MARIA

La sua vita e i suoi prodigi

Di Padre Rocco Manzi – Casa Mariana – Maria SS del Buon Consiglio 83040 Frigento (AV)

L'INFANZIA DI MARIA

Il preannunzio

Rechiamoci in spirito nel Paradiso terrestre. Adamo ed Eva sono caduti nella colpa, istigati da Satana apparso in forma di serpente. Sono nudi e per la prima volta sentono una forte vergogna della loro nudità, tanto che cuciono insieme delle foglie di fico e se ne fanno delle cinture. Più tardi, alla brezza del giorno, sentono il Signo­re che passeggia per il giardino e corrono a nascondersi. Il Signore li chiama.

Adamo riconosce la sua colpa, ma si affretta ad ac­cusare la compagna Eva. Costei ammette di essere caduta in errore ed accusa il serpente. Siamo di fronte ad un comportamento disastroso: i nostri progenitori avrebbero dovuto chiedere perdono per la disobbedienza, e Dio nel­la sua misericordia non avrebbe mancato di perdonarli. Invece preferirono scusarsi facendo a scaricabarili. Seguì inevitabile il castigo, con ordine.

Il primo a mancare era stato il serpente e fu anche il primo ad essere castigato; l'ultimo a prevaricare fu l'uomo e fu anche l'ultimo a ricevere la pena.

Nella stessa occasione in cui Dio manifesta la sua giustizia, preannunzia pure in modo generico e misterioso un suo grande disegno di misericordia verso l'umanità. Il Signore dice rivolto al serpente: "Porrò inimicizia fra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe; questa ti schiac­cerà la testa e tu le insidierai il calcagno" (Gn 3,15).

Chi sarebbe stata quella Donna che avrebbe vinto il serpente non lo seppero né i patriarchi, né i giudici, né i profeti, ma lo sappiamo noi cristiani, attuale popolo di Dio. Quella Donna è la Beata Vergine Maria.

 

Le figure profetiche

Maria, destinata ab aeterno a cooperare col Figlio alla sublime opera della Redenzione, cioè alla riparazione dei terribili guasti causati dal peccato originale e dagli altri innumerevoli peccati degli uomini, occupa un posto centrale nella storia della salvezza. Per questo motivo le sue glorie sono prefigurate in vario modo nel Vecchio Testamento.

S. Bernardo vede prefigurata Maria sia nella verga di Aronne che fiorì senza radici, sia nella "donna forte (per­fetta)" di cui si parla nei Proverbi di Salomone e sia nella "Porta orientale" di Ezechiele "a tutti perennemente chiusa" perché destinata ad essere attraversata dal solo Verbo fatto uomo. Maria è ancora simboleggiata nella "cosa nuova" di cui parla Geremia: "una donna che rac­chiude in sé un uomo", l'uomo per eccellenza Cristo Gesù. Altri Padri nello straordinario concepimento di Sa­ra, moglie di Abramo, vedono prefigurato il miracoloso concepimento di Maria.

Nella vittoria della profetessa Debora sopra il genera­le nemico Sisara e sopratutto di Giuditta sopra il terribile Oloferne i Padri vedono il trionfo di Maria sul nemico numero uno di Dio e degli uomini, Satana.

Anche la regina Ester, che impetrò dal re Assuero la liberazione degli Ebrei dallo sterminio, voluto dall'empio ministro Aman, è per i Santi Padri figura di Maria che ottiene dall'Onnipotente la salvezza dei cristiani peccato­ri. Non mancano altri Padri che considerano figure di Maria la scala che il patriarca Giacobbe vide in sogno e che congiungeva la terra col cielo, la nuvoletta che il pro­feta Elia, dimorante sul monte Carmelo, vide nel cielo e che in breve tempo si trasformò in una abbondante piog­gia, segnando la fine della terribile siccità che durava da tre anni ed anche il cedro del Libano, che verdeggia mae­stoso e non teme le più terribili tempeste.

L'elogio che gli abitanti di Betulia tributarono a Giu­ditta per l'uccisione di Oloferne: "Tu gloria di Gerusalemme, tu letizia d'Israele, tu onore del nostro popolo" ben più a ragione la Chiesa lo rivolge a Maria a motivo di quanto fece e compie tuttora a favore del popolo cristia­no contro il potere e le insidie mortali di Satana.

 

L'aspetto fisico

Non si hanno testimonianze storicamente attendibili intorno all'aspetto fisico di Maria. Secondo alcune tradi­zioni San Luca dipinse vari ritratti della Vergine. Tra i più celebri ricordiamo quello venerato a Roma nella basilica di S. Maria Maggiore, quello venerato a Bologna nel san­tuario di S. Luca e la Madonna di Chestochowa in Polo­nia. Sono immagini di scarsa bellezza, ma sulla loro auten­ticità c'è molto da dubitare, perchè le testimonianze sono troppo tardive (dal sec.VI in poi). Comunemente dagli esperti vengono riferite al periodo bizantino.

A Roma nelle catacombe di Priscilla vi è dipinta una immagine della Madonna con in grembo il Bambino Gesù. Essa è molto antica, perchè risale alla prima metà del II secolo, ma non ci dice nulla del reale aspetto fisico di Maria, perchè è ispirata non a motivi reali, ma a motivi ideali e fantastici. Tutti inoltre possono notare la rozzez­za della mano dell'ignoto autore.

Sono molti gli scrittori che a partire dal secolo VI in poi descrivono minutamente le fàttezze della Madre di Dio, ma tali descrizioni si basano su motivi ideali e fanta­siosi. Non ci resta quindi che concludere con S. Agostino: "Non conosciamo il volto della Vergine Maria".

Tuttavia, poiché le testimonianze più antiche con­cordano nel dire che la Beata Vergine conservò sempre un bell'aspetto, confacente ai diversi periodi della sua vita terrena, possiamo ritenere come certo che Ella fu adorna di una bellezza singolare.

 

Data e luogo di nascita di Maria Vergine

Diciamo subito che non è possibile stabilire la data precisa della nascita di Maria. A tutti è noto che gli autori sacri non intesero comporre la biografia di Maria, ma solo ricordare quegli avvenimenti che rivestono particolare im­portanza nel piano divino della Redenzione.

Vi sono degli autori che vorrebbero assegnare la na­scita di Maria all'anno 738 di Roma, cioè al 15 av. Cristo. Essi fanno questo ragionamento: Era usanza che le fan­ciulle ebree si sposassero all'età di 14 anni, quindi anche la Vergine fece lo stesso e l'anno seguente, cioè a 15 anni di età, diede alla luce il Redentore. Ognuno comprende che, se questa era l'usanza, non segue che la Vergine abbia fatto proprio così. Dobbiamo perciò dire che è impossibi­le, allo stato attuale delle conoscenze, determinare con esattezza la data della nascita.

Essa comunque si può fissare con buona approssima­zione negli anni 728-733 dalla fondazione di Roma, cioè nel periodo che permette di assegnare lo sposalizio della Vergine quand'Ella aveva l'età compresa tra i 14 e i 20 anni.

Non sappiamo neppure con certezza dove nacque Maria, se a Nazareth se a Seforis, se a Betlemme e se a Gerusalemme. Gli antichi scrittori sono divisi nelle opi­nioni e nelle preferenze. Per una serie di ragioni, testimo­niali e cultuali, è tuttavia più probabile che Maria sia nata a Gerusalemme. I suoi genitori, Gioacchino ed Anna, se­condo un'antica tradizione erano originari di Seforis, cit­tadina distante 6 Km. da Nazareth, e secondo il protovan­gelo di Giacomo (apocrifo del 2° secolo) Maria nacque a Gerusalemme nelle vicinanze del Tempio. Una conferma si ha nel fatto che molto tempo prima dell'invasione degli Arabi il Vescovo, il clero e i fedeli si radunavano nel santuario della Probatica (corrispondente all'attuale chie­sa di S. Anna) l'8 settembre di ogni anno per celebrare la natività della beatissima Madre di Dio. Inoltre sulla grot­ta, venerata come luogo della nascita di Maria, prima an­cora dell'Imperatore Costantino sorgeva un modesto ora­torio, sostituito in seguito da una basilica bizantina e più tardi, nel secolo XII, venne costruita per opera dei Crocia­ti l'attuale chiesa dedicata a S. Anna. Sotto l'attuale chie­sa vi è la cripta dove sin dal V secolo i pellegrini venerava­no la nascita della Madonna.

La piscina Probatica, detta volgarmente Bethesda, è situata a poca distanza e pare che fosse l'ovile in cui si custodivano le pecore destinate ai sacrifici quotidiani del Tempio. Secondo un'antica tradizione il padre della Ver­gine Maria, Gioacchino, era pastore e sembra che fosse il custode delle pecore destinate ai sacrifici.

 

I genitori di Maria

Secondo l'antichissima tradizione, accettata ufficial­mente dalla Chiesa, i genitori di Maria furono Anna e Gioacchino, venerati come santi il 26 luglio.

Il Protovangelo di Giacomo afferma che Gioacchino era un uomo ricco, ma molto religioso, della casata di Davide e originario della Galilea. Aveva sposato Anna, donna molto pia, figlia di Nathan sacerdote betlemita. Si erano stabiliti a Gerusalemme nei pressi della piscina Pro­batica. Gioacchino soleva recarsi al tempio e fare due offerte al Signore: una per sé e l'altra per il popolo.

I due santi coniugi però si sentivano mortificati a causa della sterilità, che presso gli Ebrei era ritenuta come un indizio di malvagità e un segno della maledizione di Dio. In 40 anni di matrimonio, nonostante le calde sup­pliche innalzate a Dio, non avevano ancora avuto la gioia di mettere al mondo un figlio.

Un giorno Gioacchino, recatosi al Tempio a fare le offerte, venne malamente apostrofato e scacciato via dal sommo sacerdote Ruben con queste parole: "Tu non sei degno di offrire i tuoi doni, perchè non hai dato ancora al Signore il frutto della primogenitura d'Israele".

Pensate al dolore e alla confusione di Gioacchino, umiliato pubblicamente in modo così villano. Il poveret­to, senza neppure avvisare la sposa, si ritirò nella solitudi­ne di una sua proprietà montana e si diede all'orazione e al digiuno per ben 40 giorni.

Da parte sua Anna, venuto a sapere l'accaduto, con l'anima piena di amarezza, si mise a supplicare il Signore con maggior fervore perchè le concedesse la benedizione di un figlio e fece la promessa di consacrarlo a Lui.

La preghiera dei santi coniugi venne esaudita e un angelo del Signore apparve successivamente ad entrambi con l'annunzio che nascerebbe loro un figlio. Rientrato a Gerusalemme, Gioacchino in ringraziamento al Signore offrì dieci agnelli, dodici vitelli e cento capri puri e senza macchia e in pace e gioia stette in attesa della nascita del primogenito.

Venuto il tempo Anna diede alla luce una bimba, a cui col marito si affrettò ad imporre il nome di Maria.

Un anno dopo Gioacchino in casa sua fece una gran­de festa con la partecipazione di popolo, scribi e sacerdo­ti. Questi ultimi benedissero la bimba con le parole: "Dio di gloria, volgete lo sguardo su questa fanciulla e accorda­tele una benedizione che non abbia mai interruzione".

Non sappiamo fino a che punto sia storica la narra­zione del Protovangelo su ricordato, tuttavia una cosa è certa, anzi è domma di fede, e cioè che Maria fu concepi­ta senza peccato originale, piacque a Dio sin dal primo istante dell'esistenza della sua anima e nacque santa, gran­de santa.

La nascita di Maria fu come l'aurora dei tempi nuo­vi. In campo naturale l'aurora segna l'inizio del giorno, in campo soprannaturale Maria "quasi aurora consurgens" segna l'inizio dell'epoca messianica, della sovrabbondante effusione della grazia. L'aurora annunzia il sole vicino. E la nascita di Maria annunziò il sorgere del Sole di giustizia che "illumina ogni uomo che viene in questo mondo".

 

La presentazione al Tempio

Sia la Chiesa greca che quella latina celebrano la festa della Presentazione di Maria al Tempio il 21 novem­bre di ogni anno.

Negli evangeli manca qualsiasi accenno a tale avveni­mento, ma nel Protovangelo di Giacomo vengono riporta­ti interessanti particolari. Quando Maria ebbe raggiunto l'età di due anni, Gioacchino disse alla moglie Anna: "Conduciamo la nostra figlia al Tempio, e sciogliamo così il voto che abbiamo fatto!". Ma Anna rispose: "E' ancora troppo presto! ... Aspettiamo il terzo anno, per evitare il pericolo che la nostra piccola ricerchi suo padre e sua madre...". " Sta bene - aggiunse Gioacchino - aspettiamo fino al terzo anno".

Al terzo anno la bimba puntualmente fu condotta al Tempio e consegnata al Sommo Sacerdote perchè la custodisse e la facesse educare. Secondo il ricordato apocri­fo, all'atto della presentazione Maria si svincolò dalle braccia dei suoi e salì da sola i vari gradini che conduceva­no alla porta del Tempio, mentre un gruppo di sacerdoti e leviti, alla presenza della folla plaudente, l'accolse a suon di tromba.

La piccola - secondo questa tradizione - visse negli edifici annessi al Tempio sino ai 14 anni, cioè sino a quando il miracolo della verga fiorita la designò come sposa di Giuseppe.

Risulta chiaramente dallo stesso vangelo (Luca 2,37) che nei recinti del Tempio o nelle immediate vicinanze non vivevano solo i sacerdoti e i leviti, ma anche delle pie donne, come la profetessa Anna, che servivano Dio con digiuni e orazioni e che accudivano alle pulizie, alla confe­zione di vesti e paramenti sacri ecc...

E' da credere che la Vergine Maria sia stata custodita ed educata precisamente da queste pie donne. L'ammis­sione della bimba fra le donne destinate al servizio del Tempio dovette essere facilitata dal fatto che Gioacchino ed Anna erano parenti del sacerdote Zaccaria, futuro pa­dre di Giovanni Battista. D'altra parte la piccola Maria, prevenuta dalla grazia sin dal grembo materno, di certo si sentiva attratta a vivere in quel luogo, ove Dio stesso aveva chiaramente fatto conoscere che gradiva di essere onorato.

Scrive San Luigi Grignon de Monfort: "La Vergine santissima si presenta a Dio:

1) Come sua creatura che, dovendo tutto a Lui, a Lui tutto rende; ed Egli la riceve qual Madre per prendere da Lei un essere nuovo e da Lei poter dipendere;

2) Ella si offre a Lui come sua schiava; ed Egli l'ac­coglie quale Sovrana, compiacendosi di mettersi anch'Egli tra i sudditi di Lei;

3) Ella si dà a Lui come la Vittima del sacrificio del mattino, dandogli l'inizio della propria vita; ed Egli si dà a Lei come la Vittima del sacrificio della sera, dando per Lei e per noi la fine della propria vita onde poter essere immolato sul Calvario".

 

Maria fanciulla

Tutti i buoni israeliti, premurosi di seguire le norme della Bibbia, ponevano gran cura nell'educazione intellet­tuale e morale dei fanciulli. Non possiamo quindi dubita­re che i parenti e le persone, che ebbero in cura Maria giovinetta, si preoccuparono d'insegnarle la legge mosaica e di farle praticare il culto nel Tempio o nella sinagoga.

Nelle famiglie ebree, appena il bambino cominciava a balbettare, la mamma gli faceva imparare a memoria un versetto della Legge. Imparato che lo aveva, a furia di ripetizioni, si passava a un altro versetto, e così di seguito. Più tardi, quando l'età lo permetteva, gli mettevano nelle mani il testo scritto dei versetti in modo che imparasse a leggere. Giuseppe Flavio ricorda l'entusiasmo con cui i giovani israeliti imparavano la Legge. Comunque, anche se le cose non stessero così, non cè dubbio che Maria fan­ciulla sia stata diligentissima nell'apprendimento e nell'os­servanza della Legge. E non c'è neppure motivo di dubita­re che i suoi educatori l'abbiano avviata per tempo ai lavori propri delle fanciulle: faccende domestiche, attingere acqua alla fontana, lavatura di panni, filare e simili. Sin da quei verdi anni Maria dovette apparire a tutti un modello insuperabile di pietà e di operosità. Spesso acca­de che i fanciulli fanno capricci e disubbidienze, si mo­strano golosi e attaccati al gioco. Maria al contrario, piena di grazia e di Spirito Santo, si mostrò sempre docile, labo­riosa e raccolta in Dio.

Mentre le fanciulle sono facili alle invidie, alle bugie, alle vanità: Maria amò la semplicità, la schiettezza, la gen­tilezza verso gli altri e soprattutto l'abbandono in Dio.

Presso gli israeliti tutti i sabati e gli altri giorni festi­vi, mattino e pomeriggio, si teneva l'adunanza nella sina­goga, vi si leggeva un brano scritturale del Pentateuco, detto Shemà, dove si raccomanda di fare quello che il Signore ha comandato: amarlo con tutto il cuore, servirlo e insegnare ai figli a fare altrettanto. Possiamo immagina­re come le sublimi esortazioni dello Shemà si siano im­presse nel cuore di Maria fanciulla. Nessuno mai al mon­do, tra le pure creature, le prese tanto a cuore e le rea­lizzò nella vita momento per momento: nello stare a men­sa, nel camminare, nel coricarsi e nell'alzarsi.

Questo ininterrotto e perfettissimo pensare a Dio e agire per Iddio, per noi impraticabile, a Maria era reso possibile dal dono della giustizia originale, per cui non esisteva in lei la lotta tra la carne e lo spirito, tra l'appeti­to superiore, cioè la ragione, e quello inferiore, cioè i sensi e le passioni. Il suo corpo fu sempre strumento doci­lissimo dell'anima nelle sue ascensioni verso Dio e nella pratica eroica delle virtù. Gli evangelisti (Lc 2,19) fanno risaltare come la Vergine SS. fosse solita custodire nel cuore gli avvenimenti per rifletterci sopra. Dobbiamo quindi ritenere che la lettura e la spiegazione delle profe­zie riguardanti il Messia e la Madre di lui suscitassero grande emozione nel suo cuore. Particolare interesse do­vettero avere per Lei quei brani del profeta Isaia (52,13-53,12) dove si parla del Servo di Dio "vilipeso e reietto dagli uomini, uomo di dolori, assuefatto alla soffe­renza" che si addossa le iniquità di tutti e come agnello, muto ai suoi tosatori, si lascia condurre al macello. Nep­pure poterono lasciarla indifferente salmi come il 109, in cui viene esaltata la figura del Messia come Re e Sacerdo­te: "Parola del Signore al mio Signore: - Siedi alla mia destra finchè io faccia dei tuoi nemici sgabello dei tuoi piedi. Da Sion stenderà il Signore lo scettro di tua poten­za; impera sopra i tuoi nemici"..."Tu sei sacerdote in eter­no al modo di Melchisedech".

Non è possibile conoscere i disegni di Dio e seguire le sue vie senza meditare sulla sua parola. Maria fu impa­reggiabile nell'arte di ascoltare e di applicare alla propria vita la parola di Dio fissata per sempre nelle Scritture.

 

Attesa del Redentore e voto di verginità

Maria fanciulla sapeva di discendere dalla stirpe del re Davide, da cui secondo la Scrittura doveva nascere il Messia. Ci possiamo chiedere: quali sentimenti suscitava nel suo cuore questo pensiero? E' da credere che Ella, nella sua profonda umiltà, pensasse spesso alle gravi man­canze dei suoi antenati e che sentisse nel cuore una gran­de sete di espiarle, sopratutto per mezzo della preghiera e dell'assiduo servizio a Dio. Convinta inoltre che una espiazione, adeguata per le colpe dell'umanità e in particolare del popolo ebreo, la potesse dare solo il Messia promesso, moltiplicava le sue preghiere a Dio perchè non tardasse più oltre a mandarlo sulla terra. E' in questo quadro psi­cologico che si inserisce il suo voto di perpetua verginità fatto a Dio. Non c'è dubbio che Ella sia arrivata al voto per impulso speciale della grazia divina, dato che presso gli Ebrei non esisteva l'uso che le fanciulle si consacrasse­ro a Dio. D'altra parte nessuna legge o precetto mosaico proibiva di unirsi in matrimonio o di servirsi del matrimo­nio già contratto. La risposta-domanda che farà Maria all'arcangelo Gabriele: - Com'è possibile? Non conosco uomo - quando venne annunziata, denunzia in Lei una impotenza morale che non poteva derivare se non da un voto di perpetua verginità. Questo voto fu emesso certa­mente prima della sua Annunciazione e quasi sicuramente anche prima del suo sposalizio con S. Giuseppe. Quindi, quando Maria sentì e meditò il celebre brano di Isaia (7,10-16), dove si parla della vergine che concepisce e dà alla luce un figlio a cui sarà dato il nome di Emmanuele, è da credere che Ella lo riferisse non a se stessa, ma ad un'altra israelita, ugualmente consacrata a Dio.

 

Morte di Gioacchino ed Anna

Quando morirono i santi Gioacchino ed Anna? Non possiamo rispondere nulla di certo; tuttavia, secondo una tardiva tradizione riferita dal monaco Epifanio (circa l'810) e da Giorgio Cedreno, Maria fanciulla rimase orfana quando aveva 12 anni. Gioacchino morì ottuagenario ed Anna all'età di 79 anni.

E' da credere che i funerali e il seppellimento avve­nissero secondo le usanze del tempo. Si chiudevano gli occhi al defunto, gli venivano fasciate le mani e i piedi con bende e tutto il corpo veniva avvolto in un lenzuolo nel quale si deponevano anche i profumi. Collocato sopra una bara col viso scoperto, il cadavere veniva esposto nel centro dell'unica stanza della casa, oppure nella camera alta. Parenti ed amici gli sedevano intorno, piangendo e gemendo. Poichè il clima palestinese è piuttosto caldo, il seppellimento avveniva poche ore dopo il decesso. Tra­sportato a spalla sopra. una bara da parenti, amici o estra­nei, il cadavere veniva seppellito fuori della città, ove lo seguivano, con grida e lamenti, parenti e amici. Venivano pagate anche alcune donne, dette prèfiche, perchè pian­gessero. Tra le scene di dolore vi erano pure quelle di cospargersi il capo di polvere e cenere e di stracciarsi i vestiti. Secondo il Talmud, anche il più povero israelita doveva procurarsi due suonatori di flauto ed una prèfica.

La Vergine Maria, rimasta sola sulla terra, reagì al dolore e all'amarezza per la perdita dei genitori intensifi­cando i suoi slanci di amore verso Dio.

 

MARIA SPOSA

Lo sposalizio con Giuseppe.

S. Luca ci informa che la Vergine Maria al momento della comparsa dell'arcangelo Gabriele per il grande an­nunzio dell'Incarnazione del Verbo era di già sposata a Giuseppe. Ci possiamo domandare: - Quando avvenne il fidanzamento? Secondo l'uso ebraico del tempo i giovani si sposavano sui 18 anni, mentre le fanciulle non prima dei 12. E' probabile che lo sposalizio di Maria sia avvenu­to quando Ella aveva 14-18 anni. Come mai la Vergine aderì a sposarsi? E' da credere che Ella ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma unirsi in matrimonio era l'usanza comune presso gli israeliti e, se non avesse seguito tale usanza, sarebbe stata considerata da tutti una disgraziata, un essere strano e per anni sarebbe stata molestata dalle richieste di matrimonio.

Dobbiamo inoltre ritenere che Ella abbia avuto l'as­sicurazione che, anche unita in matrimonio, avrebbe po­tuto continuare ad osservare il voto di verginità e che volentieri S.Giuseppe abbia acconsentito alla richiesta di Maria di vivere come fratello e sorella.

La Provvidenza divina in tal modo diede a Maria la possibilità di conservarsi vergine e nello stesso tempo di godere dell'aiuto materiale e dell'affetto di un uomo di provata virtù e pieno di amor di Dio. Se Maria non si fosse sposata c'era anche il pericolo che Cristo, dalla gen­te, venisse ritenuto un illegittimo, nato non dalla stirpe di Davide ma da qualche ignoto peccatore. Lo sposalizio era ancora conveniente per tenere nascosto al diavolo il con­cepimento divino della Vergine, ritenuta da lui una donna comune e non la Madre di Dio. C'è infine da osservare che Maria, se non si fosse sposata, una volta diventata madre sarebbe stata considerata adultera e condannata alla lapi­dazione. Ella, da parte sua, coltivò sempre il sentimento dell'abbandono senza riserve al volere di Dio e, per questo motivo, quando era incinta, non spiegò nulla al suo sposo, lasciando che la divina Provvidenza pensasse ad appianare la delicata situazione.

L'oscurità che avvolge le opere e il modo di procede­re del Signore suole urtare la suscettibilità delle menti indocili e superbe, ma non portò turbamento alla profon­da umiltà e alla fede eroica di Maria.

Nei disegni divini Giuseppe, oltre che custode del pudore di Maria, doveva essere anche il testimone autore­vole del suo parto verginale. Mentre nel matrimonio ordi­nario si ha cura di mettere al mondo dei figli mediante l'unione coniugale, in quello di Maria e di Giuseppe si ebbe cura di custodire la reciproca castità e di aiutarsi nel compimento dei disegni della Divina Provvidenza.

Come avvenne il matrimonio di Maria con Giuseppe?

­Possiamo rispondere che avvenne secondo gli usi e­braici del tempo. Il matrimonio ebraico abbracciava due fasi distinte: il fidanzamento e lo sposalizio propriamente detto, cioè l'introduzione della sposa nella casa dello spo­so. Abitualmente erano i genitori o chi ne faceva le veci a scegliere uno sposo od una sposa per i propri figli. E se talora era il giovane a scegliere la compagna, la domanda veniva presentata dai suoi genitori al padre della fanciulla prescelta. Successivamente i parenti del giovane e il padre della giovane fissavano il mohar cioè la dote degli sposi. Il mohar delle fanciulle povere abitualmente consisteva in oggetti casalinghi e in capi di vestiario. L'usufrutto della dote spettava allo sposo.

Stabilito il mohar, si domandava il consenso alla fan­ciulla e, ottenutolo, si stipulava un contratto scritto. Se­guiva il rito del fidanzamento. Le famiglie dei fidanzati si riunivano insieme ad alcuni testimoni e il giovane dava alla fanciulla un anello d'oro o qualche altro oggetto di valore, dicendo: "Ecco, per questo anello tu mi sei pro­messa, secondo la legge di Mosè e d'Israele". E si procede­va ad un festino.

Notiamo che presso gli antichi ebrei il fidanzamento era un vero contratto di matrimonio e lo possiamo para­gonare al matrimonio rato e non consumato dei Cristiani. Questo è confermato dal fatto che la fidanzata infedele in forza della legge mosaica veniva lapidata e per rimandarla occorreva, come per le mogli, il libello di ripudio.

Tra la prima fase del matrimonio (fidanzamento) e la seconda (introduzione della sposa in casa del marito) abitualmente si lasciava trascorrere un anno per le vergini e almeno un mese per le vedove. L'intervallo era stabilito per dare alla giovane tempo sufficiente per preparare il corredo e allo sposo il tempo per finire di pagare il mohar e allestire il necessario per il gran pranzo nuziale.

Non conosciamo i particolari che portarono all'in­contro e poi allo sposalizio di Maria con Giuseppe. L’evangelista Matteo si limita a dirci che Giuseppe era della stirpe di Davide e che suo padre si chiamava Giacobbe. Lo definisce inoltre giusto cioè pio, onesto, laborioso, uomo secondo il cuore di Dio. La tradizione è concorde nel ritenere Giuseppe operaio col mestiere di falegname.

Interessanti particolari sullo sposalizio della Beata Vergine sono contenuti nelle rivelazioni della venerabile Anna Caterina Emmerich. Secondo questa veggente tede­sca, i genitori di Giuseppe possedevano una grande casa a Betlemme, dove il patriarca trascorse la fanciullezza insie­me a cinque fratelli. Poichè Giuseppe era pio, semplice e di carattere mite, i fratelli lo molestavano e talvolta lo maltrattavano. Giuseppe non reagiva, ma preferiva cercar­si un altro sito dove abbandonarsi alla preghiera. Arrivato all'età di 12 anni cominciò a frequentare la bottega di un falegname e imparò il mestiere, ma poichè i fratelli conti­nuavano a rendergli insopportabile la vita, Giuseppe lasciò Betlemme e visse del suo lavoro presso altri artigiani. All' età di circa 30 anni lavorava a Tiberiade per un altro padrone, ma abitava da solo in una casetta vicina. Nel frattempo i suoi genitori erano morti e i suoi fratelli si erano dispersi.

Da tempo il santo giovane non solo credeva nella venuta del Messia, ma pregava Dio che lo inviasse sulla terra. Un giorno, mentre se ne stava occupato a sistemare un oratorio nei pressi della sua casetta allo scopo di avere un posto riservato dove raccogliersi in preghiera, gli ap­parve un angelo che gli comandò di recarsi al Tempio di Gerusalemme per diventare sposo di una fanciulla ivi cu­stodita.

Prima di questo messaggio Giuseppe non aveva mai pensato al matrimonio e perciò evitava la compagnia delle donne.

In quell'epoca la Beata Vergine aveva 14 anni e vive­va ancora nel recinto del Tempio. Sua madre Anna andò a visitarla e le comunicò che doveva lasciare quel luogo per maritarsi. La fanciulla profondamente commossa dichiarò alla madre che si era totalmente consacrata a Dio, ma Anna insistè perchè accettasse un marito. Allora la Vergi­ne si raccolse in fervente preghiera e ben presto una voce divina la confortò e le suggerì di accettare quanto le veni­va proposto.

Per la circostanza sull'altare del Santo dei santi i sacerdoti collocarono dei ramoscelli, ciascuno dei quali apparteneva a giovani desiderosi di fidanzarsi e apparte­nenti alla casata del re Davide. Tra i ramoscelli c'era pure la verga di Giuseppe. Il ramoscello che fosse fiorito spon­taneamente avrebbe indicato il giovane, designato dal Si­gnore a sposo di Maria. Avvenne che soltanto la verga di Giuseppe producesse un fiore bianco simile al giglio. Fu quindi evidente che Dio lo destinava a sposo di Maria. Le nozze della vergine avvennero, secondo le modalità già ricordate, a Gerusalemme in una casa sita presso il monte Sion.

In quella solenne occasione (è sempre la Emmerich che racconta) Anna indossò il vestito delle grandi feste. "La capigliatura della Vergine era abbondante e di un biondo-oro. Ella aveva le ciglia brune, grandi occhi lumi­nosi, naso ben modellato, bocca nobile e graziosa, mento fine. Indossava una bella veste; il suo incedere era dignito­so".

Dopo il fidanzamento Giuseppe si recò a Betlemme per motivi di famiglia, poi si trasferì a Nazareth. In questa cittadina S. Anna possedeva una casa e la preparò per Maria e per Giuseppe. Essa era situata dove attualmente sorge la basilica dell'Annunciazione e, secondo la Emme­rich, è proprio quella che si venera a Loreto, ivi trasporta­ta dagli Angeli.

Secondo la tradizione Giuseppe aveva, oppure ac­quistò per la circostanza del matrimonio, una casetta po­co distante da quella di Maria. Quivi, al suo ritorno da Betlemme, stabilì la sua bottega di falegname.

 

L'Annunciazione

Da qualche tempo Maria viveva nella casetta di Naza­reth attendendo alle faccende domestiche, ma sopratutto alla preghiera, sospiro perenne della sua anima. Era ormai il sesto mese che la cugina Elisabetta ad Ain Karem in Giudea, pur essendo sterile ed avanti negli anni, aveva concepito Giovanni Battista. La Vergine era in preghiera nella cameretta più riposta della casa, quand'ecco le com­pare in forma di bellissimo giovane l'arcangelo Gabriele. Lc. I,28-38 "Entrando da lei, disse: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te". A queste parole Ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine ". Allora Maria disse all'angelo: "Come è possibile? Non conosco uomo". Le rispose l'an­gelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti diceva­no sterile: nulla è impossibile a Dio". Allora Maria disse: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto". E l'angelo parti da Lei".

In quell'istante nel seno verginale di Maria, per opera dello Spirito Santo, incominciò ad esistere l'umanità di Cristo, cioè i primordi del suo corpo e l'anima unita alla Divinità.

Commenta bellamente l'avvenimento il Mariologo Gabriele Roschini: "Il fiat di Maria è indubbiamente il più grande fiat pronunziato dopo il fiat di Dio al princi­pio del mondo. Col primo, infatti, venivano mirabilmente formate tutte le cose. Col secondo tutte le cose venivano non meno mirabilmente riformate. Dal primo sorse il sole creato che illumina gli occhi; dal secondo sorse il sole increato che illumina le anime. Dal primo sbocciò la vita naturale, dal secondo, invece, sbocciò la vita soprannatu­rale. Tutta la storia dell'umanità è imperniata in quei due fiat".

 

La visita ad Elisabetta

Leggiamo in Luca che Maria, dopo la sua Annuncia­zione, decise di rècarsi nella regione montuosa della Giudea per visitare ed assistere la parente Elisabetta. Dall'an­gelo aveva saputo che la cugina aspettava un bambino e si trovava già al sesto mese di gravidanza. L'evangelista aggiunge che vi si recò frettolosamente, cioè spinta da un forte desiderio di consolare quella famiglia e di rendersi utile alla cugina. Non conosciamo altri particolari storica­mente certi sul viaggio, ma se dobbiamo credere alla vene­rabile Emmerich le cose andarono così.

Nel giorno dell'Annunciazione Giuseppe non si tro­vava a Nazareth, perchè non ancora tornato da Betlemme. Appena giunto si diede da fare per approntare l'occorren­te per la sua attività di falegname. Stava all'oscuro di quanto era accaduto alla sposa, e costei nella sua riserva­tezza non gli comunicò nulla: lasciò che Dio stesso prov­vedesse a dipanare le angustie e le ansietà che stavano per insorgere nell'animo di Giuseppe.

Era vicino il tempo della Pasqua e lo sposo doveva recarsi a Gerusalemme per la festività. Maria chiese di andare con lui per visitare Elisabetta. E' da escludere però che Giuseppe si sia recato sino in casa di Zaccaria. Se lo avesse fatto dalle parole di Elisabetta e dalla risposta di Maria avrebbe conosciuto ciò che si era compiuto in Lei. Dal vangelo invece appare chiaro che rimase all'oscuro del mistero dell'Incarnazione del Verbo sino a quando non venne informato da un angelo.

Quando Maria entrò in casa di Zaccaria e salutò la cugina, a costei il bambino sussultò nel grembo. "Elisa­betta (Lc I,41-45) fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo. A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. Beata colei che ha creduto nell'adempi­mento delle parole del Signore". Al saluto della parente Maria effonde il suo animo riconoscente verso Dio col sublime cantico detto Magnificat. "Come se dicesse: - Eli­sabetta, tu lodi me, ma io lodo il mio Dio che ha voluto esaltare me sua misera serva ad essere sua madre" (S. Alfonso). -

L'ottavo giorno dalla nascita di Giovanni, in occasio­ne del rito della circoncisione, i parenti di Elisabetta vole­vano chiamare il fanciullo Zaccaria dal nome di suo pa­dre. Ma Elisabetta disse che bisognava chiamarlo Giovan­ni. Fu allora chiesto con cenni a Zaccaria (diventato muto perchè non aveva creduto all'angelo che gli era apparso nel Santo dei santi nove mesi prima) come volesse che si chiamasse il figlio. Egli, chiesta una tavoletta, vi scrisse: Il suo nome è Giovanni tra la meraviglia degli astanti. "In quel medesimo istante gli si aprî la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio".

Zaccaria inoltre fu ripieno di Spirito Santo e prorup­pe in quel celebre cantico detto Benedictus, che è un inno di lode e di benedizione a Dio che aveva voluto manifesta­re la sua misericordia nella casa di Davide secondo la promessa fatta nei secoli precedenti per bocca dei profeti. Dobbiamo osservare con S. Alfonso che per mezzo di Maria si dispensano le grazie divine e si santificano le anime. Infatti il fanciullo Giovanni esulta di gioia per la grazia donatagli prima di nascere; Elisabetta è ripiena di Spirito Santo e Zaccaria rimane consolato per il recupero della favella.

La visita della Beata Vergine permise la convivenza di due donne singolari, divenute madri per un prodigioso intervento del cielo. L'una e l'altra erano perfettamente consapevoli della grande dignità e della futura missione dei loro nascituri: due missioni per volere divino intima­mente connesse e l'una ordinata all'altra. Giovanni infatti doveva disporre gli animi degli israeliti ad accogliere de­gnamente il Messia Figlio di Dio e preparare i suoi primi discepoli, mentre Gesù, sole di giustizia, avrebbe compiuto la divina opera della Redenzione.

La fama degli avvenimenti verificatisi in casa di Zac­caria si divulgò in tutta la regione montuosa della Giudea, causando un clima religioso di attesa. Maria, da parte sua, si trattenne con Elisabetta circa tre mesi, fino a poco dopo la nascita di Giovanni. A voler credere alla venerabi­le Emmerich quando il piccolo Giovanni venne circonci­so, Maria era già partita per Nazareth.

 

Le angustie di Giuseppe

Rientrata nella sua casetta di Nazareth Maria riprese la vita di prima, intessuta di lavoro e di preghiera. Conti­nuò a non dir nulla a Giuseppe di quanto si era compiuto in Lei, ma il corso della natura non tardò a manifestare i segni della gravidanza. Giuseppe ne fu sconvolto nel più intimo. Che cosa era successo? Quale mistero si celava dietro un fatto simile? Come mai Maria taceva, restando serena e dolce come se nulla fosse?

Stretto in una morsa di dolorosa inquietudine il po­veretto lottava. I giorni passavano e i segni della maternità erano sempre più evidenti.

Al colmo del tormento e dell'amarezza, Giuseppe decise di rimandare la sposa in segreto, o meglio - al dire della Emmerich - di allontanarsi in segreto da Nazareth.

"Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perchè quel che è generato in Lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati" (Mt. 1,20-21).

Dio era intervenuto a chiarire il mistero, e nel cuore di Giuseppe discese pace e tranquillità.

 

Maria in casa dello sposo

Come abbiamo ricordato in precedenza tra il fidan­zamento e l'introduzione della sposa in casa dello sposo correva ordinariamente un anno. Dobbiamo pertanto rite­nere che questo avvenimento abbia avuto luogo a Naza­reth qualche mese dopo il ritorno di Maria da Ain Karem. Anche per questo episodio della vita della Madonna difet­tiamo di notizie storiche. Tuttavia non è temerario pensare che il rito si sia compiuto secondo le usanze del tempo. Per l'avvenimento si scartavano i sabati, i giorni di digiuno e quelli di lutto. Ordinariamente si sceglieva il mercoledì, ritenuto come un giorno apportatore di bene e felicità. La stagione preferita era l'autunno.

La preparazione cominciava con un bagno della spo­sa, che le amiche e le anziane in seguito abbigliavano e profumavano. Le si faceva indossare una larga tunica bianca, stretta ai fianchi da una cintura; la si ricopriva pure con un lungo e bianco velo che scendeva dalla testa ai piedi e le si metteva sul capo una corona di mirto. Dieci fanciulle biancovestite, con le lampade in mano, stavano con lei in attesa dello sposo. Costui, giunta la sera, vestito a festa e attorniato dai suoi amici, a piedi o a cavallo, si incamminava verso la casa della sposa. Era accompagnato dai suonatori di flauto, tamburi e nacchere, da parenti, amici e curiosi.

Quando lo sposo giungeva nei pressi della casa della sposa, si gridava: "Ecco lo sposo! Andiamogli incon­tro!". Formatosi un sol corteo, gli sposi salivano nella stanza superiore della casa pulita e adorna per la solenne circostanza, e prendevano posto su seggioloni apposita­mente preparati. Sopra le loro teste veniva messa la sciar­pa della preghiera o taleth (striscia di pergamena o di lino su cui erano scritte le preghiere del rito), dopo di che il padre della sposa (o altro incaricato) prendeva la mano destra della figlia e la poneva nella destra dello sposo dicendo: "Che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe sia con voi e vi unisca; faccia discendere su di voi la sua benedizione, e vi permetta di vedere i figli e i nipoti fino alla quarta generazione". A questo punto un ministro o un anziano si metteva dietro gli sposi con il calice della benedizione e supplicava Dio di benedire tutti i parenti. Porgeva quindi agli sposi il calice di vino e questi brinda­vano vicendevolmente.

Lo sposo, vuotato il calice, lo gettava a terra e lo calpestava, giurando di rimanere fedele alla sposa fino al tempo in cui i frantumi del calice si fossero riuniti. Veni­va poi letto il contratto di matrimonio e i parenti e gli amici tra l'esultanza generale gettavano sulla coppia felice riso o frumento, simbolo di fecondità.

Calato il crepuscolo gli sposi in corteo si recavano alla nuova abitazione e si assidevano al banchetto nuziale. A sera inoltrata la festa aveva termine e gli sposi potevano ritirarsi nella camera nuziale.

Non di rado la festa nuziale veniva prolungata per una settimana intera. Le suggestive cerimonie che abbia­mo descritte servirono nei disegni di Dio per nascondere ai nazaretani e persino ai parenti più stretti di Maria e di Giuseppe il grande mistero dell'Incarnazione del Verbo. Tutti in effetti ritennero che Gesù fosse figlio legitti­mo e naturale non solo di Maria, ma anche di Giuseppe e quando, più tardi, Gesù iniziò la sua vita pubblica si mera­vigliarono della sua sapienza e della sua potenza tauma­turgica. Solo dopo la Risurrezione cugini e compaesani vennero a conoscere l'origine soprannaturale di Gesù.

 

In attesa della nascita di Cristo

E' veramente difficile dire qualcosa di fondato sulla vita in comune, menata da Giuseppe e da Maria prima della nascita di Gesù. Furono mesi di attesa e di prepara­zione al grande evento. Maria e Giuseppe dovevano avere il cuore e la mente fissi a quel piccolo cuore che pulsava accanto al cuore della Vergine. Certo Maria non mancò di finezze e di attenzioni per Giuseppe; questi da parte sua si prodigò per il bene della sposa, ma tutti e due vivevano per Gesù, pensavano a preparare le cose migliori per il piccolo e immensamente grande che stava per nascere.

Sappiamo che Giuseppe esercitava il mestiere di carpen­tiere nella sua bottega che, secondo la tradizione, distava appena un tiro d'arco dalla casetta dov'era avvenuta l'An­nunciazione. Da mane a sera maneggiava l'ascia, la pialla, la sega, il martello per soddisfare i clienti che avevano bisogno di mobili, porte, finestre, panche...

Che dire di Maria? Di certo la sua prima e più desi­derata occupazione fu quella di preparare il corredino per il futuro neonato, e poi tante faccende da sbrigare: attin­gere acqua alla fontana, cucinare, fare le pulizie, lavare i panni, preparare la pasta per il pane... Probabilmente le toccò filare, tessere, cucire, rattoppare... e forse anche girare una piccola macina da mulino per ridurre il frumen­to in farina.

Tanto lavoro dalla mattina alla sera, ma anche tanta preghiera, tanta unione con Dio, tanti sospiri amorosi ver­so il Figlio di Dio racchiuso nel suo seno!

 

La nascita di Gesú

Erano trascorsi quasi nove mesi dall'annunzio recato dall'angelo Gabriele e per Maria era prossimo il tempo del parto.

A Roma sedeva sul trono imperiale Cesare Ottaviano Augusto e con fermezza e sagacia era riuscito da alcuni anni a stabilire la pace in tutti i confini del grande impe­ro. Nell'anno 9 a.C. era stata inaugurata l'Ara Pacis Au­gustae e l'anno dopo era stato chiuso il famoso tempio di Giano bifronte, da secoli aperto a motivo delle continue guerre.

Amministratore oculato, Ottaviano di suo pugno aveva composto il Breviarium Imperii, dove con diligenza aveva annotato "tutte le entrate pubbliche, il numero dei cittadini (romani) e degli alleati che erano sotto le armi, lo stato della flotta, dei regni (alleati), delle province, delle imposte, dei tributi, dei bisogni e delle elargizioni" (Annales 1,11)

Dall'evangelista Luca apprendiamo che in quel perio­do l'Imperatore ordinò il censimento della popolazione dell'impero, che comprendeva anche la Palestina. Era go­vernatore della Siria Quirino e dispose che tutti coloro, i quali per qualsiasi motivo si trovassero lontano, ritornas­sero ai luoghi di origine e si facessero registrare dagli inca­ricati.

"Anche Giuseppe (Lc 2,4-5), che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea sali in Giudea alla città di Davide, chiamata Be­tlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta".

Vi si recò anche Maria, probabilmente per il fatto che ella, essendo figlia unica e quindi ereditiera, era sog­getta a tributo. Sappiamo che i Romani solevano sotto­porre all'imposta personale anche le donne dai 12 ai 60 anni e forse, per accertare l'età, le obbligavano a presen­tarsi al pubblico ufficiale. Inoltre la nascita del Messia a Betlemme era stata predetta esplicitamente dal profeta Michea (5,1) e Maria e Giuseppe si sottomisero volentieri alla manifesta volontà di Dio.

Dato lo stato interessante in cui si trovava, per Maria il lungo viaggio di 4-5 giorni (oltre 130 Km) dovette riu­scire faticoso e spossante anche se fornita di una cavalcatura. Ma nel cuore di Maria ardeva un gran fuoco di amo­re divino e un grande desiderio di mirare cogli occhi il Figlio suo e di Dio e questo dovette alleviare le fatiche del corpo.

Giunti a Betlemme, dove circa mille anni prima era nato il re Davide, Maria e Giuseppe trovarono il villaggio insolitamente affollato a causa del censimento e non fu possibile trovare un luogo adatto per alloggiare. Non era conveniente che Maria desse alla luce il Figlio sotto lo sguardo di tanti estranei nel caravanserraglio oppure in qualcuna delle case private, che consistevano ordinaria­mente di un unico stanzone a pianterreno, nel quale tutto si faceva in pubblico ed in comune, senza riserbo.

Furono quindi costretti a rifugiarsi in un'ampia grot­ta fuori dell'abitazione e quivi Maria "diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia" (Lc. 2,7).

Nessuna parola umana od angelica potrà descrivere i sentimenti e gli affetti di Maria in quei momenti in cui, pur rimanendo integra in verginità, diede alla luce il Salva­tore del mondo. Nella grotta si trovavano, secondo la tradizione, anche un bue e un asinello, che furono testi­moni incoscienti della nascita-più importante della storia.

Attualmente sulla grotta sorge la maestosa basilica della Natività, costruita nel IV secolo da S. Elena, madre dell'imperatore Costantino.

 

La visita dei pastori

A circa 3 Km a sud-est di Betlemme, più in basso, c'è una contrada quasi pianeggiante, detta ai nostri giorni Campo dei pastori. Quando nacque Gesù vi erano delle greggi di pecore e dei pastori che le vegliavano durante la notte. "Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: "Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangia­toia". E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama (Lc 2,9-14).:

Appena gli angeli si furono allontanati, i pastori, in preda ad emozione e a gioia, presero dei doni e in fretta si­misero in cammino alla ricerca del Bambino, e trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino, che giaceva nella mangia­toia". Raccontarono con giubilo a Maria e a Giuseppe quanto era loro accaduto, adorarono, accarezzarono il Bambino ed offrirono i loro doni. "I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro".

Tutte le persone che ebbero occasione di sentire il racconto dei pastori rimasero stupiti di quanto dicevano. Da parte sua Maria conservò nel suo cuore gli avvenimenti e li andava meditando.

 

Circoncisione e imposizione del nome

Leggiamo nella Genesi (17,9-10) che il Signore diede ad Abramo, capostipite del popolo eletto, questo coman­do: "Osserverai il mio patto, tu e i tuoi discendenti nel corso delle loro generazioni. E il patto che io fo tra me e voi, cioè i tuoi discendenti dopo di te, e che voi dovrete osservare, è questo: ogni maschio fra voi sia circonciso". Gesù, al dire di S. Paolo, "nato sotto la legge", si sottomette a questo rito doloroso. E cosî sin dal suo in­gresso nel mondo, appena otto giorni dopo la nascita, offre al Padre celeste le primizie del suo sangue, prezzo del nostro riscatto.

La circoncisione consisteva in un taglio, praticato sull'organo genitale dell'infante, ed era il segno tangibile dell'alleanza di Dio col popolo israelita. Abitualmente ve­niva praticata in casa del padre e talvolta dalla stessa ma­dre. E' probabile che toccò a S. Giuseppe l'incombenza di compiere il severo rito e vi era l'usanza che vi assistessero dieci testimoni.

Il ministro della circoncisione nel praticare il taglio mescolava ai gemiti del bambino queste parole: "Sia be­nedetto Iahwèh, il Signore! Egli ha santificato il suo di­letto fin dal seno della madre, e ha scritto la legge nella nostra carne. Egli imprime sui figli il segno dell'alleanza per comunicare ad essi le benedizioni di Abramo nostro padre". I presenti rispondevano: "Viva colui che tu hai scelto per figlio! "

La ferita soleva causare nel circonciso per qualche giorno delle febbri e veniva medicata con polvere di cimi­no, olio e vino.

Quasi certamente solo la Vergine comprese in tutta la sua ampiezza il significato di quel rito sanguinoso e delle parole liturgiche che lo accompagnarono. Nella stes­sa occasione venne imposto all'infante il nome di Gesù secondo l'ordine comunicato dall'angelo sia a Maria che a Giuseppe.

 

Purificazione di Maria e presentazione di Gesù al Tempio

La dimora della santa Famiglia nella grotta dovette essere breve, forse una diecina di giorni. Man mano che i forestieri venivano censiti prendevano la via del ritorno, le case private si sfollavano e fu quindi possibile a Giuseppe trovare un altro alloggio, una casetta dove dimorare sino al tempo della purificazione di Maria, che aveva luogo 40 giorni dopo la nascita del bambino.

Nella stessa occasione bisognava presentare anche il figlioletto al Tempio.

In particolare la legge di Mosé, quanto alla purifica­zione della donna, stabiliva che se ella dava alla luce un maschio, rimaneva legalmente impura 40 giorni; se invece partoriva una femminuccia, rimaneva impura un tempo doppio cioè 80 giorni. Conseguenza dell'impurità era che la donna non poteva toccare alcun oggetto sacro, nè pote­va recarsi al Santuario cioè al Tempio di Gerusalemme.

"Compiuti i giorni della sua purificazione (la donna) - prosegue il Levitico 12,6 - porti al sacerdote, all'ingresso del Tabernacolo di convegno, un agnello di un anno per l'olocausto, e un colombo o una tortora per il sacrificio in espiazione del peccato. Egli li offrirà davanti al Signore e farà l'espiazione per lei, ed essa sarà purificata del suo flusso di sangue... Se ella non ha mezzi per procurarsi un agnello da offrire, prenda due tortore o due colombi: uno per l'olocausto, l'altro per il sacrificio di espiazione del peccato. Il sacerdote farà l'espiazione del peccato per lei, ed ella sarà purificata".

Quanto poi alla presentazione e offerta del primoge­nito leggiamo: "Il Signore parlò a Mosè (in Socoth) e disse: - Consacra a me ogni primogenito. A me appartiene ogni primo nato tra i figli d'Israele, tanto degli uomini, quanto degli animali". (Esodo 13,1-2) In seguito a ciò Mosè impose agli israeliti la legge: "Offri al Signore ogni primo nato; come pure, di ogni primo parto del tuo be­stiame, i maschi sono del Signore... Riscatta pure ogni primogenito d'uomo tra i tuoi figli. E se in avvenire tuo figlio ti domanderà: Che cosa significa questo? tu gli dirai: con irresistibile potenza il Signore ci trasse dall' Egitto, dalla casa di schiavi. E poichè il Faraone si ostina­va a non lasciarci partire, il Signore uccise tutti i primoge­niti nella terra d'Egitto, dal primogenito dell'uomo al pri­mo nato delle bestie; perciò io sacrifico al Signore il ma­schio di ogni primo parto; e riscatto ogni primogenito dei miei figliuoli" (Es. 13,12-15).

- Effetto di questa legge era che tutti i bambini primo­geniti erano consacrati a Dio, cioè erano destinati a servi­re Dio come sacerdoti. Ma più tardi, dopo l'infame episo­dio del vitello d'oro, leggiamo nel Deuteronomio (10,88) che il sacerdozio venne riservato ai discendenti di Levi, in premio del coraggio e dello zelo con cui per ordine di Mosè avevano ucciso quelli che avevano adorato il vitello d'oro, anche se si trattava dei loro più stretti parenti (Esodo 32,26). Pertanto Dio permise che i primogeniti delle altre tribù venissero a Lui consacrati e poi riscattati con l'offerta di cinque sicli d'argento, prezzo di una vittima da immolare sull'altare (Numeri 18,16).

La prima delle leggi ricordate, in sè, non poteva ri­guardare la Beata Vergine. Ella infatti non aveva concepi­to alla maniera delle altre donne. Tutto in Lei era avvenu­to per opera dello Spirito Santo e la sua maternità an­zichè renderla immonda l'aveva maggiormente santificata. C'era però convenienza che si sottomettesse ugual­mente alla legge per non dare occasione di scandalo alla gente. D'altra parte Maria nella sua profondissima umiltà trovava facilissimo tutto quello che poteva abbassarla agli occhi degli uomini e suscitare la compiacenza di Dio. Non esitò quindi un istante a sottomettersi alle prescrizioni della legge.

Per quaranta giorni rimase nascosta nella casetta in dolce intimità col Bambino e con lo sposo Giuseppe.

Che dire di quei giorni di nascondimento, di preghie­ra e di umili faccende? S. Alfonso de' Liguori ha compo­sto una mirabile poesia che è come una ripresa televisiva della dolce intimità tra la Vergine e il piccolo Gesù:

"Fermarono i cieli - la loro armonia, cantando Maria - la nanna a Gesù. Con voce divina - la Vergine bella, più vaga che stella, - diceva così:

Mio figlio, mio Dio, - mio caro tesoro, tu dormi, ed io moro - per tanta beltà. Dormendo, mio bene, - tua madre non miri, ma l'aura; che spiri, - e' foco per me.

Cogli occhi serrati - voi pur mi ferite;

i or quando li aprite, - per me che sarà? Le guance di rose - mi rubano il core: Dio! che si more - quest'alma per te. Mi sforza a baciarti - un labbro sî raro: perdonami, caro, - non posso più no.

Si tacque, ed al petto- stringendo il bambino, al volto Divino - un bacio donò.

Si desta il diletto; - e tutto amoroso, con occhio vezzoso - la madre guardò. Ah Dio! ch'alla madre - quegli occhi, quel guardo fu strale, fu dardo, - che l'alma ferì".

Betlemme dista circa 8 Km da Gerusalemme, perciò il viaggio della santa Famiglia per recarsi al Tempio, al termine dei 40 giorni prescritti, non dovè essere faticoso.

Nelle prime ore del mattino Giuseppe e Maria pote­rono salire sul monte Moria, dove sorgeva il maestoso Tempio, riedificato dopo l'esilio e rifatto e ingrandito da Erode il Grande. Di certo la Vergine salì gli scalini con animo grato, pronta e desiderosa di offrire al divin Padre il suo unigenito. I santi sposi attraversarono l'atrio dei gentili, dove - se non l'avevano di già - acquistarono due colombine, di cui una doveva servire per l'olocausto e l'altra per il sacrificio di espiazione. Attraversarono poi la porta Bella che immetteva nell'atrio delle donne. Saliti poi altri gradini entrarono nell'atrio degli israeliti per chiedere ai sacerdoti il rito della purificazione. I sacerdoti di turno erano in attesa delle persone legalmente impure.

Non ci volle molto tempo per compiere l'immolazio­ne delle colombine e per recitare le preghiere di rito. Seguì poi la presentazione del piccolo Gesù, accompagna­ta dalla silenziosa e fervente preghiera della Vergine. Secondo la Emmerich, il sacerdote, dietro l'altare, prese il divino Infante e lo innalzò volgendolo verso diverse parti del Tempio, mentre pregava. Seguì pure il riscatto del primogenito col pagamento dei cinque sicli.

La presentazione di Gesù fu come l'offertorio di quella mistica Messa, che avrebbe avuto il punto culmi­nante (elevazione) sul Calvario.

Il sommo gradimento di Dio Padre fu manifesto per l'intervento di origine soprannaturale di due santi perso­naggi: il vecchio Simeone e la profetessa Anna.

Narra infatti S. Luca (2,25-88): 'C'era a Gerusalem­me un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele; lo Spirito San­to, che era su di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al Tem­pio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio:

Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perchè i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele.

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di Lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua Madre: - Egli è qui per la rovina e la risurre­zione di molti in Israele, segno di contraddizione perchè siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima.

C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissu­to col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e gior­no con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momen­to, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme".

La Chiesa ricorda e venera tra i dolori di Maria anche quello causatole dalle parole profetiche di Simeone: "(E­gli) sarà segno di contraddizione... E a te una spada trafig­gerà l'anima". A queste parole tutta la sua allegrezza si convertì in mestizia e conobbe "più distintamente le pene e la morte che aspettavano il povero Figlio" (S. Alfonso).

Adempiuti i precetti della legge mosaica Maria e Giu­seppe ritornarono a Betlemme.

 

L'arrivo dei Magi e la fuga in Egitto

La santa Famiglia dimorava ancora nella casetta ri­cordata dall'evangelista Matteo, quando avvenne la visita dei Magi. Matteo è molto sobrio di notizie nei loro con­fronti; gli altri evangelisti addirittura tacciono. Sappiamo con certezza che venivano dall'Oriente, ma questo termi­ne è troppo generico. Nell'Antico Testamento designava tutte le regioni al di là del Giordano cioè il deserto siro­-arabico, la Mesopotamia e persino la lontana Persia.

Secondo un'antica tradizione i Magi erano tre, si chiamavano Gasparre, Melchiorre e Baldassarre e, a voler credere alla Emmerich, appartenevano alla stirpe del patriarca Giobbe. Probabilmente conoscevano la celebre profezia di Balaam, secondo cui "una stella spunterà da Giacobbe, uno scettro sorgerà da Israele".

Di certo erano persone di condizione agiata, di co­stumi onesti, di animo profondamente religioso e studiosi di astrologia. Quando videro nel cielo, un astro di partico­lare fulgore, illuminati internamente dalla grazia divina, ebbero la certezza che quella era la stella del re dei Giudei nato sulla terra, e nel loro cuore nacque un veemente desiderio di andare a rendergli omaggio e di portargli dei doni. La straordinaria stella apparsa nel cielo di certo non era un astro naturale, perchè li precedeva nel cammino e poi, una volta arrivati a Betlemme, si fermò sulla casetta dove alloggiava la santa Famiglia. Dovette trattarsi di una fulgida meteora a forma di cometa, magari mossa da ange­li.

Secondo l'antica tradizione ricopiata nei presepi, i Magi erano accompagnati da un notevole seguito di paren­ti, amici e servi. Viaggiavano su cammelli e dromedari, carichi di viveri, vesti, tappeti e recipienti. Sapevano con certezza che il prodigioso bambino era nato in Giudea, ma ignoravano la località. Arrivati a Gerusalemme fecero visita al re Erode, a cui riferirono della prodigiosa stella comparsa e del loro intento di rendere omaggio e adorare il nato re dei Giudei.

Erode il Grande, geloso quant'altri mai del suo tro­no, rimase turbato a tale notizia, tuttavia - nascondendo nel cuore il suo disappunto - fece buon viso ai Magi. Allora "riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del po­polo, s'informò da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: - A Betlemme di Giudea, perchè così è scritto per mezzo del profeta:

E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo Israele".

Poi Erode, chiamati in disparte i Magi "si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: - Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perchè anch'io venga ad adorarlo".

La visita dei Magi suscitò scalpore in città e non poteva essere altrimenti, perchè si trattava di gente ricca e numerosa venuta da molto lontano.

Nei giorni della permanenza a Gerusalemme la prodi­giosa stella non si vedeva, ma quando i Magi uscirono di città e si avviarono a Betlemme ricomparve fulgida nel cielo, causando grandissima gioia nei loro animi. Entrati poi nella casetta che accoglieva la santa Famiglia, si pro­strarono e adorarono il celeste Bambino e, come a re, gli offrirono oro, incenso e mirra. Probabilmente si trattò di monete d'oro, di un cofanetto ricolmo di grani odorosi d'incenso e di un recipiente contenente una gomma-resina profumata, che col nome di mirra veniva adoperata per ungere i cadaveri. Alcuni scrittori mistici non hanno man­cato di far notare il profondo significato racchiuso nei doni: l'oro infatti proclama la regalità di Cristo, l'incenso la sua Divinità e la mirra la sua missione di supremo mar­tire per la salvezza dell'umanità.

Al dire della Emmerich, la Beata Vergine, mentre i Magi si accomiatavano, si tolse di dosso l'ampio velo, tra le cui pieghe stava avvolto anche Gesù, e lo diede loro come ricordo e ringraziamento. Era intenzione dei Magi di ripassare per Gerusalemme e informare il re Erode del risultato del viaggio, ma un angelo apparve loro in sogno e lì esortò a non ripassare dal re e a raggiungere il loro paese per altra strada. Probabilmente essi costeggiarono il Mar Morto e, attraversato il Giordano, si inoltrarono nel deser­to siro-arabica.

Quando Erode seppe della loro partenza andò sulle furie, perchè vide svanire il suo sinistro disegno di fare uccidere il Bambino. Ma pensò di riuscire ugualmente nel suo sanguinoso intento. In effetti diede ordine che venis­sero trucidati tutti i bambini di Betlemme e dintorni, minori di due anni, nella truce certezza di comprendere anche il re bambino, a torto ritenuto un rivale.

I bambini betlemiti trucidati da lunghi secoli sono venerati dalla Chiesa come piccoli martiri e ogni anno il 28 dicembre si celebra la festa detta dei Santi Innocenti.

La straordinaria ferocia di Erode è attestata dagli storici profani. Sappiamo che bastava qualunque sospetto a spingerlo a trucidare chiunque, compresi i suoi parenti più stretti. Fece infatti uccidere Marianna, che un tempo era stata la moglie prediletta, i figli Alessandro e Aristo­bulo con 300 ufficiali loro partigiani e, cinque giorni prima di morire, sebbene gravemente malato, ordinò la soppressione del suo primogenito Antipatro, già designato da lui come erede al trono.

Giuseppe e Maria, erano certamente al corrente di tutto questo, perciò quando un angelo del Signore, appa­rendo in sogno a Giuseppe, gli disse di fuggire in Egitto perchè Erode voleva uccidere il Bambino, subito, la notte stessa, caricarono sull'asinello le scarse e povere suppellet­tili, vi montò Maria col piccolo Gesù e si avviarono ango­sciati verso quel lontano paese.

 

Dimora in Egitto e ritorno in Israele

Dove e quanto tempo la santa Famiglia dimorò in Egitto? In proposito i vangeli tacciono. Matteo ci fa sape­re soltanto che la loro permanenza doveva durare sino a quando l'angelo non avesse avvertito Giuseppe di ritorna­re.

Abbondanti particolari circa il viaggio-fuga e la di­mora in Egitto li troviamo negli scritti che riportano le visioni mistiche della ven. Emmerich e di Maria Valtorta, ma nessuno può dire sino a che punto rispondano a ve­rità.

La santa Famiglia avrebbe impiegato dieci giorni per attraversare la Giudea e altrettanti per attraversare il de­serto. Dopo molti stenti e peripezie sarebbe giunta ad Eliopoli e di qui dopo circa due anni si sarebbe trasferita a Matarea, località non molto distante dalla prima. Maria e Giuseppe si guadagnavano la vita col lavoro: Giuseppe col mestiere di falegname e Maria tessendo e vendendo tappeti.

La permanenza in Egitto sarebbe durata sino a quan­do il fanciullo Gesù ebbe l'età di otto anni. Fu allora che l'angelo apparve di nuovo in sogno a Giuseppe (Mt 3,19-23) e gli comandò di ritornare nel paese d'Israele, perchè erano morti i nemici che volevano la morte di Gesù.

Pare che Giuseppe avesse il desiderio di stabilirsi in Giudea, a Betlemme, ma, avendo saputo che al posto di Erode regnava il figlio Archelao, ebbe paura e, seguendo le indicazioni avute in un altro sogno soprannaturale, andò a stabilirsi nel villaggio di Nazareth in Galilea.

 

Vita di Maria a Nazareth

I vangeli non ci dicono nulla della vita di Maria a Nazareth dopo il ritorno dall'esilio, ad eccezione dello smarrimento di Gesù dodicenne nel Tempio.

Non cè dubbio che Giuseppe riprese ad esercitare il mestiere di falegname nella botteguccia, sita a poca di­stanza dalla casa di Maria, segando tronchi e piallando assi, soddisfacendo alle molteplici richieste dei nazaretani. La Beata Vergine, da parte sua, oltre alle faccende domestiche propriamente dette (attingere acqua, cucina­re, rassettare la casa, lavare i panni... ) attendeva anche a cucire e a filare. Soleva tenere - al dire della Emmerich - i suoi utensili di lavoro entro un canestro.

Gesù fanciullo si prestava volentieri ad aiutare la sua mammina, sfaccendando con cura e grazia. Divenuto poi adolescente cominciò ad aiutare anche S. Giuseppe nel duro lavoro di falegname.

I giacigli dei santi sposi consistevano in stuoie e in coperte, che al mattino dopo la levata venivano arrotola­te. Tutta la santa Famiglia si dedicava molto ogni giorno alla preghiera e alla meditazione.

Nelle relazioni cogli estranei furono sempre miti, lea­li, onesti, caritatevoli. In particolare Gesù giovinetto fu un impareggiabile modello a tutti i coetanei di Nazareth.

 

L'episodio di Gesù smarrito

C'era obbligo per tutti gli Israeliti maschi di presen­tarsi davanti a Jahweh tre volte l'anno (Esodo 23,17; 34,23) in Gerusalemme: in occasione della Pasqua, per la festa delle settimane o Pentecoste e per la festa dei Taber­nacoli o delle tende. La legge prescriveva ancora che o­gnuno si presentasse non a mani vuote, ma con offerte proporzionate alla benedizione ricevuta da Dio, cioè pro­porzionata agli animali o ai raccolti ottenuti durante l'an­no (Deuter. 16,16-17). I preparativi per tali feste erano imponenti, soprattutto per la Pasqua. Già un mese prima si cominciava ad istruire il popolo su ciò che doveva com­piere. Quindici giorni prima si faceva la decimazione dei greggi, si riscuotevano le tasse e dal tesoro del tempio si estraevano gli oggetti necessari per la festa. In Gerusalem­me si faceva la pulizia delle strade e dei pozzi e, se neces­sario, si consolidavano i ponti. Due o tre giorni prima della festa venivano purificati gli utensili sacri occorrenti.

L'obbligo di andare a Gerusalemme era ristretto agli uomini in grado di fare il cammino a piedi. Chi si trovava ad una distanza maggiore di una giornata di cammino non era obbligato a recarsi a Gerusalemme. Così pure non erano obbligate le donne. Per i ragazzi l'obbligo comincia­va con la pubertà. Questa poi veniva computata in 13 anni e un giorno per i maschi e 12 anni e un giorno per le fanciulle.

Soleva però accadere che i pii israeliti, anche se non vi erano obbligati o per l'eccessiva distanza o perchè don­ne, si recassero ugualmente almeno una volta all'anno in occasione della Pasqua.

E' il caso della santa Famiglia che, pur trovandosi a una distanza di oltre 120 Km cioè a 4-5 giorni di cammi­no, vi si recava puntualmente ogni anno (Luca 2,41). L'evangelista nota che all'età di 12 anni si recò in pellegri­naggio anche Gesù, ma questo non esclude che vi si sia recato anche gli anni precedenti. C'era anche l'usanza che i pellegrini provenienti da lontano vi si recassero in caro­vana e che durante il viaggio di andata cantassero i cosid­detti salmi delle ascensioni. Entrati poi nella città santa si cantava il salmo 121, che è un saluto e un augurio di pace. Prima di ripartire per i luoghi di provenienza riceve­vano la benedizione dai sacerdoti in nome di Jahweh.

La Pasqua veniva celebrata a metà del mese di Nisan (Il Nisan corrispondeva all'intervallo da metà marzo a metà aprile). Cominciava la sera del 14 e proseguiva con la settimana degli azzimi. Le carovane raggiungevano la città uno o due giorni prima del 14 di Nisan.

Verso la metà del I secolo dopo Cristo - a voler credere a Giuseppe Flavio - la folla dei pellegrini raggiun­geva i due milioni. Di conseguenza non era possibile che tutti trovassero posto nelle case di Gerusalemme ed era necessario rizzare delle tende e dormire sotto di esse. Fu il Signore stesso a istituire la Pasqua come memoria e celebrazione del passaggio dell'angelo sterminatore che causò la morte di tutti i primogeniti degli Egiziani, la­sciando incolumi solo quello degli Ebrei. "Quel giorno sarà per voi memoriabile, voi lo celebrerete come festa solenne del Signore; e per tutte le vostre generazioni voi lo festeggierete come legge perpetua" (Esodo 12,24).

Durante i sette giorni delle feste pasquali non si po­teva mangiare altro pane all'infuori di quello azzimo, cioè senza lievito, sotto pena di scomunica. Le solennità - co­me abbiamo già detto - cominciavano la sera del 14 di Nisan e si celebravano in tutto il territorio abitato dagli Ebrei. Quel giorno gli israeliti nel primo pomeriggio dove­vano prendere un agnello o un capretto maschio di un anno senza difetti e immolarlo.

I pellegrini venuti a Gerusalemme solevano immolare gli agnelli nel cortile del Tempio, dopo il sacrificio vesper­tino. L'immolazione veniva compiuta dai capifamiglia o dai capigruppo. Vi erano numerosi sacerdoti che racco­glievano il sangue degli agnelli scannati e lo versavano presso l'altare degli olocausti. Le vittime venivano poi spellate, si squarciava il ventre e si toglieva il grasso, i reni e tutto ciò che doveva essere bruciato sull'altare. Il rima­nente, cioè l'agnello pulito, veniva restituito al proprieta­rio.

La sera di quel giorno - al dire di S. Giustino Martire - l'agnello veniva arrostito su due assi trasversali, chiaro simbolo della croce, e consumato interamente da un grup­po di persone non inferiore a dieci e non superiore a venti. Era severamente proibito spezzare le ossa dell'a­gnello oppure lasciare degli avanzi. Veniva consumato con pane azzimo e con erbe amare in ricordo delle pene sof­ferte in Egitto.

Alla cena pasquale potevano prendere parte solo i circoncisi, esenti da qualsiasi impurità legale. Durante il pasto dovevano circolare almeno quattro coppe di vino rituali e si facevano delle preghiere con la recita o il canto di alcuni salmi (salmi 112-117).

Durante la settimana degli azzimi, oltre ai due olo­causti offerti mattina e pomeriggio tutto l'anno (sacrificio mattutino e sacrificio vespertino), si faceva nel Tempio l'olocausto di due giovani tori, di un ariete e di sette agnelli di un anno. Inoltre veniva ucciso un capro in sacri­ficio di espiazione (capro espiatorio).

I pellegrini venuti a Gerusalemme per la festa pote­vano spontaneamente offrire altri sacrifici secondo la propria devozione. Al banchetto o cena pasquale del 14 di Nisan parteciparono la Beata Vergine, Gesù dodicenne e S. Giuseppe, non sappiamo con quali altre persone, di certo con somma religiosità. E non c'è dubbio che la Madonna penetrò l'alto simbolismo racchiuso nell'agnello immolato.

Il giorno susseguente alla Pasqua, cioè il 16 di Nisan, i pellegrini presenziavano alla cerimonia dell'offerta delle messi. Il pomeriggio precedente alcuni delegati del Sine­drio portavano al Tempio un covone di orzo. Lo si passa­va per il fuoco, lo si bacchiava, lo si ventilava, si macina­vano i chicchi e la farina ottenuta si passava per il setaccio 13 volte. L'indomani (16 Nisan), dopo i sacrifici pubblici, si prendeva un pugno di questa farina, vi si mesceva dell' olio e dell'incenso e si bruciava sull'altare.

Prima di questa solenne offerta in tutto Israele era proibito falciare il frumento, l'orzo e la segala. Il primo e il settimo giorno delle feste pasquali si teneva inoltre l'as­semblea generale, a cui partecipavano tutti gli appartenen­ti alla nazione e alla religione giudaica.

La santa Famiglia, come si ricava dall'evangelista Lu­ca, si trattenne tutti i sette giorni della festa. Al momento del ritorno i pellegrini, divisi in gruppi secondo i vari paesi di origine, concordavano il luogo e l'ora della prima sosta e lasciavano Gerusalemme nelle prime ore del pomeriggio. E' probabile che il gruppo in cui si trovava la santa Famiglia fosse molto numeroso e che Gesù all'ora della partenza sia stato presente. In cammino la folla si suddivi­deva in gruppetti o di soli uomini o di sole donne o anche di ragazzi. In tanta moltitudine di uomini, donne, ragazzi e cavalcature, Maria ragionevolmente suppose che Gesù fosse in qualche gruppo di uomini o di ragazzi con Giu­seppe; Giuseppe a sua volta pensò che il fanciullo fosse in qualche gruppo di donne con Maria. Gesù invece, senza preavvisare nessuno, se ne restò a Gerusalemme.

Quando la carovana arrivò al luogo della sosta, Maria e Giuseppe con angoscia scoprirono che Gesù era assente. Lo cercarono ansiosi tra parenti e conoscenti, ma la ricer­ca fu vana. Secondo un'antica tradizione il luogo della sosta della carovana fu ad El-Bireh, a 16 Km da Gerusa­lemme. I santi coniugi attesero l'arrivo degli ultimi pelle­grini del gruppo, domandarono e cercarono ancora, ma senza frutto. Intanto si era fatto buio e toccò aspettare il mattino seguente per ritornare a Gerusalemme e riprende­re le ricerche. E' verosimile che i santi sposi si siano rivolti per prima alle persone che li avevano ospitati durante la settimana degli azzimi; si saranno recati anche al Tempio e in altri luoghi, ma senza risultato. E così per essi calò la seconda notte d'inquietudine e di angoscia, soprattutto per il cuore tenero e affettuoso di Maria.

Il mattino del terzo giorno Maria e Giuseppe riprese­ro le ricerche e finalmente questa volta trovarono Gesù nel Tempio in mezzo a un folto gruppo di persone, inten­te ad ascoltare le sue dispute con alcuni dottori israeliti. Gesù - racconta Luca - era "seduto in mezzo ai dottori" e partecipava al dibattito ascoltando e interrogando. "E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: "Figlio, perchè ci hai fatto così? Ecco tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo". Ed egli rispose: "Perchè mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? ". Ma essi non com­presero le sue parole".

Di certo Maria e Giuseppe sapevano chi fosse vera­mente quel fanciullo, ma non potevano comprendere co­me mai egli, così obbediente, non li avesse preavvertiti. L'evangelista conclude il racconto dell'episodio dicendo che Gesù tornò a Nazareth e visse sottomesso ai suoi genitori sino all'età di 30 anni, quando incominciò la sua vita pubblica di Messia. In questo periodo Gesù andò cre­scendo in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomi­ni.

 

Morte di Giuseppe

Non sappiamo nulla di preciso circa la morte di San Giuseppe, ma possiamo ritenere come certo che la sua morte avvenne prima che Gesù incominciasse la sua vita pubblica. Alle nozze di Cana egli non compare insieme a Gesù e a Maria. Inoltre se S. Giuseppe fosse stato vivo al tempo della morte di Gesù, non si comprende come il Signore affidasse la Madre sua all'apostolo Giovanni an­zichè al suo legittimo sposo.

D'altra parte bisogna riconoscere che verso l'inizio della vita pubblica di Gesù, Giuseppe aveva già compiuto la sua missione di tutore della vita e dell'onore della Beata Vergine e del suo divin Figlio. Probabilmente il santo patriarca morì a Nazareth e possiamo ritenere che fu amorevolmente assistito da Gesù e da Maria. A voler credere a S. Francesco di Sales, Giuseppe più che da malattia o da vecchiaia venne consumato dall'amore: da un amore cre­scente per Gesù suo figlio legale e per Maria sua sposa. Era vissuto ed aveva faticato per loro e si spense a causa di un amore struggente per essi.

 

MARIA E LA VITA PUBBLICA DEL FIGLIO.

Inizio della vita pubblica di Cristo.

Quando Gesù raggiunse l'età di 30 anni in tutto Israele si diffuse la fama che era sorto un nuovo profeta: Giovanni Battista. Erano trascorsi ormai ben cinque secoli dall'ultimo profeta, Malachia, e non erano sorti degli altri. Il nuovo profeta era il figlio, nato in modo prodigio­so dal sacerdote Zaccaria e di Elisabetta. Sin da fanciullo aveva dimostrato una religiosità non comune e spiccate tendenze ascetiche. Si era poi ritirato, non sappiamo a che età, nelle regioni desertiche dei monti e della valle del Giordano, trascorrendo i suoi giorni nella preghiera e nel­la penitenza. Indossava una rozza veste di peli di cammel­lo, stretta ai fianchi da una cintura di cuoio; si cibava di locuste e di miele selvatico. Visse in questo modo così austero non sappiamo quanti anni, ma è certo che la sua vita così fuori del comune era conseguenza di una specia­le vocazione e grazia da parte di Dio.

L'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare, nel tempo in cui Ponzio Pilato era governatore della Giu­dea, l'Onnipotente manifestò a Giovanni che era giunto il momento di iniziare la missione pubblica di precursore.

Egli allora si recò in tutte le località della valle del Giorda­no esortando la gente a convertirsi, a mutar la vita in meglio, perchè il regno dei cieli era vicino.

La sua figura ieratica, la sua voce possente facevano breccia nei cuori. Cominciarono ad affluire le folle anche da lontano: da Gerusalemme, dalle cittadine della Giudea e persino dalla lontana Galilea. Come segno tangibile della volontà di liberarsi dai peccati, Giovanni battezzava nelle acque del Giordano. Nello stesso tempo cominciò ad an­nunziare che dopo di lui sarebbe venuto uno più grande, a cui egli non era degno neppure di portare i sandali. Costui li avrebbe battezzati in Spirito Santo e fuoco. Il movi­mento religioso suscitato da Giovanni divenne in breve così massiccio che il Sinédrio da Gerusalemme gli inviò sacerdoti e leviti allo scopo di investigare chi fosse.

Giovanni umilmente confessò di non essere il Messia, ­ma soltanto uno incaricato da Dio a preparargli la strada. In seguito il Battista ebbe anche dei discepoli, tra cui Andrea e Giovanni divenuto poi evangelista.

La fama di Giovanni arrivò di certo arche in Galilea e la Beata Vergine non tardò a comprendere che era pros­sima l'ora di separarsi dal Figlio. Un bel giorno Gesù si licenziò da lei e si avviò anche Lui verso il Giordano, dove Giovanni battezzava. Non appena il Precursore scorse Gesù tra la folla, la grazia divina gli fece sapere che era l'unto di Dio. In un primo momento fu riluttante a bat­tezzarlo, ma Gesù insistè dicendo: "Lascia fare per ora, poichè conviene che così adempiamo ogni giustizia". Gio­vanni allora acconsenti é compì la significativa cerimonia.

Dopo il battesimo, mentre Gesù uscito dall'acqua era raccolto in preghiera, comparve lo Spirito Santo sotto forma di colomba al di sopra del suo capo e si udì la voce del Padre Celeste che diceva: - Questi è il Figlio mio predi­letto, nel quale mi sono compiaciuto.­

I vangeli ci fanno sapere ancora che Gesù, dopo aver ricevuto il battesimo, si ritirò nel deserto di Giuda, sul monte detto attualmente della Quarantena, ed ivi attese al digiuno e alla preghiera per 40 giorni. Terminato que­sto periodo di preparazione, Gesù scese di nuovo al Gior­dano e Giovanni, scortolo tra la folla, lo additò ai suoi discepoli con le famose parole: "Ecco l'Agnello di Dio, ecco Colui che toglie il peccato del mondo!". "Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perchè era prima di me" (Giov. 1,29-30).

In quell'occasione l'evangelista Giovanni e Andrea, fratello di Simon Pietro, cominciarono a diventare disce­poli del Signore. Poco dopo seguirono Gesù anche Simon Pietro, Filippo e Natanaele detto pure Bartolomeo, che era di Cana di Galilea.

 

Il miracolo di Cana

Appena tre giorni dopo che Natanaele cominciò a seguire Gesù la Beata Vergine venne invitata ad uno spo­salizio a Cana di Galilea. Vi andarono pure Gesù e questi suoi primi discepoli.

Cana, in arabo Kfar Kana, è una cittadina a 8 Km da Nazareth, abitata attualmente da cristiani e musulmani. Non sappiamo chi fossero gli sposi che invitarono Maria. Probabilmente erano dei parenti o degli amici. L'evangelista Giovanni che vi partecipò racconta che, a un certo punto del banchetto nuziale, venne a mancare il vino. Maria, che si rese subito conto della brutta figura che stavano per fare gli sposi, piena di gentile premura, corre ai ripari. Dice infatti a Gesù: - Non hanno più vino - cioè: Pensaci tu, Figlio; provvedi con un miracolo.

Gesù risponde: - Che c'è fra me e te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora -. Maria non si impressiona per la risposta del Figlio, che aveva tutta l'apparenza di un chiaro diniego, ma si rivolge ai servitori e dice loro: - Fate quello che Egli vi dirà -.

Gesù cede all'intercessione della Madre e ordina ai servitori di riempire d'acqua le anfore. Erano lì sei anfore di pietra che servivano per le abluzioni legali (lavanda delle mani prima dei pasti, dei piedi, dei piatti ecc.) Ognu­na di esse aveva le capacità di due o tre metrete cioè da 80 a 120 litri. I servitori le riempirono d'acqua. Fatto questo Gesù ordina loro, di attingere e portare il liquido al maestro di tavola. Costui constata che si tratta di ottimo vino, tanto che sente il bisogno di fare un amorevole rimprovero allo sposo, perchè, a differenza dell'usanza comune, serve ai convitati il vino migliore, anzichè al principio, alla fine del banchetto, quando cioè la gente è un po' brilla e non è più in grado di apprezzare la bontà del vino.

I discepoli del Signore constatano il miracolo e ri­mangono pieni di ammirazione e di fede in Lui. Dopo questo suo primo prodigio - ci ricorda l'evangelista Gio­vanni - Gesù discese a Cafarnao con sua madre, alcuni parenti e i primi discepoli, ma solo per pochi giorni.

 

Comparse di Maria durante la vita pubblica di Gesù

Non conosciamo le circostanze, ma appare chiaro dai vangeli che Gesù dopo le nozze di Cana cominciò a risiedere abitualmente a Cafarnao, detta da Matteo "sua città". Cafarnao era una cittadina sulla riva occidentale del lago di Tiberiade. Situata vicino alla grande strada, percorsa dalle carovane provenienti dalla Siria e dalla Me­sopotamia e dirette in Israele o in Egitto, aveva acquistato ai tempi di Gesù una certa importanza e gódeva di prospe­rità. Vi era infatti un ufficio per la riscossione delle im­poste e vi dimorava un presidio di soldati romani agli ordini di un centurione. Possedeva anche una bella sinago­ga in pietra bianca calcarea. Secondo un'antichissima tra­dizione, a Cafarnao S. Pietro aveva una casa e vi esercitava il mestiere di pescatore. Forse Gesù scelse Cafarnao come soggiorno abituale durante la sua vita pubblica o perchè invitato da S. Pietro o per evitare le invidie e le persecu­zioni dei nazaretani o perchè la cittadina, per il continuo passaggio di carovane, era il luogo ideale per la predicazio­ne della buona novella. Potrebbe anche essere che a sugge­rire la scelta siano stati i surricordati motivi messi insie­me. Attualmente di Cafarnao rimangono solo resti di an­tiche mura e di frantoi in pietra scura basaltica e le rovine in calcare bianco della sinagoga. Maria dimorò a lungo a Cafarnao? Non possiamo rispondere a questa domanda. Sappiamo di certo - e lo abbiamo ricordato poc'anzi - che ella vi si trattenne solo pochi giorni, perchè era imminen­te la festa di Pasqua e Gesù doveva salire a Gerusalemme. Altra domanda che ci viene sul labbro è questa: - La Beata Vergine seguì Gesù nelle sue varie peregrinazioni apostoliche? I vangeli non ci dicono nulla, ma da un insieme di indizi credo si possa rispondere: - Diverse vol­te, certamente. Gesù, secondo Luca, durante le sue pere­grinazioni era seguito dai dodici Apostoli e anche da varie donne come Maria Maddalena, Giovanna, moglie di Cusa, e Susanna, le quali erano state guarite da spiriti cattivi o da infermità e riconoscenti lo assistevano coi loro beni.

Segue da ciò che vi andava ordinariamente anche la Beata Vergine? Non si può rispondere affermativamente con certezza. Le pie donne seguivano Gesù desiderose di apprendere i segreti del Regno dei Cieli, la Vergine invece non ne aveva bisogno, perchè aveva vissuto tanti anni accanto al suo Gesù. E' inoltre probabile che le pie donne non seguissero Gesù in modo continuo come i Dodici, ma solo quando veniva a trovarsi nelle contrade in cui esse abitavano.

Leggiamo in Marco (3,20 ss.) che un giorno Gesù si trovava assediato dalla folla in una anonima borgata non lungi dal lago di Tiberiade. La folla e i bisognosi di cura erano tanti che non potevano neppure prendere cibo. Al­cuni commentarono la febbrile attività di Gesù con l'am­bigua espressione: "E' fuori di sè". Tale malizioso apprez­zamento giunse agli orecchi dei parenti del Signore. Co­storo ne rimasero fortemente colpiti e "uscirono per im­padronirsi di Lui". Evidentemente volevano moderare il suo fervore missionario e premunirlo dalle brutte conse­guenze che, a loro giudizio, potevano insorgere dal severo atteggiamento assunto da Gesù nei confronti degli scribi e dei farìsei. I surricordati parenti - nota l'evangelista Gio­vanni - "non credevano in Lui".

Mentre poi Gesù rintuzzava le maligne insinuazioni dei farisei, che osavano attribuire i prodigi di Lui all'inter­vento di Beelzebul, principe dei demoni, arrivò la Madre sua e alcuni suoi parenti. Qualcuno - non sappiamo chi - si premurò di avvisare il Maestro, ma egli rispose loro: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? " Girando lo sguar­do su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre" (Mc. 3,33-35).

Con queste parole Gesù non intese mostrarsi duro nei confronti della Madre sua, ma volle mettere in risalto, in un modo energico e paradossale, che i vincoli e le parentele spirituali sono da anteporre ai vincoli e alle pa­rentele carnali. La Beata Vergine di certo capì a volo l'alto contenuto delle parole del Figlio e non ne rimase offesa. D'altra parte Maria durante la sua vita aveva sem­pre anteposto la volontà di Dio alle convenienze umane, le cose celesti alle cose terrene. "Certamente - osserva S. Agostino - Maria SS. fece, e fece piamente la volontà del Padre; quindi è più per Maria l'essere stata discepola di Cristo, che l'esserne stata la madre; più beata per esserne stata discepola, che per esserne stata madre".

 

Gesù si presenta ai Nazaretani come Messia

Narra l'evangelista Luca (4,17-21) che Gesù - proba­bilmente alla fine del primo anno della sua vita pubblica - volle presentarsi ufficialmente come Messia anche a Naza­reth. Egli sapeva che tra i suoi compaesani covavano delle invidie e dei rancori contro di lui, invidie e rancori che appaiono abbastanza chiari dalle dicerie riportate da Mar­co (6,1-6): "Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi? ".

Un sabato Gesù entrò nella sinagoga, si fece portare il rotolo del profeta Isaia, lo svolse e lesse le seguenti parole: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore".

Letto il brano, arrotolò il volume, lo consegnò all'in­serviente e sedette. Tutti - e dovevano essere in molti attirati dalla sua fama - lo guardavano fissi aspettando cosa dicesse. Egli cominciò: "Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi". Ma le parole di Gesù, anzichè ottenere consensi e approvazione, causarono meraviglia e scandalo. Era incomprensibile per i presenti che il Figlio di Maria, carpentiere, si mettesse a fare il profeta e il dottore della legge. Gesù aggiunse: "Di certo voi mi citerete il proverbio: - Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo an­che qui, nella tua patria". E aggiunse: "Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua". E ri­cordò loro il caso del profeta Elia mandato da Dio alla vedova di Sarepta e quello del siro Naaman, guarito al tempo di Eliseo dalla lebbra.

I Nazaretani rimasero offesi e sdegnati per le parole di Cristo; lo cacciarono fuori della cittadina e lo condus­sero sul ciglio di un monte con l'intenzione di precipitarlo giù. Ma il Signore, ricorrendo alla sua onnipotenza, non si lasciò precipitare e "passando in mezzo a loro" si allon­tanò.

Il monte del precipizio, secondo un'antica tradizio­ne, è un colle che si trova a sud di Nazareth, detto Giabal al-Qafze, e si erge circa 200 metri a picco sulla pianura di Esdrelon.

La Beata Vergine, anche se non fu presente al triste episodio che abbiamo ricordato, di certo venne subito informata e col cuore angosciato corse a difendere il Fi­glio. In direzione del luogo da cui i Nazaretani tentarono di precipitare Gesù, nel Medioevo venne eretta una cap­pella col nome espressivo di Santa Maria del Tremore.

 

Beato il grembo che ti ha portato!

Un importante accenno a Maria lo riscontriamo in S. Luca (11,14-28). L'episodio avvenne in Giudea durante l'ultimo anno della vita del Signore. –Venne presentato a Gesù un indemoniato, sordomuto e cieco. Egli lo guarì pubblicamente. La gente rimase stupita per l'accaduto, ma i Farisei presenti, pieni di invidia e di orgoglio, attri­buirono il miracolo alla virtù di Beelzebul, principe dei demoni. Gesù pacatamente invitò i suoi avversari a riflet­tere che se Egli scacciava i demoni per virtù di Satana, Satana stava in discordia con se stesso e per conseguenza il suo impero stava per rovinare. Era quindi venuto il regno di Dio. Il ragionare pacato e pieno di sapienza del Signore suscitò l'ammirazione di una anonima popolana, che esclamò: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!". Ma Gesù per tutta risposta esclamò: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!".

Con la sua frase Gesù voleva dire: - Tu proclami beata mia madre, e così è veramente; sappi però che sono parimenti beati quelli che, a sua somiglianza, ascoltano e praticano la parola di Dio. L'esclamazione, piena di since­ro entusiasmo, di quella donna anonima è stata accolta nella liturgia della Chiesa.

 

Maria SS. nell'imminenza della Passione del Figlio

Dai vangeli appare chiaro che durante i tre anni di predicazione e di prodigi non ci fu mai vera intesa e com­prensione tra Gesù e gli scribi e i farisei. Non che il Signo­re ricusasse l'incontro e il dialogo, ma i maggiorenti ebrei preferirono rimanere arroccati nelle loro vedute e nei loro privilegi. Le risposte così assennate e pertinenti del Signo­re alle loro domande insidiose, le parabole così luminose non giovarono a farli riflettere e far loro intravedere la natura e la missione divina di Cristo. Gli stessi miracoli, anzichè essere valutati come un'approvazione celeste della dottrina e della persona di Gesù, vennero maliziosamente interpretati come opere compiute con l'ausilio di Beelze­bul principe dei demoni. Cristo, giustamente sdegnato per tanta caparbietà e malanimo, stigmatizzò l'ipocrisia, la vanità, l'orgoglio e la cupidigia degli scribi e dei farisei.

"Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perchè così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che voglio­no entrarci... Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che paga­te la decima della mente, dell'aneto e del cumino, e tra­sgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticarle, senza omettere quelle. Guide cieche, che filtrate il mosce­rino e ingoiate il cammello" (Alt 23,13 e 23-24).

In altra occasione Cristo aveva detto: (Mc 12,38): "Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave".

Conseguenza di tutto ciò fu la nascita di odio e ran­core nel cuore dei sommi sacerdoti, degli scribi e dei fari­sei, odio che andò sempre più crescendo sino a far loro concepire il disegno di ucciderlo.

Nel dicembre che precedette l'ultimo anno di vita del Signore, in occasione della festa della Dedicazione del Tempio, scribi e farisei avevano afferrato dei sassi con l'intenzione di lapidarlo, ma Gesù miracolosamente era sfuggito alle loro mani.

Circa due mesi dopo, Cristo aveva compiuto lo stre­pitoso miracolo della risurrezione di Lazzaro, ma anche questo prodigio non valse a mutare le perverse convinzio­ni degli scribi e dei farisei. Non sappiamo con precisione quando, ma fu proprio in questo periodo che i maggiori esponenti ebrei di Gerusalemme si radunarono a consiglio sotto la presidenza del sommo sacerdote Caifa e deliberarono di uccidere Gesù, dando pure ordine che se qualcu­no conoscesse dove si trovava, lo indicasse onde catturar­lo.

L'infame decisione dovette giungere anche agli orec­chi di Maria e farle sentire più acuta la "spada del dolore"', predetta tanti anni prima dal vecchio Simeone.

Come conseguenza della risoluzione del Sinedrio, Gesù non si mostrò più in pubblico, ma si ritirò per un certo periodo nella cittadina di Efraim. Quando però la Pasqua fu vicina, circa i primi giorni del mese di Nisan, Gesù si mise in viaggio verso Gerusalemme. Questa volta però non volle percorrere la via più breve, ma quella più lunga. Scese infatti nella vallata del Giordano, passò per Gerico e di qui sali verso la Città santa.

Avanti a tutti camminava Gesù solo (Marco 10,32); veniva poi il gruppo degli Apostoli, a cui si era accodato qualche discepolo più antico e affezionato. Per ultimo veniva un altro gruppo, formato dai discepoli più recenti e probabilmente anche dalle pie donne che poi troveremo sul Calvario. I componenti di quest'ultimo gruppo aveva­no paura.

Con le pie donne c'era anche la Santa Vergine? Pro­babilmente sì; di certo era in preda all'angoscia per quello che stava per accadere a Gesù. A un certo punto il Mae­stro si volta indietro, fa accostare a sè gli Apostoli e dice queste parole: "Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo. sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagel­leranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà". Già altre volte il Signore aveva fatto questo triste preannunzio; ciò nonostante anche questa volta il discor­so rimase oscuro e incomprensibile. La mente degli Apo­stoli, soprattutto quella di Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo, accarezzava il sogno di un Messia glorioso, che avrebbe ristabilito il regno di Davide e di Salomone e in cui essi avrebbero occupato i primi posti.

Arrivato a Betania, che dista circa 3 Km da Gerusa­lemme, Gesù si fermò in casa dell'amico Lazzaro, risusci­tato da lui pochi mesi prima. La mattina della domenica seguente (quella che noi cristiani festeggiamo col nome di domenica delle Palme) Gesù lasciò il villaggio e si avviò seduto sopra un asinello, verso la città santa.

All'inizio il corteo era piccolo, ma strada facendo si andò sempre più ingrossando. La gente entusiasta, accorsa da ogni parte, gettava a terra i propri mantelli, altri agita­vano frasche verdi o rami di palme gridando con gioia:

"Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele".

Gli avversari di Cristo, cioè scribi e farisei, s'innervo­sirono per questa manifestazione popolare, e temettero che il loro disegno omicida andasse in fumo. Giunto sul monte degli Ulivi Gesù ebbe sotto di sè il panorama della città; vide e preannunziò la sua futura distruzione, si com­mosse e pianse.

Secondo la Emmerich anche Maria fece parte del corteo trionfale. Era in testa alle pie donne ed è da crede­re che vedendo piangere Gesù si sia commossa ed abbia pianto anche lei.

Entrato nel Tempio, il Signore guarì vari ciechi e storpi e, secondo il suo solito, istruì la folla. Fattosi sera rientrò con i suoi a Betania. Insegnamenti e miracoli nel Tempio Gesù compì anche il lunedì (santo); il martedì poi lo passò istruendo e rispondendo a tono alle domande insidiose dei suoi avversari.

Il mercoledì invece pare che lo abbia passato intera­mente a Betania e che, in particolare, si sia trattenuto con Maria sua madre. Lo stesso mercoledì si adunarono di nuovo i suoi nemici in casa di Caifa e tennero consiglio per arrestare con inganno Gesù e farlo morire. Riconobbero però che non conveniva eseguire l'ar­resto durante la festa, perchè c'era pericolo di un tumulto popolare. A toglierli d'imbarazzo sul luogo e il tempo della cattura di Gesù intervenne Giuda, l'apostolo tradito­re, che si era allontanato dal gruppo degli Apostoli con una scusa. Il traditore si accordò con scribi e farisei per un compenso di 30 monete di argento, poi ritornò con gli altri apostoli.

 

Il giovedì santo

L'indomani, giovedì, era il primo giorno degli azzimi (Marco 14,12 ss.) e nel pomeriggio c'era l'usanza di im­molare l'agnello pasquale. I discepoli domandarono a Gesù: "Dove vuoi che andiamo a preparare perchè tu possa mangiare la Pasqua?". Egli allora ordinò agli aposto­li Pietro e Giovanni (Luca 22,8) di recarsi in città, di seguire un uomo con una brocca d'acqua in mano e di parlare poi col padrone di casa. Costui avrebbe loro indi­cato una sala grande già addobbata al piano superiore; lì dovevano preparare.

Il tutto avvenne secondo la profezia del Signore e Pietro e Giovanni poterono felicemente compiere i prepa­rativi. Secondo la Emmerich Gesù confidò a sua Madre tut­to quanto stava per accadere e le assicurò inoltre che anche Lei avrebbe spiritualmente partecipato alla sua Ce­na. Le precisò persino i siti dove le sarebbe apparso una volta risorto. Poi se la strinse al cuore e le raccomandò di vivere rassegnata più delle altre pie donne.

Dobbiamo ritenere come certo che anche la Beata Vergine si sia recata a Gerusalemme per consumare la cena pasquale, perchè così aveva fatto negli anni prece­denti; è molto probabile che non si sia recata col gruppo degli Apostoli, ma col gruppo delle pie donne. Di certo Ella non era presente nella sala principale del Cenacolo, ma doveva trovarsi in qualche casa o sala nelle vicinanze.

Arrivato nel Cenacolo Gesù prese posto a tavola con gli Apostoli e disse loro: (Luca 22,15) "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poichè vi dico: non la mangerò più, finchè essa non si compia nel regno di Dio".

Il Signore volle pure lavare i piedi ai suoi amici. Allo scopo si cinse ai fianchi un asciugatoio, versò dell'acqua nel catino e dopo aver lavato asciugava con l'asciugatoio. Poi commentò la sua azione: "Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perchè lo sono. Se dunque io, Signo­re e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri". E voleva dire: Io, Signore e Maestro, mi sono abbassato ad accordarvi fiducia, a com­prendere i vostri difetti, a servirvi. Lo stesso dovete fare tra di voi. Gli uni siano a servizio degli altri in spirito di fratellanza, di comunione e di fiducia reciproca.

Gesù cominciò poi a fare le prime allusioni al tradi­tore lì presente e, più tardi, al prediletto Giovanni indicò chiaramente Giuda porgendogli un boccone di pane intin­to nel piatto.

Di molte cose Gesù parlò durante la Cena, dando sfogo ai sentimenti e all'amarezza del suo cuore. Queste sublimi confidenze sono ampiamente riportate dall'evan­gelista Giovanni. L'avvenimento principale dell'ultima Ce­na è però senza dubbio l'istituzione dell'Eucarestia e del Sacerdozio. Verso la fine della Cena Gesù prese una fo­caccia azzima, rese grazie con la preghiera di benedizione, la spezzò e la diede ai suoi discepoli dicendo: Prendete, e mangiatene tutti: Questo è il mio corpo offerto in sacrifi­cio per voi. Poco dopo prese un calice, già preparato e colmo di vino, rese grazie a Dio Padre con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli e disse: Prendete, e bevetene tutti: Questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. E aggiunse alla fine: Fate questo in memoria di me.

La tradizione cattolica è unanime nell'ammettere che Gesù con questo comando consacrò sacerdoti i suoi apostoli. Dai vangeli non è possibile stabilire se Giuda fosse presente all'istituzione dell'Eucarestia, ma a voler credere alla Emmerich, il traditore fu certamente presente alla consacrazione e alla distribuzione del pane azzimo. Dopo uscì in fretta dal Cenacolo ner mettersi a disposi­zione dei nemici di Gesù e capeggiare gli inservienti del Tempio incaricati di arrestarlo.

La Cena finì con la recita dell'ultima parte dell'Hal­lel e con la bevuta della quarta coppa. E' da credere che il Signore si sia trattenuto altro tempo nel Cenacolo in con­versazione con gli Undici, tanto più che le sue effusioni di amore non erano più ostacolate dalla presenza di Giuda. A un certo punto disse loro: "Voi tutti prenderete scan­dalo di me questa notte: sta scritto infatti: Percuoterò il pastore, e saranno disperse le pecore del gregge. Ma dopo che io sarò risorto, vi precederò in Galilea". E voltatosi verso Pietro aggiunse: "Simone, Simone; ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli".

All'impulsivo Pietro non piacquero queste parole ed esclamò: "Anche se tutti si scandalizzassero di te, io mai mi scandalizzerò. Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte".

Gesù gli rispose: "Pietro, io ti dico che questa notte prima che il gallo abbia cantato due volte, mi avrai rinne­gato tre volte".

Il Signore inoltre avvertì i discepoli che solo per poco sarebbe stato ancora con essi e diede loro il coman­do che si amassero gli uni gli altri come Lui li aveva amati.

Terminata una lunga preghiera al Padre celeste, Gesù uscì dal Cenacolo con gli Apostoli e s'incamminò verso il Getsemani, detto pure Orto degli ulivi. Erano circa le 10 di sera.

Giunto al Gethsemani il Maestro fece sostare gli Apostoli e disse: Sedetevi qui, mentre io vado là a prega­re. Prese con sè solo Pietro, Giacomo e Giovanni, comin­ciò a provare tristezza e angoscia e aggiunse: "La mia anima è triste sino alla morte; restate qui e vegliate con me".

Avanzò un altro po', quanto un tiro di sasso, e si prostrò con la faccia a terra a pregare. Stretto nella morsa di un'angoscia mortale diceva: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà".

Ed ecco che scende un angelo dal cielo e lo conforta. Ma l'angoscia non dà tregua, diventa un'agonia spaventosa che gli spreme dalla fronte e dal corpo un'abbondante sudore misto a sangue. L'evangelista Luca c'informa che "il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadeva­no a terra". Alla distanza di un lancio di sasso gli apostoli prediletti poterono sentire la straziante preghiera di Gesù al Padre e poi al chiarore della luna piena, quando venne a svegliarli, poterono osservare il suo volto rigato di sangue.

Tre volte il Salvatore cercò inutilmente conforto dai prediletti, pieni di torpore e di sonno. La terza volta dis­se: Dormite ormai e riposate. Basta! E' venuta l'ora: ecco, il figlio dell'uomo è consegnato nelle mani dei pec­catori. Alzatevi, andiamo! Ecco: chi mi tradisce è vicino. Il venerdì santo Probabilmente era passata da poco la mezzanotte e Gesù stava ancora parlando coi suoi discepoli svegliati dal sonno, quando arrivò al Gethsemani un folto gruppo di sgherri con spade, bastoni, corde, torce e lanterne. Erano stati mandati dai sommi sacerdoti e dagli anziani del po­polo per arrestare il "Galileo". Li guidava Giuda e li segui­vano alcuni farisei e sadducei, incaricati da Anna e Caifa di sorvegliare la buona riuscita dell'operazione. Il traditore si era accordato con loro che avrebbero dovuto arrestare colui che egli avrebbe baciato.

Tutto accadde secondo il convenuto. Giuda si fece avanti, pose le mani sulle spalle del Signore e lo baciò esclamando: - Salve, Rabbi! Gesù gli rispose a mezza vo­ce: - Amico, per che cosa sei qui? - e aggiunse: - Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo? - Dopo di que­sto il Maestro si avvicinò alla masnada e domandò: - Chi cercate? - Gesù Nazareno - risposero. - Sono io! - aggiun­se il Salvatore.

Appena ebbe pronunziato queste parole, gli sgherri indietreggiarono e caddero a terra. Domandò di nuovo: - Chi cercate? - Gesù il Nazareno -. Gesù replicò: "Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi (cioè gli Apostoli) se ne vadano". Simon Pietro volle difendere il Maestro con le armi. Estrasse una spada e colpì Malco, servo del sommo sacerdote, mozzandogli l'orecchio destro. Ma Gesù disse a Pietro: - Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse io bere il calice che il Padre mi ha dato? - Poi toccò l'orecchio di Malco, che all'istante guarì. Rivolto ai sacerdoti, ai capi delle guardie del Tempio e agli anziani disse: "Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre".

Gli sgherri allora gli si lanciarono addosso, lo legaro­no e poi lo trascinarono via come un volgare malfattore. Davanti a questo triste spettacolo gli Undici ebbero paura e si dettero alla fuga, favoriti dall'oscurità. La ciurma degli sgherri, con l'arrestato, rifece la strada del Cedron e risalì la collina di Sion, dove si trovava la casa del sommo sacerdote Anna, non più in carica, ma sempre influentissi­mo.

Anna, che era anche il suocero di Caifa, interrogò Gesù circa i suoi discepoli e il suo insegnamento. Gesù rispose: - Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Per­chè interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto".

A questa risposta Anna dovette fare un gesto di stiz­za. Una delle guardie presenti, accortosi della collera di Anna, per fargli cosa gradita diede un potente schiaffo a Gesù, dicendo: -Così rispondi al sommo sacerdote? Gli disse allora Gesù: "Se ho parlato male dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene perchè mi percuoti?"

Raccolti alcuni capi di accusa, Anna inviò Gesù lega­to a Caifa, sommo sacerdote in carica per quell'anno. La casa di costui probabilmente era poco distante da quella di Anna.

Nel frattempo in casa di Caifa si erano radunati mol­ti membri del Sinedrio e nel cortile esterno si ammassava una plebaglia curiosa e malevola. Invece nel cortile inter­no o vestibolo ardeva un largo braciere, attorno al quale si accalcavano soldati, impiegati del tribunale, accusatori e testimoni d'infima risma. Prima ancora che vi giungesse Gesù erano riusciti ad infiltrarsi anche gli apostoli Pietro e Giovanni. Al cospetto di Caifa si presentarono molti falsi testimoni per accusare Gesù, ma si contraddicevano a vi­cenda e i sommi sacerdoti imbarazzati non riuscivano a trovare un motivo valevole per condannarlo a morte. Fi­nalmente se ne presentarono due che affermarono: - Costui ha dichiarato: Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni -.

A questo punto Caifa si alzò e disse a Gesù: - Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te? - Ma il Signore taceva. Allora il sommo sacerdote risoluto esclamò: - Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se tu sei il Cristo il Figlio di Dio. - Tu l'hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico: d'ora innanzi vedrete il Fi­glio dell'uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo. Allora Caifa si stracciò le vesti dicendo: - Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testi­moni? Ecco ora avete udito la bestemmia: Che ve ne pare? - I sinedriti presenti esclamarono: - E' reo di morte! - Da quel momento sgherri e farisei cominciaro­no a sputargli in faccia e a schiaffeggiarlo. Altri addirittu­ra lo bastonavano dicendo: - Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso? -

Nel frattempo l'apostolo Pietro se ne stava giù nel cortile, seduto accanto al fuoco in mezzo ad altre perso­ne, desideroso di sapere come andasse a finire il processo.

Una serva gli si accostò e gli disse: - Anche tu eri con Gesù il Galileo! Ed egli negò dicendo: - Non so e non capisco quello che vuoi dire -. Poi, per liberarsi da quella situazione imbarazzante, uscì dal vestibolo. In quel mo­mento un gallo cantò. Mentre usciva verso l'atrio, lo vide un'altra serva e disse ai presenti: - Costui era con Gesù, il Nazareno -. Ma Pietro negò di nuovo giurando: - Non conosco quell'uomo - Poco dopo i presenti si accostaro­no a Pietro e gli dissero: - Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce! - Allora Pietro cominciò a impre­care e a giurare: - Non conosco quell'uomo.- E subito il gallo cantò per la seconda volta.

Terminata la tragica farsa del processo, i soldati si avviarono per condurre Cristo in prigione. Attraversando il cortile, gli occhi di Gesù si fissarono su Pietro. Anche Pietro mirò Gesù sfigurato e si ricordò delle sue parole: - Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte -. Si commosse, uscì all'aperto e pianse amaramente.

Gesù legato fu lasciato solo per alcune ore in una prigione oscura, umida e sudicia. Il suo corpo indolenzito rimase presto intirizzito dal freddo.

Quando fu l'alba si ebbe una nuova seduta del Sine­drio (Luca22,66 ss) in vera funzione di tribunale. L'inter­rogatorio notturno non poteva considerarsi giudizio for­male; perchè la legge proibiva di giudicare di notte. Fatto venire Gesù, legato e in mezzo agli sgherri, sommi sacer­doti e scribi gli dissero: - Se tu sei il Cristo, diccelo -. Gesù rispose: - Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma da questo momento starà il Figlio di Dio seduto alla destra della potenza di Dio -. Allora esclamarono: - Tu dunque sei il Figlio di Dio? - Gesù aggiunse: - Lo dite voi stessi: io lo sono - Tutti concordi esclamarono: - Che bisogno abbiamo an­cora di testimonianze? L'abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca -.

In quella terribile notte, secondo la Emmerich, 1' apostolo Giovanni, dopo la condanna a morte di Gesù pronunziata dal Sinedrio, turbato ed afflitto, sentì il bi­sogno di recarsi dalla Beata Vergine per informarla dell' accaduto. Ma la Vergine per via soprannaturale già sapeva quanto stava accadendo all'amato Figlio. L'anima sua op­pressa dal dolore era immersa in continua preghiera per i carnefici e per i peccatori e il suo cuore materno la spin­geva anche a chiedere al Padre celeste che non permettes­se la consumazione del deicidio. Poi, accompagnata da Giovanni dalla Maddalena e da alcune pie donne mesti e dolenti, volle recarsi nei pressi della casa di Caifa, dove Gesù soffriva cosî terribilmente.

Fattosi giorno, Caifa e i suoi malvagi colleghi ebbero cura di mandare un messaggero a Pilato per avvisarlo che stesse pronto a giudicare un criminale. Avevano premura che il giudizio e l'esecuzione della condanna si compissero prima dell'inizio della Pasqua, cioè prima di sera. Temen­do, e con ragione, che la motivazione religiosa non venisse accolta da Pilato, si accordarono per presentare Gesù al governatore romano quale sobillatore del popolo e quale re nemico dell'imperatore.

 

Il processo civile

Erano forse le sette del mattino, quando il corteo si avviò verso la parte bassa della città, alla torre Antonia, dove risiedeva Pilato, la moglie e i soldati della guarnigio­ne. Del corteo facevano parte Caifa, scribi e farisei, Gesù incatenato, gli sgherri e una plebaglia ignorante e assetata di sangue.

Giuda intanto, vedendo che Gesù era stato condan­nato a morte dal Sinedrio, fu preso dai rimorsi e dalia disperazione. Riportò le 30 monete d'argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: - Ho peccato, perchè ho tradito sangue innocente -. Ma quelli gli risposero: - Che ci riguarda? Veditela tu -. Giuda allora gettò le monete d'argento nel Tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi. I sommi sacerdoti poi raccolsero quel denaro e, tenuto con­siglio, convennero che non era lecito metterlo nel tesoro, ma stabilirono di comprare un campo (il campo ,del va­saio) per la sepoltura degli stranieri.

Gesù intanto venne portato al pretorio di Pilato. I capi del popolo non vollero salire la gradinata dell'abita­zione di un pagano per non contaminarsi e poter mangia­re la Pasqua. Pilato si affacciò al parapetto e domandò: - Che accusa portate contro quest'uomo?

Risposero: - Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affer­mava di essere il Cristo re -. Pilato rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli domandò: - Sei tu il re dei Giudei? - Gesù rispose: - Dici questo da te oppure altri te lo hanno detto sul mio conto? - Pilato soggiunse: - Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto? - Gesù allora spiegò che il suo regno non era di questo mondo. Se fosse stato un re politico, i suoi servi lo avrebbero difeso,, Pilato concluse: - Dunque tu sei re -. Rispose Gesù: - Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo io sono venuto nel mondo: per rendere testi­monianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce -. Pilato aggiunse: - Che cosè la verità? - e, senza fermarsi ad ascoltare la risposta, uscì di nuovo verso l'esterno e disse ai Giudei: - Io non trovo in lui nessuna colpa -. I Giudei però insistettero: - Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver comin­ciato dalla Galilea fino a qui -. Sentendo parlare di Gali­lea Pilato s'informò se Gesù fosse veramente galileo e, avuto risposta affermativa, decise di inviarlo ad Erode, tetrarca della Galilea, quale suo suddito.

Per l'occasione della Pasqua Erode si trovava a Geru­salemme e provò grande soddisfazione per il riguardo che Pilato aveva avuto verso di lui. In effetti era molto tempo che sentiva parlare di Gesù e desiderava vederlo e assistere a qualche suo prodigio. Seguirono il condannato sommi sacerdoti e scribi e con insistenza ripeterono le loro accu­se. Erode interrogò Gesù con molte domande, ma il Si­gnore non rispose neppure a una di esse. Alla fine Erode, disilluso e forse anche indispettito, si prese burla di lui, gli fece indossare una veste bianca come un pazzo e lo ri­mandò da Pilato. Quel giorno, da nemici che erano, Erode e Pilato divennero amici.

Con l'inviare Gesù da Erode, Pilato sperava di to­gliersi da un brutto imbarazzo: quello di condannare a morte un innocente. Pertanto, quando vide tornare in­dietro il corteo, dovette rimanere seccato, ma si lusingò di cavarsela ugualmente ricorrendo a un compromesso. C'era l'usanza, in occasione della Pasqua, di liberare un condan­nato, chiunque egli fosse, a scelta del popolo. In quei giorni c'era in carcere un certo Barabba, un ladro che durante una sommossa aveva commesso un omicidio. Pila­to si affacciò verso la folla e domandò: - Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo? - Pensava che il popolo non avesse esitato a scegliere Cristo, ma così non fu. Ci dovette essere a principio una sosta di perples­sità e in quel frattempo la moglie chiamò privatamente Pilato e gli disse: - Non aver nulla a che fare con quel giusto, poichè molti sogni ho avuto oggi a cagione di lui. Intanto la plebaglia, aizzata dai sommi sacerdoti e dagli anziani, cominciò a chiedere a gran voce la liberazio­ne di Barabba. Disse allora Pilato: - Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo? - La plebaglia gridò: - Sia crocifisso! - Egli aggiunse: - Ma che male ha fatto? -. Segui un altro urlo: - Sia crocifisso! -

Il governatore, vedendo che non otteneva nulla e che il tumulto cresceva sempre di più, si fece portare un cati­no con acqua e si lavò le mani davanti .alla folla dicendo: -Non sono responsabile di questo sangue; vedetevela voi! - Tutto il popolo rispose: - Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli -. (Marco 23,21 ss) "Ed egli, per la terza volta, disse loro:- Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo casti­gherò severamente e poi lo rilascerò". E il povero Gesù fu sottoposto al barbaro supplizio della flagellazione.

I soldati lo legarono ad una colonna, gli denudarono il busto e col flagellum (robusta frusta composta di varie funicelle di cuoio, appesantite all'estremità da piccoli ossi o da palline di piombo) cominciarono a percuoterlo vio­lentemente. In breve il corpo di Gesù divenne tutto livi­dure e piaghe sanguinolenti. Poi, come se non bastasse, la crudele soldataglia, ispirandosi al fatto che Gesù si era proclamato re, lo trascinarono nel cortile interno del pa­lazzo pretorio e, chiamata l'intera coorte, si burlarono di lui. Gli gettarono sulle spalle un mantello rosso (manto reale), intrecciarono una corona di spine (diadema reale) e gliela calcarono sul capo. Nelle mani legate gli infilarono una canna (scettro reale). Poi sfilarono davanti a lui, si prostrarono quasi in atto di adorazione, ripetendo con sar­casmo: - Salve, o re dei Giudei! - Quando si alzavano lo sputavano in faccia, gli tiravano schiaffi e alcuni gli sfilavano dalle mani la canna e gliela battevano sul capo. Quando durò questa tragica farsa? Noi non sappiamo. E' però certo che quella soldataglia, dopo che si fu sfogata condusse Gesù, ridotto a una piaga, dal governatore. Pila­to dovette rimanere impressionato e pensò che presentan­dolo alla folla in quello stato pietoso, questa si sarebbe commossa. Si affacciò all'esterno e annunziò: - Ecco, io ve lo conduco fuori, perchè sappiate che non trovo in lui nessuna colpa -. Poco dopo comparve Gesù tutto sfigura­to e vacillante. Pilato disse: - Ecce homo! -

Ma al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridaro­no: - Crocifiggilo, crocifiggilo! - Pilato soggiunse: - Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessu­na colpa -. Risposero i Giudei: - Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perchè si è fatto Figlio di Dio -. Sentendo queste parole Pilato ebbe un senso di paura ed entrato in pretorio domandò a Gesù: - Di dove sei? - Ma il Signore non gli rispose. Aggiunse Pilato: - Non mi parli? Non sai che ho il potere di metter­ti in libertà e il potere di metterti in croce? - Gesù gli osservò: - Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha conse­gnato nelle tue mani ha una colpa più grande -.

I Giudei, accortisi, che Pilato conservava ancora l'in­tenzione di liberare Gesù, si misero a gridare: - Se liberi costui non sei amico di Cesare!         Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare -. Il governatore allora sedette in tribunale nel luogo detto Litostroto. Era il venerdì detto Parasceve, cioè vigilia della Pasqua ebraica, prima di mez­zogiorno. Pilato volle prendersi il gusto di dire ai Giudei con sarcasmo: - Ecco il vostro re! - Ma quelle belve, assetate di sangue, gridarono: - Via, via, crocifiggilo! - Aggiunse allora Pilato: - Metterò in croce il vostro re? - Risposero i sommi sacerdoti: - Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare -. Seguì l'ultimo e tragico atto di quell'iniquo processo. Pilato, mettendo a tacere il diritto, la giustizia e la coscienza, pronunziò la sentenza capitale e dette ordine che venisse subito eseguita.

Erano forse le 11,30, quando il corteo della morte si avviò verso il luogo della esecuzione capitale. Sulle spalle di Gesù venne caricata la pesante croce. Lo precedevano alcuni soldati, altri lo seguivano; venivano poi scribi e farisei e una folla malevola e curiosa. Gesù procedeva a piedi nudi e insaguinati, stremato di forze dopo tante ore di digiuno, d'insonnia e di tormenti fisici e psichici. Del triste corteo facevano parte anche due ladroni, che poi vennero crocifissi uno a destra e l'altro a sinistra del Si­gnore. Ben presto Gesù giunse allo stremo delle forze, fu preso dal deliquio e cadde pesantemente a terra. Quegli uomini iniqui, temendo che l'odiato Galileo morisse pri­ma di arrivare al luogo del supplizio, costrinsero un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, ad aiutare a portare la croce dietro di Gesù, ma nonostante l'aiuto di Simone la tradizione ci dice che Gesù cadde altre due volte.

Tra la folla che seguiva il condannato c'era pure un gruppo di pie donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Gesù si voltò verso di loro e disse: - Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato... Perchè se trattano

così il legno verde, che avverrà del legno sreeco9

E' antichissima tradizione che la Beata Vergine non potè resistere al desiderio di rivedere il suo divin Figlio e chiese a Giovanni di accompagnarla dove Gesù sarebbe passato. Allorchè comparve Gesù la Vergine lo guardò, altrettanto fece Gesù e nessuno potrà mai dire con quale martirio nel cuore. Pallida come un'agonizzante, l'Addo­lorata dovette appoggiarsi ad uno stipite per non cadere.

 

La morte di Gesù

Il luogo della crocifissione era una sporgenza arro­tondata di nuda roccia, detta Calvario (in ebraico Golgo­ta) fuori delle mura della città, ma presso ad una strada frequentata dai passanti. Quando il corteo vi giunse, i carnefici offrirono a Gesù e ai due ladroni vino miscelato con mirra, bevanda anestetica atta a intorpidire i sensi. Gesù la assaggiò , ma non volle bere. Venne quindi spo­gliato delle sue vesti e inchiodato sulla croce. Su distinti patiboli vennero issati anche i due ladroni. Attualmente lo spuntone di roccia detto Calvario è inglobato nella basilica del Santo Sepolcro e su di esso vi sono due cap­pelle, una officiata dai Francescani di rito latino e l'altra dal clero di rito greco. Compiuta la crocifissione i soldati (Pare che fossero quattro) si divisero le vesti di Gesù, ma sulla tunica che era tutta di un pezzo gettarono la sorte. Sulla sommità della croce affissero poi un cartello con la dicitura: - Gesù Nazareno re dei Giudei - scritta in e­braico, latino e greco. I sommi sacerdoti lessero quel car­tello e andarono a protestare da Pilato, perchè lo cambiasse, ma il governatore rispose seccato: - Ciò che ho scritto ho scritto -. Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio - ricorda l'evangelista Matteo - si fece buio su tutta la terra. Si trattò certamente di un oscuramento pauroso dovuto a causa soprannaturale, non ad eclisse solare, per­chè in quella settimana c'era luna piena. Sembrò che il sole, senza di cui non è possibile la vita sulla Terra, si rifiutasse di illuminare il più orrendo crimine della storia: il deicidio.

Anche se ridotto a condizioni così pietose, i nemici di Gesù non cessarono di insultarlo: -Ohe'! - esclamaro­no alcuni passandogli dinanzi - Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce! - Anche i sommi sacer-, doti, gli scribi e gli anziani lo schernivano: - Ha salvato gli altri, ma non può salvare se stesso. E' il re d'Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo -. Presso la croce di Gesù - narra l'evangelista Giovanni - stavano sua ma­dre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria Mad­dalena.

L'Addolorata dovette sentire quei crudeli sarcasmi e averne il cuore trafitto. Gli innocenti perseguitati soglio­no chiedere vendetta al cielo, invece Gesù aprì la sua bocca e disse: - Padre perdona loro, poichè non sanno quello che fanno -. Dobbiamo credere che anche l'Addo­lorata si associò a questa eroica preghiera del Figlio.

Agli insulti dei sinedriti e della plebaglia si associò anche uno dei ladroni crocifissi. Probabilmente, in prece­denza, nel suo animo era spuntata l'irrazionale speranza di scampare alla crocifissione per opera di Cristo, ed ora se la vedeva svanita. Diceva con rabbia: - Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi! - L'altro ladro invece, toccato dalla grazia divina, si era convinto dell'innocenza di Gesù e anche della sua dignità messianica. Infatti rim­proverò il collega dicendo: - Neanche tu hai timore di Dio, benchè condannato alla stessa pena? Noi giustamen­te, perchè riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male -. Aggiunse poi: - Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno -. Il Salvatore gli rispose: - In verità ti dico, oggi stesso sarai con me in Paradiso. Dobbiamo credere che la conversione e la meravigliosa fede del buon ladrone fu dovuta pure all'efficacia delle preghiere dell'Addolorata lì presente.

Presso la croce di Gesù stavano, oltre alla Vergine, anche il discepolo Giovanni ed alcune pie donne. Contem­plavano Cristo crocifisso e coronato di spine con religioso

e penoso silenzio. L'Addolorata nel suo smisurato amore e dolore avrebbe voluto morire col Figlio; "soffriva nel veder soffrire suo Figlio. Offriva le sue pene e i dolori di Gesù al Padre celeste per la nostra salvezza". (P. Pio)

Ad un tratto Gesù la guardò con tenerezza, poi volse gli occhi verso Giovanni e disse: - Donna, ecco tuo figlio -. Poi rivolto al discepolo prediletto soggiunse: - Ecco tua Madre! -

Con quella doppia espressione, secondo l'interpreta­zione del magistero ecclesiastico ordinario, Cristo mori­bondo sancì la maternità spirituale di Maria verso tutti gli uomini, In quei momenti così tragici e solenni ci fu asse­gnata una Madre, a cui possiamo ricorrere in tutte le no­stre necessità.

L'agonia di Gesù volgeva al termine e le sue sofferen­ze erano al colmo, quando esclamò: - Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato? - Le prime parole di questa invocazione in ebraico (Elì, EU) causarono un equivoco, Infatti alcuni dei presenti la intesero come un'invocazione di soccorso rivolta all'antico profeta Elia.

Poco dopo Gesù soggiunse: - Ho sete -. Allora uno dei soldati ebbe un po' di compassione: inzuppò una spugna nella posca (mescolanza di acqua e aceto), la mise in cima ad un'asta e l'accostò alle labbra di Gesù, che la succhiò. Qualcuno dei presenti cercò d'impedire l'atto del soldato dicendo: - Lasciate, vediamo se viene Elia a to­glierlo dalla croce -.

Dopo che Gesù ebbe succhiata quell'acida bevanda, mormorò: - Tutto è compiuto -. Era venuto nel mondo per fare la volontà del Padre. Ora essa era stata perfetta­mente adempiuta.

Poi, con un forte grido disse: - Padre nelle tue mani consegno il mio spirito - . Detto questo spirò.

In quel momento la spada del dolore, predetta alcu­ni decenni prima dal vecchio Simeone, finì di trapassare l'anima benedetta di Maria.

Straordinari fenomeni accompagnarono la morte di Cristo: il velo del Tempio si squarciò da cima a fondo, lasciando aperto alla vista di tutti il Sancta Sanctorum; la terra tremò e la roccia del Calvario si spaccò con una profonda fessura che ancora oggi è dato osservare. Si apri­rono delle tombe e molti corpi di santi morti risuscitaro­no e apparvero in città.

Il centurione che comandava il drappello di soldati si commosse e pieno di timore esclamò: - Davvero Costui era Figlio di Dio! -. Anche gli altri soldati non poterono fare a meno di riconoscere che Gesù era un uomo giusto.

Un po' lontano, un gruppo di pie donne,tra cui quel­le che avevano accompagnato Gesù dalla Galilea, osserva­vano quanto succedeva.

La folla ancora presente sul Golgota mutò contegno. Impressionata da quell'insieme di paurosi fenomeni, si al­lontanò da quel luogo battendosi il petto.

Poichè mancava poco all'inizio del sabato della Pa­squa ebraica, (cominciava infatti al tramonto del ve­nerdì), i Giudei si presentarono a Pilato e chiesero che ai condannati venissero spezzate le gambe affinchè non ri­manessero in croce durante la festa. I soldati incaricati spezzarono le gambe dei ladroni, ma vedendo che Gesù era già morto, si astennero dallo spezzargli le gambe. Tut­tavia uno dei soldati, che secondo la tradizione si chiama­va Longino, gli trapassò il costato con una lanciata. Dalla ferita sgorgò sangue ed acqua.

Da Pilato si recò pure Giuseppe di Arimatea e chiese il corpo di Gesù allo scopo di seppellirlo in un sepolcro di sua proprietà. Avuto il consenso del governatore, egli ac­quistò una sindone, cioè un lenzuolo di lino, per involgere il cadavere e si recò al Calvario. Nel pietoso ufficio della sepoltura si unì anche il fariseo Nicodemo, che acquistò 100 libbre, cioè 32 Kg. di aromi, mirra e aloe. Con l'aiuto dell'apostolo Giovanni schiodarono il cadavere dalla cro­ce, lo raccolsero in un lenzuolo e dettero alla Vergine santissima la dolorosa soddisfazione di ricevere in grembo Gesù morto.

Molti grandi artisti in ogni secolo hanno cercato di raffigurare su tela o nel marmo la pietosa scena di Maria che tiene sulle ginocchia il Figlio morto. Questa scena, molto cara al cuore dei credenti, vien detta opportuna­mente la Pietà.

Non c'è dubbio che la Vergine, aiutata dalle pie don­ne, provvide a lavare il corpo del povero Gesù, in partico­lare tolse dal capo la corona di spine, ripulì il viso, i capelli ingrommati di sangue coagulato e le piaghe. Si passò poi alla imbalsamazione, usando unguenti portati dalle pie donne e soprattutto quelli comprati da Nicode­mo.

Non possiamo descrivere i sentimenti e il pianto dell'Addolorata, possiamo solo tentare di immaginarli. Non appena l'imbalsamazione fu compiuta, Giusep­pe di Arimatea e Nicodemo provvidero ad avvolgere la salma con bende, a coprire il capo con un sudario, ad avvolgerlo nella sindone e infine a collocarlo nel sepolcro nuovo, scavato nella roccia e distante una quarantina di metri dal Calvario. Il vano d'ingresso fu chiuso con una grossa pietra.

Le pie donne e soprattutto Maria si trattennero an­cora qualche tempo davanti alla tomba, in religioso e sof­ferto raccoglimento; poi si allontanarono. Mancava poco al tramonto e stava per incominciare il gran sabato della Pasqua giudaica.

Così ebbe termine il venerdì santo, la giornata più storica del mondo.

Il giorno seguente, cioè la mattina del sabato, i som­mi sacerdoti e i farisei, nemici di Gesù, si recarono da Pilato e gli dissero: - Ci siamo ricordati che quell'impo­store disse, mentr'era vivo: "Dopo tre giorni risorgerò". Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro sino al terzo giorno, perchè non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: E' risuscitato dai morti. Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima! -

Pilato li accontentò dicendo: - Avete la vostra guar­dia, andate e assicuratevi come credete -.

Essi allora provvidero a sigillare la pietra di chiusura e a mettervi un corpo di guardia.

La Beata Vergine, ormai in casa di Giovanni, e le pie donne osservarono il riposo sabbatico secondo le legge di Mosè. Nel cuore di Maria c'era però la fede e una viva attesa della risurrezione del Figlio.

 

MARIA DOPO LA RISURREZIONE DEL FIGLIO

La Risurrezione

Nessuno vide Gesù nell'atto del risorgere, però non c'è dubbio che questo grandioso miracolo, che sta a fon­damento della fede cattolica, sia avvenuto nelle prime ore della domenica, prima dell'alba. Ci fu un gran terremoto e un angelo del Signore scese dal cielo, rotolò la pietra che chiudeva l'entrata della tomba e si pose a sedere su di essa. L'aspetto dell'angelo era come di folgore ed aveva un vestito bianco come la neve.

Le guardie rimasero come tramortite dallo spavento e fuggirono via.

E' costante tradizione, confermata da varie anime mistiche, che Gesù risorto apparve subito e per prima alla sua Madre santissima. Su questo episodio della vita di Maria, come del resto su tanti altri, i vangeli tacciono, ma questo non toglie nulla alla certezza storica dell'avveni­mento. Era ben giusto che Colei, che aveva condiviso in un modo così pieno i dolori e le umiliazioni del Figlio, fosse la prima a godere della sua gloriosa Risurrezione. Secondo il Suarez, questa tradizione si riallaccia agli stessi Apostoli, tuttavia il primo accenno scritto lo troviamo nel Carmen Paschale del poeta Sedulio, quasi contemporaneo di S. Ambrogio.

A Gerusalemme, nella basilica del santo Sepolcro, a conferma di questa antichissima tradizione, c'è la cappella dell'Apparizione di Gesù Risorto alla Madre sua, ed è officiata dai Padri Francescani.

Quella stessa mattina, prima di albeggiare, si misero in moto per recarsi al sepolcro le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea, ma prima vollero acquistare altri aromi ed olii profumati con l'intenzione di ungere più accuratamente il corpo di Gesù. Maria Maddalena però, insofferente di quegli indugi, si avviò sola al Calvario. Vi giunse che incominciava ad albeggiare, vide che l'entrata alla tomba era spalancata e constatò che era vuota. Ri­tornò indietro in fretta e annunziò a Simon Pietro e a Giovanni che il corpo del Signore era stato asportato e che non sapeva dove fosse stato messo. Pietro e Giovanni vollero accertarsi della cosa, si recarono in fretta al sepol­cro e trovarono- che le cose stavano proprio così. Giovan­ni precisa che le bende stavano per terra e che il sudario, che era stato posto sul capo di Gesù, non stava per terra, ma ripiegato in un luogo a parte.

Quando più tardi arrivarono le pie donne, rimasero confuse e interdette nel vedere la pietra rotolata via dall' ingresso e nel constatare l'assenza del cadavere. Ed ecco apparvero due angeli sfolgoranti in sembianze umane e dissero loro: - Perchè cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno -. Esse si ricordarono della profezia di Gesù e, recatesi dagli Apo­stoli, raccontarono loro ogni cosa. Il racconto delle donne parve agli Apostoli un vaneggiamento e perciò non presta­rono fede.

Intanto la Maddalena, spinta dal grande amore che nutriva per Gesù, era ritornata al sepolcro, si era fermata nelle vicinanze e piangeva. "Mentre piangeva, si chinò ver­so il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dalla parte dei piedi, dov'era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: - Donna perchè piangi? - La P.1addalena rispose: - Hanno portato via il mio Signore e non so dove l'hanno posto -. Pensando essa che chi le stava parlando era il custode del giardino disse: - Se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo -. Gesù le disse: - Maria! - Fu allora che la Maddalena lo riconobbe e che ricevette da Lui l'incarico di comunicare il primo messag­gio di Gesù Risorto agli Apostoli: - Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro".

Quello stesso giorno, diventato la Pasqua dei Cristia­ni, Gesù apparve al gruppo delle pie donne, a Pietro, ai due discepoli di Emmaus e, quando fu sera, comparve nel Cenacolo davanti a tutti gli Apostoli, meno che a Tomma­so per il fatto che era assente. Nonostante che le porte del luogo fossero chiuse per timore dei Giudei, Gesù si pre­sentò e disse: - Pace a Voi! - I presenti stupiti e spaven­tati credevano di vedere un fantasma, ma Gesù disse loro: - Perchè siete turbati, e perchè sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate, un fantasma non ha carne ed ossa come voi vedete che io ho. - E subito mostrò loro le mani e i piedi. E poichè non ancora si capacitavano, il Risorto chiese loro qualcosa da mangiare. Gli offrirono una porzione di pesce arrostito ed egli lo prese e lo man­giò alla loro presenza.

In quella stessa occasione, come ci narra l'Evangeli­sta Giovanni, Gesù istituì il grande sacramento della Peni­tenza o Confessione. Infatti disse: - Pace a voi!    Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi. - Poi alitò su di loro e disse: - Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimette­rete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi. -

Gesù apparve molte altre volte agli Apostoli e ad altre persone, tra cui come ci assicura S. Paolo, a più di 500 discepoli in una sola volta.

Di particolare importanza è l'apparizione di Gesù, avvenuta in Galilea sopra una montagna (1!latt. 28,16 ss). In quell'occasione il Signore disse loro: -1`,Zi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammae­strate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo. - E' questo il mandato missionario della Chiesa, che è stato sempre tenuto presente, sopratutto dai Papi e dai Vesco­vi, durante i circa 2000 anni di Cristianesimo.

Gesù si lasciò vedere dagli Apostoli complessivamen­te per 40 giorni dopo la Risurrezione e in questo periodo completò l'istituzione dei Sacramenti, conferì a Simon Pietro il primato, spiegò più profondamente la natura del Regno di Dio e completò le istruzioni che i discepoli avrebbero dovuto seguire nel ministero apostolico.

Ultimo atto della seconda vita di Gesù fu la sua Ascensione corporea al cielo, che avvenne presso Gerusa­lemme sul monte degli Ulivi.

Lasciata nuovamente la Galilea, senza dubbio per ordine di Gesù, gli Apostoli e gli altri discepoli si trovaro­no tutti insieme per l'ultimo convegno nella città santa, forse nel Cenacolo. In quell'occasione Gesù ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di aspettare la pro­messa del Padre, cioè la discesa dello Spirito Santo. Poi con Gesù uscirono di città e si recarono sul monte degli Ulivi. Con loro dovette esserci anche la Vergine Santissi­ma.

Giunti alla sommità del colle, Gesù li riunì accanto a sè, li benedisse e cominciò a salire in alto verso il cielo. I discepoli lo seguirono con lo sguardo sino al momento in cui una splendida nube lo sottrasse alla loro vista.

Se è vero che il nostro cuore si trova dove c'è il nostro tesoro, non c'è dubbio che il cuore di Maria salì con Cristo in cielo.

 

La Pentecoste

Gli Apostoli, i discepoli e le pie donne, che furono presenti all'Ascensione di Gesù al cielo, rientrati a Gerusa­lemme si trattennero nel Cenacolo i nove giorni che pre­cedettero la discesa dello Spirito Santo. C'era anche la Madre di Gesù e in sua compagnia pregarono, lavorarono, si cibarono e conversarono. Quei nove giorni furono come un corso di esercizi spirituali, fatti in compagnia della Madre di Dio.

Trascorsi i giorni della preparazione, proprio la do­menica in cui si celebra la Pentecoste giudaica, avvenne la mirabile manifestazione dello Spirito Santo.

Erano circa le ore nove del mattino. 1llaria, gli Apo­stoli, gli altri discepoli e le pie donne stavano rinchiusi nel Cenacolo, quando all'improvviso venne un forte rumore come di vento impetuoso. In alto apparvero come delle lingue di fuoco, che si posarono sopra ciascuno dei pre­senti. Tutti furono ripieni di Spirito Santo e cominciaro­no a parlare varie lingue secondo che lo Spirito concedeva loro di parlare.

Quel rumore straordinario attirò al Cenacolo una grande folla e gli Apostoli ne approfittarono per parlare delle cose di Dio. Tutti rimasero meravigliati, perchè o­gnuno, pur essendo forestiero, li sentiva parlare nella propria lingua. Poichè alcuni scettici attribuivano il dono delle lingue all'effetto del vino, Pietro prese la parola e rintuzzò quelle velenose insinuazioni, poi dichiarò che il dono delle lingue non era altro che il compimento di una profezia di Gioele, che doveva verificarsi nei tempi mes­sianici. Ricordò inoltre con fermezza e coraggio che quel Gesù,che essi avevano crocifissoiIddio lo aveva risuscitato ed esaltato alla sua destra e di questo essi erano testimoni.

Terminato quel veemente discorso, molti gli chiese­ro: - Cosa dobbiamo fare? - Pietro rispose: - Pentitevi e ciascuno si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo -.

Coloro che in quel giorno accolsero la parola di Pie­tro furono abbastanza numerosi: circa tremila persone. Sappiamo dagli Atti ( 2, 37-42 ) che i primi cristiani erano pieni di fede e di carità. "Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere". L'ardore reli­gioso era tale che li spingeva a mettere tutto in comune. Di certo Maria nel vedere tanta fede, bontà e fervore dovette rimanerne consolata.

 

Maria dopo l'Ascensione di Gesú

E' fuor di dubbio che Maria, dopo l'Ascensione di Gesú al cielo, rimase a Gerusalemme in casa di Giovanni. Dall'alto della croce il Divin Maesto volle affidare sua Madre alle cure del discepolo prediletto e non possia­mo dubitare che Giovanni si sia attenuto alle ultime di­sposizioni di Gesú. Sappiamo che egli per vari anni di­morò a Gerusalemme a fianco di Pietro. All'epoca del viaggio dell'apostolo Paolo, poco prima del concilio di Gerusalemme, cioè verso il 50 d.C., Giovanni figurava tra le "colonne della Chiesa" (Gal 2,9).

In quale anno Giovanni lasciò Gerusalemme e si tra­sferì ad Efeso? Non è possibile stabilire se Maria si sia trasferita anche lei ad Efeso.

Probabilmente il trasferimento di Giovanni avvenne verso gli anni 57-58. Per l'innanzi non dové avvenire, per­ché durante la prima permanenza di Paolo ad Efeso non si fa nessuna menzione né di Pietro e né dell'evangelista. La dimora di Maria con Giovanni dovette compensare in par­te l'assenza di Gesú e attutire la viva brama che Ella aveva di ricongiungersi con Lui. Nell'attesa di rivederlo e di stare sempre con Lui trovava conforto nell'assistenza quo­tidiana e nella ricezione dell'Eucaristia. Per lunghi anni dovette contentarsi di adorarlo e amarlo velato sotto le specie eucaristiche.

Nei primi anni della Chiesa nascente la presenza e l'opera di Maria fu necessaria e preziosa com'è necessaria e preziosa la presenza della madre in una famiglia, in cui i figli sono numerosi e in tenera età.Possiamo dire che Ma­ria, all'epoca apostolica, usò verso la Chiesa cure affettuo­se e costanti, paragonabili a quelle prodigate a Gesú bam­bino. Su tutti i credenti influì beneficamente non solo con la parola, ma soprattutto con la preghiera e con l' esempio delle sue mirabili virtú.

 

Morte e Assunzione della Vergine al cielo

In qual luogo la Beata Vergine morì e fu assunta al cielo?

Due antiche città si contendono quest'onore: Geru­salemme ed Efeso. Le tradizioni piú antiche sono concor­di per Gerusalemme. Piú esattamente il monte Sion viene indicato come il luogo del transito (morte) e il Gethsema­ni come il luogo della sepoltura. Sul monte Sion c'è la chiesa della Dormizione, che intende ricordare il transito dalla vita terrena alla vita eterna e nel Gethsemani c'è la cripta-santuario che conserva la tomba della Madonna. La chiesa dell'Assunzione con l'annessa tomba della Vergine attualmente è officiata dai Greci ortodossi.

Per Efeso, a cominciare dal secolo scorso, si sono schierati alcuni autori sotto l'influsso delle rivelazioni pri­vate della venerabile Caterina Emmerich.

Come avvenne la morte di Maria? Le notizie in proposito oltre che scarse sono incerte. E' opinione di vari autori, tra cui S. Francesco di Sales, che la Beata Vergine non morì né di malattia e né di vecchiaia, ma consunta dal crescente amore per Iddio. Questo amore forte, arden­te, divampante col passar degli anni era andato sempre crescendo e a un certo punto non poté piú essere conte­nuto nel corpo mortale e fu causa che l'anima si distaccas­se da esso e volasse al cielo.

Altri, come il Roschini, osservano che Maria posse­deva il dono dell'integrità, cioè aveva il pieno dominio su tutte le sue passioni, compresi il dolore e l'amore. Pertan­to come le pene inenarrabili della Passione del Figlio non la poterono uccidere, così neppure la forza dell'amore di Dio poté strapparla alla vita terrena. Ma poiché Ella fu passibile, cioè capace di soffrire, dové anche essere sogget­ta alla morte. Probabilmente Ella, verso la fine della vita, andò sempre piú soggetta a rapimenti celesti, che lasciava­no in lei un forte anelito verso il Figlio, la cui assenza era anche causa di languore. Gesú da parte sua come figlio amoroso non poteva lasciarla languire all'infinito e perciò un bel giorno se la strinse al cuore comunicandole la visio­ne intuitiva, cioè il possesso della vita stessa di Dio. Ora tale morte, che fu un passaggio immediato ad una vita immensamente superiore, merita appena l'appellativo di morte. Così si spiega come gli antichi testi liturgici prefe­riscono chiamare la morte di Maria transito o anche dor­mitio (sonno).

Checché ne sia dei particolari del transito della Beata Vergine, una cosa é certa, anzi é dogma di fede, cioé che Maria, terminato il periodo della vita terrena, fu assunta al cielo in anima e corpo. Questa verità di fede, contenuta nella Tradizione, fu solennemente proclamata come dog­ma dal Sommo Pontefice Pio XII nel 1950.

La Beata Vergine, in forza della sua divina mater­nità, contrasse relazione strettissima e reale con Cristo suo Figlio, vita e principio di vita. Questa relazione non si limitò solo all'anima, ma si estese anche al corpo. Ne consegue che la vita di Cristo doveva ridondare anche nel corpo di Maria Immacolata col preservarla dalla morte e facendola risorgere anticipatamente.

 

I PRIVILEGI DI MARIA

L'Immacolata Concezione

In ordine di tempo il primo privilegio con cui Dio volle adornare l'anima della Beata Vergine fu il suo imma­colato concepimento nel seno di sua madre Anna.

Per comprendere appieno la natura e l'importanza di questo privilegio occorre riandare con la mente allo stato felice dei nostri progenitori e alle terribili conseguenze derivate all'uman genere dalla loro caduta.

In Adamo ed Eva, prima di peccare, regnava perfetta armonia tra anima e corpo. C'era la subordinazione della ragione a Dio, delle potenze inferiori, cioè delle inclina­zioni naturali alla ragione e del corpo all'anima. La prima causava la seconda e tutte e tre dipendevano dalla grazia santificante, ossia da quel dono divino di carattere perma­nente che abbellisce l'anima e la rende figlia e amica di Dio.

I nostri progenitori si sentivano ed erano effettiva­mente padroni delle proprie passioni.

Ma venne il tempo della prova; si ebbe la tentazione ed essi caddero nel peccato di disobbedienza. La caduta ruppe l'incanto di pace, di serenità e di felicità che regnava nell'anima; ne sconvolse per sempre la psicologia. E purtroppo questo squilibrio psicologico e la conseguente concupiscenza divennero retaggio dei loro discendenti, di noi uomini.

Come capostipite dell'uman genere Adamo avrebbe dovuto trasmettere ai discendenti i doni soprannaturali (grazia santificante e doni dello Spirito Santo) e quelli preternaturali (armonia tra anima e corpo, scienza infusa, immortalità). Ma venne meno alla sua alta missione e finì col trasmettere le sue miserie. Il peccato di origine infatti mutò in peggio nel corpo e nell'anima non solo i nostri progenitori, ma anche noi uomini che da loro discendiamo.

Il concilio Tridentino è esplicito nell'affermazione del peccato originale: "Se qualcuno asserisce che il pecca­to di Adamo ha nociuto a lui solo e non alla sua posterità e che egli ha perduto solo per sè e non anche per noi la santità e la giustizia ricevuta da Dio... e che non abbia trasfuso in tutto il genere umano il peccato che è la morte dell'anima, sia anatema".

Noi tutti avremmo dovuto essere concepiti santi e immacolati e invece nasciamo privi di santità e di giustizia originale. La nostra natura decaduta e corrotta conosce il bene e l'approva, ma poi finisce col seguire i pensieri malvagi sin dalla fanciullezza (Genesi 8,21). Dall'immensa palude della miseria umana Dio volle fare emergere una stella perchè diventasse per tutti gli uomini causa di gioia e porta del cielo. Ne diede l'annun­zio nello stesso momento in cui castigò il serpente tenta­tore: "Porrò inimicizia fra te e la Donna, fra il seme tuo e il Seme di Lei; essa ti schiaccerà il capo e tu le insidierai al calcagno". Questa donna, nemica del serpente infernale, che secondo l'antica tradizione schiaccia il capo di Sata­na, è Maria Immacolata. Ella, come ha definito solenne­mente Pio IX nella Bolla Ineffabilis Deus del 1854, nel primo istante della concezione per singolare grazia e privi­legio di Dio onnipotente in vista dei futuri meriti di Cri­sto Salvatore degli uomini, fu preservata immune dal pec­cato originale.

Maria dunque fu tutta bella. senza macchia e amica di Dio sin dal primo istante che la sua anima venne creata e infusa nell'embrione formatosi nel grembo di S.Anna.

Era ben giusto che Colei che Dio destinava ad essere la Madre del suo Figlio unigenito e la debellatrice di Sata­na, neppure per un istante, fosse soggetta al nemico spiri­tuale principale di Dio e degli uomini.

Colei che l'arcangelo Gabriele salutò "piena di gra­zia" e che Elisabetta, piena di Spirito Santo, proclamò "benedetta fra le donne" era ben giusto che non fosse soggetta all'influsso del Maligno neppure per un istante. "L'avvocata dei peccatori" - dice S.Alfonso - non po­teva comparire" rea dello stesso delitto degli uomini per i quali doveva intercedere".

Insieme col peccato di origine occorre escludere in Maria anche la presenza del fomite, cioè - come, spiega l'Angelico - dell'abituale e disordinata concupiscenza che inclina al male e rende difficile il bene.

La benedetta fra le donne per antonomasia doveva essere integralmente esentata dalla maledizione che colpì Eva e la sua progenie.

Quasi a conferma del dogma proclamato da Pio IX, appena quattro anni dopo, nel 1858 la Beata Vergine apparì all'innocente fanciulla Bernadetta Soubirous nella grotta di Lourdes e dichiarò: -Io sono l'Immacolata Con­cezione. - La Chiesa Cattolica celebra la festa solenne dell'Immacolata Concezione 1'8 dicembre di ogni anno.

 

Il dono dell'integrità

La missione del tutto singolare a cui Dio volle desti­nare Maria, richiese che Egli le concedesse anche il dono dell'integrità. Dice S.Bernardino da Siena: "Ogniqualvolta Iddio elegge uno a qualche missione, gli concede tutte quelle grazie, tutti quei doni che lo rendono idoneo a compierla".

Nessuna creatura umana ha avuto una missione più alta ed universale di Maria Vergine: essere la Madre del Figlio di Dio, collaborare strettamente con Lui alla Re­denzione del genere umano, diventare la Madre spirituale di tutti i credenti. Era quindi necessario che fosse adorna del dono dell'integrità, allo scopo di essere sempre pronta e docile alla voce dello Spirito e si potesse mantenere strettamente unita a Dio ogni istante della sua vita.

Il dono dell'integrità è quello posseduto dai nostri progenitori prima del peccato: il corpo umilmente sogget­to allo spirito, quindi assenza di difetti fisici e psichici, immunità dalle malattie, le passioni docili alle indicazioni della ragione illuminata dalla fede, l'anima sempre serena e unita a Dio.

Noi mortali, anche dopo aver ricevuto col Battesimo la grazia santificante, sperimentiamo la lotta tra la carne e lo spirito, tra la ragione e le nostre cattive inclinazioni.

Siamo soggetti a perdere col peccato la grazia divina, o almeno a commettere imperfezioni e colpe leggere. Invece Maria, sostenuta dalla grazia divina e dal dono dell'inte­grità, non commise mai nessun peccato attuale neppure piccolissimo, fu moralmente impeccabile e con tutte le sue forze compì nel modo più eccellente possibile la vo­lontà di Dio: Sulla terra menò una vita del tutto simile a quella dei Beati nel Cielo.

Noi mortali abbiamo una mente più o meno adorna di cognizioni, invece Maria non solo ebbe quelle cognizio­ni che sono frutto dell'attività del nostro intelletto, ma anche un tesoro di cognizioni infuse dall'alto, proporzio­nate al suo sublime stato di Madre di Dio e all'ufficio di Corredentrice del genere umano.

Influenzati dalla concupiscenza e indeboliti dallo squilibrio psicologico, che ci derivano dal peccato origina­le, noi subiamo rallentamenti e anche interruzioni nell' unione con Dio; in Maria invece il dono dell'integrità rese possibile l'unione continua del suo cuore a Dio, anzi le permise un crescendo vertiginoso nell'amore divino che solo in Paradiso potremo ammirare.

Notiamo però che il dono dell'integrità, per disposi­zione della divina Provvidenza, non fu unito a quello dell'impassibilità. Quindi la Beata Vergine andò soggetta ai dolori (e quali dolori! ) a somiglianza del suo divin Figlio.

 

La perpetua verginità

Uno dei privilegi più singolari di Maria è la sua per­petua verginità, carisma che in questi nostri tempi di ac­centuato materialismo riesce ostico a molti presuntuosi pensatori.

Maria fu sempre vergine prima del parto, durante il parto e dopo il parto. E' questo un dogma di fede defini­to nel concilio Lateranense, tenuto a Roma l'anno 649. Maria, come dichiarò all'Arcangelo Gabriele, non conob­be uomo prima dell'Incarnazione del Verbo nel suo seno purissimo, nè lo conobbe in seguito fino alla morte. Dopo lo sposalizio con S. Giuseppe visse con lui come una sorel­la col fratello. Persino durante il parto Ella conservò l'in­tegrità fisica.

Il concepimento di Gesù avvenne in modo miracolo­so per opera dello Spirito Santo ed altro prodigio si veri­ficò al momento del parto che fu non solo senza dolore, ma addirittura accompagnato dal gaudio. Ecco come la venerabile Caterina Emmerich descrive la nascita di Gesù nella grotta di Betlemme. Giuseppe "quando rientrò sotto la grotta, prima d'inoltrarsi, vide la Vergine pregare genu­flessa e allora gli parve che tutta la caverna fosse in fiam­me. Quando notò che la soave consorte era come avvolta da un alone di luce soprannaturale, sorpreso e ammirato si prostrò al suolo in orazione. Vidi la luce, che investiva la Vergine divenir sempre più radiosa, in modo che le lampade accese da Giuseppe erano come svanite. A mez­zanotte vide Maria rapita in estasi, librata per l'aria a una certa altezza dal suolo. Teneva le mani incrociate sul pet­to. Lo splendore che la irradiava diveniva intanto sempre più fulgido. Tutta la natura sembrava pervasa di giubilo comprese le cose inanimate... Poi non vidi neppure la volta. Un fascio luminoso, che aumentava sempre più di chiarezza, irradiava la Vergine... Poi apparvero, entro un alone di luce abbagliante, sei cori di Angeli. Intanto la Vergine, sempre elevata dal suolo perchè in estasi, pregava con lo sguardo fisso sul divin Neonato, del quale era dive­nuta Mamma.

Il celeste Pargoletto era adagiato davanti a Lei. Tut­to luminoso, il Figlio di Dio e della Vergine era coricato sopra un tappeto, davanti all'estatica sua Mamma. Là Ver­gine rimase per qualche tempo in estasi, poi velò il celeste Principino con un panno, ma senza toccarlo".

Oltre che di verginità fisica nel caso della Madonna si suol parlare anche di verginità di mente. Con questa e­spressione si vuol dire che Maria sin dal primo istante che ebbe l'uso di ragione mise Dio al di sopra di, tutti i suoi pensieri e di tutti i suoi affetti. Non ci fu neppure un'oc­casione in cui diede la preferenza a se stessa oppure a qualche creatura.

Neppure nei confronti dei suoi santi genitori e del suo casto sposo Giuseppe fece eccezione. Ella pose Dio costantemente sopra tutti e avanti tutto.

 

La divina maternità

E' il privilegio più grande di Maria. Esso è cosi gran­de ed eccellente da rendere la dignità della Madonna in certo senso infinita.

In forza di esso la Beata Vergine è veramente la Primogenita del Padre, la vera Madre del Verbo Incarnato e la Sposa dello Spirito Santo.

Questo privilegio colloca Maria nel seno stretto della SS.Trinità e le conferisce quella regalità che la rende Si­gnora dei cori degli Angeli e delle schiere dei Santi.

Pertanto se noi veneriamo Maria come regina dell' Universo si deve soprattutto al fatto che Ella è vera Madre di Dio, là Madre del Re dei re, il Signore dei governanti.

S.Bernardo con parole alate inneggia alla sublime dignità della Madre di Dio e ne mette in risalto la straordi­naria umiltà.

"A lode delle Vergini si proclama come cosa singola­re che seguono l'Agnello ovunque egli vada. Di quali lodi giudicherai degna Colei che gli va anche dinanzi? ... Felice Maria, a cui non mancò nè l'umiltà, nè la verginità, non rovinata ma onorata dalla fecondità... Che c.è da meravi­gliarsi se Dio il quale si mostra mirabile nei suoi Santi, si sia mostrato più mirabile nella Madre sua?

Pertanto, o coniugi, venerate nel corpo corruttibile l'integrità della carne; e voi, o sacre vergini, venerate la fecondità della Vergine. Tutti poi, o uomini, imitate l'umiltà della Madre di Dio".

L'autenticità della maternità divina di Maria fu solen­nemente proclamata nel concilio di Efeso, tenuto in quel­la città l'anno 431.

Attualmente celebriamo la solennità liturgica della Madre di Dio il 1 gennaio di ogni anno.

 

La Corredentrice del genere umano

Il Figlio di Dio discese dal cielo per noi uomini, per la nostra salvezza, cioè per compiere la Redenzione dell' umanità.

Per diventare uomo il Verbo ebbe bisogno di una madre, debitamente preparata e ricolma di grazia. Questa Donna fu Maria.

Dio inoltre nella sua Provvidenza volle che Maria non si limitasse solo a generare 'e ad allevare il piccolo Gesù, ma la volle socia cioè compagna nella grandiosa opera della Redenzione. Esiste quindi una cooperazione immediata di Maria SS. alla Redenzione. In effetti vedia­mo Maria accanto a Gesù non solo durante i 30 anni della sua vita nascosta, non solo alcune volte durante la vita pubblica, ma soprattutto la vediamo assieme a Gesù du­rante la sua terribile Passione. Le anime mistiche, deposi­tarie di rivelazioni private, come S.Brigida, la Ven. Emme­rich, suor Josepha Menedez ed altre ci informano che Maria partecipò alla Passione del Figlio non solo negli episodi evangelici in cui viene espressamente ricordata, ma anche in quegli altri, come l'agonia nell'Orto degli ulivi e la coronazione di spine, in cui gli evangelisti non la nominano. La partecipazione della Beata Vergine a tutti i dolori del Figlio fu possibile mediante una comunicazione soprannaturale da parte di Dio. S.Pio X nell'enciclica "Ad diem illum", dopo aver ricordato la compassione di Maria ai piedi della Croce, soggiunge: "da questa comunanza di dolori e di volontà tra Maria e Cristo, Ellà meritò di di­ventare la degnissima riparatrice del mondo perduto e perciò la dispensatrice di tutte le grazie acquistateci da Gesù con la sua morte e col suo sangue".

Benedetto XV è ancora più esplicito nel definire la cooperazione dell'Addolorata alla Redenzione. Dice infat­ti nella lettera apostolica "Inter sodalicia". Non senza un divino disegno (Maria) fu presente alla crocifissione del Figlio"... "Talmente patì e quasi morì col Figlio suo che pativa e moriva, talmente abdicò ai suoi diritti materni sul Figlio, per quanto a Lei spettava, per placare la giustizia di Dio, da potersi dire con diritto che Ella ha redento con Cristo il genere umano". Come socia nella Passione del Figlio Maria ci ha meritato de congruo ciò che Cristo ci ha meritato de condigno.

Lo stretto connubio di Maria con Gesù nella Reden­zione oggettiva ha fatto sì che Ella sia veramente Colei che schiaccia il capo al serpente infernale.

 

La Madre spirituale degli uomini

L'evangelista Giovanni, testimone oculare degli ulti­mi momenti della vita di Cristo, ci narra che presso la croce di Gesù stava sua Madre con alcune pie donne.

A un certo momento il Crocifisso, vedendo la madre e lì accanto a Lei il discepolo prediletto disse alla madre: -Donna, ecco tuo figlio - Poi disse al discepolo: - Ecco tua madre -

Non c'è dubbio che Gesù in quei supremi istanti intese raccomandare sua Madre alle cure di Giovanni, ma è altrettanto sicuro che intese pure raffigurare nel disce­polo prediletto tutti i suoi discepoli presenti e futuri.

In altre parole volle costituire Maria Madre spirituale, di tutti i credenti. L'Addolorata, illuminata dalla grazia, ben comprese tutto l'ampio significato delle parole di Gesù e ripetè nel suo cuore l'assenso da Lei dato al mo­mento dell'Annunciazione: - Si faccia di me secondo la tua parola.

Questa interpretazione si basa sopra un'antichissima tradizione, autenticata dal magistero ecclesiastico ordina­rio.

Già nel secondo secolo pii autori come S. Giustino e S. Ireneo presentano Maria come la nuova Eva, riparatrice della prima, nello stesso modo che l'apostolo Paolo pre­senta Cristo come nuovo Adamo, riparatore del primo.

Risulta quindi che come Eva fu causa morale della nostra rovina perchè indusse lo sposo Adamo ad accon­sentire al peccato, così Maria col suo consenso ai disegni del Signore e con la partecipazione alla Passione del Figlio è stata causa della nostra salvezza, che si realizza col dono fattoci da Dio della vita soprannaturale.

Possiamo quindi dire che Maria ci generò nel gaudio alla nascita di Cristo, ma ci partorì nel dolore ai piedi della Croce.

Onoriamo pertanto Maria come nostra Madre spiri­tuale e ricorriamo a Lei in tutte le nostre necessità.

 

Incorrotta e Assunta in Cielo

E' domma di fede, proclamato dal Sommo Pontefice Pio XII nel 1950, che la Beata Vergine, giunta al termine della sua vita, fu assunta in cielo in anima e corpo.

C'è un nesso strettissimo tra il privilegio dell'imma­colato concepimento e L'Assunzione al cielo. Poichè Ma­ria fu associata a Cristo nella completa vittoria su Satana sin dal primo istante della sua esistenza, era necessario che fosse esente non solo dalla colpa, ma anche dalle conseguenze del peccato. Era quindi conveniente che il suo corpo, strumento docilissimo dell'anima nel servizio a Dio, non subisse la corruzione del sepolcro.

Che effettivamente il Signore abbia concesso questo singolare privilegio alla Beata Vergine lo sappiamo dalla Tradizione, pervenutaci sin dai primi secoli della Chiesa.

Nella I Cor. 15,20-23 l'apostolo Paolo afferma che "Cristo è risorto, primizia di quelli che già riposano. Poichè come a causa di un uomo venne la morte, così a causa di un uomo è venuta la risurrezione da morte. Poichè come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti saranno vivificati, ciascuno secondo il proprio rango: Cri­sto come primizia, e poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta".

Paolo parla di due diverse categorie di risorgenti: la categoria delle primizie (Cristo) e quella di coloro che gli appartengono (Tutti gli altri alla fine del mondo). Ora poichè Cristo appartiene alle primizie dei risorgenti per­chè principio di vita in opposizione ad Adamo causa di morte, altrettanto si può dire di Maria, anch'Ella princi­pio di vita in opposizione ad Eva peccatrice.

Come Cristo, così anche Maria dovette a somiglianza di Lui risorgere anticipatamente.

Nel presente ordine di Provvidenza la morte viene inflitta o in pena del peccato oppure in riparazione del medesimo. Nel Signore Gesù e nella Beata Vergine non potè avvenire in pena del peccato perchè innocenti, dun­que avvenne in riparazione di esso.

Ma per riparare il peccato è sufficiente la morte, non già la permanenza in essa cioè la corruzione del corpo. Dunque dobbiamo credere che la Madonna, a somig­lianza.di Gesù, sia rimasta incorrotta e poi subito risorta.

 

La Mediatrice di tutte le grazie

Nell'ultimo canto del suo Paradiso, Dante pone in bocca a S. Bernardo questa esclamazione:

"Donna, se' tanto grande e tanto vali che qual vuol grazia e a te non ricorre sua disianza vuol volar senz'ali". Con. queste parole alate, il sommo poeta inneggia a Maria, Mediatrice di tutte le grazie di cui i mortali hanno bisogno. Ciò facendo ribadisce quello che è sempre stato un sentimento comune nella Chiesa e cioè che la Madon­na è il canale ordinario di cui si serve il Signore per distri­buire i suoi favori celesti. Non c'è dubbio che Cristo è l'unico Mediatore principale e perfetto tra Dio e gli uomi­ni, ma questo non esclude la mediazione secondaria e subordinata di Maria Vergine, perchè Dio Padre l'ha volu­ta unire indissolubilmente al suo Figlio Gesù in tutta l' opera mediatrice.

Maria è mediatrice non solo nel senso che ha coope­rato efficacemente alla Redenzione del genere umano, ma anche nel senso che coopera alla distribuizione di tutte le grazie, frutto della Redenzione stessa.

Iddio non suole concedere a nessuno qualche grazia senza l'intervento di Maria.

La festa di Maria Mediatrice di tutte le grazie, istitui­ta da papa Benedetto XV, comprova la morale certezza di questa singolare prerogativa della Beata Vergine.

A coloro che trovano eccessivo e poco fondato que­sto privilegio di Maria S.Afonso risponde: "Non pensi di oscurare la gloria del figlio chi molto loda la Madre; per­chè quanto più si onora la Madre, tanto più si loda il Figlio". Pertanto il ricorrere all'intercessione di Maria nei bisogni materiali e soprattutto in quelli spirituali non solo è cosa utilissima, ma addirittura necessaria.

In particolare è moralmente necessario ricorrere a Maria per conseguire il dono della perseveranza finale, cioè di quella grazia divina che consiste nel morire nell' amicizia di Dio e quindi nella sicurezza della salvezza eter­na.

Avendo Dio eletto Maria per Madre del suo Figlio, ha stabilito che Ella sia la dispensiera delle sue misericor­die, cioè, come si esprime S.Bernardo, il Signore vuole che Ella sia l'acquedotto attraverso cui giungono conti­nuamente a noi i doni di Dio.

L'Onnipotente ha voluto esaltare questa gran creatu­ra, perchè durante la sua vita lo amò e lo onorò come nessun'altra.

Ricorriamo perciò a Maria con somma fiducia, sicuri di ottenerere aiuto al momento opportuno, e non dimen­tichiamo che Ella come madre spirituale è la porta del cielo, attraverso cui ci sarà possibile entrare in Paradiso.

 

La Madre di misericordia

In quella bellissima preghiera, nota col titolo di Sal­ve Regina, Maria viene salutata con l'espressione: Madre di misericordia.

Osserva S. Alberto Magno che lo stesso titolo di regi­na di per sè indica pietà e provvidenza verso i poveri, a differenza di imperatrice che si richiama a severità e a rigore.

Maria è tutta intenta alla pietà verso i poveri e gli infelici in senso materiale e soprattutto in senso spiritua­le, quali sono i peccatori.

Nelle vite dei santi e soprattutto nelle cronache dei santuari mariani si possono leggere a migliaia le grazie materiali e soprattutto spirituali elargite da Maria ai biso­gnosi di ogni genere.

Scrisse Giovanni Gersone, nel Medioevo, gran cancel­liere all'università di Parigi: "Il regno di Dio consiste nella potenza e nella misericordia: il potere Dio lo ha riservato a sè, mentre parte della misericordia l'ha ceduta alla regi­na regnante", cioè a Maria.

Specifica il grande dottore Tommaso d'Aquino che la Beata Vergine, quando concepì nel seno il Figlio di Dio e poi lo partorì, ottenne metà del regno di Dio. Ella è diventata regina di misericordia, mentre Gesù è rimasto re di giustizia.

I Santi vedono nella regina Ester, che impetrò dal re Assuero la salvezza del popolo ebreo, una magnifica prefi­gurazione di Maria che continuamente intercede per la salvezza del popolo cristiano. E non solo intercede, ma con apparizioni, messaggi, lagrime e miracoli cerca di scuotere la coscienza addormentata dei peccatori, perchè ritornino a Dio, unica sorgente di vita e di felicità.

Maria - afferma S. Bernardo - apre l'abisso della mise­ricordia di Dio a chi vuole, quando vuole e come vuole. Non vi è peccatore così enorme che si perda, se Maria intercede per lui.

La nostra confidenza in Lei sarà ancora più grande, se riflettiamo che Maria per volere dell'Altissimo e per sua libera e generosa accettazione è diventata la nostra Madre  spirituale. Ella è madre non solo dei giusti e degli inno­centi, ma anche dei peccatori, purchè abbiano il desiderio di emendarsi.

Può una madre così buona e pietosa come Maria chiudere il suo cuore ai figli afflitti e bisognosi che ricor­rono a Lei per aiuto e protezione?

Non ci stanchiamo pertanto di confidare in Lei e di onorarla con quei devoti omaggi (Santo Rosario, fioretti, pellegrinaggi ai Santuari Mariani...) con cui i buoni cristia­ni l'hanno sempre onorata attraverso i secoli.

 

La debellatrice di Satana

In quella versione latina della Bibbia, detta Volgata e che fu approvata dal concilio Tridentino per l'uso liturgi­co e per l'insegnamento teologico, nel racconto del pecca­to originale e del castigo inflitto da Dio al serpente, leg­giamo: "Ipsa conteret caput tuum; Ella (cioè Maria) ti schiaccerà il capo.

La pietà cristiana è solita raffigurare Maria Immaco­lata come una Donna radiosa che tiene sotto i piedi un serpente, figura di Satana.

Non è difficile capire l'alto significato racchiuso in tale raffigurazione. La Beata Vergine, accettando di di­ventare Madre di Dio e poi partecipando di gran cuore e con indicibili sofferenze alla Passione del Figlio, ha dato un estimabile contributo all'opera della Redenzione, la cui finalità non era solo di soddisfare la Divina Giustizia, ma anche, come dice l'Apostolo, quello di - ridurre all'im­potenza colui che aveva nelle sue mani l'impero della morte, cioè il diavolo". E dobbiamo aggiungere che la Beata Vergine sin dai primi tempi della Chiesa si è costantemente adoperata per distruggere l'impero di Satana e per liberare i suoi figli peccatori dagli artigli delle bestie infernali.

In particolare al suo intervento, ottenuto con la reci­ta del Rosario da Lei insegnato a S. Domenico, vengono attribuite la scomparsa dell'eresia albigese nel secolo XIII, la grande vittoria della flotta cristiana contro i Turchi a Lepanto (7 ottobre 1571) e la vittoria riportata dall'impe­ratore Carlo VI (1716) sulle truppe nel regno di Ungheria.

Non a caso Maria è salutata come "Colei che ha ucciso le eresie in tutto il mondo".

Noi dobbiamo sperare, anzi credere, che Maria de­bellerà ai nostri giorni l'eresia più terribile e diffusa di tutti i secoli l'ateismo teorico e pratico.

Non a caso, alcuni mesi prima che il comunismo prendesse il potere in Russia (1917) Ella apparve ai tre innocenti fanciulli di Fatima, raccomandando a tutti i cristiani la recita del Rosario e lo spirito di penitenza. Ascoltiamo volentieri la sua voce, se vogliamo che spari­sca presto e per sempre la peste rossa del comunismo, che negli ultimi 50 anni, dove è stato al potere, e anche fuori, ha causato infiniti dolori e sparso il sangue di decine di milioni di persone.

 

La Regina dell'universo

Nelle litanie lauretane Maria viene invocata come Regina degli Angeli, dei Patriarchi, dei Profeti, degli Apostoli, dei Martiri, dei Confessori e delle Vergini.

Senza dubbio tali indicazioni vogliono indicare l'in-

contrastato primato di eccellenza della Beata Vergine nel campo dei doni di natura e di grazia; indicano pure quello speciale e universale dominio sulle cose che S.Paolo attri­buisce ai Cristiani (ICor 3,21-23), ma soprattutto inten­dono ricordare quella speciale autorità che Ella ha avuto da Dio, autorità che le permette di agire efficacemente sul destino degli uomini e del mondo intero.

La regalità di Maria è certamente dipendente da quella di Cristo, tuttavia sebbene sia una prerogativa par­tecipata è vera regalità, vero potere di svolgere funzioni sociali non solo nell'ambito del Corpo mistico (la Chiesa), ma anche nella restante umanità.

Maria partecipa intimamente alle prerogative messia­niche del Figlio e per questo motivo tutti i redenti sono sottoposti al suo governo. Ella partecipa alla regalità del Figlio non solo perchè è la Madre, ma anche perchè con­divise con Lui, in un modo molto intimo, gli spaventosi strazi della Passione.

Con la morte, la sepoltura e la Risurrezione di Gesù ebbe termine l'opera della Redenzione oggettiva, ma ri­maneva e rimane ancora da applicare la Redenzione alle singole persone (Redenzione soggettiva).

In quest'opera universale e multiforme, in gran parte misteriosa, accanto a Gesù sacerdote eterno, agisce Maria nella sua dignità di novella Eva. Ella ottiene da Dio che venga distribuito ai singoli redenti il cumulo infiniti di meriti acquistato da Gesù, anzi le grazie passano per le mani sue. Avviene così che la Vergine Madre quale regina guidi i fedeli verso il Cielo.

Pio XI nel 1937 con l'enciclica Ingravescentibus ma­lis invitò tutti i fedeli a invocare l'augusta Regina dei cieli contro il comunismo ateo, incombente minaccioso sull' Europa, poi benedisse e approvò l'erezione di una catte­drale a Porto Said in Egitto, dedicata a Maria Regina dell'Universo. Inoltre nelle diocesi di Porto Said permise che nelle litanie si aggiungesse la significativa invocazione: Regina mundi, ora pro nobis.

 

La Donna vestita di sole

Nel capitolo XII dell'Apocalisse, l'evangelista Gio­vanni racconta di aver visto nel cielo una Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle.

E' ovvio che tale Donna è Maria. Ma qual'è mai il recondito significato dell'espressione vestita di sole? Io penso che Giovanni voglia dire che Maria è tutta compe­netrata da Dio, è immersa nel seno stesso della santissima Trinità. Nessuna pura creatura, per quanto santa e glorifi­cata, ha in sè e possiede Dio come Lei. La primogenita del Padre, la Madre del Verbo eterno, la Sposa dello Spirito Santo è tutta di Dio, è come trasfigurata in Dio. La pie­nezza della Divinità presente nel suo spirito ridonda nel suo fisico con una bellezza incommensurabile.

Si legge nella vita di P.Pio che in una delle sue estasi avute a Venafro, a cui assistette il suo confessore P.Ago­stino, egli esclamasse fuori di sè contemplando la Madon­na: "Ah, mamma bella, sei bella! Se non ci fosse la fede, gli uomini ti direbbero Dea: gli occhi tuoi sono più splen­denti del sole... sei bella, me ne glorio, ti amo".

La tradizione è concorde nel definire bello l'aspetto fisico di Maria durante la vita terrena. Che sarà mai di Lei ora che è glorificata in Paradiso?

Certamente la sua bellezza è così grande, così affa­scinante, così penetrante che riesce di gioia indicibile per tutti gli angeli e i Beati del Paradiso.

Si racconta di S. Bernardetta Soubirous che le fu domandato se era bella la Signora che le era apparsa nella grotta di Lourdes. Bernàrdetta esclamò: "Se era bel­la! ! ! Era talmente bella che quando si è veduta una volta, non si può fare a meno di desiderare di morire per andarla a rivedere". E quando oramai suora, le presenta­rono un album di fotografie dei principali capolavori dell'arte mariana, ella lo sfogliò, poi lo depose con un certo sdegno e disse: "Ma dovrebbero vergognarsi di di­pingerla così brutta!".

Scrisse bene P. Pio dell'Immacolata: "Insuperabile capolavoro... opera creatrice... opera la più perfetta uscita dalle mani del Creatore... dopo Dio, per grazia, la perfet­tissima".

Fedeli cristiani, ricordiamoci di Lei nella nostra bre­ve vita mortale per meritare di andare a vedere e stare sempre con Colei che è la vera causa della nostra letizia.