MARIA MAMMA BELLISSIMA

DON RENZO DEL FANTE - APOSTOLATO MARIANO Melegnano (MI)

Edizione extracommerciale - Questo opuscolo può essere richiesto a: Don Renzo Del Fante - Via Cavour, 21 - 20077 Melegnano (Mi)

Almeno un pochino, tutti vogliamo bene alla Ma­donna.

Però la conosciamo così poco... Ci aiutiamo con la memoria e la fantasia, mettendo insieme immagini arti­stiche e dozzinali, ricordi di prediche sentite in chiesa e di articoli letti su qualche rivista. I più fortunati co­noscono la Madonna attraverso qualche libro che par­la dei suoi Santuari e delle sue apparizioni a Fatima ecc., oltre le frasi ed episodi riferiti dal Vangelo.

Meglio che niente! Ma sarebbe troppo poco per noi che alla Madonna vogliamo bene per davvero, e che ce la sentiamo, dopo di Dio, come la persona più cara e vicina, anzi la più stretta: la nostra Mamma del Cielo.

Conoscerla a perfezione è impossibile, perché Ma­ria Santissima è la creatura più sublime che Dio abbia creato. Non è possibile, e neppure necessario, leggere tutti i libri che parlano di lei. Si tratta di decine di mi­gliaia di opere, scritte in ogni lingua del mondo. Maria è una vera Madre, e la mamma deve essere amata, imi­tata, ubbidita; occorre guardarla, ascoltarla, starle vi­cino aiutandola e soprattutto lasciandosi aiutare e guidare.

Per incoraggiarci l'un l'altro in una gioiosa e im­pegnativa devozione alla Madonna, desidero offrirvi il racconto, familiare nella forma e ricco nella sostanza, della vita della Madonna.

Vogliamo rivivere insieme gli anni della vita che Ma­ria ha vissuto sulla terra, prima della sua Assunzione in Cielo. Sapete benissimo infatti che la Madonna non fu sepolta in nessun cimitero e il suo corpo non è vene­rato in nessuna chiesa, come invece avviene per le reli­quie di tanti Santi e Sante. Questo perché la Madonna è ancora viva (dopo tanti secoli, come se fosse passato un sol giorno) in carne ed ossa! E all'ora della nostra morte la troveremo, insieme con Gesù, ad attenderci per darci il suo abbraccio materno.

Sono certo che questo libro vi piacerà. L'argomen­to è troppo interessante e la persona di cui parla ci sta troppo a cuore. Ebbene, se dovesse piacere anche ai vostri cari e vi chiedessero in regalo il libro, datelo vo­lentieri e richiedete subito per voi altre copie. Leggete­lo con semplicità fino alle ultime pagine, dopo aver fat­to un bel segno di croce e di aver detto, adagio e con amore, un'Ave Maria.

Vi accorgerete che ho scritto, parola dopo parola, guardando con gli occhi dell'anima la nostra Mamma del Cielo e cercando di incontrare gli occhi vostri e di tutti coloro che, giovani o anziani, felici o sofferenti, avrebbero poi letto queste pagine.

Nel narrarvi quanto la Madonna ha goduto e pati­to, non ho voluto tenermi davanti agli occhi nessun libro, eccetto il Vangelo. Devo però riconoscere che mi ha aiutato moltissimo l'aver letto, negli anni scorsi Il poema dell'Uomo-Dio, e il volume La Madonna negli scritti di Maria Valtorta, del celebre mariologo Padre Gabriele Roschini.

Per tutti i miei lettori, piccoli e grandi, ho già chie­sto più volte alla Madonna una generosa e affettuosa benedizione nel nome del Padre, del Figlio e dello Spi­rito Santo.

Questo piccolo libro riassume - per quanto riguar­da la Madonna - i racconti di Storia Sacra che espo­nevo ai miei attentissimi ragazzi di Via Copernico, in Milano.

Rinnovandone l'edizione, lo offro oggi in dono an­zitutto ai miei simpatici uomini della Casa di Riposo, e a te, se ami la semplicità di cuore.

Melegnano, 13 ottobre 1995

Don RENZO

 

Nazareth, duemila anni fa

La Madonna non è uno di quei personaggi della sto­ria antica, ormai da secoli morti e sepolti.

Ella è persona ancora viva: vede, parla, ascolta! Per volontà di Dio onnipotente, la Madonna è viva, in ani­ma e corpo. Mamma premurosa accanto a ciascuno di noi, non più soggetta alle leggi dello spazio e del tem­po, splende di una bellezza e giovinezza immortale, vi­cina a Dio e vicina a noi.

Ma la sua vita ha pure avuto un inizio, e fu a Naza­reth negli anni in cui a Roma avevano da poco ucciso Giulio Cesare e il nipote Cesare Augusto stava prendendo le redini di tutto l'Impero Romano.

Allora della Palestina, in Italia e altrove, si parlava ben poco. Chi vi era stato, per guerra o per affari, la descriveva come una delle province più lontane e più povere di questo immenso Impero.

La Galilea poi, era disprezzata dagli stessi Giudei come la regione meno evoluta della Palestina. E i Gali­lei, tra le loro cittadine, consideravano all'ultimo posto un paese di nome Nazareth, dal quale difficilmente sa­rebbe potuto uscire qualcosa di buono...

Dio però aveva altri progetti, tanto che ancora oggi a Nazareth vanno e vengono turisti e pellegrini da ogni parte del mondo.

Vi abitavano allora due coniugi tanto onesti quanto sfortunati. Si volevano un bene grandissimo, ma i loro capelli si eran fatti grigi senza che nessun bambino ve­nisse a riempir di strilli e di sorrisi la loro casetta. E sì che avrebbero avuto tempo, modo e mezzi per alle­varlo bene, da buon israelita, diremmo noi adesso, «da buon cristiano».

Ma fin che c'è vita, c'è speranza! E la loro buona volontà, unita a una grande fede che li aveva fatti pelle­grinare più volte a Gerusalemme, per le grandi feste, ottenne finalmente la grazia.

Quando ormai umanamente sembrava logico rasse­gnarsi, Anna si accorse che aspettava un bimbo. Pensa­te alla gioia di quel povero Gioacchino che già pregu­stava la dolcezza di sentirsi chiamare papà dalla sua crea­tura, magari un bel maschietto! Quella casa, quei pic­coli poderi avrebbero avuto finalmente un erede.

 

Sorge l'aurora

Nella quiete silenziosa di quella casa, era avvenuto un fatto di enorme importanza: Maria, unica fra tutte le persone della stirpe umana, la sola tra i discendenti di Adamo ed Eva, aveva iniziato la sua esistenza, in una concezione naturale ma immacolata.

Stava per venire alla luce la «Stella del mattino», la «Benedetta fra tutte le donne», la «Piena di grazia» de­stinata a essere un giorno la Mamma di Gesù.

Certo né Anna che la portava in grembo, né Gioac­chino che, pur nella contentezza, temeva per la soffe­renza e i rischi della sua sposa piuttosto anziana, ave­vano una chiara idea di chi avrebbero messo al mondo.

Avevano letto chissà quante volte sui rotoli della Bib­bia la tremenda maledizione al Serpente, e la grande pro­messa all'umanità peccatrice e punita.

Dio aveva detto a Satana, in quella fosca sera del peccato originale: «Io porrò inimicizia fra te e la Don­na, fra la stirpe tua e la stirpe di Lei. Essa ti schiaccerà il capo».

In Maria si compiva la sconfitta del «principe» di que­sto mondo. Satana non poté macchiare quest'anima per­fetta e questo corpicino immacolato, con la bava della sua grande invidia.

Concepita e nata come tutti i bambini e le bambine di questo mondo, la Madonna non solo era stata preser­vata dal peccato originale ma ebbe l'anima colma di Gra­zia e il corpo adorno di ogni perfezione.

Tutti gli Angeli poterono subito riconoscere in quel piccolo essere, ancora nascosto nel grembo materno, la loro umile e grande Regina, il più bel capolavoro di Dio.

I mesi, intanto, passavano e Sant'Anna era sempre più stupita del suo benessere: sembrava quasi che fosse la nascitura a dar vigore alla mamma, piuttosto che la mamma a portarla. E il voto riconoscente venne fatto, di perfetto accordo, dai due santi genitori: avrebbero consacrato al Signore la loro creatura, maschio o femmi­nuccia che fosse.

Quando Maria venne al mondo, esultarono i Cieli per la «piena di Grazia». Sulla Terra, all'infuori della gioia dei genitori e dei loro vicini, in quella sconosciu­ta borgata di Galilea, nulla di strano.

Solo, a sera, secondo una tradizione, uno stupendo arcobaleno segnò un mistico abbraccio tra il Cielo e la Terra; esso però apparve alla gente come il codazzo di un qualunque acquazzone estivo.

 

La prima infanzia

Quanto amarono, la loro bambina Sant'Anna e San Gioacchino! La bellezza di quel volto, di quelle mani­ne, di quella voce, di quegli occhi, li estasiavano.

Subito rassegnati a non vedere un maschietto, scel­sero per la piccola un nome antico e sacro per il loro popolo: Maria, che potrebbe significare Stella o, ancor meglio, Amarezza.

Vedendola crescere di mese in mese, di anno in an­no, così bella, serena, attiva, di una saggezza gioiosa e insieme tanto profonda, con un senso di Dio così fa­miliare, intenso, comunicativo, dovettero sospettare che non poteva essere una bambina qualunque.

Il Signore poteva avere dei disegni speciali su quel­la loro creatura, che maturava così in fretta pur in un perfetto equilibrio di fisico, di intelligenza e di carattere.

Questo fu un motivo di più perché adempissero il loro voto, progettato prima che Ella fosse concepita e deciso ancor prima che nascesse.

E quando Maria fu ormai una fanciulla capace di ca­varsela un poco da sola, venne accompagnata dai suoi stessi genitori da Nazareth a Gerusalemme.

Fu un viaggio che Maria poi ripeterà molte volte nella sua vita e quel che meno le costerà sarà la fatica di tre o quattro giorni di cammino e le notti passate sotto la tenda o in qualche alloggio di fortuna.

 

La presentazione al Tempio

Noi Cristiani siamo ricchi di templi: ogni città ha il suo duomo, ogni parrocchia la sua chiesa, magari an­che più di una, dove viene offerto a Dio il sacrificio della Santa Messa.

Gli Ebrei invece avevano, in tutta la Palestina, un solo Tempio. Era enorme, sfarzoso, solidamente costrui­to sul monte Sion, in Gerusalemme.

Chi viveva lontano dalla Città santa, se aveva fede, tempo e denaro, si recava al Tempio tre, quattro volte all'anno. Almeno per la Pasqua ebraica però tutti cer­cavano di non mancare.

Vicino al Tempio vero e proprio, con i suoi portici e cortili, c'erano le abitazioni, più o meno lussuose, dei Sacerdoti. Vi era un certo numero di sale per alcune ce­rimonie religiose, alcune aule per interrogare ed eventualmente promuovere alla «maturità» i ragazzi dodicen­ni, aule per le discussioni e lezioni dei «dottori» che erano i grandi maestri di Israele.

Presso il Tempio vi erano pure due edifici che ades­so chiameremmo collegi: uno per i maschietti (i primo­geniti delle famiglie più ferventi o più abbienti, che riu­scivano così a dare ai loro figli anche un poco di istru­zione), e un collegio-convitto per le ragazze, assistite e guidate dalle loro educatrici. Il Sommo Sacerdote fa­ceva anche, diremmo noi, da «Rettor maggiore» di queste due comunità, lasciando ad altri di interessarsene nei pic­coli particolari.

È in questo Tempio che la piccola Maria (che sem­brava ancor più piccola in mezzo a quelle costruzioni ciclopiche) venne presentata da Anna e da Gioacchino al Signore.

Accolta e benedetta da un Sacerdote, la bambina, fe­licissima nello spirito anche se le lacrime le rigavano il bel visetto, fu affidata alle maestre che dovettero sgra­nare gli occhi davanti a un fiore tanto fragile e gentile.

 

Passano gli anni

Furono anni molto belli, per la Madonna, quelli tra­scorsi presso il Tempio. La sua estrema bontà, priva af­fatto di timidezza o gelosia, aveva ben presto conqui­stato la simpatia delle compagne, la maggior parte più grandicelle, e delle educatrici che avrebbero voluto tut­te così le loro alunne.

Le giornate passavano veloci, non c'era tempo da perdere. Ci si recava più volte al Tempio, per la pulizia e per decorare le funzioni più suggestive con il canto di queste fanciulle; c'era da badare a lavare, rammen­dare, confezionare le vesti e i paramenti sacerdotali, lu­cidare gli arredi sacri, collaborare ai lavori di cucina e di guardaroba del loro convitto.

Quante cose Maria, tanto svelta e attenta, è riuscita a imparare! Apprese il cucire e il tessere e poi anche a tingere la stoffa (oh, le belle vesti che farà al suo Ge­sù che neanche i crocifissori avranno il coraggio di strac­ciare!). Si addestrò a preparare i cibi e tutte le infinite cosette che una saggia donna di casa sa far da sé, con risparmio di tempo e donando una impronta personale alla propria casa.

C'era pure un po' di scuola. Si studiava la Bibbia, l'Antico Testamento. Perciò si imparava a leggere e a scrivere. Con le spiegazioni che ne venivano fatte si ap­prendevano anche nozioni di geografia, di storia, di ar­te, ecc. E le donne che sapessero tener in mano la pen­na e leggere con speditezza e comprensione erano, a quei tempi, assai poche.

Lì vivevano ragazze e adolescenti sane e senza pen­sieri. Chissà di quanti strilli, corsette e risate furon te­stimoni quei grandi cortili. E la Madonna, senza scal­manarsi eccessivamente, partecipava con slancio e con amore al gioco delle compagne, trovandovi ristoro e in­sieme l'occasione di continui atti di virtù, dal momento che è tanto difficile, e non solo ai ragazzi, giocare in perfetta armonia.

Ma ciò che più interessava la Madonna, ed era il mo­tivo per cui i suoi genitori l'avevano presentata al Tem­pio, era la vita di preghiera. Amava la preghiera litur­gica a cui Lei, umile fra gli umili, sapeva dare un'ani­ma, assai più dei pomposi sacerdoti. Le piacevano gli inni e i salmi di Davide cantati lentamente, insieme alle sue maestre e alle sue compagne, nelle melodie orien­tali che a noi sembrano quasi nenie.

Soprattutto Maria amava la sua preghiera personale in quei lunghi ferventi colloqui con il Signore, nella pa­ce della sua piccola cella, quando Dio si chinava con amore di Padre su colei che Egli stesso un giorno avrebbe chiamato col nome di Mamma.

 

Sola al mondo

Nel cuore forte e insieme tenerissimo della piccola Maria, dopo l'amore che portava a Dio, l'affetto per i suoi anziani genitori teneva certo il primo posto. La sua famiglia, la sua casa, la sua Nazareth ritornavano spes­so alla sua mente accrescendo, con la sofferenza, il me­rito per averne accettato la lontananza.

Intanto i genitori invecchiavano. Nelle visite, sem­pre più rare, Maria notava che i malanni e gli acciacchi li rendevano più curvi e più lenti. E poi, come è destino di ogni uomo che viene a questo mondo per piantarvi una tenda provvisoria in attesa dell'Eternità, papà Gioac­chino e poi la mamma, lasciarono orfana la loro Maria, la «Stella» che aveva illuminato di amore il loro santo tramonto.

A Nazareth, sepolta anche Anna, mani amiche chiu­sero quella casa benedetta e conservarono la chiave per l'unica erede, quando essa sarebbe tornata dal Tempio per rimanere in paese.

A consolare il suo dolore di orfana, oltre alla sua fede senza ombre e l'affetto delle maestre e delle com­pagne, si unì Elisabetta, una carissima cugina, assai più avanti di lei in età, moglie di uno dei sacerdoti più pre­cisi e devoti.

Anche Zaccaria, lo sposo di Elisabetta, quando ve­niva a Gerusalemme per il suo turno di servizio nel Tem­pio, trovava modo di vedere Maria che cresceva in sta­tura, ma ancor più in saggezza e bontà.

Che qualche misterioso destino fosse celato in que­sta ragazza, tanto umile ma insieme di stirpe e di porta­mento regale?

Zaccaria ed Elisabetta amavano Maria col loro af­fetto di vecchi sposi, buoni e fedeli, ma amareggiati e delusi per essere senza figli.

 

Studiando la Bibbia

Intelligenza aperta, costanza di carattere e un conti­nuo e gioioso spirito di preghiera che attirava la luce dello Spirito Santo, permisero alla Madonna di cono­scere e comprendere in profondità la Parola di Dio.

Certamente la consolarono la promessa fatta da Dio ai Progenitori, cioè la sconfitta di Satana: «Una Donna ti schiaccerà il capo!», e la promessa fatta ad Abramo, a Giacobbe e a Davide che fra i loro discendenti sareb­be nato il Messia. Maria dovette piangere di anticipata compassione leggendo i salmi del Re Davide e le profe­zie di Isaia che descrivevano le sofferenze morali e fisi­che del futuro Redentore.

Sentendo le profezie di Michea e di Daniele, si era resa conto che tutta questa lunga e misericordiosa pre­parazione della venuta al mondo di Dio Salvatore, era giunta al suo compimento. Ancora pochi anni e sareb­be spuntato questo virgulto dall'antico ceppo di Davi­de, nativo di Betlemme.

È in questa amorosa attesa del Messia, del Santo di Dio, che la Madonna emette il suo voto di Verginità. Non è certo per paura della vita (che Ella anzi ama nel­la sua bellezza e nei suoi sacrifici) che Maria rinuncia al pensiero di formarsi un giorno la propria famiglia. Rinuncia al matrimonio perché si sente attratta da Dio, fin dalla sua infanzia, fin dall'inizio della sua esistenza, con un amore assoluto.

Tutta e soltanto di Dio, per sempre!

Ma l'amore di Dio ha come conseguenza necessaria l'amore del prossimo. Lei avrebbe incontrato Dio, che si sarebbe fatto ancor più prossimo nel Figlio, fattosi uomo tra gli uomini: «Ecco la Vergine che dà alla luce il Figlio e il suo nome è: Emmanuele (Dio con noi)!».

Maria presentiva, pur non sapendo in quale modo, che avrebbe certamente incontrato il Cristo. Subito si sarebbe messa, come l'ultima ancella, a sua disposizio­ne per aiutarlo - da lontano o da vicino - nella sua missione.

Consacrata a Dio, per il suo Messia, per il bene di tutti, nella purezza e nella preghiera, avrebbe consumato la sua vita nell'esercizio della più grande carità mate­riale e spirituale.

La Madonna, che era così distaccata dalle cose di questa Terra e che non ebbe mai un pensiero egoista, fu colei che tutta desiderò il Signore, senza immagina­re che proprio lei, fra tutte le donne, doveva essergli madre per donarlo a questo mondo nella grotta di Be­tlemme e presso la Croce del Calvario.

In quegli anni trascorsi presso il Tempio, Maria fu davvero la calamita di Dio, ne affrettò la venuta.

 

Sposa a Giuseppe

Maria era rimasta orfana. Gli anni passavano e, sic­come si era ormai fatta grande, bisognava pensare al suo avvenire.

Lasciarla, come maestra ed educatrice, nel Tempio? Ma era della stirpe di Davide, era erede della casa pa­terna, era così saggia e così buona che avrebbe fatto fe­lice certamente il suo sposo!...

E poi in Palestina a quel tempo non si era mai senti­to parlare di ragazze che avessero fatto voto di non spo­sarsi e la Madonna, così riservata, non era certo il tipo da raccontare a tutti il suo fermo proposito.

Così un giorno il Sacerdote, responsabile di quella comunità, chiama Maria e le espone il suo progetto, che è quasi un comando: «È tempo che ti formi una tua fa­miglia».

Maria soffre, ma non si ribella. È sicura che Dio provvederà!

Ma la ragazza non ha né conoscenze né amicizie ed è bene, se si decide per il matrimonio, che si scelga, secondo la legge ebraica, uno della sua stirpe.

Il Sacerdote perciò, ispirato dal Signore, manda a invitare i pochi giovani, della stirpe di Davide, disposti a farvi un pensierino.

Passavano i giorni e la pena di Maria sarebbe diven­tata angoscia nella prospettiva di dover poi mancare al suo voto, se la fiducia nella Provvidenza non l'avesse sorretta.

Chi con cuore puro guarda il Signore vestire ogni primavera la Terra di miliardi di fiori, non fa fatica a credere come antica tradizione, e non come pura leg­genda, la vicenda del bastone fiorito di San Giuseppe.

Il miracolo, già compiuto per iniziativa di Mosè a favore di Aronne, il Signore lo ripeté su iniziativa del Sacerdote che aveva raccolto i bastoni dei giovani pre­tendenti.

Queste verghe ben lavorate erano, insieme a un pu­gnaletto appeso a una ricca cintura, parte dell'abbiglia­mento festivo dei giovanotti di allora.

Il Sacerdote li aveva raccolti dai presenti, portati nel luogo santo del Tempio e infine, dopo una preghiera, riportati indietro tali e quali, eccetto il bastone dello stupito San Giuseppe che, alla sua verga, vedeva spuntare foglie e fiorellini.

È stata così la Provvidenza a guidare l'incontro del­la Donna immacolata con il più giusto fra gli uomini.

 

Il santo sposalizio

La Madonna amava le sue maestre, e tra queste ci piace ricordare una certa Anna di Fanuel. Di essa parla il Vangelo, dandoci notizie assai dettagliate, che non si spiegherebbero se non si trattasse di una persona ben conosciuta e molto amata dalla giovane Maria.

Le sue educatrici, felici, accompagnarono Maria a colui che, per volontà umana e per scelta divina, le ve­niva proposto quale sposo.

A quei tempi l'iniziativa lasciata alle figliole nella scelta dello sposo, era assai limitata: chi decideva il lo­ro destino erano o il padre, o chi ne teneva le veci.

Ma bastò uno sguardo, che fu un incontro di anime, perché rifiorisse sul volto vergineo di Maria il sorriso più bello. Di Giuseppe poteva fidarsi, di questo giova­ne maturo, quasi vicino alla trentina, così onesto e buo­no. Lo vide come un forte, nel corpo ben piantato e nello sguardo umile e nobile a un tempo. Dopo Dio e con Dio, sarebbe stato per lei, non un ostacolo, ma il più valido aiuto nel vivere la sua consacrazione al Signore.

Senza bisogno di tanti preamboli, Maria e Giuseppe si compresero pienamente. A lui non rimaneva che continuare, fino a renderlo definitivo, quel voto di Nazi­reato che già da tempo andava mantenendo. Si sarebbe­ro amati come nessun altro al mondo, e insieme sareb­bero vissuti nella stessa casa ma come fratello e sorel­la, in una felice e angelica verginità.

Vennero così celebrati, con la decorazione delle com­pagne e delle educatrici, di Sacerdoti amici di Zaccaria ed Elisabetta, e di qualche altro parente, gli sponsali. Era una promessa solenne di fidanzamento che, prati­camente, equivaleva alle vere e proprie nozze, antici­pandone tutti i diritti.

E poi il ritorno a Nazareth, dopo tanti anni...

 

È tornata Maria!

I genitori non c'erano più ad attendere la loro bam­bina, fattasi ormai giovane sposa. L'accoglienza del pae­se, non fu malvagia: i santi vecchi avevano lasciato non solo la casa con la grotticella e l'orto attorno come ere­dità, ma anche tanto buon esempio e un ricordo che at­tirava simpatia sull'unica figlia, rimasta sola.

Giuseppe poi non era un estraneo a Nazareth. Quando i suoi parenti avevano lasciato Betlemme, lui era anda­to a vivere presso il fratello Alfeo (detto anche Cleofa) di qualche anno maggiore di lui. Alfeo, a Nazareth, ave­va sposato una donna umile e laboriosa di nome Maria, dalla quale ebbe, secondo il Vangelo, quattro figli: Giu­seppe e Simone, Giacomo e Giuda, che vien detto ap­punto di Alfeo per distinguerlo da Giuda il traditore.

L'affiatamento tra Maria Santissima e la sua cogna­ta - che il Vangelo chiama sorella per la povertà di vo­caboli della lingua ebraica - avviene presto e durerà sempre più stretto. I piccoli nipoti cominciarono presto a frequentare la casa dello zio Giuseppe e della giovane zia Maria, venuta da Gerusalemme. Cresceranno così alla scuola di Maria e fra loro Gesù sceglierà poi i due più piccoli, Giacomo e Giuda, come suoi Apostoli.

Nei primi mesi, dopo il ritorno di Maria a Nazareth, San Giuseppe era ancora alloggiato presso il fratello Al­feo, anche se ogni giorno veniva a trovare la sua sposa. Lentamente la casa, rimasta a lungo disabitata, veniva rimessa a nuovo nelle mura, nelle pareti e nell'arreda­mento. La povertà dei due sposi donava alla casa il sor­riso, nel buon gusto di Maria e nella laboriosità del fa­legname Giuseppe.

 

L'annunciazione

Giuseppe stava ormai per trasferirsi definitivamen­te nella casa paterna di Maria, quando avvenne il fatto più bello e importante della storia del mondo.

San Giuseppe era in paese per il suo lavoro di car­pentiere. Maria era al suo piccolo telaio, in un lavoro che si faceva quel giorno sempre più preghiera e desi­derio di Dio, quando, senza aprir porta o finestra, le si presenta l'Angelo Gabriele.

È uno dei Serafini più belli del Paradiso che, per pri­mo, saluta la Madonna: «Ave, o Maria!». E prosegue: «Tu sei piena di Grazia, il Signore è con Te!».

La Madonna rimane stupita della visita dell'Ange­lo, ancor più del saluto che, pieno di venerazione, egli le ha rivolto.

L'Angelo la tranquillizza: «Non temere, o Maria: tu hai trovato grazia presso Dio. Ecco, tu concepirai e da­rai alla luce un figlio. Lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande, sarà chiamato il Figlio di Dio, che gli darà il trono di Davide, suo antenato; regnerà sulla casa di Gia­cobbe in eterno; il suo regno non avrà mai fine».

La Madonna si ricordò del suo voto, di cui anche Giuseppe era a conoscenza, e rispose: «In che modo av­verrà questo, poiché io non conosco uomo?».

L'Angelo le spiegò: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Per questo quel bimbo santo che nascerà sarà chiamato il Figlio di Dio».

Poi Gabriele parlò a Maria di una cugina, che Ella ormai da parecchi mesi non vedeva più. «Ecco, la tua parente Elisabetta, pur essendo anziana, aspetta anche lei un bambino. Essa, che era chiamata la sterile, è già al sesto mese della sua attesa, poiché a Dio niente è im­possibile».

La Madonna allora pronunciò il «sì» più bello e im­portante della storia dell'universo, compiendo un atto di fede, di umiltà e di ubbidienza che diede gioia e glo­ria a Dio e agli Angeli e fece tanta rabbia ai demoni.

Rispose a Gabriele: «Io sono la serva del Signore; che avvenga di me come tu hai detto!».

E l'Angelo si partì da lei.

In quegli istanti, per opera dello Spirito Santo, il Fi­glio dell'Eterno Padre cominciò a essere anche il pic­colo Figlio della Santissima Vergine Maria.

Dio diven­tò nostro fratello, come uno di noi.

Nella casa della Madonna, che adesso per miracolo della onnipotente Provvidenza si trova qui in Italia, nel bel Santuario di Loreto, (mentre a Nazareth, sotto la splendida basilica, si venera la grotticella e il luogo su cui la casa sorgeva) ci sono scritte queste parole: «Qui il Verbo si è fatto Carne, e venne ad abitare in mezzo a noi».

 

Sei mesi prima

La Madonna aveva da poco lasciato Gerusalemme, per venire ad abitare a Nazareth con Giuseppe, quan­do, proprio nel luogo più sacro del Tempio, avvenne un fatto piuttosto insolito.

Come tutte le sere (in quei giorni era lui di turno), il Sacerdote Zaccaria entra nel Santuario per offrire l'in­censo al Signore.

La gente doveva rimaner fuori e un grande e spesso velo impediva di vederlo.

Zaccaria entra dunque in questo luogo santo e trova presso l'altare dell'incenso, nientemeno che un Ange­lo: è lo stesso Gabriele che poi si presenterà alla Ma­donna nella sua casetta di Nazareth.

Zaccaria ne prova paura, tanto che l'Angelo gli fa subito coraggio: «Ho una bella notizia: la tua preghiera è stata esaudita! Tua moglie Elisabetta diverrà mamma di un figlio a cui darai il nome di Giovanni. Questo tuo bambino darà gioia a te e a molti altri. Sarà grande da­vanti a Dio; vivrà una vita di penitenza e, pieno di Spi­rito Santo ancor prima di nascere, dovrà preparare al Signore un popolo ben disposto a riceverlo».

Al vecchio Sacerdote passa la paura, ma non riesce a credere a quanto gli ha annunciato Gabriele. È vero che avevano tanto desiderato di avere un figlio e tanto pregato. La grazia non era mai venuta e ora era troppo tardi...

Tanto lui quanto Elisabetta, erano troppo avanti ne­gli anni, per sperar di aver ancora un figliolo. Dopo il rifiuto di credere, l'Angelo risponde a Zac­caria: «Io sono Gabriele, che sto davanti a Dio, e sono stato mandato per parlarti e annunziarti questa bella notizia. Ma poiché tu non hai creduto alle mie parole, che a suo tempo verranno adempiute, ecco: sarai sordo e reste­rai muto! Non potrai parlare fino al giorno in cui que­ste cose si compiranno».

Intanto il popolo aspettava Zaccaria, meravigliato che si trattenesse così a lungo davanti all'altare dell'incen­so. Quando il velo si scostò, e Zaccaria riapparve, ca­pirono dai segni che doveva avere avuto una visione; ma non poteva spiegarsi a parole, essendo rimasto muto.

Finito il suo turno di servizio sacerdotale, se ne tor­nò alla sua casa, sui monti della Giudea. Dopo quei giorni, Elisabetta divenne madre, ma non raccontò in giro il suo gioioso segreto. Se ne stava ritirata in casa e di­ceva: «Come è stato buono il Signore, quando ha rivol­to il suo sguardo verso di me, concedendomi la grazia di diventare anch'io mamma!».

Questa grazia speciale del Signore lasciava però al­la anziana Elisabetta, insieme con la consolazione, tut­to il peso di una maternità piuttosto difficile. I disturbi, di mese in mese, crescevano.

A questi si aggiungeva anche la sofferenza morale di avere in casa il marito punito da Dio, il Sacerdote scoraggiato e diffidente, che aveva rifiutato di credere all'Angelo e per questo era rimasto muto.

Ma la Provvidenza aveva in serbo una lietissima sorpresa per la madre di quel bimbo che sarebbe sta­to ricolmo di Spirito Santo prima ancora di nascere, e che tutto il mondo venera col nome di San Giovanni Battista.

 

La Madonna va da Elisabetta

«Tua cugina Elisabetta aspetta anche lei un bambi­no ed è già al sesto mese», aveva detto a Maria l'Ange­lo Gabriele. Quando, alla sera, Giuseppe venne a farle la solita visita, Maria gli accennò il suo desiderio di re­carsi per qualche mese presso la cugina.

Però non disse parola del suo incontro con l'Ange­lo, né del suo annuncio, né di avere accettato di diven­tar la Madre di Gesù, il Figlio di Dio.

Giuseppe amava veramente la Madonna. Per farla contenta, permettendole di passare qualche mese in com­pagnia e in aiuto alla sua cugina, accettò il sacrificio della sua lontananza; anzi volle accompagnarla per buona parte del lungo viaggio.

E Maria, in quella stupenda primavera che ricopri­va di fiori e di canti i monti della Galilea, della Samaria e della Giudea, poteva dire soltanto agli Angeli e agli uccelli la sua gioia di Madre, di Mamma di un Bimbo che avrebbe chiamato col nome santo e dolcissimo di Gesù.

Al termine di questo viaggio, fatto senza perder tem­po, eccola finalmente a Ain Karim davanti alla casa di Zaccaria, circondata di giardino e di orto.

Maria chiama la sua parente e mentre Elisabetta scen­de con tutta quella premura che l'età e le sue condizioni le permettono, la giovane cugina la saluta: «La pace sia con te, Elisabetta!». La donna si ferma, quasi impalli­dendo: il bimbo le sussulta nel grembo.

Ma non è un malessere: il suo volto rugoso si illu­mina di una gioia sovrumana, e ispirata dallo Spirito San­to, che era sceso in lei e nel nascituro Giovanni, escla­ma: «Benedetta, o Maria, fra tutte le donne e benedetto è il frutto del tuo seno! Come mai mi è concesso che la Madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena mi è giunta la voce del tuo saluto, il mio bimbo ha esul­tato di gioia nel mio grembo...».

Elisabetta guarda con pena il suo Zaccaria che, av­visato, viene a dare il benvenuto alla inattesa parente, senza però poterle rivolgere neppure una parola, per­ché muto. E, rivolta a Maria, aggiunge dolorosa: «Beata te che hai creduto! Certamente si compi­ranno le cose che ti son state dette da parte del Si­gnore!».

 

Magnificat!

Maria, la Vergine prudente e silenziosa, aveva cre­duto suo dovere stendere il velo del silenzio con tutti su quanto l'Angelo le aveva annunciato.

Aveva taciuto persino con Giuseppe nel quale pure aveva perfetta fiducia e che al fatto poteva essere inte­ressato, essendo egli ormai lo sposo legittimo della Ma­dre di questo Gesù nascituro.

Invece, la Madonna ora vede il suo segreto svelato direttamente da Dio alla sua parente, la quale subito ri­conosce e venera Maria come Madre del Signore, co­me portatrice di Dio e della sua Grazia.

La commozione si fa incontenibile e dal cuore della più religiosa fra le creature, più ancora che dalla sua limpida intelligenza e dalla sua voce celestiale, sgorga l'inno del Magnificat.

Ecco come l'Evangelista San Luca, che queste noti­zie le ha apprese dalla bocca stessa di Maria, ce lo ri­porta:

L'anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l'umiltà della sua serva.

D'ora in poi tutte le generazioni

mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome:

di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

Poi, Maria, accolta con amore come il più bel dono della Provvidenza, entrò in quella casa ove doveva na­scere, dopo tre mesi, San Giovanni Battista.

 

Chi sarà questo bambino?

Essendo donna esperta, attenta e laboriosa, Maria Santissima badava alle faccende di casa, risparmiando ogni possibile fatica alla cugina che soffriva maggiormente con l'avvicinarsi del parto. Faceva a lei e al vec­chio Zaccaria santa e gioiosa compagnia, spronandoli alla fiducia nel Signore, nella certezza che avrebbe por­tato felicemente a termine ciò che per sua grazia era ini­ziato.

Giunto il suo tempo, Elisabetta diede alla luce un bel maschietto, robusto e vivace. Da quella casa la gioia per l'evento fluiva alle case dei parenti e dei vicini.

Otto giorni dopo la nascita, il rito della circoncisio­ne fu motivo di festa e di nuova allegrezza per quanti conoscevano quella famiglia.

Come da noi per il Battesimo, così gli Ebrei nella circoncisione davano ufficialmente il nome al bambino. Siccome Zaccaria taceva, i parenti pensarono di dar­gli il nome del padre, tanto l'ormai vecchio Sacerdote non sarebbe campato molto e poi, a quei tempi, non c'e­rano tanti problemi di anagrafe.

Forse avvisata dalla Madonna, la proposta venne al­l'orecchio di Elisabetta, la quale si oppose energicamen­te: «Si chiamerà Giovanni!».

Le fecero osservare che nel loro parentado quello era un nome nuovo. Ma non cambiando essa parere, chie­sero con dei segni a Zaccaria cosa egli ne pensasse; in fondo toccava proprio al padre dare il nome.

Zaccaria chiese una tavoletta; con lo stilo, senza esi­tazione, scrisse: «Giovanni è il suo nome!» ricordando ciò che l'Angelo Gabriele gli aveva predetto e consta­tando che tutto si era fatto ormai realtà.

In quello stesso momento il bravo vecchio riacqui­stò l'udito e la parola ed esclamò:

Benedetto il Signore Dio d'Israele

perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di Davide, suo servo,

come aveva promesso

per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo: salvezza dai nostri nemici,

e dalle mani di quanti ci odiano.

Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza,

del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.

Quando si trovò col suo florido bambino fra le brac­cia, Zaccaria disse:

E tu, bambino

sarai chiamato profeta dell'Altissimo perché andrai innanzi al Signore,

a preparargli le strade,

per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei peccati,

grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall'alto

un Sole che sorge,

per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte

e dirigere i nostri passi sulla via della pace.

Zaccaria non immaginava certamente che la «Pre­senza del Signore», che suo figlio avrebbe un giorno an­nunziato e testimoniato, aveva già in quei mesi riempi­to la sua casa e portato benedizioni in tutti, Giovannino compreso.

Ormai il bimbo cresceva avido di latte e di movi­mento. Elisabetta, contenta anche per la riacquistata pa­rola del marito, si riprendeva bene in forze.

Maria poteva quindi considerare ormai chiusa la sua missione di carità e far ritorno alla sua Nazareth.

A questo pensiero però una nube sfiorava la sua fron­te: «Che avrebbe pensato ora di lei il suo Giuseppe?».

 

Il tormento di San Giuseppe

Erano passati più di tre mesi dal quel mattino di fine marzo quando, per opera dello Spirito Santo e in modo unico nella storia della generazione umana, Maria era diventata Madre, pur restando Vergine.

Ora il silenzio non bastava più a nascondere il suo divino segreto. L'attesa era ormai evidente in quella giovane sposa e nessuno ne avrebbe fatto meraviglia, ec­cetto la persona più cara a Maria, il suo sposo Giusep­pe, con il quale si era fatto, di perfetto accordo, il voto di vivere come fratello e sorella, in perpetua verginità di anima e di corpo.

Ed è appunto nel viaggio di ritorno da Ain Karim (San Giuseppe, avvisato, le era andato incontro) che lo sposo si accorge di un fatto umanamente inspiegabile: Maria attendeva un bimbo! ma come?

Per San Giuseppe fu una constatazione così sconcer­tante che meno grave sarebbe stato il veder distrutta la casa appena arredata, il veder la bottega in fiamme, la clientela dispersa.

Egli amava immensamente Maria; aveva per lei una stima senza incrinature; anche di ritorno da Elisabetta la Madonna conservava un volto più sereno del cielo e più puro di un fiore, anche se si era fatta ancor più ma­tura e pensosa.

Che cosa mai poteva essere successo alla sua caris­sima sposa?

Che la sua Maria avesse potuto tradirlo gli sembra­va una cosa tanto assurda che non meritava di essere presa in considerazione. Che avesse subìto violenza, da parte di qualche malvagio? Ciò era possibile, ma per­ché allora Maria non gliene parlava? Giuseppe avrebbe condiviso con lei l'umiliazione e con lei avrebbe per­donato il colpevole.

Noi che già conosciamo il Vangelo, gli avremmo sug­gerito di pensare a un miracolo... Ma Giuseppe non aveva mai sentito dire che una donna fosse diventata ma­dre senza conoscere uomo: era una legge di natura tan­to universale...

Col passare delle ore e dei giorni la sofferenza cre­sceva nel povero sposo che, almeno in apparenza, guar­dando i fatti, anche senza volerli giudicare, si vedeva come un uomo tradito.

 

L'eroico silenzio di Maria

E la Madonna taceva.

Un altro mistero per Giuseppe e un po' anche per noi. Non sappiamo quanto questo silenzio eroico sia costato alla Madonna che soffriva di esser motivo, anche se in­volontario, di tanta angoscia per lo sposo suo che amava verginalmente ma appunto per questo tenerissimamente. Si aggiungeva in Maria il timore per la decisione che Giuseppe avrebbe potuto prendere, se avesse voluto agire secondo la Legge: denunciare la presunta colpevole, farla condannare alla lapidazione. Sotto le violenti sassate avrebbe trovato la morte, con la mamma, anche il pic­colo Gesù che le cresceva in grembo.

Ma la Madonna, grande nella sua fiducia nella Prov­videnza, soffrì, ma non si disperò. Ragionava press'a poco così: «Dio mi ha mandato l'Angelo Gabriele quan­do il mio Giuseppe era fuori di casa. Se quindi avesse preferito che fosse messo al corrente dei suoi disegni di Redenzione anche il mio sposo, avrebbe scelto un al­tro momento, con lui presente. E poi, come la luce del­lo Spirito Santo svelò il mistero della mia divina maternità alla cugina Elisabetta, quando era ancor umana­mente impossibile sospettare che io fossi madre e, tan­to meno che io fossi la Madre di Dio, così lo stesso Spi­rito Santo, se è suo volere, illuminerà a tempo giusto anche il mio sposo, togliendolo finalmente dal suo incubo».

La Madonna non si sentiva perciò in diritto di viola­re il segreto di Dio, anche se il tacere causava tanta sof­ferenza e l'avrebbe potuta portare a tragiche conclusioni.

In quei giorni a Giuseppe, che fu il più buono e il più puro, ma anche il più leale e appassionato nei suoi sentimenti di uomo e di sposo, sembrava di impazzire.

Una sera salutò malinconicamente Maria, chiuden­do stancamente la porta di quella casetta ormai perfet­tamente riordinata, nella quale aveva sognato di trascor­rere una vita laboriosa, piena di amore e di santità con la sua dolcissima Maria. Tutto, invece, crollava e così amaramente...

La Madonna intuì che il suo sposo se ne andava, co­sì, in silenzio, col cuore spezzato dal dolore e roso dal dubbio. Forse non sarebbe più tornato, avendo egli di­fatti pensato e deciso, in cuor suo, di lasciare Maria. Se ne andava così, senza rumore, senza far scenate né esporre denunzie.

 

Gli porrai nome Gesù

La Santa Vergine certo non dormì quella notte e nella preghiera strappò a Dio la luce per il suo sposo.

Ancor meno Giuseppe poté prender sonno. Si chie­deva perché mai Dio li avesse uniti in modo tanto pro­fondo e provvidenziale per poi permettere che tutto fi­nisse così presto, in una angoscia che rasentava la di­sperazione.

Ma Dio non prova i suoi figli al di sopra delle loro forze. Mandò un Angelo, che apparve a Giuseppe du­rante la notte, e gli disse: «Giuseppe, ricordati che sei discendente della stirpe di Davide! Non temere di pren­dere Maria come tua sposa. Infatti, quella creatura che porta in grembo, è opera dello Spirito Santo! Maria darà alla luce un figlio e tu gli porrai nome Gesù; perché sa­rà Lui che salverà il popolo dai suoi peccati».

Ora Giuseppe, come se tutti quei giorni fossero stati un lungo sogno pauroso, attendeva con impazienza l'alba per correre a quella casa, bussare di nuovo a quella porta, chiamare la sua Maria e buttarsele davanti in ginocchio e chiederle perdono, supplicarla di dimenticare tutto!

Certo Lei lo avrebbe capito e carezzato con quel suo sorriso che uguale non hanno neanche gli Angeli in Cielo...

E io penso commosso alla cara Madonna, quando con ansia sì, ma senza paura, va a socchiuder la porta, e nella prima luce del giorno rivede il suo Giuseppe sma­grito dal grande patire ma ora raggiante per aver cono­sciuto la Verità.

Adorando in lei Gesù nascituro, lo sposo le si ingi­nocchia dinnanzi, prendendo nelle sue robuste mani di artigiano le bianche, fini mani di lei, bagnandole con i goccioloni che gli scivolano dagli occhi. Con la fede dei Patriarchi e l'ansia dei Profeti riconosce ed accetta come figlio, in quel tempio vivo e purissimo, la «Pre­senza del Signore che viene».

E la vita riprende felice.

 

L'editto di Roma

A Nazareth nessuno si stupiva che Maria, una sposa tanto bella e tanto buona, attendesse un bimbo. Quel ga­lantuomo di Giuseppe, così laborioso e devoto, che non mancava mai di pazienza e che era tanto fedele ai suoi doveri di bravo Israelita, si meritava davvero una don­na così!

A nessuno però veniva in mente che quell'artigiano, la sua sposa e l'atteso bambino, avrebbero fatto famosa Nazareth in tutto il mondo e sino alla fine dei secoli.

Anche la cara Maria, sposa di Alfeo e che, uno do­po l'altro, aveva messo al mondo già quattro maschiet­ti, guardava con simpatia la sua giovane cognata, Ma­ria di Giuseppe, senza poter immaginare quanto ella stes­sa avrebbe poi amato quel suo Bambino.

Mentre San Giuseppe pensava alla culla - e con qua­le passione se la lavorava in quelle lunghe sere autun­nali! - la previdente Mamma preparava il necessario corredo.

Di mese in mese, con una gravidanza nient'affatto penosa, il gran giorno si avvicinava. A volte un pensiero le veniva, ma non aveva forza di turbarla. Quando era al Tempio, nelle profezie di Michea aveva letto che il Messia sarebbe nato a Betlemme. Ora Lei, che portava in seno questo Bambino, viveva a Nazareth, e i giorni passavano... Come si sarebbero adempiute le Sacre Scritture?

Un giorno Giuseppe, contrariamente al solito, tor­nò dal lavoro in anticipo e con una grave preoccupazio­ne dipinta sul volto. I messi di Roma avevano procla­mato l'editto di Cesare Ottaviano Augusto. E a Roma si ubbidisce e non si scherza!

Era bandito il censimento: ogni famiglia avrebbe do­vuto recarsi alla città di origine e là segnare sui registri nome e cognome.

Maria e Giuseppe, della stirpe regale di Davide, avrebbero quindi dovuto recarsi a Betlemme, il paese presso Gerusalemme dove il profeta Samuele aveva scel­to e consacrato re, per volere di Dio, il coraggioso e generoso figlio di Isai: Davide.

Ma si era in pieno inverno, quando gli sbalzi di temperatura sono fortissimi, specie dal giorno alla not­te. Un viaggio tanto lungo e disagiato non era una prospettiva rosea nemmeno per gente in condizioni nor­mali.

Rifiutare il censimento? Troppo rischioso. Aspetta­re a dopo la nascita del bambino? Forse sarebbe stato troppo tardi. Partire subito? Si sarebbe poi fatto in tem­po a tornare?...

 

Verso Betlemme

San Giuseppe restò colpito dalla tranquillità, da cui affiorava un senso di sollievo, con cui la sua sposa ave­va accolto la notizia dell'editto.

Maria lasciava parlare il suo sposo, leggendo nelle sue ansietà tutto l'amore e il rispetto che egli portava al Nascituro e a lei. Poi, come se si trattasse di andare al pozzo ad attingere acqua, disse che il suo pensiero era quello di vedere in quell'ordine dell'Imperatore ro­mano la Volontà di Dio.

Bisognava quindi partire e presto. Non conveniva for­se illudersi troppo che avrebbero fatto in tempo a tor­nare. In un piccolo cofano avrebbero posto l'indispen­sabile per un neonato. E la Provvidenza li avrebbe ac­compagnati.

Fatti i preparativi, a ora opportuna, Maria a dorso di un asinello e Giuseppe a piedi, lasciarono Nazareth. Come deve essere dispiaciuto a tutti e due dover ri­chiudere quella loro casetta, che già aveva visto qual­che giorno di pena e poi tanti giorni felici. In essa, non potendo raccontare il segreto agli estranei, avean cer­cato di preparare la più dignitosa e affettuosa accoglienza al Figlio di Dio!

Tutto, lì, era pronto, e tutto lasciavano. Per fortuna Dio teneva loro nascosto che quella casetta sarebbe ri­masta chiusa non per pochi giorni o eventualmente per qualche mese, ma per alcuni anni!

Sulle strade principali, alcune già sistemate a scopo militare dai Romani e vigilate dai loro soldati, era un crescente andare e venire di gente mossa, più o meno volentieri, dallo stesso editto, il che rendeva ancor più difficile trovare un alloggio o, almeno, un riparo du­rante le soste della notte.

Questo problema che, per amore alla sposa madre, assillava sempre più Giuseppe, si manifestò in tutta la sua gravità proprio alla fine del viaggio, quando giun­sero a Betlemme. Non c'era posto nel grande e rudi­mentale albergo pubblico presso il quale stavano anche le carovane. E non si trovò un locale, un buco almeno, ma riparato, in nessuna delle case a cui Giuseppe sem­pre più amareggiato andò a bussare.

Non era tanto la povertà di questi sposini, che non eran certo dei mendicanti, e qualche denaro pur l'ave­vano, ma era il fatto fin troppo evidente della avanzata gravidanza di Maria a impressionare la gente. Non si sa mai come va a finire in casi del genere... Se nasces­se il bambino, come si farebbe poi a sbatterli fuori? E le porte, con più o meno garbate scuse, si richiudeva­no. Proprio come scrisse poi San Giovanni Evangeli­sta: «... è venuto nella sua casa, e i suoi non lo vollero accogliere».

Rifiutando ospitalità a Maria e a Giuseppe, Betlem­me anticipa Gerusalemme che rifiuterà il suo Salvato­re. Gesù nascerà fuori del paese, in una povera grotta; e morirà fuori della Città santa, sopra una croce. «Re­gnerà sul trono di Davide, suo padre e il suo regno non avrà mai fine... ». «Non vogliamo che costui regni so­pra di noi. Il suo sangue cada pure su noi tutti... ».

 

La notte santa

Ma qualche buon'anima la si trova dappertutto. Un pastore che tornava alla sua tenda aveva notato quel­la giovane sposa e l'uomo tanto in pensiero, mentre già faceva notte: «Più avanti troverete una grotta, la cantina di una casa diroccata; la usa, chi capita, come stalla. Non è né bella né comoda, ma almeno è un riparo...».

Vanno fiduciosi che la Provvidenza Divina non li ab­bandonerà. Giuseppe è attento perché l'asino non inciam­pi per i sentieri aspri e scuri dei campi gelati di quella notte di dicembre e trovano la grotta.

Entrando, noi ci saremmo scoraggiati. Invece il sor­riso di sollievo della Madonna, sebbene stanca, riani­ma ancor più Giuseppe, che aiuta Maria a scendere dal­l'asino. Dopo aver preso dalla greppia un poco di fie­no, lo distende a tappeto e fa accomodare la sua Sposa Santissima.

Poi si dà da fare, al lume della sua lucerna, per com­piere una pulizia almeno sommaria. Con legni e avanzi di fascine riesce, presso un angolo - dove il fumo tro­va un buco per uscire - ad accendere un focherello che dà più allegria che calore.

Sistema l'asino alla greppia, dopo aver trovato mo­do di abbeverarlo, poi prepara di nuovo un meno scomodo giaciglio con la paglia, con del fieno e con il suo mantello, alla sposa.

Maria si siede, ringraziando, lì, proprio tra l'asinello stanco e un grosso pacifico bue che si era svegliato e aveva guardato bonariamente. Quegli intrusi, non sem­bravano avere nessuna intenzione di fargli del male. Prendendolo dalle loro bisacce, mangiano un boc­cone: un poco di pane e formaggio. L'appetito, specie allo sposo, non doveva mancare.

Poi Giuseppe si siede presso il focherello, col pro­posito di vincere il sonno e la stanchezza, per mante­nerlo acceso.

La Madonna, dopo essere rimasta alquanto seduta, si pone in ginocchio e si raccoglie in intensa preghiera. Ha il presentimento che Gesù sta per nascere; ma non si preoccupa affatto di mancare di qualunque assi­stenza, lei che si era data tanto da fare per Elisabetta perché venisse ben assistita. Non avvisa neppure Giu­seppe che pure, ogni tanto, la chiama, invitandola a ri­posare un po'.

La mole calda e quieta del bue fa da velo alla tenuis­sima luce del focherello che lo stanco Giuseppe, pur dor­micchiando, riesce a non lasciar morire. E nel silenzio di questa notte santissima, da Maria viene al mondo Gesù.

Il Figlio di Dio, concepito per opera dello Spirito Santo, veniva al mondo, senza procurare alla Madonna la benché minima pena, come un bel raggio di sole at­traversa un terso cristallo, lasciandolo intatto.

La Vergine Madre, con l'animo inondato da una bea­titudine che nessuno può misurare, accoglie il suo Bim­bo sul cuore e, prima ancora di avvolgerlo in fasce, chia­ma festosa il suo Giuseppe.

Il povero sposo, che pure immaginava quanto sarebbe potuto accadere (ma non credeva così presto, così mi­racolosamente facile, già avvenuto ormai!) si scuote, va verso Maria. Quasi non osa prendere in braccio quel­l'Infante, che egli sa essere figlio della sua Maria e Fi­glio di Dio!

Vedere e toccare Dio! Dio che nasce bambino, che strilla, che pare mendichi subito latte e calore e prote­zione! Ma Giuseppe si fa animo e lo accoglie, timoroso quasi di fargli male con le sue mani callose e le vesti pesanti.

La Madonna leva dal cofano le piccole fasce e i pan­nicelli e, come aveva visto fare col piccolo Giovanni­no, avvolge delicatamente il suo Gesù. Il piccolo però continua a vagire e solo si acquieta quando, dopo alcun tempo, la Madonna riesce a dargli qualche goccia di latte e poi a posarlo nella mangiatoia.

Scostando le bestie, Giuseppe aveva intanto prepa­rato il fieno più asciutto e più soffice, scaldandolo man­ciata per manciata al fuoco che aveva generosamente rav­vivato.

Se Betlemme dormiva, se nella vicina Gerusalem­me i Sacerdoti avevano ben altri pensieri che accoglie­re il Messia, il Cielo stesso si era mosso ed esprimeva il proprio osanna a Dio Bambino; a migliaia gli Angeli cantarono il loro augurio agli uomini, tanto amati da Dio.

 

Arrivano i pastori

Alcuni Angeli scesero fin sui prati, presso gli ovili. Le pecore si misero a belare per l'improvvisa luce e i pastori, svegliati, uscirono dalle loro tende rimanendo come abbagliati più che dallo splendore degli Angeli, dalla grandiosità dell'annuncio.

Un angelo diceva: «Non abbiate timore: vi porto una notizia bellissi­ma: oggi, nella città di Davide, vi è nato il Salvatore, il Messia, Nostro Signore! Ecco il segno: troverete un bambino con la Mamma. È avvolto in fasce, deposto in una mangiatoia».

Col freddo della notte, arrivano pure melodie cele­stiali: un canto spiegato e beato di schiere di spiriti an­gelici che dicevano: «Gloria a Dio nel più alto dei Cieli, e pace in Terra agli uomini di buona volontà!».

Bisogna andare! Ma da che parte iniziar le ricerche? Un pastore ha un lampo nella mente: che non sia il bam­bino di quella sposa a cui aveva indicato, in mancanza di altro, come alloggio una stalla?...

«Su venite con me: corriamo fin verso Betlemme, e vedremo quanto l'Angelo ci ha annunciato!». E lo se­guono, uomini e giovanotti e anche qualche ragazzino, incespicando nei sassi e fregandosi gli occhi ancor pie­ni di sonno.

È santo e benefico e non sentimentale, vedere la Ma­donna che accoglie la prima adorazione del suo Gesù. Ella vede entrare quei poveri pastori, timidi e venera­bondi più che non fossero i Sacerdoti davanti al San­tuario.

Chiedono di poter vedere il volto di quel piccino e restano estasiati, davanti al gesto di Maria di prenderlo dalla mangiatoia, perché lo vedano meglio. Qualche bambino osa mandargli un bacio e un anziano si liscia la barba per non fargli male, perché lui vuole proprio baciargli almeno la rosea manina.

Giuseppe si tira ancor più su di morale quando sen­te raccontare dell'annuncio angelico e vede i doni presi in fretta e furia: qualche morbido vello di pecora, assai migliore del fieno, del latte ancor spumoso munto in fret­ta per portarlo alla Madre. Più ancora si rasserena quan­do quei buoni gli garantiscono che, fatto giorno, si sa­rebbero dati da fare per trovare in affitto una casetta, una stanza almeno per il Bambino e sua Madre.

Che triste, per questo popolo prediletto da Dio, aspet­tare per secoli il Messia e poi, quando arriva, neanche accorgersi di Lui; peggio, lasciarlo fuori casa!

Sono i pastori, i primi a essere avvisati dagli An­geli in persona, i primi a vederlo, a potersi interessare di Lui! La loro allegrezza era incontenibile e nel giro di pochi giorni non c'era paese o casolare che non sa­pesse del santo Natale di Gesù e del privilegio loro toccato.

Solo pochi, però, vollero credere... Dalla vicina Ge­rusalemme, la Città santa, nessuno si mosse.

 

Il primo sangue

La Madonna fu ben felice, quando vennero ad an­nunziarle che la casa finalmente era stata trovata. Vive­re a lungo in quella grotta e, d'inverno poi, non era certo sano, per il Bambino soprattutto. Sarebbe stato anche un segno troppo chiaro della durezza di cuore dei Be­tlemmiti.

In quella casetta, ottenuta in affitto, mancava prati­camente tutto, ma c'era il Signore! Qualcosa avevan por­tato, qualcosa avevan ricevuto in dono; intanto si vive­va. Giuseppe aveva il suo mestiere e la voglia di lavo­rare certo non gli difettava: si sarebbe guadagnato qual­cosa; poi si sarebbe visto.

Otto giorni dopo la nascita, Giuseppe, riconoscen­do il Bambino giuridicamente come suo figlio, fece com­piere su Gesù il rito antichissimo della circoncisione col quale il bambino veniva accolto nel popolo di Abramo e di Israele.

Ricordò quella notte di angoscia di alcuni mesi pri­ma, e quanto poi l'Angelo gli aveva detto. E chiamò il Bimbo col nome di Gesù.

La Madonna dovette soffrir molto nel vedere molte gocce di sangue sgorgare da quel corpicino vispo e fragilissimo, non tanto per il dolore che questo rito poteva procurare al piccino, quanto perché pensava a tutto quel Sangue che il Figlio avrebbe poi sparso per la Reden­zione del mondo.

Nonostante i disagi, che però a Lui venivano rispar­miati il più possibile, il piccino cresceva sempre più bel­lo. Non era forse il frutto della Bellezza Increata, di Dio stesso che aveva reso fecondo il grembo della «Bene­detta fra tutte le donne», della Regina dell'Universo, la nostra bellissima Mamma del Cielo?

 

La presentazione al Tempio

Le settimane passavano, e bisognava pensare alla grande cerimonia della presentazione di Gesù al Tem­pio e della purificazione della Mamma.

San Giuseppe, ascoltando il cuore, avrebbe compe­rato assai volentieri un bell'agnellino da lasciare come offerta; facendo però i conti col borsellino, si dovette accontentare di un paio di tortorelle per il sacrificio e dei cinque sicli per il riscatto.

In quell'andirivieni di genitori con i loro bambini presso l'altare (su cui venivano deposti e offerti al Si­gnore, per essere poi restituiti ai genitori) sembrava che proprio nessuno si fosse accorto della eccezionale im­portanza del rito che in quel giorno si compiva.

Insieme con gli altri, era il Figlio di Dio, fattosi uo­mo, che veniva offerto al Padre. Giuseppe e Maria, umili e discreti, non eran certo i tipi da attirar su di loro l'attenzione, nemmeno del Sacerdote che, al massimo, avrà notato la bellezza straordinaria di quell'Infante.

La Madonna, benché fosse l'Immacolata e fosse la Madre-Vergine, si sottomise come tutte le altre mam­me al rito della purificazione, una benedizione simile a quella che viene data anche presso noi cristiani alle partorienti, dopo il Battesimo del figlio.

E i due, felici con il loro Bambino, dopo aver pre­gato insieme, già si apprestavano a uscire dal Tempio, quando videro accorrere ansante, verso di loro, un sim­patico e sorridente vecchietto.

Era un uomo virtuoso e saggio che, in quella reli­gione ebraica per molti versi deragliata, sapeva dare an­cora importanza più alle cose spirituali che non alle ma­teriali. Egli attendeva, come la più grande fortuna, di poter vedere il Messia.

Quel mattino, una irresistibile ispirazione dello Spi­rito Santo l'aveva fatto accorrere al Tempio. Fra tanta gente che andava e veniva, a colpo sicuro indovinò chi lui cercava e, preso un po' di fiato per la corsa e per l'emozione, si rivolse alla Madonna, chiedendole che le cedesse un minuto il piccolino.

La Mamma accondiscese sorridendo, e il vecchiet­to, tenendo con cura e rispetto fra le sue braccia Gesù Bambino, disse, beato: «O Signore, lascia pure che il tuo servo se ne vada in pace da questo mondo, perché i miei occhi hanno ve­duto il Salvatore che ci hai mandato.

Ecco la Salvezza che Tu hai preparato al cospetto di tutti i popoli!

Ecco la Luce che illumina tutte le genti, ecco la tua Gloria, o Israele!».

Anche Giuseppe era visibilmente commosso.

Il vecchio Simeone invocò sopra di loro la benedi­zione di Dio, poi volgendosi a Maria, la Mamma, con­tinuò dicendo: «Questo Bambino è posto a salvezza di alcuni e a rovina di altri, in Israele. Sarà un segno di contraddi­zione, e per questo anche a Te una spada trapasserà l'anima».

La Madonna impallidì, non tanto per la spada del dolore che già, poco per volta, stava penetrando nel suo cuore di madre, ma per i chiodi e la lancia che i profeti avevano già predetto, e che avrebbero ferito i piedi, le mani e il cuore di quel suo Bambino.

E queste cinque piaghe sarebbero state i segni visi­bili di una ben più profonda trafittura che avrebbe squar­ciato quel Cuore: l'immensa stoltezza, cattiveria e in­gratitudine degli uomini.

Ma ecco ancora un altro incontro, questa volta felicis­simo. La sua cara vecchia maestra, Anna di Fanuel della tribù di Aser, che non soltanto portava lo stesso nome della mamma defunta della Madonna, ma le aveva fatto anche un po' da mamma, le veniva incontro festosa...

Poco più di un anno prima, Anna aveva visto parti­re Maria che a lei sembrava ancora quasi un bambina, e ora la rivedeva, accanto al suo sposo, già madre feli­ce, col suo Bimbo fra le braccia.

Ma essendo Anna di Fanuel, come ci attesta il Van­gelo, una donna piena di fede, come il vecchio Simeo­ne, è lei pure illuminata dallo Spirito Santo: sa Chi gli sta di fronte! E poi col cuore colmo di riconoscenza par­lerà del Bambino Gesù a tutti quelli che aspettavano il Liberatore.

 

La visita dei Magi

San Giuseppe e la Madonna avrebbero, dopo la Pre­sentazione del Bambino al Tempio, fatto volentieri ri­torno a Nazareth, appena il clima, passate le piogge pri­maverili, si fosse messo al bello.

Attendevano però un cenno dal Signore, dal momento che Zaccaria, il loro parente Sacerdote che la sapeva lun­ga, sosteneva che il Messia non solo doveva nascere a Betlemme, ma di lì doveva uscire per incominciare la sua missione.

Della Galilea si parlava infatti tanto poco nella Bib­bia e di Nazareth poi neanche un accenno... Giuseppe credette quindi suo dovere rimboccare bene le maniche, per procurare il necessario per il vitto, i ve­stiti, le suppellettili indispensabili, i soldi per l'affitto e gli attrezzi stessi di lavoro. A Nazareth aveva lascia­to, con la sua bottega in ordine, anche una clientela che andava già infoltendo e rinsaldandosi. A Betlemme par­tiva da zero.

Era trascorso poco più di un anno, quando a Betlem­me arriva una carovana sfarzosa. Non eran mercanti, ma principi e studiosi orientali che, poco prima, erano passati da Gerusalemme.

Pur venendo da regioni lontane e diverse, avevano finito per ritrovarsi sullo stesso cammino per un unico scopo: cercare il nuovo Re dei Giudei, annunciato loro da una stella non naturale. Secondo la Bibbia, che essi pu­re conoscevano, doveva essere un Re universale, divino. Essendo scomparsa la stella, proprio quando si rite­nevano giunti alla mèta, con un gran atto di fede, si av­viarono verso Gerusalemme per chiedere informazioni. Il loro grado sociale permise di avere udienza pres­so lo stesso Erode, il re grande nella ferocia e nella ma­lizia. Costui passò dallo stupore alla beffa e, infine, a una certa paura superstiziosa. Se ci fosse stato qualcosa di vero i suoi consiglieri del Tempio glielo avrebbero indicato. Difatti, interrogati i capi dei Sacerdoti, ebbe la risposta: «Se dovesse nascere questo Messia, Betlemme è la sua patria».

E la volpe congedò quegli onesti con la proposta: «Se per caso riusciste a trovare questo fanciullo, fate­melo sapere perché anch'io vorrei andarci per ado­rarlo!».

Usciti da Gerusalemme, guidati di nuovo dalla luce paradisiaca di quell'astro, che si era abbassato e rende­va fantasmagorica quella carovana, già variopinta dei bei colori d'Oriente, i santi Magi si diressero sicuri verso la casa dove alloggiava la sacra Famiglia.

Non si impressionarono della povertà e piccolezza dell'edificio, pure abituati come erano alle regge fasto­se. Chiesero udienza e subito la ebbero.

In quella piccola stanza semibuia, seduta su uno sga­bello stava la Vergine Maria, col suo Piccino in brac­cio che guardava attonito e divertito tutto quello splen­dore di vesti e di monili.

Chinandosi sulla pietra e sulla terra battuta di quel lindo ma poverissimo locale, fecero atto di adorazione al Re divino e universale. Alla sua fortunatissima Ma­dre espressero, più con l'anima che non le parole, la loro consolazione di aver raggiunto la mèta di un lun­ghissimo e travagliato viaggio.

I santi Re si fecero consegnare dai loro accompagna­tori i doni simbolici che avevan portato: un cofanetto con dell'oro, quasi fosse un tributo che spontaneamen­te pagavano a quel Bimbo indicato loro dal Cielo, e de­gli aromi, come la mirra e l'incenso, quasi a riconosce­re la sua divinità.

Anche noi cristiani usiamo ancora l'incenso e ne of­friamo il profumo a Gesù Eucaristico.

Il piccolo Gesù, che pure aveva presente anche in quel momento tutto quanto c'è e si svolge nell'univer­so, si comportava da bambino di circa un anno.

Toccò quindi alla Madonna far gli onori di casa, ad accogliere e congedare quegli ospiti eccezionali. Lo fe­ce con tanta umile semplicità e con tale regale finezza che i Magi non dimenticarono più quel volto di donna, più luminoso dell'astro che li aveva guidati. E si dispo­sero a far ritorno ciascuno al suo paese.

La tappa a Gerusalemme, per riferire a Erode, ven­ne cancellata dal loro programma per l'intervento di un Angelo che apparve loro nel sonno, comandando di pren­dere invece un'altra strada.

 

Fuggi in Egitto!

Erode non aveva dimenticato la strana visita dei Ma­gi; il timore che ci fosse qualcosa di vero, che potesse turbare subito la sua sporca coscienza e a lungo andare, minare la sicurezza del suo trono, si faceva più forte.

Attese il loro ritorno e quando si accorse di essere stato beffato, accecato dalla rabbia e dalla paura, diede un ordine feroce: che si sgozzassero in Betlemme e nei dintorni tutti i bambini dai due anni in giù. Così sareb­be perito, con gli altri, anche questo bambino presunto Messia.

San Giuseppe aveva invece in mente ben altri pen­sieri. Qualcuno anche materiale, lui che doveva pensa­re anche a quello! Quell'oro che i santi Magi avevano portato, poteva almeno in parte servire a pagare qual­che conticino, ad acquistare qualche attrezzo migliore, a sistemare un po' meglio la casetta. Era tutta provvi­denza, non richiesta e quindi ancor più gradita, che ve­niva a dargli un po' di respiro.

Ma proprio in quella notte tranquilla, il sonno gli ven­ne bruscamente interrotto dal richiamo di un Angelo: «Presto, alzati! prendi il Bambino e sua Madre e fuggi in Egitto. Non perder tempo perché vogliono ammazza­re il Bambino!».

Giuseppe, se gli fosse caduto un fulmine a pochi pas­si, sarebbe rimasto meno stordito. Comunque si alza, va da Maria, la desta dal suo sonno leggero. Gli dice dell'Angelo, dell'ordine avuto, e Maria tosto gli crede.

Alla luce della lucerna raccolgono nella casa l'indi­spensabile. Ma stavolta c'è anche il Bambino. Giusep­pe allora, oltre alla sua cavalcatura, noleggia un altro asino che porterà le poche masserizie. Senza avvisar nes­sun altro, senza neppure attendere l'alba, si mettono in cammino.

La Madonna, oltre al timore per il pericolo che in­combe sul Bambino, ha il suo da fare con lo stesso Ge­sù che, svegliato in pieno sonno, sembra non capire nulla di quel trambusto, di quella premura, di quel viaggio di notte, e frigna e piange, attirando l'attenzione dei cani che abbaiano lungo le strade deserte.

 

La vita di esuli

Fu un viaggio estremamente disagevole, con quel Bambino ancor tanto piccolo, verso l'ignoto, seguendo non le strade comuni o, almeno, le piste carovaniere.

Evitavano il più possibile l'incontro con altre per­sone, nel timore di imbattersi negli emissari di Erode. Chiunque incontrassero poteva divenire, anche senza vo­lerlo, un informatore della loro fuga e del loro itinerario.

Nessun miracolo addolcì quella fuga, durata parec­chi giorni, durante la quale la sete, la fame e la stan­chezza che si accumulavano di ora in ora, erano poco compensate dal sonno inquieto delle notti. Tutto questo pesava assai meno alla Madonna e a San Giuseppe che non il timore di venir raggiunti e che Gesù fosse loro strappato e ucciso.

Quando finalmente si accorsero di essere penetrati profondamente nella zona del Delta del Nilo, ormai ben lontani dai confini con la Palestina, si diedero a cercare una abitazione e riuscirono a prendersi una minuscola casetta. L'oro donato dai Magi cominciava a rivelarsi prezioso.

E lì, in terra straniera, di cui non conoscevano né lingua né usanze, dovettero ricominciare tutto da capo. Con i doni ricevuti prima della fortunosa partenza, po­terono prendersi l'indispensabile per la casa e per il la­voro; ma la vita consuma ogni giorno e anche a far mi­racoli di risparmio il sacchetto si svuota.

Rimboccarono subito di nuovo le maniche. La Ma­donna badava al Bambino e alla casa e coltivava un po' di terra attorno alla casetta rurale. San Giuseppe men­dicava un po' di lavoro che eseguiva a puntino e del cui prezzo doveva, purtroppo, sempre accontentarsi per non crearsi pericolosi contrasti in quel paese straniero.

Infatti, nonostante la faccia di perfetti galantuomini che avevano quei due sposi e il loro splendido Bambi­no, venivano considerati dagli Egiziani come dei pro­fughi, scappati per chissà quali debiti con la giustizia, o almeno dei poveri immigrati con delle grosse noie al loro paese di origine.

Fin quando sarebbe durata questa vita? Dei mesi o addirittura degli anni? E quando e come avrebbero fat­to ritorno in Patria?

Intanto Gesù cresceva meravigliosamente bello nel­l'aspetto e nel carattere che rifletteva, sublimandolo, il volto e il carattere della sua Mamma dolcissima.

Lì, su quel suolo straniero, Gesù aveva mosso i pri­mi passi, ripetute le prime parole, imparato dalla Ma­donna e dal padre putativo le espressioni più semplici di buona educazione. Lui, Unico e Vero Dio, nella sua natura di uomo, da Giuseppe e da Maria aveva impara­to a pregare.

I suoi giochi, le sue risate, le sue battute e le sue ca­rezze, riempivano di autentica felicità i santi genitori, scacciando dal cuore le nubi che si affollavano a volte sul loro e specialmente sul Suo avvenire.

Avrei pagato un mondo per bussare ed entrare una sera in quell'umile casetta di profughi, per godere un istante di quella pace ultraterrena, per unirmi alla quie­ta preghiera dell'uomo più santo, della Madre di Dio, del Verbo di Dio fattosi Carne viva.

Finalmente, ancora di notte, Giuseppe riceve una no­tizia e un ordine: «Erode, che cercava a morte il Bambino, è morto. Ritorna quindi nella tua terra!».

 

Il ritorno a Nazareth

Sulla contentezza del ritorno in Patria, ancora la spina di un interrogativo: la mèta sarà Betlemme o addirittu­ra si doveva puntare direttamente su Nazareth?

Rifatti ancora una volta i bagagli, la santa Famiglia lascia, con passo più tranquillo, l'Egitto. Gesù si an­noia sempre seduto sulla cavalcatura e a volte vuol scen­dere a sgambettare, mettendo la sua manina in quella del padre o in quella della Mamma.

Siccome Betlemme è, press'a poco, sulla via per Ge­rusalemme e poi per la Galilea, decidono di fermarsi a Betlemme, tenendo conto anche delle idee di Zacca­ria riguardo alla città del Messia.

Cambiano però ben presto parere, oltre che per una nuova illuminazione avuta dal Cielo, per due motivi: il primo perché vengono a sapere che a Erode, detto il grande, era successo Archelao, il figlio che aveva im­parato fin troppo malizia e crudeltà dal padre; e il se­condo, per avere udito la descrizione della strage dei bambini innocenti. Quel gesto, tanto efferato, aveva com­mosso e indignato persino il governo di Roma, e il ri­cordo continuava a essere vivissimo nelle famiglie di Be­tlemme...

Come allora poteva tornare a viverci quel Bambino che era stato la causa, anche se inconsapevole, di un ba­gno di sangue? Lui, il ricercato, era ancor in vita men­tre decine di infanti erano stati strappati nella notte dal­le braccia delle madri atterrite e dei padri sorti in dispe­rata difesa, ed erano stati sgozzati come capretti per il sacrificio pasquale, per la ferocia di Erode.

Non restava loro che tirar diritto, verso casa, fino alla ancor lontana Nazareth, dove l'eco di tutto questo era giunto assai affievolito e con gli anni si era poi pra­ticamente spento.

 

Madre e maestra

Bisogna essere donna ed essere mamma per compren­dere un pochino con quali sentimenti la Vergine Santis­sima abbia riaperto, dopo tanti anni e tante traversie, la porta di casa sua e baciato quelle pareti testimoni del miracolo avvenuto in Lei.

II tempo vi aveva lasciato la sua polvere e fatto i suoi danni; non eccessivi però, perché qualcuno dei vicini e dei parenti vi dava ogni tanto un'occhiata, anche se le speranze che quella famiglia tornasse si andavano af­fievolendo.

Si temeva che forse quel loro Bambino fosse perito sotto il pugnale dei sicari e i genitori fossero pure stati massacrati con lui, o dispersi o fatti prigionieri chissà dove...

Finalmente tornati al paese, si apriva un avvenire tranquillo: il lavoro, incerto dapprima, si faceva più con­tinuo con il risaldarsi della vecchia clientela. La Ma­donna, donna esperta e operosa, pur nella sua imper­turbabile calma e dolcezza, frutto di un completo do­minio sui propri gesti e sentimenti, sapeva impiegare bene le ore della sua giornata.

Gesù Bambino, al quale tutto era nuovo a Nazareth, mostrava capacità di adattamento e di apprendimento sor­prendenti.

Era davvero l'amore di Giuseppe e di Maria, che ado­ravano in Lui, senza minimamente manifestarlo ad al­tri, il loro Dio fattosi uomo.

Ma a voler bene a Gesù erano anche i suoi cuginet­ti, alcuni più grandicelli, altri coetanei come Giacomo e Giuda (nome tanto comune nel popolo ebreo e profa­nato poi dal traditore Giuda Iscariota) che giocavano assai volentieri col piccolo Gesù.

Le due mamme, la Madonna e Maria di Alfeo, an­davano perfettamente d'accordo perché al mondo, con un poco di buona volontà, è possibile volersi un gran bene anche tra cognate.

La casa, l'officina e l'orticello di Giuseppe risuona­vano spesso delle grida gioiose di quei frugoli.

A quei tempi la scuola era facoltativa e organizzata in modo assai rudimentale: un pedagogo per villaggio tirava avanti la sua truppa di scolaretti servendosi di non molti strumenti didattici, tra cui spiccavano lunghe fi­lastrocche da impararsi a memoria e frequenti bastona­te che si facevano ricordare da sole.

La Madonna non volle che Gesù frequentasse una simile scuola, dove il bene da imparare era pochino e l'esempio dei compagni non sempre edificante. Quel suo bambino, che del resto si mostrava assai intelligente, ave­va una origine e un destino eccezionale: meritava quin­di una eccezione.

Si aggiungeva il fatto che la Madonna sapeva trova­re il tempo per compiere questo dovere e che, anche da un punto di vista scolastico, era in grado di assolverlo, essendosi fatta una buona cultura durante gli anni tra­scorsi presso il Tempio.

Così l'onnisciente Creatore del Cielo e della Terra volle farsi attento scolaro e imparare da Maria a legge­re e a comprendere la sua stessa Parola, contenuta nel Libro Sacro.

Compierla per uno o compierla per tre, la fatica di insegnante non sarebbe stata più grave. Così la Madon­na accolse ben volentieri la proposta della cognata Ma­ria, con il consenso di Giuseppe e di Alfeo, di far scuo­la anche ai piccoli Giuda e Giacomo, felicissimi di tra­scorrere qualche ora del giorno con la carissima zia e il loro cuginetto Gesù.

Non solo per la povertà di termini della lingua ebrai­ca, ma anche perché erano cresciuti quasi sempre in casa della Madonna, i due futuri Apostoli e Martiri Giaco­mo e Giuda soprannominato Taddeo, verranno detti nel Vangelo più volte «i fratelli di Gesù».

 

Gli esami di... maturità

Quando Gesù ebbe compiuto i dodici anni, dice il Vangelo, venne accompagnato al Tempio. L'età di Gesù aveva tutta la sua importanza e spiega assai be­ne il grave... inconveniente, successo nel viaggio di ri­torno.

Fino a dodici anni, anche i maschietti erano un po' considerati quanto le donne, umanità di secondo ordine. Sarà proprio Gesù a riconoscere ai piccoli e alle don­ne la loro completa dignità in tutto uguale, in quanto a valori fondamentali, a quella degli adulti maschi.

Come da noi occorre una certa età per guidare una moto o per porre una firma, così, allora, si veniva di­chiarati «adulti», responsabili cioè delle proprie azioni e omissioni dopo aver superato un certo esame di cultu­ra, soprattutto religiosa, che poteva essere affrontato do­po i dodici anni.

A Gerusalemme, presso il Tempio, c'erano sale de­stinate allo scopo e i famosi «Dottori della Legge» di cui nel Vangelo spesso si parla, erano insegnanti di re­ligione e avevano, tra gli altri, anche questo compito di esaminatori.

Gesù si presentò ben preparato. Non c'era neppure bisogno di ricorrere alla sua Onniscienza divina e alle Scienze speciali di cui parlano i teologi. Era bastata la sua lodevole applicazione a quanto gli era stato insegnato dalla Mamma.

Maria era una maestra non diplomata, ma che ave­va capito la «Legge», la «Parola di Dio», meglio di qua­lunque professorone, ricolma come aveva il cuore e la mente di Spirito Santo.

E Gesù anche in questo senso spirituale, e subliman­dolo, cioè rendendolo ancor più egregio, portava il volto di sua Madre. Davvero nell'abisso della sua amorosa umiltà, il Signore Gesù voleva essere il frutto non solo del grembo, ma pure del cuore e della mente di Maria Santissima!

Gli esami, era da prevederlo, per il dodicenne Gesù furono un trionfo. I Dottori rimasero sbalorditi di que­sto fanciullo che non solo non aveva incertezze nel ri­spondere, ma mostrava di capire assai bene le loro do­mande e obiezioni.

Anzi, con una dolcezza e una semplicità che li di­sarmava, questo fanciullo di Nazareth passava al con­trattacco e poneva lui stesso dei quesiti e aiutava quei vecchi studiosi nella ricerca delle soluzioni. Era, insom­ma, qualcosa di più di un fanciullo prodigio!

Era diventato, già da ragazzo, ciò che Simeone ave­va predetto: un segno di contraddizione. E i Dottori si accaloravano, dividendosi tra i freddi e pomposi mae­stri di casistica e di giuridismo senz'anima, e tra i se­guaci di questo Fanciullo che spazzava via, come il fuo­co, tante sovrastrutture umane, e ridonava alla Parola del Signore la luce e il calore delle origini.

Dio Padre voleva che, almeno negli onesti, fosse sparso con abbondanza quel seme di vera Sapienza. Il Padre Celeste perciò permise che le cose andassero in modo che, passati i giorni delle feste, quando le comiti­ve dei pellegrini ripresero cantando le vie del ritorno, il fanciullo Gesù non si trovasse in alcuna di esse.

 

Il doloroso smarrimento

Portiamoci con il pensiero alle città orientali di quei tempi, dove ogni casa e ogni piazza formicolava di bam­bini e nelle quali nei giorni di festa, come succedeva a Gerusalemme tre, quattro volte all'anno, si avanzava a fatica nelle strade strette e ingombre di merci e di rifiuti. I servizi di polizia e di vigilanza urbana erano asso­lutamente insufficienti in mezzo a quell'andare e veni­re di gente allegra e rissosa, ricchissima e povera, nella quale i cittadini di Gerusalemme sparivano nel caleido­scopio dei pellegrini provenienti da tutte le regioni del­l'Impero.

C'è un altro fattore da tener presente: essendo Gesù dodicenne e avendo superato gli esami di... maturità è in pieno diritto di prender posto nella comitiva degli uo­mini. La Madonna non vedendoselo vicino, può benis­simo pensare che si sia messo con San Giuseppe e gli altri compaesani.

Giuseppe, a sua volta, pensa che Gesù, nonostante la promozione legale, è ancora un ragazzo che può star benissimo - come nella venuta da Nazareth - insieme a sua Madre.

Fatto sta che a sera, quando le comitive degli uomi­ni e delle donne si ricompongono, perché le singole fa­miglie possano consumare il loro pasto e provvedere al riposo della notte, Gesù non si trova né presso la Ma­donna né presso gli uomini.

Altro che pensare alla cena! Appena riavutisi dal do­loroso stupore, Maria e Giuseppe rifanno nella notte il cammino percorso. Che sia rimasto a Gerusalemme in casa di conoscenti?

Il giorno che segue lo dedicano alla ricerca, e l'an­sia cresce col passar delle ore. Viene notte e non ne possono più: le gambe non reggono allo spossante cammi­no e gli occhi arrossati dolgono per il pianto e il conti­nuo scrutare in mezzo alla gente.

Gesù è smarrito! Di Lui neppure un indizio. Solo la più o meno superficiale compassione di tutti coloro ai quali avevano chiesto, se mai avessero visto, sentito...

La notte, tristissima e insonne come quelle del dub­bio di Giuseppe e della fuga verso l'Egitto, portò però buon consiglio. E se Gesù avesse fatto ritorno al Tem­pio, dove aveva subìto l'esame e dove essi stessi l'ave­vano riaccompagnato altre volte?

Maria, pratica di quei locali che nella sua adolescenza aveva forse più volte riordinato, quando entra in una di quelle sale, affollata di Dottori eppur silenziosa da pa­rere vuota, si trova davanti a una visione incredibile!

Il suo Gesù è lì, in mezzo a quei vecchi barbuti, che tien cattedra. Bello e fresco come una rosa, risponde, interroga, corregge come fossero quelli i discepoli e Lui il maestro.

 

«Perché mi cercavate?»

La Madonna non riesce a trattenere l'emozione. Tra­scinandosi dietro Giuseppe, lui pure trasecolato, si av­vicina a Gesù e, baciandolo con gli occhi rossi di pian­to, gli domanda: «Figlio mio, perché ci hai fatto que­sto?». Gesù pare non capire neppure la domanda e la Madonna prosegue: «Non sapevi che tuo padre ed io, pieni di angoscia, andavamo in cerca di te?».

La risposta del Fanciullo deve aver avuto l'effetto di un nuovo acquazzone sulle spalle di chi è già madido di pioggia. Disse Gesù, anche se in tono veramente af­fettuoso: «Ma perché mi cercavate? Non pensavate che Io sono obbligato a fare, per prima, la Volontà del Pa­dre mio, a interessarmi anzitutto delle cose Sue?».

Lasciatemi dire che ho meditato per delle ore su que­ste parole, tra le più preziose del Vangelo. Esse eman­cipano la iniziativa di ogni persona, fosse anche di un ragazzino, da qualunque autorità, anche dalla più alta, che è quella dei genitori. Quando è in gioco non un ca­priccio o un'azione qualsiasi, ma l'obbedienza alla vo­ce di Dio, cioè alla propria vocazione, non c'è legge o vincolo umano che prevalga.

Nello stesso tempo notiamo come Gesù, pur aman­do San Giuseppe da figlio devoto e ubbidientissimo, sa­pesse bene che il suo vero padre era solo Dio Padre.

Egli era venuto nel mondo per fare la volontà di Colui che lo aveva mandato, anche quando la volontà di Dio lasciava in momentanea sofferenza le due persone che al mondo aveva più care: la Mamma e il Padre legale.

Ma la Madonna e San Giuseppe erano troppo felici di aver ritrovato - e sano come un pesce - il loro Ge­sù, che ne accettarono la risposta... come una scheggia di tegola sulla testa: così, senza discuterla, certo senza comprenderla.

Quanto vorrei convincere come siano in errore co­loro che si illudono che la Madonna abbia trascorso una vita beata, quasi insensibile ai drammi di ogni esisten­za, di ogni famiglia, come fosse cullata dai sorrisi degli Angeli e sospinta da dolci sospiri d'amore...

No! La Madonna se l'è guadagnato più di tutte e più di tutti il suo pane, il suo Paradiso e il suo posto di Cor­redentrice, seconda solo al Figlio Gesù nell'amore e nel dolore.

Il Vangelo è limpido: «I suoi genitori, al momento, non compresero quella risposta», che sembrava poi an­che in contrasto con la dolcezza con cui veniva pronun­ciata e con quanto Gesù fece subito dopo.

Gesù infatti presentò, senza vergognarsi del loro abito dimesso e polveroso, i suoi genitori ai Dottori. Si scusò di non poter più restare a discutere cose pur tanto inte­ressanti. Disse che un giorno si sarebbero rivisti.

E senza oltre indugiare, infondendo loro energia e letizia, prese con Giuseppe e Maria la strada per la Ga­lilea.

 

Gesù cresceva

Il tempo è buon medico, e poi è bene ciò che finisce bene. Così la Sacra Famiglia riprese la sua vita di ordi­naria e gioiosa operosità. Il gioco con i cuginetti e la scuola lasciavano sempre più il posto al lavoro, appre­so rudimentalmente fin da bambino come divertimento e mezzo per far contenta la Mamma, e poi raffinatosi in vero e proprio mestiere.

Giuseppe sapeva il fatto suo nel rude lavoro di car­pentiere e di falegname, e a Gesù non mancò né la forza, né l'occhio attento per imparare, né il buon gusto per accontentare i clienti anche oltre i diritti delle scarse dramme pattuite.

Maria appariva la donna più felice: il pane, pur su­dato, non mancava mai, come invece era successo ai tem­pi di Betlemme e dell'esilio in Egitto. La casa era ordi­nata, funzionale.

Uno sposo così, che continuava a rispettarla come se ella fosse sua sorella e che nello stesso tempo la amava tenerissimamente, solo Dio aveva potuto prepararglie­lo! E il Figlio? Oh, Gesù cominciava a essere, in misu­ra sempre più ampia, fonte delle più pure consolazioni materne e motivo di un segreto martirio.

La Madonna infatti non poteva illudersi. Era segna­to il destino a quel Figlio che adorava la sua Mamma e che un giorno le sarebbe stato tolto e poi restituito schiodato da una croce.

Quando, pregando in casa, cantavano insieme i sal­mi di Davide o, nella Sinagoga sentivano leggere di Sa­bato le pagine di Isaia, alla Madonna mancava la voce e gli occhi le si riempivan di pianto. Faceva il tirocinio per saper non piangere, sul Calvario, il giorno in cui si sarebbero realizzate quelle profetiche parole: «Hanno scavato con i chiodi le mie mani e i miei pie­di, potrebbero contare le mie ossa...

... Non sembrava più un essere umano, sembrava un verme.

Un uomo che fa ribrezzo, da cui si torce lo sguardo, un percosso da Dio, proprio umiliato...

E che cosa si poteva fare per risparmiare tanto do­lore, per cambiare tale destino che la cattiveria degli uo­mini, aizzati da Satana, avrebbero preparato al suo Gesù?

Nulla, perché Maria ricordava il suo «sì» all'An­gelo Gabriele, che comprendeva anche questo. In tutto sentiva di essere l'umile ancella del Signore. Avrebbe quindi non solo non distolto, ma aiutato Gesù a salire il lungo Calvario, già iniziato a Betlemme. Questo era un dolore dell'anima, che la Madonna, con la sua fede e il suo carattere, sapeva però nascondere quasi a se stessa.

La vita in famiglia, in paese, nella Palestina proce­deva tranquilla. Sorgeva sì qualche effimera sommos­sa, con a capo qualcuno che si autoproclamava messia e che i Romani, senza troppo scomporsi, soffocavano nel sangue.

La gente però lavorava e pensava ai fatti suoi, an­che in quella provincia in cui soltanto i dominatori di Roma erano riusciti a metter un po' d'ordine e avviare anzi un certo progresso.

 

La morte di San Giuseppe

Per Gesù eran passati gli anni della fanciullezza e della adolescenza. Si era fatto un robusto giovanotto, di una bontà e serietà di cui a Nazareth non s'era mai visto l'eguale. Un giovane così bello, onesto e forte fa­ceva stupire molti che si andavan chiedendo come mai anche Gesù, da buon Israelita, non si guardasse in giro per trovarsi una ragazza e formarsi lui pure una famiglia.

E gli anni passavano ancora. Venti, venticinque, ven­totto. Tutto tranquillo in quella casa, dove gli ospiti ve­nivano trattati con finezza e amore.

Giuseppe, Maria e Gesù erano persone che viveva­no quanto mai riservate ma erano sempre pronte se c'e­ra un consiglio o una mano da dare, una pena da conso­lare, e senza mai chiedere in cambio nemmeno un bel grazie.

Giuseppe però - la Madonna e Gesù se ne avvede­vano con pena - invecchiava troppo in fretta.

Era sì e no appena sulla sessantina ma le forze gli venivano a mancare di giorno in giorno, finché fu ne­cessario costringerlo a letto.

Forse chi è abituato a vedere un Gesù dal miraco­lo facile (anche se a Lui non costa certo fatica), si meraviglia che Egli non abbia fatto nulla per guarire e prolungare la vita a quel Santo che, se anche non gli aveva dato la vita, gli era stato più che un ottimo papà.

Invece Gesù soffre, ma non fa nulla di miracoloso; solo allevia con tutte le arti dell'amore filiale la soffe­renza di San Giuseppe e l'apprensione crescente della Mamma.

Passano le settimane, i giorni, le ore: Giuseppe si aggrava. La Madonna, che chiederà un miracolo per con­servare l'allegria a un banchetto, non dice parola a Ge­sù per ottenere la grazia allo Sposo, neanche davanti al Figlio che prega e frena a stento i singhiozzi mentre as­siste e conforta il padre morente.

 

Rimasta vedova

E Giuseppe muore. La santa casa di Nazareth, che aveva raccolto i rantoli di Sant'Anna e San Gioacchino morenti, è ora in lutto per la morte del più grande San­to del Paradiso.

«Un Santo tutto da scoprire» pare ci dica Gesù che papà l'ha chiamato allora. E lo chiama e lo considera ancora adesso il suo caro papà. «Un Santo la cui bontà e potenza dovete scoprire» pare ci supplichi Maria, sua vera e fedelissima Sposa.

Mi viene un pensiero.

Nella nostra conoscenza così imprecisa della vita del­la Madonna (e queste pagine non si illudono certo di col­mare una lacuna; rappresentano soltanto un gesto di amo­re verso di Lei e verso chi, in umiltà, La sente sua Ma­dre), diamo giustamente rilievo alla sua condizione di Vergine illibata, di Madre amorosa, di Sposa fedelissi­ma. Non accenniamo però quasi mai alla sua condizio­ne di Vedova, in cui ha pure trascorso tanti anni della sua vita.

La Madonna, pur rassegnatissima alla Volontà di Dio, non ha mai dimenticato il suo Giuseppe. Quelli che han fatto del sesso l'altissimo e pesante idolo che ora li schiaccia, non possono comprendere questo discor­so. Quelli che amano ancora, di tutto cuore nella pu­rezza e nel sacrificio, a qualunque stato di vita appar­tengano, sposati o celibi, maritate o nubili che siano, ne intuiscono l'arcana bellezza.

Modello di sposo, di capo famiglia, di padre (pur essendolo solo di adozione), di cittadino ossequioso e di lavoratore capace, San Giuseppe, come Maria, po­trebbe essere ora additato a modello perfetto anche a chi si consacra interamente a Dio con i voti di castità, di povertà e di ubbidienza.

Chi più di lui ha ubbidito, con prontezza e amore? Che ha meglio vissuto in santa e lieta povertà unendo al suo sudore una illimitata fiducia nella Provvidenza di Dio? Chi ha più onestamente praticato la purezza, ri­manendo vergine, pur vivendo in famiglia, accanto a una Sposa che amava e dalla quale era riamato?

Giuseppe non solo fu casto, ma vergine, pur essen­do un uomo di carne e ossa lui pure. Non pensiamolo un povero vecchio di cartapesta, come si ostinano a pre­sentarlo quelli che non credono nella grazia di Dio e nella virtù di un uomo forte e leale.

È bello ricordare questo tanto più che, se la Madon­na e San Giuseppe fecero voto a Dio di perfetta e per­petua verginità, non fu certo perché a proposito delle leggi della vita avessero sentimenti gretti o idee sbagliate. Non per mancanza di coraggio e di amore, ma per l'amore più sublime, che si elevava direttamente fino a Dio, ripiovendo poi benefico su tutta l'umanità, ave­vano scelto di vivere così.

 

La lunga attesa

Davanti al piccolo tavolo sono di fronte la Madonna e il suo Gesù. Il posto di Giuseppe ora è vuoto. Il suo corpo e sepolto non lontano, l'anima è tanto vicina: ep­pure come si sente la sua scomparsa!

A Nazareth i giorni, i mesi riprendono la loro cor­sa. La Madonna passa lunghe ore sola, quando Gesù è in paese per il suo lavoro di carpentiere. Lavora, prega e medita in cuor suo.

Aveva tanto desiderato la venuta del Salvatore. Le preghiere infocate della sua adolescenza al Tempio e di Lei, giovane sposa, ne avevan affrettato l'ora. Ed era­no poi passati circa trent'anni da quel mattino di prima­vera in cui il Verbo di Dio si era fatto Carne viva nel suo grembo verginale.

Ma perché ancora nulla di nuovo? Gesù ormai è uo­mo nella pienezza del suo vigore fisico e spirituale; ep­pure continua, giorno dopo giorno, la vita comune di un qualunque onesto artigiano.

Eppure è il Figlio di Dio, annunciato da Gabriele, il Salvatore indicato ai pastori, il Re universale adorato dai Magi, il Maestro ammirato dai Dottori, il Messia atteso da Israele...

Era sembrato che la sua missione si chiudesse - trop­po presto - all'età di dodici anni; e Maria ripensava all'angoscia dello smarrimento e alla sorpresa del suo ri­trovamento. Ma ora?

Nel cuore di Lei si scontravano due sentimenti. La madre avrebbe voluto sempre con sé il Figlio amatissi­mo, avrebbe desiderato che quella santa, perfetta unità familiare non conoscesse lacerazioni. Ma era pure l'an­cella del Signore, postasi al suo servizio per la Gloria dell'Altissimo e perché la Redenzione potesse giungere a tutte le anime...

Oh, non avrebbe mai detto a Gesù di lasciare la ca­sa, ma non avrebbe neppure fatto alcuna resistenza alla sua partenza, il giorno che il Padre lo avesse chiamato.

 

Arrivederci, Mamma!

In paese si cominciò a parlare di un certo Giovanni, figlio del Sacerdote Zaccaria, che dopo aver passati al­cuni anni di dura penitenza sulle montagne deserte, era sceso lungo il Giordano e s'era messo a predicare e a battezzare.

È facile immaginare l'attenzione che la Madonna pre­stava a queste notizie e quanto ne godeva, perché Gio­vanni se lo sentiva non solo parente, ma un pochino suo. Trent'anni prima, con il suo saluto alla cugina Elisa­betta, non aveva lei stessa, già madre di Gesù, portato a lui la vita di Dio, santificandolo prima ancor che na­scesse?

Alcuni del paese prendono la strada per il lago di Tiberiade e raggiungono i guadi del Giordano dove la gente si raccoglie ad ascoltare questo giovane Profeta. Le impressioni che riportano sono serie e sembrano es­si pure toccati nel cuore.

Giovanni, il Battista, parla con forza, con amore, va subito al sodo. La Madonna non può non ricordare le parole profetiche del vecchio Zaccaria: «E tu, bambi­no, sarai chiamato Profeta dell'Altissimo perché gli an­drai innanzi a preparargli la strada».

Per Gesù, l'inizio di questa predicazione, fu il se­gno che anche la «sua ora» stava per giungere.

Così un giorno la Madonna dovette prendere una sac­ca, riporvi qualche indumento e qualche pagnotta del buon pane che per tanti anni aveva, con infinito amore, impastato e cotto per lo sposo e per il suo Gesù, e rice­vere da Lui il bacio di pace sulle guance rigate di lacri­me, mentre il cuore batteva forte a tutti e due, e veder­lo partire.

Fra alcune settimane sarebbe ritornato. Ma intanto quanto grande, quanto silente e vuota le sembrava la ca­setta senza di Lui...

I trent'anni, che Gesù aveva passati quasi interamente a Nazareth con la Mamma e il padre putativo, non era­no stati solo una preparazione ai tre anni circa di apo­stolato fra le città e i paesi della Palestina.

Per Giuseppe, per la Madonna e per Gesù furono un lungo, fervidissimo apostolato formato dagli elementi essenziali: il colloquio interiore e continuo con Dio, la preghiera, il lavoro, una squisita carità in famiglia e con tutte le persone con cui, nelle mille circostanze della vita, venivano a contatto.

Nella casa della Santa Famiglia la Redenzione del mondo non era solo in attesa ma già in atto, come una giovane vita che palpita nel grembo materno e non an­cora dischiusa alla luce.

Ora questa esperienza irripetibile nella sua perfezio­ne, di vita familiare, si chiudeva per sempre? E Gesù dove sarebbe andato?

 

L'Agnello di Dio

Gesù iniziò la sua vita pubblica con un grande atto di umiltà. Si recò lui pure presso il Giordano per chie­dere a Giovanni il battesimo quale segno di penitenza e di purificazione.

Giovanni vide Gesù, - era la prima volta - mentre scendeva, tutto solo, verso il fiume. Senza esitazione lo indicò ai presenti: «Ecco l'Agnello di Dio!» cioè la vittima più pura e più gradita a Dio, che offrirà se stes­so per cancellare il peccato del mondo. E mentre Gesù si avvicinava, Giovanni continuò: «Vi parlavo di Lui quando dicevo che in mezzo a voi c'è Uno che non co­noscete, a cui devo preparare la strada. Di fronte a Lui non mi sento degno neppure di slacciargli i sandali».

Intanto Gesù era arrivato presso il fiume e stava real­mente per slacciarsi i sandali per entrare alquanto nel­l'acqua e ricevere lui pure il battesimo.

Giovanni protestò: «Non lo posso permettere! Io piut­tosto dovrei essere battezzato da Te».

Ma poi dovette cedere e battezzarlo.

In quel momento una grande luce, non violenta co­me un fulmine, ma dolce come una colomba, venne a posarsi sopra di Gesù, mentre si udì una voce potente:

«Questo è il mio Figlio diletto nel quale mi sono com­piaciuto!».

Tutte queste cose commossero e sbigottirono anche i numerosi presenti.

Erano gente di ogni ceto, contadini e pastori, farisei e pubblicani, gente di Gerusalemme e pescatori del vi­cino lago di Tiberiade; vi erano persino dei soldati ro­mani venuti per fare una ispezione.

Fra costoro due pescatori, Andrea e il suo giovane amico Giovanni, furono attratti, come ferro da calami­ta, a seguire Gesù.

Rimasero con Lui fino alla sera.

Dunque quel giorno, sulla riva del fiume Giordano, aveva incontrato il Signore chi sarebbe diventato l'A­postolo prediletto di Gesù e, un giorno, il figlio di ado­zione di Maria, sempre vicino e amatissimo: Giovanni, l'Evangelista.

 

L'ora si avvicina

Lo stesso Spirito, che condusse Giovanni Battista nel deserto a far penitenza e poi lo richiamò in mezzo alla gente, condusse pure Gesù sulla brulla montagna, ora detta delle Tentazioni.

Maria, rimasta sola, pensava continuamente al suo Gesù che come Mosè, Elia e altri santi e profeti che lo avevano preannunciato, si sarebbe recato su quella mon­tagna in cui neppur le capre trovavano da brucare. Vi avrebbe trascorso una quarantina di giorni nei disagi fi­sici, nel digiuno, immerso nella meditazione e nell'in­timo colloquio con Dio Padre.

Poi, e la Madonna lo sapeva benissimo, ci sarebbe stata l'evangelizzazione con l'entusiasmo delle folle, il ritorno di tante anime a Dio, la guarigione di tanti ma­lati, dei lebbrosi, degli indemoniati...

E poi l'invidia dei capi, e le male lingue che avreb­bero seminato zizzania tra i semplici, e poi l'ingratitu­dine delle masse, così facili a cambiar bandiera, l'ab­bandono anche degli amici, dei beneficiati.

La Mamma vedeva avanzarsi la tragedia del Calva­rio, come un ciclone che venga a coprire un cielo pri­ma tersissimo e a rovinare una natura rigogliosa di vita.

Ne aveva letto già fin troppi particolari sui rotoli della Sacra Scrittura, quand'era a Gerusalemme. Le aveva ri­sentito rileggere tante e tante volte queste tremende pro­fezie, seduta nella Sinagoga, il sabato, con accanto lo sposo Giuseppe e il Figlio. Il «Servo di Dio» avrebbe dato la vita, in sacrificio totale e volontario, per ripara­re la disobbedienza al Signore e offrire alle persone di buona volontà, di qualunque popolo e religione, la pos­sibilità della Salvezza.

Una salvezza offerta attraverso una Croce, e per molti sarà offerta inutilmente. «Una spada ti trapasserà l'a­nima» le aveva detto Simeone. E già la spada comin­ciava a penetrarle più profondamente in cuore.

 

Non di solo pane...

Mentre la Mamma, a casa, lavorava pregando, con davanti agli occhi dell'anima il suo Gesù, Egli trascorreva in digiuno e preghiera un lungo periodo di peni­tenza. Dopo quaranta giorni di mortificazione, ce lo di­ce il Vangelo, si sentì sfinito. La fame si faceva prepo­tentemente sentire.

Satana, il Nemico, subito approfitta di questa debo­lezza fisica per tentare di travolgere Gesù. Non gli era riuscito di eliminarlo quando Egli era ancora nel grem­bo di Maria, con la lapidazione di Lei perché Giusep­pe, uomo giusto, non pensò neppure a denunciare la Sposa.

Satana non era riuscito a ucciderlo, Bambino, nep­pure aizzandogli contro la rabbia di Erode e le spade dei suoi soldati. Che ci riesca ora a vincerlo, ancor pri­ma che Gesù inizi la sua manifestazione al mondo, di­stogliendolo dalla volontà del Padre, anzi asservendolo ai suoi stessi loschi disegni?...

Ma chi era poi questo Gesù di Nazareth? Certo un essere che incuteva terrore anche a lui, il Principe delle Tenebre. Era un semplice uomo, anche se di gran lun­ga il migliore di tutti, o era addirittura il Figlio di Dio? Era forse Dio stesso che, scavalcando nel suo volonta­rio annientamento la natura angelica, si era fatto uomo tra gli uomini?

Satana lo avvicinò, con l'astuzia di un aspide che non vuol lasciarsi sfuggire la preda, usando tutta la diplo­mazia, ammantata del cosiddetto buon senso, di cui si sentiva capace.

«Non ti accorgi che muori di fame? Non sarai buo­no né per te né per gli altri. Ma su, mangia! Te lo ha dato Dio lo stomaco, e il pane Tu non hai bisogno né di cuocerlo né di acquistarlo. Di' una parola e queste pietre diventeranno pane... ».

Gesù rispose: «Non di solo pane vive l'uomo... » e rifiutò non soltanto il momentaneo nutrimento ma la se­duzione di una vita «normale» senza eccessive preghie­re e penitenze. Sarebbe, secondo il Diavolo, potuto tor­nare a Nazareth, e lì mangiare onestamente il buon pa­ne cotto da sua Madre. Poi, magari, formarsi Lui pure una famiglia. Che cosa c'è di più santo, di più «norma­le» di una bella famiglia?...

Satana vedeva però il suo discorrere cozzare contro la roccia del monte e ancor più contro la volontà ferma di Gesù.

Il Diavolo cambiò discorso: «E allora fa qualche cosa di "diverso", se sei diverso dagli altri! Se hai una mis­sione da compiere, datti da fare, e presto! Vedrai tutto il mondo correre a inginocchiarsi ai tuoi piedi... Ti sug­gerisco io un lancio pubblicitario di sicura efficacia: il luogo, Gerusalemme "la città santa", e il modo? But­tati, quando i cortili sono affollati di gente, dalla Torre presso il Tempio. Non ti romperai neppure una cavi­glia. E’ scritto che Dio manderà i suoi Angeli a sorreg­gerti... ».

«È scritto anche, rispose Gesù, che Dio non va ten­tato, chiedendogli miracoli inutili».

La partita si metteva male. Due vittorie per Gesù e niente per il Seduttore.

Sfoderò l'ultima arma come uno che, sfortunato in giochi d'azzardo, pazzamente gioca tutto il patrimonio, fino alla camicia.

«Tu vedi nella sua grandezza e conosci nella sua bel­lezza il mondo meglio di me. Tu sai che non mento se mi ritengo io il "principe" di questo mondo. Ebbene, sono pronto a lasciartelo tutto nelle mani, ad andarme­ne al mio maledetto destino, se Tu per un istante ti ingi­nocchi di fronte a me e mi riconosci per tuo dio... ».

Gesù pensò al tentativo di Lucifero di occupare in Cielo il posto di Dio, e ciò costò al Ribelle e a miriadi di angeli sedotti la dannazione eterna. Lo stesso sacri­lego tentativo veniva ripetuto ora di fronte a Lui, Uomo-­Dio. Lucifero adorato da Dio stesso, come a Lui supe­riore...

Oh, che il cedere in cambio tutto l'universo era per Satana meno che il cedere un giocattolo, in questo mo­struoso baratto...

Gesù pensò anche alla sua Mamma, all'umile ancella del Signore, a colei che era sempre pronta per fare la Volontà del Padre. Per ricomprare il mondo da Satana, la Madre era disposta a offrire al Padre il suo stesso Fi­glio in redenzione.

Con voce potente, anche se il corpo era sfinito, Ge­sù ordinò a Satana di andarsene.

«Solo a Dio si deve adorazione e ubbidienza... ».

Forse nella stessa ora la Madonna mormorava a fior di labbra quella preghiera nata parola per parola, poco per volta, nelle tranquille sere di Nazareth, e che Gesù poi confiderà ai suoi Apostoli perché la ripetessero an­ch'essi. La preghiera terminava così: «Non lasciarci soc­combere nella tentazione, liberaci dal Maligno... ».

 

Le nozze di Cana

La Madonna aveva dei parenti nel vicino paese di Cana e un giorno fu invitata a partecipare, con Gesù, alle nozze.

Ma il Figlio, dopo il battesimo voluto ricevere da Giovanni il Battista, e di ritorno dalla quaresima di pe­nitenza compiuta nel deserto, non stava più a Nazareth.

Già si era messo a predicare nei paesi sul lago, in Cafarnao, Betzaida, Corozin, ecc., e a raccogliere at­torno a Sé i primi quattro o cinque discepoli.

La Madonna riuscì comunque a fargli pervenire l'in­vito alle nozze che Gesù accettò volentieri.

Quasi verso la fine del lunghissimo pranzo (per quei paesi poveri era un avvenimento da ricordare in vita) ecco arrivare Gesù con i suoi primi Apostoli, tra i quali San Giovanni che ce ne ha tramandato il racconto.

Molto conosciuto e stimato fra quei suoi parenti, Gesù fu chiamato al posto d'onore presso gli sposi. La sua venuta accrebbe la gioia ai convitati che, facendo subi­to posto anche agli altri venuti, ripresero... sete e ap­petito.

La Madonna, lei pure seduta a tavola, pur nella se­renità del momento, era sempre attenta a quanto avve­niva.

Si accorse infatti per prima che i servi tardavano a riempire di nuovo i boccali del vino. Forse si erano esau­rite le scorte.

Non si poteva pensare, come ai giorni nostri, di fare una corsetta dal droghiere o dall'oste. Allora ogni famiglia aveva il suo vino e il farselo prestare o vendere, in una occasione come quella e all'ultimo momento, sarebbe bastato per diventare la favola del paese.

Per evitare a quei cari parenti, specialmente ai gio­vani sposi, una figura in quei frangenti piuttosto meschi­na, non disponendo di risorse umane, Maria ricorse al suo Gesù.

Gli si avvicinò senza dar nell'occhio e, come se gli dicesse la cosa più comune, gli sussurrò: «Figlio, non hanno più vino».

Gesù comprese l'enorme peso di quella semplice fra­se, e quale atto di eroismo fosse costato alla Madre il pronunziarla.

Le rispose, serio e affettuoso insieme: «Che c'è più fra me e te, o Donna? La mia ora non è ancora ve­nuta».

La Madonna non ritirò la sua richiesta, pur sapendo le conseguenze che quel piccolo gesto avrebbe causato e, lasciando a Gesù l'ultima scelta, si rivolse ai servi, che si erano avvicinati, dicendo loro: «Fate quello che Lui vi dirà».

Gesù, ormai compromesso dalla fede e dalla costanza della Mamma, buttò lì una frase che poteva sembrare addirittura una presa in giro per chi, come noi, già non conoscesse il miracolo che ne sarebbe avvenuto. «Fuo­ri ci sono i recipienti per fare le abluzioni. Vuotateli, risciacquateli e riempiteli di nuovo d'acqua. Poi porta­te in tavola da bere».

Quei poveri camerieri dovettero sbarrare gli occhi di fronte a un ordine tanto strano e... inutile. Ma Gesù era così serio e calmo nel parlare, e lo sguardo amoro­so e gioioso della Madonna era rimasto così impertur­bato che, anche per liberarsi dalle sempre più pressanti richieste di altro vino che essi non potevano più evade­re, decisero di ubbidire al Signore.

Sapete anche voi come la cosa andò a finire. Quan­do, quasi per gioco, vollero assaggiare quell'acqua da loro stessi versata in quella specie di grosse anfore, si accorsero di bere del vino degno della tavola di Erode e dei Sommi Sacerdoti. Un vino di cui forse neppure a Roma o ad Atene se ne beveva l'uguale...

In pochi minuti le tavole rifiorirono di boccali e l'al­legria cresceva senza sforzo. Solo una protesta: il re­sponsabile dei preparativi alle nozze, che però non si era accorto del vino che mancava e del modo in cui Ge­sù vi aveva provveduto, se la prese con gli sposi e i lo­ro parenti perché gli avevano tenuto nascosto il vino mi­gliore. Quello ci sarebbe voluto all'inizio e non alla fi­ne quando i gusti si fanno meno esigenti e i giudizi più vaporosi...

 

Donna, la mia ora...

Vi confesso, miei cari, che quasi tutte le frasi di Gesù alla Madonna, come ce le riporta il Vangelo, mi hanno fatto impressione. Non sono facili da capirsi.

Ho detto che la Madonna compì un atto eroico nel riferire a Gesù che veniva a mancare il vino. E c'è un perché.

Tanto intelligente e riflessiva, Ella si rendeva conto che Gesù avrebbe potuto risolvere quella incresciosa si­tuazione solo ricorrendo alla sua onnipotenza di Dio. Ci voleva un miracolo, e il Vangelo ci assicura che fino allora Gesù non ne aveva mai fatti. Fu la Madonna a strapparglielo.

Chiedergli un miracolo era quasi obbligarlo a rive­larsi per quello che Egli era: il Figlio di Dio. Voleva perciò dire accorciare le tappe della sua evangelizzazio­ne, del suo manifestarsi a quel mondo che poi lo avreb­be deriso, respinto, abbandonato. Era dare il via a quella tremenda reazione a catena che si sarebbe conclusa con la tragedia del Calvario, con la morte sulla croce.

Gesù comprende benissimo quale peso abbia l'inter­vento della Madonna e la sua risposta lo testimonia. Ecco come potremmo parafrasarla: «Ora non sei più soltan­to la Madre che nella vicina Nazareth mi chiedevi, co­me a figlio tuo, questo o quel favore. Tu rivolgendoti a Me, Figlio di Dio, vai oltre ai tuoi diritti di madre di famiglia, e prendi il ruolo di Madre della Chiesa, di Corredentrice dell'umanità, di quella Donna che con Me schiaccerà il capo a Satana. E Io rivolgendomi a te con lo stesso nobilissimo nome con cui, morente, ti chiame­rò dalla Croce a essere madre a Giovanni e a tutta la Chiesa, adesso ti avverto, o Donna, che questa mia ora non è ancora venuta».

Nessuno, come la Madonna, conosce la potenza della preghiera umile e fiduciosa. Con lo stupendo program­ma proposto a quei bravi camerieri e a tutti noi: «Fate quello che Lui vi dirà!», Ella anticipa l'ora di Dio!

Nel Tempio, a Gesù dodicenne, che s'era fermato senza avvisare i genitori, la Madonna aveva chiesto, ad­dolorata, il perché...

Gesù le aveva risposto che quando si tratta di voca­zione, di missione divina da svolgere, non c'è affetto e autorità umana che possa frapporre ostacoli.

La Madonna aveva fatto tesoro di quella lezione, e ora che la missione di Gesù sta avviandosi, Lei stes­sa ve lo introduce, donando a noi non più il Bambino di Betlemme o il Falegname di Nazareth, ma il Tau­maturgo, il Maestro, l'Amico dei sofferenti e degli umili.

Un giorno Maria ce lo donerà totalmente questo suo Figlio come la vittima del Calvario e dei nostri altari.

Non a caso San Giovanni Evangelista commenta: «Quello fu il primo dei miracoli compiuti da Gesù e i suoi discepoli credettero in Lui».

 

Il primo ritorno a Nazareth

Dopo il miracolo della trasformazione dell'acqua in ottimo vino, avvenuta a Cana, la curiosità della gente e l'attenzione delle persone sofferenti e religiose si dif­fusero come un benefico contagio in tutta la Galilea. Tutti volevano Gesù.

E Gesù, non badando a sacrifici e stanchezze, e già allenandovi i suoi discepoli che intanto andavano cre­scendo di numero, passava di paese in paese, predican­do il suo Vangelo, risanando ogni sorta di malati e scac­ciando i demoni dai corpi degli ossessi. Con le opere e le parole insegnava agli umili quanto Dio fosse loro vicino e li amasse come vero padre.

Passate alcune settimane, volle fare ritorno a Naza­reth per rivedere e riabbracciare la Mamma, per farla meglio conoscere ai suoi Apostoli, ed anche per far prov­vista di indumenti e vesti che la Mamma gli andava te­nendo sempre in perfetto ordine.

Mi par di vedere Gesù con quanta dignità e proprie­tà vestisse pur senza ricercatezza di stoffe e senza stra­nezze di fogge. Anche in questo si intravvedeva l'oc­chio e la mano intelligente della Mamma e soprattutto l'amore e l'adorazione della umile ancella di Dio e del­la perfetta discepola del suo Messia.

Il primo incontro con Maria fu per gli Apostoli una santa sorpresa e una consolazione all'anima che li entu­siasmò ancor più a seguire il Figlio di questa semplice, buona, benedetta fra tutte le donne.

Anche Giacomo e Giuda di Alfeo, rividero ben vo­lentieri la zia, felici e orgogliosi di essere stati scelti come Apostoli dal loro cugino Gesù. Corsero poi dalla loro madre e dai fratelli per godere insieme di tanta vo­cazione, e delle prime felici esperienze compiute insie­me con Gesù.

Si sistemarono così alcuni nella casa stessa della Ma­donna, altri in quella di Maria di Alfeo, altri in case vi­cine ospitali. Giunto il sabato, come era solito fare, Gesù si recò alla Sinagoga. Il capo della comunità, dopo le preghiere e i canti di rito, invitò Gesù a leggere e a com­mentare la Bibbia. Penso naturalmente che, da buoni israeliti, siano stati presenti, mescolati fra la gente di Nazareth, gli Apostoli e la Madre.

Quando Gesù si alzò per andare al leggio a leggere, un brusio di commenti e poi un silenzio perfetto fecero capire quanta voglia i Nazareni avessero di udire con le loro orecchie questo concittadino che faceva già par­lare tanto di sé, per quanto andava compiendo e dicen­do un po' dappertutto.

E Gesù, calmo e solenne a un tempo, prese il rotolo della profezia di Isaia, andò a cercare il passo in cui il profeta diceva: «Lo Spirito del Signore è sopra di me. Lui mi ha consacrato e mandato a predicare ai poveri la buona novella... ».

Lesse il brano con la sua bella voce, dolce e sicura. Una pausa. Riavvolse il rotolo, lo consegnò all'inser­viente. Si sedette. Nella Sinagoga nessuno si muoveva. Si poteva udire volare una mosca.

Poi Gesù commentò: «Io vi assicuro che quanto qui è stato predetto, oggi si realizza di fronte ai vostri occhi».

Come a dire: Questo Messia, che voi pure attende­te, vi sta qui davanti: sono Io che vi parlo!

La gente rimase dapprima sbalordita. Era troppo vio­lenta e improvvisa questa rivelazione per poterla accet­tare o rifiutare tutta d'un colpo.

Poi cominciarono i bisbigli, i commenti. Che Gesù fosse un galantuomo nel lavoro, un onesto sotto tutti gli aspetti nessuno poteva avere dubbi. Conoscevano bene pure la Madre, una santa donna e Giuseppe, il falegna­me, aveva lasciato un caro ricordo. Anche dei parenti di Gesù, della famiglia di Alfeo soprattutto, non si po­teva anche volendolo dir male.

Con tutto questo però, ad arrivare a credere che quel Gesù, figlio di Maria, fosse non solo un bravo uomo, ma addirittura il Messia del Signore, il passo era trop­po lungo per la loro poca fede.

E la Madonna, con intimo dolore, vide Gesù diven­tare nella sua Nazareth segno di contraddizione. La mag­gior parte, pur riconoscendo a Gesù l'onestà a tutti i li­velli, la capacità di parlare, anche una grande bontà che gli permetteva di ottenere da Dio grazie particolari, ri­fiutò di credere che fosse proprio Lui il Cristo atteso da secoli. Se ne uscirono della Sinagoga frastornati, di­scutendo e scuotendo la testa.

Gesù era tornato dalla Mamma con una gran voglia di far tanto del bene anche a Nazareth. La sua famiglia era conosciuta in paese ed era al corrente di tante situa­zioni penose, di tanti malati, di andicappati, di persone infelici ancor più nell'anima che nel corpo. Ma, ci dice il Vangelo, nonostante la sua disponibilità, Egli non vi poté compiere che pochissimi miracoli, appunto perché era mancata la fede in Lui.

Gli dispiaceva per loro e per la Mamma che sarebbe stata felice che anche i suoi compaesani, che Essa tanto amava, potessero approfittare delle infinite ricchezze di grazia che Gesù aveva tenuto fino allora nascoste. Adesso era giunto il tempo di distribuire a piene mani.

 

Beata Te, che hai creduto!

Di San Giovanni Battista è riportato un bellissimo elogio fattogli, in sua assenza, da Gesù. Elogi ed anche rimproveri non furono risparmiati agli Apostoli, special­mente a San Pietro e a San Giovanni. E della Madonna non troviamo niente?

Io amo pensare che l'elogio più bello e più comple­to di sua madre Gesù lo abbia tracciato all'inizio del gran­de discorso della montagna. Quanto è caro rileggere an­che in chiave mariana le Beatitudini, pagine d'oro della letteratura umana!

- Beati gli umili! Beati i poveri convinti e contenti di essere tali, e perciò fiduciosi di raggiungere Dio, per bontà sua, nel Regno dei Cieli.

Beata Te, Ancella obbediente di quel Dio che fa ca­dere i prepotenti dai troni e innalza Te, umile Regina, a fianco di Gesù, a una regalità senza confini.

- Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beata Te, o piena di grazia, diventata il paradiso di Dio, il suo vivo tabernacolo. Da Te verrà il Verbo, fat­tosi uomo, a rivelarci il volto del Padre.

- Beati i miti, i portatori di pace, perché possede­ranno la terra e saranno chiamati figli di Dio.

Beata Te, benedetta fra tutte le donne per il tuo cuo­re buono e misericordioso. Tu sei non solo la figlia pre­diletta ma la madre del tuo Dio.

- Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia; un giorno saranno saziati.

Beata Te, dolce e potente calamita che hai attirato sulla terra il Verbo di Dio, l'Agnello che toglie il pec­cato. Tu hai goduto nel vedere il Signore realizzare fi­nalmente le promesse fatte ad Abramo e ai suoi discen­denti.

- Beati coloro che soffrono persecuzioni e calun­nie a causa della loro fedeltà a Cristo Gesù.

Beata Te, Madre, anche se una spada ti ha trafitto l'anima prima ancora che Egli nascesse. E questa ferita si allargherà fino alla morte sopra la Croce del tuo Uni­genito, e fino a che un tuo figlio soffrirà sulla Terra...

Tu hai esultato nel vedere il Signore ricolmare di mi­sericordia e di forza gli affamati di perdono e di giusti­zia, mentre sono rimandati a mani vuote quelli che si credono ricchi e sicuri.

- Beati quelli che credono senza aver visto! - di­rà un giorno il tuo Gesù risorto, di fronte all'incredulo Tommaso.

Beata Te, che hai creduto a quanto Ti ha rivelato il Signore! Così ti ha salutato la cugina Elisabetta dinnan­zi al muto Zaccaria, punito dall'Arcangelo Gabriele per la sua mancanza di fede.

 

Un tentato omicidio

Il primo ritorno di Gesù a Nazareth, dopo alcune set­timane di apostolato, non aveva certamente avuto una conclusione confortante. Dall'entusiasmo allo scettici­smo, dalle lodi all'ironia, per la gente di qualunque razza o paese il passo è breve e tanto facile... Ma erano state allora soltanto parole.

Il tempo e, diciamolo pure, il Diavolo continuarono però a lavorare a sfavore di Gesù. La zizzania cresce anche da sola, ancor meglio si allarga se sopraggiungo­no Scribi e Farisei a seminarla a piene mani.

Da gente che passava da Nazareth, poiché lì si in­crociavano alcune piste carovaniere, venivano riporta­te su Gesù e sui suoi discepoli un sacco di notizie. In parte erano vere, in buona parte esagerate o alterate an­che senza cattiveria, in parte infine erano maliziosamente distorte o inventate di sana pianta.

La popolazione, a causa di Gesù, si era ormai sud­divisa in due partiti: un piccolo nucleo di fedeli, e la gran massa di oppositori con la solita fascia intermedia di timidi e incerti.

La Madonna sempre più ne soffriva, perché amava tanto il suo paese e il suo popolo, e avrebbe desiderato che il suo Gesù fosse per tutti causa di salvezza, e non occasione di rovina per molti in Israele.

Dovette, una sera, impallidire quando persone ami­che le riferirono il rischio mortale che Gesù aveva in­contrato proprio a Nazareth. Come fosse una preda in­calzata da una muta di cani arrabbiati, Gesù era stato sospinto da un gruppo di quanti già lo odiavano fino sul ciglio di un precipizio, e non mancò neppure chi tentò di buttarvi giù il Signore.

Gesù non si scompose. Amareggiato per il rifiuto dei concittadini, per vedersi cacciato fuori dal suo paese (un giorno, quando sarà la sua ora, verrà buttato fuori an­che da Gerusalemme) ma per nulla spaventato, non pensò né a fuggire né a difendersi. Passando sicuro e tranquillo in mezzo a loro, senza che più potessero mettergli ad­dosso una mano, se ne partì di là.

 

Chi è mia madre?

Lo smacco subìto dai più scalmanati non fece riflet­tere gli altri, anzi il cattivo lievito farisaico faceva fer­mentare e inacidire ormai tutta la massa.

Fortunato San Giuseppe, il falegname, che era già morto! Su di Maria, la Madre di questo pericoloso so­gnatore, già si indirizzavano le prime frecciate. Eppure fino allora la amavano tutti, o almeno la stimavano, an­che perché la sua Famiglia, pur nella sua riservatezza e discrezione, non era vissuta come uccelli in gabbia, ma normalmente impegnata nella vita del paese, come carità voleva e come il mestiere stesso di Giuseppe e di Gesù richiedevano.

Maria però era pur sempre una donna e le donne, a quei tempi, erano considerate ben poco. Gesù aveva altri parenti. Morto Alfeo (o Cleofa), capo famiglia re­stava il figlio maggiore, un certo Giuseppe, insieme a Simone. Costoro sono gli altri due cugini di Gesù che il Vangelo nominerà come testimoni, addolorati e final­mente credenti, della Crocifissione.

Già innervositi per conto loro di queste chiacchiere, e mal consigliati dai capi del paese, un bel giorno Giu­seppe e Simone radunarono il parentado. Facendo un riassunto di tutte le maldicenze, conclusero - bontà loro! - che Gesù non era né un delinquente, né uno strego­ne, né un pericoloso arruffapopoli, ma semplicemente un pochino malato di mente, un sognatore impenitente...

Il Vangelo dice più brevemente: lo ritennero folle. E tutti, compresa la Madre che, essendo rimasta vedo­va, in faccende di clan doveva ubbidire e tacere, furo­no obbligati a recarsi a Cafarnao, dove Gesù stava evan­gelizzando.

Il Signore è intento, in una casa, a ricevere molte persone bisognose in anima e corpo, quando gli annun­ciano la visita della Madre e dei «fratelli». L'onnisciente Signore non ha bisogno di far domande sullo scopo di quella visita. Semplicemente la rifiuta. I parenti atten­dono? Non li vuole neppure vedere!

Esce perciò in una risposta che, se lascia perplessi talvolta noi, deve aver dato grandissima consolazione e lode alla Madre sua, pur suonando apparentemente al­l'opposto.

«Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli?». E vol­gendo lo sguardo sui suoi discepoli, disse a chi gli ave­va annunciato la visita dei parenti: «Ecco: è questa la mia famiglia: perché chi compie la Volontà del Padre mio, al disopra di ogni parentela naturale, mi è fratel­lo, sorella e madre!».

La Madonna, nella umiliante sofferenza di quella im­posta visita a Cafarnao, non aveva sperato di meglio, cioè che Gesù rifiutasse di seguire i cugini che nella lo­ro cieca pietà, volevano riportarlo alla «normalità», fa­cendogli riaprire a Nazareth l'officina di falegname.

Godette di sentirsi incoraggiata, prima fra le disce­pole del Figlio-Maestro, nel suo unico desiderio di fare a ogni costo l'ubbidienza, di seguire la volontà del Pa­dre celeste.

Quanto ci devono però aver patito, con la Madonna e la sua buona cognata Maria Alfeo, i due nipoti Apo­stoli, Giacomo e Giuda vedendosi accomunati, nel di­sprezzo e nella emarginazione, con questo Gesù «usci­to di mente», e diventato, a detta degli altri fratelli, il disonore del parentado e la favola del paese!...

 

Silenzio e preghiera

Le visite di Gesù a Nazareth si facevano intanto più rare. Ormai il lavoro di evangelizzazione si dilatava sem­pre più e si organizzava meglio.

Attorno a Gesù e ai dodici Apostoli facevano perno un bel gruppo di discepoli e di donne devote e volonte­rose che badavano anche alle necessità materiali di vit­to e vestito di Gesù e di chi faceva l'apostolato, direm­mo noi adesso, «a tempo pieno».

Anche la cognata della Madonna, Maria di Alfeo, aveva accolto l'invito di Gesù a seguirlo, con altre bra­ve donne come Maria, Salomé, Giovanna di Cusa. La Mamma invece doveva restare ancora nel silenzio, an­che se straripante di amore e di preghiera, della casetta di Nazareth.

Con la mente seguiva il suo Gesù, ed era felice del­le buone notizie che i pochi amici, rimasti credenti in Lui, le portavano. Si rendeva intimamente partecipe dei dispiaceri che il Figlio incontrava sempre più frequenti e gravi, soprattutto per l'incomprensione e l'astio di tutte le autorità, salvo qualche rarissima eccezione.

Si andava componendo, nitido e vivo, quel quadro che Giovanni (l'apostolo che Gesù prediligeva e che di­venterà sempre più caro anche a Maria, per la sua pu­rezza e per il suo giovanile entusiasmo) firmerà con le parole: «Il Verbo di Dio venne al mondo e il mondo non lo riconobbe. Venne in casa sua, e i suoi non lo vollero accogliere... ».

Ma anche Gesù non poteva dimenticare la sua Mam­ma, il capolavoro della sua Redenzione, dalla quale aveva umanamente ricevuto non molto ma tutto, e per la cui santificazione Egli aveva dedicato ben trenta dei trenta­tré anni della sua vita.

Leggendo attentamente il Vangelo notiamo senza fa­tica come i paragoni e le parabole di Gesù traboccano di ricordi di casa, di riferimenti alle abitudini materne.

Gli pare, a volte, di rivedere la Madre che mette un pugno di lievito in tre staia di farina, che aveva prima macinato, impastato, e poi lascia che la massa fermen­ti. Intanto accende il forno usando anche fieno e sterpa­glie fra cui ci sono gigli di campo tagliati dalla falce e presto seccati, e sì che prima erano vestiti di splendidi colori, meglio che il re Salomone.

Forse rivede la sua Mamma nella donna rimasta so­la, senza più marito e figlio, in casa. Non ha più introiti e non ha nemmeno la pensione sociale (a quei tempi, anzi fino a pochi decenni fa non si sapeva nemmeno co­sa fossero queste cose). Questa donna perde una delle dieci monete che le erano rimaste. Non ne fa una trage­dia, ma nemmeno ci dorme sopra. Si dà a frugare la ca­sa fin che la moneta salta fuori, ed è contenta che nem­meno un briciolo di provvidenza sia andato perduto.

Gesù prende le difese dei bambini e delle loro ma­dri, che glieli portavano perché li abbracciasse e bene­dicesse, contro le impazienze degli stessi apostoli. «La­sciate che i bambini vengano a me!».

Non so poi immaginare quanta fatica Gesù debba aver fatto nel sostenere quel dialogo, apparentemente assai duro da parte Sua, con quella madre Cananea che aveva la figlia inferma perché ossessa dal Demonio. E come, dopo aver provato la fede di quella madre fino all'eroi­smo, deve averle detto col cuore traboccante di gioia: «Donna, come è grande la tua fede! Torna a casa e tro­verai la figlia già guarita».

 

Donna, non piangere!

In ogni volto di madre, sorridenti o addolorate, gio­vanissime con il bimbo al collo o già con i capelli briz­zolati e il volto segnato da rughe, penso che Gesù rive­desse il volto bellissimo della Vergine Madre, con quel sorriso di cielo velato impercettibilmente da una malin­conia di chi già sapeva, e viveva in anticipo, il dramma del Calvario.

Un giorno però a Gesù, mentre con gli Apostoli sa­liva verso Naim, l'incontro con una madre gli toccò il cuore come non mai. Usciva dal paesetto un corteo di gente che accompagnava alla sepoltura un giovane. Era figlio, unico per di più, di una donna rimasta vedova. Il caso era evidentemente pietoso e tutto il paese parte­cipava al lutto.

Gesù guardò quella barella, su cui era disteso il ca­davere del giovane avvolto nella sindone, e pregò i por­tatori di fermarsi, di appoggiarla a terra. Guardò a lun­go la madre, quel volto arrossato dal pianto e devastato dal dolore. E pensò a sua Madre.

Anche a Nazareth viveva, in una casetta, una Vedo­va, con nell'anima ancor forte il dolore per la recente morte dello sposo Giuseppe. Aveva un figlio, l'unico, che era l'Unigenito di Dio Padre e di Lei, la Vergine­ Madre. E questo Figlio amatissimo, fra poco più di un anno, sarebbe morto. Non di morte naturale, come per una fatalità, ma giustiziato in croce, come un delin­quente...

Lo avrebbero, quel Figlio, accompagnato a una tom­ba non un lungo corteo rispettoso e dolente di popolo, ma i pochi, pochissimi amici rimastigli, con la Madre disfatta dal pianto, troppo a lungo trattenuto fin che Egli viveva.

Quella mamma di Naim gli anticipava con cruda evi­denza il dolore ben più grande della Madonna e, quasi per chiederle un favore, Gesù le disse: «Donna, non piangere».

E come avrebbe poi consolato sua Madre, il matti­no di Pasqua, non con dolci parole ma con ridarle tutto Se stesso, risorto come aveva predetto, così volle dar conforto a quella vedova doppiamente in lutto, ridonan­dole vivo il figlio.

Gesù si chinò, scoprì il volto del morto, gli prese la mano gelida e con voce sicura e carezzevole, nel si­lenzio attonito della folla strettasi attorno, disse: «Gio­vinetto, Io te lo dico, alzati!». E alla madre, quasi im­pietrita da troppa commozione, Gesù consegnò il figlio, dopo averlo aiutato a mettersi a sedere e a levarsi in piedi.

Sì, sarebbe venuto anche per Lui e per la Mamma dolcissima, dopo la interminabile, dolorosa attesa, quel mattino di Pasqua: «Sono risorto, come ti avevo detto. Sono vivo, e sono ancora con te!».

 

Giovanni in prigione

Di mese in mese cresceva attorno a Giovanni il Bat­tista la popolarità. Più che da curiosi questo strano per­sonaggio, che sembrava tratto dal granito dei monti, era circondato da persone desiderose di cambiare totalmente o almeno di migliorare la propria condotta. L'abbassa­re le superbie, il colmare le pigrizie, il raddrizzare at­teggiamenti tortuosi era un programma che il profeta pro­poneva non alla società, «agli altri», ma a se stesso e a chi, imitandolo, volesse attuarlo di persona.

Le autorità religiose, ingelosite del suo ascendente sulle folle, se ne preoccupavano e non protestarono certo quando Erode, offeso, lo punì con la prigione nei sot­terranei dello sperduto castello di Macheronte, per aver­gli Giovanni rinfacciato la sua scandalosa condotta. La notizia si diffuse ovunque e portò indignazione e sgomento. Anche Gesù ne tenne conto e lasciò per un po' di tempo quelle regioni, per recarsi dove la evange­lizzazione era meno ostacolata.

La Madonna ne dovette soffrire profondamente. Sen­tiva quanto la vita e la missione del figlio di Elisabetta fosse legata al destino del suo Gesù. Lo stesso angelo Gabriele ne aveva preannunciato la nascita, lo stesso Spi­rito li aveva portati ambedue prima alla penitenza del deserto poi alla predicazione.

Che fosse già vicino il momento della suprema te­stimonianza, fino alla stessa morte, sia per Giovanni, già imprigionato da un re senza scrupoli e senza carat­tere, sia per suo Figlio che vedeva crescere intorno, come un mare in burrasca, la diffidenza, il disprezzo, l'odio di tutti i detentori del potere?

Quell'Erode Antipa, che pur s'era reso conto che il Battista era un onesto, ma non era capace di tirarne la conclusione liberandolo, avrebbe avuto un nome e un ruolo, insieme a tanti altri, anche nella sofferenza e nel sacrificio dell'Agnello di Dio.

 

Che sarà di Gesù?

La Madonna non può non averne pianto. Nel suo cuo­re sensibilissimo, anche se tanto forte, pulsava l'amore e il dolore di tutte le madri. Era un innocente, era il Pro­feta venuto per indicare a tutti il Messia e la strada su cui incontrarlo, che ora scriveva la testimonianza con il proprio sangue, e cadeva simbolo e preannuncio del­la grande Vittima, sulla stessa strada che conduceva al Calvario.

Morto Giovanni, le autorità religiose si sentirono più libere e più forti nel prendere posizione contro Gesù. La Madonna venne così a sapere che in quello stesso Tempio in cui Ella era vissuta per tanti anni, Gesù ri­schiò un giorno di essere ucciso a sassate da un gruppo di fanatici farisei.

Le dissero pure, e purtroppo le notizie erano vere, che i Capi dei Sacerdoti tentarono di imprigionare anche Gesù. Se la cosa non era riuscita fu solo perché le guar­die ebbero paura della gente che attorniava in quel mo­mento il Maestro, e perché anch'esse erano rimaste un po' frastornate, se non proprio convinte, dal suo splen­dido discorso.

Non sappiamo misurare quanto abbia patito la Ma­donna quando seppe che a Gesù era stato negato il per­messo di predicare nel Tempio. Ella, umile e ubbedien­tissima alla Legge, vedeva il suo rispetto per l'autorità, soprattutto religiosa, cozzare contro il modo indegno con cui veniva esercitata. Al Verbo di Dio veniva proibito di rivelarsi proprio nel Tempio di Dio; veniva cacciato dalla sua stessa Casa!...

Noi, così superficiali nel leggere il Vangelo, forse non abbiamo pensato alla profonda ferita che la Madonna provò nel suo spirito quando si arrivò a scomunicare non solo Gesù, ma a cacciar fuori dalla Sinagoga (e non soltanto dal locale delle riunioni come capitò al cieco dalla nascita guarito da Gesù) coloro che aves­sero creduto in Lui. Anzi si giunse a far obbligo a chi sapeva qualcosa sul conto del Maestro galileo, di esporre denuncia.

Raccogliendo nel cuore le pene intime e le torture fisiche di tutti i perseguitati per la giustizia, nell'amore eroico a Gesù e alle anime, Maria di Nazareth pregu­stava la beatitudine di chi subisce oltraggi, calunnie e persecuzioni per causa di Lui. Grande sarebbe stata la ricompensa nei Cieli!

 

Con i discepoli

Erano già passati più di due anni di questa intensa predicazione, del meraviglioso e molteplice apostolato compiuto da Gesù e di cui il Vangelo ci dà appena le notizie essenziali.

Gesù viaggiava di città in città accompagnato dagli Apostoli. Abbiamo già ricordato che vi erano pure al­cune donne che collaboravano materialmente, badando alle necessità di vitto, vesti, ecc., dei discepoli del Si­gnore, e che collaboravano anche spiritualmente con il buon esempio, la preghiera e il contatto discreto con le anime.

Come Giovanni Battista non conobbe il rispetto uma­no e disse chiaro e tondo a Erode che non gli era lecito tener presso di sé la cognata, così Gesù disprezzò le male lingue e accolse tra gli Apostoli il pentito pubblicano Matteo e tra le discepole la convertita Maria di Magdala. La Mamma, a Nazareth, soffriva la solitudine, ve­dova e con il Figlio lontano e fra crescenti difficoltà. Anche la cara Maria di Alfeo, vicina di casa, e che le era stata per tanti anni come una sorella, era lontana, perché chiamata, appena morto il marito, a far parte del gruppo delle pie donne.

Ma anche per Lei venne il giorno, in cui Gesù, in una delle sue rapide visite a Nazareth, pregò la Mam­ma che lo accompagnasse, discepola Lei pure insieme alle altre discepole. Si avviava l'ultimo ciclo di evan­gelizzazione che si sarebbe concluso nella Morte e nel­la Risurrezione.

La Mamma disse il suo sì, come tante altre volte, alla Volontà del suo Dio, e chiuse quella casetta che chis­sà quando e da chi sarebbe poi stata riaperta, che forse Lei non avrebbe più riveduto, per condividere con il Fi­glio Gesù le ormai rare consolazioni e le sempre più fre­quenti amarezze.

Il «Servo di Jahvè» stava per salire gli ultimi gradi­ni dell'Altare del Suo volontario e cruento Sacrificio, e la Serva del Signore gli era ora anche visibilmente ac­canto, con il suo conforto di Madre e il suo impegno di Corredentrice.

 

La casa di Betania

La bontà di Gesù è senza confini, la misericordia di Dio fa sovrabbondare la Grazia dove prima il peccato ha compiuto le sue devastazioni.

Quando il Signore perdona a una persona veramen­te pentita, Egli dimentica tutto il passato per quanto ver­gognoso sia stato, e le ridona la sua stima e l'affetto di Padre. Lo dimostra la conversione di Maria, sorella di Marta e di Lazzaro, che lascia Magdala per seguire, con le altre pie donne, Gesù nel suo apostolato.

Con l'affetto del Signore - il Vangelo dice espres­samente che Gesù voleva bene a Lazzaro e alle di lui sorelle Marta e Maria - questa famiglia di Betania ebbe certamente tutto l'affetto anche da parte della Madonna. Insieme all'Apostolo Giovanni infatti saranno sul Cal­vario, accanto al Cristo sulla croce e alla Madre crocefissa nell'anima, sia Maria Maddalena, sia Marta, mentre il fratello Lazzaro resterà a Betania a offrire il primo rifugio agli Apostoli sbandati e spaventati per la cattura e la condanna del Maestro.

La Madonna, Creatura concepita immacolata e poi vissuta sempre nella immagine e somiglianza con Dio, ha voluto bene, con amore eroico e doloroso, anche ai più ostinati e perfidi nemici del suo Gesù per ottenere pure a loro la Redenzione. Ma è più che naturale che il suo cuore si sia dilatato di gioia e di riconoscenza verso le persone e le famiglie che hanno accolto, con fiducia e adorazione di veri credenti, il suo Figlio, riconoscen­dolo Figlio di Dio.

Non so dirvi - il Vangelo non vi accenna - se la Madonna, già unita al gruppo delle Discepole, fosse pre­sente al miracolo grandioso della risurrezione di Laz­zaro, e nemmeno se fu Ella pure invitata con Gesù e gli Apostoli a quella cena, semplice e solenne insieme, che la famiglia di Betania offrì qualche tempo dopo, co­me piccolo gesto di ringraziamento al Signore. Quel gior­no, erano le stesse padrone di casa, Marta e Maria, a servire a tavola.

La conclusione di quella cena deve aver addolorato anche la Madonna per la villania di Giuda, il campione della giustizia sociale e della carità blaterata, fatta cioè a spese degli altri, negando anche a Dio i suoi sacri di­ritti. Giuda offende Maria, padrona di casa, e l'ospite Gesù tirando falsamente in ballo i bisogni dei poveri.

Anche quel gesto di Maria Maddalena che versa sul capo e sui piedi di Gesù il profumo racchiuso in un va­setto prezioso di alabastro, deve aver commosso inten­samente, per la fede e il presentimento che lo suggeri­va, il cuore della Madre.

Suo Figlio, così sereno quel giorno con i suoi Apo­stoli e in casa di sinceri amici, avrebbe conosciuto pre­sto la morte e quel profumo che ora inondava la casa, anticipava gli odori degli aromi che sarebbero serviti per la sua sepoltura.

 

Gerusalemme, che uccidi...

Da Betania a Gerusalemme la distanza è di pochi chi­lometri, e Gesù chissà quante volte aveva percorso quella strada. Quel mattino però la sua venuta nella Città San­ta non passò inosservata.

Dapprima la sua tristezza impressionò gli Apostoli. Videro il loro Maestro guardare, dalle pendici del Monte degli Ulivi, la «santa» Città col suo Tempio splendente nel sole di primavera, con infinita pena, fino a non riu­scire a trattenere il pianto.

Quante cose gli ricordavano quelle strade, quei pa­lazzi, quelle case, e di quanti fatti santi e orribili sareb­bero presto divenuti teatro!

Quel Tempio, la Casa del Padre, che cosa era dive­nuto ormai?... Gli ricordava la sua Mamma che vi era vissuta, fanciulla e adolescente, almeno una decina d'an­ni, che ve lo aveva poi portato Bambino, insieme a Giuseppe, per presentarlo in Offerta santa e immacolata al Padre, che era venuta, sudata e preoccupata, a prenderlo quando Lui dodicenne vi era rimasto fra i dottori.

Ora la Mamma stava per compiere il terzo, il più eroico atto di offerta di quel Figlio, umanamente tutto suo. Come aveva fatto di lui Bambino a Betlemme e nel Tempio, e di lui Maestro a casa, così ora sul vicino Cal­vario stava per offrire (e per offrirsi insieme) il Figlio come vittima di espiazione e di redenzione.

E Gesù pensava, mentre le lacrime rigavano le sue guance, che per troppi uomini il sacrificio di Se stesso, di valore infinito (e accompagnato da quello di sua Ma­dre e di tutti i buoni), sarebbe stato inutile, anzi pietra di inciampo invece che di salvezza. Ricordava le paro­le di Simeone che più di una volta la Mamma aveva ri­petuto al Figlio: «Sarà posto come segno di contraddi­zione. Una spada a te, Madre, trapasserà l'anima».

Gli Apostoli guadavano Gesù. Finalmente ruppe il silenzio: «Gerusalemme, Gerusalemme che uccidi i pro­feti, e ammazzi a sassate coloro che Dio manda a te! Ah, se avessi riconosciuto questa tua ora di salvezza! Come una madre sono andato in cerca dei tuoi figli, co­me una chioccia che raduna i pulcini nell'ora del peri­colo, ma tu non l'hai voluto... ».

Poi un improvviso cambiamento di scena. Gesù sa che non lascerà Gerusalemme se non per salire il Cal­vario, ma non è un pauroso, tanto meno un rassegnato, un vinto. Aveva detto: «Io darò la mia vita spontanea­mente. Posso darla e ho il potere anche poi di ripren­derla. Questo mi è dato dal Padre mio».

Tutti conoscete la bellissima festa, che ragazzi e per­sone umili di ogni età e condizione, fecero poi quel gior­no a Gesù.

Il suo ingresso in Gerusalemme, la sua venuta al Tempio furono un vero trionfo. In molti amici del Si­gnore Gesù rifiorirono le speranze che il vento delle osti­lità si sarebbe acquietato, che anzi avrebbe forse cam­biato direzione.

Solo Gesù non si illudeva: già gli sembrava di senti­re l'eco del «Crocifiggilo!». E Maria sapeva che Ella aveva accettato quel Figlio, lo aveva cresciuto e prepa­rato non per una festa e un trionfo pur meritato, ma per un Regno senza fine, il cui trono sarebbe stato però una croce.

 

Il pane vivo

Quando diciamo il Cenacolo, intendiamo non solo la bella sala da pranzo in cui avvenne l'ultima Cena, ma anche altre sale e stanze in cui gli Apostoli e le prime Discepole, vi poterono vivere, per molte settimane, al­meno fino alla venuta dello Spirito Santo.

La Madonna non era a tavola con gli Apostoli, quan­do Gesù istituì la Santa Eucaristia, ma deve essere stato tanto bello per Gesù recarsi un istante dalla Madonna, per ridonarsi totalmente a sua Madre sotto il velo del Pane eucaristico.

Nell'ora della Incarnazione il Figlio di Dio si era to­talmente affidato a Maria di Nazareth, per avere dalla sua carne e dal suo sangue immacolato quel Corpo e quel Sangue che in questa ora già stava per immolare sulla Croce.

Quel Corpo e quel Sangue, frutto benedetto del grem­bo di Maria, sarebbe poi stato glorificato in Cielo ma anche sulla Terra. In ogni paese del mondo e per tutti i secoli sarebbe rimasto presente e palpitante di vita e di amore, sotto le apparenze del Pane e del Vino. Non poteva quella sera mancare la Comunione per­fetta anche con la sua Mamma, con la corredentrice del Santo Sacrificio, quasi a riparare in anticipo tante co­munioni mancate, o gelide o addirittura sacrileghe, che sarebbero state fatte lungo i secoli fino alla fine del mondo!

 

La tua Volontà

Lasciato il Cenacolo dove aveva lavato i piedi agli Apostoli, mangiato l'Agnello pasquale e istituito la Santa Eucaristia, donando pure agli Apostoli il potere di rin­novare questo santo Mistero, Gesù uscì verso l'Orto degli Ulivi. Avevano pregato tanto e si era fatto buio. Anche nell'anima di Gesù scendeva sempre più fitta la tenebra e la tristezza.

Scelse tra gli Apostoli - Giuda intanto stava già at­tuando il suo tradimento - i tre che riteneva i più affezionati, perché gli facessero compagnia. Dormirono invece, nonostante i richiami, mentre Gesù passò ore di sofferenze indescrivibili, tanto che sudò sangue.

Nessun conforto né dal Cielo né dalla terra, di fron­te alla sicura previsione di essere abbandonato da tutti, di venir tradito da un amico, di essere processato, tor­turato, condannato, ucciso su una croce. Gesù aveva pure l'impressione che tutto sarebbe rimasto inutile per mol­ti, per troppi fra gli uomini, che Lui avrebbe voluto sal­vare senza eccezioni...

«Padre, allontana da Me questo calice!... », implo­rò in quel tremendo momento.

La Madonna era certamente rimasta nel Cenacolo, ma il presentimento materno, illuminato anche da tanti accenni che Gesù aveva fatto sulla sua Passione, le fa­ceva già vivere, spiritualmente vicina, la dolorosa ago­nia del Figlio.

E come Lei aveva accettato di divenire la Madre del Redentore dicendo: «Sia fatto di me secondo la tua pa­rola», così il Figlio ripeterà le stesse parole della Mam­ma, in quella «notte delle tenebre» in cui il Sangue già cominciava a sprizzargli dalle vene: «Padre, sia fatta non la mia ma la tua volontà!».

Vorrei che vi fermaste un poco a pensare quanta ama­rezza abbia provato in cuore la Madonna quando l'A­postolo Giovanni le racconterà più tardi del tradimento di Giuda.

Maria aveva sempre amato gli Apostoli, compren­dendone i limiti, sopportandone i difetti, incoraggiando con la sua saggezza e tenerezza materna il molto bene che scopriva in loro.

Ma Giuda, questo infelice Giuda, alla Madonna fa­ceva paura.

Falso, lussurioso e quindi sempre bisognoso di de­naro, in mezzo agli altri Discepoli sembrava una aspi­de in un nido di uccelli. La Madonna soffriva e prega­va: temeva per il suo Gesù. La vipera avrebbe quella notte dato l'ultimo morso, quello mortale, e sotto la for­ma di un bacio traditore.

 

Hanno imprigionato Gesù!

Le ore della notte tra il Giovedì santo e il Venerdì non passavano mai. La Madonna vegliava in un crescente affanno.

Finalmente torna Giovanni, ansante per la corsa, stra­volto. Corre dalla Madonna e non può nasconderle la verità: le racconta del sudore di sangue nell'Orto degli Ulivi, del tradimento di Giuda, dell'arrivo delle guar­die con corde e bastoni, di Gesù trascinato prima in ca­sa del vecchio pontefice Anna. Ora è nel Sinedrio radu­nato illegalmente in piena notte, ed è sotto processo...

E gli Apostoli? La Madonna apprende con pena quan­to Giovanni, il prediletto, non sa come confessarle..., gli Apostoli sono fuggiti spauriti, delusi, quasi arrab­biati con il Signore che, pur potendolo (e lo aveva di­mostrato con un miracolo a favore di una guardia), non aveva voluto difendersi.

Giuda, dopo il bacio del tradimento, era scappato via dal Gethsemani come un pazzo; Pietro, dopo lo sban­damento generale, si era messo a cercare notizie di Ge­sù; anzi Giovanni lo aveva visto aggirarsi dalle parti del Sinedrio. E gli altri? Nessuna notizia. Che almeno fos­sero andati a rifugiarsi presso il buono e potente Lazza­ro a Betania...

La Madonna era veramente desolata.

Pregò Giovanni che almeno, almeno lui non abban­donasse il suo Gesù, e che appena gli fosse possibile ve­nisse di nuovo a prenderla perché anche la Mamma fosse vicina e seguisse passo passo la tragica conclusione della Passione del Figlio.

 

Che sia crocifisso!

Mescolata in mezzo alla gente, accompagnata da Gio­vanni e dalle più coraggiose delle discepole, la Madon­na fu testimone del processo iniquo di fronte a Ponzio Pilato.

Rivide il Figlio tornare dalla farsa inscenatagli da Erode, con addosso una vestaglia e trattato da pazzo. Con il cuore che le si spezzava dal dolore, più che se i colpi piovessero su di lei, assisté, sia pur da lonta­no, alla orrenda flagellazione, in cui ogni colpo arava di ferite il Corpo santissimo del suo Figlio e Dio.

Povera Mamma, che aveva pure le orecchie stordi­te dalle urla della folla inferocita che aizzava i carnefici a raddoppiare il numero e la violenza di quelle frustate selvagge!

Quale strazio ha provato la Mamma quando più tar­di, sulla gradinata del palazzo di Ponzio Pilato, vide suo figlio Gesù presentato alla folla dallo stesso Governa­tore, uomo indeciso sul giudizio, crudele e pauroso a un tempo...

Il bel Volto era rigato di sudore e di sangue, sporco di sputi; la testa era beffardamente coronata di spine che penetravano nella pelle e la facevano sanguinare, le belle mani del suo Gesù, tumefatte e legate, stringevano una canna a mo' di scettro...

La Madonna ricordava l'annuncio dell'Angelo: «Da­rai alla luce un figlio, lo chiamerai Gesù. Dio gli darà il trono di Davide suo antenato. Il suo regno non avrà mai fine... ».

Davvero che questo suo Figlio era Re, il Re dell'u­niverso, ma non certo come l'avrebbe voluto quel po­polo imbestialito che osannava a Barabba e chiedeva la morte per Gesù.

 

Lungo il Calvario

«Che volete che io faccia di questo vostro Re?», aveva chiesto con sprezzo Pilato alla folla in tumulto. «Noi non abbiamo altro re se non Cesare. Costui sia crocifisso!», fu la risposta ispirata dai Sacerdoti e dai Farisei che, come lupi famelici, già pregustavano il san­gue della preda.

E Pilato, per paura di aver noie con Roma, dopo aver apertamente riconosciuto Gesù innocente e aversene stu­pidamente lavato le mani, lo condannò a morte di croce.

La lunga Via Crucis era cominciata per la Madonna ancor prima di Betlemme. Ora Ella stava per percorrere, anche materialmente, insieme al suo Gesù, i brevi ma aspri sentieri che li conducevano alla cima del Calvario.

Tutti conoscete bene, come ce lo ricordano al vivo i Santi Vangeli, il viaggio di Gesù, carico della croce, dal pretorio di Pilato, per le strade strette, sporche e af­follate da gente curiosa e ostile della città, fino alle mu­ra e poi, fuori dalle porte, la breve ma faticosissima sa­lita fino alla vetta del Calvario.

I nomi del Cireneo, della Veronica, di un gruppo di donne di Gerusalemme, piangenti di dolore per la sorte di Gesù e di vergogna per il contegno dei loro mariti e figli, sono noti e cari a noi, che ricordiamo le doloro­se cadute, gli insulti, le sassate contro il Condannato. Uno dei momenti più strazianti di questo salire cari­co della croce fu quando, a una svolta della stradiccio­la, Gesù si vide di fronte la Mamma, bianca di pena co­me la più addolorata fra le madri, e nobile e forte come una regina. Un colloquio di pochi secondi fatto solo di sguardo, di respiro, di battito di cuore. Le anime si par­lavano, condividevano la pena uno dell'altro; si confor­tavano nel fare con amore, senza tentennamenti, la Vo­lontà del Padre.

Se la Madonna ci avesse amati di meno, se fosse stata egoista nel suo dolore materno, avrebbe potuto chiede­re a Gesù di usare per un istante la sua non certo perdu­ta onnipotenza, e annientando ogni potere infernale e mondano, sottrarre Se stesso alla morte e la Madre allo strazio.

Invece Maria era presente sul Calvario proprio per la ragione opposta: stava anche lei completando la ter­za fase della sua non ancora finita missione materna. Ella doveva, dall'alto di quel piccolo colle, divenuto per sempre l'Altare del mondo, donare il suo Figlio (unita a Lui come goccia all'oceano), all'Eterno Padre e a tut­ta la famiglia umana, come la vittima che espia volon­tariamente per tutti i peccati del mondo.

Gesù accettò il conforto della Madre, infondendo e moltiplicando pure in Lei quel coraggio e quella tene­rezza che l'avrebbero fatta la Consolatrice degli afflitti. «Tutto è compiuto!»

Mentre spira un vento cattivo e il cielo accenna a rannuvolarsi Gesù giunge sul Calvario. È spogliato delle vesti; le ferite della flagellazione, delle cadute e delle percosse si riaprono.

Viene steso sulla croce. Incomincia la crocifissio­ne. Sul Calvario c'è un baccano veramente demoniaco: si acquieta solo per udire i colpi dei martelli sui chiodi che penetrano inesorabilmente presso i polsi e le cavi­glie, nelle mani e nei piedi di Gesù, e poi nel legno. Simeone aveva preavvertito la madre: «Questo Fi­glio sarà segno di contraddizione, posto a salvezza e a rovina. Per questo una spada ti trapasserà l'anima».

Quei chiodi sembravano penetrare nella testa, nel cuore della Madonna che era lì, a pochi metri, che ve­deva, che sentiva.

E non poter far nulla per evitare o almeno alleviare tanto dolore...

Poi la croce viene issata in piedi, è fissata nel buco già preparato. Il corpo di Gesù è sospeso ai chiodi che segano e straziano nervi, pelle, vene, carni.

Il sangue, quel poco rimasto del molto già sparso, continua a colare. La sete aumenta. Il corpo trema per la febbre, gli spasimi tetanici sono sempre più forti.

E nell'anima di Gesù scende una notte ancor più pro­fonda e paurosa del buio che sta sempre più, inspiega­bilmente a quell'ora, ricoprendo la terra.

«Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ...». Gli uomini, invasati da Satana che con loro si illude della vittoria contro il Cristo, urlano, bestemmiano, in­sultano Gesù e anche la Madre che l'ha messo al mon­do per farlo morire in croce...

Dalla croce parte una preghiera, che la Madonna ha già fatta sua: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».

E come Madre, non solo di Gesù ma dell'intera uma­nità, la Madonna prega, e perdona... Oh, il perdono della Madre a coloro che stanno insultando il Figlio moren­te... che ancora si prendono beffe del Figlio di Dio... Io ritengo che questo perdono totale fosse la prova che solo la più santa e buona delle creature poteva superare, prima di accettare da Dio il riconoscimento di una missione che, già da tempo, si accorgeva di andare svolgendo.

La Madonna, Mamma di Gesù, vera Madre di Dio, doveva essere sempre più visibilmente e intensamente anche la Madre soprannaturale di tutti gli uomini chia­mati a essere figli di Dio.

Il nome «Donna» che figura, riferito a Maria, all'i­nizio e alla fine della Bibbia (nella Genesi e nell'Apo­calisse), e che Gesù aveva già usato alle nozze di Cana, ritorna sulle labbra, secche per l'arsura, di Gesù ago­nizzante.

Sentiamo come ce lo riferisce l'Apostolo San Gio­vanni, testimone interessato in prima persona a questo colloquio: «Gesù, volgendosi alla Mamma, disse: - Don­na, ecco tuo figlio! -. Poi volgendo la testa verso il Di­scepolo, disse: "Figlio, ecco tua Mamma!". E da quel momento il Discepolo la tenne sempre con se».

Se i Sacerdoti possono ritenersi rappresentati in ma­niera speciale dall'Apostolo Giovanni, è pur vero che tutti i cristiani, anzi che tutte le persone del mondo pos­sono sentire come rivolte a sé le parole di Gesù.

Prima di morire, il Crocifisso ci offre il più grande dono, dopo quello di Se stesso: ci affida la Sua come nostra Madre. Ci chiede un impegno, una responsabili­tà: riconoscere e trattare la Madonna come nostra au­tentica Mamma.

Su questa verità che il recente Concilio Vaticano II, proprio nell'ora della sua conclusione, ha in modo solenne ricordato per bocca del Papa che riconobbe in Ma­ria la Madre della Chiesa, dovremmo ancora riflettere per trarre alcune meravigliose e impegnative conclusioni.

 

E uscì sangue e acqua

Le forze al Crocifisso vengono rapidamente a man­care. Il respiro è sempre più affannoso e irregolare. Or­mai Gesù non ode più nemmeno gli insulti: «Scendi dalla croce, e ti crederemo! Salva te stesso, tu che salvavi gli altri!... ».

In questo isolamento e buio pauroso, mentre come dice il Vangelo sulla terra calarono le tenebre, nel cuo­re di Gesù cresce la pace. Il Cielo sta riaprendosi al suo spirito di uomo. Il Figlio di Dio e di Maria può dire in verità di aver ormai compiuto, e a perfezione, il pro­prio dovere.

Anche la Mamma può ripetere in cuor suo, in umil­tà e sincerità: «Tutto è compiuto!» Ecco, o Padre, ho finito la mia missione verso la Persona del tuo Figlio Unigenito. L'ho accolto e l'ho generato alla vita uma­na, l'ho dato alla luce del mondo; ora lo rendo di nuo­vo alla luce del Cielo, in Sacrificio santo e immacolato. Ora aiutami a esser madre non solo del mio Gesù ma di tutti i tuoi figli che Lui è venuto a salvare...

Già si udiva, ma sempre più debole, il rantolo del­l'agonia. A un certo punto un grido possente, insospet­tabile da quel petto straziato ed esangue; e subito Gesù reclina il capo e spira.

Quale sarà stata l'ultima parola di Gesù, quest'ulti­mo grido, quasi un urlo? Non sono il solo a credere che sia stato il nome, almeno parte del nome di mamma, in aramaico «Immàh», parola pressoché identica in tut­te le lingue e presente su quasi tutte le labbra delle per­sone che muoiono straziate dalla sofferenza.

La cognata Maria di Alfeo e Maria Maddalena, pur piegate dal dolore, dovettero sostenere la Madonna che, all'ultimo respiro di Gesù, si sentiva pur essa morire.

La spada del dolore faceva di Lei la Regina dei Mar­tiri, pur lasciandola in vita. Nessuno, tranne il Signore, può scandagliare la grandezza sublime e l'intensità del­l'amore della Madre di Dio, e quindi l'abisso di pena nel vedere morire e a quel modo, nella natura umana che aveva da lei assunto, il proprio Dio.

Mi par di sentire nelle orecchie il gemito che la Ma­donna non poté soffocare vedendo il soldato che, con gesto preciso, anche se privo di cattiveria, squarciò il petto ormai non più palpitante di Gesù. Il cuore ne fu trapassato, e dall'ampia ferita sgorgò l'ultimo fiotto di sangue e acqua.

 

Maria, la Vergine Madre

Io vivo così l'inizio del Vangelo di San Giovanni: Dalla croce pende, ormai senza vita, il Corpo del Crocifisso. Giovanni, sorreggendo Maria, Madre di Ge­sù e sua, soffre ma spera ancora nel suo Maestro. In attesa del permesso di staccare dal legno quel Corpo mar­toriato e poi seppellirlo, l'Apostolo più caro al cuore di Gesù medita il tremendo mistero della Redenzione di cui egli è testimone.

«... in Lui era la vita». Fin dal principio; perché quel Crocifisso è Dio, come Dio è il Padre.

È venuto tra i suoi, nella casa che gli appartiene, ma i suoi non l'hanno accolto. Egli era la luce per ogni uomo, ma le tenebre lo hanno respinto... ».

E qui variando dal plurale al singolare, io continuo a leggere così:

«E ha dato il potere di diventare figli di Dio a colo­ro che lo hanno accolto, che credono nel nome di Lui che non da comuni leggi naturali, non da passione o volontà di uomo, ma da Dio è stato generato. Sì, que­sto Verbo si è fatto Carne viva ed abitò fra noi; e noi vedemmo... ».

Fui confortato dal leggere che alcuni Padri della Chie­sa Orientale e sommi Teologi della Scolastica avevano avvertito prima di me l'assurdo di credere che possano diventare figli di Dio coloro che da Dio già sono stati generati, e nel leggere nella recente Bibbia di Gerusa­lemme una nota incoraggiante la lettura che ripropongo.

Se mi sono permessa questa... digressione è perché vedo chiaramente in essa non solo una rinnovata pro­clamazione della divinità del Verbo nato dal Padre, ma anche una chiarissima affermazione della Verginità di Maria che ha concepito e dato alla luce quel Figlio non per comuni leggi naturali, per passione o per volontà anche santa di uomo, ma per volontà onnipotente e amore infinito di Dio Padre.

Così questo Verbo si è fatto carne ed è per Lui, no­stro Dio perché nato da Dio Padre, e nostro fratello per­ché nato da Maria, che noi abbiamo grazia su grazia!

 

In grembo alla Mamma

Nicodemo e Giuseppe di Arimatea, con qualche lo­ro servo e San Giovanni, avuto il permesso da Pilato, salirono con delle scale sulla croce. Levarono i chiodi, e con delicatezza e rispetto calarono il corpo di Gesù. La Madonna, che si era seduta presso la croce, lo rice­vette fra le braccia.

Isaia, parecchi secoli prima, aveva visto con esat­tezza la scena: «Non ha più aspetto di uomo. È un esse­re umiliato, quasi un percosso da Dio, che fa torcere la bocca e da cui si allontana lo sguardo... ».

Il suo Gesù! Il suo bambino nato nella Grotta di Be­tlemme, il suo Gesù, bello, sano, forte lavoratore di Na­zareth, il suo splendido Gesù degli anni della evange­lizzazione... ora tutto una ferita, uno scempio...

Quel Corpo santissimo era coperto di sangue e su­dore, di polvere e di sputi... Le mani e i piedi scavati dai chiodi erano già freddi; la santa ferita al Cuore, oh! come faceva male alla Madonna, anche se Gesù, alme­no quella, aveva potuto non sentirla!

Le brave donne, previdenti, si erano intanto procu­rate dell'acqua, degli aromi e delle lenzuola per ripuli­re alla meglio il corpo di Gesù.

La Mamma cercava di togliere le spine dai capelli, adagio adagio, quasi per non fargli ancora male; le al­tre compivano la loro pietosa opera.

Mi par di udire il lungo pianto, il lamento della Ver­gine, da quegli occhi e da quella bocca che, con fermezza eroica, avevano cercato di trattenere le lacrime e avere solo voce di conforto finché Lui ancora viveva.

Di questo santo, lungo, umanissimo lamento è rima­sta eco anche nella poesia cristiana per lunghi secoli per­ché, non dimentichiamolo, l'Immacolata Regina del Cie­lo è stata quaggiù la più umana, la più vera fra tutte le donne; ha condiviso, insieme al suo Figlio-Dio, tutto con noi, eccetto il peccato.

 

Il sepolcro nuovo

Dopo le tenebre e il terremoto che aveva scosso il Calvario, la Città e aperto delle tombe, era tornato un po' di sole, già però vicino al tramonto.

Era la vigilia della grande Festa della Pasqua giu­daica; fra poco sarebbe iniziato il Riposo rigoroso del Sabato (bel riposo, bella festa per onorare quel Dio a cui si era appena finito di uccidere il Figlio unigenito!...), e bisognava pensare, con la massima sollecitudine, alla sepoltura.

La Regina dell'Universo non aveva una moneta per queste necessità materiali; non aveva una tomba per sep­pellirvi suo Figlio. Ma al Figlio spirato nudo sulla Cro­ce la Provvidenza aveva riservato un bel sepolcro, tutto nuovo, donato alla Madonna, con prontezza e con felde, da Giuseppe di Arimatea, perché dopo tanti dileggi e torture, quel Corpo avesse almeno l'onore di una se­poltura nobile e degna.

Il corpo di Gesù viene avvolto in una lunga sindone che ancora possiamo vedere e venerare, conservata co­m'è con cura nella Cattedrale di Torino. Poi accompa­gnato dal tristissimo corteo di alcuni buoni, fra cui più numerose sono le coraggiose Discepole, viene introdotto nel sepolcro e accomodato sulla tavola di pietra.

All'interno ormai è buio e la Madonna vorrebbe re­stare, per vegliare il suo Gesù. Fanno fatica a convin­cerla a uscire; sembra di staccare una madre dal letto del proprio bambino molto malato, ma che finalmente dorme; ne vorrebbe attendere il risveglio.

Gesù non è malato o ferito soltanto. È morto. Il corpo immobile e freddo, senza più una goccia di sangue, il cuore stesso squarciato dicono che ha finito di soffrire.

Ora la Passione, che continuerà nella Chiesa fino al­l'ultima ora del mondo, si è come concentrata nel cuo­re della Madonna.

Anche se ora è cadavere, il Figlio si risveglierà. Non sarà che un sonno di minuti o di ore o di giorni; quegli occhi torneranno ad aprirsi, la bocca a parlare, le mani e i piedi a muoversi, quel povero cuore a pulsare di nuovo.

Quel Figlio, lo ha detto Lui stesso più volte - e non può essere che così, - risorgerà più bello e più vivo di prima!

Ma la Fede, incrollabile e perfetta della Madonna, era insidiata inutilmente da Satana con suggestioni bef­farde, con tentazioni al dubbio violentissime, e cozza­va pure con lo scoramento generale di chi, gruppetto avvilito e silenzioso, accompagnava la Madre dal Se­polcro al Cenacolo.

C'era Giovanni, costernato e disfatto dal dolore. Ma dove erano gli altri Apostoli, i molti discepoli, i beneficati, le folle osannanti? Anche le più care ami­che, le pie donne discepole del suo Gesù, sembravano vinte dai fatti e già pensavano dove acquistare e come preparare altri aromi per completare la imbalsamazio­ne del Morto.

No! Il suo Gesù era stato condannato e giustiziato, ma era l'Innocente che redimeva i colpevoli; era spira­to sulla Croce, dopo atroce agonia, ma per vincere in Lui stesso la morte; per riaprire, dietro a Sé, a tutti i credenti in Lui, le porte della vita.

 

Sono ancora con Te!

Una dopo l'altra, lunghe e penosissime sono passa­te le ore dalla sera del Venerdì santo al mattino di quel­lo che adesso chiamiamo la Domenica di Pasqua.

Nell'anima della Madonna la fede in Gesù era ri­masta intatta; l'attesa della sua risurrezione era sem­brata interminabile per il suo cuore materno, ma era stata vissuta senza tentennamenti per il suo spirito vigi­le e forte.

Gli Apostoli spauriti, come uccelli sfuggenti allo spar­viero, si erano di nuovo ritrovati, alla chetichella, nel Cenacolo.

Forse la calma e la fede di Lazzaro li aveva inco­raggiati a rientrare in Gerusalemme.

Ma in quanto a credere alla risurrezione di Gesù la faccenda era troppo grave: Lazzaro, sì, era risorto dal sepolcro in cui già il suo cadavere si decomponeva; di questo miracolo essi erano stati testimoni alcune setti­mane prima; ma... allora c'era Gesù a richiamarlo alla vita.

Adesso il loro Maestro era morto, e in che modo lo avevano appreso fin troppo chiaramente. Nelle tenebre del loro spirito essi si chiedevano chi ora avrebbe potu­to ridonargli la vita.

Intanto le Discepole si erano alzate di buon mattino per preparare gli aromi e uscire verso il sepolcro, ap­pena le guardie avessero aperto le porte, mentre la città ancora dormiva.

In quell'annuncio di alba la Madonna vegliava. Nes­suna voglia in Lei di unirsi all'atto pietoso delle pie don­ne, poiché sentiva che l'attesa era ormai al suo termi­ne. Il terzo giorno dopo la morte, avrebbe rivisto il suo Gesù, risorto come aveva apertamente predetto. Non c'è traccia nel Vangelo di questo incontro del Figlio con la Madre, dell'Uomo-Dio con la fedele Di­scepola, con la perfetta Credente. Ogni parola sciuperebbe la paradisiaca felicità del Figlio e della Madre nel riabbracciarsi dopo tanto soffrire... L'Addolorata dive­niva a un tratto la Consolata, per essere a tutti un gior­no la dolce Consolatrice.

Se un'ombra di dolore offuscò lo splendore di quel mattino di aprile, fu il constatare l'incredulità degli Apo­stoli a quanto testimoniarono poco più tardi le donne ri­tornate di corsa dal sepolcro vuoto.

Come sempre succede per chi ha incarichi dal Cie­lo, furono prese per sognatrici. Altro che Angeli e il Cri­sto risorto...

Nemmeno alla fedele, forte testimonianza della Mad­dalena vollero credere, e sì che quest'ultima l'aveva non solo visto e udito, ma quasi toccato...

La Madonna ascoltava e taceva. Taceva anche del «suo» incontro con il Signore risorto per non rendere ancor meno scusabile la loro incredulità.

Gesù, lasciandoli però per ultimi, avrebbe dato la pace e il perdono anche ai suoi Apostoli, increduli del­la sua Risurrezione e ancor più timorosi di rivederlo glo­rioso e di ricevere, per il loro vile abbandono, una me­ritata punizione.

La Madonna, nella gioia e nella sofferenza, nella pa­rola e nel silenzio, è stata sempre così docile al volere di Dio...

 

Predicate il Vangelo!

Erano passate quasi sei settimane dal mattino della Risurrezione quando Gesù radunò di nuovo, con gli Apostoli, molti altri Discepoli sulla cima del Monte degli Ulivi.

Da quella cima parlò loro per l'ultima volta, ordi­nando di portare il suo Vangelo a tutte le creature, assi­curando la salvezza a chi avesse creduto e chiesto il Bat­tesimo.

Gesù, dopo aver garantito che non solo sarebbe tor­nato visibilmente nella gloria del suo Regno, ma sareb­be rimasto con loro sempre e ovunque sino alla fine dei tempi, li benedisse e lentamente si levò verso il Paradi­so, scomparendo nell'azzurro di quel cielo di maggio. Gli Apostoli, rinfrancati e illuminati nella Fede in quelle stupende settimane dopo la Pasqua, si trovavano ora come bambini orfani di padre, come scolari senza maestro, per di più con una missione, con un compito nettamente sproporzionato alle loro forze umane. Allora cercarono la Mamma.

Discesero dal monte e con un gruppo di donne, quelle che erano state le più vicine a Gesù e le più ferventi nel­l'apostolato, si recarono nel Cenacolo.

Iniziarono una novena di raccoglimento e di preghie­ra, in attesa che da Dio venisse loro uno speciale aiuto per poter eseguire la volontà del loro Maestro.

E passarono questi giorni di preghiera e di fraterni­tà, dice il Vangelo, «con Maria, la Madre di Gesù».

 

Vieni, o Spirito Santo!

Nella sua vita, la Madonna ha avuto almeno tre mo­menti di particolare comunione con lo Spirito Santo.

Il primo fu nell'istante stesso della sua Concezione immacolata, in cui lo Spirito Santo la colmò di grazie e di doni, così da fare della Madonna, già all'inizio, un mare di Grazia, cioè la creatura più intensamente par­tecipe della vita di Dio.

Il secondo momento fu quando l'Angelo Gabriele, dopo averla salutata «piena di grazia», le assicurò che sarebbe diventata la vera Mamma di Dio, che il Figlio di Dio avrebbe preso in lei la natura umana per opera dello Spirito Santo. L'amore infinito di Dio faceva un tutt'uno con l'amore totale e immacolato della Vergi­ne; e il Bimbo nato da Lei sarebbe stato il Figlio stesso di Dio.

Un terzo e solenne momento di grande effusione dello Spirito Santo in Maria fu quello della Pentecoste. In quel giorno la Madonna fu, per così dire, consacrata Regina degli Apostoli e Madre della nascente Chiesa.

Erano passati una decina di giorni dall'Ascensione di Gesù in Cielo: giornate di fede, di bontà, di rievoca­zioni delle parole, dei miracoli compiuti da Gesù, delle sofferenze e delle gioie vissute insieme, sotto la guida discreta e sapiente della Madonna. Ella sapeva colloca­re tutto nella prospettiva migliore e raccontava fatti e particolari che gli Apostoli ancora non conoscevano; così preparava i loro cuori ben aperti a ricevere lo Spirito Santo.

Preannunciato da un tuono fragoroso e da un sinto­mo di terremoto, come Gesù aveva promesso, venne lo Spirito di Dio a posarsi in forma di fiamme sopra la te­sta della Madonna, degli Apostoli e delle altre discepo­le presenti.

L'anima loro intanto veniva inondata di luce, di amo­re per il Signore e per il prossimo, di fiducia incrollabi­le nella parola e nella potenza di Gesù.

Quando si accorsero, dal vocio crescente, che mol­ta gente impressionata da quel fragore, doveva essersi accalcata attorno al Cenacolo, invece di sbarrare ancor meglio il portone, spalancarono porte e finestre. Pie­tro, da abile pescatore di poveri pesci, si ritrovò a esse­re coraggioso e abilissimo pescatore di uomini.

La Chiesa del suo Gesù muoveva quel giorno i suoi primi passi e il cuore materno di Maria ne godeva e si allargava ad accogliere i nuovi figli che sarebbero poi stati senza numero.

 

Un lungo silenzio

Siamo solitamente abituati a giudicare e noi stessi e gli altri a seconda della quantità e grandiosità delle cose che si riesce a realizzare.

Dio ha altri criteri: Egli soppesa e premia soltanto l'amore che anima una vita, una giornata, anche la più umile azione. Guarda alla finezza spirituale, all'inten­zione, al sacrificio, al desiderio intenso e disinteressato di far contento Lui, di far del bene, di procurare gioia, aiuto, pace al proprio prossimo.

Noi ci lasciamo abbagliare dal grandioso, anche se è un mucchio di paglia. Dio invece preferisce l'oro puro, anche se non è voluminoso, anche se può passare inos­servato, perché più o meno nascosto agli occhi dei su­perficiali.

La Madonna riconosceva vero tutto questo e ne go­dette, fin da quando, di fronte a Elisabetta, esclamò: «Dio ha fatto in me cose grandi. Ha guardato all'umiltà del­la sua serva. Con il suo braccio forte ha dimostrato in me quanto Egli sia potente... ».

Per questo troviamo nei Vangeli, e nell'altro stupendo libro che ne è come la continuazione, cioè negli Atti degli Apostoli, lunghi silenzi sulla vita della Sacra Famiglia a Nazareth e sulla vita della Madonna dopo la Pentecoste.

La Madonna ha passato molti anni ancora di vita con San Giovanni, l'Apostolo prediletto e l'Evangelista più profondo, dall'occhio di aquila nello scrutare i misteri di Dio. Forse abitavano una casetta nella zona dell'Or­to degli Ulivi.

Una vita molto ritirata, dunque, ma tutt'altro che se­parata e indifferente alla vita della Chiesa che nella vi­cina Gerusalemme, nei paesi e nelle città attorno anda­va sempre più allargandosi in mezzo a difficoltà, incer­tezze e anche grandi soddisfazioni.

A presiedere la Chiesa in Gerusalemme era stato scel­to suo nipote Giacomo che pure come fisionomia tanto assomigliava al suo Gesù. Capo però, riconosciuto e ub­bidito da tutti i credenti in Gesù, rimaneva Pietro, un Pietro irriconoscibile, tanto era maturato in prudenza e dolcezza, in santità insomma, dopo l'amara esperienza di aver rinnegato il Signore e dopo quel perdono e quella riconferma avuta sulle sponde del lago, quale solo il Cuo­re di un Dio potevano dargli.

Il Cristianesimo si diffondeva in ogni ceto; veniva­no a chiedere l'istruzione necessaria e il Battesimo per­sone di ogni età. San Luca ci dice che anche molti dei farisei e degli stessi Sacerdoti si fecero cristiani. Il san­gue di Gesù e il pianto della Madonna cominciavano a portare i primi frutti.

In questo fermento di vita la Madonna sapeva stare al suo posto, una fra le Discepole. Pronta a ogni richie­sta: a suggerire, se interpellata, il suo consiglio, ad asciu­gare una lacrima, ad accogliere un povero, un peccato­re, a catechizzare, come sapeva fare Lei, chi voleva me­glio conoscere il suo Figlio, il suo Dio.

Questa discrezione, questa serena umiltà la faceva­no inevitabilmente centro dell'affetto e della venerazione più profonda. Chi poteva vedere e ascoltare Maria ave­va l'impressione che Gesù già fosse tornato, anzi che non fosse mai partito... Se è vero che Gesù vive in ogni anima in Grazia di Dio, in che misura Egli viveva in sua Madre, la «piena di Grazia»?

Mi par di vederla, insieme con San Giovanni quan­do gli impegni glielo permettono, oppure con qualche brava donna o ragazzino, uscire di casa e ripercorrere lentamente, pregando e ricordando, la dolorosa via del Calvario.

Ecco: qui il suo Gesù era caduto; da questo sentiero era venuto il Cireneo. Su questa pietra si era seduto un istante mentre la Veronica gli asciugava il volto. E qui, sulla cima, fu piantata la Croce.

E mi pare di vedere la Madonna quando il figlio di adozione Giovanni, solo o con gli altri Apostoli, rinno­va i Sacri Misteri e dona alla Madre quel Pane, disceso dal Cielo la prima volta nel grembo di Lei per diventa­re Carne viva, e quel Vino, fattosi Sangue vivo del suo Gesù. Quel Sangue era la Madre che glielo aveva do­nato, e che gli aveva visto versare nelle torture e sulla croce fino all'ultima goccia...

 

Il primo martire

La vita della Chiesa, Corpo mistico di Gesù, deve ripercorrere le tappe della vita del Signore.

Come Maria, fin dagli inizi della Redenzione, pur salvando il Figlio in Egitto, seppe e soffrì perché era stato versato a Betlemme il sangue innocente di tanti bambini, così Maria, Madre della Chiesa fu testimone del martirio di Apostoli e Discepoli di Gesù, fin dai primi anni del Cristianesimo.

Ogni tortura, ogni morte rinnovava nel suo spirito la Passione del Figlio. Amava infatti ogni credente in Lui, pregava per i persecutori come fossero suoi figli; e lo erano in realtà, poiché Dio aveva voluto che così fosse, là sul Calvario!

Quando, in Cielo, capiremo qualcosa del nostro es­sere veri fratelli di Gesù, veri figli di Dio, comprenderemo pure che la maternità della Madonna per ciascuno di noi è ancor più autentica e intima di quella che ci le­ga alla mamma benedetta dal cui grembo siamo nati.

In Gerusalemme gli Apostoli, sovraccarichi di lavoro, avevano scelto e consacrato sette Diaconi perché si in­teressassero delle Opere di Misericordia e avessero cu­ra dei poveri, dei malati, dei bambini orfani, delle don­ne rimaste vedove.

Fra essi eccelleva per entusiasmo, per bontà e sa­pienza Santo Stefano. Così pieno di Spirito Santo, così puro e generoso, doveva essere molto caro anche all'A­postolo Giovanni e soprattutto alla Madonna.

Quando si scatenò più forte la persecuzione contro i primi cristiani, la prima vittima fu appunto il Diacono Santo Stefano.

Dopo un processo assurdo, che richiamava alla mente quello subìto qualche tempo prima da Gesù, Santo Ste­fano fu spinto fuori della città e assassinato sotto un cu­mulo di pietre.

I cristiani raccolsero poi con amore quel corpo stra­ziato dai sassi lanciatigli con cattiveria diabolica. Lo por­tarono, perché fosse mondato e ricomposto, dalla Ma­dre, nella sua casetta solitaria presso il Gethsemani, per­ché lavasse quel volto simile a un Angelo e ora tutto in­sanguinato, col suo pianto caldo di amore.

La Madonna riviveva le ore del Calvario. Il suo Ge­sù le veniva una seconda volta ucciso nella persona di questo Diacono santo che, ancor prima di spirare, aveva potuto vedere spalancarsi il Cielo e in esso Gesù, alla destra del Padre, che lo attendeva.

Questa pena le si rinnoverà, continuando e comple­tando anch'Essa quanto esige di collaborazione la Pas­sione di Cristo, ogni volta che verrà a sapere di soprusi e di catture (quella di Pietro soprattutto, che aveva messo tutti i cristiani in unanime preghiera per la sua libera­zione) di flagellazione e di martirio di questi figli dona­ti a Lei da Gesù morente sulla croce.

 

Assunta in cielo

Ci sono notizie varie, ma non tutte ugualmente at­tendibili su questi ultimi anni di vita della Madonna. C'è chi pensa si sia recata con San Giovanni a Efeso in Tur­chia (forse confondendo il presbitero Giovanni, un san­to discepolo di nostro Signore, con l'Apostolo Giovan­ni Evangelista) e poi sia morta colà. Io credo invece che abbia chiuso la sua esistenza terrena a Gerusalemme, nella casa presso il Gethsemani.

Mi sono pure convinto che la fine della vita terrena di Maria fu quanto mai semplice e avvolta di silenzio. La sua non fu propriamente una morte a cui necessità vuole che faccia presto seguito la sepoltura. Il suo cor­po immacolato non conobbe né la rigidità e il freddo del catafalco né la decomposizione del sepolcro.

Fu una breve attesa, di ore e di giorni non so, ve­gliata da Giovanni, il Discepolo che Gesù aveva voluto restasse sempre vicino alla Mamma. E cuore di Lei s'era fermato, era cessato il respiro, gli occhi s'erano chiusi e le mani erano intrecciate come in preghiera.

Una schiera di Angeli portano questo Corpo santis­simo verso il Cielo. Il Corpo si rianima sempre meglio e salendo si fa più bello, lieve e spirituale.

Maria sembra vestita di sole, la luna è sotto i suoi piedi, le stelle le fanno corona.

E sale l'umile ancella di Dio, sempre più su. Immaginate come volete la scena dell'abbraccio di Dio con la prediletta che a Lui è Madre, Figlia e Sposa. Pensate all'incontro con le Anime del suo sposo Giu­seppe, dei suoi genitori, di Giovanni il Battista, di Ste­fano, dei bambini innocenti, di tutto il Paradiso umano e angelico che tripudia per l'arrivo della loro Madre e Regina.

Nessuna creatura è salita tanto in alto: è oltre il po­sto occupato un tempo da Lucifero. L'angelo più bel­lo, la «Stella del mattino» s'è spento in fiamme di In­ferno e ora una creatura umana, una Donna, splende an­cor più lucente nel Cielo, come la Stella di un mattino eterno.

 

La vita continua

Questo piccolo libro, nonnini e cari ragazzi e voi tutti che mi avete seguito con semplicità di cuore, finisce qui. Ma la vita della Madonna, come vi ho garantito dal­l'inizio, non è certo finita con la sua Assunzione in Cielo, come se fosse andata molto lontano.

La Madonna, anche in questo momento che mi leg­gete, è viva e vicina, e i suoi occhi sono rivolti a cia­scuno di noi e sono pieni di tanta dolcezza...

Potremmo chiederci (dopo aver intravisto qualcosa di quel che è stata la Madonna per Gesù), che cosa rap­presenta Maria per la Santa Chiesa. E per ognuno di noi? Quale compito svolge Maria nella nostra vita?

Sarebbe tempo di domandarci pure, forse con qual­che rimorso, quale posto le abbiano fatto nei nostri pen­sieri, nei nostri affetti, nel nostro modo di vivere. Alla Madonna, intelligente e attiva Mamma di tutti e di cia­scuno di noi, che posto abbiamo lasciato nella nostra stes­sa casa?

Ma queste risposte non le troverete su libri stampa­ti. La risposta più vera la troverete pregando, nella lu­ce dello Spirito Santo, scritta in fondo alla vostra ani­ma, sfogliando in umiltà e riconoscenza il libro della vostra vita.

Vi assicuro di questo - e ve lo lascio come un ri­cordo o un arrivederci -, io ho dubitato molte volte del mio amore per la Madonna (troppe incongruenze, fred­dezze, ingratitudini...); ma non ho mai dubitato dell'a­more che la Mamma del Cielo vuole a me. È troppo buo­na per abbandonarmi.

E obbligata per volontà di Gesù, che Essa ha volon­terosamente accolto dalle labbra di Lui moribondo, a volermi bene, ad aver cura di me, a portare avanti la mia vita soprannaturale fino a quando mi partorirà alla Luce eterna del Paradiso.

A me, come a voi, chiede una cosa sola: che abbia­mo fiducia in Lei, che sappiamo aspettare e ubbidire a Gesù.

È Mamma:, e ci domanda solo che noi la lasciamo fare.

 

APPENDICE... POETICA

Quando il cuore non tiene straripa in parole arruffate, o limpide e gaie, oppu­re gonfie di pianto o di desiderio. Nascono così poesie, come pane dal forno, non limate, non raffinate. E per­ché si dovrebbe?

Ne colgo una manciata fra quelle che chiamano la Mamma del Cielo e la madre da cui nacqui un dì di no­vembre.

In date diverse, sono fiorite come ginestre gratuite, selvagge e gentili, cresciute sui bordi di un'autostrada. Serviranno solo a ingombrare cestini e sacchi di spaz­zatura? Eppure, sul nascere, queste parole han fatto sor­ridere un poco l'Altissimo e Vicinissimo Iddio. E mi basta.

DON RENZO

 

Mia cara Madonna

Di fronte all'Infinito, a Dio Uno e Trino, anche la Santa Vergi­ne Maria è meno di un pulviscolo. Ma di fronte a Lei che si fa il suo Bambino (e tale rimane anche quando sale il Calvario della Re­denzione e il Cielo della Glorificazione), la Madonna è tutto: è la Mamma. Più che la Mamma!

 

Grazie, mia cara Madonna,

di avermi amato Gesù.

Nel freddo del mondo,

nel solitario cammino

gli fosti vicina,

compagna discreta e fedele.

Di Mamma,

di Vergine Donna

gli desti tutto l'amore.

Umile ancella,

Amica di Dio.

Sì, lo fasciasti di amore

prima ancor che nascesse.

Hai riso,

hai pianto con Lui.

Attendevi, da grande,

i suoi brevi ritorni.

E lo consolavi, Gesù.

Capivi la fame di amore

del cuore umano di Dio.

Gli fosti, in quei giorni,

e ancor gli rimani vicina.

Con amore perfetto.

O amore totale, materno!

nascondi e supplisci

il gelo del mondo.

Amalo anche per me!

 

Lasciami riposare

Nessuno si può vantare, perché è assolutamente gratuito, del­l'amore di cui la Madonna circonda ogni momento della vita. È dav­vero la Mamma per eccellenza! Anche se è da molti sconosciuta, da troppi dimenticata, da non pochi bestemmiata...

E siamo tutti suoi figli!

 

Ecco, mi inginocchio

davanti al tuo altare;

sul tuo cuore buono

lasciami riposare...

Lo so quanto sei grande,

che sei del Ciel regina,

che l'Universo intero

innanzi a Te si inchina.

E so che al Creatore,

al nostro eterno Iddio

puoi dire, nel baciarlo:

«Dolce figlio mio!».

Ma quel che mi conforta

è quel tuo sguardo buono,

sei la mia Mamma:

prendimi come sono...

 

Presepio

Bisogna essere grandi nell'amore, quindi saggi e umili, di ani­mo gentile, per godere del presepio... I piccoli lo fanno per natura; noi grandi ci riusciamo, talvolta, quando la Grazia ci invade e ci sprona.

 

È tuo!

È tuo figlio, o Maria.

Un cuore gli hai dato;

al mio Dio

un cuore caldo di sangue.

Ed il suo sguardo

che sa di orizzonti infiniti,

ridice la luce

del tuo primo sorriso.

È bello il tuo figlio,

pur sull'umile paglia

reclino.

È bello il mio Dio

che ora mi guarda

con occhi di bimbo,

e mi tende le braccia.

Grazie, o Maria!

 

Mamma perché?

La grandezza morale delle persone si misura sul banco della fedeltà amorosa al proprio dovere. Tra gli umili ho visto fiorire ric­chezze interiori che gli idoli del mondo disprezzano perché le invi­diano e non le sanno copiare.

 

Mamma,

perché sei partita?

perché mi hai lasciato,

stupito, a guardarti?

Almeno amata ti avessi,

ti avessi capita,

e seguita una volta di più...

Mamma,

e poi, perché sei così in fretta?

Tu lo sapevi il tuo male.

Tacevi,

per non farci soffrire.

Lo sguardo profondo

accennava ancora al sorriso.

Vicina a morire, ricordi?

mi hai perdonato, di cuore.

Così la tua vita:

pianto e tanto sudore

e pace e grazie di Dio.

Così la tua morte:

da madre di un prete,

il volto sereno e disteso

di chi ha imito

e ora riposa.

Milano, 10 giugno 1966

 

Arrivederci, Mamma!

È bella, lodevolissima abitudine andare a trovare i morti nel cimitero. Purché la loro viva presenza non la si ricerchi nella mise­ra terra del misero corpo disfatto. L'anima è piena di vita, e la cro­ce n'è testimone!

 

Mamma,

anche quest'anno

sulla tua tomba

è caduta la neve.

Nel cimitero bianco e uguale

il silenzio si sente;

fa quasi paura.

Se tu non chiamassi tuo figlio,

se non gli parlasse nell'anima

la voce

della tua lunga agonia...

Sotto la neve il tuo viso,

gli occhi e le labbra

e le mani,

tutto ritorna alla terra.

Mamma, anche il tuo cuore.

Eppure tu vivi!

So che mi ascolti i pensieri,

ancor mi cammini vicino.

A volte mi par di sentir

la tua mano

qui, nella mia mano.

Milano, 30 gennaio 1968