MARIA BAMBINA

Storia e riflessioni teologiche di una devozione

 

Prefazione

Il volume che mi si chiede di presentare ha, a prima impressione, un contenuto eterogeneo, ma, leggendolo, appaiono evidenti le intenzioni unfiìcanti di chi lo ha redatto:attraverso la storia di un'immagine documentare l'emergere di un carisma tipico con valenze spirituali ed apostoliche affidato alla fedeltà e alla coerenza delle «suore di Maria Bambina». Tutto comincia con la spontanea venerazione di un simulacro mariano donato alla sorgente comunità religiosa, ma a poco a poco il carattere di devozione popolare si consolida e si apre a esperienze spirituali più profonde. La celeste Bambina è contemplata e amata come palpito vivente del mistero del Verbo incarnato e le «figlie del Redentore» ne vivono il fascino misterioso che alimenta il loro cristocentrismo fondamentale e la loro marianità feconda. La preghiera, l'ascesi, gli ideali di vita, le tradizioni di casa attingono dall'infanzia di Maria significative connotazioni che diventano anche apostolicamente signfiìcative. Il presente testo documenta il maturare nel tempo di questa dimensione identificante che nell'istituto è venuto assumendo il culto di Maria Bambina. I capitoli che seguono la storia dell'immagine, intenzionalmente di carattere dottrinale e culturale nell'ambito della mariologia biblica, patristica, liturgica, sono stimolanti per collocare una «piccola storia» nel contesto vitale di una tradizione di Chiesa che è inesauribile nell'incarnare il mistero di Maria nella vita e nelle vicende degli uomini. Possa tutto ciò accrescere il culto di Maria Bambina, infervorare la famiglia religiosa che ne ha il carisma e ricordare a tutti che: «Se non diventerete bambini non entrerete nel regno dei cieli».

+ Anastasio A. card. Ballestrero arcivescovo di Torino

 

Presentazione

Al termine di una Messa nella cappella privata, Giovanni Paolo Il, al gruppo delle superiore maggiori dell'istituto, riunite a Roma per la consulta generale, pensando a Maria Bambina disse di «essere bambine come lei, perché dei bambini è il regno dei cieli, e di una bambina soprattutto: Maria» (6 febbraio 1984). Questo augurio e questa indicazione ci hanno accompagnate per tutto il 1984, nell'intenso itinerario celebrativo del centenario del «primo miracolo» legato al simulacro di Maria Bambina, che la nostra famiglia religiosa custodisce fin dal 1842. La visita del Santo Padre al santuario presso la casa generalizia ha segnato il momento culminante di quella «memoria». In un contesto carico di fede e di amore, dopo il discorso ufficiale, il Papa ci sollecitò ad approfondire la dimensione dell'infanzia nel mistero della Vergine. In un linguaggio familiare ci diceva: «Questo sembra un mistero poco conosciuto. Io penso che voi avete un compito grande di approfondire questo mistero: Maria Bambina. Perché del Bambino Gesù si parla, si legge, si contempla, ma di Maria... Sì, sempre: giovane, vergine, madre, addolorata; ma bambina, poco. Allora c'è un capitolo della nostra spiritualità mariana che sembra specialmente aperto alla vostra comunità, alla vostra contemplazione, alla vostra devozione, alla vostra spiritualità... Certamente Maria era una bambina straordinaria, con tutta la semplicità che aveva, che era sua. Era una bambina straordinaria, con questa grazia di innocenza originale, di immacolata concezione. Come viveva? Quale era la sua realtà, specialmente quella interiore, spirituale?...» (4 novembre 1984). Le parole del Papa hanno avuto per noi la forza di un mandato, di una consegna: ci sembrava che Maria Bambina volesse entrare in modo nuovo nell'esperienza spirituale dell'istituto, lei che per provvidenziale disegno lo accompagna fin dalle origini, lei che ci aveva dato la grazia di quel dolcissimo incontro. Si è delineata così la progettazione del presente libro, la cui pubblicazione conclude l'intensa attività sostenuta in questi anni dal consiglio generale per offrire all'istituto strumenti diformazione in ordine alla propria identità vocazionale: dalla Regola di vita (1982) allo studio Faccia il Redentore che siamo sue vere seguaci (1983); dal Piano per la formazione nell'istituto (1984) al Rituale (1985). Questa realizzazione rappresenta in qualche modo il «settimo giorno»: quello in cui ci si riposa dalle fatiche, godendo nel contemplare l'opera di Dio nella nostra storia, la fedeltà e la soavità della sua presenza in ogni stagione. Ed è bello, è familiare che l'ultima pubblicazione di questo generalato sia dedicata alla Madonna, la pienezza della creazione, interamente abbandonata all'iniziativa del Padre, prima discepola di Gesù, sorella e compagna del nostro cammino. Suor Albarica Mascotti ripercorre, con una sensibilità storicospirituale ben nota alle sue consorelle, la vicenda del simulacro miracoloso, dalle origini a oggi, ed evidenzia l'influsso che la devozione e la spiritualità legata al mistero dell'infanzia di Maria ha avuto ed ha sull'istituto. Padre Ugo Vanni, che da lungo tempo fa dono all'istituto della sua profonda conoscenza della Parola, riconosce nel cantico del Magnificat la dimensione più autentica del «piccolo» secondo il Vangelo e la propone come atteggiamento fondamentale di vita cristiana e caratteristico di chi vuol fare della carità professione di vita. Padre Mario Erbetta ha recuperato le radici del culto a Maria Bambina nella tradizione della primitiva comunità cristiana, in quella medievale e nel Corano, offrendoci un saggio originale della amata presenza di Maria Bambina in esperienze religiose popolari, semplici e ricchissime. L 'archimandrita Georges Gharib coglie nei testi liturgici, soprattutto delle Chiese orientali, il significato spirituale della festa della natività di Maria e ci introduce ad esso attraverso una larga raccolta antologica, dove il linguaggio fatto di stupore e di immagini, proprio degli scrittori orientali, ci sospinge alla lode e alla contemplazione silenziosa del mistero. Accogliendo a mia volta con gratitudine questo libro, lo considero un contributo prezioso offerto anzitutto alle suore di Maria Bambina, perché, attraverso queste pagine, siano aiutate a percorrere le vie della piccolezza evangelica e a condividere la sollecitudine della carità di Maria, umili e semplici, disponibili e liete nel loro servizio alla Chiesa. Ma l'istituto, che lo ha atteso e curato con amore, lo vuole offrire a tutti i fratelli che riconoscono in Maria la madre della grazia e l'icona della nostra umanità.

madre Angelamaria Campanile superiora generale

 

Capitolo primo

MARIA BAMBINA E L'ISTITUTO DELLE SUORE DI CARITA' DELLE SANTE BARTOLOMEA CAPITANIO E VINCENZA GEROSA.

Maria Bambina non è entrata nella spiritualità dell'istituto delle suore di carità per una precisa ispirazione della fondatrice Bartolomea Capitanio; (Nota: L'istituto fu fondato a Lovere (provincia di Bergamo) il 21 novembre 1832 da Bartolomea Capitanio (18071833) che ebbe come prima compagna Caterina (suor Vincenza) Gerosa (17841847) e come guida spirituale e consigliere don Angelo Bosio (17961863)). è venuta però a far parte della sua storia a poca distanza dalle origini; ne ha poi sempre accompagnato il cammino facendosi richiamo di un tratto specifico del carisma di fondazione: il confidente e umile abbandono all'iniziativa del Padre. L'istituto riconosce nelle vicende che lo hanno fatto depositario di un suo simulacro, e soprattutto centro di irradiazione del suo culto, «un disegno provvidenziale», di cui però ha sempre ritrovato l'ordito nella devozione mariana della fondatrice. Se si volesse rappresentare con un grafico la curva di sviluppo del culto a Maria Bambina dentro la storia dell'istituto, si dovrebbe, quindi, segnare una prima punta emergente negli anni della vita privata della Capitanio.

 

I.

MARIA BAMBINA NELLA SPIRITUALITA' E NELLA VITA DI BARTOLOMEA CAPITANIO

 

Il rapporto di Bartolomea con Maria

L'anima mariana di Bartolomea vibra ancora nei suoi scritti; ma per capirla occorre spesso superare un'istintiva reazione alle forme che la esprimono, non più rispondenti alla diversa sensibilità di oggi. Quello che lei scrive della Vergine va accostato tenendo presente che nel quadro devozionale della prima metà dell'Ottocento la pietà mariana si effondeva in una molteplicità di esercizi esteriori cui mancava un vero supporto teologicodottrinale. Solo più tardi riceverà un significativo contributo dalla diffusione del Trattato della vera devozione alla Madonna di Grignion de Montfort, dalla proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione nel 1854 e dalle apparizioni della Vergine, soprattutto a Lourdes nel 1858. Queste date però si collocano tutte oltre il breve arco di vita di Bartolomea Capitanio. La sua devozione mariana è quindi la devozione popolare del primo Ottocento, che si andava affermando sotto l'influsso del sentimento romantico e come reazione al rigorismo giansenista. Bartolomea, che non poteva ispirarsi nelle sue meditazioni a pubblicazioni mariane di una certa levatura perché mancavano al suo tempo, non fa, intorno a Maria, riflessioni particolarmente originali, e neppure sembra prediligere in modo abbastanza distinto qualcuna delle sue prerogative. Ella ne contempla semplicemente il mistero nel suo graduale svolgersi attraverso le feste mariane che costellano l'anno liturgico, ripresentandola via via Immacolata, Serva del Signore, Madre di Dio, esempio di carità, di umiltà, Madre addolorata, glorificata dal Figlio, Regina dell'universo ecc. «La nostra cara Mamma scriveva introducendo un esercizio devoto è proprio come lo svegliarino della pietà. Ella ci si presenta a ogni momento sotto qualche diverso aspetto ed ogni volta par che ci inviti a ricordarci di lei in maniera distinta» (Scr 11,80). Di fatto, per onorarla, Bartolomea costruiva pratiche o le attingeva dai numerosi e spesso mediocri libriccini devozionali che venivano divulgati, cercando di cogliere bene il messaggio specifico della festa. In circostanze da lei particolarmente sentite componeva preghiere per presentare a Maria le sue risoluzioni e palesarle i suoi sentimenti; si faceva, inoltre, apostola della sua devozione nelle lettere alle amiche e con la diffusione di pratiche spirituali nelle varie associazioni. Si tratta, comunque, sempre di scritti pervasi di affetti, che Maria Bambina e l'istituto delle suore di carità suppongono, più che sviluppare, alcune verità fondamentali acquisite dalla pietà popolare. Bartolomea non cerca tanto luce per la comprensione teologica del mistero di Maria; vuole piuttosto suscitare calore al cuore e impegno nell'esercizio delle virtù. Per queste caratteristiche i suoi scritti rivelano soprattutto un rapporto, quello di una figlia verso la propria madre. Nel suo itinerario spirituale Maria è una presenza materna inseparabile da quella del Figlio, da lui stesso assicurata sulla croce «a tutto il genere umano» (Scr 111,102). Bartolomea si appropria, per così dire, questa consegna che discende dalla croce e che «la intenerisce più di tutto» (ib): «Apre la bocca Gesù [...] scrive meditando le sue ultime parole in ben tre corsi di esercizi spirituali e mi fa un regalo, il più prezioso: mi dona la cosa a Lui più cara, mi consegna a Maria per figlia, mi dona Maria per Madre. A Maria raccomanda di amarmi, di aver cura come se fossi Lui stesso; a me dice di onorare, servire, amare la sua e mia cara Mamma, come faceva Lui» (Scr 111,49). Madre del Redentore, Maria diventa pure la Madre dei redenti, la Madre di Bartolomea che sentiva profondamente la propria realtà di salvata e rivelerà nel progetto di fondazione dell'istituto una particolare sensibilità per il mistero della redenzione. Qui sembra ancorarsi la sua spiritualità mariana. Specialmente le «offerte», che hanno carattere più personale, sono costruite su questa ossatura fondamentale: il rapporto madrefiglia in un contesto di redenzione. Il pensiero corre incessantemente tra due poli: sosta ora sulle prerogative di Maria viste sempre in funzione della sua missione di madre della grazia, di soccorritrice, di guida a Gesù, di via alla salvezza; e ora sulla sua realtà di figlia bisognosa di «compatimento» e che pure sente vivamente il dovere di corrispondere alle sue cure. Bartolomea compendia quello che lei chiama «il bell'ufficio» (Scr 1,287) o «il suo speciale dovere» verso Maria (Scr 111,731) in un'espressione che risuona spesso negli scritti con il vigore di un impegno: «amarla e farla amare». Per inclinazione e per formazione spirituale Bartolomea è portata a rivestire di azione pensiero e affetti, a effondersi in esercizi ascetici, in pratiche devozionali e penitenziali che coinvolgano corpo e spirito, in servizio apostolico, convinta che chi più ama più sa industriarsi nell'inventare le forme concrete dell'amore. Anche la preoccupazione apostolica, dunque, sorge, all'interno della sua devozione mariana, come conseguenza di un rapporto: sperimenta amore e vuol coinvolgere nel medesimo amore: «Vi prometto che studierò ogni mezzo per insinuare la vostra devozione nel cuore di quanti mai potrò trovare»; «Non sarò contenta finché il vostro amore non lo vedrò dilatato per tutto il mondo» (Scr 111,736; 732).

 

Bartolomea davanti al mistero della Natività

La considerazione della natività della Vergine s'inquadra in queste linee generali della pietà mariana di Bartolomea; neppure essa però risulta di primo piano rispetto ad altre sfaccettature del suo mistero. Nel ciclo delle feste, ogni anno, l'8 settembre, la Bambina Maria si ripresentava alla sua contemplazione come a un consueto appuntamento. Nell'incontro spirituale con lei, Bartolomea la saluta «cara Bambina e Mamma» proiettandola subito nel cuore della sua missione e lasciando insieme emergere il rapporto preferito che gliela fa sentire subito madre, anche se qui può sembrare inopportunamente anticipato. Come tutte le immagini di Maria che si susseguono nelle meditazioni di Bartolomea si unificano in questo rapporto filiale che ella vive nel cuore, così anche il suo volto di Bambina le appare già soffuso della grazia della maternità. Intorno a questo momento iniziale della vita di Maria, Bartolomea ha lasciato una preghiera composta il 7 settembre 1828 (Scr 111,740741), una decina di riferimenti nelle lettere, tre novene (Scr 11,7477; 528; 529) dirette alle compagne di associazione o alle educande del monastero di santa Chiara, alcuni esercizi spirituali e ascetici da praticare nella novena e nell'ottava della Natività (Scr 111,686; 11,7879). I contenuti di questi scritti si ripetono e si ritrovano sostanzialmente nella preghiera del 7 settembre che rimane perciò il documento più significativo, emblematico anche perché più personale della sua devozione a Maria Bambina. Bartolomea si pone anzitutto a contemplare il mistero di Maria; lo contempla con metodo ignaziano, premettendo cioè la composizione di luogo. Qui l'immagine è una culla «sollevata sopra tutte» per privilegio della SS. Trinità, verso la quale convergono «i sospiri e i preghi degli antichi Patriarchi» e su cui si effondono «la tenerezza, l'amore e i servigi della fortunatissima genitrice S. Anna» (Scr 111,740; II,75;79). E' l'intuizione popolare, immaginifica della collocazione storica di Maria «aurora della salvezza», punto di confluenza dell'Antico nel Nuovo Testamento, in cui si congiungono i secoli dell'attesa con quelli della grazia. Autori di antiche liturgie e composizioni hanno visto in questo primo apparire di Maria un annuncio di festa cosmica: «la nascita della letizia universale», «l'inizio delle feste», «la danza del creato». Più modestamente Bartolomea scrive: «Nasce Maria e il suo nascere apporta allegrezza e consolazione al cielo e alla terra» (Scr 11,74). E quasi sentendosi particella di questo arcobaleno di gioia che vede dipartirsi dalla sua culla, esclama: «Io mi rallegro con voi, Maria, poiché vi veggo sì bella che appena nata vi siete rubato il cuore di Dio medesimo» (Scr 111,740). La culla diventa ai suoi occhi il luogo in cui si attua l'incontro di Dio con l'umanità, e il cielo e la terra si ritrovano mirabilmente riconciliati. Le immagini poche ma essenziali che Bartolomea usa per la sua contemplazione, tratte probabilmente dai libretti devozionali del tempo, sono appena abbozzate, ma il loro senso profondo è facilmente intuito o dedotto. Nell'adorare e ringraziare genuflessa presso la culla, in cui si svela questo istante nuovissimo, Bartolomea osserva, con altro stupore, che la SS. Trinità ha posto tanta grandezza proprio a servizio di lei, che di Maria è «serva, devota e figlia» (Scr 111,740). Bartolomea è attenta a questo palpito divino che si raccoglie in una piccola carne e da lì si effonde, che attrae a sé ed espande, consacra e invia. E imprime o ritrova lo stesso movimento nella sua vita: dall'amore al servizio, secondo una dinamica tipicamente ignaziana presente nella spiritualità eclettica del suo tempo, ma che ella assume con novità personale. In un secondo momento Bartolomea, che non si smentisce mai nei procedimenti interiori, attualizza il mistero contemplato. Frutto di questa festa sarà la rinascita di Maria nel cuore delle sue devote, che avverrà in proporzione di quanto esse sapranno spalancarsi alla sua santità. A questo ella precisa è diretta la novena (cf Scr 11,75), cioè la molteplicità degli esercizi. Proprio da questa volontà di imitazione prende efficacia la sua devozione che si riscatta così dalla frammentarietà e, talvolta, dall'ingenuità delle espressioni esteriori in cui anche Bartolomea incorre. Vi incorre, come s'è visto, per influsso del tempo, ma, specialmente quando si rivolge ad altri, anche con evidenti finalità pedagogiche. Bartolomea sa che con la gioventù bisogna industriarsi a proporre in forma suggestiva l'atto virtuoso, l'esercizio asceticopenitenziale. Attraverso il gusto di un'azione quasi materiale preparare a Maria che nasce un'abitazione più bella possibile, ricostruire pezzo per pezzo la sua culla facendo corrispondere all'oggetto la virtù (cfScr 11,75), «renderla vaga e adorna» (Scr 11,76) la volontà veniva piacevolmente stimolata e la virtù praticata quasi con entusiasmo. Bartolomea confidava alla sua maestra suor Francesca Parpani che aveva sperimentato lei stessa l'efficacia di simili accorgimenti negli anni di educandato: «Non sa, signora Maestra, quanto giovevoli siano alle fanciulle e quanta forza abbiano sui loro teneri cuori certi piccoli discorsi di pietà, certe buone massime lanciate come a caso, ma che in sé tendono alla virtù e mirano al conseguimento di essa; molte volte riportano effetti mirabili. Io stessa l'ho sperimentato quando mi toccò la sorte di divenir santa» (Atti dei processi per la canonizzazione 1,42). Pratiche simili a quelle da lei diffuse si ritrovano, infatti, nei manoscritti Esercizi di virtù e di devozione praticati dalle religiose Clarisse in uso nell'Ottocento nel monastero di santa Chiara in Lovere. Tra queste vi sono gli Offizi per la natività di Maria SS., che possono aver ispirato le pratiche proposte da Bartolomea. Si tratta di atti devoti, scarsi di fondamento teologico e di riferimenti liturgici, ma ricchi di suggestione per l'immaginazione e per il sentimento, che prendono senso dallo sforzo di 'rinascere' spiritualmente a una vita simile a quella di Maria. Così Bartolomea vive e insegna a vivere la specificità di una festa, che celebra l'istante nuovissimo di una nascita. Quando poi Bartolomea si pone sola davanti alla culla di Maria Bambina, la sua preghiera si fa sostanziale, interiore, tutta raccolta attorno all'aspetto di questa rinascita che più risponde al suo gusto spirituale: il confidente abbandono alla volontà del Padre. A Lucia Cismondi, il 5 settembre 1828, confidava di aver intenzione di «chiedere alla cara Bambina due grazie nel giorno della sua festa» (Scr 1,289), le stesse che poi esplicitava nella preghiera della vigilia. «Cara Bambina scriveva per amore della vostra Infanzia donate anche a me una santa spirituale infanzia, per cui a guisa dei fanciulli io non abbia volontà, non abbia intelletto, desiderio, propensione che per quello che vuole Iddio (...). Vi prego poi con tutto il cuore a fare che almeno almeno abbia da morire in qualche Religione, se non volete per la mia indegnità farmi in essa passare tutti i giorni miei» (Scr 111,740741). Maria che nasce per portare salvezza le fa risentire in cuore il desiderio della consacrazione e della disponibilità incondizionata ai disegni di Dio. Con una probabile allusione al bambino posto da Gesù come segno del regno dei cieli, Bartolomea usa qui il termine di 'infanzia spirituale'. La dottrina che esso compendia ha le sue prime tracce nel Medioevo parallelamente all'affermarsi della devozione a Gesù Bambino e si sviluppa anche in autori posteriori; ma per una formulazione più approfondita e per una vera e propria divulgazione bisogna giungere a Teresa di Lisieux. Se Bartolomea non l'avesse preceduta di parecchi decenni, il termine infanzia spirituale' si sarebbe potuto dire attinto alla spiritualità e ai molteplici scritti della santa francese. Comunque sia entrato nel suo linguaggio, con esso Bartolomea esprime un tratto significativo della sua stessa esperienza spirituale. La confidenza, l'abbandono «come bambina nelle mani del Padre» erano infatti il clima in cui viveva abitualmente. Ma questo spirito d'infanzia che Bartolomea apprende dalla Bambina Maria è anche dolcezza, amabilità. Ricorrono con frequenza nei suoi scritti le espressioni «dolcissima», «amabilissima Bambina».

 

L 'oratorio dedicato a Maria Bambina

Bartolomea non solo sentiva Maria Bambina presente nella sua spiritualità come stimolo alla novità di vita, alla gioia del dono di sé, alla semplicità dell'abbandono, alla dolcezza, ma la proponeva, nel suo apostolato, alle giovani dell'oratorio come modello e protezione. Secondo il proprio regolamento, la congregazione mariana doveva essere intitolata a «qualche mistero della beatissima Vergine». Chi lo scrisse, probabilmente Bartolomea stessa, precisava subito che «il più a proposito era il mistero della di lei nascita». A Maria Bambina il prevosto Barboglio aveva dedicato l'oratorio ricavato dall'antico cimitero a fianco della parrocchiale di san Giorgio, nel quale Bartolomea radunava le giovani per l'istruzione religiosa. La raffigurazione che vi si venerava era però almeno a partire da una certa data una Madonna fanciulla, opera dello scultore G. Maria Benzoni da Songavazzo. Secondo la tradizione egli avrebbe anzi ritratto nella statua le sembianze della Capitanio che gli aveva commissionato il lavoro. Tuttavia quando Bartolomea pensava a Maria Bambina associava sempre l'immagine della culla ed era nel giorno della natività che «le congregate dovevano far festa particolare e solenne con Comunione generale», dopo aver partecipato «in comune a otto o dieci giorni di santi esercizi». Per tutta l'ottava poi Bartolomea impegnava le amiche a pregare Maria affinché «per amore della sua santa Infanzia si prendesse cura speciale di tutta la gioventù, massime della più dissoluta e abbandonata» (Scr 11,79). Animatrice del medesimo oratorio era anche Caterina Gerosa la quale, secondo una testimonianza di don Luigi Marinoni, «promosse la festa della natività di Maria» (Atti dei processi per la canonizzazione 11,238). Altri attestarono che «si adoperava perché le giovani vi si preparassero bene con gli esercizi spirituali» (ib 1,192)

 

Maria Bambina e il progetto dell'istituto

Con umile confidenza Bartolomea sperava che Maria «prendesse sotto la sua protezione» anche il progetto dell'istituto. «Allora siam sicuri», scriveva a don Bosio sollecitandolo a stendere il piano dell'opera nei «giorni tutti santi del mese di maggio». «Maria soggiungeva reggerà la sua penna e le farà scrivere sicuramente quello che Dio desidera» (Scr 1,503504). Tuttavia Bartolomea non pensò di intitolare a Maria il suo istituto o, se vi avesse pensato, dovette subito escludere questa eventualità, trovando più rispondente al suo carisma il riferimento diretto alla persona dell'amabilissimo Redentore. Lo dice molto esplicitamente nel 'promemoria': «In quella guisa che molti istituti hanno per iscopo o di onorare Maria SS. o d'imitare qualche Santo ecc. così questo deve prefiggersi d'onorare il Redentore» (CF 3); e in un altro passo sottolinea ulteriormente «d'aver sentito al cuore che l'istituto che si fonderà in Lovere abbia veramente ad essere chiamato l'istituto del Redentore e le persone che ad esso si consacrano le Figlie del Redentore» (CF 14). Il desiderio di Bartolomea non poté però compiersi a motivo di alcune circostanze, anche di ordine politico, che la indussero ad attenersi alla regola già approvata per l'istituto di santa Giovanna Antida Thouret. Con la regola dovette accettare anche la denominazione di Figlie della carità sotto la protezione di san Vincenzo de 'Paoli'. Alla voce giuridica si sovrappose, in seguito a un provvidenziale evento, quella popolare di Suore di Maria Bambina. In questo modo Maria Bambina si prendeva, per così dire, la rivincita sulle intenzioni della Capitanio; eppure non senza un collegamento alla sua volontà, avendo Bartolomea spiritualmente protesa sopra la sua culla affidato proprio a lei in particolare l'istituto nella preghiera vigiliare del 7 settembre 1828: «Vi raccomando il nostro caro istituto. Per carità non abbadate ai miei demeriti, ma fatela da quella generosa che siete» (Scr 111,741). Fedele a questa consegna pattuita da Bartolomea fondatrice, Maria Bambina si ripresentò all'attenzione del suo istituto, poco più di una decina di anni dopo, nelle sembianze di un simulacro in cera. Questo simulacro, entrando nella storia delle suore di carità, ridestava una devozione che sembrava essersi fermata alla vita della fondatrice. Come «aurora della salvezza» e luogo dell'iniziativa di Dio, Maria Bambina si collocava bene in un progetto dì istituto tutto ispirato all'amabilissimo Redentore, anche se il suo ingresso non era stato previsto nelle carte di fondazione.

 

II.

LA STORIA DI UN SIMULACRO

Le origini

Il simulacro che instaurò un vincolo spirituale tra Maria Bambina e l'istituto fu donato nel 1842 da don Luigi Bosisio, parroco della chiesa di san Marco in Milano, a suor Teresa Bosio, superiora della comunità che da pochi mesi si era stabilita nel vicino ospedale Ciceri. Esso trovava tra suore e ammalati la sua nuova collocazione, poiché vi giungeva già carico di anni e di storia, chiedendo accoglienza dopo un lungo pellegrinaggio. Era stato, infatti, modellato più di un secolo prima dalla serva di Dio Isabella Chiara Fornari, superiora delle Francescane di Todi, dal cui convento venivano diffuse figure di Maria e di Gesù «quando erano pargoletti e di grandezza al naturale». Rimase memoria che ella «riuscisse in questo lavoro con tale perfezione da sembrare che superasse la medesima arte». Il simulacro lavorato dalla Fornari fu portato a Milano da mons. Alberico Simonetta che nel 1738 faceva ritorno nella sua città natale, dopo essere stato governatore di Camerino e dal 1735 vescovo di Como. Alla sua morte, l'anno successivo, le Cappuccine del monastero di Santa Maria degli Angeli, alle quali il Simonetta aveva già donato una copia del simulacro in terra di Siena, ottennero dal fratello anche l'originale; essendo dedite all'educazione della gioventù e all'insegnamento della dottrina cristiana, esse si fecero in breve apostole ferventi della devozione al mistero della Natività. Ne è testimonianza un libriccino pubblicato nel 1757, sul cui frontespizio si legge appunto che era «proposto ai veri devoti di Maria dalle madri Cappuccine presso le quali si conservava e venerava la celebre santa Bambina»; questa veniva rappresentata nella pagina accanto stretta nelle fasce ma in posizione eretta, con una corona di dodici stelle. Tale raffigurazione corrisponde a quella conservata nella raccolta Bertarelli di Milano che porta la dicitura: «Vero ritratto della celebre S. Madonnina stata già presso la Serva di Dio suor M. Clara Fornari, che ora si venera nella Chiesa interiore delle Cappuccine di S. Maria degli Angeli in Milano». Una rappresentazione probabilmente anteriore, con la stessa didascalia, la presenta invece adagiata in una culla. Dalla prefazione del libriccino si può conoscere che «la Santa Madonnina era celebre nella città», che «si correva in folla a venerare nel suo devoto simulacro la santa Infanzia della gran Vergine Madre, riportandone singolarissime grazie». La pubblicazione, che costituisce indubbiamente un prezioso attestato della pietà popolare suscitata da questa immagine fin dal suo ingresso in Milano, contiene «un esercizio spirituale da farsi nel giorno otto di ogni mese in onore della natività e infanzia di Maria Vergine, la novena per l'apparecchio alla di lei festa e la pratica di alcune devozioni e mortificazioni per ciascun mese». Le riflessioni proposte ruotano sostanzialmente attorno ad alcuni passi tratti dal capitolo XII dell'Apocalisse: signum magnum apparuit in caelo mulier amicta Sole luna sub pedibus eius et in capite eius corona stellarum duodecim ecc. Questa già intensa storia di culto e di popolarità sviluppatasi attorno al simulacro fu improvvisamente interrotta nel 1782 quando, in seguito alla legge di soppressione dei monasteri emanata da Giuseppe II, le trentatré religiose di Santa Maria degli Angeli dovettero cercare asilo nei pochi conventi risparmiati. Il simulacro, condividendo la sorte di tredici di loro, riebbe la sua venerazione tra le Agostiniane del convento di san Filippo in via Nuova (ora san Barnaba), la cui chiesa era dedicata alla presentazione di Maria Bambina al tempio. Dopo questa data però il Rustico indovino, indicatore delle feste che si celebravano in Milano, non annotò più «la novena in preparazione alla festa della Natività», né «la festa solenne con musica e benedizione» l'8 settembre, come aveva fatto puntualmente dal 1762 per la chiesa di santa Maria degli Angeli. Riapparve solo, per una breve parentesi dal 1796 al 1810, la segnalazione della festa l'8 settembre nella chiesa di san Filippo. Alla nuova soppressione delle congregazioni, decretata da Napoleone nel 1810, seguì un altro trasferimento del simulacro e dell'ultima cappuccina, Barbara Viazzoli, che lo aveva in custodia, nell'ex monastero delle Canonichesse Lateranensi in via dell'Annunciata, nel quale si erano raccolte, vivendo privatamente, alcune religiose. Appunto da qui, quando anch'esse vennero meno, il simulacro passò nelle mani di suor Teresa Bosio, attraverso don Luigi Bosisio al quale era stato consegnato con l'incarico di affidarlo ad altre religiose. L'istituto che lo accolse aveva solo dieci anni di vita, ma era già così bene incamminato che alla piccola pellegrina poteva assicurare ospitalità e promettere continuità di devozione.

 

«L'epoca più bella»

Nei disegni della Provvidenza, però, neppure il Ciceri doveva essere la sede definitiva del simulacro. Dopo parecchi anni di permanenza serena tra gli ammalati, un'insidiosa persecuzione alle istituzioni religiose raggiunse anche quella comunità, coinvolgendo Maria Bambina nella sua vicenda. L'ondata di liberalismo anticlericale, che si era accentuata nel contesto politico italiano postunitario, penetrando anche negli organi amministrativi dell'ospedale, creava ostacoli sempre maggiori alle attività di una casa centrale per l'istituto e soprattutto alla sussistenza del suo noviziato. La superiora generale fu presto costretta a procurarsi un'altra sede, che fu inaugurata il 24 aprile 1876. Il simulacro seguì suore e novizie nella nuova casa che sorgeva in via santa Sofia, in un'area sulla quale erano ancora visibili le rovine della basilica di sant'Apollinare e dell'attiguo monastero delle Clarisse. In un certo modo il luogo lo ricongiungeva con la spiritualità francescana da cui era nato. Ma alla popolarità, che lo aveva reso «celebre» in Milano al tempo delle Cappuccine, era subentrata una progressiva restrizione del suo culto che divenne privato e circoscritto alla cerchia delle suore. L'effigie era tenuta abitualmente esposta nella sala del noviziato e passava nella cappella solo nei giorni della festa e dell'ottava della Natività. Ad un certo punto, inoltre, sembrava che anche la sua storia dovesse concludersi. Il tempo e le vicende avevano lasciato il loro segno sulla cera, rendendo il viso scolorito e senza attrattiva, così che dicono le cronache del tempo «era più atto a spegnere la devozione che a risvegliarla». Ben presto scomparve infatti anche dalla sala del noviziato per finire in un cassettone; vi ritornava, richiamato da un antico affetto, solo per la festa della Natività e la susseguente ottava, mentre per la cappella se ne era già provveduto uno nuovo. Le relazioni del tempo sono, a questo punto, molto attente a sottolineare da una parte la dimenticanza e il silenzio a cui la vecchia effigie pareva ormai destinata e dall'altra l'attesa di Dio che «proprio su questo 'nulla' voleva edificare». La manifestazione della sua opera avvenne il 9 settembre dell'anno 1884. L'ora era stata preceduta e inconsapevolmente preannunciata da una novena particolarmente fervorosa, al termine della quale il nuovo simulacro accuratamente adorno veniva esposto nella cappella per il culto dell'indomani, mentre la vecchia effigie, che aveva dovuto cedere all'altro i monili più belli, rioccupava il suo umile posto nella solita sala. La novizia che l'aveva tratta dal cassettone e la stessa superiora generale, che se l'era trovata occasionalmente davanti, ebbero per un istante l'impressione che su quel visetto spento lo sguardo brillasse di un'insolita luce, ma poi sorrisero dentro di loro come di un'ingenua illusione. Trascorsa la festa, il simulacro fu richiesto da suor Giuseppa Woinovich, da lungo tempo inferma, che lo tenne tutta la notte adagiato sul letto. La mattina seguente madre Teodolinda Nazari entrò, secondo la sua consuetudine, nell'infermeria e, scorgendo il simulacro, le venne spontaneo porgerlo a ciascuna ammalata perché lo baciasse. Giunse così al letto della postulante Giulia Macario di Lovere che, pur essendo già grave, aveva vissuto la novena nel desiderio di soffrire tanto per amore di Maria. Quello che seguì veniva così riportato nella cronaca del tempo: «La Macario si sforza col braccio sinistro di avvicinarsi la celeste Bambina, esce in veri trasporti di tenerezza e subito sente scorrere per tutto il corpo un fremito misterioso. Sono guarita!, esclama; e sciogliendosi dalle lenzuola, dalle fasce, getta le medicazioni, il cavalletto, si alza, cammina, prende cibo come una sana e rimane in piedi fino alle cinque pomeridiane». Ai particolari fissati con cura la cronista faceva seguire la descrizione dello stato di sofferenza in cui la Macario si trovava: «Era ammalata dal 13 luglio per contusioni alla testa e al ginocchio destro, riportate cadendo nella ricreazione. Aveva nei primi giorni versato in pericolo di vita, che poi parve superato sì da lasciare anche il letto. Ma il miglioramento fu passeggero. Le ritornarono dolori spasmodici alle parti offese: il medico Castiglioni costatò l'ingrossamento dell'osso del ginocchio per periostite, fu soprappresa da paralisi in tutto il lato destro ed era ridotta a tale estremo da richiedere due suore ogni notte a vegliarla, non potendo muoverla una sola senza cagionarle doglie acutissime. Il medico Castiglioni le prodigava con molta sollecitudine rimedi e calmanti energici, ma senza vantaggio, e aveva pronunciato con il dott. Fumagalli il giudizio di morte inevitabile per effetto di contusione cerebrale che si manifestava nella paralisi». Subito dopo la guarigione attesterà più tardi la stessa Macario divenuta con la vestizione religiosa suor Maria Bambina ripreso il simulacro, «lo strinsi tanto per la gioia che il capo si staccò dalle spalle, cosicché si dovette aggiustarlo, come ancora oggi se ne vede il segno». E suor Lorenzina Brazzoli testimonierà nel processo informativo del 1904 di essere stata «presente quando l'ammalata girava con la Bambina in braccio nell'infermeria esclamando ripetutamente: sono guarita!» (Atti del processo informativo, 1904). Con questa data, che resterà incancellabile nel suo calendario, l'istituto prese effettivamente coscienza della consegna che il Signore gli aveva fatto attraverso il dono di quel simulacro. Parve, a chi si faceva interprete dei sentimenti di quell'ora, che la sua storia fosse «arrivata all'epoca più bella», ma contemporaneamente scopriva che v'era già stato un «presagio» di essa nella vita della fondatrice. Concludeva, infatti, il racconto ricongiungendo Maria Bambina con lei: «Volgendo lo sguardo indietro pare di vedere il primo seme di questa devozione a Maria Bambina, che il Signore donava all'istituto nostro, nella devozione che la nostra ven. fondatrice Bartolomea Capitanio nutriva verso questo periodo della vita di Maria. Certamente essa non fu estranea a questa grazia, dato che l'amore e l'imitazione di Maria formavano uno dei tratti più salienti della sua vita». Già allora si ebbe la chiara percezione che «per provvidenziale disegno» Maria Bambina avesse accompagnato fin dalle origini il cammino dell'istituto: si era manifestata a un punto già inoltrato della sua storia, ma facendo capire che apparteneva ad essa da sempre. Nell'ottobre dello stesso anno 1884 Maria Bambina, rivestita a nuovo e adagiata sopra una culla tra due candelabri, ebbe la sua prima cappella in una stanza al primo piano, nella quale le suore passavano e ripassavano sostando in preghiera nell'unico banco. Nei mesi successivi guarirono in modo miracoloso per intercessione di Maria Bambina anche suor Crocifissa Mismetti e suor Giuseppa Woinovich, mentre a partire dal 16 gennaio del 1885, festa del santo Nome di Gesù, la comunità poté costatare che il volto in cera del simulacro ingiallito dal tempo, per una prodigiosa trasformazione, prendeva un colore sempre più roseo e lineamenti tanto amabili da farlo sembrare un viso di creatura viva. Del «dono di Dio che la comunità gustava» nel riserbo della sua cappella si sparse presto la voce, così che la superiora generale si vide in breve costretta a permetterne l'accesso anche ai numerosi fedeli che vi accorrevano. Rivelandosi poi il luogo troppo ristretto, adattò a cappella un'altra stanza più ampia dove Maria Bambina fu processionalmente trasportata il 2 giugno dello stesso anno 1885. Con il primo afflusso di devoti ebbe inizio anche la catena di grazie che raggiunse persone in molteplici situazioni e in luoghi mai immaginati. «Quasi non passa giorno informava madre Nazari in cui qualche graziato non venga a deporre innanzi alla sua culla il tributo della propria riconoscenza, di modo che la modesta cappella si è ormai tramutata in un vero santuario» (L. C. madri generali, 1,131). Chi puntualmente stendeva i diari di questi eventi vi scopriva chiari segni che fosse giunto il momento in cui «l'amabile culto della Vergine in fasce dovesse non più limitarsi entro i confini dell'istituto, scelto a depositano del dono di Dio, ma estendersi e propagarsi sopra la terra» (Sorrisi e vagiti, novembre 1896). Si profilava con questa consapevolezza un nuovo aspetto della missione dell'istituto.

 

Consensi e irreligiosità

La città di Milano rimase, dunque, tutt'altro che estranea a quanto accadeva in via santa Sofia. In fondo non si trattava neppure per essa di una novità assoluta: aveva semplicemente visto riaccendersi nel suo seno con una fiamma più vivida quella devozione che da secoli le apparteneva. Sembra, infatti, che la prima espressione di culto al mistero della natività di Maria in Milano risalga al secolo XI e all'iniziativa di un ricco milanese, Folco, che nel 1007 aveva fatto erigere a questo scopo la chiesa di santa Maria Fulcorina. Qui ogni anno invitava il clero metropolitano a celebrare solennemente la festa dell'8 settembre. Questa forma di culto, a carattere ancora privato, si estese a tutta la città dopo l'elezione del papa Innocenzo IV. Nel concilio di Lione, infatti, egli aveva reso solenne e ufficiale in tutta la Chiesa la festa della Natività, per adempiere un voto fatto alla Vergine dai cardinali ostacolati in conclave dalle ingerenze dell'imperatore Federico II. Tornando poi dal suo luogo di esilio nel 1251, il pontefice sostò a Milano dove, in ringraziamento per la protezione della Vergine, celebrò solennemente la festa dell'8 settembre. In quella circostanza concedeva in perpetuo un'indulgenza a chi, il giorno della Natività, avesse visitato la chiesa metropolitana. Contribuirono poi a rendere ancora più popolare questo culto Azzone Visconti, che nel 1336 introdusse tra i cittadini il rito delle offerte da raccogliersi l'8 settembre, e Galeazzo Visconti, che nel 1387 decise di devolverle in favore dell'erigendo tempio da dedicarsi a Maria nascente. Rievocando quell'evento, un articolo apparso su L'Italia l'8 settembre del 1942 riportava questi particolari: «La mattina seguente si apre prestissimo la chiesa di Santa Maria Maggiore, ed ecco le donne accorrere in folla a deporre sull'altare i loro gioielli; i nobili e i ricchi a coprire le tavole, ivi preparate, di mucchi d'oro, i meno abbienti a sottoscriversi per somme mensili. Anche gli architetti, gli ingegneri, gli scultori gareggiano nel farsi iscrivere per prestare l'opera loro gratuitamente. Altri offrono calce, sabbia, legnami, carriole, cavalli. I proprietari si obbligano a mandare parte dei loro inservienti in qualità di operai a lavorare; gli alpigiani stessi accorrono volenterosi a Baveno per tagliare i grossi massi di marmo e trascinarli fino alla riva del lago. Il loro esempio è imitato dalle città minori, dalle borgate e da tutti i paesi». Questa commossa partecipazione popolare resta a ulteriore conferma di quanto i milanesi sentissero la devozione all'infanzia di Maria. Riguardo poi alla raffigurazione del mistero si trova un interessante accenno nel De pictura sacra del cardinale e arcivescovo di Milano, Federico Borromeo (15641631): «Noi pensiamo che si possa dipingere una bambina ravvolta nei suoi panni, adagiata in mezzo a una grande luce e attorno Angeli Maggiori e Minori». Un'immagine simile a quella pensata dal cardinale proveniva, un secolo dopo, dal convento di Todi, e iniziava, come s'è visto, la sua storia nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, ridestando una devozione già cara alla società milanese. Questo sguardo retrospettivo può dare una ragione anche storica della pietà di tanti cattolici milanesi che guardarono con fede ai fatti del 1884; si spiega così anche la straordinaria affluenza verso un santuario nato a differenza di molti altri, isolati sulle alture o nelle campagne nel cuore di una grande città. Ma il movimento creatosi in via santa Sofia attirò ben presto anche l'attenzione della stampa laica che sollevò intorno ad esso una irriverente polemica. In un tempo, in cui era ancora aperto il dissidio tra lo Stato italiano e la Chiesa, era bastata questa pubblica manifestazione di religiosità per riaccendere la tensione, molto viva anche a Milano, tra cattolici e liberali. I quotidiani della fine giugno del 1885 diedero ampio spazio a questo fenomeno religioso sfruttandolo evidentemente a scopo politico. Un cronista del Corriere della sera concludeva la sua minuta descrizione della cappella, in cui era entrato astutamente, facendo notare che «il luogo, dove l'immagine stava esposta in talune ore al pubblico, non era una chiesa consacrata al culto»; che «perciò l'autorità civile aveva pieno diritto di vedere se le conveniva permettere l'esposizione e le pratiche superstiziose che ne erano la conseguenza e che, da quanto si poteva supporre, non erano neppure approvate dall'autorità ecclesiastica della diocesi milanese». Anche La Lombardia, con la pubblicazione di due articoli: «Cose dell'altro mondo» e «I misteri dei conventi», intendeva praticamente chiedere «un'opportuna sorveglianza sui monasteri». il pungolo, L'Italia, Il secolo, con piùo meno ironia, presentarono i fatti come «una truffa organizzata», o «una seria e perico losa concorrenza ai discepoli di Esculapio», o un nuovo esempio di superstizione». Infine Il caffè invitò i reporters dei vari giornali ad abbandonare una così futile polemica per volgere la loro attenzione là dove «i clericali facevano un baccano ben più poderoso»". Intervenendo per la difesa, L'Osservatore Cattolico rispose puntualmente al Corriere della sera, senza lasciare di opporre battuta alla battuta, con una serie di articoli i cui titoli: «Maria Santissima, Leone XIII e il Corriere della sera» (2627 giugno), «Gloria alla Santa Bambina» (2728 giugno), «La Madonna» (30 giugno) già rivelano il proposito di sostenere l'autenticità del culto di fronte all'opposizione laica. Dopo aver ricordato l'antica origine del simulacro e la sua precedente storia di devozione, L'Osservatore Cattolico scriveva: «Le suore della carità non si sono date a novità e molto meno alla superstizione; seguono rigidamente le tradizioni della Chiesa, e la loro pietà non è solo conforme a verità, ma è anche frutto del buon senso. Poiché le immagini furono venerate sempre per quella realtà che rappresentano, e non è da meravigliarsi che Iddio largheggi delle sue misericordie come e dove vuole. Il buon senso poi è in ciò che, ammesso il soprannaturale, va da sé che non può l'uomo impedirne o negarne le manifestazioni; Iddio, che ha creato il cielo e la terra, che tutto conserva dal filo d'erba all'uomo, non potrà guarire una buona suora, che lo prega di tutto cuore e invoca la intercessione di Maria a Dio sì cara? Quale superstizione vi ha in tutto questo? Del resto le suore della carità, come tutti i cattolici, non giudicano se un tale o un tale altro beneficio ricevuto sia un miracolo; esse costatano con gratitudine il fatto eccezionale e lasciano alla Chiesa il pronunciarsi» (Osservatore Cattolico, 30 giugno 1885). Mons. Angelo Bersani, coadiutore di mons. Gelmini, vescovo di Lodi, venuto in quel tempo a visitare Maria Bambina, vista la devozione dei fedeli, incoraggiò la superiora generale a «non angustiarsi eccessivamente e a non cercare nemmeno di difendersi poiché la lotta sarebbe cessata e si sarebbero avute prove evidentissime della protezione della Vergine». Alla polemica dei giornali si aggiunse un tentativo di furto, essendosi sparsa la falsa notizia che Maria Bambina giaceva in una culla di oro massiccio e adorna di gioielli molto preziosi; ma fu presto sventato dalla polizia stessa che avverti le suore e provvide alla sicurezza della casa durante la notte.

 

Approvazioni ecclesiastiche

A questo punto viene da chiedersi quale fosse, di fronte ai fatti di via santa Sofia, la posizione delle autorità ecclesiastiche. Vescovi, insigni prelati visitarono il santuario cogliendovi una presenza non ordinaria di grazia. Le loro soste in preghiera davanti a Maria Bambina, che talvolta si concludevano con la concessione di indulgenze, potevano già considerarsi una prima forma di consenso. Pochi mesi dopo la prodigiosa manifestazione del simulacro, nel dicembre del 1884, l'arcivescovo di Milano, Luigi Nazari di Calabiana, trovandosi già nella casa generalizia per benedire le missionarie in partenza per il Bengala, accordava l'indulgenza di quaranta giorni a chi avesse recitato tre Ave Maria davanti alla Santa Bambina. Vi ritornava in seguito per pregare e raccomandare di pregare per la Chiesa e la diocesi in tempi tanto segnati da irreligiosità e corruzione. Anche il patriarca di Venezia, Domenico Agostini, protettore dell'istituto, sostò ripetutamente davanti al simulacro nei primi mesi del 1885; nello stesso periodo apponeva l'indulgenza di cento giorni alla preghiera «Dolce Bambina Maria...». Lo stesso pontefice, Leone XIII, cui fin dal maggio del 1885 era stata mandata una relazione intorno al simulacro, concedeva l'indulgenza di trecento giorni alle suore che avessero recitato le preghiere della novena in onore di Maria Bambina e l'indulgenza plenaria da lucrarsi nella festa o nell'anniversario del primo miracolo. In questa circostanza madre Nazari scriveva alle comunità: «A renderci ognor più pregevole e cara questa devozione, non poco contribuisce l'averci il Santo Padre accordate le indulgenze [...]e la benevolenza con cui si degnò accettare la fotografia e la medaglia d'oro rappresentante la divina pargoletta, interessandosi insieme sull'origine e i particolari del prodigioso simulacro» (L.C. madri generali, 1,132). Le visite di insigni prelati continuarono anche dopo la reazione della stampa laica. Tra loro mons. Antonio Polin, vescovo di Adria e Rovigo, fu ben lieto di essere il primo a celebrare la Messa nella cappella, il 5 febbraio 1886. Maria Bambina sembrò acconsentire a questa nuova dimostrazione di culto ridonando, nello stesso giorno, la salute a una giovane monzese, Ernesta Colombo, gravemente malata di spinite. Nel marzo successivo l'arcivescovo di Milano concedeva il permesso di celebrare tutti i sabati del mese. La cronista, annotando la nuova concessione, commentava che quello fu per l'istituto «giorno di grazia specialissima». Ma già l'8 agosto del 1886 la madre otteneva dal provicario mons. Ceserani di poter far celebrare secondo le necessità. A questo tacito e ampio consenso seguì nel 1887 un modo di procedere più cauto da parte delle autorità ecclesiastiche milanesi. Si registrava in quell'anno uno straordinario afflusso di devoti. Nel mese di maggio la frequenza era aumentata al punto da impensierire la superiora generale la quale, temendo che l'autorità civile prendesse da ciò pretesto per venire a qualche severo provvedimento, ordinò che nei giorni festivi non si ammettessero persone estranee nella cappella. Perplesso si mostrò anche l'arcivescovo che riteneva un pericolo per la disciplina religiosa quel concorso di gente di ogni condizione in un santuario situato nell'interno della casa. Chiedeva, anzi, consiglio sul da farsi al patriarca di Venezia, protettore dell'istituto. Non si conosce il suggerimento del card. Agostini, ma le preoccupazioni dell'arcivescovo riapparvero, più tardi, nella risposta data dal vicario generale mons. Angelo Mantegazza alla madre che gli aveva chiesto il permesso di trasportare il simulacro in una cappella più proporzionata allo sviluppo che il culto andava assumendo. Il trasporto veniva accordato ma a condizione che nella nuova cappella si venerasse la Santa Bambina con culto privato e limitato alla comunità religiosa, che fosse sospeso per il momento l'accesso al pubblico (si permetteva però di ricevere alla portineria oggetti da far toccare alla Santa Bambina, di distribuire immagini, medaglie ecc), che vi si celebrasse una sola Messa al giorno, che il sacerdote entrasse senza accompagnamento (cflettera 2 settembre 1888). Queste misure risultarono restrittive rispetto all'ampio consenso con cui precedentemente si seguiva la manifestazione del culto, ma non segnarono di fatto alcun regresso dell'ondata devozionale negli anni che seguirono. Probabilmente non fu possibile attenersi ad esse a lungo. A distanza madre Angela Ghezzi, però, sentì il bisogno di una parola più precisa circa il riconoscimento di questa devozione. Nel 1904 si rivolgeva infatti all'arcivescovo Andrea C. Ferrari pregandolo di voler «sanzionare con un atto canonico la verità, l'antichità e l'estensione del culto reso all'effigie di Maria Bambina venerata presso la casa madre della Congregazione». L'arcivescovo costituì una piccola commissione nominando giudice delegato mons. Antonio Quaglia, canonico onorario della metropolitana, e suoi coadiutori il promotore fiscale e il cancelliere della curia nelle loro rispettive qualità; mentre madre Ghezzi incaricava don Riccardo De Micheli a rappresentare l'istituto. Il processo informativo si svolse in due sedute, il 28 e il 30 maggio. La commissione diede inizio ai lavori con l'esame del simulacro, di cui fu messa a verbale questa descrizione: «Simulacrum est de cera confectum, longitudinis 52 centesimae metri partis, latitudinis 15 centesimae metri partis. Caput et humeri sunt ex cera, reliquum autem ex alia materia. Inter caput et humeros notatur signum, quo apparet aliquando caput a reliqua parte separatum, eidem fuisse coniunctum; totum veste serica involutum ac splendide exornatum; oculi simulacrifulgentes; os autem subridens; refert imaginem puellae infantis in pulvinari jacentis». Seguì lo studio degli altri sei capitoli in cui era stata precedentemente articolata la materia: provenienza del simulacro, privilegi concessi dal pontefice e dai vescovi, sviluppo della devozione nell'istituto, ammissione di esterni nella cappella, incremento del culto presso i fedeli, grazie concesse negli anni 18841885. Per quest'ultima parte del processo furono chiamate a deporre alcune suore, testimoni delle guarigioni miracolose di Giulia Macario, di suor Crocifissa Mismetti e di suor Giuseppa Woinovich. C'era tra loro, a dichiarare la propria guarigione, la stessa suor Maria Bambina Macario (Giulia) la quale alla distanza di vent'anni riconfermava di «non aver patito più nulla affatto per quella caduta». Il promotore fiscale non ebbe nulla da opporre all'esposizione dei vari argomenti. Dai verbali risulta soltanto l'appunto che l'istituto non si era fatto rilasciare alcuna dichiarazione dai medici per comprovare il miracolo. Madre Nazari non l'aveva ritenuto necessario: soleva infatti dire che «la Madonna Bambina non aveva bisogno di essere canonizzata». Quasi a suggello di questo atto, che assommava in sé i precedenti parziali riconoscimenti, si compiva, il 31 maggio, la cerimonia dell'incoronazione del simulacro, già permessa dal papa Pio X con autografo li dicembre 1903. Sebbene la devozione a Maria Bambina facesse già parte della pietà popolare milanese, i fatti del 1884 e la loro favorevole accoglienza da parte delle autorità ecclesiastiche costituirono un notevole potenziale per il suo risveglio e sviluppo. Come depositano del prezioso simulacro, l'istituto delle Suore di carità, che da quel punto cominciarono a essere chiamate Suore di Maria Bambina, si trovò inaspettatamente con il ruolo di promotore del suo culto. Il senso di tale nuova responsabilità emerge chiaramente dalle memorie del 1886: «Dappertutto questa cara devozione si diffonde per mezzo delle suore e sotto questo aspetto pare che l'istituto, con la grazia del Signore, corrisponda al fine che forse Egli pretese concedendogli questo Tesoro». Di questo compito si sentirono investite, oltre la casa madre dell'istituto, anche le singole comunità che divennero come i «focolari della devozione a Maria Bambina». Si legge nei diari del 1886 che la sua effigie, posta in venerazione nei rispettivi oratori, operava grazie a Venezia, Thiene, Rovigo, Rovereto, Calcio, Bergamo, Sovere, Soresina... L'istituto continuerà ad alimentare con varie iniziative: libretti devozionali, periodico, Lega degli Innocenti, Arciconfraternita, la dimensione popolare del culto a Maria Bambina. Non è possibile qui seguirne gli sviluppi, poiché essa costituisce soltanto di riflesso l'oggetto di questa ricerca. Ci sarebbe tuttavia materiale per costruire un interessante e inesauribile capitolo, in cui a scrivere sarebbero spesso gli stessi devoti e beneficati.

 

III.

MARIA BAMBINA NELLA SPIRITUALITA' E NELLA MISSIONE DELL'ISTITUTO

Una nuova chiamata

Dall'anno 1884 prendeva avvio, con il risveglio popolare della devozione a Maria Bambina, anche il processo di assimilazione di essa all'interno dell'istituto. Ovviamente i due sensi direzionali presentano molte coincidenze lungo il loro percorso, ma anche accenti e ritmi di sviluppo propri. Se il 1842 segnava l'ingresso di Maria Bambina nell'istituto, il 1884 decideva il significato che la nuova devozione doveva avere nella sua vita. La manifestazione prodigiosa della Santa Bambina era avvenuta nei primi anni di governo di madre Teodolinda Nazari (18821888). Nell'avvenimento, di cui era stata molto da vicino spettatrice, ella lesse subito «un segno specialissimo dell'amore di Dio per l'istituto» e una rivelazione particolare della maternità e tenerezza di Maria verso di esso (cf L. C. madri generali, 1,127). Tra le iniziative messe in atto da lei per provvedere alle esigenze più immediate del nuovo culto, una fu riservata interamente alla comunità religiosa, che volle affidare a Maria Bambina attraverso una funzione simbolica. Il 27 ottobre 1885 le suore della casa generalizia, raccolte in preghiera davanti al simulacro, presenti anche mons. Bonomelli, vescovo di Cremona, e mons. Mascaretti, vescovo di Zama, offrirono a Maria tre chiavi d'argento (la chiave dei cuori, quella delle grazie e quella del Paradiso) unite con un anello d'oro e deposte sopra un bacile pure d'argento, sul quale era stata collocata anche una piccola pergamena. Era il primo riconoscimento della sovranità di Maria Bambina sull'istituto, il primo atto di affidamento a lei. Madre Bosio, che pure aveva ricevuto il simulacro al Ciceri e l'aveva poi portato con sé nella nuova sede generalizia, non ne aveva mai fatto cenno nelle sue lettere circolari. Probabilmente, prima della sua manifestazione, Maria Bambina era oggetto di venerazione soltanto nel breve arco di tempo che racchiudeva la sua festa e all'interno di una comunità, quella del Ciceri prima, e quella di via santa Sofia poi. La sua devozione non era ancora sentita in rapporto alla spiritualità dell'istituto. Rivelandosi miracolosa, Maria Bambina aveva voluto in un certo senso «rifarsi di quella specie di oblio in cui era lasciata» e quasi forzare le porte per avere pieno ingresso nell'istituto (cflettera il maggio 1885 di suor Costanza Gorno). Madre Nazari ebbe il merito di aver colto negli avvenimenti una chiamata: quanto era accaduto le aveva fatto capire che «il Signore si era scelto l'istituto per promuovere le glorie dell'infanzia di Maria»; le sembrava che proprio per questo la Santa Bambina si fosse manifestata nella casa madre. La sua devozione doveva perciò superare lo spazio ristretto di una comunità per diventare prerogativa della missione stessa dell'istituto. «Tramutando la sua culla in fontana di grazie, da cui nessuno partiva a mani vuote», Maria Bambina gli aveva aperto un'altra via per farlo dispensatore della carità e liberalità di Dio; si era, per così dire, appropriata la sua missione specifica potenziandola dal di dentro (L. C. madri generali, 1,128). La madre cercò, attraverso il suo magistero, di rendere consapevoli le suore del nuovo duplice impegno che da quel punto si sarebbero dovute assumere: «ricopiare» le virtù di Maria e «propagarne la devozione» (ib 1,127). Madre Nazari intuì pure che le virtù dell'infanzia di Maria non si sovrapponevano alla spiritualità propria dell'istituto, ma vi si collocavano molto bene, essendo «virtù necessarie alla suora di carità»: «purezza, umile abbandono all'obbedienza», docilità, dolcezza, semplicità (ib I,127;128). «Si direbbe pregava la madre rivolgendosi direttamente a Maria Bambina che sentivi come il bisogno di far conoscere i meriti radunati nell'immacolata tua infanzia, che ardevi di brama di farcene parte» (L. C., medita, 28 aprile 1885). Orientava in questo modo l'istituto a «entrare nello spirito della vera devozione a Maria Bambina», senza evadere dagli ambiti della sua specifica spiritualità (L. C. madrigenerali, 1,132). Inoltre anche madre Nazari, come chi in quegli anni stendeva i diari, si ricordò della venerazione che la fondatrice aveva per il mistero della natività; ebbe, anzi, la percezione che essa non fosse estranea a questo ripresentarsi della Santa Bambina nel suo istituto. Vedeva pure una «mirabile coincidenza» nel fatto che i processi per la canonizzazione della Capitanio fossero stati ripresi, dopo lunga interruzione, proprio nell'anno in cui si moltiplicavano i segni della protezione di Maria Bambina sull'istituto. «Parrebbe quasi scriveva costatando il rapido progredire della causa esservi lassù in Cielo una nobile gara tra la Vergine Santissima e la Capitanio: quella nel far avanzare i processi della nostra fondatrice e questa nel risvegliare tra noi la devozione a Maria Bambina» (cfL. C., medita, 4 luglio 1885; L. C. madri generali, 1,131132). Madre Nazari la sentiva già compartecipe della vita dell'istituto; le sembrava che vi fosse entrata come segno di comunione in un momento in cui si voleva decidere la forma di osservanza (l'istituto non aveva ancora regola propria) e rivedere la posizione giuridica delle comunità, che per la loro stretta dipendenza dagli Ordinari correvano il rischio di minore adesione al centro. A questi problemi alludeva scrivendo: «Ci è caro supporre che Maria abbia voluto qui manifestarsi [...] per incoraggiarci a progredire nell'osservanza regolare e nella santa armonia» e «per stringere più fortemente i vincoli che devono legare tutte le case al centro» (L. C. madri generali, I,128129;138). Alla fine del 1886 la maggior parte delle suore aveva fatto «la dolce esperienza» di passare alcuni momenti davanti alla cara effigie. Madre Nazari moriva nel gennaio 1888 senza poter vedere ultimata la cappella che aveva fatto allestire (la terza in quattro anni) per dare a Maria Bambina un luogo di culto adeguato agli sviluppi della devozione che suscitava. La gioia di trasportarvi il simulacro era riservata a madre Clementina Lachmann che le succedeva pochi mesi dopo. La cerimonia si compì l'8 settembre di quello stesso anno, presieduta da mons. Angelo Mantegazza, vicario generale della diocesi, presenti, oltre le suore e le novizie, numerosi sacerdoti. La nuova cappella aveva una sua particolarità, messa subito in evidenza nella descrizione che ne faceva il periodico Sorrisi e vagiti di Maria SS. Bambina del novembre di quell'anno: pur essendo un vero santuario, era stata «gelosamente voluta all'interno dell'istituto» come le precedenti, improvvisate in una stanza. Quell'interno si apriva però ogni giorno, dalle nove alle sedici, alla folla che continuava ad accorrere anche da luoghi assai remoti. Il senso di quella ubicazione, che all'arcivescovo di Milano pareva troppo interna alla comunità religiosa e quindi non opportuna al suo stile ritirato di vita, se alla cappella si dovevano ammettere anche esterni, verrà così chiarito da un sacerdote: «Il mondo è pieno di santuari di Maria, ma nessuno è uguale a questo. E' una cappella interna, tra i corridoi e le abitazioni della casa generalizia; pare che cerchi il cuore di una suora della carità per nascondervisi dentro. Ma le sue mura si allargano a tutto il mondo dove la carità e la verginità delle figlie della Capitanio hanno elevato l'immagine di questo simulacro di Maria Bambina al più bell'ideale di vita». Per l'istituto quell'interno aveva dunque molto significato: poteva esprimere consapevolezza di essere divenuto con un nuovo titolo oggetto e strumento di grazia, oppure ricordare la dinamica della sua missione che deve partire sempre da un cuore. Non si trattava soltanto, come forse si credeva tra il 1842 e il 1884, di possedere un simulacro venuto dal di fuori della sua storia, ma di scoprire che 'Maria Bambina' era un fatto interiore, da sempre anche se non sempre palesemente presente nel suo spirito. Per questo quel santuario «diverso» era radicato nel cuore dell'istituto e nel cuore di una grande città. Madre Lachmann ebbe poi la consolazione di vedere largamente ricompensati la generosità e l'amore con cui madre Nazari aveva ideato quella cappella, poiché la Santa Bambina, appena insediata sul suo nuovo trono, cominciò a «largheggiare in grazie segnalatissime», dentro e fuori l'istituto (Sorrisi e vagiti, dicembre 1897). Dello zelo, che a sua volta ella pose nell'istillare la devozione a Maria Bambina, rimane questa significativa testimonianza: «Metteva l'effigie di Maria SS. Bambina quale pietra fondamentale in ogni casa dove inviava le sue figlie. Dava loro Maria Bambina per compagna e maestra, per conforto e aiuto e nulla raccomandava maggiormente che di amarla e farla amare» (ib settembre 1897).

 

Maria Bambina, «fonte delle grazie»

Entrata nella vita e nella missione dell'istituto con un già chiaro orientamento, la devozione a Maria Bambina si mantiene viva e si corrobora attraverso gli avvenimenti che scandiscono, con intervalli più o meno lunghi, il decorso degli anni: ricorrenze giubilari, cerimonie, visite illustri, nuovi riconoscimenti. Tra questi momenti salienti si pone la cerimonia dell'incoronazione che, nel 1904, riuniva nuovamente la comunità della casa generalizia attorno a Maria Bambina. La madre ne aveva fatto domanda a Pio X, il 4 dicembre del 1903, offrendo insieme un simulacro come «segno di felicissimo auspicio» all'aprirsi dell'anno giubilare della definizione dogmatica dell'Immacolata Concezione. Il Papa aveva risposto che era «ben contento di soddisfare quel desiderio», tanto più che lo sapeva suffragato dal voto dell'eminentissimo cardinale arcivescovo. Il «senso e lo spirito» della cerimonia veniva spiegato da don Luigi Talamoni nel libretto Incoronazione di Maria Santissima Bambina pubblicato come supplemento al periodico Sorrisi e vagiti di Maria SS. Bambina del mese di maggio del 1904. A chi fosse sembrato «intempestivo quell'omaggio a Maria ancora bambina» l'autore spiegava che «Ella fu sin dal primo istante della sua esistenza piena di grazia, albergo del Signore, debellatrice di Satana, perché fin da allora preparata ad essere la madre di Dio»: era quindi già meritevole di corona. Oltre che riconoscimento della grandezza di Maria, la corona voleva anche essere espressione della gratitudine dell'istituto per le tante grazie che ella operava nel suo santuario. Negli anni in cui il Papa prendeva a programma del suo pontificato il motto paolino: «Instaurare omnia in Christo», il fervore spirituale creatosi attorno alla culla di Maria Bambina sembrava all'autore del libretto un segno che questa speranza già si compisse per Maria: proprio per lei Cristo poteva essere «restaurato negli stati, nei governi, nelle famiglie, nelle scuole, nelle officine, dappertutto» (cf p 29). Cinque anni dopo, nel 1909, con un'altra celebrazione solenne si commemorava il 25° anniversario del miracolo che aveva segnato l'inizio del culto pubblico a Maria Bambina nel suo prodigioso simulacro. Per la circostanza madre Ghezzi otteneva dal Papa, come nuova «prova della sua benevolenza verso la Congregazione», l'indulgenza plenaria lucrabile l'8 settembre in tutte le cappelle dell'istituto. La festa era stata spiritualmente preparata con una novena di settimane. Negli anni che seguirono sono da segnalare come atti o momenti significativi l'introduzione, per desiderio dello stesso card. Ildefonso Schuster, del rito ambrosiano nel santuario nel 1931, la ricorrenza del 500 anniversario del primo miracolo nel 1934 e la celebrazione della Messa giubilare della Redenzione all'altare di Maria Bambina nel 1935. In quest'ultima circostanza la cappella era stata inclusa tra i settantadue santuari mariani dell'archidiocesi, in ciascuno dei quali, a turno, si sarebbe celebrato il santo Sacrificio per invocare la pace dei popoli. L'iniziativa del card. Schuster ripeteva quanto in quei medesimi giorni si faceva nella basilica della Madonna a Lourdes, come conclusione dell'anno santo. Il cardinale fissò la Messa giubilare davanti a Maria Bambina il 26 aprile alle ore 14. Dicono le cronache che una fiumana di persone si riversò nella cappella e molti dovettero accontentarsi di rimanere lungo la scala di accesso e nel cortile, e vi stettero assorti in profonda preghiera. A ricordo dell'avvenimento fu incisa su marmo un'iscrizione dettata dallo stesso cardinale, posta poi all'ingresso del santuario. Queste soste particolarmente solenni davanti al simulacro di Maria Bambina, come pure gli annuali appuntamenti dell'8 settembre, sempre molto partecipati, tenevano vivo nell'istituto il senso di gratitudine per la predilezione di cui si sentiva oggetto come depositano del prezioso simulacro. Madre Ghezzi esortava, infatti, le suore a «intendere» bene questo favore e a «corrispondervi» (L. C. madri generali, 1,228). «Intenderlo» voleva dire circondarlo di umiltà, perché una «vana compiacenza» non avesse a «disseccare quella fonte di benedizioni», che era solo «misericordia di Dio e della sua Santissima Madre». In questi anni, in cui il periodico continuava a pubblicare testimonianze di guarigioni miracolose, di conversioni, di abiure, di favori spirituali, si imponeva l'immagine di Maria Bambina «fonte delle grazie», «piccola Taumaturga», soccorritrice di ogni afflizione («vagiti»), dispensatrice di «sorrisi». Analogamente all'interno dell'istituto le si riconosceva il titolo di «protettrice» (ib 1,173), «madre e superiora» (ib 1,166; 231), «celeste Sovrana» (ib 11,32), «nostro Tesoro» (ib 11,120). Del suo santuario stesso in cui non si sapeva «se ammirare la preziosità della materia o la squisita finezza del lavoro» si diceva che era una piccola reggia. Tributarle onori era, quindi, la forma di devozione più immediata e prevalente in quegli anni. Non mancava però il richiamo a rendere a Maria soprattutto «gli omaggi sinceri dei cuori rispecchianti le sue virtù»; esso s'imponeva quasi come avvertenza per non far scadere la devozione a pura esteriorità. Madre Ghezzi indicava appunto come il miglior modo di «corrispondere» al favore di Maria l'imitazione delle virtù di cui «dava esempio fin dalle fasce»: umiltà e semplicità, farsi piccole ai propri occhi e cercare semplicemente Dio (cf L. C. madri generali, 1,228). Dentro la cornice delle cerimonie e degli onori da rendere a Maria Bambina veniva quindi, se pur a piccoli tratti, identificata anche la specificità dello spirito di infanzia. Il vero e proprio compito di approfondire il senso di questa devozione era demandato ai vescovi e ai sacerdoti che celebravano le sacre funzioni. Il mistero di Maria veniva in queste occasioni bene illuminato e proposto come fonte di deduzioni spirituali. Le omelie venivano in parte diffuse per mezzo del periodico; ma mancava una vera appropriazione di quella parola attraverso il magistero delle madri.

 

Maria Bambina e l'infanzia bisognosa

Più che a livello di riflessione, la devozione a Maria Bambina impegnava le suore sul piano operativo; si esprimeva, cioè, in azione apostolica, dentro le vie già tracciate dalla missione dell'istituto. Per incrementare questo culto nel popolo si promossero diverse iniziative: furono successivamente stampati alcuni libretti devozionali che illustravano il culto della Santa Bambina e narravano le vicende del suo simulacro; a Brescia, nel maggio del 1893, era uscito con il suo primo numero il periodico Sorrisi e vagiti di Maria SS. Bambina, la cui fondazione era stata incoraggiata dall'avvocato Giuseppe Tovini (1841 1897); il 27 luglio 1897 veniva costituita la Santa lega degli innocenti, alla quale potevano essere iscritti i bambini dalla nascita ai sette anni e il 17 febbraio 1898 veniva eretta in arciconfraternita, da Leone XIII, la Pia associazione di Maria Bambina sorta fin dal 1889 presso l'istituto di Brescia. Stampa e pie unioni erano poi volte a conseguire il duplice scopo di diffondere una devozione e di sostenere le iniziative in favore delle bambine orfane e abbandonate. Queste intenzioni, che rientravano bene nella missione dell'istituto, apparvero, nella dedica del periodico, come ispirate dall'enciclica emanata da Leone XIII per il suo giubileo episcopale, nella quale egli raccomandava la diffusione della stampa cattolica e l'apertura di case di assistenza per la gioventù pericolante. Esistevano nella società di allora motivi di afflizione (era appunto questo il senso dei «vagiti»), di cui Maria Bambina non poteva non farsi carico. Sebbene ella concedesse i suoi favori a tutti, venivano in modo particolare trasferite su di lei, in quanto bambina, le preoccupazioni per l'infanzia abbandonata e «l'innocenza pericolante». Gli stessi iscritti alle associazioni dovevano occuparsi di questo problema. Gli statuti fissavano, infatti, tra gli scopi dell'arciconfraternita quello di «adoperarsi in vantaggio delle fanciulle abbandonate o pericolanti con quei mezzi che permetteva la condizione di ciascuno» (statuti, scopo III), compito che veniva così spiegato nelle regole: «vigilare con zelo cristiano le fanciulle che si sapessero mal custodite: esortarle alla chiesa, alle pratiche di pietà, condurle alla dottrina cristiana e insegnarla loro, premunirle contro i pericoli e le insidie del mondo, cooperare a vantaggio degli istituti religiosi che si occupano di questa sublime carità» (statuti, regola V). Dal periodico venivano lanciati appelli ai genitori perché «salvassero l'infanzia da pedagogie senza nome di Dio», ai giovani perché «proprio per loro Maria si era manifestata sotto quella forma», al popolo perché con questa devozione ravvivasse la fede insidiata dalla «nebbia di tanti errori». «E' una devozione tutta propria per i nostri tempi» si scrisse nel libretto Miracolosa effigie ; abbiamo bisogno di rifare le fondamenta, di studiare nelle opere di Dio la vera vita, la vera potenza, di conoscere la bellezza del nascondimento, l'umiltà in tempi di tanta appariscenza vana». Come iniziativa concreta, a cui cooperavano gli iscritti alle confraternite e i sostenitori del periodico, era stato fondato a Brescia, fin dal 1889, l'istituto «Santa Maria Bambina», che accoglieva bambine orfane e abbandonate. La corrente di simpatia popolare, suscitata attorno a Maria Bambina con scopo di culto e di carità, si era così incrociata con la missione stessa dell'istituto. Ne era nata una forma di coinvolgimento dei laici molto aderente all'ora storica. Con il progresso degli anni le manifestazioni della devozione a Maria Bambina entravano gradualmente nella normalità di una pratica religiosa. Dell'aspetto popolare del culto continuava a occuparsi in modo specifico il centro di Brescia soprattutto attraverso il periodico, nelle cui pagine, però, le testimonianze di grazie sensazionali cedevano sempre più il posto a relazioni di nuovi insediamenti di Maria Bambina nelle parrocchie. Quest'approdo fu un altro tratto caratteristico della sua devozione. I parroci avevano intuito che il simulacro, richiesto all'inizio soprattutto dagli istituti religiosi o di educazione, poteva essere ispiratore di una pietà più popolare che coinvolgesse l'intera famiglia. Anche all'interno dell'istituto Maria Bambina era ormai una presenza quotidiana, acquisita, quasi scontata, per cui non era necessario parlarne con l'enfasi di un tempo. La consuetudine con lei si faceva sempre più sguardo interiore, intesa, cammino insieme. Inoltre, negli anni di governo di madre Vittoria Starmusch (19191931) e di madre Antonietta Sterni (19311937) erano di interesse più immediato i processi della Capitanio e della Gerosa, giunti a buon punto. La «gara» che madre Nazari aveva immaginato «lassù in cielo» si compiva il 30 maggio 1926 con la beatificazione di Bartolomea. Una breve nota di cronaca, riportata dal periodico, rompe a questo punto l'apparente silenzio di quegli anni attorno a Maria Bambina rivelando che l'antico fervore persisteva sia nell'istituto, sia nei devoti. La circostanza ricongiungeva tutti in un appuntamento spirituale con Maria Bambina e con la Capitanio invocata come sua «grande apostola». Si ebbe in quell'incontro la percezione che la santità di Bartolomea rifulgesse come la gemma più preziosa sulla corona della piccola Regina.

 

Un altro tratto di storia

Nel 1942 si compivano cento anni da quando Maria Bambina aveva fatto il suo ingresso nella comunità del Ciceri sotto le sembianze di un fragile simulacro. Per solennizzare la ricorrenza, madre Angiolina Reali aveva fissato il 21 novembre, centodecimo anniversario della fondazione dell'istituto. La coincidenza delle due celebrazioni le sembrava particolarmente significativa di quell'alleanza che si era stabilita e ormai consolidata tra Maria Bambina e l'istituto (cf L. C., medita, 12 ottobre 1942). Le vicende della guerra in atto la costrinsero poi a ridurre alquanto i suoi progetti. Lo confidava con rincrescimento alle comunità in una lettera che portava la data del giorno fissato per la festa: «La celebrazione doveva avere un carattere di grande solennità [...]. Si svolse invece semplicemente» (L. C. madri generali, 1,226): un mese prima, il 24 ottobre, una violenta incursione aerea aveva gettato nello sgomento tutta Milano. Anche la casa generalizia era stata colpita qua e là da spezzoni incendiari. La festa fu, quindi, celebrata soltanto spiritualmente e la preghiera, che doveva essere soprattutto di lode e di devozione, divenne un'accorata invocazione di pace sul mondo. Lo stesso sommo pontefice Pio XII, mandando la sua benedizione per la circostanza, attraverso il segretario di stato card. Luigi Maglione, aveva invitato le suore a «valersi di quel solenne domestico avvenimento» per implorare la cessazione di tanti mali (13 novembre 1942). Il senso della festa fu, tuttavia, sottolineato da Igino Giordani, oltre che in un articolo per L'Osservatore Romano, in una rievocazione storica, che presentava quei cento anni di devozione come l'attuarsi di un reciproco dono: di Maria Bambina all'istituto e dell'istituto a Maria Bambina. Nel febbraio del 1943 i presagi di un aggravarsi della situazione bellica indussero madre Reali a mettere in salvo il simulacro in un rifugio a Maggianico di Lecco. Fu una decisione provvidenziale, perché nella notte tra il 15 e il 16 agosto il santuario e la casa generalizia cadevano sotto le bombe. La madre ne informava le superiore provinciali con profonda angoscia, invitandole tuttavia a innalzare con lei il Magnificat perché nessuna suora era rimasta vittima di quell'immane disastro e perché a loro consolazione «rimaneva pur sempre intatto il Tesoro dell'istituto, il miracoloso simulacro della Santa Bambina» (L. C., medita, 18 agosto 1943). Quell'anno la festa della Natività venne celebrata sulle rovine del santuario, e riuscì anche più suggestiva, perché soltanto spirituale e tutta volta a percepire una presenza che non era venuta meno. Ad accogliere i pellegrini, che giunsero con la sollecitudine di sempre, c'era un grande quadro collocato su un mozzicone di pilastro rimasto in piedi. Venne anche il card. Schuster che si inginocchiò sui ruderi trattenendosi in profonda preghiera. «Il Signore aveva scritto pochi giorni prima alla madre ha due tempi e tre giornate. C'è il tempo di distruggere e quello di riedificare. Tra questi ce n'è un terzo, in mezzo, come il Sabato Santo tra la Parasceve e la Pasqua. Ora [...] bisogna saper attendere con fede e serenità il tempo di riedificare, come Maria il Sabato Santo attese con fiducia l'aurora della domenica». Il primo segno di questa nuova primavera per la devozione di Maria Bambina fu il ritorno del suo simulacro a Milano il 4 settembre del 1945, salutato dai cittadini come un caro e atteso ritorno. Dopo un triduo di onori, che essi vollero rendergli nella vicina chiesa della Visitazione, gli fu data come sede provvisoria una cappella nella casa di salute di via Mercalli, che funzionava anche da casa generalizia, in attesa che questa venisse ricostruita. Qui rimase per otto anni, pegno di incoraggiamento e di speranza nelle fatiche della ricostruzione. L'erezione del santuario richiese più tempo del previsto; ma venne riedificato «con amore anche maggiore»: lo attesta l'iscrizione dettata dal prof. Agostino Stocchetti, posta sopra il portale d'ingresso. Sorse, questa volta, staccato dall'edificio della casa generalizia, su un'area che conservava ancora i resti dell'antica basilica di sant'Apollinare, e con i caratteri di un vero santuario rispondente alle esigenze connesse con l'afflusso dei pellegrini. Il simulacro vi fu trasportato il 18 novembre 1953 dal vescovo mons. Domenico Bernareggi. Due giorni dopo, la sera del 20 novembre, il card. Schuster dava inizio al rito della consacrazione che culminava la mattina seguente nella celebrazione del primo santo Sacrificio. I festeggiamenti, che si prolungarono in un triduo di ringraziamento molto partecipato dai milanesi, preludevano ormai all'alba dell'anno santo promulgato da Pio XII per commemorare la definizione del dogma dell'Immacolata. Nel suo insieme il nuovo santuario riuscì un 'canto' del mistero di Maria, che si fa percepire attraverso le varie espressioni dell'arte. Il momento della natività è messo in risalto dal simulacro posto nel suo antico tempietto in bronzo dorato, salvato con pochi altri elementi dalla distruzione della precedente cappella: il tutto venne collocato entro un 'ampia nicchia che sembra chiamare a raccolta le linee della navata. In quell'innesto di antichi cimeli nella moderna architettura, che si ripete in pochi altri punti del santuario, è bene significata la continuità di una vicenda che riannodava come tante altre volte il suo corso, dimostrando ancora che gli errori degli uomini, la guerra non avevano prevalso. Ricostruito dalla fiducia che l'istituto e i devoti ripongono in Maria Bambina, il santuario si erge tra gli edifici come supplica incessante alla Vergine. Nell'incavatura della prima pietra, benedetta il 5 ottobre 1951, fu infatti riposta una pergamena con le seguenti parole tratte dal breviario romano: «Questo tempio, o Vergine amabile, riempi di luce benigna: qui, deh, vieni al nostro richiamo, accogli le suppliche del popolo e versa incessantemente nei nostri cuori la grazia del Cielo» (Inno per la dedicazione della chiesa). 'Le lezioni' dell'infanzia di Maria Durante il governo di madre Reali il simulacro si era nuovamente imposto all'attenzione dell'istituto per le vicende in cui la guerra lo coinvolse e per il bisogno acuito dallo stato di continuo pericolo di ancorarsi al soprannaturale. Proprio a partire dagli anni di guerra il magistero della madre si fa più ricco di riferimenti a Maria Bambina. Di fronte al pericolo incombente la invoca come «stella del nostro cammino, protettrice amorosa dell'istituto», come colei che poteva «affrettare il ritorno della pace nel mondo». Il simulacro diventava in queste circostanze pegno dell'aiuto divino (cf L. C. madri generali, II,225;203). Ma, dopo aver annunciato che la cappella di Maria Bambina «non era più», la penna della madre tace come frenata dallo sgomento di vedere sepolto sotto un cumulo di macerie quel luogo, «meta di tanti pellegrinaggi, testimonio di una devozione tenera e forte e corrisposta dalla Vergine con grazie senza numero» (ib 11,234). Il pensiero a Maria Bambina ritorna più disteso, libero dalle angosce e quindi nuovo, quando ormai ferveva l'opera di ricostruzione. Fino allora Maria Bambina era stata soprattutto «la piccola Taumaturga». Con più forza che nel passato ora si afferma che «troppo povera cosa sarebbe se il suo culto si limitasse a una pura devozione fatta di preghiere per ottenere grazie». La madre invitava le suore ad appressarsi alla sua culla per apprendere piuttosto «le molte lezioni che ci veng6no dalla sua mirabile infanzia» (ib 11,305). «La Vergine Santa scriveva nel settembre del 1950 non ha voluto manifestarsi a noi nei grandi misteri che accomunano la sua vita a quella del Figlio [...]; ha preferito richiamare la nostra attenzione a uno dei momenti meno appariscenti della sua esistenza e darci in se stessa un modello pratico da imitare» (ib 11,318319). Sebbene come s'è visto vi fosse sempre stata una formazione in tal senso, questo momento segna più di altri il passaggio da una devozione, che si esprimeva con richiesta di favori e omaggi di gratitudine, a una devozione che si caratterizzava sempre più come «volontà di imitazione» (ib 11,306). Così la madre incoraggiava questa forma più autentica di devozione: «Dal momento che prendiamo il nome di lei, è necessario che le virtù sue caratteristiche trovino un po' di riscontro nella nostra vita e, se siamo le sue suore, quindi figlie particolarmente sue, una pur debole somiglianza ci deve essere tra Lei e noi» (ib 11,319). Nel corso delle sue istruzioni, la madre proponeva particolarmente due virtù di Maria: la semplicità e la fede. Presentava la Santa Bambina come tipico modello di quella semplicità che colpisce in ogni bambino e che era sempre stata la virtù caratteristica dell'istituto: «La Madonna Bambina ci aiuti a mantenerci anime trasparenti nelle quali Dio si rifletta [...]; cerchiamo il Signore, il suo beneplacito e la sua gloria e i nostri occhi siano sempre rivolti a lui» (cf ib II,319;366). E quando, con l'intronizzazione di Maria Bambina nel suo nuovo tempio, parve riofferta alla pietà dei suoi devoti la «fonte delle grazie», la madre invitava le suore a chiederle «per tutti i membri dell'istituto un vero rinnovamento di spirito religioso attraverso un grande spirito di fede»: «Ci insegni a saper penetrare, mediante questo lume soprannaturale, nei disegni di Dio. Anche a Lei non tutti furono subito rivelati [...]. Eppure vi entrò [...) mirando costantemente il Padre» (ib II,361;379).

 

Consacrazione dell'istituto a Maria Bambina

Nella normalità della vita il costante ossequio e l'umile amore a Maria Bambina permeavano, forse senza molto apparire, le giornate delle suore e delle comunità. Erano indice di questa quotidiana fedeltà a una devozione i richiami che madre Costantina Baldinucci disseminava, sotto le forme più varie, nelle sue lettere circolari: invocazione della benedizione di Maria Bambina «su tutte e su ciascuna in particolare» (L. C. madre Baldinucci, 1,36; 49; 88; 103; 11,15); augurio di ritrarre dal mistero della natività orientamenti di vita (ib 1,21); incoraggiamento alla fiducia perché in tutte le case dell'istituto Maria Bambina era «una presenza silenziosa, operante, piena di grazia [...], che vigila sulle operose giornate [...], rivela Gesù [...], educa alla sua scuola» (ib 1,18); invito, quindi, ad apprendere la sua «lezione tutta interiore, fatta di esempio», a divenire, come lei, «solco sempre più profondo al seme di Dio». Emerse da questa normalità l'atto che la madre decise per l'8 settembre 1959: la consacrazione «solennissima, ufficiale» dell'istituto a Maria Bambina. L'occasione prossima, che le suscitò il pensiero, fu la «peregrinatio» della Madonna di Fatima nelle città italiane, che si sarebbe conclusa il 13 settembre di quell'anno con la consacrazione ufficiale del Paese al Cuore Immacolato di Maria. A questo passaggio i cattolici avevano ripreso consapevolezza che «occorreva riconsacrare tutto: se stessi, il lavoro, la famiglia, la scuola, la nazione, il mondo intero» (ib 1,50). Alla madre parve che tale «consacrazione dovesse farsi con ardore anche maggiore» da un istituto «particolarmente prediletto da Maria». La proposta fu subito condivisa dal suo consiglio. Partecipata al santo padre Giovanni XXIII, per averne l'approvazione, egli non solo accondiscese ma volle segnare l'evento con un suo messaggio: «Ci rallegriamo scriveva tra l'altro del nuovo attestato di filiale amore e di profonda venerazione offerto alla Madre di Dio e auspichiamo che nella costante imitazione delle sue predare virtù i singoli membri alimentino l'anelito di intensa vita interiore e di alacre operosità». Riflettendo sul significato dell'offerta in rapporto al passato e al presente, la madre scopriva che l'evoluzione stessa della devozione a Maria Bambina nell'istituto si era attuata secondo la dinamica propria di una consacrazione, dove il Signore separa e riserva e la persona chiamata acconsente e si offre. L'iniziativa di Maria si era manifestata in modo evidente nel primo tempo di questa devozione: «[...] possiamo dire che la prima richiesta di consacrazione sia stata fatta dalla Madonna stessa che venne a donarsi all'istituto, e che, con materna tenerezza, impose la sua devozione attraverso il prodigioso abbellirsi del suo simulacro e una lunga serie di miracoli. I segni della sua volontà a riguardo della nostra famiglia religiosa vennero talmente moltiplicandosi che fummo a voce di popolo chiamate 'suore di Maria Bambina'. La Madonna ha così assunto il nostro istituto e ciascuna di noi nella sua propria 'clientela spirituale'. Essa ci ha come 'separate' per sé, ha fatto di noi come una sua riserva, perché di noi si vuol servire per la realizzazione di quegli interessi che il suo divin Figlio ha su ciascun 'anima». Alla madre sembrava, quindi, giunto il tempo di dare a Maria Bambina una risposta 'ufficiale', 'sancita' da un atto di vera e propria consacrazione: «Si tratta ora da parte nostra di interpretare i desideri della Madonna e di rispondere con un atto di definitiva e ufficiale consacrazione: per questo tutte le attività dell'istituto e di ciascuna di noi, tutte le cose belle, buone e sante che l'istituto ha fatto e farà, devono essere d'ora in poi con maggior coscienza e senso di offerta fatte per Maria e per il suo servizio: Essa poi ci renderà più facile vivere la nostra totale appartenenza a Dio». Con l'atto dell'8 settembre l'istituto si assumeva una più forte responsabilità nei confronti di Maria Bambina, poiché una consacrazione si proietta nella vita e la trasforma. La madre spiegava che essa doveva consistere «nella cura, che ciascuna avrebbe dovuto avere, di rappresentare Maria, di rendere visibile nella propria azione e nella propria vita la tenerezza di Maria, il suo candore, la sua grazia, la sua semplicità» (ib 1,52). Le stava molto a cuore che questa consacrazione fosse ben intesa; tornava infatti a farne memoria nella successiva lettera circolare: «La solenne consacrazione alla Santa Bambina ci riunì e continuerà a tenerci spiritualmente unite in un forte impegno di generale miglioramento» (ib 1,54). Si schiudeva così il tempo in cui l'istituto, con una rinnovata consapevolezza e con il suggello di una consacrazione, si sarebbe fatto dono a Maria Bambina. A distanza di pochi anni, il concilio Vaticano Il consegnava alla vita religiosa il decreto Perfectae caritatis, indicando come sorgenti, a cui attingere per rinnovarsi, il Vangelo e «lo spirito autentico dei fondatori, come pure le sane tradizioni» dei loro istituti (PC, 2a; 2b). Dalla riflessione, in cui secondo queste direttive si trovò impegnata anche la nostra famiglia religiosa, la devozione a Maria Bambina emerse come 'tradizione' da valorizzare. Ebbe, infatti, nei Decreti del capitolo speciale del 19691970 la sua prima menzione ufficiale, che fu ripresa e riespressa, in forma di articolo, nei successivi testi della Regola di vita del 1975 e del 1982. Da tali testi risulta bene compendiato il senso, storico e spirituale di questa devozione, acquisito dall'istituto nei lunghi anni di familiarità con Maria Bambina: «Maria, per provvidenziale disegno ci accompagna fin dalle origini dell'istituto; la sua natività, speranza e aurora di salvezza al mondo intero, è per noi richiamo a un atteggiamento di semplicità e di abbandono all'iniziativa del Padre» (RdV 1982, Cs 8) e «di letizia nel nostro dono di carità» (RdV 1975, art 6). La spiritualità dell'infanzia di Maria veniva in questo modo ufficialmente riconosciuta 'patrimonio' dell'istituto.

 

Tempo di nuova grazia

Tempo di nuova rivelazione di Maria Bambina possono considerarsi gli anni tra il 1983 e il 1985, entro i quali addirittura un grappolo di eventi si sono fatti suoi «messaggeri» (NSdU, 1984, numero speciale, p 3). Una volta ella stupiva mostrandosi prodigiosa; in seguito ha preferito nascondere il suo volto nelle circostanze e rivelarsi dentro di esse. Così, infatti, la sentiva madre Angelamaria Campanile in quegli anni: «Mi pare di cogliere, tra le varie circostanze [...], una misteriosa filigrana che le compone in un sommesso rifiorire di vita e di speranza [...). La Madonna si fa sentire [...), la Madonna è tra noi. Attraverso questi fatti, che possono sembrare casuali, viene ancora a chiederci di diventare come lei 'il luogo benedetto, il tempio di accoglienza dell'infinito Mistero'» (NSdU, 1984/5, p 2). Questo nuovo incontro con Maria era incominciato, come per caso, all'interno di un corso di esercizi spirituali, dati al consiglio generalizio, impostati sulla parola del Vangelo: «Se non diventerete come bambini...». Al termine la madre si era sentita spinta a partecipare all'intero istituto questo «programma serio e concreto» e a invocare a tutte le suore il dono della piccolezza evangelica, indicando loro Maria come «espressione più compiuta» (cf ib 1983/5, pp 12). La medesima Parola veniva riproposta all'istituto dal santo padre Giovanni Paolo Il durante l'udienza concessa ai membri della terza consulta generale, il 6 febbraio 1984. Alla richiesta di un messaggio egli rispondeva: «Che cosa devo dire alle suore di Maria Bambina? Una cosa sola: di essere bambine come Maria Bambina. Il Signore ci ha detto di essere come bambini, perché dei bambini è il regno dei cieli, e fra tutti i bambini è soprattutto di una bambina: Maria» (ib 1984/2, p 2). Quasi incalzando, gli eventi condussero poi all'erezione di una comunità a Nazareth, il 6 settembre 1984. Essa nasceva come dono alla chiesa di Gerusalemme nell'anno in cui si celebrava solennemente il bimillenario della nascita di Maria, e con l'impegno di porsi in quella terra santa come «segno di novità evangelica». Nazareth rimanda a Gerusalemme, alla basilica di sant'Anna dove, a far memoria della nascita di Maria, venne posto sembra fin dal 1896 un simulacro proveniente da Milano. Lo documentano le lettere del rev. vicario provinciale dei Padri Bianchi e del direttore del seminario grecomelchita di sant'Anna a Gerusalemme. La fondazione di Nazareth avveniva, inoltre, negli stessi giorni in cui l'istituto, a cento anni dalla prodigiosa manifestazione di Maria Bambina, «ripensava davanti a lei la propria storia e il proprio presente» (cf NSdU, 1984/5, p 2). Pochi giorni dopo, infatti, l'istituto celebrava «due cari anniversari»: il primo centenario del miracolo di Maria Bambina e il secondo centenario della nascita di santa Vincenza Gerosa. Li volle commemorare insieme, il 9 settembre, sebbene potessero sembrare troppo diversi per accostarli in un'unica festa «il volto sorridente e bambino di Maria» e quello «pensoso e maturo, segnato dalla durezza della vita», della Gerosa. La madre, invece, vi leggeva, al di là di quelle apparenze immediate, un messaggio comune: «Mi sembra che nell'una e nell'altra si manifesti la gloria di Dio nel segno della piccolezza evangelica e che tale piccolezza è compatibile con ogni stagione della vita, con ogni struttura di personalità, anzi è condizione imprescindibile di un'autentica esistenza cristiana e di una fecondità apostolica mai quantitativamente misurabile» (NSdU, 1984, numero speciale, p 23). Nel suo primo affacciarsi alla storia dell'istituto, Maria Bambina aveva fatto ricordare l'affetto che la Capitanio sentiva per lei. Questa volta si ripresentava alla sua riflessione insieme con la Gerosa; e con lei riproponeva il suo antico, 'umile' messaggio, unendo la propria voce per ridargli forza e attualità. La madre coglieva così l'analogia delle due voci e il loro senso profondo: «Maria, nell'immagine dell'infanzia, è colei che incarna la beatitudine del povero di Jahvé: tutto riceve dalla mano di Dio, cresce sotto il suo sguardo in un atteggiamento di totale confidente dipendenza, tutta finalizzata al Figlio, raggiunta dal suo amore e pienamente immersa in esso, così da poterlo donare agli uomini. Maria: fons amoris, mater misericordiae. «Caterina Gerosa, la 'buona a nulla' come essa amava definirsi, colei che con una confidenza voluta e continuamente ricostruita dopo ogni tentazione di inadeguatezza, si appuntava decisa alla volontà di Dio e si arrendeva consegnandogli la vita. Si concretizzavano così attraverso di lei le opere della misericordia di Dio per la sua gente e per il suo tempo e si espandevano oltre gli stessi orizzonti dai quali la Gerosa umanamente si sarebbe ritratta» (NSdU, 1984, numero speciale, p 4). Concludendo queste riflessioni la madre affermava: «La piccolezza evangelica esige che si prenda sul serio il primato di Dio nella vita; essa rende operante il comandamento dell'amore 'fino a dare il sangue'» Il rapporto caritàumiltà, sempre ricorrente nella riflessione dell'istituto, si ripropone oggi all'interno dello sforzo che esso vive per «ricentrare» la sua missione in Gesù Redentore. Con il loro comune messaggio di piccolezza evangelica Maria Bambina e la Gerosa gli fanno memoria che «l'amabilissimo Redentore» per portare salvezza spogliò se stesso fino alla morte in croce e che per vivere la sua «carità ardentissima» occorre concedergli la totalità di iniziativa. L'umiltà, che la Gerosa aveva immesso nell'istituto e che è pure prerogativa di Maria Bambina, viene riproposta, nella voce nuova di «piccolezza evangelica», anche come clima spirituale per vivere le attuali contingenze storiche. L'istituto sta ridiventando piccolo nelle sue strutture, per la diminuzione delle forze, per la conseguente contrazione dei servizi, per la povertà di vocazioni. Attraversa una stagione che sembra frenare l'ansia del bene, restringere gli orizzonti e che pesa realmente «sulle spalle e sul cuore di tutte». Eppure il nuovo messaggio di Maria Bambina e di santa Vincenza irrompe, proprio dentro questa impotenza, come annuncio di una nuova grazia, «di vita nuova, di rinascita»; e proprio per il venir meno di tante efficienze sembra possibile «un nuovo misterioso miracolo di Maria Bambina» che decida un rilancio della vita nello Spirito. L'ora è perciò intensa. «Il richiamo alla piccolezza evangelica scrive la madre è motivo di forte ripensamento per ciascuna di noi»: perché «possiamo giungere a soluzioni più evangeliche, a gesti più buoni, a scelte più illuminate, a comportamenti più ricchi di amore di Dio e di coerenza di amore fraterno» (NSdU, 1984/3, p 3). E quasi con la preoccupazione che questa grazia non passi invano nella nostra storia insiste: «Impegniamoci a ritornare alla situazione di piccolezza» (ib 1984/2, p 2); «non stanchiamoci di ascoltare questa parola; approfondiamola nella preghiera per scoprirvi tutto il cammino di conversione e di espropriazione che essa esige, che Maria Bambina attende dall'istituto cui ha consegnato il mistero della sua infanzia» (ib 1984/5, pp 23); e ancora: «mi trovo a supplicare perché come famiglia intera entriamo nella grazia della piccolezza evangelica» (ib 1984, numero speciale, p 4). La grazia che passa nell'attuale storia è, pur nel mutato contesto di oggi, molto simile a quella che caratterizzava gli anni delle origini, quando la Gerosa rendeva feconda nell'umiltà la proposta ispirata di Bartolomea. La prolungata riflessione sul carisma, condotta negli anni del postconcilio, ha gettato tanta luce sulla missione dell'istituto nella Chiesa. Attraverso la nuova Regola di vita Bartolomea ha ridetto la sua parola; ora sembra cedere di nuovo il posto alla Gerosa perché la rinnovata chiarezza del suo ideale scenda in cuori umili, che sappiano accoglierla e muoversi a conversione. Su questo cammino è provvidenzialmente riapparsa anche Maria Bambina come segno luminosissimo di quella semplicità di abbandono all'iniziativa del Padre da cui fluisce la vita nuova secondo lo Spirito. La madre invitava, quindi, a capire il senso spirituale di questo incrociarsi di eventi e a trarre da tale comprensione «nuovo vigore» per la nostra quotidianità; e compendiava passato e presente in un messaggioimpegno che affidava a Maria Bambina la sera del 15 settembre, a conclusione della settimana celebrativa. «Il benedetto istituto di carità, sulla cui fondazione santa Bartolomea il 7 settembre 1828 invocava la tenera protezione di Maria Bambina, oggi, 9 settembre 1984, a cento anni dal giorno in cui ella ha manifestato la potenza della sua intercessione fra noi, ripensa davanti a lei la propria storia e il proprio presente. Maria, nell'immagine della sua natività, ci ha sempre maternamente accompagnate, sostenute e prevenute nel servizio di carità che di mano in mano allargava i suoi confini geografici, ci ha offerte alla misericordia del Padre nelle nostre debolezze e povertà, ci ha richiamate, attraverso il rinnovamento al quale la Chiesa ci ha sospinte, al recupero dei valori profondi della testimonianza evangelica e della vita di consacrazione nella totale consegna di noi stesse al Padre e nella diaconia della carità verso i fratelli. Oggi 7.185 suore e 139 novizie sono presenti in Europa, in Asia, in America, in Africa: giovani e mature di età e di vocazione, in piena attività o ammalate, molte anziane. Come alle origini, pur se in modo diverso e nella diversità delle culture, anche la situazione attuale ha bisogni «grandi ed estremi». Ci interpellano le innumerevoli voci degli uomini e la voce dello Spirito che ci chiede per essi anzitutto santità di vita, perché sia continuata l'opera della redenzione. Come istituto oggi sperimentiamo spesso l'impotenza ad aiutare i nostri fratelli, l'inadeguatezza della risposta alla nostra vocazione e la riduzione numerica delle forze, soprattutto qui in Italia, dove esso è nato. Noi vogliamo accogliere e vivere tali situazioni quale evento che ci fa abbracciare con più vigore la strada della piccolezza evangelica e della piena confidenza in Dio, che solo opera cose grandi. Vogliamo che il «sassolino nella Chiesa», rifatto pulito, splenda di candore e sia pietra viva. Come istituto, davanti a Maria Bambina, aurora di salvezza per il mondo intero, ci impegniamo perciò a rinascere a una vita spirituale intensa, a servire il nostro prossimo con amore intelligente, a dare la vita a imitazione del Figlio suo, servo dell'amore del Padre per gli uomini, perché essi abbiano la vita vera. Noi siamo grate a Maria perché in questo tempo di povertà ci ha chiamate nella sua terra. Il piccolo germoglio d'istituto che è fiorito a Nazareth è il segno dell'eterna fedeltà di Dio e la speranza di una continuità di vita e di missione nella Chiesa, per la quale noi supplichiamo vocazioni sante, umili e coraggiose compagne nella sequela di Gesù come Bartolomea e Vincenza, come tante nostre sorelle che costituiscono oggi la famiglia delle suore di carità in cielo. Santa Bambina, amata da Dio, madre di Gesù e dolcissima madre nostra, accogli il nostro impegno e la nostra preghiera: donaci la guarigione nello spirito; noi ci affidiamo a te, guardaci con amore e accompagnaci nelle nostre giornate fino all'incontro con te quando ci aprirai la porta del regno di Dio». Il Signore, però, aveva ancora una parola da dire per il compimento di questi eventi. L'itinerario mariano che doveva culminare e concludersi nella settimana celebrativa ebbe invece un 'eccezionale appendice nella visita del Santo Padre al santuario. Il Papa vi giunse al termine del suo pellegrinaggio sulle orme di san Carlo, la sera del 4 novembre. Erano visibili nella sua persona le fatiche della giornata, ma forse, per quell'attimo, furono lenite dalla freschezza quasi viva, sorridente di Maria Bambina: tutti i presenti poterono infatti accompagnare il suo sguardo intenso e prolungato al simulacro. Davanti a lui la madre, rappresentando tutto l'istituto, rinnovò l'impegno già promesso a Maria Bambina «di percorrere con più coraggio la strada della piccolezza evangelica e di condividere la passione evangelizzatrice che vive oggi la Chiesa e che ha nel cuore del Papa l'anelito stesso di Cristo» (NSdU, 1985/1, inserto, p V); e poneva, a richiamo di questo proposito, una lampada che da quella sera sarebbe arsa «pro Pontifice nostro Joanne Paulo». All'indirizzo della madre il Papa rispose con un discorso ufficiale, in cui metteva già a fuoco la «caratteristica tonalità mariana» che attraverso «meravigliosi eventi» la Madre di Dio aveva voluto in qualche modo imprimere all'istituto; ma, deposta la carta, mostrò di aver altro da dire, di più personale, anche se improvvisato: «E questo (di Maria Bambina) sembra un mistero poco conosciuto. Io penso che voi avete un compito grande: di approfondire questo mistero: Maria Bambina. Perché del Bambino Gesù si parla, si legge, si contempla, ma Maria... Sì, sempre: giovane, vergine, madre, addolorata; ma bambina, poco. Allora c e un capitolo nella nostra spiritualità mariana che sembra specialmente aperto alla vostra comunità, alla vostra contemplazione, alla vostra devozione, alla vostra spiritualità... Certamente Maria era una bambina straordinaria, con tutta la semplicità che aveva, che era sua. Era una bambina straordinaria, con questa grazia di innocenza originale, di immacolata concezione. Come viveva? Quale era la sua realtà, specialmente quella interiore, spirituale?... Allora... io lo dico così, senza essermi preparato. Però, da lungo tempo questo problema mi travaglia. E ho pensato così: «Se una volta arrivo a incontrare le suore di Maria Bambina, lo dirò... E l'ho detto. L'ho detto molto.. molto male, non sufficientemente, perché è troppo tardi, ma, come ho detto, l'ho detto, e voi dovete, forse, dire di più, perché è la vostra... come dire? è il vostro clima spirituale, è la vostra spiritualità: Maria Bambina». Con tale consegna questa già eccezionale «sosta d'amore e di preghiera» diventava doppiamente «una nuova, dolcissima grazia di Maria Bambina». Con la presenza e con la parola il Papa conferiva al santuario, considerato da sempre 'culla' di una devozione, anche la qualifica di centro di una tipica spiritualità e affidava all'istituto, che da cento anni promuove il culto di Maria Bambina, l'impegno nuovo di approfondirlo teologicamente. Poiché il Papa «l'ha detto» e l'ha detto con l'ispirazione di doverlo dire e con il cuore l'istituto si è subito posto sulla via di questo studio e di questa ricerca, che dovrebbe aprire un'epoca nuova per la storia della devozione a Maria Bambina. Dopo questa «dolcissima grazia di Maria Bambina», la madre considerò altro suo dono la casa di preghiera che, in progetto da lungo tempo, si poté inaugurare il 25 maggio del 1986. La segnalazione del luogo era pervenuta all'istituto proprio nel momento in cui sembravano aumentare le difficoltà per trovarlo opportuno allo scopo. «Personalmente scriveva la madre ho ritenuto questa indicazione un segno della benevolenza di Maria Bambina: a lei avevo affidato, infatti, le sorti della nostra casa di preghiera, convinta della sua necessità in questo particolare momento di riqualificazione apostolica che l'istituto vive» (NSdU, 1986/2, p 1). L'anno centenario del 'miracolo', la cui apertura era stata segnata dalla fondazione di una comunità a Nazareth, si concludeva, così, lasciando intravedere, quale dono di Maria all'istituto, la nuova casa di preghiera: il 'Romitaggio Maria SS. Bambina. Quando il flusso del tempo ebbe un po' distanziato tutti questi eventi, la madre invitava a prolungarne «l'ascolto e la memoria»: «perché tutti i frammenti di storia di questi anni si compongano in unità e si possa così scorgere il realizzarsi dell'opera che 'Iddio ha serbato a questi tempi perché il bisogno è grande ed estremo'» (NSdU, 1985/5,p2). A Bartolomea, che meditava il mistero della natività, pareva quasi di percepire lo 'scoppio' di gioia di tutto l'universo perché Dio, per Maria, poneva in atto l'opera della redenzione. Forse questo pensiero le accresceva dentro la gioia, che già viveva, di essere, anche lei, strumento della carità di Dio per la salvezza dei fratelli. Con il medesimo volto Maria Bambina era apparsa alla madre, la prima volta che parlò di lei all'istituto nelle lettere circolari: «La Madonna della cui natività ci prepariamo a celebrare la gioia, entrata nel piano di Dio per 'restaurare la vita soprannaturale delle anime' (Lumen Gentium, 61), ci dia lo slancio di una rinnovata offerta, che renda sempre più intima e vissuta la nostra adesione a Cristo» (L. C. madre Campanile, 1,93). La nuova possibilità di freschezza spirituale offerta all'istituto oggi dall'incontro con Maria Bambina, annuncio gioioso di salvezza, potrebbe porsi tra le concretizzazioni del mottoprogramma assunto dalla madre all'inizio del suo generalato: «progredire gioiosamente nelle vie della carità»; potrebbe, comunque, segnare un recupero di ottimismo nella certezza che Dio opera sempre salvezza, anche dentro le attuali contingenze. Considerata in rapporto a tutta la storia dell'istituto, la devozione a Maria Bambina rappresenta un intervento dello Spirito posteriore all'ispirazione fondamentale della fondatrice. Bartolomea è stata il terreno che ha accolto un seme per sua natura suscettibile di sviluppi. Neppure lei sapeva quali forme espressive avrebbe assunto il suo carisma: esse si sarebbero definite gradualmente nella storia successiva, con il concorso di altri, ma sotto l'azione del medesimo Spirito. La devozione a Maria Bambina pur non appartenendo all'ispirazione originaria ha contribuito alla formazione dell'albero, perché non ne ha alterato la natura, ma si è posta come arricchimento e potenziamento della linfa che già vi scorreva. Nella sua breve vita, Bartolomea si era costantemente spropriata di sé per accogliere l'iniziativa di Dio e farsi via alla sua carità; aveva, inoltre, intuito che «carità, dolcezza, umiltà» dovessero «formare il carattere» delle sue future compagne. La devozione a Maria Bambina ripropone al suo istituto i medesimi tratti di spiritualità: in questo senso può, quindi, considerarsi una forma di realizzazione storica del suo carisma.

 

Capitolo secondo

'MARIA BAMBINA' E MARIA DEL VANGELO

I.

I DUE LIVELLI POPOLARE E BIBLICO DI UNA DEVOZIONE

Quando si sente parlare per la prima volta di Suore di Maria Bambina, la denominazione lascia delle perplessità. Ci sono tante congregazioni e famiglie religiose che si ispirano a Maria, segnatamente a episodi del Vangelo che la riguardano: annunciazione, visitazione, maternità; ma il riferimento all'infanzia di Maria risulta nuovo. Nuovo e sconcertante. Viene da pensare ai vangeli apocrifi dove si trovano delle notizie sulla fanciullezza di Maria; senza la pretesa di un valore storico preciso, sono una testimonianza preziosa della fede e della devozione delle prime generazioni cristiane. Ma viene subito da chiedersi sono sufficienti queste notizie per qualificare il carisma di una congregazione? Viene da pensare anche ai vangeli canonici: la figura di Maria vi è presente, viva, ha addirittura una dimensione teologica specifica che oggi si sta rivalutando. Vi si parla dell'infanzia di Gesù e la fonte di questi racconti è, con tutta probabilità, proprio Maria. Ma di Maria bambina non si trova il minimo accenno. D'altra parte santa Bartolomea Capitanio nelle 'carte di fondazione' designa la congregazione 'Figlie del Redentore'. E uno studio anche dell'aspetto biblico i di questa denominazione ne mostra all'evidenza la densità e la profondità teologica: si tratta di divenire è il programma della congregazione un'espressione viva, protratta e ramificata nella Chiesa, della 'carità ardentissima' che portò Gesù al dono totale di sé in favore degli uomini. Siamo nel quadro di Paolo. Perché allora un nuovo motivo di perplessità non mantenere rigidamente, in senso assertivo ed esclusivo, la denominazione suggestiva: 'Figlie del Redentore' o quella equivalente di 'Suore della carità'? Perché dire: 'Suore di Maria Bambina',con un titolo che, a prima lettura, sfuma nel generico e può degenerare nel sentimentale? La risposta sta nella storia. La devozione a Maria Bambina preesisteva alle 'Figlie del Redentore', ma alcuni fatti straordinari, collegati con la piccola statua di Maria Bambina, di cui la congregazione fu protagonista, la legarono, nella denominazione popolare, alla devozione a Maria Bambina. E la denominazione popolare si impose: anche oggi la dicitura ufficiale sarebbe: Suore di carità dette di Maria Bambina, ma tutti le chiamiamo Suore di Maria Bambina. E' un fatto, questo, che induce a riflettere, anche dal punto di vista teologicobiblico. Ogni devozione che nasce e si sviluppa nella chiesa ha un complesso di circostanze storiche che la determinano e la spiegano. Nasce, si afferma, si espande, si sviluppa con un dinamismo intrinseco che, quando la devozione è autentica, tradisce l'influsso dello Spirito, l'agente attivo di tutta la vita della chiesa. E' quello che potremmo chiamare il livello storico di una devozione, nel senso preciso di quel complesso di tratti caratteristici tipici che la caratterizzano quando essa nasce e si sviluppa. A questo punto si inserisce un discorso biblico in un senso che va subito precisato. Lo Spirito che suscita le devozioni autentiche, così come suscita i carismi, è lo stesso Spirito che ha animato e ispirato l'Antico e il Nuovo Testamento, concentrandovi la ricchezza inesauribile della Parola di Dio, destinata a nutrire la vita della chiesa fino al raggiungimento del traguardo escatologico. La Parola di Dio scritta viene compresa adeguatamente solo quando è immersa nella vita vissuta della chiesa. Illumina la vita della chiesa e ne è illuminata. La denominazione 'Redentore' non è mai applicata direttamente a Gesù nella Bibbia. Santa Bartolomea Capitanio quando volle la congregazione denominata 'Figlie del Redentore' prese il termine dall'uso corrente del suo tempo. Ma lo seppe reinterpre tare con la vitalità del carisma di cui era portatrice, dandogli un contenuto che viene illuminato in misura sorprendente dalla teologia biblica di Paolo. Non solo il nome 'Maria Bambina', ma anche l'infanzia storica di Maria sembra estranea alla Bibbia. Ma ecco finalmente il nostro problema questa devozione semplice e popolare a Maria Bambina, alla quale la congregazione è abbinata, che si è incarnata storicamente nella congregazione di Maria Bambina, trova o no, nella Parola di Dio scritta, degli elementi affini, che servano a illustrarne il contenuto? E infine la denominazione 'Suore della carità' e 'Suore di Maria Bambina', procedono parallele all'infinito oppure trovano, forse proprio sul terreno biblico, un loro punto di incontro? Per rispondere adeguatamente a questa serie di domande occorre un percorso biblico piuttosto lungo e complesso, ma che alla fine, sorprendentemente, convince. Le tappe sono queste: il modello del 'bambino' proposto da Gesù; il modello del 'bambino' praticato da Gesù e osservato da Maria; il modello del 'bambino', proposto e praticato da Gesù, ravvisabile nella figura di 'Maria Bambina' si illumina e diventa messaggio di Gesù e soprattutto un messaggio di amore. Sarà la nostra conclusione.

 

II.

IL MODELLO DEL BAMBINO PROPOSTO DA GESU'

Una pagina del Vangelo di Matteo (Mt 18,15: vedi anche i paralleli: Lc 9,4648; Mc 9,3337) è, a questo proposito, di una chiarezza abbagliante. I discepoli gli pongono una questione che risente ancora troppo di parametri umani: «Chi è dunque il più grande nel regno dei cieli?» (Mt 18,1). Il 'regno dei cieli' è la nuova realtà che scaturisce quando il movimento di amore da parte di Dio, che offre la sua alleanza nell'Antico Testamento e Cristo stesso nel Nuovo Testamento, si incontra con l'accoglienza positivà, un sì incondizionato, da parte dell'uomo. Nasce, allora, un nuovo ordine di cose, un nuovo mondo, un nuovo contesto di valori che trova nella chiesa di adesso una sua espressione iniziale. Questa, crescendo e maturando progressivamente nella storia, tende a raggiungere il livello conclusivo, escatologico, del 'regno' propriamente detto, secondo la terminologia di Paolo. La sua caratteristica fondamentale che sintetizza e moltiplica tutte le altre sarà, sempre secondo Paolo, «Dio tutto in tutti». Gesù ha già parlato specialmente nelle parabole del regno dei segreti di questa nuova realtà. I discepoli ne sono affascinati: vogliono avervi parte. Ma c'è ancora, in loro, una concezione residua misurata sul modello di un regno umano, dove ciò che importa e che conta è l'essere qualcuno e poter primeggiare. Come si può primeggiare nel regno dei cieli? Gesù coglie la richiesta nel contesto di comprensione parziale del suo messaggio in cui i discepoli di fatto la pongono. Risponde con un gesto che costituisce una parabola al vivo: «Avendo chiamato un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: In verità vi dico, se non cambiate orientamento e non diventate come bambini, non entrerete affatto nel regno dei cieli» (Mt 18,23). E' un discorso estremamente impegnativo. Prima di essere qualcuno nel regno dei cieli, occorre entrarvi e i discepoli sono partiti col piede sbagliato e nella direzione sbagliata. C'è in loro una ricerca macroscopica di se stessi, una competitività ambiziosa che degenera in alterchi: pensano di poter trasferire tutto questo groviglio umano e deviante al livello di regno. Gesù è tagliente: le esigenze del regno sono agli antipodi. Si tratterà di servire, di essere per gli altri, di amare donando. Se i discepoli non abbandonano la loro prospettiva, se non lasciano questo tipo di mentalità, non entreranno neppure nel regno dei cieli, si manterranno estranei ad esso. Occorre, quindi, cambiare rotta, cambiare radicalmente prospettiva. Meglio, come suggerisce il termine greco al passivo, occorre lasciarsi trasformare, capovolgere, convertire da Dio. Una volta convertiti, i discepoli sono invitati a diventare 'come bambini'. Si tratta lo notavamo di una parabola drammatizzata e che esige, come ogni parabola, una interpretazione attenta. E l'espressione 'come bambini' presenta una gamma amplissima di significati possibili. Per còglierne la portata nel contesto, occorre anzitutto circoscriverla. 'Come bambini non significa capriccio, fuga dalla responsabilità, incostanza, immaturità. Tutto quello che, nel comportamento dell'uomo, merita il nome di infantilismo è incompatibile col Vangelo, col regno, perché ne banalizza le esigenze. Cosa c'è, allora, di positivo nell'espressione 'come bambini' in questo contesto preciso? Come suggerisce il parallelo secondario, ma significativo di Giovanni 3,3: «Se uno non rinasce di nuovo non può vedere il regno di Dio» il bambino è uno che si affaccia alla vita: tutto è nuovo, tutto è futuro per lui, la sua è una vita ancora da vivere e da progettare. E per questo il bambino è plasmabile, docile, recettivo: non ci sono confini rigidi per lui. Ogni cosa è nuova, è una scoperta che lo riempie di stupore, di gioia, di entusiasmo. Una volta che i discepoli si sono liberati dal risucchio egoistico determinato da una vita costruita su se stessi, possono entrare nel regno se diventano come bambini: se sono incondizionatamente aperti alle esigenze imprevedibili del regno, se lo sanno accogliere con disponibilità duttile, con lo stupore, la gioia e l'entusiasmo che merita. Una volta che, interpretando l'immagine del bambino nel contesto di questa parabola vivente, siamo arrivati a queste puntualizzazioni, le troviamo confermate in quanto segue: «Dunque», come conseguenza del farsi bambini, «chi si umilierà, abbasserà (fino a diventare) come questo bambino, questi è colui che è grande nel regno dei cieli» (Mt 18,4). L'abbassamento, l"umiliazione', di cui si parla, riguarda l'adulto coinvolgendolo sotto diversi aspetti. Sono quelli implicati nel verbo usato: 'abbasserà', tapeinosei che, sempre sotto il denominatore comune di un certo abbassamento, presenta un ventaglio di significati notevolmente ampio. Vale la pena passarli in rassegna. Il verbo viene usato in senso morale e qui siamo già nell'ambito che ci riguarda a proposito di chi, abbassandosi nel senso di non preferirsi agli altri, sarà esaltato da Dio; più di una volta ha la sfumatura precisa dell'abbassamento proprio della povertà rispetto a un certo livello sociale. E' detto nell'inno cristologico di Filippesi 2,8 di Gesù che «umiliò, espropriò se stesso facendosi obbediente fino alla morte». 'Abbassarsi', umiliarsi per diventare come un bambino comporterà, allora, l'esproprio, l'abdicazione, la relativizzazione di tutti noi stessi, in vista del 'futuro di Dio' di tutto quello che Dio potrà chiedere. La parabola si conclude con un'altra espressione sorprendente. Sempre riferendosi al bambino che ha davanti, Gesù aggiunge: «Chiunque accoglie un bambino come questo a causa del mio nome, accoglie me» (18,5). L'accoglienza del bambino non è qui sinonimo di ospitalità. Si tratta di un'accoglienza che è soprattutto forse esclusivamente un fatto interiore, come sembra suggerire il contesto che insiste sulle decisioni che l'uomo prende nell'intimo della sua coscienza (convertirsi, abbassarsi). Un'accoglienza interiore cordiale del bambino non è neppure una mitizzazione dell'infanzia. Il bambino ha un risvolto cristologico, ha qualcosa di Cristo, ne porta quasi il nome. L'accoglienza intesa in questa prospettiva più ampia si riduce, in ultima analisi, a due aspetti complementari: si tratterà, certo, di apprezzare anche nel comportamento esterno il bambino con tutti i riguardi; ma questo ha senso compiuto quando l'apprezzamento, l'aiuto eventuale, diventa l'accoglienza globale del bambino come portatore del nome di Cristo. Cristo si identifica col bambino a tutti gli effetti: «Chi accoglie un bambino tipo questo, accoglie me».

 

III.

IL GESU' BAMBINO OSSERVATO DA MARIA

L'identificazione sorprendente fra Gesù e il bambino da accogliere fa nascere una domanda: come sono ravvisabili quei valori religiosi intravisti nel bambino quando pensiamo a Gesù? Una prima risposta ce la dà Giovanni, quando ci parla di una disponibilità totale di Gesù nei riguardi del Padre: «Il Figlio non può fare niente da sé se non lo vede fare dal Padre» (Gv 5,19). Gesù cerca sempre, quasi con avidità, con passione, quello che vuole il Padre (Gv 8,29). E' il Padre, non lui stesso, che determina il ritmo della sua esistenza. Paolo è ancora più esplicito: Gesù si abbassò, espropriandosi di tutto quello che avrebbe potuto cercare a suo vantaggio, allo scopo di abbandonarsi tutto alla volontà del Padre (Fil 2,8). Il tipo di 'bambino' rappresentato idealmente da Gesù e con cui Gesù si identifica non potrebbe essere più evidente. Si pone allora una questione ulteriore. Visto che Luca ci parla unico, insieme a Matteo dell'infanzia di Gesù, sono ravvisabili questi tratti caratteristici nella figura che Luca ci delinea di Gesù come bambino? La risposta è affermativa. Verso la conclusione del suo Vangelo dell'infanzia, Luca presenta la prima azione di Gesù, la sua prima scelta (Lc 2,4152). E' quando Gesù si distacca da Maria e Giuseppe e rimane per tre giorni nel tempio. E' un atteggiamento sorprendente in un bambino, un'affermazione insolita di indipendenza. Ci deve essere un motivo proporzionato. La domanda angosciata di Maria dà a Gesù l'occasione di chiarirlo: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, addolorati, ti cercavamo» (Lc 2,48). La risposta è tagliente, ma merita una considerazione attenta: «Ma perché mi cercavate? Non sapete che io devo stare nella casa oppure: occuparmi delle cose del Padre mio?». C'è, a monte, l'esperienza sconvolgente per Gesù di trovarsi nella casa del Padre, di sentirsi e scoprirsi ancora di più Figlio di Dio. Dovette essere come una folgorazione abbagliante in un bambino di dodici anni, tale da fargli dimenticare tutto il resto. La scoperta della casa del Padre, la gioia esaltante di essere il Figlio porta immediatamente Gesù alla piena disponibilità. Se Dio è suo Padre, allora e necessario che lui, Gesù, stia nella casa del Padre, pienamente docile a lui. Lascia, dimentica il suo mondo l'affetto dei genitori, la gioia della comitiva e del viaggio si espropria di tutto per essere disponibile al Padre. E' proprio il bambino che guarda, con gioia, entusiasmo, prontezza assoluta a quello che il Padre desidera di lui. E anche la sapienza che Gesù mostra, interrogando i dottori della legge e rispondendo loro, non è tanto una conoscenza speculativa, quanto la percezione pratica e applicativa, la halaka, della legge, e cioè la familiarizzazione con la volontà del Padre da comprendere e da eseguire giorno per giorno. A questo punto si ha una nuova sorpresa. Gesù, che pure ha scoperto il tempio come la casa del Padre nella quale deve stare. di fatto se ne allontana e ritorna a Nazareth. La volontà del Padre lo voleva là: Gesù si espropria anche della gioia che certamente gli avrebbe dato la permanenza a Gerusalemme nella casa del Padre, si affida gioiosamente a quanto il Padre gli chiede e ritorna nella quotidianità a Nazareth. A Nazareth Gesù è sottomesso a Maria e Giuseppe (Lc 2,51). Anche questa osservazione dell'evangelista acquista il suo significato pieno messa come in contrapposizione con la risposta che Gesù prima aveva dato a Maria. Figlio, colla tendenza a stare sempre nella casa del Padre, ma anche, sempre per volontà del Padre, sottomesso a creature umane. La disponibilità al Padre di Gesù fanciullo è davvero totale. C'è sempre in quello che il Padre vuole un qualche cosa di nuovo, di inatteso, e Gesù lo accetta con gioia. Tutto questo non sfuggiva a Maria. Quello che riguardava Gesù bambino e fanciullo la interessava, la prendeva e diventava l'oggetto della sua riflessione: «E la madre di lui conservava tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,51). Queste caratteristiche di Gesù fanciullo dovettero interessarla come madre. Sia perché ogni madre conserva nel suo cuore ciò che riguarda il figlio, sia e soprattutto perché Maria dovette riconoscere, con momenti di incomprensione, tensione, sofferenza ma anche trasalendo di gioia, in questo atteggiamento di disponibilità di Gesù al Padre, un tratto che era anche suo. Il figlio assomigliava alla madre e una costatazione del genere non poteva certo lasciarla indifferente. E' un aspetto che merita di essere studiato da vicino.

 

IV.

MARIA 'BAMBINA' DAVANTI A DIO E DAVANTI A GESU'

Il primo quadro che Luca ci dà della figura di Maria è l'annunciazione (Lc 1,2638). Costruito letterariamente secondo lo schema delle grandi vocazioni dell'Antico Testamento lo ritroviamo nella vocazione di Mosé, di Isaia, Geremia ecc.; consta di quattro elementi: iniziativa da parte di Dio, obiezione da parte della persona a cui l'iniziativa è diretta, soluzione dell'obiezione da parte di Dio, accettazione piena da parte della persona il racconto dell'annunciazione ci introduce nel segreto del rapporto interpersonale tra Dio e Maria. Maria ha trovato grazia presso Dio (Lc 1,30), è fatta particolarmente oggetto della sua benevolenza kecharitomene, «piena della benevolenza» di Dio (Lc 1,28) e le viene affidata la missione di essere la madre del Messia (1,31). La sua obiezione «non conosco uomo» viene subito risolta: lo Spirito scenderà su di lei e la potenza dell'Altissimo stenderà su di lei la sua ombra. E Maria dice il suo sì. Sono rilevabili, in questo racconto, alcuni di quei tratti tipici del bambino di cui parla Gesù e che lui stesso poi esprime, come abbiamo osservato? Non basta, a questo scopo, l'osservazione per altro pertinente sulla giovane età di Maria nel tempo in cui è collocato l'episodio dell'annunciazione. Luca non ci dà nessun ragguaglio in proposito e il bambinotipo presentato e rappresentato da Gesù, propriamente parlando, non ha un'età. Ci sono, invece, due aspetti di notevole interesse, che si muovono sulla stessa linea. Il bambino evangelico lo abbiamo rilevato si sa e si sente tutto proiettato nella novità del futuro. Tutto il discorso che l'angelo rivolge a Maria è proprio colorato di futuro: «Ecco: concepirai e darai alla luce un figlio e lo chiamerai di nome Gesù. Costui sarà grande e sarà chiamato figlio dell'Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo Padre e regnerà sulla casa di Giacobbe per i secoli e del suo regno non ci sarà fine» (Lc 1,3133). L'obiezione di Maria riguarda proprio il rapporto tra questo futuro e il suo presente: «Come avverrà questo poiché non conosco uomo?» (Lc 1,34). La risposta dell'angelo insiste di nuovo sul futuro: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la forza dell'Altissimo stenderà su dite la sua ombra: e perciò quell'essere santo che nascerà da te sarà chiamato figlio di Dio» (Lc 1,35). Maria, di fronte alla prospettiva che le viene presentata, non si aggrappa al suo presente, a ciò che essa è già, ma si abbandona tutta al futuro dell'iniziativa di Dio, si affida completamente alla sua Parola. Ed è in questa prospettiva è questo il secondo tratto tipico del bambino evangelico che troviamo in Maria che Maria ci definisce un tratto fondamentale che la caratterizza: non si limita a dire il suo sì, ma lo inquadra in quello che è potremmo dire il suo contesto personale permanente: Maria è «la serva (he doule) del Signore», sempre e solo disponibile a lui, come una schiava, pronta ad accogliere ed eseguire tutto quello che il Signore possa desiderare. L'espressione greca usata dà un risalto fortissimo a questa disponibilità sempre mobile: Maria non è una serva sarebbe doule senza l'articolo ma è la serva (he doule) per eccellenza; tutta la sua vita, tutta la sua personalità anche psicologica i suoi desideri, le sue aspirazioni, i suoi sogni, il suo mondo è disponibilità senza riserve e senza limiti di fronte a Dio. L'ideale evangelico del 'bambino' che si affida tutto a Dio non poteva trovare un'espressione più chiara. Un altro quadro di Luca che ci permette di capire la personalità di Maria è il cantico, detto del Magnificat (Lc 1,4655). Si tratta, indubbiamente, di una costruzione letteraria di Luca, particolarmente raffinata, mediante la quale Luca è consapevole di potere interpretare adeguatamente Maria. Il brano ha un suo ritmo poetico, è un canto: indica quindi lo stato d'animo commosso, quello appunto che, più che in un discorso comune e in prosa, viene espresso nella lirica della poesia. In questo stato di commozione Maria rivolge il suo pensiero a Dio: è entusiasta di lui, al punto che non trova parole adeguate per esprimersi: «Maria non risponde a Elisabetta, ma viene collocata in totale solitudine di fronte a Dio». E Dio le appare sempre più Dio, sempre più grande e da proclamare come tale. La grandezza trascendente di Dio che Maria sente non la opprime: anzi, al contrario, le dà un senso di gioia incontenibile: «L'animà mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore». Dio, infatti, pur nella sua grandezza irraggiungibile, è, per Maria, il salvatore, colui, cioè, che le garantirà è questo lo schema della salvezza che Luca desume dall'Antico Testamento il massimo della sua positività, al riparo sicuro da qualunque insidia antagonistica. A questo grido di giubilo segue una motivazione specifica ed è il punto che più ci interessa. Dio è per Maria il Salvatore e la causa di tutta la sua gioia «perché ha guardato l'umiltà della sua serva». Maria si qualifica di nuovo come la serva di Dio per eccellenza, con quella pienezza di disponibilità che abbiamo rilevato. Come 'la serva di Dio', Maria si trova in una condizione permanente di 'umiltà'. E' il termine (tapeinosin) che corrisponde al verbo 'abbassarsi, espropriarsi' (tapeinoo) che abbiamo visto attribuito sia al 'bambino' ideale sia, concretamente, a Gesù. L'umiltà di Maria è allora da intendersi sulla stessa linea: davanti a Dio, Maria, la sua serva, si espropria di tutto, relativizza tutto. La sua umiltà esprime la disponibilità incondizionata ma fiduciosa del bambino. Ed è proprio su questa dimensione che fa presa lo sguardo compiacente di Dio. E Dio che richiede alla sua serva questa disponibilità completa, riempirà lo spazio di disponibilità che esige. L'umiliazione, nel senso preciso che abbiamo illustrato, apre la porta all'ingresso del regno. Maria lo sa e per questo è felice. Esulta in Dio e sente, con gioia commossa, che quanto Dio le dona, in proporzione diretta con la capacità recettiva della sua umiltà, sarà oggetto di ammirazione per sempre: «Da ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata, poiché grandi cose ha fatto in me colui che è potente e il suo nome è santo» (Lc 1,4849). Entrata pienamente nel giro del regno, Maria ne comprende le esigenze anche per gli altri. Senza questa umiltà, questo farsi bambini nel senso indicato, l'uomo cerca di costruire se stesso e il suo mondo prescindendo da Dio e si mette, così, in una posizione antiregno. Dio, che rispetta la scelta libera dell'uomo, lascia fare, ma poi, a un certo punto, interverrà. Ciò che l'uomo avrà costruito senza Dio, in se stesso e al di fuori di se stesso, sarà eliminato. Chi, invece, si sarà aperto totalmente a Dio nella disponibilità dell'umiltà, non rimarrà deluso, a mani vuote: Dio lo colmerà dei suoi beni, gli farà, appunto, prendere parte al suo regno: «Spiegò la potenza del suo braccio, disperse i superbi nei pensieri del loro cuore; tirò giù i potenti dai troni, esaltò gli umili» (Lc 1,5152). Appaiono evidenti, riassumendo, i tratti salienti del 'bambino' evangelico ravvisabili nella figura di Maria, quali ce li delinea Luca: Maria è la serva di Dio, che, di fronte all'iniziativa di Dio, lascia tutto e si affida, con un abbandono illimitato, proprio all'imprevisto di Dio. Come 'la serva di Dio', Maria vive in una situazione protratta di umiltà, che si oppone alla superbia di cuore di coloro che vogliono costruire il proprio mondo da se stessi. Tutta costruita da Dio, Maria è gioiosamente entusiasta di lui. Questo quadro suggestivo è completato dalla figura di Maria, così come ce lo presenta Giovanni, molto vicino a Luca, com'è noto. La disponibilità al Padre che Maria ha osservato in Gesù dodicenne e che deve avere avuto altre mille occasioni di costatare e di apprezzare diventa, in lei, disponibilità anche nei riguardi di Gesù. E' quanto troviamo nel Segno di Cana. Venuto a mancare il vino, Maria presenta il fatto increscioso a Gesù: «Non hanno vino» (Gv 2,3). La risposta di Gesù è enigmatica: «Qual è il mio rapporto con te, o donna? Ancora non è giunta la mia ora» (Gv 2,4). C'è tra Gesù e Maria un rapporto misterioso, in base al quale Maria è chiamata 'donna'. Tale rapporto si chiarirà in seguito quando, sotto la croce, Maria riceverà l'incarico di una maternità messianica della chiesa, dove dovrà favorire la crescita della dimensione di Cristo. Avrà, per così dire, una maternità al quadrato (cf Gv 19,2527). Ma sa rispettare i ritmi di Gesù, è pienamente disponibile, anche quando non sa quale sarà il comportamento di Gesù. Ciò appare anche nella sua reazione alle parole di Gesù. Rivolgendosi ai servitori, dice loro: «Fate tutto quanto potrebbe dirvi (ho ti an lege)» (Gv 2,5).

 

CONCLUSIONE

L'approfondimento biblico si è rivelato stimolante. Ci ha permesso di cogliere, al di là di quello che potrebbe essere un sentimentalismo facile e dolciastro e al di qua di un atteggiamento sprezzante e sterile di intellettualismo, il significato solido e quanto mai impegnativo, addirittura provocante, che sia la devozione a Maria Bambina, sia, più specificamente, la denominazione Suore di Maria Bambina sono capaci di evocare. Si tratta di una vera sfida che, tramite queste espressioni, ci viene lanciata: una sfida alla disponibilità assoluta e illimitata nei riguardi di Dio, senza remore e senza paure, tutta improntata alla gioia con la generosità senza calcoli propria del bambino. Non abbiamo un'idea di quello che Dio farebbe di noi, se fossimo 'bambini' disponibili a lui. Lo possiamo intravvedere nei due modelli di 'umiltà' che abbiamo esaminato. Anzitutto Gesù. Il Padre ha preso sul serio la sua disponibilità: gli ha chiesto il massimo di dono e Gesù si è fatto allora «obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fu 2,8). Ma Dio, che chiede al di là di ogni immaginazione, potremmo dire al di là di ogni limite, sa poi donare ancora di più. Si entra nel vertiginoso. Gesù, disponibile e obbediente fino alla morte di croce, riceve «il nome al di sopra di ogni altro nome, in modo che nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, in cielo, sulla terra e sottoterra e ogni lingua proclami: Gesù è Signore!» (Fu 2,911). Dio sorprende in tutto, in quello che chiede e in quello che dà. Accanto a Gesù, c'è Maria, come modello di disponibilità sia nei riguardi di Dio che nei riguardi di Gesù. Dio le ha chiesto tanto: una vita povera, nascosta, di lavoro, una vita che culmina nella sofferenza del calvario, «la spada che le passa l'anima» (Lc 2,35). Gesù le chiede di stare attenta ma sempre in disparte durante la sua vita pubblica. E proprio sul calvario, nel momento più drammatico della sua sofferenza, Maria non si può ripiegare su se stessa e chiudersi nel suo dolore. Non dovrà pensare a se stessa, dovrà quasi dimenticare la sua sofferenza personale per essere disponibile a continuare la sua maternità, a livello di promozione della crescita di Gesù nell'ambito della vita della chiesa. Ma anche nel caso di Maria, Dio e Gesù che le chiedono tanto, le hanno saputo donare di più. Maria ne ha come un presentimento quando afferma: «D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata perché colui che è potente ha fatto per me grandi cose» (Lc 1,4849). Le 'grandi cose' che Dio e Gesù fanno per Maria, madre della chiesa, si sono rivelate e si stanno rivelando proprio nella vita della chiesa. Come, nella prospettiva teologica di Giovanni, è impensabile Maria 'Madre di Gesù' e 'donna' senza la chiesa, così la chiesa, come si è sviluppata e si sta sviluppando, non è pensabile divisa da Maria. Le 'Figlie del Redentore' di santa Bartolomea Capitanio, denominate ufficialmente Suore di carità, dette di Maria Bambina, riusciranno a praticare la 'carità ardentissima' di Cristo nella misura in cui sapranno fare propria l"umiltà' di Maria Bambina. Allora la felicità di Gesù, Signore risorto, e la gioia di Maria che si proclama beata, competeranno anche a loro. Dio continuerà ancora a stupirci con le grandi opere che saprà realizzare.

 

Capitolo terzo

MARIA BAMBINA NELL'AGGADA CRISTIANA AI MARGINI, FUORI DELLA GRANDE CHIESA, TRA LE MURA DEI CHIOSTRI MEDIEVALI

Eredi di tesori spirituali preziosi, sovente ci vantiamo degli stessi, ostentandone l'appartenenza, gelosi della loro custodia. Eppure, più spesso non ne cerchiamo le origini, soddisfatti in cambio di cenni generici, che ben poco ci rivelano di una storia a volte tanto sofferta. Ora, la devozione e il culto a Maria Bambina è appunto uno di questi tesori, a cui la chiesa tutta e in particolare le Suore di carità rivolgono gli sguardi, colte da affetto e fascino senza pari. E dove mai non risuona il nome che ebbe alla nascita «questa fanciulla ebrea»? Davvero «a noi solenne è il nome tuo, Maria»! Ciò premesso, è evidente il motivo del lavoro. Difficilmente l'analisi di una mente ragionatrice poteva regalarci un quadro, a proposito dell'infanzia della Vergine, così vivo e pieno di effetto, come l'aggada cristiana, cioè il racconto popolare, ispirandosi all'agiografia giudaica, è riuscito a concretizzare, drammatizzando tanto la figura principale come quelle secondarie con tratti indelebili. Iniziando, dovremmo indicare qualcosa circa la letteratura relativa all'argomento: essa è davvero imponente! Se lo scopo dello scritto ci esime dal farlo, chi legge non mancherà di continuare personalmente la ricerca. Dal canto nostro, presentiamo qui tre composizioni, certamente le più note: il Protoevangelo di Giacomo, lo Pseudo Matteo e il Libro della natività di Maria, inserendo dopo il primo testo quanto il profeta dell'Islam, con stile e affetto inimmaginabile, ha riferito di Maria. Vorremmo paragonare il materiale a cristalli diversi, posti a distanza uno dopo l'altro, ma l'uno più dell'altro prezioso e trasparente. Riflettono tutti la stessa luce, ma nell'ultimo essa brilla più limpida e serena, come ben si addice alla Vergine tuttasanta.

 

I.

AI MARGINI DELLA COMUNITA'

Tutto ebbe inizio quando calunnie di origine giudaica e pagana si fecero sempre più insistenti al fine di demolire la concezione miracolosa di Gesù. Gli uni lo dicevano figlio illegittimo o meno, poco importa di un soldato di nome Pantera; nato da fornicazione, sostengono Atti di Pilato, 11,3. In campo pagano il filosofo Celso (178 ca), orgoglioso di conoscere tutto, ripeteva che Gesù non è figlio di una vergine, ma di povera filatrice, ripudiata dal marito carpentiere perché infedele. Ella lo diede alla luce di nascosto. Spinto da povertà, quegli si recò in Egitto, dove nel frattempo apprese la magia nera e così, tornato, potè proclamarsi dio. Un dio, però, non poteva unirsi a Maria, che, peraltro, non era né bella né ricca né di sangue reale; nessuno la conosceva, nemmeno i vicini. Era stata infedele e Dio non poteva salvarla. Questa, la calunnia mostruosa che in vari modi riecheggerà lungo i secoli. Ma la semplicità del testo canonico pareva pure, a sua volta, causare incertezza circa qualcosa di cui il popolo fedele, con lo sviluppo teologico, era convinto. Luca 2,22ss nel racconto della purificazione non si prestava a sostegno alla credenza che Maria avesse perso nel parto la sua verginità? I 'fratelli di Gesù', più volte menzionati negli scritti sacri, rischiavano di passare come veri fratelli, nati in seguito, se il lettore non avesse notato che mai di nessuno di loro la madre di Gesù è chiamata madre. Infine, la discendenza davidica di Giuseppe era sufficiente per fare di Gesù un vero davidide? A tutto questo il primo autore della grande leggenda mariana risponde, verso il 200 dC, imbastendo uno scritto, sostanzialmente un'apologia, ma nel contesto formale di un racconto semplice e insieme affascinante: un romanzo religioso, diremmo oggi. Non ci sono sviluppi puramente teologici, ma solo una narrazione della vita di Maria, dove santità interiore senza precedenti, verginità fisica e altri motivi dettati dai canoni dell'agiografia giudeocristiana sono fusi in un tutto armonioso. E così si leva distinta e splendida agli occhi del lettore la figura della «sempre vergine, la fanciulla divina»! La prima infanzia si svolge sotto lo sguardo degli angeli e di uomini santi, in ambiente che rievoca e ripristina l'epoca paradisiaca, prima della caduta. Benché unica erede della ricchezza paterna, il tenore ascetico della condotta anticipa già la segregazione degli anni seguenti: la bimba non tocca la terra comune, ha un oratorio privato, vergini scelte le stanno dintorno. Poi, a compimento di un voto della madre, ratificato e sollecitato dal padre, a tre anni è condotta al tempio. Qui rimane fino alla pubertà. Cresce come colomba, simbolo dell'innocenza, e gli angeli per nove anni le recano il cibo. Senza timore di smentita, e con più ragione, può ripetere con Pietro: «Nulla di comune e impuro, Signore, ho mai mangiato!» (Atti 10,14). Al termine del soggiorno, per indicazione del cielo, è affidata a Giuseppe, carpentiere, operaio e forse pure imprenditore edile. L'unione, descritta con frasi prudenti, è certamente un matrimonio, benché in fine si riduca a semplice custodia, assente per di più il custode per lo spazio di ben quattro anni. Lui, del resto, all'inizio non vorrebbe neppure ricevere la fanciulla: è vecchio, vedovo e con figli. Ora è chiaro chi sono i fratelli di Gesù! Giunge intanto il periodo più importante della vita di lei. Ma prima che questa inizi, ecco che quasi d'improvviso è presentata come una davidide. Il nascituro sarà dunque vero discendente del grande re e profeta e la figlia del ricco Gioacchino non è una donna qualsiasi! Con la discrezione consueta, l'autore ora tratta del concepimento di Gesù. Sì, Maria ha davvero concepito, ma la sua purezza rimane illibata. Chiunque rimane affascinato dalla fanciulla senza affetto terreno. Si potrebbe non credere a ciò che ella ripete con lacrime: «Io sono pura e non conosco uomo»? Sennonché lo sviluppo del racconto vuole che i sentimenti di tutti non siano eguali. L'acqua della prova comunque scioglierà ogni incertezza e così il viaggio alla volta di Betlem diviene possibile. Lungo il percorso il volto di lei, ora triste ora lieto, riflette il suo animo di fronte alla storia della salvezza, così come quaranta giorni dopo sarà descritta da Simeone. Nel frattempo il momento solenne è giunto. La nube, simbolo della presenza divina, copre la grotta, quindi si ritrae e nell'interno brilla luce ingente: questa man mano si dilegua ed ecco un pargolo! No, non è un fantasma, ma un bimbo vero, perché ha bisogno del latte materno. L'aiuto della levatrice non occorre; occorre però che questa sia presente e testimoni. La donna, uscendo dalla spelonca e incontrando l'amica e collega Salome altro futuro testimone, come richiede la legge esclama: «Una vergine ha partorito!». Quella non crede, ma l'autore sa bene come convincerla. E' la prova che Tommaso, a dir vero, ha solo prospettato. E così l'integrità di Maria è incontestabile. Ma l'audacia sgradevole, senza dubbio, alla sensibilità odierna, benché documentata nell'epoca è punita. Il bimbo comunque risponde con un atto di bontà il primo atto di salvezza e Salome, come Tommaso e apparentemente ancor più di lui, prorompe in un atto di fede. Senza accennare ai pastori, privi di interesse ai fini del racconto, il narratore muove veloce verso l'ultima scena: la presentazione al tempio. A questo punto si giunge con logica successione di fatti: adorazione dei magi, uccisione degli innocenti, rifugio del bambino e sorte di Zaccaria. E in quel momento madre e figlio insieme udranno dalla bocca di Simeone il disegno divino a loro riguardo nell'opera della redenzione, in cui il ruolo di madre è inserito dallo Spirito nella trama del dramma del figlio.

 

IL PROTOEVANGELO DI GIACOMO

L'affronto in pubblico

Nelle Memorie delle dodici tribù d'Israele si parla di Gioacchino come di persona molto ricca. I doni che offriva erano sempre di più dell'ordinario. Pensava: il soprappiù vada a beneficio di tutto il popolo e il resto perché il Signore mi sia propizio, perdonando i miei peccati. Ora, il grande giorno del Signore era giunto e, mentre i figli d'Israele presentavano i loro doni, ecco Ruben farsi innanzi e così rivolgersi a Gioacchino: «Tu non hai diritto di offrire i tuoi doni, perché non hai discendenza in Israele». Gioacchino, terribilmente afflitto, consultò il registro delle dodici tribù, per sapere se fosse lui solo a non avere avuto discendenza in Israele. Indagò, ma trovò che tutti i giusti avevano lasciato dietro a sé qualcuno. Si ricordò del caso del patriarca Abramo: Iddio gli aveva concesso un figlio, Isacco, già al termine della vita. Gioacchino si fece triste assai, non si fece più vedere da sua moglie, ma si ritirò nel deserto. Là, piantata la tenda, digiunò quaranta giorni e quaranta notti. Decise in cuor suo: Non scenderò né per mangiare né per bere, finché non mi abbia visitato il Signore, mio Dio. La preghiera mi sarà cibo e bevanda.

 

Il lamento di Anna

Nel frattempo Anna, sua moglie, con doppio lamento si lamentava, in doppio gemito si effondeva: «Piangerò la mia vedovanza, piangerò pure la mia sterilità!». Ma il grande giorno del Signore era giunto e Giuditta, sua ancella, così le parlò: «E fino a quando ti affliggi? Ecco è giunto il grande giorno del Signore e non ti è lecito lamentarti. Prendi piuttosto questa fascia; me l'ha data colei che sopraintende al lavoro. A me non è permesso recingermi della stessa, ché sono ancella ed essa reca impresso un segno regale». Anna le rispose: «Allontanati da me: tali cose non le ho mai fatte. E poi il Signore mi ha afflitta grandemente. Può darsi che un ladruncolo te l'ha regalata e così tu mi vuoi fare complice del tuo peccato». Giuditta replicò: «E quale male ti posso ancora augurare, dopo che il Signore ha chiuso il tuo seno così che tu non dia frutto in Israele?!». Anna si fece triste assai. Deposti però gli abiti di lutto, lavato il capo e indossati gli abiti nuziali, scese verso le tre pomeridiane in giardino a passeggiare. Scorse un lauro e, sedutasi presso, pregò l'Onnipotente: «Dio dei nostri padri, benedicimi e ascolta la mia supplica, come benedicesti il seno di Sara donandole un figlio, Isacco». Levati poi gli occhi al cielo, vide un nido di passeri sull'alloro. Allora pianse nel suo interno: «Ohimé, chi mi generò? Qual seno mi produsse? Qual maledizione fui generata dinanzi ai figli d'Israele; oltraggiata e con scherno m 'hanno scacciata dal tempio del Signore. Ohimé, a chi son divenuta simile? Non certo agli uccelli del cielo, ché gli uccelli del cielo, essi pure sono fecondi innanzi a te, o Signore. Ohimé, a chi sono divenuta simile? Non certo alle fiere del campo, ché le fiere del campo, esse pure sono feconde innanzi a te, o Signore. Ohimé, a chi sono divenuta simile? Non certo a queste acque, ché queste acque, esse pure sono feconde innanzi a te, o Signore. Ohimé, a chi sono divenuta simile? Non certo a questa terra, ché questa terra, essa pure produce i suoi frutti nella stagione e ti benedice, o Signore».

 

La lieta novella

Ma ecco l'angelo del Signore presentarsi e dirle: «Anna, Anna, il Signore ha esaudita la tua supplica: concepirai e genererai. Della tua prole si parlerà su tutta la terra». Anna rispose: « Vive il Signore, mio Dio: chi genererò, maschio o femmina, lo donerò al Signore, mio Dio, perché rimanga al suo servizio tutti i dì della sua vita». In quel mentre giungevano due messi. Le dissero: « Gioacchino, tuo marito, arriva con il gregge. Un angelo del Signore è sceso da lui e gli ha detto: Gioacchino, Gioacchino, il Signore ha esaudito la tua supplica; scendi, perché Anna; tua moglie, ha concepito nel suo seno». Gioacchino difatti era sceso e, chiamati i pastori, aveva dato loro l'ordine: «Portatemi qui dieci agnelli senza macchia e senza difetti: li sacrjficherò in olocausto al Signore mio Dio. Portatemi pure dodici vitelli teneri: saranno per i sacerdoti e il sinedrio. E ancora cento capretti, per tutto il popolo ». Ed ecco giungere Gioacchino con i greggi. Anna si fermò alla porta e lo vide arrivare. Allora corse e gli si appese al collo, dicendo: «Ora riconosco che il Signore Iddio mi ha benedetta grandemente: ecco che la vedova non èpiù vedova ed io, la sterile, ho concepito nel mio seno». Quindi Gioacchino andò a riposare a casa sua.

 

Nascita di Maria

Il dì seguente offriva i suoi doni, pensando in cuor suo: se il Signore Iddio mi èpropizio, me lo dimostrerà la lamina in fronte al pontefice. E così Gioacchino offriva i suoi doni; intanto osservava la lamina del pontefice mentre questi saliva l'altare del Signore. Ma non riscontrò alcun peccato in se stesso. Allora esclamò: «Adesso sono sicuro che il Signore m 'è propizio e m 'ha perdonato tutte le mie colpe». Giustificato, discese dal tempio del Signore e tornò a casa. Compiuti i suoi mesi, come l'angelo aveva detto, Anna diede alla luce. Ella domandò alla levatrice: «Che cosa ho partorito?». Quella rispose: «Una femmina». Allora Anna esclamò: «Oggi veramente mi sento onorata»; e la pose a giacere. Al termine dei giorni prescritti si purificò, porse il seno alla bimba e la chiamò Maria. Dì per di la bimba si fortificava. Giunta all'età di sei mesi, la madre la pose al suolo: voleva vedere se stesse diritta. Fatti però sette passi ella tornò in grembo di lei. Anna allora, prendendola, esclamò: «Vive il Signore, mio Dio: tu non calpesterai questo suolo, finché non ti abbia condotta nel tempio del Signore». Preparò quindi un santuario nella sua camera da letto e fece in modo che cosa profana o immonda non le venisse tra mano. Poi chiamò le figlie senza macchia degli ebrei perché l'intrattenessero. Quando la bimba compì il primo anno, Gioacchino fece una grande festa. Invitò i pontefici, i sacerdoti, gli scribi, il sinedrio e tutto il popolo d'Israele. Presentò la bimba ai sacerdoti e questi la benedissero: «Dio dei nostri padri, benedici questa bimba e dalle un nome rinomato, duraturo in tutte le età». Il popolo tutto rispose: «Così sia, così sia, amen». Gioacchino la presentò poi ai gran sacerdoti, i quali loro pure la benedissero: «Dio dei luoghi eccelsi, guarda questa bimba e concedile benedizione somma, tale che in seguito altra fanciulla non abbia». La madre la sollevò e, riportatala nel suo santuario, le diede il seno. Quindi elevò al Signore Iddio il cantico: «Un 'ode canterò al mio Dio: Egli mi ha visitata ed il disprezzo dei miei nemici ha tolto da me. Un frutto della sua giustizia il Signore m'ha elargito, unico e molteplice alla sua presenza. Chi dunque farà sapere ai figli di Ruben che Anna porge il suo seno? Ascoltate, ascoltate, dodici tribù d'Israele: Anna porge il seno!». Adagiata la bimba nella camera provvista di santuario, tornò a servire gli ospiti. Terminato il convito, quelli tornarono lieti, lodando il Dio d'Israele.

 

La presentazione

Ora i mesi della bimba aumentavano. Quando raggiunse l'età di due anni, Gioacchino disse ad Anna: «Portiamola al tempio del Signore per soddisfare la promessa che abbiamo fatta. Diversamente l'Onnipotente potrebbe richiedercela e il nostro dono diverrebbe sgradito». Ma Anna osservò: «Attendiamo fino al terzo anno; la bimba allora non cercherà più il padre o la madre». L'altro accondiscese. La fanciulletta era divenuta treenne. Il padre disse: «Chiamate le figlie senza macchia degli ebrei prendano ognuna una lampada, che deve rimanere accesa, perché la bambina non si volga indietro e il suo cuore non è rimanga prigioniero fuori del tempio del Signore». E fecero così, finché ebbero raggiunto in alto il tempio. Il sacerdote la ricevette e, baciandola, la benedisse dicendo: «Il Signore ha reso grande il tuo nome in tutte le generazioni. Per mezzo tuo, alla fine dei giorni, il Signore manifesterà la sua redenzione ai figli d'Israele». La pose sul terzo gradino dell'altare. Il Signore Dio la ricoprì della sua grazia ed ella prese a danzare, mentre tutta la casa d'Israele le dava il suo amore.

 

Nel tempio

I genitori tornarono a casa, meravigliati e lodando il Signore, perché la bimba non si era voltata. Ora Maria era là, nel tempio, considerata come colomba. Un angelo le recava il cibo. Quando fu dodicenne, i sacerdoti si consigliarono: «Ecco, Maria ha dodici anni ed è qui nel tempio. Che faremo perché non contamini il santuario?». E così parlarono al gran sacerdote: «Il tuo posto è di fronte all'altare del Signore; entra dunque e prega per lei. Noi faremo ciò che il Signore ti manifesterà». Il pontefice, rivestito il manto con i dodici sonagli, entrò nel Santo dei Santi e pregò per lei. Ed ecco apparirgli un angelo e dirgli: «Zaccaria, Zaccaria, esci e aduna i vedovi del popolo. Portino ciascuno una verga. Ella sarà sposa di colui, per il quale il Signore mostrerà un prodigio». Uscirono gli araldi in tutta la regione della Giudea. La tromba del Signore risuonò e tutti corsero.

 

Giuseppe, custode di Maria

Giuseppe, gettata l'ascia, usci loro incontro. Quindi, adunatisi e prese le verghe, si recarono dal pontefice. Questi con le verghe di tutti entrò nel santuario e pregò. Terminata la preghiera, usci con le verghe e le diede loro. Ma in esse non apparve alcun segno. Quando però Giuseppe ricevette l'ultima verga, una colomba si levò da essa e si posò in capo a lui. Allora il sacerdote dichiarò: «Giuseppe, Giuseppe, sei stato eletto in sorte a prenderti la vergine del Signore in custodia». Giuseppe rifiutò con la scusa: «Ho già figli e son vecchio; ella invece è giovane. Temo di divenire lo scherno dei figli di Israele». Ma il sacerdote gli replicò: «Temi il Signore Dio tuo e rammenta ciò che Iddio fece a Datan, Abiron e Core: la terra si aprì e furono inghiottiti per la loro ribellione. Ed ora, Giuseppe, temi che cosa del genere non succeda a casa tua». Giuseppe, intimorito, la prese in custodia per sé e le disse: «Ti ho ricevuta dal tempio del Signore, ora ti lascio a casa mia: devo assentarmi per i miei lavori. In seguito tornerò da te. Nel frattempo il Signore veglierà su te».

 

L'annunciazione

Ora cifu un consiglio dei sacerdoti, i quali proposero: «Facciamo un velo per il tempio del Signore». fipontefice soggiunse: «Chiamatemi le vergini senza macchia della tribù di Davide». I ministri partirono e, cercato, trovarono sette vergini. Il pontefice si ricordò che la fanciulla Maria apparteneva alla tribù suddetta ed era immacolata, consacrata a Dio. I ministri andarono e la condussero. Le condussero nel tempio. Il sacerdote parlò loro così: «Fatemi sapere con la sorte chi debba filare ifili d'oro, l'amianto, il lino, la seta, la porpora violetta, lo scarlatto e la vera porpora». Maria ottenne la vera porpora e lo scarlatto. Li prese e tornò a casa. In quel tempo Zaccaria diveniva muto. Samuele ne fece le veci, finché Zaccaria cominciò di nuovo a parlare. Maria intanto filava. Un dì uscì con la brocca ad attingere acqua. D'improvviso sente una voce: «Salve, o piena di grazia: il Signore è con te, o benedetta fra le donne!». Ella si volgeva a destra e a sinistra per vedere donde mai venisse quella voce. Presa da timore tornò a casa, dove, deposta la brocca, riprese la porpora e, seduta su uno sgabello, continuò a filare. Ed ecco un angelo starle innanzi. «Non temere più le disse o Maria: tu hai trovato grazia dinanzi al Signore di tutti e concepirai per il suo Verbo». Maria, udita la cosa, ne fu perplessa dentro di sé. «Se io concepirò pensava per opera del Signore, il Dio vivo, darò alla luce come dà alla luce ogni donna?». L'angelo del Signore l'assicurò: «Non così, o Maria: la potenza di Dio ti coprirà con la sua ombra; e così anche l'essere che dovrà nascere sarà chiamato santo, figlio dell'Altissimo. Tu gli darai nome Gesù: egli salverà il popolo dai suoi peccati». Maria rispose: «Ecco: io sono la schiava del Signore alla sua presenza; sia di me conforme alla tua parola».

 

La visita a Elisabetta

Terminò quindi la porpora e lo scarlatto e li portò al sacerdote. Questi la benedisse: «Maria, il Signore Iddio ha reso grande il tuo nome. Sarai benedetta lungo tutt 'i secoli avvenire». Colta da gioia, Maria si recò da Elisabetta sua parente. Bussò alla porta. Quella, udendo, gettò via il filo scarlatto tra mano, corse alla porta e aprì. Vedendo Maria, si congratulò con lei: «Come mai a me l'onore che la madre del mio Signore venga da me?! Ecco infatti che il bimbo nel mio seno è balzato e ti ha benedetta». Maria, fissando gli occhi al cielo, esclamò: «Chi sono io mai, o Signore, perché tutte le generazioni dovranno benedirmi?». Se ne stette quindi tre mesi con Elisabetta. Intanto il suo seno s'ingrossava ogni di. Presa da timore, tornò a casa e si teneva nascosta dalla gente. Quando avvennero tali fatti misteriosi, aveva sedici anni.

 

Sorpresa di Giuseppe

Ella era nel sesto mese ed ecco Giuseppe tornare dai suoi lavori di edilizia. Entrato in casa, la trovò incinta. Percotendosi il viso, si gettò a terra su un sacco e scoppiò in pianto amaro: «Con quale faccia oserò ora guardare al Signore Dio mio? E che preghiera farò per questa fanciulla? La presi vergine dal tempio e non l'ho custodita! Chi mi ha teso un 'insidia? Chi ha fatto del male in casa mia ed ha violato la vergine? Si è forse ripetuta per me la storia di Adamo? Mentre questi attendeva alla lode divina, venne il serpente e, trovata Eva sola, la sedusse; così è capitato a me». Giuseppe, levatosi poi dal sacco, chiamò Maria: «Tu le disse oggetto di cura particolare da parte di Dio, come mai haifatto questo? Ti sei dunque scordata del Signore, Dio tuo? Perché ti sei resa vile, tu che crescesti nel Santo dei Santi e fosti nutrita dalla mano dell'angelo?». Ma lei scoppiò in pianto amaro, dicendo: «Pura son io e non conosco uomo». Giuseppe le replicò: «Come si spiega dunque ciò che hai in seno?». Giuseppe ebbe paura assai e si allontanò, pensando ciò che fare di lei. «Se nasconderò la sua colpa diceva mi trovo in contrasto con la legge. Ma se la denuncerò ai figli d'Israele, temo che ciò che è in lei sia opera angelica e allora apparirò come uno che ha fatto condannare un 'innocente. Che devo fare dunque di lei? L'allontanerò da me di nascosto». E la notte lo sorprese. Ma ecco un angelo del Signore apparirgli nel sonno e dirgli: «Non ti preoccupare per questa fanciulla. Ciò che è in lei proviene da Spirito Santo. Ella ti darà alla luce un figlio e tu gli darai nome Gesù. Questi salverà il suo popolo dai suoi peccati». Giuseppe si destò dal sonno, glorificò il Dio d'Israele, che gli aveva concesso tale grazia e continuò a custodirla.

 

L'interrogatorio e le acque amare

Ora lo scriba Anna venne da lui e gli disse: «Perché non sei venuto alla nostra adunanza?». Giuseppe gli rispose: «Ero stanco dal viaggio ed il primo giorno mi sono riposato». Ma nel frattempo l'altro, voltandosi, vide Maria incinta. Se ne andò allora di corsa dal sacerdote e gli disse: «Giuseppe, che tu tieni in alta considerazione, ha trasgredito gravemente [...], ha violato la vergine che ha presa dal tempio». Il sacerdote rispose: «Giuseppe ha commesso questo?». Lo scriba Anna a lui: « Manda pure a vedere e troverai la vergine incinta». Andarono e trovarono come quegli aveva detto. E li portarono tutt 'e due in tribunale. Il sacerdote chiese: «Maria, perché hai fatto questo? E perché ti sei resa abbietta, scordandoti del tuo Signore? Tu che crescesti nel Santo dei Santi, ricevesti il cibo dalla mano di un angelo, udisti gli inni e danzasti dinanzi a lui! Perché hai fatto questo?». Ella scoppiò in pianto amaro ed esclamò: « Vive il Signore, mio Dio: io sono pura innanzi a lui e non conosco uomo!». il sacerdote chiese a Giuseppe: «Perché hai compiuto tale cosa?». Giuseppe rispose: « Vive il Signore, mio Dio [...]: io sono puro a riguardo di lei!». Ma l'altro replicò: «Non mentire, ma dì il vero». Giuseppe tacque. Poi il sacerdote proseguì: «Rendi la vergine che prendesti dal tempio!». Giuseppe scoppiò in lacrime e il sacerdote decise: «Vi farò bere l'acqua della prova del Signore e lui manifesterà i vostri peccati». Quindi, presa quell'acqua, ne diede da bere a Giuseppe e lo inviò alla regione montuosa. Ma questi se ne tornò sano e salvo. Ne diede pure da bere a Maria e la mandò alla regione montuosa; ma tornò sana e salva. Tutto il popolo fu stupito che in loro non era apparso peccato. Il sacerdote allora sentenziò: «Se il Signore non ha manifestato i vostri peccati, neppure io vi giudico». E li rimandò. Giuseppe prese Maria e tornò a casa, lieto e glorificando il Dio d'Israele.

 

Nascita di Gesù e il racconto di Giuseppe

Ci fu un ordine del re Augusto: tutti gli abitanti di Betlem in Giudea dovevano farsi censire. Giuseppe pensò: « Io farò registrare i miei figli, ma che farò di questa fanciulla? Come la devo iscrivere? Come mia moglie? Ho vergogna. Come figlia? Ma tutti sanno che non è mia figlia! [...]». Sellò l'asina e vi fece sedere Maria... Percorse tre miglia, Giuseppe si voltò e la vide triste. Disse tra sé: «Probabilmente ciò che è in lei l'agita assai». Si voltò un 'altra volta e la vide ridere. Allora le chiese: «Maria, che ti capita? Vedo il tuo volto ora ridente ora rattristato». Maria gli rispose: « Vedo due popoli con i miei occhi; l'uno piange ed è in lutto; l'altro è lieto e si rallegra». A metà percorso Maria gli disse: «Fammi scendere dall'asina, perché ciò che è in me mi preme per venire alla luce». L'aiutò a scendere dall'asina e le disse: « Dove posso condurti per mettere al riparo il tuo pudore? Il luogo è deserto». Trovò là una spelonca e la condusse dentro. Le lasciò vicino i suoi figli e, uscito, cercava una levatrice ebrea nel territorio di Betlem. Ora, io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai l'aere e lo vidi come colpito da meraviglia. Guardai la volta del cielo e la vidi immobile. Gli uccelli erano fermi. Abbassai lo sguardo al suolo e scorsi per terra un vaso: operai sedevan intorno con le mani dentro di esso. Chi masticava non masticava più; chi prendeva su qualcosa non sollevava più; chi portava alla bocca non portava più: i volti di tutti guardavano in alto. Ed ecco pecore spinte avanti; non andavano innanzi, ma stavan ferme. Il pastore sollevò la mano per percuoterle con il bastone; la mano restò in alto. Guardai giù alla corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poste sopra, ma non bevevano. Quindi tutto, in un istante, riprendeva il suo corso. Ed ecco una donna scendere dalla regione montuosa. Mi disse: «Uomo, dove vai?». Le risposi: «Cerco una levatrice ebrea». Quella mi chiese: «Sei israelita?». Le risposi: «Si». Quella continuò: «E chi è colei che dà alla luce nella spelonca?». Le risposi: «La mia fidanzata». E quella a me: «Non è tua moglie?». Le risposi: «Ella è Maria, che crebbe nel tempio del Signore ed io l'ebbi in sorte come sposa. Ella però non è ancora mia sposa, ma ha concepito da Spirito Santo». La levatrice obiettò: «E' vero questo?». Giuseppe le rispose: « Vieni e vedi». La levatrice si mise in cammino con lui. Si fermarono all'ingresso della spelonca. Una nube misteriosa copriva la stessa. La levatrice disse: « Oggi l'anima mia ha ricevuto un grande favore, perché i miei occhi hanno visto cosa meravigliosa: è nata la salvezza per Israele!». All'improvviso la nube si ritraeva dalla grotta e luce apparve là tanto forte che gli occhi non la sopportavano. Poco dopo quella luce cominciò a dileguarsi finché apparve il bambino, il quale si volse per prendere il seno di sua madre, Maria. Allora la levatrice esclamò: «Oggi per me è gran giorno: ho contemplato questo nuovo spettacolo». Poi la levatrice usci dalla spelonca e Salome si imbattè in lei. Ella disse: «Salome, Salome: devo raccontarti qualcosa di nuovo: una vergine ha dato alla luce, cosa che natura non permette ». Ma quella replicò: «Vive il Signore mio Dio [...]: non posso credere che una vergine abbia dato alla luce». Alla fine però gettò un grido: «Guai al mio peccato e alla mia incredulità! Ho tentato il Dio vivo; perciò la mia mano mi si stacca, consumata dal fuoco». Allora piegò le ginocchia dinanzi all 'Onnipotente e pregò: «Dio dei miei padri, ricordati che io sono discendenza d'Abramo, Isacco e Giacobbe. Non fare di me esempio pubblico per i figli d'Israele, ma restituiscimi ai poveri. Tu sai difatti, o Onnipotente, che per amore del tuo amore prodigavo le mie cure e ricevevo la mia mercede da te». Allora un angelo le si presentò e le disse: «Salome, Salome: il Signore t'ha esaudita. Accosta la tua mano al bambino; prendilo su e sarà per te salvezza e gioia». Ella si accostò con gioia e lo prese su, dicendo: « Voglio adorarlo, perché è nato un gran re per Israele». Salome guari immediatamente.

 

I magi e l'infanticidio

Giuseppe si preparò per partire alla volta della Giudea. Ora si sollevò un gran trambusto a Betlem di Giudea. Eran giunti magi ed avevan chiesto: «Dove si trova il neonato re dei giudei? Abbiamo visto in oriente la sua stella e siamo venuti per adorarlo». Erode, udita la cosa, si turbò e mandò ufficiali dai magi. Fece venire i gran sacerdoti e li interrogò: «Come sta scritto riguardo al Cristo? Dove deve nascere?». Gli risposero: «A Betlem di Giudea; così difatti sta scritto». Poi li rimandò e interrogò i magi: «Che segno avete visto per il re neonato?». Quelli risposero: «Abbiamo visto una stella grandissima, lampeggiante fra tutte e le oscurava, così che esse non apparivano. In tal modo abbiam capito che un re è nato per Israele e siamo venuti per adorarlo». Erode rispose: «Andate a cercare. Se lo troverete, fatemelo sapere; voglio venire anch 'io ad adorarlo». Imagi partirono. Ed ecco la stella, vista in oriente, li precedeva, finché giunsero alla grotta dove entrarono; e vi si fermò sopra. I magi videro il bambino con la madre di lui, Maria. Dalla loro bisaccia trassero fuori doni: oro, incenso e mirra. Avvertiti poi dall'angelo di non tornare da Erode, per altra strada andarono alla loro terra. Erode si accorse che era stato giocato dai magi. Montato in collera, inviò sicari con l'ordine: « Uccidete i bambini dai due anni in giù». Maria, udendo che si uccidevano i bambini, spaventata, prese il fanciullo, lo fasciò e lo pose in una greppia di buoi. Elisabetta intese che si cercava Giovanni, lo prese e, recatasi nella regione montuosa, cercava qua e là dove nasconderlo; ma non c'era nascondiglio. Allora sospirando gridò: «Montagna di Dio, ricevi la madre con il figlio !». Improvvisamente il monte si spaccò e li ricevette, facendo splendere una luce per loro. L'angelo del Signore difatti li accompagnava e li custodiva.

 

Martirio di Zaccaria e presentazione al tempio

Intanto Erode cercava Giovanni. Mandò emissari a Zaccaria: «Dove hai nascosto tuo figlio?». Quegli rispose loro così: «Io sono ministro di Dio e bado continuamente al tempio del Signore; non so dov'è mio figlio ». Gli emissari andarono e riferirono ogni cosa a Erode. Questi, adiratosi, disse: «Suo figlio dovrà regnare su Israele!». E di nuovo gli mandò a dire: «Di' la verità: dov 'è tuo figlio? Sai bene che il tuo sangue è in mia mano!». Gli emissari andarono e fecero sapere ogni cosa a Zaccaria. Ma questi: «Martire di Dio io sono, se spargi il mio sangue. L'Onnipotente accoglierà il mio spirito, ché spargi sangue innocente nell'atrio del tempio del Signore». E verso l'alba Zaccaria fu trucidato. I figli d'Israele però non lo sapevano. I sacerdoti si presentarono all'ora del saluto, ma la benedizione di Zaccaria, come di consueto, non ci fu. Quelli si fermarono, in attesa, per rivolgergli a loro volta il saluto, accompagnato da preghiera, e per glorificare l'Eccelso. Poiché tardava, cominciarono tutti a temere. Quindi, uno di loro, facendosi coraggio, entrò e vide accanto all'altare sangue coagulato. Una voce intanto diceva: «Zaccaria è stato trucidato, ma non sarà cancellato il sangue di lui finché giunga il suo vindice». Quegli, udendo le parole, nefu preso da paura. Uscì e riferì ai sacerdoti. Quelli, facendosi animo, entrarono e videro l'accaduto. Si stracciarono le vesti da cima afondo. Lo piansero efecero cordoglio tre giorni e tre notti. Trascorsi tre dì, isacerdoti deliberarono chi porre al suo posto. La scelta cadde su Simeone. Era questi colui al quale era stato rivelato dallo Spirito Santo che non avrebbe gustato la morte, prima di vedere il Cristo nella carne. Ora io, Giacomo, colui che scrisse questa storia, poiché si era sollevato a Gerusalemme un subbuglio alla morte di Erode, mi ritirai nel deserto fino alla fine dell'agitazione. Qui lodavo l'Onnipotente, che mi aveva concesso il dono e la sapienza per scrivere il racconto.

 

E' fuori dubbio che lo scritto, su riferito quasi per intero, il cui supposto autore sarebbe Giacomo il minore, rifletta innanzitutto cultura e sentimenti di chi lo compose. Non è però fuori posto riscontrare qui anche la cultura e i sentimenti e cioè la pietà mariana dell'ambiente in cui vide la luce: testimonianza preziosa, a causa dell'antichità e l'estensione. L'amore per Maria richiama il caso analogo dei contemporanei Atti di Paolo, stesi per affetto verso l'apostolo. Se il nostro autore non fu scoperto e deposto qualora anche lui fosse stato presbitero non è escluso che ciò si dovette pure alla forma narrativa dell'apocrifo, meno fantastica e quindi più convincente. Per giunta, non è qui trasparente, come negli Atti suddetti, influsso di istanze ascetiche. E' quindi gratuito scoprirne l'autore tra gli ebioniti, parte dei quali un tempo esaltava grandemente l'encratismo sessuale. E neppure si può parlare di docetismo a causa del modo davvero delicato e solo accennante! con il quale è descritta la nascita di Gesù, come si trattasse del passaggio di un corpo imponderabile o immateriale attraverso il seno di Maria. Quel corpo appena nato ha pure bisogno di cibo! La geografia palestinese, vaga e incerta, esclude che lo scrittore sia giudeo o etnicocristiano con dimora in Palestina. Egli comunque dimostra eccellente conoscenza del canone alessandrino, come del Nuovo Testamento; non solo, ma è pure al corrente di tradizioni e usi ebraici. Il fatto che questi, a volte, sono elaborati in modo non corretto, ha fatto si che gli fosse negata la qualifica di giudeocristiano. Riteniamo a torto, ché il racconto offre caratteristiche e motivi insistenti del midrash aggadico ebraico e quindi l'incoerenza storica può bene risolversi in deformazione voluta. Consideriamo ora l'erudizione biblica dello scrittore. Il testo è per lui, in breve, solo una storia, affine senza dubbio a quelle di Susanna, Giuditta e Tobia, raccolte probabilmente in uno scritto intitolato:

 

Le Memorie delle dodici Tribù.

Al fine perciò di ottenere una composizione verosimile, e quindi credibile, occorreva che essa ripetesse ed elaborasse motivi e schemi veterotestamentari, specie quelli dei testi indicati, graditi e ben noti. La ripetizione si estende, sempre a tale scopo, anche alla lingua: un greco semplice e trasparente, con preferenza alla paratassi. Il vocabolario per lo più è quello dei testi sacri. Non ci voleva di più per imprimere un senso di sacramentalità. L'imitazione descritta rientrava del resto nello stile contemporaneo: fatto documentato anche per il racconto lucano dell'infanzia. Ciò premesso, è facile spiegare la lamina d'oro in fronte al pontefice, il manto con i sonagli, l'oracolo con il bastone, le acque amare, i due popoli che la vergine scorge prima del parto. Sterilità e gravidanza di Anna richiamano l'omonima madre di Samuele e la madre del precursore, come il sospetto di lei rievoca quello analogo di Tobia, causato però a costui dalla stessa moglie, la quale pure si chiama Anna ed è impegnata in lavori femminili a pagamento, come la domestica della moglie di Gioacchino. Il giardino di questi ha un parallelo in quello dell'omonimo padre di Susanna, lui pure ricco assai. Il dramma di Maria, trovata gravida, e l'oltraggio subito da Anna da parte di Giuditta, si possono confrontare con il dolore di Sarra, la futura moglie di Tobit, sospettata, a causa della morte dei suoi fidanzati, dalle sue ancelle. Ma è la storia di Susanna nel suo contenuto essenziale che fa da modello a ciò che succede a Maria. Infine però ambedue risultano innocenti e così il sangue innocente non è versato. Sennonché, in contrasto con paralleli del genere, ecco inserirsi sviluppi emotivi poco credibili o almeno sbiaditi, con linguaggio piuttosto vago. L'espressione «il gran giorno del Signore», ripetuta all'inizio, non precisa alcuna festa in particolare. L'autore ha forse in mente la pasqua cristiana?! Le «figlie senza macchia degli ebrei» formano una casta a sé? L'intero popolo d'Israele, a cui sono regalati cento capretti e il quale è invitato al festino di Gioacchino, pare una comunità abbastanza ridotta. Qualcosa poi di inaudito rappresentano la specie di interdetto inflitto a Gioacchino a proposito della precedenza nell'offerta, perché senza figli, la prova delle acque amare anche per Giuseppe, l'accesso di Maria all'altare per invito del sacerdote, nonché la dimora di lei nel tempio, per giunta nel Santo dei Santi, per nove anni. Per quanto poi concerne la geografia, il luogo dell'annunciazione, e quindi della casa di Giuseppe, non sembra proprio Nazareth, mai nominata, ma Gerusalemme o dintorni; e di qui la comitiva dei due' con almeno due figli di Giuseppe si dirige a Betlem. A mezza strada il bambino nasce in una grotta, ma il luogo non è in Giudea: in quale regione ci troviamo? Potremmo pure rilevare l'ingenuità nell'impiego di motivi propri o comuni con altre culture, indice di ambiente sincretista, più ampi di quello palestinese (i sette passi, la nascita nella grotta, la quiete della natura nel momento del parto). Tutti oggi convengono che la leggenda fa capo al racconto canonico, impiegato liberamente come è proprio degli antichi apocrifi. Il richiamo allo stesso è accentuato per non dire esasperato, come appare soprattutto nell'approccio del tutto 'cristiano' attribuito ai giudei, sacerdoti e popolo, in relazione con Maria. Qui il modello lucano è superato di gran lunga. Ciò è pure evidente nell'annunciazione di Gesù, in cui le parole dell'angelo ripetono, si può dire, quanto già sappiamo a proposito della concezione verginale, mentre la domanda precedente di Maria verte invece attorno la verginità nel parto, istanza posteriore, appartenente alla riflessione teologica, non biblica. La conoscenza dell'autore sia della prima Apologia che del Dialogo di Giustino ed altri motivi propongono il 200 circa come data probabile del testo. Quanto al luogo d'origine, viene rilevato che l'ambiente supposto, diviso unicamente tra deserto o montagna e centro abitato, riflette piuttosto la terra egiziana. Dall'Egitto provengono i più antichi manoscritti e la prima menzione presso Origene. E di là ci è giunto l'inno più antico in onore di Maria, un'antica recensione di sub tuumpraesidium, dove pure la stessa è chiamata theotokos, cioè madre di Dio. E ora un'altra domanda: ci sono nello scritto notizie attendibili? La critica risponde piuttosto negativamente. Uno spiraglio è, a volte, lasciato per i nomi dei genitori di Maria e la spelonca, il luogo della nascita, già attestato da Giustino. Comunque, il valore del testo non consiste certo nell'ipotetica trasmissione di notizie antiche, ma nell'influsso immenso esercitato nell'incrementare la devozione privata e liturgica e quindi nell'arte e nel folklore. Esso non è solo punto di partenza per lo sviluppo posteriore del pensiero mariologico, ma pare contenere in germe quanto in seguito teologia e magistero troveranno ragionevole e credibile. Non c'è dubbio, quindi, che il servizio reso dallo pseudo Giacomo non sarà mai sufficientemente apprezzato.

 

II.

NEL LIBRO SACRO DELL'ISLAM

Notizie preliminari

Tredici sono le sure o capitoli del Corano, dove Maria è ricordata: quattro appartengono al periodo meccano (612622) e nove a quello medinese. Del primo periodo sono la sura 19: Maria, 21: i Profeti, 23: i Credenti, 43: gli Ornamenti d'oro; del secondo, la sura 2: la Vacca, 3: la Famiglia di Imran, 4: le Donne, 5: la Tavola, 9: la Conversione, 33: i Confederati, 57: il Ferro, 61: le File serrate, 66: la Dichiarazione d'illiceità. Sura 19 e 3 sono datate rispettivamente verso l'inizio della carriera di Mohammed (615 ca) e verso la fine (631 ca). Il motivo mariano si ritrova sparso in tutto l'arco dell'attività del profeta. Il periodo meccano è a sua volta suddiviso in tre epoche. Nella prima il messaggio è di carattere escatologico, dovuto all'influsso giudeocristiano. Sura 43 appartiene alla seconda epoca (615618), contrassegnata da un forte richiamo al monoteismo e ai modelli veterotestamentari (storie dei profeti). Sura 21 e 23 si inserirebbero pure in questo tempo; altri indicherebbe invece la terza epoca, iniziata con l'emancipazione dalla Gente del libro e l'istituzione di una nuova comunità 'intermedia'. Il periodo medinese, iniziato con l'égira (16 luglio 622), non è comunemente frazionato. Mohammed si presenta ora agli arabi quale profeta e messaggero di Allah, cioè di Dio, e dispiega il suo genio politico e militare per la comunità teocratica. Nemici sono i pagani, i giudei e infine anche i giudeocristiani (nasara). L'edizione tipica del libro sacro, preparata dai dottori dell'Azhar (Cairo 1923, sotto gli auspici del re Fuad I), conta 6236 versi distribuiti in 114 sure di lunghezza decrescente, dopo la prima d'apertura. Non si tiene quindi conto, con tale ordine, della rispettiva data d'origine. La recensione pervenuta è quella di Othman ibn Affan, terzo califfo dell'islam. Questi, l'anno 650, faceva scomparire, con spada e fuoco, tutte le forme esistenti, compresa quella così preziosa del cugino e genero del profeta Ali, in cui era rispettata la cronologia. Othman regalava così ai posteri il 'cucito' attuale, abbastanza eterogeneo anche a proposito del contenuto di ciascun capitolo. Ora, nel materiale suddetto, i versi con riferimento diretto o indiretto a Maria sono circa settanta. Gli sviluppi più rilevanti si leggono nella sura 3: quindici versi, 5: diciassette versi e 19: diciannove versi. Non sono molti, se confrontati con il numero totale o anche con i cinquecentodue versi con oggetto Mosè, sparsi in trentasei sure, o i duecentoquarantacinque con oggetto Abramo in venticinque sure. La qualità però del materiale è sorprendente. Il nome della sura 19: Maria, proverrebbe dallo stesso profeta. Il testo, inoltre, benché l'istanza giudaica sia preponderante, è ricco anche di particolari cristorogici circa la persona e la missione di Cristo; di questi è riferita la nascita dopo quella della madre. Esso va certamente integrato con la sura 4. Qui pure il profeta, con empito antisemitico, accusa i giudei d'aver violato il patto, negato i segni di Dio, praticato l'usura e sottratto la proprietà altrui. Di due crimini peggiori però si sono ancora resi colpevoli: hanno tentato di uccidere il Messia, benché inutilmente, e hanno imbrattato la figura immacolata della madre con la «falsità mostruosa» (4,156). E' questa la calunnia di fornicazione, di origine antica, che il profeta confuta energicamente nella sura 19, assumendo qui si può dire il ruolo di apologeta della verginità di Maria.

La nascita

Dio certamente ha esaltato Adamo e Noè, la famiglia di Abramo e la famiglia di Imran sopra tutte le creature. Essi discendono l'ùno dall'altro. Dio ode e conosce tutto. Ricorda le parole della moglie di Imran: «Signore ella disse ecco: ti ho consacrato ciò che porto in seno. Sarà libero completamente e tu accettalo da me. Tu sei colui che ode e conosce». Equando l'ebbe data alla luce, esclamò: «Signore, ho partorito una femmina!». Dio però sapeva già chi aveva dato alla luce. «E' vero, il maschio non è come la femmina; io, comunque, l'ho chiamata Maria e la pongo con la sua discendenza sotto la tua protezione, al riparo da Satana, il maledetto». Il suo Signore l'accolse graziosamente e la fece crescere con buona crescita. Zaccaria si prese cura di lei (3,333 7b). Prima domanda: perché non compare nel racconto il nome della madre di Maria? Quella in realtà è la figura di primo piano, non il padre Imran. La difficoltà si attenua riflettendo come il Corano non nomina mai alcuna donna, neppure la figlia prediletta di Mohammed, Fatima, e la giovane moglie, cara fra tutte, Aisha. L'unica eccezione è per Maria: ben trentaquattro volte, venticinque delle quali insieme con il figlio! Altra domanda: chi è questo Imran, inserito in un catalogo di eletti con a capo Adamo, Noè e Abramo? Vari critici rilevano qui senz'altro un anacronismo grossolano: Imran non è altri che Amran, padre di Mosè e Aronne, vissuto molti secoli prima. Poiché altrove (19,28) la madre di Gesù è detta 'sorella di Aronne' così come Maria, la profetessa di Esodo 15,20, la spiegazione tornerebbe a proposito. Esegeti musulmani e altri però, più prudentemente, rifiutano l'ipotesi. Il testo: «essi discendono l'uno dall'altro», non accennerebbe tanto a una consanguineità vera e propria, quanto all'affinità spirituale basata su la stessa fede nell'unico e vero Dio e su la fedeltà al patto comune con Dio,così che tutti si possono ritenere fratelli e sorelle. E così Imran o Amran da un lato è il padre in senso biologico di Mosè, Aronne e della sorella Maria; nello stesso tempo è il progenitore spirituale di Zaccaria, Giovanni e Maria, madre di Gesù. Il fatto poi che questa sia detta 'sorella di Aronne' e non di Mosè dovrebbe accennare al sacerdozio del figlio, così come Aronne è il capo dell'antica stirpe sacerdotale, sia pure a causa di una lontana reminiscenza di Esodo 15,20. La visuale religiosa nelle genealogie di Gesù in Matteo e Luca non ha forse qualcosa in comune? Ed ora, tornando alla figura principale dello sviluppo coranico figura che la tradizione cristiana e quindi musulmana conosce sotto il nome di Anna essa compare qui gravida di un feto, certamente prezioso, e press'a poco con la seguente preghiera sulla bocca: «Signore, ho consacrato al tuo servizio ciò che porto in seno: un dono completamente libero dal mondo e tutto dedito a te. Ti prego, accettalo [...]». Un dono, libero completamente (muharrar): il nascituro non avrà nulla a che fare con impegni profani. Suo unico impegno sarà il servizio e quindi l'onore dell'Altissimo. In altre parole: il bimbo sarà offerto al Signore nel tempio. Tale è il voto ardente della madre. Ella non pensa neppure a qualcosa di inaspettato, che lì per lì, d'improvviso, pare frustrarne lo slancio, immergendola in angoscia profonda. Il neonato purtroppo non è un bimbo, ma una bambina! Solo i maschi potevano servire nel tempio. Angoscia e disillusione sono riflessi nel grido: «Signore, ho partorito una femmina!». La donna, nel suo subbuglio interiore, non riflette che Dio ben conosceva il sesso del nascituro e, se ciò aveva voluto, lo era per i suoi fini misteriosi. Ben presto però l'idea ultima fa breccia nel suo cuore. Mossa quindi da fede ardente nei disegni arcani dell'Onnisciente, ben lontana dall'uso contemporaneo di sopprimere sovente la femmina, ella dà alla bimba un nome. Ciò significa che ella deve vivere; l'Altissimo poi disporrà di lei, e della sua discendenza, come vorrà, proteggendola dal male. Tale è il senso delle parole: «Signore, ho partorito una femmina!». Dio però sapeva già chi aveva dato alla luce. «E' vero, il maschio non è come la femmina; io, comunque, l'ho chiamata Maria e la pongo con la sua discendenza sotto la tua protezione, al riparo da Satana, il maledetto». Maria: l'esegesi musulmana spiega il nome richiamandosi piuttosto alla devozione che alla etimologia. Esso, quindi, significherebbe: la devota. Sia il nome come già il desiderio della madre parlano dunque di consacrazione. E quel Dio, che tutto aveva predisposto, accoglie senz'altro graziosamente nel suo tempio la creatura, in modo inconsueto, e là ne procura la crescita fisica e morale con comune soddisfazione. Autori musulmani parlano della presentazione subito dopo la nascita; altri invece attendono alcuni anni, dopo la morte di entrambi i genitori; il padre si era spento ancora prima della nascita della bimba. All'inizio, nella prima infanzia, Zaccaria ed Elisabetta avrebbero avuto cura di lei; in seguito, offerta nel tempio, ella realizzava il voto della madre.

Nel tempio

Ricorda nel Libro quando Maria lasciò la sua gente diretta verso un luogo d'oriente, prendendo un velo per protezione (19,1617a). Il Signore la fece crescere. Zaccaria si prese cura di lei. Ogni volta che questi entrava da lei nel santuario (mihrab), le trovava accanto del cibo e perciò le domandava: «O Maria, come hai avuto tale cosa?». «Questo rispondeva mi viene da Dio. Egli provvede a chi vuole, senza limiti» (3,37b.c). E' molto discusso il senso del primo testo. C'è chi pensa all'oriente della casa paterna; altri invece, in modo forse più aderente al contesto, riscontrano un locale del tempio, nel lato orientale. Nel caso, esso si identificherebbe con la cella di preghiera o meglio con il santuario della seconda citazione, cioè con il santuario del tempio. Qui Zaccaria riceve la buona nuova di Giovanni; di là, uscendo, suggerisce al popolo con segni di lodare il Signore all'alba e al tramonto (19,711). Il racconto coranico ripete la tradizione apocrifa cristiana. Questa menziona il tempio, nientemeno che il Santo dei Santi, quale dimora di Maria fino all'età di dodici anni, l'inizio della pubertà. Nel mihrab campo di battaglia per l'etimologia popolare la fanciulletta inizia la sua lotta contro Satana, il maledetto, nella preghiera e nella meditazione, separata dagli sguardi indiscreti mediante una cortina oppure un velo, secondo l'uso della donna orientale. Zaccaria ne è il custode. Tale incarico gli era stato affidato in modo prodigioso, di seguito a contesa tra i leviti del tempio. Ventisette pretendenti, tra cui il vecchio Zaccaria, si presentarono così la tradizione per avere in custodia la figlia del pontefice Imran. Si recarono al fiume, forse il Giordano, e là gettarono le penne da loro usate per scrivere la Legge. Solo quella di Zaccaria rimase a galla! La cosa fu resa nota al relatore mediante rivelazione particolare: «Questa che ti riveliamo è una notizia del mondo invisibile. Tu non eri con loro quando gettavan le loro sorti, chi di loro doveva prendersi cura di Maria; tu non eri con loro quando discutevan tra loro» (3,44). E così Maria trascorse gli anni dell'infanzia nel santuario, sotto gli occhi di Zaccaria. C'era forse custode migliore, garante dell'integrità di lei? D'altra parte, Dio il migliore dei provveditori le faceva avere ogni cosa; tra l'altro, frutti d'inverno nell'estate e frutti d'estate nell'inverno. Angeli ne ambivan la compagnia, rallegrandola con visioni e rivelazioni, finché con la sua grandezza le fu pure rivelato il suo destino.

L'annunciazione

Ricorda quando gli angeli dissero a Maria: «O Maria, Dio ti ha prescelta, ti ha resa pura e ti ha esaltata sopra le donne del creato» (3,42). Sopra abbiamo detto della genealogia della famiglia di Imran; qualunque sia la vera relazione, biologica e spirituale, degli illustri individui indicati è certo che anche Maria brilla tra quegli eletti: «O Maria, Dio ti ha prescelta (istafaki)», ti ha preferita, ti ha predestinata, ti ha concesso il carisma profetico, riservato solo a uomini per essere suoi messaggeri. E la madre di Gesù non fu portatrice di un messaggio particolare? Dio ti ha esaltata a tal punto da preservarti da ogni macchia (tahharaki): immune da contatto umano, solerte nel conservare la propria verginità e la rettitudine, evitando qualsiasi macchia davanti a Dio e agli uomini. A ragione altrove (5,75) ella è chiamata 'giusta' e quindi santa. Esegeti dell'islam continuano gli elogi, asserendo che solo il Messia e sua madre furono protetti nascendo dal tocco di Satana. Costoro, senza saperlo, sembrano ripetere ciò che Efrem, colpito da meraviglia, aveva già scritto di Gesù e Maria: «Tu e tua madre soltanto siete quelli buoni completamente». Purtroppo, nel pensiero coranico Gesù è solo un profeta o un messaggero del volere del cielo e un taumaturgo. Come profeta, si presentò ai figli d'Israele, con in mano la Torah e il Vangelo, per confermare ciò che era stato rivelato prima a lui e per insegnare ciò di cui è lecito e non è lecito cibarsi, così che quelli trovassero il retto sentiero. Poi, quale taumaturgo come è noto già rispettivamente dal Vangelo siriacoarabo e dai Racconti dell'Infanzia il fanciullo ancora nella culla parlò speditamente e in seguito diede vita a uccelli d'argilla. Non diversamente poi da quanto riferiscono i Vangeli canonici, cresciuto, guarì il lebbroso, il cieco nato e risuscitò i morti (3,4851). Ma l'autore non sa nulla della morte di lui propiziatrice. Non si può quindi supporre una redenzione anche per Maria fin dal primo istante, così come il cristiano ama descrivere l'Immacolata concezione. L'educazione religiosa superficiale, per di più da fonti nestoriane e monofisite, privò il fondatore dell'islam di una conoscenza più profonda, serena e retta del dogma cristiano. Il modo, però, come egli si esprime nel caso a proposito di Maria rivela la sua grande ammirazione dinanzi a una simile figura, dotata di tale favore quale non ebbe donna alcuna: «O Maria, Dio ti ha esaltata sopra le donne del creato». Di fronte a un annuncio del genere, nel contesto di conversazione angelica, la mente e il cuore della fanciulla proruppero certamente in un empito di amore e di gioia, frammisto a timore, ringraziamento e adorazione. Ma così ella assecondava pure l'invito: «O Maria, sii devota al tuo Signore, prostrati e adora con chi adora» (3,43).

 

Quindi le inviammo il nostro Spirito. Questi si presentò a lei sotto forma di uomo perfetto. Ella, vedendolo, esclamò: «Io mi rifugio, dinanzi a te, nel Misericordioso; se temi Dio, allontanati!». Quegli rispose: «Io sono il messaggero del tuo Signore; sono venuto per darti un fanciullo tutto puro». Ella replicò: «Come potrò avere un bambino se uomo non mi ha mai toccata?! E non sono una donna cattiva». L'altro continuò: «Così sarà. il tuo Signore difatti ha detto: Cosa facile è questa per me. Noi vogliamofare di lui un segno per gli uomini e un atto di clemenza da parte nostra. La cosa è decisa» (19,1 7b21). Rammenta pure quando gli angeli le dissero: «O Maria, Dio ti comunica la buona novella di una Parola che da lui proviene. il suo nome è il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell'altro e uno dei più vicini a Dio. Egli parlerà agli uomini già nella culla e quindi uomo maturo. Sarà uno dei buoni». «Signore rispose Maria come avrò un figlio, se uomo mai mi ha toccata?!». Quegli rispose: « Tale è il potere di Dio: egli crea ciò che vuole. Quando ha deciso qualcosa, dice solo: sii, e quella esiste. Egli gli insegnerà la Scrittura, la Sapienza, la Torah e il Vangelo e lo invierà messaggero ai figli d'Israele. Questi così parlerà loro: Sono venuto con un segno del vostro Signore: ecco che io creerò per voi con argilla una figura di uccello, vi soffierò sopra ed esso, col permesso di Dio, diverrà un vero uccello. Ancora, col permesso di Dio, guarirò il cieco nato, il lebbroso e darò la vita ai morti. Vi farò pure sapere ciò che dovrete mangiare e conservare nelle vostre case. Certo, questo sarà un segno per voi, se davvero siete credenti. Sono venuto per confermare ciò che è stato rivelato prima di me riguardo alla Torah e per dichiarare lecito per voi cose che vi sono state proibite. Io vi porto un segno da parte del vostro Signore. Temete dunque Dio e obbeditemi. Senza dubbio, Dio è il mio Signore e il vostro Signore. Adoratelo: questo è il retto sentiero» (3,4551).

Il racconto dell'annunciazione a Maria rievoca facilmente quella di Giovanni a Zaccaria, riferita antecedentemente nelle due sure indicate. Zaccaria è in preghiera nel santuario (mihrab), quando angeli gli recano la nuova della nascita di Giovanni. Il Corano menziona sovente angeli, più di settanta volte, benché si può dir sempre al plurale, in genere. Essi sono esseri intelligenti, pronti al dialogo con Dio e gli uomini. Radunati intorno al trono divino, eseguono gli ordini del Signore, lo adorano e intercedono. Sura 19,17b chiama l'inviato celeste Spirito: «Quindi le inviammo il nostro Spirito [...] sotto forma di uomo perfetto». Altrove il termine indica la stessa Parola che si incarna in Maria: «Noi alitammo in lei del nostro Spirito, rendendo lei e suo figlio un segno per il creato» (21,91; nello stesso senso 66,12). Portatori di questo Spirito sono gli angeli; essi scendono per portarlo ai servi di Dio, i profeti. Si tratta dunque, nel pensiero coranico, di qualcosa come un alito divino, un effiuvio celeste, qualcosa diremmo partecipe della natura divina. E la natura divina si addice bene al figlio di Maria, la Parola di Dio che in lei prende carne: «O Maria, Dio ti comunica la buona novella di una Parola che da lui proviene». Ora, questa Parola nel contesto non è solo un fiat o un ordine, una voce, ma si concretizza in un individuo. Questi difatti reca un nome: il Messia, Gesù figlio di Maria. Tutto ciò, certamente, non è che reminiscenza lontana del Logos giovanneo, ma è quanto il profeta aveva potuto conoscere. Leggendo attentamente, si ha l'impressione, a volte, che questi voglia dire qualcosa di più a proposito di Maria e del figlio, voglia quasi introdursi dietro la cortina per contemplare le cose celesti come la fede cristiana le contempla, ma poi d'improvviso il lettore si accorge che nulla di ciò è accaduto, l'impressione si dilegua. L 'annuncio angelico rappresenta per Maria come un tuono a ciel sereno: ciò che egli le prometteva era qualcosa assolutamente fuori del suo orizzonte: «Come avrò un figlio, se uomo non mi ha mai toccata?!». Ben diversa era la posizione di Zaccaria; questi dianzi aveva pure pregato per avere una discendenza: «O Signore, concedimi da parte tua una buona discendenza». Le difficoltà quindi avanzate: l'età di lui e la sterilità della moglie, non tornavano a proposito, ma implicavano solo mancanza di fede; di qui la sua mutezza, quale castigo, per tre dì. Nell'annunzio a Maria si rileva pure un altro particolare, degno di lei. La fanciulla, lungi dall'essere tentata dalla beltà dell'angelo in forma umana, ricorda allo stesso la sua castità consacrata e la sua vita modesta; se poi quegli teme Dio, rammenti la sanzione divina per ciò che è illecito: «Io mi rifugio, dinanzi a te, nel Misericordioso; se temi Dio, allontanati!». La risposta alla fine toglie ogni incertezza. Il nascituro è opera solo del volere divino. Egli del resto è l'Onnipotente e fa ciò che vuole. «Quando ha deciso qualcosa, dice solo: sii, e quella esiste». Il Dio coranico non attende neppure l'umile risposta: «Io sono l'ancella del Signore». Egli ottiene ciò che vuole e le creature, volenti o nolenti, ne eseguono gli ordini. Nessuno può frustrarne il disegno, la decisione. E così Maria riceve l'alito divino nel suo corpo, simile a quell'alito che diede vita all'argilla. Allora si levò sul suolo un uomo perfetto; ora si forma nel seno di una fanciulla la figura di un bimbo, puro e innocente, perché opera solo di Dio. La tradizione posteriore, così come succede in quella cristiana, ripeterà il racconto con nuovi tratti e sviluppi. Questi, per quanto attraenti, non offriranno mai la dignità e la semplicità propria dei rispettivi originali che pretendono abbellire.

La nascita di Gesù

E così ella lo concepì e s'appartò con lui in un luogo lontano. Ora, le doglie la portarono presso il tronco di una palma, esclamando: «Oh, fossi morta prima e fossi cosa del tutto dimenticata!». Ma una voce sotto di lei la raggiunse: «Non ti rattristare: il tuo Signore ha posto un ruscello ai tuoi piedi. Scuoti verso di te il tronco della palma. Essa farà cadere su te datteri freschi e maturi. Mangia, quindi, bevi e sii lieta. Se scorgessi qualcuno, digli: ecco, ho fatto un voto al Misericordioso di digiunare; oggi non parlerò con nessuno» (19,2226).

Maria, con in seno la Parola di Dio, lascia ora il santuario per recarsi in un luogo, non altrimenti definito, lontano dalla sua gente, lontano forse dalla sua terra: reminiscenza del viaggio a Betlem? Nel contesto, comunque, esso è un viaggiofuga: solo così ella pensa di sfuggire la calunnia che già si delineava nella sua mente. Lo scenario della nascita di Gesù non è qui una mangiatoia o una grotta, ma il cielo aperto, forse una valle verde, con ruscello d'acqua fresca, ai piedi di una palma con frutti maturi. Là le doglie del parto spingono la giovane madre, che, dando sfogo all'angoscia interiore di dover fuggire per dare alla luce quel bimbo, grida: «Oh, fossi morta prima e fossi cosa del tutto dimenticata!». Così come era successo per la madre d'Ismaele, anche qui una voce la voce del neonato? le fa subito coraggio e l'invita innanzitutto a cibarsi dei frutti freschi e maturi che la palma senza difficoltà le farà cadere in grembo appena la scuoterà. Il ruscello poi, che l'Onnipotente le aveva preparato, le toglierà la sete causata dal viaggio e dal parto. Quindi, riguardo al futuro, non dovrà temere. Ella si chiuda pure nel silenzio, lasciando a Dio la sua difesa. Riprese le forze e, rassicurata dalle parole, Maria, senza più temere, torna alla sua gente con il neonato tra le braccia.

L'epifania a difesa dell'onore materno

Quindi, portando il bimbo in braccio, si recò alla sua gente. «O Maria le dissero tu hai commesso cosa inaudita! O sorella di Aronne, tuo padre non era uomo malvagio, né tua madre donna di cattiva vita». Ma lei fece un segno, accennando al neonato. E quelli replicarono: «E come parleremo con chi è ancora bambino nella culla?». Allora il fanciullo parlò: «In verità, io sono il Servo di Dio. Egli ha dato il Libro e mi ha costituito Profeta. Dovunque io vado, la sua benedizione mi accompagna. Mi ha prescritto la preghiera e l'elemosina. M'ha fatto cortese verso mia madre; non mi ha fatto superbo e scellerato. La pace fu su me il dì che nacqui come lo sarà il dì che morirò e il dì che risorgerò vivo». Tale è Gesù, il figlio di Maria, conforme ad asserzione di verità (19,2734).

Maria torna dunque tra la sua gente e tra la folla si leva subito la voce di biasimo e condanna: «O Maria, tu hai commesso cosa inaudita!»; ma lei non ne è turbata. La cosa inaudita, mostruosa, abominevole è appunto la sua maternità che, attesa la segregazione in cui era vissuta, non può essere agli occhi umani altro che illegittima. La dimora nel tempio, la santità dei defunti genitori e la dignità del fratello accentuano l'onta di cui si sarebbe coperta. Benché però ogni circostanza sembri accusare la giovane madre, questa, con tutta sicurezza, rivolgendo l'attenzione dei calunniatori al bimbo lattante, li esorta a chiedere a lui una spiegazione e cioè una risposta in sua vece. I malevoli senz'altro le ricordano l'impossibilità di tale ricorso, ma il bimbo, cortese verso la madre, subito interviene con prodigio inaudito, difendendone indirettamente l'onore. Egli rivela il servizio e la missione sublime, di cui l'Onnipotente l'aveva incaricato. Poteva la condizione della madre non corrispondere alla dignità di figlio sì eccelso, che per giunta si dichiara a lei sottomesso?! Il profeta dell'islam con lo sviluppo descritto si trasforma in difensore della verginità di Maria, così come l'evangelista e il dottore cristiano. Altrove ancora, con grande ammirazione, egli rammenta «colei che conservò la sua verginità [...] credette alle parole del suo Signore e nei suoi Libri e fu una donna devota» (66,12). Espressioni del genere non riflettono pure qualcosa come devozione per Maria? Qualunque sia la risposta è certo che la figura di lei era centrale nel cuore di Mohammed.

Il paradiso terrestre dopo morte?

Abbiamo dato a Mosè il Libro, perché il suo popolo vi trovasse una guida; e così abbiam fatto del figlio di Maria e sua madre un segno. Quindi li collocammo al sicuro (awayna) su una collina, con dimora tranquilla e sorgente (23,4950).

Vari commentatori hanno riscontrato nel testo il rifugio egiziano, di seguito al rifiuto di Erode; altri hanno identificato la collina o la valle con lo scenario in cui è descritta la nascita di Gesù; infine ed è l'ipotesi per noi più probabile perché non leggere qui il destino del figlio e della madre nel paradiso terrestre? Nel caso, il passaggio citato non concerne più è vero l'infanzia e l'adolescenza di Maria e Gesù; riflette però pur sempre interesse insolito per i due esseri inseparabili. A proposito del giardino di Eden, anche questo è descritto nel Corano come dimora tranquilla o luogo di riposo, rifugio paradisiaco, rifugio per eccellenza (ma'uan), giardino elevato. La tradizione apocrifa cristiana orale è certamente all'origine di ciò che riferisce il Corano circa l'infanzia di Gesù e Maria; ma quella era anche l'epoca quando la creazione assunzionistica era in pieno fermento. E il destino di Maria all'origine non è certo la visione beatifica possibile solo, secondo la credenza antica, dopo la risurrezione finale ma la metastasis o il trasporto di Maria nel paradiso terrestre. Qui, immortale, attende la risurrezione finale, «inter odoratos flores et amoena vireta», come si esprimeva il poeta Draconzio. Il primo apocrifo assunzionista non lascia dubbio in proposito. Figlio e madre sono dunque vivi tuttora, per giunta in forma privilegiata. Altrove il Corano, come già il docetismo, nega la morte di Gesù. Quegli in croce era solo una parvenza! Dio comunque sollevò il Messia accanto a sé (4,157158), e cioè in una «dimora di pace, presso il Signore» (6,127).

 

CONCLUSIONE

Passati in rassegna i testi coranici precedenti, concernenti particolari della vita di Maria, specie l'infanzia e l'adolescenza, riassumiamo ora il pensiero del profeta dell'islam riguardo alla figura di lei. Due termini sembrano rivelare la mente dello stesso: Maria è un segno (aya); Maria è un esempio (mathal). Il termine aya ricorre non meno di trecentosessanta volte nel Corano ed implica sempre un intervento di Dio nel creato sia esso ordinario o straordinario è la stessa cosa per una mente orientale perché l'uomo riconosca così il suo creatore e ciò che egli si propone. In tal senso la creazione dell'uomo dalla polvere, la distinzione del sesso, le lingue e i colori, l'alternarsi del giorno e della notte, il sonno ristoratore, i venti che portan le nubi, le navi che solcano le onde con i loro carichi per l'uomo, la pioggia dal cielo che fa germogliare il suolo e simbolizza la risurrezione finale, la cammella che beve quanto le occorre, così come fa l'uomo, quindi la protezione di Dio per i suoi messaggeri perseguitati e gli stessi versi del Corano, la grande prova a conferma della missione profetica di Mohammed: tutti questi sono chiamati segni, cioè mezzi con i quali Dio comunica con l'uomo che riflette, perché lo conosca, riconosca il suo volere e lo lodi. Ciò premesso, sura 21,91 così si esprime: «Rammenta ancora colei che custodì la sua verginità. Noi perciò alitammo su lei del nostro Spirito e facemmo di lei e di suo figlio un segno per il creato». Figlio e madre assumono qui dimensione cosmica: ad essi tutti devono rivolgere il loro sguardo perché riscontrino e ammirino l'opera dell'Onnipotente. Tale segno poi non è solo indice del dito di Dio, ma anche guida: «E così pure noi abbiam fatto del figlio di Maria e di sua madre un segno» (23,50). Secondo il contesto, ambedue sono divenuti un segno perché la gente sia ben diretta, così come fu intenzione di Dio con il Libro dato a Mosè. Ma se Maria è un segno lo è perché fu dapprima modello: custodì la sua verginità; Dio pertanto la propose esempio da imitare. Quale esempio per i miscredenti Dio propone pure la moglie di Noè e quella di Lot. Esse agirono in modo sleale con i loro mariti e questi non poterono far nulla, quando furono condannate al fuoco con altre colpevoli. Ma per chi crede Dio propone come esempio la moglie di Faraone. Costei così pregò: «Signore mio, costruiscimi una casa accanto a te nel paradiso, salvami dal Faraone e dalla sua azione e salvami dal popolo scellerato!». E, infine, altro esempio da imitare, proposto da Dio, è la figlia di Imran, Maria: «Ella custodì la sua verginità. Noi pertanto soffiammo nel suo seno del nostro Spirito. Ella credette nella Parola del suo Signore e nei suoi Libri e fu una donna devota» (66,1012). Madre di illustre personaggio, eminente in questo mondo e nell'altro, madre di un profeta, pieno della scienza divina e della scienza dei sacri testi, dotato di carismi non comuni e ritenuto degno di venir annoverato tra i più vicini a Dio (3,45.48ss): ecco la dignità di Maria! Ambedue furono oggetto di benevolenza e favore particolare: «Gesù, figlio di Maria, è Dio che parla rammenta la grazia che ho concessa a te e a tua madre!». Secondo la tradizione islamica le donne più eccellenti nell'universo furono: Asiya, la moglie di Faraone, colei che allevò e salvò Mosè; Kadija, la prima moglie del profeta; la figlia Fatima, sposa al cugino Ali, ma sopra tutte eccelle la figlia di Imran, Maria! Vergine, credente e devota: nobili qualità di corpo e di spirito che fanno di Maria uno splendido modello per i credenti, perché intraprendano lo stesso sentiero, il sentiero della verginità, della fede e della devozione! Tale è l'immagine che il fondatore dell'islam si fece di lei, certamente mediante contatti con cristiani della Mecca e altrove, immagine che egli cercò riflettere su la donna araba che intendeva nobilitare. Si rimane attoniti dei tratti affascinanti e del candore impiegati per descrivere Maria: il profilo è generoso e senza risparmio: fede in Dio, fiducia nella Provvidenza, ricorso al Misericordioso, sottomissione al volere celeste, devozione, santità, modestia verginale, pietà e raccoglimento, silenzio, preghiera e digiuno. E' quanto un agiografo cristiano antico avrebbe pensato per descrivere la condotta di Maria; è lo stupore e l'affetto che noi, cattolici, desidereremmo da un fratello protestante. E così Maria diviene un punto di incontro, un ponte storico, un faro in cima a spartiacque per illuminare tanto il versante cristiano, specie cattolico e ortodosso, quanto quello musulmano. Così han pensato e per questo han pregato studiosi e fedeli di mondi religiosi apparentemente lontani, in realtà eredi di tanti beni comuni.

 

III.

TRA LE MURA DEI CHIOSTRI MEDIEVALI LO PSEUDO MATTEO

«C'è un racconto poco in uso con il nome di Gerolamo, interprete illustre. Secondo lo stesso, Matteo avrebbe scritto il Vangelo di propria mano in oscuri caratteri ebraici»; così scriveva molti secoli fa Fulberto, vescovo di Chartres (+1029). Il racconto a cui accenna non è in realtà che una compilazione, dove all'inizio è rielaborato molto liberamente il primo scritto su trattato, secondo il gusto medievale. E' evidente che sia Gerolamo, il supposto traduttore, come l'evangelista Matteo non hanno nulla a che vedere con il testo in questione. Esso comunque piacque assai. L'abbadessa sassone Roswitha (+ 973) ne poneva in versi molti capitoli. E' probabile che sia stato composto prima del secolo IX, dato che alcune scene sono state rilevate nella chiesa di santa Maria Egiziaca a Roma, risalenti all'epoca del pontefice Giovanni VIII. Lo stile latino barbaro, la mente schiettamente monastica nel descrivere la figura di Maria «regina delle vergini», nonché le asserzioni tuttora, a quanto sembra, non offensive a proposito dello stato di Giuseppe, e particolari concernenti la natività dovrebbero indicare i secoli VIIVIII, almeno per i primi venticinque capitoli. L'importanza dello Pseudo Matteo si deve all'influsso straordinario, quale fonte ispiratrice diretta o indiretta su artisti, poeti o autori, nei secoli XIIXV. I suoi episodi sono stati raccolti da Vincenzo di Beauvais (+1256) e Jacopo da Voragine (+1298) e riecheggiano negli scritti mistici di S. Brigitta, suor Maria di Agreda, A.C. Emmerich... E' questo il testo modello per le pitture con soggetto il rifiuto dell'offerta di Gioacchino, l'incontro con Anna alla porta Aurea, la presentazione al tempio, il riposo in Egitto e i miracoli dell'infanzia di Gesù. Si tratta di un testo, testimone prezioso della pietà di un'epoca. Esso piacque a chi lo compilò, a chi lo lesse e ce lo trasmise e ai molti che ne trassero ispirazioni, ma soprattutto a chi ricavò di lì il gioiello 'ortodosso' degli apocrifi mariani, il De nativitate Mariae, che riprodurremo in fine. Dello Pseudo Matteo riportiamo i primi nove capitoli, così freschi e pieni di sentimento per colei che fu un dono celeste a Gioacchino e Anna.

 

Nascita di Maria

 

In quei giorni viveva un uomo a Gerusalemme di nome Gioacchino, della tribù di Giuda. Costui pasceva le sue pecore e temeva Dio, semplice e buono. Non aveva altra sollecitudine se non per il suo gregge, da cui ricavava i mezzi per nutrire tutti i timorati di Dio, offrendo elargizioni doppie a quelli che si davan alla pietà e allo studio della legge e semplici a chi li serviva. Tanto degli agnelli come delle pecorelle, della lana e di quanto risultava possedere ne faceva tre parti: una parte da distribuire alle vedove, agli orfani, ai pellegrini e ai poveri l'altra per le persone dedite al culto divino e una terza la riservava per sé e per tutta la sua casa. Poiché si comportava in quel modo, Dio moltiplicava i suoi greggi, tanto che non c'era alcuno che lo eguagliava in Israele. Aveva cominciato ad agire così fin da quindici anni. A vent'anni prese in moglie Anna, figlia di Issacar, della sua tribù, cioè della stirpe di Davide. Visse con lei per vent 'anni, senza avere da lei figlio o figlia.

 

Ora accadde che in dì di festa tra quelli che offrivano incenso al Signore ci fosse pure Gioacchino. Questi era intento a preparare le sue offerte al cospetto del Signore, quando gli si accostò uno scriba del tempio, per nome Ruben, e gli disse: «Non ti è permesso mescolarti con quelli che offrono i loro sacrifici a Dio, perché Dio non ti ha benedetto con il darti discendenza in Israele». Sentendosi svergognato di fronte al popolo, lasciò il tempio del Signore piangendo. Senza far ritorno a casa, si recò al gregge e portò con sé i pastori tra i monti; in una terra lontana, tanto che per cinque mesi Anna, sua moglie, non ebbe di lui notizia. Questa intanto piangeva pregando e diceva: «O Signore, o Dio fortissimo d'Israele, perché dopo avermi negato figli, mi hai tolto anche il marito? Ecco che ormai sono già cinque mesi dacché non vedo mio marito. E non so se è morto...., nel caso gli avrei dato almeno sepoltura!». Mentre era immersa nel pianto nel giardino di casa, levando in preghiera gli occhi al Signore, vide un nido di passeri su un albero di alloro. Con voce di gemito al Signore esclamò: «Signore Dio onnipotente, tu hai dato figli a ogni creatura: alle bestie, ai giumenti, ai serpenti, ai pesci e agli uccelli: ecco che tutti gioiscono per i figli e privi me sola del dono della tua bontà?! Tu sai bene, o Signore, che ho fatto voto dall'inizio del mio matrimonio che, se mi avessi dato un figlio o una figlia, te l'avrei offerto nel tuo santo tempio». Mentre pronunciava le parole riferite, le apparve improvvisamente l'angelo del Signore: «Non ti turbare, Anna le disse : Dio ha deciso un germoglio per te. Ciò che nascerà da te formerà l'ammirazione per tutti i secoli, sino alla fine». Detto ciò scomparve agli occhi di lei. Ed ella, tremando e spaventata per la visione e le parole, entrò in camera e si gettò sul letto, come morta. Per tutto il giorno e la notte rimase presa da grande spavento e immersa nella preghiera. Chiamò poi l'ancella e le disse: «Mi vedi colpita improvvisamente dalla vedovanza ed in angustia e non hai voluto neppure entrare da me?». Quella, mormorando, rispose: «Se Dio ti ha chiuso il seno e ti ha tolto il marito, che ti posso fare?». Anna, sentendo le parole, piangeva maggiormente.

 

Nello stesso tempo, apparve un giovane fra i monti, dove Gioacchino pasceva il gregge e così gli parlò: «Perché non fai ritorno da tua moglie?». Gioacchino a lui: «L'ho tenuta per vent 'anni. Ora, poiché Dio mi ha negato figli da lei, sono uscito dal tempio con vergogna e confuso. Perché tornare da lei, una volta oltraggiato e disprezzato? Me ne rimarrò qui con le mie pecore, finché Dio mi vorrà concedere la luce di questa vita. Non mancherò però di elargire volentieri, per mezzo dei miei servi, la parte che spetta ai poveri, alle vedove, agli orfani e a quelli che sono impegnati nel culto di Dio». A quelle parole il giovane rispose: «Io sono l'angelo del Signore che oggi sono apparso a tua moglie, immersa nel pianto e nella preghiera, per consolarla. Sappi che ella ha concepito una figlia dal tuo seme. Costei starà nel tempio del Signore e lo Spirito Santo si poserà su lei. La sua felicità sarà maggiore di quella di tutte le sante donne, a tal punto che nessuno potrà dire che ce ne fu una come lei; ma neppure in futuro ci sarà in questo mondo una simile a lei. Scendi dunque dai monti e torna a tua moglie, che troverai gravida; Dio infatti ha suscitato in lei un seme; ringrazia perciò Dio. Quello sarà benedetto ed ella pure sarà benedetta e stabilita madre di benedizione eterna». Gioacchino si prostrò dinanzi a lui e gli disse: «Se ho trovato grazia al tuo cospetto, siedi un po' nella mia tenda e da' a me, tuo servo, la benedizione». L'angelo a lui: «Non ti dire servo, ma mio conservo; siamo servi di un unico Signore. il mio cibo però è invisibile e la mia bevanda è pure invisibile agli uomini mortali. Non mi devi perciò pregare di entrare sotto la tua tenda, ma offri a Dio, quale olocausto, ciò che volevi dare a me». Allora Gioacchino prese un agnello immacolato e disse all'angelo: «Non avrei osato offrire olocausto a Dio, se il tuo ordine non mi avesse dato il potere di offrirlo». L'angelo a lui: «Neppure io t'avrei invitato a offrirlo, se non avessi conosciuto la volontà di Dio». Gioacchino dunque offriva a Dio il sacrificio e l'angelo si dirigeva verso il cielo con la fragranza del sacrificio, per così dire, con il fumo. Allora Gioacchino si prostrò con la faccia a terra e restò così da mezzogiorno fino a sera. Giunsero i suoi servi e i mercenari e, non sapendo il motivo, si spaventarono, pensando che volesse uccidersi. Si accostarono e a stento riuscirono a levarlo da terra. Narrò ciò che aveva visto e quelli, mossi da stupore grande e meraviglia, lo esortavano a compiere senz'altro l'ordine dell'angelo e a tornare in fretta da sua moglie. Mentre Gioacchino rimaneva incerto nel suo interno se dovesse tornare, fu preso da sopore. Ed ecco apparirgli anche in sogno l'angelo che gli era apparso mentre era desto. Gli disse: «Io sono l'angelo che ti è stato dato custode; scendi pure tranquillamente da Anna, perché le opere di misericordia che hai compiute con tua moglie Anna sono state rievocate al cospetto dell 'Altissimo. A voi è stato concesso un germoglio tale, quale mai né profeti, né santi ebbero fin dall'inizio né avranno in futuro». Gioacchino, destatosi dal sonno, chiamò i suoi pastori e rivelò loro il sogno. Quelli adorarono il Signore e gli dissero: «Non disprezzare ulteriormente l'angelo di Dio. Levati e partiamo. Camminiamo adagio, pascendo il gregge». Camminavan da trenta giorni ed erano già quasi arrivati, quando un angelo del Signore, apparendo ad Anna mentre pregava le disse: «Recati alla porta detta Aurea e va incontro a tuo marito, il quale giungerà oggi stesso». E quella se ne andò in fretta con le sue ancelle; fermatasi sulla stessa porta, cominciò a pregare. Aspettava da tempo e già veniva meno per l'attesa, quando, levando gli occhi, vide Gioacchino venire con le pecore. Anna gli corse incontro e gli si appese al collo, ringraziando Dio ed esclamando: «Ero vedova e ora non lo sono più! Ero sterile ed ecco che ho già concepito!». Ci fu grande gioia tra tutti i vicini e i conoscenti, tanto che tutta la terra d'Israele era infesta, per la notizia.

 

In seguito, trascorsi nove mesi, Anna diede alla luce una figlia, a cui pose nome Maria.

Maria al tempio

All'età di tre anni la svezzò e Gioacchino andò con Anna, sua moglie, al tempio del Signore. Offrirono sacrifici al Signore e consegnarono la loro bambina, Maria, alla comunità delle vergini, le quali trascorrevano il giorno e la notte lodando Dio. Posta di fronte al tempio del Signore, salì i quindici gradini, così in fretta che non guardò dietro affatto e non sentì neppure la nostalgia dei genitori, cosa naturale per i bambini. Il fatto lasciò tutti attoniti, tanto che gli stessi pontefici del tempio ne furono meravigliati.

 

Allora Anna, piena di Spirito Santo, proruppe di fronte a tutti: «Il Signore Dio degli eserciti non ha dimenticato la sua promessa e perciò ha voluto premiare il suo popolo con una sua santa visita, così da umiliare quelli che si levavan contro di noi e da trarre a sé i loro cuori. Ha aperto le sue orecchie alle nostre preghiere ed ha rimosso da noi gli insulti dei nostri nemici. La sterile è diventata madre ed ha generato gioia e letizia in Israele. Ecco che ora potrò offrire i miei doni al Signore, senza che i miei nemici me lo possano impedire. Il Signore trasformi a mio riguardo i loro cuori e mi conceda gaudio diuturno».

 

Ora et labora

 

Ora Maria era oggetto d'ammirazione da parte di tutto il popolo. All'età di tre anni camminava con passo talmente sicuro, parlava così perfettamente e si dava con tanto fervore alle lodi di Dio che non si sarebbe detta una fanciulletta, ma una persona adulta. Era assidua alla preghiera come se avesse già trent'anni. La sua faccia risplendeva come neve; difficilmente si poteva fissare lo sguardo sul suo volto. Era assidua al lavoro della lana e quello che donne anziane non avevan mai potuto fare, ella lo portava a termine in tenera età. Si era fissato il seguente regolamento: dal mattino alle nove, preghiera; dalle nove alle tre pomeridiane, lavoro di tessitura; a partire dalle tre cominciava di nuovo a pregare, fino a che l'angelo non le appariva. Dalle sue mani riceveva il cibo. E così avanzava, di bene in meglio, nell'esercizio della laude divina. Infine, era tanto docile alle istruzioni che riceveva circa il culto divino con vergini più adulte, che nessuna la precedeva nelle veglie. Era più dotta nella sapienza della legge di Dio, era più umile nell'umiltà. Nessuna interpretava con più grazia i carmi davidici, era più amabile nella carità, più pura nella castità, più perfetta in qualsiasi virtù. Ella infatti era costante, ferma, inalterabile e ogni giorno avanzava verso il meglio. Nessuno la vide mai adirarsi; nessuno l'udì mai sparlare. Ogni sua parola era così piena di grazia da apparire chiaro che Dio si trovava sulla sua lingua. Era sempre immersa nella preghiera e nello studio della legge e badava bene che nessuna delle sue compagne proferisse anche una sola parola peccaminosa, scoppiasse in riso smoderato o si mostrasse ingiuriosa o superba contro una sua pari. Non tralasciava mai di benedire Dio e, se qualcuno la salutava, ella per non interrompere la lode divina, neppure con il saluto, amo 'di saluto rispondeva: «Deo gratias». E da lei appunto è sorto l'uso tra la gente di rispondere al saluto con «Deo gratias»'. Ella si cibava unicamente del cibo che riceveva quotidianamente dalla mano dell'angelo, mentre divideva tra i poveri quello che riceveva dai pontefici. Era frequente il caso che la vedessero in colloquio con gli angeli, i quali le erano docili, come intimi amici. Se ammalato l'avesse toccata, tornava subito a casa guarito.

 

Il tentativo di Abiatar

 

Allora il sacerdote Abiatar elargì doni senza numero ai pontefici per riuscire ad avere Maria come sposa per il figlio. Ella però si opponeva loro dicendo: «E' impossibile che io conosca uomo o che uomo mi conosca». Ipontefici invece e i suoi parenti tutti le rispondevano: «Dio è onorato per mezzo dei figli ed è adorato nei posteri, come sempre è stato in Israele». Maria replicò loro: «Dio è onorato innanzi tutto con la castità; eccone le prove: Prima di Abele non ci fu nessun giusto tra gli uomini. Questi piacque a Dio con la sua offerta e fu ucciso senza pietà da colui che lo aveva dispiaciuto. E così ricevette due corone: quella dell'offerta e l'altra della verginità, non avendo mai contaminato la sua carne. Infine anche Elia fu assunto in carne, per aver custodito vergine la sua carne. Questo io ho appreso nel tempio di Dio dalla mia infanzia: una vergine può divenire cara agli occhi di Dio. Ho deciso pertanto, in cuor mio, di non conoscere assolutamente alcun uomo».

 

La sorte di Giuseppe

 

Maria era giunta all'età di quattordici anni e la circostanza induceva i farisei ad osservare che c'era una vecchia consuetudine per cui una donna non poteva dimorare nel tempio di Dio. Si prese dunque la decisione di inviare un araldo per tutte le tribù d'Israele, perché tutti si radunassero al tempio del Signore entro tre giorni. Quando tutto il popolo si fu radunato, il pontefice Abiatar si levò e salì sui gradini più alti in modo che tutto il popolo lo potesse udire e vedere. Il silenzio fu profondo e quegli cominciò: «Ascoltatemi, figli d'Israele, e ponete bene attenzione alle mie parole. Dal tempo in cui fu costruito questo tempio da Salomone vi sono vissute vergini figlie di re, di profeti, di sommi sacerdoti e di pontefici. Esse divennero davvero grandi e ammirevoli. Giunte però all'età conveniente, si unirono con uomini in matrimonio, seguendo in questo la tradizione di quelle che le avevano precedute, e piacquero a Dio. Maria però, fra tutte, ha scoperto un nuovo modo di piacere a Dio, promettendo a lui di rimanere vergine. Mi sembra dunque a proposito poter conoscere, con la domanda che faremo a Dio e la sua risposta, colui al quale dovremo darla in custodia». Quel modo di parlare incontrò il favore di tutta l'adunanza. I sacerdoti gettarono la sorte sulle dodici tribù d'Israele e la sorte cadde sulla tribù di Giuda. Il sacerdote disse: «Domani, chiunque non ha moglie si presenti con una verga in mano». E così Giuseppe, con vari giovani, si presentò con una verga. Le consegnarono al sommo pontefice; questi offrì un sacrificio a Dio e interrogò il Signore, il quale gli ordinò: «Metti le verghe di tutti nel Santo dei Santi e colà rimangano. Quindi falli tornare da te domani mattina, perché le riabbiano. Dalla cima di una di esse uscirà una colomba, la quale volerà verso il cielo. Maria verrà data in custodia a colui, nella mano del quale la verga restituita manifesterà il segno». Il giorno seguente, quindi, di buon mattino, giunsero tutti. Offerto l'incenso, il pontefice entrò nel Santo dei Santi e portò fuori le verghe. Queste furono distribuite, ma da nessuna di esse uscì la colomba. Allora il pontefice Abiatar indossò i dodici campanelli e la veste sacerdotale. Entrato nel Santo dei Santi, accese il fuoco del sacrificio. Mentre si effondeva nella preghiera gli apparve un angelo e gli disse: «C'è qui una piccola verga, cortissima, di cui non hai fatto caso e che hai posta insieme con le altre. Quando l'avrai portata fuori e consegnata, essa produrrà il segno di cui ti ho parlato». Era questa la verga di Giuseppe. Costui era ritenuto come persona disprezzabile, perché vecchio, e non volle richiedere la sua verga per non vedersi magari costretto a prendere Maria. Se ne stava umile e in fondo, quando il pontefice Abiatar ad alta voce lo chiamò: « Vieni gli disse e ricevi la tua verga: sei atteso!». Giuseppe si accostò spaventato; il pontefice l'aveva chiamato così ad alta voce. Stendeva in fretta la mano per ricevere la sua verga ed ecco, improvvisamente, uscire dalla cima di essa una colomba, più candida della neve, molto bella. Volava a lungo per la sommità del tempio e quindi si diresse verso i cieli. Il popolo intero cominciò allora a congratularsi con il vecchio: «Sei divenuto davvero beato nella tua vecchiaia diceva a tal punto che Dio ti ha dimostrato degno di ricevere Maria». Mentre però i sacerdoti insistevano: «Ricevila, perché tu solo sei stato eletto da Dio tra tutta la tribù di Giuda», egli cominciò con venerazione a scongiurarli, esclamando confuso: «Son vecchio ed ho figli, perché mi volete consegnare questa fanciulla?». Allora il pontefice Abiatar gli replicò: «Ricordati, Giuseppe, come perirono Datan, Abiron e Core per aver disprezzato il volere del Signore. Ti capiterà lo stesso, se disprezzerai il comando di Dio». Giuseppe rispose: «Io non disprezzo il volere di Dio, ma la voglio custodire fino a quando il volere di Dio farà conoscere chi dei miei figli potrà prenderla come sposa. Le siano date intanto alcune vergini, sue compagne, con le quali passi il suo tempo». Il pontefice Abiatar soggiunse: «Le saranno date delle vergini perché l'intrattengano, finché giunga il giorno stabilito in cui tu la prenda. Non è infatti possibile che lei venga congiunta con altri in matrimonio».

In casa di Giuseppe

Giuseppe prese dunque Maria con altre cinque vergini, perché rimanessero insieme in casa sua. Queste vergini si chiamavano Rebecca, Sefora, Susanna, Abigea e Zael. I pontefici diedero loro da lavorare seta, giacinto, bisso, porpora e lino. Gettate le sorti per conoscere il lavoro di ciascuna, a Maria toccò la porpora per il velo del tempio del Signore. Quando la ricevette, le altre vergini le dissero: «Tu sei la più piccola, eppure hai meritato di ricevere la porpora!»; e così cominciarono, quasi per burla, a chiamarla 'regina delle vergini'. Nel mentre però apparve in mezzo a loro un angelo del Signore e disse: «Queste parole non devono suonare come scherzo, ma come autentica profezia». Quelle si spaventarono per l'apparizione dell'angelo e per le parole di lui. La pregarono di perdonarle e di pregare per loro.

 

L'annunciazione

 

Il dì seguente trovandosi Maria vicino alla fonte per riempire la brocca, l'angelo del Signore, apparendole, le disse: «Te beata, Maria, perché hai preparato nel tuo seno una dimora per il Signore. Ecco che verrà una luce dal cielo ad abitare in te e per mezzo tuo illuminerà tutto il mondo». Di nuovo, il terzo dì, mentre lavorava la porpora con le dita, entrò da lei un giovane dalla bellezza indescrivibile. Maria, vedendolo, si spaventò e tremò. Ma quegli le disse: «Non temere, Maria: hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai nel seno e darai alla luce un re, il cui impero si stenderà non solo in terra, ma anche in cielo e regnerà per tutti i secoli».

 

LIBER DE NATIVITATE MARIAE

 

Il testo chiamato anch'esso a volte vangelo è una forma abbreviata e corretta dello Pseudo Matteo. Questo, a parte i Vangeli canonici, è l'unica fonte. Nel racconto l'autore si limita ai fatti principali precedenti la nascita di Gesù, solo accennata. A differenza dell'originale, il latino è più elegante e lo stile più diffuso. Il recensore riflette concetti esegetici riscontrati in Beda (+733) ed Alcuino (+804), ma soprattutto è pervaso da devozione mariana fine ed educata. Egli perciò omette quanto sia nel Protoevangelo che in Pseudo Matteo poteva offendere la sensibilità del lettore nell'epoca carolingia. Tace dei figli e della vedovanza di Giuseppe. Non ritiene necessaria alcuna prova delle acque amare, verifica alcuna da parte di levatrici. Conforme alla Scrittura, lo stato di Giuseppe è ben delineato: egli è fidanzato di Maria e in seguito marito. La posizione negli scritti precedenti era molto incerta: là è sottolineata, quasi esclusivamente, la figura di custode. Benché l'intento era quello di salvaguardare la verginità di Maria, questa in tal modo poteva però sembrare una virgo subintroducta. Anche il testo in questione è stato inserito tra le opere di Gerolamo. Ora, comunque, conosciamo il suo autore: l'abate di Corbie, Radberto Pascasio. Questi, lui pure con lo pseudonimo di Gerolamo, aveva già composto, prima dell'846, una letteratrattato circa l'assunzione, lavoro dedicato a 'Paola, Eustochio e consorelle'. Sotto i nomi suddetti sono nascoste la nobile Theodroda, abbadessa a NotreDame a Soissons dove Radberto aveva trascorso l'infanzia la figlia Imma e consorelle. Il Liber de Nativitate è destinato a 'Eustochio'. Morta la madre nell'846, la figlia Imma successe nella direzione del monastero. Lo scritto fu composto nel periodo 846849. In quest'ultimo anno Hincmaro, arcivescovo di Reims, ingannato dall'eleganza e dalla finezza dei concetti, faceva rilegare insieme il testo e quello precedente circa l'assunzione, perché fossero letti in cattedrale. Il fatto suscitava in seguito la contestazione di Ratramno, religioso pure dell'abazia di Corbie, il quale conosceva bene il nome del vero autore, spentosi poco prima (865 ca). Il Libro della Natività di Maria ci è pervenuto in numerosi manoscritti, segno della sua diffusione, stima e predilezione. E' spiacevole che tuttora non esista un'edizione critica per un testo che un critico descriveva giustamente come «l'unica perla tra i vangeli apocrifi».

 

La famiglia di Maria

 

La beata e gloriosa sempre vergine. Maria, discendente da stirpe regia e dalla famiglia di Davide, nacque nella città di Nazareth e fu allevata a Gerusalemme, nel tempio del Signore. Suo padre si chiamava Gioacchino; sua madre Anna. Dal lato paterno era galilea, precisamente di Nazareth; dal lato materno, invece, di Betlem. La vita di questi coniugi era semplice e retta davanti al Signore, nonché irreprensibile e caritatevole davanti agli uomini. I loro beni li avevano divisi in tre parti: una parte la destinavano al tempio e ai suoi ministri, l'altra la distribuivano ai pellegrini e ai poveri e la terza la riservavano per i bisogni della famiglia eper sé. E così questa gente, cara a Dio e misericordiosa con il loro prossimo, viveva in casa una vita coniugale casta, già da circa vent 'anni, senza avere alcuna discendenza. Avevano però fatto voto che, se Dio avesse loro concesso un rampollo, l'avrebbero consacrato al servizio del Signore. Per questo motivo erano pure soliti recarsi al tempio durante l'anno, nei dì di festa.

 

L'affronto del pontefice

 

Era prossima la solennità della Dedicazione ed anche Gioacchino salì a Gerusalemme con alcuni della sua tribù. In quel tempo era pontefice Issacar. Questi, notando tra i concittadini la presenza di Gioacchino con le proprie offerte, lo affrontò e disprezzò i suoi doni, chiedendogli perché mai, essendo infecondo, osasse stare con i prolifici. Gli osservò che in nessun modo potevano i doni considerarsi degni di Dio, perché questi l'aveva ritenuto indegno di avere una prole. D'altra parte la Scrittura afferma che chi non dà alla luce un maschio in Israele è maledetto. Prima quindi doveva redimersi con la nascita di un rampollo dalla maledizione suddetta e quindi presentarsi al cospetto del Signore con le sue offerte. Gioacchino, colto da grande vergogna per l'insulto, si ritirò presso i pastori che con le pecore si trovavano sui loro pascoli. Non volle neppure tornare a casa per non doversi esporre allo stesso insulto da parte di quelli della sua tribù, che erano stati testimoni di ciò che il sacerdote aveva proferito.

 

L'angelo appare a Gioacchino

 

Era là da qualche tempo, quando un giorno, mentre era solo, gli apparve l'angelo del Signore, avvolto di luce immensa. Fu turbato dalla visione, ma l'angelo che gli era apparso dissipò il suo timore dicendogli: «Non temere, Gioacchino, né ti turbare per la mia apparizione. Io sono l'angelo che il Signore ha inviato a te per annunziarti che le tue preghiere sono state esaudite e che le tue elemosine sono salite al suo cospetto. Egli certamente ha visto la tua vergogna e ha inteso l'insulto a causa della sterilità, insulto che non ti meriti davvero. Dio è vindice del peccato, non della natura; pertanto, quando chiude il seno, lo fa per riaprirlo in modo più meraviglioso e perché si sappia che la prole non è frutto della concupiscenza, ma della munificenza divina. La prima madre della vostra gente, Sara, non fu forse sterile fino all'età di ottant'anni? Eppure, nell'ultima età, nella vecchiaia, generò Isacco, cui fu promessa la benedizione di tutte le genti. Anche Rachele, benché tanto cara a Dio e tanto amata dal santo Giacobbe, fu a lungo sterile; eppure generò Giuseppe, il quale divenne signore dell 'Egitto, e salvatore di moltissime genti che stavan per morire di fame. Chi tra i capi fu più forte di Sansone o più santo di Samuele? Eppure ambedue ebbero madri sterili. Se pertanto la ragione contenuta nelle mie parole non ti convince, convinciti almeno che le concezioni a lungo differite e iparti dopo la sterilità sono, di solito, più meravigliosi. Pertanto Anna, tua moglie, ti darà alla luce una figlia che chiamerai Maria. Costei, come voi avete fatto voto, sarà consacrata fin dall'infanzia al Signore e sarà piena di Spirito Santo fin dal seno materno. Non mangerà né berrà nulla d'immondo. La sua vita si svolgerà non tra la gente di fuori, ma nel tempio del Signore, di modo che nulla di sconveniente si possa sospettare o dire di lei. E così, con il crescere degli anni, come ella nascerà in modo meraviglioso da sterile, così, rimanendo vergine, genererà, in modo incomparabile, il figlio dell'Altissimo. Questi sarà chiamato Gesù e sarà il salvatore di tutte le genti, conforme all'etimologia del nome. Eccoti il segno di quanto ti preannuncio: 'Quando arriverai alla porta Aurea a Gerusalemme, ti verrà incontro tua moglie Anna, la quale è ora preoccupata per il tuo ritardo nel tornare, ma poi si rallegrerà vedendoti'». Detto questo, l'angelo si allontanò.

 

La lieta novella ad Anna

 

Poi apparve ad Anna, sua moglie, e le disse: «Non temere, Anna, né pensare che sia un fantasma ciò che vedi. Sono l'angelo che ha offerto le vostre preghiere e le vostre elemosine al cospetto di Dio e ora sono stato inviato da voi per annunciarvi che vi nascerà una bambina, il cui nome sarà Maria e sarà benedetta più di tutte le donne. Questa, fin dalla sua nascita, sarà subito piena della grazia del Signore. Rimarrà, durante i tre anni del suo allattamento, nella casa paterna, quindi si dedicherà al servizio del Signore, non allontanandosi dal tempio fin che abbia raggiunto gli anni della discrezione. Ivi passerà i giorni e le notti tra i digiuni e le preghiere, nel servizio di Dio, astenendosi da qualsiasi cosa immonda. Non conoscerà mai uomo, ma lei sola, senza esempio precedente, libera da ogni macchia e corruzione, senza unione virile, darà alla luce, rimanendo vergine, un figlio; darà alla luce, benché ancella, il Signore, il Salvatore del mondo con la grazia, con il nome e con l'opera. Sorgi, dunque, sali a Gerusalemme. Quando giungerai alla porta Aurea, perché coperta d'oro, là, a conferma, ti verrà incontro tuo marito per l'incolumità del quale sei preoccupata. Ciò accadendo, sappi che quanto ti annunzio certamente si compirà».

 

L'incontro. Nascita di Maria

 

E così, conforme all'ordine dell'angelo, ambedue lasciarono il posto dove si trovavano e salirono a Gerusalemme. Giunti al luogo designato dall'oracolo angelico, si fecero incontro l'un l'altro. Allora, lieti per essersi ritrovati, e fermi nella certezza della prole promessa, ringraziarono debitamente il Signore che innalza gli umili. Quindi, dopo aver adorato il Signore, tornarono a casa, dove attendevano sicuri e contenti la promessa divina. Anna concepì e diede alla luce una figlia. I genitori le diedero nome Maria, conforme al comando dell'angelo.

 

Presentazione al tempio

 

Trascorso il periodo di tre anni e giunto il momento dello svezzamento, condussero la vergine, con offerte, al tempio del Signore. Ora, attorno al tempio, in corrispondenza ai quindici salmi graduali, c'era una salita di quindici gradini. Il tempio era costruito su un monte e all'altare degli olocausti, posto fuori (del santuario), non si accedeva se non per mezzo di gradini. I genitori deposero dunque su uno di questi gradini la beata vergine Maria, ancora piccola. Mentre si toglievano i vestiti del viaggio per indossare abiti migliori e più puliti, la vergine del Signore salì tutti i gradini, ad uno ad uno, senza che nessuno le desse la mano per guidarla e sollevarla. Almeno per questo potevi ben credere che nulla le mancasse per raggiungere l'età matura. il Signore difatti operava già qualcosa di grandioso durante l'infanzia della sua vergine e, con quel segno prodigioso, faceva presagire la futura grandezza della stessa. Celebrato il sacrijìcio conforme alla prescrizione della legge ed adempiuto il loro voto, lasciarono la vergine nel recinto del tempio per essere educata là, con altre vergini. Essi tornarono a casa.

 

Nel tempio del Signore

 

Ora, la vergine del Signore progrediva negli anni e progrediva nelle virtù. Il padre e la madre, secondo il salmista, l'avevano lasciata, ma Dio l'aveva presa con sé. Ogni giorno riceveva la visita degli angeli, ogni giorno godeva della visione divina che la preservava da ogni male e la faceva abbondare di ogni bene. Giunse così al quattordicesimo anno di età senza che nessun maligno potesse immaginare in lei cosa degna di riprensione; anzi, i buoni tutti che la conoscevano giudicavano la sua vita e la sua condotta degne di meraviglia. Allora il pontefice soleva annunziare pubblicamente che le vergini che dimoravano ufficialmente nel tempio ed avevano compiuta quell'età dovevano tornare a casa per unirsi in matrimonio, conforme all'ùso della gente e l'età matura. Tutte si sottomisero docilmente all'ordine; solo la vergine del Signore, Maria, rispose che non lo poteva fare, perché i suoi parenti l'avevano consacrata al servizio del Signore; ella inoltre aveva fatto al Signore voto di verginità, che non voleva assolutamente infrangere unendosi in matrimonio come di consueto. il pontefice si trovò imbarazzato: non voleva che il voto fosse infranto, per non disubbidire alla Scrittura che dice: «Fate voti e soddisfate», e non osava introdurre un'abitudine inconsueta tra il popolo. Ordinò pertanto che in occasione della prossima solennità, si radunassero tutti i maggiorenti di Gerusalemme e dei luoghi vicini, perché lo consigliassero come comportarsi in frangente tanto diffìcile. Radunatsi furono tutti d'accordo che si dovesse consultare il Signore in proposito. Mentre tutti pregavano, il pontefice, come di soilto, avanzò per interrogare Dio. Si intese una voce che tutti intesero, proveniente dall'oracolo, e precisamente dal luogo del propiziatorio: conforme al vaticinio di Isaia si doveva cercare l'individuo a cui si doveva consegnare e sposare quella vergine. E' noto il detto di Isaia: «Uscirà una verga dalla radice di Jesse e un fiore salirà dalla sua radice, su cui si poserà lo Spirito del Signore: spirito di sapienza e di intelletto, spirito di consiglio e fortezza, spirito di scienza e pietà. Lo spirito del timor del Signore lo riempirà». Conforme dunque alla profezia, ordinò che tutti gli uomini del casato della famiglia di Davide, idonei al matrimonio e non coniugati, si recassero all'altare, ciascuno con una verga. La vergine sarebbe stata affidata e quindi data sposa a colui la cui verga avesse germinato un fiore e sulla cima della quale lo Spirito del Signore si fosse posato sotto forma di colomba.

 

La sorte di Giuseppe

 

Tra gli altri c'era Giuseppe, appartenente alla casa e alla famiglia davidica, avanzato negli anni. Mentre tutti per ordine consegnavano le loro verghe, egli nascose la sua. Non apparve quindi nulla conforme all'oracolo divino e perciò il pontefice credette opportuno di interrogare Dio una seconda volta. E Dio rispose che fra i prescelti proprio colui al quale si doveva dare la vergine in isposa non aveva portato la sua verga. Giuseppe fu così scoperto. Consegnata la verga, si posò in cima alla stessa una colomba proveniente dal cielo. Allora fu a tutti evidente che la vergine doveva essere sua sposa. Celebrato dunque il rito degli sponsali (fidanzamento), come di consueto, egli si recò alla città di Betlem per porre in regola la sua casa e per provvedere al necessario per le nozze, mentre la vergine del Signore, Maria, tornò in Galilea dai suoi genitori con altre sette vergini, sue coetanee e compagne, che le erano state date dal sacerdote.

 

L'annunciazione

 

In quei giorni, e precisamente appena ella giunse in Galilea, l'angelo Gabriele fu inviato da Dio per annunciarle la concezione del Signore ed esporle il modo e l'ordine della stessa. Entrato dunque da lei, tutta la camera dove si trovava fu pervasa da luce straordinaria, mentre la salutava, in forma cortese assai, in questi termini: «Ave, Maria, o vergine del Signore carissima, o vergine piena di grazia: il Signore è con' te; benedetta tu più di tutte le donne, benedetta tu più di quanti sono nati fino ad oggi!». La vergine, che ben conosceva i volti angelici e non le era insolito il lume celeste, non si spaventò della visione angelica, né si stupì per la luce immensa. Si mostrò sorpresa unicamente per quel modo di parlare. E cominciò a riflettere che cosa volesse mai signifìcare un saluto tanto insolito, a che alludesse o che scopo avesse. L'angelo, per ispirazione divina, venne incontro al pensiero di lei: «Non temere, Maria le disse quasi che con questo saluto io voglia nascondere qualcosa contrastante alla tua castità. Hai trovato grazia presso il Signore, perché hai scelto la castità. Perciò, rimanendo vergine e senza peccato, concepirai e darai alla luce un figlio. Questi sarà grande, perché dominerà dal mare fino al mare e dal fiume fino ai confini dell'orbe terrestre. Sarà chiamato figlio dell'Altissimo, perché egli che nascerà umile sulla terra, regna sublime nel cielo. Il Signore Dio gli darà il seggio di Davide suo padre ed egli regnerà in eterno nella casa di Giacobbe. Il suo regno non avrà fine. Egli è il re dei re e il signore dei dominanti. Il suo trono restera per sempre!». A queste parole dell'angelo, la vergine non fu incredula, ma volendo solo conoscere il modo del loro compimento, soggiunse: «Come potrà accadere questo? Io, a causa del mio voto, non potrò mai conoscere uomo; come posso dare alla luce senza la cooperazione del seme virile?». L'angelo a lei: «Non credere, Maria le disse che concepirai come di consueto. Tu darai alla luce senza nessuna unione maritale, rimanendo vergine, e vergine allatterai. Lo Spirito Santo scenderà su te e la potenza dell'Altissimo ti farà ombra contro tutti gli ardori della concupiscenza. Pertanto solo ciò che nascerà da te sarà santo, perché solo, concepito e nato senza peccato, sarà detto figlio di Dio». Allora Maria, stese le mani e levati gli occhi al cielo, esclamò: «Ecco l'ancella del Signore, ché neppure il nome di signora io merito! Sia di me conforme alla tua parola».

 

Dubbio di Giuseppe. Gesù nasce

 

Giuseppe si recò dalla Giudea in Galilea con l'intenzione di prendere in moglie la vergine, sua fidanzata. Eran trascorsi tre mesi e già si compiva il quarto dal tempo in cui si era promessa a lui. Intanto, ingrossandosi poco a poco il seno della gestante, la gravidanza di lei cominciò a divenire manifesta né la cosa potè sfuggire a Giuseppe, che, entrando da lei un po' liberamente e parlando con lei abbastanza familiarmente, come futuro sposo, scorse in lei i segni della maternità. Cominciò dunque a riscaldarsi nell'animo e ad agitarsi, non sapendo che cosa soprattutto dovesse fare. Era giusto e perciò non voleva metterla in pubblico; era pio e perciò non voleva diffamarla con il sospetto di fornicazione. Pensava dunque di sciogliere il matrimonio segretamente e di rimandarla di nascosto. Mentre pensava a questo, ecco apparirgli in sogno l'angelo del Signore e dirgli: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere: non nutrire cioè, a proposito della vergine, sospetto alcuno di fornicazione o pensare alcunché di sinistro e non esitare a prenderla in moglie. Ciò che è nato in lei ed ora angustia il tuo animo, non è opera umana, ma dello Spirito Santo. Rimanendo sola, tra tutte, vergine, darà alla luce il figlio di Dio, che chiamerai Gesù, cioè salvatore. Questi salverà il suo popolo dai suoi peccati». Giuseppe, conforme all'ordine dell'angelo, si prese in moglie la vergine; non la conobbe, ma la protesse e la custodì castamente. Già stava per compiersi il nono mese dal momento della concezione, quando Giuseppe si recò alla città di Betlem, donde era oriundo, prendendo con sé la moglie e il necessario. Mentre si trovavano là, giunse il momento del parto. Ella diede alla luce, come hanno insegnato gli evangelisti, il suo figlio primogenito: il Signor nostro Gesù Cristo, che con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli in eterno.

 

Capitolo quarto

LA FESTA DELLA NATIVITA' DI MARIA TRA ORIENTE E OCCIDENTE

I.

ALL'ORIGINE DELLA FESTA, LA CASA NATALE DI MARIA

I Vangeli canonici, preoccupati di riferire ciò che riguarda Gesù, hanno parlato solo incidentalmente di Maria. I rari episodi che a lei si riferiscono sono l'annunciazione, la visitazione, il parto di Gesù, la fuga in Egitto e il ritorno a Nazareth; più scarsi gli accenni a Maria durante la vita pubblica di Gesù: la sua presenza ai piedi della croce e nel cenacolo in mezzo alla prima comunità dopo l'ascensione. Toccherà ai Vangeli apocrifi diradare il silenzio e riferire informazioni circa l'infanzia di Maria e la fine della sua vita terrena. L'Apocrifo più antico (la cui redazione risale alla seconda metà del secolo Il) e più attendibile, che si è proposto di colmare la mancanza di notizie circa l'infanzia di Maria, è senza dubbio il Protoevangelo di Giacomo. La chiesa, pur ritenendolo apocrifo e dunque da prendere con cautela, non ha mancato di attingervi alcune informazioni giudicate attendibili circa i genitori di Maria, il luogo della sua nascita e alcuni momenti salienti della sua vita: concezione, natività, presentazione al tempio. Il giudizio positivo della chiesa si è espresso con l'istituzione di feste riguardanti i genitori di Maria, di cui si sono ritenuti i nomi, e della stessa Maria, di cui si è iniziato a festeggiare la concezione, la natività e la presentazione al tempio. Queste feste hanno per sfondo la città di Gerusalemme e la casa natale di Maria. Quale sorte toccò alla casa natale di Maria, dopo la morte dei suoi genitori e il suo sposalizio con Giuseppe che la portò con sé a Nazareth? A questo punto si possono fare solo delle supposizioni: si può immaginare che la casa sia rimasta un bene di famiglia toccato a più o meno vicini parenti; si può anche supporre che Gesù e Maria, quando venivano a Gerusalemme per le feste, fossero ospitati presso quei parenti a cui era toccata la casa. Dopo la morte di Maria a Gerusalemme, all'età di settant'anni circa, la presa di coscienza della prima comunità cristiana circa l'importanza del ruolo di Maria, di colei cioè che era venerata da tutti come la madre del loro Signore, e l'inizio di un culto di venerazione hanno contribuito a mettere in evidenza l'importanza di questa casa e a trasformarla in luogo di pellegrinaggio e di preghiera. I momenti difficili nella vita della città di Gerusalemme (la persecuzione degli ebrei, la violenta reazione romana, la distruzione del tempio, la trasformazione della città in luogo di culto pagano, l'allontanamento dei giudei e il divieto fatto a loro di tornare in città ecc.) lasciano supporre che anche la casa natale di Maria, come del resto tutti i luoghi cari ai cristiani, abbia sofferto danni. L'arrivo di Costantino e di sua madre Elena a Gerusalemme, nella prima metà del IV secolo, dopo la libertà data alla religione cristiana, aprì una nuova era ai luoghi santi della Palestina in genere e di Gerusalemme in particolare. Gli scavi permettono di rintracciare, tra le numerose costruzioni volute da Costantino e da sua madre Elena, i ruderi di un oratorio o di una chiesetta sul luogo della casa natale di Maria. Nella prima metà del V secolo, ai tempi del patriarca Giovenale e dell'imperatrice Eudossia, ritiratasi a Gerusalemme, fu costruita, sul luogo di nascita di Maria, una grande basilica conosciuta come 'basilica di santa Maria' e anche 'Probatica' per la sua vicinanza alla piscina Probatica. Tale basilica è segnalata nella cosiddetta 'carta di Madaba', carta musiva che risale alla metà del V secolo. Verso il 530, l'autore anonimo della Descrizione dei luoghi santi di Gerusalemme riferisce: «Là si trova la basilica di santa Maria, come anche la sua tomba». E' del 543 una testimonianza indiretta della presenza della basilica: il 21 novembre di quest'anno ha luogo l'inaugurazione di uno splendido monumento costruito da Giustiniano per commemorare la presentazione di Maria al tempio: la nuova chiesa fu chiamata 'Nea', ossia Nuova, per distinguerla da quella più antica, costruita sul luogo della natività di Maria. Verso il 570, un pellegrino italiano, Antonino di Piacenza, riferisce nel suo Itinerarium: «Dopo il rientro in città, giungemmo alla piscina che ha cinque porte; in una di queste si trova la basilica di santa Maria, ove avvengono molti miracoli». Nel VII secolo, Gerusalemme subì gravi danni a causa dell'invasione persiana (anno 614): molti santùari furono distrutti e la reliquia della Croce venne trafugata. Neppure la basilica della natività di Maria sembra sia stata risparmiata. Tuttavia la ricostruzione ebbe immediatamente luogo per opera dell'imperatore Eraclio e del patriarca di Gerusalemme Sofronio (+638). Quest'ultimo, prima di morire, ebbe la triste sventura di consegnare la città ai conquistatori arabi che, però, si mostrarono rispettosi dei santuari cristiani. Lo stesso Sofronio attesta la presenza della basilica mariana nei suoi Anacreontica: «Entrerò nella santa Probatica dice nella quale l'illustre Anna partorì Maria. Entrando nel tempio, in quello della purissima Madre di Dio, abbraccerò e bacerò le pareti le più care per me [...]» (PG 87, 3822). Posteriore di alcuni anni è l'importante testimonianza di san Giovanni Damasceno, che viveva nel monastero di san Saba vicino a Gerusalemme e si recava spesso nella città santa per predicare. Come san Sofronio egli è originario di Damasco e si è distinto per la sua sconfinata devozione a Maria, che ha cantato con accenti indimenticabili in inni e omelie. Una di queste è stata pronunciata nel giorno della natività di Maria, sul luogo stesso della sua nascita. Egli chiama la chiesa la 'santa Probatica'; in essa dice nacque per noi la Madre di Dio, dalla quale volle nascere l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Egli considera la chiesa come il più grande santuario mariano del cristianesimo di quell'epoca. Per lui, Betesda, nella quale gli ammalati si recavano per riacquistare la salute, era il simbolo della salvezza portata al mondo da Cristo, nato da Maria. Egli saluta la chiesa in questi termini: «Ti saluto, Probatica, recinto santissimo della Madre di Dio. Ti saluto, Probatica dimora avita della Regina. Ti saluto, Probatica, antico ovile per le pecore di Gioacchino, adesso chiesa, imitatrice del cielo, per il gregge spirituale del Cristo [...]. Ti saluto, Probatica preziosa: che la tua grazia diventi più grande ancora. Dal secolo IX al XII, mancano notizie circa la chiesa, la quale però deve avere subito danni notevoli, se i crociati la costruirono ex novo. E' difatti dovuta ad essi la costruzione della bellissima basilica attuale in stile romanico, sopra i ruderi della chiesa bizantina. In seguito, dopo la partenza dei crociati da Gerusalemme e dalla Terra Santa, la chiesa cadde in mano dei musulmani che la trasformarono in madrasa (o scuola), detta anche salahia, in riferimento a Saladino che cacciò dalla Palestina i crociati. La chiesa rimase scuola musulmana fino al 1856, anno in cui i turchi la cedettero, con la proprietà, alla Francia come compenso per l'aiuto dato durante la guerra di Crimea contro i russi. Chiesa e proprietà furono affidate dalle autorità francesi al cardinale Lavigerie che aveva di recente fondato la società dei missionari d'Africa, conosciuti come Padri Bianchi. La chiesa, accuratamente restaurata, riprese il suo ruolo di santuario mariano. Nel 1882 i Padri Bianchi accettarono di aprire un seminario per la formazione del clero della chiesa grecomelchita cattolica. E' in questo seminario e all'ombra del santuario mariano che sono stati formati i vescovi e i sacerdoti di quella chiesa fino alla chiusura forzata del seminario per le note vicende della guerra tra arabi ed ebrei per la sistemazione della Palestina. Tra i molti gerarchi usciti dal seminario, vanno menzionati il patriarca Massimo IV e gran parte dei vescovi che si sono segnalati durante tutte le sessioni del concilio Vaticano Il. Attualmente il santuario è uno dei luoghi mariani più frequentati di Gerusalemme. Nella cripta situata sotto la basilica troneggiava, fino a qualche tempo fa, il simulacro di Maria Bambina, ivi voluto dal cardinale Andrea Carlo Ferrari.

 

II.

LA FESTA GRECA DELLA NATIVITA' DI MARIA

La festa della natività di Maria come si presenta tuttora nella chiesa greca si è formata in due tappe ben distinte. La prima, quella delle origini e connessa alla casa natale di Maria, è legata alla città di Gerusalemme. La seconda si è sviluppata a Costantinopoli: toccherà difatti alla capitale bizantina organizzare la festa come si presenta ora e trasmetterla alle altre chiese, compresa la chiesa latina.

La festa gerosolomitana

Dopo quello che abbiamo detto sopra circa la casa natale di Maria, nessuno si stupirà che anche la festa della natività di Maria abbia avuto origine a Gerusalemme. Rimane però difficile conoscere con certezza il periodo esatto dell'istituzione della festa. Egeria, la pia pellegrina spagnola che ha lasciato un particolareggiato giornale di viaggio, non dice niente in proposito e nemmeno cita la casa di Maria: il suo viaggio, che risale alla fine del IV secolo, si concentra sul periodo pasquale e sui luoghi santi di Gerusalemme che riguardano Cristo. L'interesse per i luoghi mariani diventerà più insistente dopo il concilio di Efeso (431), nel quale la chiesa approvò, contro Nestorio, la legittimità del titolo Theotokos, o Madre di Dio, che da tempo immemorabile il popolo cristiano aveva riservato a Maria. Si ebbe da allora una vera fioritura di feste mariane, tra cui la Natività, la Presentazione al tempio, l'Annunciazione e la Dormizione, oltre a quelle già esistenti della Presentazione di Gesù al tempio (detta Ipapante o incontro) e la cosiddetta 'prima festa mariana' (il 26 dicembre) chiamata Sinassi o assemblea festiva in onore della Madre di Dio. La festa della concezione di Maria verrà introdotta più tardi (VII secolo). La festa della natività fu fissata l'8 settembre: il giorno è certamente quello scelto per la dedicazione della chiesa di santa Maria; si deve però ritenere che tale data non fu scelta a caso, ma con motivazioni più profonde, legate alla formazione dell'anno liturgico. Questo, nell'intenzione della chiesa, ricorda i principali avvenimenti salvifici della vita di Cristo imperniati su due diversi poli. Il primo, quello del Natale, comprende le feste della natività di Gesù e del suo battesimo, con cui ha inizio la vita pubblica (Epifania); il secondo comprende le feste di Pasqua, dell'Ascensione e della Pentecoste. In questo modo l'anno ecclesiastico, che aveva inizio con il mese di settembre, era messo sotto il segno degli avvenimenti salvifici della vita di Cristo. Le feste mariane furono scelte in modo da dare una dimensione mariana a questo stesso anno: la natività di Maria precede e annuncia le feste del primo polo (Natale ed Epifania), prendendo valore di inizio dell'anno liturgico; la festa della dormizione, nell'ultimo mese dell'anno, segue il secondo polo cristologico (PasquaPentecoste), prendendo così valore di conseguenza dell'opera della salvezza e di fine dell'anno liturgico. In tal modo l'anno liturgico, accanto alla dimensione cristologica, ha assunto una vera dimensione mariana. Questo sta a dimostrare l'importanza della data dell'8 settembre per la festa della natività di Maria. Scelta, questa, fatta a Gerusalemme. Da Gerusalemme proviene anche la maggior parte dei testi dell'ufficiatura, molti dei quali sono anonimi; tra essi l'Apolitikion o tropario della festa, lo stesso che entrerà a far parte del formulano della festa latina e che ne fa tuttora parte come 'antifona al Benedictus'. Eccone il contenuto: «La tua nascita, Vergine Madre di Dio, ha annunziato la gioia al mondo intero: da te è nato il sole di giustizia, Cristo nostro Dio: egli ha tolto la condanna e ha portato la grazia, ha vinto la morte e ci ha donato la vita». Ma molti altri testi dell'ufficiatura greca attuale portano il nome di autori originari di Gerusalemme o vissuti in questa città. Essi sono: sant'Andrea di Creta (+740), autore del secondo canone del mattutino, nonché di ben quattro omelie in cui celebra la festa della natività di Maria. san Giovanni Damasceno (+749), autore del primo canone del mattutino e di una omelia pronunciata sul luogo stesso della Probatica, di cui abbiamo già citato un brano. Sergio agiopolita e Stefano agiopolita, autori di stichirà e di idiomeli. Non si conosce nulla della loro vita, ma sarebbero vissuti tra il VII e l'VIII secolo a Gerusalemme, come si desume dal nome: agiopolita significa infatti 'della città santa', ossia di Gerusalemme; è perciò probabile che siano stati, come Andrea di Creta e Giovanni Damasceno, monaci del monastero di san Saba tuttora esistente nel deserto di Giuda tra Gerusalemme e il Mar Morto.

 

La festa bizantina

Da Gerusalemme la festa della natività di Maria passò a Costantinopoli. Il primo documento che ne attesta la presenza in questa città è un inno di Romano il Melode, tuttora parzialmente in uso nell'ufficiatura della festa. Romano, nato in Siria, nella città di Emesa (l'attuale Homs) l'anno 490 ca., divenne diacono a Beirut; nei primi decenni del V secolo approdò a Costantinopoli, dove morì l'anno 560 ca. e fu subito canonizzato. Nel suo inno sulla natività, una specie di omelia in versi, composto prima dell'anno 548, egli mette in forma poetica il racconto del protoevangelo. Nel proemio, egli commenta così il senso della festa: «Gioacchino e Anna furono liberati dall'obbrobrio della sterilità, e Adamo ed Eva dalla corruzione della morte, o Immacolata, per la tua natività. Questa festeggia, oggi, il tuo popolo riscattato dalla schiavitù dei peccati, a te esclamando: 'La sterile dà alla luce la Madre di Dio, nutrice della nostra vita'». Fin dall'inizio la Natività divenne a Costantinopoli una delle più importanti feste della Madonna. Tra gli autori che contribuirono ad arricchire l'ufficiatura già abbastanza ricca, proveniente da Gerusalemme, figurano nomi quali san Germano, patriarca di Costantinopoli (+733), san Giuseppe detto l'innografo (+886), Efraim di Caria e altri. Nel IX secolo la festa aveva già la sua fisionomia attuale di festa di precetto con un giorno dipreortia o prefesta (il 7 settembre) e quattro giorni di meteortia o dopofesta, l'apodosis o chiusura avendo luogo il 13 settembre. Il 9 settembre è messo particolarmente in rilievo con una sinassi o memoria festiva dei genitori di Maria, chiamati 'avi del Signore'. Per sottolinearne l'importanza, la festa della natività fu inclusa nel cosiddetto dodecaorton o sene delle dodici grandi feste dell'anno liturgico, le cui icone figurano sull'iconostasi di ogni chiesa bizantina.

 

I testi dell'ufficiatura

I testi liturgici della festa della natività di Maria sono molto ricchi e vari e possono dividersi in due gruppi: il primo formato di testi biblici; il secondo di testi innografici; a questi vanno aggiunte molte omelie che celebrano la festa, pronunciate nelle più svariate epoche. I testi biblici sono tratti dall'Antico e dal Nuovo Testamento. Dall'Antico Testamento provengono le tre lezioni lette ai vespri e alcuni versetti di salmi detti stichi. Le tre lezioni bibliche sono le stesse che si ritrovano nelle altre grandi feste mariane: la prima, tratta da Genesi (28,1017), ha per tema il sogno di Giacobbe; la seconda, tratta da Ezechiele (43,2744,4), si riferisce alla visione della porta chiusa del tempio; la terza, tratta da Proverbi (9,111), si riferisce al banchetto della Sapienza. Il significato mariano dei tre episodi è chiarissimo: Maria è considerata la scala per cui Dio discende sulla terra e con cui gli uomini possono ascendere verso il cielo; Maria è il nuovo tempio, la cui porta solo Dio attraversò: allusione alla verginità di Maria; la Sapienza è il Verbo di Dio che Maria ci rende accessibile per mezzo del banchetto eucaristico. I versetti antifonari usati nell'ufficiatura bizantina della festa sono per lo più tratti dai Salmi 44,45,64,86 e 131. Come si sa, il Salmo 44 canta un epitalamio regale; il Salmo 131 celebra il trasferimento dell'arca dell'alleanza nella città di Davide. Il riferimento a Maria è, anche qui, chiaro: Maria è la sposa di Dio, lei è la vera arca, luogo della presenza del Verbo. Tre sono i brani tolti dal Nuovo Testamento: il Vangelo letto nel mattutino è quello della Visitazione (Lc 1,3950; 5657); il Vangelo letto nella Messa, tratto da Luca, mette insieme l'episodio di Marta e Maria e il grido della donna in mezzo alla folla: «Beato il seno che ti ha portato...» (Lc 10,3842; 11,2728); la terza lettura, quella dell'Epistola dèlla Messa, è tratta dalla lettera di san Paolo ai Filippesi (2,511): vi si parla dell'umiliazione volontaria e dell'esaltazione del Figlio di Dio. Il tema mariano delle due prime lezioni è chiarissimo. Il tema della terza lezione è cristologico e vuole farci considerare la collaborazione di Maria all'opera di suo Figlio, compresa l'umiliazione e l'esaltazione. Il secondo gruppo di testi dell'ufficiatura bizantina della festa della Natività è formato da un gran numero di inni di rara bellezza, i cui autori, chiamati melodi, insieme poeti e teologi, hanno saputo presentare in modo dossologico e affascinante le principali verità della fede. Essi risalgono per lo più al periodo patristico, spaziano dal IV al IX secolo e riprendono i tre generi principali coltivati dalla poesia greca: il tropario o strofa indipendente, che prende diversi nomi a seconda del posto che occupa nell'ufficiatura (apolitikion, stichiron, apostichon, exapostilarion ecc.); il kondakion, composizione più lunga formata in media da una ventina di strofe (il più noto autore di kondakia è Romano, detto il Melode per antonomasia); il canone, infine, lunga composizione divisa in nove odi, ognuna delle quali comprende un determinato numero di strofe. L'invenzione del canone è attribuita ad Andrea di Creta, ma il genere fu perfezionato da Giovanni Damasceno ed è stato largamente in uso a Costantinopoli e nella Magna Grecia. Il contenuto degli inni è molto ricco: vengono commentati i testi biblici, messi in luce il significato e l'oggetto della festa. Abbiamo già citato due testi, ma molti lo potrebbero essere ancora. Il ricorso alle immagini bibliche riferite a Maria è molto frequente: Maria è paragonata all'albero di Jesse, al talamo, alla camera nuziale del celeste Sposo, al carro dei cherubini, al tempio nuovo, all'arca dell'alleanza ecc. Ogni melode, pur partendo dal fatto concreto della nascita di Maria, vi cerca tutte le implicazioni passate e future. Maria è vista attraverso tutto il piano divino. Storia e riflessioni teologiche della salvezza, dall'eterno consiglio trinitario fino alla sua consumazione finale di nuovo nella Trinità, passando per la creazione, il peccato, la promessa della salvezza, la storia di Israele, la maternità divina di Maria, l'opera di Gesù ecc. La natività di Maria diventa così un invito alla gioia universale. Diamo qui un solo testo, attribuito a Stefano agiopolita, tratto dai vespri della festa: «Oggi gli esordi della gioia universale; oggi soffiano le brezze annunciatrici di salvezza: la sterilità della nostra natura si scioglie, perché la sterile diviene madre di Colei che è rimasta vergine dopo la nascita del Creatore e ha consentito a Dio di assimilare ciò che egli non era per natura e di realizzare nella carne la salvezza di coloro che erano stati ingannati; lui, il Cristo, amico degli uomini e redentore delle anime nostre».

 

Le omelie festive

La festa della natività di Maria è stata celebrata in numerose omelie, pronunciate in occasione della festa e divenute in seguito parte integrante dell'ufficiatura, specie nei monasteri. La prima di queste omelie è l'inno di Romano il Melode. Nel secolo VIII ne abbiamo ben quattro pronunciate da Andrea di Creta, e una di Giovanni Damasceno pronunciata, come si è visto, nel luogo stesso della Probatica. Dal IX secolo abbiamo omelie pronunciate da Teodoro Studita (+826), dal patriarca Fozio (morto negli ultimi anni del secolo), da Giorgio di Nicomedia. Dopo questo secolo, abbiamo omelie pronunciate dall'imperatore Leone il Saggio (+912), da Niceta David di Paflagonia (fine secolo XI), da Giacomo Monaco, da Neofito il Recluso +1220 ca.), da Germano Il di Costantinopoli (t 1240), da Gregorio Palamas (+1359), da Niceforo Gregora (+1360 ca.), da Macario di Costantinopoli (+1391), da Nicola Cabasilas (+1396), da Giuseppe Briennio (+1431 ca.), e altri. L'omelista dispone di più tempo e spazio per sviluppare i temi riguardanti la festa: ciò spiega il grande interesse di questo genere di produzione. Crediamo utile fermarci su qualcuna delle omelie citate. L'inno di Romano il Melode è una vera omelia. Romano, che come semplice diacono poteva predicare in chiesa, saliva all'ambone e cominciava a cantare il proemio di cui faceva ripetere il ritornello finale a tutti i presenti. Le strofe (dette stanze) erano poi da lui declamate una ad una, mentre il ritornello veniva riecheggiato dai presenti. Nel proemio, Romano presenta la natività di Maria come benefica non solo per i genitori che libera dalla sterilità, ma anche per Adamo ed Eva che sono liberati dalla corruzione della morte. Il motivo di questi benefici è espresso nel ritornello ripetuto alla fine di tutte le strofe: chi difatti nasce «è la Madre di Dio, nutrice della nostra vita». Il resto dell'inno, ispirato al protoevangelo di Giacomo, si ferma su alcuni episodi del racconto. All'inizio Romano presenta Gioacchino e Anna che nascondono la loro vergogna (strofa 1), poi interpella figlia e padre (strofa 2). Nata Maria, si organizza un banchetto nel quale essa verrà presentata ai sacerdoti e magnificata (strofe 34). Segue una rapida allusione alla presentazione di Maria al tempio dove era nutrita da un angelo (strofa 5). Segue una preghiera di Anna, paragonata a Sara (strofe 67). Intanto Maria deve lasciare il tempio per essere affidata a Giuseppe (strofa 9). Segue un inno di lode in onore di Anna (strofa 10): essa è lodata «per aver dato alla luce la gioia del mondo, la valida mediatrice di grazia per gli uomini, la protettrice, la difesa e la speranza di salvezza per ogni cristiano». L'inno termina con la consueta preghiera che si ritrova in quasi tutti gli inni di Romano (strofa 11). Per quanto riguarda le quattro omelie della Natività di sant Andrea di Creta, non abbiamo informazioni precise sul tempo e il luogo della loro composizione. Come è risaputo, Andrea, nato a Damasco nel 660 ca., a vent'anni si fece monaco nel monastero di san Saba presso Gerusalemme, per cui egli è soprannominato 'gerosolomitano'. Nel 685 fu mandato a Costantinopoli, dove si fermò e fu ordinato diacono. A quarant'anni fu consacrato vescovo di Gortina nell'isola di Creta e ivi morì nel 740. Nella prima omelia, Andrea rileva dall'inizio che la festa della natività di Maria sintetizza in sé tutto ciò che Dio ha fatto in Israele e per suo mezzo per la nostra salvezza, fino al momento dell'incarnazione di Cristo. «La solennità presente esclama è per noi l'inizio delle feste: è, senza dubbio, prima di quelle che appartenevano alla legge e all'ombra; ma è anche la porta di queste che ora appartengono alla grazia e alla verità. [...] E' la somma dei benefici di Cristo a nostro favore. [...] Oggi, infatti, è stato edificato il tempio per il creatore di tutti. [...] Oggi Adamo, offrendo a nome nostro e per noi le primizie, ha reso Maria queste primizie». Per lui la natività della Madre di Dio prende dunque avvio nel Nuovo Testamento. Ma a questo evento, in verità, ha partecipato tutta la Trinità: «Perciò, celebrando con gioia questa festa, io offro alla Madre del Verbo un dono festivo, grato per avermi dato di conoscere la stirpe che è l'inizio della fede nella Trinità. Infatti, nell'eterno Verbo e Figlio che fece per sé e assunse la carne, si rivela pure il Padre che lo ha generato [...], e lo Spirito Santo quale suo stabile socio che santifica il seno di colei che portava in sé l'Incomprensibile». Come si sa, l'ufficio delle letture della festa latina contiene un brano di questa prima omelia di Andrea. All'inizio della seconda omelia, sant'Andrea si rivolge a sant'Anna che la Provvidenza elesse e chiamò a mettere al mondo la Madre del Salvatore: «E' cosa degna esclama anzi la più degna, glorificare con giulivi canti colei che ci ha prodotto tale e tanto frutto, da cui è sorto il dolce Gesù [...], Dio, Grazia e Verità». Nella quarta omelia, egli ricorda ancora una volta i motivi essenziali che spingono la chiesa a gioire e a rendere gloria a Maria: «Ogni creatura dice gioisce, canta e applaude, perché oggi ci è nata la Giovinetta, dalla quale ci è data la salvezza e attraverso la quale esiste la redenzione di tutto il mondo: Gesù Cristo, Dio e Verbo che è, che era e che viene, e che permane in eterno». E a esclamare: «Questa è la Madre di Dio, Maria, il comune rifugio di tutti i cristiani, il primo richiamo dei genitori dalla prima caduta, il ritorno del genere caduto verso l'immunità dalle passioni, la mistica visione di Mosè [...], il vello di Gedeone, la porpora davidica, il trono cherubico, la porta dei cieli [...]. Rallegrati, cielo; danza di gioia, terra; applauda il mare. L'omelia di san Giovanni Damasceno, già incontrata, merita più di un accenno. Già dall'inizio Giovanni mette in risalto la portata universale della natività di Maria: «Festeggiamo con letizia egli dice la natività della letizia universale», perché con la natività della Madre di Dio «tutto il genere umano è cambiato e la pena della progenitrice Eva è stata cambiata in gioia» (par. 1). Egli proclama beati Gioacchino e Anna perché, per loro mezzo, la creazione «ha offerto al Creatore un dono superiore a tutti i doni, una madre santa, unica degna di colui che l'ha creata» (par. 2). Per lui, Maria è il nuovo cielo, la scala di Giacobbe su cui Dio riposa (par. 3); egli la vede raffigurata nella porta orientale del tempio, nella conchiglia che riveste Cristo della porpora della carne (par. 4). Egli poi si congratula di nuovo con Gioacchino e Anna e li loda per aver partorito il gioiello della verginità ed esclama: «E tutto questo per la mia salvezza, o Signore! Mi hai talmente amato, infatti, da non realizzare questa né per mezzo degli angeli, né di alcuna creatura, ma da compiere tu stesso, come la prima creazione, anche la mia rigenerazione. Allora io esulto e mi glorio e gioisco; di nuovo ritorno alla fonte delle meraviglie e, trasportato dal torrente della letizia, vibro ancora la cetra dello Spirito e canto un inno divino in onore della natività» (par. 5). Con cuore colmo di tenerezza, egli si rivolge allora a Maria: «O figlioletta graziosissima e dolcissima, giglio fra le spine, nata dalla nobilissima e regalissima stirpe di Davide! [...) Figlia di Adamo e Madre di Dio! Beati i fianchi e il ventre da cui sei nata! Beate le braccia che ti hanno sorretto e le labbra che hanno gustato i tuoi casti baci!». Esclama poi: «Oggi l'inizio della salvezza per il mondo!» e invita le montagne a saltare di gioia davanti al monte spirituale da cui deve staccarsi Cristo, la pietra angolare (par. 6). Poi, ritornando su Maria, egli vede in lei il libro nuovo scritto dal dito del Padre, cioè lo Spirito santo, per cui Maria è proclamata «bellezza della natura umana, onore delle donne, più preziosa di ogni creatura [...]». Ed esclama: «Meraviglie ineffabili e inesprimibili! Il Dio dell'universo, dopo averti riconosciuto degna fin dal principio, ti ha amato e, dopo averti amato, ti ha predestinato: nella pienezza dei tempi ti ha chiamato all'esistenza, proclamandoti Madre perché generassi Dio e nutrissi il suo proprio Figlio e Verbo» (par. 7). Proseguendo nel suo discorso, egli afferma che la Vergine riconcilia il popolo con Dio (par. 8) e ritorna a tessere le lodi di Maria, da lui chiamata «vite ricca di tralci, fiore sbocciato nel deserto, figlia del re Davide e Madre del Re universale, divina vivente immagine di Dio, la cui vita trascende la natura e la cui vocazione è di nutrirsi con la parola divina, ventre in cui l'infinito ha preso dimora, stanza nuziale dello Spirito, tempio santo del Salomone spirituale» (par. 10). E volgendo a conclusione, egli saluta la Probatica, chiamata «recinto santissimo della Madre di Dio, dimora avita della Regina», e, prima di proporre il ritratto morale di Maria, esclama: «Ti saluto, Maria, figliola dolcissima di Anna; verso di te mi attrae nuovamente l'amore» (par. 11). E conclude, infine, con la seguente preghiera: «O figlia di Gioacchino e Anna e regina [...]! Possa tu disperdere il fardello dei peccati [...], far cessare le tentazioni [...], concedere al mondo la pace e a tutti gli abitanti ortodossi di questa città una gioia perfetta e la salvezza eterna, per le preghiere dei tuoi genitori e di tutto il corpo della Chiesa» (par. 12). Con Giovanni Damasceno, la pietà mariana si cobra di sentimento e di affetto. In occidente, bisogna aspettare san Bernardo per trovare simili accenti.

 

III.

LA FESTA ORIENTALE

Per orientale intendiamo qui le altre chiese orientali diverse dalla chiesa bizantina. Queste chiese sono: la chiesa siroorientale, detta anche assira e caldea; la chiesa sirooccidentale, detta anche giacobita; la chiesa armena, detta anche gregoriana; la chiesa copta d'Egitto e la chiesa etiopica di Abissinia. Tutte queste chiese hanno sviluppato una marcata devozione a Maria e possiedono un vero ciclo di feste mariane comprendente anche la festa della natività di Maria. Come la chiesa bizantina, anche queste chiese hanno ereditato la festa da Gerusalemme, ma hanno pure composto ciascuna una ricca innografia che si ritrova nei loro libri liturgici scritti in siriaco, armeno, copto, etiopico, arabo ecc. Ecco solo alcuni accenni. La chiesa siroorientale si divide in tre gruppi: la chiesa assira, ortodossa; la chiesa caldea, cattolica; la chiesa siromalabarese dell'India, cattolica. La prima non conosce la festa della natività di Maria; le altre due l'hanno introdotta di recente nel loro calendario. Il giorno della festa è l'8 settembre, mentre il 9 settembre vengono festeggiati Gioacchino e Anna. Le letture bibliche della Messa sono quattro: Genesi 17,127; Isaia 42,1843,13; Romani 16,127 e Matteo 1,116.1 testi liturgici sono recenti, ma vengono usati anche molti testi antichi di sant'Efrem, san Giacomo di Sarug, Giorgio Warda ed altri. Nella Messa si canta tra l'altro la seguente antifona: «In questa Vergine casta, figlia del giusto Gioacchino, si sono manifestati i tipi e si sono compiute le figure: è la realizzazione di tutto ciò che era stato scritto; difatti, per il Figlio da lei nato, la verità è stata manifestata a tutte le genti». La chiesa sirooccidentale, nata da una scissione nel patriarcato di Antiochia dopo il concilio di Calcedonia (451), è composta di due gruppi di fedeli: la chiesa giacobita di Siria, con una piccola porzione cattolica, e la chiesa siromalancarese dell'India. La chiesa sirooccidentale possiede un ciclo completo di feste della Madonna, tra cui la natività, celebrata l'8 settembre sotto il nome di 'natività della Madre di Dio, Maria'. Il 9 settembre si fa la 'memoria di Gioacchino ed Anna, genitori della Madre di Dio'. Le letture bibliche sono in genere quelle delle altre grandi feste della Madonna. Nel Vangelo, alla Messa, si legge il racconto della visitazione. Gli inni, molto abbondanti, celebrano la nascita della più eccelsa delle creature e ricorrono a molte immagini bibliche. Maria è chiamata 'libro sigillato', 'camera nuziale costruita da Dio per la gloria della sua maestà'. Con la nascita di Maria cessa il male e comincia il bene, per cui Maria è chiamata 'fonte dei beni e della vita duratura'; con lei un sigillo viene messo al peccato; in Maria la donna è esaltata, dopo l'umiliazione inferta dal serpente. Per Maria e per la sua nascita sono stati svelati i misteri e gli enigmi dei profeti e le loro rivelazioni si sono adempiute. Da notare che la chiesa maronita, cattolica, i cui fedeli vivono prevalentemente nel Libano, possiede una liturgia molto vicina a quella della chiesa sirooccidentale. Per la festa della natività di Maria, la liturgia maronita attuale rimanda al comune della Vergine. Anche la chiesa armena festeggia la natività di Maria il 29 Navasard, corrispondente all'8 settembre. Il Sinassario, o notizia storica,così annuncia la festa: «Natività della santa Madre di Dio, benedetta fra le donne, sempre vergine Maria, da Gioacchino e Anna». I testi liturgici della festa, pur partendo dal racconto del protoevangelo, celebrano in Maria l'apparizione di un cielo sublime, del trono di Dio, del firmamento spirituale, del tempio dove Dio stesso abitò. Maria è salutata come l'oriente mistico, il ricettacolo della luce, l'Eden di delizie, il paradiso immortale e spirituale, l'albero della vita, la terra feconda, la scala elevata per la discesa di Dio e la risalita degli uomini ecc. I testi danno una chiara testimonianza della pietà mariana degli armeni. La chiesa copta d'Egitto, nata da una scissione nel patriarcato di Alessandria in seguito al concilio di Calcedonia, considera l'Egitto un prolungamento della Terra Santa, per la dimora della sacra famiglia durata ben due anni. Il calendario copto possiede trentadue feste mariane, tra cui la natività di Maria commemorata in due date diverse: il 10 tut, corrispondente al 7 settembre, e il lo bashans, corrispondente al 23 aprile. Il nome della festa è 'natività della Vergine'. Il Sinassario narra l'annuncio di Gabriele a Gioacchino e la susseguente concezione e natività di Maria. L'oggetto della festa è senz'altro la nascita di Maria, celebrata come la porta orientale, la verga fiorita, il trono di Dio, la sposa piena di grazia, la vergine perpetua, la nuova Sion, il monte spirituale, il carro del Creatore, la madre dell'Emmanuele, il luogo di riposo dello Spirito ecc. Tra le numerose omelie copte che celebrano la Vergine, una è attribuita a sant'Efrem siro (+373) ma risale a epoca più tarda; in essa la natività di Maria è celebrata in questi termini: «Chiediamo l'intercessione generosa dell'eccelsa Signora, la Vergine Maria, che ha meritato di essere il tempio dello Spirito Santo e l'arca dalla quale sorge il Sole, e la mediatrice per la salvezza di Adamo e del genere umano. Lei è il vivaio dell'ipostasi del Dio Verbo, il quale ha fruttificato i doni della misericordia, frutti della sua piantagione. Lei è il monte che il Signore ha scelto come sua dimora e che, con la sua presenza, ha reso tempio puro. E' porta della vita, per la quale nessuno è entrato, tranne il Signore delle potenze. E' il tramite della salvezza, che nessuno può usare, salvo il Creatore del cielo e della terra. E' il tesoro sigillato, di cui l'Agnello divino non ha rotto il sigillo, né lo ha deformato la nascita del Cristo. E' un trono per il Re eccelso, sul quale nessuno siede all'infuori del Dio Verbo. E' un albero fruttifero, nel quale si produce il frutto della vita, e dal quale spunta il fiore della salvezza. Non è come lo scettro di Aronne che fiorì in un momento, e che fu solo simbolo del mistero della Signora Vergine. Lei è la cupola venerabile, purificata. E' il Santo dei Santi, nel quale è entrato il Principe dei sacerdoti portandovi i beni sperati». E, alludendo alla festa, l'omelia prosegue: «Noi imploriamo Lui per l'intercessione di lei. Lo imploriamo [...], affinché ci renda degni di soddisfare il nostro dovere nel celebrare questa grande festa. Questo infatti è il giorno nel quale si sono aperte le porte dei benefici e sono stati rimossi i veli della felicità. E' il giorno nel quale si sono adempiute le antiche profezie e si sono attuate le promesse della verità. Oggi tutte le anime hanno ricevuto l'annuncio della salvezza». La chiesa etiopica, infine, si vanta non solo di celebrare le trentadue feste mariane della chiesa copta, ma di possederne molte altre. La festa della natività di Maria, detta Ledata, viene celebrata il 10 giorno del mese di Genhot, corrispondente al 23 aprile; essa è anche commemorata il primo giorno di ogni mese. La festa e la sua commemorazione mensile è considerata festa di precetto, in cui c'è l'usanza di non lavorare nei campi. Il Sinassario riferisce, senza altre aggiunte, il voto e la visione di Gioacchino, ma anche la nascita di Maria, il cui nome dice il testo significa «Dama, Dono e Grazia, perché lei è la Dama della grazia celeste».

 

IV.

LA FESTA LATINA

Le origini orientali

La prima commemorazione mariana che si conosca a Roma è quella del mercoledì delle Quattro Tempora di Avvento, introdotta dal papa Leone Magno (440461) nella liturgia romana. Più tardi, verso il 595, il papa Gregorio Magno (590604) inaugura l"ottava di Natale', considerata come la prima festa mariana della liturgia latina. Nei secoli VVI, data la presenza in Roma di una prospera e numerosa colonia greca, si cominciarono a conoscere alcune feste di origine orientale, come l'Annunciazione, la Purificazione, la Dormizione e la Natività di Maria. Circa quest'ultima festa ci è giunta una testimonianza attribuita a papa Gregorio Magno: «Celebriamo si legge nel Liber Responsalis sive Antiphonarius con la massima devozione la natività della Santa Vergine Maria, affinché interceda per noi presso il Signore Gesù Cristo» (PL 96,674). Il Duchesne contesta questa attribuzione e scrive: «E' certo che in Roma non esisteva ancora una tale festa ai tempi di san Gregorio. Non solo egli non ne parla mai, il che si può verificare anche attraverso altri documenti dell'uso romano, che sono o possono ritenersi anteriori al VII secolo, come il calendario di Cartagine, il Sacramentario Leoniano ecc.; ma di più, e questo è decisivo, una tale festa era sconosciuta agli anglosassoni al principio del secolo VIII». E' certo, peraltro, che la festa non si celebrava nemmeno ai tempi di sant'Agostino, il quale nel primo discorso sulla natività di Giovanni dice: «La Chiesa non ha mai festeggiato il giorno natalizio di nessun profeta, di nessun patriarca, di nessun apostolo: due sole natività ella celebra, quella di Giovanni e quella di Gesù Cristo» (Sermo 287, PL 38,1301).

 

Storia della festa

Si attribuisce generalmente a papa Sergio I (687701) l'introduzione della festa della natività di Maria nel calendario romano. Detto papa fa parte dei papi di origine orientale che nel VIVII secolo sono saliti sulla cattedra di Pietro. Sergio era nato ad Antiochia e aveva ricevuto la sua formazione ecclesiastica in Sicilia. A proposito di lui, Anastasio Bibliotecario riferisce: «Stabilì che nei giorni dell'annunciazione del Signore, della natività e dormizione della santa Madre di Dio sempre Vergine, e di san Simeone che i greci chiamano Ipapante, il popolo vada in processione da sant'Adriano a santa Maria» (PL 128,897). Come risulta da questo testo, la festa della natività esisteva già a Roma e papa Sergio ne ha voluto la solennizzazione con una 'litania' o processione, che muovendo dalla chiesa di sant'Adriano, attraverso la Suburra, saliva a Santa Maria maggiore. Il cardinale Schuster così descrive lo svolgimento della processione: «Adunato il clero e il popolo romano nell'antica curia senatoriale, prima che sfilasse il corteo, si cantava come il 2 febbraio l'introito Exsurge, Domine, colla dossologia [...]. Quindi a piedi scalzi la processione si dirigeva verso il colle Esquilino, passando per le Carine, il foro di Nerva, il foro Traiano, le terme di Traiano, sino alle chiese titolari di Eudossia e di santa Prassede. Quando il corteo si appressava alla basilica liberiana, si intonava la litania, che teneva in questo giorno il luogo dell'introito [...]. Secondo Cencio Camerario, nel secolo XIII, in questa festa, si portavano in processione le diciotto icone mariane appartenenti ad altrettante chiese diaconali. Il papa si scalzava a sant'Adriano, ma durante il percorso teneva in piedi un paio di pantofole, che abbandonava nuovamente sulle soglie di Santa Maria maggiore. Appena il corteo entrava nella basilica, si intonava il Te Deum, e la schola dei mappulari e dei cubicolari con acqua calda lavava i piedi del pontefice, il quale poscia si preparava a celebrare il solenne sacrificio». Nel secolo IX, la festa della natività di Maria da Roma si era diffusa in tutto l'occidente. In Francia, la festa si celebrò con tanta solennità che, durante il medioevo era conosciuta sotto il nome di 'festa angioma', e si finì per parlare di una sua origine miracolosa dovuta nientemeno che a un intervento espresso di Maria, la quale ne avrebbe richiesto l'istituzione! Dal secolo XI la festa acquista sempre più importanza, tanto da diventare festa di precetto e da meritare un'ottava. Un primo accenno a questa lo troviamo già in sant'Anselmo, che consigliava ad Ernulfo, priore di Canterbury, di introdurla nel suo monastero, visto che era già praticata in parecchie altre chiese. Essa però divenne obbligatoria per tutta la chiesa latina solo nel 1243: fu infatti stabilita dal papa Innocenzo IV in seguito a un voto formulato dai cardinali elettori nel conclave del 1241 allorché, per ben tre mesi, essi furono tenuti prigionieri da Federico Il. Nel secolo XIV, la festa della natività di Maria si meritò anche la sua vigilia. Questa fu prescritta da Gregorio XI (t 1378), il quale, per di più, la volle con digiuno e ne compose pure la Messa. Però, con Benedetto XIV si ridusse l'obbligo del digiuno a un semplice consiglio. Sisto V fece ancora di più: ordinò che per la Natività si tenesse cappella papale in Santa Maria del popolo (Costituzione Egregia del 13 febbraio 1586). Dopo la sua morte, avvenuta nel 1590, quella solenne funzione cadde in disuso, ma fu ripresa da Alessandro VII nel 1666 e si è mantenuta finché è durato il dominio temporale dei papi. L'ultima volta che si tenne in Roma quella solenne celebrazione, fu l'8 settembre 1870. Pio X tolse la Natività dall'elenco delle feste di precetto e ridusse l'ottava a semplice. Pio XII, con la riforma liturgica, abolì completamente l'ottava. Con la recente riforma liturgica del Vaticano Il, la natività di Maria è celebrata con il grado di festa come la visitazione.

 

Le omelie mariane

Anche in occidente, la festa della natività di Maria è stata celebrata in molte omelie. Il primo grande oratore è san Fulberto, vescovo di Chartres dal 1007 al 1020, che viene considerato il più illustre maestro della sua epoca, alle cui lezioni accorreva la gioventù da ogni parte. La sua attività letteraria è imponente: molto egli scrisse intorno alla liturgia, e alla natività di Maria consacrò tre discorsi. Egli testimonia che la festa della natività era già bene comune di tutta la chiesa. Rodolfo Ardenzio (1050) ha celebrato la festa in tre discorsi. Altrettanti, pieni di lirica eloquenza, ne ha lasciato san Pier Damiani. San Bernardo (t 1153) ha esaltato la festa in varie omelie. Egli aveva tanta e tale devozione per la festa che quasi aveva scrupolo a scrivere in quel giorno una lettera urgente e necessaria, per paura di rimanerne distratto e non santificarla con tutto quel raccoglimento che meritava. Poco dopo san Bernardo, un altro santo, Ugone, vescovo di Lincoln (verso il 1200), fu tanto devoto della natività che quasi alla fine della sua vita, temeva solo di non poterla celebrare a causa della grave malattia da cui si sentiva oppresso; ma fattosi animo, e non badando ai dolori fisici, celebrò la vigilia con ogni devozione e, il giorno seguente, si sentì pienamente risanato.

 

I testi liturgici

I testi liturgici della festa latina della natività di Maria sono da ricercarsi nel Libro delle ore e nel Messale. Paragonati ai testi dell'oriente cristiano, essi risultano molto ridotti e scarsi. Si possono dividere in testi biblici e in testi di origine ecclesiastica: inni, orazioni e antifone. I più numerosi sono i testi biblici tratti dall'Antico e dal Nuovo Testamento. In essi la Lectio divina èproposta allo stato puro. Per capirli il fedele dispone di due elementi: il primo è il contesto liturgico, nel caso specifico il giorno e il mese in cui è posta la festa; il secondo è costituito dai brevi e rari accenni di riflessione contenuti nelle orazioni, negli inni e nelle antifone. Risulta dall'insieme delle formule che la festa è considerata come un felice anniversario, da cui prendiamo l'occasione per presentare alla Vergine i nostri omaggi e ricevere i suoi favori: unità e pace. Conformemente alla Marialis cultus, la festa è messa tra quelle che ricordano gli eventi salvifici, in cui la Vergine fu strettamente associata al Figlio, «speranza e aurora di salvezza al mondo intero» (orazione dopo la Comunione). Due concetti sono messi in rilievo: quello della 'pienezza del tempo' e quello del 'sollievo' benefico arrecato da Maria. Tutto l'Antico Testamento converge, infatti, verso l'incarnazione da cui prende l'avvio il Nuovo Testamento: in questo momento di pienezza si inserisce la Vergine. La natività di Maria commenta sant'Andrea di Creta nel brano inserito nell'ufficio delle letture «è come una pietra di confine fra l'Antico e il Nuovo Testamento. Mostra come ai simboli e alle figure succeda la verità, e come alla prima alleanza succeda la nuova». Il concetto di 'pienezza dei tempi' viene ribadito in continuazione: nella prima lettura dell'ufficio (Genesi 3,920) si preannuncia il grande momento dell'apparizione dell'intima collaboratrice di colui che avrebbe riportato la vittoria definitiva sul serpente infernale: apparizione destinata a illuminare tutta la chiesa. Come risaputo, questo racconto della Genesi ha ispirato ai padri della chiesa il tema molto ricco di EvaMaria tanto caro alla pietà della chiesa antica. Il tema era così espresso nel secondo Notturno: «Ecco, o dilettissimi, il giorno desiderato dalla beata e venerabile Maria sempre Vergine. Si rallegri perciò e gioisca la nostra terra illuminata dalla nascita ditale Vergine. Ella infatti è il fiore del campo, da cui è uscito il prezioso giglio delle valli; per la cui maternità si è cambiata la natura ereditata dai nostri progenitori e cancellata la loro colpa. Ella non ha subita la maledizione lanciata contro Eva, avendo dato alla luce il Signore nella gioia. Eva pianse, Maria esultò; Eva portò la tristezza, Maria la gioia nel suo seno; poiché quella diede la vita a un peccatore, Maria a un innocente. La madre del genere umano portò il castigo nel mondo, la madre di nostro Signore ha portato la salvezza. Eva è sorgente del peccato, Maria è sorgente di grazia. Eva ci fu di danno portandoci la morte, Maria ci ha salvati portandoci la vita. Quella ci ha feriti, questa ci ha guariti. La disobbedienza è stata riparata dall'obbedienza, l'infedeltà compensata dalla fedeltà». Nei testi dell'ufficiatura ricorre molto spesso il tema della luce: «La sua immagine è luce per tutto il popolo cristiano» (ufficio delle letture); «Nel mondo si è accesa una luce alla nascita della Vergine» (2a antifona a lodi); «Da te è nato il Sole di giustizia» (antifona al Benedictus). Al tema della luce è associato il motivo della gioia: «Con fede e con gioia celebriamo la nascita della santa Vergine» (ufficio delle letture); «Tutta la creazione canti di gioia, esulti e partecipi alla letizia di questo giorno» (2a lettura dell'ufficio); «Con gioia celebriamo la tua nascita, o Maria» (3a antifona a lodi); «La tua nascita ha annunziato la gioia al mondo intero» (antifona al Benedictus) ecc. Le lodi mattutine contengono un inno che esalta «la Donna gloriosa, alta sopra le stelle [...], che rende la gioia che Eva ci tolse [...]» e propone Maria come «via della pace, porta regale». La lettura breve è tratta da Isaia (11,13) e propone l'immagine dell'albero di Jesse, tanto caro alla tradizione cristiana. L'antifona al Benedictus è un testo che proviene dalla liturgia greca: la sua entrata nella liturgia romana risale probabilmente ai tempi di papa Sergio I. Vi si parla della nascita di Maria che annuncia la gioia al mondo intero. Le letture proposte per la Messa sono tre. La prima, tratta dalla profezia di Michea (5,25), parla di Betlemme di Efrata da dove uscirà il dominatore che partorirà colei che doveva partorire. Questa profezia trova il suo compimento in Maria, identificata con la 'vergine' di Isaia, madre dell'Emmanuele (Is 7,14). Il Vaticano Il dirà: «Questa è la Vergine che concepirà e partorirà un Figlio, il cui nome sarà Emmanuele» (Lumen gentium 55). La seconda lettura è tratta dall'Epistola ai Romani (8,2830). Alla luce di questo testo la natività di Maria appare intimamente legata alla salvezza dell'uomo e della creazione intera. Maria èveramente l'aurora di un mondo nuovo, meglio del mondo nuovo, quale era stato vagheggiato da Dio fin dall'eternità. «Ella, la Donna nuova, è accanto a Cristo, l'Uomo nuovo, nel cui mistero trova vera luce il mistero dell'uomo» (Marialis cultus 57). La terza lettura, tratta da Matteo (1,1 16.1823), ci propone la genealogia di Gesù: il testo contiene un riassunto della storia della salvezza. «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo»: la tradizione vi ha visto una descrizione della scala che discese Dio, il cui ultimo gradino è«Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù». Ci sarebbe molto da dire a proposito dell'Inno Ave maris stella inserito nei vespri. Basta qui ricordare che il titolo di 'stella', applicato a Maria, si ritrova già in sant'Efrem siro (+373), in Eleuterio di Tournai (+531) e, più tardi, in sant'Andrea di Creta. Il titolo 'stella del mare', applicato a Maria, fa dire a san Bernardo: «Togli Maria, questa stella del mare, del mare grande e sterminato, e che rimane se non l'oscurità, che avanza e avvolge tutto nell'ombra della morte?».

 

V.

ICONOGRAFIA DELLA FESTA

Il tema iconografico di Maria con la madre Anna e della natività di Maria è molto antico. Lo si ritrova già nel secolo VIVII scolpito su una colonna del ciborio di san Marco di Venezia. All'VIlI secolo risale il bellissimo affresco, di santa Maria Antiqua a Roma, chiamato delle 'tre madri': vi sono raffigurate Maria con il figlio Gesù in mezzo; ai lati Anna con la figlia Maria ed Elisabetta con il figlio Giovanni. A partire dal IX secolo si moltiplicano le raffigurazioni della natività di Maria su manoscritti, affreschi, mosaici e icone. Tra le icone più antiche tuttora conservate, ricordiamo una icona russa del XV secolo, un'altra del museo Benaki di Atene del XVI secolo. Poi esse diventano numerose. L'icona della natività è così descritta nell'Ermeneutica della pittura o manuale ad uso dei pittori di icone, compilato sul monte Athos nel secolo XVII dal monaco Dionisio da Furnà: «La nascita della Madre di Dio: case e sant 'Anna che giace su un letto tra coperte e si appoggia a un guanciale; due ragazze la sostengono da dietro e, dinanzi a lei, un'altra ragazza la sventola con un ventaglio, e ancora altre ragazze escono da porte, portando cibi; e altre ancora, sedute al di sotto di lei, lavano la Bambina in un bacino; e un'altra ancora dondola il lettuccio in cui è la Bambina». Questa descrizione contiene gli elementi essenziali della raffigurazione, ma a ogni pittore è lasciata la libertà di fare come meglio crede. Così si possono distinguere icone greche, russe, bulgare, melchite ecc. Da notare che l'icona della natività di Maria ha una struttura chiaramente modellata sull'icona del Natale. Il centro compositivo dell'icona è rappresentato da sant'Anna che giace su un alto letto premurosamente accudita da serve e ancelle. Nella parte bassa dell'icona sono raffigurate due scene complementari: a sinistra si vedono due ancelle che preparano il bagno per la piccola neonata; a destra una nutrice accudisce la piccola mentre una serva agita un grande ventaglio. A chi osserva una icona della natività di Maria balza subito agli occhi la struttura terrestre, umana di questa raffigurazione che contiene dei tratti intimi provenienti dalla vita di ogni giorno. L'icona ci introduce nell'intimità di Gioacchino e Anna e ci rende partecipi di un evento felicissimo, quello della nascita della madre di Dio che santificò la casa dei genitori ma anche tutto l'universo. Il posto fatto alla gioia umana è grande: le ancelle, i cibi preparati, il bagno della Bambina, tutti questi dettagli non sono senza significato, ma diventano parte del santo mistero e testimoniano che non c'è niente di insignificante nel fatto sacro rappresentato. Abbiamo già sopra notato che l'icona della natività di Maria fa parte del gruppo di icone detto dodecaorton o delle dodici grandi feste. Come tale l'icona apre la serie. Durante la celebrazione della festa, l'icona viene appoggiata su un leggio e messa a portata dei fedeli per la venerazione. Nei vespri della festa, la stessa icona viene portata in processione. Le raffigurazioni occidentali della natività di Maria non si contano. Le prime tracce si trovano nella chiesa di santa Maria Antiqua a Roma, con prevalente ispirazione orientale. A partire dal Mille le raffigurazioni si moltiplicano su miniature e vetrate delle grandi basiliche, come a Chartres. L'arte italiana, dal Trecento al Quattrocento, ha dato diverse bellissime raffigurazioni della natività di Maria. Fra esse sono da citare, per l'arte medievale, quella composta a mosaico da Pietro Cavallini in santa Maria in Trastevere a Roma; l'affresco di Giotto nella cappella degli Scrovegni a Padova; l'affresco di Taddeo Gaddi nella sagrestia di Santa Croce a Firenze; la formella scolpita dall'Orcagna nel tabernacolo di Orsammichele a Firenze; segue il modello trecentesco della natività di Maria affrescata nel 1424 da Ottaviano Nelli nella cappella Trinci dell'omonimo palazzo a Foligno. Per l'arte rinascimentale si ricorda la notissima raffigurazione quattrocentesca di Domenico Ghirlandaio, affrescata nel 1488 nella cappella maggiore di santa Maria Novella a Firenze. Fra' Filippo Lippi adornò, con la nascita di Maria, il fondo della sua Madonna con il Bambino Gesù, dipinta in un tondo, a Firenze in palazzo Pitti. Tra le raffigurazioni cinquecentesche della natività di Maria èda citare l'affresco di Andrea del Sarto nel chiostro della santissima Annunziata a Firenze.

 

VI.

OGGETTO E SIGNIFICATO DELLA FESTA

Intendiamo, in queste ultime pagine, raccogliere gli elementi sparsi di carattere storico e liturgico che hanno fermato la nostra attenzione, per mettere in evidenza alcune conclusioni circa l'oggetto e il significato della festa. 1. La festa è nata a Gerusalemme e la sua istituzione è legata alla casa natale di Maria. La data dell'8 settembre non fu scelta a caso, ma con l'intenzione di iniziare l'anno liturgico con un evento preparatorio alla nascita dello stesso Cristo; la chiesa metteva in rilievo la nascita di Maria come un evento salvifico e questo, a sua volta, spiega l'importanza che venne data alla festa divenuta festa d'obbligo con un giorno di prefesta e più giorni di dopofesta, senza contare la ricchissima ufficiatura e il grande numero di omelie per celebrarla. 2. La festa ha il carattere di un felice anniversario su cui si ritorna ogni anno per celebrarlo nella gioia. Ci si rallegra per la nascita di Maria, ma anche per la felicità dei fortunati genitori, appositamente ricordati il giorno 9 settembre dalla chiesa orientale. I genitori di Maria ricordano che la sua nascita è un evento storico avvenuto in tempo e luogo precisi, in un determinato popolo, quello della promessa. Questo risalto dato a una nascita èun fatto raro nella liturgia; la chiesa infatti vi è ricorsa solo nei casi di Giovanni Battista e dello stesso Gesù. 3. Nell'evento storico della nascita di Maria, la liturgia della festa mette soprattutto in risalto l'evento salvifico. Il titolo stesso della festa orientale non è più 'natività di Maria', ma 'natività della Madre di Dio'. Ciò che si vede di preferenza non è la Bambina Maria come tale, ma la Bambina già come Madre di Dio (Theotokos). San Giovanni Damasceno ci avverte: «Il solo nome di Theotokos contiene tutta l'economia della salvezza in nostro favore». Nella Bambina che nasce la liturgia vede il punto di arrivo della storia salvifica precedente e il punto di partenza per tutto quello che segue. Nell'eterno piano di Dio, la nascita di Maria è strettamente legata alla nascita dello stesso Cristo, Dio e uomo insieme e salvatore del mondo. 4. I testi liturgici mettono in luce, attraverso la nascita di Maria, tutto il disegno di Dio in nostro favore: la sterile Anna dà alla luce la 'figlia di Dio' destinata a essere la dimora del Creatore, il vero tempio per la dimora di Dio tra gli uomini, la vera scala per la discesa di Dio sulla terra e la risalita degli uomini verso il cielo. I testi cantano anche il rapporto di Maria con la chiesa: Maria nasce e il mondo viene rinnovato; nasce e la chiesa si adorna di bellezza. La nascita di Maria è portatrice di grazie per tutte le creature. Maria è l'aurora della redenzione, della liberazione, della ricreazione dell'uomo. 5. Per esprimere la grandezza della Bambina che nasce, la liturgia ricorre a molte immagini bibliche. Così Maria è chiamata 'terra nuova', 'paradiso che porta nel suo mezzo l'albero della vita, il Cristo', 'virgulto di Jesse destinato a portare Cristo fiore', 'tempio di Dio', 'libro nuovo nel quale il dito del Padre ha scritto il Logos', 'libro sigillato che nessun mortale può leggere, riservato al solo Verbo', 'libro nel quale il Logos viene scritto perché noi veniamo iscritti nel libro della vita, se gli ubbidiamo'. Maria è cantata come 'la vite salutare che produce il grappolo divino, sorgente di dolcezza: chi ne beve otterrà gioia e salvezza'. Maria è il talamo nuziale, dove l'unione ipostatica troverà compimento nel seno di Maria; è il talamo regale: immagine, questa, che suggerisce l'unione di Maria con Dio e anche con la creazione. 6. I melodi greci, cantando la natività di Maria, eccellono nel metterne in rilievo il significato e le implicazioni nella storia della salvezza. Essi salutano in Maria la riapparizione di un essere immacolato in un mondo nel quale il peccato originale aveva intorbidato le sorgenti. Essi arrivano persino a enunciare l'idea che la creazione dell'uomo sia veramente riuscita soltanto tramite questa nascita, nella quale la polvere terrestre produce infine l'essere senza macchia, destinato a fornire un corpo al Figlio di Dio stesso. Più in profondità, la nascita dell'essere unico che è Maria, viene cantata in tutti i testi come il grande miracolo, nel quale la terra e l'umanità maledetta, rese sterili dal peccato, ritrovano la fecondità benedetta da Dio. Ciò che i testi intendono mettere in luce, al di là dell'evocazione simbolica del racconto degli Apocrifi, è la rigenerazione dell'umanità risultante dalla guarigione in essa del peccato tramite la grazia dell'incarnazione redentrice. Infine, nella nascita della Vergine vengono salutati a un tempo il rinnovamento del mondo invecchiato nel peccato e la prima fioritura della primavera della grazia, maturati attraverso la storia del popolo di Dio. Tutto questo è riassunto in modo meraviglioso negli Aposticha di Sergio agiopolita che si cantano nei grandi vespri". 7. Notiamo, per finire, il tema della gioia che traspare attraverso tutti i testi e in tutte le liturgie. La natività di Maria è un costante invito alla gioia. Innanzitutto, gioia per i felici genitori: non solo perché è cessata la loro sterilità e hanno finalmente una figlia, ma perché danno al mondo l'inizio della nostra salvezza, l'unica Theotokos. Gioia degli angeli in cielo e degli uomini sulla terra, gioia universale: «La tua natività, o Vergine, ha annunciato la gioia al mondo intero». Gioia di Adamo e di Eva, di tutti i profeti e del coro dei patriarchi, che vedono finalmente adempiute le profezie e le attese. Gioia degli apostoli, dei martiri, dei santi e dei giusti. Gioia di tutto l'universo: è una gioia cosmica, preannunciata con le prime parole degli inni, nella vigilia della festa greca: «I raggi spirituali della gioia universale si sono diffusi nel mondo quando sei nata, annunciando a tutti il Sole della giustizia, Cristo Dio; perché tu sei apparsa come la mediatrice della vera gioia e della grazia». Gioia di Davide, di Jesse, di Isaia, di tutti i profeti. Ma gioia soprattutto della Vergine. Nella prefesta bizantina si canta il glorioso saluto: «Gioisci tu, tempio di Dio, santa montagna, tavola divina, candelabro luminoso; gloria venerabile degli ortodossi. Maria, gioisci, Madre del Cristo Dio; gioisci, Immacolata; gioisci, trono di fuoco; gioisci, tabernacolo (...)!