ovile di
Cristo. Sia suggello di questo bel mese un patto col nostro caro santo di vivere
abbandonati tra le sue braccia, nel dolce riposo di una confidenza filiale e
sicura, in uno studio incessante di ricopiarne le virtù, sopratutto l'amore
al nascondimento. Rivolgiamo a Lui assidua la nostra preghiera, usandola come
arma invincibile non solo individuale ma anche sociale, prendendo a cuore con
le nostre sorti, quelle di tutta la Chiesa cominciando dalla nostra parrocchia;
e attendiamo poi con sicurezza la sua dolce assistenza nell'ora estrema.
Fioretto:
Fare un atto di consacrazione a s. Giuseppe, e disporre i nostri parenti a fare
insieme o a rifare la consacrazione alla sacra Famiglia. Giaculatoria: O
Giuseppe, protettore della santa Chiesa, prega per noi.